LUIGI SPERANZA, "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z P PA
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pastore: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
nella storia della dia-lettica romana di Varrone a Peano – la scuola di Torino
-- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Orbassano). Filosofo
italiano. Orbassano, Torino, Piemonte. Grice: “A proto-Griceian.” Grice:
“Pastore divides logicians by nationality, and he has a few for Italians; he
does not distinguish between Welsh Russell and English Boole, though!” Grice:
“Pastore has an excellent section on the ‘alleged’ imperfections of ordinary
language, to which I refer to in my reference to the common place in
philosophical logic.” Grice: “Pastore lists six imperfections of ordinary
language, for which he notes how confusing the allegations are.” “He ends by
noting the moral of the formalist: “not everything that is explicated is
implicated, and not everything that is implicated is explicated!” – Grice: “The
Italian philosophers he mentions make an interesting list.” Grice: “He has an
earlier paragraph on “Roman logic,” which is charming.” Laureato a Torino con GRAF ed ERCOLE
(si veda), è insegnante di liceo e ottenne una cattedra a Torino. Fonda e dirigge
il laboratorio di logica sperimentale a Torino. Collaboratore della Rivista di
filosofia. I suoi manoscritti sono
conservati nell'accademia toscana di scienze e lettere La Colombaria di
Firenze. La salma del filosofo riposa nel cimitero di Bruino. Saggi: “La logica
formale dedotta dalla meccanicia”; “Scienza” “Sillogismo e proporzione,” “Dell'essere
e del conoscere,” “Il pensiero puro,” “Causa ed esperienza”; “Solipsismo,” “Potenzia logica” “Logica sperimentale,””
L'acrisia di Kant” “La filosofia di Lenin”; “La volontà dell'assurdo. Storia e
crisi dell'esistenzialismo” (Logicalia, Dioniso, “Introduzione alla metafisica
della poesia,” Bazzani, Carte. Fondo dell'Accademia La Colombaria” (Firenze, Olschki);
Castellana, “Razionalismi senza dogmi. Per una epistemologia della
fisica-matematica” (Mannelli, Rubbettino); Dizionario di filosofia, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia, Selvaggi, Un filosofo triste: P. in Scienza e
metodologia. Saggi di epistemologia, Roma, Gregoriana). “È notissima la storia
della logica nell’antica Roma, in cui assai per tempo viene a prevalere la
teoria catechistica, sviluppata negl’innumerevoli manuali di logica ad uso
delle scuole, mutuanti l’insegnamento dalli saggi di VARRONE, di CICERONE, di
Aulo GELIO, e di Quintiliano. Questo indirizzo comprende altresi i saggi di Vittorino,
di VEGEZIO (si veda), e si spinge fine a quelle imporntantissimei di BOEZIO (si
veda) e di Cassiodoro che riduceno la logica all’uso d’una TABULA LOGICA o
combinazione di concetti secondo le regole della silogistica. BOEZIO, “Introductio
ad categehoricos syllogismos”; “de syllogismo categorico-hypothetico,” “de
divvisione”, “de definitione”, Cassiodoro (Venezia). In tutta quanta la
scolastica la sillogistica di BOEZIO è ripresa ed applicata con sottilissimo
svolgimento. Comincia, a vero dire, per essere incompletamente conosciuta. Si
complete con LOMBARDO. Quindi fa decisamente il suo ingresso nell’occidente per
opera di AQUINO, ABANO, e COLONNA – Summa theologica, cfr. BRUNO, “de specierum
scrutinio”; de lampade combinatoria lulliana, de progresso et lampade venatoria
legocorum. S’istende la lussureggiante vegetazione dei “terministi”, fra i
quali appena è il caso dei ricordare il nostro Paolo NICCOLINI (si veda) Veneto,
TARTARETO, e NIGRI. Per onore della filosofia, voglio dire che, in mezzo a
tanta zavorra, i pensamenti originali sono molto più numerosi ed important di
quanto non si creda comunemente. NIZOLIO, Pauli Veneti, “Logia parva”, tractatus
summlarum (Venezia). Le loro relazione possibili con le varie posizioni di
certi dischetti girevoli atorno un centro comune, sovrapposit l’uno all’altro,
sui quali sono segnai i concetti fundamentale. Questo tentativo di BRUNO (si
veda) contiene in gemre tutta la teoria della quantifiicatione del predicato e
la teoria della logica sperimentale. In seguito ai mie personali ricerche
compiute nella biblioteva comunate di Noto (Siracusa) la priorità della
dottrina della quantificazione del predicato si deve attributire al
sottilissimo casista CARAMUEL (si veda), che l’espose nella sua “Grammatica
audax”. Zvsdilio, zinytofuvyio in stidyyrlid lohivsm, ztoms. FACCIOLATI, Logia
protehroai, rudimenta di Logica, TIZIO, Arte di pensare. PEANO, Calcolo
geometrico secondo l’ausdehnungslehre di Grassmann preceduto dale operazione
della logica deduttiva (Torino), arithmetica, principia, nova method exposita,
I principi di geometrica logicamente esposti (Torino, Bocca); elementi di
calcolo geometrico, principi di logica matematica R d M, formule di logica
matematica, sul concetto di numero, sui fondamenti della geomentria, saggio di
calcolo geometrico, studi di logica matematica, NAGYj, Fondamenti del calcolo
logico, Napolo, sulla rappresentazione grafica della quantità logica, Lencei,
lo stato attuale ed i progressi della logica, rivista italiana di filosofia, I
principi di logica esposti secondo le dottrine moderna (Torino, Leoscher), I
teoremi funzionali nel calcolo logico (Rivista di matematica); La logica
matematica e il calcolo logico (Rivista Italiana di Filosofia, Roma), I primi
dati della logica (Roma), Sulla definizione e il compito della logica (Roma,
Balbi), Alcuini teoremi intorno alle funzione logiche (Rivista di Matematica),
BURALI-FORTI, Logica matematica (Milano); Sui simboli di logica matemaitca (Il
Pitagora), Vacca, Vailati, Padoa, Pieri, Castellano, Ciamberlini, Giudice, Nota
di Logica matematica (Rivista di Matematica), Vailati, un teorema di logica
matematca (Rivista di Matematica), sul carattere della logica: il sviluppo
della logica formale (Rivista di filosofia), Vacca, “Sui precursori della
logica matematica” (Rivista di Matematica), Bettazzi, Chini, Boggio, Ramorni, e
Nasso. Tutti i logici italiani apparengono alla scuola di PEANO (si vedùa), al
qualse si deve la logica matematica o pura. In essa introduzione, Peano,
esposti lucidamente gli studio, dimostra l’identità del calùcolo sulle classi,
col calcolo sulle proposizioni. La sua opera contiene la teoria dei numeri
interi completamente riditta in formole facendo ricorso ad un limitatissimo
numero d’idee logiche Peano espresso coi simboli: e, > = + V ~ A. – sette simboli. Di qui trae origine
la sua ideo-grafia in cui ogni idea è rappresentata con un segno, e il su
strumento analitico anda perfezionandosi rapidamente. Arrichitta di numerose
indicazioni storiche per la collaborazioni di valenti seguazi, procede
alacremente, raccogliendo e trattando completamente in simboli tutte le
proposizioni della matematica. L’importanza filosofica di questo movimento
iniziato da Peano non e ancora stata apprezzatta convenientemente da ogni
filosofo, ma i saggi di Peano cominciano solo ORA a richiamare sola di se
l’attenzione dei filosofi. Il ritardo filosofico e tanto più strano quanto più
chiara è la filiazione filosofica di questa ideo-grafia. Peano stesso non cessa
mai di far notare che la sua ideo-grafia è casata su teoremi di logica. Ma se
con definizione opportune, si pote riddure le idee di logica anche si
incontrano in molte parti della matematica ad un numero sempre più piccolo d’idee
primitive, attualmente ancorsa si desidera una riduzione analogia di tutte le
idee di logica ache si incontrano nella LOGICA PURA. Questa riduzione presenta
in vero seriissime difficoltà ed e più facile il riconocere quante e quai siano
le idea primitive in aritmetica e in geo-metria che in logica. Continuando le
richerche mi convene supporre consosciuto tento di portare un contribute alla
soluzione del problema suddetto. Nasce da
Lorenzo e Luigia Peirani. Studia presso
l’oratorio di Don Bosco a Torino. Prosegue quindi gli studi presso la facoltà
di lettere di Torino, dove si laurea con GRAF (vedasi). La sua tesi di laurea,
“La vita delle forme letterarie: studi critici di scienza della letteratura” --
Torino – tenta d’interpretare in maniera evolutiva la storia letteraria
moderna. Pell’improvvisa morte della madre, «mutato il senso della vita» -- Il
mio pensiero filosofico, in Sciacca, Filosofi italiani contemporanei, Milano --,
abbandona la critica letteraria e si dedica alla filosofia, studiando
matematica, fisica, biologia e psicologia sperimentale. Si forma sotto la guida
del logico e matematico PEANO (vedasi), del fisico GARBASSO (vedasi), del
medico e fisiologo MOSSO (vedasi) e dello psicologo KIESOW, nel cui laboratorio
di psicologia sperimentale compe ricerche applicate. Si laurea in filosofia con
ERCOLE (vedasi), discutendo una tesi di laurea dal titolo “Sopra la teoria
della scienza: logica, matematica e fisica” -- Torino. Si sposa con Mucchi,
dalla quale ha la figlia Carla. È prima
libero docente di filosofia teoretica a Torino, tenne quindi corsi liberi a Genova.
È supplente nella cattedra di filosofia teoretica a Torino d’ERCOLE (vedasi),
che lo indirizza allo studio della filosofia greca – Aristotele --, italiana e
tedesca -- Kant ed Hegel -- e alla filosofia di CERETTI (veasi), che lascia
«una traccia indelebile nella mia mente». Ottenne l’incarico di insegnamento
nella medesima disciplina. Contemporaneamente insegna filosofia al liceo di
Asti. Divenne titolare di filosofia teoretica, vincendo il concorso a cattedre
grazie all’opera Il problema della causalità, con particolare riguardo alla
teoria del metodo sperimentale -- Torino. Insegna a Torino fino al collocamento
a riposo. Dirige il laboratorio di
psicologia sperimentale dopo la morte di Kiesow e il laboratorio di logica
sperimentale, da lui fondato presso l’istituto di psicologia di Torino. Nelle
sue ricerche logiche e sperimentali si avvalge di due fidati allievi e
collaboratori: l’ingegnere MOSSO (vedasi), morto tragicamente in guerra, in
stretto rapporto con il quale scrive i Principi di logica del potenziamento, Torino,
primo titolo della collana Biblioteca di filosofia teoretica, diretta dallo
stesso Pastore, e l’elettrotecnico ALBANO (vedasi), che realizza i suoi
progetti meccanici, morto anch’egli durante la seconda guerra mondiale. S’indirizza
prevalentemente a ricerche logiche e teoretiche, che vedeno la più matura
sintesi nei volumi La logica del potenziamento coi “Principii” di MOSSO
(vedasi) -- Napoli -- e Logica sperimentale, con Appendice di MOSSO (vedasi) --
Napoli --, pubblicati anche grazie all’aiuto dell’ex allievo GEYMONAT (vedasi).
Dopo la guerra svolge soprattutto studi di estetica, etica e mistica. Sviluppa
una critica del pensiero critico, evidenziandone l’acrisia pella subordinazione
della ragione teoretica alla ragione pratica – cf. H. P. Grice: The
aequi-vocality thesis: ‘reason’ has the same sense in ‘theoretical’ reason and
‘practical’ reason -- e sostenendo l’indipendenza tra la prima e la seconda
ragione, entrambe motivate da un’esigenza metafisica -- L’acrisia di Kant:
contributo alla critica della Critica, Padova. Propone un esame degli aspetti
filosofici del leninismo, criticato alla luce del socialismo riformista di TURATI
(vedasi), in La filosofia di Lenin -- Milano. Si confronta tra i primi in
Italia con la filosofia esistenzialistica e fenomenologica, in particolare nel
volume La volontà dell’assurdo: storia e crisi dell’esistenzialismo, per ri-vendicare
lo sforzo della filosofia in direzione del potenziamento del pensiero
universale e non dell’«essere per la morte».
È membro della Reale Accademia delle scienze di Torino. Collabora alla
Rivista di filosofia. Muore a Torino. Alcuni studi di estetica vennero
pubblicati postumi nella Introduzione alla metafisica della poesia. Saggi
critici -- Padova -- e in Dioniso: saggi sul pensiero tragico -- Padova --,
insieme a ulteriori ricerche logiche, raccolte in “Logicalia: Saggi di logica e
di filosofia della scienza,” cur. OTTAVIANO (veasi) -- Padova. L’opera su
Origine della filosofia dallo spirito della tragedia annunciata (La logica del
potenziamento), non venne mai realizzata. Scrive opere letterarie, poetiche e
teatrali; collabora con la Gazzetta del popolo di Torino. P. è stato tra i maggiori filosofi della
scienza italiani. È tra i primi in Italia a elaborare una filosofia della
scienza in funzione della ‘rivoluzione scientifica’ che si produce in
matematica e in fisica. È tra i primi epistemologi italiani – usa il termine “epistemologia”
in Del nuovo spirito della scienza e della filosofia, Milano - Torino -
Roma –, studiando la struttura logica e
metodologica delle scienze a partire dalla conoscenza diretta delle più recenti
teorie scientifiche, in ispecie la logica matematica, le geometrie non
euclidee, la teoria della relatività, la meccanica quantistica, le ricerche
psico-fisiche. Espresse in solitudine
una ricerca anomala rispetto alla tradizione filosofica italiana, in quanto non
aderisce né al positivismo né al neo-idealismo. Il suo rifiuto del positivismo si
condensa nell’affermazione della conoscibilità di una realtà ultima oltre il
dato, che identifica col pensiero. La distanza dall’idealismo è ancora più
netta in quanto egli pone al centro il metodo sperimentale, unico strumento per
la comprensione della realtà. La parte
più consistente della sua riflessione ha carattere logico ed epistemologico. Essa
inizia con le ricerche confluite nella tesi di laurea e si orientò verso la
definizione della ‘logica del potenziamento’.
Nella sua opera epistemologica – Del nuovo spirito della scienza e della
filosofia, dai toni simili a quelli della più nota, e successiva, opera di
Bachelard, Le nouvel esprit scientifique, P. è consapevole di partecipare «al
glorioso movimento di revisione dei principi e dei metodi della scienza, quale
proruppe dalle più progredite analisi dell’epistemologia -- La logica della
ricerca scientifica: relazione al congresso di filosofia, in Archivio di
filosofia, quindi in Logica sperimentale; anche per questo scritto va segnalata
l’assonanza con la Logik der Forschung di Popper. Egli affronta innanzitutto il
problema della natura del metodo scientifico, sostenendo che “il metodo per la
scienza è uno, deduttivo e sperimentale ad un tempo -- Del nuovo spirito della
scienza e della filosofia. La descrizione di «un vigoroso indirizzo
sperimentale e deduttivo per la scienza», radicato già nel metodo di BONAIUTO
GALILEI e confermato dai «bisogni dello spirito scientifico», «caratterizzati
dal crescente rigore deduttivo dei ragionamenti», è arricchita dal dialogo con
alcune rilevanti concezioni epistemologiche del proprio tempo, quali il
convenzionalismo geometrico di Poincaré e la teoria fisica dei modelli di
Hertz, che nella concezione della teoria scientifica unisce aspetto teorico
deduttivo, metodo sperimentale e apporto strumentale, e alla quale P. aderisce
con convinzione. L’esito epistemologico del libro consiste in un razionalismo
sperimentale di matrice galileiana. Alla proposta epistemologica collega una
sfera teoretica, dedicata a illustrare il ‘spirito della filosofia’, nella
quale introdusse la dottrina dell’infinita verità, a sua detta, «il miglior
frutto filosofico» -- Il mio pensiero filosofico. Tale dottrina è vista come la
«suprema sintesi» del «principio dell’identità metodologica della deduzione e
dell’esperimento come preludio ad una teoria del metodo sperimentale» e insieme
del «principio del presente scientifico come armonia delle cognizioni e dei
fatti» -- Del nuovo spirito della scienza e della filosofia. Sulla base del progetto di ricerca proposto
nella tesi di laurea, P. sviluppa d’un lato un’originale teoria logica ed
epistemologica e dall’altro una concezione teoretica e metafisica, entrambe
integrate nella ‘logica del potenziamento’. Il consolidamento della concezione
logica ed epistemologica di P. passa attraverso l’opera in due volumi Il
problema della causalità, una delle più rilevanti ricerche
storico-epistemologiche sulla questione, individuata come «la pietra di
paragone della filosofia» -- cf. H. P Grice on ‘cause’ as ‘final cause’ in
“Actions and Events” – greco aitia – a rebel without a cause. Anche in questo caso non si limita alla
ricognizione storico-epistemologica del problema, ma ne evidenzia anche
l’interesse teoretico e MORALE. Se sul piano storico-epistemologico rimase
ferma l’adesione al metodo sperimentale e alla teoria dei modelli, su quello
teoretico e MORALE egli ricercò «i rapporti del problema della causalità col
problema della contingenza e della necessità, soprattutto in ordine al problema
psicologico e morale della LIBERTÀ umana» -- cf. H. P. Grice, “Kantin problem”
--, ponendo così una questione speculativa e MORALE sull’origine e sul valore
dell’idea di “causa” «in ordine ai massimi problemi dell’essere e del
conoscere». H.
P. Grice: “If Prichard is to be credited for giving moral primacy to willing,
P. is to be given credit for giving moral primacy to the idea of ‘cause’.” Egli unisce in tal modo in una
sintesi filosofica superiore i mezzi della scienza – «il calcolo e
l’esperimento cioè la deduzione pura, per concetti, o applicata, per oggett –
H. P. Grice, OBBLE, POTCH (percieve) – POBBLE -- and COTCH (concive -- COBBLE))»
– con i mezzi della coscienza – «l’amore e l’azione cioè l’intuizione»,
entrambi «rivelazione dell’universale concreto che pensa e vibra nell’infinito
ordine dell’universo». L’«interpretazione auto-causativa della causalità, che
in fondo si riduce alla interpretazione liberistica della necessità»
costituisce la soluzione che risolve «il grande conflitto – H. P. Grice,
Kantian problem -- tra la scienza e la coscienza», eliminando «ogni
interpretazione apodittica delle cause metafisiche» -- H. P. Gice, ratio
essendi, ratio cognoscendi – final casue. Dalle conseguenze teoretiche
dell’opera emerge la concezione di un ‘pensiero reale’, visto «come attività
distintiva e unitiva del soggetto in relazione all’oggetto – OBBLE – SOBBLE --»,
in grado di intendere la realtà-pensiero insieme come unica e bi-polare. La logica matematica è sviluppata in forma
indipendente rispetto alla logica matematica del maestro PEANO (vedasi). Essa
si basa sui concetti di potenza logica e di potenziamento, dai quali vengono
ricavati, tramite equazioni logiche, principi e teoremi generali, e si estende
ai modelli meccanici di Hertz. La logica
del potenziamento «sposta il centro di gravità d’ogni ricerca dalla logica
particolare come sistema alla logica generale come logicità» -- La logica del
potenziamento. Essa procede tramite due principi: il principio di base
dell’identità, che pone l’esistenza dell’ente nella sua variazione relativa –
cf. H. P. Grice, Time-relative identity --, e il teorema del potenziamento, o
principio di sviluppo, che permette di conoscere lo sviluppo relativo
dell’esistente – cf. Figure alla von Wright in H. P. Grice, “Actions and
Events.”. Ne deriva una logica sintetico-costruttiva che unisce, in matematica,
fisica e psicologia sperimentale, la deduzione del DISCOSO (D) – used by H. P.
Grice, ‘principles of discourse’ -- con l’intuizione logica dell’Universo (U).
Viene quindi ammessa una dualità operativa che lega U e D, presupponendo sempre
la precedenza dell’intuizione logica. Essa orienta una logica sperimentale
realizzata in laboratorio che dalla teoria logica permette di costruire modelli
meccanici. Il più noto macchinario prodotto da P. con l’aiuto d’ALBANO (vedasi)
è l’orto-motore auto-sincrono, presentato alla mostra torinese dell’autarchia.
Sul piano teoretico la logica del potenziamento, le cui più alte aspirazioni
teoretiche trovano «la loro ragione, il loro ritmo e un effettivo potenziamento
nel pensiero puro dell’universale relatività» -- Il mio pensiero filosofico --,
è «il compito più alto della metafisica relativistica» -- Introduzione alla
metafisica della poesia. Essa sfocia in un relativismo pan-logicista che risolge
in modo immanente l’essere e il pensiero nell’ente logico, escludendo sia il
soggettivismo e l’idealismo, che l’irrazionalismo e lo scetticismo. Lontano dal
positivismo della formazione per la sua convinzione nell’esistenza di una
realtà-pensiero che si può raggiungere tramite un’infinita verità, P. lascia
uno spazio sempre maggiore a «una fiducia a-logica rispetto alla regione
oscura» -- H. P. Grice, ‘deep berths’ -- della vita concreta. Indagando sul
piano estetico, MORALE e mistico tale realtà-pensiero, la vide ancorata a una
dimensione vitale e tragica dalla quale scaturiva la filosofia stessa, come
scrive in conclusione dell’auto-presentazione del suo pensiero: «la funzione
catarsica del dolore e l’origine della filosofia dallo spirito della
tragedia». Si ricordano, oltre a quelle
citate, le seguenti opere: Logica formale dedotta dalla considerazione di
modelli meccanici -- Torino --; Dell’essere e del conoscere -- Torino --; Il
pensiero puro -- Torino --; Il solipsismo -- Torino -- ; Scritti di varia
filosofia -- Milano. Fonti e Bibl.: Le
carte del fondo P., contenente lettere, manoscritti di opere edite e inedite,
oltre a schemi di corsi universitari, sono conservate presso l’accademia
toscana di scienze e lettere La Colombaria di Firenze. Selvaggi, Dalla filosofia alla tecnica: la
logica del potenziamento, Roma; Bobbio, P., Rivista di filosofia; Selvaggi, Un
filosofo triste: P., in La Civiltà cattolica, Quaderno; Russo, P. Istanze e
limiti del potenziamento, Catania; Le carte di P. Fondo dell’Accademia La
Colombaria, a cura di Bazzani, Firenze; Castellana, Razionalismi senza dogmi:
per una epistemologia della fisica-matematica, Soveria Mannelli. P., libero
docente di filosofia teoretica della R. università di Genova LOGICA FORMALE
DEDOTTA DALLA CONSIDERAZ j^E MODELLI MBCOANICI Con 17 figure ed S tavole fuoH
testo. TORINO BOCCA MILAHp - BOMA - FIKBNZi: ^^;" -V-r-; ' . 4 *^ ! i / (
■ >• X •■>.' ^ i Piccola Biblioteca di Scienze jVlodePDe Eleganti volumi
in-ia« . U. la. . ao. . In elelo. Saggi di astronomia L. Suo valore teoretico e
pratico. Zahotti-Biahco. Oathbkin. Il zione) . BaacKE. Belleua • difetti del
eorpo amano. — Con figure Sergi. Arll e Itallel. Attorno all'Italia
preistorica. — Con figure BizzATTi. Varietà di storia naturale. — Con figure
.... Lombroso. Il problema della felicità MoRASSo. Uomini e Idee del domani. —
Ii*evoarclila . . . Kautskt. Ite dottrine eeonomlelie di €. JHarx. -
(Sequestrato) HuGDBS. Oeeanovrafla Frati. I^a donna Italiana Zanotti Biahco.
Mei reffno del sole Troilo. Il misticismo moderno Jerace. I^a ginnastica e
Parte vreca. — Con figure .... Bevelu. Porcile si nasce masclil o fentntlne ?
Groppali. I^a vanesi sociale del fenomeno scientifico . . Vecohj e D*Adda. I«a
marina contemporanea. — Con 90 fig. De Sanctis. I sovnl De Lact Evans. Come
prolnnipare la vita Strafvorello. I>opo la morte Lassar-Cohh. Jja elamica
nella vita quotidiana. — Con figure Mach. Iietture sclentificlie Antonini. I
precursori di I«ombroso. — Con figure .... Trivero. Ija teoria del bisoirni
Vitali. Il rinascimento educativo DiBA. I<e prevlsloui dei tempo Tarozzi.
I^a virtù contemporanea Stravforello. I^a sciensa ricreativa Sergi.
I>ecadensa delle nasioni latine Masè-Dari. JH. T. Cicerone e le sue idee
economiclie e sociali De Boberto. I^'Arte Bacciohi. Ija viviiansa ivi«niea
dcffli alimenti. — Con figure Marchesiki. Il simbolismo Naselli. Meteorologia
nautica NiCEFORO. Italiani del nord e italiani del sud Zoccoli. Federico
Nietasclie Loria, fl capitalismo e la selensa OsBORH. I>al Clrecl a
I>arvrln CiccoTTL I«a ffuerra e la pace, nel mondo antico Basius.
I>irittl e doveri della critica Sergi. Ija psicbe nel fenomeni d^lla vita —
Con figure . . Henle. I«a vita e la eosciensa. — Con figure Baccioni. Nel revno
del profumo.— Con figure Strafforbllo. Il progresso della sciensa MiHUTiLLi.
I^a Tripolltania. — Con una carta Maeterlink. Ita sanr^ssa ed il destino Molli.
I<e grandi vie di comunlcasione Vaccaro. I«a lotta per l*eslstensa OhRANi
Alleh. Jja vita delle piante. — Con figure Zini. Il pentimento e la morale ascetica
Materi. Ii'eloquensa forense MoRASSO. I«' imperialismo artistico Lombroso. I
s^;ni rivelatori della personalità. Con figure Oddi. Oli alimenti e la loro
funxlone Bossi. I sunrestionatori e la folla Yaccal I^e feste di Boma antica
Marchesinl fl dominio dello Spirito Serol «11 Arii in Europa e in Asia. Con
figure Zanotti Bianco. Istorie di mondi LOGICA FORMALE INDICE Concetto d'una
logica sperimentale Condizioni della filosofia teoretica Condizioni delle
scienze fisiche, sperimentali e matematiche Questioni che interessano la teoria
della scienza e della conoscenza Del rinnovamento teoretico della filosofia L'introduzione
della teoria dei modelli – cf. H. P. Grice: “A model of conversation,” Oxford
-- nella filosofia teoretica La logica formale trattata dal punto di vista
sperimentale fornito dalla teoria dei modelli Ricorso al campo tecnico
Traduzione ed esperimento Logica induttiva e logica deduttiva dal punto di
vista sperimentale Riconciliazione della teoria e dell'esperimento e
rinnovamento del CONCETTO dell'ESPERIENZA I tre indirizzi della logica pura
.LOGICA. FORMALE Pabtb Prima TEORIA GENERALE Cenno storica Mìa logica formale
con particolare riguardo allo sviluppo del calcolo logico. Distinzione della
logica formale dalla logica materiale Cenno storico-bibliografico Meriti
dell'analitica – H. P. Grice, in Butler, “Analytic Philosophy” -- moderna Della
logica fortnale e simbolica in generale^ come TEORIA DEI SEGNI – alla H. P.
Grice e Pierce -- e della sostituzione Natura ed ufficio della logica formale
Distinzione logica delle forme: forme primitive e forme derivate Elaborazione
delle FORME (O SEGNI) interiori ed esteriori. Loro sostituzione Ragione
genfirole della formazione delle forme Posizione della teoria SIMBOLICA – H. P.
Grice on J. L. Austin’s SYMBOLO -- vantaggio dei SEGNI e della sostituaione di
segai a segni -- imperfezioni della lingua italiana e critiche Discussione
delle critiche Obbiezioni del Bergson Discussione Concetto d'una ricerea di
logica formale dedotta dalla considerazione di modelli meccanici Della
rappresentazione simbolica dei fenomeni logici La logica formale dedotta dalla
considerazione dei modelli meccanici come un caso particolare della logica SIMBOLICA
Posizione scientifica della logica per modelli di fronte alla logica pura
Cautele nell’applicazione della teoria dei modelli Necessità di alcune ipotesi
preliminari Metodo di studio delle forme logiche elementari ed analisi dei
principi generali del pensiero Metodo di studio delle forme logiche elementari
adottato dalla logica ordinaria Della vera natura dei due ordini di principi
considerati come primitivi Problema critico pregfiudiziale Distinzione comune
della dottrina delle forme elementari dalla dottrina delle forme sistematiche o
metodologia. Teoria di Nagy Analisi dei prìncipi assiomatici Primo aspetto dei
principi assiomatici Secondo aspetto dei principi assiomatici I tre gruppi di Nagy
Risultati dell'analisi Analisi dei principi di sostituzione e di definizione
Metodo di studio delle forme logiche elementari adottato nelle ricerche
Possibilità di una metalogica Classificazione delle idee primitive Determinazione
dei concetti logici primitivi Problema delle categorie – H. P. Grice and P. F.
Strawson, “Categories,” Oxford -- , Risoluzione parziale Tavola delle idee
primitive Postulati Criteri direttivi
Proprietà delle idee primitive Distinzioni e proprietà fondamentali dei
concetti logici primitivi Proprietà dell' idea Proprietà della relazione
Critica dei concetti positivi e negativi – H. P. Grice, “Negation and
privation” Proprietà secondarie Concetto del concetto – significato del
significato -- Forme logiche pure Modelli ideo fisici delle idee primitive Sostituzione
della rappresentazione meccanica dei fenomeni logici alla rappresentazione
grafica Primo modello ideo-fisico dell'idea Modello ideofisico della relazione
Modello concentrico a particolare fìsso Modello differenziale Funzione del
modello in accordo col principio fondamentale della logica Rappresentazione dei
rapporti quantitativi e qualitativi dei concetti Rapporti invertibili e non
invertibili Nota sul comportamento del modello ideofisico Partizione delle idee
derivate Relazioni di concetti – Giudizio -- Teoria Logica. Definizione del giudizio
Partizione dei giudizi Giudizi semplici e combinazioni possibili Sfera e
contenuto del giudizio Modelli ideoftsici del giudizio. Costruzione del modello
del giudizio Deduzione meccanica della teoria del giudizio Relazioni di
relazioni – Raziocinio -- Teoria Logica -- Definizione del raziocinio – cf. H.
P. Grice: Aspects of reason and reasoning: A reasons from P to C iff the
thought of P causes the thought of C. Relazioni principali Operazioni
fondamentali del raziocinio immediato e mediato Problema di Boole Regole
speciali del sillogismo Altre forme derivate del raziocinio Modelli ideoftsici
del raziocinio Modelli del raziocinio immediato – H. P. Grice: woman’s reason:
p because p. Modelli di raziocinio mediate Problemi da risolvere Rappresentazione
delle otto regole del sillogismo Rappresentazione delle quattro figure
Dimostrazione sperimentale dei modi legittimi ed illegittimi del sillogismo
Confronto dei risultati della logica classica coi risultati sperimentali dei
modelli Esame d'una divergenza notevole fra i risultati della logica classica e
i risultati dei modelli, sia rispetto alle regole speciali, sia rispetto alla
legge suprema del sillogismo Dimostrazione delle conclusioni deboli di Occam e
delle nuove non conformi allo regole classiche Risoluzione di problemi
importanti intorno alla teoria particolare e generale del sillogismo: la quarta
figura; le obbiezioni di CANTONI (vedasi) e di MASCI (vedasi) contro il
sillogismo come pretesa forma generale del raziocinio Modello di polisillogismo
Modelli del sorite Dell’applicazione della fisica e quindi del calcolo alla
scienza logica e dei limiti di essa Obbiezioni Apprezzamento dei risultati più
generali ottenuti dalla ricerca Valore critico e gnoseologico della teoria
ideo-fisica Deirordine derivante dalla rappresentazione simbolica cioè
deformativa di un dato ordine di fatti scientifici Conseguenze filosofiche
INDICE DELLE FIGURE Modello concentrico del concetto Sezione schematica del
modello differenziale del concetto Modello differenziale del concetto Modello
differenziale del giudizio Combinazioni quantitative e qualitative del giudizio
Diagrammi sillogistici, secondo Alessandro d’Afrodisia Modello differenziale
del sillogismo Figura schematica del dispositivo delle tre carrucole Schemi
grafici di cinque modi sillogistici illegittimi Schemi grafici di quattro modi
sillogistici legittimi, con due premesse negative Tavola dei trentadue modi
sillogistici legittimi Schema d’un modo sillogistico errato Lo stesso schema
rettificato Modello di polisillogìsmo a quattro ter- Modello di polisillogismo
a più termini sinistrorso Modello del sorite aristotelico Modello del sorite
goclenico Elenco dei 256 modi sillogistici -- tavole. In base ai risultati
analitici esposti nel vo- lume precedente * Sopra la teoria della scienza „ fin
dal '903, io annunziava la prossima pubbli- cazione d'un primo saggio di logica
sperimentale Sopra un modello fisico di alcuni fenomeni logici. Il presente
volume risponde appunto alla pro- messa del '903. La leggera variazione del
titolo è giustificata dall'ampiezza maggiore che è venuta ad assu- mere la
teoria dei modelli ideofisici. La pubblicazione fu ritardata di due anni, per
ragioni indipendenti dalla mia volontà. Il criterio di questo, lavoro si fonda
essen* zialmente sulla possibilità di estendere al di fuori Xyin LOGICA
FOSBIALB delle scienze fisiche e matematiche quei processi scientifici di
esposizione e di deduzione che, basati sopra un'analisi rigorosa dei fatti
fonda- mentali, quindi sull'uso di opportune notazioni ideografiche, si sono in
quelle dimostrati tanto fecondi ed efficaci, sia come mezzo di accerta- mento
(ars probandi), sia come mezzo di inda- gine (ars inveniendi). Così sorsero
questi primi studi di ideofisica. Non faccia troppo meraviglia il trovare ado-
perato correntemente questo neologismo. Con esso io voglio solamente indicare
in una maniera sintetica e sbrigativa, che gli elem^iti della logica pura
possono essere dimostrati e verificati sperimentalmente con un modello fi- sico
non ripugnante, ein zulàssiges BUd, secondo 1' espressione di Enrico Rodolfo
Hertz. Ma non cesserò mai di rammentare ai lettori, special- mente ai novizi in
questo genere di ricerche, che dalla possibilità di rappresentare in un modo
determinato e soddisfacente una serie di feno- meni qualunque non segue per
nulla in generale che quel modo di rappresentazione sia unico. Anzi, piuttosto
il contrario, come sarà dimostrato nel corso del presente lavoro. PRBFAZIONE
XIX Intorno al quale credo opportuno premettere ancora alcuni schiarimenti. La
teoria della logica formale si fonda sopra un certo numero di postulati la cui
analisi com- pleta è difficilissima e non fu ancora fatta in modo definitivo.
Aristotele , ad esempio , fa uso d' alcuni po- stulati non esplicitamente
enumerati e anche nei trattati di logica esposti secondo le dottrine mo- derne
trovansi spesso enunciati dei postulati in- utili, senza che siano introdotti
tutti i necessari. Tenendo conto dei progressi fatti in questi ultimi
cinquantanni per opera specialmente dei logici inglesi e tedeschi e dei cultori
italiani della logica matematica, io cercai di portare anche un modesto
contributo alla riforma del- l'insegnamento della logica formale in Italia, in-
troducendo alcune riduzioni e semplificazioni nella trattazione tradizionale
della logica. Credo di essere riuscito a determinare con precisione, sebbene a
larghi tratti, la teoria delle idee primitive e delle idee derivate, che deve costituire,
a mio giudizio, la spina dorsale d'una esposizione moderna della logica come
scienza dell'idea pura. XX LOGICA FOBMALE CoQ questo criterio, avendo
richiamato in breve i principali elementi che formano oggetto d*un corso
ordinario di logica formale, il lettore vedrà subito che la trattazione, benché
resti molto assottigliata, (specialmente nella teoria del giu- dizio) mostra
un'innegabile unità e apparisce meglio come un tutto organico. Per quanto
riguarda il tentativo della logica tecnica, trovandomi di fronte un nuovo e
vasto campo finora quasi del tutto inesplorato, io cercai di procedere innanzi
sostenendomi colle mie forze. Prevedo che molti, e sopratutto in Italia, sa-
ranno restii ad accettare queste dottrine, parte per una certa difficoltà
inerente alla novità stessa della cosa, e massimamente per Tabbandono in-
giustificabile degli studi di logica formale nel nostro paese, ove l'utilità
della logica — tolta la ramificazione della logica matematica, che si trova a
dirittura in gran fiore per l'opera po- tente del ch.moProf. Giuseppe Peano
della R. Uni- versità di Torino — è riconosciuta quasi solo nel campo della
scienza del metodo induttivo. Trattandosi quindi di dottrine di logica formale
svolte in sembianza meccanica, ma fuori dell'in- PREFAZIONE XXI dirizzo
professionale, convengo che la diffidenza potrà sembrare pienamente
giustificata. Anzi, come hanno dimostrato in ogni tempo le digressioni e gli
abusi della filosofia, debbo soggiungere che quasi ogni speculazione simbo-
lica, anche la più profonda, ha il suo lato debole. Essa può diventare la causa
degli errori più grossolani. È perciò che nelle ricerche ideofìsiche mi sono
industriato di procedere con la massima cautela, avendo sempre fisso nella
mente che solo i fatti provati e ripetibili sono il paragone esatto di
qualunque dottrina simbolica, e che il possesso reale che ci conferisce questo
genere di ricerche non arriva più in là dei fatti acquisiti. Ho dato anche una
breve notizia storica della logica formale con particolare riguardo allo svi-
luppo del calcolo logico, perchè l'indirizzo che gli studi .concernenti la
storia della logica hanno ricevuto negli ultimi anni deve- far maggior- mente
sentire ai nostri studiosi la mancanza di una bibliografia logica, anche
modestissima, per l'allestimento della cosi àetts. Literatur der Frage, senza
la quale non può imprendersi alcun serio lavoro, qualunque ne sia l'argomento.
XXII LOGICA FORMALE À tale scopo mi servii largamente degli in- signi lavori
del Prantl, dello Schbodeb, del Venn, del LiNDNEE, del Baldwin, del Peano, del
Nagy..., ecc., tenendo conto inoltre dei piìi re- centi contributi, che sono
citati scrupolosamente nel testo tutte le volte che se ne fa uso. Per
alleggerire il testo ho eliminato tutta la critica delle teorie antecedenti,
limitandomi, per quanto fu possibile, alla parte puramente espo- sitiva e
dimostrativa. Solo neìV introduzione e nella conclusione ho creduto di poter
sconfinare un momento dai li- miti proposti, parendomi necessario riconoscere
sommariamente Timportanza, la funzione, i risul- tati e in qualche guisa anche
i pericoli e le vi- cende d'un tentativo, intomo al quale sarebbe almeno
desiderabile che si rimovesse ogni pre- giudizio. Quando formulai per la prima
volta la mia ipotesi sulla possibilità di dedurre la logica for- male dalla
considerazione dei modelli meccanici, fin dal '903, il prof. Antonio Garbasso
della R. Università di Genova, dal quale appresi tutto quel poco che so intorno
alla teoria hertziana dei modelli, con affettuosa e costante premura, age-
PREFAZIONE XXIII volò le mie ricerche circa la costruzione dei mo- delli
differenziali e mi sostenne con consigli ed aiuti d'ogni maniera. Sono lieto
che mi si porga occasione di espri- mergli pubblicamente la mia riconoscenza.
Finalmente mi sia lecito augurare che la sempre piìi forte corrente di simpatia
e di solidarietà che va stabilendosi tra i campi della filosofia, della
matematica e della fisica venga quanto prima a scemare le dispute quasi
infinite che si fanno intomo alle ricerche filosofiche, tanto per opera degli
incompetenti, quanto in nome di quelle discipline per le quali è invece non
solo deside- rabile ma necessario l'aiuto scambievole per il progresso dello
spirito umano. Torino, luglio 1905. INTRODUZIONE 1. Nuovo concetto d'una logica
sperimentale. — 2. Con- dizioni presenti della filosofia teoretica. — 3. Con-
dizioni presenti delle scienze fìsiche, sperimentali e matematiche. — 4. Nuove
questioni che interessano la teoria della scienza e della conoscenza. — 5. Del
rin- novamento teoretico della filosofia. — 6. L'introdu- zione della teoria
dei modelli nella filosofia teoretica. — 7. La logica formale trattata dal
punto di vista sperimentale fornito dalla teoria dei modelli. — 8. Ricorso al
campo tecnico. — 9. Traduzione ed esperimento. — 10. Logica induttiva e logica
de- duttiva dal punto di vista sperimentale. — 11. Ri- conciliazione della
teoria e deiresperimento e rin- novamento del concetto dell'esperienza . — 12.
I tre indirizzi della logica pura. — 13. Conclusione. 1. Nuovo concetto d'una
logica sperimentale. — Io sono ben lontano dal credere, come si fa oggi troppo
comunemente, che le ricerche di lo- gica formale si rifiutino affatto alle
operazioni del metodo sperimentale. Pastore, Logica formale. 1 LOGICA rORMALB
Malgrado il rispetto dovuto alle autorità che illustrarono in ogni tempo la
dottrina della lo- gica induttiva o materiale (detta anche da al- cuni
sperimentale, ma inesattamente, come si vedrà fra poco) e professarono
contraria opi- nione, mi sembra che i destini della logica for- male stiano per
essere ora assai favoriti dai risultati critici e dai processi sperimentali
delle scienze fisiche. Ho appunto intenzione di dimostrare in questo lavoro
come, ne le ricerche teoretiche, ne l'espo* sizione scientifica della prima
siano affatto im- possibili quando vengano praticate, in un certo senso, dal
punto di vista delle seconde. Ma siccome le presenti ricerche, per il loro ca-
rattere tecnico e sperimentale, potrebbero essere interpretate, a prima giunta,
come uno studio distinto dal campo della logica formale, così sento il dovere
di determinare, in questa intro- duzione, il senso tutto nuovo ch'io
attribuisco al concetto d'una logica sperimentale intesa a fare della pratica
colla teoria e sopratutto della teoria colla pratica. Le ricerche compiute in
questa direzione co- minciano ad acquistare un certo credito, e se crescerà il
numero degli studiosi, non è impro- babile che si produca nella filosofìa
teoretica un prossimo salutare rinnovamento. L'ora è propizia. 2. Condizioni
presenti della filosofia teoretica. — La filosofia teoretica ha bisogno di
ricuperare INTBODUZIONE il terreno perduto nel secolo XIX, in seguito ai
continui trionfi delle scienze fondate sull'esperi- mento. Il pieno e
incontrastato dominio dell'in- dirizzo pratico, tecnico, materiale e, direi
quasi, industriale, carattere della filosofia positiva, co- incide con una
sincope speculativa enorme che paralizzò la maggior parte dei cultori delle
scienze astratte e sopratutto della logica dedut- tiva, dimodoché parve che —
col trionfo dello sperimentalismo — rivolgendosi gli spiriti a quel contenuto
materiale delle cose e dei fatti che prima era stato trascurato, per
l'esclusiva con- fidenza riposta nella forza indagatrice della ra- gione e
nella sua potenza dimostrativa, dovesse contemporaneamente e sopra tutta la
linea so- stituirsi l'esperienza alla teoria. Come è noto, la lotta, generata
anche da un malinteso intorno al senso da attribuirsi ai due concetti
fondamentali dell'esperimento e della teoria posti a caposaldo delle ricerche e
pure non da tutti interpretati e trattati ad un modo, fu molto acerba. Da un
lato, per un grave equivoco intorno al significato del concetto di teoria
confuso erro- neamente col concetto dell' a priori, tutti gli av- versari pili
intransigenti degli studi astratti, confondendo in un'onda di discredito
generale eccletismo, trascendentalismo, teleologismo, ap- priorismo, teorismo,
razionalismo e metafisica, si rivolsero contro gli sviluppi puramente teorici
della filosofia, considerandoli come inutili e chi- merici anche quando erano
fatti dai pensatori LOGICA FORMALE più competenti, senza badare che l'illustre
fonda- tore della filosofia positiva aveva dato — per base incrollabile alla
sua filosofia — le scienze matematiche e fisiche, che della teoria sono una
vera e propria glorificazione: quelle per l'uso quasi esclusivo della deduzione
vale a dire del- l'esperimento razionale, queste per l'uso quasi esclusivo
dell'esperimento vale a dire della de- duzione fisica. Due traduzioni diverse,
ma equi- valenti dello stesso procedimento. Dall'altro, per non minor equivoco
intorno al significato del concetto di esi)erimento confuso erroneamente col
concetto dell' a posteriori, tutti gli avversar! più intransigenti degli studi
con- creti, cercando di reagire al vertiginoso allar- garsi dello
sperimentalismo, e confondendo in un impeto di disistima generale materialismo,
posi- tivismo, evoluzionismo, naturalismo, empirismo, determinismo e
tecnicismo, si rivolsero contro le ricerche puramente sperimentali delle
scienze ; sopratutto in Francia, dall'ala destra — coU'in- determinismo delle
filosofie della libertà (Sé- crétan, Rénouvier, Ravaisson) — all'ala sinistra —
coirindeterminismo della filosofia della contin- genza (Lachelier, Boutroux, Bergson,
Remacle, Weber, Milhaud, Tannery, Poincaré...), in Ger- mania colla filosofia
immanente (Schuppe, Remke, Mach, Comelius...), in Inghilterra col Tait. In
conclusione, e per ciò che solo si riferisce alla fortuna dei due concetti
fondamentali rife- riti, si può ritenere che se il primo indirizzo è
caratterizzato evidentemente da uno slancio iper-bolico contro la teoria
confusa coli' a priori, il secondo indirizzo è caratterizzato da uno slancio
iperbolico contro Tesperimento confuso coir a posteriori. Se non che
rindetermìnismo contingentistico più recente e sopratutto quello che si rivelò
nelle scienze logiche, matematiche e fisiche, e, secondo me, ne costituisce la
parte piti sana, più scientifica e più duratura, e si presenta come una specie
di pronunciamento in favore delle teorie analitiche, rimane ancora un indirizzo
molto aristocratico e non riesce quindi a togliere l'ombra solenne che regna
nel campo della filo- sofia teoretica. Potendosi ancora rievocare troppo
facilmente le aberrazioni, le metafisicherie, le inutilità, i tristi eccessi
insomma dell'astrattismo puro, l'opinione comune, spinta altresì da gravi
ragioni artistiche, politiche, economiche e sociali, non cessa dall'afa fermare
risolutamente che lo spirito della scienza non abita più la teoria, si è
ritirato dalla bocca del filosofo, dalla penna dei deduttivi; cammina con gli
uomini pratici, coi tecnici, cogli indu- striosi, in compagnia di coloro che
apprezzano le cose in proporzione dell'utile materiale che se ne può subito
ricavare. 11 distacco tra la filosofia teoretica e le questioni più urgenti
della vita quotidiana s'accentua sempre di più; in una pa- rola, se la
speculazione teorica non sta per mo- rire, le sue azioni sono attualmente molto
in ribasso. Non mancano però i prodromi d'una reazione, ^WXi\\, ^mSM-^ZM.
V^isr.'r.. 'il «v^né^r» e «£ S.icna •cznascrsBiO' cfce ^A^ ^^.v^ÀftA ^
vil*r-ile iZ':iraaiKite «fra tutto fi^ -n*', '*rjit r^-.^trta Ia iKori*
<feLa aciGBn. 9, O/ndizi/mi yrfi»mti i^tlU ieitmzn ^^kke^ spe*- rim^n^/iti ^
maUm^iiUh^. — QcEé^e eoc'imoni della fU//>^/f:^t^jretf€a&imo in gnm
porte riseontro aiU^ f'/mAmffM ffres^ntì. delle sóeme fisiche, p^rtehfj tih
%KfWì in gran parte la cons^nenza. K not/j» che le scienze fisiche si dÌTÌdono
in dfie grandi .«sezioni : fisica sperimentale e fi«iì<;a mtiU'rmHiìca ;
come la prima sia una co- ffti\\nh7A0tìh e una integrazione delle ricerche
Mpf.'rìrneriiali, la seconda poco più che una parte rl^riranaliHi; c.ome infine
a tutte le sezioni par- ii^^ilari df^Ila fisica matematica sovrasti il supremo
«trJHizio della meccanica razionale. Qui pili che altrove doveva bastare la
spe- cinli/>za/Jono dello ricerche da un lato sperimen- tuli, dall'altro
razionali, a creare un conflitto tra 1(1 oMigonzo della (mperienza e quelle
della teoria, (1, oltnj allo Hcioritifiche, anche le cause artistiche,
]U)liti('>lio, ocoriorniche e sociali, che abbiamo già vmto favorirò nella
filosofia il trionfo dell'indi- ri/*/i() utilitario, tecnico, pratico e
sperimentale; ì\h\ Hdpi'fttutto dovevano cooperare al discredito dei (lonootti
dogli sviluppi teorici. liii fortuna defila grande teoria di Maxwell
doirololtrioitìl della luce ne off^re prova più oonvituvnto. INTBODUZIONB I
lavori originali di Maxwell, che sono venuti a gettare una luce inaspettata sul
problema della materia, e rimarranno una delle glorie più lu- minose del secolo
XIX, pubblicati fin dal 1864 (1), non parvero, forse, a tutta prima, un grande
ma purissimo sogno destituito di fondamento sperimentale ? Le prime intuizioni
del grande fisico scozzese non erano dimostrazioni sperimentali ; per questa
ragione prima giacquero quasi segrete per lunghi anni, poscia furono combattute
fieramente in nome dell'esperienza, e perfino ora, dopo i pode- rosi incrementi
di Boltzmann (2) e le mirabili verificazioni sperimentali di Enrico Hertz (3),
non mancano gli oppositori. II Duhem, discutendo i vari tentativi fatti dai (Ij
J. Cleek Maxwell, A dynamical Theory oftheelec- tromagnetic Field (London,
Philoaophical Transactions, voi. CLV, 1864). (2) L. Boltzmann, Vorlesungen Uber
MaxwelVs Theorie der Elehtridtat und des Lichtes, I u. II Theil (Leipzig, J. A.
Barth, 1891-93). (3) H. Hehtz, Ueher die Grundgleichungen der Elektro- dynamik
fur ruhende Korper (Wied. Ann. XL, p. 677); Ueher d. G. d. E, f, bewegte K. (Wied.
Ann. XLI, p. 369). — Unterstichungen Uber die Ausbreitung der elehtrischen
Kraft (Leipzig, J. A. Barth, 1892); TJeber die Beziéhungen zwischen lAcht und
Elektricitàt (Bonn, E. Strauss, 1889); Ueber die Beziéhungen zwischen den
Maxwellschen electro- dynamischen Grundgleichungen und den Grundgleichungen der
gegnerischen Elehtrodynamih (Wied. Ann. XXllI, p. 84); Die Prinzipien der Mechanik in neuem
zusammenhang dar- gestellt (Leipzig, A. Barth, ). 8 LOGICA FOKMALE fisici per
spiegare neoessarìamente i fenomeni elettrici, ed accennando in modo
particolare ai due tentativi condotti da Maxwell con metodi e in date
differenti circa la spiegazione meccanica dei fenomeni suddetti — scrive,
riguardo al primo, il quale fu esposto nella memoria On physical Lines of Force
e consiste nell'immaginare in tutte le parti un meccanismo capace di spiegare
gli effetti elettrostatici ed elettromagnetici : * Ne nous attardons pas à
discuter ici les insuffi- sances de cotte explication, les fautes de càlcul ou
de raisonnement que Maxwell y a semées, les incompatibilités eatre les
résultats obtenus et lee loia très certaines de Télectricite et da magnétisme „
(1), e pur davanti al secondo, che fu definito chiaramente da Maxwell nel suo
Trattato di Elettricità e di Magnetismo (2), fu- rono elevate moltissime
difficoltà per le sue inesplicabili inconseguenze (3) d'indole sperimen- tale,
che fino a prova contraria non parve pru- dente cancellare d'un solo tratto di
penna. Così non è fuor di proposito l'affermare che, se, delle ipotesi e delle
conseguenze principali della teoria pura di Maxwell, Enrico Hertz non (1) P.
DuHEM, Revolution de la mécanique (Paris, A. Joanìn et C, 1903); Les théories
électriques de J. Clerk Mcucwell; Essai historique et critique (Paris, 1902). (2) J. Clerk
Maxwell, A dynamical Theory of the eUctro- magnetic Field (London,
Philosophical Transactions, toI. OLV, 1864. Scientific Papera, voi. I, p.
626. (3) P. DuHBM, Vévolution, etc, p. 337.
fosse venuto a darci la
verificazione sperimen- tale, valicando praticamente il ponte che riunisce il
dominio dell'elettricità a quello della luce (1), la grande affermazione
teorica di Maxwell, che la luce è un fenomeno elettromagnetico, sarebbe rimasta
niente più che un'arcata gigantesca get- tata iperbolicamente attraverso
l'ignoto per riu- nire due verità conosciute, se mi è lecito para- frasare la
bella immagine di Hertz (2). Ma se i risultati sorprendenti di Hertz seppero
dimostrare che la teoria aveva preveduto esattamente l'e- sperienza, non è vero
forse che la disistima dei concetti e degli sviluppi teorici puri scomparve
soltanto dopo che le ulteriori ricerche dell'espe- rienza poterono offrircene
la verificazione pratica? In verità, anche nel campo delle scienze fi- siche le
accuse contro la teoria non sono del tutto infondate, data la profonda
differenza che corre tra le esigenze tecniche e le esigenze teoriche. Mentre
pel teorico certi problemi complicati ammettono soluzioni analitiche
estremamente semplici ed eleganti, pel tecnico queste soluzioni teoriche non
sono neppure considerabili come soluzioni, tanto sono gravi, complesse e talora
insormontabili le difficoltà che oppone l'esperienza concreta. (1) A. Gabbasbo,
La teoria di Maxwell deW elettricità e della luce. Estratto dalla Rivista di
Matef natica, anno 1893, p. 20. (2) H. Hebtz, Untersuchungen Uber die
Aushreitung der elektrischen Kraft, t. 23 (Leipzig, J. A. Barth, 1892). 10
LOGICA FORMALE In questi casi, di fronte alle inesorabili esi- genze del
tecnicismo, è naturale il discredito della teoria, e ben giustificato il
lamento contro le costruzioni analitiche che affettassero il pre- dominio. Ora,
dal riconoscere in tanti casi V impo- tenza della teoria al respingere
totalmente la teoria medesima come inutile strumento di ri- cerca scientifica,
non vi era che un passo. Ma i fisici più geniali e più prudenti si guardarono
bene dal farlo. Anzi, più che mai convinti della necessità as- soluta della
teoria, a cui sentono riserbato un glorioso avvenire, " dobbiamo
domandarci — essi proclamano inaspettatamente per bocca di uno dei più limpidi
e geniali sostenitori delle teorie fisiche disposate alle ricerche sperimentali
— dobbiamo domandarci se non si offra la possi- bilità di trovare un nuovo sussidio
alla teoria e cercare di trarlo anche dal campo tecnico stesso, se ci pare che
gli strumenti sperimentali diano luogo a operazioni analoghe a quelle che
servono a formare le teorie nel senso ordinario della parola „. Pensiero
stupendo che fu certo solo reso pos- sibile dairintroduzione della teoria dei
modelli nel campo generale delle scienze fisiche. In ultima analisi esso si
riduce all'afferma- zione della possibilità di fare della teoria anche colla
pratica e quindi in parecchi modi, tanto teorici quanto pratici, anziché in uno
solo. Cinquantanni fa, chi avesse osato di sostenere INTBODUZIONB 11 che la
teoria deduttiva può essere aiutata dal- l'esperienza, anzi fatta
coll'esperienza medesima, in mezzo airuniversale naufragio di metodi de-
duttivi, si sarebbe coperto di ridicolo. Ora, grazie alla retta interpretazione
della grande teoria dei modelli, la dimostrazione scien- tifica di questa tesi
non incontra più alcuna dif- ficoltà e i fisici più valorosi se ne servono come
di un fertile strumento di rappresentazione e di ricerca. Questi risultati
scientifici — che ora espongo troppo fugacemente per non ripetere ciò che ebbi
occasione di scrivere con maggior ampiezza nel mio saggio precedente Sopra la
teoria della scienza (1), che deve servire come d'introduzione teorica alle
presenti ricerche sperimentali, ed a cui rimando il lettore desideroso di
maggiori schiarimenti — ci forniscono in realtà tutta una folla di idee nuove e
di ricerche originali, di cui non può venir posta in dubbio l'utilità; e in
ultima analisi dovrebbero bastare a farci capire che, non solo il fatto
dell'esperimento è insepa- rabile dal fatto della teoria, ma che, in fondo,
teorizzare le cose è per noi nulValtro che esperi- mentare le cose^ come
teorizzare le idee è nulValtro che esperimentare le idee. Ma è appunto per
queste ragioni che noi pos- siamo apprezzare l'improvviso rialzo delle ri- (1)
Sopra la teoria della scienza. Logica^ matematica e fisica. Torino, Ed. Bocca,
1903. 12 LOGICA FORMALE cerche teoriche in generale, nel vastissimo campo della
fisica essendosi superato definitivamente il pericolo dell'ingiustificabile
antagonismo tra i pro- cedimenti teorici e i procedimenti sperimentali. 4.
Nuove questioni che interessano la teoria della scienza e della conoscenza, —
Richiamando ora alla mente il confronto stabilito fra le condizioni della
filosofia teoretica e le condizioni delle scienze fisiche, è naturale che sorga
una questione della più grande importanza. Non sarebbe forse il caso di vedere
se sia o no possibile generare nella filosofia teoretica una reazione analoga a
quella che si pronunziò nella fisica, rialzando il credito della teoria pura e
di- mostrando la possibilità di fare della teoria (1) anche coiresperimento ?
(1) Non è forse inutile avvertire, a scanso d'equivoci, che la parola teoria di
cui si fa uso così largo nel testo ha bisogno di speciale interpretazione. Essa
non ha qui il significato di visione razionale, considerazione specu- lativa,
concezione filosofica, sistema, dottrina, ecc., come si vorrebbe intendere, ad
esempio, citando la teoria di Platone o di Hegel o d'altri, avuto riguardo alla
storia della filosofia. Nel senso adoperato nel testo, per teoria s'intende
pro- priamente un' operazione della scienza in base ad una serie ordinata di
proposizioni ipotetiche, e in vista di dedurne delle conclusioni che siano in
accordo coi fatti. In questo caso si ha riguardo al procedimento metodico del
pensiero, come del resto apparirà chiaramente nel seguito. INTBODUZIONB 13 La
ricerca è piena d'interesse, tanto più che da quel fecondo movimento di
reazione teorica che produsse nel regno delle scienze fisiche l'in- troduzione
della teoria dei modelli, è sorta tutta una serie di idee e di questioni nuove
che inte- ressano grandemente la teoria della scienza in generale, e quella
della conoscenza in partico- lare ; in breve, tutto il campo della filosofia
teo- retica direttamente. Se i filosofi non hanno finora dimostrato di
apprezzare sufficientemente e come ragion vuole il grande valore critico,
epistemologico, gnoseo- logico, che vengono ad assumere per tal modo le
ricerche della fisica matematica, questa im- portanza è stata invece veduta e
'^ criticata „ con singolare precisione dai fisici matematici. Il primo che
espose in Italia queste vedute teoriche e critiche, sebbene di sfuggita e per
incidenza, essendo ben altro l'argomento princi- pale dei suoi studi, fu il
Garbasse, nel primo corso di Libera Docenza che egli tenne a To- rino durante
l'anno scolastico 1894-95 " Su la luce considerata come fenomeno elettromagnetico
„. Il quale corso è riassunto nelle " 15 lezioni spe- rimentali su la
Itice considerata come fenomeno elettromagnetico ». Milano, Ed. Rivista **
L'elet- tricità «, 1897. 5. Del rinnovamento teoretico della filosofia. —
Quindi il problema del rinnovamento teoretico della filosofia, accennato
dianzi, non solo si pre- senta come possibile, ma s'impone risolutamente 14
LOGICA FORMALE ai pensatori, ove si riesca a dimostrare che quello che è vero
per le singole teorie della fi- sica matematica e si ripete per l'intero
edifizio della meccanica razionale che le comprende, in certo modo, tutte sotto
di se, è pure vero per le singole dottrine della filosofia teoretica. 6.
L'introduzione della teoria dei modelli nella filosofia teoretica. — Tale è
appunto lo scopo delle ricerche filosofiche a cui attendo da pa- recchi anni,
propugnando la possibilità e l'uti- lità dell'introduzione della teoria di
Hertz nella filosofia teoretica e ottenendo quei risultati cri- tici e
teoretici piti notevoli che furono espoeti nel mio *" Saggio sopra la
teoria della Scienza Logica, matematica e fisica „ del 1903. 7. La logica
formale trattata dal punto di vista sperimentale, — Ora mi accingo a dimostrare
un caso particolare di questa tesi, trattando la lo- gica formale dal punto di
vista sperimentale fornito dalla teoria dei modelli nella speranza di riuscire
a provare che la logica deduttiva o analitica può essere — anche per virtù
d'espe- rienza — qual cosa di diverso e in certo senso qualcosa di meglio di
quanto si crede comune- mente. E a maggior schiarimento delle considerazioni
teoriche successive mi sia lecito riportare i tre paragrafi della mia ^ Teoria
della Scienza „^ dove intesi dimostrare per la prima volta come il sussidio
della teoria dei modelli si possa utilmente rivolgere allo studio di un
problema logico qualunque. ** Quando ci proponiamo di comprendere tutto
l'organamento logico della logica, sceverando prima le idee primitive dalle
derivate, poi i giu- dizi primitivi dai derivati, quindi l'ordine dei giudizi
intorno ad un dato soggetto, e cerchiamo di ridurre le relazioni delle idee a
regole semplici e chiare, ci dobbiamo ben tosto convincere che ci è giocoforza
considerare le idee come se fossero una semplice ** molteplicità di elementi
omogenei „ fra loro, così nei loro elementi, come nei loro composti, che sono
sempre idee, analo- gamente ai multipli e sottomultipli delle quan- tità, che
sono sempre quantità. ** Questa specie di entificazione delle idee ci porta a
conchiudere senza fatica che volendo farci una rappresentazione mentale
completa o un modello ideale chiuso in se e regolare del si- stema dei fatti
logici, noi finiamo, in ultima ana- lisi, per ricorrere all' artifizio di
sostituire alle idee quasi delle imagini concrete o dei segni immediatamente
osservabili coi sensi. '^ E un fenomeno assai comune, ciascuno l'in- tende
subito, perchè ciascuno l'ha sperimentato e lo sperimenta giornalmente. Ogni
provetto cultore degli studi logici ha in testa una serie di imagini fittizie o
modelli logici convenzionali che vengono costruiti e rinnovati con determi-
nato ordine e simmetria, e tutti insieme formano come un quadro mentale che si
richiama quasi automaticamente, ma in modo vario a seconda 16 I«06ICA rOBXAUB
della vivacità e della prontezza dell'imaginazione. Non è ora il caso di
fermare la nostra atten- zione sopra questa attività imaginativa cogà utile
negli atti mentali in genere e specialmente nelle ricerche astratte del puro
ragionamento, dove essa offi'e quasi sempre un sussidio efficacissimo alle
scoperte. ^ Si può ben ammettere la convenienza di ab- bandonare
deliberatamente ogni ricerca sulla fon- damentale ed intima natura degli atti
logici; si può ammettere che ogni filosofo mantenga caro il suo principio
prediletto, che gli possa sem- brare più acconcio di ogni altro a costituire la
pietra fondamentale della conoscenza. Ma resta pur sempre libero a noi di
supporre che questi enti logici differiscono dagli enti fisici — almeno per i
bisogni descrittivi della scienza — non in se ma solo per rispetto ai mezzi di
cui ci ser- viamo per le nostre osservazioni. ^ Questo modo di considerare le
cose logiche, che io mutuo dall'ammirabile teoria di Hertz (come spero che il
lettore comprenda di leggieri dopo le parole testuali che furono riferite nel
capitolo ni della prima parte di questo saggio a proposito della teoria degli
enti nascosti) è appunto l'ipotesi che io voglio introdurre nella formalità
della teoria logica. * Noi supporremo cioè che il processo che segue lo spirito
quando forma la teoria logica di una serie di fenomeni logici, si compia
mediante le stesse quattro operazioni successive che furono riferite a
proposito del processo delle teorie fisiche e matematiche; noi supporremo cioè
che quando imaginiamo una teoria logica capace di spiegare un intero ordine di
idee^ e vogliamo giu- dicare in modo rigoroso della sua esattezza, in ultima
analisi non facciamo altro che ciò che si potrebbe fare piìi materialmente con
la costru- zione e la messa in opera di una macchina fisica analitica
particolare. " Per quanto possa sembrare paradossale, noi dobbiamo
riconoscere che la costruzione d'una teoria logica che soddisfi a certe
determinate condizioni, non differisce logicamente dalla co- struzione d'ogni
altro modello fisico (congegno, apparecchio, strumento, macchina, ecc.) o
modello matematico (teoria analitica, equazione, sistema d'equazioni, ecc.)
costruito opportunamente, anzi deve poter essere sostituito e a sua volta
sosti- stituire ogni altro modello corrispondente, con eguale diritto, con
altrettanto rigore logico e con pari utilità. " E poiché è necessario che
io aggiunga qualche prova diretta a sostegno di questa affermazione, che è
forse la parte più importante del presente lavoro, il lettore mi consenta
d'accennare ad una mia ricerca personale, che sarà pubblicata a suo tempo come
saggio d'una applicazione pratica di questa teoria. * Dopo d'esser giunto alle
conclusioni che son già note al lettore sopra la convertibilità e uni-
ficabilità delle varie idee e proposizioni primitive logiche, matematiche e fisiche,
io m'era proposto di esaminare se si poteva giungere altresì al Pastore, Logica
formale. principio della piena e mutua
rappresentabilità dei vari sistemi logici, matematici e fisici; e in
particolare se gli sviluppi teorici della logica e della matematica, ad onta
della loro apparente complicazione, fossero suscettibili d'una rappre-
sentazione sperimentale soddisfacente. Ora il pro- blema non si poteva
risolvere, come bene si comprende, senza studiare, nel modo piti com- pleto
possibile, quanto succede, per tale riguardo, nel caso concreto della scienza
fisica ; dove, come ebbi già occasione di dichiarare, tanto la costru- zione,
il funzionamento, quanto l'utilità dei mo- delli materiali, è visibile
direttamente. ** Prima di montare un apparecchio qualunque e prima di
intraprendere una lunga serie di esperienze che potevano anche approdare a nes-
sunissimo risultato pratico, mi accinsi dunque a studiare la teoria generale
dei modelli, nella profonda convinzione che dal caso generale al caso particolare,
incluso nel primo, si può ragio- nare con discreta sicurezza. Quindi,
giovandomi del sussidio dei modelli per la risoluzione di una questione molto
semplice, ma pure abban- donata oramai pressoché da tutti i logici come inutile
e vieta, della questione cioè dei rapporti logici di inclusione e d'esclusione
fra le idee considerate solo come universali e particolari, e in condizioni
opportune, ho trovato precisamente quello che mi aspettavo di trovare. •* I
mezzi occorrenti per costruire meccanica- mente un modello fisico di fatti
logici — come si vedrà a suo tempo — sono estremamente modesti. Per ora mi
limito a constatare Tutile, così di- dattico come euristico, che deriva dalla
rappre- sentazione meccanica dei fenomeni logici. Il mo- dello ideofisico che
ebbi occasione di costruire imita assai felicemente tutte le particolarità più
notevoli che si incontrano nelle tre grandi par- tizioni della Logica pura:
dell'idea, del giudizio e del raziocinio. E l'utilità di macchine siffatte
forse si riscontrerà ancora meglio quando le si impieghino all' esame di
questioni non ancora risolute. Questi modelli ideofisici — da un certo qual
punto di vista — non sono altro che fin- zioni visibili grossolanamente
empiriche della funzione del senso logico. Il loro esame ci ap- prende che ad
ogni idea, ad ogni giudizio, ad ogni raziocinio perfetto o imperfetto in noi si
compie un lavoro o associativo o dissociativo, di cui non possiamo iu alcun
modo indicare la natura fondamentale, ma di cui è possibile fornire una
rappresentazione simbolica soddis- facente. " Con tale criterio noi
tentiamo di fissare una corrispondenza rappresentativa anche tra il pensiero e
l'azione meccanica, vogliamo anzi supporre che la cosa si verifichi affatto in
ge- nerale e dire che la seconda, in certi casi, è una manifestazione
equivalente al primo e vi- ceversa „ (1). Il) Op. cit., pagg. 173-177, § 18-15.
20 LOGICA FORMALE 8. Ricorso al campo tecnico, — Basterebbe quello che siam
venuti richiamando per chiarire rintendimento delle presenti ricerche; però — a
scanso d' equivoci — sarà ancora bene ricono- scerne per tutti i lati la
natura, la funzione, e in qualche modo anche la ragione storica. Ben vero che
di fronte alle imperiose esigenze del tec- nicismo contemporaneo appare sempre
più giu- stificato il lamento contro le costruzioni esclusi- vamente teoriche
della logica pura. Ma poiché la storia dimostra a chiare note che la logica
discese dal grado di scienza a quello di arte tutte le volte che mancò la
potenza di isolare la forma pura del pensare e di studiarla per se stessa, così
è appunto per rialzare il credito della teoria pura che dapprima cercai di
vedere se non si offrisse la possibilità di recare un sussidio nuovo alla
teoria, quindi mi studiai di trarlo anche dal campo tecnico stesso, parendomi
che gli strumenti sperimentali dessero luogo a ope- razioni analoghe a quelle
che servono a formare le teorie nel senso ordinario della parola. Così, ammessa
la possibilità di studiare per se stesso Vorganismo formale del pensiero^ fu
co- struito un organismo tecnico corrispondente, nel- l'ipotesi che dal retto e
rigoroso funzionamento di esso, per la determinatezza degli elementi, per
l'inesorabile coerenza dei rapporti, e final- mente per la possibilità di
instituire un proce- dimento metodico di studio, si potessero ricavare delle
deduzioni in accordo coi fatti trovati da quella parte della scienza che studia
i procedimenti del pensiero, e in maniera più largamente efficace che questa
non faccia con lo studio pur così poderosamente euristico dell'analisi teore-
tica pura. Fortunatamente Tipotesi ha potuto essere ve- rificata quasi
completamente. 9. Traduzione ed esperimento, — Per conchiu- dere possiamo dire
che tutte le ricerche seguenti di logica formale dedotta dalla considerazione
dei modelli meccanici si riducono in fondo a due operazioni: una traduzione ed
uno sperimento. Ma questi due termini devono essere intesi in un modo che è
assai importante indicare, tanto più che ci dovremo spesso servire, in seguito,
delle operazioni a cui alludo per chiarire il signifi- cato di altre
espressioni. Il primo termine — inteso almeno nel senso speciale di cui qui si
tratta — ha tutta una storia. Ci basti ricordare come, pel fatto che la teoria
dei modelli può essere considerata quale un caso della teoria della traduzione
rappresentativa di un ordine di idee o di fatti in uno o più altri ordini di
idee o di fatti simbolici corrispondenti, il metodo di Enrico Hertz si
ricolleghi logica- mente ad una ben lunga e nobile tradizione che ha onorato la
storia della filosofia, da Descartes a Malebranche, a Spinosa, a Leibniz, a
Locke, a Hume, a Condillac, a Kant, ad Hamilton fino ad Ippolito Taine che
illustrò con tanta luci- dità la vecchia teoria delle idee rappresenta- tive e
propugnò con tanto vigore e tanta 22 LOGICA FOBMALE genialità la teoria della
traduzione. En tout cas, traduisons! (1). La logica matematica sopratutto non
fu estra- nea ai progressi della traduzione rappresentativa delle quantità
logiche, perchè l'esattezza mate- matica dei rapporti scoperti fra gli enti
logici fece pensare alla possibilità di cifrare e rappre- sentare anche
meccanicamente gli stessi rapporti logici formati, in prolungamento dello
schema- tismo grafico usato dagli scolastici, da Leibniz, da Euler e via
dicendo, e si ebbe così il primo tentativo della traduzione in una macchina lo-
gica del sistema dei termini logici astratti per opera di Stanley Jevons (2). (1) Taine, Les
philosophes classiques du XIX^ siede en France. Paris, Hachette, 1895, pag.
330. (2)
* It is an interesting subject for refection that from the earliest times
mechanical assistance has been required in mental operations. The word
calculation at once re- minds us of the employment of pebbles for marking
unita, and it is asserted that the word dpiOimóq is al so derived from the like
notion of a pebble or material sign. (Professor De Morgan, " On the word
'ApiB^óg ,. Proceedings of the Philological Society, p. 9). Even in the time of
Aristotle the wide extension of the decimai system of numeration had been remarked
and referred to the use of the fingers in reckoning; and there can be no doubt
that the form of the most available arithme- ti cai istrument, the human band,
has reacted upon the mind and moulded our numerical system into a form which we
should not otherwise bave selected as the best ,. Jevons W. S., Pure Logic and
other minor works^ p, 139. London, Macmillan and C, 1890. Lasciando da parte la storia
della teoria della traduzione per considerare solo il processo idea- tivo del
pensiero in rapporto alla genesi natu- rale della teoria dei modelli, nessuno
nega più oggi che la potenza di rappresentare è così vera che è la potenza
medesima di pensare. Non sembri quindi assurdo che si prenda un corpo o un
sistema di corpi per significare un'idea o un sistema di idee, cioè per
rappresentarli, dal momento che noi per pensare non facciamo mai altro che
prendere un'idea per significare un oggetto, cioè per rappresentarcelo
analogamente. Se pensando io rappresento, rappresentando io penso. In tutti i
casi la rappresentazione è sempre un oggetto apparente, simbolo o mo- dello
interiore d'un oggetto reale esteriore, e nulla più. Noi sappiamo che il
movimento naturale del pensiero va dai fatti alle idee, cioè dai fatti ai
modelli ideali dei fatti ; sappiamo che le sue prime operazioni consistono
nella conoscenza dei fatti per mezzo della rappresentazione, che è il primo
segno o simulacro dell'oggetto. Sappiamo che alla rappresentazione ideale —
prima espressione interna del fatto esterno — primo modello o segno — non tardano
a succe- dere altre rappresentazioni, seconde, terze, quarte espressioni del
fatto medesimo. Queste ulteriori rappresentazioni, in ogni caso non sono mai
altro che segni di segni, modelli di modelli, rappresentazioni di
rappresentazioni, e se sono espresse nel mondo esterno come avviene sempre per
i bisogni della comunicazione sociale, diventano chiaramente vere e proprie
traduzioni esteme della prima traduzione interna, segni esterni di segni
interni, modelli estemi del modello interno e così via — forma corporis della
forma mentis. Ora noi possiamo anche fare l'elenco di tutte le forme esteme che
ha inventato lo spirito umano per comunicare agli altri le sue rappre-
sentazioni. Queste forme esterne vanno, dall'ideologia al lin- guaggio,
all'arte, alla scienza. Comprendono quindi le manifestazioni tutte dell'umano
pensiero. In guisa che le arti e le scienze non sono altro che delle lingue ben
fatte, come diceva Condillac; il pensiero e tutte queste lingue cor-
rispondenti camminano così passo passo, paral- lelamente, dalle piti astratte
alle più sensibili, dalle piti difficili alle più chiare. Così la serie immensa
delle idee si trasforma, si traduce in una serie immensa di segni este- riori
equivalenti. Ora, data una serie qualunque di modelli, siano interni (idee),
siano estemi (segni, parole, cifre, lettere, figure, corpi, ecc.), noi
possiamo, per i bisogni della scienza, cer- care di definire esattamente tutti
gli enti conte- nuti dentro di essa. E applicando lo strumento della
definizione. non tardiamo a conoscere che gli enti di qualsivoglia classe si
dividono in due categorie : 1* Enti primitivi o indefinibili, 2* Enti derivati
o definibili. INTRODUZIONE 25 e disponibili in guisa tale da costituire un
sistema gerarchico di trasformazioni deduttive analoghe a quelle dell'algebra,
in cui alcuni elementi sem- plicissimi diversamente combinati, bastino a pro-
durre rigorosamente tutto il resto. Ritornando ora al campo speciale della
logica formale, supponiamo che l'analisi e la riduzione accennata sia stata
compiuta esattamente in esso, e che questo perciò sia stato depurato ri-
gorosamente da ogni elemento materiale e ridotto a purissima formalità;
supponiamo che tutti gli enti formali della logica siano divisi in due ca-
tegorie distinte (enti primitivi ed enti derivati) e che si conoscano le leggi
delle loro combi- nazioni. Traduciamo in termini o enti fisici equivalenti
tutti i termini o enti logici formali primitivi, in modo da ottenere una
sostituzione chiara, esatta e completa di ente ad ente. Combiniamo tra loro
questi enti fisici, rap- presentativi degli enti logici, secondo le leggi
indicate dalla logica pura. Si otterrà una co- struzione combinazione fisica
materiale corri- spondente alla costruzione o combinazione logica formale.
Questa costruzione fisica è ciò che io chiamo il modello fisico dei fatti
logici, in una parola il modello ideofisico. Ora Timportante è com- prendere
che lo spirito può lavorare con una facilità ed una sicurezza completa sopra
questo modello ideofisico, il quale non è altro che un tentativo di equazione
materiale dei fatti formali più meno fedele ed equivalente ad essi; e che —
avendo sostituito ai termini oscuri del modello formale i valori ben chiari e
corrispon- denti del modello materiale — noi possiamo sempre verificare,
paragonandole fra loro, se le conseguenze naturali del modello fisico siano o
no d'accordo colle conseguenze logiche del mo- dello logico. Abbiamo insomma
trovato il modo di tradurre un modello speculativo in un modello meccanico
equivalente e in pari tempo scoperta la possibilità di sottoporre al metodo
sperimen- tale le ricerche analitiche della logica formale, introducendo nella
verificazione delle conseguenze logiche pure il controllo della funzione
sperimen- tale del modello ideofisico. Tutta Tideofisica è qui. Senonchè non
bisogna dissimulare che dalla teoria ideofisica, se non viene dedotta la logica
pura restando solo nel campo dell'analisi specu- lativa, viene però applicata
la verificazione spe- rimentale in modo e per motivo — se non diverso — almeno
un po' più complicato del- Tordinario. Consideriamo dunque l'uno e l'altro
attentamente, ricordando che sarebbe un difetto di precisione l'asserire che il
pensare sia sola- mente un rappresentare, perchè la funzione del pensare non si
compie fuorché aggiungendo al rappresentare il dedurre, che non è altro che uno
sperimentare. Entro certi limiti possiamo ritenere che ogni sistema di logica
simbolica sia un sistema di logica sperimentale ; quella poi dedotta dal fun-
zionamento dei modelli meccanici, sopratutto. E ciò per due ragioni. La prima è
molto ovvia. La teoria ideofisica non sta a guardare i feno- meni logici COSI
come si producono in natura, cioè nella mente umana, ma — potendo averli in suo
potere mercè la determinazione esatta e completa dei concetti primitivi — li
riproduce nelle condizioni più favorevoli, perchè l'isola- mento degli
antecedenti (premesse) e dei conse- guenti (conclusioni) si verifichi, e così
quella separazione delle relazioni costanti senza di cui non è possibile la
determinazione delle leggi. Una logica simbolica fondata sopra la messa in
opera di modelli meccanici studia dunque i fenomeni logici nel modo che la
natura mentale li presenta, ma adoperando mezzi di ricerca di- versi da quelli
offerti dall'osservazione specula- tiva, li riproduce nelle condizioni
necessarie perchè la ricerca sia fruttifera, come è richiesto da ogni ricerca
sperimentale. E vero che si predispongono e si dirigono col ragionamento le
condizioni e i modi dell'osser- vazione, ma forse che questo non avviene ** in
ogni osservazione artificiale tipica^ cioè tale quale è richiesto che sia
dall'interesse del sapere e dalla logica della ricerca „ ? (1). Da ciò una
prima ragione di ricorrere alla parola sperimentale per chiarire il significato
delle presenti ricerche ; da ciò la necessità che la lo- ci) Masci, Eletnenti
di filosofia, voi. I, pagg. 408, 409. Napoli, Pierro, 1903. 28 LOGIOA FORMALE
gica simbolica abbandoni il grafismo rudimentale che un'ingenua tradizione
attribuisce ad Euler, le sue principali applicazioni si rassodino in una vera
tecnica e i suoi modelli ideofisici e i suoi procedimenti si presentino come
aiuti estrinseci alla conoscenza speculativa. Ecco in che senso non si snatura
la logica formale ricorrendo air esperimento, quando si sappia instituire una
serie di esperimenti che faccia astrazione da ogni contenuto oggettivo della
conoscenza, e si contenti di rappresentare e di dedurre i concetti e i loro
rapporti sola- mente dal punto di vista formale. La seconda è più delicata e si
ricava dalla comprensione del significato intimo delle opera- zioni che si
compiono per giudicare dell'esat- tezza d*una proposizione qualunque. Quando ci
accingiamo a cercare quali propo- sizioni siano vere quando siano vere alcune
altre, noi facciamo col ragionamento deduttivo quelle stesse operazioni che
richiederebbe la costruzione e lo studio d'un apparecchio meccanico qualunque.
E che altro facciamo in questi casi se non cer- care quali conseguenze si
deducono o quali ri- sultati si ottengono mettendo in funzione una macchina
data? La funzione logica della deduzione è quindi corrispondente alla funzione
meccanica dei mo- delli. Tutti i modelli si possono chiamare a buon diritto
macchine deduttive. L'arte della illazione deduttiva è l'arte di porre in funzione
dei modelli, cioè l'arte di osservare e di sperimentare sulle cose che ci
circondano. L'arte di costruire un sillogismo perfetto non differisce gran che
dall'arte di scoprire una ve- rità con un'osservazione o un esperimento ben
fatto. Ed io ritengo — e a dare base e sviluppo a questa teorica ho dedicato
oramai parecchi anni di studio — che come il sillogismo non è altro che una
macchina, cioè un modello suscettibile di studio sperimentale (1), così sia
lecito affer- mare che — in un certo senso — l'applicazione sempre più vasta e
sistematica dei metodi spe- rimentali allo studio dei fenomeni logici dedut-
tivi finirà per riuscire non meno vantaggiosa di quanto fu "
l'applicazione sempre più vasta e sistematica della deduzione allo studio dei
feno- meni della natura che fornì — come asserisce acutamente il Vailati — il
primo impulso allo sviluppo dei metodi sperimentali moderni e che non sia da
attribuire al caso se i più eminenti iniziatori di questi furono anche nello
stesso tempo più grandi instauratori delle applicazioni alle scienze fisiche di
quel potente strumento di deduzione che è la matematica „ (2). 10. Logica
induttiva e logica deduttiva dal punto di vista sperimentale. — Se non che si
potrebbe (1) Cfr. Sopra la teoria della scienza, pagg. 161-196. (2) Vailati 6.,
H metodo deduttivo come strumento di ricerca f pag. 13. Torino, Roux e
Frassati, 1898. 30 LOGICA FOBMALE chiedere: quale è il rapporto che passa tra
questi studi di logica sperimentale dedotta dai modelli meccanici e la dottrina
della logica in- duttiva (éTTaYuiYTl in Aristotele) detta comune- mente
materiale o sperimentale da Galileo a Bacone di Verulamio, a Stuart Mill, ad
Apelt? Perchè spostare il significato dei termini? A quale dei due procedimenti
logici (l'indut- tivo e il deduttivo), segnalati già esattamente da Aristotele,
conviene meglio il predicato speri- mentale ? Evidentemente questa situazione
critica, creata dalle presenti ricerche, impone ai logici il com- pito di
tracciare ex novo la teoria d'una logica sperimentale qualunque. Ora, mentre le
considerazioni precedenti de- terminano il senso tutto nuovo che si deve at-
tribuire al concetto d'una logica sperimentale intesa a fare della pratica
colla teoria e sopra- tutto della teoria colla pratica, dimostrando come il sussidio
della teoria dei modelli meccanici si possa utilmente rivolgere allo studio di
un pro- blema logico qualunque, è doveroso l'ammettere che finora la teoria
logica dell'induzione si trova impotente allo studio veramente sperimentale dei
processi logici. Per difendere la logica materiale dal punto di vista
sperimentale si potrebbe dire che il metodo dell' induzione, insegnandoci la
via di risalire dai fatti alle leggi, è il metodo, in ge- nerale,
dell'esperienza. Non potrà quindi denominarsi a buon diritto INTRODUZIONE 31
sperimentale? Certo verbalmente; ma nella realtà la condizione che rende
possibile l'indirizzo spe- rimentale d*una ricerca qualunque è che non solo
questa venga praticata sulla via generale del- l'esperienza, ma che possa
venire aiutata dal- Tesperimento. L'impiego deiresperimento (Versuch), che non
deve essere confuso coll'esperienza (Erfahrung), è dunque la vera
caratteristica differenziale di una ricerca sperimentale qualunque. La
conclusione è che il termine sperimentale non viene attribuito in modo
arbitrario ad una indagine che riceve il suo massimo aiuto tecnico dalla
meccanica, quantunque il ricorso all'espe- rimento meccanico sia fatto per
portare un aiuto alla teoria. 11. Riconciliazione della teoria e delV esperi-
mento e rinnovamento del concetto dell'esperienza, — Da Galileo a Newton, da
Maxwell ad Hertz il metodo sperimentale fu applicato senza tregua alla
rappresentazione di teorie ritenute dapprima astruse ed impraticabili, ed è
grandemente a desiderarsi che il loro esempio sia seguito dagli studiosi. In
questi casi si può dire che i metodi indut- tivi e deduttivi di investigazione
si danno la mano, l'uno di essi verificando le conclusioni de- dotte
dall'altro; e la combinazione dell'esperi- mento e della teoria, che si può adoperare
con frutto, forma un ordigno di scoperta assai più po- tente che l'uno o
l'altro adoperati separatamente. Questo stato di cose in qualunque scienza è
forse di tutti il piìi soddisfacente. Finora possiamo affermare che le
concezioni deir esperimento e della teoria furono troppo re- cisamente
unilaterali. Così gli empiristi e i teoretici più intran- sigenti giunsero
perfino a credere di potersi addirittura trascurare a vicenda. Ora è tempo che
si riconosca che i due indirizzi non solo hanno interessi solidali, ma si
riducono bene spesso ad uno solo. Che dico ? Se v'è una cosa evidente per ogni
acuto osservatore, è che la scienza moderna non vale in questo momento che per
la teoria stessa che essa dovrebbe proscrivere a detta dei più fanatici
sperimen- talisti. Bisogna dunque che teorici e tecnici si met- , tane alla
ricerca di quei principi che governano lo sviluppo di tutto quanto lo spirito
scientifico e su cui potranno fare la loro riconciliazione. Bisogna, alle
formule empiriche così dei teorici come dei tecnici esclusivi, sostituire
un'idea su- periore che non abbia nulla a temere dei sofismi unilaterali, tanto
dei primi quanto dei secondi, né delle rovine teoretiche, ne delle
allucinazioni sperimentali. Bisogna — la filosofia teoretica inaugurando e
sostenendo questa solenne iniziativa dello spi- rito umano — determinare la
divisione del la- voro da compiere e predisporre i fatti storici prima che i
fatti stessi siano compiuti. Ogni epoca è governata da un'idea, che s'èsprime
in una letteratura, si sviluppa in una filosofia, s'incarna al bisogno in un
governo. Il rinnovamento del concetto deiresperienza mi pare un proposito degno
della più profonda meditazione dei pensatori. ** La nuova critica deve
elaborare un nuovo concetto dell'esperienza ed allargarne la sfera, infondendo
nuovo vigore alla ricerca scientifica, fondando meglio il valore positivo delle
cognizioni „ (1). 12. J tre indirizzi della logica pura, — Ma lasciamo questo
punto che eccede i confini della logica per dichiarare piuttosto una conseguenza
notevole che si può, fra l'altre, ricavare dal nuovo indirizzo della logica
simbolica. Chi dovrà tenere un corso di logica formale pura potrà, d'ora
innanzi, scegliere fra tre in- dirizzi differenti. Si può, infatti, dare un
maggiore risalto ai modelli ideologici astratti della logica specula- tiva,
oppure ai modelli ideografici della logica matematica, oppure ai modelli
ideofisici della logica sperimentale. Nel primo caso la logica si riduce ad
essere una coordinazione od un pro- lungamento della sillogistica classica; nel
se- condo diventa poco più che una parte dell'ana- lisi matematica; nel terzo
può diventare quasi un caso della fisica sperimentale. (1) Benzoni R., Recenti
conquiste e nuove battaglie del pensiero filosofico. Pastore, Logica formale.
Ora mi sembra che il terzo indirizzo, oltre ai vantaggi che sono inerenti a
tutte le ricerche di logica simbolica, abbia un valore critico af- fatto
particolare in quanto può proporsi e risol- vere più evidentemente alcune
questioni relative alla teorìa della conoscenza e della scienza, come sarà
indicato nella conclusione di questo lavoro. Infine, quale sarà il significato
intimo di queste tre serie di operazioni teoriche, che riposano sopra postulati
al tutto diversi, si può esprimere molto brevemente dicendo che le leggi,
secondo le quali variano le quantità logiche e simboliche corrispondenti, sono
nei tre sistemi le stesse. 13. Conclusione. — Riassumendo: dopo d'aver abozzato
sommariamente le condizioni presentì della filosofia teoretica e delle scienze
fisiche, sperimentali e matematiche, rispetto ad alcune questioni che
interessano la teoria della scienza e della conoscenza e la questione del
rinnova- mento teoretico della filosofia, abbiamo dichia- rato lo scopo delle
presenti ricerche, che si ri- ducono in fondo ad una trattazione della logica
formale, dal punto di vista sperimentale fornito dalla teoria dei modelli.
Abbiamo discusso in seguito in che senso bisogna ammettere la pos- sibilità di
recare un sussidio nuovo alla teoria logica, ricorrendo al campo tecnico
stesso, in vista che gli apparecchi sperimentali diano luogo a operazioni
analoghe a quelle che servono a formare le teorie nel senso ordinario della
parola. Tale ricorso si riduce in fondo a due operazioni successive : una
traduzione ed uno speri- mento nel vero senso della parola. Finalmente fu
riconosciuto che ogni ricerca di logica pura dedotta dalla considerazione di
modelli, siano astratti; siano matematici, siano fisici, è sempre e solo una
strada e non uno scopo. Non si tratta quindi di fabbricare delle '^ entità
meccaniche „ alla guisa degli scolastici che popolavano l'universo di entità
chimeriche. Gli uomini del medioevo metamorfosavano i rap- porti in sostanze.
Per noi la cosa cambia. Abituati a vivere tra uomini dalle idee chiare, versati
nelle scienze matematiche e fisiche, amiamo credere che il grande e solo
carattere del vero sia la sua ido- neità a sopportare le prove di universali
speri- menti, tanto pratici quanto razionali, e ad uscire inalterato da ogni
possibile forma di onesta e sincera discussione. Per conseguenza, avendo potuto
verificare, per conto nostro, che lo studio della logica pura compiuto col
sussidio dei modelli meccanici, pre- senta evidentissimi vantaggi di
rappresentazione, di controllo e di ricerca, sottoponiamo alla cri- tica i
risultati delle nostre indagini, confidando che non si possa opporre une raison
de non re- cevoir contro un'ipotesi che — rispondendo a tutte le condizioni di
ammissibilità — altro non chiede che d'essere messa alla prova. Parte Prima
TEORIA GENERALE CAPO I. Cenno storico della logica formale con particolare
riguardo allo sviluppo del calcolo logico. Distinzione della logica formale
dalla logica materiale. Cenno storico-bibliografico. — 3. Meriti del-
l'analitica moderna — 4. Conclusione. 1. Distinzione della logica formale dalla
logica materiale. — Nel pensare si distingue agevol- mente la forma dalla
materia. La possibilità di studiare la forma del pen- siero indipendentemente
dalla materia si fonda su due ragioni : La prima è che la forma può rimanere la
stessa e la materia variare; e, viceversa, la forma può variare e la materia
restare identica. Più importante è la seconda ragione, che la verità formale e
la verità materiale possono tro- varsi disgiunte. Difatti un ragionamento può
essere formal- mente vero, ma materialmente falso ; o, vice- 40 LOGICA FORMALE
versa, tutto vero rispetto alla materia, ma inte- ramente sbagliato quanto alla
forma (1). Sopra questi due aspetti differenti del pensiero si fondano le due
sezioni differenti della logica : Logica formale e Logica materiale, le quali
hanno uno sviluppo logico ed una storia quasi indi- pendente. Inoltre lo
sviluppo storico di quella parte della logica che considera solo la forma e
lascia indeterminato il contenuto presenta un fatto curio- sissimo, che a prima
giunta parrebbe capace di neutralizzare i continui progressi della scienza
delle leggi formali del pensiero. Esaminando infatti i vari tipi più notevoli
di logica formale finora proposti dalla storia, tro- viamo che quasi ognuno di
essi è vincolato, più o meno irreducibilmente, ad un postulato diverso.
Entrando poi nel campo speciale della logica simbolica propriamente detta, la
quale è una ramificazione della logica formale pura o teo- retica e rappresenta
con simboli le quantità lo- giche, come l'algebra rappresenta con simboli una
quantità qualunque acquistando per tal guisa un carattere universale e
normativo, la differenza tra i sistemi aumenta in modo straordinario, data non
solo l'infinita rappresentabilità simbo- lica dei fatti mentali (oggetto quasi
indifferente), ma sopratutto i differentissimi metodi di rag- ginippamento dei
termini scelti. Ciò posto, risulta forse che la storia della scienza logica
pura è, al pari della tela di Pe- (1) Masci F., Elementi di Filosofia, Voi. I,
Logica, p. 27. PARTE I - TEORIA GENERALE 41 nelope, un lavoro vano e infecondo
che in un'età si tesse e in un'altra si disfa incessantemente ? Risponda la
storia medesima se lo studio della logica simbolica si riduca ad uno sforzo
inutile destinato ad esaurirsi in lotte senza vittorie e senza conquiste. 2.
Cenno storico-bibliografico (1). — I germi di una considerazione formale dei
fatti logici sono antichissimi, poiché il parallelismo tra oggetto, (1) Per
apprezzare convenientemente le vicende della logica formale, sul punto di
veduta e relativamente ai principi di cui stiamo discorrendo, gioverà ricordare
anche in una rapidissima notizia gli autori più impor- tanti, tenendo insieme
conto cosi delFordine dei tempi come dell'ordine delle idee. Io confido che
nella mente dello studioso basterà V aridissimo elenco a risvegliare, intorno
ad ogni nome, quell'alone di idee che esso per- sonifica e a caratterizzare il
posto che gli compete nella storia della filosofia. Però, avendo in mente di
far cosa utile anche ai novizi in questo genere di ricerche, alle- gherò in
queste note tutte quelle indicazioni che restano per solito disperse e,
quantunque trovinsi concentrate in monografie frammentarie dei più importanti
periodi, non furono ancora organate definitivamente fra loro in un solo
disegno. A tale scopo attingo agli insigni lavori del Prantl, del Boole, dello
SchrSder, del Venn, del Laas, del Dòring, deirUeberweg, dello Z»eller, del
Rixner, del Lin- dner, del Nagy, del Baldwin e del Peano, e vi aggiungo tutte
le illustrazioni storiche e bibliografiche più impor- tanti riscontrate
direttamente coi testi originali, affinchè i giovani volenterosi abbiano il
mezzo di consultare fa- cilmente quello che più loro bisogni. Vuol dire che il
lettore erudito può saltare senz'altro l'elenco storico-bibliografico che
segue. idea e segno, ragione prima
d'ogni simbolismo lo- gico (1), figura già in tutte le più antiche filosofie.
Però, accennando solo di volo ai primi saggi dell'analitica indiana, che non
furono ancora stu- diati sufficientemente, per quanto la loro impor- tanza sia
stata presagita già da Leibniz, ri- corderò brevissimamente che l'analitica
antica (la quale può farsi andare dsAV Organo di Ari- stotele (2) alla logica
di Porto Reale, non esclusi (1) Senza esagerare affatto il senso di questa
ricerca storica si potrebbero studiare anche con profìtto cosi i cinque sistemi
di scrittura: 1® Il sistema egiziano, — 2<* Il mesopotamico, — 3** L'ittico
eteo, — 4" Il cinese, — 5° Il messicano-maya; come i cinque stadi percorsi
dall'invenzione della scrit- tura all'invenzione dell'alfabeto, che, secondo
Trombetti (Trombetti A., I grandi periodi del progresso umano. Cuneo, Tip. Aime
e C, 1902, pagg. 19-20), al quale mi attengo nel desumere queste notizie,
furono i seguenti : A — Scrittura ideografica : 1* pittorica, 2* simbolica. B —
Scrittura fonetica : 3* rematica, 4* sillabica, 6* alfabetica. Le indagini
compiute in questo senso possono assumere una straordinaria importanza aiutando
prima la deter- minazione delle varie parti che concorrono a formare ogni
discorso, poscia l'analisi delle idee primitive della grammatica universale,
impresa difficilissima che fian- cheggia la determinazione delle idee primitive
della lo- gica tanto naturale quanto riflessa, ma esse non possono costituire
ad ogni modo che la preistoria della logica simbolica. (2) Aristotele (384-322
a. C). I libri, contenuti sotto il nome collettivo di Organo sono i seguenti:
1° KaxiiYopiai, 4° 'AvaXuxiKà Oaxcpa, 2" TTcpl *Ep|ur]v€{a<;, 5"
Tottikó, 3° 'AvaXuTiKà irpÓT€pa, 6° loqpiaxiKol "EXcyxoi. i più ostinati continuatori fino ai giorni
nostri) resta più o meno fedele al principio della quan- tificazione del
soggetto nel giudizio e a quello della classica tricotomia nel sillogismo.
Senza dubbio è ingiusto inglobare quasi venti secoli di filosofia in una frase,
mentre intiere falangi di mal noti pensatori traducendosi, co- piandosi ,
correggendosi , contribuirono poten- tissimamente alla fissazione della
terminologia, alla formazione delle grandi teorie sulla natura del concetto,
del giudizio e del sillogismo, e non- ostante il formalismo, l'astrusità e
anche l'assur- dità che sorpassa ogni immaginazione, deplorata così vivamente
dal Franti, recarono un positivo servizio alla creazione della logica tecnica.
Alla scuola degli immediati discepoli di Ari- stotele, Teofrasto edEudemo (1),
succede la teoria nominalistica e grammaticale degli Stoici, con Zenone,
Crisippo, Diogene di Seleucia, Antipatro, (1) Teofrasto (372-288) ebbe Tidea di
ciò che si disse più tardi : *" quantificazione del predicato „ avendo
notato che il predicato deve avere una quantità come il sog- getto. Infatti vi
sono proposizioni che, se il loro predi- cato è di quantità indeterminata,
hanno un senso incerto e non escludono il loro contradditorio, p. e. : Oaiviac;
éX^x imGTY\nr\v, 0oiv{a^ oùx ^x^* èTriarfiimiiv. A Teofrasto devonsi i modi
della quarta figura, consi- derati però come modi indiretti della prima figura
(kctò àvdKXaaiv). [Cfr. Diogbnb di Laerzio]. EuDEMo DI Rodi {Theophrasiua rerum
tantum summas exequitur. Eudemus latiorem docendi graditur viam (Boezio, de
Syllog. hypoth., p. 606)) trattò sottilmente della fun- zione della
proposizione logica e grammaticale. Con- frontare *AvaXuT, e insuper. Diog. d.
Laer. 44 LOGICA rOBMALB Archedemo e Posidonio (1). Segue la fase della Nuova
Accademia e dello Scetticismo con Car- neade, Clitomaco, Pirrone e Sesto
Empirico (2) ; quindi l'Eclettismo con Filone di Larissa, poscia il gruppo
degli interpreti peripatetici posteriori con Andronico di Rodi, Atenodoro,
Alessandro Egeo, Aspasio, Adrasto, Ermino, Aristone e Ga- (1) Con gli Stoici la
logica diventa una scienza formale e grammaticale, distaccandosi risolutamente
dalla meta- fisica. I giudizi semplici si dividono in più specie e si distin-
guono dai giudizi * non semplici , (oùx AtcXc!) formati da giudizi semplici per
composizione. E si tenta per la prima volta il calcolo di tutte le combinazioni
possibili dei giudizi semplici in giudizi composti. Zenone (340-264, a. C.)
TTcpl X^5€U)v, irepì oùaia(;, ircpl oii|U6(u)v, TTCpl XÓYOU, T€xviKal XOa€K.
[Cfr. Dioo, L.]. Crisippo (282-290 a. C). diceva che " le combinazioni
possibili dei giudizi semplici (Td<; ìk òéxa fuióvwv àhiuiiàrwv ou^iTiXoKdO
oltrepassavano un milione, ma il celebre matematico Ipparco gli dimostrò che
non ve ne era che 103049 affermativi e 310952 negativi ,. La riduzione fu
semplificata anche da Antipatro (Plutarco, Quaest. Sym- po8. Vili, 9-3). Crisippo
scrisse 311 libri di logica di cui Diogene Laerzio diede una corretta e confusa
indicazione. Diogene di ìSeledcia. TTcpl (puivV) xéxvii, AiaX€KTiKi?| T^Xvi].
[Cfr. DioG. L.]. Antipatro. TTcpl XéEcujv xal tOùv X€TO|uévu)v, TTcpl 6pwv,
iT€pl oùolaq, TTcpl òuvctOùv. [Ibid.]. Archedemo. TTcpl cpuivfìq, ^€pl
aT0ix€(uiv, T7€pl buvardiv. Ilbid.]. PosiDONio. TT€pl KpiTTìplou,
El<;aYU)Yi^ ircpl XéHeu)^. [Ibid.]. (2) Carneade (214-119 a. C). Pirrone
(182-276? a. C). Sesto Empirico (circa il 200 d. C). leno (1). Le ricerche logiche formali
continuano per opera del Sincretismo stoico-peripatetico con Apulejo e
Pseudo-Galeno, e dei più tardi com- mentatori e compendiatori di Aristotele,
special- mente di Alessandro Afrodisiense, Porfirio, Giam- blico, Siriano, Proclo
ed Ammonio (2). (1) Andronico di Rodi (50 circa d. C). KaxTiYopiai, irpò Tibv
TÓTTUiv. Ordinatore dei libri aristotelici. AspASio e Adrasto di Afrodisia (120
circa dopp C.) <Cfr. Gamn, ti. t. I6(u)v Pipx.). Galeno C. (131-200). xà cj
tò e^ toO GcocppdaTOu pipXiov 6 ir€pl xaraqpdacui^ xaì dTToqpdacu)^ ?Ypai|i€-
tò ò*€l<; xò irpó" x€pov XéSeujq Eùòi^iuou. — ircpC KXeixofuidxou xal
xOùv xf)(; dirobciScui^ aOxoO Xuaeuiv ?v. — irepi xf}^ Kaxd TTXdxujv XoYiKf)^
6€U)p{a(;. — cU tò ircpl Kaxacpdaeiu^ xal diroqpdacujc Geoqppdaxou
ùiro|uivf|juaxa (;'.... el(; xò ircpl XéHeux; Eòbfmov ÙTro|uivri|Liaxa y'- —
wepl if\^ xarà XpùaiTnrov XoYiKfiq Ociu- pia^ T*- Tfì^ XpuodriTGu
au\XoTi<yxiKf)(; TrpiI»XTì<; ÒTro^ivfmaxa T'. òeuxépai; ?v.... òxi i\
T€ui|ui€xpiicf| dvaXuxixfj d|Li€(vuiv xn^ tiliv IxuiiKtliv ?v. TTcpl xdiv irapà
ti?|v XéEiv ooq)ia|Liàxu)v* [Cfr. Prantl, pagg. 559-560, 576]. (2) Alessandro
Afrodisiense (tra il 198 e il 210 insegnò filosofia in Atene). Nel Commentario
di Alessandro Afro- disiense trovansi già numerosissimi diagrammi logici per
rappresentare le mutue relazioni dei termini di un sil- logismo. Cfr. Ed.
Venet. (Aid.) 1513, fol.; Venet (Aid.), 1520, fol.; Fior. (Junt.) 1521, 4,
Insup. Brandis S., Ueber. d, griech. Ausleger d. Organos, Abhdl. d. Beri. Akad.
1833. Apulejo (114-190), De Dogmate FlatoniSt nei manoscritti TT€pl
*Ep|Lir)v6(a(;. È in questo manuale di
logica, 3® libro De Dogmate, che trovansi per la prima volta le lettere A. E.
I. 0. Opera probabilmente apocrifa. [Cfr. Prantl,. p. 579, Hillebrand].
Pseudo-Galeno. L' opera faXiivoO ElaaYttiT^ AiaXcKTixft che il Mina, nel 1844,
[ritenne come autentica di Ga- È
notissima la storia della logica romana in cui assai per tempo viene a
prevalere la teoria ca- techistica, sviluppata negli innumerevoli manuali di
logica ad uso delle scuole, mutuanti l'inse- gnamento sia dai maestri greci
direttamente, sia dalle traduzioni latine di Varrone, di Cice- rone, di Aulo
Gellio, di Quintiliano. Questo indirizzo comprende altresì le opere di Mario
Vittorino, di Vegezio, di Agostino, e si spinge fino a quelle importantissime
di Marciano Capella, di Boezio e di Cassiodoro, che riduce- vano la logica
all'uso d' una tabula logica ana- loga a quella degli Stoici od a combinazioni
di concetti, secondo le regole della sillogistica (1). Finalmente in tutta
quanta la Scolastica me- dievale la sillogistica aristotelica è ripresa ed
applicata con sottilissimo svolgimento. Comincia leno, è ritenuta invece non
autentica dal Prant. Op. cit., p. 501. Porfirio (232-304 o 330), ElaaYU)Yi?l eU
Tà<; 'Apiororé- Xou^ KaTiiYopia^. Cfr. anche " Isagoge „ o introduzione alle categorie di
Aristotele, tradotta per la prima volta in italiano e annotata da E.
Passamonti. Pisa, Nistri, 1889. GiAMBLico (t circa 330). Siriano (390-450).
Proclo (410 o 412-485) {Procli^ philosophi platonici, opera, Paris, 1819-1827;
*(?m, 1864). Ammonio (sec. IV- V), D. interp. Ed. Venet., 1503, fol. (1)
Agostino A. (354-430). Marciano Capblla, Artes liherales. Lib. IV, Dialectica
(pubi. 470) (Cfr. Edit. Fred. Kopp. Francfort, 1836). Boezio S. (470-525 o 524
(?)), Introductio ad categoricos syllogismos; de syllogismo
categorico-hypothetico ; de Divi- sione; de Definitione. Ed. Basilea (1570).
Cassiodoro (468 o 477-562) (Ed. Garet. Venezia, 17 29). — a vero dire — per essere incompletamente
conosciuta per opera di Alenino, Rabano Mauro, Giovanni Scoto Erigena, Remigio
d' Auxerre, Ottone di Clugny^ Gerberto , Pietro Damiano, Lanfranco, Irnerio e
Roscellino (1). Si rassoda sotto rinfluenza dei Bizantini e degli Arabi per
virtìi di Al-Kendi, Alfarabi, Avicenna, Algazel ed Averroès (2).
Successivamente si completa con Ottone di Freising, Giovanni di Salisbury,
Pietro Lombardo, Bernardo di Clairvaux^ Bernardo di Chartres, Guglielmo di
Champeaux, Abelardo, e Alano di Lilla; quindi fa decisamente il suo ingresso
nel- Toccidente latino per opera di Davide di Dinant, Guglielmo Shyreswood,
Lamberto d* Auxerre, Pietro Ispano, Guglielmo d'Auvergne, Vincenzo di Beauvais,
Alberto Magno, Tomaso d'Aquino, Raimondo Lullo, Duns Scoto, Sigieri di
Brabante, Riccardo di Middleton, Pietro d'Auvergne, Pietro (1) Alcuino
(735-804), Op. Ed. Froben. Ratisbon, 1777, foL Hhabaho Mauro (776-856), Op. Ed.
Colvener. Colon, 1627, fol. Giov. Scoto Erigena (806, 815-887, 890), Cfr.
Migne. Patrologia. Parigi, 1853. Gerberto, morto papa nel 1003 sotto il nome di
Sil- vestro Il (Ed. OUeris, Paris, 1868). PsELLo M. C. (1018-1077?).
ZOvoi|ii<; eU t9\v 'Apiaxoré- \o\ic, imaTr]ixr\y (Attribuzione contestata. Cfr. Prantl e C. Thurot, e V. Rose).
Roscellino (nato in Bretagna nella metà del secolo xi, morto dopo il 1120). (2)
Avicenna (980-1037), Logica di Avicenna, Ed. di Ve- nezia. AvERROès
(Ibn-Roschd, 1126-1198). Com. s. 1. Arist. 48 LOGICA FORMALB d'Abano, Egidio
Romano, Durando di Pour9ain, Gualtiero Burleigh, Armando di Beauvoir, Pietro
Aureolo e Guglielmo d'Occam (1). (1) Guglielmo di Champeaux (1070 circa
1121) (Cfr. Guil- laume de Champeaux et les écoles de Parisau XIP siede par E.
Michaud. Paris, 1867). Abelardo (1079 -1143) (Cfr. Ouvrages inèdita d'Ahelard.
Ed. Cousin. Paris, 1836; et Petri Abelardo opera. Pa- risiis, 1859). Giovanni di Salisburt (f 1180),
Metcdogicua (verso il 1160) (Ed. Lyon, 1513; Leyde, 1639; Amsterdam, 1664).
Alberto Magno (1193-1280), De praedicàb. S. Tommaso (1225 o 1227-1279), Summa
theologiae. Shyreswood G. (t 1244). Pietro Ispano (1226-1277), morto papa sotto
il nome di Giovanni XXI (?). Summulae, — Tractatus parvorum
logicalium (Cfr. Bépertoire bio- graphique, L. Hain). DuNS ScoT (1265 1274-1304
o 1308). Raimondo Lullo (1234 o 1236-1315), Ars Qeneralis sive Magna, — Opera
ea, quae ad adinventam ab ipso artem uni- versalem scientiarum artiutnque
omnium brevi compendio firmaque memoria apprehendendam pertinent , una cum
commentariis, Argentorati apud Zetznerum (1608). Ed. Buchofius et Salzinger. 10
voi., Mayence, 1721. Cfr. : JoRDANo Bruno, de Specierum scrutinio; de Lam- pade
combinatoria lulliana; de Progressu et lampade vena- toria logicorum, Valerius
de Valbriis, Aureum opus in arborem scientiarum et in artem generalem, H. Corn.
Agrippa, Commentariain Artem brevem. (Cfr. Ed. Zetzner. Strasbourg, 1609, colla
Clavis d'Alstedius). J. Paccius, Ars lulliana emendata. Lyon, 1618. Perroquet,
La Vie et le martyre du Docteur illuminé Ray. Lulle. Vendosme, 1667. Guglielmo
d'Occam (f 1347), Summa totius logicae. Si trovano per la prima volta i modi
indeboliti. PARTE I - Da Guglielmo d'Occam in poi s'estende la lus- sureggiante
vegetazione dei terministi, fra i quali appena è il caso di ricordare Tomaso di
Strass- burg, Roberto Holkot, Giovanni Buridan, Paolo Veneto e negli anni della
più tarda decadenza, Pietro Tartareto, Pietro Nigri, Giovanni Dorp, Bartolomeo
d'Usingen e Giovanni Eck (1). Per onore della filosofia, voglio ripetere che,
in mezzo a tanta zavorra, i pensamenti originali sono molto più numerosi ed
importanti di quanto non si creda comunemente. Valga per tutti l'esempio di
Raimondo Lullo, il quale non solo si contentò di sognare — come dice il Janet —
una macchina per pensare, che combina i soggetti e i predicati secondo le leggi
della sillogistica, ciò che egli dice la grande arte, Ars magna; ma "
svolse una vera teoria delle combinazioni dei concetti, rappresentando tutte
(1) Holkot R. (t 1349). Ubachs G. C, Logicae seu philosophiae rationalis. VivES
J. L. (1492-1540), De Censura Veri (Opera Ed. 1555). NizoLius (1498-1576). Pauli Veneti,
Logica Parva. Tractattis Summularum. Venetiis (1580). GocLENio R. (1547-1628),
Inventore dei soriti progressivi. Alsted J. H., Logicae sy stéma harmonicum
(1614) eie- menta (1360). — Encyclopaedia universa in IV tomos divisa. Lugduni.
Sumptibus J. A. Huguetan filli et M. A. Ravaud (1649). — Clavis artis Lullianae
et verae Logices. Argentorati, apud Zetznerum (1610). Vossio G. G. (1577-1649),
De natura artis logicae. Tartaretus P., Comment. Porphyr. (1581). Pastore,
Logica formale. le loro relazioni
possibili con le varie posizioni di certi dischetti girevoli attorno un centro
co- mune, sovrapposti l'uno all'altro, sui quali erano segnati i concetti
fondamentali n (!)• Il tentativo di R. Lullo non contiene in germe tutta la
teoria della quantificazione del predi- cato, e la teoria della logica
sperimentale? Furono certamente questi tanto discreditati scolastici che
permisero a Giovanni Caramuel di Lobkowitz di enunciare, verso il 1654, chiara-
mente pel primo — a quanto almeno mi consti — il principio della
quantificazione del predicato {non solum subiectum sed ttiam praedicatum quan-
tificari potest) (2). (1) L'importanza del tentativo di R. Lullo fa sentita
anche dal Nagy (Fondamenti ^ ecc., pag. 26. Annot. (4)). Il Lullo fu pure già
citato dall'Hontheim fra i predeces- sori di Leibniz nel tentativo diretto a
costituire una lo- gica simbolica universale. (2) È ancora troppo diffusa fra i
logici Topinione che l'invenzione di questo principio si debba al Bentham
(1827) essendosi risolta in favor suo la famosa polemica intomo alla priorità
della teoria, sorta nel 1846 fra l'Hamilton e il De Morgan, continuata ad
intermittenze néìV Athenaetim e conclusa nel 1873 nel " Contemporary
Rewiev „. Ma
già il Venn, nella sua * Logica simbolica „ scriveva: * Hamilton's name is
deservedly the best known in connection with this scheme, for the claim put
forward in favour of Mr. G. Bentham on the ground that he had (Logic 1827)
drawn up the same eightfold arrangement, seems to me quite untenable. For one
thing, he had been anticipated by more than sixty years by Lambert, who in 1765
drew up a preci sely similar table to that which . is now so familiar to us
(Sammlung der Schriften wélche den Logischen Calcul Herrn Prof, Ploucquet's
betreffen, PARTE I - TEORIA GENERALE 51 Però il vanto d'essere il fondatore
dell'ana- pag. 212). But in philosophical matterà prìority of mere statement is
surely of but little vaine; appeal shonld rather be directed to the nse made of
a principle and to the evidence of ite having been clearly grasped. Ta- Mng
this test, the merit, such as it is, of the quantifi- oation of the Predicate,
must, I should think, be assigned to Ploucquet, and that of the closely
connected doctrine of these eight proposìtional forma to Hamilton. As re- gards
the Quanti fication, Ploucquet freely uses the distin- ctively characteristic
forms * No A is some B ,, " Some A is not some B „ ; and even
distinguishes and directs attention to the case in which from two propositions
of the form " AH A is some B „, * AH C is some B „, we can conclude that ^
AH A is ali C „; viz. when the * some B , is the same some {Methodus
ccUculandi). Nearly ali the other consequences of the doctrine, — e. g. the
simple conversion of the particular negative — are poin- ted cut. He nowhere
recognizes the appropriate table of the consequent eight propositions, though
he was the means of suggesting it to Lambert. As regards mere priority of
statement, it may be remarked that another writer, Mr. Solly {Syllabus of
Logic, 1839), had also given a similar table, before the time at which
Hamilton, by bis own assignment of dates, had begun to publicly teach this
doctrine. But neither Mr. Bentham nor Mr. Solly seems to me to bave understood
exactly the sense in which their scheme was to be interpreted, nor to bave
attached much importance to it „ (pagine 8-9). Successivamente
il Codturat nel 1901 [La Logique de Leibniz d'après des documents inédits. Paris, Alcan) potè accertare che se
non l'uso almeno l'idea della quantifi- cazione del predicato fu prevista anche
da Leibniz nel periodo che va dal 1679 al 1710. " Or Leibniz a maintes
fois approuvé cette règie (la regola dei termini distributivi e non
distributivi, cioè 52 LOGICA FORMALE litica nuova spetta, senza dubbio, a
Goffredo generali e particolari che riposa sulla quantificazione del predicato
vi formae, e per conseguenza sulla consi- derazione deirestensione), qui sert,
comme il le dit lui- mème, de fondement à toutes les règles des figures et des modes
du syllogisme. On
peut mème remarquer que, s'il s'est prononcé expressément contre la
quantification expUcite du prédicat telle que Hamilton devait la pro- poser
plus tard, c*est précisément parce que le prédicat se trouve déjà implicitement
quantifié vi formae suivant que la proposition est affirmative ou negative ,
(pagine 24-25). Vale la pena di riportare anche il passo di Leibniz : * Velim
etiam scire, quis primus excogitaverit doctrinam quae praedicatorum quantitatem
ex propositionum quali- tate deducit, ostenditque omne praedicatum
propositionis negativae esse universale, et omne praedicatum propo- sitionis
affirmativae (vi formae) esse particulare, quae consideratio, jam nota
quibusdam Scholasticis, insigne demonstrandorum modorum compendium praebet, et
ta- men in fallor, apud Aristotelem haud extat «. Lettre à Koch, du 31 aoùt
1710 (PM., VII, 481). Coutubat, op. cit., pag. 24. Finalmente in seguito a mie
personali ricerche com- piute nella biblioteca comunale di Noto (Siracusa) la
priorità di questa dottrina si deve attribuire al sottilis- simo casista
Giovanni Caramuel, che l'espose nella sua Theologia rationalis, Grammatica
audax^ ecc., stampata a Francoforte nel 1654 in-folio, quando Leibniz non aveva
che otto anni. Per non rendere troppo voluminosa l'opera presente ho pubblicato
a parte una notizia brevissima storico- critica sulla vita e l'opera di Giov.
Caramuel di Lobkowitz (1606-1682): G. Caramuel di Lohkowitz e la teoria della
quantificazione del predicato, Cfr. * Classici e Neolatini ,. Rivista
Bimensile, Giugno-Luglio. Aosta, Leibniz (1), al quale dobbiamo l'e- nunciato
simbolico delle principali proprietà delle (1) Leibniz G. W. (1646-1716),
Oj^era philosophica. Ed. Erdmann. Berolini 1840. — Mathematische Sehrifien,
Ed. Gerhardt, 1848-63. — Philosophischen Schriften. Ed. Gerhardt, Berlin,
1875-90. — Manuscrits inéditSf conservés à la bibliothèque de Hannover et
publiés dans le Formulaire 1899 par G. Vacca. Cfr.: La logique de Leibniz,
d'après des documents ine- dite, par L. CouTURAT. Paris, F. Alcan, 1901. —
Opuscules et phragments inédiiSj publiés parL. Cou- TURAT. Paris, 1903. Eustachio da S. Paolo,
Summa philosophiae quadriper- tua. Parigi (1609). Seton J., Dialectica (1611).
Casilio, Introductio in Ariatotelis Logicam et réliqiias disciplinam, Romae
(1643). HoBBEs, Computatio sive logica (1665). — Opera omnia. Amsterdam (1667).
Dalqarno G., Ars Signorum (1661). Ed. 1834. - Logique de Port-Royal
(1662?-1664?; attribuita ad Abnadld e Nicole. — La Logique de Port-Royal par A.
Arnauld. Ed. nou- velle par A. Fouillée. In-12, 1879. — La logique ou L^Art de
Penaer, 5® édit. Lyon,
chez Mathieu Liberal, 1684. WiLKiNs J., Essay towards a Real Character and Phi-
loBophical Language (1668). EiBCHER A., Ars magna sciendi (1669).
Marriottb, Essai de Logique, conténant les Principes de la science (1678). Sanderson R., Logicae Artis
Compendium (1680). Facciolati J., Logicae Protheoria (1682-1769). — Rudimenti
di Logica. Padova. Tizio G. T. (1661-1714), Arte di pensare. idee semplici, i primi germi dell' ** arte
combi- natoria „ e r introduzione del Calculus ratioci- nator : " hic
calculus quidam novus et mirificus, qui in omnibus nostris ratiocinationibus
loéum habet, et qui non minus accurate procedit quara Arithmetica aut Algebra
„. È vero che la fecondissima idea leibniziana di sostituire ai singoli
concetti delle premesse sillogistiche dei simboli letterali e dedurne la
conclusione eseguendo con questi alcune opera- zioni analoghe alle algebriche,
malintesa sopra- tutto dai pensatori, giacque improduttiva per lungo tempo nel
campo della filosofia, ma i ma- tematici la seppero coltivare con varia
fortuna. Il periodo storico che va da Leibniz a Boole è tutta una fioritura di
tentativi e di incrementi geniali, per lo sviluppo del calcolo logico inte- ressantissimi.
Preceduti per rindirizzo scientifico dal Weise(l), dal Bernoulli (2), dal Cotes
(3), dal Segner (4) e (1) Wbisb Ch. (t 1708), Curieuse Fragen Uber die Lo- gica
(1700). — Doctrina Logica (Ed. 1% 1690, Ed. 2% 1716). — Nucleus Logicae
Weiaianae (J. C. Lanqe) (1712). (2) Bebmoulli J., Parallelismus ratiocinii
logici et alge^ braici (Opera 1744. Data dello scritto 1685). — Ars
conjectandi. Basileae (1713). (3) Cotes R., Logometria. London (1714). BoYviN,
Philosophia Scoti, Venetiis (1734). (4) Seqnbb J. a., Specimen Logicae
Universaliter demon- stratae (1740). RtiDiQER A., De sensu veri et falsi
(1741). Dabjes ^J. G., Introdttctio in artem inveniendi (1747, ed. 2*). — Weg
zur Warheit (1776). PARTE I - TEOBIA GENERALE 55 dall'Euler (1), circa nel medesimo
tempo il Plouc- quet (2) e il Lambert (3) adoperano e descrivono (1) EuLBR L.,
Lettres à une Princesse d^AUemoffne {Il QS jo 1761). Lett. 102-105, voi. 2^
pag. 90 e seg. (2) Ploucquet G., Fundamenta Fhilosophiae speculativae (1759). —
Institutiones Philosaphiae theoreticae sive de arte cogi- tandi (1770)
(contenente Theoria calculi logici), — Elementa Philosophiae contemplativae^
sive de scientia ratiocinandi (1778). — - Sammlung der Schriften welche den
logischen Calcul fferrn Prof. Ploucquet's hetreffen (1776). Kant J.
(1724-1804), Logik (1762). — Ueber die Mnfiihrung der negativen GrSssen in die
WeUweisheit. / (3) Lambert J. H. (1728-1777), Neue Organon (1764). — De
universaliori Caladi Idea, Disquisitio (1766). — Anlage zur Architectonic
(\11\). — Logische und Philosophische Abhandlungen (1781). — Deutscher
Gelehrter Briefwechsel (1781). Ulrich J. A. H., Institutiones logicae et
metaphysical (1785). Rbimabus H. S., Vernunftlehre (1790). HoLFBAUBR J. C,
Anolytik der Urtheile und SchlUsse (1792). Gravesandb, Introductio ad
philosophiam. Venetiis (1792). Farnoccia, Institutiones Logicae, Lucae (1792).
Maas J. G. e., Grundriss der Logik (1793). Maimon S.,
Versuch einer neuen Logik (1794). Bardili C. G., Grundriss der ersten Logik
(1800). Castillon G. F., Réflexions sur la Logique. Mem. of Berlin Acc. (1802).
— Sur un nouvel Algorithme logique. Do. (1803). Sbmleb C. a., Versuch Uber die
coìnbinatorische Methode, ein Beitrag zur angewandten Logik und allgemeinen Me-
thodik (1811). 56 LOGICA FORMALE
chiaramente il principio della quantificazione del predicato, riproposto nel
1827 dal Bentham (1), aiutato nel 1829 dall'Hauber (2), rialzato nel 1839 dal
SoUy (3), nel 1846 dal De Morgan (4) e dal- Kbause K. C. F., Abriss des
Systemen der Logik (1* ed 1803, 2» ed. 1828). Gebgonne J. D.,
Essai de Dialectique rationneUe. Annales de Mathémathiques pures et appliquées.
voi. VILNismes (1816-17). — Essai sur la théorie des définitions. An. d. Mat.,
vo- lume IX (1818-1819). TwESTEN
A. D. e, Die Logik insbesondere die Analytik (1825). (1) Bentham G., Outline of
a System of Logic (1827). Bachmann C. F., System der Logik (1828). (2) Hauser
K. F., Scolae logico-mathematicae. Stutl^art (1829). Bbneke F. e., Lehrbuch der
Logik als Kunstlehre des Denkens (1832). ViCTORiN A., Neue natUrliche
Darstellung der Log%k{\%Zh). Drobish M. W., Neue Darstellung der Logik, Leipzig
(1836). Bolzano B.,
Wissenschaftslehre. Versuck einer ausfiihr- lichen Darstellung der Logik (1837)
(Quasi il primo e più serio tentativo di rappresentare la combinazione di 4 o
più termini). Jagbb
J. N., Handbuch der Logik (1839). (3) SoLLY T., Syllabus of Logic (1839). —
Discussions on philosophy (1866). ScHADEN E. A. von, System der positiven Logik
(1841). Lichtenfels J., Lehrbuch der Logik (1842). PbochIzka I. J., Gesetzbuch
far das Denken, Ein Hand' buch der Logik (1842). Gbassmann H., Die lineale
Ausdehnungslehre (1844). (4) De Mobgan A. (1806-1871), Formai logie (1847). —
On the structure of syllogism. Transactions of the Cambridge philosophical
Society (1858). PARTE I - TBORIA
GENERALE 57 l*Hamilton (1). Quindi il De Morgan avanza il principio della
qualificazione onymatica o teoria dei nomi contrari. Il Boole (2) con
diciassette anni d'indefessa operosità, dal 1847 al 1864, riesce ad applicare
il simbolismo algebrico alla risoluzione del pro- blema di Leibniz (calcolo
logico) e conferisce alla logica matematica una forma nettamente scien- tifica.
— SyUahus of a proposed System of Logik, London, Walton and Maberly (1860). Batnes T.
S., An Essay on the New Analitic of Logicai Forms. Edinburgh (1850). Lathak R.
G., Logic in its application to Language (1856). Ingleby C. M., OutUnes of
Theoretical Logic (1856). Sfaldino W., Introduction to Logicai Science (1857).
(1) Hamilton W. (1788-1856), Lectures on Logic (1860). — Discussions on
Phiìosophy (1866). Mansel H. L., Prolegomena Logica (Ed. 2*, 1860). Aldrich,
Arti8 logicae rudimenta (1862). Leechman J., Logik (1864). Garden F., Elements
of Logic (1867). Kaulich W., Handbuch der Logik (1869). (2) BooLB G. (1815-1864),
Mathematical Andlysis of Logic. Cambridge, Macmillan. London, G. Bele (1847). —
The Calctdus of Logic. Cambridge and Dublin math. Journ. Voi. Ili (1848). — The
Claims of Science. Lecture in Queen's College. Cork (1851). — An Lwestigation
of the Laws of Thought^ on which are founded the mathematical theories of logie
and pro- babilities. London, Walton and Maberly (1854). — Differential
Equations (1865). — Of Propositions numerically definite. Cambr., Phil. Trans., voi. XI. 58
LOGICA FOBMALE Il Jevons (1) propugna il principio della sosti- tuzione dei
termini simili, e ripigliando con pro- positi moderni il frainteso tentativo
meccanico di Raimondo Lullo, presenta il primo saggio scientifico d'una
costruzione meccanica rivolta alla rappresentazione dell'inferenza logica. E
Falba della tecnologia della logica pura o logotecnica. Il Peirce (2),
riformando radicalmente e per- (1) Jbvons W. S. (1835-82), PUre Logie. London and
New-York (1864). — The substitution of Sitnilars, the true prindple of
Reasoning. London (1869). — On the Mechanical Petfonnance of Logicai Inference.
PhiL Trans. (1870). — The Principles of Science, London (2* ed. 1877, 8* ed.
1879, 4» ed. 1883). — Studies in Deductive Logic (1880). — Pure Logic and other
minor works, London, Mac- millan and Co. (1890). MicH J., Grundrias der Logik
(1871). BowKN F., Treatise on Logic (1872). Grassmann R., Die Begriffalehre
oder Logik (1872). Habtbbn a., Principes de logique exposés d^après une
méihode nouvelU (1872). Ellis
a. J., On the Algebrical analogues of logicai réla- tions. Proc. of Royal Soc.
of London- Voi. XXI (1873). (2) Peirce C. S., Three papers on logie, Proceed.
of Amer, Acad. (1867). — On an Improvement in Boole^s Calctdtis of Logic. Proc.
of the Amer. Acad. of Arts and Sciences. Voi. VII (1867). — Grounds of Validity
of the Laws of Logic, Joum. of Spec. Philos. Voi. VII. — On the Algebra of
Logic. Amerio. Joum. of Math. Voi. 3% pag. 16-57 (1882-1885). PABTE I - TEORIA OENEBALE 59
fezionando il calcolo logico del Boole, imprime alla logica un indirizzo sempre
più matematico eolla pubblicazione delle sue importantissime ri- cerche, On the
Algebra der Logic, nel 1880. Lo Schroder(l), professore della Scuola poli-
tecnica superiore di Karlsruhe, che già dal 1877 avea stampato a Leipzig i
primi interessanti studi sopra le operazioni del Calcolo logico, tras- formando
egli pure opportunamente il simbolismo del Boole e attenendosi in parte ai
lavori del Peirce, dal 1890 al 1895 pubblica i tre volumi della sua opera :
Ueber die Algebra der Logik, Peibcb C. S., Johns Hopkins studies in Logic
(1883). — On the naturai classification of arguments. Proceed.
Amer. Acc, ecc. (1867). — On a new list of categorieSy ib. (1867). —
Description of a notation fot the logie of relatives resulting from an
application of the conceptiona of Boole* s Calculus of Logic. Estratto dalle
memorie dell* Amer. Acc. Voi. IX, Cambridge (1870). — Illustrations of the
logie of science, Popular Science Monthly (1870). — How to fnake our ideas
clear^ Ibid., Januar. Vói. XII (1878). (1) ScHBdDBB E., Operationskreis dea
Logik kalkuls (1877). — Vorlesungen Uber die Algebra der Logik (exacte Logik).
Leipzig, Ed. Teubner. Voi. 1 (1890), Voi. II (1891), Voi. Ili (1895). — Ueber
das Elimination Problem im identischen Kalkul. Tageblatt der 58. Versammlung
deutacher Naturforscher und Aerzte in Strassburg (1885). — Ueber Pasigraphie,
ihren gegenwàrtigen Stand und die pasigraphisehe Bewegung in Italien.
Verhandlungen des ersten internationalen Mathematiker-Kongresses in Ziirich vom
9 bis 11 angust 1897. 60
LOGICA FORMALE che, sviluppando rigorosamente la teoria del cal- colo dei
concetti, costituisce un avvenimento di grandissima importanza nella storia
della lo- gica matematica contemporanea. Da questo punto i cultori delle
ricerche di logica formale matematica crescono incessante- mente e per la
potente fecondità del calcolo logico si verificano numerosi e brillanti
risultati pratici. Per completare il quadro dello stato attuale del calcolo
logico in Europa ed in America ba- sterà solo ricordare i nomi e le opere piìi
im- portanti dell'ultimo trentennio : C. Sigwart (1), G. Frege (2), A. Lindner
(3), Dedekind, A. Voigt (4), J. Pokorny (5) in Ger- (1) Sigwart C, Logik
(1873). — Brentano F., Psychologie vom empirischen Standpunkte (1874).
LiPSCHiTz R., Grundlagen der Analysis (1877). (2) Frege G., Begriffsschrift
eine der aritmetischen nach- gébildete Formelsprache des reinen Denkens (1879).
(3) Lindner A., Compendio di logica formale per Istituti Superiori. Vere. T.
Erber. Zara
(1882). Dedbkind, Was sind und was sollen die Zahlen (1888). DSring, Was ist
Denken? in * Vierteljahrschrift fiir wissenschaftliche Philosophie , (1890).
(4) Voigt A., Die Aufldsung von Urtheilssystemen , das Eliminations próblem und
die Kriterien des Widerspruches in der Algebra der Logik, Leipzig, Danz (1890).
(5) Pokorny L, Neues Grundriss der Logik (1878). Hontheim S. J. Joseph, Der
logische Algorithmu^ in seinem Wesen, in seiner Anwendung und in seiner
phUosophischen Bedeutung. Berlin (1895). Maier H., Die Syllogistik des
Aristoteles. Erster Theil, Die Logische Theorie des Urtheils bei Aristoteles»
Tubingen, mania; D. P. Chase (1), J. Murphy (2), G. B. Halsted (3), W. K.
Cliflford (4), H. Me Coli (5), A. Macfarlane (6), B. Russel (7), J. Verni (8),
1896, Verlag der H. Laupp'schen Buchhaudlung. Zweiter Theil, Erste Hàlfte,
Formenlehre und Technik dea Syllo- gtsmus. Zweite Hàlfte, Die Entstehung der
Aristotelischen Logik. Tubingen, 1900. Verlag der H. Laupp'schen Buch-
handiuDg. (1) Chase D. P., A first Logic Book (1875). — Thomson W., Laws of
Thought (1* ed. 1842, 2* ed. 1849, 3* ed. 1875). (2) Murphy J. J., Relation of
Logic io language (1875). — Fundamental Logic (Mind) (1877). — On an Extension
of the Ordinary Logic, connecting it ivith the Logic of Relatives. SwBBT H.,
Words, Logic and Grammar (1876). (3) Halsted G. B., Algébras, Spacca, Logica,
Popular Science Monthly (aug. 1880). — Algoritmic diviaion in Logic, Journal
spec. Phil. Voi. XII. — Statement and reduction of ayllogiam. Journal spec.
Philos. Voi XII. (4) Clifford W. K., Lecturea and Easaya, Proc. of thie
Manchester Phil. Soc. Voi. XVII (1879). (5) Me CoLL H., The calculua of
Equivalent Statementa. Proc. of the London Math. Soc. Voi. IX-XI (1877-78). —
Symbolical Beaaoning. Mind. (Jan. 1880). (6) Macfarlane A., Principlea of the
Algebra of Logic (1879). — On a Calculua of Relationahip. Proc. of Royal
Soc. of Edinbui^h. Voi. X. Stuart Mill J., Syatème de logique déductive et
inductive, par L. Peisse (1880). (7) Russel B., Sur la logique dea Relationa
(Revue de Mathématiques. Tom.
VI. Bradley F. H., The principlea of Logic (1883). (8) Venn J.. On the
Diagrammatic and Mechanical Re' preaentation of Propoaitiona and Reaaoninga,
London, Edin- burgh and Dublin Philos. Magazine. Voi. X (1880). 62 LOGICA rORMALB A. Cayley (1)
nella Gran Brettagna ; 0. H.
Mit- chell (2), Mrs Ladd (3), H. Marqiiand (4), B. J. Gilman (5), J. Dewey (6)
in America; Poretzky (7) Venn J., On the various notations adopted for
expressing the common propositions of Logie. Proc. of the Cambridge Philos.
Soc. Voi. IV (1880). — Synibolic Logic, Macmillan, London (1* ed. 1881, 2"
ed. 1894). — Logic of Chance (1888). — On the Forms of Logicai Proposition. Mind.
Voi. V. — Empirical Logic (1889). — On the implicational and equational logie.
London, Edinburgh and Dublin Philos. Magazine. Voi. XL — On the employement of
geometrical diagrams for the sensible representation of logicai propositions.
Proc. of the Cambridge Philos. Soc. Voi. IV. Welton J. C, Manuai of Logic
(1891). Ormond, The Negative in Logic, Psychol. Rev. (1897). Johnson W. E., The
logicai Calculus. Art.Mind. V. I (1892). (1) Cayley A., Note on the calculus of
logie, Quart. Joum. of pure and applied mathematica. Voi. XXI (1871). (2)
MiTCHELL 0. H., On a New Algebra of Logic, Johns Hopkins University Studies in
Logic (1883). (3) Ladd (Mrs), On the Algebra of Logic,
iohTL'&'S.o^')sxn& Univers. (1883). — Studies in Logic Joh. Hop. Un.
Boston. Little Brown (1883). (4) Mabquand H., a machine for producing
Syllogistic Variations. Johns Hopkins Univers. (1883). Eeynes J. N., Studies
and Exercises in Formai Logic (ed. II, 1887). (5) GiLMAN B. J., On propositions
and syllogisiìis. Johns Hopkins University Circulars. — On propositions called
spurìous (ibidem). (6) Dewey J., Studies in Logicai Theory, Chicago. The University
of Chicago Press (1903). Perez E., ^/ cultivo de la matematica y la forma dedu-
ctiva de la inferencia. Mexico. Mem. Soc. Cient. " A. Al- zate „. Tom.
VIII. (7) Poretzky P., La loi des racines en Logiqne, R. d. M. Tom. VI, pag. 5-8. / in Russia; J. Delboeuf (1) nel Belgio; L.
Liard (2), L.Couturat(3)in Francia; 6.Peano(4), A.Nagy(5), (1) Delbcedp J ,
Logiqìie algorithmique. Revue Philoso- phique (1876) quindi idem. Liège et
Bruxelles (1877). (2) Liard L., Les logiciens anglais contemporains {ISIS). —
Logique. Masson, Paris. — Cours de philosophie. Logique (1884). (3) CouTURAT
L., La logique mathémaiique de M, Peano, " Revue de Métaphysique et de Morale
„, a. 1899, p. 616. — La logique de Leibniz d'après dea documents inédits.
Paris, Alcan, 1901. — L^ Algebre de la logique. Paris, Gautliiers-Villars, ed. (1905). (4) Peano G., Calcolo
geometrico secondo VAusdehnungs- léhre di H, Grassmann, preceduto dalle
operazioni della logica deduttiva, Torino (1888). — Arithmetices principia,
nova methodo exposita {1SS2) . — I principi di geometria logicamente esposti
(1889). Torino, Bocca. — Elementi di calcolo geometrico (1891). — Principi di
logica matematica (1891). R. d. M., t. I. — Formule di logica matematica. R. d.
M., t. I. — Sul concetto di numero. R. d. M., t. I. — Sui fondamenti della
geometria (1894). R. d. M., t. 4. — Saggio di calcolo geometrico (1896). —
Studi di logica matematica (1897). — Les définitions matJtématiques (1900). —
Formulaire mathématique. (5) Nagy a., Fondamenti del calcolo logico. Giornale
di matematica. Voi. XXVIII. Napoli (1890). — Sulla rappresentazione grafica
delle quantità logiche. Rend. R. Accademia dei Lincei. Voi. VI, pag. 50-56,
373-378 (1890). — Lo stato attuale ed i progressi della logica. Rivista
italiana di filosofia. Anno VI. Voi. II, Fase, novembre- dicembre, pag. 301-319
(1891). C. Burali-Forti (1), G. Vacca,
G. Vailati, A. Padoa, M. Pieri, F. Castellano, C. Ciamberlini, Giudice, Nagy
a., Principi di logica esposti secondo le dottrine mo- derne. Torino, Loescher
(1892). — / teoremi funzionali nel calcolo logico, Riv. di Mat., t. 2, pag.
177-179 (1892). — Ueher Beziehungen zwischen logischen Ordssen. Mo- natshefte
fur Mathematik. Wien, t. 4, pag. 147-153 (1893). — La logica tnatematica e il
calcolo logico. Riv. Itai. di Filos. Roma, t.8, I, pag. 389-395 (1893). — I
primi dati della logica. Id.
Roma, t. 9, p. 33-70 (1894). — Ueber das Jevons-Cliffordsche Problem.
Monatshefbe far Mathematik. Wien, t. 5, pag. 331-345 (1894). — Sulla definizione e il
compito della logica. Roma, Balbi (1894). — Alcuni teoremi intorno alle
funzioni logiche. Riv. di Mat., t. 6, pag. 21-24 (1896). (1) BuaAn-FoKTi
C, Logica matetnatica. Milano (1894). — Exercice de traduction en symholes de
Logique Mathé- matique. Bulletin
de Mathématiques élémentaires (1897). — Sui simboli di logica matematica. Il
Pitagora, pagine 1-65-129 (1890). Padda A., Note di logica matematica. Riv. di Mat.,
t. 6, pag. 105. — Conférences sur la Logique Mathématique. Université non velie
de Bruxelles (1898). — Essai d'une théorie algébrique des nombres entiers,
précède d'une introduction logique à une théorie déductive quelconque. Congresso internaz. di filosofia.
Parigi, 3 ag. 1900. Vailati G., Un teorema di logica matematica. Riv. di Mat.,
t. 1, pag. 103. — Sul carattere del contributo apportato dal Leibniz allo
sviluppo della logica formale. Rivista filos. e scienze affini. Maggio-giugno
1905 (pagg. 338-344). Vacca G. Sui precursori della logica matematica. Riv. di
Mat., t. 6, pag. 121-183. Bettazzi, M. Chini, T. Boggio, A. Ramorino, M. Nassò,
ecc. (1) in Italia. (1) Tutti questi ultimi A. appartengono alla scuola del
Peano, al quale si deve la prima introduzione della Lo- gica matematica in
Italia coU'opera del 1888. In essa il Peano, esposti lucidamente gli studi
dello Schrodbr, del BooLE, ecc., dimostrò l'identità del calcolo sulle classi,
fatto da questi Autori, col calcolo sulle proposizioni del Peirce, del Me Coll,
ecc. L'opera de\VS9 {Arithmetices principia...) contiene per la prima volta la
teoria dei numeri interi completamente ridotta in formòle facendo ricorso ad un
limitatissimo numero di idee logiche che espresse coi simboli: €, D, = n, u,
--, A. Di qui trasse origine la sua ideografia, in cui ogni idea è
rappresentata con un segno, e il suo strumento analitico andò perfezionandosi
rapidamente. Nel '92 comparve il primo volume del Formulaire de Mathémathiques;
nel '94 V Introduction^ quindi la pubbli- cazione completata, con nuove formule
ed arriccbita di numerose indicazioni storiche per la collaborazione di valenti
seguaci, procedette alacremente, raccogliendo e trattando completamente in
simboli tutte le proposizioni della matematica. L'importanza filosofica di questo
mo- vimento scientifico non è ancora stata apprezzata conve- nientemente dai
filosofi, e l'opera del Peano comincia solo ora a richiamare sopra di se
l'attenzione degli inse- gnanti di logica pura. Questo ritardo filosofico è
tanto più strano quanto più chiara è la filiazione filosofica di questa
ideografia. Il Peano stesso non cessò mai di far notare che essa " è
basata su teoremi di Logica, scoperti successivamente da Leibniz fino ai giorni
nostri „. È noto infatti che l'ideografia completa o pasigrafia fu intravista
da Leibniz, col nome di Characteristica. Ma se, con definizioni opportune, si
potè ridurre le Pastore, Logica formale. Meriti dell' analitica moderna, — Da
questo rapido cenno dello sviluppo storico dei postulati del càlcolo logico e degli
autori che più hanno contribuito al progresso della logica pura e sim- bolica
in largo senso della parola (simboli lette- rali, aritmetici, algebrici,
geometrici, ideografici, ideofisici e via dicendo), e pure in mezzo alle di-
vergenze profonde e attraverso i vari modi onde le forme logiche si manifestano
e a quelli onde vengono interpretate, è possibile scorgere il filo conduttore.
Le dottrine più recenti sopratutto, parte cri- ticando i metodi e i principi
sui quali le antiche erano costruite, parte proponendo metodi di di-
mostrazione più atti all'indagine logica, parte svolgendo fuori dalla stessa
analitica germi di idee nuove che vi rimanevano prima come oscu- rati ed
occulti, sono come una successione in- calzante di fiotti vitali che, scaturendo
dalle vette del pensiero, sono penetrati nell'organismo della logica formale
alimentandolo e sospingen- idee di logica che si incontrano in molte parti
della ma- tematica ad un numero sempre più piccolo di idee pri- mitive,
attualmente ancora si desidera una riduzione analoga di tutte le idee di logica
che si incontrano nella logica pura. Questa riduzione presenta invero
seriissime difficoltà, ** ed e più facile il riconoscere quante e quali siano
le idee primitive in Aritmetica e in Geometria, che in Lo- gica „ (Peano). In
questo saggio, continuando le ricerche cominciate nel precedente, che mi
converrà di supporre conosciuto al lettore, tento di portare un contributo alla
soluzione del problema suddetto. r dolo insieme verso un più sicuro e più
completo possesso della verità. I meriti principali dell'analitica moderna con-
sistono anzitutto nell'espressione immediata, ri- gorosa e quasi completa degli
enti logici e delle loro relazioni mediante un simbolismo ideogra- fico di
valore ben determinato e costante, quindi nella posizione del problema generale
delle re- lazioni di più enti logici e deireliminazione di un qualsivoglia
numero di termini medi da un sistema di relazioni simultanee tra più termini
dati. 4. Conclusione. — Riassumendo: abbiamo giu- stificato la distinzione
della logica formale dalla logica materiale; abozzata una rapidissima no- tizia
storico-bibliografica del calcolo logico e ri- cordati — se non rigorosamente,
almeno con una certa approssimazione — i principali meriti dell'analitica moderna.
-«*c- CAPO IL Della logica formale e simbolica in generale, come teoria dei
segni e della sostituzione. 1. Natura ed ufficio della logica formale. — 2.
Distin- zione logica delle forme: forme primitive e forme derivate. — 3.
Elaborazione delle forme (o segni) interiori ed esteriori - loro sostituzione.
— 4. Ragione generale della formazione delle forme. — 5. Posi- zione della
teoria simbolica. — 6. Vantaggio dei segni e della sostituzione di segni a
segni. — 7. Im- perfezioni del linguaggio e critiche. — 8. Discussione delle
critiche. — 9. Obbiezioni del Bergson. — 10. Discussione. — 11. Conclusione. 1.
Natura ed ufficio della logica formale. — Ufficio della logica formale è la
determinazione delle forme e delle leggi delle forme del pen- sare indipendentemente
dalla particolarità della materia. Propriamente considerata, essa è la scienza
deirorganismo astratto del pensiero, e come tale ^ insegna, che se qualche cosa
è pensata in un certo modo, un'altra deve essere pensata in un certo altro
modo, che il primo rende neces- sario „ (1). 2. Distinzione logica delle forme:
forme primi- tive e forme derivate. — Tutte le forme del pen- siero non sono
altro che forme del significare e del sostituire e si possono rigorosamente
distin- guere in due categorie : 1° forme primitive; 2° forme derivate o
composte, riducibili alle primitive mediante lo strumento della definizione,
intendendo per definizione una proposizione della forma a; = a, ove a; è il
termine nuovo che si vuol definire, a è un aggregato di termini avente un
significato già noto (2). Si enuncia un tale fatto dicendo che il proce-
dimento del pensiero è sempre unico ; processo di elaborazione di dati
simbolici e di definizione o di sostituzione di forme che non sono indipen-
denti una dall'altra per quanto non si derivino in modo eguale (3), essendo la
conoscenza della conoscenza omogenea nelle parti e nel tutto. Solo è facile
stabilire che la realtà logica for- male, in quanto conosciuta, è in gradi
sempre maggiori di perfezione. Questi gradi non sono che formazioni di ordine
di relazioni sempre più complesse, in altri termini, sistemi di relazioni
sempre più elevate. (1) Masci, op, city pag. 28. (2) Sopra la teoria della
scienza, pag. 4. (3) Nagy, Principi di logica. Torino, Loescher Elaborazione
delle forme (o segni) interiori ed esteriori — loro sostituzione, — L'
elaborazione di queste serie di forme va dai fatti in- terni ai fatti esterni e
— rispetto ai fatti in- terni — si compie nella prima fase sintetica dello
spirito, in cui questo forma naturalmente, ma inconsapevolmente, sul libro
della natura il libro della conoscenza. In questa epoca ogni formazione
naturale si riduce ad essere Tinconsapevole costruzione d'un segno interiore in
corrispondenza d'una cosa o d'un fatto esteriore. È il periodo sintetico della
formazione inconsa- pevole delle forme e dei segni interiori. Nelle epoche
analitiche ulteriori, in gran parte consapevoli e volontarie, l'intelligenza,
prima sostituendo i segni interiori agli oggetti esteriori e ricomponendoli
secondo le sue leggi tenta di raccogliere, parte per parte, la sua conoscenza
intima della realtà ; poscia, per motivi di mag- giore chiarezza e distinzione
di contenuto alla serie primitiva e immediata dei segni interiori, aggiunge
altre ed altre serie derivate e mediate di segni esteriori^ corrispondenti
analogamente tanto alle forme interiori o soggettive quanto alle forme
esteriori od oggettive. È il periodo analitico della formazione dei segni forme
esteriori e della loro sostituzione, più o meno consapevole, ai segni o forme
interiori cor- rispondenti. Per far ciò, l'intelligenza — prima aiutatrice LA
LINGUA — liberissima nelle operazioni sue, si vale ampiamente della facoltà di
ricorrere a qualunque mezzo (fonico, mimico, grafico, aritmetico, geometrico,
algebrico, meccanico, fisico, ecc.) che possa presentarsi come utile strumento
di espressione e di COMUNICAZIONE, e con intrecci complicatissimi di segni
esteriori segue e traduce, filo per filo, l'intreccio complicatissimo dei fatti
della realtà. Ragione generale della formazione delle forme. Uno dei fatti più
notevoli che si riscontra nello studio delle forme logiche del pensiero, è
pertanto la formazione medesima delle forme -- segni, simboli, espressioni,
rappresentazioni, modelli, sostituti, surrogati, ecc.. E si capisce come questo
avvenga. Rigorosamente parlando : punta logica senza segni, punti segni senza
logica. È una nozione questa che si deduce dal considerare le stesse idee come
i primi segni od espressioni della vita mentale. Possiamo concedere che ai dati
comuni del mondo esterno -- oggetti, fatti della natura -- corrispondano
anzitutto le serie dei dati espressivi del mondo interno -- idee di cose e di
rapporti --, poscia le prime serie dei dati espressivi del mondo esterno -- gesti,
voci --, quindi le serie ulteriori sempre convenzionali ed equivalenti -- lettere,
numeri, figure, colori, macchine, modelli e via dicendo. Posizione della teoria simbolica. Anche si
capisce, che una teoria che abbracci tutti questi ordini di fatti equivalenti
possa a buon diritto assumere il nome di linguistica – o GLOTTOLOGIA -- generale
Teoria dell’espressione Teoria dei segni – SEMIOTICA – SEMEIOTICA --, Teoria
dei simboli, Teoria della sostituzione, Teoria dei modelli, ecc., ed avere come
subordinate — per questo punto di vista — tutte le ramificazioni delle scienze
e delle arti. E tale è appunto la ragione generale della logica SIMBOLICA, che
la ragione particolare sarà dichiarata nel seguito. Vantaggio dei segni e della
sostituzione di segni a segni. Anche potremo decidere in che senso avvenga
l'intima corrispondenza tra le forme grammaticali, logiche, matematiche e
fisiche a mo' d'esempio, e per quale ragione, ammesso che ogni forma della lingua,
anzi la lingua in genere, non sia altro che un INSIEME DI SEGNI più o meno
perfezionati e permanenti, riesca più o meno vantaggiosa la sostituzione di una
serie di segni ad un'altra, quando si voglia indagare l'intima natura delle
operazioni fondamentali dello spirito umano. Nelle ricerche logiche, eliminando
labium et calamumy s’eliminano quasi gl’occhi del corpo, secondo l'espressione
del sottilissimo Caramuel. In pratica si vede immediatamente l'efficacia che
certi ordini di segni sono chiamati a compiere nella scienza. Tolti coloro che
per dono naturale o per abitudine si divertono nell'astrazione, è innegabile
che per l'immensa maggioranza, il lavoro schematicamente deduttivo è
un'operazione lenta, poco rimunerativa e faticosissima. In tal caso la
sostituzione della lingua ideografica porta un grandissimo sollievo,
un'economia grande di lavoro astratto, insomma una (1) Caramuel, Theologia
rationalis. GRAMMATICA AUDAX. LINGUA et calamus servire menti debent f vera
forza logica considerevole. E così che, grazie ai modelli, la ricerca
logico-formale può ricevere nella scienza un'importanza ed un valore
straordinario fornendo come tanti gruppi di esperienze intuitive, generali,
comuni e ripetibili per tutte le intelligenze (1). (1) Costerà forse qualche
sforzo l'ammettere che l'idea è il primo modello teoretico dello spirito umano.
Può nascere invero qualche dubbio sulla legittimità o anche solo
sull'opportunità di introdurre una termino- logia tanto metaforica in un ordine
di ricerche dove le cautele che si devono già usare naturalmente a scanso
d'ogni equivoco, non sono mai troppe. Ogni dubbio si può togliere con
considerazioni molto delicate e molto estese; per ora basti accennare che come
nella teoria estetica non è assurdo il riconoscere che ogni immagine estetica è
già un' immagine espressiva a cui non importa che manchi l'elaborazione tecnica
esteriore per essere opera d'arte, così nella teorica scientifica dei modelli
non è punto un'ipotesi ingiustificata l'ammettere che ogni idea, essendo sempre
una rappresentazione, dotata della proprietà di supplire gli oggetti assenti, e
di renderceli in qualche modo presenti quantunque assenti presentandoci il loro
simulacro, può considerarsi come il primo dei modelli teoretici creato
dall'attività dello spìrito umano. Si e tentato in questi ultimi tempi in
Italia, per opera principalmente di CROCE (vedasi) di dare alle ricerche
dell'estetica un indirizzo nuovo ed analogo al presente ordine di idee
sostenendo che l'attività spirituale intuitiva, in tanto è in quanto esprime.
Rimando i miei lettori all'interessante tentativo fatto da CROCE (vedasi) in
questa direzione, per ora debbo limitarmi a quei piccoli cenni che sono
indispensabili alla dimostrazione della mia tesi. In ogni caso lo spirito non
intuisce mai se non for- 7Tralasciando di notare che nelle ricerche astratte
l'assenza di modelli o delle rappresentazioni metaforiche dei fatti analizzati,
accom- pagna bene spesso l'assenza d'idee, si può con- venire che — nella
maggior parte dei casi — per la logica formale, i segni o modelli sono mando,
cioè facendo od esprimendo forme inteme e for- mulandole a se medesimo e per se
medesimo. Intuizione è espressione. O^i espressione o conoscenza intuitiva è
fatto estetico. " Il fatto estetico è perciò forma, niente altro che forma”
-- CROCE. Elaborando le sue impressioni l’uomo non fa altro pertanto che
elaborare dell’espressioni rappresentative, cioè dei modelli. Ed oggettivando
questi modelli, con tutti i mezzi pos- sibili ed immaginabili di proiezione e di
traduzione, esterna, pub anche distaccarli completamente da se, e farsene
superiore. Ora la creazione dei modelli artistici è la rivelazione della
funzione liberatrice e purificatrice dello spirito; la creazione dei modelli
scientifici è un altro aspetto, un'altra formulazione del suo carattere di
attività. Solo è il caso di comprendere che i modelli dell'arte sono il
linguaggio del sentimento, i modelli della scienza sono il linguaggio
dell'intelletto. Stabilite queste distinzioni possiamo comprendere che tanto le
costruzioni o rappresentazioni o espressioni del- l'arte, quanto le costruzioni
o rappresentazioni o espres- sioni della scienza, rientrano nel seno d'una
teoria su- periore che le abbraccia tutte e due, vale a dire della teoria
generale dei modelli, che dobbiamo francamente identificare colla Estetica
considerata, secondo il Croce, come scienza dell'espressione e linguistica
generale. Ma qui basti l'accenno a far comprendere come la logica possa
allargare il suo dominio sopra un duplice campo a cui fu giudicata finora quasi
estranea del tutto. strumenti non solo di servizio aleatorio ma di assoluta
necessità, quantunque non sia certo lo studio dei modelli logici che ci insegna
a pen- sare, che anzi questi modelli medesimi e il loro studio sono tratti dai
fatti e dalle leggi del pensare. L'artifizio in sostanza è quello stesso a cui
ricorre anche la natura medesima e per cui siamo stati tratti ad inventare i
primi segni esteriori che usurparono a poco a poco il luogo dei primi segni
interiori risvegliati all'attuale presenza degli oggetti. L'operazione è una
sola: la sostituzione. 7. Imperfezioni del linguaggio e critiche, — Ma le
considerazioni svolte sopra l'utilità della formazione e della sostituzione dei
segni nello studio analitico della logica come ramo della lin- guistica, cioè
in quanto è comunicazione di idee, non riescono a velare i grandi errori logici
e metafisici prodotti dall' illegittima entificazione delle idee, consule
signo. Tutti i filosofi, da Platone a Jules de Gaulthier, si sono lamentati
dell'imperfezione del linguaggio, il quale essendosi formato in epoche
prefilosofiche e fra genti primitive, non è adatto ad espri- mere le nuove
scoperte del mondo e dello spirito. (1) Taine, op. cit. ** Le nom seul peut
tenir lieu de l'image qu'il éveillait, et par suite de l'expérience qu'il
rappelait, il fait leur office, il est leur substitut „, pa- gine 18, 19, 22 e
seguenti. 7 Le principali critiche
che si possono muovergli contro sono: " P d'essere incompleto {non
^ermQtte ìsl co- municazione dei caratteri singolari, speciali, per- sonali,
non dà i passaggi, le sfumature, il nuovo. Strumento livellatore e democratico
— Bergson, PREZZOLINI (vedasi) --; 2® di far credere sìlVesistenza di un corri-
spondente di ciascun segno (c'è la parola ci* deve essere anche la cosa.
Termini negativi in- concepibili...); 3<* di far credere slW inesistenza di
ciò che non ha segno; 4^ di far ritenere rapporti fra le cose, quelli che sono
rapporti fra le parole (separazione, fu- sione) ; 5° di far credere alla
molteplicità delle cose quando c'è la molteplicità dei segni; 6^ di far
supporre unico ciò che è espresso da un segno unico. " Così non si esprime
tutto quel che si pensa e non si pensa tutto quel che si dice. ** La critica
del linguaggio ci porta a negare alla Filosofia il raggiungimento della realtà
in quanto essa vorrebbe essere espressione e comu- nicazione del reale „ (1).
Prima di rispondere a queste critiche, le quali sono indubbiamente sottili e
fondate in parte sulla verità, non sarà forse inutile aggiungere che esse si
riducono quasi tutte a quelle fatte – FALCO (vedasi), Morte e resurrezione
della Filosofia. Dal Leonardo. Rivista di idee da Masci intorno alla diversità
delle categorie grammaticali, logiche, gnoseologiche (1). 8. Discussione delle
critiche, — Ora doman- diamo : queste imperfezioni bastano a paralizzare il
lavoro scientifico della ricerca? Non pare, giacché è appunto perchè si am-
mette francamente — come ragion vuole — che ogni linguaggio sottrae, entifica,
annulla, rap- porta, moltiplica, unifica indebitamente certe cose, che si
ricorre al rigoroso processo di analisi e di revisione dei dati espressivi,
mediante lo stru- mento della definizione, e in tal modo gli errori sono
ridotti ai minimi termini o vengono eli- minati completamente. Questo processo
di depurazione dei segni o degli enti immagazzinati dall'intelligenza dei se-
coli si è cominciato con seri propositi in ogni scienza, e prova ne siano i
grandi lavori di ri- duzione degli enti derivati della logica della ma-
tematica e della fisica agli enti primitivi. In fondo quindi non si negano gli
errori de- rivanti dai dati espressivi, ma — col metodo inaugurato da Socrate —
si riesce a porvi un sufficiente riparo. Socrate, infatti, per confondere la
vanità della retorica sofistica, che altro ha fatto se non ten- tare di fissare
i sensi delle parole stabilendo delle definizioni esatte esprimenti la vera
natura delle cose e capaci di mettere l'anima in pos^ sesso della verità e di
abituarla gradatamente a svilupparle da se stessa coi processi logici (1)
Masci, op. ciL, cap. IV. Le categorie. comuni a tutte le intelligenze che sono
come la funzione naturale degli organi dello spirito umano ? I sofisti
prendevano appunto le parole nei loro sensi mal determinati derivanti dalle
imperfe- zioni del linguaggio. E Socrate volle sostituire a questi termini
vaghi dei concetti esatti, corrispondenti alla vera natura delle cose, che non
permettessero di so- stenere, volta a volta, il prò ed il contro. I sofisti
avevano una retorica piuttosto omo- nimistica che nominalistica e giocavano
colle parole. La loro arte consisteva nel profittare dell'ambiguità del
linguaggio volgare e prendere delle definizioni vaghe e incomplete per
principi. La parola per loro è un segno confuso, che non risponde a nulla di
preciso, che si ripete per abi- tudine, qualcosa come un simbolo senza senso. E
Socrate si rifiuta di prestar fede troppo frettolosa alle parole, e le vuole
controllare collo strumento rigoroso della definizione. 9. Obbiezioni del
Bergson, — D'altra natura sono le obbiezioni fatte dal Bergson al linguaggio
come strumento necessariamente deformativo del pensiero. Entrare in minute analisi
e discussioni psico- logiche non sarebbe opportuno in un lavoro di logica pura.
Basterà indicare la questione e la risposta per sommi capi. Nelle sue due opere
principali (1) il Bergson (1) Bergson, Données immédiates de la conscience, —
Matière et mémoire. insiste sopra la necessità di " purificare Tintui-
zione interna ed estema dalle alterazioni e mo- dificazioni che ha subito per
opera delle esigenze dell'azione e del linguaggio „, Nella prefazione della
prima opera (1889) de- termina il problema suo e il modo con cui lo considera
nettamente. " Per esprimere il nostro pensiero noi dobbiamo fare uso di
parole, ma così il nostro pensiero assume forma spaziale, cioè il linguaggio fa
sì che noi poniamo fra le idee le stesse distinzioni nette e precise che vi
sono fra gli oggetti fisici „. 10. Discussione, — Sta bene, ma se la parola è
incapace di dare una visione fedele della vita interiore, che valore avranno le
teorie bergso- niane medesime, naturalmente espresse per mezzo delle parole?
Ammesso il principio che il lin- guaggio è strumento di deformazione
psicologica, perchè deve sempre porre la realtà del pensiero, che è fuori
spazio, nella forma spaziale, come il Bergson può pretendere di dare, per mezzo
di una dimostrazione di logica, il suo concetto del- l'io profondo psicologico
o di checchessia, so- stenendo che ad esso deve corrispondere la realtà
esteriore? In altri termini, come può egli pretendere che quelle nozioni che
egli sostiene e che sono il ri- sultato d'un processo logico di dimostrazione,
ri- spondano alla realtà? Queste objezioni (1) sono in gran parte vere, ma pure
non bisogna dimenticare un' osservazione (1) Masci, L'idealismo indeterminista.
Napoli, 1898. assai acuta, riportata dal Levi (1) nel suo dili- gente lavoro.
Per il Bergson la distinzione tra VIo profondo e l'Io superficiale è una
distinzione puramente razio- nale, non rappresentativamente psicologica. In
fondo egli non ha dato né voluto dare col lin- guaggio una rappresentazione
della vita interiore, ma ha solo indicato ì concetti fondamentali che dobbiamo
logicamente farci di essa. Ora egli non ha mai negato che il linguaggio possa
esprimere i processi del pensiero logico. Insomma egli nega alla parola il
valore psico- logico, non il logico e colV espressione logica della vita
interiore non ha voluto darci un tentativo di rappresentazione psicologica. Qui
è la sua scusa. Da ciò si capisce che egli si serva di certe espressioni in
quanto gli permettono di dare ima idea piìi comoda di certi fenomeni. Se non
che, anche dopo questo tentativo di giustificazione, il Levi, credendo di
potergli op- porre invincibilmente questo dilemma intorno a ciò che può
sottrarsi al dominio della logica (mondo della coscienza) : " o la
dottrina psicolo- gica dell'io profondo, espressa con parole logiche, è priva
di valore; o si può esprimere con parole, ma nulla prova la corrispondenza
della parola colla realtà „, conclude arditamente che la dot- trina di Bergson
non è altro che un saggio di critica scettica, palesandosi come una vera re-
ductio ad absurdum del valore della conoscenza. Ma questo modo di vedere non è
né il più vantaggioso, ne il più logico, ne l'unico. (1) Levi A.,
Vindeterminismo nella filosofia francese con- temporanea. La filosofia della
contingenza, Firenze 1 Infatti resta ancor sempre possibile conside- rare ciò
che pare sottrarsi al dominio della lo- gica tanto come un risultato
psicologico (primo caso), quanto come un risultato logico (secondo caso) ; cioè
tanto come una pura e semplice con- statazione di fatto, un puro dato dell'intuizione
interna, del mondo della coscienza, della realtà interiore, quanto come il
prodotto d'un processo logico di dimostrazione razionale. Nel primo caso
(psicologico) poi non importa che la realtà interiore non possa essere espressa
logicamente senza essere falsata o deformata dalle parole, perchè ciò che noi
chiamiamo pa- rola è niente altro che l'insieme dei metodi che abbiamo trovato
per assimilare le cose (interne esterne) alla nostra intelligenza. La parola è
una deformazione utile insomma, è un metodo di assimilazione della realtà alla
nostra intelligenza. La parola è un modello d'intelligibilità delle cose. In
ultima analisi, se la realtà interiore non può venire espressa con parole,
senza deforma- zione, e se anche nulla prova la corrispondenza reale della
parola colla realtà interiore, noi pos- siamo concludere ben più arditamente
rinunziando alla ricerca di questa prova ontologica medesima che si presenta
invero destituita d'ogni interesse scientifico per rivolgere ogni nostra cura
alla continua ricerca ed alla graduale conquista della corrispondenza analitica
delle leggi inerenti ai due sistemi, la quale costituisce il vero ideale della
scienza. La ricerca della corrispondenza ontologica fra i vari modelli che non
sono poi altro che casi Pastore, Logica formale. 6 di deformazione equivalenti,
è veramente l'im- presa meno utile e scientificamente parlando forse la più
oziosa. Ohe se invece di insistere tanto sulla neces- sità di purificare V
intuizione dalle alterazioni che ha subito per opera del linguaggio si pen-
sasse di insistere unicamente sopra la necessità di purificare le equazioni
cioè le espressioni ana- litiche delle leggi dei vari sistemi corrispondenti,
si finirebbe una buona volta per capire come le deformazioni stesse prodotte
dal processo logico e linguistico possano servirci alla determinazione di ciò
che ha maggior peso nella scienza, vale a dire dei rapporti costanti dei fatti.
Ma anche maggiore è la possibilità di inten- dere la giustezza di queste
ragioni rispetto al secondo caso mentovato (caso logico). Nel quale trattandosi
più chiaramente di un semplice pro- cesso di traduzione, in cui si raccoglie
quasi tutto il significato deW espressione, nulla esige che l'espressione
logica (dato logico-scientifico) cor- risponda alla realtà psichica (dato
psicologico- coscientifico) in modo più intimo di quanto non esiga la teoria
dei modelli, la quale si contenta del come se, della corrispondenza analogica
delle disposizioni, o macchine, o modelli, equivalenti in numero infinito. In ogni
caso, insomma, non si richiede l'iden- tità dei meccanismi, ma delle leggi.
Possiamo ammettere quindi che la parola sia un modello completamente diverso
dal fatto psi- chico, ma che tuttavia sia un modello comple- tamente
accettabile e che non le cose o i segni, ma i rapporti fra le cose e fra i
segni, cioè PARTE I - TEORIA GENERALE 83 le leggi siano l'unica realtà
conoscibile della scienza (1). 11. Conclusione, — Le cose principali esposte in
questo capitolo si riducono in sostanza alla dichiarazione della natura e
dell'ufficio della lo- gica formale, della distinzione successiva delle forme
primitive e derivate, della graduale sosti- tuzione delle forme esteriori alle
interiori (Teoria della formazione e della sostituzione delle forme), quindi
all'esame delle imperfezioni del linguaggio, considerato come complesso di
simboli e final- mente alla discussione delle principali critiche che si
possono muovergli contro. In particolare, si è stabilito che le cause di errore
sono possibili in tutte le scienze, ma tro- vano il loro correttivo nel metodo
scientifico stesso che controlla tutti gli strumenti, ed i loro processi di
applicazione, con una rigorosa ela- borazione critica preliminare. Talché
nessuna imperfezione delle forme linguistiche, in larghis- simo senso della
parola, può distruggere l'utile derivante dalla rappresentazione simbolica dei
fatti logici e dalla loro sistematica sostituzione, di cui dovremo far uso
continuamente, nel se- guito. La qual cosa diventerà per certo chiaris- sima
quando si pensi agli enormi progressi fatti dalla matematica coU'introduzione
dei segni al- gebrici, dalla chimica con quelli delle formolo letterali e così
via. (1) Vedi a questo riguardo i §§ relativi della conclu- sione. CAPO III.
Concetto d'una ricerca di logica formale dedotta dalla considerazione di
modelli meccanici. 1. pella rappresentazione simbolica dei fenomeni logici. —
2. La logica formale dedotta dalla considerazione dei modelli meccanici come un
caso particolare della logica simbolica. — 3. Posizione scientifica della
logica per modelli di fronte alla logica pura. — 4. Cautele nell'applicazione
della teoria dei modelli. — 5. Necessità di alcune ipotesi preliminari. — 6.
Conclusione. 1. Della rappresentazione simbolica dei feno- meni logici, — Dei
fenomeni logici si possono dare molte rappresentazioni soddisfacenti. Ogni
ricerca di logica simbolica riposa appunto sopra la rappresentabilità esteriore
delle quantità logiche. La logica simbolica studia il pensiero umano in quanto
esso in se, nel suo processo ordinato, nelle sue leggi viene rappresentato
estrinseca- mente per via di segni. La logica formale dedotta dalla considera-
zione dei modelli meccanici come un caso parti- colare della logica simbolica.
— Ciò che si dirà comunemente ideofisica o logofisica non è che un caso
particolare della logica simbolica, ot- tenuto cifrando fisicamente i termini
ed i pro- cedimenti le operazioni formali del pensiero umano. Suo oggetto
pertanto è lo studio delle forme primitive e derivate del pensiero in quanto,
in se, nelle loro relazioni ed operazioni vengono rap- presentate
estrinsecamente per via di corpi in movimento. Tanto questi corpi simbolici in
movimento quanto i loro sistemi si diranno modelli meccanici dei fenomeni
logici, o più brevemente modelli ideo- fisici. Molto grandi sono i vantaggi di
dimostrazione e di ricerca offerti da questa rappresentazione ideofisica,
quando la traduzione degli enti logici e delle loro proprietà nei simboli
meccanici cor- rispondenti venga fatta in modo esatto e com- pleto. In questo
ordine d*idee si confrontano gli enti logici corpi logici cogli enti fisici o
corpi fisici sottoposti alle leggi della meccanica. Allora le proprietà
generali dei corpi fisici corrispondono alle proprietà generali dei corpi
logici, e le macchine meccaniche esteriori corri- spondono alle macchine
logiche esteriori quasi perfettamente. Vi sono manifestamente fra le grandezze
che si hanno a considerare nei modelli, le stesse rela- zioni che corrono fra
le grandezze logiche. Anzi, in realtà, parecchi termini logici e dei 86 LOGICA
FORMALE più notevoli trovano quasi solo in questa analogia meccanica la loro
giustificazione (1). È estremamente interessante constatare a questo riguardo
che le nozioni che si deducono dalla considerazione di questi modelli meccanici
corrispondono proprio a qualche cosa di reale che sussiste indipendentemente
dai modelli, i quali possono bene essere costruiti in modi infi- nitamente
diversi, ma sono sempre veri di fronte ad una legge o ad un sistema di leggi
che in tutti i casi rimane sempre la stessa. Analogamente alla logica pura
questa logica simbolica dedotta dalla considerazione dei modelli fisici, studia
le leggi dei fenomeni logici nell'in- tento di poter prevedere quali fatti
logici suc- cederanno in date circostanze ; e di poter cono- scere quali
circostanze si devono attuare per ottenere certi fenomeni logici che si
desiderano. 3. Posizione scientifica della logica per modelli di fronte alla
logica pura, — La sua posizione scientifica di fronte alla logica pura è la
seguente. La logica pura considera le idee come entità pure ed astratte, cioè
completamente sottratte alle condizioni dello spazio, del tempo e del moto ;
inoltre per giungere al suo scopo si serve unica- mente della riflessione
speculativa (Considera- zione dei modelli interni). La logica formale dedotta
dai modelli mecca- nici invece, fondandosi: a) teoricamente sul principio che
le formalità (1) Vailati, / tropi della logica^ * Leonardo „, Rivista di idee
-- estrinseche delle varie scienze logiche, mate- matiche e fisiche non
differiscono sostanzialmente tra loro, essendo tutte quante riducibili ad
altret- tante coppie d'idee primitive equivalenti e ridu- cibili, in ultima
analisi, ad una sola ed astrat- tissima formola capace di spiegarle tutte
quante; b) praticamente sul fatto che, neir analisi astratta dei fenomeni
logici, occorre che molte particolarità, che converrebbe esaminare, sfug- gono,
per la loro complicatissima astrattezza, al nostro senso logico diretto; si
serve di alcune immagini rappresentative modelli fisici dei fatti logici i
quali, nel campo delle scienze speculative, corrispondono precisa- mente a ciò
che sono e a ciò che servono gli stru- menti fisici, nel campo delle scienze di
osservazione. In conclusione, dal "punto di vista pratico, la logica
formale per modelli meccanici si presenta come un mezzo di studio logico piìi
sicuro e più capace di ovviare agli inconvenienti della logica formale
speculativa, mentre dal punto di vista teorico serve agli scopi superiori della
conoscenza, come ogni altra specializzazione del sapere. È così raro il caso in
cui la semplice riflessione speculativa di una classe di fenomeni astratti
basti a farcene scoprire le leggi, che ogni qual- volta si può introdurre
l'arte della verificazione sperimentale nello studio dei fatti, possiamo quasi
dire di essere prossimi ad ottenere dei risultati scientifici non comuni. Di
qui risulta che Tideofisica non è che la pro- iezione intuitiva e concreta di
quel- processo di astrazione mentale, per cui noi ci formiamo istin- tivamente
delle rappresentazioni simboliche dei vari fenomeni che vogliamo studiare. 88
LOGICA FORMALE Anche gli spiriti piii portati all'astrazione non possono
rinunziare a quella facoltà di schema- tizzazione interna che, oltre a servire
a ciò che si potrebbe dire la memoria visiva delle idee, aiuta prodigiosamente
l'inventiva, facendoci trovare indirettamente dei rapporti inaspettati e
fecondi. Ciò è tanto vero che — anche nel caso nostro — ogni lettore sarà in
grado di verificare quanto sia più facile studiare i fenomeni della logica
formale sopra i nostri modelli ideofisici, pene- trarli fin nelle più minute
particolarità e dedurne fino le ultime conseguenze. 4. Cautele nelV
applicazione della teoria dei mo- delli, — Ma bisogna sempre ricordare che anche
il più soddisfacente dei modelli ideofisici non ha alcuna pretesa di darci una
rappresentazione con- forme alla realtà: anzi sappiamo positivamente che esso è
difforme dalla realtà a cui lo sosti- tuiamo solo perchè si presta meglio alle
nostre ricerche. Si noti ancora che un modello ideofisico, perchè presti buoni
servigi, non è obbligato a renderci ragione di tutti i fatti, basta che ce ne
faccia capir bene una certa parte. Nel progresso delle nostre ricerche vedremo
alcuni esempì molto caratteristici ed istruttivi tanto del metodo con cui
devono essere adoperati i modelli ideofisici quanto del valore limitato di
taluni di essi. Ciò non ostante in tutti i casi in cui i modelli ideofisici
saranno stati scelti opportunamente, si vedrà che le leggi trovate nella logica
hanno un esatto riscontro con le leggi imposte dalla meccanica. Ma la teoria
dei modelli ideofìsici fu già esposta a suo tempo. 5. Necessità di alcune
ipotesi preliminari. — Le ricerche logiche dedotte dalla considerazione dei
modelli meccanici non si possono raggrup- pare in un organismo scientifico
capace di ren- dere conto di tutte le proprietà osservate nei fenomeni logici
senza ricorrere ad un gruppo di ipotesi preliminari. Queste ipotesi derivano
tutte dalla necessità, anch'essa ipotetica, di considerare le forme ideali
astratte che sono il materiale della logica pura come se fossero
rappresentabili materialmente. V'ha di più. Questa convenzione di traducibilità
meccanica impone tutta una serie di neologismi che po- tranno sembrare ammissibili
solo quando si pensi che, di fronte alla possibilità di giungere per diverse
vie a notevoli risultati e sopratutto una volta che questi risultati si sono
raggiunti da un certo punto di vista, può rimanere del tutto indifferente la
strada che abbiamo percorsa. Ora poiché il nostro scopo è di giungere a
trovare, con un processo meccanico soddisfacente, una verificazione
sperimentale delle leggi del processo logico formale, le convenzioni pregiu-
diziali che verranno introdotte man mano non saranno meno accettabili di tante
altre che si introducono, in modo anche meno palese, nei preliminari di tutte
le teorie scientifiche, in vista dei grandi vantaggi euristici che se ne
possono dedurre. Più brevemente raccogliendo in sìntesi i po- stulati della
quantificazione del soggetto di Aristotele, della quantificazione del predicato
di Caramuel, del '^ calculus ratiocinator „ di Leibniz, della qualificazione di
De Morgan, del simbolismo ideografico della logica matematica, e il principio
di sostituzione del Jevons, il postulato d'ogni ricerca di logica sperimentale
può essere formu- lato così : enunciare esplicitamente nel modello esterno
tutto ciò che è contenuto implicitamente nel modello interno. Nulla di più
semplice e di più legittimo di questo principio soddisfacente ad ogni esigenza
del linguaggio, d'ogni macchina rappresentativa, d'ogni equazione costruita in
vista di determi- nare le relazioni costanti fra alcune quantità variabili
qualunque. 6. Conclusione, — Le cose principali esposte in questo breve capitolo
si riducono in sostanza alla dichiarazione dell'utilità della rappresenta-
zione simbolica e specialmente meccanica dei fenomeni logici. Inoltre,
stabilita la posizione scientifica della logica per modelli meccanici di fronte
alla logica pura, furono indicate alcune cautele da usarsi circa l'applicazione
della teoria dei modelli, e giustificate le ipotesi indispensa- bili e le
libertà di linguaggio richieste dalla trattazione. Metodo di studio delle forme
logiche elementari ed analisi dei principi generali del pensiero. 1. Metodo di
studio delle forme logiche elementari adot- tato dalla logica ordinaria. — 2.
Della vera natura dei due ordini di principi considerati come primitivi. — 3.
Problema critico pregiudiziale. — 4. Distin- zione comune della dottrina delle
forme elementari dalla dottrina delle forme sistematiche o metodologia. Teoria
del Nagy. — 6. Analisi dei principi assioma- tici. — 6. Primo aspetto dei
principi assiomatici. — 7. Secondo aspetto dei principi assiomatici. — 8. I tre
gruppi del Nagy. — 9. Risultati dell'analisi. — 10. Analisi dei principi di
sostituzione e di defini- zione. — 11. Metodo di studio delle forme logiche
elementari adottato nelle presenti ricerche. — 12. Pos- sibilità di una
metologica. — 13. Conclusione. 1. Metodo di studio delle forme logiche elemen-
tari adottato dalla logica ordinaria, — La dottrina delle varie forme logiche
elementari si divide or- dinariamente in tre parti: concetto, giudizio,
sillogismo; e analogamente a quanto succede nei campi cerrispondenti delle
altre scienze ana- litiche si sviluppa, al modo consueto, assumendo un sistema
di verità che sono o si considerano come primordiali e a cui si dà il nome
generico di principi generali o proposizioni primitive del pensiero. Nel campo
della logica ordinaria queste pro- posizioni primitive sono costituite da due
ordini di principi che sono o si ritengono di natura eterogenea : P
proposizioni primitive che si ricavano da considerazioni che sono o si
considerano di natura prettamente logica, e concernono esclu- sivamente le idee
logiche primitive e le loro relazioni, cioè le proprietà delle idee logiche
primitive (I); 2^ proposizioni primitive che si ricavano da considerazioni che
sono o si considerano di na- tura psicologica ed ontologica cioè materiale (2).
(1) Principi aasiomatici logici, proposizioni formali o logiche in se,
definizioni logiche in sé, proposizioni di natura formale, verità formali,
proposizioni primitive lo- giche, postulati, insomma: proposizioni logiche,
necessarie. Sono combinazioni di idee logiche primitive spiegate col linguaggio
ordinario ; mirano a stabilire le proprietà delle idee primitive. (2) Principi
assiomatici psicologici, proposizioni mate- riali od ontologiche in se,
definizioni ontologiche in se, proposizioni di natura reale, verità materiali,
proposi- zioni psicologiche, insomma: proposizioni extralogiohe, esistenziali,
reali, ontologiche, psicologiche, metafisiche, oggettive, necessarie. Sono
combinazioni di idee ontologiche primitive spie- gate col linguaggio ordinario:
mirano a stabilire resi- stenza di ciò che si definisce. Segue poi a questa
prima classe di proposi- zioni (proposizioni primitive) una seconda, quella
delle proposizioni derivate propriamente dette nominali (quid nominis) o
simboliche o abbrevia- tive (1). Praticamente nello studio: a) dei concetti in
se (concetto); b) delle relazioni fra i concetti (giudizio); e) delle
operazioni coi giudizi (sillogismo); ai risultati raggiunti mediante lo
strumento logico della definizione (definizioni formali, verità logiche) si
aggiungono a volta a volta i relativi principi assiomatici d'identità, di
contraddizione, del terzo escluso, di ragion sufficiente, secondo la
connessione opportuna (definizioni reali, verità ontologiche). In generale, i
fondamenti del calcolo logico si pongono facendo ricorso a due ordini di
principi di natura eterogenea. 2. Della vera natura dei due ordini di prin-
cipi considerati come primitivi, — Non starò a di- scutere se pure nelle altre
scienze analitiche sia assolutamente necessario l'intervento di almeno due
ordini di principi eterogenei (2). (1), Lemmi teoremi^ corollari^ ecc,^
dimostrati col lin- guaggio scientifico. Definizioni, in certo modo, fuori sé,
non necessarie, ma utilissime. Sono proposizioni derivate che si possono
dedurre da altre più semplici, ma che non si possono assumere senza
dimostrazione. (2) Nel campo della Logica matematica — intesa alla maniera del
Peano — per esempio, posto che " la Logica matematica sia la scienza che
tratta delle forme di ra- gionamento che s'incontrano nelle varie teorie
matema- Ciò che importa ora di stabilire è la determi- nazione della vera
natura di questi due ordini di principi considerati come primitivi nel campo
della logica ordinaria, perchè venga rischiarata la questione della loro
funzione ed il metodo da adottarsi definitivamente nelle presenti ricerche.
tiche, riducendole a formule simili alle algebriche , si ritiene necessario,
per esprimere tutte le proposizioni di una teoria matematica determinata,
aggiungere ai segni propri di questa determinata teoria matematica anche i
segni propri della teoria logica. Nell'esposizione pertanto figura un doppio
ordine di segni (logici e matematici) ordinati e distinti con rigorosa
classificazione. Senonchè, come risulta dalla mia ** Analisi della Logica
matematica , (Cfr. Teoria della scienza^ pag. 90-111) una esposizione rigorosa
della matematica non solo può farsi in modo del tutto indipendente, così dalla
Logica gene- rale come dalla Logica matematica in particolare, ma deve farsi
assolutamente in se stessa, senza bisogno di ricorrere ai segni logici, poiché
le idee primitive della logica non essendo essenzialmente differenti da quelle
della matematica — quando sono introdotte nell'organismo di questa — non fanno
altro che generare un duplicato ingombrante l'esposizione e alterare l'unità e
l'armonia delle leggi scientifiche. In altri termini aggiungere al gruppo dei
segni propri alle matematiche, il gruppo dei segni speciali apparte- nenti alla
logica, per esporre il processo matematico che è già un processo logico in se,
equivale ad aggiungere il gruppo dei simboli matematici al gruppo dei simboli
speciali appartenenti alla logica, per esporre il processo logico che è già un
processo matematico in sé, essendo tanto esatto l'asserire che la matematica e
un processo logico, quanto l'affermare che la logica è un processo matematico.
Ma siccome tale questione è stata appunto esaminata e a parer mio risolta
nell'opera prece- dente " Sopra la teoria della scienza, logica, ma-
tematica e fisica „, così qui riassumerò la con- troversia solo per quei sommi
capi ai quali mi dovrò richiamare nel seguito, neirintento di con- ciliare la
concisione colla relativa chiarezza ed indipendenza di questo volume. Vuol dire
che il lettore che abbia preso conoscenza dell'opera precedente può saltare,
senz'altro, al § 9. 3. Problema critico pregiudiziale, — Se si vuole costruire
una dottrina logica più che sia possi- bile formale o pura, il che si ottiene
solamente erigendola sul minimo numero d'idee primitive e svolgendola poi col
rigoroso strumento della definizione, bisogna risolvere prima il problema
critico dei principi assiomatici (1). Questo problema si può ridurre alla forma
seguente : " Le proposizioni primitive occorrenti alla lo- gica e quindi
le idee primitive di cui esse enun- ciano le proprietà devono essere veramente
divise in due categorie di natura eterogenea? „ (1) È bene avvertire che nel
linguaggio ordinario per * principi logici ,, " principi assiomatici ,, *
leggi del pensiero „, * verità assiomatiche „, s'intendono solo pro- posizioni
primitive esistenziali, cioè relative al contenuto, di natura ontologica,
psicologica, metafisica, reale, og- gettiva, ecc., in una parola esctralogiche.
Io adotterò questa terminologia solo durante la se- guente discussione,
l'abbandonerò completamente in se- guito, adoperando l'espressione più precisa
che sarà indi- cata a suo tempo. In altri termini: Di queste proposizioni
primitive è necessario fare due classi nettamente distinte fra loro, — Tuna che
esprima solo delle verità materiali, l'altra esprimente solo delle verità
formali, op- pure no? E, in questo caso negativo, la classe unica risultante
esprimerà dei dati relativi alla forma alla materia o ad entrambe
inseparabilmente? 4. Distinzione comune della dottrina delle forme elementari
dalla dottrina delle forme sistematiche metodologia — Teoria del Nagy, — Il
Nagy, d'accordo colla maggior parte dei logici, pur avendo intenzione di
separare accuratamente la logica pura, teoretica o formale, dalla logica ap-
plicata mista, ammette che la prima comprenda due parti: 1* la parte della
logica che considera la forma e non si occupa del contenuto che lascia
indeterminato e si dice dottrina delle forme elemen- tari ; 2* la parte della
logica che oltre la forma tien conto anche del contenuto (sempre indeter-
minato) e si chiama dottrina delle form^ sistema- tiche metodologia. Questo
modo di vedere pertanto, non esclude rigorosamente la considerazione della
verità mate- riale, dal campo della logica formale, solo ne lascia indeterminato
il contenuto. Siccome am- mette che nel pensiero, forma e contenuto siano
indissolubilmente congiunti, pur distinguendoli, non li può considerare come
separati. * Una logica completa li deve considerare tutt'e due: essa studia le
forme del pensiero in quanto con- f PARTE I - TEORIA GENERALE 97 tengono reali
contenuti. Forma senza contenuto non si dà; sibbene forma con un contenuto più
meno determinato „ (1). Oltre a questa ragione s'aggiunge la seguente : Il Nagy
ritiene che le verità assiomatiche " da considerazioni puramente logiche
non si possano affermare, sibbene si aggiungano come dati incon- trastabili
deiresperienza — e quindi di natura psicologica od ontologica — i quali
limitano la generalità di una logica più vasta ed indipendente da essi „ (p.
164). Quindi nella sua dottrina delle forme elemen- tari (parte I) compaiono le
leggi del pensiero nel medesimo ordine col quale ricompaiono nella dottrina
delle forme sistematiche (parte II). Non sarebbe questo un grave compromesso
della sua esposizione (per cui si rende impossibile la trat- tazione
indipendente tanto della logica formale quanto della logica materiale, essendo
la prima inquinata dalle verità materiali, la seconda dalle formali) ove fosse
possibile mantenere in tutto separate le due dottrine? Io ho creduto quindi
necessario sottoporre le verità assiomatiche ad una nuova critica per misurarne
rigorosamente la natura e includerle escluderle definitivamente dall'orbita
delle pre- senti ricerche. 5. Analisi dei principii assiomatici. — Tutti i
principi logici che il pensiero — per essere vero — pone fra i suoi termini,
considerati nella loro (1) Nagy, op. dt, pag. 13. Pastore, Logica formale. 98
LOGICA FOBMALE massima generalità, si possono distinguere in due aspetti
principali: I. quello dell'essere; IL quello del divenire. Per il primo
aspetto, il concetto, il giudizio e il raziocinio per essere veri devono
soddisfare a questa condizione fondamentale, che il loro valore risolvibile o
non risolvibile in più ter- mini, resti sempre quello che è (Condizione del-
l'essere). I principi logici a cui il pensiero deve subordi- narsi per
adempiere a questa condizione sono tre: lo il principio d'identità; 2° il
principio di contraddizione; 3<* il principio del terzo escluso. Per il
secondo aspetto, il concetto, il giudizio e il raziocinio per essere veri
devono soddisfare a questa condizione fondamentale che, quella qua- lunque
cognizione che essi implicano non possa essere considerata come vera, se non è
posta in relazione di dipendenza da un'altra condizione vera, cioè se non
diventa quello che diventa (Condizione del divenire). II principio logico a cui
il pensiero deve subor- dinarsi per adempiere a questa condizione è il seguente
: principio della ragion sufficiente, 6. Primo aspetto dei principi assiomatici.
— Premesso ancora in generale che i tre principi di questo gruppo si lasciano
riunire insieme ap- punto perchè riguardano solo le varie formalità della
quantità logica in quanto ogni parte di essa è quello che è, rimane a trattare
della vera natura dei singoli principi.1° Principio d'identità. Una breve
meditazione basta a persuaderci che questo principio riguarda nulla più che la
riaflfermazione della quantità posta, quindi esige evidentemente la ripetizione
del primo atto logico e come tale si riduce ad un caso del principio di
sostituzione. Infatti non si può dire che A è A, cioè non si può pronunciare
giudizio d'identità senza aver ricorso inutilmente a ripetuti tentativi di
sostitu- zione del diflferente (1) ; perchè se col progresso dell'esperienza si
giungesse a provare che A non è A, cioè è B, avremmo avuto torto di affer- mare
che A è A. Il Masci stesso non esita a dichiarare che: ** Il principio
d'identità importa propriamente questo, la legittimità della sostituzione
dell'identico come mezzo d'invenzione e di prova » (2). Perciò non sarebbe
espresso da quella formula, stando alla quale non sarebbe possibile alcuna
sostitu- zione. 2® Principio di contraddizione. Anche questo principio affetta
la riaflferma- zione della quantità logica posta e si riduce parimenti ad un
caso del principio di sostitu- zione; più propriamente al principio
dell'impossi- bilità della sostituzione del contro termine del termine posto,
che sommato coU'altro forma il totale pensabile. (1) Leibniz, pag. 94. '* Eadem
sunt quorum unum potest substitui alteri, salva ventate „. (2) Masci, op. cit.f
pag. 50. Infatti, riconoscendo che dato un concetto (che potremo dire A) nel
campo totale del pensabile (che si potrà segnare con 1 (1)), non si può sosti-
tuire ad esso la somma di tutti i concetti disgiunti (non A); che altro si fa
fuorché riconoscere che pensare di sostituire ciò che una data quantità logica
è con quello che essa non è, cioè con quello che resta del totale-campo, tolta
tale quantità, è pensare come vero un pensiero falso? Ciò dimostra il principio
di contraddizione importa propriamente la sola legittimità della sostituzione
quantitativa dell'identico, e vieta la legittimità della sostituzione
quantitativa del differente. 3° Principio del terzo escluso. Questo principio,
la cui formula è un giudizio disgiuntivo: A è o A, o non A, affetta Tafferma-
zione della dualità della composizione quantita- tiva, cioè della parte che è
posta e della parte che resta, tolta quella nel campo, e si riduce parimenti al
principio della sostituzione, più propriamente all'impossibilità della
sostituzione quantitativa del terzo, dato il posto e il residuo, dalla cui
somma risulta il totale. In ultima analisi tutti i tre principi riferiti si
riducono all'unico principio della sostituzione quantitativa dell'identico che
si può esprimere nel modo seguente: Sostituisci le quantità logiche identiche,
vale a dire: ciò che è identico quantitativamente è sosti- tuibile logicamente.
(1) Secondo il simbolo introdotto dal Boole. Secondo aspetto dei principi
assiomatici. — Premesso ancora che il principio della ragion sufficiente o
della dipendenza delle nozioni, ri- guarda solo le varie relazioni della
quantità logica in quanto ogni parte di essa rispetto ad altra diventa quello
che diventa, rimane a trattare della vera natura di questo principio. Già il
Masci ha avvertito giustamente : " Sic- come conoscere, sapere, è pensare
in relazione, è pensare una cosa per l'altra, neiraltra, dal- l'altra, ne
deriva che ogni cosa è saputa se è vista come conseguenza d'un'altra e cosi
questa a sua volta sino ai principi evidenti per se stessi, sino al sistema ed
al tutto „ (1). Ora ciò non equivale forse a dire che ogni cosa è saputa se è
vista come sostituzione di un'altra mediante la sostituzione di un'altra e così
via? Dunque, in ultima analisi, questo prin- cipio significa che le nozioni,
per essere conosciute, devono essere connesse col vincolo della sostitu- zione
e percorse col filo che questa ci porge, quindi anch'esso si riduce al
principio della sosti- tuzione qualitativa che si può esprimere cosi:
Sostituisci le qualità logiche identiche, vale a dire: ciò che diventa identico
qualitativamente, diventa sostituibile logicamente. 8. I tre gruppi del Nagy. —
Il Nagy , nella sua dottrina delle leggi del pensiero in generale esposte
secondo le teorie moderne (2) trattando partitamente delle leggi (principi
assiomatici) (1) Masci, op. cit., pag. 65. (2) Nagy, op. cit, pag. 164 e seg.
102 LOGICA FORMALE delle quantità logiche, poscia di quelle delle re- lazioni
di quantità logiche, e riattaccandosi evi- dentemente ai risultati
interessanti, ma non del tutto nuovi, ottenuti nella brillante tesi di laurea
del Voigt (1), in continuazione delle teorie del Jevons, dello Scroder, del
Peirce e del Cayley, le dispone diversamente e alcune suddivide in tre gruppi
speciali. Nel primo gruppo annovera: l'' il principio d'identità; 2** il
principio di contraddizione che si sud- divide in tre leggi speciali: a) per i
concetti e giudizi universali; h) per i concetti e giudizi particolari ; e) per
i concetti e giudizi individuali. Nel secondo gruppo pone le due leggi di moda-
lità e di causalità che però ammette che non SOQO * che due diversi aspetti di
un solo prin- cipio che si dice principio della ragion sufficiente „. Poscia oscilla
fra le espressioni di subordinazione di inferenza o di motivazione o di
relatività. Nel terzo gruppo, pur accennando all'impor- tantissimo fatto che *
ancor non è fissato sicura- mente il numero di queste leggi e che regna ancor
sempre una certa arbitrarietà nella scelta, dandosi parecchie volte, puta caso,
tre proposi- zioni, delle quali prese due qualunque come as- siomi Taltra ne
deriva „ , cita la numerazione del Peano {Rivista di matematica, fase, feb.-
mar. 1891, p. 26 e seg.) in cui figurano dodici assiomi, non (1) Voigt Dr.
Andreas, Die Auflosung voti Urtheilsystemeriy das Eliminationsprohlem und die
Kriterien des Widerspruchs in der Algebra der Logik, Leipzig, Danz senza
aggiungere tuttavia: " sembra però che ulte- riori semplificazioni siano
possibili „ (Sehroder, W. E. Johnson). Ora, rispetto al primo gruppo
(contenente i principi d'identità, di contraddizione — prima e seconda legge
speciale — ; del terzo escluso — terza legge speciale — ) oltre a quanto si
potrebbe obiettare contro questa divisione kantiana ri- spetto alla quantità,
vale quanto fu detto dianzi cioè a dire tutti questi principi si riducono alla
prima forma del principio di sostituzione che si basa propriamente
&u\VEssere (altrimenti detto principio di sostanza). Legittimità della
sostitu- zione quantitativa, cioè dell'essere. Rispetto al secondo gruppo
contenente il prin- cipio della ragion sufficiente (astrazion fatta dalle
denominazioni differenti), vale pure quanto fu detto dianzi cioè che esso si
riduce alla se- conda forma del principio di sostituzione basata propriamente
sul Divenire (altrimenti detto prin- cipio di causa). Legittimità della
sostituzione quali- tativa, cioè del divenire. Rispetto al terzo gruppo, pur
accettando come numero massimo l'elenco del Peano, rimando i lettori al mio
Saggio: Sopra la teoria della scienza, ove si dimostra che tutte queste leggi
delle opera- zioni logiche, così strettamente connesse col sim- bolismo della
logica matematica, non essendo altro che il complesso degli assiomi e delle defini-
zioni che regolano il calcolo colle operazioni logiche, si riducono volta a
volta ai principi già esposti d'identità, di contraddizione, del terzo escluso,
di ragion sufficiente. Risultati dell'analisi. — Torniamo ora al punto donde
siamo mossi, cioè al quadro dei principii logici o assiomatici, confrontati col
prin- cipio di sostituzione. Da quel. che si è detto appare che: 1° per il
primo aspetto della conformità o convenienza reciproca delle nozioni, un
concetto, un giudizio, un raziocinio per essere veri devono soddisfare a questa
condizione fondamentale, che il loro valore quantitativo risolvibile in più
ter- mini non sia sostituibile che con essi e reciproca- mente (Sostituzione
delV identico in quantità): 2^ per il secondo aspetto della dipendenza delle
nozioni, un concetto, un giudizio, un razio- cinio, per essere veri devono
soddisfare a questa condizione fondamentale, che qualunque cogni- zione non sia
vera se non sia sostituibile con un'altra cognizione equivalente (Sostituzione
del- l'identico in qualità). In conclusione tutti questi principi si giustifi-
cano — come generalizzazioni — per un'opera- zione analoga: la sostituzione
nelle sue varie forme: quantitativa e qualitativa. Tutti esprimono dunque la
stessa esigenza che è quindi la legge che ogni pensiero — per essere vero —
pone fra i termini di ogni relazione logica considerata nella sua massima
generalità: Sosti- tuisci logicamente ciò che è identico quantitativa- mente e
qualitativamente. 10. Analisi dei principi di sostituzione e di definizione. —
Ammesso ora che i principi assio- matici, si riducano tutti quanti al principio
di sostituzione la questione proposta al § 3 è molto semplificata ma non
risolta, perchè non si sa ancora se il principio di sostituzione sia o non sia
un principio formale puro. Procediamo quindi ad un'analisi pili profonda del
processo costruttivo della logica pura. La costruzione della logica pura o
dottrina delle forme elementari sì fa ordinariamente : 1® ricorrendo alla pura
definizione del con- cetto in sé (enunciazione delle proprietà delle idee
primitive) considerato quale termine primo e fondamentale di tutti gli altri
elementi logici (verità formali, definizioni logiche in se); 2** ricorrendo ai
principi assiomatici (verità materiali, definizioni ontologiche in se). Ora,
una volta che sappiamo che questi prin- cipi assiomatici si riducono al
principio di sostitu- zione, se si riuscirà a dimostrare che quest'ultimo è un
principio schiettamente formale o logico in se, la dottrina delle forme
elementari sarà del tutto depurata da ogni miscuglio materiale. Ma che cosa
manca a questa dottrina perchè si riveli riducibile alla sua più semplice
espres- sione analitica? Non le manca più se non che si dimostri che i due
principi di definizione lo- gica in sé e di sostituzione, non si possono de-
finire indipendentemente l'uno dall'altro, ap- punto perchè sono reciprocamente
sostituibili cioè identici. La rigorosa verità di questa reciproca di- pendenza
si deduce necessariamente osservando che in entrambi i casi si tratta sempre di
isti- tuire un'equazione tra due membri dei quali il primo (" definiendo „
o " sostituendo „) è un ter- mine che si vuol dare, x; l'altro (**
definiente „ o "* sostituto „) è un aggregato di termini avente un
significato già dato, a. In entrambi i casi l'operazione è solo possibile se
riesce ad assumere la forma dell'uguaglianza X =^ a. È certo che la distinzione
dei termini in noti (derivati) ed ignoti (primitivi) è relativamente
arbitraria; perchè se mediante a si definisce i, cioè se ad a si può sostituire
è; e mediante b si definisce a, cioè se a è si può sostituire a, si potrà
prendere come termine primitivo o a o i. Ciò non toglie però che tanto la
definizione quanto la sostituzione non siano altro che un giudizio d'identità
(o congiuntivo o disgiuntivo), e affinchè tanto l'una quanto l'altra operazione
possano avverarsi, sia sempre e parimenti neces- sario che fra i due membri di
esse possa figurare il segno =. Se ciò non avviene, la definizione o la
sostituzione non può farsi. È innegabile dunque che i due principi esami- nati
riposano, in ultima analisi, sopra la mede- sima operazione mentale. Ogni
definizione perfetta è, in fondo, una sosti- tuzione; ogni sostituzione
perfetta è, in fondo, una definizione. L'una è dunque sostituibile all'altra, e
defini- bile solo mediante l'altra, come si doveva dimo- strare. 11. Metodo di
studio delle forme logiche elemen- tari adottato nelle presenti ricerche, — Il
metodo di studio delle forme logiche elementari che sarà adottato nelle
presenti ricerche si impone quindi assai diverso da quello che seguono
comunemente i vari autori nel porre i fondamenti del calcolo logico, i quali,
introdotti i principi assiomatici in generale, partono dalla considerazione
delle operazioni coi simboli e finiscono coH'esaminare se valgano nella logica.
Qui la trattazione si svolgerà invece dalla pura determinazione degli enti
primitivi e delle loro proprietà alla costru- zione degli enti derivati
(giudizio, sillogismo, poli- sillogismo. . .) secondo le operazioni fondamen-
tali che valgono in tutto il pensabile. Questo modo più rigoroso di fondare la
logica formale ha una grande affinità colla teoria ana- litica sostenuta dal
Nagy, seguendo l'esempio istruttivo del Weierstrass (1), ma se ne distacca e si
giustifica per le ragioni riferite. 12. Possibilità di una metalogica, — In
base a questi risultati analitici acquista sempre mag- giore credito Topinione
che i principi assioma- tici siano soltanto indispensabili cioè veri per la
nostra logica (quale è intesa, almeno comune- mente, come dottrina in cui alle
forme pure del pensiero si aggiungono i primi dati relativi al contenuto), ma
che in ultima analisi non siano affatto indispensabili cioè veri per una logica
più vasta e più elevata e onninamente formale a cui si potrebbe dare il nome di
Metalogica (2), (1) Nagy A., Fondamenti del calcolo logico. Giornale di
matematica, voi. XXVIII, Napoli, Pellerano, 1890, pag. 8. (2) Tra la fortuna
della Matematica (geometria euclidea e non euclidea, dalla geometria classica
alla metageo- metria; aritmetica classica e metaritmica) e la fortuna della
logica (logica classica e metalogica, logica fidei^ logica naturalis, dottrina
della doppia verità nella filo- sofia araba e poi scolastica (Caramuel),
ipotesi di Boole) corre un riscontro così profondo e così curioso che me-
riterebbe d'essere esposto e criticato con grande cura. precisamente come gli
assiomi euclidei non im- pedirono la formazione d'una Metageometria. 13.
Conclusione, — Volendo riassumere in poche parole ciò che abbiamo ottenuto in
questo capitolo, ricorderò che, descritto il metodo di studio delle forme
logiche elementari adottato dalla logica ordinaria e posto il problema cri-
tico pregiudiziale: Se le proposizioni primitive necessarie in generale alla
logica, e quindi le idee primitive di cui esse enunciano le proprietà debbano
essere veramente divise in due cate- gorie di natura eterogenea; anzitutto ci
siamo persuasi, dopo opportune analisi, della possibilità di ridurre tutti i
principi assiomatici all'unico principio di sostituzione considerato nella sua
duplice forma. Abbiamo riconosciuto poi, dopo opportuna ana- lisi, che i due
principi della sostituzione e della definizione logica in se riposano sopra la
mede- sima operazione mentale. Pertanto, contrariamente airopinione comune, la
quale — per la costruzione della logica pura — ricorre: l^' alla definizione in
sé dei puri enti pri- mitivi del pensiero che ci esprimono delle verità formali
; 2^ ai principi assiomatici che ci esprimono delle verità materiali, ne abbiamo
concluso che i principi assioma- tici riducendosi al principio di sostituzione
e questo al principio di definizione e viceversa, le proposizioni primitive, in
generale, esprimono rigorosamente tanto delle verità materiali quanto delle
verità formali. Ognuna di esse riguarda ad un tempo la ma- teria e la forma ed
ha due significati o valori differenti : 1** in quanto riguarda la materia è un
prin- cipio materiale, psicologico, ontologico, metafi- sico, esistenziale,
oggettivo (extralogico); 2^ in quanto riguarda la forma è un prin- cipio
formale (logico). Però i due significati sono inseparabili Tuno dall'altro,
sicché si possono riguardare come co- stituenti un principio unico. Resta
inutile, per conseguenza, trattare parti- tamente prima dei principi riguardanti
la ma- teria, poi dei principi riguardanti la forma, nonché dell'applicazione
dei primi ai secondi per svol- gere la dottrina delle forme logiche in se,
nelle loro relazioni ed operazioni, come fa il Nagy. E per gli scopi di una
logica simbolica qualunque, volendo sostituire dei segni o sim- boli agli enti
primitivi o considerati come tali dalla logica, non sarà affatto necessario
intro- durre due categorie separate di segni, l'una per la rappresentazione
degli enti materiali, l'altra per la traduzione degli enti formali, per poter
esprimere tutte le proposizioni della scienza medesima. Parte Seconda IDEE
PRIMITIVE CAPO I. Classificazione delle idee primitìve. 1. Determinazione dei
concetti logici primitivi. — 2. Pro- blema delle categorie. — 3. Risoluzione
parziale. — 4. Tavola delle idee primitive. — 5. Postulati. — 6. Criteri
direttivi. — 7. Conclusione. 1. Determinazione dei concetti logici primitivi. —
Il numero e la varietà dei concetti (1) che l'os- servazione logica ci mette
dinanzi sono così grandi da divagare la mente ove questa non sia assistita e
fatta metodica da una divisione che ponga da una parte i concetti primitivi, di
ma- niera che questi diventino, per così dire, altret- tanti cardini o centri
attorno ai quali le cogni- zioni si raccolgano ordinatamente a sistemi. Così
potremo senza giro di parole indicarli pili rapidamente e, ciò che è di maggior
rilievo. (1) La questione della precedenza genetica del concetto del giudizio
non appartiene alla logica ma alla psi- cologia. dare loro un'esistenza
riconosciuta dalla nostra mente come soggetto di peculiare e separata con-
siderazione. 2. Problema ddle categorie. — La determina- zione dei concetti
logici primitivi ci porta al problema delle categorie. Questa ricerca può
essere fatta da vari punti di vista (1) : grammaticale, linguistico, logico,
matematico, fisico, psicologico, gnoseologico, me- tafisico. Due sono i quesiti
sui quali, tuttavia, ogni discussione di una qualunque classificazione si fonda
: a) la riducibilità delle categorie delle varie classi ; h) la riducibilità
delle varie classi di cate- gorie. Si può supporre che in seguito questi pro-
blemi diversi troveranno la loro soluzione in un modo unico; ma, come stanno
attualmente le cose, ciò non è ancora possibile, o, almeno, il compito non può
essere risolto che in parte. Però, non volendo abbandonare il campo dei fatti
logici, anche per questo proposito io sono costretto a valermi dei risultati
delle mie per- (1) Il Dauriac distingue tre modi, ugualmente legittimi e
riducibili ad uno solo, di determinare le categorie: 1** con analisi delle
leggi più generali della cono- scenza ; 2° con analisi delle funzioni o facoltà
umane; 3° con la classificazione delle scienze. {Note sur la doctrine
néo-criticiste dea catégories. sonali ricerche istituite appositamento, poiché
— malgrado la ricchissima letteratura suU' ar- gomento — non si hanno che poche
nozioni veramente depurate; molte altre sono tuttora incerte e il maggior
numero si trova ancora in via di discussione. 3. Risoluzione parziale. — Nel
saggio " Sopra la Teoria della Scienza^ Logica, Matematica e Fi- sica „, e
segnatamente nei tre primi capitoli della parte prima (Le idee primitive) ho
cercato di compiere, col massimo rigore possibile, l'analisi e la riduzione
alle pure idee primitive di tutte le idee che s'incontrano nei tre grandi
ordini di scienze seguenti: 1^ Logica (Grammatica, Logica naturale. Logica
pura); 2® Matematica (Aritmetica, Geometria); 3® Fisica (Fisica matematica,
Meccanica ra- zionale). E quest'analisi completa delle idee mi con- dusse a
questo risultato, che per ognuna delle scienze mentovate due sole idee possono
rite- nersi propriamente come primitive e fonda- mentali. Riporto le
conclusioni delle varie analisi lo- giche compiute, rimandando per un più ampio
studio all'opera menzionata: L — In Logica si è trovato: 1® (Gap. I, § 1®, 11).
L'analisi grammaticale mette capo a due termini che si possono consi- derare
come primitivi: 1- — ) SSuo, 2*» verbo.
2^ (Gap. Ili, § 2% 8). L'analisi dei concetti primitivi della Logica naturale
mette capo & due affermazioni che si possono considerare come primitive:
oggetto \ classe, individuo, 2* relazione. 30 (Gap. I, § 2^ 12). L'analisi dei
concetti primitivi della Logica pura mette capo a queste due idee primitive: la
idea \ ^^^^^^' ^ ^^®^ ? individuo, 2* relazione (1). IL — In Matematica si è
trovato: lo (Gap. II, § P, 3). L'analisi dell'Aritme- tica pone capo alle due
affermazioni seguenti : (1) Nell'opera precedente si trovano ancora usati
indif- ferentemente i termini : inclusione e relazione pel secondo ente logico
primitivo, il quale nella tavola delle idee primitive si trova appunto elencato
col primo nome. Senza variare per nulla il senso di quella prima ridu- zione
degli enti logici primitivi, nel presente saggio si adotterà sempre
l'espressione relazione. Si ottiene così il vantaggio di esprimere le proposi-
zioni logiche sotto una forma più rigorosa. Altre semplificazioni saranno
aggiunte nelle ricerche ulteriori; in guisa che il confronto cogli altri enti
pri- mitivi e la soluzione del problema generale riusciranno* di molto
agevolate. !• numero \ ^^^^^® (numero),
} individuo (uno), 2» successione 2« (Gap. II, § 2^ 3). Le idee primitive della
Oeometria sono riducibili al sistema seguente: punto I ?j classe, individuo, 2'
moto (relazione). in. — In Fisica si è trovato: 1® (Gap. in, n. 7). Le idee
primitive della Fisica «matematica sono riducibili alle seguenti : 1^— ja^iduo,
2* moto. 2^ (Gap. ni, n. 7). Le idee primitive della Meccanica razionale sono
riducibili alle seguenti: i^ • S classe, l'^P^oJ individuo. 2* tempo. Un primo
ordine di fatti molto importante ci porta a riconoscere chiaramente che ogni
scienza esaminata si riduce ad una coppia di idee primitive. Un altro ordine di
fatti notevo- lissimi ci viene offerto dai primi termini di ogni coppia.
Risulta invero che il primo termine di ogni coppia è sempre considerato sotto
due punti di vista: 1® come classe, 2^ come individuo. Geme classe abbiamo: il
nome, /'oggetto, Tidea, il numero, il punto, la massa, lo spazio. 118 LOGICA
FOBMALS Come individuo abbiamo: un nome, un oggetto, Mw'idea, un numero, un
punto, una massa, una spazio. Noi saremo dunque autorizzati a sopprimere le
notazioni : classe e individuo, quando si trat- terà di compilare una tavola
sinottica delle varie idee primitive, perchè tale distinzione è comune a tutti
i primi termini di ogni coppia. Analogamente riportando gli schiarim0nti ag-
giunti al secondo termine di ogni coppia tro- viamo in tutti i casi un'analogia
sorprendente. Eccone la prova: 1^ Il concetto del verbo grammaticale è si-
nonimo di inclusione, processo discorsivo, affer- mazione di riferimento,
parola del tempo, ecc. (Cfr. cap. I, n. 4-11); 2^ Il concetto di relazione
nella logica na- turale è sinonimo di transizione, processo inclu- sivo,
funzione copulativa, affermazione di riferi- mento, ecc. (Cfr. cap. I, n. 2-5);
3^ Il concetto di relazione nella logica ri- flessa è sinonimo di moto ideale
da individuo a classe, contenuto — contenente, convenienza, congruenza, moto
logico, trasporto da ... a ..., ecc. (Cfr. cap. I, n. 6-9); 4® Il concetto di
successione aritmetica è si- nonimo di venir dopo, processo, passaggio da...
a..., ecc. (Cfr. cap. II, § 1, n. 2); 5* Il concetto di moto geometrico è
sinonimo di relazione di punti a punti, trasformazione di punti in punti,
rappresentazione di punti in punti, trasporto da... a..., sovrapposizione,
eguaglianza, congruenza, ecc. (Cfr. cap. II, § 2, n. 1-3); 6® Il concetto di
moto fisico è sinonimo di passaggio da... a..., cambiamento di posizione, PABTB
II - IDEE PRIMITIVE 119 spostamento, successione, processo, transizione,
aflfermazione di riferimento, ecc. (Cfr. cap. Ili, n. 5-7); 7<* Il concetto
di tempo meccanico razionale è sinonimo di successione, rappresentazione di...
in..., ecc. (Cfr. cap. HI, n. 5-7). Basta cotesta rapida rivista per far com-
prendere che le differenze fra i sette termini dati non sono che nominali (1).
La tavola seguente, facendo risaltare meglio la classificazione sistematica
delle varie idee pri- mitive, ci permetterà di considerare le cose da un punto
di vista veramente elevato e ci por- gerà la più eloquente conferma di due
grandi e nuovi principi su cui vorremmo richiamare Tat- tenzione dei pensatori.
4. Tavola delle idee primitive. — Per comodità del lettore riporto ancora qui
la tavola delle idee primitive. (1) A ribadire il concetto della nota
precedente, riporto ancora il passo inserito, a questo punto, nell'opera ante-
riore: * L'unica differenza che può forse sembrare assai ^rave è presentata dai
due termini : (troppo distanti co- munemente nella serie) inclusione e tempo.
Ma si noti che questi due termini non fanno altro che indicare pro- cesso di
... in ..., successione, sovrapposizione di ..., ,moto ideale da ... a ...,
funzione copulatira, discorsiva, sovrap- posizione, rappresentazione di ... in
..., ecc. Ragion vuole quindi che non si ponga alcuna sostan- ziale differenza
fra inclusione logica e tempo fisico-razio- nale, e analogamente che non si
ammetta alcuna sostan- ziale differenza fra tutte le varie coppie di idee
primitive riferite „.. o o CA Meooanl railona 1 CO 1 K PI sica matloa S o e
> S^ S S H i M :^ jas 1-^ < o o Oh 1 1 3 1 U H 0» B Q M -Ss 1 .2 co :3 «
P eS sa •E g 1 eS ^3 <l .2 "■ o J S ce < q? > o O 1 <! M "3
$3 H o 3 S o •l c^ £ 1^ •^ e« =3 i o L. 2 Z > o PARTE II - IDEE PRIMITIVE
121 Due conclusioni generali raccolgono i risultati di questa indagine
analitica: 1^ la piena e mutua convertibilità di tutte le idee primitive,
logiche, matematiche e fisiche, fondata sul fatto della loro perfetta
equivalenza; 2^ la possibilità di una spiegazione unica e comune. **
Riconoscendo che tutta la famiglia degli enti primitivi, logici, matematici e
fisici, ha uno sti- pite solo, è logico dunque stabilire che i vari ordini
scientifici riferiti non sono che la realtà mascherata d'un solo processo che
si rivela come la necessità primitiva e determinante della scienza „ (1). 5.
Postulati. — Fermando l'attenzione al solo campo della logica, e visto che le
idee logiche primitive non incontrano alcun inconveniente ad essere esposte
nella forma seguente: lo Idea (2), 2° Relazione, (1) Sopra la teoria della
scienza, ecc., pag. 84. (2) Ciò che qui si dice idea o ente logico h detto nel
calcolo logico quantità logica. Nondimeno questo termine nel calcolo logico ò preso
in senso assai più largo del riferito, perchè per esso nel- l'idea di quantità
logica è compreso sì il concetto che il giudizio, e il raziocinio, e in
generale tutte le formazioni logiche ancor più complicate che sono sempre
l'oggetto diretto del pensare e che si trovano fra di loro in una qualunque
delle relazioni logiche possibili. Per noi ** idea „ significa tutto ciò che
può essere pensato sotto la forma più elementare possibile e senza contrad-
dizione, a cui possono far riscontro i primi e più semplici ove sembrasse utile
introdurre questi enti pri- mitivi con postulati speciali, V enunciazione di
essi non potrebbe essere molto diversa dalla seguente : 1® Penso un'idea, o
piìi brevemente ideo, 2® Penso una relazione, o più brevemente riferisco. 6.
Criteri direttivi. — In base a questi risul- tati analitici, nei capitoli
seguenti, solo adope- rando il poco materiale logico primitivo riferito qui
sopra cioè : in primo luogo, ammettendo che, date le idee primitive (Idea e
Relazione) per esse siano vere certe proprietà, dalle quali possono logicamente
dedursi le altre; in secondo luogo, fissando i vari enti logici suddetti con
segni o simboli fisici ben determinati e riducibili anche essi ai due enti
primitivi della fisica: (Massa e Moto) e lavorando sopra di essi, procederò
alla costruzione logica e fisica (ideofisica) di tutte le forme che si
incontrano nella logica pura. 7. Conclusione, — Riassumendo: dopo d'aver
richiamato alcuni punti principalissimi intorno alla determinazione e alla
classificazione dei con- cetti logici primitivi ed alla tanta dibattuta que-
stione delle categorie, fu riportata la tavola delle prodotti psicologici e
grammaticali, ma senza che con ciò s'intenda dare una definizione d*un termine
che si ritiene appunto indefinibile logicamente. Adottando il nome di idea in
senso lato, possiamo ritenere che idea e concetto significhino la stessa cosa.
Questa è appunto la nostra convinzione. idee primitive della logica, della
matematica e della fisica già esposta nel saggio precedente " Sopra la
Teoria della Scienza, Logica, Matema- tica e Fisica „. Quindi furono dichiarati
i criteri direttivi ed i postulati dei quali faremo uso continuamente nel
seguito. CAPO II. Proprietà delle idee primitive. 1. Distinzioni e proprietà
fondamentali dei concetti lo- gici primitivi. -— 2. Proprietà dell'idea. — 3.
Pro- prietà della relazione. — 4. Critica dei concetti po- sitivi e negativi. —
5. Proprietà secondarie. — 6. Concetto del concetto. — 7. Forme logiche pure. —
8. Conclusione. 1. Distinzioni e proprietà fondamentali dei con- cetti logici
primitivi. — Degli enti primitivi, cioè non definiti che si introducono in ogni
scienza, si ammettono come note e primitive certe pro- prietà dalle quali
possono dedursi logicamente le altre. Ora tutte le distinzioni (1) che si usano
fare tra gli enti logici in ultima analisi non fanno (1) Non possiamo
addentrarci nella distinzione dei concetti a base psicologica (ordinati,
confusi, chiari, oscuri, ecc.); linguistica (nomi propri, comuni; univoci,
equivoci, ecc.); ontologica (astratti, concreti). altro che numerare le
proprietà immediate o mediate delle idee primitive. Queste proprie tà, che
chiamiamo primitive perchè non ulterior- mente riduttibili, si possono quindi
dividere in due gruppi, avendo ridotto a due sole idee pri- mitive tutte le
idee che s'incontrano nella logica pura : 1<> proprietà dell'idea,
2<> proprietà della relazione. 2. Proprietà dell'idea. — Rispetto alle
pro- prietà dell'idea, d'importanza veramente vitale per la logica è la distinzione
fra le due seguenti proprietà, che ammettiamo note immediatamente: a) idea di
classe {un campo del pensabile, cioè della varietà logica, logische
Mannigfaltigkeit ; nome generico, comune, universale), che può na- turalmente —
in certi casi — considerarsi come individuo di un'altra classe maggiore; b)
idea d' individuo, che può naturalmente — in certi casi — restringersi ad un
solo indi- viduo, ma sempre ancora considerato come parte (particolare) (1);
perchè su di esse si basa il (1) I termini: individuo, classe, unità,
molteplicità, non denotano qui solamente l'estensione dei concetti, né più
avanti saranno introdotti altri termini per connotare la comprensione. Non fa
d'uopo introdurre due serie di termini diffe- renti per significare due serie
di relazioni concettuali che si mantengono distinte quasi senza necessità;
impe- rocché tanto è possibile leggere comprensivamente gli schemi deUa
estensione, ed estensivamente gli schemi della comprensione, quanto è possibile
leggere ora in un 126 LOGICA rOBMALB fondamentale rapporto della inclusione o
subor- dinazione. Ma queste proprietà non servono soltanto di distinzione fra
concetto e concetto, bensì sono applicabili rigorosamente ad ogni concetto in
sé stesso, il quale è sempre ad un tempo: a) un'unità (individuo), b) una
molteplicità (classe d'individui). La stessa cosa si indica dicendo che ogni
con- cetto è, in pari tempo, un elemento e un sistema di elementi riuniti in un
certo ordine. Ogni concetto e, ad un tempo, un tutto ed una parte e ciò tanto
come parte quanto come tutto, vale a dire : quando è considerata come un tutto
si rivela ancora come una parte, e quando è con- siderata come una parte si
rivela ancora come un tutto; e più brevemente ancora: quando è la parte P di un
tutto U è ancora un tutto V* di parti P'; quando è un tutto U^ di parti P' è
ancora una parte P di un tutto U, Il fatto si verifica evidentemente per la ri-
modo, ora nell'altro una convenzione unica e così astratta che convenga nello
stesso tempo ad entrambi. Nel testo è adottata Tespressione che pare più sem-
plice. Con ciò si ovvia alla falsa supposizione che la logica intensiva sia
irreducibile alla logica estensiva. Se nel corso della trattazione seguente si
farà uso di termini che potranno apparentemente generare equivoco, non si accennerà
coi medesimi ad altro che a relazioni o ad operazioni da interpretarsi
univocamente. E ciò si ram- menti pure a proposito della costruzione e della
lettura dei modelli ideofisici. petizione d'una stessa proprietà che è la bila-
teralità fondamentale della prima idea pri- mitiva. Ora si badi ad un passaggio
notevole che, per vero dire, ci trasporta già fuori delle proprietà
immediatamente note. Se indichiamo, nel primo caso, col rapporto TIP il
rapporto fra l'universale estensivo (U) e il particolare estensivo (P); nel
secondo col rap- parto U'P' il rapporto fra l'universale compren- sivo (U') e
il particolare comprensivo (P') otte- niamo il risultato di poter esporre le
relazioni che intercedono tra la sfera e il contenuto dei concetti, ricorrendo
semplicemente alla suddetta proprietà bilaterale dell'idea. Appare che sfera e
contenuto stanno fra di loro in rapporto scambievole, sebbene non in semplice
rapporto inverso, se pure il contenuto cresca col diminuire della sfera e
viceversa, come osserva giustamente il Nagy. Riducendo quindi il processo
anzidetto alla sua più semplice espressione e volendolo esprimere colla veste
della logica tradizionale, si può dire che ogni concetto è suscettibile
contemporanear mente d'una duplice serie di rapporti : di esten- sione e di
comprensione, vale a dire : ogni con- cetto è estensivo e comprensivo ad un
tempo (1). (1) Considerando inoltre che in forza della legge di dualità
scoperta da C. S. Peirce (a. 1870) ad ogni pro- posizione circa la somma
(estensione) corrisponde un'altra circa il prodotto (comprensione) che si può
dalla prima immediatamente derivare e viceversa, si capirà bene che fra i due
tipi mentovati esistono differenze graduali solo dal lato morfologico, per cui
i tentativi di riportare un Da ciò risulta in primo luogo, che le varie
distinzioni dell'idea si possono rappresentare in una serie di quantità o
termini logici a, 6, o ... w, l'uno maggiore dell'altro e disposti in guisa che
sia da un lato la classe minore d'ogni classe (che è quella esprimente il
nulla), dall'altro la classe maggiore di tutte le classi (che è quella
esprimente il ttUto, o campo del pensabile ** uni- verse of discourse „) ; in
secondo luogo, che all'operazione estensiva corrisponde scambievolmente
l'operazione com- prensiva , di guisa che nessun concetto può riguardarsi come
assolutamente minimo o mas- simo, cioè tale che non possa essere maggior- mente
determinato tanto nell'estensione quanto nella comprensione o generalizzato sia
nell'una sia nell'altra, sebbene le due operazioni del de- terminare (dalla
classe all'individuo) e del gene- ralizzare (dall' individuo alla classe) non
possano essere proseguite all'infinito, ma abbiano un certo limite, nei
concetti relativamente minimi la prima e nei concetti relativamente massimi la
seconda. Infatti ad ogni minimo estensivo corrisponde su- bito un massimo
comprensivo e viceversa, E facile comprendere per tal modo che i con- cetti non
sono mai assolutamente semplici o separati gli uni dagli altri; ne
assolutamente composti insieme confusi (1). dato concetto ad uno dei tipi
corrispondenti non hanno altro scopo che quello di agevolare un prospetto ordi-
nato nella diversità delle forme. (1) La possibilità del pensiero si fonda
appunto sopra questo carattere della riferibilità inesausta dei concetti (Cfr.
§ 3, Proprietà della relazione). PARTE II - IDEE PRIMITIVE 129 Riassumendo in
due punti successivi la breve trattazione di questo § 2, si può ritenere che le
proprietà dell'idea sono enunciabili colle pro- posizioni seguenti, che si
assumono senza dimo- strazione : A) ogni idea gode contemporaneamente di una
duplice proprietà: 1^ la proprietà d'essere classe, 2<> la proprietà
d'essere individuo. Da questa proprietà bilaterale si deduce che : ogni classe
è individuo, ogni individuo è classe, il che significa in altre parole : ogni
classe logica si può considerare come un individuo, ogni individuo logico si
può considerare come una classe; B) e, analogamente, ogni idea gode con-
temporaneamente d'una duplice proprietà : 1<* la proprietà d'essere sfera
(estensiva), 2^ la proprietà d'essere contenuto (compren- sivo). Da questa
proprietà bilaterale si deduce che : ogni idea ha una sfera (estensione); ogni
idea ha un contenuto (comprensione), e in conseguenza: ogni sfera è contenuto;
ogni contenuto è sfera, il che significa in altre parole: ogni sfera
(estensione) si può considerare come contenuto; ogni contenuto (comprensione)
si può consi- derare come sfera. Qualora sembrasse utile introdurre le due pro-
prietà deiridea con proposizioni speciali, l'enun- ciazione di esse non
potrebbe essere molto di- versa dalla seguente: 1° penso un'idea di individuo o
più breve- mente una idea, cioè determino, 2° penso un'idea di classe o più
brevemente più idee, cioè generalizzo. 3. Proprietà della relazione, — Rispetto
alle proprietà della relazione, d'importanza parimenti vitale per la logica è
la distinzione fra le due seguenti proprietà fondamentali (1) : (1) Quelle che
qui si dicono proprietà fondamentali della relazione, nel calcolo logico sono
dette * relazioni possibili delle quantità logiche ,. Le relazioni logiche
possibili tra le quantità logiche comparate fra loro nel- l'unità della mente
sono tre, secondo il Nagy {Fonda- nienti, ecc., pag. 8): 1° con una quantità a
viene pensata anche Taltra h, 2° con una quantità a viene pensata parte della
ò, 3** con una quantità a non viene pensata la h. La stessa partizione è da lui
conservata nei '^ Principi di Logica „ (pag. 25): subordinazione^ interferenza,
disgiun- zione. Ma è evidente che T interferenza non è una relazione
fondamentale, perchè non è che un caso di inclusione e di esclusione parziali.
Lo stesso Nagy poi ammette che, introdotta la nozione 1 a) relazione di
affermazione, o di inclusione propriamente detta; b) relazione di negazione o
di esclusione, perchè essa fecondando la distinzione precedente fra i concetti
di classe e i concetti di individuo agevola tutte le relazioni fra i concetti.
Ma quest'asserzione merita uno schiarimento, tanto più che potrebbe anche
sembrare un ar- bitrio lo stabilire che le due coppie di termini:
aflfermazione-incFusione, negazione-esclusione, in- dicano le stesse proprietà
più semplici inerenti alla seconda idea primitiva. Risolverò quindi il primo
dubbio, poscia strin- gerò Targomento ponendo a confronto i vari termini. Se —
come non vorrà negarsi — l'idea di classe si confonde con l'idea di contenente,
e quella di individuo con quella di contenuto, ap- pare subito che le proprietà
dell'idea includono già le proprietà dell* inclusione in largo senso della
parola e viceversa. I due enti logici pri- mitivi si rivelano inseparabili, in
quanto che nessuna relazione logica può verifiicarsi fra idea ed idea se non
ricorrendo a quelle medesime distinzioni dell'idea che ci permettono di rap-
presentare l'individuo come un contenuto dentro di negazione, tutte le altre
relazioni si riducono alla su- l)ordinazione (pag. 26-37). Avuto quindi
riguardo alla distinzione introdotta nel testo, e alla riferenza evidentissima
e completa colle due nozioni di subordinazione e di negazione seguita dalle
dottrine più moderne, possiamo ritenerci autorizzati a non ammettere come
fondamentali che le due proprietà . mentovate. la classe considerata come un
contenente (1) almeno come due enti che convengono con- temporaneamente fra di
loro; siano essi due ter- mini disuguali cioè l'uno maggiore dell'altro (su-
bordinazione propriamente detta), o siano uguali nel caso della coincidenza
reciproca (identità). Tale è la subordinazione della specie al ge- nere,
rapporto veramente eccellente e tradizio- nale nella logica. Siccome però
l'applicazione della relazione su- bordinativa alle varie distinzioni dell'idea
non si riduce solo alla posizione dei due termini (in- dividuo-minore,
classe-maggiore), l'uno dentro l'altro, ma in verità alla collocazione di essi
entro il campo d'un pensabile, quantitativo e qualificativo dato, così risulta
che riferire un individuo ad una classe, o porlo in una classe^ cioè includere
un primo concetto dentro un se- condo, significa costruirne un terzo (classe
pros- simamente superiore : il totale), in cui siano con- tenuti i due primi
(2). Ora uno qualunque di questi due può sempre (1) Inclusione è
rappresentazione di un individuo in classe. (2) È utile ricordare a questo
proposito e riguardo al- l'inclusione delle classi quanto fu messo in chiaro
dalla. Logica
matematica (cfr. Peano, Logique mathématique^ pag. 35). ** Affirmer qu'une
première classe est contenue dan& une deuxième c'est comme affirmer que la
première classe est le produit logique des deux classes „. Il che si esprime colla formula h2 :
a'^h , = ,a = ah, ed era già stato dichiarato da Leibniz: " Omne a est è;
id est aequivalent ah et a ,. considerarsi come la differenza dei due altri,
cioè tutto quello che è pensabile del terzo con- cetto prossimamente superiore,
ad esclusione del- l'altro che si presenta come suo opposto. Nel linguaggio
comune, essendo necessaria una distinzione fra i due concetti, quello che si
pensa alVinfuori, cioè mediatamente ad esclusione dell'altro (sempre rispetto
al (3®) concetto pros- simamente superiore di cui si tratta (** universe of
discourse „)), piglia il nome di concetto nega- tivo ; quell'altro che è
pensato come posto o fer- mato immediatamente davanti allo spirito prende il
nome di concetto positivo (1). (1) Esclusione è rappresentazione di individuo
fuori di individuo, di classe fuori di classe. Esclusione di conve- nienza fra
spazio e spazio, non esclusione di spazio; e volendo ricorrere alla
rappresentazione è ripugnanza, sconvenienza di qualità. Da questo modo di
vedere nasce .una conclusione im« portantissima che fu già esposta a suo tempo.
Non avendo Tidea logica primitiva, che trovasi in- dicata coi termini : verbo ,
relazione , inclusione , altro valore che quello di rappresentazione di punti
in punti o di punti fuori di punti, si può concludere che essa non significa
altro che rappresentazione successiva di puntif o successione o moto di punti,
essendo il moto niente altro che spazio sotto forma di tempo, vale a dire tempo
di spazio (Divenire). Analogamente, non avendo l'altra idea logica primitiva,
che trovasi espressa coi termini: nome, oggetto^ idea^ altro valore che quello
di rappresentazione di punti con punti, si può concludere che essa non si-
gnifica altro che rappresentazione simxdtanea di punti o coesistenza o massa di
punti, essendo la massa (astrattis- simamente parlando) niente altro che tempo
sotto forma di spazio, vale a dire spazio di tempo (Essere). Ma questa
terminologia è evidentemente ar- bitraria. Nell'uguaglianza algebrica a = b -\-
e dire che ò è la differenza tra a e e equivale a dire che e è la differenza
tra a e 6; il che, messo sotto la forma tradizionale della sottrazione a — 6:=
e, a — c = b, dimostra che ora Tuno ora l'altro dei due termini corrispondenti
6 e e può diventare negativo o positivo a piacimento. Lo stesso si dica dei
termini logici. Ecco come L'idea di esclusione di rapporto, a cui può essere
giustamente attribuito anche il significato della negazione, inerisce
necessaria- mente coU'idea di inclusione. Noto di passaggio che questo è il
caso più semplice dei due rap- porti di inclusione e d'esclusione. Nei casi più
complessi troviamo non solo l'in- clusione di un concetto dentro un altro
concetto (classe), che si risolve poi nel caso di due con- cetti disuguali, od
uguali fra loro, contenuti dentro un terzo prossimamente superiore (inclu-
sione semplice o subordinazione), ma l'inclusione di più concetti o sistemi di
concetti dentro un altro concetto o sistema di concetti, che si pre- senta come
un nuovo e maggiore " universe of discourse „ (coordinazione) (1). V'è
ancora un altro mezzo di illustrare meglio la negazione, giacche dato, dentro
il campo del pensabile, un concetto qualunque (termine in re- lazione
positiva), questo si può considerare come (1) Vailati, Revue de Mathémutiques,
tom. Vili, n** 3. Turin, Bocca una classe (contenente) (1), e come una classe
sì può altresì considerare il suo vero contro- termine contradditorio (termine
in relazione ne- gativa rispetto al primo). In conseguenza, riflettendo che tra
il termine in rapporto positivo ed il suo corrispondente in rapporto negativo,
passa una relazione tra classe e classe, cioè tra contenente e contenente
affatto escludentisi reciprocamente, essendo Tuno tutto quello che resta del
suo campo pensabile tolto Taltro, tosto si comprende che questa relazione tra
contenente e contenente non patisce che uno dei due termini sia considerato
come subordi- nato cioè contenuto conveniente rispetto all'altro; quindi si
deduce che la relazione di esclusione non è che il caso della relazione
intercedente fra classe e classe, quando si considerino come affatto
sconvenienti fra loro, cioè Tuna affatto fuori dell'altra, sebbene non oltre il
campo del pensabile dato. Ma in conclusione le proprietà fondamentali del
secondo ente logico primitivo non sono che le due riferite al § precedente,
potendosi coi segni di esse esprimere tutte le altre relazioni implicite o
indeterminate (2). Riassumendo la (1) S'intende che lo stesso può dirsi
sostituendo il ter- mine individuo al termine classe, per quanto s'è detto al §
2. (2) È noto che il sistema delle relazioni possibili è dato per l'ordinario
dall'elenco seguente : 1** equipollenza, 2** subordinazione, 3** esclusione,
4** interferenza, 5° coordinazione. 186 LOGICA FOBMALS breve trattazione, si
può ritenere che ogni rela- zione gode contemporaneamente d'una duplice
proprietà: 1° la proprietà di essere inclusione (di una quantità logica), 2® la
proprietà di essere esclusione (di una altra quantità corrispondente). Da ciò
risulta che ogni inclusione o afferma- zione logica di una data quantità si può
consi- derare come un'esclusione o negazione logica di un'altra quantità
corrispondente e viceversa. Qualora poi sembrasse utile introdurre le due
proprietà della relazione con proposizioni spe- ciali, il loro enunciato non
potrebbe essere molto diverso dal seguente: P penso prima un individuo poi una
classe o viceversa, piii brevemente, includo cioè affermo, 2** penso prima un
individuo poi un altro, o prima una classe poi un'altra, più brevemente,
escludo cioè nego. 4. Critica dei concetti positivi e negativi. — Bi- sogna
adunque evitare accuratamente di ritenere, come si fa quasi da tutti, che in
realtà vi siano dei concetti positivi e negativi. Ogni concetto in sé è
quell'ente logico che è (quantitativamente) . Quando poi lo si riferisca a tale
o tale altro ente, in tale o tal'altra maniera, allora solo può essere
considerato come positivo o negativo, perchè per effetto della sopraggiunta
relazione diventa quello che diventa (qualitativamente). 5. Proprietà secondarie,
— Oltre queste pro- prietà che formano il cardine d'ogni trattazione logica e
sgorgano più o meno immediatamente dai due concetti primitivi proposti, ai
quali sono proprie, figurano altre proprietà secondarie co- muni ai due gruppi,
le quali servono a chiarire sempre meglio la natura dei concetti (1). La più
caratteristica proprietà secondaria dei concetti logici è la commutazione. Per
ranalisi logica del concetto la logica clas- sica insistette grandemente sopra
la distinzione degli elementi secondo il loro valore logico, cioè secondo
quello che si dice nel linguaggio logico : ordine dei predicabili (trattandosi
naturalmente della comprensione). (1) Abbiamo detto chiarire e non definire,
perchè come non si può pensare di dare una definizione logica degli enti
primitivi che sono indefinibili per convenzione, a meno che non si dia il nome
di definizione degli enti in se stessi alla semplice determinazione di quelle
proprietà dalle quali possono dedursi logicamente le altre (cfr. Bu-
RALi-FoRTi, op. cit., pag. 129 e seg.: Definizioni di terza specie. L'uso di
questa espressione è puramente arbitrario), cosi bisogna mettere da parte tutte
le definizioni psico- logiche, metafisiche, ontologiche, filologiche che per
de- finire il concetto logico ricorrono a dati extralogici e con esse tutte le
questioni intomo all'origine, all'attività rappresentativa elaborata nella
formazione dei concetti e alle condizioni psicologiche dell'ideazione o
concezione. Psicologicamente si può ricordare che mentre la per- cezione e già
una sintesi di sensazioni, il concetto e una sintesi di percezioni; in altri
termini è una riduzione della molteplicità all'unità che ci fa abbracciare in
un solo atto sistematico del pensiero una quantità indefinita di oggetti. Il
concetto e una sintesi nuova e più com- plessa formata dalla nostra attività
rappresentativa. Sotto questo riguardo si distinsero varie specie di note,
divise ordinariamente in due classi. Il primo posto spetta alla nota generica
so- stanziale. Il secondo posto spetta alle note qualificative, le quali
seguono un ordine nell'organismo stesso del concetto, che non si può invertire.
Non è qui il luogo di esporre le dottrine sto- riche riguardo lordine dei
predicabili. Molto pili importante è invece il rammentare che la logica
matematica ha ormai dimostrato definitivamente che tanto la disposizione delle
parti nella sfera, quanto quella delle note nel contenuto e quindi l'ordine
così dei termini della somma logica, come dei fattori del prodotto lo- gico, è
logicamente indifferente. Questa proprietà toglie quindi ogni esitazione nella
scelta del migliore ordine dei predicabili, e agevola immensamente la
costruzione dei mo- delli del concetto (1). (1) Restano tre altre proprietà: e)
Associazione, espressa dalle identità seguenti: abc = {ab) c = a (hc)\ a + ò +
e = (0+6)+ c = a +(6+ e) d) Distribuzione, espressa dalle identità seguenti: a
[b -]- e) = ab -\- ac\ a -(- {bc) = (a •\-b){a-\- e) e) Assorbimento, espressa
dalle entità seguenti: a(a-\-b) = a\ a-^ ab==a Ma giova notare che la prima
indica solo la possibi- lità d'un raggruppamento convenzionale di termini che
forse non differisce sostanzialmente dalla commutabilità ; la seconda non si
potè ancora dimostrare completamente, anzi, secondo lo Schroder (cfr.
Vorlesungen, Lezione VI) sarebbe indimostrabile ; la terza si verifica
ricorrendo alle proprietà anteriori. Concetto del concetto. — Fin qui, per
neces- sità analitica, si è tenuta separata considera- zione dell'idea o
concetto dalla relazione. Ma ora è bene avvertire che ciò che si dice
comunemente concetto è ciò, che si ottiene fon- dendo insieme gli enti logici
primitivi (concetto puro idea e relazione) e in esso implicando le proprietà.
Ad ogni modo, se è vero che, per questa ac- cezione ordinaria della parola, il
concetto si pre- senta come una specie di sistema derivata di enti primitivi e
di proprietà logiche abbastanza complicato, non è men vero che in generale e
rigorosamente parlando ogni concetto è un si- stema. I concetti più vicini ai
primitivi sono dei mi- nori sistemi di relazioni di proprietà, e i sistemi di
relazioni più complesse, rappresentate dalle forme ulteriori del pensare, non
sono fondamen- talmente diversi da quel sistema più elementare che è il
concetto primitivo. " Vi è solo questa differenza , osserva opportunamente
il Masci, che le prime sono formazioni inconsapevoli e le altre sono formazioni
ulteriori volontarie e ri- 7. Forme logiche pure, — Le proprietà enun- ciate
sono semplicissime e note ad ogni persona, quantunque non da tutti vengano
enunciate sotto la forma precedente. Adottando l'ipotesi che tutti i concetti
logici, di cui si occupa la logica formale, siano costruiti colla medesima
regola e godano delle stesse pro- prietà, d'ora innanzi si potrà parlare di
forme logiche pure ed impure. 140 LOGICA FORMALE Una forma logica dicesi pura
quando tutti i suoi elementi godono delle stesse proprietà e derivano da una
medesima legge, cioè da un medesimo metodo di costruzione. In quello che
seguirà noi ci occuperemo delle sole forme logiche pure, essendo queste le sole
per cui r uniforme modo di generazione e la stretta correlazione fra le parti
permettano una comparazione sotto qualche riguardo plausibile cogli enti
matematici e fisici. 8. Conclusione, — Tutte queste proprietà prin- cipali e
secondarie, alle quali ci ha condotto l'analisi delle idee primitive, saranno
applicate dapprima nella costruzione dei modelli delle idee primitive,
verificate in seguito nella teoria delle idee derivate e nella funzione dei
modelli corri- spondenti. Per ora mi limito a constatare Tutile che deriva
dalla divisione degli enti logici primitivi dalle loro proprietà; notando che i
principi logici esposti in questo capitolo e nel precedente for- mano in realtà
una parte essenziale delle pre- senti ricerche. CAPO III. Modelli ideofisici
delle idee primitive. 1. Sostituzione della rappresentazione meccanica dei
feno- meni logici alla rappresentazione grafica. — 2. Primo modello ideofisico
dell'idea. — 3. Modello ideofisico della relazione. — 4. Modello concentrico a
parti- colare fisso. — 5. Modello differenziale. — 6. Fun- zione del modello in
accordo col principio fonda- mentale della logica. — 7. Rappresentazione dei
rapporti quantitativi e qualitativi dei concetti. — 8. Rapporti invertibili e
non invertibili. — 9. Nota sul comportamento del modello ideofisico. — 10. Con-
clusione. 1. Sostituzione della rappresentazione meccanica dei fenomeni logici
alla rappresentazione grafica, — Le nozioni date finora sono certo lontane dal-
l'avere quella concisione che è necessaria per potervi ragionare sopra
applicando i metodi ri- gorosi della matematica; sopratutto in causa della
vasta nomenclatura che fu adottata per rendere più accessibile la trattazione.
Esse però sono sufficienti per lasciarci intravedere la possibilità di costruire
dei modelli ideofisici capaci di tutta la precisione deside- rabile. " La
sostituzione di simboli a parole e di for- mule a proposizioni — osserva
giustamente il Peano — è una delle più grandi scoperte del- l'algebra moderna „
(1). La sostituzione della rappresentazione grafica delle quantità logiche ai
simboli ed alle formule matematiche (interpretazioni delle classi logiche e
delle operazioni elementari colle classi, con classi di punti e figure, quali
rettangoli, cerchi, ecc., già usate da Leibniz e da Euler), ha aperto la strada
alle invenzioni delle macchine logiche (dalle quali finora si sono ricavati
scarsi risul- tati); e finalmente la sostituzione dei modelli ideofisici al
rudimentale schematismo dei simboli euleriani è venuta ad apportare non solo un
vantaggio di brevità, di precisione e di evidenza intuitiva, ma un nuovo
strumento di ricerca che, per certi riguardi, appare pressoché indispensa- bile
al progresso della logica formale. 2. Primo modello ideofisico delVidea, — Per
gli scopi di un primo e piti semplice paralle- lismo ideofisico si può ottenere
un modello ade- guato di una forma logica pura e primitiva, che sarà detta
anche piti brevemente corpo logico, rappresentando il corpo logico particolare
(indi- viduo) con un corpo fisico di una dimensione costante, e il corpo logico
universale (classe) (1) Peano, Aritmetica generale e algebra elementare, Pa-
ravia, Torino con un altro corpo fisico di una dimensione maggiore del primo ,
legando poi insieme le due masse con un'assoluta invariabilità di rap- porti.
Sia, per esempio, rappresentata l'idea parti- colare di individuo con una
rotella di piccolo raggio (P) e Tidea universale di classe con altra rotella di
raggio doppio del primo (U) (Fig. 1). Per indicare che un corpo logico è sempre
nello stesso tempo considerabile da due punti di vista particolare e
universale, faremo che le due ruote siano congiunte e concentriche Tuna
all'altra, ponendo perciò la rotella minore nel- r asse della ruota maggiore ed
in forma di cilindro sporgente, costruendo insomma ciò che si dice comunemente
in meccanica un asse nella ruota, cioè un cilindro rigido (P) girevole intorno
al suo asse ed infisso perpendicolarmente in una ruota (U), in modo che il suo
asse passi pel centro di questa. 3. Modello ideofisico della relazione. — È
chiaro che la relazione tra idea ed idea non può venire espressa con uno schema
di corpo esteso qualunque. Avendo il verbo — per cui si esprime sempre la
relazione tra idea ed idea nel discorso una natura essenzialmente funzionale
{{if\ixa), trovare un modello ideofisico della relazione tra idea ed idea, data
l'ipotesi antecedente, equivarrà a trovare in che modo si può stabilire una
comuni- cazione di forza tra una serie di ruote successive. Ora si sa che si
possono fare meccanicamente le comunicazioni richieste in due modi diversi ma
equivalenti : o adoperando una serie di ruote munite alla loro periferia di
denti i quali s'in- castrino fra loro in modo conveniente, o con- giungendo
insieme le ruote per mezzo di funi, di cingoli senza fine. Questa convenzione
ultima sarà appunto adot- tata per tutti i modelli ideofisici presenti. E così,
uguagliando la relazione affermativa al caso delle ruote giranti nello stesso
senso, e la relazione negativa al caso delle ruote giranti simultaneamente in
senso opposto (1), potremo in- dicare coirunico modello della rotazione dei
corpi fisici il doppio carattere affermativo e negativo dei corpi logici. (1)
Per rimmagine intuitiva del rapporto di opposizione è interessante ricordare il
seguente passo del Masci: ** Aristotele, considerando i concetti opposti
soltanto nel primo modo, espresse la loro opposizione come il massimo possibile
intervallo tra i punti estremi di un tutto continuo, e disse quelle nozioni ex
òiainéxpou àvxi- KCtaGai. Ma se consideriamo il secondo modo, meglio che
l'opposizione ex diametro dei punti immobili massima- mente distanti di una
fierura, ci varrà, ad intendere Top- posizione, l'immagine della combinazione
di forze con- trarie in una stessa risultante, o in un punto d'indif- ferenza.
** La polarità, che e l'opposizione nella direzione delle Modello concentrico a
particolare fisso. — Combinando insieme i due modelli dell'idea e della
relazione si ottiene un sistema di due corpi concentrici rotanti intorno ad un
asse che può essere considerato come la definizione ideofisica di un concetto
puro o corpo logico qualunque. Le ruote di un molino, quelle di un orologio,
tutte le carrucole o puleggie, gli assi nella ruota trovansi in questa
condizione. Questo sistema prenderà d*ora innanzi il nome di modello
concentrico a particolare fisso (Cfr. Fi- gura 1). 5. Modello differenziale. —
Altre rappresen- tazioni meccaniche del concetto si possono esco- gitare,
perchè — come è noto — se un fenomeno ammette una spiegazione meccanica
completa, ne ammette infinite altre che rendono conto ugual- mente bene di
tutte le particolarità rivelate dal- l'esperienza. Perciò essendo
interessantissimo verificare che anche nel campo dei modelli ideofisici una
certa ipotesi, vale a dire un certo meccanismo, può spiegare ossia riprodurre
solo alcuni fenomeni e non più alcuni altri, in un secondo modello forze, è
un'immagine intuitiva assai adatta dell'opposizione logica che qui
consideriamo. E molti esempì di essa ci sono dati dalle scienze naturali. Il
perielio e l'afelio delle otbite planetarie, le forze centripeta e tangenziale,
sono in opposizione contraria, e concorrono a determinare la figura delle
orbite planetarie. Il punto d'applicazione delle forze, e quello d'applicazione
della resistenza, sono i momenti della leva; i colori sono gli elementi della
luce bianca ,. Masci, op. cit., pag. 126-7. Pastoue, Loijica formale. 10 146
LOGICA FORMALE del concetto, ho voluto imitare i casi ai quali dà luogo la
presenza di più particolari dentro un universale, analogamente al grande
principio che un concetto contiene il germe di tanti giu- dizi quanti sono gli
individui della sua esten- sione, quante sono le idee della sua compren- sione.
Vedremo che il modello concentrico a parti- colare fisso riproduce assai bene
tutti i fenomeni dei corpi logici semplici e primitivi, ma non quelli dei corpi
logici derivati e composti, come, per esempio, tutti i modi legittimi ed
illegittimi del sillogismo. Vedremo che invece l'altro modello che de- scriverò
fra poco si estende anche a questi fatti più complessi. Vuol dire che il
secondo sarà più accettabile (zulàssig) del primo. Ma, lo ripeto, finche si
resta nel campo dei corpi logici semplici i due apparecchi sono in tutto
equivalenti. Vi sono nell'apparecchio differenziale tre ruote dentate coniche
(pignoni) collegate opportuna- mente fra loro; ognuna di esse rappresenta un
elemento incluso in una classe, cioè un partico- lare d'un universale. Questo
universale è rappresentato a sua volta da una quarta ruota ridotta a manicotto,
por- tante due sbarre normali all' asse e poste una sul prolungamento
dell'altra, la quale comanda a tutto il sistema. La disposizione, che ricorda
l'ingranaggio dif- ferenziale del Maxwell e sopratutto i vari mo- delli fisici
impiegati dal Garbasso per illustrare il fatto delle teorie meccanicamente
equivalenti, PARTE II - IDEE PRIMITIVE 147 le leggi teoriche per la scarica dei
condensa- tori, ecc., e numerosi fenomeni elettromagne- l. -, astis ph "'
^U n _.,..tf 1 mTì.r mmB r lì 1 Fig. 2. tici, si ricava immediatamente dalla
seguente tavola schematica (Fig. 2). Sopra Tasse orizzontale AB sono infilati
il pi- 148 LOGICA FORMALE gnone G e la carrucola D; questa carrucola D è
fissata in posizione invariabile sull'asse AB, il pignone C può venire fissato
o reso libero sul- l'asse, mediante una vite di pressione. Quest'organo AB, CD
è colorato in rosso nel modello murale. Sopra il tratto dell'asse AB che va dal
pi- gnone C alla carrucola D è infilato un lungo manicotto EF portante
sull'estremità F la car- rucola 6, fissata rigidamente in esso, e nel centro
del sistema due sbarre HI, KL normali all'asse e poste l'una sul prolungamento
del- l'altra. La sbarra KL porta una grossa sfera di ot- tone in L per
equilibrare il sistema. Quest'organo EF, 6, HI, KL è colorato in az- zurro nel
modello murale. Ancora sopra l'asse AB e nel tratto che va da K ad F è infilato
un più corto manicotto MN che porta alle sue due estremità la ruota co- nica e
la carrucola P fissate rigidamente in M ed in N. Questo organo MN, 0, P è tinto
in giallo nel modello murale. Le due ruote C e ingranano con una terza ruota Q,
ch'è sostenuta dalla sbarra verticale HI, intorno a cui può girare liberamente
o venire fermata con apposita vite di pressione. Quest'organo Q è lasciato in
bianco sul mo- dello murale. Tutto l'ingranaggio è retto da due robusti so-
stegni di ghisa RS, TU; ed è posto in movi- mento dalla manovella Z. In
conclusione: l'ingranaggio centrale è un sistema di tre pignoni ad angolo retto
COQ, rotante intorno a due assi normali Timo alFaltro ed equilibrato dal peso L
(Fig. 3). Fiv. 3. 6. Funzione del modello in accordo col prin- cipio
fondamentale della logica, — Se io fisso il pignone C, lascio libero il pignone
Q e faccio girare la manovella Z, il pignone C gira nel senso della manovella ;
il pignone gira in senso contrario; il pignone Q interferendo tra C e O
comunica il moto da quello a questo e gira in un suo modo particolare; l'asse
verticale IL resta fermo; in altre parole ciò vale a rappre- sentare che un
concetto può essere preso in una parte della sua estensione o in una nota della
sua comprensione senza che sia preso in univer- sale ; ciò che è vero per un
incluso non è sempre vero per Tincludente. Se io fisso C e fisso Q e faccio
girare Z, Tasse verticale IL girando nel senso della manovella intorno ad AB
trascina con sé nel suo moto tutti i pignoni e li fa girare nel senso della ma-
novella; in altri termini, quando un concetto è preso distributivamente, cioè
in tutta la sua estensione o comprensione, tutti i suoi individui o tutte le
sue note vengono presi implicitamente con esso, in conformità del principio che
è di somma importanza per la logica: la parte è su- bordinata al tutto^ ciò che
vale in universale vale anche in particolare. Veramente alla rappresentazione
completa del modello del concetto non occorrono le tre car- rucole DGP; esse
formano soltanto un disposi- tivo accessorio che permette di tradurre in modo
pili esplicito i valori delle tre ruote C, IL, O legate in guisa troppo
implicita nell'ingranaggio differenziale. Cosi la rappresentazione grafica di
tutti questi rapporti può venire riprodotta e schematizzata con grande facilità
sopra di un foglio, inoltre la struttura delle carrucole serve alla concate-
nazione di tutti i rapporti che possono interce- dere fra concetto e concetto,
offrendoci campa sufficiente a tutte le considerazioni, le applicazioni e le
ricerche che qui intendiamo fare delle forme logiche pure. Vi è luogo dunque a
ritenere che questi due apparecchi: l'ingranaggio differenziale e il si- stema delle
carrucole, siano due modelli equiva- lenti dei medesimi fenomeni logici, e che
ognuno di essi possa prendersi come rappresentazione dell'altro . 7.
Rappresentazione dei rapporti quantitativi e qualitativi dei concetti. — Ora è
facile ricono- scere che questo modello imita esattamente tutte le proprietà
fondamentali dei corpi logici primi- tivi, e rappresenta abbastanza bene le
princi- pali combinazioni in cui possono trovarsi gli elementi dei concetti nei
loro rapporti quantita- ^ tivi e qualitativi. Come fu già detto, i tre pignoni
rappre- sentano degli individui di una classe, la sbarra verticale la classe di
questi individui: 1^ Da ciò deriva immediatamente che Vin- clusione
propriamente detta o subordinazione resta significata dal rapporto di questi parti-
colari con l'universale e la sopraordinazione in- I versamento ; ' 2^
L'equipollenza e significata dal rapporto di ogni ruota con se stessa; 3*^ La
disgiunzione od esclusione viene sim- boleggiata assai bene dai due pignoni C e
che ^ girano in senso opposto; 4° L'interferenza dai due pignoni C e Q, od e Q,
che ingranando coincidono e si escludono in un punto; 152 LOGICA FORMALE 5^ La
coordinazione: a) tra due elementi escludentisi o dis- giunti dal rapporto del
pignone C col pignone O che girando in senso opposto si escludono e pure sono
inclusi dentro la stessa classe IL (1); bj tra due elementi correlativi dal
rap- porto tra i due stessi pignoni C e collocati simmetricamente ; e) tra due
elementi contigui dal rapporto tra i due pignoni C e Q, o e Q che si toc- cano
(2). (1) Una rappresentazione ideofisìca più evidente di questi rapporti si
otterrà ricorrendo a due corpi logici distinti, come verrà indicato nella
teoria degli enti lo- gici derivati (Del giudizio). La logica ordinaria tratta
di queste relazioni logiche non a proposito del concetto considerato in se
stesso come si fa qui, ma a proposito del concetto considerato in rapporto ad
altri concetti, come fu già avvertito a suo tempo. Per rappresentare
graficamente le relazioni logiche dei concetti fra loro si ricorre di solito ad
alcune figure geo- metriche dette comunemente simboli euleriani, nelle quali la
sfera od estensione dei concetti è designata con cir- coli (proiezioni delle
sfere nei piani) che furono dal ma- tematico Eulero proposti nelle pue Lettres
à une Princesse d^Allemagne (Lett. 102, 5). Essendo notissimi, questi simboli
non vengono riportati nel testo. Il Nagy avverte che non bisogna supporre che
questa sia una rappresentazione inappuntabile della cosa, e, molto meno,
attribuirle una qualsiasi forza di prova. (2) Si potrebbe ancora convenire di
rappresentare la \ contradditorietà col rapporto che intercede tra un pignone
qualunque e tutto il resto del modello che si può con- siderare come la sua
negazione. Ma per ragioni di coe- renza e di comodità non s'introduce un'altra
convenzione La somiglianza di questo apparecchio col con- cetto considerato
come un sistema di proprietà (1) e di relazione di proprietà è quindi completa.
8. Rapporti invertibili e non invertibili, — È finalmente da notarsi che se il
rapporto di equi- pollenza, di interferenza, di esclusione, cioè Tor- dine
degli elementi equipollenti , interferenti ed escludentisi di un concetto per
le propiietà commutativa ed associativa è invertibile, non è per tradurre il
rapporto della negazione, che, secondo me, e già vero rapporto di opposizione
contradditoria. Cfr. il § 3, Gap. II, Parte II. (1) Per la proprietà
commutativa si sa che l'ordine degli elementi è indifferente. Nondimeno,
volendo, si potrebbe imitare assai bene il classico ordine dei predi- cabili di
Aristotele (attribuiti ingenuamente, come dice il Franti, a Porfirio) (T^vot;,
clòoq, biacpopd, Ibiov, auMfe- pnKÓq), rappresentando, p. e., il genere con
Tasta verticale IL; la specie col pignone C, la differenza col pignone 0, il
proprio col pignone Q, Vaccidente col quarto pignone X che si può introdurre
comodamente nel sistema di fronte al pignone Q. Nel modello questo quarto
pignone X, il cui valore è precisamente solo accidentale e simmetrico, fu
omesso per ragioni evidenti. Non sarà inutile rilevare a questo proposito che,
riu- nendo in sistema unico tutte le note riferite secondo Vordine dei
predicàbili^ si ottiene il contenuto compren- sivo {complexus, connotatio) d'un
concetto. Anche per questa via resta quindi dimostrato che l'ap- parecchio
ideofisico immaginato può considerarsi a buon diritto come un modello
comprensivo, come del resto avevasi già ragione di ritenere, dopo la
considerazione fatta al capo li,
invertibile il rapporto di subordinazione cioè l'ordine dei subordinati.
Anche questa proprietà è dimostrata chiara- mente dal modello differenziale.
Infatti: 1° Nel primo caso, il pignone che viene messo in movimento prima
dell'altro, può anche venire posto in movimento dopo l'altro ; ciò non
influendo minimamente per il movimento del tutto. Ciò significa che le parti
equipollenti, inter- ferenti ed escludentisi dì un concetto stanno una accanto
l'altra nel puro spazio logico, come è la loro collocazione logica in un
momento qua- lunque del sistema (Coesistenza), 2^ Nel secondo caso, l'asta
verticale IL deve esser posta in movimento prima di un pignone qualunque,
mentre nessun pignone particolare che si muova prima, può mettere in movimento
Tasta verticale. Ciò significa che le parti subordinate di un concetto devono
venire successivamente poste una dopo l'altra, nella linea ideale del tempo,
perchè la loro collocazione logica è regolata dal principio della ragion
sufficiente o della causa- lità della subordinazione o dell'inerenza, che dir
si voglia (Successione necessaria). 9. Nota sul comportamento del modello ideo-
fisico. — Però io devo confessare che mentre le proprietà fondamentali degli
enti primitivi fu- rono raccolte sistematicamente e combinate in modo riflesso
nell' apparecchio differenziale, af- finchè venissero spiegate con un solo
meccanismo, è un puro caso che il modello adottato sia an- cora capace di
riprodurre esattamente i fatti nuovi del 2° ordine, cioè le proprietà
secondarie dei concetti, mostrando di avere con la realtà logica maggiori punti
di contatto che non si po- tesse credere a prima vista. È certo che questi
fatti nuovi, dal punto di vista esclusivamente logico, non sono che con-
seguenze logiche dei fatti già noti, vale a dire sono quelli stessi sotto altra
forma. Come tali essi furono appunto considerati nel capitolo II (Proprietà
delle idee primitive) e la loro trattazione rientra quindi nella sezione del
concetto considerato in se stesso (1); essendo notorio che i cinque rapporti
logici tra i concetti (equipollenza, subordinazione, esclusione, interfe-
renza, coordinazione) si riducono ai due soli rap- porti di inclusione e di
esclusione, già affermati come proprietà fondamentali della seconda idea
primitiva. Ma questo comportamento del modello ideo- fisico ha un significato logico
e gnoseologico assai profondo. Esso ci mostra infatti come una volta che si è
costruito un modello ideofisico preciso e com- pleto di un sistema di corpi
logici, osservando scrupolosamente il principio della teoria dei mo- delli
[contraddistinguere ogni ente logico con un segno fisico corrispondente]
possiamo aspettarci che (1) Quasi tutti i trattati ordinari di logica dividono
la teoria del concetto in due parti : 1** il concetto conside- rato in se
stesso; 2® il concetto considerato in rapporto ad altri concetti. Evidentemente
questa separazione oltre a non essere necessaria finisce per invadere la teoria
del giudizio e genera un duplicato ingombrante. questa macchina ideofisica
serva alla riprodu- zione di altri fenomeni non ancora osservati. Il che si
ottiene facendo funzionare questa macchina in guisa da ricavarne nuovi fatti e
nuove leggi, vale a dire, procurando di dedurre da essa alcune conseguenze
sperimentali (rela- zioni leggi), e basterà paragonare queste con- seguenze
meccaniche coi risultati teorici già noti per giudicare dell'esattezza del
funzionamento del meccanismo costrutto. In questi casi, se il modello fisico è
buono per tutte le premesse logiche, si può senz'altro prevedere che ogni cosa
sarà comune tra la teoria razionale e la teoria fisica; e per quanto tra loro
non interceda che un semplice rapporto di corrispondenza, si può afifermare che
le leggi razionali, non solo coincidono, ma devono coinci- dere con le leggi
sperimentali. Questo non vuol dire però che il modello dif- ferenziale contenga
della natura dei processi mentali tutta la realtà o anche solo una parte. A
nessuno viene in mente di credere che i concetti si includano o si escludano
Tun l'altro nelle forme elementari del pensiero per ingra- naggi, pignoni,
carrucole, cingoli senza fine e manovelle. " L'unico legame fra la natura
e il modello, nel caso più favorevole, consiste in ciò che le leggi, secondo le
quali variano le quantità cor- rispondenti, sono nei due sistemi le stesse „
(1). Purché i risultati di un modello ideofisico di- li) Garbasso, 15 lezioni
sperimentali sulla luce. Milano cano questo, importa poco da un certo punto di
vista che gli organi elementari della teoria siano meccanici, fisici,
geometrici, aritmetici, algebrici, grammaticali o astrattissimamente ra-
zionali. È la forma e là legge della forma che vo- gliamo afferrare, non la
sostanza. 10. Conclusione. — Come conseguenza di ciò che è contenuto in questo
capitolo possiamo dunque affermare la completa analogia di costru- zione fra il
concetto logico e il modello diffe- renziale, di guisa che la descrizione
meccanica del modello diventa la descrizione logica del concetto. È possibile
infatti ottenere, congiungendo mec- canicamente i modelli ideofisici fra loro,
tutte le relazioni che passano tra i concetti logici. Il che dimostra che le
leggi secondo le quali variano le quantità corrispondenti nei due sistemi sono
le stesse. ì Parte Terza IDEE DERIVATE > PARTIZIONE DELLE IDEE DERIVATE Gli
enti logici derivati si ricavano dagli enti primitivi, congiungendo insieme
questi ultimi secondo tutte le relazioni consentite dalle loro proprietà. Gli
enti derivati sono quindi logicamente suc- cessivi agli enti primitivi, e le
loro combinazioni offrono al pensiero la possibilità di passare da un concetto
ad un altro. Ciò dimostra che gli enti primitivi sono in certo senso come forme
statiche del pensiero simultaneo; gli enti derivati forme dinamiche del
pensiero successivo. L'ente derivato più sem- plice del pensiero successivo,
nel quale si esprime una sola relazione sotto forma di nesso binario, è il
giudizio elementare. E da notare che sotto la forma generale dei nessi binari
si elencano i giudizi semplici e i giudizi composti. Alle forme generali dei
nessi binari, succe- Pastore, Logica formale. 11 162 Jj'ffilCA ruRXALC dono le
forme generali dei nessi ternari, quater- nari, quinari, ecc. (sillogismi,
polisillogismi, ecc.) che, sia per il loro numero, sia per la loro com-
posizione, esauriscono le risorse attuali della logica. In tutte queste
combinazioni di enti derivati l'idea primitiva della relazione (espressa dalla
copula è, non è) rende un grandissimo servigio al pensiero, perchè riducendosi
all' espressione pura e semplice della proprietà sostitutiva, rende possibile
l'operazione essenzialmente analitica e progressiva del discorso. La
trattazione degli enti logici derivati sarà per ora divisa in due sole parti:
1* relazioni di concetti (giudizio); 2* relazioni di relazioni (raziocinio).
Supponendo il lettore bene addentro nelle teorie logiche, ne accennerò solo per
brevissimi para- grafi i punti fondamentali, affinchè sia più age- vole il
confronto con le proprietà dei modelli ideofisici e ci sia infine lecito di
affermare che, anche per gli enti derivati, le leggi formali del pensiero
coincidono con le leggi sperimentali dei modelli. ^ 1^ j g ^ iAi^ R ^ j g' lA j
y »A< j r»»Ai' R iAi 5g ^ j y "^ jg ^ jR '^fc' jR. '^ '^ »^ ^ ^ ^ ^ '^^
J ^^ g CAPO I. Relazioni di concetti (Giudizio) Art. 1. — Teoria Logica. ].
Definizione del giudizio. — 2. Partizione dei giudizi. — 3. Giudizi semplici e
combinazioni possibili. — 4. Sfera e contenuto del giudizio. — 5. Conclusione.
1. Definizione del giudizio. — Ponendo un corpo logico (concetto) in una
relazione qua- lunque con un altro si dà origine ad un giudizio, che si può
quindi definire l'espressione delle re- lazioni dei concetti. 2. Partizione dei
giudizi, — Una relazione fra due concetti dà origine al giudizio semplice od
elementare ; fra piti concetti al giudizio mul- tiplo ; pili relazioni fra
concetti producono il giu- dizio composto. Giudizi semplici e combinazioni
possibili. — Analogamente alla distinzione introdotta nella teoria dell'idea,
vi sono tante forme di giudizi semplici quante sono le combinazioni o le rela-
zioni possibili di due concetti, consentite dalle loro proprietà. Ogni concetto
essendo sempre contemporanea- mente un universale (classe) ed un particolare
(individuo) {quantità) ed ogni relazione fra due concetti potendosi ridurre
all'inclusione ed al- l'esclusione {qualità); da queste quattro gran- dezze
concettuali (due quantitative UP, tJ'P' e due qualitative +, — ) nascono le
otto combina- zioni seguenti: 1 U + U' 2 U + P' (A) 3 P + P' (I) 4 P + U' 5 U —
U' (E) 6 U — P' 7 P — P' 8 P — U' (0) quattro delle quali (2*, 3*, 5*, 8*) sono
state poste prima, come unicamente vere, dalla logica classica. Tutto l'elenco
è stato quindi indicato con pre- cisione dagli inventori della quantificazione
del predicato (1). ri) In seguito,
completandosi e perfezionandosi a poco a poco la teoria della quantificazione e
della qualificazione del giudizio, le quattro com- binazioni : 1*, 4*, 6*, 7*
furono nuovamente e con varia fortuna escluse ed incluse, come e perchè non è
ora il caso di riferire. Essendo mia intenzione cominciare a dimo- strare
Tapplicabilità della teoria dei modelli ideo- fisici al caso ristretto della
logica aristotelica tradizionale, nelle pagine seguenti si tratterà «olo della
risoluzione dei problemi riguardanti le combinazioni 2*, 3*, 5*, 8*
corrispondenti ai valori A, E, I, 0, considerati dalla logica classica. Resta
esclusa parimenti ogni altra forma di giu^ dizio non derivante dalle proprietà
mentovate (1). (1) I giudizi si sogliono classificare: P sia considerando la
materia (quantità); 2® sia considerando la forma (qualità, relazione, mo- dalità).
È noto il quadro kantiano per la divisione dei giudizi: l Universali Quantità l
Particolari ( Individuali ( Affermativi Qualità \ Negativi ( Limitativi i
Categorici Relazione] Ipotetici ( Disgiuntivi . ( Problematici Modalità l
Assertori ( Apodittici Ma si badi che, quanto alla quantità, gli individuali
sono eliminabili; quanto alla qualità, sono eliminabili i limitativi; quanto
alla relazione, questo rapporto indi- cando semplici differenze morfologiche ed
accidentali è 4. Sfera e contenuto del
giudizio. — 1* Poiché la sfera di an concetto è la somma di tutte le sue parti
subordinate, cioè dei suoi individui, e la quantità del giudizio resta
determinata dalla sfera del solo soggetto converrà distinguere ac- curatamente
codesta sfera del soggetto dalla sfera del giudizio; essendo quella la semplice
sfera di un concetto, laddove questa è la sfera d'una relazione di concetti, e
più precisamente la somma delle parti d*un giudizio. 2^ E parimenti si ragioni
del contenuto. 5. Conclusione. — I principi suesposti rego- lano la dottrina
classica del giudìzio nei suoi punti fondamentali. Ordinariamente in questa
dottrina i trattati comuni di logica contemplano anche la dottrina delle
relazioni dei giudizi, che sono poi costretti a ripetere, sebbene sotto mutata
nomenclatura, nella dottrina del sillogismo immediato (trasfor- mazione e
risoluzione delle relazioni elementari). Qui ho cercato di evitare tale
ingombrante duplicato trasportando tutta la trattazione delle relazioni dei
giudizi nella prima parte del capi- tolo successivo, che tratta delle relazioni
delle relazioni. trascurabile; quanto alla modalità, questo rapporto non avendo
natura logica ma solo psicologica e metafisica, determinata dal fatto che è lo
spirito che deve giudicare sulla verità del giudizio per cui l'espressione può
essere possibile reale o necessaria, deve essere rigorosamente eliminato. Cfr.
Naqy Modelli ideofisici del ^indizio. 1. Costruzione del modello del giudizio.
— 2. Deduzione meccanica della teoria del giudizio. — 3. Conclusione^ 1.
Costruzione del modello del giudizio. — Continuando a servirci dei nostri
simboli . ideo- fisici costruiremo un modello meccanico del giu- dizio
sostituendo: 1° Quanto alla materia : al posto di S e P (che si possono
considerare geometricamente come due punti successivi posti alle due estre-
mità di un segmento dato) due assi nella ruota; 2® Quanto alla forma: al posto
della rela- zione espressa dal verbo, una cinghia senza fine scorrevole fra i
due corpi ideofisici in modo da costituire una vera macchina composta. E,
conforme a ciò che fu dichiarato anteceden- temente, rappresenteremo la
relazione logica affer- mativa, con la rotazione simultanea delle due ruote S e
P nello stesso senso, per eifetto della cinghia senza fine a due lati paralleli
posta intorno ad esse, e la relazione logica negativa con la rota- zione
simultanea delle due ruote S e P, l'una in un senso e l'altra in senso opposto
per effetto della cinghia incrociata. La fig. 4 presenta il modello ideofisico
del giudizio nella relazione elementare 0. I due concetti S e P sono
rappresentati tanto dai due ingranaggi differenziali, quanto dai due sistemi
concentrici di carrucole esterne, mediante i quali si effettuano tutte le
relazioni vo- lute tra S e P. 2. Deduzione meccanica della teoria del giu-
dizio. — Il problema più generale quanto alla determinazione completa delle
relazioni elemen- tari (giudizi elementari) possibili tra due con- cetti dati a
e è, il quale non è che il caso più ristretto del problema di Boole, di Jevons,
e di Clifford, si risolve ora molto facilmente enu- merando in quanti e quali
modi è possibile legare insieme due coppie di ruote concentriche con una sola
cinghia. Operando convenientemente sul modello con- centrico del giudizio si
ottengono le disposizioni qui appresso (Fig. 5) che riproducono esattamente ^
tutte le otto combinazioni quantitative e qua- litative mentovate nella teoria
logica a proposito j della partizione dei giudizi semplici (§ 3). ' Tutta la
teoria logica della qualificazione e I della quantificazione del giudizio
riceve dunque ' da questi modelli un notevole vantaggio di chia- rezza. Inoltre
appare che la teoria ideofisica ha un valore assai più largo della teoria
analitica che sostiene l'edificio della logica tradizionale. Si trova infatti
che nessuna delle ragioni anali- tiche addotte per l'esclusione dei giudizi del
tipo P, 4<*, 6<*, 7® resta giustificata ideofisica- mente (1). (1) Sarà
ricordato altrove che questa teoria ideofisica può essere anche considerata
come un tentativo di fon-» dare la Logica formale sopra basi quasi
completamente diverse dalle classiche, e in pari tempo come una giù- Il che non è poco interessante se si osserva
che qui — nel caso delle relazioni derivate dei concetti — non si fa altro che
usai-e il medesimo simbolismo già introdotto per la rappresenta- zione completa
degli enti primitivi. 5- @X|0) E 8. @<30) Fij?. 5. Finalmente basta dare una
semplice occhiata al modello per distinguere — in base alle con- gtifìcazione
della possibilità di una costruzione unica che soddisfi completamente alle
differenti teorie formali del- l'inclusione, della estensione pura, della
comprensione pura, della sostituzione, dell'eliminazione, della equa- zione,
ecc. venzioni stabilite — la sfera dei soggetto del giudizio (quantità del giudizio)
dalla sfera del giudizio, essendo quella la semplice somma delle parti di un
ingranaggio differenziale, laddove questa è la somma delle parti di due ingra-
naggi. Il che non è mai distinto adeguatamente dalla teoria tradizionale. 3.
Conclusione, — Essenzialmente abbiamo trovato che le leggi fondamentali delle
relazioni dei concetti (giudizio) sono rappresentate in modo completo dai
modelli proposti. CAPO II. Relazioni di relazioni (Raziocinio) Art. 1. — Teoria
Logica. 1. Definizione del raziocinio. — 2. Relazioni principali. — 3.
Operazioni fondamentali del raziocinio imme- diato e mediato. — 4. Problema di
Boole. — 5. Re- gole speciali del sillogismo. — 6. Altre forme derivate del
raziocinio. — 7. Conclusione. 1, Definizione del raziocinio, — Ponendo una relazione
logica elementare (giudizio) in una re- lazione qualunque con una o più altre
si dà ori- gine ad una nuova forma elementare del pensiero successivo
(raziocinio immediato o mediato) che si può definire Tespressione logica delle
relazioni immediate o mediate delle relazioni. Le relazioni logiche date si
dicono premesse, la relazione che sì ricava conclusione. PARTE III - IDEE
DERIVATE 173 2. Relazioni principali, — Le relazioni prin- cipali che risultano
dal semplice confronto di due giudizi sono due: a) inclusione, b) esclusione.
Tutte le altre (interferenze, coordinazione, ecc.) si ricavano evidentemente da
queste, e, più stret- tamente parlando, ogni relazione fra i giudizi è
riducibile a una sola. Queste relazioni e le relative figure sono già state
mentovate più o meno esattamente da Ari- stotele e dai suoi primi commentatori
nel così detto quadrato logico, il quale serve per rappre- sentare i rapporti
di opposizione (contraria, sub- contraria, contradditoria) e di
subalternazione. 3. Operazioni fondamentali del raziocinio im- mediato e
mediato. — Secondo le teorie logiche più recenti, per ricavare una qualunque di
queste re- lazioni (conclusione) da un'altra (premessa) si possono eseguire due
gruppi di operazioni : 1^ trasformazione delle relazioni date in relazioni
equivalenti (equipollenza); 2® risoluzione delle relazioni date fra n con-
cetti per uno di codesti concetti con le n — 1 ri- manenti (inversione dei
giudizi, conversione sem- plice, conversione accidentale, contrapposizione,
subalternazione). Queste operazioni ci permettono di studiare tutti i casi di
raziocini immediati. Per ricavare una qualunque di queste relazioni
(conclusione) da due o più altre (premesse) si eseguisce un terzo gruppo di
operazioni — eli- minazione di concetti o di relazioni di concetti (termini
medi) — che ci permetterà di studiare tutti i casi di raziocini mediati che
saranno og- getto di studio nei paragrafi seguenti. Siccome il sillogismo, dal
caso più semplice al più complesso, riposa sopra questo principio su- premo :
due cose uguali ad una terza sono uguali fra loro, così si comprende che esso
si riduce in ultima analisi ad un procedimento di trasforma- zione, di
risoluzione, d'eliminazione, di sostitu- zione di concetti o di relazioni di
concetti. 4. Problema di Boole, — Dopoché il nuovo principio analitico della
quantificazione del pre- dicato venne a cancellare ogni differenza for- male
tra il ragionamento sillogistico e il ragio- namento matematico, guidando gli
spiriti, come scrisse il Liard, alla costituzione d'una logica algebrica —
sulla base che ogni proposizione è in fondo una vera e propria equazione del
sog- getto e del predicato — è noto che il Boole, guidato dal suo istinto
matematico, generalizzò il problema dell'operazione deduttiva (elimina- zione
d'un termine medio in un sistema di tre termini) e la pose nel modo seguente :
dato un sistema d'un numero qualunque di termini, eliminare tanti termini medi
quanti si vogliano e determinare tutte le relazioni implicate nelle premesse
tra gli elementi che si desidera di ritenere; o ancora: date certe condizioni
logiche, determinare la descrizione di una classe qualunque di oggetti sotto
queste condizioni. Si capisce che il sillogismo tradizionale aristo- telico
intorno a cui si raggruppò tutta la logica formale non è che il caso
particolare più sem- plice della teoria generale deirelimìnazione. Queste
dichiarazioni limitano quindi grande- mente la portata d'ogni logica simbolica
che volesse limitarsi a seguire l'ordine formale della logica stabilito dalla
tradizione ; come è appunto il proposito di queste ricerche. Nondimeno, anche
per un tentativo più audace dovendosi sempre tener conto dei casi più sem-
plici, non sarà fuor di proposito il rilevare che il problema logico proposto
in tutta la sua ge- neralità dal Boole, può ricevere una soluzione molto
semplice ed evidente senza perdere nulla della sua portata generale, quando si
voglia trat- tenerlo nell'ambito della logica tradizionale. Che significa
infatti il problema seguente : * date certe premesse o condizioni logiche,
deter- minare la descrizione d'una classe qualunque di oggetti sotto queste
condizioni? Significa: Date certe condizioni logiche di quan- tità (universale,
particolare) e di qualità (affer- mativa, negativa) : a) sia sotto la forma di
termini singoli (concetti) ; b) sia sotto la forma di serie di termini
(giudizi, raziocini a 1, 2, 3, n termini medi) ; determinare le condizioni di
quantità e di qua- lità d'una classe qualunque di termini che possa fungere da
conclusione logica delle premesse (cioè che possa andare d'accordo con le pre-
messe) secondo le leggi generali del pensiero. Questo nuovo aspetto che viene
ad assumere il problema logico fondamentale della deduzione, evitando la
moltitudine dei processi algebrici complicatissimi inerenti al sistema di
Boole, e 176 LOGICA FOBMÀLB pur conservandosi soddisfacente tanto all'anali-
tica antica quanto alla moderna, sarà impiegato nella ricerca dei modi
legittimi ed illegittimi del sillogismo. 5. Segale speciali del sillogismo, —
Figure, Modi. — Enunciato il principio supremo del sil- logismo, appena sarà
necessario ricordare che le regole speciali sono otto, quattro per la materia
remota, quattro per la materia prossima (1). Le figure sono quattro e nascono
dalla diversa collocazione del termine medio nelle due pre- messe : !• Fig. 2»
Fig. 3» Fig. MP PM MP S M_ S M_ MS_ SP SP SP Siccome ogni giudizio non può
essere che uno dei quattro casi À, E, I, 0, ed ogni sillogismo (1) AJ Per la
materia remota: /Numero 1** Tertnintts esto triplex: medius maiorque "^ \
minorque. - ; Estremi 2* Latius hos quam praemìssae conclusio non vuU. H ì 1^ 1
. S 3* Nequaquatn medium capiat conclusio oportet. } 4** Aut semel autiterum
medius generaliter esto. B) Per la materia prossima: SI 5* Amhae affirmantes
nequeunt generare ne Qualità ) 9<^*^i^' ^ ) 6" Utraque si praetnissa
neget nihil inde se- \ quetur. Quantità 7° Nil sequitur geminis ex
particularibus un- quam. ^ua 1 a / go Pejorem sequitur semper conclusio
parteìn. è composto di tre giudizi, così, per ciascuna fi- gura completa ,
avremo 64 combinazioni ter- narie (4 X 4 X *). In tutto s'avranno 256
combinazioni qualitative e quantitative o modi sillogistici (64X4) (1). Il
seguente elenco contiene i 64 modi di ogni figura : aaa aea aia ao a a a e a e e
aie a oe a a i a e i a i i a o i aao a e aio a o o e aa e e a eia eoa e a e e e
e eie eoe e a i e e i e i i eoi e a o e e e i o eoo a a tea a e i e e ai te i i
a i e Ila t a ite i e i i i i i i i o i o oaa o e a a e e e a i e i a o e t a o
a o i e o e i i o i i O 00 Però non in tutti: 1® le condizioni qualitative e
quantitative date come premesse possibili sono compatibili con le regole
speciali del sillogismo; 2^ né la determinazione delle condizioni quantitative
e qualitative data come conclusione (1) Ordinariamente, limitando la
considerazione alle premesse, si contano 16 combinazioni di premesse per ogni
figura, e in tutto 64 modi. possibile
può fungere da conclusione legittima secondo le leggi generali del pensiero.
Così si esclusero 60 modi considerati come illegittimi nella prima figura, 60
nella seconda, 58 nella terza, e 59 nella quarta. Rimasero come valevoli: nella
prima i quattro modi espressi dalle parole mnemoniche: Barbara, Celar ent,
Darii, Ferio ; nella seconda i quattro modi: Cesare^ Ca- mestres, Festino,
Baroco; nella terza i sei modi: Darapti, Felapton, Disamis, Datisi, Ferison,
Bocardo; nella quarta i cinque modi: Baralip{ton), Da- bitis, Celantes,
Fapesmo, Frisesom{orum) (1). 6. Altre forme derivate del raziocinio, — A ciò si
riduce sommariamente la teoria dei sillo- gismi mediati categorici, ai quali si
riduce in sostanza anche la teoria dei sillogismi cate- gorico-ipotetici. Essi
si distinguono pure nelle stesse figure e negli stessi modi. La differenza è
assai semplice. Nei categorici figurano come premesse delle re- lazioni di
concetti ; negli ipotetici delle relazioni di relazioni, cioè di giudizi. Non
fa d'uopo entrare nella trattazione dei sillogismi ipotetici propriamente
detti, che con- tengono come premessa minore un giudizio esi- stenziale —
perchè devono essere escluse dalla logica pura tutte le forme di sillogismo che
non (1) Secondo altri; Bramantip (o Bamalipj, Dimatis (o Dimaris), Camenes (o
Calemes), Fesapo,' Fresison. sono definibili logicamente, cioè colle sole idee
logiche primitive. Le altre forme principali del raziocinio enu- merate dalla
logica classica sono: l'entimema, Tepicherema, il polisillogismo, il sorite, il
di- lemma. Però, tenuto anche conto di quanto si disse nell'osservazione
precedente, non saranno qui prese in considerazione l'entimema, l'epicherema e
il dilemma ; non l'entimema, perchè non è altro che un sillogismo elittico, di
valore puramente linguistico e rettorico ; non l'epicherema, perchè ha valore
puramente metodologico e dimostra- tivo; non il dilemma, perchè oltre a non
essere che una forma di sillogismo ipotetico-disgiuntivo riducibile per
conseguenza al categorico, è solo interessante dal punto di vista psicologico
ed anche all'uso ordinario non conserva che un va- lore puramente oratorio.
Ancora non possiamo qui annoverare la prima specie dei sillogismi composti
(congiuntivi, dis- giuntivi e misti), perchè si deducono troppo fa- cilmente
dallo schema generale del sillogisnio categorico (1). Alla seconda forma di
sillogismi composti, che può considerarsi in generale come un sistema di più
relazioni logiche, appartengono invece il sorite (regressivo o aristotelico e
progressivo o gocleniano) (2) e il polisillogismo, che essendo (1) Nagy, op.
cit., pag. 151. (2) Volendo restare fedeli alla disposizione dei termini e
delle premesse nel sillogismo sarebbe rigorosamente necessario dare il nome di
aristotelico al sorite gocleniano definibili e senza ricorso a concetti
extra-logi- cali, troveranno la loro conveniente rappresen- tazione ideofisica.
7. Conclusione, — I principi suesposti re- golano la teoria classica dei casi
più semplici del sillogismo mediato : ma non bastano eviden- temente alla
trattazione dei casi più complessi e meno noti, che si risolvono invece collo
stru- mento più rigoroso della logica matematica. Tuttavia, se rientrano nel
problema più vasto dell'eliminazione d'un qualsivoglia numero di ter- mini medi
da un sistema qualunque di relazioni logiche date, sono sufficienti a farci
compren- dere la vera natura delle operazioni di trasfor- mazione, risoluzione,
eliminazione e sostituzione, nelle quali si risolve tutto il processo fonda-
mentale della logica deduttiva. e di platonico al sorite aristotelico. Infatti
il goclenico è M P costruito sullo schema seguente S_M che è lo schema del SP
sillogismo aristotelico colla premessa maggiore prece- SM dente; mentre
l'aristotelico e costruito sullo schema MJ^ che è lo schema del sillogismo
platonico colla premftb^ ^ minore precedente, corrispondente esattamente al
m<>^S \ «AMMADA in conformità della dottrina sillogistica di PlatolTir^
che fu, non rovinata, ma rovesciata da Aristotele; e noij , smentita
assolutamente ma perfino praticata da Aristo- . tele medesimo in alcuni
ragionamenti delle sue opere » (cfr. Libri politici, periodo primo).
L'osservazione qui accen- nata non è ancora stata fatta — eh' io sappia — da
altri. Modelli ideoflsici del
raziocinio. 1. Modelli del raziocinio immediato. — 2. Conclusione. — 3. Modelli
di raziocinio mediato. — 4. Problemi da ri- solvere. — 5. Rappresentazione
delle otto regole del sillogismo. Rappresentazione delle quattro figure. — 7.
Dimostrazione sperimentale dei modi legittimi ed illegittimi del sillogismo. —
8. Con- fronto dei risultati della logica classica coi risultati sperimentali
dei modelli. ~ 9. Esame d'una diver- genza notevole fra i risultati della
logica classica e i risultati dei modelli, sia rispetto alle regole spe- ciali
sia rispetto alla legge suprema del sillogismo. Dimostrazione delle conclusioni
deboli di Occam e delle nuove non conformi alle regole classiche. Risoluzione
di problemi importanti intorno alla teoria particolare e generale del
sillogismo: la quarta figura; le obbiezioni del Cantoni e del Masci contro il
sillogismo come pretesa forma generale del razio- cinio. — 12. Modello di polisillogismo.
— 13. Modelli del sorite. — 14. Conclusione. 1. Modelli del raziocinio
immediato, — Poiché tutti gli schemi possibili di giudizi elementari sono già
stati dati e provati soddisfacenti, è chiaro che la rappresentazione ideofisica
delle varie forme di raziocinio immediato non deve offrire alcuna difficoltà.
Esse infatti si lasciano riprodurre esattamente anche colle semplici
trasformazioni e risoluzioni che si ricavano dal modello concentrico. Basta a
tal proposito mettere in funzione il modèllo del giudizio, vale a dire
trasformare le sue disposizioni in una misura determinata, in guisa da
ottenerne tutti i fatti e tutte le leggi che si vogliono rappresentare.
Riflettendo che nel raziocinio immediato in verità non ci troviamo di fronte a
due giudizi distinti, ma ad un solo giudizio rovesciato, si può anche far a
meno di ricorrere ad una coppia di modelli del giudizio. Le relazioni
principali espresse dal quadrato logico risultano per semplice ispezione
collocando al posto delle semplici lettere A, E, I, 0, gli schemi simbolici
corrispondenti. Quanto alle operazioni del raziocinio imme- diato si noti
anzitutto che il caso dell'equipol- lenza deve essere trascurato, giacche non
ha che valore grammaticale o verbale, fondandosi unica- mente sulla diversità
delle parole impiegate per esprimere una medesima relazione. Quanto alla
conversione, si dimostra che i giu- dizi E ed I si convertono semplicemente,
perchè solo trasportando la manovella da sinistra a destra, cioè dal soggetto
al predicato, senza mu- tare la quantità, si ottiene ancora un giudizio
equivalente al primo. Il che non potendosi ottenere pel giudizio del tipo A,
nel quale per ricavare I conviene met- tere al particolare la quantità del
soggetto ana- logamente al predicato, ci dimostra che per A la conversione deve
essere accidentale. Pel caso è noto che non si possiede regola di conversione.
Orbene anche il modello ci di- mostra che: a) la conversione pura è
impossibile, nel senso almeno che darebbe per risultato un giu- dizio negativo
col soggetto distributivo e il pre- dicato particolare, esorbitante dai 4 casi
classici A, E, I, prefissi; b) la conversione accidentale presenta piti
reciproche come vere. Infatti se nel giudizio qualche S non è P, il particolare
considerato di S ruota come l'universale del medesimo S, allora si comprende la
possibilità del reciproco " qualche P non è S „. Se poi, sempre nel giu-
dizio dato, mentre il particolare considerato di S ruota in senso opporsto a P,
un altro o altri particolari di S ruotano in senso opposto ad esso, come
avviene precisamente nel caso del modello differenziale rappresentato dal
sistema delle tre carrucole esterne giranti in senso di- verso, allora è
evidente parimenti la possibilità del reciproco " qualche P è S „. Quanto
alla contrapposizione, riducendosi il suo meccanismo alla conversione dell'
equipollente qualitativo del giudizio diretto, non si può con- siderare come
vera operazione logica, per le ra- gioni accennate a proposito
deirequipollenza. Quanto alla subalter nazione, il modello dimostra
perfettamente che da ogni giudizio universale A, E, si può dedurre un giudizio
particolare I, ren- dendo particolare il soggetto. 2. Conclusione. — In
conclusione, le leggi fondamentali del raziocinio immediato sono rap-
presentate in njodo completo dai modelli pro- posti. 3. Modelli di raziocinio
mediato, — Per ot- tenere un modello meccanico completo del sil- logismo
mediato, pel caso più semplice del sil- logismo tradizionale aristotelico, non
abbiamo che da disporre tre macchine semplici del con- cetto ai tre vertici
d'un triangolo qualunque (1), (1) La disposizione triangolare di questo modello
ricorda legandole opportunamente fra loro mediante tre cinghie senza fine
disposte sul sistema delle tre carrucole concentriche. Dalle relazioni derivanti
dai tre concetti, sog- getto termine minore, termine medio, e pre- dicato o
termine maggiore, risulteranno tre giu- dizi MP, SM, SP; i due primi
rappresenteranno le due premesse maggiore e minore, l'ultima la conclusione del
sillogismo. La macchina si carica disponendo le cinghie quella varietà di
diagrammi logici che furono lungamente in uso per rappresentare le mutue
relazioni dei termini di un sillogismo al tempo di Alessandro di Afrodisia. La
loro forma più comune è la seguente : Conclusio Conclusìj Fig. 6. Rappresentano
rispettivamente le prime tre figure. Le lettere 0, N, Q significano Owwe,
ì^ullum, Quoddam, e indicano la quantità della proposizione, pei casi Barbara,
Cesare, Darapti (Cfr. Hamilton, Discnssions, pag. 666. — Vknn, Symholic logie, pag.
505). Questi diagrammi, abbandonati in seguito per più se- coli, furono ripresi
da Reimakis [Vernunftlehre, 1790) con leggera modificazione, per segnare
l'affermazione (doppie linee) e la negazione (linee semplici) nei lati del
trian- golo sillogistico. L'impiego di questi diagrammi non fu apprezzato con-
venientemente neppure dal Venn. Sarebbe ozioso ricordare le tre lettere F o i
tre an- goli inclusi di Ludovico Vives. PARTE III - IDEE DERIVATE 185 sopra le
carrucole, secondo le condizioni quanti- tative e qualitative che si richiedono
dalle pre- messe e si mette in funzione per mezzo d*una manovella che s* infila
nell' asse d'ogni 'ingra- naggio, designando volta a volta il soggetto di ogni
giudizio. Valgono, per tutti ^li altri particolari mecca- nici del modello, gli
schiarimenti dati al Capo III, Parte IL Questo modello (Fig. 7) soddisfa in
modo assai semplice ed evidente a tutte le condizioni ri- chieste dalla materia
e dalla forma del sillo- gismo, presentando i tre termini, i tre giudizi, la
loro mutua dipendenza. Solo si potrebbe osservare che in esso manca l'apparenza
della progressione quantitativa dei tre termini, minore, medio, maggiore, che
sono rappresentati nella figura da tre corpi logici di uguale grandezza. Ma si
vedrà fra poco che questo difetto, il quale interessa solo la parte decorativa
ed or- namentale e si potrebbe rimediare con tutta fa- cilità, se valesse la
pena, mentre non compro- mette punto la funzione delicatissima del termine
medio, quanto alle relazioni costanti che devono correre fra le grandezze
logiche del sillogismo, sotto un certo punto di vista permette al mo- dello di
poter anche figurare come una solu- zione meccanica soddisfacente della logica
so- stitutiva. 4. Problemi da risolvere. — Resta ora a vedere se fra le grandezze
che si hanno a con- siderare nel nostro modello meccanico dei feno- meni logici
corrano le stesse relazioni che corrono fra le idee logiche constatate dalla
logica pura nel campo del sillogismo. La nostra ricerca si riduce ai punti
seguenti : 1® cercare se le otto regole speciali del sil- logismo si
verifichino perfettamente nel nostro modello meccanico e per tutti i casi
diversi delle quattro figure logiche fondamentali; 2® se applicandole ai 64
modi possibili del nostro modello riusciamo allo stesso risultato ottenuto
dalla logica pura; cioè ad escludere al- trettanti modi illegittimi ed a
mantenerne come legittimi dicianove variamente distribuiti nelle quattro
figure. Sarà estremamente interessante constatare se la legge dei fenomeni
(logici e meccanici) è la stessa nell'uno e nelValtro caso. In ultima analisi,
se le proprietà generali dei corpi fisici, sottoposti a taluni fenomeni di mo-
vimento meccanico, corrisponderanno alle pro- prietà generali dei corpi logici
(cioè dei concetti) sottoposti alla potenza dell* intelletto, in altri termini
se le macchine meccaniche proposte corri- sponderanno perfettamente alle
macchine logiche^ noi concluderemo che — in tutti i casi sperimen- tati — è
possìbile enunciare i risultati logici e mec- canici con una formola sola. 5.
Rappresentazione delle 8 regole del sillogismo, — Ora , con tutta facilità, si
dimostra non solo che le 8 regole del sillogismo sono verificabili anche nel
modello, ma che esse in fondo non costi- tuiscono che un caso particolare della
teoria ge- nerale dell'eliminazione e della sostituzione. I. (Terminus esto
triplex, medius major qu^, minorque), I termini sono tre, per costruzione. IL (Latius hos qiiam praemissae conclusio non
vult). Secondo ]' interpretazione meccanica del problema di Boole, è chiaro che
la determina- zione delle condizioni quantitative di quella classe qualunque di
termini che può fungere da con- clusione logica delle premesse deve essere
stret- tamente regolata dalle condizioni quantitative proposte nelle premesse;
il che vale quanto dire che i termini maggiore e minore non devono essere presi
nella conclusione in senso piìi largo che nelle premesse. Operando sul modello
si comprende subito che la conclusione è meccanicamente legittima solo nel caso
che si leghino col terzo cingolo quelle grandezze dei due estremi che sono già
impe- gnate nelle premesse. III. (Nequaquam medium capiat conclusio oportet).
La costruzione triangolare del modello dimostra all' evidenza che la
conclusione otte- nuta sopra d*un lato non può mai contenere il vertice opposto
che in questo caso è il termine medio. IV. {Ani semel aut iterum medius
generaliter esto). La regola quarta presenta invece alcune difficoltà
dipendenti dalla portata relativamente troppo ristretta della logica
tradizionale. Conviene infatti distinguere due casi : 1° Se il termine medio
(M) contiene un solo particolare, cioè se il particolare di M è sempre lo
stesso nelle due premesse e non fa che iden- tificarsi con sé ripetendosi nelle
due premesse, allora è chiaro che in questi casi — (senza vio- lare la regola
prima, cioè senza cadere nel quaternio terminorum) — il termine medio può es-
sere anche particolare nelle due premesse e può verificarsi un sillogismo
quantitativamente vero, contro la regola quarta. Questa eccezione non è
contemplata dalla lo- gica classica, ma è dimostrata abbastanza chia- ramente
dal modello concentrico a particolare unico (Cfr. § 9, Art. 2) ; il quale,
mentre acquista in tale maniera Timportantissimo ufficio di mo- strare la
probabilità di fenomeni nuovi non an- cora osservati, si rivela incapace di
raccogliere sistematicamente tutta la serie dei modi sillo- gistici conosciuti,
spiegandoli col suo unico mec- canismo. La dimostrazione di questo fatto che
assume un significato logico non comune verrà data a suo tempo. 2® Se il
termine medio non contiene un particolare unico, ma più particolari subordinati
airuniversale, ed escludentìsi Tun Taltro, e si dà il caso comunissimo che le
due premesse pren- dano ora Tuno ora l'altro indifferentemente, come avviene
nel modello diflferenziale a più partico- lari liberi, allora è necessario che
il termine medio sia preso almeno una volta in senso uni- versale, come esige
la regola quarta. Infatti il modello diflferenziale dimostra imme- diatamente
che se questa regola fosse violata i termini potrebbero essere quattro, giacche
una premessa potrebbe prendere un particolare (p) di M e Taltra premessa un
altro particolare {p') sempre dello stesso M e così il termine minore e il
termine maggiore del sillogismo non sareb- bero più riferiti ad un solo termine
medio ma a due, contro la regola prima.
p \Z M ir ! i s 2 La seguente figura schematica (Fig. 8) che riproduce
nel dispositivo delle tre carrucole la funzione delicatissima del termine
medio, rap- presentata perfettamente coll'arti- fizio dell'ingranaggio
differenziale, toglierà ogni dubbio al riguardo. In ogni sistema : la carrucola
cen- trale (w) rappresenta l'universale del concetto, le due carrucole la-
terali (p, p) due particolari diversi dello stesso concetto; p è legata nel
modello al pignone fisso sul- l'asse orizzontale dell' ingranaggio e si dice
carrucola /issa; p è le- " T] gata al pignone simmetrico, libero sull'asse
orizzontale e si dice car- rucola folle. Quando ruota u, p e p sono tratte a girare
nella stessa direzione ; quando p ruota in una direzione qualunque, u resta im-
mobile, p ruota in direzione opposta. Ora se: a) volendo formare una premessa
maggiore particolare affermativa (sia I in prima figura) si legano insieme le
due carrucole fisse p di M e p di P e si pongono in rotazione nello stesso
senso ; b) volendo formare una premessa minore pure particolare affermativa (I
in prima figura) si legano insieme la carrucola p o p di S non piti con p
(carrucola fissa) ma con p (carrucola folle) di M, la quale gira in senso
opposto alla simmetrica p; e) allora la conclusione, dovendo essere af-
fermativa per la qualità delle due premesse, vale a dire dovendo riunire in una
stessa direzione di moto la carrucola del soggetto che gira in un senso, e la
carrucola del predicato che gira in senso opposto , diventa impossibile , come
esige la regola quarta. Quando per effetto d'un sillogismo qualunque la
macchina del sillogismo si mette in movi- mento basta un semplice colpo
d'occhio per far comprendere se, per questo lato, le cose cammi- nano
regolarmente. Se l'asta verticale col con- trapeso del termine medio ruota
intorno all'asse orizzontale, la condizione espressa dalla regola quarta è
soddisfatta; se no, no. V. (Ambae affirmantes nequeunt generare ne- gantem).
Ammessa la regola precedente è evidente che da due premesse affermative cioè
rotanti nello stesso senso non si può derivare una conclusione cogli estremi
rotanti in senso opposto. Quindi la regola V segue immediatamente dal modello.
VI. (Uiraque si praemissa neget nihil inde sequetur). Anche qui è necessario
introdurre una distinzione importantissima che ci allontana ri- solutamente
tanto dalla lettera quanto dallo spi- rito della logica classica. Infatti: a)
Se i concetti contengono un solo parti- colare fisso, allora Tesarne del
modello concen- trico dimostra che da due premesse negative si può avere una
conclusione e una conclusione po- sitiva in parecchi casi (1). Il che significa
che si possono costruire alcuni modi sillogistici qua- litativamente veri anche
da due premesse ne- gative ; b) Se
invece i concetti contengono più par- ticolari indipendenti, allora Tesarne del
modello differenziale dimostra che, sempre ammettendo separatamente i casi
eccezionali indicati dal mo- dello concentrico e riproducibili col
differenziale, la regola VI, violata nella lettera, è soddisfatta almeno nello
spirito. VII. La stessa distinzione si ripeta a pro- posito della regola VII
(Nil sequiiur geminis ex particularibus iinquam). Salvo i casi contemplati
sopratutto dal modello concentrico a particolare unico (1), ma dimostrabili del
resto anche col modello differenziale, nei quali la conclusione può ricavarsi
legittimamente da due premesse particolari, si giustifica la regola ordinaria.
VIII. La regola Vili (Pejorem sequitur semper conclusio partemj è duplice,
riferendosi prima alla quantità poi alla qualità della conclusione. Cominciamo
dalla prima. Anche qui si può dimostrare che tolti i casi consentiti dal
modello concentrico e dimostrabili anche col differen- ziale (2), nei quali si
può ricavare una conclusione universale, mentre le due premesse sono l'una
particolare l'altra universale, adoperando il mo- dello differenziale la prima
parte della regola Vili si verifica esattamente. Passando alla qualità è importante
il rilevare che tanto dal modello con- centrico quanto dal differenziale la
seconda parte della regola Vili si verifica senza eccezioni. In conclusione,
pur volendo fermare l'attenzione al solo modello differenziale, che è il caso
più favorevole^ resperimento dimostra che rispetto al 1® problema proposto al §
4 le leggi se- condo le quali variano le quantità corrispondenti nei due
sistemi logico e meccanico sono le stesse, quando però non si dimentichi di
rilevare che le leggi della logica tradizionale non sono che un caso
particolare della più ampia teoria indi- cata dai modelli, come sarà dimostrato
più chia- ramente nel seguito. 6. Rappresentazione delle quattro figure, —
Tuttavia, poste le prime condizioni comuni, la rappresentazione ideofisica
delle quattro figure fondamentali del sillogismo diventa addirittura
elementare, come il lettore potrà verificare da se, consultando le tavole fuori
testo. 7. Dimostrazione sperimentale dei modi le- gittimi ed illegittimi del
sillogismo, — Passiamo quindi all'analisi dei modi sillogistici impiegando i
nostri modelli alla ricerca dei modi legittimi ed illegittimi. Il problema è
completamente nuovo, almeno quanto alla sua posizione e soluzione meccanica.
Teoricamente, ci riduciamo in fondo a doman- dare al modello quali combinazioni
A, E, 1, siano possibili facendo funzionare le sue parti in base alle
convenzioni stabilite per la rappresen- tazione meccanica dei giudizi.
Praticamente, la verificazione sperimentale si compie tenendo conto — quanto
alle premesse — delle condizioni imposte al modello dalle regole fondamentali
così del giudizio come del sillogismo; e — quanto all'illazione — della
possibilità di Pastore, Logica foriìiale. 13 194 lo(ìI(;a forgiale segnare la
loro conclusione in uno qualunque dei quattro tipi di giudizio possibile: A, E,
I, 0. Per agevolare la soluzione del problema, pre- sento l'elenco dei 256 modi
ideofisici del sillo- gismo (64 per ogni figura) (1) determinati dalla quantità
e qualità delle premesse e dalja cor- rispondente quantità e qualità
dell'illazione, adot- tando lo schema del modello concentrico a par- ticolare
unico in merito della grande semplicità ed evidenza che offre la sua
illustrazione; ana- logamente a quanto si disse al § 6, cap. Ili, Parte II
(Modelli ideofisici delle idee primitive). La scelta dei modi legittimi si può
compiere in più maniere. La più semplice è la seguente, che si riduce a tre
gruppi di operazioni suc- cessive : 1® In primo luogo, badando solo alla possi-
bilità di segnare la conclusione in uno dei quattro casi A, E, I, 0, e
procedendo col modello con- centrico si rifiutano immediatamente 224 modi.
Restano così 32 modi, 8 per ciascuna figura, di- stinti come segue: I Fig.:
AAA, AH, EAE, EIO, lAA, III, OAE, 010 ; II „ : AEE, AOO, EAE, EIO, lAA, III,
OEA, 001 ; III „ : A AI, AH, EAO, EIO, lAI, III, OAO, 010 ; IV , : AEE, AOE,
EAO, EIO, lAI, III, OEA, OOA. (1) Per necessità tipografiche, le tavole
illustrative dei 256 modi sono aggiunte fuori testo, in fondo al volume. Questa
prima operazione, che, in sostanza, ci dà la soluzione più generale del
problema di Boole, ridotto all'espressione convenuta, ha una importanza teorica
grandissima rispetto alla logica ordinaria, perchè esclude il modo AAI della IV
figura (1), ammesso invece comunemente come modo pieno in entrambi gli elenchi
; quindi AEO Fcxp6«rr>o lEO Fri dcsom (^ruro) Fij|,9 esclude eziandio i modi
AH, EAE, AEO, lEO della IV figura (2), portati solo dal secondo elenco. (1)
Bratnantip, o Bamalijyy o Baralip{ton) (Cfr. § 5, Art. 1). (2) Dabitis, CelanteSj
Fapesmo, Frisesom{orum) Basta dare un' occhiata agli schemi grafici
corrispondenti (Fig. 9) per capire le ragioni deiresclusione operata dal nostro
modello (1). Per EAE ed AEO T impossibilità delle con- clusioni E ed è
evidentissima; date le pre- messe EA, AE, si impongono invece le conclu- sioni
(EAO) ed E (AEE), che sono legittime. Tuttalpiù si può dire che AEO è una
conclu- sione debole ma giusta di AEE, e, come tale, fu tratteggiata nella
tavola I, fuori testo. Per lEO quantificando e qualificando esattamente secondo
le premesse è del pari impossibile ottenere una conclusione 0. Ma per AAI ed
AH (anche non considerando (1) Nel Tome VI, Revue de MathéinatiqueSj Peano,
1896, 1898, pag. 65; fra le ** Additions et Corrections a Fj, § 1 „ trovo
questa indicazione importante: Miss Ladd, On the Algebra of Logic, a. 1883, et
ensuite plusieurs A. par rinstrument de la Logique symbolique, ont découvert la
fausseté des formes traditionnelles du syllogisme, ap- plié * Darapti,
Felapton, Bamalip, Fesapo „ . Correction suggérée par M. F. Invrea „. Mentre scrivo questa
nota sulle bozze — non avendo più la comodità di consultare il lavoro della
Ladd — mi limito ad osservare che, se non erro, la riduzione dei 19 modi ai 15
si compie ordinariamente da quel punto di vista, ricordando che i 5 modi
suddetti e tutte le conclu- sioni deboli di Occam richiedono per essere veri un
giu- dizio esistenziale in aggiunta alle premesse, quindi questi vengono
considerati come incapaci di soddisfare rigo- rosamente alle premesse aristoteliche.
Ma la nuova maniera d' interpretazione fornita dai modelli meccanici mi pare
che dia luogo ad una ridu- zione assai più esatta e conforme alla definizione
del sil- logismo aristotelico. che quest'ultimo modo verrebbe poi eliminato
nella seconda operazione, perchè non soddisfa alla regola del termine medio) si
potrebbe dubi- tare che noi ci trovassimo di fronte ad un'inca- pacità dei due
modelli. È vero invece il contrario. Noi ci troviamo quindi di fronte ad una
questione logica la quale trova la sua soluzione inaspettata col soccorso del
modello ideofisico. Infatti, in entrambi i casi, la conclusione (che si vede
tratteggiata nella figura) sarebbe un giudizio particolare positivo
col'predicato distri- butivo cioè universale, il che è contrario alle con-
dizioni imposte dalla logica ordinaria, rispetto ai giudizi del tipo I. 2^ In
secondo luogo, applicando prima la regola IV del termine medio, che
praticamente si può verificare d'un tratto osservando se l'asta verticale
dell'ingranaggio centrale è messa in rotazione, o no; in virtìi del modello
differen- ziale, si rifiutano ancora 10 modi (1), i quali appaiono invece
accettabili, pel caso ristrettis- simo del modello concentrico a predicato
unico e fisso, e così rimangono i ventidue seguenti : I Fig. II III IV AAA, AH,
EAE, EIO; AEE, AOO, EAE, EIO, OEA, 001; A AI, AH, EAO, EIO, lAI, OAO; AEE, EAO,
EIO, lAI, OEA, 00 A. (l)Fig. I: . II: « III: , IV: lAA, III, OAE, 010; lAA,
III; III, 010; AOE, 111. 3® Quindi
applicando le altre regole sillo- gistiche e segnatamente la IV (delle premesse
negative) e la VII (delle premesse particolari) si rifiutano ancora 4 altri
modi (1). In ultima analisi, i modi legittimi, o, più esat- tamente parlando,
conformi alle regole classiche, restano i diciotto seguenti: I Fig. II r, in „
IV „ AAA, Ali, EAE, EIO ; AEE, AOO, EAE, EIO ; A AI, AH, EAO, EIO, lAI, OAO;
AEE, EAO, EIO, lAI. 8. Confronto dei risultati della logica clas- sica coi
risultati sperimentali dei modelli. — Tor- nando al problema posto nel §
precedente si può ben dire che il parallelismo tra i modi posti dalla logica
classica e quelli ai quali ci ha con- dotto lo studio dei modelli è completo.
Perchè, se è vero che sopra i dicianove modi ammessi dalla logica classica solo
diciotto cor- rispondono perfettamente con quelli ammessi dai modelli, è pur
vero che il dicianovesimo AAI* respinto dai modelli deve essere rifiutato anche
dalla logica classica stessa, se però questa non voglia cadere in
contraddizione colle sue stesse premesse poste intorno alla teoria del
giudizio. Il torto, se v'è torto, non è dunque del mo- dello. Esso funziona
naturalmente in base alle convenzioni preliminari con una regolarità ed una
precisione che supera talora anche la sotti- gliezza dell'argomentare. (1) Fig.
II: OEA, 001; „ IV: OEA, A. È questo uno dei casi più eleganti, in cui si può
constatare T utile che deriva dalla rappre- sentazione meccanica dei fenomeni
logici, e il significato logico di questo genere di ricerche. Altri casi
somiglianti ma ancora più larghi ed inaspettati saranno indicati fra poco. 9.
Esame d'una divergenza notevole fra i risul- tati della logica classica e i
risultati dei modelli^ sia rispetto alle regole speciali sia rispetto alla
legge suprema del sillogismo, — Nel § 7, Art. 2 indicando le varie maniere che
si possono met- tere in pratica per fare la scelta dei modi le- gittimi, ho
detto che colla prima operazione (la quale si compie badando solo alla
possibilità di segnare la conclusione in uno dei quattro casi A, E, I, 0), si
ottiene in sostanza la soluzione più generale e teorica del problema di Boole
ridotto alla forma convenuta. Questa dichiarazione è molto grave, perchè con
essa si finisce per porre in dubbio non solo Tutilità ma anche la validità
delle più impor- tanti regole speciali del sillogismo, ma in pari tempo è ben
lontana dall'essere il frutto d'una meditazione superficiale del problema del
sillo- gismo. Difatti non c'è nessuna ragione di negare che si possano
formulare anche dei sillogismi legit- timi, quantunque si introducano nelle premesse
certe condizioni qualitative e quantitative incom- patibili con alcune delle
cosidette regole speciali del sillogismo. La cosa fu già osservata nel § 5,
Art. 2, trattando della verificazione sperimentale delle otto regole. Ora è
necessario discutere più ampiamente le eccezioni avanzate dalla considerazione
dei mo- delli contro le regole IV, VI, VII, Vili della logica tradizionale;
donde apparirà che questa si rivela incapace di risolvere il problema del
sillogismo in tutta la sua ampiezza. Cominciamo dalla regola IV. Perchè il
termine medio deve essere preso o tutte e due le volte o almeno una volta in
modo distributivo? E chiaro, perchè altrimenti i termini potrebbero essere
quattro. Dico potrebbero essere^ non sareb- bero sempre quattro ; poiché non ci
sarebbe senso nell'esigere l'applicazione letterale della regola nel caso che
in ambedue le premesse il termine medio si identificasse con sé stesso.
L'impossibilità sillogistica si verifica dunque — per questa regola — solo nel
caso che il termine medio, che è il tutto sillogistico, sia preso in una
premessa secondo una sua parte, e nell'altra se- condo un'altra e perciò non
sia il medesimo in ambedue. Il modello diiferenziale è appunto costruito, fra
l'altro, in guisa da poter far intendere che se i particolari dei termini
sillogistici restano vaghi — come direbbe acconciamente il Rosmini — non si può
ricavar nulla da essi, per l'ambiguità del senso. Ma se il particolare del
termine medio restasse f^sso (come è nel caso del modello concentrico a particolare
unico o come si può benissimo otte- nere anche col modello differenziale) e in
tutte e due le premesse fosse identico, per quale ra- gione non si potrebbe
conchiudere legittimamente anche contro la regola IV? (1). (1) Questa eccezione
di estrema importanza è già stata Ora i modi che si trovano in tale ipotesi,
benin- teso dopo la prima operazione conclusiva che ne elimina 224 per
lasciarne 32, otto per figura, sono appunto 10 (Cfr. § 7, Art. 2). Passiamo
alla regola VI. Perchè da due pre- messe negative non si conchiude?
Ordinariamente si ragiona così. Il sillogismo consiste essenzialmente in un
paragone che si stabilisce tra gli estremi d'una proposizione qualunque
mediante un terzo ter- mine medio. Dati questi termini l'intelletto che fa il
paragone può scorgere tre casi diversi: o^ o i due estremi convengono col
medio, e allora Tintelletto legittimamente conchiude che fatta con l'usata
accortezza ma per altre ragioni dal Rosmini (Logica, libri tre. Torino, Pomba,
1853, n. 634, pag. 217, 218) e ripetuta quasi colle stesse parole ma con
diverso spirito dal Billia, dallo Zanchi, dal Morando e da altri. Il Morando,
in proposito ripetendo la citazione del Billia, nota: Duns Scoto nella
questione XX sul 1* libro degli Analitici primi sostiene che ex puris particularibus
uhi medius est terminus discretivus bene potest fieri syìlo- gismuSy ed è
appunto quel che ha spiegato il Rosmini. In genere pochi hanno badato alle
osservazioni suddette anche dopo il Rosmini medesimo. Qualcuno le ha sentite ma
incompletamente (Op. cit., pag. 180 nota). Molto acconciamente però il Billia
aveva già notato che * l'autore della teoria del sillogismo si era con- tentato
di dire che ci voleva almeiio un termine univer- sale e non una proposizione ,
. 'Ev fitraoi hd KaTriYopiKÓv riva tuùv òpuiv cTvai koI toO KaGóXou, div€u yàp
toO KaGóXou f\ oùk latax auXXoYiaiuiòt; f\ TÒ ^E àpxf\<, aìTnacTai (Prior.
AnaL, I, XXIV). (M. Billia, Di tre regole inesatte... Op. cit., pag. 974, 975).
debbono convenire tra loro, almeno in quella parte e sotto quell'aspetto per
cui convengono col terzo; b) 0, dei due estremi, l'uno conviene col medio e
l'altro no, e allora l'intelletto ne trae che non convengono l'un coll'altro;
e) i due estremi non convengono col medio, e allora l'intelletto non può
concludere nulla, perchè essi possono sia convenire sia disconvenire tra loro.
Quest'ultimo caso è poi ribadito, in tutti i trattati, dalla dimostrazione che
si adduce in favore della regola VI (non si conchiude da due premesse
negative). Così, dice il Masci (1), dal non essere due quantità eguali ad una
terza non segue ne che sieno eguali ne siano diseguali tra loro. Così, dice il
Morando (2), se due libri non sono eguali ad un terzo, poniamo alla Divina
Commedia^ può darsi tanto che siano eguali tra loro, come, per es. , due copie
dei Promessi Sposi, quanto che siano disuguali, per es., una copia dei Promessi
Sposi ed una copia dell'Orlando Furioso. E più avanti: " se il termine
medio M convenendo con gli altri due termini S e P è fuori di questi, essi possono
aver tra loro una qualunque delle cinque relazioni che mostra la figura qui
annessa (esclusione, interferenza, inclu- sione di P in S, di S in P,
inclusione reciproca) e non si può precisare quale di queste abbia luogo nel
caso che si tratta „. (1) Op. cit., pag. 242. (2) Op. cit., pag. 158 e 175.
Cfr. Jevons, op. cit. pa- gine 66, 67. LiNDNEK, op. cit, pag. 80. Nagy, op.
cit., pag. 131, ecc. Insomma — omettendo le troppo facili cita- zioni — tutta
quanta la logica tradizionale è d'accordo nel ritenere che " il solo
motivo per cui da due negative non si può conchiudere, è quello che abbiam
detto, che dall'essere due cose disuguali ad una terza non si può inferir nulla
„. Ora è singolare che questa teoria non abbia finora incontrato l'opposizione
che si merita, movendo essa da un presupposto errato (1). (1) È doveroso il
ricordare che già il Rosmini nella sua Logica (n. 635, pag. 218) afferma che
" le due pre- messe non possono essere entrambe negative, se non nel caso
che il mezzo termine atesso sia negativo, perchè allora la minore nega quello
che è già stato implicita- mente negato dalla maggiore „. E in base a questo
principio sostiene che ai dieci modi che secondo la sua teoria sono ammissibili
si devono aggiungere quelli che furono a torto esclusi dalla re- gola VI: Fn,
Fn, Fa (lì Fig. = e e a), per esempio; Ciò che è semplice non si dissolve,
L'anima non si dissolve, dunque L'anima è semplice fpag. 215). r«, Vn, Yn {{V
Fig. = ooo da aggiungersi alla I Fig.), per esempio : certi corpi non sono
animati, ma certi corpi non animati non hanno moto [spontaneo, dunque certi
corpi non hanno moto spontaneo. Tuttavia, se è ammirabile la penetrazione
logica del L'errore nasce dal voler
classificare insieme cose radicalmente opposte, cioè dal non osser- vare la
dovuta distinzione fra " relazione negativa Rosmini, è pure evidente che
gli sfuggirono tanto il vero spirito della correzione logica della regola VI,
quanto l'esatta quantificazione che è richiesta dalla legge della duplice
negazione aiFerinante. Infatti il vero spirito della correzione segue solo e
necessariamente dalla distinzione fra il rapporto di contradittorietà che è la
base del rap- porto qualitativo puro dell'afFermazione e della negazione, e il
rapporto di contrarietà che s' invoca comunemente quando si ripete che da due
quantità non eguali ad una terza non si può concluder nulla, perchè esse
potrebbero sia convenire sia disconvenire tra loro, come si spiega più
distesamente nel testo. E l'errore di quantificazione commesso nel 1* esempio
che egli adduce si rende subito manifesto tracciando sul modello lo schema
corrispondente alle tre proposizioni adoperate. In realtà se la premessa
maggiore è universale negativa cioè E, s'impone alla conclusione un predicato
distributivo, nella stessa maniera che le si impone un soggetto distributivo
colla premessa minore che è pure universale negativa, cioè E. Ma allora come è
possibile, congiungendo i due estremi distributivi in un solo giu- dizio,
ottenere un'illazione esatta del tipo universale af- fermativo, cioè A, dal
momento che ai è già stabilito che una proposizione affermativa universale
distribuisce il suo soggetto, ma non distribuisce il suo predicato? E l'errore
commesso nell'esempio 2", appare non meno limpidamente osservando sul
modello che se la maggiore è 0, secondo lo schema della quarta figura classica,
si impone alla conclusione un predicato particolare, mentre colla minore le si
impone un soggetto distributivo. Ma allora, anche dato ma non concesso che si
possa ooncliulere negativamente, come sarebbe possibile otte- di termini „ che
indica la mancanza completa di qualche proprietà in un termine rispetto ad un
altro, e " relazione comparativa e contrariativa nere un'illazione esatta
del tipo particolare negativo, cioè 0, dal momento che si e già stabilito che
una pro- posizione particolare negativa non distribuisce il soggetto ma
distribuisce il suo predicato? Ed anche accettando, ma per pura ipotesi — come
schema della IV figura quella disposizione che propose il Rosmini ed è assai
" diversa da quella che fece Aristo- /S M\ tele e i logici che
costantemente il seguitarono , 1 M P , \SP/ date le due premesse negative per
tale figura non può seguire che una conclusione affermativa con S quan-
titativamente particolare e P distributiva, il che contrad- dice sia
all'ipotesi classica stabilita nella teoria del giu- dizio, sia all'ipotesi
stessa (0) del Rosmini. Al Morando, il quale col Billia (L. M. Billia, Di tre
regole inesatte che si danno comunemente del sillogismo. Nota. Estr. Atti del
R. Istituto Veneto di Scienze, lettere ed arti, Serie VII, Tomo I. Venezia,
1890) ripete la bella correzione del Rosmini, pare d'aver dimostrato che questa
limitazione (del termine medio esso stesso negativo) va ampliata, e che la
formula va mutata in quest'altra : quando uno dei termini sia esso stesso
negativo. Aggiunge al riguardo: * Ruggero Bonghi, nel Diario inedito, del quale
ho pubblicato le Stresiane, dice in un luogo (1° luglio 1852) d'aver trovato
col Rosmini (la cui Logica fu pub- blicata appunto nel 1853 a Torino) che
conchiude il sil- logismo da due premesse negative, quando Vuna si può
convertire nell'opposta affermativa „. Quindi adduce un esempio in EEA* (Op.
cit., pag. 178). Finalmente modificando alcun poco gli esempì addotti dal
Rosmini crede si debba aggiungere anche il modo 206 LOGICA FORMALE di termini „
che indica solo diversi gradi della proprietà in un termine rispetto ad un
altro (1). Nel primo caso noi ci troviamo veramente di fronte ad una sola
coppia di termini che si dicono anche per l'ordinario positivi e negativi per
la loro completa opposizione, ma che sono pur sempre congiunti fra loro in
guisa tale che, data la relazione segnata di cui si tratta, la nega- zione
dell'uno implica l'affermazione dell'altro o viceversa (2). Fny Fìtf Fn ossia
eee della I figura, con questo esempio : Chi non è umile non è virtuoso, Ma
nessun egoista è umile, dunque Nessun egoista e virtuoso (op. cit., p. 222).
Però e facile intendere che, oltre al non aver anche egli afferrata la
distinzione qualitativa sfuggita al Ro- smini, si pone decisamente dalla parte
del torto soste- nendo il modo EEE', mentre dalle due premesse EE non può
seguire logicamente che un'illazione affermativa con S quantitativamente uguale
a P, fuori dai quadri A ed I, stabiliti nella teoria del giudizio. Quanto alla
possibilità dei concetti positivi e negativi che guasta tutto l'edificio della
logica rosminiana, si riveda il § 4, Gap. II, Parte li. Questa regola IV fu
anche dichiarata falsa dal Soave, però non se ne trova addotta la ragione. (1)
Nel linguaggio della Scolastica questo errore pi- glierebbe il nome di fallacia
contradicentium. " Fallacia contradicentium est cum non contradicentia
habentur prò contradicentibus, ut, si quis bonum et malum in Ethicis habeat prò
contradicentibus, cum bonum et malum con- trarie vel privative opponantur „
(Cfr. Alsted, Enc. tini- t^ers. De contrad.). (2) " Posito uno
contradicentium removetur alterum „ {ibidem). Ciò significa che il rapporto
negativo è, ri- gorosamente parlando, contradittorio del posi- tivo. Nel
secondo caso noi ci troviamo invece di fronte ad una serie di termini opposti,
ma ancora sempre disgiunti e quindi compatibili fra loro in guisa tale che la
negazione dell'uno non im- plica Taffermazione dell'altro, quantunque Taf-
formazione di uno di essi implichi la negazione dell'altro. Ciò significa che
questo secondo rapporto è, rigorosamente parlando, rapporto di opposizione
contraria e non contradittoria. Nel primo caso il totale (campo del pensabile)
è diviso in due sole parti: la parte dell'affer- mazione e la parte della
negazione, e fissati due di questi tre elementi (totale, parte affermata, parte
negata) il terzo è pure dato. Nel secondo caso il totale è diviso e suddiviso
in una serie di parti disgiunte, tra le quali pos- sono teoricamente intercedere
tutti i gradi di com- parazione, dall'eguaglianza alla diseguaglianza, che sono
possibili. In questo secondo caso è vero che, dati tre termini S, M, P, se in
due giudizi successivi si afferma che due di essi, S e P, non convengono col
terzo M, allora l'intelletto non può conclu- dere nulla, perchè non segue ne
che sieno eguali ne che sieno diseguali tra loro. Nel primo caso, dati i tre
termini S, M, P, se in due giudizi successivi si afferma che due di essi S e P
non convengono col terzo M, allora l'intelletto non solo può ma deve concludere
che essi convengono tra loro in questo appunto che essi non convengono col
terzo, perchè tra i centra- 208 LOGICA FORMALE dittori non si dà mezzo, non
datiir, excluditur tertium (1). Così se conveniamo per ipotesi di indicare il
termine M col segno positivo, allora nel caso riferito, S e P devono essere
indicati entrambi col segno negativo ; inoltre, potendosi dimostrare che per
ogni A havvi un tale non A ed uno solo (2), risulta : 1) A + (non A) = 1 (campo
del pensabile) 2) A X (non A) = 3) non (non A) = A (1) Contradictio caret omni
medio, participationis scilicet et negationis. (2) Basta quello che siam venuti
notando più volte e specialmente il modello che fu adottato per la relazione
negativa (caso delle due ruote congiunte ma giranti con- temporaneamente in
senso opposto) per farci evitare a questo punto un equivoco grande. Infatti si
potrebbe domandare : se ammettiamo che per un tale A havvi un solo non A e non
si dà terzo, ma allora com'è possibile che si diano distinti i tre termini S,
M, P? Per rispondere bene a questa domanda bisogna inten- dere bene che
significa la proposizione " per un tale A havvi un solo non A „. Taluni
potrebbero in vero soste- nere che per tal modo si pongono tre termini tutti e
tre in scambievole contradizione fra loro, ciò che è assurdo. Però contro
questa maniera di intendere le cose sta che si tratta non di termini positivi e
negativi in se, ma di termini che diventano in certo modo relativi, cioè di
relazioni, il che è ben diverso. Anzi il compito della qualità logica pare che
stia appunto nel farci capire che dicendo " per un tale A havvi un solo
non A „ si vuol dire: dato che un tale A si trovi in una data relazioney havvi
una sola altra maniera di relazione qualitativa in cioè per 3) il negativo del
negativo è il posi- tivo (1). Ciò posto sorge naturale la domanda: Di quale di
queste due relazioni distinte nei due casi rife- riti si occupa, anzi deve
occuparsi logicamente la logica formale? Chi ha seguito la discussione da noi
fatta intorno alle idee primitive e senz'altro chi abbia un esatto concetto di
ciò che s'intende logica- mente per qualità del giudizio, vede subito che non è
dell'eguaglianza o diseguaglianza, per così dire, quantitativa o materiale che
si tratta nel caso deWaffirmatio o negatio espresse dalle let- tere simboliche
A, I, E, 0, o più chiaramente non di una relazione dì * conformità-difformità
„, il cui secondo termine rispetto al primo, non essendo rigorosamente in
negazione, cioè in opposizione contradittoria (2), può essere inter- cui esso
può trovarsi^ che è precisamente la negazione della prima, e fra le due
relazioni non se ne dà una terza. Donde si deduce che posto un termine A in una
rela- zione data, infiniti altri possono trovarsi nella relazione non A con
esso; ma questa relazione negativa rispetto alla prima è assolutamente unica.
(1) Questa terza delle equazioni definienti, la negazione d'una data quantità
logica A fu già considerata dallo ScHRÒDBR (op. cit., Voi. 1, pag. 345 e
segg.), come Tespres- sione della legge della doppia negazione : duplex negatio
affirmat; la seconda della contradizione, la prima del terzo escluso. (2) **
Argumentum contradicens est quod negat ubique; ut, homo non-homo. Contradictio
est omnium oppositio- num maxima; sicut relatio. est omnium minima „ (Cfr.
Alsted, op. cit.). Pastore,
Logica formale. 1^ pretato ad arbitrio in modi diversi: grande, pic- colo,
mezzano ; maggiore, minore, eguale ; incluso, includente, interferente,
escluso, includente-in- cluso, più meno conveniente o sconveniente, ecc., non
essendo ancora congiunto col primo, ma della vera e propria eguaglianza
qualitativa formale purissima, anzi di questa sola. È vero quindi che due cose
diseguali estrinseca- mente cioè quantitativamente ad una terza pos- sono
essere o non essere estrinsecamente cioè materialmente eguali fra loro e ciò
solo si potrà decidere dopo che si sarà posta fra loro la con- giunzione; ma,
al di sopra di questa relazione oggettiva e quantitativa di cui non si tratta
nella logica pura per la teoria fondamentale del (jiudizio e del Sillogismo,
non è meno vero che due termini diseguali logicamente, cioè formal- mente ad un
terzo, il che significa congiunti ma non convenienti con un terzo, convengono
sempre fra loro nell'essere appunto egualmente sconve- nienti ad un medesimo
termine. Due quantità che non convengono logicamente con una terza, convengono
sempre logicamente fra loro. In conclusione, riflettendo che nella logica pura
non solo v' è luogo d'occuparsi di questo astrat- tissimo rapporto di
convenienza e di sconvenienza, ma che su di esso si fonda propriamente la tesi
generale d'ogni logica possibile, si comprende la necessità d'indagare se si
debbano accettare come legittimi tutti quei modi sillogistici che possono venir
costruiti con due premesse formal- mente negative, chiuse da un'illazione
affer- mativa che rispetti le condizioni qualitative e quantitativo preposte.
Ora è pure qui che le ricerche logiche com- piute col sussidio dei modelli
meccanici assumono O un'importanza notevolissima quando dalla fun- zione sicura
di essi si possa dedurre la probabilità di altri fenomeni non ancora osservati.
212 hOGlCA rOBXALE (^ ne pOftHÌamo subito persuadere consultando lelenco di
tutti ì 256 casi sillogistici analitica- mente possibili, e verificando che i
quattro modi r)KA«, OOP, OEA\ 00 A* sono meccanicamente legìttimi. Gli schemi
dì questi quattro casi sono i se- guenti (Fig. 10) rappresentati prima secondo
il modello concentrico a particolare unico, quindi Hecondo il modello
differenziale tradotto in un dÌHegno schematico che cerca di riprodurre alla
meglio il dispositivo delle tre carrucole, conforme alla Fig. 8. Tradotti nel
linguaggio della logica formale questi risultati ci dicono che da due premesse
negative si conchiude benissimo (contro la re- gola VI), anche da due
particolari (contro la regola VII), e anche ottenendo una conclusione dio non
HOgua la parte peggiore (contro la re- gola Vili). Pl'oviamoci anche a
costruire quattro esempi verbali che soddisfino — per quanto è possibile — allo
oHÌgcnzo qualitative e quantitative richieste. (OKA^) Qurlche P non conviene
con ogni M, Ogni S non conviene con ogni M, hunquo, Ogni S conviene con qualche
P. (OOl'*) Alcuni P non convengono con ogni M, Alcuni S non convengono con ogni
M, Punquo, Alcuni S convengono con alcuni ?•
(OEA^) Qualche P non conviene con ogni M, Ogni M non conviene con ogni
S, Dunque, Ogni S conviene con qualche P. (OOA^) Alcuni P non convengono con
ogni M, Alcuni M non convengono con ogni S, Dunque, Ogni S conviene con alcuni
P. In simile guisa si potrebbero trarre numerosi esempì di uso abbastanza
frequente nel ragiona- mento. Ma una limitazione appare subito evidente. Se non
si riconosce immediatamente che i casi della qualità non sono che due e
rigorosamente contradittorì Tuno all'altro : affermazione e nega- zione; e se
non si costruiscono gli esempì con- servando alla copula il suo valore
contradittorio, allora la conclusione non può mai essere prece- duta dal
termine dunque e s'impone, in sua vece, il termine però. Faccia la prova il
lettore. E ciò dimostra per l'appunto che in simili casi materialmente
linguistici due premesse ne- gative non impongono una conclusione unica, limi-
tandosi in realtà a dichiarare che — dato che P ed M, M ed S si escludano in un
certo modo — non si può concludere che si escludano e con- cludano in certo
modo anche S e P. Ma è facile intendere che queste considera- zioni ed
applicazioni linguistiche non possono contare gran che. Imperocché la questione
deve essere risolta col puro criterio della logica formale. Da questo punto di
vista non potendosi negare quanto af- ferma il modello ideofisico, cioè che,
quando dei tre termini S, M, P, due (S e P) si trovano simultaneamente in vero
rapporto di centra- dizione col terzo M, questi due termini conven- gono sempre
e necessariamente fra loro, si com- prende la giustezza della correzione fatta
alla regola VI del Sillogismo (utraque si praemissa neget .) e per conseguenza
s'impone anche la correzione di quel principio che si credette finora la legge
suprema del sillogismo dedut- tivo. Donde si deduce che il noto assioma della
eguaglianza e diseguaglianza di due cose ad una terza, sotto tutte le forme
(affermante o negante), deve prendersi solo secondo lo spirito della qua- lità
logica pura e non alla lettera materialmente, come fanno i più dei trattatisti
che confondono la sconvenienza formale ed intrinseca con la sconvenienza
oggettiva ed estrinseca. Non basta. Illustrando a § 5, Art. 2 la verificazione
speri- mentale delle regole speciali del sillogismo, ho descritto minutamente
quel dispositivo dell'in- granaggio differenziale che ci permette di capire
subito l'ambiguità d'ogni procedimento sillogistico costruito coi due estremi
non convenienti mate- rialmente col termine medio e suscettibili per
conseguenza di trovarsi in relazioni diverse fra loro. Ma bisogna guardarsi dal
credere che sia neces- sario escogitare tale o tale altro artificio tecnico
qualunque, volendo restare rigorosamente sul puro campo della logica formale
ove circa la qualità non trionfa che il rapporto di opposi- zione
contradittoria. Infatti, quantunque — materialmente parlando — il modello
differenziale ci offra, colla presenza dei due particolari tanto del termine
minore quanto del maggiore rotanti contemporanea- mente in senso opposto, la
comodità di capire che se paragoniamo il maggiore ed il minore col medio e
verifichiamo che né Tuno ne Taltro convengono con esso, non possiamo coneludere
ne che convengano ne che disconvengano tra loro, salvo che non restino indicati
esplicitamente quali sono quei particolari del Soggetto e del Predicato, pei
quali si presenta sicura la con- venienza la sconvenienza reciproca; — formal-
mente parlando — non si richiede alcuna sotti- gliezza per comprendere che la
negazione logica di un concetto non è un suo semplice contrario, cioè un
concetto disgiunto, ma la somma di tutti i concetti disgiunti dentro il campo
del pensabile dato " universe of discourse „. E sempre sta che nel
tracciare la conclusione in uno dei quattro modi prefissi A, E, I, 0, si deve
riunire solo e tutta quella parte del ter- mine minore che è stata già presa
nella pre- messa minore, con tutta e sola quella parte del termine maggiore che
è già stata presa nella premessa maggiore. Ora tale è appunto il caso indicato
dai mo- delli, e si verifica appunto in quei quattro modi contrari alla regola
VI la quale stabilisce ine- sattamente che da due premesse negative non si può
trarre nessuna conclusione. Dopo quanto si è detto a proposito delle re- gole
IV e VI non mi trattengo ulteriormente sopra i particolari delle eccezioni che
si devono fare alle regole VII (1) ed Vili (2) che ne dipen- dono logicamente.
La verificazione sperimentale dimostra che queste regole, se si vogliono
applicare letteral- mente, non solo non sono esatte, ma diventano false,
dovendosi dichiarare falsa ogni proposi- zione quando patisce anche un solo
caso di ecce- zione. Quando si consideri la legge dei particolari fissi e vaghi
tradotta nei due modelli, concentrico e differenziale, inoltre si mediti bene
sopra la legge della duplice negazione affermante, ogni obbiezione si dissiperà
con prontezza e nuovi orizzonti si dischiuderanno alla logica formale. (1) Il
Rosmini ha precisamente dichiarato che da due premesse particolari si può
trarre una conclusione, quando il termine medio sia uno, cioè fisso (op. cit.,
n. 626, pa- gine 214, 215). (2) Contro la 1* parte (qualitativa) di questa
regola Vili, il BiLLiA {Di tre regole inesatte, ecc., pag. 981), ha pure molto
acutamente notato che il valore assoluto di essa vuole essere tolto o almeno
corretto e limitato. E cita fra gli altri l'esempio seguente: Chi fa male non
sarà premiato, Tu fai male, Dunque, tu non sarai premiato, il quale risponde
perfettamente al modo EAE* posto tra i legittimi dai modelli. Però egli pure,
tanto in questo quanto negli altri esempi contro la parte qualitativa della
regola classica, non giunge a capire il senso della corre- zione necessaria, e
poi non calcola la possibilità dell'ec- cezione anche alla parte 2*
(quantitativa) della regola, indicata invece dai modelli pei modi OEA^, OEA*,
OOA*. Chi ha seguito la discussione da noi fatta vede subito che ci possiamo
collocare in un punto di vista a bastanza elevato per apprezzare, ed anche per
ricostruire idealmente le grandi tappe per- corse dallo spirito umano prima
della scoperta della teoria generale del sillogismo. Ma, a tale scopo, conviene
ritenere che il sillo- gismo non è altro che uno strumento di equa- zione, di
eliminazione e di sostituzione logica di quantità logiche e di relazioni di
quantità lo- giche. Questa considerazione ci permette subito di comprendere che
Aristotele, dopo d'avere " primo raccolte in uno le poche sparse dottrine
logiche che si avevano prima di lui „, in mancanza di criteri rigorosi per
compiere bene la sostituzione, si limitò a raggruppare nelle 8 regole un
sistema di norme assai complicato, ma anche assai ri- stretto, per cui si
ragiona certo esattamente, ma non si soddisfa che ad un caso particolare della
teoria generale. In progresso di tempo coi criteri derivanti : a) dalla teoria
della quantificazione esatta così del soggetto come del predicato ; b) dalla
teoria dell^ qualificazione del giu- dizio ; e) dalla teoria della fissazione
delle quantità logiche implicate nei vari giudizi (cioè dall'av- vertenza di
legare sempre i giudizi fra di loro solo con quelle parti che sono impegnate
nel giudizio) ; si scoprì la teoria generale del sillogismo che riposa sulla
esatta sostituzione dei termini. Così le 8 regole diventano quasi inutili.
Invero la regola I, che impone tre termini al 218 LOGICA FORMALE sillogismo,
non serve che pel caso più semplice del sillogismo mediato (sillogismo
aristotelico), e ciò venne posto in evidenza dalla logica mo- derna, la quale
afferrando il significato elimina- torio della dottrina aristotelica si propose
la eliminazione di un qualsivoglia numero di ter- mini medi, e la risoluzione
per un qualunque termine di un sistema di relazioni logiche simul- tanee. La
dottrina aristotelica venne quindi non di- strutta ma ampliata notevolissimamente,
e il pro- blema generale assunse la forma seguente: " Da un numero
qualunque di premesse che " esprimono relazioni fra n quantità logiche,
ri- " cavare, come conclusione, una nuova relazione " fra n — m
quantità, eliminandone m „. La regola II, per cui i termini maggiore e mi- nore
non devono esser presi nelF illazione più universalmente che nelle premesse,
rimane esatta e non patisce eccezione, perchè è il perno della sostituzione
quantitativa. La regola III, per cui la conclusione non deve comprendere il
termine medio, quando si sosti- tuisca il plurale al singolare parlando del
ter- mine medio, rimane esatta, perchè in essa si basa l'operazione
fondamentale deireliminazione. La regola IV, per cui il termine medio do-
vrebbe essere preso almeno una volta universal- mente, non ha più che un valore
storico. Serviva quando non si sapeva ancora quantificare, qua- lificare e
collegare fra loro i giudizi secondo le parti implicate nel ragionamento. Ora
colla pratica rigorosa di queste tre ope- razioni l'inutilità della regola
emerge chiara- mente. PARTE III - IDEE DERIVATE 219 La regola V, se si limita a
dichiarare che da due sole premesse affermative non si conchiude negativamente,
rimane esatta; ma, se si enuncia in generale così " non si conchiude negativa-
mente da premesse affermative „ , non cor- risponde più al vero. La regola VI,
per cui non si dovrebbe conchiu- dere da premesse negative, è falsa. La regola
VII, per cui non si dovrebbe con- chiudere da premesse particolari è falsa. La
regola Vili, per cui V illazione dovrebbe seguire la parte più debole delle
premesse, è inesatta rispetto alla quantità. Con questo credo d'aver provato a
sufficienza la bontà dei modelli ideofisici proposti, la cui funzione di
reciproco controllo è diretta pure a premunirci contro la troppo recisa
esclusione di quei modi, la cui validità può essere a prima vista non
riconoscibile. Chiudendo l'esame di questa divergenza così notevole fra i
risultati della logica classica e i risultati dei modelli e volendo, come è
giusto, restare nel puro campo della logica formale, è necessario concludere
che i modi sillogistici pieni e legittimi che si possonp dedurre rigorosamente
da due premesse della forma A, E, I, 0, sono i trentadue del § 7, Art. 2 che si
potranno studiare più comodamente nella tavola seguente (Fig. 11). Che valore
hanno quindi i 19 modi classici ri- feriti dalla logica tradizionale? Hanno il
valore seguente. Uno di essi (AAP) è inesatto cioè non conforme alle regole A,
E, I, 0. Gli altri diciotto sono veri. Però bisogna aggiun- gere che essi non
sono i soli che si possano ri- cavare secondo A, E, I, 0, in virtù delle regole
1 n m rv (o) ÀAI . AE:! Ali A0< EAE EAt Ali AOE 3) v^Klp; EAO EAO lo;
{0^<lo) (^<Xo) (^<^p) EIO ElO ElO EIO lAA lAA tAI lAl 111 III (o)
10JX\0) {Q} OAE OEA' III III Q [O) (n} _ OAO OEA 010 001 Jo; (oj 010 OOA Fig.
11 poste nella teoria del giudìzio, come si crede comunemente; di più non sono
ricavati solo in conformità delle regole suddette. Essi sono in- vece ricavati
anche in conformità delle otto re- gole speciali del sillogismo, aggiunte
surrettizia- mente. Quindi sono valevoli soltanto per un caso assai ristretto
della più ampia teoria logica del sillogismo, e furono accettabili, in mancanza
di meglio. Che valore hanno per contro i trentadue modi imposti dai modelli,
date le due premesse della forma A, E, I, 0? Sono tutti veri. Sono ricavati
solo in confor- inità delle regole A, E, I, poste nella teoria del giudizio, e
in conseguenza diretta delle re- gole poste nella dottrina delle idee primitive,
come non si fa nella logica tradizionale. Contradi- cono a sei regole sulle
otto speciali aggiunte gra- tuitamente dai logici antichi per fabbricare la
dot- trina ordinaria del sillogismo. Restano però ancora un caso speciale per
quanto più largo del tradizio- nale nella generale teoria del sillogismo. Sono
più accettabili dei classici, perchè dipendono ri- gorosamente dalle premesse e
si ricordano per ora, anche in mancanza di meglio. In definitiva essi valgono a
dimostrare che i 18 modi classici non sono che un caso partico- lare, per
quanto esatto,, di una più ampia teoria logica del sillogismo, la quale, mentre
ci fa com- prendere che le regole speciali del sillogismo poste dalla logica
classica non discendono neces- sariamente dalla teoria del concetto e del giu-
dizio, si presenta a sua volta come una costru- zione più sistematica chiusa in
se e regolare, dipendente rigorosamente dalle premesse. Dimostrazione delle
conclusioni deboli di Occam e delle nuove non conformi alle regole clas- siche,
— Nei migliori trattati di logica dedut- tiva si trovano pure accennate le
conclusioni deboli ottenute per subalternazione dalle con- clusioni dei modi
completi: Barbari e Celaront per la prima figura, Camestros e Cesaro per la
seconda, Calemos o Camenos per la quarta. Queste cinque conclusioni deboli sono
presen- tate sperimentalmente dai nostri modelli, come ogni lettore può essere
in grado di verificare, consultando gli schemi della tavola generale. Ma per
completare, a rigore, Telenco di tutti i modi deboli possibili conformi alle
regole clas- siche è necessario aggiungere il modo AAI Ba- malip Bramantip o
Baralip(ion) della IV figura, che da noi fu respinto dalla lista dei modi pie-
namente legittimi, per le ragioni note. Di pili, tenendo conto di tutti i 14
modi nuovi e legittimi ma contrari alle regole IV, VI, VII, Vili, si devono
aggiungere ancora altre 82 con- clusioni deboli. Insomma le conclusioni deboli
consentite e provate dai modelli, in base alle premesse stabilite, sono 38,
distribuite così: 10 per la prima figura (AAI, EAO, EEA, EEI, EOI, lAI, OAO,
OEA, OEI, 001) ; 10 per la seconda (AAA, AAI, AEO, Ali, EAO, EEA, EEI, EOI,
lAI, OEI) ; 8 per la terza (EEA, EEI, EOA, EOI, OEA, OEI, OOA, 001); 10 per la
quarta (AAI, AEO, AH, AOO, EEA, EEI, EOA, EOI, OEI, 001). Però — ad ogni modo —
non conviene mai dimenticare che aumentando i modi delle figure non si guadagna
in fondo un gran che; poten- dosi — come fu già osservato dai più antichi
logici ai pili recenti — molte forme ridurre a pochi tipi con opportune
sostituzioni e trasfor- mazioni che non è ora il caso di riferire. Finalmente
dall'esame accurato dei modelli si deduce un'altra conclusione, alla quale già
per- venne, ma per altra via, lo Schroder (1) quando osservò che in molti modi
la eliminazione del termine medio x dà per risultato la identità = 0, oppure un
giudizio esistenziale , a > o, b > 0, ecc. — Tale osservazione fu anche
affer- rata dal Nagy che scrisse espressamente: " Non si deve quindi
ritenere che vi sieno casi in cui non vi sia conclusione. Alla peggio questa
conclu- sione sarà un'identità e perciò non si avrà una nuova verità dalle
premesse „. 11. Risoluzione di problemi importanti intorno alla teoria
particolare e generale del sillogismo: la quarta figura; le obbiezioni del
Cantoni e del Masci contro il sillogismo come pretesa forma generale del
raziocinio. — In base a questi risultati spe- rimentali, possiamo decidere
alcune questioni im- portanti intorno alla teoria particolare e gene- rale del
sillogismo. Cominciamo dalla questione della IV figura. L'analitica,
relativamente nuova, di Hamilton pretende di liberare definitivamente la logica
dal (1) Schroder, Vorlesungen ilber die Algebra der Logik, Volume II, Parte 1%
paj?. 361. Leipzig, Teubner, 1891. 2mostro della IV figura (1). Ma le ragioni
che adduce non sono punto convincenti. Difatti, in sostanza, Hamilton afferma
che l'in- ferenza, nel caso della IV figura, è logicamente invalida perchè vi
ha — dalle premesse alla conclusione — un cangiamento di quantità. Le premesse
sono in quantità intensiva cioè in comprensione, la conclusione è in quantità
estensiva cioè in estensione. Ora, se questa sostituzione illegittima si av-
verasse realmente, dovrebbe essere resa pure evi- dente dal ^nodello
concentrico, ove i rapporti di inclusione e di esclusione che servono per
l'esten- sione devono appunto essere rovesciati per ser- vire alla
rappresentazione grafica della compren- sione ; giacché è noto che il modello
concentrico estensivo non serve — senza le trasformazioni convenzionali opportune
— per il modello con- centrico comprensivo. L'Hamilton aggiunge: Date le
premesse : P in M, M in S, B\ dovrebbe porre nella conclusione non S in P, ma P
in S. (i) Gli Aristotelici puri con Averroès rigettarono sempre la IV figura.
11 Rosmini in proposito nota: * I due illustri filosofi italiani, Gaspare
Contarini e Jacopo Zabarella nel cinquecento la rigettarono, seguendo Tarabo
commenta- tore, e noi crediamo a tutta ragione in questo , [Vedi Topuscolo
intitolato: ** Non daH quartam figuram syllo- gismorum secundum opinionem
Galeni „ diretto a Oddo degli Oddi che aveva sostenuto la IV figura, opuscolo
inserito tra le opere del Contarini stampate dall'Aldo (1578), pag. 233 e segg.
V. L. de quarta syllogismorum figura, tra le opere logiche di ZABARELLA (vedasi).
Ma rHamilton non si accorge che con questa operazione non si farebbe altro che
ridurre il sillogismo della IV figura al tipo della I figura. Infatti, se date
le premesse PM e MS noi fac- ciamo la conclusione non con SP, come vuole la IV
figura, ma con PS, cioè ponendo come sog- getto della conclusione ciò che fa da
termine maggiore nelle premesse e come predicato ciò che fa da termine minore;
vale a dire, facendo in modo che ciò che è P diventi 5, e viceversa, come
vorrebbe Hamilton, appare chiaramente che : 1® quella che è la premessa minore
per Hamilton MS deve essere collocata come pre- messa maggiore, cioè diventare
MP in un'altra più razionale disposizione; 2^ quella che è la premessa maggiore
PM nel caso di Hamilton deve essere collocata come premessa minore, cioè
diventare SM dopo la prima, ottenendosi alfine colla conclusione for- mata in
SP niente altro che lo schema perfetto della 1* figura. La trasformazione
verbale comodissima d'ogni esempio adducibile elimina anche a questo ri- guardo
ogni dubbio, confermando pienamente i risultati sperimentali del modello
ideofisico , i quali provano che la IV figura esiste allo stesso titolo della
I, nonché della II e della III, non potendosi negare che la IV figura di
sillogismo abbia efficacia come le altre. Tutt'al più, rigoro- samente
parlando, si può dire che essa non ap- partiene alla classificazione
aristotelica, perchè in essa né il soggetto né il predicato della tesi com-
pariscono come soggetto e come predicato nelle premesse. Ma ciò non nuoce alla
validità delFope- razione e quindi è di nessun peso per la scienza. Passiamo
ora all'esame d'un'altra questione che ci offrirà anche il modo di rispondere a
certe obbiezioni d'indole generale che si rivolgono ordinariamente contro il
sillogismo. Il caso è abbastanza curioso, perchè ci dimostra che i me- delli
messi alla prova dei fatti, riproducono con estrema esattezza tutte le
particolarità che ac- compagnano l'introduzione di certe condizioni premesse.
Il Cantoni, enumerando le principali obbie- zioni rivolte al sillogismo come
pretesa forma generale del raziocinio, non esita ad ammettere in buona parte
come vera la seguente : ^ di non corrispondere a tutti i processi raziocinativi
del- l'uomo e neppure a tutte le argomentazioni rigo- rosamente conclusive „
(1). Chiarendo più oltre questa obbiezione: " Essa è inspirata, aggiunge,
da un principio, disconosciuto anche da Kant e da molti logici puramente
formalisti dei nostri giorni, dal principio cioè che non si può neanche nel
ragionamento scindere affatto la materia dalla forma. Abbiam veduto come molte
forme sillogistiche considerate puramente in se, non si possono ammettere,
perchè non concludono in modo rigoroso. Ma i giudizi possono nella loro materia
contenere elementi che rendono una forma ripudiata perfettamente conclusiva.
Così, per esempio, sappiamo che nella prima figura la minore deve sempre essere
positiva. Ma se io dico : soUanto gli esseri liberi nelle loro azioni sono
responsabili; i pazzi non sono liberi; dunque ììon sofìo responsabili; io faccio
una conclusione {1) Cantoni. rigorosissima, in forza dì quel soltanto. Nello
stesso modo noi possiamo avere una conclusione negativa nella prima figura
dell'ipotetico, e posi- tiva nella seconda „. Ma l'obiezione non può resistere.
Infatti, consul- tando la disposizione del modello che nascerebbe dalla forma
sillogistica qui adoperata dal Can- toni, non tardiamo ad accorgerci che questa
è ben lungi dall'essere una forma perfettamente rigo- rosa e conclusiva di
sillogismo di prima figura. Mentre, quando (rettificata la maggiore) venga
riconosciuta come forma sillogistica della seconda figura, si rivela
perfettamente rigorosa e conclu- siva, non essendo altro che la disposizione
masche- rata di Camestres. In realtà, tutto l'equivoco è generato dalla quantificazione
e dalla qualificazione esatta da attribuirsi alla premessa maggiore, oscurata
da quel soltanto, in cui è implicita una disgiun- zione. Noi giungeremo alla
soluzione dell'elegante problema, retrocedendo dalla conclusione alla premessa
maggiore. Piii chiaramente, essendo già date come forme sicure la minore SM(E)
e la conclusione SP(E), non abbiamo che da domandarci: quale può es- sere la
maggiore? Quanto alla figura, potrebbe essere tanto MP (1» Fig.) quanto PM (2^
Fig.). Quanto alla forma del giudizio, è chiaro che non può essere né E ne 0,
perchè allora il sillogismo risulterebbe composto di tre giudizi negativi ;
dunque non può essere che o A o I. Ora se, data come premessa maggiore MP, il
sillogismo proposto fosse modellabile nelle due 228 LOGICA FORMALE premesse,
come mostra la Fig. 12, con la mag- giore in A, la conclusione E sarebbe
impossibile perchè avrebbe il predicato non distributivo, contro la convenzione
comune. Dunque la mag- giore, come MP, non può essere universale af- fermativa.
E neppure potrebbe essere particolare affermativa, per la stessa ragione. Fig.
12. Fig. 13. Non resta che da scrivere sul modello la con- clusione E, scrivere
la minore E, e vedere quale maggiore può derivarsi conformemente alle re- gole
sillogistiche, cioè per PM, o con A o con I. Non si tarda a riconoscere che
Tunico modo possibile è appunto AEE^ (Fig. 13) cioè con la maggiore in PM,
universale affermativa, e per- fettamente rigorosa, di fronte alle classiche
leggi del sillogismo, come si voleva dimostrare. Perciò l'esempio riferito (1)
è costretto ad (1) Il Masci riporta la stessa obiezione (** che molte volte il
ragionamento non segue le regole della sillogi- stica e che, per es., conchiude
in 1* figura anche con premessa minore negativa „), ma la combatte con diverso
ordine di idee. Egli ammette difatti che * il sillogismo : solo le forze agenti
a distanza operano in ragione inversa dei quadrati delle distanze, l'affinità
chimica non è una assumere la forma seguente rettificata: tutti gli esseri
responsabili sono liberi nelle loro azioni; i pazzi non sono liberi; dunque i
pazzi non sono responsabili. Così dalla stessa obiezione contro i principi
propri del sillogismo si è ricondotti alla riconferma dei principi logici
medesimi. 12. Modello del polisillogismo. — Cominciando dal caso più semplice
cioè dal polisillogismo che consti di due sillogismi, quindi di quattro ter-
mini, il maggiore, il minore e due medi, una rappresentazione comodissima sì
può ottenere disponendo un altro corpo logico di fronte al ter- mine medio nel
modello esposto del sillogismo e legandolo cogli altri tre, secondo le norme
richieste dalle varie figure. Gli esempi mate- forza agente a distanza, dunque
non opera in ragione inversa dei quadrati delle distanze, conchiude rigorosa- mente
non ostante che violi la- regola della minore di 1* figura „. Ma poi aggiunge:
*^ Neppure da questa forma l'obiezione ha valore ; perchè la regola logica è
formulata in vista del caso più generale e suppone un certo rap- porto
dell'estensione dei concetti. Se il caso e il rapporto sono diversi, ò naturale
che la regola subisca un'ecce- zione ,. Insomma conchiude: * Non si può
rigettare la forma sillogistica perchè un qualche ragionamento non si lascia
disporre precisamente nei suoi schema ,. Op. cit., pag. 275, 276. Se non che
anche contro l'affermato rigore del qui riferito sillogismo, che dovrebbe
violare la regola della minore di 1* figura, valgono le stesse osservazioni
rivolte contro l'esempio addotto dal Cantoni, essendo entrambi gli esempi
oscurati dalla stessa parola (solo) e disponi- bili precisamente nello schema
AEE di 2* figura. \ riali (1) e le
figure che seguono toglieranno ogni dubbio al proposito. Esempio: Ogni offesa
al diritto è attesa di rivendicazione ; ogni tirannide è offesa al diritto ;
dunque ogni tirannide è attesa di rivendicazione; ma ogni dominio straniero è
tirannide, dunque ogni dominio straniero è attesa di rivendica- zione.
Prosillogismo ed episillogismo qui sono modi AAA di prima figura; ma si capisce
facil- mente che il modello si adatta a tutti i casi di figure e di modi.
Infine si vedrà che questo schema pone in evi- denza la deducibilità di una
sesta relazione tra i due termini lontani M' ed M, la quale viene affatto
dimenticata dalla logica ordinaria. Neir esempio riferito la relazione nudva dà
origine a questo giudizio esattissimo tanto per la qualità quanto per la
quantità: " Ogni do- minio straniero è offesa al diritto ». Nella figura
14 il nuovo rapporto M'M fu trac- ciato senz'altro. Siccome — a mente di quanto
fu detto al § 7» Art. 1 — lo studio di tutte le varietà del polisil- logismo
rientra nel problema più vasto di eli-* minare un qualunque numero di termini
medi da un sistema qualunque di relazioni logiche, così per ottenere una
rappresentazione adeguata di codesta operazione elirainativa per un qual-
sivoglia numero di termini, basterà collocare intorno al primo sillogismo un
numero qualunque di altri corpi logici, perchè nel medesimo modo (1) Si
adducono solo ahuahamenUy per comodità del lettore. che si elimina un termine
-^ poniamo x — ni potranno successivamente eliminare quanti ter'' mini, y, z,
ecc., si vogliano. M Anche qui, in pratica, si ottiene un risultato imprevisto.
Difatti se si pone come premessa maggiore del secondo sillogismo la conclusione
del primo e così via, allora resta tracciato uno schema in cui come centro del
polisillogismo fi- éura il predicato (termine maggiore) del primo sillogismo,
che rimane predicato di tutti i sillo- gismi successivi (Processo sinistrorso,
M. M^ M*, M», Fig. 15). Per contro, se si pone come premessa minore del secondo
sillogismo la conclusione del primo e così via, allora resta tracciato uno
schema ih cui come centro del polisillogismo figura il sog- getto (termine
minore) del primo sillogismo, che rimane soggetto di tutti i sillogismi
successivi (Processo destrorso). Il primo modo è quello che fu contemplato
finora dalla logica ordinaria, il secondo — a quanto mi risulta — non è ancora
stato dichiarato da altri, sebbene le ragioni del suo meccanismo non siano meno
valide delle prime. Gli schemi da noi dati (Cfr. Fig. 15) fanno risultare
analo- Fig. 15. gamente la deducibilità di altre nuove relazioni tra i vari
termini lontani, mentre, secondo la lo- gica ordinaria, la portata del pelisi
llogismo è limitata assai piìi del giusto. È vero che questi passaggi possono
essere facili, come nell'esempio addotto dianzi; ma possono anche essere diffi-
cili, perchè non sempre si è in grado di vedere che certe relazioni immediate
che un concetto ha con due altri conducono ad altre relazioni mediate che lo
stesso concetto ha con uno o più altri concetti legati successivamente coi
primi, mentre nell'operazione deduttiva si tratta proprio di provare questo. Si
sa che le relazioni impli- cite latenti possono essere talvolta assai difficil
a scoprire. Era necessario dir questo, per giustificare l'uti- lità della
teoria dei modelli ideofisici che, se di- scorda nei punti indicati dalla
teoria tradizionale, in tesi generale costituisce un reale progresso. 13.
Modelli del sorite. — Sopprimendo le illa- zioni intermedie e non lasciando che
una sola Fig. 16. illazione ultima fra i due termini estremi si ot- tiene la
rappresentazione del sorite nelle due forme aristotelica o regressiva (1-2,
2-3, 3-4, 4-5, 5-6; l-6)(Fig. 16), egoclenica o progressiva (1-2, 2-3, 3-4,
4-5, 5-6; 1-6) Tutte le regole del
sorite si verificano age- volmente, sopra questi modelli, e non c'è nes- suna
ragione per formulare dei soriti apparte* nenti solo alla prima figura del sillogismo,
come è il caso qui sopra riferito. 14. Conclusione. — Ciò che ho esposto di più
importante in questo ultimo capitolo si può rias- sumere in poche parole.
Essenzialmente: abbiamo provato che tutti i principi fondamentali e le
proprietà delle rela- zioni logiche derivate che regolano la teoria clas- sica
del raziocinio e si riducono in ultima analisi ad un caso particolare della
teoria generale del^ Teliminazione e della sostituzione, conforme alle
condizioni quantitative e qualitative imposte dal problema di Boole, sono
rappresentabili compiu- tamente con modelli ideofisici. E, valendoci delle
conseguenze sperimentali che si ricavano dall'esatto funzionamento dei
meccanismi costrutti, abbiamo dimostrato che la teoria dei modelli ideofisici
non soltanto ha Tuf- ficio di raccogliere e di ripetere una serie di fatti
logici conosciuti, spiegandoli con un unico meccanismo, ma anche quello di
indicare la pro- babilità di altri fatti e di altre leggi non an- cora
osservati, capaci di spostare la concezione delle leggi fondamentali della
logica classica. Deirapplicazione della fisica e quindi del calcolo alla
scienza logica e dei limiti di essa. Obiezioni. — 3. Apprezzamento dei
risultati più generali otte- nuti dalla presente ricerca. — 4. Valore critico e
gnoseologico della teoria ideofisica. — 5. Dell'ordine derivante dalla
rappresentazione simbolica cioè de- formativa di un dato ordine di fatti
scientifici. — 6. Conseguenze filosofiche. 1. Deir applicazione della fisica e
quindi del calcolo alla scienza logica e dei limiti di essa. — Dal fin qui
detto parrebbe che la teoria ideofi- sica essendo stata applicata con discreto
van- taggio all'esposizione ed alla ricerca di tutti i fatti della logica
ordinaria nessun dubbio per essa rimanga sopra l'applicabilità sempre più
generale della fisica e quindi del calcolo alla scienza logica. Ma se vi sono
delle forti ragioni in favore di questa applicabilità non è men vero che la
teoria ideofisica incontra nella sua funzione parecchi limiti. Giova
immensamente il ritenere che la quan- tità è una proprietà essenziale di tutta
la realtà e quindi anche della realtà logica; giova in ogni caso procedere alle
ricerche con questa ipotesi. Quando l'ipotesi poi comincia ad essere verifi-
cata anche in piccola parte, non si può tanto facilmente rifiutarsi dal credere
che quello che il pensatore logico determina col semplice di- scorso non si
trovi anche vero della realtà fisica e viceversa. C'è di più. Siccome anche per
la scienza lo- gica è vero quello che si verifica su larga scala in tutte le
altre scienze, cioè che la maggior parte degli enti derivati e delle loro
proprietà sono dipendenti dal numero degli enti primitivi e delle loro
proprietà, così non è difficile com- prendere che la logica — tracciato una
volta il quadro delle idee primitive — abbia da risol- versi ulteriormente in
una specie di calcolo quan- titativo in abstracto, e si lasci quindi disporre
precisamente anche in quegli schemi quantitativi che sono applicabili a tutta
la scienza del reale. Ma la ragione più importante, nella quale l'applicazione
dei modelli ideofisici alle ricerche logiche trova inesorabilmente i suoi
limiti, è che la costruibilità dei modelli resta assai presto pa- ralizzata
dalla crescente complessità dei feno- meni logici. Anche quando, come avviene
pel caso presente, la possibilità della costruzione dei primi ordini di modelli
potè essere fortunata- mente assicurata per la rigorosa determinazione numerica
dei primi elementi dei fatti ci è contro l'estensione illimitata di essa non
solo la crescente difficoltà di seguire coi modelli la crescente complicazione
dei fatti derivati, i quali in breve esauriscono la potenza ed i mezzi d'ogni
calcolo, ma una ben giustificabile improbabilità che con- siglia di aspettare
la conferma anche di quei problemi che ammettono una soluzione teorica- mente
accettabile. Perchè se un criterio teorico è sufficiente per dimostrare T
accettabilità di un'ipotesi, non è però valido come criterio de- finitivo della
verità. In ideofisica non si tratta della corrispondenza probabile, ma della
corri- spondenza reale dei due ordini di fatti. 2. Obiezioni. — Premesse queste
considerazioni sulla portata generale e sui- limiti della teoria ideofisica,
discutiamo brevemente le più notevoli obiezioni che le si potranno rivolgere
contro. Non mancheranno coloro che, pur volendo ri- conoscere una qualche
utilità alla rappresenta- zione meccanica dei fenomeni logici, in quanto serve
a chiarire intuitivamente le nostre idee, a precisare i loro rapporti costanti
come una specie di tecnica estrinseca delle relazioni dei con- cetti (1),
finiranno per dire apertamente: Tana- logia completa tra i due ordini di fatti
logici e fisici non deve recare nessuna meraviglia dal mo- mento che noi non
riusciamo a conoscere per tale via nulla più di quanto è stato creato da noi
medesimi. (1) Mi sembra utile, e forse necessario, avvertire che Tespressione
" Logica tecnica ,, introdotta correntemente nel testo, si potrebbe
giustificare, senz' altro , anche da questo punto di vista. Ma io non posso
scorgere alcuna solidità nel- l'argomento , su cui è fondata questa obiezione.
Essa in effetto potrebbe rivolgersi, col medesimo diritto, a tutto quanto
l'ordine delle nostre co- gnizioni dal momento che si potrebbero trovare delle
fortissime ragioni per credere, d'accordo in questo col Lotze, col Wundt,
coll'Hartmann, col Sigwart e in genere con quasi tutti i soste- nitori più
importanti dell'indirizzo volontaristico contemporaneo, che solo ciò che è
creato da noi può essere perfettamente conosciuto (1). Per questa sola ragione,
seguirebbe già natu- ralmente la necessità di non precipitare il giu- dizio
intorno a ciò che può parere più o meno maraviglioso in ogni ordine di
conoscenza; ma tanto meno ragionevole sarebbe la precipitazione critica, pel
tfaso mio, perchè io confesserò fran- camente che quasi tutti codesti risultati
speri- mentali furono previsti col calcolo mentale. Certo a chi sia incapace di
seguire gli avvi- luppamenti delle dimostrazioni teoriche astratte, solo il
convincimento che nascerà dalla verifi- cazione materiale dell'ipotesi deve
tener luogo di quella anche maggiore confidenza che procura la sola
verificazione astratta di ogni ragiona- mento. Ma in realtà la giustezza di
certe asser- zioni non ha punto bisogno di essere confermata ad ogni momento
nella pratica. Qualunque più imponente verificazione pratica (1) Dk Sarlo F.,
Le correnti filosofiche del secolo XIX. Napoli, Detken et Rocholl, 1901.
CONCLUSIONE 243 in certi casi non sa portare una più ampia con- vinzione ad un
filosofo che abbia già verificato razionalmente i fenomeni con operazioni
mentali sgombre da ogni equivoco. Ciò che eccita Tammirazione degli incompleti
empiristi non sconcerta il giusto equilibrio di chi abbia compreso il
significato sperimentale delle teorie e il significato teorico degli speri-
menti, quantunque non possa che recargli im- menso diletto ogni nuovo esempio
della concor- danza tra l'esperienza e la teoria che egli solo è capace di
sentire. Pensare è nuU'altro che costruire speciali mec- canismi, introdurre in
essi certe ipotesi che rie- scano a trasformarli cioè a metterli in funzione,
ricavarne in seguito le conseguenze sperimen- tali da paragonarsi ai risultati
di un altro ordine* di ricerche equivalente, perchè da ultimo si possa
giudicare dell'esattezza del funzionamento del meccanismo costrutto. In breve,
pensare non è altro che vedere l'ef- fetto d'una legge necessaria nella
correlazione costante di certi caratteri e nella successione regolare di certi
fenomeni (1). Non è quindi un difetto l'ottenere certe co- gnizioni logiche in
virtù della teoria dei modelli, dal momento che tutte le altre cognizioni si
ot- tengono con lo stesso procedimento. (1) A ciò ritorna pure la dottrina del
pensare scientifico éhey con nuovi e profondi schiarimenti , il De Sarlo ha
posto in veduta nelle sue opere. 244 LOGIOA FOBMALE Del resto a che si ridusse
questa introduzione della teoria fisica nel campo dei fenomeni logici? Abbiamo
noi forse tentato di seguire compia- centemente la teoria logica ? No. L'opera
nostra fu piuttosto quella del giudice. Gli esperimenti ideofisici furono dei
tentativi e, in certa guisa, delle provocazioni o cimenti ai quali assogget-
tammo la natura fisica per sfidarla a darci una risposta diversa da quella che
già ci aveva data la natura logica. Questa è la ragione per cui i nostri esperi-
menti in gran parte non si presentano che come semplici verificazioni di
conclusioni alle quali i logici erano già arrivati per altra via. È vero che
noi ci servimmo dei modelli non solo come strumento di verificazione ma anche
come strumento di ricerca. Ma prima colla ragione pura si costruirono i modelli
ideologici astratti e se ne dedussero le conseguenze logiche, facendo unico
appello alle idee; poi col senso e coir immaginazione si co- struirono i
modelli ideofisici concreti e se ne ricavarono le conseguenze meccaniche,
facendo unico appello alle cose. Pure è chiaro che Tobiezione avrebbe qualche
valore solo nel caso che i risultati dei modelli ideofisici corrispondessero
sempre e necessaria^ mente con i risultati astratti della teoria. Si capisce che
non rechi meraviglia il trovare dentro un apparecchio qualunque precisamente
quello che vi abbiamo riposto noi stessi e nulla più. Ma, nel caso nostro,
questa vecchia sottigliezza dialettica è bensì possibile che venga al- legata
ma non dimostrata dagli oppositori. Chi ha seguito la discussione dei principi
lo- gici fatta nei precedenti capitoli, e la costruzione e la messa in opera
dei modelli sperimentali, rammenterà subito che i risultati ottenuti coi vari
modelli anzi tutto non s'accordano sempre e necessariamente fra loro per il
diverso grado di accettabilità inerente ai modelli medesimi, quindi neppure si
accordano sempre e necessariamente con quelli delle teorie della logica
ordinaria. Fu veduto anzi a suo luogo che la teoria ideofisica assume in tali
casi non solo una virtù di ripe- tizione, ma anche una funzione di controllo di
tutte le conseguenze a cui il pensiero può giun- gere, con maggiore o minore
regolarità; in altri casi la divergenza fra i risultati della conside- razione
classica e quelli della considerazione teorica è a dirittura enorme. A che si
riduce pertanto la vecchia sotti- gliezza dialettica della maravigliosa
scoperta del conosciuto ? Chi volesse considerare la stessa obiezione da un
altro punto di vista potrebbe rimproverarci di allontanare troppo il pensiero
dalla realtà dei fatti logici, sostenendo la materialità grossolana dei modelli
ideofisici. Ma questa obiezione non avrebbe più valore della prima, sia perchè,
in larghissimo senso, si può sostenere che ogni ope- razione logica è in fondo
una finzione simbolica, vale a dire una costruzione vera e propria di modelli e
che i modelli di vari ordini di fatti possono essere equivalenti; sia perchè,
se pare fossimo costretti ad ammettere, per effetto della teoria dei modelli,
che la critica della conoscenza si muove in un circolo inevitabile, perchè
qual- siasi modello ci si accinga a spiegare, siamo sempre costretti a proporre
altri modelli o si- stemi di rapporti non spiegati, nondimeno tutte le cose
possibili non cesserebbero di avere per noi e per la nostra cognizione un
carattere co- mune, quello cioè di essere rappresentate e rap- presentabili,
vale a dire di apparire e di essere niente altro che modelli. E i modelli
ideali interni che cosa sono mai se non sintesi piìi o meno complesse di
rappre- sentazioni che l'esperienza porge a tutti gli spi- riti, senza bisogno
di ricorrere a veruna defini- zione di scuole? In realtà noi siamo obbligati ad
assumere le cose in quanto rappresentazioni o modelli e a definire la cosa
mediante il modello rappresen- tativo, dopo di avere definito il modello
mediante la cosa. E poiché pare che non ci sia cosa al mondo né in noi né fuori
di noi, che noi non co- nosciamo se lion in quanto ce la rappresentiamo nei
limiti e nei modelli della nostra facoltà rap- presentativa (così r io come il
rimanente), da ciò potrebbe conseguire che in tutti i concetti, giu- dizi e
raziocini noi non ci aggiriamo del continuo se non nella cerchia dei modelli.
Un'altra obiezione contro la teoria ideofisica, che merita di essere
considerata, perchè rac- chiude una maggior parte di verità, è che i modelli
escogitati — ad onta di fortunati riscontri — offrono un'utilità scientifica
molto mediocre. Io sono molto disposto ad ammetterlo, quando penso ai modesti
risultati delle mie attuali ricerche. Ma pur sentendo lo scarso vantaggio che
esse sono in grado di offrire presentemente, io prevedo che si possono fare
sulla logica formale, dal punto di vista della teoria ideofisica, delle que-
stioni e delle scoperte assai più interessanti, e forse un giorno si faranno.
Questo metodo di ricerca deduttiva potrà anche essere disdegnato oggi, ma sarà
ripreso domani. La relativa sterilità di cotesti modelli d'al- tronde dipende
non solo dalla limitatissima abi- lità inventiva di chi li ha escogitati, ne
solo dalla diffidenza o dalla grande cautela che io sento di dover conservare
nel metterli in funzione per ulteriori e inesplorate ricerche, ma sopratutto
dal fatto che la teoria ideofisica ha appena superato lo stadio H. P. GRICE
STAGE descrittivo. Ma, semprechè non vogliamo dimenticare che la logica
sperimentale non è uno scopo ma un mezzo, poco si tarda a riconoscere che,
nella ri- cerca delle leggi sillogistiche, mentre prima della traduzione
ideofisica ci avanziamo un po' alla cieca, dopo la traduzione avanziamo cioè
ragio- niamo con una certezza quasi matematica di operazione in operazione. Il
vero è che costruito il modello non ci troviamo più di fronte a con- cetti
quasi evanescenti ma a cose e a relazioni di cose che nella loro organica e
figurata este- riorità costituiscono, per così dire, la naturale prospettiva
dell'intelligenza, e, fornendo ter- reno propizio ai piìi alti ed ardimentosi
voli, si dimostrano capaci di sviluppi scientifici im- prevedibili. Quante
volte così Timprevedibilità come la pre- vedibilità di certe conseguenze d'una
teoria di- pesero e dipendono dal grado della loro maggiore o minore visibilità
dentro la teoria medesima? Non pare adunque che per tali ragioni l'ideo- fisica
possa dirsi, per esempio, meno utile ài altre ricerche scientifiche che hanno
potuto pre- vedere teoricamente alcuni loro grandi risultati e confermarli in
seguito coU'esperienza. Insomma, io credo fermamente che il rimpro- vero
maggiore che potrebbe farsi alla teoria idee- fisica non sarebbe quello, a mio
giudizio, di es- sere troppo materiale, incompleta e simbolica, come si
confessa senza ambagi, ma di voler es- sere una teoria esclusiva, se mai questo
secóndo fine ci passasse disgraziatamente per la testa. Ma io non posso
concedere che una sola linea di questo saggio possa meritarsi un simile rim-
provero, avendo fatto del mio meglio per soste- nere che ne questo ne qualunque
altro proce- dimento da solo possa valere su tutti gli altri. 3. Apprezzamento
dei risultati piti generali ot- temUi dalla presente ricerca. — Ponendo termine
ora a ogni considerazione polemica che ci ha fatto sconfinare un momento dai
limiti prefissi, pare conveniente indicare in modo sommario i risultati più
generali della presente ricerca. In sostanza, ho provato che il metodo dei mo-
delli ideofisici ha il suo uso fecondo, nella ricerca dei fatti logici, tanto
come strumento di dimo- strazione, quanto come strumento di ricerca. Non si può
negare che le indagini compiute col soccorso dei modelli abbiano in molti casi,
non solo ricostruita, ma rettificata e completata la teoria delle relazioni
logiche, con esattezza ignota alla scuola ordinaria. Poiché dunque la prova di-
retta mostra che noi facciamo colla costruzione e col funzionamento
semplicissimo d'un apparecchio (modello sperimentale) quello stesso che si po-
trebbe fare meno comodamente col ragionamento calcolo (modello razionale),
segue che i fatti i quali compongono la teoria astratta si possono ritenere
come verificati sperimentalmente. Giova pertanto studiare i fatti logici col
sus- sidio dei modelli materiali, descriverne separa- tamente il meccanismo, e
determinare per cia- scuno le leggi regolatrici. Così si ottiene anche un
salutare ammonimento filosofico quando ci accorgiamo che uno stesso risultato
si può ottenere coU'impiego di mecca- nismi diversi e ci sentiamo costretti ad
ammet- tere che di fronte alla coesistenza di parecchie teorie logiche,
matematiche, meccaniche, fisi- che, ecc. equivalenti, siamo impotenti a distin-
guere la vera dalle altre. Anzi, perchè noi dovremo essere autorizzati a dare
una speciale preferenza di verità a cia- scuna di esse? Sotto un certo punto di
vista, le infinite teorie accettabili sono tutte vere, per quanto siano anche
irreducibili nei loro postulati. Ma errerebbe chi credesse che vi sia in tutte
le possibili rappresentazioni soddisfacenti e quindi vere ^ tutta la realtà od
anche solo una parte „ (1). È ovvio consentire che la verità sia molte- plice,
anzi infinita. Ma ben pochi sono in grado di comprendere che ciò che sembra in
questo caso costituire la prova più eloquente dell' impotenza dello spirito
umano, cioè T impossibilita della definitiva sco- perta della realtà
sottostante all'infinita verità, sia realmente un'esigenza alla quale si possa
attribuire un significato qualunque. 4. Valore critico e gnoseologico della
teoria ideofisica, — Ho accennato teste alla possibilità che r ideofisica venga
ad assumere anche un va- lore critico proponendo e risolvendo alcune que-
stioni relative alla teoria della conoscenza. Per risolvere, almeno in parte,
il quesito si può cominciare a chiedere quali conseguenze si possano ricavare
in ordine alla teoria delle leggi scientifiche in generale, e in particolar
modo in ordine alla questione della identità o diversità delle leggi della
natura e delle leggi della ra- gione. A ciò si giunge nel miglior modo tenendo
conto d'un argomento di Oersted. Ciò che prova meglio — dice Oersted — che (1)
Garbasso, 15 lezioni sperimentali su la luce. le leggi della natura sono pure
le leggi della ra^ gione è che dalle prime (una volta conosciute) noi possiamo
dedurne delle altre per la sola lo- gica^ le quali noi verifichiamo in seguito
coll'e- sperienza; che se questa verificazione non pu6 aver luogo, noi siamo in
grado di accorgerci che abbiamo tirato delle conclusioni false. Ne segue che le
leggi del pensiero^ per mezzo delle quali noi possiamo trarre delle
conclusioni, regnana pure nella natura. Il pensiero di Oersted è molto
convincente. Ma ora mi sembra di poter aggiungere che un'altra prova non meno
rimarchevole AqìY iden- tità di certe leggi naturali e razionali si ricava
dalla verificazione sperimentale delle pure logiche formali dedotte colla sola
ragione. Ne segue che — almeno per certi casi — le leggi della natura non sono
punto diverse da quelle che regnano nel pensiero, una volta che si può
dimostrare che è tanto possibile ottenere sperimentalmente le leggi logiche,
quanto dedut- tivamente le leggi naturali. La prima cosa dunque che va notata
è, che certe proprietà delle idee sono in fondo anche proprietà delle cose, e
viceversa che certe pro- prietà fisiche sono in fondo anche proprietà lo-
giche. Questo dimostra che se da un lato la teoria logica può riuscire agli
stessi risultati dell'espe- rienza fisica, dall'altro l'esperienza fisica stessa
può raggiungere, in certi casi, il necessario della logica pura. È appunto in
base alle accennate ricerche che aggiustiamo fede difficilmente alle j^^-zz. -
X :B*-eest:L. m*^^ t ^mT.LÌ ^-r'-zy :r 'rtir-'i- e-.
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zLid^i-erri sopra ^*g*?<Vy *.vx»:v.. ^n ii:::^ - C-^ ^-riLia CTi'cbio. fra i
r-«>,,*^:; Cr^^i :vrtv'r-i. j'^!;^ -r c^el'i «ie^la teoria ',,v*r 3!^ jsi
^f-:r:r^i.r:r<r i-rT q^i^t^to la necessità 4'Qft^ ('/tuf'AV,hxjj'^, ;ra 1
apriorismo e lo speri- mi-jiVilìe,ifio, hlior^L àn:Le qui si perderebbe lo itpiiito
di-Ma rjimr/«trazione, a meno che non si iiiKhiatiihhe C'féplicitarrjente di
usare una semplice frase per affermare
che la scienza come fatto è innegabile per tutti. A priori possiamo solo
congetturare che l'uomo non sia un mostro nella natura e che possa esi- stere
qualche rapporto fra la sua intelligenza e la natura delle cose ; e verosimile
inoltre che nella natura si trovi una specie di tendenza verso r
intelligibilità e di questa verso di quella. Ciò ammesso, è legittimo usare del
ragionamento come di un modo di interrogare e di interpre- tare la natura, o
della natura come di un modo di interrogare o di rappresentare o di tradurre il
ragionamento. E vero che la logica formale presenta un'ob- biettività minima ed
una necessità ideale eleva- tissima, sopra di questa si può fare un asse-
gnamento molto forte per impostare logicamente il problema della corrispondenza
necessaria delle necessità appartenenti ai diversi ordini di fatti. Finalmente
sarebbe assurdo dimenticare che (posti i primi enti e le prime definizioni) la
lo- gica formale non è più che una catena di deri- vazioni logiche interamente
necessaria. Ma nulla autorizza a dimenticare per contro che questa necessità
che regna sovrana nella logica e che noi possiamo verificare sperimentalmente
non riguarda che i segni interiori o esteriori della realtà del nostro
pensiero, e che d'altra parte codesta necessità si rivela solo in rapporto a
certe idee primitive ed a certi postulati, la cui necessità è indimostrabile.
Inoltre si può capire che la logica pura sia
n Tespressione d'un determinismo costante solo avendo riguardo al
vincolo deterministico della scienza, in cui solo si produce e si giustifica
pienamente ogni affermazione teorica di determinismo. Fa d'uopo forse ripetere
che anche la teoria ideo-fisica parte da un'ipotesi che è un'anticipa- zione
del pensiero sulla realtà, e che perciò è divenuta scientifica solo in quanto
si poterono provare i rapporti costanti di quei fatti che si volevano
dimostrare ? Per poter applicare rigorosamente la ricerca fìsica alla ricerca
logica non dobbiamo forse pen- sare che la realtà sia decomponibile in due ca-
tegorie : corpi in movimento e idee in relazione e che il primo ordine di fatti
possa per la scienza sostituire legittimamente il secondo? Appare dunque che
ninna ricerca ideofisica — esorbitando dai limiti rigorosi che le furono im-
posti — può presumere di svelare la natura ìntima della realtà. I nostri studi
esprimono solo la forma sog- gettiva, quasi fichtiana dei fatti, in una parola
la forma scientifica della natura, ne riescono ne tentano di stabilire l'unità
reale tra il soggetto e l'oggetto. L'unità universale delle leggi scientifiche,
non l'unità universale della realtà, ecco l'ipotesi che <5Ì siamo proposti
di verificare. 5. Dell'ordine derivante dalla rappresentazione simbolica cioè
deformativa di un dato ordine di fatti scientifici, — Si discute aspramente tra
i CONCLUSIONE 255 filosofi la questione della deformazione neces- saria che
subisce il pensiero per effetto del lin- guaggio e d'ogni altro strumento
simbolico in generale. Da una parte^ difatti, è una tendenza mentale
generalissima l'ammettere che pel noto processo di intima associazione e quasi
di identificazione del segno con la cosa significata, questa ultima finisce per
subire una deformazione che intralcia la ricerca e rende quasi impossibile la
scoperta della realtà (1). Dall'altra parte prende sempre più piede —
specialmente tra coloro ai quali non manca una larga preparazione scientifica —
la convinzione che ogni scienza è scienza di segni. Addurrò per tutte Topiniòne
d'un pensatore che gode giustamente una larghissima stima nei due campi dei
filosofi e degli scienziati. * Meglio è costituita una scienza, — dice il
Tannery — più nettamente appare che essa è una scienza di segni „ (2). Di
fronte a questa profonda divergenza sopra il valore da attribuirsi al
simbolismo inerente in generale ad ogni scienza, io mi proposi di lumeggiare la
questione trattando un caso par- ticolare, quello cioè dei rapporti tra un
gruppo di termini ideali (termini logici) e un gruppo in- (1) Cfr. Teoria
generale. Parte prima, § 4. (2) Tannkry, Le ròle du nombre dans les sciences,
Revue de Paris. solito di termini materiali simbolici corrispon- denti (modelli
fisici). Si può convenire che non è tanto facile im- maginare mia più sensibile
deformazione simbo- lica dei &tti logici. A tale scopo cercai di adattare
gli enti pri- mitivi e derivati dalla logica formale e le loro fondamentali
proprietà aUe cose, in guisa da intendere questo nella maniera più vicina pos-
sibile alla perfetta intelligibilità. Sorse cosi la teoria ideofisica la quale
— in blocco — si può considerare come un modello liintelligibilità fisica delle
cose logiche, in altri termini il compromesso simbolico meno difettoso che ho
potuto costruire per avvicinare la logica pura all'esperienza, e viceversa. Non
nego che il tentativo era un poco peri- c<>loso, perchè, in sostanza,
convinto della neces- sità del simbolismo scientifico e in pari tempo della
deformazione inevitabile che ne deriva ad ogni scienza, io mi proponevo di
servirmi d'una nuova e maggiore deformazione per dimostrare rutile derivante
dalla rappresentazione simbolica cioè deformativa di un dato ordine di fatti
in- terni, a prima giunta refrattari in modo quasi assoluto ad ogni empirico
rivestimento. Avendo esposto nei precedenti capitoli il ten- tativo fatto in
questa direzione, ricorrendo ai grandi soccorsi che fornisce Tintroduzione del-
1 ammirabile teorica dei modelli di Enrico Ro- dolfo Hertz nel campo della
logica, mi sia lecito t'ormulare una brevissima conclusione intomo al
boNÒLUsioNìs 257 problema proposto del valore deformativo dei simboli, e in
generale della scienza considerata come organamento simbolico delle cognizioni.
Non è la deformazione della realtà, imposta da qualsiasi modello di tecnicismo
simbolico in cui si deve far entrare la realtà medesima per renderla
intelligibile, che impedisca la determi- nazione precisa e completa dei fatti
costanti e rovini definitivamente la costruzione della scienza. Neppure si
richiede che ad ógni ordine di fatti corrisponda una sola categoria di segni o
più brevemente un solo modello, dal momento che di un medesimo fatto si possono
dare infiniti modelli soddisfacenti, fra i quali — salva l'esi- genza
giustificabile della loro maggiore o minore accettabilità -^ è perfettamente
ozioso discutere la nostra scèlta. Non le cose, non le deformazioni, non i sim-
boli, non i modelli, non le teorie analitiche che in fondo non sono altro che
modelli, ma i rap- porti costanti fra le cose, fra le deformazioni, fra i
simboli, fra le teorie, cioè le leggi secondo le quali variano le grandezze
corrispondenti nel- r infinita verità dei modelli, costituiscono l'ideale
raggiungibile della scienza. 6. Conseguenze filosofiche. — Le conseguenze di
questo nuovo concetto dell'esperimento e della teoria rinvigorito dalla teoria
dei modelli, po- trebbero riuscire in filosofia teoretica enormi. In tutte le
scienze filosofiche ove s'aprono i più formidabili problemi ci troviamo sempre
di Pastore, Logica formale» 17 258 LOGICA FOBHALA fronte a parecchie teorie
diversissime che pre- tendono di risolvere la questione in modo unico, e ben
pochi sono in grado di capire che molte di esse possono essere vere, quantunque
siano fondate sopra postulati irreducibili. Un tempo l'ansioso indagatore non
cessava dal domandarsi: Quale è la vera e la sola so- luzione che ci darà il
valore oggettivo della realtà? E la necessità di risolvere questa questione di
fiducia pregiudiziale si imponeva con estrema violenza. Ora le cose sono cambiate
e molto an- cora cambieranno se sempre più si farà strada nelle menti la
dottrina dell'infinita risolvibilità. Le questioni di scuola passano sempre più
in seconda lìnea, da tutte le parti ci investe un largo spirito di opportunismo
teorico; e verrà un giorno forse in cui i filosofi teoretici stessi si
disinteresseranno di quelle teorie per mezzo delle quali saranno giunti a
possedere il senso logico della realtà. Elenco dì 256 modi sillogistici.
Pastosk, Logica formale. 17* TATOI.A I. A A A > DAPIOAPI'A* II III IV A A E
A A I DAR BARI BARALIP A A A E A A E E CAMtSTPlEò CA.nENE5 A E I A E Tàtoi.4 U.
A 1 A II ni IV A I E A I I DATISI A 1 O A A A E A O I A O OAnoco ■Tjlvoul m. E
A E CELAnCNT cc&Ane E A I E A o FELAPTON PCSAPO E E A I E E E E I
^±v<yu.-Ì^. E I A II ni IV E I E E I 1 E I FCRIO resTiNO pertisoN mcsisoN E
A E E E o I Tàvct^ y« n m IV Dl5AMia OIMORES Invece di Dimores leggere Dimaris.
Tavola VL I I A U in IV I I I I I A I I I I I Tàvola VII. é A A II III IV A E A
I A o DOCAHDO s A E B E I E I^AVOLA Vili. 60. Harnack. Ii*e«ieiisa del
Crtatlanenlino L. 4 — 60. Jaubs. eli IdeaU della vita. — (2» edizione) .
Baccioni. J>all'alclilmla alla elUmiea. ~ Con figure .... 02. Cappellxtti.
lia lescenda Napoleonica. — Con ligure . . . 68. Mach. Analim delle •enaaslonl
64. Labanca. Mena Crinto. — Con figure 65. Anderson. IìO elTiltÀ ectiuAe
dell'oriente 66. CouQNXT. I plaeerl della tavola. — Con figure 67. SiGHELB.
li'lntelllffeusa deUa folla 66. HiCKSON. lia vita nel ntarl. — Con figure 69.
Costa. Il Bnddlta 70. Solerti. Iie origini del melodramma 71. Broffbrio. Per lo
Spirltlumo 72. Clodd. Storia dell* Alfabeto. — Con figure 78. DiCL Lungo.
Qoetlie e HelntliolB 74. FiNOT. lia fllonofla della longevità 75. Atjppi e
Cohanoucci. l«a llquefamione del ffa» e dell'aria. 76. Fraccaroli. Iì'
irrazionale nella letteratura 77. CoNN. Il meecanlunio della vita 78. Levi.
]>elltto e pena nel penulero del Qrecl 79. Del Cerro. Fra le quinte della
Storia 80. ViAzzi. Puleoloffia del «eMl 81. Sergi. lSv«»luzlone umana individuale
e soeiale 82. Clodd. Ij'uou&o prln<ivo. — Con figure 88. Baldwin. li'
Intelliffensa 84. Cappelletti. I«a rivolumione 85. Lombroso. I^a vita del
bambini. — Con figure 86. Emeràon. Uomini rappreaentatlvi 87. MoEBius.
Inferiorità mentale della donna 88. QuMPLOWicz. 11 concetto •ocloloffico dello
Stato^. .... 89. Agresti. I«a fllosofla nella letteratura m€»derna .... 90.
Lombroso. I vantami della degenerasi one. — Con figure . 91. Pegrassi. lie
illusioni ottiche. — Con figure 92. MoRASSO. I<a nuova arma (I«a macchina)
96. Menger. liO «tato socialista 94. Canestrini. Oli amori dcffli anintall. —
Con figure .... 95. BizzATTi. Dalla pietra filosofale al radio. - Con figure .
. 96. Carlyle. Passato e presente 97. CouGNET. Il ventre del popoli 98. Bizzarri.
lia base fisica del male 99. Cappelletti. Storie e lessende 100. Clodo. Storia
della creasione. — Con figure 101. ZanotI'i-Bianco. Astrologia ed astronomia
102. Hall. Il suolo 106. Baratta. Curiosità Tlnclane. — Con figure .
Fragcaroli. I«a questione della scuola 105. Evans. liao-tse e 11 libro della
via e della virtù .... 106. Clodd. Miti e soffnl 107. Labanca. Il papato 108.
Villa. Iì' Idealismo moderno 109. Fanciulli. Iì' individuo nel suoi rapporti
sociali .... HO. DucLAux. Iffiene Sociale 111. Bavizza. Psicologia della lingua
112. Clodd. Fiabe e filosofia primitiva 118. Cappelletti. Principesse e grandi
dame 114. NiCBFORO. Forca e rlcchessa 115. Benda. IìC passioni 116. Romano. lia
psicologia pedavofpica 117. BizzATTi. l>al cielo alla terra 118. Canestrini.
IìC società dcffll animali 119. ToNNiNi. I<a psicologia della civiltà elisia
120. Ferrucci. Il traforo del Sentpione e 1 passanri alpini . 121. Lombroso e
Carrara. Nella penombra della civiltà. I volumi di questa serie esistono pure
elegantemente legati in tela \ì hit '**^ ^X^^zs^^^ { >re^' 1*^ i i i l'r^ i 3905 ae: si È) ‘ila! \ SR ssi, SILLOGISMO
È PROPORZIONE: CONTRIBUTO ALLA TEORIA E ALLA STORIA DELLA LOGICA PURA sa I 1 ®
N a is DI Pia MILANO - TORINO - ROMA BOCCA Depositario per la Sicilia: OR4zIO
FIORENZA - PALERMO. Depositario per Napoli e Provincia : Sooferà COMMERCIALE
LIBRARIA - NAPOLI ver 4 sL | Ma prima
provvediamo che non ci accada alcun che. Che mai? diss’io. Che noi non
diventiamo, dliss’egli, odiatori dei raziocinj, come quelli che diventano
odiatori degli nomini; chè non v'ha, disse, male peggiore di questo odiare i
raziocini, l'un odio poi e l’altro nascono al modo stesso +, (PLATONE, Medone.
Voglio indagare se nell’ordine della logica pura, travagliata da una crisi
profonda per la lotta che ferve tra i classici o aristotelici – H. P. Grice: “I
call them neo-traditionalists, or informalists; and my pupil Strawson is the
epitome -- e i matematici o leibniziani – H. P. Grice: “The heirs of Whitehead
and Russell” --, possa esistere ‘qualche mezzo di conciliazione ragionevole e
sicuro, pigliando la logica classica com'è e le esigenze della matematica quali
possono essere. In questa indagine cercherò di riunire ciò che permette la
teoria con ciò che ci è imposto dalla storia, affinchè non vadano disgiunte le
ragioni della scienza e dei tempi. Ma le considerazioni seguenti spiegheranno
meglio l’intento dell’opera, la quale in genere si può considerare come un
saggio di interpretazione matematica della teoria e della storia della sillo-
tica. Agli amatori delle dottrine analitiche non dispiacerà, se on erro, che
buona parte del saggio sia dedicata alle ricerche sulla ) ? storica della
logica aristotelica; trattandosi in primo luogo gere la critica contro
l’interpretazione tradizionale che mette otele stesso ed è oggi generalmente
sostenuta dai e le scuole, e, in secondo luogo, di porre le basi d’una ta a
dare all’aristotelismo un valore storico e scien- movo. Nè già intendo di
prevenire il giudizio della critica sostenendo l’importanza delle presenti
dottrine, perchè anzi io ne attribuisco tutto il merito ai filosofi della
Grecia antica e non ricerco la conferma retroattiva d’una ipotesi, ma documento
la Jrima rivelazione storica d’una teoria che non guadagna nulla a |
sprofondare la sua origine nei tempi. Faccio insomma le parti del passato e non
di più. Ora la verità sull’origine storica della logica è tutta negli archivj e
noi possiamo bene studiarla e discuterla imparzialmente, senza temere che il
suo trionfo pregiudichi la sen- tenza dell'avvenire. La questione pertanto che
sola ci interessa deve parimente mettere in disparte ogni considerazione sulla
praticità delle presenti ricerche, il cui apprezzamento importa poco o nulla
alla logica pura. V’ha taluni filosofi i quali, per malinteso amore di
modernità edi utilità pratica, o, come si dice talora, con meravigliosa
ignoranza, di positivismo, stimano che la logica pura sia una disciplina di
secondaria importanza; molto influisce sul loro giudizio la natura
astrattissima degli enti logici e delle loro leggi che non può essere
immediatamente famigliare; molto la decadenza veramente deso- lante in cui si
trova questa scienza nel nostro paese. Altri crede necessario insistere sopra
l’estrema importanza di questi studj e sopra l’urgente necessità di richiamarli
in vigore e in onore per l’interesse della scuola e del pensiero; altri grida
che i tempi sono maturi per una rivoluzione degli studj filosofici operata
dalla logica il cui trionfo è un bisogno della coscienza contemporanea. Ora,
quanto all’interesse delle scuole e del pensiero, chi negherà l'opportunità,
anzi l’urgenza di questo salutare rinnovamento ? Circa il bisogno sentito dalla
maggior parte dei filosofi contem- poranei invece, sarà forse scusabile una
punta di scetticismo quando si vede che la colpa della decadenza della logica è
precisamente di coloro che dovrebbero insegnare agli altri che a ben filosofare
si richiede l’esercizio ordinato di tutto il pensiero. Ma il contegno di coloro
che son caduti in balìa di quella misologia di cui discorre Socrate nel Fedone
non deve recarci troppo affanno nè troppa maraviglia, perchè, in certi casi,
quando cioè le verità cominciano a fare i primi passi nel mondo, anche la
distrazione di taluni filosofi può riuscire utile al progresso della scienza ;
nel nostro caso poi non sapremmo mai a bastanza ricordare che la verità deve
essere cercata e scoperta per la verità e non per l’utilità materiale o pel
consenso universale e immediato dei contemporanei che se ne possa ricavare. Ciò
posto, entriamo direttamente nel vivo della questione. Prima c’era la logica
classica. Essa pareva sorta per incanto dal cervello di Aristotele, quasi in
ogni punto perfetta e superiore — MiA : È TETI pa Pb arti, È Pi 4) te MSc CI
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ci : ( - I - ad ogni critica e per circa diciotto secoli dominava su ogni
branca dello scibile umano, Ma fu chiesto se tutte le sue leggi valessero
quanto le leggi delle scienze esatte; si domandò se e come la logica deduttiva
possa estendere il suo dominio ai metodi di tutte le scienze, più precisa-
mente se e come possa conservare il suo carattere formale ed astratto nell’uso
delle scienze sperimentali considerate come concrete ed induttive. Al silenzio
della logica deduttiva si votò l’ostracismo alla sillogistica, si oppose il
metodo induttivo al deduttivo, la logica reale alla formale, si confuse
l’induzione collo sperimento, la dedu- | zione coll’apriori, e così il metodo
deduttivo incatenato, torturato, stravolto assistette al trionfo del metodo
sperimentale benchè in fondo i due metodi siano fratelli e solidali nella
dimostrazione 7 della necessità. E la logica induttiva ? Profittando del
malinteso trionfo del metodo sperimentale, sosteneva d’essere l’unico strumento
utile all’invenzione delle o scienze e, perseguitando ingiustamente la
deduzione, esaltava | giustamente lo sperimento senza capire che tra lo
sperimento e la deduzione non passa che una differenza simbolica insignificante
(1). i Frattanto la logica classica restava immobile di fronte ai progressi (delle
scienze. I continuatori di Aristotele propendevano per la qualità ; fu chiesto
se le leggi logiche hanno carattere qualitativo 0 quantitativo, se la teoria
aristotelica sia ancora capace di nuove | lisorse per superare i confini
ristrettissimi tracciati dal fondatore. La logica classica non corrispose a
questa speranza. Che avvenne ? Si vedeva da un lato la povertà della dottrina
sillogistica delle scuole, dall’altro si confidava sempre meglio nella potenza
inesau- È ribile dell’analisi. Quindi un nuovo sistema di logica oltrepassò
disdegnoso il campo della teoria aristotelica, spiegò il volo traverso le
scienze pure e si fermò sulla matematica dando origine a quella teoria della
logica matematica che ha diritto ad un posto d’onore nella storia delle scienze
contemporanee. Per tal guisa tre teorie differenti rimasero in campo : la
logica classica, la logica induttiva e la logica matematica ; la prima
superstite per la grandezza della tradizione ; la seconda aggrappata PE 7» ru
(1) Cfr.: Del nuovo spirito della Scienza e della Filosofia. Parte I, cap. I,
art. 1°. F. Bocca, ed., Torino. Me en ai trionfi delle scienze sperimentali; la
terza sostenuta dalla potenza 7 inesauribile del calcolo. Con quale fortuna? Ai
giorni nostri e specialmente in Italia la logica classica reggesi ancora nelle
scuole, di fianco alla logica induttiva, e mantiene un aspetto filosofico ; la
logica matematica invece, salvo rare eccezioni, resta chiusa nelle riviste e
nelle opere scieritifiche di pensatori isolati e mantiene un aspetto
scientifico estraneo all’insegnamento ufficiale. Quindi lo scienziato, che pensi
ai grandiosi sviluppi della logica matematica, rimane dubbio se la logica
classica non sia un esercizio retorico, se la sillogistica aristotelica, se il
formalismo scolastico non siano traviamenti del pensiero speculativo degni di
cadere in discredito per sempre di fronte alla scienza pura, come l’alchimia di
fronte alla chimica, e ciò avuto riguardo sia alle origini storiche sia alla
natura delle forme elementari che non mostrano alcun punto di contatto colle
matematiche ; per contro il filosofo, fedele alla dottrina scolastica, ora
consiglia agli studiosi di allontanarsi nella logica dalla sfera dei
matematici, ora consiglia alla logica di trasmutarsi in una nuova fase di
formalismo, or trasporta il problema logico in paraggi sì audacemente
metafisici che l'avanzare diviene impossibile, il retrocedere una confessione
di impotenza. Questo stato di cose è assurdo e da parecchi anni io ho tentato
di farlo cessare, con una serie di ricerche che vorrebbero togliere ogni
inciampo alla conciliazione, In primo luogo, volendo illustrare l’intimo
rapporto che intercede tra la deduzione e lo sperimento, ho dimostrato che i
fondamenti della logica formale si possono anche dedurre dalla considerazione
di modelli meccanici (1). Così ho creduto di svecchiare la logica formale
precisamente con quei metodi sperimentali che parevano più adatti a sepellirla,
stabilendo come e in quale misura le conclu- sioni della sillogistica classica
vengano controllate collo strumento (1) Logica formale dedotta dalla
considerazione di modelli meccanici. Con 17 fig. e 8 tav. fuori testo. F.
Bocca, ed., Torino, 1906. - Si a necessità sperimentale. È vero che pochissimi
hanno inteso ificato, il valore e l’uso della teoria dei modelli nella logica
pura. Ma questo poco importa al progresso speculativo della | verità, Con
analoga disposizione d’animo si deve ora procedere ‘al calcolo per domandargli
se e come analogamente le forme e le conclusioni della necessità sillogistica
siano controllabili con lo strumento della necessità matematica. Dopo di che
sarà in ogni parte compiuta l’interpretazione scientifica della logica
classica; la logica pura, considerata in modo definitivo come scienza delle
funzioni, vedrà unificati i suoi metodi di ricerca e di prova, rico- nosciuto
il suo carattere quantitativo, aumentate notevolmente le risorse del suo
calcolo, e lo spirito infine, sgombrato ogni ostacolo, potrà dedicarsi
all’interpretazione filosofica della logica della natura. Non ignoro che il
genere di studj ai quali ho consacrato questi ed altri miei scritti di
filosofia teoretica, dispiace a coloro, e non son pochi, i quali hanno in
orrore così le ricerche filosofiche fondate sui risultati delle scienze, come
le ricerche scientifiche rivolte agli scopi della filosofia. Ma le loro ragioni
non valgono punto a persuadermi. Perchè si tratta sempre di sapere in qual modo
pos- siamo restare con Aristotele, mentre Leibniz ci trae lungi da Aristo-
tele; si tratta di sapere come si possa ammettere anche solo una parte
essenziale della logica aristotelica, mentre la logica matematica sembra non
avere alcuna relazione essenziale con essa; inoltre, per la natura
prevalentemente analitica delle sue operazioni ci | sconcerta, infine per la
bellezza, pel rigore e per la fecondità dei tati rigorosi raggiunti, quasi ci impone
di ritenere che il trionfo | metodo moderno segni la sconfitta definitiva del
metodo i vogliamo conciliare le due dottrine, da un lato, come possiamo e nella
matematica se il principio matematico ci viene dalla sillogistica tanto
riella/storia quanto nella teoria? 9, come possiamo rimanere nella sillogistica
se la matematica e la sua natura, reclama la' sua libertà, tanto nella teoria
> nella storia ? / amo ancora la questiéne da un altro punto di vista.
ntendimento comune, la logica gode la riputazione d’aver insuperabile e di
essere una. E noi siamo di fronte Pit sila tia lieta; almeno a due logiche,
propriamente intese, che si professano irre- ducibili. Qual è veramente la
natura e la portata di questo dibattito ? Se in ogni dottrina l’accordo delle teorie
è desiderabile, nella dottrina logica il disaccordo, nonchè uno scandalo, è un
assurdo. Ecco perchè è dovere d’ogni logico affrontare immediatamente questo
dibattito, tante volte rinnovellato, che merita la più profonda considerazione.
Quali sono le soluzioni possibili di questa dolorosa crisi nella quale versiamo
? A mio giudizio, sono tre: una cattiva, una peggiore, e una buona. La prima
sarebbe l’abbandono puro e semplice di una tendenza, intendo di quella che
possa parere meno utile o più remota dalla verità. Soluzione cattiva, perchè
mossa dal gra- tuito preconcetto che una delle due tendenze opposte abbia
torto. La seconda sarebbe l’indifferenza alla discordia. Soluzione peggiore,
perchè atta solo a prolungare il turbamento e l’ansietà degli studiosi, non
eviterebbe l’alternativa, non troncherebbe la radice del male, anzi
condannerebbe la logica ad uno stato deleterio di crisi perma- nente. La terza
infine sarebbe la conciliazione delle due scuole contrarie. Soluzione buona
perchè, ove potesse veramente effettuarsi, sarebbe certo stabilita la pace e
l'armonia fra tutti, sul terreno della teoria e della storia. A questo duplice
scopo deve infatti mirare chi comprenda bene ove stia il nodo e il cardine vero
della questione. Ma non è vana la speranza di trovare una soluzione tanto
opportuna ? Or bene sui due punti richiesti le presenti ricerche daranno
un’esplicita risposta. Per la teoria, dimostro che si può dare alle forme
elementari della logica classica un aspetto matematico estremamente semplice che
non può essere respinto nè dalla logica antica nè dalla matematica. Per la
storia, mostro come lo sviluppo della logica greca si accompagni allo sviluppo
della matematica, quindi come l’analogia degli enti e delle operazioni
elementari del calcolo abbia inspirato ai filosofi greci la trattazione di
tutte le forme elementari della logica, le quali non sono altro che una
traduzione nel linguaggio ordinario delle proposizioni fondamentali del calcolo
algebrico ; stabilendo in particolar modo che la teoria matematica della pro-
porzione è la base storica e logica della teoria aristotelica del sillo- gismo,
il quale si risolve propriamente in una proporzione masche- va PREFAZIONE a:
infine, come la logica classica, sulla via nei numeri, dei rapporti e delle
equazioni, scorra libera verso il regno della scienza. Questi risultati mi
sembrano importanti, perchè con essi vediamo che la storia medesima
ristabilisce nell’ordine delle idee e delle dottrine quella continuità che le
scuole rivali di tutti i tempi, ma sopratutto del nostro, si rifiutano
‘ostinatamente di ammettere. Così, ricostruendo la storia della logica
aristotelica, i filosofi che vogliono restar fedeli allo spirito del fondatore
si troveranno fra le mani una teoria matematica del sillogismo e non avranno
più alcuna ragione nè storica nè teorica per avversare anche nelle scuole
l'indirizzo della logica matematica; i matematici per contro, che hanno sempre
non curata, quando non disprezzata, la logica antica, per l’amore esclusivo
della loro specialità, saranno non poco sorpresi di riconoscere d’aver ragione
per un verso e torto per l’altro. Evidentemente essi hanno ragione perchè la
controversia si risolve sul terreno della matematica e in favore della
matematica, ma essi hanno torto perchè ignorano i fonda- menti matematici della
logica aristotelica. Il che non solamente implica come la storia della logica
antica non abbia finora trovata la via buona intorno ad una questione sì
capitale, ma indica, chiaramente, come oramai sia necessario, non che possibile,
aprire l’ora d’un nuovo aristotelismo ; giacchè nè l’Aristotele latino degli
scolastici, travestito da santo padre della chiesa e irrigidito negli schemi
del formalismo, nè l’Aristotele greco del risorgimento, travestito da
materialista e falsato dai sostenitori della cosidetta logica dell’induzione,
nè l’Aristotele neutro e inesplicabile delle nostre scuole il cui sistema
sillogistico sembra nato senza precedenti nella storia — proles sine matre
creata — sono capaci di darci l’Aristotele vero che, posto il prin- cipio della
proporzione come cardine della sua filosofia, con un’appli- one eclettica
ancora confusa ma vasta e ardita che riassume tutto il gran lavorio del
pensiero greco, getta il fondamento mate- natico della sillogistica, Pertanto,
chi rifletta alla posizione centrale che il sistema logico aristotelico occupa
nella filosofia greca ed all’enorme influenza che ha esercitato sul pensiero
filosofico di tutti i tempi, riconoscerà | subito qual vasto orizzonte s’apra
alla questione aristotelica così formulata, e qual concorso di ricerche sia
necessario per illumi- L] ro narla del tutto; essendo manifesto che al
compimento dell’ impresa — ; si richiedono un’erudizione ed una dottrina che
non saranno mai l’opera nè il merito di uno solo. Ma ne segue forse che siano
inutili j quei primi tentativi, donde mercè di una intrepida logica e di più %
illuminate ricerche si potrà cavar fuori tutto ciò che si deve, col È tempo? A
me sembra invece portentosa la semplicità, per non dir peggio, di coloro che
pretendono sempre di tutto fare o che si ho astengono dal fare, perchè non
possono far tutto. Perciò, mentre 4 sento l’obbligo di dichiarare che queste
ricerche sono ben lungi dall’esaurire l'argomento, non che dal rispondere a
tutte le esigenze degli studj moderni, confido che la tesi fondamentale verrà
sempre più rafforzandosi col tempo e col prezioso concorso dei ricercatori.
Quanto all’utilità pratica che se ne possa ricavare, in nessun I modo io
cercherò di dimostrarla, contentandomi di ripetere che Ds è le questioni che si
riferiscono alle cause delle dottrine razionali x ed alle applicazioni delle
idee che si fanno ogni giorno in tutti i campi del sapere e dell’agire sono
così conformi ai bisogni del- "pl l’umana esistenza che, di mano in mano
che l’intelletto progredisce o, nella conoscenza delle idee, le sue forze si
rinvigoriscono e si esten- l dono in tutte le direzioni. La logica può essere
trattata in tre modi diversi: come attività pratica; come scienza analitica; o come
disciplina filosofica. Intesa nel primo senso la logica ha per oggetto
l’esercizio empirico del potere intellettiv. Nel secondo senso la logica può
definirsi la scienza delle ade necessarie. Nel terzo senso, la logica s'impone
come pensiero del pensiero (vino:s vorjssws) che è quanto dire pensiero dell’
universale e come tale estende il suo dominio teoretico su tutti i campi del
sapere e dell’essere, dovendo di ciascuno e del sistema di tutti ricercare la
ragione suprema. Im queste ricerche non ci occuperemo del primo punto di vista.
Tratteremo direttamente del secondo e aggiungeremo, ma gblo nella conclusione, alcuni
schiarimenti come prope- a alla meditazione speculativa del terzo, che sarà
argomento um altro lavoro. Le distinzioni proposte fra i tre modi diversi di
trattare giustificano sufficientemente la ragion d’essere di cia- i
controversia fra i propugnatori dei diversi punti i ‘ha per tal modo
scomparire, benchè l’assegnazione ti tronchi molte pretese tanto care a coloro
che hanno one uni-laterale della logiéa e vogliono servirsi della loro di
verità per abbattere quelle ricerche che essi non sanno rogliono sostenere.
Perchè è chiaro, ad esempio, che se la come scienza analitica resta smarrita
innanzi al pensiero verbale, la logica, come disciplina filosofica, resta
incompe- onte agli elementi ed ai problemi della scienza, quando a non si
voglia erroneamente confondere la filosofia colla scienza, come fanno molti
stravaganti che non hanno alcun sentore di quel che sia nè scienza nè
filosofia. In vero, tanto all’una quanto all'altra è inaccessibile quello che
forma la differenza specifica di ciascuna. L’una non può salire
all’universalità della filosofia, l’altra non può discendere alla specialità
della scienza. E questo valga a giustificare il profondo silenzio con cui
saranno accolte tutte le obiezioni ai risultati della presente ricerca che non
parti- ranno dtà toy pilota Opo\ofonpévwy. Ad acquistare poi una conoscenza
adeguata del nostro assunto fa mestieri considerare l’oggetto in cui versa la
scienza delle relazioni necessarie come una serie particolare di cui dovranno
chiarirsi gli elementi, la ragione e le forme. E poichè gli elementi o termini
della serie logica sono i concetti, e la ragione della serie logica è la
relazione caratteristica delle sue unità, tipo unico e generatore di tutte le
forme logiche a cominciare dal concetto medesimo, ci volgeremo subito
all’analisi logica del concetto, tentando di valerci dei risultati ben noti e
oramai sicuri dell’analisi logica del concetto di numero, il quale, come si
vedrà, ha certamente una relazione ampia e profonda col concetto di concetto. In
seguito si tratta della relazione dei concetti (giudizio), quindi della
relazione delle relazioni -- sillogismo. La trattazione resta così divisa in
tre parti: Ta del concetto come numero e delle proprietà fondamentali della
varietà logica ; i TI® del giudizio come rapporto; TII® del sillogismo come
proporzione ; e ciascuna di esse sarà studiata in due campi, cioè così rispetto
alla teoria, come rispetto alla storia. A lavoro compiuto si vedrà quale intima
e inaspettata corrispondenza si possa stabilire fra i principj della logica e i
principj della matematica, mentre tra i prosecutori della sillogistica
aristotelica e i modernissimi – H. P. Grice: “I do call them ‘modernists’! -- propugnatori
della logica leibniziana ferve una lotta che non ha base fuorchè nel
pregiudizio formalistico delle teorie e nell’ignoranza tradizionale della
storia. I lettori desiderosi di giungere subito all’interpretazione x della
sillogistica aristotelica saltino senz'altro le due e rivolgano la loro
meditazione alla teoria del sillogismo proporzione. che corrisponde in genere
al contenuto degli i di Aristotele. Una volta che avranno compresa la natura
mificato del sillogismo, potranno riprendere la lettura delle A parti
corrispondenti in genere alle Categorie ed all’ Er- 1 col vantaggio di evitare
molte incertezze e di non smarrirsi oni secondarie che ritarderebbero, forse,
il riconoscimento si tà. INTRODUZIONE 5 lio han «lei Li Pe e sugli n e" =
size hi sd dLilie [ Vee PARTE PRIMA Del concetto come numero e delle proprietà
fondamentali della varietà logica. _$7. — Da precedenti analisi (1) sappiamo
che : numero = classe . uno . successivo. 18. — Da precedenti analisi (2)
sappiamo che i concetti della gica sono di due specie : ° concetti primitivi o
relativamente semplici ; | 2° concetti derivati o composti. | Diciamo i primi «
relativamente semplici » perchè non si dànno concetti assolutamente semplici,
cioè tali che non constino di parti f (per la loro sfera) nè di note (per il
loro contenuto). ——Anchei concetti che si riguardano come relativamente
semplici ;jssono supporsi come composti di più parti o di più note. è >, R.
d. M, Vol. I, 1891, Sul concetto di numero. pag. 91: « I con- he non definiamo
sono quelli di numero, N, di unità, 1, e di ro a, che qui si indica per un
istante con a». atre de mathématiques. Paris, Carré et Naud, 1901, nitives :
Odi nombre (entier, positif ou nul) » = «le nombre qui vient après a » if‘de
a», «a plus ». agore, le premier nombre ("Ap.d65) est 2. Cette int le
Moyen-ige. L’usage commun est de 1... Il est plus commode de commencer par0.» I, Logica-matematica, Pag. 27; II,
Aritmetica, a teoria della scienza. Logica, matematica e fisica. Torino. I concetti relativamente semplici sono posti ;
i concetti composti sono dedotti dai primitivi cioè si ottengono con alcuni
modi di forma- zione fondamentali (operazioni), che si esaminano partitamente a
suo luogo. Rivolgendo anzitutto, come è necessario, l’attenzione ai concetti
primitivi, si vide che questi possono ancora riguardarsi sotto due aspetti, o,
meglio, in due momenti diversi : a) di quantità; b) di qualità o di relazione.
Quanto al primo aspetto si riconobbe ancora l’utilità di distin- guerli in
concetti di classe e concetti di individuo ; 0, per meglio dire, si riconobbe
l’utilità di distinguere il caso in cui i concetti sono con- siderati come
classi, da quello in cui son considerati come individui di una classe e ciò
tanto per riguardo all’estensione, quanto alla comprensione, ma salva, ben
inteso, la relazione speciale che passa tra questi due riguardi (1). | Quanto
al secondo aspetto, si introdusse ancora la distinzione della relazione
affermativa (inclusione o subordinazione) dalla relazione negativa (esclusione
o disgiunzione). Ora non è il caso di specificare tutte le altre forme di
quantità e di relazione che si possono dedurre dalle combinazioni di queste
idee logiche primitive secondo le loro proprietà. Dichiariamo invece un po’ più
largamente il significato della relazione logica, perchè essa ci darà il
fondamento della nostra tesi. | $ 9.— Sceverando dalla relazione logica tutti
gli elementi che non appartengono al rapporto logico in sè, e mettendo in
chiaro gli elementi costitutivi implicati nell’unità del concetto, si capisce
che lo spirito, sia nel porre come nel comprendere una relazione qua- lunque,
altro non fa che passare da un termine ad un altro. Prima pone un termine, poi
partendo da questo (&ré twos), passa ad un altro (xat4 tivos). Volendo
isolare il fatto del « passare . a,....» si ha l’affermazione, volendo isolare
il fatto del «partire da..... » si ha la negazione. (1) Però si distingua
accuratamente l'individuo, come ente primitivo, dagli individui in genere, cioè
da un individuo qualunque, e così si dica della classe. Ma chi pensi che lo
spirito umano è uno in tutte le sue funzioni e che queste sono ordinate e
collegate sempre fra loro comprenderà di leggieri che, anche psicologicamente
parlando, in questa opera- zione lo spirito passa successivamente da un prima a
un poi, per- correndo la serie dei concetti. Il che significa che ogni
relazione è la sizione d’una successione determinata, tanto in sè quanto nel
lavoro che deve compiere lo spirito per comprenderla. Ma oltre al fatto
psicologico, che è di nessuna importanza per la logica pura, un altro fatto
importantissimo per la logica merita una spiegazione. Anche in logica pura ogni
relazione si risolve in una successione di termini omogenei. Se non che, dove
nei fatti di natura extralogica l'ordine di successione può essere arbitrario,
a senso indeterminato, concreto e così via, nei fatti di natura logica si
tratta solo d’una successione — transitiva — irreversibile (2) senza il minimo
appello all’intuizione (1). $ 10. — Concludendo, possiamo ritenere l'insieme di
queste tre idee primitive « classe — individuo — relazione » come la condizione
definitrice del concetto di concetto, tanto estensivamente quanto
comprensivamente considerato. Questa conclusione s’accorda colla teorica
formale del concetto esposta da Ruggero Bonghi, sebbene il Bonghi sostenga
apertamente che nell’ordine delle idee non ha luogo una relazione di tempo.
Farà meraviglia che io ricorra ad un autore che dichiarò — senza reticenze —
ridicola la teoria che pone i termini logici in una relazione temporale. Pure è
necessario, perchè il suo pensiero profondo è così peregrino e progredito, che
egli stesso non giunse a fecondarlo del tutto. (1) Cfr. la mia nota:
Sull'impiégo del concetto di tempo nella logica pura, presentata al II
Congresso della Società Filosofica a Parma. Estratto dalle « Questioni
filosofiche ». Editore Formiggini, Bologna-Modena, 1908. (2) L’irreversibilità
non è altro che la causalità dialettica, la dipendenza necessaria, l’ordine
deduttivo, la permanenza a senso determinato, o la su- bordinazione
progressiva, insomma l’impossibilità che il poi (conseguenza) Sia anticipato al
prima (premesse). i SRO I dune x da # + de Nel suo aureo « Sunto delle lezioni
di logica » il Bonghi afferma — che due sono i caratteri essenziali del concetto
logico: 1° unità, 2° contenente una pluralità organata ». Ed aggiunge: «E non
trasandate quest’ultima parola ; giacchè l’averla negletta è stata cagione
della troppo grande usurpazione fatta a volte dalla matematica nelle provincie
della Logica, condan- nata, come vedete, a essere confusa non solo colle
scienze dell’oggetto e del soggetto reale (ontologia e psicologia) le quali
cercano il fondamento oggettivo e la derivazione soggettiva del concetto ; ma
anche con quelle che, come la grammatica e la matematica, partecipano al suo
carattere di scienze formali. Ora, il concetto aritmetico o algebrico è un
concetto che nonha un proprio organismo di cui gli elementi quantitativi
possono essere trasposti o scomposti ad arbitrio per cavarne dalle varie
combinazioni delle cifre e de’ segni i varj risultati aritmetici o algebrici.
Ma nel concetto logico < di cui il matematico è un’attenuazione della quale
la Logica stessa mostra il modo ed il processo, le varie determinazioni che ne
sono il contenuto quantitativo hanno un ordine non solo tra loro, ma si mo-
strano nel giudizio come scaturigini l’una dall’altra, o tutte da una sola
fondamentale. Voi vedete che l'organismo logico ha in astratto e fuori del
tempo i due caratteri che l'organismo fisiologico ha in concreto e nel tempo:
1° l’ordine nel simmetrico sviluppo delle determinazioni ; 20 la derivazione di
ciascuna di esse da un’altra attuata anteriormente nell’organismo stesso » (1).
E altrove: « se uno ci dimanda se le premesse di un razio- cinio siano nate prima
o dopo della conchiusione, noi gli ridiamo sul viso : perchè intendiamo
benissimo, che nell'ordine delle idee non ha luogo una relazione di tempo. Se
uno ci domanda se il padre sia nato prima del figlinolo, noi gli ridiamo anche
sul viso; ma per la ragione contraria, perchè i reali non sappiamo pensarli se
non in una relazione di tempo, e nel caso che ci si propone, è evidente che
questa relazione è di priorità per l’uno e di posteriorità per l’altro. Ora,
l’essere realissimo di Dio è insieme oggettivo, o, quantunque la parola non
riesca propria, ideale. E la forma oggettiva, quantunque reale, non sta
colla } | (1) R. BoxGHI, Le prime armi
(Sunto delle lezioni di logica, 1860). Bologna, Zanichelli. soggettiva in una
relazione di tempo più di quello che ci stiano i : termini d’un raziocinio, o i
due termini e la copula d’un giu- dizio » (1). i Riteniamo di tutto il discorso
del Bonghi questa conclusione : il concetto logico è un organismo di determinazioni
caratterizzato da un «ordine» eda una « derivazione » di ciascuna di esse da
un'altra attuata anteriormente. Dopo questa dichiarazione così recisa mi pare
che possiamo | sbrigarci comodamente, almeno quanto alla « derivazione logica
di ciascuna determinazione da un’altra attuata anteriormente ». — Basterà
all’uopo ricordare gli schiarimenti addotti sulla natura del tempo logico (Cfr.
$ 9) tanto più che quell’avverbio anteriormente { eaduto così bene dalla penna
del Bonghi nell’atto di definire il ‘secondo carattere dell’organismo logico ci
dà occasione di verificare “come in questo caso la forza della verità sia
superiore ad ogni rzo di sottigliezza dialettica. Invero, con tutto il rispetto
che tiamo vivissimo alla memoria dell’illustre pensatore, è indubita- che una
meditazione un po’ più profonda sopra la sua viziosa 3 izione del secondo
carattere dell’organismo logico (ove s’in- 4 troduce appunto quel concetto di
anteriorità che si dovrebbe escludere per dimostrare che nell’ordine delle idee
non ha luogo una relazione di tempo astratto) non avrebbe mancato di
provocargli na schietta risata. anto all'ordine dei caratteri contenuti nel
concetto, di certo, del Bonghi parrebbe céòlta assai più nel vero. Pure ,
perchè non si vede bene come la relazione d’ordine si risolve propriamente in
una serie di caratteri, dello stesso Bonghi, in tanto hanno un ordine, in sono
logicamente contemporanei, ovvero non tutti coesistenti, non solo insieme e
nello stesso tempo to, ma anche insieme e nello stesso tempo nel di formazione,
Rispetto a questo hanno una prio- tà, per cagion delle quali aleuni nonsi
potrebbero I, Le prime armi. Bologna, Zanichelli, 1894, pag. 201-202. | gl È
ialibe $ î i Vr 2a * tati) tu ( 4 à ve Ù I È Li Val) Ò ti ta ne bt 14 | | Neon I pensare se altri non si pensassero
logicamente prima (1), sia infine, I perchè, di due concetti qualunque in
questa serie, quello che gj i chiama genere non è altro che il concetto che
precede rispetto a quello che segue, quello che si chiama specie non è altro
che quello che segue rispetto a quello che precede (2). Dunque si capisce che!
anche qui è impossibile evitare il concetto di anteriorità e di po steriorità,
cioè di tempo logico se si vuole definire il concetto di | ordine dei caratteri
contenuti nel concetto. o $ 12.—Ho voluto fare questa breve digressione per mostrare
comé sieno insussistenti coteste esorbitanze che non si vogliono smette "i
neanche oggi nella logica classica e che metton capo nel pregiudizia del
divario fondamentale, caro a tutti i puristi, tralaserie matematica e la serie
logica. Divario basato su due falsi cardini : 1° sul concette d’ordine
concettuale, 20 sul concetto di derivazione logica ; ment ad illustrare il
primo è giocoforza ricorrere a quella relazione di anteriorità e di
posteriorità di concezione che è pur necessaria e sufficiente a ghermire il
concetto degli individui di un numerd qualunque. Donde risulta che solo dal
punto di vista, forma! tivo e storico, si può parlare di ordine degli elementi
quantitativi d’un concetto qualunque, sia logico, sia aritmetico, sia algebricd
perchè allora tutti i concetti si presentano alla nostra menté come un'unità
contenente una pluralità organata secondo il criteria del tempo empirico;
laddove sempre vige per tutti i concetti formati la proprietà commutativa tra
le varie determinazioni che ne sono! il contenuto quantitativo. A definire il
secondo poi, non si pensa che l’organismo della serie logica si risolve
propriamente in un tem To astratto, cioè in una successione transitiva
irreversibile ; quindi resta solo a vedere se la serie matematica goda o non
goda effetti vamente di queste proprietà, che è sentiero lungo, forse, e non
aperta a tutti, ma pur certo infine e sincero, il quale conduce appunta
all’equivalenza delle due relazioni. ; $ 13. — Un’altra breve avvertenza si
deve fare rispetto alle critich che sogliono dirigersi contro il concetto
considerato come molti (1) R. BoxcHI, Op. cit., pag. 331-332. (2) In., Op.
cit., pag. 333. —.rr—@ sr —____—_—_T_—_T__m6 ae ha plicità. Il Croce, per
esempio, nega « nel concetto la moltiplicità di ogni sorta, anche quella delle
note », perchè considera queste come semplici varianti «verbali dell'unica
nota, o analisi grammaticale delle parole in cui l’unica nota si esprime »
(CROCE, Lineamenti ecc., pag: 27), innanzi avendo affermato che « concetto e
definizione di concetto » (cioè giudizio logico) «sono la stessa cosa » (p.
23). E ciò basti, non premendo ora di vedere se si possa dare o no defi-
nizione filosofica del concetto senza moltiplicità logica di note, perchè le
quistioni non prettamente scientifiche non possono in questo punto occuparci. i
Trattandosi invero di considerare la logica pura come scienza anali- tica e non
come disciplina speculativa, basterà mettere in rilievo le diverse esigenze, e
proclamare la necessità che ogni ricerca, dal suo punto di vista, concepisca il
concetto nella sua purità. $ 14. — Paragoniamo ora le due definizioni di numero
e di concetto nei loro elementi costitutivi. Da una parte abbiamo: Numero =
classe . uno . successivo, Dall'altra abbiamo : Concetto = classe . individuo .
relazione. (è differenza notevole tra « uno » e « individuo » ? Vediamo:« uno »
in aritmetica significa « non successivo », « classo minima »; « individuo » in
logica come ente primitivo, significa « non derivato », « non divisibile », «
ente o elemento minimo, classe che si assume come unità di qualsivoglia classe
non illusoria di concetti ». Ora, dire uno e dire non divisibile è precisamente
la stessa cosa, perchè se l’uno fosse divisibile non sarebbe più l’uno.
Inoltre, paragonando la serie dei numeri alla serie dei concetti, si scorge che
il « non successivo » sta alla prima, come il « non divi- sibile » sta alla
seconda». Quiridi sembra opportuno stabilire la proposizione seguente : Come «
in qualsivoglia classe non illusoria di numeri esiste almeno un numero non
susseguente di aleun numero della classe (PIERI) »; così in qualunque classe
non illusoria di concetti esiste almeno un concetto non divisibile in aleun
concetto della classe. Questo numero determinato ed unico in aritmetica è Puno,
che può essere 0, od 1, vince i tace cibi nie ae nua I e E E A PRI O e RT PIT
”. - LVII” ee. 0 2, ecc. per No, Ni, Na,
ecc. Secondo i casi. Questo concetto terminato ed unico in logica è l'individuo
che analogame può essere tale o tale altro, secondo i casi, come ente primitivo
e non Successivo della serie logica con un indi- viduo qualunque. $17.— La
teoria qui esposta troverà sul principio pochissimi sostenitori, tanti e così
inveterati sono tuttora gli equivoci prodott dal non avere con Precisione
distinti i concetti puri dai pseudo-con cetti. Anzi, molto probabilmente, dalla
maggior parte degli stessi logica, cioè il concetto in genere, come un campo
divisibile in tanti pezzi o campicelli diversi. Poi a queste parti della
varietà logica si fanno subire trasformazioni straordinarie. D’un colpo esse
perdono laloro natura anali tica, infigurata, omogenea, universale e
necessaria; il loro essere astratto proprio alle verità di ragione è cambiato:
nell’esistere concreto proprio alle dr di fatto, ed ecco la logica trasformata
portentosamente nell ontologia. Un caso tipico e convincente della confusione
qui accennata » ii i errori che provengono dall’attribuire alla natura astratta
pi # e delle leggi della logica pura, fatti e leggi proprie della Magli È:
ateriale si riscontra nel complesso degli argomenti che si oo per giustificare
le leggi di tautologia e di assorbimento . ’ logica. la ro, n cars alla meglio
questi argomenti, badando i l io che è comune malgrado le espressioni diverse
dei sì autori; i lettori che troveranno oscura la mia esposizione ano
consultare in extenso i testi del Boole, dello Schréder, llel Peirce, del
Grassmann, del Peano, del Nagy, del Couturat, ecc. $18.— Sia, per es., « il
simbolo del concetto « verde (a i r Con questo simbolo si intende « quel campo
del pensabile in cui ‘son contenute tutte le cose che sono verdi ». Si esprime
la stessa 108 dicendo che « è un pezzo della varietà logica, formata da tutto
pensabile ecc. Posto che il simbolo 1 rappresenti l’intero campo ! pensabile,
il simbolo O una classe vuota, senza verun ente, illa; nasce il problema
seguente : « Quali classi sono rappre- Li dai simboli a,a + a.a x a?» i ando
che questi simboli indicano uno stesso pezzo della «Cioè abbracciano gli stessi
enti, perchè — per ipotesi — gli elementi « verdi» è una sola e rappresentata
dal siste nella sostituzione d’un’imagine meetto al concetto puro, quindi nel-
del modo di formazione dei concetti. ‘agione si debba ripetere col Masci:
icenza logica non è quella stessa entativo, perciò chi invoca questo come li
quello non è nella miglior condizione per intenderli, ed è come il cattivo
poeta di Orazio che fa nascere gli agnelli dalle tigri » (1). $ 20. — Quali
sono le obiezioni che si devono muovere contro questa teoria ? Prima di tutto
bisogna ammettere i principj seguenti ; 1° l’unica vera e Propria varietà
logica è il pensabile logica- mente ; 2° l’unica vera e propria forma logica è
la relazione puramente analitica che il pensiero pone fra i suoi termini.
Facciamo pertanto di assuefarci a non vedere nella significazione del concetto,
allorchè lo si trova riferito ad una parte qualunquè. pura negazione della
possibilità dell’opposto, senza aleun rispetto a tutto ciò che esiste nella
realtà, ed allora, compresa la natura dei concetti, non si durerà più fatica a
comprenderne il modo di formazione che è il punto che può gettare la più gran
luce sopra Je proprietà e le operazioni fondamentali della Varietà Ei ct È O A
Ò Bi j Dv N © iS] © È Lari e (] A © (©) vw lu S 5 E de, Ò m ca E (e) È A 2, Di
considerazioni seguenti. $ 21.—I concetti possono considerarsi rispetto alla
loro natura e rispetto alla loro grandezza. In quanto alla natura tutti i
concetti sono omogenei (cioè. di medesima natura). Le imagini concettuali
invece sono eterogenee (di natura diversa), P. e. l’imagine del verde il
pseudo-concetto verde, l’imagine del rosso e così via, i In quanto alla
grandezza i concetti diconsi anche quantità logiche e come tali sono oggetto di
considerazione matematica, Diremo dunque che i concetti sono quantità logiche
omogenee, I 19 o F Ora, tornando al modo
di formazione dei concetti, ‘che deve servirei di guida è la possibilità di
disporre cetti della varietà logica in una serie illimitata crescente, l'uno
sia maggiore dell’altro, in modo che sia, per esempio: : eb <<dia <h 4
, z " È sta riguardo tanto all’estensione quanto alla comprensione
Mirvato, io spero, che, per questo punto di vista, i tti a puri sistemi di
relazioni astratte, universali e ne- tano come puri numeri indeterminati di
elementi cui modi di formazione possono quindi essere svariatis- svariatissimi
sono i modi di formazione dei numeri, ‘tutti i concetti ordinati secondo una
legge progressiva pei mumeri, possono essere trovati deduttivamente. Ciò posto,
torniamo al problema di prima circa l'identità delle classi rappresentate dai
seguenti simboli, 4, a + 4, che a sia il simbolo del concetto « verde », e
vediamo si abbia da intendere logicamente coll’ espressione : « Sia lo del
concetto « verde». Anzitutto è chiaro che noi dob- e completamente il simbolo e
l’imagine concet- che ha solo importanza per la verità di fatto, per ta la
nostra attenzione alla natura ed al valore setto indicato con tal nome, cioè
alla relazione pu- che il pensiero pone fra i suoi termini, e che per la verità
di ragione. E sappiamo, altresì si risolve propriamente in una unità, che cità
di note, cioè in un numero di elementi indeterminato il valore, limitandoci
contenuto nella varietà logica. mifica che — logicamente parlando — nom ci
apprende mai nulla, atteso | all’essere, il verde all’esistere, « niente } cipj
di filosofia per gli iniziati nelle mate- è annot. dell'abate A. Rosmini.
Torino, 1840, Da a 20 SILLOGISMO E PROPORZIONE Parlare ancora di concetto verde
in logica i concetti (verità di ragione) e i dati fatto) un vincolo ontologico
che è del t Tuttavia, siccome noi acqu combinare le idee coll’ay così queste
troppo spesso per la loro nat la sorgente dei nostri errori, ginar si vorrebbe
» (1). $ 24 — Ma senza fermarci ad una t comprendere perchè j simboli a, 4 x a,
@ + a non siano classi iden- tiche, classi cioè indicanti lo stesso pezzo della
varietà logica, come! falsamente saremmo portati a ritenere in virtù del
principio pseudo- logico di tautologia, Ora è chiaro che sbarazzato il ter al
questione, gioverà meglio reno dal pregiudizio dell’imagine ura essenzialmente
omogenea e » ponendo, per esempio, a?, non si avrà mica. da moltiplicare
quell’unico « campo del pensabile in cui sono con ® i per quell’unico « campo
del e tutte le cose che sono verdi», per (perchè la classe degli elementi verdi
sarebbe per ipotesi una sola) a quell’unico « campo del pensabile in cui sono
contenute tutte le sentazioni, Così facendo non si moltiplica il verde per il
verde, nè il tutto” delle cose verdi per sè stesso quasi per dare origine così
a due tutti — LO 00 NR (1) I VALPERGA-CALUSO 21 incompatibili fra loro, ma si
moltiplica un numero così si capisce come il prodotto di due o più fattori to
legittimo e logicamente intelligibile quanto il Si fattori diversi. E così si
ragioni per i multipli. Ogni concetto non è che il numero delle unità (parti
arie e sufficienti a denotare la sua estensione © la. sua comprensione. sncetti
così considerati sono disponibili in una successione FADO determinato i cui
termini sono costituiti dal numero nti costitutivi. ti-numeri formano la serie
dei concetti o l’universale abile (v. 1.); i loro modi di formazione, tutti
quanti ili del sommare e del differenziare, possono essere me svariatissimi
sono i modi di formazione dei ciascuno di essi la mente può far corrispondere
una i concettuali rappresentative, e fissarle con nomi > scopo. Ma i
concetti puri non devono assolutamente si coi pseudo-concetti. prendo dunque
perfettamente l’impossibilità logica in cui no di moltiplicare il tutto logico
cioè l’intero campo del stesso ; nella stessa maniera che posto Noeguale rico
(Varietà aritmetica) sarebbe assurdo porre ( Xx No, ecc. do ogni concetto come
un tutto, si soggiunge sommato con sè stesso o moltiplicato per sè oglia,
questa espressione ha un poco l’aria di che del tutto non si può fare nè il
medesimo succederebbe pure in he si stabilisce fra i numeri matematici se, che
la varietà logica si risolve propria- ara possibilità logica del pensiero, in
cui ogni poniamo un pensato, cioè una forma logica; ponendo a? ne poniamo un
altro, In conclusione, alla domanda che cosa si debba inten. dere pel concetto
verde, si deve rispondere in un modo solo : il. concetto verde esiste ma non è
nella varietà logica, vale a dire concetto consistente in un numero di elementi
costitutivi di cui sî lascia indeterminato il valore, ma la sua natura non
differisce dalla natura di qualsivoglia altro concetto-numero inscrivibile!
nella varietà logica. In logica pura i concetti verdi, rossi, mor- tali, ece.,
non trovano alcun posto. In quanto all’altra parte della questione, quale sia
cioè il campo del pensabile capace di rappresentare a?, posto già il campo 4,
noi vi abbiamo già dato una risposta assai ovvia: ed è che noi dob- biamo
perdere l'abitudine di basare i nostri ragionamenti astratt, Sopra l’apparenza
delle rappresentazioni concettuali di qualunque maniera esse siano, per quanto
grandi siano i vantaggi ricavabili come campi diversi della varietà logica. J
In altri termini, l’errore che ha portato tutti i logici matematici alla così
detta legge di tautologia deriva dalla inadeguata rappre- sentazione grafica
delle quantità logiche, e più precisamente dalla impossibilità di stabilire una
corrispondenza sensibile tra le | °001— CAPOI 28 ‘» con esse le relazioni fra i
concetti quando si ha da fare di due o più concetti eguali. Pertanto, i difeso
che il concetto non è che il nu- stitutivi, si evita l’errore insito nella lei
metodi logici i tiche del calcolo logico e per la ricchezza delle pni che se ne
possono trarre. _ E questa risposta che abbiamo data ci porta naturalmente ere
la verità del principio seguente : ciò che è vero per sa concreta e sintetica
delle imagini non è sempre vero per «nza astratta, analitica, infigurata dei
concetti. T risultati più importanti raggiunti in questo, si riducono, va. alla
nozione analitica della varietà logica e del con- Mavo purità ed alle
operazioni che sono eseguibili in essa ticolare ho dimostrato che, per
interdire al calcolo logico ioni dei multipli e delle potenze e tutta la serie
delle altre nze che invece hanno luogo nel calcolo algebrico, vale per
introdurre le leggi di tautologia e di assorbimento secondo i più — sono il
motivo principale della differenza li, noi siamo obbligati a misconoscere la
natura x formale dei concetti logici, la quale consiste nella amente analitica
che il pensiero pone fra i suoi ianto s'è detto si può vedere qual sia la
natura el calcolo logico il quale trasforma in questioni di di qualità chesono
poste dalla rappresentazione nagini concettuali, e cerca di scoprire le leggi
dei ciò dare regole gerierali per risolvere le questioni mi. Il vero senso di
questa proposizione apparirà ihiamo di indagare qual sia la differenza tra la
male e la logica materiale. La logica materiale d alle verità di fatto, la
logica formale si estende Dicendo, per
esempio, «tutti gli uomini sono mortali, Socra è uomo, dunque Socrate è mortale
» esprimo un fatto particolaré tratto ancora di logica materiale. : ) Se invece
affermo, in senso generale: «se i due membri di un’equa zione logica si
aumentano o si diminuiscono d’una medesimi quantità, si ottiene un’altra
equazione logica equivalente a prima», enuncio una legge dei concetti, tratto
definitivamente d logica pura. Finalmente è da ritenere che la generalizzazione
delli logica formale è di gran lunga maggiore della generalizzazione aritmetica
e maggiore (almeno nell’intento) anche dell’algebrica, È possibile infatti che
vi siano teoremi veri : a) non solo di un numero qualunque ma di determinato
valore, — tali sono i teoremi dell’aritmetica ; 6) e neppure solo di qualunque
numero senza determinazio di valore, — tali sono i teoremi dell’algebra ; D c)
bensì di qualunque funzione astratta, o rapporto nelle variazioni di più
quantità, senza considerazione della natura numerica delle modificazioni, —
tali sono, o almeno dovrebberd essere i teoremi della logica pura. “A $ 29.— La
possibilità di questo passo di più sul calcolo algebrigi | nella via della
generalizzazione, dipende da questo che al disopi o al disotto dei modi di
formazione dei numeri in generale, è ancor pensabile il concetto come funzione
astratta delle quantità in generali Da questo punto di vista la logica pura,
precisando meglio ‘ sua specialità di scienza dei concetti, potrebbe
considerarsi come scienza delle funzioni. P Se si pensa che date, per esempio,
due variabili legate fra ll in guisa che la variazione di una di esse renda
nota la variazioni dell’altra, allora la conoscenza della funzione ammette la
conoscenz della variabile, è facile capire che cotal calcolo delle funzioni
identifica col calcolo delle relazioni necessarie, cioè col calcoli della
deduzione în abstracto. J i Per quanto lo stato della logica pura contemporanea
sia ancof ben lontano da questo ideale, tuttavia mi sembra che questo coi cetto
della logica come « Scienza delle funzioni » indichi la cond zione fondamentale
della logica dell’avvenire. L RICERCHE STORICHE ricerche teoriche compiute nei
$$ precedenti vogliono da altre ricerche storiche intese ad indagare se e come
ntale sia stata prospettata dagli antichi filosofi greci. ardo ci limiteremo ad
interrogare le dottrine filo- gora, di Platone e di Aristotele che levarono e
fra gli studiosi e diedero materia alle più vive e ntroversie. » a sceverare
poi il merito reale che di fronte alla logica questi tre legislatori del
pensiero filosofico antico, con- r ferma la distinzione che fu introdotta come
criterio | queste ricerche. entro i sistemi degli antichi,la natura
eilsignificato tico delle forme logiche elementari, dato che sia ora è
verosimile che la storia del pensiero buoni consigli e sapienti precetti dei
quali questione importantissima. tutte avvolte nei veli della O
preponderantemente e quasi impossibile la conoscenza del pensiero genuino del fondatore. Quindi
con poco fondami di riuscita il pitagorismo potrà essere studiato sotto il risp
logico che ci interessa. Ma l'impresa non è disperata. Il Guastella, al quale
si deve un esame critico del Pitago ig veramente pregevole per l’acume e la
profondità, combatte l’interpretazione di Hegel, il quale si dichiara pieno
d’ammi zione per la dottrina pitagorica che considera il pensiero 0 essenza
dell'universo, «per me — scrive — io devo confessare non posso ammirare altra
cosa che la grandezza di questo | Senso... ). E più oltre: «io non vedo che un
mezzo per comprendere qualche modo la possibilità di dottrine come quelle della
filost pitagorica; è di ammettere nella formazione di queste dotti l’azione di
un processo simile a quello a cui si attribuisce la form zione dei miti, o
almeno di una gran parte di essi, cioè l’interpre zione in un senso
strettamente realista di proposizioni che all’origi non avevano che un senso
figurato » (1). i Ora l'opinione del Guastella su questo punto mi sembra tro)
rigida e lontana dal senso proprio del Pitagorismo, perchè se è impossibile
assegnare a questa dottrina l’origine da cui deri generalmente i concetti
metafisici (prodotti dalle illusioni natù del nostro spirito), non si può
tuttavia attribuirleil valore purami arbitrario ed iperbolico di un sofisma
artificiale. Infatti lo st Guastella in seguito ammette che « le ricerche
scientifiche € scuola ci dànno il diritto di attribuire a Pitagora il concetto
giusto della presenza in tutti i fenomeni di rapporti numé regolari e
dell’importanza di questi rapporti per determi la natura delle cose » (2).
Qualunque sia l’apparenza enigm delle altre proposizioni, è questo un punto
pertanto che bisogna perdere di vista. E la sua importanza è duplice. $33. — Da
un lato esso dimostra che nella mente di P era già ben chiaro il concetto delle
leggi di razionalità @ proporzioni che regolano tutti i fenomeni della natura,
€ forme allo spirito della scienza moderna, per la quale, ad ese (1) C. GUASTELLA
(vedasi), Filosofia della Metafisica, carta 158. (2) In.,l. c., carta
158-159. e che la legge di razionalità
sta nella fisica dei cristalli per oni molecolari come la legge delle
proporzioni definite fliGhimica dei composti per le combinazioni atomiche. A di
questi rapporti numerici regolari e l’affermazione servono per determinare la
natura delle cose è il punto di più notevole fra il sistema dei Pitagorici e la
scienza n. e sarà illustrato ampiamente nel seguito. MM — D'altra parte,
implicando nell’immenso seno della È «tutto è numero» (1) l’interpretazione
matematica di elia ordine di fatti, prepara, fra le altre, l’interpretazione
satica delle forme elementari della logica, che per opera di SL è di Aristotele
diventerà quasi un fatto compiuto. m ma , la questione pregiudiziale si risolve
ammettendo che, quanto sia piccola l'eredità genuina del pensiero pitagorico,
ci i ino sempre alcuni concetti chiarissimi che hanno una natura I rtata
analitica di primo ordine, punti di partenza eso- “di tutta la tradizione della
Logica pura, che comincerà larsi visibile solo nelle opere di Platone e di
Aristotele. . — Un'ultima avvertenza. Pitagora non ha mai esposto ente tutta la
sua teoria. Per questo bisogna sempre ri- la massima pitagorica, tutto non è da
dirsi a tutti (Ari- no, Ap. Diog. VIII, 15). È noto invero che Pitagora intende
mntenere il segreto verso i non iniziati. Così farà Platone, tele. Così si
spiegherà, ad esempio, il silenzio di le origini matematiche della teoria del
sillogismo. tati a cui siamo già pervenuti in teoria ci indicano in dobbiamo
cercare, Ma ora basti di questa digressione. do al consenso unanime dei
dossografi, la formula numero » deve essere sonsiderata la pietra angolare
sapere pitagorico. a congettura che mi sembra di evidenza imme- giunse a
concepire il concetto, senza aleun dubbio 2 Certo ad attenuare alquanto
l’importanza di questa ipotesi, è ricordare che i Pitagorici non mostrano di
sospettare neane he possibilità dell'isolamento delle forme elementari della
logica pui Talchè non è lecito ad alcuno di valersi gratuitamente di tale ipoté
ed a nessuno corre l’obbligo di prestarvi l’assenso senza il correi di buone e
sode ragioni, Però una prima giustificazione morale di questa congettui può
ricavarsi dal fatto bene accertato che Pitagora seppe realmeni elevarsi al
regno delle astrazioni pure, e forse si spinse avanti a fi segno che giunse
perfino a sostantificarle. Invero sembra che pi lui i numeri non siano altro
che semplici astrazioni dello spit corrispondenti ai concetti generali delle
cose. Quindi si può cre dere che Pitagora, sotto la scorza sensibile dei
fenomeni, avendi già indagato un principio intellettivo d’ordine e di armonia
atti a costituire la realtà sostanziale d’ogni cosa, si sia trovat ben vicino
alla sfera del puro concetto, perchè il numero è i concetto. Che è il tutto per
Pitagora? Cose ed idee dominate dalla cate goria del numero. A che dunque si
riduce la concezione pità gorica dell’universo? Nel meraviglioso progresso che
compie ragione umana per opera sua sembra risolta idealmente la ges zione di
due mondi: il mondo delle cose e il mondo delle idee che uno spirito solo
vivente in tutti ed in tutto, — tutto è nw — li domini continuamente e li
rischiari nell’immenso dischi dersi dei loro moti. Posta così la questione
surriferita —e non si potrebbe forse porre altrimenti — è presto risolta. $ 87.
— Chi ha potuto pensare che tutto è numero, è impossibile che abbia avuto del
tutto una concezione così ristretta da escluderne come parte l’idea. Come deve
aver compreso che nel tutto sono le cose, così dex aver compreso che nel tutto
sono anche le idee. Non resta più | che formulare il sillogismo seguente :
tutto è numero, le idee sono, | dunque le idee sono numeri, argomento così
chiaro e preciso che sembra impossibile che abbia potuto essere evitato dal
pensiero di Pitagora, quantunque manchi ogni testimonianza letterale al
riguardo. ei n] __ Ancora
un'osservazione su questo punto. vero che nel tracciare la storia di un’idea
bisogna segnalare : le espressioni che primamente la racchiusero nel loro
grembo, veroso riconoscere che la semplice formula generale di Pitagora è
numero » conteneva in sè una delle più grandi rivelazioni jero umano. Sono i
posteri che hanno dato Tasonisi Dia aeA È questa proposizione un significato
preciso ed, anche un interpre- Milia muova che essa non aveva in origine ? Può
darsi; ma di dimentichiamo che nello scambio dei significati e nel processo le
applicazioni essi furono favoriti dalla circostanza che l’ipotesi figtata
formulata in maniera energica e suggestiva dal suo ‘inventore. Se la frase così
trovata e tramandata nella scuola arattere iperbolico e indeterminato inservi
per molto tempo ile ‘ereazioni poetiche, che monta ? Chi potrà citare una sola
sî, in qualunque ordine di idee, che, come tale, non si debba NI ni a à iderare
come una poesia ? Basta bene che sia divenuta feconda efficace per opera di
qualcuno. La seconda giustificazione morale di questa congettura ricavasi
pertanto dal fatto che la formula generale di Pitagora fu po- ‘sitivamente
conosciuta da coloro che seppero interpretarla, ‘mentre non si può affermare
che costoro sarebbero giunti alle loro dottrine senza l’influenza della formula
pitagorica. Comunque sia, in luogo di starcene alla semplice congettura, erà
meglio verificare da noi stessi il merito ed il valore prazione. Li - Rd a
questo scopo passeremo subito alla dottrina di Je compì il sillogismo, aperto
originalmente da Pitagora, i un'altra orma profonda e incancellabile nella
storia i a all'antico pitagorismo del quale egli si presenta \come restauratore
ed al quale del resto tutta una serie rtantissimi lo collegavano e sopratutto
l’importanza 8 eguale che entrambi attribuivano agli studj matematici. lo. — Si
potrebbe non di meno dedicare un’utile considerazione a alla dottrina degli
Eleati, poscia a quella dei Megarici o : « J . ì 30 Neo-Eleati, come son detti dal Gomperz, in
generale, perchè i primi procedono già dialetticamente, e, con Zenone d’Elea,
detto da Ai stotele l’inventore della logica (1) i concetti prendono già quell’
sistenza indipendente, e quel valore isolato ed opposto che carate terizzano la
sofistica, mentre i secondi, fondandosi sopra un realismo metafisico, si
dedicarono alla fusione del Socratisma! coll’Eleatismo e si occuparono
essenzialmente dei due problem principali dell’inerenza dei concetti e della
predicazione. «Le due questioni — osserva il Gomperz — si riducono, in fondo,
ad una sola di cui l’obietto è il rapporto dell’unità alla pluralità, Gli
Eleati avevano negato ogni possibilità d’un tale rapporto., I loro successori,
i Megarici, fanno esattamente la stessa cosa» (2). Ma sorvoliamo questa
dottrina, perchè per i Megarici le idee. sono immobili e senza rapporto palese,
ciascuna in sè e per sè. senza alcuna potenza, nè attiva, nè passiva e questo
rende im- possibile ogni processo logico. $ 41. — E passiamo subito a Platone
il quale, riprendendo in parte l’opera di Pitagora e di Socrate, e quindi
ammettendo che i concetti abbiano rapporto fra loro e possano divenir predica
di l’uno dell’altro, rende alla logica il suo movimento. Quanto all’influenza
della dottrina pitagorica dei numeri è | certo che questa s’è fusa a tal segno
colla dottrina platonica delle idee, che resta difficile arrivare ad un’esatta
estimazione. Tuttavia essa ha prodotto quello che doveva produrre. Per Pita-
gora l’essenza dell’universo è il numero, tutto è numero; per Platone l’essenza
del numero è l’idea. Poste pertanto queste premesse: | «tutto è numero », «
numero è idea », non restava che da con- | cludere « tutto è idea » e questo
passo, già implicito in Pitagora, come fu detto, fu compiuto esplicitamente da
Platone. E forse non è neppure il caso di ammirarne troppo l’ardimento, perchè
sembra che le dottrine filosofiche, nelle menti bene ordinate e conseguenti, si
sviluppino necessariamente, come una formazione naturale qualunque. (1) Droc.
L., Ix. 25. ì, (2) GompeRrz (II, 181-182). Le due questioni sono le seguenti:
Come è — possibile attribuire più predicati ad un solo soggetto ? Come è
possibile attribuire più soggetti ad un solo predicato ? adi = x PARTE PRIMA —
CAPO II 81 i non voglio dire che i numeri di Pitagora e le idee di Platone
isamente la stessa cosa. e sappiamo da Aristotele che per Pitagora i numeri
sono sse (1), si dovrebbe concludere che sono cose anche le idee a: mentre è
noto che per Platone vi sono quattro classi ; distinti (idee, intelligibili matematici,
cose, imagini) che 10 una serie discendente secondo il grado della loro realtà
adono alle quattro forme di conoscenza (intelligenza, razio- ne, fede,
imaginazione) che formano una serie discendente 5 il grado della loro evidenza.
Dal che appare quanto vadano errati coloro che con- il numero pitagorico che è
da intendersi in senso universale, sia col numero di Platone. e rimane quasi
intiera la solidità delle ragioni critiche a Aristotele per distinguere i
numeri dei Pitagorici sia meri ideali sia dai numeri matematici di Platone (2).
AR Quale è dunque l’intima connessione che intercede umeri di Pitagora e le
idee di Platone? Quale soluzione rà adottare che eviti gli scogli della
contraddizione ? on vedo che una soluzione possibile. Osserviamo prima una
nella proposizione pitagorica che le cose sono numeri tà di aspetti che è stata
rilevata giustamente dalla cri- parola, questi numeri-cose dei Pitagorici sono
al Stratti e concreti,... come numeri sono astratti, | concreti nereti » (8).
iamo supporre che da questi due punti di vista due teorie ben distinte più o
meno visibili a del pensiero greco, l’una intesa a sviluppare i numeri come
idse e le idee come numeri), f i sal de Dia totg odor xal e dd te ai EFere Eva
pdow altà tà mpdynata (Metaph., I, 6). la interp. ponteistica, ecc., pag. 111:
«il numero Platonica cerrisponderebbe non già alle Idee, ma matematici. » E
inoltre, pag. 167, 169. — Tocco, pag. 162 e seg. Op. cit. carta 159. l’altra l'aspetto concreto del concetto
pitagorico (i numeri come cose e le cose come numeri). Questa, prossima alle
cose re della natura, quindi alle ricerche sperimentali e matematie della
fisica; quella, prossima alle astrazioni dello spirito, quindi
all’interpretazione matematica di tutti i fenomeni mentali, enà trambe aperte
alle speculazioni illusorie della metafisica. È vero che questi due aspetti —
interpretazione matematica dei fatti fisici, interpretazione matematica dei
fatti razionali nelle scuole posteriori si stralciarono non solo, ma entrarono
conflitto, perchè in certo qual modo la nota propria dell’uno esclude la nota
propria dell’altro. Tuttavia, siccome sono unificabili per la nota comune, si
capisce come e perchè, da un lato, in certi spiri sì comprensivi ed armonici
l'antica sintesi pitagorica siasi rinnovata, più volte nella storia della
filosofia e con mutati nomi e con nuovi argomenti riviva ancora nella scuola
contemporanea ; dall’ altro, come e perchè, malgrado ogni tentativo di sintesi,
l’antica distin=. zione analitica resti evidente anche nelle dottrine di coloro
che hanno la visione più comprensiva e più larga della realtà. Questo mi pare
il segreto della filosofia pitagorica e platonica, per ciò che spetta al
proposito nostro, questa la complicazione che bisogna sempre richiamare in
mente anche davanti alle fasi della, più apparente semplicità, questo il
criterio dell’interpretazione che ci permette di dominare ogni conflitto. $ 44,
— Quanto all'influenza socratica è certo che Platone cavò partito dal divario
posto da Socrate tra l'opinione proveniente dai sensi e la cognizione vera
proveniente dai concetti e dalla dialettica socratica fondata sui due capi
dell’indurre e del defi- nire; però è anche certo che egli diede un’ampiezza
nuova alla dialettica per genesi (dra)ée xarà &vn), giungendo solo per tale
via a riporre l’essere vero nell’essenza delle cose corrispondente ai loro
concetti. È vero che egli non separa ancora la logica | dalla metafisica (1),
tuttavia, essendo vélto ad afferrare non ciò si suol chiarire la relazione
della dialettica platonica, | cratico, mostrando l’elevarsi di questo ini
opinione del RITTER, dello ZELLER @ (1) Veramente, anzi, colla formazione del
concetto s0 principio metafisico ; tale, ad es., è l’ del Cousin. che è
accidentale nelle cose ma la loro essenza nei caratteri distin- tivi
permanenti, crea una dialettica dei concetti che ha ancora sa nostri occhi, una
grandissima importanza. Per determinare il concetto secondo Platone bisogna
determinare non la JIAROS ma l'essenza, od mota, “ &X}è cis ,,; al quale
proposito non giova l’enu- merazione di tutti gli oggetti appartenenti a un
medesimo periore ma la cognizione medesima del generale, che si ottiene Co un
arte | dialettica affatto distinta dai processi grossolani dell induzione
sempre imperfetta (1). Da questo punto: di vista la sua teoria sul concetto di
concetto è d’accordo con ciò che è stato riconosciuto come vero nelle ricerche
teoriche. Superato l'errore del cattivo | dialettico che salta dal genere alla
pluralità degli individui perà èè cò &y Znepa sdbibs (2), compiuta la
doppia funzione della SUVATOTA e della Graipeots giunge a scoprire i rapporti
dei concetti fra loro è costituisce definitivamente il giudizio rendendo
possibile ad Ari- ‘stotele la fondazione della logica come scienza analitica.
Questo lato logico della piéts «!dwy costituisce l’addentellato più note- -
vole fra la teoria platonica e l’aristotelica del concetto. $ 45. — Ma la
dialettica di Platone esige ancora altri schia- rimenti. Purtroppo siccome in
lui la dialettica dell’azione non si separa rigorosamente dalla dialettica del
pensiero, così sarà ‘necessario trattare della sua teoria della conoscenza per
apprez- zare quanto spetta alla logica pura. Facciamolo brevemente. | Per un
progressivo cammino dialettico (dialettica ascendente), Moi possiamo andare dal
fenomeno del mondo sensibile (Gpardy *évsaxs) fino all'essere del mondo
intelligibile (vontòv 1évos- ). Il primo passo verso l’assoluto della
conoscenza è dunque nel mondo della sensazione. Ma subito nel primo sforzo
della me dialettica si rivela un fatto della massima importanza : amo la stessa
cosa ad un tempo una e multipla all’infi- (3). Anche nel successivo momento,
costituito dallo studio dell’aritmetica, della geometria, della musica e
dell’astro- a, l'intelletto si addestra, tanto a speculare sul!” uno e il 1)
Cfr. il Gorara, il PARMENIDE, il SOFISTA. Pilebo, 16 o. 39. ‘ multiplo, quanto a porre delle idee come
ipotesi e quindi a seguire colla divora queste ipotesi fino alle loro ultime
consegu Qui cadrebbe in acconcio la menzione teorica che fu fatta così concetto
di numero (classe. uno e successivo) come del coricetto di concetto (classe.
individuo e relazione), perchè la ètaipeors che dà i r0))4, la ovvarori, che dà
l’èv e la divora che dà il processo e sono qui annoverate come le tre
condizioni permanenti del co: n: cetto potrebbero tentare un inaspettato
riscontro, con quelle idee primitive il cui insieme fu già da noi considerato
come ki condizione definitrice dei concetti di numero e di concetto ($ 10) Ma
la corrispondenza supponibile deve essere abbandonata perchè, sopratutto l'%y
concettuale di Platone non è già l'ente primitivo e non successivo della serie
logica, ma è propriamen e l’unità razionale del concetto. Dunque, per questo
punto, si badi a; quanto segue: «Noi abbiamo usanza — dice Platone — porre
un’idea distinta per ciascuna (moltitudine) a cui noi diamo lo stesso nome...
Il carattere essenziale di questa idea è poi di essere uno in una moltitudine —
8v xspì tà. 7oX}4 (1). — Il proprio dell’uomo è di comprendere il generale,
procedente dalla diversità delle sensazioni a ciò che è compreso sotto un’unità
razionale » (2). Questo lavoro dialettico si effettua colla definizione che ci
fa cogliere l'essenza d’ogni cosa. Per il punto della classe 0 moltiplicità del
concetto si badi al fatto che per Platone, se ogni idea riconduce all’unità una
moltitudine di cose particolari, le idee stesse poi sono; ancora una
moltiplicità di cui le diverse parti devono essere deter minate dalla
dratpsors. Per il punto della relazione logica, cioè dell processo da idea a
idea, basti ricordare che la è4yora indica appunta! l'andare da un’idea ad
un’altra logicamente. Tutto il processo è poi coronato dalla vénst, atto
semplice e immediato, in cui consiste l'intuizione razionale cioè la contemplazione
dell’intelligibile. Insomma, se è vero che l’unità, la pluralità e la relazione
delle idee assicurano da un lato la possibilità del discorso, dall’altro le
condizioni necessarie e sufficienti a costituire le prime basi della logica
come scienza analitica, non si può dire che questo sia stato compreso
chiaramente da Platone. sd (1) Repub., X. (2) Fedro. 5 o così il concetto e
l'andamento della teoria ogica di Platone dal punto di vista che ci interessa,
si può anche ‘abbandonare la discussione su quegli altri punti in cui a prima
giunta parrebbe più feconda la ricerca ; come per esempio su nti: se le idee
siano veramente numeri; di quanti elementi ‘eonstino le idee; se le idee
rappresentino la sola forma delle cose; male sia veramente la natura delle
entità matematiche (numeri, qa e) che per Platone costituiscono un genere di
esseri inter- “Siagiiario fra le idee e le cose, ecc., perchè oltre al fatto
che questi sono la risultante della fusione dei concetti proprj del sistema
damentali del Pitagorismo e, quindi, dopo antecedenti, non ci presenterebbero
più alla di nuovo, la mescolanza delle idee logiche colle metafisiche pai grave
e continua, che anche il più minuto ricercatore non ‘» uò nutrir la speranza di
arrivare ad una dissociazione plausibile. eppure sarebbe il caso di insistere
troppo su quell’evidentissima tazione pitagorica che v’ha nel Filebo ove il
metodo dialettico, iù precisamente la divisione per generi e per ispecie, è
presentato ‘come una ricerca di numeri (1), perchè si tratta qui d’un Pitagorismo
più verbale che logico, che non giova molto all’allargamento dell’o- rizzonte
di Platone. & 47. — Con Aristotele la dottrina del concetto come numero
ssimi progressi ; anzi si potrebbe talora dubitare che frasi più favorevoli
alla tesi proposta non abbiano avuto | pensiero del filosofo quel significato e
quel valore che — dal to punto di vista — siamo ad esse disposti di attribuire.
R i Aristotele espose la sua teoria del concetto nel libro delle pia:) ed è più
presumibile, checchè dica lo Zeller i opinione che è del ‘Trendelenburg, che
egli sia ssa condotto dall'analisi del linguaggio e della pro- Scomponendo il
discorso umano, che è sopra tutto (ovpràoi), era ben maturale che egli
giungesse a sta detto senza alcun nesso — toy zatà pmdsptay — (2), vale a dire
a quei termini che si 846. — Determinat _ qua ‘delle idee coi concetti fon anto
fu riferito nei $$ 6d; 170; 18a-b,c; 19a. dubbj Sollevati dal PRANTI contro
l’autenticità del libro (Gesch. d. Logik, I, pag. 90-91) e dallo SPENGEL,
continuo a VR AIOP 0 DI PP RLTORE LUNI e RI RETI Eee n. CIT, ZITTA e e * possono considerare come gli elementi del
rapporto giudicativo e che egli disse yojpara. Ciò che ci stupisce invece è che
egli non n siasi arrestato all’enumerazione pura e semplice di queste nozioni,
ma si sia spinto fino al conato titanico della loro classificazione! Invero
egli tentò di dominare tutti i vorpara dall'alto di quei concetti principali
che considerò come i generi sommi di tutti j concetti e contrassegnò col
termine xaejopia:, e quivi si fermò! perchè, lasciando da parte la questione
della determinazione delle categorie, è impossibile andar più in là (avanzi
otivar). La dottrina delle categorie quantunque formi la base del monus mento
filosofico di Aristotele, che in fondo è una filosofia del con cetto, anche a
detta degli autori della logica di Porto Reale, sempre stata circondata da una
specie di grandioso mistero. Tutti! sanno che il criterio della sua ricerca
analitica fu duplice: filos logico (grammaticale) e ontologico (realistico).
Così, oltre ad una/ classificazione dei generi sommi delle parole, egli giunse
ad una classificazione dei generi sommi delle cose. Queste categorie
corrispondono secondo lui ad un tempo alle varie classi possibili di realtà e
alle varie classi possibili di parole; sono punti di vista supremi insomma
donde lo spirito può pensare il pensabile così rispetto alla sua realtà come
rispetto alle sue denominazioni. * $ 48. — Ora non voglio nè esporre nè
difendere la classificazione aristotelica delle categorie, che fu oggetto di
tante controversie. Soltanto mi preme far osservare che la sua duplice ricerca
onto- logica e filologica, in fondo si riduce ad una ingenua forma di analisi |
logica del concetto di concetto. Sotto le parole, sopra le cose, oltre la filologia
insomma ed oltre l’ontologia, brillano le idee pure, i prin- cipj della logica
come scienza analitica, il germe della logica mate- matica prepotente, almeno,
nella determinazione del numero delle categorie. È la ricerca del permanente
nel variabile, dell’intelli- gibile nei concetti e nei loro rapporti. Bisognerà
eziandio rile- vare che il secondo posto in questa classificazione di tutto il
reale ed il dicibile è occupato dalla categoria di quantità ? ritenere collo
ZELLER che il contenuto del libro sia fondamentalmente: aristotelico. PARTE
PRIMA — CAPO II 37 13 Passando a trattare delle categorie in ispecie: « C'è un
preto: (tò Buopropévov) — egli dice — ed un quanto continuo ic). Questo si
compone di parti aventi fra loro una posizione 3 SA (mpds dAm2); quello di
parti che non l'hanno, È quanto i r esempio, il numero e la parola (dprdpòc zai
\byoc); è o, r esempio, la linea, la superficie, il corpo, e oltre a ciò 1 SA
luogo» (1). Fermiamoci sopra questa dichiarazione: « il ro nia parola sono un
quanto discreto ». Ora, per Aristotele, la è forse ileoncetto? In tal caso
saremmo ben avanti nella a del concetto come quantità cioè come numero. Ma ciò
non solutamente ; perchè, ad esempio, la quantità della parola è “nosta nella
misura delle sillabe brevi elunghe. Però, pensando Aristotele le parole sono
l’imagine del pensiero, come si af- el libro delle categorie « le parole nel
linguaggio non sono che gine delle modificazioni dell’ anima» (2), siamo ben
sorpresi ì non sia giunto a concludere: dunque sono un quanto anche dificazioni
del pensiero, sono un quanto, cioè numero, anche prie, insomma tutto è numero
conforme il principio di a. Il concetto di numero si sarebbe così identificato
col atto di concetto, così si sarebbe gettato anche in questa parte il fondamento
esplicito e fecondo della logica come scienza analitica. us ratiocinator di
Leibniz non avrebbe aspettato a pro- dlicianove secoli, facendo un contrario
cammino. — Ma ci sono altri due punti in cui il filosofo, molto Gino, ma senza
pervenirvi, s’accosta al proposito nostro: quello che determina il rapporto
generale di esten- imprensione, l’altro è quello che fu poi svilup- @ da
Porfirio nell’ Introduzione alle categorie di urti) als tas “Aptororshons
xactipropias o dei cinque uni- te guvòy, vale a dire delle cinque voci: 1$voc,
avpfefnads, il genere, la specie, la differenza, te, Infatti sarà appunto su
queste teorie ari- Si fonderanno priîna a suo tempo gli stoici per imente la
logiea dall’ontologia e dar origine a È n È Pa TA _ e I LI Atene quella tabula
logica che, secondo loro, doveva permettere di deter. minare un concetto colla
sola addizione dei termini successivi d* la dialettica induttiva di Socrate,
esaltata la dialettica per genes e fissato l’unità, la pluralità e la relazion
delle idee come le cond zioni necessarie e sufficienti del processo dialettico.
E, criticand questi punti, abbiamo riconosciuto che la dialettica platonica noi
è ancora la logica pura e sopratutto perchè essa naufraga nella mé tafisica.
Abbiamo veduto finalmente come Aristotele nella dottrint delle categorie abbia
intrapreso un’imperfetta ma ardita analis logica del concetto di concetto, e,
colla teoria dell’estensione € della comprensione dei concetti eretta
sull’isolamento dei concetti formali dei fatti logici elementari, siasi più
d’ogni altro accosta ba al vero fondamento della logica come scienza
analitica, Del giudizio come rapporto.
CA la ii dì dite per continuare ordinatamente l'esposizione della Logica 7 fto
trattare di tutte le operazioni, espressioni, for- e trasformazioni che si
possono effettuare nel calcolo logico. on è questo il nostro seopo, volendo ora
occuparci esclusiva- » dell’interpretazione analitica delle forme elementari
della classica, Quindi passeremo subito all’analisi del giudizio, ndo per giudizio,
in senso largo, l’espressione delle relazioni cetti ; nel caso più semplice,
l’espressione della relazione di tti della medesima specie. quella di apporto,
intendendo per rapporto di due dato ordine, il quoziente della divisione del
primo ndo. E tale è il principio che sarà appunto senti ricerche. ) proposito
non bisogna omettere una conside- dizio sono due termini, il soggetto e il
predicato, ‘ogni rapporto, l’antecedente e il conseguente, numeratore, questo
al denominatore della 0, per seguirela successione ordinaria dei il giudizio
«ogni A è B» nell’espressione Ora invece conviene vedere se il parallelismo
corre traduce È «ogni A è B» con # o con 33 ed, a questo riguardo, bisogna sol
ratamente distinguere due casi: 1° se si tratta dell’estensione (A inest B)
(1), il giudizio riferit diventa = è 2° se si tratta della comprensione (A
continet B) al giudizio riferito diventa S. Ad ogni modo, siccome la
distinzione di estensione o compre; sione in un giudizio ci è indifferente,
perchè è chiaro che ogni dizio dato può riguardarsi rispettivamente tanto per
un ver quanto per l’altro, così terremo conto solo della relazione che la vera
base logica del giudizio. Quindi, potendosi ogni relazioi fra due concetti A e
B ridurre alla forma di quoto, ogni giudi; semplice avrà la forma posto che il
soggetto (a) e il pre a Sri cato (6) siano certe funzioni dei concetti A e B,
cioè posto a = g (( b = + (B). Così la traduzione d’un giudizio qualunque
(afferma o negativo, universale o particolare) non può presentare al difficoltà
quando siano noti i concetti A e B che costituiscoi materia del giudizio e le
funzioni 9 e 4 che ne costituiscon (1) Cfr. in proposito il Formulario del
PeANO (anno 1901, pag. 23) proposizioni : x e Cls. a 9 db, (inclusione di
estensione, tra classi, ove? legge è contenuto, è in, è un, ecc.) xe N. a est
un diviseur de b. d (2) Cfr. la corrispondenza stabilita da LEIBNIZ tra la
proposizione: e l’altra a è divisibile per b (de ideis loquimur non de
individuis). De Ari binatoria (1666) in « La logique de Leibniz d’après des
documents inéé L. CourURAT, Paris, Alean, 1901 ricordando in proposito le acute
0886M zioni del VAILATI sopra l’ analogia che il processo di decomposizione e s
cessiva ricomposizione dei concetti presenta con quelli aritmetici di di
posizione d’un numero nei suoi fattori primi, e di successiva ricostrwi dei
suoì divisori per mezzo di prodotti parziali fra questi: « La dimo zione d’una
proposizione generale « Ogni A è B », è concepita da come consistente nel porre
in chiaro, per mezzo di una sufficiente 1 del significato dei suoi termini, che
l’insieme delle proprietà che insieme (simul sumptae), costituiscono la nozione
B, fa parte dell’i delle proprietà che costituiscono la nozione A ». (Revue de
Mathém., Tome VII, N° 3, pag. 150). EUR * “ha Sil ddl ai » ue 7 Lar * È I n giudizio universale affermativo
(designato col simbolo 5 na n “ a 4 ico a) sì scriverà + : un giudizio univ.
negativo (e) da hi giudizio particolare aff. (è) ca ; un giudizio particolare
negat. (0) #4 è superfluo ripetere che tutti questi rapporti si ridu- DS bi 1:
l na. =. PIA) ì cono al rapporto tipico -, cioè -;(B) ove %, che può avere due
Falosi [e A determina la quantità del giudizio, cioè se il soggetto è
universale o particolare, determina la qualità del giudizio cioè se il e 4, che
può parimente avere di 7 B due valori | 4 = 7, B1 | sredicato è affermativo o
negativo, secondo la convenzione adot- ‘tata nel calcolo logico. $ 54, — Si
obietterà : « Ma neppure la logica matematica non con- templa esplicitamente le
operazioni della sottrazione e della divisione a; come dunque avvicineremo il
giudizio logico al rapporto ? ». esta obiezione non regge, perchè i concetti di
somma e di pro- ‘ammessi in logica matematica, importano necessariamente i i di
differenza e di quoto. noto che le tre eguaglianze : a+b=ca=c—-b,c=b—a, tto
forma diversa, la stessa cosa; e parimente si ha che rma diversa, la stessa
cosa, purchè i numeri a e d ; condizione questa che anche in logica vuolsi re,
posta la convenzione fondamentale : 4 punto di vista si capisce bene quanto
poco importi la di- ione © disunione dei concetti che molti autori
attribuiscono ‘ del giudizio, perchè è chiaro che ciò ha da fare coll’espres-
la non colla posizione della relazione che è la base del 48 dica" de LO, n
E 0 __ © LC Po cè. 28 Certo è strano che
la logica matematica, la quale da molti anni h introdotto buon numero di
simboli per contraddistinguere le ide che sono necessarie alle operazioni del
calcolo logico, non ab bia ancora introdotto correntemente i segni del rapporto
per rappresen- tare il giudizio, contentandosi di altre convenzioni che possono
dare origine ad equivoci su questo punto (1). Î Tuttavia l’introduzione mi
sembra non solo possibile ma uti is- sima, $ 55. — La prova di questa
possibilità si può fare in più modi, sia effettuando subito colle regole della
sottrazione e della divisione tutti i calcoli relativi alla teoria del
giudizio, poscia controllando i risultati ottenuti per tale via colle
operazioni della somma e del pro- dotto logico, i cui risultati sono sicuri ;
sia controllando tutti questi. risultati coi modelli grafici e meccanici
convenienti. giudizio, come dicendo « divisione » non facciamo questione di
disunione ma solo di rapporto che non può riguardarsi assolutamente nè come uni
nè come disunione, ma come atto unico e semplice del pensiero. In fa della
identificazione di giudizio logico e di rapporto si capisce inoltre com non si
possa parlare di separazione di un soggetto da un predicato, tanto di
distinzione logica perchè il rapporto di cui qui si tratta è esse mente un
quoziente. Questo modo di concepire il giudizio logico s’avy solo
apparentemente alla teoria esposta dal CkocE sopra il giudizio 1 concepito in
guisa analoga come « atto unico e semplice del pensiero »., A (Cfr. Croce,
Lineamenti di una logica come scienza del concetto puro, pag. 26 Napoli 1905).
Invero al Croce sembra in forza della sua identificazione. di giudizio logico e
definizione ‘* che non sia da ammettere nel giudizio logi (neppure) la
distinzione di un soggetto e di un predicato, appunto perchè non contiene
elementi eterogenei che possano l’uno funzionare da sogge! e l’altro da
predicato ; e, dove pare che li contenga, la distinzione è solo parente,
essendo la forza del giudizio... nel pensamento della differe specifica, che è
atto unico e semplice del pensiero ”’. Ma questa critica non deve ora
occuparci, perchè il Croce tratta della logica come disciplina filo: sofica («
Per noi la logica, egli scrive, è filosofia della filosofia; ma col significato
sottinteso della filosofia in quanto attività intrinseca ad ogni uomo: homo
philosophus » (pag. 25)) e qui invece si tratta della logica pura come scienza
analitica (cfr. Introduzione, $ 1-3). Quindi ogni questione al riguardo ci I
sembra vana. (1) La questione fu sollevata anche nel 1880 da B. HarsteD, il
quale | fondò la divisione logica, polemizzando col JevoNs. Cfr. Algoritmie
division. în logie. « Journal spec. phil. », V. XII, p. 107. i I 45 i orale si giunge a conoscere che le
operazioni compiute coi dell’inelusione e della deduzione sono casi particolari
e semplici delle operazioni eseguibili coi segni dei rapporti Èa to questa
semplicità che rese comune e pratico l’uso di ‘tali segni e ritardò il
riconoscimento della vera e propria relazione 3 udicativa. ©] risultati delle
operazioni che saranno riferiti tra poco e le appli- azioni che se ne faranno
nella teoria del sillogismo toglieranno j dubbio in proposito. $ 56. — Le poche
proposizioni suesposte, contenenti la posizione indizio come rapporto, le norme
per tradurre i termini dei i nei termini del rapporto aritmetico, secondo i
casi della e del contenuto, le ragioni che giustificano l'introduzione del nel
calcolo logico, la prova della possibilità e dell'utilità va operazione desunta
dalle applicazioni che sì faranno ria del sillogismo come proporzione,
abbracciano, nei punti ientali, tutta Za teoria classica del giudizio,
spogliata però ngombri grammaticali, retorici, formalistici e metafisici, che
una vera selva selvaggia di complicazioni extralogiche &57.— Anche qui, per
avere una buona notizia storica della | del giudizio come rapporto, giova
prendere le mosse dalle fasi della speculazione greca, per vedere se e come il
pen- fin da quando si liberò primamente dalle associazioni acci- i e variabili
del discorso e si fissò in modo universale e neces- ‘abbia saputo isolare il
fatto essenziale della relazione logica nza riguardo a un dato soggetto o a un
dato oggetto qual- lla realtà esteriore. » che il concetto fondamentale che ci
interessa sia dai Pitagorici, intravveduto dai Sofisti, supposto da nto ed
affermato con discreta chiarezza da Platone e poi trascurato dalla logica
medievale, poi rialzato da erduto dalla logica induttiva, mentre ora sembra
fare definitivamente nella teoria delle relazioni, tori della logica
matematica. eremo soltanto a considerare rapidamente la dot- la socratica, la
platonica e l’aristotelica per illu- | questione delle origini intorno a cui
non è ancora a un’opinione plausibile. difficilissimo, per non dire
impossibile, afferrare il ico sul punto di vista logico del giudizio. Nondimeno
che, siccome per i Pitagorici l'armonia non è distinta anzi è il numero stesso,
così per loro, caso mai ne a qualcuna, ogni unione di termini, sia astratti sia
a risolversi in un rapporto numerico. ' 3 à A
Ben è vero che nel Pitagorismo la distinzione del concreto e del
l’astratto non è ancora compiuta, tuttavia non si può dar piccoli È cose.
Perocchè si può ammettere di buongrado che questo tentativo F | $ 59. — Il
problema della possibilità del giudizio sorse invece € s’îÎmpose coi Sofisti,
allorchè lo spirito filosofico, il quale mediant le speculazioni della fisica
aveva da un lato sceverati tanti og. getti e tanti fatti della realtà concreta
e dall’altro costruite e di- stinte tante idee astratte corrispondenti, s’
accorse che i rapporti tra gli oggetti concreti implicano certi rapporti tra le
ide astratte, che a loro volta sono traducibili coi termini e co ( relazioni
del linguaggio. Così la considerazione del mondo sico generò la considerazione
del mondo filologico e logico e quanto è ora materia della nostra ricerca, la
possibilità dei p porti degli oggetti fece pensare alla possibilità dei
rapporti dell parole e dei concetti e quindi produsse la teoria del giudizio 4
della proposizione. Siccome lo scopo di questa ricerca non è di esporre la
storia delli teoria del giudizio in genere, ma soltanto di indagare se e come
la teoria del giudizio come rapporto sia stata prospettata dagli an: tichi
filosofi greci, così non ci fermeremo a riferire gli argomenti contro la
possibilità del giudizio, tratti dall’opposizione dell'uno & e dei più
(roXX4) che, come disse Socrate nel Fi/ebo (1), sono diven- tati veramente
banali (dedmperpéva) presso i Sofisti. I quali dicevane che l’uno ei più
ripugnano; quindi è impossibile stabilire tra alcuna relazione, ed, estendendo
il principio, sopprimevano ad rittura il giudizio, î Socrate invece non'si
sgomentò di considerare il concetto come » Pe (1) Filebo, 14 e. uno nei più, anzi seppe afferrare i soggetti
e i predicati nei loro camnorti. riconobbe la loro subordinazione, la
divisibilità dei ge- ‘ SI specie, l’unificabilità delle specie nei generi,
favorì la filo- Lia; del dra)é[stv varà 157, e, senza fare una teoria del
giudizio, ma ticamente e ininterrottamente, ne dimostrò l’altissimo valore
logico e la legittimità. 4 $60.— Il cenno sommario che abbiamo fatto delle
negazioni ‘della sofistica e della concezione socratica ne apre la via ad
alcune | questioni bio i generali la cui soluzione ci metterà in grado di apprez-
i Mio più esattamente la parte che Platone ed Aristotele ebbero la costruzione
della teoria del giudizio. uò ritenere che Platone si sia prefisso lo seopo di
continuare te l’opera di reazione contro la sofistica che Socrate aveva
coll’esempio e in nome del senso comune. Perchè i Sofisti i vinti da Socrate?
Perchè essi si appoggiavano sopra Socrate sopra la pratica. I Sofisti
sostenevano l’impossibi- n del giudizio e del discorso. Dunque per confonderli
biso- i combatterli colle loroarmi, valea dire opporre alla loro teoria ltra
teoria che dimostrasse la possibilità logica del giudizio e orso. Che cosa
diceva Antistene, il fondatore della scuola cosa non può essere designata che
col termine che le è 610; d’una cosa non si può dire che una cosa: , non si ha
più il diritto di attribuire ad un i diverso dal soggetto, non si ha più il
diritto è buono, ma solo l’uomo è l’uomo, il buono è (2). Quindi ogni discorso
diventa impossibile ». Or bene, unicità dei termini che Antistene vuol
conservata ad ogni quella ferma coerenza insomma sul principio di identità
serve alla difesa dell’anarchismo anzi della paralisi della logica, le mani di
Platone non diventa più un’arma contro la possibilità dizio, ma la più forte
ragione per dimostrare la legittimità questo atto fondamentale del pensiero.
Infatti, in primo luogo, monomania del pensiero della cosa per la cosa e della
parola propria « t@ olzsiw X614» è superata. D’altre cognizioni meno POTELE,
Metaph., 1024, b, 33. onE, Soph., 251 b. ORE, Sillogismo è proporzione. da ita
ideata rn ail iure PI Sedi i concrete e
meno semplici s’arricchisce la trama del pensiero, d’altre forme, starei per
dire, d’altre cose più complesse fa d’uopo ammet- tere la possibilità. I
concetti in sè e per sè considerati, fuori del nesso del discorso, xatà
padspiay ovpràoxiy. possono, anzi devono mantenere il loro unico nome ; ma
bisogna capire che essi possono anzi devono essere congiunti dalla mente in un
rapporto d’afferma- zione (o di negazione) o di derivazione, che deve essere
considerato come un’altra cosa, cui spetta un’altra denominazione, la quale
in-. somma non nega punto alle singole cose (soggetti o predicati) il diritto
di essere chiamate col loro proprio nome. Dunque una cosa sola si chiede: che
ogni cosa sia distinta col suo proprio nome, % Sp’ évòc ; ma una cosa è il
concetto, altra cosa è il giudizio ; dunque la possibilità di questa non vieta
la possibilità di quella. E così Pla- tone rispondeva, per così dire, a quella
mania di tutto separare che era così vivace nella sofistica. Quanto all’altra
manìa di tutto confondere, ecco quali furono le concessioni ragionevoli di
Platone. Che cosa sosteneva Prota-" gora ? « Tutto si mescola, tutto
conviene a tutto — réyr VANNI Bbvapuy ye èmizotvovias — (1); la quiete è il
moto, il moto è la” quiete, i contrarj sono identici, ecc. ». Ora anche qui
bisogna distinguere accuratamente la relazione dalla confusione, perchè altro è
confondere, altro è riferire. Quando il pensiero — di sua natura poetico, cioè
creatore — stabilisce relazioni tra gli elementi, non confonde questi elementi
in guisa caotica, fra loro, facendo diventare identici i contrarj, ma, pur
lasciandoli in sè ben costanti e distinti, li collega secondo vincoli di
convenienza (0 sconvenienza) o di derivazione, che dànno origine a nuove forme,
cioè — quasi a dire —a nuove cose, a nuove unità, che possono. corrispondere,
secondo i casi, ora all’errore ora alla verità. Insomma ogni cosa in sè e per
sè resta quello che è, sia quando la si consideri isolatamente, sia quando la
si consideri relativamente ; ma, oltre. a questo essere conforme al principio
di identità e di contraddizione, può essere considerata dal pensiero in una
certa qual relazione, o connessione o mistione (piéto) che costituisce un’altra
realtà. fissa e permanente, presente agli individui e ai fatti, e che permette
il movimento del pensiero. (1) PLATONE, Soph., 252 d. è PARTE SECONDA — CAPO II
51 ptc è appunto il giudizio, cioè la relazione d’un soggetto Jicato che
riconduce l’uno e i molti all’identità per mezzo so — tavròv èv ai moi)d hard
A6oy evopeva — (1). arché questo avvenga non è punto necbssario che le cose si
ondano, che un’idea diventi da se stessa il suo contrario. Quello è è, ma pur
si formano altre determinazioni le quali, a loro sono quello che sono — èvopdrwy
svyrAoxiy \6]0v odotav — (2). giudizio è essenzialmente la posizione d’un
rapporto — anybeors v za fuparov — (3). Il pensiero (dravosioda:) poi «è un
orso che la mente rivolge a se medesima sopra gli oggetti ‘essa considera,
interrogando e rispondendo, affermando e ado » (4). p i titoli per cui la
teoria del giudizio dà a Platone il diritto seggio fra i primi fondatori della
logica come scienza. s Col 61, — Ma il male è che Platone non è ancora capace
di fare idizio una teoria esclusivamente formale cioè logica ; come idee non
sono una pura astrazione analitica dello spirito, » suoi giudizj rispondono
alle relazioni metafisiche delle sue idee. 62. — Ora esaminiamo la teoria di
Aristotele (5), il quale nel dell’Ermencia (mepì spprvetac) dà una definizione
che si riduce mente alla seguente: « Il giudizio è l’enunciazione del- azione e
della negazione ». — (Il logos è l’apéfansi della e dell’apéfasi). ome molti
A., per aver notizie su questo punto, consultano ordi- gli Elementa logicae
aristoteledè in usum scholarum del TREN- G, così sarà bene osservare che questi
Lineamenti sono, per un opera pericolosissima, perchè essi riuniscono insieme,
in un di dottrina, tanti brani aristotelici staccati, remoti e appartenenti e
tra i quali corre un resso logico (?) (del compilatore) che sempre al senso
genuino che Aristotele ha posto nelle sue difetto che vizia tutta l’opera del
T. si fa palese fin da tando il T. nelle Srorwrwosg Xoyizai (lincamenta logica)
per Si dice comunemente che questa definizione aristotelica. del giudizio è
d’indole grammaticale e di natura metafisica (realistica) e, come tale
(extralogica), inaccettabile dalla logica pura ; a) d’indole grammaticale
perchè considera il giudizio « quale A60s amopayirnde (dictum enunciativum) il
quale può essere vero 0 falso » ; 5) di natura metafisica « avendosi riguardo
della realtà ogget- tiva, quale criterio della verità 0 della falsità
dell’asserto » (1). $ 64. —Io credo esa, gerate queste opinioni. In primo
luogo, perchè, considerando bene tu tta la teoria aristotelica del giudizio, si
ca- pisce che la definizione si fonda non tanto sopra considerazioni
ricostruire il pensiero aristotelico « del giudizio e della verità » in ordine
alla teoria del concetto, cita : $ 1. Ev ole zai xò Weddos xal xò dIndée, aivdeote
tic Tn vonpatwy Gorsp v Gvtwv (de am. III. 6. p. 430 a 27 sq. BEKKER). rspi yàp
oivisaw ai Bialpealy Fot Tò debdée te uoi cò GImdse. x. 7. 2. (de interpr. e.
1. p. 16 a 12). Dove il lettore vede subito che il 1° brano (de an.) parla del
giudizio come d’una « cotal sintesi » (civteoic vie); mentre il 2° (de
interpr.) ne parla come di una composizione e divisione; messi insieme vengono
a dire: « dove c’è il vero e il falso c’è una cotal composizione » ; «
perciocchè nella composizione e nella divisione c’è il vero e il falso » (Cfr.
pure la trad. latina del T.): « In quibus et verum et falsum cernitur, in iis
jam notionum, quasi unum sint. quaedam. compositio. Versatur enim
in compositione ac divisione et falsum et verum ». Ora, qual legame logico si può
stabilire tra i due sensi ? Nessuno; anzi il Yép assume dopo il primo brano un
aspetto a dirittura grottesco, i Lo stesso inconveniente si riscontra volendo
tener conto del nesso logico. che intercede fra il secondo ed il terzo passo:
“Lots dANdese: piv 8 tò îayone hévoy oîbneavos Bnpodar xal cò cuyazinevov
ovyuetodat, Epevotar di Evavtime Èxoy 7 tà npdypara. (metaphys. (0). IX, 10, p.
105, 1 b. 3). Itaque is verum. fudicat, ete. Dove è per lo meno meraviglioso
che il T. non abbia tenuto conto del prudente consiglio di Aristotele, il quale
dice che « per giudicar vero, bisogna tener diviso quel che è diviso » mentre
qui, e subito nel 1°, sono composti per forza tre discorsi (de anim., de
interpr., metaphys.) che dànno origine ad un concetto tanto vero quanto è
quello del TpaysXxpog. (1) Cfr. NaGy, Principj di logica. Torino, Loescher,
1892, pag. 56. A questo riguardo poi si cita: 1 per a) ARISTOT. De enune. 4:
ton dì Abyos &nac pèv Inpavmizòde... dro puvunòg dì cò mas, dI èv @ tò
Tindesw 7 debdeota: frdpyst per db) ARIST., Metaph., V, 10: wars dImveser piv 8
tò Tiypnpivov cib uevos Simpfioda: nai cò ouyusipevov ouyxetoda:, Sbevotat dè é
Svavtims yy Frà npdyuata. Pi. E, flo
grammaticale quanto sopra un principio essenzialmente sulla distinzione cioè
della qualità (affermazione e nega- 1 catàfasi © apòfasi), dalla quantità del
giudizio. Il concetto che Aristotele si forma della qualità del giudizio è
molto vicino concetto di relazione che ci propone la logica pura. Ciò appare
‘aramente nella enunciazione del significato della catàfasi e apéfasi. «
Affermazione è poi l’enunciazione che riferisce una ad un'altra e negazione è
la enunciazione che rimuove una da un'altra » (1). Dunque si può affermare che
il sommo ririta, superati gli ondeggiamenti dello spirito filologico (2), nobbe
che il vero e proprio fondamento logico del giudizio è one delle relazioni.
secondo luogo, perchè l’elemento realistico nella definizione ca appare
soltanto dall'espressione « tivos età tivos, tivOS » che si interpreta come un
appello alla realtà oggettiva, ptesi che questa interpretazione metafisica si
trovi confer- i dalla sentenza : « épotws dè oi Adyor dindeic Gorep tà mpdr- ),
edai passi analoghi a quello che fu riportato nella nota inte per il caso b).
Ma tale interpretazione è arbitraria e successiva troppo discutibile. Infatti
come si devono De interpr., c. 6, p. 17, a 25: xatapuos dé gomuv andpavols
tIVOG lipari BE domv Andqpavoals tvog And twvos. ICHMiLLER, nel suo Studien zur
Geschichte der Begriffe, la X6yaw viene già usata nei varj significati di
cogliere contare, numerare, raccontare (attività ideale), parlare; ficati
molteplici di leggenda, storia, aneddoto, parola cioè : concetto, e per
estensione : ragione (Parmenide), ; ece. In breve, si può dire che dal senso
pri- e, si sviluppò l’idea di contare, calcolare, :; ma siccome l’attività
dell'intelletto mamente col linguaggio, così il termine prese il significato di
raccontare, e X6y0g quello si giunse poi al parlare ed alla parola. Dalla , in
virtù della stessa radice X5y, si giunse ad espri- del discorso, il sapere, il
raziocinio ed infine la ‘ale è il senso molteplice che gli autori anteriori ad
Era- ., 6.1, p. 19 a 33. ie i Ù 54 SILLOGISMO E PROPORZIONE intendere queste
cose, questi logoi e questi pragmata che son veri | come i logoi ? $ 65. —
Secondo me, l’appello che si fa qui alle cose ed alla loro natura si deve
intendere dal punto di vista puramente simbolico e for- male, come un appello,
insomma, non alle cose ma alle loro relazioni. Il vero è che Aristotele capisce
che, oltre alle parole che ci for- | niscono l’espressione ordinaria delle
relazioni logiche anche le cose possono servire al medesimo intento,
funzionando da modelli. Quindi, svincolandosi dalle restrizioni linguistiche,
egli intravvede la possibilità di tanti altri ordini di rappresentazione delle
quantità e delle relazioni logiche, dalle rappresentazioni grafiche e letterali
di _ cui farà uso — sebbene troppo scarso e rudimentale — nel seguito, _ alle
rappresentazioni più concrete che si possono ottenere interro- gando le cose e
i fatti della realtà oggettiva nei loro intimi rapporti ; poichè solo la forma
comune, solo i rapporti comuni ci assicurano — della verità delle conoscenze
ottenute col ragionamento. Considerazione metafisica questa ? Non mi pare, ed ecco
perchè: Nel pensiero aristotelico era già chiarissimo questo principio: i rap-
porti delle parole (quando queste corrispondono esattamente ai concetti) sono
in qualche modo corrispondenti ai rapporti delle cose e dei fatti. Donde segue
che per lui il criterio della verità e della falsità dell’asserto può
rintracciarsi non solo nell’esame delle parole e dei fatti linguistici che sono
la prima e naturale prospet- tiva dell’intelligenza, ma nella considerazione
dei rapporti di qua- lunque ordine di cose e di fatti della realtà oggettiva
perchè « 6potws dì oi Adjor dAndetc Gorep rà rpdfpara ». ] Donde si scorge che
Aristotele quando è sul terreno della logica non si interessa direttamente alle
cose della realtà oggettiva per la. loro natura metafisica. i La sua
preoccupazione essenziale invece è quasi una sola: la. preoccupazione logica
delle relazioni; sia che s’elevi alla considera- zione delle relazioni astratte
delle cose e dei fatti della realtà logica, sia che s’elevi alla contemplazione
delle relazioni astratte delle cose e dei fatti della realtà naturale, poichè
tra i due ordini di relazioni — egli intravvede la possibilità d’una
corrispondenza formale, Contro coloro, pertanto, i quali affermano che « la
logica d’Ari- stotele è in intimo rapporto colla sua metafisica, colla sua
teoria e pal | PARTE SECONDA — CAPO Il 55 nza e dell’atto, e che solo per un
eccesso di l'hanno staccata » (1), si potrà almeno a del giudizio la
distinzione analitica è anto non si creda comunemente. e, della pote gi i suoi successori
‘zostenere che nella teori. n olto più giustificabile di qu Aristotele ha
capito benissimo che il giu- espressione d’un rapporto. Ein più luoghi o
dichiara esplicitamente. Il verbo che adopera per indicare la Rei ula tra
soggetto © predicato non vuole significare altro che s 0 non stare, essere in
rapporto con, convenire (0 non convenire) Questa interpretazione del verbo non
è arbitraria perchè Ari- sle insiste, come vedremo anche in seguito, sopra il
fatto che lì elementi della proposizione passa © deve passare un certo arto.
Quando indica le regole per stabilire le conclusioni dei non dimentica mai di
avvertire che « v’ha necessità che dei termini sia messo in un certo rapporto
con l’altro », ltrimenti i dati saranno inutili (2). ’er completare la
dimostrazione che Aristotele ha sempre consi- ito il giudizio come un rapporto
si rivolga l’attenzione a tutti oghi seguenti raccolti nella Zopica per sapere
se i termini È al soggetto siano e non siano proprj ad esso, intendendo il
‘mine proprio nel senso di in relazione conveniente con. dapprima, quando si
confuta, esaminare ciascuna delle tto di cui sì pretese dare il proprio e
vedere se questo >n appartenga realmente a ciascuna di queste cose, 0 si
d'essere vero sotto il rapporto del soggetto in que- ‘essere il proprio di
ciascuna delle cose sotto il i di cui si pretese dare il proprio, ecc. ». «
Quando .... bisogna vedere se il proprio è vero..... per cui si tratta » (8).
quando si vuol stabilire o si vuol confutare la | studiare la natura del rapporto
che passa | predicato della proposizione di cui si tratta. $ 66. — Insomma,
dizio non è altro che 1’ ver et G. SEALLLES, Mist. 2, 1. Philosoph. Paris,
Delagrave, 1899, ; p., I, 26-5. 4.
Questo anzi è uno dei punti cardinali di tutta la Topica aristotelica,
Donde si vede che la teoria dell’affermazione e della negazione dei giudizj
resta assorbita per intero nella teoria della relazione giu-. dicativa.
Finalmente ricorderò che negli Analitici post., trattando dei rapporti delle
questioni fra loro relativamente ai loro termini medj, si fa menzione dei
termini che devono essere uniti nei giudizj neces- sarj alla formazione dei
sillogismi, come di termini che devono. entrare fra loro in rapporto, nella
stessa guisa che entrano in rap porto i fenomeni naturali di cui si tratta (1)
aristotelica del giudizio, purgata delle erronee interpretazioni d’indole
grammaticale e metafisica, è riconosciuta nel suo vero e proprio fondamento
logico che è l’espressione pura e semplice: delle relazioni concettuali. $ 68.
— Circa la divisione del giudizio secondo la quantità ed al significato da
attribuire al soggetto, alla copula e al predicato nota è la somma della
dottrina aristotelica. Dunque, quali che siang le objezioni che si possono
muovere a questa dottrina, resta i fatto che Aristotele si avvicinò in modo
assai reciso alla defi ni. zione strettamente logica del giudizio, isolando il
concetto specifico della relazione pura. Ma la logica posteriore perdette di
vista i genuino disegno aristotelico che del resto s’intuisce a mala per solo
adesso, tanti sono gli appiglj, le oscurità. le imperfezioni e lé inesattezze
di indole extralogica a cui dà luogo. ] Ma abbandoniamo nuovamente le ricerche
storiche perchè sebbene col progresso dei tempi e degli studj non sia mancata l
potenza di isolare la forma pura del giudizio e di studiarla per s stessa,
tuttavia la teoria del giudizio come rapporto puro non fi ancora concepita,
neppure dai logici contemporanei, nella sug intiera purezza, (1) Analyt. post.
TI, 25, $ 1. ————T —_— ici nei tom | nn E "dii | n SETTI CEI è Sai. LI o.
e = “po #2 Ù da Ione. PARTE TERZA ogismo come proporz DAL VA PS CAPO I.
RICERCHE TEORICHE _—_ , — Dalle analisi precedenti noi sappiamo già che : \jl
concetto si può considerare come un numero (Part.I.c. 1); i giudizio si può
considerare come un rapporto (Part. II c.1). olo presente dimostreremo che : 39
il sillogismo si può considerare come una proporzione (1). rò, prima di dare la
dimostrazione diretta di questa tesi, ci mo un istante a dimostrare una proposizione
preparatoria, in ogni sillogismo mediato categorico semplice la conclu- deduce
da tre premesse e non da due, come si afferma ine- te dalla logica classica.
Poniamo anzitutto le definizioni seguenti. e ione di una relazione logica
qualunque (sia ‘a concetti, o fra relazioni di concetti, 0 fra rela- deduzione
necessaria di un giudizio (conclu- izj (premesse). Ora si noti che in ogni
sillogismo la educe nè da premesse qualsivogliano, avvici- fra loro, nè da
alcuna delle premesse, per inate cioè necessarie e sufficienti alla costru-
separatamente considerate l’una dall’altra; i già addotte ai $$ 1, 2, 3, non
possiamo dare alcuna tte se il sillogismo sia o non sia il pensamento del con-
L zio, cioè una formazione filosofica, conforme, per esempio, speculativa del
Croce. L'unico punto di contatto fra cotesta sembra questo, che anche
nellalogica comescienza analitica ‘pensare il sillogismo come connessione. i |
À i | Th die 60 SILLOGISMO E PROPORZIONE la conclusione invece si deduce dal
loro insieme cioè dalla condizione! orelazione logica che intercede fra i
giudizj premessi e in cui s raduna la funzione congiuntiva del termine medio.
Ciò posto, si deduce che in ogni sillogismo mediato categorico semplice, oltre
alle due relazioni esplicite corrispondenti alle due premesse ordinarie, esiste
una terza relazione implicita esprimente la condizione logica che intercede fra
le altre due, e propriamente | la funzione bilaterale del termine medio, in
virtù di cui si deduce la quarta relazione esplicita che dicesi conclusione.
$71. — Questa terza relazione, sebbene appaia essenzialmente inerente al
sistema delle premesse perchè contiene la condizione della loro legittimità, in
sostanza è la condizione di possibilità del sillogismo ; ed essendo sempre
esprimibile in un giudizio, perchè il giudizio è l’espressione di una relazione
logica qualunque, si. deve considerare come la terza premessa indispensabile d’
ogni. sillogismo mediato categorico semplice, $ 72. — Il modo poi di rendere
esplicita questa terza premessa, implicita nel sistema delle premesse, è ovvio.
Data, per esempio, la combinazione seguente : MP \ SM SP che è la prima figura
sillogistica, e posto, per maggiore chiarezza che si esprima con % e le
funzioni dei concetti o termini del sillogismo @, d, c, e propriamente con 9 la
quantità d’ogni giu- dizio, con $ la qualità, con « il termine minore, con e il
maggiore, con d il medio, con : il rapporto giudicativo fra i due concetti,
modo da avere la forma tipica : ® (0): (c) [1] (a) :4 (0) (a) : (0) si ricava,
come terza premessa, la relazione : [2] (0) :9 (0). Lia | 0‘ I 61 î quale è
facile riconoscere, in primo luogo, che questa azione deve sempre essere
connotativa e subordinativa, i; irimere la subordinazione del contenuto
dell’estensione del ‘soggetto al contenuto dell’estensione del predicato, per
non slegare assolutamente le due altre premesse(1) in conformità del principio
| assiomatico di inferenza che ogni subordinazione costringe ed è ‘essenziale
al sillogismo ; in secondo luogo, che la caratteristica ge- nerale che assume
il sillogismo quando sia esposto completamente ‘come segue : p(0) : (€) p(a):
(6) [3] 9 (0): 4(0) p(a): 9 (0), | è di essere l’estrinsecazione completa delle
relazioni dei suoi termini, — in conformità della regola seguente: tante
proposizioni quante Tornando alla terza premessa, che d’ora innanzi chiameremo
semplicemente premessa media, senza troppo insistere sul fatto he essa esplica
la mediazione qualitativa (contenuto) del sillogismo, cioè l’unità dialettica
che è organo essenziale della nozione dedut- mi sembra opportuno aggiungere che
i due estremi a e c in i sillogismo sì propongono come essenzialmente semplici,
il invece si propone come essenzialmente duplice e come tale estremi in due
sensi di cui ciascuno deve differire dal- chè il medio non perda la sua natura,
ossia non cessi iedio (2). Possiamo ora domandarci se, anche con un esempio
ver- que, la nuova premessa si possa esprimere con una pro- chiara, semplice e
intuitiva, sebbene questa possibilità sia inutile alla dimostrazione della
logica pura. Pigliamo anche ( ) Gli antichi avrebbero detto: «per evitare la
quaternio terminorum ». (2) Su questo punto ho potuto trovare la dichiarazione
seguente del rr : «Il medio, analiticamente, consta di submedj da
suddistinguere Uto, ma questa riflessione infinita di submedj non insegna nulla
se \e il prineipio della subordinazione nel quale il medio è subordinato dio ;
bisogna poi notare che il subordinante e il subordinato si con- Mr - il modello quasi idiotico che si adopera per
far comprendere la teoria elementare del sillogismo ai giovinetti che
frequentano le scuole secondarie : tutti gli uomini sono mortali; Socrate è
uomo; dunque Socrate è mortale. i Risulta dalla [2] che la premessa media,
dovendo essere conno- tativa e subordinativa ad un tempo, diventa : «il
contenuto di tutti gli uomini è contenuto di un uomo » il che, in altre parole,
significa : « ciò che vale per tutti gli uomini vale per un uomo », propo-
sizione questa tanto chiara che non desidera altro commento. $ 74. — Tuttavia sarà
bene ritenere che la premessa media in ogni caso esprime ancora l’esistenza del
termine medio (come classe. non nulla). $ 75. — Riassumendo, segue che la
premessa media, oltre alla sua funzione indispensabile come espressione della
relazione delle altre due premesse, oltre all’affermazione dell’esistenza del
termine medio, serve in sostanza a stabilire, secondo la vecchia termino-
logia, la subordinazione, quanto al contenuto dei due sensi esten- sivi del
termine medio, cioè la sua identità relativa o unità, dal punto di vista di
quel principio che fu detto la regola o il motivo. principale (« leading
principle » PeIRCE) del sillogismo (nota notae.. o dictum de omni.....). È
Questo principio si può anche esprimere così : «in qualsivoglia, classe non illusoria
di concetti ciò che vale pel contenuto del tutto estensivo vale per il
contenuto della parte » (1). cludono infine nella reciproca subordinazione, e
propriamente nell'unità: concreta subordinativa di sè. Quindi la verità della
mediazione, ossia la ve- rificazione d’essa, è la conclusione ». (P. CERETTI,
Saggio circa la ragione logica di tutte le cose, Vol. II. Esologia, Parte I,
pag. 99. Torino, Unione Tipografico» Editrice, 1890). &: Esaminerò più
tardi, anche da questo punto di vista, tutta la dottrina. logica di questo
filosofo che mi occupa da parecchi anni. (1) Qualora si voglia proporre il caso
d’un sillogismo in cui il termine medio sia universale e soggetto in entrambe
le premesse estreme, comé nell'esempio che segue addotto dallo SCHROEDER : « il
potassio galleggia sul l’acqua, il potassio è metallo, dunque alcuni metalli
galleggiano sull’acqua», per obiettarei che sarebbe affatto tautologico dare
alla premessa media il ia © 7 | Ra và
ato avvertire che la funzione del termine medio, nte maniera d’intenderla, non
resta invariata sebbene e due premesse abbia luogo la ripetizione pura e
semplice cetto. ’ 1 fiore del concetto non è il concetto. Così, posta
l’afferma- zione simultanea (1) (sillogismo tra classi) : @ agb.boc, sarebbe
inesatto affermare che nelle due relazioni la funzione di 6 resti sempre
invariata, quantunque resti invariato b. valore seguente: « ciò che vale per il
potassio vale per il potassio » ; basterà ‘dunque notare, in primo luogo che
questo modo A A I° è debole perchè non ioddisfa alla proprietà fondamentale
della convenzione sillogistica, in secondo go, che la premessa media, avente
qui la forma dei giudizj affermativi toto- i quindi estranea ai tipi A, 1, E,
0, dovrebbeessere intesa come la piena rma della subordinazione denotativa e
connotativa del termine medio, della sua unità, sebbene già evidente persè;
finalmente, che per essa si bilisce l'esistenza del t. medio come classe non
illusoria. 1) Sebbene nei $$ ant. si sia fatta la convenzione di esprimere
tutte le affer- ioni giudicative col segno del rapporto, qui si continua, per
un istante, ‘usare l’enunciato ordinario fondato sull'impiego dei segni della
dedu- rima, della inclusione e dell’eguaglianza poi, i quali tuttavia non tro
che casi particolari della relazione in parola. Però s'intende che ‘obiezione
quanto la risposta devono estendersi a tutte le forme possi- relazione.
L'abbandono della convenzione introdotta nel $ 51 non iomentaneo e ispirato
dalla opportunità di lasciare all’obiezione tutta ia sua forza ordinaria,
conforme ai testi che si criticano volta _m ante ricordare, che questa teoria
delle tre premesse fu intrav- Mini nella sua logica. Ecco come si esprime al
proposito : do alle proposizioni presupposte per la necessità di giustificare
ione delle proposizioni, è necessario distinguere i sillogismi in due e
chiameremo « sillogismi indipendenti », e « sillogismi dipendenti ». pismi
indipendenti sono quelli, nei quali una delle tre proposizioni con- tiene la
ragione che giustifica la deduzione della conseguenza ; i dipendenti, quelli,
ne’ quali quella ragione rimane sottintesa, e però essi dipendono da | una
ragione dialettica non espressa nel sillogismo stesso ». 549 : Scolio : « non |
gi confondano i s. indipendenti con quelli che hanno una proposizione evidente.
ccioechè un sillogismo entri nella classe degli indipendenti basta che la gione
della deduzione dialettica sia enunciata in una delle tre proposizioni 8î deva
ricorrere per inferirla ad una proposizione sottintesa estranea è tre
proposizioni del sillogismo. Il seg. è un sillogismo dipendente: «L'uomo d è 3
Me i x ‘G È PE Pero "ttt e LI PI Ri a, LR 2 Wien te ite E pe tenta È chiaro infatti che nella espressione a ;) 6
(la classe a è contem nella classe 5), la funzione di d significa propriamente
« classe d classi » mentre in dc (la classe è è contenuta nella classe e), la
funzione di d significa propriamente «una classe individuale» cioè «una classe
in unaclasse di classi », Nel primo caso, è, per la funzio Le che compie, è un
contenente, cioè propriamente quello che si intende per classe ; nel secondo
caso, è è un contenuto, cioè propriamente quello che s’intende per individuo
d’una classe. Quindi, posta ki affermazione simultanea agb.b0c, vano è lo
sforzo di crederi che la funzione del termine medio è sia sempre considerata ad
uni modo, cioè come classe, perchè, lo ripeto, una classe contenuta ir una
classe di classi può sempre riguardarsi come individuo d’ mi classe, mentre una
classe di classi contenente fra l’altre una dati classe è da riguardarsi sempre
come classe di individui, Da ciò ap pare evidente la notevole differenza nel
senso di d che avvieni anche nel sillogismo tra classi e la natura e il valore
della terza pre messa che si fa interprete del vincolo sillogistico. È è un
essere ragionevole : Tizio è uomo : Tizio è un essere ragionevole ». Qu la
ragione dialettica della conclusione è sottintesa, la qual ragione si è i
principio universale : « ciò che si dice della specie si deve dire
dell'individuo Volendosi formare un sillogismo indipendente dove la detta
ragione venisst espressa converrebbe dire così: « Ciò che si predica della
specie si deve pre dicare dell’individuo, ma della specie umana si predica la
razionalità, dunqu la razionalità si deve predicare anche dell'individuo Tizio
». Ma quest sillogismo propriamente parlando ha quattro proposizioni: « Ciò che
si pre dica della specie si deve predicare dell’individuo. Della specie umana|
predica la razionalità; Tizio è un individuo della specie umana; di Tizid si
deve predicare la razionalità». Nei sillogismi dipendenti, dunque, ci hanno
quattro proposizioni, se deve essere espressa tutta l’argomentazione». 550 « La
prima di queste quattro proposizioni è necessaria per giustificare la de du-
zione che si fa nelle altre tre. « Ma... la forma può sempre esser perfetta co
iù tre proposizioni nei sillogismi indipendenti, e con quattro nei sillogismi
dipendenti ». j E nello scolio seguente 551 : « Ogni qualvolta in questi ultimi
quella prima. proposizione è evidente o consentita universalmente, si suole
sottintendere, e così il sillogismo dipendente comparisce come avente tre sole
proposizioni Il che spiega come si deva intendere la definizione data che
assegna al sil-. logismo solo tre proposizioni. Il sillogismo se è dipendente
ha tre proposizioni. proprie di esso, ma tali che sottintendono un principio
dialettico, che giustifica il nesso ; il quale principio si riduce in ultimo,
come noi meg vedremo, « nel principio di identità », che essendo evidente, è il
postu Per ciò che riguarda la semplicità della teoria sillogistica e; infine
osservare che la terza premessa, posta in luce dalle ‘Sresenti ricerche, ha il
vantaggio di introdurre esplicitamente nel- l’organ vanismo sillogistico quella
relazione fondamentale alla sua | che finora, con varj nomi « principio
assiomatico di in- ferenza o di deduzione, » dictum deomni..., nota note CON
ece., restò, campata in aria come la volontà impervia del sillogismo, invocata
sempre pel compimento del processo deduttivo, ma investita d’un carattere
pressochè divino alla guisa del demiurgo di Platone. Potendosi ora dimostrare
che l’espressione di questa terza pre- messa compie l’estrinsecazione logica di
tutte le relazioni implicite nel sillogismo e si rivela necessariamente
congiunta ad esso come ragione immanente unificatrice, in conformità della
regola ac- cennata «tante proposizioni quante relazioni », si capisce
facilmente che la decisa soppressione del carattere trascendente del principio
comune e antecedente a tali sillogismi : se poi il sillogismo è indipendente,
riceve nel suo seno quello stesso principio o espresso nella sua forma univer-
salissima ; nel qual caso non ha bisogno d’esser nè dedotto, nè provato, o in
altre più vicine all'applicazione, nel qual caso ha bisogno d’esser ridotto
alla prima forma, acciocchè sia giustificato ». 552: « Pure, assolutamente par-
lando, il sillogismo ha tre sole proposizioni, in questo senso, che c’è un sil-
Jogismo primo indipendente e fondamentale, da cui vengono tutti gli altri,
questo è lo schema: « Due cose eguali ad una terza sono eguali fra ma il
termine A è eguale al termine B, e al termine C: dunque il B è eguale al
termine C ». La maggiore si riduce al principio di o riportato integralmente
questa lunga citazione per fissare bene a del lettore sui limiti e sul valore
del contributo che le presenti portano al problema del sillogismo. Si vede,
senza più, che il RosmInI giunge alla teoria del sillogismo dipendente, con
quattro proposizioni, non | già per virtù dell’interpretazione relativa del
principio assiomatico, come | S'è fatto da noi al $ 70, nè per virtù del
principio di proporzione, che è la ragione unica ed essenziale del processo
sillogistico, come si vedrà tra poco, uma per via d’una intuizione, ben
ragionevole in fondo, ma priva d’una | (limostrazione analitica veramente
esauriente. Per veder ciò basta rileg- gere il n. 552. Quel sillogismo primo
indipendente e fondamentale, da cui vengono tutti gli altri, che dovrebbe esser
composto di tre sole pro- posizioni, assolutamente parlando, è în vero composto
di quattro propo- sizioni; perchè la minore (che è un giudizio composto)
contiene le due o) il termine A è eguale al termine B; b)il termine A è eguale
al termine 0. ‘8 — PASTORE, Sillogismo e proporzione. | sia eguale al secondo;
avremo l’espressione : assiomatico segna
un punto di progresso della logica contemporanea, relativo al fondamento del
sillogismo, | $ 77. — Passiamo ora alla dimostrazione della tesi che riguarda
il sillogismo come una proporzione. (S'intende per proporzione una eguaglianza
di rapporti). Riprendiamo in esame la : p (0) : % (e) [8] (a) : © (0) (6) : +
d) p (a) : 4 (0) | in cui abbiamo data ad ognuno dei quattro giudizj la forma
più propria d’un rapporto (in conformità della convenzione stabilita al$ 51. Si
vede chiaramente che qui abbiamo quattro rapporti distinti sebbene composti con
tre soli concetti a, d, c : i O RE ch RIMA O GARE dC , . d(e)" (0)
#0)" %(0) Siccome sappiamo che i due primi rapporti (premessa maggiore e
premessa minore) formano un’affermazione simultanea nel sillo: gismo,
supponiamo che anche gli altri due (premessa media e ca n: clusione) siano
legati nella stessa maniera e che il primo prodotte 20) g(a) _ £(5) p(a) d(c) ©
(6) (0) (0) facilmente riducibile alla proporzione seguente : (0). PO) _ pla).
pla) [4] 5 ali #0) 406) 4) $(0) Operando analogamente sopra la : P (0) : ® (0)
[1] (a) : 4 (0) p(a) : (0) si ottiene la : [6] (6) , ® (a) = g (a) } (e) (0)
(0) — CAPO I - 67 feri isce dalla : 9
g(0) 9(0) _ 906) e(0) [4] sO 40) 40) 409) p (6) (premessa media) che in [1]
e[6] cioè solo } orto nel li io ordinario, è sottinteso senza pericolo (1). »
Menguagnio a È ; i testo è sufficiente i. è dubbio che la dimostrazione addotta
nel ò n SEAN "a tesi: sempre nel caso che valga l'ipotesi del $ 77, cioè /
‘ fiiesto caso — al segno della deduzione si possa sostituire il segno a.
Tuttavia aggiungerò alcuni schiarimenti che DOVERERO tare qualche vantaggio a
chi non avesse ancora bene inteso l’anda- ato della dimostrazione.
L'espressione ordinaria della sillogistica dice : la) prodotto della maggiore e
della minore si deduce necessariamente la ione » ; l’espressione proposta nel
presente metodo dice : ‘ il pro- della maggiore e della minore è eguale al
prodotto della media e della ione ». In base alle convenzioni fatte, la prima
espressione diventa la p(b) pla) _ ea) (ce) 4 (0) % (e) seconda espressione
diventa la (0) p(a) _ (0) ? (a) ve) d(0) (0) $(0) (0) eche queste due
espressioni differiscono solo pel fattore: “;(p) ‘ | alle due relazioni
esplicite ordinarie, bisogna aggiungere una implicita nel sistema delle
premesse, che è appunto la [2]cioè dedurre la quarta relazione, che dicesi
conclusione. la [4]è eguale alla [6], cioè che l’espressione ordinaria dovendo
essere completata opportunamente colla pre- e appartiene di necessità al
sistema delle premesse, alga l'ipotesi del$ 77 — now è che l’enunciato
incompleto d’un rio di quella proporzione che è fondamentale ad ogni deduzione
sillo- Ora non resta che da ascertarò l'ipotesi del $ 77, cioò da vedere se
teoria, oltre a non ineludere contraddizione nè in sè stessa, nè con î
‘principj noti e certi, nè coi fatti che deve spiegare, sia verificabile real-
m questi fatti ed in accordo completo con essi. E ciò è appunto quanto si
ricerca nel testo a cominciare dal $ seguente ; e la ricerca si chiude |
verificazione completa dell'ipotesi. pi sale’. se 68 $ 78. — Vediamo ora se da questa ipotesi si
possano dedurre delle conclusioni che siano d’acecordo coi fatti, affinchè
l'ipotesi. introdotta nel $ precedente trovi la sua completa verificazione, A
tale scopo, dato lo schema della proporzione fondamentale ; [5] CASE AREA LI
d(0) = $(0) d(e) = 4(0) 6) _ P(0) . (a) b cioè : (p. mag.) : (p. med.) =
(cone.) . (p. min.) poniamo che per ognuno di questi quattro rapporti in
proporzione salvo il primo dei medj (corrispondente alla premessa media) che,
per le ragioni espresse antecedentemente, resta sempre invariato eguale ad A,
le funzioni e % possano essere combinate in guisa da produrre una relazione
qualunque del valore A, I, E, O (1). Queste convenzioni ci permetteranno di
rappresentare con una proporzione tutti i modi possibili del sillogismo
contemplati dalla logica classica, e quel che più importa di risolverne
immedia- tamente tuttii problemi, Infatti, dalla convenzione antecedente
risulta che i modi possi- bili sono 64 cioè : pe —__ (e) (6) % (5) il che
s’accorda col calcolo della logica classica. Inoltre, in conformità della
proprietà fondamentale delle pro- porzioni aritmetiche porremo anche per le
proporzioni sillogi- stiche i seguenti teoremi : 4(per LO) sed por E (A) x 4
(por LA) x 1 (por PO) è (0) 4 $ 79. — TEOREMA 1° — In ogni proporzione
sillogistica il pro-. dotto degli estremi è eguale al prodotto dei medj. I
Così, dato il modo Darii, cioè la proporzione A:A=I:;I si avrà AI= ALT Infatti,
scritta la proporzione proposta sotto la forma S = Fa moltiplicando i due
membri dell’eguaglianza per A I e riducendo si î ottiene AI= AI; che è quanto
si voleva dimostrare, (1) Cfr. $ 52. Con
questa proprietà si verifica se quattro giudizj sono in pro- ‘zione
sillogistica. 0. — Corollario. — Sono legittimi quei modi in cui il pro- o
degli estremi (premessa maggiore e premessa minore) è al prodotto dei medj
(premessa media e conclusione); il significa solo quelli che corrispondono
veramente ad una pro- ti. — Se poniamo la combinazione seguente E : A= O : A,
‘come è evidente, il prodotto degli estremi (E A) non è eguale dotto dei medj
(A 0) si conclude che il modo sillogistico è . E questo concorda precisamente
con quanto s’afferma a classica, perchè tale modo corrisponde tanto a EAO* E A
0' che sono entrambi rifiutati perchè deboli in base regole sillogistiche. —
‘Trorema 2°—Inversamente, se si hanno quattro giudizj tali il prodotto di due
sia eguale al prodotto degli altri due, questi giudizj formano un sillogismo,
di cui i due fattori di uno dei si ha, per es, EI= AO, dividendo ambo i membri
EI AO ‘ E _ 0 ri ST Sti e riducendo, si ha TUNER I, cheè quanto si voleva
dimostrare. proprietà fondamentale della proporzione ricava la regola per
trovare uno qualunque dei quando sono dati gli altri tre (Regola del tre età
conviene osservare che se è giusto par- one, tuttavia non sarebbe esatto consi-
del sillogismo, per esempio, l’aristotelica, ivalenti ione della proporzione ;
giacchè colla def. ari- lica deve intend esclusivamente l’indicazione del
processo di porzionalità per cui si ottiene la soluzione dei problemi compresi
sotto pa denominazione di Regola del tre s , vale a dire l'applicazione pura e
semplice delle proporzioni. È per ciò che già antecedentemente (cfr. $77 mota)
l’espressione ordinaria del sillogismo non fu considerata che come l’enunciato
incompleto d’un corollario di quella proporzione che è fonda- mentale ad ogni
deduzione sillogistica. equivalenti alla defini sono i due estremi, ed i due fattori
dell’altro sono i due medj. ie ine 1 +” vi 70 Osservazione 1° — Rammentando che
nella convenzione della logica classica uno dei medj (1° conseguente della
proporzione), corrispondente alla premessa media, è sempre invariabile e noto
(A), quindi facilmente sottinteso nel linguaggio ordinario, si potrà capire che
il principio generale seguente : « di ogni proporzione sillogistica dati tre
giudizj, si trova il quarto; se è un estremo, dividendo il prodotto dei due
medj per l'estremo cognito ; e se è un medio, dividendo il prodotto dei due
estremi pel medio noto », viene ad assumere la forma seguente: in ogni
sillogismo, data la premessa | maggiore e la minore, si trova la conclusione
eliminando il. termine medio e inoltre, che i tre giudizj che vengono dati per
la soluzione sillogistica non devono essere sempre gli stessi (pre- messa
maggiore, premessa minore e conclusione). 4 È bene tener presente questa
osservazione per evitar di attri-. buire alla ricerca del rapporto tra il
cosidetto termine minore e il cosidetto termine maggiore del sillogismo
un’importanza soverchia, come invece si fa disavvedutamente dalla logica
classica, la quale soltanto al suddetto giudizio ha consacrato il nome di
conclusione, | In verità, uno qualunque dei quattro giudizj che compongono il
sillogismo può essere considerato come conclusione degli altri tre, quando si
tratti di dedurlo dagli altri secondo la regola. Parimente si noti che la
logica classica contempla solo il caso in cui dall’affermazione simultanea
della premessa maggiore e della [mp P0)<%(0 ci ; agb.b9e.9.a906, ato
p(a)<%(c Osservazione 20 — Finalmente, si osservi che la presenza dei
quattro rapporti giudicativi nel sillogismo (premessa maggiore, p. minore, p.
media, conclusione) non impedisce che i termini l sillogismo siano solo tre
(m'nore, medio e maggiore), perchè la sillogistica aristotelica contempla solo
il caso della proporzione sillogistica continua, in cui cioè i due termini medj
sono eguali. Na aio siede tie - PARTE TERZA — CAPO I 71 i inutile rilevare che,
posto ciò, la proporzione sillogistica è termini diventa la seguente : sim=M:P;
» traggono origine appunto i quattro rapporti giudicativi sud- e si ricava che
: "” termine medio d’ogni sillogismo categorico semplice è ‘©
sroporzionale fra i due estremi, cioè che m è medio propor- D propo fra se pi
dala 4 : A ici in proporzione sillogistica continua, il rap- del primo al terzo
è eguale al prodotto del rapporto del primo p per il rapporto del secondo al
terzo, cioè data la pro- sim=M:Pp, (s:p)= (s:m).(m:P), ch » è ‘appunto eguale
alla q (a) _ g(a) (0) do) 40° #00) i ‘espressione corrispondente alla regola
ordinaria del sil- $ 77). Il che si esprime comunemente dicendo : « due a terza
sono eguali fra loro », e rivela l’origine oprietà transitiva. ano da questi
nuoyie così semplici metodi ma sillogistico aggiungerò qui il calcolo dei ni
del ismo, alla condizione espressa forme dei giudizj suscettibili d’entrare in
he le seguenti A, E, I, 0, e che la premessa schiarimento ricorderò che, in
base alle conven- ogni sillogismo è una questione e più propriamente a da
risolvere cioè un’equazione. La questione poi 72 SILLOGISMO E PROPORZIONE dii P
3 consiste nella ricerca di un ente altri enti conosciuti (premesse) d che ogni
sillogismo mediato ca zione sillogistica ad una incogn: guente : incognito
(conelusione) che ha, eterminate relazioni. Si vede Ilo tegorico semplice, cioè
ogni equa ita x, potrà assumere la forma ge (premessa maggiore) X (p. minore =
(p. media) x (2); donde si ha : _ _(p. maggiore) x (p. minore) DE 3 = (I ehi)
[formola di risoluzione] la quale ci dà direttamente il valore dell’i
Riassumendo, abbiamo quest; sillogistico semplice : 1° Si mette in equazione il
problema ossia si scrive l’equazior Fappresenta il problema, ponendo nel 10
membro il prodott delle due premesse note (maggiore e minore) e nel 20 j della
premessa media (che è sempre a) e dell’ elusione) ; 2° Si risolve l’equazione
trovando il valore dell’i 1 pro T incognita (co nceognita, | Il modo intero poi
si indica con quattro lettere successive cor- rispondenti rispettivamente ai
valori dell formola di risoluzione si riconne alla proporzione sillogistica
fondamentale, conforme a quanto s osserva nel $ 82, e nella nota del $ 88. $ 84
— E poichè verrà na delle operazioni coi giudizj A, E, I e tto la forma di un
quoziente, ricor la proporzioni seguente : A:I=E:0, n zo della quale il valore
d’ogni giudizio resta sempre fisso e IE AO Ade. op 40). LZER a - Inoltre per
evitare di ritenere legittimo un giudizio non conforme lle condizioni richieste
[p. es., ritenere come O un giudizio nega- o avente S universale e P
particolare, sebbene quantitativamente ualitativamente equivalente ad O (1)] si
potrà o ricorrere alla razione dei modelli, o introdurre qualche notazione che
‘volta per volta le funzioni 9 e 4 dei concetti d’ogni relazione rdine loro. 5.
— Con tali norme operando su tutti i 64 modi del sillogismo tti nella tavola
seguente, ma non tenendo ancora conto della per FIA 1 in fig. 18 » 23,48 »
184,82 » 28 » 14,28 » 1422,92,40 » 82,48 » 88 , EA 08, A AIS, EA 04, che } pae
‘annov sli rifiuta come deboli nella > anche rifiutati dalla presente teoria
perchè alla proprietà fondamentale d’ ogni proporzione sil- . Infatti A Aè
maggiore di AI, EA è maggiore di O A. è appunto il caso presentato dal modo I E
O, che perciò si respinge sac. SILLOGISMO E PROPORZIONE $ 87. — Per comodità
dei lettori riporto qui la tavola dei cet Mo‘ sillogistici, colle indicazioni
opportune per la scelta dei mod legittimi fondamentali, secondo le condizioni
espresse dai soli g dizj della forma A, I, E, O. Modo _|1|2|3]4| [5[6]7[8]|
|9[10[11[12| [13/14/1616 Premessa magg. |a{a|a|a ala|lal|a ala a ala »
minorela|eli|o alelil|o alelijo » mediala|ala|a ala|a|a ala|aja Conclusione
|afa |al|a ele|ele dA Modo |17|1819[20] |21[22|2324] |25]2627]28] |2930[31s2
Premessa magg.|e|el|e]|e elele|e e|lelele ele » minore|]a|e]i|o aleli]o aleli]o
eli » media]a|a|a}|a a|a\a|a a|a a Conclusione |a]|a a eleleje LUCI D) Modo
|33|34|35|36| Sl |41|42] 43] 44] |45|46| 497] Premessa magg. | i]i|i|[i DOT aL
» minore|aleli[o aleli{o ale|ilo e » media|]a|la|a|a alalal|a ala|ala a
Conclusione [a{ala|a elelele iji (o) Modo |49|50|51|52| |53]54|55|56] RIDE
|61|62|63|64] Premessa magg. |o|o|o|o| |olo|o|o o|o » minorelalelilo afelio ale
» mediala|a|a]|a ala a ala Conclusione |a|a|la]|a ele e i|i NB. La premessa
media è stampata in corsivo perchè si distinguano pî facilmente i modi, secondo
la disposizione comune. I modi legittimi fondamentali, corrispondenti ai numeri
1, 6, 11, 16, 21, 81, 41, 61 sono stampati in grassetto. Pel modo 46 (ieao)
cfr. la nota precedente. de- 2 ii i] | 000—0 T5 i Addotti questi risultati, non
insistiamo troppo sugli richiesti dalla soluzione effettiva del calcolo colle 4
figure, o facile tanto l’escogitarli, quanto il darsene ragione. erà infatti
ricordare che mettendo le 4 figure sotto la forma E ” S e mi.,m Perla Ifig.
<p:% 29 > Ton P Mm » _ p— 1 SERI » ’ = ci E ZIE A Mi AE come nascono
queste varie disposizioni figurative ? che; data la disposizione schematica dei
rapporti si fa il rapporto inverso (o reciproco) della : se si fa il rapporto
inverso (o reciproco) ui; se si fa il rapporto inverso (0 reci- » come della
minore si ha la fig. IV. Del nl trasformazioni 28, 8% e 4% non pos- alla 1°, se
non si osservano le regole i si capisce che le quattro figure, appa- o in
sostanza la stessa cosa, cioè che e minore, ogni termine delle due rudi si
ntare soggetto o predicato a pia- da ; doi della maggiore nella 2? figura, >
nella 3%, della Lg e della minore nella 40 9 fa ie I 76 comoda la considerazione
intuitiva dei modelli. Ma in ultima analisi gioverà sempre ritenere che tutta
la teoria delle figure è una complicazione superflua, Credo inutile proseguire
nel parallelo istituito fra i risultati delle logica classica e quelli della
teoria presente che considera il si 0- gismo come una Proporzione, potendosi
facilmente rilevare con quali $ 89. — Farò invece notare che questa
dimostrazione del si 0- gismo come proporzione che, da un lato è resa possibile
solo in virtù dei principj posti antecedentemente nella teoria del concetto
come numero e del giudizio come rapporto, dall’altra viene a confermarsi
pienamente come fu promesso nel $ 54, @ supposto nel $ 77, mi sembra ancora
importante per altri motivi, i (1) Non è difficile scorgere l’importanza di
questa teorica per verificare la legittimità dei modi sillogistici. Finora
invero, non si conoscevano che È tre metodi: 1° il metodo delle otto regole
contenute nei versi memoriali trovare il quarto proporzionale. Tali questioni
si risolvono adunque stabi- lendo convenientemente, cioè in base alla [5], la
proporzione tra le quantità logiche date e l’incognita. Sia, per es., il
problema seguente : La premessa maggiore d’un sillogismo è O, la premessa
minore è pure 0, quale sarà la conclusione ? Soluzione. Chiamando x il giudizio
cercato, siccome i dati ti Ri. i] I TI
mo luogo, perchè, come cercherò di provare, la dovra g è stata inventata da
Aristotele per l’intuizione dell’in- ‘analogia che intercede fra la teoria della
proporzione: mate- tica (3v2)otia) già notissima ai suoi tempi e il fatto della
deriva- - zione necessaria di un giudizio da altri giudizj, messo im
chiarissima ‘Juce dal metodo dialettico di Platone. LR — Insecondo luogo,
perchè tale dottrina, malgrado i ritocchi e schia- rimenti portati dalle
ricerche dei moderni, conserva ancora ai giorni i una trattazione scolastica
conforme a questo punto di vista. j Finalmente, perchè, stabilito una volta il
principio che la deri- ‘vazione necessaria d’un giudizio da altri giudizj può
effettuarsi alla ione che alcuni rapporti siano eguagliati ad altri rapporti, a
condizione che si stabilisca un’eguaglianza di rapporti (pro- zi ne), s'è fatto
un gran passo, e per una nuova via, verso la sazione della teoria che considera
il sillogismo come equazione irisce la trattazione esponendo semplicemente i
fondamenti colo algebrico. —Volgiamoci per un istante a questo ordine d’idee. È
noto che matica elementare, grazie agli studj di eminenti analisti e ri
contemporanei, ha acquistato un alto grado di rigore con- alla più grande
semplicità. Andando a fondo nella critica dei > n me si debbono distribuire
in modo che il rapporto della mag- lia sia eguale a quello della conclusione
alla minore, in con- }, si ha subito OsA=x::0, 00 x= A: . o valore non è eguale
nè ad A, nè ad E, nè ad I, nè ad O, lel principio stabilito nel $ 84, si
conclude che la relazione elusione non è legittima, cioè non si accorda coi
giudizj a A, E, 1,0. E analogamente si risolvano tutte le questioni odi
sillogistici in cui si proponga di trovare un giudizio qualunque tre. Non si
ritenga però che vi siano casi privi di conclusione perchè i modi che furono
considerati come non valevoli sono sol- eili che non si accordano coi giudizj
della forma richiesta. La cosa è a comprendersi, perchè, in virtù del principio
classico stabilito al festano esclusi i casi in cui le operazioni sillogistiche
non dànno un > esatto; infatti in tal caso la conclusione non si potrebbe
avere RA ante, ma con approssimazione.
principj e dei metodi, furono introdotte molte modificazioni ra dies
così nella sostanza come nell’ordinamento della materia. y Fra le altre una
novità interessantissima, che merita d’essere eg minata qui, è la Soppressione
dal campo dell’algebra della teoria del proporzioni contenuta nel libro V di
Euclide, vale a dire sostenni da oltre venti secoli nelle scuole, soppressione
giustificata dal fat che i libri che Euclide chiama Aritmetica, costituiscono
in sos ani ed in gran parte quello che ai giorni nostri si chiama algebra eleme
tare. Donde risulta che, esposte una volta, col linguaggio algek ; moderno, le
proprietà fondamentali dei segni +, —, X,:, restali fatto inutile, ai fini
dell’insegnamento elementare, esporre anco) un’altra volta le stesse proprietà
col linguaggio d’Euclide. Il Peano, al quale si deve in massima parte la
riforma dei pri cipj e dei metodi che vanno ora divulgandosi con tanta fo st
nell’insegnamento delle matematiche, bene a ragione, osserva nel sua nota «Sul
libro V di Euclide» (1) che, avendo molto te 10) disponibile e volendo fare la
storia della lingua matematie d, potrebbe leggere il testo autentico di
Euclide, accompagnando ogi proposizione della sua versione completa nel
linguaggio algebrix equivalente. In tal modo risulta evidente il
perfezionamento d linguaggio matematico in 2000 anni e l’enorme semplificazior
apportata nell’uso dei simboli, « Invece, l’uso d’una semplice veli sione
letteraria del libro V porta molti allievi a ritenere chela scienz, ivi svolta
sia cosa diversa dai fondamenti del calcolo algebrico », Non meno importante è
lo scopo che dovrebbe proporsi la la gic: formale contemporanea qualora non
voglia cristallizzarsi col pi cieco attaccamento alle viete formole dell’
antichità. Così acquistare una forma più armonizzante coi progressi che ha la
matematica elementare, essa pure dovrebbe abbandonare 3 lutamente la teoria
aristotelica del sillogismo, nella quale non s afferma nè si dimostra una sola
verità logica che non sia riduci bill alle proprietà fondamentali dei segni +,
— x, :, svolte con lit guaggio algebrico moderno. Onde sarà manifesto che la
trattazione della logica pura rispetto alle forme elementari della deduzioni
non implica alcuna verità diversa dai fondamenti del calcolo alge (1) G. Peano,
Su libro V di Eudide. Estratto dal N. 5-6, anno V, d « Bollettino di Matematica
», Bologna 1906, alli 1 I an questo
argomento non è ora il caso di trattenerci. jo gioverà rammentare un altro
fatto. Chi, fino a ieri, rico- DL la teoria matematica delle proporzioni sotto
la forma, cl della teoria logica del sillogismo ? È pure la differenza di
queste due teorie è solo linguistica. Aristo- tele ed Euclide parlano in due
lingue diverse, ma il fondamento scientifico è uno. Quanto è dunque pericoloso
l’aiuto che le discipline } tte possono ricevere dalla lingua, se le parole che
sono il mezzo pi È diato di fissare e di dare stabilità e sviluppo più naturale
ed imme o vil pù che essere la maschera che fa apparire diverse n pensiero
possono an sasa i 3 La identiche e rende irriconoscibili le verità! Esempj così
fatti nelle teorie logiche si possono moltiplicare. Di qui l’impor- tanza di
una nuova ricerca sulla storia della logica che non si senti dell'esposizione
episodica retorica 0 metafisica, in una extralogica delle teorie, ma analizzi
severamente ì var] modi sti, li paragoni dal punto di vista del numero delle
verità, scia assistere al successivo perfezionamento dellinguaggio logico in
fine stabilisca le corrispondenze e le scoperte fondamentali [ elle ‘teorie
trascorse sempre al lume della teoria moderna, senza inteporre mai un’illusoria
facilità di esposizione all’esattezza del raggio e al rigore scientifico del
ragionamento. 79 % 9]. — Riepilogando, in ciò che precede furono posti i fonda-
l'un nuovo calcolo sillogistico. In particolare fu dimostrato sillogismo mediato
categorico semplice la conclusione | da tre premesse e non da due, e
conseguentemente che il © si può considerare come una proporzione. Quindi
furono emi necessarj al nuovo calcolo delle proporzioni sillogi- a la regola
per la risoluzione dei problemi relativi alle i he che variano fra loro in un
certo rapporto, esposte le i più elementari, istituito un parallelo fra i
risultati igica classica e quelli della logica nuova, messi in evidenza i ti di
quella e i vantaggi di questa, infine preparato il terreno alla giustificazione
della teoria che considera il sillogismo come equa- zion e, conforme alle
esigenze della logica come scienza analitica. Vr r Ù } i CAPO II. RICEROHE
“TEORICHE ) — Mi propongo di avvicinare alcuni fatti non bene cono- ivi alle
origini storiche della teoria delle proporzioni e smo, controllandoli
criticamente e stabilendo la figlia- nologica e logica di quelli che concordano
fra loro, nel- ito di preparare un materiale utile alla storia del pensiero
ifico e filosofico (1). apo l’opera dell’erudito e del critico è ancora
necessaria e il ricco tesoro di cognizioni che furono poste in luce | storici
delle matematiche e della filosofia, perchè i gendosi nel cerchio esclusivo
della loro specialità, non bbastanza il materiale filosofico, mentre i secondi
tra- mente il materiale matematico considerandolo }e quasi inopportuno alle
loro ricerche. Errore ne di duplice danno, perchè da un lato restò a massima
importanza alle fonti, ho cercato di va- evoli della letteratura, tenendomi
nello spirito delle matematiche e della filosofia, le cui opere sono però se ne
fa uso direttamente. Nel resto ho badato focare la mia idea nell'ingombro d’una
erudizione, forse alla prima intuizione del tema. A questi primi linea-
generare la discussione, serranno dietro più minute ricerche. a della teoria
della, proporzione nella Grecia antica non e completare senza ‘l’opera assidua
della collaborazione, l'indulgenza dei lettori perchè sento d’ averne un gran
ORE, Silogiamo € proporzione. ba [| . d
" monca la storia delle matematiche, dall’altro restò monca la sta
della filosofia. li. Così avvenne per esempio che la storia dell’intima
relazione gl intercede fra l’origine e lo sviluppo della logica aristotelica e
}g gine e il progresso delle scienze matematiche nella Grecia antica, ig
portantissima e per la scienza e per la filosofia perchè racchia la soluzione
d’uno dei principali problemi della storia del pensie elleno, sia ancora quasi
tutta da fare. Ben è vero che molti storici diligentissimi, e fra gli altri il
Milhay hanno già osservato che « un’intima relazione esiste fra la scien
matematica e la filosofia, per cui a mano a mano che quella cres e si sviluppa,
cresce e si sviluppa anche il razionalismo del pensi filosofico » (1), e non
piccolo lume han dato le loro ricerche e n ne teniamo gran conto in quanto
fanno al proposito nostro. Ma e non vede che tra il razionalismo indeterminato
del pensiero filogi fico in genere e il tecnicismo particolare delle dottrine
logiche. specie passa ancora un tal tratto che riesce impossibile apprezza
giustamente il valore di quella relazione tra la logica e la matem nella Grecia
antica che stiamo trattando ? Ora è appunto allo studio di questa relazione
speciale che le senti ricerche vorrebbero recare un modesto contributo. Qu ricerche
saranno compiute supponendo che i lettori siano bene dentro nella teoria
matematica delle proporzioni e sempre face uso del criterio riposante
sull’impiego del termine dva)ota che i greco significava precisamente
proporzione, con una nomenclat scomparsa dalla matematica pura. La storia dei
significati di que vocabolo sarà abbozzata in appresso. Per spianare la via ai
lettori ed orientarli nelle discussioni guenti che saranno forse alquanto
intricate, credo utile premetter fin d’ora che i risultati più notevoli di
queste ricerche si possont riassumere affermando che la teoria matematica delle
proporzioni, notissima ai filosofi e ai matematici prearistotelici della G ecia
antica, è la base storica e logica della teoria aristotelica del sillogismo. i
Possa io riuscire a convincere sempre meglio i miei lettori che, (1) MicmauD,
Mat. et Phil. « Rev. Philos.», 1899, pag. 452. PARTE TERZA — CAPO Il 88 0 più è
stato finora negletto questo punto di vista, tanto più ; affermarlo
risolutamente e farne il caposaldo dell’interpre- one storica e eritica delle
dottrine analitiche nella Grecia $ 98, — Indicare in maniera precisa la data e
il luogo di nascita isoria. delle proporzioni è impossibile. Le grandi idee
sono Roli no. Questa ricerca particolare poi si riduce in — figlie di tutti e
di nessu sostanza alla ricerca generale dell’origine dell’aritmetica, che non
‘ora il caso di discutere minutamente, contentandoci di ricordare che rispetto
alle origini delle dottrine aritmetiche possedute dalla Grecia antica, ci troviamo
di fronte a tre tradizioni diverse. | Una fa derivare l’aritmetica ellena dai
Fenicj ; l’altra dai Babi- xi; l’altra dagli Egiziani. Altre congetture si
potrebbero prima tradizione ha — secondo il Tannery — una debolissima ‘di
verità in questo senso che i Greci antichi hanno dovuto ere dai Fenicj, col
loro alfabeto, il sistema primitivo di nume- ne scritta, fondato sul principio
additivo e analogo a quello ZROIA vomani (1). seconda tradizione si appoggia,
fra l’altro, sopra una citazione mblico il quale riporta che la proporzione 6
:8::9:12 fu a Pitagora dai Babilonesi (2). La cosa sembra probabile scoperte
archeologiche mostrano che i Babilonesi posse- da un'epoca compresa tra il 2300
e il 1600 a. C., tmetiche e astronomiche con accenni a progressioni aritmetiche
sufficienti a giustificare la congettura. nza di questa tradizione sfuma quasi
del tutto di f che i fondatori della scuola jonica, in epoca anteriore gora,
possedevano le nozioni fondamentali dell’aritmetica e come è provato dalla
terza tradizione. quale è — fuor di ogni dabbie — la più fondata perchè ha uo
favore la testimonianza dei più autorevoli scrittori e la con- delle scoperte
archeologiche. îndo da parte la questione generale, è importantissimo, al )
PannERY, Pour l’hist., pag. 61. Ip., l. cit., pag. 378. O 84 proposito nostro,
osservare che nel Papyrus Rhind (trad. A, E senlohr (1), il quale fu scritto
circa 1700 anni a, 0. dall’amanueng Ahamesu, e pare ancora la copia di un’altra
opera più antica r sa lente, con molta probabilità, a 2200 anni a. C., per
quanto riguard l’aritmetica si trovano precise indicazioni sull'impiego delle
SILLOGISMO E PROPORZIONE È metria si trova già un abbozzo di applicazione delle
proporzioni ; calcolo dei corpi solidi. Da ciò risulta che, se non si può
pretendere di trovare nella Dit remota antichità una teoria sistematica delle
proporzioni, que tanto che si trova basta per rendere ben probabile la
congettur che la conoscenza elementare delle proporzioni sia stata importati
mente notevole di cognizioni geometriche che a lui si attribuiscono, fra cui
ricorderò i teoremi seguenti : Jo il cerchio è bisecato da n suo diametro ; 20
se due rette si tagliano, gli angoli opposti al verti ce sono eguali ; 3° gli
angoli alla base d’un triangolo isoscele sono eguali (antie. simili); 40
l’angolo inscritto in un semicerchio è retto; 5° un triangolo è determinato
quando son dati un lato e i due È A Rea (1) ErseNLOHR, Rin mathematisches
Handbuch der alten A egupter, Leipzig, 1877. (2) CHIAPPELLI, « Atti del
Congresso Internazionale di scienze storiche ’, vol. XI, pag. 32. Roma, 1904.
Cfr. inoltre dello stesso A. Gli elementi egiej nella Cosmogonia di Talete, in
« Atti della R. Accad, di Napoli », 1905, v lume XXXV, pag. 333-363. 865 lì adiacenti. Perchè, sia questo teorema
che secondo Proclo tribuito a Talete da Eudemo, sia quest'altro attribuitogli
da Plutarco (1) nel Banchetto dei Seite Sapienti e da Diogene Laerzio:
«duetriangoli equiangoli hanno i lati omologhi proporzionali », questo i Miaasio
a misurare l'altezza delle Piramidi di Egitto, quello neces- | sario a
determinare le distanze dei vascelli in mare, « secondo il ‘metodo usato da
Talete in questa ricerca », ci tolgono ogni dubbio % ito. Li questo punto, che
però farebbe di Talete quasi un sem- plice intermediario (2), l'evoluzione
della teoria dell’analogia nella, | Grecia antica si può seguire, sebbene a
notevoli intermittenze, con | discreta facilità. 3 95. — La tradizione dovette
certo mantenersi in tutta la scuola ‘jonica anteriore, sebbene il 'Tannery
dubiti che Anassimandro (610- ) si sia particolarmente occupato di geometria,
anzi aggiunga che è alcun bisogno di supporgli le nozioni elementari portate in
a da Talete (8). Invero mi pare che si possa dare qualche peso la testimonianza
di Suida « zaì Biws swpetpias STotdrwawy Edetés » to dallo stesso Tannery
(ibidem) perchè, anche ammesso chesi rife- ica più direttamente al mappamondo
di Anassimandro e alla sua rminazione delle dimensioni della terra, mi sembra
semplicemente sibile che ilgrandioso sistema cosmografico dell’antico Milesio,
da una serie notevolissima di misure, abbia potuto essere costruito senza il
possesso di quelle conoscenze aritme- netriche elementari (4) che sono
indispensabili alla co- - per quanto empirica si voglia affermare - del gnomone
ho il re Amasis ammira molt’altre tue (di Talete) qualità, tè si compiacque
stranamente del tuo misurar la Piramide, che ifattura © strumento dirizzando a
piombo solamente una ammine dell'ombra che fa la piramide, e facendo due
triangoli nel dei raggi solari, mostrasti ele qual proporzione aveva l'ombra »
verga all'ombra della piramide, tale era la proporzione fra l'altezza era e la
lunghezza della verga ». PLurARCO, Convito dei sette (2) Cîr. GompeRz, Les
penseurs de Lù Grèce, pag. 54, nota 3. (3) TanweRY, Pour l’hist., pag. 86,
nota. 3 _ (4) Pacita, III, 10, I. Hrerot, Rey., I, 6. e del mappamondo terrestre utili alla
determinazione dei due solstizi. dell ‘obliquità dell’eclittica, dell’altezza
del polo, allo studio metodieg delle costellazioni, alle misure, per quanto
inesattissime, delle di stanze angolari degli astri. Quanto poi all’uso diretto
delle propor- terra è quella di un cilindro la cui altezza sta alla larghezza
come lag» (1), e a molte altre analoghe che si riscontrano nella Do 3- sografia
di Anassimandro, Del resto il l'espingere questa tesi peculiare ad Anassimandro
non potrebbe distruggere il fatto, confermato da una moltitudine di
testimonianze letterarie, scientifiche e filosofiche, che in quella; lunga
catena di filosofi greci che gi estende da Talete a Pitagora, non ve ne ha
guari uno che non abbia coltivato la matematica (2), quindi che non abbia
conosciuto e applicato nei suoi calcoli abba- Stanza estesi le proprietà delle
proporzioni. | nel 594-3, Aristotele nel cap. V della sua Costituzione di
Atene, riportando l’elegia di Solone che comincia : Twé[oxw], “ai not ppevòg
Evdodey ya nstrai, gr TpPEOpvTE TI ÈGOpov Yatay Ixoviag “ afferma che la
nobiltà dei sentimenti e la forma misurata e prudente. i colla quale Solone in
essa esorta i cittadini alla concordia potè essere. ricchezza e Posizione
sociale apparteneva alla classe media, come - ETROSI (1) Cfr. GOMPERZ, Op.
cii., Pag. 57. — DoxoGR., 68. Ad Anassimandro poi si attribuisce la
composizione d’un riassunto delle dottrine geometriche (2) Bossur, Saggio sulla
storia generale delle matematiche. Trad. Fontana. Milano, 1802, vol. I, pag.
35. i | ie, y tte da tutti e come egli
medesimo attesta in questi versi, esorta i ricchi a non commettere usurpazioni
»: Mpeig 9 fovydoavies avi gpsoi xaptepòv Ttop, oi noXiayv èyatov èc xòpov
NAdoxte, av petploror "[pspsod]s péyav véovw obts Yàp Îusts netooust”, ob
bptv Toma TI[AX ]Eoetat. E nel capo VII, citando la costituzione di
Solone,scrive:« Ai pen- | tacosiomedimmi, ai cavalieri ed agli zeugiti, in proporzione
(4yv4- Rogov.... dpyiy: carica proporzionata) del censo di queste singole
classi, conferì la capacità alle cariche dei nove arconti, dei questori, dei
dei poleti, degli undici e dei colacreti » (1). In breve, per Aristotele, ta la
costituzione di Solone è fondata sopra la distribuzione pron dei poteri
nell’intento di trovare un giusto mezzo tra li eccessi. Nel Cap. XII ove
continua l'esame dell’opera politica di Solone le sue poesie, il concetto della
proporzione informa costante- ente l’opera equamente regolatrice del
legislatore. | Non bisogna credere che questi passi siano qui citati per uno |
puramente episodico. Centinaia di ingegni tra eccelsi e volgari certamente
introdotto nei loro scritti non solo l’idea, ma a precisa dell’analogia, in
quel giro di tempo, e sarebbe ridi- in'importanza scientifica alla presenza
affatto gramma- sto termine nei dizionarj della più alta grecità. Ma, ine e ad
Aristotele e sulla storia del concetto di analogia ioni che furono fatte nella
logica, nella metafisica e cambia. Infatti, se si potesse dimostrare che non
the e metafisiche di Aristotele, dove la cosa non Si fondano sul concetto
capitale della propor- la pena di ricercare studiosamente quali altri sim sel
ze scambievoli ccj rispettivi di una scuola con l’altra, Sopra lo sviluppo del
i Grecia ; Pitagora, Ma io non debbo affatt o entrare nell’ apprezzamento
genera pi delle sue dottrine, mi limiterò qui soltanto ad Osservare che fo.
Pitagora (2), elevandosi nel campo dell astrazi matematicamente il ) religioni
e della scienza, (2) Cfr. PoRPHIRIT ed. Nauck, Leipzig, 1886; JAM. » ed. Nauck,
Petersburg, 1884; Zx R, Vortrage Abhandlungen geschioht- (3) TANNERY, Op. cit.
gun. : ‘ : "PARTE TERZA — CAPO II 89 e egli conosceva, fra l’altro : «il
triangolo rettangolo in numeri “A 1) ; la proprietà dei numeri amici 284 e 220
d'essere recipro- ente eguali ciascuno alla somma delle parti aliquote delle
altre o Giambl., p. 47); le tre proporzioni arit. geom. e arm. (Mriponiano, Î,
22), così pure la proporzione già citata 6 TORRE 12 e l’ap- plicazione dei
rapporti di questi ultimi numeri alla teoria della musica, ciò in cui egli
sarebbe stato seguito da Aristeo di Cro- tone, Timeo di Locri, Filolao e
Archita (1). Leviamoci dunque al disopra d’ogni altra esposizione delle dot-
trîine pitagoriche e collochiamoci a tal punto donde si possa consi- ‘derare
pienamente il senso che Pitagora dava alla proposizione riportata da Aristotele
nel libro primo della sua Filosofia prima che «tutto è armonia ». Lo Zeller (2)
non ha mancato di osservare che | în questa proposizione la parola armonia
aveva un significato mu- sicale e designava l’ottava. Il Guastella osserva
giustamente che il fondatore della dottrina, î licendo che tutto è armonia
intendeva solamente affermare l’esi- stenza di analogie profonde tra la
costituzione delle cose e i rap- i dei suoni musicali; l’identificazione
assoluta tra le cose e monia non sarebbe avvenuta che in seguito. per un
effetto della za... a prendere in un senso strettamente letterale le propo- nî
venute da un’autorità ciecamente rispettata (8). (1) I to matematico arabo
Tnapit BEN KoRRAH (833-902) dice che i nu- erano noti nella scuola pitagorica.
Cîr. WoEPCKE, Notice sur te par Tuapit BEN KoRrRAH è l’arithmétique spéculative
ournal Asiatique, 1852 ». remi: 1° i poligoni simili stanno fra loro come i
qua- 5 2° s6 tre sesmenti sono in proporzione geo- ; adrato del primo sta al
quadrato secondo. L'aomè di Pitagora è fiss&eta da Apollodoro all'anno
532-1 Rz, I, 108), Continuo a collocare Pitagora prima d’Eraclito, contro sia
per ragione cronologica, sia perchè è indubitato che Eraclito è stato
influenzato principalmente da Pitagora e da Senofane. Cir. GOMPERZ, ) . 86,
nota. ZeLLER, Op. cit., pag. 329. GuasreLLa, F. d. M., carta 159. 1 = PASTORE,
Sillogiamo è proporzione. ì id 90 Ecco quale era nei Pitagorici il senso
profondo dell’ univera rivelato tanto ai sensi quanto alla ragione dell’uomo.
Però - intendiamoci bene — non è il caso di rovesciare le conclu più antica e
alle abitudini del linguaggio pitagorico, che può esseri accolta anche dalla
critica più severa e ritrosa. L’idea della forma esteriore della proporzione,
abbandonata (1) EupEMO, ..... è èh nai tiv tv Avadbywy npaynarsiav nai civ sv
zOSuunoiv IXNILdTOY aiotaow dvevps, MuLLACA, Zudemi Rhodii Peripat., fragment.
84, 9 (qui etiam rerum pro portione respondentium studium et mundanarum
formarum descriptionem invenit). Questa interpretazione fa cadere del tutto la
tesi del RorHENBUECHER sull’impossibilità di un’armonia dei contrarj (System d.
Pythag., pag. 73): (2) TANNERY, Op. cit., pag. 61-62, é II 91 DI x ed apprezzare in essi un certo
sapore d’arcaismo che ‘A masterebbe volendo tutto spiegare. Comprendere la
doroina 1 Talete o d’un Senofane, per es., non consiste già nell intro- ; nelle
loro opere un’unità fittizia che ce ne renda l intelligenza a facile e più
rapida. Ogni ricerca d’un metodo esatto, ogni ten- ì tativo di scoprire un
piano ben definito ci allontanerebbe dalla Ma Di premuniti contro le illusioni,
non dobbiamo negare a Pitagora il merito d’un’intuizione che la filosofia greca
& lui poste- riore ripete in gran parte dai suoi sforzi. Il principio della
propor- ‘zione universale non fu in Pitagora l’embrione infantile d’una me- È
tafisica fantastica, ma la base d’un’interpretazione geniale e potente della
logica della natura. Una conferma - di straordinario ardimento per quell’età —
è i l’idea dell’armonia delle sfere che ha dato origine a tante interpre-
tazioni. Che s'intende con questa espressione ? To seguo il Nagy |
mell’accettare l’opinione generale, propugnata anche dall’Helmholtz, che
l'armonia delle sfere per Pitagora risultasse dal moto dei pianeti, iranti
intorno alla terra (al fuoco centrale) in distanza proporzio- nal a rapporti
numerici semplici, come quelli degli intervalli con- i ‘sonanti in una corda
musicale. — Aggiungerò ancora a questo proposito un passo del Nagy, che : una
luce straordinaria sulla grandezza filosofica del principio i della
proporzione, ricavandolo dall’opuscolo più volte cogn. ecc. », perchè non m'è
stato possibile rintracciare Scintilla (Zara, 15 agosto 1886, anno I), in cui
fu pub- f i imaginarci un numero assai grande di quinte, per - } itiamo
l'intervallo do-sol oppure il mi d-si d, si ha la stessa impressione : la
percezione di una quinta. Difatti i imbi i casi i due suoni fanno delle
vibrazioni al minuto in tali che stanno fra loro come 2 : 3. Alla sensazione
varia- bile corrisponde quindi la variabilità del numero delle vibrazioni | di
un tono, supponiamo n. Mentre al rapporto costante n/n!= e, corrisponde l’immutabile
percezione dell’intervallo, la qualità cioè Bella. È (1) Bréton,
Essai sur la poésie philosophique en Grèce. Xenophane, Par- menide, Empedocle. Paris, Hachette, 1887. a — ge rt è e
a 92 SILLOGISMO E PROPORZIONE dell’accordo, Oppure l’idea melodica tervallo ha
sempre lo stesso significat > assegnare tutti è valori possibili ad n ed è
questo l'apporto, che mi esprime ne onsonanza, resta anche se suoni io noi i
che si muovono con una velocità ta le i limiti di quella dei suoni percettibili
zioni fisiologiche dovranno essere ) analoghi a quelli che noi abbi i biamo dai
corpi sonori. Allora avremà l’armonia delle sfere, risultante dai moti Ù nello
spazio in ordini determi î sensibilmente ma intellettualmente come una
proporzionalità d immutabili lappresentano così ne delle parti e così vediamo
an: ioni dei numeri identificati con le più elevate , A e non si accorge di
numerare, Quindi forse Pita gora fu il primo che trasportò il nome di ficato di
connessione 0 adattamento all nome di mondo ossia di ordine a tutt (1) Nacr, Za
cogn., nota 28, ni ‘fece questa
composizione di due voci usata da lui, che più perduta, l'armonia del mondo »
(1). portare un giudizio equo ed esatto sulla questione proposta ’nopo
apprezzare questo fatto ammesso da tutti gli storici più mpetenti di quell’età
: « lo sforzo principale di Pitagora sembra | essere stato rivolto sopratutto
sulla teoria dei rapporti e delle pro- r porzioni nell'intento di applicarli
allo studio della musica » (2). | Tutte le proposizioni più ermetiche tramandate
a noi dai dosso- | grafi sembrano modellate per filo e per segno sul principio
della pro- | porzione universale. Per raccogliere i materiali favorevoli a
questa tesi sì può citare anche una minuzia, - B noto che peri Pitagorici « il
numero quattro è la giustizia ». Quale | spiegazione si può addurre in
proposito ? Pensando che per Platone e |_per Aristotele la giustizia è data da
una proporzione (cfr. $$ 111 e 139) she in ogni proporzione figurano 4 termini,
e che il concetto di pro- ione fu, senza dubbio, di capitale importanza per i
Pitagorici, si supporre che il numero 4, pel lato concreto del numero, fosse
loro il simbolo della giustizia; per illato astratto del numero, il plo della
proporzione, conforme a quell’interpretazione che fu e la giustizia è
proporzione dovrebbe essere attribuito non ad ristotele ma a Pitagora, sul
quale Aristotele continuamente si a, ad esempio, per porre il bene nella classe
del determinato nato) e il male in quella dell’indeterminato, sia per dichia-
un solo modo (8). Non pretendo però che quest’ultima debba intendersi
assolutamente a quel modo. Altri rgono semplicemente una fissazione simpatica
ed arbi- parola, estranea ad ogni criterio direttivo di interpre- ematica, e
potrebbe darsi che fosse così; ma bisogne- caso supporre che il filosofo avesse
già abbandonato quella le cura di simbolismo mistico che fu attestata
nettamente stotele e si conservò come un secreto ed una tradizione fra (1)
BramontI, Dell'armonia, Torino. TANNERY, Op. oit., pag. 382. 8) Arist., Eth. Nie.,
L. II, VI, II. si meno facilmente, senza
però che se ne possa intendere del tutto i senso e la portata, il che non mi
pare verosimile, $ 98. — Quanto ai Pitagorici merita d’essere ricordato, sulla
testi. monianza di Giamblico, che Aristeo di Cotrone, successore immediate di
Pitagora, parlò della proporzione 6 : 8 : : fu già detto, a Pitagora dai
Babilonesi, e i Teologoumeni (VI) dicong tenza ad una tale proporzione. «
Questa citazione importantissima rileva accuratamente i] Tannery — S’appoggia
sopra una testimo nianza tradizionale di Filolao, il quale, secondo Nicomaco
(II, 26) avrebbe chiamato il cudo armonia geometrica, perchè nei numeri delle
facce, dei vertici e degli spigoli di questo poliedro egli ritro- vava la
proporzione armonica : 6, 8,12)». | Riporto ancora dal Tannery il rilievo
seguente : « È da notare che, secondo il commentario inedito di Asclepio sopra
Nicomaco, questa espressione del cubo sarebbe stata menzionata da Aristotele
nel suo trattato Dell’anima laddove, nel testo che noi possediamo di questo
trattato, questa menzione non si trova punto. D'altra parte, secondo il
frammento 2° di Filolao, questi intendeva propria mente per armonia l'ottava
formata dalla riunione della ov\}a8} (quarta) e della è déeray (quinta), ciò
che si ritrova appunto nella proporzione armonica surriferita. Questo tende a
farci pensa: che, se egli ha definito l’anima un’armonia, egli supponeva
qualche combinazione analoga a quella di Platone nel Vimeo » (1). i » pari ed
impari) malintesa da coloro che ricevettero ] ‘insegnamento da Pitagora con uno
spirita (1) TAxxERY, Op. cit., pag. 378. LI PARTE TERZA — CAPO II 95 alla
dottrina delle dieci opposizioni, tralasciando per ora lo della decade e non
badando che al concetto della oppo- è ben naturale ritenerla analogamente come
una parziale sli ficazione del principio della opposizione degli estremi river-
atisi in quell’unità varia e in quella varietà una che informano ione
universale. | Questa interpretazione avrà anche il duplice effetto di rendere
meno arbitraria la dottrina delle opposizioni ammessa da una parte della scuola
pitagorica, e in pari tempo di far capire come si possa Jasciare affatto
arbitraria la scelta degli esempj particolari atti a *nvpresentarla, spiegando
così nella maniera più naturale tutte le È enti contraddizioni delle varie
tavole degli opposti che furono escogitate dai Pitagorici di ogni età. Se
Platone avesse compresa la portata di questa osservazione non sarebbe forse
data tanta pena di rettificare la tavola degli op- Jl Guastella a questo
proposito osserva: « I Pitagorici pren- no all’azzardo certe opposizioni e
dichiaravano che esse erano ali elementi costitutivi delle cose : ma come
queste opposizioni po- ero essere gli elementi costitutivi delle cose, e perchè
queste samente e non altre, erano delle questioni che, nella dottrina tagorici,
restavano senza risposta. A questa questione Platone ndeva con l’equivalenza
tra le due serie di principj opposti ciascuna nel suo complesso) e i due
elementi delle idee. Il p più nebuloso di questa dottrina di Platone, cioè
l’identi- one dei diversi principj di ciascuna delle due avotoryia:, aveva lo
meno un addentellato nella dottrina corrispondente dei orici » (1). ertenza
acutissima, alla quale però se non erro bisogna ag- ere l'osservazione surriferita,
sebbene questa richieda un ampio borredo di prove che prolungherebbe
soverchiamente la digressione. $ 100. — Prima di passare agli'immediati
successori di Pitagora è mecessario fare un breve cenno di Ippocrate da Chio
che nacque verso | Rispetto alla storia della teoria delle proporzioni la sua
impor- (1) Guasrerta, F. d. M. (Supplemento C, Carte 181, 7, a. m.). Ù) tanza è veramente notevole, perchè egli per
primo mostrò che ì famoso problema della duplicazione del cubo, noto sotto il
nome q problema di Delo (trovare il lato di un cubo di volume doppio di wi a
cubo dato), si poteva risolvere col trovare due segmenti medj p o 1% porzionali
fra il lato del cubo dato e il doppio di esso lato, poichi ] 4 dalla
proporzione a:x = a — y=y:2a,siricava x = 2 08, trag : formando così il
problema stereometrico in planimetrico. senz Nd però risolvere questo secondo
problema. $ 101. — L’influenza di Pitagora e di Ippocrate da Chio si fece sen:
tire immediatamente sopra tutti i loro contemporanei e i successori, Fra coloro
che con maggiore assiduità e fortuna rivolsero la mente e. alla teoria delle
proporzioni, studiandosi di impiegare tal metodo pe I vincere le difficoltà
imposte successivamente dai progressi delle scienze esatte, dobbiamo citare
Archita di Taranto (428 o 430-347) îi quale impiegò nella soluzione dei suoi
problemi tali metodi che pro: vano, all'evidenza, che egli aveva delle
cognizioni veramente esatti sulla teoria delle proporzioni. Basti per tutti il
caso tanto eleganti e. della duplicazione del cubo. In questo anche egli come
Ippocraté pi ridusse il problema a quello di due medie proporzionali fra dué
segmenti dati, ma da quel genio meccanico e costruttivo che egli P era, si
valse, per la soluzione, d’una curva a doppia curvatura da lai }> stesso
costruita. Così il problema lasciato aperto da Ippocrate veni Vi risolto da
Archita precisamente col metodo delle proporzioni (1). p ————_—_—_—m i (1)
Archita, secondo Diogene Laerzio « de con metodo, applicandovi i principj
geometrici, il primo anche che applie il moto organico o manuale alla
costruzione di figure geometriche, tentand di trovare mediante la sezione del
semicilindro le due medie proporziona {Bio péoag avà Adyov) per la duplicazione
del cubo ». DIOGENE
LAERT., De viti dogmatibus et apophthegmatibus elarorum philosophorum, Lib. VIII, e. IN La soluzione di Archita
era meccanica o speculativa ? 3 Gli antichi le attribuiscono un carattere
meccanico, come appare dal pas citato ; i moderni invece la dichiarano
nettamente speculativa, come appa dal seguente passo del CHASLES: La solution
d’ Archite... était purement sp «ll : eulative. « Apergu histor., Pag. 65 ». Ma
l’opposizione non è insuperabile, È. mio parere, per le ragioni seguenti. In
primo luogo, siccome la soluzione d’Archita non è possibile ad eseg Lin ù cogli
strumenti della riga e del compasso richiedendo l’uso di una curva I si é fu il
primo a trattare la meccaniti ì doppia curvatura, si capisce che gli antichi
puristi, in ciò seguendo Plat on i (i ASI > Sl ad ai | rizzo fu pure seguito da Antifonte il Sofista
e da Bri- dp E aclea, entrambi contemporanei di Ippocrate, e da Ippaso sorico
che è sempre congiunto da Giamblico ad Archita a pro- dell'impiego del metodo
delle proporzioni. 102. — In conclusione si può con sicurezza ritenere che
quan- que «la mancanza di segni facili per esprimere tutti i numeri idesse
difficili le operazioni elementari del calcolo, e, in ispecie, v'erano
frazioni, pure a quei tempi oltre le quattro operazioni en tari dell’addizione,
della sottrazione, della moltiplicazione e a divisione, erano ancora famigliari
i metodi per l'estrazione lle radici quadrate e cubiche, le teorie delle
proporzioni aritme- tiche , geometriche ed armoniche » (1). 108, — Come i
Pitagorici anche gli Eleati ebbero una grande dall’importanza che assunsero ai
loro tempi le scienze ma- tiche (2). Quindi è chiaro che dovettero sentire
tutta l’impor- del principio della proporzione. Il Soulier colpisce assai bene
bro dottrina, senza lasciarsi sfuggire la nota caratteristica della zione che, per
questa ricerca, acquista un innegabile valore : inche l'essere o l'uno degli
Zleatici, quantunque considerato ne d’Archita in fondo resta sempre geometrica,
nel largo sebbene non più nel senso enelideo, si capisce chei moderni, d'un
criterio geometrico più esteso, le attribuiscano ca- o. In conelusione, si
capisce che per noi la soluzione di "n, ma per gli antichi doveva essere
stimata come mec- \ a si domanda perchè gli organi degli animali e dei vege- li
forma arrotondata ». Si riferisce per questo riguardo ai tronchi î degli
alberi, alle braccia ed alle gambe degli uomini. La risposta gli dava a questa
questione non è chiarissima per noi : ciò deriva, egli , dalla proporzionalità
del simile ». GompERZ, II, 273. Nar, Op. cit., pag. 8. UeserweG, Grund. d.
Gesch. d. Philos., 1; TercumiLer, Neue Studien d. Begrif. ; ZeLLer, Philos. d.
Griech., Il ; M. LEVI, Senofane e la îa. Torino, Clausen, 1904. Cfr. insup.:
Orvieto, La filosofia di Se- Firenze, 1899; FREUDENTHAL, Zur Lehre des
Xenophanes (Archiv fiir eh. d. Philos., VI). vite dia isa ei se l'i da nen È » x metafisicamente, non è concepito come
un'essenza spirituale di stinta dalla corporea; l’essere o l’uno è pure la
materia dei corp stessi cioè la sostanza che riempie lo spazio. La ragione
stessa del l’uomo dipende, per loro, dal miscuglio proporzionale dei suoi ole
menti corporei ; ed il corpo ed il principio pensante sono una so a e medesima
cosa » (1). Quanto allo studio con cui la scuola eleatica tutta quanta si died
all’arte logica, tanto che Aristotele stesso, sulla testimonianza di Diogene
Laerzio, considerava Zenone di Elea come il fondatore della dialettica (2),
lasciamo che i lettori consultino direttamente) testi e i trattati generali di
storia della filosofia. $ 104. — Il libro della natura (rspì pboswe) di
Eraclito (7’ose secondo le testimonianze di Aristotele e di Sesto Empirico (8)
esordiva con questo rimprovero agli uomini : Tod di Adyov todd'abvtos ale,
dEivero: yivovtat dvdpwror xa mpéoday Î) dnodoa nai dnoscavieg tÒ mPBTOY.
YVO|évoy fp mivtwy xatà tòv Abyoy tévds ànetpoy soixaor (4). Il Soulier,
criticando le interpretazioni diverse che questo frar mento ha ricevute e
giustificando la propria, stabilisce, con acut osservazioni, che quel \6os «
che sempre è» non può esprime altro che l’idea dell’ordine universale della
natura, l’unica così che sia degna di essere ricercata, secondo Eraclito (5),
contro I Schuster che intende la parola )6y0s nel senso di « discorso 0 predica
zione muta della natura», cioè la rivelazione dell’ordine della nat Ira Citando
altri passi d’Eraclito come il seguente : BARE &vdpwros eni navi Xbr
etrtoffota: quiet (6). (1) SouLIER, Eraclito Efesio. Roma, Tip. Artero, 1895,
pag. 37. (2) DroGENE LaeRt., I, 18; VIII, 57; IX, 25-30. (3) ARrst.,
Rhet., III, 5; SEXT. Exp., Adv. Math., VIII, 132. Perlo S dell’Eraclitismo cfr.
TricHMiLLER, Neue Studien cur Geschichte der Be I. Heft. Herakleitos (Gotha,
Perthes, 1876), IT Heft. Merakleitos als Theolog Aphorismen (1878); Tocco, «
Giorn. Napol. », nov. 1879; J. BYWATEK Heracliti Ephesii reliquiae. Oxford,
1887. Ù (4) EracLITO ap. HrpPot,, Rejf., IX, 9: CLEM. ALEx,, Strom., V., 602.
(5) SOULIER, Op. cit., pag. 53-56. i (6) Apud Prur., De aud., 7, pag. 41. 4 a ”- + Ve * et! 0 Il mo ottuso suol sbigottirsi d’ogni discorso
»; e questo n Sesto Empirico : zo Adyov d'ebviog Euvod (1). 99 chè la ragione
sia a tutti comune »; n* Ha Bubawy Aéyovg Fizovoa (2) tutti quelli dei quali ha
udito i discorsi », il Soulier accurata- ite dimostra che il X\6yos évvéc, di
cui parla Sesto Empirico, smento umano capace di concepire il \d0g èy àst, la
ragione nell’umano genere che deve penetrar l’ordine razionale uni- I (3)
scartando l'opinione dello Schuster il quale vorrebbe a questo 6705 énvés il
senso di discorso della natura che "dovrebbe essere inteso. Ora, senza
voler dare a questi ’ importanza soverchia, io eredo che non si potrà mai ad
afferrare tutto il significato eraclitico, se non si scorge dy dai un accenno
fugace ma sicuro al principio della e universale. in presenza della moltitudine
degli altri frammenti, la idea rifulge della più viva luce; quindi è sperabile
che niun » vorrà più disputare senza intendere la riposta verità, che, della
natura cantata da Eraclito, ama nascondersi così ente alle nostre ricerche :
puote npintaottai puiet. ‘presente lavoro non possiamo diffonderci in pole-
remo di indicare qui, fra le dottrine di Eraclito, i importanti al proposito
nostro : nen Tv aeleî, nat Bou, xai otar mp delfwov, dntépevov lavwipevov pérpa
(4). at uul perpetua: d5 ov dutòv Abyov duotos rpéoofev iv 7 Sexr. Emp., Adv. Math., VII,
133. ToB., Flor., 3, 81. OULIER, Op. cit., pag. 69. HerAcLitus apud CLem. ALex., Strom., V, 14, p. 711. Cfr.
PLut., De r., 5, p. 1014 ed altri. che
si accende (x5p artépsvov) e si spegne (mDp dr00 periodicamente (xatà civas
upovuy mepiddove) e (pétpa), in questo mare che si diffonde ed nella stessa
proporzione di prima che ci fosse cazione concreta del concetto fondamental di
cui Eraclito si servì per caratterizzare la e sopratutto per delineare le
grandi trasformazioni alle quali — Secondo la sua teoria — viene sottoposto il
fuoco nella genesi e nella formazione dell’universo ? i Quest’idea non è sfuggita
all’ il quale a questo proposito scrive: ricevere dal fuoco e dalla terra tan
stessa al fuoco ed alla terra... Il mondo, preso nella sua totalità rimarrà lo
stesso finchè i suoi elementi si trasformeranno l'uno nel- l’altro nella stessa
proporzione; ed ogni cosa individuale rimarrà la stessa fin tanto che la
trasformazione della materia avrà luoga in modo uniforme sul punto determinato
che occupa nell’ uni. verso. Ciascuna cosa è quella che è, unicamente perchè le
cor. renti opposte delle sostanze che vanno e vengono, s'incontrano in essa in
una direzione ed in Una proporzione determinata » (1) Utili ricerche si
farebbero da questo punto di vista sulla teorii dei contrarj. Infatti
continuamente Eraclito afferma che tutte nella natura si genera per contrarietà
di tensione — :tysoda: rive ar èvaverdinta — e si unisce armonicamente : i TÒ
AvTIEOLY cIILKPÉpOY. Si potrà dire da taluno che noi non dobbi queste frasi
puramente poetiche, dell’inutilità di questa documenta: si è servito larga
Bewbpavoy) proporzionalmente assume una misura la terra, la personi e della
proporzio sostanza dell’univers acutissima critica dello Zeller. Re « L’acqua,
per esempio, deve ta umidità quanta ne cede ess amo insistere tanto so pr Sia
pure, io non so persuaderni zione quando penso che Aristoti mente — com'era
inevitabile — di questo principi €, pur conoscendolo, non giunse
filosoficamente a superarlo, com si potrebbe provare facilissimamente in mille
modi. Basti confroi tare i due passi seguenti : od Evvizo: Exwe Crapepopevoy éw
téfov nai Aipng (2); nai dx TOv Trapepéyvimy uIIMiOTIY Gppoviay, 7% vg
Buoroyésr maliviporos Gppovin Sxtwori nai mivta nat'ipv Yiveodat (3). (1)
ZELLER, Op. cît., I, 620. (2) Hrepor., Ref., IX, 9. (3) ArIstor., Eth. Nie.,
VIII, I. % 52 e; i ‘ 101 ‘adiamo oltre. Anche la teoria eraclitica dell'anima
umana i in rilievo l’impiego fondamentale del concetto di proporzione. pi
dobbiamo questa teoria dell’anima a Sesto Empirico, il quale, ndo, certo a modo
suo, la teoria di Eraclito, pretende farci are in che modo le anime si
mantengano in ‘unione col fuoco no. cioè si dlimentino dei vapori ignei. Ecco
il passo di Sesto j e. ì Mie Milla ragione ()670c) essere criterio della
verità, una ragione qualunque ma la ragione comune e divina (A6yoy dv zaì
deioy). Qual sia poi questa, importa mostrarlo in breve. inione del « fisico »
essere l’aria circostante razionale e pru- inte (cò mapiéyov fpas Voyindy ce dv
vai ‘ppevijpes) <A ando questa divina ragione per la via respiratoria,
secondo i D; diventiamo razionali (rodbtov d7) cdv dstoy Xétoy, xa "Hpdx-
dl avarvo7s ondoayiss vospoi ivépsda) ». | ‘nel sonno siamo dimentichi, ma
svegli ridiventiamo razio- Questa ragione comune e divina, per la cui
partecipazione no razionali, è chiamata da Eraclito il criterio della i
(apreijprov'a)ydstas guai è ‘HpaxAetros) » (1). | n a ragione il Soulier fa
notare che non si può facilmente ì quanto ci sia poi di Eraclito stesso in
questa citazione dh: modo, risulta che, se il passo è d’Eraclito, egli ha mat:
al divina) per la cui partecipazione noi diventiamo partecipi della misura dell’universo.
> diventano vospai 0, Xowaai per aspirazione e per sen- questo loro essere
intelligenti e ragionevoli significa essere sorzionate ed è una qualità della
sostanza proporzionata respirano, cioè una proprietà materiale. Sexr. Emp.,
Mathem., VII, 127, II. .OULIER, 0p. cit., pag. 205. 4 pa METTUIO 1 "mn Ran
dE bili i ent "os È CÀ S Questa interpretazione è confermata dal passo già
citato relativa allo sviluppo della sostanza che costituisce il Cosmos, cioè
del fuoed eterno che si trasforma proporzionalmente ossia, come dice Eracli 0,
che sì spegne a misura ed a misura si riaccende. Tutte le evoluzioni È- del
fuoco o le metamorfosi delle parti del mondo, secondo lui, pro- cedono
misuratamente o normalmente; cioè con un certo ordine (1). E l’anima nostra,
essendo composta di fuoco, partecipa della - natura ignea universale, che, come
è noto, si trasforma perenne mente secondo una proporzione (pérpa). Bisognerà
ancora dilungarci un poco sopra questo argomento; perchè finora non è stato
avvertito abbastanza che il principio della proporzione è uno dei cardini su
cui gira tutto il sistema di Eraclito. ì Il processo fisico si presenta all’
Efesio sotto l'aspetto d’un pra / cesso cronologico universale che si muove
perennemente con ordine e con necessità. Tutto accade per eimarmene.
L’eimarmene è Ì la parte a ciascuna cosa, a ciascun essere impartita, ciò che
gli spetta, il determinato, il destinato ; quindi, secondo la nostra inter- i
pretazione, il proporzionato a ciascuno secondo la proporzione f universale.
Qui la nuova interpretazione è applicabile in tutto he per tutto senza fare una
grinza. hi L’eimarmene non è il Fato in senso mistico, nè la posizione pura
mente casuale del mondo — secondo la frase di Dante — ma l’ide I) del normale e
necessario sviluppo del principio proporzionale del. i l'universo in che tutto
(rAvtws) procede sempre in virtù della lot i (degli estremi) e si armonizza
mediante la conciliazione (dei medj) Laonde non solo è giusto ripetere con
Stobeo e Plutarco che la eimarmene di Eraclito è identica alla necessità in
genere (4vd%7) } ma bisogna riconoscerla ben stretta parente di quella
necessità che fu posta da Aristotele a fondamento del sillogismo per cui di
certi termini opposti, cioè posti in opposizione fra loro, si ded (copfaive) un
qualche cosa di diverso da quanto fu poste (&É dvdrrane). Queste sentenze
ci permettono dunque di ricostruite in modo un po’ differente dal solito, ma
non poco interessante, la > & una parte della concezione cosmologica di
Eraclito. , Ì (1) M. HEINZE, Di Lehre vom Logos in der Griechischen
Philosophiei : Oldenburg, 1872, p. 5-6. di ks A È ì al “ i ” Ta « » au D rh FC
“i ] 4 - LATE . | | Jal fuoco ; ma il fuoco si trasforma proporzionalmente, con
lotta e conciliazione dei contrarj e per necessità. re a quest'ordine
necessario, perchè to il bisognevole secondo le leggi ha il suo tempo, e non
può. misura, que niuna cosa può sfuggi essere viene imparti *umiversale
proporzione. Ogni cosa assare la sua mèta, neppure il sole. Ogni cosa è
conseguenza logica (necessaria) delle trasformazioni Fi pi ‘oporzionali della
sostanza mossa a guerra e ad armonia dalla sua sropria essenza logica di
proporzione. E donde proviene che l'ordine universale appaja tale alla mente
mana? Donde risulta che la mente umana scorga una convenienza Î che la soddisfa
nel modo con cui il mondo ordinatamente si produce i » riproduce nel tempo? Da
null'altro che dall’identità di natura che esiste tra la sostanza dell'anima
umana pensante e quella del tinec i eterno, principio formatore e coordinatore
d’ogni cosa se- o proporzione. lea 74 ecco perchè Eraclito vuole che anche le
azioni degli uomini ano un punto di appoggio sull’idea dell’ordine razionale, i
legge che penetra il mondo fisico deve penetrare il » morale ». Come si
svolgono i fenomeni fisici? Secondo pro- ne, e così pure devonsi svolgere i
fenomeni morali. Tutto succedere xatà tdy X6j0y, dvà A610v, cioè secondo la
legge ne- ia, e comune della proporzione. Qual'è dunque la formula a capace di
abbracciare tutta la filosofia eraclitica ? Tutto secondo la necessità logica
della proporzione : mdyra pei, 0 ag nel primo periodo filosofico della Grecia
antica che hanno relazione colla storia del concetto di analogia. Quando Empe-
d’Agrigento (1), che fu detto Pitagoreo, sebbene l’indole versa- le del suo
ingegno lo portasse ad essere sopratutto un eclettico, pose che il reale è
composto di quattro elementi (fuoco, acqua, etere, terra) i quali,
inalterabili, per sè inerti ed eguali — cadta dp tod te | dvca — formano il
mondo aggregandosi e disgregandosi variamente per causa di due forze contrarie
: l’amore (gii) e l’odio (veîxos), Po asi Ly] Cfr. Srurz, Empedocles
Agrigentinus. A e si sente subito che
queste idee sono il prodotto delle speculazioni analogiche del tempo, perchè
bisogna vedere nella forza che tende ad avvicinare gli elementi la
conciliazione dei medj, e in quella che tende a separarli, l’opposizione degli
estremi, insomma la virtù, bilaterale della proporzione assunta a principio
esemplare dell’ uni- verso. La stessa preoccupazione si manifesta nel continuo
scambio del termine )60< col termine pila per indicare l’amicizia considera
a, come l’ottimo dei beni, e nei casi fisici avvicinabile quasi al concetto
moderno dell’affinità elettiva dei corpi semplici, Traverso i veli della poesia
il principio pitagorico della proporzione universale pertanto splende come
l’astro sereno delle notti. I seguenti altri brani empedoclei non mancano di
chiarezza al riguardo, anzi dimostrano, a parer mio, quanto l’Agrigentino sia
penetrato nel regno meraviglioso della legge : « La terra s’incontrà sopratutto
in eguaglianza con Hefaistos, colla pioggia e il brillante etere ; ancorandosi
nei porti perfetti di Cipris, in proporzione sig un po’ più forte sia un po’
più debole, essa formò così il sangue e lé diverse specie di carni..... »
(210). «La terra, attratta all’unione nei suoi larghi erogioli, sopra otto
parti due ne prese del trasparen be Nestis e quattro di Hefaistos ; così si
formarono le ossa bianche divinamente consolidate dai vincoli dell’armonia.....
». « Perchè v’hé adattamento tra tutte le loro parti, sole, terra, cielo e
MAFE...sa per tutto ciò che erra frattanto dalla nascita alla morte..... »
(265); (REST tutte le cose sono armoniosamente costituite..... » (380),
&.... la legge universale sotto la vasta distesa dell’etere regni ovunque
brilla la luce..... » (440). L’importanza del principio della proporzione nel
sistema d’Em: pedocle fu sentita anche da Aristotele, il quale, nella sua
7'ilosofié prima, scrive : i «Quando Empedocle dice che ciò che fa l'osso è la
proporzio ei Botody tO Aéyw cuov slvar egli designa con questo la forma e
l’essenza della cosa, ma bisogni pure che questo principio renda ragione della
carne e di tutte ] altre cose o di niente ; è dunque per la proporzione che la
carne È l’osso e tutte l’altre cose esistettero e non già per la materia, l
quale è, secondo lui, fuoco, terra e acqua. Se un altro avesse dett 105 sin ha
già notato che Aristotele attribuisce il medesimo ‘pensiero ad Empedocle in
parecchi altri passi : De generat. amim., 1 i; De partib. anim., I, 1; De
amima, I, 5. pi a Quindi, dopo gli schiarimenti antecedenti, mi sembra
impossibile «ubitare che l’interpretazione analogica sia lontana dallo spirito
del- I nitino. Ma ecco un altro punto che rinforza grandemente la tra tesi. Il
testo dei Dossografi greci a proposito delle sensazioni ‘alenni fanno produrre
dal simile, altri dal contrario, rispetto ad sedocle riferisce : « In generale
Empedocle spiega la mescolanza mescolano, contrariamente agli altri liquidi di
cui eglinumera verse combinazioni. Per conseguenza, tutto sentirà, e mesco-
sensazione, accrescimento non saranno che una stessa cosa; è tutto è sempre per
lui l’effetto di una proporzione di pori, salvo che differenze che egli può
aggiungere »; «..... tra il fuoco in- a è l’esteriore vi è adattazione
reciproca. La proporzione 0 imilitudine esistono sempre fra essi ». E più
innanzi: « D'altra , in tesi generale, secondo lui, la similitudine non ha qui
nes- e e la sola proporzione è sufficiente ; è così ch'egli dice on vi è
sensazione reciproca, perchè i pori non sono in pro- a, da ogni banda, anche in
mezzo ai numerosi e grosso- spunta il Deus ex machina della proporzione, che in
uce ad una specie d’intuizione della razionalità della è mon sempre visibile, che
presiede a tutte le cose; v dpnpéra Seorscindev. sempre ad illustrazione di LI
dioso pensiero della logica della natura che è la pietra are di tutta la
filosofia greca. a atomistica fondata, forse, da Leucippo, ma personificata
mocrito, nato verso il 460 in Abdera. Per avere una breve (1) Arisr., Met., L,
I, cap. IX. ; a PASTORE, Sillogismo e proporzione. ac de “nz è a ate he E
notizia della posizione di Democrito di fronte al principio dell’ar logia,
gioverà ricordare non solo il suo saggio consiglio : petpidrni tippioc vai lov
Evppetpin ma sopratutto il contributo originale che la critica moderna ha;
recato all’interpretazione delle sue dottrine. « II meccanismo: greco,
raggiunge la sua importanza maggiore con Democrito, quando egli asserisce
espressamente come il moto degli atomi | conduce alla regola ed all’ordine ;
perchè — si noti bene — l’in- i contro degli atomi e la loro riunione non
succede a caso, ma per necessità di natura (&v4/), essendo determinato dal
moto di' P gravità » (1). È Questa necessità naturale, guida del moto degli
atomi alla rego ed all’armonia, è l’anima dei giusti rapporti proporzionali che
sono gli effetti della gravità. sagora (nato verso il 500), il quale venne ad
Atene verso il 456 quando Protagora cominciava a professare pubblicamente,
Ippo: } $ 107. — Esaminiamo ora brevissimamente la dottrina di Anas: erate da
Chio insegnava la geometria e i Pitagorici — secondo la ha congettura del
Tannery — pubblicavano, per far denaro, lavor geometrici del loro maestro,
Poichè è già noto che Anassagora risentì potentemente l'in D yr Lo (1) G. B.
MiLesi, La filosofia di Pitagora, di Democrito, di Galilei e di Borel :9 ele
moderne teorie meccamiciste (Atti del Congresso Intern. di scienze storiche y
Roma, 1903). Questo spirito dell’atomismo democritico, « aborrente da. ogi
maniera di finalità e tutto spiegante per via di leggi e di cause naturali me
canicamente operanti », fu messo in chiara luce dallo Zuccante, il quale, rar
mentando il noto frammento di Democrito, o di Leucippo, secondo altri, 00% :
vena pony Yivetar dd mavia ax Abyon te al ir &aviyzns, « niente avvigi per
caso, ma tutto ha la sua ragione e la sua necessità » che secondo ll deve
essere intesa nel senso d’una confutazione perentoria d’ogni teleolo tt
aggiunge ben opportunamente: « La ragione (X6yog) di cui si parla fram. non è
che la legge matematica e meccanica a cui gli atomi nei movimenti obbediscono
con una necessità assoluta ». Cfr. G. Zuce Da Democrito ad Epicuro. Estr. «
Rivista di Filos., Pedag. e Scienze affini, 1900, anno II, vol. III, n. 5, pag.
5. mer. 2 _ ESE Gprs Bei i ico ( itico,
limitiamoci all’inter- pensiero itagorico (1) ed eraclitico, limi | 3. La he fu
detto da Aristotele Gpotopépeta. one del vods e di ciò € i ; vodc d’Anassagora
è la mente ordinatrice, al disopra del mondo, che dispone in ordine le
particelle similari, facendo passare la È materia (0 miscuglio materiale) dallo
stato primitivo allo stato presente, dando il predominio conveniente alle varie
parti omogenee sulle eterogenee, distribuendo sapientemente, cioè secondo pro-
| porzione, gli elementi confusi e amalgamati nell’essere primitivo (2). Come
si spiega la formazione degli esseri ! i vee «1 varj esseri si formano,
disgregandosi e congiungendosi insiem@ ‘opportunamente e in diversa proporzione
i semi (aréppara) delle varie qualità e divenendo in tal modo percettibili »
(3). | Come è spiegata la qualità delle cose ad esclusione delle altre, poichè
ogni porzione assegnabile della mole primitiva conteneva elementi d'ogni natura
? In ogni essere la materia corrispondente la sua qualità è contenuta in una
proporzione più forte delle Ha dunque Anassagora intravveduto il congegno del
processo alo rico ? Non si può pretendere che egli se ne sia servito matema-
amente ; ma che il modo del procedere gli sia stato noto e che ad esso si sia
inspirato per la sua concezione delle cosidette omeo- ‘merie e del vos è
innegabile. Anzi, quando si dice che le cosidette ‘omeomerie sono le parti
similari si dice troppo poco ; bisogna inten- parti similari proporzionali
disposte dalla mente ordinatrice ondo nella maniera più acconcia al
raggiungimento del fine. Zuccante, nel suo acutissimo studio, osserva che i
caratteri vi del voòs si riducono alla semplicità, all’onnipotenza, iscienza
(4). yporrei di chiarire ancora il contenuto dell’onniscienza ra col mettere in
luce la nota della proporzione, facendo PS TELE TT E 0 E lite AMI ali : TIZI SS
MEV O dar 4 matematica e, quando scontava in prigione l'accusa di empietà,
serisse sul famoso problema della quadratura wel cerchio, che con lui compare
per la prima volta nella storia della matematica greca. (2) WanweERY, Op. cit.,
pag. 275, nota. TrIicHMiLLER, N. Studien, I, 194 è segg. mu ) Cfr. Zuccante,
Anassagora, « Estr. Rivista filosofia e scienze», 1908, Vol. 1, N, 5-6, pag.
10. (4) Zuccante, Op. cit., pag. 11. e i a ef e, sten A insomma la onniscienza e l’onnipotenza
creatrice d’ogni cosa sub specie proportionis, perchè solo così può intendersi
l’ordinatrice armoniosa dell’universo. Questo anzi mi sembra il tratto
essenziale della dottrina delle omeomerie, su cui bisogna insistere di più se
si voglia apprezzare convenientemente l’altissimo pensiero del Clazomenio,
Quella mente che formò il mondo « per la sua onniscienza e dietro un piano
prestabilito » doveva essere per Anassagora la mente della ‘ proporzione
universale. Questa concezione analogica si fonde natu- i ralmente « colla
concezione teleologica » (1). Certo, stando alle pochissime dichiarazioni
dirette di Anassagora, non possiamo garantire la verità assoluta di questa
spiegazione, ma nulla ci impedisce di credere che, quando Aristotele dice di .
lui : « si serve della mente per fare il mondo come d’una mae- china » (2),
questa macchina fosse per lui la mente legislatrice d’ogni cosa illuminata
dall’idea tradizionale della proporzione, Divisamento in parte analogo a quella
meravigliosa speran a che invase Socrate quando egli sentì leggere nel libro di
Anassagora essere la mente la causa ordinatrice d’ogni cosa (8). Platone
(429-348) sarà utile ricordare, in breve, le potenti e multiple influenze che
questo genio costruttivo e analitico di primo ordine Loi subì ed esercitò
rispetto all’argomento che ci interessa (4). Senza tras: 3 curare l’influsso di
Socrate, al quale, se converrà certo attribuire i la gran cura che egli pose
nel cercare la definizione dei concetti universali e nell'uso della dialettica‘
e dei discorsi epago- x gici (5) Sraxtixoè bot, non è men certo che non si
dovrà attri- buire tutto il suo ardente entusiasmo per la matematica (6), è | |
$ 108. — Prima di penetrare direttamente nel sistema del divino Li (1)
ZUccantE, Op. cit., pag. 12. (2) Arist., Metaph., I, 4, 985, a. 18. (3)
PLartoNE, Fedone, XLV-XLVII, 96 A - 99 B. (4) ArISTOT., Metaph., I, 6: XIII.
(5) ArIstoT., Metaph., Lib. XI, e. IV, 4. (6) Tuttavia sarebbe tempo di non
annettere troppo gran peso alla frasé che si cita comunemente : « Socrate
stimava di saper a bastanza di metria per misurare il suo campo», perchè le
sottili disquisizioni matemi tiche che in tutti i dialoghi di Platone si fanno
in sna presenza e sulle qui Ea eniza — diro n 109 solito e e degli Eleatici che
egli sentì, senza dubbio, Jamente volgiamoci subito all’ influsso dei
Pitagorici che egli tanto sovente e così profondamente interloquisce,
dimostrano ch'egli condo l'avviso di Platone, non solo sapeva ascoltare le
cognizioni mate- tiche, ma ne era senza aleun dubbio intenditore, Cfr. inoltre
le assennate ioni del CuiarreLti (Della interp. pant., pag. 121-126) sopra il
valore ativo del Socratismo. « Uno sguardo attento alle condizioni scientifiche
» quali si formò Socrate, dice in particolare lo stesso A., ci persuade che li,
prima di acquetarsi nella convinzione della sua inscienza, avesse dovuto
ireamente informarsi delle dottrine joniche, pitagoriche, eleatiche e così (Il
Naturalismo di Socrate e le prime Nubi di Aristofane, in « Rend. Lincei »,
1886, pag. 288). « Se è vero che l'oracolo di Delfi, come e di Licnrgo,
l'avesse già per tempo dichiarato il più saggio dei Greci, il indicare che il
suo nome era già conosciuto per le sue ricerche e ‘era vicino ancora a
quell'epoca in cui attendeva alacremente alla della natura » (Op. cit., pag.
288). E più avanti adduce altre prove mmario molto addentro « nell’insegnamento
della yswperpiz e della ta» (Op. cît., pag. 293). Vedi ancora dello stesso A.:
Sulle teorie dei Sofisti greci, « Atti R. Acc. di Scienze morali di Napoli »,
1889, ‘Arehiv. fîir Geschie. d. Philos. di Berlino », 1890-91. Lo Zuccante; nel
pregevole lavoro Socrate (Torino, F. Bocca, 1909) a questo riguardo innge opportunamente
: «..... è un fatto incontestabile che Socrate, se ipò da giovane dello studio
della fisica (e non c'è dubbio che se n'è come risulta dalle Nudi di Aristofane
e dal Pedone di Platone, #6 ABO; su questo punto vedi quanto diciamo a pag.
107-108 e @ pag. 108) l’abbandonò giunto all’età matura » (pag. 165-166). i il
noto brano dei Memor., IV, 7, 2-3: « di geometria, ad esempio, tanto che
occorre a ben misurare un campo che si voglia com- o dividere, o lavorare ; ma
i problemi più difficili si lascino nr. Puttavia è giocoforza riconoscere che
se Socrate nell'ultima vita fu un moralista esclusivo, per la formazione del
suo pen- ch larga preparazione scientifica in genere e matematica in en
‘naturale, vogliamo dare qualche peso alla satira di Aristo- ll quale nelle
Nubi (v. 143 e segg.) lo mette in ridicolo perchè, nella sua 1 to indagare, si
ocenpa perfino della geometria delle pulci, e atutto annettere un significato
ironisv e majeutico alla dichiarazione sua ignoranza. L’abitudine sopra
avcennata poi di presentare Socrate Un moralista esclusivo quasi avverso alla
matematica, è, chi bene vi, strettamente Sica all’abitudine di presentare il
suo metodo ptare come essenzialmente induttivo (Cfr. p. e. G. Zuccante, Del di
filosofare di Socrate in Saggi filosofici, Torino, Loescher, 1892, ene cratere
leppoggio iuint 4 1, È, na parte, destituita di fondamento. Infatti, 4 di fi nl
I | fu enorme (1). Sappiamo che nei
lunghi viaggi che egli intra- prese dopo la morte di Socrate, nell’Egitto, a
Cirene, nella Magna Grecia, in Sicilia, conobbe personalmente parecchi
Pitagorici allora viventi: Archita di Taranto, Eurito di Taranto, Teodoro d
Cirene, Timeo ed Acrione di Locri, Echerate di Fliunte, e strinse con alcuni di
essi legami di studio (Teodoro, Filolao) e di intima amicizia (Archita, Timeo).
E poichè la nota caratteristica della scuola pitagorica era la preminenza degli
studj matematici (aritme- tici, geometrici, astronomici, meccanici, musicali) e
il suo genio da un lato lo portava alla matematica, per la quale ancora a’ suoi
tem D benchè Aristotele nel determinare i servigj resi da Socrate alla scienza
pura cioè indipendente da ogni applicazione morale, dica esplicitamente : « 350
dp om & tie dv arodoin Lwxprditear Brzaiwe, tolc v emantizode AGYOvE sala
Oplkeoda: xa0élov' tadiu Yip tom dp repi dpyiy èmromi)uns (Met., 4), na nè ben
stabilito che i Xéyor iraxzizoi indichino i ragionamenti induttivi ne senso
ordinario e moderno della parola. Per giustificare il dubbio, baste rebbe
notare che l’èreywyi aristotelica essendo un processo in cui « estremo si
attribuisce al medio mediante l’ altro » (Analyt. pr., IT, p. 680 15: 27) è un
processo di necessità, vale a dire un processo dedi tivo. La distinzione
figurativa del passaggio dai particolari all’universe da questo a quelli ci è
indifferente, essendo chiaro che in ogni processo de tivo si deve tener conto
della necessità della conclusione che è la vera È as del ragionamento logico, e
non delle varie rappresentazioni psicologiche d stesso processo. In generale nè
Senofonte nè Platone ci presentano la P deduttiva del metodo socratico,
contentandosi l'uno di dar prevalenza alli parte costruttiva, l’altro alla
parte confutativa, e in questo furono segui! ciecamente dalla maggior parte dei
critici posteriori. Aristotele rilevò più chiaramente il doppio merito della
definizione e dell’ èreyuyi, ma la interpretazione logica dell’ èreyoy ha dato
origine ad un erroneo app zamento del socratismo. Il Socrate logico non
apparirà se non quando + capirà che la sua dialettica risulta da due processi
metodici l’uno neg e l’altro positivo, l’uno psicologico comprendente l'ironia
e la maje l’altro logico comprendente la definizione e la deduzione. Queste co
sioni che potranno sembrare veramente eccessive non sono state ani prospettate
— ch'io sappia — dalla critica ; neppure il PFLEIDERER; grado la felice idea
della noocrazia socratica (Sokrates und Plato, Tiibi 1896), riuscì a
comprendere che il concetto informatore della diale socratica è la deduzione e
non l’induzione, Ma questo problema, che fo il punto culminante della storia
della logica prearistotelica, sarà studi in un prossimo lavoro. Cfr. intanto il
$ 157. (1) TricHMiLLER, Neue Studien, ece.; Tocco, dal « Giorn. Nap. », 1879;
CHIAPPELLI, Della interp. pant., pag. 107 e segg. Pa N» Al +\év a - ** _ | | —I
111 intendeva tutto ciò che era oggetto di insegnamento scientifico, all’altro
all’interpretazione della logica della natura che egli sentiva ‘Sostruita
secondo i disegni di Dio da lui considerato, al dir di Plu- tarco (1), come il
supremo geometra dell’ Universo (asî tswpsnpeî $40y), è ben naturale che egli
abbia sostenuto tanto vigorosa- x “mente che la conoscenza della matematica è
indispensabile allo studi a filosofia. P ir proprio notevole — per la storia
matematica | della teoria delle proporzioni — che l’unico contributo diretto |
all'incremento della geometria che di lui possediamo si riduca v appunto ad
un'applicazione diretta di questa teoria, contenuta n ella soluzione del
celebre problema di Delo. È vero che molti ‘critici ritengono apocrifa la
soluzione attribuita a Platone. Il Tannery, fra gli altri, osserva che «la
soluzione è certamente | posteriore ad Eratostene, il quale, nella sua lettera
a Tolomeo II, | non dice una parola in proposito, mentre attribuisce formalmente
invenzione della riduzione della duplicazione del cubo all’inser- zione di due
medie proporzionali ad Ippocrate da Chio, l’inventore ‘delle lunule. A nulla
valgono — aggiunge — le affermazioni ‘esplicite di Plutarco (Quest. Conviv.,
VIII, qu. 2, Cap. I; Vita Marcelli, Cap. XIV, $ 5) » (2). Ma queste ragioni non
mi sembrano convincenti, perchè non è che la questione, considerata da un nuovo
punto di vista, a ricevere una soluzione conciliativa. i noi già sappiamo che
Ippocrate, primo fra i Greci, pur trovato il modo di inserire due medie
proporzionali fra menti dati, e mostrato la possibilità di trasformare il pro-
eometrico della duplicazione del cubo in planimetrico, lasciava insoluto questo
secondo problema che fu risolto chita soltanto col metodo dei semicilindri (3),
cioè con un o non eseguibile colla riga e col compasso. (1) PLurarco,
Quaest., conv. VIII, 2 pr. (2) P. TANNERY, La géométrie grecque. pag. 79. (3) PLurarco, Vita di Marcello, cap;
XIV. « Imperciocchè i primi inven- i questa così estimata e decantata arte
meccanica furono Eudosso e hita, dando così ornamento e vagliezza alla
geometria, e fortificando con ci esempj e sensibili quei problemi che
agevolmente dimostrar non i I? : LU Di
Inoltre sappiamo che mentre Platone biasimava tutte le soluzioz empiriche o
strumentali dei problemi di geometria pura, che chiamava banausiche (1) cioè
ignobili, illiberali, adatte solo ai lay manuali degli operai e non degne di
essere ricordate in filosofi per contro Eratostene (276-194 a. C.), tutto
intento alle mis ed alle necessità strumentali degli studj fisici, apprezzava a
ti segno le soluzioni banausiche che egli stesso inventò uno strumenti
ingegnosissimo che serve a risolvere praticamente il problema d Delo (2).
Finalmente sappiamo che nei trecento anni circa ch si possono col raziocinio od
in pratica, come il problema intorno alle di medie proporzionali, il quale è
fondamento necessario per molte altre dim strazioni, dichiarato fu da amendue
loro col mezzo di strutture organich adattando certi strumenti che si chiamano
mesolabj tratti da sezioni e < linee curve. « Ma poichè Platone se la prese
contro loro, come persone che rovinavat e guastavano tutto il buono della
geometria, la quale dalle cose incorporé e intellettuali veniva così a
rifuggirsi alle sensibili e a far uso dei corpi pi quali richiedesi molta e
noiosa operazione manuale e servile, restò la mi canica degradata e separata
dalla geometria e, divenuta una delle arti mili tari, tenuta fu lungo tempo in
dispregio dalla filosofia ». } Mesolabio — da pécog mezzo e da Xdfov che
prende, altri hanno piecoypaga che tracciano il mezzo — è quello strumento
(descritto da Eutocio nel st Comentario sopra Archimede) con cui gli antichi
praticamente trovavano di medie proporzionali. Può quindi dirsi mesolabio
qualunque strumento trovare le dette medie proporzionali, o ad accrescere
proporzionalmeni corpo cubico, serbando la stessa figura per qualsivoglia
grandezza ». (1) Cfr. Gomperz, Op. eit., II, 501. « Platone non amava le
ricerche sf rimentali, parecchie volte manifestò la sua irritazione contro
Eudosst Archita che avevano tentata la soluzione d’un problema di geometria
perando utensili ed apparecchj invece del puro ragionamento (opere nausiche) ».
(2) Vitruvio, De Architectura, L. IX, cap. III. « Si rivolga ora l’anîì alle
scoperte di Archita Tarentino e di Eratostene Cireneo. Perocchè que hanno colle
matematiche trovato molte cose utili agli nomini e bene per ognuna abbiano
acquistato stima si rendettero però ammirabili s tutto per le brighe sopra una
cosa: ciascuno cioè tentò (alius eniîm € ratione demonsirarunt) con diverso
metodo sciorre il problema dato da Ap nelle risposte di Delo, che si facesse un
cubo doppio del suo altare così ne verrebbe, che gli abitatori dell’isola
sarebbero liberati dall’ira dé numi. Quindi Archita coi semicilindri,
Eratostene col mesolabio scioli lo stesso problema ». (Itague Archytas
hemicylindrorum descriptionibus, B tosthenes organica mesolabi ratione idem
explicaverunt). Le * 118 ro da Ippocrate
a Diocle si contano non meno di dieci del problema di Delo effettuato con
metodo diverso (1). posto, le osservazioni più importanti al proposito nostro
si sono ridurre ai tre punti seguenti : i i | jo Siccome l’unico frammento di
Eratostene in cui egli parla della duplicazione del cubo ci fu conservato da
Eutocio, il quale tuttavia continua ad attribuire a Platone una soluzione
‘geometrica del problema di Delo, non si può credere che Eutocio P rebbe
continuato ad attribuire questo merito a Platone, dal mento che egli stesso
viene a citarci il passo di Eratostene in cui attribuisce l’invenzione della
duplicazione del cubo ad Ippocrate, 86 non si fosse trattato di due soluzioni
diverse. ‘90 Se il silenzio completo di Eratostene rispetto a Platone ‘fosse
una buona ragione per negare ogni invenzione matematica ‘a Platone su questo
problema, allora dovremmo anche negare che Archita abbia trovato una soluzione
dello stesso problema, dal ento che lo stesso Eratostene non dice una parola di
lui. silenzio di Eratostene quindi va interpretato nel senso che fu accennato
di sopra. fi 30 Finalmente, si noti che il Comento di Eutocio fu scritto verso
i 500 dopo Cristo (2), mentre le opere di Vitruvio e di Plutarco 3 gono
all'incirca al 1 secolo dell’èra volgare, quindi non scludere tanto
recisamente, come fa il Tannery, ogni valore | testimonianza. L’opinione più
probabile pertanto mi ente, he con Eratostene si attribuisca ad Ippocrate da
Chio zione della possibilità di risolvere il problema | delle due medie
proporzionali, ma anche le , quantunque effettuate con metodi diversi,
Ippocrate, di Archita, «di Platone, di Eudosso, di Me- | devono due eleganti
soluzioni conservate da Eutocio), (collo strumento chiamato ila Pappo
mesolabio), di Apollonio, lede (250 a. C. colla concoide), di Diocle (180 a. C.
colla cissoide). \Stesse tracce degli antichi, ma con metodi diversi vi hanno
faticato arni, 6 fra questi Cartesio al quale dobbiamo una delle più fa- |
ingegnose maniere di trovar le due medie proporzionali ». fr. Archimedis Opera
omnia cum commentariis Eutocii. Lipsiae, 1881, , De sphaera et cylindro. , anzi appunto per questo, restano sempre
degne di mantenere il lor posto della storia. Ciò che indusse al silenzio
Erastotene fu L scarso interesse che egli vedeva nelle ricerche puramente
astratte sul quale tipo era appunto architettata la soluzione di Platone (1) e
l’aver quindi anche taciuto le soluzioni di Archita, di Eudosso, dl Menecmo,
per esaltare la propria, che invero dopo la posizione de criterio di Ippocrate
si presenta come la più facile e la più elegant soluzione pratica del problema.
A) In questo modo, rafforzata notevolmente l’opinione favorevol a Platone
matematico, che fu sempre tema di incerte leggende e rivolgendo lo spirito allo
sviluppo del suo immenso sistema filo sofico, ci stupiremo ben poco di veder
adoperato su vasta scali precisamente quel principio matematico delle
proporzioni su eu si fonda il suo contributo diretto all’ineremento degli studj
g metrici. i 4 $ 109. — Così anche studiando l’impiego filosofico del principî
della proporzione nel sistema di Platone, non abbandoneremo i doppio filo
conduttore della presente ricerca rivolta a determinat la continuità nel tempo
e nella dottrina della teoria matematiei e logica che ci riguarda. Però non
andremo a rintracciare tutti punti in cui occorre la parola analogia, chè —
salvo il peso dell’us linguistico, — poco se ne potrebbe concludere; ma,
attenendoci più (1) Che la soluzione di Platone fosse proprio architettata sul
tipo soluzioni puramente astratte mi pare indubitabile, perchè altrimenti sa
inesplicabile il suo biasimo delle soluzioni banausiche. L'opinione più
probabile è che Platone si sia limitato a ridurre il prob lem: della
costruzione delle due medie proporzionali fra le due rette date all inserzione,
fra i prolungamenti di queste rette, di una certa retta che ri scisse
perpendicolare alle due rette date, mentre qualche commen: svisando il concetto
del filosofo, abbia aggiunto di suo quel semplicis strumento che permette di
effettuarle. Cfr. a questo riguardo l’ accu memoria di B. CARRARA S. J., I tre
problemi classici degli antichi in rela ai recenti risultati della scienza. «
Rivista di fisica, matematica e se naturali », anno 3, n. 35, 36, 37, 40, 41,
43. Cfr. inoltre REINER, Hîs problematis de cubi duplicalione sive de inveniendi
duabus medtis continue portionalibus inter duas datas. Gottinga, 1798. Cfr.
insup. LORIA, Le sd esatte nell’antica Grecia. st imente allo spirito della ricerca,
registreremoi passi contenenti , veramente degne d’essere esaminate (1).
L’attitudine ad applicare il principio della proporzione era tal- ‘mente insita
nella mente di Platone che, non solo la si riscontra nei di ente scientifici,
ma anche in dialoghi che nulla dialoghi più direttam anno di comune colla
scienza. Il Simposio ce ne offre una prova | meravigliosa. I primi passi su
questa via sono fatti dal medico Erissimaco, il quale, nel suo discorso inonore
di Eros, insiste Janga- mente su quel principio universale che spinge
all'amicizia ed all’a- ‘more gli elementi dei corpi più ostili fra loro, il
caldo e il freddo, il secco e l’umido, ecc., seguendo in questa conciliazione
degli estremi per via dei medj la grande idealità della teoria della
proporzione che è Panima della Grecia antica. Non altrimenti procedono la
ginnastica, la medicina, l’agricoltura, la musica, e l'astronomia. Frissimaco
lo mostra invocando le dichiarazioni di Eraclito che tanto si appoggia sul
principio della proporzione. La pro- sperità dei raccolti, ad esempio, deriva
dalla giusta associazione contrarj e dalla loro armonica fusione. Infine la
mdantica stessa aterviene come mediatrice d'amore fra gli uomini e gli dèi.
Devesi singolarmente notare che in tutto il dialogo sono discusse, «con molta
profondità, due teorie diverse : l’attrazione dei simili 14 non privare la presente
interpretazione filosofica del più saldo i dovuto all’autenticità dei dialoghi
platonici considerati, ho ricerca sui tre dialoghi (Pedone, Repubblica,
T'imeo), che sono bbiamente autentici dai critici più autorevoli. Ad ogni modo
condotto sugli altri tre (Simposîo, Pedro, Filebo) serve gran- ricostruzione
del Platonismo prearistotelico, quand’anche si come prodotti della Scuola
platonica ma anteriori ad Aristotele. uo in parte il criterio del Cmapperri
(Della interpretazione i Platone, Firenze, S. Le Monnier, 1881, pag. 9-10).
Aggiungerò ia quanto all’autenticità del Sofista, del Parmenide e del Filebo uo
le conclusioni del Tocco, il quale fin dal 1876 nelle sue profonde e platoniche
(Catanzaro, Asturi) dimostrò che sono indubbiamente tici. Non intendo
pronunciarmi invece intorno l’arduo problema della sione dei dialoghi
platonici, sia perchè non tutte le ragioni espresse dal co nel più recente
studio Del Parmenide, del Sofista e del Filebo (da Studj i di filologia
classica, vol. II, 1894), ove egli cerca di ribadire l'antica centi, sia perchè
vorrei rendere questa nuova interpretazione (ana- a) di Platone assolutamente
indipendente dalle questioni di cronologia» I
e l'attrazione dei contrarj; ma che entrambe alla fine rigettate, perchè
ciascuna non è che una semiverità. Pe è chiaro che la verità intiera si ottiene
componendo i te mini di queste due parziali teorie sullo schema di un’ unica
proporzione che è il solo principio capace di conciliare tutte | difficoltà.
Segue a questa prima scena dell’impiego dell’analogii una personificazione
tanto bizzarra, anzi grottesca, dello stes principio che, se non la sapessimo
dovuta ad uno spirito alto ch trae dal fondo della coscienza umana, ci
mancherebbe il cora di annoverarla. La trovata umoristica di Aristotele è
troppo noi perchè sia ancor utile di esporla qui. Solo, fermandoci alla su
interpretazione, è giocoforza ricordare che la conclusione di discorso di
Aristofane prende tutta la sua forza dalla proporzion seguente : «il maschio
(doppio) sta all’androgino come l’androgini sta alla femmina (doppia)».
Malgrado gli arzigogoli escogitati di quel burlone che prendon motivo da
somiglianze o dissomiglianz che non sono argomenti, tutto il valore e il senso
possibile d ell sua tesi analogica appajono in piena luce, quando Aristofan
conchiude : « Ringraziamo Eros che ci restituisce la nostra naturi e
originalmente ci guarisce, rendendoci felici una volta per sempre! Così la
proporzione erotica è soddisfatta. ì Nel discorso di Socrate invece troviamo
un’applicazione straordi nariamente patetica dello stesso principio. Purtroppo
sarà necessarie disfare un po’ Ja trama del discorso e resistere freddamente
all fasi, anzi al sublime entusiasmo che trasporta Platone in qu momento. La
rivelazione socratica è circondata fin dalle sue gini da un alone leggendario,
atto a generare il brivido del mis Questo ci afferra all’ udire che Socrate
pretende d’essere s istruito sulla vera natura di Eros da una profetessa
egizian Diotima di Mantinea. Il Gomperz vede in questo particolare un puro
artificio analogo a quello a cui Platone ricorse nel Fi dove Socrate
attribuisce l’entusiasmo che sente alla misteriosa fluenza che emana dal
santuario eretto nelle vicinanze alle Ninfe L’analogia è profonda, non lo nego,
ma mi sembra che venga fi di cotesto passo anche una maniera di render
giustizia alle o ‘ij egiziane del più alto pensiero filosofico della Grecia ant
(1) GoMPERZ, Op. cit., II, 405. ebbe
forse imaginare, nè la più attraente. Gli argomenti do: occupa una posizione
intermedia. Non è nè un dio, A un mortale : si trova come medio tra i due
estremi ; è un gran demone che fa da mediatore fra i due estremi. I suoi
genitori sono ‘la ricchezza e la povertà. Così Eros occupa la vera posizione
filo- sofica, cioè quella d’un essere che aspira alla verità, perchè, non do nè
ricco nè povero, non è nè saggio nè insensato, ma egual- mente distante dai
due. Finalmente tutto il culto della bellezza, proclamato entusiastica- mente
ad ogni passo, è una esaltazione poetica e metafisica del principio della
proporzione. Qual è dunque il fondo essenziale di questo magnifico dialogo ? La
tradizione dell’analogia che fu seguita ‘accuratamente nelle presenti ricerche
sembra aprire sopra questa questione vitale una prospettiva inattesa che
potrebbe assumere una discreta importanza, Benchè il principio mistico
nell’amore occupi nel Simposio un posto incomparabilmente maggiore d’ogni altro
e vi prenda una posizione per così dire centrale, un legame, — finora
inavvertito, sembrerebbe congiungerlo indissolubilmente col principio teoretico
della proporzione. Così il misticismo erotico matematicismo filosofico si
potrebbero considerare come una iificazione maravigliosamente patetica della
stessa idea di $ @ questo rapporto organico fra l’amore e la mate- SI da una metafisica
nebulosa, rischiarerebbe insieme ì © l'avvenire della filosofia platonica,
quello immerso nei x l'Egitto e della Grecia più antica, questo nel misticismo
neoplatonici che sono all’aurora del Cristianesimo. $110 — Lo stesso concetto
si troverebbe adombrato nel Fedro, ove a a comparire l'Amore come grande
mediatore tra la vita estrie e la divina, Ma l’idea della proporzione non trova
in questo | dialogo che un impiego limitato e quasi invisibile ; come non l’ha
cli maggiore momento nel Fedone, ove se ne fa allusione a proposito Ila teoria
pitagorica che considera l’anima come un’armonia el corpo, 0 « dove la mente si
solleva dalle cose eguali e diseguali ad in tempo, all’Idea dell’uguaglianza »
(1) 0, come altrove si legge, N) CuarpeLLi, Della inter., pag. 126. di Diotima
sono noti. Eros non è nè buono, nè bello, nè brutto, nè dia fe 4 dei 4 elementi che proporzionalmente
composti, formano il corpo (fuoco : aria : : acqua : terra). Appena occorre
avvertire che ques la teoria rimonta forse a Pitagora e Filolao, e sarà ripresa
più ta di dai peripatetici Aristossene e Dicearco (1). $ 111. — L'impiego
filosofico del principio della proporzione si fa in seguito palese nella
Repubblica, nel Filebo e nel T'imeo. Non ogni dialogo ce lo rivela ad un modo,
ma la parte che esse vi prende è tanto grande, che il sistema platonico e
specialmente l’aristotelico a suo tempo non potrebbero intendersi senza di e
sebbene il pensiero aristotelico sia perciò tanto diverso dal pla; 0- nico, che
in quello s’è fatto quel progresso dottrinale a cui questo non potè pervenire,
Più tardi esporrò una critica generale della teoria, ma qui basti notare le
graduate applicazioni filosofiche dello stesso principio. Nella Repubblica,
come ognun sa, i mali della democrazia sone attribuiti al fatto che essa si
riduce ad un’anarchia, come l’egua- glianza che essa reclama non è, in pratica,
che l’eguaglianza degli ineguali. La mancanza di proporzione fra le varie
classi sociali è dunque la causa principale d’ogni disordine. « La giustizia stabilisce
nell'anima l’ordine e la concordia, e mette tra le parti un accordo perfetto,
come fra i tre toni estremi dell’ar- monia..... Essa lega insieme tutti gli
elementi che la compongono e fa, malgrado la loro diversità, che l’anima sia
una, misurata e piena d’armonia » (2). Un altro impiego veramente notevole del
principio di proporzione si trova nella determinazione del posto che la
matematica assume nel sistema platonico. Quattro sono le modificazioni che si
generano nell’animo rispet; n) alla verità ed alla sua evidenza e corrispondono
ai varj ripartimenti del conoscere : la ragion pura, la ragion discorsiva, la
fede e la congettura. Come sono ordinati questi quattro ordini di conoscenze ?
Sentiamo. Platone : « Piace dunque — diss'io — di chiamare ragion pura primo
ordine, ragion discorsiva il secondo, fede il terzo e congettur: il quarto, e
coteste due ultime insieme opinione, quelle due altre (1) Cfr. Doxogr., p.
3875. î (2) Repub., IV, 433, 6. e»
intellig ana n, e l'opinione indirizzarsi alla generazione e
l’intelletto all'essenza, e quel rispetto che ha l’essenza colla generazione
averlo l'intelligenza colla opinione, la ragion pura colla fede e la ragion |
discorsiva colla congettura » (1). Questi quattro gradi di conoscenze
corrispondono a quattro classi (o specie) di oggetti : idee, forme (numeri,
figure), cose, imagini; alla prima corrisponde la ragion pura (dialettica),
alla seconda la ragion | discorsiva (matematica), alla terza la fede, alla
quarta la congettura. La dialettica si fonda sulla dimostrazione; il suo
carattere essen- ziale è la deduzione pura ascensiva e discensiva e l’evidenza
delle | gue verità è massima ; la matematica sull’ipotesi; il suo carattere
‘essenziale è la deduzione applicata discensiva e la sua evidenza è fe nalmente
minore, a misura che il discorso si avvicina dal mondo dell’intelligenza
(essenza) al mondo dell’opinione (generazione), come appare dallo schema
seguente : Intelligenza Opinione (essenza) (generazione) Ragion discorsiva Fede
Congettura (Forme (numeri-figure) (Cose) (Imagini) î Matematica (ipotesi) a
disposizione ci porge il criterio da proporzionare l’un l’altro diversi della
conoscenza secondo Platone e le specie diverse etti corrispondenti. Così sarà
opportuno prima di tutto che gli ordini dell’intelligenza stanno fra loro come
gli all'opinione, cioè che la ragion pura sta alla ragion discor- iva come la
fede sta alla congettura; e in oltre che la Dialettica a alla Matematica, come
la Matematica sta alla Fede. Di qui turisce che la Matematica è considerata come
unquid medium fra Dialettica e l’Empiria, divertendo la conciliatrice fra il
mondo sensibile e il mondo ideale; qui troviatno l'embrione di ciò che altrove
s'è svolto nella teoria più arcana del demiurgo. I nomi d’un principio sovente
sono diversi, ma sotto i nomi c'è un mondo comune. La conciliazione degli
estremi invero, secondo il concetto originario (1) Prar,, Repwb., VII, cap. 14,
n. 534. L) PERITO di Platone, si ottiene
mediante l’intervento d’un fattore tras dente : il demiurgo. Che cos'è questa
causa impervia, camp in aria come volontà arcana e signora d’ogni opposizione ?
Aristotele vi vedrà l’immanenza unificatrice. Chi voglia tenersi all’interpre
zione più genuina e conforme al principio fondamentale del pensiero greco, come
s’è fatto fin qui nelle presenti ricerche, sarà invece costretto a vedervi il
principio unificatore della proporzione. Quest; è l’unico modo che ci consenta
di non torcere a teorie false il concetta del numero platonico, quando si dice
che il numero è qualche cosa che sta fra l’idea e la sensazione. Certo è che
queste applicazioni sono tutte viziate da errori che derivano da un concetto
non esatta del problema epistemologico. Altrove si dichiara che la ragione sta
all’appetito come l’ipati sta alla nete, il 61p.6s poi è la mese che sta alla
ragione in un rapporta di quarta, mentre il suo rapporto coll’appetito è una
quinta, È noto che l’accordo perfetto comprende l’ipate, la mese e la nete. tra
la mese e l’ipate è una quarta, tra la mese e la nete una quinta tra l’ipate e
la nete un’ottava. Insomma, l’epistemologia con Platone non è pur anco uscita
di quel simbolismo mezzo metafisico e mezzo romantico che aprì l’adit ad errori
che non sono ancora tolti dalla critica moderna, e tu sof prendi questo enorme
pensatore fare cento usi, dai più serj ai più stravaganti, dello stesso
principio della proporzione che ne suC sistema sembra un dio nascosto
rivelantesi in molteplici forme, Così si spiega la sua simpatia perla
tricotomia (proporzione continua) e per la tetralogia (proporzione non
continua) che gli fu rimpre- verata da Senofonte, spirito refrattario alle
intuizioni geniali e profonde della filosofia. $ 112. — Nel Filebo ricompaiono
le applicazioni etiche ed este. tiche dello stesso principio. Ad ogni passo la
misura e la proporzione son tenute per ragione di bellezza e di virtù ; così
per comporre a bevanda della felicità occorre mescolare in giusta proporzione
il piacere e l’intelligenza (1), così il bene è afferrato non solo sotto una,
ma sotto tre forme distinte, cioè sia come bellezza, sia come (1)
L'applicazione analogica comincia a comparire nettamente nella dot- trina sul
limite (népuc) e l’illimitato (&rerpov). Poichè Platone divide tutto che
esiste in tre generi : il limitato, l’illimitato e il composto dell'uno @ è i
" Prà a tà sol sia come proporzione
(1). « Se noi non possiamo afferrare ‘jl bene sotto una sola idea, afferriamolo
sotto tre idee : quelle della bellezza, della proporzione e della verità ».
Poco più innanzi ?a pro- porzione è considerata come la realizzazione dei
principj della mate- matica nel mondo dei fenomeni naturali. Pensiero questo
d’un’im- capitale se si pensa al rude empirismo nel quale erano immerse le
ricerche fisiche e chimiche di quell’età. Insomma le appli- cazioni del
principio analogico si addossavano, per così dire, l’una sull’altra ma non si
ordinavano, non si diffondevano ancora in una dottrina centrale sistematica
capace di dominare e di vivificare tutte le conoscenze. L’anima del logico e
del matematico del resto non è ancora distinta dall’anima del filosofo e del
poeta, e anche quando questi elementi pugnano fra loro, il dissidio è così
complicato che lo spicearne l’uno dall’altro sarebbe impossibile.
L’interpretazione dell’universo sotto l’aspetto della proporzione dipende, in
gran parte, da due fattori che cospirano in modo diverso nel sistema
filosofico, cioè il bisogno estetico e il bisogno deduttivo. Ora il bisogno
estetico era tanto più vivo in Platone quanto più egli era persuaso che lo
studio della natura gli avrebbe data sempre maggiore soddisfazione ; il bisogno
deduttivo poi, irrobustito negli i delle matematiche, l’inebriava in modo
sublime. Se ben si questi due fattori si corrispondono, giacchè c’è pure una
;jne estetica nella matematica e una proporzione matema- Perchè l’artista si
ribella all’idea d’una natura \ la verità estetica, ove brilla un’idea
unificatrice i, importa la conformità alla natura. Quella com- 13 e.-26 d.).
Verosimilmente il pensiero di Platone è che tutte le se sono distinte secondo
una proporzione in cui i contrarj rispetto al limite pap proporzionati e
accordati per mezzo del numero. Si troverà notevole il passo seguente: « Poichè
al caldo e al freddo smisurati fu sottratta per opera del limite l’infinità
loro, è sorto qualche cosa di ben definito e propor- zionato, vale a dire le
stagioni e quante cese belle sono apparse ». Vedi la bella interpretazione del
testo platonico del Filebo data dal Tocco (Del Par- menide d. S. e d. F., pag.
395). Cfr. ins. Pileb., 66 a. (1) Il Gomrerz (II, 625) rileva come tratto
caratteristico della fase finale del dialogo questo punto: la proporsionalità è
considerata come bellezza. Essa è dunque identificata a questa 0 almeno essa è
considerata con essa nel rapporto che unisce una specie ad un’altra specie
posta al disotto o al disopra di essa. In ogni caso, è illegittimo coordinarla
alla bellezza e frat- tanto ciò è quanto fa Platone quando egli parla delle tre
forme del bene. l6 — Pastore, Si/logismo e proporzione. è, mozione, quel brivido, quell’orror sacro,
quell’estasi che si prova davanti agli spettacoli della natura, si fondano,
anche in gran p sull’intuizione della logica sublime delle cose, onde i centri
es corrispondono ai centri deduttivi. Staccateli, se vi vien fatto, gli u dagli
altri, e voi renderete impossibile l’interpretazione della vita dei più grandi
spiriti dell'umanità. Certo è che l’arte, la quale è Wi logica della forma, ci
sembra in buona parte indipendente dalla matematica, che è la logica della
quantità, quindi non è fa segnare il passaggio dal pensiero alla poesia di
Platone, perch tanto è vero che tu trovi il pensatore nel poeta, quanto è vero
ch tu trovi il poeta nel pensatore. Da questa unità, che comprende îr sè stessa
i due fattori del sistema filosofico di Platone, cioè l’esteti o eil deduttivo
e da questa mobilità feconda che ne cresce e ne ma; are i le multiformi
energie, viene che nel 7'imeo il senso estetico sì accom pagna al senso
deduttivo della filosofia, l’ordine e la connessioni | delle cose all’ordine e
alla connessione delle idee e tutto l’universe f : ; | si squaderna sotto
l'aspetto della divina proporzione che ne così tuisce l’inesauribile armonia. $
118. — Si sa che l’argomento del Timeo è la narrazione del l'origine e della
creazione del mondo. Stabilita una distinzione fondamentale tra l’assoluto e il
relativo, l'infinito e il finito, il necessario e il possibile, la sostanza e
il fen meno, la causa e l’effetto, l'essere uno sempre identico, eterno ib in
sè e l’essere molteplice, diverso e contingente e, posto che tu | ciò che diviene,
e quindi il mondo, deve avere una causa (27D 2 compare in scena l’architetto
supremo dell’universo, cioè il der urgo, il quale contemplando in origine le
idee increate come model e servendosi d’una materia caotica e di un moto
erratico pree stente, fa passare ogni cosa dal disordine all’ordine effettuani
| da per tutto ciò che era il migliore (30), (sì rat adròd Hrayev è
àcatta<). È bene ricordare che in tutto il sistema platonico e spe= |
cialmente nel Timeo, Dio non è che l’autore e il creatore del i mondo, o cosmo
(x6opoc), cioè della forma che egli introduce nel- | l’informe (tò àpéppov), e
che tutto ciò che è generato proce le necessariamente da qualche causa (mv dè
ad tò yujyipayoy br a tuvds E avarane qeveoda:) (28-29). Qual modo terrà ora la
critica | per discoprire il pensiero fondamentale di tutto il dialogo ?
Nom Hiro che questo : notare in tutta
l’opera della creazione qual’è l’azione ordinatrice che trionfa di fronte alle
opposizioni fatali della materia e del moto primordiale. E precisamente vedremo
che tutto si risolve coll’unico e costante intervento del principio della
proporzione che ha un’importanza immensa perchè chiarisce tutti i lati più
nebulosi del T'imeo in modo conforme alla tendenza estetica e matematica dello
spirito greco. Per costruire il mondo, il demiurgo riunisce da prima due
elementi opposti: il fuoco e la terra (31 B). Ma poichè non è possibile riunire
bene insieme due cose senza una terza (90 dè povo xaX0c Envistacda: cpitor
yompic od duvardy), perchè bisogna trovare un qualche vincolo medio che
congiunga in- | siemele duecose(deopdy yàp Èv péo deì tiva dpupoîv Évvarordy
iyveodar), ed il più bello poi dei legami è quello che e di se stesso e delle
cose | che unisce non fa che una cosa sola (de5pay dè nd)Motoc dc dy abrdv nai
cà Envdobpevo Ge partora èy Tom), così l'architetto del mondo prende | cose con
questo vincolo che ottimamente soddisfa alle condizioni | richieste (cobto dè
aépvzsv dvdorta (1) x4Mtota droteAeiv) (2) (31 C). (1) N FraccaroLi aggiunge a
questo punto la nota seguente che è vera- mente preziosa: « La &vzXoyix di
cui qui si parla è la proporzione: e di propor- si se ne danno tre specie
principali, cioè : 1) l’aritmetica, 2:4= 4: 6, il numero di mezzo è maggiore di
un estremo e minore dell'altro della quantità numerica (7) 7@ 2079 Zprbi@ tv
dnpuy Srspiyovor. zul brepeyo- Mmgonis SmrRrN, Expositio rer. mathem., p. 107,
ediz. Hiller: cfr. Jun, De amimae procr. in Timaeo, 15, è De musica, c. 22, $
210, esplicative a questo luogo nell’ediz. di Weil e Reinach (Paris, 1900, ,
nell'esempio citato sempre di due ; 2) la geometrica, 2: 4 = 4: 8, 3:9 9:27,
dove il numero di mezzo è tante volte maggiore di quante volte è minore
dell'altro (7 79 «D1@ 26y@ t0v dupwy 4. T. A p. 114): così nel secondo esempio
il 9 è tre volte il 3 ed è insieme un: | parte del 27; 3) l’armonica 6 : 8 = 8
: 12, dove il numero di mezzo | supera un estremo di una frazione di esso
estremo eguale a quella della quale essodallasna volta superato dall’altro ($ 9
2d79 pépa: x. 1. 2., ibid e ibid., ofr. PLut,, ibid., che però la chiama anche
brevavziz): nell'esempio addotto 1'8 è eguale a 6% 6 ed insieme è'eguale a 12—
1} 12. Nel definire le | proporzioni Platone muove sempre da! membro di mezzo,
perchè è quello £ ) costituisce il 2eo1éc che qui si cerca. In altre parole il
rapporto nella rzione aritmetica è di toévng nella geometrica di 72d767g, nella
armonica Lai Bam (ProcLE, Op. cit., p. 146 A-B). Col nome poi di &vaXoyia,
diceva | Adrasto (presso TroxE, p. 106; cfr. ProcLE, p. 145 C), si indica più
propria. mente la proporzione geometrica ; le altre sono dette genericamente
medietà, pusodiytae ». Op. cit., pag. 169, nota 1. (2) Qui si manifesta meglio
che altrove una connessione profonda di questo @ per modello il principio della
proporzione e congiunge tutte le ì E Ma con quale rapporto proporzionale
saranno riuniti in gli elementi del mondo che dovrà apparire, cioè diventare
sensi (32 A, B). Siccome, quando si tratta di numeri cubici o corpore secondo
Platone, i tre termini d’una proporzione continua ( un solo termine medio) non
bastano, ma occorre l’esistenza d quattro termini, così il demiurgo ricorre al
tipo della proporzion propriamente detta (con due termini medj diversi); e avei
già in poter suo, come fu detto, il fuoco o luce per la visib e la terra per la
tangibilità, considera questi due elementi comi gli estremi, l’acqua e l’aria
gli forniscono i due termini med principio della proporzione colla natura delle
idee che non parmi ancor avvertita a bastanza dalla storia della filosofia. È noto
che per Platone tutt le idee, benchè increate ed eterne, derivano dall’unica e
suprema idea de bene che è immanente in tutte. \ È noto. inoltre, che le idee
preesistono al mondo come eterni paradimmi della creazione di tutte le cose, ma
la loro natura sembra avvolta da in netrabile mistero. Ora, poichè sappiamo che
tutte le cose del mondo create sotto l'aspetto della proporzione e che il
demiurgo non ha fatto che imitare il tipo eterno delle idee come norma
universale e necessaria suo lavoro, — perchè è bene osservare che tutta la
creazione è fatta su di esemplare, cioè guardando un esemplare —si deduce che
le idee mede sono preesistenti sotto l’aspetto della proporzione e che l’idea
suprema | Bene, immanente in tutte le idee deducibili da essa, è il simbolo
univers: necessario e ab aeterno di questo principio. Ad alcuni critici parrà
forse ch'io esageri la materia di questa rice; troppo di là dai giusti confini.
Ma chiunque consideri che in questa interp tazione analogica della dottrina
delle idee resta implicita tutta la logie della natura e del pensiero secondo
Platone, comprenderà l’importanza ogni investigazione generale atta a chiarire
per quali vie il pensiero gi sia giunto prima a vedere la connessione dei
problemi filosofici e scieni poi ad applicare deliberatamente all'operazione
fondamentale della ll quell’operazione fondamentale delle matematiche che
apparve al di Platone l’eterno paradigma dell'universo. Il maggiore
inconveniente di quest interpretazione è di attribuire allo stesso Platone una dottrina
sulla nat delle idee che egli non ha mai esposto apertamente. Ma la paura mi
sem maggiore del danno sia perchè si può dubitare che egli per restar fedele a
massima pitagorica che tutto non è da dirsi a tutti abbia voluto manten il
segreto verso i non iniziati sul punto più riposto e fondamentale di il suo
pensiero, sia perchè, in fondo, noi non gli attribuiamo punto un che gli sia
estranea, ma un’idea che sappiamo essergli appartenuta ce mamente e
costituisce, come si vedrà fra poco, il vero cardine filosofico tutta la
Cosmogonia del T'imeo. (V. per maggiore schiarimento : Un di Platone sopra
Vamima del mondo (Timeo, 35 A, B). Tip. Finzi, Co Emilia, 1909). 0 125 i e rubo il sensibile viene creato sotto
il tipo della propor- » seguente : Fuoco : Aria : : Aria : Acqua : : Acqua :
Terra formula in cui si riscontra passaggio dal più alto al più debole grado di
mobilità (1). « In questo modo e di queste cose di tal natura e quattro di
numero fu generato il corpo del mondo in sè consenziente per mezzo della proporzione,
e quindi ebbe insè amicizia (2), così che costretto insieme in sè stesso
divenne indissolubile da chiunque altro fuor che da colui che lo aveva
collegato » (82 C). | Quanto alla natura di queste quattro materie
fondamentali, | essa è ricondotta a quella delle loro materie costitutive
primordiali, cioè alla natura geometrica di queste. In questo Platone seguì
Filolao che, all’atomismo della scuola di Abdera, sembra aver opposto un
atomismo pitagorico (3). P (1) # Se il corpo dell'universo non avesse avuto che
larghezza senza pro- for un solo medio interposto avrebbe unito e sè stesso ed
i suoi estremi. poichè era necessario che il mondo fosse solido, e poichè i
solidisono sempre ‘uniti da due medj e giammai da uno solo, così fu che tra il
fuoco e la terra Dio pose l'aria e l’acqua e questo in un'armonia ed in
proporzioni così giuste o sta all'aria, come l’aria all'acqua, e l’aria
all'acqua come l’acqua erra », Timeo (32 A, B). In questo passo, che ha dato
origine a tante roverse interpretazioni, la spiegazione più accettabile è
quella del (Cfr. Op. cit., pag. 171, 174, nota 1). Cfr. anche la sottile
analisi Sopra un passo di Platone, « Atti R. Istituto Veneto », 1906, , pp.
204-209. La: ‘che tiene insieme l'universo, concetto Empedocleo, è qui at precisamente
come armonia, cioè come proporzione. Il lettore ‘uso che ne farà in seguito
Aristotele. Ai 4 elementi furon attribuite le forme fondamentali di 4 dei 5
corpi polari ; la forma cubica alla terra, quella del tetraedro (0 piramide) al
fuoco ottaedro all'aria, dell'icosaedro all'acqua. Filolao aveva assegnato
quello del dodecaedro al fuoco celeste o etere, ma Platone senza dubbio, per
non oltre- sare la cifra dei termini della proporzione, forse anche per evitare
i penta- onî del dodecaedro, rinunciò a questo elemento, per tornarvi, è vero,
nella “sua ultima fase. È appena d’uopo avvertire che se la forma piramidale è
attribuita alle parti costitutive del fuoco, ciò dipende dal fatto che le
fiamme somigliano A E se ciascuna delle 6 facce del cubo può dividersi in 2
triangoli rettangoli celi, quelle dei tre altri pretesi corpi fondamentali sono
composte di trian- ra e Pa. l'al'Leel eta . », ss et Quanto alla forma il demiurgo scelse
naturalmente la più b la più conforme alla sua natura, cioè la forma rotonda,
il ei per i piani, la sfera per i solidi. Ed anche in questo troviamo a; cato
lo stesso criterio della proporzione. Infatti, se guardi bene, perchè queste
forme sono ritenute perfette da Platone Perchè sono il simbolo della
proporzione. Tanto nel circolo qua nella sfera il centro è il medio d’una
proporzione, i punti circonferenza o della superficie sferica sono gli estremi
egualm eni distanti (raggi) da esso (1). L’eguaglianza dei raggi dà a ques
forma undique aequabilis l'eguaglianza dei rapporti (cadrémge. \6wy) in cui si
appunta la natura costitutiva della proporz Lo stesso si ripeta pel movimento
circolare attribuito dal demiury ai corpi dell’universo (33 B, 34 A). i
Passiamo ora alla formazione dell’anima cosmica. A questo scoj il demiurgo mescola
dentro un vaso tre porzioni in una propo zione determinata, cioè questa ad
imitazione dell’ essenza visibile, sempre identica (idea), quella ad imitazione
dell’essen divisibile, sempre varia (materia), e una terza conforme alle senza
intermedia, cioè dello stesso e del diverso, e così ottiene un sostanza unica
conciliatrice degli opposti (2). Poi divide nuovameni tutto questo in tante
parti quante bisognavano e tutte compost goli rettangoli scaleni, e della forma
più perfetta, secondo Platone, è pere questi corpi (acqua, aria e fuoco)
possono trasformarsi gli uni negli alti mentre la differenza radicale dei
triangoli della terra assicura a questo el mento un posto a parte » (GomP., II,
650). Vedi inoltre GuasTELLA, il quale, esponendo i caratteri che definisco)
l’idea del bene, anzitutto ricorda fra gli altri : l’ordine (t4£t, x6ojoc), l'a
fra i varj elementi d’un tutto, la proporzione (Fil., 64 d., 65 a., 66. Tim.,
87 c.-88-c.), il misurato (Fil., 64 d.-c., 66 a.-b.), ecc. ; quindi com
terminazione più precisa : l'appropriazione di ciascuna cosa alla sua funz sia
in quella forma che fu detta finalità d’uso o di appropriazione, sia in que di
finalità di piano (es. la proporzionalità fra i quattro elementi di cui è co il
corpo del mondo (Trm., 31 b.-32 c., 56 c., 69 b.) (GuastELLA, Op. cit., (1) Atò
xatovarpostèàc, dx péoov dvi mpòg toe tedeutdg tooy Armeov, U utò atopvescato,
mavimy Tsispratoy Gporérativ te aÙTÒ SALUTE GXMILATUY, (2) In questo passo mi
distacco completamente da tutte le tradi finora proposte (Plutarco, Timeo di
Loeri, Zeller, Natorp, Stallbaum, Archer-Hind, Ferrai, Acri, Bonghi,
Fraccaroli). Secondo me, il £ mig Apepioror x.t.A. dipende da un xatà A6yovo
navi cò rapddevypa chi essere o sottinteso, 0, come è più probabile,
direttamente ripristinato tl ha SERA a; T) ar» - ll see rmità dello stesso, del diverso e
dell’essenza intermedia, secondo l'ordine della doppia quaterna pitagorica (34
B, 36 D). Sette porzioni vengono sottratte dalla sostanza intiera in modo — che
esse stiano fra loro come i numeri : 1, 2, 3, 4, 9,8, 27, fra i | quali è
facile vedere che si aprono sei intervalli, tre doppj (1-2, 2-4, 4-8), prima
quaderna 0 tstparntis e tre tripli (1-3, 3-9, 9-27), se- ‘conda quaderna, che
fusi insieme formanolaserie : 1:2 :3:4 19: 8:27 dove il settimo numero è uguale
alla somma dei primi sei. Questi intervalli sono poi riempiti con altre
porzioni staccate dal tutto, in guisa che in ogni intervallo siano due med]
proporzionali (in proporzione armonica la 12, aritmetica la 2) e risulti infine
l’anima del mondo armonizzata come le corde di un octacordo diatonico dorico.
Tutta questa composizione in seguito si dispiega ‘come una serie continuata di
rapporti proporzionali, applicati alla ‘testo malgrado che nessun Codice lo
riporti. Questa interpretazione ellit- tica ha il vantaggio di farci capire, in
primo luogo, come il Demiurgo non prenda alcuna parte di ciò che è
indivisibile, perchè è ben natu- ralechel’indivisibile non resti diviso, e
tuttavia tenga conto della natura dell'essenza indivisibile e increata ; in
secondo luogo come non sia il caso li dare tre significati al termine odote :
1° essenza, sostanza ; 2° modo di essere prietà ; 3° risultato, unità, come fa
il FRACCAROLI, seguendo in parte lo a, per far dire a Platone che Dio creò l'anima
« partecipe del modo di ciò che è indivisibile, e del modo di essere di ciò che
è divisibile, i modi si fondono in essa in una sola unità » (Op. cit., pag.
181, nota). famo già, forse, che per Platone tutta la creazione è sempre fatta
a contemplazione degli esemplari, cioè paradimmaticamente, xatà unque per
ottenere il senso ragionevole che ci sta a cuore, non ‘che da non abbandonare
mai questo criterio paradimmatico. Col- izione del xaxà X6y0v tutto il periodo,
del resto. perde lo sforzo che ora è tanto evidente e sì attribuisce alla
difficoltà di esprimere un'idea nuova, mentre manca la formola. Da tutti i
punti di vista insomma la proposta offre nna spiegazione più che sufficiente.
Oîr.il passo: &xov pèv odv &v è Byuevpyòs npòs tè xarà taòtà Eyov RASmwY
| dal, xotobtip tivi mpocypdpevos napadelyivaz (v, 28 A). D'altronde i passi
col genitivo preceduto analogamente da metà tè napddarpa 0 èvà X6yovo quow sono
numerosissimi nel 7imeo. (Confr. 38, B. €. XIII 51, C). Finalmente che per
Platone « tutto il mondo (compresa quindi l’anima cosmica) sia solo una imagine
#ye)pe di qualche esemplare màpd3swyne e non una sostanza ori- ginaria è
provatissimo per copiose ed esplicite dichiarazioni. Cfr.: « torna solutamente
necessario che questo nostro mondo sia imagine di qualche osa » (v, 20
B.). doppia quaterna pitagorica e in
tutto partecipe di ragione armonia (35 B, 36 D). Un’ altra applicazione dello
stesso principio indicata ostuli mente nel T'imeo ed esprimibile analogamente,
si riscontra nel creazione del tempo (37 D, E 38 C). Invero, perchè il temwi
creato dal demiurgo, è chiamato imagine eternale dell’eterm Questo luogo deve
porsi in connessione col solito principio proporzione, perchè se anche il tempo
fu creato secondo il mo (le Idee) che è per tutta l'eternità, e se il modello è
proporz risulta che è proporzione anche il tempo, cioè conciliazione ne medio
di estremi opposti, il che appunto si fa manifesto quande | cose si pongano
sotto la forma seguente : Passato : Presente : : Presente : Futuro ove l’anteriorità
e la posteriorità sono gli estremi opposti ei presente è il medio conciliativo,
dalla duplice fronte. Segue la creazione degli astri, misuratori del tempo,
plas sopra lo stesso modello, docile alle leggi costanti della propor
universale (38 C, 39 E). ì, Non avendo lo scopo di fare un semplice elenco di
tutti i passi di Platone in cui si parla della proporzione, ma solo come notai
altrove. una scelta di citazioni proprie a caratterizzare un punto essenziale
del suo pensiero in intima relazione con un’idea che ha già fatto tanto cammino
nella storia, mi limiterò aricordare che, fra le molte applicazioni del
principio analogico, quasi tutte di carattere pita- gorico, merita speciale
menzione quella dell'armonia delle sferé Come nota profondamente il Gomperz,
Platone suppone che ici descritti dai pianeti siano separati da intervalli che
assieu l'armonia dei toni prodotti dalla loro rivoluzione. Come il ciel
pitagorico, quello di Platone, e quindi l’anima del mondo che vi diffusa, è
«tutto numero e tutta armonia » (1). In altri termini, 0! i! (1) Mi rincresce
di non aver potuto consultare l’opera del Booxn (K1.Si chri ten, 111, 135-89)
sui fenomeni musicali del cielo di Platone e sull’anima un sale diffusa in
esso, tanto encomiata dai migliori storici della filosofia Come fu già detto a
proposito di Pitagora, secondo Helmholtz tale armoni risulta dal moto dei
pianeti giranti attorno ad un centro in distanze P zionali a rapporti numerici
semplici come quelli degli intervalli cons in una corda musicale. 296 e il Guastella (1). «l’anima cosmica
comprende in sè i rapporti arm ionici e matematici del sistema astronomico ;
infatti essa è divisa în parti proporzionali ai numeri del diagramma musicale,
e poi in 4 Aerchi rappresentanti le rivoluzioni degli astri e di cui quelli che
rappresentano le orbite dei pianeti sono proporzionali ai numeri fondamentali
del rapporto stesso ». Segue la creazione degli Dèi che, terminata l’opera del
demiurgo, devono concorrere nella creazione degli esseri animati e rappre-
sentano quindi l’azione continua della divinità nel governo dell’uni- verso. E
ancora una volta la genealogia divina avviene secondo il principio della
proporzione, perchè dall’imeneo del fuoco e della terra (elementi estremi)
nascono tutti gli Dèi dell’aria e dell’acqua (medj), collaboratori e custodi
dell’armonia universale (389 E-40 D). Ma anche la creazione degli esseri
mortali viene compiuta secondo lo stesso principio, poichè quella parte di essi
che deve durare ‘perennemente (anima razionale) è creata direttamente dal
demiurgo, (41D-E), l’altra parte invece (corpo) vien creata direttamente dagli
Dèicreati, e costituita dai quattro elementi, affinchè si rispetti sempre . il
principio della proporzione — (42 E -44 C). Ed anche nella crea- zione degli
organi particolari del corpo tutto accade in confor- mità dello stesso
principio (44 D-45). Prendasi, ad esempio, il feno- ‘meno della vista, il quale
si spiega col congiungersi del fuoco visivo esce dall’occhio col fuoco
esteriore (0 luce) che esce dagli oggetti allora incontrandosi simile con
simile (cioè fuoco con fuoco), ngiungendosi, risulta un corpo solo nella
direzione visiva conforme, cioè proporzionata, alla natura dei due fuochi,
esteriore e l’interiore, tra i quali sta come mezzo, partecipando | dell’oggetto
esterno (corpo) per la parte del fuoco esteriore, e dell’og- getto interno
(anima) per la parte del fuoco interiore (45 B. 470). | Lo stesso principio si
applica nella formazione dell’imagine sugli | specchj (46 A, B, 0). Lo stesso
si ripete pel senso dell’udito (47 C, D); | al quale proposito Timeo ricorda
che l’utilità che si ritrae dalla musica è prodotta dall’armonia, la quale non
è mai altro che pro- porzione e rapporto, e ci fu data non per soddisfazione
d’un piacere irrazionale (èp° 72ovjy &oroy), comè si ritiene comunemente,
ma per ricondurre all’ordine e all’accordo.con sè stesso il periodo dell’anima,
(1) GuasTELLA, Op. cit., carta 292. 17 —. Vi
in noi discordante. « E così il ritmo ci è dato allo le aiuto per la
disposizione sfornita di proporzione, di modo che è nella maggior parte di noi»
(47 E). Con non diverso intendimento, dopo ciò, Timeo ritorna indietro per
determinare la natura dell’elemento della necessità trascura ; nel discorso
della creazione: « perocchè la generazione di questo. mondo fu mista di
necessità e d’intelligenza» (48). E questa digres- sione è ben naturale,
perchè, data la proporzione è data la dedi zione necessaria d’un rapporto da
altri rapporti. Facendosi alla trattazione del suo ragionato discorso
(Aoytodste..... \é0s) (52 Dj rammenta che i quattro elementi i quali entrano da
prima ne D ano fuor di ragione e di misura — dA60s va apsrpos — da un
ventilabro vengono poi ordinati a ella proporzione in cui Dio pose l’àv&e
n. Questa interpretazione è per me veramente chiarissima ed essenzi. tanto più
che Timeo stesso avverte : « Che poi Iddio abbia form queste cose nella maniera
più bella e migliore che era possibile, da ben differenti che erano, anche
questo si tenga semprè per 8 ot tinteso nei nostri discorsi sopra ogni cosa »
(58 B), e noi sappiamo che già il più bello e il migliore dei legami, per
Platone, è la propor= zione (Cfr : dsopoòy dì nAdMotog %. T. di.) (81 0). Ed
entro questi limiti séguita ad avvenire tutta la trasformazione. della materia
(56 C- 61 C) con la varietà dei tipi che nascono & I diverse forme, i
congiungimenti e gli scambj reciproci, dei qua ii non sarebbe conveniente
trattare qui in modo particolare. Del pari la teoria che segue, intorno le
sensazioni, è tutta sostenuta e illuminata: dal principio della proporzione. Si
veda sopratutto la discussione sulla gravità la quale è per Platone determinata
dalla virtà che hanno i quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco, di
attirare & sè ciò che loro somiglia, virtù che agisce in proporzione diretta
della massa (62 C-63 E). Anche la teoria delle affezioni in generale (64- 65 B)
e di quelle speciali a singole parti del corpo (65 B-66 0) resterebbe
inesplicabile, se si staccasse da quella complessità di applicazioni del
principio di proporzione che l’ha generata qu è, benchè non si lasci più
discoprire così superficialmente. Ma ciò dipende anche dalla esposizione in
generale aggrovigliata e con 3a di questa teoria psicologica che talora mette
alla disperazione il traduttore. Nondimeno il concetto della proporzione
ricompare, 130 per avventura stesso fine, qua spazio ed er sebbene gettati come
congiunti secondo qu a proposito delle
sensazioni gustative, ove si acido, ad esempio, può solo prodursi quando
’incontrino in guisa da avere una certa porzione (Eopetpiav Èyovta) (66). Una
spiegazione analoga si riscontra nella teoria dell’olfatto, perchè si sostiene
che le quattro specie elementari, finchè restano nel loro stato normale, non
dànno odore « nessuna specie è proporzionata in modo che debba avere un qualche
odore » (66 D), appunto perchè non sono con gli organi ‘olfatto in quella
proporzione che è necessaria all’effettuarsi della percezione. La stessa teoria
è confermata a proposito delle tive e visive. Perla teoria della visione — ad
esempio per così dire, ® galla, | nota che il gusto dell’ le parti necessarie
all'uopo 8 sensazioni audi _ si afferma che i colori sono “ fiamma che emana
dai singoli corpi costituita di particelle proporzionate alla visione in modo
da essere sentite » (67 D). Da queste e siftatte applicazioni particolari, non
sempre infeconde, dello stesso principio, Timeo ritorna alla crea- anima
dell’uomo, ed ecco come pone al suo discorso un da con ciò che precede : « Come
dunque s'è detto anche dapprima, in queste cose, che erano senza ordine
(&ràztws), Dio pose proporzioni in ciascuna e con sè medesima © colle
altre, quante e dove era possibile che fossero corrispondenti e proporzionate.
ra cosa che potesse convenire con proporzioni aso » (69 B). Quindi è naturale
che anche tituzione di tutto zione dell’ capo che s’accor Poichè allora non v'e
e con misure, se non per © Ja collocazione delle parti, la descrizione della
cos la distribuzione e l'ufficio, siano spiegate ora direttamente imente collo
stesso principio che prima pone gli opposti, , 0 meglio li concilia col porvi
frammezzo qualche cosa: Ùc tÒ | iv adeoy cudéyese, (69 C-72 D). Posta, ad
esempio, la ge- nerazione del midollo come principio alle ossa, alle carni e
& tutto ciò che è di simile natura, ecco come sì spiega questa stessa |
generazione del midollo, « Coi triangoli, quanti v’erano elementari non torti e
lisci, Iddio... mescolandoli fra loro in proporzione, per produrre il seme
comune necessario a tutto il genere umano, fece il midollo » (73 B, C). E così
avviene per la creazione della parte ossea e delle carni ; finalmente anche la
creazione dei vegetali, necessarj al mantenimento dell’uomo, soddisfa alla
medesima esigenza (77 A, C). Quanto alle funzioni della circolazione sanguigna,
della digestione, della nutrizione e della respirazione (77 C-79 E) assai più
difficilmente si può riscontrare l'applicazione del noto a È principio di proporzione, sebbene le
difficoltà non siano insupera Ma al fondamentale principio si ritorna sia
perribadire la controvei teoria sulla proporzione del suono, sia per spiegare
lo scorrere delle. acque, la caduta del fulmine, l’attrazione del magnete ed
altr meraviglie in conformità del criterio dell’attrazione del simile & al
simile, che serve parimenti per chiarire il crescere e il decadere del corpo umano
(80-81), il quale, essendo niente altro che un mie o. cosmo, segue leggi
analoghe a quelle del macrocosmo. Ma l’applica- zione dello stesso principio
continua nella trattazione delle malattie. così del corpo (82-86) come
dell'anima (86 B-87 B), derivanti a alterazioni della proporzione dei quattro
elementi dei quali il corpo. è compaginato. Si consideri infatti il passo
seguente : « Noi affer- miamo invero che solo quando s’aggiunga e si tolga la
stessa cos alla stessa cosa, nello stesso senso, nello stesso modo ed in
proporzione avverrà che la cosa rimanga ancora la stessa riguardo a sè stessa e
intiera e sana. Ma ciò che non s’accordi con queste condizioni, sia in meno sia
in più, produrrà cambiamenti differentissimi 6 malattie e danni senza fine » (82
B). Poco più avanti si ribadisce il concetto che il sangue deve essere «
proporzionato in sottigliezza e densità affinchè possa circolare liberamente
nelle vene » (85 ©) Un altro impiego veramente notevole dello stesso
principiosi trova nella trattazione dei rimedj sia per le malattie dell’anima
sia per quelle del corpo. « Tutto quello che è buono è bello e il bello non si
dà senza proporzione ; quindi anche l’animale che ha da esser tale, deve essere
supposto proporzionato. Ora noi percepiamo e misu-. riamo le proporzioni
piccole, ma non ci rendiamo ben ragione delle. più importanti e delle più
grandi » (87 C). Invero riguardo alla salute e alle malattie, alle virtù e ai
vizj, nessuna proporzione o spro- porzione (ébpperpia xaì dpetpia) è maggiore
di quella dell’anima. rispetto al suo corpo. } Della qual cosa noi non ci
avvediamo, e non pensiamo che quando un’anima forte e grande in ogni sua parte
sia sorretta da un corpo, più debole e più piccolo o quando anche queste due
cose siano cone giunte in maniera inversa, l’animale intero non è bello, peroce
è sproporzionato nelle proporzioni essenziali, e che l’opposto questo caso
invece è più bella e più mirabile vista, per chi la sappia contemplare (87 D).
Collo stesso principio naturalmente è spiega Ù la bruttezza dei corpi, che è
sproporzione e causa d° infiniti gue Ì Li Sn reti it: | | a) è l'ignoranza, che è la più grande delle
malattie (88 B); samente sono tracciati i limiti all'educazione dell’anima ;
non soverchi il corpo; © « conforme a questi stessi principj » | sono indicate
le cure igieniche per le singole membra, limitando | ciò che avviene
all'universo (88 C, D); il tutto insomma, sempre sinsta il discorso (xatà toy
apéodey )60v) che fu tenuto prima a proposito dell’universo (88 E). Queste
ripetizioni sono da attribuirsi al testo cheè veramente riboccante delle frasi
seguenti : « conforme aragione», € analogamente a ciò che si è detto prima », «
conforme a o che abbiamo detto molte volte »; le qualisiriferiscono quasi
sempre al principio di proporzione. Notevole ancora è il consiglio che si dà
per la cura di quelle tre specie di anime che hanno sede dentro di noi: « si ha
da curare che tra loro abbiano i movimenti proporzionati » (90 4); e
quell’altro : « l’anima intellettiva dell’uomo deve studiarsi di somigliare
all'anima del mondo » per rispettare | l’armonia, cioè la proporzione
dell’universo (90 D). Le ultime applicazioni dello stesso principio si
riscontrano, verso il termine del dialogo, nella teoria dell'amore della
copula. Come l Lai prima fu detto che il disordine, il vizio, il brutto, la
malattia | è sproporzione, opposizione insoluta, anarchia, prepotenza sfornita
di ragione, ecc., così ora si giudica dell’apparato genitale degli uomini il
Je: « fatto disobbediente e prepotente, come bestia sfornita one, vorrebbe
soverchiare tutto coi suoi appetiti furiosi » , e analogamente delle donne per
tutto ciò che si comprende ‘nomi di matrici e di vagine (91 C). Ed anche la
storia delle | incarnazioni, traverso cui passa l’anima peccatrice, solo col principio
che tutte le forme via via assunte sono proporzionate alle abitudini generate
dalle sue (91 E-92 B). Da ultimo, quando si riassumono in brevi parole lusioni
del discorso sull’universo e si dice che «il mondo ‘animale visibile,
comprendentele cose visibili, imagine dell’intel- ligibile, cioè somigliante al
suo creatore, Dio sensibile massimo ed ottimo, bellissimo e perfettissimo ; il
mondo uno ed unigenito » (92) esi ricordano tutti i luoghi citati per la
dimostrazione della nostra tesi che sono veramente decisivi, e si apprezza la
gene- ralità e la coscienza meravigliosa dell’applicazione, si sente che tutto
il Timeo non è altro che l'apoteosi filosofica del principio universale della
proporzione. 1894 $ 114, — Rimane quindi evidente che questa idea non è
semplice gioco della fantasia, ma assume per Platone il più alto valore
filosofico, poichè vediamo che egli la pone alla base della spiegazione del
mondo e, in ultima analisi, la fonde colla suprema idea del Bene, che è
immanente in tutte le idee increate ed eterne che derivano da essa. ., Da
questo punto di prospettiva si scopre come il motivo e il signi ficato del
filosofare platonico sia qui inteso in modo profondamente 5) diverso
dall’ordinario ; perchè se, come ognun sa, un’interpreta- zione paradimmatica
delle idee di Platone è tutt’altro che nuova nella storia della filosofia, come
quella che si fonde coll’interpreta-. zione teistica diffusa nell’antichità tra
i neoplatonici, accolta daî padri della chiesa e in tutto il medioevo, e anche
oggi sostenuti da; valorosi espositori come il Trendelenburg, lo Stallbaum, il
Rosmini, il Fouillée, lo Stumpf, il Rettig, il Bertini, il Krohn, il Dieckk |
Cousin, il Janet e in parte anche Enrico Martin (1); all’incontro si può dir
nuovo il tentativo di fondare l’interpretazione critica e storica della teoria
platonica delle idee sul principio della propor- zione, perchè ciò importa una
vera e profonda trasformazione dot- trinale di tutto il Platonicismo. Non è qui
il luogo di discutere se. l’interpretazione teistica o la panteistica o
l’ateistica o altre sif- fatte ricevano più 0 meno soccorso da questa
prospettiva. Basterà. ricordare che se, per un'ipotesi ardita, vogliamo
considerare ; Timeo come il vangelo di Platone, questa sola frase sarebbe
capace di esprimerne la sintesi suprema: « In principio era la proporzione.
(A6105) e la proporzione fu il sigillo (velut sigillum mazim dell’universo
». Ma ritorniamo ancora un istante alla
dottrina delle idee per fornire un altro appoggio alla nuova interpretazione,
Gli autori che, seguendo Aristotele, ammettono l’inefficacia delle id
platoniche sostengono che l'impotenza di questa dottrina deriva dalla
trascendenza dualistica la quale, come osserva il Chiapia costituisce il fondo
della dottrina delle idee ed è seriamente espressa senza velo di metafora in
molti dialoghi platonici (2). Invenii 1 (1) CHIAPPELLI, Della interp. pant.,
ece., pag. 11. | (2) In., id., pag. 142 e segg. PARTE TERZA — CAPO II 185
‘Peichmiiller, pel desiderio di trovare che Platone ha oltrepassato il
dualismo, proclama che la critica aristotelica è eristica, sofistica
eadirittura falsa, ora per maligno intendimento, ora per incapacità
speculativa, a pena concedendo che, in alcuni punti, non sia del tutto
immeritata giacchè « chi parla per metafora si espone ad essere male
interpretato » (1). Data l’interpretazione sia aristotelica sia
teichmiilleriana delle idee platoniche riguardo al rapporto tra le idee e le
cose (p.é0eft<) e tra le cose e le idee (pip0t5), e concesso che Platone non
abbia mai determinata la vera natura di questo rapporto, la critica
aristotelica resta in piedi, malgrado tutti gli sforzi contrarj. Ma la cosa
cambia quando si riconosca che la vera natura di questo rapporto fu
chiaramente, e a più riprese, indicata da Platone e riposta nel principio della
proporzione. Allora « dire che le idee | sono esemplari (rapadstjuara) e che
l’altre cose ne partecipano (pscéyst) » non è più perdersi in vane metafore
come afferma Aristo- | tele (xavoXoysiv Sort vai petapopàs ew rowradc); allorasi
capisce come ‘un'idea, essendo una, si trovi poi moltiplicata nei diversi
esseri ; <A0S come, per la metessi, l’uomo, essendo uno, possa partecipare a
più idee ; e come, una essendo l'essenza delle cose d’un determinato genere, si
possa nondimeno dare la differenza. Determinata la natura | proporzionativa
dell’esemplare, il rapporto della metessi e della i nesi riceve dunque
un’illustrazione sorprendente e si accampa il più grave argomento contro la
critica di Aristotele. Ma non o il luogo nè il compito di trattare distesamente
della que- e. To insisterò soltanto nel ripetere che, oltre all’incompren- 8
inganno di Aristotele sopra questa dottrina della proporzione indubbiamente
sostenuta dal maestro, inganno di cui egli seppe | approfittare in modo maraviglioso
perchè si guardò bene dal con- | siderare il principio Pitagorico e Platonico
della proporzione come una pura metafora, che anzi l’adoperò come perno di
tutto il suo sistema filosofico, nemmeno i più ardenti sostenitori del platoni-
cismo sono stati capaci di liberare il maestro da quel velo di metafore che fu
intessuto immeritatamente sopra la dottrina fondamentale dell’esemplarità delle
idee. La testimonianza d’Aristotele è perciò sempre concorde a sè stessa nel
nascondere, non nell’esprimere, la (1) Cnrarretti, Della interpret. pant., p.
143. "resa ® genuina natura di quel
principio della proporzione universale Platone, spirito profondamente
ossequioso alla tradizione este matematica e filosofica della Grecia, mutuava
dai più antichi pe satori e, fondendolo col principio dell’esemplarità eterna
delle idee, poneva di fronte allo stesso Demiurgo affinchè, meditandolo, pro:
cedesse alla fabbrica dell’universo (1). $ 116.— E così seguendoildelicato filo
dell’analogia furono esami nati sommariamente gli scritti più importanti di
Platone in cui sicura ed ampia notizia della proporzione. Se ora gettiamo lo
sgua su tutte le applicazioni platoniche del principio della proporzio:
restiamo colpiti profondamente dalla straordinaria ricchezza de interpretazioni
escogitate, ricchezza che si manifesta non sole nella varietà dei fatti a cui
si rivolse, ma ancora e non meno nella maniera di proporre la soluzione dei
suoi problemi. Quantunqu in pochi casi fondamentali sembri che Platone si sia
allontanato da grande principio pitagorico della proporzione, bisogna convenire
che (1) La questione qui indicata (proporzionalità esemplare delle idee) nom
deve essere confusa colla questione del mépug, significante i rapporti mati
matici (identità del rép2< e delle idee), che fu già tanto agitata dai
critici più autorevoli come il TRENDELENBURG, lo SraLLBAUM, il SUSEMIHL, ld
SreinnaRmT, il RetTIG, il DIECK, il BeRTINI, lo ZELLER, il TEICHMILLER ed
esposta magistralmente dal CmiarpeLLI. I critici di Platone non ham a parer mio,
tenuto in quel conto che merita la proporzionalità che co tuisce la vera natura
delle idee esemplari e trascendenti di Platone, seguendi pur troppo la falsa
interpretazione di Aristotele. Scossa l’interpretazion tradizionale della
filosofia platonica, non c’è nessuna ragione di negare il principio della
proporzione, ora sotto l'aspetto della pé0sfw, p giante nel Fedone, nel Fedro,
nel Convito e nella Repubblica, ora sotto l'engli ite della pipmow,
primeggiante nel Timeo e in genere nei dialoghi tardivi, di stione della
metessi e della mimesi, ci porge il filo conduttore per l’appre ZZ. mento delle
varie fasì della speculazione platonica e rappresenta in pat tempo ciò che
v’'ha di più profondo in questa filosofia. Così ci abitueremi a ritenere che la
comparsa, ad es., della metessi e della mimesi è, ad un temp comparsa del
principio della proporzione cioè del principio che salva la 60 renza del
sistema platonico combinando insieme le due teorie (Cfr. del r quanto osserva
il Tocco nell’Op. cit., p. 405), rispondendo vittoriosam alle critiche degli
oppositori (Tocco, Op. cit., pag. 465) senza introdurre ui modificazione
esagerata nella teoria delle idee. di
più nella matematica e nella filosofia. Questa tesi non ha che li pparenza del
paradosso. Infatti non si riesce ancora a capire hè Platone, che in tanti casi
non indietreggia davanti alle Miciizioni estreme, anzi dalle maggiori
difficoltà, viene spinto quasi | sempre a volare nei regni della poesia o a
dominare le opposizioni servendosi del grande principio della proporzione, non
sia stato una sola volta capace di avvicinare la deduzione logica alla
deduzione — matematica; intendo dire il sillogismo all’analogia. Come mai, |
mentre egli riuscì così bene a stabilire che la dialettica è un pas- saggio
continuo di idee a idee per via di idee (1), che il carattere essenziale della
scienza, oltre all’astrattezza e all’universalità del- l’oggetto, è
l’incatenamento deduttivo delle proposizioni, mentre riuscì ad istituire un
paragone tanto assennato fra il metodo dia- lettico e il metodo matematico in
tanti luoghi e segnatamente nel libro VI e VII della sua Repubblica, mentre
sentì, con tanta origina- lità, la bellezza del grande principio della
deducibilità di tutte le idee da una idea, mentre egli tenne insomma il principio
della pro- | porzione universale come il Musagete della sua filosofia, come mai
nel campo della logica non sorpassa quasi i lavori e i presentimenti | degli
antichi fisiologi ? Nessuno al pari di Platone seppe elevare a pente, per così
dire, dal genio stesso del popolo greco, niuno e così fecondamente i due genj
della matematica e della equivoci tanto pericolosi, che la ragione vacilla, e
le assisi della logica come scienza, restano ancora, non dico da raggiungere,
ma solo lon- tanamente da intravedere. Egli è che in Platone i rapporti fra i
fatti logici e i fatti matematici non sono ancora giunti a quella coscienza
maturata nel vero e comprovata dalla pratica d’un principio e d’un metodo
comune, fuor dalla quale, una dottrina non si fonda per l’av- venire. C'è in
Platone un lavoro immenso accumulato dalla tradi- | zione precedente e dal
contributo preziosissimo del suo pensiero, ma il principio fondamentale della
sillogistica non si trova che in uno stato latente, perchè il filosofo resta
troppo fedele all’assimila- (1) PLarone, Pol., $ 50, n. 4. 18 — PASTORE,
SiMlogismo e proporzione. ” n zione del
rapporto logico al rapporto ontologico e la contemplazione estetica e
metafisica della logica della natura finì per impedirgli la conoscenza
analitica della logica della ragione. La logica, come scienza pura, non sarà,
finchè non compari Aristotele, il dominatore dell’immenso materiale accumulato
dalla tradizione, l’assimilatore delle verità apparentemente più dive della
scienza, il quale non porterà il principio dell’analogia dentro sè stesso come
un cadavere della memoria o come una fonte delle più poetiche fantasie
metafisiche, ma ne formerà la base d’ogni cal- colo deduttivo, la forma più
tipica e compendiosa dell’umana ra gione. . $117.— I risultati a cui siamo
pervenuti ci indicano la direzione delle ulteriori ricerche. L'importante per
noi sarà di determir are semplicemente la presenza di quelle nozioni
scientifiche che sond necessarie all’interpretazione analogica della teoria del
sillogismo in guisa che, quando passeremo alla teoria di Aristotele, non vi
sarà da modificare nè da aggiungere nulla nella teoria dell’analogia. cui
quest’esame storico-critico ci avrà condotto. ‘Tra Platone ed Aristotele il
posto più importante perla teoria che ci interessa è occupato da Eudosso di
Cnido (405 0 408 - 355 o 352), chiaro filosofo, uomo politico, medico,
matematico, astronomo, p DI giovane di Platone di una ventina d’anni e suo
discepolo, il quale passava per uomo di eminente saggezza e fu apprezzatissimo
da Aristotele che ne fa spesso menzione in più passi dell’Etica e della
Metafisica. | Uno scolio anonimo sopra Euclide, forse proveniente da Proclo ( L
A dice che il libro V di Euclide, che contiene la teoria delle proporzio i
concepita generalmente e come applicabile all’aritmetica, alla mu: sica ed alla
geometria, è un’invenzione di Eudosso. Dal Sommaria di Eudemo apprendiamo che
Eudosso «aumentò per primo il num dei teoremi detti generali ; aggiunse tre
nuove analogie alle tre tiche (2) e fece progredire le questioni relative alla
sezione, questioni sollevate da Platone e per le quali egli fece uso d’analisi
». 4
(1) Knoc®z, Untersuchungen dber die nevaufgefundenen Scholien € Proklus zu
Euclid's Elementen. Herford,
1865. (2) EupeMo RHoD, frag. 84,v. « xaltaî tprolv avaroyias AXRE mpoosters).
hf tre antiche analogie, come fu già detto, erano l’aritmetica, la seometrica e
l’armonica; quelle di Eudosso — secondo il Tannery- n sonodefinite colle
relazioni seguentitrail medio m e gli estremi a>b: =" gi m_—-b m m_—b
Quali sono le questioni relative alla sezione ? Secondo il Tannery (1) si
tratterebbe della sezione dei corpi ro- tondi (solidi) e dei lavori che
preludiarono l’invenzione delle coniche, secondo il Bretschneider, che in
questo segue l’opinione general- mente ammessa, si tratterebbe invece della
sezione in media ed estrema ragione. Sarebbe ora superfluo citare qui tutti i
contributi portati da | Eudosso al progresso delle scienze esatte, dopo che
abbiamo già di- ‘chiarato di non volere uscire dal campo limitato della
proporzione. Ma le poche notizie riferite su questo argomento sono ampia-
‘mente sufficienti a dimostrarci che l’opera di Eudosso fu, senza ‘dubbio, una
delle fonti matematiche più preziose da cui Aristotele | prese il materiale
analogico per la sua opera sillogistica, senza eselu- dere naturalmente che lo
stesso Eudosso si sia valso non poco degli studj di tutti i matematici
anteriori e segnatamente di Platone che, ‘oltre ad essere maestro di Eudosso,
muore una decina d’anni dopo, e ‘appare dal Z’imeo, scritto molto probabilmente
verso il fine sua lunga vita, si mostra fornito di tutte le nozioni mate- è che
troviamo nelle opere di Aristotele. | $118, — Sappiamo da Nicomaco di Gerasa,
pitagorico della fine | del 1 secolo d. C., autore della fortunata Introduzione
dell’aritme- tica e forse anche dei Z'eologumeni dell’aritmetica (2) che
Speusippo, figlio diPotone sorella di Platone, il quale succedette nell’
Accademia | prima di Senocrate (348-340) e vî rimase per otto anni, non cessò
di studiare particolarmente le lezioni dei pitagorici e sopratutto gli (1)
TAnNERY, Za géom., pag. 76. (2) Operetta perduta, nota per l’analisi di Fozio,
nella sua Biblioteca, e ‘per alcuni estratti del rv sec. d, C. d’un libro
anonimo che ha lo stesso titolo. «Sopra
i numeri pitagorici » (1). Nella prima metà di quest’oper egli tratta con rara
eleganza : « Dei numeri lineari, poligoni, piani e solidi d’ogni sorta ; «Delle
cinque figure che si attribuiscono agli elementi del mondo, delle loro
proprietà particolari e correlative ; « Della proporzione continua e della
discontinua » [wspt] dva Noia te zai dvazoondias. Il Tannery in un rapido cenno
sulla dottrina delle proporzioni secondo Speusippo fa osservare giustamente che
il termine dvaMotta designa per l’ordinario la proporzione (in generale
geometrica) tr tre o quattro termini. Ma frattanto si vede che Speusippo lo
impie nettamente per designare una progressione per differenza che qualifica
per prima analogia ; dunque egli deve intendere per logia una progressione
(senza limitazione di numero di termini) aritmetica (prima analogia), sia
geometrica (seconda analogia). termine àvaxo)0v8i2 può quindi ricevere una
spiegazione facilissi Sarà una proporzione aritmetica o geometrica tra quattro
termini (0 una serie di proporzioni fra un maggior numero di termini) formanti
progressione. Così le proporzioni discontinue 2299 bu 6, 312: 8:16, dette più
tardi analogie tra quattro termini, sarebbero state chiamate da Speusippo
anacolutie (2). Senza entrare nella di- scussione di cotesta terminologia, a
noi basterà rilevare che, sie- come dal frammento di Speusippo, in cui troviamo
l’abbozzo del l’aritmetica pitagorica, l'argomento della prima parte del libro
attesta sufficientemente che l’aritmetica pitagorica sorpassava glè il quadro
in cui — a detta dello stesso Tannery — si restrinse în s@= guito Euclide e si
stendeva propriamente in quello riempito da Nicomaco, così risulta ad evidenza
che noi non abbiamo punto bisogno di consultare Euclide per avere informazioni
intorno # la teoria delle proporzioni posseduta da Aristotele. (1) SENOCRATE
seguendo l'esempio di Speusippo serisse pure due libri : Sopra i numeri e
Teoria dei numeri (D1oG. L., 1v, 3). (2) TANNERY, P. l’Wist., pag. 374-375 (in
nota). | , — Guidati dallo sviluppo storico della dottrina della pro- N rzic
ne, abbiamo seguito il pensiero greco fin dall’origine nei punti eulminanti
della sua attività, ed ora siamo in grado di conoscere abbastanza bene lo stato
d’animo dei filosofi prearistotelici rispetto all’argomento che ci interessa.
Da Pitagora a Platone vedemmo che tutta l’opera dei filosofi rivela lo sforzo
di riattaccarsi al pensiero fondamentale della Grecia di cui, in modo
particolare, Platone ambisce, nella sua straordinaria modestia, di mostrarsi il
genuino continuatore. Qual era il pensiero fondamentale della tradizione |
filosofica greca ? il principio estetico e matematico della proporzione. Eeco
perchè quest'idea divenne la più abituale e la più famigliare a Platone, e
l’assimilazione spontanea di tutti i fatti dell’universo | a questo solo gli si
impose con una forza quasi irresistibile. Vedemmo come Platone, esponendo la
teoria della proporzionalità immanente in tutto l’universo, trasportò
chiaramente questo disegno e queste intenzioni in quasi tutti i campi dell’umana
conoscenza. Questo renderà immensamente facile ad Aristotele la transizione dal
sistema dei numeri e dei rapporti nella proporzione a quello delle idee e delle
proporzioni nel sillogismo. Sarebbe infatti impos- sibile comprendere le
origini del pensiero aristotelico senza cono- scere la lenta e fatale
impregnazione dell’ambiente filosofico della Grecia. Ma bisogna riconoscere che
con Aristotele e nella sua Ana- o l’idea di proporzione abbandona l’elemento
ontologico, rientra nel campo delle operazioni esatte e raggiunge
un’applicazione stra- : | ordinaria. Finalmente vedremo che l’Analitica di
Aristotele fu la conseguenza necessaria dell’ Analogica precedente; tuttavia la
dimo- strazione di questo fatto completamente ignorato dalla storia della
filosofia, richiedendo la massima cura nei confronti, nei passaggi e nella
critica, ci occuperà più largamente di qualsiasi altra. A questo riguardo quasi
si potrebbe dire che le maggiori difficoltà da vincere sono state erette dallo
stesso Aristotele, il quale, dopo aver spogliato l’idea della proporzione
dall’ultimo vestigio d’inviluppo critico, e averla guardata chiara e netta co’
suoi limpidi occhi, prima se ne Serve per gettare i fondamenti della sua
Analitica, poscia torna a | rivestirla di più impenetrabili veli. $ 120. — Nel
cosidetto Organo, cioè nei libri che Aristotele dedicò ‘allo studio delle leggi
formali del pensare, la definizione del sillogismo si trova riportata tre volte
: la prima nei primi Analitici, la seconda nei Topici, la terza negli Elenchi sofistici
: 18 « Il sillogismo è un discorso, nel quale, poste talune cose, qualche cosa
di diverso dalle (cose) poste segue necessariamente, per ciò che esse sono »
(1); 4 9a « Il sillogismo è un d cosa di diverso dalle (cose) poste segue
necess delle (cose) poste » (2) ; ga «Il sillogismo infatti si ricava da alcune
(cose) poste ino guisa tale che si conclude di necessità qualche cosa di
diverso da (cose) poste, in virtù di quelle (cose) poste » (8). « Syllogismus
quibusdam colligitur ita positis ut necessarie aliquid a positis diversum
propter haec posita concludatur ». È sempre l’identica definizione, ripetuta
paro poche differenze verbali insignificanti. iscorso in cui, poste talune
cose, qualche. ariamente, per virtù la per parola, salvo. la logica, tanto per
Aristotele quanto per noi, $ 121. — Ora, poichè diamo di risol è
sostanzialmente una dialettica ed un’analitica, ve vere questa definizione ne’
suoi elementi. A questo scopo serviamoci anzitutto degli schiarimenti dello
stess d Aristotele : « Quando io dico per ciò solo che esse son poste, intendo
che è & causa di esse che l’altra proposizione è conclusa ; ed io intendo
per questa ultima espressione che non v'ha bisogno di altro termine per
ottenere la conclusione necessaria (P. An., I, 1,$8). «To dico dunque
sillogismo completo quello in cui non è necessario alcun altro dato all’infuori
dei dati preliminarmente ammessi afa finchè la proposizione necessaria appaja
in tutta la sua evidenza (P.An., I, 1589). « Allorquando (dunque) tre termini sono
gli uni rispetto agl altri în un tale rapporto che l’ultimo sia 0 non sia nella
totalità del (1) Primi Anal., 1, 1, $3. EvXXoyuopds dé ou 2606 èv ©, tedeviwy
DI) Ertspoy tr TOY ueuivoy sE Avayane aupfaivar, TG tadta siva (2) Topici, 1,
1, $ 3. “Eou èè oviioyionòs Xbyog èv ©, Tsdevrmy TOY nu tav meysivoy SE
&vdtANe ovppaiver, dà TY NEYLÉVOY. (3) Elene. Sofis.,1, 1, $ 3. ‘0 pèv 1àPp
ovdioyiapdg su vivov sot te devTwy neyew Etepbv wu sE GNAM TOY REEVOY arà c60y
zeyisvov. Un'altra definizion del sillogismo si riscontra nella Retorica, 1, 2.
I > all medio e che îl medio sia 0 non sta nellat otalità del primo, bisogna
ne- di Biismente che vi sia sillogismo completo degli estremi (P. An.,
T1,4,$2)». i 7 Gea Mi. ancora che i tre concetti del sillogismo categorico semplice
prendono il nome di estremi (4xpa) e medio, cioè peîtov dxpov (termine
maggiore), È\artoy dxpov (termine minore), p.écoc Bpos (ter- mine medio);
inoltre che anche per Aristotele il giudizio si può considerare come un
rapporto X605 (1); finalmente che la parola aidoropie dal verbo ov))ortfeodar
congiungere computando © ragionando (2), significa propriamente congiunzione di
rapporti. Se con questi criterj generali si vuole tradurre la prima defini-
zione aristotelica del sillogismo, si vede facilmente : 1° che la frase «
taévroy civoy », rischiarata dalla definizione seconda, significa « posti
alcune proposizioni », cioè « posti aleuni rapporti »: « tsdéyrwy voy \60y »;
2° che la frase « Etspéy ti tv xetpévwy », rischiarata del pari dal contesto
della seconda e della terza definizione, significa « qualche proposizione
diversa dalle proposizioni proposte », cioè «un rapporto diverso dai rapporti
proposti »; 3° che la frase « t@ rabra siva: » significa « per ciò che queste
proposizioni o rapporti sono posti in quel modo, cioè in quel rapporto di cui
si tratta (3) ». Discuteremo fra poco il carattere fondamentale di questo rap-
porto trascurato ingiustamente dalla teoria tradizionale del sillo- gismo, ma
dobbiamo fin da ora rettificare la traduzione del'a defi nizione aristotelica
del sillogismo in quei punti ove non è possibile la controversia. Dunque
cominceremo a tradurre così :«Zl silo- gismo è un discorso (rapporto) nel
quale, posti taluni rapporti, qualche rapporto diverso da essi, segue
necessariamente, per ciò che essi sono (in tale rapporto) ». Da ciò risulta che
i caratteri del sillogismo, secondo Aristotele, sono sei : che sia dato un
certo rapporto (dé tot \6y0c); che in esso rapporto siano posti alcuni rapporti
(premesse) (èv @ tsdéytwy tvav); che da questi rapporti derivi un altro
rapporto (illazione) (ovpfatver); (1) S. AgostINO, « Quod greece Xéyog dicitur,
latine et rationem et verbum significat ». É (2) TRENDELENBURG, Op. cit., «
av}otifeotar proprie est computando vel ratiocinando conjungere », pag. 89. (3)
Nella Retorica (1, 2) questa frase è spiegata così : « pel rispetto che quelle
(le premesse) son vere o generalmente o per la più parte ». | n) Ta ST NT er 44
. che derivi necessariamente (èÉ
àv&x1); che enunci un rapp : diverso da quelli che sono enunciati nelle
premesse (&tepéy n eypévoy); e che la derivazione avvenga per la natura
fondamen di quel rapporto in cui sono poste le premesse (t@ tabra sivar). $
122. — È appena necessario avvertire che l’insistenza, ap na rentemente
esagerata sul concetto di rapporto, dipende non de noi, ma da Aristotele che a
questo concetto attribuiva la massima importanza. Così, quando nei Primi
Analitici vuol dimostrare chi il sillogismo semplice non può avere più di tre
termini, dice : vo «Per dimostrare C per A B, è impossibile che occorrano più
di tre termini. Sia E, per esempio, concluso da ABCD. V’ha du essità che l'uno
di questi termini sia messo in rapporto con l'a ome parte ; perchè si è dimosti
nec l’uno preso come tutto, l’altro e precedentemente che, quando v'ha
sillogismo, bisogna mente che questi termini siano in questa relazione. Che A
sia dun così per rapporto a B, v'ha allora una conclusione tratta da questi
termini..... » (I, 25, $ 5). L E più avanti nello stesso $ 5: « Se C non sta a
D in una relazioni tale che essi possano fare un sillogismo, questi dati
saranno inutili...» E in seguito al $ 9 (aggiungendo un termine): « le
conclusioni avranno più lo stesso rapporto nè coi termini, nè colle
proposizioni, E inoltre al Cap. XXVI, $ 6: « Tutto ciò che precede ha dovuti
insegnarci come si produce ogni sillogismo, di quanti termini | proposizioni si
formi, in quale rapporto le proposizioni siano le un colle altre..... ». d Non
cito altri esempj perchè il pensiero di Aristotele, su quest punto, mi sembra
evidentissimo. In ogni sillogismo Aristotele vet e vuole mantenuta, come sua
condizione essenziale, una tale la zione tra il rapporto espresso
nell’illazione e i rapporti espressi ni premesse, che tutto il nesso
sillogistico si verifica solo amme una connessione necessaria di rapporti. Anzi
due ordini di rappo vengono determinati da questa connessione sillogistica cioè
tra termini (concetti) e tra i rapporti di questi termini (giudiz)). Il primo
può venire espresso così: Il termine minore sta al te mine medio come il
termine medio sta al termine maggiore, cioè i. [1] S:M::M:P PA " : è Veg A
e \- Ù ri È tes : fe) A A e e tall da i fd; _ Nan, f P UÈ - fe#4 ORAZIO as 3
ave il secondo che può venir espresso così: Dall’affer- P A zione simultanea
della premessa maggiore () e della mi- e | <= $ segue la conclusione >
cioè : muore. (3 P | LARGER, [2] È A ineui si vede la forma tipica del
sillogismo. | Per ben comprendere tutto il processo del sillogismo bisogna
mettere la [2] prima sotto la forma : WU [8] PM MM | poscia sotto la forma : DM
_ SU [4]] P' M PM la quale ci fa comprendere agevolmente che la base logica del
sil- logismo si riduce, in ultima analisi, ad una proporzione (Cfr. $ 77). Non
nego che a tutta prima si prova la maggiore difficoltà a con- | vincersi che le
parole avA\ojtopée e dvadoyia sono nomi differenti di uno stesso processo, pure
credo che soltanto questa distinzione e abbia creato la distinzione fittizia
tra le due operazioni e i i ) di riconoscere l’identità fondamentale che si
nasconde dietro di esse, ritardando per lunghissimo tempo i progressi della
logica pura. $128. — Resteremo noi dunque legati alla vecchia interpretazione
‘aristotelica solo per inerzia mentale © per il più sterile attac- camento all’
autorità della scuola aristotelica ? Ma badiamo che Aristotele è stato per lo
innanzi misconosciuto in parecchi casi dagli stessi aristotelici, e che anche
su questo punto non è niente | affatto dimostrato che la parola di Aristotele
significhi veramente | Giò che finora inessasi è voluto trovare. Non è
un’objezione concludente contro l’interpretazione analogica | del sillogismo
quella che si riduce in sostanza a dichiarare : « Egli 19 —. A »- = P. ld e ps
e. - ‘non l’ha detto ». Invece, senza adoperare un’espressione che contraria
così allo spirito come alla lettera di Aristotele, ecco qua ragionamento si può
addurre in favore della tesi indicata. In e cosa consiste il sillogismo secondo
Aristotele? Nella derivazione, necessaria di un rapporto (conclusione) da altri
rapporti (premesse), vale a dire in quella speciale forma di ragionamento nella
quale di i due rapporti aventi un termine comune segue un terzo rappo. 0 tra
gli altri due termini. Ma questo significa che il valore del sillo- gismo sta
in ciò che una sia la ragione del rapporto del termine mi- nore S al termine
maggiore P, l’essere cioè ambedue M, secondo lo. schema seguente : (S: M) x (M:
P), dal quale, operando convenientemente, si deduce la conclusione (S:P);
inaltri termini : se S è in rapporto con M ed M è in rapporto con P, si deduce
per necessità che Sè in rapporto con P. Conforme-. mente a questa dottrina
aristotelica, siccome è chiaro che la deri- | vazione necessaria che ha luogo
nel sillogismo non può effettua psi fuorchè alla condizione che alcuni rapporti
siano ridotti o eguag iati ad altri rapporti, così è evidente chel’operazione
sillogistica in fondo si riduce ad una eguaglianza di rapporti cioè ad una
proporzione. $ 124. — Se non che si potrebbero opporre parecchie objezioni che
meritano di essere considerate. Se il sillogismo aristotelico fosse quel
rapporto analitico di termini e di giudizj, distribuiti secondo la legge della
proporzione che qui si pretende, esso dovrebbe avere quattro termini e non tre,
e analo: gamente si ragioni per le proposizioni. Infatti Aristotele dichiara,
parlando del numero dei termini € delle proposizioni nei sillogismi: « È
evidente pure che ogni dimo: strazione si fa per tre termini e non più » (Primi
Analitici,I, 25,81) «da questo risulta chiaramente che il sillogismo ha luogo
per due proposizioni e non più perchè i termini formano due proposizioni (Pr.
Anal., I, 25, $ 6)». Ma se l'osservazione è vera è però senz@ valore; perchè la
teoria analogica del sillogismo non insegna al cosa se non quale è la forma
esatta di comporre i concetti d’un sillo: gismo, e non'pretende che questi
concetti debbano essere quattro e tutti diversi fra loro. Chi ha seguìto la
discussione fatta nella parte teorica vede subito che, con Aristotele, rispetto
ai termini, 10 nel caso di una
proporzione continua la quale ha luogo con tre soli enti diversi, sebbene i
termini d’ogni proporzione, anali- ticamente parlando, siano appunto quattro e
non tre. Quanto alla terza premessa (premessa media) che vedemmo indispensabile
alla espressione completa della proporzione sillogistica, bisogna ricordare che
essa viene eliminata appunto perchè il sillogismo si ottiene me- diante
l’eliminazione del termine medio, vale a dire dei due sensi del termine medio,
il cui rapporto si esprime nella premessa media che viene sottintesa. $ 125. —
Altri potrebbe objettare che Aristotele non ha mai detto esplicitamente che
ilsillogismo sia una connessione necessaria di rap- porti, nè intuito che nel
sillogismo si tratti di stabilire una egua- glianza di rapporti. Si potrebbe
rispondere che, se anche ciò fosse, la logica dovrebbe credersi nel dovere di
formulare la teoria logica del sillogismo, di assegnarne le norme e le
condizioni di validità secondo il vero, dandole quella evidenza per tutte le
menti che le è propria, e ricostruendo quella operazione analogica che è la
sola necessaria, dal punto di vista logico, per procedere dalle premesse alla
conclusione. Da questo punto di vista sarebbe del tutto indifferente per la
logica sapere come Aristotele sia stato condotto a tracciare la sua teoria del
sillogismo. Ma il vero è che Aristotele non solo ha sempre insi- stito sopra la
riunione necessaria dei rapporti nel sillogismo, ma in un luogo dei Primi
Analitici (I, 27, $ 1) ha esplicitamente intuito che il sillogismo si fonda
sopra un’eguaglianza di rapporti. Così, facendo l’applicazione generale delle
regole relative alla ricerca del medio, sia nelle scienze che nelle arti,
dichiara: «Il metodo è sempre lo stesso che si applica sia alla filosofia, sia
all’arte, sia alla scienza. Sempre bisogna riunire attorno a ciascun soggetto
proposto ciò che gli è attribuito, e ciò a cui può essere attribuito; sempre
bisogna cercar di riunire il più grande numero possibile di questi rapporti »
(Primi Analitici, I, 30, $1). È inutile avvertire che questi rapporti possibili
entro cui si deve fare la scelta della proposizione che dovrà | esprimere il
termine medio non sono altro che proposizioni (Cfr. ibid., $ 4). Così esponendo
le regole generali per la scoperta del medio, la teoria dei conseguenti, degli
antecedenti e dei loro rapporti dichiara, cirea la conclusione universale
affermativa : “Quando si vuole affermare una cosa d’un’altra tutta intiera, E e
e a 9 I on —_ NO alito, pria i vali a l'LeI . bella tell "urne a pè Ie
"si IRE en bisogna considerare i
soggetti della cosa affermata di cui qu cosa è detta, e tutti i conseguenti
dell’oggetto al quale esso deve essere attribuita ; perchè se l’uno di essi è
identico, sarà necessari i che la prima di queste cose sia all’altra (Primi
Analitici, I, 27, $ 1) Dn Questo significa che, per stabilire la conclusione
universale affer- mativa, bisogna cercare dapprima i soggetti dell’attributo,
poi gli attributi del soggetto, cioè gli antecedenti della cosa affermata e i
conseguenti della cosa di cui si deve affermare, Si capisce che le. cose
avvengono sotto l’aspetto della proporzione. Nes sp, Rep, identico sarà il
medio e il sillogismo sarà possibile (1), perchè sai n possibile la proporzione
seguente : Si M Questa forma immediatamente fa capire che la condizione fon-
damentale del sillogismo sta nell’affermazione simultanea di due rapporti che
hanno un termine comune, donde segue necessa mente un terzo rapporto tra i
termini estremi, cioè : (S:M)x (M:P)=S:P. (1) Non può passarsi in silenzio che
questo punto fondamentale fu dimen: ticato completamente anche dai più acuti
riformatori della logica. Il LaRoME GUIÈRE, p.es.. difendendo
l'originalità della Logica del ConpILLAC, così scrive; « Nons savons ce que
c'est que le raisonnement; que nous manque-t-il po bien raisonner? il ne nous
manque qu'une chose, mais elle est essentiellé Il faut qu'on nous dise où sont
les idées moyennes. Tant que nous ne lé aurons pas à notre disposition, nous ne
pourrons pas raisonner. Je demandé à Aristote où sont les idées moyennes dont
j'ai besoin. Aristote se tait, Jl le demande è Bacon. Bacon me répond que
chacun les trouve où il p «'Perminorum mediorum inventio, libero ingeniorum
acumini et investig tfoni permittitub” (De augumentis). Je le demande à Malebranche : voic
sa réponse : « Lorsqu’on ne peut pas reconnaftre les rapports que les chose ont
entre elles, en les composant immédiatement, il faut découvrir, pat ‘si vede che Aristotele ha nascosto nella
teoria del medio o rzionale del sillogismo semplice (proporzione con- ),
perchè, con questo medio che divien tale per la sua posizione ‘i due estremi e
per la sua semplice funzione (di contenente e di ienuto) egli può parlare di
tre soli termini concettuali del sillo- 10, mentre i termini formali sono
propriamente quattro. $ 126. — Ma la premessa media, di cui s° intende parlare
nel nostro ‘caso, ha un ben altro valore che non una semplice parola : essa è
un rapporto. Fu veduto questo fatto da Aristotele? Fu veduto. Primi Analitici
(I, 25, $ 1), avvertendo che come i termini d’un rismo, nel linguaggio
ordinario, non sono sempre espressi con parola unica e speciale, scrive :«
Così, è evidente che non bisogna to credere che il medio sia sempre reso con
una parola sola ; lora è tutta una proposizione ». Che sia questa
un’osservazione e e particolare preme per la generalità e per la costanza della
ia, non per la solidità dell’avvertenza. Noi possiamo dunque prare che questa
intuizione sia stata sciupata, ma la verità dob- | biamo riconoscerla anche se
appaja solo in minima parte. _ $ 127. — Qui si affollano ora molte domande che
fa nascere la stra definizione analogica del sillogismo; e cioè : in che
consiste la sagacia sillogistica? E poi, come si prova che Aristotele abbia
sen- tito veramente il valore universale della dimostrazione delle pro- età caratteristiche
della proporzione che egli prenderà come mo- o del sillogismo ? Se ogni
problema sillogistico semplice si risolve quelque effort d'esprit, une ou
plusieurs idées moyennes qui puissent servir mme de commune mesure pour
reconnaître par leur moyen les rapports qui sont entre elles ’?. Jele demande
aux autres philosophes, la plupart n'ont pas mème songé qu'on pùt faire une
pareille question. Ainsi done oute la philosophie reste comme en éehec devant
cette terrible difficulté, et cependant jamais difficult6 ne fut plus facile à
resoudre ». In seguito l’autore
spiega che la soluzione si trova colla ricerca degli attributi che sono enti
alla natura del soggetto della conclusione, facendo l’enumerazione quali
apparirà subito quello che può essere ad un tempo il soggetto l'attributo e
l'attributo del soggetto, e cioè l’idea media del sillogismo esto. Ora questo
processo condillàchiano, come ognun vede, è niente che il processo aristotelico
citato nel testo, al quale proposito il Laro- RE così stranamente dichiara che
Aristotele tace. 150 SILLOGISMO E PROPORZIONE con la regola del tre semplice,
allora ogni premessa può diventare. volta per volta conclusione, cioè figurare
come incognita, e la co; n: ; clusione può diventare premessa. Fu intuita
questa possibilità da, Aristotele ? Se Aristotele seppe che sillogismo è
proporzione (&vaXoyia), perchè non ha detto che la logica non è che
un’imitazione della mate- matica? Se Aristotele seppe che sillogismo è
proporzione, come maî ha separato la trattazione del sillogismo da quella del
ragionamen: to paradimmatico che è appunto quello che nel linguaggio ordinario
sì chiama ragionamento per analogia ? Perchè non ha conservato tu la la
terminologia analogica? Come si può dimostrare che egli posse-- dette bene tutta
la teoria della proporzione necessaria a stabilire la corrispondenza ? Perchè
nascose così ostinatamente il suo pen=. siero ? Domande tutte di molta
importanza, esaurite le quali si può. dire che cominci davvero una nuova
interpretazione di Aristotele, Discutiamo questi punti ordinatamente. p « Ciò
che si dico sagacia — osserva Aristotele — non è che la s perta esatta del
termine medio (compiuta) in un tempo rapidissimo) (Pr. An., I, 34, $ 1). Dopo
aver addotto diversi esempj fisici e morali. (illuminazione della luna,
imprestito di danaro) conclude che « bastò in tutti questi casi conoscere gli
estremi per conoscere pure i term inì medj che sono le cause » ($ 2).
Un’analisi più sottile di quel processo in cui si afferma che il minore è messo
in rapporto col maggio mediante il termine medio, ci fa capire che la sagacia
sillogistica con. siste più propriamente nella pronta ed esatta scoperta del
vincolo proporzionale che deve legare i termini del sillogismo, sicchè quando
Aristotele, noverate le quattro specie di questioni possibili e che possono
essere risolte scientificamente (la qualità della cosa e la causa di questa
qualità; l’esistenza e la definizione della cosa) e 0s: servato che le quattro
specie di questioni si riducono ad una sola, quella della causa, conclude che
la ricerca della causa si confonde qui con quella del medio : « Infatti, la
causa è il medio, ed è la ca 50 che si cerca în tutte le cose» (Secondi
Analitici, II, 1, $ 2) noi dobbiamo intendere che è semprela proporzione
sillogistica che si cerca in tutte le questioni, Si ponga mente a questi due
esempj addotti da Aris tele per dimostrare che questi due ordini di questioni,
quella dell’e stenza dell’attributo con quella della causa dell’attributo,
quella dell’esistenza della cosa con quella della sua essenza, si confondono? «
Che cosa è l’eclissi ? È una privazione di luce per la luna, causata sr ri et
pr aa ri. a f x ùÙ # & LA Ù $L, n Î STU 4 ha | PARTE TERZA — CAPO II i 151
srposizione della terra. E perchè l’eclissi? O perchè la luna 2? Perchè la luce
le manca quando la terra viene ad inter- Cos'è l'armonia? È un rapporto
numerico fra i toni gravi ed Perchè l’acuto si accorda col grave? Perchè il
grave e l’acuto 10 tra loro un rapporto numerico. Il grave e l’acuto possono
ordarsi ? Esiste un rapporto numerico che li riunisca? Una volta «to ciò noi ci
domandiamo : Qual è questo rapporto? » (Zbid., $ 3). TESS dunque chiaro che
tutte le ricerche non sono in fondo che la rca del termine medio » (/bid., $
5). È noi potremo aggiungere con maggiore evidenza : È dunque o che tutte le
ricerche non sono in fondo che la ricerca del ‘mine medio d’una proporzione,
essendo il sillogismo niente altro she una eguaglianza condizionata cioè da
risolvere. $ 128. — Quanto al secondo quesito ci apriremo la via esaminando
anzitutto la sentenza di Aristotele intorno alle varie specie di errori » sono
possibili nella dimostrazione universale e più precisamente : terzo errore
«quando non v’ha parola speciale per l’universale e la dimostrazione si limita
alle specie » ove si adduce appunto un mpio tratto dalla teoria delle
proporzioni. Ci si inganna pure quando si crede che Za proporzione è permu-
solamente perchè i termini sono o linee, o numeri, o solidi, 0 pi, come si
potrebbe dimostrare per ciascuna di questa specie ntamente, sebbene sia
egualmenle possibile di dimostrarlo con a sola dimostrazione per ogni specie di
termini. Ma siccome tutte te specie non sono comprese sotto un nome unico (1)
che le rac- da tutte, numero, superficie, solido, tempo ; e siccome di più, in
quanto specie, esse differiscono le une dalle altre, si poteva consi - (1) È
ben strano che Aristotele non sia giunto, in questo caso, a compren- ‘dere
tutte queste specie (linée, numeri, solidi, tempi) sotto il nome di gran- e 0
di quantità, benchè giunga a sentire così bene il valore universale a
permutabilità della proporzione. Molto giustamente osserva a questo sito BarTH.
S. HrLarRE che laproporzione permutabile di cui qui si tratta lla che noi
chiamiamo oggi proporzione per equiquoziente e per equi- Queste due specie di
proporzione hanno questa proprietà che vi o cambiar di posto i medj e gli
estremi senza che la proporzione sia a ; il rapporto che costituisce la
proporzione sussiste sempre (vol. III,
derarle ciascuna isolatamente. Qui, al contrario, si parla di dimostra
ca zione universale; poichè non è perchè queste specie sono linee 0 numeri, che
la proporzione esiste per esse; ma perchè esse sono l’obbietto stesso che si
suppone universale » (Secondi Analit., I, 5, $4;I, 24,$3). Lo stesso concetto è
ripigliato nel Cap. XVII, trattando della questione « se uno stesso effetto
possa aver più cause in più soggetti differenti ». Così, per esempio, perchè in
certe cose v'è una proporzione mul tipla ? (1). Senza alcun dubbio, la causa è
differente per le linee e per i numeri, ma in fondo è la stessa causa. In
quanto sono numeri di cui si tratta, essa è differente; ma in quanto questa
proporzione ò un accrescimento di tale specie, la causa è perfettamente
identica. Li stesso è per tutti gli altri casi. Ma è una causa differente, solà
mente perchè è in un oggetto diverso, quella che fa che il colore sia simile al
colore, e la figura simile alla figura, poichè simile è un. termine omonimo per
questi due casi. Da una parte, nelle figure, la rassomiglianza « consiste forse
nello aver i lati proporzionali e gli angoli eguali, d’altra parte nei colori,
la rassomiglianza consiste in ciò chela sensazione che essi producono sia del
tutto eguale, o tal’altra spiegazione di questo genere. Così le cose che non
sono identiche che proporzionalmente avranno pure un teri mine medio
proporzionalmente identico » (Secondi Anal., TI, 17, $.4) Esaminando bene
questi passi si vede che Aristotele ha già supe rato la posizione ontologica
nell’interpretazione dei rapporti logici della proporzione. Infatti prima di
lui si poteva forse dire : È vere che tanto le linee, quanto i numeri, quanto i
solidi, ecc., sì possone comporre in proporzione, ma poichè, in questi casi, si
tratta di causi differente, può darsi che le operazioni che si possono
effettuare i ciascuna specie non abbiano che un valore particolare. Ora, sel
cosa stesse in questi termini, l’universalità della dimostrazione fon data
sulle proprietà della proporzione sarebbe semplicemente im possibile. (1) «
Proporzione maltipla : Proporzione per equiquoziente di tal ouisi che si
possono cambiare i termini di rapporto senza che il rapporto cam pi jl 1° sta
al 2° come il 3°sta al 49; oppure: il 1° sta al 3° come il 20 sta al 49, La
proporzione è multipla, perchè la si fa permutare in varie guise ». i rali ‘Aristotele s’è apposto meglio : la causa,
egli dice, è solo apparen- temente diversa, in fondo è perfettamente identica.
E lo stesso è per tutti gli altri casi, in cui si faccia ricorso al principio
della propor- zione. Conforme a questa dottrina, Aristotele, dominando ogni
differenza materiale, sentì la possibilità di studiare la forma del pensare
separatamente dal contenuto, e, intuita l'analogia fra le razioni necessarie e
universali della logica e della matematica, ripose la virtù del sillogismo
nella virtù della proporzione, imper- ciocchè è chiaro che quivi si debba
indirizzare la ricerca, dove si ritiene consistere la sua ragione. $129.— La
regola del tre semplice è la chiave di tutta la sillogistica, Se per essa, in
generale, si risolvono le questioni in cui occorre trovare un quarto termine in
una proporzione, di cui siano dati tre, e a questo fine basta stabilire
convenientemente la proporzione tra le quantità date e l’incognita, nel caso
del sillogismo categorico semplice, ove le quantità date sono le premesse e la
conclusione che si vuole dedurre è l’incognita, siccome la premessa media è
sempre la stessa e data nel tipo del giudizio A, la stessa proprietà serve
ancora a trovare uno qualunque dei giudizj quando sono dati gli altri due. Ora
mi sembra che anche Aristotele abbia capito, almeno in un caso, la possibilità
di dedurre una qualunque delle | proposizioni del sillogismo poste le altre
come premesse, vale a dire di considerare indifferentemente ciascuna premessa come
con- elusione e la conclusione ora come premessa maggiore ora come pre- messa
minore. Sentiamo che cosa dice nel libro II dei Secondi Analitici (Capo V, $ 1)
tracciando la teoria della dimostrazione circolare : « Dimostrare circolarmente
o reciprocamente è, per mezzo della conclusione e dell’una delle proposizioni
di cui l’attribuzione è rovesciata, concludere l’altra proposizione che si era
presa nel sillogismo anteriore ». ] Qui la prova della nostra tesi è ben chiara
e manifesta. Ma il caso è troppo ristretto. Dunque bisogna ammettere che se
Aristo- tele, sia definendo questa dimostrazione circolare (1), sia adducendo
(1) Osserva a questo proposito il B. S.-H. che cotesta dimostrazione cir-
colare aristotelica non è perfetta che in A A A, e ancora bisogna che i termini
Siano reciproci, cioè d’estensione perfettamente eguale affinchè possano 20 —
PASTORE, Sillogismo e proporzione. gli
esempi, sia indicando i casi in cui ha luogo per i modi delle varie figure; sì
appressa grandemente alla teoria più schietta della pro- porzione sillogistica,
in sostanza non giunge a porre con la necesse ia chiarezza il problema
fondamentale d’ogni sillogismo mediato cate- gorico semplice, che è il
seguente: « dati tre giudizj d’una propor= zione logica (sillogismo) trovare il
quarto ». | $ 130. — Lo stesso è a dirsi della quarta domanda. Perocchè, se.
Aristotele ha dichiarato più volte, nella sua Analitica, che egli imita i
procedimenti della geometria « ma noi imitiamo il geometra » (1), tutto quanto
poi egli reca alla dimostrazione esplicita dell’intima. relazione tra la logica
e la matematica mostra, è vero, il suo grande ardore e i grandi passi che ha
fatto in tale direzione, ma non ci lasci N ancora trovare soddisfazione e
riposo in una soluzione definitiva. | Ma non voglio insistere più oltre su
questo punto, che del resto. non pregiudica in verun modo la nostra questione.
È. Ul $ 181. — Veniamo alla quinta domanda che è della massima im. portanza
perchè dimostra che uno dei più forti argomenti con cui. si vorrebbe impugnare
la nostra tesi ricade tutto in favore di ess Anzitutto si chiarisca l’ambiguità
e la fallacia d’una confusione: che si fa comunemente sulconcetto aristotelico
di analogia (vaMortia) identificandolo col concetto della prova paradimmatica 0
per esempio (rapsderpa.). I filosofi che seguirono Aristotele certamente
seppero e sanno @ he per Aristotele analogia significa proporzione (avadorta
apud Aristo: telem proportio vel arithmetica vel geometrica) (2), cioè
eguaglianzi 4 differentemente gli uni per gli altri. Così 1 due termin sempre
esser presi in ò ridere è un uomo ; ogni uomi di questa proposizione : ogni
essere che pu è un essere che può ridere. Ma l'osservazione del S.-H. non
logico del sillogismo. (1) Primi Analitici, I, 41, $ 6. Cfr. anche Secondi
Amalitici, I, 1, $2. (2) TRENDELENBURG, Elem. log. arist., $ 38. Eadem est
analogiao origd Cfr. TwesteN, $ 152. DROBISCH, $ 144; avadoyia apud Aristotelem
propo vel arithmetica vel geometrica ; dva)oyoy efr. Geschichte der Kategorie
p. 151 segg. Quam quidem Aristoteles saepius adhibuit (BIESE, I, p. 3 Cnm
exemplo cognatam: nulla autem in cogitando forma latius manere videtur. (Cîr. Top.,
I, 17, 18, p. 108 a. 7; Analyt. post., TI, 14, p. 98 a 20). “ ha più valore di fronte al'
principio ana - “o: I è = è Ii 155 dî
ragioni (06m 0 taneérge roy Adv) che è il senso matematico anche euclideo ; ciò
non ostante continuarono sempre e continuano ad attribuire questo nome @ quella
specie di prova a cui Aristotele diede di rap4dsv;pa che propriamente significa
simiglianza di ragioni, che è il senso volgare anche dei giorni nostri.
Aristotelescrive « ava)ogia », gli aristotelici traducono « propor- zione »;
Aristotele scrive « rap&deripa », gli aristotelici traducono « analogia »,
e con questa nomenclatura espongono tutta la teoria della prova per esempio.
Che cosa avvenne? Avvenne che in logica il termine analogia perdette il suo
primitivo e genuino significato matematico di proporzione e in sua vece
acquistò quello improprio di esempio, modello, simiglianza di ragione. Non
bisogna credere che questa improprietà di traduzione abbia prodotto una piccola
conseguenza, perchè in primo luogo si consacrò al termine analogia un senso in
logica così remoto dal senso mate- matico che coll’andar dei tempi, colla
mutazione del linguaggio e dell’applicazione, il concetto di proporzione non
solo si rese irrico- noscibile ma fu addirittura esiliato dal campo della
logica pura. Ciò è tanto vero che la lettura di queste stesse ricerche
storico-cri- tiche intese a rettificare l’interpretazione aristotelica del
concetto di analogia daranno non poco fastidio a coloro che sono abituati ad
usarlo secondo la tradizione pseudo-aristotelica. In secondo luogo si rese
irriconoscibile la natura analogica, intendo dire proporziona- tiva, del
sillogismo. E questo accadde tanto più facilmente in quanto | che lo stesso
Aristotele — sebbene abbia ideato la teoria del sillo- | gismo sull’analogia
della teoria della proporzione — mantenne il più prudente riserbo sopra questa
corrispondenza per le ragioni che saranno esaminate a suo tempo. Così è da più
di venti secoli che i peripatetici passeggiano intorno ad Aristotele senza
incontrarlo. | Lostrano è che «la ragione per cui questa prova (paradimmatica)
for- mulata logicamente da Aristotele prese, nei continuatori di Aristotele, un
nome tratto dalle matematiche, è ehe ogni analogia logica si può formulare in
una proporzione » (1). Come mai non si comprese __lastessa cosa del sillogismo
? La prima alterazione del senso pare che | sia dovuta a Teofrasto. Nel seguito
farò rilevare con più precisione sempre il nome si —_—___ —_ # (1) Masci,
Logica, pag. 338-39. — ui e LE ne PE ITL 156 la fortuna della parola analogia
nei successori immediati di Aristo- tele. Sgombrata così la via dell’equivoco,
torniamo alla questione della prova esemplare di Aristotele. « L’esempio ha
luogo quando si dimostra che l’estremo (1) con- viene col medio mediante un
termine simile al terzo. Ma bisogna sapere che il medio conviene col terzo,
come pure che il primo conviene col termine simile » (2). Stabilita la
condizione di ques forma di prova e fissato il carattere speciale che la
distingue si chia- riscono le differenze che separano l’esempio dall’induzione
(8). Ma questo ultimo punto per ora non c’interessa. Insistiamo dunque sulle
condizioni e sul carattere speciale. La prova esemplare ha quattro termini : il
primo, il terzo, il medio, il simile, che Aristotele, nell’e- sempio da lui
riferito, indica con le lettere seguenti : A, B, C, D. E A significa cosa
cattiva (termine maggiore) ; B » fare guerra contro î vicini (t. terzo): C »
guerra degli Ateniesi contro î Tebani (t. medio); D » guerradei Tebani contro î
Focesi (analogo o simile). Essendo date le tre seguenti relazioni di
convenienza (giudizj): | D:B che significa: La guerra dei Tebani contro i
Focesi è contro i vicini (premessa media) ; il 4 (1) Cioè il primo o il
maggiore. Si avverta l’inaspettata nomenclatura che Aristotele adoperò, in
questo caso, per indicare i quattro termini della prova paradimmatica (primo,
terzo, medio, simile). Nel testo, per como- dità del lettore, fu fissata la
corrispondenza analitica e la conseguenté interpretazione delle quattro
proposizioni paradimmatiche dal punto di vista della sillogistica. La
proporzione ricavata(p. media : p. minore :: p. maggiore : conclusione) è poi
evidentemente riducibile alla tipica proposta prima a $ 77 (p. maggiore : p.
media :: conclusione : p. minore). (2) Primi Analitici, II, 24, $ 1, 2. (3)
Conviene distinguere aceuratamente, secondo Aristotele, l’induzione dialettica,
dall’induzione retorica che è propriamente l’esempio. Questa distinzione è
tracciata nella Retorica (I, 2) ove si fa l’enumerazione degli istrumenti della
Dialettica (induzione, sillogismo e apparente sillogismo) e della Retorica
(esempio, entimema). « Che differenza sia poi tra l'esempio (retorico) e
l’entimema vien dichiarato per quel che se ne dice nella Topica.... « Ciò che
nella Dialettica è induzione, nella Retorica è esempio ». E poco prima: «E
chiamo l’entimema sillogismo, non assoluto, ma retorico e l'esempio retorico
induzione ». i [1 Î i PARTE TERZA — CAPO II D:A che significa: La guerra dei
Tebani contro i Focesi fu cosa cattiva (esempio cioè premessa maggiore); C: B
che significa: La guerra degli Ateniesi contro i Tebani è contro i vicini (premessa
minore) ; Aristotele dice che si deduce la quarta : C:A che significa: La
guerra degli Ateniesi contro i Tebani è cosa cattiva (conclusione). Risulta
evidente che la posizione della prova paradimmatica si riduce alla posizione
del problema seguente : : 5 Dati tre giudizj trovare il quarto proporzionale
rispetto ad essi. La soluzione si ottiene nel modo seguente : Siano dati i tre
giudizj : (D:B), (D: A), (C:B), Posta la proporzione (D:B) :(C:B)::(D:A); _
(C:B)x(D:A) (D:B) = OA. si ha: Da ciò sì capisce che il valore del ragionamento
paradimmatico sta in ciò che i suoi quattro giudizj sono disponibili in guisa
da formare una proporzione che rappresenta anche il tipo del perfetto Mo.
Quindi, benchè in una prima osservazione Aristotele dichiari che nel sillogismo
esemplare l’applicazione del termine maggiore al minore si fa con un
procedimento continuo (1) che si può espri- mere così : «Ciò che conviene a un
soggetto per una o più proprietà conviene anche agli altri soggetti che hanno
le stesse proprietà » ; e in una seconda osservazione aggiunga che « l’esempio
non va dal tutto alla parte (come il sillogismo di sussunzione) nè dalle parti
al tutto (come l’induzione), ma dalla legge nota di una parte alla legge ignota
della sua omogenea, dal particolare al particolare coordinato », s'intende che
è impossibile separare la trattazione del sillogismo da quella dell’esempio,
vale a dire da ciò che nel lin- guaggio ordinario si chiama ragionamento per
analogia, perchè il (1) A differenza del sillogismo induttivo ehe non è
continuo perchè è solo addizione successiva di risultati singoli. vero ed unico
processo logico che ci interessa è il ragionamento da relazione a relazione per
necessità. | Prescindendo dalle questioni sui gradi della certezza, che può.
provarsi coll’esempio, fondati sulla misura nella quale cresce la coincidenza
delle proprietà del termine minore col simigliante e col medio dalle quali il
termine maggiore dipende, e sul modo. del processo paradimmatico o che vada dal
tutto alla parte o dalle parti al tutto o dalla legge nota d’una parte alla
legge ignota della. sua omogenea, cioè dal particolare al particolare
coordinato (perchè, a dirla in breve, l’esempio si fonda propriamente sul
passaggio logico da un rapporto ad un altro rapporto), le osservazioni di
Aristotele intorno alla prova paradimmatica sono d’ordinario, nella parte
descrittiva ed analitica, eccellenti. Solo è curioso che — egli non sia
riuscito a capire che il termine simile e il medio posti — fra il minore e il
maggiore si riducano in sostanza a rappresentare la duplice funzione
sillogistica d’ogni termine medio. Quando si — dice invero che il maggiore
inerisce almedio mediante un quarto con- cetto che ha col minore un’identità
generica e specifica sembra che la considerazione suddetta dovrebbe imporsi
immediatamente (1). Invece il pensiero aristotelico va a smarrirsi in quel
mondo dell’in- duzione, dei Z'opici e degli Elenchi sofistici dove la logica
pura non. ha molto a che fare, e dove la sua visione scientifica non può di
certo ; trovare quel fondamento che lo sostenne nei primi e nei secondi —
Analitici. Un ultimo accenno felice si potrà tuttavia riscontrare d nel libro
primo dei Z’opici dove tratta della distinzione delle ras- somiglianze sia per
identità di rapporti sia per identità di conte- nuto. « Per la rassomiglianza,
la si può trovare anche per cose. di genere differenti, in ciò che il rapporto
del primo termine ad un secondo vi si trova pure tra un altro ad un altro » (I,
17,61). «La rassomiglianza può consistere in ciò che una prima cosa, sta ad una
seconda, come un’altra sta ad un’altra» (I, 17, $ 2) (1) La proporzione coi
termini (concetti) risulta la seguente : (t. minore):(t. medio)::(t. simile):
(t. maggiore) cioè Co Bo DIA da questa si ricava la proporzione coi rapporti (giudizj)
che fu riferita! antecedentemente. Ma non occorre di entrare in più minuti
ragguagli su questa parte dell’opera di Aristotele, che non aggiunge veramente
nulla al suo sistema di corrispondenza tra le leggi logiche e le leggi mate-
matiche. Frattanto è evidente che tutta la teoria aristotelica dell'esempio,
che sembrava una delle più forti objezioni contro la nostra teoria, ricade in
favore di essa, nè varrebbe opporre l’inter- pretazione pseudo aristotelica
degli aristotelici. La conseguenza suprema di quest’analisi è che lo sforzo
fatto da Kant per distinguere l’analogia logica dall’analogia matematica,
riponendo quella nell’eguaglianza di due rapporti qualitativi, questa
nell’eguaglianza di due rapporti quantitativi, si riduce in sostanza alla vecchia
e sterile sottigliezza di attribuire alle leggi logiche una natura ed un valore
puramente qualitativo per riservare la natura e il valore quantitativo solo
alle leggi matematiche, mentre ormai è evidente che la differenza delle verità
logiche dalle verità mate- matiche non si può più far consistere in ciò che le
prime si occupano delle qualità, e le seconde delle quantità. In rapporto a
questo argomento che è della massima importanza, si deve quindi notare che
tutta la sillogistica di Aristotele, sfrondata s'intende dalle scorie
linguistiche, psicologiche ed ontologiche e interpretata dal punto di vista
analogico, conformemente ai risultati delle presenti ricerche, ci offre uno dei
mezzi più efficaci per passare dallo stadio H. P. GRICE STAGE -- qualitativo
allo stadio quantitativo. $132. — Quanto alla questione della terminologia
analogica rispetto a quella del sillogismo sappiamo che Aristotele non ha punto
create ex novo tutte le denominazioni sillogistiche, come potrebbe
inesattamente apparire da alcune dichiarazioni (1), ma le attinse direttamente
dalla teoria matematica dell’analogia. Osservò già acutamente il Trendelenburg
al termine &xpa : «jam rursus eadem atque in proportione nomina : cfr.
Euclid. V. def. 18 \7yis tav &xpov ad bmetaipeoy toy péowy, ut Aristoteles
has syllogismi partes ex proportionis similitudine appellasse videatur » (2). A
questo proposito l’Ambrosini,comentando questa terminologia (1) Cfr. Primi
Analitici, I, 4, $ 3, 10, 26. (2) TRENDELENBURG, Elem. log. arist., pag. 98. |
Ad ‘ 4 heal * =, sulle tracce del
Trendelenburg, scrive : « I termini estremi si di da Aristotele &pa ; il
quale vocabolo fu tolto dalla geomet; di Euclide, V. def, 18 \7ytc x.t...; €
veramente c’è una certa analogia fra il sillogismo e la proporzione geometrica
» (1). fi Quest’opinione è notoriamente condivisa da quasi tutti i com.
mentatori di Aristotele i quali non mancano mai di invocare gli schiarimenti di
Euclide. Ora quando si pensi che Euclide fu chiamato a professare ad
Alessandria, sotto il re Tolomeo Soter, nel 828, e che Aristote a il quale morì
l’anno dopo, nel 322, stese le sue opere in A nei dodici anni continui in cui
vi si fermò, servendosi dei materiali che aveva già preparati in Macedonia,
finalmente si paragoni la definizione dell’analogia aritmetica che Aristotele
diede nel V libre dei suoi Etici Nicomachei : «Î) tàp dvaroria loérns Sori
Adywy » con la definizione dell’analogia geometrica che Euclide diede nel V
libro dei suoi Elementi : « dva)orta dè doriy #) cv \bywy tavtéms » @ si rammenti
che la terminologia degli %xpa e del péc0s dpos ore già usatissima in tutta la
tradizione matematica prearistotelica, si potrà ben sentire l’utilità d’una
nuova critica sulle fonti di Ari: stotele che non si lasci sedurre nè dalla più
cieca adorazione dei luoghi comuni nè dalla più gratuita affermazione. L’un
consiglio non è men improvvido dell’altro. Aristotele non ha tolto nulla di
Euclide, mentre Euclide ha tolto senza dubbio da Aristotele molti cose che
forse Aristotele aveva tolte di sana pianta dai suoi pre: decessori. Tale è il
caso della teoria e anche della terminologia della proporzione che servì allo
Stagirita come fonte e modell per la teoria e per la terminologia del
sillogismo. Ma su qu argomento ritorneremo un’altra volta a proposito d’Euclide.
I, } $ 188. — A maggior fondamento della conoscenza che Aristotel possedeva
diretta e sicura della teoria dell’analogia matematica val gano ora le
considerazioni seguenti. Tutta la storia del concetto € analogia che fu
tracciata nelle passate ricerche da Talete a Pla sta lì a dimostrare che
Aristotele non solo conobbe ma fu ob gato, storicamente e logicamente, a
conoscere quel pensiero che 06 (1) AmBrOSINI, La filosofia di Aristotele per le
scuole italiane, vol. IL Logica. Bologna, 1883, pag. 80. È «L ME) . a 7 Dr
Diath TERZA — CAPO Il n E E 161 o l'eredità estetica, scientifica e filosofica
di tutta la Grecia lai Se anche volessimo questionare se Aristotele sia o no
Boo testimone delle dottrine anteriori alla sua, perchè così intorno la maniera
di esporre i sistemi altrui come intorno la maniera di intenderli e di
criticarli non va esente da gravi errori; se anche volessimo supporre che egli
non conobbe l’opera di Eudemo (il scrisse un’elaborata storia della geometria
fino ai tempi suoi nella quale, come sappiamo da Proclo, si faceva già risalire
Ja teoria della proporzione all’antichissimo Talete), mentre la cosa mon è
affatto probabile perchè Eudemo visse verso il 330 a. C.; gli sarebbe bastata
la conoscenza delle opere di Platone e di Eudosso. | Ma come mai, si domanderà,
una dottrina filosofica così motal fisicamente pericolosa, quale fu quella di
Platone intorno l’analogia, potè esercitare un'influenza diretta sopra il
pensiero di Aristotele inteso a sceverare la forma pura del pensare dall’ingombro
materiale dell’ontologia ? come mai Aristotele che fu tanto poco matematico
venne proprio ad imitare quanto di più matematico s’annidava nel sistema di
Platone ? Il criterio per rispondere a queste domande non c’è altra maniera di
formarselo se non con Aristotele stesso e con Platone, cioè dire con l’uso
continuo e meditato degli autori che s’interpretano e col confronto accurato
dei luoghi paralleli. Mi limiterò ora a ci- esempio, un passo del Z’imeo di
Platone che, a mio parere, 0 intimo, pel giro delle frasi, e per le parole,
merita di Te confrontato € coll’enunciazione aristotelica del sillogismo. ione
aveva detto parlando della analogia : dpr priv, stra Syxwy alte Buvapiswy
dvuvovodv 7 tò pòoov 6 mpdreoy rpòg adtò tolto udtò pds Foxatoy xal ndlw adîie
8 tr 16 î Boxacov mpdg tè péoov soito tè pésov rpòs tò mpotov tire vò puégoy
jièv Tpétoy nat Eayatov yervipavov, 1ò B'Eoyatov al tò mpòrov ai pica
duopòrepa, ndivy obewg sE avayane cadrà elvar Foupiosta, tadtà dè vevonieva
&XMMXowg Ev mavta tota: d, Il che si può interpretare così : « perchè
quando di tre numeri, © grandezze o potenze qualunque, il medio stia all’ultimo
come il primo al medio e di nuovo alla sua volta il medio stia al primo come
l’ultimo al medio, allora il medio diventando primo ed ultimo ì e l’ultimo e il
primo diventando entrambi medj, di necessità in 21 — PASTORE, Sillogismo e
proporzione. 162 TL. CA A questa maniera
tutto tornerà lo stesso, e divenuto reciprocamente lo stesso tutto tornerà una
cosa sola ». È chiaro che in questo pas ; si enuncia la proprietà che in ogni
proporzione si possono cambiar di posto i medj e gli estremi senza che la
proporzione sia distrutta ì per la ragione che il prodotto dei medj è sempre
eguale al prodot; 0) degli estremi. T modi diversi tornano così ad uno per
necessità. Questo luogo dunque afferma così implicitamente che la defini zione
del sillogismo è la semplice traduzione della definizione de a proporzione e
non costituisce un gran divario tra i due processi, sia come impiego di
termini, sia come eguaglianza di rapporti, sia come deduzione di necessità, che
i critici i quali vedono nelle operazioni logiche un processo irreducibile al
matematico e nel pensiero ari: stotelico un processo irreducibile al pensiero
platonico non potre b. bero che cercare di attenuarne la portata osservando che
qui Plato le non parla nè di sillogismo nè di proposizioni ma di proporzioni e
di rapporti a cui non si può attribuire corrispondenza logica veruna, Ma anche
quest’osservazione non potrebbe giovare molto alla loro tesi perchè bisogna
ammettere che in questo solo risiede il vero merito originale di Aristotele, al
quale non può essere sfuggito il fatto impor tantissimo che i numeri matematici
occupano nel sistema di Platone un posto tanto vicino a quello che vi occupano le
idee dialettiche, Inoltre bisogna riconoscere che i due autori dicono quasi la
stessa cosa: primo, medio, ultimo, rapporti, eguaglianza, deduzione, necessità.
i Dunque dalla somiglianza dei termini non potrebbe seguirne un divario nel
significato delle operazioni èÈ dvd tale da impedirci di applicare alla
definizione del sillogismo ciò @ risulta, nel luogo citato, da quella di
Platone. Ma sulle foni platoniche della sillogistica aristotelica ritornerò
prossimamen: con una memoria speciale. $184. — Ora vediamo più tosto come
Aristotele, qualunque sia la fonte da cui tolse il principio dell’analogia,
l’abbia applicato a tutto quanto il sistema delle sue cognizioni filosofiche,
dalla ogica alla Metafisica, dalla Fisica alla Storia naturale, dalla Psicologi
all’Etica, dalla Retorica alla Poetica, dalla Politica alla Storia A compiere
l’esposizione storica e critica che ci interessa bas riassumere brevemente in
un sol quadro i var] punti più salient °
FA Hossta applicazione & fine di determinare nettamente tanto il
progresso che Aristotele compì in riguardo al passato, quanto il progresso che
egli lasciò da fare all’avvenire. $185. — Passan nariamente congiun teoria del
sillogismo da a citare anzitutto un do all’analisi della Retorica(1) (che si
suole ordi- gere ai libri logici) sempre per ciò che riguarda la ] punto di
vista della proporzione, mi limiterò punto importantissimo che conferma diret-
tamente la nostra tesi, quindi aggiungerò aleune altre osservazioni che sono
destinate a corroborarla. Nel libro secondo Cap. XXIII, esponendo la teoria
degli entimemi confermativi e confutativi e de’ loro luoghi con molti esempj,
dopo d’aver detto nei capitoli antecedenti che l’entimema è un certo sillogismo
(retorico) e come e in che sia differente dal sillogismo dialettico (le
differenze accen- nate hanno solo valore retorico, non logico, e quindi son
trascurabili) fra i molti luoghi donde si traggono gli entimemi ricorda il
seguente: « L'altro (iuogo) è dal venirne due contrarj in proporzione ». Il che
in altri termini significa : si traggono anche i sillogismi quando due contrarj
vengono fra loro in proporzione. Ora è chiaro che il prin- cipio della
proporzione come base delsillogismo, se è qui ben dichia- rato allo scoperto,
non può ancora ricevere il valore d’ un’ appli- cazione generale, perchè non fa
che figurare come uno fra la trentina dei luoghi possibili. Ma l’indicazione
resta. — —Un’altra osservazione notevole si deve fare rispetto la teoria della
metafora. La quale, tolto il contenuto retorico e formalmente | intesa anche
per Aristotele si riduce al processo del sillogismo. Ciò posto, mi pare che
chiunque mediti la seguente dichiarazione di Aristotele «ma trovandosi di
quattro sorta metafore ; quelle ‘sono le più vaghe di tutte, che si fanno per
via di proporzione » (2) ‘dovrà capire che anche per Aristotele i sillogismi
più vaghi (1) Il lettore non dimentichi che dei tre libri della Retorica, molto
proba- bilmente l’ultimo o non è aristotelico o contiene molte interpolazioni.
I passi più importanti citati nel testo sembrano originali, o almeno
s’accordano con tutta la teoria aristotelica di non dubbia autenticità. Della
Retorica ad Alessandro poi non si parla perchè, secondo lo SPENGEL appartiene
al retore Anassimene di Lampsaco. Del pari si omette l’analisi della Poetica
che, pure secondo lo SPENGEL, è ritenuta un semplice sommario, incompleto,
dell’opera originale. (2) Ret., III, 10. 130 Wa. © i Goo 7 vo crei ire ce eee i
LI) di tutti si fanno per via di
proporzione e che egli dovette traccli la teoria degli Analitici governandosi
con le norme che il principic della proporzione gli prescriveva. Se la metafora
viene da a proporzione, e del pari dal sillogismo, non è naturale conchiudere
che sillogismo è proporzione ? Con tutto ciò non si potrebbe sostenere, senza
fare ingiuria all’apparenza, che Aristotele, quand’anche gli si dovesse
attribuire questa trattazione, abbia avvertita la giusta portata della dottrin
a dell’analogia essendo sempre preferibile incolpare l’ingegno degli uomini che
la verità. Ed invero esaminando un po’ accuratamente tutta la Retorica si sente
che il filosofo s'aggira in perpetuo dentro quel giro vizioso extralogico da
cui non è possibile trovar uscità nè scampo, a meno che non si voglia spogliare
inesorabilmente tutti i suoi ragionamenti di quell’apparato verbale ed estetico
che trag. gono solo dall’intento retorico, e mettere a nudo il formalismo d ia
lettico che vi si annida. Ma in tal modo si darebbe origine ad na
interpretazione iperbolica ed imaginaria di Aristotele. E questa è pure una
ragione per cui non citerò qui tutti gli altri luoghi della Retorica nei quali
si fa parola del principio di proporzione; come si fa, per esempio, nel libro
III, cap. vu, venendo al de- coro dell’orazione e avvertendosi che « allora
avrà l’orazione il decoro suo; quand’essa sarà affettuosa, costumata e
proporzionata; al soggetto ». Anche quanto si dice nel libro III, cap. vin
(della forma dell’orazione, qual debba essere, di qual numero, di quali” piedi
e come disposti e delle proporzioni loro), cade e resta nel campo. della
tecnica metrica e ritmica che ora non ci deve interessare, 4 $186. — È noto
che, se il cosidetto Organo è lo strumento e il punto di partenza della
filosofia di Aristotele, la così detta Metafis ica ne è il riassunto e il
vertice supremo. Queste due massime opere di Aristotele sono state oggetto, in
tutti i tempi, di analisi e di sinté così magistrali, ch'io domando perdono a’
miei lettori se in g troppo sommaria espongo il mio pensiero sopra un punto di
capi ale importanza che non sembra abbastanza chiarito dalla critica, voglio
dire il principio della proporzione. Non è da passare sotto silenzio però che
il Michelet (1) più d’ogni altro s'avvicina a questa (1) MicHmeLET, Examen
critique de V@uv. d'Aristote int. Métaphysique. Paris, 1836. À A è ' “ z i
21 - pa lì vista. Infatti egli racchiude la parte di
verità che, a suo , si trova più pregevole nella Metafisica nei cinque punti
enti : « 1° assurdità del dualismo e dell’opposizione dei principj, ità d’un
termine medio che congiunga i due opposti ; 2° esclu- » del terzo nelle cose
finite, armonia dei contrarj nel mondo del iero ; 3° identità dell’unità e
dell’essenza ; 4° opposizione della na e della materia, della virtualità e
dell’atto, dell’universalità della particolarità ; 5° esplicazione del primo
principio come pen- giero del pensiero ». Ma, considerando più attentamente la
cosa, si vede che questi cinque punti si possono ridurre a due soli : il ngiero
della proporzione universale e il pensiero eterno come iero del pensiero. Ecco
i due germi che contengono in sè pursnalmente tutto il sistema metafisico di
Aristotele. Quale è il criterio fondamentale alla cui stregua Aristotele
espone, tiea e respinge tutti i sistemi metafisici a lui anteriori? È il
criterio l'armonia, cioè della conciliazione dei contrarj per mezzo della
przione. Tutto il ricco contributo di critica che egli porta nel pilare la
storia delle idee filosofiche anteriori (1) risalendo fino origini della
speculazione greca è caratterizzato dalla continua occupazione di dimostrare le
assurdità e le contraddizioni dei ofi che vogliono far tutto dai contrarj e
intanto mancano di un gipio supremo che sia capace di dominarli. Ad ogni
autore, asi in ogni occasione, Aristotele ritorna sopra questo grande ar- ento
per discuterne i differenti aspetti, per sostituire alle teorie predecessori,
che egli confuta sempre dallo stesso punto di a, la sua dottrina che abbandona
risolutamente l’ipotesi dei trarj disarmonici e si inspira a quel principio
supremo d’armonia e vuole il buon governo del mondo. Questo è lo spirito
implicito l primo libro, questo è lo spirito esplicito cel dodicesimo che è
usione dell’opera. Con un tale concetto della proporzione Aristotele, a
dispetto ® sue tendenze antipitagoriche ed antiplatoniche, non poteva pnoscere
la bellezza e l’importanza sovrana di quel principio gorico-platonico che egli
male intese negli altri e peggio riferì (2). i IT A. JacQuES, Aristote
Fonciaerd comme historien de la philosophie, 1837. Mi accordo in questo col
Narorp, Platos Ideenlehre. E son pur
sue, in effetto, queste belle e memorabili pagine de la chiusa della Metafisica
che non stonerebbero in bocca di Pitagora ; « V°ha un ordine in tutte le
cose... ma un ordine differente. Nulla è isolato, tutto si collega, perchè
tutto è ordinato in vista dell’unità, Sì, tutte le cose nell’universo hanno
necessariamente funzioni distinte in un piano comune ; e tutte le cose si
dividono sotto la condizione di cospirare ad uno scopo comune. Ricordiamo le
assur- dità e le contraddizioni in cui si cade quando si abbandona questa
dottrina, i sistemi che hanno l’aria più speciosa e quelli che presen- tano
minori difficoltà. Tutti i filosofi si accordano nel far venire ogni cosa dai
contrarj : ogni cosa questo non è, dai contrarj questo esige una spiegazione ;
inoltre questi filosofi non dicono come le. cose o i contrarj si trovino e
provengano dai contrari]. Ma i contrarj. non possono agire uno sull’altro. Ma
noi evitiamo comodamente. questa difficoltà aggiungendo ai due contrarj un
terzo termine..... Di più, si vedrà che tutti coloro che pongono i contrarj
come princip, non possono servirsene nell’applicazione, a meno che qualcun I
venga a fornirgliene il mezzo..... Bisogna dunque abbandonare l’ipotesi dei
contrarj. E noi abbiamo spiegato il come..... Il mondo. non vuole essere mal
governato : Il comando di molti non è cosa buona, uno solo sia il signore ».
(L. XII, Cap. 10). $ 187. — Trovare una spiegazione filosofica dell’universo,
tale è la questione che aveva occupato i filosofi anteriori e segnatamente
Platone nel 7'imeo, e nella quale si mostrarono incapaci di uscire. dai limiti
d’una interpretazione estetica, benchè ingenuamente indi: pendenti dall’ordine
teologico. I Subordinare alla sintesi metafisica una spiegazione scientifica
dei fenomeni, ecco invece la questione tutt’affatto nuova e fecond o) che
comincia a preoccupare lo spirito di Aristotele e in cui appare che egli aveva
omai davanti agli occhi il principio direttivo della. necessità della natura. È
Qual raggio di luce nelle tenebre dell’antichità! ì Disgraziatamente Aristotele
non aveva ancora conoscenza del metodo sperimentale, e appena il metodo
analogico sotto l’aspeti o) della deduzione dei rapporti matematici di
necessità concedeva agli studiosi uno strumento grossolano ma abbastanza
pratico e sicuro di dimostrazione e di ricerca. Qual meraviglia pertanto che in
tutti , OE vastissima opera egli riveli la continua preoccupazione di |
considerare tutte le questioni da tal punto di vista e che in parti | colare
anche i suoi otto libri Fisici abbiano la loro chiave di volta nel principio di
proporzione ? si Tuttavia sarà bene avvertire che tutta l’opera di Aristotele,
dal punto di vista che c’interessa, si compone di due parti che si devono
accuratamente distinguere. L’una stabilisce il principio universale della
proporzione, l’altra è destinata a mostrare 'e applicazioni in i campo
dell’essere e del pensare. T Fisici rientrano naturalmente in quest’ultima. Ed
ecco un tratto ben degno dell’attenzione dei eritici. Fin dai primi libri (lib.
II, cap. rx) Aristotele tratta a lungo della necessità della natura, dichiara
che in questo il necessario è la materia coi suoi movimenti « certe cose
essendo date, altre cose che seguano queste son necessarie », quindi tratta
della necessità delle matematiche e traccia serenamente il còmpito del
ricercatore, ia man mano avvicinandosi di ibro in libro alle applicazioni
esplicite del principio di proporzione, cita una grande folla di esempi, di
dimostrazioni, di teorie, sempre servendosi del principio della proporzione di
guisa che in breve pare che tutta la parte metodica dei suoi Fisici si possa
ridurre a questo unico consiglio : O fisico, non abbandonare mai il principio
della proporzione (1). $ 188. — Anche i libri Meteorologici (2) e i trattati
Del cielo (8), si Gli esempj sono così numerosi che mi limiterò alla citazione
dei più di ri senza riportarli testualmente per non aumentare la mole del
libro. b. IV, cap. x1, $ 11 segg, sulla teoria del vuoto, sulla teoria della
caduta ri dei corpi secondo il peso del corpo o secondo la resistenza ibid., $
14, sull’impossibilità che il vuoto abbia alcun rapporto zionale col pieno, e
sulle dimostrazioni diverse di questo principio ; b. IV, cap. x1x, $ 14, sul
eoncetto di tempo dal punto di vista del concetto di proporzione ; lib. V, cap.
v, $ 5-9, vI, VII, VI, rx, sulla spiegazione dei termini intermediarj ; lib.
VI, lib. VII, cap. vi, sulla teoria della proporzio- nalità dei movimenti
secondo le forze che agiscono, i mobili che resistono, il tempo impiegato e lo
spazio percorso (dimostrazioni inverse) ; lib. VIII, cap. xt, $ 9, sulla natura
particolare dei movimenti e sulla natura del medio ; $ 27, sulla proprietà dei
movimenti contratj, delle qualità intermediarie, ece. cap, xy, sulla
dimostrazione del principio che il motore immobile non ha nè parti nè grandezza
qualunque. (2) Lib. I, cap. vi, $ 18; lib. III, cap. v (per la teoria
dell'arcobaleno). (3) Lib. I ; lib. II, cap. 1x, $ 1, 2, sull’armonia delle
sfere celesti ; cap. x, sulle posizioni rispettive degli astri, sulle distanze
relative, sulle velocità o SUA ll 1 i Della produzione e della distruzione
delle cose (1), Della storia degli animali (2), Delle parti degli animali (3),
Della generazione degli ani- mali (4), e in modo particolare i tre libri
Dell’anima cogli anne Della sensazione e delle cose sensibili (5), Della
memoria e della re niscenza (6), Del sonno e della veglia (7), Della gioventà e
della vee chiaia (8) contengono preziosi materiali per la storia del concetto
di proporzione nel sistema aristotelico, ma non gettano alcuna lu ce sulle
applicazioni che Aristotele ha potuto farne negli Analitici. N punto più
notevole si riscontra nell’opposizione delle opinioni dei filosofi a lui
anteriori intorno all'anima (1, 2) e massimamente nel capo IV ove si combatte
l'opinione che l’anima sia un’armonia (9); proporzionali alle loro distanze ;
cap. xl, XII ; lib. III, cap. v, sul numero reale degli elementi, sulla
comparazione dei corpi sotto il rapporto della; quantità ; lib. IV, cap. III,
IV, sulla teoria dell’analogia dei corpi. (1) Lib. II, cap. VI, sulla
confutazione della teoria di Empedocle, sù la comparazione degli elementi fra
loro, sia sotto il rapporto di quantità, sia sotto quello dell'effetto e della
proporzione. (2) Lib. I, cap. 1, $ 4, 8, sull’analogia delle parti negli
animali per gen eri differenti; lib. II, cap. v, $ 3, sull’analogia della forma
della scimmia con lè forma umana ; lib. III, cap. vi, $ 9, sull’analogia trai
selacj e i pesci ; lib. IV. cap. 1, $ 25, dei polipi e della lumaca ; lib. IV,
cap. 1v, $ 10, sulle parti esteriori dei crostacei e dei testacei. (3) Lib. I,
cap. IV, $ 3, sull’analogia dei generi e difficoltà di questa distini zione ;
lib. I, cap. 1v, $ 6 n, sulla differenza dell’analogia dalla rassomiglianza
lib. I, cap. v, $ 9, su ciò che s'abbia da intendere per analogia in questo
studio («< somiglianza più o meno completa degli organi aventi le stesse
funzioni benchè sotto forme diverse »); lib. I, cap. 1, $ 1, 2, sulle analogie
dei ret bili e dei pesci. | (4) Lib. II, cap. VI, $ 2, sull’analogia tra l’uovo
degli uccelli e l'uovo dei vivipari ; lib. IMI, cap. x, $ 20, 21, tra lo
sviluppo dei testacei e delle larva, (5) Lib. I, cap. vi, $ 5, sui contrarj
sensibili ; lib. I, cap. VII, sulla questione se si possano percepire due cose
nello stesso tempo ; lib. I, cap. va, $ 2; sé vi siano cose che si combinano in
una € altre no. } (6) Lib. II, sul movimento proporzionale con cui agisce lo
spirito. (7) Lib. II, $ 10, sui tre luoghi determinati dei corpi e sul luogo
centi al (fra la testa e il bassoventre). 4 (8) Lib. II, sulle parti principali
degli animali e sulla parte intermed ari fra gli estremi ; lib. III, sul centro
di tutti gli stessi viventi (animali o pià nte donde parte il loro sviluppo
proporzionato. Non si esamina nel testo la raccolta dei 262 problemi
(mpopripara) P ercl non è provato che essa appartenga ad Aristotele. Tuttavia
cfr. $ 150. (9) Trattato dell'Anima. Dicono pertanto che l’anima è un’armonia,
adducendo a conferma della loro tesi che l’armonia è un miscuglio ed un
contemperamento dei contrarj e che il corpo risulta appunto dai contrarj » ($
1). « Ma se l'armonia è una proporzione od una composizione delle cose mesco-
late insieme l’anima non può essere nè l’una nè l’altra » ($ 2). « Inoltre il
moto non si può spiegare dall’armonia, mentre esso, in verità, è ciò che viene
sopra tutto attribuito all’anima » ($ 3). « Di più se dices- simo armonia...
per esprimere la proporzione in cui stanno fra loro i componenti una
mescolanza..... è facile vedere che... non... si può sostenere che l’anima sia
un’armonia » ($ 5). Nel $ 6 si combatte appunto questo significato ; nel $ 7 si
combatte l'opinione di Empe- docle « che ciascun corpo è quello che è in virtù
di una determinata rzione nella quale coesistono fra loro gli elementi che la
com- no », e nel seguito del $ 7 e del $ 8 tutte le altre « difficoltà inerenti
alla dottrina che fa dell’anima una proporzione ». Altri argomenti sono
aggiunti per dimostrare che l’anima non può essere un numero semovente ($
16-22); ed è, forse, interessante dal nostro punto di vista la menzione che si
fa di passaggio di Empedocle, (cap. V, $ 6) rispetto alla composizione
proporzionale degli elementi dell'osso. Ma la presente ricerca non esige che
s’entri in maggiori particolari. $ 189, — Il trionfo della teoria della
proporzione, celata di pro- posito negli Analitici, sublimata mirabilmente
nella F/osofia prima, ‘e applicata direttamente nei Fisici, risplende alfine
senza velo negli | Etici (1), ove tutto il sistema aristotelico si muove alla luce
di quel- | l’idea che aveva già avuto sì vasta e rapida propagazione in tutta
la | Grecia. TI nesso intimo che rannoda il sistema etico di Aristotele agli
antecedenti è presto indicato e riconosciuto. Esso risiede nella ten- ‘denza a
considerare tutte le cose dal punto di vista della proporzione. Qual è la
preoccupazione costante di Aristotele? Applicare la teoria alla pratica, la
teoria della proporzione alla pratica della vita. tre non solo l’ordine morale
è coordinato all’ordine estetico _ & matematico, ma l’etica tutta riceve
questo duplice fondamento. (1) Qui non si fa l’analisi che dei dieci libri
Etici Nicomachei (xx Nixo- piera); perchè i sette libri Etici 'Eudemei (79xx
Eddrpeta), e i due della i Etica (780. peydX2.) seguendo le conclusioni dello
SPENGEL, del BrANDIS 6 del PranrL, malgrado le esitazioni dello ZELLER, non si
ritengono genuini. 22 — PASTORE, Sillogismo e proporzione. telica risponda pienamente a. Si può dire che
la concezione aristo tale requisito ? Io non ho neanche l’intenzione di entrare
nel me di questa tesi. Per gli scopi puramente teorici della presente ricerca
mi fermerò invece a dimostrare l’impiego categorico, insistente, direi quasi
strabocchevole, che si fa negli Etici del principio de a proporzione. Si sa che
per Aristotele, la ragione è la guida della vita (Co?) xorà ).6j0y). « Ma non è
la ragione di questo 0 di quell’individuo sicu ramente che sia la guida della
vita, giacchè l’ elemento razionale è attuato incompletamente negli individui;
è invece la retta ragione, èpddc X60c, la ragione che diremo ideale in quanto
contiene in sè una regola universale » (1). A questo concetto egli arrivà nel
modo seguente. Siccome il sommo bene sta nella felicità, e questa con- siste
nell’esercizio dell’attività propria dell’uomo, che è la ragione, così si
capisce che il sommo bene sta nell’attività della ragione e la massima felicità
nella massima attuazione della ragione. siccome in questa attuazione della
ragione sta pure la virtù, così la maggior virtù consiste pure nella massima attuazione
dell ragione, e due essendo i modi della vita: la pratica e la teoria, da lato
sarà la virtù e la ragione pratica, dall’altro la virtù e la ragioni teoretica
alle quali sarà precetto comune il comportarsi secondi retta ragione. Ma questa
come si trova, se l’uomo è spinto d si suoi sentimenti e dalle sue naturali
tendenze (principj ingeneratii contro la ragione) ad estremi fra loro contrarj
(eccesso © difetto) Si trova col criterio della natura 0 della medietà (tra
l'eccesso e il difetto) per cui solamente la virtù che non è nè un effetto nè
una potenza, ma un abito, si genera, si accresce © sì conserva. Il lettore
sente oramai che per Aristotele la questione del prin- strettamente legata alla
questione del principio Ma il filosofo non si contenta d’un intervento.
particolari dell’applicazione con n dire euclideo. Seguiamolo min! tissimo
confronto col lim - cipio morale è di proporzione. metaforico, quindi scende ai
linguaggio che si potrebbe quasi tamente, perchè ci offre un interessan (1)
Cîr. la bella esposizione critica della dottrina della felicità, della virtù e
della volontà nell’Etica Nicomachea di Aristotele, di G. ZUCCAN Saggi
filosofici. Torino, Loescher, 1892, pag. 232. wir PERO + I r . . guaggio usato
negli Analitici per l'esposizione della teoria del sillo- gismo (1). ta do È «
In ogni continuo e discreto si può prendere il più e il meno e — l'uguale e
queste cose 0 rispetto alla cosa, o rispetto a noi ci e l’uguale è un qualche
cosa di mezzo tra l’eccesso e il difetto. Dico i essere mezzo della cosa
l’ugualmente distante dall’uno e dall’altro 4 degli estremi, il quale è un solo
e il medesimo in tutte le cose, ma “4 rispetto a noi è ciò che nè sovrabbonda
nè fa difetto. E questo non è un solo, nè il medesimo in tutte le cose. Così se
i dieci sono A È molti e i due sono pochi, i sei saranno la metà rispetto alla
cosa. Ugualmente infatti superano il due e sono superati dal dieci. E i questa
metà è secondo l’analogia aritmetica » (lib. II, cap. VI, 5, 6,7). « Ma la metà
verso noi è da prendersi così (/bid., 7). Ogni sa- piente fugge l’eccesso e il
difetto e cerca il mezzo, e il mezzo non Ù della cosa, ma riguardo a noi »
(/bid., 8). « Così anche la virtù morale va in cerca del punto di mezzo »
(Ibid. 9). i « Infatti anche nelle passioni e nelle azioni, intorno a cui versa
J la virtù morale, c'è eccesso e difetto e medietà » (/bid., 10). «E il quando
conviene e per quali cagioni e verso chi, e în grazia di che e come conviene
questo è il mezzo e l’ottimo della virtù » (Zbid., 11). «Ora la virtù cammina
diritta fra gli eccessi e i difetti delle i passioni e delle azioni » (/bid.,
12). } « Adunque la virtù è certa medietà e investigatrice del punto | di mezzo
» (Ibid., 13). « Il cammino diritto è uno solo » (Zbid., 14). n « Son proprj
della malvagità l'eccesso e il difetto; della virtù la medietà ; ora la medietà
è indicata a noi dalla ragione» (ZIbid., 15). « La virtù è medietà ({.ec6t5) in
sè e ne’ suoi elementi costitutivi. Ma rispetto all’ottimo è un estremo
(&zpétys) » (Zbid., 17). E nel Capo VII toccando delle relazioni tra la
medietà propria della virtù e i due estremi : « E fa d’uopo che questo non solo
si dica in universale, ma anche (1) Tu vi trovi ad esempio tutta la
terminologia &4pe, péoog, x. t. A. già usata nell'esposizione della teoria
del sillogismo, e il processo del sillogismo per andar in cerca del punto di
mezzo. earn E "no IR © si adatti ai
singoli : poichè tra i discorsi che trattano delle azioni, i quelli in
universale sono più vuoti di sostanza e quelli intorno ai Il particolari più
veri : imperocchè le azioni versano circa i singoli NI e fa bisogno che
convengano con questi. Pertanto queste cose. iù si devono prendere dal disegno
» (Cap. VII, 1). I E nel Capo VIII spiegando che due estremi si oppongono fra.
È loro e al punto di mezzo: « E poichè le disposizioni sono trei. Il due vizj,
l’uno per eccesso, l’altro per difetto; e una sola virtù, la INI medietà, tutte
a tutte si contrappongono in qualche modo: infatti . ì le estreme e alla media
e l’una all’altra sono contrarie; e la media. | alle estreme » (Cap. VIII, 1).
tl « Come infatti l’uguale verso il minore è maggiore, e verso il maggiore è
minore, così gli abiti mediani eccedono verso i difetti, e verso gli eccessi
difettano » (Ibid., 2). î it) « Gli estremi respingono il punto di mezzo, l’uno
verso l’ altro » (Ibid., 3). «E così... è maggiore la contrarietà degli estremi
fra loro che. verso il punto di mezzo : maggiormente infatti distano fra loro,
che dal mezzo, come il grande dal piccolo e il piccolo dal grande, che non entrambi
dall’eguale » (Zbid., 4). « Di più verso il punto di mezzo in alcuni estremi
sembra esservi qualche somiglianza, ma negli estremi fra loro è grandissima
disso- | miglianza. Ora le cose massimamente distanti le une dalle altre si
definiscono contrarie, cosicchè sono maggiormente contrarie | le maggiormenti
distanti » (Ibid., 5). , ] E nel Cap. IX indicando tre precetti per trovare il
punto di li mezzo in questa materia : I «In ogni caso è difficile cogliere il
punto di mezzo, per la qual. il cosa è anche difficile essere dabbene » (virtù
— medietà morale). _ | « Come cogliere il punto di mezzo del circolo non è di
tutti, ma di | | chi sa » (Ibîd., 2). « Ma queste cose facendo massimamente
potremo cogliere il punto di mezzo » (Ibid.,T). < Adunque questo è manifesto
| che l’abito medio in tutte le cose è lodevole, e che conviene pie- | garsi
quando verso l'eccesso, quando verso il difetto; così infatti |
facilissimamente colpiremo nel punto di mezzo e nel bene » (Zbid.,9). | E nel
Libro III Cap. VII, discorrendo delle varie sorta di cose terribili : «
Degnamente come consiglia la ragione, soffre ed opera l’uomo forte » (Zbid.,
5). « Secondochè adunque fu detto, la fortezza
II nedietà » (Zbid., 13). Nel Cap. X, 1: « La temperanza è medietà ».
Nel Cap. XI: « Ma il temperante sta nel mezzo..... ed è tale quale wuol la
diritta ragione » (Zbid., 8). E nel Libro IV, Cap. I: « La liberalità essendo
medietà nel dare e nel prendere ricchezze » (/bid., 24). « La virtù essendo
medietà > (Ibid., 24). Ma omettiamo tutte le altre facili e smembrate
citazioni sulle rimanenti virtù, per indugiare un po’ di più sopra il concetto
della giustizia, intorno cui varrà meglio la pena di cercare qual sorta di
medietà essa sia e tra quali cose ciò che è giusto sia punto di mezzo. Questa
trattazione ha luogo nel Libro V che contiene la più vasta trattazione dell’
analogia. « Ora questa meditazione si faccia collo stesso metodo che nelle cose
predette » (Cap. I, 2). « Sembra essere ingiusto chi viola le leggi, il
fraudolento, l’iniquo (disuguale), cosicchè è manifesto che sarà giusto chi
osserva le leggi ed è uguale ». « Donde sarà giusto ciò che è legittimo ed
uguale; ed ingiusto ciò che è contro le leggi e disuguale » (/bid., 8). « E di-
| ciamo in proverbio: « Nella giustizia è contenuta ogni virtù » (Ibid., 15).
Nel Cap. III, trattando della giustizia distributiva tò èv taîs dta- vopaîe
dizarov) (xatà &ftay): « Poichè l’uomo ingiusto è disuguale e la
ingiustizia è disuguaglianza, è chiaro che vi ha anche un punto di mezzo del disuguale
» (Zbid., 1). « E questo è l’uguale, perchè în ogni azione in cui c’è il più e
il meno, c’è anche l’uguale » (/bi4., 2). #4 « Ora l’uguale è contenuto almeno
da due cose ; donde è necessario che il giusto sia cosa media ed uguale vuoi
rispetto a certe cose, wmnoi rispetto a certuni; e in quanto è mezzo lo è di
alcune cose (queste sono il più e il meno), e in quanto è cosa uguale, lo è fra
due estremi, e in quanto è cosa ingiusta lo è rispetto a certuni » (Ibid., 4).
«E forse il giusto è qualcosa di proporzionato » (Ibid., 8). « Imperocchè la
proporzione non è solo propria del numero asso- luto, ma ancora in generale del
numero: infatti la proporzione è parità di ragioni e consiste almeno in quattro
termini » (Ibid., 8). « Così è della proporzione discreta come della continua.
Impe- rocchè ella si vale di un solo termine come di due e lo piglia due |
volte, così come A sta a B, così B sta a C; dunque il B /u preso fue volte;
cosicchè se il B venga preso due volte, quattro saranno i proporzionati »
(Zbid., 9). ITA « E il giusto versa
anche almeno in quattro termini, © la ragion imperocchè si dividono nella
stessa maniera, e qu è la medesima, giusta o non; e le cose le quali sono o non
pei quali la cosa è uguali » (Ibid., 10). « E si avrà dunque, A:B::C:D; e mutando
l’ ordine A:C::B:D. Cosicchè anche il tutto sta al tutto; la quale com-
binazione è fatta dalla distribuzione » (Ibid., 11). « Dunque anche la
congiunzione del termine A a C e di Ba D sarà cosa giusta nella distribuzione,
e questo giusto sarà il mezzo di ciò che è fuori della proporzione ; imperocchè
cosa proporzionata è cosa media, e cosa giusta è cosa proporzionata » (Ibid.,
12). « Bi matematici chiamano geometrica questa proporzione : imperocchè nella
parte geometrica accade che il tutto stia al tutto, come un parte verso l’altra
» (Zbid., 13). Ma questa proporzione non è con: tinua, perchè non è un solo
estremo in numero quello a cui si dà e la cosa che si dà. È adunque il giusto
questa specie di propor: zionato, e l’ingiusto è ciò che è fuori del
proporzionato. Donde ora è il più, ora il meno » (Ibid., 14). | Nel Cap. IV
trattando della giustizia correttiva èy toîc GDANAN paci dtoptwrzéy (aci réo0y)
(1). «E quest'altro giusto ha un’altri idea che non quel primo. Imperocchè
quella giustizia distributiva è sempre rivolta a distribuire le cose comuni
secondo la propor: zione riferita ; infatti, anche se la distribuzione si
faccia di denai pubblici, la si farà secondo la stessa ragione che hanno fra di
loro) vantaggi arrecati dai cittadini allo stato. E l’ingiustizia che si opponi
a questa giustizia è ciò che sta fuori di una tal proporzione » (2) «Ma la
giustizia negli affari è alcunchè di uguale, e l’ingiusti (1) Seguo V’ARRÒ e lo
ZUCCANTE (op. cit., p. 302) nella giusta sostituzi della parola correttiva alla
parola commutativa che si usa dai più per ind (tò droptwrrzòy simaroy). Forse
la più larga sfera di rapporti che viene indicati colla parola svvaXX4ypato
potrebbe a parer mio tradursi anche meglio € parola correlativa ® significare
rapporti, relazioni scambievoli fra i città dini indeterminatamente. 4 (2)
Giustamente osserva il MazzaLorso: I due aspetti della giustizia s0ni pure
ritratti nella seultoria definizione di DANTE (De Monarchia, I, 5), «1 est
realis (g.commutativa) est personalis (g.distributiva) hominis ad hominei
proportio, quae servata hominem servat societatem, et corrupta corTumi ’ G.
Mazzarorso ; La gua aristotelica. Est. « Rivista di aft. Bologna. II una cosa ineguale : non però secondo quella
proporzione, ma secondo ta proporzione aritmetica. Imperocchè non fa punto
differenza - seundabbene ha derubato un dappoco, o se un dappoco ha derubato un
uomo dabbene ; e neanche se ha commesso adulterio un dabbene od un vile ; ma la
legge guarda solamente alla differenza del danno, e tratta i colpevoli come
uguali : se l’uno fa ingiustizia e l’altro viene ingiuriato, e se l'uno ha
fatto del danno e l’altro fu danneggiato » (1d., 3). « Ma quando si misuri il
danno, si chiama l’uno pena e l’altro o, Cosicchè l'uguaglianza del più e del
meno costituisce il mezzo, e il guadagno e la perdita sono l’uno un di più,
l’altro un di meno, in senso contrario; e il più di bene e il meno di male è un
guadagno, e il rovescio una perdita ; delle quali cose sarebbe mezzo
l’uguaglianza, la quale dicemmo essere cosa giusta. Cosicechè il giusto
correttivo viene ad essere il mezzo tra il guadagno e la perdita » (Zbid., 6).
« Per la qual cosa quando vengono in dissenso, i cittadini ricorrono al giudice
; e l'andare al giudice è un andare al giusto; imperocchè il giudice vuol
essere, come la giustizia animata ; e cercano il giudice come mediano, e alcuni
li chiamano mediatori, quasi che, ove raggiungano il mezzo, conseguiscano il
giusto » (Zbid., 7). « Dunque il giusto è aleunchè di mediano, se pure lo è
anche il giudico. Ma il giudice pareggia ; e come di una linea che sia stata
tagliata in parti disuguali, quel tanto di cui il taglio | maggiore supera la
metà, questo toglie e aggiunge al taglio minore ; | @ quando il tutto sia stato
diviso in due parti, allora dicono di “avere il loro, quando abbiano preso
l’uguale » (/bid., 8). « E l’uguale ‘è mezzo tra il maggiore e il minore
secondo l’analogia aritmetica. È per questo ancora si chiama dixatoy, perchè è
diya, in due parti come se alcuno pronunciasse diyztoy, e il giudice si
chiamasse Bryaotije» (Zbid., 9). « Imperocchè quando due cose siano state
private di parti eguali, l’una dall’altra, e le due parti vengano aggiunte | ad
una di esse, questa sopravanzerà l’altra di queste due parti; imperocchè se una
sola parte fosse stata tolta e non aggiunta, l’altra cosa sarebbe superiore di
solo una parte. Ella adunque supera il mezzo di una sola parte ; e il mezzo
supera la cosa da cui fu tolta una parte di un’altra parte » (Zbi4., 10). «
Così forse verremo a conoscere qual parte conviene strappare a quello che ha di
più, qual parte aggiungere a quello che ha di meno; imperocchè la parte | che
sopravanza il mezzo, questa conviene aggiungere a chi ha meno,
——T—_——m—m—m—m€@mGE;r —_=y r— e la parte da cui il mezzo è sopravanzato
strappare da quel ch È è più grande » (Ibid. 11). 4 Nel capo V, trattando della
pena del taglione e dell’opinione de Pitagorici, espressamente dichiara : È «E
costituisce un ricambio proporzionato la congiunzione di trale, come il
costruttore di case si giudichi con A ; il calzolaio B; la casa con C; il
calzare con D. Conviene dunque che il cost tore di case prenda dal calzolaio
dell’opera di lui, e che egli fac parte a quello dell’opera sua. Se adunque
innanzi tutto è eguale ci che è secondo proporzione e se si faccia il
contraccambio, sarà Da : ciò che fu detto » (Ibid., 8). Si veda la figura qui
riportata, tr nico (1): atta dalla Parafrasi di Andro $ 140. — A completare la
dimostrazione del pieno accordo dell telica colla teoria logica aggiungerò
ancor in evidenza, coll’usata sagacia dallo Zuc cioè per lumeggiare
direttamente la dot teoria etica aristo quattro punti già posti cante, ma per
altri scopi, trina aristotelica della virtù. Il primo concerne la maniera in
cui si forma l’azione del pr etico che è da Aristotele assomigliata alla
maniera in cui si fo la conclusione nel processo sillogistico, al quale
riguardo si che c’è un sillogismo teorico e c’è un sillogismo pratico (2). @ RI
(1) AnproNIci RHODII, Ethicorum Nicomacheorum Paraphrasis, 1: tion ià ayadà nat
avadoyiav avi avoparzi Aeyovtat (bona proportione uno i appellari sep: e èv 7
nord tèv A6YOv Tod dvdpirov Ewfj 7 =ddayrovia GUvi agtar (felicitatem in vita
proportione constare). Inoltre: Lib. I, 18, 20; 6,7, 8; IV, 4, 5, 6,7; VI, 1. —
Il lettore aggiunga coll’occhio le due con giunzioni diametrali AD, BC di cui è
parola nel testo aristotelico. (2) Eth. Nic., Vi i II fo, senza la minima titubanza, dimostra
aperto che il prin- cipio fondamentale non solo della Logica e dell’Etica, ma
di tutto il suo sistema è il principio della proporzione, mentre nella teoria
logica non se ne parla direttamente e solo si illustra il principio de
sillogismo, sebbene, in fondo, i due principj si riducano ad un solo. Il
secondo concerne il concetto di medietà (pesér<) il quale, come fu già
osservato giustamente da molti autori, è in fondo la stessa cosa che la
metriopatia di Platone: giacchè la retta ragione compie per Aristotile lo
stesso ufficio che il mépas o il limite per Platone nel Fikbo (1). « Così —
conclude lo Zuccante — i due grandi filosofi hanno fatto tesoro in morale di
quel precetto che costituisce come il fondo della vita comune dei loro popoli «
ne quid nimis ». Il senso della misura e dell’armonia è la caratteristica del
popolo greco in tutte le molte- plici manifestazioni del suo spirito ed il
segreto per cui ha potuto arrivare a tanta altezza nella storia del mondo.
Platone ed Ari- stotele si son fatti in morale gli interpreti del loro popolo
». Il terzo è che, anche rispetto alla conoscenza pratica del giusto mezzo,
cioè alla prudenza (9péyo:<), tutta la sua teoria si riduce, apertamente ad
un’applicazione della determinazione del p$50y, conforme a quanto avviene in
una proporzione matematica, seb- bene egli dimentichi troppo che la morale non
è suscettibile di preci- me matematica « poichè in morale non c’è niente di
stabile e di isso » (2). Sarebbe facile notare qui quanto questi concetti
rigorosi lella matematica siano inadatti. Ma questo oltrepasserebbe la Sfera
limitatissima delle presenti ricerche intese ora solo a mostrare che il
concetto di proporzione matematica fu usato continuamente da Aristotele in
tutta la trattazione della sua Etica. Anzi la prova più sicura è precisamente
fornita dal fatto che Aristotele fallì | “mon per soverchio rigore ed esattezza
», ma perchè dimenticò che non bisogna pretendere dalla morale l’esattezza
della mate- matica, come egli stesso aveva già dichiarato nel principio della
sua Nicomachea (8). (1) Zuccante, Saggi filos., pag. 281-282. (2) Zuccante, Op.
cit., pag. 281. (3) Eh. Nic., I, 3, 4. 23 — PASTORE, Sillogismo e
proporzione. Tl quarto infine conce
della ragione sempre in porzione. Infatti in tutte indicare le prescrizioni
della ragione si riscontra sempre la forma regolatrice, ordinatrice,
proporzionativa, mente imperativa di comando (6 )\éos tartet, 6 X6os bpite, 6
Abvog, mpootarest), salvo quei casì in cui troviamo « 6 \6]0s xsAedet », |
ragione comanda, ma però sempre con valore analogo a quello della, frase «Goa.
7) îatpraij uedebet » (1). Ora questo senso di metter ordine. disporre,
determinare, analogo ® quello del concetto di armonia, è pienamente conforme al
senso di determinare secondo giusti rap- porti cioè pro portione, mettere
ordine secondo ragione, che è ìl canone essenziale del pensiero aristotelico.
Insomma, ciò che colpisce maggiormente nella Nicomachea l'applicazione
insistente del principio di proporzione che soven e è confortato di
considerazioni nobilissime ed elevato al grado di fondamento d’una vera e
propria dottrina che Aristotele cerca di stabilire e di provare così nella
teoria come nella pratica. Coloro adunque che sdegnassero di arrestarsi a
questo articolo della teo aristotelica per andar @ ripescare altrove un
fondamento alla sua Etica si smarrirebbero alla fine i bile e non capirebbero
la connessione dei grandi sistemi etic perchè, ad esempio, anche ciò che fu
chiamato 1’ Aritmetica ( del Bentham, a parer mio, prende in qualche modo
origine dal principio analogo di Aristote zioni svariate ©, malgrado le esager
nalistiche ed analitiche (v0Ds, \\éoc), ben degno che non solo moralista, ma il
filosofo in genere © lo scienziato ne tengano conto. bile quella che considera
la virtù Non è certo una teoria trascura umana come una media proporzionale fra
due estremi e ripone I criterio etico in un’ abitudine di moderazione © di
misura rispettd alle passioni determinata dalla retta ragione. Ben si può
rimpro ZUCCANTE (vedasi), nel dar giusta lode all’OLLò LAPRUNE che ha escogi:
tata pel primo questa preziosa notizia, aggiunge: «in ogni caso non DI: sogna
dimenticare che 1° PBudemia, in cui si trova i casi di comando, non € opera di
Aristotele » (Op. cit., pag. 286). Anche per questo motivo non viene esamin che
è falsamente attribuita ad Aristotele. ata nel testo la Grande PARTE TERZA —
CAPO II 179 verare ad Aristotele come moralista che, in luogo di dare un ideale
‘accessibile alle passioni umane e traducibile in un vero principio d’azione,
non l’abbia ammesso se nona guisa d’una formula astratta, indeterminata; ma se
ciò detrae al merito generale ed al valore tico del suo sistema che restò
sterile ne’ suoi risultati, non toglie nulla alla forza di questa tesi che vede
in lui il genio formale della proporzione, quindi il fondatore della teoria
formale del sillogismo come proporzione. $141, — Consideriamo ora rapidamente
anche la Politica (1), che è l’ultima applicazione pratica, che renda imagine
essoterica di quell’idea che informa e illumina tutto il pensiero aristotelico,
I principj teorici che dànno un’ impronta tutta propria alla Costituzione ateniese
(2) per noi si trovano già nettamente stabi- liti nello spoglio delle opere
filosofiche dello Stagirita che è stato fatto nei $$ antecedenti; per l’autore
lo stato di anima dovette essere press’a poco il medesimo. Tuttavia non sarà
inutile aggiun- gere alcune osservazioni atte a far meglio comprendere come
tutte le sue opere storiche e politiche siano fatte collo scopo di recare a
compimento la filosofia delle cose umane (i rspì tà dvdporwa pi losopia)
assurgendo dalla esperienza delle idee e dei fatti alla meditazione di ciò che
poteva parere la legge logica della storia. Anzitutto bisognerà ritenere che
per Aristotele massima è l’im- portanza che ha nello stato il legislatore, il
quale deve personificare (1) Nel testo non si tiene conto che degli otto libri
della Politica (roVrwmd) e della Costituzione ateniese (noXreta còv
"Adavatov) ; perchè i due libri eco- nomici non sono genuini 0, per lo
meno, è spurio il secondo libro. (2) Ml papiro di Berlino fu edito dal Brass
nel 1880, il papiro di Oxford dal KenyoN sulla fine del gennaio 1891. La
questione dell’autenticità non ha più bisogno di essere riaperta, perchè
malgrado ogni negazione del Rose (Aristoteles Pseudoepigraphus. Lipsia,
feubner, 1863, pag. 396), essa fu provats eon grandissima copia di argo- menti
positivi. Non si può ancora dete»minare l’ anno preciso in cui fu seritta la
Costituzione ateniese, ma è possibile fissare il perziyjuov seguente : 328-325.
Se si potesse rispondere alla domanda seguente: quali modi- ficazioni furono
introdotte dall’Arconte epononimo Cefisofonte rispetto alle feste quinquennali
e in che mese furono applicate? si avrebbe forse modo di ridurre ancora questo
petzixutov. Ma a questa ricerca bisognerebbe dedi- care una memoria speciale.
Ae PR e_N, Pe". — | N la pratica
della virtù umana e il criterio etico supremo di modera- zione e di medietà
determinato dalla retta ragione. Ecco perchè in tutta l’opera sono esaltati,
con somme lodi, alcuni uomini di Stato che rappresentano meglio l'ideale
analogico della saggezza, umana, come Solone (1), Pisistrato e 'Teramene.
Solone, per esempio | è grande perchè è uomo pé90<, tipo di cittadino
p.$005, che vive con misura e con moderazione , cioè con virtù perpios; tutti
quanti. questi legislatori ideali sono agiati moderatamente sbropodyrss Tayi
parpiwy. In secondo luogo, e per le stesse ragioni, si capisce perchè. sia
sempre e tanto esaltata la classe media oi péoot, |=o6tAtog, « Evidente è
dunque che ottima convivenza sociale è quella tra; uomini di mezzana condizione
sociale e moderati..., e che posso i bene reggersi solo quelle città nelle
quali tale classe è numerosa e abbia la preponderanza sulle altre due, o se no,
almeno su d’un ds giacchè associandosi all’un partito o all’altro ne
determinerà vittoria impedendo gli eccessi contrarj » (2). A questo riguardo
applicando apertamente il principio della. proporzione (&va)oi2.) alla vita
sociale « in ogni stato — dice vi sono tre classi: dei molto ricchi, dei molto
poveri, di coloro che. appartengono alla classe intermedia. Ora, dal momento
che ammet= tiamo esser ottimo ciò che è medio e moderato, è chiaro che ottimo;
sarà anche il possesso moderato dei beni di fortuna (tò péTpoy Xprotoy vai to
pé00v). Più facilmente, infatti, che in ogni altro, uomini in tale stato si
lasciano comandare da ragione (r@ A67% medapysiv) ; coloroi nvece che sono
soverchiamente belli o forti o nobili o ricchi o, viceversa, soverchiamente
miserabili 0 deboli o spregevoli, difficil cosa è che a ragione ubbidiscano »
(cò N61 dmo)v0=tv) (3). i In terzo luogo, finalmente, si comprende perchè ad
ogni passo sì predichi che la virtù sociale per eccellenza è l'armonia.
L’armonia per lo Stagirita è la proporzione: « Virtuoso è colui che sa tener
uni giusto mezzo tra due eccessi ». Il p4005 tra gli estremi (mpa) dell’una
«Saggio è colui che sa moderare sè stesso, comani proporzione. È dunque alle
proprie passioni, proporzionare i mezzi al fine ». (1) Polit., 1296 a, 19. (2)
Polit., 1295 b, 35. (3) Polit., 1295 a, 35. dl
Ta ate che lo spirito direttivo di quest’opera s’accorda con lo spirito
degli Etici, e di tutte le opere filosofiche di Aristotele e in sarticolare con
lo spirito degli Analitici, che riposa sulla base in- concussa e irrefragabile
della proporzione. L’esaminare più minu- tamente la Politeia sarebbe qui fuori
di posto. Basterà ripetere a guisa di conclusione che tutte le formole teoriche
dell’analogia, inafferrabili talora negli Etici per il loro carattere
matematico, trovano nella Politeia diretta applicazione nella pratica, nel
libero ‘e delicato apprezzamento dei fatti storici, delle circostanze e dei |
rapporti della vita sociale. Del resto non poteva essere diversa- mente, perchè
tutta la filosofia aristotelica è dominata dal principio — della proporzione e
tutte le opere speciali sono anch’ esse come | anelli di una grande catena (1).
a (1) Per comodità del lettore aggiungo qui in calce l’elenco dei riferimenti |
testuali sul concetto di proporzione compilato sulle opere complete di Ari-
Btotele e ricavato dall’ Index nominum et vocum, vol. v, MuLLaAcH. Si capirà
immediatamente dopo la minuta analisi delle opere aristoteliche rispetto al |
concetto di proporzione compiuta nei $$ antecedenti, che questo elenco è
incompleto ed inadeguato agli scopi d’una ricerca filosofica qualunque e in |
particolare di quella che io ho tentato di favorire collo schema abbozzato
passi in cui A. fa menzione diretta o indiretta della proporzione, ma quella di
esumare lo spirito di tutto il suo sistema. ill Proportio (2vz4oyia, tò
avaloyov). im cequalitas est, 11, 51, 54, 41. n numerum unitatibus constantem
spectat sed etiam quemvis ad minimum constat, 11, 55, 42; 11, 157, 32. a etiam
quattuor constat, quia medius numerus bis adhibetur, 11, — ea quod constat
medium est, 11, 56, 4. — substantiam significare non videtur, idque quare, 1,
498, 8.8. — dequi omnibus inesse censebat Archytas, 1v, 201, 21 ss. —
wmnicuique generi entium inest, 11; 637, 52. _— dliqua fit
unumquodque, int, 358, 101%. _— gus esse videtur, tr, 151, 52. | — espublicas
continet, 11, 151, 51. esaequat et conservat
amicitias disuequales, 11, 104, 6 ; 11, 233, 33, 37. ea meltiri oportet societatem civilem, girca cam versantur scientiae mathematicae, .
Cfr. 11, 588, 16, — sam ex numero intra decadem deducunt (Platonici), 11, 623,
49. P > n CA LA Da ultimo sarà bene
avvertire che, anche quanto alla forma ‘del suo filosofare, più che non si
creda, Aristotele trattò le cose — imvertitur cum numerorum,; tum linearum, el
solidorum et temporum, 126, 25, — non cadem causa est cur ejus membra
invertantur in mumeris et in lineîs, 169, 16. Proportio (ovppetpia) marima
species pulchri, 11, 614, 48 8. — unum quam marime efficit, tv, 202, 22. — qui
ca carent, cur, si sibi invicem oppositi considerentur, majores antur, quam si
soli per te, 1v, 202, 20 ss. — ea carentes improbi, ad foemineum genus
referentur, Iv, 14, 47 88. — qui eam habent justi et fortes, 1v, 14, 49 ss. —
arithmetica, quidnam, . continua ; quaenam, TI, 55, 44 ; 11, 56, 9. —
geometrica ; quaenam, 11, 56, 6. : — recta, quaeritur an ea constet bonitas
quam rebus impertit numerus, i , 636, 41. Pro-portione; quae ita inter se
differunt genera seorsim ponenda sunt, tt, 225, 48. — sic a piscibus differunt
aves, 111, 225, 51. — ilem animalia pleraque eorumque partes et affectus, mu,
226 ; 1, cfr. MI, 227, 48 88. amaloga, non ommia simul adhibenda, n, 392, 47.
dl — analogia, ex ea petendae sunt metaphorae et epitheta, 387, 29. — dvdloyoy,
quid ita vocetur, 1v, 189, 4, in eo etiam nat dvadoyiav 8% A 169, 24, ejus
ratio habenda ut teneamus problemata, 167, 48. — quaenam ex eo petantur
enthymematum argumenta, 378, 31. Harmonia (graece) ; eius natura atque divisio,
p. 53, a, b; 54, a. — duo significat, 11, 439, 5, cfr. Im, 488, 495. — primo
loco et appellatione marime propria significa rerum motum ei positionem
habentium compositionem eius modi, ut nihil eiusdem generis è se recipere
queant, 1, 439, 515; cfr. In, 438, 495. — significat praeterea mixtorum
rationem mutuam, II, 439, 85; cfr. 1 438, 49. — nomnulli ci assimilant amimam,
tI, 438, 46. — ceaque opinio multis magis placuit quam ulla alia earum quae de
anima traditae sunt, 11, 438, 435. i — mihilominus jam reputata est in
sermomibus vulgo tritis, 11, 438, 455, , — eam temperamentum et compositionem
esse aiunt qui ei assimita amimam, 11, 438, 47 8. — reputatur eorum opimio, II,
438, 49 88; fr. 51, b. — motum impertire nequit, nt, 488, 51. } eius notio
magis quadrat in sanitatem caeterasque virtutes corporis quam in animam, 11,
438, 52 ss. \'- secondo l’ordine e
l’usanza dei geometri. Vero è che nell’osservanza di questa regola non fu
sempre così diligente come avrebbe dovuto. — una digessit universum
coagmentationem, caeli et terrae et universi mumli, 111, 635, 21 88. —
distinguitur proprie sic dieta, î. e. musica ab ea quae ordine vel composi-
tione constat, 11, 254, 39. — ea constans gignitur ex harmoniae privatione
atque in cam interit, idque mon in quamvis, sed in oppositam, 11, 254, 35. —
eius mensura diesis est, 1, 629, 18. — mutila esse nequit, idque quare, 11,
532, 4. — ei insunt numerorum affectus, 11, 632, 44. — septem sunt, sed non
quia septem huiuscemodi numerus est, 11, 637, 13 ss. — carum affectus et
rationes in numeris invenerunt Pithagorei, 11, 475, 21 8. — edrum causae non
suni numeri ideales, idque quare, 11, 638, 1 8. — sine gravi et acuto extare
nequit, 11, 219, 24. — iis comparantur respublicae, 11, 230, 19. Harmonica :
vocem spectat quatenus numerus, 11, 614, 24. — ea aceuratiores sunt arithmetica
et geometria, 11, 614, 223. — disciplina mathematica naturalior est, 1, 263, 2. contrario modo se habet ac geometria, 11,
263, 3. — subiecta sunt arithmeticae, 129, 5, 44; 130, 13; 135, 1. — nomine
tenus non distinguuntur mathematica et quae auditum spectat, 135, 14. — ea
praestat arithmetica, 149, 26. — Marmonica mathematica : res de quibus tractat
praeter sensibiles erant, si ri ematicae praeter res sensibiles tt ideas
extent, . ti secundum numeros : eorum sententia de voce acuta, 183, 10. si
riferiscono ai volumi seguenti : 1 on, Rhetoricon, Poeticon, Politica. FIL
Bthicorum, Naturales uusoultationes, De coelo, De generatione et cor- Mi. IIl,
De animalibus historiae, De animalium incessu, De partibus ani- — malium, De
goneratione amim., De anima, De sensu et sensibili, De memoria a reminiscentia,
De sommo et vigilia, De insommiis, De divinatione per som- num, De amimalium
motione, De longitudine et brevitate vitae, De juventute et senectute, De vita
et morte, De respiratione, Meteorologicorum libros qua- tuor, De mundo ad
Alerandrum, De coloribus, De audibilibus, De spiritu, De Xenophane, De Zenone,
De Gorgia. IV. Physiognomonica, De plartis, Ventorum situs et adpellationes, De
Insecab lineis, Mechanica, De méirabilibus auscultationibus, Proble- matum
secliones XLI, quarum tres nunc demum e. Cod. Ms. erutae. __ V. Indicem nominum
et rerum. VI. Fragmenta. Pe 184 SILLOGISMO E PROPORZIONE Conobbe egli al certo
tutti i comodi del ragionare geometrico, ma non sempre conobbe esser vana cosa
il volerli trasferire a tutte le parti dello scibile. $ 142. — Tale è, in
compendio, la dottrina delle proporzioni che Aristotele possedette ed impiegò
nelle sue opere. Con quella fran* chezza medesima, onde furono indicati i
tratti caratteristici che provano l’intima analogia tra la sillogistica
aristotelica e l’analogica precedente, verranno ora discussi due punti molto
importanti; per la storia della logica greca, il primo circa l'evoluzione
dell’idea il secondo circa il contegno di Aristotele; poichè se la critica non
ha nulla da nascondere nell’una, ha ben qualche cosa da ridire su l’altro. $
143. — Il Pitagorismo aveva bisogno di completarsi. E si com- pletò con la
sillogistica aristotelica che è fusione di elementi logici è matematici, come
vedemmo. La fusione fu agevolata dal fatto chel parola analogia ai tempi di
Aristotele significava ancora e sopratutto proporzione. Aristotele fu
pitagorico suo malgrado. Il Pitagorisma aristotelico poi non consiste
nell’appropriarsi il concetto pitagorieg che le idee sono numeri o si possono
considerare come tali, ma nell'attribuire alle operazioni delle idee e dei
giudizj la forma e È leggi delle operazioni dei numeri e dei rapporti. Due
dominj, È apparenza differentissimi, l’analitica matematica e l’analiti@
logica, furono avvicinati e confusi nell'adozione dell’operazion fondamentale
comune. Ed è ben strano che quest’applicazion geniale che venne a rendere tanto
più fecondo il principio analogici il quale già aveva ricevuto da Talete a
Platone un’estensione ma vigliosa non sia stata compresa adeguamente dalla
critica. Ma per quanto sia instabile e controverso il piano d’ogni period filosofico,
per quanto sia temerario affermare con Hegel che lè storia della filosofia
mostra i sistemi filosofici che si producon sistematicamente dal logo
implicito, nondimeno è giocoforza am mettere che nel pensiero prearistotelico
erano già tutti gli element matematici e logici che furono in seguito sistemati
sillogisticamente Il lettore che ha seguìto l’esposizione storica tracciata fin
qu vede bene oramai come non sia necessario sovvertire l'ordine cronologico per
giustificare quella sistemazione logica che si compì Uj “i Pi e Er II 185 bo) ‘nella mente di Aristotele.
Nell’ampia generalità dei sistemi filosofici si direbbe pertanto che il
pensiero greco si è comportato logica- ‘mente concependo e speculando sè
stesso. Perchè quando Aristotele giunge a concepire la ragione storica e logica
del pensiero greco, che è il concetto estetico e matematico della proporzione,
quando intuisce che solo col ricorso alla teoria della proporzione si può
spiegare la deduzione necessaria dei rapporti logici, cioè dei giudizj, e,
stabilita la corrispondenza fra l'analogia matematica (proporzione) e
l'analogia logica (sillogismo), crea l’ analitica fondandola sulla pietra
angolare del sillogismo, allora il divenire filosofico di Aristotele è il
divenire filosofico di tutta la Grecia. L’efficacia innovatrice della
sillogistica aristotelica, aprendo l’éra della logica pura come scienza, segnò
il principio d’una serie di ricerche che mossero bensì dal più cauto abbandono
dei principj metafisici imperanti da Pitagora a Platone, ma riuscirono ad una
dottrina analitica fondata su principj in sostanza non diversi da quelli
matematici che Pitagora e Platone avevano indefessamente sostenuto. La
conclusione di questo primo punto si può esprimere in poche parole. Molto tempo
prima di Aristotele la matematica aveva trovato i metodi che le sono proprj,
aveva determinato i suoi principj, fissato il suo dominio specifico ed assunto
già quella forma ‘severa che Euclide non ha punto inventato. Di questi tesori
sì valse direttamente Aristotele per compiere nella sillogistica | quel
sillogismo che era inevitabile nella storia. Sebbene per questa a egli abbia
superato di gran lunga tutti i suoi predecessori, tuttavia è la matematica che
gli tracciò ed illuminò la via maestra che egli percorse colla certezza di
andare sempre innanzi. | $144. — Passiamo ora ad un breve apprezzamento del suo
con- tegno. Siccome sarà necessario discutere ed impugnare parecchie
dichiarazioni di Aristotele, così fa d’uopo riferire quei passi che rias-
sumono il carattere fondamentale ili tutta la sua opera logica. Ecco che cosa
dice Aristotele nel Cap. XXXIV degli Elenchi Sofi stici rivendicandosi tutto
l’onore d’aver fondato una scienza senza precedenti nella storia. « Ma bisogna
pure che noi ci rendiamo ben conto del vero carattere di questo studio »
(ibid., 5). ® 24 — PASTORE, Sw/ogismo e proporzione. i bo « Fra tutte le scoperte, le une,
ricevute da mani stranier n anteriormente elaborate, hanno prosperato in
qualche parte p 5) le cure di coloro che le hanno inseguito ricevute, altre, al
contra trovate fin dal principio, non hanno preso ordinariamente dapprimi che
un accrescimento debolissimo, ma ciò non ostante molto più utile di tutto lo
sviluppo che doveva uscirne più tardi. La cos capitale, forse in tutto, è il
principio, come si dice, ma è pure la più difficile ; più la scoperta ha
valore, più è difficile farla, quando l’og: getto sfugge all'osservazione per
la sua piccolezza stessa. Un volta trovato il principio, è ben più facile
aggiungervi e riuniry il resto ; è quanto precisamente è successo per lo studio
della retorie e per quasi tutte le altre scienze. Coloro che hanno scoperti gl
elementi non hanno assolutamente fatto dapprima che qualche del ol passo, ma
coloro che oggi hanno tanta riputazione, ricevendo ll scienza come un'eredità,
accresciuta a poco a poco da tante ricerche, l’hanno portata al punto elevato
in cui noi la vediamo » (ibd., 6; « Ma pel presente studio non si può dire che
tale part fosse stata lavorata e che tal’altra non fosse punto stata trattata,
anteriormente non vi era assolutamente nulla » (ibîd., 7). «Per la retorica ce’
erano lavori numerosi ed antichi. Per la sillogistica, al contrario, noi non
avevamo assolutamente nulli di anteriore da citare, ma le nostre penose
ricerche ci hanno costati molto tempo e molte pene » (ibid., 8, 9). È « Se
dunque vi pare, dopo aver esaminato i nostri lavori che questa scienza,
sfornita d’ogni antecedente analogo, non sii troppo inferiore alle altre
scienze che crebbero con successivi lavori non vi resterà più, a voi tutti,
cioè adire a tutti quelli che hanni seguito queste lezioni, che mostrare
indulgenza per le lacune d quest’opera, © riconoscenza per tutte le scoperte
che sono 8 at fatte » (ibid., 10). Con tutto il rispetto che portiamo a questo
sommo filosofi e senza volerlo far discendere dal piedestallo dove l’ha posto
un non fanatica ammirazione — verecunde ab Aristotele dissentio — do biamo ora
riconoscere che quanto all’asserire la teoria anali del sillogismo (mspì vob
svWorieota:) sfornita d’ogni antecedent analogo, la cosa è priva d’ogni
fondamento. L’antecedente analogo della sillogistica c’era ed era precisament
la teoria dell’analogia matematica, sulla quale circostanza sì pu II ben dire che, se non v'ha mai in tutte le
opere aristoteliche una sola ‘parola che dichiari apertamente che la fondazione
della logica è Polato ricavata dai fondamenti della matematica, del pari non se
ne potrà trovare una sola che escluda l'analogia fra la teoria logica del
sillogismo e la teoria matematica della proporzione, Questo straordinario
silenzio è forse più eloquente d ogni ipotesi contraria. Certo Aristotele non
ha imitato la modestia di Platone, il quale, com'è noto, nei suoi scritti non
espone mai le sue dottrine nel suo proprio nome e si dà quasi sempre la premura
di spiegare l’origine delle sue idee e si indugia tanto spesso a raccontare
come alcuni fatti generalmente ignorati siano potuti venire a sua cono- scenza,
professando tutt'al più il desiderio di mostrarsi continuatore e restauratore
della tradizione filosofica della Grecia. Ben altro è l’animodi Aristotele, il
quale, com’è noto, non fu mai troppo seru- poloso nel render conto delle idee
altrui, vantò sempre arditamente l'originalità delle sue idee e non ebbe certo
la pretesa di presentare la sua sillogistiea come una semplice applicazione
dell’operazione matematica più famigliare dell’antico Pitagorismo. Ma questa
pretesa possiamo ben averla noi in queste ricerche le quali si possono
considerare appunto come lo sforzo di riattaccare il sistema sillo- gistico di
Aristotele alle tradizioni estetiche e matematiche del popolo greco. _——1 vero
che certe frasi di Aristotele si direbbero enigmi inven- | tati a bello studio
per mettere alla prova l’acume e la pazienza n del lettore, non per aprire agli
studiosi le porte di un metodo muovo, talchè Aristotele che si vantava di avere
finalmente | scoperto un metodo nuovo capace di rimediare ad ogni vizio degli
altri e di tracciare la via a nuove scoperte, sembra aver esau- rito una volta
per sempre tutto il da farsi lasciando poi gli altri în quelle tenebre che egli
non volle dissipare. Il suo silenzio — anzi il suo partito preso — è del resto
così strano e intollerabile che molti ne trassero facile pretesto
d’insinuazioni, d’accuse e d’ingiurie d'ogni maniera. Senza dubbio la critica
più circospetta e più Severa non può più accettare, per esempio, le
esagerazioni di Sim- plicio, di Ramus e di Bacone. Perocchè, senza punto
assolvere l’opera critica di Aristotele dai molti e gravi difetti, non si
possono prendere sul serio gli argomenti di Ramus, fra gli altri, il quale, per
cercar di provare che Aristotele non è l’inventore della logica, rimonta
—— presso i Greci, a Prometeo,
fondandosi sopra un passo del Filed di Platone ; e presso gli Ebrei, a Noè,
fondandosi sopra un p dell’Esodo di Mosè; nè le diatribe, le invettive, le
ingiurie, e i gr lani insulti di Bacone che lo proclama detestabile sofista,
invento: d’un’arte di follia, ladro della scienza, assassino de’ suoi frate i
paragonabile all’Anticristo, più nefasto di Attila, di Genserico, dei Goti. Nè
il Ramismo nè il Baconismo esercitano ora alcuna in ntegno di Aristoteli
fluenza considerevole sull’apprezzamento del co e tutte le altre opinioni sui
plagj filosofici di Aristotele noi sembrano ammissibili. Taccio del torto che
gli si potrà forse fare da qualche eritie superficiale che, basandosi sulle
presenti ricerche, salterà su a di e «Se Aristotile non ha plagiato i filosofi,
chi potrà negare orma ch'egli non abbia plagiato i matematici ? ». Per carità,
non con fondiamo nuovamente le cose. Aristotile ha fatto un’applicazione
geniale d’una teoria matematica alla teoria logica, non plagio. Certo si può
biasimare Aristotele di non essere stato esplicita su questo problema. Egli
doveva pronunciarsi positivamente @ non lasciarci nell'ombra del dubbio. Ma
ricordiamoci sempre che già un millennio e mezzo di studj pazientissimi, ma
troppo fanatici, riuscirono non solo a sfigurarlo ma a renderlo completamente
irriconoscible ai peripatetici del medicevo. $ 145. — Se ora ci si proponesse
la questione : Perchè Aristotele tacque sull’intima analogia tra il processo
logico del sillogismo e processo matematico della proporzione * Risponderemmo :
Tacqui forse per calcolo e certo per tradizione, è poco nel primo senso, mol.
tissimo nel secondo. Poco nel primo senso ; perchè ragioni del suo interessato
silenzio che le seguenti, abbastanza deboli. Siccome si dice che Aristotele,
dopo d’esser stato in grande intimità intellettuale con Platone, verso gli
ultim anni della vita del suo maestro abbandonò la sua scuola e ne di: venne un
acre avversario, se è vero che Aristotele prese da Pit gora l’ispirazione
generale e da Platone l’idea diretta della sU sillogistica, ed ebbe forse
davanti i passi che furono riferiti antet dentemente per tracciare la
definizione del sillogismo, è ben rale che egli abbia conservato il più
completo riserbo sulle origini di non si potrebbero escogitare altre le quali
song sio và giacchè una dichiarazione
esplicita che avesse ridotto il più grande pensiero della sua vita, che è il
principio del sillogismo, nei limiti d’una applicazione sia pur geniale del
principio fonda- mentale di Pitagora e di Platone, lo avrebbe umiliato
irrepara- bilmente di fronte ai suoi avversarj. Un Aristotele antipitagorico ed
antiplatonico a parole, ma pitagorico e platonico nei fatti, quale » imbroglio
intollerabile sarebbe stato cotesto ? Qual portento di critica l'avrebbe
salvato dalle punture de’ suoi detrattori? Come | avrebbe ancora potuto
emergere il suo merito, proclamare senza A enti la sua dottrina, indiscussa,
indiscutibile, assoluta la | sua originalità ? Questo può farci, fino ad un
certo punto, capire che Aristotele poteva aver interesse di trasformare, anzi
di mascherare con la massima cura, la sua definizione del sillogismo per
deviare le ricerche della critica, e forse si potrebbe dubitare che il termine
‘analogia sia stato cambiato in sillogismo per la stessa ragione. ‘Ancora si
potrebbe aggiungere che egli non parlò mai di analogia | nella sua Analitica e
in genere nelle sue opere senza attribuirle ‘il senso matematico di eguaglianza
di ragioni. Questo fatto, malgrado l'apparenza, dimostrerebbe che egli non
volle mai fare tin duplicato, tanto più che non dice mai una parola per
escludere ‘avvicinamento tra il sillogismo e l’analogia. L'ampio uso che egli
ece dell'analogia negli Z%ici, dove « non c’è niente di stabile e di 4 dai
predecessori, moltissimo nel secondo senso; perchè è provata la distin-
radicale ch'egli faceva tra le lezioni essoteriche e le , sono estremamente varj.
C'è un gruppo di libri essoterici, tinati essenzialmente alle genti estranee,
ai non iniziati, Un passaggio celebre di Auro GeLLio (Notti Attiche, xx, 5) ci
dà she indicazione sulla natura del suo insegnamento, diviso, sembra, in di
lezioni : quella del mattino, più difficili e riservate a un pub- i iniziati;
quella della sera, più accessibili a tutti e dove l’insegna- della retorica
teneva un largo posto ; le prime dette aeroamatiche, le ezoteriche. Questa
distinzione fra i corsi chiusi e i corsi pubblici istotale non è inverosimile
in sè : essa è conforme al metodo di quei filo- forse essa è confermata anche
di un testo del trattato spl duyic, 4, B, 29 (oì dv xowgò yeyvépevor Aéyot).
(Cfr. CROISET, Mist. littér. grecque, Iv, pag. 683). i per avviarli gradualmente alla scienza
rigorosa e severa, è c'è n gruppo di altri libri esoterici 0 acroamatici, cioè
destinati ai ve discepoli che sono in grado di seguire la lezione del maestro
fino fondo. Alla prima categoria si attribuiscono comunemente î dia loghi e
certe opere di compilazione erudita ot (è4d=dopsyor ASTOL), seconda i grandi
trattati (mparpoatetat). A questa singolare 4 stimonianza potremo oramai
aggiungere l’osservazione seguen le Aristotele conservò certi segreti non solo
di fronte ai suoi uditori m anche di fronte ai suoi iniziati, più ermetico in
questo forse dell stesso Pitagora che, com'è noto, aveva pure diviso i suoi
disce in due ordini : i matematici e gli uditori, e ad essi progressi vameni
svelava le sue dottrine e le sue scoperte, subordinando 1 ammi all'osservazione
d’un profondo silen sione a prove rigorose © randi trattati esoterici ap Tanto
è vero che neppure nei g la formula potente della proporzione come fondamento
dichii rato del sillogismo, e il cammino compiuto dal genio per è vare alla sua
meta è avvolto nella più fitta oscurità. Ma il siero di Aristotele a questo
riguardo dovette essere chiarissimi Noi sommamente possiamo ora lodare e
ammirare questo grand pensatore il quale, oltrepassata la considerazione
triviale del guaggio, mostrò che la proporzione è la forma vera, la form
universale e necessaria del ragionamento ; concetto stupe maneggiato da tanti
ingegni sublimi anteriori a lui e pure @ nessuno avvertito. 4 Nell’investigar
le ragioni della deducibilità necessaria dei giudî messa in tanta evidenza
dalla dialettica di Platone, egli dovette ceri indirizzare la mente verso
quella strada matematica pur nota a Platone per la quale, quando altri
s'incammina, faci accade che si deducano E Avé:ane alcune verità da altre poste
antecendemente in una certa relazione fra loro. Tutto il siero filosofico e
scientifico della Grecia gli offriva davanti il dupli tesoro matematico e
dialettico della deduzione necessaria. Di qui, a concludere che la deduzione
logica e la deduzione a1 logica formalmente considerate sono tutt'uno, il passo
era b Così Aristotele, posta la mano sul fondamento che alle s0 DI matematiche
e fisiche aveva concesso gli ammirabili prog messo a nudo il sostrato deduttivo
sul quale sì fonda tutta la Wi della logica, intuì che è sempre la stessa
operazione che conte! si n | n perenne a
tutte le verità dedotte necessariamente dalla ecienza, quindi riconoscendo
l’importanza e l’applicabilità universale del principio della proporzione, trasportò
arditamente le leggi della ‘sroporzione dal campo matematico al campo logico e
racchiuse nella formola del sillogismo il germe fecondo di tutta la logica
dell'avvenire. Come dunque sarebbe un’ingiustizia imperdonabile spogliare
Aristotele di questa gloria, così sarebbe un’imperdonabile ignoranza negare il
fondamento matematico della sua dottrina. La gloria immensa che circonda il suo
nome dev’essergli con- servata a buon diritto perchè egli, prima e meglio
d’ogni altro, giunse a comprendere che lo spirito umano procede nella logica
come e nella matematica, intuì perfettamente l’intima analogia che intercede
fra l’analogia matematica e il sillogismo, dimostrò che la missione della
logica è di determinare sotto quali condizioni e quali formesi raggiunga il
necessario nelle dimostrazioni, indipendente- mente da qualsiasi oggetto a cui
queste si possano applicare, onde | egli stesso seppe conferire, a tutto quanto
spetta alla logica pura nei | suoì Analitici, quell’inflessibile rigore e
quella specie di immutabilità che godono le verità della scienza. Si può anzi
dire, sino a un certo | punto, che il suo pensiero riveste una forma chiara e
decisa solo ndo definisce quelle forme logiche o quelle operazioni che ano il
loro riscontro nelle forme e nelle operazioni della matema- Inogni altro caso
riesce oscuro, indeciso e sempre troppo anti- .. Egli è che la formulazione
esatta dei principj logici gli certo dal possesso delle formule matematiche che
egli ) di tradurre colla LINGUA ORDINARIA – H. P. Grice: “ordinary language –
how ordinary is your tongue?!” -- nella sillogistica. she quella certa aria di
matematicità che è evidentissima definizione del sillogismo e in tutta
quasilateoria degli Analitici, um cui Aristotele non insiste abbastanza,
sebbene non l’ometta, ì a comprovare che la genesi e la ragione sostanziale
della sua a riposano essenzialmente sulla base analitica comune ai due E dico
la ragione sostsinziale per restringere la presente al puro fondamento,
all'idea madre del sistema sillogistico di Aristotele, giacchè, se si dovesse
richiamare ad esame severo e completo anche gli accessorj, la critica sarebbe
trascinata sul della retorica, della linguistica, della sofistica, della psico-
dell’ontologia, della metafisica, insomma delle questioni logiche che
disdirebbero troppo al proposito. Frattanto il silenzio di Aristotele non può
ricevere un senso ragionevole se n mediante una interpretazione che non faccia
d’Aristotele un ùì sciente ma gli attribuisca il disegno delibesato di tacere
appun perchè «il saggio copre ciò che sa ela sualingua adornala scienza»(1 To
penso che egli abbia voluto gettare il sajo del saggio sopra li verità
silenziosa del tempo, come facevano quegli indovini sace dot che conservavano
segreto il corpo della verità e non insegnava agli uomini che la favola, e così
non ne additavano che l’ombri Ed è per quest’ombra presa per la realtà che s'è
vanamente indi giata fin qui la storia della filosofia, senza svelare la
saggezza di fondatore della logica, che ci appare da questo punto di vista con
il genio della solitudine e del silenzio. Come nella costruzione di tempio di
Salomone « nè martello, nè scure, nè alcun altro stri mento di ferro fu sentito
nella casa mentre si edificava » (2), co nell’Organo di Aristotele il più
ostinato silenzio presiede all’armorn del sistema, ed i pensieri vengono a
porsi uno accanto all’alt; come i cedri del Libano sul monte Moria. Onde non è
troppo strano che la critica storica non abbia potù uscire tanto presto dal
labirinto nel quale il Maestro si compiacqi di abbandonarla. Per uscirne
bisognava, come fu visto, riprendei in mano il filo della tradizione filosofica
e scientifica, cioè far riy vere la parola e lo spirito del pensiero
prearistotelico, bisogna risuscitare e paragonare i simboli differenti,
bisognava ritrova il senso ‘analitico del concetto e del giudizio che ci
fornisco) il criterio e la ragione matematica e logica del sillogismo, bisogna
— coll’aiuto di questa teoria — sondare insieme il senso del logi matematico,
dei termini, degli estremi, del medio, delle premesf della conclusione e della
derivazione necessaria di questa da quell l'ombra e la luce insomma, la favola
e la verità di questa teol muta, di cui il labbro è uno solo e la conoscenza
s’è sperduta né anni, $ 146, — Posta così la questione — e non si potrebbe
porre è It menti — noi siamo in grado di rispondere senza ambagi ad una di
domande, rivolte in tutti i tempi dai critici della logica telica. Riportiamo
fra tutti il questionario dell’illustre Barthélen (1) Proverbj di Salomone,
XII, 23; Ibid., XV, 2. (2) I Re, VI, 7. ‘ II 198 -Hilaire che è il portavoce
più eloquente e rispettoso della i a tradizionale : a i «A quelle i ros
Aristote a-t-il puisé ? A quelle autorité a-t-il " Bi orants ces principes
puissants ? Sur quelle base repose tout cet ‘édifice ? Le langage, tout admirable
qu'il est, a-t-il fourni seul tous les matériaux ? Les catégories, le
syllogisme, comment les a-t-on | découverts ? Par quel procédé régulier,
irréfutable, les a-t-on obtenus ?». ; È citiamo anche la conclusione che
aggiunge, quando, non pago di far eco all'opinione già in voga, s'apprestava a
rincalzarla e a | rinvigorirla con un impeto di ammirazione che eccede il tico
della prudenza : « Aristote, sur toutes ces questions, n’a rien à | iépondre. Il n’a point
livré le secret de sa méthode ; et sans doute «parla meilleure de toutes les
raisons, c’est qu'il ne l’avait pas » (1). | È quanto afferma più avanti: «
Aristotea du moins pour lui l’excuse de son inexpérience. La méthode de Socrate
et de Platon n’était q'un germe qui ne devait point se développer de si tét. Le
forme fondement de la philosophie n’ était point encore complé- | tement mis è
découvert. La philosophie jusqu'è un certain point Ù s'ignorait encore
elle-méme » (2). Singolare combinazione!
L'illustre traduttore francese di Ari- stotele credeva che solo la scuola
filosofica a cui egli apparteneva la quale cercava di fondare la logica sulla
psicologia — potesse + alle questioni così gravi che egli rivolgeva al sommo o.
Invece la risposta ci viene suggerita solo dalla storia le scienze e della
matematica in particolare, donde che il fondamento teorico e le origini
storiche della telica furono la teoria matematica dei rapporti Itimo Queste
considerazioni dimostrano che è inutile osti- i nella ricerca delle antecedenze
puramente logiche della logica Aristotele nella speranza di .illustrarne le
origini. Chi sono i i ì logici di Aristotele? Sono i matematici. Dunque ad lina
ricerca esclusivamente compiuta fuori del campo matematico nell’intento di
illustrare le fonti della logica aristoteli ca bisognerà (1) B. St-Hrtarre, op.
cît., vol. I.
Préface, pag. crm. Xe) 4D., op. cit., vol. I. Préface, pag. cLIv. 25 — e. è. «chi ea = ua ch 4 ib fe,
2a di oramai rinunciare per sem che
l’invenzione della form dello spirito umano © anche pre. Noi ripeteremo ancora
col Lei a del sillogismo è una delle più be delle più considerevoli ;
ripeteremo Barthélemy Saint-Hilaire che l'Organo resta una delle produzioni più
grandi e più perfettamente originali del genio greco ; tuttay misurando
l’immensa opera aristotelica sull’ideale della logi nuova, avremo solo riguardo
@ quei principj che resistono # critica scientifica perchè rispo della
matematica. Tutto il resto ammasso di ruine, preziose per il fascino
dell’antichità. 147. — Riassumendo, abbiamo esaminato i varj aspetti de la
storia del sillogismo e dell’analogia nella Grecia antica, trovando fra essi i
punti più notevoli di contatto, © cercando di ordinare le varie testimonianze
dei doxografi, dei matematici, dei filosofi antichi, Da queste ricerche sulle
fonti della logica antica è venuta fuori l l'identità fondamentale del
sillogismo e del conferma storica del a di questa conclusione sta quasi tutt
l'analogia. L’importanz a di Aristotele, ebbe una concezione rigoros@ inel
fatto che, prim: e compiuta intorno all’analogia che Aristotele dovette, senza
alcur dubbio, possedere. E noi abbiamo anche veduto che quando Ari stotele
giunge concepire nella sua purezza il principio della pro porzione, allora non
se ne scosta più e lo tutte le sue dottrine. Sotto questo rispetto si può dire
che tutti le concezioni della logica posteriore furono da lui direttamenti e
insolubilmente influenzate. Il carattere logico della teoria del l’analogia
nondimeno con Aristotele si spense, mentre, forse senza di lui, che fu così
fiero nemico della teoria dei numeri, avrebbe conservato il suo nome è il suo
valore, il suo significato e il suo usi continuando la tradizione pitagorica e
platonica. Ad ogni mod è certo che alla teoria dell’analogia Aristotele si
riattacca in quas tutti i punti fondamentali della sua opera. Per quel che
riguar: i primi germi della teoria del sillogismo abbiamo visto che Arm stotele
si deve riattaccare ad Eudosso e a Platone e per ciò ancl alla stessa scuola
pitagorica di cui egli si professò sempre nemicd In conformità di questi
risultati fu sostenuto che la teoria sill es sine matre creata. La sua fo stica
di Aristotele non è prol tematica dell’analogia che una se ie maggiore è invece
la teoria ma II onente di prove cì
mostra notissima e usatissima da Aristotele in tutte le sue opere, e posseduta
da una vasta associazione di | pensatori dedita a lavori scientifici, come
quella a cui appartenevano i filosofi pitagorici. Con ciò non si intende di
scemare il merito di Aristotele; piuttosto sì cerca di spiegarlo. Esso, a parer
mio, consiste massimamente nella scoperta dell’analogia tra l'analogia
matematica eilsillogismo logico, quindi nell’applicazione, abbastanza esatta,
di questo principio alle forme elementari della logica. Così il problema
dell'analisi logica veniva attaccato da un lato intera- mente nuovo. Questo
modo di vedere rende ancora più sicuro il riconoscimento del merito di
Aristotele e il rispetto che gli si deve come legislatore della logica formale,
perchè mette in piena luce la stretta parentela, ignorata fino ai nostri
giorni, tra la dottrina analogica della matematica e la dottrina sillogistica
della logica | formale, e, senza attribuire gratuitamente agli antichi i
risultati della critica contemporanea, si contenta di dimostrare che le dot-
trine logiche e le matematiche non sono isolate, così nel tempo del sole, come
nel tempo dell’idea. $148,— Dati i limiti precisi delle presenti ricerche io
non posso far ‘menzione neppur di passaggio dei filosofi postaristotelici che
hanno rivolto le loro cure al perfezionamento della sillogistica. Siccome in
Aristotele noi afferriamo già il tratto dominante della logica e proprio alla
sua fisonomia scientifica, rispecchiata poi in forme nelle opere successive
della scolastica, possiamo per ora ar paghi della conoscenza delle basi e delle
fonti di quel grande che ha fatto entrare il principio della proporzione come
logica fondamentale nella corrente della logica pura. Ma g0ichè, per quanto sia
piccolo il valore del presente contributo, non H è tuttavia quello che i più dei
filosofi moderni sogliono indicare RD nell'analisi e nella critica della logica
aristotelica, e poichè anche : ‘intorno le relazioni fra Aristotele ed Euclide
troppo frequente sì | espongono apprezzamenti arbitrarj e per lo più inesatti,
mi sembra rancore: utile riferire, compendiosamente, la teoria di Euclide in-
tono le proporzioni, per mettere bene in rilievo così le verità e i pregi come
i difetti e gli errori della teoria aristotelica della pro- REzione, in guisa
che il lettore possa con piena cognizione di causa | pronunciare il suo
giudizio circa il merito d’entrambi. "e Dn - È noto che Euclide sotto il re Tolomeo Soter
fu chiamato a, professare ad Alessandria nel 828, un anno prima della morte di
Aristotele. Già il Tannery, seguìto in questo dalla maggior parte degli storici
delle matematiche, ha dimostrato che v'era durante. il periodo elleno, almeno
al rv secolo, un modo di trattare l’arit- metica differente da quello che
divenne, presso i matematici, classico dopo Euclide e che questo modo fu, in
seguito, attribui 0 ai pitagorici (1). Inoltre si sa che parecchie
dimostrazioni geometriche, p. e., inco m- mensurabilità della diagonale e del
lato del quadrato, ece. che si tro-. vano in Euclide, sono riconosciute da
Platone e da Aristotele come pitagoriche, cioè attinte a quella larghissima
tradizione geometrica che fu resa nota dalla pubblicazione degli allievi di
Pitagora. Non è ora necessario stabilire quali e quante conoscenze così per
l’arit= metria siano state attinte da Euclide nelle metica come per la geo
opere dei predecessori. Pel nostro intento basterà dimostrare che: tutto il
materiale euclideo, relativo alla teoria delle proporzioni! aritmetiche e
geometriche, e necessario e sufficiente @ giustificare, la corrispondenza
matematica colla teoria del sillogismo, era già posseduto da Aristotele, sia
che lo derivasse in linea diretta de larghissima tradizione pitagorica, sia che
lo dovesse a quell’altra corrente più stretta a cui pare che si sia ispirato
prevalentemen x) lo stesso Euclide, sebbene non resti alcun indizio d’una
pubblicazione analoga a quella fatta dagli allievi di Pitagora (2). (1)
TANNERY, Pour Vhist., pag. 370. / (2) Al dir di Proclo, autore del v sec. d.
Cristo (PROCLI DIADOCHI, In primum Euclidis Elementorum librum commentarii, ex
recog. G. FRIEDLEIN, Lipsiae, 1873, p. 68): « Euclide era di opinioni platonico
e molto famigliare colla filosofia del maestro, tanto che si è proposto come
scopo finale dell’in- sieme dei suoi elementi la costruzione delle figure dette
platoniche » (poliedri regolari). Cfr. G. LORIA, Il periodo aureo della
geometria greca in « Mem, Accad. Lincei », serie II, t. XL, pag. 374. Questo
saggio critico del LORIA è diligentissimo e segue e raccoglie tutti i
contributi più notevoli, in ispe quelli recati dall’ArLaran, Greeck Geometry
from Thales to Euclid (Dub 1870), e per la costituzione degli Elementi il
TAnnERY. A proposito de libro V, in cui, com'è noto, si trova esposta la teoria
delle proporzioni per le grandezze in generale il LORIA osserva ; € Il V libro
porge elementi per! uno studio metodico di una teoria i cui germi sono dovuti a
Talete e di cut molte proposizioni dovevano esser note a Pitagora, cioè la
similitudine : tale teoria, almeno per quanto si riferisce al piano, torna
l'oggetto del libro | °001PARTE TERZA — CAPO II 197 * na Ora le notizi furono
in compendio ritenere che il contenu e storiche relative alla teoria delle
proporzioni riassunte nei $$ antecedenti ci obbligano to del V libro di Euclide
non è che una ‘compilazione di materiali che risalgono per la massima parte ad
una data prearistotelica che non si può neppur precisare, semplice- mente
perchè comprende tutto il periodo che va da Talete ad Eudosso di Gnido, il
quale —come fu già detto — si può ritenere come il ‘redattore prearistotelico
più esatto e completo della teoria delle 5 proporzioni. Facciamo a tale scopo
un semplice confronto tra alcuni passi essenziali di Aristotele, che fu
dettol’Euclide della logicae, di Euclide che potrebbe dirsi, nello stesso
senso, l’Aristotele della geometria, rammentando di passaggio che il V libro
degli Etici Nicomachei può utilmente avvicinarsi al V libro degli Elementi.
successivo ». In seguito aggiunge: « Nel libroVII non senza meraviglia si torna
ad incontrare esposta in particolare pei numeri la teoria delle proporzioni :
meraviglia che oresce osservando come il confronto fra i libri Ni e VII non
permetta che si dubiti avere l'antica geometria riconosciuti 1 vincoli stret-
tissimi fra essi esistenti. Una spiegazione di questa ripetizione si può trovare
nella ripugnanza di Enelide a invocare prineipj generali, qual è appunto
l'affermazione che un numero è una grandezza ; un’altra spiegazione sl offre a
chi » (come fal HANKEL) ammette contenere il libro VII la esposizione della
teoria delle proporzioni per grandezze commensurabili come fu eretta nella la
di Pitagora, tenendo conto del desiderio di cui era dominato Euclide, sambiare
il meno possibile quanto era stato fatto prima di lui » (pag.378). im una
prossima memoria dimostrerò che molte figure euclidee dei libri WI e VII,
illustranti la teoria della proporzione e numerosissimi altri dia- mi
geometrici consimili che si incontrano nelle opere di Archimede IS, omnia cum
commentariis Butocii, J. L. Heiberg, Lipsiae, er, 1880) e dei matematici posteriori
(Nicomaco di Gerasa, Teone di è, Giamblico, Diofanto d'Alessandria, Proclo,
Eutocio, Simplicio e p, ecc.) sono identici agli schemi grafici usati dai
logici più antichi ndo la maggiore probabilità fin da Aristotele) per la
rappresentazione bile della connessione delle proposizioni logiche nel
sillogismo. Il numero lesti diagrammi sillogistici nel Commentario di
Alessandro di Afrodisia è strabocchevole. Già l'Hamr.rox eil/Veny ne diedero
ampio e geniale ren- diconto, e ad essi non sfuggì, p. e., che assomigliano
meravigliosamente alle figure che si riscontrano negli Zlementi di Euclide.
Però, malgrado le loro i discussioni sulla loro probabile origine, non
riuscirono a seoprire la ragione logica di questa importantissima
corrispondenza che ora, voglio , riuscirà chiarissima ai lettori dli questo
lavoro. Invero è immensa- probabile che Aristotele non fu soltanto guidato
dalla sua potente zione filosofica a fare l'applicazione del principio delle
proporzioni alla 198 SILLOGISMO E PROPORZIONE Aristotele definisce la
proporzione aritmetica : ) 1àp dvadotta ta y (1) ed Euclide definisce la
proporzione geomet sari toy X010 così: avaXorta dé oty fe ov AGTOYT avrétie
(2). Questo avvicinamen' di definizioni è già stato fatto ai $$ 181, 132 per
incidenza, dopo ’aver anche osservato che la differenza tra V’îoémns la
cantone. N l’oporéens era già notissima a Platone e che la pratica della pro
porzione in genere era già posseduta dalla più alta antichi à. po generalmente
è inva Lo si ripete anche qui, perchè trop l'opinione che il pensiero di
Aristotele abbia quasi nessuna im al quale solo spet: e- portanza per la storia
del pensiero euclideo rebbe la gloria d’aver fornito alla matematica lo
strumento esatta delle definizioni e la ragione dei loro progressi, mentre, almeno
ir questa teoria, indarno si cerca una scoperta, una innovazio un qualche cosa
insomma che rassomigli ad un metodo nuow( che non sia stato già posseduto
almeno da Aristotele. La pîù forte differenza consiste — ma non sempre — nella
varietà de linguaggi, onde il superficiale lettore troppo in fretta è mosso
opinare che la scienza svolta in trattati diversi e con diverso in: lutamente
diversa. E lo stesso si dica delli teoria sillogistica in riguardo alla teoria
analogica, le quali sembra ti diverse e irriconoscibili mentre sono identiche.
E se v'ha tra l’una ‘e l’altra un sensibile divario è questo, che nell’ Organo
aristoteliec essa appare solo in forma d’una massima applicata, laddove nelli
matematica ha il valore d'un calcolo reso famigliare dall’enorm semplificazione
apportata dall'uso dei simboli. Ma son questi ure differenze di carattere
storico e psicologico, perchè la logie come fatto pratico è sempre stata quello
che è e non è rea in alcut modo dei ritardi teoretici che si devono imputare ai
suoi coltivatori guaggio sia cosa asso PAT SPES AA teoria del sillogismo, ma fu
direttamente ajutato nella sua impresa dall’ai tificio delle figure escogitate
dai matematici a lui anteriori (non escluso Pi tone) per illustrare la teoria
delle proporzioni. Anzi io oserei affermare ch egli costruì tutta la sua teoria
sillogistica, tenendo effettivamente davan a lui del resto anche notissime
perchè impiegate $ della musica, come si vedrà fra poco ($ 150), gli occhi
queste figure, risparmio nella teoria che egli poi le abbia modificate e
complicate ai SU ammettendo, beninteso, scopi, ma sempre analogamente. (1)
ARISTOTELE, Etici Nic., lib. V. (2) EUCLIDE, Elementi. I $.149. — Spogliato
cotesto argomento a che si riduce ? A rimettere in questione il fondamento
psicologico, anzi la funzione medesima | dell’analogia intes@ nel più largo
significato della parola. Perocchè qual altra conclusione legittima potrebbe
ricavarsi da questo fatto? Se la logica pratica, sia applicandosi prima alle
ricerche di matematica, sia poscia @ quelle della logica e di qualsivoglia
altra disciplina, non ha mai fatto altro che impiegare quell’operazione
fondamentale del sillogismo che sì risolve, come vedemmo, in un calcolo di
proporzioni, la scoperta della teoria matematica delle proporzioni, non è e non
può essere nè dirsi altro che la scoperta della teoria del sillogismo, perchè
non ha più un oggetto suo proprio e particolare che non sia comune a quello
della teoria logica, se ne togli le variazioni linguistiche che sono
insignificanti; il che, evi- dentemente, equivale a dire, in tutto il rigore
dei termini, che Ari- stotele non è il vero inventore del sillogismo, perchè
questa gloria deve essere riservata a colui che inventò primo la proporzione.
Noi frattanto sappiamo che, nel parlare ordinario, l’analogia comune- to
volgare del sillogismo — è il più ‘mente intesa — che è il surroga ovvio e
anche il primo ragionamento umano il quale, forse, nella sua forma associativa
e meccanica, non manca neppure nel semplice | animale, Ora al fondamento psicologico
dell’analogia, che è l’asso- azione spontanea delle rappresentazioni,
corrisponde il fonda- to logico dell’analogia, che è la connessione necessaria
dei . Nel trapasso dal fondamento psicologico al fondamento intra in campo un
elemento razionale che è la condizione riale ed il carattere costitutivo della
cognizione scientifica. x dunque, nella scoperta dell’analogia matematica, cioè
1 ne propriamente detta, virtù alcuna che non possa | ridursi a quella pura e
semplice virtù che fu necessaria alla sco- | perta dell’analogia logica, cioè
del sillogismo. Dunque, per nessun — motivo, dobbiamo esitare a riconoscere
come fondatori della logica n quei matematici ai quali si deve una scoperta che
a tutte rasta per la razionalità e 1° universalità delle sue applicazioni, ‘o
che si voglia disconoscere deliberatamente la verità, dove si $150. — Ma v'è
ancora un altro punto degno di nota, che me- iterebbe d’essere trattato in un
libro speciale. Se la storia della logica nelle sue origini non sì può tracciare
senza ricorrere è storia delle matematiche, questa a sua volta non si potrebbe
co pletare senza ricorrere alla storia della musica, © precisamente quanto
concerne la teoria delle proporzioni ; © lo stesso si rip per la storia della
fisica. Fermiamoci dunque anche un istante si questo punto per mostrare sempre
meglio lo stato d’anima di Ari stotele in ciò che concerne l'applicazione del
principio che ci i ressa. La cultura musicale dei Greci (1) ela cultura matema:
fisica (acustica) e filosofica sono coeve, perchè la musica si e prestissimo a
dignità di arte libera e la coscienza nazionale Pam mise a far parte del più
prezioso patrimonio ideale della nazioni Non è che essa con ciò — OSServa il
Riemann — abbia occup una posizione privilegiata, ma essa prese posto come
fattore egual mente importante dell'educazione dello spirito e del cuore
nazione, accanto alle altre arti e sullo stesso gradino delle scie filosofiche,
parte integrante dell'elevato sviluppo di civiltà del he ancor oggi forma
oggetto della nostra @I colo popolo elleno © mirazione. e la teoria musicale
degli intervalli orti e delle propor? È molto probabile ch congiunta colla
teoria matematica dei rapp sia pervenuta conoscenza di Pitagora per via dei
sacerdoti eg ziani da cui il grande maestro fu educato, istruito ed iniziato ag
antichissimi misteri. Pur troppo le cognizioni che sì possiedot intorno al
sistema musicale degli Egiziani sono scarsissime, € questo riguardo noi non
siamo quasi guidati che da supposizioni induzioni tratte dalla musica greca.
Però « noi possiamo ammette che agli Egiziani fosse famigliare la
determinazione pitagorica d rapporti fra i suoni per quinte (2:3) o quarte
(3:4) come pu l’esistenza di sette note nella scala. Riguardo @ quest’ultima n
Ie (1) È noto che la grammatica (yodpiata), 1a musica (povovi) ela gi
(ropvaottei)) alle quali Aristotele aggiunge ancora il disegno (opagrati)»
utile per una migliore intelligenza delle opere d’arte, erano i principali Di
di cultura della gioventù educata nella scuola e nel ginnasio (Cfr. GUBL KonER,
La vita dei Greci e dei Romani, pag. 214). La storia dello SY mento della
musica teoretica © dei diversi modi che furono usati diverse stirpi greche
conformi al carattere di ciascuna confrontata © quella dello svolgimento della
matematica © della fisica ci farebbe ora olti passare i confini che ci siamo
proposti. zi lea d'eaesne L si® | o no
la espressa testimonianza di Diodoro Siculo, vis- > a dir vero, assai più
tardi (al secolo di Augusto), Li quale narra che gli Egizj paragonavano i 7
gradi della scala ai 7 pianeti ‘(secondo l’antico modo di vedere erano compresi
sotto questo nome n i la luna) » (1). Me e iziono APR della musica greca gue si
rivela ‘anche nella forma esterna della sua realizzazione, cioè nella scelta —
dei loro strumenti musicali, dovette indubbiamente favorire una elevata
posizione scientifica della matematica e dell acustica che ‘gi rivela nella
forma esterna delle operazioni matematiche (pro- porzioni) e nella costruzione
degli strumenti acustici, quali il mono- cordo di Pitagora. î L'invenzione anzi
di questa cassa armonica pitagorica resta spiegata solo dal notevole incremento
che aveva allora la costru- zione degli strumenti musicali a corda descritti
nei poemi epici | (Zliade e Odissea) e noti per le numerose pitture e le
testimonianze | monumentali pervenute fino a noi » (2). Nè poteva attendersi
altrimenti da un popolo di così elevata ‘civiltà. Ora come si potrebbe render
intiero conto dell’influenza eser- | citata, ad esempio, da Pitagora su
Platone, di cui restano quelle for- | tissime tracce che abbiamo ricordato
nella teoria dei numeri come « princi pj oscuri delle cose, negli elementi
musicali e nei rapporti che ‘ano nell’armonia delle sfere, in una parola nella
teoria estetica atica dei rapporti e delle proporzioni, se si obliasse che una
te caratteristiche della scuola pitagorica era precisamente 4 x (1) Ruemann,
Storia universale della musica. Torino, Capra, pag. 21. | (2) Il monocordo,
tanto quello propriamente detto, composto di una sola ‘corda tesa con un ponticello
scorrevole, quanto quello con 4 corde accordate È all'unisono (kelikon), non
era un vero strumento musicale, ma piuttosto uno strumento usato a scopi
scientifici. — Ml tetracordo dei Pitagorici aveva sotto ciascuna corda un
ponticello mobile dalla eni posizione sulla sesila segnata, sopra la tavola
armonica, dipendeva l’altezza del suono ottenuto. — «Però è ben naturale
supporre che l'invenzione del monocordo come stru- mento scientifico fu
promossa dall’invenzione degli strumenti a corda: la lira, la cetra e l’arpa,
di cui abbiamo antichissime testimonianze prepitago- riche. È noto che
l'invenzione della X5px si connette con quella leggenda b che narra come Ermete
abbia pel primo teso le corde sul guscio di una tarta- ruga funzionante da
cassa armonica. Pare che la patria della lira sia stata 26 — PASTORE,
Si/logismo e proporzione. SILLOGISMO E
PROPORZIONE l'entusiasmo degli studj musicali donde anche la matematica trass
zione metaforica di alcune operazioni (1). Lo Zeller, pur ammettendo che al sistema
aritmetico dei Pità gorici si congiunge intimamente il loro sistema armonico,
dichi di lasciare alla storia delle teorie musicali i particolari sul sistema;
armonico dei Pitagorici. Ma il suo esempio non dev'essere segui ‘ perchè queste
dottrine hanno tropp® importanza filosofica e scie 1 tifica, sia per ciò che si
riferisce alla concezione del mondo, sia pe ciò che riguarda la storia dei
fondamenti della logica pura. Per il primo riguardo basterebbe infatti
ricordare che il demiurgo di Platone ha fatto il mondo in sè consenziente per
mezzo della, proporzione, © per il secondo basterebbe capire che la teoria
pita: gorica della proporzione armonica, in cui il prodotto dei due rapporti è
necessariamente eguale al prodotto dei due estremi, proprietà notissima a tutte
le scuole filosofiche della Grecia, potè molto ver similmente fornire ad
Aristotele la guida e il mod e formulare la proprietà analoga nella teoria
analitica del sillogismo Indaghiamo adunque rapidamente il valore dei
presupposti arm( pici della dottrina aristotelica del sillogismo, senza
discutere tutti il largo sviluppo della teoria musicale nella Grecia antica
conosciute oramai per le copiose © sicure notizie che ci dàìnno Aristosseno
Euclide, Nicomaco, Alipio, Gaudenzio, Bacchio, Aristide Quinti liano, Boezio, e
per gli studj storici e critici dei più rinomati musico logi moderni, come il
Galilei (V.), il Meibom, il Burney, il Chappe! il Boeckh, il Fortlage, il
Westphal, il Bellermann, il Vincent, | Gevaert e il Ruelle. Pitagora, primo tra
i Greci, fondati sul principio dell’armonia, e la forma esterna e la denomina-
aveva stabilito sperimentalme ni nen na ito ad Apollo e proprio 2% differente
costruzione d all ia della cetra sia stata r'Asia per il tramite della Joni
L’arpa sembra, per contro, originaria dell relazioni fra gli nonosiamo far
congetture perchè numentali ci lasciano privi d’ogni punto d'appoggio ( (1) Si
allude alla proporzione ed alla progressione armonica che gli ani pie! sempre
congiunsero alla proporzione aritmetica e geometrica, come fu notai a suo
luogo. - : A valli dei suoni e determinato i rapporti numerici dell'ottava
pason), della quinta (diapente), della quarta (diatéssaron), cor- rispondenti
ai rapporti della lunghezza dell’intera corda colla metà, due terzi, tre quarti,
che davano gl’intervalli accennati. Siccome : ? x il suo sistema, basato su
leggi matematiche e non armoniche, durò fin quando l’antica libertà greca si
spense sotto la dinastia mace- donica, cioè verso l’acmè di Aristosseno
l’armonico, così è chiaro che Aristotele rimase ancora sotto il dominio di
questi princip] teoretici musicali. Quali cognizioni possedeva della teoria
della musica? Possiamo arguirlo dalla lettura della sezione XIX dei 262
Problemi i quali, se anche non sono autentici, certo restano nello spirito di
tutta la fisica aristotelica. Da questa lettura si scorge che i concetti fonda-
mentali adoperati per la teoria musicale sono i seguenti : suoni, intervalli e
sistema, ipate, mese e nete, analogia armonica, termini estremi e medj di tale
analogia, operazioni armoniche cioè deduzioni ‘necessarie di rapporti, schemi e
problemi. Ma, ciò posto, la corrispondenza coi concetti usati negli Analitici
‘è sorprendente (Cfr. i $$ : 14, 17, 18, 19, 20, 28, 25, 35, 86, 88, 39, 44,
47, 50,). In particolare, l’analogia tra il processo proporzionale armonico per
cui si ottiene la deduzione dell’ottava (dif&pason o armonia o rapporto
doppio) dal prodotto della quarta (diatéssaron sillaba o rapporto epitrito), e
della quinta (diapente o dioxia 0 brto emiolio) e il processo sillogistico, per
cui si ottiene la dedu- della conclusione dal prodotto delle due premesse, è
vera- intima ed evidente. Onde sembra impossibile ch°egli non veduto che, data
la sua definizione del sillogismo, i tre concetti del sillogismo restano posti
in una proporzione armonica tale che il esige estremi (S : P, conelusione) è
eguale al prodotto dei due rapporti (M : P, premessa maggiore e S : M, premessa
minore). | Del resto già nel trattato Del cielo î rapporti dell’ottava son
detti da Aristotele )60t tav ovppuvov. te i qui a considerare i giudizj det
sillogismo come \6/0t roy sv)ho- topo il passo è ben naturale, tanto più dopo
le insistenti ed splicite dichiarazioni che entrambi i processi avvengono è
dvdrane. Tn una parola si può dire che la 4ppovrà) psséenc di Pitagora e |
Platone (T'imeo, 36 A) diventa la oo\hoxtx} pesérgs di Ari- Una delle prove più
convincenti è la seguente : i musici ® 2%%, e A
i SILLOGISMO E PROPORZIONE d’allora per rappresentare i rapporti
proporzionali dell’ottava, quarta, della quinta, ecc., solevano valersi di
alcune figure (1) a loghe a quelle che erano usate dai matematici per
rappresent sensibilmente la deduzione dei rapporti proporzionali (cfr. $ 148).
Queste figure erano notissime ad Aristotele che le dice dtapoppara o cyipara.
Ora queste stesse figure ricompajono nei più antichi codici e trattati di
logica per la rappresentazione dei rapporti sil logistici (cfr. $ 148) e
secondo la maggiore probabilità erano note; ed adoperate da Aristotele (cfr. $
148). In matematica queste figure sono adoperate per dire che dati una
proporzione continua. il prodotto dei due rapporti è uguale al rapporto degli
estremi ; in musica, per dire che in una proporzione armonica il prodotto dei
due rapporti (5% x 49) è uguale al rapporto degli estremi (8°) ; in logica, per
dire che in ogni sillogismo mediate categorico semplice dall’affermazione
simultanea della premess maggiore e della minore si deduce la conclusione. Ciò
posto, ammettere che l'analogia tra questi schemi identie non abbia colpito
Aristotele mi sembra un assurdo, tanto più quai nds si pensa all’intima
parentela della terminologia e della descrizioni dei processi deduttivi e alla
possibilità ormai dimostrata di trattar la sua teoria sillogistica dal punto di
vista della proporzione. Tn conclusione, anche per questo lato, î presupposti
logici mate matici e armonici della sillogistica e l'evidente e stretta
coerenzi dei loro principj ond’è oltrepassato il limite d’una semplice allego
ri poetica destituita di scientifica verità, riescono di necessità ad annul
lare ogni differenza tra la dottrina logica del sillogismo e la dot il
matematica e musicale delle proporzioni. E questo di fatto dovetti essere lo
scopo a cui miravano tutte le argomentazioni del fondatot della sillogistica.
(1) Queste figure musicali si riscontrano numerosissime nei più antici trattati
di musica che si conoscano. Cir. Dictionnaire des antiquités grecq
etromaines, Art. Musica ; Musici graeci scriplores, Janus (Bibl. Teubnerian® A.
J. H. VINCENT, Notices et estraits des mss. (grecs relatifs à la mm %, XVI;
RUELLE, Étude sur Aristorène et 80m école (« Revue Archeologig 1857); NICOMAQUE
DE Ghrase: Manuel d'harmonique et autres textes f latifs à la musique, trad.
CH. Em. RUELLE. Paris, Baur, 1881; L’introd harmonique de Cléonide, La division
du Canon d’ Euclide le géomètre, harmoniques de Florence, trad. Cn. EM. RUELLE.
Paris, F. Didot, 1884; A et Gaudence, Bacchius l’ancien, trad. Cn. EM. Rvrnue. Paris, F. Didot;,18%
i Li F° k ; & 151. — Tali sono, dal
punto di vista della logica pura, le basi e le della sillogistica di
Aristotele, riscontrate nei quattro capi fon- damentali della sua filosofia
cioè nei libri logici, metafisici, fisici ed etici; tali i meriti
incontestabili di quest'uomo grandissimo che gravitò per tanti secoli sulle
scuole dell’occidente, col giogo della sua autorità malintesa dai discepoli
nonchè dagli avversari]. Chi adunque non voglia fermarsi al primo suono delle
parole, ma intenda criticarne € verificarne il significato, potrà facilmente
riconoscere che noi siamo di fronte a due Aristoteli, un Aristotele | falso ed
un Aristotele vero, ed oramai non farà del primo maggior ‘—casodi quelchesi
meriti. Ma pur troppo, fra gli stessi cultori della | filosofia e delle
scienze, coloro che si facciano una legge di non giu- dicare un autore se non
dopo averlo esaminato direttamente e conforme al criterio della propria
ragione, sono pochissimi, e i più, ripetendo che giudicare Aristotele è
giudicare ventidue secoli dello spirito umano rappresentati dal consenso quasi
unanime dei più eminenti pensatori, continueranno & parlare senza
cognizione di causa, incapaci di respingere l'Aristotele falso come un vano
idolo, incapaci di spingersi fino al vero Aristotele per esaminarlo da sè —
stessi e misurarlo, con imparzialità, alla stregua delle conoscenze del tempo.
| ‘1 dirà forse che questa nuova interpretazione della sillogistica
aristotelica riguarda solo alcuni libri e non tutto l'Organo di Ari- tele? Ma i
meriti di Aristotele come logico fuori della sillogi- che egli espose nei
quattro libri Analitici, abbiam veduto che ducono a ben poca cosa. si dirà che
questa interpretazione matematica della ‘d’Aristotele può avere tutt'al più un
semplice valore ità? Ma perchè dura da tanto tempo la crisi della logica ? è sì
crede falsamente che la logica aristotelica o classica e ica matematica siano
affatto irreducibili nei loro principj, è si sente da tutti che la presenza di
queste due dottrine apparentemente ripugnanti fra loro e disputantisi il
governo i studj, se è un imbroglio e una sorgente d’amarezze per gli si, è uno
scandalo innegabile per la logica. Po, i riforma, come abbiamo notato a suo
luogo, molti punti essen- che possono, fino ad un certo segno, render ragione
del discredito che si professa dai matematici per la logica antica, come vi
hanno nella sillogistica aristotelica molti punti che non solo sono un. titolo
sufficiente di stima, fatta la ragione dell’età, ma una tal sco- perta a
profitto della verità delle scienze analitiche, che guai all’uma- nità se non
li avesse tolti a guida dei suoi passi e & criterio delle sue ricerche!
Pigliando adunque la dottrina aristotelica in quei pun ti sostanziali di vero,
di buono e di utile che abbiamo indicati, come prescrive la critica d'accordo
con la giustizia e mettendola & riscontro con l'esigenza matematica della
nostra età, è impossibile: negare che fra questa e quella corrano tali profonde
attinenze che porgano una spiegazione naturale e ragionevole e conveniente ad
entrambe. Onde è d’uopo conchiudere che per superare cotesta crisi non dobbiamo
imitare l’andazzo degli spiriti più temeràa che amano di disfare e di rifare
ogni cosa. Per noi, alieni del pa e dagli indebiti elogj degli uni e dalle
ingiuste accuse degli altri. la sillogistica aristotelica rivelandosi sia nelle
basi teoriche, si@ nelle fonti storiche, in tutto fondata sul principio
matematico della proporzione, non solo ha diritto alla simpatia delle due scuo
e rivali, ma ha la virtù di far tacere ogni rivalità, come avviene sempre di
ogni grande opera serbata alla potenza e all'andamento dell'umano pensiero. Cid
. — Le analisi teoriche e storiche compiute sulla natura e sull’origine del
concetto come numero, del giudizio come rapporto e del sillogismo come
proporzione, formano due serie di argomenti che tendono al medesimo scopo.
L'una fa vedere come la logica classica possa interpretarsi mate- maticamente,
l’altra come la logica classica sia stata matematica- mente fondata. Riunite,
esse ci insegnano come la logica analitica sia una, malgrado la distanza dei
tempi, la differenza degli uomini, la varietà dei linguaggi e l’artificio dei
simboli : « facies non omnibus una nec diversa tamen ». Dunque la crisi aperta
da tanto tempo fra i fautori della logica classica e quelli della logica
matematica, non ha più ragione di esi- stere; essa è logicamente superata. $
153. — Ma trattandosi di terminare la disputa intorno ad un pro- blema teorico
e storico che divide i logici così profondamente, e di rettificare un’opinione
falsa che concerne l’interpretazione del fatto capitale della ogica come
scienza analitica, non sarà forse inutile riassumere ancora una volta le
presenti ricerche in modo che ogni persona possa comprenderne la‘portàta con la
più grande facilità. Si ritenga pertanto che le conoscenze sulla teoria della
proporzione (analogia) che venivano in folla da tutti i sistemi matematici e
filosofici della Grecia antica e da quello di Platone in particolare, per ciò
che concerne la derivazione necessaria delle verità, portavano ad Aristotele i
materiali indispensabili alla costruzione del suo 27 — PASTORE, SiZlogismo e
proporzione. nti teli LI 210 vasto
sistema filosofico. Aristotele separò gli elementi che erano confusi e, avendo
già ben chiaro davanti agli occhi da un lato il principio e il carattere del
ragionamento matematico, dall’altro il principio e il carattere del
ragionamento dialettico, paragonò il processo del ragionamento analogico col
processo del ragionamento logico, la definizione dell’ analogia colla
definizione del sillogismo. La luce dell’analogia brillò. La logica fu fondata
scientificamente. L’artificio ch’egli impiegò per scoprire questo intimo
rapporto è del tutto conforme a quello che egli descrisse per l'invenzione del
ter- mine medio. Che cosa mancò alla diffusione dell’analitica logica come
analogica applicata? Mancò l’esplicita dichiarazione del fonda- tore; mancò il
riconoscimento pubblico di questa applicazione ana- logica che apriva tutto un
mondo così alla scienza come alla filosofia. Aristotele portò il suo segreto
nella tomba; i suoi successori furono incapaci di disseppellirlo. L’ ignoranza
di questa verità ha occa- sionato i più funesti errori nella storia della
logica e della filosofia. Venti secoli dopo lo stesso pensiero viene inventato
un’altra volta da Leibniz, sebbene con un metodo tutto diverso. Questo
indirizzo fu seguitato dagli autori più recenti della logica matematica, i
quali però suppongono di non aver alcuna parentela con Aristotele @ gli negano
perfino l'intuizione del fondamento matematico della logica. Ma oramai è
dimostrato che il preconcetto d’un Aristotele amatematico nelle fonti storiche
della sillogistica è tutt’ intero nell'opinione di coloro che lo attaccano
senza conoscerlo. Infine. è stato messo fuor di dubbio che il rimprovero fatto
alla logica | aristotelica di rifiutarsi, teoricamente parlando, ad ogni
interpreta zione matematica è ancor meno fondata, se è possibile, che il rim-
provero di incoscienza storica rivolto al fondatore. Laonde è facile capire che
queste ricerche fanno un vero e proprio riscontro alle ricerche compiute da
Aristotele, giacchè se questi ebbe l’idea felice. e troppo a lungo negletta dai
suoi discepoli, di far uscire le regole? logiche della sillogistica dalle
regole matematiche della proporzione, in queste ricerche invece si osò proporre
il problema inverso : far uscire cioè dalla logica aristotelica gli elementi
matematici posse duti dal fondatore. $ 154. — Di due cose poi vorrei che si
tenesse il maggior conto’ in questa conclusione: l’una riguarda le fonti, ed è
che per po; -tare un giudizio adeguato sulle presenti ricerche bisognerà sempre
ricordare che esse vertono sopra un’età scarsa necessariamente di senso storico
e in cui i documenti sul pensiero dei filosofi, come fu già osservato dal
Guastella (1), o mancano affatto o non hanno quella precisione di linguaggio
che è il prodotto della maturità della critica; l’altra riguarda le basi, ed è
che io non sono stato punto mosso dal bisogno, per quanto naturale, di
ritrovare nelle filosofie della Grecia antica i principj teorici della mia
propria filo- sofia. Coll’affermare che, assistendo ai trionfi della logica
matema- tica contemporanea, siamo oramai sicuri di assistere al prolunga- mento
vittorioso della dottrina di Aristotele, non si cerca un cer- tificato di
nobiltà per nessuna teoria. Riannodando la catena delle tradizioni
scientifiche, ricordando quali pensatori si siano ingannati sopra molte parti
della logica peripatetica, quali abbiano continuato giustamente ad apprezzarne
l’altissimo valore, indi- cando come e perchè il monumento aristotelico debba
esser con- servato nella storia della logica, la nostra ammirazione è oramai
piena di disinteresse. Sì, noi la concediamo ancora intiera ad Ari- stotele, ma
a patto che non si voglia snaturare il significato della sua opera
imprigionandola nelle strettoje extralogiche della gram- matica, della
metafisica, della psicologia, a patto che non si voglia mantenere il segreto
sulla natura matematica della sua sillogistica. Questa interpretazione è il
solo mezzo di tagliare le radici del psicologismo della scuola francese,
dell’induttivismo empirico del- l'inglese, del metafisicismo della tedesca, del
positivismo dell’ita- liana; infine dello scetticismo che non ha paese e di
quella pietà tanto disdegnosa del matematicismo contemporaneo che si pavo-
neggia con ingiustificato sussiego di fronte alla logica classica. $ 155. —
Quindi si può vedere a quali principj debba inspirarsi la nuova dottrina logica
che saprà superare la presente crisi e quale via le resti da percorrere. In primo
luogo essa rimane aristotelica nel suo principio. E può restarlo perchè il
fondamento della logica aristotelica fu matematico nella storia o almeno è
riducibile ad esso in teoria. La dottrina filosofica di Aristotele aveva forse
dei segreti per i profani come la (1) €. GuasreLLAa, Filosofia della
metafisica. Sup. C. 220. saggezza dei
misteri religiosi, Forse Aristotele aveva una dottrina logica segreta che egli
riservava ai più degni sotto il sigillo del silenzio. Che cosa si rivelava agli
iniziati di questa logica segreta ? Siccome la teoria del sillogismo era
l'oggetto fondamentale della logica e la teoria delle proporzioni era l’oggetto
fondamentale delle matematiche, io credo che l’enigma non sia più impenetrabile
: si doveva svelare l’intima analogia fra la teoria del sillogismo e la teoria
delle proporzioni, ciò che, in ultima analisi, si riduceva all’affermazione
così dell'intimo valore logico delle operazioni matematiche come dell'intimo
valore matematico delle operazioni logiche. Non bisogna stupirsi che la
divulgazione di un tale segreto sia stata dallo stesso Aristotele considerata
come sommamente dannosa all’apprezzamento della sua originalità. Oltre al fatto
quasi generale che solo la critica posteriore riesce a scoprire il segreto del
genio, si può forse pensare che Aristotele, come tutti i pensatori antichi,
abbia avuto paura che la verità profonda, a guisa d’una pianta di serra, fosse
coltivata nell’atmosfera della vita quotidiana, e per questo abbia tenuto la
scoperta dell’analogia tra la logica e la matematica allo stato latente.
Quindi, senza la- sciarci illudere da quella specie di velo misterioso che
ricopre il fondo della sua filosofia, noi riconosciamo l’esistenza di verità
superiori, riconosciamo che le parole che traducono comunemente il suo
pensiero, non ne svelano punto lo spirito e reclamiamo con insistenza quella
saggezza che fu conservata gelosamente dalla comunità dei discepoli iniziati e
sottratta alla curiosità dei. volgari. In conclusione, posto che nella
filosofia aristotelica una lo- gica segreta sussista a lato della logica
popolare, non v ha che un mezzo per comprendere completamente Aristotele come
logico, e questo. consiste nel comprenderlo come matematico. Ed in ciò si
appunta quella parte di verità scientifica che costituisce il valore reale dèl
sistema aristotelico e fu confermato dal giudizio portato da venti secoli di
storia. E ciò ancora dimostra che le presenti ricerche no fanno altro che
giustificare quell’approvazione unanime che è certo uno dei più belli e consolanti
spettacoli della storia del pensiero. In secondo luogo essa resta cartesiana,
perchè l’autorità della; ragione è appunto fondamento in cui essa non può far a
meno consistere, e Cartesio lascia intera la logica aristotelica basa sulla
deduzione che ci dà la prima forma della necessità.
=--rrrcror_r"wrm—m»m—mooa°.r” ”"_-vv_— p In terzo luogo essa resta galileiana, perchè
l’autorità dello spe- rimento è appunto fondamento su cui essa non può far a
meno di consistere, e Galileo non fa che insistere sulla fecondità logica dello
sperimento che ci dà la seconda forma della necessità. In quarto luogo essa
rifiuta la teoria di Bacone. In quinto luogo essa rimane leibniziana, perchè è
Leibniz che ha dato definitivamente alla logica pura il pieno possesso scientifico
di sè medesima, aprendole essotericamente il campo più fecondo per le sue
ricerche. In sesto luogo essa rimane kantiana, perchè Kant nella sua Critica
salva il contenuto della logica formale. In settimo luogo essa rifiuta
l’interpretazione hegeliana, perchè Hegel non ha fatto una logica propriamente
intesa come scienza analitica. Egli ha confuso la logica, la metafisica e la
filosofia. Creandola esclusivamente come filosofia, l’ha uccisa (nel suo
sistema, s'intende) come scienza, In ottavo luogo essa abbandona la teoria
comtiana, milliana e spenceriana che disconobbe il valore scientifico della
logica deduttiva. In nono luogo essa si dichiara apertamente d’ accordo colla
teoria hertziana del metodo sperimentale. In decimo luogo si riconosce
apertamente matematica, perchè il suo passato aristotelico, cartesiano,
galileiano, leibniziano, kan- tiano, le lotte sostenute vittoriosamente
coll’indirizzo teologico, baconiano, hegeliano, milliano, i poderosi incrementi
introdotti dal Boole allo Schréder, dal Peano al Russell, i più recenti
risultati dedotti dalla considerazione dei modelli meccanici; tutto insomma il
suo passato e il suo presente scientifico la ricongiungono alla matematica, e
solo nel primo riconoscimento di questa sua natura essa ritroverà il possesso
delle sue forze e dei suoi strumenti, la sua dignità di scienza, il suo ideale,
la sua vita. $ 156. — È assurdo supporre che la logica come scienza, procla-
mandosi fedele al principio leibriiziano, venga a sostituire un giogo nuovo ad
un giogo antico. Aristotele, Galileo e Leibniz in questo non combattono fra
loro, perchè tutti s’accordano nel sottoporre la logica alle leggi della Stessa
ragione. Non condanniamoci dunque a ripetere solo un malin- teso passato, a
ignorare il presente, a precluderci l’avvenire. Non sii ec e ll DITER TAO
necessario ; è sempre stato lo stesso, sarà sempre lo stesso ; segue la è vero che la logica classica non sia altro
che un’ammirabile ruina. Invece è dimostrabile che la sua parte più importante
si fonda sulla base incrollabile del calcolo. Piuttosto sarebbe il caso di dire
che da questo punto di vista Aristotele non ha prodotto unanuova verità. Tl suo
merito propriamente consiste nell’aver intuito una serie di corrispondenze analitiche.
Anche se volessimo ammettere questa corrispondenza come una semplice e teorica
possibilità, non sarebbe men vero che v° ha in questa corrispondenza un
insegnamento profondo, poichè tutta la logica attuale gira intorno alla mate-
matica come intorno al suo asse. Quindi la critica così teorica come storica ha
mille ragioni di frugare fin negli ultimi archivj il tesoro della sapienza
antica per facilitare la sintesi delle dottrine, indispensabile in questa ora
di crisi della logica che il nuovo spirito della scienza e della filosofia ha
bisogno di superare. $ 157. — Finalmente non sarà forse inutile ricordare che i
logici moderni non hanno finora pensato abbastanza seriamente al grande fatto
che la deduzione, l’induzione e l'analogia, quando hanno luogo di necessità,
non sono punto processi logici diversi. Perchè in essi la spirito umano fa
sempre lo stesso lavoro: parte da una rela- zione e giunge, per necessità, ad
un’altra relazione. Che la relazione poi da cui piglia le mosse sia un giudizio
universale o particolare, _ fa lo stesso e così si dica della relazione
espressa nella conclusione. Logicamente parlando lo spirito, quando procede di
necessità, non discende nella conclusione, non ascende nella induzione, non
salta di palo in frasca nell’analogia. Siffatte differenze non possono avere che
una natura ed un significato psicologico. Ma il movimento, quando è logico, è
sempre uno, universale © legge essenziale del processo necessario, sia
deduttivo 0 sperimentale, - conforme al principio della logica pura che fu
definita la scienza delle relazioni necessarie. Per pensare giusto sopra questo
argo= mento bisogna capire che non vi sono due sorta di leggi dal punto di
vista logico, sebbene le verità delle imagini e dei modelli (astratti o
concreti) possano essere infinite. Coloro che non possono oltre- passare il
campo di una specialità peneranno a capirlo, Per certi uomini, ad esempio,
fuori della matematica non c’è che l’opinione. Per costoro la logica formale,
ad esempio, non è che un’espressione CONCLUSIONE 215 retorica. Per certi altri
opinione è tutto ciò che non è suscettibile di prova sperimentale. Per altri
ogni cosa è finzione fuori della metafisica. Per questi la logica matematica,
ad esempio, non è che un gioco di scacchi, una logica del tappeto verde (1).
Agli occhi di tutti costoro le verità delle altre discipline fanno la stessa
impressione che fanno i colori sopra i ciechi nati. Ma il critico aperto alla
dottrina dell’infinita verità le rignarda con occhi diversi. Solo allora il
mondo dei fatti e delle leggi comincia in modo nuovo ad animarsi,
immediatamente appare quello che c'è di morto e di vivo nella storia alla luce
d’un principio che non è sottomesso all’ingiuria dei tempi, e si capisce, ad
esempio, che quelli i quali parlano di morte della logica aristotelica o della
logica leibniziana parlano di qualche cosa che essi non intendono punto. $ 158.
— Ma senza insistere maggiormente sulla importanza scientifica di questo punto
mi contenterò di rammentare, in primo Inogo, che nè la logica come scienza
analitica, nè la logica come disci- plina filosofica sono tutta la logica ($
1), in secondo luogo, che queste ricerche furono condotte solo o direttamente
(parte teorica) o indi- rettamente (parte storica) dal punto di vista della
logica pura ($ 2). A] quale proposito e in ultima analisi parmi aver dimostrato
a suffi- cienza, non solamente quali siano le basi teoriche della logica come
scienza analitica, ma eziandio quali siano state le sue fonti storiche e quali
siano le ragioni attualmente capaci di troncare ogni dissidio A VASRSE «anche
tra le sue incoerenze, il movimento logico moderno, preso nel suo insieme, si
rivela non favorevole alla sillogistica, ed è sulla via della liberazione. I
reazionarj non mancano; e reazionarj son proprio coloro che si dan l’aria di
modernissimi, i propugnatori della logica più o meno matematica, i rinnovatori
di alcune fisime del Leibniz, i prosecutori di Giorgio Bentham, del De Morgan.
del Boole, del Jevons, del Grassmann, che sono rappresentati ora da un gruppo
numeroso, nel quale si distingue l'italiano Peano. Ta critica, che costoro
muovono ad Aristotele, può dirsi sia proprio l’opposta di quella che il
vensiero moderno è venuta formulando : le distinzioni di Aristotele paiono ad
essi poche ed insufficienti, e perciò, studiando in particolar modo i metgdi di
esposizione delle scienze mate- matiche, moltiplicano i principj logiti e le
forme dei ragionamenti. Questa Sorta di logica è stata esattamente definita
testà dal Windelband : una logica del tappeto verde ». CROCE, Op. cit., pag.
133. I e CE PR PR pol: intorno ai
problemi fondamentali della logica come scienza delle relazioni necessarie. se
$ 159. — Ma avanti di chiudere l’opera bisogrfà ancora trattare, almeno
sommariamente, d’una questione filosofica della massima importanza. Invero
qualcuno potrebbe objettare che il pro- blema fondamentale della logica moderna
non è quello indicato sopra, ma quest’altro, «se vi debba essere una logica
formale | ovvero reale o se sia possibile fondere le due opinioni op= poste ».
Tale è, per esempio, l’avviso del De Sarlo (1). E allora come potrebbe
ritenersi risolta, nonchè affrontata, erisi della logica moderna, con una
raccolta di materiali teorici e storici che fanno rigorosamente astrazione da
cotesto problema? Ed in questa perplessità ci confermerebbero vieppiù gli
schiarimenti con cui il predetto autore illustra il suo modo di. vedere: «
Considerare i processi logici per sè, staccati dalle cose, dai reali a cui
devono pur riferirsi, è tale cosa da gettare il discredito nella scienza» E
altrove: « Una logica assolu-. tamente ed esclusivamente formale, che abbia per
còmpita solo l’esame degli schemi logici senza riferirsi continuamente alla
realtà, senza aver come objettivo soltanto la ricerca 6 l'accertamento della
verità, non può ricevere il plauso gene= rale». Io mi associerei con tutta
l’anima al severo giu- dizio del valente filosofo, se si trattasse di stabilire
uno tra i. problemi fondamentali della concezione filosofica della logica. Ma
avendo dichiarato fin da principio che, altro è trattare la logica come
attività pratica, altro trattarla come scienza analitica, altro. come
disciplina filosofica ($$ 1, 2) e che le presenti ricerche non: versano che sul
secondo modo, risulta che la logica pura non può e non deve a rigore
preoccuparsi della realtà delle cose sensibili, come sarebbe assurdo pretendere
che il problema fondamentale della matematica pura dovesse essere questo : se
vi debba esse una matematica formale ovvero reale, o se sia possibile fondere
le due opinioni opposte. (1) De Sarto, La logica di A. Rosmini ed i problemi
della logica moder Roma, Tip. Terme Dioclez. Ora se tale è ilcòmpito della
logica come scienza analitica diventa altresì chiaro che a superare la crisi
attuale della logica in primo luogo non occorre l’assoluto rigetto del
formalismo antico, in secondo luogo non occorre fondare la logica scientifica
sulle basi della diretta esperienza; mentre tale è, per esempio, l’opinione del
Tarozzi il quale, nella Prefazione alle sue Lezioni di logica, così serive: «La
logica, come qualsiasi altra delle scienze filosofiche, subisce ora il suo
momento di crisi, carattere della quale è l'assoluto rigetto del formalismo
antico e la tendenza a costruirsi scientifi- camente sulle basi della diretta
esperienza. Si va ponendo così nellalogica, dopo il Mill, una questione talora
affatto diversa, talora connessa, ma pur distinta, da quella che s’agitò fra la
logica formale e la logica reale » (1). Sebbene il Tarozzi parli della logica «
come scienza filosofica, tuttavia si potrà forse osservare che, nè come dottrina
scientifica, nè come dottrina filosofica, la logica esige la condanna del
formalismo e il trionfo della diretta esperienza. Non la condanna di quello,
perchè buona parte di quel « carattere forma- listico, che... è in fondo
l’ultima reviviscenza, l’ultimo avanzo dello spirito e della dottrina degli
scolastici che si intende combat- tere» e che «si esprime specialmente nella
teorica del raziocinio immediato e del sillogismo, nella gerarchia rigorosa fra
concetto, giudizio e raziocinio, nelle classificazioni che questa gerarchia
riempiono, spiegano e accompagnano » (2) troppo difficilmente, per non dir
altro, si separa, sia da quel contenuto formale che Kant determinò nella
critica, sia da quel contenuto analitico che fu esa- minato nelle basi teoriche
di queste ricerche e ci fornisce appunto una delle ragioni più forti per
superare la crisi più profonda che ora s'agita intorno alla natura ed agli
ufficj della logica come scienza. E questi risultati critici devono pur essere
riconosciuti dalla dottrina filosofica. Non il trionfo della diretta
esperienza, perchè sulle eselu- sive basi della diretta esperienza nessuna
scienza astratta o analitica, elalogica è tale, accetterebbe di costruirsi
scientificamente. Quindi diventerebbe per lo meno assai discutibile quel
sistema filosofico che, pur animato dalla tendenza, di costruirsi sulla base
della diretta esperienza, cominciasse a far tabula rasa di quelle scienze che
sono (1) G. Tarozzi, Lezioni di logica. Torino, Casanova, 1897, pag. v-vi. (2)
Ip., Op. cit., pag. VI. 28 — Pasrone, Silogismo è proporzione. 218 SILLOGISMO E
PROPORZIONE sostenute coll’esercizio della pura ragione. Quanto poi all’apprez-
zamento dell’« aridità » che «in ogni disciplina » dovrebbe essere « deficienza
di ricerca » (1) è questa una questione talmente sogget- tiva che io mi
guarderò bene di spendervi una sola parola per criticarla. $ 161. — Se non che,
quali che siano le basi, le origini, la legitti- mità e l’uso della logica come
scienza analitica, io sono ben disposto, ad ammettere che sarebbe inconcludente
trattare poi della logica come dottrina filosofica, senza porre la questione
gnoseologica ed ontologica che è reclamata dai filosofi di tutti i sistemi,
sebbene il riconoscimento dei diritti e dei doveri della logita filosofica non
importi la negazione dei diritti e dei doveri della logica come scienza
analitica. $ 162. — E poichè sono entrato in questo argomento dirò ancora una
parola sul conto d’un’altra objezione che, per altre vie, cerca di contendere
alla logica come scienza analitica la ragione dell’esi- stenza non che
l’importanza e il primato. Parlo di quella che pro- cede da quei sistemi
filosofici esclusivi che non accordano nessun posto alle scienze astratte,
quindi ostracizzano non solo la logica | formale, ma anche la matematica, e
sostengono che la logica non è e altro non può essere che filosofia della
filosofia. Tal’è l’opinione, per lo meno ingenua ed arbitraria, se il partito
preso con animo deli- berato non la facesse cadere in una cerchia peggiore
dell’ingenuità, che è sostenuta da Benedetto Croce nei suoi Lineamenti d'una
logica. come scienza del concetto puro (2). Le stravaganti ed enormi censure,
onde questo filosofo assalì e tentò di straziare, sebbene inutilmente, le
scienze esatte, rimarranno a documento degli eccessi a cui possono. lasciarsi
trascinare i cultori più intolleranti ed iperbolici della filo- sofia. E si
ricorderà che egliosò scrivere - senza intendere il pensiero (1) Tarozzi, Op.
cit., pag. I. (2) Durante la stampa di questo lavoro il Croce ha pubblicato il
2° vol. della sua Filosofia come scienza dello spirito : Logica come scienza
del concetto puro, che si dice 2% edizione in relazione alla memoria
(Lineamenti,ece.) citata nel testo. Quindi la presente critica non si rivolge
che ai Lineamenti, eee. Ma in un prossimo studio critico sopra la filosofia di
B. Croce l'apprezzamento: della Logica come scienza, ece., non mancherà di
occupare il posto principale. ai xi bo "il pr bero. il TARE paradossale di Russell (1) - queste parole :
«La matematica - è stato seritto testè, con arguzia e con verità, da un
matematico - è una scienza in cui non si sa mai di che cosa si parli, nè se ciò
di cui si parla sia vero». “ Ora, come maiuna produzione, che merita siffatta
caratteristica, può chiamarsi scienza ? Una scienza, che non afferma verità,
non solo non è scienza, ma non è forma alcuna di conoscenza; neppure storia,
neppure poesia » (2). E più avanti: « Considerati rigorosamente (i principj
delle matematiche), essi risultano tutti falsi » (8). È vero che in seguito
aggiunge: « È lo spirito che fornisce l'uno e i molti, la rappresentabilità o
spazialità o intuizione, il costante o il mutevole, ed offre queste sue forme
alla matematica perchè le falsifichi, se ciò le torna comodo. E, se le
falsifica rispetto alla realtà e verità non vuol dire, come già sappiamo, che
co- struisca alcunchè di assolutamente irrazionale e ingiustificabile, ciò che
non si giustifica rispetto alla verità, si giustifica nello spirito pratico che
ha bisogno di foggiare i suoi strumenti per calcolare rapidamente» (4). « Le
scienze naturali e le matematiche sono dunque non vere conoscenze ma strumenti
e sussidio, foggiati pe’ suoi scopi dall’at- tività pratica che opera 0 sulla
materia delle intuizioni particolari o sulle stesse funzioni conoscitive, sulle
categorie @ priori. Quando hanno reso i servigj che sono in grado di rendere,
col semplificare la realtà e con le operazioni di sostituzione e calcolo, non
possono far altro, e debbono cedere il campo allo spirito conoscitivo puro » (5).
Finalmente varrà la pena di ricordare che per VA. « il puro conoscere si
esaurisce nel circolo di arte, filosofia e storia » (6). $ 168. — Io non
pretendo rimproverare al Croce l’uso insolito di alcune parole che, secondo la
tradizione, s'împiegano nei discorsi con un significato al tutto differente ,
perchè, infine, ogni serittore è (1) B. Russe, Recent work on he principles of
Mathomatica, cfr. The Internat. Monthly, IV,1, pag. 84, Burlington, luglio
1901. (2) B. Croce, Op. cit., pag. 77-78. (3) Im., Op. cit, pag. 79.. (4) I».,
Op. cit., pag. 80. (5) In., Op. cit., pag. 82. (6) 1b., Op. cit., pag. 83.
della loro libertà che di rivalermi dello stesso diritto per premunire i miei
lettori contro questo capriccio di alterare i termini delle dere dal noto all’
ignoto che è quasi comune a tutti coloro che. parlano e scrivono per essere
compresi. Ciò posto, mi limiterò ad esprimere quali conseguenze si dovrebbero
imporre accettando la. bizzarra nomenclatura del Croce e convenendo di
considerare la. logica pura come una scienza analitica e nulla più. 4 In primo
luogo bisognerebbe ammettere che i principj della logica. come scienza
analitica sono tutti falsi. Ma questo è ancora il meno, perchè, in secondo
luogo bisognerebbe ammettere che lo spirito fornisce le sue forme alla logica,
perchè le falsifichi, se le fa co- modo, e che la logica, precisamente
falsificandole così rispetto. alla realtà come alla verità, non di meno
costruisca alcun che di ra- zionale e di giustificabile se non davanti allo
spirito teorico almeno davanti a quello pratico. Il che pare un assurdo. Ma
esaminiamo più minutamente questa teoria. Da un lato abbiamo una scienza, come
la logica, come la matematica; anzi, no, non abbiamo una scienza, ma una produ-
zione, uno strumento, un sussidio insomma foggiato per i suoi. scopi
dall'attività pratica, i cui principj sono interamente falsi e. la cui funzione
è esclusivamente quella di falsificare a suo comodo. tutto quanto gli venga
fornito ed offerto dallo spirito teorico. Dall’altro abbiamo lo spirito teorico
che fornisce ed offre le sue forme a cotesta bella macchina, appunto perchè le
falsifichi rispetto alla realtà e verità se ciò le torna comodo. È lecito
chiedere che cosa sarà il prodotto di questa falsificazione ? Il Croce risponde
che razionale e di giustificabile, se non avanti allo spirito teorico, cioè
alla realtà e verità, almeno davanti allo spirito pratico che ha bisogno di
foggiare i suoi strumenti (di falsificazione s’intende) per calcolare
rapidamente per i suoi scopi. Ma non basta, im- perocchè alla domanda: « Quali
siano i servigj che sono in grado di rendere questi portentosi strumenti, falsi
e irrazionali nei lo: principj, marazionali e giustificabili davanti al loro
pratico de urgo »; si risponde: « Quando hanno reso i servigj che sono in grado
De 2921 s di rendere, col semplificare
la realtà e con le operazioni di sosti- ‘tezione e di calcolo, non possono far
altro e debbono cedere il _ i conoscitivo puro, che è arte, filosofia e storia.
campo allo spirito ico oramai paghi. Che cosa vuol dire falsificare la realtà?
Vuol dire semplificare la realtà. Che significa ingannare anzi ingannarsi ? Una
pura operazione di sostituzione e di calcolo che lo spirito pra- tico ha
bisogno di fare rapidamente per i suoi scopi. Ma non procediamo più oltre
nell’analisi di questo sistema, per sostenere il quale si giunge a dire : « I
naturalisti sentono la parentela che li stringe ai matematici, ma i filosofi ne
sono, a volta a volta, attratti e disgustati» (1). Oh quanto questa filosofia,
avversa così alla conoscenza come all’entusiasmo delle matematiche, è lontana
dalla filosofia del divino Platone, il quale diceva che Dio è un grande
geometra aeÌ 6 deds {swperpsi e riteneva che la co- noscenza della geometria
fosse indispensabile per chi volesse stu- diare filosofia, e si racconta che
avesse scritto sul portico della sua scuola questo motto : «Nessuno che ignori
geometria entri per la mia porta! ». E tanto più me ne persuado ripensando alle
dottrine filosofiche di Cartesio, di Galileo, di Newton, di Spinoza, di
Leibniz, di Kant, fra cento altri le cui opere mi pare che non debbano tenersi
‘in contocosì leggero, per non dir peggio, di fronte alconoscere puro. | Voglio
credere che questa critica non abbia da incontrare la disapprovazione dei
lettori ; i nomi di Platone, di Descartes, di | Galileo, di Newton, di Spinoza,
di Leibniz e di Kant provano ab- bastanza che qui si vuol conciliare
l’apprezzamento d’un contem- | poraneo col rispetto dovuto ai pensatori più
insigni che onorino quella filosofia la quale tanto felicemente è considerata
dal Croce | come la Storia dello spirito umano. Onde parmi che si debba,
’altro, chiudere queste ricerche accennando ai punti fonda- tali della
concezione filosofica della logica che meglio sem- È > conferire all’unità del
saggio presente e alla connessione | del prossimo saggio filosofico che sarà
dedicato alla logica della i di e nia i a ca 0° * 4 F 1 i are A î ” Din E: j
& ture Da ii uo I APP INNER ENER E A : 222 SILLOGISMO ® PROPORZIONE SPESI
nia Ja __ — Il concetto che della logica come disciplina filosofica ha oggi la
filosofia teoretica, e che, da parecchio tempo in- vero, fu fatto segno alle
più importanti controversie (intorno alle origini ed al fine della logica, alla
sua natura ed alla sua por- tata, alle sue condizioni ed ai suoi metodi) sorte
anche nel campo delle altre scienze alle quali tutte la logica fornisce il suo
indi- \ spensabile strumento così di ricerca come di dimostrazione, | prende
due aspetti opposti, secondo che prevale la trattazione | della logica dal
punto di vista della filosofia o la trattazione | della filosofia dal punto di
vista della logica. Ciò vuol dire che | questo gran fatto della logica
filosofica è stato ed è ancora pensato — in due modi o da due opposte scuole,
cioè : 0 come semplice organo — universale del pensare, ovvero come organo e
logo universale così — del pensare come dell’essere. Mi. Due mila e duecento
anni fa il valore della logica come èpyavoy È era evidente come ora ; allora
come ora era evidente che solo nel giardino di una ben ordinata logica può il
sapere produrre i migliori r frutti ed era pur anche evidente la duplice
rivelazione razionale e | ; naturale della necessità. Ma quel medesimo acuirsi
del senso razio- Mic nale e del senso fisico e quella sottile oxt:c logico-matematica
che | furono la causa della scoperta analogica della sillogistica, non erano _
accompagnati da un proporzionato aumento della capacità scien- I tifica di
dedurre sperimentalmente. Quindi, mancando l’opporti- | Si nità dei confronti e
la fortuna delle prove, gli spiriti o sì beffavano fr filosoficamente della
logica, o si perdevano in un pretto conven- zionalismo o saltavano
temerariamente nella metafisica. In ogni — Mi caso sempre gratuitamente la
logica veniva considerata ora come ancella ora come signora della filosofia. E
per assistere all’altalena I Da; dei due principj non abbiamo che da consultare
la storia della I È filosofia. o Il contrasto profondo che fanno tra loro
questi due modi opposti _ » di concepire la natura e il valore della logica è
quasi precisamente — quello stesso, per cui nella storia della filosofia
moderna stanno ì: . l’uno di fronte all’altro il positivismo e il panlogismo:
questo rivolto a fare dell’universo il raziocinio di un pensiero assoluto,
quello inteso a posare il problema del valore e dei limiti della - È conoscenza
e a distinguere scrupolosamente la forma astratta dalla realtà concreta per non
smarrirsi nelle avventure della metafisica, 298 Ora, poichè — come ho già
dichiarato in un’opera precedente (1) — «il tratto più saliente della nuova
concezione teoretica della scienza è che per essa non solo non si ha la pretesa
di afferrare la realtà materiale coi meccanismi rappresentativi (modelli), ma
ne diventa affatto inutile la ricerca; seguendo in questo l’esempio dei fisici,
i quali, disinteressandosidi tutte le questioni inaccessibili ai metodi
positivi,si limitano alla ricerca delle leggi le quali hanno un signi- ficato
più largo e profondo che le ipotesi da cui si possono ricavare ; » e poichè
pare che questo sia anche il più prudente contegno consi- gliabile in genere
alla filosofia si capisce come i due modi opposti di concepire filosoficamente
la logica pajono destinati, non ad escludersi, ma ad integrarsi fra loro quanto
al concetto che en- trambi hanno della parte da dare alla ricerca di quella
legge delle leggi che è la ragione madre e centrale della filosofia medesima,
perchè in essa si illumina e si comprende il concetto dell’infinita verità.
CONCLUSIONE $ 165. — Malgrado il sentimento profondo del disagio in cui le
menti stettero per tanti anni catenate nelle carceri dei sistemi, lo spirito
filosofico non riesce adesaurire il suo còmpito senza tentare a costruzione di
quell’ipotesi integrative, come già disse il Barzellotti, di tutta la scienza
che, di tempo in tempo, si provano a costruirla mediante un concetto generale
dell’essere delle cose e del loro principio e fine : conati « con cui la mente
umana da secoli tenta e ritenterà forse sempre l’enimma del mondo, punta dal
bisogno, innato in lei, di comporre a piena unità di sistema tutte le cogni-
zioni, e di colmarvi le lacune che l’indagine sperimentale e il ragio- namento
vi lasciano aperte così inogni scienza come anche fra scienza e scienza. A
ciascuna di coteste ipotesi risponde nella storia del pensiero umano alcuno dei
grandi sistemi metafisici, che in ogni età si sono via via succeduti a
dominarlo, e l’han dominato non per altro, se non perchè gli porgevano in una
forma, ch’esso credeva ultima e definitiva, il disegno di quell’unità
universale delle cose e delle loro leggi che i risultati dell’indagine
sperimentale gli venivano (1) Del muovo spirito della scienza e della
filosofia. Torino, Bocca, 1907, pag. 24.
adombrando man mano sempre più, ma senza mai fissarne le ultime linee »
(1). $ 166. — Così stando le cose, è necessario intendere il sistema di tutte
le cognizioni intorno al sapere ed all’essere e divisare il pro- gramma del
lavoro filosofico guardando al contenuto ed ai limiti di ogni parte, giacchè
questa sembra la condizione indispensabile d’ogni buona ricerca teoretica che
tenti di far concorrere l’opera sua alla solenne iniziativa della critica
filosofica. Pertanto,valendomi di quell’orientazione che fu presa nel mio
ultimo saggio: Del nuovo spirito della scienza e della filosofia nel campo
degli studj filosofici, e specialmente per quella parte essenziale della
filosofia che è lo studio dei caratteri proprj della scienza e per quell’altra
che riguarda il concetto della realtà, esporrò, a grandi tratti, il sistema
teoretico al quale sono subordinate tutte le mie ricerche. $ 167. — Secondo me
il problema fondamentale della filosofia teoretica si riduce al problema
fondamentale della logica filosofica che è il seguente : se vi sia una logica
della natura come e’ è una logica del pensiero e, in caso affermativo, qual
relazione corra fra entrambe. Per risolvere questo problema io penso che la
filosofia teoretica debba imperniarsi sul principio dell’infinita verità
(teoria dell’infinita verità), la quale trova il suo fondamento estetico e metodologico
nell’infinita possibilità dei modelli (teoria dei mo- delli) e il suo
fondamento ontologico, per un verso nell’infinita varietà dei fatti (teoria dei
fatti), per l’altro in ciò che v’hadi essen- — ziale in tutte le infinite
soluzioni possibili, cioè nella unità deduttiva: e sperimentale delle leggi
(teoria delle leggi). Per teoria dei modelli intendo la teoria
dell’espressione, così dell’arte come del metodo. Per teoria dei fatti intendo
la teoria dell’esperienza, così dell’uomo come della natura e così nello spazio
come nel tempo. Per teoria delle leggi intendo la teoria della scienza, così
della deduzione come dell’esperimento. (1) G. BarzeLLOTTI, Le condizioni
presenti della filosofia, ecc. Dalla « Rivista di filosofia scientifica », Anno
I, vol. I, fase. 5, 1882, pag. 23-24 (Estratto). } CONCLUSIONE 2925 Dire
filosofia teoretica significa teoria dei modelli, teoria dei fatti e teoria
delle leggi, il che però non può compiersi senza ricorrere ad un principio
universale che è il principio dell’infinita verità. Ecco adunque in quale senso
si deve intendere che la filosofia è la teoria dell’infimita verità. Onde
avremo : 1° espressione — dei modelli ; 20 esperienza — dei fatti; 3° scienza —
delle leggi ; 40 e questi tre gradi raccolti nel grado supremo della filosofia
intesa come pensiero o teoria dell’universale. Questi quattro gradi del sapere
teoretico si fondano sopra i seguenti quattro principj che additano la
differenza specifica e lo spirito filosofico di ciascuno : 1° l’infinita
possibilità dei modelli ; 20 l’infinita varietà dei fatti; 3° l’unità deduttiva
e sperimentale delle leggi ; 40 l’infinita verità compresa nel pensiero
dell’universale. Questi sono i sommi lineamenti del mio sistema teoretico che
mi guarderei bene dall’esporre alla critica filosofica, quando non è cessato
ancora interamente il fastidio di tutto ciò che solo accenna a rinnovare ogni
sistema speculativo, se, oltre ogni debolezza, non sopravanzasse l’animo
deliberato a cercare la verità. $168, —È chiaro che da questo sistema discendono
come corollarj il principio della relatività della conoscenza (lato tragico del
sapere), la giustificazione d’un razionalismo forse più cauto, certo assai più
modesto dell’antico, perchè si limita a proclamare il trionfo della ragione
deduttrice e sperimentatrice (sperimentare e dedurre tor- nano ad uno) quindi
la negazione rigorosa dell’assoluto gnoseologico della cosa in sè. Un valoroso
pensatore (1), con cui m'è caro il discutere, perchè dalle sue profonde
objezioni io mi sento sempre invitato a meditare con vantaggio sulla natura,
sui limiti, sui difetti, non che sulle (1) G. Tarozzi, Elementi psicologici e
logici della costruzione scientifica. « Rivista di psicologia applicata »,
marzo-aprile 1908. | 29 — PASTORE, sSillogismo e proporzione. Sali, fo VA, ac
sid veglia * , +1 fe Pili 2 — LS TRIO Ù inevitabili illusioni del mio pensiero,
rendendo ampio' conto d a mia operetta: Del nuovo spirito della scienza e della
filosofia, ha compreso perfettamente che cotesta negazione gnoseologica della cosa
în sè si effettua «non in nome d’un fenomenismo dogmatico ma in nome di un
concetto di infinita verità che equivale all’infinita rappresentatività della
legge e alla persuasione che nulla sia vero fuori della legge e delle sue
rappresentazioni ». $ 169. — Oraèilcaso di vedere quanto conferisca questo
nuovo concetto della filosofia alla concezione filosofica della logica. Il
proposito di non optare per nessuno dei due modi opposti di risolvere il
problema fondamentale della logica filosofica — iden- tità o diversità fra la
logica del pensiero e la logica della natura — perchè essi pajono destinati,
non ad escludersi, ma a scomparire, come sistemi esclusivi, dalla teoretica,
per lasciar posto aduna nuova concezione integrale in cui si tratterà di
decidere quanta parte le varie dottrine panlogistiche o positivistiche,
formalistiche o rea- listiche abbiano da fare alla ricerca di quella legge
suprema che costituisce la ragione suprema della filosofia (cfr. $ 168), potrà
oramai spianarci la via alla soluzione. «La filosofia dell’infinita verità è un
culto della logica ». Sta bene. « Ma non nel senso che si stabilisca
un'identità misteriosa fra la natura logica e la natura fisica, nè fra le idee
e le cose, perchè l'equivalenza rappresentativa dei modelli non è identità, e
perchè nell’infinita serie dei modelli, di cui anche la mente è uno, non si dà
per essa nè per alcun altro modello il privilegio di essere un superius ed un
prius » (op. cit., $148). Tal è il criterio filosofico direttivo che guiderà la
prossima ricerca sopra la logica della natura. $ 170. — Queste sommarie
dichiarazioni filosofiche, io lo spero, non faranno fraintendere la natura
delle ricerche precedenti in or- dine alle basi ed alle fonti della logica come
scienza analitica. Ciò che ora fu detto intorno alla concezione filosofica
della logica tende solo a dare al nostro pensiero piena coscienza dei suoi
limiti, delle , sue forme, dei suoi metodi e delle sue forze, non solo in
ordine alla pura ricerca del vero in sè stesso, ma anche alla possibilità — se
mai sembri ragionevole — di applicarlo così alla teoria della vita come alla
teoria dell’universo. come ho detto,
almeno in parte nel prossimo saggio filosofico Sopra la logica della natura,
che contro al primo saggio filosofico del dovrà fare, in certo modo, ris 1908
Sopra la teoria della scienza, nel quale fu anche sviluppata abbondantemente la
teoria dei modelli. Ma il loro posto © il loro ienificato dovrebbero restare, a
parer mio, chiariti a sufficienza dall'ultimo saggio filosofico del 1907, Del
nuovo spirito della scienza e della filosofia, nonchè dall’abbozzo mmnemonico
del mio sistema riferito a $ 167. L'altra opera sopra la Logica formale dedotta
dalla considerazione dei modelli meccanici del 1906 e la presente, salvo la
parte sto- rica, spettano esclusivamente alla logica pura. ‘sarà appunto
tentato, Lui int l’equ nell’int. per essa NÈ x ed un prius” \ guiderà la
prossina. $170. — Queste somn. non faranno fraintendere la ». dine alle basi ed
alle fonti della che ora fu detto intorno alla concez. solo a dare al nostro
pensiero piena cu. sue forme, dei suoi metodi e delle sue forz pura ricerca del
vero in sò stesso, ma anche al sembri ragionevole — di applicarlo così alla
teo. alla teoria dell’universo. INDICE . Pag Parte PRIMA. Del concetto come
numero e delle proprietà fondamentali della varietà logica. apro Seconpo —
Ricerche storiche . INCLUSIONE . Primo — Ricerche teoriche . Pag. 0 SECONDO —
Ricerche storiche » Del giudizio come rapporto. o Primo — Ricerche teoriche .
Pag. apo SECONDO — Ricerche storiche » Parte TERZA. Del sillogismo come
proporzione. aro Primo — Ricerche teoriche . . . Pag. IX 25 41 47. 59 81 209
Torino - FRATELLI BOCCA, Epiro®Ùi Biblioteca di Scienze Moderne O—_T_— i No 1.
Seror Gruserre. Africa. Antropologia della stirpe Cami- tica. — Con 118 figure
ed una carta. .....,., L 10— » 2. NrerzscHe FepErIco. Al di là del bene e ogni
11 Preludio di una filosofia dell'avvenire. — 3 ediz. è ee » Zino Zini. Proprietà individuale o prvprictà
collettiva ? Ricerche sulle tendenze economiche delle Società moderne» 6 — » 4.
VerworN Max. Fisiologia ARS 3, sulla teoria della vita. Con 270 figure . . o el
Se fai Co, CORTO » 5. Crccorti EtTORE. Il tramonto della SOLIGNANI mondo
antico. sù = (EE) ee I Le valdarno ad a 04 A » 6. Vira Guino. La psicologia
conempornes, — 2 edizione in ci PLORAFAZIONO) | è UM es aaa ale $ #1 fi se AA .
Nierzscne FepErICO. Così parlò Zatattiustià. Un libro per fi. tutti e per
nessuno. — 38 ediziono . . +... +... » » 8. SercI GiusePPe. Specie e varietà
umane, Saggio di una siste- " matica antropologica. >. +. +. + + + + e
e 0 + + I » 9. Baratta Marro. I terremoti d’Italia. Saggio di storia, geo- | *
grafia e bibliografia sismica italiana. — Con 136 sismocar- TOREBRIDIDI 1...)
cet da el e st SIE ce 4 0 ee O » 10. Spencer H. I primi principii, — 3% ediz. .
. . . . +. » 10— » 11. StIrNER M. L’unico. Con introduzione di E. Zoccori. — |
RR GIMIONE) ri ate da ae TS Re ULI: « 12. De MicmeLis E. Le origini degli
Indo-Europei.. .. SPENCER H. Fatti e Commenti. . . è cal Lila O » 14, SERGI G.
vati dei fenomeni psichici e il loro AGERE biologico , BROS SIA Te +. +.» 8 »
15. SPENCER n. Introduzione alla scienza sociale . . Spencer H. Le basi della
morale . James W. La coscienza religiosa
.. SPENcER H. Le basi della vita +. . . . ...... n 10— Ò » 19-20. Prerson N. G.
Trattato di economia politica. — Due vol. » 25— » 21, HARNACOK A. La missione e
la propagazione del Cristianesimo j nei:‘primi-fte pecoliii ta nce 0 ole è 00
DIE ii ì a Bd FL Mieesii (7.277 Nurefo
sazio 21 Nou pelle I a « faster.SULL'ORIGINE DELLE IDEE IN ORDINE AL PROBLEMA
DELL’UNIVERSALE: NOTA. Dono R. Renier ROMA TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADEMIA DEI
LINCEI PROPRIETÀ DEL CAV, V. SALVIUCCI
Rendiconti della R. Accademia dei Lincei Classe di scienze morali,
storiche e filologiche Estratto dai Rendiconti, vol. XVIII, ser. 5%, fasc, 6°,
Seduta. TRERERUREREREI RE). I filosofi più eminenti di tutti i tempi si misero
con grande ardore a cercare la soluzione del problema dell'origine delle idee.
E se ne capisce il motivo. La soluzione di questo problema è fondamentale alla
filosofia teoretica, perchè investe tutto il problema della conoscenza e
determina la soluzione del problema della certezza – cf. H. P. Grice,
Uncertainty. Quali furono i risultati della ricerca? Non avendo l'intenzione di
fare l'esposizione storica delle dottrine filosofiche che si costruirono sopra
questo problema, per gli scopi della presente discussione basta ricordare che,
siccome si distinsero idee di più sorta, e parecchie inoltre sono le ipotesi
sull'origine delle varie classi, e massimamente delle idee universali, così si
moltiplicarono le sorgenti e sì intrecciarono a tal segno che su molti punti
regna ancora adesso la più grande oscurità. In questa nota P. s’occupa soltanto
dell'origine d’una specie di idee universali, rispetto alla mente umana, e
precisamente di quelle alle quali si dice che dia luogo il processo della così
detta induzione matematica. Le considerazioni seguenti chiariranno meglio il
carattere e la portata della presente ricerca. Se la così detta induzione
matematica è un principio o un metodo di prova, che cosa prova? Prova senza
dubbio la verità di un teorema cioè d'una proprietà che si risolve in un'idea
universale o più semplicemente in un universale. Seduta. Nasce la domanda:
qual'è dunque l'origine di questa idea? Data, per ipotesi. la natura logica
induttiva del principio o del metodo impiegato, bisogna rispondere: l'origine
di questa idea è induttiva, vale a dire, la nozione provata è un universale
formato per induzione logica. Risulta questa conseguenza: dunque nelle “sasa A
ci sono universali di origine induttiva. Ecco appunto la tesi dell'origine
induttiva di questa specie di universali, di cui mi propongo di dimostrare
l'assurdità. A tale scopo si esaminerà se il principio della così detta
induzione matematica sia logicamente implicito nei fondamenti @ nelle forme
metodiche delle matematiche. Questo esame ci porterà in- vece all'affermazione
inaspettata della natura deduttiva della co- sì detta induzione matematica. Ed
a sua volta questa conelu- sione getterà nuova luce sulla soluzione del
problema dell'ori- gine delle idee in discorso. Seguiranno alcune conclusioni
di qualche importanza sul metodo delle matematiche, sui sistemi relativi
all'origine delle idee, sulla natura e sul valore teoretico dell’universale,
sul con- cetto dell'infinito e del finito così nell'uomo come nelle cose e
finalmente sulla logica dello spirito e della natura. 2. Nel sistema @)... d)
dei postulati aritmetici proposto dal Padoa (*) il così detto principio
d'induzione completa è espresso nel modo seguente: « d) se una classe (di numeri)
contiene un numero non susseguente di aleun numero, e se il susseguente di
ciascun (*) A. Padoa, Z'hgorie des nombres entiers absolus, in Revue de Ma-
thématiques, VIII, 1902, p. 48. Ecco l’enunciato del principio di
induzione matematica secondo il Poincaré: « Si une propriété est vraie du
nombre 1, et si l'on établit qu'elle est vraie de #-+-1 pourvu qu'elle le soit
de n, elle sera vraie de tous les nombres entiers ». Cfr. Les mathématiques et
la logique, in Revue de métaphysique et de morale. Nov. 1905, p. 818. Cfr., anche dello
stesso A.: Za valeur de la science. Paris, Flammarion, p. 21. Secondo il Peano
(Aritmetica generale, Torino, Paravia, 1902, p.. 8) il « principio d’induzione
» viene espresso dalla Pp. seguente: ‘3 seCls.Oes:xeN, N 5. dx-*+4+-88:D.N0Ds
Induet (428) Sull'origine delle idee ecc. 5 _—=r—e e ouÙucmt cer 1 1 er
_____r_; numero della classe appartiene alla classe, allora 0927 numero
appartiene alla classe ». Siccome questo principio viene a dire in sostanza
che: « Se una proposizione è vera per lo zero, e, se coll'ammet- tere che essa
abbia luogo per un numero #, si può dimostrare, qualunque sia 2, che deve
sussistere ancora pel susseguente di n; allora essa è vera per 4uft i numeri »
('); così molto giu- stamente il Pieri propone di sostituirlo con quest'altro
giudizio esistenziale più facile e piano che può aversi come un surro- gato del
principio d'induzione : « IV) In qualsivoglia classe non illusoria di numeri
esiste almeno un numero che non è susseguente di alcun numero della classe »
(*). 8. Sebbene, come fu già detto, questo postulato venga indi- cato
comunemente col nome di principio d'induzione completa, tuttavia si vedrà che
non è fuor di proposito riaprire la que- stione colla domanda seguente: la
posizione di questo postulato implica veramente e necessariamente la posizione
d'un principio d'induzione ? Due gruppi d'argomenti filosofici rispondono
affermativa- mente a questa domanda, benchè differiscano alquanto nell’in-
terpretazione della natura e delle conseguenze epistemologiche dello stesso
principio. lì primo è rappresentato dal Poincaré (*), il secondo dal Varisco
(*). (1) M. Pieri, Sopra gli assiomi aritmetici. Dal Bollettino dell'Ac.
Gioenia di scienze naturali in Catania. Fasc. II. Sez. II. Gennaio, 1908, pp.
1-2. (*) Id., loc. cit., p. 2. (3) Cfr. Revue de métaphysique it de
morale. Nov. 1905, janvier, mai 1906. Questa serie di brillanti articoli sopra Zes mathématigues et
la logigue diede origine alla famosa polemica del Couturat, e provocò impor-
tanti risposte dei maggiori rappresentanti degli studj di logica matema- tica
dell'Italia (scuola del Peano) e dell'Inghilterra (scuola del Russell). (4) B.
Varisco, L'induzione matematica in La Cultura filosofica. Dir. De Sarlo, anno
II, n. 7, 15 luglio 1908, pp. 289-802. (429) bi Seduta del 20 giugno 1909. — A.
Pastore. 4. Ecco quali sono gli argomenti del Poincaré, vòlto a com- battere la
teoria del purismo che è sostenuta energicamente dai fautori della logica
matematica. Il principio d'induzione completa, che è usato nelle mate- matiche
ad ogni tratto e ifi più modi essenziali, non è una sem- plice convenzione,
come ‘2900 dai logici matematici, i quali vogliono vedervi una pura
definizione, per postulati, del numero intero (1. c., novemb. 1905, p. 818);
esso invece è un'intuizione vera e propria cioè un giudizio sintetico a priori,
ribelle alle prese di qualsiasi dimostrazione. Non è una definizione perchè
tutte le definizioni date del concetto di numero includono una peti- zione di
principio, introducendo nel secondo membro alcuni tet- mini che 9 sono già nel
soggetto, o sono noti solo per intuizione. Tali sono le definizioni del
Whitehead-Russell, del Burali- Forti-Pieri e dello Zermelo; definizioni viziose
perchè non pre- dicative. E così l'intuizione del principio induttivo
s’introduce surretiziamente nei postulati fondamentali dell'aritmetica. Inoltre
essa s'introduce anche nelle dimostrazioni, cioè dopo la posizione dei
postulati, ad es., nella teoria dei numeri cardinali infiniti col teorema di
Bernstein che è a questa fondamentale, e frat- tanto non può costituirsi senza
il principio di induzione (1. c., janvier, 1906, pp. 27-30), e, in genere in
tutta la geometria, perchè: « quel est en somme le théorème fondamental de la
géométrie? C'est
que les ariomes de la géométrie n'impliquent pas contradietion et, cela, on ne
peut pas le démontrer sans le principe d'induction » (1. e., janvier, 1906, p.
30). Finalmente questo
principio rivela la sua natura intuitiva, superiore ad ogni dimostrazione
logica, perchè « facendo applicazione diretta o in- diretta del principio di
induzione si ha l'intuizione diretta o in- diretta d'una successione di
ragionamenti, pei quali è sempre valida una proposizione data T(z) ». Ora per
provare che una data dimostrazione è valida non basta mostrare « qu'après 4 ou
5 syllogismes, les ariomes ne conduisent. pas è une contradie- - tion... Il fallait
montrer qu'on n'en rencontrerait pas davantage, quelque loin que l'on poursuive
la chaîne des raisonnements; c'est à ce prix seulement qu'il était permis
d'affirmer que les axiomes ne sont pas contradictoires » (1. c., janvier, 1906,
p. 26). (430) hA9‘Tt9tqmee
Sull'origine delle idee ecc, 7 _—<=ceeifce. 1 — is m___É__emd@—.- “té In
altri termini, la dimostrazione diretta per esempj non si può fare.
Bisognerebbe prendere tutte le conseguenze degli assiomi e vedere se non
implichino contradizioni. Ma questa verifica zione diretta è impossibile perchè
la serie è infinita, e non basta paragonare solo alcune conseguenze del
principio; bisogna para- gonarle tutte. Dunque la presenza del principio
induttivo di ma- tematica non può giustificarsi se non per via intuitiva. E, in
pari tempo, è una fortuna che sia così, perchè la logica analitica, di
proposizione in proposizione andando sempre dall’identico al- l'identico non si
riduce che ad un'immensa tautologia. E la ma- tematica resterebbe sterile, se
non fosse fecondata dal principio dell'intuizione (1. e., mai, 1906, p. 317).
5. Ecco ora quali sono gli argomenti del Varisco il quale, nell'articolo citato
al $ 3, disentendo col Poincaré, dopo aver riassunto con grande energia le
ragioni favorevoli alla tesi della presenza dell'induzione in matematica,
analogamente conclude: « Il procedimento induttivo è, in matematica,
essenziale, asso- lutamente imprescindibile. Senza di esso non sì può stabilire
alcuna delle prime regole di calcolo; anzi a rigore nemmeno il concetto di
alcuna operazione aritmetica » (p. 291). Il nerbo della sua dimostrazione si
può riassumere così: l'aritmetica presup- pone i tre postulati seguenti ('): a)
ci sono dei numeri; d) l'unità - 1 - è un numero; c) ogni numero ha un
suecessivo ed uno solo. Ma queste nozioni e specialmente il postulato €)
implicano il principio d'induzione; dunque l’aritmetica non può nè deve
prescindere dal concetto di induzione, se non vuole urtare contro il principio
di contradizione. Invero, assumere le dette cogni- zioni (includenti
inducibilità) e negare insieme l’inducibilità è un contradirsi. In altri
termini, come si prova che i tre postu- lati suddetti implicano l'induzione?
Osservando che i concetti di numero, successione, sommabilità, ricorrenza e
induzione, si (') L'A. dichiara di valersi ‘di uno scritto del Pieri
nell'espressione di questi postulati. ri I T (431) 8 Seduta del 20 giugno 1909,
— A. Pastore, —_ implicano reciprocamente. « In fondo, ciò, da cui è
giustificata l’induzione matematica è l'esistenza della serie numerica » (l.
c., p. 302). 6. Prima di esporre le ragioni che confutano la tesi dell'in-
duzione matematica noi possiamo assicurare che la presente di- scussione
sfuggirà a tutti gli sforzi di coloro che cercano di stabilire anzitutto se
l'induzione matematica si ponga per intui- zione o per definizione. Accordiamo
infatti che questo principio si ponga in un modo o nell'altro, ne risulterà di
primo tratto l'impossibilità di liberare la matematica che è tutta deduttiva
dalla presenza contradittoria. dell'induzione. L'errore diventa inevitabile.
Alcuni logici matematici cadono completamente in questo tranello. A forza di
cercare il luogo matematico più adatto per collocarvi l'induzione, si
persuasero d'aver trovata l'induzione medesima. 7. A parte quindi il quesito
dell'intuizione 0 della definizione, se tutto il fondo del ragionamento del
Poincaré si riduce a questo punto: « che la verificazione diretta, per
l'esempio, della verità di T(2) è impossibile perchè la serie è infinita » [il
che poi si riduce a identificare il così detto principio d'induzione matematica
col così detto principio d'induzione logica], è facile dimostrare che questa
dimostrazione non prova nulla. Infatti, nel porre le condizioni necessarie e
sufficienti di quel principio che si chiama comunemente di induzione com- pleta
(cfr. $ 2) non poniamo soltanto alcuni particolari di un universale, ma poniamo
tutto l'universale, cioè tutta la serie, perchè ne poniamo la legge. Anche
dato, ma non concesso (cf. $ 9), che coteste con di- zioni necessarie e
sufficienti alla verità di T() non si riducano alle condizioni richieste dalla
definizione del concetto di num ero, non sì può negare che con esse si pone
almeno una definizion e, una legge, un universale. Ciò posto, per verificare se
un ente determinato soddisfi o non soddisfi a questa definizione non si
richiede di percorrere (432) Sull'origine delle idee ecc. 9 Ao1TO _rrrrr__r
T—tT__TTrrPtr_,r__——m__,Ér sl tutta la serie infinita delle particolari
applicazioni di questo universale, non si tratta di impiegare un tempo più o
meno lungo per ottenere la certezza; basta fare il viaggio deduttivo che sì
compie nella formulazione di un sillogismo. La legge posta fa da premessa
maggiore, il particolare posto da premessa minore; la conclusione versa sulla
convenienza del termine mi- nore col maggiore. Se i particolari compresi
nell'universale sono infiniti, perchè negheremo che l'universale possa
costituirsi logicamente? L'uni- versale ‘è costituito dalle sue condizioni
necessarie e sufficienti; queste condizioni sono sempre determinate.
Distinguiamo accu- ratamente le condizioni necessarie e sufficienti
dell'universale, dai particolari (termini, individui) che stanno sotto
l'universale medesimo. Non è l'enumerazione di questi particolari denotati dal
soggetto, ma la simultaneità delle condizioni logiche con- notate dal predicato
che costituisce il fondamento della certezza del giudizio. Non è degli
individui che si tratta ma delle note; non de individuis loquimur sed de ideis.
Questo, secondo me, è il punto di vista veramente decisivo che bisogna tener
presente per intendere l'errore del Poincaré. 8. Il ragionamento del Varisco è
non meno incalzante. Am- mettete i tre postulati dell'aritmetica? (Cfr. $ 5).
Se no, cadete fuori dell'aritmetica data; se sì, siete costretti ad ammettere
il principio dell'induzione matematica che anche qui si identifica col così
detto principio d'induzione logica, perchè lo sì fa giu- stificare
coll'esistenza della serie numerica che è illimitata. Ecco due punti di
partenza che sembrano opposti. Ma il dilemma è esatto? Si sa che l’induzione è
un discorso che procede dal parti- colare all'universale, e si può anche concedere
che essa sia duplice: quantitativa e qualitativa. Ma la prima è cosa
insignificante perchè non le spetta altro valore che quello di essere o un pro-
cesso per enumerationem simplicem o una pura sintesi di osser- vazioni
staccate, o.una semplice ricapitolazione di conoscenze (dà rrévewv) 0
un'applicazione deduttiva di una legge nota ad un caso particolare. La seconda
invece ha vero carattere inven- tivo, perchè da un certo numero di casi
particolari osservati si (483) \ 10 | Seduta , —-—-rTrorrrrr_+—_—r-=r-r_-o.*-
rep12—- eleva senz'altro all’universale, la sua natura e il suo valore con-
sistono nel salire dal fatto all'ipotesi della legge. Ora può darsi che
l'esistenza della serie numerica giustifichi la presenza del- l'induzione? Tale
ipotesi non può essere logicamente sostenuta. Chi dice serie numerica dice
successione illimitata di partico- lari; chi dice induzione (matematica o no)
dice ragionamento dal particolare all’universale, sopra una successione
illimitata di particolari. La successione è una cosa, il ragionamento è
un'altra cosa, il ragionamento induttivo è ancora una cosa diversa. Pos- siamo
adunque accettare i tre postulati dell'aritmetica, senza essere forzati ad
ammettere l'induzione. 9. Eliminate queste objezioni, si deve considerare il problema
da un altro punto di vista. Che cosa si fa propriamente quando si pongono i
postulati dell'aritmetica e poi si applica il prin- cipio della così detta
induzione matematica per stabilire la va- lidità di un teorema T(z)? Quanto al
primo punto si può rispondere che, in genere, si pone la definizione di un
concetto. Ma di qual concetto? Del eoncetto di numero. Nel $ 4 non abbiamo
dissimulata l’obje- zione del Poincaré: « ogni def. del concetto di numero è
viziosa, perchè non predicativa ». Lasciando ora a chi vuole la cura di
sciogliere il punto dell'intuizione, si può pretendere di evitare l'accusa,
ponendo le tre nozioni seguenti: classe, non susseguente e susseguente,
espresse dai postulati seguenti: c'è una classe, c'è un non susseguente (*),
c'è un susseguente; poscia la defi- nizione seguente in cui le nozioni si
determinano reciprocamente : numero == classe . non susseguente . susseguente.
(*) Gioverà forse ricordare che trattandosi della serie N, il non seg. è 0, di
N, è 1, di Ns è 2, ecc. Le tre nozioni primitive: classe, non seq., e seq. sono
compatibili, indipendenti, arbitrarie e in pari tempo necessarie e sufficienti
alla costru- zione dell’aritmetica. Esse vengono espresse coi postulati
seguenti, secondo i simboli della logica matematica: No 8C/s.0eN , aeNo.D.@4-+
No. Cfr. Peano, Aritmetica generale, Torino, 1902, p. 8. Secondo l'Enriques «
la nu- merazione sì può basare sopra i postulati seguenti: Sia data una serie
di oggetti a, è, c... di cui si denotino i termini generali con A. Suppongasi,
(434) ei è ba ee e ; ‘I Sull'origine delle idee, ecc. 11 mt coil i colica RI «
Per numero s'intende l'affermazione simultanea di « classe, non susseguente e
susseguente » cioè il concetto di numero è de- finito dall'affermazione
simultanea di « classe, non susseguente e susseguente » ('). Infatti essendo
chiaro che ognuna di queste tre nozioni del pre- dicato non è che una nota del
soggetto, non si può dire che questa definizione del concetto di numero ineluda
petizione di principio. Quanto al secondo punto, si può rispondere che
l'enunciato della così detta induzione matematica a sua volta non fa che ri-
petere le condizioni necessarie e sufficienti del concetto di nu- mero, cioè
quei postulati che furono dianzi considerati come le condizioni definitrici dello
stesso concetto. Infatti, paragonando la formola della così detta proprietà
induttiva, dichiarata al $ 2 nota 13, con quella della definizione del concetto
di numero, di- chiarata nel presente $ 9 nota 2, è evidente che fra esse non
passa alcuna differenza. per tale serie, che: 1° ogni oggetto ubbia un
successivo determinato; 2° ogni oggetto, all'infuori di uno (il primo) che non
succede ad altri abbia un determinato precedente; 3° valga la proprietà
seguente (principio di induzione matematica): se una classe di oggetti è tale
che insieme con A contenga il suo successivo, e se contiene 4, essa conterrà
tutti gli elementi della serie 2, d, c...» (Cfr. Problemi della scienza,
Bologna, Zanichelli, 1906. () In conseguenza la def. del concetto di numero si
può anche espri- mere così, affermando simultaneamente i tre postulati suddetti
e chiamando s la classe dei numeri di cui si tratta: seCls. Oss: zeNo Ns.Da. 0
+ 88:D. No ds. Se noi supponiamo che s sia una classe (di numeri), che 0
appartenga a questa classe, e ancora che, se # è un numero appartenente ad s,
si de- duca, qualunque sia 7, che anche il suo successivo 2-- appartenga &
questa classe, allora ogni numero è un s. Questa proposizione si può leg- gere:
Se s è una proprietà: se 0 ha questa proprietà; se ogni volta che un numero ha
questa proprietà anche il suo successivo ha la stessa pro- prietà, allora ogni
numero ha questa proprietà; cioè noi potremo dire che ogni numero appartiene
alla classe s a condizione che s sia una proprietà, che 0 abbia questa
proprietà, e che ogni volta che un numero ha questa pro- prietà anche il suo
successivo abbia la stessa proprietà. È manifesto che, soddisfatte queste
condizioni, il concetto di s è il concetto di numero, e, in pari tempo, che
questa proposizione non differisce affatto da quella che si chiama comunemente
« principio d'induzione ». Seduta. Dunque, in ultima analisi, si può
conchiudere che ciò che è vero per i postulati del numero (concetto di mumero),
è ap- punto ciò che è vero per le condizioni della prova da 2 ad n + 1
(proprietà così detta induttiva); donde segue che l'applicazione del così detto
principio di induzione matematica si riduce all'ap- plicazione di un vero e
proprio processo deduttivo ('). Chiariamo meglio questa conclusione. La
definizione del concetto di numero viene a dire in so- stanza che: « in
qualsivoglia classe non illusoria di numeri, ciò che è vero per i postulati del
numero, cioè pel concetto di nu- mero, è vero per tutti i numeri »; e così è
posta la premessa maggiore del sillogismo. (*) La verità di questa conclusione
fu già sentita anche dal Burali- Forti il quale, nella sua Zogica matematica,
Hoepli, Milano 1894, a pro- posito del numero degli individui d'una classe,
scrive: « osserviamo che non bisogna confondere il principio di induzione
matematica col principio di induzione dei logici, Questo è espresso dalla
formola: a De. d De:= a vbIe (P. VII), ed è adoperato, sotto una forma un po'
diversa, che potrebbe chiamarsi, di induzione incompleta, nelle scienze
sperimentali. Verificato, p. es., che i corpi che sono sottoposti ad esperienza
godono della proprietà di essere porosi, concludiamo, per induzione che tutti i
corpi sono porosi, comprendendo nei tutti anche i corpi che non sono stati
sottoposti ad esperienza. Il principio di induzione matematica ha quindi niente
a che fare col principio di induzione dei logici (composizione per somma) e
potrebbe, più propriamente, essere chiumato principio di dedu- zione completa,
poichè con esso si ammette vera una proprietà che sem- brerebbe tale solo dopo
nn numero infinito di deduzioni (pag. 103). Da questo passo si rileva dunque
quanto sia improprio identificare, come fa il Poincaré, ad es., la così detta
induzione matematica colla così detta in- duzione logica. Però mi reca
veramente sorpresa il vedere che, non ostante il chiaro riconoscimento della
natura deduttiva della così detta induzione matematica, si continui ad
accettare nella terminologia della logica ma- tematica lo sconcio di una
induzione che è una deduzione, inoltre che si trovi più propria l'espressione
deduzione completa come sr si potesse par- lare logicamente di deduzione
incompleta; infine che si proponga analoga- mente come più propria
l'espressione induzione incompleta per designare il principio di induzione dei
logici, come se si potesse parlare ancora di induzione logica completa, mentre
è chiaro che l'induzione non ha nè na- tura nè valore logico, essendo un
processo psicologico, puramente euristico (436) Sull'origine delle idee eco. 13
se: Operando sopra T(x) si cerca « se T(x) è vero per tutti i postulati del
numero, cioè per il concetto di numero »; e così sì pone la premessa minore.
Fatti i calcoli si conclude: « dunque T(x) è vero, o non è vero, per tutti i
numeri » } e così sì for- mola l’illazione, chiudendo il processo del
sillogismo. È chiaro che la premessa minore non fa che verificare le condizioni
dell'identità del concetto di numero, affermando che ciò che è è, componendo
tutte e sole le note essenziali del con; cetto, cioè istituendo un'eguaglianza
tra due membri, dei quali il primo è un concetto dato e l'altro è posto nella
forma d'un prodotto. Parimenti è chiaro che la verità universale di T(x) non
dipende punto dal fatto che T(x) valga per uz qualsivoglia valore particolare
di x compresi quelli ai quali non abbiamo ancora esteso il calcolo
effettivamente; ma dal fatto che T(x) vale per il concetto di numero che è la
legge di tutti i numeri. Come già fa osservato al S 7, sì capisce che,
trattandosi di una serie illimitata di numeri in cui « ogni numero ha un sue-
cessivo » il processo del calcolo abbracciato effettivamente non si estende mai
se non ad un tratto finito della serie numerica. Ma, lo ripeto, a stabilire la
verità di T(z) non serve già la co- gnizione di ciò che vale per le infinite
parti determinate della serie numerica che si possono per esempio calcolare,
bensì serve il pensiero di ciò che vale per tutte e sole le condizioni
essenziali che sono incluse comprensivamente nel concetto totale di numero. E
questo significa che in tutte le successive operazioni mentali non si fa che
constatare la verità di una legge essenziale al con- cetto di numero. Dunque il
matematico non fa alcuna induzione usando la prova da n ad #-+ 1, ma fa una
semplice applicazione di una legge nota ai varj casi particolari, perchè
procede dal concetto. In una parola chi pensa il numero pensa tutti numeri
perchè ne pensa il concetto, cioè la legge. e poetico, buono alla posizione
dell'ipotesi, e ad ogni modo, per quello che è, conservando il tipo del
discorso saltuario dal particolare (serie incom-. pleta) al generale (serie
completa) come se esso ‘potesse perdere il suo ca- rattere essenziale di
processo di incompleta validità. 9 9 (437), 14 Seduta . È questo un gran vero
che non basta intravedere ma bisogna porre nella sua debita luce e a cui deve
essere informata la teoria così scientifica come filosofica dell'operazione
logica di cui si tratta (1). 10. L'insussistenza dell'induzione matematica
apparisce pur manifi per lo stesso verso ove si ponga mente ai processi delle
dimostrazioni per uguaglianza nel conchiudere che si impiegano in geometria. Si
dirà: Quando si dimostrano i teoremi del trian- golo, p. es. sopra un solo
triangolo disegnato sulla lavagna, non si afferma forse che quei teoremi son
veri per tutti i triangoli, provando e riprovando che con qualsiasi altro
triangolo, gli stessi teoremi si possono dimostrare analogamente? Sia pure (*),
ma perchè ciò? Perchè disegnando qualsivoglia altro triangolo, io non
costituisco punto nuovi rapporti costanti fra gli elementi costanti del
triangolo; non faccio altro che esemplificare, veri- ficare, constatare,
insomma restare sempre nelle stesse condizioni logiche che sono essenziali al
concetto di triangolo (3). (*) Per far rilevare meglio il valore sistematico di
questa forma e la sua funzione, osserviamo che essa si riduce materialmente al
giudizio u@< fn, «se è vero «» (il sistema delle premesse) « è vero 8» (la
conclusione); ed equivale al giudizio. categorico composto «@=0» oppure «8
>0» cioè «o non è yero @» (sono false una 0 più premesse) « oppure è yero f
» (nel caso che nessuna delle premesse sia falsa, cioè che «> 0). Sarà forse
ancora utile il rilievo seguente. Anche quando si afferma che « l'induzione è
adoperata in matematica per scoprire la legge di una serie, nella quale il
valore dei termini dipende dal posto che essi occupano nella serie »; è che
«essa è certa solo quando c'è perfetta analogia fra tutti i termini della serie
», «in ogni altro caso l’induzione è fallace » (cfr. Masci, Logica, p. 483); è
chiaro che la condizione della perfetta analogia non fa altro che invocare le
condizioni essenziali comprese nei postulati del numero, da cui risulta per
deduzione la validità del teorema T(2). (*) Mettendoci poi dal punto di vista
dello Staudt non resta neanche più opportuno tener conto di questa objezione.
(Cfr. Staudt, Geometria di posizione. Trad. Pieri). (*) Una soluzione analoga
fu già indicata dal Locke, per ciò che ri- guarda la realtà delle nostre
conoscenze matematiche: « Il matematico in- daga la verità e le proprietà che
appartengono ad un rettangolo o ad un circolo, considerandole soltanto quali
sono in idea nel suo spirito; perchè (488) Tk+— Sull'oriyine delle idee ecc. 15
Dunque anche in questo caso il parlare di induzione per eguaglianza nel
conchiudere o per qualsiasi altro motivo è un non senso. Inoltre non dobbiamo
neppur credere di poter costruire geometricamente più triangoli diversi se
possiamo disegnarne in- finiti sopra la lavagna; perchè il triangolo è uno
solo, sebbene le rappresentazioni particolari (cioè i triangoli) siano
infinite. Anche qui converrà ricordare che chi pensa il triangolo peisa tutti i
triangoli, perchè ne pensa il concetto. Non è dunque a giusto titolo che si
presenta generalmente questa prova come la controparte del sillogismo,
affermando che essa consiste nel trarre da più casi particolari una conclusione
generale. Il suo carattere essenziale, infatti, non consiste punto nell'elevare
il nostro spirito dalla conoscenza dei fatti a quella delle leggi o dei
principj che li contengono virtualmente, ma nel farlo discen- dere — al
contrario — dai principj e dalle leggi alle diverse ap- plicazioni particolari
di cui essi sono suscettibili. In conclusione noi abbiamo il diritto di muovere
ai sostenitori dell'induzione matematica questo argomento: Voi provate
l’impiego dell'indu- egli non ha forse mai trovato nella sua vita alcuna di
queste figure ina- tematicamente, vale a dire, precisamente ed esattamente
vera. Il che però non toglie che la cognizione che egli ha di qualsivoglia verità
o proprietà appartenente al circolo o a qualsivoglia altra fizura matematica,
non sia vera e certa, anche rispetto alle cose che esistono nella realtà,
poichè le cose reali non hanno a che fare in questa specie di proposizioni, e
non vi sono considerate fuorchè in quanto esse convengano in realtà con gli ar-
chetipi che sono nello spirito del matematico. È vero dell'idea di triangolo
che i suoi tre angoli son eguali a due retti? Lo stesso sarà pur vero di un
triangolo in qualunque luogo esso realmente esista. Ma che qualunque altra
figura attualmente esistente non sia conforme esattamente all'idea del
triangolo che egli ha nello spirito, ciò non ha assolutamente nulla a che fare
con questa proposizione. Quindi il matematico vede senza dubbio che tutta la
sua cognizione concernente questa specie di idee è reale; poichè non
considerando le cose fuorchè in quanto convengono con queste idee che egli ha
nello spirito, è certo che tutto quanto egli sa sopra queste fivure, mentre non
ha che una esistenza idezle nel suo spirito, sarà pur veru rispetto a queste
stesse figure: se esse vengono a prendere esistenza reale nella materia; le sue
riflessioni non versano che su queste figure, che sono le stesse, ovungqne e dî
qualsiasi modo esse siano esistenti ». Locke, Essay on Human Understanding. i
(439) ; ; b b ] 16 Seduta . zione
matematica con un ragionamento, da cui deriva la giusti- ficazione del
principio opposto, cioè della deduzione. Inoltre, sop- primete questa deduzione
nella prova da n ad 2-+-1, e voi fate scomparire ad un tratto tutta la certezza
scientifica di tale prova. 11. Abbiamo esaminato gli argomenti dei fautori
della così detta induzione matematica, argomenti che si possono esprimere così:
« l’induzione è essenziale alla matematica perchè è implicita sia nei postulati
dell'aritmetica sia nelle dimostrazioni riducibili ai casi della prova da x ad
#-++1 o delle eguaglianze nel con- chiudere in geometria », ed abbiamo
dimostrato Sho dueo argo- menti non hanno valore, vale a dire che l'induzione
non è essen- ziale alle matematiche nè come assioma nè come metodo. La
conclusione di questa analisi si può esprimere dicendo che le matematiche, le
quali finora sono state più abili a tormentarsi che lo stesso scetticismo, sono
completamente indipendenti dal processo induttivo. 12. Da ciò può facilmente
dedursi, come corollario, che nessuna idea universale di cui si raggiunga la
certezza matematica, trae la sua origine dalla induzione ('). Dunque non è vero
che le frontiere della scienza si allarghino per generalizzazione come’ vuole
il Poinearé (*); perchè se l'induzione, come procedimento ipotetico, ha un
valore euristico incontrastato ed incontrastabile, come processo logico non ne
ha alcuno. L'espressione induszone, (*) « Neque enim inductio singularium
unquam necessitatem univer-' salem infert ». Leibniz, Zentamina Theodiceae.
Questa conclusione — per una nuova via — viene a confermare il principio
generale della critica kantiana x« che l’induzione non può fornire proposizioni
apodittiche »; quali sono appunto, secondo Kant, le proposizioni della
matematica; mentre evita lo scoglio della intuizione. Essa contrasta, quindi,
l'atteggiamento assunto dal Guastella il quale, combattendo la teorica del Kant
afferma che « qui, ' come da per tutto, non è che l’induzione quella che può
stabilire una ve-' rità generale » (Cfr. Saggio sulla teoria della conoscenza.
I. Sui limiti’ e l'oggetto della conoscenza a priori, p. 332) « Kant come tutti
gli avver-' sarî dell’empirisinmo non comprende questa semplice verità, che ogni
de-' dozione suppone un’induzione anteriore » (op. cit., p. 337, nota). I L (*)
Poincaré, Za valeur etc., p. 30. (440) deli Peet Sull'origine delle idee eco.
17 Asa e oo _ocro oe Ser, reti matematica è contradittoria quanto l'espressione
indusione de- duttiva. Entrambe non conducono che all’assurdo ('). 13. Un'altra
conseguenza di qualche importanza per la filosofia del metodo delle matematiche
è la seguente: In \nessun caso, per nessuna ragione, l'induzione può
considerarsi come il pro- cesso logico inverso della deduzione; posto che la
logica sì de- finisca la scienza delle relazioni necessarie, e che le relazioni
induttive siano — come non vha dubbio — assolutamente sfor- nite del carattere
di necessità. D'altronde non è il processo logico necessario che si presti, per
sua duplice natura, ad essere ascen- sivo o discensivo secondo i casi. È lo
spirito che ha la possi- bilità di percorrere la serie unica nei due versi, e
sono questi versi che hanno semplice valore convenzionale e soggettivo come
l'alto e il basso, il destro e il sinistro, l'avanti e l'indietro, ri- spetto
alla persona che parla. Le relazioni necessarie che sì de- ducono colle
operazioni logiche dell'addizione e della sottrazione, della moltiplicazione e
della divisione, dell’elevazione a potenza (*) Basterà ora citare le
dichiarazioni del Boutroux che ritiene valido nelle matematiche il ragionamento
induttivo per ricorrenza e vede nell’in- tuizione uno dei caratteri più
importanti che differenziano le matematiche dalla logica, per dimostrarne l'assurdità.
«
Qu'y a-t-il de noveau dans les mathématiques, comparées è la logique d'une
manière générale ? l'intuition. Qu'est done ce qui caractérise l’intuition
mathématique ? La logique... suppose un tout donné, un concept dont elle se
propose l’analyse... Les mathéma- tiques, au contraire, font une ocuvre
essentiellement synthétique... L'intuition mathématique est donc bien quelque
chose de nouveau; mais n'est-elle que cela? En mathématiques il y a plus. Les
définitions fondamentales ne sont pas de simples propositions... (p. 22). Il en
est de méme pour les démon- strations. Les mathématiques exigent, en maint
endroit, un mode de raison- mement qui est autre que la déduction logique. Il
consiste è généraliser avec force demonstrative le résultat d'une démonstration
particulière... on appelle ce mode de démonstration raisonnement par
récuence... (p. 23), Ce raisonnement est une sorte d'induetion apodictique. Il
y a induction, car la démonstration porte ici tout d'abord sur le particulier,
et la générali- sation ne vient qu'après. Et l’induction est apodictique,
puisqu'elle est stendue è tous les cas possibles... etc. » (p. 24). (De l'idée
de loi naturelle dans la science et la philosophie contemporaines, Paris,
1895). (441) 18 Seduta del 20
gingno 1909 — A. Pastore, e dell'estrazione di radice, ad esempio, non
acquistano interpre- tazione ascensiva o discensiva, diretta od inversa se non
per con- venzione psicologica. Analogamente sarà comodo mantenere nelle
formalità della scienza la terminologia delle operazioni dirette ed inverse; ma
sarà sempre erroneo supporre che il processo logico (che è poi la deduzione)
sia duplice: diretto ed inverso. La deduzione è una. I nomi possono essere
infiniti. Ma simpatizzare coi nomi è cosa puerile. 14. Ci è impossibile negare
che la prova della validità di un teorema si riduca all'applicazione deduttiva
di una lesge nota (postulati del numero) ad un caso particolare; non ci rimane
che domandarei: che cosa significa quel campo di validità univer- sale in cui
si rende vero il particolare? Significa la posizione di una serie. Scoprire un
teorema nuovo vuol dire scoprire una nuova serie particolare nella serie
generale dei numeri. Tutte le serie particolari che sono valide, rientrano
nella serie generale unica, ma non sono la medesima cosa; e la varietà delle
serie regolari, nou altera punto la loro certezza. L'aritmetica non è altro che
un calcolo di serie. Quindi il problema più generale del calcolo si può
enunciare così: data la serie generale dei numeri (le cui proprietà son
definite dalle nozioni incluse nei postulati) trovare tutte le serie
particolari che sono valide dentro di essa. La condizione necessaria e
sufficiente per la validità delle serie particolari è sempre la stessa: ogni
serie dev'essere vera per tutti i postulati del numero; e la regola di
formazione d'ogni serie è unica: non contradire le condizioni dei postulati che
co- stituiscono la ragione della serie. 15. Fin qui abbiamo consultato il vero
scientifico, ascoltando la voce della eritica: dobbiamo ora intendere anche la
voce della speculazione pura in ordine al problema dell'origine e del valore
teoretico dell'universale, che costituisce il problema capitale della
filosofia, Primo principio, per questo nobile intento, è che il concetto
dell'universale è propriamente il concetto della legge, sia che si (442) TT!”
Sull’origine dalle idee ecc. 19 tragga dai rapporti costanti delle idee, sia
che sì tragga dai rapporti costanti delle cose. Benchè la formazione delle idee
venga preceduta psicologica- mente dalle intuizioni sensibili degli individui
ed abbia mestieri delle operazioni della riflessione e della riproduzione, del
paragone, dell'astrazione e della sintesi, tuttavia questo antefatto, che può
anche essere frutto di un lavoro induttivo o di generalizzazione, non impedisce
la natura e l'origine essenzialmente dednttiva degli universali, corrispondenti
ai rapporti costanti (generi) così del pen- siero come della realtà. Questa
origine deduttiva ha luogo solo quando lo spirito, libero nella posizione dei
snoi postulati e sicuro nell'uso dei suoi strumenti deduttivi di ricerca e di
prova, premesso un sistema o sinopsi qualunque di relazioni fisiche o logiche
(casi di osservazione o di riflessione) in cui entri una data quantità o
proprietà, e avendo trovato di quali qualità o elementi essa è data
indipendentemente (a mezzo della elimina- zione) e di quali è funzione (a mezzo
della risoluzione), conclude di necessità ponendo insieme, in uma sola idea
universale o con- cetto, tutti e solo gli elementi comuni a un dato ordine di
enti, cioè ad una data serie reale o ideale. E così la natura dell'uni- versale
si immedesima colla natura della legge di quella serie che costituisce appunto
il fondamento della sua necessità. i Di qui scende che l’idea universale non prende
origine nè dalle sensazioni nè dagli individui, donde si spicca per una vera
differenza qualitativa fondata sui caratteri di universalità è di necessità, ma
dai rapporti costanti; in altri termini, che l'idea universale non è l'idea
prima e l'antecedente d'ogni cognizione, ma un objetto nuovo, formato
dall'intelletto coi modelli de- duttivi e sul fondamento della natura e dello
spirito, a meno che non si voglia confondere il prodotto della coscienza
empirica primordiale, col prodotto della coscienza scientifica. 16. Ma questo
principio ha bisogno di uno schiarimento. Come e donde più precisamente si trae
la legge? Pure am- mettendo la distinzione comune fra il mondo esterno e
l'interno, io sostengo che il processo di formazione delle leggi è uno solo: la
deduzione. Solo è da avvertire che la deduzione prende due aspetti : (443)
5240) Seduta del 20 giugno 1909. — A, Pastore. e n - _r_rr o ——_——_—m&<
per le leggi fisiche è deduzione sperimentale e si riduce allo spe- rimento;
per le leggi logiche è deduzione razionale e si riduce al calcolo. Mezzo della
prima è il modello; della seconda, l'equa- zione (*). i La prima ci pone di
fronte alla necessità della natura; la seconda, alla necessità dello spirito.
Natura e spirito, oltre all'infinita varietà degli individuì e delle
sensazioni, presentano un'infinita varietà di rapporti costanti (generi,
ordini, classi, serie, ecc.), e sono tanto poco sforniti di necessità che in
moltissimi casi i loro due processi conducono alle medesime conseguenze. Anzi,
l'intrinseca cognizione delle necessità si trova solo nella cognizione di
questa, che si potrebbe dire adaequatio necessitatis rei et intellectus, per
cui al rapporto costante della natura, corrisponde il rapporto costante del
pen- siero. Qual sia poi il grado e il valore di tale corrispondenza, spetta
solo alla teoria della conoscenza il dichiarare. Si potrebbe esprimere lo
stesso principio osservando che una legge fisica non è mai esclusivamente
oggettiva (i re), così come una legge logica non è mai esclusivamente soggettiva
(i intellectu). Invero, le leggi siano fisiche, siano logiche, non sono più nè
oggettive, nè soggettive: la loro natura e la loro validità universale le
pongono al di sopra di queste separate e volgari con- siderazioni, e la
scoperta della corrispondenza delle due necessità, scioglie finalmente il reale
da ogni velo sensibile e ci fa ascendere al concetto dell'infinita verità. 17.
Da questo punto di vista sintetico si possono criticare sommariamente tutte le
teorie finora proposte sull'origine degli universali e superare le soluzioni
esclusive del soggettivismo e dell'oggettivismo. Il sistema di Platone rende
impossibile ogni soluzione eri- tica, perchè scioglie dogmaticamente il
problema colla proposi- (!) Equazione e sillogismo tornano ad uno. (444) ‘989
Sull'origine delle idee ecc. 21 zione mistica della vita anteriore. Il suo
innatismo è dedotto dal nulla. Si prosegua il ragionamento di Platone; nessun
filo- sofo avrebbe il diritto di mettere un limite alla libertà del sentimento
e della fantasia. L'innatismo trascendentale di Pla- tone è l’apologia di
un'aberrazione mitica infinita. L'umico me- rito che gli rimanga è il
riconoscimento del valore ywororéy dell'idea e la considerazione dei generi
nella realtà. Il sistema di Aristotele, anche allorchè, negando la teoria della
reminiscenza trascendentale, sale dal rozzo sensismo alle forme più elevate
dell'intellettualismo per giustificare la presenza dei caratteri della
necessità e dell'universalità delle idee, lungi dall'innalzarci
all’interpretazione delle due necessità, ci induce a supporre che la sua mente
sia ancora indecisa nella solu- zione; anche allorquando attribuisce
all'intelletto attivo la for- mazione dell'universale, invece di spiegare il
lavoro compiuto da cotesto intelletto, resta nell'imbarazzo di un'affermazione
ine- splicabile. I sistemi teosofici, gnostici, dommatici e patristici sono
signoreggiati da una metafisica così insipida, vieta e iterativa che non
aggiungono aleun contributo nuovo alla critica. Il realismo della Scolastica
sfugge arditamente all'idealismo dei soggettivisti; ma a qual patto? a patto di
trasportare l'idea- lismo nel seno dell'oggettività e di sopprimere
l'individuo. Il nominalismo, nella sua dotta ignoranza, risolve la scienza in
una chimera; quando Roscelino sentenzia che il genere non è che una parola,
/f4/us vocis, gli nega il fatto incontestabile della necessità e sopprime la
legge. N concettualismo si propose, è vero, di trovare una solu- zione
eclettica, capace di spiegare l'individuo e il genere, la sensazione e l’idea,
ma restò impotente nella sua impresa, perchè confuse l'universale colla
totalità dei particolari, il genere colla collezione degli individui, mentre si
sa che il genere non att- menta nè diminuisce quando aumentano o diminuiscono
gli in- dividui che esso denota. Il sistema di Cartesio, benchè riduca tutte le
proprietà degli spiriti al pensiero, tutte le proprietà dei corpi alla esten-
sione, e quindi ammetta che i due ordini di fatti si svolgono in. Seduta. e
corrispondenza occasionale l'uno coll’altro e infine, concentrando i suoi
sforzi nella dimostrazione della necessità matematica, non si sgomenti al
pensiero di spiegare tutti i fenomeni esterni se- condo le pure leggi della
meccanica e ridurre la fisica alla matematica, tuttavia in primo luogo, non si
sottrae all'errore di trattare i reali come essenze astratte; in secondo luogo,
distin- guendo dogmaticamente tre sorta di idee nel nostro pensiero — innate,
avventizie e fattizie — e ponendo come la più perfetta di tutte l'idea innata
di Dio, che egli considera come la sola sostanza creante il mondo
continuamente, invece di risolvere in modo nuovo la questione dell'origine
delle idee, non fa che ri- produrre una ipotesi infeconda. Il sistema di
Geulinx, esplicando l’occasionalismo innato di Cartesio, giunge a più maturo
concetto della corrispondenza fra gli spiriti (ordine delle idee) e i corpi
(ordine delle cose), ma, negata la possibilità di qualsiasi azione reciproca e
pure ammessa la relazione fra i due ordini, secondo il celebre para- gone dei
due orologi i quali possono perfettamente accordars pure essendo indipendenti
l'uno dall'altro, sulla questione della origine delle idee, conduce al più
sfrenato misticismo, annullando gli spiriti in Dio. Il sistema di Malebranche,
sempre più sviluppando il panteismo e l'occasionalismo implicito di Cartesio,
sfiora an- ch'esso una parte della verità col principio dell'armonia occa-
sionale, ma invece di sgombrarsi il campo, s'ingolfa del parii nella teoria
semplicistica della visione ideale, annullando i corpi in Dio. Il sistema di
Spinoza si eleva al meraviglioso concetto dell'identità dell’ordine delle cose
e dell'ordine delle idee — ordo ae connexio rerum idem est ac ordo et connerio
idearum — cioè identifica la logica del pensiero colla logica della na- tura,
mostra la necessità là dove essa appare realmente, cioè nella duplice faccia
della sostanza universale, contempla tutto il reale dal punto di vista
dell'infinità, della legge, della dedu- zione; ma, rapito dall'ideale esclusivo
di una deduzione a priori, non penetra tutto il processo con cui si forma
l'universale, non capisce la natura ed il valore logico dello sperimento,
perchè (446) belt LT hd i Sull'origine delle idee eco. 23 non capisce
bastantemente la funzione e il valore dei modi della sostanza. Insomma, la
natura naturante e la natura naturata solo gratuitamente s'adeguano fra loro
pel dogmatismo arbitrario della metafisica. i Il sistema di Leibniz riafferra
esso pure il concetto dell'ar- monia fra l'anima e il corpo, ma la negazione
d'ogni influenza reciproca, il pregiudizio di quell'io monadico in sè che vede
dentro sè l'universo e d'ogni monade semplice indivisibile in- comunicabile
prestabilita allo stesso lavoro per tutto l'universo, che ora è il corpo o il
dominato e fa l'uno, ora è l'elemento del corpo o il dominato e fa il multiplo,
infine l'oblio perfetto del metodo sperimentale non ci consentono di segnirlo
nella sua corsa trasmon- dana, intesa a cercare in Dio la soluzione che gli
sfugge continua- mente su questa terra. E benchè in vero si meriti uno dei
posti più notevoli nella storia del problema dell'origine delle idee, perchè,
colla sua celebre eccezione al principio dell'empirismo, sostiene che
l'intelletto non associa meccanicamente le rappresentazioni ma secondo principj
che trae da sè medesimo, benchè stabilisca un intimo rapporto fra le verità di
fatto e le verità ideali e dichiari che queste ultime si svolgono colla pura
analisi e col paragone delle nostre idee, tuttavia, con la ipotesi delle
disposi- zioni o preformazioni virtuali, s'imprigiona inesorabilmente nel-
l'innatismo. Il sistema di Locke è straordinario nella sua penetrazione, Pochi
filosofi superano il sensista di Bristol nella conoscenza chiara, franca e
feconda dei caratteri delle idee universali; tut- tavia la sua teoria sulla
formazione degli universali compiuta dalla riflessione per mezzo
dell'astrazione sui materiali primi offerti dalle sensazioni non fornisce già
una prova, ma un indice; _ poi non si fonda abbastanza sul concetto della serie
e della sua legge, versa sul piano di un processo prevalentemente psicologico,
ignora la funzione deduttiva, euristica e provvisoria dei modelli e in fine non
concepisce la corrispondenza della duplice ne- cessità, Il sistema di Berkeley,
facendo corrispondere alle idee una causa unica e suprema, cioè Dio, il quale
provvede che esse succedano nel nostro spirito secondo un ordine costante allo
(447) 24 Seduta del 20 giugno 1909, — A. Pastore. scopo di regolare la nostra
vita pratica, nega addirittura alle cose esterne ogni realtà, quindi, malgrado
il suo idealismo em- pirico, si taglia fuori dalla scienza e non fornisce
alcuno schia- rimento utile sull'origine degli universali. Il sistema di Hume,
riguardando ogni cosa come aeciden- tale, da un lato spoglia d'ogni carattere
di necessità, di uni- versalità e di razionalità così lo spirito come la
materia, dal- l'altro ricostruisce scetticamente la scienza coll'abitudine, ma
sull'origine delle idee non supera le deficienze e le objezioni già appuntate
nel sistema di Locke. Il sistema degli Scozzesi annaspa vanamente col sèmpli-
cismo del senso comune, tentando non di risolvere ma di di- struggere la
difficoltà. Il sistema di Condillac, sacrificando la riflessione lockiana,
scende ancor più basso la scala delle conoscenze e col principio della
sensazione trasformata offre un'uscita impossibile all'ori- gine delle idee
universali, impossibile al concetto del concetto. Il sistema di Kant,
riconoscendo i limiti e l'importanza del- l'esperienza sensibile, rispetto
all'origine delle idee universali, su- pera la posizione grossolana
dell'empirismo puro e del sensismo, però ricasca nel vuoto delle idee 4 priori
necessarie al giudizio, perchè, mentre da una parte afferma che lo spirito non
può cono- scere le cose in sè, dall'altra attribuisce dogmaticamente l’univer-
salità e la necessità delle idee solo alle forme del soggetto. E così, non
ponendo la correlazione tra le necessità dei due mondi, anzi imponendo le idee
alle cose, in nessun caso si manifesta capace di scoprire le leggi
dell'oggettività nè col calcolo nè collo spe- rimento. Laonde infine si chiude
in un soggettivismo idealistico tanto scettico che pare una disperazione. Il
sistema dell’idealismo postkantiano, riprendendo il volo della metafisica, con
Fichte esalta è vero la deduzione delle ca- tegorie ma, non riuscendo nè a
identificare legittimamente il soggetto e l'oggetto, nè a dimostrare
l'unificazione della duplice necessità, soffoca le idee universali
nell’impotente solitudine del puro zo e non varca i confini dell'ipotesi; con
Schelling ora mantiene il parallelismo della serie naturale esterna e inconsa-
pevole e della serie spirituale interna e consapevole, ora si pro- (448)
Snli'origine delle idee ecc. 25 pone di dominarlo col principio assoluto
dell'identità degli op- posti; ma procedendo in tutto dogmaticamente, non
dissipa le ombre sull'origine delle idee, e invece di forzare l'assenso, s'av-
volge nella mitologia, nella contemplazione estetica e nel misti- cismo; con
Hegel s'innalza, è vero, alla composizione dialettica delle due necessità della
natura e dello spirito in una sola ra- gione rivelantesi nella concettuale
universalità di logo, natura e spirito, molto giustamente si propone il
concetto del concetto e, ricollegandosi allo Spinoza, celebra il concetto filosofico
su- premo che ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è reale; ma
poi, quando procede alla giustificazione, lungi dal di- chiarare l'origine
delle idee, l'oscura di mille doppj. lungi dal convincere stupisce, lungi dal
dimostrare pontifica in nome di un idealismo assoluto che assorbe l'essere
nell'idea, deforma l'esperienza, ignora l'esperimento, scambia l'artificio
ternario della dialettica col processo deduttivo, s'interdice la possibilità
delle scienze esatte, confonde insomma la sua pseudo-logica colla più intrepida
metafisica. Il sistema dell’associazionismo, riluttando al concetto del
concetto e della duplice necessità, e volendo risalire alle sor- genti degli
universali, suppone erroneamente che il processo psi- cologico dell'associazione
possa garantire l'universalità e la ne- cessità alle idee, mentre, fuori del
processo logico, tale genesi diventa inesplicabile. Il sistema
dell'evoluzionismo, viziato dall'ipotesi dell'empi- rismo della specie,
corrotto dall'ipotesi dell'innatismo dell’indi- viduo, svela tutte le
contradizioni di questi due principj esclusivi che non riesce nè a comporre nè
a superare e non porta neppure sul terreno logico il problema dell'origine
degli universali. Il sistema del positivismo, prigioniero del principio del-
l'esperienza, contrastando il dominio della deduzione per esaltare il metodo
induttivo, immola — suo malgrado — il calcolo e l'esperimento e così si
interdice la conquista della verità. Il sistema di Rosmini finalmente, ponendo
l'idea dell'es- sere come l'unica forma originaria dell'umano intelletto,
merita una considerazione maggiore perchè, più d'ogni altro, affronta il
problema dell'origine delle idee. È noto che SERBATI (vedasi), considerando. Seduta.
tutte le idee possedute dall'umano intelletto, distingue in esse due cose:
l'essere indeterminato e le determinazioni o modi del- l'essere. L'idea
dell'essere indeterminato è innata ed essenziale, fornita di tutti i caratteri
sublimi della sua natura e special- mente dell’universalità e della necessità;
le altre ideo determinate son formate dalla mente coll'applicazione dell'idea
innata dell'es- sere, lume della ragione, elemento costitutivo ed essenziale di
qualsiasi cognizione umana. L'idea poi di qualunque determinato oggetto consta
di forma e di materia; quella è l'idea dell'ente, ed è fornita dall'intelletto,
questa è una sensazione o un sen- timento ed è data dal senso. Questi due
elementi sono accop- piati nell'unità dell'idea. Ciò posto, siccome l’idea di
numero, ad esempio, che è senza dubbio un universale, non si identifica
coll'idea dell'essere indeterminato, in quale maniera, si domanda, questa idea
prima potrà trasformarsi nell’idea di numero e quale sarà la natura propria di
questa? La risposta non è difficile. La trasformazione si otterrà con
l'applicazione dell'idea innata dell'essere al caso particolare del numero, e
l'idea di numero sarà fornita d'una forma attinta all'idea innata dell'essere,
e d'una ma- teria attinta all'esperienza acquisita dei nostri sensi; vale a
dire sarà indeterminata per la forma e sensibile per la materia. Ma ba- stano
queste due proprietà per ucciderla senza rimedio. Infatti, tra l'idea
dell'essere e l’idea del numero passa un abisso. Quella è in- nata, questa
acquisita; quella indeterminata cioè il nulla di deter- minato,
l'indeterminatissimo, questa determinata per eccellenza dal sistema delle sue
note la cui affermazione simultanea ribadisce ancor di più la radicale
differenza. Dunque non è vero che tutte le idee universali derivino dall'idea
innata dell'essere indeter- minato, come dalla comune sorgente d'ogni certezza.
Date le premesse, nessuna alchimia intellettuale è capace di operare la
transizione dall'idea dell'essere indeterminato all'idea della legge ben
determinata ed acquisita, come si richiede dalla coscienza non infantile ma
scientifiea, rispondente alle esigenze superiori della speculazione; e chi
confonde le due idee precipita nel- l'assurdo (1). (*) Non entra nei confini di
questa Nota, più dottrinale che espositiva, (450) eee Sull'origine delle ideo
ecc. 27 Fin quì abbiamo esaminato sistemi storici singolarmente. Ricapitoliamo
con un apprezzamento d'insieme, affinchè al de- siderio della brevità non venga
troppo sacrificata la chiarezza. Per una parte adunque l'empirismo così
sensistico come intellettualistico sentenzia che le idee generali di cui qui si
tratta sono posteriori all'esperienza e generate da questa. So- pratutto gli
empiristi recenti inglesi, colla teoria dell'associa- zione, sostengono che ciò
avviene coll'operazione meccanica del- l'associazione psicologica inseparabile
e la questione pertanto è tutta ristretta sul terreno della psicologia. Per
altra parte l'in- natismo idealistico sentenzia che coteste idee universali
sono anteriori all'esperienza e prodotte con la virtù dell'a priori. Infine lo
spencerianismo tenta gettare un ponte di conciliazione tra le due opposte
dottrine, sostenendo l'empirismo della specie e l’innatismo dell'individuo. I
lettori potranno giudicare oramai che per nessuna di queste vie si può spiegare
l'origine delle idee fornite di universalità e di necessità che si impiegano
nella scienza. Invero, tanto il senso quanto l'intelletto non fanno altro che
fornire la base psicologica necessaria all'avverarsi del pro- cesso logico, ma
non sufficiente alla produzione specifica di questo. Le sole operazioni proprie
necessarie e, sufficienti sono le ope- razioni deduttive dello sperimento e del
calcolo, le quali, pur valendosi dei dati dell'esperienza sensibile e
inteMettiva, sor- passano l'aspetto psicologico della questione per entrare nel
campo neppure l’accenno sommario alle forme più recenti dell'Indeterminismo. Ma
è facile vedere che quasi tutta la critica sui limiti del sapere, mossa, ad
esempio, dal Contingentismo, quando sostiene l'irreducibilità assoluta dei
diversi ordini di leggi, quando continua a confondere il metodo induttivo col
metodo sperimentale, quando continua a sostenere la differenza logica tra il
metodo sperimentale e il metodo deduttivo, come se la logica mate- matica, la
fisica matematica, Ja meccanica razionale e la teoria dei modelli (per non dir
altro) fossero una fola, quando infine, confinata la conoscenza scientifica
nell'uso e nel valore del simbolo pel simbolo, dogmatizza sulla superstite
libertà, si perde nel vuoto, Ma qui non si pone in discussione l'importanza
filosofica di tutto il sistema, la quale è senza dubbio gran- dissima, Degli
altri sistemi contemporanei poi non è qui il luugo nè l’in- tento di saggiare
il contributo e il valore, relativamente al problema che ci interessa. Seduta. puramente
logico che solo è atto a conferire la necessità e l’'uni- versalità della
verità scientifica ai suoi prodotti. Insomma, le controversie tra la priorità
del senso e dell'intelletto, l’a po- steriori e l'a priori, l'empirismo e
l'innatismo, l'induzione e l'imaginazione, l'associazione meccanica
dell’individuo, l'asso- ciazione ereditaria della specie e via dicendo, sono
tutte fuor di luogo. Il principio è uno. Niente è affermabile come neces- sario
ed universale che non sia dimostrabile col calcolo 0 col- l'esperimento. 18.
Riconosciuti gli inconvenienti dei principali sistemi finora escogitati
sull'origine delle idee, dal punto di vista di un primo principio che sembra
capace di superarli, si può fare un altro passo in ordine al problema dell’universale,
stabilendo che la definizione del concetto di concetto è la definizione del
concetto di infinito. Si dirà: ma questo è assurdo; l'infinito non comporta de-
finizione. Sta bene, ma si noti che qui si parla non della defi- nizione di
infinito, ma della definizione del concetto di infinito. L'infinito invero si
può intendere in due sensi: primo, nella va- rietà degli individui e delle
sensazioni cioè dei fatti; secondo, nell'unità dei generi e delle idee cioè dei
rapporti costanti. Pensando al primo significato cioè alla potenza di realiz-
zare tutti gli individui che si vedono possibili dell'idea, la deti- nizione
dell'infinito resta un'espressione inintelligibile, perchè contradittoria, come
sarebbe dire: induzione matematica; pen- sando al secondo significato cioè al
concetto di legge che com- porta sempre un contenuto logico determinato e
costante perchè serve come tipo di identificazione per tutti gli individui e le
percezioni variabili la cui enumerazione può passare come fu detto ogni limite,
la definizione si rivela non solo possibile ma necessaria ('). Ed è appunto in
questo senso che va inteso il () Donde segue che i così detti concetti primi
d'ogni scienza non sono concetti veri e proprj, perchè non sono definiti nè
definibili. I veri fondamenti concettuali delle scienze pure, quindi, non sono
gli indefiniti o indefinibili, o enti primitivi e psicologici, ma gli enti
definiti, cioè i concetti veri e proprj che versano nel campo della logica
pura. (RN Sull’origine delle idee ecc,
929 principio della definizione del concetto di infinito. Rigorosamente
parlando ;adunque il concetto di concetto è il concetto di legge, e il concetto
di legge si identifica col concetto di infinito. Per tal riguardo, concetto,
legge, infinito, significano la stessa cosa. Così, posto il principio della
corrispondenza delle due necessità, si capisce come l'infinito costituisca la
caratteristica universale e necessaria del nostro pensiero e parimenti la
caratteristica universale e necessaria della natura, in quanto la totalità
della natura e del pensiero si concepisca sotto l'aspetto dell'infinito, una
nella costante uniformità dei rapporti, varia nell’infinita serie dei
particolari. Concludendo, il pensiero, di fronte all'infinita varietà dei fatti
(individui e sensazioni) e dei loro rapporti così nel mondo delle cose come nel
mondo delle idee, vòlto a scoprire i rap- porti costanti dei due mondi e ad
indagare se sia possibile sta- bilire qualche corrispondenza fra la duplice
necessità, inventa senza posa i suoi modelli, le sue imagini, i suoi simboli.
La possibilità di questi modelli è infinita; il loro valore è sempli- cemente
provvisorio e strumentale cioè euristico e si possono considerare come veri
tutti gli infiniti modelli che sono obbe- dienti alle medesime leggi. Da questi
modelli il pensiero, sem- pre per via deduttiva, o razionale o sperimentale,
trae appunto le leggi dello spirito stesso o della natura che costituiscono ciò
che v'ha di essenziale nelle infinite soluzioni equivalenti, poscia decide
sulla questione della corrispondenza fra le due necessità, quindi si eleva al
concetto supremo dell'infinita verità. 20. La natura pone la varietà degli
individui e l'unità dei generi, lo spirito pone la varietà delle sensazioni e
l'unità degli universali. Ma il vario e l'uno non rappresentano che le due
facce dell'infinito. L'infinito è la testa bifronte di Giano. Però ammi- rando
la prodigiosa fecondità della natura, l'animo anche esulta per l'infinita
potenza del pensiero, perchè, oltre del lato rivolto verso la varietà dei
fatti, ha un altro lato rivolto verso l'unità delle leggi e da questo lato,
siccome l'affermazione d'ogni concetto è la posizione di un infinito, così si
deduce che lo spirito è propriamente un creatore di infiniti, essendo un
creatore di concetti, di leggi, di universali ed aspirando alla contempla-
zione dell’universale. Questa posizione teoretica, secondo il nostro modo di
ve- dere, ci permette di dominare tutta la logica dello spirito e della natura
e si compie nella formola suprema dell’infinita verità che, essendo una nostra
creazione, è in pari tempo tutto ciò che noi possiamo speculativamente sapere
di noi stessi e dell'uni- Verso. n { { P. S O P R^ TEORIA DELLA SCIENZA IOaiCA, MATEMATICA E FISICA
TORINO ) BOCCA uiLANO - BouA - rntanzz
Uig,l:«lbv Google o Beau, Tip. Iteli* LL. UH. » dii BB. Primiri (486») »ibv
Google JI mio suocero VENCESLAO MUCCHI, saggio ed integerrimo magistrato, cbe
mi conforta con la parola e con l'esempio al- l'austera ricerca delia verità.
»ibv Google bv Google PREFAZIONE Questo lavoro sopra la teoria della scienza,
in ordine alla Logica, alla Matematica ed alla Fi- sica, nacque da un'ipotesi
erronea sopra la teoria della conoscenza logica e matematica che fu in seguito
abbandonata per le ragioni che faremo note fra poco. Esso ha dunque una storia
che forse altri si etudierebbe dì celare ai lettori, perchè generalmente le
ipotesi false si abbando- nano di malumore. Ma noi la racconteremo brevemente,
perchè, come non vi à errore della cui conoscenza l'amico della verità non
possa fare buon uso, cosi è vero che quella prima ipotesi falsa ci ha reso piti
ser- vizio di un' ipotesi vera. Poiché, considerando l'umano pensiero, noi era-
vamo giunti a riconoscere che non potremmo formare ne giudizi né raziocini
senza un prin- cipio dì unità sintetica capace dì collegare e dì »ibv Google
TIII PKEFAZIONI unifìcare i vari elementi delle percezioni e delle idee, ancora
colla testa circonfusa da quell'alone di romanticismo filosofico che sembra un
fatale prestigio della gioventù, noi avevano rivolto la nostra simpatia sul
principio del limite nell'in- tento di rivelarlo come il principio unico per
cui il soggetto e l'oggetto si offrono direttamente alla coscienza col rapporto
che, nello stesso tempo, ti unisce e li separa. Quindi, progredendo nella via
della conoscenza, ed esaminando o^qÌ atto di quel pensare che non pare altro
che un limitare, eravam giunti a concludere che la nostra intel- ligenza non
può nulla conoscere fuori dello schema del limite, vale a dire dell'essere,
giacche il nulla ste^o ci si afferma come un limite negativo, in altri termini,
il concetto dì limite si afferma anche quando si nega. Tutto è dal limite;
tutto è nel limite; tutto ò limite ; ecco la grande parola che ne pareva ne-
cessario dichiarare, riscontrando la formola della sua duplice radice
affermante con l' intero albero genealogico delle conoscenze. Per essere
sinceri noi dobbiamo ancora ammettere che ad un certo punto, trascinati da
quella gagliarda tendenza che ha lo spirito umano ad attribuire una sepa- rata
esistenza alle proprie astrazioni, ad etUifi- care, come direbbe il Rosmini,
noi concludemmo: nel lìmite è la sola scaturigine tanto del reale quanto del
possibile e tutte le scienze sono rivi sgorganti dalla sua pienezza.
Maravigliosi rapimenti dell' ipotesi ! »ibv Google La ragione umana associa
questo principio a tutte le questioni di Logica, di Matematica, di Fisica, di
Meccanica, di Chimica, di Psicologia, di Sociologia. Esso lo ritrova in guise
diverse, nelle innumerevoli trasformazioni di cui la na- tura è teatro, e,
quando Io sposa al principio del- l'evoluzione e alle idee dello spazio e del
tempo, in questo universo — che ci apparirebbe come immobile ed informe ae il
limite fosse assente — l'entrata di esso dà il segnale dì vita a tutti ì
fenomeni. Se non che, ad opera compiuta e dopo d'aver concluso con questa
sentenza : la nozione di limite ò fondamentale così alla vita del pensiero come
alla vita dell'azione, perchè, novantanove volte su cento, la possibilità di
trovare la soluzione dei nostri problemi dipende unicamente dalla pos- sibilità
di ridurre ogni dissidio ad una pura questione di limiti ; considerando le cose
al lume della più fredda ragione, noi ci avvedemmo che se in base a tutte le
nostre pseudocritiche elu- cubrazioni, avessimo voluto discendere sul terreno
dell'esperienza, e servirci una buona volta della nostra teoria del lìmite come
d'un metodo infal- libile di ricerea, noi non avremmo mai potuto giungere alla
soluzione concreta d'un problema ideale o materiale, qualunque, senza una larga
e spregiudicata ed imparziale osservazione dei fatti. Le conclusioni erano
dunque ben differenti da quelle a cui credevamo di poter arrivare. Quindi A.
Fabtoiie. Sopra la latria dtlla Scieasa. u »ibv Google PBBF AZIONI
quell'entusiasmo col quale dapprima vedevamo nel principio di limite la vera e
sola attività logica creatrice delle formalità dello spirito umano, subì una
scossa profonda e, nostro mal- grado, trascinati dall'evidenza dei fatti,
dovemmo assegnare alla costruzione sistematica del limite un compito ben più
limitato e modesto. Cosi fummo costretti a riconoscere il fonda- mento d'una
verità logica della massima impor- tanza e cioè che ciò che è vero per la
teoria della conoscenza non è sempre vero per la pra- tica dei fatti almeno non
ha molte volte nes- sunissimo valore. Per queste ed altre ragioni, che ora non
è il caso di riferire, abbandonato ogni prest-atuto dogmatico introdotto dianzi
furtivamente nel pensiero, quasi per gettarvi — dentro ferreo stampo — tutti i
fatti del conoscere umano, ricominciammo da capo le nostre ricerche filo-
sofiche colla scorta d'un piii rigoroso proce- dimento. Ed anzi tutto
giudicammo indispensabile dare un'occhiata generale alle condizioni presenti
della Filosofia teoretica, per non fare — come direb- bero gli Inglesi — un
altro salto nel bujo. Ora quale è l'orientazione della Filosofia teo- retica
contemporanea? Se giriamo lo sguardo intorno a noi non è malagevole ravvisare
che, in virtù di antiche e di nuove ragioni, che sfioreremo rapidissimamente
fra poco, il problema generale della Filosofia teo- »i retica va Bdoppiandosi
in due altri problemi spe- ciali, fra cui s'apre sempre maggiore dissidio: 1°
il problema della conoscenza; 2° il problema della scienza. Ed è chiaro che il
primo ha carattere indivi- duale, collettivo il secondo. ' Ora, come osserva
acutamente il Tarozzi, il periodo storico che attraversiamo è caratteriz- zato,
anche nel campo puramente intellettuale, da un assai maggiore interesse
prestato ai fe< nomeni umani che si presentano come un or- ganamento
complessivo, nei quali cioè l'opera individuale tende ad occultarsi nella
dinamica dell'insieme ,. " Tutta adunque quella folla di questioni in cui
s'indugiava l'antica gnoseologìa rimane assai più lontana da noi, come nube di
battaglia nel- l'ala destra dell'esercito, alla quale si porterà l'ajuto, se la
vittoria sull'ala sinistra non sarà definitiva per tutto il campo , (I). Ma il
aolo porre la questione in tali termini, mentre implica evidentemente la
nece^ità dì prendere una netta e decisa posizione di com- battimento nell'ala
destra o nell'ala sinistra dell'esercito teoretico combattente contro un co-
mune nemico, non impone forse anche un'altra fiera necessità, alla quale finora
niuno ha posto (1) G. TiBOKzi, L'iirganamento logico della acienza e il
problema del determinismo. Prolusione. Firenze, Nicolai ed., 1899, pft(^. 11,
12. »ibv Google SII PREFAZIONE mente abbastanza, la necessità, voglio dire, di
parteggiare o per la scienza, o per la conoscenza? Né ai dica che non è il caso
di preoccuparsi della necessità d'una tale scelta più di quanto non importi a
due fratelli, per esempio, di dover combattere in questo o quel reggimento,
astra- zion fatta dalle maggiori o minori probabilità di venir esposti al
pericolo, perchè prima di tutto converrebbe ammettere una vera relazione di
fratellanza o per lo meno di concordia fra i due problemi speciali della
conoscenza e della scienza, fra cui invece, è facile vederlo, un abisso sempre
maggiore si spalanca. E badate che ad aprire tale infausto dissidio potè
bastare anche il semplice fatto di quella sempre maggior lontananza che andò
stabilendosi tra le due ale dell'esercito combattente, lonta- nanza che non
tardò a tradursi poco a poco in completa separazione d'interessi cosi materiali
come morali. Fuor dì metafora, bisognerebbe chiudere gli occhi alla realtà più
viva e quotidiana per non vedere, tanto nel sereno porto della filosofia teo-
retica odierna, quanto parimenti nell'intima co- stituzione logica di tutto il
sapere, riprodursi oggi quelle stesse due tendenze opposte che si delineano più
o meno nitidamente e si conten- dono il predominio in altri e più vasti ordini
della vita. Quindi anche i minori problemi ricevono una specialità di assunti e
di importanza che prima »ibv loro erano
ignota, da quell'arduo conflitto che è forse il massimo impedimento alla
composizione delle forze filosofiche contemporanee e del pari una delle più
vaste sorgenti di ciò che forma la tristezza filosofica del nostro tempo. È
ancora insomma il vecchio problema sociologico tras- portato nel campo della
filosofia: che cosa im- porta maggiormente, l'individuo o la società? Guardiamo
un istante le grandi ragioni della controversia. L'insistente esame di
coscienza inspirato dal profondo convincimento e dalla fede nelle facoltà
dogmatiche o affermatrici del pensiero, ritenuto capace di fare anche
dell'Universo il raziocinio d'un pensiero assoluto, arrestando troppo a lungo e
troppo spesso Io sviluppo moltilaterale del senso della vita , doveva generare
, non è pos- sibile negarlo, uno scoramento improvviso negli studiosi. L'azione
filosofica parve troppo tiranni- camente imprigionata nell'orto concluso della
ri- flessione individuale, onde del declinato indirizzo gnoseologico della
conoscenza pura si potrebbe dire col Poeta: Sì cbe pensando consumò la impresa.
Dall'altro l'irrequieto anelito di novità, la con- citata ansia di vivere, la
crescente permeabilità della coscienza alle correnti sociali doveva spin- gere
animosamente la gioventù a levar al cielo la scienza come simbolo di
liberazione e di pro- testa contro il formidabile peso delle astrazioni
idealistiche, anche a detrimento d'ogni serena opera di rifleasione
individuale, sempre tuttavia necessaria per raccogliere i risultati dell'opero-
BÌtà, umana, misurarne la potenza ed imprimervi una maggiore virtù di
espansione. Queste lotte tra i due indirizzi, gnoseologico e scientifico,
furono nondimeno e sono e saraimo ancora naturali e giovevoli, sempre quando
nella febbre d'espansione, nella corsa anelante del pensiero onde sorgono tante
irresistibili occa- sioni all'acoeudersi di gelose rivalità, non fossero
trascese fino ad assumere delle forme troppo dolorose e detestabili di
violenze. Imperocché guai a quella filosofia che vive solo di memorie e non guarda
animosamente anche all'avvenire ; e per converso, guai a quella filosofia che
si nutre solo del proposito di disgregare l'organa- mento logico costruito con
tanta fatica dalla vita trascorsa, per la sola ragione che ogni età ha bisogni
nuovi e incompatibili con tutto ciò che non è più presente in modo materiale e
im- mediato. Ora è singolare il vedere come a quella sin- tesi' ideale verso
cui ai protendono oramai i più oculati sostenitori delle due opposte tendenze
dell'individualismo e del collettivismo, con quel reciproco riconoscimento dei
comuni diritti verso il quale s'orienta visibilmente tutta la coscienza più
eletta dell'umanità e a cui rispondono sempre più le forme più concrete e
sintetiche della vita politica e sociale, venga ognor più facendosi imperioso
il bisogno di far eoiriepondere, con reci- proco rispetto, anche le due fonne
teoretiche della conoscenza e della scienza, forse a lontano preludio d'un
futuro incontro conciliativo di tutte le tendenze conservatrici e innovatrici
della vita comune. La gravità dì questo problema non può dunque essere
dissimulata da chi ascolti le voci del tempo (1). È ora che si riconosca
francamente una grande e consolatrice verità: non solo è vero che noi siamo un
po' tutti individualisti e collettivisti in politica, egoisti e altruisti in
morale, miscre- denti e credenti in religione, idealisti ed empi- risti in
fìlosofia e via dicendo, ma è molto più vero altresì che noi abbiamo un vitale
e su- premo bisogno di esserlo. È questo il massimo problema a cui dobbiamo
andar incontro con tutta franchezza e in tutti i campi COSI della vita della
realtà come della vita del pensiero. " Gravati come Fausto da tanto cumulo
di sa- pere, noi aneliamo come lui di salire all'aperto (1) Su questo punto
m'accordo perfettamente con quanto fu già notato, eoa geniale larghezza, da
Alessandro Chiap- pini, il quale raccogliendo nei euoi ' problemi moderni , le
sparse ?oci del tempo, ha saputo, nell'unità del disegno, integrare tutti i
tiferiménti più significativi della com- plessa vita moderna ed indicare
l'orientazione generale delle tendenze, con l'istinto sagace del precursore. e
di gustare una buona volta la vita , (1), anzi tutta la vita. Ecco sorgere per
tal guisa un problema ur- gentissimo in tutti i campi della vita, dalla po-
litica alla morale, dall'arte alla scienza, dalla religione alla filosofia ; il
quale, variamente isto- riandosi in tutte codeste relative necessità, venne di
fronte al nostro pensiero e nell'ambito ri- stretto delle ricerche scientifiche
e filosofiche che ci occupano presentemente a formularsi nel modo che segue:
sopra quali basi ai può gettare un ponte di conciliazione tra il principio
individua- listico della conoscenza e il principio collettivi- stico della
scienza? Che il fine a cui una benintesa filosofia debba intendere ai giorni
nostri, circa questo propo- sito, sia la conciliazione e quasi una simbiosi
ideale delle due tendenze, tutti forse potranno consentire agevolmente. I
dissensi ricomincie- ranno quando si tratterà di segnare ad ognuna la posizione
e la funzione da compiere lungo la via dell'avvenire. Ora le presenti ricerche
sono appunto rivolte - a dimostrare anzitutto la necessità dell'accet- tazione
simultanea, teoretica e pratica delle due tendenze opposte riferite, quindi a
tracciare al- cuni limiti positivi tra i due problemi corrispon- denti, che
sono in pari tempo le due esigenze (1) Alkbsahdbo Chiappkli:,!, Voci del nostro
tempo. Saggi Hocìali. Remo Sandron Ed., Palermo, 1903, pag. 299. »ibv Google
esBenzialmente critiche del pensiero filosofico moderno. Ed affinchè il lettore
possa abbracciare con un colpo d'occhio il piano e la portata di questo saggio
— in cui si raduna il fìrutto di lunghe e faticose ricerche — ne esporrò molto
succinta- mente le linee generali. In merito alla teoria generale della scienza
esso esercita sostanzialmente due uifid che io ritengo inseparabili , benché di
natura assai diversa. Adempiono al primo ufficio, che è essenzial- mente
critico ed analitico, i tre primi capitoli della parto prima {Le idee primitive),
nei quali bo cercato di compiere col massimo rigore possibile l'analisi e la
riduzione alle pure idee primitive di tutte le idee che s'incontrano nei tre
grandi ordini di scienze seguenti: 1° Logica (Grammatica, Logica naturale,
Logica pura); 2** Matematica (Aritmetica e Geometria) ; 3° Fisica (Fisica
matematica e Meccanica razionale). È noto che le varie scienze assumono, fin
dagli inizi, alcuni concetti fondamentali non definiti, ne impiegano più o meno
consciamente le pro- prietà, vi fondano sopra i loro postulati e le loro
teorìe, insomma si servono di questi enti larghissimamente per il loro
svolgimento, senza però farli oggetto d'uno studio appropriato e di- A.
ParFDBE, Sopra la teoria deOa Scimia. di U.g,l:«lov retto, salvo rari casi che
saranno debitamente contemplati a sdo tempo. Cosi s'introducono negli organismi
delle varie scienze vari grappi di enti non definiti, che vale sempre la pena
di annoverare e dì conoscere perfettamente. Io esaminai precisamente questi
concetti pri- mitivi ammessi, più o meno consciamente, nei vari ordini di
scienze riferite; quando l'analisi era già stata spìnta agli estremi riportai
impar- zialmente non solo l'elenco degli enti primitivi trovati, ma pure il
procedimento scientifico im- piegato nei vari casi a tale scopo; quando la cosa
mi parve ancora possibile cercai di ridarli analogamente ai mìnimi termini; in
tutti i casi insomma procurando di detenniname bene il vero senso ed il vero
valore e intendendo coeft di determinare anche il valore e la natura delle cognizioni
scientifiche da essi derivanti. Questo ufficio non fu però compiuto alla ma-
niera della Gnoseologia di un tempo, dottrina pure tanto beuemerìta in ordine
alla cognizione generale delle nostre cognizioni. Criteri nuovi ed
essenzialmente logici presie- dettero alle nuove ricerche, le quali — astra-
zione fatta dalle mie fatiche — dovrebbero essere riguardate da tutti gli
studiosi come in- troduzione indispensabile all'esercizio ed al com- pimento
del sapere ; giacché solo da questo punto di vista le varie scienze non possono
celare ai nostri sguardi la loro maggiore o minore vulnerabilità, e ben si può
dire, senza paradosso, a parer mio, che le idee primitive sono il tallone di
Achille delle scienze. In ordine al secondo ufficio sono necessari al- cuni
schiarimenti. Per acquistare una più vasta e profonda co- gnizione
dell'organamento logico delle scienze si richiedono, come è noto, non solo i
risultati delle singole inchieste analitiche operate negli stretti àmbiti delle
scienze, ma i nessi che congiungano insieme 1 diversi principi fondamentali e
le mol- teplici operazioni che ai compiono nelle fasi suc- cessive del
procedimento logico delle scienze (idea — giudizio — raziocinio). Inoltre,
poiché la vera scienza consiste non nel possedere un numero più o meno grande
di cognizioni, ma sopratutto nel conoscere i veri fatti fondamentali e ciò che
v'ha in essi di reale e di costante e, analogamente, siccome l'ideale supremo
del sapere non è già quello di cono- scere un complesso di scienze fra loro
slegate e indipendenti, ma di possedere una veduta sinte- tica e coerente sopra
la natura universale del sapere, così io mi proposi di raccogliere i sin- goli
risultati del lavoro analitico compiuto in vari ordini di sintesi
corrispondenti per prepa- rare nulla piti che alcuni materiali che potessero
servire, a guisa di centine e palchi provvisori, alla costruzione dell'immenso
e interminabile edì- fizio della scienza. Kon mi restava pertanto che da
paragonare fra loro i vari gruppi di enti non definiti e ìr- reduttibiti
trovati colle analisi precedenti per vedere ae potessero o dovessero
accomunarsi o non accomunarsi fra loro, secondo la loro vera natura. Il
capìtolo qnarto {Sintesi delle idee primitive della Logica, della Matematica e
della Fisica. Parte I) adempie a codesto delicatissimo ufficio, il quale —
sempre facendo astrazione dai risul- tati quali che siano delle mie ricerche —
do- vrebbe essere considerato come la più feconda e solenne iniziativa della
critica filosofica odierna, quando volesse compiersi a dovere e sistemati-
camente per tutti gli ordini delle scienze. Due conclusioni generali raccolgono
i risultati di questo lavoro (La piena e mutua convertibi- lità di tutte le
idee primitive logiche, matema- tiche e fisiche, fondata sul fatto della loro perfetta
equivalenza; — la possibilità d'una spie- gazione unica e comune). Da queste
conclusioni furono ricavate alcune conseguenze teoriche e pratiche {Cap. V.
Appli- cazioni generali) sulle quali desidero di consul- tare la opinione dei
pensatori. In primo luogo (Cap. Ili, § 1: Scienze derivate o miste)
riconoscendo che tutta la famiglia degli enti primitivi logici, matematici e
fisici ha uno stìpite solo, e quindi che i vari ordini scientifici
corrispondenti non sono altro che la realtà ma- scherata e un solo processo che
si rivela come la necessità primitiva e determinante della scienza, o almeno
che è sempre lecito a noi di studiare ì fenomeni scientifici come se le cose
fossero or- dinate appunto cosi, ne risulta che le varie for- malità
scientifiche della Logica della Matematica e della Fisica possono scambiarsi
reciprocamente e con perfetto rigore. In base a questo principio il lettore
comprenderà chiaramente che come il semplice spettro colorato che si ottiene
colla ri- frazione prismatica della luce bianca ci rivela, nelle sue strìscie
variopinte, tre colori fonda- mentali e quattro intermedii o misti, così il
fascio unico delle idee primitive si scompone in un ven- taglio di scienze di
cui tre possono venir con- siderate come fondamentali (Logica, Matematica e
Fisica) e le altre come scienze derivate o miste o intermedie. Alcune di queste
ultime hanno già una storia ed un'importanza straordinaria, come la Logica
matematica, la Fisica matematica e la Meccanica razionale; altre invece, come
la Logica sperimentale, restano ancora intentate di sana pianta, pure avendo
teoricamente lo stesso valore e la stessa ragione scientifica delle prime. In
secondo luogo (Gap. Ili, § 2 : Analisi ed apprezzamento della Logica
matematica) sarà im- portantissimo il rilevare che delle otto notazioni
considerate come primitive e come tali usate dalla Logica matematica
presentemente per de- finire simbolicamente tutte le idee della Logica e per
esprimerne tutte le proposizioni, tre sole possono ritenersi propriamente come
primitive e foiidameiitalì ; le altre cinque possono dedursi logicamente da
queste. Di più siccome queste tre idee fondamentali della Logica matematica non
differiscono essen- zialmente da quelle altre che furono riscontrate nei tre
campi generali della Logica, della Ma- tematica e della Fisica, anzi sono
perfettamente convertibili ed equivalenti fra loro, così ne viene che per
esprimere tutte le idee e le proposizioni di una determinata teoria matematica
(Aritme- tica, Geometria) non è affatto necessario aggiun- gere ai segni propri
di questa scienza i segni speciali appartenenti alla Logica. Cosi sì capirà —
per nuove ragioni — che un'esposizione rigorosa dell'Aritmetica e della
Geometria non solo può farsi in modo del tutto indipendente cosi dalla Logica
in generale come dalla Logica matematica in particolare, ma deve farsi
assolutamente in sé stessa, senza bisogno di ricorrere — come avviene ora — ai
segni speciali della Logica. Se le dimostrazioni che abbiamo tentato di dare a
questo riguardo non sono fallaci — e non saranno certo scevre di inesattezze
trat- tandosi di una questione complicatissima per cui invochiamo tutta
l'indulgenza dei competenti — l'interpretazione stessa della Logica matematica
resterebbe notevolmente modificata. Ma come ho già detto, su questo campo de-
sidero sopratutto di consultare l'opinione dei »ibv Google FBEF AZIONE A questo
primo tentativo di coordinazione se- guono due altri gruppi di ricerche rivolte
a rag- giungere un concetto sempre più elevato e com- prensivo della scienza
(Parte II. Gli assiomi. — Parte III. Le teorie). E questo in generale un lavoro
molto meno indipendente e anche più ingrato del primo, poiché, mentre richiede
la massima cura, è sempre manchevole e troppo lontano dal proprio ideale.
Tuttavia, a questo riguardo, mi permetto d'in- sistere sopra d'un fatto degno
della maggiore considerazione. Lungi dal pretendere che per tal via si possa
giungere ad una teoria assoluta della scienza, nel senso di poterla costruire
colla sola esplica- zione dialettica di un concetto aprioristicamente
prestatuto e considerato come principio irrefra- gabile e supremo come pretese
un tempo la Me- tafisica dogmatica, illuminato anzi dai risultati cosi poco
lusinghieri del mio viaggio avventu- roso in traccia dell'assoluto, io mi propongo
in- vece dì dimostrare precisamente il contrario, in base ai risultati
dell'ammirabile teoria dei mo- delli (1) che costituisce uno dei meriti più
sin- golari di Enrico Rodolfo Hertz nel campo della (1) Cfr. il mìo * Saggio
sopra l'esperienza mediata , negli ' Atti della Reale Accademia delle Scienze
di Torino ,, voi. XSXVI, anno 1900-901, pag. 12. Intorno alla teoria dei
modelli, svolta per la prima Fìsica matematica e della Meccanica razionale, e
che io tento d'introdurre per la prima volta nel campo della Filosofia
teoretica (Parte III. Le teorie. Capo I. Dell'esperienza e deUe teorie logiche,
matematiche e fisiche in ordine alla teoria generale dei modelli). Vale a dire
che si tenterà di introdurre, fra l'altro, anche l'ipotesi seguente: se un sistema
di fatti qualunque (logico, matematico e fisico) ammette una soluzione teorica
soddisfacente, ne ammette infinite altre che possono rendere conto ugualmente
bene di tutte le particolarità OBser- vate nei fatti medesimi. À parer mio, la
bella teoria dei modelli è de- stinata a recare vantaggi teorici e pratici non
comuni; ed io mi studierò di* mostrare imparziale mente ai miei lettori tanto
l'utilità quanto ì pe- ricoli di questo nuovo genere di ricerche a cui è
rivolta la trattazione presente. Analogamente a quanto è già stabilito nel
campo delle scienze Ssiche, insisteremo sul fatto che le equazioni, a cui una o
infinite teorie lo- giche, matematiche o fisiche differenti, ma equi- valenti,
possono condurre, hanno un significato ben più largo e pib profondo che le
ipotesi da cui si sono ricavate. volta ri^roBamente dall'Hertz nella campo
della Mecca- nica razionale, cfr. E. Hektz, Die iVtiutpien der Me- chanik in
nenetn Zueammenkattg dargeaUUt. Leipzig, I, A.. Barti. Sopratutto sarà prezzo
dell'opera, il far rico- noscere che ciò che rimane costante ed invaria- bile
nei vari sistemi che possono essere in con- traddizione fra loro per le
differenti immagini delle quali hanno rivestito la realtà e che siamo tentati
di prendere per una forma quasi vuota di materia, per una ombra fuggitiva ed
inafferrabile della realtà, non è già un'ombra e come l' immagine di Virgilio
volucrique simillima aamno, ma è veramente la quintessenza fonda- mentale
d'ogni nostra possibile conoscenza. Per ultimo vedremo sempre più chiaramente
che quanto piii ci avviciniamo all'unità, cioè a quel concetto più comprensivo
e più elevato della realtà che ci consentono le condizioni temporanee del
sapere, tanto più noi andiamo perdendo la semplicità, l'indipendenza e
l'assolutezza della spiegazione flIoBofica. La massima applicabilità delle
equazioni fon- damentali supreme che sono ciò che v'ha di più elevato nella
scienza, si traduce quindi e sempre più nettamente nell' espressione della
massima quantità possibile di rapporti determinati e co- stanti; il che vai
quanto dire che il cammino della Scienza e della Filosofia non è più verso
l'Assoluto ma verso una formula, o supremo mo- dello dei modelli, di cui non
vuoisi certo pro- porre un' espressione adeguabile qualunque, in nessun punto
di queste preliminari proposte. Basti dire, per ora, che un'equazione o un si-
stema di equazioni in ragione della sua crescente A. FtiTOKs, Sopra la teoria
ddla Sciema. applinabilitÀ a pììi vaati ordini di fatti, acquista
innegabilmente un crescente valore di relatività, nel senso che diventa
riferibile ad un sempre maggior numero di casi. La massima generalizzazione
delle generaliz- zazioni a cui tende la scienza non è quindi altro che la
massima relazione possibile delle rela- zioni, in altri termini l'ideale della
scienza non è già l'assoluto, ma in certo qual modo il rela- tivissimo. Il
servizio che ci rende ogni generalizzazione cioè la conquista d'un rapporto
piìi alto si è di fornirci un osservatorio più elevato dal quale noi possiamo
dominare più sicuramente l'intero oriz- zonte delle nostre cognizioni. Ma ogni
legge non è che un intermediario; ogni estremo non è che un principio. La vita
della scienza è un circolo net quale essa gira, un circolo tale, che, partendo
dall'im-' percettibile raggio delle idee primitive, d'ogni lato si stende in
circoli nuovi e piii vasti ed in- definitamente. Verso il termine del saggio il
lettore troverà sviluppate con una certa ampiezza alcune que- stioni {Del
fondamento artistico della scienza - Del- l'identificazione matematica del
differente), le quali, se è vero che hanno un' importanza molto secon- daria di
fronte alla teoria generale della scienza, nondimeno meritano una certa
riflessione, perchè non possiamo, ne dobbiamo risolverci ad accet- tare
ciecamente un'opinione qualunque a questo riguardo , né i tempi sono certamente
propizi a ciò. Conviene però avvertire che l' esame della prima questione
veniva direttamente imposto dalla trattazione scientifica precedente e in
parti- colar modo dalla Teoria dei modelli la quale avendo valore rappresentativo
evidentissimo si dimo- strava atta a portare un argomento nuovo in fa- vore
della dottrina del simbolismo scientifico che appare quindi sempre meglio una
delle più so- lide conquiste della teoria della scienza. Quanto alla seconda
questione, se gli esempi citati nel capitolo terzo (Parte III) potranno parere
insufficienti, per far vedere in qual senso e per quale ragione l'impiego
volontario d'una conven- zione irrazionale sia stato e possa ritenersi in linea
generale vantaggiosissimo alla ricerca scien- tifica, rimando il lettore alle
acutissime osserva- zioni sulle questioni di parole del Vailati (1), e
sopratutto alle 15 lezioni sperimentali su la luce del Oarbasso (2), dove,
presso che ad ogni pagina, il processo dell'identificazione ipotetica del dif-
ferente è dichiarato e adoperato come ottimo (1) G. YAII.1TI, Alcune
Oàservazioni sulle questioni dì pa- role ntlla Storia delia seiema e della
cultura. Prolusione al cono libero di Storia delta Meccanica. Torino, F. Bocca
Ed., 1899. (2) A. GrARBAsso, 15 iezionì sperimentali su la luce con- siderata
come fenomeno elettromagnetico . Milano, Ed, Ri- vista * L'Elettricità. strumento metodico e incentivo a sostanziali
pro- gressi scientifici. Terrà dietro a questa trattazione sopra la teoria
della scienza un primo saggio di Logica sperimentale [Sopra un modello fisico
di alcuni fenomeni logici), come applicazione rigorosa di al- cune teorie
sostenute in questo volume, alla giu- stificazione del quale titolo i lettori
cominceranno a trovare alcune indicazioni sommarie nei capi- toli IV e V della
parte I di questo volume. Intorno all'indole del quale è forse ancora bene
osservare che tutte le nostre ricerche lo- giche sui principi fondamentali,
tutte te nostre conclusioni sulla natura e sull'organamento logico delle
scienze, tutte le nostre proposte intomo alla teoria dei modelli, e in
particolar modo le ap- plicazioni sperimentali come prova e controprova delle
riduzioni analitiche accennate, potranno solamente prestare ai lettori qualche
suggestione di più, ma non mai la pretesa di erigere un si- stema esclusivo di
filosofia. In verità l'unica preoccupazione mentale che è in pari tempo l'unico
frutto accettabile di quelle preliminari ricerche fatte con un metodo anti-
critico alle quali abbiamo accennato fin dal prin- cipio di questa prefazione
fu quello di tentare di vedere se e come ogni dibattito filosofico — ■ caso per
caso — sia riducibile ad una pura questione di limiti e di pratica filosofica,
di limiti cioè da non potersi determinare senza una larga e spre- giudicata ed
imparziale osservazione dei fatti e »ida doversi spostare ad ogni modo
continuamente secondo le conquiste progressive dell'esperienza; e di pratica
fliosoflca da non potersi ottenere senza una franca dichiarazione intorno alla
natura ed ai risultati — quali che siano — delle nostre ricerche. In ultima
analisi: avendo già avuto occasione . di ricordare che vale sempre la pena di
anno- verare e di conoscere perfettamente tutti quei gruppi di enti non
definiti che si introducono sempre, ma più o meno consciamente, nell'orga-
nismo delle varie scienze rivelandoci per tal modo il punto debole d'ogni
teoria scientifica, quindi la necessità di ammettere in ogni scienza la pre-
senza di un certo quid conoscitivo ed indefinibile e perciò non-scientifico,
noi siamo in grado di comprendere oramai che la vera conciliazione delle due
tendenze conoscitiva e scientifica non può nascere dal cercarne l' intimo
accordo sopra un terreno qualunque non accordato dai fatti, ma dal riconoscerle
essenzialmente indipendenti e irriducibili fra loro e tuttavia fra loro indis-
solubilmente radicate e congiunte, quasi a sim- boleggiare la bi&onte
imagine di quell'antichis- simo iddio di nostra gente ii quale portava in mano
le chiavi di tutte le porte ed entrava in tutte le contingenze della vita
pubblica e della vita privata, dio del principio e dell'ingresso riguardo al
tempo, dio del trapasso e della con- tinuf^ione riguardo allo spazio. E poiché
la natura delle scienze è tale che esse postulano contemporaneamente da un Iato
delle idee non spiegate e dall'altro delle idee spie- gate, piantisi dunque sul
limitare delle scienze il simulacro di Giano foggiato con la duplice &ccìa,
perchè l'una guardi il tesoro delle idee primitive, l'altra sia rivolta alla
stupenda archi- tettura delle idee derivate e niuno più di quel principio, che
è simbolo dello spazio e del tempo, . conservi le formidabili chiavi, he due
opposte tendenze della Filosofìa teo- retica (il problema della conoscenza e il
problema della scienza) si riconciliano in un modo solo per- tanto, cioè
ammettendole entrambe nelle loro irreduttibili direzioni antitetiche, ma pur
radi- candole fra loro in una sintesi ideale a guisa di quella duplice e
maravigliosa polarità che rad- doppia la vita delle piante in due forme d'atti-
vità differenti: l'avidità della terra e l'avidità della luce. Àrduo argomento
codesto alla cui chiara e con- vincente nozione non sarà mai soverchia
l'attenta meditazione dei pensatori. Da questo punto di vista, le presenti
ricerche e ogni altro genere di studi intrapresi al me- desimo intento, si
potrebbero quindi considerare adoperando la strana ma bizzarra espressione che
trovò il Dilke a proposito della legislazione sociale dell'Inghilterra, come
una specie dì sie* roterapia applicata all' organismo della filosofia teoretica
; vi sì iniettano in certo qual modo quei germi preservativi e immunizzanti
contro ì quali TTT T ' gli assalti
virulenti di tutte le scuole esclusive dal- l'apnorismo dogmatico all'
empirismo, dal deter- minismo scientifico all' indeterminismo, possono restare
neutralizzati o almeno attenuati in buo- nissima parte. Per ultimo riflettendo
che non v'ebbe mai tempo nel quale le cure apprestate dalla filosofia alla
retta cognizione della verità fossero così necessarie ed urgenti come
oggigiorno, vogliamo sperare che le presenti ricerche — per quanto difettose ed
imperfette — potranno forse incon- trare una qualche benigna accoglienza da
parte dei competenti come quelle che non saranno tor- nate affatto inutili alla
cultura degli studi filosofici. Sento il dovere di dichiarare che, durante la
preparazione di questo lavoro, mi soccorse la be- nevolenza di scienziati e
d'amici molti, fra i quali m'è caro di ricordare i nomi del Prof. Giuseppe Peano
da cui ricevetti libri e consigli preziosis- simi per l'interpretazione della
Logica matema- tica, e del Prof. Antonio Garbasso che, con affet- tuosa
sollecitudine, mi aprì il campo della Fisica matematica e della Meccanica
razionale e mi fii largo di schiarimenti e dì aiuti d'ogni maniera. Sono lieto
che mi si porga occasione di espri- mere a tutti pubblicamente la mia più
profonda riconoscenza. Torino. LE IDEE FE.I1.4:iTI"VE k, Paitobe, Sopra la
leoria delia Scieiaa. U.g,l:«lbv Google »ibv Google Criterio direttivo
dell'Analisi. 1 . Mi propongo in questa prima parte di &re una analisi più
che sarà possibile completa di tatti i termini (end, idee, concetti, nozioni)
che si adoperano: nella Logica (Grrammatica, Logica generale), neUa Matematica
(Aritmetica, Geometria), nella Fisica (Fisica matematica, Meccanica razio-
nale) (1), per tentare di giungere ad nna riduzione si- (1) Saronao coù
trattati in questo saggio 1 due primi grappi di scienze (meno la Chimica)
seguendo il criterio dfllù * ClassilìcazioDe delle Scienze » dello Spencer, che
à adottabile per ciù che riguarda la scienza in senso stretto. Ma è bene
avvertire che la classiflcazione spenceriana delle scienze in senso stretto
viene inglobata in una nuova Claa- sificazioDe delle scienze in senso lai^o dal
Trivero, il quale conddera la scienza come un genere di cui sono specie tre
ordini diversi dì scienze: 1° Storia e Geografia; 2° Scienza in senso stretto;
3« Filosofia. È questo veramente il quadro del sapere o dello scibile che
comprende le tre grandi par- tizioni : Storia, Scienza, Filosofia. La Scienza
in senso stretto. stematica e rigorosa
di tatte le nozioni in due cate- gorìe distinte: 1° Noiioni primitive, 2°
Kozioni derivate, o composte, ridaciblli alle primitive mediante lo stramento
della definizione. 2. Per non fare un lavoro vano in questo genere di ricerche
è necessario precisare immediatamente che cosa s'intenda per definizione. Per
definizione intendiamo nna proposizione della forma x^a, ove x è il termine
nnovo che si vnol definire, a è un aggregato di termini avente on signi- ficato
già noto. Cosi è chiaro che per definire on ter- mine qualunque bisogna averne
già nota — per ipotesi — alcuni altri; e dire che — posti certi termini già
noti — si può definire nn nuovo termine x, significa attribuire ad :r il
medesimo significato di un complesso di termini già noti. Da ciò risolta che
quando noi cre- diamo d'introdurre nelle nostre definizioni dei termini dì
valore pienamente determinato e ben definito, noi non facciamo altro che
servirci d'un numero limitato di termini preliminari non mai definiti, anzi
d'impos- sibile definizione, per comporre e definire tutti glì altri. £ se è
vero che noi riusciamo ad intenderci egual- mente bene anche sopra il valore di
questi termini non definiti, ciò deriva dal fatto che noi li adoperiamo
conforme alla distinzione dello Spencer, viene poi divisa in tre gruppi: 1°
Scienze Astratte o Analitiche (Razionali o Esatte); 2* Astratte — Concrete o
Analitiche — Sintetiche (Positive Sperimentali}; 3° Concrete o Sintetiche
(Nntura)i o d'Osservazione). Cfr. Spbngeb, Claasificalion des
sciences. Paris, Baillière, 1872. — Thivbro, Clasiificaiione delle sciente. Milano, Hoepli. sempre con quel significato che essi hanno
assunto nel lingoaggio ordinario; ma è innegabile che tutto ìl si- stema
definito delle nostre cognizioni riposa, in ultima analisi, sopra un piccolo
numero di termini indefinibili. Tale a dire sopra una semplice serie di
convenzioni. Appunto con questi criteri noi cercheremo di esa- minare quali
sono gli enti logici, matematici e fisici, che si possono definire per mezzo di
altri, e quali sono quelli che si devono assumere senza definizione. Si capisce
che il primo lavoro di raccolta del materiale necessario alla generale
riduzione analitica si potrebbe fare, prendendo nn dizionario enciclopedico ben
fatto e cancellando tatti i termini che si possono trovate composti, mediante
un procedimento di esclusione ana- logo a quello che si applica in Aritmetica
per trovare la serie dei numeri primi (Orivello di Eratostene). Uà questa
cèrnita troppo laboriosa e pesante può essere agevolata in più modi, come si
vedrà appunto nelle ricerche segnenti. 3. Prenderemo anzitutto in esame le idee
primitive della Logica che divideremo in due paragrafi: 1° le idee primitive
della Cìraminatica ; 2" le idee primitive della Logica, cosi naturale come
riflessa. Quindi passeremo all'analisi delle idee primitive della Matematica
che divideremo pure in due paragrafi: 1" le idee primitive
dell'Aritmetica; 2" le idee primitive della Cieometria. Da ultimo
procederemo all'analisi delle idee primi- tive della Fisica in generale, e in
particolare della Fisica matematica e della Meccanica razionale. 0no sguardo
supremo ai risultati ottenuti ci permetterà dì raccogliere tutte le idee
primitiTe della Logica, della Matematica e della Fisica in una sintesi Le
applicazioni teoriche e pratiche i... Eegnenza a porre termine alla prima parte
di questo »ibv Google ^fjiii,, ..■■ Sgrriw.-i.-ji. i i* Le Idee primitive della Logica. Le Idee
primitlre della grammatica. 1 . Una facile riflessione ci avverte che delle
nove parti che concorrono a formare il discorso, sette possono venire
eliminate, perchè sono riducibili logicamente alle altre due: il nome (6vona) e
il verbo (Mmo) (!)■ Infatti, possiamo sopprimere: 1° l'articolo, perchè non ha
una funzione indispen- Babile nell'umano linguag^o, giacché in alcune lingue,
(1) Questa riduzione delle varie partì grammaticali ora al nome ora al verbo ci
dimostra altresì la possibilità di di- stìnguere tutti quanti i termini
grammaticali in due ca- tegorie: 1° Termini sostanziali; 2" Termini
formali. Tale clasfiificazione, già intravedala dalle antichiBsime scuole filosofiche
della Grecia e ricomparsa a più ripresa nella scienza, fa rimessa in onore
dalla filologìa compa- rata moderna, la quale esercitando l'aDaliEÌ più
accorata »ibv Google perfettamente evolute, esso manca del tatto come, per
eeempio, nella lingua latina; 2° l'aggettivo, perchè la sua differenza dal nome
è puramente grammaticale; 3° il pronome, perchè fa le veci del nome rispetto
alla sua fimzione; 4° la preposizione, perchè esprime nna relazione o funzione
che tiene le veci del verbo, o si limita solo a determinare più esattamente il
valore e l'ufficio dei casi ai quali di solito si prepone; 5° l'avverbio,
perchè si può considerare facilmente come una forma irrigidita di alconi casi e
serve in generale a determinare più esattamente l'idea verbale nel modo stesso
che l' aggettivo serve a compiere o circoscrivere l'idea nominale; 6° la
congiunzione, perchè esprime solo l'idea dei reciproci rapporti ira le cose
pensate riducibile alla tonzione del verbo ; 7° l'interiezione, perchè è solo
un'espressione ab- breviata equivalente ad una proposizione completa. 2. Ciò
premesso rimane a considerare se il nome e il verbo siano o non siano alla loro
volta riducibili ad un termine solo. sulle parole è gianta alle radici
primitive, che d due classi: le une radici attribuliBe corrispondenti alle pa-
role di sostanza cbe eaprimoDO un contenuto ; le altre ra- dici dimostratite
corrispondenti alle parole di forma che esprimono una funzione. È tuttavia da
avvertire che ciò si deve intendi/re più per la teoria della grammatica, in
parti- colare, cioè per quelle lingue che hanno gii una gramma- tica, che per
la lingua umana in genere ai primi stadi del suo processo evolutivo, perchè
tutto induce a credere che assolutamente indispensabili come segni esterni
dell'idea siano soltanto le parole di sostanza (radici attributive). La questione paò essere tentata da dne punti
di vista ben differenti rispetto alla storia e rispetto alla logica pura. Dal
pnnto di yista storico si tratta di decidere intomo alla precedenza cronologica
tra il nome e il verbo. Ed a questo proposito lo Smith sostiene la precedenza
del verbo, affermando clie i nomi sono di meno urgente necessità; Dngald-
Stewart sostiene la precedenza dei nomi, affermando che ai verbi si snp- pliira
col gesto (Max Mììlleb, Letture, Lett. II). Di questa opinione sono pure il
Yico ed il Rosmini, ma Io Heyse, d'accordo coi maggiori fllologi, afferma che,
superato oramai il periodo antegrammaticale, il sostan- tivo ed il verbo devono
essere considerati di pari valore neO'unità della proposizione, non essendo
possibile ac- cordare all'uno la precedenza sull'altro. E tale è ap- punto la
nostra opinione. D'altronde la ricerca di qnesta priorità storica ci pare
inutile e perfino assurda, dal nostro punto di vista, se si ridette che essa
non può giustidcarsi senza già ammettere gratuitamente che dei due termini uno
sia derivato dall' altro. E ad ogni modo anche se si trovasse che anteriormente
alla grammatica esisteva una lingua senza verbi, tuttavia, secondo la mag^or
verosimiglianza, si potrebbe ancora ritenere che questo non derivava dalla
mancanza assoluta del concetto del verbo, ma semplicemente dal fatto che colui
che par- lava con puri nomi monosillabici lasciava al suo uditore la cura di
aggiungervi col pensiero le forme corrispon- denti all'affermazione ed ai
rapporti fra le cose ed i concetti. Lo spirito primitivo insomma sottintendeva
assai pili che non esprimesse, e la funzione dell'affer- mazione logica, nella
quale pare consistere la vita e l'essenza del discorso, vi era tutta interna e
latente. Non era dunque il concetto del verbo che mancasse A. Pabtobe, Sopra la
teoria della Sdenta. 3 . nel giadìzio primitiTO, ma solo tuia parola o segno
particolare che ne facesse foneticamente le veci. E poiché dal pnnto di vista
dell'analisi logica la riduzione dei due termini in ano solo ci pare impos-
sibile, ammettiamoli precisamente come primitivi, e passiamo a esammame
rapidamente le ìmportantìssime proprietà fondamentali. 3. Cominciamo dal nome.
Aristotele dice che i nomi sono ciò che rimane della enuncianone o gindizio
(dnitpavaii;, Xìto; à-noipayrixàc) levatone il nesso (ounnXoicfì); tì Korà
^lrlBe^l[av oun- irXoK^v XrfÓntva ed aveva egli stesso tracciato la divi- sione
radicale dei nomi in dne categorie: 1" xà nèv KaeòXov (nomi comuni), 2* Tà
bè KaS' ^KoaTov (nomi proprii); divisione che noi accettiamo tale e quale. Il
nome comnne è qaello che si dà ad ona specie o collezione o classe qualunque
d'individui. II nome proprio è quello che si dà ad un individuo per
distinguerlo da tutti gli altri della medesima specie. Anche qui evitando la
questione sopra l'origine e la precedenza storica delle due categorìe
accennate, ci limitiamo ad osservare che queste due categorie del nome (classe
— individuo) non soltanto sono famigliari nella Grammatica e in tutti gli
ordini delle cognizioni, ma si presentano come assolutamente irreducìbili a
qualunque analisi che non voglia distruggere il pro- cesso logico del pensiero.
E vero che anche il nome comnne pub talora indicare un solo indivìduo in una
più ampia classe di classi, ma questo fatto non distinigge la distinzione
suddetta anzi la riconferma, come è noto. È poi della massima importanza il
rilevare che si potrebbero introdurre al posto dei termini: classe e » 11
individao, i dae termini eqaiiraleati: conttineote e con- tenuto, i quali
raccolti in on concetto snpramo po- trebbero &r attribuire al nome il
siguificsto unico e generalissimo della inclusione. 4. Passiamo al verbo. Noi
crediamo che lo stato attuale degli studi logici e filosofici ci dispensi
dall'esaminare più. minutamente la questione della necessità logica del verbo
che fu già dichiarata da Aristotele : dyfu bt f^ixaio!; ofi&cijla
KOTdipooiq oùbé dirigioon (de interprete C. 10, pag. li", b. 10), cioè '
senza verbo non c'è né affermazione né negazione ,. Quindi di fronte alla
molteplicità delle forme verbali una sola ricerca può interessarci: la sem-
plificazione. Le grammatiche scolastiche continuano ancora a di- stinguere due
specie di verbi : l'uno, il verbo semplice o copulativo ■ essere , quando ha il
puro ufficio di congiungere il predicato al soggetto (Il sole è risplen-
dente); l'altro, il verbo predicativo attributivo (Il sole risplende) in cui è
da comprendersi anche il verbo ' essere , quando significa ' esistere .. 8'
aggiunge che fra i due casi vi è una differenza not«vole. Nel primo caso il
verbo è la semplice affermazione della congiunzione e non si aggiunge alcun
termine nuovo. Nel secondo caso il verbo attributivo si può sdoppiare
dimostrando cori che alla pura copula verbale si ag- giunge un termine nuovo
cioè il predicato nominale (participiale). Ma ò chiaro che questa differenza
fondata sul fatto che nella prima espressione il verbo è diviso dall'ag-
gettivo, ossia verbo e aggettivo sono termini distinti, nella seconda invece il
verbo è incorporato coU'agget- tivo in un termine solo, ha un valore
semplicemente didattico ed esti-inseco e non può introdiure una di- stinzione
radicale nel concetto del verbo. Infatti, in ambedue, il verbo fa sempre l'
officio di attribuire la qualità alla cosa affermandone la convenienza. E sic-
come l'affermare che un predicato conviene ad un sog- getto vai quanto
l'attribuirglielo, cosi possiamo dire che ogni verbo è essenzialmente
attributivo. Cade per- tanto la differenza scolastica fra il verbo copulativo e
il verbo predicativo o attributivo, per il fatto che ogni verbo, anzi il verbo,
è essenzialmente copulativo e at- tributivo ad un t«mpo. Ciò premesso, già ne
segue logicamente l'avvertenza che tutti i verbi sono transitivi. Difatti, a considerare
bene la posizione logica del predicato dalla fase che precede il giudizio alla
fase unificatrice del giudizio medesimo, sì trova che il verbo opera sempre un
tra- passo in cui il predicato prima indistintamente consi- derato, è
attribuito, cioè aggiunto poscia distintamente al soggetto. In ogni caso è il
pensiero che nell'atto unificatore del giudizio trapassa da un termine
all'altro mediante la funzione transitiva del verbo, in cui si rac- coglie la
virtù discorsiva dell'affermazione. Da ciò s'ar- guisce che il verbo esercita
sempre una vera e propria funzione transitiva nel giudizio ; pare adunque non
do- versi disconoscere che ogni verbo è ad un tempo aSer- mativo, copulativo,
attributivo e transitivo. Ed io sono altresì di parere che se noi possiamo
discorrere e par- lare della realtà, ciò dipende appunto dal fatto che il
nostro spirito — in virtù della natura transitiva del verbo — è capace di quel
movìm.ento progressivo ohe si richiede tanto nel giudizio quanto nel
raziocinio, e pel quale siamo atti a trapassare logicamente di concetto in
concetto. V'è tnttavia una questione notevole da ri- schiarare. Come i verbi
comunemente detti intransitivi si po- tranno ridurre e nel tempo stesso
distingnere, se por farà d'uopo, dai verbi transitivi? Si tenga per fermo che
il dire: 1° a eerti verhi si aggiunge un termine solo per esprimei-e chi fa
l'azione, dunque qui l'azione non passa faori del soggetto e questi verbi sono
intransitivi, 2° a certi altri invece si aggiungono due termini, uno per
esprimere chi fa l'azione, l'altro per esprimere chi la riceve, dunque qui
l'azione passa fuori del sog- getto e questi verbi sono transitivi, non basta
né per togliere ai primi il carattere " lo- gico , transitivo, uè per
conferirlo ai secondi. Molto più logico — a parer nostro — è concludere che, se
nei primi le azioni si riferiscono solo a chi le fa — per restare nella
terminologia comune — questi si devono più precisamente denominare soggettivi;
og- gettivi i secondi nei quali le azioni si riferiscono in- sieme a chi le fa
e a chi le riceve. Ma ciò che non muta nei due casi è la transitività
fondamentale della relazione logica espressa nei due casi dalla copula,
fiancheggiata dal soggetto e dal suo naturale ed unico predicato o attributo
conveniente. Ciò che muta invece è semplicemente la formalità estrinseca
dell'attributo, il quale nel primo caso è semplice, nel secondo è com- plesso.
Per trovare quindi il carattere essenziale della tran- sizione logica, noi non
abbiamo bisogno di ricercare sopra chi cada l'azione seconda espressa dal verbo
co- munemente detto attributivo, o per essere più precisi, dall'aggettivo
congiunto al verbo attributivo semplice della proposizione (essere); perchè
l'oggetto dei verbi, comonemente detti tronsìtiTi non è altro che an com- plemento
dell'attrìbnto. I cosi detti verbi intransifÌTi aggiungono al verbo semplice
attribntìvo nn solo ter- mine, l'attrìbnto o, altrimenti detto, il predicato i
naie ; e per essere transitivi non abbisognano d'altro. I cosi detti verbi
transitivi, invece, all'attributo ine- rente al verbo semplice attrìbntdvo
aggiongono ancora un complemento. Distingoasi donqae nettamente: 1° l'azione
logica primaria del verbo semplice cbe significa in tutti i casi l'
attrìbozione e la transizione pnra dell'affermazione dal Secondo termine al
primo ; 2° l'azione secondaria dell'attribnto o predicato che significa solo
l'aggionta d'un' altra attribuzione complementare ad un termine dell 'afièrm
azione. La sola differenza pertanto che passa tra ì verbi si^gettivi ed
oggettivi è questa: i primi costituiscono una proposizione semplice, i secondi
una complessa. Insomma ciò che si dice complemento d'oggetto non è altro che
complemento d'attributo, e come tale non differisce essenzialmente da tutta la
gran classe di quei complementi che s'aggiungono* d'ordinario all'attributo
della proposizione per determinare variamente le qua- lità e le azioni che al
soggetto si riferiscono. 6. Ma rimane una questione grave. Già da gran tempo i
migliori grammatici, nell'intento d' introdurre una grande semplificazione cosi
nella teorìa logica come nella pratica grammaticale , tentarono di dimostrare
che tutti i verbi sono, in ultima analisi, riducibili al verbo essere. E noi
non riprenderemmo- in esame questo punto se non lo vedessimo contestato, con
nuovi argomenti, da nn critico di grande valore. Infatti il Coaturat (1) nella
sna grande opera sopra la logica di Leibniz, intendendo di fare tina critica a
fondo della logica classica che secondo Ini ha impedito a Leibniz di fondare
l'Algebra della Logica moderna ' par un respect presqne inconscient polir la
tradition scolastiqae et ponr l'antorité d'Aristote , (pag. 438), osserva che
" le domaine (de la Logiqne classiqae) est extrSmement restreiut. De toates les
ìdées de l'esprit homain, il ne comprend qne les concepts génériques on
concepts de cktases (idées générales et abstraites), et de toat«s les relations
qu'on pent concevoir entre les idées, la Logiqne classique n'en étndie qn'nne:
la relation d'inclosion (,la relation d'égalité pouvant se definir an moyen de
celle-là). Elle se rédait donc, an point de vne logiqne, è, l'étnde des
jugements de pré- dication, qui consistent à attribuer un predicai à un snjet;
et, au point de vne mathématiqne, à la théorie des ensembles considérés sons le
rapport de l'inclnsion et de l'exclnsion. ' An point de vne grammaticBl, son
domaine peut se definir comme snit: elle n'étudie qne les propositions dont la
copnle est le verbe étre, et elle n'admet comme termes de cea propositions qne
des concepts simplement juitaposés (moltipliés l'un par l'antre), de manière à
restreindre leor extenaion par leur mutuelle intersection. Elle ezclat du
discours tous les cas obliqnes, totttes les prépositions et tons les relatifs.
Elle pent tradnire cette proposition: " Le cheval est blanc , ou encore: '
Le cheval blanc , est jeune, vigoureni, agile, etc. ,, mais elle ne pent pas
tradnire ceUe-ci ; * Le cheral dn cocher est blanc comme neige „ et encore
moina (I) Louis Covtubat, La logique de Leibnit d'aprèt des documenti inèditi. Paria,
F. Alcan. I. celle-ci: " Le cheval du cocher mange l'avoine qne luì a
donnée son maitre „. Pourqnoi? Farce qn 'elle ne- glige et iguore toates les
relatious eiprimées par les mots de, camme, manger, que, donner, lui, aon.
" Or, si imparfait et si fallacìeai que soit le lan- gsge comme
insti'ament logiqae de la pensée, il en est encore l'espression la plus
complète et la plua Tarìée. Leibniz ne l'ignorait pas, lui qui regardait
l'analyse du lang^e c.omme la préface indispensable de la Logique. Si l'on considère
d'abord les verbes (actifs), ils exprimeut et affirmeiit(oa nient) une certaiue
relation speciale entre leur snjet et leur complément. Sans doate une prét«ndne
analyse logique essaie de les rédnire tous au verbe substantif Sire, en faiaani
de la relation un prédicat du sujet. Mais cette analyse ne fait que reculer et
dégtdser la difficulté: " Paris &ime Hélèue , se transforme en "
Paris est l'amant d'Hélène „. Le verbe aimer est remplacé par un gé- nitif
également intradnisible. De méme, le génitif: ' l'épée d'Évandre , pent se
transformer en un relatif : " l'épée que possedè Évandre ,, qui est tout
aussi in- traduisible. Ainsi le verbe actif, le génitif et le relatif sont
trois manières différentes d'exprimer une meme relation. " Bien plus; le
verbe étre lui-mSme concourt à ex- primer une foule de relatioas autres que la
relation de prédication: A estégalà£; ^ est sembtable k B; A est plus grand que
B; A est le pére de B, etc. Dans toutes ces propositions, la copule réelle
n'est pas est, mais la relation' affirmée entre A et B. Et la prenve (1) en est
que, si l'on veut convertir ces pro- (1) Se in questa propoaìzione, A è uguale
a B, la copula reale fosse ìi puro i, allora il predicato dovrebbe essere
pOBitìoDB, on ne prendra pas pour nonTean snjet le prétendn atthbat: "
égal à £ ,, ' semblable à B , etc., mais bien B. Snìvatit qae la relation
exprimée par ' la vóritable copale est symétrique cu non, la relation convertie
aura le mSme nom oa un antro nom. Sì A est le frère de B, B est le firère de A
; mais si A est le pére de B, B est le fils de ^ „ (pagg. 423, 433, 434). 7. Pigliamo atto anzitutto d'anb
preziosa affer- mazione di cui faremo aso nella conelusione del pre- sente
paragrafo. Le proposizioni di coi la copula è il verbo essere non possono
esprimere altro che la relazione di indusione; la relazione pertanto espressa
dal verbo essere è equivalente alla relazione d'inclusione ; in altri termini
l'affermazione dell'essere è l'affermazione del- l'inclusione. Questo valore
fondamentale del verbo es- sere fn già, del resto, riconosciuto schiettamente
da Aristotele che per indicare il verbo essere necessario ai giudizi di
predicazione adopera i passivi tnàp%eoBai e KaTt]topiìa6aì — col senso di *
essere attribuito, essere riferito, essere predicato, essere affermato, cioè
conte- nere , ; mentre adopera gli attivi ómipxEiv e Ka-n]TOp«Iv — (il quale
ultimo, specialmente, perde In Aristotele il valore di " accusare , e
piglia quello pia generale di 'attribuire,) coi senso dì " riferire,-
predicare, affer- mare, convenire,, cioè sempre col senso di * inesse, inerire,
essere inerente, essere contenuto ,. eguale a B. Ma questo non è perchè nella
conversione si prende come soggetto il puro È. e non eguale a B, dunque la
copula reale non è è ma la relazione nuova affermata tra A e B. A. Pàitosb,
Sopra la teoria deUa Stienia. 8 U.g,l:«lov
I. Tà aÙTÒ Afa ùicópx^iv te ical ^f| ùnàpxciv (tbiìvoTov ti|i aÙTi4i kqI
kotù tò aiixà — oOtìi I>V| noauJv tan pEpaio- Tiitii Tiliv dpxiliv: —
dbOvaTOv T^P àv tivoOv toOtòv fiiio- XaM^dvfiv dvai kqI ufi «Iyoi (JfetepAya. ,
IV (F) ■ 3, pag. 1005, b. 19). Stabiliamo dunque che la copula est ha simalta-
neamente 1 due sensi: 1° attivo: contiene {continet), 2° passivo: è contenuto
(inest), i quali sono appunto le due proprietà fondamentali dell'inclnsione
relativamente alla partizione del nome : nome comune (classe), nome proprio
(individuo). 8.
E veniamo alle ragioni del Coutnrat, il quale per precisare meglio il suo
pensiero aggiunge in una nota alla pag. 433: ' Cette analjse ne réussit vraiment
que pour les verbes neutres ou les verbes actifs pris in- transitivement, parce
qu'ils expriment un état plutòt qtt'one action: " Paris aime , devient; '
Paris est amoureux , ; ' Ego valde patito „ devient: ' Ego sum magnus potator ,
(Chap. Ili, § 12). Mais dès qn'oa veut indiquer qui Paris aime, ou ce que je
bois, l'a- nalyse ' logique , éehoue, jnstement parce qu'il s'agit d'une
relation entre deux " sujeta , , et non plus de la qualification d'un seul
" sujet ,. Contro questa
dimostrazione AeìV irreducibUità di ''itti i verbi al verbo essere si possono
addurre le ra- Loni seguenti: In primo luogo è evidente che se fosse possibile
di- iOstrare che un solo verbo attivo è riducibile aDa )pala est, cioè è
traducibile colla sola riduzione di clusione predicativa, l'affermazione della
pretesa b-- "ducibilità di tutti i verbi al verbo ' essere , crolle- Ora
questa ridacibìlità si verìfica appunto nel verbo attivo * contenere ,, il
qaale nel caso della proposizione * A continet B „ esprime precisamente non ana
sem- plice qualificazione del soggetto, come avviene pei verbi neutri o pei
verbi attivi presi intransitivamente (caso in cui la riduzione riesce), ma una
vera ' relation mire deux * sujels „, A e B. Sia dunque la proposi- zione ' A
continet B ,. Notiamo, in primo luogo, che essa è proprio costi- tuita da un
verbo attivo {continei) \ quindi che essa può trasformarsi in quest'altra: ' A
est continem B , che contiene il genitivo (too); da ultimo in quest'altra: * A
est guod continet B , che contiene il relativo (g^od); essendo appunto il verbo
attivo, il genitivo e il relativo tre maniere diverse di esprimere una stessa
relazione intraducibile col puro verbo ' essere , se- condo il Coutorat. Ora è
chiaro che la proposizione: ' A continet B , è riducibile al semplice giudizio
di predicazione ' A est B , avendo noi appunto stabilito col Couturat che il
verbo * essere , non può espri- mere altro che la relazione d'inclusione, nei
due sensi di ' continet „ e di * inest , che sgorgano logicamente dal concetto fondamentale
dell 'inclusione. Dunque in questo caso almeno i due ' sujets ^ A e S si ridu-
cono ad un soggetto (^1 e ad un predicato (B), legati insieme dalla pura copula
è che esprime lo schietto rapporto dell'inclusione. Noi diremo con Leibniz: se
■ A continet B, allora ' praedicatum inest aubjecto , (comprensione); 90 * A
inest B , allora ' suòjectum inest praedicato , (estensione). E tnttavia dal
punto di vista grammaticale le proposizioni ' A est confinens ToO B ^ e ' Aest
quod continet B , non dicono niente di più di quest'altra equivalente 'A est B
,. In secondo luogo si noti che per tradurre la pro> »ibv Google posizione *
A eonttnet B , nella equivalente ' A est amtinens B , non s'impone la neceasitÀ
di portare al genitivo il caso di B per effetto del participio ' eon- Un^is ,,
giacché il participio è nn nome verbale come l'infinito e come tale ha comoni
col nome e col verbo certa proprietà &a coi — rispetto al verbo — questa
importantissima: l' infinito e il participio reggono gli stessi casi cbe regge
il verbo a cni appartengono. Es. : Io faccio il mio dovere: noiétu ri béovra; —
Io sono fecente il mio dovere: noiiliv «lui Tà b^ovra; — Io ho un cavaUo:
Tiaheo equum; — Io sono avente tm cavallo: sum habens equum; — Io vedo il soie:
viéfo solem; — Io sono vedente il sole : awm videns solem; — n cavallo mangia
la biada: equus edit avenam; — Il cavallo è mangiante la biada : equus est edma
avenam; — Tireaia deplora la sna cecità: Tiresiasde- plorat caecitatetn auam,
Tireaias est deplorane caeó- tatem gttam; Tiresiaa est qui deplorai eaedtatem
auam; — Paride ama Elena: Paris amai Hdenam; — Paride è amante Elena ; Paria
est amans Helenam. Anzi, a guardare sottilmente le cose, scrivere: * Pa- riti è
l'amante di Elena , è trasformare il participio dato in participio sostantivo (
l' amante := l' uomo amante). Ora, non solo noi non abbiamo punto bi- B<^o
di fare un participio sostantivato mediante l'ar- ticolo, ma non dobbiamo farlo
assolutamente, percbè quando si scioglie il verbo attivo transitivo d'una pro- posizione
di questa forma " A (verbo transitivo) B , nel verbo sum unito ad un
participio e si vuole ottenere una proposizione perfettamente equivalente,
tanto nel senso dell'azione quanto nell'uso del caso di B, bisogna ritenere che
allora il participio non deve essere ado- perato aggettivamente cioè nel senso
di uno stato ctu dura (Es.: Germani appetunt gloriam; Germani sunt »ibv Google
mas PBOEITITX DELLA LOGICA 21 appetenles gloriae), ma invece il participio deve
conti- nuare ad esprimere l'azione in genere, nel qnal caso rimane la
costruzione coli 'accusativo dell'oggetto (£s.: Germani appetunt gloriam;
Germani sunt aj^tetentea gloriam). Tutte le grammatiche elementari fanno dif-
ferenza tra: ' aynans gloriam , che vuol dire ' qui amai , cioè indica non lo
stato ma l'azione, e ' amane gloriae , che signìSca ' amante della gloria ,
cioè in- dica non l'azione ma lo stato. Possiamo dunque concludere osservando
che la com- parsa del genitivo dopo il participio è una pecnliarità che si
presenta solo nel caso che si vogha alterare la natura logica dell'azione
espressa nel verho attivo, so- stituendo all'idea d'azione l'idea dì stato. Ma
fuor di questa circostanza che non è la nostra si conserva il caso di prima. Ma
il Oonturat non è pago. 9. V'ha una folla di relazioni verbah, egli scrìve, che
sono espresse mediante il concorso del verbo * es- ser? , e tuttavia sono
differenti dalla relazione di predi- cazione: A è uguale a B; A è simile a B; A
è più grande di B; A è il padre di B. In tutte queste proposizioni la copula
reale non è punto è, ma la relazione affermata tra Ae B. Infatti : se in questa
proposizione ad es. ° ^ è uguale e, B , la copula reale fosse il puro è, allora
il predicato non dovrebbe essere B, ma " egwUe a B ,; ora questo non è,
perchè nella conversione quando si pone il pre- dicato al posto del soggetto,
si prende come soggetto il puro B e non ' eguale a B ,; dunque la copula reale
non punto è, ma è la relazione nuova affermata tra A e B. In breve le
affermazioni del Coutnrat sono: Se tra la copula ' ^ , ed il predicato B
entrano sostantivi, aggettivi o participii, cioè nuovi termini relativi in
genere esprimenti nnove e intradacibilì relazioni lo* gicbe, allora: 1° il
verbo della proposizione è propriamente ' i eguale a ,, e non ' è ,; 2° il predicato
della proposizione è propriamente " B , e non ' eguale a B „. 10. Ora noi
dimostreremo per contro che in tutti qnesti casi: 1° la copnla reale resta
sempre * ^ , e non * eguale a , ; 2° il predicato reale resta sempre ' B „ e
non è pnnto necessario che sia " eguale a B ^, come Ìl Coa- tarat fa dire
impropriamente alla Logica classica. Infatti tutti questa termini nuovi che si
possono introdurre tra la copnla e il predicato sono divisibili in due classi:
1° termini simmetrici (eguale a, siniite a, firatello di.., ecc.); 2° termini
non simmetrici (maggiore di, padre di.., ecc.). Questa divisione fu già
intraveduta dal Conturat, ma egli non ne ricavò alcun frutto. AJ I termini
simmetrici sono quelli che di fronte alla fìmzione logica della inclusione espressa
dalla copula è, indicano che i loro soggetti e predicati Ae B quantitativamente
equivalenti sono ad un tempo * con- tenente e contenuto „ iA$ B) e quindi nella
conver- sione possono essere scambiati di posto perfettamente ; come ad esempio
le proposizioni: »ibv Google IDBB PRIUITIVt SELLA LOOIOA 23 jT] è I Qgnale a |
[b]; [a] é [11^5771 [¥[; [a] è I frateUo di | [b] ; ecc.; si convertono nelle
equivalenti: E ^ I °g°^'« ^ I H: [b] è I Bimile a | |T| ; [b] è j fratello di |
[a] . Qui l'inclnsione ha nello stesso tempo valore attivo e passivo (A S B)
Est = Continet e £^ I termini non simmetrici invece sono quelli che di Ironte
alla funzione logica della inclusione espressa dalla copula h, indicano che i
loro soggetti e predicata A e B non sono ad nn tempo " contenente e
contenuto , ma che l'uno solo è " contenente , e l'altro è ' contenuto ,
(A > B oppure A< B) e quindi nella conversione non possono esser
scambiati di posto fuorché mantenendo il loro proprio valore caratteri- stico
di contenente o di contenuto e mutando il genere della copula (inclusione) di
attivo in passivo o viceversa. Come, ad esempio, la proposizione '..le maggiore
di £ , è equivalente a quest'altra : il contenente A è maggiore del | coa
tennto B \ , non si può convertire fuorché scrivendo: il contenuto B é minore
del j contenente A \. U.g,l:«lE qui l'inclasioue ha soltanto U valore fisso o
dì attivo {A> B) o di passivo (B < A). Ora queste considerazioni ci
permettono primiera- mente di comprendere che tutte le espressioni formate da termini
relativi non simmetrici sono sempre emi' nentemente transitive e potrebbero
essere considerate come la conclusione di nn sillogismo elittico, di cui il
termine medio è appunto rappresentato da quel termine relativo che s' interpone
tra la copula e il pre- dicato. Infatti i due termini estremi A e B sì affer-
mano convenienti o ripugnanti fra loro secondo che posti in relazione con una
terza idea x, contenente (>), contenuto (<), contenente o contenuto (5);
l'uno vi si trova conveniente e l'altro no, per es,: [A^x, x > B, dunque
A>B). Anzi in linea generale ogni proposi- zione della forma ' A è B , può
essere considerata come la conclusione di un sillogismo elittico; A è x, X è B,
dunque ^ è B, in cui noi non dobbiamo stu- pirci che non figuri il termine
medio {x) esplicito perchè il sillogismo non è che un modo di elimina- zione
nell'affermazione simultanea. Secondariamente ci dimostrano l'inesattezza della
t«3Ì del Couturat in una maniera semplicissima. Infatti: 1° 3e il termine
relativo è simmetrico, per es. A è uguah a B, noi riuniamo .A e S in nn solo
sog- getto, e scriviamo: A e B sono eguali. Allora è chiaro che il termine
relativo eguale non conviene al verbo, come vorrebbe il Contnrat, ma tanto al
soggetto quanto al predicato, essendo appunto il termine medio del sillogismo
elittico. Insomma la copula resta sempre è e non eguale a; essendo vero
soltanto in questo caso simmetrico che il termine eguale, come conviene al
soggetto A conviene ai predicato B. 2° Se il termine relativo non è simmetrico,
per es. A h maggiore di B; noi rìaniatuo
^ e it in un solo soggetto, e BCriviamo: A e B sono in un rapporto t^inelusione
tale che ' A è maggiore „ e ' B è mi- nore „ rispettlTsmente. Allora è chiaro
che il termine maggiore non conviene al verbo, come vorrebbe il CoTitm-at, e
neppm-e conviene al predicato B, ma sol- tanto al soggetto. Insomma la copula
reale resta sempre è e non maggiore di, non essendo punto richiesto dalla
logica classica che al predicato B convenga il termine maggiore, allorquando ai
comprende che gli conviene il termine minore. Noi annettiamo grande importanza
a questi risal- tati, perchè essi ci dimostrano che nn termine naOTO può
entrare in una proposizione semplice, dello schema A est B in differenti
maniere, dirette ed oblique, ma le varie forme grammaticali risultanti non
impediscono che le varie operazioni, tanto simmetriche quanto asim- metriche,
di cai si tratta, siano riducibili al rapporto d'inclusione e d'esclusione,
cioè al giudizio di predi- cazione. Nessuna dauqne di quelle relazioni che si
tra- ducono nel linguag^o ordinario con uno di qnesti termini relativi: eguale
a, simile a, più grande che, ecc., " échappent aux prises de la Logique
classique , (p. 433). Possiamo raccogliere in poche parole questo esame del
concetto di verbo. Tutti i verbi sono riducibili al solo verbo copulativo,
attributivo e transitivo essere il quale sì risolve nell'affermazione
fondamentale della inelusitme. Concludiamo. 1 1. L'analisi grammaticale mette
capo pertanto a due termini che si possono considerare come primittTÌ: A.
Fabtoke, Sopra la teoria dàla Sciftixa, i »ibv Google ^ l Classe o contenente,
nome comune; \ IndiTÌdao o contenuto, nome proprio; H. Verbo (Inclnsione :
essere contenente , essere Le léee prlmitlTe della logica natnrale « della
ìogleu riflessa. 1. Le nostre ricerche, nel campo della logica ge- nerale, si
dividono in due parti: 1° Quali sono le idee primitive che si adoperano
nell'arte logica naturale (tingaa^o comune); 2° Quali sono le idee primitive
che si adoperano nell'arte logica riflessa (linguaggio scientifico). L'ordine
da noi scelto è giustiticato dal fatto che dei termini che si usano in logica
pura, alcuni appar- tengono direttamente al linguaggio ordinano e sono
adoperati con significato identico ma indefinito, ed altri, adoperati con un
significato diverso ma ben precisato, sono poi definiti regolarmente mediante
definizioni che fanno uso di termini del linguaggio comune. 2. Cominciando
pertanto dalla prima parte (logica naturale) noi possiamo ridurre l'analisi a
quei termini logici che sono proprìi delle più elementari ed imme- diate verità
logiche che trovansi in qualunque enun- ciazione possibile dello spirito umano,
perchè soltanto il discorso enunciativo è proprio di questa dottrina naturale
che stiamo ora esaminando (1). (1) AHiaTOTBLE: à bi duoqiavTiKÒ; Tiìq vOv
etiupla^. De interprete G. 4, pag. 17, a. 1. »ibv Che cosa è l'ennuciazione ?
Aristotele ha scritto: 'Eoti 6é di; ttpiliioi; XÓTOq dito- qiavTiKÒt
Kaxitpaaii, etra bi dirótpaon {de mterpret,, C. 5, pag. 17, a. 8). '
L'eaunciazione dì per aè una è primieramente affer- mazione, poscia negazione
„. Questa proposizione è per noi e per tatti della massima eTidenza. Non è
dunque necessario presupporre cognizioni logiche più o meno vaste per
comprendere la verità dell'affermazione se- guente: Ogni più semplice
proposizione possibile — qnaliinqne poi essa sia — è sempre V affermazione di
qualche cosa. Qnest'affermazione suggerita dal più elementare bnon senso ci
autorizzerebbe adunque a considerare ' l'affer- mazione „ come il primo ente
dell'arte logica naturale che occorre assumere senza definizione. Ma il solo
porre quest'affeiioazione : " Assumiamo, cioè puniamo come ente logico
primitivo, l'affermazione ,, ci impone la necessità di convenire che il concetto
espresso dai verbi: porre, assumere e simili (che noi non possiamo fare a meno
dall' adoperare volendo am- mettere checchessia), o è pur esso un ente logico
pri- mitivo, come l'affermazione, o almeno è riducibile ad esso. Ora in primo
luogo l'uso del concetto di ' porre , è estesissimo in tutte le lingue antiche
e moderne, ed ha dato origine ad una folla di parole derivate: e*ton ...
6itóe?iaii;; positio; suppositio, tesf, ipotesi; po- sizione, supposizione ;
propositio, proposizione ; eom- positio, composizione; premessa; TeS^vxiuv
tivCùv: qui- busdam positis, ecc., che esprimono concetti affini o equivalenti;
in secando luogo i termini appartenenti alle varie scienze che si adoperano
comunemente per indicare l'affermazione sono innumerevoli: »ibv Google Assamere,
ammettere, accasare, adoperare, adottare; concedere, concepire, considerare,
contare; dare, desi- gnare, dire, determinEtre ; enonciare, esprìmere, essere,
esistere ; fare , fissare , fingere ; introdurre , indicare, includere;
limitare; mettere; porre, posare, prendere, premettere, proporre; ritenere,
riferire, ridarre, ren- dere ; scrivere, segnare, significare, stimare,
stabilire, scegliere, supporre; tenere, trattare, osare; e via dicendo. !Noi
poniamo anche il verbo ' porre „ in qnesto elenco dei sinonimi, più o meno
esatti, del verbo " af- fermare , , perchè è chiaro che le espressioni :
" siano posti, dati, ammessi, introdotti, stabiliti, scrìtti, ecc., i
fatti a e 6 , (ad esempio), sono perfettamente equi- valenti a quest'altra : ' siano
affermati a 6 b ,, cioè ' sitmo a B b ,. Che il concetto logico del verbo
" essere , sia poi sinonimo del concetto ' affermare , si capisce dal
fatto che il pensiero esìste per la prima volta quando pone ed affama qualche
cosa e non ci è possibile esprimere la cosa con parole diverse. Ciò posto, è
giocoforza conclndere che se i concetti dell'a^ fermare e del porre non hanno
tutti i significati spe- ciali e proprii delle parole riferite nell'elenco, in
fondo a tntte nondimeno si trova un significato convenzionale costante, per coi
se noi troppo spesso adoperiamo questi verbi promìsciiamente, finiamo poi
sempre, in ultima analisi, per voler indicare una stessa cosa. Elimineremo
dunque naturalmente tutti quei termini che non sono altro che forme improprie
ed inutili dello stesso concetto; inoltre siccome in una serie di ter- mini
perfettamente sinonimi basta dichiararne uno solo perchè risultino dichiarati
tutti gli altri, cosi sceglie- remo il solo concetto dell'affermazione, ma
contìnue- remo a servirci liberamente degli altri, per » la varietà del
lìngn^^o, per quanto il rigore e la semplicità del metodo potrebbe consigliare
di so^ri- merli. 3. Posto dimqDe come ente primitiTO della logica natnrale il
concetto dell'affemure, cioè l'afiennadone, vediamone le proprietà. Aristotele
definisce l'afférmazione in questo modo: KOTàipoOK bé icFTiv diróqjovoli; ttvo?
Kard tivoi; . dnó- cpaoii; bt JoTiv dirocpavol; tiv<h; ava tivik; (de
interpret., C. 6, pag. 17, a. 25). Cioè: AiTermazìone è poi enun- ciaziotu di
una coaa ad un'altra; e negazione è enon- dazione di una cosa da un'altra.
Questa definizione è tntt'altro ohe rigorosa perchè il concetto
dell'eauuciazìone è appunto on termine che non si definisce senza far uso del
concetto dell'affer- mazione. Infatti I'di((Kpdvciit; serve a definire la
KaTApooi; e la KaTdtpooi; serve poi a definire l'ditoqidvjn (1). Ma la
proprietà fondamentale dell'affermazione non potrebbe essere dichiarata piii
lucidamente. Infatti risolviam o etimologicamente il vocabolo ' affer- mare ,;
troviamo da una parte il verbo ' fermare ,, dall'altra la preposizione a, ad.
Ora il verbo ' fermare , sinonimo di fissare, arrestare, chiudere, stringere,
riu- nire, stabilire, limitare, porre, isolare, dare, ecc., indica che qualche
cosa (oggetto qualunque, elemento, ente, fenomeno, punto, dato, fatto, termine,
ecc.) può deve essere fissata, fermata, limitata, data, posta, ecc. La
preposizione a, ad indica nn ' moto a , che noi non (1) "EoTi hi
TTpiIiToi; Xófoi; ditotpovTiitftt Koxdtpomt «Ira H ditòqiaoK (l'apofansi à la
catafaai). KaT<Ìipciai( hi imiy àvòtfavai^ tivo; kqkI tivoc' ditóqxuiif bi
^otiv diMxpavol^ Tivo( duo Tivo( (la calafasi è l'apofansi). »ipossiamo
figurarci altrimenti cbe come il passaggio, il trapasso, la transizione,
l'attribnzione, la relazione, o il riferimento d'un punto ad un altro, o
rappresenta- zione di punto in punto. Il vocabolo ■ affermazione , potrebbe per
tal modo essere tradotto con queste frasi equivalenti : fissazione di utm cosa
ad un'altra cosa, riferimento, attribuzione, apposizione di una cosa ad
un'altra (kotiì TIV04), eco. 4. n concetto primitivo dell'affermazione si
mostra dunque risolvibile in queste due altre affermazioni: 1° l'affermazione
di due cose distinte {oggetti, ter- mini, elementi, dati, fatti, fenomeni,. enti,
idee); 2° l'affermazione di un riferimento, relazione, o moto ideale dall'una
all'altra. In altri termini : l'uomo non può pensare, cioè affer- mare nulla
senza l'idea determinata delle cose (essere determinato); e il pensiero, cioè
l'affermazione dell'es- sere determinato, vale a dire dell'essere in un limite
qualunque, non si può avere senza il pensiero cioè l'af- fermazione d'un
rapporto qualunque fra le cose (1). (1) Da quest'analisi risaltano altresì
alcune conseguenze notevoli che non vogliamo omettere, per quanto non abbiano
]ui che il puro valore d'un'amplificaiione retorica. Senza ieSnire ciò che è
inde ti ni bile, noi siamo giunti a formarci LÌ più cbiaro e distinto del fatto
dell'aSerma- e di alcune sue proprietà fondamentali che sono ordi- e indistinte;
e possiamo ben riconoscere che questo risultato ai è ottenuto per via di una
serie di limi'd' che noi ihbiamo introdotto nel significato dei vari termini.
Tale è liinque la natura della nostra mente che per pensare a qual- livoglia
cosa ricorre sempre al concetto di limite che si pre- lenta inseparabile i3a
ogni rudimentale affermazione cosi del jensiero come dell'essere, e ciò forse
puù servirci a dimo- itrare che pensare da solo Tessere indeterminato non vuol
. Concludiamo pertanto questa ricerca intorno alla classificazione dei concetti
primitivi della logica na- dire pensare l'eisere senta pensare il limite, ms
Bolamente peruare il limite indislinto, pacche queatì termini: l'indi- ■tinto,
l'indeterminato. l'indefinito, ecc., non sodo già la oe- gazioDe del Hmite, ma
solo una fase, per cosi dire, storica dell'affermazione del limite atesso.
Poichà un oggetto assolutamente unico non basta per de- tenninare un atto di
affermazione, il quale, nella forma ^i semplice, suppone almeno sempre due
ometti o termini di- stinti in un rapporto; ne risulta che, come non possiamo
porre l'esistenza di un fatto unico, cioè assolatamente isolato, così non
possiamo né afièrmare, né conoscere altrimenti la realtb che come un gruppo di
fenomeni. Dunque per noi ogni affermazione è sempre una cotal composizione di
feno- meni, sia che enuuci una veritti, sia che enunci un errore, giacché, come
nota acutamente Aristotele: « 'Ev olq t^ i^eOboi; Kol Tò dXr)6£;, tjùvBtai^ tu,
ffitì voiiudTiuv iDoirep ìv fivTUtv > (de An., HI, 6, pag. 430 a, 27 sg.
Bekksr). Per poco che si rifletta intorno a queste conclusioni, non si tarderà
a riconoscere che ogni affermazione non è altro che la posizione di un limite o
di un complesso di limiti che fa lo stesso. La nostra intelligenza non può nulla
conoscere fuori dello schema di limite, vale a dire dell'essere, giacché il
nulla stesso ci si afferma come un limite negativo; in altri termini il
concetto di limite si afferma anche quando si nega. Che altro é affermare se
non porre e per conseguenza li- mitarel e che altro é limitare se non
distinguere, cioè porre un qualche limite, come un dato reale od ipotetico da
cui qualche altro dato ai esclude? Non v'ha né affermazione senza limile, né
limite senza affermazione nel dominio della conoscenza. E gli eeseii non sono
altro che complessi di limiti legati da funzioni parti- colari; e il mondo per
noi non è altro che il sistema della limitazione tanto nella realtà quanto nel
pensiero. Cosi ne segue che ogni affermazione può dirsi semplice solo limita-
tamente, ma in verità è sempre un composto. Ogni affer- mazione reale è quindi
ìinleiica, nessun elemento separato assolutamente, essendo affermabile senza
condizione e di per sé solo. L'assoluto deve essere per conseguenza rigettato
col- »ibv Google - OAPITOLO I. tarale, rumneiitsudo che l'aDalìsi logica mette
capo ad un concetto che si può considerare come prìmìtiyo : il concetto
dell'affermazione di limite, il qnale però non l'uno paro, perchè non è che a
forza di relazioni che ai ginnge a defiDÌrlo, qaslla cosa medeiiina che indi,
contraddi Elorìa- meDte, si aSénna non essere relaliva. Essere, limite,
relazione sodo pertanto tre termini che si confondono fra loro nella coscienza
umana, e noi ci serviamo sovente di questa confusione, perchè balza agli occhi
di tutti che l'afFenn azione nuda dell'essere reale ed obbiettivo non pab
ftirsi senza l'afTermazione contemporanea di limiti o di relazioni, guati che
siano, di un essere che può certamente esistere in un limite. Ogni essere è
costituito da un lìmite o da un sistema dì limiti che ne conduce e ne regola
l'esperienza. Riconosciamo dunque — senz'alcuna difficolti — che anche le
definizioDi di quei termini che sgorgano immediatamente dalla virtua- lili del
concetto d'afférmazione — come quella del limite, cioè della posizione
dell'essere e della relazione — sono una impossibilità logica; perchè nel caso
nostro, essere senza lìmite e limite senza essere sono vocaboli spogli d'ogni
si- gnificato. Genericamente l'essere è il nome volgare di lìmite e l'essere
assoluto, senza limiti, senza relazioni, negando il limite, spezza
l'affermazione e sì nega da sé medesimo, se è vero che il dire che una co^a ó o
non è equivale a dire: certi limiti sodo o non sono posti o, ancor piìi
brevemente, certi limiti sono o non sodo. Ma, a guardare sottilmeate la natura
ed il valore della nostra coscienza afTermanle, è appunto da questi due fatti
ricordati più avanti; la posizione del limile e il riferimento, che ne
risultano due altri veramente mirabili, vale a dire: la transizione del limite
medesimo e la composizione del differente. Infatti se lo spirito umano
nell'atto dell'afferma- zione appena vuol porre un termine qualunque, deve
porre an limite e per conseguenza se esso finisce sempre col porre due termini
diversi, cioè, grossolanamente parlando, qualche cosa de una parte del limite e
qualche altra cosa dall'altra, congiungendoli però col l'affermazione del loro
inseparabile rapporto; allora h chiaro che l'atto dell'affermare comprende
avrebbe alcun senso se non si risolvesse in dae altre aSennazionì fdae termini
in un rapporto), cosi imme- diatamente congiunte con esso e congiunte in pari
questi tre momenti libici distinti e pure inBeparabili e con- temporanei fra
loro: 1° la posizione di un termine (tesi); 2° l'oppoaizioae dell'altro
(antitesi); 3° la composizione loro (sinteBÌ). Ora che cosa vuol dire
quest'espressione ; lo spirito allorché vuol porre un termine è sempre
costretto a porne anche un altro, cioè ad opporre un altro, se è vero che un
effetto asac luta mente nnico non basta per determinare un atto di
affermazione? Per noi questo fatto indica chiaramente che lo spirito umano
nell'atto dell'affermare, esplica come una virtù projettiva o transitiva la
quale pone un limite, e nel tempo stesso lo sorpassa, se è vero che limitando
non solo ai fìssa l'orizzonte dello sguardo cogitativo ma altresì lo ai apre.
Per continuare una metafora, che, ben lungi dall'essere una semplice comodità
momentanea della questione, è una vera esìgenra così del linguaggio come del
pensiero umano, l'idea di limite indica non solo il di qua ma anche il di là
del limite rnedesimo, né altro facciamo — in ultima analisi — acquistando la
cognizione dì un fatto, fuorché dìs^nai'e una figura determinata in un campo
c;ircostante indeterminato, o segnare un punto in un campo, o trapassare collo
spirito da punto in punto, o rappresentarci aemplicemente un punto in nn altro
punto, sempre per la virCd transitive o antitetica del concetto
dell'affermazione di limite. Non basta. Quale é il significato logico e
gnoseologico del terzo fatto presentato dal concetto uno-trìno
dell'afferma^jone, cioè della eompùsi- tione simultanea dei termini? I due
primi momenti [posizione, opposizione) affennano che i fenomeni sono
inseparabili dai limiti (1), dunque l'c^- getto conclusivo dell'afiermazione
non può essere mai né il semplice fenomeno, né il semplice limite o rapporto,
ma deve essere tanto il fenomeno nel limite e pel limite, quanto (1) ITn
ftmomeno senza nu lìmite è impeusabUs e Tioeversn. A. Fastose, Sopra la teoria
Sella Sdenta. 5 U.g,l:«lov Google 34 PABTX I. — CAPITOLO 1. tempo &a loro
cbe ai possono considerare ancora come primitive: 1° affermazioni di oggetto
(enti, cose, termini, ele- menti, dati, fatti, fenomeni, idee); 2"
affermazione di rapporto. Qaeste ridnzioni possono presentarsi anche cosi: l
classe (enti, cose, termini...}; I individuo (an ente, una cosa...); 2" 6.
Passando ora alla seconda parte, cioè all'analisi delle idee primitive della
logica riflessa, ci sembra suffi- ciente limitare le nostre ricerche a quella
serie di ter- mini che s'incontrano nella teoria del indizio, sopra il quale si
eleva l'intero ediflzio della logica para. La qnale si divide precisamente in
tre parti: dell'idea (o concetto), del giudizio e del raziocinio. il limite nel
fenomeno e pel fenomeno, cioè Unto l'ei nella comparazione e per la
comparazione, quanto la com- parazione nell'eaistenza e per reBÌaten7a. È
chiaro che il terzo momento non è un'aggiunta gratuita, poìcliè se da una parte
è innegabile cbc la duplicità dei termini deriva da) semplice fatto
dell'affermazione, cioè della posizione di limite, dall'altra è parimenti
innegabile che, essendo ì due termini realmente indiviaìbili nel fatto della
unica afiermazione, tutti questi momenti ai riassumono nella composizione
integrale di uno solo. Ciò vuol dire che ogni affermazione non è soltanto una
tesi ed un'antitesi, ma Hopratutto una sintesi. Lo spirilo, insomma, nel fatto
della affermazione^ prima pone dei limiti, poi li oltrepsaBa per riaffermarli
sotto forma di un limite nuovo, quindi bÌ può comprendere che le interrotte
affermazioni onde s'intesae ii traslato dell'umana conoscenza non sono altro
che un perenne rinnovamento di forme che vanno e tornano, si fanno e si rifanno
»ibv NeUa logica pnra l'ente logico per eccellenza è Videa (o concetto),
aatoralmente non considerata dal punto di viata né psicologico né materiale, ma
solo dal ponto di vista formale, cioè in qnanto ogni idea ha nn or- dine in sé,
ona connessione coi suoi elementi e si con- nette essa stessa con altre idee.
Per questo riguardo — come afferma il Cantoni — le idee si presentano nella
logica pura come una molteplicità di eleTnentt omogenei £ra loro, cosi nei loro
elementi come nei loro composti che sono sempre idee, analogamente ai mul-
tipli e sottomultipli delle quantità che sono sempre quantità. 7. Ora importa
sopra tutto distinguere — alla ma- niera classica — i giudizi dove i concetti
sono congiunti, dai concetti stessi all' infuori de! giudizio e ridurre questi
ultimi alle loro ultime classi. Questa ricerca è nota sotto il nome di problema
deUe categorie. Io mi dispenso datl'eaaminame particolarmente le varie
soluzioni storiche proposte, e mi limito ad esporre i risultati ottenuti
secondo il procedimento seguente. Fare la classi&cazione di tutti i
concetti logici pos- sibili, Tuoi dire fare la classificazione di tutti gli
ele- menti possibili del giudizio. Ora gli elementi non solo possibili ma
indispensabili del giudizio logica sono di- visibili, com'è noto, in due
parti-. 1° elementi materiali o quantitativi del giudizio (due concetti,
snbbjetto e predicato); 2* elementi formali o qualitativi del giudizio (l&
relazione di convenienza o discrepanza tra essi rappre- sentata nella
proposizione dal verbo). Dunque tutti i concetti logici possibili devono essere
parimenti divisibili in due classi: »ibv Google 36 P4ETB I. — CAPITOLO I. 1'
concetta di materia o quantità; 2' concetti di fonna o qnalità. Ma la
considerazione della materia, cioè dei due con- cetti o termini del giudizio,
dà laogo ad un'altra snd- dÌTifdone, dovendosi appunto tener conto della
quantità estensione materiale dei dne concetti medesimi, ohe paò presentarsi
cosi: 1° concetti di materia contenente; 2" concetti di materia contenuta.
I concetti di contenente sono presi in tatta l'esten- sione della loro materia
(universali). I concetti di con- tenuto sono presi in parte dalla loro
estensione mate- riale (particolari) (1). Per contro la considerazione della
forma, cioè della relazione espressa dal verbo, dà luogo ad un'altra suddivisione
dovendosi appunto tener conto della qualità della relazione stessa che può
presentarsi co^: 1° concetti di forma affermativa (concetti affer- mativi) ; 3°
concetti di forma negativa (concetti negativi). È vero che nella teoria
ordinaria della logica pura la considerazione della forma del giudizio ci porge
una trìplice divisione: qualità, modalità e relazione, dove ognuna di esse è
ancor suddivisa triplicemente. Uà noi riduciamo la relazione alla forma qualità
ed eliminiamo la modalità perchè ci sembra che abbia nn valore più psicologico
che logico. Cosi la divisione dei concetti in dne classi : concetti (1) È quasi
inutile avvertire che i concetti singolari e individuali rientrano nelle due
ctasai precedenti, come av- viene per le propoaizioni singolari di fronte alle
universali e alle particolari. »ibv di materia e coiic«ttì di forma,
corrisponde precisa- mente a quelle dne capitalissime divisioni delle pro-
posizioni secondo la quantità (proposiaioni unÌTersali o particolari), o
secondo la qualità (proposizioni affer- mative o negative) che furono riassoute
nei dae versi notissimi delle Scade (1). 8. Anzi, poiché in fondo in fondo non
vediamo dif- ferenza apprezzahils fra le dne coppie materia e forma, secondo
cui si classificano gh elementi del giudìzio, e quantità o qualità, secondo coi
ai classificano le pro- posizioni, né vantaggio alcuno a mantenere distìnta la
terminologia, cosi d'ora innanzi oseremo libertunente e univocamente tanto
l'una quanto l'altra espressione. Noi ammetteremo cioè che tntta ta teorìa
della logica pura, dall'idea al giudizio, al raziocinio, sì possa esprì- mere e
coatmire sopra quell'unica e primitiva divi- sione che abbiamo accennato, in
modo tale che il tutto guadagni in regolarità ed in comprensibilità. Se ora a
quei concettì di materia o quantità che abbiamo detto universali e particolari
facciamo corri- spondere i concetti equivalenti di contenente e conte- nuto, di
classe e di individuo, ecc.; e analogamente a quei concetti di forma o qualità
che abbiamo detto affermativi o negativi facciamo corrispondere i con- cetti
equivalenti di inclusione e di esclusione — in base appunto ai risultati
ottenuti nel capitolo antece- dente — e se quindi componiamo opportunamente i
primi coi secondi per ottenere tm giudizio qualunque (due termini in un
rapporto), ne nasce che qualunque « Asserì t A, negat E, verum universaliter
ambie, < Asgerìl /, negai 0, sed particularitef ambae*. I relazione logica fra due concetti s r
attere d'inclnsione. I due termini trovano posto nel soggetto e nel pre-
dicato, e il rapporto logico nel verbo. D soggetto e il predicato sono niente
altro che dae idee di materia o quantità (universali — particolari; contenente
— contenuto; classe — individuo, ecc.). H verbo è niente altro che un'idea di
forma o qua- lità (affermazione o negazione, inclusione esclu- sione, ecc.) che
si indica comunemente col nome di rapporto o relazione logica (1). 0.
Concludiamo pertanto questa ricerca intorno alla classificazione delle idee
della logica pura, indi- cando che l'analisi logica mette capo a due
affermazioni o idee che si possono considerare come primitive: 1° idea di
materia o quantità; 2° idea di forma o qualità relazione. E per quanto queste
due affermazioni elementari non siano altro che vere e proprie idee, tuttavia non
vediamo alcun inconveniente ad esporlo piii precisa- mente nella forma seguente
: , . , 1 Classe, contenente; { Individuo, contenuto; II. Selamione
(Inclusione, esclusione). (1) Sarebbe forse bene — a parer nostro — adottare
sempre il concetto leìbniziano dell'affermazione dell'inclu- aione o dell'esci
usi one logica (conteoente-contenato) invece del coDcetto del tutto e della
parte, perchè il lutto eccede sempre la parte, meatre il conteuente e il
contenuto pos- sono talora esaere uguali nei due termini del giudi;iìo, come
avviene appunto nelle afiermazioni di due termini reciproci: »i il n>ED
PBIHITITB DELLA LOGICA ìiV Ora basta il semplice con&onto &a le dae
idee pri- mitive della lo^ca DEttarale: oggetto e radono; e queste dae idee
primitive della logica para: idea e re- lazione, per concludere che le due
coppie sono per- fettamente ridacibili ad una formnla sola, esprimente le dae
idee primitive ed irredacibili di tutta quanta la logica generale. Le Idee
primitive della Matematica. Le Idee primi tire dell'Aritmetica. 1. Applicando
alla teorìa dei numerì gli stessi crìtor! adoperati finora circa la teorìa
della Grammatica, della Logica naturale e della Logica rìfiesga, noi pos- siamo
introdurre immediatamente una grande semplifi- cazione nella nostra ricerca: 1*
distinguendo le idee dalle proposizioni; 2° distinguendo le idee primitive
dalle idee de- Riguardo al primo compito i più illustri matema- tici
contemporanei (1) s&ondando le secolari e inter- minabili logomachie a cui
andò soggetta la questione per opera di matematici e di filosofi d'ogni scuola,
dopo un'analisi accuratissima e rigorosa trattata con gli strumenti sempre più
perfezionati della logica ma- tematica, riuscirono a porre sopra solide basi
alcuni , 1901: Sul concetto di »i isBE FBiHiTiTE dxll'abithetioa 41 ponti
foodamentali clie ora si ammettono < mente come irrednttibili. Riassumiasio
dapprima i rìsnltatl finora ottenuti nel campo dell'analisi aritmetica,
desumendoli libera- mente dall'ottiroo Manuale del Burali-Forti, il qnale facendo
uso dei segni adottati per il Formulario di matematica del Peano e con una
felice scelta di nu- merosi esempi tratti dal campo della matematica ele-
mentare, rinscl a rendere, non solo possibile, ma per- fino attraente la
lettnra del sao libro * anche a cbi non possiede nozioni di matematica
superiore ,. 2. Dei termini che si usano in aritmetica, parte ap- partengono al
lingaaggio comune, parte al linguaggio strettamente aritmetico. Poicbè questi
ultimi sono de- finiti regolarmente facendo uso dei primi, fissiamo la nostra
attenzione sopra i principali di questi , cioè BOpra i seguenti termini:
eguale, somma, maggiore, minore, differenza, prodotto, dei qnali vogliamo ve-
dere se possiamo servirci per definire tutti gli altri. Ora è della massima
importanza il rilevare che am- messo noto il significato dei termini: eguale,
somma (e quindi del segno -f- che, in certo modo, corrisponde a somma) possiamo
definire i termini : 1' maggiore, minore (e quindi i segni >, <}; 2°
differenza (e quindi il segno — ); 3° prodotto (e quindi il segno >').
Infatti: 1" Dire che il numero a è maggiore del numero b equivale a dire
che a é la somma di b con un nu- mero. In altri termini: ' Diciamo che il
numero a è maggiore del numero b, quando a è la somma di b j ,. In modo
analogo: " Dire che a è mi- è lo stesso che dire: b è maggiore di a ,.
U.g,l:«lov 2" Il termine differenza
sì definisce coi termini egttale, somma, dicendo: " Un numero si dice
diffe- renza di altri dne disngnali, qaando sommato col mi- nore di es8Ì dà per
somma il maggiore , ; quando la frase: disttguali significhi uno maggiore deW
altro, e non non uguali, il che ìmphca altre proprietà dei numeri. S" Una
delle definizioni qualche volta nsata di prodotto è la seguente : Prodotto di a
per b, a y^ b, è la somma di b rntm^ uguali ad a. Quando sia noto ciò che
significa somma di b nnmeri eguali ad a tale definizione è esatta. Restano i
due termini (dei quali ci siamo serriti per definire gli altri); A) Eguale; B)
Somma. A) Ma si osservi anzitutto che siccome il tarmine eguale deve già essere
definito in sé stesso logicamente, cosi non occorre più che ce ne occupiamo
nella teoria dei numeri; BJ Quanto aJla somma, poiché a tutti son fami- gliari
certe proprietà fondamentali della somma (4), il coi concetto non si può affatto
concepire senza far uso dell' idea di numero ; di più, siccome é noto che per
EOI definire il termine somma come il termine numero significa determinare le
proprietà più semplici ad essi inerenti, cosi basta un semplicissimo esame
delle proprietà relative a questi dne termini per farci con- cludere che il
termine: ' successivo ,, sinonimo di * che vien dopo ,, si può sostituire al
termine somma nel caso di sommare con uno. In tal modo é possibile esprimere
con 1 due soli segni: 1, sue, tutti gli in- dividui della classe H,
indipendentemente dalle diffi- coltà materiali che si presentano in tale
rappresen- tazione. Infatti è solo per evitare tali difficoltà che per »ibv
Google ICES PRIMITIVE DELL ARITHETIOA 48 definìziouejjontamo; 2^=sac. 1; 3 =
suc. 2j 4=r;snc. 3; ma i termini 2, 3, 4 non sono necessari. 3. I termini: N,
1, sno. rappresentano quindi idee primitive, idee semplici, clie qualtmqae aomo
possiede, e che noi definiamo in sé stessi ammettendo cbe per essi siano vere
certe proprietà primitive dalle quali si possono dedurre logicamente tutte le
altre. In conclu- sione, con successive riduzioni siam giunti a conser- vare
queste tre idee oltre cui un'ulteriore riduzione non ci sembra possibile: 1°
Numero; 2° Uno; 3° Successione. Queste tre idee possono tuttavia assumere anche
la disposizione seguente: L Numero {Classe), \ Uno (Individuo); Le Idee
primitive delia Geometria. 1. Applicando alla teoria geometrica gli stessi
criteri già adoperati circa le teorìe della Grammatica, della Logica naturale,
della Logica rifiessa e dell'Arit- metica, noi possiamo ancHe qui introdurre
una grande semplificazione nella nostra ricerca : 1° distinguendo le idee dalle
proposizioni; 2° distinguendo le idee primitive dalle idee dé- Riguardo ai
qaali compiti teoendo conto del rag- gnardevolissimi studi del Pasch (1), del
Peano (2), e del Pieri (3), crediamo ancora opportuno di ricapito- lare, per
comodità dei lettori non specialisti in questo genere di ricerche, i fecondi
progressi compiuti nella riduzione dei Tari concetti geometrici fondamentali.
Una delle più importanti ridnziooi analitiche fa com- piuta, nel 1882, dal
Pasch che, nel suo importante la- voro, gianse a sviluppare la Geometria di
Posizione (o Projettira) assumendo tre soli concetti primitivi, cioè: 1° Punto;
2° Segmento rettilineo; 3" Porzione finita di piano. ' Ma il terzo di
questi concetti — osservò acuta- mente il Peano — si può ridurre ai precedenti
assu- mendo per definizione del piano, o d'una sua parte, una delle ben note
sue generazioni ; sicohè ammessi i due soli concetti di punto e segmento
rettilineo si pos- sono definire tutti gli altri enti e sviluppare tutta la
Geometria di posizione , (4). Ora, aggiungendo a questi concetti della
Geometria projettiva il concetto di congruenza, o di sovrapposi- zione o
trasporto o moto d'una figura (trasformazione (1) M. Pascb, Vnrlesunffen ueher
nettere Geometrie. Leipzig, Teubner, 1882. (2) G. Peano, Principi di Geometria
logicamente esposti. Torino, F, Bocca, 1889, e Sui fondam'enti della Geometria,
< R. di M. », t. IV, 1894, Torino. (3) M. Pieri, Delia Geometria elementare
come sistema ipotetico deduttivo. Memoria della € R. Acc. delle Scienze di
Torino ., Serie II, Tom. XLIX. 1899. (4) Cfr. « R. di M. », voi. IV, 1894 : Sui
fondamenli della Geometria. »ibv Google IDEB PRIHITITB DELLA OBOMBTRU 45 di
ponti in ponti) che comparìBce nella Geometria me- trica, risaltava che i
concetti primitivi della Geometrìa generale erano quattro secondo il Pasch e
tre secondo il Peano {Punto, Segmento, Moto). 2. Cosi erano le cose qnando il
Pieri, lavorando sopra i dati del Pasch e del Peano, giunse ad introdurre
un'altra radicale semplificazione, portando adae i con- cetti primitÌTi della
Geometria elementare, nella sua eccellente ' monografia del punto e del moto ,.
' n sistema di Geometria, che è per delinearsi in questo saggio — egli scrive —
procede e ai svolge di pari passo con due concetti non tolti a nessun'altra
scienza deduttiva o intomo aì quali si finge di nulla saper da principio; son
qnesti il punto ed il moto. Tutte le altre nozioni a cui dobbiam fare appello
spet- tano alla Logica pura (e come tali si trovan distinte e classificate in
forma assolatamente deduttiva nei mo- derni studi solla Logica algebrica);
oppure ripeton l'origine da quelle due sole idee prime, combinate &a loro,
e con le categorìe della Logica per via di defini- zioni nominali , (pag. 178,
op. cit.). H moto è qui ben inteso come rappresentazione dei punti in punti e
lungi da ogni qualunque significato meccanico. Tuttavia è della massima importanza
no- tare ebe l'À. si decise a scegliere il concetto di moto solo per motivi
didattici, pur * non rimanendogli alcun dubbio circa la possibilità di comporre
tutta quanta la Geometria elementare con queste due sole materie 1° Il punto ;
2° Una certa relaziona fra tre punti a, b, e, che si può rappresentare con le
frasi " e dista da a quanto b „, ovvero " e appartiene alla sfera
descritta da d.centroa,, »ibv Google 46 F&BTB I. — CAPITOLO II. * In coppia
(a, e) è congruente alla coppia (a, h) , ecc. e rappresentar, se ci piace, per
mezzo di an aimbolo * e èba t, senz'altro , {pag. 176, op. cit.). Ognim vede
chiaramente dì qaanta importanza siano tanto l'accennata riduzione delle idee,
quanto quest'in- tima tendenza a rimpicciolire la sfera del moto e forse a proBcriyerlo
del tntto dai fondamenti della Geometrìa 3. Ciò premesso, è appena necessario
avvertire che : A) Il punto geometrico è pur sempre dal Pieri considerato sotto
i dae punti di vista hen noti, cioè: 1* come oioaa* (di punti); 2" come
individuo (Cfr. Nuovo modo di svol- gere, pag. 5). B) Il moto geometrico è
precisamente considerato come relazione, cioè come " trasfonn azione di
ponti in ponti ,, " congruenza ,, " trasporto ,, ' sovrappo- sizione
,, ' rappresentazione di ponti in ponti „ ' ona ceHa relazione fra tre ponti ,,
' un gruppo transitivo di trasformazioni „, per conclodere — non sembrando pio
possibile alcuna riduzione olteriore — che le idee primitive della Geometria
sono rìdocibili al sistema seguente : I Punto ! ''^^''^^-^ ( (Individuo) n.
Moto (Relazione). U.g,l:e5bv Google CAPITOLO TERZO Le idee primitive della
Fisica in gene- rale e in p£irtlcolare della Fisica ma- tematica e della
Meccanica razionale. 1. Qnella parto della Fisica che ai occupa dell'oa-
servazione dei fenomeni, della misura delle grandezze che TÌ compaiono, delle
leggi che li governano e della riprova sperimentale dei risultati ottenuti
teoricamente, costitaisce un ramo speciale a cni si suol dare il nome di Fisica
sperimentale (1). Quella parte delta Fisica clie ha per oggetto lo stadio H. P.
GRICE STAGE STUDIO teorico dei modelli, cioò la deduzione e la coordina- zione
di tutte le leggi che li governano, avendo preso ano sviluppo grandissimo,
specialmente in questo ul- timo secolo, forma qaasì una scienza a parte che si
chiama Fisica matematica (2). La Fisica matematica sì suddivide alla sua volta
in molte teorie particolari (meccanica, termica, ottica, (1) Fabio Intrsa,
Elementi di Fisica. Toriao, Unì' TipograSco-Edìtr., 1900, p. 10. (2) Idem, pag.
9. »ibv Google 48 elettro-magnetica, ecc.) le quali — per qnanto alano
costruite ìndipendeo temente l'una dall'altra — tuttavia finiscono in ultima
analisi per condurre ad un sistema comune di equazioni (equazioni di Lagrange
in senso geueralissimo) che hanno un significato ben più largo e pili profondo
che le teorie medesime da cui sono ricavate. Questa è la ragione per cui le
singole teoria della Fisica matematica possono ancora venire raccolte tatte
quante in sintesi suprema dalla Meccanica razio- nale; lo studio della quale
presuppone la conoscenza dell'aritmetica e della geometria e di tutte quelle
altre scienze che si riattaccano a queste, conte la trigono- metrìa, l'algebra,
la geometria analitica, il calcolo infi- nitesimale e via discorrendo. La
Meccanica è invero la parte più perfezionata della Fisica, e la sua perfezione
consiste appunto nell'aver bisogno di poche idee e di pochi postulati (assunti
dal- l'esperienza) per dedurne un'infinità di teoremi sui casi anche più
complessi di movimento, teoremi la cui esat- tezza è stata sempre confermata
dall'esperienza e sopra- tutto dall'accordo ammirabile fra i movimenti degli
astri, quali si sono studiati e previsti nella meccanica celeste (1). 2. Ciò
posto ^ senza entrare nel campo che ri- chiede la conoscenza delle teorìe più
alte e più difficili dell'analisi matematica — rivolgiamo la nostra atten-
zione a quel gruppo d'idee primitive di cui si fa uso im- plicito ed esplicito
in questa scienza, coll'intento d'inter- pretarle da un punto di vista ancora
superiore, quando (I) Fabio Invhba, Elementi di Fisica. Torino, Unione
Tipografico-Editr., 1900, p- 13. »ibv Google IDES FBIHITIVX DILLA VISIOA 49 ci
venga fatto di poterle ridorre ed ordinare logica- mente ad una formula pia
semplice e più rigorosa (1). E poiché la maniera più naturale e più sicura per
fungere al nostro intento è quella di seguire atten- tamente la storia dei vari
metodi di esposizione della Meccanica finora impiegati e di esaminarne il
valore ed i risultati, ricordiamo brevemente i più importanti (1) A rigore di
logica, per procedere all'analisi delle pure idee primitive della Fisica, non
dovremmo qui prendere in eeame le idee primitive dì cui fa uso casi la Fisica
mate- vate rispetto alla Fisica pura^ nello ateaao modo che — dovendo procedere
all'analisi delle idee primitive cosi della Logica come della Matematica — non
stimammo opportuno di fermarci ad analizzare le iiìee primitive di cui fa uso
la Logica matematica, scienza mista e derivata rispetto a quelle, la verità
Logica matematica. Fisica matematica e Meccanica razionale dovrebbero essere
tutte quante esami- nate ed apprezzate aolo più tardi e come ulteriori applica-
zioni delle idee primitive della Logica pura, della Matema- tica pura e della
Fisica pura. E tele è appunto il piano generale del presente lavoro, in cui la
Logica matematica ad esempio sarà analizzata e giudicala a suo posto (Cfr. Gap.
V, g 2) ed a fianco auo saranno rassegnate tutte le altre applicazioni
scientifiche costruite analogamente (Cfr. Gap. V, § I). Ma siccome in primo
luogo la Fisica pura non ba finora intrapreso il lavoro della ricerca,
dell'analisi e della riduzione delle sue idee primitive, come è avvenuto invece
più o meno rigorosamente nella Logica pura e nella Matematica pura; in secondo
luogo, siccome invece questo lavoro fu fatto — e nel modo che vedremo — dalla
Fisica matematica e specialmente dalla Meccanica razionale, e, per comune
intesa, si accettano dalla Fisica pura i risul- tati analitici ottenuti dalla
Meccanica razionale, così ci ve- diamo costretti a fermarci sopratutto
all'analisi di questa scienza mista, pei' servire agli scopi general!
dell'analisi della Fisica pura. Questa però à una libertà che non pre- giudica
i nostri ragionamenti. A. Firn/KX, Sopra la teoria detta Sdenta. 7 »i. metodi
egpositivi riferiti e criticati dal Hertz (1), il quale nell'accingersi a
rifare l'ammirabile edifizio della Meccanica razionale, ha svolto rigorosamente
la nostra questione. I metodi esposti sono tre. Il primo è il metodo classico
(2) che segue nell'in- segnare la scienza l'ordine in cnì essa si è andata for-
mando attraverso i secoli. Qui i concetti fondamentali che 3Ì assumono come
dati sono quattro: Tempo, Spazio, Massa e Forza. Un secondo metodo possibile
(3) — secondo Hertz ^ benché non sia stato svolto (4), consisterebbe nel-
l'introdurre fin da principio, come quarto, in luogo del concetto di forza il
concetto dì energia. Qui biso- gnerebbe dare come un fatto sperimentale
l'esistenza di dne specie di energia e la sua indistruttibilità. Le idee
fondamentali sarebbero quindi le seguenti : Tempo, Spazio, Massa, Energia. Un
terzo metodo — che è quello che Hertz svolgo nella sua opera — non introduce da
principio che tre soli concetti : Tempo, Spazio e Massa. 3. Bitenendo
inconfiitabili le critiche mosse ai due primi metodi espositivì rivolgiamo la
nostra analisi a quest'ultimo in cui si determina la vera e nuova fase del
pensiero del grandissimo fisico e matematico. (1) H. Hertz, Die Prinsipien der
Meckanik in neuem Zusammmhange dargestellt. Leipzig, I. A. Berth, 1891. (2) Op.
cit., pag. 5. (3) Op. cit., psg. 16. (4) La cosa era vera quando lo Hertz
scriveva; più tardi il metodo di cui »\ tratta trovò uno avolgimento completo
nell'opera di O. Helh: Die Energetik nack ihrer geschichu lichen Entmicklung.
Leipzig, Veit & Comp., 1898. bv Google IDKB PBIMITITB SBLLA FISICA E di capitale importanza il rilevare che ai
tre primi concetti dati: Tempo, Spazio, Massa, l'Hertz non tarda ad aggiacgeme
nm quarto: il Moto, i] quale nnita- meute poi alla Massa diventa capace di
spiegare cìb che si chiama di solito coi nomi di Forza e di Energìa e non 6
altro per Hertz che un' azione di masse e moti (1) secondo l'ipotesi
fondamentale del moto na- scosto che egli introduce genialmente nella sua
teoria- Poiché ò troppo importante conoscere la maniera di eliminare
definitìvamente i due concetti di forza e dì energia dal gruppo dei concetti
primitivi della mecca- nica razionale, riportiamo il brano relativo del Hertz
nella traduzione testuale che ne ha dato il Oarbasso (2) per essere sicari
d'interpretare fedelmente il pensiero del maestro: ' Se ci proponessimo di
comprendere ì moti dei corpi che ne circondano o di ridurli a regole semplici e
chiare e se in questo tentativo volessimo tener conto solamente di oiò che cade
sotto i sensi, la nostra fa- tica, almeno in generale, riuscirebbe a vuoto.
" Noi ci dovremmo ben tosto convincere che il com- plesso di ciò che
possiamo vedere e toccare non forma punto un universo regolare, un universo nel
quale da condizioni uguali scaturiscono sempre le stesse con- seguenze. Né
dovremmo conchiudere che vi sono nel mondo più cose di quelle che sono
immediatamente osservabili coi sensi. ' Volendo formarci dell' universo una
rappresenta- zione completa e chiusa in sé e regolare, ci è giuoco- forza
dietro le cose che vediamo supporne altre invisìbili, (1) Op. cit., pag. aO.
("^) A. Garb*S80. « Nuovo Cimento », Serie IV, Voi. l, Feacìcolo di
gennaio, 1395, pag. 10 e seg. . dobbiamo dietro le barriere che il senso
c'impone , ricercare ancora degli enti nascosti. " Qaeste influenze
nascoste ci si sono presentate nelle dae prime esposizioni della Meccanica di
cui abbiamo discorso; là erano intese come cose di ana natura af- fatto
particolare, per rappresentare la loro parte nel- l'aniverso s'erano creati i
concetti di forza e di energìa. " Ma questo modo di procedere non è il
solo pos- sibile, nn'altra via ci si ofire. ' Si può ben ammettere che qualche
cosa di nascosto per noi ci sia, ma si pnò negare che questo qualche cosa
appartenga ad nna categorìa particolare. ' È sempre libero a noi di supporre
che quel sub- strato ignoto non sia a, sua volta che massa e movi- mento ;
massa e movimento che differiscono dagli os- servabili non in sé, ma solo per
rispetto ai mezzi di cui ci serviamo per le nostre osservazioni. " Questo
modo di considerare le cose è appunto la ipotesi che noi vogliamo introdurre. '
Noi supporremo cioè che, oltre alle masse sensi- bili, ne esìstono
nell'universo altre, rette dalle mede- sime leggi in modo tale che il tutto
guadagni in re- golarità e in comprensibilità ; vogliamo anzi supporre che la
cosa sì verifichi affatto in generale, che non vi sìa dei fenomeni altra causa,
da questa in fuori. Ciò ~he si chiama di solito coi nomi di forza e di energìa
lOn sarà per noi altro che un'azione di masse e di aoti, solo ammetteremo che
non sempre queste masse questi moti siano dì natura tale che possano cadere
otto la percezione immediata dei sensi „ . Ognuno scollerà chiaramente
l'altissima importanza i questa maniera di considerare i fatti, donde noi
icaveremo molte conseguenze teoriche e pratiche nel lodo che vedremo più tardi.
Ma noi dobbiamo per ora meditare più a lungo sdì quattro concetti che restano,
in altima analisi, proposti come primitivi: Tempo, Spazio, Massa, Moto. Non è
possibile una ridnzioue maggiore? 4. Malgrado il rispetto dovuto alla grande
antorità di Hertz notiamo anzitntto che il concetto di Massa non può
rigorosamente essere considerato come pri- mìfivo e quindi indefinibile, per la
semplice ragione ch'esso viene introdotto dall'autore, nel primo libro, appunto
per mezzo d'una definizione, in cui non si fa altro cbe attribuire per
convenzione il nome di Massa ad un gruppo di concetti aventi già significato
ben La Massa infatti viene dal Hertz definita nel modo seguente : " Dicesi
particella (di massa) un s^no iMerktnal o caratteristica) che serve per làr
corrispondere ad un pnnto dato nello spazio in un determinato istante, un altro
pnnto perfettamente determinato in un istante qualunque , (1). Quindi aggiunge:
* Dicesi posizione di una particella il punto che è caratterizzato da questa
particella , (2). Da queste citazioni appare che nella stessa mente di Hertz la
Massa non è già altro che una caratte- ristica, un seguo — ti segno di un punto
determinato nello spazio e nel tempo — giacché per definire la Massa egli
ricorre ai termini più noti di Spazio e di Tempo, cioè di punto e d'istante. U
segno d'un pnnto o d'un istante è poi niente altro che l'affermazione o
posizione logica di esso: affermazione o POSIZIONE che è l'ente logico
prìmitiTO implicato in ogni atto mentale, come fa detto a suo tempo. D concetto
di Massa non è dunque primitivo ma derivato, essendo risolvibile nei concetti
di Spazio e di Tempo, e non potendosi definire senza ricorrere agli enti indefinibili
già riferiti. E noto che alla domanda: ' Un dato ente si pab definire? , si pnò
solo rispondere quando essa venga enimciata sotto la forma seguente: ' Dati gli
enti a, b si pnò definire l'ente a;? , in altri termini quando si sia detto di
quali enti noi ci pos- siamo servire. Da un certo pnnto di vista la Massa si
paò qoindl definire in modo nn po' oscuro, ma perfettamente ri- goroso ed
accettabile : lo spazio di un tempo. Ciò posto si comprende agevolmente che
l'intro- duzione del concetto di Massa nella teoria della Mec- canica razionale
si deve ad mia para convenzione o meglio ancora ad nna para comodità di forme,
trasco- rando la quale si andrebbe incontro a gravi ostacoli di esposizione. Ma
se i vantaggi espositivi e pratici che reca seco qnest'introdnzione servono a
mostrarci l'opportunità e la convenienza, sovratutto didattica, di continuare
nella via finora battuta, conservando — almeno per ora -— quell'ente che offi'e
una propria ed innegabile comodità, essi non valgono però a meno- mare la
possibilità d'mi'ulteriore liduzione logica dei quattro concetti meccanici
fondamentali proposti. In conclusione — se noi consideriamo lo Spazio come nna
classe o sistema di punti o di enti — nulla si perde assolutamente considerando
anche la Massa come un punto o individuo o ente particolare di questa classe
sistema medesimo. Anzi — colla riunione della Massa e dello Spazio in nn
concetto solo, per quanto sempre considerato dai noti dae punti di vista — il
tatto ^ad^na in precisione ed in comprensibilità. 5. Passiamo ora a studiare la
relazione logica che intercede fra Tempo e Moto, Il Moto è definito dal Hertz
nel modo seguente: * II passaggio d'nn sistema di punti materiali da una
posizione iniziale ad una posizione finale, consi- derato nel tempo e nel modo
in cai succede, si chiama un moto del sistema dalla prima alla seconda posi-
zione , (1). Per comprendere bene questa definizione in cui si fa uso — oltre
ai termini già noti (Spazio e Tempo) — dei termini nuovi Passaggio e Modo fa
d'uopo ritenere, in primo luogo, che, ciò che qui si chiama ' modo in cui
succede il passaggio del sistema di punti da una posizione all'altra , è poi
niente altro che la trajettoria percorsa dal sistema in moto. Quest'avver-
tenza è suggerita appunto dalle proposizioni seguenti: Un sistema si può
trasportare da una prima ad una seconda posizione, in generale, in un'infinità
di modi. Si chiama trajettoria seguita dal sistema il complesso delle posizioni
che esso occupa nel suo moto (pag. 83). Elemento d' una trajettoria è una
porzione della trajettoria limitata da due posizioni infinitamente vicine del
sistema. Un elemento di trajettoria è in realtà uno spostamento (infinitamente
corto); come tale ha una lunghezza ed una direzione (pag. 83). Ora è chiaro che
se la trt^ettoria si pud definire il complesso delle posizioni di un sistema in
moto — a parte il moto — essa non è altro a sua volta che il nome attribtiito
per convenzione ad un gruppo determinato di enti già noti. Quindi — perchè
complesso, posizione, sistema, altro non sono che espressioni di- verse dello
stesso concetto (Spazio) — la presenza del termine modo nella definizione del
Moto non aggiunge alcnn ente meccanico nnovo. In secondo luogo, per quanto
riguarda il Moto si avverta che ciò che Hertz chiama qui; " Passaggio di
tm sistema da una posizione iniziale ad una posi- zione finale „ e altrove più
brevemente ' spostamento ■ di tm sistema , (pag. 62) non può essere a&tto
inteso senza ricorrere al concetto primitivo della Successione (Tempo). In
verità il concetto ch'egli si fa del Moto mec- canico è perfettamente analogo a
quello che compare in Gleometria a proposito delle figure eguali e sovrap-
ponibili 0, come si dice abitualmente, congmenti; e quindi al concetto della
sovrapposizione o congruenza o trasporto o moto d'una figura. Infatti è noto
che in Geometria, invece dì parlare di figure eguali, si può parlare di Moto;
il Moto m è allora la corrispondenza per cui dato un punto a della prima
figura, risulta determinato l'omologo ma della seconda (1). Ora — se è vero ciò
che abbiamo detto nel capitolo II di quest'opera, a proposito delle idee
primitive della Geometria, che l'analisi del con- cetto di Moto considerato
come trasformazione di punti in punti, rappresentazione di punti in punti,
successione di punti a punti, ci conduce inevitabilmente al concetto analogo di
Successione — ne segue per consegaenza che, tenendo conto di queste
osservazioni, il concetto (1) Pbano, Sui fondamenti delia Geometria, t Rivista
di Matematica. di Moto, definito da Hertz come Io BpoBtamento di nn siat«ma o
passaggio da posizione a posizione, non si rivela affatto distinto da ciò che
s'intende abitaal- mente per ' spostamento d'nna massa (sistema, punto, spazio)
nel tempo; passaggio da posizione a posizione, da ponto a panto ; cambiamento
di posizione ; succes- sione di punto ft punto , e via dicendo. n concetto di
Moto non è dunque primitÌTO e inde- finìbile, essendo anzi risolvibile nei
concetti di Tempo e di Spazio dato che Tempo e Successione abbiano nn
significato unico, com'è giusto. Da un certo punto di vista il Moto si può
quindi definire in modo un po' oscuro, ma perfettamente rigoroso ed
accettabile: il tempo materiale o concreto d'uno spazio. 6. Ciò posto, si
comprende facilmente che i due concetti di Tempo e Moto possono fondersi
insieme in un concetto solo, raggiungendo il doppio scopo del rigore e della
semplicità teorica; non preoccupandoci per ora dei vantaggi notevoli che
possono derivare dal tenerli distinti nell'esposizione didattica. 7.
Concludiamo. Se i quattro concetti meccanici surriferiti ; Tempo, Spazio,
Massa, Moto, si lasciano ac- coppiare e fondere insieme a due a due cosi: Tempo
e Moto, Spazio e Massa, l'esame dei concetti fondamen- tali della Meccanica
razionale acquista una notevole semplicità. Noi possiamo assumere ormai come
primi- tive due solo categorie distinte di concotti : 1° Spazio o Massa; 2°
Tempo o Moto. Per mezzo di queste idee primitive noi possiamo dare la
definizione di tutte le altre idee che devono dirsi derivate rispetto alle
prime; inoltre sopra queste basi U.g,l:«lov possiamo costraire le varie specie
di proposizioni cod primitiva come derivate o deduttibili dalle prime, con puri
processi logici, senza oltre ricorrere all'intuizione. È vero che qualora si
trattasse di scegliere tra le due coppie equivalenti: A) Spazio e Tempo, B)
Massa e Moto, la distinzione delle idee in primitive e derivate sarebbe assai
arbitraria, perchè se per mezzo delta prima coppia si definisce la seconda e
per mezzo della seconda si de- finisce la prima, si potrà sempre prendere —
come pri- mitiva — ooal ['una come l'altra a piacimento. Ma una volta
riconosciato che le due coppie di concetti mec- canici e primitivi sono
perfettamente equivalenti e so- stituibili, non rimane in sostanza indifferente
la scelta? È in parte per questa ragione, ma sopratatto perchè noi non abbiamo
— per ora — alcuna necessità di scegliere tra i due gruppi proposti che ci
limitiamo a dichiarare — concludendo — che una qualunque delle due coppie di
concetti seguenti: . . ) Massa, '' I Moto; . 1 Spazio, ■^ } Tempo; la prima delle
quali (Massa e Moto) per il suo aspetto più materiale è da preferirsi in Fisica
matematica; mentre la seconda (Spazio e Tempo) nel suo aspetto più astratto è
da preferirsi in Meccanica razionale, puù essere assunta come espressione dei
dati primitivi della considerazione interiore (die innere Anachauung)
sufScienti alla trattazione di tutta quanta la Fisica. Tuttavia non vogliamo
tralasciare di aggiungere che, per quante ragioni si possano escogitare a
favore della »ibv Google i dei quath'o concetti meccanici riferiti, a stretto
rigore di logica, due di essi riescono inutili, anzi imbarazzanti. 8. Ma prima
di porre tarmine a questa ricerca vogliamo ^giungere un'altra prova diretta,
dopo la quale speriamo che i nostri lettori, i quali avranno seguito attentamente
la nostra analisi dei concetti primitivi della Meccanica razionale, troveranno
la sem- plificazione, da noi proposta, del tutto convincente. Abbiamo compiuto
finora un ufficio logico discen- sivo, nel quale la mente, dall' insieme delle
idee proprie alle determinate t«orie fisiche, confusamente vedute, scese a
distinguerne te poche idee veramente primitive e fondamentali. Ma le vane
teorie fisiche — pur par- tendo da un gruppo d'idee, considerate per ipotesi
come primitive, assai maggiore del nostro — non hanno tardato a compiere l'
altro ufBcio logico, cioè t'ascen- sivo, nel quale la mente risale alla chiara
e distinta contemplazione dell'unità e totalità delle idee inerenti alla
Scienza Fisica in generale. Tale è appunto il duplice processo della mente che
essa, senza tregua, discende dall'unità confusa del- l'oggetto e, senza tregua,
fa ritomo all'unità distìnta del medesimo, sia pur qualsivoglia l'oggetto che
cade sotto la nostra apprensiva. Ora se noi — esaminando alla sua volta
quest'ar- monica unità che fu ricomposta precisamente dalla Meccanica razionate
sopra la base delle singole teorie della Fisica matematica (equazioni di
Lagrange in senso generalissimo) — riusciremo altresì a dimostrare che i
molteplici elementi o termini costitutivi di essa si riducono, in ultima
analisi, a quegli stessi termini pri- mitivi che abbiamo trovato alla fine
della nostra prima »ibv Google 60 PASTE I. — CAPITOLO HI. indagine discensiva,
avendo cosi fornito le dna mag- giori serie di prove, che si possono richiedere
metodi- camente, potremo ritenere d'aver appoggiato, alle più solide e
convincenti ragioni, la nostra riduzione. 9. Procnriamo quindi di esporre qui
sommaria- mente — ma con la maggiore chiarezza che ne sarà possibile,
trattandosi di una questione che è forse la più. elevata dì tutta quanta la
Meccanica razionale — in che modo si giunga a stabilire le equazioni
fondamentali di Logrange. Poscia cercheremo di trame un'interpretazione con-
veniente al proposito nostro. Il punto di partenza è il seguente: un sistema
na- turale qualunque (corpo o complesso di corpi) ha di solito (cioè se non è
in quiete assoluta) la capacità di compiere un certo lavoro. Esprimiamo Io
stesso con- cetto in altre parole, dicendo che : ogni sistema pos- siede una
data quantità di energia. Ma questa energia il sistema la può avere per due
ragioni diverse: o perchè è ciò che è, o perchè diventa come diventa. Si parla
nel primo caso di energia potenziale, nel secondo di energia cinetica. Cif)
posto , si osserverà che la posizione (nel senso più largo), cioè lo stato
attuale di un sistema, si può sempre determinare, se si conosce il valore
attuale di un certo numero di grandezze, le quali si chiamano ixtriabUi e
coordinate. Venendo ora alla definizione dell'energia potenziale e dell'energia
cinetica è chiaro che la prima deve essere conosciuta, se si conoscono le
coordinate, cioè ciò che le coordinate sono : perchè per ipotesi le coordinate
bastano a determinare la condizione attuale del sistema e l'e- nergia
potenziale dipende appunto da codesta condizione. Quanto all'energia cinetica è
chiaro che essa non sarà conosciuta che quando si saprà come le coordi- nate
Tarìono nell'istante attuale, vale a dire ciò che esse diventano. Modificando
una coordinata si altera la condizione del sistema e la sua energia ; la cosa
esìge dunque in generale un certo lavoro, il qnole va in parte ad aumentare
l'energia potenziale, in parte ad aumentare l'energia cinetica. Le equazioni di
Lagrange esprimono appnnto le leggi di questo processo. Indicano cioè in che
modo il lavoro oompiato per modificare nns coordinata si ripartisca &a le
due forme di energia. In ultima analisi, siccome possiamo dire di aver
stabilito la teoria di una serie di fatti naturali se sappiamo scrivere le
equazioni di Lagrange, nel caso proposto, e queste equazioni coin- cidono con
le leggi sperimentali; cosi — in tutti Ì casi - basta dnnqoe trovare certe due
funzioni delle coordinate che prese come energia potenziale ed energia
cinetica, e sostituite nelle formale generah, riproducano le leggi trovate con
l'esperienza. Giova notare analmente che anche quando si siano analiticamente
costruite queste due funzioni soddisfa- centi a tutte le condizioni imposte,
cioè anche se siano date l'energia cinetica e l'energia potenziale, nn si- stema
non è determinato, perchè vi sono sempre infiniti meccanismi che hanno la
stessa energia potenziale e Quindi segue che se esìste un modello per un de-
terminato fenomeno, ne esistono senz'altro infiniti che rendono conto
egualmente bene di tutte le particola- rità osservate dall'esperienza. 10. Da
quest'esposizione compendiosissima, ma sufficiente, a parer nostro, a far
comprendere adegnstamente la formazione logica delle equazioni di Lagrauge,
possiamo raccogliere la conclasione seguente: Dei termini che si nsano nelle
equazioni di La- grange: 1° alcuni servono ad indicai'e il sistema naturale di
cui si tratta 'corpo o complesso di corpi); 2° altri servono ad indicare in che
modo il lavoro compiuto per modifìcare una coordinata si ripartisca fra le due
forme del sistema dato, vale a dire ad espri- mere certe due fonzioni che sono
le due parti poten- ziale e cinetica dell'energia medesima. Insomma i termini
Lagrangìani si riducono ai se- . gaeuti : 1* Termini del Sistema naturale, 2°
Termini dell'Energia potenziale e cinetica. Il lettore — ricordando a questo
punto le due coppie di termini primitivi: Massa-Moto e Spazio-Tempo, da noi
incontrate a termini dell'analisi della Fìsica ma- tematica e della Meccanica
razionale — potrà pensare, a tutta prima, che fra queste coppie e la eoppia di
La- grange interceda una ben notevole differenza. Vale dunque la pena di
studiare attentamente se e in quali condizioni il gruppo dei termini di
Lagrauge: 1° Sistema naturale (corpo o complesso di corpi), 2° Energia potenziale
e cinetica, possa ridursi al tipo delle idee primitive da noi fissato per la
Fisica matematica e per la Meccanica razionale : ^„ I Massa (punto o classe di
punti), 1 Moto ; j Spazio (punto o classe di punti), I Tempo. Poiché quest« due
ultime coppie sono perfettamente equivalenti, limitiamoci a considerarne solo
una, per esempio la prima. »ibv Google idei: pbiuitite della FiaiCA 63 1 1. E
facile vedere primieramente che ^a le due espressioni : Sistema naturale (corpo
-complesso di corpi) e Massa (punto- classe di punti) non passa sostanziale
difFerenza. Quanto agli altri due termini: Energia po- tenziale e cinetica e
Moto, resta a vedere se e in cbe modo le due forme dell'energia si ripartiscano
per poter eutrare nella nostra coppia: Massa e Moto, A tale scopo ritorniamo
alla definizione dell'Energia potenziale e dell'Energia cinetica. Noi sappiamo
che la prima serve ad esprimere che un sistema naturale è ciò che è; e che la
seconda serve ad esprimere che nn sistema natvu'ale diventa come diventa; inoltre
sappiamo che la prima deve essere conosciuta se si conoscono te coordinate,
vale a dire ciò che esse sono, e che la seconda deve essere conosciata qnando
sì sappia come le coordinate variano nell'istante attuale, vale a dire ciò che
esse diventano. Ora; 1° se per ipotesi noi adoperiamo il termine Essere per
esprimere tntto ciò che intendiamo di esprimere, affermando che un sistema dato
è ciò che è, ossia per indicare l'energia potenziale dipendente dalle coordi-
nate che bastano a determinare la condizione attuale del sistema; 2° se
analogamente — per ipotesi — noi adope- riamo il termine Divenire per esprimere
tutto ciò che intendiamo di esprimere affermando che un sistema dato diventa
come diventa, ossia per indicare l'Energia cinetica dipendente dalle coordinate
che, diventando ciò che esse diventano, bastano a determinare la con- dizione
del sistema nell' istante attuale ; apparirà chiaro che la formula E ssere
-Divenire è atta a significare perfettamente le due forme dell'Energia
potenziale e cinetica. Ma basta l'aver ridotto i due fatti a questa disposi-
zione per comprendere — senz» difficoltà — che, ciò che U.g,l:«lov m, può dirsi: Essere di un sistema, cioè la
ana Energia poten- ziale, è poi niente altro che l'espressione d6t«rrainBta
deUa posizione del sistema medesimo, cioè la posÌ£ÌOnede' terminata o lo stato
determinato del sistema medesimo. Ora qual differenza rimane tra ciò che
diciamo qui l'Essere di un sistem.^ (o la sua posizione determinata) e ciò che
dicemmo prima il Sistema naturale mede- simo o la Massa? Se ogni sistema
(Massa) è ciò che è, vale a dire se ogni sistema è l'Essere che è — come non
v'ha dubbio — bisogna concludere che 11 termine " Sistema , (Massa) non
esprime un concetto differente da quello che esprime il termine ' Essere ,. Ma
se — come fu posto prima — il termine r Essere è equivalente all'espressione:
Energia potenziale, non resta che da raccogliere in una voce sola i quattro
concetti equivalenti : Sistema, Massa, Essere, Energia potenziale, per sapere
in che modo le due forme del- l'Energia (potenziale e cinetica) si comportino
per poter entrare adeguatamente nella coppia Massa-Moto o in quell'altra E
ssere- Divenire clie è affatto equivalente alla prima, come si vedrà
chiarissimamente net capitolo seguente, quando faremo la sintesi delle idee
primi- tive della Logica, della Matematica e della Fisica. Non vediamo alcuna
difficoltà che c'impedisca di riconoscere che l'Energia cinetica conviene
perfetta- mente con ciò che intendemmo finora per Moto e Di- venire. Volendo però
considerare più sottilmente le cose, rimane un ostacolo ad identificare questi
quattro concetti: Sistema, Massa, Essere, Energia potenziale. Infatti ciò che
fu detto prima : Sistema naturale (Massa) è l'indeterminazione della posizione
del sistema mede- simo, cioè è la pura posizione logica o anche il puro sist«ma
indeterminato. Ciò che si disse poi Essere (Energia potenziale) è invece la
determinazione del sistema medesimo, cioè la posizione effettiva concreta o
anche l'essere o Io stato determinato del sistema. Nel primo caso adnnque si
tratta dell'Essere inde- terminato o deU'Essere paramente logico (Sistema lo-
gico indeterminato); nel secondo caso si tratta invece dell'Essere determinato
o dell'Essere fisicamente noto e concreto (Sistema fisico determinato). Ma tra
l'affer- mazione o posizione logica d'un sistema indeterminato e l'affermazione
o posizione fisica di un sistema deter- minato, che specie di differenza
intercede, a vero dire? Posto che la semplice affermazione del sistema in-
determinato è la semplice posizione logica di esso, e che la successiva
affermazione del sistema determinato è la attuale posizione meccanica di esso,
possiamo ben ammettere che questa reduplicazione manifesta (prima logica poi
meccanica) d'un ente è forse un'esigenza discorsiva ed artistica dello spirito
umano, ma si può negare che si debba ritenere come un'indeclinabile esi- genza
logica della scienza. Distingaere, come enti di natura affatto particolare, la
posizione logica e indeterminata d'on sistema qua- Innque, e la posizione
meccanica e determinata di esso, pnò essere un artifizio utilissimo dal punto
di vista espoaitivo e specialmente didattico. Ma l'aver appreso questa
opportunità basta in pari tempo a mostrarci l'opportunità di cercare altra via.
È sempre libero a noi di supporre — volendo rimanere nel puro campo della
meccanica — che la posizione indeterminata ed energica d'an sistema sia inutile
ed anzi impossibUe, almeno per la nostra conoscenza. La scienza invero non ha
bisogno di occuparsi dì sistemi affatto inde- terminati ed indeterminabili,
fìiorchè per compiere il suo perenne processo di determinazione. Giacché la de-
terminazione dello stato d'un sistema (energia poten- U.g,l:«lov ziale) dipende
solo dal momento storico della nostra conosoenza — per cui all'ignoto saccede
uatnralmente il noto ~ si può supporre che ogni sistema naturale abbia una
posizione detenniiiata o determinabile, cioè ima data quantità di Energia
potenziale di cui si tratterà solamente di conoscere il valore. Per tal modo,
indicando con segni algebrici convenzionali la quantità indeterminata del
sistema determinato, cioè dato, po- tremo eliminare dal novero degli enti
meccanici pri- mitivi quel termine che serve ad indicare la posizione e
l'Energia potenziale indeterminata del sistema con grande vant^gio del rigore e
della semplicità. 12. 11 lettore avrà scorto agevolmente che in questa
dimostrazione noi abbiamo tentato di adombrare l'ammirabile ipotesi del moto
nascosto che ha servito ad Hertz per eliminare il concetto di forza. Questo
modo di considerare le cose è veramente utile, 6 per esso noi possiamo
introdurre una notevole semplificazione nel gruppo dei termini che entrano co-
munemente nelle equazioni di Lagrange: 1° termini del Sistema naturale, 2°
termini dell'Energia potenziale e cinetica, stabilendo che — in generale — ogni
sistema natu- rale possiede o, per dire ancora meglio, è una certa Energia
determinata che lo f& essere il sistema che 6 (Essere o Massa); quindi
possiede o, analogamente, è una certa Energia determinata che lo fa diventare
il sistema che diventa (Divenire o Moto) ; quindi, in ul- tima analisi, tutti i
termini adoperati nelle equazioni di Lagrange si riducono al tipo dei termini
primitivi da noi fissati tanto per la Fisica matematica: Massa- Moto, quanto
per la Meccanica razionale : Spazio-Tempo, come si voleva dimostrare. Sintesi
delle Idee primitive della Logica, della Matematica e della Fisica. 1. Ora che
abbiamo percorso tatto il campo pro- fisso raccogliendo sotto i vari capi di
ogni scienza (Logica, Matematica e Fisica) le idee primitive trovate
analìticamente, gioverà molto il richiamare in forma compendiosa i precipni
risultati dello stndio fatto, al- l'intento di vedere se questi rispondano alle
afferma- zioni colle quali esordimmo te nostre ricerche, e se vi arrechino
qaalcbe nuova luce. Poiché, ove infatti, come asserimmo, tutte le sva- riate
forme d'idee primitive tengano fra loro intimi rapporti, non si potrà aver
prima conoscenza di una di esse, se eziandio non le avremo tatte comparate e investigate
nella loro sintesi. D'altronde codesto sguardo sinottico ci gioverà quale
indirizzo e guida ad ulte- riori ricerche, e servirà a togliere molte oscurità
che tntt'ora appaiono nelle dottrine logiche, matematiche e fisiche. 3.
Biportiamo letteralmente le conclusioni delle varie analisi logiche compiute.
»ibv Google 1° nome \ I. In Logica si è trovato; 1° (Gap. I, § 1°, 11).
L'analisi grammaticale mette capo a dae termini che si possono considerare come
primitiTÌ: I classe 1 individuo 2° verbo. 2° (Cap. TU, § 2°, 8). L'analisi dei
concetti piimi- tìvi della Logica natitrale mette capo a dae affenna- zioni che
si possono considerare come primitive: 2* relazione. 3° (Cap. I, § 2",
12). L'analisi dei concetti primi- tivi della Logica para mette capo a queste
dae idee primitive ; , ., t classe 1- idea . ,. ., I mdividno 2' inclusione
(relazione). II, In Matematica si è trovato ; 1' (Cap. II, § 1°, 3). L'analisi
dell'Aritmetica poEe capo alle due affermazioni seguenti; [ classe (numero) I
iadividno (uno) ' successione. 1* numero 2° (Cap. II, § 2", 3). Le idee
primitive della Geo- metrìa sono riducibili al sistema seguente : , J classe (
individuo 2' moto (relazione).- SINTESI
DBI.LC IDBE PBUnTIVB 69 m. In Fìsica si è trovato: 1° (Cap. Ili, n. 7). Le idee
primitive della Fi- sica matematica sono ridacibili alle segaenti: 1* massa 2*
moto. I classe ( individuo 2° (Cap. Ili, u. 7). Le idee primitive della Uec-
caoica razionale sono riducibili alle segneuti; ,. .1 classe 1' spazio 1 . ,.
., ( maividuo 2' tempo. 3. Un primo ordine di fatti molto importanti ci porta a
riconoscere chiaramente che ogni scienza esa- minata si riduce od una coppia di
idee primitive. TJn altro ordine di fatti notevolissimi ci viene offerto dai
primi termini di ogni coppia. Risulta invero che il primo termine d'ogni coppia
è sempre considerato sotto due punti di vista: 1° come classe-, 2° come
individuo. Come classe abbiamo: il nome, l'oggeUo, 2'idea, il numero, il punto,
la massa, lo spazio. Come individuo abbiamo: un nome, un oggetto, tm'idea, un
numero, un punto, una massa, uno spazio. Noi saremo dunque autorizzati a
sopprìmere le no- tazioni: classe e individuo, quando si tratterà di compOare
una tavola sinottica delle vane idee primi- tive, perchè tale distinzione è
comune a tntti i primi termini di ogni coppia. 4. Analogamente riportando gli
schiarimenti ag- »ibv Google 70 PiBTB I. — CAPITOLO IV. giunti al secondo
termine di ogni coppia tro'viamo in tatti i casi un'analogia sorprendente.
Eccone la prova: 1° n concetto di verbo grammaticale è sinonimo di inclusione,
processo discorsivo, affermazione dì rife- rimento, parola del tempo, ecc.
fcfr. cap. I, n. 4-H); 2° n concetto di relazione logica è sinonimo di
transizione, processo inclusivo, fonzione copulativa, af- fermazione di rìferiinento,
ecc. (cfr. cap. I, n. 2-5); 3° n concetto d'inclusione logica è sinonimo di
moto ideale da individuo a classe, contenuto-contenente, convenienza,
congruenza, moto logico, basportoda a ecc. (eii-. cap. I, n. 6-9); 4° n
concetto di successione aritmetica è sinonimo di venir dopo, processo,
passaggio da... a... ecc. (cfr. cap. n, § 1, n. 2); 5° Il concetto di moto
geometrico è sinonimo di relazione di punti a ponti, trasformazione di punti in
punti, rappresentazione di punti in punti, trasporto da... a...,
sovrapposizione, egaaglianza, congruenza, ecc. (cfr. cap. II, § 2, n. 1-3) ; 6°
n concetto dì molo fisico è sinonimo di pas- saggio da... a..., cambiamento dì
posizione, spostamento, successione, processo, transizione, affermazione di
rife- rimento, ecc. (cfr. cap. Ili, n. 5-7); 7° n concetto di tempo meccanico
razionale è si- nonimo dì successione, rappresentazione di... in..., ecc. (cfr.
cap. Ili, n. 5-7). 6. Basta codeste rapida rivista per far compren- dere che le
differenze fra ì sette termini dati non sono che nominali. L'unica differenza
che paò forse sembrare assai grave è presentata dai due termini (troppo
distanti comunemente nella serie): inclusione e tempo. Ma si noti che questi
due termini non fanno altro che indi- ai care processo di... in...,
successione, sovrapposizione di..., moto ideale da... a..., fauzìone
copalatìva, discor- siva, sovrapposizione, rappresentazione di... in..., ecc.
Ragione vuole quindi che non si ponga alcuna so- stanziale differenza fra
inclagioue logica e tempo lìsico- razionale, analogamente che non si ammetta
alcuna sostanziale differenza fra tutte le varie coppie di idee primitive
riferite. La tavola seguente, facendo risaltare m^lio la classi- ficazione
sistematica delle varie idee primitive, ci per- metterà di considerare le cose
da un punto di vista veramente elevato e ci porgerà la più eloquente con- ferma
di due grandi e nuovi prìncipii su cui vorrenuno richiamare l'attenzione dei
pensatori. »ibv Google - CAPITOLO IV. I-i II .s S s. E 8 a 1 1 1 i 1 1 1
Successione ■«1 — rn i 1 J j j 1 s 1 J 1 i 1 »iDopo gli BChiarìmenti che
abbiamo aggiunto circa il significato dei vari termini qui addoUi, è logico
eonclndere cbe, se a tutti i termini della prima cate- goiia (differenti Ira
loro solo nominalmente) convenisse per esempio il segno x, e se s tutti quelli
della seconda (pure differenti fra loro solo noiuiualmente) convenisse il segno
y, colla unica formula xy noi potremmo esprimere comodamente tutte le coppie
date. Due principi derivano da questo latto : 1° la piena e mutua
convertibilità delle varie idee primitive della Logica, deUa Matematica e della
Fisica; 2° la possibilità logica di una spiegazione comune (nnificabilìtà). È
chiaro che questi due principi sono intimamente connessi tra loro. Tuttavia non
sarà fuor di proposito il considerarli ciascuno sotto un particolare punto di
vista, per aprire un più vasto campo all'esercizio della para ragione e quindi
dedurne alcune applicazioni che ci sembrano piene di utilità, 7. H primo
principio che prenderemo in esame è quello della piena e mutua coBvertibilità
delle varie idee primitive, logiche, matematiche e fisiche. A tale prò- posito
giova subito l'osservare che nell'apprezzamento dei risultati che potranno
contribuire al rapido avan- zamento di codeste ricerche poche osservazioni
potranno produrre un notevole vantaggio, fìiori di quella che Spingendoci ad un
principio fondamentale che ammetta nna diretta illazione deduttiva , ci pongono
dinanzi classi intere di fatti logici, matematici e fisici, come tanti problemi
di cui possediamo pienamente i prìncipi di soluzione e che non richiedono altro
se non accu- ratezza di raziocinio per seguirli fino nelle loro ultime
conseguenze. A. PiBTOBK, a>pra la teoria dtUa Sciensa. 10 U.g,l:«lov Di tale
natara noi crediamo che sia il principio della, piena e mutua convertibilità
delle idee primitive della Logica, della Matematica e della Fisica, impe-
rocché da esse derivano varie altre relazioni che som- ministrano alla mente
filosofica on campo sempre più esteso di speculazioni, nello scorrere il quale
è quasi impossibile che non s'incontrino altri princìpi e non appaiano auove e
inaspettate applicazioni che diversa- mente non avremmo mai avuto l'occasione
di fare. In verità cominciamo a servirci di un fatto che aiutò grandemente i progressi
delle scienze fisiche e perciò non è improbabile che possa influire a
promuovere un progresso corrispondente nelle altre. In molti casi le relazioni
dei fenomeni in due dif- ferenti questioni presentano una tale analogia che ci
permette, allorché abbiamo risolato una di tali que- stioni, d'impiegare la
nostra soluzione anche a quel- l'altra questione. Facendo largo uso
dell'analogia tra la convertibilità delle energie fisiche considerate in loro
stesse, cioè oggettivamente, e la convertibilità delle idee primitive
considerate nella teoria della scienza ossia soggettiva- mente, ecco a quali
conclusioni possiamo arrivare. Come — dalla possibilità fisica di provocare
sìmultanea- mente i diversi fenomeni meccanici, termici, chimici, elettrici,
magnetici, luminosi, facendo passare la cor- rente elettrica attraverso alla
catena di Grove, ad esempio — noi possiamo concludere che essi non sono altro
che manifestazioni diverse di una sola energia fisica, la quale sì appalesa
variamente secondo la costi- tuzione degli strumenti in cui agisce ; cosi — dal
fatto che noi possiamo insieme provocare i vari ordini scien- tìfici legandoli
intimamente fra loro mediante una ca- tena di formulari logici, matematici e
fisici, facendo passare dì campo in campo la stessa formula tipica fon-
damentale (come speriamo di poter dimostrare ' anche praticamente , nel seguito
di queste ricerche) — siamo indotti a concludere che èssi non sono altro che
ma- nifestazioni diverse di una sola virtù ideale che si ap- palesa variamente
secondo la costituzione delle for- malità scientifiche in cui agiace. Àncora,
come dal fatto della piena e mutua convertibilità di tutte le energìe fisiche
siamo indotti ad ammettere l'assoluta indifferenza di ciò che si dice l'energia
fisica prima, a manifestarsi più tosto sotto l'apparenza di luce che di calore,
o più tosto di magnetismo che di movimento meccanico e via dicendo, cosi dal
fatto analogo della piena e mutua convertibilità delle idee primitive siamo
indotti ad ammettere l'assolnta indifferenza di ciò, che potrebbe dirsi l'
energia ideale prima, a manifestarsi più tosto sotto la formalità scientifica
della logica che della matematica, o più tosto della matematica che della
fisica e reciprocamente. 8. Per oiun modo adunque può ammettersi l'esi- stenza
di tanti tipi scientifici essenùolmente diversi fra di loro, perchè essendo i
loro sistemi di idee pri- mitive corrispondenti convertibili perfettamente gli
uni negli altri, la loro individuale esistenza scompare del tutto
nell'anzidetta serie di prove. Anzi, come vedremo, la connessione di tutti gli
ordini scientifici citati è tale che, mentre ogni coppia di idee primitive è
rivestita di una formalità inerente al suo dato campo nominale, ciascuna poi di
codeste formalità può alla sua volta essere impiegata nella trattazione
scientifica dei vari ordini. Perciò sembra probàbile che qualsivoglia for-
malità scientifica, logica, matematica e fisica si potrà estendere ed applicare
a qualsivoglia coppia di idee primitlTe della logica, della matematica e della
fisica, come sarà nostra cara dì dimostrare a suo tempo. Per tatto questo
apparirà abbastanza dimostrato il princìpio della piena e mutua convertibilità
delle varie idee primitiTe logiche, matematiche e fisiche. Di qui siamo
condotti logicamente ad ammettere che la contraddizione fra le varie teorie
scientifiche derivanti dal ceppo comune delle idee primitive è solo nelle
imagini dì coi è rivestita la verità. Ogni coppia di idee primitive rivestita
di una formalità scientifica data diventa niente altro che un modello che
soddisfa a tutte le condizioni imposte. 9. È tempo dunque di riconoscere con
tutta fran- chezza quanta parte d'artificiale e di posticcio si raduni in certi
ordini teorici che si ammirano per la loro ap- parente consistenza ed
irreducìbitità. Non di rado si sente dire — ad esempio — che in tntto
l'universo noi non vediamo — in ultima ana- lisi ~ che una materia sottoposta
alle leggi universali deUa matematica, onde ogni problema di fìsica si ri-
solve, in fondo in fondo, in un problema di aritmetica o di geometria. Non di
rado si sente dire, per contro, che l'universale pedagogia dello spinto è la
Logica pure suprema ed unica chiave di volta di tntto l'edi- fizio conoscitivo
e scientifico amano. Spessissimo, pa- rimenti, siamo spinti ad accettare —
ammettendo la convertibilità e l'omogeneità delle energie fisiche — siccome
fondata in natura l'ipotesi, già indovinata dal Oalilei, che tutte queste
energie non siano altro, con- sideraf« in loro stesse — ossia obiettivamente —
fuorché nna particolare manifestazione dei moti, ora fatali ed ora intestini,
inerenti alla materia dei corpi. Ora, ben può dirsi che tutte queste singole
affermazìoni sono vere solo parzialmente — appunto perchè sono tutte vere
simaltaneament«. Oiacchè, in base alle nostre dednzioni, noi dobbiamo
introdurre nella for- mazione delle affermazioni scientifiche, l'onità, la sem-
plicità, l'armonia delle idee logiche, matematiche e fisiche che, oltre ad
essere convertibìh recìprocamente, sono anche perfettamente unificabili, come
noi passe- remo &a poco a dimostrare. Però non si tralasci mai di
rammentare che, pnr facendo lai^hissimo uso delle analogie &a la
convertibihtà oggettiva delle energìe fisiche e la convertibilità soggettiva
delle idee scientì- fiche, forse anche nel piil favorevole dei casi, la simi-
litudine che costituiace quest'analogia non esiste nei fenomeni ideali stesai
ma solo tra le relazioni di questi fenomeni. Qaesta aimiiitndine relativa è,
nondimeno, del tutto snf&ciente al proposito nostro, giacché l'ana- logia
che riscontriamo nelle tre scienze riferite è così completa, che in base ad
essa noi possiamo asserire logicamente che tutti ì risultati derivanti dalle
pro- prietà delle idee primitive di ognuna di esse possono essere
immediatamente tradotti, senza pericolo di er- rore, dal linguaggio proprio di
una delle scienze in quello dell'altra. 1 0. Logicamente parlando , pertanto ,
noi siamo liberi dì far oso — nel corso delie nostre ricerche — in qualunque dì
queste scienze, della formalità appar- tenente all'altra, se noi possiamo così
concepire più chiaramente la connessione dei nostri ragionamenti. S'incontrano
solo dei limiti di siffatte sostituzioni di formalità a formalità in questo che
si possono pre- sentare delle complicazioni che tutti forse rigetteranno a
cagione della loro bizzarrìa — e delle altre .che tutti preferiranno a cagione
della loro semplicità. Ma queste difficoltà non possono avere nn gran peso,
imperocché in nessun caso la semplicità o la complessità di nna teorìa devono
essere confase coOa possibilità o l'impos- sibilità della sua dimostrazione.
Ogni legge è semplice o complessa fino a prova contraria. 11. Nella storia
della scienza — avverte acata- mente il Poincaré — vediamo talora la semplicità
na- scondersi sotto apparenze complesse, e talora è la sem- plicità medesima
che è apparente e nasconde delle realtà complicatissime. E più avanti aggiunge
: Se i nostri mezzi d'investigazione divenissero più penetranti noi scopriremmo
il semplice sotto Ìl complesso, poi il com- plesso sotto il semplice e cosi di
segaito senza ginn- gere mai alla fine. Noi andiamo per tanto a considerare,
nel capitolo seguente, tutte le combinazioni scientifiche che possono nascere
dallo scambio reciproco delle v^e formalità logiche, matematiche e fisiche e se
vedremo che queste teorìe noveUe continneranno ad insegnarci che vi sono tali e
tali altri rapporti fra qualche cosa e qualche altra cosa e che qnesti rapporti
conservano la loro realtà, noi concluderemo, a più forte ragione, cbe queste
teorie miste sono tutte vere. 12. Passiamo ora all'esame del secondo principio
stabilito, ossia della possibilità logica d'una spiegazione comune a tutte le
idee primitive della logica, della matematica e della fisica. A niimo sfngga
l'importanza di qu^to principio. In linea generale la scoperta della
possibilità logica d'una spiegazione qualunque, comune a un dato ordine di
fatti, Sa sempre sorgente inesaurìbile di nuove teorie e nuove applicazioni.
Ora, volendo penetrare nel dominio della metafisica — ciò che non si può evitare
assolutamente da chi voglia tentare una qualunque sintesi delle idee primitive
della logica, della matema- tica e della fisica — non s'incontra alcuna
difficoltà a trovare una coppia di termini astratti convenienti ai due segni
convenzionali x oà y che si potrebbe, per consegnenza, considerare come la
coppia fondamentale e suprema capace di esprimere metafisicamente tntte le
coppie date. 13. Molte ragioni di preferenza militano, per esempio, a favore
della coppia: Essere e Divenire, quando si faccia corrispondere a tnttl i
termini della prima categorìa il termine Essere (o stato che dura), e a tutti
quelli della seconda il termine Divenire (o azione che si compie), nel senso
che lo stato è l'azione che è; l'azione è lo stato che diviene; o in altri ter-
mini, ma con piii brutta tautologia: l'essere è il di- venire che è; il
divenire è l'essere che diviene. Quest'ipotesi logicamente accettabile è anzi
cosi lu- singhiera, anche dal punto di vista metafisico, che non sappiamo
rinunziare all' impiego di alcune altre nuove ma troppo rapide analogie &a
le generalizzazioni su- preme della Fisica e della Metafisica, nella speranza
di poter ritornare, più a lungo e con maggior corredo di materiali, sopra una
ricerca che è tanto più impor- tante quanto meno è conosciuta dai pensatori e
quanto più è complicata e sublime almeno per la nostra in- telligenza.
Anzitutto si ponga mente a due fatti: 1° Noi abbiamo veduto (Oapit. UE, n. 1)
che le singole teorie della Fisica matematica, le quali sono raccolte tutte
quante in sintesi suprema dalla Mecca- nica razionale — per quanto siuio
costruite indipen- »ibv Google 80 PABTB I. — CAPITOLO IT. dentemento l'ona
dall'altra — tnttavia finiscono, in altdma analisi, per condorre ad od sistema
unico e comune di equazioni (equazioni di Lagrange in senso generalissimo) le
quali anno un significato ben più largo e più profondo che le teorie medesime
da coi Bono ricavate. 2" Esaurite le nostre analisi sni tre grandi campi
della Logica, della Matematica e della Fisica, noi siamo altresì condotti ad
ammettere la possibilità lo^ca d'una formula unica, comune alle varie coppie di
idee primitive riferite ; e pure proporremmo in via d'ipotesi la formula
metafisica : Essere — Divenire, che trovammo già atta ad esprìmere egualmente
bene i termini prì- mitdvi deUa Fisica. Ora dalla connessione di questi due
fatti non emerge forse cbe vi sono tutte le mi- gliori ragioni per ritenere che
quanto è succeduto nella storia della Fìsica matematica e specialmente della
Ifeccanica razionale, rispetto alla costrazioue delle equazioni fondamentali di
Lagrange, può succedere altresì analogamente nel campo sapremo della Meta- 14.
Questo modo dì considerare le cose è appunto l'ipotesi che noi vogliamo
introdurre. Noi supponiamo cioè che — posta la base delle idee primitive comuni
— si finirà un giorno per arrivare ad un sistema comune di equazioni
metafisiche che, esprimendo appunto ciò che v'è d'essenziale e di co- mune a
tutte le teorie logiche, matematiche e fisiche, avranno un significato ancor
più largo e più profondo che le teorie stesse da cui si saranno ricavate. 16.
Non basta. Fondandoci sul principio della piena e mutua convertibilità delle
idee primitive, ed osservando che in Meccanica razionale l'importanza ca-
pitale delle equazioni di Lagrange deriva dal fatto che esae rendono conto in
modo ngoalmente soddisfacente di tntta la serie dei fatti meccanici, si può
accoi-a ri- tenere che quel sistema comune di equazioni metafisiche — che noi
per adesso non conosciamo, ma di coi pos- siamo almeno dimostrare la logica
possibilità, e che verrà ad integrare tutta la serie delle singole teorie
logiche, matematiche e fisiche — sarà poi niente altro che la trasformazione
metafisica del sistema delle equa- zioni di Lagrange, dovendo i vart sistemi,
costruiti colle idee primitive equivalenti, rinscire pienamente e reci-
procamente convertibili. Come quello che è vero per le singole teorie della
Fisica matematica è vero anche per l'intero edìfizìo della Meccanica razionale,
che in certo modo ne è la sintesi suprema, cosi quello che è vero per la
Meccanica razionale è vero anche per l'intero edifizio della Metafisica, che —
in certo modo — raccoglie in sé tutte le singole teorie della Logica, della
Matematica e della Fisica. Le equazioni di Lagrange — mutatis mutandis — cioè
passando di campo in campo ed assumendo a volta a volta la formalità ed il
significato particolare alle varie discipline, indlcheraimo le leggi dei vari
pro- cessi scientifici e renderanno conto egualmente bene di tutte le
particolarità loro inerenti. Questo concetto è completamente nuovo. Per esso
apporrà sempre più plausibile il supporre che il principio del ragionamento
logico e metafisico sia sottoposto alle stesse leggi che regolano il r^o-
namento matematico e fisico. Per esso il lettore cesserà di trovarsi in
presenza di una formula quasi vuota di materia per la sua astrattissima e
relativi ssima significazione che egli A. F18TOBE, Sopra la Uoria deOa Scienea.
avrebbe forse altrimenti tischiato di prendere per una ombra faggildva ed
inaSerrabile. In verità, non a tnttì potrebbe parere sufficiente, per il
proposito nostro, che hì dimostii la pura possibilità di ima api^azione nnica
comune ai vari ordini scientiSci dati; laddove trasportando positivamente nel
campo della Metafisica qael sistema di equazioni, che possiede nn significato
cod reale nel campo della Meccanica, quelle conside- razioni che prima potevano
parere eleganti, ma vane, assumono anch'esse un significato più convìncente e
reale. L'ipotesi quindi dell'applicabilità logica, matematica fi metafisica,
delle equazioni di Lagrange, logicamente accettabile, aspetta d'essere
direttamente verificata col fatto. E non sarà questo ubo fra i meno felici
esempi dell'inaspettato aiuto che le scienze — benché appa- rentemente
remotissime — possono prestarsi fra loro. 1 6. Tuttavia sentiamo il bisogno di
fiire una grave avvertenza. Noi abbiamo recato quest'ipotesi dell'appli-
cabilità delle equazioni di Lagrange perchè lo spirito dei nostri lettori — che
suppaniamo ben addentro ai fenomeni naturali e specialmente a quelli
riguardanti le scienze fisiche e matematiche — si famigliarizzi sempre meglio
con l'idea fondamentale di questo la- voro. Ma poiché le fette osservazioni non
possono riu- scire scevre d' inesattezze — sentendo noi troppo bene quanto studio
richiedano ancora queste ricerche, e sti- mandoci d'altronde ben fortunati di
essere nel vero solo con l' idea fondamentale — sarà bene che si lasci da
parte, per ora, c^ni ricerca intomo alla formula metafisica che potrà parere
preferìbile o no a seconda della sua maggiore o minore semplicità. A costo di
rìentrai-e nell'utrattezza per coi lo sran- t)^gìo, dì diventare relativamente
inaccessibili ai molti, che acquista la teoria, è solo compensato dal vantaggio
di rimanere più vicina all'ideale verità, ricordiamoci die tntto ciò che pnò
più importarci, in qnesto mo- mento, è la possibilità logica della spiegazione
comune e che per dimostrare la possibilità di ana spiegazione qoalonqae noi non
dobbiamo ponto preoccuparci di trovare questa spiegazione medesima e che qoindi
noi possiamo rimanere — come rimaniamo — indifferenti a qualunque proposta
metafisica soddisfacente, non po- tendo più la nostra scelta essere guidata che
da con- siderazioni in cui la parte di apprezzamento personale è grandissima.
17. Sulle orme di Maxwell ricordiamo in&tti che per dimostrare la
possibilità di una spi^adone mec- canica della teoria elettrica — per esempio —
noi non dobbiamo preoccuparci di trovare questa spiegazione medeùms, ci è
sufficiente di trovare l'espressione di certe due funzioni V(,qk), T{q'ìc,qk)
che sono le due parti dell'energìa e di formare con queste due funzioni le
equazioni di Lagrange e di paragonare, in seguito, queste due equazioni colle
leggi sperimentali. Queste considerazioni ci faranno comprendere che una volta
riconosciuto il principio incontestabile della pos- sibilità logica d'una
spiegazione comune alle varie coppie d'idee primitive riferite, resta, in
sostanza, in- differente cosi la strada per cui vi sì è giunti come le infinite
rappresentazioni o gl'infiniti modelli che si possono costruire sopra di esse.
Noi intravediamo la possibilità e la convenienza di metterci — di fronte alla
sintesi delle varie idee pri- mitive della Logica, della Mat«matica e della
Fisica nella stessa posizione clie fii già adottata da Max- well — di fronte
alle teorie elettriche e magnetiche, delle quali egli non diede nessuna
spiegazione mec- canica completa — come viene affermato dal Poincaré, ma si
limita a dimostrarne rigoi-osamente la possibilità, pur dando origine a tutti i
vantaggi teorici e pratici che non è il caso ora di riferire. 18. Ritornando,
per altimo, colla memoria sulle cose meditate per ìscorgervi il loro
vicendevole legame e volendo fare di tutto questo capitolo nn brevissimo
riassunto, possiamo stabilire : 1° che i vari ordini scientifici, logici,
matematici e fisici, versano tutti quanti nel piano d'un simbolico fluire d'
idee, di numeri, di punti, di corpi, di sistemi, i quali mediante un processo
metodico di posizioni e dì proposizioni (che sarà esaminato nella seconda parte
di questo volume) vanno componendo i postulati e i sillogismi indispensabili
all'ordine loro; 2" che questi varii ordini, benché costruiti indi-
pendentemente gii uni dagli altri, sono pienamente e reciprocamente convertibili
fra loro. 19. Raccogliamo la conclusione suprema. BiconoBcendo che tutta la
famiglia degli enti pri- mitivi, logici, matematici e fisici, ha uno stipite
solo, è logico dunque stabilire che i vari ordini scientifici ri- feriti non
sono che la realtà mascherata d'un solo pro- cesso, che si rivela come la
necessità primitiva e deter- minante della scienza. Senza dubbio questa
considerazione sintetica delle varie idee primitive resta sempre molto astrusa
e, con qualche apparenza di verità, si potrebbe altresì obbiettare che essa
perde in semplicità tutto ciò che »guadagna in anità. Ma noi amiamo riferire a
questo proposito le profonde parole, colle qnali Sir John Hbbschel chiudeva il
suo celebre Discorso preliminare sullo studio della FUoaofia naturale: ' Dobbiamo
rammentarci che, per quanto l'espe- rienza c'insegna, ogni passo verso la
generalizzazione è stato ad nn tempo nn passo verso la semplificazione. £!gli è
soltanto quando andiamo erranti e smarriti nei labirinti delle particolarità, o
siamo impegnati in ten- tativi inutili dì aprirci una strada nei sentieri
spinosi delle applicazioni, in coi le forze del nostro raziocinio non sono
sufficienti, che la natura ci sembra compli- cata. Tosto cbe la contempliamo
qual'è — ed occu- piamo una posizione, dalla quale possiamo dominare collo
sguardo, non fosse che nna piccola part« del suo disegno, non è mai che non
riconosciamo quella su- blime semplicità per cui la mente si persuade di essere
giunta alla scoperta del vero , . Applicazioni generali. Sciente miste o derivate.
1. Passiamo ora a considerare attentamente tutte le combinazioni scientifiche —
scienze miste o derivate — che possono nascere dallo scambio reciproco delle
Tarie formalità logiche, matematiche e fisiche. La prima applicazione
scientifica di q^nesto principio nasce dalla rianione della prima formalità
(logica) eoa la seconda (matematica). E la Logica matematica, vale a dire la
Logica trattata dal punto di vista della Ua- tematìca. Questa disciplina
evidentemente mista ha una storia ed nn' importanza tale che merita di esaere
stu- diata a parte, quasi come scienza indipendente. E noi £aremo appunto
questo stadio H. P. GRICE STAGE STUDIO nel § 2° di qnesto ca- pitolo. È chiaro
che alla Logica matematica può accompa- gnarsi, con pari diritto, un'altra disciplina
finora, rigo- rosamente parlando, intentata : la Matematica logica o razionale,
vale a dire la Matematica trattata dal ponto di vista della Logica. »iSCIBNZI
HISTK 87 2. SegDB la seconda applicazione scientìfica dello stesso principio
fondamentale, cioè la combinazione della prima formalità (logica) colla terza
(fisica); che potrebbe prendere il nome di Lo^ca fisica. Ka qneeta disciplina,
che ha teoricamente lo stesso valore della Logica matematica e di tatte le
altre ap- plicazioni che si possono fondare sullo stesso principio, è ancora da
farsi di sana pianta. Per colmare qnesta lacuna noi tenteremo apposto di
abbozzare on mo- desto saggio preparatorio che verrà pubblicato &a breve —
come semplice applicazione di questi principii teorici generali — col titolo di
' Sapra un modello fisico di al- euni fenomeni logici , primo sa^o di Logica
sperimen- tale. Le considerazioni che aggiungeremo nella seconda pu^ di questo
volume intomo ai rapporti fra l'espe- rienza in genere, l'esperienza fisica in
specie e la teorìa, gìostificberanno — vogliamo sperarlo, almeno in parte — le
nostre ricerche ed anche l'intestazione del pros- simo saggio che a prima
giunta potrebbe sembrare troppo bratale. £ chiaro che alla Logica fisica o
speri- mentale può accompagnarsi con pari diritto un'altra di- sciplina finora
intentata : la Fisica logica, vale a dire la Fisica trattata dal punto di vista
della formalità logica. 3. Segue la terza t^plicazione scientifica dello stesso
principio fondamentale, cioè la combinazione della seconda formalità
(matematica) colla terza (fisica), che potrebbe prendere il nome di Matematica
fisica o sperimentale. Ma questa disciplina mista è pure ancora da &rst. È
chiaro che a questa disciplina può accompagnarsi con pari diritto la sua inversa,
cioè la Fisica mate- matica, vale a dire la Fisica trattata dal punto di vista
matematico. Questa scienza mista ha una storia »ibv Google ed un'importanza
tale che essa vieae studiata a parte, quasi come scienza indipendente. Per le
ragioni che furono addotte nel capitolo III, noi abbiamo anzi fer- mato la
nostra analisi più sopra la Fisica matematica che snlla Fisica pnra,
propriamente detta. Tuttavia è solo in questo capitolo, delle applicasioni, che
questa scienza derivata e mista dovrebbe essere particolar- mente esaminata. Ma
il lettore capirà che — a qaesto ponto — ogni ulteriore schiarimento sa questa
scienza derivata riuscirebbe completamente snperilao. 4. Una riflessione molta
importante è da farsi a proposito della Meccanica razionale — cioè della Mec-
canica trattata dal punto di vista razionale o logico. Si noti pertanto che
questa scienza che — in certo modo — è la sintesi suprema di tutte le singole
teorie della Fisica matematica, differisce dalla Fisica mate- matica solo pel
fatto che in essa intervenendo in grao parte anche la formalità inerente al
primo ordine (lo- gica o razionale) si presenta altresì come la sintesi di
tutti i tre ordini scientifici analizzati ; Logica, Mate- matica e Fisica. Per
tal modo la Meccanica razionale è, a vero dire, la trattazione simultanea della
Matematica e della Fi- sica, dal ponto di viste della Logica. Questo modo di
considerare le cose ci lascia comprendere che sarebbe possibile analogamente
costruire: 1° nn'altra teoria che fosse la trattazione simul- tanea della
Logica e della Fisica dal punto di vista matematico ; 2° un'altra teoria che
fosse la trattezione simnl- tanea della Logica e della Matematica dal punto di
viste della Fisica. Con quest'avvertenza poniamo termine all'elenco delle
ftpplìcazioDi scientifiche del nostro prìacipio, avendo esaurito logicameitte
tutte le combinazioni possìbili. Nel paragrafa sncceasivo di questo capitolo
prende- remo in minuto esame la Logica matematica, per le ragioni che saranno
addotte a suo tempo. Della Lo- gica sperimentale ci occaperemo direttamente —
come fa detto — nel prossimo saggio. Della Fisica mate- matica e della
Meccanica razionale ci occupammo di- rettamente nel capitolo III. Di tutte le
altre appltca- lionì scientifiche annoverate basti per ora la semplice affermazione
della loro logica possibilità. 6. Ci si consenta tuttavia un' osservazione ed
uno aohiarìmento finale. Per quanto possa sembrare bizzaiTa e complicata noi
crediamo che questa nuova maniera di considenuv la datura e la posizione delle
varie scienze mentovate pre- sentì notevoli vantaggi e meriti quindi di venire
ap- prezzata convenientemente dagli studiosi Mentre per la continua
specializzazione di tutte le scienze, ogni ricerca va via via ramificandosi e
quasi allontanandosi in modo indefinito dalle sue prime ori- gini, è ben
naturale che si venga sempre meglio a dimostrare che tuttavia i suoi risultati
non rimangono isolati, smarriti, e quasi inschistatì recÌprocament«, ma si
articolano di per sé stessi naturalmente con tutti gli altri in questa
splendida e viva cooperazione di tutti gii organi della scienza che si va
compiendo poco a poco — ma quasi inconsciamente — per rifare nello spirito
nostro quella sintesi che già trovasi effettivamente nella natura. A.
Pu>OKi, jbpra In teoria deOa Sdenta. U.g,l:«lov Google § 2. i.Da11sl ed
apprezzamento della Lo^ea matematica. 1. In base ai rianltati ottenuti nelle
nostre ri- cerche possiamo dire che la Logica matematica è la prima
applicazione inconsapevole del nostro principio fondamentale della convertibilità
delle idee primitive. Essa si presenta infatti come un tratto di unione tra la
Logica pura e la Matematica e facendo oso di nn sistema coerente di notazioni
simboliche, con nn piccolo numero dì nozioni primitive procede alla co-
struzione delle definizioni di tutte le altre nozioni de- rivate. È quindi
prezzo dell'opera l'esaminare se il poco materiale adoperato dalla Logica
matematica si accordi meno con quel sistema fondamentale d' idee primi- tive
che fu da noi riscontrato a tennine delle nostre analisi di Logica e di
Matematica. Se tra i due sistemi di idee primitive si verificasse una
contraddizione vi sarebbe un errore da una parte o dall' altra. Ora, se- condo
quanto è dichiarato nel Fomwlaire de Mathé- maiiques (Tome II, n. 3, Turin
1899, pag. 12): ' Noua rencontrons trois idées primitives dans l'Arithmétìque
et trois daus la Geometrie. Dans la Logiqne le nombre des idées primitives est
plus grand. On en trouvera une
analyse dans -^^ ^i g- Siccome noi abbiamo incon- trato tre idee primitive
nella Logica, si potrebbe per- tanto credere, a tutta prima, che le nostre
ricerche si trovino contraddette dai risultati della Logica mate- matica. Per
il sicuro fondamento del nostro lavoro s'impone quindi un'analisi accurata
delle idee assunte come pri- mitive dalla Logica matematica. Tale è in parte
l'assunto di questo capitolo. Prima però di affrontare direttamente l'esame
delle no- zioni primitive, crediamo opportuno — per comodità dei nostri lettori
— • di accennare a larghissimi tratti come fra i due campi distinti della
Logica e della M^atema- tìoa sia venuto ideandosi prima ed erigendosi poi sopra
solide basì, un edifizio scientifico cosi importante che offre tanto ai
filosofi quanto ai matematici il doppio vantaggio del rigore e della semplicità,
sia rispetto alla teoria della conoscenza logica in genere, sia riguardo alla
teoria deUa conoscenza matematica in specie. Giova notare anzitutto che questa
scienza fin dalle prime analogie annunziate profeticamente dal grande Leibniz
(1646-1716) &a le operazioni della Logica e qnelle della Matematica, ai
poderosi incrementi ag- giunti per opera di Lambert (1728-1777), Segner (1740),
De Morgan (1806-1871), Boole (1815-1864), Hauber (1829), Jevons (1864), Peirce
(1867), Me-Coll (1878), Frege (1879), Schrtìder (1877-90-91-95), e del nostro
Peano che l'introdusse in Italia nel 1888 e di molti altri che vi cooperarono
alacremente, e in particolar modo del Burali-Forti, del Padoa, del Pieri e del
Vai- lati, malgrado la difficoltà del metodo ideografico sim- bolico non
famigliare a tutti, ha fatto e fa di giorno in giorno rapidissimi progressi,
apprestando alla ricerca ed alla dimostrazione matematica uno strumento euri-
stico e didattico sempre più sicnro e fecondo e rife- renze filosofiche non
ancora ben chiarite ma della mas- sima importanza, benché ottenute con scopo
puramente scientifico. Nella * Rivista di Matematica , del Peano, T. 7, pag. 8,
si trova l'elenco di 67 memorie pubblicate su quest'argomento nell'ultimo
decennio. Altre sono da aggiungere. »ibv Google 3. Secondo il Peano la Logica
matematica è la scienza che tratta delle forme dì ragiouaraento che
s'incontrano nelle varie teorie matematiche, rìdncendole a forinole simili alle
algebriche. Basa ha comune colla logica di Aristotele il solo siUogismo (1).
Uno dei risal- tati più notevoli end si è giunto — osserva inoltre lo stesBO
Peano al qoate si deve la creazione di quel For- mulario di Matematica che
rimarrà nella storia come monumento scientifico della operosa genialità dello
spi- rito matematico italiano (2) — si è che con un numero limitatissimo di
segni si possono esprimere tntte le relazioni logiche immaginabili, sicché
aggiungendovi dei segni per rappresentare gli enti dell'Algebra o della
Geometria si possono esprimere tutte le proposizioni di questa scienza (3). Non
è senza importanza notare, a questo riguardo, che tale risultato fu ottenuto
osservando, in primo luc^o, che nelle scienze matematiche, come in i^ni altra
scienza, non compaiono altro che idee e giudizi variamente com- binati fra loro,
e quindi è sommamente opportuno cominciare a studiare separatamente prima le
idee poi i giudizi; in secondo luogo, che le idee delle scienze matematicbe
appartengono in porte alla Grammatica generale o Logica, in parte alle
discipline matematiche speciali; e che tanto delle prime quanto delle seconde
la Logica matematica ha stabilito una rigorosa clos- (1) < Revue de
Mathématiquea >, publiée par 0. Piano, tome VII, n. 3, 1901, pag. 169. (3)
Vi cooperarono in modo particolare : G. Barali^Forti, F. Castellano, M. Chini,
A. Padoa, H. Pieri. G. Vacca, 0. Vailati, G. Vivaoti e molti altri. (S) <
Rivista di Matematica >, 1891, PrineijA di Logioa matematica. Nota di G.
Peano. sifieazìone, rappresentandole, per
i bisogni del calcolo, con segni o simboli ide<^afici oonispondentì. 4.
Prendendo le mosse da questi preliminari, co- minciamo a notare che tutte le
idee logiche generali che incontransi nelle pubblicazioni matematiche — e
segna- tamente in quello che si dice, con molta proprietà, il dizionario di
matematica — sono ridnttìbili m simboli ideografici segnanti : è uguale,
classe, è (un), tale. — cls e 3 n u — A 3 i > assordo, esiste. a, b, ...
Lettere variabiU per indicare degli og- getti qualunque, parentesi per indicare
l'ordine di rag- gmppamento dei segni. Sono in tatto quattordici segni di
nozioni generali che possono ancora a mente dei più competenti autori di Logica
matematica essere ridotti ad un nomerò assai minore. Il Borali-Fortì,
in&tti, nel SUO Trattato »ibv Google di Logica matetnatìca pone nell'elenco
dei segni ap- partenenti alla Logica i Begnenti (1): si deduce, è equivalente,
Se ne aggiungono tre altri: 7 I cls I classe (nome comune) o attribnto, 8 a, b,
... indÌTÌdno (nome proprio) o soggetto, 9 I ()<[]' Il I punti parentesi, di
cui si la aso implicito ed esplicito comunemente; e risultano in tutto nove
s^ni di nozioni generali fondamentali. ' Per mezzo di questi segni logici e dei
segni propri di tua determinata scienza, possiamo esprìmere tutte le
proposizioni della scienza stessa , (1. e, pag. 10). n Peano nel suo Formulaire
de liathimatiques (tome II, § 1, LogÌf[Ue Mathématique, 1897) scrìve: ' Far les
sis notations précédentes (k, c, Q, a .b ..., O, n ) nous définirons
symboliquement tontes les idées de Logique eieeptées celles qui figurent dana
les P 70 et 100 , (pag. 27). Aggiungendo pertanto alle sei prime queste due
ultime idee: coppia (P70), negazione (PlOO) si ottiene l'elenco seguente: (1)
C. BcRAU-FoRTi, Logica matematica. Manuali Hoepli, Milano, 1894, oap. I,
Nozioni geoeralf, pagg. 1-9, »ibv Google 1 K 2 € 3 (),[], Il 4 «, b. ... 5 6 r.
7 («,S) 8 classe, è un, parentesi o
pantì, lettere Tariabilì, deduzione, affermazione simultanea, coppia,
negazione. S. Perchè la nostra analisi riesca accorata e com- pleta prendiamo
in minnto esame ognnno di qnesti otto segni, premettendo che essi possono
venire immedia- tamente raggruppati in due categorie: 1° termini nominali, o di
materia, o di quantità; 2° termini verbali, o di forma, o di qnalità, o di
relazione, o d'operazione. Nella prima categoria ne porremo due: I. - classe di
enti o di oggetti (nome comnne). n. ' individuo, lettere variabili
rappresentanti enti o oggetti individnali indeterminata qualunque a, b ... e,
a' (nome proprio). Nella seconda cat^oria raggrupperemo tatti i sei rimanenti :
parentesi ponti, (),[],!! affermazione simoltauea o prodotto lo- gico, coppia,
negazione. 6. Per quanto riguarda la prima categoria ci li- mitiamo ad
osservare che: »ibv Google 1° il termine ' classe , aìgnifica nome i idea
generale, Urminus, 6poi;, fivofia, concetto, campo, gmppo, insieme di oggetti,
sistema, categoria d'enti, Mettge, Begriff. La classe è considerata
esclusivamente dal pmito dì vista dell'estensione, poiché: " Dana nne
classe nons considérons seolement la propriété de con- tenjr des individus et
de ne pas contenir d'antres in- dividua , (p^. 39). Da ciò risalta che il
concetta di classe non è distinto da qnello di somma logica o estensione; 2° il
termine " letìere variabili , a, b, ... x, y, z, designa degli oggetti
qnalnnque o più propriamente degli individtd o enti particolari o nomi propri.
In consegnenza di che possiamo concladere riconoscendo circa questa prima
cat^oria la perfetta conformità tra i due enti della Logica matematica : classe
e individuo da on lato, e i due enti corrispondenti: idea di classe e idea di
individao, riscontrati nella Logica para. 7. Per quanto riguarda la seconda
categoria, dob- biamo cercare di ridurre i sei enti logici rimanenti al minor
nomerò possibile. Il compito ci è agevolato, for- tunatamente in qualche parte,
dal Peano medesimo che nelle sue acute note dichiarative del ' Formulario , non
manca mai di accennare alla possibilità ed al modo di introdurre una maggiore
semplificazione nell'elenco delle idee logiche assunte come primitive. In base
qtiindi ai risultati analitici già ottenuti dal Peano e alle nostre personali
ricerche osserviamo: 1° n termine " parentesi o punti , non è pri- 'mitivo
non essendo altro che un segno convenzionale indicante i raggruppamenti dei
termini. Si noti anzi tutto che ' nel linguaggio ordinario non vi sono pa-
rentesi , (Peano, loc. cit., pag. 23). Da ultimo si ponga »ibv Google DILLA
LOaiOA HATIHATIOA 97 meste che raffennozione o posizione stessa di qua- lunque
termine idea è ^& di per sé stessa ana li- mitazione, a separazione o
raggrappamento distinto di termini. Qnindi non occorre dar origine ad nn segno
nnoTo per significare ciò the si verifica già nella po- sizione mentale
distinta di ogni ente che è sempre una posizione di limite o di limiti. Questa
riduzione non è ancora ammessa dal Peano. 2° n termine " non , (— )
significante la nega- zione, non è primitivo potendosi definire mediante ì
termini seguenti: ols. e, O, " , u , e in modo partico- lare, mediante
l'idea deUa somma lo^ca come è già provato dal Peano stesso (op. cit, pag. 45,
P257). In verità, come in Aritmetica abbiamo posto che quando sia noto il
significato del segno -f- si può, dal- l'idea dell'addizione espressa dal segno
+, dedurre quella della sottrazione, espressa dal segno — , giun- gendo all'ordinaria
definizione: un numero si dice la didTeFenza di altri due numeri disuguali
quando som- mato col minore di essi dà per somma il maggiore (1), così in
Logica matematica potendosi esprimere il segno — facendo uso segnatamente del
segno >-< e potendosi esprimere (P241) il segno u facendo uso delle idee
primitive introdotte con le P 1 — 7 " l'idée de la négation n'est pas
primitive , (Pzino, op, cit-, pag. 51). 3° La notazione ' {x, y) , è introdotta
dalla P 70 per indicare la coppia formata dall'oggetto x e dal- l'oggetto y.
Questa coppia è considerata come un nuovo oggetto. Analogamente (x, y, z)
designa la tema degli (1) Quando la frase disuguali significhi uno maggiore
delCaUro e non non uguale il che implica altre proprietà dei anmeri, Cfr.
Burali-Porti, op. cit-, pag. 132. U.g,l:«lov Oggetti x,y,zo se si vuole la
coppia formata della coppia {x, y) e dell'oggetto z. Ora questa nuova nota- .
zione può essere considerata come derivata j>er le ra- gioni seguenti. Si
noti che la coppia [x, y) por non essendo immediatamente riducibile né alla
somma logica dei due oggetti (affermazione disgiunta) {x -{■ y], uè al prodotto
logico dì essi (affermazione simultanea) (x X vX è però riducibile alla forma:
' {x, y) è un individuo della classe a dove a è una classe dì coppie
determinate, cioè l'affermazione simultanea delle proprietà di x ed y che
soddisfano ad una stessa condizione. , La relazione fra i due enti dati viene
così espressa da una condizione o più propriamente da nu sistema dì condizioni
ira i due enti variabili che si risolve nel fatto d'un 'affermazione simultanea
o prodotto logico delle condizioni date. La notazione {x, y) quindi è rì-
duttibile alle nozioni generali dell'inclusione e dell'af- fermazione
simultanea. 4° D termine ' e „ ( « ) significante prodotto lo- gico
affermazione simaltanea o congiunzione è o non è primitivo? Notiamo, anzi
tutto, che il prodotto logico dì due classi a e 6 non essendo altro che la
classe comune alle due classi date, cioè la classe comune ia cui le due classi
a e b sono contenute simultaneamente, sì risolve nel fatto della congiunzione
simultanea cioè dell'inclu- sione logica delle due classi. Difatti r
affermazione simultanea deUe due classi a e 6 designa che l' insieme delle
condizioni che defi- niscono una classe è incluso nell'insieme delle condi-
zioni che definiscono l'altra, ciò che costituisce appunto il prodotto logico
delle classi corrispondenti. L'espres- sione ar-b, più comunemente o6, si può
dunque ■ leggere: l'inclusione simultanea delle due classi a e & »ibv
Google DELLA LOGICA MATSUATIGA in una
classe comprensiva comune, oppure la elasse a è contenuta comprensivamente
nella classe b. In altri termini: il prodotto logico si riduce all'affermazione
simoltanea di classe in classi, cioè aU' ìndnsione si- multanea delle classi.
Ed è tanto vero che il prodotto logico iudica inclu- sioni cosi di classi come
di proposizioni, che dal pro- dotto logico ab, per esempio, si può dedurre a
per la sola ragione evidente che a è inclnso in ab ; come è chiaro che da un
prodotto si possono dedurre i suoi fattori, per la semplice ragione che sono
logicamente contenuti nel prodotto medesimo. Donde risulta che dato per ipotesi
{che noi verremo tosto a giustificare) che uno qualunque almeno dei tre termini
che ci ri- mangono da definire, €, O, ^, sia riduttihìte all'idea d'inclusione,
noi potremo sempre scrivere un'eguaglianza di cui il primo membro sia a ri 6 e
il secondo un'espres- sione dove non figurano che le tre idee E, 0, =^. Dunque il
termine /^ non è primitivo. Questa riduzione non è ancora ammessa dal Peano il
quale scrive ; ' Toutefois nous ne pouvons pas écrire une égalité dont le
premier membre soit a r\ b et le deusième une expresaion où ne fignrent qne des
idées prìmitives , (p^. 32). Giova però ritenere che il Peano stesso intravide già la
parziale riduttibilità della moltìplicazioue logica, quando scrisse a proposito
della P 74 : ' La P 74 contieni les deus précédents. Si l'on snp-
prime la lettre y, on obtient la P 15. Remarquons qne dans te premier membre de
l'égalité ne figure pas la mnltiptication logique, qui figure dans le second.
Donc la moltiplication logique, donnée comme idée primitive (P6), est, dans
quelqnes cas, réductible ,. Ora speriamo di aver provato, per le osservazioni precedenti,
che la moltiplicaziQne logica è rìdnttìbile in tnttd i casi. 5° n tennine *
dunque , (o) aignifie&nte: 1° è contenuto (tra claBsi); 2° si deduce (bra
propoaiziom) ; è o non è primitiyo? À questo riguardo è bene osservare che il
Peano ha già trovato che " on Toit la possibilitó de remplacer l'idée de
la dédnctlon donnée comme primitire (P5), par l'idée de l'addition lo^que .
(pag. 46). La somma logica, a sua volta, non è posta — come è noto — neU'elenco
deUe idee primitÌTe perchè si può costrnire una proposizione (P 241) contenente
' dans le premier membro la somme logique a^b, et dans le second une expregsiou
composée par les signes K, E, 3, ri , où ne figure pas le signe — . On pomrraìt
donc la prendre pour définition dn signe u , indépen- dante de la négatìon ,
(pag. 44). Gif) premesso, si noti
che i due sensi riferiti della deduzione (è contenuto; si deduce) si riducono
entrambi al concetto unico d'inclusione. Infatti, nel primo si- gnificato (è
contenuto ; tra classi) la relazione di con- tenenza è già espressamente indicata
dalle parole stesse che si adoperano per la lettura. Al quale oggetto av- verte
lo stesso Peano (Dizionario di Matematica, p. 164) alla parola * contenere =
(la classe a è contenuta in 6) ^= (dall'essere a si deduce l'essere 6) ^ (a O
6). , Quanto al secondo significato (si deduce ; tra propo- sizioni) ricordando
che il segno O non è altro che la lettera iniziale rovesciata del termine
" conseguenza , [(j) Oq)=^iq è conseguenza di p)}, è facile intendere che
coll'nso della deduzione non si & altro che afEer- mare che la proposizione
ji o conseguenza (tesi) è con- tenuta nella q o proposizione precedente
(ipotesi). »i PILLA LOGICA HATIHATICA Con ciò rìprendifuno ed applichiamo an
grande pen- siero di Leibniz il qoale non ha mai cessato d'insi- stere stilla
profonda analogia ohe passa tra le relazioni di deducibilità o di equivalenza
di proposizioni e le relazioni di inclaaione o di coincidenza di classi. '
Quest' idea contenuta nel Saggio portante il titolo : GeneraUs inquisitiones de
analyai notionum et veri- tatttm (1686) sembra essere stata snggerìta a Leibniz
— avverte acutamente il Vailati — dal ' parallelismo , (gìh notato da Pascal)
tra i processi di dimostrazione e dì riduzione delle proposizioni le one alle
altre. Allo stesso modo — ^li osserva — come la proposizione ' A est B ,
significa che le condizioni richieste per l'spplicadone del nome A implicano, o
contengono, le condizioni indicate dal nome B, così la proposizione: " Si
A est B, Cesi D , esprime che l'affermazione (1) A est B, contiene o implica
come conseguenza la pro- posizione ' C est D ,; per modo che essa può essere
indicata con : ' {A continet B) continet { C continet D) , O anche; ' {A est E)
est {C est D). " La perfetta conformità tra le proprietà della co- pula '
est f (o ' continet „), nei due oasi, è da Leibniz riconosciuta ed enunciata in
modo non meno chiaro ed esplicito di qnanto avvenne più tardi per parte dì
Peano (1888) e ScbrOder (1891): ' Per A aut B intel- ligo vel terminum vel
enunciationem , (Coutukat, pa- gina 355), (2). Tra r inclusone delle classi
espressa dal primo si- (1) < Cum dico A est B, et A. et B sunt
proposiliones, in- tetliffo ea A segui B > (Couturat, pag. 3S&, nota 1).
(Nota del Vailati). (2) G. Vailati, < Revue de Mathématìques », tome VII, n.
3, Turin, 1901. pagg. 155-56. »ibv Google gnificato e l'inolusione o
deducibilità delle proposizioni espressa dal secondo, non passa quindi ana
differenza essenziale ma solo di grado o di complessità di termini. In ogni
caso colla deduzione non si fa altro cbe espri- mere l'inclasione sia di classe
in classi sia di propo- sizione in proposizioni. Posto dunque che l'idea d'in-
clusione sia primitiTa, ne viene che l'idea di deduzione deve — per rispetto ad
essa — ritenersi come derivata. Giova ancora notare, prima di passare
all'analisi del- l'ultimo ente logico proposto, la grande relazione che
intercede fra la moltiplicazione logica e la deduzione, le quali non sono altro
cbe operazioni che sì derivano o proprietà che si deducono logicamente dallo
stesso concetto primitivo dell' inclasìone, 6° Fissiamo ora la nostra
attenzione sul termine ° e „ significante è un. Nel '
Formidaire de Mathimatiques , (tome II, § 1, Logique Mathématique, pag. 20) si
avverte; " Soit a un t; nous éerirons a; e a pour indiquer la propo-
sition singulière " a; est un a ,. Le signe t est l'initial du mot ioli. Selon la notation 2
(e), qae nons venons d'espliqner, la formule x e a, si a n'est pas une k, n'a
pas de significatìon. , Da ciò risulta chiaramente che questo termine è con-
siderato dal punto di vista dell'estensione, quindi la proposizione singolare
a; € a in cui x è il soggetto, a il predicato, vuol dire x è un individuo
contenuto nel- l'estensione della classe a; in altri termini ' snbjectom inest
praedicato , {De indimduis loquimur non de ideia). Il segno £ si legge pertanto
in tutti i modi seguenti: è un, è un individuo di, è in, è contenuto in, è nel-
l'estensione di, appartiene a, fa parte di. In ogni caso denota l'affermazione
dell' inclusione d'un indivìduo in una classe; la relazione dell'individuo alla
classe; del »i DELLA LOGICA UATEUATICA
soggetto (nome proprio) all'attribato (nome comune) d'una proposizione
particolare gratomaticalmente sem- plice. Nell'intento di porre in luce la differenza
clie passa tra i segni é e O il Burali-Forti scrive opportuna- mente (1):
" T segui £ e o si leggono spesso nel lin- guag^O comune nei medesimo
modo. Dicendo , per esempio, * l'uomo è un bipede , intendiamo dire * ogni uomo
è un bipede ,, e traducendo in simboli scrì- viamo Uomo O Bipede e non uomo t
bipede, poiché con quest' ultima forma trascuriamo ogni o l' arti- colo lo, che
dà alla frase il suo esatto significato, Se alla parola oro diamo il
significato chimico di corpo semplice, allora scriviamo : oro e corpo semjdice
e non oro O corpo semplice. In generale scriviamo a e 6 quando a è un individuo
(o è considerato come tale) di una classe (la classe b); scriviamo a06 quando a
{e b) è una classe. La differenza essenziale tra i segni e e 3 sta in questo
che mentre dalle affermazioni simul- tanee aob .boe, aib.boc, ai può dedurre (P
8, 9) che aOe o a e e, dall'affermazione simultanea aib.btc nulla si deduce,
essendo b considerato prima come classe, poi come individuo di una classe.
Così, p. es-, nulla si deduce dall'affermazione simultanea della pro- posizione
heNp, Np€. (classe contenente infiniti in- dividui). , 8. Ora questa
distinzione sta bene. Noi abbiamo as- solato bisogno di dar uu segno
particolare tanto all'affer- mazione di inclusione di un individuo in una
classe (e), quanto all' affermazione d' inclusione d'una classe in una classe
(O), come abbiamo bisogno, per esempio, (1) BuHALi-FoHTi. di toner separato
conto delle varie proprietà de! pro- dotto e della somma e di dar segni
particolari alle idee derivate di prodotto, di somma, di egaaglianza, di
negazione, di assurdo e via discorrendo. Tuttavia la differenza notevolissima
tra i due segui £ e 3 non ci deve impedire di riconoscere che un solo concetto
veramente primitivo, quello di affermazione d'inclu- sioue — variamente applicato,
a seconda che si pone come soggetto o l'uno o l'altro dei due termini no-
minali assunti come primitivi nella prima categoria (classe oggetti individoali
variabili) — sta sotto tutti: segni assunti finora e riferiti ed è capace di
dar ori- gine a tutte le operazioni logiche necessarie alla co- strazione della
Logica matematica. À qualunque individuo un po' adulto è famigliare il concetto
dell'inclusione ; rispetto ad essa, per couse- ^enza, non esiste alcuna
arbitrarietà avendo esso un significato a tutti noto. Quindi, per noi, definire
i ter- mini: inclusione d'individuo, deduzione, somma, pro- dotte, eguaglianza,
differenza, ecc., significa solo deter- minare le proprietà più semplici
derivanti dai vari rapporti cke possono intercedere tra i tre termini pri-
mitivi: classe, individuo ed inclusione. Le operazioni fondamentali della
Logica si possono dunque ottenere quando si sia dato un significato alle frasi:
" includere un individuo in una classe ,, inclu- dere nna classe in una
classe „, ecc., con un'applica- zione che i lettori esperti possono fare da sé
medesimi. Giova ancora rammentare che queste operazioni non si possono neppure
pensare senz'ammettere che esse si compiano successivamente cioè una dopo
Vàitra, con un procedimento che non è quindi essenzialmente distìnte da quello
che si compie in aritmetica, in geometria ed in fisica rispetto all'idea di
successione, raf^reseutazione dì ponto in posto, moto, tempo. Coti a rigor di
logica con questi tre soli segni; classe, let- tere vuriabili, incltiBione, si
potrebbero esprimere tatte le idee della Logica, indipendentemente dalle
difficoltà materiali che si incontrano in tale rappresentazione ed in modo
affatto analogo a qoanto si verifica e sì conclude nell'analisi della teoria
dei nnmeri interi (1). È soltanto per evitare tale difficoltà che, per
definizione, pokemo dunque continuare a porre e, O, r^ , 'J , ^, —, ma questi
segni derivati non sono necessari. 9. Dunque con successive riduzioni dei vari
witi logici considerati come primitivi dalla Logica mate- matica, noi siamo
giunti a conservarne solo tre rap- presentati dù termini : * classe, individuo,
inclusione a, disponìbili tmcbe nel modo seguente: 1° termini nominali { . ^.
.' I individuo, 2' termini verbali: inclusione. 10. Un'ulteriore riduzione non
sembra possibile. Questi trs termini fanno perfetto riscontro con quelli che
abbiamo già trovato nell'analisi della Logica (<3ram- maldca, Logica
naturale, Logica pnra), della Matematica (Aritmetica, Geometria), della Fisica
(Fisica matematica. Meccanica razionale); essi rappresentano quindi idee
primitive, idee semplici, che qualunque uomo possiede, e ohe noi definiamo in
sì elesse (2) ammettendo che, per esse, sieno vere certe proprietà dalle quali
possono dedursi logicamente le altre. (1) BcRiLi-FoBTi, op. cit., pagg.
130.140. (2) BuBALi-FoBTi, op. dt., pag. 136. A. Fastobs, Sopra la leoHa ddla
Scieiaa. U.g,l:«lov Non poteado entrare per ora nei particolari dell»
applicazione di tali proprietà, che chiamiamo fonda- mentali perchè risaltano immediatamente
dalla posi- zione delle tre idee primitive, concludiamo con ona osservazione
della massima importanza circa la posi- zione ed il valore stmmentale della
Logica matematica e la sua definizione. 11. Che le idee espresse dai tre
termini riferiti sieno le più semplici che la mente nostra abbia ri- guardo
agli enti della Logica matematica, risulta evi- dentemente dall'analisi da noi
fatta. Che tali idee non differiscano essenzialmente da quelle tre che abbiamo
riscontrato nelle analisi corrispondenti deUa Logica e della Matematica, è
provato dall'elenco delle idee primitive riferito nel capitolo IV. 12. Da ciò
risulta che per esprimere tutte le pro- posizioni di una determinata teoria
matematica non è affatto necessario aggiungere ai segni propri di questa
scienza i segni speciali appartenenti alla Logica. Una esposizione rigorosa
dell'Aritmetica e della Geometria infatti non solo può fai-si in modo del tutto
indipen- dente, cosi dalla Logica in generale come dalla Logica matematica in
particolare, ma deve farsi assolutamente in sé stessa, senza bisogno di
ricorrere ai segni logici, poiché le idee primitive della Logica non essendo
essenzialmente differenti da quelle della Matematica — ado sono introdotte
nell' organismo di un' altra Dza — non fanno altro che generare un duplicato
)mbrante l'esposizione e alterare l'unità e l'armonia B leggi scientifiche.
Tali sono le esigenze della ttnra e direi quasi dell'architettura tipica delle
e scienze. Questa conseguenza è inevitabile. I nostri lettori sono quindi in
grado di com- prendere che il Formulario di Matematica è ancora snscettibile
d'una ulteriore semplificazione nel senso che tatto l'apparato della Logica
matematica può essere radicalmente soppresso con grande vantaggio del rigore e
della comprensibilità, giacché ognuno comprende agevolmente che la differenza
tra queste tre categorìe di enti primitivi : / l classe !• Logica I \ individuo
' inclusione 2* Aritmetica } \ uno ' successione Ìl classe di punti \ un punto
moto non è che apparente, riducendosi esse ^ in ultima analisi — ad un sist«nia
fondamentale comnne. 1 4. Posto dunque il principio fondamentale della piena e
mutua couvertibUità delle categorie logiche, aritmetiche e geometriche, ne
risalta che è tanto esatto l'asserire che la Matematica è un processo logico,
quanto l'affermare che la Logica è un processo matematico, in conformità di
quanto fa da noi stabilito nella conclu- sione del capitolo I?. Anche la st«ssa
definizione della Logica matematica deve per conseguenza venire modificata.
Infetti la de- finizione che si riscontra nel Dizionario di Matematica del
Peano: ' La Logica matematica è la scienza che * tratta delle forme di
r^onamento che s'incontrano »i. " nelle varie teorie matematiclie,
riducendole a formule ' simili alle algebriche , (p^. 169) è ammissibile solo
nel caso che si ritenga necessario, per esprimere tutte le proposizioni di una
teoria matematica determinata, aggiungere ai segni propri di questa determinata
teoria matematica anche i segni propri della teorìa logica. E in vero £nora fa
ammesso comunemente da tutti gli scrittori di Logica matematica che le idee
deDe scienze matematiche appartengono in parte alla Gram- matica generale o
Logica, in parte alle discipline ma- tematiche speciali e che tanto delle prime
quanto delle seconde la Logica matematica ha stabilito una rigo- rosa
classificasione rappresentandole per i bisogni del calcolo con segni o simboli
logici e matematici corri- spondenti. Ora però risultando provato che la Logica
e la Matematica hanno nn contenuto d'idee primitive comune e potendo, anzi
dovendo, a, rigor di logica, la disciplina matematica essere esposta
assolutamente in sé stessa senza bisogno di ricorrere ai segni della disciplina
logica, la definizione più ovvia deUa Logica matematica appare la seguente. 16.
La Logica matematica è la scienza che sosti- tuisce la formalità della
Matematica aUa formalità ddla Logica neìla trattazione delle idee primitive che
sono comuni alle due scienze. Questa definizione ha — a parer nostro — il van-
taggio di porre in evidenza: 1° che la Logica matematica non ò altro che una
"^'""iplina che tratta della formalità lo^ca dal ponto data
della formalità matematica (un modello mate- ico della Logica) (1); ) La veste
matematica della Logica. 2" che la
Lc^ca e la Matematica non differiscono nel fondamento loro, perchè ammettono un
sistema di idee primitivo comnne ad entrambe. Qaesta definizione cliiarisce
anche definitdTameDte la posizione della Lo|^ca matematica nella
classificazione generale delle scienze. Dati ì tre ordini di scienze
analizzati: Logica, Ma- tematica, Fisica; la Logica matematica appare, come fti
detto nel g 2 del capitolo presente, la prima ap plicaidone scientifica del
principio della piena e mutua convertibilità delle idee primitive di queste tre
disci- pline, non essendo altro che la combinazione delle dne inrime formalità
scientifiche date, (Logica e Matema- tica). Ad essa tengono dietro tutte le
altre discipline miste: Logica sperimentale, Fisica matematica, Mec- canica
razionale, ecc., che si possono logicamente co atmire sullo stesso principio e
da Un altissimo pnnto di vista sono pienamente convertibili &a loro (1).
(1) I due prìncipi della convertibilitì e dell' uni Acabilità teorica delle
varie idee primitive delia Logica, della Mate- matica e della Fisica ci
spingono ad ammettere che si po- trebbe fare un Ftirmularìo sintetico, cornane
aile varie di- ■eipline scientifiche. Il che ai potrebbe ottenere portando le
BBguenti modificazioni al Formulario di matematica attuale: 1' La Logica
dovrebbe essere redatta non per servire all'esposizione della Matematica, ma in
modo aaaolutamente indipendente partendo dal puro sistema delle idee primitive
■tabilite e comprendendo nel suo campo tutta quanta la teorìa della Logica
pura. La Logica matematica, come l'espoaizione della Logica dal punto di vista
della Matematica, non perderebbe la sua ragione di essere; soltanto si dovrebbe
considerare come derivata rispetto alla Logica pura ed alla Matematica pura; 2»
La Matematica resterebbe nel suo contenuto inva- riata nel senao che
continnerebbe a derivare tutta quanta dalle idee prìmitive stabilite
nell'Arìtmetica e nella Geo- Chioderemo qaesta rapida rassegna della Lo^ca
matematica, notando come, anehe per qaeato riguardo, il grande Leibniz senti
già chiaramente il con- cetto generale di nn nnico algoritmo operatorio
(cahutus ratiociiiator) che gli fa come l'intima sorgente di tatto le sue
speculazioni ed applicazioiu generali tanto nel campo logico e filosofico
quanto nel campo matematico. U volume del Oontnrat, il qnale raccogliendo un
immenso materiale di ricerche logiche e matematiche sparso nei vari scritin di
Leibniz ~ che sì potevano prima consaltare tanto difficilmente — ha reso an
vero e grande servizio alla storia del pensiero filo- sofico e matematico,
mette in lace chiaramente che l'idea madre delle sue ricerche l<^cbe gli fii
suggerita da Aristotele, giacché dall'idea della classificazione delle
categorie aristoteliche sali all'idea di una classi- ficazione de! giudizi,
quindi giunse all'idea dell'alfa- beto dei pensieri amani (Coutubat, pag. 35).
A diciotto anni concepisce quest'idea che lo fa esultare ' puerili quodam
gaudio ,; e non ancora ventenne pubblica il metria. Ma dovrebbe essere
alleggerita dalla formallUi della Logica matematica, inutile duplicato per una
scienza che può coBtruirBÌ in sé stessa indipendentemente da ogni altra. 3* La
Fisica dovrebbe essere trattata collo stesso me- todo, facendola cioè derivare
dalle sue idee primitive stabi- lite e costruendola pure in sé stessa
indipendente. La Fisica matematica e la. Meccanica razionale, come ap-
plicazioni ulteriori del principio della convertibilità delle idee primitive,
cioè come studi della Fisica dal punto di vista matematico e logico
(razionale), non perderebbero la loro ragione di esaere, soltanto apparirebbero
derivate ri- spetto alla Fisica, alla Matematica ed alla Logica, come sono.
Tutte queste applicazioni scientifiche miate, esposte metodicamente, dovrebbero
quindi trovare anche il toro posto nel Formulario sintetico unico. »ibv Google Ili
Buo acrittò ' De arte combinatoria , di cui la logica d' invenzione, o l'arte
d' inTentare, è un'applicazione feconda. È estremamente notevole il fatto che
se l'opera ba molti errori di particolari ed imperfezioni provenienti dalla
giovinezza dell'aatore e dalla sua relativa igno- ranza delle matematiche,
l'aatore in segoito — por qnaliScandola nn ' essai/ d'eacólier , aggiunge : '
mais le fand est bon H j'ay basti la-dessus ,. Ohi ami seguire la storia delle
idee attraverso i vari sistemi dei pensatori potrehhe notare a quésto punto che
Leihniz non ha mai — in fondo — abbandonato il meccanismo cartesiano, per
quanto abbia sempre cer- cato di contrapporvi il suo dinamismo. Àncb'egU
finisce per ammettere che tutto nella natura deve potersi Spiegare meccanicamente,
soltanto aggiunge che le sor- genti di questo meccanismo fisico universale sono
da ricercarsi nella metafisica (ex aUiore eausa). Insomma in tutta la sua opera
il grande pensatore segue come la legge fisica ed invariabile d'ou mecca- nismo
ideale, nell'intento supremo di raziocinare, nume- rare e geometrizzare
sistematicamente tutto l'ordine scientifico deUe cognizioni umane. PxBTOBB,
Sopra ìa ttoria deUa Bcietua. U.g,l:«l Classificazione degli assiomi e
controversie. 1. Dopo d'aver preso cognizioue delle idee delle scienze astratte
(Logica, Matematica) e astratte-con- crete (Fisica — meno la Chimica) dobbiamo
procedere alla cognizione dei giudizi. Lo stadio H. P. GRICE STAGE dei gìadizt
è, in certa gnifla, Io stadio delle idee in azione. Ora, tatti i giudizi che
compiono nella scienza ai dividono in dae categorie: 1* giadizi primitivi
espressi da proposiziODÌ pri- mitive (assiomi, postalati); 2* giadizi derivati
espressi da proposizioiii deri- vate (teoremi, corollari), secondo che si
possono o non si possono dimostrare. Dimostrare tuia proposizione significa
ottenerla, com- binando convenientemente te proposizioni ammesse. Quindi —
avverte giustamente il Peano (1) — alla , pag. 25. To- si domanda: una data
proposizione si paò dimostrare? si puCi soltanto rispondere, qnando si sia
esplicitamente detto di qaaìi proposizioni ci possiamo servire. Ora il semplice
criterio intnitivo non è punto in grado di farci riconoscere iuunedìatomente a
quale categoria ap- partenga una data proposizione, perchè se noi ci ab-
bandoniamo a quel carattere di subitanea unità e im- mediatezza, con cui
s'intuiscono le varie proposizioni elementari, non possiamo più affatto
immaginare che esse possano essere invece dei processi logici composti e
decomponibili in vari elementi diversi. DÌ più noi dobbiamo ammettere che cert«
supposizioni assioma- tiche sono essenzialmente vere e di fronte al giudizio
nostro perfino necessarie, dando però a questa parola ■ necessità , il senso di
pura esigenza logica , eretta sul semplice fatto della necessità dell'abitudine
di non cadere in contraddizione — perchè, in ogni caso, il giudizio assiomatico
suppone sempre il giudizio mede- simo come autorità della sua verificazione e
si sup- pone tale perchè ogni altra supposizione logica suppone sempre la
stessa autorità del giudizio. 2. In questo capitolo ci occuperemo soltanto dei
giudizi primitivi, o assiomi, o postulati (1) della Lo- gica, della Matematica
e della Fisica, cioè delle scienze astratte e delle scienze astratte- concrete
(meno la Chi- mica) secondo il criterio della Classificazione delle scienze
dello Spencer, criterio che io ritengo piena- mente accettabile, almeno per ciò
che si riferisce alla scienza in senso stretto. Ora è ovvio osservare che se la
classificazione ge- (1) Alcuni fanno difierenza fra a coada del grado di
evidenza. »i CL&sairioAzioNH degli assiohi 117 nerole degli aasiomi segae,
ttatnralmente, la classifica- zione generale della scienza, il conclndere che
gli as- siomi sono di tre specie: astratti, astratti-concreti e con- creti ci
porta a toccare on argomento molto notevole. 3. In primo luogo, ritenendo che i
giudizi prì- mitivi delle scienze astratte o analitiche concernono
esclnsivamente le idee e le relazioni delle idee; e che i giudizi primitivi
delle scienze concrete o sintetiche riguardano esclnsivamente gli oggetti della
natura e le loro relazioni naturali, è facile scorgere qnant'ana- logia passi
tra questa classi Reazione dei giudizi pri- mitivi e la distiuzione fra le due
classi dei giudizi in generale, che fii vista e stabilita esattamente — pur
partendo da altri criteri — dal padre della filosofia em- pirista odierna,
David Hume. V hanno infatti — secondo Uume — due classi di giudizi. L'una
concerne le relazioni deUe idee, l'altra le cose di fatto. Il GuasteUa (1) -
che ha studiato, molto valoro- samente, tutta questa questione, partendo dal
criterio di David Hume — divide appunto i giudizi in due categorie: 1* a
priori, o sulla somiglianza (giudizi compa- rativi) ; 2° a posteriori, o sulla
esistenza (giudizi esi- stenziali). I giudizi comparativi -- per lui — sono a
priori nel senso che, per stabilirli non è necessaria l'ospe- (1)
Casuo-QcASTBLL*, Saggi sulla Teoria dèlta Cono' icema. Saggio primo ; « Sai
limiti a l'oggetto dalla Cono- scenza a priori t. Palermo, Remo Sandron, ed.,
rìenza delle cose reali; poiché l'osservazione degli og- getti stessi può
essere soatituita dall'osservazione delle idee di qaesti oggetti. I giudizi
esistenziali o positivi sono invece sempre a posteriori percbè, per stabilirli,
non possiamo dispensarci dall'esperienza, cioè dall'os- servazione degli
oggetti. Da qnesto ponto di vista, non si possono più ammettere giudizi a
priori sull'esi- stenza; dal primo ordine (dai giudizi comparativi) na- scono
quindi le verità necessarie; dal secondo ordine (dai giudizi esistenziali)
nascono le verità contingenti. Alcun giudizio esistenziale (concernente cose di
fatto) non può dunque essere necessario perchè l'opposto di ciascun fatto
rimane sempre possibile, non implicando alcana contraddizione (1). 4. n
Gnastella ha — secondo me — ragione di voler distinguere nettamente il caso
dell'osservazione delle idee, da quello delle osservazioni delle cose. ÀI primo
corrisponderebbero gli assiomi delle scienze astratte o analitiche, al secondo
quelli delie scienze concrete o sintetiche. Ma egli non ha veduto che vi ha
ancora un terzo caso che tramezza i due riferiti, ed (1) Aggiungiamo ancora che
l'apriorità dei giudizi sulla somiglianza consiste, pel Guastalla, nella
possibilità di co- noscere i rapporti tra le cose per la pura comparazione
delle idee, distinguendo sempre rigorosamente i casi dell'ox- tervaiione delle
idee dai casi deW'osservaiione degli og- getti. Con questa intesa,
riconoscendo, per esempio, che la ve- rità dell'affermazione contenuta' in una
proposìi^ione mate- matica è logicamente indipendente dalla verità a falsità
dell 'afFerm azione dell'esistenza di oggetti reali a cui questa proposizione
si riferisce, gli è possibile dichiarare che gli empiristi (fra cui egli si
schiera decisamente, pur conser- vando una posizione originale) hanno avuto
torto di negare è preciBamente quello delle scienze astratte-concrete che sono
costruite, parte eoli' osservazione delle idee, part« coli' osservazione degli
oggetti ed a cui compe- tono giudizi primitivi speciali. Di più non si vede
bene la necessità di dare un valore esistenziale ai soli gindizt ricavati coti'
osservazione deg'lì oggetti, riserbando il valore comparativo ai giudizi
ricavati dall' o ss eirvazione delle idee. Se tanto all'esistenza quanto
all'esperienza si ammet- tono due forme distinte : una o^ettìva ed estema (esi-
stenza ed esperienza delle cose), l'altra soggettiva ed intema (esistenza ed
esperienza delle idee) ; se si am- metta insomma che ogni giudizio implichi
sempre l'esi- stenza di un oggetto (sia reale, sia ideale) o dì rap- porti tra
certi oggetti (sia realmente esistenti fdori dì noi, sia semplicemente
rappresentabili) scompare ogni ragione di tener distinti ì giudizi esistenziali
(fondati sull'osservazione delle cose) dai giudìzi comparativi (fondati snll
'osservazione delle idee). Ora in ogni giudizio si può ben ritenere per accor-
dato che lo spirito postuli sempre l'esistenza o dì qualche Oggetto reale o
ideale o dì qualche rapporto. Né — a vero dire — si può credere di poter
respingere l'esi- Vapriorità deWe matematiche pare, che è, per luì, la parti-
colarità più Balìente per cui ai distioguono dalle acienze fl- aiche e da tutte
le altre scienze in generale; polche questa apriorità delle proposiaioni
matematiche non deve intendersi in nn senso che escluda l'origine empirica o
induttiva delle premesse di queste scienze (pag. 348). Ma io credo che questa
distinzione, che permette di es- sere apriorista ed empirista ad un tempo, non
introduca nesaoD vantaggio positivo nella terminologia. Più tosto mi pare che
dia luogo ad une grave confusione di linguaggio troppo magramente compensata
dall'utilitìi di poter adope- rare logicamente il vecchio termine a priori.
steuza oggettiva intesa in qaesto senso, per la ragione che molte volte il
fatto affermato nel giudizio non ò l'esistenza sia di oggetti reali sia di
rappresentazioni nostre di oggetti possibili, ma è che tra certe cose
(realmente esistenti o semplicemente rappregentabili) vi hanno dei rapporti
determinati di somiglianza, come distingue il Quastella (pag. 399). É facile
osservare che anche in questi casi si tratta sempre dell'esistenza d'una
relazione comparativa la quale però non c'impedisce di parlare di giudizi esi-
stenziali in un certo senso. Infatti non si parla, in tutti questi casi, di
rapporti che sono o non sono? Non si tratta di affermare che certi enti (logici
o ma- tematici) possono trovarsi in eerti rapporti determinati di posizione , e
di negare , al tempo stesso , che altri enti della stessa specie possono
trovarsi negli stessi rapporti ? 5. E fondandoci su questa innegabile esistenza
di rapporti a cui daremo il semplice nome di esistenza relativa (o comparativa)
per dtstingoerla dall'esistenza oggettiva la quale è duplice : reale o concreta
e ideale o astratta, che noi intendiamo di poter ammettere rigo- rosamente che
tutti i postulati in genere enunciano delle verità esistenziali. Per questa via
non siamo punto condotti a misconoscere il carattere delle affermazioni
comparative, giacché se è vero che noi non affermiamo mai nn fenomeno
isolatamente, ma sempre in congiim- zione o rapporto con altri fenomeni, è
altrettanto vero che noi non affermiamo mai nn rapporto isolatamente, ma sempre
in virtù di quei termini o fenomeni o oggetti (siano l'eali o ideali) senza cui
il rapporto medesimo non potrehhe affatto essere concepibile. £ giocoforza
pertanto ammettere l'esistenza dei termini (esistenza oggettiva reale o ideale)
se si ammette l'esi- stenza dei rapporti (esistenza relativa). Ben lungi dunque
dal ritenere che il carattere com- parativo degli assiomi delle scienze
astratte sia incon- ciliabile col loro carattere esistenziale, noi ci
limiteremo soltanto a distinguere esattamente — caso per caso — l'esistenza
relativa dall'esistenza oggettiva, e l'esistenza Oggettiva reale o concreta
dall'esistenza oggettiva ideale astratta, con notevole vantaggio del rigore e
della semplicità. 6. Ciò premesso passiamo agli assiomi logici. Ricordando che
si dicono primitive le idee di cui la definizione simbolica o nominale o
abbreviativa fa di- fetto e che le proposizioni primitive o assiomi non Èumo
aìtto che esplicare — col linguaggio ordinario — le proprietà più semplici
delle idee primitive (1), riesce possibile riconoscere — in linea generale —
che la posizione delle idee primitive, e, in modo partico- lare, che il numero
delle proposizioni primitive è im- posto dal numero delle proprietà delle idee
primitive medesime. Da ciò risulta che, siccome le idee primitive della Logica
sono due : idea e relazione, le quali si riducono poi a queste altre: essere e
relazione (2), cosi gli assiomi logici possono distinguersi nelle due categorie
seguenti : 1* assiomi logici dell'idea o dell'essere ; 2* assiomi logici della
relazione o del divenire. Nella prima categoria poniamo, come fondamentale, il
principio dell'identità (ciò che è è), (a ^ a), il quale (1) Definizioni in iè
stesse o dì terza specie, secondo la divisione del Burali-Fortì. (2) Cfr. Parie
I, Gap. IV. A. Pastose, Sopra In Uoria ddla Soienta. 16 U.g,l:«lov Google consiste
nell'affermare e riconoscere ad un tempo la natura e le medesimezza d'una cosa
(cosi umversale come particolare) con sé stessa; e presuppone apponto il
concetto universale dell'essere (l'essere è l'essere). H principio di
oontraddiaione non è che la forma negativa del principio d'identità, e non
esige quindi Nella seconda categoria poniamo, come fondamen- tale, il piincipio
della conseguenza modale (ciò che vale in nniversale vale anche in
particolare), il quale mostrando la relazione necessaria tra l'universale e il
particolare e indicando che dato nn fatto noi possiamo inferirne un altro,
serve di fondamento a tutti i nostri raziocini e presuppone appunto il concetto
universale della relazione o del divenire. È noto che tutte le ope- razioni
dell'intelligenza sono fondate sópra questi prin- cipi i quali riguardano
direttamente la ragione, e che da essi fannosi derivare tutte le umane
conoscenze. Questi principi — più poche altre verità assioma- tiche
particolari, egualmente evidenti per sé stesse, ciascuna delle quali enuncia
una proprietà caratteri- stica delle idee logiche primitive, snlle qoall non è
ora il caso d'insìstere — formano il sistema fondamentale delle proposizioni
primitive da cui si deducono tutto le altre proposizioni della Logica. 7. Veniamo
agli assiomi matematici. Siccome le idee primitive dell'Aritmetica sono le se-
guenti: numero e successione ; quelle della Oeometria: punto e moto; e tutte si
riducono ancora giustamente a queste altre: essere e divenire; ne risulta che ì
giu- dizi primitivi matomatici possono essere divisi in due catogorie: »i
OLABSIFIO'LZIONE DBCLI AaSIOMI 123 i aritmetici : a) del nnmero o dell'essere ;
b) della successione o del divenire; 2* assiomi geometrici: a) del punto o
dell'essere; bj del moto o del divenire. Poiché i matematici moderni, con nna
serie crescente di semplificazioni, si sono già liberati cosi dei concetti
inutili e mal determinati, come della maggior parte dei postulati non
indipendenti effettivamente cioè ir- redncibili fra loro; noi non cercheremo,
né di rifare l'analisi matematica delle proposizioni in generale, che fa già
trattata con procedimenti scientifici rigorosi, né di passare in rassegna le
proposizioni che dai più com- petenti si danno come primitive. Per un più ampio
studio sopra i postulati del nu- mero, il lettore può ricorrere direttamente ai
chiarì elenchi del Dedekind, che fiirono poscia analizzati e perfezionati
notevolmente dal Peano con lo strumento della Logica algebrica; e per quanto
riguarda i po- stulati della Geometria pub ricorrere pure direttamente agli
elenchi del Pasch, del Peano e del Pieri, ai quali si deve in sostanza
l'analisi, la posizione e la ridu- zione pìii rigorosa delle proposizioni
considerate at- tualmente come primitive. Qui mi limiterò ad osservare che uno
stesso sistema di assiomi è comune all'Aritmetica ed alla Geometria. Agli
assiomi sull'essere matematico (numero, punto, considerati ora come classi ora
come individuo) ten- gono dietro gli assiomi sul divenire (successione, moto)
in coi ai risolve il principio d'inferenza matematica (successione dì numero a
numero, o moto di punto in punto) analogamente a quanto si può dire per il
prin- cipio logico della relazione. »ibv Google 124 8. Passando ora agli
assiomi fisici, e premesso che le idee prìmitÌTe della Fisica si ridncono alle
se- guenti: massa o spazio, moto o tempo, riducibili alla loro volt» nelle
altre due .- essere e divenire, si arriva necessariamente a dividere gli
assiomi fisici in due ca- tegorie : 1* assiomi delta massa, o dello spazio, o
dell'essere; 2* assiomi del moto, o del tempo, o del divenire. Le verità
assiomatiche speciali e relative alle pro- prietà caratteristiche di queste due
categorie di idee primitive non hanno neppur bisogno di essere mento- vate nel
presente campo, bastandoci di riconoscere che esse devono essere analoghe a
quelle corrispondenti, riferite nei campi della Logica e delta Matematica. 9.
Intesa ed applicata in questo modo la clas- sazione degli assiomi logici,
matematici e fisici, par- rebbe risolta ogni controversia. Però le distinzioni
clie furono rese necessarie dal caratteri che svolgonsi di- versamente, secondo
che riguardano i fatti astratti della Logica e della Matematica e quelli
astratti- concreti della Fisica, fanno risorgere alcune questioni che non sono
estranee all'argomento dì cai e' intratteniamo. Se si riconosce pressoché da
tutti il carattere puramente razionale degli assiomi della prima parte delle
scienze astratte, cioè della Logica; per contrario intomo alla seconda parte
cioè della Matematica, il Comte sostiene che nelle Matematiche la parte
puramente astratta e razionale è la scienza dei numeri (Aritmetica e Al-
gebra), mentre la Geometria e la Meccanica razionale hanno un vero carattere
concreto e naturale (Lez. 3*, t. I). La Geometria — egli dice — deve essere
consi- derata come una vera scienza naturale, solamente più semplice e per
conseguenza molto più perfetta di qualche ftltra... (Lez. 10*, t. I). Altri
notando che la Fisica ap- partieoe alla divisione delle scienze
astratto-concrete, Taole riscontrare in essa la sede di un invincibile dis-
sidio tra i giudizi primitivi dì carattere concreto e spe- rimentale 6 i
giudizi primitivi di carattere astratto e razionale. Bisogna dunqne considerare
se e come i fatti smentiscano queste pretese, 1 0. E dapprima occupiamoci
dell'affermazione del carattere esclusivamente concreto della Geometria e a più
forte ragione della Fisica. A questo riguardo, senza sforzarci di negare
l'affer- mazione del carattere concreto di queste scienze, pos- siamo per intanto
limitarci a riconoscere francamente che tanto la Geometria quanto la Fisica
matematica e Meccanica razionale hanno un innegabile carattere astratto e
puramente razionale. Ciò è provato ben chiaramente dal fatto che tatte quante
le proposizioni della Geometria, della Fisica matematica e della Mec- canica
razionale si deducono in ?irtìi del solo ragio- namento da nn pìccolissimo
numero di idee primitive ottenute, non già nel senso delle scienze concrete e
na- turali, cioè coll'osseiTazione delle cose esteme e natu- rali, ma coli
'osservazione delle pure idee, vale a dire appunto nel senso delle scienze
astratte e razionali, cioè della Logica e dell'Aritmetica. Le analisi dell'
idee primitive, compiute nella prima parte di questo saggio, riducono dunque a zero
il ten- tativo dì negare il carattere astratto e razionale cosi alla Logica e
all'Aritmetica, come alla Geometria e alla Fisica. Che si possa anche parlare
d'un carattere concreto e naturale sia per la Geometria ipoteticamente, sia per
la Fisica senza ombra di dubbio, non è Ìl caso né dì affermare uè di negare,
qaando si tratta di decidere intorno al carattere razionale della Logica, della
Ma- tematica e della Fisica, il qnale ad ogni costo rimane. Ecco pertanto che
cosa dicono i fatti, in primo laogo. 1 1 . In secondo Inogo se vogliamo
discendere all'e- .same del carattere concreto e naturale, non solo della
Geometria — ove la questione è difficilissima — ma della Fisica — ove
l'affermazione è ovvia — per essere giusti conviene riconoscere che passando dalla
Logica alla Fisica, noi passiamo dalle proprietà e dai rapporti sperimentati
fra le idee, aOe proprietà ed ai rapporti aperimentati &a gli oggetti.
Usciamo dal campo sog- gettivo della nostra mente per entrare nel campo
oggettivo della natora estema. Dall'esistenza e dalla comparazione ideale
passiamo all'esistenza ed alla com- parazione reale. Qnesta diversità del resto
è significata ben chiaramente dalla Fisica stessa, la quale dividen- dosi nelle
due parti: Fìsica sperimentale e Fisica ma- tematica, ci & comprendere
assai hene che la prima sta alla seconda come l'esistenza e la comparazione
reale stanno all'esistenza ed alla comparazione ideale. Molto esatto, è quindi
l'asserire che la Fisica speri- mentale ha un carattere filosofico essenzialmente
fisico, fenomenale, concreto; mentre quello della Fisica ma- tematica e della
Meccanica razionale è puramente lo- gico, razionale, astratto. Infatti la parte
concreta dì ogni quistione fisica è necessariamente fondata snlla
considerazione del mondo esteriore e non si risolve afl'atto in un semplice se-
guito dì operazioni intellettaalì. La parte astratta al contrario quando essa è
stata dapprima esattamente separata dall'altra, non consìste più che in una
serie di operazioni razionali più o meno prolungata. »ibv Google
0LAS8ITI0AZI0N1 DEGLI ASBIOHI Ma queste
considerazioni ci permettono solo di con- cludere che non ai può risolvere il
problema del ca- rattere astratto o concreto, razionale o naturale degU assiomi
fisici, né — a dir vero — alcun altro pro- blema di questo genere, con una
formula che stabilisca a priori e si pretenda estendere a tutti gli assiomi
delle scienze. Sotto quest'aspetto le esagerazioni della scuola razionalista
valgono quelle degli empiristi. Bi- sogna studiare i fatti senza idee preconcette
e racco- gliere i documenti per la conclusione che deve essere imposta solo da
essi. Date, da un lato, l'esistenza degli Oggetti fisici e dei loro rapporti
(carattere concreto e naturale) e dall'altro quella delle idee e dei loro rap-
porti (carattere astratto e ideale), conviene riconoscere che nella
considerazione generale della Fisica i due ca- ratteri ideale e naturale,
astratto e concreto, sono si- multanei. Tutt'al piti si può dire che la
considerazione della Fisica sperimentale, cioè dell'osservazione dei fatti con-
creti e naturali, ha preceduto — ma non sempre — la considerazione della Fisica
matematica, cioè del- l'osservazione dei fatti astratti e razionali. Di più:
compiute indipendentemente le due osservazioni e ri- conosciuto che il carattere
delle conoscenze reali si ac- corda col carattere delle conoscenze razionali,
cioè che le idee e i rapporti fra le idee corrispondono agli og- getti ed ai
rapporti fra gli oggetti, e prodotta la verificazione sperimentale, si può
conchiudere che è possibile sostituire, nelle ricerche fisiche, l'osserva-
zione delle idee all'osservazione delle cose e recìpro- 12. Ma prima d'aver
dimostrato la corrispondenza fra il pensiero e la realtà non v'è alcun caso in
cui »ibv Google 128 l'osservazione delle idee possa sostitairsi, con i a quella
delle cose. NuUa di più curioso poi delle contraddizioni a ctii si sono esposte
— sopra questo argomento — le duo teorie rivali: Vapriorista o intnizionista e
l'empirista, Ognuna delle quali dopo d'aver preconizzata e decantata la
prossima scomparsa della rivale in nome della Logica e della realtà si vede
oramai costretta a riconoscere che entrambe possono e devono conciliarsi fra
loro, cotì in nome dell'idea come in nome dei fatti. 13. Resta una questione
della massima impor- tanza: la necessità e la contingenza degli assiomi lo-
gici, matematici e fisici. Ora finché rimaniamo nell'ambito deUa Logica la
necessità di ammettere delle proposizioni primitive necessarie è evidente.
Infatti noi non potremo mai dispensarci dalla necessità di ammettere delle
afferma- zioni logiche come necessarie finché non potremo sot- trarci alla
necessità pratica di non cadere in contrad- dizione logica con noi medesimi.
Poniamo dunque come on fatto indiscatìbiìe la necessità di ammettere alcune
verità logiche come necessarie. Ma questo riconosci- mento non pregiudica la
questione dell'origine storica di questa attuale necessità. Né si dica che U
carattere di necessità che appartiene alle scienze razionali per eccellenza è
solo legato col fatto che questa scienza esclude sia dalle sue premesse sia dai
saoi nsattatì qualsiasi proposizione che postuli l'esistenza oggettiva — la
quale non può essere che contingente e speri- mentale — e non v'include altre
verità che dei rap- porti ideali comparativi. Prima di tutto dobbiamo ammettere
la necessità attuale di non contraddirci, a cui non possiamo rinun- ci OLASBITIO&ZIONE DEGLI A8BI0UI 129 cìare
se pura non vogliamo rìnanziare all'aso del pen- siero. Che le scienze
razionali poi possano costruire le loro proposizioni serrendoai della pura
osservazione delle idee ed escludendo rigorosamente l'osservazione delle cose,
è una circostanza di valore secondario. Se non sapessimo già che queste
costruzioni prettamente ideali sono possibili, in virtù delle nostre riduzioni
analitiche delle idee logiche primitive, potremmo anche conce- derlo facilmente
in via d'ipotesi. Giacché quest' ipotesi è perfettamente conciliabile col fatto
della necessità logica accennata. Intorno poi alle questioni dell'
intuizionismo aprio- rismo e dell' empirismo (aia inteso alla maniera del Min e
del Bain, sia a quella dello Spencer) non pos- siamo avere dinnanzi che delle
ipotesi, le quali ~ a seconda del nnmero delle prove indirette — possono
ofirirci minore o maggior grado di accettabilità. Ma in Ogni caso conviene
rammentare che cosi la dogmatica pretesa della conoscenza del passato
destituita di prove, come la previsione puramente profetica dell'awenira
sorpassano la scienza vera e devono condaimarsi. In conclusione, si può dire che
in Logica sono ne- cessarie tutte quelle proposizioni primitive che importa
ritenere come tali, nell' unico intento di schivare la contraddizione, e sono
per contro contingenti tutte quelle proposizioni la cui negazione logica è
possibile. Questa conclusione non risolve nulla, ma si limita a riconoscere un
fatto, fuori dì ogni controversia logica. 14, Ma la lotta vera si svolge tra
VaprUmamo o intuizionismo da un lato e l'empirismo dall'altro nell'ambito — -
pur sempre astratto e razionale — della Uatematica e in modo particolare della
Greometria. I A. P^BTORE, Sopra la teoria detta Scienza. momenli più notevoli
di qaesta lotta saranno indicati nel rapido sunto della storia degli assiomi
geometrici che aggitmgeremo fra poco. Qui gioverà solo esaminare nn avvenimento
che sembra capace di risolvere la lite in modo definitivo. Alludo alla comparsa
delle specn- Iasioni della Met^eometria. Secondo ì metageometri il nostro
spazio, cioè lo spazio in coi realmente vi- viamo, è uno spazio di cnrvatura
costante, cioè ha un coefficiente di curvatura costante ; ma il valore di
questo spazio non può essere provato che per misure dirette. Ne segue che, come
la possibilità dello spostamento delle figure, cioè la costanza nel
coefficiente di curva- tura determina una nozione generica nello spazio, cosi
il valore di questo coefficiente dì curvatura determina queste o quello fra gli
spazi possibili. Ora noi abbiamo tutte le migliori ragioni per cre- dei-e che
il ?alore di qneste coefficiente nel nostro spazio è zero, ossia che il nostro
spazio è piano, ma non ab- biamo neanche una ragione per negare che possano
anche esistere degli spazi curvi, per esempio con valori differenti del
coefficiente di curvatura, sia positivi (spazio sferico), sia negativi (spazio
pseado- sferico). Kon è mio intendimento di esporre ora le vicende della lotta
tra i geometri euclidei e meteuclidei; qui voglio solo riassumere in parte gli
argomenti scientifici che vengono prevalentemente adoperati per combattere la
natura necessaria delle nozioni geometriche comuni. Dalle osservazioni riferite
si può già concepire la pos- sibihtà di ammettere che ciascuno di quegli spazi
pos- sibiK puù formare l'oggetto di un sistema differente di Geometria. Dalla
possibilità di costruire una classificazione dei sistemi geometrici differenti
dal nostro se n'è concluso espressamente che le nostre nozioni geometriche sono
contingenti ed empiriche (nello stesso senso in cui è empirica una verità di
fatto). " Gii asaiomi — dice Hetmholtz — su cui il nostro sistema geometrico
è basato, non sono delle verità necessarie, dipendenti so- lamente dalle leggi
ìrre&agabili del nostro intendi- mento. Al contrario, diversi sistemi di
geometria pos- sono svilupparsi analiticamente con una consistenza analogica
perfetta. " I nostri assiomi sono in realtà l'espressione scien- tifica
d'un fatto d'esperienza generalissimo, cioè che nel nostro spazio ì corpi
possono muoversi libera- mente senza alterazioni della loro forma ,. Il nostro
spazio è — sempre secondo Helmholtz — una varietà a tre dimensioni, congruente
rapporto a sé stessa e piana. Ciascnna di queste tre proprietà dello spazio
viene definita da certi assiomi o postu- lati, sull'insieme dei quali è fondata
la geometria or^ dìnaria o euclidea. Molte delle speculazioni metageometriche
hanno un carattere polemico, contro il carattere necessario degli assiomi
geometrici e in tutti — più o meno — cam- peggia la pretesa di combattere in
nome delta scienza. 16. CoUigamus spicas. Queste speculazioni dei Metageometri
hanno provato la natura empirica e contingente delle nozioni geome- triche
ordinarie? H Tannery sembra ammetterlo. " Il concetto dello spazio — egli
dice — è formato dall'associazione di nozioni distinte, e quest'associazione
non è neces- saria. Ogni proposizione sullo spazio è dunque con- tingente ,. E
di quest'avviso sono molti matematici di grandissimo valore. Nondimeno le
obbiezioni sono ancora numerosissime e dominanti. D GuasteUa, che »i ha
riasBonto molto chìarameiite tma grui parte di qneste intricate ngìoni,
asBomendo ona poàzìone negativa di fronte «Ila pretesa della contingenza delle
nozioni geo- metriche provata dalla Metageometria, conclude: * Quello che
simili opinioni perdono di vista è 1& n&tora comparativa, e non
esistenziale, delle nostre proposizioni snllo spazio ; di più esse trattano le
astra- zioni come fossero delle cose reali o almeno degli Oggetti distinti del
nostro pensiero. Si snppone che lo spazio e le sue forme siano dati al geometra
come dei fenomeni d'nn altro ordine son datj al fisico o al natoralìsta; che la
geomebria abbia per oggetto di trovare le leggi dei fenomeni geometrici nel
senso stesso in cai le scienze fisiche hanno per oggetto di trovare le leggi
dei fenomeni fisici. Si parta come se lo scopo della Geometria fosse di farci
conoscere la natnra dello spazio in cui viviamo, le proprietà e le costitnùoni
dì qnesto spazio e delle sne forme deter- minate, il loro modo di esistere.
Come a priori qual- siasi ordine tra i fenomeni della natura sarebbe snp-
ponibile, ma l'osservazione sola può decidere a quale ^ qneste snpposizitJnì
sia conforme il corso reale degli avvenimenti, cosi si pretende che noi
possiamo formarci a priori la nozione di differenti spazi o si- stemi
geometrici possibili, ma la sola osservazione de- cide a quale di qneste possibilità
sia conforme il nostro sistema geometrico o lo spazio reale. Un ordine di
osservazioni ci fa conoscere che il nostro è uno spazio a curvatura costante;
un altro ordine di osservazioni che esso non è uno spazio sferico; un altro
infine che esso non è nemmeno pseudo-sferico, ma piano. Ciascuno di questi
risultati è espresso da un assioma geometrico ; gli assiomi geometrici hanno
dunque per Oggetto dì stabilire una determinazione dello spazio, OQ sao modo di
comport.arsi, una legge fondameatale dei saoi fenomeni. " Ciò che si deve
rigettare in queste asserzioni non è semplicemente la grossolana realizzazione
dell'astra- zione " lo spazio , che esse presentano immediata- mente... Ma
siSatte proposizioni misconoscono il vero significato degli assiomi e dei
teoremi della Geometria, perchè tendono a riguardarlL come giadizi
esistenziali, che ci istruiscono solle qualità e la natura delle forme
determinate che sì trovano nel mondo della nostra esperienza , (1). Ora noi
abbiamo gi& osservato, in più. di on caso, che la natura comparativa delle
nostre proposi- zioni razionali h perfettamente conciliabile con la na- tura
esistenziale della medesima — ben inteso allor- quando si ammetta, come qui è
il caso di fare, l'esistenza astratta delle idee e dei loro rapporti, cioè
esistenza ideale e relativa o comparativa. Dunque coDe riferite opinioni non si
tratterebbe già di perdere di vista la differenza tra la natura compa- rativa e
l'esistenziale delle nostre nozioni geometriche, ma di ammetterle tutte e due.
Di più, se è vero che questo modo di vedere ci costringe a trattare le astra-
zioni come fossero delle cose reali o almeno degli og- getti distìnti del
nostro pensiero, io non esito a rite- nere che questa grossolana realizzazione
dell'astrazione * lo spazio ,, ben lungi dall'essere un imperdonabile abuso, è
anzi una vera condizione di progresso scien- tifico imposta dall'esperienza.
(1) G. GuABTELLA, op. cit., pagg. 417.418-419. »i. Qui ci troviamo
apparentemente di fronte a nna contrnddizione. Di fatto potrebbe sembrare — a
prima giunta — che noi riuscissimo a scoprire la verità appunto allor- quando
prendiamo ana cosa per nn'altra, cioè quando trattiamo le astrazioni come
fossero delle cose reali. Però occorre guardarci dalle affennazionì precipitose
e incomposte. Procedendo diversamente, la vittoria può essere facile a parole
ma priva di risultati nel fatto. Che sia un abuso prendere le astrazioni come
se fossero delle cose reali, è presto detto. Si noti intanto che quando noi
vogliamo analizzare accuratamente tutte le idee delle quali ci serviamo —
verbigrazia — in Logica o in Matematica o in Meccanica razionale, ninno altro
artifizio ci sembra più sicuro che il sim- bolismo logico matematico, per il
quale tutte le nostre astrazioni sono considerate come se fossero enti o cose
reali, e rappresentate con segni che hanno un signifi- cato ben determinato ed
oggettivo. Solo operando bene — vale a dire — solo pren- dendo rigorosamente
ogni nostra astrazione come se fosse un ente, cioè un oggetto reale ed
invariabile, noi siamo in grado di arrivare a dei risultati soddi- stacenti. È
noto che tatto il merito dell'attuale Logica ma- tematica spetta
incontestabilmente al vasto genio dì quel matematico e filosofa che pel primo
concepì il grandioso progetto di creare una scrittura universale per cui ogni
idea composta potesse esprimersi per mezzo di idee semplici, rappresentate
ciascuna da un segno ideografico speciale. Bisognerebbe quindi — per non
ingenerare confd- sione ed equivoci — distinguere caso per caso, quando si pnò
fare la realizzazione delle astraziooì e quando no, almeno per i bisogni della
scienza. 18. Ma il Giiastella — a cai non è sfuggita questa obbiezione
importantissima — crede di poter rispondere vittoriosamente col rilevare che *
se è innegabile Ìl carattere simbolico della Matematica e del calcolo in
generale, però questo processo non deve far dimenti- care cbe ai simboli
corrispondono delle cose reali o possibili, e che ai rapporti fra questi
simboli corri- spondono dei rapporti fra queste cose , " Questo processo sarebbe perfettamente
vano — egli aggiunge — se ai sìmboli non si potessero sosti- tuire delle
percezioni attuali o possìbili. Ora tatto le speculazioni metempiriche o
metamatematiche sì tro- vano appunto in questo caso, sono cioè
irrappresentabili intuitivamente ; dunque tutte le loro combinazioni sim-
boliche a cui non corrisponde intuizione alcuna, sono paragonabili ad un
effetto bancario che nessuno vorrà accettare in pagamento. Un banchiere
potrebbe averne piene le casse che non sarebbe più ricco d'un cente- simo , (p.
425). Al fondo, gì dice, tutte le nozioni della Geometria ordinaria sono
rappresentabili intuitivamente, donqne sono sostituibili giustamente con l'uso
meccanico dei simboli; per contro, tutto le nozioni della Geome- tria straordinaria
sono irrappresentabilì intuitivamente, dunque il procedimento simbolico in
questo caso ò perfettamente vano. 19. Ma è vero che tutto il cardine della que-
stione si riduce alla rappresentabilità degli spazi geo- metrici in
discussione? Io non lo credo. Credo — per contro che sia il caso di porre una
grande distinzione tra la rappresen- tabilità logica e la possibilità logica
d'una nozione. La prima, anzi, non mi sembra altro che un caso speciale delta
seconda. 20. La nostra vera tesi è quindi la segnente: Le nozioni
metageometriche per essere logicamente possibili non hanno bisi^no di essere
logicamente rap- presentabili. Cerchiamo delle bnone e vahde ragioni a sna
difesa. Un po' di riflessione ci mostrerà che l'ammettere l'e- sistenza
possìbile o la possibilità di nozioni non su- scettibili di rappresentazione
intnitiva ci costrìnge ad accettare — almeno in parte — la tesi del concettua-
lismo secondo cui a un termine generale eorrìsponde, non delle rappresentazioni
particolari — come pretende il nominalismo — ma una nozione generale o idea
astratta. Questo equivale anche a domaiidarci sempli- cemente: esistono no
delle idee astratte? Da ciò segue che prima dì pronnnciarci intomo alla
questione speciale della possibilità delle nozioni meta- geometriche, non
suscettibili di rappresentazione intui- tiva, dobbiamo esaminare la questione
generale della possibihtà delle idee astratte. L'esistenza delle idee astratte
è fieramente combat- tuta dal nominalismo intransigente con un gruppo di
ragioni di cui mi limi to a riferire le principaU. Anzitutto — seguendo Ìl
Berkeley — si fa un ap- pello diretto olla coscienza, affermando che ci è im-
possibile, esaminando noi stessi, di sorprenderci nell'atto di avere un'idea
astratta. " Noi possiamo astrarre in un senso — avverte il Gnastella, il
quale da rigido nominalista cerca di demolire completamente la teoria dei
concetti — in quanto possiamo pensare, separatamente, delle cose deì fenomeni
che nella realtà BOBO inseparabili. Noi posaiamo concepire isolatamente delle proprietà
d'uno stesso oggetto, ma che noi per- cepiamo per dei sensi differenti , (pag.
8;. ' Quando pensiamo a qualche argomento astratto non ci accorgiamo di più che
delle rappresentazioni di alcuni segni o termini generali che non sono essi
stessi se non delle imagini particolari di nn certo ordine di Bensadoni , (p^g-
9)- Nel ragionamento astratto i segni delle idee tengono il posto delle idee
medesime. Noi non poasiama concepire altrimenti la poBSibihtfc del pensiero, se
non vedendo nelle nostre idee delle rappresentazioni, delle copie esatta delle
cose stesse: se il pensiero non rispecchiasse le cose stesse, in che potrebbe
consistere la yerità, qnesta conformità tra il pensiero e le cose? Le idee
astratte non potrebbero essere donque che delle rappresentazioni o deUe ima-
gini; e non essendovi che degli oggetti concreti non potrebbei'o che essere
delle rappresentazioni degli og- getti conci'eti. Ma non delle rappresentazioni
totali o intere, poiché in qaesto caso sarebbero idee concrete; dimqae rappresentazioni
parziali, cioè parti o elementi di rappresentazioni concrete (pag. 13). '
Pensiero, rappresentazione, immagine sono dei ter- mini equivalenti ,. * Quarè
la grande inconcepibilità di un'astrazione realizzata? È di supporre alcan che
di reale che non è una cosa determinata — mentre tatto ciò che esiste noi non
possiamo concepirlo che come assolatamente determinato , (pag. 14). *
Finalmente si domanda ai partigiani delle idee astratte se le proposizioni deUa
Geometria indicano dei rapporti &a gli oggetti reali. Se sì, e allora o
questi A. Pàbiore:, Sopra la teoria dtUa ScUiaa. 18 U.g,l:«lov Oggetti reali
sono dei punti e delle linee esistenti nelle cose, il che vale realizzare delle
astrazioni ; o se nella realtà nonvi hanno veramente dei punti e delle linee,
come comprenderemo noi che le proposizioni della Geometria abbiano nn oggetto e
ana applicazione reale ? " n vero si è che le proposizioni geometriche si
ap- plicano non ad astrazioni irrealizzabili e inconcepibili, ma ad oggetti
reali o possibili dei nostri sensi; non a ponti e linee, ma a superficie e
corpi e loro si appli- cano nella maniera piò rigorosa ,. Tali sono le
obbiezioni più gravi contro la teoria dei concetti (1). 21. Ma da questi
assalti la teoria dei concetti non resta punto schiacciata. Anzi appare ancor
più con- sigliabile un beninteso semi-concettualismo quasi a modo della scuola
inglese del Mill, del Bain e dello Spencer. Invero l'appello all'osservazione
interiore — in cni consiste l' argomentazione di Berkeley , quantanqne trattandosi
di un fatto della coscienza non possa es- servi una prova migliore — può
lasciare gravissimi dubbi, quando si rifletta che l'osservazione interiore è un
metodo fallace o almeno insufficiente. Di più, si potrebbe asserire che i fatti
mentali si ri- ducono tntti a percezioni concrete? Tutti sappiamo che vi ha
inoltre, nell'intelligenza, un altro ordine di (1) Le obbiezioni minori si
aggirano sull'origine delle idee astratte considerale come concezioni isolate
separale e par- ziali; — aulla realizzazione delle astrazioni; — sulla com-
parsa delle idee astratte, per sé etesae concepite come un fatto essenzialmente
nuovo che costituirebbe una soluzione di continuità incompatibile col principio
dell'evoluzione e coH'unità delle leggi dello spirilo; — sull'anima che non in-
tende mai senza ìnimagiai, secondo il detto d'Aristotele, ecc. {atti, cioè la percezione dei rapporti che lo
spirito scopre fra ì fenomeni paragonandoli &a loro. Questo fatto è
riconosciuto francamente dal Qua- stella e pure fa meraviglia che non abbia
valso a &rgli mutare parere. Egli stesso confessa: ' Ebbene, tutti sappiamo
in che consista un rapporto di somiglianza tra due cose ; ma chi potrebbe
rappresentarsi il fatto interiore in cui consiste la percezione d'un rapporto
di somiglianza? „ Per noi questo riconoscimento ha una gravità ecce- zionale
perchè ci porta ad affermare che se la dottrina dei concetti conduce
inevitabilmente alla realizzazione delle astrazioni, e questo si reputa un gran
male mentre non è; all'iocoutro la dottrina dei nomi con- duce inevitabilmente
alla realizzazione esclusiva della presentazione delle idee fatta dal punto di
vista ottico, donde segue un equivoco imperdonabile. 23. Fermiamoci un po' a
considerare l'assurdità parziale inerente all'affei'mazione esclusiva delle
rap- presentazioni cioè delle idee con inunagine e nell'imma- gine, vale a dire
delle nozioni a tipo visuale. n nominalismo non è che il metodo di assegnare
puntualmente a tutte le idee il carattere rappresenta- tivo delle idee concrete
e particolari affermando che di astratto e di generale non vi hanno che dei
nomi. Uà citi non basta per persuaderci della verità delle sue pretese, perchè
questa teoria nominalista è basata evidentemente sopra un sofisma. È un'
illusione ottica naturale, generata dall'abitudine mentale dell'intuire cioè di
vedere gra£camente le nozioni per cui la con- cepibilità — dico meglio la
possibilità — delle nozioni si scambia metafisicamente con la loro visibilità.
La supposizione della negazione delle idee astratte è nata »ibv Google 140
PABTK II. — OAPHOtO I. dall'eMtudine indispensabile di vedere, cioè di renderei
conto del pensiero per la aua espressione ottica o rap- . presentatimi,
traducendo in fatti di percezione visiva ogni fatto di pensiero. Noi ci
abituiamo così a credere che vi abbia una corrispondenza e on'eqnivalenza
esatta fra Videa e la visione. Ad ogni idea facciamo corrispondere un' immagine
particotare; e quando la conispondenza appare cioè si vede impossibile (o non
si vede), siamo trascinati a negare l'esistenza dell'idea o concetto. Cosi
quando vogliamo renderci conto del pensiero in sé stesso per conoscere la sua
natura e il suo meccanismo, noi siamo trascinati dall'abitudine dì prendere per
oggetto della nostra considerazione non direttamente il fatto del pensiero
stesso, ma la aaa espressione visuale tradotta — dirò cosi — in oggetto della
nostra vista mentale, e di credere — per tale scambio — che i pensieri e le
immagini rappresentative si corrispondono perfettamente. Di questa maniera
nasce la persuasione che l'equi- valente esatto di ogni idea sia nna
rappresentazione: le idee astratte non sono rappresentabili, dunque non
esistono nella nostra intelligenza. Ecco le conclosiooi del nominalismo puro.
Questo è l'errore comune a tutti coloro che pensano esdusivamente con gli occhi
e credono che vi sia una connessione necessaria &a le idee e le immagini
vi- sive. Ora quali sono le ragioni positive per farci cre- dere che le idee e
la loro espressione visiva sono inse- parabilmente legate fra loro in un esaere
miico ? Non sarebbe più cauto il ritenere che certe idee — già impropriamente
cosi chiamate con un termine che indica una visione ed ha quindi un valore di
suggestione ottica irresistibile — diremo meglio certe nozioni, sono legate,
forse in ragione della loro orìgine, con od' espreBBÌone visiva speciale ,
altre aono congiunte con altre espreasioni sensibili differenti forse, per la
stessa ragione; altre poi sono legate con certe espres- sioni puramente
comparative ed analitiche da rinseire del tatto irrappresentabilì mediante una
forma estetica determinata? Chi afferma )a verità d'nn solo tipo sensibile è
vit- tima d'ana para comparazione metaforica e ciò per effetto della tendenza
che ha io spirito amano di cre- dere necessarie quelle connessioni che scorge
tra i fatti che gli sono estremamente famigliari. 23. À piena dimostrazione di
qaest'asaerto, ag- giangasi an ultimo argomento. Fn detto che ai simboli della
Geometria ordinaria corrispondono cose reali e percezioni rappresentabìLi,
mentre ciò non avviene per i simboli della Uetageo- metrìa. Ora questo sta
bene, ma non è vero che in parte. Infatti di quante prette astrazioni non si
occupa l'Aritmetica, l'Algebra, la Gieometria, di cai sarebbe affatto
impossibile indicare l'espressione rappresenta- tiva? Qnali sono le cose reali
e concrete ohe corri- spondono ai simboli della Logica matematica , od esempio
? L'elenco delle idee adoperate nel Formulario di matematica non è che an
elenco di termini astratti. Sopprimere le idee astratte, in questo caso, sarebbe
sopprimere il rigore di queste scienze medesime. Pro- nanciare un'opinione
qnalonqae sol contenuto rap- presentativo di codesti concetti sarebbe puramente
chimerico. Passando ora alle nozioni geometriche, non sarebbe almeno lecito di
accennare che la superficie pseudo- sferica di Beltrami è par rappresentabile
in certo qaal »i. modo ricorrendo all'artificio della sfera rappresentativa la
quale ha pur fatto affermare alI'Helniholtz che noi perveniamo, di questa
maniera, a rappresentarci lo spazio pseudo-sferico ? Sarebbe della massima
impor- tanza il fare una lunga meditazione sopra questa fa- mosa definizione di
Helmboltz ; ' Per Vespreasione di rappresentarsi o di essere in grado di
figurarsi dò che avviene, Ìo intendo la facoltà d'immaginare la serie intera
ddle espressioni sensoriali che si proverebbero in questo caso ,. 24. Ma noi
possiamo sorvolare sopra questo ar- gomento perchè non si tratta già ora di
dimostrare se il mondo pseudo-sferico in ispecie o i mondi meta- geometrici in
genere siano o non siano rappresentabili adeguatamente. Molto piìi c'interessa
far comprendere chiaramente che la possibilità della Geometrìa ordi- naria non
si fonda né sulla rappresentabilità delle sne nozioni {che sono anzi per la
maggior parte irrappre- sentabili), nà sull'applicabilità reale (che si può
verifi- care, come si verifica in parte, ma non è indispensa- bile). La verità
è che se la corrispondenza tra le cose reali e le idee stratte in Geometria è
possibile, anzi verificabile, tuttavìa la costruzione geometrica eretta sella
pura osservazione deUe idee astratte (Geometria razionale) è dei tutto
indipendente dalla costruzione geometrica erigibile sulla concreta osservamione
delle cose concrete (Geometria fisica). Tutti questi fatti ci permettono dunque
di concludere che le idee astratte in generale esistono e di esse si fa
larghissimo e fecon- dissimo uso in tutte le scienze razionali. 25. Risolta la
questione generale della possibi- lità delle idee astratte nel senso che non
tutte le idee sono rappresentative pasciamo alla questione speciale della
possibilità delle nozioni metageometrìche. Dopo d'aver dimostrato, che non si
pensa anìeatnente per rappresentazioni concrete perchè esistono anche delle
idee astratte non sascettibili di rappresentazione intuitiva, non possiamo
esitare a riconoscere che l'Ìr- rappresentabilità delle nozioni metageometriche
non Gostitnisce un ostacolo alla loro logica pensabiiità, cioè alla loro
possibilità. Se la Geometria ordinaria enclidea ha realmente laogo dentro il
cerchio delta nostra esperienza ogget- tiva non è necessaiio che questo si
verifichi per la Metageometria, tanto più che la realizzazione concreta della
Geometria fisica o sperimentale non ha iiient« a che fare con la realizzazione
astratta, cioè colla costru- zione della Geometrìa e delle Geometrie razionali.
Solo è il caso di distinguere vane specie di- espe- rienza. L'esperienza fisica
è nna sola. Kel caso dell'osservazione reale del nostro spazio in cui viviamo,
essa ha determinato in noi una nozione generica di spazio corrispondente alla
costanza del nostro coefficiente di curvatura. Sopra questa nozione empirica
generale, per l'accumulazione e l'associazione organica delle esperienze
avitiche, s'è formato il ai- stema di Gieometria euclideo, che è niente altro
per- tanto aheì'^spressione scientifica della nostra osserva- zione ^npirica
generale. È a questa nozione concreta e unica, imposta dai fatti, la qoale si
crede necessaria, ma non lo è, che vogliamo attribuire — come è giusto — il suo
vero carattere empirico e contingente. L'esperienza logica e razionale è invece
molteplice. Essa ci afferma e ci prova ' logicament« , l'esistenza dì più spazi
diversi, e ci costruisce differenti sistemi di Geometria, i quali tatti
rispettano il fondamentale principio dell'identità, cioè dell'onics necessità
logica Koi siamo condotta cosi a riconoscere la verità di quanto abbiamo
stabilito nella prima parte di qnesto saggio intomo alle avariate applicabilità
dei dne grandi prìncipi : 1° della piena e mntna convertibilità di tntte le
idee primitive della Logica, della Matematica e della Fisica; 2° della
possibilità d'nna spiegazione logica co- mune a tatte quante. 26. Chi ha
seguito attentamente te presenti rì- cercbe pnò oramai capire senza difficoltà
che la Mate- matica propriamente detta può, oltre al suo ordine, essere
studiata e costruita dal doppio punto di vista logico 6 fisico. Nel primo caso
rìsulta una Matematica logica o astratta o razionale o analitica. E questa la
Metamatema- tica propriamente detta che si divide opportunamente in Metaritmica
e Metageometrìa. Nel secondo caso rìsulta una Matematica fisica o concreta o
empirica o sintetica che iii si voglia. £ questa la Matematica ordinaria
pienamente realizzabile ed applicabile nel cerchio della nostra esperìenza
estema — perchè sug- gerita da essa. Lo stesso sdoppiamento avviene per la
Logica pro- priamente detta, la quale studiata dal punto di vista matematico dà
orìgine alla Logica matematica, e, dal punto di vista fisico, alla Logica
sperimentale, discipline che potrebbero anche raccogliersi sotto la denomina-
zione generica di Metalogica. £ la
stessa cosa sì ripete per la Fisica propriamente detta o Fisica sperimentale,
la quale studiata dal punto di rista matematico dà origine alla Fisica
matematica, e, dal punto di vista logico, alla Fisica razionale. La Meccanica
razionale non sarebbe altro che una saprema complicazione della Fisica studiata
dal ponto di vista matematico e logico simultaneamente. Per amore di brevità mi
limito ad avvertire che tutte queste nozioni astratte pure o miste presentano
lo stesso ed nnico ca- rattere di necessità senza che sia necessario ammettere
altrettanta guise di necessità, tutte indipendenti tra loro, quante sono le
verità assiomatiche corrispondenti. 37. Contrapponendo quindi la teoria di
Kant: " È impossibile rappresentarci forme geometriche diffe- renti;
dnnque le nozioni geometriche ordinarie sono necessarie , a quella dei
Metageoraetri : * È possibile rappresentarci forme geometriche differenti ;
dunque le nozioni georaetriche ordinarie sono contingenti ,, è facile oramai
giudicare da che parte stia la verità. Fra l'impossibilità affermata
gratuitamente dal Kant e la possibilità provata sperimentalmente (parlo di
espe- rienza logica — intendiamoci) dai Hetageometri, voglio sperare che si
tenga maggior conto dei seri sforzi di coloro che cercano di acquistare una
conoscenza supe- riore a quella che può dsxe l'empirismo Oggettivo e il
dogmatismo. Astrazione fatta dalla necessità logica di non contraddirsi, quale
è per tanto la necessità che resta negata dalle speculazioni dei Metageometri?
È ben strano l'osservare che questa necessità della (Geometria ordinaria negata
dai Metageometri è preci- samente quella che si meriterebbe il nome di
neceasilà empirica, se quest'espressione non fosse un'assurdità ed un
incompatibile abuso di linguaggio. A. Pastore, Sopra ìa teoria deOa Seiema. 19
U.g,l:«lov C&de in conseguenza ogni ragione di dissidio tra Vapriorismo o
intnizioniBmo da un lato, e l'empirismo dall'altro. Dell'ambito della Geometria
— giaccliè ciò che forma l'oggetto di tutta la Geometria sono tanto delle cose
reali concrete quanto delle idee astratte e ciò in modi affatto indipendenti
gli ani dagli altri. E co^ siamo BofBcientemeute edotti sol vero signi- ficato
degli assiomi della Geometrìa — e possiamo am- mettere che la rappresentabilità
logica d'ana nozione non è che im caso speciale della sua logica possibilità, e
possiamo finalmente concludere che le nozioni mela- geometrìche, per essere
logicamente possibih, non hanno bisogno di essere logicamente rappresentabili,
come si voleva dimostrare. 28. Passiamo alta considerazione della necessità nel
campo degli assiomi fisici. Qui la IÌt« risorge sotto forme diverse. Sta bene,
si dice, che questi assiomi appartenendo ad una scienza che si ammette già per
astratta-con- creta, siano in parte astratti e razionali e quindi fon- dati su
nozioni irrappresentabili intuitivamente e in parte concreti e sperimentali
cioè fondati su idee rap- presentabili intuitivamente, ma appunto per questo
come può ancora ammettersi che essi non perdano il carattere d'universalità e
di necessità? E, da un lato, i razionalisti affermano che l'espe- rienza non
può dare origine a proposizioni d'un'asso- luta universalità e necessità,
giacché essa può insegnarci che dei fatti si sono trovati (nel passato)
costantemente insieme, ma questa non è una ragione per credere che essi'
torneranno sempre e necessariamente a presentarsi insieme (nel fiituro). La
previsione fondata sull'analogìa . »ibv dei casi passati non può essere che una
congettura incerta. Dall'altro rispondono gli empiristi: Il motivo logi-
camente sufficiente per fare la generalizzazione e l'an- ticipazione necessaria
non manca. In fatti il duplice carattere dell 'ani versalità e della necessità
di un giu- dizio fisico si manifesta immediatamente se si bada che questo
duplice carattere non consiste in altro che in un'unione inseparabile &a le
idee. 29. È bene osservare che il tentativo di spiegare le verità fisiche
necessarie per la forza dell'associazione empirica, porta logicamente al
risaltato di negare l'e- sistenza di verità necessarie. Ma almeno si riesce a
comprendere che, essendosi determinata e organata dentro di noi — per efiètto
della ripetizione continua delle esperienze ^ una specie caratteristica e
costante d'esperienza, ne risulta che la sua affermazione è at- tualmente
necessaria e concepibile. Se noi volessimo rinunziare alla necessità e alla
concepibilità di questo criterio imposto dall'esperienza dovremmo rinunziare
all'uso stesso del nostro pensiero. Se quindi non v'è alcuna ragione che ci
sforzi dì uscir fuori dal campo dell'attuale esperienza logica per costringerci
ad accettare una necessità impossibile ad essere concepita, nonché verificata,
bisogna ammettere che la nostra conoscenza, quella cioè che le nostre fa- coltà
attuali possono attingere, è completa, organica, vitale, intelligibile e quindi
necessaria, sempre quando la s'intende unicamente come capace di farci evitare
la contraddizione. 30. Da ciò risulta che non v'ha — secondo me — differenza
alcuna, quanto olla necessità, fra la Logics pura e la Matematica para, e
quelle branche delle scienze fisiche le quali, o per l'intervento delle
Matematiche pure (Fisica matematica) o per effetto di queste e della Logica
para (Meccanica razionale) sono diventate prettamente astratte o deduttive. Né
a mio conforto invoco il semplice &tto della generale pensabilità di tntte
le nozioni logiche, mate- matiche e fisiche rappresentabili o non
rappresentabili intuitivamente, invoco bensì il fatto indìscatibile e la-
minosamente dimostrato che la Fisica matematica e la Meccanica razionale per
quanto costruibili deduttiva- mente sopra un piccolissimo nomerò d'idee
astratte — cioè indipendenti dall'esperienza fisica — - sono ca- paci non di
meno dì svolgere un'infinità di teoremi sni casi anche più complessi di
movimento; teoremi la cai esattezza è stata sempre confermata dall'esperienza
fi- sica e sopratatto dall'accordo mirabile fra i movimenti degli astri, quali
si sono studiati e previsti dalla Meo- canica celeste. »ibv Interpretazione
storica degli assiomi geometrici. 1. Non crediamo utile di occnparci d'una
maniera particolare e distesa della storia di tutti gli assiomi delle scienze
astratte ed astratte- concrete mentovate. Ci limiteremo, pertanto, a tracciare
una succinta esposi- zione della storia dei soli assiomi geometrici, la quale,
per la selva delle questioni e per la singolare preci- sione dei vari momenti,
sembra più interessante d'ogni altra, e, da un certo punto di vista
generalissimo, potrebbe anche servire di esempio a tutte le altre
corrispondenti, dato e concesso che il tipo di ragiona- mento astratto sia
sempre il medesimo, il cbe è vero, salvo le Tarìanti non essenziali dipendenti
dalla variata formalità. I lavori sa questo argomento sono poi già cosi ricchi
e in gran pariie cosi convincenti che il mio compito sembra ormai quasi
soltanto quello di ordinare 1 ri- sultati ottenuti per far vedere al lettore
che questi si accordano coi risultati della nostra discussione. Gli studi
brillantissimi dei matematici moderni e le dichiarazioni esatte ed esplicite di
alconi di essi, fr& cni il Klein, il Knssel, il Poincaré, il Calinou, il
Le- cholas, il Tannery, il Mìlhand e il Contnrat, che hanno trattato
direttamente il problema degli assiomi mate- matici con riferenze che possono
interessare gli studi filosofici , ci permettono di fare nna classificazione
precisa, circa l'interpretazione storica degli assiomi geometrici. Ci
appoggeremo in modo particolare al saggio del Bnssel, sopra i fondamenti della
Geometria (1), che ha soltevatò tanti commenti fra i pensatori di ogni scnola e
tuttavìa resta documento crìtico di rarissima competenza. Ma per dare un
riassunto specalativo delle varie in- terpretazioni critiche degli assiomi
geometrici, crediamo bene di ordinare le opinioni difi^erentì in tre perìodi
distinti ; avvertendo che se questi perìodi esistono vera- mente nella Stona,
nella Stona però non esiste la toro sistemazione, giusta il pensiero di un
grande filosofo italiano, Pietro Ceretti da Intra — che ha pur legato alla
teoria della conoscenza matematica un'eredità non ancora abbastanza conosciuta
ma profondamente geniale e feconda — il tempo del sole non è il tempo
dell'idea. 2. n primo periodo sostiene la necessità universale e a priori degli
assiomi geometrici e porta ; 1° come prova diretta l'affermazione pura e
semplice della necessità, la quale non ha altra prova diretta che la sua
affermazione medesima ; 2° come prove indirette: a) l'impossibilità della prova
empirica, basata <1) Bebteano A.-W. Russel, An esiay on the founda- lions of
Geometri/. Cambridge. snlla vanità d'ogni tentativo compiuto finora allo scopo
di provare sperimentalmente la natura del nostro spazio ; b) la
contradditorietà della prora empirica me- desima, basata sul fatto che ò
impossibile &r qualunque prova empirica, senza ricorrere necessariamente a
qualche assioma ; e) l'impossibilità di spiegare adeguatamente colla esperienza
relativa ed inesatta, L'esattezza assoluta e per- fetta delle figure
geometriche; d) l'ipoteticità d'ogni prova empirica possibile, basata sul fatto
clie, anche se si trovasse una prova empirica soddisfacente, questa proverebbe
soltanto che è possibile trovare una rappresentazione o modello di un fatto, la
cui necessità è già stata intuita prece- dentemente ; e) l'inutilità d'ogni
prova empirica, basata sul fatto che nessuna esperienza potrà mai trovarsi in
contraddizione sia col postulato di Euclide sia col postulato di Lobatchewskj.
In conclusione, questo periodo dice: È impossibile provare che gli assiomi
geometrici sono empirici, dunque essi sono indipendenti da ogni esperienza,
cioè necessari ed a priori. 3. Il secondo periodo sostiene che è assai più pro-
babile che gli assiomi geometrici siano empirici, ma in ogni caso è ancor più
ragionevole ammettere che ogni interpretazione non è altro che nn modello
conven- zionale più o meno comodo; e adduce queste prove: a) la gratuità
dell'affermazione della necessità degli assiomi, basata sul fatto che essa si
riduce ad una pura credenza, destituita d'ogni prova; b) l'impossibilità d'ogni
prova positiva della ne- »ibv Google 152 PASTE II. - CAPITOLO II. cessiU,
basata buI fatto che ciò che è neceasario deve stare assolatomeate all'infiori
d'ogni prova; e) la possibilità generica della prova empirica, basata sul fatto
che l'impoaBibilità di essa non si può r^orosamente provare, giacché
l'incapacità attuale di fornire la prova d'un fetto non prova nulla contro la
verità del fatto medesimo, né può diventare solo per questo il fondamento
logico del tatto contrario. La verità delle nostre conclusioni non può
dipendere dalla questione di sapere se noi siamo ora in grado dì ottenerle o
no; d) la possibilità che l'impossibilità della prova empirica non deponga
contro la natura empirica degli assiomi, basata snll'ipotesi che gli assiomi
potrebbero essere storicamente empirici, ma attualmente impro- vabili, essendo
impossibile far rivivere la formazione naturale di tutte quelle occasioni che
ci hanno precisa- mente condotti ad essere ciò che prima non eravamo; e) la possibilità
della verificazione empirica ma relativa cioè approssimativa di tutti gli
assiomi geo- metrici, basata sul fatto che si può mostrare — nei limiti
dell'esperienza mediata — che essi costituiscono almeno l'ipotesi più semplice
e più comoda per la spiegazione dei fotti, per quanto si possano immaginare
altre ipotesi che renderebbero conto assai bene anche di altri fatti che non
sono spiegabili colle ipotesi classiche fondamentali. In senso largo, si può
dire ohe gli assiomi geometrici sono suscettibili di verificazione empirica
come lo sono tntt* le altre leggi scientifiche ordinarie ; f) l'inutilità di
considerare l'esattezza come con- dizione positiva ed assoluta, attestante una
perfezione superiore all'esperienza, basata sul fatto che l'esattezza geometrica
non è che un impoverimento della realtà, spiegabile semplici ssimamente
eoU'eliminazione delle in-egolarìtà che presentano le determinazioni sensibili
; giacché le figure geometriche non sono che copie sem- plici dei ponti, delle
linee, dei circoli ... che lo spirito ha conoscinto coli' esperienza
(Bontrons); g) la relatività di tutti gli assiomi geometrici, basata sul fatto
che essi — ad onta del loro preteso carattere universale e necessario ~ non
sono affatto ne- cessari alla geometria meteaclidea e quindi non sono
universali. E in questo argomento pare che ci sia non solo un'ipotesi legittima
ma un fatto positivo d'estrema importanza. In mancanza d'una prova sperimentale
e percettibile, la Metageometria può diventare tma prova logica e psicologica
diretta, atta a mostrarci la parti- colarità e la costrattibihtà di infinite
geometrie diffe- renti. Le conseguenze portate da quest'ultima ragione sono
molto gravi. Come da un lato non possiamo provare con certezza che neppure il
nostro spazio sia rigorosamente euclideo, e dall'altro, se non lo fosse non
potremmo neppure provare che esso non lo sia, cosi diventa necessario adottare,
anche a proposito della natura e del valore degli assiomi tutti, quell'abito di
prudente riserbo che s'impone circa la natura ed il valore di ogni altra legge
scientifica. In conclusione, questo secondo periodo dice : noi siamo di fronte
a due ipotesi contrarie. In favore della prima milita l 'impossibilitò della
prova diretta della seconda; in favore della seconda milita l'impossibilità,
della prova diretta della prima. Tanto la prima però, quanto la seconda,
possono portare un forte contingente di prove indirette a loro sostegno.
Tuttavia dal confronto tra le varie prove risulta che : 1° se le prove della
natura empirica degli as- siomi geometrici sono poco esplicite e positive , le
A. Pastose, Sopra la teoria deOa Sciema. 20 U.g,l:«lov proTe contrarie sembrano
ancora più generiche e in- cooclndenti ; 2° entrambe non escono faori dal piano
generale dell'ipotesi, talché si può concludere che esse non sono altro che
spiegazioni sistematiche o modelli più o meno comodi. 4, Il terzo periodo è
assai vasto, e potrebbe sud- dividersi in più momenti. Ma noi ci limiteremo ad
una brevissimn recensione del primo momento che ci pare storicamente compìnto,
mentre gli altri vanno appena appena delineandosi nelle tendenze novissime dei
ma- tematici. Biduciamo fedelmente lu qaesto primo mo- mento te tre fasi della
storia della Metageometria tracciate dal Busse! in accordo col Klein. In tutte le
tre fasi di questo momento si assiste allo sviluppo di un'idealità
sempUficativa per cui si tenta di ristabilire la completa indipendenza logica
del sistema matematico. Nella !• fase si intraprende la riduzione degli as-
siomi della Geometria ai minimi termini, e si assiste allo sviluppo di un ramo
speciale delle matematiche per opera di Lobatchewskj e di Bolyai. Nella 2* fase
i geometri (Biemann, Helmholtz) ve- dendo che OQ qualche assioma è superfluo
(l'assioma delle parallele di Euclide) tentano di mostrare che lo sono pure
tutti i;li altri, ma restano infine costretti a ritenerne tre fondamentali.
S'accentua l'opposizione a E&nt; l'Algebra ò ammessa come scienza a priori;
la Geometria, per la nozione fondamentale di misura, non derivando dalle leggi
dell'Algebra, è considerata come empirica. Nella 3' fase (Cayley, Elein)
l'opposizione ad Eu- clide tende a scomparire ; i tre assiomi fondamentali che
hanno resistito alla critica della 2* fase sono sempre ritenati; ma la nozion
di misora non è più considerata come fondamentale; cosi al metodo quantitativo
(Geo- metria metrica) ai oppone il metodo descrittivo o proiettivo (Geometria
proiettiva) per lo studio delle proprietà dello spazio. Al secondo momento del
terzo periodo potrebbero forse essere assegnati i lavori di quei matematici
che, por continuando l'indirizzo anteriore, eliminano, non solo completamente
la nozione di misura della Oeo- metria proiettiva , ma tentano di darci di
questa no- zione nna definizione analitica, riuscendo cosi a &re della Geometria
metrica una conseguenza della Geo- metrìa proiettiva. Cosi tutta la geometria
tanto sin- tetica o metrica quanto analitica o proiettiva sarebbe spiegabile
completamente coi soli dati a priori (1). Insomma, questo terzo periodo —
mutuando la parte più feconda del periodo antecedente — dice : se ogni sistema
matematico non ò altro che una convenzione ' astratta ed arbitraria dello
spirito umano , e tutto è costrattibile e rappresentabile colla sola condizione
di non implicare contraddizione, il partito più ragionevole resta quello di
cercare unicamente il modello più co- modo. Abbandonando dunque le questioni di
fondo tentiamo di ristabilire la completa indipendenza delle matematiche,
dimostrando che tutte le cose sono per- fettamente spiegabili nel caso che si
vogliano consi- derare come una teoria puramente logica. Questi fatti sono
innegabili, e meritano di essere meditafj profondamente. (1) Il Tannery osserva
che v'ha in questo cammino dello spirito umano un esempio notevolissimo del
pastaggio <lBt punto di vieta BÌntetico al punto di vista analitico, presi
nel senso rigoroso di Kant. »Ma se nella presente esposizione la serie delle
interpretazioni diverse degli assiomi geometrici ha rag- giunto — mercè il
sussidio dei fatti storici — nn ■ notevole rigore, non può dirsi che essa abbia
pure r^ginnta la semplicità. Una semplificazione alterìore si otterrebbe
fissando i momenti dell'interpretazione dell'assioma geometrico nella maniera
seguente: 1' In un primo periodo Io spirito critico, ricono- scendo le varie
generalizzazioni più ampie dell' espe- rienza come proprie a spiegare una dopo
l'altra diverse classi di fenomeni, afferma l'immediato valore pratico degli
assiomi , come ispirazioni geniali d' accordo con le testimonianze dei nostri
sensi, e, rimanendo nel piano della immediata constatazione del fatto, accetta
la pro- miscuità caotica d'ogni assioma come sostrato neces- sario e immanente
della conoscibilità. In questo pe- rìodo non è riconosciute il carattere
affatto tentologico ed empirico degli assiomi, i quali, più che conosciuti,
vengono goduti in una specie dì mistica e gratuita supposizione. 2° In un
secondo perìodo succede un'acre oppo- sizione tra i fautorì dell'innatismo e
quelli dell'em- pirismo. Lo spirito critico trascende ii pregiudizio anterìore
e diffusissimo che i principi assiomatici deb- bano considerai'si gratuitamente
come verità superiori e indipendenti da ogni esperienza e capaci di una cer-
tezza, non solo di grado, ina di natura differente. Si dimostra che 1'
affermazione do^natica si appoggia a prove di patente illegittimità; gli
assiomi anìversalì sono dichiarati pure semplificazioni ideali delle forme dei
processi empirici ; all'assoluto si oppone la cristal- lizzazione astratta del
relativo. La natura necessaria e imperativa dei giudizi matematici si dissolve;
la cre- denza netl'a priori dell'assioma diventa una superstizione ; e Don ai
può più parlare della vecchia necessità apodittica degli assiomi senza far
sorrìdere di com- passione. Cosi, alle posizioni dogmatiche del primo periodo ,
si oppongono le verità sperimentali del se- condo raggiante con la sostituzione
della immagine astratta all'oggetto concreto. 3° Per comprendere la terza
interpretazione sono necessari alcani schiarimenti. Il secondo perìodo finisce
con nna teorìa scettica dell'esperienza; il terzo rias- sume piuttosto r
esperienza suprema della teorìa. In verità lo spinto crìtico, mainando dal 1°
perìodo la posBibilitè, dal 2° l'imposàbilità del sapere che oltre- passa r
esperìenza, comprende la necessità di allargare il concetto d'esperìenza e
conclude che l'esperienza in- segna tanto a restare qnaoto a trascendere
l'esperienza stessa. Cosi l'assioma viene interpretato definitivamente come
l'unità sintetica dei dne periodi, come un pro- dotto nuovo dipendente e por
indipendente dall'espe- rienza, fine e principio, causa ed effetto ad un t«mpo;
causa rispetto alla conoscenza susseguente, effetto ri- guardo all'antecedente.
Il lettore non si meravigli di queste contraddizioni in una scienza che pare
non ammetterne alcuna; esse non distruggono la realtà, tento meno il fatto
della conoscenza; piuttosto lo avralorano, come avviene nella formazione
naturale di qualsiasi funzionalità o idealità , ~ dalla legge della pianta,
alla legge della giustizia, — la quale è pur giocoforza considerare come una
causalità che è l'ef- fetto dì quel processo formativo che prima l'ha causata
(Ardigft). 6. Elevandoci finalmente al disopra di tutta la grande selva
mitologica degli assiomi d'ogni ordine e d'ogni portata, che hanno sempre
costituito un ostacolo bmtale alle indagini dei pensatori, noi possiamo vedere
fino a che ponto abbia ragione il Milhaud di rivolgere qaesta domanda a colai
ctie, in ogni punto della ana vita , non ha mai posto in dubbio la cer- teiza e
la fimzioae assolata degli assiomi matematici : * "Sqos demandions tont à
l'heore ce qa'eùt pensé Kant de l'analyse moderne. 8' il etit véca
de notre temps, il aarait conaa des Qéométries où ne figorent plns lea aziomes
qa'il déclsj^t d'nne nécessité absolne; il aarait conna bien des tentativea de
leur sabstìtaer telle oa teUe sèrie d'hypothèses. Gertes il aarait pa, en face
d'elles, garder intacte sa foi première mais les cro;ances sont-elles feites de
démonstratìoss ? , (1). »ibv e »ib Dell'esperienza e delle teorie logicbe
matematiche e flslclie in ordine alla teoria generale dei modelli. 1. Bntrituuo ora nel campo d'nna più
ricca idealità. Dopo d'aver preao conoscenza delle idee e dei giu- dizi delle
scienze astratte e astratte -con crete (Logica — Matematica — Fisica) resta a
vedere, quasi a corona del- l'intero organamento logico di queste scienze, ciò
che si deve intendere per teoria di una serie di fattij e se e come, per i
diversi ordini di fatti logici, matema- tici e fisici, si debba ammettere aua
soluzione unica e comune o altrettante soluzioni differenti. Il problema è
dunque molteplice, comprendendo Io studio della teoria logica, della teoria
matematica e della teorìa fisica. Per essere più chiaro — trattandosi d'tm
genere di ricerche ove la chiarezza e la semplicità non sono mai soverchie —
voglio dire ohe è ben importante sapere se le soluzioni cbe bastano ad una di
queste teorie hanno un valore logico e pratico anche per le altre. La soluzione
di questo problema molteplice servirà eziandio A. PAtTOBE, Sellerà la ttoria
della Seietaa. H U.g,l:«lov Google a risolvere con nnove ragioni la vecchia
questione deUa pratica e della teoria, intorno a coi ora vivissima si riaccende
la controversia, sia per effetto della stessa cultura scientifica oramai tanto
elevata e sablime, sia per effetto del senso sempre più pratico e positivo
della 2. La teoria ha un'utilità pratica qualunque? Se noi apprezziamo le cose
in proporzione dell'utile che se ne può ricavare, quale è l'ntile derivante
dalla teoria? È noto che per an logico e per nn matematico le pos- sibilità
d'ona spiegazione fisica d'una serie di fatti lo- gici o matematici
qnalsivoglia, è l'ultima cosa alla quale venga fatto di pensare. Ciò che
importa ad un fisico d'altra parte — e nel maggior numero dei casi — non è già
di poter pensare una solnzione astratta per un certo determinato sistema
materiale, o di poter calcolare, con precisione matematica, alcune certe gran-
dezze del sistema proposto, ma piuttosto di sapere l'an- damento sperimentale e
concreto dei fatti nel campo delle esigenze materiali imposte dalla pratica.
Nel campo delle scienze fisiche e d'applicazione pertanto, cosi dai partigiani
dello studio teorico come da quelli dello stadio H. P. GRICE STAGE pratico è
facile constatare ad ogni tratto che * le soluzioni che bastano perfettamente
al primo, non hanno molte volte per il secondo nessunissimo valore . praljco ,
(1). Ora è facile comprendere che se ancora da moltis- simi tecnici si guarda
con grande sfiducia agli sviluppi sapienti dei matematici come ad un complesso
di cose (I) A. GarbaSso, Sopra alcuni modelli di fenomeni elet- • Iromagnetici,
* Atti dell' Associa j ione Eleltrolecnìoa Ita- liaaa », vo!. II, fase. 1,
1398, Milano. inutiU, a più forte mùtivo ai potrebbero ritenere come infondate
tutte le ragioni che militano in favore d'ogni ricerca logica sopra la pura
teorìa della scienza. Xondimeoo siccome il risultato di queste ricerche riesce
ad una praticità che pud venire non sospettata solo da quanti affettano per le
dottrine astratte un'av- versione una diffidenza ingiastlficata ed ingiusta,
così sarà utile consultare nuovamente tanto la ragione qaanto l'esperienza per
vedere se non è possibile prendere in . prestito dalla prima un metodo che
ginstifichi comple- tamente la seconda e 3. À tale scopo capovolgeremo l'ordine
dalle tre scienze finora esaminate e fermeremo la nostra atten- zione prima
sopra la teoria fisica, poi sopra la teoria matematica, da ultimo sopra la
teoria logica quanto alla loro formazione ; perchè volendo sapere se si può
introdurre nella teoria generale di queste scienze un postulato comune (la
piena e mutua convertibilità delle varie teorie logiche, matematiche e fisiche,
fondata sttl fatto della loro perfetta equivalenza) e ricercare in quale misura
il postulato introdotto modifichi le formalità scientifiche dei vari ordini, e
giudicare da ultimo sul- l'esattezza della nostra ipotesi, ritengo che sia
somma- mente vantaggioso cominciare da quel caso che offre le operazioni da
compiersi e le conseguenze da dedursi nel modo più materiale e starei per dire
più visibile, anche nel senso ristretto della parola. 4. Per cominciare lo
studio della teoria fisica ricor- diamo che la scienza fisica in genere si
divide in due parti: Fisica sperimentale e Fisica matematica. La prima si erìge
sul fatto speciale dell'esperìenza; la se- conda sul fatto speciale della
teorìa. »ibv Google 164 PABIE III. — OAPITOLO I. Come tutti sanno, non si
tratta qni di intèDdere la esperienza come la semplice somma delle verità
acqui- siste immediatamente o mediatamente; cioè la mol- titudine delle
presentarioni particolari associate che l'uomo ha o si ricorda di avere avuto.
Ciò che costi- toÌEce la differenza specifica della Fisica sperimentale è
piuttosto l'nso volontario della modificazione artifi- ciale delle circostanze
del £atti fisici che più propria- mente dicesi esperimento. L'intento speciale
invece della Fisica matematica è diverso. Ma sarebbe nn grave er- rore il
snpporre che l'abbandono del carattere specifico dell'esperienza concreta
significhi per essa la rinunzia radicale d'ogni forma dell'esperienza. La
differenza spe- cifica della Fisica matematica indica solo la preferenza
accordata a quella forma superiore di esperiema che ci permette di prevedere i
fatti, cioè di generalizzarli. Perchè senza generalizzazione la previsione è
impossi- bile. Infatti il bisogno di poter prevedere quali fatti succederanno
in date circostanze e di sapere quali cir- costanze si dovranno attuare per
ottenere certi feno- meni che si desiderano è la sola giustificazione vera-
mente vitale della Fisica matematica. * Conoscere le leggi della natura è
essere in grado di dedurre dallo stato attuale delle cose lo steto loro per uu
istante qualunque , (1). Tale — secondo Hertz -- è precisamente lo scopo più
generale di questa scienza, la quale sotto nn certo punto di vista ci rende
pertanto famigliare una ricerca che — nei casi ordinari deDa vita — ci parrebbe
non solo impossibile ma anche assurda. L'ideale della Fisica matematica è di
trasformare quel doppio mistero in cui flattua tutta la nostra vita, {I) Hertz,
op. cit., pag. 1. »ibv Google TEORIA OBNKBALE BEI UOSELLI 165 lo Spazio ed il
tempo, in un solo visibile immediato ed immenso presente, che ci sia come la
storia immu- tabile ed eterna degli effetti e delle cause dell'uniTerso. 5.
Studiamo ora rapidamente il processo che compie lo spirita per giungere alla
conoscenza delle leggi fisiche e quindi alle costruzioni delle teorie fisiche
corrispondenti. I fisici di tutti i tempi hanno sempre cercato di dissociare
con artifizi sperimentali diversi i fasci com- plessi di fenomeni, dovuti
all'azione simultanea di più cause, che la natura ofire alle nostre ricerche.
Questo isolamento dei vari agenti fisici non si può ottenere se non costruendo
artificialmente delle combinazioni tali di circostanze cke in ciascuna di esse
non agisca se non una delle cause, o almeno l'effetto delle altre sia
insensibile e quindi ai possa separatamente studiare l'azione di ciascuna.
Isolate cosi le singole cause e trovati i valori corri- spondenti alle varie
grandezze che vi figurano mediante successive rappresentazioni geometriche che
diano la curva continua dei vari punti, si ottiene facilmente l'e- spressione
analitica della legge di dipendenza fra le varie tendenze che occorrono nel
fenomeno studiato. Trovate che si siano le varie leggi fìsiche separate che
governano i vari ordini dei fenomeni e la loro analitica espressione, si
ricerca se esse siano o non siano indipendenti fra loro, e bene spesso si
giunge alla conclusione che esse non lo sono, ma che anzi avendone ammesso una
(ov- vero più) non si può senza contraddire alle leggi del pensiero non
ammettere le altre. Allora queste ultime non si possono più considerare come
leggi veramente distinte dalla prima; esse non ne sono che eonsegueme logiche e
fisicamente non sono che la stessa legge rìpe- »ibv Google tata sotto altra
forma — e in tal guisa ]a scienza fisica giange al progressivo e sapremo
coordinamento delle sue leggi. Questa ^ da un punto di vista geaeralissimo — è
la via che segae lo spirito umano per giungere alla oonoscenzft delle leggi
fisiche, C. Ma consideriamo ancora più attentamente le eou. Le operazioni
accennate ci dimostrano che il S<rio tentare di giungere alla conoscenza
anche della più nmile legge della natura presuppone tatto un processo
d'astrazione intellettuale che è della massima importanza. Infatti per poter
giungere alla precisione matemàtica desiderata, essendo necessario ragionare
sopra grandezze e relazioni assolutamente esatte, noi siamo condotti a cercar
di ridarre i corpi natar&li ed i loro fenomeni al massimo grado possibile
di semplicità e di precisione. Sfa poiché è raro il caso in cui la semplice
osserva- zione di una classe di fenomeni basti a làrceue scoprire le leggi,
cosi noi ricorriamo — come fu detto — allo isolamento artificiale dei vart
agenti fisici, cioè ad una serie di combinazioni artificiali di circostanze
tali che tutte le difficoltà si possano vincere separatamente. In altri termini
ricorriamo all'espediente di sostitaire al sistema naturale dei corpi proposti,
un altro Bistema artificiale di corpi corrispondenti che abbia sopra il primo
Ìl vanb^gio di potersi studiare più facilmente. In ciò — come è noto — consiste
l'arte della espe- rimentazione, che si ottiene mediante apparecchi più o meno
complicati a coi si dà il nome generico di stru-. menti di fisica e che sì
applica ormai in tatte le scienze sperimentali su vastissima scala. Ora che
altro sono questi sistemi o apparecchi o strumenti artificiali ado- »ibv Google
TEORIA OBNERALE TEI UODELLI 167 perati con tanto profitto nella Fisica
sperimentale, se non combinazioni rappresentative o rappresentazioni
semplificate dei fatti? . E chi non vede che nell'accordo Era i risaltati delr
l'esperienza e i fenomeni fisici si rivela ben chiara- -mente che le scienze
sperimentali hanno tin vero e proprio carattere rappresentativo, onde le varie
crea- zioni strumentali della scienza, le cni proprietà pgrri- ' Spondono con
ana approssimazione sufBcìentissima'in molti casi, alle proprietà dei vari
corpi naturali, si po- trebbero considerare come veri ritraiti scientifici dei
fesomeni dati? È per questa e per altre ragioni, che esporremo verso il termine
di questo lavoro, che noi ci sentiamo auto- rizzati a dichiarare che tutta la
Fisica e con essa tutte le scienze a base di esperimento riposano sopra od vero
e proprio fondamento artistica che sarebhe ornai tempo che fosse riconosciuto e
meditato in tutta la sua grande portata nel campo filosofico. 7. Ma ciò ohe
merita di suscitare le nostre più alte meraviglie è che non solo tutte le
scienze fisiche fondate sull'esperimento rivelano per questo medesimo fatto la
loro artistica natura, ma che anche le scienze fisiche basate sulle teorie più
alte e più difficili del- l'analisi matematica, sono — appunto per questa loro
base teorica — nnll'altro che vere e proprie scienze d'esperimento Wòi ci
avviciniamo ad un'epoca in cui il significato dell'esperienza si allarga in un
campo che sembrava dapprima assolutamente interdetto. L'espe- rimento si compie
così sopra i fatti e coi fatti di na- tura fisica, come sni fatti e col fatti
di natura emi- nentemente intellettuale. Infatti quando, pur sentendoci spinti
dall' insaziabil» »ibv Google lDt( P&BTI III. — CAPITOLO I. bisogno di
precisione e di semplicità, ci troviamo nella materiale impossibilità di
rappresentare un dato ordine dì fatti fisici con una corrispoodente costrozione
tec- nica o strumentale soddisfacente, architettata a loro imagine e
somiglianza, quando cioè riesce assolata- mente impossibile di sostitnire un
paradigma mate- riale rappresentativo ad un dato ordine di latti: non
ricorriamo forse all'esecuzione artificiale di on'altra rappresentazione
semplificata, ma di natura puramente intellettuale, che ci offre il vantaggio
di poter operare la sostituzione desiderata, cioè di poter studiare quel dato
ordine di fatti — cogli attuali mezzi matematici e logici di cui disponiamo —
fin nelle più minute par- ticolarità e di dedurne fino alle ultime conseguenze?
A queste rappresentazioni semplificate si è dato il nome assai adatto di mod^i.
8. Ora è evidente che se si possono avere modeUi puramente logici, modelli
algebrici, modelli geometrici, modelli fisici, modelli meccanici, modelli
chimici, ecc., come s'intenderà meglio dai vari esempi che incontre- remo fra
poco, e se l'unica condizione di verità a cm deve soddisfare un modello
qualunque è questa, che le conseguenze che per necessità logica possiamo
dedurre da un tale modello siano alla loro volta modello di quei fenomeni che
per necessità fisica scaturiscono dagli oggetti considerati ; allora ne risulta
che tutti quanti i modelli indistintamente hanno un vero e proprio ca- rattere
sperimentale, perchè noi appunto li sostituiamo tutti e quanti alla realtà
perchè si possono studiare più comodamente. 9. Per questa maniera di
considerare i fatti si di- legua quasi la differenza che si pone ordinariamente
tra la Fisica Bperìmentale e la Fisica matematica, non essendovi vera
differenza di uatura tra i modelli ma- teriali concreti e i modelli
inteUettuali o astratti. La Fisica matematica acquista il diritto d'essere con-
siderata come una ^era e propria scienza sperimentale, e la Fisica sperimentale
pnò venire considerata come nna vera e propria scienza teorica — dal momento
che . il vocabolo teoria diventa sinonimo d' immagine rap- presentativa o
modello nel senso proposto con tanta fortuna dall'Hertz. Tutt'al più si
potrebbe parlare di modelli di primo grado e di secondo, per dlstìn- gere le
rappresentazioni concret« dalle rappresentazioni astratte. Ma non è ora il
luogo di insistere sopra queste sot- tigliezze. 10. L'esempio addotto per la
formazione delle teorie fisiche ci permetterà ora di tracciare più sche-
maticamente la teoria generale dei modelli fisici, ma- tematici e logici, ia
qnal cosa — in ultima analisi — si ridurrà alla dichiarazione di ciò che si
potrebbe dire la teoria delle teorie, senza fare abuso di linguaggio. E questa
considerazione costituirà l'origine prima di tutta una serie di idee nuove e di
applicazioni feconde tanto per l'educazione delle facoltà spirituali indispen-
sabili al lavoro tmaginativo della scienza, quanto per l'apprezzamento e la
praticità delle singole teorie lo- giche, matematiche e fisiche, 1 1 . U
processo che segne lo spirito quando forma la teoria d'nna serie di fenomeni
naturali consta dunque delle cinque operazioni seguenti: 1* Si costruisce un
modello (soddisfecente a certe condizioni determinate); U.g,l:«lov , 2' Lo si
mette in funzione (come ana maccluoa qaalnnqne) ; 8' 8e ne dedooono le
conseguenze artificiali ; 4' Si paragonano questi risaltati ottenuti coi ri-
sultati offerti dalla natura; 5' Si formula la legge, e nei casi p033ÌbÌK se ne
Bcrìve l'espressione analitica (equazione). n modello imaginato pub essere an
meccanismo ma- , teriale (congegno, macchina, apparecchio, strumento, ordigno,
arnese, ecc.), o un meccanismo ideale (teoria, sistema, aggregato, ordine,
serie di proposizioni, ipo- tesi, ecc.) costruito opportunamente in modo tate
che se qualche parte di esso si muova, per l'azione dì forze inteme — nel caso
che si tratti per esempio d'un sistema libero — le altre si spostino in una mi-
sura determinata, cosi che le aree sì annullino e il centro di gravità rimanga
in riposo o perduri nel mo- vimento equabile (1). I risaltati artificiali,
meccanici, dinamici logici, che si ricavano per la prima volta dal
funzionamento della macchina modellare proposta quando s'accordino coi
risaltati naturali, che si ricavano dalla Machina rerum, esprimono dei fatti
nuovi e delle leggi nuove. 12. Venendo ora all'esame della formazione delle
teorie matematiche, vi sono delle buone ragioni per ri- tenere che si verifichi
nna certa analogia fra le ope- razioni che sì compiono dallo spirito a tale
intento e qnelle che furono descritte per il processo delle teorie fisiche. Nel
caso che ci occupa, il ravvicinamento fra i fé- (1) Gabbasso, Sopra alcuni
modelli di fé magnetici. Estratto oit., pag. 4. »ibv nomeni della teorìa fisica
e quelli della teorìa mate- matica non solo è completo, ma ci mostra eziandio
la possibilità di studiare altri fenomeni non ancora oS' aervati. Mi spiego,
citaudo le parole del Garbasso, il qaale da tanti anni sostiene, illustra e
feconda brìllantemente quella grande teorìa dei modelli nel campo della Fi-
sica e della Matematica, che costituisce uno dei me- riti più singolari di
Enrico Rodolfo Hei'tz. ' Noi abbiamo costruito, a poco a poco, alcuni or- gani
elemeotarì semplici, che chiamammo funzioni. Tali organi, a poco a poco,
abbiamo imparato a riunirli con segni, formandone certe macchine complesse,
alle quali fìi dato il nome di equazioni. In una equazione infatti, se uno dei
termini si modifica, gli altri cam- biano opportunamente di valore per modo che
l'equi- librio non si turbi. Appunto come in un sistema li- bero, se qualche
parte si muove per l'azione di forze inteme, le altre si spostano in una misura
determinata, co^ che le aree si annullino e il centro di gravità ri- manga in
riposo e perduri nel movimento equabile. " Volendo formare la teorìa di uà
fenomeno si co- struisce una equazione, che soddisfi alle leggi già note ; e
poi questa macchina analitica la si fa funzionare, vale a dire si trasforma, in
guisa da ottenerne nuove leggi e nuovi fatti. Ma in Inogo dell'apparecchio al-
gebrico si pQtrebbe porre, con uguale diritto, e con al- trettanto rigore
logico, e con pari utilità, un congegno materiale, costruito opportunamente. *
Uguagliando usa lettera ad un seno, che abbia nell'argomento il tempo alla
prima potenza, si ottiene una rappresentazione d'una corrent« oscillante ; ma
una rappresentazione altrettanto buona e più semplice si può costruire
appendendo una pallina ad nn filo »ibv Google 172 PiKTB III. - sottile di
lunghezza costante. Logicamente ogni cosa è comune fra il modello algebrico e
il modello mecca- ■ nieo; ma tanta l'uno che l'altro hanno con it feno- meno un
semplice rapporto di corrispondenza , (1). Non è possibile essere più espliciti
e convincenti. Segue da questi ravvicinamenti fra la formazione della teoria
fisica e della teoria matematica che lo spirito compie in entrambi i casi le
medesime operazioni. U modello matematico imaginato può essere pertanto non
solo nn meccanismo ideale (teoria, equazione, si- stema d'equazioni, ecc.), ma
anche un meccanismo ma- (mafe(macchina,apparecchio, congegno, strumento, ecc.)
costruito opportunamente in modo da soddisrare a tutte le condizioni imposte
dal problema analìtico. Segue senza più che in certi casi le varie teorie
fisiche (rica- vate dall'osservazione empirica dei fatti) e le matema- tiche
(desunte dalla pura riflessione astratta delle idee) sono equivalenti e quindi
rigorosamente convertibili e sostituibili fì'a loro e ciò tanto nella pratica,
quanto nella teoria. H risultato è per noi interessantissimo perchè mostra una
volta di più il nesso che intercede tra le varie forme dell'esperienza e le
varie forme della teorìa. 13. Passiamo finalmente all'esame della forma- zione
delle teorie logiche. A questo punto mi sia lecito il ricordare che ìo non
conosco veramente nessuna opera, dove il sussidio della teorìa dei modetli sia
stato ri- volto allo studio di un problema logico qualunque (2). (!) A. Gare
ASSO, op. cit, pag. 4. (2) L'unico e primo accenno per quanto fugace e indeter-
minato si trova nella mia Nota Sopra l'Esperiema, me- diala inserita negli <
Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino. N'ondimeuo ritengo che-
l'introd azione dell'ammirabile teoria dei modelli nel campo della scienza
logica sia un fatto di capitale importanza. Quando noi ci proponiamo di
comprendere tatto l'organamento logico della Logica , sceverando prima le idee
primitive dalle derivate, poi i gindizt primitivi dai derivati, quindi i
gindiil ordinati intorno ad un dato soggetto dai giudizi confasi, e cerchiamo
di ridarre le relazioni delle idee a regole semplici e chiare, ci dobbiamo ben
tosto convincere ohe ei è giocoforza con- siderare le idee come se fossero una
semplice ' molte- plicità di dementi omogenei fra loro, cosi nei loro ele-
menti, come nei Loro composti, che sono sempre idee, analogamente ai multipli e
sottomultipli delle quantità che sono sempre quantità. „ Questa specie di
entificazione delle idee ci porta a conchiadere senza fatica che volendo farci
una rap- presentazione mentale completa o un modello ideale chiuso in sé e
regolare d'un sistema di fetti logici qna- lanqae noi finiamo , in ultima analisi
, per ricorrere all'artifizio di sostituire alle idee date, quasi un grappo
d'altre idee pih concrete , e suscettibili di essere tra- dotta per' mezzo di
segni immediatamente osservabili coi sensi. È un fenomeno assai comune e
ciascuno l'intende subito, perchè ciascuno l'ha sperimentato e lo speri- menta
giornalmente. Ogni provetto cultore degli studi logici ha in testa una sene di
imagini fattizie o mo- delli logici convenzionali dei fatti logici stessi, che
vengono costruiti e rinnovati con determinato ordine e simmetria, e tutti
insieme formano come un quadro mentale che si richiama quasi automaticamente,
ma In modo vario a seconda della vivacità e della prontezza dell' imaginazione.
Non è ora il caso di fermare la »i. nostra attenzione sopra qneata attinta
imaginativa o rappresentativa che dir si voglia, cosi atile negli atti mentali
in genere e specialmente nelle ricerche astratte del paro ragionamento, dove
essa ofire qnasi sempre nn sussidio efficacissimo alle scoperte. 1 4. Pinttosto
importa che si ritenga ben chiara- mente che, se i risultati logici che si
ricavano dall'im- piego o funzioBamento artificiale dei modelli lo^ci '
escogitati, s'accordano perfettamente coi risnltati na- turali del sistema
mentale proposto, ciò significa che noi, costruendo nn'imagìne o schema
accettabile dei fatti mentali proposti, non facciamo altro, in ultima analisi,
che costruire una macchina logica, operando sulla quale siamo in grado di
ottenere tutta la serie dei risultati mentali proposti. Yolendo poi passare all'
esame della relazione per gli enti logici rappresentati, diremo così, ed enti
logici rappresentativi (modello) , si può ben ammettere la convenienza di
abbandonare deliberatamente ogni ri- cerca sulla fondamentale ed intima natura
degli atti logici ; sì può ammettere che ogni filosofo mantenga caro il suo
principio prediletto, che gli può sembrare più acconcio di ogni altro a
costituire la pietra fon- damentale della conoscenza. Ma resta pur sempre
libero a noi di supporre che gli enti logici rappresentati dif- feriscono dagli
enti logici rappresentativi — (almeno per i bisogni descrittivi della scienza)
non in sé ma solo per rispetto ai mezzi di cui ci serviamo per le nostre
osservazioni. Questo modo di considerare le cose logiche — che io mutuo dall'
ammirabile teoria dì Hertz (come spero che il lettore comprenda di leggieri
dopo le parole testuali che furono riferite nel capitolo III della prima parte
di questo saggio a proposito della »ibv teoria degli enti nascosti) -~~ è
appunto l'ipotesi che io voglio introdcrre nella formalità della teorica
logica. Noi snpporremo cioè che il processo che segue lo spirito quando forma
la teoria logica d'ana serie dì fenomeni logici, si compia mediante le stesse
cinque operazioni successÌTe che furono riferite a proposito del processo delie
teorie fisiche e matematiche; noi supporremo cioè che quando imaginianio una
teoria logica capace di spiegai'e on intero ordine di idee, e vogliamo
gindicare iu modo rigoroso della sua esat- tezza, in ultima analisi non facciamo
altro che ciO che 3Ì potrebbe fare più materiaJmente con la costruzione e la
messa in opera di una macchina fisica o analitica particolare. In breve, per
quanto possa sembrare paradossale questa opinione, noi possiamo riconoscere che
la co- struzione d'nna teorìa logica o modello logico che soddisfi a certe
determinate condizioni, non differisce logicamente dalla costruzione d'ogni
altro modello fisico (congegno, apparecchio, strumento, macchina, ecc.) o
modello matematico (teoria analitica, equaiione, si- stema d'equazione, ecc.)
costruito appositamente, anzi deve potare essere sostituita e a sua volta deve
poter sostituire ogni altro modello corrispondente, con eguale diritto, con
altrettanto rigore logico e con pari utilità. 15. E poiché è necessario che io
aggiunga qualche prova diretta a sostegno di questa affermazione, che è forse
la parte piìi importante del presente lavoro, il lettore mi consenta
d'accennare ad una mia ricerca personale che sarà pubblicata a suo tempo, come
saggio d'nna applicazione pratica dì questa teoria. Dopo d'esser giunto alle
conclusioni che son già note a! lettore sopra la convertibilità e unìficabilità
delle varie idee e proposizioni primitìve logiche, raa- temativlie e fisiche,
io tn'era proposto d'esaminare se si poteva giungere altresì al principio della
piena e mutua rappresentabilità dei vari sistemi logici mate- matici e fisici;
e in pstrticolare se gli sviluppi teorici della Logica e della Matematica, ad
onta della loro apparente cbmplic azione, fossero suscettibili di una
rappresentazione sperimentale soddisfacente. Ora il pro- blema non si poteva
risolvere, come bene si comprende, senza studiare — nel modo più completo
possibile — quanto succede, pei tale riguardo, nel caso concreto della scienza
fisica; dove, come ebbi già occasione di dichia- rare, tanto la costruzione e
il funzionamento, quanto l'utilità dei modelli materiali è visibile
direttamente. io qualunque e prima esperienze che pote- mmo risultato pratico.
Prima di montare un apparecchio d'intraprendere una lunga serie di < vano
anche approdare a nessunissin mi accinsi dunque a studiare la teorica generale
dei modelli, nella profonda convinzione che almeno dal caso generale al caso
particolare, incluso nel primo, si può ragionare con discreta sicurezza. Quindi
giovandomi del sussidio dei modelli per la risoluzione d'una que- stione molto
semplice, ma pure abbandonata oramai pressoché da tutti i Logici come inutile e
vieta, della questione cioè dei rapporti logici di inclusione e d'e- sclusione
fra le idee, considerate solo come universali e particolari, e in . condizioni
opportune, ho trovato precisamente quello che mi aspettavo di trovare. I mezzi
occorrenti per costruire meccanicamente un modello fisico dei fatti logici —
come si vedrà a suo tempo — sono estremament* modesti. Per ora mi li- mito a
constatare l'utile, cosi didattico come euristico, che deriva dalla
rappresentazione meccanica dei feno- meni logici. Il modello ideofisico che
ebbi occasione di costruire imita assai feticemeute tutte le particola- rità
più notevoli che si incontrano nelle tre grandi partizioni della Logica pura:
dell'idea, del giudizio e del raziociaio. E l'utilità di queste macchine
siffatte ai riscontrerà ancora meglio quando le si impieghino all'esame di
questioni non ancora risolute. Questi mo- delli ideofisici — da un certo qual
punto di vista — non sono altro che finzioni visihili o grossolanamente
empiriche della funzione del senso logico. Il loro esame ci apprende che ad
ogni idea, ad ogni giudizio, ad ogni raziocinio perfetto o imperfetto in noi si
compie un lavoro o associativo o dissociativo, di cui non pos- siamo in alcun
modo indicare la natura fondamentale, ma di cui è ben possibile fornire una
rappresentazione simbolica soddisfacente. Con tale criterio noi tentiamo di fissare
una corri- spondenza rappresentativa anche tra il pensiero e l'a- zione
meccanica, vogliamo anzi supporre che la cosa si verifichi affatto in generale
e dire che la seconda, in certi casi, è una manifestazione equivalente del
primo 16. Sta anche lasciando, per ora, da parte il mo- dello ideofisico
escogitato — intomo a cui ogni affer- mazione è certamente prematura, finché
rimane destì- tntta d'ogni prova sperimentale diretta — non è poco interessante
l'osservare che dalle pure esposizioni ana- Utiche fatte finora, nel presente
saggio, si può già de- darre più d'un argomento convincente in favore della
nostra ipotesi. In verità noi abbiamo studiato finora tre sistemi di idee
primitive e di giudìzi primitivi (logici, matematici e fisici i che sono perfettamente
con- vertibili, sostituibili e spiegabili in un modo comune. A. Pastose, Sopra
>a teeria d^ìa Sciema. Ora, perchè non aarà lecito a noi di supporre che
qaesti tre siatemi ideali equivalenti possono essere con- siderati come vere
macchine fisiche o apparecchi, o congegni o equazioni analitiche, o
rappresentazioni o sistemi o teorie logiche, in nna parola, come veri e propri
modelli che soddisfano a certe condizioni imposte dalla ragione o
dall'esperienza e come tali possano fan- zionare, cioè trasformarsi in guisa
àa, produrre naoTÌ fatti e nuove leggi in armonia coi risnltati offerti dal
pensiero e dalla realtà? 17. Ma una volta che si è messa la questione in qaesti
termini non è difficile persuadersi che la risposta deve essere ad ogni modo
affermativa. Kon abbiamo visto — per i principi riferiti della convertibilità è
della uniffeabilità delle varie idee primitive — che in luogo d'un sistema di
idee primitive si può porre, con ugnale diritto, un qaalunque altro sistema
ideale primitivo equivalente? B questo non equivale ad ammettere che ad una
data teorìa logica si può sostituire, con altret- tanto rigore, una teoria
matematica o fisica; e ad una teorìa matematica una teoria fisica o logica-, e
ad una teoria fisica una teoria logica o matematica, a piaci- mento? Tutt«
queste conclusioni, alle quali ci ha con- dotto lo studio dei modelli,
dovrebbero essere verificate ed illustrate con buon numero d'esempi. Esse
formano in realtà un genere di ricerche originali, di cui non pQò venir posta
in dubbio l'utilità. 18. Solo bisogna aver sempre presente che tutti questi
modelli logici, matematici e fisici equivalenti devono essere considerati solo
come uno strumento delle varie scienze, e non costituire le scienze mede- sime
; devono essere solo un mezzo per scoprire il vero »i TROKU OBNKBALB DEI
MODELLI 179 e non il fine e la natura stessa essenziale della cono- scenza
scientifica. 19. In ordine ai modelli fisici dei fenomeni logici e matematici
non sarebbe anche inesatto l'affermare che essi non sono altro che la
trasposizione o la tradazione nel linguaggio dei sensi esterni, di ciò che
avriene anche per il senso logico intemo, ma che con questo sarebbe
inesprimibile rappresentativamente; in altri termini: il pensiero stesso visto
sotto nn aspetto ma- teriale, capace di suggerire dei vantaggi, talora supe-
riori alle esigenze attuali del calcolo e della logica. 20. Qiova inoltre
ricordare che i vari modelli teorici equivalenti non hanno coi fenomeni
rappresen- tati che un semplice rapporto esteriore di corrispon- denza, per
quanto logicamente ogni cosa sia fra di loro comune. Bisogna dunque ben
gaardarsi dal credere che vi sìa nei modelli proposti tntta la realtà o anche
solo una parte. Anche si comprende con quali riserve si possa andar incontro al
massimo dei problemi, alla coi soluzione i pensatori anelano da ogni parte. E
in verità, trovandoci di fronte a un processo di fatti qualunque dei quali non
si comprenda la ragione fondamentale, che cosa vorrà dire: trovare la spiega-
zione dei fatti? Semplicemente questo: 1° formarci del processo naturale e
spirituale che ci sta di fronte un'imagine o modello logico ben de- terminato;
e cercare di formarcelo in modo tale che le conseguenze logiche delle imagini
da noi costruite siano alla loro volta imagmi delle coaBegaenze nata- ralì e
spirìtaali dei fatti (1) ; 2" non far alcuna violenza ai dati naturali o
spi- rituali del processo per giustificare anche U menomo riscontro tra i due
ordini di fatti. Se poi, in base a tntti i fatti, in parte sperimeutaL, in parte
razionali, considerati, bì volesse ancora venire ad una conclusione, ai
potrebbe dire unicamente che il nostro modello potrebbe renderci dei servigi
euristici estremamente interessanti, qualora riesca adatto: 1° a riprodurre
veramente con una disposinone teorica conveniente tutte le particolarità
osservate nel processo dato; 2* a dimostrare che le leggi più generali secondo
cui variano nei dne sìstomi le relazioni corrispondenti sono le medesime. 21.
Ed in vero, in ogni nostro tentativo scienti- fico, noi abbiamo bisogno di
giungere solo a due risultati : 1° la costruzione d'una disposizione, o modello
soddisfacente d'un sistema dato; 2° l'affermazione d'una legge, o d'un sistema
di leggi, di corrispondenza fra il sistema dato e il si- stema proposto.
Esaminare i fenomeni più generali della conoscenza logica, matematica e fisica,
separarli se è possibile, semplificarli, ridurli ai minimi termini, poi
trovarne le equazioni fondamentali, e studiarli come se fossero ordinati
appimto in un dato modo che ci permetta di render conto completamente di tutti,
ecco il propo- sito nostro. A molti porrà strans e quasi iaatile ima ricerca
che si aggira soltanto intomo alle formalità, per cosi dire estrinseche, dello
spirito ; ma noi sosteniamo che, come toma atilissimo — ricercando il modo di
comportarsi di nn fenomeno, o di ima serie di fenomeni sperimen- tali dati —
intraprendere ia ricerca come se il fenomeno o la serie data si comportasse
secondo le leggi di un grappo di fenomeni differenti, cosi resterà sempre im-
mensamente interessante, sia per la pratica, sia per la teoria stessa (la qoale
non può mai esser altra che prov- visoria), il rappresentarci in modo
qualunque, purché sia un modo soddisfacente, il processo che compie spon-
taneamente lo spirito umano nella formazione naturale della conoscenza
teoretica. E questo s'intende solo per il modello escogitato, o, per dir
meglio, per la descrizione rappresentativa del modello teorico proposto per i
fenomeni dati. Ma chi non vede che colla nostra ricerca si esaudisce anche un'altra
ricerca, che è di capitale importanza per i bisogni cosi della scienza come
della vita, cioè alla determinazione concreta delle leggi? 22. Un grande legame
intercede sempre — nel caso più favorevole -- tra il sistema dato ed il mo-
dello o sistema proposto; e consiste in ciò che le leggi, secondo le quali
variano le relazioni corrispondenti nei due sistemi, sono le stesse. Dunque
questa riproduzione artificiale della legge, anche nei casi in cui infiniti
modelli, per esempio, soddisfacciano contemporaneamente allo stesso pro- blema,
non cesserà mai d'essere una sicura conquista dello spirito umano, ed un sereno
conforto per gli studiosi. Ma non basta. Siccome il nostro intento non è di
velare , ma di rivelare tanto le virtù quanto le deficienze della teoria dei
modelli, così noi non ci sfoneremo mai di far dire ad un principio ciò che esso
disgraziatamente non dice; piuttosto ci par do- veroso dì far ben comprendere
che l'accettabilità d'una teoria in genere può essere assai limitata. E questo
può succedere per molte ragioni. In primo luogo pnò trattarsi d'ona vera
deficienza rappresentativa dell'ipotesi proposta, perchè si riscontra spesso
che alcuni &tti non si possono piìi spiegare con gli stessi modelli. In
secondo luogo potrebbe darsi che il processo dato non fosse rappresentabile di
sua natura con ninna sorta di modelli. Ma la prima ipotosi sembra assai più
pro- babile, perchè quasi sempre si scopre che quella seria dì fatti che si
ribella alla rappresentazione proposta, pnò essere invece riprodotta in ogni
particolare, im- maginando altre disposizioni teoriche completamente diverse
dai primi modelli. In terzo luogo potrebbe ancora succedere che ÌI modello
proposto avesse realmente colla realtà mag- giori punti di contatto che non si
sia potuto scorgere, a nostra vista, e che fosse realmente capace non solo di
rappresentare un certo ordine di fatti, ma di render conto ngnalmente bene di
molti altri ordini di fatti imprevednti — e forse anche di più. L'unica
difficoltà tuttavia consisterebbe solo nella integrazione fortunata delle varie
rappresentazioni teo- riche parzialmente soddisfacenti. 34. Finalmente, se si
obbiettasae che una ricerca consimile non potrebbe mai ofbire una sola e sicura
conquista agli studiosi, dovendo noi ammettere per forza che , se i fenomeni
del processo d^to anunetitono una solnzione teofica completa, ne ammettono
infinite altre che possono render conto agualmente bene dì tutte le
particolarità rivelate nel loro processo, noi potremo sempre rispondere che
l'infinità delle imma- gini accettabili della realtà non depone in favore, ma
contro il più radicale scetticismo, agevolando per in- finite vie la ricerca e
la scoperta della verità; come è possibile giungere alla stessa sorgente pur
risalendo per uno qualunque degli infiniti rivi che sgorgano da essa. Per gli
scopi del presente lavoro parmi adunque molto opportuno rilevare quanto
entusiasmo debbano avere i cultori zelanti della verità, sapendo che la ri-
cerca e la rappresentazione dell'organamento logico della scienza si possono
fare, seguendo infinite strade diverse, pur mantenendo la ricerca fedele ai
severi principi tanto dell'esperienza, quanto della teoria. 26. Se noi avessimo
bisogno ancora d'una prova per confermare che il fatto dell'esperienza fisica
s'ac- corda perfettamente — in condizioni opportune — col fatto della teoria
razionale, le considerazioni prece- denti, a cui vogliamo aggiungere ancora
qualche altro argomento, dovi-ebbero distraggere ogni dubbio. È noto che i
logici puri ed i matematici tentano di ricostruire razionalmente la loro
scienza, sopprìmendo il più che è possibile ì postulati non primitivi e so-
stituendovi definizioni opportunamente scelte , produ- cendo cosi delle teorie
scientifiche puramente e stret- tamente formaliste , poste senz' altra preoccupazione
all'infnorì di quella di non implicare contraddizione. Non preoccuparsi
afi'atto delle obbiezioni che non sa- ranno accompagnate dalla prova che il
punto di par- tenza medesimo è fuori di discussione; scartare ogni intaizione
sensìbile, ogni d&to concreto, o almeno rì- dorli al minimum; ecco la
principale cara dei logici puri e dei matematici. Ora che cosi si possa pensare
da una parte è natu- rale. Conveniamo che la Logica analìtica e la Mate- matica
sono pure teorìe astratte costraite aopra e coi principi primitivi dello
spirito, e che la seconda è, in certo qnal senso, il prolungamento analitico
dell'altra. Possiamo anzi dire — in hase alle nostre ricerche snlla
rìdacibilìtà , convertibilità e unificabìlità delle idee e sulle proposizioni primitive
— che tanto la Matematica è una Logica derivata, quanto la Logica stessa è una
Matematica rudimentale, poiché entrambe — per questa parte — non s'ergono che
sulle purissime forme del pensiero e devono solo alla loro vacuità il carattere
di indìscntibile certezza, 26. Ma è impunto per queste ragioni che noi
affermiamo la necessità (per chi voglia ottenere una cognizione, per quanto è
possibile, completa del feno- meno scientifico) di ponderare bene che cosa sia
in generale una teorìa, dal momento che la logica e la matematica non sono che
delle teorìe particolari. Pos- siamo noi contentarci di questa dogmatica
affermazione: la scienza logica e la scienza matematica non sono che teorìe
pare ed astratte e come tali non hanno alcun rapporto coll'esperìenza ? Solo
l'enunciare la questione in questi termini basta a far capire che almeno lo
studio della questione medesima è indispensabile alla concezione filosofica. —
I filosofi dogmatici non capi- scono una tale necessità e poscia sì interdicono
ogni ricerca che si scosti dal loro punto di partenza, non volendo neppur porre
in dubbio l'indipendenza assoluta della loro teoria. Ma la nostra posizione è
differente. Dopo quanto abbiamo potato porre in lace sulla converti- bilità,
salla miificabìlità delle idee delle propoaizioni e delle teorie, siamo
convinti che si può affermare gia- stamenle che la Logica, la Matematica e la
Fisica sono nello stesso tempo indipendenti e dipendenti dall'espe- rienza,
perchè esse non sono altro che modelli logici, matematici e fisici
pei-fettamente equivalenti di uno stesso sistema fondamentale di idee
primitive. Di più. si comprende, senza fatica, che se più modelli sono modelli
d'uno stesso fenomeno, ognuno di essi può prendersi come modello o
rappresentazione degli altri. Resta a decidersi quale delle rappresentazioni
possibili sia preferibile in generale. Ma per ora teliamo corto sopra questa
questione, limitandoci a notare che — in tutti i casi -"- la scelta non
può esser dettata che da ragioni di comodità affatto estranee alla verità delle
cose. Riteniamo dunque, in ultima analisi, che il fatto dell'esperienza è
inseparabile dal fatto della teoria. — Teorizzare le cose è per noi null'altro
che esperimon- tare le cose, come teorizzare le idee è null'altro che
esperimentare le idee. K se volessimo superare la ripugnanza di ciò che può
parere un giuoco di parole ma non è, potremmo ancora concludere che
l'esperimentare non è altro che un teorizzare e il teorizzare non è altro che
un espe- rimentare. 28. Questa ne pare anzi la vera necessità primi- tiva ed
inesplicabile dell'umana conoscenza, la mntua insidenza, il parallelismo dei
modelli empirici e razio- nali, a posteriori ed a priori, necessari e
contingenti simultaneamente. A. Pastore, Sopra la leoTia della Scienza. 24
U.g,l:«lov Google Le due teoria contrarie, l'innatÌTÌsmo e l'empirismo, hanno
agaale valore. È dtmqne as&olataiueute neces- s&rìo troncare ogni
controversia a cui si deve l'idea- zione difettosa cosi dell'esperienza come
della teoria, e in cni troppi pensatori intricarono la loro meravigliosa
innocenza dì giudizio. Ad ogni tratto esperimentiamo che i fatti naturali
determinano dei fatti spirituali e viceversa. — In ogni ordine di conoscenza
logica, matematica e fisica, vano tentativo è porre dei Haliti fra esperienza e
teoria, per afFermarli insuperabili. Forre nn limito è sempre già on superarlo.
Porre nna serie di limiti differenti tra due serie dì fatti equivale a
speriiqentare due serie di fatti. Come gli empirici intransigenti si valgono dì
Mti non-empirici per produrre le loro esperienze , cosi i teorici intransigenti
si valgono di fatti non teo- rici per produrre le loro teorie ; a quelli serve
inconscia- mente la presupposizione teorica delle idee, a questi serve
inconsciamente la presupposizione empirica dei fatti. À quelli è indispensabile
la comparazione ideale, a qnesti è indispensabile l'esistenza delle cose. Chi
lo nega ignora tanto la teoria dell'esperienza quanto l'espe- rienza della
teoria, che ci forniscono la spiegazione dell'inseparabile continuità definitiva
tra il pensiero e 29. Ma c'è un modo ancor piti paradossale di esprimere questa
verità, che noi abbiamo dianzi dichia- rata ed enunciata con termini del
linguaggio ordinario. E consiste nell' affermazione che tanto l' esperienza
quanto la teoria non fanno altro che insegnare allo spirito la necessità di
trascenderle perennemente. Che diventano per conseguenza — nell'attuale ipotesi
— i due principi apparentemente contrari, della espe- »ibv Google TKOBIA
qBNBRALE DEI HOSELLl 187 rienza e della teoria ? DìventaDO degli ordini tali
che, avverandosi, domìnaDO tutti i fenomeni scientifici indi- stìntamente, e
possono perciò venir assnnti — con pari diritto — come modelli rappresentativi
della necessità determinante della scienza. 30. Fatto singolare questo che si
possano trovare due vantaggi ad nn tempo e con una sola proposta; vale a dire,
due rappresentazioni plausibili ed equi- valenti di ciò che fa chiamato — con
frase felice — dal Tarozzi (1) * l'organamento logico della scienza , (il
modello empirico e il modello teorico) capaci di of&irci entrambi una
spiegazione soddisfacente del ca- rattere deterministico della scienza
medesima. Voglio dire che tanto il razionalismo puro, quanto l'empirismo puro
finiscono per attribuire entrambi un carattere deterministico alla scienza.
Quest'ultima affermazione potrebbe sembrare gratuita, ma vedasi, col fetto, la
ragione. In primo luogo l'interpretazione classica della cono- scenza logica e
matematica, mantenendosi fedele al vecchio principio dell'a priori, affermando
la fissità degli assiomi, e sostenendo l'assoluta indipendenza della Logica e
della Matematica , non dogmatizza forse la razionalità etema ed immutata delle
sue leggi ? . Ora quali che siano le ragioni speciali, in favore dell'a priori,
è chiaro che il processo di questo sfre- nato razionalismo assoluto è costretto
a riconoscere l'immutabile fissità delle sue leggi, anche se le facesse
dipendenti dai puri principi logici di identità e di con- traddizione, come la
necessità teorica determinante della (1) G. Tarozzi, L'organamento logie
problema del determinismo. Firenze, »ibv Google scienza. Ma in secondo luogo,
quali che siano le ra- gioni speciali contro Va priori, non è forse parimenti
chiaro che il processo di quell'interpretazione empìrica dei fatti logici
matematici e fisici che s'indica co- munemente col nome di determinismo, è
costretto a riconoscere che i &tti scientifici riferiti avvengono in virtù
di qualche cosa che si può considerare come la necessità empirica ma sempre
determinante della scienza medesima^ Dunque un'affermazione fondamentale è
comune alle due scuole diverse, l'affermazione cioè della necessità
determinante della scienza logica, mateniatdcs e fisica. Y'è dunque un
determinismo scientifico razionale, e un determinismo scientifico empirico, da
cui né la Lo- gica, nò la Matematica, né la Fisica possono liberarsi per
nessuna vìa. Riassumendo, ci basti per ora di rilevare, come ri- sultato delle
considerazioni precedenti, che tutte le interpretazioni cosi dell'esperienza
coma della teoria nei campi della Logica, della Matematica e della Fisica — pel
semplice fatto di quella necessità determinante che è l'esigenza innegabile
d'ogni ordinamento del sapere — sono riducibili alla forma più generale del
determinismo scientifico. I etermini smo scienti - L paragrafi, volgiamo i che
assume sempre 3 1 . Lasciando ora da parte il ' fico su cui ritorneremo nei
prossin lo sguardo ad un altro ordine diid crescente importanza nella
interpretazione della espe- rienza e della teorìa in generale, vale a dire a
queUa grande e novissima corrente della interpretazione filo- sofica della
Logica, della Matematica e della Fisica che, per reazione alla vecchia corrente
del determinismo dogmatico empirico e razionale, viene distinta comu- nemente
col nome di tndelermim'f^mo. U.g,l:«iovCTt)Oglc Questo modo di intendere i
fatti proposti, facendoci esordire dalle basi fondamentali delia Logica, della
Ma- tematica e della Fisica ordinaria, ci proietta nei campi sub] imi della
metalogica, della metam atematica (com- prendendo in questo termine la
metarìtmica e la me- tageometria) e della metafisica, nel senso stretto della
parola. Il lettore non si lagni che si introduca nel corso di queste ricerche,
cbe furono finora mantenute tanto vicine alla realtà ordinaria, una serie di
considerazioni astruse. Se egli avrà la pazienza di seguire attenta- mente
questi sviluppi teorici alla cui fortuna lavora- rono negli ultimi
cinqnant'anni molti fra i logici, i matematici e i fisici più insignì d'ogni
parte del mondo, sarà poi in grado di coordinare — per alcune nuove ragioni —
due grandi serie di fatti scientifici che al- trimenti rimarrebbero
sconclusionate ed aberranti: il determiniamo e l'indetenniniamo scientifico.
32. In verità il semplice fatto della posizione teo- rica del determinismo —
importa, per antitesi (la quale non tarda mai a sorgere in tutti i campi) il
fatto del- l'opposizione teorica dell 'in determinismo. Ora se il de-
terminismo può rappresentare per qualcuno la più ti- rannica e in pari tempo
più logica prigionia dello spirito, t'indeterminisTiio può ben rappresentarne
dal canto suo la più sfrenata, metalogica, metamatematica e metafisica
liberazione. Al fatalismo sottentra Ìl mi- ticismo ; ali'dvdTKii l'aTiEipov ;
ad una convenzione pra- ticamente utile, un'altra convenzione teoricamente fe-
conda. Consideriamola dunque brevemente. DÌ fronte al determinismo scientifico
logica e matematico, che alto agitando il rigore e l'universalità delle sne
leggi, ed offrendo il miraggio della sua infallibilità ed ap- plicabilità
universale, preludia assolutamente ad un tempo ia cai tatto it materiale
scientifico sarà cristal- lizzato in forme rigide di ripetizione integrale,
l'inde- terminismo logico e matematico, liberandosi dal con- cetto meccanico dì
cui le scienze logiche e matematiche per tanto tempo s'erano fotte inflessibili
conserratrici, respingendo la necessità e fissità dì tutti quanti gli
assiomi — da quelli geometrici di
Euclide, fino ai lo- gici di identità e di contraddizione — proclama la ca-
duta d'ogni forma di necessità determinante, e slan- ciandosi, con incredibile
ardire, oltre l'agnosticismo formola queste tre conclasioni principali: 1°
tntte le leggi del mondo logico e fisico in ge- nerate hanno un carattere
puramente ideale, e con- venzionale ; 2° tutte le leggi, matematiche in
particolare, non hanno alcun vincolo di rispondenza necessaria colle quantità
reali dell'esperienza; 3° d'ogni realtà di fatto, cosi della natura come dello
spirito, cosi della coscienza come della scienza, si pub trovare nn numero di
soluzioni soddisfacenti variabile all'infinito. Ora questo fiirore di libertà
scieiitifica indetermini- stica, contro il meccanicismo, contro Ìl determinismo
dogmatico ed empirico, contro la logica tradizionale, che vantaggio positivo ha
recato alla scienza? 3^. In primo luogo, circa la Metalogica e la Me- tafisica
giova osservare che esse vengono trascinate a rimorchio dagli audaci novatori
metamatematici, e questa è la ragione per cui fermeremo la nostra at- tenzione,
in particolare modo, sopra il campo dell' in- detenninismo matematico. 34.
Circa la metaritmica poi, non sapremmo in- dicare meglio l'indirizzo
dell'indetenninismo che life-reudoci alla t«oria di Caator. La sua tesi ~
speciolmeute per opera dei suoi pia ardenti segnaci — non solo si ribella al
concetto tradizionale della scienza dei nomeri, ma non è por compatibile con la
terminologia classica dell'analisi e con volo temerariamente sublime oltrepassa
i limiti deW infinito matematico stesso. Adoperiamo questa frase cosi
irrappresentabile e contradditoria ap- punto perchè il transfinito del grande
matematico è un'ipotesi perfettamente irrappresentabile e contraddi- toria. In
verità egli comincia per confondere insieme le due nozioni fondamentali del
numero e della gran- dezza attribuendo alla prima le proprietà caratteristiche
della seconda, quindi servendosi del poderoso strumento della continuità
matematica ~ intesa in un senso suo proprio — ed ammettendo che il numero si
esaurisca in tre processi distìnti: intieri, frazionar!, incommen- surabili,
immagina, per esempio, che l'insieme dei nu- meri incommensurabili sia di
potenza superiore al- l'insieme dei numeri intieri, così introduce la sua
nozione eterogenea di insieme o di gruppo, e con essa la nozione affatto
inafferrabile di un infinito graduato pel quale la serie dei numeri Intieri non
dà che un primo infinito, limitato nella sua collezione, che a sua volta
diventa il punto di partenza di una scaìtnatA strana ed inintelligibile di
infiniti distinti e sovrapposti consecutivamente. È bene aggiungere che questa
serie paradossale metarìtmica, che urta le idee generalmente accettate
dall'umanità, incontra pure resistenze consi- derevolissime da parte di molti
matematici i quali le rifiutano Ogni ombra scientìfica di necessità e perfino
di utilità. Tuttavia, restando paghi di seguire curiosa- mente un' opera di si
audace indeterminismo mate- matìco, possiamo appena conchiudere che la
terrìbile difiìdenza dei sofisti greci anche rispetto alle più rigo- ri
byCooglc 192 rose nozioni delle scienze matematiche, forse doq fa tntt'opera
vana. Le difficoltà, che ora arrestano molti spiriti più sottili e più
spregiadicatt, non hanno gran che cangiato di natura, anzi pare che si vengano
riaf- facciando e precisando inevitabilmente. Uà il risultato più generale di
questo indeterminismo metaritmico non fa che comprovare sempre meglio che, in
ogni ramo delle discipline scientifiche, vano tentativo è stabilire dei limiti
ed affermarli insuperabili, poiché pensare il limite è oltrepassarlo. 35. Circa
l' indetermini smo metageometrico si. possono ritenere come fondamentali a
questa teoria i seguenti ponti: 1° Io spazio reale non è lo spazio euclideo,
sia poco o molto o del tutto differente da esso, a seconda della frase felice e
più generale proposta dal Caiinon. cioè a seconda delle oscillazioni del nostro
parametro spaziale. Infatti, lo spazio euclideo è omogeneo isogeno, cioè
indefinitamente divisibile in partì simili, sempre identico a sé stesso,
invariabile nel tempo, ideale, astratto, immaginario, ipotetico, probabile,
pos- sibile, fittizio, contradditorio, penetrabile, riducibile, contrattibile,
ripetibile, determinato, discontinuo, tìpico, relativo, ecc.; lo spazio reale è
eterogeneo, sempre differente, variabile, concreto, impenetrabile, irriducibile,
indeterminato, indivisibile, unico. Dopo quanto si è riferito — esponendo le
contro- versie (cap. I) e tracciando ■ la storia degli assiomi geometiici (cap.
II di questa parte II) — ne basti l'os- servare in secondo luogo che i
metageometri ammet- tono come dimostrati questi altri punti : 2° la creazione
dello spazio " geometrico , è un semplice atto dello spirito; non v'ha una geometrìa vera, ma v'ha una
infinità di geometrìe più o meno semplici, comode e soddisfacenti. È noto che
nello spazio d'Euclide la somma degli angoli di un triangolo è eguale a due
retti; nello spazio sferico di Biemann la somma degli angoli dì un triangolo è
maggiore di due retti; nello spazio pseudo-sferico di Lobatchewskj la somma degli
angoli di un triangolo è minore di due retti ; nello spazio di Euclide per un
punto non si può tirare che una sola parallela ad una retta data; nello spazio
di Biemann non possono essere rette parallele; nello spazio di Lobatchewsky si
possono tirare infinite parallele ad una stessa retta. Cosi l'iperspazio
geometrico si predica né più né meno legittimo dello spazio geometrico e
subgeometrico, né più né meno impossibile o possibile, per quanto ora — iu
certo modo — si possa dire meno esistente dì essi. Ogni spirito è sbalzato '
irresistibilmente , al di là della 3* dimensione e una volta accettata questa
possi- bilità logica, lo spirito non si rifiuta più di concedere la possibilità
di un'ennesima dimensione ulteriore, e, in breve, finisce per ammettere cbe la
diversità ira le varie convenzioni spaziali piane, sferiche, pseudo -sferiche,
elittiche, iperboliche, paraboliche... non è che una que- stione di parametro,
e che in ultima analisi, forse, non trova tanto assurdo il snppoire che
l'evoluzione di tutto l'universo non sia altro che la funzione di un parametro
cosmico perennemente oscillante dall'infi- ultamente piccolo all'infinìtamente
grande. 36. Queste idee trascinano certo grandi modifica- zioni nelle tesi
filosofiche, concernenti lo spazio, e la A. PiSTOBK, Sopra la teoria dtUa
ScUnta. GG U.g,l:«lov teorìa generale della conoscenza. Noi abbiamo già avuto
occasione di accennare che la certezza apodittica od unÌTersale delia
matematica classica, affermazione ca- pitale per Kant, é ora, se twn scossa,
certo irtterpretata da un punto di vista completamente diverso. Anche
ammettendo col Poincaré che la veriRcazione a posteriori dei postulati
fondamentali della geometria (snpponendola praticamente possibile) non sarebbe
meno illasorìa, e che il Talore soggettivo dei postulati non cambierebbe mai, od
anche ammettendo che si possano segaire le Turìe ipotesi scientifiche
liberamente, e, con facile trasposizione di termini, compiere i nostri studi
con qualunque ipotesi, resta sempre profondamente modi- ficata la nozione
ordinaria della verità, nei vari ordini dei fenomeni. Noi sappiamo, è vero, che
la geometrìa euclidea non è contraddetta da alcun &tto osservabile, ma
sappiamo pure che essa non è trascinata necessarìa- mente dai fatti. Se adunque
la teorìa euclidea non è neppure un'ipotesi necessaria come direbbe il Calinon,
tutte le nostre leggi astronomiche, logiche, matematiche e fisiche, basate sai
calcoli otteunti secondo l'ipotesi d'uno spazio euclideo (ripetizione integrale
di Weber, ecc.) ci danno appena una rappresentazione relativa parti- colare e
determinata del processo naturale dei fatti, la cui scelta, fra gli infiniti
altrì modelli possibili, può essere unicamente giustificata da pure ragioni di
sem- plicità, di comodità, in una parola, di maggior o minor rappresentabilità.
37. Concludiamo. Quando si pensa ai risultati filosofìa più tttili e
collettiwtmente fecondi che si do- vrebbero trarre da questo generale movimento
indeter- mmistico delle matematiche, mémorì della piena e mutua convertibilità,
sostituibilità ed equivalenza delle »ibv
TEirìe teorìe scientifiche, una sola conclusione, a parer nostro,
s'impone ; V opportunismo teorico sopra tutta la linea. Da qaesto punto di
veduta che valore ha dunque il movimento attuale dell'in determini amo
matematico? ' È chiaro che noi dohhiamo vedere in esso nulla più che una
reazione legittima agli eccessi del fatalismo deterministico precedente. Ma
sarebbe ingiusto l'obhare che esso non si limita a poiTS in sospetto l'autorìtà
delle generalizzai ani dogmatiche della scienza, che pretendono di spiegare
esse sole tutta la realtà, appa- gandosi di mutuarvi la vera natura
dell'organamento logico della scienza; quindi abbandonandosi all'impeto della
pia sfrenata illusione, precipita, da troppi lati, nei grandi mari
dell'agnosticismo, del misticismo, del- l'illusionismo e dello scetticismo. La
ragione è chiara. Nello spirito umano , tanto il determinismo quanto
l'indeterminismo proiettano una ombra larga e ingannatrice ogni qual volta si
dimentichi di seguire le due ipotesi, solo fin dove ci permettono di interpretare
' praticamente , i fatti, di aggrupparli, di collegarli fra loro, e di
prevederne dei nuovi; in una parola, solo fino a che esse si mostrano "
pratica- mente , feconde. Ora il giusto mezzo si mantiene solo a patto di non
perdere di vista che le due interpre- tazioni opposte dei fatti non sono che le
due posizioni opposte di uno stesso principio radicale, capace di estrinsecarle
e pure di reintegrarle tutte e due. Cosi, pur giungendo ad una conclusione che
porta la contraddi- zione al cuore della scienza, noi possiamo soltanto con-
cludere che la contraddizione è il segno della segreta opposizione delle cose a
lasciarsi capire " isolatamente „. »ibv Google :ag5g::g25:gg5s5g5s5g^^ Del
fondamenta artistico della scienza. 1. ì^6Ì capitoli antecedenti abbiamo
ottenuto al- cuni risultati notevoli intomo alla teoria dei modelli applicata
alle singole teorìe della Logica, della Mate- matica e della Fisica. Le cose
principali si riducono in sostanza alla constatazione dell'analogia tra gli ar-
gomenti logici della Logica, della Matematica e della Fisica, tutte le teorie
delle quali possono considerarsi — molto vantaggiosamente — come semplici
modelli rappresentativi di ciò che succede nel mondo dell'espe- rienza astratta
ed astn^ÌA-con creta. Se in base a questa considerazione si vuole ammet- tere
in tntta la sua generalità il risultato della teorìa, noi dobbiamo concludere
pertanto che anche le idee, gli assiomi, e le leggi della Logica, della
Matematica e della Fisica non sono altro, alla loro volta, che mo- delli dei
fatti logici, matematici e fisici corrispondenti. Otteniamo cosi
un'interpretazione impreveduta delle tappe principali del processo scientifico
che furono da noi segnate ad una ad una, per richiamare l'attenzione dei
lettori dalla superficie esterna del fenomeno della scienza in generale al
giuoco intimo dei suoi elementi e delle sue leggi; interpretazione del resto
tanto im- prevedata quanta vantaggiosa, non solo per quell'in- teresse che è
congiunto a tutto ciò che si accosta in qualche modo ai principi dell'umano
sapere (quan- tunque, a vero dire, a questo solo ideale si rivolgano le nostre
modeste ricerche), ma anche per le conse- guenze pratiche che se ne possono
evidentemente de- 2. Vogliamo passare ora all'esame d'un problema completamente
nuovo — almeno per la maniera in cui viene posto — e cioè ci vogliamo domandare
se fon- dandoci snlla teorìa dei modelli, dimostrata applicabile rigorosamente
ai vari ordini delle scienze riferiti, pos- siamo giungere a qualche
conclusione definitiva intomo alla natura della scienza. Se non che, non è
nostra intenzione dì correre tutto questo campo nella sua immensa larghezza ;
ci limi- teremo al caso, per noi piil interessante, nel quale sì tratterà di
decidere se si debba respingere o attribuire il carattere rappresentativo,
estetico simbolico alle scienze proposta. L'arte e la scienza hanno qualche
vincolo comune con la realtà? Atti-ibuendo un qualsivoglia carattere estetico
alla scienza non si falsifica il criterio della verità? Non si travisa il pensiero
conoscitivo? Non si rovesciano le basi del sapere scientifico? la forma- lità
estetica — intesa però in modo adeguato ~ ben lungi dall'essere
un'infiltrazione equivoca e rovinosa nella compagine della scienza non sarà
invece da con- siderarsi come un'esigenza indeclinabile del processo
scientifico medesimo? Tate è il problema che cercheremo di risolvere ora,
rÌTendicando i diritti della scienza a partecipare di qnell'omco mondo mentale
di cai il fenomeno scienti- fico e D fenomeno estetico sono due inseparabili
poli. 3. Son varie e di diversa efGcacia le ragioni che si addncono intomo a
questo problema; valgano per tutte qnelle che fìirono radnnate, con singolare
vigore, dal Marchesini, il qnaie, trascinata la questione del fondamento
artistico della scienza sol terreno del sim- bolismo — per la ragione che l'wi«
riposa essenzial- mente nel simbolo estetico o rappresentativo, come sno
essenziale fondamento — respinge quadratamente ogni interpretazione simbolica
della scienza. — Vediamo per sommi capì queste ragioni. " La scienza non è
simbolica, perchè non è simbo- lica in sé stessa la conoscenza, né l'idea che
ne è l'e- lemento essenziale. Ciò risulta dalle cose dette più sopra; ma potrà
ancor meglio apparire da due nuove * Osservazione prima. — La scienza non è,
per sua natura, simbolica, perchè non è nel suo più alto signi- ficato né
puramente soggettiva né puramente ogget- tiva. Se si ritiene simbolica, ciò è
dovuto all'errore per cui si mantengono idealmente contrapposti l'og- getto e
il soggetto. * Osservazione seconda. — La vera conoscenza è nell'idea concreta,
ed è nell'idea astratta solo in quanto questa riassume più idee concrete, di
coi concepiamo l'intima organizzazione logica. Il simbolo è an dato formale che
ci astrae per sé dall'obbiettiva considerazione del fatto, alla qnale è pur
debito di scienza il richiamarci , (1). In fondo si osserva: 1* la scienza è
nella serie dei fatti naturali e umani un fatto dinamicamente continuo.
Considerarla come soggettiva in confronto dell'oggettiva realtà sa- rebbe come
considerare soggettivo l'effetto e oggettiva la cassa. Dicendola simbolica noi
la diciamo implici- tamente soggettiva, perchè il simbolo è infatti per saa
natura soggettivo, ossia convenzionale, mntevole, in- differente, qualità
opposte a quelle proprie del fatto scientifico o, meglio, dell'idea scientifica
del fetto La scienza è l'unità massima dell'essere in quanto ò essere..., e non
essendo quindi né puro pensiero, né puro latto fisico, non è uè soggettiva né
oggettiva, ma la sintesi massima in cui scompare ogni dualismo (p. 230); 2° la
conoscenza puramente simbolica equivale a . pura forma; ma la parte formale,
esteriore, visibile delle cose e dei fatti è ben poca cosa in confronto
dell'intima loro natura e del loro intrìnseco organa- mento. Ciò che distingue
l'arte dalla scienza è il diverso valore che per esse ha il simbolo..., nel-
l'arte il simbolo giova come mezzo rappresentativo, ma in essa ha pure un fine
in aò stesso... |p. 238). Nella scienza il simbolo non ha valore di fine, ma
soltanto di mezzo, di strumento... Il simbolo della scienza ri- cbiama al
reale... esso non deve trasfigurarci la realtà, come fa invece l'arte
vivificandola con il sentimento... (1) Marcbisini, Il simbotUmo nella conosceva
e nella morate. Torino, Ed. Bocca, 1901, pagg. 228, 229, 231 et paisim. inaomma
deve rappresentarci ì tipi e le leggi spogli quanto è possibile d'ogni elemento
pigramente BOgget- tÌTO... (p. 239). La differenza tra la scienza e l'arte e i
simboli rì9pettÌTÌ apparirà poi massima se rignar- di&mo la fonzione di
questi, più volte accennata, che è rappresentativa nell'arte ed esplicativa
nella scienza (p. 240). 4. A queste affermazioni formniate con maggiore O
minore recisione si contrappongono varie osserva- zioni, meritevoli di essere
esposte, dall'esame delle qnali mi sembra che possa venir fuori un esatto cri-
terio per giudicare sui rapporti tra l'arte e la scienza. Prima di procedere
all'esame del significato del sim- bolismo scientifico potrei far notare che se
è vero, da un Iato, che la funzione dei simboli è rappresentativa nell'arte ed
esplicativa nella scienza (p. 240), non sì potrebbe più affatto concedere,
dall'altro, che il simbolo della scienza dovesse ' rappresentarci , i tipi e le
leggi anche spogli quanto è possibile d'ogni elemento pura- mente soggettivo
(p. 239). L'aso di questo verbo ' rappresentare „ deve essere sfaggito, non
v'ha dubbio, nella foga della discussione, la quale del resto procede serrata e
violenta a tal segno che Io stesso Alemanni, pnr difendendo la dot- trina del
simbolismo con singolare coraggio ed evi- denza (quantunque per ragioni in
part« estranee alla nostra discussione), è costretto a dicb'arare dopo le
raplicite obbiezioni del Marchesini: ' Questo si chiama . parlar chiaro , (1).
Altro dovere, però, e ben più importante d'ogni (1) V. Alemanni, L'elemento
psichico. Turino, Union» Tìpogr.-Edilr. scopo polemico, m'incombe. Sono i
fatti, unicamente i fatti che potranno eliminare ogni controversia. Ora l'esame
delle fasi necessarie al compimento dei dne processi, artistico e scientifico,
mi sembra appunto Ìl mezzo più adatto al nostro intento. Si rammentino le varie
operazioni che compie lo spirito amano nella formazione delle teorie
scientifiche in generale: la co- atrazione del modello per rappresentare
ipoteticamente un intiera ordine dì fatti, il funzionamento del modello
escogitato, la deduzione delle conseguenze artificiali, il paragone dei
risaltati artificiali coi risultati nataralì proposti, da ultimo la
formulazione riassuntiva delta legge a cui, specialmente nel caso deUe scienze
mate- matiche, segue ciò che si suol chiamare equazione, la quale non è poi
altro che l'espressione analitica della legge. Il lettore vorrà ammettere, di
buon grado, che questo quadro non fd tracciato per awalorai'e la tesi del
carattere artistico della scienza. Frattanto basta riflettere un istante —
senza alcuna prevenzione — sopra la vera natura della teoria dei modelli
scienti- fici, per riconoscere che le più forti testimonianze ven- gono in
appoggio di quella tesi. Infatti, che cosa sono i modèlli se non imagini scien-
tifiche della realtà? E che cosa sono le leggi e le loro analitiche
espressioni, vale a dire le equazioni, se non rappresentazioni tipiche d'un
ordine di fatti? Non abbiamo riconosciuto con Hertz — ÌI grande matematico che
fu grandissimo fisico ed ebbe anima d'artista, come fu dichiarato da chi (1)
ebbe la fortuna di godere la sua impareggiabile famigliarità — che: (1) A.
Oarbasso, « Nuove Cimento », serie IV, voi, I, gen- naio 1895. A. PuTOBE, Soimi
la teoria della Saenta. 36 Upl:«lov Google conoscere le leggi della natura è
essere in grado di dedurre dallo stato attuale delle cose lo stato loro per on
istante qnalnnqne, e clie la 'ria che segna lo spirito amano per ginngere a
qnesta conoscenza è la segnente : noi ci formiamo degli oggetti esteriori delle
imagini, e cerchiamo di formarcele in modo tale che le conse- guenze logiche
delle imagini siano alla loro TOlta ima- gini delle conseguenze naturaU degli
oggetti? La cosa fn hen constatata senza che si cercasse dì decidere se la
condizione imposta come necessaria alla ricerca ed alla costruzione delle
equazioni poteva get- tare ima qualche Ince ani modo più o meno artistico di
procedere dello spirito umano. Ma lasciamoci dunqae illuminare, senza vane
paure. Quando Hertz, svolgendo rigorosamente la questione di cui parlo, ne
conchiudeva che le teorie della Fisica matematica sono in generale modelli
dinamici delle cose; anzi, in un ordine di idee più largo, che ogni
rappresentazione che noi ci formiamo dell'universo sensibile è un modello
dinamico dell' nniverso mede- simo, finiva egli forse per smarrirsi neUo nuvole
d'un idealismo soggettivistico o cercava di pronunciarsi per la natura
soggettiva della scienza? Cercava egli forse di far rinascere un pericoloso
dualismo fra il soggetto e l'oggetto? Oppure di astrarci daD 'obbiettiva consi-
derazione dei fatti naturali alla quale ò pur debito di scienza il richiamarci?
Ma non vì è an solo competente cttltore della scienza che si rifiati di
riconoscere che il grandissimo fisico ebbe in tutta la sua vita lo studio
costante di mantenere la ricerca scientifica, per qaonto è possibile, vicina
alle cose deUa realtà. Proclamare pertanto la convenieniea positivìstica dì
abbandonare la teoria dei modelli, vale a dire la teoria »ibv dei aiiuboli
rappreBeutatiTÌ , come elemeoto essenziale della scienza, perchè altrimenti *
si confonderebbero in so e nei loro affici la scienza e l'arte ,, non equivale
però ancora fortunatamente a segnare la condanna a mort« della teoria dei
modelli o dei simboli rappre- sentatJTi, che fa lo stesso. Su questo occorre
più che la semplice enunciazione d'on pio desiderio. 6. Non voglio neppure
entrare nei meriti della qnestione proposta, con una pnnta d'ironia, dall'Ale-
manni: * Si comprende facilmente la ragione — egli dice — per coi il concetto
del pensiero simbolo è respinto dal Marchesini. Sgli rende un grande servizio
al positivismo, liberandolo da quell'occulto dualismo che lo inquinava.....
Infatti, dire che il pensiero è sim- bolo delle cose è colpire in pieno petto
quel principio di continuità dinamica che figura come nna delle più gloriose
conquiste del positivismo stesso , (1). Sfa convenga o non convenga alla
coerenza logica del positivismo respingere la tesi del fondamento simbolico
della scienza, la mia preoccupazione attuale k diversa. Fortunatamente, al
disopra d'ogni simpatia scolastica, sono i fatti che vengono in appoggio di
questa tesi, e, nonostante le obbiezioni dottrinarie, legittimano pel futuro le
induzioni in favore della medesima. I giudici più competenti e non sospetti
riconoscono oramai li- beramente che le equazioni scientifiche (le quali, in
fondo, non sono poi altro che modelli o simboli rap- presentativi dei fatti)
esercitano nella teoria della scienza un duplice ufficio, giacché da una parte
esse vengono considerate come fine supremo, a cui è pos- (1) Alemanni, op. ciL,
pag. 57, nota. . sibile giungere per infinite vie, dall'altra vengono as- snnte
essa medesime come ponto di partenza per ul- teriori indagini sulla
costituzione dei fotti. Ecco pertanto i modeUi, cioè i simboli, considerati da
un lato come fine, dall'altro come mezzo e stru- mento di ricerca scientifica.
Le due osservazioni del Marchesini crollano donqne in massima parte senza
rimedio. E questo è un terreno, con molta probabilità, gua- dagnato stabilmente
per la scienza. 6. E cade in acconcio qui di rilevare che neppure l'argomento
della trasfigurazione della realtà, cbe sa- rebbe naturale neU'arte per la
TÌvificazione del senti- mento, ma inammissibile invece nella scienza che deve
rappresentarci i tipi e le leggi spogli quanto è possibile d'ogni elemento
puramente soggettivo (pag. 239), può fornirci un motivo nuovo contro la nostra
tesi. Infetti si pn6 dire , con molto fondamento di ragione , cbe anche la
visione mediata dello scienziato è una defor- mazione, in certa qua! guisa,
della realtà; come ne è una deformazione la visione immediata dell'artista.
Esaminiamo la questione con un po' di larghezza. 7. È noto che ìl passaggio dal
fatto singolo della percezione nella sua massima immediatezza e concre- tezza
possibile al fatto simbolo dell'astrazione nella sua massima mediatezza
possibile si compie mercè alcune operazioni successive che hanno per efi'etto
di eliminare, Sceghere e semplificare la moltephcità dei dati percet- tivi,
quindi di ridurre il fatto concreto ai suoi mìnimi dati percettivi, cioè alla
sua più sintetica unità. Tutte queste operazioni possono essere raggruppate
adegua- tamente sotto il titolo di simbdizzaiiione del fatto. Ma aiceome poi
nessun fatto scientìfico è tale per sé stesso, richiedendosi alla sua qualità
di dato scien- tifico cbe si colleghi cod gli altri dati (giacché la co-
noscenza ha apposto nn semplice valore particolare, mentre la scienza ha un
valore collettivo), co^ occorre on'olteriore sistemazione del fatto stesso, la
qaal« viene mercè una subordinazione, o una coordinazione, o organizzazione, o
collegamento, o composizione del fatto nella rete determinatrice della scienza.
Questo secondo periodo potrebbe ricevere il nome di determi- nazione
dell'ordine. Fatto ed ordine, ecco ana forma nuova e pnre ac- cettabile di
qaeUa suprema dicotomia della scienza, che fu già riscontrata tante volte —
lungo queste ri- cerche — con parole diverse ma equivalenti. 8. La posizione
del fotto scientifico è, in certo modo, la posizione del simbolismo; la
posizione del- l'ordine è, in certo modo, la posizione del determi- nismo. In
verità, tuttociò che sappiamo, sotto forma scien- tifica, della realtà è solo
una rappresentazione, cioè un modeRo , come disse Hertz , o , come disse Da
Bois- Redmond, on simulacro (surrogai) di spiegazione. Ma giova sempre
ricordare che questa finzione rap- presentativa è rnnica condizione di
orientamento pra- tico e di comprensibilità che ci sia data nell'infinito campo
delle modificazioni sensibili. L'unica certezza che ci sia concessa tanto della
realtà ideale quanto della materiale s'erige ancora — in ultima analisi — sopra
qnesto simulacro di spiega- zione. E la scienza che cerca senza posa di
scoprìi-e le leggi dei fatti, secondo la processuosità della teorìa dei
modelli, si risolve in gran parte in un vero processo di imitazione che diventa
la condizione stessa della saa esistenza. 9. Uà l'oggetto della scienza, come
quello del- l'arte, non è solo l'icnìtazìone. Ciò che ammiriamo in un'opera
d'arte, ciò che in easa ci piace, non è la sola rassomiglianza est«raa delle
cose, ma è in qnesta rassomiglianza pure indispensabile, ciò che l'artista ha
sapnto porre di nuovo, di inatteso, di sorprendente, nna gioia del pensiero in
nn godimento del senso, la vita interiore dell'anima nella vita esteriore della
realtà. Ciò che ammiriamo in una legge scientifica non è la sola
rappresentazione letterale ed analitica d'un dato ordine di fatti presenti, ma
è in questa rassomiglianza adegnata ciò che lo scienziato ha posto di nuovo, di
sorprendente, d'augusto, cioè la certezza razionale di poter dedurre dallo
stato presente delle cose lo stato loro per un istante qualunque. Né altro
facciamo — avverte il Marchesini medesimo in uno dei suoi più cari e non
infrequenti lampi di genialità — in ultima analisi, stabilendo una legge,
fuorché lanciarla per cosi dire, nel campo dell'infinito, nonostante i limiti
della nostra intelligeaza (1). Ciò che ci esalta nell' opera d'arte e
costituisce la SUB bellezza, non è la parte più immediatamente pre- sente e
fotografica della realtà; ciò che ci interessa di inquadrare nelle leggi
scientifiche e ne costituisce la sna verità, non è già la parte più
immediatamente presente ed episodica della realtà in cui si presentano troppi
jH<n<t morti che non possono entrare nella espres- sione riassuntiva
della legge. La verità che vogliamo (1) G. Marchbbeni, faggio sopra la naturale
unità del pensiero. Firenze, Sansoni. gettare nello stampo ferreo della legge è
la parte tipica, più intensa, piò sintetica, più costante che deve espri- mere
il vero carattere vitale, l'anima, direi quasi, delle cose. Qnesti caratteri
tipici, permanenti danno quasi la msi(me noumenica d'un intiero ordine di
fatti, e sem- brano, per tal modo, più reali d'ogni altra più con- creta
realtà. È vero che nella realtà — come osserva lo Scalinger — ogni fetto
singolo, Ogni particolare ha un'importanza per sé ; anzi, per essere più
esatti, in una scena che la natura ci presenta, nulla è secondario; perchè
ciascun elemento ha la saa determinazione, sia di forma, sia di sostanza, e il
carattere di ciascuno varia a seconda del modo onde le varie scienze lo
osservano (1). Nello stesso ordine di fatti naturali, esistono senza dubbio
delle proprietà che interessano un Ssico e la- sciano del tutto indifferente un
chimico, un fisiologo, un psicologo, un sociologo, ecc., altri che attraggono
un logico e rimangono del tatto estranei ad un botanico, ad un industriale e
cosi via. Uà se in un medesimo ordine di fatti varie proprietà attraggono varie
specie di osservatori, è puj'e inne- gabile che in sd quello stesso ordine di
fotti è indif- ferente a porre in moto una corrente di pensieri, di
osservazioni, o di azioni più tosto che un'altra. E ciò è vero non solo per la
scienza, ma anche per In&tti, chi non sa ohe per lo scultore, in un dato
soggetto, ha una mag^or eloquenza qael tratto di realtà che eccita il suo
sentimento plastico, mentre il musico discopre più intimamente quell'insieme
ritmico (1) ScALiNoiR, L'estetica di Ruikin. Napoli, Libreria Detken e Rocholl,
1900, pag. m. »ibv Google dì elementi che rivela an liagaaggio armonioso a lui
solo, come il poeta, a saa volta, riconoscerà in esso quel contenuto ideale che
più spontaneainente fa rima con i suoi sentimenti, ed anima la visione della
sua &ntaBÌa? L'arte e la scienza adonque non sono che una scelta di quegli
elementi e di qaei rapporti che esprìmono e rappresentano più sinteticamente
una forma di bellezza e di verità. L'artista e lo scienziato, per tale
riguardo, non fanno sostanzialmente che uno stesso lavoro, ma in senso inverso.
L'artista deve riuscire ad essere lo storico del sen- timento e della fantasia
della natura, per virtù del suo entusiasmo e delle sue simboliche imagìni di
bellezza. Lo scienziato deve riuscire ad essere lo storico della ragione della
natura per virtù del suo entusiasmo e delle sue simboliche imagini dì verità.
10. Scegliere è il privilegio incosciente dell'istinto estetico, come è il
privilegio cosciente dell'istinto scien- tìfico; in ambi i casi è la forza più
libera e domina- trice del genio. L'artista cerca un dato effetto d'insieme in
un'opera d'art«; Io scienziato cerca l'unità di un dato ordine di &tti in
una legge. Se ciò non accadesse per l'arte non so come — interpretando un'opera
d'arte — po- trebbe essere comunicata alla nostra emozione quell'u- nità
estetica cbe l'artista ha gustato nella sua coscienza, se ciò non accadesse per
la scienza, non so come noi potremmo — interpretando una l^ge scientifica — es-
sere in grado di dedurre daUo stato attuale delle cose lo stato loro per un
istante qualunque. Se cosi non fosse, come si potrebbe giustificare quella
legge in cui il Taine ha fatto consistere il compito dell'artista, e in coi SÌ
potrebbe altresì far coneUtere il compito dello scienziato, la ricerca cioè e
la conquista del carattere essenziale e predominante delle cose? Un pittore di
fronte ad nna scena natnrale, sentendo convergere la sua ammirazione nei ritmi
più espres- sivi di bellezza onde il paesaggio ha vita , raggrappa questi ritmi
secondo un ordine che risponda a tutte le Bue facoltà visive, morali ed
intellettuali, e traduca più intensamente — concentrandola con estrema violenza
e ^quasi materializzandola — l'armonia della acena e delle figure, n pittore —
osserva ancora lo Scalinger — vive nel mondo delle imagiuj artistiche; il suo
lavoro sta appunto nel ridurre aUo stato di imagini tutto ciò che traversa
l'anima di lui ; per lui la condizione unica di conoscere le idee è di sentirle
nell'espressione sen- sibile, e di vederle dentro dì lui (1). E lo scienziato
non vive forse anch'egli nel mondo delle imagìnì scien- tifiche cioè delle
leggi dei fatti? Il suo lavoro non sta appunto nel ridurre aUo stato di modelli
tutto ciò che cade nel campo della sua esperienza? E per lai la condizione
unica di conoscere i fatti nel loro essere e nel loro divenire, non è forse di
sentirli nell'espres- sione analitica delle leggi, vale a dire nel vederli de-
dotti e deducibili nel campo dell' infinito? 11. Ma altri rapporti inosservati
passano tra la ricerca scientifica e la ricerca artìstica, rispetto al loro
scopo. Arte e scienza cercano entrambe la totalità dì alcuni elementi
rappresentativi. Infatti,
dice il Gayan : ' Le bat de tout écrivain est de prodnire chez le lect«nr la °
iotalité , de l'émotion qu'il décrit, et cela, en dé- (1) ScALiNGBR, op. cit.,
pag. 73. A. FiBToei, Sotfra la teoria dtUa Sdenta. IR U.g,l:«lov Google 210
crivant le ' pina petit nombre , possìble des symp- tAmea eiténears on
intérieurs de cette émotion. * H fant donc choisir panni ces symptAmes, noa pas
tonjoars les pltis " sailiarUs , mais les plas ' con- tagieni , .
L'émotioa sympathiqae da lectoar est toryourB en raìson inrerse de là dépense
d'atteufion qa'on a exigée de Ini. • Les choix des symptOmes de l'émotion est
ce qm caractérise l'art de l'écrÌTain; et ces symptOmes penrent s'empnmter
indìfréreiiimeat aa. domarne physiolo^qae ou psychologique , (1). E per la scienza che altro si cerca
di fissare in modo definitivo nella legge se non la totalità degli elementi
essenziali all'accadere di nn fatto o di on dato ordine di fatti? Dunqne se la
scienza stessa deve cercare i rapporti costanti e tipici sotto il settemplice
velo della realtà, la scelta per lo scienziato non è pia solo oa arbitrio ma è
imprescindibile dovere. 12. Si potrebbero nondimeno trovare moltissime e
profonde differenze tra il compito dell'artista e quello dello scienziato.
Biporterò un episodio ernioso che potrebbe con- trapporre in modo radicale
l'esigenze dell'arte e l'esi* genze della scienza. TJn ^omo Tumer disegnava dal
vero il porto di Plymouth e ritraeva sagome di vascelli a qualche miglio di
distanza e visti contro luce. Un ufficiale di marina, a cui l'artista mostrò il
la- voro, rilevò con indignazione che ì vascelli mancavano della cannoniera. * Se voi salite
sul monte Edgecombe (i) GuTAU, L'art au point de vue sooxologique. Parìa, 1897, IV odii. »ibv Google
rOKI>AUBNT0 ABTISTIOO DELLA eOIBNZA —
rispose Turner — e guardate i vascelli contro luce al tramonto, constaterete
che non è risibile - il ba- stagio „. E avendo l'afficiale replicato che Tamer
non igno- rava l'esistenza della cannoniera, questi rispose : " Il mio
compito è di dipingere ciò che vedo, non qnello che so g (1). Ora è certo che
nel regno delle scienze nn teorico potrebbe dire con eguale franchezza: * Il
mio compito è di formulare ciò che so, non quello che vedo ,. Tut- taria questo
fatto non può riuscire che a dimostrare sempre meglio che se l'artista non
tiene calcolo, nei suoi modelli, che della distanza apparente, mentre, nei suoi
modelli, lo scienziato non tiene calcolo che della distanza reale, entrambi
però fanno niente altro che un poro lavoro di rappresentazione dei fatti, ma in
senso inverso, come s'è già detto altra volta. 13. Ma forse si potrebbe credere
che la condanna inesorabile della nostra tesi venisse appunto da questa interpretazione
del diverso lavoro rappresentativo com- piuto nella scienza e nell'arte che
dovrebbe, secondo noi, somministrare un'arma tanto ofSlata contro la tesi
contraria. Infatti si potrebbe dire : se è vero che l'arte si ferma alla
rappresentazione dei fenomeni apparenti, mentre la scienza, oltrepassando la
sfera d'ogni appa- renza fenomenica e quindi rappresentabile esteticamente,
cerca dì sorprendere soltanto i rapporti tipici e fon- damentali che si
riproducono costantemente iu tuttJ i. casi, e questi solo riprodurre neD'
espressione simbolica della legge, ne risulta che ciò che si vorrebbe far pas-
(1) ScAUNaiB. sare per rappreaentazione estetica dù fotti ìd verità non è altro
che una presentazione antiestetica dà &tti stessi, per la semplicissima
ragione che la scienza evade, per ipotesi, dall'onica sfera dell'estetjca
rappresenta- bilità. Dunque il parlare di rappresentazione estetica o sim-
bolica che dir si voglia nel processo della scienza, non è che nn gratuito
abaso di linguaggio, il quale non può rinscire che a confondere in sé e nei
loro offici la scienza e l'arte. Ciò infatti che dìstingne l'ima dal- l'altra è
la diversa ricerca che per esse si & della realtà; l'arte cerca e compie la
rappresentazione di ciò che è rappresentabile, l'imitazione di dò che è qoasi
otticamente visibile, la rìprodnzione del sensibile insomma, ed essa vive tra
le figure che si incontrano nella realtà; la scienza, per contro, cerca e
compie la registfazìoue di ciò che non è rappresentabile, perchè oltrepassa la
sfera episodica dei sensi, l'espressione di ciò che è esteticamente
inesprimìbile, la rìprodazione dei rapporti astratti insomma, ed essa vive in
nn mondo di idee sema-faccia, che non s'incontrano pnnto nel- l'immediata
realtà delle cose. I modMi scientifici, in poche parole, non potrebbero mai
essere dei ritratti delle cose, perchè mentre il ritratto artistico ci richiama
all'esatta, rigorosa e quasi meccanica rappresentazione o imitazione della
realtà, la legge scientifica ci trascina alla determinazione pura e semplice
del tipo che, sella visione della realtà sempre cangiante dei fenomeni, non
esiste. 14. Ma qneste obbiezioni sono più apparenti che reali, ed io voglio
fermarmi appunto un istante a di- mostrarlo come complemento necessario della
nostra tesi, perchà nessun altro esempio potrebbe istrnirci intomo alla natura
dell'arte, e per riflesso intomo alla natura della scienza, meglio che il
ritratto. Dopo questi ultimi schiarimenti voglio sperare che non si tarderà più
a riconoscere che quali che siano le differenze che COntribuiBCono a
distingaere nettamente la produzione dell'opera artistica dalla produzione
dell'opera scien- tifica, differenze caratteristiche — si noti bene — ohe non
si possono e non si debbono assolutamente di- menticare, senza cadere nel ridicolo,
sarebbe similmente affatto ridicolo l'ostinarsi ancora a negare una serie di
analogie &a i due processi, che sono imposte dai fatti. 15. È noto che vi
sono più maniere di capire e di fare il ritratto, e ciascun ritrattista di
genio ha la sua maniera personale ed unica di rendere la vita degli altri e il
suo proprio stile. V'ha il ritratto dei maeslri italiani dove si ritrova
l'abitudine delle grandi com- posizioni e la preoccupazione della forma umana.
Y'ha U ritratto Intimo degli olandesi: Mire velt, Franz Hals, Holbein, Yan der
Helst. Vha il ritratto, il superbo ritratto decorativo, ricco d'infinite
varietà personali; il ritratto di Rubens, in cui le energie corporee paiono
cantare il loro più alto inno di gioia; il ritratto di Van Dick, pieno di nna
grazia e d'un'eleganza mirabili ; Ìl ritratto di Rem- brandt, avvolto in una
tragica fiamma di realità e di idealità contrastanti ; il ritratto di
Velasqnez, chiaro, schietto e grandioso, dove l'aria e la luce digradano con
verità meravigliosa, e i personaggi sono collocati in mezzo ad un lume vero
come il reale. V'ha il ritratto sensuale e psicologico dei francesi e dei
tedeschi contemporanei. V'ha il ritratto spiri- tuale dei Bìmbotisti e cosi
via. Ma tutti i maestri. tati per i loro difetti, sia per le loro buone
qaalità, s'ac- cordano mirabilmente nel confidarci che il ritratto non è una
semplice imitazione dei dati esteriori della vita. Senza dabbio esso la
suppone, ma come un fine più alto. Ma quale fine? Guardate Holbein. Ninno più
di luì ha posseduto l'arte di concentrare ciò che v'ha di originale in una
faccia, in un corpo; egli scopre i segni più fiigaci e iu pari tempo più
espressivi e li accorda, egli estrae dagli accidenti Ìl carattere fisico in ciò
che esso ha di per- manente, egli afferra in ciò che ha di più intimo e di meno
comunemente percettibile la personalità vivente. Guardate i suoi ritratti più
famosi dove l'osservazione psicologica e l'evidenza della rassomiglianza sono
spinte fino allo scrupolo; pure, come osserva molto profon- damente il Sóailles
a questo riguardo, ciò che noi am- miriamo non è la rassomiglianza, nel senso
banale della parola, è invece il concerto dei tratti espressivi e la sedia
delie aUitttdini simboliche cioè più sitUe- tiehe deUa vita. Il ritratto è
un'opera d'arte appunto perchè ò un'opera simbolica creata per l'azione armo-
nica dei sensi e dello spirito. Ma l'arte non è mai stata un catalogo di
fotografie ; essa conginnge sempre nell'opera sua ciò che si congiunge
spontaneamente nel cuore e nella fantasia dell'artista. Che ci deve preoc-
cupare la presentazione di ciò che ci richiama all'esatta, rigorosa e qaasi
meccanica calcografia della realtà sempre cangiante negli individui ? Ma non
amiamo i ritratti di Yelasquez, di Holbein e di Bembraudt senza che ci
preoccupi minimamente l'impossibilità di con- frontarli eoi loro modelli ? 16.
L'arte vera non cerca né l'astratto assoluto che per essa non esiste mai, né
l'empirico episodico che non esìste che un istante. Per eguagliare la na- tura
e vincerla nel suo pììi geloso segreto di vita, gli artisti non hanno da
cristallizzare semplicemente, a guisa d'istantanee, le varie particolarità
contingenti e sa- pervacanee delle cose. Infatti, come copiale un oggetto
vivente che — nel senso stretto della parola — non resta giammai quello che è
in un dato momento, ma cangia senza tregua ? Discemere nella varietà delle
fisionomie che si sacce- dono, come i sentimenti che passano involontariamente
ed a cui corrispondono sempre particolari atteggiamenti dei corpo, discemere —
dico — la fisionomia invisibile ma pur tipica e vera che si cela sotto tutte le
infinite apparenze visibili ma insignificanti, ricavare ed espri- mere il
carattere intero d'una vita, rivelare le gioie ed i dolori del passato, far
presentire quasi geometrica- mente il suo destino, formulando in certo qual
modo la legge fondamentale della sua vita, ecco l'intento su- premo del
ritrattista che sappia profondamente qnale è l'augusta missione dell'arte. 17.
Ed è forse radicalmente diverso l'intento dello scienziato quando s'accinge a
ricavare l'unità estraendola dalle particolarità contingenti che la dissi-
mulano e con maggiore o miaore rapidità e felicità in- tuitiva si costruisce
una serie di modelli provvisori e preparatori, a guisa di abbozzi, di frammenti
o di studi, d'approssimazione per arrivare più sicuramente alla costruzione
definitiva del modello dei modelli, cioè al si- stema supremo delle equazioni
che dovranno costituire un'immagine accettabile dell'universo sensibile? 18. Si
obbietterà forse ancora che almeno questi modelli scientifici non rassomighano
precisamente ad alcun oggetto reale e sensibile, appunto perchè ne rap-
presentano soltanto la trama iiUeriore, mentre in tatti i oasi le figurazioni
artìstìche raffigurano od evocano sempre degli esseri reali e riconoscibili
immediatamente? 19. Ma è poi vero che l'arte abbia sempre da prodarre delle
rappresentazioni somiglianti ad alonno? Io non lo crederò mai. Se i personaggi
evocati artisti- cament«, nel calore della fantasia, per esempio, non rassomigliano
ad alcuno, che monta? L'essenziale è che essi vivano in tm dato ambiente.
L'ambiente della scienza è l'infinito, o ciò che si pone per tale. Mi sia
lecito di ripetere a qaesto riguardo un pensiero che ho già espresso in altra
occasione, ma per una questione analoga (1). Voi potete togliere alla realtà
anche la sua fisionomia, pnrchè voi le imprimiate la vostra. — La natura e la
storia hanno per sé lo spazio ed il tfimpo; noi troveremo sempre un minato
speciale per fermarvi Ogni evocazione, sempre un punto adegnato per collo-
carvi ogni personaggio anche irreale. L'artista ha da lottare con la materia,
ma per la unità del suo sentimento imprime alle pure creazioni della sua
fantasia anche un più complicato ed intenso fremito di realtà e dì vita. La vera
opera d'arte non ba mai né diritto uè dovere di essere ona semplice imitazione
dei dati esteriori delle cose. Il sno fine è ben più alto : è la ricerca e la
comunicazione delle forme più sintetiche cioè più simboliche della vita,
analoga- mente alla scienza la quale pare aspira alla conoscenza integrale
della realtà cercando di costruirsi, a tal uopo. (1) Cfr. il mio articolo €
Davide Calandra e il mo- numento al Principe Amedeo > nella < Nuova
Antologia >. J FOHDAMBNTO ABTISTIOO
DELLA SOIBNZA 217 una suprema immagine accettabile (ein ztdSssiges BUA)
dell'universo. 20. Il lettore che ha avuto la pazieusta di se- guirmi sin qui
voglio sperare clie avrà trovato modo di convincersi pienamente, a qualunque
scuola appar- tenga, che la teoria dei modelli basta da sola a con- ferire un
carattere strettamente artistico alta scienza, perchè in breve se noi
ammettiamo che ogni teoria scientifica è in generale un modeUo, dobbiamo ammet-
tere che quello che è vero per le singole teorie scien- tifiche è vero anche per
l'intero edifizio della scienza, che le raccoglie tutte in aè. Per amore di
brevità non m'indugio a fare risaltare su quali altri punti si riconfermi
l'accordo fì:a la teorìa dei modelli artistici e la teorìa dei modelli
scientìfici. Piuttosto voglio aggiungere ancora alcune altre prove dì natura
alquanto diversa, ma ben imponenti e deci- sive in favore del carattere
altamente estetico della scienza, per non sottrarmi, con un solo ordine di
ragioni, al mio dovere di fronte a coloro, e sono i più, i quali credono
fermamente che sia un formidabile abuso di linguaggio parlare di fondamento
artistico della scienza e a dirittura pazzesco ogni tentativo di ravvicina-
mento tra i due processi ; tanto è difficile, per uno spinto sprovvisto di
formazioni matematiche, ad es., rendersi conto — anche da lontano — della
natura e dei diritti presenti di queste scienze dalle multiple branche, e tanto
sono rarì i casi degli studiosi che siano ad un tempo stesso e buoni filosofi e
buoni ma- tematici, secondo l'altissima idealità di quel grande uomo che fa
Leibniz in cui mirabilmente rifulge la portentosa congenialità della matematica
e della filosofia. I sostenitorì del carattere artistico della scienza sono A.
P., Sopra la teoria deOa 3cienxa. 28 U.g,l:«lov molti e molto competenti.
Sentiamone alcuni, e primo per tatti il Visconte Roberto Adhémar, il qnale in
uno splendido saggio ' Art et Science , pubblicato sulla Reme des Deux Mondes
(1), rileva appunto i più po- derosi argomenti in favore dì questa tesi, e le
sue pa- role hanno non di rado l'accento inspirato del poeta. In una questione
cosi grave il pensiero di questo forte scrittore merita veramente d'essere
riportato. Con lui è ben piacevole cosa l'osservare che il Taine me- desimo
dopo d'aver diviso la vita umana in due circoli: l'ano inferiore
(conservazione, perfezionamento e pro- pagazione della specie : lavoro,
industria, famiglia, stato, leggi, armate, ecc.); l'altro superiore o di
contempla- zione (per cui l'uomo si interessa alle cause permanenti e
generatrici da cui dipendono il suo esaere e quello dei suoi simili, ai
caratteri dominatori ed essenziali che reggono ciascuno insieme e imprimono il
loro stampo nei minimi particolari) rammenta che vi sono due vie per
raggiungere questo secondo circolo: 1° la scienza, per cui l'uomo scoprendo
quest« cause e queste leggi fondamentali le esprime io fòrmole esatte e in
termini astratti ; 2° l'arte, per cui l'uomo manifesta queste cause e queste
leggi fondamentali dì una guisa sensibile, rivolgendosi non solo alta ragione
ma ancora al senso e al cuore di tutti gli uomini dai più eletti anche ai più
ordinali. Questa divisione avvicina in modo sorprendente i due campì dell'arte
e della scienza e ci spinge con maggiore chiarezza a investigare se, ad onta
dell'essen- ziale differenza, l'arte che tende alla realizzazione ed ADHÈUjiit, Art et Science, t Bevuc des Deus
Mondes. alla comonicadone del bello, tanto nei sentimenti che mette in gioco,
quanto nei metodi e nei risaltati, non abbia pi-oprio niente di comune con la
scienza che tende alla realizzazione e alla comunicazione del vero tanto nelle
idee che mette in gioco, quanto por nei suoi metodi e nei suoi risultati. Ora
non v'ha dubbio che nei veri temperamenti scientifici — e naturalmente si
intende qui di parlare di coloro che con un vigoroso colpo d'ala si elevano ben
aito, al disopra della folla dei particolari insignificanti e non di quei
temperamenti miopi e semplicisti che non conoscono la scienza altro che nei
frontispizi dei libri didattici elementari, — l'impressione scientifica
prodotta da un'opera di verità, ammirabile per l'ordine delle idee, la
proporzione e la unità nella molteplicità, è tanto violenta e maravigliosa da
confondersi affatto con l'emozione estetica prodotta da un'opera di bellezza, e
ammirabile per le stesse e precise ragioni. Questo latto singolare della
fusione del sentimento estetico con quello scientifico è dichiarato
splendidamente dal Poincaré, nelle pagine in cui com- menta l'opera del
Comandante Halphen. ' Le savant digne de ce nom, le géòmèlre surtout, éprouve
en face de son (eavre la méme impreasion que l'artiste; la jonissanoe est aussì
grande et de méme nature. SÌ je n'écrivais pas poux un public amoureux de la
science, je n'oserais m'exprìmer ainsi ; je redou* terais l' incrédnlitó des profanes.
Mais ici je puis dire tonte ma pensée. Si nons travaillons, c'est moins pour
obtenir ces resultata positifg, aoxquels le vulgaire nons croit uniquement
attachés, que pour ressentir cett« émotion esthétique et la eommuniquer à eeux
qui sont capables de l'éprouver , (1). (1) n. PoiHCAHÉ, « Journ. de l'École polytechnique. Dopo si
esplicite dichiarazioni io non ho più che la difficoltà della scelta degli
argomenti, e la paura di dilungarmi troppo nel riferire ciò che pnò
considerarsi come peculiare al mio assonto. Ormai non sarebbe più necessario
interrogare altri scienziati al proposito; ma la parola d'un altro grande
pensatore verrà ancora op- portnoa a chiarire come la costmzioae dei
meravigliosi edifizl immateriali delle matematiche, in coi a' indovina non di
rado una potente inspirazione geniale, sia propria- mente diretta dal gusto
estetico. Ecco che cosa pensa il Tannery intomo a quel periodo di costruzione
del- l'opera scientifica che corrisponde perfettamente all' in- spirazione
dell'artista per la creazione dell'opera d'arte. " Dans
cette merveilleuse organiaation de l'idée do nombre il semble qne l'homme se
soit joaé des ob- stades les plns impossibles h sortnonter, qui l'attiraìent et
qn' il a plus d'une foÌs réussi à toumer. * L'obstacle n'était vralment dépasse
que quand l'homme avait retrouvé, souvent démesurément agran- dies, les lois
qui régissaient le dotnaine qu'il venait de qoitter; son goùt esthHtque poar
l'ordre pour ce qui est, à la fois, nonvean et le méme, était satisfait pour un
instant „ (1). Sorvolo sopra l'impiego
dell'intuizione e dell'ima- ginazione che è di capitale importanza nelle
scienze tutte, e massimamente nelle scienze astratte che hanno estremo bisogno
di essere costruite con architettonici e maestosi coordinamenti di idee. Non solo
le arti dunque sono belle, ma sono belle anche le scienze in generale e la
logica, la matema- tica e la fisica in particolare e ì sommi logici, i mate-
matici e i fisici non sono altro che sublimi inventori, 1 (I) TiNHBRT, « Revue
generale des Sciences. creatori e poeti. TI genio scientifico e il genio
poetico non sono di natura differente. Il Yìscon te Roberto Adhémar,nel suo
splendido ^Sb^^i'o sopra l'arte e la scienza, sostiene ancora che tutte le
opere nmane sono disponibili in una acala costruita in modo tale che la
bellezza venga di più in più liberata dalle forme sensìbili, e i piaceri dei
sensi siano decre- scenti allorquando diTentano crescenti i piaceri dello
spinto. Presso alla sommità sarebbe la bellezza ma- tematica cosi pina e cosi
serena che precisamente non potrebbe essere gustata o rivelata foorcbè per una
gra- dazione di bellezze di cui essa sarebbe il termine qnasi snpremo. E verso
la fine egli grida, con accento veramente commosso: ' Bisogna che l'idea
(rons^Mceo* attraverso il segno; sii symbolum translucens. Questo non è meno
vero dell'arte che del linguaggio matematico ,. ' L'opera d'arte deva essere
come una lampada d'a- labastro, di cui la materia sia bella e pura: l'idea
della bellezza brucia al di dentro come ona fiamma e ne rischiara la forma .
dice Àl&edo Tonnellé (1). ' Nell'opera matematica l'alabastro è ridotto
quasi a nulla , noi contempliamo la fiamma medesima , la lace nella sua
sorgente , (2). 21. Attraverso i molti rigiri delle frasi, un po' vaghe per necessità
trattandosi d'una questione che non compatirebbe di essere esposta con assoluto
rigore, siamo donqne riportati a concludere che il dissidio fra (1) A.
ToNNBLLtì, Frammenti sur FArt et la Philosophie. Paria, 1874. (2) Adhémar, Art
et Science, « Revue dea Deux Mondes », 15 janvier iPOO. un certo qual modo dì
intendere il procedimeato del- l'arte e un certo qual modo di intendere il
procedi- mento della scienza non è inconciliabile, come in prin- cipio si era
sospettato. Il grande problema della teoria della scienza acquista, per
conseguenza una base assai più larga e più solida in questo vincolo che noi
stabi- liamo lira la teoria della scienza e la teoria dell'arte, entrambe
rivolte alla rappresentazione comune della realtà, per quanto restino collocate
ai poli opposti dello stesso mondo mentale. 22. E se tate è il ct>nipito
prescritto all'airte ed alla scienza, perchè mai dì tanto biasimo sarebbe degna
quella opinione che fa professione più aperta ed evi- dente di simbolismo bene
inteso, cosi nel campo del- l'arte, come in quello della scienza? L'affermare
che tanto l'arte qaanto la scienza hanno — entro certi limiti — un carattere
simbolico rappre- sentativo comune non importa la rovina né dell'una né quella
dell'altra, uè segna la condanna del positivismo, né è destinata a portare in
trionfo l'ideaUsmo né il dua- lismo, né qualsivoglia altro sistema filosofico
siffatto. 23. Tutto sommato — e per ritornare definitiva- mente alla teoria
della scienza che non fu abbandonata un istante fuorché per guardarla da
lontano con un diverso angolo visuale — avendo stabilito che le varie opera-
zioni in cni si risolve il processo scientifico si riducono alle due seguenti :
1° la simbolizzaziane del fatto; 2° la determinazione dell'ordine ; possiamo
comprendere che la scienza considerata in tutta la sua teoria non è che an
vasto determinismo simbolico, simbolismo deterministico che dir si voglia, il
quale paò essere considerato alla sua volta come un semplice modello della
realtà. Per esso la visione " mediata , dello scienziato al- terando,
modificando, deformando vale a dire in tntti i casi sempre formando
volontàriamente la presenta- zione immediata dei fatti, come avviene ìn ogni
fatto d'esperimento, modella e collega i fatti con quell'unica maniera che è
propria della mente umana. 24. Questa deformazione è ad un tempo arbitraria e
necessaria. L'arbitrarietà deriva dall'aggiunta della duplice alterazione
simbolica e deterministica ai fatti dell'esperienza immediata; la necessità
deriva dall'im- possibilità di costruire la scienza umana diversamente. Noi
siamo liberi, è vero, di costruire o di non co- struire la nostra scienza. Se
vogliamo restare nell'incoerenza dell'esperienza immediata senza dubbio
evitiamo di cadere nella rete determinatrìce e simbolica della scienza. Ma se
vogliamo fare un solo passo fuori del campo coerente dell' esperienza immediata
verso un organa- mento scientifico qualunque, il simbolismo e il deter- minismo
dell'esperienza mediata sono inevitabili. La coerenza logica si compera
pertanto a. ben caro prezzo — ma l'acquisto è fonte di tutti gì' incompa-
rabili vantaggi della civiltà 1 26. L'esperienza immediata raccoglie i fatti
sin- goli e concreti della realtà e li ofire all'elaborazione superiore
dell'esperienza mediata, la quale spogliandoli gradatamente di tutto ciò che
non è tipico e scienti- ficamente rappresentativo, li attrae, li purifica, li
sim- bolizza, e finalmente quando non ha pìii lasciato loro altro fuor di cìD
che li fa vedere dò che sono o <nò »ibv Google 224 PASTE ni. — OAPITOLO II.
che diventano distìnti dft tatti gli altri, li getta nello stampo definitÌTO
della legge. Quindi la scienza li dis- secca e li coneerva nelle sue forinole
cod strette e proTTidenziali coim le bende d'una mummia, e se ne Yale come
d'esserne concentrate di realtà. 26. Ma i fatti scientifici saperiori, vale a
dire le l^gi in cni si esprìmono, per tal modo, nella loro tìpica verità e
nella loro astrattissima purezza i carat- tflrì fondamentali delle cose, sono
bene spesso inattesi, sorprendenti e talora perfino incredibili. Sovente essi
non hanno, per chi voglia applicarli pra- ticamente, né conseguenze dirette, né
comodità sensi- bile, né bellezza evidente ; e per conseguenza i loro valori
sfuggono ai criteri degli storici troppo superficiali. La filosofia soltanto
potrà riconoscere e scegliere ed ac- cogliere ancora nna volta questi simboli
derivati in una sintesi o modello supremo rappresentativo di tutti gli ordini
dei fatti conosciuti. Ma non è il caso di insistere, per ora, sopra questo
«■^omento. 27. Piuttosto conviene rìassumere i risultati piìi notevoli ai quali
siamo giunti in questo capitolo. Es- senzialmente: abbiamo veduto quanto abbia
di arbi- trario e di falso Ìl proposito di negare ogni carattere simbolico
all'organamento logico della scienza. Fra il processo rappresentativo o
simbolico dell'arte e quello della scienza sono state riscontrate alcune
profonde analogie, le quali ci costrìngono ad allargare la nostra visione
teorica della scienza e perfino della realtà. Inoltre abbiamo veduto ohe un
bene inteso concei^ della natura simbolica della scienza non avvia al dua-
lismo, né ha bisogno di schierarsi prò o contro il pò- »i roNDAHENTO A£T1STIOO
SELLA 30IENZA 225 8ÌtÌTÌsmo, tanto meao poi rovina la validità della scienza,
anzi manifesta l'attività fondamentale unica e coerente dello spirito e,
guardato dal punto di vista della ge- nerale teoria dei modelli, fomis(!e un'
interpretazione rigorosamente accettabile dei fatti scientifici. E se anche
questo non è oggettivamente vero, almeno molti feno- meni logici, matematici e
fisici avvengono come se te cose fossero ordinate appunto cosi. Donde è logico
concludere in ultima analisi che la teoria della scienza compirà un'opera
veramente restauratrice se — pur liberandosi da ogni gratuita confusione non autorizzata
dai fatti — non dimenticherà di porre in luce Ìl giusto valore del simbolismo
deterministico della scienza che è veramente il fondamento logico {ratio
cognoscendi) delle nostre cognizioni. Cod la teoria dei modelli resta una delle
più salde conquiste della critica, dimostrandosi in generale come il vero
contratto di nozze ira la teoria della scienza e la teoria dell'arte, e
rivelandosi in particolare come il fiore simbolico della scienza. iB, Sopra la
teoria della Sdenat, »ibv Dell'
identlflcazloiie matematica del differente. 1. Qualunque sia il rignttato delle
ricerche prece- denti sopra la teoria delle scienze logiche, matematiche e
fisiche, non pub dirsi che ì problemi più importanti di tutte queste teorie
siano risoluti definitivamente. Noi non Togliamo dire, per esempio, che si
sappia meglio di prima a che tenersene sopra l'impiego pratico delle idee
primitive che abbiamo analizzato ed elencato con tanta fatica nella prima parte
di questo lavoro; sull'ordine in coi le varie scienze sono andate for- mandosi
attraverso i secoli; soll'introdazdoue più o meno convincente delle varie
proposizioni fondamentali (principi) che si devono considerare come dati della
esperienza nel campo della Fisica matematica e della Meccanica razionale; sulle
leggi che si tratta di trovare volta a volta, come sìntesi definitiva dei vari
concetti assunti come primitivi; sulla maniera di costruire le equazioni
logiche e sulla maniera di assumerle una volta trovate, come punto di partenza
per ulteriori ricerche, ecc. »ibv Google iubnthioazioni del diffkbenib 227 A
quest'ora alcuni miei lettori dubiteranno forse già della possibilità di
tracciare nna sintesi snprema delle Varie idee primitiTe della Logica, della
Matematica e della Fisica, altri dei principi supremi deUa con- vertibilità e
nnifìcabilità delle idee, o delle inaspettate applicaziom generali a proposito
delle scienze miste o derivate, o dell'analisi e dell'apprezzamento delle idee
primitive della Logica matematica, o della fecon- dità della teoria dei modelli
e via dicendo. Le solnzioni precedentemente esposte, invece adunque di chiudere
definitivamente le discassìoni degli studiosi, apriranno loro nna più vasta
carriera. Ma poiché noi crediamo che la verità sia il tonico dell'intelligenza,
e che niuna amara vergogna possa derivare a ehi — se par dovrà vedere in tatto
O in parte l'opera sua demolita dalla critica — non dovrà almeno in alcnn modo
deplorare che il titolo della sua pubblicazione abbia promesso o fatto sperare
assai più di qnanto egli non era in condizione di mantenere ; perciò faremo
sincero plauso a tatt« qaelle teorie, che por essendo contrarie alle nostre,
dimostreranno rigo-' rasamente quel che noi in modo troppo imperfetto abbiamo
tentato di dimostrare. In attesa pertanto che la verità venga ad allon- tanarci
dalle esagerazioni e dalle ipot«si inaccettabili che possono essere state
accolte troppo ingenuamente nel cammino sinora percorso, crediamo ancora che
valga la pena dì fermarci un istante — prima di chiu- dere la trattazione del
presente saggio — sopra un'altra ipotesi ben singolare, la qaale forse è
destinata a rima- nere ancora per lungo tempo senza Ìiit«rpretazione
soddisfacente. Ascanso d'equivoci vogliamo qtiindi dichiarare aperta- mente che
le considerazioni che aggiungeremo non »ibv
OAPiTOto ni. possono essere scevre di inesattezze perchè l'at^omento è,
almeno per lo stato attuale del nostri stadi, com- plìoatisBimo. 2. V'è nello
sviluppo metodico del calcolo mate- matico nn portentoso impiego d'nna specie
dì para- logismo metaforico che potrebbe ricevere il titolo, molto appropriato,
di identificazione matematica del differente. La gravità del fatto che Ìl
principio logico dell'identità ora si affermi come principio incrollabile della
cono- scenza, ora si neghi o si trascuri completamente, per audace espediente
di ricerca e di dimostrazione, da una scienza che si fa vanto del rigore
supremo del^ suo processo, non può essere dissimulata dai pensatori. Pure, in
primo luogo, è innegabile che tutti 1 principi supremi matematici sono ridotti
in una forma così astratta ed indeterminata da essere adatti ad espri- mere
qualsivoglia istoriazìone scientìfica (logica, mate- matica, fisica)
differente, qualsivoglia trasformazione di entità; in secondo luogo, è facile
dimostrare, con gli esempi, che lo spirito matematico discorre con estrema
rapidità dall'identificazione dell'identico alla identificazione ipotetica del
differente. Cominciamo daU'impiego del principio d'identità. 3. Prendiamo, ad
esempio, la nozione dello spazio geometrico infinito e del punto geometrico
iuesteso. Entrambe queste nozioni si rassomigliano col non am- mettere l'idea
di quantità o coll'ammetterla tutta quanta astrattissimamente. L'idea di
quantità estesa sta &a le ipotetiche idee di spazio infinita e di punto
inesteso. Tuttavia lo spirito, attribuendo paralogicamenie alla idea astratta
le proprietà del continuo, considera l'og- getto della nozione dello spazio
infinito come se fosse indefinitameate divisìbile, e cosi da questa proprietà
sostanziale attribuita alla nostra forma mentale del tutto soggettiva,
arriccliita dell'aspetto di entità geo- metrica continua, deriva l'infinita
divisibilità di ciò cbe non è altro che la nostra inestesa ed impartibile
rappresentazione. Per i bisogni della scienza si suppone che la nozione del
continuo si risolva nell'unione di un'infinità di pariricelle infinitamente
piccole ed al disotto di ogni grandezza assegnata. Ma dopo tanto e si pro-
digioso scompartimeuto, non venendo mai meno la proprietà del continuo in
verona minima parte in coi venga divisa la grandezza geometrica data, come 6
possibile concludere altrimenti fiiorcbò affermando che l'impossibilità di
esaurire il continuo altro non significa che l'impossibilità di cangiar
l'essenza logica di una cosa? Non è già che il continuo possegga quella ster-
minata ripetibilità di divisione o di moltiplicazione che diventa la più
sublime ed essenziale proprietà delle grandezze matematiche, ma l'infinita
divisibilità altro non prova che questa afiermazione : * Finché non fac- ciamo
cambiare natura all'idea di estensione, si pro- durrà sempre Io stesso concetto
, ; in altri termini : il continuo è U continuo e uolla più. Lo stesso si dica,
per altro esempio, del problema delle parallele il quale si riduce
evidentemente a ciò che le lìnee parallele non sono le linee convergenti, cioè,
ciò che è è, e il diverso non è convertibile nell'identico, Vident^co è
l'identico e nulla più. Lo st«SB0 si ripeta per innu- merevoli altri esempi. 4.
Ma il mediocre successo che ottennero i mate- matici col principio di identità,
lo spregio anzi in cui esso fu tenuto dai più geniali scopritori Io fecero ban-
dire ben presto come strumento diretto ed esclusivo »ibv Google 230 PAItTR III.
~ CAPITOLO III. deiriadagine; non si tardò a comprendere che anche ì più eccellenti
metodi di dimostrazione sono, nella maggior parte dei casi, i più poveri metodi
di acoperta, e finalmente venne il giorno in cai emerse con irre- fragabile
evidenza che, per la matematica, l'oblio me- todico del principio d'identità e
l'uso ben regolato dell'ipotesi contraria è questione dì vita e di morte.
Seguire il filo di questo .metodo, perchè l'ipotesi fa veramente tradotta in
nna realtà di fatto e praticata come strumento di scienza, attraverso le menti
e le opere dei vari autori, arrestandoci sulle applicazioni più feconde del
calcolo, quanto basta per capire il modo di pensare e di acoprire le verità
anche più modeste della scienza, sarebbe una ricerca stupenda, ma troppo
lontana dal proposito attuale. Ci basti osservare che tutta la matematica è
fecondata dall'ipotesi dell'identità del differente. Vedemmo come la nozione
del continuo ci porta aUa nozione deU'in- finìtamente divisibile ; il continuo
dà vita al discreto e da esso è inseparabile. Questa nozione vince di molto la
nostra facoltà di comprendere, in tanto è universal- mente accettata nella
scienza, e con essa si spiega non solo tutta la famiglia degli enti aritmetici
e geometrici, ma ancora la nozione dello spazio e del tempo con- siderati come
entità geometriche e ideali. Che cosa sono e l'antichissima teoria dei rapporti
di Euclide, applicata da Ippocrate di Chio alle quadrature delle lunule, e il
famoso metodo di esaustione di Endossio impiegato da Archimede per la
quadratura della para- bola, se non dei tentativi rudimentali diretti a
sfrattare l'identificazione matematica del differente ? II metodo d'esaastiotie
non è altro che una maniera di provare l'eguaglianza di due grandezze
differenti, facendo vedere che la loro differenza è più piccola di »ibv IDENTIFICAZIONE DEL SIFFEBSNTX Ogni grandezza assegnabile; ed impiegando —
per dimostrazione di quest'eguaglianza -^ la riduzione all'assordo. Esso si
fonda sopra il noto t«orema del Libro X di Euclide : ' Due quantità sono eguali
quando la loro differenza aia più piccola d'ogni grandezza assegnabile ,,
perchè se fossero ineguali la loro diffe- renza potrebbe essere assegnata, ciò
che è contrario all'ipotesi. Chi non vede che al rigore dell'esattezza manca
sempre un infinit«sÌmo, insignificante pel calcolo, ma non meno capace d'ana
grandezza reale qualunque ad impedire l'egaaglianza logica dei due termini dif-
ferenti ? E tutti questi principi: 1° Magnitudine» quarutn differentia probafur
mi- nus quavis assignàbUe, aequaleg sunt; 2° La grandezza mioor d'ogni data è
eguale a zero ; 3° E circolo è un poligono di un numero infin ito di lati
infinitamente piccoli, e tale principio è appli- cabile alla quadratura del
cerchio, alla cubatura della sfera, dei solidi di rivoluzione (Doliometria)
(Euclide, Archimede, Galilei, Viète, Kepler) ; 4° All'indivisibile competono le
proprietà della grandezza finita di cui l'indivisibile è ritenuto come parte
costitutiva {L. Da Vinci, Kepler, Cavalieri, Wallis, G. De Saint Vincent) ; 5°
Un indivisibile non puè accrescere né diminuire l'infinità degli indivisibili,
da cui risulta ogni gran- dezza finita (Galilei) ; 6° Il momento di moto finito
è la somma dei mo- menti infinitesimi di moto virtuale (Galilei); 7° E
necessario ammettere degli infiniti gli uni incomparabilmente maggiori degli
altri (Galilei); 8" Le quantità infinitamente piccole sono trascu- rabili
nei calcoli nostri (Barrow); »iby Google 9° L'infinitesimo è considerabile come
grandezza intenfiiva; e moltisBimi alM, che si potrebbero stralciare como-
damente dalle opere di Wallis, Fermat, Robervall, Pascal, Ungyens, Barrow,
Newton, Leibniz, Yarignon, Bemooilli, Brook, Taylor, Lagrange, Canchy, non ri-
velano forse chiaramente la feconda necessità di qael- l'artificio che rende
posùbili tatte le più ricche opera- zioni del calcolo infinitesimale e che non
discostandosi mai essenzialmente da qnesta formola: due cose diffe- renti sono
eguali (qnaii poi siano i gradi e le forma- lità e le riserve di tale
differenza), fii da noi designato propriamente col titolo di identificazione
matematica del differente? S. Uà ee noi vogliamo conoscere, anche solo in via
indiretta, in quale perpetua sostituzione metaforica di entità e intei-minabile
risolnzìone ipotetica di sfhggeToli elementi generatori ci introduca
ilfirincipio matematico suddetto, mettiamoci a considerare come, per la vir-
tualità della nozione di limit«, la matematioa si travagli senza posa, da un
lato alla consunzione ed all'Inte- grazione dell'unità, dall'altro alla
consunzione ed al- l'integrazione dell' intìnitol Solo con veri salti meta-
forici noi possiamo trascurare le quantità differenziali quali che siano,
trattare il finito come la sua medesima negazione, passare dal rappoi-to finito
all'infinitesimo, e dall'infinitesimo ripassare al rapporto finito. Yi sono
delle serie numeriche che tendono alla con- sunzione dell'nnità, procedendo a
passi rapidissimi, e tuttavia queste serie vanno all'infinito, contenendo alla
loro volta un infinito numero di termini; siamo ben certi che l'infinitesimo è
tanto lontano dallo zero quanto l'essere dal nulla, tuttavia in molti casi
siamo costretti ad amiuettere che Vunità è eguale a sé stessa meno una
grandezza minore d'ogni data e che una grandezza a forza di passare per finite
diminazioni e di lasciare finiti residui può essere cacciata fìiori dell'ordine
finito cioè ridacibile a zero. Contrariamente adunque a quanto è stabilito in
una parte si afferma la possibilità di esau- rire il contìnuo, in altri
t«rniini la possibilità di can- giar l'essenza logica d'una cosa, l' infinito
si converte nel finito, il differente diviene l'identico, i concetti
contradditori diventano inseparabili e si ricfaiamano- scarabievolmente e
l'associazione forzata e contraddi- toria delle ipotesi non ostacola
assolutamente il pro- gresso della scienza. 6. Anzi — se è vero cbe nn metodo
sdentifioo vnole essere apprezzato come ano strumento qualunque cioè in
proporzione dell'utile che ci sembra di pofflme ricavare - siccome risulta ohe
l'applicazione dell'iden- tificazione teorica o ipotetica del differente si
compie sn vastissima scala in tutto l'immenso campo delle conoscenze
matematiche, noi dobbiamo riconoscere che questo principio (soltanto come pura
ipotesi) ofire allo spirito una comodità euristica ed esplicativa della mas-
sima importanza. Che U maggior parte dei piii notevoli fatti scientifici i
quali sembrarono sconvenientissimi e non solo inconcepibili ma perfino
impossibili un tempo siano ora diventati teoricamente e praticamente fecondi,
appnnto in virtù di questo arditissimo traslato, è nn fatto su cni non cade
piii alcuna controversia. Che le finzioni ipotetiche, puramente deduttive e
rappresen- tative dei fatti, siano ora quasi universalmente accettate dai
matematici, come strumenti scientifici di immensa utilità, non può essere
negato da chi ascolti la voce del tempo. A. Paitohe, Sopra ta teoria iteOa
Bcieraa. BO U.g,l:«lov Google 234 È questa voce medesima che ne fa l'alte
difese di- mostrando quotidianamente che, cosi la capacità dì supporre che una
cosa sia vera * provvisoriamente , quantunque non sia ancora giustificata da
prove legìt- time, come l'abilità e la prontezza di ricavare delle conclusioni
preziose dall'ipotesi, diventano sempre più facili e pili sicure, e Sno a un
certo punto sembrano disporci ad ammettere che l' impossibilità di concepire il
contrario, cioè il vecchio principio di cùntraddizione, può in certi casi
diventare U criterio meno utile tanto per la ricerca quanto per la scoperta
della verità. H prin- cipio di contraddizione! Con quanto affanno noi ado-
periamo questo criterio, durandoci troppo viva la me- moria degli abusi
slrenati, cui fa trascinato per opera dei malvagi, degli stolti e degli
intransigenti I Bisogna esser stato abituato fin dall'infanzia ad usare certe
parole, con un significato costante, per dispen- sarci dall'affanno esagerato
di sapere se hanno proprio un significato positivo e permanentei cosi è sempre
necessario disfarsi di ogni preconcetto per adoperare con facilità tanto la
frase quanto lo strumento di quel fecondo bisogno scientifico che ci porta alla
contìnua trasgressione illogica del principio logico dell'identità. 7, A tante
singolari ragioni potremmo aggiungere la testimonianza stessa degli autori
delle più grandi invenzioni e scoperte, per confermare quelle opinioni
paradossali che ci siamo studiati di assodare lungo questa ricerca. Ma ci
bastino come prove più gradite di tutte queste due irrefragahih testimonianze:
1° l'ininterrotto impiego del principio dell'identi- ficazione del difi^erente,
il quale non puO essere rinne- gato dal processo logico delle matematiche. Questo
fatto prova che lo spirito matematico in genere, ag- »ibv Google
lOBNTIIlOAZlONB SBL SUTBBKHTI
gaerrendosi appanto nel coDflitto di tante ipotesi pa- radossali
diverse, va acquistando sempre più la coscienza della propria forza e la
libertà dei suoi propri atti; 2° il rapidissimo incremento delle cognizioni ma-
tematiclie a coi tien dietro un non meno maraviglioso e rapidissimo organamento
logico della scienza. 8. Ma resta una domanda della massima impor- tanza. Qnale
è la ragione fondamentale di questa biz- zarra idealità delle matematiche cbe
noi abbiamo ora considerata cosi aridamente e senza alcnn rapporta colla teoria
generale della scienza? Tale questione rimane ancora senza risposta. La sola
ipotesi più accettabile potrebbe tuttavia parere la seguente. Se meditando
tntto il sublime avanzamento delle scienze matematiche, sia rispetto
all'acquisto delle ve- rità, sia riguardo al perfezionaraento delle dottrine,
noi vogliamo sollevarci ad una conclusione suprema, sembra che sia giocoforza
concludere che più si considera sot- tilmente la formalità del processo
matematico, più si resta convìnti che il suo progredire scientìfico non è altro
cbe un varcare — per ardite supposizioni — i concetti cioè i limi ti, prima
posti, poscia opposti come impreterìbili dallo spirito umano. Ma a dispetto dei
grandi progressi realizzati in questi ultimi anni cosi daUa teoria del lìmite
come dalla teoria dell'ipotesi le quali sono già si può dire nell'aria della
generale teoria della scienza, noi dobbiamo rico- noscere francamente che, per
ora, queste supposizioni sorpassano ancora i limiti della scienza , devono
essere — fino a prova contraria - »ibv Google bv Google IITr>I OB PARTE
PRIMA L^e Idee primitive. Criterio direttivo dell'Analisi pag. Cip. I. Le idee
primitire della Logica. . , S !■ Le idee piimitÌTe della Granimatdca . , Le
idee primitive della Logica naturale e della Logica riflessa C*p. II. Le idee
primitive della Matematica. . .Le idee primitive dell'Aritmetica . . , 9 2. Le
idee primitive della Geometrìa . . , Càp. 111. Le idee primitive della Fisica
in generale e in particolare della Fisica matematica e della Meccanica
razionale , Caf. IT. Sìntesi delle idee primitive della Logica, della
Matematica s della Fisica . . , Càr. T. Applicazioni generali t ..Scienze miste
o derivate 9 2. Analisi ed apprezzamento della Logica . matematica , «ibvGoogIt
PARTE SECONDA Gii Assiomi. Cap.I. ClfMsificiizionedegliassiomiecoDtroveraie
poi/. 115 C±r. II. Interpretazione storica degli assiomi geo- PARTE TERZA L,e
Teorie. Càp. I. Dell'esperienza e delle teorie logiche ma- tematiche e fisiche
in ordine alla teoria ge- nerale dei modelli pag. Cip. II. Del fondamento
artistico della scienza . Caf. III. Dell'identificazione matematica del diffe-
rente , »ibv Google »ibv Google »ibv Google MEMORIE REALE ACCADEMIA DELLE
SCIENZE DI TORINO Serie II Tomo 70 PARTE SECONDA: CLASSE DI SCIENZE MORALI,
STORICHE E FILOLOGICHE TORINO R. ACCADEMIA DELLE SCIENZE Via Accademia delle
Scienze, 6 e Via Maria Vittoria,
Torino Tipografia Vincenzo Bona -
Via Mario Gioda, 3 — 1942-xx (20856). Pa e e DI ra * bia w e— cre cer IO.
INDICE DELLA PARTE SECONDA DEL Tomo 70, SERIE II CLASSE DI SCIENZE MORALI,
STORICHE E FILOLOGICHE [* Pagine dell'estratto e ** pagine del Tomo, poste in
calce tra ()]. . BuraccI Gian Carlo, Gli Statuti di Amedeo VIII di Savoia . .
ARNÒ, Responsabilità per ficta possessio. FERRERO Giuseppe Guido, Politica e
vita morale del '500 nelle lettere di Paolo Giovio . MacnaGHI Alberto, Amerigo
Vespucci primo scopritore del Brasile . ReEPACI Francesco Antonio, Teoria e
pratica del Giuoco del Lotto în Italia negli ultimi tre quarti di secolo dalla
sua istituzione . OLivero Federico, Sul poemetto anglosassone «Guthlacv . . .
4.» . GEYMONAT Ludovico, Analisi critica del recente indirizzo di logica
formale del Carnap . IsopEscu Claudio, Filologia romena all'Università di
Torino verso il 1870 . i VALEAURI Mario; La ‘a.SIVARUA 0: è e a i ns Arnò
Carlo, Orientamenti nuovi nello studio del Digesto . do INTRODUZIONE i ALLA
TEORIA DELLE EQUAZIONI LOGICHE MEMORIA. P. ACCADEMICO CORRISPONDENTE
presentata SoMmMARIO: Preliminari. - 1.
Interazione di scienza è filosofia pel rinnovamento degli studj logici. — 2.
Origine, teoria e sviluppo della Logica del Potenziamento. Le forme fondamentali
del pensare sevondo la Logica del Potenziamento. Raccordo della presente teoria
coi risultati precedenti. : Teoria. -Problema fondamentale della Logica. — 5.
Principj generali relativi alle equazioni logiche considerate isolatamente e in
rapporto alle equazioni matematiche e fisico-matema- tiche. Osservazione
importante sul significato dell’introduzione della potenza in Logica. — 7.
Defi. nizione dell'equazione logica. Schiarimento sull’ applicazione della LAP
alla trasformazione di Lorentz. Impianto dell'equazione logica e metodo di
risoluzione. — 10. Passaggio all’ esperimento, PARTE SECONDA: Applicazioni alla
Fisica teorica, Il problema di Fermi. Significato logico della trasformazione
di Lorentz e interpretazione logica della relazione quantistica di
Plank-Einstein. Analisi dei fondamenti della Meccanica ondulatoria di
Schròdinger. Analisi dei fondamenti della teoria corpuscolare di Heisenberg. —
15. Interpretazione logica della teoria statistica di Fermi, e dello scalare di
campo 4. — 16. Impostazione logica del problema di Fermi e conseguenze logiche
della sua soluzione. Interpretazione logica della terza fase di sviluppo della
teoria della relatività, cioè del mondo di Minkowski e di Einstein. Sviluppo
della teoria della relatività logica, Il mondo del potenziamento logico, cioè
il mondo di Mosso. : 19. Oggetto e risultati generali della ricerca. Il nuovo
volto della Fisica. PRELIMINARI 1. Interazione di scienza e filosofia pel
rinnovamento degli studj logici. Il rinnovamento degli studj logici in Italia e
all’ estero richiede il concorso di due fattori, l'uno d’ ordine filosofico, l’
altro scientifico. Deve la ricerca filosofica, prima di affrontare l’ enorme
responsabilità della sua sin- tesi, farsi conscia del doppio compito
gnoseologico ed epistemologico di ricercare e pro- muovere le condizioni di
possibilità d’ ogni forma di conoscenza, Deve la ricerca scientifica fornire il
soccorso rigoroso dei suoi risultati analitici e Sperimentali e l’ elaborazione
delle sue sintesi. Non c’è dubbio che le due discipline possano interattivamente
svilupparsi, colla Promozione d’ una logica congrua ai principj, mezzi e fini
della reciproca solidale auto- 34 ANNIBALE PASTORE nomia I grandi esempj di
Descartes e di Leibniz additano la via e giustificano Je speranze. Ma per
l'intento dello studio che ora facciamo occorre precisare i limiti della logica
e della fisica, affinchè l’ interpretazione logica dei problemi fisici usati
come esempio nella tesi qui sostenuta discenda a rigore, senza pregiudizio
dell'autonomia della fisica. In pari tempo nel campo logico troppo avanza del
passato che ingombra l’ indagine logica; nè convincono le sedicenti sintesi
logico-metafisiche che si ostinano a rifiutare il fondamento dell’ analisi.
Dunque bisogna da una parte recidere arditamente quei legami colla logica
tradi- zionale che ancora tiranneggiano sotto profluvio di vano formalismo,
dall’ altra rendere praticabile un nuovo metodo che, postulando e salvando |
autonomia d'ogni sistema, assicuri l’utile impiego della logica nelle scienze,
e ad un tempo offra nuova materia di riflessione alla sintesi speculativa. A
questa impresa mirano gli studj che da una decina d'anni vengono sistematica-
mente raccolti intorno al nuovo indirizzo della Logica del Potenziamento. 2.
Origine, teoria e sviluppo della Logica del Potenziamento. Le forme
fondamentali del pensare secondo la Logica del Potenziamento Promossi dalla
Memoria Sulla natura extralogica delle leggi di tautologia e di assorbimento
nella Logica matematica (*) (1908), i Principi di Logica del Potenziamento di
Pietro Mosso (1923) (*) segnano il punto di partenza e la costituzione organica
della teoria. La ‘assegna di Logica (1923) (*), precisando i programmi
divergenti dei varj indirizzi, apre la campagna critica di diffusione. I lavori
di sviluppo verranno indicati tra poco. La novità in generale dei Principi
consiste nella concezione della logica: a) - fondata sopra una base autonoma
posta nell'interno del principio logico e primitiva tanto per i corpi delle
scienze particolari quanto per gli stessi sistemi logici attuali di vario tipo,
dall’ aristotelico, allo scolastico, al leibniziano ; 6) - sviluppata con una
funzione produttiva. Quanto alla base, la logica si fonda sulla tesi della
risoluzione dell'ente in relazione, donde la variazione relativa dell’ ente e
il potenziamento reciproco degli enti. Quanto alla funzione, pone i rapporti
tra identità, non però aristotelica (che è tau- tologica) ma distintiva, ed
eguaglianza, e stabilisce le forme fondamentali del pensare, secondo le quali
viene costruito ogni sistema: ente e relazione, discorso e universo; forme che
acquistano senso definito in rapporto all’ interpretazione del simbolo di
potenza in logica. (4) Pastore, Sulla natura esctralogica delle leggi di
tautologia e di assorbimento nella Logica mate- matica. In Atti del TV
Congresso Internazionale dei Matematici, Roma 1908, Vol. ITI, Sez. IV. (8)
Mosso, Principi di Logica del Potenziumento, Torino, Bocca 1928. (#) Pastore,
Rassegna di Logica. In Rivista di Filosofia. Milano, Il significato generico della
variazione relativa viene a specificarsi in due proposi- zioni subordinate : 4
1° - che ogni ente varia in sè per effetto del solo variare degli enti, coi
quali è in relazione; 2° - che ogni ente potenzia gli altri coi quali è in
relazione ed esso stesso com- pare col grado del suo insieme potenziato. La
prima esprime la materia logica e reale così del conoscere come dell’ essere
(come entità), la seconda esprime la forma logica e reale di sviluppo di ogni
cosa, per cui tutto si muove e si trasforma così nell'ordine e nella
connessione delle idee, come nell’ ordine e nella connessione delle cose (come
relazione). A mostrare come sia effetti vamente possibile la ricerca delle
leggi delle variazioni logiche provvede un nuovo simbolismo logico esponenziale,
Con tale simbolismo lo studio dei sistemi di enti, si fa con formule del tipo
algebrico degli sviluppi di potenza dove compajono le due opera- zioni logiche:
discorso e universo (D. U). In compendio, pel senso generale del poten-
ziamento si può intendere il fatto sintetico, ma analiticamente considerabile,
che varia la potenza d'un ente al variare del numero degli enti costitutivi del
sistema (coi quali è in necessaria relazione) e che ad uno sviluppo analitico
di potenze corrisponde uno sviluppo di enti. Per questo punto di vista i limiti
della relatività, della logicità e della totalità del reale si confondono.
Nessun ente ha più un in sè costante, cioè un assoluto a prescindere dalla
relazione. Nessun sistema si può costruire a prescindere dalla sua forma. La
relazione non è una soprastruttura dell’ ente, nè la forma ipotetica ed intui-
tiva un duplicato impotente nella discorsività analitica e deduttiva, Ogni
ente, come ogni sistema, è riportabile e risolvibile nella relatività formale.
Nessun ente è inerte. Nessun ente o fatto passa inertemente da sistema a
sistema. Il fatto che ogni ente è contras- segnato dalla sua potenza
propriamente significa due cose ben diverse e pure intima- mente solidali, cioè
che per un rispetto è potenziato, per l’altro potenzia, o in altri termini che
è insieme il prodotto e il produttore della relatività, il fatto e l'atto della
logicità, intesa come potere di creazione (individuazione) e di sviluppo
(potenziamento). La logica, come attività di relazione e forma, come relatività
attiva di analisi e sintesi, natura e spirito, oggetto e soggetto, individua e
solidarizza tutte le cose (3); Il rendiconto complessivo critico e sistematico
della nuova teoria fu comunicato al VI Congresso Nazionale di Filosofia di
Milano nel marzo del 1926 e pubblicato in La Crisi della Logica, 1928 (*).
Comparvero successivamente alcuni Sehiarimenti sulla deduzione scientifica e
sulla Logica del Potenziamento in ordine alla dottrina del Meyerson (*)
motivati da una precedente Critica dell’ irrvazionalismo del Meyerson (*) fatta
dal punto di vista della Logica del Potenziamento. (') Pasrore, Dalla filosofia
dell'intuizione alla filosofia del Potenziamento. In Atti R. Accademia delle
Scienze di Torino, Vol. LUXI, 1926. (*) Pastore, La Crisi della Logica. In Atti
R. Accademia delle Scienze di Torino, Vol. UNITI, 1928. (*) PasroRE,
Schiarimenti, ecc, In Logos, Napoli, 1929, fase. II. (') PastoRE, Critica
dell'irrazionalismo del Meyerson.In Rivista di Filosofia, Milano,
Luglio-Ottobre, 1926. Finalmente a far
vedere come varii la trattazione dei problemi, applicandovi la legge di
tautologia, oppure quella del potenziamento, e intravedere i vantaggi derivanti
dal nuovo metodo è stato possibile nel recente Saggio di analisi logica Verso
un nuovo Relativismo (') esaminare comparativamente tre casi come esempj tratti
dalla logica, dalla matematica e dalla fisica, mostrando caso per caso
l’applicazione della LdP. A queste ricerche logiche fa seguito un ultimo nuovo
studio Sul D.U, con applicazione al problema fondamentale della Fisica teorica
(*). Il contributo che ora viene portato all’ indagine colla teoria delle
equazioni logiche dimostra che le tesi della LAP si sono andate sempre più
convalidando coll’ applicazione dei nuovi criterj a teorie e a fatti che prima
parevano logicamente inattaccabili. Ecco come la presente ricerca si coordina
coi risultati precedenti, e ne accentua lo sviluppo. Si vuole esaminare come la
formazione delle teorie fisiche proceda attraverso le forme logiche in cui si
risolve il pensare secondo la teoria della Logica del Potenziamento, 3.
Raccordo della presente ricerca coi risultati precedenti. Dimostrammo in VR che
lo sviluppo della teoria della relatività logica, ben di- stinta dalle
relatività fisiche di Pinstein (generale e particolare) e da quella di Galileo
che è il primo relativista, interpreta la formazione di tutte le teorie della
scienza colla considerazione del discorso-universo (D.U) (5). Vedemmo che
l'introduzione del D.U in Geometria conduce a stabilire che logicamente l'U di
un D come spazio è il tempo; vale a dire che il tempo è una funzione logica U,
rispetto allo spazio considerato come funzione logica D, e in Fisica a
interpretare /ogi- camente la trasformazione di Lorentz, determinando la
comparsa di una duplice nozione di tempo come necessità puramente logica. Nella
sua forma più semplice il principio (!) PastoRE, Verso un nuovo Relativismo.
Saggio di Analisi logica. In Archivio di Filosofia, Roma, Settembre 1982 (Va).
(*) PastORE, Sul D. U. Ricerche logiche con applicazione al problema
fondamentale della Fisica teorica. In Archivio di Filosofia, Roma,
Gennaio-Marzo, 1933. A complemento della bibliografia qui riferita si aggiunga
l'’appendice seguente. Questa Introduzione, nella forma in cui ora si presenta,
era già in tutto terminata nel Febbrajo 1933; e ne fu data notizia
particolareggiata al VIZI Congresso nazionale di Filosofia, Roma, Ottobre,
1933, in una Comunicazione sopra: La Logica del Potenziamento nelle sue
relazioni colla scienza e la filosofia. (In corso di stampa). Successivamente
comparvero i due saggi seguenti, nei quali sempre si utilizzano i risultati di
questa Introduzione: Sulla intuizione logica secondo la Logica del
Potenziamento. In Archivio di Filosofia, Roma, Aprile- Giugno, 1984. Sul fondamento
logico della matematica. In comunicazione al IX Congresso nazionale di
Filosofia, Padova, 1934. (In corso di stampa). () « L'introduzione dell’
esponente in Logica importa che ogni combinazione di n elementi si seinda
logicamente in D e U, essendo D il discorso cioè l'insieme degli elementi
costitutivi pensati come entità e U l'universo cioè 1’ elemento formale del
loro sviluppo. A quello corrisponde la deduzione per cui ogni ente rimane
individuato nel suo discorso secondo la necessità analitica delle sue relazioni
; a questo l'intuizione per cui ogni ente rimane potenziato nel suo universo
secondo la necessità sintetien della forma che si conserva nello sviluppo
analitico del discorso ». Cfr. VaR. $ 1. relativistico logico rispetto al
problema dello spazio e del tempo conclude che il tempo è la forma (costruzione
intuitiva) dello spazio (sistema analitico). E noi’ possiamo con facilità
caratterizzare il senso e la portata del nuovo metodo prospettando genericamente
la questione della ricerca scientifica al modo che segue. Lo sviluppo deduttivo
di una ricerca scientifica non è ancora la descrizione completa del suo
oggetto. Ad esempio, la LdP dimostra che quel modo di pensare che noi diciamo
analisi matematica non ci for- nisce che una spiegazione parziale della realtà.
Per ottenere una spiegazione completa bisogna esplicare l’ implicita condizione
logica della costruzione formale espressa da U, quindi salire all’ affermazione
simultanea del D.U, cioè pensare la deduzione matematica nell’intuizione logica
corrispondente. Così, mentre fino a jeri è parso giusto ritenere che «la verità
finale intorno ad un fenomeno risiede nella sua descrizione matematica »
(Jeans), tutto ora sembra cospirare per impedirci di prescindere dalla
descrizione logica. Si tratta dunque di pervenire ad una descrizione logica
insieme e matematica. Naltural- mente non è questione di Logica matematica
volta a studiare « le forme di ragiona- mento proprie delle scienze deduttive e
in particolare della matematica ». (') Il rigore del linguaggio ideografico è
qui in tutto fuori di discussione.e si presume. Entra in scena un altro valore
cioè il valore logico e propriamente quello che prova il valore euristico della
Logica nella scienza del reale. Vogliamo ora affrontare direttamente, ma nel
modo più generale, il problema delle equazioni logiche. La sua soluzione sarà
la giustificazione teorica e pratica del principio della variazione relativa
degli enti nei varj campi esatti del sapere e delle sue con- seguenze. Teoria. 4. Problema fondamentale della
Logica. Sia D un sistema costruito con n enti e proposizioni primitivi.
Supponiamo che esista un altro ente e proposizione 9 diverso dagli n enti e
proposizioni, e primitivo rispetto ad essi, Sotto quali condizioni si può
affermare che esiste un sistema D', costituito dagli n enti e proposizioni di
D, e in più dall'ente o proposizione q? (*) Questo è il problema fondamentale
della logica. La logica del potenziamento dimo- stra che si può passare da D a
D' quando esistono l'U di D e VU' di D', Le relazioni fra i D e gli U sono le
equazioni logiche. (1) È troppo diffusa l'idea che la logica sia un semplice
strumento esterno al processo di forma» zione dei sistemi, (?) Col simbolismo
ideografico (+ simbolo della somma logica) possiamo porre: (aubuc...
m'ug=zianbue..unugt!, 5. Principj
generali relativi alle equazioni logiche considerate isolatamente e in rapporto
alle equazioni matematiche e fisico-matematiche. Le considerazioni precedenti
servono a farci comprendere che il passaggio da sistema a sistema è possibile
quando il contenuto degli enti è totalmente determinato dalle sue relazioni,
cioè quando è completamente determinata la variazione relativa dei sistemi di
cuni si conoscono gli enti costitutivi. Tutte le condizioni che occorre siano
verificate perchè sia possibile il passaggio di cui al paragrafo prec. sono
equazioni che determinano il problema della trasformazione, ad es. dal sistema
(x, y, 2) al sistema (&, y, €, 4) e costituiscono degli invar7anti logici.
La descrizione della costruzione (D. U) (2, 7,4) è un sistema di proposizioni
Da, y, #) (ad es. di equazioni matematiche) possibile in una forma x, y, 4).
Così pure la descrizione di una diversa costruzione (D' UV) (2, y, 3,4) è un
diverso sistema di equazioni matematiche D'(, y, , ©) in una forma UV, y, 4,
t). Ora logicamente si può passare da D(x,y,) a Dx, y, #, t) solo quando si può
pas- sare da U(x,y, 3) a U(x,Y,<,t), cioè se esistono invarianti logici. Il
dire che esiste l’U di un D vuol dire che l'insieme degli elementi «,%,£,..#
indipendenti determinano un sistema, L'equazione matematica è la descrizione di
una relazione possibile deduttivamente tra gli enti @,7,3,...2 di D.
L'equazione logica è la descrizione di una condizione necessaria formalmente
(U), perchè esista l’U di D(x, y, #, ... n), cioè perchè x, y, 3, ... 22 enti
indipendenti costituiscano un sistema. 6. Osservazione importante sul
significato dell’introduzione della potenza in logica. La logica matematica
stessa, contrariamente all'idea dei suoi fondatori, non pre- scinde da una
forma U (intuitiva), ma presuppone la più semplice delle forme, cioè quella che
è determinata da un elemento logico solo, e da questo punto di vista sviluppa
tutte le sue relazioni nella forma U; quindi in essa non compare l’ esponente
perchè è in una forma ad una sola condizione logica. Invece la LAP ammette la
possibilità e la necessità di sviluppare ogni relazione in una propria forma U.
Questo è il significato dell’introduzione della potenza in logica. 7.
Definizione dell'equazione logica. La definizione di equazione logica discende
immediatamente dal $ 4. L’ espressione analitica di una condizione relativa a
D.U è una equazione logica. Da questo punto di vista esaminiamo la
trasformazione di Lorentz, già trattata in forma leggermente diversa in VA.
Prendiamo questo problema fisico com'è impostato da Einstein, i « È possibile pensare una relazione fra luogo
e tempo dei singoli avvenimenti rispetto: a entrambi i corpi di riferimento,
tale che ogni raggio di luce possegga rispetto alla strada e rispetto al treno
la velocità di propngazione c? Questa domanda conduce ad una risposta
affermativa ben determinata, ad una ben determinata legge di trasforma- zione
per i valori spazio-tempo di un avvenimento, quando si passa da un corpo di
rife- rimento ad un altro » (*) Questo passo di Einstein è la traduzione fisica
d’una equazione logica più generale. Nella posizione logica di Einstein si
suppone un avvenimento (in sè) riferibile a due sistemi di riferimento; nella
LdP si suppone l'avvenimento determinato dai due sistemi di riferimento, e si
pone la legge di trasformazione come condizione d'invarianza logica, vale a
dire che la relazione è compresa e determinata nella condizione più generale di
trasformabilità da un sistema all’ altro. La condizione della costanza nella
velocità della luce che pone il fondamento della legge di trasformazione, è un
caso particolare della equazione logica di trasformazione, D D [1] Tg ost
applicata alla fisica, nello stesso tempo l'affermazione d'una invarianza
comune ai due sistemi, Le condizioni dei due sistemi stabiliscono per sè stesse
la relazione espressa dalla legge di trasformazione, cioè l'avvenimento. Non ha
senso pensare l'avvenimento distinto dalla relazione che lo descrive. Stabilire
la condizione che nei due sistemi sia costante la velocità della luce equi-
vale a stabilire il comune dei due sistemi, cioè a scrivere in forma fisica l’
equazione [1]. Abbiamo visto che questa proporzione equivale fisicamente alla
trasformazione di Lorentz. ID quindi evidente che la trasformazione di Lorentz
esprima questa condizione. 8. Schiarimento sull’applicazione della LAP alla
trasformazione di Lorentz. Per chiarire quel concetto ricorriamo all’ esempio
fisico gia trattato come applicazione della LdP esposto in VaR $ 8. Esso ha
permesso di interpretare logicamente la trasfor- mazione di Lorentz come
espressione della proporzionalità tra i due D(x, y, 2) e D'(@, 43,6) e relativi
U e U', Si comprende quindi come le proprietà fisicto-geometriche dell'uno
siano analoghe a quelle dell'altro e come tutti i concetti dell'uno si
trasformino nei cor- rispondenti concetti dell'altro sistema mediante la
funzione di proporzionalità di Lorentz. (') « Ist cine Relation zwischen Ort
und Zeit der einzelnen Ereignisse in-bezug auf beide Bezugs- kirper denkbar,
derart, dass jeder Lichtstrahl relativ zum Bahndamm und relativ zum Zug die
Aus- breitungsgeschwindigkeit c besitzt? Diese Frage fiihrt zu einer
bejalenden, ganz bestimmten Antwort, zu einem ganz bestimmten
Verwandlungsgesetz fiir die Raum-Zeit-Gròssen eines Ereignisses beim Ueber-
gang von einem Bezugsk&rper zu einem anderen ». HinstpIN, Veber
die spezielle und die allgemeine Rela- tivitàtstheorie, (Achte Auflage). Vieweg in Braunschweig, 1920, pp.
20-21. n Li 40 Dobbiamo insistere un istante su questo punto. Il sistema di
Minkowski è espresso in una forma proporzionale al sistema di Galileo. Questa
proporzionalità è ciò che dà valore al sistema di Minkowski, perchè permette la
trasformazione delle equazioni della meccanica da un sistema all’altro. Questo
è il senso logico del seguente riconoscimento di Einstein. « Una distanza
puramente spaziale di due avvenimenti rispetto a K ha per conse- guenza una
distanza temporale degli stessi rispetto a K'. Neanche in questo consiste la
scoperta di Minkowski tanto importante per lo sviluppo formale della teoria
relativistica, Essa consiste piuttosto nell'aver riconosciuto che il continuo a
quattro dimensioni spazio- temporale della teoria relativistica, nelle sue
proprietà decisive formali, presenta una grandissima affinità col continuo a
tre dimensioni dello spazio geometrico euclideo » ('). Possiamo dunque, coll’
appoggio di Einstein, stabilire il principio che la trasforma- zione di Lorentz
è l’espressione della proporzionalità tra le due meccaniche e in pari tempo
l'equazione fondamentale per il passaggio dall'una all’ altra. Per questo
motivo la trasformazione di Lorentz non è una relazione puramente sistematica o
discorsiva, ma è la traduzione fisica d'una equazione logica intersistematica
nel senso del $ 5. Si noti che già in precedenza, avendo Maxwell dimostrato che
in un mezzo di per- meabilità unitaria e di corrente dielettrica unitaria il
rapporto e tra l'unità elettroma- gnetica e l’unità elettrostatica di intensità
di corrente ha le dimensioni di una velocità, possiamo considerare la teoria
elettro-magnetica della luce come la prima teoria di tra- sformazione fisica
tra due sistemi nel senso poi sviluppato da Lorentz fino a Fermi.
L’interpretazione fisica di questo rapporto come velocità riconduce i due
sistemi elettromagnetico ed elettrostatico al rapporto logico n , cosicchè come
valore logico la trasformazione di Lorentz e la teoria di Maxwell presentano
una perfetta equivalenza. 9. Impianto dell’ equazione logica e metodo di
risoluzione. Questo risultato mostra in modo assai interessante la fecondità
del nuovo metodo, perchè significa che ogni condizione possibile per la
trasformazione di un D in un D'e relativi U e U' permette di ricavare una
equazione che: a) come impianto (costruzione intuitiva) è logica, b) come
espressione analitica fa parte del nuovo sistema e sotto questo rispetto è un
dato di esperienza. Conosciuto questo, conosciuto cioè che il problema
dell'equazione logica è intima- mente legato al problema dell’ espressione
analitica, e conosciuto che l'equazione logica (i) « Rein riiumliche Distanz
zweier Ereignisse in bezug auf K hat zeitlicho Distanz derselben in bezug auf
K' zur Folge. Auch hierin liegt nicht Minkowskis filr die formale Entwiceklung
der Relati- vittitstheorie wichtige Entdeckung. Diese liegt vielmehr in der
Erkenntnis, dass das vierdimensionale zeitriiumliche Kontinnum der
Relativitiitstheorie in seinen massgebenden formalen Pigenschaften die
weitgehendste Verwandtschaft zeigt zu dem dreidimensionalen Kontinuum des
Buklidischen geometrischen Raumes ». EINSTEIN, 0p. cit., p. 38. di è una
relazione, ad esempio la proporzionalità tra i D e gli U, si ottiene un
risultato importantissimo per lo sviluppo ulteriore della teoria delle
equazioni logiche e per il me- todo della loro risoluzione, Basterà infatti
esprimere i D e gli U in termini sistematici, perchè l'equazione logica si
trasformi immediatamente nella proposizione discorsiva che esprime la
trasformazione dei due sistemi, In modo analogo possono supporsi possibili
equazioni più complesse della propor- zionalità, e, sempre sostituendo ai
termini logici i termini sistematici, si trasforma ]' e- quazione logica (che è
sempre D e U) in un'equazione di trasformazione sistematica, e così resta
stabilito il metodo di risoluzione dell’ equazione logica. Evidentemente le
equazioni logiche di puro D non sono di questo tipo. I successivi risultati ci
toglieranno ogni dubbio sulla possibilità di operare per questa via, che,
secondo noi, dà una soluzione completa del problema. 10. Passaggio all’
esperimento. È ovvio che tra le infinite ipotesi che tutte dànno origine a
leggi di trasformazioni sistematiche, l'esperimento è il criterio orientativo e
determinante della scelta. Sicchè la risoluzione dei problemi di carattere sperimentale
impone la scelta delle condizioni per la formazione e la trasformazione dei
sistemi, come fu chiarito al $ 7. Per la formazione o la trasformazione di un
sistema occorre porre le condizioni che lo determinano o che lo trasformano in
rapporto alla interpretazione sperimentale; queste condizioni sono appunto le
equazioni logiche. Applicazione alla
fisica teorica. 11. Il problema di Fermi, Enrico Fermi, concludendo la sua
Introduzione alla Fisica atomica (1928), riconosce come compito della Fisica di
domani «Ja costruzione definitiva di una teoria che, sosti- tuendo forse alle
ordinarie concezioni della fisica e della cinematica una interpretazione
statistica delle diverse grandezze, completi la conciliazione tra il gruppo di
fenomeni che suggeriscono una rappresentazione ondulatoria della luce e della
materia e quello che porta invece ad attribuire ad esse una struttura
corpuscolare », Vediamo quale forma logica assuma questo problema, e per questo
discutiamo i fon- damenti delle due rappresentazioni opposte, l’ondulatoria e
la corpuscolare, e insieme quelli della rappresentazione statistica proposta
per completare la conciliazione, 42 12,
Significato logico della trasformazione di Lorentz e interpretazione logica
della relazione quantistica di Planek-Einstein. Abbiamo dimostrato (‘) che il
rapporto vESF è l’espressione della proporzionalità tra Îl D.U dello spazio
euclideo e il D.U dello spazio di Minkowski: cioè abbiamo dimo- strato che
U(r)__ do In U(t) 1 [2] TO =cde Ud Sale I acc) Quantunque l'ipotesi del quanto
d'azione che rende le concezioni quantistiche indi- spensabili a ogni teoria
che voglia determinare le relazioni tra luce e materia (in gene- rale tra
continuo e discontinuo) abbia avuto origine dallo studio del potere emissivo
del corpo nero, Ja formula di Plank-Einstein che lega l’ energia e la frequenza
può essere interpretata come una conseguenza della trasformazione di Lorentz.
L’anzidetto rapporto stabilisce una proporzionalità per ogni grandezza fisica G
e G,, per la quale si può porre [3] EDI CVISF 0 e quindi in particolare tra le
energie e le frequenze. Vuol dire che la costanza del rapporto tra l'energia e
la frequenza, base della teoria quantistica, discende direttamente dalla
proporzionalità tra i D.U, espressa dalla trasfor- mazione di Lorentz. Notando
ancora che la grandezza c che compare nella [4] del successivo $ 18 è comune ai
due D.U, si comprende chiaramente che tale è pure a ben vedere il senso logico
del seguente passo di Einstein. « Per il passaggio da un sistema galilejano ad
un altro, uniformemente mobile rispetto al primo, valgono le equazioni della
trasformazione di Lorentz, le quali costituiscono la base per la deduzione
delle conseguenze della teoria relativistica speciale e che da parte loro altro
non sono che l espressione della univer- sale validità della legge di
propagazione della luce per tutti i sistemi galilejani » (°). 13. Analisi dei
fondamenti della Meccanica ondulatoria di Sehròdinger. Le equazioni di De
Broglie v= fic e v=; relative alla velocità di un corpuscolo e alla velocità di
fase dell'onda associata stabiliscono la connessione tra il problema della
relazione tra punto e onda con la trasformazione di Lorentz. (') Var. $ 3. (2)
« Fiir den Uebergang von einem Galileisehen System zu einem anderen, relativ
zum ersten gleichfirmig bewegten gelten die Gleichungen der
Lorentz-Trasformation, welche die Basis fir die Ableitung der Konseguenzen der
speziellen Relativitiitstheorie bilden und ihrerseits weiter nichts sind als
der Ausdruck der universellen Giiltigkeit des Lichtausbreitungsgesetzes fiir
alle Galileischen Be- zugssysteme ». EINSTEIN. Tutte le relazioni conseguenti
si riducono alla ot 14] 2_-° ciò oV=c Lg che esprime la proporzionalità
fondamentale logica tra i D è gli U di due sistemi (!). Ciò significa che
questa relazione fisica ha il senso logico di relazione di trasformazione di
sistemi. Poichè in essa sono presenti necessariamente due intuizioni logiche U
è impos- sibile ridurre il problema ad una di queste intuizioni compresenti; in
particolare è im- possibile interpretare tale relazione nell’intuizione
sensibile. Tenendo presente questo risultato possiamo dimostrare che a questa
relazione si riduce anche Ja formula fondamentale di Schròdinger. La teoria a
cui Schrédinger è arrivato, come dice Fermi, « approfondendo e preci- sando
alcune idee espresse da L. de Broglie » unifica Ia velocità del punto con la
velo- cità di fase dell'onda, cioè associa il punto all’onda. Nell’idea del suo
fondatore dovrebbe essere una meccanica del continuo capace di spiegare anche i
fenomeni fisici in cui compare la discontinuità, Vediamo anzi tutto con quali
elementi Schrédinger costruisce la sua meccanica ondu- latoria. In questa
analisi della costruzione diamo agli elementi un senso e un valore logico,
essendo nostro proposito determinare la struttura logica del sistema, non
preoc- cupandoci del significato direttamente fisico. Gli elementi costitutivi
fondamentali sono i seguenti : a) l'equazione a derivate parziali di Hamilton,
b) l'ipotesi logaritmica rispetto a 4, c) l'imaginario è, d) Ja relazione di
Einstein-Planck £= /y, e) la condizione che per noi esprime l'ipotesi di
Heisenberg e cioè la opposizione : ° 7 RAS 7 1 tra il movimento del corpuscolo
e dell’ onda, proporzionali rispettivamente a e a w Tutti questi elementi sono
collegati nella costruzione ed esauriscono anche il conte- nuto dell'equazione
di Shròdinger, e quindi da essi discendono tutte le conseguenze dal punto
analitico (discorsivo). Vediamo ora come Schròdinger unisca questi elementi
nella sua costruzione. È chiaro che l'unificazione di queste ipotesi, in parte
contrarie, in un unica formula (D) non può avvenire senza una forma logica (U)
ad essa relativa. Inoltre, l'intuizione logica che ne organizza la costruzione
non può essere rappresentata nè dalla coppia spazio e tempo di Galileo, nè dal
continuo spazio-tempo di Minkowski, le cinque ipotesi riferite essendo tra loro
incompatibili in queste forme. Dunque deve esistere una forma in cui siano com-
patibili, nella quale cioè la equazione di Schròdinger come sintesi di dette
ipotesi sia 3 es (!) È facile vedere, partendo dalle espressioni di v e V, che
il rapporto RE cea) si riduce alla A v ' 3 relazione -- = e*, essendo E ed U
espressioni deli’ energia. V 44 ANNIBALE PASTORE logicamente intuibile. Questa
equazione è formalmente possibile in uno spazio di confi- gurazione, definito
dall’ elemento [5] ds° = 2T(n, g'n)dt. Dalla nota a piè di pagina (') inoltre
si vede come l'equazione vV=c* che è la forma dell'equazione di Schrédinger,
sia logicamente una derivazione dalla equazione logica fondamentale della
trasformazione di Lorentz, x UU: "edo [6] Tod ETTAlA Dunque in particolare
si può concludere che la teoria delle equazioni logiche ha portato un’altra
bella conferma dell’applicabilità della LAP allo studio della meccanica
ondulatoria, dimostrando che l'equazione di Schròdinger, nella stessa forma
logica di quella di Lorentz, è una equazione di trasformazione di sistemi, (!)
Abbiamo dimostrato in Va che il tempo è logicamente la forma di uno spazio D,
Per la deduzione della trasformazione di Lorentz abbiamo seritto come equazione
logiea la propor- zionalità. > » * at at [*] Di U, Il rapporto 3 ha quindi
un senso logico. B si è supposto in definitiva di mantenere inalterato il D
rapporto +, tanto nel sistema di tre coordinate quanto in quello di quattro. Il
rapporto è quindi l’inva- U riante logico e di quella trasformazione.
L'equazione logica D:=D: che si deduce dalla [#] può essere seritta nella forma
' 2 Di Re U, Vi come abbiamo al $ 7, e quindi sarà anche D, D du perdi Vico
PESI) [1 "030 0 Appia Applicando a questa equazione logica il metodo del $
9, cioè sostituendo ai termini dell'equazione logica il significato dei termini
fisici, la [**] si trasforma in una equazione fondamentale fisica, Utilizzando
i risultati del VnR per U(1) — di? e Ut) = dt? il rapporto 2 rappresenta una
velocità. E quindi la [*##] si trasforma nella eguaglianza fisica [4]. A tale
forma si riduce la equazione di Schròdinger: (7) su Hide (E — tu=0 che equivale
(Fermi, pag. 307-308) alla Im ti 18] sy — pra = yi =o. Infatti questa equazione
si può serivere sotto forma 9 Ri 109 [9] mè (hv— U) id3 FIA, nella quale il
primo radicale rappresenta la velocità del corpuscolo ® (FERMI, pag. 802), il
secondo radi. cale rappresenta la velocità di fase V di una perturbazione
elettromagnetica in cui al campo elettrico si sostituisce lo scalare di campo
y. In ogni caso, secondo il principio del D. U, il vero senso
dell’impossibilità di optare | per una interpretazione che dissocii il corpuscolo
dall’onda è quello che rende impossibile dissociare lo spazio dal tempo, la
posizione dal moto, la materia dalla forma, il discontinuo dal continuo e, in
logica, il discorso dall'universo, in ultima analisi l'ente dalla relazione.
Vedremo fra poco che anche la discussione dei fondamenti della teoria
corpuscolare di Heisenberg e Bohr conduce a questo stesso punto di vista
logico. 14. Analisi dei fondamenti della teoria corpuscolare di Heisenberg.
Conforme alla LdP, posto come base generale della logica che l'ente è tutto
risol- vibile nelle sue relazioni, si ricava che non è possibile pensare
formalmente (funzione logica U) e sotto lo stesso rispetto l'ente e la
relazione, Per pensare l'ente e la relazione in modo distinto formalmente
occorre pensare la relazione come entità, perchè occorre pensare l’ente e la
relazione come due entità indipendenti nel momento in cui si pen- sano
distinte. Nel momento in cui penso la relazione come esistente non posso
pensare nello stesso momento l’ente come esistente, (a meno di pensarlo
indipendentemente dalla relazione, contrariamente alla definizione), e
viceversa. Come entità gli oggetti devono essere spazializzati (cioe pensati
discorsivamente) e quindi non è possibile spazializzare due volte lo stesso
ente nello stesso tempo. La reciproca del principio fondamentale della LdP
(risoluzione dell’ ente in relazione) è vera solo se all'ente si sostituisce il
concetto di classe di enti. Cioè, mentre il conte- nuto dell’ente è
completamente risolvibile nelle sue relazioni, il sistema delle relazioni
definisce non l’ente ma una classe di enti, Quindi mediante le relazioni l'ente
resta sempre indeterminato, sotto l’aspetto della sua individuazione, Questa
indeterminazione è ovviamente inerente al processo medesimo del pensiero. Tenuto
fermo il principio che l’ente sia completamente risolvibile nelle sue
relazioni, si deduce che, se in un sistema di relazioni si aggiunge una
relazione, aumenta la deter- minazione dell'ente, ma diminuisce la estensione
della classe, cioè che le due idee cor- relative di ente e relazione sono in
rapporto inverso. Quindi se chiamiamo campo di probabilità dell’ ente la classe
definita dalle relazioni, si capisce che l'aumento della determinazione portato
dalla nuova relazione diminuisce la sua probabilità data dalla sua estensione.
Queste esigenze generali nascono dalla base generale della logica e dalla
distinzione D. U. Accettando il rapporto D. U come in VaR queste esigenze
vengono trasportate nel quadro dello spazio-tempo e quindi l’ente logico si trasforma
in un ente fisico e la rela- zione logica in una relazione fisica. È
precisamente quanto accade nella teoria di Heisenberg. Invero la teoria di Hei-
senberg considera la posizione d’un corpuscolo e il suo stato di movimento come
gran- pezze inseparabili, in modo tale che la determinazione eventuale di una
implica l’inde- terminazione dell'altra, Questa condizione è tradotta
analiticamente in un sistema spazio-temporale a quattro dimensioni dalle
quattro diseguaglianze note come le « relazioni di incertezza » di Hei- senberg
sulle quali riposa la sua celebre « teoria dell'incertezza », sviluppata
parimenti da Bohr. i Così stando le cose, in base alla teoria logica del
potenziamento immediatamente si capisce che la legge di Heisenberg è
un’interpretazione fisica secondo il modello lo- gico D. U di un'esigenza
fondamentale del pensiero. Inoltre è bene evidente che questo processo di
indeterminazione non è una forma di indeterminismo come si è già detto ('). Per
addurre un esempio calzante, questo fatto (che non ha valore rispetto alla
teoria filosofica del determinismo) della indeter- minazione si verifica per
gli enti fisici in quanto sono determinati ne? quadro dello spazio- tempo. Per
questi rapporti definibili per mezzo delle coordinate x, y, ,% l’indetermina-
zione evidentemente dovrà esprimersi in funzione di queste coordinate. 15.
Interpretazione logica della teoria statistica di Fermi e dello sealare di
campo 4. È necessario cosiderare brevemente il valore logico della conseguenze
del principio d’indeterminazione di Heisenberg che si possono dedurre dal punto
di vista della teoria statistica, per la quale i valori delle grandezze fisiche
non sono collegati che da leggi di probabilità, Non è detto, e già l'abbiamo
più volte avvertito ($ 14), che questa direzione meto- dologica della fisica
fornisca un decisivo argomento contro il principio della determina- bilità
esatta delle leggi causali. Tuttavia il passo fu fatto da molti, tanto che
ormai si sente comunemente ripetere che « la descrizione causale ha dovuto
cedere davanti alla descrizione statistica ». Qual fu l'origine del malinteso,
troppo diffuso nell'opinione vol- gare, ma ben lungi dall’esatto concetto della
determinazione statistica secondo la nuova meccanica di Fermi, come tra poco
vedremo? Un concetto erroneo del fondamento e dello scopo della determinazione
causale, ed inoltre l'aver obliato che l'evoluzione nel tempo del campo di
probabilità di Born è completamente determinata dall’ equazione delle onde. Il
concetto della determinazione causale fu ristrettivamente inteso quale
deduzione o determinazione deduttiva di %2 momento individuale. Così almeno
parve e pare tut- tora ai più, i quali credettero e credono scaduta di senso e
di valore la ricerca scien- tifica della causalità senza avvertire che con
questa non si vogliono tanto determinare cause ma rapporti causali (*). La
nuova meccanica conserva la determinazione delle leggi causali, perchè mantiene
la dipendenza dai valori iniziali. Invero, come Fermi dimostra, (4) E la
determinazione non è una forma di panlogismo. (8) Come abbiamo ripetutamente
sostenuto fin dal 1921 (17 problema della causalità, Vol. II, Sez. I Torino,
Bocca, 1921) il problema scientifico della causalità si deve intendere come
problema di determi. nazione di relazione, cioè di classe, a cui l'individuo
appartiene. In questo modo l’indeterminazione del- l'individuo nella elasse non
pregiudica la causalità della relazione. aelentità è sempre possibile conoscere
quale valore avrà una grandezza fisica qualunque in un dato istante qualunque
£,, in virtù d'un’ esperienza conveniente eseguita al tempo #, < £, . Per
contro in essa i valori di misure successive, per il principio
d’indeterminazione, cioè per il disturbo dovuto alla misura, non sono
determinabili che per leggi di probabilità. In certo qual modo appare che per
una grandezza fisica esiste un insieme virtuale di valori determinati dalla
legge causale e dalla evoluzione temporale della stessa grandezza, Dalle cose
dette discende che la teoria della statistica così intesa è in tutto compa-
tibile colla teoria della causalità. Giacchè appena si abbandona l'erroneo
pregiudizio che la determinazione causale consista nella deduzione d'un fatto
singolo e si riconosca la classe — che è l'insieme virtuale di tutti i valori
possibili — definita dalle relazioni come campo di probabilità dell'ente ($
14), è evidente che c’è una determinazione cau- sale possibile relativa alla
classe e una indeterminazione innegabile inerente agli indi- vidui della
classe, i quali possono essere determinati solo con considerazioni di proba-
bilità cioè con calcolo statistico. Questi principj sembrano a noi del più alto
interesse perchè si applicano senza dif: ficoltà alla interpretazione logica
della teoria statistica in rapporto colla teoria causale. In questo modo, come
vedremo, viene anche a precisarsi il significato logico delle ricer- che
matematiche di Born. Invero, posto che per avere la descrizione completa del
sistema logico bisogna determinare l'ente e la relazione, propriamente una
condizione (D. U), è chiaro che il problema si risolve nella determinazione
dell’invariante logico; problema che comprende ed esige il calcolo statistico
per l'ente, e il calcolo causale per la relazione, Ciò premesso passiamo
all'interpretazione logica dell’interpretazione fisica, Sappiamo che Heisenberg
si è preoccupato di cercare quella funzione che deve for- nire una
determinazione per le grandezze di posizione e velocità di un corpuscolo in un
dato istante, Born introdusse l’idea che la determinazione esatta sia data dal
quadrato dell’ampiezza della funzione + ('). Questa funzione 4 ha solo un
valore simbolico in quanto non si può dare di essa un’interpretazione diretta
nello spazio a tre dimensioni. Interpretazione diretta significa possibilità di
un'intuizione logica che sia nello stesso tempo psicologica, cioè immaginabile
in uno spazio a tre dimensioni, da alcuni in questo senso chiamato reale, cioè
quello spazio nel quale le costruzioni teoriche diventano come qualche cosa di
tangibile. In quanto la funzione 4 è simbolo di qualche cosa di fisicamente
reale, secondo la LAP deve esistere un modo analitico di esprimerla D
(caratterizzato da un do* comunque definito) e correlativamente una forma U
(funzione 7 rispetto al do°) capace di permetterne una intuizione logica anche
non diretta, cioè non psicologica. Deve dunque esistere un D. U, soddisfacente
alla costruzione di &. Abbiamo attirato l’attenzione sopra questi punti che
sono stati elaborati con tanta genialità matematica da Born, Fermi ed altri
fisici eminenti, per fare vedere che le (4) Che pertanto misura ad ogni istante
la probabilità di presenza del corpuscolo nell’onda cioè dd* — a?. ” D ricerche sulla determinazione dello scalare
di campo 4 non si sottraggono alla possibilità di una interpretazione logica
che rende conto del posto e del peso logico di tutti gli elementi costitutivi.
16. Impostazione logica del problema di Fermi e conseguenze logiche della sua
soluzione. I risultati raggiunti ci permettono di porre il problema di Fermi in
forma logica e fissare le conseguenze per la sua logica soluzione. Fermi
distingue: a) due gruppi di fenomeni, 6) due interpretazioni suggerite dai due
gruppi (corpuscolare e ondulatoria), c) una teoria che sia l’interpretazione
statistica delle diverse grandezze e com- pleti la conciliazione tra i due
gruppi di fenomeni. Relativamente a questo, tenendo conto della dichiarazione
di Bohr e de Broglie che « vhanno due facce complementari della realtà: la
localizzazione nello spazio-tempo e la specificazione dinamica per energia e
quantità di movimento », e « che con la nuova meccanica noi siamo costretti a
riconoscere che la localizzazione nello spazio-tempo e la specificazione
dinamica per energie e quantità di movimento sono come due piani differenti
della realtà che non si possono vedere con precisione nello stesso tempo », è
ovvio che la conseguenza delle idee di Fermi è che il quadro spazio-tempo sia
insuf- ficiente a formulare un modello unitario corpuscolo-onda, cioè, come
dice de Broglie, <il vero senso della dualità corpuscolo-onda resta oscuro
». Importa dunque riconoscere quale sia la funzione dello spazio-tempo rispetto
alla necessità di conciliare i due gruppi di fenomeni. Nell’opinione corrente
la funzione dello spazio-tempo è di permetterne una intuizione conforme a
realtà tangibile, Per contro l’analisi della LAP dimostra che il quadro spazio-
tempo nel quale in particolare si trasforma il modo fondamentale del pensare
come espressione del De U è ciò che dà origine e corpo fisico a questo D.U
nella distinzione corpuscolo-onda, indipendentemente dalla sua intuibilità
psicologica. Propriamente il corpuscolo e l'onda sono nel rapporto di ente e
relazione. Questo rapporto, essendo l’ esigenza costitutiva del pensiero, non
si può eliminare se non risol vendo l'opposizione tra la descrizione analitica
D e la sua condizione d’ intuizione sin- tetica logica U in una nuova
descrizione D' comprensiva d’entrambe. Problema logica- mente in tutto analogo
a quello del passaggio dallo spazio euclideo a quello di Min- kowski. Ma per i
principj della LdP, la costruzione del nuovo D' implica, per esigenza
fondamentale del pensare, l'insorgenza di un correlativo U'. La costruzione del
nuovo D' in cui si risolve la conciliazione propugnata da Fermi, implica
l'invenzione di un nuovo concetto fisico sostituente la coppia corpuscolo-onda.
In ciò consiste il continuo fecondo sviluppo della fisica e di ogni ricerca
scientifica. Ma la necessaria insorgenza del nuovo U’ trasforma nella forma più
complessa D'U' |’ oppo- sizione tra il nuovo concetto e la sua condizione di
intuizione logica. Una conseguenza importante si ricava da questa conclusione :
+ La determinazione del rapporto corpuscolo-onda non è deterministica, come
erronea- mente si crede da chi in conseguenza confonde l’indeterminazione con
l’indeterminismo; ma consiste nel porre le condizioni che rendono possibile
questo rapporto. Queste con- dizioni devono essere scelte e quindi dipendono,
come si è detto nel $ 10, dall’ esperimento, nè possono determinarsi a
prescindere da questo. Ad esempio, quando si pone il quadrato dell’ampiezza
dell’onda come misura della probabilità della presenza del corpuscolo, si pone
una condizione fisica, ma fisicamente non giustificabile se non attraverso all’
interpretazione sperimentabile. Dal punto di vista logico è invece giustificato
anzi necessario che si ponga una condizione alla relazione- classe per
determinare l'ente. Quindi si capisce come @ perchè la determinazione del-
l'individuo nella sua indeterminazione di classe sia permessa solo da una condizione
di statistica e di probabilità, verificabile sperimentalmente. Dal punto di
vista logico la conciliazione tra il gruppo di fenomeni che suggeriscono una
interpretazione ondulatoria della luce e della materia e quello invece che
porta ad attribuire ad esse una struttura corpuscolare non potrà prescindere
dalla distinzione tra D e U; e quindi i due elementi corpuscolare e ondulatorio
sono bensi fisicamente irri- ducibili ma non è eliminabile la fondamentale
opposizione tra gli elementi complementari logici di cui essi sono espressione.
17. Interpretazione logica della terza fase di sviluppo della teoria della
relatività, cioè del mondo di Minkowski e di Einstein. Senza entrare nello
sviluppo dei calcoli, prendiamo atto della dichiarazione di Fermi che «
Schròdinger ha potuto dimostrare che le due nuove meccaniche (corpuscolare e
ondulatoria) conducono in tutti i casi agli identici risultati, per modo che
esse possono in un certo senso considerarsi come due differenti aspetti della
stessa cosa ». Ma che cos’ è questa cosa? È già stato avvertito da Heisenberg e
da altri molti che «le onde devono essere con- siderate come un tipo di
rappresentazione simbolica della nostra conoscenza ». « Il fatto essenziale,
secondo Jeans, è che tutte le rappresentazioni che la scienza ora fa della
natura e che solo sembrano capaci d’ accordarsi coi fatti di osservazione sono
rappresen- tazioni matematiche ». La teoria della relatività nella terza fase
ha raggiunto una maggiore rappresenta- bilità matematica delle sue leggi,
geometrizzando il campo gravitazionale. Però in essa, come risulta dall’
analisi del paragrafo precedente, il rapporto di spazio-tempo si conserva
puramente sistematico e discorsivo; quindi nascono le difficoltà che le teorie
corpuscolo- onda cercano di risolvere con soluzioni sistematiche, Non è
impossibile unificare in un D gli elementi di qualunque D. U, cioè creare
ulteriori teorie unitarie; ma sempre sotto una diversa forma più generale si
presenterà il rapporto unitivo e distintivo D, U nelle vesti di un'intuizione
fisica. Sviluppo della teoria della relatività logica. Il mondo del
potenziamento logico, cioè il mondo di Mosso. In Val e Sul D. U e nei paragrafi
precedenti abbiamo mostrato che la stessa Fi- sica ha già superata la posizione
deduttiva e sistematica, perché studia e trova le leggi di trasformazione da un
sistema ad un altro. I mondi di De Broglie, di Schròdinger, di Heisenberg e di
Fermi sono costruzioni di leggi di trasformazioni espresse da equazioni fisiche
sulla base di principj di carattere generale. Ma la Fisica è andata avanti
logicamente senza proporsi il problema. della sua in- tima logicità. Adesso
appare in tutta evidenza il caratteristico compito della LdP. La teoria della
LAP è la teoria generale delle condizioni logiche delle formazioni e
trasformazioni dei sistemi. Le condizioni logiche più generali di cui le
trasformazioni fisiche sono realizzazioni, costituiscono quel sistema di
equazioni logiche e principj logici che è il mondo del potenziamento logico,
che noi chiameremo senz’ altro il mondo di Mosso. In Sw! D. U mostrammo come e
perchè, circa l’interpretazione del rapporto di spa- zio e tempo, l'intuizione
della LAP si stacchi dalle tre intuizioni relativistiche prece- denti: la
classica di Galileo, la speciale e la generale di Einstein (‘). C'è nelle
teorie di Lorentz, di Schròdinger, di Heisenberg, di De Broglie, di Fermi, una
unità logica fonda- mentale che in Fisica si riconduce alla proporzionalilà dei
D. U. Evidentemente questa proporzionalità è l'equazione logica delle
trasformazioni fisiche, come rapporto dei D. U. Oggetto e risultati generali
della ricerca. Riassumendo, dopo aver esposto succintamente nei Preliminari V
origine, la teoria e lo sviluppo della LAP, abbiamo tentato per la prima volta
una teoria delle equazioni logiche, fondate sul principio della variazione
relativa degli enti, e fissate le condizioni generali nelle quali si verificano
i casi di formazione e trasformazione dei sistemi, e secondo cui si possono
impiantare e risolvere nuovi importanti problemi teorici (/’arte Prima), e
anche discendere nel campo teorico pratico a importanti applicazioni (Parte
Seconda). Fra queste, per lo speciale interesse che giustamente vi
attribuiscono tutti gli stu- diosi, abbiamo scelto quelle concernenti i problemi
fondamentali della Fisica teorica comn- temporanea. Il nostro assunto teorico
ha potuto essere convalidato in una serie di appli- cazioni facilmente
controllabili. (1) « La quarta intuizione dimostra nel modo più generale che v'
è unità di spazio e tempo, nel senso che il tempo è la forma dello spazio. Si
capisce la differenza fra questa intuizione e le precedenti. Per quelle, spazio
e tempo tanto divisi quanto uniti o coordinati restano due entità
concettualmente distinte e complete. Invece nella intuizione della LAP esse
costituiscono una identica unità, nella quale uno (cioè lo spazio) è la
materia, l’ altro (cioè il tempo) è la forma; e l'uno è insussistente senza
l’altro », Sul D.U $ 10, INTRODUZIONE ALLA TEORIA DELLE EQUAZIONI LOGICHE La teoria che in una precedente ricerca
logica VaR ci aveva- già permesso fra l’altro di scrivere immediatamente la
trasformazione di Lorentz, come espressione della proporzionalità fra i due
sistemi di Galileo e di Minkowski, viene ora nel modo più generale ricondotta
al problema delle equazioni logiche col vantaggio di porre in luce che
l'interpretazione di Einstein circa la trasformazione di Lorentz è la
traduzione fisica di un'equazione logica più generale, cioè un caso particolare
dell'equazione logica di trasformazione applicato alla Fisica. 2°. Ci è stato
possibile dare una coerente interpretazione logica anche alla teoria dei Quanta
di Planck, direttamente dimostrando che il quantum d'azione, cui certo spetta
una funzione fondamentale nella struttura degli atomi passanti da stato a
stato, è pure l’espressione della proporzionalità dei due sisteml tra i quali
avviene lo scambio d' e- nergia, nella stessa forma logica di quella di
Lorentz, 3°. La stessa teoria riceve ora un’altra conferma colla
interpretazione della for- mula di Scehrédinger sempre con lo stesso
procedimento, 4°. Una quarta conferma la stessa teoria viene a ricevere colla
interpretazione del principio di Heisenberg. In questi quattro punti abbiamo
essenzialmente dimostrato che l'equazione di Schré- dinger, nella stessa forma
logica di quella di Lorentz, è una equazione di trasformazione di sistemi; e
che il principio di Heisenberg, essendo una interpretazione fisica del mo-
dello logico D. U, secondo cui le due idee correlative di ente è relazione sono
in rap- porto inverso, ovviamente colla sua « relazione d'incertezza » riguardo
alla posizione di un corpuscolo e il suo stato di movimento, non fa che
esprimere la condizione logica per cui se si aumenta la determinazione
dell'ente, si diminuisce l'estensione della classe. Questo processo
d’indeterminazione e di determinazione avviene senza il minimo pre- pregiudizio
dei concetti filosofici di determinismo e di indeterminismo, senza il minimo
apporto ai problemi extra-scientifici della irrazionalità del reale e del
panlogismo. 5°, Quest'ultimo risultato evidentemente ci porta a comprendere che
il valore logico dei metodi statistici, sostenuti da Fermi è fondato da una
parte sulla necessità logica della indeterminazione individuale (puntuale) e
quindi sulla possibilità di ottenere la determinazione dell'individuo nella sua
classe come probabilità, col calcolo combina- torio; e dall'altra sulla
necessità logica della determinazione della classe, col calcolo causale,
espressa dalla legalità delle leggi. > Dunque la situazione della Fisica
rispetto alla descrizione Statistica si chiarisce nel senso che la cosidetta
crisi del determinismo implicante il ritorno offensivo dell’ indeter- minismo
appare semplicemente una questione mal posta. L’indeterminazione dell’ ente,
giova ripeterlo, non è una forma d’indeterminismo, ma è un'esigenza per la sua
deter- minazione esatta nella sua classe logica. Il compito della ricerca
scientifica in breve è quello di determinare / invarianza del rapporto
statistico-causale, 6°. Per tale modo, dileguandosi davanti all'evidenza logica
le maggiori difficoltà che si sollevano contro la conciliazione possibile delle
due opposte teorie (l’ondulatoria e la corpuscolare), e impostandosi il
problema di Fermi in forma logica, sono state fis- 8 b2 sate le condizioni logiche sempre ricorrenti
della sua soluzione cioè dellesuccessive sin- tesi unitarie. 7°. Assodati
questi punti sul doppio terreno della teoria logica pura e della sua pratica
interpretazione fisica, abbiamo con sufficiente sicurezza potuto concludere che
la teoria della relatività logica implicante una quarta intuizione del rapporto
spazio-tempo, fondata sul principio mossiano della variazione relativa degli
enti, veramente e real- mente stabilisce il principio generale direttivo di
ogni forma di pensare. Precisando, il senso globale di questi risultati è
doppio: nella Parte prima la teoria delle equazioni logiche pone il fondo
unitario tecnico e operatorio per la formazione e trasformazione dei sistemi,
nella Parte seconda adduce le riferite applicazioni che sono in grado di
verificare esattamente la teoria. 20. Il nuovo volto della Fisica. La
trattazione di tutti i problemi presentati quì in forma logica a chiare note fa
comprendere che il fattore logico usato implicitamente, ma non proposto
esplicitamente fino a jeri, ha in ogni caso orientato lo spirito degli studiosi
e determinato l’avanza- mento del sapere da sistema a sistema. L'evoluzione
della Fisica contemporanea non può attribuire alla sola Matematica, intesa come
mero sistema deduttivo discorsivo (D), la parte decisiva nella sua elabora-
zione, perchè ha utilizzato elementi costruttivi intuitivi (U) dovuti alla sua
intima logi- cità, e prescindendo da qualsiasi intuizione rappresentativa. Il
nuovo volto della Fisica è illuminato dalla Logica del Potenziamento. Esprimo
la mia profonda gratitudine a Pietro Mosso il quale mi ha come sempre assistito
colla sua affettuosa collaborazione. A ANNIBALE PASTOR: QI SUL D.U. RICERCHE LOGICHE con
APPLICAZIONE AL PROBLEMA FONDAMENTALE - DELLA FISICA TEORICA seni ARCHIVIO DI FILOSOPIA ,, FASO. I, PP. DL: tai
. ANNO XI. N SÒ .<c up L fab SUL D.U. RICERCHE LOGICHE CON APPLICAZIONE AL
PROBLEMA FONDAMENTALE DELLA FISICA TEORICA
1 SENSO E VALORE DEL D.U. 1. Vedemmo nel saggio precedente! come
l'introduzione dell’ esponente in Logica importi che ogni combinazione di n
elementi si scinda logicamente in D e U, essendo D il discorso cioè l'insieme
degli elementi costitutivi, e U l'universo cioè l'elemento formale del loro
sviluppo. A quello corrisponde la deduzione per cui ogni ente rimane
individuato nel suo discorso secondo la necessità analitica delle sue
relazioni, a questo l'intuizione per cui ogni ente rimane potenziato nel suo
universo secondo la necessità sintetica della forma che si conserva nello
sviluppo analitico del discorso. Bisogna ora illustrare in modo semplice e
chiaro e con esempj pratici questo nuovo modo d'intendere la logica della
ricerca scientifica che è tutta imperniata sul principio del D.U. Chi abbia
seguito gli schiarimenti di Einstein sul processo di formazione d'una scienza
sperimentale ® e le discus- sioni sul D.U., iniziate nel «Saggio d'analisi
logica » precedente, vedrà subito in primo luogo con Einstein che lo sviluppo
scientifico è un processo che per vie diverse giunge a un comune punto
d'arrivo. Einstein dichiara: « Ad uno stesso insieme di fatti sperimentali
possono condurre diverse teorie, le quali differiscono notevolmente l'una
dall'altra »; in secondo luogo non mancherà di riconoscere con noi che un tal processo
di derivazione si compie anche da un punto di partenza comune. Inoltre Einstein
ha veduto che, per esplicare l'effettivo processo scientifico, non bisogna
trascurare la parte che nello sviluppo delle scienze esatte hanno l'intuizione
e la deduzione. Ma, a nostro avviso, solo la LdP colla teoria de} D.U. è in
grado di render conto dell'operazione primitiva comune che 1. PASTORE, Verso un
nuovo Relativismo. 2. EinsTEIN, Ueber die spezielle und die Saggio d’ analisi
logica. Archivio di Filo- allgemeine Relativitàststheorie Gemeinvers- sofia,
Settembre, Roma, 1932. Sarà citato stàndlich. Braunschweig, Wieweg, 1917, colla
sigla V. n. R. 7, 234, [Bn presiedendo alla scelta degli enti, serve di punto
di partenza (Logica generale come logicità)! alle costruzioni intuitive diverse
(U) dalle quali si deducono (logica particolare come sviluppo tecnico) sistemi
discorsivi pure diversi (D) validi a spiegare una comune realtà sperimentale
(punto di arrivo). Col principio del D.U, cioè sotto la doppia condizione della
deduzione e dell’ in- tuizione, la teoria dei sistemi primitivi, che Mosso
chiama ideologici, riunendo le proprietà sintetiche alle ben note proprietà
analitiche,? rimane stabilita in modo completo. È questa la tesi che 2. —
Raccogliamo intanto i risultati dell'analisi precedente. ora ci proponiamo di
dimostrare. Secondo i principj della LAP colle tre applicazioni compiute: 10.
in logica abbiamo posto il D.U. 2°. in geometria abbiamo trovato che l'U., di
un D. tempo (V.n.R. $ 7); (V.n.R. $ 6); come spazio è il 3°. abbiamo verificato
che questo è proprio della fisica (V.n.R. $ 8). Sorge spontanea la domanda:
come salta fuori la doppia esigenza del D.U. în un sistema scientifico
particolare? Questa domanda riceve una risposta ben determinata. Le idee e le
proposizioni primitive d'un sistema non hanno un legame necessario fra loro
sotto il rispetto della deduzione, tuttavia per essere un D, cioè un sistema
deduttivo, devono descrivere un U per essere costitutive di qualche cosa. Per
verificare la teoria con un esempio, cerchiamo quali operazioni logiche si
fanno nella costruzione ideologica della meccanica di Galileo, Tre sono i
principj fondamentali per lo studio della relazione fra il muvimento e ‘le 1.
Mosso, Principi di logica del potenzia- mento. ‘Torino, Bocca, 1923. 2. Secondo
la teoria più accreditata e diffusa la scelta di un sistema di nozioni e
proposizioni primitive, che non è neces- sariamente unico, [in un primo momento
dichiarata : convenzionale, indeterminata, non arbitraria (cioè sufficiente e
coerente) ‘oltre ni desiderata dell' indipendenza, indeducibi- lità, massima
economia possibile] non deve soddisfare che a tre condizioni: essere coe-
rente, sufficiente, irriducibile ( RouGIER). Ora in virtù delle considerazioni
svolte nel testa è evidente che le due prime proprietà rispondono all’ esigenza
analitica discorsiva (D) del sistema. La terza implica l’ esigenza sintetica e
intuitiva dell’ elemento formale, espresso dall’ Universo (U), senza la quale
il sistema non sarebbe individuato in modo completo. Inoltre se anche con
ROUGIER, invece della vecchia distinzione di Assiomi e Postulati si sostituisce
quella di Principj comuni alla Logica e Principj proprj delle scienze speciali,
dividendoli entrambi in tre gruppi: postulati d’ esistenza, principj for-
maiori 0 costruttori (operazioni di deduzione, sostituzione, addizione,
moltiplicazione, ne- gazione, conversione, astrazione, corrispon- denza,
iterazione) e assiomi di relazione si avvertirà che tutti i principj nella
teoria di Rougier, compresi i formatori, rispon- dono solo all'esigenza
analitica del di- scorso. Infine un ultimo rilievo s' impone rispetto al
carattere intuitivo. Dobbiamo forse ritenere che la nota dell’ intuizione sia
tanto ovvia e propria dei sistemi pri- mitivi e dello stesso tipo per tutti gli
elementi primitivi da render superflua ogni distinzione ? Tutt'altro. Non basta
dire che le nozioni e le proposizioni primitive sono evidentemente intuitive
appunto perchè sono primitive, cioè indefinibili e indimostrabili.
L'intuitività dell'elemento formale dell’ u- niverso dei sistemi primitivi non
è d' indole intuitiva in senso psicologico (sensibile, rappresentativa, o
personale) neppure è d'indole induttiva, senza tuttavia essere deduttiva. Ba
cause che lo producono cioè della Dinamica: 1°. — il principio d'inerzia; 2°. —
il principio della forza (eguale al prodotto della massa per accele- razione),
3°. — il principio di azione e reazione. Ovviamente questi tre prin- cipj
compongono un sistema (D) dal quale si deducono tutte le leggi della ®
meccanica. La loro sufficienza è provata col fatto. Siccome questi principj
sotto il rispetto della deduzione sono indipendenti tra loro, il lato nuovo
della questione s’affaccia subito con la domanda seguente: perchè sono
costitutivi d'un sistema D? (Certamente perchè sono necessarj a costituire una
unità che chiamiamo U, e che non è il D, perchè non è una necessità deduttiva;
posto che, come s'è detto dianzi, sotto il rispetto della deduzione sono indi-
pendenti fra loro. E non è men vero che, se questi tre principj costituiscono
necessariamente una unità (sintetica) U, evidentemente ne sono la descrizione
completa. Riassumendo, abbiamo. analizzato come i tre principj siano
sufficienti per un D e necessarj per un U, e come la loro necessità non sia di
‘ carattere deduttivo, ma costruttivo e in questo senso formale. L'intuizione
di questa x forma, poichè risponde ad un'esigenza necessaria, è un'intuizione
logica. 3. — Dimostrata la necessità logica del D. U. e analizzate le
operazioni corrispondenti in questo caso generale, soffermiamoci ora sul terzo
caso esposto nel $ 8, come verifica del D. U. — Einstein, meditando sul
continuo di Minkowski in cui ogni punto è spazio-temporale e il cui stato si
rappresenta colle dieci funzioni corrispondenti ai potenziali di gravitazione,
si persuase di avere assorbito il tempo nel do? cioè nella somma dx® + dy° +
dz? — c2at?. E, stando alla interpretazione logica usuale, c'è ragione di
ritenere che la cosa sia così. Ma altro è, come vedemmo, il risultato vero della
operazione einsteniana; e tale che sposta l’interpretazione fisica del continuo
spazio-tem- porale. Abbiamo infatti dimostrato che, introducendo # in D,.4,,
occorre co- struire un altro tempo che abbia rispetto a D,,, la funzione di
rispetto a Dn.! Riflettendo che ogni combinazione di n elementi deve scindersi
logi- camente in D e in U, si capisce che, in quanto # è diventato un elemento
di D, non può essere la funzione U del nuovo continuo. Infatti con l’intro-
duzione del continuo spazio-temporale nella teoria della relatività compare un
nuovo tempo ©, cioè con la sostituzione del do?—=f(x,y,z,t) a dst= f' (x,y,z)
avviene contemporaneamente la comparsa di un tempo 7 corre- lativo all'elemento
spazio-temporale do? come il tempo # era correlativo: a ds?. Quindi il tempo 7
non è un artificio di calcolo o un’arbitraria inter- pretazione d'una formula
di fisica relativistica, ma risponde a una necessità 1. Nel saggio precedente
V.n.R. è occorso un errore di stampa: nel $ 8 in luogo di * è stato sostituito
più volte T. ud. — strettamente logica. Essendo una condizione necessaria del
pensare, la distin- zione fra spazio e tempo non sparisce anche se lo spazio
diventa un continuo spazio-temporale. Non parrà pertanto esagerato affermare
che in questo modo s'è costituita logicamente una nuova nozione del tempo. La
novità consiste nel dimostrare che la dualità di spazio e tempo continua a
sussistere anche se un tempo diventa coordinata spaziale. Ne potremo afferrare
il senso rispetto alle nozioni precedenti tenendo presente che, in certo modo,
il con- tinuo spazio-tempo della relatività einsteiniana sta allo spazio
euclideo come la funzione U sta al continuo dello spazio-tempo. Dunque
l'impianto logico che la ricerca scientifica riceve da questa innovazione
costituisce un reale progresso dovuto esclusivamente alla logica del
potenziamento. l. — Ma ora, lasciando da parte la nuova nozione del tempo (su
cui Mosso prepara un lavoro fondamentale) passiamo a considerare la questione
del metodo dal punto di vista storico e teoretico, proprio del metodo, come
intendeva Descartes, pour bien conduire sa raison et chercher la vérité dans
les sciences. Provvediamo in altri termini alla opportuna orientazione storica
e teoretica, determinando la situazione delle scienze esatte, nonchè quella di
Einstein, davanti alla Logica. II ORIENTAZIONE STORICA 5. — Quattro sono i
punti fondamentali pei quali la logica d’Aristotele esercitò un'influenza
storicamente incomparabile sulla fortuna degli studj logici nel mondo antico,
medievale e moderno: 19, la dottrina dell'unità logico-metafisica della forma;
2°. la dottrina dei principj (contraddizione, identità, terzo escluso); 3°, la
dottrina delle forme elementari (concetto, giudizio, sillogismo) li. la
dottrina delle forme metodiche. Volgendoci ai tre ultimi nei quali prevale
l'esigenza dianoetica e la lo- gica strettamente formale s’afferma strumento di
lavoro per tutte le scienze, vediamo che pel secondo la logica aristotelica
diventa tautologica,1 pel terzo si perde nel vuoto formalismo della sillogistica,
pel quarto resta allo stato di seme in attesa d'essere gettato nel campo a
fruttificare. La maggiore novità era nel terzo, offerta dai Primi analitici e
la più brillante luce è la scoperta dell’Analitica logica dedotta
dall’Analogica matematica, cioè del 0v4- doyiouòs dalla dvadoyia (proporzione).
Ma una densa nuvola non tardò ad estendersi sopra le origini matematiche della
sillogistica. Quindi l’ ufficio del- l'analisi logica seguitò a rimanere
latente nell'analisi matematica degli antichi, 1. Cfr. Mosso, Principi e
PasTORE. Crisì. ite per essere poi mutuata dall’algebra dei moderni cui davan
credito le mirabili scoperte, mentre la logica sillogistica, ingolfata nel più
sterile verbalismo, cadeva nel massimo discredito. 6. — Dobbiamo trasportarci
al secolo decimosettimo per ripigliare con Descartes il filo della migliore
rivelazione aristotelica, cioè il nesso tra il metodo matematico delle
proporzioni e il metodo logico della deduzione. Certo Descartes
ignora le origini matematiche della sillogistica. Anzi, aduggiato dal vacuo
formalismo, rudemente dichiara d’essersi accorto che pour la lo- gique, ses
syllogismes et la plupart de ses autres instructions servent plutòt à expliquer
à autrui les choses qu'on sait, ou méme, comme l'art de Lulle, à parler sans
jugement de celles qu'@on ignore, qu'à les apprendre... Però, accingendosi ad esporre e
giustificare il suo nuovo metodo costruttivo, che cosa pensa di dover mettere
in evidenza in quelle scienze particolari che si chiamano comunemente
matematiche?... voyant
qu' encore que leurs objets sojent différents, elles, ne laissent pas de
s’'accorder toutes, en ce qu’ elles n'y considèrent autre chose que les divers
rapports ou proportions qui s'y trouvent, je pensai qu'il valoit mieux que j
ercaminasse seulement ces proportions en général...+ Brevemente, egli avverte: 19°. — di
far astrazione dalla differenza degli enti, 2°. — di considerare i rapporti e
le proporzioni in generale, 3°. — di esprimere gli enti in simboli (figure,
cifre), di incatenarli deduttivamente. Dunque Descartes, che abborre le
anticaglie della sillogistica e le disprezza per la loro stolta inutilità,
salva il principio operativo della proporzione, in cui al formalismo della
logica si combina l’astrazione della matematica. È il segreto degli Analitici
di Aristotele. Ma non cercate in Descartes il compli- cato labirinto della
sillogistica. ‘ All’opposto eccoci resi con lui alla proficua teoria che
pensare scientificamente, non è tanto giudicare, quanto ragionare cioè scoprire
e dimostrare, cioè costruire. Emerge la logica della ricerca scien- tifica in
senso stretto. Tale il titolo di Descartes come logico puro alla nostra
riconoscenza. Bastano questi pochi cenni per inquadrare senza equivoci l’ap-
prezzamento che segue. Nel Discorso sul metodo seguito dai tre trattati,
Diottrica, Meteore, Geometria, più specialmente nell'ultimo (1637), Descartes
prende di fronte alla logica tradizionale una posizione di combattimento che
dal punto di vista scientifico in senso stretto ha un'importanza enorme.
L'analisi logica, libera d'ogni intento metafisico, gnoseologico e
grammaticale, conscia nella sua tecnica spe- cialità, quivi trova finalmente la
sua vera via. La saggia direttiva grazie a cui egli costituendo la simbolica
algebrica logicamente riuscì a trasformare ogni problema geometrico in un
problema algebrico, delinea nettamente la 1. DescaRTES, MDiscours de la
Méthode. Seconde Partie. pag. 38, 39. [Aimé-Mar- tin). i ragione logica della
geometria analitica. Senza arrestarci ora sul fatto che Descartes introdusse
l’uso degli esponenti, mostrandosi perciò in possesso d'un’intuizione del
potenziamento matematico assai vicina benchè irreduci- bile a quella del
potenziamento logico, approfondiamo il processo nettamente relativistico che
caratterizza la sua massima scoperta matematica. Riconoscere il rapporto
analogico (d’analogia perfetta) fra geometria e algebra implica non una
semplice sovrapposizione di questa a quella. Sarebbe vano ogni avvi- cinamento
senza ammettere e postulare come dato incontestabile l'accordo formale puro. E
a punto vediamo che Descartes, postulando solo l'accordo formale delle due
scienze, encore que leurs objets soient différents, tenendo conto solo delle
proporzioni in generale, s’eleva all'unità logica dei loro simboli (figure e
cifre), per cui resta possibile sommare tra loro enti che per la loro apparente
eterogeneità non dovrebbero mai essere congiunti, secondo la più elementare
regola dell'aritmetica, come lo spazio e il tempo che non appajono certo affini
alla prima esperienza. La stessa cosa accadrà e anche in più paradossale misura
nella somma spazio-tempo a cui arriva la teoria einsteiniana della relatività,
e con defi- nitiva consapevolezza logica la Logica del potenziamento. 7. — Se
per indagare le origini logico-relativistiche della Geornetria anali- tica
abbiamo parlato di Descartes prima di Galileo, per sentimento d’ equità
dobbiamo riconoscere la precedenza del pensiero galilejano in ordine alla
relatività fisico-matematica. Galileo dev'essere considerato come il primo
rela- tivista, oltre che come il fondatore del metodo sperimentale.1 Il sistema
delle coordinate cartesiane, per cui ogni questione di Geometria si riconduce a
una questione d'Algebra, fu preceduto dal cosiddetto sistema delle coordinate
di Galileo, per cui fissata la relazione d' interdipendenza di spazio e tempo,
la determinazione fisico-matematica d’un ente avviene me- diante il suo sistema
di riferimento spazio-temporale. In tale modo e senso s'impianta la
trasformazione di Galileo e la sua meccanica. Così è definita la legge di
gravità, come funzione di spazio e tempo, cioè abbandonando il vecchio
pregiudizio della dissociazione assoluta di queste nozioni. Dunque il suo
sistema fisico-matematico, non è già più aristotelico. La logica implicita alla
sua Fisica ha già cambiato base, cioè ha sostituito all'ente assoluto come
sostratc invariabile, indipendente, l’ente relativo al sistema di riferimento
spazio-temporale. Resta nondimeno palese che Galileo ha mantenuto nelle
relazioni fonda- mentali i valori costanti che fanno coincidere il suo sistema
coll’intuizione tridimensionale euclidea. Riassumendo, Galileo
nell’elaborazione effettiva della fisica ha superata la posizione aristotelica,
senza però distaccarsi dall’intuizione geometrica d'Euclide. Dal punto di vista
della teoria usuale della relatività, .1. Che prima di lui e fin
dall'antichità, Ma la sua vera e genuina novità è la siansi fatti esperimenti
in fisica è pacifico. teoria del metodo sperimentale. dei = cioè sulla
Hauptstrasse della relatività einsteiniana, Galileo è il primo relati- vista;
ma del principio logico della variazione relativa degli enti non ebbe indizio.
8. — :Quel che fu detto di Galileo si applica a tutti i fisici posteriori fino
ad Einstein, i quali giunsero sempre meglio a comprendere che la tra-
sformazione di Galileo consiste in una nuova maniera di interpretare il rap-
porto additivo di spazio e tempo. Queste due nozioni avevano prima di Galileo
un senso assoluto, la loro misura era la stessa sia che l'osservatore fosse in
ripose 0 in movimento. Per quanto s'è dianzi chiarito, possiamo dire che tali
nozioni, considerate come invarianti e irrelative, erano logicamente depo-
tenziate. Grazie ai progressi postgalilejani del principio di relatività si
venne a capire che in certi casi spazio e tempo sono correlativi e covarianti a
segno che si possono fondere nel concetto di un continuo a / dimensioni.
Sarebbe tuttavia erroneo ritenere che la teoria einsteiniana della relatività
segni già il completo abbandono della finzione dei corpi rigidi di riferimento,
che ogni residuo aristotelico di tautologia e d’assolutismo sia già respinto,
che la logica delle scienze infine sia già metaristotelizzata così di fatto
come di diritto. Questa tesi sarà provata all'evidenza nei prossimi paragrafi.
IORIENTAZIONE TEORETICA 9. — Abbiamo tracciato il quadro più generale dello
sviluppo storico delle scienze rispetto a ciò che si può dire la logica interna
dei sistemi. Questa revisione storica, lontana dal modo consueto di considerare
il problema, ci ha riserbato parecchie sorprese. La prima è questa che
lo.sviluppo formale delle scienze prende al rovescio la teoria della logica
formale tradizionale. Torna impossibile al logico, che domandi intera la sua
libertà, lavorare negli stampi dell'antica teoria delle forme elementari:
concetto, giudizio, sillogismo, ricondotte ai rapporti fonda- mentali di
inclusione, esclusione ed interferenza. Tuttavia non ci spingiamo fino al punto
di ripetere con Condillac: Nous ne ferons aucun usage de tout cela. Il concetto
è ineliminabile perchè ogni nuova conquista o scoperta si risolve nella
costruzione di un concetto nuovo. Quindi sotto forma di relazione intesa come
unità il concetto resta la base della logica, ma nello sviluppo ulte- riore
della Logica la deduzione produttiva non avviene per combinazione dei nomi dei
concetti, nè per giuoco estrinseco di schemi giudicativi, o sillogistici, ma
per metodiche trasformazioni dei sistemi delle relazioni concettuali. Ciò che
si perde è la logica formalistica. Sostanzialmente è da avvertire che il 1.
ConpiLLac, La logigue. Paris, Delalain, 1811. pag. 65, n. residuo utilizzabile
delle forme elementari dev'essere ridotto alla più semplice espressione,
sciolto da ogni ingombro metafisico, gnoseologico, psicologico e filologico.
Finchè dunque non sia operata la purificazione su questo punto è meglio
mantenere il silenzio. 10. — La seconda sorpresa è quest'altra che «le scienze
hanno realizzato il passaggio da un D. U,ad un altro D. U. più complesso con
salti intuitivi, senza rendersi conto che il passaggio era essenzialmente
logico ».1 Si direbbe che un'invisibile sottocorrente logica le trascina, con
bruschi progressi, indipen- dentemente dalla logica aristotelica. La prova più
tipica ci è offerta dal progredire rivoluzionario dello stesso principio
relativistico, in cui si possono omai contare quattro fasi, nettamente
distinte: °. la relatività classica di Galileo, 2°. la relatività speciale di
Einstein, 3°. la relatività generale di Einstein, lio. la relatività universale
della Logica del potenziamento. Alla base del primo progresso si trova
l'intuizione del principio d'inerzia di Kepler, donde la situazione particolare
dello spazio intuito come libero da gravitazione, opportunamente chiamato
spazio di Galileo, che è ancora lo spazio piano, omogeneo e isotropo di Euclide
e di Newton. Il principio d'inerzia dice che un corpo permane nel suo stato di
quiete o di moto se non intervengono forze esterne. Questo significa che non
v'è differenza dal punto di vista delle formule meccaniche che un corpo sia in
quiete o in moto uniforme, cioè che per un osservatore fisso al corpo in modo
uniforme non vi è un punto assoluto di riferimento fisso. In questo caso sono
sufficienti le leggi di Galileo per determinare le leggi del moto. La seconda
intuizione dice che in uno spazio di Minkovski è ancora vero che non si può
trovare un punto di riferimento assoluto, e quindi che le leggi della meccanica
sono ancora valide, usando la trasformazione di Lorentz invece di quella di
Galileo. La terza intuizione conferma le intuizioni precedenti per uno spazio
gravi- tazionale, cioè che non vi è uno spazio-tempo vuoto. La quarta
intuizione dimostra nel modo più generale che v'è unità di spazio e tempo nel
senso che il tempo è la forma dello spazio. Si capisce la differenza fra questa
intuizione e le precedenti. Per queste spazio e tempo tanto divisi quanto uniti
| coordinati restano due entità concettualmente di- stinte e complete. Invece
nella intuizione della LAP esse costituiscono una identica unità nella quale
uno (cioè lo spazio) è la materia, l’altro (il tempo) è la forma; e l'uno è
insussistente senza l’altro. = 11. — Un'altra sorpresa concerne il tipo dello
sviluppo formale delle scienze. Il loro procedimento si può formulare così.
Esaurito il campo d'una data mr lo VesoR. 89, t-. cifra forma ad n elementi
primitivi, il passaggio ad uno sviluppo maggiore è la so- stituzione della
forma di n --- 1 elementi primitivi ad una forma di n elementi, cioè il
passaggio da un universo di n elementi ad uno di n-+ 1. Senza bisogno di
speciale dim. si vede subito che questo problema non si può risolvere, nonchè
affrontare, colla logica aristotelica, nè per i principj, nè per le forme
elementari, nè per le metodiche. Siccome ad ogni passaggio c’è una nuova intuizione
in corrispondenza delle nuove forme logiche U, così la logica aristotelica non
ajuta. C'è in Aristotele l'intuizione logica dell'elemento formale U? Non c'è.
Ma, non dimentichiamo, manca in tutte le correnti logiche fino a noi, sicchè la
situazione della LdP è, propriamente parlando, paradossale. 12 — Riprendiamo
ora in modo critico gli stessi argomenti per ‘arrivare alla stessa conclusione.
Ammettiamo che si debba passare da un sistema di n enti ad un sistema fondato
su (n -. 7) enti costitutivi, cioè da n elementi del primo sistema e da un
elemento in più, che sia fuori di quel sistema, La logica classica non si
accorge che questo passaggio importa un cambiamento di forma. Non se ne
accorge, perchè essa ha una funzione sistematica interna ad un sistema di n
enti, che restano sempre quello che sono. Così nella logica sillogistica per
nessuna considerazione si può dedurre la comparsa del nuovo elemento. Nel suo
sviluppo manca tanto il simbolo segnalante la comparsa del nuovo elemento,
quanto l’operazione del cambiamento di forma e della neces- sità di una nuova
intuizione nel passaggio da una forma all'altra. Nè si dica che cambiamento di
forma non c'è. La forma cambia, perchè se non cam- biasse gli elementi
potrebbero essere individuati come prima da n elementi, contro l'ipotesi che
siano costitutivi n - 7. Frattanto non si può mettere in dubbio il progresso
delle scienze relative all'aumento del numero degli elementi, dovuto cioè a una
successione di cambiamenti di forma (intuizioni) e di sviluppi discorsivi dei
dati di queste intuizioni (deduzioni). Resta quindi ribadita la tesi del $ g
‘che le scienze hanno dovuto progredire indipendentemente dalla logica
aristotelica, alla quale è in tutto conforme il postulato euclideo. Le scienze
sarebbero rimaste sterili se si fossero lasciate tiranneggiare dalle esigenze
della tautologia, cioè se in ogni caso fosse stato rigidamente rispettato il
principio aristotelico d'identità A=A, implicante restrittivamente |’ egua-
glianza e la permanenza dell'ente, per cui restano negate le idee di variazione
e di trasformazione e quindi le leggi del potenziamento. (È quasi superfluo
avvertire che il principio d'identità A—A ha il suo legittimo impiego negli
sviluppi analitici). 13. — C'è dato inoltre di poter determinare qual sia il
posto che occupa, Einstein dal punto di vista della Logica. Tutti sanno, che la
rivelazione relativistica inaugurata da lui scuote scien- tificamente l'antico
giogo assolutistico. Ma il notevole è che la sua situazione davanti alla Logica
è ancora di stampo antico. Chiarire questo tratto non è sunto N facile, perchè
è cosi pronto e intimo il nesso fra la scienza e la logica interna che la
sospinge che la prima ha relegato nell'ombra la seconda. Frattanto instein in
Logica non è relativista. Il suo metodo, mancando di quel centro di
rannodamento e di superiore dominio che è il potenziamento logico, fluttua in
una continua vicenda d'aristotelismo e d’ antiaristotelismo. L'appello alla
storia, che ci ha già fatto riconoscere la profonda diffe- renza tra la quarta
fase e la seconda e la terza dello sviluppo del principio di relatività,
associandosi ora alla ragione critica mette in chiaro che la teoria
einsteiniana della relatività non è che un caso particolare del 'relati- vismo
più generale della LdP. Il suo superstite aristoteliimo, cioè in ultima analisi
il suo residuo di irrelativismo, è precisamente ciò che le impedisce di
esplicare tutte le sue immense risorse. S' impone quindi il problema di inda-
gare il valore logico delle conseguenze più ardite della teoria della
relatività. Abbiamo molte buone ragioni per asserire che tale indagine si
risolverà nel controllo, meraviglioso, che lo sviluppo di questa teoria è
conforme allo schema logico del potenziamento. IV NUOVE APPLICAZIONI DELLA LdP
il. — Procediamo a nuove applicazioni in prova dell'efficacia metodica della
praxis del potenziamento. Mostriamo anzitutto l’ineliminabilità della funzione
logica U nella ricerca scientifica. La funzione logica U, nel caso dello spazio
puramente geometrico, ci è risultato essere il tempo ($ my Von.:Ri). Abbiamo
pure verificato ($ 8, V.n.R. ) che modificando lo spazio come funzione logica
D, cioè aggiungendo il tempo # e formando il continuo spazio-tempo, nuovo D, la
funzione £ è sostituita logicamente dalla funzione 7. Vediamo ora analogamente
come la funzione U, che nello spazio o nello spazio-tempo abbiamo veduto essere
t o 7, nello spazio fisico al quale dob- biamo attribuire una proprietà in più,
sia ancora diversa. Val quanto dire che, se applichiamo il ragionamento a punti
geometrici, per la costruzione e descrizione delle relazioni geometriche in cui
si risolve il discorso geometrico le quali implicano il puro movimento del
punto, la funzione U è data da un tempo. Se applichiamo il ragionamento a punti
dotati di proprietà fisiche oltre a quelle spaziali e temporali, o
spazio-temporali, cioè a un discorso che abbia rispetto ai primi almeno un ente
costitutivo di più, la funzione U è ancora diversa. Adottando questi criterj
possiamo facilmente perseguire la funzione logica U attraverso l'immensa
organizzazione della fisica. Riferiamo solo il — = risultato essenziale
dell'indagine. Si riscontra in ogni teoria fisica la necessità d'una ipotesi
ausiliaria che permetta di interpretare le formule e i risultati sperimentali.
Questa ipotesi è reale nei limiti in cui le formule fondamentali del sistema
primitivo traducono la realtà fisica; ma, qualunque sia il grado di
approssimazione alla realtà di dette formule, l'ipotesi ausiliaria è sempre
necessaria per la pensabilità dei risultati deducibili. Sarebbe estremamente
interessante esaminare tutte le ipotesi ausiliarie escogitate dai fisici, e
mostrare come ai varj contenuti sempre si applichi una diversa condizione
formale U. Il metodo da seguire si ricava con facilità dai risultati seguenti
appurati nel caso dell’ etere. L'etere è il mezzo al quale si attribuiscono in
Fisica unitariamente le proprietà del sister’ma primitivo fisico, cioè il modo
di modellare il sistema. Qual'è il suo ufficio nell'economia della ricerca
scientifica? È importante indicarlo per prepararsi a vedere se e come
realmentela teoria prorompa dalla pratica. Per verificare i risultati delle
formule, per verificare cioè se le formule interpretano i risultati
sperimentali, dobbiamo fare un’ipolesi supplementare che non è una conseguenza
delle formule e che quindi non è una relazione del sistema, non è una proprietà
del D fisico, ma tale che ci permetta di costruire intuitivamente il
comportamento del fenomeno. Questa ipotesi che ci dà la forma in cui si realizza
il fenomeno, cioè l'intuizione formale del processo deduttivo, e che noi
chiamiamo U, nel sistema fisico è data dall’etere. Fino a che non si dissocia
questa universale esigenza sintetica della forma dalla non meno universale ma
più apparente esigenza analitica del discorso, la funzione complessa dei
sistemi primitivi genera l'ambiguità che sconcerta la metodologia. 16. —
Riassumiamo alcune verifiche che potranno fare le spese di venture discussioni.
Per lo spazio geometrico la V.n.R., come U(t). Lo spazio D e il tempo U
unitamente ad un terzo elemento, ad es. G nel sistema C. G. S., costituiscono
gli enti fondamentali d'un sistema fisico. Secondo la teoria del potenziamento
per interpretare le relazioni tra gli elementi del D stesso occorre un elemento
în più, cioè la forma U. Esaminiamo se e quale ipotesi ausiliaria, non
deducibile dagli elementi funzione U è stata ricavata nel $ 7 di 1. Questo
nuovo modo di intendere la logica della ricerca scientifica ci permette di
riconoscere che il sistema ipotetico-de- duttivo è sempre lo schema del
processo scientifico, avuto riguardo alla funzione costruttiva che ora a buon
diritto sempre più energicamente si propone. I due mo- menti messi in luce da
OrEstTano in Matematica e Filosofia (Archivio di Filo- sofia. Anno II. Fas. II,
Sett. 32) e cioè il carattere sintetico-costruttivo degli enti o del sistema e
il carattere analitico-combi- natorio delle dimostrazioni corrispondono alle
funzioni logiche U e D. Come ulte- riore schiarimento si può notare che le
facoltà costruttive (U) si esercitano nel- l'intuizione dell'ipotesi come
sintesi con- cettiva e forma logica del sistema; la deduzione invece rende
esplicite con l’'a- nalisi le combinazioni conseguenti del si- stema. IRE, pe
costitutivi del sistema e pur necessaria per interpretarlo, abbia
effettivamente accompagnato lo sviluppo storico dei sistemi fisici. Per il
sistema fisico riferito allo spazio ed al tempo di Galileo-Newton lo sviluppo
della fisica. ci presenta diverse ipotesi successive che si riducona essenzialmente
allo sviluppo dell'idea di etere. Nella meccanica di Newton lo spazio assoluto
ha virtualmente le proprietà dell'etere; e realmente ne adempie la funzione
fisica. Fizeau concepisce l'etere come quasi rigido ed immobile, una specie di
spazio materializzato imponderabile dotato delle proprietà elastiche dei corpi
rigidi ponderabili. Maxwell mantiene all'etere le proprietà meccaniche
attribuitegli da Fizeau ma collegate in modo più complesso. Hertz concepisce
l'etere come un mezzo ponderabile dotato sia di pror prietà meccaniche sia di
proprietà elettriche. Nel continuo spazio-tempo abbiamo veduto al $s 8 di
V.n.R. che la forma U del do è x. Nella trattazione siamo partiti dalla ipotesi
della proporzionalità delle forme U(t) e U(7'). Questa ipotesi, cioè che la
forma dello spazio di Galileo e Newton sia proporzionale alla forma dello
spazio- tempo di Minkowski, ossia alla geometria della relatività particolare,
ci ha condotti a ricavare logicamente la trasformazione di Lorentz come
funzione di proporzionalità tra le due geometrie. Ciò significa che lo
spazio-tempo è ancora una forma euclidea. Aggiungiamo ora nello spazio-tempo un
elemento fisico, cioè modifichiamo ancora il sistema D. Verifichiamo come
cambia l'ipotesi ausiliaria. Lorentz rappresenta il punto di trapasso tra le
vecchie concezioni dell'etere riflettenti le idee assolute di spazio e tempo e
relative ad esse, e le nuove concezioni della meccanica relativistica e
quantistica. Lorentz spoglia l'etere delle proprietà meccaniche e lo pensa come
campo immobile. La meccanica relativistica iniziata da Lorentz porta un
ulteriore mutamento nella concezione dell'etere. Nel caso della relatività
ristretta si usa dire che l'etere non esiste. Ciò significa invece che
l'ipotesi dello spazio vuoto sostituisce l'ipotesi dell’ etere, ammettendo che
la luce si propaghi attraverso lo spazio vuoto, cioè che lo spazio vuoto
possegga proprietà fisiche. Resta, in altri termini, manifesto che le proprietà
dell'etere vengono ad attribuirsi con sempre più chiara coscienza allo stesso
continuo spazio-tempo supposto dotato di proprietà fisiche. Invero l'etere
viene non solo spogliato di ogni proprietà meccanica, ma anche non può più
essergli attribuito uno stato di moto. L’etere non è più un mezzo contenuto
nello spazio e quindi i campi cessano di essere gli stati di un mezzo. L'etere
viene negato come distinto dal continuo spazio-temporale, ma contro
l'apparenza, perchè «l'etere non si può negare in quanto non si può ammettere
che lo spazio vuoto non possegga alcuna proprietà fisica », (Einstein, 1921).
Mach segna il trapasso dalla relatività ristretta a quella generale in quanto
Mi: (DE introduce nell’etere il concetto di inerzia. Nella concezione di Mach
l'etere determina lo stato delle masse inerti ed è da esse determinato. Nel
caso della relatività generale, l'etere diventa l’espressione concéttiva
unitaria! delle proprietà fisiche dello spazio-tempo. Vediamo che cosa accada
nel caso delle fisiche di Dirac, Kaluza, Klein. In questi sistemi si introduce
una quinta variabile o dimensione oltre 2, y, 2, t. Essenzialmente (con più
evidenza nella meccanica ondulatoria) la quinta coor- dinata ha un modello
nella carica e. Sotto questo punto di vista nella costruzione logica (di tipo
U) la differenza tra le fisiche penta-dimensionali e tetra-dimensionali
consiste in ciò: nel continuo a quattro la carica e non è indipendente
costruttivamente dalle x, y, z, t; nel continuo a cinque variabili la carica e
diventa costruttivamente indipendente e correlativa delle x, y, 2, t. Cioè, se
D! era il discorso logico determinato da quattro enti al quale corrispondeva
una intuizione sintetica o modello U4!, nelle fisiche a cinque dimensioni si
determina un nuovo discorso D? derivato da D1, mediante l’aggiunta d'un nuovo
elemento x5 (ad esempio e), cioè in sostanza col) solito processo da n ad n-{-1
elementi costitutivi, e quindi si determina un nuovo modello U? di D?2. Ad U?
sinteticamente e unitariamente si attribuiscono le proprietà fonda- mentali
necessarie perchè le cinque variabili indipendenti x, y, z, t, e siano
costitutive di un sistema. Questa intuizione U?, anche se fosse diversamente
denominata, potrebbe dirsi l'etere della fisica a cinque dimensioni, in quanto
ne esprime la funzione logica. 17. — Dunque lo sviluppo della fisica dimostra
che parallelamente ai tentativi di accordare senza contraddizione i risultati
sperimentali si è pre- sentato il problema di modificare le proprietà
dell'etere. In ogni caso l'etere si è rivelato come un modello intuitivo
dell’unità formale (generale e fon- damentale) (U) del discorso fisico (D).
Chiarissimo allora diventa l'ufficio dell'ipotesi ausiliaria dell'etere. Il
pro- blema logico dell'etere è la costruzione logica U di un sistema fisico D.
Se fosse possibile risolvere il problema del sistema fisico con soli procedi-
menti D si potrebbe dedurre tutto il sistema senza la necessità dell'ipotesi
ausiliaria U. Invece nel caso dell'etere abbiamo veduto che ad ogni sistema
fisico D modificato corrisponde una nuova ipotesi dell'etere. Quindi lo sviluppo
storico della fisica dimostra che non si può eliminare la funzione logica U. La
funzione U è la logicità delle idee primitive del sistema che sistematicamente
1. « Lo sforzo inteso a stabilire l'unità stEIN. L’etere e la teoria della
relatività, concettiva della natura delle forze fisiche 1921. condusse così
all'ipotesi dell’ etere » Ern- sono indipendenti. È quello che si direbbe, nel
linguaggio di Goethe, lo spirito dell’insieme (der Geist des Ganzen). Deduciamo
da questa rassegna una conseguenza d’ordine generale. L’ ipotesi ausiliaria
dell'etere è la traduzione in termini fisici della condizione generale della
pensabilità. Attraverso alla distinzione tra D e U possiamo pensare l’unità di
ogni reale. Questa distinzione è ineliminabile ed entrambe le funzioni sono
logicamente necessarie. Non esiste quindi un contrasto concettuale fra etere e
materia ma esiste la loro distinzione in una unità logica D. U. Se fosse
possibile costruire un D che assorbisse l'U, non mancherebbe di rinascere la
necessità logica di una nuova distinzione cioè di una diversa funzione U. Le
due realtà di cui parla Einstein (vedi: Etere e Teoria della Relatività)
riconosciute in un rapporto di causalità ma logicamente distinte, sono inter-
pretate dalla logica del potenziamento in un rapporto di logicità che consiste
in questa distinzione. NA . — Eccoci pertanto lontano dalle più vaghe
generalità alle quali si sarebbe potuto scetticamente presumere che giungesse
una ricerca, come questa, teoretica, esordiente col principio astratto dell’introduzione
dell’esponente in logica. La teoria del D. U. ci ha permesso di rielaborare,
integrandola, la logica della ricerca scientifica. Compito grave e in tutto
pratico, giacchè qui posi- tivamente la Vempia si fa mOAÉIS e
prammatisticamente la sua verità si può misurare in proporzione dell'utile che
se ne può trarre. Nella Parte 1 furono chiariti in modo completo il senso e il
valore del D. U, sia semplificandone l’impiego nella costruzione ideologica
della meccanica di Galileo; sia dimostrando l'utilità analitica della
distinzione delle due esi- genze D e U che ci ha condotti nel $ 7 di V. n. R. a
trovane in Geometria che l'U di un D come spazio è il tempo e nel $ 8 in Fisica
a ricavare logicamente la trasformazione di Lorentz costituendo una nuova nozione
del tempo ($$ 1-4). L'orientazione storica della Parte I/ e l’orientazione
teoretica della Parte III, appajono quindi nettamente trasfigurate alla luce
del principio del D. U che da un lato esprime la logica interna dello sviluppo
storico delle scienze, ($$ 5-8) dall'altro mette in rilievo quattro punti e
vorremmo sperare quattro certezze: 1. lo sviluppo non aristotelico delle
scienze ($ 9); 2. il progredire rivoluzionario della teoria della relatività,
in cui si possono distinguere omai quattro fasi: la relatività classica di
Galileo, la relatività e: speciale di Einstein, la relatività generale di
Einstein, la relatività univ&s@ della LdP. Lay differenza specifica di
quest'ultima dalle precedenti si NG concretare nel ‘nuovo principio relativistico
che ad ogni D corrisponde un (il tempo è la forma dello spazio, l'etere è la
forma della materia) ($ 10); 3. il rapporto vitale dell’intuizione e della
deduzione nella tecnica opera- toria delle scienze. Dove si vede che il
behaviour delle teorie, per così dire, è sempre relativo all'aumento del numero
degli enti, dovuto cioè a successivi cambiamenti intuitivi di forma (U) e di
sviluppi deduttivi di discorso (D) (SS 11-12); fio. la situazione ancora
aristotelica, cioè non relativistica, di Einstein di fronte alla logica ($ 13).
La Parte IV infine verifica l’interdipendenza o meglio l'interazione logica che
lega le due operazioni del D. U. A tale scopo, poichè l'esigenza U è meno nota,
partitamente si dimostra: in primo luogo, l’'ineliminabilità della funzione
logica U ($ 14); in secondo luogo la comparsa della funzione logica U
nell'ipotesi dell'etere ($ 15). Una volta riconosciuto questo, esaminando a
cominciare da Newton le teorie più eminenti dell'etere (Fizeau e Fresnel,
Maxwell, Hertz, Lorentz, Mach, Einstein, Dirac, Kaluza, Klein, ecc. ($ 16) è
interessantissimo dal punto di vista logico verificare che in ogni caso il
problema scientifico dell'etere non è che la costruzione logica U d’un sistema
fisico D ($ 17). Così la tecnica della ricerca scientifica si rischiara nel
punto di partenza. Sempre si tratta, nell'organamento logico di un sistema
primitivo, di formare una sintesi U d'un discorso analitico D. L'operazione
mentale che si effettua nella funzione logica U è di natura intuitiva affatto
analoga a quella che si compie nell’ideazione costruttiva, cioè nella
costruzione ideale d'una macchina qualunque, astratta o concreta che sia.
L'operazione mentale che si effettua successivamente nella funzione logica D è
di natura deduttiva anche qui affatto analoga a quella che si compie nel far
funzionare la macchina. Come poi accada, perchè accade, quel che anche già
proverbialmente si dice, che «volta a volta la teoria sorpassa la pratica e la
pratica sorpassa la teoria », è un'altra questione, che deve trattarsi
separatamente. 19 — Così stando le cose, pare che non sia esagerato affermare
che l’ap- plicazione della LdP alla ricerca scientifica genera e autorizza
certe speranze. Intanto finora non abbiamo rischiarato che un solo lato del
problema. Per evitare i pericoli d'una troppo pronta generalizzazione abbiamo
mantenuto l’indagine nei limiti delle scienze astratte. Ma si vedrà in prossime
ricerche come la L.d.P. si applichi utilmente a sistemi concreti. Ringrazio
vivamente Pietro Mosso per i suoi preziosi ajuti e consigli. Torino, R.
Università, Dicembre, 1932, XI. AnnisaLe Pastore. 156189 ‘i # x o ” A è Mia Le]
e Pi n te - x . . p° * 4 x Ò è, ‘ W . hd LI Pi La x , . % ‘ Po ' . 4 n i "
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v T] è Pil Tipi Ri Carabb Miano clio st P., LIBERO DOCENTE DI FILOSOFIA TEORETICA ae I I PROGRESSI
I ce I LE CONDIZIONI PRESENTI DEGLI STUDI INTORNO EAeL'OGlCA FORMA PROLUSIONE
AD UN CORSO LIBERO DI LOGICA Letta i NELLA R. UNIVERSITÀ DI GENOVA IS Ti #7 A
raserto * FINALMARINA TIPOGRAFIA ARDORINO 1906 ni ra — a = o | TRITATO (Vo ot ©
Se Signori, a Dando principio ad un corso di lezioni sulla logica formale in
questa Università illustrata da insigni filosofi e da scienziati di fama
europea, lasciate ch'io adempia un voto del cuore rivolgendo un rive- rente
saluto a quei generosi consiglieri e maestri che primi hanno voluto
incoraggiare le mie oscure ricerche, mentre io sento purtroppo che, tolto
l’amore che porto ardentissimo alle verità sublimi della filosofia teoretica,
nè virtù nè alcun merito mio mi dànno speranza | di poter corrispondere
adeguatamente agli scopi della loro dottrina. Non senza intima trepidazione
quindi io mi accingo ad esporvi le mie idee sull’argomento che ci raduna,
intendo la logica formale nelle sue condizioni presenti e nei progressi che
essa è destinata a compiere, quando venga praticata da un certo nuovo punto di
vista, in armonia coi risultati delle indagini odierne. Non già che il largo
sguardo di cotesti problemi fondamentali della filosofia, per la copiosa
letteratura che ci sorregge, per la cauta e misurata educazione critica che ne
si impone, per le feconde iniziative che sono aperte a tutti gli uomini di
buona volontà, abbia l’ingrata virtù di deprimere l’en- tusiasmo della ricerca,
perchè anzi l’altezza dell'argomento solleva in certa misura anche i più umili
ricercatori. Ma fra l’improvvide esul- tanze di coloro i quali non pensano che
la filosofia non ha fretta, e le inutili rabbie degli oppositori per partito
preso, e le più inutili paure di coloro che si adagiano nel passato, la
convinzione di non poter trovare unanime il consenso di tutti gli intelletti
genera negli animi onesti una legittima trepidanza. I a Inoltre, pensando alla
grande distanza che mi allontana per l’ordinario da cotesta splendida città e
rievocando i gravi sacrifizi e gli ostacoli d’ogni maniera che mi contendono la
vostra studiosa compagnia, non sembra fuor di proposito deplorare che alla
pochezza delle mie forze s’aggiunga anche l’angustia del tempo. Ma io stimo far
cosa più conforme al mio dovere chiamando senz'altro la vostra attenzione sopra
la disciplina di cui debbo svol- gere le sorti, la quale anzi tutto richiede
che sia dissipato un equivoco. Infatti, malgrado la mia confidenza nella
chiarezza della tesi che mi propongo di svolgere quì, io proverei una troppo
grande appren- sione a parlarvi di logica formale e di logica tecnica, qualora
non fossi sicuro di cansare sin da principio i due eccessi contrari: la
diffidenza e la temerità. Tutto il mondo sa così bene il fastidio generato
dall’imperversare della logica scolastica, la quale esagerò nel più
insignificante tecni- cismo formalistico, che chiunque si accinga a
giustificare appunto un nuovo tecnicismo formalistico da applicarsi ai fenomeni
logici si espone temerariamente alle più ridicole accuse rispetto al vero punto
di vista della logica e passa per complice d’una esagerazione grossolana. Gli
spiriti moderni per la maggior parte disprezzano quelli che sono esclusivamente
preoccupati di questioni formali alle quali si rinfaccia una lunga e sterile
agitazione rispetto al progressivo movimento delle scienze. Ed essi forse non
hanno tutti i torti. Perocchè bisogna pro- clamarlo subito ben altamente, per
prevenire ogni sospetto. L'elemento formale non è che un lato — forse non il
più im- portante, se si voglia — della logica. Esso non basta a logicizzare
tutti gli spiriti che tolgono ad esaminarlo; esso non offre che pochis- simi
vantaggi alla pedagogia della mente. Ma non è men degno d’essere esaminato e conosciuto
rispetto ai più alti scopi della scienza. Non a questi scopi per altro doveva
aver rivolto la mente un passato ministro della Pubblica Istruzione quando in
piena Camera dei Deputati, nella seduta del 30 novembre scorso; dichiarava con
singolare ardi- mento: « La logica? Ma la logica rientra nella psicologia. Una
“vo se > all ra rai dà di ra de —— 7 pes * « logica astratta a nulla serve,
giacchè uomini che studiano la logica « per vent'anni commettono poi
precisamente degli errori di ..... « logica ». Infatti codesta sentenza,
trasportata fuori del campo dell’insegna- mento secondario ove ancora
converrebbe interpretarla benignamente nel senso che ogni accessorio dev’essere
giudicato dal principale, sarebbe essa giusta e meritata? No, no. Le scienze analitiche
ed astratte non si lasciano schiantare le radici da coloro che s’avvolgono per
entro il più cieco e grossolano utilitarismo. La scienza deve ren- dere omaggio
ad ogni aspetto della realtà ed i fenomeni più astratti della ragione che non
escludono le leggi ma le verificano sono ap- punto quelli che da oltre tre
secoli esercitarono la più grande e salu- tare influenza sugli ingegni e gli
studi dei popoli civili. È vero che la concezione della logica formale, la
quale s’è rinnovellata comple- tamente nel secolo scorso grazie
all’applicazione dei metodi scienti- fici e sotto l’influenza crescente dei
progressi del calcolo logico, è poco conosciuta ancora e poco apprezzata nel
paese nostro, benchè la scuola italiana del Peano abbia contribuito preziosamente
al suo sviluppo. È vero che, per nostra disgrazia, i pregiudizi risultanti
dall’insegnamento tradizionale e sopratutto le idee strette degli indutti-
visti e dei metafisici esclusivi hanno molto paralizzato i progressi della
logica nostra, ma noi dobbiamo riconoscere che gli scolastici si son mostrati
ben meglio disposti per i novatori delle discipline logiche che coloro i quali
giurano ora solo nel nome Giorgio Hegel o di J. Stuart Mill. j Nè eccessiva
diffidenza insomma nè eccessiva temerità. Si può disputare sul valore dei
risultati logici ricavati con tale o tale altro metodo formale, si può
giustificare, fino a un certo segno, la diffidenza inspirata dal bizzarro
formalismo che prevalse dopo Aristotele nella massima parte della sillogistica
delle scuole, ma non è disputabile 1’ utilità del formalismo in generale
riguardo alla scienza logica. Questo canone sarà uno dei caposaldi che mi
riserbo di trattare a fondo nel corso delle mie lezioni. ng Apriamo ora la
storia e scorriamo rapidamente i periodi che fo attestano e lo pongono in luce.
L’apertura degli archivî ci darà, in certa guisa) il responso dell’avvenire. aa
Certo chi volesse tracciare un quadro del generale movimento della logica
dovrebbe tener conto delle tre grandi correnti storiche seguenti; 1.° La logica
deduttiva o formale, rinnovata modernamente. dall’Hamilton ; 2.° La logica
induttiva o materiale, illustrata modernamente dal Mill. 3.° La logica
dialettica 0 metafisica, propugnata modernamente dall’Hegel. Ma, volendo
restare solo nel campo della logica formale, dobbiamo ancora ritenere che la
storia della filosofia ci presenta quattro tipi differenti di essa;
tralasciando, per amore di brevità, la remotissima - fase dell'Oriente 1a quale
prova del resto, coll’imponente costruzione presillogistica della scuola Nyaya,
che la sottigliezza e la profon- dità del pensiero circa l’analisi logica non
sono solo un retaggio della civiltà occidentale, I quattro tipi caratteristici
sono: la logica aristo- telica, la scolastica, la matematica e la simbolica nel
senso più ordinario della parola, colle ultime diramazioni della logica
tecnica. Nel primo, che dominò nel mondo classico greco-romano, Jo spi- rito
pose le fondamenta del grande edificio della logica formale. Nel secondo,
(salve alcune opere originali intorno al cui pregio tuttavia occorre fare molte
riserve, sia perchè restò in quei tempi soffucato dall’ingombrante bagaglio
delle complicazioni verbali, sia perchè ci fu solo rivelato dalle scoperte
della critica moderna) lo spi- rito della logica, restringendosi ad un vano
trastullo ontologico e me- tafisico, perdette quasi ogni contatto colla realtà.
ù Nel terzo al contrario, sopra tutto per merito di Goffredo Guglielmo Leibniz,
il genio della logica rendendosi indipendente dalle partico- è » — 9 i larità e
dalle variazioni del linguaggio, sorpassa la costruzione della logica
tradizionale fedele nel principio della dicotomia nel giudizio e della
tricotomia nel sillogismo, proponendosi il problema generale delle relazioni
per un sistema di termini logici qualunque; quindi, rafforzato dai poderosi
studì dei matematici moderni, spiega diretta mente il suo volo nella più
elevata direzione della scienza. Nel quarto, superato il grafismo figurativo
dai primi schemi geo- metrici introdotti da Euler, perfezionati dal Lindner,
dal Venn, ecc., si tentano le prime costruzioni meccaniche rappresentative di
alcuni fenomeni logici elementari per opera del Jevons, del Marquand e di
altri; e finalmente, postosi in luce evidentissima che ogni tipo di lo- gica
non è che una varietà di simbolismo ideografico, la logica for- male raccoglie
le varie direzioni in un solo disegno, le varie mani- festazioni di attività i
vari strumenti i vari metodi, per quanto dif- ferenti, in un solo organismo,
cercando di stabilire la solidarietà scien- tifica delle varie indagini rivolte
ad uno scopo comune. Come dirò a suo tempo, questo quarto periodo prelude alla
fusione della logica analitica ed astratta colla logica tecnica e sperimentale,
sopra il terreno del principio formale che è veramente comune ad ogni tipo.
Vedano però i sostenitori della logica che osteggiano la corrente della logica
formale, per paura di cadere nelle esagerazioni del for- malismo, come male
provvedano e alla scoperta della verità e alla fortuna della logica stessa
confondendo in una sola onda di discredito i fautori d’ogni formalismo
applicato agli studi della logica pura. Poichè chi oserebbe sostenere in buona
fede che le ricerche qualsivogliano di logica possano praticarsi senza l’aiuto
d’un simbolismo qualunque? Questo risulta dai termini stessi che si impiegano
in qualsivoglia ope- razione mentale in cui sempre il simbolismo dimora a
titolo di espres- sione esterna dei fenomeni razionali ma non già a titolo di
niente. A meno che, per rinunziare all’impiego d’un tipo di formalismo logico
qualunque, sembri più logico ridursi all’impossibilità di riconoscere î
progressi realizzati nella conoscenza di qualsivoglia fenomeno logico in
generale. AO Vi confesso quindi, o Signori, di non poter seguire coloro i quali
non sanno che nella distinzione della forma dalla materia e nella conseguente
trattazione rigorosa dei fatti e delle leggi della pura forma si raduna la vera
anima della logica. In verità, chi si rap- presenta altrimenti l’insegnamento
della storia della logica, se non voglia ricorrere a qualche misteriosa
intuizione divinatoria, non potrà mai capire le ragioni di quelle poche ma
sicure concezioni della sil- logistica proposte da Aristotele che hanno fino a’
tempi nostri eccitato l’ammirazione di tutti coloro che sono capaci di
apprezzarle ed alle quali le più esatte indagini dell'età successive hanno
recato una sem- pre crescente dimostrazione. Non vorrei certo trascurare, se me
lo concedesse il tempo, la logica medioevale, varia d’indirizzi e d’effetti,
ricca d’ingegni po- tenti, ma ora impigliata nei più faticosi rigiri della
dialettica eristica, ora macchiata delle più imperdonabili offese alla
semplicità ed al buon senso. Ma non sarebbe difficile dimostrare, contro ciò
che si crede quasi da tutti, che gli scolastici smarrirono il cammino di quella
idea ingenua e nativa che aveva fatto distinguere ed obbiettivare in certa
guisa le prime forme logiche ad Aristotele e, praticata a dovere, li avrebbe
spinti innanzi verso la verità, non quando si inasprirono nelle più astruse
ricerche del formalismo logico, ma piuttosto quando abbandonarono ogni ricerca
sulla struttura formale dei concetti e delle loro relazioni; non quando si
trastullarono coi tours de force delle astrazioni formalistiche più artificiose
ma piuttosto quando si mostrarono disposti ad occuparsi della genesi e della
natura psicolo- gica ed ontologica dei concetti cioè a deviare verso il sublime
ma capriccioso misticismo metalogico e cercarono di connettere ogni fatto
esistente nella natura dello spirito umano con qualche alto ed immaginario
archetipo, supposto esistente in un altro mondo meta- fisico, dal quale
emanavano l’essenza dell’unità dell’ordine e dell’ar- monia della mente. Il
male prodotto da tale disposizione metafisica fu piuttosto quello di aver
allontanato l’uomo dal più laborioso studio dei fenomeni RIA e formali col
fascino del suo eloquente misticismo che di pervertire il corso delle ricerche
logiche col giuoco estrinseco degli schemi e colla falsa sottigliezza della
logica sillogistica. Insomma la logica medievale non fu rovinata dal prevalere
del formalismo nè verbalistico, nè schematico, nè tecnico o comunque si voglia
dire, ma fu rovinata dalla vecchia questione sulla natura dei concetti che è
tutta di natura sua psicologica, ontologica, metafisica, quindi affatto
extralogica e niente altro. Tanto è vero che se vogliamo salvare qualcosa di
buono da quell’universale naufragio siamo sempre costretti a ricorrere aî tomi
de’ più frondosi formalisti dall’ Ars Magna di Ramon Lull alla Theologia
rationalis di Giovanni Caramuel di Lobkowitz che, cen- toundici anni prima del
Ploucquet, proponeva con singolare chiarezza la teoria della quantificazione
del predicato; senza dimen- ticare, s'intende, che la chiusura della logica
medievale non coincide colla chiusura del medioevo letterario artistico e
neppure scientifico, perchè Galilei col quale comincia l’evo moderno della
scienza speri- mentale nato nel 7564 muore nel 762, mentre Leibniz, co! quale
comincia l’evo moderno della logica pura, nato nel 7646 muore il 1716.
Attendete ora più profondamente ai caratteri della logica mo- derna. Ho già
detto che questa si divide nelle due grandi correnti della logica matematica e
della logica simbolica con le ultime dira- mazioni della logica tecnica. Si
potrebbe ritenere a prima giunta che la sola differenza tra la logica
tradizionale o filosofica, e la logica matematica consista nell'impiego d’un
diverso metodo di notazione cioè di esposizione linguistica convenzionale: la
tradizionale infatti appoggia alla pura lingua cioè al simbolismo linguistico
grammaticale e non si serve che eccezionalmente di segni ideografici, Ja
matematica al contrario adopera tutto un linguaggio di lettere e di segni. Io
convengo col Voigt (1) nel ritenere che questa differenza ha la sua importanza
ma non è la sola. Mi sembra che il carattere della logica algebrica sia (1)
Vierteljabrsehrift fùr wissenschaftliche Philosophie. Jahrgang XVI, Hofte 3,4,
. ° elsigo piuttosto di definire con un rigore assoluto i concetti ed i rapporti
costanti dei concetti. Infatti la grande precisione a cui devono aspirare le
ricerche di logica matematica e che ne forma uno dei pregi migliori richiede in
coloro che vi si applicano una certa pratica del calcolo numerico ed algebrico
così per trarre il miglior profitto dall’applicazione della ‘matematica alla
logica come anche per abbreviare operazioni lunghe e penose, Ma di questo
indirizzo importantissimo della logica i comuni trat- tati di filosofia quasi
non si occupano e quelle opere che trattano per ‘esteso delle teorie
logoalgebriche o non sono accessibili ai principianti ‘© sono di soverchia
estensione. Per rimediare in qualche modo a questo difetto io mi propongo di
premettere nelle lezioni venture alcune notizie affatto elementari sulle operazioni
del calcolo logico, essendo impossibile entrare in qualche particolare sui
progressi recenti della logica pura senza farvi intervenire dei simboli
letterali o grafici di enti e d’operazioni. Analogamente, per completare il
quadro dello stato attuale degli | studî intorno il calcolo logico, esporrò in
modo sommario le dottrine dello Schréder, del Russel, del Peano e del Couturat;
quindi le con- fronterò così rispetto agli strumenti come rispetto ai risultati
ottenuti ed al loro indirizzo; infine cercherò di dimostrarvi come, per questa
via, si arrivi a concepire la logica formale come la scienza di tutti i
ragionamenti formalmente necessari coestensiva in fondo e identica alla
matematica. Giacchè, ponderando bene i progressi e le condizioni presenti degli
studî intorno la logica formale e le matematiche, ecco appunto una parte della
grande tesi scientifica e filosofica che mi par destinata a trionfare:
l'identità fondamentale della logica e della matematica. Quanto al trionfo
dell’altra parte, quanto al riconosci- mento voglio dire dell’identità
fondamentale della logica della mate- matica e della fisica, avremo occasione
di intenderci chiaramente nel seguito. Resta ora a dire con qualche larghezza
dell’ultima corrente della = tai logica formale contemporanea, vale a dire
della logica simbolica figurativa e più segnatamente di quella che si fonda
sullo studio dei modelli meccanici, al progresso della quale io cerco da
parecchi anni di contribuire secondo le mie deboli forze e che per ragioni di
brevità e di chiarezza «ho già più volte designato col nome di /ogica tecnica.
Fin da quando espressi per la prima volta nel saggio « Sopra la teoria della
scienza » le mie vedute sull’argomento, non ho cessato di riflettere alle
obiezioni che mi impedivano di considerare la que- stione come definitivamente
risolta e di esaminare i fatti che pote- vano rischiararla ed ora credo di
essere pervenuto a risultati che sod- disfano alle condizioni d’una
dimostrazione rigorosa. Prima di pro- cedere oltre è essenzialissimo ritenere
che il principio comune a tutte le varietà della logica simbolica è il
seguente: contradistinguere ogni ente logico interiore con un simbolo esteriore
corrispondente. In tale caso è facile capire che se le operazioni che si
eseguiscono con tali segni, le dimostrazioni che per essi si danno, le regole
alle quali si giunge sono tanto evidenti, se esse ci presentano più fissità e
più stabilità, se in qualche modo si conservano anche più facil- mente nella
memoria, ciò dipende dal fatto che la logica per tale simbolismo significativo
ha già ricevuto il suo grado di consistenza necessario. Insomma si vuol
ritenere che in logica simbolica l’ufficio essenziale dei segni non è quello
puramente linguistico di comunicare il pen- siero, ma quello piuttosto essenzialmente
deduttivo, di sviluppare il pensiero medesimo, giacchè senza questo mezzo di
sviluppo il pen- siero logico teoretico potrebbe essere appena embrionale. Ora
si ca- pisce che quando il processo logico ha raggiunto questo grado esso si è
liberato tanto da ogni servitù rispetto agli enti psicologici, onto- logici e
metafisici, quanto da ogni servitù inerente alla famiglia di questi enti
esteriori che esso rappresenta. Esso è diventato il vero padrone della forma
logica. Allora l’ente simbolico, smessa qualun- que traccia del suo duplice
significato radicale, rappresentato e rap- presentante, acquista completa
autonomia di fronte al pensiero e, ri- ; ce —- AA - dotto alla sua più semplice espressione
algebrica, significa soltanto quello che al pensiero importa di significare.
Come tale si fissa defi- nitivamente nella sua massima generalità economica e
può essere quindi il soggetto di tutti i rapporti possibili. Queste
considerazioni mi permetteranno di esporvene alcune altre sulle attinenze della
logica matematica con quel più recente indi- rizzo della logica simbolica che
cerca di dedurre i suoi risultati dalla considerazione di modelli meccanici.
Due compiti riassumono il la- voro della logica matematica: una fraduzione ed
una deduzione. Due compiti analogamente riassumono il lavoro della logica
tecnica: una traduzione ed un esperimento. Vale la pena di vedere quale
corrispondenza si possa stabilire fra codesti due compiti dei due campi. Quanto
al primo si noti che se la corrispondenza fra le due tradu- zioni simboliche
non è vera che in minima parte, e ciò per difetto della logica tecnica, essa
dovrebbe diventarlo in tutto fino a riuscire perfetta cioè univoca e reciproca,
in guisa che ad ogni ente della lo- gica matematica (ideografico) corrisponda
un solo ente della logica tecnica (ideofisico) e viceversa. Tale almeno è il
mio desiderio. Veniamo ora al secondo caso, il quale merita di essere ponderato
profondamente. E per vero, quando noi studiamo il significato intimo delle ope-
razioni che si compiono per giudicare dell’esattezza d’una teoria qualunque,
dobbiamo tosto riconoscere che noi facciamo col ragio- namento deduttivo quello
stesso che si potrebbe fare colla costruzione e col funzionamento d’un
meccanismo. In tutti i casi ci troviamo sempre di fronte ad un modello di
fatti; modello astratto ed ana- litico da una parte; modello concreto e
sperimentale dall’altra; for- mola, equazione, sillogismo da una parte;
apparecchio, strumento, macchina dall’altra. In entrambi i casi, costruito il
modello o meccanismo sia mate- riale sia ideale dei fatti proposti lo si fa
funzionare vale a dire lo i! — ge si mette in opera trasformandolo
opportunamente in guisa da otte- nerne nuovi fatti e nuove leggi. È d’uopo
forse insistere sul fatto che in ogni caso non si fa mai altro che dedurre
meccanicamente le conseguenze ovverosia speri- mentarle razionalmente che torna
ad uno? Nè ciò basta per com- prendere quanto sia bella e feconda cotesta
reciproca corrispondenza della deduzione e dell’esperimento ma conviene spingersi
più innanzi e considerare, per un istante, la relazione d’origine che passa tra
i fenomeni della natura (nell’ampio senso della parola) che si tolgono ad
esaminare ed i loro modelli tanto razionali quanto sperimentali ai quali sono
applicabili le considerazioni suddette. Perchè la nostra mente, quando si
rivolge alla conoscenza delle leggi della natura, non solo è fatta in guisa
tale che costruiti alcuni modelli essa desideri costruirne degli altri che
diventino come i modelli dei modelli equivalenti e non s’appaghi fin che non
abbia trovato la costruzione più chiara più semplice e più opportuna, ma più
veramente è conformata per modo che in ogni atto conoscitivo altro non cerchi e
non possa che rappresentarsi l'andamento dei fe- nomeni dati con un sistema di
enti qualunque che si potranno pren- dere come modello dei fenomeni naturali.
Al parallelismo fra modelli e modelli precede quindi un altro e più vitale
parallelismo tra feno- meni e modelli, senza cui è assolutamente impossibile
giungere alla conoscenza di qualsiasi legge della natura. Per conseguenza,
scen- dendo al caso pratico che ci interessa, dopo aver osservato che una
profonda e stupenda relazione connette fra loro i principî apparen- temente
opposti dell’esperimento e della deduzione e fa che l’uno sia lo stimolo e come
il riverbero dell’altro, questi tre principî io credo di poter asserire senza
timore di errare, e cioè: primo, che ogni conoscenza di fenomeni logici si
riduce alla cono- scenza di modelli i quali, hanno per intento di sostituire al
sistema naturale degli enti proposti un altro sistema artificiale di enti cor-
rispondenti; i secondo, che in luogo dei modelli analitici costruiti dalla
logica Pai oe matematica, si possono sostituire, con uguale diritto con
altrettanto rigore logico e in certi casi con non minore utilità, dei congegni
materiali o modelli meccanici costruiti opportunamente; terzo, che ciò che v’ha
di essenziale tanto nel sistema logico na- turale quanto nei vari modelli
equivalenti sono le leggi secondo le quali variano le relazioni corrispondenti
nei varî sistemi e che, rima- nendo sempre le stesse, hanno un significato più
largo e più pro- fondo che le ipotesi da cui si sono ricavate. Son cotesti
principî, o Signori, che assicurano alla logica tecnica la sua qualità di
scienza, che unificano le discipline logiche varie per metodi e per risultati e
che, connessi fra loro e fra loro per così dire convergenti, compongono
finalmente l’oggetto unico al quale guardano tutti i logici a qualunque scuola,
a qualunque secolo ap- partengano, * * * Ma lasciamo ora da parte il
parallelismo tra i modelli matematici e i modelli meccanici dei fenomeni logici
e veniamo a considerare più da vicino la distinzione che intercede tra i
fenomeni logici ed i modelli meccanici corrispondenti. Siccome il metodo nuovo
che seguiremo in questo studio confessa nettamente, fin dal principio, che il
solo compito e pure il solo scopo della scienza è di cercare un sistema di
imagini che corrisponda esattamente alla realtà e ci permetta, in certi casi,
di prevedere certi effetti di questa medesima realtà, senza aver la pretesa di
raggiun- gerla assolutamente, così s'intende che noi dobbiamo già avere un
elenco di enti logici indiscutibili, legati fra loro in rapporto ben de-
terminato e costante, prima di poter pensare alla costruzione d’un modello
ideofisico qualunque. Ora chi ci garantisce della verità e della esattezza di
questo elenco? Di quali mezzi disponiamo per compiere una buona osservazione
dei fatti logici in generale? cat E noto che i sensi e la ragione sono gli
unici strumenti cono- scitivi. Ma trattandosi di fatti astrattissimi è chiaro
che i sensi non sono direttamente applicabili. Dunque non resta che la ragione,
Ma il problema che essa deve risolvere in tale caso è molto difficile e bilaterale.
Infatti essa deve giungere in primo luogo alla determi. nazione esatta e
completa d’un elenco di quegli enti logici che devono costituire il primo punto
di partenza; in secondo luogo essa deve trovare una corrispondenza esatta e
completa tra questi enti e un sistema di enti simbolici equivalenti. Le
maggiori difficoltà della logica tecnica si radunano, a parer mio, in questa
prima operazione la quale esige, da un lato, un osser- vatore speculativo
dotato d’uno spirito critico sistematico e pene- trante, dall’altro un
costruttore meccanico fornito d’una preparazione tecnica sufficiente. Ma, una
volta compiuta la determinazione rigorosa degli enti e ideata la corrispondenza
simbolica, le operazioni richieste dall’esperimento cioè dalla deduzione non presentano
quasi più alcuna difficoltà; perchè i modelli ideofisici camminano, si può
dire, da sè. Inoltre bisognerebbe soprattutto notare che, se i modelli in sul
prin- cipio non possono in alcun modo aiutare l’osservazione razionale dei
fatti, che anzi non possono mai nascere senza il lavoro preliminare della
ragione, in seguito e nei casi più fortunati, una volta costruiti, in virtù
della loro esattezza e precisione, acquistano la capacità di sostituire a
dirittura l’opera imprecisa della ragione e negativa dei sensi, traducendo in
grandezze e segni facilmente osservabili, e quindi calcolabili ipso facto le
conseguenze ‘inevitabili delle premesse. In tali casi i modelli diventano
preziosissimi strumenti di inve- stigazione, i quali, superata la fase rudimentale
della pura ripetizione entro cui si chiudono tutti i sistemi di macchine
logiche finora pro- poste dagli Inglesi e dagli Americani, sono capaci di darci
una vera e propria funzione di controllo, sia fissando d’un tratto ed in modo
du- revole e ripetibile a piacimento tutti i particolari più minuti che ac-
compagnano l’introduzione delle ipotesi, sia rivelando automaticamente i
rapporti costanti dei fatti. Sc} RES x Di quì risulta che tale metodo
ideofisico è molto modesto e titu- bante nei suoi primi momenti, mentre la
logica ideologica o filosofica, per così dire, ha una tendenza spiccatissima a
voler comandare agli studiosi in ogni periodo della ricerca. L'ufficio
dell’ideofisica a tutta prima deve essere piuttosto nega- tivo che positivo; i
modelli devono operare prima di tutto come sem- plici strumenti di ripetizione,
senza pretendere di affermare altri feno- meni logici derivanti e tanto meno di
fornire la base di una dot- trina originale qualunque. Ma quando, provata e
riprovata l’analisi logica e la rappresenta- bilità meccanica dei primi enti e
delle loro proprietà, e riconosciuto che l’accordo fra le prime conseguenze dei
modelli e le prime e già note conseguenze dei sistemi logici è un argomento.in
favore della bontà dei sistemi rappresentativi proposti, quando avviene che la
funzione delle macchine ci metta sotto gli occhi dei fenomeni nuovi, allora è
giusto che si riconosca alla deduzione sperimentale una com- pleta supremazia,
perchè essa alla virtù speculativa, che altrimenti regge in guisa assai meno
sicura la deduzione intellettuale, fa sotten- trare da tutti i lati in tutti i
modi e in tutti i sensi la razional neces- sità della natura sopra la quale
senza alterare troppo, forse, alcune parole del Galilei, « non par che possa
essere sicurezza maggiore ». Da questo concetto che siam venuti delineando
d’una logica tecnica dedotta dalla considerazione di modelli meccanici deriva
eziandio quello del metodo con cui deve essere trattata. È logica: dunque ha il
suo fondamento nei fatti del pensiero e deve tenere il processo astratto delle
scienze analitiche. Ma è insieme tecnica: dunque non può restringersi nè ai
fatti astratti nè alle leggi speculative, ma deve discendere ai fatti concreti
del pensato cioè dei prodotti effet- tivi del pensiero e coordinarli in un
sistema, col processo sperimen- tale delle scienze sintetiche. È una dottrina
mista insomma, che deve ritrarre fedelmente nel suo metodo ambedue gli elementi
della sua materia; e come dottrina razionale seguire l’ordine delle idee, e
come dottrina sperimentale mantenere l’ordine dei fatti. Sie Nell’armonia di
questo doppio carattere consiste tutto il valore scientifico di codesta
applicazione della tecnica alla logica e la sua differenza specifica, tanto
dalla semplic» logica ideologica, quanto dalla pura tecnologia. Pal”
Circoscritta in tali termini la materia che direttamente e indiret- tamente
spetta al metodo della logica tecnica e stabiliti d'una ma- niera generale i
suoi principî, mi pare necessario richiamare con rapidi cenni i risultati più
importanti che si sono ottenuti per tale via, delineare quindi i problemi più
gravi che si possono proporre, per mostrarvi, o Signori, l'estensione delle sue
risorse. Ù Primeggia fra tutti il riconoscimento dell’identità fondamentale dei
due processi della deduzione e dell'esperimento, che furono sempre troppo
inesattamente l’uno dall’altro recisi. Chi non vede che co- testo
riconoscimento, il quale pone che il pensiero compie sempre lo stesso lavoro
sia quando esperimenta praticamente sia quando teo- ricamente ragiona, venendo
a chiarire inaspettatamente la natura l'ufficio e il valore del sapere
analitico e a stabilire i rapporti che lo collegano col sapere sperimentale dei
quali non si possiede an- cora da tutti un concetto adeguato, mentre assicura
al nostro sapere discorsivo valore oggettivo e reale e non esclude il valore
soggettivo e razionale al sapere empirico, vivifica i due concetti
dell'esperimento. e della deduzione ed implica tutta una nuova teorica della
cono scenza? Malgrado le vivaci proteste degli empiristi e dei metafisici
unila- terali è d’uopo ammettere che in tutto il movimento scientifico e
filosofico del nostro tempo vi fu una specie di compenetrazione reci- proca e
graduale tra l'esperimento e la teoria. Cotesto quasi fenomeno di capillarità
interscientifica trasparisce sopratutto dalle recenti con- quiste della fisica
in cui sempre meno si autorizza la distinzione tra fisica matematica e fisica
sperimentale, onde non è tanto a dire che Ed, una simile tesi sia destituita di
fondamento scientifico, perocchè con grandissima facilità se ne potrebbero
addurre le più luminose con- ferme, quanto piuttosto che essa meriterebbe di
levar maggior rumore tra i filosofi e di dare materia alle più vive e clamorose
controversie. Egli è quindi manifesto, come dicendo noi le ricerche
scientifiche dedotte dalla considerazione di modelli meccanici prese nell'ampio
giro del loro significato convertirsi davvero in una dottrina speri- mentale
applicata alla logica formale, non sia questa da intendersi nel senso
‘dogmatico degli aprioristi secondo i quali applicar il tecni- cismo
formalistico alla logica equivale a trasformare la logica in una cotal
metafisica imaginaria ad imagine e somiglianza di quel vano trastullo che ha
fatto sciupar tante carte e tanto tempo così a' fau- tori come a' nemici, e fu
da Van Helmont battezzato così bene col nome di Logica inutilis. La nuova
logica formale invece, emancipandosi dai due principî, l'uno dipendente dal
linguaggio volgare e dalla retorica, l’altro dal carattere psicologico e
metafisico che ne arrestarono lo sviluppo e ne pervertirono il significato, ha
posato il problema dell’analisi logica in una maniera autonoma. Chiunque siasi
dato a ricerche di logica for- male avrà dovuto osservare ben presto come la certezza
di quelle prove che si richiedono in pratica da ogni spirito spregiudicato a
ben stabilire le lessi di un fenomeno logico e ad eseguire un’ope- razione
qualunque sia ben minore di quella che ordinariamente potrebbe sembrare; avrà
veduto quanti presupposti surretizì, quante affermazioni gratuite e quanti
siano gli errori che da ogni parte minacciano i risultati. E spesso avrà pure
probabilmente fatto ricorso a più libri senza poterne trarre gran frutto. In
verità la trattazione della logica formale data comunemente nelle scuole
classiche pare un romanzo, Quasi nulla può essere seriamente verificato. La
logica formale - dicono - si divide così e così; i principî logici sono questi;
il concetto ha questa natura e considerato in sè stesso è tale e tale, considerato
in rap- porto ad altri concetti è tale e tal'altro; il giudizio è fatto così e
così; CO SV SE. a nn _ > = die il raziocinio immediato ha tante forme, il
mediato ha tanti termini, tante premesse, tante regole, tante figure, tanti
miodi diretti, tanti indiretti, tanti legittimi, tanti illegittimi e così via.
Si vede facilmente che questa esposizione è formata di elementi incoerenti
presi ad im- prestito dalle dottrine greche e medievali, fusi colle idee
correnti sulla teorie psicologiche, metafisiche e grammaticali. Voi capite
bene, o Signori, che sono per giunta assai edificanti e curiose le ragioni che
sogliono addursi a favore di questa antichissima procedura. « Il piccolo dio
cartesiano, essendo assiso nel cervello come un budda in una pagoda » e rivelando
direttamente le sue leggi, bisogna bene che le cose della logica vadano così e
così. Ma ciò ripugna a chi, tenendo conto delle accennate difficoltà, brami
regolare l'andamento della deduzione astratta controllandola con una serie di
operazioni sperimentali che procedano per necessità da tutte e sole le
premesse, porgendo al tempo stesso riuniti ed evi- denti i risultati. Con
questo intendimento, io ho intrapreso una riforma della logica formale. I pochi
accenni che aggiungerò fra poco e le illustrazioni esatte che saranno date nel
corso delle mie lezioni, dimostreranno l'utilità del nuovo metodo di studio e
l'impiego rela- tivamente facile di esso in quanto riguarda la pratica
esecuzione delle ricerche e il modo di calcolarne e di correggerne i risultati.
Per quello poi che spetta agli altri risultati che io vorrei ora compendiare
brevissimamente senza osar pretendere tuttavia d'aver conseguito il mio scopo,
per calde e schiette che siano le testimo- nianze di soddisfazione che
ricevetti da alcuni amici, posso dire che io credo d'aver semplificato
notevolmente l'esposizione della logica formale introducendovi prima la
semplice e radicale distinzione delle idee primitive dalle derivate conforme
all'indirizzo riduttivo e defi- nitorio sostenuto dal Peano nella sua logica
matematica, poscia la teoria dei modelli ideofisici in base ai risultati
dell'ammirabile teoria dei modelli svolta per la prima volta da Enrico Rodolfo
Hertz nel campo della meccanica razionale. Analizzati con nuovi criteri i prin-
cipî generali del pensiero, tutta la prima parte della logica che tratta RS) E
delle così dette forme elementari (concetto, giudizio, raziocinio) è | stata
rimaneggiata profondamente ed architettata su nuove basi. In particolare si è
dimostrato a quali conclusioni siamo davvero costretti a pervenire quando si
vogliano porre certe premesse, per esempio, le condizioni A, E, I, O, nel caso
della teoria del giudizio e del sillogismo. Ammesse le quali, continuando, si
possono misurare gli effetti logici con un'esattezza di cui il nostro senso
logico non è sempre suscettibile. Così i modelli ideofisici ci hanno additato
l'esistenza di fatti e di leggi nuove che erano fin'ora sfuggite al senso
logico discorsivo, derivando man mano un interesse che a principio era molto
difficile ‘prevedere. Quindi risolte le divergenze capitali fra i risultati
della logica classica e i risultati dei modelli, sia rispetto alle otto regole
speciali del sillogismo, sia rispetto alla sua legge suprema, fu rettificata di
sana pianta la teoria dei modi sillogistici legittimi e illegittimi deri- vanti
rigorosamente da due premesse della forma A, E, I, O; e in seguito, dichiarate
in modo nuovo tutte l'altre forme derivate del raziocinio. Per ultimo parecchie
affermazioni teoriche male apprezzate sono state sciolte da false apparenze;
parecchie contese logiche e filo- sofiche sono state impedite o risolte. Più
brevemente questi primi risultati si possono ridurre ai punti seguenti : 1.°
utilità dell'impiego dei modelli meccanici per la deduzione sperimentale delle
leggi logiche; 2.° dimostrazione del carattere episodico della logica classica
tradizionale. (La logica tradizionale non è che un caso e non del tutto logico
della logica formale generale); 3.° semplificazione teorica e' rettificazione logica
dell'edificio della logica tradizionale; 4° proposizione d'una logica formale
generale come scienza ideale puramente deduttiva ed astratta applicabile ad
ogni sorta di oggetti. CSM ro «., lo — gg Tali sono i risultati che per ora mi
fu possibile stabilire e ai quali riservo la più ampia dimostrazione nel corso
delle mie lezioni, Da essi risulta altresì tutta una folla di questioni nuove
che non solo interessano la concezione generale della logica formale e sono
capaci - a parer mio - di spostarne gravemente le basi, ma vengono a dire una
nuova parola in ordine ai grandi problemi gnoseologici ed epistemologici che
agitano il campo generale della filosofia. * * * Ma io credo, o Signori, di
accorgermi de' dubbi che queste dichia- razioni troppo generali e indeterminate
eccitano nell'animo vostro, e non ignoro che converrebbe discorrerne
partitamente ponderando ls ragioni di tutti. Ma se la ristrettezza del tempo
giustifica l’insuffi- cienza di questi cenni intesi a tracciare soltanto le
grandi linee d'un programma che io confido o piuttosto lasciatemelo dire che io
mi auguro di poter accostare alla particolarità dei fatti e alla presenza
vostra, mi sembra di non dover lasciare senza risposta alcune forti | obiezioni
di natura pregiudiziale che tenderebbero a scalzare la tesì della logica
tecnica, rendendo il suo fondamento molto problematico o interamente negativo.
Dopo di che io avrò finito il compito che mi sono prefisso in questa'
prelezione. V'è in primo luogo un’obiezione che non si è mai risparmiata alla
logica formale e potrebbe gettare negli spiriti mal preparati delle prevenzioni
funeste. La logica formale - si dice - è una dottrina im- mobile, a cui manca
il segno più decisivo della verità che si richiede nelle scienze, cioè a dire
il progresso: sempre divisa tra i medesimi sistemi, gli stessi quesiti, le
stesse risposte essa può amuser la curio- sità degli scolastici, ma non
soddisfare alle rigorose esigenze degli spiriti moderni. Io non posso
apprezzare la ragionevolezza di questa. obiezione. Basti osservare, in verità,
quanto disti la teoria tradizio- nale del sillogismo aristotelico dalla teoria
moderna dell’eliminazione d'un qualsivoglia numero di termini medì da un
sistema comunque. CE dato di relazioni logiche
dovuta allo Schròder, quanto contrasti alla regola VI del sillogismo « utraque
si praemissa neget nihil inde sequetur » il principio messo in luce
recentissimamente che afferma la possibilità di conchiudere affermativamente da
due premesse negative. Che se per tali e siffatte ragioni noi apprezziamo assai
poco il carat- tere filosofico di cotesta obiezione, peggio ancora giudicheremo
della serietà di quest'altra che soggiunge: ma la logica formale a tipo dedut-
tivo che cosa è? È una logica vecchia, logorata, avvizzita, una logica ridicola,
da medioevo. Ora è vero che quest'obiezione è molto temibile in un paese dove
nessuno ama di passare per vecchio e in un tempo in cui la vecchiezza delle
idee è diventata una maschera comica che si trascina per le scene. Ma questo
invece di essere un titolo di gloria non potrebbe essere un capo di accusa pel
nostro secolo? Ed è egli vero che il metodo deduttivo non abbia a suo sostegno
che gli argo- menti della vecchiaia? Per buona ventura io non ho da inventar .
nulla, mi limiterò a rimandare gli oppositori alle pagine ammirabili che il
Vailati ha scritto su tale argomento. Per conto mio, sono con- vinto che la
deduzione è ciò che di più moderno e di più vitale si riscontra nel metodo
della scienza. Indarno si vorrebbe eludere il valore di questo fatto obiettando
che mentre purtroppo la logica formale è già un trattato di difficili
astrazioni coll'aggiungere a questo fardello tanto astratto il nuovo
travestimento dei modelli ideofisici si riduce la teoria logica a non essere
altro che un ingombro di astrazioni di astrazioni di sempre più incomprensibile
applicabilità. Poichè una simile obiezione potrebbe lanciarsi con pari compe-
tenza e non minor fortuna contro le più elevate teorie della mec- canica
razionale, ad esempio, che non sono altro che modelli di mo- delli dei quali,
in moltissimi casi, è pressochè impossibile dimostrare le applicazioni dirette
alla pratica della vita. Ora chi si deciderebbe a radiarle dalla scienza per
questo? Voi capite bene che adottando tale criterio si giungerebbe a rovesciare
tutto l’edifizio del sapere colla scusa di fortificarlo. Di più il nuovo
concetto della logica per modelli è tutt'altro ché vago, incerto, superfluo e
poco pratico, poichè esso è caratterizzato invece dal proposito di rinunziare
una volta per sempre a tutto l'in- sussistente bagaglio delle generalità
indimostrabili che sono state tra- mandate dalla logica classica; per
conseguenza non disdegna di scen- dere direttamente alla determinazione esatta
dei fatti, anzi affronta la difficoltà di rappresentarli adeguatamente in tutte
le loro proprietà offrendo il più largo bersaglio alla critica così razionale
come spe- rimentale nell'interesse, direi così, pragmatistico della ricerca. Ma
potrebbe succedere un'altra obiezione ben più acuta e pro- fonda. Cercherò di
formularla col massimo rigore: l'argomento con cui pretendesi di provare la
bontà dei modelli ideofisici pel fatto della loro completa corrispondenza co'
fenomeni della mente prova troppo e prova nulla ad un tempo, perchè non v'ha
teoria formale a cui non possa a buon diritto farsi corrispondere qualche
modello e d'altronde non v'ha nei modelli che ciò che vi si è messo dentro la
prima volta nel costruirli. Questa obiezione vuole appoggiarsi agli argomenti
su cui abbiamo già noi stessi appoggiata e -costrutta la nostra teoria; ed io
credo che voi siate impazienti di udire come potrà essere confutata. Ecco la
risposta. Anzitutto sarebbe facile notare che la forma nuova sotto cui si
trovano i fatti logici dati costituisce spesso da sola una note- volissima scoperta.
Ma vi sono argomenti più chiari e convincenti. Non è vero che la funzione dei
modelli, nei casi più elevati, si riduca ad essere una sterile ripetizione
traduttiva d’ogni teoria. Ciò è smen- tito dai numerosi casi di sconcordanza,
in cui si può sempre vedere da che parte stia l’errore, e negli altri casi non
infrequenti di più completa deduzione in cui si verifica che, pel semplice
giuoco dei simboli, i modelli possono suggerire delle generalizzazioni
sorpassanti di gran lunga il quadro primitivo, come fu già dimostrato antece-
dentemente rispondendo alla prima obiezione dell’immobilità. Havvi ancora chi,
senza affaticarsi a formulare in termini precisi la sua opinione, si contenta
di seguire l’incerto e passivo discredito ie del tecnicismo applicato alle
ricerche analitiche, discredito che, mira- bile a dirsi, si mantiene radicato e
prepotente nell’epoca che assiste al trionfo del tecnicismo applicato ad ogni
industria. È una specie di malinteso spirito d’'aristocrazia che ha recato da
molto tempo dannosissimi impedimenti allo sviluppo dello spirito d’invenzione,
sopra tutto nel campo delle scienze fisiche e matematiche. Potrei confermare
questo giudizio con molte ed autorevoli testi- monianze; ma mi sia lecito
ricordare quì solo le belle considerazioni | che già faceva a questo proposito
il Powel: « L'invenzione di modi meccanici di costruzione con cui certe curve
poterono essere deli- neate ed alcuni problemi essere sciolti, modi che
cominciavano a prevalere ai tempi di Eudosso, di Archita e de' loro seguaci, fu
molto censurata da Platone, il quale stimò che simili metodi scemas- sero
l'astratta dignità filosofica della geometria e distruggessero il suo carattere
puramente intellettuale. Questo sentimento, perfettamente giusto fino ad un
certo grado, fu l'argomento abbracciato dai filosofi della scuola platonica ed
ebbe l’effetto di separare l'invenzione mec- canica dalla speculazione
matematica ». È curioso notare che questo discredito si protrasse fino a noi
per una tradizione quasi ininterrotta. Il Powel ci ha indicato il capo filo.
Seguiamo rapidamente le sorti di questo errore proclamato dall’intol- lerante
sinedrio iperscientifico che rigettò sempre come spurio ogni tecnicismo in nome
della pretesa libertà degli studî speculativi. Sotto l'unghia della lupa
romana, gli studî delle scienze fisiche e matema- tiche furono quasi totalmente
negletti, essendo riputati come indegni dell'attenzione d’un uomo di sangue
gentile e d'educazione liberale, per quel non so che di carattere fabbrile e
per conseguenza servile dal cui tocco gli spiriti supremi degli oratori, dei
poeti e dei filosofi potevano venire contaminati. Questa sfortunata impraticità
scientifica d’uno dei popoli più pratici del mondo antico fu avvertita da Cice-
rone medesimo ed è un fatto così strano che - a parer mio - potrebbe venire
spiegato soltanto se si pensi all'enorme somma di attività pra- tica che
dovette assorbire la conservazione e l'incremento di quel ea capolavoro
straordinario di teocrazia militare il quale, traendo a sè impunemente la terra
circostante a quella de’ vinti co' suoi prodotti, impose per necessità la
guerra e la conquista ad ogni costo, quindi affamò legalmente per secoli e
secoli i nove decimi della popolazione romana, desolò Italia e spaventò il
mondo, su cui pesa tuttavia col fascino di tanto funesta eredità che non è ora
mio compito di an- noverare. Vengano altri a documentare più minutamente la
storia di quel grande divorzio mantenuto nelle idee di molti filosofi antichi e
mo- derni fra le dottrine della logica, della matematica e della fisica, il
quale pare a prima giunta un problema del tutto accessorio e quasi indifferente
mentre, secondo che lo si risolve in un modo o in un'al- tro, serve a spiegare
o a velare in gran parte le ragioni della trascu- ranza di certe scienze e la
lentezza dei loro progressi. Quanto a me non crederò mai fuor di luogo il
ricercare « se simili pregiudizi non prevalgano sino a un certo punto fra noi
stessi e se l’amore esclusivo degli studî classici e della letteratura romana
tanto aborrente dalla praticità meccanica come la sola base dell'educazione
delle classi più agiate » non sia per caso la sorgente da cui troppo
comunemente procede il dispregio per l'invenzione di que’ processi meccanici
con cui certi fenomeni razionali possono venire rappresentati, e tanti pro-
blemi delle scienze logiche, matematiche e fisiche o adeguatamente agevolati o
risolti. Ma guardiamo meglio in faccia la verità. Perchè la speculazione logica
disdegna l'invenzione tecnica? Perchè si crede - secondo il vecchio pregiudizio
- che le dottrine deduttive ripugnino al metodo sperimentale. Le critiche
elevate contro l'applicazione di questo metodo ai fatti logici riposano sempre
sull'idea che esperi- mento e teoria non abbiano nulla a che fare di comune. E
così il logico teoretico troppo penetrato di spirito speculativo si pone dif-
ficilmente dal punto di vista materiale. Il suo ideale è gben diverso, osiamolo
dire. Nello stato attuale delle nostre scuole regna ancora l'idea che gli
schemi, le rappresentazioni ideografiche, i modelli mec- canici siano un affare
di bassa manovra, funzione naturale di lavo- hl
| ratori subalterni, obbligati a spiegare i fenomeni astratti ai
cervelli | di coloro che vivono ancora nel periodo più grossolano dei sensi;
regna l’idea che al teoretico puro insomma appartenga l'alta e di- > |
sincarnata concezione speculativa, mentre la materializzazione sim- bolica
s'addica solo all'opera d'un personale secondario, rusticus, abnormis sapiens,
crassaque Minerva. Ora questo pregiudizio è assolutamente falso in ciò che
concerne l'invenzione logica. Disegnare un modello ideofisico è dare corpo
esatto e concreto ad una concezione generale ed astratta che nella maggior
parte de' casi si chiarisce essa medesima più esattamente e prende contorni ben
determinati per effetto della rappresentazione stessa; è creare la forma
concreta più appropriata alla conoscenza ed all'uso della forma logica
astratta. L'ingegnere logico, per così dire, non disegna soltanto colla mano
come un impiegato del catasto, ma prima egli disegna colla mente tutto ciò che
egli ha nella mente, poi disegna colla mano tutto ciò che ha disegnato nella
mente e molto spesso un disegno controlla e rettifica l’altro. Ed è perciò che
io vedo anche nell’incorporazione del metodo ideografico ed ideofisico tanto
nelle scuole quanto nella meditazione personale un immenso vantaggio. Lo
studioso, posto innanzi alle condizioni, alle necessità & «a cui deve
soddisfare un modello qualunque imparerà veramente a ta disegnare
coll'intelletto cioè a pensare, mentre per l’ordinario appena | riuscirebbe ad
apprezzare nelle teorie’ logiche altro vantaggio che l'apprendimento faticoso
d'un'aridità. Ciò pertanto non vuol dire che il meto.lo dei modelli sia a
dirittura infallibile e che la mente nostra ‘debba tenere ogni punto di questa
dottrina per un articolo di fede. No. La stima che i logici professano per i
sussidî simbolici o tecnici di qualsivoglia natura è un ragionevole ossequio
non un’obbedienza servile; richiele che si apprezzino tali espedienti metodici
come necessari o anche semplicemente come utili per. risolvere i problemi della
logica, ma non dimentica che devono essere guardati solo come mezzi della
ricerca e non come fine e non esclude che si riconoscano anche i loro difetti.
La critica non può e non deve mai rinunziare — pr all’ufficio suo tanto più che
i modelli ideofisici non devono essere altro, in ultima analisi, che il buon
senso logico organizzato. Finalmente è il caso di avvertire che la storia delle
scienze non potrebbe essere compiutamente descritta se non si avesse riguardo
così allo sperimento ‘che suppone la teoria come alla teoria che appella
l'esperimento, e se, per meglio dilucidare la legge progressiva che dirige lo
spirito umano verso lo svolgimento armonico delle sue funzioni conoscitive, non
si riconoscesse che in certi casi - come nel nostro - la loro radicale
separazione caratterizza l'infanzia della scienza. Trascorsero molti anni, è
vero, prima che i logici si rendessero conto dell’estensione straordinaria di
questa nozione. Di più ci fu un tempo in cui il simbolismo ideografico fu
considerato come un'aber- razione. Ora è venuta la rivincita del tecnicismo
formalistico che ci | addita tutta una serie di problemi nuovi del più alto
interesse; ed io mi auguro che questa via feconda sia battuta da numerosi ri-
cercatori. Moltissime altre sarebbero le obiezioni da esaminare, ma, alla
perfine, io non voglio imitare l'agitazione sterile dei retori bomb nantes in
vacuo. La questione però che merita ancora una parola, quantunque io non saprei
come mai potrebbe aggiustarsi, è la se- guente. Se col funzionamento dei
modelli meccanici si prova che certe leggi logiche cioè di fenomeni soggettivi,
e certe leggi fisiche cioè di fenomeni oggettivi sono identiche è forse il caso
di affermare che il soggetto e l'oggetto, l'ideale e il reale, lo spirito e la
natura sono anch'essi identici fra loro, come voleva lo Schelling? Mentre,
secondo lo Schelling, noi conosceremmo questa identità per mezzo dell'intui-
zione intellettuale (7n2tellectuelle Anschauung), ora secondo la dot- trina dei
modelli ideofisici noi conosceremmo | quest'identità anche per via
sperimentale. La prova sarebbe dunque tanto più brillante quanto più
inaspettata. Noi avremmo mostrato nella natura un orga- nismo o meglio un modello
sqnsibile del nostro intendimento fra gli infiniti che si possono escogitare,
avremmo fatto uscire dalla natura un'intelligenza o dall’intelligenza una
natura. E seguitando con Spinoza Rn I. — 30° e con Hegel noi potremmo dire che
il cammino delle idee è la ‘storia delle cose, che il reale si confonde
coll’ideale, la logica colla fisica ecc., ecc. Ma io qui intendo tarpare le ali
a questi sogni volanti; perchè, essendo già convinto che le ricerche di logica
formale limitate alla nuda deduzione astratta o al puro tecnicismo dei modelli
devono riuscire in gran parte sterili e vane, meno ancora mi sento disposto ad
inoltrarmi per quella via metafisica che rifugge dal voler dimo- strare
esplicitamente il nesso intimo che corre fra l’esperienza e la teoria, mentre
si contenta di dogmatizzarlo, con ragioni meramente speculative. Quali che
siano i vantaggi o i difetti della logica tecnica (e in ciò si appunterà la
meditazione degli studiosi) il nuovo metodo proposto ha un suo destino da
compiere e un suo fine da conseguire. E a conseguirlo non solo giova, ma
occorre che i ricercatori si limi- | tino ad affermare i puri e semplici
risultati della verificazione speri- mentale delle teorie, i quali sono
decisivi solo quando esperienza e teoria vengano rispettate scrupolosamente.
Egli è dunque manifesto che il concetto sostanziale della logica formale
dedotta dai modelli meccanici non è fallace nè illusorio poichè mon vagheggia
un’impresa impossibile, quale sarebbe quella di costruire delle macchine
/aumaturghe per pensare e inventare Je scienze, che rendano superflua ed
inutile la superiorità degli ingegni. L’ iperbole di queste millanterie è così
evidente che salta agli occhi d’ognuno che voglia mettere a confronto le
obiezioni e le repliche riferite. E vi assicuro, o Signori, ch'io mi sono ben
guardato dall’inventare una sola di tali obiezioni per avere il ridicolo vanto
di confutarla. Lascio queste finte battazlie ai sostenitori della logica
metafisica i quali, impugnando la logica formale, combattono non la logica dei
secoli ma un sogno del loro cervello. Siffatto metodo è certo molto più facile
e più sicuro. Essi dicono, infatti, su tutti i toni che l’edificio della logica
formale o dicasi pur anche formalistica ad abundantiam è im- possibile, perchè
vuole sostenersi esclusivamente sopra basi verba- listiche e grammaticali, e
non può rifiutar la « pretesa di afferrare il gar pensiero nelle parole, i
concetti nelle proposizioni. » Ora, a udire costoro, chi non crederebbe che
tutti i trattati di logica formale sia- no un tessuto perpetuo di nude e crude
verbosità, campate in aria o nel vuoto, senza serio fondamento ? Ma in quella
vece lo studio analitico delle corrispondenze fra î sistemi logici, matematici
e meccanici che si presentano come subsunti ad un concetto generico superiore
le cui proprietà deducibili valgano bene per tutti tre i campi, studio che
fornisce la base più seria alla costruzione della nuova teoria logica formale,
parte da principî che sono molto remoti dall’osservazione ordinaria del
linguaggio, giunge per astrazione agli enti del pensato, opera su di essi non
più in guisa grammaticale ma sperimentale, finalmente spinge fino agli ultimi
limiti le esigenze dell’esperimento meccanico prima: di far ap- pello ai
risultati della logica verbale. I mezzi che si adoperano, pertanto, in vista
dei fini che si vogliono raggiungerè sono - per questa via - senza dubbio
antiverbalistici e non grammaticali. Tanto è vero che la logica formale non si
preoccupa che della forma del pensato. La forma, tutta la forma, niente altro
che la forma, tale potrebbe essere la sua divisa. Gli oppositori quindi, se
vogliono inchiodarsi in questo pregiudizio antiverbalistico, battagliano
inutilmente contro una dottrina la quale ha fede nei suoi principî determinati
dalla ragione e temperati dal metodo sperimentale, in una dottrina la quale
pervasa dallo spirito scientifico moderno, in armonia col grande principio del
Galileo, non si domanda già perchè i fenomeni logici siano così e così, ma come
essi lo siano cioè a dire secondo quali leggi si diportino nell'ampio giro del
ragionamento, in una dottrina la quale confida sulla deduzione fisica delle
leggi logiche, perchè è inspirata dalla deduzione logica delle leggi fisiche,
in una dottrina oggettiva finalmente il cui pieno sviluppo non è più che una
que- stione di tempo e di giudiziose ricerche. La verificazione sperimentflle
delle leggi della logica formale sarà dunque il fatto principale che noi ci
studieremo di raccogliere dal nostro corso, — 32 — Y Ardua ‘è l'impresa, non
solamente per l'ampiezza e la diflicoltà intrinseca della materia, ma altresì
per la novità della ricerca che ì ‘imprende a trattarla; poichè il concetto
d’un’applicazione della mec- canica alla logica è figlio del pensiero moderno €
la. scienza, cui può dare origine, deve dirsi ancora nascente. Ma è un’impresa
degna, forse, al pari di tante altre del genio italiano, mirabilmente temprato
‘da natura per uno studio in cui s'intrecciano le idee coi fatti e la
speculazione più astratta della teoria con la realtà più positiva del-
l’esperimento. * * * E così, o Signori, nel dibattito che s'agita attorno a noi
e che tutti i secoli hanno più o meno conosciuto, esaminato il pro e il contro
della nostra teoria, non ignorando alcuna delle difficoltà che le si possono
opporre e non disprezzandone alcuna, diamoci meno ai vani esercizi della parola
ed operiamo di più. Abbandonati per equivoco dal positivismo, banditi per
ignoranza dall’idealismo, di- stratti più o meno dai matematici, sconosciuti o
quasi disprezzati dai fisici, in ogni caso depressi dall’avversità dei tempi e
non certo dal- insufficienza degli ingegni, gli studî della logica formale si
molti- plicheranno anche presso di noi fortificati dal contatto colle scienze e
ripiglieranno, in mezzo al vasto e profondo rivolgimento de’ popoli più culti,
quel posto che Italia ha obligo, non che diritto, di occupare. \ DELLO STESSO
AUTORE La vita delle forme letterarie. Studî critici di scienza della lette- .
ratura. L. Roux e C: Edit., Torino, 18092. . . +. L.:2;50 Un’anima rappresentativa
(Giovanni Cena). Estratto dalla Rivista Moderna. Anno II, 1899, fase. 5-6, 1900
Firenze. Saggio sopra l’esperienza mediata. Estratto dagli Atti della R. Ac-
cademia delle Scienze di Torino. Vol. XXXVI, Gennaio 1901. Sulle oscillazioni
delle sensazioni tattili prodotte con stimolo mec- canico, e sulle oscillazioni
nella percezione della figura di Sehròder. Comunicazione fatta alla R,
Accademia di Medicina di Torino nella seduta del 1 Giugno 1900. Estratto dal
Giornale della R. Accad. di &Medie. Vol. VI. Anno LXIII fasc. 6. Sulle
oscillazioni delle sensazioni di deformazione cutanea. In col- laborazione col
dott. Luigi Agliardi. Fstratto dagli Atti della R. Accademia delle scienze di
Torino. Vol. XXXVI marzo 1001. L'evoluzione di Maurizio Maeterlinck. Estratto
dalla Nuora Antologia, 13 marzo 1003. Sopra la teoria della scienza. Logica,
Matematica, Fisica. — rat ‘Bocca Edit Tortino; 1008 +. 00 e Ed Giovanni
Caramuel di Lobkowitz e la teoria della quantificazione del predicato. Estratto
dai Classici e Neo-latini. Aosta, Tip. Allasia, 1005. Sulla possibilità di
conehindere affermativamente da dae premesse negative. Aosta, Tip. Allasia,
10905. Logica formale dedotta dalla considerazione di modelli meccanici. Con 17
figure e 8 tavole fuori testo. Fratelli Bocca, Editori SROLINOR OG i ae a n e a
e n = Macchine logiehe. Conferenza popolare alla Società di Letture e Con-
versazioni Scientifiche. Estratto dalla Rivista Ligure, Magg. .. CASE : PILL 5
PE omite pour la protection de la langue frangaise dans la Vallée d'Aoste P.
Patria e LINGUA Extrait du Numéro Unique La Vallée d’Aoste pour sa Langue
Frangaise AOSTE Imp. Joseph
Marguerettaz/ L'uso della lingua gallica in Valle d'Aosta è in conflitto
coll’ideale di molti italiani esclusivisti che vagheggiano l’unità della LINGUA
ITALIANA in tutto il suolo della patria. LA LINGUA ITALIANA intransigente freme
d'orrore dinanzi al Valdostano che chiama materna la lingua gallica e non s’appaga
della sola lingua d’ALIGHIERI; per contro il valdostano, pur dichiarandosi
intimamente italiano e desideroso di imparare LA LINGUA ITALIANA, mantiene e
difende L’IDIOMA gallico come un sacro diritto. Perchè mon rimanga dubio sulla
latitudine del problema, aggiungerò che i valdostani che s’ostinano a
proteggere la lingua gallese in Val d'Aosta sono apertamente accusati di
separatismo. Di qui l'origine d'una duplice e vivace agitazione e quindi d'una
selva di equivoci e di errori che dovrebbero essere troncati dalla radice.
Coloro che da un lato conoscono le intenzioni dei più influenti valdostani del “Comité
pour la protection de la langue francaise dans la Vallée d'Aoste”, le idee che
li dirigono e gl’interessi che si sforzano di tutelare, e dall'altro deplorano
le assurde restrizioni che un preconcetto di mezza libertà nazionale prescrive
alle discussioni degli italianisti, hanno il dovere di rischiarare l'opinione
pubblica «per affrettare il trionfo di quella causa intorno alla quale
amerebbero vedere fraternamente raccolti e riuniti tutti gl’italiani. Tale è lo
scopo di queste pagine. Il gruppo degl’italianisti è composto di molti elementi
eterogenei. V'hanno i puristi che combattono la lingua gallese, parlata nella
Valle, per far regnare al suo posto la lingua retorica delle scuole. Costoro
sono ancora servi della fase decorativa; l’erudizione letteraria è il loro
lusso. LA LINGUA ITALIANA ha per loro la missione di occupare il posto delle
cognizioni naturali e necessarie alla vita, di escludere ogni altra lingua,
all'infuori delle morte, sì che l'educazione della gioventù resti stilizzata a
tipo unico, grammaticale, classica, inutile e non serva se non a distinguerla
dagli stranieri, a separarla per sempre dalla vita. V'hanno i moralisti miopi,
i quali imaginano una profonda perversità nei cittadini valdostani sostenitori
della lingua gallese negli atti pubblici e privati. Con invettive mezzo
affettuose mezzo furibonde richiamano i renitenti valdostani all'amore sincero
della patria, affermano che l'Italia si perderà prima nelle coscienze poi nei
fatti se non se ne coltiva l'amore coll’uso uniforme della LINGUA ITALIANA. Quindi,
nella sicurezza che la parlata continua della lingua gallese finirà per
separare il popolo valdostano dall'italiano sino a sopprimere L’ITALIANITÀ e
nella dolce speranza di poter vincere la spontaneità coll'obbligatorietà,
invocano dal governo niente meno che il diritto di %72perium per la
soppressione forzata della lingua anti-nazionale. V'hanno i semplicisti, che
non hanno sufficientemente depurato i concetti di patria, LINGUA, e nazionalià
e si trincerano dietro l'autorità di MAZZINI (vedasi), il quale disse. “Per ‘nazione,’
noi intendiamo l’università dei cittadini PARLANTI LA STESSA FAVELLA – H. P.
Grice: Deutero-Esperanto --, associati, con eguaglianza di diritti civili e
politici, all'intento comune di sviluppare e perfezionare progressivamente le
forze sociali e l’attività di quelle forze. L'unità della LINGUA sembra loro il
principale indizio A A & A ARA A A dell'unità della patria fondata sui
vincoli etnici, geografici, storici, politici ed ideali. V'hanno i burocratici,
i quali ritengono che la conservazione della lingua gallese in Valle d'Aosta
sia un grave ingombro pel regolare disbrigo degl’atti pubblici e privati della
vita italiana. V'ha infine il forte gruppo dei maligni ì quali sostengono che
l'agitazione è tutta artificiale e senza ragionevole fondamento, che la lingua
gallese non è parlato in Valle d'Aosta fuor che da una trascurabile minoranza,
che la vera lingua materna dei paesi valdostani non è la lingua gallese ma è “il
patois” -- Inherited from Middle French patois (“local dialect”), from Old
French patois (“incomprehensible speech, rude language”), alteration (due to
influence of the suffix -ois in words relating to nationalities and languages)
of earlier *patoi, a deverbal of patoier (“to gesticulate, handle clumsily,
paw”), from pate (“paw”), from Vulgar Latin *patta (“paw, foot”), from Frankish
*patta (“paw, sole of the foot”), from Proto-Germanic *pat-, *paþa- (“to walk,
tread, go, step”), of uncertain origin and relation. Possibly
from Proto-Indo-European *(s)pent-/*(s)pat- (“path; to walk”), a variant of
*pent-/*pat- (“path; to go”). Cognate with Dutch pat, Low German pedden (“to
step, tread”). Related to pad, path. --
che il famoso Comitè pour la protection ece., lavora nel vuoto per lo sterile
sfogo di quattro retrogradi ambiziosi i quali non rappresentano affatto le
legittime aspirazioni del popolo valdostano, che il governo consacrando
l’insegnamento obligatorio della lingua gallese e in tutte le scuole elementari
della Valle e stanziando un fondo cospicuo a tale scopo non ha fatto un'opera
di giustizia ma ha dato un colpo mortale allo studio della LINGUA ITALIANA, non
ha reso omaggio ai principj più elementari della libertà ma si è lasciato
ingenuamente gabbellare dai nemici d'Italia. Allo stato in cui sono giunte le
cose e dopo l’illuminata e intensa propaganda del comitato valdostano che trova
il suo più eloquente interprete in Réan, sarebbe superfluo confutare gli
argomenti particolari. Può esser utile inwece definire i termini ideali del
conflitto e trattar la questione dal punto di vista generale. Occorre anzitutto
riconoscere che la lingua gallese in Valle d'Aosta, comunque innestata sul
tronco dei DIALETTI – cf. H. P. Gice: IDIOLECT -- pre-esistenti, sorge
a//valmente dalla vita, riceve dalla vita la sua ragione d'essere, è creata e
conservata dall’ispirazione vitale. Questa LINGUA, che è ora senza alcun dubio
l’opera spontanea delle famiglie, si presenta ai valdostani come il mezzo
naturale dell'espressione della loro anima. Appartiene più alla natura che
all'organismo politico, perchè è figlia della loro indole e nè pure della loro
stessa volontà. La lingua gallese è l’amore e il diritto della popolazione
valdostana. Come dunque potrebbe e dovrebbe il valdostano accettare ipso facto
una espressione di vita che non è la sua? Come dunque potrebbe e dovrebbe lo stato
italiano imporre l’uso di una sola lingua respinta dal sentimento domestico
d'un’intera popolazione? Non si danno leggi all'amore. Non si deve obligare una
popolazione a rinegare la sua lingua materna. La lingua comandata è l'amore per
forza. D'altronde i valdostani si limitano a sostenere la necessità e l'utilità
del sistema bi-lingue – BI-LINGUE – H. P. Grice: “There is no conflict between
Eddinton’s two tables. He was bilingual!” -- ed affermano che la libertà
linguistica – cf. Locke, inalienable right to make any expression stand for any
idea one pleases – IMPENETRABILITY -- è congruente alla libertà ed all'unità
della patria. Vogliamo noi determinare astrattamente se per l'integrità
nazionale italiana sia meglio l’unità linguistica o la pluralità? Ma con quale
criterio? In questa occasione non possiamo rispondere colle nostre fantastiche
preferenze, non possiamo subordinare tutti i ritmi della vita italiana ad una
formula unica, comune a tutti i cittadini. Consultiamo la natura invece. Chi
insegna la lingua gallese ai valdostani? Chi insegna loro l'amore all'Italia?
Forse il governo francese o il governo italiano? Nè l'uno nè l'altro, o meglio
è il caso di dire: la famiglia propaga la lingua, l'intelligenza e il cuore
determinano l'interesse e il dovere. Limiteremo noi con una legge la libertà
linguistica dei valdostani in omaggio alla libertà dell’Italia? Ma la libertà
limitata non è più libertà, la lingua limitata non è più lingua. La lingua
tramandata dalle famiglie è il diritto dello stato di natura, essa è spontanea
e primitiva, dev'essere libera come l’aria che si respira. Non sì concepisce
l'ideale d'una vita nazionale se non col dare libero corso a tutti i ritmi
naturali della vita. Ogni legge limitatrice potrà essere bene intenzionata, non
può essere innocente. Triplice insomma è l’origine della propaganda della
lingua gallese in Valle d'Aosta. Deriva ad un tempo da due fatti e da un'idea.
Il primo fatto è la schietta naturalità della lingua gallese che procede
spontaneamente dalle domestiche usanze e dall'antico diritto, riconosciuto
dallo statuto del regno. Il secondo fatto è la provata ITALIANITÀ dei
valdostani sostenitori della lingua gallese o per dir meglio del sistema bi-lingue
gallo-italiano. L'idea nasce dal riconoscimento dell’essenziale spiritualità
della patria. Torna vano ogni tentativo per giustificare la natura e il valore
materiale del concetto di patria. La rivelazione della patria in generale è
ineffabile. Dunque anche la patria italiana non può essere espressa in un modo
unico, con una lingua unica, con un testo unico, per esempio, colla Divina
Comedia o col dizionario della Crusca. Finchè non avremo il coraggio di
riconoscere che la patria italiana è un’idea al disopra delle contingenti
varietà di sangue, di lingua e di religione faremo sempre questioni pestifere
di antipatie personali, di retorica e di setta, e i nostri nemici s’insinueranno
sempre di più nel nostro campo colle armi fornite dalla nostra cecità. La
patria è prima d'ogni altra cosa la coscienza e il buon volere. Come sarebbe
ridicolo supporre che l'unità catolica — per chi vi crede — possa ripugnare
alla varietà irreducibile dei vari popoli, così sarebbe assurdo ritenere che
l’unità nazionale possa ripugnare alla varietà delle lingue. I due concetti, di
patria e di “lingua,” sono stati associati troppo fin ora. E possibile, anzi è
doveroso dissociarli. Altrimenti non potremmo mai elevarci a quel sublime
ideale della patria delle patrie che è l'umanità. Tosto o tardi questo
principio dell’essenziale spiritualità della patria deve restaurarsi nelle
coscienze, e per affrettarne il trionfo non è contro il il vero italiano che
parla una lingua straniera in terra italiana che si ha da combattere, ma contro
il nemico d’Italia, sia che egli parli la lingua del turco o che sia nato sotto
il nostro medesimo cielo e parli la nostrà lingua materna. Molti si fanno
ancora un'idea stranissima del poli-glottismo – cf. il bi-glottismo di
Eddington – H. P. Grice -- italiano. S’imaginano che, per salvare l'integrità
delle lingue regionali, non stroncate dall’unificazione politica, si voglia
ripiombare l’Italia nell’anarchia – H. P. Grice: “I treasure my pupil Flew’s
characterisation of Humpty Dumpty as a semantic anarchist!” Singolare errore!
Il futuro desiderabile d'Italia è forse l’immobilità e l'unicità linguistica
eterna? Cominciamo per riconoscere che nè il passato, nè il presente
giustificano questa strana teoria. Non v'ha il menomo antagonismo tra l’idea
del patriottismo e del poli-glottismo che non significa punto la confusione
babelica delle lingue. Ciò che bisogna combattere non è la varietà, ma
l'ostilità delle lingue e da questo punto di vista i valdostani, che sono
francamente bi-lingui per naturale condizione di cose, dànno ai mono-linguisti
ferocemente intolleranti un famosa lezione di libertà. E pure costoro che
vogliono dare l’ostracismo alle lingue straniere affermano di difendere la
libertà della LINGUA ITALIANA che, secondo loro, sarebbe arrestata nella sua
libera espansione in casa propria. Questa brava gente fa pensare a quegli
apostoli della libertà che anelano sempre di conquistare la libertà .... di
sopprimere l'altrui libertà. Io non accennerò alle gravi ragioni economiche che
consigliano la diffusione della cultura bi-lingue in terra italiana. Ma v'ha
nel fondo di questa questione un altro fatto importantissimo trascurato dai
più. Secondo me, la lingua gallese in Valle d'Aosta ha sempre resistito e
resisterà bene a lungo ai tentativi degli Italiani uniformisti, perchè essa
corrisponde ad un bisogno di autonomia regionale e quindi ad un desiderio di
vita federativa che lungi dall’attenuarsi nell’unità politica del regno
d'Italia, venne invece ad aumentarsi molto sensibilmente. Si dirà che io ignoro
o altero senza criterio la nostra storia, che rinnovo rancide dottrine, che
sono incapace di apprezzare lo spirito e la reale unità della vita italiana. Mi
perdoni il lettore se gli espongo verità quasi ingrate. Molti italiani non
sembrano nè anche dubitare che vi siano nella nostra Italia 13 movimenti
politici speciali che obediscono ancora adesso ail’idealità del programma
federale. Tuttavia l'unificazione nazionale politica superiore ha inglobato
tante inferiori nazionalità, ma non le ha distrutte. E non le ha' distrutte,
perchè lo stato è incapace di compiere le funzioni delle patrie regionali,
com'è incapace di compiere quelle dei comuni, delle famiglie e degli individui.
Per certo all'indomani della proclamazione dell’unità politica italiana le
nazionalità regionali, sempre anelanti alla loro autonomia amministrativa
perchè giustificate da una tradizione più che millenaria, non svanirono per
incanto. Tale fu e tale è ancora la speranza di molti ingenui che si appagano
di parole e di simboli governativi esteriori. Ma in realtà l’idea federale non
è morta; anzi la vivace reazione che non ha mai cessato di manifestarsi contro
ogni forma di pericoloso accentramento rivela che il federalismo, come
legittima espressione della più schietta ed omogenea nazionalità degl’italiani,
s'intende, è in risveglio, provando in guisa paradossale la relativa bontà del
regime monarchico che s'è dimostrato suscettibile di tanta libertà.
Objetteranno che questo poteva essere vero per l'Italia dei comuni e delle
leghe marittime, insomma per l'Italia in pillole ; mentre adesso l’Italia è una
nazione di primo grado, centralizzata come la Fran- cia, non una federazione di
nazioni mi- nori formanti una nazione di secondo grado come la Svizzera e gli
Stati Uniti, non un agglomeramento di popoli come l’Au- stria. Non si tratta
ora di risolvere diret- tamente questo problema. Sembra però che si possa
riconoscere senza fatica che una patria può esser composta di gruppi
relativamente autonomi di popolazioni, parlanti una lingua diversa. Valga per
tutti l'esempio classico della Grecia antica. Sembra inoltre che il
ristabilimento di una più autonoma vita regionale, anche nella patria nostra,
senza detrimento della forte unità del governo centrale, non solo non
costituisca un piano di impossibile attua- zione, ma rappresenti la vera ed
urgente ricostruzione ideale di tutte le nostre ric- chezze troppo oppresse,
confuse ed obliate nella fretta delle annessioni. Così dunque si ha un bel
girare la questione linguistica da tutti i lati. Non spetta allo Stato il
creare artifi- cialmente la lingua parlata delle patrie. 15 Lo Stato che voglia
trovare una giustifi- cazione etica della sua esistenza deve limitarsi ad
accettare la rivelazione lin- guistica dalle famiglie, abbracciando e
coordinando tutta la molteplice realtà alla quale i nostîi istinti e i nostri
sacrific) diedero un sacrosanto valore. Potrebbesi ora domandare se per la
bellezza dell'idea della patria italiana, in- vece dell'armonica unità non
sarebbe più tosto preferibile l'assoluta uniformità. Tra- scuriamo questa
objezione. La patria ita- liana non è un gregge; le sue funzioni sono varie,
s'intrecciano, si armonizzano, formano un tutto ideale unico ed indivi- sibile
: l'Italia. Potrebbe questa Italia es- sere creata con una legge del governo?
Un partito nazionale che sperasse la gran- dezza della patria nell’uniformità e
potesse realmente sopprimere ogni varietà di lin- guaggio, ogni segno di vita
federale in Italia, opprimerebbe la libertà di tutti i cittadini e li
condannerebbe inevitabil- mente all’ idiotismo. Da questi principj appare la
necessità di reagire a quello spirito di gretto nazio- nalismo che vorrebbe
paralizzare tutte le tradizioni regionali a beneficio della più sterile
uniformità. Loi Ma il nostro ardore contro l’esclusivi- smo linguistico non è così
cieco da farci dimenticare che forse niuno sforzo per quanto generoso dei
Valdostani riuscirà ad impedire la graduale penetrazione mo- nolinguistica —
voglio dire italiana — in Valle d'Aosta, perchè la fortuna delle istituzioni
strumentali esteriori si svolge col meccanismo della forza, non del di- ritto,
e la lingua — come fatto compiuto — essendo un puro strumento di formale
esteriorità segue il dettato di questa legge suprema. Se consulto la storia non
trovo altro nell'origine e nella fortuna delle lingue che guerre, prede e
conquiste come nella storia politica e militare, la fatale estin- zione delle
lingue regionali, la sistematica invasione monarchica delle lingue predo-
minanti nei grandi centri. La vitalità delle lingue è determinata dalla brutalità
degli interessi materiali non dalla verità, non dalla virtù, non dalla bellezza
dell'idea pura. L'amarezza di questo spettacolo è com- pensata dalla
riflessione che noi ci avvi- ciniamo ad un’epoca in cui tutte le lin- gue
perderanno sempre più il loro valore sentimentale e particolaristico sotto
l’azione energica del pensiero universale; al- meno giova sperarlo. Vedemmo che
il polimorfismo lingui- stico ha un valore vitale ed affettivo pro- fondo. Ora
si noti che il riconoscimento di questo valore è tanto più vivo ed evi- dente
quanto più entriamo nel territorio di quelle popolazioni alle quali rimane
ancora — come in Valle d'Aosta — l’an- tica esigenza della vita regionale,
fondata sul robusto etnicismo del pagus, così che il soggetto si sente effettivamente
meno libero in una meno spontanea civiltà. Ma chi sospiri la perfetta
emancipazione del soggetto è portato a valutare molto diversamente quelle
istituzioni che si s0- stengano per la pura religione dei morti ed in nome di
interessi esclusivamente strumentali e locali, siano pure consacrati dal più
naturale e commovente prestigio degli affetti. Voglio dire che la medita- zione
storica ci permette ben poche illu- sioni sulla perennità delle isole
linguistiche e tanto meno delle linguistiche interfe- renze che sono sempre
sottoposte ad una lenta ma continua opera di corrosione. So bene che
l’'imminenza del pericolo molti- plica le forze dei difensori. Ma la società
omogenea delle grandi patrie procede ver- [ N so l'avvenire in modo terribile,
con co- stante distruzione dei piccoli centri, non calcolando i danni degli
individui. Non l’arrestano le lagrime degli oppressori, non la deviano i
filosofi della storia. Quei generosi Valdostani che ora so- stengono con tanto
ardimento il culto della lingua francese in una terra italiana, senza gli aiuti
di Francia, anzi col gene- roso concorso del governo italiano, ram- mentino
quante volte i loro parenti ab- biano dovuto cambiare favella per la pre-
potenza degli oppressori. L'Arco trionfale che decora l'ingresso di Aosta non
ricorda forse il feroce sterminio dei Salassi com- piuto dalle legioni di
Terenzio Varrone Murena per ordine di Augusto ? È vero che il regno d'Italia
non ha imitato e non imiterà mai i barbari siste- mi di conquista dell'impero
romano. Ma nel seno d'ogni grande patria c'è una superiore e irresponsabile
fatalità d’assor- bimento linguistico, che è più spietata d’o- gni governo, e
non impallidisce davanti alle ruine dei focolari. Essa continua la sua via in
mezzo ai sepolcri ed al san- gue, tal che diresti che la sua esteriore
rivelazione è quasi per definizione uno spaesamento. E vero che certi piccoli
centri hanno poi una forza vitale meravi- gliosa. Ma non lotta con successo
colui che ignora la moltitudine dei suoi nemici. Sappiano adunquei Valdostani
che con- tro il loro particolaristico bilinguismo tro- vansi coalizzate non
tanto le resistenze degli italianisti (che in fondo costituiscono un nucleo
quasi trascurabile di cocciuti) quanto le correnti impersonali dei fattori
economici, culturali, giuridici che conver- gono simultaneamente all’
uniformismo, malgrado spiccate tendenze di ribellione. La stessa evoluzione
delle lingue in ge- nere non sembra favorevole ai casi di uno straordinario
polimorfismo. E può dirsi ordinario il caso presentato dalla Valle d'Aosta in
cui due grandi lin- gue l'una materna, l’altra fraterna, devono vivere
simultaneamente e in buona armo- nia sopra la profonda radice del patois che,
oltre alla sua virtù derivante dal possesso d’una pregevole letteratura, è
congiunto alle più schiette sorgenti della vita e si raccomanda non meno alla
po- tenza del sentimento ? Facciamo per un istante astrazione dal caso del
bilinguismo in Val d'Aosta, per considerare la fortuna delle lingue in ge-
nerale. È opinione accreditata fra i dotti che le lingue moderne presentano una
spic- cata decrescenza di polimorfismo. E sotto un certo riguardo è forse un
gran bene. Il polimorfismo linguistico invero è stato utile quando i popoli
vivevano separati ed ostili ed è rimasto fra noi, uomini sociali e federati,
come testimonio di antiche abitudini. Ora il desiderio, anzi il bisogno ardente
di comunicazioni internazionali co- mincia a concrelarsi in numerosi tentativi
di interlingua. Saranno tutti destinati a fallire? Si vedrà; fra tanto rivelano
una crisi delle lingue, spersonalizzano le gram- matiche, semplificano i
vocabolarj, con- vincono gli spiriti del trascurabile valore affettivo delle
parole destinate a compiere una semplice funzione di meccanica stru- mentalità.
Non si può negare che questi ed altri segni depongano a favore della
progrediente formazione dell'anima collet- tiva, nella quale, svalutata ogni
ragione di separatismo, rimanga solo come patrio ciò che è veramente umano,
spirituale ed universale. Il giorno in cui gli uomini comprende- ranno questa
verità così semplice tutte Je questioni etniche, linguistiche e anche reli- -'
giose, tutte le rivalità ancora generate da medievali spiriti di campanilismo,
di feroce intolleranza nazionalistica non ci affanne- ranno più. Sopra queste
interpretazioni un po scettiche della fortuna delle lingue in genere e sopra
l’ultimo principio della spiritualità universale della patria vorrei che
meditassero non solo gli italianisti intransigenti ma gli stessi Valdostani af-
finchè trovassero la forza di elevarsi al disopra di tutte le contingenze
particola- ristiche che li animano in questa propa- ganda. Non si chiede a
nessuno di sacrificare la lingua materna su l’altare della patria. Solo occorre
che tutti, italianisti e Valdo- stani, sappiano guardare gli avvenimenti con
relativa abnegazione e fra tanto si convincano che lingua e patria non sono
termini necessariamente coincidenti. L'u- nità della patria non è affidata
all’unifi- cazione della lingua. Stiamo ai fatti pertanto e stiamo all'idea. Rispettiamo
la lingua francese in Valle d'Aosta, perchè appare la rivelazione na- turale
delle famiglie e non mettiamo in dubio l'italianità della popolazione valdo-
stana, la quale malgrado l'esaltazione del suo provincialismo linguistico sente
e di- mostra coi fatti di non trovarsi straniera in Italia e nella carità della
patria non è seconda a nessuno. Questo è il nostro principio ed esso ci ritrae
dalle aberra- zioni sofistiche degli italianisti e ci rivela l'ideale sintetico
della patria. Infine vorrei fare una proposta molto modesta, ma forse non priva
di buoni risultati. Non sarebbe bene che il bene- merito « Comité pour la
protection, etc. » introducesse una piccola aggiunta nel suo titolo e cioè si
proclamasse « Comité ita- lien pour la protection de la langue francaise dans
la Vallée d’ Aoste » ? Così si darebbe una franca risposta alle insinuazioni
dei maligni e, nell'opinione pubblica, si troncherebbe ogni equivoco dalle
fondamenta. Torino, 22 gennaio 1912. n ricerca scle ì uo . P i Î ( Pi t \ . Ji I dA si = by . % La
P) DI li LÌ ì PIRO) im a 1 i =“ k ‘ "i LI 3 i 3° Wo E i 4 Li La ATI a! ) |
da | 9 i LA i La logica della ricerca scientifica. RELAZIONE AL CONGRESSO
NAZIONALE DI FILOSOFIA ‘4 PRELIMINARI 1.
— Proposito e disegno. L'organizzazione logica della ricerca scientifica. Il
compito più urgente della filosofia teoretica, per quanto concerne il problema
della scienza in senso stretto, è l’organizzazione logica della ri- cerca
scientifica. Per desiderio di brevità, presumendo noti i più importanti indirizzi
della logica odierna e note pure le assisi della logica tradizionale e delle
varie illustri tappe che sono consegnate nella storia della logica delle scien-
ze, affronteremo subito questo problema, avendo cura in primo luogo di
riassumere i lineamenti della logica pura quali risultano dai più recenti e
secondo noi più plausibili sviluppi; quindi partitamente ne indagheremo
l’applicazione nelle scienze esatte cioè nella matematica e nella fisica;
chiuderemo il rapido quadro con un cenno sulla logica sperimentale, ar- gomento
novissimo che forse desterà qualche sorpresa. Con questo disegno, in tutta
libertà teoretica ma non senza trepida- zione, offriamo i risultati di nuovi
studj al giudizio di questo X Congresso Nazionale di Filosofia, ringraziando
vivamente la Presidenza che ci ha fatto l’insigne onore di affidarci questa
Relazione. Premettiamo due cenni per l'impostazione teoretica del problema. 2.
— Bisogno di nuova mentalità. Gli slanci prodigiosi delle invenzioni
scientifiche di questi ultimi de- pa cenni nei campi della matematica e della
fisica teorica e sperimentale ave- __——. vano a tutta prima allontanato i più
dei filosofi dalle scienze. Lo svilup pai "UPN del sapere scientifico
invero affacciava problemi inderogabili per la le) sofia, cioè i problemi
dell’epistemologia, I filosofi senza la prepar loge scientifica come potevano
pronunciarsi? Quindi, davanti alla questione della Si i logica nelle scienze,
si manifestò in un primo tempo una carenza di filoso SUE, ‘296 che era carenza
di logica. Rifarsi al glorioso movimento di revisione dei principj e dei metodi
delle scienze qual proruppe nella seconda metà del secolo XIX dalle più
progredite analisi dell’epistemologia (lontano frutto della gnoseologia
kantiana) non era più sufficiente. Già sono invecchiati gli stessi indirizzi di
parecchi epistemologi eminenti come Poincaré, Hilbert e Meyerson, che fecero
epoca fino a ieri, senza escludere i più forti rappre- sentanti della
logistica. Sterile sarebbe il ricorso alla logica sia positivistica, sia
dialettica per gravi ragioni che ora non entra nel nostro compito esa- .
minare. A risultati scientifici nuovi occorrono nuove teorie. A teorie nuove
occorrono nuove mentalità. - Chiariamo pertanto con che criterio filosofico qui
si affronti il tema dell’organamento logico delle scienze. 3. — La filosofia
come pensiero puro dell’universale relatività. Problemi derivanti. Concetto
della logica come teoria della scienza (senso stretto). Suo compito critico.
Sua autonomia, Noi pensiamo la filosofia come il pensiero puro della universale
rela- tività, intendendo per pensiero puro non il solo pensiero ad eccezione di
qualcosa d’altro, cioè il pensiero astratto come forma conoscitiva vuota a cui
manchi per esempio l’intuizione alla maniera di Kant, o il pensiero scambiato
colla mera soggettività del conoscere, ma il pensiero giunto alla sua massima
purezza, cioè il pensiero del pensiero. I due problemi della verità e del
valore polarizzano l’immenso orizzonte filosofico. Teoretico l’uno, pratico
l’altro. Ma solo nella loro unità si afferma il compito del pensiero puro. I
problemi della verità, distinguendosi secondo i gradi del conoscere
(esperienza, scienza, filosofia), sono elaborati dalla logica, disciplina emi-
nentemente filosofica che da un lato teorizzando la molteplicità dei gradi
inferiore e medio è empiriologia ed epistemologia, dall’altro teorizzando la
suprema unità è gnoseologia e metafisica (1). Così il rapporto funzionale della
logica colle scienze e colla filosofia resta evidente. In questa ricerca noi
consideriamo la logica solo come teoria della scienza in senso stretto, quale
studio della forma attiva del sapere scientifico e delle condizioni della sua
ricerca, della sua prova e del suo legittimo uso, francamente am- mettendo il
senso e il valore teoretico delle scienze (2). Come filosofia la logica
naturalmente è anche critica della conoscenza, e in questo senso ci insegna a
dubitare, reclamando tutta la sua autonomia. (1) La questione dei rapporti
della Logica colla Gnoseologia e colla Metafisica (la Logica della ricerca
filosofica) eccede i limiti della presente ricerca. (2) Circa le definizioni
della scienza e della verità cfr. Pastore, Il problema della causalità. Torino,
Bocca, 1925, II, Sez. I. Il solipsismo, Cap. V, VI. Torino, Bocca, 1923. a Pai
te «sa 0 iL = N] «_ x . * . me: ‘” a / La reclama a buon diritto perchè la
logica elabora il materiale scientifico — fuori del terreno particolare delle
scienze; quindi ha un dominio suo pro- prio che non si identifica con alcuna
scienza particolare a cui non intende mai di sostituirsi. Questo criterio
nettamente filosofico sembra sbbastanza largo e armonioso perchè mantiene alla
logica come disciplina filosofica il suo pieno diritto; non attribuisce
carattere filosofico alle scienze, non ca- rattere scientifico alla filosofia
(3). Sorge un problema. Una logica così concepita non è destinata a rima- nere
passiva contemplazione del processo scientifico? Metteremo in chiaro che essa
all’opposto organizza e feconda. E siamo qui per questo, animati dalla speranza
che i rapidi prolegomeni di logica pura che ora delineere- mo non saranno
impotenti a giustificare la nostra convinzione. (3) Per questo rispetto la
logica, come studio di ciò che si può legittimamente supporre che sia possibile
nella scienza; suggerisce muove possibilità, mantiene yivo il senso delle
meraviglie amplificatrici del conoscere e liberatrici dalla tirannide del-
l’abitudine, secondo l’alto concetto di Bertrando Russell. La sicurezza
dogmatica del dimostrato e del dimostrabile è talora antispeculativa, perchè
induce a credere che non si possa andare oltre alle risposte definitive e
chiude così la porta alle invenzioni. Invece la logica come critica spinge
sempre più avanti « oltre il velo delle nostre defor- mazioni soggettive» e
invece di paralizzare il senso misterioso della vita, lo aumenta e lo vivifica.
Questa singolare larghezza di vedute, ammirabile nella teoria russelliana, ha
il vantaggio di associarsi ad una singolare potenza d’azione. Noi ne
approfittiamo, riconoscendo che la vera dignità del pensiero consiste nella
capacità di attuare il massimo potenziamento della relatività universale, senza
avventurarci nella tesi russelliana degli universali. Si veda inoltre $ 17, n.
. PARTE I. LINEAMENTI DI LOGICA PURA 4. — Riconoscimenti critici direttivi. Per
assodare l’attitudine che la mente nostra deve assumere di fronte ai principj
usuali della logica non saranno inutili alcune considerazioni preparatorie.
Un’attenta critica dimostra in primo luogo l'impossibilità di conservare l'orientamento
aristotelico tutto rivolto alla riduzione del lavoro logico all’analisi,
conforme al criterio degli Analitici. Tale orientamento infatti è ligio al
principio d’identità non distintiva che, valendo in rapporto alla permanenza
dell’ente, ammette l’inerzia del sostrato, ne postula l’invarianza assoluta e
si identifica col principio di eguaglianza e di tautologia. In base a queste
angustie la logica si chiuse nei limiti della sillogistica. La forma logica si
identificò arbitrariamente colla relazione analitica; e la logica for- male si
cristallizzò in questo senso. Per contro, l’indirizzo fondamentale che ispira e
domina le dottrine di rinnovamento logico in tutte le forme ai giorni nostri si
può enucleare come nettamente relativistico. E tale è anche il fondamento della
nostra ricerca, da molti anni essendosi fatta strada dentro di noi la
consapevolezza che il processo logico messo in giuoco in ogni lavoro
scientifico sia assai più complesso di quanto si ritiene dai sostenitori
esclusivi dell’analisi. Il nostro interesse predominante si porta sopra tre
principj non aristo- telici: la relatività essenziale d’ogni ente logico, la
variazione relativa e il potenziamento reciproco degli enti, come vedremo tra
poco (4). Ma il nostro atteggiamento e il nostro sforzo contro la risoluzione
della logica nell’analisi sono dettati anche da un altro non meno profondo
motivo. Esiste invero un punto per cui l’operazione analitica quale che sia
cessa di valere per effetto di condizioni logiche inerenti al sistema delle | nozioni
e proposizioni primitive che la logica tradizionale ha trascurate. Sono queste
le condizioni costituenti l'operazione sintetica dell’intuizione (4)P. Mosso,
Principi di logica del potenziamento. Torino, Bocca, 1923. logica atta a
cogliere sia la relazione degli enti nei processi elementari, sia la forma del
discorso nelle formazioni più complesse (5). , L’intuizione logica è operazione
eminentemente produttiva, costruttiva, inventiva affatto indipendente
dall’analisi descrittiva, deduttiva é Anespli- cabile con questa, come è
diversa dalla ‘intuizione empirica e irriducibile alla visione immaginativa.
L’importanza pratica di tal modo di comprendere il processo logico consiste nel
riconoscere la necessità di determinare esplicitamente, oltre all’insieme degli
elementi del discorso d’un sistema qualunque, che noi pet brevità diciamo D,
anche la forma della sua intuizione logica, o del suo universo che per brevità
diciamo U, cioè la condizione analitica D oltre alla condizione sintetica U
(6). Circa le due operazioni fondamentali della logica pura si vede dunque
assai bene ciò che esclude, ciò che include, ciò che conclude la nuova
dottrina. Esclude la sufficienza della sola analisi o della sola sintesi. La
veduta analitica non è sufficiente, non è sufficiente la veduta sintetica. Lo
sviluppo deduttivo non è che una parte del processo logico. Non basta dedurre,
bi- sogna intuire, ma intuire logicamente. Del pari non basta intuire logica-
mente, bisogna dedurre. Include la necessità delle due funzioni D e U. Conelude
che sono necessarie e sufficienti. Così l’orizzonte della teoria logica dei
sistemi si rischiara. Resta in secondo luogo impossibile conservare
l’orientamento dell’epi- stemologia contemporanea che prende come punto di
partenza i sistemi primitivi nella loro assiomatica prelogicità, quali
rimangono ultimo residuo indefinibile e indimostrabile delle riduzioni
analitiche. Nei riguardi della logica pura queste esigenze conducono a
riconoscere che la logica com- (5) Ad esprimere questo nuovo senso della forma
logica è ovvio che il principio della vecchia logica formale è insufficiente,
perchè secondo noi la forma del discorso cioè l'universo è la relazione
sintetica dell’intuizione logica, invece la forma della logica formale è la
relazione analitica che affetta la deduzione. Sarà possibile che la logica
formale, arricchendosi del nuovo concetto, entri in una fase nuova? In ogni
caso lo stesso procedimento che le darebbe vita nuova seppellirebbe il vecchio
pregiudizio esclu- sivamente analitico. Ma sotto la pressione della nuova
critica una ricerca sarebbe im- portante: scoprire la funzione sintetica degli
Analitici di Aristotele, Il discorso e l’uni- verso non possono separarsi
assolutamente. Credete alla logica d’Aristotele? Rinunciate all’idea che essa
sia solo analitica, Ciò è palmare. Ma afferrate lo stesso sillogismo, lo
strumento della universale analisi, avvisate l’operazione che coglie le
relazioni dei tre termini: resta di sottometterla all’impero della intuizione
logica. Un’inchiesta di questo tipo avrebbe una portata generale
storico-critica di prim'ordine. Sulla nozione di forma logica e circa il valore
della sua relatività più vasta di quella delle scienze e avuto riguardo solo
alla questione degli universali astratti si potrebbe dire che l’astrazione
della forma scientifica in senso stretto sta all’astrazione della forma logica
come l’abstractio totalis sta all’abstractio formalis di S. Tomaso a meno della
co- stante metafisica. (6) Pastore, Sul D. U. Ricerche logiche con applicazione
al problema fondamentale della fisica teorica, «Archivio di Filosofia»
Gennaio-Marzo. Roma. 1933. Anal Lea ie È 14 0 ì ="fie sa Mii due dominj
nettamente distinti: uno generale presistematico, l’altro | speciale
sistematico complanare al campo delle scienze. Di qui varie con- j ‘seguenze
importanti che saranno messe in luce fra poco, e insieme com- | pongono un
nuovo capitolo dell’epistemologia cioè la logica dei sistemi primitivi.
Sopratutto emerge un nuovo concetto di relazione come forma d’atti- vità che
esprime un'effettiva dilatazione dello spirito logico oltre i quadri rigidi del
concettualismo assolutistico a sostrato permanente, oltre i pro- cessi
dell’analisi sillogistica. La dottrina che ora in modo sommario espor- remo è
il prodotto di questi riconoscimenti che, per quanto ancora in via di
formazione, assumono già un aspetto che li distingue nettamente da tutti gli
altri. Invece di arrestarsi alle forme esteriori, sembra a noi che essa meglio
d’ogni altra ci faccia penetrare nella costituzione intima del pro- cesso
logico. 5. — Operazioni logiche fondamentali per la formazione e trasformazione
dei sistemi primitivi e derivati. Coincidenza della continuità logica in
generale colla numerabilità logica. Secondo il nostro modo di vedere, la logica
è un lavoro di relatività sopra un continuo di enti relativi e di relazioni
varie che reciprocamente si oppongono e si compongono, potenziandosi in
complicazioni crescenti (7). La continuità logica in quanto costituisce una
classe di enti relativi è ovviamente relativa alla condizione che definisce la
classe. E il lavoro di relatività che si attua dà origine a formazioni e
trasfor- mazioni di sistemi concettuali primitivi e derivati le cui condizioni
è or- mai possibile determinare in due punti. 1° punto. — La formazione di un
sistema primitivo risponde alle due condizioni di necessità e sufficienza, e si
effettua con due operazioni corri- spondenti, cioè: a) con un’operazione
analitica per cui si pongono gli enti irriducibili, ad uno ad uno necessari al
funzionamento deduttivo del sistema; b) con un’operazione sintetica per cui si
compongono gli enti coesi- stenti tutti insieme sufficienti all’intuizione
comprensiva dell’unità. (7) Può interessare uno schiarimento sulla differenza
tra ente e relazione, e sulla relatività dell’ente. Sia un sistema di n enti a,
b, c,... n. Ogni ente è un insieme di relazioni ab, ac,... an. L'ente a non può
identificarsi con una qualunque di queste relazioni. Quindi il divario tra ente
e relazione dipende dal fatto che, essendovi n relazioni possibili e
indipendenti in cui compare un ente a di un sistema di n enti, questo ente a
non può identificarsi con una qualunque di queste n relazioni. D'altra parte,
dell’ente a non si sa nulla di più di quanto dicono le n relazioni. E _ quindi
l’ente è relativo. «In questa definizione delle condizioni che rendono
possibile ogni sistema è ovviamente implicita l’idea di numero, in quanto in
ogni sistema (a.ragione inteso come molteplicità in unità) si ha sempre nei
casi contreti un certo numero di idee primitive che determina un continuo.
La.LdP è appunto fondata sul principio che il numero delle idee primitive
determini tutte le proprietà dei sistemi e quindi sia l’espressione più
semplice della forma o universo a cui corrisponde un discorso o sviluppo
analitico ». Donde si vede che la continuità logica in generale coincide colla
nu- merabilità logica. Tralasciamo di elencare partitamente le operazioni
logiche che si com- piono per lo sviluppo del calcolo combinatorio degli enti e
delle relazioni dei sistemi, rimandando alle trattazioni apposite (8). È
piuttosto il caso di notare che le due operazioni riferite hanno evi-
dentemente il significato di opposizione tra la deduzione (analitica) discor-
siva che diciamo per brevità D e l’intuizione (sintetica) formale dell’uni-
verso che diciamo U. L’ opposizione ordinariamente comincia a notarsi quando,
esaurito o meno il calcolo combinatorio degli enti del discorso, che è calcolo
analitico, la mente prende atto di nuovi enti e di nuovi rapporti non sottoposti
al medesimo universo. Come procede allora la ricerca logica, cioè come avviene
il passaggio dal sistema primitivo al derivato? 2° punto. — La trasformazione è
ovviamente dovuta a successivi cam- biamenti di deduzione (analitica) e di
intuizione (sintetica), risolvendosi ogni processo logico nel passaggio da un D
, U determinato da un certo nu- mero di enti ed un altro D . U determinato da
un numero diverso. Propria- mente il nuovo D . U è la creazione di un nuovo
concetto in cui l’opposizione del precedente dissidio si compone. In tal modo
si effettua il progresso logico d’ogni ricerca. 6. — Sviluppo logico per
potenziamento. Invarianza del rapporto tra le condizioni analitiche e
sintetiche. Adesso siamo in grado di comprendere in che senso diciamo che fon-
damento della logica è la relatività e come questa sia riscontrabile in ogni
forma del pensare, dalle più elementari alle più complesse. E siamo anche in
grado di dare un'espressione esatta dello sviluppo logico delle forme.
Avvertendo che la potenza dell’ente logico varia col variare del numero degli
enti logici coi quali è in relazione, precisiamo che lo sviluppo avviene per
potenziamento, intendendo per potenziamento appunto quel potere di relatività
che lega ogni termine del discorso agli altri enti del suo universo, (8)
Pastore, Sul fondamento logica della matematica, $ 3, Comun. al IX Congr. Nar.
di Filosofia, 1934. Padova. È gi la Ul in ragione del numero degli enti (9).
Speciali considerazioni permettono __—9di stabilire come si passa da un discorso
di n termini ad uno di n + 1, in | che si risolve il principio del
potenziamento. Infine un’ultima proprietà vuole essere particolarmente
considerata. C'è una condizione logica del passaggio da sistema a sistema che
rimane invariata traverso tutti gli sviluppi; è la proporzionalità logica tra
le con- dizioni analitiche del discorso e le condizioni sintetiche
dell’universo 1 a Li tr oo (10). Questa condizione d’invarianza logica esprime
la condizione generale di trasformabilità cioè la legge di formazione e trasformazione
dei sistemi e in pari tempo disvela l’equazione logica di ogni forma
scientifica del 1 pensare (11). 7. — Conclusione. Premessi questi princpj che
portano sì duro colpo all’architettura tradizionale della logica, possiamo ora
indagare la logica della ricerca scientifica. Non abbiamo che da studiare i
processi fondamentali di forma- zione della conoscenza matematica e fisica e
vedere in che rapporto stiano con le indicate esigenze. Se, correttamente
filosofando, cioè cogliendo l’unità del tutto, riusci- remo a scorgere nel
processo della scienza il processo anzidetto del pensare non solo nel carattere
generale della sua relatività, ma in quello essenziale del potenziamento,
potremo dire di aver fatto fare un certo passo alla solu- zione del nostro
importante problema (12). (9) Mosso, Principi di logica del potenziamento. —
Pastore, Sulla natura extralogica delle leggi di tautologia etc. Arti IV
Congresso internazionale dei Matematici. Roma, 1908. Vol. III. Sez. IV. — In.,
Crisi della logica, $ 21. (10) Pastore, Verso un nuovo Relativismo, « Archivio
di Filosofia », Roma, Set- tembre 1932. (11) Pastore, Introduzione alla teoria
delle equazioni logiche. Memoria. R. Accademia delle Scienze di Bologna, III,
VIII, 1933-34. «L’espressione analitica di una condizione relativa a D. U è una
equazione logica» $ 7. (12) Diventa utile ancora un avvertimento preliminare. È
ovvio che per compren- dere e verificare il senso logico del progresso delle
scienze bisogna cogliere gli ele- menti formali. Noi vedremo appunto che il
progredire delle scienze è dovuto a una sue- cessione di cambiamenti di forma
(intuizioni) e di sviluppi logici (deduzioni) dei dati di queste intuizioni.
Quindi è lampante che il parallelismo tra le trasformazioni analitiche delle
formule logiche e le trasformazioni sintetiche delle intuizioni nelle scienze
si verifica solo colla LdP e per essa. Vedremo ancora che le scienze hanno
realizzato il passaggio da un D. U ad un altro D. U più complesso con salti
intuitivi senza ren- dersi conto che il passaggio era essenzialmente logico,
nel senso che a ogni passaggio da un'intuizione ad un’altra corrisponde un
passaggio analitico da un D. U ad un altro D. U. Il progresso delle scienze è
essenzialmente logico perchè esse hanno fatto uso della lo- gieità delle loro
combinazioni sorrette dalle successive intuizioni dell’elemento formale. La
dimostrazione di questo processo è stata data in pubblicazioni apposite che non
hanno E Parte II » LA LOGICA DELLA RICERCA MATEMATICA La continuità di spazio e tempo come costante
sistematica della matematica. È da tener presente che i varj campi scientifici
in generale sono carat- terizzati da una speciale costante sistematica.
Ammettiamo che il campo della matematica è limitato dall’idea dei continui di
spazio e tempo. Il continuo dello spazio e quello del tempo sono continui in
senso lo- gico, ma il continuo matematico è sempre composto dei due. Il
matematico forma e trasforma questi continui, li elabora e li svi- luppa
sistematicamente colla sua tecnica, senza preoccuparsi della forma- zione
logica di queste idee che assume come dati di partenza (13). Interessa al
logico stabilire come questi dati si formino. Secondo la LdP la matematica è il
discorso di uno spazio in una forma di tempo, cioè lo sviluppo sistematico
dell’idea di uno spazio nell’intuizione di un tempo. Il continuo che « è la
radice d’ogni geometria » (14) è ordinato secondo « l’ordine temporale » (15).
In ciò è la possibilità della sua numerabilità. 9. — Risoluzione del fondamento
logico della matematica nella coppia Geometria-Aritmetica, Cerchiamo adesso di
delineare il modo generale in cui avviene la co- struzione della matematica. Il
nostro interesse sta tutto nell'impiego della costante sistematica, cioè della
continuità di spazio e tempo mercè le operazioni fondamentali del pensare.
Questo impiego non è famigliare ai più, nè immediatamente ov- . a possibilità
di essere riferite qui e alle quali rimandiamo gli studiosi per eventuali
schiarimenti. Nel volume in corso di stampa Ricerche logiche sulla Logica del
potenzia- mento (Ed. Rondinella, Napoli) saranno opportunamente raccolti tutti
gli scritti relativi, compresi i Principi di Logica del potenziamento di Pierro
Mosso che segnano la costi- tuzione organica di tutta la teoria, (13)
Analogamente il matematico lavora sui simboli senza preoccuparsi di quello che
significano (per esempio, fisicamente). Anzi i simboli per i matematici non
significano nulla al di fuori di quell’insieme di proprietà ideografiche che li
fanno simboli matematici. (14) Enriques, Problemi della scienza. Bologna,
Zanichelli, 1910, pag. 233. (15) In., ib., pag. 233. LÌ iL ire vio. Perciò
dobbiamo richiamarci brevemente all’idea della continuità lo- gica di cui la
continuità matematica è un caso limite (16). La continuità logica ($ 5) è
relativa ad una condizione K che definisce la classe. La continuità logica è
condizionata dal fatto che tra due enti successivi immediati della classe C
definita dalla condizione K non vi è posto per alcun ente che soddisfi alla
condizione K. In tal senso logica- mente è continua la serie dei numeri interi
in quanto tra due numeri in- teri immediatamente successivi non vi è posto per
alcun numero intero. Altréitanto dicasi dei numeri razionali, ecc. In questo
senso, ripetiamo, non vi è opposizione tra continuità e nu- merabilità (17). AI
caso limite, assumendo come termine di riferimento un segmento ab, cioè come
condizione K un continuo geometrico, si ha la definizione. della continuità
matematica come corrispondenza biunivoca tra i punti del seg- mento ab e gli
elementi di un insieme cioè in generale tra un continuo geo- metrico e un
continuo aritmetico. È quindi evidente che la definizione del continuo logico
comprende il continuo matematico ma non viceversa, e cioè che la matematica
assume un particolare restrittivo riferimento, rispetto al quale un continuo
logico può essere matematicamente discontinuo (18). Assumendo questa doppia
continuità come carattere specifico della ma- tematica, la coppia
Geometria-Aritmetica come suscettibile di riferimento biunivoco diventa l’unità
logica fondamentale inscindibile della matematica. Ancora importa comprendere
che come è relativo il continuo è pure (16) Pastore, Sul fondamento logico
della matematica, $ 4. (17) Se questo principio è inattaccabile, la lunga serie
di paradossi e di contro- versie sopra il problema dell’infinito e degli
argomenti di Zenone trova una lucida via di spiegazione, Il mancato
riconoscimento della relatività della continuità ha lasciato includere nel
principio della divisibilità all’infinito anche i casi illogici dell’inserzione
di una continuità fra i termini di un’altra continuità senza rispetto alla
condizione unica che dovrebbe definire la classe risultante, se la due
continuità fossero omogenee. Così il sofisma di Zenone riesce evidente, Basta
notare che le condizioni definitorie delle due continuità non sono identiche.
La risoluzione della continuità dinamica in continuità statica sopprime il
movimento che si desidera osservare, Col passaggio della continuità sotto
l’idea-madre della relatività, fissa restando la condizione di riferimento K,
ogni equivoco è eliminato. Naturalmente si liquida ogni idea di continuità
incondizionata cioè senza condizione di riferimento. (18) In margine a questa
veduta per lo studioso meno esperto sarà forse utile un maggiore schiarimento.
La continuità matematica è compresa nella definizione della con- tinuità
logica, salvo che varia il riferimento, cioè nel caso della continuità
matematica e assunto un segmento ab (questione non specifica della logica). Di
qui si ricava l'impossibilità d’identificare la Logica colla Matematica. In
generale ogni scienza si riduce alla Logica a meno della propria costante
sistematica. Ciò che è vero del campo logico è vero anche del campo matematico,
ma non viceversa. Con questa riserva, e a patto che la logica non venga confusa
colla logica deduttiva, può aver senso la tesi di Russell e Whitehead circa
l'identità sostanziale della Logica colla Matematica. Sulla necessità di non
confondere la logicità colla deduttività si veda la Comunica- zione di Padova,
Sul fondam. log, $ 7. fin PARE Bid relativo il discontinuo. Assunto un
riferimento K è continuo ciò che è in- cluso dal riferimento stesso ed è
discontinuo ciò che non è incluso. Il matematico assumendo come riferimento K
un segmento ab definisce un continuo e un discontinuo che non coincidono col
continuo e coladiscon- tinuo definiti da un altro riferimento K . Ciò posto,
dato che la continuità matematica implica due distinti con- tinui: uno di
carattere geometrico e uno di carattere aritmetico, conviene esaminare in quale
rapporto logico si trovano queste due implicazioni. Ve- diamo che questa unità
fondamentale emerge dagli stessi principj della Geo- metria e dell’Aritmetica,
10. — a) La Geometria e il suo presupposto aritmetico. Si ammette (come fu già
avvertito al $ 8) che il continuo è la radice di ogni Geometria (19). Si
ammette che nella rappresentazione genetica la linea è una serie puntuale
ordinata secondo l’ordine temporale (20). Si ammette che fra le premesse che
precedono l’ipotesi delle parallele, cioè nelle premesse di ogni Geometria,
entra la possibilità dei movimenti, cioè il principio della congruenza delle
figure (21), cioè il tempo (22). Riassumendo, si ammette che il continuo
geometrico presuppone l’or- dine temporale, cioè il continuo numerico,
L’Aritmetica e il suo presupposto geometrico. Inversamente si ammette che il
principio di induzione matematica è una condizione della definizione del
sistema dei numeri (23). Si riconosce che la serie numerica costruita su questo
principio esige un presupposto geometrico. (24). Ciò significa: 1° — che il
principio di induzione matematica è la serie numerica, (19) EnriqueS, op. cit.,
pag. 233. (20) In., op. cit., pag. 233. (21) EnrIQUES, op. cit., pag. 201-202.
(22) Per la riduzione del principio della congruenza della figure al tempo,
cfr. EnRI- ques, op. cit., pag. 226, ove dichiara che... « veramente la
rappresentazione attuale propria di una superficie come limite di un orizzonte
visivo, contiene una faccia sola sicchè il concetto delle due facce deriva dal
soprapporre immagini sucessive ». Ciò im- plica l'operazione temporale. Se noi
potessimo avere la rappresentazione attuale propria delle due facce di una
superficie, l'operazione temporale (che resterebbe libera) per la sua necessità
ci darebbe una conoscenza a una dimensione di più. (23) EnrIQUES, op. cit.,
pag. 143. (24) In., op. cit., pag. 144. deg i Vendi e la serie numerica è la
continuità temporale, cioè il processo matematico da na n + 1 rientra nella continuità
logica (25). 2° — che per essere costruita questa continuità temporale
presuppo- ne il continuo geometrico. Riassumendo, si ammette che il continuo
aritmetico presuppone l’or- russi spaziale, cioè il continuo geometrico. Se
confrontiamo i risultati di queste analisi con altre precedenti (26), dove si è
dimostrato mediante l’algoritmo della LAP che la costruzione formale U di
qualunque deduzione discorsiva geometrica è una funzio. ne U(t) del tempo,
resta senz'altro chiarito che il rapporto logico tra Geo- metria e Aritmetica è
il rapporto D. U, e cioè che la struttura della mate- matica risponde alle due
operazioni fondamentali di qualunque processo logico e che in questo caso alla
operazione D (discorsiva analitica) corri- sponde il fattore geometrico e alla
operazione U (intuitiva sintetica) il fat- tore aritmetico. Resta quindi anche
chiarita la necessità del loro ricorso reciproco e la loro inscindibilità. Tesi
d'interesse estremo che tuttavia è sfuggita finora all’analisi appunto perchè
l’attenzione, venendo solo concentrata nell’ana- lisi, perdette di vista la
costruzione formale che rende possibile la intui- zione della deduzione, che
(come già abbiamo avvertito nella Parte prima) è l'ordine sintetico. E a più
forte ragione sfuggì il rapporto tra le condizioni analitiche e le condizioni
sintetiche che è poi l’unità logica fondamentale della Matematica realizzata
dalla coppia Geometria-Aritmetica. Compendiando le cose esposte, in modo più
agevole possiamo dire: si pensa comunemente che nella Matematica la Geometria
stia da una parte, l’Aritmetica dall’altra. Ma logicamente parlando sappiamo
che ogni con- tinuo matematico è analisi e sintesi, cioè deduzione e
intuizione, e che Î l’analisi è d’ordine spaziale, la sintesi d’ordine
temporale. Da ciò risulta che la Geometria e l’Aritmetica fanno la loro
comparsa in Matematica come i due fattori d’un prodotto, l’una fornendole il
di- scorso dell’universo, l’altra l’universo del discorso. E la Matematica le
uti- lizza, sempre entrambe logicamente, per modo che quando si fa dell’Arit-
metica si fa dell’Aritmetica geometrica e quando si fa della Geometria si fa
della Geometria aritmetica. Val quanto dire che la Matematica deve la Circa la differenza tra il processo matematico
da n a n+1 e il processo rela- tivistico del potenziamento da n a n+1 si noti
quanto segue. Il processo di induzione matematica vale per un insieme di
elementi in una data forma e dimostra che ciò che vale per l’elemento n vale
per l'elemento n+1. Invece il potenziamento esprime a quali con- dizioni una
forma (U) definita da n elementi primitivi che formano un discorso (D) o un
sistema può dare origine a una forma (U*) corrispondente a n+1 elementi che
formano ancora un discorso o sistema (D'). (26) Verso un nuovo Relativismo, $
7. Me 1 E APRI E TEN IT, Ae n tal QUA sua vita alle due operazioni logiche
complementari che rispettivamente e lògi- camente agiscono nei due continui
distinti e inseparabili dello spazio e del tempo. Dei. # 12. — L’Algebra, la
Geometria analitica, la Geometria protettiva. Geometrie non euclidee. L’unità
logica D. U, che si trasforma nella coppia elementare Geome- tria-Aritemetica,
si conserva ancora necessariamente nelle matematiche su- periori, ove si
verifica l’analoga distinzione tra Geometria proiettiva e Al. gebra, e insieme
l’analoga corrispondenza attuata dalla Geometria analitica. Analogamente, senza
entrare qui in minuta indagine, ci limitiamo ad osservare che la Geometria
proiettiva e la Geometria elementare differiscono solo per il diverso grado di
generalità, e secondo il riferimento una com- prende l’altra o viceversa. Non
esiste distinzione radicale tra le due forme geometriche, ma subordinazione
relativa, ed entrambe in forme diverse impiegano i due fattori che abbiamo
chiamato geometrico ed aritmetico. Potrebbe sembrare che la Geometria
proiettiva prescinda dal fattore aritmetico-numerico, in quanto considera
proprietà proiettive non metriche. Ma occorre distinguere tra proprietà
metriche e proprietà aritmetiche, come risulta dall’analisi stessa del fondamento
della Geometria proiettiva. Nella definizione della proiettività (che è
completamente distinta dal concetto di misura) tra le forme geometriche della
Geometria proiettiva compare il fat- tore aritmetico come susseguirsi in un
dato ordine degli elementi delle forme geometriche stesse (continuità logica).
In più nella definizione stessa di proiettività tra forme di prima specie, come
proprietà di conservare inal- terati i birapporti (definiti numericamente), si
fa esplicito ricorso ai valori aritmetici. Ancora più evidente è il ricorso al
fattore aritmetico nel teorema fondamentale di Staudt che dimostra la
sufficienza della conservazione dei rapporti armonici (il cui valore numerico è
uguale a — 1) per la proiettività. La possibilità delle geometrie non euclidee
poi esprime la continuità logica dello sviluppo dei continui geometrici fondata
sul processo da n a n + 1 secondo il principio relativistico del potenziamento.
13. — Il Calcolo infinitesimale. Passaggio danan + 1. L’analisi infinitesimale del
continuo si fonda sul concetto di derivata che, come già vedemmo l’anno scorso
a Padova, logicamente è un inva- riante logico nella variazione matematica dei
suoi valori. L’analisi compiuta ci ha permesso di concludere intuitivamente che
l'incremento della variabile corrisponde alla variazione dell’ente, l’incre-
mento della funzione alla variazione della relazione che lega gli‘enti. Questo
significa che l’invarianza logica del rapporto incrementale nel passaggio al
limite esprime l’invarianza del rapporto logico delle due forme fondamen- 1 ii
tali del pensare, una corrispondente al discorso (ente), l’altra all'universo
(relazione), cioè al rapporto D. U. Per la distinzione e corrispondenza fra i
due ordini del continuo ma- tematico soprastabilita, segue intuitivamente che a
tutti i concetti del cal- colo infinitesimale corrispondono concetti
geometrici, continuando la cor- rispondenza logica fondamentale dei due
continui, uno spaziale, l’altro temporale, senza pregiudizio della loro
fondamentale distinzione. 14. — Conclusione. Sulle particolarità delle altre
operazioni essendo qui inutile trattenersi, si conchiude: 1. — che la
Matematica ha il doppio sviluppo analitico-sintetico nella coppia
Geometria-Aritmetica (cioè nell’ordine del continuo di spazio e tem- po) per
necessità logica; 92° — che i due sviluppi del fattore geometrico e del fattore
aritme- tico sono solidali, cioè interdipendenti; 3° — che gli sviluppi
dell’Algebra, della Geometria analitica, della Geometria proiettiva, del
Calcolo infinitesimale e delle Geometrie non eu- clidee avvengono secondo il
principio relativistico del potenziamento da nan+l. Con lo stesso intento, con
lo stesso metodo, passiamo alla logica della ricerca fisica cercando di
penetrare i punti essenziali. Parte III. LA LOGICA DELLA RICERCA FISICA 15. —
Oggetto della Fisica. Caratteristica sistematica: la massa ossia la forza (27).
La Fisica si propone di determinare le leggi della natura. Qual’è la natura che
è oggetto della Fisica? \ La Fisica fonda il proprio oggetto sul concetto di
massa ossia di forza în un continuo matematico di spazio e tempo. (27) È
superfluo ricordare che massa e forza sono concetti interdipendenti e tali che
uno può servire a definire l’altro. Si noti che la caratteristica sistematica,
come costante logica, deve essere distinta dalle costanti universali proprie
della fisica. L’interpretazione logica delle costanti fisiche deve essere
distinta dalla individuazione della costante logica sistematica della Fisica.
RENE La Fisica costruisce quindi un mondo di spazio, tempo e massa. La natura
della Fisica è il mondo dello spazio, del tempo e della massa (che diremo per
brevità STM). 0 A 16. — Logicità essenziale della ricerca fisica, nel processo
di formazione e trasformazione dei sistemi. Se la natura che è oggetto della
Fisica nasce aggiungendo al mondo matematico dello spazio e del tempo il mondo
della massa o della forza, col passaggio da due a tre nozioni fondamentali,
poichè le diverse fisiche differiscono solo nel modo col quale sono collegate
le tre nozioni, la logicità essenziale del processo fisico risulta evidente.
Questo passaggio costituisce l’essenziale del processo del pensiero che abbiamo
definito come potenzia- mento, nel senso che fa dipendere tutte le proprietà e
tutte le variazioni di un ente dal numero e dalle proprietà degli enti del
discorso. Precisamente si verifica che il passaggio dalla Matematica alla
Fisica avviene col processo di passaggio da n a n + l enti (nel caso
considerato da due a tre). E così appare la relazione organica che collega fra
loro le due scienze. 17. — Suo D costituito da spazio, tempo, massa (ST M). Suo
U in varie interpretazioni. Le tre nozioni fondamentali e irriducibili
fisicamente tra loro (assog- gettate al calcolo di spazio, tempo e massa)
costituiscono il discorso logico della Fisica. Ai continui spazio, tempo, massa
(STM) si aggiunge inoltre una nozione sintetica alla quale si attribuiscono
tutte le proprietà che partitamente sono attribuite ad STM e ne costituisce
quasi il sostegno (28). Questa unità di STM è poi interpretata con modelli
diversi a seconda delle ipotesi e dei rapporti stabiliti fra STM. Ad esempio è
stata interpre- tata come etere. Sulla natura di questa unità si è discusso e
si discuterà sempre. Ma una unità è indispensabile. La sua funzione è
necessaria, perchè è la forma logica del discorso, cioè la condizione intuitiva
sintetica della condizione discorsiva analitica, cioè 1’U del D. Anche quando
al limite estremo sì giunge a negare l’etere come ente fisico distinto dai
continui STM, cioè a identificare l’etere con continuo fisico, le ricerche più
accurate convalidano la nostra tesi, mostrando che si attribuiscono al continuo
STM le proprietà dell’ etere, come, nel seguito di questa Parte III, vedremo
($$ 25, 26). (28) Questo « sostegno » non ha nulla a che fare con quella «
sostanza » concepita come sostrato ontologico essenziale assoluto permanente
essenzialmente invariante etc, i , geo 18. — Ufficio logico del calcolo delle
dimensioni. Nota sul sistema Giorgi. Le nozioni fondamentali di STM
costituiscono quindi il significato ul- timo di ogni ente o relazione della
Fisica. Male nozioni particolari della Fisica hanno un contenuto specifico che
oltrepassa il sistema fisico. Così le idee di flusso, resistenza, corrente, po-
tenziale, ece., conservano l’intuizione sensibile che permette di. scoprirle
empiricamente e di rappresentarle. Queste rappresentazioni come tali sono
fisicamente eterogenee tra loro e non si vede nelle relazioni fisiche come i
rapporti tra alcune di esse possano equivalere ad un’altra, L’interpretazione
fisica diventa possibile quando si traducono in ter- mini STM cioè nelle
nozioni proprie fondamentali della fisica. Questa è l’origine e il senso del
calcolo delle dimensioni la cui impor- tanza è grandissima. L’interpretazione
logica di questo calcolo cioè del sistema delle unità di misura derivate è un
problema molto elegante, che meriterebbe una memoria apposita (29). Ecco alcune
osservazioni relativamente nuove a cui ha dato luogo una particolare ricerca.
Il calcolo delle dimensioni in sostanza rende fisicamente interpretabili cioè
omogenee tra loro le intuizioni sensibilmente irriducibili delle diverse
nozioni della fisica, riducendole ad una intuizione logica comune. Questo
risultato non si spiega se non ammettendo che per pervenire ad una nozione
nuova e stabilire leggi fra nozioni intuitivamente eterogenee occorre il me-
dio della intuizione logica, cioè occorre la riduzione delle intuizioni sensi-
bili ad una intuizione logica comune, Il problema è questo: dati due enti di-
versi, trovare un rispetto sotto cui possono essere identici e logicamente
sosti- tuibili l’uno all’altro. Determinare l’identico, fare astrazione dal
diverso che è l’oggetto della vecchia metafisica. In questa ricerca logica
tutta intesa a mettere in evidenza la funzione costitutiva dell’astrazione
logica ci facciamo uno scrupolo di non cedere un punto alla realizzazione delle
astrazioni. La preoccupazione del senso entitativo degli enti logici eccede il
limite dell’episte- mologia. (29) La questione è, per altro aspetto, stata
svolta da Enriques sotto il nome di teoria dell’associazione e dell’astrazione.
(Problemi della scienza, pag. 34, 54-56, 73, 88, 329). Collima assai
coll’operazione che si compie nel cosidetto spostamento categoriale (ka- tegoriale
Verschiebung). La LAP ci permette di rendere conto facilmente di questa ope-
razione. Sappiamo che è possibile confrontare fra loro solo concetti sottoposti
al mede- simo universo, Fra due concetti pertinenti a diversi campi del
pensabile cioè non omogenei e quindi non direttamente confrontabili, si avrà al
più una sussunzione, non una vera subordinazione, Diremo dunque che per operare
con due concetti di diverso U biso- gnerà introdurre un nuovo U che comprenda i
due campi diversi del pensabile. Allora gli U di prima diverranno categorie
soggette ad uno stesso U, che però sarà un nuovo U e il confronto sarà
possibile, LEV significa trovare un’unità comune di misura e in altri termini
trasformare le operazioni D in operazioni U, il che permette di interpretare
nel loro significato fisico i termini nuovi. dà, La LdP offre dunque una lucida
visione dell’ufficio che il calcolbadelle . dimensioni, che in sostanza è un
calcolo logico, è chiamato a esercitare nella Fisica per rispetto alla ricerca
scientifica (30). 19. — Le forme intuibili (intuizioni empiriche o
metempiriche). In corrispondenza degli sviluppi analitici del discorso logico,
in parti- colare di quello fisico, la logica esige l’esistenza di forme
intuibili logi- camente. Di queste forme fanno parte le forme intuibili
empiricamente o sensi- bilmente e le forme mentali. Queste forme non cessano di
essere logiche er il fatto che sono anche sensibili o mentali. L’intuizione
sensibile è intuizione logica, ma non viceversa. È di speciale interesse per l’interpretazione
logica del calcolo delle dimensioni ponderare alcuni esempj. 20. — Primo
esempio d’interpretazione logica del calcolo delle dimensioni. Rapporto
costante v tra i due sistemi elettrostatico ed elettromagnetico. È noto che se
consideriamo una medesima grandezza fisica nel sistema elettrostatico ed
elettromagnetico il rapporto tra le due espressioni è una costante v. (30) In
vista di prossime ricerche sulla interpretazione logica del calcolo dei sistemi
di misura sarà utile fin d’ora premettere che i tre enti STM componenti il
sistema fisico primitivo non sono grandezze ma concetti, qualità, Ad abbondanza
avvertiamo che la misura d’una grandezza è arbitraria, perchè di- pende dalla
unità di misura scelta: del pari la scelta dell’unità di misura è arbitraria.
Ma la scelta delle unità di misura di un sistema di misure non è arbitraria.
L’arbitrio con- siste nel fissare la grandezza come numero che si assume come
uno. L'espressione ana- litica di una unità derivata qualsiasi non ha senso
matematico in quanto fissa un rapporto tra gli enti del sistema C. G. S.
indipendente da qualsiasi unità di misura e descrive la forma cioè l’intuizione
logica del rapporto cioè V’U. Queste ricerche mentre mostrano l’introduzione
del principio relativistico del potenziamento nella costruzione del sistema
primitivo, dimostrano il valore logico dell’intuizione della forma. A questo
riguardo anche il sistema Giorgi. l’innovazione italiana che va acquistando
giustamente sempre maggior credito perchè porta una grande semplificazione
nella scienza e nei calcoli tecnici, offre un esempio del processo logico sopra
descritto. Alle tre unità meccaniche C. G, S., alle quali corrisponde una forma
intuibile sensibilmente (mecca- nica), si aggiunge una unità elettrica come
quarta fondamentale. Così il nuovo sistema (ottenuto col passaggio da n a n+1)
implica una forma a quattro dimensioni alla quale non corrisponde più
un’intuizione sensibile, ma che costituisce una forma logicamente intuibile (un
nuovo U). agi . Se le due grandezze sono espresse per mezzo delle dimensioni
STM il rapporto v acquista le dimensioni di una velocità. Qualunque sia il
signifi- cato reale di v esso è rappresentabile con una velocità. Questa
rappresentazione è una conseguenza del sistema fondamentale STM, e cioè una
forma aderente a questo sistema. Ma in generale ciò che interessa dal punto di
vista logico è clie all’espressione analitica del rap- porto tra le due
espressioni nei due sistemi corrisponda una forma necessa- riamente intuibile,
qual’è il rapporto v. Il rapporto costante v riceve dunque una interpretazione
logica perfetta per D e per U, e in pari tempo ci fornisce un evidente esempio
dell’inter- vento fondamentale del calcolo delle dimensioni e della sua
funzione logica. 21. — Secondo esempio. Interpretazione logica del rapporto
costante h nella formula di Planck-Einstein. Un altro esempio ci è fornito
dalla formula di Planck-Einstein. Questa formula afferma che il rapporto tra
l’energia W e la frequenza y è una costante. Se noi passiamo dalle intuizioni
speciali di W e di y al rapporto ana- litico al vediamo che a questo (cioè alla
costante &) non corrisponde al- VE cuna rappresentazione intuibile in
funzione delle rappresentazioni di W e di y perchè queste come intuizioni sono
sensibilmente irriducibili. Ma se sostituiamo a W e a y le dimensioni fisiche
LMT cioè se sosti- tuiamo alle due forme sensibili la forma omogenea STM
d’intuizione logica comune, allora il loro rapporto ha in questa stessa forma
una rappresenta- zione possibile e così attraverso alla intuizione logica del
rapporto perve- niamo alla intuizione sensibile. Assodato questo punto si
ricava una conseguenza inaspettata. Invero, se conformemente al processo logico
indicato, alle due intuizioni sensibili del- l’energia W e della frequenza y
che sono eterogenee e irriducibile sosti- tuiamo l’intuizione comune costituita
dalle loro dimensioni STM, in tal modo il rapporto i che non aveva alcun senso
intuibile ne acquista uno nella intuizione STM. Da questa intuizione logica del
rapporto passiamo automaticamente all’intuizione sensibile corrispondente che è
irriducibile a quelle di W e diy (31). (31) A maggior prova dell’esistenza
dell’intuizione logica citiamo le grandezze fi- siche che in un determinato
sistema di unità derivate diventano numeri senza dimensioni. i Dette grandezze
hanno un significato fisico e quindi sono in qualche sistema rappre- sentabili
per mezzo di appropriate dimensioni. Ma non sono riducibili alla intuizione
scelta come comune tra le intuizioni sensibili. BOATS LL) 22. — Il metodo
sperimentale. Analisi logica dei quattro momenti. L'importanza dello stesso
principio si raddoppia perchè getta» anche una nuova luce sul senso logico del
metodo sperimentale nell’unità tipica dei quattro momenti: l’osservazione,
l’ipotesi, la deduzione, la verificazione. In ultima analisi vediamo che questo
metodo consiste nel sostituire alle rappresentazioni sensibili degli enti (1°
momento) un’intuizione logica co- mune (2° momento) che permetta di applicare
il calcolo (3° momento) e di verificarlo (4° momento). Il punto dell’invenzione
è nello stabilire che due enti non in relazione sono in relazione, cioè nel
ridurre due enti rappresentati in modo irridu- cibile ad una rappresentazione
comune, Questa funzione logica eminente- mente sintetica, e quindi d’ordine U,
si compie nel secondo momento che implica la costruzione del modello, Il
passaggio dall’intuizione empirica (1° momento) all’intuizione logica (2°
momento) è assicurato dalle vicende analitiche dei due ultimi momenti per cui,
in virtù dell’ipotesi ideata nel secondo sulla base del primo, si provoca la
riproduzione del fatto artificiale nel 3° momento (che permette l’eliminazione
delle variabili indipendenti e la determinazione deduttiva delle viariabili
dipendenti), d’ordine D, quindi nel 4° che è la verifica della legge causale.
23. — Le leggi di causalità e di probabilità. Controversia derivante dal ma-
linteso principio d’indeterminazione di Heinsenberg. Soluzione dedotta dalla
distinzione dei problemi di classe e di individuo. L’invarianza logica del
rapporto statistico-causale. Estendiamo ora i principj logici addotti
all’interpretazione delle leggi di causalità e di probabilità intorno a cui
ferve sì drammatica controversia. Questi due tipi di leggi sono in un certo
senso irriducibili. Bisogna sottoporli ad una critica per precisarne il senso e
misurarne la portata re- strittiva. La controversia comunemente si prospetta in
questo modo. Da una parte si afferma che per il principio di causalità (ch’è
sempre stato interpretato come principio di determinazione implicante
l’uniformità e quindi l’identità delle condizioni) ai fini della scienza si
richiede che le stesse circostanze antecedenti siano invariabilmente seguite
dalle stesse con- seguenze. Senz'altro si capisce che la forma logica di questo
rapporto delle due intuizioni sen- sibili di energia e di frequenza è il loro
quale cioè il quale del quanto. Dunque alla teoria dei quanta dev'essere
attribuito necessariamente anche un carattere qualitativo. — 20 — Li
Dall’altra, per il principio di indeterminazione di Heisenberg, si nega «che la
scienza possa mai accertare tale identità, perchè nella fisica quan- tica ogni
osservazione, per effetto dello stesso soggetto osservatore, è sem- | pre
accompagnata da una perturbazione finita che in una certa misura è sempre
indeterminata € incontrollabile, e quindi non si conservano le circostanze. °
Abbiamo già altrove dimostrato che allo stato attuale dell’interpre- tazione
fisica caratterizzato dall’opposizione del calcolo statistico al calcolo
causale il problema della preferenza esclusiva di uno dei due calcoli a in-
firmazione dell’altro corrisponde a una questione mal posta. La ragione è
chiara. I due calcoli della causalità e della probabilità non sono com-
‘planari (32). Storicamente però conveniamo che il calcolo statistico è un
superamento del calcolo causale e lo comprende, non lo nega. La nostra
conclusione è che i due calcoli corrispondono alle due esi- genze logiche
fondamentali del pensare: lo statistico all’esigenza anali- tica, il causale
all'esigenza sintetica. E, poichè il D. U è la corrispondenza tra l’espressione
analitica e la sintetica, cioè il rapporto che rimane nel trapasso dalle forme
più ele- mentari ed evidenti alle costruzioni più complesse, un problema
superiore insorge e sì impone: la determinazione dell’invarianza logica del
rapporto statistico-causale. 24. — Le equazioni logiche Così, superata la
contesa dei due calcoli, la logica della ricerca fisica lungi dall’essere una
contemplazione passiva del processo scientifico non solo la rende possibile, ma
l’organizza e la feconda. Risulta da precedenti ricerche che è possibile
determinare l’inva- rianza logica che esprime il fondo unitario tecnico e
operatorio per la (32) Citiamo a mò d’esempio un passo significativo d’una
ricerca precedente. « ...il principio di Heisenberg, secondo cui le due idee
correlative di ente e relazione sono în rapporto inverso, ovviamente colla sua
relazione di incertezza riguardo alla posizione d’un corpuscolo e il suo stato
di movimento non fa che esprimere la condizione logica per cui, se sì aumenta
la determinazione dell’ente, si diminuisce l'estensione della classe e
viceversa, senza pregiudizio della critica del determinismo. (Cfr. LAP nelle
sue relazioni colla scienza e la filosofia, VIII Congresso di Filos. Roma,
1933). « Questo... risultato evidentemente ci porta a comprendere che il valore
logico dei metodi statistici, elaborati con tanta genialità da Fermi e altri
fisici eminenti, è fondato da una parte sulla necessità logica della
indeterminazione individuale (puntuale) e quindi sulla possibilità di ottenere
la determinazione dell’individuo nella sua classe come pro- babilità, col
calcolo statistico; dall’altra sulla necessità logica della deteriminazione
della classe, col calcolo causale, espressa dalla legalità delle leggi»
(ibid.). Per una trattazione esauriente si veda la Memoria: Indrod, alla teoria
delle equazioni logiche. 221 formazione e trasformazione dei sistemi
scientifici (33). Questo risultato, fissando la condizione fondamentale
dell’indagine scientifica, ha permesso di stabilire l’equazione logica
fondamentale delle equazioni fisico-mafe- matiche. Abbiamo altrove riferite
numerose applicazioni concernenti,i pro- blemi della Fisica teorica
contemporanea che sono in grado di verificare esattamente la teoria (34). 25. —
Passaggio logico dalla relatività ristretta alla relatività generale come
processo di potenziamento L’epistemologia si avanzerà di un altro passo se
potrà provare che il processo storico della Fisica si ripete nel processo di
ogni singola teoria. È appunto la teoria della relatività che ci offre un
esempio calzante. Considerando il passaggio di questa teoria dalla fase
ristretta alla ge- ‘ nerale in cui è facile notare che il passaggio è processo
di potenziamento da n a n+1 enti nel senso dianzi indicato ($ 6), la logicità
di tutta la ri- cerca fisica si fa palese. Partendo dalla distinzione più
visibile tra il di- scorso e l’universo come appare nella Fisica classica e
nella relatività ristretta dove ai continui STM si aggiunge una forma sintetica
(qualunque sia) si arriva nella relatività generale a tale coincidenza tra D e
U rispetto a STM che U sparisce come nozione distinta e perciò sembra
inesistente. In realtà lo stesso Einstein riconosce che l’etere sparisce in
quanto ven- gono attribuite al continuo gravitazionale le stesse proprietà
dell’etere (35). 26. — La quarta intuizione del rapporto STM. Il mondo di
Mosso. Ma qual’è il senso logico di questa scomparsa? È la promozione d’una
quarta intuizione del rapporto spazio-tempo-massa. La prima intuizione storica,
cioè quella della relatività classica, ha tre enti spazio tempo e massa come D,
e l’etere come U. \La seconda, cioè quella della relatività ristretta, ha due
enti spa- zio-tempo e massa come D e l’etere come U. La terza, cioè quella
della relatività generale, ha l’unità spazio-tempo massa come D, e nessun ente
estrinseco come U, perchè il D coincide col- l’U, cioè il discorso ha la forma
del suo universo che è il caso definito da (33) Nella tesi logica di Introd. si
dimostra che le equazioni fisico-matematiche di trasformazione sono casi
particolari di equazioni logiche che esprimono relazioni di in- varianza tra le
forme fondamentali del pensiero, secondo la LdP. (34) Introd., $$ 11-18. (35)
Cfr. $ 6; e per maggiori schiarimenti Sul D. U., $ 10 e segnatamente $$ 16 e
17. RDS noi come potenziamento completo. (Processo di geometrizzazione della
massa e del tempo) (36). La quarta intuizione del rapporto STM consiste
nell’avere logicamente distinto le due nozioni di STM come D e di STM come U,
coincidenti nella teoria della relatività generale e perciò comunemente non
avvertite, anzi confuse. A questo titolo si può dire che l’intuizione generale
di Einstein non solo può essere ma è già di fatto superata dalla intuizione più
generale di Mosso che riconosce e attua tale distinzione, che essendo
intuizione logica è propriamente universale. Il mondo di Mosso è il mondo del
potenziamento logico (37). Riconosciamo la necessità logica della forma. L’U
c’è sempre per una esigenza del pensiero. 27. — Conclusione, Emerge dalla
critica precedente che, prescindendo dalla natura par- ticolare della costante
sistematica della Fisica, quindi degli enti e delle conseguenze tecniche
derivanti, vi è sempre luogo a riconoscere l’impiego costante dell’esigenze
logiche fondamentali chiarite dalla L d P, tutto dove si estendono e si
approfondiscono le forme e le risorse della scienza fisica. È a nostro avviso
interessante riconoscere il solidale impiego dell’ana- lisi e della sintesi,
nel doppio scopo probativo ed euristico della ricerca fisica, e secondo il
principio relativistico del potenziamento col processo da na n+1, in armonia
con quanto sì è potuto stabilire per la ricerca matematica. Parte IV CENNO DI
LOGICA SPERIMENTALE 28. — Tesi fondamentale, Richiamo alla teoria di Antonio
Garbasso. Ed eccoci infine al promesso breve cenno di Logica sperimentale, che
dedichiamo alla memoria di Antonio Garbasso. Noi penetriamo qui nel dominio del
non immediatamente logico, cioè di quello che fu sempre riservato
all’invenzione tecnica. E anche qui, se vogliamo intravedere logicamete
qualcosa, dobbiamo rinunciare ad ogni ispirazione proveniente dalla logica
classica: aristotelica, scolastica, kan- (36) La geometrizzazione di Einstein
consiste nell’attribuzione allo spazio delle pro- prietà del tempo e della
massa. (37) Cfr. Introd. a. teoria equaz. logiche, $ 18. Sviluppo della teoria
della relatività logica. Il mondo del potenziamento logico cioè il mondo di
Mosso; e Sul D. U., $ 10. Il mondo di Mosso è il mondo del potenziamento logico
fondato sul principio della variazione relativa degli enti che, secondo noi, è
il principio generale direttivo di ogni forma del pensare, Cfr. Introd., $ 19.
AA tiana, hegeliana, milliana e simili, a tutti i processi tradizionali che,
soli fin qui parevano atti a dare un’apertura di verità alla ricerca. È
possibile esigere un sacrificio anche maggiore. Bisognerà concedere che la
logica può farsi sperimentalmente, cioè assumendo la teentea della scienza
fisica, anche per volgersi direttamente alla costruzione di macchine a
qualsiasi scopo. Fu già detto con geniale acutezza da Antonio Garbasso che le
equa- zioni matematiche sono macchine complesse, apparecchi, congegni, sistemi
di organi che si possono far funzionare cioè trasformare, come un appa- recchio
meccanico in guisa da ottenere nuove leggi e muovi fatti. Mo- delli algebrici
di modelli meccanici o viceversa. « Logicamente, egli ha avvertito, ogni cosa è
comune fra il modello algebrico e il modello mec- canico; ma tanto l’uno che
l’altro hanno con il fenomeno (di cui il modello costituisce una teoria) un
semplice rapporto di corrispondenza » (38). Il detto è felice, ma la sua
portata di verità resta implicita se non si soggiunge che logicamente ogni cosa
è comune fra il modello algebrico, il modello meccanico e il modello logico.
Resta a decidere se più convenga dire che si lavora logicamente quando si
lavora sperimentalmente o viceversa; prescindendo, si capisce, dalla differenza
degli enti. 29. — La logica applicata alla costruzione di modelli fisici Noi
preferiamo dire che si lavora logicamente anche quando si lavora
sperimentalmente, facendo in più emergere la possibilità che certi modelli
meccanici si possano costruire logicamente. Un problema logico si risolve con
enti, relazioni e segni ideografici astrattissimi, più astratti ancora dei
segni algebrici. Tali costruzioni poi si possono tradurre da campo a campo,
mercè la suddetta corrispondenza. Problemi fisici possono così venire non solo
ideati, ma compiutamente risolti in sede logica, ammettendo che ciò che
sopratutto importa stabilire è l'equazione logica o il sistema di equazioni
logiche di cui le equazoni fisco-matematiche sono casi particolari e a cui
tutti gli infiniti modelli possibili anche di campi nettamente distinti devono
rigorosamente soddi- sfare. Si può fare l'impianto logico d’una ricerca fisica;
si possono porre in luogo degli enti fisici con eguale diritto con altrettanto
rigore e talora con non minore utilità enti mentali e comporli opportunamente;
si può indagare a quali condizioni debba modificarsi un sistema fisico
qualunque, per esempio un trasformatore, un accumulatore, un ventilatore; come
si possa aumentare il rendimento d’una macchina, e via dicendo, La logica può
in molti casi rendere conto di molto, se non di tutto. (38 Gansasso, 15 Lezioni
sperimentali su la luce, Milano, Ed. L’Elettricità, 1897. re AL "Mm La
costruzione diretta di macchine per via logica o per meglio dire la costruzione
di modelli meccanici di modelli logici: ecco il principio «e lo scopo della
logica sperimentale, propriamente intendendo con questa denominazione la logica
applicata alla costruzione di modelli fisici. Questa deduzione è ben più intima
e importante che non possa parere a prima vista. Per amore di chiarezza
vogliamo illustrare un po’ più da vicino questo cenno introduttivo. Passaggio
dalla logica alla tecnica nei gruppi d’analogia perfetta Abbiamo qui un fatto
semplicissimo, ma che forse non si è verificato mai prima d’ora nella storia
della scienza, pur avendo nella teoria non meno che nella pratica un’importanza
e un significato logico di prim’or- dine. La logica che prima era, fra l’altro,
teoria dell’esperimento si va in certi casi convertendo essa medesima in
ricerca sperimentale. Passo passo si viene a comprendere che l’ufficio d’una
logica atta a valersi di tutte le risorse suggerite dall’esperienza non è
soltanto quello di illuminare la teoria colla pratica, ma anche quello di
dimostrare la possibilità che in certi casi la pratica stessa venga risolta
colla teoria. Dalla logica pura si progredisce alla logica applicata alla
fisica e anche all’industria. La ragione per cui si raggiunge quest’ultimo
risultato di gran lunga il più notevole, non già per i vantaggi d’utilità che
per grandi che siano sono trascurabili rispetto al pensiero puro, ma pel valore
esclusivamente logico della verità, è la seguente. Da sistemi
ipotetico-deduttivi astratti o concreti che siano, cioè equa- zioni o macchine,
è talora possibile dedurre logicamente applicazioni pra- tiche non ancora
risolte nel campo tecnico. Ce ne potremo a suo tempo persuadere senza la minima
difficoltà. Ma a rendere agevole questo intento giova rafforzare le basi della
teoria. Ogni equazione, come sistema analitico di termini in equilibrio, è una
macchina astratta. Ogni macchina è un sistema logico, qualunque sia la natura
degli enti che la compongono (39). Queste considerazioni che sotto altra forma
ribadiscono il pensiero dianzi espresso di Garbasso, in altro campo, bastano
già per provare che tutto un nuovo gruppo di ri- cerche scientifiche si apre
davanti a noi, perchè data l’indifferenza della verità logica al contenuto
particolare degli enti dei sistemi logicamente equivalenti (40) si può
presumere che alla soluzione logica di un problema fisico qualunque corrisponda
in teoria una soluzione meccanica adeguata. Naturalmente la corrispondenza
della pratica alla teoria, anzi il pas- saggio dalla logica alla tecnica, come
è già stato premesso in generale nel (39) Pastore, La crisi della logica, Parte
I, $$ 2-8 (40) In., /b., $ 5. Me "O RIE paragrafo precedente non è
possibile se non nei casi in cui sia possibile stabilire un gruppo d’analogia
perfetta per l'individuazione degli enti e del loro sviluppo (41). Ma poichè
questi casi sono assai più numerosi ‘di quanto non si creda e frattanto il
sussidio della logica per la risoluzione dei problemi tecnici è senza dubbio
l’ultima cosa a cui uno scienziato © un ingegnere all’atto pratico pensi di
ricorrere, ci siamo proposti di giu- stificare direttamente anzi paticamente la
teoria della Logica sperimentale iniziando una serie di applicazioni tecniche
che a suo tempo si esporrà. 31. — Logicità della costruzione d’un modello
qualunque rispondente alle esigenze d’un’equazione. Altri rilievi teorici di
fondamentale importanza ancora si richiedono. Proclamando il principio della
logica sperimentale ad uno spirito avido di generalizzazione potrà parere che
si tratti di una interpretazione fisica della logica. Io stesso ho dovuto
soccombere in un primo tempo a questa ipotesi. Chi abbia seguìto attentamente
le considerazioni svolte finora per contro si rifiuterà di spingersi a questa
erronea conclusione, giacchè anche nella costruzione logica di sistemi fisici
sempre intendiamo mirare ad una interpretazione logica della fisica, non
viceversa. C’è forse un solo modo di trattare l’analisi logica? Quel metodo di
cui secondo l’opinione comune Aristotile si valse per indagare e determinare le
categorie seomponendo il discorso umano e fissando la corrispondenza colle
parti grammaticali del discorso ha forse il diritto di legare la logica tutta
alle fonti della rettorica della filologia e della dialettica? Tutta l’in-
dagine precedente non ci ha già provato a chiare note il vastissimo im- piego
della logica sotto le varie specie della matematica e della fisica? Non siam'o
giunti a comprendere che il senso logico delle cose si deve ricer- care pure
nei processi medesimi della realtà sia naturale sia artificiale? E non abbiamo
imparato a prescindere dalla natura specifica degli enti? Sicchè possiamo con
tutta tranquillità stabilire che è sempre un’ope- razione logica la costruzione
di un modello qualunque capace di rispon- dere rigorosamente alle esigenze di
una equazione la quale è già essa stessa una macchina analitica in perfetta
corrispondenza logica con ogni altro modello possibile, qualunque sia la natura
dei suoi enti, Da questo im- portante principio che fu da Garbasso nettamente
riconosciuto agli ‘scopi della fisica, noi deduciamo il principio della Logica
sperimentale in tutto congruente allo spirito progressivo del secolo delle
macchine. (41) In., Ib., $$ 3-4. Attenendoci strettamente al principio dei
gruppi di analogia perfetta si intuisce la possibilità d’una «logica
dell’analogia» come promozione della teoria dei modelli e della Logica
sperimentale, (Principio di dualità). Scopo teoretico puro della Logica
applicata. Programma di lavoro. Queste considerazioni generali e speciali
esprimono certo una profonda verità la quale non dovrebbe essere compromessa
neanche dal risultato eventualmente fallito d’una ricerca particolare che
cercasse di fornircene una prova di fatto. Ma che anzi? Neanche dall’eventuale
successo; perchè sarà sempre penoso attendere che le verità pure siano
giustificate dal suc- cesso esterno, come se la loro conoscenza dovesse
dipendere dai servigj materiali che esse sono in grado di render agli uomini.
Tuttavia, siccome si suol dire che la teoria senza la pratica è impotente, non
ci arrestammo davanti all’esigenza tecnica convinti come siamo che la verità
non si for- tifica se non quando passando dalla logica pura alla logica
applicata, cioè affrontando tecnicamente la pratica, fa valere i suoi diritti.
Descriveremo dunque, ma non qui, alcuni modesti apparecchi costruiti secondo i
principj dianzi esposti e li presenteremo come primo saggio di Logica
sperimentale; non qui, perchè andare oltre in questo ordine di idee proponendo
modelli logici di applicazione pratica sarebbe uscire dal quadro teoretico di
questa Relazione. Spiritualità della tecnica. Alto senso di verità della Logica
spe- rimentale. Fondazione di un Laboratorio di Logica sperimentale. Ne-
cessità di ajuto. A complemento di questo cenno volgiamoci un istante al
problema della spiritualità della tecnica, con inattesa violenza aperto dalla
tesi della Logica sperimentale. Com’è evidente, questa nasce dalla teoria dei
modelli cioè dal principio di indipendenza delle equazioni dalla natura
particolare degli enti e quindi dal corollario della sostituibilità degli enti
concreti agli enti astratti. Se ogni macchina è un sistema logico e noi ne
abbiamo sicura consapevolezza, perchè mai dovremmo uscir fuori dalla logica
applicandoci alla costruzione di modelli? La spiritualità della tecnica promana
dal fatto che la tecnica non è che l’incarnazione della logica, dato che nella
macchina fa corpo con questa; se forse non sarà più giusto proclamare che la
mae- china è spirito, non solo incarnazione dello spirito. Riconosciamo dunque
l’alto senso di verità che comporta anche solo l’idea di un Laboratorio di
Logica sperimentale, alla cui fondazione definitiva però occorrono mezzi
materiali che ora, purtroppo, invano si desiderano. Ma non prendiamo equivoco
sulla portata. Non si tratta di ricorrere alla logica utens per dare aiuto al
matema- tico nel suo calcolo o al fisico nei suoi esperimenti. La funzione
della Logica sperimentale non è ausiliare nè della matematica nè della fisica.
Rudemente aggiungiamo che se ajuta, ciò non ha importanza. iii ci iii fd è
L'ORSO È p del": La sua funzione va considerata dal puro lato della teoria
della cono- scenza come un avanzamento della logica in una direzione
esclusivamente | sua, in cui non ha bisogno, nè di dare, nè di ricevere, nè di
richiedere ajuti dottrinali, perchè essa vuole scrupolosamente SIBPEARE i dominj
altrui, rimanendo nel proprio. Riassunto
delle quattro parti, Per concludere gettiamo un rapido colpo d’occhio sulla via
percorsa. In generale abbiamo tentato di afferrare quel filo di fuoco logico
che persiste traverso tutte le forme della ricerca scientifica, ne illumina
l’intima costituzione e il fecondo sviluppo, senza perderci in minuzie, chè
sarebbe stato spreco inutile di tempo. Sono le grandi linee della logica della
ricerca scientifica che noi ab- biamo voluto descrivere ed esplicare, mettendo
in prospettiva la natura, le speranze e i limiti del nuovo metodo del
potenziamento, coll’avvertenza che il progresso scientifico apparendo
approssimazione successiva a grado di sempre più vasta ed alta verità, è
sperabile che questa teoria non farà che aprire la via all’intuizione di una
teoria superiore. Molte sorprese frattanto ci hanno colpito, anche solo
restando nella piccolissima misura delle nostre forze. Su certi punti siamo
giunti a con- siderazioni che sembrano decisive, e che vogliamo sommariamente rias-
sumere. Così in logica pura (Parte prima) dove s'impone la necessità di abban-
donare la teoria tradizionale fissa ai vecchi pregiudizj della permanenza degli
enti, della proprietà tautologica, dell’impiego esclusivo dell’analisi, vediamo
che i principj di LAP aiutano a spostare il centro di gravità della teoria
logica. Invero per essi restituiamo alla logica la sua intrinseca relatività
rispetto agli enti, data la coincidenza della continuità logica in generale
colla numerabilità logica, quindi entriamo in possesso di una tee- nica
operatoria che permette di risolvere i problemi nuovi della variazione relativa
degli enti e del loro potenziamento e perveniamo alla teoria delle equazioni
logiche. Finalmente, presa chiara coscienza dell’intuizione logica appuriamo la
virtù produttiva e deduttiva e interattiva delle operazioni tipiche di analisi
(discorso) e di sintesi (universo o forma) che costituiscono il fondamento
logico della ricerca scientifica tutta quanta, dal processo di formazione dei
sistemi primitivi fino ai processi di trasformazione (cioè alla derivazione
della verità delle conoscenze dalla verità di altre conoscenze) in ordine così
alla prova come alla scoperta. pc e Rispetto alla ricerca matematica (Parte
seconda) la LdP dimostra che la matematica è lo sviluppo del discorso di uno
spazio in una forma di tempo. Ciò è realizzato dall'idea del continuo
matematico (caso particolare del continuo logico) che si riduce in generale ad
un rapporto inscindibile tra il continuo spaziale e il continuo temporale.
Questo risultato che si pre- senta per la prima volta nella critica delle
scienze matematiche è molto interessante. Esso significa che non si descrive un
continuo logico geometrico senza far ricorso ad un continuo logico aritmetico e
viceversa, essendo i due sviluppi per necessità logica solidali cioè
interdipendenti. Come la Geo- metria proiettiva in rapporto alla metrica
confermi questa tesi e dia una risposta anticipata ad una possibile objezione
contro l’unità Geometria- Aritmetica abbiamo dimostrato e come l’insorgenza del
concetto di proiet- tività sia una nuova prova del processo relativistico di
potenziamento da nant+ l A questa distinzione fondamentale corrispondono tutti
i sistemi mate- matici che si riducono alla coppia Geometria-Aritmetica,
dall’Algebra alla Geometria analitica, alla Geometria proiettiva, alle
Geometrie non-euclidee, al Calcolo infinitesimale, in cui sempre per necessità
logica si attuano i due sviluppi interdipendenti. Rispetto alla ricerca fisica
(Parte terza) la LAP dimostra che la Fisica rivela la sua essenziale logicità
nel solidale impiego delle condizioni ana- litiche e sintetiche, in quanto
propriamente è il discorso analitico, di spazio- tempo-massa in una forma
sintetica di interpretazioni varie. Tutto il suc- cessivo processo di
formazione e trasformazione dei sistemi fisici seguìta a rispondere a queste
fondamentali esigenze e cioè al principio relativistico del potenziamento da n
a n + 1. Comincia a fornircene una lampante prova il calcolo delle dimensioni cioè
del sistema delle unità di misura de- rivate che è già l’anima del metodo
sperimentale nel senso che riduce ad una intuizione logica comune le intuizioni
sensibilmente irreducibili, tra- sformando le operazioni analitiche D in
operazioni sintetiche U. Di questa natura logica del calcolo delle dimensioni
offrono due esempj con- vincenti: 1° il rapporto costante v tra i due sistemi
elettrostatico ed elettro- magnetico; 2° il rapporto costante A tra l’energia e
la frequenza nella for- mula di Planck-Einstein. Quindi l’analisi logica del
metodo sperimentale, oramai chiaramente risolto nella teoria dei modelli, ne
ripresenta un’altra cardinale conferma. In seguito estendendo gli stessi
principj logici all’in- | terpretazione delle leggi di probabilità e di causalità,
si viene in primo luogo a superare la controversia derivante da una questione
malposta circa il principio di indeterminazione di Heisenberg, giacchè
facilmente si vede che i due calcoli corrispondono alle due esigenze logiche
del pensare: lo statistico all’analitica, il causale alla sintetica. In secondo
luogo si viene & scoprire il nuovo urgente problema della determinazione
dell’invarianza logica del rapporto statistico-causale. Questo risultato,
connesso a preee- denti ricerche sulla teoria delle equazioni logiche, ci ha
permesso di fissare, la condizione logica fondamentale dell’indagine fisica.
Finalmente, dopo di aver dimostrato il passaggio logico dalla relatività
ristretta alla relatività generale come processo di potenziamento da n a n +1,
il massimo sforzo della presente ricerca fu appuntato nella quarta intuizione
del continuo spazio-tempo-massa. Questa quarta intuizione costituisce il mondo
di Mos- so, logicamente più vasto del mondo della relatività generale di
Einstein. Rispetto al cenno di Logica sperimentale (Parte quarta), il programma
tracciato, aprendo nuovi campi di vedute e di ricerche, viene a mettere fuori
di dubbio la verità d’un grande principio non ancora abbastanza ri- conosciuto
che la praticità della teoria può in alcuni casi venir provata in modo esatto
dalla teoreticità della pratica. La qual cosa è precisamente l'analogo della
costruttibilità logica di modelli meccanici, cioè della spi- ritualità della
tecnica consistente appunto nel cogliere il comune logico dei sistemi varj, a
prescindere dal contenuto specifico degli enti, e nel tra- durlo tecnicamente
in un gruppo di trasformazioni fisiche equivalente, grazie al meraviglioso
principio della corrispondenza nei gruppi di analogia perfetta. Questo
principio in altri termini viene utilizzato dalla funzione organizzante che è
poi niente altro che la forma attiva euristica della fun- zione U. Rilevata la
logicità della costruzione d’un modello qualunque ri- spondente alle esigenze
d’un’equazione, emerge lo scopo teoretico puro di una logica applicata alla
costruzione di modelli fisici. Quindi riesce agevole comprendere il programma
di lavoro tutto inteso alla spiritualità della tec- nica e all’alto senso di
verità della Logica sperimentale. Ma alla realizza» zione pratica dell’alta
idea, occorrono congrui aiuti. Noi viviamo nella speranza che la sorte voglia
serbare all’illuminato Governo fascista che ci dirige la fondazione del primo
laboratorio di Logica sperimentale, pro- muovendo il rinnovamento degli studj
logici in Italia per quella via pronta e sicura a cui l’interesse della Patria
insieme e della Scienza chiama e invita tutti gli operai del pensiero. 35. —
Difficoltà, lacune, imperfezioni della presente ricerca. Senso e limiti circa
le prove. Certo rimane intatto un gran numero di questioni che un’epistemolo-
gia completa dovrà trattare (42). Di fronte al meritato rimprovero d’aver (42)
L'applicazione della LdP alle altre scienze sarà oggetto di nostre prossime
ri-. cerche. Lo studio fu già iniziato, attaccando alcune questioni
fondamentali di Biologia e Psicologia sperimentale. Cfr. La logica delle leggi
di ereditarietà e dei gruppi san- guigni e Tropismi e psichismi (in corso di
stampa). Quivi pure, analizzando il feno- meno della vita nelle sue tipiche
manifestazioni più che mai sarà dato di apprezzare quale profonde rivolgimento
vada operando l’impensata comparsa del fattore logico nei pri gel lasciate
tante lacune vogliamo però essere i primi a rimpiangere di non aver saputo far
meglio. Parimenti crediamo giusto snudare il motivo di altre manchevolezze.
Data la forma sommaria e scheletrica della presente Relazione, parec- chi
tratti appariranno oscuri e questionabili. Parecchie esitazioni saranno anche
provocate da qualche novità un po’ ostica di nomenclatura. Però possiamo
assicurare che i pochi termini insueti non furono tanto dettati dalla
difficoltà della materia e quindi dalla necessità, quanto dalla presente
incapacità nostra di trovare uno stile più limpido e vivo e di più agevole
comprensione, ad onta del nostro fermo proposito; giacchè non abbiamo affatto
desiderio di essere oscuri come coloro che appendono un cocodrillo impagliato
all'entrata del loro studio per dar tono al luogo. Riconosciamo d’aver lasciato
molti quesiti allo stato di traccia sui quali, tenendo conto degli eventuali
rilievi, ci impegniamo di recare ulteriormente il massimo possibile di
determinazione. Ma a chi domanderà maggiori prove d’ordine analitico non
potremo dare che questa risposta. Qui, versando in campo puramente filosofico e
occorrendo una certa maturità scientifica per afferrare la segreta curva sin-
tetica della teoria non facciamo professione di prove analitiche. Un raggio di
sole che entri in una camera è tanto più visibile quanto più è popolato di
grani di polvere. Per contro se il raggio è puro resta meno apparente. Così
avviene per la luce della intuizione logica che è sintesi pura e non si
apprende con la vista empirica e neanche con quelle che Kant chiamava Je forme
pure dell’intuizione sensibile. 36. — Indicazioni e direttive. Nondimeno quel
che abbiamo fatto finora in tema di LAP è poca cosa. Alcuni colpi di sonda
fortunati, facilmente fortunati data la ricchezza del sottosuolo. È però qui
dove si capisce che i ricercatori possono utilmente dirigersi e orientarsi in
nuove ricerche, con la sicurezza di andare avanti per conto proprio e di
accumulare un materiale prezioso. Noi daremo sem- pre e prontamente tutti i
consigli e gli ajuti occorrenti ai volenterosi; dico noi, ma voglio alludere
sopratutto al mio valente ex-discepolo e collabo- ratore Pietro Mosso a cui il
prestigio dell’età, le inesauribili doti di mente e di cuore, la rarissima
congiunta potenza dell’intuire e del dedurre che già sono venute a inforidere
nuova vita al vecchio maestro serberanno la nobile gioia di potersi dedicare
alla fortuna dell’idea pura per lunghi anni nell’avvenire. metodi di ricerca e
di prova. Ma il più importante sarà ancora questo, non tanto che la logica
riesca a dare spiegazione di tanti fenomeni vitali oscuri, quanto che il loro
‘comportamento possa spiegarsi secondo le forme fondamentali della LdP. 37. —
La nuova immagine dell’uomo logico. Collaborazione della scuola italiana al
movimento internazionale degli studi logici. II Ue7. Qui il nostro compito
finisce. Coloro che hanno avuto la costanza di accompagnarci nell’aspra fatica
sono in grado oramai di portare equo giu- dizio almeno sull’opportunità che gli
studj logici, i quali ora in Italia giac- ciono nella più desolante solitudine,
siano presi in seria considerazione e ajutati nel loro sforzo di rinnovamento.
L’ufficio preciso era il seguente: illustrare la logica della ricerca scien-
tifica nelle scienze esatte. E noi ci siamo studiati di assolverlo mettendo in
luce tutto un nuovo ordine di idee, la cui importanza riteniamo fondamen- tale
per la logica nuova e per l’organamento logico della scienza. Donde una nuova
immagine dell’uomo logico. Non più l’uomo sillogi- stico di Aristotele, non più
l’uomo a priori di Kant, non più l’uomo dia- lettico di Hegel, ma l’uomo in
crescente sviluppo di potenziamento. Se avessimo avuto modo di tratteggiare le
condizioni dei varj e potenti indirizzi di logica rispetto alle scienze
nell’ora presente, avremmo potuto facilmente provare che i principj nuovi, i
metodi nuovi, i risultati sicuri brillantissimi dànno l’idea d’un gigantesco
movimento internazionale a cui la nostra diletta Italia sente di portare la sua
diretta opera di collaborazione che speriamo feconda, TEPORE "ele deva WI. — Im vv —
eee n Patilni de (088 ACCADEMIA REALE DELLE SCIENZE DI TORINO SAGGIO È, # SOPRA L'ESPERIENZA MEDIATA
ITOTA e TORINO CARLO OLAUSEN Libraio della
R. Accademia delle Soîenze Estr. dagli Attì della R. Accademia delle Scienze di
Torino, Adunanza del 20 Gennaio 1901. r va 'Antò dé ye TUYV cwparikdòv, ws
è&E elkévoc èvapyeotdTne, dvaporràv dvaykaîov èrì TÙ mvevpatixd. S. Crro
Atex., In Oseam. Quando vogliamo gettare uno sguardo ai risultati della scienza
moderna, per orientarci nel gran seno della realtà multiforme e multicolore,
noi siamo costretti a cedere a la ten- denza naturale di introdurre qualche
ordine, anzi l’unità nella molteplicità dell'esperienza. 3 Il problema
dell'unità, invero, costituisee gran parte: della tradizione classica della
Filosofia, Ma il presente lavoro avendo per oggetto di esporre e di esaminare
per sommi capi il processo ed i risultati fondamen- tali dell'esperienza
mediata per scoprire i limiti e i diritti della Psicologia introspettiva
esclude rigorosamente da la prima parte ogni considerazione che non abbia per
base l’esperienza mediata, l'astrazione e le convenzioni logiche. Considerando
le cose da questo punto di vista, possiamo dire che la tradizione classica del
pensiero non à mai perduto di mira i seguenti punti consacrati da la storia
della filosofia in generale e della filosofia greca in particolare: 1°
l'accordo della Filosofia e della Matematica o più pre- cisamente delle Scienze
fisiche e delle Scienze morali; 2° il problema «dell'unità e la sua risoluzione
successiva nei tre problemi: cosmologico, antropologico, psicofisiologico; 3°
il postulato fondamentale del metodo meccanico de- scrittivo (analogico) in
tutto ciò. che si riferisce a l’esperienza mediata. ‘ Qual 4 Fu già notato da molti un movimento
importantis- simo che porta oggi un certo numero di filosofi a la Matematica ed
a la Fisica ed un certo numero di matematici e di fisici a la Filosofia, anzi
sì può sostenere, con gravi ragioni, che se questa unione, notissima
nell'antichità, riuscì poi meno appa- rente in un lungo periodo storico, in
verità non esistette mai una separazione tra la Scienza e la Filosofia, tutt'al
più bisogna riconoscere che alcuni scienziati ed alcuni filosofi si sono igno-
rati reciprocamente. Ora i gravi danni prodotti da questo scambio di idee sono
largamente compensati da’ risultati importantissimi, tanto per la speculazione
quanto per la scienza, che filosofi e scienziati si apportarono
scambievolmente; a rannodare pertanto il filo interrotto della tradizione
filosofica italiana, sigillata con tanta ricchezza da' nostri grandi filosofi
del rinascimento, e a promuovere quel vivo moto di rinnovamento dello spirito
umano, da cui noi Italiani rimanemmo esclusi da troppo tempo, io credo che
convenga transigere con l'enorme fastidio della superfeta- zione dommatica
tuttavia esistente in quasi tutte le scuole, poi con serena libertà di spirito
esaminare e saggiare tutti i sistemi, amici e nemici, che vanno incontro
francamente al massimo tra è bisogni intellettuali dell'età; cioè a la
riconciliazione della Scienza positiva colla Filosofia. Nella ricerca di quel
tanto di vitale, di umano e di stori- camente efficace che la Filosofia deve
portare a l'opera della civiltà, proclamiamo una buona volta apertamente che
tutti i sistemi sono uguali, di fronte a la critica, allorquando rendono conto
ugualmente bene di tutte le particolarità che si osservano ne' fenomeni, o per
dir meglio, allorquando giunti a la deter- minazione di alcuni rapporti
costanti, possono metter capo ad una nozione fondamentale comune che sussista
indipendentemente da essi medesimi. 3. — Le scienze naturali e la Filosofia
d’altronde sono con- ciliate da l'ideale che sovrasta ad entrambe ed appaga il
diritto della sintesi naturale a la ragione umana; .congiungere insieme tutte
le cognizioni in un sapere unico o universale e trovare la legge suprema da la
quale si possano trarre tutte le leggi par- ticolari. Il problema dell'unità è
così ad un tempo il problema scientifico ed il problema filosofico per
eccellenza, giacchè quello che più preme non è la semplice registrazione ma
l'organizza- zione razionale de’ fatti. tc] Ora pur riconoscendo i grandi
diritti della scienza speri- mentale moderna, la sicurezza de’ suoi metodi, il
numero sempre crescente delle sue scoperte e delle sue applicazioni, non pos-
siamo dimenticare che tutta l'esperienza mediata muove da un punto di partenza,
raggiunto già nella Filosofia greca da la scuola di Leucippo d'Abdera, dopo i
primi bagliori della scienza intorno a le concezioni cosmologiche della realtà,
ed elevato poi dopo Galileo a postulato fondamentale dell'esperienza mediata. —
Dare ragione dell'infinita varietà e complessità dei fenomeni concreti per
mezzo delle.condizioni meccaniche e ridurre tutte le differenze di qualità a
differenze di quantità. Tali sono a
punto i presupposti dell'esperienza me- diata a la quale, dando pure tutta
l'estensione possibile, giustifi- cata del resto da le sue ottime prove, noi -
dobbiamo ancora domandare quale sia il valore delle conquiste scientifiche così
fondate, cioè se riesca a cogliere la realtà nella sua pienezza e concretezza o
debba contentarsi di rilevarne o descriverne solo alcuni lati; se donì,
insomma, la più feconda orientazione al pensiero ed a la vita pratica
dell’uomo. Ma noi ci guarderemo bene dal domandare a l’esperienza mediata ciò
che essa logicamente non può dare; cioè se tradisca o no la causa della
speculazione filosofica, poichè un falso con- cetto della natura e della
scienza non deve lanciarei a pretese illegittime nè scemarci il coraggio del
vero. L'ESPERIENZA MEDIATA Carrroro I. Il processo, 1. Prima di rispondere
nettamente a questa domanda : Che cosa è la scienza? — noi dobbiamo far breve
menzione di un’altra questione preliminare. Sappiamo che lo spirito umano
seguendo il procedimento normale nell’acquisto delle cognizioni, à dato origine
a due classi di scienze naturali distinte: 1° Scienze naturali fisiche; 2°
Scienze naturali psicologiche o comunemente dette morali, Li Ora, de’ due modi di considerare
l’esperienza: mediata © immediata, quello dell'esperienza mediata o delle
scienze fisiche, non solo si è sviluppato storicamente prima dell'altro ma,
poco a poco, e sopratutto pei grandissimi vantaggi metodici, potè invadere
anche il campo delle altre scienze — per modo che il concetto moderno della
scienza non riuscì a foggiarsi sul tipo delle scienze morali — ma più tosto su
quello delle scienze fisiche. In seguito a’ lusinghieri risultati
dell'esperienza mediata, la Meccanica conquistò trionfalmente l’Astronomia,
impose lin- guaggio a le teorie fisiche, investe ora con successo la Chimica,
affronta la Biologia, minaccia la Psicologia e perfino a la Meta- fisica offre
un sublime rifugio nella Meccanica razionale. Che la scienza fisica con la
descrizione si sviluppi e con essa finisca maisempre, è opinione notissima; da
le rappresentazioni pure e semplici primordiali a la conoscenza scientifica,
dai fatti a le leggi, l'operazione intima e fondamentale di questa forma- zione
è la comparazione. Da ciò si comprende come E. Mach, nella sua breve lezione
(1) si proponga seriamente di giustificare l'opinione seguente di Kirkhhoft: la
meccanica ha per oggetto la descrizione più completa e più semplice possibile
de’ movi- menti che si offrono a noi nella natura. Queste brevi considerazioni
metodologiche preliminari get- tano già una grande luce sopra la natura ed il
carattere fon- damentale della scienza. Infatti: se il metodo dell'esperienza
mediata in genere, riposa sul postulato fondamentale del metodo meccanico
descrittivo, noi possiamo conchindere che nel mondo reale non v’hanno che fatti
dati tutti su lo stesso piano. Dunque ogni distinzione, ogni classificazione,
ogni costruzione sistematica di essi non è che un valore logico e soggettivo;
cercare la natura intima della scienza non vorrà dir altro che cercare il
valore dell'organamento logico delle cognizioni. Questa sempli- ficazione, la
quale spiega chiaramente la possibilità e la prati- cità della scienza,
facendone una vera e propria costruzione sistematica ricavata da un mondo
affatto conoscibile, cioè rego- larizzabile conformemente a le esigenze dell'umano
pensiero, ci (1) E. Maca, Ueber das Prinzip der Vergleichung in der Physil:.
Leipzig, Vogel, costringe a sposare al
postulato fondamentale dell'esperienza mediata quest'altra proposizione,
chiarissima genitrice dell’Idea- lismo: — Quale che sia il fondamento
misterioso sul quale ripo- sano i fenomeni, l'ordine con cui essi si producono
è esclusiva- mente determinato da le leggi del nostro proprio pensiero. — 2. —
Rifare nel nostro pensiero un universo logico simile a l'universo reale, tale è
lo scopo del problema cosmologico. Leibniz vedeva in ciò un’aralogia con la
projezione geometrica che può rappresentare oggetti solidi con superfici,
superficì con linee, linee con punti. La presenza di questo problema in tutta
la storia della Filosofia è un fatto innegabile (1). Quando le scienze fisiche,
cirea la metà del secolo nostro, per reagire a le intemperanze degli Idealisti,
fin dal principio del secolo “ dom- binantes in vacuo ,, cercarono anch'esse di
abbracciare in una sintesi scientifica provvisoria la totalità delle cose,
fondandosi unicamente su’ risultati dell'esperienza mediata, non fecero altro
che raggruppare sistematicamente tutte le leggi supreme trovate coll’esperienza
e col calcolo. Cid che dona a punto a le ricerche scientifiche il carattere
positivo è l'impiego del calcolo e del metodo sperimentale, e lo scopo finale è
sempre la conquista e la sistemazione delle leggi. Ora la via che segue lo
spirito umano per giungere a questa conoscenza è la seguente. Noi abbiamo da un
lato gli oggetti e i fenomeni della natura fisica che supponiamo regolati da un
sistema di leggi fisiche scono- sciute (sistema cosmico). Da l’altro lo spirito
umano che accoglie e si rappresenta questi oggetti e questi fenomeni
logicamente (sistema logico), partendo da l'ipotesi che esista un certo accordo
fra il modo di procedere dellà Natura e il modo di procedere dello spirito
umano. Proseguendo nella via della conoscenza e fondandoci sempre sopra questa
ipotesi, non ancora verificata da l'esperienza, noi ci formiamo de’ fenomeni
esteriori delle ima- gini e cerchiamo di formarcele in modo tale che le
conseguenze logiche delle imagini siano a la loro volta imagini delle conse-
guenze naturali degli oggetti; termine medio fra le imagini e (1) Questo
periodo cosmologico nella filosofia greca primitiva, fu posto in chiara luce da
G. Allievo e giustificato cronologicamente e psicologica- mente, rispetto a le
altre fasi successive, ne' suoi limpidi Studi psicofisio- logici. Cfr. “ Mem.
della R. Accad. delle Scienze di Torino
la verificazione delle loro conseguenze è un sistema di equazioni
fondamentali a cui è possibile giungere per diverse vie. Quel processo che si
compie nell’associazione empirica di più rappre- sentazioni; in un ordine di
idee più largo, si ripete per le singole teorie della fisica matematica, le
quali — a giudizio del Hertz che è svolto ampiamente la questione de’ modelli
dinamici di un sistema materiale (1) — non sono altro che modelli dinamici
delle cose; e quello che è vero per le singole teorie della Fisica matematica è
vero anche per l’intero edifizio della Meccanica razionale. Così è che noi da
prima conosciamo solo il mondo dello — alterazioni fenomeniche mediate; quindi
intravvediamo vaga mente l’unità nel mondo de’ sistemi o modelli ipotetici
provvi- sorî; poscia, ricavato da essi il sistema delle equazioni ‘onda
mentali, con un ultimo slancio sintetico, volendo riprodurre tutto il processo
della machina rerum, imaginiamo una costruzione ideale e suprema delle leggi,
che sia la più esatta riproduzione del sistema naturale, e trovi la sua
verificazione logica nella costanza de’ fatti conosciuti. Questo modo di
considerare lé cose ci conduce a due punti di capitale importanza; è 1° In ogni
teoria ciò che vi è d’essenziale sono le equa- zioni fondamentali; nl 2° Se un
fenomeno ammette una spiegazione meccanica. completa ne ammette infinite che
rendono conto egualmente bene di tutte le particolarità rivelate da
l’esperienza. Li Queste conclusioni sono state esposte con molta autorità — per
un altro campo — da Lorenz, da Hertz e da Poincaré | e non sembra che sia più
possibile evitarle. Riassumendo i risultati, mi sembra di poter conchiudere,
che il problema cosmo- logico, dal punto di vista dell'esperienza mediata, deve
assumere la forma tipica seguente: 10° ORG 1° Fatti fisici; mal 2° Teorie; LE '
3° Sistema di equazioni fondamentali. Mid 8. — Anche in ordine al problema
antropologico l'esperienza — mediata, prendendo ad oggetto tutto il mondo
interiore aperto da Socrate e valendosi da un lato di tutti i risultamenti
scien- » N (1) H. Herz, Die Prinzipien der Meckanil: in neuem Zusammenhange
dargestellt. Leipzig, I. A. Barth,
tifici ottenuti da le singole discipline speciali, che vivono nel gran
campo dell’Antropologia, da la Biologia a la Sociologia, — da l’altro dai
progressi innegabili ottenuti da la Psicologia sperimentale, coi metodi più
adatti, che ci permettono di ricor- . rere più sicuramete a l’esperienza
obbiettiva nella ricerca dei fatti psichici elementari, cercò e cerca di
arrivare a la scien- tifica spiegazione dell'essere umano. È vero che qui gli
scien- ziati convennero tosto nell'ammettere che la forma scientifica
dell’Antropologia non può consistere in un imprestito di proce- dimenti da tale
o tale altra scienza, ma in una sola attitudine: la sottomissione ai fatti. Ma
spinti da la necessità della gene- ralizzazione cedettero anche qui a la
tendenza di introdurre un ordine nella molteplicità de’ fatti; e partendo dal
vecchio postu- lato: la realtà non è che un gruppo di relazioni — restrinsero la
ricerca delle equazioni fondamentali a questo problema sto- rico: Come uno
stato si trasforma da un altro? — La Storia per tal modo diventa una realtà
scettica; la Morale à le sue leggi come qualunque altro fenomeno, nò le cerca
fuori della vita ma nelle relazioni stesse in cui si moltiplica la vita; la
società umana insomma è tutta quanta soggetta a leggi deter- minate che possono
formare oggetto di varie scienze distinte: Nomografia, Nomogonia, Nomologia e
va dicendo. Ma il solo tentare di raggiungere un simile risultato presuppone
nuova- mente la possibilità di presentare il problema antropologico, sotto la
forma tipica del primo problema considerato: 1° Fatti antropologici; 2° Teorie;
3° Sistema di equazioni fondamentali. ; Così per altra via siamo giunti al
medesimo risultato del primo problema. 4. — In ordine al problema psicologico
dove si fa tanta acerba la lite, noi avremmo dovuto sottilizzare molto una qua-
rantina d’anni fa, ma ora la critica dell'esperienza ci spalanca la via
maestra, proseguendo nella quale giungeremo a gli stessi risultati dei due
primi problemi. Invero “ poniamoci — come dice l'Allievo — sul terreno dei
fatti, dove la Fisiologia/e la Psicologia s'incontrano come in un campo comune.
Nella cerchia della presente vita tellurica, e della nostra attuale esperienza,
esiste una corrispondenza tra i fenomeni mentali del pensiero - rg vw
Ò,::SÌ del sentimento, della volontà ed
î fenomeni fisiologici dell’orga- nismo; le funzioni cerebrali porgono a lo
spirito certe condizioni del suo intimo operare e del suo ‘manifestarsi
esteriore. L'osser- vazione si ferma a questo passo psicofisiologico e non
procede oltre a questo punto. L'argomentare, come fanno i seguaci del Monismo
fisiologico, dal semplice rapporto di corrispondenza e di condizionalità fra i
fenomeni mentali e fisici, a la loro identità è un pretto sofisma che snatura
il fatto, confondendo due termini essenzialmente distinti , (1). Gli scienziati
più severi e più sereni dividono tutti questo modo di vedere, perchè sanno bene
che il vero metodo scienti- fico non confonde nè sopprime nulla dei termini su
cui si eleva, quindi, pur difendendo la realtà distinta del fatto sia fisico,
sia psichico, convengono nel dichiarare che tra la vita fisica e la mentale ci
corre una corrispondenza ed un parallelismo innegabile. E Ora è a punto sopra
questi principî che si giustifica, per l'esperienza mediata, una scienza esatta
dei rapporti che uni- scono i due mondi: la quale, se anche potrà parere
insufficiente ad alcuni non potrà mai essere dichiarata illegittima. Tutto è
seritto in qualche luogo — ha detto Goethe — gi tratta solo di trovarlo! Ma
l'esperienza mediata per arrivare al suo scopo non ha bisogno d'altro. Le basta
da un lato il prineipio del paral- lelismo psicofisico, che le permette di
stabilire alcune relazioni detorminate tra la così detta causalità fisica è la
causalità psi- chica, tra loro diverse tanto quanto differiscono i due punti di
vista; da l’altro la conoscenza delle leggi fondamentali della natura e delle
leggi fondamentali dei processi psichici da cui può trarre un’imagine o teoria
0 modello provvisorio dello stato attuale delle cose 6 formarselo in modo tale
che le conseguenze logiche dell'imagine siano a loro volta imagine delle
conseguenze naturali dei fatti psicofisiologici. Queste prime ipotesi bastano a
condurle al sistema delle equazioni fondamentali psicofisiolo- giche; cui essa
può anche fermarsi come al significato più largo e più profondo di tutte le sue
ricerche. (1) Grosxre Aturevo, L'uomo ed il cosmo. Torino, Tipogr. Subalpina
ed. 1891, pag. 206-207. h peo ri n è ir
_ n Ma il solo tentativo di raggiungere
un simile risultato pre- suppone nuovamente la possibilità di presentare il problema
psi- cofisiologico, sotto la forma tipica dei due primi problemi con- siderati:
1° Fatti psicofisiologici; 2° Teorie; 3° Sistema di equazioni fondamentali,
Carrroro Il. 1 risultati. Per ragioni di
brevità e di semplicità abbiamo riunito nell'unico problema antropologico i tre
problemi: biologico, psi- cologico, sociologico — che meriterebbero un posto
distinto. Il lettore comprende senz'altro che tutti questi problemi — con-
siderati esclusivamente dal punto di vista dell'esperienza me- diata — non si
ribellano ai due termini estremi: Zsordire dai fatti e risalire a le leggi. Di
problema in problema, siam giunti così a tre gruppi di leggi distinte; ora da
una prima sintesi grossolana di queste leggi essenziali a la vita, in cui le
varie sintesi parziali si trovano più o meno vagamente classificate, secondo
quell’intuizion spontanea che ognuno di noi porta in germe in sò medesimo e che
sviluppa poi nel corso dell’espe- rienza, noi ci eleviamo gradatamente ad una
ricostruzione si- stematica dell'universo, riunendo per ordine di fenomeno in
fe- nomeno, di legge in legge quelli elementi di cui l’analisi à definito i
rapporti. L'ultimo sforzo dell’astrazione si solleva al mondo delle equazioni
fondamentali supreme, come a l’unica realtà. Con questo semplice riconoscimento
delle equazioni supremo la scienza mediata esaurisce il suo còmpito teorico;
perchè nella determinazione delle equazioni fondamentali sta la ragione ultima
del fenomeno scientifico, il quale non è altro che il ri- sultato
d’un'astrazion metodica operata sui dati elementari del- l’esperienza. Con
l’esperienza mediata noi non apprendiamo che ordini di coesistenza e di
successione, forme e rapporti costanti, quadri, schemi, simboli, leggi. La
nostia scienza tende sempre più a diventare un'algebra: le leggi non sono che
annotazioni del cammino osservato nei fenomeni, tipi asfratti che noi fab-
brichiamo, sostituendo al procedimento reale un procedimento ideale. La legge rassomiglia così a le cose
come la curva trace- ciata col plettismografo rassomiglia a le pulsazioni della
vita. Heco perchè il mondo filosofico s'avvicina sempre più al mondo fisico e
matematico, in cui una riflessione più cauta ci fa cono- scere che la scienza
sperimentale unicamente si compie. L'ul- tima parola non appartiene dunque al
meccanismo ma a l’espli- cazione matematica. Queste parole sono gravi ma vere.
Così l'esperienza mediata la quale è esordito col proposito costante di
mantenere la ricerca per quanto è possibile vicino a le cose della natura,
applicando poi rigorosamente la sua for- mula, diventò necessità determinante,
simbolizzazione e riduzione progrediente della molteplicità dei dati ad alcuni
tratti carat- teristici. È vero che per essa noi giungiamo a la certezza ma-
tematica, ma che cos'è questa se non la certezza massima d'un dato percettivo
minimo? 2. — Senonchè pur ammettendo che l’anima dell'esperienza mediata è la
legge, non possiamo arrestarci a codesta rigida schematizzazione della mobilità
dell'esperienza; il concetto di legge si riduce ai tre concetti di: rapporto,
costanza, necessità; per esso le varie scienze postulano la possibilità della
ripetizion integrale; se noi ci riducessimo a le sole leggi, dovremmo con-
siderare le relazioni dei fenomeni in se stesse, cioè come in uno stato di
perfetta immobilità. Un altro punto di capitale importanza è il termine
prezioso di funzione il quale, consacrato da prima da le matematiche per le
quantità astratte, potè inoltre essere trasportato nel dominio generale delle
scienze. Senza parlare delle applicazioni euristiche di questo principio, che
mi trascinerebbero fuori dell'ambito di questa breve nota, mi limiterò ad
indicare che esso rende impor- tantissimi servigì, specialmente nelle scienze
di correlazione, dove i vari ordini distinti mostransi costantemente e
regolarmente as- sociati e intimamente compenetrati nella rappresentazione
fornita da l'esperienza. Tuttavia anche questo termine non s’oppone a
l'organamento logico della scienza (1). Più ci sprofondiamo nel- (1) Intorno a
questo argomento il Tarozzi è scritto una profonda me- ditazione, che è vari
punti di contatto colla nota presente, in una prolu- sione intitolata:
L'organamento logico della scienza e il problema del deter- minismo. Firenze,
Niccolaj editore, l'immenso addentellato
delle leggi e delle funzioni, più ci si scopre la selvaggia tetraggine del
concetto che noi possiamo formarci della natura, prendendo per unica guida
l’esperienza mediata. La natura intima non si dona, ben si dissuggella in forme
diverse, in una infinità di sistemi cosmici soddisfacenti quasi a lo stesso grado,
ben ci permette un intero ordine di equazioni fondamentali, ma ‘essa sfuggo
come fantastico miraggio. La scienza viene a perdere così quasi ogni contatto
teorico colla realtà, donde tut- tavia è nata. La natura, qual si rappresenta
nel nostro pen- siero da questo punto di vista, non è che un immenso simbolo su
cui posa la leggo velut sigillum marimum, come direbbe Cle- mente
d'Alessandria. 8. — Posto questo fatto capitale in ordine a la teoria della
conoscenza, noi percepiamo il processo dei fenomeni come per- cepiamo che il
cielo è azzurro, quando è azzurro; e la nostra percezione non è in aleun caso
il fondamento del fatto per quanto sia essenziale al nostro sapere e ci
permetta poi, nella pratica, di dedurre da lo stato attuale delle cose, lo
stato loro per un istante qualunque, Ma noi dobbiamo giungere logicamente ad un
risultato ancor più inatteso, ad un risultato che fu respinto con estrema
violenza dai primi intransigenti positivisti, nel furor della reazione, e che
ora l’esperienza mediata riaffaccia ed im- pone senza riparo. Esaminando il
congegno della mente umana in ciò che è di più profondo riguardo a l'acquisto
della certezza mediata, per mezzo di un sistema di equazioni fondamentali,
risulta chiaramente che essa non può uscire dai limiti della cognizione
analogica. L'esperienza mediata lungi da l'essere il modo unico ed esauriente
della spiegazione scientifica non è che un modo analogico di essa e solo a
questo semplice titolo metaforico può rimanere nella scienza la considerazione
meccanica dell’u- niverso. Ora, se la conoscenza. analogica maschera l’ igno-
ranza essenziale, come possiamo sopra la fede di essa spingerci a dichiarare la
conoscenza fondamentale di qualche cosa? Forse noi ci approssimeremo sempre più
a questo ideale se valendoci delle equazioni fondamentali integreremo la nostra
conoscenza coi dati dell'esperienza immediata, il progressivo avvicinamento
alla quale segna la progressiva depurazione del metodo analogico. 4. — Noi
siamo giunti dai modelli a le leggi, ma è chiaro che da le leggi, possiamo anche passare ad
altri modelli ancor più soddisfacenti dei primi, e il numero di essi, come
dicemmo, può essere infinito. Tuttavia la formazion dei modelli, tanto in una
fase quanto nell'altra, non è una mera superfetazione, ma una vera e propria
esigenza dello spirito. È vero che la conce- pibilità logica di un'equazione
non comporta sempre una rap- presentazione mentale adeguata e soddisfacente;
spesso anzi questa rappresentazione è materialmente impossibile come nel caso
della Geometria meteuclidea. I matematici invece fanno tutte le applicazioni
dei calcoli senza curarsi di giustificare rap- presentativamente le loro
generalizzazioni. Noi vediamo dunque che, una volta che si è giunti a trovare
le equazioni fondamen- tali, le costruzioni logiche possono riuscire, tanto inutili
di fronte a tutte le leggi, quanto impossibili di fronte a certune, Nondimeno
anche se si potesse rappresentare il processo dei varì fenomeni naturali, con
tutta una serie indefinita di modelli soddisfacenti, stabiliti unicamente
secondo un ordine di accettabi- lità, offerto solo da quella disposizione che
meglio riproduce in ogni particolarità ciò che si osserva nei fenomeni; l’unico
legame fra la natura ed i modelli, nel caso più favorevole, consisterà solo in
ciò che le leggi secondo cui variano le quantità corrispon- denti nei due
sistemi sono le stesse. Dunque lo studioso non solo non deve pronunziarsi
intorno a questa questione, circa il fondo delle varie energie naturali, ben
guardandosi dal eredere che vi sia nelle nostre rappresentazioni, tutta la
verità o anche solo una parte, ma egli deve ritenere perfino ozioso, in un gran
numero di casi, il discutere sopra il valore relativo di due ipo- tesi
differenti. Ricercare semplicemente qual sia l'ipotesi che possa render maggior
conto di tutta una serie di fatti, ecco lo scopo. Dopo la dichiarazione delle
analogie che ànno un'impor- tanza pratica immensa ma presentano eziandio un
interesse lo- gico notevolissimo, noi non possiamo sentirci obbligati a niente
altro fuorchè a la ricerca della verità. Noi dobbiamo perseguitare l'analogia
perchè è uno degli stru- menti più utili della fecondissima ipotesi,
suggerendoci anche talora la possibilità di nuove ricerche sperimentali,
gincchè questo metodo, euristicamente considerato, offre talora dei risultati
tanto inattesi quanto meravigliosi. Ma siccome l'accettabilità d'una teoria è
sempre limitata, noi non dobbiamo guardare la natura a SAGGIO SOPRA
L'ESPERIENZA MEDIATA 15 traverso la teoria, nè fare della vita
un'interpretazione della scienza, ma questa di quella. Tutti gli scienziati son
d'accordo nell'ammettere che l'uso delle varie ipotesi-soddisfacenti rende i
più segnalati servigi a la scienza; ogni amico della verità non può che
rallegrarsi profondamente di questo concorso, per quanto l'amor proprio ed il
trasporto che ognuno sente per quelle ri- cerche, nelle quali è più competente,
velando talora lo spirito, riescano ad eccitare fastidiosi litigi. Lo dimostra
— per addurre un solo esempio recentissimo — il grande fermento critico solle-
vatosi in tutto il mondo della fisica matematica, quando il Laisant sostenne
per la prima volta: “ I{y « plutòt des algèbres que l’algèbre , (1) ed il
Poincaré, con l’usata freddezza, concluse vol- garizzando una nozione che
comincia a pena ad'uscire dal cerchio degli adepti (2). “ Non vi sono geometrie
più o meno vere, vi sono geometrie più o meno comode ,. 5. — Noi abbiamo
mostrato finora le lacune e le insuffi- cienze dell'esperienza mediata; era
quasi il lato negativo offerto da la stessa conoscenza scientifica, fondata su
l’esperienza me- diata, e spinta a le sue necessarie conseguenze logiche, ci
resta a ristabilire il suo vero còmpito che è tutto pratico poichè la
esperienza mediata teorica non è che la metà di un’antitesi; e di fronte a la
vita non è vero che una teoria sia ciò che nella scienza v'è di meno positivo.
È qui, sul terreno pratico della vita, di fronte a la verificazione
sperimentale delle conseguenze logiche, ricavate da l’equazioni fondamentali, è
qui che l’espe- rienza mediata trionfa veramente. Le nostre teorie, passando
dal laboratorio a l'officina, si cambiano in ricette pratiche combinate per
ottenere certi risultati utili, e vengono com- binate senza scrupolo
fintantochè rendono i servigi voluti. La riuscita delle nostre previsioni
scientifiche è più relativa a l’azione che a la conoscenza. Da questo punto di
vista, poco importa che tutte le teorie siano artificiali e convenzionali,
egualmente vere ed anche in- finite, purchè i nostri calcoli siano efficaci,
purchè la scienza (1) C. A. Larsanr, La mathématique, philosophie,
Enseignement, Paris, Carré et Naud., 1898, pag. 51. (2) Cfr.
Arrnen Norta Wurrknsan, A treatise on universal algebra with applications. Vol. I. Cambridge più che la scienza
stessa ci dia la vita, cioè l'azione dell’uomo sopra la natura: ecco la portata
obbiettiva dello leggi. È l’azione che ci conduce a sostituire senza tregua le
leggi quan- titative a le leggi quantitative, il tempo omogeneo a la durata
reale, l'estensione a l'intensità ece., per la nostra più semplice comodità. È così
che si dimostra che l'esperienza mediata non à senso che riguardo al bisogno di
agire, cioè a quel bisogno che è creato la scienza medesima. In una maniera
molto gros- solana si potrebbe aggiungere che la scienza è la ragion pra- |
tica della conoscenza. 6. — Tradotti nel loro linguaggio scientifico, questi
risul- tati ci dicono che la scienza non è sbagliato la via nè deve mutare
direzione; nè pure occorre tentare di sconfiggere ogni teoria fondata su
l'esperienza mediata, per salvare i diritti della ‘ Psicologia introspettiva,
giacchè tutte quante, e il determinismo scientifico a mo' d'esempio, non sono
dogmi, ma puri metodi, basta ridurli ai loro limiti. Carrroro III. — Critica.
1. — Abbiamo tracciato rapidamente il processo ed i ri- sultati più generali
dell'esperienza mediata, donde risulta una conclusione suprema: I limiti
dell'esperienza mediata non sono i limiti della conoscenza, ma di quella forma
di schematismo scientifico che ci porta solo a la cognizione analogica della
realtà. Inoltre è fuor di dubbio che l'esperienza mediata non parte mica dai
fatti, cioò da tutti i fatti, ma solo da alcuni fatti, quindi da un’astrazione.
Un pensatore resta certamente sorpreso osser- vando che il determinismo
scientifico per esempio, è quella stessa concezione che esordì col proposito di
mostrare gli inconvenienti e la vanità dei sistemi astratti. Ma differiamo per
ora l’analisi dei fatti ommessi, studiamo ancora criticamente gli ammessi più
proprii ad ispirare seriissimi dubbî sopra il valore delle con- clusioni
filosofiche che si pretendono trarre: e giacchè la ten- denza novissima del
determinismo scientifico è la ricerca gene- rica dei fatti cerchiamo di
spiegare il modo della generazione degli errori; i quali come i fiumi non ci
spaventano quando sono vicini a la sorgente, ma dopo un lungo corso non si
possono più guadare, L’ esperienza mediata è meno un dato che si scopre che un
decreto che si impone. Quando l'applicazion scientifica riesce, vuol dire che
le nostre teorie rendono conto perfettamente di tutte le particolarità rivelate
da l’ esperienza. Ma quando non riesce, anzi si affacciano ad un tratto
deviazioni ed ecce- zioni che sembrano irreducibili, che cosa dobbiamo pensare
del- l'equazioni fondamentali ottenute? Orbene una semplice finzione, che si
riduce a la supposizione dell'intervento di un elemento nuovo nel problema,
ristabilisce l'ordine minacciato. Anzi i van- taggi euristici di questa
finzione sono enormi. La storia dimostra che da una deviazione nelle nostre
previsioni astronomiche si concluse sempre a l'esistenza di una perturbazione
ancor ignota, e si arriechirono gli atlanti astronomici di nuove scoperte. In-
somma pare quasi a bastanza fondata l'ipotesi che l’esplicazione scientifica
dell'esperienza mediata sia suscettibile di applicazion universale. 2. — Ma
risorge un'altra difficoltà. Volendo ridurci solo a le equazioni, possiamo
almeno supporre che l’esperienza ci fornisca tutte le infinite ipotesi
necessarie al calcolo? Tutt'altro. Ogni esperienza non ci fornisce quasi che
un’incognita sola. Come diminuire frattanto l’indeterminatezza del problema? Fu
già accennato nel Capitolo II, $ 4, che nelle Geometrie meteuclidee la
rappresentazione mentale adeguata e soddisfacente è materialmente impossibile;
possiamo aggiungere che tanto esse quanto la Meccanica razionale, per esempio,
sottraggono uno infi- nito numero di incognite, a la determinazione; talchè
tutte le ipo- tesi che si potrebbero fare riguardo ad esse, non sono nè vere nè
false; e tutte le questioni sono affatto sprovviste di senso, quanto la
question dell’oggettività dei principî della Meccanica. Il maggior sforzo di
sottigliezza che lo spirito umano possa fare su questo punto non può dare
alcuna soddisfazione; e noi pas- seggeremo sempre in questo circolo, sotto la
scorta dell’espe- rienza mediata. Ma questa dottrina merita di essere più am-
piamente esaminata, sopra tre punti capitali: la nozione di causa, la nozione
di legge, i limiti dell’esperienza mediata. La nozione di causa. Questo
principio si eleva al disopra dei molteplici fatti particolari e sembra
governare il processo del pensiero non solo, ma lo svolgersi stesso della
realtà. Il Bergson, che è ricercate acutamente le origini psico-logiche della
nostra credenza a la legge di causalità, sostiene che l'acquisizione graduale
di questa credenza non fa che una cosa sola colla coordinazione progressiva
delle nostre impres- sioni tattili a le nostre impressioni visive,
coordinazione che implica essa stessa l'intervento dei movimenti e sopratutto
delle tendenze motrici. Tutta la sua dottrina si può formulare così: La nostra
credenza a la legge di causalità è esercitata, messa in gioco, in una parola
vissuta, dal nostro corpo prima d’essere ‘ pensata dal nostré spirito. Con ciò
egli crede di riconciliare l’empirismo col razionalismo facendo passare la
legge di causa- lità, da una fase e forma pratica, ad una fase e forma scienti-
fica che consiste nell'affermare una relazione costante fra due fenomeni
variabili, di cui vino sarebbe la funzione dell'altro. In effetto non v'è alcuna
prova diretta che si possa opporre contro questo modo di ragionare. Fa d'uopo
nondimeno osservare che questa non è altro che una ipotesi soddisfacente, posta
al me- desimo grado. Non basta si osservi che, tanto codesta quanto altre
ragioni soddisfacenti dell'origine della nozione di causa, provano non tanto la
costituzion immutabile dello spirito umano quanto il processo dell’organamento
logico della scienza. Ora è bene che la questione sia posta in questi termini,
perchè ne spunterà fuori un risultato nuovo e di grande momento. I moderni
critici del determinismo scientificp, d’unanime con- senso, affermano che
l’esperienza mediata tutta intera, versandosi sulle cose di fatto, s'appoggia
sul principio di causalità ; per dimo- strarne l'insufficienza e l'inadeguatezza,
chiamano ad esame par- ticolarmente codesto principio e credono di aver
distrutto il determinismo scientifico allorchè àènno dimostrato che tutto il
reale non è riducibile ad esso. Anche il Petrone che è attaccato ultimamente
con grande serenità ed acutezza questa teoria, pone a cardine di esso il
presupposto dell’universale determinabilità del reale, secondo il principio di
causa; e nel problema psico- logico, per esempio, rigetta il parallelismo
psicofisico perchè si riduce tutto al più all'affermazione di un rapporto di
reciproco condizionamento, irreduttibile a lo schematismo unilineare del
principio di causa; e nel problema sociologico rigetta parimenti il
determinismo sociologico, in tutte le sue concezioni, riducen- dosi in complesso
a sostenere che la penetrazione, lo scambio, l'interferenza e la solidarietà
degli stati psichici, non è pari- menti riducibile a lo schematismo unilineare
della causalità. Ora noi non possiamo scorgere alcuna solidità in questo ar-
gomento critico, giacchè l'esperienza mediata non si fonda niente affatto sul
principio della causalità; nò lo può, nè lo deve. Quindi non solo il
determinismo scientifico, se stesse fedele a l'esperienza mediata, da questo
lato sarebbe al coperto di qualunque colpo de’ critici» ma avrebbe forti
ragioni per sostenere il suo metodo. Di fatto, l’esperienza mediata, per la
pratica della scienza e della vita che bisogno è di implicarsi nella
spiegazione delle qualità ultime delle cose? À bisogno essa mai di scoprire
l'intima re- lazione causale fra le cose, quindi di adottarne il postulato me-
tafisico, intendendo per cose degli esseri indipendenti da lo spirito? Non è
anzi vero che, aspirano ad una cognizione uni- camente analogica, per servire
precipuamente a l'azione e s0- stituendo senza posa l'attualità quantitativa a
l'ultimità quali- tativa, deve rinunziare per forza a l'idea della natura
intima delle cose? Fondando le sue ragioni nella sperimentale certezza
psicologica della continuità dei fatti, la produzione di una cosa per essa
significa semplicemente: la produzione di una cosa in un tempo e in un luogo
determinato. Per i bisogni della sua spiegazione schematica dunque, si
accontenta di una ricerca assai più modesta: la ricerca della condizione reale.
È vero che i con- cetti di causa e di condizione dnno un valore ben diverso,
giacchè quello postula l'esistenza del condizionato, questo la possibilità. Ma
oggi l’esperienza mediata, risalendo più alto può tenere un linguaggio più
positivo: “ a determinare il condizionato in tutte le sue circostanze non è
sufficiente l'insieme di tutte le sue, condizioni necessarie? ,. È vero che
l'impossibile non contiene l'essere. Ma l'esperienza mediata deve preoccuparsi
più dell'es- sere o più delle equazioni fondamentali? Essa mira solo a la possibilità
di dedurre da lo stato attuale delle cose lo stato loro per un istante
qualunque. La sua natura astratta le interdice ogni altra pretesa. Legittimare
col calcolo la possibilità della deduzione pratica, constatare unicamente delle
consecuzioni co- stanti necessarie a rendere intelligibile l'ordine dei
fenomeni, trovare non la causalità ma la continuità sperimentale dei fatti :
ecco l'ideale. Lo spirito è bisogno di concepire, tra i fenomeni, delle
relazioni sufficienti di condizionalità, ma queste relazioni condizionali sono
legittime solo come concezioni dello spirito e precisamente perchè rendono
possibile la sua opera unificatrice., Ridotta la questione a tal punto, noi
possiamo conclu- dere che: 1° Il postulato fondamentale dell'esperienza mediata
ri- chiede una pura nozione di concepibilità. 2° Questa nozione è necessaria
per la verificazione delle conseguenze delle equazioni fondamentali, cioè per
l'applicazione della scienza a la vita. 3° Ma questa nozione di concepibilità è
fondata unica- mente su l’induzione analogica della continuità, che non
richiede ‘affatto la nozione di causa. 4° Dunque l’esperienza mediata non si
fonda sopra la nozione di causa, ma puramente su la nozione di condiziohe
reale. Da ciò si ricava che il determinismo scientifico — inteso nel suo vero
senso — non potrà mai essere condannato del tutto, per la sua indiscutibile
capacità di servire massimamente a l'azione; dacchè la sostituzion della
nozione di condizione reale a quella di causa non rende punto arbitraria l'opera
dello spi- rito. Queste conclusioni sono della massima importanza; tanto più
perchè sfuggirono finora a la maggior parte de’ critici del determinismo. Ma
noi potevamo già aspettarci un risultato sif- fatto, avendo ammesso fin dal
principio l’intima penetrazione delle scienze fisiche colle matematiche. In
verità la scienza nostra va ognor più dimostrando come nella fisica attuale la
causalità prende poco a poco la forma di una relazione matematica, ri-
ducendosi cioè ad una semplice formula d'uguaglianza di due termini opposti. La
4. — La nozione di legge. — Sostituito così, per coerenza logica, il principio
di condizione reale al principio di causa, che non le consente di applicare il
suo metodo positivo a tutti i dati sperimentali, l’esperienza mediata può
assumere di fronte a la nozione di legge una ben più ingegnosa elasticità di
ricerca. Se il determinismo scientifico non vuol essere respinto in blocco da
la critica moderna, deve ridursi a fornire con le sue gene- ralizzazioni delle
semplici e irrefragabili comodità dello spirito; esso deve proclamare ben alto
che le sue leggi — dal punto di vista della specificità delle cose — èànno un
valore tanto più precario quanto più sono rigorose e perfette. Chi non lo vede?
Noi abbiamo bisoguo di utilizzare l’universale ma non l'amiamo come amiamo
l’individuale, che salva la dignità della specie umana, e il fondamento della
nostra personalità e dell'ordine morale. Il lavoro scientifico si riassume in
questa celebre for- mula: Sapere per prevedere e per provvedere. Ma se l’idea
della legge ci aiuta a vivere, non è ciò che ci fa vivere, nè ciò che
costituisce la nostra vita. Da ciò si scopre che noi non dobbiamo occuparci —
sempre per questo riguardo — di distinguere radicalmente le leggi fisiche da le
psichiche, ma di scoprire e di sistemare soltanto le leggi scientifiche
dell'esperienza mediata, le quali esprimono solo l’af- fermazione eminentemente
pratica della condizionabilità delle cose. L'esperienza mediata deve prestare a
le cose una deter- minazione affatto sperimentale. Ma rimane ancora da
segnalare un’avvertenza ben teme- raria e pure negletta da la maggior parte
degli studiosi. È notissimo il fatto della penetrazione incessante della teoria
evo- lutiva in tutti i campi delle scienze. Forse è per questo che le geometrie
meteuclidee ànno già spogliato l'intuizione spaziale a tre dimensioni di quel
carattere apodittico che sembrava ren- derla assoluta e necessaria per tutti
gli spiriti. Ma se noi consideriamo la concezione eraclitica nei rap- porti col
problema della certezza, dobbiamo domandarci subito: Che diverrà del vecchio
problema della fissità delle leggi? Accettate le premesse bisogna accettare le
conseguenze. Ora se poniamo le leggi sul rapido fiume del divenire, dobbiamo
per forza venire a la proclamazione della evoluzione delle leggi naturali tutte
quante. Sì certo. Queste sono le estreme e temerarie conse- guenze del connubio
dell'esperienza mediata coll’evoluzionismo. L'ipotesi dell'evoluzione è il
vantaggio di perdersi nella notte dei tempi e di sfuggire ad ogni verificazione
diretta; ma è ben doloroso che regni tanta incertezza intorno ad una delle più
fon- damentali cognizioni dell’ umano sapere. Sarebbe quindi della massima
importanza studiare se e come queste nuove idee de- terminino un nuovo indirizzo
nella filosofia e nella scienza, e ci conducano ad un mondo pieno di miti
evanescenti oppure ad un mondo di ragioni scientifiche più sicure, meno tetre e
più praticamente efficaci. Ma qui possiamo solo accennare il risul- tato, per
completare la sintesi “ provvisoria , e pel generale apprezzamento d’una teoria
che comprende non solo le questioni risolte, ma ancora le questioni da
risolversi. Volendo aprirci la strada ad una conclusione intorno ai risultati
più generali ot- tenuti in questa disamina, noi possiamo stabilire che
l’esperienza mediata, per sua stessa definizione, è il determinismo scienti-
fico, per difetto, non esordiscono da tutti i fatti, nò risalgono « tutte le
leggi. Nondimeno l’intima insufficienza di questa conce- zione costituisce a
punto la sua giustificazione, nel senso che, se essa non è altro che un
organamento metodico di fatti e di astrazioni, quest’organamento è ormai
diventato una realtà or- ganica e storica che regge buona parte della
conoscenza di ciascuno di noi, e non è altro che il riconoscimento sincero
della sua stessa limitazione. Ma nò il riconoscimento di questo sche- matismo
scientifico, nè l'impossibilità di eliminarlo nella pratica, . sembrano motivi
sufficienti per dichiarare la concezione contrad- ditoria, e tanto meno
illegittimo l'impiego delle sue equazioni fondamentali. O per dir meglio, qui
la contraddizione non è il segno dell’impotenza, perchè se la concezione
teorica dell’espe- i rienza mediata non è altro che un idealismo astratto — che
si : ignorò nella sua prosaica giovinezza, quando si contrappose come una
reazione del senno borghese a la splendida poesia dell’idea- I i lismo
dominante sui principi del secolo XIX, con la brama di I riposare oramai nei
soli fatti e nelle pure leggi trovate col me- todo sperimentale e col calcolo —
ai giorni nostri, ammaestrata i da le sue cadute, non è più la pretesa di porsi
fuori della cri- tica, e non si può dire che logicamente sia caduta in niuna
forma di dogmatismo metro peggiore dell'antica; se ne ec- cettui alcuni
vaneggiamenti di moderni Enesidemi, che portano la acatalepsia e la
contraddizione più assurda nel loro seno © | si condannano quindi da sè
medesimi. 6. — Riassumendo: 5 1° L'unione intima della filosofia e della
scienza è con- sacrata da la tradizione classica del pensiero umano. 2° Il
postulato meccanico fondamentale è una necessità indeclinabile per il processo
dell'esperienza mediata. 3° Quale che sia il fondamento misterioso nel quale
ri- i posano i fenomeni, l’ordine con cui essi si producono è esclusi- vamente
determinato da le leggi del nostro pensiero. _ 4° Se un fenomeno ammette una
spiegazione meccanica completa ne ammette infinite che rendono conto ugualmente
bene di tutte le particolarità rivelate da l'esperienza. è SAGGIO SOPRA
L'ESPERIENZA MEDIATA 29° 5° Il grado di preferibilità delle teorie meccaniche
di- pende semplicemente da la loro portata: rappresentativa, euri- stica,
pratica. ù 6° L’'accettabilità di una teoria, per quanto soddisfacente, è
sempre limitata. ‘ 7° In materie di teorie s'impone recisamente l’opportu-
niSMO. n 8° L'esperienza mediata deve preocenparsi solo di sco- | prire e di
sistemare le leggi scientifiche dei fatti, le quali de- signano unicamente le
condizioni reali dei processi. 9° Le equazioni fondamentali, trovate con
l’esperienza e col calcolo, ànno l’importanza. capitale, per la nostra
certezza. 10° L’interpretazione delle leggi dell'esperienza mediata non ci dà
che un modo analogico della spiegazione scientifica. 11° L’analogismo non è
imposto a la scienza da la realtà, ma da la natura stessa della nostra
conoscenza mediata. 12° La nozione di causa non è la base logica dell'espe-
rienza mediata. I 13° La base logica dell’esperienza mediata è la pura no-
zione della concepibilità, fondata unicamente su l’induzione ana- logica della
continuità e riducibile a la nozione di condizione reale. : 14° L'esperienza
mediata non si legittima che come filo- sofia dell’azione e la sua formula è la
seguente: sapere per prevedere e per provvedere. 15° Se il determinismo si
sposa coll’evoluzione è costretto. ad ammettere logicamente l'evoluzione di
tutte le leggi naturali. 16° La certezza di quelle verità fondamentali d' espe-
rienza immediata, da cui può trar norma la vita non comincia nè finisce col
dimostrabile. ; Pe È x DI = po PI PA te TREAT LAO RT RA ;3 MT P fore Te I dt d
dò pes de) Via Sad a tI MW n ne IT Bet ner NT. n ti po” ae E deg CONCLUSIONE, A
% Risultano scoperti, oltre ad alcuni fatti dell'esperienza me- diata che il
determinismo scientifico ommette di proposito, tutti i fatti dell'esperienza
immediata nella loro massima immedia- tezza © concretezza; residuo
preziosissimo di dati elementari irreducibili, tra cui l’esperienza mediata non
può portare il suo vincolo Scania lola 0 + In verità noi non abbiamo bisogno nò
facoltà di meccaniz- zare tutto, nè per comprendere, nè per vivere; e neppure
siamo fatti per tutto sapere nè per tutto ignorare. Queste considerazioni
scoprono dunque i limiti ed i diritti incontrastabili della psicologia
introspettiva. Madonna del Pilone. Miti a 1900, ” » ica | ? mia Mist È , - . nd ur
ANNIBALE PASTORE Tr des LE SUN Sh pa a a du i etelli siti E I O. e erre eee x -
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PROBLEMA DELLA i CAUSALITÀ DAI PRIMORDJ DELLA FILOSOFIA GRECA AI GIORNI NOSTRI
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di là del bene e del male. Preludio d’una filosofia 1 dell'avvenire — 5% ediz.
. È de ; ; ; È . »d» B_- 8. Zini. Proprietà individuale o proprietà collettiva?
— (Solo più copie legate) - ; È x da . : - A e ade 4, VeRwORN. l'isiologia
generale Ande da . ; i 5 . (esaurito) 5. CiccortI. Il tramonto delia schiavità
nel mondo antico : . (esaurito) 6. ViLLa. La psicologia contemporanea..
Nierzscne. Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno ; " x Z E 5 7 : ; +. >» 20— 8. SerGI.
Specie e varietà umane. — Con molte figure. (Solo copie legate) ‘. È - 9.
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principî. — 83% edizione . «dr 25 11.
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degli Indo-Europeci Spencer. Faiti e commenti — (Solo più copie legate) . ; .
d» SeraI. L'origine dei fenomeni psichici e il loro significato biologico
(esaurito) 15. SPENCER. Introduzione alla scienza sociale . i : «ir 9 16. — Le
basi della morale .: ì ì 3 SUE II nr 17. JAMES. La coscienza religiosa. (esaurito) 18. Spencer. Le basi della vita .
1 s ; i : 5 . » 10— 19-20. Prerson. Trattato di economia politica + SELE : .
(esaurito) 21. HARNACK. La missione e la propagazione del cristianesimo nei
primi tro secoli . .>» la 22 NierzscHE. La gaia scienza SPENCER. L'evoluzione della vita . : i ° : È
Ti 24-25. HOFeDING. | Storia della filosofia moderna. Due volumi. — 2% edizione
‘ Radio ; ) : 5 i ; sad 26 13- 1 26. Zoccori. L'anarchia. Gli agitatori, le
idee, i fatti . 'rosano. Le basi dell'umanismo SPENCER. Le basi del pensiero ORESTANO,
I valori umani —. 8B— 30, CawntoNI.' E. Kant. — 2* edizione = ; ' è : salato Le
51. RoMmaNnES, L'evoluzione mentale nell'uomo. Origini della facoltà umana ara
è e ; * a ; ì .De SAncTIS. Storia dei Romani. La conquista del primato in
Italia i i i 4 i È : . (esaurito) 34. ForeL. La questione sessuale esposta alle
persone colte SPENCER. Il progresso umano . SeraI. Europa. L'origine dei popoli
Europei . È ; . — 5T. BARTH, Principii di pedagogia e didattica. —- 2% edizione
vi ed 38. EuckeN. La visione della vita nei grandi pensatori . Zuccante,
Socrate. Fonti-Ambiente-Vita-Dottrina : : si dI 40. ScHoPENHAUER, Morale e
religione E ‘ i pria .- I le EB e]eo_ e _ — e mImTITtIEIIIIe_cc.:. I prezzi
devono essere aumentati del 80 Ojo ad eccazione di quelli già indicati NETTI e
IL PROBLEMA DELLA CAUSALITÀ CON PARTICOLARE RIGUARDO ALLA TEORIA DEL METODO
SPERIMENTALE DELLO STESSO AUTORE Sopra la teoria della scienza. Logica, matematica, fisica. — ‘Torino, Bocca,
, | Macchine logiche. -- Conferenza popolare. — Genova, Riv. Ligure, . Logica
formale dedotta dalla considerazione di modelli meccanici. — Con 17 figure e 8
tavole fuori testo. Torino, Bocca, 1906. [ progressi e le condizioni presenti
degli studj intorno la logica formale, — Prolusione. Finalmarina, 1906, Del
nuovo spirito della scienza e della filosofia. -—- ‘Torino, Bocca, , (7. M.
Guyau c la genesi dell'idea di tempo, — Lugano, « Coenobium », . Sull’impiego
del concetto di tempo nella logica pura, — Estr. « Questioni filosofiche ». -—
Bologna, Iormiggini, 1908. Sopra un punto essenziale del neo-legelisnio
conteniporaneo..— Atti R. Accad. Scienze di Torino, (NLIV), Maggio, 1900, Sulla
natura ertralogica. delle leggi di tautologia e di assorbimento nella logica
matematica, + - IVO Congresso Internazionale Matematici. - Roma, . |
SallYorigine delle idee in ordine al problema dellaniversale, -- Rendie. Lincei
NVIII, Giugno, 1909. Sillogismo e proporzione, - 'Vorino, Bocca (BS. M.. 47),
1910. IL valore teorelico della logica, -— Prolusione alla R. Università di
Torino, Riv. di filos., -- Roma, Dell’Essere e del Conoscere. Memoria. R. Accad. Scienze di Torino. SCrennaio, ,
Contributo alla teoria della conoscenza. -- Rendie, R. Istit. Lombardo. Serie
JI, XIUIV, . Nuove ricerche sulla percezione monoculare della distanza, I, «
Riv. di Psic. applie. », Settembre-Ottobre, 1911. B. Croce e la. filosofia di
(. B. Vico. Giornale storico della letterat. it. Torino, Le definizioni
matematiche secondo Aristotele e la logica matematica. Atti R. Accad. Scienze. - - ‘Torino, Marzo,
Il Pensiero puro. Torino, Bocca, . i Der kritische Kommunismus bei Friedrich
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Italie, Mai, 1914. Sopra
la critica filosofica delle scienze. « Riv. di filos. ». Marzo-Aprile, . IL
compito della filosofia nel rinnoramento degli ideali della patria. —- Prolu-
sione, — Riv. di Filos., Gennaio, 1916. ANNIBALE PASTORE IL PROBLEMA DELLA
CAUSALITÀ CON PARTICOLARE RIGUARDO ALLA TRORIA DEL METODO SPERIMENTALE VOLUME
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ALIGHIERI > (AuBRIGHI, SEGATI E C.) - NapoLi ItaLiAN Book Company - Nkw York
1921 CACOONINI Pai . » cel (o 1 i} 24 h ULte PROPRIETÀ LETTERAKIA Casale
Monferrato Unione Tipografica Popolare
succ. Cassone -‘er >. leE. ; 3 . i
Storia critica del problema della causalità dai primordj della filosofia
greca ai giorni nostri. Criterj generali La Filosofia greca dai primordj a
Socrate Platone Aristotele . — Stoicismo, Epicureismo, Scettieismo,
Neoplatonismo La Patristica e la Scolastica Il Risorgimento Galileo Il
razionalismo e l’empirismo La scuola scozzese Kant La Filosofia La Filosofia
contemporanea . CORRENTE ‘lendenze
teoretiche. $ 1. — Empirismo Empirio-criticismo Neocriticismo e sistemi affini
Positivismo italiano Contingentismo Immanentismo . 4 > TE ; 8. -- Logicismo
Neo-hegelianismo inglese Idealismo attuale CORRENTE Tendenze patetiche Valorismo
CORRENTE Tendenze pratiche Intuizionismo Prawmatismo ERRATA-CORRIGE. Pag. Lin, Nota ll 16
Synthetis Synthesis 14 5 trascendentale e trattate | trascendentale trattate 40
34 della Causa intelligente, aggiungere e della Causa finale, 48 8 Epi EoYY 57
5 TÒL TToxelevov TÒ Urroxetevov 58 Il causa motrice e causa finale causa
materiale e causa formale 60 15 05 où 104 22 parus purus 118 prima dell'ultima
linea aggiungere Concludendo: se, per Bruno, nella natura divina (che è
infinito cau- sare) necessitas et libertas sunt unum, non ripugna estendere lo
stesso principio alla vera natura umana (in quella parte di natura divina che
ha in sè). Cfr., per la stessa osser- vazione in Spinoza aspirazione
ispirazione Docke Locke incognita incognita esso CSSa 237 16 x = %(y) | xa =
valore | vapore sensazione seriazione 2a rialzare scalzare 202 9 generale della
natura generale delle leggi della natura 253 | ]a | Psycologie Psychologie
>» 4 » metaphisique metaphysique a; metaphisyque metaphysique >» 9 »
metaphysiques metaphysiques 247 posti parti > BB cordone cardine >» 18 de
la de là. i; 21 del de 2 3 28 studien | Studien 2816 pensiero pensiero (in S.
Ss.) da 5 pensiero pensiero (in s. S.) L possibile impossibile Da sè 18
herbertiana herbartiana 287 31 scientifica scientifica (in Ss. s.) 291 18
scienza scienza (in s. s.) 296 17 si pone Si pone oggettivamente "i o Kennen
kennen 298 16 Erkennen erkennen 301 35 Wirken i wirken 39 0, delle dalle 317 (6
> Pragmatismby Pragmatism 318 29 all incontro all'incontro delle giunto a
giunto criticamente a ” n La letteratura
filosofica italiana non ha ancora un trattato or- ganico completo sul problema
della causalità. Certo molti e ben noti lavori parziali condotti con la più
scrupolosa cura offrono preziosissimi contributi nci campo della storia e della
teoria. La filosofia tedesca invece possedie l’opera del Koenig (1), che è la
monografia più importante pubblicata finora sul problema causale dal punto di
vista della storia. Ma, in primo luogo, il let- tore si trova continuamente
alle prese collautore circa Vappres- zamento dei varj sistemi, perchè le
questioni sono cltiuse con giu- dizj fondati sopra una teoretica implicita e in
generale mancano le riferenze collo stato attuale degli studj sia in ordine
allepi- stemologia, sia in ordine alla gnoscologia e alla metafisica. Inol-
tre, il primo volume comincia da Cartesio, e il secondo cd alti. mo volume,
dopo Vaver esposti i sistemi aitiologici del Maine de Biran, dello
Schopenhauer, del Trendelenburg, del Herbart, del Lotze, del Comte, del Mill,
degli Empirici tedeschi, dello Spen- cer e del Rich, si ferma al Wundt, e
Vopera è del 1888-1890. Ora, i risultati del movimento scientifico e filosofico
di que- st’ultimo trentennio costituiscono un reale progresso e la loro
importanza mi sembra tanto grande da non ammettere indugio ncl renderli noti.
(1) KoENIG, Die Entwickelung des Causalproblems von Cartesius bis Kant. Leipzig
1888. — Zweiter Theil, scit Kant, 1890. rai PASTORE — Storia critica del
problema della causalità. Infine, per
quanto riguarda Vaspetto scientifico della questione e specialmente la teoria
dei metodo sperimentale, come sì può dimenticare che nell’opera del Kocnig
invano si desidera il rico- noscimento dell'indirizzo aitiologico di Galileo?
Lacuna enorme, che si ripete — benchè in minore misura — anche negli insigni
luvori di logica del Lotze, del Sigwart, del Wundt, dellUeber- weg, del Lindner,
del Drobisch, delPUlrici e del Bradley, fra i maggiori che naturalmente si
devono consultare per la tratta- sione della parte teoretica del problema. Agli
amatori quindi delle ricerche speculative non dispiacerà — almeno lo spero —
che si ponga loro sott'occhio, in primo luo- go, l’umnalisi accurata e paziente
dei maggiori sistemi filosofici in ordine ul problema della causalità, dai
primordj della filosofia grecu di giorni nostri; poscia che si ilMumini la
ragione scientifica dove si definisce e si dimostra; infine che si affrontino i
massimi problemi, onde potranno ayerolmente riconoscere la legittimità e lu
relativa indipendenza dei varj gradi del sapere, apprezzare la missione
sintetica della filosofia, provandone Vazione yeniale € vivificante. Tal’è in
sostanza il disegno di questo saggio. So che scrivere una monografia
rispondente a tante esigenze è un'impresa piena di difficoltà e d’ostacoli
d’ogni manicra ed. io sono troppo alieno dal pretendere, non che dallo sperare,
des- sere riuscito felicemente, dove tanti autori con assai più inge- gno e
migliore dottrina non si decisero finora ad inoltrarsi, per non fallire così al
proprio intento come alla pubblica aspetta- zione. Non posso neanche illudermi
d’aver fatto opera in tutto origi- nale, pur là dove la sintesi geniale della
filosofia, csigerebbe Vin- tuizione più intima dello studioso, giacchè temo
sempre d’attri- buire troppo a me stesso il tesoro di teorie altrui, meditate
con grandissimo amore. E vero bensì che nessun pensatore malgrado. la più
scrupolosa coscienza saprà mai esattamente ciò che deve al pensiero altrui. Non
vha luogo frattanto nè a servile imitazione nè a vana- gloria. Io sento
piuttosto il dovere di far notare in modo spe- ciale Vinfluenza che hanno
esercitato sul mio pensiero, fra i teo- retici italiani viventi, il Masci, it
Varisco, il Martinetti, il De PREFAZIONE 3 Sarlo, il Guastella, it Benzoni e il
Gentile. Questa influenza non si limita ai numerosi passi in cui il loro nome è
cituto, ma è forse unche più sensibile nell’espressione di quegli stessi prin-
cipj che mi hanno ajutato a conquistare la mia relativa libertà. Queste
considerazioni sono valevoli, non meno che per la parte prima concernente la
storia, per la seconda parte dell’opera im cui l’amore della ragione e la
critica del sentimento vorrebbero insieme essere posti a servizio della teoria.
Prescindendo dalla parte prima concernente la storia, nelle- pistemologia che,
dopo il problema empirico delle cause, imper- nia la Parte seconda (Sezione 1)
affermo che la ricerca e la prova delle cause spetta esclusivamente al metodo
'.speri- mentale ed esalto la teoria dei modelli, dimostrando per lu prima
volta che essa discende dalla teoria delle macchine di Galileo. La teoria del
metodo sperimentale così importante sia per la scienza, sia per la filosofia,
priva finora d’una trat- fazione esauriente, utilizzati qui i risultati delle
più accurate indagini storiche da Galileo a Enrico Rodolfo Hertz, riceve un
ussetto definitivo rispondente alle esigenze del sapere. Ciò po- sto,
giustifico un’interpretazione scientifica della doppia causa- lità, dimostro
Vapplicabilità del metodo sperimentale in psicolo- gia, criticando però il
metodo Weber-Fechnmer e proponendene un altro che sembra più rigoroso e
fecondo. Combatto in seguito la dottrina dell’epifenomeno. Infine non rinunzio
alla causalità storica, ma la considero nella forma d’un conato elettivo, imma-
nente al’unità psicofisica del reale. Nella teoria della conoscenza c della
realtà (Sezione II) so- stengo l’insufficienza della causalità scientifica per
Vinterpreta- sione filosofica del mondo. Quindi, premessa la dottrina del pen-
siero come attività psico-fisica dell’universo, combatto la meta- fisica
dogmatica delle cause, riservando alla filosofia Valtissimo compito d’investi
gare, in ordine al problema della causalità, la direzione ideale e il valore
delle leggi causali nell’universo. Finalmente nell’esame del valore morale del
vero (Sezione III) impernio tutta la soluzione sull’idea liberatrice della
causalità, e giustifico il sacrificio compiuto per il puro amore della vita
ideale della stirpe umana. Queste franche dichiarazioni mi procacceranno forse
la taccia 4 PREFAZIONE di materialista da coloro che si fermano alle
prefazioni. Ma chi vorrà darsi la pena di leggere questo saggio non troverà una
sola parola che accarezzi la tesi del materialismo o solo attenui la forza
redentrice dell'ideale. A chi mì domandasse per ultimo in qual modo sul terreno
spe culativo io sia giunto a osteggiare risolutamente la metafisica delle
cause, dalla causa prima alla causa finale, quando insigni pensatori con
opposto ma non maggiore entusiasmo di fede, vor- rebbero restituire, nel mondo
delle idee, il luogo privilegiato che aveva una volta, per salvare — com'essi
dicono la causa della moralità, questa sola brerissima risposta potrei
aggiungere: li- beri gli altri di pensare e di credere a loro agio c certo più
felici di me, i0 non posso far altro che sodisfure ad una ragione teore- tica
conscia dei proprj confini, quindi avversa ad ogni sintesi del- linconoscibile.
La mia interpretazione ateleologica, tuttavia, per quanto consona alle dottrine
dellEtica di Spinoza e della Cri- tica della ragione pura di Kant, non esce da
aridità di sentimen- to, ma da una ragione maturata dall'analisi logica e da
una vo- lontà che, invece di lasciarsi abbattere dal senso tragico della vita,
ne afferra le più dolorose contrarietà e cerca di risolverle în valori di
pocsia. | Vedano dunque gli eterni predicatori delle armonie teleologi- che
come costitutive della realtà quanto siano vane le loro accuse contro coloro
che, solo perchè negano ogni causa prima e ogni causa. finale, dovrebbero — a
loro giudizio — spoctizzare non solo, ma. ottencebrare, anzi avrilire la scona
dellunirerso. Quand’io considero da quanti e quali generosi filosofi. fin dalla
più alta antichità, non si sentì più bisogno dell'intervento delle cause
sopranaturali per giustificare la concezione unitaria delle cose, non posso
meravigliarmi a bastanza, non già che vi siano ancora tanti ipercausisti ai
giorni nostri, ma che nelle questioni filosofiche, almeno dove le passioni
hanno, sì diritto di vivere non d’imperare, lamore d'una sintesi umanistica sì
profani a tal segno da scambiarlo col più funesto nullismo. Frattanto io credo
che il rinnovamento degli studj teoretici in Italia, che è il più urgente e il
più importante compito a cui i pensatori italiani siano ora chiamati
dall’interesse della patria. insieme c della filosofia, non sia possibile che
coll’esercizio di PREFAZIONE 5) una critica tanto più severa verso di sè,
quanto più generosa verso gli altri. Possuno convincersi una rotta quanti
sentono reramente la re- sponsabilità e la dignità della nostra missione che la
filosofia italiana non tornerà libera e qrande finchè la Tcoretica — sfa- tate
le idee trascendentali della ragione pura — non tornerà ad amare Varte, a
rispettare ia scienza, a vencrare il pensicro e, secondo Valtissimo monito del
Varisco, a vivere ex veritate Za verità. Il problema della causalità è la
pietra di paragone della filosofia. « Se voi intendete per causa una certa
cosa afferma il Taine — voi avrete una
certa idea dell'universo e della scienza, e se voi intendete per causa una cosa
differente, voi avrete un idea differente della scienza e dell’universo » (1).
(Queste parole indicano a bastanza il proposito del presente lavoro. Io mi
propongo di ricercare la natura e Vorigine, 1'og- getto e lo scopo, il valore e
i limiti della conoscenza causale tanto nelle scienze quanto nella, filosofia.
Questa ricerca ha per noi un triplice interesse : storico, teoretico e morale.
Il primo, perchè non ancora bene si conosce come il problema della causalità si
presenti nella storia, mentre è indispensabile sapere inoltre perchè la nozione
causale profondamente sì con- netta coi maggiori problemi delle scuale
filosofiche e formi pe- renne argomento di discussione svolgentesi col
progresso delle scienze, | Il secondo, perchè ancora si deve discutere, in
primo luogo, per porre epistemologicamente le nozioni e le proposizioni scientifi-
che fondamentali e per determinare il carattere, l’ufficio, il va- lore e i
limiti del metodo di ricerca e di prova dei rapporti di causalità cioè del
metodo sperimentale; in secondo luogo, per Stabilire l'origine e il valore
dell’idea e del principio di cansa- lità rispetto ai massimi problemi
speculativi dai quali tutto il l'esto dipende. |TAINE, Le.
philosophes classiques du XIX siécle en France, T® ed., pag. VI. 8 INTRODUZIONE Il terzo, perchè
bisogna tracciare i rapporti del problema della causalità col problema della
contingenza e della neces- sità, sopratutto in ordine al problema psicologico e
morale della libertà umana, per assumere di fronte alla critica una con-
cezione del mondo e della vita che rispetti le esigenze dell’espe- rienza della
scienza e della filosofia. Io eredo che si possa fare un’opera utile trattando
ordinata- mente questi tre punti, perchè ai giorni nostri, malgrado tanti
stud], la nozione della causalità resta ancora troppo velata dai pregiudizj dei
sistemi, mentre il vecchio problema causale, im- portantissimo davanti alla
concezione della scienza, della vita e dell’universo, non può essere veramente
risolto che dagli spiriti indipendenti. Lo scopo richiede insomma un’opera di
storia e di critica, di teoria della conoscenza e di metafisica, di psicologia
e di etica alla luce serena della verità. Tre analisi per giungere ad una
sintesi. Non pajano troppo lunghe le premesse. ICerto gli uomini che hanno la
fortuna di far a meno dell’opera altrui, perchè coll’intuito riescono di slancio
alla ve- rità, troveranno superflua ja parte storico-critica premessa ad una
trattazione intorno alla quale, per quanto teoricamente pos- siamo dissentire,
praticamente siamo quasi tutti d'accordo. Ma la loro via non è tale che possa
esser percorsa da tutti sicura- mente. Kant poteva andar orgoglioso di non
scrivere per coloro che si valgono della filosofia ad ordinare l'esposizione
d'una di- sciplina già esistente, ma a scoprire questa scienza da sè mede- simi
(1) cioè a pensare da sè. La sua straordinaria potenza cri- tica gli concedeva
di penetrare quasi da solo le più riposte ve- rità, senza ricorrere alle
esposizioni storiche. Ma a chi già man- chi tanta sagacia e pur resti il
proposito di giustificare una co- struzione razionale, quando ancora mancasse
Pappoggio della tradizione filosofica e la piena conoscenza critica delle
ricerche sclentifiche anteriori non accadrà necessariamente di vagare in
discorsi ambigui e divergenti, senza costrutto? Del resto, per la questione che
ci interessa, lo stesso Kant non ha mancato di (1) KANT, S. W., Proleg., pag.
3, (Rosenkranz), Leipzig, 1838. INTRODUZIONE 9 trattare del grande tentativo
storico di Davide Hume, facendo un diligente esame critico della sua indagine.
E frattanto la più simpatica e la più forte delle discipline sa- persi imporre
un amore illuminato delle cose altrui, senza cieco fanatismo per il passato,
senza imprudente rinunzia ad ogni per- fettibilità per l'avvenire. Questo dico
per la parte storica che sarà trattata con la maggiore diligenza, perchè è
ragionevole pensare che i tentativi altrui non possano restare senza effetto
sopra la nostra conoscenza. E dovrebbe bastare l’immenso intreccio delle
investigazioni e dei risultati storici per infondere la convinzione che nessuno
può essere sicuro del proprio pensiero senza la com- pleta coscienza di poter
superare ogni convinzione opposta alla propria. Passando alla storia
dell'aspetto filosofico del problema cau- sale, & chi non è evidente che la
cognizione dei sistemi filosofici è . di somma importanza almeno perchè, colla
presentazione di tutte le parziali verità, dà il desiderio se non forse anche
il modo di oltrepassare sinteticamente ogni sistema esclusivo? Un’analisi
storica incapace di condurre ad una sintesi, oltre a non essere vera storia,
non è vera filosofia. Si conosce il suggestivo confronto fatto dal Guyau tra la
ri- cerca dello scopo mirato dal tiratore sopra un cartone di bersa- glio e
quella che intraprende la scienza puramente positiva dei costumi, quando essa
si sforza di determinare lo scopo ordinario della condotta umana: (1). Noi
possiamo analogamente parago- nare il gruppo dei sistemi filosofici rivolti
alla soluzione del pro- blema causale agli innumerabili fori dei projettili
fatti da tiratori intorno al bianco d’un cartone di bersaglio. Senza che
nessuna palla abbia colpito lo scopo si potrà mettere il dito al centro della
regione dove i fori sono più numerosi e dire: ecco il punto di mira! Mi si
permetta di dichiarare che la nostra esposizione storico-critica dei principali
sistemi filosofici circa il problema della causalità non ha altro proposito che
di mo- strare la convergenza dei varj tentativi verso un punto sintetico che
sarà precisato colla massima nettezza nella parte seconda. Per ciò che riguarda
la storia del problema scientifico l'utilità (1) GUYAU — Esquisse d’une morale
sans obligation ni sanction è così evidente che ogni giustificazione della
ricerca sarebbe su- perflua. Certo non è sempre possibile separare con un
taglio netto in ogni autore ciò che serve più alla teoria della conoscen- za
sclentifica che a quella della conoscenza speculativa. Nol anzi saremo
costretti talora ad esporre in un gruppo solo il contri- buto oltremodo
complesso dovuto ai varj studiosi. Gli stessi filosofi furono spesso grandi
scienziati, e scienziati spiritosissimi non ebbero paura di filosofare.
Tuttavia, non perdendo d'occhio . la nostra distinzione critica dei gradi della
conoscenza, sarà possibile infine arrivare a farsi un'idea abbastanza netta
delle tappe fondamentali dei due sviluppi. TIT. <— La parte teoretica è
divisa in tre sezioni. Nella prima, il punto fermo e certo da cui prendiamo le
mosse è la determinazione scientifica dei rapporti causali. Risolto que- sto
problema circa i fondamenti ed il metodo, non possiamo fare a meno di
domandarci quale sia il valore delle leggi causali ri- spetto alla conoscenza e
alia realtà. Alla questione epistemolo- gica succede così e si ingrana la
questione speculativa: quella ci dà l'apprezzamento critico dei principj, dei
metodi e dei risul- tati scientifici, questa l’investigazione teoretica
dell'origine e del valore dell’idea di causa e del principio di causalità in
or- dine ai massimi problemi dell'essere e del conoscere. Nella terza sezione
si indaga il valore morale della verità. Su tutti e tre questi punti, bisogna
dirlo, la critica così scien- tifica come filosofica esige una riforma. IV. —
Invero, rispetto al primo, per quanto stano eccellenti le ricerche dei
postkantiani e dei più riputati epistemologi della filosofia contemporanea, i
progressi compiuti circa la teoria della determinazione scientifica del
rapporto causale non hanno an- cora sepolta l’opera kantiana. E frattanto la
teoria di Kant, for- tissima per l’aspetto metafisico dell’a priori, non
potendo nè do- vendo bastare all'esigenza scientifica, da sè sola non arreca
mai quella soddisfazione che uno spirito coerente ha il dovere non che il
diritte di convalidare. Possiamo fin d'ora intravedere in qual senso sì debba
riformare la dottrina di Kant, affinchè il problema complesso della causa- RATE
alle il: lità riceva una soluzione
adeguata per la questione dei fonda- menti e del metodo. Kant include il
problema della causalità nel- l'ampio problema della possibilità dei giudizj
sintetici a priori ed è dalla soluzione di questo ampio problema che egli fa
dipen- dere tutto il destino della metafisica e la decisione circa la sua
esistenza. Per ben comprendere la posizione di Kant bisogna te- ner.presente il
metodo da lui adottato per affrontare la soluzione del problema critico fondamentale.
Kant sì richiama a due sole scienze della conoscenza teoretica cioè la
matematica pura e la fisica pura ed esclusivamente considera la conoscenza a
priori che sta a base di esse. Quanto alla possibilità dei giudizi sinte- tici
a posteriori il suo parere è molto energico e sbrigativo. « La possibilità dei
giudizj sintetici a posteriori, egli dice, di quelli cioè che sono attinti
dall’esperienza, non ha bisogno d’alcuna esplicazione speciale, poichè
l’esperienza non è essa stessa altro che una continua composizione (syvnthetis)
delle percezioni ». Ma in questo riguardo, nell'affermare cioè che la
possibilità dei giudizj sintetici « posteriori non ha, in ogni caso, bisogno di
al- cuna esplicazione speciale, il grande uomo non ebbe la fortuna d’essere
approvato dai competenti. Bisogna invero osservare che, se in un certo senso si
può ammettere che l’esperienza non sia che una continua composizione di
percezioni, per contro la riduzione all’esperienza dell’esperimento — qual si
usa nella scienza fisica è Incontestabilmente con- come mezzo di invenzione e
di prova tradetta dai fisici. Invero, perciò che io mi limito a sommare le mie
percezioni, l'esperimento fisico non è compiuto affatto, anzi non è neppure
impiantato. E per quanto io seguiti a sommare le mie percezioni empiriche non
troverò mai modo di saltar fuori dell’esperienza. Per concepire l’esperimento
scientifico bisogna uscire dal concetto additivo dell’esperienza, chiamando
oltre ad essa. în ajuto l’imaginazione e la deduzione per la costruzione del
sistema ipotetico-deduttivo (cioè del modello) senza cui non potremmo mai
conoscere in particolare e in forma esatta le leggi causali della natura.
Quindi, la vantata facilità del passaggio dalla fisica pura — nel senso di Kant
— (che infine è poi la me- tafisica immanente della natura tanto esteriore
quanto interiore) alla fisica sperimentale — nel senso di Galileo — (che è poi
la fisica vera e propria o scienza esatta della natura esteriore) non solo non può essere concepita sulla parola di
Kant, ma richiede l’esame di ragioni che Kant ha lasciato completamente da
parte. Non si tratta soltanto di stabilire la possibilità dei principj sin-
tetici a priori della ragion pura in generale: giacchè, anche ac- cettando
tutta la teoria di Kant sulla possibilità della fisica pura, il problema della
determinazione scientifica delle leggi cau- sali non viene ancora risolto. A
che servirebbe infatti asserire, sulla traccia di Kant, che la fisica
sperimentale è così intimamente connessa colla fisica pura che alle leggi a
priori di questa, considerate come le condizioni della possibilità
dell’esperieiza, si possono ricondurre tutte le leggi particolari della
connessione causale della natura, in quanto leggi (1), quando all’atto pratico
della derminazione esatta in- vano aspetteremmo un po’ di Ince dalla sola
conoscenza della fi- sica pura, secondo la dottrina Kantiana ? Per una
questione così complessa e poco famigliare non sarà inutile un maggiore schia-
rimento. La validità della soluzione di Kant circa il problema della causalità
proviene tutta dalla fonte dei giudizj sintetici a priori in cui sì raduna il
problema della critica della ragione pura, contenuto dalla filosofia
trascendentale. Siccome Kant, in via generale, si preoccupa di una scienza che
determini a priori la possibilità, i principj e la portata di tutte le nostre
cono- scenze in modo universale ed assoluto, e tale è appunto lo scopo
propedeutico della critica, senza esaminare per ora se la sua so- iuzione regga
o no, ci basti avvertire che egli non ha fatto altro che trattare e risolvere
criticamente la propedentica metafisica. del problema della causalità. Di
questo possiamo convincerci anche per altra via. Invero è nell’ Analitica
trascendentale che Kant chiarisce la possibilità della conoscenza fisica per
mezzo dei concetti puri o categorie che noi applichiamo alle intuizioni
empiriche e per mezzo di eni formiamo i concetti empirici. Ma Kant non insiste
che sulla sintesi a priori ottenuta col concorso delle intuizioni pure e dei
concetti puri. Ora lAnalitica tra- scendentale, in primo luogo, appartiene non
solo alla Logica ge- nerale trascendentale, ma alla Logica generale la quale
tratta (1) MARTINETTI - Commento ai « Proleg. ad ogni Metafisica futura ».
Torino, Bocca, 1913. — Nota 130, pag. 274. Una. — a. INTRODUZIONE 13 dell’uso
dell’intelletto in generale e contiene Te regole assoluta mente necessarie del
pensiero ed è canone per i giudizj, in oppo- sizione alla Logica particolare
che contiene le regole che servono a pensare esattamente su una data specie di
oggetti ed è per Kant l'organo di una data scienza. E la Logica particolare non
entra nella trattazione diretta della Critica. In secondo Inogo, l'Analitica
trascendentale appartiene alla Logica generale pura che si occupa della sola
forma del pensiero ed è canone dell’in- telletto in opposizione alla Logica
generale applicata che rap- presenta l’intelletto e le regole del suo uso in
concreto cioè sotto le condizioni subjettive ed empiriche che insegna la
psicologia ed è per Kant un catharticon dell'intelletto volgare. E la Logica
generale applicata analogamente non entra nella trattazione di- retta della
critica. Insomma nè la Logica particolare nè la Logic: generale applicata sono
essenziali alla soluzione del problema della causalità secondo Kant, il quale
riduce tutto al problema della sintesi a priori. Ora diventa facile
l'intelligenza della soluzione di Kant. per ciò che concerne il vero centro
della questione causale e il van- taggio recato alla scienza. Ammettiamo per
poco che la soluzione di Kant sia la vera; ammettiamo cioè che il
concatenamento causale delle cose e dei fatti riposi tutto sull'attività a
priori dello spirito nostro e propriamente sulle condizioni originarie della
coscienza trascendentale che rendono possibile Pesperienza. Delle due una: 0 la
questione della causalità si risolve piena- mente colla questione dell’origine
delle categorie o non si risolve. Kant opta per la prima, benchè in verità non
ci dia poi neanche questa soluzione limitandosi ad affermare la provenienza a
priori delle categorie. Ma stando solo in compagnia di Kant ci è impos- sibile
risolvere tutto il problema delle cause. Infatti, inteso una volta con lui che
la causa è un concetto a priori che noi applichia- mo agli oggetti, e con cui
dobbiamo pensarli e ordinarli per poter- ne avere cognizione, ancora non si
scorge qual sia la genesi tecnica delle cognizioni causali e le regole dell’uso
dell’intelletto in con- creto, cioè sotto le condizioni pratiche che rendono
possibile la scienza fisica vera e propria, in particolare. E non è forse di
questa genesi tecnica che noi dobbiamo anche preocenparci per risolvere il
problema delle cause in tutta la sua portata? Ora, 14 INTRODUZIONE solo la
Logica particolare delle scienze e la Logica generale ap- plicata su cui Kant
resta muto ci mettono in grado di giungere ad una cognizione esatta delle
cause, la quale invano si doman- derebbe alla Logica generale pura e in
particolare alla Logica trascendentale e trattate così ampiamente da Kant. Chè
sarebbe assurdo, dopo d’aver accolta la soluzione di Kant sospendere ogni
ulteriore ricerca sull'origine delle cognizioni causali ; mentre per scoprire
quelle leggi causali della cui utilità per VPuso pratico nè Kant nè lo stesso
Hume hanno mai dubitato, è indispensabile risalire a quella fonte non
trascendentale donde derivano le ve- rità esatte della Fisica come scienza
particolare. Riassumendo, questa riflessione sulla. limitatezza della soluzione
kantiana ci riporta all'affermazione predetta cioè a riconoscere che il pro-
blema complesso della causalità non solo non riceve una solu- zione esauriente
dalla dottrina trascendentale ma, quel che è peg- glo, rimane pregiudicato sul
punto che è di sommo rillevo. Com’è possibile dunque riformare la dottrina di
Kant? E che cosa si tratta di stabilire? La risposta non può esser che la se-
guente. Si tratta di vedere se non sia possibile un’interpretazione di tutto
l’ampio problema della causalità la quale, senza infir- mare il valore e
l’efficacia della dottrina trascendentale quanto all’origine a priori, risponda
anche al quesito dell’origine e della possibilità della cognizione causale in
concreto cioè sotto le con- dizioni di ragione e di fatto che rendono possibile
la scienza fi- sica particolare. E tale è il mio intento, ossia non abbandonare
liv continuità fra i principj della Logica generale pura e quelli della Logica
generale applicata, fra i principj della Teoria delli conoscenza e della
Metafisica cioè della Fisica pura nel senso di Kant e i principj della fisica
sperimentale nel senso di Galileo. Ciò può servire di spiegazione preliminare
per quanto avevo da dire rispetto al senso della rettifica e dell’integrazione
del pen- siero di Kant. | | Ma per chiarire il nuovo tipo di problema proposto
occorrerà un’altra rapida occhiata alla posizione di Kant, rispetto al prin-
cipio della sintesi. È noto che il criterio supremo della verità, secondo Kant,
sta nella possibilità di costituire la realtà dell’e- sperienza come una
sintesi totale coerente e stabile, unificando i dati sensibili mediante un
sistema di leggi e principj univer- den Preen TETI INTRODUZIONE | 15 sali e
necessarj. In questo modo alle sintesi parziali subjettive instabili e
contingenti gli resta possibile opporre, come salda realtà, la sintesi totale,
stabile ed objettiva dell’esperienza ve- ramente costituita; alle sintesi
parziali a posteriori la sintesi totale a priori; ad una mera somma di giudizj
sintetici a poste- riori, non necessarj perchè semplici constatazioni empiriche
dei sensi, un vero sistema di giudizj e principj formali che non trag- sono il
loro valore dall’esterno, perchè anzi sono le leggi costi- tutive d’ogni
esperienza possibile. Ma, anche accettando, per ipotesi, questa opposizione fra
la sintesi totale a priori e le sintesi parziali a posteriori, non bisogna
forse tenere separato conto della scienza esatta da un lato e dell'esperienza
sensibile dall’al- tra, poichè questa è semplice accumulamento di dati
contingenti, in tutto inesplicabili scientificamente? Invero chi non vede che
sarebbe assurdo sperare di poter ridurre il risultato della conoscenza volgare
a quello delle scienze esatte, benchè non sarebbe meno assurdo il tentativo di
ridurre le sintesi parziali di queste alla sintesi totale della filosofia ?
Come non riconoscere quindi che ci sono tre tipi distinti di sintesi, cioè due
tipi estremi, l’uno della sintesi totale a priori della metafisica, l’altro
delia sintesi a posteriori dell’esperienza volgare dei sensi e inoltre un terzo
tipo di sintesi che partecipa evidentemente degli altri due, ma su cui è bene
sospendere per ora il giudizio, perchè non siamo che nei preliminari? Più su ho
parlato della Logica particolare e della Logica generale ap- plicata, come non
essenziali alla soluzione del problema di Kant e or ora delle sintesi parziali
delle scienze. Bisogna ricordare che il terzo tipo sintetico anzidetto non è
stato negato da Kant. Lo si arguisce benissimo dal concetto che egli si fa
della scienza o della vera scienza, come egli stesso talora dice. Infatti, con
estremo rigore, Kant chiama scienza solo il sapere objettivo universale e
necessario (cioè razionale) assolutamente indipen- dente dall’esperienza. E non
e’è pericolo che perda di vista la possibilità anzi l’esistenza di questo
sapere che, come ha giu- stamente osservato il Martinetti, è ’’ubî consistam di
tutta la Critica, almeno pel proposito adottato nei Prolegomeni. Quanto alla
differenza che è posta da Kant tra la scienza, la vera scienza e le scienze
empiriche, il lettore ponga mente all’abile commento 16 INTRODUZIONE che segue.
« Le scienze empiriche (come p. e. la fisica vera e propria o la psicologia)
che tentano la sistemazione razionale di un dato campo dell’esperienza, non
sono nemmeno esse ancora vera scienza: perchè, se per una parte implicano un
elemento razionale (la concatenazione necessaria, l'ordine formale, nel quale
esse inquadrano i dati per un'esigenza della ragione che è a priori), per
l’altro accolgono il dato di fatto come qualche cosa di semplicemente dato,
razionalmente inesplicabile. Le scienze sono costruzioni razionali imperfette,
provvisorie, il cui fine è di rendere possibile e preparare quello che è
Vunica, la vera scienza, l'ideale supremo del sapere : e cioè la ricostruzione
‘azionale di tutta la realtà cx principiis, non er datis, la deri- vazione
razionalmente necessaria di tutta la realtà da un prin- cipio supremo razionale
e quindi certo anch'esso incontestabil- mente a priori. «Scienza vera e propria
può esser detta. solo quelta la cui certezza è apodittica: la conoscenza che
non im- plica se non una certezza empirica è solo impropriamente deno- minata
sapere... Una dottrina razionale della natura merita il nome di scienza della
natura solo quando le leggi naturali che stanno in essa a fondamento sono
conosciute a priori e non sono leggi date dall’esperienza ». (Het. Anfangsgr.,
46CT ssi; cfr. Log. (ed. Kinkel), 27, 29). (1) Da questo commento si palesa
chiara la posizione di Kant, circa il concetto della scienza. Colla sua teorla
Kant si propo- neva di tagliar corto ad ogni equivoco. E in verità questa
teoria non solamente ci mostra la natura e la condizione propria della scienza
a priori ma mette in luce questa verità incontrastabile che tra la sintesi
totale apodittica della scienza vera nel senso di Kant e la congerie vaga dei
dati dell'esperienza sensibile, s'è costituito un corpo ben distinto di scienze
particolari, chtamate da Kant scienze empiriche. Ji valore objettivo delle
sintesi par- ziali fornite da queste scienze, implicanti i due opposti
elementi, non è da Kant posto in dubbio. Sopra questo punto Kant è per-
fettamente d'accordo con tutta la tradizione scientifica e anche con Hume che
non contesta Tutilità pratica delle scienze recla- manti il contributo
dell’esperienza. Però la grave lacuna della (1) MARTINETTI, 0. c., 201.
INTRODUZIONE 17 teoria kantiana della scienza in genere consiste nel
considerare il lato.metafisico come il principale, anzi l'unico, e in partico-
lare, quindi nell’intendere il problema della causalità in modo esclusivamente
trascendentale. Per lui la fisica pura è niente altro che la metafisica della
causalità. Ne viene che, stando con Kant, il problema specifico della
determinazione esatta della causalità non può trovare una soluzione adeguata.
Nol possiamo dinque porre il problema in questi termini. La sintesi a priori di
Kant, restando nel campo della meta- fisica, non dà la conoscenza di fatto
delle leggi causali della natura. L'esperienza sensibile, restando nel campo
della contin- senza, nemmeno. Invece la scienza fisica sperimentale che sta.
tra quella e questa ce ne mette in sicuro possesso. È vero che, secondo Kant,
queste leggi causali non sono che applicazioni e determinazioni delle leggi a
priori nel materiale empirico e in concreto sì ottengono colle regole
dell’osservazione d’una na- tura già data, regole che già presuppongono
l’esperienza. Ma ciò non toglie che sia completamente infondata ogni
presunzione dogmatica di risolvere il problema della determinazione scienti-
fica delle leggi causali in modo esclusivo, cioè o col solo proce- dimento a
priori, 0 col solo procedimento a posteriori. Vediamo. allora erompere
inevitabilmente l’idea che il problema speciale della causalità non ammetta una
soluzione a tipo unico. Così fra i due problemi opposti, della possibilità dei
giudizj sintetici a priori e della possibilità dei giudizj sintetici a
posteriori, Vi- potesi d’un terzo problema (il problema della possibilità dei
giudizi sintetici misti, a priori mente. Non è mio proposito entrare in
maggiori schiarimenti in questi preliminari. All’incontro, nella ricerca
diretta seguente, questo terzo problema non solo si mostrerà possibile ma
inevitabile e a suo tempo ne verrà data la soluzione. Avremo modo perciò di
sostenere una dottrina che, mentre in generale segue l’indirizzo di Kant,
servendo come integrazione sintetica dell’apriorismo e dell’empirismo
esclusivi, in particolare poi se ne distacca per tentare una nuova
conciliazione sintetica della Fisica pura nel senso amplissimo di Kant con la
Fisica sperimentale nel senso stretto di Galileo, in un punto in cui Kant non
ebbe quasi pre- a posteriori) sì giustifica piena - PasTtoRE — Storia critica
del problema della causalità. 2 18 | INTRODUZIONE sentimento. Questa nuova
soluzione del problema scientifico della causalità, per quanto contraria alle
previsioni di Kant, salva alle leggi causali la loro origine a priori e il loro
valore, come volle Kant e pure accoglie il dato di fatto a posteriori e ne ri-
spetta il valore reale, come vogliono i naturalisti; in modo tut- tavia da
limitarne l'applicazione al concorso simultaneo della ragione e del fatto, in
quanto la possibilità del metodo speri. mentale si fonda, come appresso si
dimostrerà, solo nel rapporto della ragione deduttiva e dell'esperienza
produttiva e il valore . scientifico della causa — come verità di ragione e di
fatto — e della causalità come successione necessaria di due sistemî e-
quivalenti, vuole essere posto al disopra d’ogni controversia. (1) Riuscire a
tal punto pare che sia, ove altro mancasse, una degna impresa; perchè infine,
come ciascuno ormai compren- derà, è d’uopo esplicare in modo esauriente
l'origine delle leggi particolari della natura trovate e provate dalla fisica
sperimen- tale, non solo l'origine dei giudizj sintetici a priori. Trovata
quella, un nuovo contributo verrà offerto alla critica, se ancora è vero come
ai tempi di Hume e di Kant che la vecchia questione della causalità forma la
base fondamentale su cui si appoggia la filosofia. Rispetto al secondo punto,
cioè alla questione speculativa, non meno grave è la lotta e urgente la
necessità del rinnova- mento. Quest’Impresa, per essere equamente apprezzata,
sì deve considerare in antitesi con quegli indirizzi filosofici recentissimi
che cercano di far rialzare la testa allo scetticismo antifilosofico. L’idea di
valersi della filosofia per sopprimere il credito della filosofia si riduce in
ultima analisi al tentativo di valersi della ragione per sopprimere la ragione.
Ben considerato, un solo van- (1) Il PETRONE nella sua pregiata opera « /
limiti del determinismo scientifico », Modena, 1900; comprese chiaramente la
necessità di criticare le due moderne direzioni di pensiero che accennano a
convergere fra loro, mentre sembrano e, per taluni rispetti, sono in contrasto
reciso fra loro: lo sperimentalismo e il razionalismo (Cfr. pag. 2-3, op.
cit.).. Senonchè, in primo luogo, non posse- dendo un concetto esatto del
metodo sperimentale, parla di sperimentalismo induttivo, in secondo luogo
attribuisce il merito della corrente dello sperimen- talismo a Bacone. L’opera
presente invece, dà un’interpretazione deduttiva all’esperimento, rifiuta il
pregio scientifico all’induzione, e considera non Ba- cone ma Galileo fondatore
del metodo sperimentale. INTRODUZIONE 19 taggio antifilosofico si ricava cioè
la confusione delle idee. Pure rimane adescata molta gioventù purtroppo
disposta a conside- rare la logica come cosa frivola anzi ingombrante. Bisogna
dun- que chiarire la situazione. Bisogna vedere se lo scetticismo abbia. il
diritto di soggiogarci. Ma bisogna sopratutto vedere se la. fi- losofia si
arroghi veramente quel compito che i suoi detrattori le assegnano per
denigrarla. Ora, è un fatto innegabile che la filosofia non può giustificare in
modo apodittico le sue conclu- sioni. Quelli che menano tanto rumore di questo
fatto si sentono quindi in diritto, nonchè in dovere, di porre la legittimità
del dubbio verso tutte le proposizioni della filosofia e mostrano abu- sivo ed
assurdo l’ingerimento del pensiero in tutti gli ordini della coscienza. Ma il
risultato della loro critica scettica, in definitiva, qual'è? Si astengono essi
dal filosofare? Tutt'altro. Paghi di mettere audacemente in rilievo il
carattere lirico della filosofia, non vogliono chiudere attatto le porte della
coscienza alla realtà del mondo esterno ed interno. Insomma vivono sempre
all’om- bra, se non alla luce, della filosofia; ma però dànno alle loro idee
filosofiche un aspetto e un significato assai diverso. E diverso da che?
Diciamolo con franchezza, solo dall’indirizzo apodittico della filosofia. Ecco
il vero senso del novissimo scetticismo an- tifilosofico nel quale non si sa
veramente che cosa faccia più stupire; se la situazione d’una filosofia
antifilosofica o la pre- sunzione con cui si crede di rovesciare la filosofia
riducendola a intuizione geniale dell’universo. Perchè a questa medesima in-
terpretazione poetica e antiapodittica della filosofia han già posto Il
suggello insigni filosofi antichi e moderni, senza pretendere di schiantare
dalle radici l’albero della filosofia. Basti per tutti il Martinetti, filosofo pieno
di sodezza e di verità, il quale nella suna /ntroduzione alla Metafisica,
coraggio- samente dichiara : « Non si sarebbero tuttavia elevati tanti pre-
concetti contro la metafisica se essa ci apparisse ciò che vera. mente è, nella
forma che essa riveste nei poeti filosofi, in Goethe, in Leopardi, in Novalis,
in Hélderlin, come un’intuizione ge- niale del complesso delle cose e non come
un ispido sistema di astrazioni incomprensibili ai profani, come un tardo
avanzo della, barbarie scolastica. La filosofia, dice Amiel, è una maniera di
percepire le cose, un'intuizione particolare della realtà. Essa 20 INTRODUZIONE
non deriva punto da combinazioni astratte di concetti, non è penosamente
estorta con induzioni e sillogismi : come Parte ha la sua. fonte in una visione
geniale delle cose, in una intuizione (1). Vero è che il Martinetti non si vale
della sua interpretazione lirica della filosofia per avvalorare la tendenza
antifilosofica, poichè anzi la dirige espressamente contro lo scetticismo. Indi
la necessità di assodare quanto sia di vero e di buono nelle cor- renti attuali
contro la filosofia. E già in mezzo al conflitto delle” idee due princip]j
cominciano a britlare sempre più e cioè: 1° indipendenza dell’ordine filosofico
dall'ordine scientifico (in s. s.) comecdall’ordine empirico e da quello
religioso ; 2° intuizione geniale della soluzione dei massimi problemi della
filosofia. Son due germi ancora involti entro un'atmosfera di idee vaghe e
indeterminate, benchè fortissimi filosofi in ogni tempo abbiano tentato di
emancipare definitivamente la filosofia dalla servitù delle opinioni volgari,
delle dimostrazioni analitiche e delle fedi. Ma già da essì è possibile trarre
un criterio che ci fa avviare confidenti in una via sicura. Così il primo e
principale problema speculativo dell’aitiologia si riduce all’eliminazione
d’ogni in- terpretazione apodittica delle cause metafisiche. La sola deter-
minazione di questo problema contiene tutta la riforma filosofica
dell’aitiologia, a cui abbiamo rivolte le nostre forze. VI. — Trovati-i
principj teoretici, resta da applicarli alla pratica della vita dove è anche
più pericoloso l’avvicendarsi dei timori e delle speranze che tengono sempre
gli animi in stato di continua ansietà, e non meno necessaria la grand’opera
del rin- novamento. Il conflitto più profondo in questo caso è tra la scienza e
la coscienza. Ed ecco per sommi capi lo spirito della controversia. Di tempo in
tempo, risorge una critica piena d’aspri rimbrotti contro la scienza. Pensatori
di non dubbia serietà affermano che i progressi delle scienze, da un lato colle
invenzioni crudeli della tecnica precipitano l’uomo nell’utilitarismo,
dall’altro colla de- terminazione sempre più vasta e penetrante dei rapporti
causali (1 MARTINETTI — Introd. a. Metaf., 24. INTRODUZIONE 21 gli rapiscono
l’idea e financo l'esercizio pratico della sua libertà. Lo scoppio della guerra
europea è venuto a rinforzare questo deplorevole pregiudizio. Se voi sostenete
che le macchine hanno favorito l’abolizione della schiavitù, perchè le macchine
infine sostituiscono la mano d’opera degli schiavi, vi rispondono che la
tecnica, ora, fa l’uomo schiavo delle macchine ; ed ecco che si ricade nel
funesto dilemma: o schiavità dell’uomo alle macchine o schiavità dell’uomo
all'uomo. Se sostenete che le invenzioni brutali della tecnica sono una colpa,
non della scien- 72, che non è persona morale, ma dell’uomo che perduta la co-
scienza morale adopera i mezzi della scienza a scopo di distru- rione, vi
rispondono che dunque l'istruzione scientifica senza. freno è un pericolo
mortale per la causa della civiltà. Ma allora non dovremmo forse deciderci
all’atto terribilmente inumano di limitare la libertà della scienza? Confesso
che non vedo in qual modo questa conseguenza logica potrebbe essere schivata, ‘
mantenendo quel punto di vista. Senza dilungarmi in ulteriore esame dell’aspra
polemica con- tro la. scienza, mi limiterò a suggerire soltanto alcune consi-
dderazioni adatte a mostrare il profondo valore morale della scienza, dopo
d’averla scagionata dalle accuse più gravi. Si dice che i risultati scientifici
non sono che un prodotto d’a- strazione, e che, colla necessità di arrestarsi
alla determinazione di certi rapporti schematici, io spirito resti costretto a
strappare ad ogni cosa ogni carattere di originalità, ad ogni azione umana ogni
pregio concreto di vita e di autonomia. Occorre per altro riconoscere che
l’opera astraente della scienza trova scuse di non poco momento. Anzitutto è
ridicolo rimproverare alla scien- 4a di non saperci dare quel concreto
individuale di fatto che è assolutamente estraneo al suo scopo. Ancora una
volta si tratta di capire che se la scienza pura, in vista dei suoi propr]
fini, è destinata a non arrestarsi che davanti alle funzioni analitiche e così
a trascurare ciò che non le serve, non perciò merita di essere accusata di
parzialità o di distruzione del reale concreto. Pel suo contegno di scelta
rigorosamente intransigente essa fa nel proprio campo nè più nè meno di quel
che fanno l’arte, la morale, la religione, la vita pratica, giustamente
coerenti e fe- deli al loro punto di vista. Voglio dire che essa è tutt'altro
che sola a lavorare d’astrazione sopra la realtà. 22 INTRODUZIONE La più
piccola riflessione sullo stato reale delle cose e sul modo di esplicarsi d’ogni
forma d’attività può esser sufficiente a farci vedere come ogni cosa, comunque
affermata, è un’astrazione. Così ogni oggetto come ogni concetto, così ogni
scienza come ogni coscienza, così ogni vita medesima ed anche ogni libertà (1).
Il più che possa fare la nostra riflessione è dunque di condurci a capire che
Fastrazione (come capacità di astrarre) è una fun- zione vitale per eccellenza.
Le applicazioni seguiranno facilmen- te. Piuttosto voglio notare un'altra cosa.
Forse coloro i quali ora, per profonde ragioni morali provano così imperioso
bisogno di affermare la libertà e frattanto erroneamente credono che la scienza
col suo determinismo inflessibile sia propensa a negarla, mon avendo più da
fare che un passo per comprendere che non solo ogni libertà ha i suoi limiti ma
pure che ogni limite e quindi ogni legame causale ha in sè stesso la sua
libertà, saranno do- mani i più ardenti sostenitori della funzione morale della
scienza. Non è questo un volgare paradosso. Bisogna solo intendersi sulle
nozioni di libertà e di legge, di contingenza e di necessità, di coscienza e di
scienza. E a tale intesa mira la parte etica del presente lavoro, la cui
formula è questa : in necessitate Libertas, in libertate necessitas. Questo è,
per così dire, il doppio piano di fuga, morale e metafisico, della mia teoria.
Dimostrare che la scienza, appunto perchè si risolve in una sempre maggiore
determinazione di vincoli e di limiti, infine, non è altro che l'esplicazione e
la codificazione esatta di quei rapporti che co- stituiscono le condizioni
necessarie e sufficienti della libertà ; ecco in realtà il ponte logico che un
teoretico dovrebbe aver Vambizione di gettare sull’abisso del determinismo e
dell’inde- terminismo. Come le leggi della bellezza — se ce ne sono — non costitui.
scono una limitazione negativa per gli artisti, così le leggi della causalità
non paralizzano fatalmente i fatti sia fisici sia psichici, riducendo Ja
contingenza in quelli, la libertà in questi ad una (1) Sarà dunque
un’astrazione anche il concreto ? Per rispondere bene, di- stinguiamo il
concreto della coscienza empirica e il conereto della filosofia. Quello è certo
un astratto perchè trascura forzatamente le connessioni supe- riori che vengono
solo determinate dalla scienza, e il sistema universale supremo che è l’oggetto
della filosofia. ‘ INTRODUZIONE | 23 illusione. La musica non è libera malgrado
le sue leggi? Un, poeta non è libero malgrado l’esigenze della metrica e della
pro- sodia? Tuttavia la sua libertà non può essere quella di fare versi senza
idee, senza musica, senza parole. Diremo che questi limiti sono restrizioni
della sna libertà? Tutt'altro. La produ- zione dell’opera musicale non è resa
possibile che dall’insieme delle condizioni lmitatrici che costituiscono i
suoni, il ritmo, la tonalità, la melodia, Varmonia. E così che bisogna
interpretare le cose, sia negli ordini naturali nei quali quasi tutti 1 fatti
si dimostrano soggetti alla necessità fisica cioè all’azione determi- natrice
delle cause o condizioni necessarie e sufficienti alla loro produzione ; sla
negli ordini spirituali nei quali, benchè Tinne- cabile potenza attiva della
volontà libera ci si presenti come effettuazione di ordini nuovi, tuttavia non
può ammettersi che i fatti stessi della coscienza accadano senza che vi sia una
ra- gione del loro accadere. Questo per me significa che la causalità
universale medesima è ben iungi dal risolversi nella negazione della libertà.
Credere il contrario è la cosa più falsa e più triste del mondo. Allo stesso
risultato sì perviene con altre considera - zioni. Non vi è fatto per quanto
spontaneo e nuovo-che sia senza forma determinata. Ora la questione della
causalità, nel senso più profondo, non è altro che la questione della
determinazione della forma, senza cui nulla è possibile, e per cui tutto è
suffi- ciente. Non è quindi sommamente importante che ogni cosa venga indagata
quanto ai suol limiti cioè alle condizioni neces- sarie e sufficienti che la
rendono possibile e in altre parole che “sì determini con la maggiore esattezza
possibile la forma ade- suata della sua libertà? La pretesa sterilità etica del
legame causale è dunque una semplice fissazione di coloro che sacrifi- cano ad
un fantasma ingannatore. La legge pone limiti, è vero. Ma non ogni limite è
negazione di libertà. Infatti, in primo luogo è egualmente certo che il limite
stesso nella sua dialettica ideale è projettivo cioè chiude ed apre, imprigiona
e libera lo spirito nello stesso tempo. Questa riflessione certo non è nuova.
Tutti gli uomini sanno che ogni semplicissimo limite è bilate- ‘ale e che
sarebbe un vero scherzo Vostinarsi a guardare la testa di Giano bifronte da un
lato solo. E pure, noi filosofi, nel si- lenzio delle nostre teorie quanto
spesso ci ostiniamo ad alimen- Li 24 INTRODUZIONE tare le più meschine aspirazioni
e sopratutto nell’apprezzamento del valore della scienza diamo prova della più
fiacca volontà ! In secondo luogo, come già fu accennato e verrà meglio provato
a suo tempo, le limitazioni conosciute mediatamente dalla scienza, non solo non
distruggono ma conservano e integrano le attesta- zioni immediate della
coscienza. Il fatto libero della volontà, attestato dalla coscienza, non si
eliderebbe anche se la sua deter- minazione necessaria venisse scoperta dalla
scienza, posto che scienza e coscienza differiscono per principj metodi e fini.
Ma arrestiamoci qui. Suppongo che questa introduzione parrà già soverchia a
molti lettori e ne sento il peso io medesimo. Tuttavia, dall'agitarsi e dal
rassodarsi di tutte le idee premesse, sembrae che meno confusa ci venga la
nozione del cammino da percorrere e più vivo il de- siderio di giungere alla
meta. Le introduzioni dei libri sono un po come le stazioni ed i porti in cui,
a detta d'un acuto scrittore, sembra che si concentri e si simbolizzi tutto il
senso della vita moderna: i sentimenti vengono intensificati, Lai speranza si
fa più violenta, Vabbandono più crudele, perchè eli istanti sono contati; ogni
minuto ha qualche cosa di definitivo e di grave ed è il mondo tutto intero che
si apre davanti al viaggiatore colle sue infinite possibilità, Piuttosto fa
d'uopo fermarei un istante per indagare se TPin- fluenza delle conclusioni
teoretiche fondamentali alle quali ci ha condotto la nostra trattazione non
possa estendersi anche al di là dei confini di quelle funzioni dello spirito
che danno ori- sine e valore alla conoscenza scientifica. Il pensatore che non
Sappaghi d’imagini, ma cerchi il vero qual'è, ha il diritto di sa- pere se il
concetto dominante dell'opera miri a subordinare Ta coscienza alla scienza, il
sentimento all'intelletto, Vintuizione allastrazione, in una parola se sostenga
il primato della ra- gione teoretica sulla ragione pratica. Per quanto io non
esiti a ritenere che una reazione contro gli eccessi degli intuizionisti
intransigenti e contro la loro inflessibile fiducia nella piena vit. torla
delle correnti contrarie all’intellettualismo sarebbe natu- ralissima,
m’aflretto a dichiarare nel modo più energico che nessuna soluzione esclusiva
mi pare sufficiente. I critici favo- revoli a un'interpretazione
anti-intellettnalistica più o meno ra- INTRODUZIONE | 25 dicale asseriscono che
i nostri padri hanno troppo vissuto col cervello, che hanno troppo
astrattamente cercato nel difficile cammino della verità la soluzione dei
problemi della coscienza e della vita, e che la mancata soluzione ha prodotto
la stan- chezza negli animi e la sfiducia nei procedimenti della scienza. Ma
tutto questo, osservano i critici inclini verso un’interpre- tazione
intellettualistica, può essere facilmente rovesciato. E noi osserviamo che vi è
una grande apparenza di verità in en- trambe le teorie opposte. Dunque, che
cosa concludere? Lasciamo che altri escogiti una buona serie di argomenti in
favore d’una ignava indifferenza. Noi, più arditamente, conciudiamo che la lotta
inesausta delle interpretazioni rispecchia la naturale complicazione del
proble- ma dell’uomo e della realtà. Complicazione, voglio dire, non
esclusione. Infatti non è difficile difendere la tesi della concilia- zione
della scienza e della coscienza e dimostrare che chi crede alla loro reciproca
esclusione, lo crede solo perchè mette, sotto questi differenti termini,
tutt'altra cosa che le nozioni che questi esprimono realmente. Perchè vi fosse
antinomia bisognerebbe che tutti i fatti appartenenti ai dominio dell’una
fossero negati dal- l’altra, mentre ciò non è. C'è invece opposizione di
contrarietà non di contradizione. Così l’intuizione psicologica si oppone alla
deduzione logica, ma entrambe si compongono nella: siste- mazione speculativa.
Così c'è la realtà dei fatti e dei rapporti esterni che si può apprendere cogli
organi dei sensi e coi metodi della scienza e c’è la realtà dei processi
interni che solo si può apprendere colla coscienza. Ma le due forme di
apprendimento, benchè opposte, permangono nell’unità della nostra vita e ne
costituiscono la ricchezza. Come c’è l’uomo stanco dell’intelli- genza che
cerca, in facoltà patetiche, nuovi mezzi di indagine | per affrontare i grandi
problemi della vita e dell’universo che reclamano la loro soluzione, così c'è
Puomo stanco dell’intni- zione che cerca, in facoltà logiche, meno straordinarj
mezzi di ricerca e di prova della più esatta verità. | E le due esigenze,
benchè opposte, permangono talora in uno stesso individuo. Vero segno che
l’uomo deve non solo imparare ma impararsi, in tutta la sua complicata realtà!
(1). (1) Questo è l’alto insegnamento del VarIsco (Cfr. I Massimi problemi
1912, Conosci te stesso, 1914) a cui aderisco con tutte le forze. 26
INTRODUZIONE (iettarsì invece a testa bassa a destra o a manca, non è da
filosofo. In ultima analisi, l'opinione più probabile sembra que- sta. Come per
risolvere i problemi della coscienza la sclenza non basta, così non basta la
coscienza per risolvere i, problemi della sclenza. Dunque se la filosofia vuol fidarsi
solo della scienza o solo della coscienza non può risolvere i suoi massimi
problemi. Non è vero che gli uomini siano divisibili in due gruppi: uomini che
aspirano a vivere col solo cervello, nomini che aspirano a vivere col solo
cuore. Quelli inchini ad una vita più riflessiva, più tecnica, più seria;
questi anelanti ad una vita più poetica, più calda, più vibrante. In realtà ©
tutto luomo che è doppio. E ogni uomo che insaziabilmente vive e vuole vivere
col cervello e col cuore. E questo sopratutto è il dovere e Videale del filo-
sofo. Noi non possiamo e non dobbiamo rinunziare a niente, nè alla scienza nè
alla coscienza. I grandi problemi della vita del sentimento si devono
affrontare senza gettar via i tesori della ra- gione; i grandi problemi della
vita della ragione si devono af- Irontare senza distruggere le aspirazioni del
cuore, Le varie for- me dell'attività dello spirito (Parte, la scienza. la
morale e la filosofia) non si distruggono a vicenda. Ne questo, in rari casi,
si verifica, è contro questa tendenza sporadica e inumana che noi dobbiamo
combattere, raccogliendo in un vivo fascio d'azione e di propaganda tutte le
risorse della senola e della enltura. Dopo unera di accalmia e di secchezza, di
boriose ecemonie e di sner- vanti rinunzie, ecco VPideale nuovo che dovrebbe
dare il segnale duna vera rinascenza in tutte le regioni dell'intelletto e del
cuore. Abbiamo bisogno che Panalisi delle varie forme della vita esterna ed
interna non ottenebri o faccia dimenticare il concetto dell'unità nella. varietà
deila coscienza. Abbiamo bisogno che tutti, e î giovani sopratutto, si
convincano dell'importanza e della compossibilità delle varie forme della vita
dello spirito. Abbiamo bisogno che nella circolazione della vita moderna. tutti
i valori sieno riconosciuti nella toro dignità e realizzati in una sintesi di
pensiero e d'azione. Abbiamo bisogno di uomini interi. E per questo motivo che
noi combattiamo Tindeterminismo esagerato in tutte le sue ramificazioni dal
contingentismo all’in- INTRODUZIONE 27. tuizionismo novissimo del Bergson, come
combattiamo in tutte le sue esagerazioni l’intellettualismo. L’intuizionismo,
che s'è levato con tanta furia contro gli ec- cessi dell’astrazione
intellettualistica, non è a sua volta che un astrattismo larvato e perirà se
non capirà Tintimo nesso della determinazione e della vita, dell’intuizione e
dell’astrazione della forma e dello slancio, della necessità e della libertà.
Il Bergson ha ragione di criticare coloro che, per eccesso di schematismo, si
ostinano a vedere i fenomeni come discontinui, staccati, spa- ziati, falsati
nel loro ritmo segreto, sprovvisti di vera continuità, di reale mobilità, di
compenetrazione, -di fluidità reciproca, di continuo divenire, di
quell’incessante evoluzione creatrice in- somma: che è la via. Ma egli
s'inganna nel definire metaforica- mente la funzione e il risultato della
conoscenza scientifica e nel crederla solo rivolta allo studio della materia
inerte, quasi che i rapporti causali che essa riesce a determinare non
costituis- sero la trama vivente della realtà, quasi che la libertà, sia della
natura sia dello spirito, potesse spuntare come un fiore senza radici e senza
fusto, vibrare come una musica senza l'ordine delle note, volare come un
uccello senz’ali, vivere infine senza 1l sistema. delle condizioni di ragione e
di fatto che sono necessa - rie e sufficienti alla sua realtà. Ciò che
maggiormente interessa ed ha valore nell'opera sua è il suo continuo sforzo di
pigliare contatto col reale; e l’insistenza sulla -possibilità di farlo, fuori
dell’intelligenza. Rendiamo giustizia ad ogni tentativo. Questa è la parte non
caduca del bergsonismo : l’intelligenza non è il risultato unico e supremo
dello sforzo vitale. Ma lo stesso vale e sì ripeta per l’intuizione. Negare
questo, è negare le relazioni di sintesi e di analisi, di siancio e di forma
che rendono possi- bili le vite per l’intiero universo. Se non che, c’era forse
bisogno dell'errore per far risaltare la verità. E Verrore stesso d’astra-
zione che il Bergson ha imputato all’intellettualismo forse servì a metter in
rilievo che l’intuizionismo esclusivo a sua volta pre- cipita nell’esclusivo
astrattismo. Quindi, senza polemiche omai e senza recriminazioni, riconosciamo
che tanto la coscienza quanto la scienza sono funzioni indispensabili di
quell'incessante evoluzione creatrice che è la vita. Anche quando sappiamo di
guardare le cose solo da un punto di vista, non lasciamoci sfug gire la nostra
parziale verità per cercar di cogliere il parziale errore degli altri. Ne la
scienza (che è mediatezza) è caratteriz- zata dall’incomprenszione forzata
della coscienza, non è men vero che la coscienza (che è immediatezza) è
caratterizzata dalla in- comprensione forzata della scienza. Intuizionismo e
intellettua- lismo quindi sono situazioni essenzialmente unilaterali. L'uomo
vuol sempre dare alla propria specialità il valore supremo. Ma la vita, la vera
vita non ha siffatte preferenze. VII — Sembrerebbe dunque — ed è questa la mia
conclu- sione che il grande confiitto tra la scienza e Ja coscienza sia
pienamente risolvibile solo colla interpretazione antocausativa della
causalità, che in fondo si riduce alla interpretazione li- beristica della
necessità. Questi soluzione non incontra la mi- nima difficoltà, anzi s'accorda
coll'interpretazione teoretica della causalità che forma Toggetto centrale
della presente ricerca. Nel complesso per altro si deve avvertire che nessuna.
concilia- zione tra la libertà e la necessità è possibile se questi termini si
vogliono ancorit pigliare nei vecchio senso assoluto del dogma- tismo. Bisogna
dunque rinfrescare i termini dell'antico dissidio, perchè le interpretazioni
vecchie ci possiamo fino a un certo segno agutare o ma esse ajutano meno in
proporzione che le nostre co- enizioni sono più nostre e la nostra situazione
senza precedenti. In ultima analisi a che siamo giunti? Anzitutto a questo che
n0] or crediamo di vedere un poco meglio della maggior parte dei nostri
predecessori in che cosa consista. effettivamente il problemi delli causalità.
avendo in modo nuovo riavvicinato 1 due concetti dello sperimentalismo e del
deduttivismo e siamo condotti a ritenere che Ri sua soluzione dipenda da un
buon corcetto delle crisi che si agita nel seno della. conoscenza e quindi
della vita. In conseguenza di che noi possiamo ora diret- tamente procedere ad
un ultimo apprezzamento delle varie for- me della conoscenza. Se consideriamo
il grande fatto della cognizione, potremo age- volmente distinguere due forme
diverse coordinate ad una sintesi superiore: mar conoscenza immediata e non
esatta che diciamo empirica o anche coscienza empirica 0 coscienza senz'altro,
e una conoscenza mediata e esatta che diciamo scienza. Clascuna di queste, avendo mezzi di ricerca e di
prova, oggetto, valore e fini sui generis, tende ad affermarsi come la
conoscenza vera e più importante , per bocca dei proprj sostenitori. I mezzi
della scien- za sono il calcolo e l'esperimento cioè la deduzione pura (per
concetti) o applicata (per oggetti). I mezzi della coscienza sono l'amore e
l’azione cioè l'intuizione. Per la scienza, i mezzi del cuore sono veli opachi;
i suoi slanci sono ciechi e fortuiti, in- certi, soggettivi, impuri, volgari,
volubili, irragionevoli, istin- tivi. Per la coscienza, i mezzi dell'intelletto
sono schemi vuoti : le sue leggi sono metafore deformanti, astrattismi aridi,
freddi, ingombranti, illusorj, scheletrici, tirannici, antivitali. Nel suo
entusiasmo la coscienza grida: — io sono la fontana della ]i- bertà, la scienza
invece è il carcere della necessità. La libertà è la vita, la necessità è la
morte. — Nella sua fierezza la scienza proclama: — io sono la conoscenza e la
potenza della necessità. Ciò che non cade nell’ordine della necessità non mi
riguarda. — Sul tumulto delle parole discordi si leva la voce serena e con- ciliatrice
della filosofia. Sintesi della coscienza e della scienza, dell’intuizione e
della deduzione, rivelazione dell'universale con- creto che pensa e vibra
nell’infinito ordine dell’universo, a coloro che amano la verità e la libertà e
non si arrestano alla super ficie dell’esistenza, getta il monito liberatore :
la libertà infinita dei fatti non esclude la necessità infinita delle leggi.
Quella s'in- tuisce, questa. si deduce; entrambe si conciliano nell’unità infi-
nita del sistema universale a cui il pensiero tenta di elevarci con sintesi
sempre più alte e più comprensive. G VINI " Storia critica del problema della causalità
dai primord) della filosofia greca ai giorni nostri VE==="==},====9
Criterj generali S1. Il problema causale interessa tutti i tre grandi campi
della conoscenza. cioè l’esperienza, la scienza e la filosofia, ed ebbe so-
Iuzioni diversissime nella storia del sentimento, dell’intelligenza e della
volontà. Inoltre la presentazione storica delle varie teorie non è
sensibilmente sistematica, nè distinta secondo i varj campi del sapere, chè
anzi nell’immenso laboratorio dell’umanità tutte le tradizioni dell’esperienza,
della scienza e della filosofia si in- trecciano profondamente. Quindi enorme è
la. difficoltà di bene onentarsi in siffatte ricerche, cresciuta altresì dalla
considera- zione che lo stesso fatto storico della compresenza delle varie
correnti opposte deve aver una ragione la quale, per mio avviso, poggia sul
legittimo nesso di tutto ciò che rappresenta qualche Vera, sia pur minima,
esigenza della vita. Pensoso della virtù di simili attinenze, chi si accinge a
investi- gare la natura e lo svolgersi delle dottrine concernenti il pro- blema
della causa deve anzi tutto rapportare ogni sistema al ciclo storico di cui è
quasi misterioso frammento, infine sfor- zarsi di contemplare l’immenso
intreccio dei sistemi filosofici da un punto di vista sistematico. Che sia
difficile non lo nego. Ma non fanno meraviglia coloro che credono di filosofare
senza pren- dersi l’incomodo di sistemare? Il sistemare è il segreto della vita
dell’universo, mentre è la vita medesima del pensiero. Come dunque il pensiero
stesso, che è sistema in atto, potrebbe giun- PastoRE — Storia critica del
problema della causalità. 3 34 CRITERJ GENERALI gere a veramente pensare cioè a
pensarsi, se non sl pensasse sistematicamente? Pensiamoci dunque così, anche
nella storia, e facciamo che la ragione della storia, di tutta la storia, si
im- inedesimi colla nostra. La filosofia contemporanea ha bisogno d’aria e di
luce, di moto e di libertà e perciò essa non ama veder trascurate o soppresse
quelle esigenze di coscienza e di pensiero, di scienza e di vita che al
cospetto di tutti si trovano annodate con vincoli arcani e solenni nella
storia. SZ. Seguendo questi criterj, prima di tutto i varj tipi di soluzione
del problema causale si tratterranno dove sarà possi- bile distintamente,
quindi sarà cosa relativamente facile met- terli a posto nel sistema. In
generale vedremo che la storia, prima della posizione scientifica del problema
sperimentale, ci offre 11 trionfo della metafisica e della. teologia, poscia
dopo Galileo il contraposto violento del razionalismo e dell’empirismo colle
forme larghe e spiccate dello scetticismo e del criticismo, infine le sonore
correnti del secolo XIX, in eni vanno ricircolando gli spiriti di Aristotele,
di Bruno, di Spinoza e di Kant e il meraviglioso genio di Galileo. Infine
alcuni schiarimenti preliminari (indispensabili del re- sto anche per
l'apprezzamento della terminologia) gioveranno a far intendere il senso della
critica in fatto di epistemologia, in attesa della dottrina che verrà esposta
nella Parte seconda. è 8. Noi abbiamo fondata ragione di ritenere che la verità
cau- sale, dal punto di vista scientifico, è unità tipica di ragione e di fatto,
cioè rivelazione della necessità razionale (o logica) d’una successione reale
(0 cronologica) sia fisica sia psichica. Analo- gamente conceplamo la causalità
come successione necessaria di due sistemi equivalenti. La ricerca e la prova
delle leggi causali, secondo noi, si compie unicamente col metodo sperimentale
inteso come integrazione tecnica di osservazione, di ipotesi e di deduzione.
Perciò dicia- mo che l’esperimento è processo osservativo-1potetico-deduttivo,
volto alla determinazione esatta delle leggi della realtà. È appena necessario
avvertire che solo dall’impiego cumulativo dei due metodi di osservazione e di
deduzione (che la logica ha ragione di
distinguere in altri casi, ma dovere di congiungere in questo) e colla funzione
strumentale d’un modello, è assicurata la possi- bilità. della determinazione
esatta dei rapporti causali. Vedremo che, attraverso differenze rilevanti,
questi concetti si ritrovano in tutti quegli uomini eminenti che hanno realizzato
l’ideale d’un’operazione sperimentale nella sua pienezza. Non potrei in- dicare
una sola eccezione in tutta la storia delle scienze. Per- tanto, senza
pretendere di dire l’ultima parola ‘sopra l’eterno dissidio dell'esperienza,
della scienza e della filosofia, sembra possibile portare fin d’ora un
temperato giudizio sopra la limi- tata questione scientifica della causalità.
——m—__ mn, = E = —__osss— (()}} CAPO I La filosofia greca dai primordj a
Socrate. $ 1. La filosofia greca presocratica benchè quasi interamente immersa
nell’oggettivismo naturalistico (1) prima s’apre con un drammatico contrasto
tra empirismo e razionalismo sostenuto dalla scuola ionica antica, con Talete,
Anassimandro, Anassi- mene (2), e dalla pitagorica. È già, benchè in modo
oscuro, il senso materialistico che urta col senso matematico della natura, il
concretismo che finirà nel pluralismo urtante coll’astrattismo monistico. Col
progredire delle ricerche fisiche e matematiche le due cor- renti si allargano
e si irrobustiscono ; anzi la ricerca empirica dei fatti fa alleanza colla
preoccupazione scientifica delle leggi e alla tendenza mista che ne deriva si
oppone l’aspirazione alla conoscenza cosmogonica, preludio della metafisica.
S’apre e si accende così un nuovo contrasto tra il materialismo fisico (em-
pirico-scientifico) dei .Jonici posteriori con Eraclito ed Empedo- cle e
dell’atomismo con Leucippo e Democrito e il razionalismo ideale metafisico
(etico-ideale) degli Eleatici, con Senofane, Par- (1) Cfr. ZeLLer, Die Philos.
d. Griechen, 1.5 (2) Però giustamente fu fatto notare dal CovortI, d’accordo
col TEICHMILLER, col TANNERY e col Dies, che la stessa «scuola jonica sorse,
come apparisce evidente dalle proposizioni matematiche di Talete conservate
presso Eudemo dai bisogni nautici del commercio milesio, ed ebbe carattere
geometrico-astro- nomico ». - La filos. nella Magna Grecia, ete., Pisa, 1900,
pag. 11. 38 CAPO I menide, Zenone e Melisso, genuino prodromo della grande
lotta fra. il realismo e l’idealismo. Fallito il tentativo di conciliazione di
Anassagora la lotta pre- cipita nella mordente analisi eristica della
Sofistica, con Pro- tagora, Gorgia, Ippia, Prodico, Eutidemo, Dionisodoro,
Crizia, Diagora, giungendo alla negazione della possibilità della cono- scenza.
Socrate è la salvezza della vita intellettuale e morale. Nondimeno anche dopo
Socrate l’antica lotta rinasce tra Videa- lismo platonico e il realismo
aristotelico e senza tregua si rin- novella in forme cangianti prima fra le
scuole imperfettamente socratiche (megarica, eleatica, cinica ed edonistica),
poi fra le scuole platoniche (vecchia, media e nuova accademia), la scuola
peripatetica, infine tra la scuola stoica e l’epicurea, lasciando di nuovo
l’adito aperto alla potente analisi scettica del pirronismo. Infine, la scuola
d’Alessandria, con grandioso eclettismo siste- matico, prendendo per base della
sua ricostruzione Valleanza fra l’empirismo naturalistico e l’idealismo
spiritualistico, tenta con ultimo sforzo di salvare gli elementi essenziali
delle scuole anti- che, alla luce d’un principio superiore. Questi lineamenti
che pur dall’esterno abbozzano tutta. la sto- ria della filosofia greca
nell’avvicendarsi ritmico delle analisi scettiche alle sintesi dommatiche,
lasciano anche travedere la fortuna dell’interpretazione causale dell'universo,
ondeggiante secondo le due correnti dell’empirismo e del razionalismo.
Additiamo rapidamente gli sparsi contributi dei predecessori di Platone e
d’Aristotele, perchè in Platone troviamo già tutta la dottrina causale
applicata ad una costruzione metafisica ideata con ardimento sublime; e in
Aristotele ammiriamo la più vasta e profonda sintesi di tutta la filosofia
ellenica precedente. S 2. La prima corrente presocratica dall’empirismo della
scuola jonica antica al materialismo atomistico, anzitutto intui- to fisiologicamente
il concetto di causa in generale e solo in modo limitato al proposito di
descrivere e spiegare la genesi dei feno- meni, cerca e ripone dogmaticamente
le cause delle cose (&pyat) nel mondo sensibile, quindi domanda la
spiegazione empirica dei fenomeni alle cause seconde. E così Vun filosofo
propone l’acqua, l’altro Faria, l’altro il fuoco, Valtro gli atomi, come prin-
cipio causale della natura (unità omogenca della materia primi- tiva)
escludendo da questa ogni principio pensante, (unità ma- teriale della
moltiplicità sensibile). Il tratto più caratteristico di questa corrente
fisiologica è il suo graduale arricchirsi di ricer- che naturali matematiche e
fisiche, cioè la sua progressiva scien- tificità, dalla ricerca dei fatti a
quelle dell'ordine della natura e della regolarità delle sue vicende (cause
naturali) (1). Nella sua ultima scuola essa ricorre esplicitamente ad una pura
mol- teplicità. La seconda corrente (dal razionalismo astratto dei’ pitagorici
al razionalismo metafisico) cerca e ripone dogmaticamente la causa delle cose
nel mondo ideale, quindi domanda la spiega- zione razionale delle cause seconde
(ouvegyà) ricorrendo ad una pura unità (unità immateriale dell'unità) (2). Il
tratto più carat- teristico di questa corrente è il suo graduale elevarsi alle
ricer- che sopranaturali (morali e ideali) cioè la sua progressiva meta-
fisicità ascendente dalle ricerche antropomorfiche a quelle cos- mologiche e
teologiche più fantasiose (cause metafisiche). Considerando in blocco
Vandamento di queste due correnti — essenzialmente cosmologiche — si vede che
la prima, discenden- do la scala dell’esperienza sensibile arriva fino al
sottosuolo della materialità (pluralità politeistica): la seconda salendo la
scala della speculazione sovrasensibile arriva fino al cielo della razionalità
(unità panteistica). Primo di tutti Anassagora applica il concetto di causa ad
un (1) Il BERTINI giustamente ritiene che le tradizioni religiose dei Greci
con- servate dai sacerdoti e dai poeti teologi poterono suggerire ai primi
filosofi le idee che essi professavano intorno all’origine delle cose. Quindi
ricorda che tale derivazione viene già ammessa da Platone il quale riferisce ad
Omero la dottrina di Eraclito sul perpetuo flusso e sull’assoluta mobilità
delle cose. (Theaet. VIII), e adduce anche l’autorità d’Aristotele il quale
vuol trovare l’o- rigine della dottrina filosofica che distingue la causa
materiale dalla efticiente nel principio della teogonia di Esiodo, dove questo
poeta pone come cause del mondo il caos e l’amore. Idea di una filosofia della
vita, etc. — Torino, Stamperia reale, 1850, II, pag. 11. (2) Inclino a credere
che la dottrina pitagorica «gli enti sono «n molti », in quanto significa «
l'uno che diventa molti », sia più tosto la posizione d’un monismo «quanto
all’essenza dei numeri », che d'un pluralismo, malgrado la contraria
interpretazione del CovortI (op. cit,, pag. 57-59). 40 CAPO I principio
immateriale facendo del (vo0g) la causa intelligente for- matrice
dell’universo. Alla moltiplicità omogenea della scuola Jonica posteriore e
dell’atomismo, e all'unità omogenea della scuola eleatica Anassagora
sostituisce un embrionale dualismo, opponendo alla materia (piuralità)
Vintelligenza (unità). Con l'introduzione della mente, che ha per operazione
essenziale il conoscere e l’ordinare, entra nella filosofia greca il concetto
della causa finale. E siccome, giusta l'osservazione assen- nata del Bertini,
lo scopo a cui mira una volontà intelligente non può esser altro che un bene,
egli è manifesto che, am- messo nel mondo il dominio sovrano dell'intelligenza,
se ne deduce che tutto nell’universo è buono e ordinato per il maggior bene
ossia per il meglio, per quanti siano î mali e i disordini apparenti che in
esso si osservano (1). Con questo discorso si vuol giustificare lopinione che
Anas- sagora, nel porre la mente ordinatrice d’ogni cosa, pone che tutto si fa
per un fine, cioè pone già implicitamente la cansa finale. Ma, posto ciò, non
si capisce come Aristotele abbia potuto rimproverare a Platone di non aver
conosciuto la causa finale, mentre non solo non è presumibile che l’opera di
Anassagora fosse ignota a Platone ma è invece provatissima questa cono- scenza
dal racconto che Socrate fa ai suoi amici (della scoperta del libro di
Anassagora) nel Fedone. Neanche le critiche che ‘Platone stesso rivolge ad
Anassagora riescono a rapire a que- st’ultimo il merito della sua intenzione
teleologica. Coi sofisti negatori sistematici della verità e conciliatori di
tutte le teorie nel falso (2) la spiegazione causale ci piomba nella più
sensualistica anarchia. Ma questa dottrina fu utile nella sto- ria della
filosofia per provocare la reazione di Socrate (3), da cui fu assicurato e
assegnato aila scienza il suo fondamento incrol- labile e il suo vero assetto
nella nozione definitiva dell’univer- sale. Socrate, mutuando da Anassagora i
due concetti embrionali della. Causa intelligente, chiaramente illumina il
primo: (se (1) BERTINI, op. cit., I, pag. 39. (2) Cfr. FOUILLÉB — La philos. de
Platon, II, 67. (3) Id. II, 70. LA FILOSOFIA GRECA DAI PRIMORDJ A SOCRATE 41 a
®. l’uomo è intelligente, Colui dal quale procede VPuniverso deve essere pure
intelligente, Mem. I, 4, 2) e perfeziona il secondo: (Quanto esiste per uno
scopo utile deve essere opera d’una intel- ligenza, Mem. I, 4, 2). | Così,
fatta discendere la filosofia «dal cielo alla casa bassa dell’uomo », richiama
l’uomo alla conoscenza di sè stesso. Riassumendo : 1° La causa materiale fu
introdotta oscuramente dalla scuola jonica e dagli atomisti, mentre le cause
primarie e secondarie naturali furono chiaramente affermate dai pitagorici ; 2°
La causa intellettuale fu introdotta dalla scuola eleatica e segnatamente da
Anassagora che ebbe notizia sicura delle can- se naturali e intravide la causa.
finale; s° La causa efficiente e la causa finale furono chiaramente conosciute
da Socrate che pur conobbe tutte le precedenti. a Digitized by Google eee
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———É_—r + mgoe+xWtd dd we mq dm tt. e © E E Tr NN IZ MI III === CAPO II
Platone. $ 1. La dottrina delle cause fece un volo d’aquila per opera di
Platone. Tutti i contributi della filosofia greca anteriore vennero da lui
raccolti con la massima cura, purificati e sollevati alla regione iperceleste
delle Idee e del Bene, con la potenza del ge- nio. Alle nozioni della causa
materiale, della causa intellet- tuale, efficiente e finale trovate dai suoi
predecessori egli aggiun- se la chiara nozione della causa formale già
lampeggiata alla mente di Pitagora e la nozione suprema della causa prima. In
breve egli presentò una dottrina della causalità sia fisica che metafisica così
comprensiva ma così in pari tempo sovrabbon- dante che la capacità sintetica
dei suoi discepoli rimase impari allo sforzo, ond’egli stette su in alto
meraviglioso come una stella splendente al di là delle nuvole. Lo stesso
Aristotele non ne riconobbe l’immenso valore, non ne ammirò la visione com-
prensiva; anzi, in ordine al problema causale, L'accusò d'aver misconosciuto la
causa efficiente e la causa finale, e trascurato il motore supremo cioè la
causa prima del movimento. Ma vedre- mo tra poco che queste accuse sono
completamente infondate. $ 2. Entrando nei particolari, ecco come nel Timeo,
nel Fi- lebo e nel Fedone, che sono i più ricchi campi di informazione 44 CAPO
II intorno al problema causale, Platone pone nettamente il princi- pio di
causalità e definisce i concetti di causa e di effetto. Ogni cosa che nasce di
necessità nasce da qualche causa, pe- rocchè è impossibile che una cosa
qualunque abbia origine senza: causa: (1). « Vedi se ti pare necessario che
tutto ciò che è prodotto lo sia in virtà di qualche causa. — Prot. A me certo,
poichè, come. senza di questa, sarebbe? Soc. Ora la natura dell’effi- ciente si
distingue dalla causa in altro che di nome? E Veffi- cliente e la causa non si
potrebbero rettamente dire una sola cosa? )) (2). | «....E ciò che produce non
precede punto sempre per sua na- tura, e ciò che è prodotto non viene punto
dopo di quello?» (3). Sono qui chiaramente indicate le due note della
suecessione temporale e della necessità che definiscono in generale il rap-
porto di causa. Inopportunamente il Fouiliée volle far osservare che qui non sl
tratta d’anteriorità nel tempo ma d’anteriorità metafisica. La causa, egli
osserva, è prima in dignità (@yete) l'effetto è re- lativo e dipendente
(éraxoAdov0e?) (4. Ma egli non prova, e non lo potrebbe, che qui Piatone
eseluda il rapporto temporale. Quindi la sua osservazione invece di giovare
così al merito di Platone come alla verità non fa che sottrarre alla
definizione pla. tonica del concetto di causa una nota essenziale. Finalmente
nessun lettore di Platone dimenticherà i cinque (1) dv CÈ ab TÒ Yryvopevov dr’
aitiov Tivòg ET avafanns yiyveobar: Tavtì àp ddbvatoyv ywpis aitiov YEveow
oyeîv. Tim, 28, a. I FRACCAROLI traduce « perocchè nascere senza uno da cui
nascere è impossibile a chi che sia » (op. cit. pag. 159), senza accorgersi che
l’introduzione dell’uno e del chi pregiu- dica l’interpretazione universale
(impersonale) del passo platonico. (2) Opa Yip, ei cor Toxeì dvaynatov civar
TAVTX TÀ yuyvopeva dra tv° altiav reyveoda. - IIPQ, “Eporje T@s Ydp dv ywpis
tosto yijvorto; - NA. Oòxobv Î, T09 movosvtos quos oùdev TAÙV Ovopati tig
aitias Trapiper, Tò dì moody nai Tattiov pls dv elim Aeyopevov Év; Fileb., 26
e. (3) ... Ap” obv f/eîtar pèv TÒ Towody del xatà quo, tè dè rorobpevov
etanodovbei yupvopevov Èxetvn; Fileb., 27 a. (4) FOUILLÉE — La philosophie de
Platon. — Paris, De Ladrange, 1869, I, pag. 490-1. PLATONH 45 capitoli del
Fedone (XLV-XLIX) in cui Socrate espone quasi il compendio di tutta la sua
filosofia a proposito della ricerca della causa della generazione e della
corruzione delle cose, e prima del meraviglioso amore che da giovane egli aveva
per la scienza fi- sica (mepì quoewg istopiay) per cui sperava di conoscere le
cause di ogni singola cosa (eldéiva ts altias Éxkotwv) e perchè ogni sin- gola
cosa nasce, e perchè si spegne, e perchè è (è tl yiyveta ÉExaotoy nai iù Ti
Arbdiutat xa dtd Ti ÈotL); poscia della delusione a cui per- venne per
l’oscuramento maggiore delle cognizioni che ne ri- trasse ; in seguito della
consolazione grande che egli ebbe udendo parlare d’un libro d’Anassagora ove sl
affermava come sia una mente l’ordinatrice e la causa di tutte le cose (0g dpa
vodg Èotv ò Sranoopiiv te xat TAvTWwv altiog) per la fiducia d’aver trovato un
mae- stro della causa delle esistenze (ètòkonaeiov T7s altiag mepi tiv dvtwv);
quindi della nuova delusione provata nel vedere colui far nessun uso della
mente (té6 pèv v@ oddèv ypWwpevov) nè assegnar causa alcuna all'ordinamento
delle cose (Oddé tivag altiac imatunuevov cis TÒ dlaxo- ouelv ta TpXYRATA) e in
fondo non saper discernere che altro è la causa di fatto (6 KAXo pév Ti Eom: Tò
aittov TG dvi) ed altro quello senza di che la causa non sarebbe causa mai
(&AA0 è° éxelvo, ob dvev cy oòdx dv Tot sim attov) ; e finalmente come si
rimise a cor- rere l’acqua un’altra volta alla ricerca della causa (tèv
debtepov TAOUV ÈTTÌ TIV tig aitiag SYymow) (1). Che se da questa drammatica
narrazione è facile certo rica- vare qual senso e qual posto secondario abbia
la ricerca delle cause fisiche o di fatto nella filosofia di Platone (2), non è
meno evidente lo smisurato ardore platonico per la ricerca della vera causa
suprema, e il saldissimo concetto che egli si fece della can- sa e della
ricerca della causa in generale nell’epoca più feconda della sua vita. $ 3.
Passiamo ora a ricercare che cosa Platone abbia pensato in particolare della
causa efficiente e della motrice, delle cause secondarie e delle primarie,
delle cause non intelligenti o ausi- (1) Fedone, 95 e - 99 d. (2) Per chiarire
questo punto si vedano gli studj accuratissimi del ROBIN: Etudes sur la
signification et la place de la Physique dans la philosophie de Pla- ton. —
Alcan, 1919. 46 CAPO II e > ° di. GS, di_1 ii — ‘19’ò liarie o necessarie o
erranti e delle cause intelligenti, della cau- sa finale e della causa formale,
infine della causa prima (1). Quanto alla causa efficiente potrebbero già
bastare le citazioni precedenti, tuttavia non mancano passi espliciti che
completano il concetto platonico della causa efficiente (momux) dbvauis) col
concetto della causa motrice (2); complemento organico perchè la causa
efficiente si rivela col movimento. In primo luogo pos- siamo appoggiarci alla
testimonianza stessa di Aristotele, il quale, mentre si studia di mostrare che
le Idee non sono affatto cause motrici, non può nascondere che nel Hedone le
Idee sono le cause dell’essere e del divenire, (T05 yiyveotdar attra TÀ elòn
Éotiv) (3). Dire che le Idee sono cause del divenire non significa dire che le
Idee sono cause motrici? Se Aristotele vuol lamentare qui la mancanza in
Platone d’un motore del mondo, come risulta dal contesto del discorso,
cominciamo a mettere fuor di dubbio che Aristotele stesso ammette le Idee
platoniche come cause motrici, senza pregiudizio della questione della cansa
prima motrice del mondo, che esamineremo tra poco. In secondo luogo possiamo
appoggiarci a tutti i passi plato- nici in cui si parla di «cosa che produce
cangiamento ), perchè noi sappiamo già da Platone stesso nel Z//Zebo che Ta
causa e ciò che produce (%t% xa t 721057) sono la medesima cosa. Che. oltre
alla causazione dinamica delle Idee, Platone rico- (1) Può essere interessante
ricordare che cosa gli antichi stessi abbiano pen- sato intorno alla novità
dell’aitiologia aristotelica di fronte alla platonica. Ora Simplicio, nel suo
tentativo di mostrare la conciliabilità perfetta delle due dottrine con grande
nettezza e fermezza di esplicazione giunge a questo risul- tato, riassunto dal
VacherOT: « Tous les principes de la philosophie d’Arist., la matière, la
forme, le moteur, la fin se retrouvent dans la doctrine du Platon. Pour la cause
matérielle et la cause motrice, cela est évident. Quant è la forme, on vient de
voir qu'elle n’est autre chose que l’idce (Simplic. in categ., I, 5). Enfin il
n'est pas permis, quand on a lu le T'imée, de soutenir que Pla- ton a ignoré la
cause finale ». Vacueror — list. crit. de V'ée. d’ Alex. — Il, pag. 399. (2) «
Que Platon ait connu et décrit la cause efliciente, la cause motrice, c’est ce
qui ne peut plus faire l’objet d’aucune doute, en dépit des toutes les as-
sertions d’Aristote ». FouILLÉE, op. cit., I, pag. 499. (3) “Ev dì 16 DPalduw
oSrws Afyetat, ce xa tT05 siva xal toù Yiyveoda citta TÀ eÈn Botiv. xaltor TOY
eld@v dviwv Bpws où Yiyvera: tà peteyovta, Gv pi 7 Tò xvioov. met., A, 9, 991,
3-5 D. PLATONE 47 nosca anche l’anima come causa motrice è del pari innegabile
(Fedro, 245 C.). La considerazione poi
delle cause motrici ci trascina alla di- stinzione delle cause secondarie dalle
primarie che ha valore capitale nella filosofia di Platone. Esplicitamente
Platone asse- gna le cause motrici nel numero di quelle cause ausiliarie (tavt
oùv Tavt’ goti Tv Euvattiwv) delle quali dio si serve per rappresentare l’idea
del bene colla massima perfezione possibile. Schierandosi contro l'opinione dei
più (òrè t6v mietotwv) Pla- tone ritiene che queste non sìano le vere cause
delle cose, perchè non hanno nè ragione nè intelligenza (A6yov ÎÈ odbéva odèè
votv) e afferma che chi ama l'intelligenza e la scienza deve ricercare co- me
primarie le cause intelligenti (av&yan tàs t7,6 Èuppovoc quoews aitias
TpwTÀs peradiwxev) è come secondarie quelle che sono mosse e muo- vono
necessariamente (fox Tè dr’ dA Awy utvovpevwv, Étepa Tè E dvdy- “ns xivobvimyv
YEvovta:, Tevtipac) (1). Qual'è dunque il valore di que- sta distinzione dei
ane generi di cause (apeotega tà TOY aîtov fem)? Iiecc una questione frattanto
da cui il merito di Pla- tone non esce che notevolmente diminuito. Invero, nel
racco- mandare giustamente la trattazione separata (ywgis) delle cause primarie
e delle secondarie 0 motrici, egli aggiunge che quelle producono con
intelligenza ciò che è bello e buono, mentre que- Ste, sfornite di ragione
(povwbeoa gpovoewe), agiscono volta per vol- fa a caso e senz'ordine (tè tuyév
dtaxtoy Endotote EtepyAsoviai) (2) Da altri passi sicuri risulta che le cause
che Platone chiama se- condarie ( Sevtépas) 0 del numero delle ausiliarie (t@v
Euvattiwy), procedenti a caso ‘t0y6y) e senz'ordine (dtaztov) sono le cause
necessarie (xîtiar dvayuatar, Ti dvd, #£ avkyang) E la ricerca di que- ste
cause è infine da Platone identificata con quella della causa errante (t75
mAavwpevns eiTog aitize), dovunque sia naturalmente di- sposta a condurre (7)
qgipev Tepuze) (3) (1) Tim, 46 d-e. (2) Tim, 46 e. (3) Tim, 48 a. Il RoBin,
respingendo la traduzione di Th. H. Martin — (comme la nature des choses
comporte) come inaccettabile, e quella dell’ArcHER- Hinp — (its moving power)
come troppo vaga, traduce la frase 7) qépetv TÉ- puxev con « par où sa nature
est de porter », rimpiangendo vivamente di non aver potuto utilizzare la
versione commentata dal nostro FRACCAROLI, (0p. cit., pag. 14, nota) il quale traduce
« secondo che per sua natura coopera » (FRac- 48 CAPO II Nasce da quest’analisi
che Platone tratta con soverchia seve- rità la ricerca delle cause motrici
seconde o ausiliarie o erranti o necessarie, mostrando d’avere della necessità
causale, di cui la fisica deve occuparsi nelle sue ricerche sperimentali (Ehm.
... B&Gavos) un concetto estremamente antiscientifico, e remotis- simo
quindi dallo spirito moderno della scienza e della filosofia. In verità per
curare gli scopi della filosofia noi non sentiamo punto il dovere di screditare
Ja ricerca delle leggi causali della, natura. La fisica invece appare a Platone
una scienza in tutto secondaria e appena capace di raggiungere la
verisimiglianza, quando non giunge a considerarla come una vera ricerca del di-
sordine e del male. Quanto alla causa finale la critica ha non solo il diritto
ma il dovere di riconoscere che Platone n’ebbe piena e sicura nozione, sulle
orme incontestabili di Socrate, malgrado tutti i dubbj ele- vati in contrario
da Aristotele (1). Invero, fissato il cardine delle cause prime o di natura
intelli- gente (petà vos), Platone oltrepassa perfino il metodo socratico delle
cause finali col suo metodo delle Idee, convertendo senz’al- tro la causa
finale în Idea. E in questa conversione consiste evi- dentemente la via nuova
della sua seconda navigazione (Zebtepov tio6v). Quando Platone parla della
causa vera di un oggetto. certamente egli vuol parlare della suna Idea cioè
della sua. perfe- zione ideale. La grande concezione platonica delle cause è
tutta qui. Quella causa dell'accadere che a Platone sta più a cuore di
determinare non è già quella che noi potremmo dire causa scien- tifica, ma è
propriamente la causa finale, cioè PTIdea. Non dun- que la causa in senso
fisico 0 psichico, oggetto delle scienze esatte, ma la causa teleologica. pura,
oggetto d'una metafisica CAROLI, 0p. cit., pag. 243, nota). Ma il FraccaroLI, è
mio giudizio, non è stato ben ispirato nella traduzione di questo, perchè
anzitutto si lascia sfuggire il senso dell’) (che fu trovato dal RoBix)
connesso evidentemente al concetto di moto implicito nella causa miavwpévy (che
fil F. fa male a tradurre con mutevole) poi aggiunge il concetto « di
cooperazione» che, filosoficamente par- lando, non si spiega, anzi deve
considerarsi come un vero errore. (1) Cfr. JANET — Les causes finales. —
Appendice IX, Platon et les causes finales, pag. 710-735. Il rimprovero d’Aristotele a Platone
è mosso in Metaphys. I, vir, 988 Db-8. PLATONE 49 intesa a considerare l’idea
del Bene come causa di tutto l’uni- verso (1). Alla causa finale o ideale
infine fu dato anche il nome di causa esemplare (aitia rapadersuatzi)) per
quella teoria delle idee, stanti come esemplari alla natura (tà pèv id” tvb’
dborep mapadetfuata otavar Èv tf) gbos) (2) che sarebbe supertino ripetere.
Quanto alla causa formale bisogna innanzi. tutto notare che Platone ad un
principio inattivo, considerato come il ricettacolo eterno (y®pa det),
l’infinito, Vindeterminato, l’ine- guale, la pura diversità, la pura pluralità,
l'instabilità e la mo- dalità incessante, il non uniforme, (tò avopadov), ciò
che ha atti- tudine a partecipare (tè pebextxòv), l’amorto (tè dpopgpov), ciò
in cui si fa lo stampo (èv © éxturobpevov), il recipiente universale
(mavdeyé6s) oppone il principio sommamente attivo e causativo dell'essenza
intelligibile, o Idea, considerato come ciò che ha i caratteri oppo- sti a
quelli, cioè come unità, eguaglianza, identità, stabilità, immutabilità,
insomma come forma. «La forma, osserva giusta- mente il Robin, è dunque motrice
rispetto a ciò che è sprovvisto di ogni forma» (3). Abbiamo bisogno d’altro per
convenire che Platone riconobbe e impiegò il concetto di cansa formale? Ren-
diamoci più tosto conto che Platone non attribuisce un’azione causale a quella
prima essenza indeterminata ma divisibile alla quale Aristotele darà il nome di
din e valore di causa materiale opposto all’azione causale della forma
indivisibile. La materia non è ancora causa presso Platone, mentre il suo
principio opposto ha già funzione di causa e di motore. La fun- zione motrice
del principio formale, inoltre, confonde non poco i due concetti di causa
efficiente o motrice e causa formale che Aristotele invece tiene accuratamente
distinti. Questo è vero. Ma ciò non toglie che «il meccanismo di Platone non si
com- prenda che per mezzo d’un dinamismo che è un dinamismo della forma )) come
ha mostrato molto accuratamente il Robin (4). DI (1) Questo punto è stato
afferrato con nettezza dal WinpELBAND — Storia d. filos. — trad. it., Palermo,
1910, I, pag. 161. (2) Parm., 132 d. (3) RoBIN, op. cit., pag. 43. (4) RoBIN,
op. cit., pag. 95. Del resto rispetto alla causa formale in Platone. Cfr.
ZeLLER: Die Philosophie der Griechen, II, 1, pag. 695. (44 ediz.). PASTORE —
Storia critica del problema della causalità. 4 50 CAPO II Finalmente quanto
alla causa prima, poichè Platone ammette un’ascensione dalle cause secondarie
alle primarie, dalle ne- cessarie alle intelligenti, e pone l’universo
governato con ammi- rabile ordine da una mente suprema (1), in vista di quel
fine supremo che è il bene, sembra naturale supporre che egli non si sia
arrestato al mero ordine delle cause mobili e multiple, re- motissime
dall'Immutabile e dall'Uno. Del resto la base ultima del nostro giudizio verrà
indicata nella chiusa di questo capi- tolo. In mancanza di più esplicite
citazioni non si potrà tuttavia attribuire poca importanza al fatto che
Platone, così screditato per la dottrina delle cause, introduce invece per il
primo Vl’im- portantissimo concetto d'una causa al più alto grado (aitwIkT) (2)
che è poi la causa di genere divino (opposta alla causa ne- cessaria) per la
quale ci è possibile conseguire tutta la felicità che comporta Li nostra natura
(3). Tali i passi più importanti che ci provano quanto alto si sia Jevato
Platone nell’indagine analitica delle varie specie di cause. Innanzi ad essi
noi possiamo quindi arrestarci a considerare in quale errore sia caduto
Aristotele apprezzando i contributi par- ticolari di Platone circa la dottrina
delle cause. S4. Procedianio ora alla considerazione della sintesi. Vedremo che
Aristotele, anche su questo punto, si discosta dal vero (quan- do, per pensare
solo alla propria sistemazione delle quattro (1) Fileb., 28, d. (2) Tim., 76 d.
(3) Tim., 68 e - 69 a. Per la comprensione della causa suprema il Fracca- ROLI,
ricordato il passo Zin., 25 d-e, (Dicasi adungue qual fu la cagione per la
quale costituì la generazione e questo universo colui che To costituì. Era
buono ete.) commenta: « Verso la fine del libro VI della Repubblica la causa
suprema è detta essere Q0Ti dvaliv, questo è identico col v05g secondo Phi Leb,
pag. 22 C., op. cit, pag. 164. Nel tibro VII della Repub. infine si trova
questa dichiarazione che ha valore definitivo: « Agli ultimi confini del mono
intelligibile è l’idea del bene, che »'intravede appena, ma che non si può
apprendere senza concludere che essa è Li carsa di tutto ciò che v'ha di bello
e di buono (©®gs %oz T%0: TivIWY abty dol'év te xa zeA by aittz) ; che nel
mondo visibile essi produce la luce e Tatto donde essa proviene; che nel mondo
invisibile, essa è che produce direttamente la verità e l'intelligenza (ev TO
vanto adi nuota din derar vai voiv raozoyopîvni Rep., VII, 5-7. \=-v- Er, e dl
Rn Sean rp ia oi PLATONE 91 n a — — lit ..,} _-’006@6Ò6@’‘@0. il ili cause,
troppo neglige l’aitiologia sistematica del suo maestro o se ne appropria i
meriti, freddamefite concedendugli solo l’ori- ginalità dei difetti. Vedremo
che chi ha inteso bene Platone deve concedergli anche il pregio della: sintesi.
Questo diciamo, s'intende, per aver riguardo all’età che fu sua. Invero è pro-
babile che il procedimento sintetico di Platone abbia reso ora- mai tutti i
servigi che poteva rendere, ma ai tempi suoi non può negarsi che abbia dato un
potente ajuto allo stesso Ari- stotele. L'intento generale della dialettica
platonica è di mirare e cogliere in tutte le cose l’unità, prima ratfrontando
cioè oppo- nendo, poi superando i principj esclusivi con una doppia sin- tesi
negativa e positiva, infine salendo al principio supremo della Idea. Questo
processo distintivo e unitivo, anche facendo astrazione dall’ultima fase, già
permette a Platone di superare così la molteplicità pura della scuola jonica
come l’unità pura della scuola eleatica, salvandolo in tal modo sia
dall’indefinita pluralità del politeismo sia dall'universale identità del pan-
telsmo. | E la stessa sistemazione delle cause anche solo in questo pri- ino
campo viene già promossa gradualmente conforme allo spi- rito generale del
metodo piatonico, che è tutto nel distinguere e nell’unire. Ma il trionfo di
Platone è completo quando affronta i sistemi esclusivi, colla pienezza della
sua dialettica. Per far comprendere lo spirito della sua dialettica basterà
abbozzarne ie grandi linee. Osserva egli, per esempio, che i suoi predecessori
cli danno due principj differenti: l’indeterminato (Tò &repov) e il
determinato (tè répag), il principio indeterminato che Ari- stotele chiamerà
della causa materiale e il principio Aetermi- nante della causa formale, il
principio della pluralità e il prin- cipio causale dell’unità. Invece di optare
per l’uno o per l’altro, nel Sofista, prima li raffronta a lungo e li
approfondisce, opponendo l’indefinita plu- ralità all’universale identità di
Parmenide come tesi ad antitesi, poi li rifiuta entrambi in ciò che hanno di
falso (sintesi negativa), quindi li aecetta entrambi per quel che hanno di vero
(sintesi positiva), infine, con ultimo slancio, superando ancora la, per-
fezione sintetica relativa colla perfezione assoluta, si eleva alla 52 CAPO II
luce suprema dell’Idea del Bene. Si può quindi mettere fuori di discussione un
punto capitale. È evidente che l’esame in cro- ce delle questioni
(cross-eramination) di cui parla con tanto acu- me il Grote (1), non colpisce
tutto il procedimento dialettico di Platone, neppure con l’aggiunta di
quell’elegante incrocio di quattro tesi opposte, atto a farci vedere ogni
questione sotto quattro aspetti principali ed egualmente necessarj ad una solu-
zione completa, che fu additato per la prima volta, con preziosis- sima
rettifica, dal Fouillée (2). Invero, a discussione finita, chiu- so cioè il
ritmo dialettico della tesi, dell’antitesi, della sintesi negativa (tò
oddétepov) e della sintesi affermativa (Tò Gupbtepov) costituenti V’esame in
croce della questione secondo il Fouillée, vediamo che Platone si affida ad un
processo superiore, cioè al pensiero puro e perfetto della suprema unità. alla
vonots. e sulle ali di questa si eleva al sole intelligibile delP’Idea del
Bene. Questo metodo, che pone ancora un'unità sopra la sintesi e che quindi si
potrebbe chiamare ipersintetico, egli impiega eviden- temente nel Parmenide,
nel Sofista, nel Filebo. Per questo metodo egli può dire, in primo Iuogo, che
la varietà delle cose sensibili è prodotta dal coneorso di due principj oppo-
sti: la materia prima e indeterminata, simile alla perfetta oscun- rità e la
forma determinante simile alia perfetta luce: e, di più, che il mondo sensibile
è la regione delle ombre in cui l’oscurità sì mesce alla luce nelle più
svariate. proporzioni. Somma è V’im- portanza dialettica che bisogna attribuire
a questo metodo (tri- nitario) per cui Platone pone l’uno il multiplo e
Punomultiplo, la forma la materia e il misto (tè pextéy), il finito l’infinito
e il rapporto intermediario fra i due, perchè si ha qui non solo il ter- mine
medio fra le idee di Pitagora e i fernarj della scuola d’ A- lessandria, ma
veramente l’addentellato con la dottrina causale d’Aristotele circa
l’opposizione della causa materiale e della causa formale e il loro concorso
nella produzione dell’individuo, sinolo d’entrambe. In secondo luogo, per la
necessità di asse- gnare una causa anche a questo intermediario (zitta ts
plTewg), (1) GrotE — Plato and the other companions of Sokrates. — 3 voll.
London, Murray, 1867. (2) FOUILLÉE, op. cit., I, pag. 11 e ss. PLATONE 53
necessità chiaramente riconosciuta dallo stesso Platone (nel fi- lebo) e
sodisfatta col ricorso alla vera causa cioè alla causa esenm- plare (aftiov
mapaderfpatxbv) in ultima analisi riducibile secondo Platone alla causa finale,
anche la nozione di quest’ultima causa viene attratta nell’orbita della
sistemazione e così, superata la stessa tricotomia, viene spianata la via della
sintesi aitiologica allo Stagirita (1). Nessuno prima di Platone aveva posto
con sì geniale franchez- za la teoria delle cause intermediarie a spiegare i
gradi delle cose, e affermato il misto e la necessità di spiegarlo casualmente
con l’assoluto o col perfetto o col puro (tò xaBapév, tò téAetov) che per
Aristotele non potrà essere che il divino. Anche per questa suprema ricerca
causale dell’unità Platone adunque prepara la strada ad Aristotele. Non è qui
il luogo di chiarire il rapporto intimo fra l’universale intelligibile di
Platone e l’individuale intelligibile d’ Aristotele, nè di mostrare come
approfondendo il primo si trovi il secondo ce viceversa. Piuttosto da ultimo si
noti che Platone riconobbe, in tutta la sua portata, anche il grande principio
famigliare ai neoplatonici, che ogni causa contiene in - sé, sotto la forma
dell'unità, tutta la molteplicità dei suoi ef- fetti possibili. $ 5.
Concludiamo. Si ostinano i più a credere che la dottrina platonica della
causalità sia trascurabile (2). Credono forse di segulre l’autorità
d’Aristotele che mosse tanti rimproveri al pensiero del suo immortale maestro.
Bisogna essere al contrario profondamente persuasi che l’aitiologia di Platone
è indissolu- bilmente congiunta a quella di Aristotele. « V’ha in Giove, dice
Platone nel Filebo, in ragione della sua potenza di causa, un’anima regale (DuyN
Paotdtxi), un pensiero re- gale, e nelle altre nature altre qualità (derivate
da questa) qua- (1) A proposito di questa xitix del Filebo, il FrACccAROLI nei
suoi Prolego- meni dichiara: « La «tia dunque, anche qui come nel Timeo, è il
demiurgo; non la causa formale ma la causa efficiente espressamente definita
come la sapienza e l'intelligenza » e nelle note (1) e (2) si appoggia
all’autorità del TrHomPson, dello ZeLLeR e del BertINI. (op. cit., pag. 108).
(2) Il KoniG trascura la dottrina platonica. D4 CAPO II lunque sia Il nome
sotto cui piaccia a ciascuno di designarle » (1). «Il pensiero è esso stesso la
verità o ciò che v'ha di più simile ad essa e di più vero, e infine ciò che
v'ha di più vicino alla causa (to) altiov ocvyyeveotepov) cioè al Bene supremo»
(2). Questi passi così espliciti ci dànno la misura dell'altezza metafisica
della dottrina di Platone intorno le cause. L’identificazione della suprema
causa col supremo Bene: ecco il risultato più alto della speculazione
platonica. Vedremo che Aristotele per contro si ele- verà all’identificazione
della suprema causa col supremo pen- siero cioè col pensiero del pensiero.
Insomma Platone esalta il pensiero del supremo Bene, Ari- stotele esalta il
supremo bene del Pensiero. Tra questi due vertici opposti ondeggeranno tutte le
soluzioni posteriori del problema metafisico della causalità. Ma non anti-
cipiamo il responso dei secoli. (1) Phil., 30 d. (2) Phil., 65 d.
le=yr==/yj Aristotele. $ 1. Aristotele,
giunto a conoscenza di tutti i contributi aitio- logici delle scuole
precedenti, dopo d’averli, con profonda ana- lisi critica, comparati, discussi,
purificati e approfonditi, li de- finì, quindi genialmente li compose in un
sistema organico nor- mativo non solo ma costitutivo di tutta la sua concezione
scien- tifica e filosofica. Niuno forse più e meglio di lui riconobbe
l’importanza fon- damentale del problema della causalità e nei limiti della
scienza e della filosofia del suo tempo attese alla relativa distinzione della
causa scientifica dalla filosofica, iniziando un ammirabile tentativo di
conciliazione. Niuno certo più e meglio di lui seppe elevarsi al principio
della causa finale e suprema dell’universo solo per affermare il purissimo
principio di direzione e di perfezione universale. Pone egli invero il principo
della causa suprema, ma non l’identifica col principio universale infinito e
assoluto dell’essenza e dell’e- sistenza degli esseri individuali e
contingenti. Questa guardinga sospensione di giudizio circa l’identificazione
del principio della causa suprema col principio sostanziale dell’essere e la
conce- zione della vita universale come un sistema di esseri individuali aventi
in sè stessi l’essere e il movimento, ma tuttavia dipen- 56 CAPO III denti da
una causa supremi per la direzione perfettiva della loro attività (1) assegnano
alla dottrina aristotelica della cau- salità metafisica nna posizione
eccezionale. Trascurando queste avvertenze non si potrebbe cansare un grosso
equivoco nella di- scussione che verrà in seguito alla parte espositiva. YZ.
Aristotele {2) ha sempre riconosciuto che «L'eccellenza del sapere sta nello
speculare il perchè » (xvprbtatov tod eldéva Tù Goti Bewpeîy, naliyyt. post. I,
14, p. 79 e 23). È certo superfino ricordare che «conoscere il che e il perchè
è cosa diversa » : (TÒ D'UTI Tiapfper rai tù Uioti ertotaoba:, unaliyt, post.
1, 13, p. 78 a 22). Occorre piuttosto avvertire che, secondo Aristotele, si
possono fare quattro questioni fondamentali intorno ad una cosa : urtobpev TÈ
TeTtTapa TÙ Bui, tù Gibuti, eì fot, ti fomv (unalyt. post. II, I, p. S9 b 23).
IT t6 &t concerne La qualità, il © &éula causa. I eî tou l’esistenza
della cosa, il ti got Vessenza (0d02). Quindi, premesso che «li conoscenza del
perchè ci conduce non solo illa causa (Tè dè Grom: niotuotta:, fot Tè Ti 109
aitiov ETlatacì a: anelyt. post. 1, 6, 35) ma veramente alla causa prima »(...7
dè TOI CLOTL ÈNOTI|IM XAaTtà TÒ Toîbtoy aîtiov, unalyt. post. T, 13, p. 18
& 22) tutta la sua curiosità si concentra in quella speculazione, che per
conferma del senso comune e della storia consiste ap- punto nella conoscenza
delle ragioni delle cose e massime delle prime: «poichè noi non pensiamo di
saper una cosa che allor- quando crediamo di conoscerne lai causa prima»
(meteplys. A, 3, 25-20). Il tratto distintivo della voga (3) aristotelica è
dunque la posizione del problema delle cause in ordine a cui Aristotele riuscì
a stabilite La seguente distinzione che restò famosa in tutta la storia della
filosofia: della. causa formale, della. materiale, della efficiente e della
finale. | « Siccome è evidente che bisogna acquistare la scienza delle cause
prime (perchè allora diciamo di sapere una cosa, quando (1) È la tesi del
VacneroT nella sua opera //istoire critique de V’école d' Ale- sandrie. —
Paris, 184-1851. (2) ArisroT., I, Bekker. Acad. R. Borussica, 1831. (3) S.
Tommaso chiamerà poi scicntia o demonstratio quia la prima (ét) e demonstratio
propter quid la seconda (doti). Summ. Theol., I, q. 2, art 2. ARISTOTELE 57
crediamo conoscerne la causa prima), si distinguono quattro sor- ta di cause :
la prima è l’essenza (eîg tov Abyov e tò TI Fyv eivaz..., TÒ cidoc) la seconda
è la materia (î,6)m)e il soggetto soggiacente(ttò roxeluevov), la terza è il
principio del movimento (tè ddev @ xo, dpyM t7 xvnoews), la quarta infine è
quella che è opposta alla precedente, cioè la ragione e il bene (delle cose),
perchè fine di ogni genesi (tò od Évexa) e movimento a questo (1). Sono la
causa formalis, la causa materialis, la causa cfficiens, la causa finalis,
secondo la denominazione degli Scolastici (2). Per risolvere le intricate
questioni successive è fortunamente possibile stabilire un canone
d’interpretazione di tutta la teoria ricavandolo dall'esame dei tratti più
caratteristici delle singole cause. Con questo canone noi avremo modo di
scoprire e in qual- che modo di misurare la parte di verità e la parte d'errore
del- lV’intiera aitiologia metafisica di Aristotele. È ben vero che il canone
che si proporrà non si trova espresso in nessun'opera di Aristotele. Tuttavia se
si potrà dimostrare che esso non è che l'attuazione di ciò che si trova ancora
virtualmente nella dot- (1) dti pèv obv ) cogla Tepi tTivas altiuc xal doy kg
EGTIV STLOTYIT), DTA 0Y. (metaphys., A, 982 a. 1-8). “Ereì Tè qpaveody Du cv SÉ
doyîg aitiwv Cel Axdeiv SRO TI rv (Tote vip eibiva papèv Enaotov, Bray tiv
rpoTi UITILI MUEdz Mrwpizt), Ta Ò° altra Afyetar tetozy me, My puixy ue vo
aitiav pay siva. Tim o)oiav xa TO TI Îjv civar avàkfetar Yao TÒ Dà TI eis TÒv
.6y0y EOYatov, aittov DE vai OYN TÒ dà Ti Tp@toy Étépay dÈ tiv bDAnv xa tÒ
broxetuevov, Tpitnv di Ouev 7) doyi T7jg xivijoemws, Tetkptny DÈ Tv
avtmermnevny aitiav TALTN, TÒ ob Evexa nol TAfxdov TE)OS Yoko Yyeviosws val
umioemws T4ONS TOIT° EGTiv. (metaphys., A. 3, 24-32). In questo stesso luogo
Aristotele stesso rimanda ai suoi libri di Fisica per una sutticiente
esplicazione di questi punti. I quattro principj causali sì trovano invero
nelle Physic. Ausce., ma con ter- mini e ordine un po’ diversi. Cfr.
segnatamente: Physic. Ause., II, 3, 14-25. Inoltre anche nei Secondi Analitici
si trova: "Ere dì tniotacda: 0 ‘ope da OTAv sid@puev Tiy 2îtiav, aitia: dè
TETTAPES pia pèv tè ti uu eiVat, pia GE TÒ Tivwy Uvtwy Avkyan TODT° civa:,
ETÉ0a È Î) tr TpotOoy Exivnoe, Tetzotm TÈ TÒ Tivos Svexa, mica: ata: Td t0)
peocu Getxvuvta:. (analyt., post. II, 11, 20-24). (2) L'aggiunta della causa
esemplare sempre mentovata dagli scolastici (Ex- emplar est id cujus
similitudine ens est id quod est) è giustificata dallo stesso Aristotele:
&AAov dè (TPOTOV), TÒ eÎdog nat TÒ Tapidersua TOoSTO d'EOTIV XA6yos tod ti
sîva:. metaph.,V, II. Cfr. J. C. GLaser — Die metaplhysik des A- ristoteles. —
Berlino, 1841. Mme 58 CAPO III trina aristotelica, l’interpretazione critica
che se ne dedurrà non mancherà assolutamente di base. Elenchiamo i tratti
caratteristici del sistema cansale secondo Aristotele. 1°. Le quattro cause
aristoteliche sono divisibili in due coppie, secondo il doppio senso della
sostanza (1): «) La coppia della causa materiale e della causa formale
costituenti l'odota (so- stanza in sè), l’essenza originaria autostante : D) La
coppia della causa efficiente e della causa finale costituenti 1° odota obvodog
(la sostanza con le sue categorie o determinazioni del reale). 2°. La prima
coppia (causa motrice e causa finale) è intem- porale (eterna), la seconda
(causa motrice o iniziale e causa fi- nale) comprende il mondo del divenire
temporale. 3°. Le due coppie corrispondono a due processi distinti : a) dalla
causa materiale alla formale, è un processo dia- lettico di individuazione che
avviene per negazione di forma e nell’eterna attualità del pensiero ; b) dalla
causa efficiente alla finale, è un processo cineticv di elevazione che avviene
per gradi e nel tempo attraverso una infinità di individui. 4°. In ogni coppia
le due cause si oppongono, cioè la finale è contraria (aptxepév) alla
efficiente o iniziale, la formale alla materiale. 5°. Questi opposti non
esistono isolatamente, hanno invece un termine medio che li riunisce. Il
termine medio del processo di individuazione è il sinolo, il termine medio del
processo di ele- x . vazione è il sinodo. « Noi, dice Aristotele, evitiamo
agevolmente (1) Si noti che la sostanza può avere molti e diversi significati;
Aristotele stesso l’avverte (Cfr. metaphys, Z, 1, 1028 a, 10) e ne distingue
almeno sette : . l'essere in sè ;. . l’essere secondo le categorie; . l’essere
in potenza ; . l’essere in atto; . l’essere accidentale ; . Vessere vero; .
l’essere falso. Ma, facendo astrazione dai due ultimi, che concernono
l’attività discorsiva, i due sensi riferiti nel testo (che sono poi i due primi
di questo elenco) sono i fondamentali, poichè il terzo e il quarto (riferibili
alla materia e alla forma) rientrano nel primo, e il quinto nel secondo. J Dì
ARP LN ARISTOTELE l 59 la difficoltà (l’antitesi incompatibile del dualismo)
ammettendo fra 1 due contrari un terzo termine, fuîv dé Meta tosto edAGYWwGS tO
tpitov ti elva: (Metaplhys. A, 10, 1075 a, 31). 6°. Il termine medio delle due
coppie causali è identico, perchè è sempre e solo l’individuo reale. Tenendo
conto di tutti questi tratti si può dire che le due coppie causali non essendo
coincidenti, nè per i termini, nè per ì caratteri anzidetti, tuttavia avendo il
termine medio comune sì incrociano in un punto nnico che è il vero termine
medio, sinodo e sinolo reale per tutte le cause. $ 8. Premessi questi principj
e schiarimenti teoretici a intel- ligenza delle voci e delle nozioni più
comuni, consideriamo sen- valtro l'aspetto e il valore di tutta quanta
l’aitiologia di Ari- ,stotele dal punto di vista metafisico, che è il più
importante nel suo sistema. La. Metafisica di Aristotele è in ultima analisi
una Teologia fondata sopra una Protologia ed una Ontologia. Tale dottrina in
genere si risolve in una concezione logico-metafisica del processo causale
sempre tutto in atto nell’universo, dalla realtà concreta degli individui alla
purissima essenza del pen- siero puro (1) cioè di Dio. (Apyî} dè #) vinote)
metapliys. A, T, 1072 a, 30). i Il nocciolo del sistema è tutto qui: la
concretezza e Vunità delle cose individuali, in moto perpetuo verso il pensiero
puro (vino:ts vorcewc) identico coll’atto puro, cioè Dio (Éws tg t05 del wt-
vobvtos tpwiwe, metapliys. B, 1050 b, 56). In Platone c’era l'idea e il
fenomeno separati quasi assolutamente fra loro, perchè que- sto passa, quella
resta (2), in Aristotele troviamo la forma (tîos O popo) atto, specie, l'ente
in atto (tò èvepyela dv) e la ma- teria (dA) potenza, genere, l'una in potenza
(tò duvàape è) inse- (1) La nozione aristotelica della « purezza » applicata
all’atto del pensiero si risolve nel più alto grado di determinazione. Questa
nozione è completa- mente obliata da coloro che — sostituendo al senso
defettivo il perfettivo — non sanno concepire il pensiero puro che per
dPalpeots. (2) È noto, per la dottrina della pedetes, che le idee, secondo
Platone, non sono completamente separate dalle cose (dualismo integro). Dove
invece il dua- lismo nettamente appare è nella opposizione della materia eterna
alle idee. Ma intorno a questi oscuri punti platonici è ben difficile, per non
dire impossibile arrivare ad una soluzione unica. 60 CAPO III parabilmente
congiunte nella unità concreta dell'individuo (1). Per virtù d’un incessante
moto, processo dialettico e cinetico, cioè per un rispetto materiale e formale
— come quello che tende dalla virtualità all’attualità — per altro rispetto
efficiente e fina- le — come quello che parte dall’inizio e giunge al fine cioè
tende alla entelechia (stato di perfezione in cui la sostanza. sì trova pie-
namente attuata) — la forma (sempre determinata, anzi determi- nante)
progressivamente differenzia la materia (sempre indeter- minata, ma
determinabile), contemperando il particolare e il ge- nerale nell’unità
concreta dell’individuo. La materia tende per intima necessità (per causa
necessaria) verso la forma, come la potenza all’atto, il genere alla specie, e
la forma per intima finalità (per causa finale) s'impronta della materia. Ma la
vera causa delle cose sospinte dalla causa motrice o efficiente è il tine o la
causa finale, ciò per cui ogni moto si fa tè 09 Évexa. S 4. È quanto dire che
questa teoria si risolve in una interpre- tazione logica e teleologica
dell’universo. Radunando tutto il disegno di Aristotele, si capisce che il suo
criterio classificativo delle cause è legato al proposito di mostrare che le
cose del mondo, in generale, non sono illogicamente isolate fra loro e in certo
modo sospese nel vuoto, ma che si poxsono anzi si de)- bono riattaccare con
saldi vincoli ad una ragione direttiva e perfettiva suprema, posta, nel sistema
armonico di tutte le cose aspiranti ad un fine comune, come assoluta identità
del soggetto e dell’oggetto del pensiero, somma: e perfetta unità del pensiero
eterno che eternamente pensandosi si realizza. Massimi problemi metafisici
questi, ai quali era impossibile che sfuggisse il grande discepolo e oppositore
di Platone, nonchè riassuntore di tutti i filosofi precedenti, del cui nome
risuonano da più di duemila anni le scuole filosofiche di tutto il mondo. Ne
tali sono e non altre, in realtà, le dottrine aristoteliche intorno alla base
dell’interpretazione causale dell'universo, una conclusione critica si impone.
Bisogna riconoscere che Vaitio- logia metafisica di Aristotele ha tutta
Vapparenza d’un sistema composto per un puro atto di fede e sospeso per un filo
al regno (1) *Eot d'Î) pèv DAN Covapus, Tò d'eldog SvieMeyeta. De anim., II,
Cap. 1. ARISTOTELE 61 possibile della logica universale. Quindi s'impone la
necessità d’uno schiarimento sopra la Logica metafisica di Aristotele, per- chè
senza di questa la sua costruzione causale metafisica sarebbe quasi muta. $ 5.
Per ogni critico animato dal sincero proposito di sostenere la causa della
logica sotto tutti i suoi possibili aspetti, se v'è un punto chiaro circa il
valore generale della logica aristotelica è questo che il Aéyog presso
Aristotele abbraccia due valori irre- ducibili : uno sintetico e uno analitico.
L'uno però è sempre ben distinto dall’altro, tanto che si riscontrano in lui
due dottrine a parte: la logica metafisica della Filosofia prima e la logica
sillogistica dell'Organo (1). Questa verità disgraziatamente non è riconosciuta
da tutti. Ma anche Vintima relazione della dottrina causale metafisica di
Aristotele con la sua logica si può giustificare in modo sufti- ciente a farci
comprendere che non è un’illusione parlare, in campo metafisico, di logicità.
Tutti sanno che cosa sia e qual funzione connettiva abbia nella logica formale
dell'Organo il termine medio del sillogismo. Ora, se consideriamo che la tota-
lità della realtà per Aristotele è come un sistema logico di cui i termini
estremi sono le cose infime del mondo del divenire € le supreme, qual sarà il
termine medio dell’immenso sillogismo x Si può dare una risposta calzante.
Posta da una parte la ma- teria, dall’altra la forma, quella come la potenza
(xat4 3ivapu) questa come l’atto, (xat’ Eévepyeiav) (2) quella come il genere,
que- (1) Invece di logica metafisica o sintetica e logica sillogistica o
analitica, diciamo e diremo spesso anche: logica reale e logica formale, ma molto
meno bene, perchè — in fondo — non è forma (oltre al resto, s'intende) anche la
realtà ? e non è forma analogamente anche il pensiero reale? Quindi si ca-
pisce che tutta la logica aristotelica è in certo modo formale, come ha detto
egregiamente il Prantl; lasciando (per parte nostra) impregiudicata la que-
stione del vero valore della così detta logica formale o astratta rispetto alla
logica metafisica, giacchè il Prantl in questo giudizio esagera molto. Il
termine « 6Y06 ha notoriamente presso Aristotele più significati. Ciascuno di
essi è determinato dal contesto in cui A6yog viene a trovarsi ». COvoTTI, op.
cit. pag. 105 n. (2) Secondo il FouiLLég la vera originalità di Aristotele è
nella concezione della materia come semplice potenza e della forma come atto e
sopratutto nel modo con cui ha concepito quest’ultimo. (La philos. d. Platon,
II, pag. 130). 62 CAPO HI sta come la specie e analogamente da un lato la causa
efficiente, dall'altro la causa finale, tutto il processo delle cause per cui
avviene la realizzazione progressiva degli individui (e così delle
proposizioni, delle definizioni) cioè il collegamento degli opposti contrar] è
reso possibile dal termine medio del pensiero reale nella sua vera e reale
complessione (éy cvprràoxi) comune ad en- trambi. Per avere chiara idea di
questo pensiero in complessio- ne, bisogna disporre la totalità della realtà
sullo schema dell’in- terferenza e dare un valore logico e reale a ciò che è
intermedio e invero identico ai due diversi. Tal medio in altri termini
dev'essere compreso ad un tempo come sillogistico e come ontologico.
Riffettendo poi che Pessere in potenza e l'essere in atto, L'essere in sè e
Vessere accidentale per Fincontro di tutte le quattro cause, concretandosi
nell’es- sere secondo le categorie, si realizzano in quel sinodo che è Vin-
dividuo reale (omnimode determinatum), allora si capisce che quel quid che fa,
da termine medio soggiacente (tè OrToxeipevov) non è altro che Fente medesimo
che diviene ({fyvetar Tè yryvbpevov) Phys. 1,7, 190 a. In altri termini il
pensiero in complessione mediatore cinetico degli individui si veste della.
vera. realtà, allora è incarnazione dei verbo, La perfezione d'ogni sviluppo
causale, VevteZéyaz,ei0 che ha in sè il proprio fine. Di qui appare La grande
ricchezza logica e metafisica del sinolo aristotelico. SG. Qui finalmente si
trova la giustificazione di quel canone d'interpretazione della quadruplice
radice del principio cau- vate. che finora non è stato. proposto, a quanto mi
risulta, da nessun altro commentatore di Aristotele. Da questo punto di vista
ecco in che modo relativamente nuovo si presenta. il pensiero dello Stagirità.
Se in virtà del pensiero èv cvpr) 0%], che in pari tempo è la regione del
rapporto materiale e formale, cfli- ciente e finale d'ogni individuo e d’egni
processo, individuo ari- “fotelico @ per un verso individuandosi si compone di
due prin- cip] opposti: la materia e da forma, essendo il sinolo di tutti e
cite, e funziona. logicamente tra essi come il termine medio, h) per altro verso
esso ingividuo elevandosi di grado in grado “xempre più vicino al primo motore
immobile cominciando in basso dall'effetto ultimo si appunti in alto nella
causa prima e ARISTOTELE 63 funziona analogamente tra essi come termine medio;
segne che ogni cosa, nel suo duplice ritmo di indiziduazione (dalla materia
alla forma) e di elevazione dalla causa efficiente alla causa finale, si rivela
come il prodotto d’una doppia sintesi aitiologica in pro- gressione cruciale.
Per un verso abbiamo un processo di formazio- ne materiale (individuazione)
cioè il passaggio dalla potenza al- l’atto o dalla materia alla forma, nell’
odota pura sottratta al mondo del divenire; per l’altro verso abbiamo un
processo di causazione finale (elevazione) cioè il passaggio degli individui
nel mondo del divenire dalla realtà inferiore alla perfezione. Dunque
nell’unità statica e dinamici del loro incrocio, termine medio sinolo (obvodov)
e sinodo (obvodos) d'una doppia relazione esten- siva e intensiva, è il segreto
della logica metafisica. Dottrina metafisica più originale e più sublime io
quasi non conosco nella storia della filosofia. Ma vè un’altra prova che
sigilla Vintimo nesso della Logica e della Metafisica aristotelica in ordine al
principio causale. Già ho ricordato che il Dio di Aristotele è il pensiero
puro. l’atto puro supremo.in cui sparisce ogni differenza tra l’idea e la cosa,
tra il soggetto pensante e il soggetto pensato, perchè è il pensiero che si
pensa (adt) c0t7g 7) vinote), la causa prima. Cos'è questo primo? E forse il
primo sopra ogni termine in relazione, cioè ciò che essendo trascendente in
modo sopraemi- uente si isola da ogni altro, per infinito abisso? Tutt'altro,
con questa interpretazione il pensiero di Aristotele verrebbe distrutto senza
rimedio. La priorità della causa prima non è la priorità di un ente supremo
staccato da ogni relazione, ma ta prio- rità dell’individuazione delia
relazione infinita: perchè il pen- siero puro, essendo il sinolo e il sinodo
della massima realtà, conmcidenza di quattro principi. è indivisibilmente
relazione con- creta in atto puro, cioè sommo termine medio (1) perfetto tra i
due sommi termini estremi che in Ini e per lui sono immanenti. Questa
riflessione è importante, perchè salva il concreto ari- stotelico della causa
prima dall’assurdo. Ogni causa, per quanto (1) Il concetto aristotelico del
primo principio risolventesi nel sommo termine medio dotato di intinità,
universalità e di semplicità fu messo in chiara luce la prima volta dal
MicHeLET: Framen crit., ete., Paris, 1846. 64 CAPO III e _ dr ia n x prima, non
è mai un termine solo. L'infinito ridotto ad un termine, sia pur questo anche
il termine supremo d’ ogni relazione, diventa finito. La primalità della causa
prima è es- senzialmente la primalità di tutta una relazione cioè la sintesi
(si- nolo e sinodo) della relazione infinita. Il primo motore immobile (to@bTOv
xivobv auiverov; davanti a cui bisogna stare (&v&yxn ot7va), essendo la
realizzazione tormale in sè d’ogni potenza, cioè il tutto in atto compiuto e perfetto,
l'atto puro nella sua forma più alta, che ha solo pensiero del pensiero
-(vonots voroews) e vita in sè medesimo (£w) Svuripyet), perchè l’azione
dell’intelligenza è vita (7) yào vod Evepyera Co, metapli. A, ©, non è vu
termine anali- tico d'una relazione nè un termine sopra ogni relazione, ma è la
relazione sintetica in atto perfetto, eterno, infinito. Insomma la causa prima
di Aristotele non è Yuno solitario perchè come for- ma universale e finale
perfettamente avviluppa tutta la natura (Tepréyer tiv dAnv quow). Togliete
all’aitiologia aristotelica questo concetto della causa prima come sinolo e
sinodo infinito di pen- siero puro, atto puro di direzione e di perfezione e
Aristotele sarà un visionario, un filosofo impotente, un morto. ST.
Consideriamo ora la teoria aristotelica della causalità dal punto di vista
scientifico. La questione da risolvere è questa: Aristotele possedette egli un
concetto scientifico della causa sì da giungere alla conoscen- za del metodo
esatto per la determinazione dei rapporti causali della natura? Questa domanda
richiede una risposta sul doppio terreno della Fisica e della Logica:
discipline a cui Aristotele dedicò originali e incessanti ricerche. Per
semplificare. dirò su. bito che ben poco di netto si trova tanto nell'una
quanto nel- l’altra malgrado le più accurate indagini. Nottili distinzioni,
penetranti analisi, feconde induzioni pur basite sull'esperienza dei fenomeni
fisici: ma nulla di ciò che serva alla individuazio- | ne positiva del
rp&fpa causale (1). E la ragione è evidente. La Fisica aristotelica che si
potrebbe considerare come la Filosofia (1) Secondo il FonsEGRIVE, (La causalité
efficiente, 45) la formula aristotelica x del principio di causalità è la
seguente: rav Tò xtvobpevov dvkyan dTTtÒ tivos DI xvetodat. Tutto ciò che è
mosso è mosso necessariamente da qualche cosa. ARISTOTELE 65 seconda, tutta
pervasa da’ principj metafisici e dalla Filosofia | prima, ha quasi sempre
l’ambiguità involontaria d’una scienza esordiente e in fondo resta una
pseudo-scienza. La Logica ana- litica invece ha l’unità voluta e mantenuta nel
concetto rigoroso delle forme logiche elementari. Ma fu appunto per questa
limi- tazione agli elementi analitici che la teoria sintetica del metodo delle
scienze fisiche rimase nell’Organo allo stato potenziale. Per il che noi ci
troviamo naturalmente obligati a ricercare argo- menti indiretti per illuminare
il probabile punto di vista logico di Aristotele intorno la causa. E torneremo
a prender le mosse dalla sua metafisica; perchè, in mancanza d’una dottrina
scien- tifica esatta sopra la causa, separare il senso della causa, fissato
nella logica metafisica, dalla logica analitica porterebbe una tale confusione
nella teoretica aristotelica da non poterne mai più trovare la soluzione, tanto
più che la distinzione delle quattro cause si ritrova, come vedemmo (Cfr. $ 2),
anche nei Secondi Analitici. Fu merito speculativo grandissimo della Logica
metafisica la divisione del concetto generico della causa nei quattro sensi ri-
feriti : materiale, formale, efficiente, finale. Sarebbe stato pregic della
Logica strumentale sfrondare il superfluo metafisico e ri-. solvere il problema
scientifico della causa determinando due cose: 1° le due condizioni operatorie
opposte: luna deduttiva, l’altra osservativa; quella per la determinazione
della necessità razionale o logica, questa per la determinazione della
successione reale ; 2° la condizione sintetica del loro concorso
nell’operazione tipica dell’esperimento. Ma in questo punto Aristotele non
superò l’analisi discorsiva. Non che gli fosse ignoto ii concetto d’una unità
risultante da composizione; chè anzi nel capo V dell’Ermeneja acutamente tratta
del doppio senso del molteplice (moXXà ai pi Év, oi &ouvîeto:) e lo
distingue dal doppio senso dell’uno (è &v ènX6y) significante una cosa sola
(cuvòenmo eis) risultante da composizione. Il fatto è che nulla di positivo si
trova nell’Organo circa la sintesi scientifica del concetto di causa. Diremo
che Aristotele in questo caso non seppe egli stesso liberarsi dall’errore di con-
siderare solo in modo diviso questi aspetti della causalità che aveva non solo
enumerati ma composti per scopo metafisico ? Ad PASTORE — Storia critica del
problema della cawsalità. Ò 66 CAPO III ogni modo fa pena giungere a questa
conclusione rispetto ad un così potente ragionatore che in altri casi fu tanto
felice nel con- giungere ciò che l’opinione erroneamente separa e nel giudicar
vero solo il giudizio di chi tiene per composto quel che è com- posto, falso
poi quello di chi pensa in maniera diversa da quel che sono le cose e
sopratutto nel sollevarsi al principio del si- nolo. Un tratto notevole però è
questo. I quattro principj aristotelici della causa si trovano talora ridotti a
due con ingegnosa semplificazione. Negli organismi, ad esempio, vien posta da
una banda la materia e dall'altra si uni- scono anzi si unificano le tre cause
(forma, efficienza di moto, ausa finale) in una sola, l’anima. Senza dubbio,
questa ridu- zione anzi immedesimazione delle tre dette cause (aîtta) in una
sola posta di fronte alla materia, considerata come concausa (cuvattia) e
realizzantesi propriamente negli esseri che si pro- ducono dalla natura, giova
all’intelligenza di parecchie oscu- rità aristoteliche, Le quali ancora più si
addenserebbero se non si avvertisse che Aristotele pone distinzione fra il caso
della so- stanza intesa solo come essenza universale e il caso della sostanza
intesa come esistenza individuale, cioè il complesso della sostanza e delle sue
determinazioni. Così s'intende in che modo Aristotele talora dica che i
principi ‘ausali sono quattro (che è il secondo casor, tal'altra possa dire che
i principj degli esseri naturali si riducono a due: la forma (pop) © l'idea
(cos) e la materia (che è il primo caso) e come la questione della materia e
della forma in Aristotele sia cani- tale. E non è chi non veda quanto questa
teoria dell’individua- zione della forma e della materia in tutti eli esseri
che la na- tura gradatamente produce con perfetta continuità rasenti la teo-
ria scientifica della causa come unità di ragione e di fatto. Ma endrebbe
troppo lungi dal vero chi fosse disposto ad attribuire un valore e una portata
scientifica a questa semplificazione cau- sale. Infatti, che Aristotele ia
compia appunto nella sua fisica, non significa nulla. L'intento resta
prettamente metafisico, quello cioè di giustificare il principio solenne della
causalità fi- nale, risplendente in tutti gli esseri della natura e ad essi
pree- sistente. ARISTOTELE 67 $ S. Per vedere ora se troviamo qualche cosa di
più nuovo e di maggior momento, svisceriamo fin d’ora il nostro concetto di
causa indicando le sue note essenziali ; riferendoci a queste sarà facile
determinare la posizione logica di Aristotele. La mancan- za d'una buona teoria
logica della causa nasce per l’ordinario dal fatto che molti sono incapaci di
elevarsi al concetto della causa come sintesi della necessità logica e della
successione cronologi- ca, che sono le due note generiche del concetto di
causa. Perchè là dove manchi un saldo concetto di siffatta sintesi, non vi può
essere dottrina scientifica della causa. Ora, per cominciare dalla prima nota
generica, Aristotele co- nobbe in modo profondo la necessità. Anzi fu la
scoperta del- PE av&fans, certo dedotta dalla teoria matematica delle
propor- zioni che gli era famigliarissima (1), quella che, fornendogli un fermo
punto di appoggio, gli permise di oltrepassare le vuote astrazioni dei suoi
predecessori, sdoppianti erroneamente la ne- cessità in necessità logica e
necessità fisica. Anzitutto due cose iinportantissime egli seppe circa la
neces. sità: 1° che il sillogismo procede per necessità; è dviyxatwv cuiiotopos
(analyt. post. I, 1v, 1, e per la def. del silog. ; ivi I, I, 5); 2° che non
pur nei concetti ma eziandio nelle cose si ri- scontra la necessità (aaelyt.
pr. I, 11, p. 25 a 1. Date queste premesse, il filo stesso delle idee avrebbe
dovuto condurlo alla tesi dell'unità delle necessità dissimulata sotto la forma
insidiosa della varietà dell'apparenza e dei prodotti iso- lati dello spirito
diversificante. Ma invece, chi saprà dire il per- chè? Aristotele si fermò
all’equivoco della doppia necessità, @ così perdette di vista questa nota
fondamentale del concetto di causa (2). Nondimeno in altri punti fondamentali
il suo intelletto Iucido . (1) Cfr. Pastore, Sillogismo e proporzione, Torino,
Bocca, 1913. (2) L’interpretazione anzidetta circa la necessità potrebbe essere
avvalorata con l’esame degli scritti in cui Aristotele tratta della scienza e
segnatamente del suo oggetto, dei suoi principj. dtt $) pèv Ertotiun xabéiov xa
di avar- sat, TÒ è’avaynatov oòx évieyetar TAAws Eye. (analyt. post. I, 33-38
Db 30). tav 37 wanev clvat tò pèv alel nat SE dvkyuns (dvkyuns Doù TIC xatà tò
Rionov Aeyopevng, FAX ypmpeda Èv Tots xatà tds drodetters) (metaphys., 8, 1064
b 30). 68 CAPO III e vigoroso lo portò vicino al riconoscimento dell’unità
della ne- cessità. Il primo fu quando, con franchezza ammirabile affermò che il
principio di identità e di contradizione (necessità di ine- renza) è la base
d’ogni sapere, così razionale come naturale : atm di maodiv tori BefarotktN Tv
dpyoiv. (met. IV, 3, 1005, b. 19). Il secondo quando riconobbe la causa termine
medio del sillogi smo e oggetto d’ogni ricerca scientifica: tò pèv altiov Tò
péoov, év drac dì tovto Entert. (analyt. post. II, 2, 90 a 6). In questi tratti
è visibile il tentativo di fondare la validità così d’ogni sapere come d’ogni
ricerca scientifica sopra la base d’un solo principio di necessità. Vero è che
qui il medîo è, non tanto il medio reale, quanto il medio formale del
procedimento sillogi- stico e propriamente la ragione del rapporto logico degli
estremi. Tuttavia. sembra intravisto il nerbo della teoria logica della causa.
$ 9. Ma qui bisogna dissipare un equivoco che ha intimo nesso con quello
accennato poco anzi. Invero dai più sì sostiene che l'estensione del principio
di contradizione dal campo logico al campo metafisico è illegittima e
costituisce un difetto gravissimo dell’opera aristotelica. In ap- poggio si
cita, fra l’altro, la sentenza di Kant, il quale nella Critica dice : «il
principio di contradizione appartiene esclusiva- mente alla logica, esso vale
per le conoscenze considerate sem- plicemente come tali in generale, senza
riguardo al loro oggetto ». Ciò non ostante la cosa non mi pare così disperata,
anzi tutto perchè Kant non può parlare in nome di tutte le scienze. In secondo
luogo perchè, contro il parere di Kant, c’è quello dell’epistemologia
contemporanea la quale, indagando i concetti della fisica sperimentale
riscontra nella causa un insieme di ve- rità non solo di ragione ma di ragione
e di fatto che lo stesso Kant in concreto non ebbe il merito di appurare. Fu
già accen- nato nei criterj direttivi di questa parte, e verrà dimostrato
diret- tamente nella parte teoretica, che quel che occorre determi- nare in
ogni rapporto causale valido nel campo della natura è sempre lo stesso: la
necessità razionale d'una successione reale di due funzioni di più variabili
equivalenti. Donde deriva che una sola fonte d’indagine non basta mai, se non
vogliamo al- ARISTOTELE 69 lontanarcì di più in più dall’ideale positivo della
verità. Ma la- sciamo da parte ciò. Non è forse certo che tanto i rapporti
logici d’ordine esclusivamente formale, quanto i rapporti fisici d’or- dine
causale implicano necessità? Quindi si capisce che Aristo- tele, ponendo il
principio di contradizione, che a sua volta im- plica la necessità, a base
d’ogni sapere così razionale come na- turale, non ebbe torto. L'avrebbe avuto
solo a patto che si po- tesse sostenere la tesi della doppia necessità (1). Ma,
approfondendo la questione si riesce a capire che la dop- pia necessità si
afferma solo quando si identifica il semplice col composto cioè il concetto
semplice della necessità col concetto composto della causalità che veramente
implica necessità e tem- poralità. Meno infine varrebbe addurre l’autorità
stessa di Aristotele che in Metafisica, com’è noto, distingueva appunto tante
forme di causalità e in Logica analitica distingueva, senza dubbio, la
necessità formale o logica da ogni altra, perchè il suo prin- cipio della
necessità metafisica di fronte alla scienza esatta è Irrito e nullo. Da ultimo
un’altra ragione semplicissima rie- sce a distruggere l’illusione della doppia
necessità ed è la se- guente. Qualunque spezzamento della necessità non si
risolve- rebbe eo ipso in una rottura violenta della verità? Dissipato
l'equivoco, possiamo dunque comprendere la ragionevolezza del- l'estensione
aristotelica del principio di contradizione a tutto il sapere (2). Qui è
innegabile l'intuizione di un fondo essenziale comune, nascosto sotto la
diversità delle apparenze. E questo (1) Si oppone d’ordinario la necessità
estemporanea (sia logica, sia matema- tica: aritmetica o geometrica) alla
necessità temporale (sia fisica o naturale, sia psichica). La tesi della doppia
necessità (causale e geometrica ad es.) è soste- nuta da autorevolissimi
pensatori contemporanei. Valga per tutti il VARIScO che nettamente dichiara: «
Come temporaneo, l’accadere implica la causalità, una 'forma di connessione in
cui si manifesta una certa necessità. Ma la ne- cessità causale, alla sua
volta, implica il tempo e l’accadere: differisce toto caelo dalla necessità
estemporanea, che si manifesta p. es. nella geometria ». (Pref. alla trad.
Palanga del Mondo come volontà, etc. di Schopenhauer, Perugia 1913, pag.
XXXVIII). (2) Sull’oscillazione del senso della parola causa in Aristotele è
utile ricor- dare il seguente scolio di Rosmini: « Aristotele pose tre
condizioni alla scienza: 1° che comprenda la causa per la quale la cosa è; 2°
che questa causa sia conosciuta come causa; 3° che sia conosciuta come causa
necessaria. Dice : 70 CAPO III fondo essenziale, comune all’ordine logico e
all’ordine fisico, non può esser altro che la necessità; perchè è questa e non
altra la nota essenziale del principio di contradizione che pur si ritrova nel
principio di causalità, di fianco alla nota del temporaneo e dell’accadere. Che
Aristotele non abbia sempre riconosciuto l’u- nità d’ogni necessità, anzi che
si sia arrestato alla tesi della dop- pia necessità, non solo è vero, ma Yho
dovuto mostrare or ora, purtroppo. Dunque? dunque qui sta un difetto di
Aristotele : | ecco tutto. $ 10. Passiamo ora alla seconda nota generica del
concetto scientifico di causa. Qui vediamo che l’inerenza del divenire tem-
porale nel concetto di causa fu riconosciuta da Aristotele con vera acutezza.
Bisogna però distinguere in Aristotele un doppio divenire : il divenire
semplice della sostanza cioè dell’ 095 pura, e il dive- nire complesso della
sostanza e delle determinazioni cioè del- I? odola abvolos. Il primo è il
divenire intemporale, essenziale, tutto in atto, sempre attuale, originario,
indipendente, immutevole, eterno, autostante, (Tè tl fy siva), l'essere qual
era. II seconde è il divenire temporale sotto l'aspetto delle determinazioni
individuali in *‘angiamento. Ciò premesso, il concetto aristotelico della
causa, rispetto alla note temporale diventa chiaro. Ricordando la disposizione
cru- ciale delle quattro cause, basta avvertire che mentre (come già abbiamo detto)
la materiale e la formale sono sottratte al tem- po, l'efficiente e la finale
gli sono sottoposte. Tuttavia la sintesi delle due prime accade nel tempo
secondo il movimento regolato della sintesi delle due ultime. Insomma, la
sintesi della causa formale e della causa mate- riale che dà la formazione
materiale e si realizza nella indivi-. « colui sa propriamente e semplicemente,
e non alla sofistica, secondo l’accidente (Xxtà cuppednx0s) il quale conosce la
causa per la quale la cosa è, e conosce esser la causa di essa e tiene
fermamente che altramente non può essere ». (poster. I, 2). Quello che
Aristotele chiama causa, più propriamente deve chia- marsi ragione, che è voce
propria dell'ordine dello scibile intorno a cui versa il discorso ». (Logica,
Torino 1854, $ 829) Mafie» creto ARISTOTELE 71 duazione degli enti avviene nel
tempo, ma la. materia e la forma sono fuori del tempo; invece la sintesi della
causa efficiente e della finale che dà l’efficienza finale e si realizza nella
elevazione degli enti concreti avviene nel tempo e in guisa che il principio
motore e la perfezione finale sono essi stessi gli estremi opposti della catena
del tempo. $ 11. Dopo questi schiarimenti sopra le due note generiche della
necessità e della temporalità essenziali al concetto scienti- fico di causa,
facilmente si vede che l’individuo concreto, reale, del tutto determinato per
Aristotele, essendo il risultato d’una doppia sintesi causativa : luna
(materiale e formale) sottratta al tempo, l’altra (efficiente e finale) soggetta
al tempo, in qualche modo può considerarsi come sinolo di ragione e di fatto.
Invero la sintesi di ragione è intemporale, la sintesi di fatto è tempo- rale;
quella espressiva della necessità, questa della contingenza. Di qui a
considerare l’individuo reale come sinolo di necessità logica e di successione
cronologica il passo era breve. Ma Ari- stotele non lo fece. Del pari non vide
abbastanza chiaramente che ogni sinolo è insieme causa. Pur reputando di
conoscere ciascuna cosa semplicemente e non per accidente, al modo sofistico,
allorchè reputiamo di cono- scere che la causa, per cui il fatto è, è causa di
esso, e ciò non po- tersi dare altrimenti (analyt. post. A. 2, 71, b 9) si
direbbe che contrariamente al suo vivo senso della realtà, si sia volto a cer-
care le cause non solo fuori di quel fatto (TpàYRa) che è effetto, principio
motore autostante, è esso stesso la causa finale. Sarebbe però erroneo ritenere
che il suo sinolo sia solo effetto, basti pensare al sinolo supremo che,
essendo il primo ed eterno principio motore autostante è esso stesso la causa
finale. Con tutte queste reticenze vogliamo far sentire le imperfezioni del
pensiero aristotelico, quel che intravide, quel che gli rimase nascosto.
Concludendo, il punto scientifico fondamentale non afferrato è quello della
risoluzione delle cause nei rapporti tipici delle leggi. Ma per questo era
necessaria una nuova teoria della co- noscenza scientifica, la teoria del
metodo sperimentale. 72 CAPO III $ 12. Un’ultima considerazione resta da fare
circa la questione del metodo. Si accorderà facilmente, io spero, che, se i
rapporti causali sono unità di fatto e di ragione, una cosa analoga debba
aversi nei processi metodici capaci di determinarli. Così, solo chi ammetta la
doppia via dell’osservazione e della induzione, potrà vedere il suo ideale di
verità causale uscir gradatamente dalla sua ricerca, a misura che egli sarà in
grado di integrare, com'è giusto, le due operazioni concorrenti alla produzione
del- l'esperimento. Per contro l’ignoranza d’un metodo metterà il ri- cercatore
nell’impossibilità di risolvere bene il suo problema. Ora noi troviamo in
Aristotele, oltre all’incontrastabile possesso del metodo deduttivo, anche la
chiara conoscenza dei metodi di osservazione e di induzione. Senza impegnarci
nella documenta- zione completa, dacchè autorevoli critici hanno difeso, con
pieno successo, la teoria aristotelica dell’induzione, basti il semplice
richiamo alle due principali citazioni che omai sono di possesso elementare e
comune. “Aravta miotevonev 7) dà cvAAoytop.o9 7) E Enaywyîs (analyt, pr. II,
XxV, 1). ’EraywyN f) darò t6v ad Exzotov Eni tà xadbicu Ègpodos (top. I, 12, p.
105 a 18). Il processo induttivo dai singolari all’universale era del resto
tanto noto ad Aristotele che egli con grande since- rità ne ascrisse il merito
a Socrate, come cosa tutta sua pro- pria (metaph., 4). 2 dunque ovvio che non
gli sarebbero mancati i mezzi anali- ticì per la scoperta del metodo
sperimentale, se Vostinato arresto . sopra la sua quadruplice o duplice divisione
circa le cause, tanto abituale che dovette parergli doverosa, non gli avesse
impove- rta anzi spenta l'intuizione vitale della complessa verità. Per- venuti
a questo punto, la teoria aristotelica della causa è com- pletamente chiarita.
| S13. Raccogliamo dunque la somma delle nostre ricerche per mostrare il
pensiero vivo di Aristotele. Quanto al problema me- tafisico risulta che egli,
portato in alto dalle robuste ali di Pla- tone, spaziò mirabilmente nel cielo
della causa finale, concepen- dola però solo come principio di direzione e di
perfezione. Ragionatore infaticabile, fisso nell’antica sentenza che Dio e la
natura non fanno nulla invano (è dedg xal n odore oddèv pay CA A ha enni
ARISTOTELE 18 toodatv) e che quindi ogni fatto deve avere la sua causa, con-
cepì il mondo come un dominio di fini, cospiranti al principio direttivo d’ogni
perfezione cioè a Dio atto e pensiero puro, causa prima e finale di tutto. Il
centro è questo : la concretezza della sintesi ontologica e logica in
progressione cruciale, dalle minime «realtà degli individui alla massima realtà
del pensiero puro, sinolo e sinodo infinito. Se dall’esame della metafisica
passiamo al problema scienti- fico siamo colpiti anzitutto da questo fatto. Ad
onta della sagacia e della profondità delle distinzioni analitiche, quanto al
con- cetto di causa Aristotele non riuscì a formulare una definizione
compatibile con quella che s’incontra nelle scienze esatte che ne fanno più
pratico e più legittimo uso, cioè nelle scienze speri- mentali in genere e
nella fisica in particolare. Quanto alla teoria del metodo valido alla
determinazione esatta dei rapporti cau- sali non abbiamo neanche una traccia
esplicita che ci permetta di parlare di una sua approssimazione al processo
ipotetico-de- duttivo. Insomma dal punto di vista scientifico egli non colse
bene la causa come sinolo di ragione e di fatto, non intuì nep- pure la
conversione dei rapporti causali nelle leggi, tanto meno il metodo sperimentale
atto a determinarli, pur avendo chiara- mente conosciute e descritte le due
forme metodiche opposte : l'osservazione (non che l’induzione) e la deduzione,
dal cui con- corso l’esperimento risulta. Grandissimo il suo merito in meta-
fisica, perchè riuscì a intendere la contradizione che era. il fondo dello
scetticismo, nato dalia lotta della scuola jonica naturali- stica e della
eleatica idealistica, combattuta, ma invano, dallo stesso Platone, e a
intenderne il difetto. | Riuscì, perchè vide il mezzo logico e ontologico nel
concreto formativo ed evolutivo d'ogni individuo. Tuttavia non seppe de-
terminarne la legge. Per questo, malgrado la sua forte opposi- zione al
separatismo di Platone e la sua salda conquista dell’in- dividuo come
risultante di due componenti diversi, i due fattori della sintesi metafisica
restano ancora troppo scongiunti dirim- petto l’uno all’altro e insieme di
rimpetto al apà&fpa della loro unità, ignota per noi restando la legge
della loro composizione. Aristotele in questo punto ha già superato il dualismo
ma è an- 74 CAPO III cora arbitrario e privo di metodo oggettivo nella
dimostrazione del suo monismo. Questo è il vizio radicale di tutto il suo
sistema metafisico. $ 14. Che cosa dunque restava: da fare dopo di lui in
ordine al problema causale ? Quanto alla ricerca filosofica restava da
dimostrare che la teo- ria della causalità è base della Teoria della conoscenza
e della Metafisica; criticare i vecchi concetti della causa formale, ma-
teriale, efficiente e causale; infine far tesoro delle conquiste scientifiche
per tentare la sintesi universale delle cause. Quanto alla ricerca scientifica
riconoscere la causalità in ge- nerale come verità di ragione e di fatto,
sintesi di necessità e di successione, in particolare come equazione di due
funzioni di più variabili; quindi elaborare la teoria del metodo sperimen- tale
in quanto la determinazione esatta delle leggi della natura, che è il suo vero
scopo, si risolve nella determinazione dei rap- porti causali della realtà.
CAPO IV . Stoicismo, Epicureismo, Scetticismo, Neoplatonismo. $ 1. La filosofia
greca fino ad Aristotele conteneva implicita- mente il conflitto tra il
causalismo deterministico e la tendenza a spiegare la libertà colla negazione
della causalità. Ma i post- aristotelici svilupparono esplicitamente queste due
correnti. Così gli Stoici optarono per il determinismo. Epicuro invece trovò
inconciliabile lVautonomia del sapiente col determinismo causale degli Stoici.
Lo stoicismo merita il primo luogo per la grande importanza attribuita al
sapere causale come mezzo conducente allo scopo morale della vita, cioè alla
virtà. La dottrina aitiologica degli Stoici è contenuta nella loro fisica che
sta tra la Logica e PEti- ca e sulla questione del rapporto tra la materia e la
forma sì rannoda a Platone più che ad Aristotele. Invero la materia (odota) per
gli Stoici non è causa, ad imitazione di Platone, ma mero principio amorfo ed
inerte pur suscettibile di ricevere ogni for- ma ed ogni movimento (tò ricyov)
La causa è la forma (movémg) che è potenza e forza cioè il principio formale attivo
(td moody). Questo principio gli Stoici chiamano dio, o il fuoco artefice (tè
dp teyvixòv). Ma. la materia e la forma dinamica del fuoco sono così
inseparabili che ogni astrazione resta impossibile, ogni tra- scendenza
scompare, e tutto si concreta nel più schietto moni- smo, per cui tutte le cose
del mondo sono strette nella più inti- ma parentela. Due processi inversi: uno
spermatico donde la partenza e la distribuzione dei Abyor oteppamzo!, altro
epirotico 76 CAPO IV donde il ritorno e la distruzione del mondo, costituiscono
l’e- terno ciclo ritmico del principio universale. Così ogni anima in-
dividuale prima si stacca dal grande aveòpa del mondo e corre la sua vita
spermatica, poi sì consuma e ritorna in Dio, poi ri- piglia una nuova vita,
poscia rimuore e così successivamente, sempre e ovunque obbedendo
all’inflessibile causalità dell’ uni- verso. Poichè il movimento e l’atto sono
la stessa cosa, la causa motrice ed efficiente non è distinta dalla causa
formale. Ogni mo- vimento è atto, ogni atto è movimento. Corpo ed anima pari-
menti sono la stessa cosa. La ragione seminale sempre in ten- «stone nella
natura stringe tutte le cose con vincoli causali in- dissolubili, causa prima
universale essa medesima, cioè causa.” delle cause, da cui tutto pende con
incatenamento di cause sen- za fine (1). L'importante per l’uomo è vivere
conforme alla na- tura così governata dalla rigida e inflessibile causalità «he
de- termina del pari l'animo nostro. Nella profonda coscienza di questa
causalità universale l’uomo si libera da ogni esteriorità. Dunque il sapere
causale è potentissimo mezzo di liberazione perchè coordina lindividuo al tutto
e lo fa superiore così ad ogni minaccia della fortuna come ad ogni tirannia
degli uomini. S 2. L'epieureismo invece sì studia di minimare se non di s0p-
primere la considerazione delle cause antecedenti ed esteriori, per giungere
allo stesso fine pratico cioè alla NHberazione inte- riore. Non dobbiamo perciò
meravigliarci se la dottrina epicurea della libertà si svolge nel campo d’un
divenire naturalmente incausale. Il sapere è delle cause naturali. Ma queste
opprimono. Dunque si eviti la tirannia del sapere. Non già che il sapere sia
per Epicuro impossibile o di poco conto. C'è anzi per Epicuro una vera scienza
ma consiste in quella appunto che proscioglie gli animi dai vincoli d’ogni
incatenante causalità. Nol possiamo quindi in primo luogo scorgere
un’essenziale differenza tra la posizione di Platone e quella di Epicuro, di
fronte al problema fondamentale delle cause. Per Platone il concetto di causa è
così (1) Seneca per spiegare il fatum (elpappévn) degli Stoici: dice « cum
fatum nihil aliud sit quam series implexa caussarum, illa est prima omnium
caussa, ex qua caeterae pendent ». « Causa pendet ex causa: privata ac publica
longus ordo rerum trahit ». De provid., 5. Cfr. insup. Quaest. nat., II, 45,
s8. largo che abbraccia tanto il mondo
fisico quanto il mondo mo- rale. Vedemmo che Platone dà una posizione
secondaria alle cause fisiche, mentre esalta divinamente la funzione causale
dell’Idea del Bene. Al contrario la funzione della libertà morale di Epicuro
già mira a staccarsi dalla causalità, se non nella let- tera certo nello
spirito. Di più, mentre per Platone la causa di. venta sempre più vera a misura
che si discosta dalla materialità per avvicinarsi all’intelligenza, tanto da
diventare infine causa- lissima (aitwiàmm), per Epicuro invece il più alto
grado della cau salità si trova nel meccanismo atomistico, tanto che ivi la
vera causa cede dove la direzione naturale del movimento degli atomi cambia
d’una quantità impercettibile, nec regione loci certa nec tempore certo, per
l’intervento naturalmente incausale d’un potere irreducibile alla materia.
Questo vuol dire che il concetto di causa ha già fatto un ben lungo cammino,
svincolandosi sem- pre più dal senso e dal valore metafisico. In secondo luogo
due cose ben diverse bisogna vedere nell’atomo epicureo, cioè una
determinazione interiore arbitraria immanente alla sua indivi- dualità, e una
determinazione esteriore necessaria. Quella non è vera causa; la. sola e vera
causa è questa, perchè questa sola è naturale o vogliamo dire meccanica. Di
questa sola sono effetti i movimenti vorticosi, quindi il mondo nostro e gli
infiniti astri. La serie causale non è che una serie di urti esterni degli
atomi e di composizioni e scomposizioni incessanti di questi. Parlare di cause
non naturali non ha senso, come non ha senso parlare di finalità dell’universo.
La negligenza dell’epicureismo verso il sapere causale è evidente. E la ragione,
giova ripeterlo, s'intende. Epicuro voleva favorire l'inclinazione individuale,
evitare ogni ingerenza stringente, sottrarsi ad ogni urto esteriore, per at-
francare la coscienza nell’imperturbabilità dell’armonia (ATAPAEta) (1). Ma la
considerazione delle cause invece concerne i corpi, la soggezione al destino, i
vincoli universali e costanti, il timore re- (1) Si accetta qui il senso nuovo
attribuito dal GuyauU all'&tapatta che non è un principio negativo, ma per
contro un principio d’armonia (Cfr. Guvyat, La morale d'Épicure, Paris, 1878).
Si avverta infine che il chiamar causa anche la spontaneità del movimento
inerente agli atomi e il potere su noi (tò èu° fuîv), come fa Epicuro, è
appagarsi ingenuamente d’ una specie di causa... incausale. 78 CAPO IV ligioso
della necessità. Perciò è meglio, potendo, fuggire il mondo delle cause nonchè
la sua conoscenza e vivere interiormente, Made fog. Tali, sommariamente, le
dottrine aitiologiche degli Stoici e degli Epicurei, convenienti nel fine,
contrastanti nei mezzi. $ 8. Lo scetticismo approfittò di questo insanabile
contrasto per proclamare la necessità di sospendere il giudizio intorno al
principio di causalità, mostrando la vanità di qualsivoglia ra- gionamento
dommatico intorno le cause. L'essenza dello scetti- cismo in questo periodo
consiste appunto nel trattenersi da qua- lunque assentimento, da quello in
fuori che è necessario per as- sentire alla sospensione del giudizio. Precipua
cura di Pirrone fu l'assalto contro la verità della scienza, sostenendo
lincomprensibilità delle cose, e quindi la necessità di sospendere ogni
giudizio intorno ad esse e di restare imperturbabili davanti a tutti i casi
della vita. I dieci motivi contro la certezza scientifica che Sesto Empirico
attribuisce agli antichi scettici (1), secondo la maggiore probabilità,
appartene- vano a lui come al suo seguace Enesidemo. Ed è ovvio che con essì i
Pirronisti dovevano concludere al rattenimento del giu- dizio circa ogni cosa e
quindi anche sopra le cause, giacche il ragionamento delle cause non poteva
allora fondarsi che sulla percezione sensibile e sullit esperienza. ) vero che
sopra Ta questione speciale delle cause Sesto, due secoli dopo, riferisce gli
otto modi seguenti di Enesidemo, ma questi non sono che un'applicazione del princip]
pirronici gene- rali, concorrendo poi tutti nel tropo ottavo, della relatività
(2). Ecco ora gli otto modi per cui Enesidemo stima confutare ogni discorso
delle cause, imputandolo di vizioso, come Sesto riferisce nel Libro I delle
Zpotiposi pirroniane : (1) Sesto Exp., Delle istituz. pirr. I, Capo 14. (2)
Riassumiamo anche gli argomenti di Enesidemo che Sesto propone contro ogni
ragionamento dommatico sulle cause nel Libro IX « Contro i Matematici »: « E’
assurdo dire che il corpo sia cagione del corpo, per le stesse ragioni non è
l’incorporeo causa dell’incorporeo, nè il corpo causa dell’incorporeo, nè l’in-
corporeo del corpo. Quindi segue che non esiste cagione. Lo stesso ragiona-
mento si rifaccia per escludere qualsiasi rapporto causale per il moto e la
quiete, Inoltre la causa non può essere prima dell’effetto, nè dopo, nè
durante, « Primo dei quali, dice essere
il genere della cagione arrecata, quando versi in cose invisibili, e non abbia
prova confermatri- ce dalle visibili. Il secondo è quello per cui, di
frequente, al- cuni ragionano di una causa sola mentre c’è copia di induzioni ;
sì che in molte guise può discorrersi della questione. Il terzo è quando di
fatti ordinati si dànno cagioni, le quali non chiari- scono ordine veruno. Il
quarto allorchè pigliano le cose appa- renti quali si fanno, e argomentano di
avere compreso come si facciano le non apparenti; mentre ciò che non si vede
forse può compirsì alla maniera di quanto si vede, e forse anche non egualmente
ma in guisa particolare. Il quinto è quello per cui tutti, a dir così,
discorrono delle cause secondo i supposti proprj circa gli elementi, e non
secondo certi avviamenti comuni e con- fessati. Il sesto occorre di sovente
allorchè si accoglie ciò che conferisce ai proprj supposti, e respingesi quanto
cade in con- trario, pur se abbia eguale virtà persuasiva. Il settimo incontra
spesso quando recansi cagioni le quali contrastano non solo con le cose
apparenti, ma altresì con i proprj supposti. L’ottavo avviene di frequente
allorchè essendo dubbie in egual misura e le cose che sembrano apparire e le
investigate, si dànno inse- gnamenti sopra le cose dubbie movendo da altre
incerte del pari. « Enesidemo, poi, dice non impossibile che taluni nel ragio-
nare delle cagioni cadano in altri modi misti e dipendenti dai sopradetti; ma
forse i cinque modi del rattenimento basteran- no anche contro tali discorsi
delle cause. Giacché la causa asse- rita da taluno o sarà concorde a tutte le
sette della filosofia, 0 alla disamina dell’oggetto, e alle apparenze, o non
concorderà. Ma forse tanto di concordanza non è possibile; stante la con-
troversia di ogni oggetto e manifesto e oscuro. Che se non con- ‘corda,
domanderassi pure la cagione di tale cagione; e se a pro- va del manifesto
pigliasse l'apparente, e a prova dell’oscuro perchè o non sarebbe ancora causa,
o non servirebbe più, o si confonderebbe con l’effetto. Neppure che l’un
termine possa essere veramente efficiente l’altro paziente, dal momento che la
causa, come relativo, è soltanto pensata senza avere esistenza reale. Neppure
che la causa possieda una sola forza efficace 0 molte. Neppure che la causa sia
o separata dalla materia paziente o coesistente con essa. Nè che vi sia
contatto o non contatto, essendo l’un termine l’intero, l’altro la parte o
viceversa, nè due parti, nè due interi ». 80 CAPO IV desse l’oscuro, ricadrebbe
al modo dell’infinito; o discorrendo delle cause per modo reciproco, cadrebbe
nella alternazione. E se in qualche punto fermatosi dicesse che per le
argomentazioni fatte la causa viene stabilita, ei cadrebbe nel relativo ad
altro, e torrebbe via ciò che è secondo natura; o quando argomentas- se da
supposizione noi gli opporremmo altro supposto. Ed ecco come anche per tali
guise possa confutarsi la arroganza dei dom- matici nel discorrere sopra le
cause » (1). Più avanti, chiedendo la ragione della causa efficiente e ten-
tando di sapere il concetto di causa, dapprima osserva che i di- scordi e
assurdi pensamenti circa la causa fecero non rinveni- bile la sua sostanza i motivo
del dissentire sovr’essa. « Altri dice la causa un corpo, altri un incorporeo.
Più comunemente, Lu parrebbe che sia causa ciò per il cui operare nasce
l’effet- to.... pertanto intenderebbesi comunemente per causa ciò che operando
produce l’effetto, e di tali cause i più stimano che al. tre siano contenenti
gli effetti, altre concausali, altre coopera trici) (2). Passando quindi a
considerare se esista qualche cau- sa di alcun che, « verisimile è, fa notare,
che una causa esista : giacchè come avverrebbero l'aumento e la diminuzione, la
na- scita e il corrompimento, il moto in generale, il governo dell’in- tero
mondo, e l'altre cose tutte, se non per qualche cagione? »... «Inoltre, quando
non ci fosse cagione (pa 000ng aîtias) tutto in universale seguirebbe per
ventura... ». «Chi, però, dice non esì- stere cagione, viene confutato : chè,
s'egli afferma di sostenere ciò semplicemente e senza veruna causa, non sarà
creduto ; se ammetterà qualche cagione, volendo negare li causa, esibirà una
cagione per cui la causa non esiste». ... (Ma che poi sia vero. simile anche il
dire non esistere alcuna cagione di qualche cosa, rendesi manifesto dalle poche
avvertenze le quali, fra molte, si possono addurre qui». « Anzitutto ci sarebbe
impossibile pen. sare una causa, prima di concepire l'effetto come effetto di
essa : chè allora conosciamo esistere la causa di un effetto, quando
comprendiamo questo siccome effetto di essa. Ma neppur pos (1) Sesto EmpiIrIco,
Delle istituzioni pirroniane — Tral. S. Bissolati, 2? ed. — Firenze, 1917, pag.
161-163. (2) Sesto Emr., op. cit., Libro III, Capo 2°. siamo concepire l’effetto di una causa come
effetto della mede- sima se non concepiamo la causa dell’effetto siccome
cagione di esso :... Ora se per pensare la causa, uopo è innanzi conoscere
l’effetto; e se per conoscere lo effetto,... occorre prima avere co- noscluto
la causa; il modo dell’alterna dubitazione mostra che ambidue sono
inescogitabili... Chè uno argomento di essi abbi- sognando della prova
dell’altro, non sapremo da quali di loro farci a pensare ). Continuando il
ragionamento Sesto Empirico mostra che la ricerca della causa della causa
porterebbe all’infinito. « Ma come è impossibile recare cause all’infinito, è
anche impossibile il se stenere risolutamente che ci sia una cagione di qualche
cosa ». «Arroge che la causa non può avere sussistenza che esistendo o prima o
dopo o durante l’effetto. Ma nessuno di questi casi può essere, quindi la causa
non può in veruna guisa partecipa- re all’esistenza. (Non dopo perchè sarebbe
ridicolo, non prima perché la causa deve essere concepita insieme con l’effetto
a cui sì riferisce, non durante perchè se la causa è effettrice dell’ef- fetto
e se questo deve seguire bisogna che la causa sia prima dell’effetto).
Concludendo, gli argomenti pro e contro esistere della causa sono equivalenti.
«Tra questi non è conceduto pre. ferirne alcuni, giacchè non abbiamo segno nè
criterio nè dimo- strazione di certezza, onde siamo necessitati a sospendere
Vas sentimento circa la sussistenza della cagione» (1). (1) Sesto EmMP., op.
cit., Libro terzo, Capo 3°. Di passaggio sarà utile notare che dei cinque
motivi della sospensione di giudizio che Sesto Empirico attri buisce ad
Agrippa, esponendoli e spiegandoli nel libro I delle Ipotiposì : i primi due,
del dissenso e dell’andare all’ infinito, reggono solo in quanto si riferiscano
a dissensi trovati nella vita e tra opinanti, cioè fuori del campo scientifico
esatto, come il primo; o si dimentichi che il processo all’infinito non ha
luogo nella scienza che procede (come sistema ipotetico-deduttivo) col concorso
delle due operazioni, della definizione e della dimostrazione, come il secondo;
il terzo è fondatissimo ma non rovina la scienza capace di tenere in giusto
conto il relativo; il quarto non regge perchè o si riduce al secondo, o
S'impaurisce senza ragione delle ipotesi che sono invece la forza euristica
della scienza; il quinto parimenti evita il circolo vizioso perchè rientra nel
secondo. Finalmente quanto ai due motivi supremi riassunti nel dilemma che una
cosa o si intende da sè o per mezzo di cosa diversa (ma il primo caso è
impossibile perchè i giudizj degli uomini si contradicono, sono sempre relativi
ed ipotetici; il secondo caso è assurdo, perchè il non esser intelligibile
importa che ogni dimostrazione si perda nell’infinito) è evidente che non
adducono al- PastorE — Storia critica del problema della causalità. 6 82 CAPO
IV Ora, in questa posizione dello scetticismo si devono distin- guere due cose:
la tesi generale contro il dogmatismo e gli ar- gomenti speciali addotti contro
la ricerca delle cause. Dal pri- | mo punto di vista si può credere che gli
scettici abbiano com- preso tutta l'insufficienza delle prove empiriche a
costituire la scienza. E su questo punto hanno perfettamente ragione. In- vero
come stare al mero fondamento della conoscenza sensibile ? Il visibile non
garantisce nulla in modo definitivo. L’apparen- za inganna. L'ipotesi è
arbitraria. La preferenza personale non ha più valore del dubbio. Sull’oscuro è
possibile ogni contro- versia. Le concordanze sono controbattute dalle
discordanze. Li continuità empirica non è più costante dell'alternazione o
della discontinuità senza regola. L'abitudine non fa legge. Dove manchi ogni
segno certo, ogni criterio, ogni dimostrazione di certezza non è miglior
partito sospendere lassentimento? Ciò posto, anche dal secondo punto di vista,
appare fondatissima la più parte degli argomenti contro laitiologia dommatica,
in un tempo in cul la cosidetta verità nasceva dall’intrusione della più elementare
esperienza nelle questioni di logica, di fisica e di metafisica. A - questo
ibrido accoppiamento era forse ragione- vole dare il nome di scienza? Troppi
del resto preferivano la stolta presunzione del sentenziare dommaticamente
all'amara disciplina dell'afasia. (&r0y7). Era quindi naturale che lo scet-
ticismo reagisse energicamente in nome della riflessione, del buon senso, e
anche: della prudenza. Lo scetticismo di Pirrone e di Enesidemo dunque si muove
in un campo di serietà, costretto dalla natura stessa del problema che si
propone di sciogliere. Da una parte deve pronunciarsi sul valore scientifico
dell’esi- stenza di vere cause superiori ai meri fenomeni e non riesce 4
superare la fenomenalità dell'esperienza anzi vede con chiarez- cuna novità. La
loro confutazione rientra nella critica dei cinque primi. Nè la contraddizione
delle opinioni, nè la relatività dei giudizj, nè la presenza delle ipotesi
fanno crollare l’edificio della scienza. L'argomento del regresso all'infinito
è la vecchia schermaglia di chi ignora che la forza delle verità di- mostrabili
è nel dunque per cui si ricava la tesi dall'ipotesi, non tanto nella posizione
arbitraria delle premesse. In ogni dimostrazione c’è cosa che può. comprendersi
da sè e cosa che deve comprendersi da altro, cosa che può am- mettersi ad
arbitrio e cosa che, ciò premesso, deve ammettersi di necessità, salvo
sempre... il rifugio del manicomio. STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO,
NEOPLATONISMO 83 za che i dommatici si lasciano dietro le spalle ogni savio crite-
rio di dimostrazione. D'altra parte non può chiudere gli occhi allo spettacolo
della vanità d'ogni investigazione allora acere- ditata circa la natura delle
cose, nonchè intorno al senso e al valore della causalità efficiente. Il
risultato più giusto di que- sto stato di cose non poteva essere che il
riconoscimento logico della necessità di nulla affermare quanto alla soluzione
del pro- blema della causalità. Ma se dal caso ristretto di questo problema,
vogliamo passa- re al problema generale della conoscenza, l’apprezzamento del
valore critico dello scetticismo deve mutare di sana pianta. In- fatti, dopo
Socrate, Platone ed Aristotele non era più lecito restare nei quadri della
sofistica. Considerare tutto Platone come una fantasia era per io meno un’ingennità.
Non confutare la critica d’Aristotele era un procedimento troppo comodo. Ri-
petere come definitivamente veri i soliti motivi per la sospen- sione d’ogni
giudizio e contro Vaffermazione d’ogni vero era un dogmatismo non meno vizioso
del dogmatismo che lo scetticismo sl proponeva di confutare. Questo scetticismo
che senza dubbio dobbiamo dire dogmatico non scemò di forza mai, anzi risorse
in tutte le epoche più importanti della storia. Merita finalmen- te menzione un
fatto quasi sempre obliato dalla critica. Se guar- diamo l'insieme
dell’indirizzo scettico postaristotelico da Pir- rone ad Enesidemo, da
Enesidemo a Sesto Empirico, invece di un arresto nella conoscenza delle cause
noi vediamo una ten- denza alla liberazione. Qual danno invero avrebbe potuto
rice- vere la benintesa ricerca causale dalla più modesta e circospet- ta
dubitazione? Chi non oltrepassò la guardinga misura della scepsi, per cadere
nel discredito irragionevole d'ogni ragione, chi non giunse a trovare tutto
falso, trascorrendo nell’ingiusto disprezzo d’ogni esame, fu benemerito della
critica filosofica e indirettamente favorì la soluzione scientifica del
problema cau- sale « persuadendo il bisogno delle ricerche sperimentali» (1).
Il curioso pertanto è solo questo che gli scettici, dopo d'aver chiamato la
logica in soccorso della scepsi per cacciare il dom- è (1) Cfr. il Discorso
intorno allo scetticismo di STEFANO BISSOLATI, 0p. cit., pag. 19. 84 CAPO IV
matismo, entrati una volta nella via della dubitazione, invoca- rono il dommatismo
per cacciare la logica e quindi ogni crite- ro di verità. Concludendo, se nel
criticare l’aitiologia domma - tica finchè la scienza sperimentale non era
ancor nata si fosse- ro contentati di non oltrepassare essi medesimi
l'esperienza, la loro dottrina aitiologica, ferma nel principio della ?coodevix
t@v Xéywv non sarebbe stata circondata da tanta antipatia. L’errore capitale
della scuola scettica postaristotelica, quanto al problema causale, fu adunque
il dommatismo (1). (1) Il RENSI, nella sua recente difesa dello scetticismo,
deride come troppo facili trionfi e figure di nebbia tutte le confutazioni
dello scetticismo, a pre- scindere dall’antichità, dal Cousin, al Rosmini, al
K. Fischer, al Gentile. Ma prudentemente dichiara che lo scetticismo è meno una
dottrina che una pra- tica, è un sistema di direzione dell’intendimento e,
restringendo ancora il suo campo, « lo scetticismo — conclude - è, sì,
nn’attitudine mentale (come ogni altra filosofia), ma, appunto un’attitudine
mentale che riguarda il campo filo- sofico » (op. cit., pag. XX). Di più
aggiunge che, secondo Sesto Empirico, le espressioni di dubbio o negazione
degli scettici, non le si profferiscano da noi generalmente per ogni fatta
cosa, ma per le oscure e le dommaticamente ricercate», ossia per quelle che
appartengono al campo della speculazione filosofica. Basta danque perchè lo
scetticismo si regga che il suo « niente è vero » si riferisca alle
affermazioni e alle costruzioni della filosofia alle quali in realtà soltanto
si riferisce, come prova il fatto che quella proposizione è dagli scettici
opposta appunto alle costruzioni filosofiche e non all’ « uomo comune e alla
sua credenza pratica nel- l’esperienza fenomenica » (pag. XN-XXIII). Ma a
proposito di questa difesa c’è molto da dire. Anzitutto è un'idea del RENSI che
lo scetticismo sì restringa alla sola negazione di ciò che si riferisca alle
affermazioni e alle costruzioni della filosofia. Poichè nella frase scettica «
niente è di vero », non c'è modo di sottintendere « niente di filosofico è vero
», tanto più che la polemica è condotta contro ogni forma di sapere, come è
provato dall'opera Contro è Matematici. Se è vero poi che gli scettici non
proferiscono le loro espressioni di dubbio o di negazione per ogni fatta cosa,
dunque è vero che essi stessi ammettono che c'è qualche verità. Se gli scettici
intendono solo riferirsi alle espressioni « oscure e dogmaticamente ricercate »
allora la loro frase cquivale solo a questa: « Niente di ciò che è oscuro e
dommaticamente ricercato è vero ». Principio verissimo per tutti coloro che non
vogliono cadere nello scetticismo universale (senza eccezioni !), nè nel
dommatismo. Inoltre il RENSI ritiene che dal naufragio scettico siano salvabili
le proposizioni concernenti «< l’uomo co- mune e la sua credenza pratica
nell’esperienza fenomenica ». Ma su questo punto restiamo scettici noi,
riflettendo che la maggior parte degli argomenti degli scettici antichi sono
fondati sui dissensi delle opinioni comuni, sulle illusioni dei sensi e sulla
insufficienza delle prove empiriche a costituire la scienza, Insomma non solo è
vero che gli scettici negano la possibilità di co- noscere il trascendente, e
non già il contenuto della coscienza immediatamente STOICISMO, EPICUREISMO,
SCETTICISMO, NEOPLATONISMO 85 S 4 In siffatte esagerazioni e opposizioni
s'avvolgevano le scuole greche postaristoteliche (1): le positive cercando di
fon- dare il sapere, ma riuscendo invece a distruggerlo, le negative cercando
di distruggere il sapere, ma riuscendo invece a mo- strare l’altissimo pregio
ideale del saper vero. In pratica, colla infermità della scienza fisica,
vacillava la dottrina positiva della causalità, e la metafisica straziata da
tanti partiti non oifriva una tavola di salvezza. Non senza grande profitto
pertanto de- gli studj filosofici il neoplatonismo, al tramonto del pensiero
ellenico (2), superati i capziosi cavilli impotenti a cogliere il vero, riprese
il tentativo della conciliazione dei maggiori indi- rizzi filosofici anteriori,
e segnatamente del principio numerico di Pitagora, delle Idee sopracelesti e
del Bene supremo di Pla- tone, della realtà degli individui e del pensiero
supremo di Ari- stotele, delle ragioni seminali e dell'anima del mondo degti
Stoici, dell’intuizionismo figeistico di Filone. Già, così in Platone come in
Aristotele si trovava (benchè dif- ficile a discernersi; la doppia tesi
dell’immanenza e della tra- scendenza del principio supremo. Senonchè in
Platone la neces- sità che TIdea sia immanente agli esseri (&voboa) era
implicita (Parmenide), mentre era esplicita la tesì che VIdea sia — me-
tempiricamente parlando (3) — separata(tò xwptotév); ed una in- dato (come
afferma il GOEDEKEMEYER), ma è pure vero che prendendo atto di questo
contenuto, ne riconoscono la costante fallacia. Quindi nella polemica degli
scettici per la irreducibilità del sapere empirico al sapere scientifico, noi
diamo ragione agli scettici. Finalmente, quando si riconosca la funzione vera-
mente sintetica della filosotia, diventa trascurabile l’affermazione del RENSI
per cui lo scetticismo sarebbe la negazione d’ogni verità filosofica (pag.
XXV). Ri- durre la filosofia a mero lirismo estetico, non è forse dimenticare
la funzione unitaria dell’io, che giustamente sta tanto a cuore del RExsI?
(pag. 305). (1) Continuiamo a considerare fra le scuole postaristoteliche anche
il Pirro- nismo, benchè il RENSI osservi giustamente che « Pirrone è
contemporaneo di Aristotele » (Lineamenti di filosofia scettica, Bologna,
Zanichelli, 1919, pag. 260, nota 28). In mancanza di precise notizie sopra la
data delle opere di Pirrone, non avrà importanza il fatto che Pirrone muore
circa mezzo secolo dopo Aristotele ? (2) Con Plotino (205-27) e Proclo
(410-485) ci portiamo all’inizio del Medio- evo. È noi teniamo congiunti questi
due autori, benchè vi stia în mezzo S. Agostino (354-43 :), per riunire le
correnti affini e distinguere più netta- mente il pensiero ellenico dal
pensiero cristiano. | (3) Per questa riserva, cfr. GUASTELLA, Filosofia della
metafisica - Palermo, 1905, Supplemento A e B.
negabile conferma è la doppia teoria della metessi e della mi- mesi. In
Aristotele per contro era esplicita la tesi dell’intimità dell’essenza agli
individui, mentre la teoria della essenza divina come pura forma senza materia,
pensiero di pensiero, motore immobile al di là del mondo, era circondata di
arcano fulgore. Plotino (205-270) questo Licofrone della filosofia greca,
accettò in modo esplicito entrambe le concezioni opposte e le risolse
dialetticamente, trasfigurandole alla luce d’un principio supe- riore.
D'ressupponendo la notizia del sistema plotiniano (1), ecco 1 tratti
caratteristici della sua aitiologia. Un principio d’emanazione o di
irradiazione o di generazione congiunge tutto l'universo, dal mondo
intelligibile al mondo sensibile, dall’assoluto al contingente, dal primo (tè
apitov) al- l’ultimo, dall'uno (tò £y) ad ogni minimo prodotto. Tutto, ad ee-
cezione del primo e dell’ultimo, è insieme produttore e prodot- to, causa ed
effetto; si eccettua il primo che non è che sansa, l’ultimo materiale che non è
che effetto e non genera nulla per- chè senza vita (4éwy). Tutto per
conseguenza ha due amori: T'a- more del principio e lamore delle conseguenze,
lamore della causa e l'amore degli effetti. Tra principio e causa la differenza
è questa: l'Uno è attività somma dell'essenza e dall’essen- za (2). Come
attività dell'essenza (Î pév gou T76 odotxs) è princi. pio (*oyf)), come
attività dall'essenza (Î) 3° Ex 75 odotac) è cansa (aittov). Per luna, è
attività rivolta in sè (7 pèv éy favt@) per l’altra, è attività rivolta ad
altro (© eîtg dAX0o). L'una è ciò che rima. ne cioè non perisce (0dx
&r6XAvoda) benchè produca; laltra è ciò che produce (yewà) o trabocca
(0repeggon) o irraggia (éxA4pre) benchè rimanga. Riassumendo : 1' Uno è insieme
principio e can. (1) VACHEROT, ITistoire critique de l’école d’ Alerandrie. —
BARTBELEMY S.-HI- Lara, De VÉc. d'Aler., 1845, — Simon, Mist. de l'école
d’Alex.. 1845, 29 volume. — FoUILLÉE, La phil. de Platon, II, pag. 309-418. —
CovottI, La Cosmogonia plotiniana e Vinterpretazione panteisto-dinamica dello
Zeller. Rendi- conti Ac. Lincei, Serie V, Vol. IV, 1895, pag. 371, 469. Plotini
Enneades (Dii- bner). Ed. A. F. Didot, MDCCCLV. — Les Ennéades de Plotin. Trad.
Bouillet 30 vol. 1857,
1659, 1861. | (2) La distinzione finissima, ignota al VACHEROT, tra l’attività
in sè e l’atti- vità da sè e tutto l’importantissimo ordine delle conseguenze
che se ne ricavano sono merito del CovoTTI (op. cit., pag. 376). re O So STOICISMO,
EPICUREISMO, SCETTICISMO, NEOPLATONISMO 87 sa. Ma nulla è causa al pari
dell’Uno, sia perchè 1’ Uno solo è senza causa, immobile, inesauribile, fuori
del tempo, immanen- te in tutto e ciò non ostante trascendente, non solo causa
quin- di, ma la causa principale o per eccellenza, (tò altbtatov) cioè la causa
più causale di tutte, perchè contenente tutte le altre cause procedenti da essa
(1). Fra il primo e l’ultimo sono le cause prodotte, cause insieme ed effetti:
queste sono nel tempo e pro- vengono dall’ Uno per atto d’emanazione
necessario. Altro prin- cipio plotiniano d’altissima importanza, per il seguito
che ebbe nella storia, è l’immanenza della Causa suprema nell’effetto, e
insieme la sua trascendenza. L’Uno come la causa universale è in ogni cosa
(effetto), perchè tutto è causato da lui, quindi la causa somma è immanente; ma
nessuna cosa è lUno, vale a dire nessun effetto è la causa suprema, quindi la
causa somma è trascendente. L’universale immanente nell’individuale è prin-
cipio aristotelico; luniversale trascendente l’ individuale è prin- cipio platonico
(2). In seguito è da avvertire che, dato il processo circolare dal mondo
intelligibile al mondo sensibile per caduta o discesa (1p6odos) — e dal
sensibile all’intellegibile — per elevazione 0 ascesa (èruotpogi) — talora
Plotino, a quel che sembra chiama stortamente e promiscuamente causazione
entrambe le vie cioè tanto la processione dell’ Uno quanto il rivolgimento
verso 1’ Uno. Ancora sarebbe da investigare qual conto Plotino faccia delle
quattro cause aristoteliche, e se respinga o ignori o almeno ra- senti il
concetto scientifico del rapporto causale. Ma sarebbe superfluo addurre passi
per mostrare che le quattro cause gli sono in tutto famigliari, perchè le
nozioni di materia e di for- ma, di potenza e di atto e di efficienza ricorrono
continuamente nelle Ennceadi (3). Ma, tacendo omai di questi e d’altri
argomenti più o meno validi sparsi nella grande opera plotiniana, perchè
Plotino è tal filosofo da doversi contemplare nel più ampio e gagliardo (1)
Emn., VI, 8, 18; VI, 8, 14; VI, 7,2. (2) È superfluo ricordare che l’effusione
dell’attività divina si fa sentire per attività intermediarie. Al riguardo Cfr.
ZELLER, op. cit., III, 2, pag. 539 e segg. (3) I rapporti fra forma e materia e
loro intrinsecazione ed estrinsecazione sono stati indagati sottilmente dal
CovotTI (op. cit., 471-477). 88 CAPO IV volo del suo pensiero, volgiamo un
rapido sguardo al sistema aitiologico delineato. Vedemmo che Vestenszione
arbitraria del termine causa così al mondo intelligibile come al sensibile
importa la necessità di distinguere la causa intemporale dalla causa temporale.
Imbro- glio grande, perchè la differenza fra il principio che è intempo- rale e
la supposta causa intemporale s'attenna sì che diventa quasi inassegnabile,.
Certamente resiste la distinzione fra Vatti- vità dell'essenza e l’attività
dall’essenza. Ma tanto sforzo non è compensato dalla minima utilità. Similmente
il trapasso dalle canse seconde alla causa prima non ha che il vantaggio di
favorire la supposizione della causa della teologia. Ma noi, solleciti di
evitare Pesempio di coloro che vorrebbero sempre tradurre i dogmi delle
dottrine teologi- che in principj di filosofia razionale, non entreremo per ora
in questa via, benchè sia degna della massima meditazione. Finalmente labito
contratto da Plotino di rinvenire da per tutto irradiamenti (7eg/Agubto),
fulgurazioni, luce di luce (0ég °C guide) e così via, lo induce a porre fra
queste metafore e le causazioni naturali continue analogie che possono parere
posi- tive e convincenti solo a coloro che sono favoriti dalle visio- ni (1).
Tutto questo, s'intende, è in perfetta convenienza col teologismo alessandrino
e sarà sfruttato largamente dallo stesso teologismo cristiano che, abbandonando
la tesi plotiniana del Bene-Uno superiore all'intelligenza (Eréxeva 10) vos)
del Dio eter- no più che pensiero (drepyinorg ke? odo), pone Dio come causa
libera intelligente. Ma, noi dobbiamo lasciar stare oramai i giudizj ri- (1) Il
COvoOTTI, nel suo pregevolissimo saggio si sforza di mostrare che la emanazione
plotiniana non è causazione, perchè mancherebbe la causa efficiente di questo
uscir fuori delle cose dall’uno (pag. 482). « Questo produrre, egli dice, dal
proprio seno le cose non implica un semplice rapporto causale.... ma implica
un’emanazione dal seno dell’uno (pag. 482) » e in questo senso crede che il
sistema di Plotino sia realmente emanatistico contro la tesi dello Zeller. Ma
anzi tutto non è detto che, respinta la causa efticiente, sia respinto ogni
rapporto causale. In secondo luogo, se è vero che — secondo noi — se Plotino
respinge la genesi nel tempo, respinge il rapporto causale, però non è detto
che egli neghi il valore causale all’uno semplicemente perchè nega che sia
semplice causa. Il fatto è che noi siamo contro l’uso di Plotino che chiama causa
anche ciò che trovasi in sola deduzione logica per l’attività dall’essenza.
STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO, NEOPLATONISMO 89 schiosi e certo
incongruenti sopra il valore filosofico d’un’opera non filosofica, per
considerare il mirabile sviluppo dell’aitiolo- gia plotiniana nell’elaborazione
di Proclo, badando sempre at- tentamente di non confondere i titoli della fede
con quelli della ragione. Proclo (410-485) è il più eminente causista della
scuola di A- lessandria. La sua posizione è caratteristica di fronte ai sistemi
precedenti, perchè considera la filosofia d’Aristotele come un’in- troduzione
alla filosofia di Platone (1) ; e la sua dottrina più chia- ramente ancora che
quella di Plotino si presenta come la sintesi universale dei numerosi elementi
della sapienza antica elaborati sotto l’influenza del platonismo (2). Lo sforzo
e lo scopo massimo della sua aitiologia è di provare che bisogna risalire ad
una causa prima che non può essere che Vl’ Uno in sè identico col Bene in sè.
Questo proposito in fondo non si discosta da quello di Plo- tino che vuole pure
elevarsi a Dio mediante l’idea dell’unità e l’idea del bene e mediante il
principio di causalità (3). In compendio, ecco i tratti fondamentali
dell’aitiologia di Proclo contenuti nella sua ZXtoryetiwors deodoytan (4).
L’operetta è divisibile in tre parti: la prima tratta dell'Uno (I-CLIX), la se-
conda del voig (CLX-CLXXXIV), la terza dell’anima del mondo. Premessa la
dimostrazione che ogni molteplicità è, in qualche maniera partecipe dell’ Uno, (5)
per evitare l’assurda idea dell’in- finità degli infiniti, idea assurda,
giacchè dell’infinito non vi è nulla di più grande (I), premessa la
dimostrazione che tutto ciò che produce un altro è migliore per natura della
cosa pro- dotta (VII) e che tutte le cose appetiscono per natura il bene (VII),
premessa infine la dimostrazione che a tutte le cose in qualche modo
partecipanti del Bene, va innanzi il Bene primo (1) VACHEROT, Mist. crit. de
Véc. d’ Alex., II, pag. 211. (2) Id. pag. 213-4. (3) Id. pag, 224. (4) CREUZER,
Initia philosophiae ac theologiae ex platonicis fontibus deducta. Vol. III
Procli succ. plat. Institutio Theologica (Graece et lat.), 1822. — Cousin,
Procli, philos. plat., Opera omnia, Paris, 18 ed. 1819-1827; 2* ed. 1864. Utile
la trad. it. di M. Losacco : Elementi di Teologia di Proclo. Carabba, Lanciano
1917. (5) Per economia di riferimento si citano in parentesi i numeri delle
propo- sizioni della X. ®., tralasciando il testo greco. 90 CAPO IV che è
null'altro se non il Bene (VIII) e che tutto ciò che basta a sé stesso è
migliore di ciò che non è tale ma fa dipendere da un'altra causa la causa della
sua perfezione (IX); o non esiste alcuna causa, afferma Proclo, o v'è regresso
di cause all’infinito, o le cause fanno circolo fra loro (XI). Ma nei due primi
casi nessuna scienza sarebbe possibile, nel terzo i medesimi esseri sa- rebbero
insieme anteriori e posteriori, più potenti e più deboli ni questo è
impossibile, perchè distruggerebbe la distinzione di grado tra la causa e
l’effetto (XI), mentre sappiamo che la cau- sa è migliore di tutte le cose
delle quali è causa (XI). Segue dunque la necessità d’ammettere una causa
primissima di tutti gli enti che è il Bene (XII). Essa è a capo della gerarchia
cau- sale dell'universo. Tutti gli esseri sono subordinati ad essa. E la sua
potenza produttrice è tale che, causando, non viene pun- to a diminuire 0 a
modificarsi, essendo immobile (XIV), incor- porca (NV), permanente in sè (XXVI)
e producendo per la sua perfezione o sovrabbondanza di potere (XXVII). Da parte
sua ogni effetto, per Ja sua similitudine con la causa prima che unisce
immanentemente tutte le cose (XXXII), sempre desiderando riu- nirsi al suo
principio, ritorna a quello da cui procede (XXXI). Onde tutte le cose procedono
circolarmentoe dalle cause alle ‘ause (XXXIII). Concludendo, ogni effetto
rimane, nella sua causa, ne procede e vi ritorna (XXXV), e il più remoto cioè
Vultimo nella progres- sione è il primo nel ritorno (XXXVI-VII). Analogamente,
la concatenazione gerarchica delle cause è tale che gli effetti delle Cause
seconde sono a maggior ragione effetti delle prime, e queste Sono più causali
di tutte (LVI-VIID perchè la potenza delle cause SI misura dalla capacità di
produrre più effetti (LX), cioè dall’u- niversalità dell'azione produttiva,
manifestandosi di grado in gra- do per fulgurazioni negli esseri dall'Uno
(LXIII). Tutto ciò che è più universale è tra le cause principali e, prima
delle partico- lari, sfolgora nelle cose partecipanti (LXX); e le fulgurazioni
emananti dalle cause più alte ricevono le progressioni derivanti dalle
secondarie (LXXI). Tutto ciò poi che dicesi propriamente ‘ausa è esente
dall'effetto e ciò che è nell'effetto è piuttosto con- Causa che causa (LXXV).
Tutto ciò che è in potenza emana da ciò che è in atto (LXXVII) e ciò che è in
potenza procede 1 ciò STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO, NEOPLATONISMO 9! N
che è in atto (LXXVII). Tutto ciò che sempre diviene ha infini- ta la potenza
del divenire (LXXXV). Ogni vero ente risulta del limite e dell’infinito
(LXXXIX), del limite in quanto atto, del- l’infinito in quanto potenza, perciò
è un misto (XC). La vera ‘causa però, produttrice d’ogni misto è l'Uno
(XCII-V), da cui è ogni serie (C). Tutto è in tutto, ma è in ciascuno secondo
una maniera appropriata (CIII). L’Uno è impartecipabile, ma si co- munica
tuttavia moltiplicando i suoi doni ed è partecipato o immediatamente o mediante
termini medj (CVI). Tutti gli or- dini degli Dei sono legati con una mediazione
(CXXXII). Ogni congiunzione accade per somiglianza (CXLVII). Di tutto ciò cle è
in tutte le cose bisogna che una sia la causa antecedente (CLVI). Paterna è la
causa dispensatrice dell’essere a tutte le cose e costituisce le sostanze degli
enti, demiurgica quella che dà alla produzione i caratteri della molteplicità e
della forma (CLVII); diversa ancora è la causa elevatrice dalla causa puri-
ficante (CLVIII). Questa esposizione sommaria basta per sè a mettere in luce il
merito e il difetto dell’aitiologia proclhiana. La quale, come ognuno avrà
facilmente notato, consiste non già in un sistema nuovo ma propriamente in una
sistemazione metodica della dia- lettica dell’universo dall’ Uno. La pietra
angolare su cui si fon- da è questa che il mondo non potendo sussistere per sè
(addu- rootatév) dipende da una causa più perfetta. La grande innova- zione che
Proclo si studiò di portare nella filosofia fu quella del metodo in apparenza
geometrico o dimostrativo. Egli infatti co- mincia ognuno dei suoi CCXI
capitoli con una proposizione, e a questa fa seguire un’argomentazione che egli
stima atta a dimo- strarla. Ma in verità non fa che travestire le asserzioni
più dog- matiche con una forma pseudologica. Gli argomenti che egli ad- duee
per dimostrare i suoi assunti, non che erronei e fallaci, sono in tutto procedenti
dall’ignoto al creduto, dall’incerto al più incerto, e per questioni adiafore
aprono il varco al mondo arbitrario della fantasia. La critica filosofica può
ben tollerare questo sfogo come tentativo della mente umana per mettere in
ordine le opinioni concernenti la metafisica ipostatica anzi iper- ipostatica
delle cause; ma mon può ammettere i suol ragiona.‘ menti come principj
teoretici della ragione. È nobilissimo certo Kei DO CAPO IV il tentativo di
unire insieme in una sola prova i tre principj dell'unità, del Bene e della
causalità. Ma è strana, a dir poco, la ragione con cui Proclo, sulle orme di
Plotino, pretende di dare dignità scientifica al suo sistema teologico
concernente la teoria degli Dei o unità divine (îvîes Seta), la teoria della
prov- videnza (mpévorz) e della fatalità (eîpappévn’, la gerarchia delle
ipostasi, il rapporto del produttore (causa) al prodotto (effetto), la teoria
del ternario, della successione delle triadi e via dicendo. Egli risponde
sempre gravemente su tutte le questioni più astruse con un gruppo di aforismi
così sicuri che davanti ad essi tutte le difficoltà dei misteri — per coloro
che ragionano come lui — spariscono immediatamente. Ma per costringere i
dissenzienti a tener per legittima La sua logica bisognerebbe dimostrare come
vi siano propriamente due specie di togica, una ordinaria per de- duzione,
lPaltra straordinaria per illuminazione o per fulgura- zione, ragionante a
rovescio della prima. Non mancano certo di- stinzioni d'una finezza bellissima
come quelle i proposito della famosa distinzione fra i due principj costituenti
l'infinito della potenza (tè &rerpov) e il finito dell'atto (tè négz<)e
il misto (tò prxtòy) e il principio superiore al finito e all’infinito che,
»intetizzan- doli, forma il misto (Î yXo tetkpin aîzia dj t76 pifews momuzi)
(1); e quelle circa IUragtts, la 7oéodos e l'ertoTtpOeI,, e la teoria del mon-
do intelligibile. E fa un po” pena dover essere severi a propo- sito d'unPopera
che è tuttit poesia. Ma è questa appunto la ra- sione che ci forza a non
confondere insieme due ordini di idee irreducibili. Anche ciò che, sempre in
tono teologico, Proclo di- chiara a proposito delli causa efficiente,
paradimmatica, e fi- nale unificate nella causa superiore puramente
intelligibile nel Commentario al Timco è sfornito d'ogni valore razionale
proba- tivo (21. La lettura è piacevole ma il risultato finale è sempre lo
stesso: la teologia invece della filosofia (3). Son dottrine dal. tronde
derivate direttamente da Platone e sempre esposte col proposito di difendere
contro Aristotele e gli Stoici la teoria platonica delle idee, così intimamente
connessa. alla dottrina (1) Cfr. anche Plat,, Theol., III, 9. (2) Com. Tim.,
65-70. (3) Com. Tim., I, 63-5. STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO,
NEOPLATONISMO 93 delle cause, come nel modo più esplicito Proclo dichiara nel
sno Commentario al Parmenide (1); ma tanto convincenti quanto quelle che sì
adducono per dimostrare l’esistenza degli ippocen- tauri e delle chimere. La
teoria delle cause apparisce a Proclo con una luce così viva e raggiante che
egli ad ogni occasione vi ricorre per rischiarare i più profondi misteri. Così,
premesso che il vero carattere del mondo è uno e multiplo e che quindi vha la
guerra nel seno medesimo dell'armonia e dell'unità, afferma che ciò malgra- do,
la guerra stessa della natura è governata da cause che la di- rigono nel senso
della suprema unità, del pari per dimostrare il dogma dell'eternità del mondo
contro i cristiani vi ricorre tre volte su sette (2). Anche nella sua
Psicologia (3), trattando in modo mirabile la teoria dell'anima umana e delle
sue facoltà per salire fino alle vette sublimi della contemplazione e
dell’estasi, impernia tutta la discussione sopra il principio delle cause. Tre
cause — se- condo lui — presiedono al compimento delle azioni umane: la
libertà, la fatalità e la provvidenza, e tutte le azioni del dram- ma
dell’universo si rilegano al Bene, fine supremo di tutto, sì Ghe la somma
schiavitù in Dio si risolve nella somma libertà (4). Finalmente anche tutto il
sistema mitologico di Proclo mostra in maniera evidentissima l'enorme
importanza che egli attribui- va all’interpretazione causale nel seno stesso
del mondo divino o dell’Uno (Dio ineffabile) del mondo intelligibile o
dell’intelli- genza e dell’anima cioè delle unità e delle potenze (Dei intelli.
gibili, intelligibili-intellettuali, intellettuali, demiurgici, guar- diani,
zoogonici e anagogici) e del mondo sensibile o delle po- tenze inferiori (Dei
inferiori) (3). Ma l'addentrarsi ora nella di- stinzione della causa paterna e
della causa materna e delle cau- se intermediarie ci porterebbe troppo lontano
dalla filosofia. Le. (1) Com. Parm., V, 17, 18, 19. (2) Cfr. VACHEROT, op.
cit., II, pag. 349-354. (3) Cfr. De Providentia et de fato et eo quod in nobis
(op. di P. conservataci nella trad. lat. di Guglielmo di Morbeck, Arcivescovo
di Corinto). (4) Cfr. VACHEROT, op. cit., II, pag. 363-365. (5) Cfr.
l’interessantissima tavola della religione ellenica secondo Proclo in VACHEROT,
op. cit., II, 379. 94 CAPO IV cause di cui disputa Proclo son sempre cause
vedute dal punto di vista della causa prima; la quale, it parer nostro, appunto
perchè la sua natura è di produrre rapporti causali cioè cause in rapporto con
effetti, non è essa medesima causa. Tutta la sua aitiologia ha senso e valore
teologico pagano, perchè scaturisce da un olimpo di cause, e vi ritorna e vi
rimane sempre dogma- ticamente. E con ciò, a dire il vero, non mostra di
conoscere gli interessi della filosofia meglio dell’aitiologia teologica
cristiana ; chè, ridotta La metafisica delle cause nei termini assegnati dalla
teologia, ogni edificio aitiologico rovina da capo a fondo. E lo vedremo
immediatamente studiando la fortuna del problema delle cause nel medioevo. CAPO
V. La Patristica e la Scolastica. $ 1. Gli Apologisti e i Padri della Chiesa,
(1) esclusivamente preoccupandosi di invitare lo spirito ad una profonda
sommes- sione alla fede, non solo non chiarirono direttamente il problema
scientifico e filosofico della causalità, ma escogitarono una dom- matica
teosofica che valse ad oscurarlo. Certo Videalismo cri- stiano primitivo non
impugna l'intuizione dell’umniverso dal pun- to di vista della causa prima e
della causa finale. Anzi più che mai ammette l’esistenza di colui che è la
causa prima, e subor- dina tutto l’universo al disegno finale della divina
provvidenza. Quindi il concetto della potenza causale è riconosciuto senza
reticenze. «In semine, ergo, illa omnia fuerunt primitus, non mole corporcae
magnitudinis sed vi, potentiaque causali». Tut- tavia il concetto stesso delia
causa prima è solo in parte ana- logo all’aristotelico. Infatti, senza posa si
insiste sull’incapa- cità della mente umana a comprendere la verità della
natura di Dio, bastando in tutti i casi la fede nell’evangelo. Deus melins scitur
nesciendo. Si avverta però che sarebbe ingiusto dimenticare due cose : | che
una corrente promossa dai Padri della scuola Alessandrina (1) Cfr. PICAVET,
Esquisse d'une histoire génerale ct comparce des philosophies médiévales
(Parigi, 1905). — A. STOCKL, Geschichte der Philosophie der patristischen Zeit
(Wiirzburg, 1891). — A. STOCKL, Geschichte der Philosophie der Mittelalters
(Magonza, 1864-66). — De WuLF, Mistoîre de la philosophie médiévale (Lovanio-
Parigi, 22 ed., 1905). 96 CAPO V e segnatamente dal grande Origene, mutuando il
concetto car- dinale di {tiustino, sostiene l'accordo tra teologia e filosofia,
e che un'altra corrente promossa da Tertulliano, avendo in odio la filosofia,
subordina risolutamente la ragione alla fede. Pur- troppo quest'ultima corrente
ebbe la prevalenza, a tal segno che, fissata la formula della fede (domma), per
rispetto ai mas- simi problemi della scienza e della filosofia, ogni
controversia finiva col ricorso alla cosidetta verità di fede. E questo fu il
gran difetto dell'aiticlogia cristiana di quasi tutto il Medio-evo, non
dileguato interamente neppure nell'età moderna e contem- poranea. dd Notevole è
pertanto la posizione di Origene (185-254) perchè riconosce l'importanza
filosofica del problema della causalità. Nei suoi quattro libri (reg %ey©vy)è
sensibile l'influenza di Pla- tone e del Neoplatonismo. La sua dottrina
comincia con la no- zione di Dio padre (5 dedg) da cui distingue il Figlio di
Dio, il Verbo divino(A6yos)che penetra tutta la creazione, e lo Spirito Santo.
Queste tre persone della divina Trinità sono da lui con- cepite fuori d'ogni
rapporto temporale. Il mondo e quindi la. creazione sono la rivelazione di Dio
mediante il Aéyos il quale comunica a tutto l'universo TPessenza divina,
principio eterno di tutte le cose, con attenuazione progressiva a misura che
amore di Dio diminuisce nella creatura. Ma l'ordine meraviglioso che regna nei
fenomeni del mondo è Pell'etto d'un’'interminabile ge- rarchia di intelligenze
(Angeli), emanazione dell'unità suprema creatrice, non già l'effetto della
volontà di Dio. Anzi il notevole è che queste intelligenze si determinano
spontaneamente. Il tono di Origene, rispetto all'interpretazione della causa
lità, è dunque prevalentemente emanatistico e rare volte sl pi- glia la briga
di distinguere Pemanazione dalla causazione, spa- ziando largamente come i
Neoplatonici nel campo delle meta.- fore di teosofia (1). Agostino (354 — 430)
(2) venne a dare maggior rilievo alla dottrina della causalità, ponendo Dio
come la causa dell’ente in- (1) Questa prevalenza emanatistica, che ha tinta
fortemente platonica, op» prime talora quasi del tutto la dottrina cristiana
della creazione. (2) Cfr. Mione, Patr. Lat. XXXII, ss. — Cfr. PRANTL, Gesch.
der Log. im Abendl., Il. - Rirrer, Gesch. d. christ. Dhilos., tellegibile e causa del pari della materia e
di tutte le cose create dal nulla in un istante, secondo le rationes aeternae
che abita- no nella Parola (1) e destinate a svilupparsi nelle proprie spe- cle
con processo temporale e causale (2). Ma se guardiamo Vin- sieme del sistema,
invece d'una difesa del processo causale, noi vediamo una dottrina contraria
all’intelligibilità universale delle cause. Il colpo gravissimo contro la tesi
classica dell’aitio- logia è vibrato dalla dottrina della grazia. È superfluo
dire che questo principio, intimamente connesso alla questione dell’origine del
bene e del male, rompe il filo delle cause naturali. AI male si attribuisce una
causa non effi- ciente ma deficiente rispetto alla grazia (3), causa del bene è
Dio, Alla coneatenazione necessaria delle cause e degli effetti na- turali
sottentra la propagazione ereditaria del peccato origina- le. Nessun posto
all'umana libertà, unica prospettiva la reden- zione e la grazia (4). | Così,
scaduti di credito i principj classici della filosofia greca, anche la
medesimezza del teologizzare e del filosofare viene ab- bandonata, anzi la
Filosofia diventa ancella della Teologia. La altiologia eterodossa viene
combattuta con vero furore. Questa lotta è evidente nella confutazione dal
punto di vista cristiano che Procopio di (raza fa dell'opera di Proclo, nel
secolo V. Ma questo documento appartiene piuttosto alla storia della Chiesa che
della filosofia. (1) Quaestiones Octoginta tres., C. 46. - Poichè tutte le
cose, secondo lui, ci offrono un’imagine della Trinità, ogni oggetto possiede
una triplice causa ed implica una trinità nella Causa suprema (l’universale -
Padre, il particolare - Figlio, il rapporto - Spirito Santo). Cfr. De dir. qu.
33, q. 18. (2) De Genesì ad litteram, v. 23. (3) De Civ. dei. - XII, 7. (4)
Questo apprezzamento potrà parere esagerato solo a chi non rifletta che S.
Agostino, dopo d’aver affermato : « Non est consequens, ut sì deo certus | est
omnium ordo causarum, ideo nihil sit in nostrae voluntatis arbitrio. Et ipsae
nostrae;voluntates in causarum ordine sunt, qui certus est deo ejusque
praescientia continetur, quoniam et humanae voluntates humanorum operum causae
sunt » (De Civ. dei. V. 9, 3), lascia sempre senza risposta le domande intorno
al modo della conciliabilità della prescienza divina, della grazia, della
libertà dell'uomo e dell'ordine causale necessario delle cose esteriori. -
PastoRE — Storia critica del problema della causalità. 98 CAPO V $ 2. Il primo
periodo della Scolastica (800-1050) (1), superati i ioni secoli delle invasioni
barbariche, prosegue il compito dommatizzante iniziato dalla Patristica. Si
capisce qual fortu- na doveva toccare alla dottrina scientifica e filosofica
delle cause. Anzitutto la verità di fatto, per sè considerata, si dichiara
insufficiente alla conoscenza delle vere cause ; lo stesso capita in secondo
luogo alla verità di ragione ; infine la verità di ragione e la verità di fede
vengono forzate ad un'alleanza enorme. Il concetto di causa resta completamente
teosofizzato e come tale viene assorbito dal concetto di creazione. Questa
identificazione è evidente in Giovanni Scoto. Eriugena (2) il quale, partita la
Fisi in quattro specie: creante increata, creante creata, creata increante,
increante increata, chiaramente determiva la sua teoria. circa le cause,
identificando con la specie seconda (che crea ed è creata) le cause primordiali
(create e creatrici) concepite come un mondo ideale; e ponendo il mondo reale
delle creature come il mondo degli effetti in relazione omogenea col mondo
delle cause. La creazione causale così si risolve in un'infinità. serie
emanatrice di teofanie finite (5). Un tratto notevole per le conseguenze è il
seguente: «Ubi rationabilitas, ibi necessario libertas» (4. A questo bisogna
connettere anzi- tutto il criterio di S. Anselmo: ratio quae princeps ct juder
omnium debet esse (5), quindi la teoria di Abelardo sopra To- rigine delle cose
; perchè mentre da un lato sì ammette che Dio creò tutto necessariamente,
dall'altro tuttavia. si ricava che Ta creazione è libera, giacchè Dio
nell'attuarla non fu costretto da alcuna. causa esterna ma unicamente dalla.
propria natura. (1) Seguiamo l’accredita divisione del GonzaLks, Iistoria de la
Filosofia, 28 ed., Madrid, 1885, II, 116-7 (2) Cfr. MiGxe, Patr. Lat., CXXII.
L’identiticazione che l’Eriugena fa di filo- sofia e relîgione lo porta a
dichiarare : « Quid est aliud de philosophia tractare nisi verae religionis
quam summa et principalis ompium rerum DI Deus et humiliter colitur et
rationabiliter investigatur, regulas exponere ?» (td. col. 557).
(3) De divisione Naturae, T, cap. 3, 17; III 19, 23. (4) De Praed., 8, n. 5. (5)
Cfr. RousseLot, Etudes sur la philos. dans le moyen-age, (col testo ag- giunto)
$ 3. Il secondo periodo della Scolastica
(1050-1200), malgrado le crisi profonde che lo travagliarono, in parte anzi per
queste medesime crisi, dissepolta la confutazione cristiana. dell’aitiolo- gia
di Proclo, ne rivive espiicitamente lo spirito rinnovando gli antichi
contrasti. La ripresa antiprocliana è attribuita a Nicola di Metone che, nel
sec. XI, ricopia quasi letteralmente Procopio di Gaza. Ma Vintuizione
neoplatonica non tarda a riaffacciarsi alla mente delle Scuole, in parte per
gli sforzi stessi di coloro che ad ogni costo volevano cristianizzare tutto
nonchè Platone e Plotino, in parte per la graduale infiltrazione della
filosofia araba, in quella ramificazione tanto caratteristica che, partendo
dalla Teologia apocrifa (1), malgrado il forte prevalere della corrente
aristotelica trionfante poi con Averroò, fermenta sotto lazione potente del
misticismo cristiano e sviluppandosi rapida- mente giunge fino al De causis
(2). E noto ormai che questo ce- lebre trattatello, commentato poi da Alberto
Magno (3) e da S. Tommaso (4), e da Egidio Colonna (5) ebbe somma fortuna ed
esercitò un’influenza grandissima sulla filosofia del Mediîo- evo (6). 1 (1) I
passi più importanti di questa Theologia apocrifa (falsamente attribuita ad
Aristotele) anche per ciò che concerne la dottrina delle cause furono ripor-
tate dal VACHEROT (op. cit., vol. III. pag. 86-96), citando la trad. latina
conte- nuta nella raccolta del Patrizzi: Nova de universis philosophia (poichè
il testo greco dell’op. è andato perduto). « Deus autem est causarum omnium
auctor, ratione qua eas produxit ex nihilo » Theologia Aegyptior, Patrizzi, IV,
c. 1 (Lib. III, c. 2); «(intellectus) illas res speculatur, non secundum ipsas,
sed altius cum fit causa ipsarum. Res autem est altior in causa sua quam in se
ipsa (II, 7); Intellectus autem fuit causa animae (III, 2); « Anima vero causa
na- turae (III, 2); Si quidem anima continens corpus, non autem continetur ab
eo, cum sit causa corporis » (II, 10). (2) Apprendiamo dal MurARI che la 12 ed.
del De Causis (Venezia, 1482 in fol.) lo divide in 31 capitoli, la 28 (Venezia,
1496, in-fol.) lo presenta diviso in 32. (3) ALB. MAGN., De causis et processu
universitatis, t. v. - A. VAN WEDDINGEN, Albert le Grand, Bruxelles, 1881. | (4) S.
THom., in libr. De causis praef. Op., t. IV. Romae. MDLXX. (5) FUNDATISSIMI
AEGIDII ROMAN., Archiep. Bituric... opus super authorem de causis Alpharabium,
Venetiis MDL (citato dal Murari op. cit., p. 103). (6) Sulla scorta dei risultati
critici più autorevoli e segnatamente del BAR- DENHEWER e del HANEBERG, paiono
evidentemente dimostrati questi quattro punti riassunti dal Murari: 1° che il
libro comunemente conosciuto, dopo la prima metà del secolo XIII, sotto il
titolo di Liber de causis (attribuito ad un 100 CAPO V Qui la considerazione
delie cause prime è apprezzata, secondo S. Tommaso, come l’ultima felicitas
quac in hac vita haberi po- test « perchè quel poco che di esse noi possiamo
arrivare a com- prendere vale assai più di quanto ci sia lecito apprendere
intor- no alle cose inferiori ». Secondo il Murari «l’idea fondamen- tale, come
l'errore essenziale del libro, consiste nel parallelismo dei gradi
dell’astrazione coi gradi dell'Essere, e nel negare ogni diversità tra lordine
reale e l'ordine logico » (1). A questa noti- zia generica s'aggiunga questo
tratto riassuntivo che mette be- ne in evidenza il concetto aitiologico
dell'opuscolo : « Dio è cau- sa prima, Vinanimato è effetto ultimo. Gli esseri
degli altri cin- que gradi (dopo 1 Uno= Dio, tre gradi distinti ognuno in due
ca- tegorie delle quali l'una, più nobile riceve la bontà divina dagli esserì
del grado superiore; Valtra meno nobile, la riceve dagli esseri superiori dello
stesso grado, 1° intelligenze divine e sem- plici, 2° anime intellettuali e
semplici, 8° corpi animati e inani- matii sono cause seconde degli esseri
rispettivamente inferiori, perchè sono mezzi onde a quelli trascorre la divina
bontà. Dio, le intelligenze e le amime intellettuali che sono le motrici dei
cieli, sono cause universali, e di queste l'autore determina l’es- senza e le
reciproche relazioni » (2). La causa. prima è ineffabile (superior est omni
narratione, quoniam ipsa est super omnem causam) e non può essere defini - ta
che per le cause seconde che sono illuminate dalla sua luce (et non narratur
nisi per causas secundas, quae illuminantur a lumine cansae primae, (Lect., 6).
Causa prima est supra res om- nes, quoniam est causa eis; propter illud fit
ergo quod ipsa non cadit sub sensu et meditatione et cogitatione, et
intelligentia et loquela : non est ergo nartabilis (Lect., 6). ebreo detto
David), fu steso in origine da un arabo che lo desunse dalla Ztoryeiwotg deco,
attribuita a Proclo (il Bardenhewer assegna la data del D. c. al 1197); 2° che
esso fu tradotto in latino da Gherardo da Cremona sul finire del sec. XII col
titolo di Liber (Canones, Aphorismi) de erpositione (de essentia) bonitatis
purac (absolutae, summac); 3° che il libro nella trad. latina di Gherardo ebbe
grandissima importanza presso gli studiosi del sec. XIII ; 4° che Dante lo
studiò in questa traduzione e ne invocò più volte (30 volte precisamente)
l’autorità nelle sue opere ». Cfr. MURARI. Il « De causis » e la sua fortuna
nel M. E. Giornale Storico, 1899, vol. NXXIV, pag. 938-117). (1) MURARI, op.
cit., pag. 102. (2) » » » 103. LA PATRISTICA E LA SCOLASTICA 101 Causa prima
regit res creatas omnes, praeterquam commixea- tur cum eis (Lect., 20). Omnis
causa primaria plus est influens supra causatam suum quam causa universalis.
Cum ergo removet causa universalis se- cunda virtutem suam a se, causa
universalis prima non aufert virtutem suam ab ea (Lect., 1). Vivum est causa
homini propinqua : et esse est causa ejus lon- .ginqua. Esse ergo vehementius
est causa homini quam vivum; quoniam est causa vivo quod est causa homini
(Lect., 1). Non figitur causatum causae secundae, nisi per virtutem cau- sae
primae (Lect., 1). | Causa prima est supra aeternitatem, quoniam aeternitas est
causatum ipsius (Lect., 3). Quod est, quit esse est super sensum et
super animam et su- pra intelligentiam, et non est post causam primam latius
ne- que prius causatum ipso propter illud ergo factum est superius causatis
rebus omnibus ct vehementins unitum (Lect., 4). Omnis intelligentia scit quod
est supra se et quod est sub se. Scit quod est sub se, quoniam est causa ei. Et
scit quod est su- pra se, quoniam acquirit bonitates ab eo (Lect., S).
Intelligentiae superiores primae, quae sequuntur causam pri- mam, imprimunt
formas secundas stantes, quae non destruun- tur. Intelligentiae autem secundae
imprimunt formas declives et separabiles, sicut est anima (Lect., 5). Causatum in causa est per modum
causae et causa in causato per modum causati (Lect., XII). Continuare questo
spoglio sarebbe superfluo, perchè non si ri- scontrerebbe una sola idea non
contenuta o nell'opera proclia- na o nel Platone egizio o nel Platone greco.
Frattanto queste citazioni, meglio di qualunque commento servono a dare una
giusta idea del carattere e della sostanza fi- losòfica dell’opera. Per
afferrarne Punità, l’incatenamento siste- matico nonchè la profonda. armonia
bisogna ritornare alla dot- trina di Proclo; stessi principj, stesso metodo,
stessi risultati. S 4. Il terzo periodo (1200-1300) merita specialissimo
riguar- do; anzitutto perchè S. Bonaventura, sempre mantenendo l'alto 102 CAPO
V principio di Dio causa rerum creatarum (1) ripiglia da Agostino le rationes
seminales per appoggiare il principio della causalità intesa come efficienza
dell'agente che opera, e nettamente pone l’antecedente come causa del
conseguente. « Antecedens est cau- sa conseguentis » (2). Quindi si trova il
primo tentativo di rifor- ma del metodo scientifico dovuto a Ruggero Bacone
(3), ed è presumibile che il concetto di causa abbia in questi acquistato un
senso concreto e non troppo remoto dal vero, tante sono le sue insistenze sopra
l’uso dell'osservazione nell’investigazione della natura. «Sine experientia
nihil sufficienter scirì potest... haec sola scientiaruam domina speculativarum
» (4). Ma non fu che uno spunto, insufficiente a inaugurare il me- todo
sperimentale ; basti notare che Bacone giunse a condan- nare ogni uso di
ragionamento deduttivo. Infine ci arresta il grandioso sistema di 7'ommaso
QAqui- no (5) nel quale, con piena conoscenza della dottrina aristote- lica
platonica e neoplatonica, la scienza è intesa come la cono- scenza delle cose
per le loro cause, secondo i tre ordini: reale, ‘azionale e morale. Si
riconosce che ogni effetto dipende dalla sua caglone (6), il necessario è
composto sistematicamente col contin- gente, le «rattones seminale» » di
Bonaventura sono negate, le cause disposte in una serie che, senza procedere
all'infinito, (non est procedere in infinitumi) s'arresta. al motore immobile,
causa prima del moto; universo concepito come effetto di Dio e onni- namente
sottoposto al principio della finalità. È certo che que- sto ampio disegno
aitiologico non è nato solo nella sua mente frutto del suo pensiero solitario.
I lunghissimi commentar] sulle opere di Aristotele, sulle scritture, sui
trattati di Boezio e sul famoso /e causis, ne sono chiari documenti. Per questa
piena (1) BonxAv. Opera omnia. Quarac., 1832, I, 803. (2) Comm. (in libr. I Sent.,
dist. XXXVIII, a. 1, q. 1 ad arg.). (3) Opus Majus (Jebb) Oxford. 1735. - Opus
tertium, minus et Compendium Philosophiae (Brewer), Londra 1859. - Cfr. E.
CHARLES. l?. B., sa vie, ses ou- vrages, ses doctrines. Paris, 1361. (4) Opus
majus (ed. 1743), pag. 435. | (5) Cfr. JOURDAIN. La phil. d. St. Th., Paris, 1258:
A. FROSCHAMMER, Die Philos. des Th., v. A. Leipzig, 1889. (8) In lib. III, sent., dist. XXIII, q. III. a.
2, ad I. cognizione delle dottrine
antiche egli sorpassa anche il suo mae- stro Alberto Magno che pur ebbe
riputazione di straordinario sapere. (1). | | Entrando nei particolari, l’Aquinate
tratta con nitido ordine le nozioni di causa e di effetto. Ecco i punti
essenziali della sna dottrina. Il concetto di causa in particolare implica
sempre il concetto d’un agente che colla sua azione faccia esistere un altro
essere da sè distinto. In quanto la causa si riferisce all'effetto per la . sua
azione produttiva e in essa si può considerare o il tempo in cul produce
l'effetto o il modo della produzione 0 la qualità del- l’effetto prodotto,
nascono diverse specie di causa: 1° istanta- nea o successiva pel tempo;
efficiente (causa prima e c. seconda, causa principale e ec. strumentale),
finale, formale od esemplare e materiale pel modo; immanente e transeunte per
la qualità. Anche il principio generale di causalità viene indagato con :um-
piezza, e sopratutto rispetto alla qualità della dipendenza del- l’effetto
dalla sua causa emanante dalla stessa natura di effetto e quindi così reale
come l’essere stesso dell'effetto prodotto dalla causa (I, q. XNLIV, a. 1 ad
1); rispetto alla relazione tra causa ed effetto porta la relazione come
vincolo che lega una cosa col- Paltra (I, q. XNXVIIT, a. 1. e.) j rispetto alla
differenza tra la re- lazione logica e la relazione reale (Quodlibeta, IN, a. 4
ad 2) e del loro valore soggettivo od oggettivo dipendente dalla natura dei
suoi termini ; rispetto all’implicazione reciproca dei termini relativi
(Quodl., XI, a. 2): rispetto infine alla simultaneità nori (1) ALBERTO MaGxrO
distingue chiaramente la ratio dalla causa, « quod ratio est vis animae faciens
currere causam in causatum » (VI, Ethic., trac. I, cap. IV). Accordandosi col
principio della Scolastica che la causa deve presiedere così all’essere come al
conoscere. « Ad perfectam scientiam requiritur causa simul in essendo el
cognoscendo » riconosce che la scienza deve partire da cause reali. Ammette
l’unità e la convergenza causale dell'universo « Universum est unum versum in
omnia » (Metaph., V. tract. VI, Cap. IV). Profondamente discute il problema
della convergenza ‘elle cause (Physic., lib. II, tract. 2, cap. VI), so-
pratutto fermandosi a chiarire le nozioni di causa efficiente e di causa finale
(Metaph., V, tract. I, Cap. III). Il De Régnon, chiudendo la sua sottile
ricerca sulla corrispondenza delle cause « Je venx terminer par un autre
passage de Albert le Grand, egli dice, où il fait des causes la synthèse la
plus splendide que je connaisse » e cita il brano: Summ. theolog., parte I, q.
26, membr. 1], art. 2, partic. 12 (op, cit., pag. 4073). _ 104 CAPO V solo
logica ma anche reale dei termini relativi quando la rela- zione è mutua (I, q.
XIII, a. 7). Sono importanti alcune distinzioni, ed alcuni assiomi fonda-
mentali. Il termine causa va distinto dal termine principio, per- chè questo
indica solo un ordine quello un influsso nell’essere del causato. Hoc nomen
principium ordinem quemdam impor- tat ; hoc vero nomen causa importat influxum
quemdan ad esse ‘ausati (V Met., lectio I), quindi dal principio si ha il
princi- piato (principiatum) dalla causa l'effetto (effectus). Principium in
plus est quam causa... unde omnis causa est principium, sed non convertitur (I
Sent. Dist. NMIV, q. 1 a 1). Inoltre il con- cetto di causa include una
diversità di sostanza e suppone in un altro ente relazione di dipendenza e di
subordinazione, il che non è importato dal concetto di principio (Sten. TR. I,
q. XXXIII, a 1). La causa si distingue dalla conditio sine qua non; questa,
benchè richiesta. necessariamente alla produzione dell'effetto tuttavia non
contiene la ragione sufficiente della sua produzione. Ambiguo invece rimane ii
punto della creazione causale divi- na, se sia completamente libera 0 se sia necessaria,
perchè non Sì dichiara come la creazione libera possa creare la necessità.
Circa il concetto di Dio, considerato come causa prima e fi- nale d’ogni
finito, causa causarum, actus parus, VAquinate si ri- attacca evidentemente ad
Aristotele di cui accetta la quadra- plice distinzione causale, mentre per la
causa esemplare più ve- rosimilmente a Platone e per la grazia,
indissolubilmente ad Agostino (1) (1) Il nesso teleologico in congiunzione col
nesso dinamico costituisce il nesso cosmologico. Circa il problema delle cause
finali, S. Tom. acutamente distingue l’anteriorità della causa finale
all’effetto secondo il suo essere inten- zionale, e la posteriorità all'effetto
secondo il suo essere reale..... «a dicendum quod finis, etsi sit postremus in
esecutione, est tamen primus in intentione agentis: et hoc modo habet rationem
causae » (12, 239, q. I, a. 1). Et ideo nibil prohibet aliquid altero
esse prius et posterius secundum diversum genus causae » Vl.disp., De Verit.,
XXVIII, art. 7, c. 2). Per
comodità dei lettori, ecco intine i principali ariomata causalitatis dovuti in
parte a S. Tommaso, in parte ad altri sommi scolastici che divennero fa- mosi
nel Medioevo. Philosophia est cognitio rerum, per altissimas causas ; causa
causae, ut causae, est etiam causa causati. Posita causa ponitur effectus (se è
causa necessaria), sublata tollitur (se è causa quoad esse effectus, cioè se
influisce non solo sulla produzione ma anche sulla conservazione dell’effetto).
sere $ ©. Il quarto e ultimo periodo
della Scolastica (1300-1453) è il teatro della decadenza e della dissoluzione
finale della grande opera del sincretismo cristiano, per nulla confacente al
progres- so della dottrina sia. scientifica sia. filosofica delle cause. Prima
di chiudere questo periodo volgiamo indietro lo sguardo ad ap- prezzare
l’atteggiamento filosofico di tutto il medioevo rispetto al problema che ci
interessa. | Il medioevo filosofico in genere non ebbe uno schietto senso della
realtà sia della natura sia dello spirito, perchè imperando la Patristica e la
Scolastica il suo reale fu in prevalenza un reale fantastico, mistico,
teologico; e del pari non ebbe uno “chietto senso della certezza scientifica
perchè, mancando ancora le scienze, la sua certezza fu prevalentemente la fede.
Rispetto al problema delle cause assunse un doppio contegno, cioè da un lato
credette di poter trovare le cause naturali col sussidio della pura logica
formale; dall’altro dogmatizzando 1’e- Causa prior est suo effectu. Causac
efficienti assimilatur effectus (almeno secun- dum quandam analogiam). Causae
secundae non agunt nisi motae a prima. Causae quaedam sunt sibi invicem causae.
a) per la causa efficiente: Causa movet; effectio est motus ab non esse ad
esse; effectus est id quod fit; nihil fit sine causa; omne quod movetur ab alio
movetur; nihil movetur ab ipso; omne ergo quod movetur oportet ab alio moveriì
(S. THom., I, q. 2, art, 3); simile non agit in simile; non necesse est movens
moveri (0dx dvàkyxn xvobv xwveloda); qui facit semper idem est; actio transiens,
actio immanens; effectus praeexistit virtute (virtualmente) in causa agente (S.
TH., I, q. 4, art. 2); effectus praeexistit in causa modo perfectiori (in modo
più perfetto); praeexistere in virtute causae agentis, non est praee- xistere
imperfectiori modo, sed perfectiori; agens non agit in simile; agens agit
simile sibi; actus est ratione prior potentia; actus natura prior est po-
tentia; actus tempore prior est potentia; actus est melior potentia; actus no-
bilior est potentia; b) per la c. formale e materiale : forma est actus; forma
est qua ens est id quod est; forma est ratio quidditatis; materia ex qua, ma-
teria in qua; unum est id quod est indivisum a se, et divisum ab alio; ens et
unum convertuntur; oportet aliquid esse tertium praeter contraria, et hoc est
materia (ALB. MAGN. Metaphys., XI, trac. I, cap, IV); materia est ex qua et in
qua fit ens; materia est in potentia; c) per la ce. esemplare: exemplum id est
exemplar; alio modo (dicitur causa) sicut extrinseca a re, ad cujus tamen similitudinem
res fieri dicitur, et secundum hoc, exemplar rei dicitur Forma (S. TH. Metaph.,
V, lect. 2); d) per la c. finale: tre sorta di fini: finis opera- tionis est
opus, finis operis est operatio ejus, finis operantis est bonum adipi- scendi
cioè l’intenzione, il fine, la causa finale. Cfr. in proposito : MERCIER, Met.
gen., pag. 303-350, FoxSECA, SUAREZ, LIBERATORE, ZIGLIARA, LORENZELLI. CAPO V sistenza di cause sopranaturali
credette di poterle giustificare filosoficamente col sussidio della pura
metafisica dogmatica e della teologia. Il suo massimo errore nel primo aspetto
si può riassumere co- sì: la natura è logica, così dice Aristotele, studiamo
dunque la logica; conoscendo le leggi della logica, conosceremo le leggi della
natura. Due pregiudizj gravissimi si nascondevano in questo ragiona- mento.
Infatti : 1° E vero che la natura è logica, ma non è meno vero che essa è anche
di più: per esempio che è anche cronologica, a ta- cere del resto. Necessità
logica vale a dire e successione crono- logica, per lo meno. Dunque la sola
logica non basta alla ricer- ca e alla prova delle cause naturali della realtà.
2° P vero che Ta natura è logica, ma come potevano gH Sco- lastici ritenere che
la logica della natura fosse in tutto riduci- bile è quella logica formalistica
in cui essi s'impegolavano ? Da ciò è chiaro che, non ia logica propriamente,
ma solo: il processo logico formalistico veniva confuso anzi identificato col
processo fisico, un’astrazione verbale insomma veniva elevata al erado di
realtà naturale, solo perchè — sull'antorità d’un Ari- stotele malinteso — si
credeva di riscontrare nei due processi di- versi la proprietà identica della
necessità. Non trascuriamo di osservare che Aristotele stesso non era caduto in
questo errore, avendo egli lasciato una ben più larga eredità filosofica, senza
tuttavia compromettere il concetto di causa naturale con pregiu- dizj
aprioristici. E anche nel campo della logica pura il suo in- dirizzo analitico
e formale non si deve confondere con l’indiriz- zo formalistico della
Scolastica. Certo la fisica come scienza esatta gli era restata impraticabile
per mancanza del metodo sperimentale. Ma almeno egli aveva avuto il grande
merito di distinguere quel che la filosofia del medioevo ebbe il gran torto di
mescolare, cioè la logica formale dalla metafisica. invece il principio che
informa la Scolastica è appnuto la metafisicazione della logica formale.
Pertanto quasi tutto lo sforzo aitiologico del medioevo sì condanna da sè
stesso come sofistico e nullo, già solo per lo scambio della necessità colla
causalità. Ognuno vede quanto sia anche per noi indispensabile appro- LA
PATRISTICA E LA SCOLASTICA 107 fondire, senza pregiudizj questo sofisma che è
il nido nel quale sl nasconde tutta. la vanità aitiologica del medioevo. Anche i
più severi e competenti epistemologi dei nostri giorni sono d’accor- do omai
nel ritenere che la causalità è una forma di connessio- ne in cui è manifesta
una certa necessità (1). Giustamente per conto nostro siamo indotti alla
conclusione che si debba ammet- tere non due necessità di natura differente ma
una sola neces sità e questa logica, sia perchè ci è impossibile fondare la
neces- sità di qualche cosa su qualche cosa che sia dato solo dal di fuori ala
ragione umana; sia perchè in ultima analisi saremmo co- stretti ad ammettere
due logiche : una naturale, Valtra raziona- le, e intanto si discorrerebbe di
quella solo e sempre per mezzo di questa, sdoppiando con irreparabile danno la
coerenza del pensiero e la convenienza di questo con l'anima della realtà. Ma
nella causalità non è solo manifesta la necessità. La nota della successione
temporale è anzi così imponente che Vempirismo ha in ogni tempo creduto di
poter eliminare la stessa nota della ne- cessità logica a tutto vantaggio d'una
certa costanza nella suc- cessione. Le relazioni causali non si appurano,
dunque col solo Organo. Una conferma abbiamo in questo che potentissimi pen-
satori tentarono sovente di risolvere i problemi della causalità col sussidio
della logica pura e il tentativo non è mai riuscito. E tale fu appunto linutile
sforzo della Scolastica, sempre osti- nata nella confusione della necessità e
quindi della logica for- male colla causalità, con inevitabile sacrifizio della
fisica che pone la causa come sintesi della necessità e della successione. Kant
invece confonderà lo studio della logica metafisica collo studio della
causalità, sacrificando la fisica analogamente. Ecco perchè gli Scolastici e lo
stesso Kant furono meno logici di Ari- stotele, per ciò che riguarda la
definizione logica della causa fi- sica. Ma anche per un’altra ragione
l’aitiologia scolastica fu labile su questo punto. Essa presume e architetta
tutta la rico- struzione causale della realtà aprioristicamente, da puri
princi- p) (ea principiis), cioè da mere astrazioni. Qui sta Varbitrio e (1)
Cfr. B. VARISCO, Pref. all'opera di Schopenhauer: I! mondo, etc. (Trad.
Palanga). Perugia, 1913, pag. XXXVIII, e Parte seconda, sezione prima, di
quest'opera. 108 CADO V qui l'oblio, anzi la negazione della vera fisica, cioè
della fisica che tenta la determinazione esatta delle cause col concorso del-
l’esperienza e della ragione traendo dai princip] (er principiis) di questa e
dai dati (er datis) di quella. A tanta enormità mette degnamente il colmo la
dottrina che pretende di poter conoscere le leggi della natura per pura virtù
di sillogismo astratto all'infuori d'ogni esperienza. Con questa dottrina il
processo sillogistico astratto diviene per gh Scolasti- ci lo schema ferreo del
processo fisico concreto. Tutti i processi causali si riducono man mano allo
stesso tenore, e furono trat- tati sillogisticamente. L'esempio tipico ci è
dato dall'Aquinate ; il quale, premesso Aristotele e la Sacra Scrittura, scrive
sopra le cause naturali per sillogismi. Nel secondo aspetto sopra accennato
Verrore massimo dell’ai- tiologia medievale è tanto chiaro di per sè che
sarebbe superfino ogni schiarimento. Sarà utile piuttosto lumeggiare sino al
suo apogeo il fondamentale problema della relazione della necessità colla
libertà, dato il rapporto vivo e reale della causa in tutto l'ordine
dell’universo, Sè 6. Vedemmo che un indirizzo nuovo ereditato dalla Patri-
stica sorpassa la concezione aristotelica della causalità univer- sale colla
dottrina mistica della grazia. L'amima, pur determi- nandosi al bene secondo la
dottrina aristotelica per i motivi ra- zionali dell'intelletto, non può attuare
il bene senza il soccorso della grazia, secondo la dottrina agostiniana. Per
noi è indiffe- rente ora la questione teologica ; interessante è la sola ipotesi
dell’interruzione della necessità causale delle cose, per opera di un principio
eterogeneo cloè non naturale. | La necessità causale delle cose invero procede
logicamente con una rigida concatenazione deduttiva. La grazia invece tronca il
filo dei sillogismi causali con un atto assolutamente alogico do- vuto
all'agente trascendente. Neanche colui che riceve la gra- zia è in grado di
giustificarta, perchè essa avviene senza aleuna considerazione intelligibile di
meriti preesistenti. La sua ecce- zionale comparsa, rivelazione dell'infinito
arbitrio di Dio, è dun- que una sfida alla legge logica della causalità
naturale. È la alo- gicità dell'assoluto che spezza la logicità del relativo. E
tutta- via il coraggio di credere a tale
assurdità per i più rigidi asceti e mistici medievali costituisce la prova di
fuoco della fede reli- giosa. Non mancano le interpretazioni mistiche più
generose, ma conservano un carattere più artistico che filosofico (1). ST. Qual
può essere stata la ragione umana di questa dottri- na? Sembra che gli
Scolastici abbiano sentita la necessità di non rinunziare del tutto al
principio della libertà, magari conten- tandosi di salvarla in Dio. Sembra cie
nella compresenza della grazia divina e della causalità universale in qualche
modo all’a- nima medievale trarida il grande principio moderno della com-
patibilità della libertà colla necessità. La stessa ossessione sillo- gistica
del dogma che dagli attributi di Dio e dal peccato origi- nale deduceva
necessariamente il senso della vita e imponeva a tutto e a tutti la tirannia
del die, doveva generare una ri- volta ad ogni costo in nome della libertà.
Benchè queste ragioni siano piuttosto generali, ne abbiamo in conferma molte
altre ri- cavate dal misticismo e dall'astrologia. Le due voci della co-
scienza. e della logica, quella clamante la sua libertà, questa re- clamante la
sua necessità, traversano tutto il cielo del Medioevo. E i filosofi che ne
restano ispirati finiscono per costruire due re- gni a parte: il regno mistico
della grazia e della libertà, il re- gno logico della causa e della necessità.
In quello tutte le aspi- razioni più indefinite e i sentimenti più fervidi; in
questo tutte le sottigliezze più aride e i dogmatismi più deprimenti dell'an-
torità. L'astrologismo infine non è che una ingenmna credenza 20 una
ipercausalità (causa astrale), la quale non avrebbe potuto essere tanto
vigorosa e profonda se Parcana corrispondenza tra gli astri celesti e le sorti
uinane non avesse a sua volta corri- sposto alla doppia ineliminabile esigenza
della spontaneità e della causalità. (1) La doppia corrente del misticismo
medioevale, più intellettualistica con Agostino, più sentimentale con Francesco
d'Assisi, in ordine al concetto di grazia fu illustrata, con geniale sagacia.
dal TAROZZI, il quale rileva che nella prima corrente la grazia è principio
tirannico e deprimente per il peccato del- l'umanità, inetta a salvarsi per sè
stessa: nella seconda è principio vivificante e liberatore per il pregio
d'amore di tutte le cose, e come questa iuterpreta- zione sia stata nobilitata
in modo preziosissimo dal « dolce stil nuovo ». 110 CATO V Appena occorre
rilevare che in questo enorme crogiolo si fon- devano gli elementi preparatori
del concetto moderno dell’essen- za divina come sintesi causa sii della
necessità e della Hbertà. Concetto che verrà prima intuito, in modo
sorprendente, dal Boòhme secondo il quale nell’attività libera dell'anima umana
rivelatrice di sè è la necessità medesima dell'essenza. divina. Creare è
emanare, emanare è emanarsi, emanarsi è necessità dell'essenza divina, insomma
Vinfinita liberazione necessaria di sè. Ma di questo a suo tempo perchè ora ci
incalza Ta fortuna del Risorgimento. ON 0° eni ee @i Hb ouhuen,
@E="—="=="==—=(WT ===> CAPO VI. Il Risorgimento. $ 1 L’aurora
della filosofia del Risorgimento, dal Ficino al Pomponazzi prende le mosse
dalla considerazione teosofica della causalità per avviarsi allo studio della
natura e della soggetti- vità che — contro le negazioni della Scolastica —
vengono ora affermate quasi liberissimamente (Naturalismo, Soggettivismo). Però
non le prime correnti cioè nè il Neoplatonismo, nè la Cab- bala, nè la Magia
possono ancora smontare in modo notevole il concetto scolastico della causa. Un
primo urto fu dato invece dal Cardinale di Cusa: (1401-1464) che, come mostrò
lo Spaventa, raccomandò arditissimamente la tolleranza religiosa e la con-
templazione della natura, quindi dal Pomponazzi (1462-1525) che, spezzando il
famoso accordo necessario della ragione colla fede, principio capitale della Scolastica,
e investigando 1 limiti dell’in- telletto umano, preparò la strada ad un
sistema di naturalismo in cui la verità di fatto, cacciando la verità di fede
dal fianco della verità di ragione, doveva. alfine costituire il vero accordo
causale richiesto dalle scienze dalla natura. Questo primo periodo di pu-
rificazione antiscolastica del pensiero, favorito dal rinnovamento venvino del
Platonismo e dell’ Aristotelismo, ma sopratutto dalle nuove scoperte di
Copernico (1543), rese possibile la fondazione d’una: tutt’altra intuizione del
mondo nel rispetto delle cause. Questa, formulata prima nei suoi principj dal
Cardano (1501- 1576) e consolidata quindi da Bernardino Telesio (1508-1588)
franco prosecutore del senso e della natura nella sua opera « De 112 CAPO VI
rerum natura juxta propria principia» e dal Patrizzi (1529- 1597) chiaro
interprete del sensualismo telesiano nella sua « No- va de universis
philosophia» toccò il suo più alto sviluppo nei sistemi di (riordano Bruno
(1548-1600) che pone la causalità in- finita della sostanza divina, e di
Campanella (1568-1639) che pone il principio dell'esperienza sensibile e della
soggettività. Pochi cenni saranno sufficienti al nostro scopo. Il naturalismo
del Telesio e del Patrizzi accetta ancora il vec- chio principio della
causalità finale immanente nell’ universo. Ma già il Telesio dichiara di voler
studiare la natura col metodo dell'esperienza separando la fisica dalla
teologia e il Patrizzi, ri- attaccandosi alla tesì tomistica della
proporzionalità tra la cau- sa e Teffetto in continuazione della dottrina di
Telesio, acuta- mente indica nella proporzionalità la spiegazione della
necessità raturale. Pensieri preziosissimi che ci portano al limitare della
teorla sperimentale di Galileo. S 2. Anche Giordano Bruno, sulla base dell'idea
copernicana dell'universo fisico pone Dio cioè la natura (1) come la sostanza e
la causa formale efficiente e finale di tutte le cose e accetta 11 principio
della proporzionalità tra la causa e l'effetto; come so- stanza infinita in
quanto contiene tutti gli infiniti accidenti, co- me infinita Causa in quanto
tutti infinitamente li produce tin- finita attività, infinita causalità) per
via del moto, secondo un corso che in un senso è transizione dall'Unità
primitiva, quae omnium amnitatim fons est, alla pluralità, dalle cose superiori
alle inferiori; in altro senso è progressione dalle cose inferiori alle
superiori (2). Il pensiero del Nolano circa l'aitiologia è con- tenuto nei
cinque Dialoghi /e la causa, Principio cd Uno, nei quali egli stesso dichiara
di porgere con somma brevità... «tntto quello, che par, che faccia a la
contemplazion reale de la Causa, Principio et Uno» (3). Nel DidZogo secondo in
particolare ab- biamo, primo. la ragione della difficoltà di tal cognizione;
se- condo, in che modo, e per quanto dal causato e principiato vie- (1) Natura
est deus in rebus. (Spaccio de la bestia trionfante). Wagner, II, 225. (2)
De la causa, etc. Wagner, I. (3) De la
causa, etc. Wagner, I, 205. ALT IL RISORGIMENTO 113 ne chiarito il principio e
causa... Quinto, la differenza e concor- danza, identità e diversità tra il
significato da questo termino — causa — e questo termino — principio. — Sesto,
qual sia la causa, la quale si distingue in efficiente, formale e finale, et im
quanti modi è nominata la causa efficiente e con quante ragioni è conceputa;
come questa causa efficiente è in certo modo inti- ma a le cose naturali, per
essere la natura istessa, e come è in certo modo esteriore a quelle; come la
causa formale è congiun- ta a l’efficiente, et è quella, per cui l'efficiente
opera, e come la medesima vien suscitata da l'efficiente dal grembo de la mate-
ria; come coincida in un soggetto principio, l'efficiente e la for- ma, e come
l’una causa è distinta da l'altra. Settimo, la diffe- renza tra la causa
formale et universale, la quale è un’anima per cui l'universo infinito (come
infinito) non è uno animale po- sitiva — ma negativamente e la causa formale
particolare, mol- tiplicabile, è moltiplicata in infinito, la quale, quanto è
in un soggetto più generale e superiore, tanto più è perfetta: onde li grandi
animali quali sono gli astri, denno esser stimati in gran comparazione più
divini, cioè più intelligenti senza errore et operatori senza difetto. Ottavo,
che la prima e principal for- ma naturale, principio formale e natura
efficiente è Vanima de l’universo... Nono, che non è cosa sì monca, rotta,
diminuta et imperfetta che per quel che ha principio formale non abbia me-
desimamente anima... E si conchiude con Pitagora et altri, che non invano hanno
aperti gli occhi, come uno spirito immenso secondo diverse ragioni et ordini
colma e contiene il tutto » (1). Anche da. questo semplice indice sommario
dello stesso Bruno si può intravedere la portata filosofica della sua dottrina
aitio- logica. Il cui pregio consiste nel rifiuto d’ogni causa esteriore alla
natura. La natura non è un effetto d’una causa supre- ma che le sia straniera.
La natura è la stessa causa che è nelle cose e l’anima dell’universo. Le idee
profonde di Bruno sulla Causa Principio et Uno sempiterno Onde l’esser, la
vita, il moto pende, non sono un sistema, ma germi fecondi di vita nuova. (1)
De la causa, etc. Wagner, I, 205-206. PASTORE — Storia critica del problema
della causalità. 8 114 CAPO VI Il concetto capitale è la naturalità della
Causa. Bruno toglie a fondamento della sua aitiologia il reale intero
abbracciandolo nella sua vivente unità e concependolo nella sua infinita attua-
zione. La Causa infinita bruniana è assolutamente imperso- nale (1). Quanto la
sua Causa sia diversa dalla causa della Chiesa non è chi nol veda. Che cosa è
per lui la maestà di Dio risolventesi nella Causa Principio ed Uno e
risplendente nelle miriadi di mondi? Come principio è il fondamento intrinseco
e la fonte unica e la forza intima e immanente della esistenza. Come causa
efficiente è Pessere dovunque attivo artefice motore informatore e
trasformatore d’ogni cosa ; come causa formale è l’essere ragio- nevole che in
ogni suo atto suppone un disegno cioè la forma stessa dell'atto; come causa
finale è la perfezione universale, meta di tutti gli esseri, e in fine niente
altro e niente più che VPattuazione infinitamente successiva di tutte le forme
possibili. In seno all’Universo v'ha pertanto identità perfetta della causa e
del principio. Ciò non dice il eomune senso, ma il senso più comune non è il
più vero (2). Sia pur cosa quanto piccola e mi- nima si voglia ha in sè parte
di sostanza spirituale (3). La Cau- sa non è che la Natura in tutte le cose.
(1) « Pol. Velim scire, quomodo forma est anima mundi ubique tota, se la è
individua? Bisogna dunque, che la sia molto grande, anzi d’indefinita di-
mensione, se dici il mondo essere infinito. — Ger. E° ben ragione, che sia
grande, come anco del nostro Signore, disse un predicatore a, Grandazzo in
Sicilia, dove in segno, che quello è presente in tutto il mondo, ordinò un
Crocifisso tanto grande, quanta era la chiesa, a similitudine di Dio Padre, il
quale ha il cielo empireo per baldacchino, il ciel stellato per seditoio, ed ha
le gambe tanto lunghe, che giungono sino a terra, che gli serve per scabello ;
a cui venne a dimandar un certo paesano dicendogli: Padre mio riverendo, or
quante olne di drappo bisogneranno per fargli le calze? Ed un altro disse, che
non basterebbono tutti i ceci, faggiuoli, e fave di Melazzo e Nicosia, per
empirgli la pancia. Vedete dunque, che quest'anima del mondo non sia fatta a
queste foggia anch'ella ». De la causa, ete. Wagner, I, 245 (2) Della causa.,
W., I, 239. (3) ID. 241. E a pag. 253: « Teo. Non vedete voi, che quello,
ch’era seme, si fa erba, e da quello, ch'era erba, si fa spica, da ch’era
spica, si fa pane, da pane chilo, da chilo sangue, da questo seme, da questo
embrione, da questo uomo, da questo cadavero, da questo terra, da questo pietra
o altra cosa, e così oltre pervenire a tutte forme naturali? — Ger. Facilmente
il veggio. — Teo. Bisogna dunque, che sia una medesima cosa, che da sè non è
pietra, non 4% . | Sicchè ha ben ragione
il Troilo di conchiudere, sulle orme dello Spaventa, «il sopranaturale è
veramente abolito: la na- tura è tutto : essa stessa è dio nelle cose. Così
che, a questo pun- to i due termini verbali o concettuali si possono prendere
indit- ferentemente, poichè la Natura è essa medesima Dio» (1). Proseguendo le
determinazioni del suo pensiero Bruno rico- nosce che ogni rapporto è doppio;
in ogni cosa addita la varie- tà nell’unità e l’unità nella varietà. Infine
sancisce il grande principio del dialettismo degli opposti. Tal impiego del
princi- pio di causa è ciò che gli permette di procedere alla determina- zione
delle cose e di asserire, fra i suoi principj fondamentali, che l’universo è
governato da una legge in cui veramente si tro- va la conciliazione della
necessità e della libertà. È il principio che feconderà Spinoza nella sua
Ethica, è il principio che ri- sponde ad una profonda esigenza del pensiero
moderno. Per Bruno infine la necessità della volontà divina è identica colla
sua libertà. Necessitas et libertas sunt unum. Ma perchè e in che modo? Perchè,
secondo Bruno, la necessità è equivalente alle singole libertà; e allo stesso
modo che i singoli sì riducono all’uno e i composti al semplice. La necessità
dell’universale insomma è costituita dal sistema delle singole libertà dei
particolari. Ecco il concetto bruniano della unità e della medesimezza della
ne- cessità e della libertà. Si dirà forse che questo concetto è inaccettabile,
attesa la dif- ficoltà di conciliare la necessità del sistema colla libertà dei
sin- goli? Ma chi avrà ben riflettuto al concetto di sistema come uni- tà
costituita dalla connessione necessaria d’una molteplicità di elementi liberi,
non tarderà senza dubbio ad avvedersi che l’odio contro il concetto bruniano è
un affare più di abitudine che di ragione (2). terra, non cadavero, non uomo,
non embrione, non sangue, o altro... — Ger. Or l’ho capito molto bene ». E’
quindi manifesto che il Dio-causa di Bruno è assolutamente irreducibile al
Dio-causa di coloro che egli chiamava cucullati (ib. 275); non restando fra
loro di simile altro che il nome. (1) TROILO, La fil. di G. Bruno. - Torino,
Bocca 1907, 146. (2) Quanto vadano errati coloro che rifiutano la conciliazione
della necessità e della contingenza, della logicità e della non logicità, l’ha
ben mostrato il 116 CAPO VI $ 3. Dove è meno facile dar ragione a Bruno è sulla
questio- ne della necessità implicante la negazione dell’attività. Franca-
mente Bruno dichiara che agere necessitate è assurdo. Ma que- sta tesì, presa alla
lettera e in significato moderno, paralizza del tutto la concezione dinamica e
pur logica dell’universo che è indeclinabile esigenza della filosofia
contemporanea. Dunque, che via seguire? Per risolvere questa questione credo
necessario ricordare la distinzione bruniana tra l’azione e la necessità.
L’agere per Bruno in questo caso conviene all’eristere che è definitezza
singola: cioè finità ; la necessità invece conviene all’in- finità ed è
veramente infinità. Ora se Bruno vuol parlare d’un agere esistenziale, cioè
d’un «gere che è solo finito, per fermo deve dichiarare che agere necessitate è
assurdo. Ma questo esclude forse la possibilità d’un altro «yere, cioè
dell’agere infinito del processo creativo divino, dell'esplicazione della
potenza in atto, dell’infinito causare, insomma, di Dio? Mancano le ragioni per
asserirlo. Non mancano invece le ragioni per ritenere che in Bruno c'è un agere
sovreminente che è l’esplicare in atto tutta la propria potenza giacchè
l’esplicazione della potenza in atto per Bruno è niente altro che Dio. Dunque
Bruno conseguentemente nega l’agere necessitate all’agere esistenziale, perchè
allora Dio, che è l’infinito vivente, diventerebbe finito. E noi non dobbiamo
perder di vista questa distinzione. $ 4. Un’ultima rettifica è doverosa circa
la formula bruniana che «agire liberamente sia agire secondo la necessità della
na- tura ». Non di rado si sente affermare, anche da filosofi liberali arditi e
sicuri sostenitori della causa della libertà, che cotesta formu- la, la quale
nel corpo della dottrina bruniana, è sintesi di liber- tà, quando trapassi
all’anima umana è controsenso e assurdità evidente in cui malamente si
acquetano molte coscienze anche oggigiorno, insomma negazione d’ogni umana
libertà. Equivoco immenso io dico, perchè voi dimenticate di definire ciò che è
ne- VarISsco, il quale pone a cardine della sua costruzione filosofica
dell’universo l'interferenza di singoli fattori alogici spontanei secondo leggi
necessarie nel- l’Unità suprema e sistematica dell’universo. (Cfr. Conoscì te
stesso). Mi Lc cessario e quello che è
libero per l'umana natura. Invero, posto che la vera e intrinseca natura umana
sia umanità come unità di amore, conoscenza e volontà essenzialmente
antiegoistica e in questo senso libera, dove resta Passurdo se si afferma che
tal volontà agisce liberamente allor che agisce secondo la necessità della
propria natura? E questo non importa che ogni volizione attuantesi secondo la
necessità della sua propria intrinseca na- tura sia volizione libera, stantechè
niuno dirà libero nel suo operare quell’agente il quale dalla sua stessa natura
sia neces- sitato ad agire in modo contrario ad un agire prestabilito come non
libero cioè contrario al vero bene dell’umanità. Da questa breve risposta si
deduce che bisogna distinguere fra la coscienza della volontà moralmente buona,
e la coscienza delle volontà inferiori opposte alla volontà moralmente buona e
infine la coscienza dell’uomo come composto concreto e vivente di tutti i suoi
centri di attività intesi a fini diversi ; perchè l’uo- mo è propriamente un
sistema di sistemi, come già fu dichiara- to nella Introduzione. La coscienza
ci fa testimonianza di tutti i nostri centri e delle loro varie esigenze e del
loro più o meno drammatico conflitto e infine dell’azione che diciamo libera
quando segna il trionfo di ciò che si effettua secondo la neces- sità della
nostra w#mnana natura, che non può non essere quello che è. Dunque dove resta
la troppo comoda acquiescenza degli animi? Il controsenso e l’ignavia delle
coscienze nascerebbero, se da un lato fosse posta la natura colle sue esigenze
necessa- rie, dall’altro fosse posta VPanima colla sua libertà ; di guisa che
l’uomo per agire, secondo la necessità della natura, dovesse se- suire
eteronomamente le leggi della natura, concependo queste come poste a priori e
imperanti. Ma fermato quale sia la natura che è necessariamente la nostra,
fissata cioè Pumanità della no- stra natura risolventesi nel principio stesso
della libertà (nel che il concetto bruniano consente meravigliosamente col
nostro) qual malinteso potrebbe ancora durare? Come può ancora dirsi che la
dottrina bruniana — sintesi di libertà nel caso dell’infi- nito vivente —
conduca alla negazione d'ogni libertà nel caso delle coscienze umane e per ciò
alla rinnegazione d’ogni legge morale, facendo che gli affetti perversi
acquistino lo stesso va- lore dei buoni, che gli appetiti più nefandi diventino
legittimi, 118 CAPO VI insomma che ogni essenziale divario tra il bene e il
male sia an- nullato, con la comoda scusa che tutto è libero ciò che natural-
mente si compie secondo la necessità della natura? E ponendo anche — senza
concederlo tuttavia — che la formola bruniana tradotta nelle coscienze importi
la negazione della libertà, in qual modo, domando, può ammettersi che nel corpo
della dot- trina sia sintesi di libertà? Delle due una : o l’infinita: causa di
Bruno è necessaria o non lo è. Se è necessaria, come può essere libera? Se non
è necessaria, come può esser causa ? Inoltre o nel- l’infinita causa l’infinita
necessità soffoca l’infinita libertà e al- lora la vantata sintesi bruniana
della libertà è uno zero, o non la soffoca e allora perchè lo farebbe nelle
coscienze ? Chi ritiene che l’atto puro sia insieme infinitamente libero e
infinitamente necessario, perchè non arriva a comprendere la conciliazione
della libertà e della necessità nella sfera della coscienza umana ? Bruno è il
Prometeo della filosofia moderna. o 2750 bar pr de a * pa CAPO VII Galileo. $
1. La filosofia moderna non ha origine da un solo filosofo. Un gruppo di
scienziati e pensatori, compiuta la grande opera liberatrice del risorgimento,
apre le porte ai varj indirizzi dello | spirito, iniziando quasi
contemporaneamente un più vasto sa- pere. La costituzione della fisica come
scienza esatta della na- tura, completamente affrancata dalla metafisica e
dalla teologia, è una delle glorie maggiori dell’età. Qui appare. il merito su-
premo di Galileo perchè fu egli che intraprese e compì il primo passo decisivo
della nuova scienza, onde la storia lo riconosce maestro immortale dello
spirito umano. V’è chi crede che la nascita della scienza naturalistica segni
nell’intenzione dei suoi fondatori l’atto di morte della metafisica o almeno la
recisa ne- gazione di quel mondo sovrannaturale a cui si volgono gli animi
degli uomini ansiosi della propria salute; ma Galileo si preoccu- pa soltanto
di scuotere le dottrine fondamentali della metafisica aristotelica offrenti una
falsa base scientifica alla libera ricerca empirica e razionale della natura.
Come non entra nel suo pia- no il combattimento contro la teologia che prosegue
l’insegna- mento scritturale « per la. salute delle anime » coi puri mezzi for-
niti dalla fede, così abbandona di proposito ogni problema so- pra la
metafisica aristotelica indipendente dalla schietta scien- za della natura,
ogni discorso filosofico insomma a cui non oc- corra il concetto rigoroso di
causa e a cui perciò non siano ri- gorosamente riferibili i due criterj delle
sensate esperienze e delle necessarie dimostrazioni sui quali sempre il suo
metodo si fonda. 120 CAPO VII $ 2. Entro questi precisi limiti invero egli pone
la definizio- ne del concetto di causa in ordine alla scienza positiva della
na- turi e ciò premesso, insegna le operazioni metodiche che sono richieste per
la determinazione esatta dei rapporti causali. Per chiarire il concetto
galilejano di causa si cita d’ordinario la definizione seguente : « Causa è
quella, la quale posta, sèguita l’effetto; e rimossa, si rimuove l’effetto)»
(1) e giustamente si osserva che questo è «il concetto stesso a cui mirava
Francesco Bacone con la sua Z'abula praesentiac e la sua Tabula absentiae
insistendo sulla necessità di osservare accanto ai casi positivi, i negativi)
(2). Ma, a ben considerare, questa definizione galilejana del con- cetto di
causa non è delle più felici, perchè sottace che il rap- porto causale importa
la necessità, non facendo menzione che del rapporto di sequenza temporale. Ora
che non solo la tempo- ralità ma la necessità sia per il Galilei condizione
indispensa- bile del coneetto di causa neil'operare della natura, possiamo si-
curamente affermare riscontrando gli innumerevoli passi dai quali appare che
per il Galilei «la natura nel produrre i suoi ef- fetti opera di necessità (3)
e che l'intelletto umano ha tanta as- (1) Cfr. Opere, Ed. naz., Firenze,
Barbera, 1396-1909, IV, 27 e VI, 265-6. E in « Consid. sul Disc. di Lod. d.
Col.» ripete: « quella è reputata vera ca- gione, la qual posta segue
l’effetto, e rimossa non segue ». IV, 579 e «... se è vero che quella, e non
altra, si debba propriamente stimar causa, la qual posta segue sempre
l’etfetto, e rimossa si rimuove» e «sui sillogismi sottilissima- mente
distillati » nei giudizi di causa, VI, 262-6. (2) Così il GENTILE, in lrammenti
e Lettere di G. G. (Livorno, Giusti, 1917) pag. 56, n. 1, con la pregevole
aggiunta che allo stesso concetto « pure mirò nel sec. XIX il logico inglese G.
S. MILL, distinguendo, tra gli altri, quei due metodi di ricerca causale che
disse metodo di concordanza e metodo di diffe- renza». Si noti però che la def.
di Galileo riferita nel testo non è certo poste- riore alla primavera del 1612,
perchè il « Discorso intorno alle cose che stanno in su Pacqua » è di tal data,
mentre il N. Organum di F. BACONE è del 1620. Dun- que la priorità della teoria
di Galileo rispetto a quella di B. è fuor di dubbio. (3) Tuttavia in un punto
stranissimo Galileo dice: « Le deliberazioni della natura sono ottime, une, e
forse necessarie (IV, 24) ». Il GENTILE commenta così: « Forse necessarie, dice
il G., per attenuare il rigore di una asserzione che può aversi per temeraria,
in quanto pare escludere da Dio la possibilità di operare nella natura
diversamente da quel che ha fatto ». (0. c., pag. 52, n. 2). Ma io confesso che
questo « forse » mi resta inesplicabile, e non trovo riposo che nel seguente
detto di Galileo dove l’ordine necessario dell’universo Sg” <> GALILEO
121 soluta certezza objettiva quanto se n’abbia Pistessa natura » allorchè
«arriva a comprendere la necessità, sopra la quale non par che possa esser
sicurezza maggiore ». Questo primo passo, che è il più importante di tutti,
concerne, com'è noto, la carat- teristica essenziale dell’intendere intensive
(VII, 126, 131). Se ciò non fosse, non bastando la contezza delle sensate
osservazioni, perchè Ie menti si dovrebbero piegare alla necessità delle dimo-
strazioni geometriche? (IITT, 398). Nella lettera alla Granduches- sa Madre
madama Cristina di Lorena (V, 309-348), insistente- mente Cialileo ripete che
le osservazioni e proposizioni... naturali hanno... necessaria connessione. Con
un’insistenza così nell’ac- Coppiamento come nell'ordine dei termini che rivela
all'evidenza ll partito preso nella dottrina circa la comprensione scientifica
delle leggi della natura, in questa famosa lettera Galileo fa menzione « delle
esperienze sensate e delle dimostrazioni neces- sarie ), conerue alla
inesorabilità e immmtabilità della natura (1). Concludendo, con questo senso
scientifico della realtà e della è riconosciuto, senza reticenze :.. «ammetto
che il mondo sia corpo dotato di tutte le dimensioni, e però perfettissimo; e
aggiungo che, come tale, ci sia necessariamente ordinatissimo ; cioè di parti
con sommo e perfettissimo ordine tra di loro disposte; il quale assunto non
credo che sia per esser negato nè da voi nè da altri». (VII). (1) Nel giro di
trentanove pagine la ripetizione esplicita e diretta di questi quattro termini
accoppiati, « esperienze sensate, », « dimostrazioni necessarie », ricorre
almeno una ventina di volte. Talchè è sicurissima, verissima e irrefraga- bile
mira di Galileo mostrare in questa scrittura i fondamenti della sua dottrina
naturale rispetto la questione del metodo. « Son ben sicuro che in essa scrit-
tura si scorgerà chiaro », egli dice nella lettera al Dini (V, 297-305). Nelle sette
pagine della lettera a B. Castelli (V, 281-288) che intimamente si collega alle
precedenti, l’accenno comprensivo alla esperienza sensata e alle dimostra-
zioni necessarie si riscontra cinque volte. Oltre a che si dichiara che la
Natura procede dal Verbo divino... come osservantissima essecutrice degli
ordini di Dio..... essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante
che le sue recondite ragioni e modi di operare siano o non siano esposti alla
capacità degli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai itermini delle
leggi imposteli... Anzi aggiunge che «non ogni detto della Scrittura è legato
ad obblighi così severi come ogni effetto di natura ». Nella lettera al Dini
(V, 291-5) esplicita- mente Galileo dichiara di volersi solo occupare delle «
conclusioni naturali che non son de fide, alle quali possono arrivare le
esperienze e le dimostra- zioni necessarie ». E tralascio cento altri riscontri
che sono patenti ai conosci- tori delle opere di Galileo. Riporterò invece un
tratto d’una lettera del Baliani di Genova in risposta ad una lettera di
Galileo (XII, 15-6): « Ed invero io mi 122 CAPO VII ricerca fisica bisogna
allora considerare il concetto galilejano della causa, badando di non ridurlo
al solo rapporto di sequen- za temporale. Diremo dunque che la causa, secondo
Galileo, ex parte rei Cioè in rerum natura (0 în rei natura) risulta di
successione tem- porale di fatti e di connessione necessaria, e ex parte
intellectus rispetto alla umana: intelligenza si risolve in verità di fatto
(per la sequenza) e in verità di ragione (per la necessità). Questo significato
comprensivo del concetto di causa è in per- fetta corrispondenza col doppio
fondamento del metodo scienti- fico galilejano che, a buon diritto, venne
chiamato dal Rossi metodo comprensivo. $ 3. Ma qui sorge un gruppo di domande
di capitale impor- tanza. Le scienze che si valgono dell’osservazione (esatta)
e del calcolo, come VASstronomia (1), non sono esse del tutto diverse, per la
natura del metodo, dalle scienze che, oltre all'osservazione (esatta), si
valgono dell’esperimento, come la Fisica? (2) Galileo attese con immenso
profitto, tanto all’ Astronomia quanto alla Fisica. Ora come mai non mostrò di
apprezzare la differenza tra i due metodi, posto che ce ne sia nna? In altre
parole, siccome Cralileo è il fondatore del metodo spe- rimentale valido per la
fisica e frattanto non ci parla che d’un metodo risultante dalla cooperazione
delle sensate esperienze e delle necessarie dimostrazioni, cioè in breve
dell’osservazione e del calcolo valido per l' Astronomia, possiamo noi credere
che a questo si riduca il metodo sperimentale? Siccome la questione di
principio verrà trattata direttamente in altro luogo (Vol. II, Sezione prima)
qui basteranno pochi criterj direttivi. Senza dubbio, l’osservazione per quanto
riflessa, elaborata, son sempre riso di tutte le conclusioni filosofiche che
non dipendano (oltre quelle che sappiamo esser vere per lume di fede) o da
dimostrazioni matema- tiche o da esperienze infallibili » (XII, 19-20); perchè
il Baliani riconosce d’aver incartato più volte nelle istesse opinioni di
Galileo, « di che — nota Galileo — io non mi sono molto meravigliato, poichè
studiamo sopra il medesimo libro (il gran libro della natura) e con i medesimi
fondamenti ». (1) Le scienze che un tempo erano considerate come di pura
osservazione. (2) E le scienze affini come la chimica, la biologia, ecc.
GALILEO 123 consapevole ed esatta si distingue dall’esperimento ; perchè 1'os-
servatore, non avendo la causa in suo potere, e neppure la possi- bilità di
modificare a sua posta gli antecedenti causali dei fatti, studia l’effetto;
l’esperimentatore invece, avendo in suo potere la causa e potendo sempre
introdurre nel complesso degli ante- cedenti causali tutte quelle modificazioni
artificiali che egli crede utili all’intento della sua indagine, lavora sulla
causa. Qual divario intercede fra calcolo matematico e sperimento fisico? Se il
divario non fosse essenziale, il merito di Galileo, che non divise i suoi
fondamenti circa la dottrina del metodo, resterebbe maggiore. Ma non fu certo
la considerazione di que- sto merito che potrà indurci a concludere intorno a
un problema. così grave. Il vero è che la differenza tra il calcolo e
l'esperimento nel suo momento deduttivo è soltanto esteriore. Entrambi sono
processi logico-deduttivi, it primo artificialmente composto con simboli
astratti, il secondo artificialmente costrutto con simboli goncreti. Entrambi
condotti ad un fine cioè alla determinazione di un rapporto necessario di
variazioni tra due sistemi di gran- dezze variabili, cioè alla determinazione
d’una funzione. Il più che possa fare qualunque calcolo e qualunque esperimento
è di condurci a questo. Ed è certo che le mere esperienze, comunque provocate e
armate dai più fastosi corredi di inchieste, sono un vero scherzo, quando, come
avviene troppo spesso, pretendono di decidere sperimentalmente le questioni
senza valersi delle « dimo- strazioni necessarie ») come voleva Galileo. Ed è
egualmente certo che il metodo galilejano, considerato come la cooperazione
dell'esperienza sensata che si compie nel tempo e della dimostra- zione
necessaria che si compie nella ragione per giungere alla determinazione delle
leggi, serve all’ Astronomia allorchè la. di- mostrazione necessaria sulla base
dell'esperienza sensata è com- piuta col calcolo, serve alla Fisica allorchè la
dimostrazione ne- cessaria sulla base dell'esperienza sensata è compinta
coll’esperi- mento. Dobbiamo certamente tener conto che molti fenomeni ce-
lesti ormai si studiano con metodi tecnici estremamente perfe- zionati, i
quali, se non ci permettono di far variare le cause, certo ci consentono di
modificare artificialmente le circostanze natu. rali in cui noi possiamo
prenderne notizia, cioè infine il loro modo 124 CAPO VII | d’azione sopra di
noi; (1) ma tuttavia è d’uopo convenire che an- che l’ Astronomia, che è già
passata francamente allo stadio H. P. GRICE STAGE deduttivo, va diventando una
scienza sperimentale, come prova il fatto che anche nel linguaggio scientifico
essa comincia già a rice- vere il nome di Astrofisica. Ma la riduzione logica
anzidetta, la quale ha per fine di mostrare la deduttività d’ogni metodo
scientifico di ricerca e di prova atto a spiegare fenomeni della natura colla
determinazione esatta di qualche legge, ci fornisce il criterio migliore per
orientarcì in questo problema. Abbozzata così nel modo più rapido la teoria che
inforina le presenti ricerche, si può risolvere con accurata analisi il senso
logico del metodo galilejano per la determinazione esatta delle cause nei suoi
distinti momenti e vedere come si generi, riba- dendo ancora una volta la tesi
dell’irreducibilità dell’esperi- mento all’induzione, tanto caldamente
combattuta da coloro che vivono ancora sotto Pinflusso della terminologia
baconiana. Bacone infatti riconobbe l’importanza dell’esperienza sensata cioè
dell’osservazione e dell’induzione ma non quella della de- duzione che procede
di necessità, quindi se anche avesse cercato di applicare le sue teorie pseudo
sperimentali —- come non fece — non avrebbe mai potuto giungere alla
determinazione scien- tifica del rapporti causali della natura per difetto
dello stru- mento matematico. Ma non c’è ramo di dottrine fisiche invece in cui
Galileo non porga esempj manifesti del gran conto che egli fa del metodo
deduttivo, benchè nella sua dottrina questo metodo sia strettamente congiunto
al metodo osservativo per una serie di operazioni tecniche intermedie di
carattere parte ideale parte materiale che richiedono la più attenta considera-
zione. Tre operazioni invero costituiscono il metodo galilejano : due estreme
ed una media. Le due estreme segnano, PVuna il punto di partenza, Valtra il
punto di arrivo; la media segna il ponte di passaggio dall’una all’altra. Nelle
ricerche seguenti conside- reremo prima le due operazioni estreme, che Galileo
stesso de- nominò esperienza sensata e dimostrazione necessaria, e che (1)
Basti citare il caso della spettroscopia applicata dall’Astronomia che ci fa
conoscere la costituzione chimica degli astri. GALILEO 125 formano in verità le
due teste di ponte del suo metodo: poscia studieremo l’operazione intermedia
che getta l’arco tra l’espe- rienza sensata contingente e la dimostrazione
logica di necessità. $ 4. Il punto di partenza del metodo galilejano in ogni
caso. è l’esperienza sensata, cioè la manifesta osservazione (1) che ci dà i
fatti contingenti. E, finchè resta nel suo dominio, il senso, secondo Galileo,
non s'inganna. « L’inganno è nel discorso ». (III, 397). E «le sensate
esperienze sempre si devono assolutamente anteporre a qualsi- voglia discorso
fabbricato da ingegno umano » (VII, 57-60), (VII, 62 85) essendo « sciocchezza
il cercar filosofia che ci mostri la verità di un effetto meglio che
l’esperienza e gli occhi nostri ». (IV, 166). Di questa scorta di particolari
accidenti appresi col senso, non solo Galileo fa massima: stima, ma dichiara
che è im- possibile far a meno nello studio della costituzione delle parti
dell’universo, realmente sussistente in rerum natura. Infatti, parlando di
Copernico, scrive: «trovandosi egli, per l’osserva- zione e studj di molti
anni, copiosissimo di tutti i particolari accidenti osservati nelle stelle,
senza i quali tutti, diligentissi- mamente appresì e prontissimamente affissi
nella mente, è im- possibile il venir in notizia di tal mondana costituzione,
con replicati studj e lunghissime fatiché conseguì quello che Vha reso poi
ammirando a tutti quelli che con diligenza lo studiano ». (V, 297-305).
Fondamento, insomma, per Galileo, è l’esperienza sensata e l’incontro dei
fenomeni naturali ; tanto è vere che senza tregua combatte «quelli che, sendo
del tutto ignudi dell’osser- vazione... negano — senza fondamento nessuno —
tutto quello ch’ei non intendono ». (V, 297-305) (2). (1) Galileo chiama
«sensata» l’esperienza procurata per mezzo dei sensi: « con gli occhi », « con
l’occhiale », « con l’udito », con. « toccar con mano >, ecc. ;. talora
nello stesso senso dice pure «la notizia intuitiva » (VIII, 43-46) o il «<
semplice intuito » (VII, 126-31), «il puro senso » (V, 309-348), «il senso a
posteriori » (VII, 62-85), o anche «la speculazione » (X, 134-5). (2) Consta
che Galileo raccoglieva i dati di fatto con lunghissime e accura- tissime
osservazioni. Chiarendo il metodo che lo condusse alla scoperta dei quattro
satelliti intorno a Giove, da lui detti « Pianeti Medicei » o « Pianeti
Gioviali » e poscia alle conclusioni sopra la costituzione del mondo, che è uno
dei maggiori e più nobili problemi che siano in natura (VII, 236) dice: 126
CAPO VII S o. Stabilito che i fatti tratti da «sensate esperienze ed
accuratissime osservazioni ) (V, 309-348) sono per Galileo il pri- mo passo per
la conoscenza scientifica della natura, invece di vedere subito come egli
proceda oltre per salire dai fatti alle leggi causali, consideriamo .Vultima operazione
metodica che chiude il suo processo sperimentale. Avremo modo così di capire
meglio anzitutto l’opposizione profonda delle due esigenze alle quali deve
soddisfare l'esperimento e in seguito il merito sovrano di Galileo il quale
seppe scoprire il termine medio che forma la continuità intelligibile dalle
premesse empiriche alla con- clusione scientifica, cioè alla vera scoperta
delle leggi causali. Di qui deriva la nuova situazione che innalza Galileo
sopra irancesco Bacone e lo segnala fondatore della nuova scienza in genere e
del metodo sperimentale in ispecie. Un rapido cenno alla dottrina baconiana
comincierà ad illu- strare per contrasto Palto valore logico della dottrina di
Galileo. Chi non sa oramai che la eritica di Bacone contro la dottrina aristotelica,
per quanto meritoria per quell’età, non è in fondo che la trovata della preris
antiscolastica? Sta bene che le espe- rienze singole e non più il soio «
saettar dei sillogismi » sono am- messe da Bacone come fonte della conoscenza
naturale, sta bene che Linduzione &à 7iviwy per tutti i casi particolari,
che Aristo- tele conobbe, era e resta per sè incapacissima di dignità
scientifi- ca. Ma è ormai riconosciuto dai più forti logici che la teoria del
metodo sperimentale non fu afferrata. nella sua vera essenza dalla critica
baconiana. « Essa, dichiara il Masci con grande nettezza, anticipò molti
precetti giusti su questo procedimento (induttivo), e con le sue isfanze
positire e negative, eliminative e prerogative, la circondò di molte cautele. Se
non che, con que- ste, sottopose anche il procedimento favorito a lungaggmi che
la induzione scientifica non conosce; e ciò fece perchè non riuscì neanche a
lui di cogliere il carattere essenziale del procedimento induttivo, anzi per
questo rispetto si può dire che non superò la Ciscu nè si potendo dubitare che
io, per lo spazio di due anni, abbia del mio e oscuri..... (EX, 105) ». Ci ia
GALILEO _@ posizione aristotelica. Anch’egli di fatti non dà valore di prova se
non che all’induzione completa e non ammette che ci siano principj i quali
permettano di evitarla. E poichè l’enumerazione completa è nella maggior parte
dei casi impossibile, così si vede che la teoria baconiana-è tale che, non
ostante i molti pregi particolari, rende poco meno che impossibile la soluzione
del problema dell’induzione » (1). A conferma di questo giudizio, s’aggiunga
che uno dei maggiori difetti di Bacone è nel mancato riconoscimento del
processo deduttivo, sia del calcolo, sia dello sperimento, senza cui la
determinazione scientifica delle leggi causali è impossibile ; dove per contro
Galileo, pur mantenendosi fedele al punto di vista della sensata esperienza,
riuscì ai mi- gliori risultati. Galileo infatti diede nessuna importanza
defini- tiva a quel ragionamento che procede dal particolare all’univer- sale,
voglio dire all’induzione, ben riconoscendo che non Cè nu- mero d’esperienze
che ci autorizzi a conchiudere, in modo sicuro, dalla parte al tutto. Fu suo
imperituro merito riconoscere che l’esperienza sensata è necessaria ma non sufficiente
alla deter- minazione scientifica della causa. Le sue opere porgono esempj
frequentissimi dell’uso di una operazione superiore, rivolta ad estendere il
campo delle cono- scenze empiriche, e quindi del sicuro riconoscimento che il
va- lore di questa nuova operazione non dipende dal numero delle esperienze. E
l'operazione della deduzione che può e deve assicu- rare il ricercatore della
necessità del processo naturale. Quanto all’astronomia bisogna, egli dice, che
siano «impennate l’ali con le penne delle matematiche, senza le quali è
impossibile sollevarsi un sol braccio da terra)» (IV, 652). Si richiede, in
breve, l’in- tendere intensive non extensive, poichè «extensive, cioè quanto
alla moltitudine degli intelligibili, che sono infiniti, l’intendere umano è
come nullo, quando bene egli intendesse mille proposi- zioni, perchè mille
rispetto all’infinità è come un zero» (VII, 126-381). E evidente che con questo
termine scolastico extensive Galileo vuol denotare la generalizzazione
derivante da una (1) MASCI, Logica, 312. Si aggiunga che Bacone mentre ripudia
in fisica 7 . ° 23 x 2a NO o i cause finali le accetta in metafisica, a patto
però che non siano ripugnan alle cause fisiche. Questo concetto non si affaccia
a Galileo che esclude sempre dalle sue ricerche ogni considerazione relativa al
campo metafisico. 128 CAPO VII semplice enumerazione cioè Vinduzione che non ha
valore scien- tifico. Per contro è evidente che l’intender intensive è
l’intender per dimostrazione necessaria, cioè per deduzione. È questa. lo-
perazione logica che, accoppiata debitamente (cioè nel modo che appresso si
dirà) all’osservazione, diede a Galileo la soluzione del problema scientifico
rivolto alla ricerca e alla prova delle leggi causali. Quindi si vede che non
solo per l’applicazione pratica, come ordinariamente si dice, ma anche per la
teoria, Bacone resta tagliato fuori dalla vera storia del metodo scien- tifico.
Quanto alla fisica, credeva Bacone che si dovesse al ra- ziocinio deduttivo
sostituire l'osservazione empirica e l’indu- zione che egli chiamò anche
crperimentum. Ma si trattava invece di integrare l'osservazione empirica colla
dimostrazione deduttiva, facendo — come si vedrà — un uso puramente euristico
dell’induzione, considerata come ipotesi di lavoro, anticipatrice provvisoria
dell’universale. Si trattava insomma di concepire l'esperimento come metodo
comprensivo di osservazione e di deduzione, e questo concetto fu esattamente
intuito e praticamente applicato da Galileo con una scoperta che lo mostra
dotato d’una genialità superiore ad ogni suo contem- poraneo, nonchè
antecessore nella storia delle scienze e della filosofia. » Concludendo sopra
questo secondo punto, siccome nulla vieta di considerare l’esperimento vero e
proprio qual Galileo praticò, come un processo dednttivo fondato sulla realtà
ed ap- plicato ad essa, salva la differenza dei simboli (1), così sì può
stabilire che due sono le estreme operazioni del metodo galilejano instauratore
della nuova scienza: Vesperienza sensata e la di- mostrazione necessaria o,
come diciamo più modernamente, l’osservare e il dedurre; e doppia la guisa del
dedurre cioè de- durre matematicamente per 1’ Astronomia (calcolo) e dedurre
meccanicamente per la Fisica (sperimento). $ 6. Procediamo finalmente all’altra
operazione che deve co- stituire il termine medio fra l'esperienza sensata e la
dimostra- (1) Analogamente il calcolo potrebbe considerarsi come un esperimento
de- duttivo, salvo sempre la differenza dei simboli. NO eden ELIO zione necessaria. Un problema: singolarissimo
si pone davanti a noi: come si può stabilire una continuità intelligibile fra
1’os- servare e il dedurre? L’osservazione empirica è contingente, la deduzione
(sia matematica, sia sperimentale) è necessaria. Come si può passare dalla
prima alla seconda, anzi unire i due pro- cedimenti nell’unità inventiva e
probativa d’un metodo solo? Galileo non espose direttamente in nessuna opera
speciale la soluzione teorica di questo grave problema. Ma noi, raccogliendo di
proposito i punti principali del metodo da lui messo in azione, possiamo
rischiarare la via che egli seguì. Ciò che costituisce la profonda originalità
del metodo di Galileo è l’impiego deliberato dell’ipotesi tecnica come mezzo
deduttivo di ricerca e di prova. Veramente la tecnicità del metodo di Galileo
ha un dominio molto vasto, perchè comprende la tecnica matematica del calcolo e
la tecnica fisica delle macchine. Calcoli e macchine egli im- piega
indifferentemente allo stesso scopo con sicurezza sovrana. Nell’uso del calcolo
come strumento di ipotesi deduttiva se- guiva l’alto esempio di Copernico, già
riconosciuto esattamente dallo stesso Bruno, secondo un prezioso riscontro del
Gentile (1). Ciò non ostante la cosa essenziale a rilevarsi è che il calcolo
matematico per Galileo fu realmente un esperimento, salva la differenza degli
enti, giacchè «l’ufficio del matematico che sup- pone» non è essenzialmente
diverso da quello dello sperimen- tatore che suppone, cioè costruisce
un’ipotesi fisica conveniente sopra la relazione di certi fatti e poi modifica
artificialmente le loro circostanze naturali, per giungere allo scoprimento di
fatti nuovi, segnalati come conseguenza necessaria di altri fatti già
conosciuti, cioè per dimostrare. Nell’uso delle macchine invece come strumento
di ipotesi de- duttiva Galileo fu assolutamente originale, e fra poco si ad-
durranno le prove più convincenti. E bensì vero che le ipotesi in genere
imaginate a scopo di ricerca scientifica non sempre rappresentano la genuina
realtà delle cose. E ben lo sapeva (1) « Anche il Bruno è fermamente convinto
che Copernico, «non solo fa ufficio di matematico che suppone, ma anco de
fisico che dimostra il moto della terra»: Cena de le ceneri, in Opere italiane,
I, p. 52. Cfr. G. GENTILE, op. cit., 97-98. In questa frase «il matematico che
suppone » io scorgo l'equivalente di quest’altra, il matematico che fa uso
d’un’ipotesi deduttiva. PasToRE — Storia critica del problema della causalità.
9 130 CAPO VII Galileo il quale, malgrado i grandi servigj che esse possono
ren- dere all’investigatore, non fu mai disposto a contentarsi di mere ipotesi
per quanto atte a dare una spiegazione coerente dei fe- nomeni. Lasciava egli
volentieri questo metodo a coloro che solo hanno «cura del salvare in qualunque
modo l’apparenze» (V, 192), mentre egli voleva cercar «d’investigare, come
problema massimo ed ammirando, la vera costituzione dell’universo, poi- chè
tale costituzione è, ed è in un modo solo, vero, reale ed impossibile ad essere
altramente, e per la sua grandezza e nobiltà degno d’esser anteposto ad ogni
altra scibil questione degli in- gegni speculativi» (V, 192). La sua felice
trovata nell’uso dell'ipotesi deduttiva è questa che la soluzione del problema
fisico deve saltar fuori dalle cose medesime, dai medesimi fatti, rebus ipsis
dictantibus. Far par- lare i fatti medesimi ritornando alla natura, far
risolvere le questioni fisiche dalle cose medesime, procedenti secondo la loro
naturale necessità : ecco il segreto di Galileo. E però non più interventi di
autorità arbitrarie, non più infiussi arcani mediati o immediati, non più caso
o destino, ma sì il naturale e neces- sario sviluppo delle cose stesse, dei
fatti medesimi. E benissimo egli comprendeva che in virtù di tale artificio
naturale fondato sopra le manifeste esperienze, « sendo tal dottrina
dimostrata» per necessità, non poteva contrariare nè «alle scritture intese
perfettamente », nè «alla natura » ; (procedendo di pari dal Verbo divino la
Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e
questa come osservantissima essecutrice degli ordini di Dio » (1). Potremmo ora
presentare mille classiche pro- ve di questa complessa operazione intermedia
fra l'osservazione contingente e la dimostrazione necessaria a cui sempre fece
ri- corso Galileo e che costituisce la vera chiave di volta del metodo
sperimentale. Ma bastino alcuni esempj tipici. Consideriamo nel campo della
fisica il processo che lo con- dusse alla importante scoperta dei principj
fondamentali della dinamica cioè alle leggi sulla caduta dei gravi che distrussero
(1) Galileo, rappresentante della libertà della scienza nuova, fu avversario
d'ogni dogmatismo. Nella dottrina cristiana bisogna distinguere tra l’aspira-
zione di Dio (Sacra Scrittura) e l’autorità della Chiesa (Tradizione). dr TT
GALILEO 131 le idee erronee di Aristotele : 1* la velocità della caduta d'un
corpo è indipendente dalla sua massa; 2° la velocità della ca- duta d’un corpo
è indipendente dalla sua natura; 3° la velocità acquistata da un corpo che cada
liberamente, partendo dallo stato di riposo, è proporzionale ai tempi; 4° gli
spazj percorsi sono proporzionali ai quadrati dei tempi impiegati a
percorrerii. Analizziamo accuratamente il metodo inventivo e dimostrativo
impiegato in questo caso da Galileo. Premesso il materiale raccolto dalla
sensata esperienza, si può chiaramente comprendere che la felicissima deduzione
di queste leggi è dovuta in primo luogo all’ideazione d’un’ipotesi teorica e
astratta, in secondo luogo alla realizzazione pratica e concreta. d'un
artificio naturale adatto alla sua messa in opera deduttiva. Queste due fasi si
possono benissimo considerare separatamente, | tanto il processo galilejano è
limpido e verace. L’ipotesi teorica e astratta sul modo d'azione della gravità
fu la seguente. Sul fondo di numerose e accuratissime osservazioni empiriche
(espe- rienza sensata), Galileo suppose la gravità come una forza con- tinua,
comunicante ad ogni corpo cadente in ciascun infinitesimo di tempo un
infinitesimo di movimento perdurante nei tempì suc- cessivi. E ovvio che la somma
di queste singole velocità dà la legge della velocità, donde si può dedurre la
legge degli spazi. Tale fu la prima fase dell’operazione intermedia, cioè
Videa- zione dell’ipotesi. Passiamo ora alla fase seconda cioè all'artificio
naturale. L’artificio naturale che Galileo realizzò fu il piano inclinato,
snodabile, con la sfera cadente in tempi e spazj mi- curati e variabili a
volontà. Tale fu la fase seconda dell'ope- razione intermedia, cioè l’artificio
naturale. L’esperienza diretta in seguito, compiuta su questo modello, confermò
pienamente cioè in modo fisico concreto Dipotesi logica astratta e permise la
determinazione esatta delle Teggi sulla ca- duta dei gravi, riferita
antecedentemente. Del pari, pigliando a studiare il metodo impiegato per la determinazione
delle leggi sul movimento uniforme, sul movimento uniformemente vario, sul
movimento uniformemente accelerato, delle leggi sul pendolo e così via,
s'incontrano sempre le stesse fasi intermediarie fra le due estreme
dell’osservazione contingente e della deduzione ne- 132 CAPO VII cessaria, cioè
: 1° l'ideazione d’un’ipotesi logica o modello teori- co, o modello logico; 2°
la realizzazione d’un modello pratico o modello tecnico. Consideriamole
separatamente. 1° L’ipotesi logica o modello teorico è detta da Galileo con
nomi varj: ipotesi, supposizione, dottrina, opinione, argomento, teoria,
conjettura, discorso fabbricato, apparenza, motivo di qualche apparenza, e con
varie circonlocuzioni equivalenti (1). 2° Analogamente il modello pratico 0 modello
meccanico 0 fisico (macchina) è detto da Galileo con varj nomi: esempio,
materia, figura, esperienza, apparenza di fatto, artificio, mezzi,
confermazione, strumento materiale, macchina, rappresentazione con arte in
pratica, etc. e con varie frasi e perifrasi equivalen- ti (2). (1) Da un rapido
spoglio dei « Massimi sistemi » riporto le seguenti; « Figu- ratevi » (VII,
105), « Fate conto » (ib. id.), « Voi vi ingannate » (ib. 48) «i quali io non
vi porto come leggi infrangibili ma come motivi che abbiano qualche apparenza »
(ib. 148), « ma voglio con alcune conjetture... rimovervi da una certa opinione
contraria » (ib 252-8), « proporrò alcune supposizioni per sè note e manifeste
» (ib. 416), « argumentando, come noi diciamo, er suppositione » (ib. 462), «
ex hypothesi » (ib. 149), ecc. (2) Sempre dai M. S.: « proviamo se » (ib. 108),
« sarà bene che ci assicuriamo con l’esperienza se la vostra opposizione
risponde così in fatto come par che concluda in apparenza » (ib. 105) « ecco io
ve lo mostro al senso » (ib. 105), « eccovene un poco di dimostrazione in
questa fisura » (ib. 105), « mi è sovve- nuto di potergli con altra esperienza
rimuovere ogni scrupolo (esempio dello specchio piano e sferico) » (ib.
96-104), servirsi di qualche « artificio » (ib. 119) «il vedere se l'una e
Valtra posizione sodisfaccia egualmente bene si com- prenderà dagli esami
particolari dell’apparenze, alle quali si ha da sodisfare, perchè finora si è
discorso e si discorrerà er kypothesi, cioè supponendo che quanto al sodisfare
all’apparenze amendue le posizioni sieno egualmente acco- modate » (ib. 149),
fortificasi tal argomento con l’esperienza (ib. 159), curio- sissimo di toccar,
come si dice, il fondo di questo negozio (ib. 155), l’esperienza della nave
(ib. 170), della torre sul globo terrestre (ib. 190-4), della carrozzetta in
moto col balestrone da bolzone (ib. 194), certo sì, come io vi potrei con molte
esperienze mostrare; ma per ora bastivi la confermazione di questa sola della
stadera (ib. 241), cercar i mezzi di poterla dimostrare (ib. 75), l’esempio
della pietra cadente dall’albero della nave (ib. 170), l'esempio del piano
incli- nato (ib. 46), l'esempio del muro illuminato dal sole e paragonato colla
luna, lucido men di quella (ib. 114), l'esempio delle tre perpendicolari per le
tre dimensioni (ib. 37), concludentissimo è il vostro discorso in confermazione
del quale abbiamo l’esperienza (ib. 127), il quale mi agevolò poi
l’intelligenza col fisurarmi il fatto sopra uno strumento materiale che non fu
altro che una sem- GALILEO 133 Chiarite così queste due semifasi, intermedie
alle estreme opposte, facciamo ancora una riflessione sopra il senso metodo-
logico della fase centrale considerata nella sua pienezza teorico- pratica. Le
frasi che Galileo adopera dopo l’impiego dî questi artificj
ipotetico-deduttivi, teorico-meccanici sono ben sufficienti a farci capire che
d’una cosa egli sempre si preoccupa, e cioè della di- mostrazione necessaria
(1). $ T. Le citazioni frammentarie raccolte qui sulle due ope- razioni
dell’ipotesi teorica (modello logico) e dell’artificio pra- tico (modello
fisico) intimamente connesse a costituir l’opera- zìone intermedia del metodo
sperimentale non sono punto ecce- zionali nell’opera di Galileo. Sarebbe
facilissimo aumentarne il numero, tanto più che qui furono compulsati solo i
Dialoghi sui M. S. Ma esse sono già abbastanza concludenti per il proposito
nostro. Ormai è posto in chiara luce il fatto complesso dell’idea- zione
teorica dell’ipotesi (sistema logico) o modello logico e deila sua realizzazione
pratica (sistema tecnico) o modello meccanico. plice sfera, servendomi di
alcuni suoi cerchi..... Ora in difetto della sfera, sup- plirò con farne
disegni in carta secondo che bisognerà (ib. 375), potrete veder questa mirabile
e accomodata al proposito nostro esperienza, mettendo in un catino una palla
che vi galleggi e tenendo il vaso in mano (ib. 425) e benchè impossibil cosa
possa parer a molti che in macchine e vasi artificiali noi pos- siamo
sperimentare gli effetti di un tale accidente, nulla meno non è però del tutto
impossibile ed io ho la costruzione d’una macchina nella quale particolar-
mente si può scorgere l’effetto di queste meravigliose composizioni di
movimenti (ib. 455-598). (1) Sempre dai M. S.: « Salv.: .. che direte allora?
Simp. Quando avrò visto l’effetto, penserò alla risposta » (VII, 100), « ne
nasce necessariamente » (ib. 44), stabilito dunque si può immediatamente
concludere (ib. 43), resto capa- cissimo di tutto (ib. 89), di queste così
sensate e palpabili esperienze, mi par che molto speditamente si possa venir in
cognizione (ib. 98), resto interamente appagato (ib. 256). — Sagr.: Io resto
assai ben capace di queste conseguenze o meglio credo che me le imprimerò nella
fantasia nell’andarle riscontrando con accomodar un globo con tale
inclinazione, riguardandolo poi da diverse bande. Resta ora che ci diciate
quello che di poi seguì circa gli eventi delle immaginate conseguenze. — Salv.:
Seguinne che, continuando noi per molti e molti mesi a far dili- gentissime
osservazioni, notando con somma accuratezza i passaggi di varie macchie in
diversi tempi dell’anno, si trovarono gli eventi puntualmente rispon- dere alle
predizioni (ib. 379). 134 CAPO VII Si vede che con questo processo bilaterale,
Galileo passa prima dai fatti empirici all’idea della loro connessione, poi
dall’idea ritorna ai fatti, ma connettendoli meccanicamente in sistema
deduttivo del tutto libero di esplicare la sua naturale necessità... Dunque, il
modello tecnico come incorporazione fisica dell’i- | potesi logica è in certo
modo la realizzazione dell’idea. La mac- «china da un lato non fa che
riprodurre l’idea del suo ingegnere e non agisce che riproducendola; dall’altro
non agisce che se- condo la naturale necessità dei fatti medesimi. cioè secondo
la produzione della stessa realtà, rebus ipsis dictantibus. La macchina come
sistema d’un gruppo di antecedenti con- nessi inevitabilmente con un gruppo di
conseguenti è essa stessa un causare naturale. Ma siccome essa causa conforme a
un pen- siero logico, così avviluppa nella sua costitutiva unità la doppia e
pur una esigenza della realtà conoscibile, cioè la forma attiva e deduttiva
dell’essere e del conoscere. Insomma quest’operazione complessa collega fra
loro in guisa da farli continuare senza Ihiatus nell'unità d’un processo solo,
prima i fatti contingenti e successivi raccolti dall'osservazione, poscia i
rapporti necessar] della deduzione attuantesi secondo la natura medesima della
realtà. Come conclusione, si ricava che una certa necessità logica vige
nell'ordine d'una certa successione fisica. Ma non è questa Pessenza medesima.
della causalità ? Dire che un fenomeno è Peffetto d’una causa è dire che di due
fatti uno è necessariamente anteriore, l’altro necessariamente poste- riore. È
in questo modo dunque che Galileo seppe operare il passaggio dall’esperienza
sensata contingente alla dimostrazione razionale necessaria. Questa è la
complessa operazione inter- media alle due estreme dell’osservazione e della
deduzione, senzit di cui il metodo galilejano, così com'è, resterebbe
incomprensi- bile. So che la dottrina che io qui sostengo è molto diversa dal.
ordinaria, ma spero d’aver potuto dimostrare che essa è real- mente conforme
alla pratica e alla mente di Galileo. Il quale, se per la profondità dei suoi
discorsi e per la geniale sagacia ond’era perspicacissimo, non sempre si diede
fastidio di spiegare per filo e per segno tutti i suci accorgimenti,
limitandosi a trac- ciare per sommi capi la sua grande idea, tuttavia sempre
mostrò colla pratica come si possano cavare risposte verissime & tutti
GALILEO i dubbi sopra il grave argomento del suo metodo. Per non mol- tiplicare
le dispute, concederò che la teoria di questa terza ope- razione intermedia
che, per la sua duplice natura di ipotesi logica o ideale e di macchina fisica
o reale, giustamente si può chiamare ideofisica o ideotecnica resta troppo
spesso implicita nel- l’ombre delle sue scritture. Quanto a negare la presenza
dell’o- perazione medesima e il suo organico ufficio inventivo e proba- tivo
lascierò la soddisfazione a coloro che si sentono autorizzati a giudicare senza
aver letto le opere, e che, per ripetere una frase di lui, « negano, senza
fondamento nessuno, tutto quello cl’ei non intendono; ma questi son degni che
di loro non si faccia alcuna considerazione ). | SS. Riassumendo, è pel
concorso armonico delle tre operazioni indicate : 1° l’esperienza sensata o
l'osservazione, 2° l’artificio ipotetico-tecnico del modello, 3° la
dimostrazione necessaria o la. deduzione, che il metodo di Galileo attinse il
più alto culmine della certezza scientifica, ed è a questo fortunato
contempera- mento dei tre processi che si devono le maravigliose scoperte della
scienza positiva della natura. Abbiamo così esaurita l’analisi logica del
metodo galilejano. Ma alcunì schiarimenti permetteranno al lettore di SENCCIO)
miglior conto della tesi metodologica qui sostenuta. Chi si addentri nello
studio del metodo sperimentale deve convenire che la vera originalità di
Galileo consiste non solo nell’aver alleato tre processi metodici opposti
nell’unità orga- nica d’un solo processo indispensabile alla ricerca e alla
prova dei rapporti causali, (l’osservazione, il modello, la deduzione) ma
ancora nell’aver sottoposto il metodo sperimentale stesso all’esigenza
razionale e temporale della causalità, organizzando le tre operazioni
necessarie e sufficienti allo scopo, secondo il rapporto di causa. Invero, se
l’esperienza da un lato dà quasi sempre chiaramente la successione temporale
dei fatti, dall’altro pur quasi sempre ne nasconde la razionale necessità.
Quindi in pratica è relativamente facile separare gli antecedenti dai con-
seguenti, ma difficilissimo scoprire e provare la loro connessione necessaria.
La deduzione pura d’altronde si può attuare esclu- sivamente nel puro campo
della logica e quindi della matema- 13800 CAPO VII. tica, ma la necessità
ch’essa disvela non appartiene che alla pura forma del pensiero. È solo verità
di ragione, non verità di ragione e di fatto congiuntamente, cioè rapporto vero
e proprio di causalità. I rapporti causali infatti non si riducono nè ai
rapporti di ragione necessaria nè ai rapporti di fatto contin- gente, perchè
risultano da entrambi e costituiscono l’anima concreta (razionale e temporale)
della natura. Come dunque carpire alla natura il suo segreto? Galileo, dotato —
per dir così — d’una sensibilità aitiologica perfetta, dopo d’avere a lungo
meditato «sul grandissimo libro della natura che conti- nuamente ci sta aperto
innanzi agli occhi », colla realizzazione dei sistemi ipotetico-deduttivi artificialmente
composti ma natu- realmente agenti, «con sommo artificio costrutti e condotti
nl fine» (V, 232) scoprì il modo di far parlare causalmente la natura medesima.
Primo egli seppe ricavare conseguenze pratiche dalle operazioni teoriche
dell’ipotesi. Primo egli seppe dare un senso nuovo alla deduzione utilizzando
la portata logica degli artificj naturali cioè la logica delle macchine. Primo
egli seppe sistemare deduttivamente il molteplice contingente nell’unità
necessaria del reale. Perchè la macchina è reale e fisica pur essendo arti-
ficiale e logica, quindi funziona di necessità secondo la logica e secondo la
natura. Come non v’ha continuità tra l’osservazione e la deduzione che là dov’è
l’ipotesi-modello, vero sforzo cen- trale dello sperimento, così non v’ha
possibilità di determinare il legame necessario del passato col presente e del
presente col- l'avvenire se la forma in atto della stessa ragione non venga a
combaciare colla materia di fatto dell’esperienza. Questo è il punto veramente
costitutivo dell’esperimento. L’ipotesi modello è il termine medio d’un
sillogismo che ha per minore l’osser razione e per maggiore la deduzione.
Siccome l’ipotesi tecnica, da una parte non è in realtà separata dall’os-
servazione, perchè è fondata. solo sui fatti raccolti con questa, e poi
funziona in conformità dei fatti naturali e nell’ordine temporale, dall’altra
non è separata dalla deduzione, perchè la sua funzione è affatto dednttiva e si
attua logicamente, così ne nasce dì necessità il rapporto fra gli estremi, cioè
si afferma la connessione necessaria d’un ordine di successione che è ap- punto
la causalità. Efficacissima è la virtà del modello (ipo- GALILEO i 137 tesi
logico-tecnica), perchè come ogni idea-forza importa in sè stessa una tendenza
alla sua realizzazione. È il senso del famoso giov pécov di Aristotele. Il
modello è il vero medio termine le- gale che rende intelligibile e
scientificamente determinabile la causalità. Nessuno prima di Galileo mostrò
d’intendere la fe- conda virtù deduttiva delle macchine applicate alla
determina- zione delle leggi della natura. Essere stato lo scopritore d’un
nuovo valore metodico, il valore deduttivo-sperimentale delle macchine, ecco
dunque il principal titolo di gloria di Galileo rispetto alla logica. Ora, dopo
questo, come appaiono vane le sudate fatiche di tanti eruditi ricercatori che
credono di aver | trovato un precursore di Galileo in ogni autore che abbia
fatto uso della parola «esperienza»! Si ripeterà, non ha detto già R. Bacone:
sine cerperientia nihil sufficienter scirì potest? Ottimamente, rispondo:
insigne merito questo di R. Bacone, ricco di così schietto senso della realtà
in un’epoca così avversa al positivo; ma niun merito, rispetto alla scoperta
scientifica del metodo sperimentale. $S 9. Forse con maggiore fondamento si
dirà che Galileo fu uno scienziato e uno scrittore di prim’ordine, ma un
filosofo di seconda mano. Ma anche qui bisognerà andare con prudenza. Intanto
la sua tecnica fortemente originale e novatrice fu l’arma più micidiale affilata
contro il verbalismo pseudo-filosofico ap- plicato allo studio della natura.
V’era ancora ai suoi tempi un delirio di adorazione per Aristotele e per tutto
ciò che in Ari- stotele era senza valore. Ad una crisi di servile imitazione
ari- stotelica era seguita una crisi di' ostruzione filosofica che pur- troppo
giunse a rattristare profondamente la vecchiaia del som- mo spirito, il quale
aveva aperta la sorgente della libera ricerca scientifica e ridonato 1l
beneficio dell’entusiasmo per la verità naturale e della confidenza nelle forze
serene della ragione. Ciò posto, cercare speculazioni metafisiche in chi
massimamente si studiò di separare dalla: metafisica la scienza della natura e
tutta la lunga vita consacrò a costituire la fisica intesa nel più schietto
senso della parola, cioè nella sua piena FSISCRAA di principj, di metodi e di
fini, sarebbe superfluo. Si possono addurre alcune prove. 138 CAPO VII Galileo
spessissimo adopera parole alle quali saremmo tentati di attrmbuire il massimo
significato e valore filosofico, se non ci trattenesse il doveroso rispetto
della verità. Nei suoi « Discorsi c dimostrazioni matematiche intorno a due
scienze nuove », il celebre dialogo è aperto con queste parole: « Largo campo
di filosofare agli intelletti speculativi parmi che porga la frequente pratica
del famoso arsenale di voi, signori Veneziani, ed in particolare in quella
parte che meccanica si domanda: atteso chè quivi ogni sorta di strumento e di
macchina vien continua- mente posta in opera da numero grande di artefici... ».
Donde tosto appare che le parole « filosofare » e «'intelletti spe- culativi»
hanno un senso e un valore esclusivamente scientifici. E il seguito del passo a
poche linee di distanza, precisa senza il minimo dubbio che Galileo vuole solo
mirare all’« investiga- zione della ragione degli effetti ». Certo Galileo, da
un lato è spinto egli stesso dalla nuova concezione umanistica del mondo
nettamente contraria al mondo fantastico e poetico vagheggiato dall'antichità
pagana e dal medioevo cristiano, dall’altro egli stesso colle sue scoperte fa-
verisce in modo mirabile la nuova concezione filosofica del mon- do. La
filosofia del Rinascimento invero colla doppia scoperta dell'uomo (Pomponazzi)
e del mondo (Cusano, Telesio, Co- pernico, Bruno, Campanella) e La Nuova
Scienza con Leonardo dia Vinci e Giovanni Kepler già avevano aperta La via al
pensiero moderno e additato il compito nuovo. Kepler in particolare, avendo già
esposto chiaramente in che modo egli fosse giunto a sostituire l'ellissi al circolo
divinizzato fino dall’antichità (1), prima nella sua incompiuta AL pologia
Thychonis contra Ur- sun, cioè del principe dei matematici d'allora Thycho
Brahe contro Ursnis di Dithimar, poscìia nel primo libro della sua Zpi- tome
astronomidte Copernicandae, aveva provato che non si può condurre un'indagine
astronomica esatta, volta a spiegare 1or- dine del movimento dei corpi celesti,
senza far uso di un’ipotesi. Le tre operazioni insomma dell'osservazione,
dell’ipotesi e della deduzione erano già state riconosciute dai grandi
contemporanei di Galileo, e perfino il carattere non del tutto arbitrario
delli- (1) H6FFDING (op. cit., I, p. 161). e due adinatità GALILEO 139 potesi.
Molto acutamente VHéffding notò (1) che in Kepler rimaneva solo qualche
incertezza per ciò che riguarda il rapporto fra V’osservazione e l’ipotesi e la
questione della loro precedenza (2). Ma solo Galileo riuscì a compiere la
fusione definitiva: dei Varj. processi nell’unità sistematica, euristica e
probativa del metodo sperimentale, la cui importanza è veramente straordi-
paria, perchè dà la chiave d’ogni conoscenza scientifica della natura. $ 10.
Rapidissimi cenni infine aggiungerò su alcuni punti di secondaria importanza.
Giusta è la critica che Galileo rivolge alla logica formale del suo tempo da
lui ritenuta eccellente per re- golare e correggere il corso del pensiero, ma
incapace di servire a scopo inventivo. Circa la tristissima sorte che egli ebbe
per la persecuzione degli stolti monaci e teologi che lo accusarono di eresia,
non ci interessa ora nè di aumentare nè di trattenere la nostra ama- rezza. Il
tribunale della inquisizione di Roma che lo condannò è già stato a sua volta
condannato dall’unanime concorso di tutti gli uomini liberali, compresi quei
sinceri religiosi i quali ormai capiscono quanta ragione avesse Galileo di
osservare che col fare appello alla volontà divina non si spiega nulla, appunto
perchè così sì spiega tutto con eguale facilità (3). Insomma Ga- lileo
significa l’esclusione d’ogni spiegazione teologica rispetto alla natura e la
liberazione della scienza naturalistica dal vincoli d’ogni dogmatismo, sia
biblico o giosuetico, sia metafisico o ari- stotelico, sia pseudo-scientifico o
tolemaico, sia patristico, sia scolastico, sia clericale (domenicano e
gesuitico). Ma ritorniamo al proposito scientifico che ci interessa. Galileo
Galilei apre alla soluzione del problema causale una (1) HoFFDING (0p. cit. I,
p. 162). (2) Ma l’HòrFpING mostra poi di non aver egli stesso un sano e
completo concetto del metodo sperimentale, quando dichiara poco dopo che «
Kepler incominciò piuttosto dal lato aprioristico, deduttivo, Galilei da quello
speri- mentale, induttivo » (op. cit., I, 163). Qui incorre anche egli nella
famosa con- fusione dello sperimentale coll’induttivo e continuamente nella
critica del me- todo di Galileo seguita a chiamar induzione ciò che tale non è
(op. cit. I, 166). (3) HOFFDING, (op. cit.), I, 167. 140 CAPO VII via nuova e
stupenda. Non è l’origine dell’idea di causa che lo preoccupi, nè il principio
di causalità, nè la sua origine, nè le sue conseguenze e nè pure la natura
della causalità. Unico suo scopo è la determinazione scientifica dei rapporti
causali, cioè delle leggi della natura. Conclusione concisa e positiva, propria
di chi rappresenta il trionfo definitivo della scienza moderna. RRZETTO -
"A | lE === ={égye="="—= ===> CAPO VIII. Il razionalismo e
l’empirismo. $ 1. Lasciando da parte la strada di Galileo Galilei, per nostra
fertuna. ormai aperta per sempre alle scienze, noi dobbiamo ora considerare brevemente
i due indirizzi del razionalismo € del- l’empirismo che occupano nella storia
del problema causale un posto affatto particolare: perchè il loro punto di
vista, par- zialmente difettoso, è opposto. Entrambi non tengono conto che d’un
solo fattore del concetto di causa; il razionalismo non assu- me che la
necessità razionale e ripudia la successione empirica, l’empirismo invece non
assume che la successione empirica e ri- pudia la necessità razionale. Un’altra
cosa evidente è che questi indirizzi nettamente filosofici, a differenza di
quella ricerca na- turalistica che si venne liberamente svolgendo per opera di
Ga- lileo nell’età moderna, non si occupano in modo proprio e diretto del
concetto scientifico della causa, nè quindi della determinazio. ne esatta dei
rapporti causali, per mezzo dell'esperimento, ma si versano preferibilmente sul
principio di causalità ripigliando l’antica tradizione della logica metafisica
e della teologia. Ecco perchè la loro soluzione non risolve mai tutto il
problema. Potes- sero anche appagare la metafisica, voglio dire una certa
metafi- sica, lascierebbero sempre scoperta la fisica sia celeste che natu-
rale. Potessero anche, per assurda ipotesi, risolvere il problema della
dipendenza razionale espressa dal « dunque », lascierebbero sempre insoluto il
problema della causalità reale espressa dal « perchè ». Senza notare che
lascierebbero del pari insoluti alcuni 142 CAPO VIII ‘ altri massimi problemi
della coscienza psicologica e morale che, come vedremo, pure reclamano la loro
soluzione. $ 2. Il primo che nell’età moderna abbia svolto e ordinato in un
sistema i principj del razionalismo è Descartes. Lo seguirono in questa via
Spinoza, Malebranche, Leibniz e Wolf. Non starò qui a ripetere, a proposito
della concezione razionalistica, i siste- mi, le controversie e le objezioni
troppo note nella storia della; filosofia. Vediamo subito le posizioni assunte
rispetto al proble- ma delle cause. Dal punto di vista metafisico Descartes,
posta in Dio la causa prima infinita, esclusivamente a Dio attribuisce ogni
attività efficiente a segno che nessuna creatura potrebbe sussistere se non
ricevesse continuamente la sua ragione d’essere da Dio. Questa creazione
continuata, importando la dipendenza asso- luta delle creature rispetto a Dio,
toglie ad ogni sostanza creata essenziale causalità nonchè la forza, per
attribuirle esclusiva» mente alla causa prima (1). Ciò vuol dire che, con
Descartes, ri torna il vizioso concetto della causa infinita considerata da un
lato solo, e analogamente dell'effetto considerato come solo effetto, senza.
essere ancora in grado di superare il concetto antico della causa sui, come
fece Spinoza. Ma Descartes si salva dal semplicismo aprioristico infruttuoso
ricorrendo alla distin- zione della causa prima e delle cause seconde. La causa
prima è il Creatore che produce originariamente tutti i moti dell’uni- verso,
ut efficiens et totalis causa, le cause seconde sono gli enti che, dotati d’una
certa forza ed atti con la loro azione ad im- primere una direzione particolare
al moto, distribuiscono va- riamente il moto generale diffuso dalla causa prima
nella na- tura, sì che qualche parte della materia acquista un moto che prima
non aveva. Siccome il moto generale dell'universo non può essere nè aumentato
nè diminuito e tutti i mutamenti della costituzione del cielo e della terra
accadono negli stessi rapporti con le leggi primitive universali e assolute
della creazione, così la scienza esatta della natura è possibile e il suo
fondamento è (1) DESCARTES, Oeuvres philos. (par L.
Aimé-Martin), Paris, 1842. Cfr. Disc. de la méth., Méd., Ob., Les prince. de la
phil. stabilito nella matematica, conforme
all’indirizzo moderno del sapere iniziato da Copernico e da Galileo. La
conseguenza viene da sè e ci permette di apprezzare la posizione aitiologica di
Des- cartes dal punto di vista scientifico. Se tutto l’universo, eccettuato lo
spirito umano, non è che ma- terla sottoposta alle leggi universali del moto in
cui brillano unità, la semplicità e l'armonia delle leggi matematiche, ogni
problema di fisica si risolve in un problema di meccanica o di geometria. È
l’esistenza stessa di Dio che ci permette la possi- bilità delle conoscenze
chiare e distinte intorno alle cose e ce ne garantisce il valore... «i’univers est
une machine ou il n’v a rien du tout à considérer que les figures et lex
mouvements de ses parties...) (1). Tutte le creazioni che noi vediamo continuarsi sotto i
nostri occhi, escono necessariamente dalla causa prima. La loro evo- luzione
meccanica è perfettamente deducibile dalla perfezione divina senza alcun
intervento della finalità. Questa idea, spo- glia dall’involuecro teologico, è
in pieno accordo colla teoria della scienza moderna. Quindi fa onore al grande
genio di De- scartes e mostra come anche in questa materia a lui si debba la
gloria d’aver promossa l’inaugurazione dell’èra nuova della scienza. Tuttavia a
Descartes si devono far risalire due difetti. Il primo è d’aver favorito la
nascita del concetto filosofico delle cause occasionali il quale, se apparentemente
sembra proseguire — a detta di qualche entusiastico ammiratore di Malebranche —
la liberazione del vero concetto di causalità da tutte le forme accidentali,
virtù o entità immaginarie del Medio Evo (buone a dare una spiegazione
tautologica dei fenomeni), in realtà viene a demolire i criterj delle scienze
positive ed è pretesto di fune- stissime conseguenze. Il secondo difetto è
d’aver creduto che i rapporti causali, cioè le leggi della natura, siano
deducibili col puro impiego della logica e della geometria, cioè con mera (1)
DescaRtEs H6FFDING osserva che il NATOR? (Descarte9 Erkenntnistheorie, pp.
55-76 e ss.) non ha rilevato con sufliciente energia che D. già si serve del
principio causale per provare la realtà del concetto di Dio. (Stor. della fil.
mod., I, 495, n. 45). 144 CAPO VIII deduzione logica di concetti fondata sul
principio di identità. Suo torto è di non sapere che la verità causale è
insieme verità di fatto e di ragione e che nelle leggi causali la necessità
logica s’intreccia colla successione fisica. S 3. Malebranche, semplificando il
cartesianismo, rifiuta qua- dratamente ad ogni creatura « la dignité de la
causalité », so- stituendo, in ogni caso, all’azione delle creature, l’azione
di Dio, unica causa agente dell’universo. « Aucun
phénomène n’a sa cause ni en lui-méme ni dans un autre phénomène... Ce n’est
pas la première boule qui met la seconde en mouvement par le choc, mais Dieu, è
l’occasion de certains mouvements, dont il est enco- re le seul véritable
principe») (1). | Fatta la debita tara
del teologismo e delle madornali illusioni e dei cavilli a sostegno della
teoria, questo concetto delle cause occasionali, benchè sia in fondo la
negazione della causalità, ha una controparte che a qualcuno potè parere
importante, in quan- to sì può in esso trovare l'intento di segnalare il puro
carattere delle counessioni costanti tra i fenomeni che importa alla scienza di
determinare. Ma non è questo per sè solo un criterio suffi- ciente a stabilire
il merito intrinseco della dottrina malebran- chiana rispetto alla scienza,
tanto essa è piena di pregiudiz) me- tafisici e di intenti mistici alieni da
ogni esatta ricerca. Possiamo essere indulgenti verso tante esorbitanze, perchè
nella « Recherche de la vérité » il concetto di causa viene rico- nosciuto come
rapporto di necessità ben diverso dal semplice rapporto di successione. (Lib. II, c. 5)
« Cause véritable est une cause entre la quelle et son effet l'esprit appergoit
une liaison nécessaire »)... «on ne doit pas s'imaginer que ce qui précéde un
effet en soit la véritable cause» (2). (1) « Oeuvres de Maleb. nouvelle 6d. etc. par J. Simon,
Paris» 1871 - Cfr. anche la nota di M. Novaro - Ac. Lincei 1893. (2) Il GENTILE
considera questo concetto di Geulinx e Malebranche come <« un compromesso
tra la metafisica e l’empirismo » '« per tagliare il nodo gordiano della
causalità psicofisica sul terreno cartesiano delle due sostanze, anima e corpo
» onde si negò che il moto fisico fosse causa efficiente dell’idea e questa di
quella; e il loro parallelismo fu spiegatd come accordo fra l’anima e il corpo
disposto da Dio: analogo a quello che si può vedere fra due orologi] ete. (Cfr.
Teoria dello spir., pag. 155). ' del Ma dov'è il riconoscimento della causa
come sintesi dei due rapporti di necessità e di successione ? Falsissimo fra
tutti è il concetto che gli esseri creati siano as- solutamente passivi per
fare che ogni attività risalga alla cau- sa prima o assoluta del moto
universale; mentre l’esistenza delle forze fisiche, chimiche e biologiche è uno
dei fatti meglio accertati che ne attesti l’esperienza. Sofistica l’idea che
non vi sia nesso necessario tra le cause naturali e i loro effetti, solo perchè
non si ammette tra i fenomeni la necessità metafisica assoluta della causa
prima (1). Concludendo, nelle questioni scientifiche di ragione e di fatto
l’aitiologia di Malebranche è del tutto deficiente ; nelle questioni
metafisiche la sua dottrina aitiologica vaga in nn teologismo. così sfrenato
che esorbita il campo della filosofia. Questa è la dovuta giustizia che sulla
questione delle cause bisogna rendere a Malebranche. S 4, — Spinoza invece
imprime alla dottrina metafisica della causa uno slancio razionalistico
straordinario. Spinoza è il più originale e fecondo instanratore metafisico
della casa sw; (2): ma anche nella dottrina logica e metodologica della causa
stam- pò orme profonde e incancellabili. Descartes concepisce la causa (1) La
distinzione malebranchiana tra la connessione costante dei fenomeni e la
connessione necessaria assoluta non è che l’eredità indiretta della distin-
zione cartesiana tra la connessione esteriore e la connessione intima, «dichia-
rata inconcepibile (Cfr. H6FFDING, op. cit, I, 234). Stupisce che l'Hòffding
mentre ricorda Louis de la Forge, Géraud de Cordemoy, Sylvain Régis e Gen- linx
tra i cartesiani precursori dell’occasionalismo, dimentichi il Clauberg. Circa
Ia negazione prehumiana della necessità nella connessione dei fenomeni, cfr.
Novaro, Die Philos. des N. Malebranche, Berlin, 1893. (2) Il concetto spinoziano
della causa sui è qui inteso, come già nella mia opera precedente « Il Pensiero
puro », in modo dinamico, cioè come principio che stabilisce l’attività
autocausativa della sostanza immanente a tutte le realta. Il carattere dinamico
della sostanza spinoziana fu nettamente riconosciuto in Italia dallo SpAveNTA.
Fuori d’Italia, a sostegno dell’interpretazione dinamici. cfr.: FRIEDRICHS, Der
Substanzbegri[?! Spinozas, Leipzig, 1896: ZULAWSKY, Das Problem der Causalitiit
bei Sp., Bern., 1899: BRUNSCHVIGO, «Grande Eneyel); MARTINEAU, A study of
Spinoza, London, 1882: MANN, Causalitiits und cweck- begrifl bei Spin., 1951.
Pastore — Storta critica del problemi della cansalitir. 19) 146 CAPO VIII
metafisica da un solo lato, e così l’effetto come solo effetto. La relazione
metafisica concreta tra causa ed effetto gli sfugge ed egli, rispetto
all'aitielogia metafisica, versa nell’astrattismo. Spinoza si eleva al sommo
concetto metafisico dell’efficienza reciproca, cioè della causa che si effettua
e dell’effetto che si causa ; respin- ge ogni idolo esteriore. Di qui
l’infinita autogenitura del tutto. Spinoza ammette che Dio esiste e agisce
necessariamente e cioè che esiste e che agisce per la sola assoluta necessità
della sua natura. Spinoza ammette che Dio è la causa libera di tutte le cose,
perchè l'infinita necessità si identifica con Finfinita libertà ; fulgurazione
bruniana. Spinoza nega le cause finali, perchè con- trarie allunità assoluta e
alla necessità assoluta di Dio. La ra- gione delle cause finali secondo lui è
sempre antropomorfica. Il Dio antropomorfico è l'asilo dell'ignoranza ;
necessità non com- patisce finalità, come la. stessa posizione della serie
infinita esclude la finalità. Infinità è per un certo verso infinalità. Per
comprendere bene la dottrina spinoziana della causa, pi- gliamo le mosse dal De
cui. int. che è la chiave di volta di tutto il suo sistema. In quest'opera
Spinoza ammette Vintelligibilità di tutte le cose e ripone la bontà del metodo
nella conoscenza del- L'ordine della natura. Secondo ni l'importante è di
arrivare ad un tale concetto dell'assoluto che sia possibile ricavarne dedutti.
vamente tutte le verità. Perciò fonda il suo sistema sul concetto d'un ente
supremo causa di sè e cansa di tutte le cose in una serie di cause stabili ed eterne
cioè di essenze, disposte in gerarchia intemporale che fa molto pensare al
sistema platonico delle idee. | Passando all'Efftica, ta nozione della
causalità diventa estre- mamente complessa. Nelle otto definizioni e nei sette
assiomi della prima parte sono racchiusi i germi di tutto il sistema. Dopo La
nozione fondamentale della cause sii, il tratto più carat- teristico dell'opera
su questo punto è quello della doppia causa- lità da causalità in sè e la
causalità fuor di sè, la causalità immanente, cioè restante nell'agente,
infinita. adeguata, totale ed eterna cioè la cansalità di Dio e La causalità
transiente che esce dall'agente per esercitarsi su altra cosa, finita,
inadeguata, parziale ed esercitantesi nella durata cioè la causalità dei feno-
IL RAZIONALISMO E L’EMPIRISMO . 147 meni (1). Si noti che entrambe queste
causalità sono in Dio, ma la prima avviluppa la seconda, cioè si può dire che
la immanente è in Dio immediatamente, la transiente solo mediatamente (2).
L’immanenza della causalità divina è causa sui, mentre Dio è del pari causa
essendi e causa efficiente. « Hic sequitur Deum... esse causam efficientem... »
(#th. I, 16, cor. 1; Cfr. I, 23; I, 24, Schol. et saepe). La transitività della causalità
fenomenica è un elemento della causalità immanente e vien riferita alle cose
particolari. La cau- salità infinita ha necessità essenziale, è causalità in
essenza, per se. La causalità finita ha necessità causale, costrittiva, dipen-
dente, per accidens. Quella è fuori tempo e fuori spazio, questa è nel tempo e
nello spazio. Di qui appare che Spinoza ammette non solo due causalità ma anche
due necessità, una dell’essenza universale divina, Valtra della esistenza
particolare fenomenica. La prima è infinita, immanente ed eterna, l’altra è
finita tran- siente e sottoposta alle condizioni limitative o negative dello
spazio e del tempo. « Duobus modis res dicitur necessaria et im- possibilis,
vel respectu suae essentiae vel respectu causae )») (Co- git. metaph., I, cap.
III. p. 198). Di qui anche appare che Spino- za distingue la necessità
essenziale (causi per se) dalla necessità causale (causa per accidens). Le due
causalità restano distinte e pur unite come due espressioni d’una stessa vita.
(3) La carat- teristica vera e propria della causalità essenziale ed efficiente
tuttavia non è la forza ma la potenza (4). E siccome le essenze non si
sviluppano nel tempo, così lunione delle cause e degli effetti per le essenze
equivale all’identità. Per le cosè mutabili invece la cosa varia. Causa ed
effetto appajono qui come dune (1) Già il Busse ha rilevato che nel secondo dei
Dialoghi annessi al 7'rat- tato breve appare per la prima volta l'opposizione
di due modi differenti di causalità; cfr. Veber dic Bedeutung des Begriffe
<« essentia » und <« cxristentia » bei Spinoza. Vierteljahrschrift fior
wiss. Philos., X, 1886, p. 287. Nei Cogitata metaphysica il concetto di Dio
come causa unica di tutte le cose è chiarissimo e frequente: « Vis decreti
divini, unica omnium rerum causa ». C. M., I, n. | (2) Eth., I, xVII, « Deus
est omnium rerum causa immanens, non vero transiens >». (3) RivauD, Les
notions d’ess. etc., pag. 193. (4) Huan, Le Dieu de Spinosa, pag. 91-94. 148 CAPO VIII avvenimenti successivi
eterogenei uno all’altro per essenza e per esistenza. La completa esteriorità
della causa e dell’effetto, in questo caso, fa che tra ia causa e l’effetto non
v’'ha nulla di comu- ne. ( Nam causatum differt a sua causa praecise in co quod
a cau- sa habet » (I, 17, schol.). Questa concezione della causalità feno-
menica costituisce il principio del determinismo universale vi- gente nel mondo
dei fenomeni, e Spinoza cartesianamente am- mette la piena conoscibilità di
queste leggi del determinismo uni- versale a cui le cose sono necessariamente
soggette nella durata. Le cose particolari sono disposte in serie causali
necessarie infi- nite ed inesauribili. « Infinitus cansarum nexus)» (I, 28,
schol.; V. 6, demi. Ciascuna è determinata dall'esterno e costretta a
conservare la sua natura, in dipendenza dell'ordine generale delle essenze. In
pari tempo, ed è questo un prezioso rilievo dovuto a Busse e Camerer, ogni cosa
è doppiamente determinata in essenza ed in esistenza e sottomessa a una deppia
causalità. Ogni cosa è singolare, attiva e passiva, causa d'operazione ed
effetto (1). « Quodcunque singulare sive quaevis res quae finita est determi-
natam habet existentiam, non potest existere nec ad opérandum determini, nisi
ad existendum et operandum determinetur ab alia causa, quae etiam finita est et
determinatam habet existen- tiam : et rursus haec causa non potest etiam
existere, neque ad Operandum determinari, nisi ab alla, quae etiam finita est
et determinatamo habet existentiam, determinetur ad existendum et. operandum,
et sic in infinitum ». (1,281. Due cose infine sono degne di nota pel proposito
nostro, ta prima circa la Hbertà e la necessità, la seconda circa la causa e la
ragione. Cominciamo da quest'ultima. S. Siccome Spinoza identifica la causa e
la ragione cemuscun- que rei assignari debet causa seu ratio, tam cur existit,
quam cur (1) Contrariamente all’interpretazione dinamica dello Spinozismo
sostenuta qui e nella mia opera antecedente sopra « Il Pensiero puro », il
KONIG, am- mettendo in Spinoza la sola attività della sostanza assoluta, donde
viene evo- cata la scena passiva degli stati interni di quella, attribuisce un
dinamismo tra- scendentale alla sostanza assoluta causa sui. e uno staticismo
arido agli esseri singoli. Ma si veda più innanzi la nota circa l’objezione del
SArrra, pag. 152, n., e per maggiore riscontro, 7/ pensiero puro, parte 2, capo
1°, èé 17-18, pa- gine 149-177. "9 ano dee EI i” non existit. Ex gr. si triangulus ete.. Haec
vero ratio seu causa vel in natura rei contineri debet, vel extra ipsam » (I,
11, dem. x aliter), è stato detto che a rigore la causa per Spinoza resta de-
finita dall’esclusivo punto di vista della ragione, con oblio del fatto
temporale. Ma la cosa non è così piana. Lasciamo stare qui la questione
insignificante della terminologia, se Spinoza cloè avesse o non avesse ragione
di definire la causa come pura ratio, o pura essentia o altrimenti (1).
Procuriamo solo di non fralntenderne la dottrina. o E utile ricordare che
Spinoza distingue due causalità : Vuna riferita all’ordine eterno delle
essenze, l’altra all’ordine delle esistenze effimere; ma entrambe necessarie.
Quindi l’identifica- (1) Errerebbe grossolanamente chi attribuisse a ciò che
Spinoza dice « ratio seu causa » un significato esclusivamente cogitativo e
intellettuale, giacchè questa ratio o causa è qui intesa in senso larghissimo
quale « ordo ac connerio » così delle idee come delle cose e insomma tanto Idea
totius universi cioè In- tellectus infinitus, « Sub attributo Cogitationis »,
quanto Facies totius universi «sub attributo Extensionis ». Non è d’uopo una
critica troppo sottile per mo- strare che questa ratio è propriamente la logica
come carattere tipico delle determinazioni dell’essenza e dunque logica
metafisica. Bastino qui le conside- razioni seguenti. I legami d’ordine logico,
donde la serie delle leggi, sono da Spinoza presentati in essenziale rapporto
colla serie delle cose eterne fisse e immutabili, cioè coll’ordine delle
essenze sottratto ad ogni condizione di durata e di tempo (De em. int., t., I,
p. 30). E v'ha un gran numero di citazioni che trovano la loro spiegazione solo
con quest'idea della identità della ratio seu causa colla logica e colla serie
delle cose eterne, colle leggi, colle essenze, colla necessità. Eth., ax.,4: «
Effectus cognitio a cognitione causae dependet et eandem involvit ». De em. int.,
I, p.31: « A fixis atque aeternis rebus et simul a legibus in iis rebus tamquam
in suis vestris codicibus inscriptis ». (Il libro della natura di Galileo !)
Cfr. insup. Cogit. metaph. I, c. III, n° 3; Eth., III, 7; T. Th. P., ec. IV, de
lege divina t. II, p. I, <« lex quae a necessitate naturae dependet, illa
est quae ex ipsa rei natura sive definitione necessario sequitur... ». Eth., III,
praef., pag 119: s Naturae leges et regulae secundum quas omnia fiunt, et ex
unis formis in alias mutantur.... sunt ubique et semper eadem atque adeo una
eademque etiam debet esse rationem rerum qualiumcunque naturam intelligendi ». Cfr. insup. Eth., I, 17, dem., IV,
23. Certo il termine «logica » ricorre raramente nell’Ethica; ma dacchè è
provato che logica e causa seu ratio in senso largo per S. sono tutt'uno, la
teoria metafisica della causa spinoziana viene a con- fondersi con la teoria
logico-metafisica. Quindi si capisce come il problema della logica sia uno dei
più difticili sollevati dall’interpretazione dello Spino- zismo, il cui
carattere panlogistico sia pel metodo sia pel sistema è quanto mai evidente.
Cfr. il prezioso apprezzamento del sistema di S. di C. GUASTELLA. Saggi sulla
teoria della conosc. II. Filosofia della metafisica. Tom. II, e segnat. $ 25, pagina
370 e seg. 150 CAPO VIII ‘zione di causa e ratio ha per lui due sensi ben
diversi anzi irre- ducibili. Nell’ordine delle essenze non entra il rapporto
tempo- rale; nell’ordine delle esistenze causa ed effetto appaiono come due
avvenimenti successivi. Dunque l’oblio del rapporto crono- logico, che gli sì
può rimproverare, non affetta che la. defini- zione della causa metafisica
nell'ordine eterno delle essenze lasciando impregiudicata la definizione della
causa nell’ordine temporale delle esistenze. Ciò si trascura molto stranamente
dalla critica. II K6nig stesso, che prima insiste sulla riduzione spinoziana
delle relazioni causali a relazioni logiche, non fi- nisce forse per
riconoscere che la dottrina di Spinoza utilizza anche il concetto della
causalità transitiva (1) oltre al principio della causalità immanente? «
Ambedue le forme vengono...da lui (Spinoza) accolte come esistenti » (2). A
buon diritto il Ké- nig lamenta che Spinoza tralascia di stabilire il rapporto
fra la causalità immanente e la transitiva nel finito (3), mentre «è dubbio se
ambedue le forme di causalità possano esistere una accanto all'altra» (4). Se
pertanto egli riconosce, com’è inne- gabile, che per Spinoza le forme di
causalità sono due : imma. nente 0 per sce, fuori tempo perchè di natura
essenzialmente lo- gica, e la transitiva o per accidens, per le cose esteriori
tuffate nel tempo, come mai può affermare senza alcuna limitazione che, secondo
Spinoza, ogni relazione causale è equivalente ad una conseguenza logica? (3).
Qui abbiamo uno dei tanti esempj di confusione critica dovuta allo scambio del
senso composto col senso diviso. Invero il Kéonig finisce per credere che
Tinterpretazione della causalità spinoziana in cui si riduce la logica alla
metafisica si possa estendere alla interpretazione di ogni causalità ; il che è
affatto inammissibile. Se non si vede la distinzione fra il senso meta- fisico
e il fenomeno, il sistema spinoziano pare un assurdo. AI contrario, tenendone
conto, s'intende facilmente come la via positiva della scienza non venga
sbarrata dal pregiudizio meta- (1) K6NIG 1 fisico. Sotto questo rispetto il
concetto spinoziano della causalità del mondo. dei fenomeni non è lontano dal
vero. Ma dal fatto che Spinoza ammette una doppia causalità metafisica e
fisica, non si può conchiudere, come fa il Kònig, che per Imi la dipendenza
causale dei modi finiti (dunque la causalità acciden- tale) non sia altro che
una relazione di nesso logico necessario (cioè di causalità essenziale).
Appurato questo punto, tuttaviw non si toglie il difetto della concezione della
causalità meta fi- sica di Spinoza, il quale crede di potere col mero sussidio
dell ragione (geometrica) rifare deduttivamente a priori tutta la natura e
quindi sì segrega in un enorme pregiudizio metafi- sico. Come Cartesio egli ha
la fissazione che tutte le leggi fisi- che siano deducibili dalle leggi logiche
fondandosi sul puro prin- cipio di identità, senza riconoscere alcun valore
fondamentale ai. dati del senso. Cosa stranissima, perchè a guardare bene la
cosa anche dal punto di vista della sua stessa dottrina, era un tagliare
brutalmente in due mondi Vunità del sistema univer- sale ponendo da un lato,
substantia sive Deus (in cui essentia = cxristentia) gli « Attributa infinita
», respectu hominis i Zy- fensio et cogitatio) e i « Modi infiniti primi
generis» (Motus cet quies, intellectus absolute infinitus sive Idea Dei) e i
«modi infiniti secundi generis» (Pacies totins Universi è Intellectus infinitus
sive idea totius universi); gettando dall'altro le « Res singulares>»
(corpora, mentes sive idee corporum, ideae mo- torum incognitorum) dalle
semplicissime alle composte di qua- lunque grado (natura humana, naturae
incognitae); al primo mondo attribuendo la vera ed essenziale causalità,
negandola al secondo (1). E rispetto alla nostra questione non era forse un
fare del mondo delle /tes singulares un effetto senza vera causa, e dell'altro
mondo superiore una causa senza vero effetto, secondo il senso che noi diamo a
questa parola? D'altronde anche per Spinoza non è forse vero che questi due
mondi si avviluppano in certo modo? Il modo, da un lato è senza dubbio questo,
che l'attività creatrice della sostanza causa sui ab- braccia da tutta
Veternità la natura maturans (infinità degli attributi divini) e la natura naturata
(infinità dei modi di pri- (1) Accetto lo schema dell’HUan, op. cit., 8368-3.
152 CAPO VIII mo e di secondo genere, e di più tutta la varietà delle «res
singulares ») e che senza i modi di primo e secondo genere essa stessa non
potrebbe esistere, poichè « Dei potentia est ipsa ipsius essentia » (I, 34) e
che i modi di qualunque genere, specie e erado Non possono esistere nè esser
concepiti senza Dio (1). Ma dall'altro in che senso può esser vera la
reciproca? Cioà, se nessun modo per quanto infimo può esistere senza Dio, dob-
biamo forse concedere che Dio non potrebbe esistere senza l’in- fimo dei suoi
modi? L'Huan nega questa reciproca (2) e acuta- mente distingue nei modi
l'essenza dipendente dall’essénza eterna e infinita di Dio e l’esistenza propria
come atfezione determinata degli attributi divini. Traverso l’incessante
trasformazione fe- nomenica della durata l’esistenza peritura diversa e
contingente cambia; Tessenza eterna identica e necessaria resta. Così l’es-
senza divina esiste in tutto, in Dio e nei fenomeni. Fra le ipotesi escogitate
al riguardo questa dell’Huan mi sembra la migliore ed è ben probabile che
racchiuda il vero pen- stero di Spinoza. Ma non può negarsi che qui Spinoza si
sbriga troppo facilmente del tempo, non solo perchè lo caccia fuori (1) Si è
sostenuto dal SAITTA che « per Spinoza la natura naturans o l’infi- nita
potentia agendi cogitandi, è sì actuosa essentia, ma l’attualità è trascendente
l’esistente, che è qualcosa d’aggiunto, d’estrinseco ». (SArrtA, Il pensiero di
V. Gioberti, Messina, Principato, 1917, pag. 234). E in seguito che «tanto in
Aristotele, quanto in Spinoza e in Leibniz si mostra viva l’esigenza di vedere
neil’esistenza un principio esterno avulso dal principio interno, l’effetto
superato dalla causa. Così è naturale che l’esistente (o gli esistenti) ci si
presenti come slegato, sparso, senza connessione alcuna. E di qui deriva la
concezione delle cause come forze operanti dall’esterno, i cur prodotti soho
semplici effetti, accidenti. Che è esclusione della vera necessità. » (op.
cit., pag. 234). Ma questa interpretazione — non ostante la verità d’ùna
distinzione tra i due mondi della causa sui e delle res singulares — è in fondo
inammissibile, perchè Spinoza colla doppia causalità implicante la doppia necessità
unisce necessariamente i due mondi come due espressioni d’una stessa vita.
Nulla è slegato, sparso, senza connessione alcuna secondo l'occhio di Spinoza,
e nulla riceve assoluta- mente la sua ragione e cagion d’essere dall’esterno.
Non è di Spinoza la con- cezione d’un effetto separabile nonchè separato dalla
causa, d’un prodotto pas- sivo avulso da una forza operante dal suo esterno.
Basta ricordare che ogni cosa singolare per Spinoza è invece attiva e passiva,
essendo doppiamente determinata in essenza ed in esistenza, e sottomessa alla
doppia causalità. (2) HUAN - di Dio, ma perchè in genere lo eselude dalla
eternità (1). In- fatti se in un certo senso è vero che nell’eterno non c’è nè
prima, nè poi separatamente considerati, ma solo l’ord in atto infinito, come
mai Spinoza non considera il caso del tempo come pienezza di prima — ora —poi?
Non dico, senz'altro che questa, pienezza di tutti i momenti sia eternità, dico
che doveva tenerne conto metafisicamente, come d’un concetto non ridu- cibile
nè al semplice prima nè al semplice poi. Indarno qualcuno si atfannerebbe a
trovare il modo di sal- vare Spinoza appigliandosi ai partito di stabilire che
questa pienezza. temporale è nient’altro che la durata, di cui Spinoza tiene
sempre conto distinguendola benissimo dal tempo (2). Que- sto è pacifico. Ma in
qual punto dell'opera spinoziana il con- cetto stesso della durata viene
esplicato chiaramente? Risulta che doppio: è Il senso della durata per Spinoza
: c'è una durata finita determinata e divisa dell’esistenza e una durata infi-
nità. In quella si distingue il passato, il presente e l'avvenire e questi tre
momenti, come notò acutamente il Rivaud, sono indipendenti Puno dall'altro (3).
Ino questa la durata si con- fonde con leternità o almeno è unita strettamente
con essa (+). Ora Spinoza del pari non ha mai spiegato il rapporto tra la du-
rata e il tempo come inxieme di passato-presente-futuro. Ne risulta che essendo
la durata sì e no distinta dall'eternità, e la totalità del tempo non mai
distinta dalla durata, nemmeno il concetto spinoziano del tempo resta
chiaramente spiegato (5). (1) «Cum in aeternitate' non detur quando, nec ante,
nec post, neque ulla affectio temporis ». (Cogit. Metaph., I, c. III, p. 200).
« Talis enim existentia ut aeterna veritas sicut rei essentia concipitur,
proptereaque per tempus aut durationem explicari non potest ». «Etàh., I, def.
8. Explic. et insup. V, 22, 23, 29, 39 dem.). « Duratio est indefinita
existendi continuatio ». (Eth.,
II, def. 5). (2) Cfr. nota preced. (3) RIVAUD, op. cit., 122-123, (4) RIVAUD,
op. cit., 122. (5) Rispetto alla
disputa sull’identità dell’ordine e della connessione delle idee e delle cose,
la critica del Kònig è più felice. A noi importa principal- mente di ricordare
che Spinoza nella causalità del finito sia per l’ordine delle rappresentazioni
che per quello delle cose reali non esclude assolutamente l'elemento temporale.
« Die Vorstellungen sind also eigentbiimliche Realititen, die den ausge-
dehnten Realen an die Seite zustellen sind ». (KONIG, op. cit., I, 84 Questo
principio lo avvicina allo spirito dell’aitiologia moderna. va 4o 154 — CAPO
VIII $ 6. Passiamo ora: brevemente alla seconda considerazione circa la libertà
e la: necessità. Poichè Spinoza ritiene libero quell’ente che esiste ed opera per
la sola necessità della sua natura, segue che Dio è la sola causa libera. «
Deus enim solus ex sola suae naturae necessitate existit et ex sola suae
naturae necessita- te agit. Adeoque solus est causa libera » (I, 17, cor.). Le
cose finite e particolari per contro, in quanto son determinate ad ope- rare,
son così determinate necessariamente da Dio, e quelle che non sono determinate
da Dio non possono per sè stesse de- terminarsi ad operare (I, 26). Nella
natura delle cose adunque «nullum datur contingens; sed omnia necessitate
divinae na- turae determinata sunt ad certo modo existendum et operan- dum» (I,
29). AU udire alcuni antispinoziani, questo concetto della necessità importante
il più rigoroso determinismo, essendo incompatibile con l'esigenza morale che
non può far a meno della libertà, è veramente mostruoso, perchè vano nel suo
prin- cipio teorico, e deleterio nelle sue conseguenze morali. V'ha qui una
grande dose di iperbole. A seeverare il demerito reale che compete a Spinoza
anzitutto conviene tener ferma la distin- zione tra libertà di indifferenza
(arbitrium indifferentiae) e libertà morale. Non possiamo certo lagnarci che la
prima sia soppressa da Spinoza, perchè essa è in ogni caso un concetto assurdo,
rendendo indifferente il volere rispetto al motivo e im- possibile ila
determinazione del volere per una ragione qua- lunque. Allopposto circa la
ibertà morale c'è molto da dire. Come possiamo asserire intanto che Spinoza
sopprima la libertà morale se tutta VE#RIica per Ini non è che l'apologia della
li, bertà umana ? Per Spinoza, dico, non per gli antispinoziani 1 quali sono
pronti a sostenere che la libertà di Spinoza, per la bella ragione che è una
potenza necessaria come tutte le altre, è libertà di nome, ma necessità di
fatto. E pure Spinoza dice, senza reti- cenze: «Homo liber de nulla re minus
quam de morte cogitat; et eius sapientia non mortis sed vitae meditatio est»)
(IV, 67). «L'uomo hbero è quello che vive pel solo dettame della. ra- gione »
(qui ex solo Rationis dictamine vivit). E tutta la V parte non esalta la
libertà umana con sublime grandezza? Sem- plice questione di parole? Vuota
fraseologia coprente il più ari- IL RAZIONALISMO E L'EMPIRISMO 155 do
automatismo? Non pare. Infatti, siccome l’uomo per Spinoza è essenza ed esistenza,
quella procedente da Dio questa dagli at- tributi, indubbiamente l’uomo,
secondo Spinoza, per l'essenza è libero e della libertà medesima che è in Dio,
per Vesistenza è determinato. Quindi, se Spinoza dice che Dio è la sola causa
libera non vuol già negare la libertà all’uomo, sibbene vuol far intendere che
ciò che è libero nell'uomo, non è tanto l’uomo come uomo, ma lo stesso Dio che
è in lui. In questo modo anche la libertà divina è riferibile purissimamente
allo stesso uomo e non trovasi spenta dalla necessità per la stessa ragione che
la necessità e la libertà non si spengono in Dio. E questo non è pure il
fondamento dell’amore intellettuale eterno, che costituisce la massima virtù
della mente, cioè dello stesso amore con cui Dio ama sè medesimo, e in cui
consiste la beatitudine o la li- bertà? Vediamo dunque che l’animo di Spinoza
non è così nero, come troppo facilmente si grida. Può darsi che non tutti siano
capaci di giungere, non dico a quel reale stato di virtù che è del vero
sapiente non soggetto a turbamenti e conscio, per una eterna necessità, di Dio,
delle cose tutte e di sè medesimo, ma anche al solo concetto di sì vera pace. E
anche non nego l’aspetto paradossale della dottrina spinoziana. Ma bisogna con-
venire che l’intento di Spinoza fu nobile e puro, e che se anche egli fu un
illuso, quell’illusione che lo spinse a proclamare che la morte per la libertà
nou è un supplizio ma una gloria (1), è una delle più magnanime lezioni di
moralità che valga la pena di imitare ! | $ 7. — Concludendo, il concetto della
causa metafisica, secon- do Spinoza, è un fossile oltrepassato dalla filosofia.
Ma il suo concetto della causa per accidens non è contrario all'esigenza
sclentifica e il suo concetto della libertà è un germe fecondo che l’uomo
moderno ha il dovere nonchè il diritto di coltivare. SS. — Si sa che la
posizione di Leibniz rispetto al senso dei termini di principio, ragione,
causa, conseguenza ed effetto non (1) Qui enim se honestos norunt mortem ut
scelesti non timent, nec sup- plicium deprecantur..... sed contra honestum, non
supplicium, putant, pro bona causa mori et pro libertate gloriosum. (T’ract.
theol. polit., cap. XX, pag. 171). 156 CAPO VIII differisce sostanzialmente da
quella dei cartesiani. In generale egli, mantenendo ai rapporti di questi
termini un aspetto logico, fin dalla metafisica identifica’ la ratio colla
causa. Tuttavia, nel trapassare dalla metafisica e dalla teologia dove pone la
neces- sità causale fuori del tempo, alla cosmologia e alla fisica dove colloca
la contingenza causale, distingue dalla causa prima (0 ultima ragione)
universale la serie infinita delle cause, delle cose e del fatti, secondo
l'ordine del tempo. SI capisce che il senso del termine causa fuori
dell’infinita serie delle cause fisiche è ben diverso dal senso dello stesso
termine dentro la serie. Questa distinzione è in certa guisa ana- loga a quella
che intercede fra le verità di ragione o necessarie e le verità di fatto o
contingenti su cui Leibniz insiste in modo capitale, come insiste
sull’atffermazione paradossale che tutte ie verità sono egualmente analitiche.
Se è innegabile, egli affer- ma, che l'analisi non si può dimostrare per le
verità di fatto (tan- to è vero che delle cose reali non abbiamo che concetti
imper- fetti e inadeguati cioè incompletamente analizzati) ciò dipende
dall'infinito numero degli clementi o di condizioni (requisiti) in- cluso nel
concetto d'ogni cosa concreta e individuale, che esige- rebbe un'analisi
infinita. Solo un intelletto infinito potrebbe effettuare questa analisi infinita
(DI) e avere l’intuizione totale e simultanea degli ele- menti (2), cioè
possederne il principio di ragione che si potrebbe anche dire principium
reddendace rationis. (3). Questo acuto rilievo già fatto dal Couturat ci
permette di capire che il prin- cipio di ragione ben lungi dall'essere una
conseguenza del prin- cipio d'identità o di contradizione, non è in fondo che
un corol- lario della definizione stessa della verità, anzi il suo comple-
mento e anche la reciproca logica. Però il Couturat avverte an- (1) Cfr.
COUTURAT, Za logique de Leibniz. Paris, Alcan., 1901, pag. 211. (2) Id. id,,
pag. 213. (3) « Itaque duo sunt prima principia omnium ratiocinationum :
Principium nempe contradictionis, quod scilicet omnis propositio identica vera
et contra- dictoria ejus falsa est; et principium reddendae rationis, quod
scilicet omnis propositio vera, quae per se nata non est, probationem recipit a
priori, sive quod omnis veritatis reddi ratio potest, vel, ut vulgo ajunt, quod
nihil fit sine causa ». Specimen inventorum..... (Phil., VII, 309). Cfr.
COUTURAT, op. cit., 215, n. Ì. cora giustamente che, per Leibniz, il principio
di contradizione è la legge dei possibili o delle essenze, residenti tutte
nell’in- telletto divino, mentre il principio di ragione è la legge delle
esistenze quali risultano dalla scelta del creatore. Così le ve- rità
necessarie riposano solo sul principio di contradizione, le contingenti sono
fondate sul principio di ragione o del miglio- re. Da ultimo, con grande
finezza, illuminando il rapporto tra la contingenza logica e la contingenza
causale e temporale, fa notare che per Leibniz come per i cartesiani la causa
d’un feno- meno è propriamente il principio logico della verità della pro-
posizione che l’afferma, di guisa che la relazione di causa ed effetto è
identica in fondo alla relazione logica di principio e conseguenza. Quindi,
spiegare un fatto vuol dire analizzare la proposizione corrispondente e
cercarne la ragione in un’altra proposizione di cui essa sia la conseguenza
logica. Ora, quando si tratta d’un avvenimento temporale quest’altra
proposizione è l’affermazione d’un fatto anteriore. L’infinità delle
condizioni. o requisiti logici coincide con l’infinità delle cause fisiche,
cioè a dire dei fenomeni antecedenti. Così la ricerca della causa d’un fenomeno
sì risolve nell’analisi logica d’una verità contin- gente; ed entrambe
importano una regressione infinità di causa o di condizioni logiche di cui
l’infinità stessa tiene Inogo di Spiegazione, perchè essa risulta da una legge
eterna posta dal creatore (1). Da questi ultimi passi del Couturat, che hanno
il merito di presentare la teoria leibniziana della causalità nel modo più
rigoroso e insieme più atto a lasciarne scorgere la natura ed il valore, si
vede che Leibniz congiunge sempre due punti di vista ben diversi: il punto di
vista filosofico, (meta- fisico) e il punto di vista scientifico (fisico), e
considera sempre il secondo in intima dipendenza dal primo, oltrepassando in
questo, (senza respingerlo però) 'il meccanismo puro e xem- plice dei
cartesiani (2). Perciò un'avvertenza importante è da farsi. Se nella maggior
parte dei casi Vintervento della. filoso- fia e sopratutto della metafisica
ingombra ta ricerca scientifica e sopratutto la fisica, non pare che si possa
deplorarlo in que- (1) COuTURAT, op. cit.. pag. 220-222.
(2) Cfr. Oeurres philosophiques de Leibniz par P. Janet, IL NIV, e nota 1. 158 CAPO VIII sto. Leibniz, difatti,
riguardando dal punto di vista metafisico le leggi della realtà empiricamente
data come derivanti dalla ragione divina autrice del mondo, si trovò
felicemente costretto a riconoscere la verità d’un principio sui generis che da
un lato sì distingue dai principj esclusivamente logici essendo insieme logico’
e ontologico, dall'altro si distingue dai principj esclusi- ramente reali.
Tal’è quel principio supremo che è valido insieme per ogni verità di ragione e
di fatto, essendo esso la massima. ragione e cagione di tutto lPuniverso. Ed è
notevole come Leibniz rico- nosciuta la natura bilaterale di tal principio
arditamente iden- tifichi la causa colla ratio, pur guardandosi cautamente dal-
lidentificare il principio cansale sia col principio logico, valido per le
essenze, sia col principio cosmologico, valido per le esi- stenze (1). Nessun
metafisico prima di lui era giunto a questa posizione centrale così prossima
d’altronde all’esigenza scien- tifica; quindi laver saputo sceverare anche solo
in metafisica la duplice ed una natura del principio di causa dall'enorme
confusione di principj logici e fisici, quelli validi per le verità universali
questi per i fatti particolari, in cui si dibattevano i suoi predecessori, sarà
sempre un suo innegabile merito. Ma egli non si rinchiuse solo nella
metafisica, perchè seppe anche discendere nel campo della scienza. restituendo
al concetto di (1) Tra la tesi leibniziana dell'armonia prestabilita e la
malebranchiana delle cause occasionali intimo è il nesso, Il GENTILE sostiene
che Leibniz non ha fatto altro che estendere al suo pluralismo
l’occasionalismo, facendo di cotesto legame antropologico fra le due sostanze
fisica e psichica il tipo del rapporto universale di tutte le sostanze o
monadi... nella loro comune dipendenza da Dio. (G., Teoria gen., ete., pag,
156). Ma questa interpretazione sia dell’occasio- nalismo sia dell’armonia
prestabilita non resiste, per le ragioni addotte nel testo. Però l’analisi che
il G. fa dell’occasionalismo è veramente preziosa ed acuta. Egli prova il
fallimento definitivo di cotesto compromesso tra la metafisica e l’empirismo. E
questo è il punto importante al quale è necessario aderire. I tuttavia da
notare che, se si deve escludere la possibilità di fermarsi a cotesto
compromesso come a punto intermedio tra l’unità della metafisica e ia
molteplicità dell’empirismo, non ogni concetto di rapporto causale che medii
tra Puno e l’altro di questi estremi si deve escludere come ibrido e contrad-
dittorio. La teoria galilejana, fondata sul metodo sperimentale, è appunto quel
medio logico che sodisfa alle due esigenze. Ma questa posizione intermedia
sfugge del tutto all’A. fermo nel suo erroneo concetto dell'esperimento come
operazione superficiale. causa quel doppio valore di ragione e di fatto che i
razionalisti troppo intransigenti avevano sacrificato, così possiamo dire, che
Leibniz sì avvicina anche a Galileo, benchè per una via affatto opposta. A
coloro pertanto che rimproverano alla sua concezione la soverchia
preoccupazione metafisica si può rispondere che la metafisica, in questo caso,
presentando l’universo come un immenso sistema di forze individuali semplici,
agenti e reagenti, armonicamente connesse con attività propria sotto il governo
di una forza primordiale d’attività assoluta, in altri termini, con leggi
procedenti dalla volontà divina (scelta del migliore), ha permesso al filosofo
di riconoscere che le verità di fatto non sono meno certe che le verità di
ragione, quantunque queste siano necessarie e quelle contingenti; e per la
ragione che tutti gli avvenimenti sono in pari tempo contingenti e determinati.
« Nulla est in rebns singularibus necessitas, sed omnia sunt contingentia.
Vicissim tamen nulla est in rebus indifferentia sed omnia sunt determinata »
(Phil., VII, 109) (1). $ 9. — Se non che anche riconoscendo il vantaggio recato
“alla concezione leibniziana della cansa da una metafisica volta a presentare
la natura come una logica vivente, non resta meno priva di fondamento la
pretesa di poter giungere alla deter- minazione scientifica delle leggi causali
della natura colla sola ragione. Che la logica sia indispensabile al metodo
sperimen- tale è evidente. Difatti è la. logica che rende possibile il funzio-
namento dei modelli ipotetici deduttivi senza cui il metodo spe- rimentale non
sarebbe. Tuttavia chi non sa che l’esperimento (1) A proposito della matematica
divina che, secondo Leibniz, si realizza nella natura (cfr. «< Cum Deus
calculat et cogitationem exercet, fit mundus », Phil., VII, 191, n. I, « Natura
cujus sapientissimus Auctor perfectissimam Geo- metriam exercet... », Phil.,
IV, 375; « Vetus verbum est, Deum omnia pondere mensura, numero fecisse »,
Phil., VII, 184) comunemente si pensa che in Leibniz sia quasi rovesciata la
posizione di Spinoza, perchè mentre in questi, come già notammo, appare
piuttosto un dinamismo trascendentale nella sostanza assoluta (causa sui) e uno
staticismo negli esseri singoli, invece in quegli, più vicino alla concezione
empirica della realtà, piuttosto appare un dinamismo immanente negli esseri
singoli e uno staticismo nella sostanza assoluta. Ma questo chiasma tanto
comodo è falso, se non altro perchè il dinamismo can- sale in Spinoza è nella
sostanza assoluta e negli esseri singoli. 160 CAPO VIII nella sua applicazione
tecnica alla concreta realtà oltrepassa d'assal il processo. puramente
razionale inserendosi diretta- mente nel processo del tempo? È vero che, posta
la natura come il prodotto d’una logica divina, ogni difficoltà dovrebbe
sparire, perchè il processo temporale essendo in fondo un processo lo- gico,
cioè una specie di logica immanente ai fatti, dovrebbe senz’altro riuscire intelligibile
alla ragione umana. In tale ipo- tesi, il semplice metodo logico si potrebbe
ritenere sufficiente alla determinazione delle leggi causali, e superfluo
sarebbe il ricorso all'esperimento funzionante sui rapporti di fatto. Ma in
primo luogo dove sono nella scienza le leggi causali determinate per tale via?
In secondo luogo, dove si trova in Leibniz un passo Nolo il quale ammetta che
le verità di fatto siamo deducibili col puro principio logico di identità ? E
per contro evidente che Leibniz non avrebbe mai formulato il principio di
ragione sufficiente accanto al principio d’iden- tità se avesse creduto che
questo solo fosse sufficiente alla dedu- zione delle verità di fatto. Ma il
peggio è che Tesperimento Vero e proprio nel senso di Galileo non pare che sia
stato mai riconosciuto da Leibniz. Egli riconobbe Putilità dell’esperienza per
la constatazione dei fenomeni e dell'osservazione come base dell'induzione. «
Phacesozend sunt propositiones quae per expe- rientiam probantur...
Obsercationes fiunt per solam inductio- nem ex phaenomenis ». (2/8. VT, 2
recto) (Li. Ormai sappia mo dalle accurate ricerche del Couturat che, secondo
L., la generalizzazione dell'osservazione e dell'esperienza non è un pro-
cedimento «scientifico » (nel vero senso della parola) perchè essa non ha alcun
valore logico. Siccome la scienza per Iui con- siste nella conoscenza.
razionale e deduttiva delle ragioni uni- versali e necessarie dei fenomeni, è
evidente che nessuna indu- zione può fondare una proposizione universale e necessaria.
Ino una. parola, conclude ii Couturat, Leibniz condanna. asso- Iutamente
l'induzione empirica, nel senso degli empiristi come insufficiente e anche come
ingammatrice (2). Per rispondere alle esigenze della scienza, bisegna non solo
« presumere » la legge (1) CoutuRAT ma dimostrarla, e questa è l’opera della
deduzione. Ma in che consiste per Leibniz la dimostrazione d’una verità di
fatto? Ri- porterò ancora qui, brevemente riassunta, la risposta che ne dà il
Couturat nell’opera più volte citata, prima di passare alla critica. Tale
dimostrazione consiste nel dedurla da una legge ipote- tica più generale che
possa servire di principio ad altre leggi em- piriche e a risalire così
progressivamente di leggi in leggi di più in più generali, in guisa da far
dipendere tutte le leggi em- piriche dal più piccolo numero possibile di
principj e d’ipotesi. Da ciò si vede che Leibniz assimila il metodo delle
scienze fisiche a quello delle matematiche, perchè entrambi sono essenzialmente
deduttivi. La ricerca delle leggi di natura si fa seguendo lo stesso metodo che
vale per la ricerca della soluzione d’un pro- blema di Geometria. In altri
termini non bisogna impiegare che cquazioni logiche o proposizioni convertibili
(di cui la recipro- Ca è vera) e procedere per pura sostituzione di termini
equi- valenti. «L'arte di scoprire le cause dei fenomeni o le ipotesi vere, ha
detto lo stesso Leibniz nei Nuori seggi (IV, NII, $ 15), è come l’arte di
decifrare un crittogramma, in cui spesso una conget- tura ingegnosa. abbrevia
di molto il cammino ». Tutta l’arte d’inventare si compendia in due operazioni:
Sintesi e Analisi; colla prima si tratta di costruire una serie o tavola di
dati numerici (forniti dall'esperienza) per mezzo. d'una formola 0 legge di
formazione conosciuta : colla seconda si tratta di tro varne la chiave. Così le
scienze sperimentali, rileva arditamente il Couturat, non hanno un metodo
diverso da quello delle scienze razionali, cioè La sintesi e Vanalisi, in una
parola, la deduzione, diretta o inversa. Leibniz ha troppa coscienza dell'unità
dello spirito umano e dell'unità della scienza. per separzme ed o0p- porre,
come i logici empiristi, le scienze induttive (il Couturat voleva certo dire
sperimentali ) come se vi fossero due metodi distinti e contrarj per scoprire e
dimostrare la verità. Non v'hit in definitiva che un solo metodo, perchè non
vha che un solo senso in cui si possa concludere legittimamente da una verità.
ad un’altra: l'induzione, 6 piuttosto l'invenzione delle leggi naturali
(fortunata rettifica ) si riduce allanalisi, cioè alla de- PasrtoRE — Storia
critica del problema della causalità. 11 162 CAPO VIII x duzione a ritroso. La
fisica ha lo stesso metodo delle scienze matematiche, o piuttosto il suo metodo
consiste nell’applica- zione delle matematiche alla natura in cui la ragione e
l’espe- rienza, camminando luna davanti all’altra, si incontrano, si uniscono e
collaborano alla ricerca della verità. Insomma, la matematica astratta è la
vera logica delle scienze naturali: e'si può dire senza paradosso che il solo
metodo sperimentale è la deduzione (1). Ho voluto riportare minutamente la
teoria aitiologica di Lei- bniz come fu interpretata e formulata dal Couturat,
per timore che qualche punto importante potesse andar perduto nella mia
esposizione. A mio parere da nessun critico prima del Couturat il concetto
leibniziano della causa e della sua determinazione scientifica era stato
proposto più nettamente (2). Questi riconosce anche la deduttività del metodo
sperimentale per un criterio in fondo identico a quello che ho esposto dir
molti anni nelle mie opere e che mantengo in questa. Non manca qualche discor-
danza. Per esempio, il concetto di Leibniz che la matematica astratta sia la
vera logica delle sctenze naturali non si accorda colla teoria galilejana del
metodo sperimentale, che si vale bensì della logica pel funzionamento
dell'ipotesi deduttiva ma esige la costruzione reale della macchina fisica e la
ripetizione dei fatti naturali nell'ordine del tempo. Ora di queste condizioni
né il Leibniz ne il Couturat hanno rilevato Vimportanza e cer- cato se mai non
fossero contrarie al concetto così razionali- stico che essi si fanno dei
rapporti causali e del metodo adatto a scoprirli e a determinarli
scientificamente nella fisica. Perchè, se anche si dice che la fisica ha lo
stesso metodo delle scienze matematiche, allora bisogna spiegare come mai
nessuna legge fisica possa. essere scoperta e dimostrata fuorchè tenendo conto
del processo. temporale, mentre nelle matematiche invano si (1) COuTURAT, op.
cit., 264-271. (2) È doveroso tuttavia ricordare che il JANET nella sua
importantissima opera del 1876, aveva richiamato l’attenzione della critica
epistemologica sui due punti: che vi deve essere equazione fra la causa piena e
l’effetto intiero (altrimenti qualche cosa nascerebbe dal nulla) e che la forza
deve stimarsi con l’effetto futuro. (Les caus. fin. App. 656-659). e IL
RAZIONALISMO E L'EMPIRISMO 163 cerca la nozione di produzione nel tempo. Ciò
malgrado non è improbabile che ci sia modo di aggiustare la cosa, ed io mi pro-
pongo di fare una speciale ricerca i suo tempo. S 10. — Un’objezione abbastanza
grave si rivolge infine con- tro la teoria leibniziana della causalità, e sta
nel rimprovero di non saper salvare il principio della libertà dal così detto
morbo funesto della necessità metafisica. Il rimprovero è grave, perchè il
principio leibniziano dell’armonia prestabilita sembra importare la più
inflessibile necessità nel processo dei fatti naturali ed umani. Se è vero
infatti che Leibniz tentò di porre un argine allo sfrenato fatalismo
panteistico di Spi- noza, qual’è la differenza sostanziale fra la libertà di
Leibniz e agere necessitate naturac di Spinoza? Come si risolvono que- ste
gravi difticoltà? È noto che Leibniz per provare Vanzidetta differenza non
trovò che una via cioè di dissociare i due concetti della necessità. e della
determinazione e poi di far compatibili la determinazione e la contingenza del
libero arbitrio. E Ve- spediente pare molto felice. Infatti esclusa come
contradditoria e impossibile la libertà di indifferenza (volizione senza.
motivo), e definita Ja libertà morale come spontaneità intelligente, cioè
determinata da una ragione interna, non è forse ovvio che lo stesso principio
della libertà implica necessariamente il determi nismo? « Eo magis est
liberta», quo magis agitur ex ratione ». (Phil., VII, 108). Tanto maggiore è la libertà quanto
maggiore è la determinazione razionale. Tutto è determinato perchè ha la sua
ragione sufficiente, ma ij determinato quantunque certo non è ancora il
necessario essendo solo il contingente. Insomma la prevalenza del motivo anche
quando è certissima, determina senza necessitare, incline sans nécessiter. Ecco
il cuore della \ tesi leibniziana. $ 11. — Come si vede Leibniz ritiene di
peter ammettere il ferreo determinismo della libertà senza negare Ta moralità e
in pari tempo senza cadere nella fatale necessità, nell’ordme ‘ delle cause,
mentre non può escludere che l'assoluta necessità non sia identica con
l'assoluta e necessitante libertà morale 164 CAPO VIII in Dio, essendo Dio
l'assoluta ragione. Contentiamoci per ora di notare che questa specle di
transazione tra il necessitismo e l’indeterminismo, fondata sulla
determinazione non necessaria ma razionale della volontà libera, non si risolve
in un puro giuoco di parole, perchè se non altro si salva dal determinismo
estrinseco. Qual sia poi il valore morale dell’autodeterminismo di fronte alla
tesi dell’indeterminismo vedremo a suo tempo. Questa tendenza concillativa di
Leibniz è parimenti sensibile nel suo tentativo di soluzione del conflitto
delle cause efficiénti con le cause finali. Le due serie causali — secondo lui
— non sono che luna il rovesciamento dell’altra. Dunque « Le
meilleur serait de joindre Pune et Vautre considération» (1). «Les ames
agissent selon les lois des causes finales par appétitions, fins et movens. Les
corps agissent selon les lois des causes cffi- cientes ou des mouvements. it
les deux règnes, celui des causes efficiente» et des causes finales sont
harmoniques entre eux )) con- tro coloro che, per respingere la considerazione
delle cause finali dicono : «mais... en physique on ne demande point porquoi
les choses sont, mais comment elles sont. .Je r6ponds — egli osservi con grande
ardimento — qu'on v demande Pun et Pautre ». Da numerosi passi, riportati già
dal Janet nella sua appen- dice VI, risulta che egli attribuiva alle cause
finali una gran- dissima utilità nella fisica e nella meccanica, per la
scoperta delle verità nascoste: « Recte cartesiani omnia phoenomena spe-
“cialia corporum. per mecanismos contingere censent; sed non satis perspexere,
ipsos fontes mecanismi oriri ex altiore causa». Pai décelaré
plus d'une fois que le mecanisme lui-méme ne decoule pas seulement de la
matière et des raisons mathémati- ques. mais dun principe pius élevé ou pour
ainsi dire d'une source metaphysique ». S12. — Wolf e la sua scuola dommatica non introducono so- (1)
Discours de métaplysique, p. 354. (Lettres et opusc. inéd. pub. par
Foucher de Careil (Paris, 1857). Questa e le quattro citazioni seguenti sono ricavate
dall’Appendice VI del JANET (op. cit., pag. 661-674) che tratta la teologia
leibniziana in modo esauriente. droni ari IL RAZIONALISMO E L’'EMPIRISMO 165
stanziali novità nella concezione del problema causale (1). Lo Schopenhauer
attribuisce al Wolf il merito d’avere pel primo di- stinto formalmente i due
principali significati del principio di ragione sufficiente (fiendi o di causa
e cognoscendi o di ragione lo- gica). Tuttavia egli stesso è costretto a
riconoscere che la di- stinzione wolfiana non è sempre chiara e cita parecchie
con- fusioni notevoli nei due capitoli De ratione sufficiente e Dé causis
dell'opera del Wolf (2). Si noti però che, se egli ha ragione di lamentare che
Wolf ponga nell’Ontologia e non nella Logica il principiuni cognoscendi che ha
natura logica, ha torto di lagnar- sene per il principium fiendi o di causa,
perchè questo ha insie- me natura logica e ontologica, come si vedrà in seguito
(Parte seconda). E giusto infine, come fa ii K6nig, attribuire al Crusius il me-
rito d'aver accuratamente distinto i principj di conoscenza da quelli di realtà
(3). S 13. — Le dottrine di Cartesio, Malebranche, Spinoza, Lei- bniz e Wolf
che abbiamo sommariamente delineate considerano il problema della causalità in
modo razionalistico e dogmatico, (1) CH. WoLrro, Philosophia rationalis sive
Logica, Veronae, 1735, « Ens, quod in se continet rationem, cur alterum
existat, dicitur hujus causa ». « Rationem et causam vulgo per inconstantiam
loquendi confundunt: enimvero cum signi- ficatus rationis nobis latior pateat
quam causze, atque incostantiam loquendi minime probetur ($ 143, Disc.
praelim.) ; causam quoque a ratione distinguimus. Sed plura eam in rem dicemus
in Ontologia...» $ 696. A posteriori quomodo investigetur, $ 697, 698. A priori
quomodo detegatur, $ 727, 728. Quomodo pro- babiliter detegatur, $ 727, 728.
Nella trattazione del è 727, chiaramente appare che Wolf per scoprire la causa
ricerca la successione temporale e la ragione logica. Philosophia prima sive
Ontologia, Veronae, 1736. I, 2, De principio ra- tionis sufficientis. III, 2,
De causis. Principium dicitur id, quod in se continet rationem alterius, $ 866.
Causa est principium, a quo existentia sive actualitas entis alterius ab ipso
diversi dependet tum quatenus existit, tum quatenus tale existit, $ 881.
Causalitas, $ 824, Concausae, $ 885. Causa efficiens, îg 886. Cum effectu
nexus, $ 898. C. efficiens sufficiens, insufliciens, proxima, remota, externa,
finalis, formalis, mediata, immediata, impulsiva, principalis, instrumentalis,
socia, solitaria, subordinatae ; dependentia earum a invicem, $ 9/5; relatio ad
effectum ultimae, $ 930. (2) SCHOPENHAUER. UVeber die vierfache Wurzel des
Satzes von zurcichenden Grunde. (3) KGONIG, op. cit., 146. 166 CAPO VIII
perchè, rifiutando — quasi in tutto — il soccorso dell’esperienza sensibile per
la spiegazione della conoscenza delle cose, non as- sumono che la ragione coi
suoi principj fondamentali anteriori all'esperienza, e non ne mettono in forse
il valore. Diametralmente opposto è la dottrina dell’empirismo che, pri- ma con
Hobbes (1), evitata ogni intellettualizzazione dei pro- cessi conoscitivi,
scansa le secche della metafisica, definendo in modo pratico la causa come la
somma delle ragioni che defini- scono un avvenimento nella legalità della
natura (2). Poscia cono Locke (3) reagisce all'indirizzo dell’innatismo e
dell’on- tologismo e con acuta analisi psicologica fa provenire in gene- rale
tutte le nostre cognizioni dall'osservazione empirica e in particolare nega
Tidea di sostanza, riuscendo così a scuotere di contracolpo la fede nel valore
objettivo della causalità e a spiegare con Fabitudine Finneità apparente dei
principj della pratica (4). Quindi con Berkelev (51, senza abbandonare Te tesi
fondamen- tali di Locke, costruisce sopra UVaspetto fenomenico della natura,
una metafisica idealistica così andace e risoluta da atfermare che tutte le
cose sono idee, «o meglio collezioni di idee, così un pomo, una pietra, un
albero, un libro e altre cose simili» non segni o rappresentazioni di realtà in
sè, ma presentazioni dirette delle alterazioni degli spiriti percipienti,
dipendenti però con or- dine di tempo e regolarità costante da una cansa
spirituale eterna (1) Hopprs, Elements of philosophy, London, 1859. (2) 11
Kéxrg, considerando tutto il lavoro filosofico del Hobbes, ne ricava un
apprezzamento superiore a quello generalmente concesso al filosofo ; esalta il
valore della definizione del nesso causale, come forma complessa del nesso
geometrico data non dai concetti ma dall'esame delle cose reali e considera la
definizione della causa (als die Summe der Bestinmungsgriinde eines Erei-
gnisses, analog den Datis, welche durch construktiven Zusammenbang ein
geometrisches Gebilde hestimmen) come un concetto simbolico (Begriffszeichen)
indispensabile per lo studio empirico della natura (0p. cit., pag. 166). (3) Locke.
An Pssay concerning Human Understanding, in fonr books. Lon- don, 1690. (4) II KGxIG ritiene che le ricerche
di Locke siano ancora pervase di raziona- lismo dogmatico (op. cit., pag.
167-197), pel fatto che egli si attiene ancora senza critica ad un esame
empiricamente razionalistico della natura. (5) Berkeleys Complete Works, cd. A.
C. Fraser, 4 voll, Oxford, Clarendon Press, 1871. ini BIT ae o ragione
universale, cioè da Dio (1). L’irrealtà degli oggetti non consente una
causalità reale. Al rapporto di causa, in vero, corrisponde una semplice
successione costante. Finalmente con David Hume (2) affronta direttamente il
pro- blema dell’esperienza e con la più spietata critica riconduce tutte le
idee, tanto le più astratte e generali (come l’idea di sostanza e di causalità)
quanto le più remote e sublimi (come l’idea di Dio) ad un insieme di idee
semplici e queste ad un insieme di impressioni interne © impressioni di
riflessione corrispondenti, fuse associativamente, per un’illusione abituale
dell’imagina- zione. Per apprezzare secondo il nostro piano questa dottrina,
che nega la giustificazione del rapporto causale, meglio che un’ana- lisi
particolareggiata — inntile oramai dopo tante classiche espo- sizioni — gioverà
un riassunto sintetico. Le idee, secondo Hunie, non sono che le copie o imagini
delle impressioni che possono essere di sensazione o di riflessione. In genere
non sono che im- pressioni riprodotte. Questo criterio orienta la nostra
ricerca sull’origine dell’idea. di causa. Possiamo noi ritrovare traccia
dell’idea di causa nelle impressioni fornite dall’esperienza? La (1) Op. cit.,
I, p. 169. « Stndiare questo linguaggio, se posso chiamarlo così, dell'Autore
della natura, cercare d’averne l’intelligenza, tale dev'essere il com- pito del
sapiente, nella filosofia naturale; e non già pretendere di spiegare le cose
per mezzo di cause corporali, secondo una dottrina che sembra aver troppo
allontanato gli spiriti degli uomini da questo principio attivo del sommo e
sapientissimo spirito, in cui noi viviamo, noi ci moviamo e noi siamo » $ 66.
In un capitolo eelebre, il 2° della prima parte dei Principj della conosc. um.,
citato a buon diritto dal FERRI (Za psych. de l’ass., pag. 8, nota) come cen-
trale alla sua teoria « che l’alimento nutra, egli dice, che il sonno ristori,
che il fuoco bruci..... che in generale tali o tali mezzi conducano a tali o
tali fini, noi non sappiamo nulla di tutto ciò per la scoperta d’una connessione
neces- saria tra le nostre idee ». « I fatti sensibili, commenta il Ferri, sono
dunque semplicemente associati e la realtà essenziale delle cose consiste nel
loro le- game costante ». | (2) Hume. Works, ed. Green and Gross, 4 voll.,
London, 2% ed. 1889-90. Nel riassumere la dottrina di D. H., tengo conto non
solo dell’opera 4n Inquiry concerning Tuman Understanding, ma del saggio
giovanile del 17538 che fu tra- dotto la prima volta in francese da Renouvier e
Pillon nel 1878 [Traité de la Nature Humaine], benchè questo saggio sia stato
in seguito rifiutato da D. H, Quest'opera, invero, da sola riesce lunga,
faticosa, oscura e troppo analitica; ma la sua lettura dopo i Saggi filosofici
diventa proficua, rendendo anche più intelligibile il principio fondamentale
della critica humiana. 168 CAPO VIII risposta non può essere che negativa,
perchè l’idea di causa im- porta necessità, laddove l’esperienza non ci dà che
fenomeni congiunti nel tempo e questa prima e sola congiunzione non si risolve
in tonnessione necessaria e quindi non autorizza nes suna inferenza sul futuro
(1). Quale sarà allora Porigine dell’i- dea di causa? Comunemente presumiamo
che Videa di nesso causale implichi i concetti elementari di rapporto costante
di successione, di forza produttiva dell'effetto e di legame di necessità. Ciò
pre- messo, in primo luogo, Hume si sforza di provare che la ragione sola, cioè
priva del soccorso dell'esperienza, non può fornirci un insieme così ricco di
rapporti. E ciò fa capire l’errore del- l’indirizzo razionalistico. In secondo
luogo, si sforza di provare che il nesso necessario non può esser dato nè
dall'esperienza. e- sterna nè dall’interna, cioè nè dalla successione, nè dalla
sem- plice ripetizione di un’impressione passata. In terzo luogo, ana-
logamente si sforza di provare che l’idea di forza (potere, ener- glia) non
nasce nè dall'esperienza esterna, nè dall’interna, non dalla riflessione cioè
sugli atti del nostro spirito (come della volontà sui movimenti del corpo o
sulle idee e sentimenti dell’a- nimo) (2). E questo mostra l'errore
dell'indirizzo empiristico. Ciò posto, Hume conclude che è d’uopo metterci per
altra via se vogliamo scoprire la sorgente di questa idea che, qualnunque sia
il suo valore, è un fatto psichico innegabile. E la via nuova può essere
indicata dalla seguente domanda. Ciò che una sola esperienza non può fornirci,
non potrebbe esserci dato da una pluralità di esperienze? A questo originale
quesito D. Hume dà una risposta affermativa degna della massima ponderazione.
L'esperienza. insegna, egli dice, che se le percezioni di sue- cessione di due
fenomeni vengono ripetute sempre uniforme- mente, allora noi prendiamo
Vabitudine di attendere che, pro- (1) D. Hume non soltanto esclude dalla
causalità tutto ciò che egli dice power e necessary connerion per includervi
solo il concetto della successione e della concomitanza temporale (Enquiry, S.
50, 63); ma, precedendo il Mill; deride i sostenitori del legame necessario
della causalità. (2) Così Hume nega la causa intesa come realtà d’una potenza
agente e col- legante un fenomeno precedente ad un altro successivo (Cfr. in
particolare il Saggio settimo). sero gr ta IL dotto il primo fenomeno, si
riproduca il secondo. Ciò significa che dentro di noi si associano le
rappresentazioni dei due feno- meni simili e contigui nel tempo e si produce in
noi il senti- mento di tale associazione, sì che la nostra imaginazione trapas-
sa abitualmente dalla rappresentazione dell’uno alla rappresen- tazione
dell’altro e, in virtù di tale associazione abituale, can- gia la congiunzione
temporale contingente in connessione razio- nale necessaria, facendo della
virtù riproduttiva della rappre- sentazione del conseguente per la
rappresentazione dell’ante- cedente La virtù produttiva dei fenomeni stessi. Il
primo feno- meno vien detto causa, il secondo effetto, così l’origine dell’idea
del nesso causale si spiega chiaramente come una mera illusione generata
dall'associazione psicologica abituale, non però delle impressioni sensibili
Cioè esterne ma delle impressioni di rifles- sione cioè interne. Una
conclusione scettica. si impone : Il prin- cipio di causalità, oltrepassando
l'esperienza, è falso nonchè illusorio. Tal'è la dottrina energica di D. H.
contenuta negli otto Saggi filosofici sull'intelletto umano. Questa dottrina è
eliminazione teoretica dell'idea di causa e del principio di cau- salità,
abbandonati alla mera pratica della credenza. Tutta la forza di questa analisi
psicologica famosa sta nel pro- vare che il principio di causalità non è
deducibile dalla ragione, nè ricavabile dall'esperienza. La sua debolezza
consiste nelle mancata prova del valore illusorio d’ogni mezzo causale e nella
fallace riduzione di esso a in fenomeno dell’associazione psico- logica
empirica. AI corredo di queste serie difficoltà già messe innanzi dai più
grandi critici, da Kant ai giorni nostri, sì possono fare alcune aggiunte (1).
L’objezione che s'affaccia più spontanea dal nostro punto di vista ed ha
maggior gravità è che Hume mostra d’ignorare com- pletamente la natura e il valore
scientifico del metodo speri. (1) « Hume a prétendue reduire la
relation causale et le principe de causalité au rapport de succession, mais è
quel prix ? En niant que nous ayons aucune notion de pouvoir et d’energie, et
aucune connaissance d’une liaison néces- saire. Son analyse néglige
systématiquement ce qu'il y a de spontant et d’actif dans la vie de l’esprit...
Il réduit la liaison nécessaire è l abitude... Hume cherche la causalité où
elle n’est pas, et, ne la tronvant pas, il la nie» L. FERRI, op. cit., pag. 67.
170 CAPO VIII mentale
(1). Egli ricorre al fenomenismo empirico per la sfiducia del razionalismo
dogmatico. Insomma prima di decidersi per la teoria dell’abitudine seconda
natura — egli ha dovuto alta- Jenare semplicemente tra i due estremi opposti
della conoscenza, astrattamente considerati, l'esperienza e la speculazione,
dimen- ticando la posizione centrale della scienza esatta che coll’impie- go
dello sperimento supera toto celo Tesperienza. A prima vista niente pare più
vero della sua teoria sull'origine empirica delle idee; ma un attento esame ci
mostra che questa sua teoria non sj estende alle verità scientifiche. Anche
della scienza esatta. D. Hume itveva un'idea inadeguata. La sua concezione
scientifica era strettamente limitata alle proposizioni dell’ Aritmetica, del-
Algebra e della Geometria che sono espresse in giudizj analitici e sono
necessarie e indipendenti dall'esperienza. Ciò appare benis- simo dal Saggio
5°, sul nesso delle idee. E poichè queste sole, come ammettono tutti, non sono
in grado di darci il minimo rap- porto causale nè prossimo nè remoto, Hume
conchiuse lestamen- te che ninna relazione di cose o di fatti può avere
necessità, DI (1) 1 GextILE dichiara che «la posizione di Hume, che è quella a
cui s'è arrestata la scienza della natura, è la posizione dello schietto
empirismo. (‘Teoria generale ete., pag. 170). Ma la prima parte della sua
asserzione non pare fon- data perchè gli argomenti di IT. non reggono di fronte
alla scienza della natura ed alla critica. Inoltre la scienza (esatta) non è
lesperienza, perciò l'arresto di quella non è Tarresto di questa. Rispetto alla
fisica Galileo è venuto a sta- bilire tra la scienza e Tesperienza una
differenza. qualitativa fondamentale. L'esperimento invero è la pietra di
paragone tra le affermazioni puramente empiriche e le scientifiche in materia
di scienza della natura. Il Gentile non ignora che l'esperimento non è
esperienza, ritiene anzi che esperimento sia il maggiore sforzo che noi si
possa fare per entrare nell'interno dei processi naturali: ma erede che, ciò
malgrado, gli sfugga Vintima attività del reale. Neppure questo è conforme al
vero. se quella legalità della natura che la fisica in certi casi riesce a
dimostrare sperimentalmente costituisce l’attività locica del reale, cioè ben
altro che una semplice superficialità. Da ciò risulta che la posizione dello
schietto empirismo è tanto lontana dalla posizione della scienza della natura
quanto Vintuizione dista dalla sintesi a priori nella Critica della ragion pura
di E. Kant. Il vero è che la scienza de facto e de jure tra- scende
l’esperienza come la legge trascende il fatto. Ma la scienza non con- fida già
di trascendere il fatto speculativamente. Solo si contenta di trascen dere il
fatto come può, e come deve, e quindi le basta. Seguitare infine a chiamare
scienza empirica la scienza sperimentale è un vezzo troppo pericoloso per la
teoria della conoscenza nonchè per l’epistemologia. (Cfr. Vol. II, Sez.
I)- perchè d’ognuna di esse è sempre
possibile pensare il contrario. Ma e la fisica? Hume si contenta di asserire
che la fisica, è un puro ragionamento su fatti fondato sul principio di
causalità, fondato a sua volta sull'esperienza, (questa è la pietra angolare di
tutta la sua teoria), sempre incapace da darci il legame ne- cessario dei
fenomeni. Quindi deduce che bisogna escludere dal rapporto causale ogni
necessità, e negare che la fisica possa supe- rare l’esperienza. Noi possiamo
però osservare che egli non era ancora in grado di distinguere, com'è doveroso,
Pesperienza dal- Pesperimento e così confonde l’empirico con lo sperimentale.
Egli non sa che l'esperimento, quando riesce, include una ne- cessità di
ragione oltre alla contingenza di fatto, unit connes- sione deduttiva oltre
alla congiunzione temporale, donde resta affatto inintelligibile una diversa
illazione. Possiamo benissimo convenire con lui che l’esperienza non può valere
di fondamento all'affermazione del nesso necessario, perchè ogni induzione em-
pirica si fonda sull'uniformità e questa non ha fondamento nella ‘agione (1).
Ma i dubbi scettici sulla validità delle leggi causali vengono risolti dalla
virtà del metodo sperimentale, su cui Vin- telletto umano ha ragione di
riposare con invitta fede. L’espe- rimento galilejano è tutt'altro che una
semplice esperienza e perciò una semplice imaginazione. I suoi risultati sono
tutt'altro ‘ che una semplice credenza. ingenerata dall’abitudine di infe- rire
che dato un tale antecedente seguirà un tale conseguente. (1) Forse qualcuno
continuerà a dar peso a quegli esempj che Hume, con grande spirito, introdusse
nei suoi Saggi. Per esempio, se un nomo, egli dice nel VI Saggio sulle
probabilità, provvisto d'intelligenza anche superiore alla media cadesse
improvvisamente nel nostro mondo non potrebbe accorgersi subito delle
regolarità nella successione dei fenomeni e tanto meno della ne- cessità.....
etc. Ciò è vero, ma perchè fosse anche concludente bisognerebbe che fosse
provata l'impossibilità di giungere all'esperimento, superatore dei dati
contingenti dell’esxperienza. Ma questo è smentito dalla storia, salvo che non
si voglia pazzamente affermare che « tutte le scienze sperimentali, cioè il
maggior corredo di conoscenze positive, che l'intelletto umano abbia finora
conquistato, sono cancellate dal novero delle scienze. (Cfr. Masci, Ze forme
dell’intuizione - Chieti, 1881, pag. 35). Dicasi lo stesso per tutti gli altri
esempj siffatti, come delle facoltà nell'anima d’Adamo appena creato, che se
pure fossero state più perfette di quanto si crede, non l'avrebbero messe in grado
di conchiudere (indipendentemente dall'esperienza) dalla trasparenza e fluidità
dell’acqua al suo potere soffocante (Saggio 4°) e così via. 172 CAPO VIII La
nozione sperimentale della causa dovrebbe oramai essere così distinta dalla
nozione empirica, quanto la scienza sperimen- tale di Galileo è distinta
dall’esperienza psicologica di D. Hu- me. Non avendo da tracciare qui la.
teoria del metodo sperimen- tale (Cfr., Vol. II, Sez. I) addurrò soltanto, in
appoggio del va- lore scientifico dell’esperimento per quanto ecceda
l’esperienza, il più forte argomento dialettico che, a mia conoscenza, sia
stato rivolto contro la teoria di D. Hume. « Non è lecito conchiudere, osserva
il Masci, da questo che il principio di causalità oltre- passa l’esperienza,
che esso sia falso e illusorio. Per provare ciò non basta provare che la
ragione oltrepassa l’esperienza, bisognerebbe provare invece che sia falsa essa
la ragione; la qual prova evidentemente è impossibile ed.assurda. Impossibile,
perchè manca alla ragione ogni termine di paragone, dal quale essa possa cavare
la sua falsità; assurda, perchè se la ragione fosse falsa in sè stessa dovrebbe
anche esser falsa la prova me- diante la quale essa verrebbe ad avvedersene »
(1). SH. — Una situazione strana, mista di razionalismo e d’em- pirismo occupa
Giambattista Vico. Invero, la sua dottrina da un lato nega all'uomo Ta
possibilità della scienza per cause (per causas scire) all'ordine delle cose
naturali e perciò esorbita dal nesso storico delle grandi idee che vanno da Galileo
al secolo NIN, dall'altro, per la grande massima della conversione del vero col
fatto, si mostra suscettibile d'un senso di altissimo valore. Veditmo meglio
quest'ultimo punto. È noto che pel Vico scienza è la cognizione della guisa del
na- scimento delle cose (2), e causa è quella che per produrre l’effetto non ha
bisogno d'altra cosa (che di sè stessa) (3). Conoscere la causa è mandare ad
effetto la cosa, provare per le cause è Jo stesso che fare (4). Quindi Iddio
sapere le cose fisiche, Puomo le matematiche (5), e queste provarsi veramente
per cause, perché appunto le facciamo ; non le fisiche, perchè gli elementi
delle cose (1) MASCI, op. cil., 35. (2) De antiquissima, cap. I (3) » cap III.
(4) » cap. III. (5) » cap. I, $ 1. .. IL RAZIONALISMO E L’EMPIRISMO 173
naturali sono fuori di noi e se potessimo dimostrarle potremmo pure recarle ad
effetto (1). Senonchè, se all’uomo non è data la scienza. (intelligere, scienza
per cause, vero, dimostrabile), non è negata la coscienza (cogitare, scienza di
cause, certo, probabile). E il certo non è il falso. Ora la prima sorpresa è
che il Vico consideri le matematiche come scienze che provano per cause, col
dire che sono fra tutte le vere scienze operative, contrariamente all’opinione
comune per cui sono stimate scienze contemplative, nè provare per cau- se (2).
L’altra, non minore, è che il Vico —- pur degradando la fisica come scienza
stimata da Cartesio — esalti l'osservazione naturalistica (3), e nella fisica
stessa abbia per buone quelle teorie che sì possono provare col fatto, cioè
coll’operare noi medesimi un effetto simile a quello della natura; ond’è che
tra le scoperte che si fanno nelle cose naturali, quelle sono le più luminose
ed applaudite che si possono fiancheggiare cogli esperimenti, ope- rando
qualche cosa di simile a ciò che opera la natura (4). Questo contegno complesso
prova che pel Vico la fisica sia per cause, sia colle matematiche non ha
valore, per contro la fisica sia di cause, sla cogli sperimenti è, come la:
chimica tra le arti opera- tive, utilissima (5). Pare dunque che il Vito, se
non fosse stato turbato dall’erroneo abisso che egli stesso aveva gettato tra
la fisica matematica e la fisica sperimentale, avrebbe petuto vedere molto
chiaramente tutta Pampiezza della cognizione scientifica della natura, senza
intricarsi nel gineprajo delle distinzioni tra le scienze per cause e le
scienze di cause. E questo non diremmo se già nel Vico stesso non fosse il
principio della sua correzione. Il sno maggior pregio (1) De antiquissima, cap.
III (2) Cfr. prima Risposta del Vico, II (3) Questo tratto è riconosciuto più
volte anche dal Croce, nella sua impor- tante monografia, La filos. di G. B.
Vico, Bari, Laterza 1911, pag. 2, 7, etc. (4) De antiquissima. Capo I, $ 1.
[Cfr. trad. Milano, 18/6, pag. 16]. Non meno esplicito è il passo seg.: «E
questa è la ragione per cui oggigiorno la fisica di Aristotele è screditata,
per essere troppo universale: dove al contrario il fuoco e le macchine,
stromenti de’ quali si serve la fisica moderna, operatrice di opere
somiglievoli alle naturali, d’innumerevoli scoperte arricchì il genere umano ».
De antig. Cap. II (pag. 30-31). (5) De antiquissima. Capo I, è 1 pag. 13-14).
174 CAPO VIII è la distinzione tra il probiema metafisico delle cause e il pro-
blema fisico. Un altro merito è d’aver nettamente riconosciuto che la
condizione per conoscere una cosa è il farla, cioè che il vero è il fatto
stesso, ma non qualunque fatto, s'intende, quello solo fatto da noi. Questo
principio, connesso a quello dell’identità della logica umana e divina (1) da
lui implicitamente ricono sciuto sulla traccia del grande principio spinoziano
dell’identità dell'ordo ac connerio delle cose e delle idee (2), è quanto mai
vicino a quello che interpreta l'ordine causale ottenuto per via sperimentale
perfettamente conoscibile perchè rifatto da noi. L'ordine che L'uomo rifà in
questo rifacimento, diventa ordine Umano, perciò può essere saputo così dagli
uomini come da Dio. ON£ 0° to) 0°) (1) Cfr. PastoRe, Il Pensiero puro, pag.
179-180. (2) Ib. ib. pag. 183-185, Sopra la limitazione vichiana del valore
delle mate- matiche e delle scienze esatte. Cfr. la mia Rassegna bibliogr.
dell’op. La fil. di G. LB. Vico, in Giornale Storico d. lett. it., 1911. O) =
Tr |) = __(0)) CAPO IX La scuola scozzese. $1. — Run fatto d’esperienza comune,
già messo d’altronde in chiara luce, prima di Hume, dal Locke e dall’Hutcheson
(1), che noi abbiamo coscienza di poter modificare i movimenti del corpo nostro
e la direzione delle nostre idee, per mezzo della nostra volontà. Perciò,
nell’idea che noì siamo causa vera e propria di queste modificazioni,
facilmente si conchiuse dalla scuola scozzese che la nozione di causa include
la nozione di potere cioè la forza produttiva dell'effetto. Questa tesi fu com-
battuta con acuta analisi da i). Hume nel VII Saggio sull’Idea: di potere e di
nesso necessario e ridotta ad un risultato simbolico e mitologico
dell’immaginazione, senza. base razionale nel. l’esperienza, difesa quindi dal
Home e dal Reid, ribattuta e rialzata senza tregua dalla critica posteriore.
L'argomento di D. Hume è sempre lo stesso. Noi, nelle cose d'esperienza non
percepiamo che un cangiamento costante e nulla più. «Nulla ci mostra che nelle
proprietà percepibili delle cose ci sia una forza (1) Questo rilievo,
trascurato dal Kéxic il quale dà pochissima importanza alla scuola scozzese «
Die Opposition der schottischen Schule gegen diesen «Hume’schen Skepticismus »
ist nicht von Belang » (op. cit., 1, 14), fu avvertito e lumeggiato assai bene
dal Cesca (Cfr. L'origine del principio di causalità. - Drucker e Tedeshi,
Verona-Padova, 1885 pag. 16), che adduce in prova la coscienza della nostra
attività :\cl pensare e nel muoverci volontariamente riconosciuta dal Locke, e
la percezione della nostra energia efiiciente nel pro- durre movimenti nel
corpo nostro e nelle idee del nostro spirito affermata dal- l’Hutcheson. 176
CAPO IX od attività ». Dunque non è questione di rapporto causale ma
d’abitudine. Ma questa semplice osservazione, ribatte il fonda- tore della scuola
scozzese, non ha valore di prova. Per contro sì possono addurre molte prove
psicologiche e filologiche in sostegno della tesi che ammette una potenza
attiva o causa pro- duttiva dentro di noi, agente in virtù delle leggi della
nostra stessa costituzione intellettuale (1). Perno però della dottrina del
Reid è la voce della coscienza ingenua e del senso comune, la quale ci fa
conoscere immediata mente come si dispieghi la nostra potenza per via della
volontà. Due conclusioni sono notevoli : la prima è che noi non saremmo mal
giunti per via esterna alla nozione di causa, se non avessimo trovato nella
nostra stessa costituzione mentale la sicura con- vinzione che ogni effetto
deve avere la sua causa ; la seconda è che la nozione di causa efficiente non è
che la nozione d’una rappresentazione tra due fatti in rapporto simile a quello
che noi sentiamo tra noi e le nostre azioni volontarie, premesso che di queste
noi siamo la vera e propria causa efficiente (2). Ecco infine con qual
principio, ben poco scientifico, si fonderebbe secondo il Reid tutta la scienza
della natura :« Nell’ordine della natura ciò che accadrà, somiglierà
probabilmente a ciò che è accaduto in circostanze simili » (3). IH principio di
causalità, secondo il Reid, si può esprimere così: Tutto ciò che esiste è pro-
dotto da una causa. Questo assioma metafisico non. risulta né dall'esperienza,
nè dal raziocinio; è un principio primitivo evi- dente per sè, d'uso costante
nella scienza e nella vita ordinaria. Vha di più: il principio di causalità è
Ta base della teologia naturale, servendo meglio di ogni altra prova, a provare
Vest stenza e la provvidenza di Dio (4). (ì) Il Reid, col suo risoluto studio
delle operazioni dello Spirito umano che costituisce un riscontro di fatto
all’abile critica sistematica delle funzioni del- l’intelligenza umana dovuta a
Kant, avrebbe forse più che non paja contri- buito anch'egli a preparare l’idea
kantiana d’un principio attivo esistente in noi e costruttore dell’esperienza
secondo le leggi della nostra costituzione mentale ? (2) Oeuvres, (6d.
Jouttroy), V, 1, pag. 335-339. (3) Ib. VI, v. (4) Ib. VI, vr. LA SCUOLA
SCOZZESE Fuoosservato giustamente che il
Reid assorbe la ra- | gione nel senso comune, ed è chiaro che la teoria
scientifica della causa non riceve dalla sua dottrina alcun giovamento. Ma il
più curioso è che il Reid si fonda sulla testimonianza dell’espe- rienza per
reagire all'empirismo di D. Hume. Non si potrebbe ammettere come ragionevole
questa situazione senza ricono- scere che l’insistenza di tutta la scuola
scozzese sopra la perce- zione interiore della nostra attività, sopra
Tintuizione imme- diata del nostro potere d'azione sulla coscienza della nostra
energia efficiente rispondeva ad una vera e vitale esigenza nello sviluppo
dello spirito filosofico. Non risultava dalla storia medesima la possibilità di
correggere gli abusi dell'empirismo coll’empirismo ? La scuola empirica
nanfragava nello xcetticis- mo. Tristo servizio reso al culto dell'esperienza
dai suoi fana- tici sostenitori! Era adunque necessario riconoscere i diritti
dell'esperienza immediata e farsene un'arma di combattimento contro le
esagerazioni scettiche della scuola di D. Hume. Ecco come si giustifica, almeno
in parte, Vindirizzo spassionato di Tommaso Reid e dei suoi seguaci. E tanto
vera e feconda l’esi- genza fondamentale della scuola scozzese, non soffocata
dalle opposizioni del Brown, dell’Hamilton e del Mill, che, dopo una pausa
dovuta al prevalere dell’indirizzo critico e ideali- stico, la stessa dottrina
fu fatta rivivere dall’intuizionismo francese per opera del Maine de Biran, al
quale, come vedremo, g' unisce un fortissimo gruppo di nuovi sostenitori dal
Riehl allo Zeller, allo Stricher, al Liard e al Bergson. $ 3. — Concludendo,
quello che a noi ora importa rilevare è che la nozione del nostro potere
volontario in quelle azioni cau- sative di cui abbiamo diretta coscienza è un
contributo prezio- sissimo, ma che al sano concetto di causa tutta la scuola
scoz- fra Valtro (1) — non considera il zese viene meno, perchò fattore
essenziale della necessità. Nella discussione del dissidio fra la scienza e la
coscienza (Vol. II, Sez. terza) questo punto sarà per noi decisivo. (1) L’altro
sarebbe l’oblio della considerazione oggettiva dell'esperienza e, pel campo
speciale della scienza, la mancanza d’una teoria del metodo speri- mentale.
PasToORE — Storia critica del problema della causalità. 12 SAPO X Kant. Ù $ 1.
— Davanti a Kant, in questa parte storica, non ci ferme- remo che per precisare
il suo concetto capitale, avendo già fin dall’Introduzione discorso ampiamente
della dottrina kantiana, delle sue lacune e della riforma che in questa opera
si vuole convalidare, e dovendo ritornare sulla questione della limita- tezza
della soluzione kantiana (1) e della terza antinomia nel volume secondo (2). E
noto che Kant, sotto l’influsso dell’empirismo inglese, mutò radicalmente la
sua concezione non solo del problema della cau- salità isolato da David Hume,
ma dell’intero campo della filo- sofia speculativa, generalizzando l’objezione
del suo risvegliato- re. E noto inoltre che per Kant la conoscenza è il
prodotto d’una sintesi del dato intuitivo colla categoria. Due condizioni
rendono possibile questa sintesi : gli schemi per cui sì spiega come, posta la
differenza qualitativa dell’intuizione e della categoria, sia possibile
l'applicazione di questa a quella, e Punità sinte- tica dell’appercezione per
cui sì pone l’unità del soggetto come fondamento ultimo della sintesi e quindi
della conoscenza. Non indaghiamo ora in che modo Kant dimostri come la
conoscenza non sarebbe possibile senza questa unità. Più tosto è da notare (1)
Cfr. Vol. II. Sezione I. Introduzione. (2) Vol. II Sezione II, cap. V. 180 CAPO
X cinici i) —— foi dlceilll.. che in tale ipotesi il concetto di causa viene ad
indicare puramente un certo rapporto logico o di secondo ordine, con cui lo
spirito pensa e collega le sue rappresentazioni, già congiunte col rap- porto
di prim'ordine, cioè di spazio e di tempo. La sua grande novità fu adunque
questa che egli giunse a considerare il con- cetto di causa come un concetto
che appartiene necessariamente alla semplice forma dell'esperienza e la sua
possibilità come quella d'una unione sintetica delle percezioni in una
coscienza in generale : in altri termini, egli non pose affatto la possibilità
d'una cosa in generale come causa, per la ragione che il con- cetto di causa,
secondo lui, non indica per nulla una condizione inerente alle cose ma solo
all'esperienza (1). Siccome, a parer suo, è col principio di causa (concetto
intellettivo a priori ne- cessario e universalmente identico in tutti i
soggetti pensanti) che noi nomini abbiamo costruito l'esperienza, è ben
naturale che egli concludesse che un tale concetto non ci può esser fornito a
posteriori dall'esperienza come una cosa esterna a noi fra altre fose esterne.
Ciò che è una funzione a priori del nostro spirito e come tale rende possibile
l'esperienza in generale costituendone la forma necessariamente e
universalmente valida (sia per me, sia per ogni altro), non può esser nn oggetto
opposto all’intel letto, benchè i gindizj d'esperienza abbiano valore oggettivo
în grazia appunto del collegamento universale e necessario delle percezioni
date (2). $ 2. — Non è difficile vedere che, se con questa dottrina lo
scetticismo di D. Hume resta sferzato, la grande differenza però fra Hume e
Kant consiste, solo in ciò che Kant sostituisce all’abitudine di Hume un
principio a priori, anzi quel principio a priori che, secondo lui, rende
possibile l'esperienza in generale. Evidentemente in questa ipotesi la
coscienza non può trovare il concetto di causa contenuto nel dato sensibile.
Esso non proviene dalle sensazioni di cui noi abbiamo esperienza, perchè
scaturisce (1) KANT, Proleg. $ 29. (2) Ib. $ 19. Cfr. in particolare IC. d. r.
Y., Grundsatz der Zeitfolge nach dem Gesetze der Causalitit. (Rosenkranz) Supp.
XIX. pag. 768-9; e Grundsatz der Erzeugung, pag. 162-177. KANT 381
dall'attività nostra: e in proprio senso non proviene neanche dall'esperienza,
perchè essendo esso stesso il fondamento dell’e- sperlenza, non può esser
attinto per mezzo di questa. Tutto ciò, nell’ipotesi di Kant sta benissimo. Ma
prima di tutto dobbiamo osservare che, se con tale ipotesi Kant si salva
dall’empirismo scettico, non si libera dall'onmns probandi. Ben considerata la
dot- trina critica di Kant finisce dunque per restare, nei riguardi del
problema causale, un'elegante ipotesi gnoseologico-metafisica e nulla più. Essa
ha il vantaggio di mostrare che tanto Toggetti- DI vismo dogmatico quanto il
soggettivismo scettico, finchè non avranno dimostrato la falsità d'una ipotesi
meglio fondata, sono insostenibili. Ma le questioni non possono dirsi risolute
con una Ipetesi, per quanto bene fondata. Di più Kant si occupa soltanto
dell'origine del concetto di causa in generale e predica questo concetto come
funzione categorica e condizione a priori d'ogni esperienza. Di qui si deduce
la necessità e Vumiversalità e Vo- bjettività formale in astratto della
eonnessione causale (1). (1) Il Tarozzi ha osservato con grande acume che questo
vero di Kant è an-. cora il vero di Aristotele, cioè non il vero noumenico ma
il vero della forma universale e necessaria del pensiero. Ì Questo riscontro
tra Aristotele e Kant ne suggerisce un altro. Certamente Kant fu indotto da
Hume a riflettere sul problema dell’abitudine, perchè Hume diceva: è
l’abitudine mentale che ci impone la forma illusoria della connes- sione
empirica che noi diciamo causale. Ora Kant doveva certo sapere che la storia
del concetto d’abitudine presenta due teorie opposte. Una, sviluppata da
Epicuro-a Descartes, che fa dell’abitudine un fenomeno fisico e meccanico
terminante in un puro automatismo ; l’altra, sostenuta da Aristotele, dagli
Stoici e da Leibniz, che vede nell’abitudine la modificazione di un'attività
spirituale e pone la vita al disopra del meccanismo. Questo secondo punto di
vista doveva avere per Kant un interesse enorme, come quello che poteva
salvarlo dall’em- pirismo scettico e insieme permettergli di stabilire il
grande principio della vita spirituale. Non aveva detto Aristotele che
l’abitudine è seconda natura ? TQoteo Yào pas MIN Tò Èdos.., Wareo Yàp pioer Tò
petà t6de doti, obtw nai Evepyela* tò dì moXAkxtc puatv toteî. ARrIsT., De
memoria, ete., 2, 452 a, 27. Il principio dell’abitudine attiva è poi fondamentale
per Arist. che ne fiv uso per la definizione della virtù. L’abitudine per A.
può considerarsi come lo sviluppo d’una spontaneità che trasforma l’atto in
un’attività permanente. — Gli Stoici dànno all’é&tg un significato molto
più esteso, facendone la qua- lità che comprende i caratteri essenziali della
cosa e suppone un principio in- terno e innato di conservazione; insomma l’éEtg
per loro è la forma e l’unità dei corpi, ed è essa che spiega niente meno che
la natura e la scienza. Nella natura l’étto è una forza che convince e lega gli
elementi della pietra e del 182 CAPO N Ma Kant non esce dalla sua
considerazione ipotetica delle leggi gnoseologico-metafisiche valide a priori
per la natura; come og- getto totale d'ogni esperienza possibile. Perciò non risolve
tutte le difficoltà sollevate da Hume e dai suoi avversarj. Ora noi vediamo
chiaramente che il vero punto della questione era dop pio. Oltre alla
difficoltà di stabilire Vorigine del concetto di causa Come pensato a priori
dalla ragione, in quanto facoltà del pen- siero puro (1) e perciò possedente
un’intima verità indipendente da ogni esperienza, si trattava di risolvere
anche la questione del modo di scoprire e di provare i rapporti causali della
natura, sempre cioè l'ordine formale necessario, ma entro i limiti della
scienza fisica. particolare (non della fisica pura di Kant). Kant legno, le
ossa e i nervi dell’animale. Nella scienza è una forza che unisce le
rappresentazioni una volta comprese in forma di sistema (o0otmpua). Per Leibniz
l’abitudine (del passato) interviene come ragione determinante negli atti
presenti, ed egli ne cerca l’origine nelle leggi e nello sviluppo della spon-
taneità spirituale. Che cosa dunque, in questa interpretazione, significava ri-
durre tutto all’abitudine, come faceva Hume? Significava ridurre tutto ad una
natura, che, per quanto ne supponga sempre un’altra prima, tuttavia non cessa
di essere una permanente natura, cioè una permanente costituzione, base e
condizione ineliminabile d’ogni esperienza possibile. Di qui a sopprimere il
nome pericoloso di abitudine ma a conservarne il concetto buono, (cioè la tesi
d’un intimo e costitutivo principio di organizzazione d’ogni esperienza
possibile in generale) il passo era breve; mentre il vantaggio era grandissimo,
purchè al fatto dell'abitudine si attribuisse decisamente un valore
superindividuale. Io non posso supporre che questa conclusione abbia potuto
sfuggire alla mente di quell'uomo così acuto. Hume dice: — almeno in rapporto
al principio di causa — è l'abitudine mentale che impone ‘una forma. Kant
ritlette che l’abi- tudine costituisce una seconda natura, quindi conclude: è
la nostra stessa co- stituzione mentale cioè la natura stessa dello spirito
nostro che impone la forma. E ciò in generale, vale a dire per tutti i principj
puri della ragione, al disopra d’ogni arbitrio individuale, come funzione a
priori d’ogni esperienza, Tale almeno è la mia ipotesi. E ciò che da ad essa un
interesse particolare è che Vabitudine stessa come spontaneità dell’attività
spirituale, studiata per altri criterj indipendenti dal punto di vista
kantiano, è divenuta uno dei mas- simi principj della filosofia speculativa per
opera del Maine de Biran, del Ra- vaisson e della loro scuola. Finalmente a me
pare che, in confutazione dello scetticismo di Hume, Kant abbia avuto il reale
merito di scoprire e di giustificare criticamente non la forma dell’objettività
considerata da Hume, ma un'altra forma più alta di objettività di cui mai era
venuto in testa a Hume di dubitare. Così credo che resti sempre più corroborata
la tesi del Tarozzi che il vero di Kant è an- cora il vero di Aristotele. (1)
Prol. Einleitung (Rosenkranz, 1838), pag. 8. KANT 183 credette che il punto
centrale della questione fosse il primo e vi si applicò meravigliosamente, vedendo
nella questione dell’ori- gine le fonti dalle quali debbono venir derivate
tutte Je leggi generali d'una natura già data. Trovata quella (origine del
concetto di causa) egli dice, anche la questione delle condizioni della sua
applicazione e dei limiti entro i quali essa è legittima, sarehbe stata risolta
da sè (ron selbst) (1). Ma il guato è che questa questione, secondo Kant,
risolvibile poi da sè, è una questione così poco comoda che gli scienziati non
riescono mai a risolverla col semplice richiamarsi all’oracolo dell'origine è
priori del concetto. Il fatto è che, in pratica, solo in alcuni casi è
possibile trovare e provare la presenza di certi rapporti causali. Ma Kant non
dice mai come e perchè solo in alcuni casi sia possibile parlare seriamente di
rapporto dimostrabile di causa- lità. Qui c'è evidentemente un difetto
d’analisi. Non giova il dire che, nell’ipotesi di Kant, la natura non si
presenta più ai nostri occhi come un caos, essendo il postulato della legalità
di tutti gli oggetti dell'esperienza giustificato dai continui trionfi delle
scienze sperimentali: perchè noi possiamo avere tutte le migliori ragioni. di
opportunità teorica e pratica per introdurre tale o tal altro postulato nella
scienza, ma i postulati, non es- sendo logicamente necessarj non bastano a
darci la verità. Fos- simo anche certi che la nozione di causa appartiene alla
semplice forma a priori dell'esperienza e che l'esperienza stessa è da noi
costruita col principio di causalità, come vuole Kant, qual van- taggio scientifico
ne ricaveremmo? Saremmo noi in grado di determinare scientificamente i singoli
rapporti cansali della na- tura? Certamente no. La presunzione che, in me come
in ogni altro soggetto pensante, sempre si attui l'applicazione della ca-
tegoria ai dati dell’intnizione, che cieè sempre si compia dentro il mio
spirito la sintesi a priori nei riguardi della causalità, non mi fa avanzare di
un pollice. Kant insomma ha visto bene del problema causale tutto quello che ha
attinenza alla questione gnoseologica dell’origine dei principio generico di
causalità, ma nello sforzo di cavarne la legge valida per tutto il campo della:
conoscenza e per tutti gli oggetti dell’esperienza ha dimenticato (1) Prol.
Einleitung (Rosenkranz, 1838), pag. 3. 184 CAPO X di considerare che il
problema specifico della causalità è piuttosto nn problema specifico di leggi
che il problema generico della legge della totalità della natura e di leggi da
doversi scoprire e dimostrare caso per caso aceuratissimamente. « Non c'è cosa
più eradita al filosofo — egli confessa nel $ 39 dei Prolegomeni — che poter
derivare da un concetto a priori e raccogliere così in una conoscenza
sistematica tutta la varietà dei concetti e dei principj che prima, nell'uso
fattone in concreto. gli sì presen- tiva come uma pluralità disordinata ».
Questa confessione tra- disce La sua intima gioia di considerare Tintelletto
come la sor- gente dell'ordinamento generale della natura. Non dico che questo
sia male, tanto meno che sia un errore. Anzi il concetto kantiano della nostra
esperienza a priori. (quanto alla forma), in grazia di cui tutto ciò che può
essere conesciuto soltanto per VPesperienza deve sottostare necessariamente
alle leggi superin- dividuali dellPintelletto ordinatore, mi sembra il punto
saldo acquistato dalla critica allintendimento della conoscenza. Ma poichè
Fesperienza ci da ora rapporti puramente tempo- rali e contingenti. quindi non
causali, ora rapporti insieme temporali e necessar] cioè causali, e di questa
varietà possiamo addurre i segni più luminosi, non può forse accadere che
talora fa mente nostra erri, anche senza malizia, scambiando ciò che è solo
contingente particolare e soggettivo (quanto ad uno) con ciò che è necessario
universale e valido oggettivamente per tutti? Atlora nasce quest'imbroglio. Da
un lato Puomo pone ed applica Kkantianamente la relazione causale ovunque
faccia d’uopo di effettuarla e di più Puomo critico sa che Ta connessione
neces- sarta delle sue percezioni nel tempo è un puro prodotto della sua
medesima attività spirituale che, prima col senso ci dà la sinopsi del
molteplice, poscia collimaginazione ci dà la sintesi, infine coll'appercezione
primitiva ci dà Vunità della sintesi (1). Dal- Paltro non sa con quale eriterio
sia de facto sia de jure egli possa distinguere il causale dal non causale.
Dunque che costentto ne possiamo cavare? Questo solo che la soluzione di Kant
non prova nulla per le leggi speciali della causalità. (1) Kant, K. d. r. V.
(Rosenkranz), pag. 90. Mr Viaga KANT i 185 Nondimeno, dalla considerazione di queste
difficoltà siamo tratti a convenire che la conoscenza delle leggi speciali di
cau- salità è soltanto resa possibile per il fatto che i fenomeni stanno sotto
regole generali dell'unità sintetica, che noi vediamo &@ priori come le
condizioni necessarie dell’intendimento objet- tivo e così come norme stesse
degli oggetti di esperienza (1). Questa bella e giusta riflessione dovuta al
Kénig mette in chiara luce uno dei maggiori meriti dovuti alla critica kantiana
nei ri- guardi del problema della causalità. $ 3. — Il bisogno di precisare il
pensiero capitale di Kant, bisogno a cui la critica seria non può nou
sodisfare, presu])- pone risoluta la questione del rapporto fra Hume e Kant. n.
tanto questo rapporto è, come già intravedemmo, ben lungi dal- Vessere tutto in
chiara luce, Saranno ancora utili all'uopo alcuni schiarimenti. Hume in fondo
veniva a dire due cese: primo, che non è la ragione analitica che possa darei
Li conoscenza della connessione causale ; secondo, che non è nemmeno
l’esperienza degli oggetti esterni. Non quella, perchè la ragione analitica non
può dare l'esistenza di fatto delle cose contingenti; non que- sta, perchè
L'esperienza oggettiva non può dare la necessità di ragione. Dunque, egli
concluse, le nostre cosidette conoscenze causali derivano da una fonte che non
è nè la ragione analitica nè l'esperienza. Ma questa fonte come sorgente di
verità non esiste, dunque la conoscenza causale è arbitraria, risolvendosi in
un semplice risultato d’una associazione empirica del tutto soggettiva cioè
nell'abitudine. Senza ripetere qui gli argomenti con cui Kant mostrò affrettata
e illegittima la conclusione di Hume, per poco che seriamente si rifletta, non
si tarderà a rav- visare che la tesi di Iiume è anche viziosa, per una ragione
nen mentovata da Kant. Se è vero cioè che nè colla pura ragione nè colla
semplice esperienza la determinazione scientifica del rap- porto causale è
possibile, resta ancora a vedere se tal conoscenza per avventura non si ottenga
con l’impiego sintetico e condi. zionato: delle due operazioni. (1) K6NIG, op.
cit. I, 339-340. - 186 CADPO X Ecco il vero nocciolo della questione
scientifica. Ma Kant, per quanto abbia fatto l'importante trovata della sintesi
a priori, donde si ricava la possibilità di quella che egli chiama fisica pura,
ma che in fondo è poi non altro che la metafisica (1), Kant lasciò
completamente da parte la questione tecnica della vera fisica cioè della
fisica. sperimentale, per arrestarsi al pro- blema gnoseologico dell'origine
dei giudizj a priori. Kant in ultima analisi non vide qual posizione
privilegiata occupino i giudizj sperimentali, che non sono nè solo empirici nè
solo ana- itici. E dobbiamo proprio convenire che egli trattò troppo leg-
germente la questione del metodo sperimentale credendola risol vibile ron
selbst. Che se si oppone che — date le due parti della critica della ragione
pura: la teoria elementare trascendentale e la metodologia trascendentale Kant
volle arrestarsi delibe- ‘atamente sopratutto alla parte prima che contiene il
problema della sintesi a priori in tutto il suo profondo significato (2), (1)
Il MartINnETTI ha fatto notare che «la scienza generale della realtà em- pirica
comprende per Kant la fisica o scienza della natura esteriore e la psi cologia
o scienza della natura interiore. La fisica pura sarebbe quindi la meta- fisica
immanente della natura esteriore ». (Proleg. - Commento, nota 47) e alla nota
139 ribadisce: « La fisica pura è una cosa sola con la metafisica imma- nente,
con la filosotia pura della natura ». Altrove, nitidamente illustrando il
concetto della vera scienza per Kant, osserva che «la scienza (per Kant) è
scienza solo in quanto è sapere obbiettivo universale e necessario cioè razio-
nale: quindi il semplice accumulamento di dati, l'esposizione storica, rapso-
dica, er datis, non è ancora scienza. Le scienze empiriche (come p. es. la
fisica vera e propria o la psicologia) che tentano la sistemazione razionale
d'un dato campo dell’esperienza, non sono nemmeno esse ancora vera scienza.
perchè accolgono il dato di fatto, come qualcosa di semplicemente dato, razio-
nalmente inesplicabile .. l’unica, la vera scienza, ideale supremo del sapere è
la ricostruzione razionale di tutta la realtà ex principiis, non ex datis. (1b.
n. 22). Si vede che la fissazione di K. è di rifiutare il nome di scienza ad
ogni sapere che implichi un qualsivoglia ricorso ad un dato di fatto. K. vuol
chia- mare scienza vera un sapere assolutamente scevro d’ogni elemento
empirico. (2) Kant invero dichiara espressamente: « Spero che non mi si fraintenda,
e cioè si intenda che io qui non voglio parlare delle regole dell’osservazione
di una natura già data e che presuppongono già l’esperienza e quindi non del
metodo di ricavare dall’osservazione della natura le leggi di questa, perchè
allora queste non sarebbero leggi a priori e non darebbero una fisica pura, ma
del modo come le condizioni a priori della possibilità dell’esperienza sono
nello stesso tempo le fonti da cui devono venir derivate tutte le leggi
generali della natura ». (Proleg. $ 17). Ma le ragioni che Kant adduce per
chiarire il KANT 187 lasclando appena intravedere il problema metodologico, io
con- sentirò in ciò volentieri: ma farò insieme notare che così il pro- blema
causale non è risolto, non che formulato in tutta la sui potenza. Che se la
critica postkantiana seguì con tanta compia- cenza l'indirizzo gnoseologico di
Kant e indugiò sul nucleo ele- mentare e continuò il processo d’elaborazione di
quei punti fon- damentali che già avevano indotto Kant alla pubblicazione del "83
cioè dei Prolegomeni, di questo unilaterale indirizzo noi pos- siamo valerci
per affermare che VFeredità di Kant non fu e non è ancora completamente
tesorizzata. SA — In ordine alla questione della causa finale Kant nel-
l’accuratissimo esame della prova fisico-teologica dell’esistenza dell'Ente
degli Enti riduce la discussione ai seguenti argo- menti: «Si riscontrano
indubbiamente nel mondo i segni d’un disegno (ordine) prestabilito che dobbiamo
considerare come estrinseco agli esseri naturali e loro contingente: perciò si
con- clude affermando Tesistenza d'una causa sublime, intelligente e libera,
autrice unica di questa immensa opera d’arte che è Vuniverso ». Contro questa
prova che, malgrado la sua utilità, non può — a parer suo — elevarsi a una
certezza apodittica, egli dirige le objezioni seguenti. | suo assunto, se
servono a prevenirci da un grossolano errore d’interpretazione {in quanto noi
dobbiamo guardarci dal far rimprovero a Kant di non aver ri- solto una
questione (metodologica) che egli non ebbe in animo di affrontare) conducono
alla conseguenza veramente critica, ma nel brutto senso della. pa- rola, di
lasciarci spettatori passivi anzi impotenti di fronte alla massima dif- ticoltà
del problema causale che è la determinazione non gnoseologica e cioè filosofica
ma sperimentale cioè scientifica delle leggi vere e proprie della na- tura. È
appena necessario notare (oltre a ciò che si dice nel testo) che erronea- mente
Kant chiama empiriche le leggi causali che si devono ricavare dall’osser-
vazione della natura coi metodi che la fisica sperimentale insegna. È insomma
l'ignoranza de facto del metodo sperimentale. Ora qui appare nettamente la ni
tura e la portata astratta della dottrina di Kant. Detto una volta che la
realtà fenomenica riceve le sue leggi dal nostro intelletto, perchè ne è
costituita a priori, è detto tutto. Ma per quanto ingegnosa sia questa maniera
di interpre- tare la legalità della natura, si vede facilmente che non avvia
per nulla a rendere più intelligibile praticamente la natura stessa.
Riassumendo ; Kant non vuol esser frainteso, sta bene : ma il vero intendimento
del suo assunto limi- tatore e della sua soluzione limitata è una riduzione ai
minimi termini del suo valore. 188 CAPO X Anzitutto osserva che il ragionamento
analogico fondato sulla somiglianza di certi prodotti della natura coi prodotti
dell’arte umana riducendosi in fondo ad un cavillo, non può dar origine che a
cavilli. Quindi, affrontando direttamente la prova, in pri- mo luogo objetta
che — se vatesse potrebbe tutto al più dimo- strare un architetto del mondo non
un creatore, cioè una causa autrice della forma (distribuzione degli elementi e
loro coordi- nazione secondo un piano) non della materia (elementi e atomi
costituenti la stoffa del mondo, che nulla prova essere effetto Tuna causa in
secendo Inogo objetta che la prova, non appog- glandosi che sull'esperienza,
sempre limitata, contingente e im- perfetta non può condurre all'assolutit
totalità. La via empi- rico relativa e indeterminata. non può condurre che ad
una Gusta sè proporzionati cioè ad una causi empivica. relativa e
indeterminata. La prova fisico-teologica si trova dunque arre- stata nel bel
mezzo della sua impresa (1). Hanet crede di poter confutare queste due
objezioni notando, contro da prima, che Fipotesi kantiana, unit materia. senza
causa ci mette in possesso dell'idea d'assoluto. e che noi quindi skumo in
diritto anzi in dovere di farne uso anche per la causa organizzatrice di quella
forma che To stesso Kant afferma non ine- rente alla natura degli esseri del
mendo. Ma egli in primo Imogo erroneamente attribuisce a Kant un'idea di
assoluto — applicata alla materia — che Kant non ha mai espresso e che anzi
contra- dice con tutto To spirito non che con la lettera della dialettica tra-
scendentale. In secondo luogo non rammenta —- come dovrebbe — che la causa
organizzatrice della forma, per la seconda. obje- zione di Kant, può da noi
esser affermata solo come relativa e indeterminata cioè solo come contingente e
mai come assoluta. Dunque la sua confutazione della prima objezione di Kant
pre- cipita dalla base. Anche la confutazione della seconda corre la stessa.
sorte. Invero il Janet atferma che la seconda è già di- strutta dalla prima,
perchè con la prima Kant ammette l'ipotesi d'una materia preesistente alli
forma, cioè necessaria, cioè appunto l’idea d'assoluto applicabile per
conseguenza alla causa (1) Kant, K. d. r. v. - Die transscendentale I ialektik.
Drittes Haup. Sechster Abschnitt. Von der Unmiglichkeit eines
physikotheologischen Beweises, 483-491, KANT 189 della forma. Ma anche qui è
evidente che egli vuole far dire a Kant una cosa che Kant non ha mai detto.
Dove Kant dice che la materia è necessaria? che esiste per sè? che ha in sè la
ra- gione della sua esistenza? infine che la materia è causa assolu- ta di sè ?
D'altronde, se anche lo avesse detto (il che non è), dove Kant ha fatto
passaggio dagli attributi della materia a quelli della causa assoluta della
forma contingente? Siccome la mate- ria per Kant non è ordinata formalmente,
essa non può richie- dere una cansa architettonica; potrebbe tutto al più
spingerci all’ipotesi d’una causa non organizzatrice, cioè d'una causa
materiale. Ma lo Janet vuol passare dalla materia alla forma. Chi lo autorizza
a confondere la causa materiale colla formale, (distinzione qui resa ovvia
dall’impostazione del problema) per assurgere quindi alla causa prima ed
ultima, creatrice mate- riale e organizzatrice formale dell'universo ? Venendo
poi al cuore della seconda objezione — che da un mondo contingente è impos-
sibile elevarci ad una causa assoluta — come si può seriamente pretendere che
questo argomento sia distrutto solo dal fatto che Kant avrebbe ammesso nella
prima objezione l’ipotesi del- l’idea d'assoluto in ordine alla materia? Si
dimostri che la via empirica può, anzi deve condurci prima all’idea d’assoluto,
poscia.all’esistenza reale d’un essere supremo fuori del mondo. Allora ogni
lacuna della ragione sarà colmata ragionevolmente. In attesa di questa
dimostrazione, anche la confutazione della seconda prova di Kant, non ha il
minimo fondamento. Che, data la conformazione della mente nostra, in noì sorga
na- turalmente l’idea che la natura supponga un ordinatore è proprio una verità
d’ordine capitale. La critica di Kant, a cui aderiamo completamente, non solo
non ci impedisce di ammetterlo ma ce ne dà la ragione ricorrendo alla grande
distinzione dei princip] regolatori e dei principj costitutivi. Che tale
ipotesi sia utilis- sima nel corso stesso delle ricerche scientifiche, per
concepire una certa unità sistematica nella natura, è indubitabile. Ma non c’è
immenso divario tra la finalità di valore regola- tivo e la finalità di valore
costitutivo? Tutta la questione è qui. E lecito identificare la finalità idea -
limite con la finalità re- altà - objettiva? Passare da un ordine all'altro,
significa. pas sare dall’ipotesi alla realtà. Passi allora chiunque non si spa.
190 CAPO X venti della sproporzione di questi due ordini. Per quanto una
ipotesi sia comoda ed utile per l’interpretazione della natura, noi continuiamo
a ritenere con Kant che il trapasso dal rego- latore al costitutivo cioè
dall’ipotetico al reale non è che Vef- fetto dell’iygnara ratio. Risulta dalla
discussione precedente che Je objezioni di Kant contro la prova della causa
finale conservano tutto il loro peso (1). (1) « Kant ne
se lasse pas de répéter que le principe de finalité n’a qu@une valeur de ce
genre, Il appartient non au jugement deéterminant, mais au jugement
refléchissant ». È strano che il Janet, —
dopo aver riconosciuto con tanta nettezza questa profonda distinzione kantiana
con tutte le conseguenze derivanti come questa: on ne peut pas attribuer à la
nature elle-mème quelque chose de sembable è un rapport de finalité, mais
seulement se servi» de ce concept pour réfléchir sur la nature » (op. cit.,
pag. 465-466) e quest'altra : «che la finalità objettiva (cioè quella che
costituisce propriamente il rapporto da mezzi a fine) ha ancor meno realtà
della finalità subjettiva o estetica, perchè questa riposa ancora su qualche
principio a priori, mentre quella non riposa che sull’analogia » (op. cit,
468), insomma che la finalità è un’ipotesi necessaria dovuta alla conformazione
dello spirito umano (op. cit. 470), e, a tutto dire, «un’induzione risultante
dall’analogia » (473) — confonda poi l’ipotesi prima con la verità, poscia con
la realtà! VERITA CAPO XI La filosofia nella prima metà del secolo XIX. $ 1. —
Il movimento delle idee nel secolo XIX rispetto al problema della causalità è
molto importante. È vero che ritro- viamo in esso tutte le posizioni
filosofiche, scientifiche ed empi- riche dei secoli precedenti. Ma oltre alle
innegabili ripetizioni, parecchie novità così di critica come di sistema si
mostrano effetto d’un serio progresso. Noi quindi passeremo in rassegna le più
importanti teorie aitiologiche, anzitutto — per la prima metà del secolo —
isolando gli indirizzi capitali che si svolsero successivamente, poscia — per
la seconda metà del secolo e fino ai giorni nostri — raggruppando invece i varj
sistemi secondo le loro affinità dottrinali a mente d’un criterio d’ordine che
sarà. indicato a suo tempo. $ 2. — Hegel anzitutto rigetta gli argomenti in
favore del- l’aitiologia scientifica tratti dai reali e crescenti trionfi del
me- todo sperimentale, rispetto a cui egli assume e conserva una posizione
piuttosto beffarda, come fa rispetto ad ogni forma di sapere mediato versante
in generale nei limiti della scienza finita (1). Basterebbe questo contegno a
provare che la sua spe- culazione non è in tutto sintetica (2). (1) Non c’è forse
filosofo più di Hegel disposto in teoria a proclamare e a pre- tendere che la
propria filosofia riconosce il contenuto astratto apparecchiatole dalle scienze
speciali e ne fa tesoro per sollevarsi alla verità superiore, ma in pratica
meno in grado di provare l’uso nonchè il doveroso rispetto per la verità del
sapere mediato. Perciò egli stesso, malgrado il suo enorme amore sintetico,
rimase nell’indistinto crepuscolo che precede la sintesi. (2) Una speculazione
veramente sintetica richiede che tutti gli scopi delle discipline finite
vengano riassunti come posizioni costituenti i suoi medesimi 192 CAPO XI Egli
compendia così la sua teoria logica (logico-metafisica) della causalità. « La
sostanza è causa, in quanto è riflessa in sé, contro il suo passaggio
nell’accidentalità ; e così è la cosa originarias ma altresì sopprime la
riflessione in sè 0 la sua mera possibilità, sì pone come il negativo di sè
stessa, e produce un effetto, una realtà; la quale è quindi soltanto posta, ma
per mezzo del processo dell’effettuare è insieme necessaria ». « L’ef- fetto è
differente dalla causa; l'effetto, come talé, è una posi- zione, Ma la
posizione è egualmente ritlessione in sè ed imme- diatezza; e l'agire della
causa, il sno porre è insieme un pre- supporre, in quanto si tien fermo alla
diversità dell'effetto dalla causa. C'è per tal modo un'altra sostanza, sulla
quale accade l’effetto. Questa, come immediata, non è negatività che si rife-
risca a sè e sia attiva; ma è passiva. Ma, come sostanza, è al- tresì attiva: supera
la presupposta immediatezza e T'etfetto in essa posto e reagisce cioè supera
Mattività della prima sostanza, la quale però è egualmente questo superamento
della sua im- mediatezza o dell'effetto in essa posto: supera per tal modo
l’attività dell'altra e reagisce. La causalità trapassa così nella relazione
dell’azione reciproca » (1). Come si vede, i punti fondamentali sono due: la
risoluzione della relazione sostanziale nella relazione causale e il passaggio
della relazione causale nella relazione dell’azione reciproca. Quanto al primo,
Hegel dà alla causa due sensi: uno straordiì- nario che è la causa sui, e uno
ordinario che è la causa finita. La causa sui è per lui l'assoluta verità della
causa, e perciò la vera causa in sè e per sè, La causa finita sì arresta alla
diffe- renza delle determinazioni formali, in quanto causa ed effetto vengono
rappresentati come due diverse esistenze indipendenti, «il che — egli aggiunge
— essi sono sol quando sì astragga dalla loro relazione causale ». La causa finita
poi non manca di esser posta come effetto, questo ha a sua volta un’altra
causa, e così nascono il progresso e il regresso causali all'infinito. Però non
è facile comprendere bene il pensiero di Hegel circa la ri- momenti, e non solo
come introduttive, ma come coessenziali alla sua stessa verità. Avendo
trascurato troppo questa esigenza sintetica, la teoria hegeliana rimane troppo
nel campo presintetico dell’opinalità. (1) HEGEL, Encicl. d. scienze fil.
(trad. Croce soluzione della sostanza nella causa. A me pare che Hegel abbia in
realtà voluto dire questo che la sostanza non potrebbe essere ciò che deve
essere, effettività essenziale e assoluta necessità, cloè attività reale che
deve effettuarsi libera da ogni condizione se le cose non fossero effettuate
esclusivamente da essa. Ciò viene a dire, in altri termini, che la sostanza in
quanto è Za cosa originaria cioè l'assoluto principio etfettuatore delle cose
ne è appunto la causa. Tutto sta a vedere se il concetto della causa sul, a cui
per questa via siamo forzatamente condotti, abbia vero valore. Ma ciò ci
conduce al secondo punto cioè alla que- stione della causazione reciproca.
Quanto a questo Hegel si pone come decisivo continuatore e superatore di
Spinoza. sulle cui tracce già Amedeo Fichte aveva potuto ripudiare tanta parte
del criticismo, sollevandosi all’Io assoluto. Pensate che non sia più io,
povero individuo finito, nè pure solo la ragione nostra bassamente soggettiva,
per cui ogni determinazione è negazione, Imi che sia la sostanza infinita stessa
di Spinoza che, superato il dualismo con l'Io penso di Kant e soggettivandosi
coll'Io assoluto di Fichte e infine identificandosi con la ragione di
Schelling, dica cartesltanamente: Zo penso, dunque sono. Questo essere e questo
sapere (sapersi) è, a mio parere, il tratto più saliente della filosofia
moderna che si conclude in Hegel, inverando sistema- ticamente tutta la
filosofia anteriore. La verità di questo richiamo a Spinoza si mostra anche me-
glio per un altro riflesso. Per Hegel infatti sostanza ed attività si
convertono, e questo è il perno del suo trapasso dalla causalità, alla
reciprocità, giacchè quella esistenza in certo modo esteriore che la sostanza
in quanto attività pone è per un verso passiva (rispetto alla causa produttrice
che l’ha posta) e per un altro attiva (rispetto all’essere suo proprio che
acquista nel deter- minarsi come sostanza e quindi come attività). Insomma
Veffetto stesso come sostanza reagisce contro l’attività della prima so-
stanza. Ed ecco il trapasso. Ma questo concetto è prettamente spinoziano.
Invero noi già vedemmo Spinoza elevarsi al sommo concetto metafisico
dell’efficienza reciproca cioè della causa che si effettua e dell'effetto che
si causa, respingendo ogni ideale interiore (Vol. I, capo VIII, $ 4-7). Dunque in
questo lhegelisme non supera di gran fatto lo spinozismo benchè gli hegeliani,
per PastorE — Storia critira del problema della causalità. 13 194 CAPO XI
esagerare l'originalità del loro caposcuola e vantarlo l’assoluto superatore,
sì compiacclano troppo di confondere lo spinozismo col semplice naturalismo
insoggettivo prekantiano. E così ha fatto anche, benchè di sbieco (1), lo
Spaventa. Egli si è invece molto bene reso conto del trapasso dialettico dalla
causazione alla reciprocità, e spiega loscuro pensiero hegeliano con questo
luminoso commento. « E im verità, se la causa è tale in quanto efficiente, ed è
efficiente in quanto ci è l'effetto; o, in altri ter- mini, se Veffetto fa
causa la causa; è evidente che l’effetto, in quanto effetto, è insieme causa.
Così l’effetto, in quanto deriva dalla causa, riopera, reagisce contro di
questa ; effettua questa, come questa elfettua Iui; causa ed effetto si
effettuano recipro- comente, Così la relazione di causa ed effetto si risolve
nella, efficienza reciproca (o effettuazione reciproca)... Ora efficienza
reciproca vuol dire: la causa che cause o effettua sè stessa : causa sui» (2).
Stando frattanto alla pura dottrina. quello che più sorprende in questa maniera
d'intendere lPefficienza. reciproca è Yimpos- sibilità di dare un senso
ragionevole agli esemp]j di rapporto causale per i quali dovrebbe valere
lesposto criterio. Considerando ad esempio il calore come causa della dilata-
zione dei corpi, in che modo si potrebbe dire, per applicare il principio che
TVeltfetto fil causa Rit causa, che Ta dilatazione dei corpi fa calore il
calore? L'unico senso mi pare questo : la dila- tazione dei corpi, per essere
quel che è, cioè pressione eserci- tata e, in ogni caso, manifestazione della
tensione propria delle sue molecole, ossia della energia di queste, fa che il
calore sia calore cioè energia termica delle molecole in rispondenza all’'an-
mento nella Toro temperatura, ma nono effettua questo an- mento d'energia
termica, altrimenti dovrebbe scaldarlo e in- somma dovrebbe risolversi essa
medesima nel calore del calore ; (1) Di sbieco, perchè il superamento hegeliano
dello spinozismo è riferito, non già a proposito dell’Essenza e nella
determinazione dell’Attualità, ma a proposito del concetto e nella
determinazione della soggettività. Cfr. SPAVENTA, Logica e Metafisica (ed.
Gentile, pag. 359). Ma anche rispetto alla soggettività il sè spinoziano della
Causa sui non è bene inteso da lui, come dal Gentile. (GENTILE, Teoria dello
spirito, ctc. pag. 186). (2) SPAVENTA il che è assurdo. E analogamente si
ragioni per qualunque altro esempio di rapporto causale da quello della causa
infinità indi- cato da Hegel fra Dio e il creato, a quello pure hegeliano,
della causa finita fra la pioggia (causa) e Pumidità (effetto) (1), non po- tendosi
mai in nessun caso vincere là questione col pensiero della costante identità
riguardo al contenuto (sostanza, acqua), mal grado la differenza evidente nella
forma ; perchè la questione della forma, nella ricerca della causa essendo
capitale, non può ridursi a quantità trascurabile. E insomma evidente che non
si potrebbe trarre alcuna utilità dalla tesi dell'effetto che fa causa la
causa, salvo che non si potesse attribuire un senso alla tesi dell’iden-
tificazione dell'effetto colla causa della sua causa. Ma non c'è forse
paradosso che, grazie alla perizia d'un brillante scrittore non possa parere a
qualcuno fecondo di utili risultati ! Se ora si riflette al fatto che col
processo dialettico hegeliano : sostanza-causa-reciprocità, la necessità assoluta.
rivela il suo intimo contenuto sicchè le sue. determinazioni successive non
sono glà estranee luni allaltra ma momenti di un solo e me- desimo tutto
rientrante in sè stesso, s'intende facilmente come, per Hegel, la necessità si
trasfiguri in libertà concreti e positiva e la sostanza trovi Lie sua. verità
nel Concetto posto come la potenza delli necessità e della libertà reale,
verità ed unità del- PESsere e dell'Essenza. Ma su questo concetto hegeliamo
della risoluzione della necessità nella Hbertà — che è pure un altro punctune
salienz di Spinoza — avremo occasione di ritornare direttamente nella parte III
(2). Circa la causa finale Hegel ammette che vhanno cause finali nell natura,
anzi che tutto è causa finale, perchè questa è Ta sola causa vera contenente in
sè la ragione della propria deter. minazione. Scartando poi, con elegantissima
discussione, il modo ordinario della rappresentazione della causa finale cioè
il rive. stimento che piglia nella nostra coscienza — come una rappre (!)
HEGEL, op. cit., $ 153. (2) Il KornIG non attribuisce ad Hegel un posto
particolare nella sua ras- segna storico-critica, contentandosi di dichiarare,
nella Einleitung del vol, I, che l’idealismo trascendentale postkantiano appare
come la conclusione sodisfa- cente del precedente sviluppo storico dei
concetti, (op. cit,, pag. 15). Ma questa lacuna non è in alcun modo
giustificabile. 196 CAPO NI sentaziene anticipata del fine o un effetto
realizzato dopo un'idea preconcetta, scelta, prevista e voluta — assegna alla
attività della natura la pura finalità razionale senza coscienza e riflessione,
la finalità immanente ed interna, insomma, affatto irreducibile a quella che
s'incontra nelle opere dell'industria umana. Nella natura, secondo lui, il fine
si realizza semplicemente in quanto si realizza la causa, perchè la causa
sviluppandosi tocca il pro prio fine, senza uscire da sè, Questa dottrina della
causalità finale immanente ed incosciente segna certo un progresso
straordinario nella purificazione del concetto teleologico. L'ipotesi della
trascendenza causale al suo confronto entifica più chiaramente la sua chimera.
Ma in fondo nemmeno l’idea d'un universo dotato d'una finalità interna riesce 2
liberarsi dalle objezioni di Spinoza e di Kant. La fusione graduale delle
finalità con l'attività autoctona dell'universo tende senza dubbio a cancellare
laspetto antropomorfico del principio teleologico, ma non riesce a sostituirgli
una concezione soddisfa- cente, Non vi riesce, perchè il principio del
finalismo immanente senza l'immanenza della coscienza non ha senso. Che
significa proporsi un fine senza. sapere (spirito)? Tal finalismo non è umano
certo, ma neppur finaie. Come potrebbe proporsi un fine ciò che non ha
intenzione, ciò che non sa? Affermare che il fine si realizza nella natura (non
amcora spirito) in quanto si realizza la causa senza uscire da sè, val quanto
identificare ogni causa con lautocausa e colla sua cansa finale (finis sui),
cioè affer- mare che ogni causa è cansa finale. IL che è la tesi, non la sua
prova... Di più, la nozione di causa finale (se sì ammette) non esige forse che
si dia un senso alla nozione correlativa di effetto iniziale? Ma qual senso si
può dare alla nozione d’una successione logica (dialettica) dello spirito alla
natura, irriduci- bile alla successione sensibile (temporale), mentre poi
questa deve essere riducibile in fondo a quella, com'è l'esigenza fonda-
mentale del panlogismo ? Finalmente è ovvio che la teleologia hegeliana resta
ancora confitta nel pregiudizio d’una causa, mentre il concetto di ‘questa non
è che un mero ideale di perfezione di cui la ra gione nostra si forma
arbitrariamente un’ipostasi. Discutere poi sulla preferibilità dell’ipostasi
assunta a spiegazione cau- sale dell’universo è possibile ed anche utile per i
bisogni rego- lativi della nostra vita teoretica e pratica, ma la natura ipote-
tica del principio non cambia. $ 3. — Un indirizzo filosofico affatto diverso
dal precedente perchè si riattacca alla scuola scozzese, pure apportando un
nuovo contributo alla storia delle idee, è l’intuizionismo vo- lontaristico.
L’autore più importante che ha sviluppato con brillanti ri- cerche psicologiche
questa tendenza è il Maine de Biran, il rico- nosciuto fondatore della scuola
spiritualistica francese del se- colo XIX. Nell’Introduzione al suo Lssai sur
les fondements de la psychologie (che malgrado le oscillazioni della critica
del M. di B. si può considerare come formula capitale della sua fede
filosofica), l'io è posto come il vero fatto primitivo della vita interna e non
già come sostanza ma come forza produttrice di certi effetti. Fa d’uopo subito
avvertire che la coscienza rivela. trice della nostra interiore attività non ci
dà punto questa. forza allo stato di nozione ma allo stato di sentimento
immediato. anteriore alla nozione astratta che lo spirito in seguito :se ne fa
(1). Per questo sentimento noi ci sentiamo come cause rela. tivamente a certi
movimenti o modificazioni operate nel nostro organismo che consideriamo quindi
come effetti. Il fatto primi- tivo di questa forza è ciò che noi diciamo sforzo
; e a buon diritto perchè la nostra forza produttrice interiore o causalità
effettiva non si può esercitare se non vincendo qualche resistenza e pro-
priamente l'inerzia dei nostri organi (2) «Le point de vue qui pourra rémonter jusqu'an
véritable fait primitit du sens in- time, se placera entre ces deux doctrines
(l’empirismo o sensismo e l’apriorismo o razionalismo) qui sont plus éloignées
Pune de autre par la différence de leur objet qu@oppostes par la con- trariété
de lenrs principes... Il tronvera dans Pexpérience in- térieure une base
commune » (3). | La psicologia che si fonderà su questo punto di vista sarà in
(1) MAINE DE BIRAN, uvres inédites par Naville, I, 36-47 (2) Ibid. I, 48. (8)
Ibid. I, 69. 198 CAPO NI certo modo la sintesi del fatto e dell'idea, mediante
il fatto primitivo del senso intimo, fatto contingente in quanto fatto,
eonecessario in quanto primitivo. È il sentimento immediato della causalità
zampillante dal cuore della coscienza che deve essere il fondamento della
scienza dell'anima (1), se questa non vuol ridursi — per fare astrazione dalla
ricerca della causa, — ad essere un edificio puramente logico. L'tomo ha un
senso superiore a tutti gli altri per cui si riconosce come potere di
cominciare e d’eseguire liberamente un atto o una serie di atti. Questo potere
si verifica col suo stesso esercizio e quindi porta con sè il suo criterio
ricco di tutta Pe- videnza del senso intimo (2). Introdotto questo punto di
vista generale, il M. de B. aggiunge vasti e profondi schiarimenti nella parte
diretta del saggio. Posto il sentimento dell’io come ll fatto primitivo della
coscienza e identificato Yio con la co scienza della nostra attività interiore
esercitantesi nello sforzo, mediante il sistema dei muscoli volontari della
vita animale (che è il vero organo del senso dello sforzo), egli deduce che il
fatto primitivo è uno sforzo voluto, inseparabile da una re- sistenza! organica
o da una sensazione muscolare di cui Vio è la causa. Questo fatto è dunque un
rapperto di cui i due termini xono distinti, senza essere separati. « IL va dans
Veffort deux elements: une force ivperorgamique naturellement en rapport avec
un resistance vivante » (3). La causalità, riferita ad un tipo interiore, sfidia argomento
di Hume (tr. Sarebbe superfino prolungare queste citazioni. Dunque,
riassumendo, in ehe modo Pio acquista la conoscenza della causa? Semplicemente
colla coscienza della sua propria attività, identificata colla coscienza dello
sforzo (5). Sforzo. azione voluti. causa sono identici col fatto primitivo
della coscienza (6). Chiarita la dottrina escogitata dall'originale
spiritualista per salvarsi dallo scetticismo di Hume, riesce abbastanza facile
la (1) Ibid. I,
74. (2) Ibid. I, 90-100. (8) Ibid. I, 216. (4) Ibid. I, 258. (5) Ibid. I, 259.
(6) Ibid. 1, 47-49. |”
Cm o tu critica. Anzitutto si può notare che il M. d. B. non fa mostra Che di
una serie di asserzioni psicologicamente eleganti. Questo significa che alla
sua spiegazione bisogna attribuire un carattere puramente arbitrario. Già il
Masci, nel criticare dal più ampio punto psicologico questa. dottrina circa la
nascita della coscienza, ha dovuto pro- vare che il Maine de Biran non sa
sfuggire al circolo vizioso della nascita della coscienza dalla volontà e della
volontà dalla coscienza, quindi concluse che, per quanto ingegnosamente pen-
sata, la sua teoria non ha altro valore che d'una escogitazione destituita di
prove (1). Attenendomi al criterio generale del Masci ma passando alla
controversia che ci riguarda, aggiungerò un’objezione che mi pare definitiva ed
è che il Maine de Biran si fa della necessità, e tanto più della maniera di
dimostrarla, una idea straordinariamente rudimentale, anzi a dirittura
antiscien- tifica. E l’idea che potrebbe farsene un artista, o un sognatore
qualunque. Difatti che ogni uomo sano di mente e di corpo abbia il sentimento
immediato della sua forza produttrice di certi movimenti e modificazioni del
suo organismo è innegabile. E che ognuno di noi possa dirsi causa effettiva
delle operazioni che fa, è omai un'abitudine di linguaggio, contro cui sarebbe
tempo perso reagire. Ma che il concetto di causa si riduca a quell’em- pirico
sentimento che io possa avere di me come forza capace di voler compiere uno
sforzo qualunque, e che nel senso intimo di questo fatto (che posso ammettere
come primitivo) io debba trovare la sintesi del contingente e del necessario
(contingente in quanto il fatto è fatto, necessario in quanto è primitivo) è
tal giuoco di parole che non può essere preso sul serio (2). Dunque il Maine de
Biran che crede di sfidare l'argomento di Hume, riferendo la causalità ad un
tipo interiore 0 meglio al suo tipo interiore, non fa altro che illudersi inge-
nuamente d'aver risolto la difficoltà. Come può egli dimostrare che il semplice
fatto dello sforzo muscolare direttamente colto possieda davvero tutti i
caratteri che PHume attribuisce a quel (1) MASCI, Coscienza, Volontà, Libertà,
Lanciano, 1884, pag. 10. (2) Anche il SIGWART riconosce che il sentimento della
causalità non è dato col puro sentimento della forza inerente alla coscienza di
volere (cfr. Der Be- griff des Wollens und sein Verhiltniss zum Begriff der
Ursache). 200. i CAPO XI concetto di causa che vuole scalzare? Il Maine de
Biran dice che la causalità interna dello sforzo voluto è connessione di
necessità inerente alla primitività del fatto. Ma cotesto fatto non è
semplicemnte empirico? E se anche non lo fosse, come potremmo saperlo? Perchè
allora, bisognerebbe ammettere che tutti i fatti di sentimento immediato sono
necessarj. Ma non abbiamo invece anche il sentimento immediato dei nostri fatti
interni puramente contingenti? Ogni successione semplicemente cronologica di
fatti interni più o meno abitualmente avvertita dentro di noi sarebbe allora in
pari tempo una connessione logica? I difensori del Maine de Biran farebbero
degli sforzi inutili per salvare questa teoria dal fallimento. Da una
conoscenza semplicemente contingente dei fatti della nostra coscienza è
impossibile salire — senza il soceorso della ra- gione alla conoscenza della
necessità ; come è impossibile pas- sare con rigore dall'esperienza della
congiunzione temporale dei fatti interni alla cognizione scientifica della
connessione razio- nale dei fatti esterni. Ni vede che il Maine de Biran si
contenta di ricavare dal senso intimo dei suoi rapporti tutto ciò che dap-
prima vi ha messo dentro egli medesimo. La sua tattica è sempre questa i
afferrare il rapporto tra la volizione e il movimento € poi prockimarlo
necessario alla Iuce della coscienza, e per le. gittimare la trasformazione
della contingenza nella necessità appoggiarsi sulla primitività del fatto che
porta il suo ceri. terio di necessità dentro di sè, perchè ciò che è primitivo
è ne- cessario. Dunque, chi non lo vede? IL Maine de Biran dà al con- cetto di
necessità nn significato alogico, cioè diametralmente opposto a quello in
questione, Perciò può sfidare Hume ; perchè non parla della stessa necessità,
salvo Pomonimia della. parola. Questo rilievo che mi pare importante è sfuggito
tanto al Koe- nie (1) quanto al Cesca (2) che pure hanno fatto diligenti ricer
che sulla dottrina causale del Maine de Biran. Anzi il Cesca, mentre respinge
la prima parte della dottrina del M. d. B. che pone L'origine della nozione di
cansalità nella relazione tra la volontà e il movimento muscolare, fa aperta
difesa della origine » (1) KOENIG, op. cit... II, pag. 1-23. (2) CESCA,
L'origine del principio di causalità, Padova, 1885, pag. 25-33. della nozione di causalità nella relazione
tra la volontà e la di- rezione del nostro pensiero. Se non che l’objezione qui
messa avanti contro la dottrina del M. d. B. non manca di ricadere anche sopra’
di lui e per la stessa ragione. Nè ciò è tutto. La nostra critica ha ancora il
dovere di rilevare che la dottrina del M. d. B. non è superiore nè
all’empirismo nè al razionalismo (1), perchè, se il sentimento di potere
ottenuto mediante il senti- mento dell’attività nostra e dello sforzo che
accompagna ogni no- stra volizione è importante almeno per la coscienza (se non
per la scienza) della causalità (punto troppo obliato dalla critica), non meno
importante è la esperienza di quel potere attivo che avver- tiamo nel passaggio
dal così detto esterno all’interno, l’esperienza cioè non solo del post hoc ma
del propter hoc nelle cose esistenti praticamente fuori di noi. Invero noi non
postuliamo L'esistenza d’una forza o attività come causa dei movimenti esterni
da noi percepiti per la sola analogia dell’attività volontaria che po niamo
come causa di movimenti del nostro corpo in seguito alla coscienza immediata.
L'esperienza della forza esterna è in noi non meno legittima della esperienza
della forza interna. Quindi erra restando solo a mezza via chi crede di poter
risolvere solo in un senso o nell'altro la controversia. Il mondo reale che con
le sue vicissitudini necessarie e contingenti ci sta continnamente dinanzi è
vivente e causale così nella natura come nel pensiero. Non gli esterioristi
hanno diritto di chiudere la bocca agli Inti. misti, nè gli aprioristi hanno
diritto di mandare a spasso ji se- quaci dell'aposteriori (2). (1) Il KoENIG
per contro ritiene che il M, d. 3. è superiore sia all’empirismo che
all’apriorismo (op. cit., II, pag. 12). Egli inoltre lo loda per essersi ricon-
giunto con Berckeley; per aver stabilito che noi ci conosciamo come esseri
attivi; per il suo concetto della coscienza dell’io, intimamente legata alla
co- scienza del non io (con effetto reciproco); per aver oltrepassato Kant,
agli occhi del quale l’io e il non io sono solo il pensante € il pensato e
questi non sono ‘ ancora in relazione causale fra loro ; per aver posto l’io
più come un soggetto che vuole, che come un soggetto che pensa. (2) Secondo il
KOENIG, la teoria causale del M. d. B. è insufficiente sotto tre aspetti:
perchè il concetto dell'attività della volontà invece di fondarsi sui dati
immediati della coscienza è il prodotto d’un gruppo di interpretazioni
empiriche; perchè dalla coscienza della nostra attività volitiva si può solo
de- durre la nozione della causalità immanente (non quella della c. transitiva);
perchè in ogni caso il trasporto del concetto causale su oggetti esterni mate-
202 CAPO NI St. — La dottrina causale di Schopenhauer ha, per la definizio- ne
logica del concetto di causa, un'importanza scientifica straor- dinaria, perchè
in essa per la prima volta si riconosce nettamente che la funzione essenziale
della causalità è l'unione del tempo e dello spazio. Veramente questa teoria è
fondata sopra una teoria della conoscenza e una concezione dell'universo
insieme così reali- stiche e pure idealistiche, così empiriche e pure
trascendentali e in pari tempo sfornite a tal segno di verificazione che pare
impos- sibile che egli abbia potuto sbarazzarsi la via da tanti vani fanta-
sini per depurare con sì netto giudizio critico la sua nozione. Però non
bisogna obliare che noi stessi dobbiamo scrupolosamente spo- gliare la sua
dottrina da tutti gli arzigogoli che l’avviluppano, se vogliamo tenere alla
stretta verità di valore scientifico che importa stabilire. La sua metafisica
sopra lobjettivazione imme- diata (idee; e mediata (corpi) della volontà, sopra
la formazio- ne del mondo come fenomeno cerebrale dal fatto concreto della
rappresentazione oppositrice dei due mondi speciali del soggetto e dell'oggetto
è troppo nota ai lettori, perchè una minuta ana- lisi possa ancora essere utile
qui. Notiamo solo in generale (1) che nella formazione del mondo oggettivo
secondo S., sì riscon- trano due fasi: la prima è semplice coscienza delle
sensazioni brute e costituisce il materiale greggio della conoscenza ; la se-
conda, distinta in due gradi, è Pelaborazione della molteplicità operata dalla
sensibilità colle forme a priori dello spazio e del tempo, e Velaborazione
dell'unità eperata dall’intelligenza in senso stretto colla forma pura della
causalità, per cui da un riali si presenta come atto arbitrario della
conoscenza inesplicabile e logica- mente non motivato (op. cit., II, pag. 23).
È facile intendere come i due ultimi appunti, provano il carattere rudimentale
ed incerto dell’aitiologia Biraniana. Ma il 3° appunto del KoENIG non è che la
ripresa della forte objezione già mossa dal Cousin nella XIX lezione del suo
Cours de l’histoire de la Philosophie, dove prova l’impossibilità in cui si
trova la filosofia di dedurre dal sentimento della causa interna l’idea delle
cause esteriori, e di spiegare così il principio di causalità (Cousin,
OQeuvres, édit. Hauman, I, 279-284). (1) La natura ristretta della presente
ricerca mi impone di considerare SCHO- PENHAUER più come un seguace
dell’apriorismo di Kant, che come promotore del Volontarismo. Per questo mi
arresto naturalmente all’opera Der Satz v. Grunde (Wi. III) il cui pensiero
direttivo fu conservato nell'opera maggiore Die Welt als Wille und Vorst. lato
applicando le forme a priori del tempo e dello spazio al materiale greggio
delle sensazioni si oppone alla molteplicità instabile del fiusso temporale
(successione) la molteplicità sta- bile della persistenza spaziale (posizione),
dall’altro applicando ai vuoti quadri fenomenici delle molteplicità temporale e
spa- ziale la forma piena a priori della causalità si riconciliano le forme del
flusso instabile del tempo colle forme della persistenza stabile dello spazio.
Il risultato di questa unione dei prodotti della sensibilità e
dell’intelligenza in senso stretto, è la materia 0 lazione, semplici sinonimi
della causalità. Da ciò si deduce che la conoscenza della causalità è l'unico
scopo dell’intelligenza (Verstand). Es- sa ci fa sapere in altri termini, ciò
che ‘dura cangiando o che cangia durando, il mobile nell’immobile, o l’immobile
nel mo- bile, in quelle funzioni cerebrali o forme fondamentali della
conoscenza (tempo, spazio, causalità) che costituiscono il cam- po attivo,
dell’intelligenza, in tutto e per tutto correlativa alla materia. Togliete
l’intelligenza o lazione e voi non avrete più la materia, togliete la materia e
vi sarà impossibile così l'intelli- genza come l’azione. Materia e intelligenza
non sono che una sola e medesima cosa esaminata da due lati opposti. Tanto fa
dunque dire che la materia è incorporale, quanto lVatfermare che Vintelligenza
è materiale. Ma limitiamoci allo studio della causalità. Secondo Schopenhauer
la legge di causalità non vale che per l'ordine dei fenomeni a titolo di
principio regolatore, ed essa è a priori, funzione essenziale della nostra
intelligenza. Inoltre solo il mondo oggettivo è retto dalla legge di causalità.
Il mondo del soggetto se ne sottrae, e infine non vi è causa- lità nel rapporto
tra soggetto e oggetto. Sarebbe nondimeno erroneo ritenere che le nostre rappresentazioni
stanno in una connessione regolare soltanto per virtà del rapporto unitivo di
causalità, per la ragione che tutti i rapporti possibili tra le nostre
rappresentazioni soddisfano insieme alle due leggi dell’o- mogeneità e della
specificazione. Per la prima conveniamo che cl è affatto impossibile
rappresentarci nessun oggetto come esi- stente per sè e indipendente, come pure
niente di singolo e di isolato può diventare oggetto per noi. È appunto questa
asso- ciazione che trova la sua espressione generale nel principio di 204 CAPO
XI ragion sufficiente (Sato con Grunde). Per la seconda e dopo un esame
particolareggiato, si stabilisce che questa associazione, sempre ritenendo il
suo elemento comune assume quattro forme radicali diverse secondo le diverse
sorta degli oggetti, che egli tratta praticamente con questo ordine: principio
di ragion suf- ficiente del divenire (p. fiendi), del conoscere (p.
cognoscendi), dell’essere (p. essendi), dell’operare (p. agendi), mentre
afferma che sistematicamente dovrebbero essere ordinate così : p. essendi,
fiendi, agendi, cognoscendi, Il principio dell’essere (essendi) vale pei
rapporti di spazio e tempo e in accordo con la. necessità matematica; il
principio del divenire (fiendi) vale pei rapporti fra causa ed effetto ed in
accordo con la necessità fisica, il prin- cipio dell’operare (agendi) vale pei
rapporti fra motivo ed azione ed in accordo con la necessità morale, il
principio del conoscere (cognoscendi) vale pei rapporti fra la ragione e
conseguenza. ed in accordo colla necessità logica. La differenza fra questi
quattro sienificati del Nets ron Grunde non è sempre stata atferrata con
chiarezza. Oltre alle cose dette, si ritenga che nel caso del divenire (fiendi)
c'è applicazione del principio di ragione suffi- ciente ai cambiamenti degli
oggetti (che debbono sempre avere una causa); nel caso del conoscere
(cognoscendi) c'è applicazione del principio ai soli giudizj (che per essere
veri debbono sempre avere una ragione); nel caso dell'essere (essendi) non si
tratta nè di cambiamento ne di sola ragione di giudizj, ma di pure intuizioni
formali di spazio e tempo; nel caso delloperare (- gendi) infine Fapplicazione
si fa al volere e concerne la causalità degli avvenimenti interni. Rispetto al
principio del divenire (fiendi) che è il vero caso del rapporto di causalità.
si noti ancora che la causa, secondo S., prende tre forme la causa in senso
stretto (Ursache) per le cause meccaniche fisiche e chimiche dei corpi
inorganici ; lo stimolo o Veccitazione (/2ci%) per le cause organiche degli
esseri vegetali; il motivo (Motir) per le cause volontarie degli esseri
animali. Aggiungere altri particolari di gnoseologia e metafisica sarebbe
ozioso. Veniamo subito alla critica. Due cose insussistenti, fra Valtro, si
rilevano da questa. dot- trina, cioè la necessità di tutte le forme
d’associazione delle nostre rappresentazioni vincolate dal Safe ron Grunde, e
la causalità vera e propria senza necessità logica. O dunque Scho- penhauer dà
ad ogni serie temporale e spaziale appresa empi- ricamente il valore di
necessità, ma la cosa non cessa d’essere praticamente vana nonchè falsa
malgrado ogni asserzione con- trarla, o egli pone come necessarj solo alcuni
rapporti di tempo e di spazio, per esempio quelli che egli dice matematici, sia
per l’aritmetica, sia per la geometria, ma non ci addita alcun ceri- terio nè
di distinzione nè di prova. Ciò significa che egli parla gratuitamente di
necessità. O dunque Schopenhauer ritiene che il semplice pronunciato
dell’intelligenza sid capace non solo di dare il ripieno della causalità alle
forme vuote dello spazio e del tempo, ma di conferire senz'altro il pregio
della necessità causale alle serie contingenti dello spazio e del tempo. Ma
qual! governo egli faccia della contingenza, in tale supposizione noi dobbiamo
attentamente osservare. Che Schopenhauer sia obli- gato a largire non solo la
necessità, come già fu detto, ma la causalità a tutti i fenomeni del mendo, non
è evidente? Dunque che cosa ci resta ancora da fare scientificamente dopo ciò, €
per quello scopo pratico che non si contenta di aforismi? Una cosa
semplicissima ma ben amara. Sapere che il principio di ne- cessità e di
causalità vige in tutto il mondo in quanto è dato nelle nostre rappresentazioni
dal Sats ron Grunde, cioè sapere teoricamente che tutto è necessario e che noi
viviamo diretta- mente la causalità nel suo intimo senso, ma ignorare pratica
mente la dimostrazione anche del più modesto rapporto di can. salità. Esser
immerso nella fontana della necessità e morire assetato, tale sarebbe la triste
sorte riservata allo scienziato che si lasciasse sedurre dalla ingannatrice
prospettiva aitiologica di Schopenhauer. E il vizio dell’apriorismo spinto
all'estremo (1). (1) Anche il KoenIG ha fatto giustizia dell’esagerato
criticismo aprioristico di S. a questo riguardo e più ancora riguardo alla
questione della cosa in sé che vizia tutta la concezione schopenhaueriana della
causa. « Nun bekennt sich ja aber Schop. zum Kriticismus und von diesem
Standpunkte aus betra- chtet ist seine Lehre geradezu unsinnig und
widerspruchsvoll. » (IKOENIG, Op. cit., 72). Non meno vivacemente il Koenig
combatte la tesi schopenhaueriana della volontà come causalità veduta dal di
dentro, rimandando alla precedente confutazione della stessa tesi a proposito del
Maine de Biran (op. cît., pag. 74). Contro questo errore cardinale
(Cardinalirrthum) il Koenig ripete che noi, nel volere, non possiamo essere
coscienti di una causalità transitiva, passante dal 206 CAPO XI Comprendo che
sarebbe ridicolo confondere la questione gno- seologica della causa colla
questione scientifica esatta, come ho già notato più volte e specialmente nella
critica della teoria di Kant. | Ripeto ben volentieri cono Schopenhauer che il
dire che una causa debba essere esterna, secondo la massima probabilità, di-
pende già da una legge, la cui origine è nel nostro cervello, la quale è non
meno subjettiva della stessa sensazione. Più tosto trovo da osservare qualche
altra cosa ed è questa: Vapriorismo formalistico di Kant, ripetuto qui pedissequamente
da Schopen- haner (salvo Vintellettualità dell'intuizione), non è che un po-
stulato. A complemento del nostro giudizio ci resta ad esaminare il punto più
importante della teoria di S., cioè la tesì della cau- salità come unione
intellettuale del tempo e dello spazio. Il primo pregio di questa tesi è di
porre la causalità come sintesi di necessità razionale e di contingenza
temporale e spaziale come sintesi cioè di verità di intelletto e di intuizione.
Una pura rapso- dia di intuizioni temporali e spaziali non si risolverà mai in
una connessione causale, L'altro pregio di Schopenhauer è di conci. Hare il
tempo e To spazio nella definizione della causalità. La scuola empirica più
intransigente non isolava che il fatto della sticcessione. Schopenhauer capì
che nell'ordine non si da rela- lazione di tempo senza relazione di spazio,
cioè non sì dà succes- sione senzit posizione, e concepì ki causa come funzione
formale unificatrice di tempo e spazio. Bisogna saper grado al potente genio di
Danzica d'aver fatto questa scoperta, che dà virtual. mente il colpo di grazia
a tutte le vecchie definizioni unilaterali del concetto di causa. Ma
Sciepentaner stesso non s'è del tutto accorto dell'importanza logica della suit
scoperta e non poteva accorgersene, visto che non sapeva ancora liberarsi
dall’esage- soggetto all'oggetto, che neppure ci può esser questione di una
coscienza della causalità immanente fra motivo e decisione, perchè a detta
dello stesso Scho- penhauer, i motivi nella maggior parte dei casi rimangono
fuori della coscienza. Perciò egli dichiara sotto ogni aspetto insodisfacente
la teoria di S.: «Wir miissen demnach die Theorie unseres Philosophen ilber den
Ursprung des Causalzusammenhanges in der Natur als eine in jeder Hinsicht
unbefriedigende erkliiren » rato apriorismo che lo sbalzava in una direzione
non conforme alle esigenze della scienza moderna. Ma io credo e spero di mo-
strare più innanzi qual maggiore utilità se ne possa trarre per la soluzione
seientifica del problema causale. | Rispetto alla causa finale, Schopenhauer
con la sna seuola è partigiano della finalità incosciente. Connettendosi alla
Dialet- tica trascendentale di Kant, Schopenhauer ritiene che l'inter-
pretazione d'una finalità universale cosciente riposi in fondo Sopra una supposizione
naturale ma falsa (1). La finalità per lui può esser considerata come un
istinto animale. Così adduce molti casi d’istinti artistici, come quello degli
insetti, nell’in- tenzione di gettar Iuce sopra l'azione della volontà sfornita
di co- noscenza. L’istinto d’altronde non funziona che come un com- mento
all’attività creatrice. Giustamente il Janet, nella bril- lante confutazione
della finalità istintiva sostenuta da Scho- penhaner, osserva che il
zoomortismo (dell’istinto) sostituito al- l’antropomorfismo (dell’intelligenza)
non apporti alcun vantag- gio, mentre cen revanche elle présente de bien plus
grandes difficultés » (2), e in ultima analisi conclude che la filosofia di S.
non merita altro nome che quello di ilozoismo (3). $S 5. — Dopo il primo
trentennio del secolo XIX e nella sosta del pensiero filosofico tedesco fine ai
due terzi del secolo all’in- circa, col primo nascere e fiorire cioè delle
dottrine positive, la critica dell'’Hume torna a dare il motivo e Vimpulso alla
in- terpretazione empirica del problema causale. L'attenzione sopra tutto si
rivolge all'aspetto puramente objettivo del problema, nelle scienze fisiche e
naturali escludendo la considerazione me- tafisica (4). Risalendo alla fonte
del positivismo non si può non (1) Die W. als. W. II, c. 26. (2) JANET, op.
cit., 511. (3) » » 515. (4) Mi pare inutile insistere sopra il famoso
ostracismo dato dal Comte alla ricerca delle cause intime dei fenomeni, sia
prime, sia finali. È notissimo che il C. rifiuta tale ricerca come essenzialmente
metafisica, cioè trascendente il compito delle scienze e della sistemazione
positiva del sapere. « Dans l’état positif, l’esprit humain reconnaissant
l’impossibilité d’obtenir des notions abso- lues, renonce à chercher l’origine
et la destination de l’universe, et è connaitre les causes intimes des
phénomènes » (Cours, I, pag. 10). 208 CAPO XI avvertire che il Comte malgrado le sue evidenti
attinenze con Locke e Hume per ciò che concerne la rinunzia alle vecchie
interpretazioni metafisiche della sostanza, della causa e della forza, la
preoccupazione della scoperta delle leggi, la conside- tazione quasi kantiana
della relatività della scienza e del feno- menismo, si spinge ancora più in là
di essi nel ritenere empiriche e naturali tutte le scienze, comprese le
matematiche (1). Da ciò segue laudace conclusione che Ta causa per il Comte
alligna anche nella matematica, posta da lui in cima alla scala enci-
clopedica, come lo strumento -più potente dello spirito umano nella ricerca e
nella prova delle leggi dei fenomeni naturali. E poichè la matematica, secondo
lui, si distingue in matematica astratta o calcolo (estensione della logica
naturale) e matematica. concreta, suddivisa in geometria e meccanica razionale,
questa per l'aspetto dinamico, quella per l'aspetto statico dei fenomeni
dell'universo, anzitutto il problema generale della meccanica, pigliando natura
e portata causale diventa questo: determinare l’effetto che produrranno su di
un corpo varie forze agenti si- multancamente, quando sì conosce il movimento
semplice che risulterebbe dall'azione isolata di ciascuna di esse, ossia deter-
minare i movimenti semplici la cui composizione darebbe luogo ad un movimento
composto conosciuto (2); quindi il carattere “altiologico della meccanica
razionale si specifica nelle tre leggi causali di Keplero, di Newton e di
Galileo (3). Non importa discutere ora la questione, se nella matematica ove
parrebbe che si dovesse far astrazione dal concetto di tempo possa invece
inserirsi la considerazione della causa in cui il fattore della successione
entra per necessità, e se la meccanica per quanto razionale, dato la natura
causale del suo problema implicante il criterio del tempo, non debba piuttosto
rientrare nella fisica. (1) Il LÉvyx-BRUHL (La philosophie d’A. Comte, Paris
1900, pag. 143 e seg.) apprezzando il tentativo comtiano di render
perfettamente omogeneo l’intero sistema delle scienze sulla base di una comune
naturalità vorrebbe trovare un precedente in Descartes per il tentativo del
metodo universale valido per tutte le scienze. Ma le sue ragioni non sono
convincenti, perchè l’unificazione metodica cartesiana è analitica e razionale,
quella di Comte per contro è em- pirica e naturale. (2) COMTE,
Cours de philosophie positive, 58 ed., Paris, 1892, vol. I, Lez. I, III, IV. (3) Op. cit., II, Lez.
X)X. Quel che è utile notare è che la determinazione delle leggi cau- sali
della meccanica razionale dovrebbe, secondo il Comte, esser dovuta solo
all'impiego del metodo matematico, data la classi- ficazione comtiana delle scienze.
Or qui appare nettamente la fallacia della teoria del Comte; perchè egli
afferma che le leggi della meccanica ci sono date dall'esperienza come quelle
del resto della Geometria, essendo ogni questione matematica, per la parte
concreti, fondata necessariamente sulla considerazione del mon- do esteriore e
frattanto essendo impossibile ridurla ad una mera serie di deduzioni razionali
più o meno prolungata. Ciò vuol dire, se non erro, che la famosa perfetta e
omogenea unità del metodo matematico fallisce senza rimedio per le mani stesse
del Comte, che da un lato pretende di far sparire ogni differenza metodica fra
scienza e scienza, dall'altro introduce egli stesso una separazione incolmabile
fra la parte astratta o deduttiva: ela parte concreta o induttiva delle
matematiche (1). Di più quel che il Comte dice dell'esperimento, come
procedimento del metodo induttivo, predominante nella Fisica (2), prova a
chiare note la sua incapacità di comprendere il metodo sperimentale che egli
confonde sempre ora col metodo induttivo ora col me- todo empirico, Senza
seguire partitamente il Comte in tutto il suo minuto studio dei varj rami così
della Fisica come delle altre scienze, basterà ricordare che l’interpretazione
causale del (‘omte non differisce sensibilmente .da quella dell’Hume (3),
mentre in modo energico si distacca da ogni a priori sia della scolastica, sia
di Kant, sia di Hegel. (1) COMTE, op. cit., I, Lez. III (2) Op. cit., II, Lez.
XXVII, XXVIII. (3) Malgrado la sua profonda attinenza coll’Hume, il Comte, come
vedemmo, attribuisce una grandissima importanza alla determinazione scientifica
delle cause, tanto che l’introduce persino nelle matematiche. Trovo quindi
esagerato il giudizio del KòNIG il quale dichiara che il Comte ritiene senza
valore logico il concetto causale e scientificamente supertino (KONIG, op.
cit., pag. VI, VII). Certo il Comte (come in genere il Positivismo), poichè
vieta alla mente umana di dar senso alla ricerca dell’essenza, delle cause, dei
fini delle cose, e si appaga più del come che del perchè, nega ogni valore al
principio di causa- lità nel senso metafisico. Ma non insiste fermamente
sull’utilità di scoprire le leggi causali che reggono i fenomeni? Il Comte
vuole, è vero e lo proclama senza posa, astenersi dalla vana ricerca delle
cause (come entità in sè) per dedicarsi alla proficua ricerca delle leggi. Ma
la conoscenza scientifica delle Pastore — Storia critica del problema della
causalità 14 210 CAPO XI SG. — Il movimento critico-idealistico tedesco non fu
senza effetto sullo sviluppo dell’aitiologia italiana nella prima metà del
secolo NIN. Esso vi fece spiccare Vimportanza del fattore aprioristico
interpretato come condizione che rende possibile Vesperienza concreta delle
cause, ma in pari tempo acuì il gusto delle più astruse e men proficue
questioni del pensiero astratto. E se non fosse stato del Galluppi il quale,
con acume critico maraviglioso avvalorato dal retto senso della verità e della
realtà cocon quella sagace riserva scientifica onde nascono le utili scoperte nel
giro dei fenomeni interiori, xi oppose all’invadenza . dell'idealismo e del
razionalismo più intransigenti, senza però cessare dal combattere valorosamente
gli errori del sensismo, il pensiero filosofico italiano non si sarebbe destato
tanto presto dal suo torpore. La spiegazione causale del Galluppi è in certo
modo conci- liativa fra il soggettivismo aiticlogico assoluto e l'oggettivismo,
perchè ripone il fondamento dell'idea di causa nell’esperienza interna ed
esterna. I Galluppi ha parlato a lungo del problema della causalità nel Capo IV
del primo volume del suo saggio filoxcfico, ivi, e nel secondo volume ancora,
esponendo i pensa- menti di Docke, di Hume, di Reid e di Kant. I risultati
della cri- tica sono da lui stesso riassunti in questo modo perspicuo. «Io ho
dimostrato, 1. Che la nozione della causa che Hume ci dà, è falsa. 2. Che noi
abbiamo una nozione della causa efficiente. 5. Che questa nozione può esserci
somministrata dall'esperienza. 4. Che la massima: Non c'ha effetto senza una
causa è d’una certezza. infallibile @ priori. 5. Che questa massima non è un
giudizio s/nfetico @ priori, come pretende Nant, ma un giudizio poggiato sul
principio di contraddizione, ed una proposizione identica. 6. Che i giudizj
sintetici « priori, introdotti dal Cri- ticismo, sono assurdi, rd Che, sebbene
questa massima sia una proposizione identica, non ripugna che Ja eansa sia
distinta leggi della natura non si risolve nella conoscenza scientifica dei
rapporti cau- sali? Sembra quindi opportuno distinguere il concetto causale e
il suo impiego nelle scienze non negato come superfluo dal positivismo e il
principio cau- sale nel senso metafisico, a cui è vero che il positivismo nega
ogni valore. Una discussione seria non condurrà mai a confondere due cose
diverse così importanti. dall’effetto. 8. Che partendo da un essere mutabile,
si giunge legittimamente a conoscere l’esistenza di un Essere immutabile. 9.
Che in consegunza si può conchiudere da un'esistenza, oggetto . immediato della
esperienza, ad un’altra esistenza, che sotto Te- sperienza non cade. 10. Che
non è necessario, che questa seconda esistenza fosse capace di divenire un
oggetto d’esperienza, e che la distizione che si pretende stabilire fra le
verità dedotte della Fisica, e quelle della Metafisica su Pesistenza degli
oggetti su- persensibili, è arbitraria, e chimerica)» (1). In un altro passo
esprime luminosamente il suo pensiero. « La sensazione si mostra alla
coscienza, come distinta dall’essere che sente, e dall’oggetto sentito, e come
necessariamente legata a tutti e due. Se la sen. sazione è un modo dell’essere
sensitivo, essa racchiude nella sua nozione una connessione coll’'essere; se
essa è un sentire, è legata coll’oggetto sentito. Nel sentimento del me, il
quale sente un fuor di me, si trova dunque l’idea di una connessione fra due
esistenze, cioè fra il soggetto, e la modificazione, fra Ja sensa- zione, e
l'oggetto sentito. Il sentimento di un fuor di nie è il sen- timento di un
soggetto incognito, che mi modifica, cioè che fa esistere in me una modificazione.
Nel sentimento di un fuor di ine io trovo dunque la nozione di un agente, che
fa esistere in me qualche cosa, cioè trovo la nozione della causa efficiente.
Questa nozione si trova dunque tanto nel sentimento della propria attività, che
in quello della propria passibilità » (2). ST. — Il Rosmini, fattosi accorto
dell’insufficienza di qual. sivoglia. empirismo puro per quanto perspicace e
conciliativo come quello del Galluppi (che fu antisensista (3) e rianimato
dall’alito vivificatore del criticismo), si sforza di richiamare la filosofia
italiana a quell’altezza a eni Pavevano collocata i mag- giori. Nella prima
fase della sua dottrina, dal Nuovo saggio sull’origine delle idee (1830) alla
Logica (1853), il problema della causalità è considerato, al solito, dai due
punti di vista (1) GALLUPPI, Saggio filos. Milano, Silvestri 1846, vol. 1, lib.
I, capo IV, $, 128. (2) Op. cit., vol. III, lib. III, capo X, $ 64. (3)
GENTILE, Rosmini e Gioberti, Pisa, Nistri 1898, pag. 307 (estr. dagli Annali
della R. Scuola Norm. Sup. di Pisa, vol. XIII). 212 CAPO NI differenti ma
intimamente connessi della Logica delle scienze e della Metafisica. E utile
mantenere questa distinzione. Nella Logica, trattando del quarto modo interiore
d’argomen- tare cioè dell’/ntegrazione («ed è quell'argomento, pel quale. la
mente da una cosa cognita ne argomenta una incognita senza che questa cada
sotto la. sua esperienza, per la ragione che la cognita non potrebbe esistere,
come pur esiste, senza quell'altra incognitit» (1), assume energicamente la sua
posizione contro il sensismo, dichiarando che il principio di causa — se vha un
avvenimento dee avervi una causa — appartiene all'ordine che si trovi nella
relazione tra Tessere infinito e finito (2). Questo principio, specialmente se
ajutato da quello della ragion sufficiente <— ogni cosa dee avere la sua
ragion sufficiente — è fondamento ad una serie d'argomenti, che appartengono
all’in- fegrazione e conducenti a discoprire Vesistenza. d'una. causa del mondo
che non cade sotto P'esperienza (3). E risolve il pre- biema dello
sperimentare, per eni si ha la cognizione delle cause, nel senso che coll'arte
di esperimentare FPuomo costringe la na- tura a manifestare i fatti ch'ella
nasconde. I fatti che si vogliono rilevare mediante le sperienze (osser-
vazioni artificiali) sono i generali e costanti, da' quali dipendono tutti gli
altri e si considerano come cause degli altri (4). I fatti primigenj, generali
e costanti si considerano da° fisici come Cause, perché da pertutto dove sabbia
dimostrato esserci quel fatto, e le circostanze da esso volute, ne seguono
certi altri fatti. Reputare i fatti generali rere conse (metafisiche) sarebbe
incor- rere nel sofisma post hoc, ergo propter hoc, ma il fisico le chia- (1)
RosMIxi-SERBATI, Logica. Torino, Pombia, 1854, è 650. (2) Op. cit., è 684. (3)
» » » Il lettore comprenderà perchè non si riferiscono qui tutti i passi
rosminiani concernenti il concetto di causi; così la teoria della distin- zione
delle cause relativamente all'errore (disponitive, etticienti ed eccitanti, $
246, — quali siano disponitive della volontà agli assensi erronei, $ 285 — le
cause esterne che eccitano le passioni, $ 292 — le probabili, s 924 — le na-
CA: » è turali, $ 1128 — le piene, $ 1079 — le finali, $ 965). Nostro proposito
non è di racimolare tutti i passi in cui cade la parola « causa », nè pure di
ricopiare quelle speciali trattazioni didattiche che costituiscono il frasario
alla moda di ogni scuola. (4) Op. cit., $ 954.
ma cause, perchè approfittandosi della loro costanza se ne im. possessa
e fa nascere gli effetti che brama: così p. e. dice che la causa dell'acqua è
quella combinazione di ossigene e di idro- gene, quelle affinità ece. Nello
stesso tempo egli non ignora che In tutto ciò che porge losservazione esterna
non c'è mai vera causa (1). L'arte dunque d’esperimentare si riduce «a
collocare de’ corpi piccoli o grandi in certe posizioni reciproche e osser vare
quali azioni e modificazioni succedono » (2). Prosegue di- chiarando che la
scienza e Parte d'esperimentare ha le sue regole medie dipendenti dai principj
più universali della logica (3); ae- cenna pot quelle che devono governare le
ipotesi (4) non senza trascurare il severo monito che «fu parlato assai contro
le ipote- si: alcuni pensatori mediocri le proscrissero ; i sommi non mai» e
che le cause tisiche « sono soltanto certe circostanze date dall’e- sperienza
extra-soggettiva, poste le quali, s'hanno certi fatti co- stanti) (5), con
arguti riferimenti al Boscovich e alle tre celebri regole del Newton, porge luminosi
esempj dell'applicazione dei suoi principj (6); finalmente rende conto
dell'esatto e positivo risultato delle osservazioni e delle sperienze sempre in
ordine alla cognizione delle cause (7). Del senso delle vere cause è bene
riferire ancora il tratto più saliente a chiusa di questo sommario. € Dalla
regola precedente (de modi possibili d'essere cioè dell'esercitàrsi a
considerare le cose non solo come sono, ma come potrebbero essere) nasce
questa, che il filosofo. il quale ha già stabilito il principio, che Vuniverso
sia LPopera della mente. paragoni il modo in cui Te cose sono coi medi in cui
potrebbero essere, e cerchi la ragione sufficiente, per quanto gli riesce, che
gli spieghi perchè sono nel modo che sono, piuttosto che in un altro de' possibili.
Platone giudica questo studio quasi il solo importante, poichè conduce alle
rere cause delle cose, alle cause (1) Op. cit., è 957. (2) >» » dè 907. (3)
» >» $ 958-960. (4) » 961. (5) » $ 962. (6) » dd 961 note 19 e 2A, (7) »
>» dd 968-970. 214 CAPO NI prime; quando le cause efficienti in ragion
logica sono posteriori alla mente, che le elegge e modera » (1). Applicando
questi ultimi principj al problema metafisico della sausalità, noi vediamo che
a seconda dell’interpretazione rosmi- niana della natura dell'essere a priori
che applichiamo ai dati fornitici dall'esperienza sensibile giacchè causa è ciò
che non cade sotto i sensi ma sotto il pensiero, che va al di là della sen-
sazione (2) — varia il senso e il valore delle rere cause delle cose. Se Pessere
ideale è un principio di conoscenza e non di esistenza, fe varie cause sono da
considerarsi psicologicamente : sono invece da considerarsi ontologicamente se
quello è un principio di esi- stenza e non di conoscenza. La teoria delle vere
cause ci presenta il secondo punto di vista dell’aitiologia idealistica del
Rosmini, mi questa versa quasi tutta in materia di teologia e nei pochi tratti
concernenti la filosofia non dice cosa che meriti d’essere avvertita
separatamente. SUS. — Vincenzo Gioberti, miracolo d’ingegno filosofico, in--
vece di fare del problema della causalità una considerazione speciale, vi
impernia tutta la sua dottrina da cima a fondo e si sforza di provare come
tutte le verità e tutti gli errori diret- tamente 0 indirettamente nascano dal
buono o cattivo concetto della formola ideale che non è poi altro che il
concetto di crea- zione causale, coi termini essenziali che lo costituiscono. A
ben comprendere questo concetto saranno opportune alcune avver- tenze di
terminologia. Gioberti, d'accordo colla tradizione filo- sofica, anzitutto
distingue la causa dal principio. Per causa intende un principio che contiene
in sè La ragione e la determi. nazione dell’esistenza d'una coxa, mentre
l'esistenza della. cosa la cul ragione 0 determinazione si contiene nella causa
costituisce l'effetto. Per principio intende ciò che contiene in sè la ragione
d'una cosa, mentre questa cosa per riguardo al principio costi- tuisce il
principiato. Posta la formola: VEnte crea l'esistente, come due sono le categorie
del reale VEnte e Tesistente, così —_ (1) Op. cit. $ 991 (2) Breve schizzo dei
sistemi di filosofia moderna e del proprio sistema. Carabba, Lanciano 1913,
pag. 46. due sono gli ordini della causalità, non potendosi questa con- cepire
che come propria dell’Ente o dell’esistente. Quindi è ovvio distinguere la
causa prima ed assoluta dalla causa seconda e relativa; quella non è che V
Ente, questa l'esistente. Sulle ul. teriori divisioni e suddivisioni delle
cause seconde è inutile in- sistere. Procediamo invece alla notizia della
creazione che vera- mente è la relazione tra l'Ente e Vesistente cioè tra
l'Ente prin- ciplo-Causa e l'esistente principiato-etfetto. Lo schiarimento di
questo punto ci dà il vero senso e il vero valore dell’aitiologia di Gioberti.
Si tratta di capire bene come l’idea di creazione sia Inseparabile dall’idea di
causa presa in senso assoluto. Ecco li dimostrazione di Gioberti. « Benchè
l’idea di causa sia su- scettiva di varie modificazioni, egli è chiaro che
quando si ap- plica all'Ente la si dee pigliare in modo schietto ed assoluto,
senz’alcuna limitazione; altrimenti non potrebbe adattarsi quest'uso. Ora la
causa nel suo significato schietto e assoluto è prima ed efficiente, e se non
avesse queste due proprietà non sarebbe vera causa. Come prima, ella non è
l’effetto d’una causa anteriore; come efficiente, non produce la semplice forma
0 modalità de’ suoi effetti ma tutta la sostanzialità loro. Perciò, se rispetto
all’effetto, come effetto, la causa di cui parliamo è veramente causa prima;
riguardo all'effetto, come sostanza con- tingente, la causa prima è eziandio
sostanza prima, cioè sostegno della sostanza, rispetto alla quale la cosa
effettuata è sostanza seconda solamente. Ora la causa prima ed efficiente
dev'essere creatrice, perchè se non fosse tale non potrebbe possedere quelle
due proprietà. Non sarebbe prima, se pigliasse d’altronde la sostanzialità
dell’effetto prodotto; non sarebbe efficiente, se la contenesse in sè, e
l’estrinsecasse come fattrice e non come crea- trice. L'uomo dicesi veramente
causa efficiente, non già di sc- stanza ma di modi; tuttavia anche rispetto ai
modi, non è crea tore, perchè li produce, come cansa seconda, per una virtù ri-
cevuta dalla causa prima. L'idea di creazione è adunque inse- parabile da quella
di causa presa in senso assoluto. E siccome l'idea di causa costituisce uno dei
primi principj della ragione, ne segue -che il concetto di creazione si dee
annoverare fra. le idee più originali e più chiare dello spirito umano. E
veramente non è possibile il disgiungere l’atto creativo dalla causa ope- è 216
CAPO XI rante, ne la virtù creatrice dalla potenza operativa, se la causa e la
sua efficacia si concepiscono come infinite ed assolute. Ora siccome il
concetto delle cagioni, secondarie e finite, involge quello d'una cagione
prima, infinita, ed è una semplice astra- zione e modificazione di esso, ne
segue che l’idea di creazione è In ogni caso inseparabile da quella di
causalità » (1). Ho ripor- tato questo lungo brano, perchè mi sembra la sostanza
di tutto il sistema altiologico del Gioberti, presupponendo la conoscenza della
dottrina generale. Gioberti in fondo vuol dire che se Ente è causi delle cose,
VEnte è di necessità creatore. Ma che PEnte ski causa delle cose non si può
conoscere da chi ripensa Vintuito dell'Ente schietto ed isolato, non essendo in
questo caso possi- bile avere il concetto di creazione così d priori che d
posteriori. Dunque è d'uopo riconoscere Pintuito dell'atto creativo, il quale
importando insieme Ente vreante e Tesistenza come termine della creazione
scioglie ogni diflicoltà. Per compiere lo schizzo è d'uopo aggiungere ancora
una citazione riguardante la cosmo- logia intesa da Gioberti come la scienza
dell’universo conside- rato nei suoi concetti intelligibili che concorrono a
formare la Sua notizia e sovrastanno ai suoi sensibili componenti, spirituali o
corporei; i quali sono il soggetto della psicologia e delle scienze fisiche.
cit sola così che ci venga insegnata dalla esperienza, è una certa uniformità
nelle esistenze e la successione costante dei fenomeni mondani. Ora Ta finalità
non si contiene meglio della causidità nella successione dei fatti successivi;
e gli argomenti di Davide Hume contro Ja cansa efficiente militano del pari
con- tro da causa finale. L'esperienza ci fa vedere uno o più fenomeni
suecedenti ad altri, e nulla più. Ora, siccome THume ne con- chiude
ragionevolmente, che stando nei limiti della esperienza Non si può affermare
che ii secondo fenomeno sia causato dal primo, e così via successivamente, non
si può tampoco asserire che il primo fenomeno sia indirizzato all'ultimo, come
a suo fine. Per ispiegare e legittimare il principio teleologico come quello di
causa, egli è d'uopo perciò ricorrere agl'intelligibili e accoz- zarli colle
impressioni sensitive, Nel principio di causalità Videa (1) GioBERTI, Introd.
a. stud. dA. filosof., Milano 1850, I, 277-78. bt pig “STA di cagione si connette col fatto sensibile
d’incominciamento ; così pure nel principio di finalità, l’idea di fine si
accoppia col fatto sensibile della costanza e del progresso graduato nella
succes- sione. Il concetto sensibile d’incominciamento congiunto all’idea
razionale di causa, porge li nozione di principio attivo, produ- cente, e di
produzione : il concetto sensibile di successione rego- lare e progressiva
accompagnato da quello di fine, suscita l’idea di principio intelligente,
ordinante, e di ordine. Dunque l’idea d'ordine non ingenera quella di fine, ma
»ì bene Videa di fine partorisce quella di ordine e le dà un valore objettivo.
Noi po- tremmo vedere e contemplare eternamente larmonia universale senza
conoscerla, come armonia, e senza cavarne l'idea di un ordine etfettivo, se il
concetto di fine, e il principio teleologico non ci fossero semministrati dalla
ragione » (I. Discendere ad altri particolari sarebbe fastidioso. La parte
verimente essen. ziale della teoria giobertiana sta tutta nei punti riferiti. $
9. — Siamo ora in grado di apprezzare sommariamente i con- tributi aitiologici
portati da questi tre grandi pensatori. Il pro- blema causale per opera del
Galluppi, se non fece un passo nuovo in avanti, cominciò fertunatamente i
senofere il doppio giogo dogmatico del sensismo e deliinnatismo. Non fu che
Vinizio di una rivoluzione filosofica liberale i cui benefici frutti attesero
molto tempo per apparire, perchè i sistemi di Rosmini e di Gio- berti in pochi
lustri, guadagnata vastamente Vopinione pubblica, furono trascinati dalla
restaurazione cattolica e politica e non tardarono a favorire gli indirizzi
contrarj ai principj della filo- sofia. Tuttavia la lezione di libertà non andò
perduta, perchè gli stessi sistemi di Rosmini e di Gioberti, dopo un brillante
ma rapido periodo di popolarità, perdettero quasi del tutto il loro seguito
nella penisola e la tendenza liberale risorse, L’influenza galluppiana poi si
fece sentire profonda sullo stesso Rosmini, il quale, primamente, non tanto
dalla Critica di Kant quanto dal Saggio filosofico del Galluppi, acquistò
consapevolezza del vero problema della filosotia istituito da Kant. In generale
bisogna convenire che il merito dell’aitiologia rosminiana è la sua pro (1)
Iatrod. II, pag. 34-5. 218 CAPO NI fonda attinenza con Vaitiologia di E. Kant
(1), come apparirà dalla discussione seguente sull’aitiologia di Gioberti.
Quanto al problema derivato dalla determinazione sperimen: tale delle cause
fisiche (fatti generali) si sente che la trattazione rosminiana è fatta con
relativa imparzialità ma senza speciale competenza sclentifica. Invece la
riapertura del problema meta- fisico delle « vere cause » gli fa fare nn salto
indietro rispetto a Kant; perchè finisce per ricacciarlo nelle illusioni
trascendentali della vecchia metafisica, sopratutto nei dogmatismi della rina-
scenza cattolica, dove noi non possiamo seguirlo. Dai tratti riferiti appare
che Vincenzo Gioberti è il vero re- stauratore di quel concetto filosofico
della causalità che s’è svi- luppato nella storia da Plotino a Bruno, da
Spinoza a Hegel ed ora si ripresenta come il pensiero animatore di gran parte
della filosofia italiana contemporanea. Quindi più che a cercare obje- zioni al
suo pensiero noi non cercheremo che di chiarirlo e di ratforzarlo per quanto ci
sarà possibile, persuasi che al risorgi- mento degli studj filosofici in Italia
massimamente giovi la co- noscenza: del pensiero del grande torinese. Lo
Spaventa ha notato giustamente che vi sono in Gioberti due uomini: uno vecchio
ed uno nuovo ; quello delle prime opere e quello delle Lostune. Però
sembrerebbe più conveniente sta bilire che la filosofia siobertiana nel suo ampio
e drammatico ciro ci presenta due dottrine precedute da un prologo. I prologo è
la Teorica del sorranaturale (1838), la prima dottrina è 1’ /n- troduzione alla
filosofia (183940), la seconda dottrina è la Pro- tologia (1857, post.).
Secondo lo Spaventa, il sistema di Gioberti ha un doppio contenuto: il primo
contenuto è l'Idea come so- stanza e causa e perciò La forma non ha niente di
dialettico; il secondo contenuto è VPIdea in quanto atto creativo dell'Ente,
cioè L'Ente (lo Spirito) come produzione assoluta di sè. E perciò la forma è
processo dialettico. Di questi due modi il primo pre- ale nelle prime opere; il
secondo è la tendenza delle Postume, ma non mai un fatto compiuto » (21. Avendo
nell'esposizione di (1) Cfr., a questo proposito, B, SPAVENTA. La filosofia
italiana nelle sue rela- zioni con la filosofia europea. Bari, 199, pag.
150-164; GENTILE, in ROSMINI, Il principio della morale. Bari, 1914. Osserv.
pag. 213-242. (2) B. SPAVENTA, La filos. ital, pag. 134-8. poco fa citato il
brano in cui Gioberti dimostra che l’idea di creazione è in ogni caso
inseparabile da quella di causalità, fin dall’/ntroduzione allo studio della.
filosofia, si capisce che la di: stinzione dello Spaventa è un po’ forzata. La
novità del secondo contenuto sembra più tosto consistere nell’Ente come atto
dia- lettico auto-causativo delle esistenze. L'importante è che il prin: cipio
causale, dopo d’esser stato il punto di partenza, è ancora il punto di
conversione della mente di Gioberti, e latto vitale anzi rinnovatore della sua
filosofia. Ma la vera situazione aitio- logica di Gioberti non si può afferrare
senza una chiara idea della sua grande polemica con Rosmini, intorno a cui non
è an: cora stata detta lultima parola, malgrado i profondi studj dello Spaventa
e del Gentile e il recente lavoro del Saitta (1). Com'è noto, la grave
questione verte sull’interpretazione dell’Idea del- YEnte cioè del Primo.
Secondo Gioberti, il Primo di Rosmini non è che psicologico cioè non è che la
prima idea da cui dipen- dono tutte le altre nell'ordine dello scibile, a
differenza di altri che pongono solo il Primo ontologico cioè la prima cosa da
cui dipendono tutte le altre cose nell'ordine del reale. Ma, secondo {tioberti,
e per la ragione che la prima idea e la prima cosa sì identificano fra loro,
questi due Primi ne fanno uno solo, cioè il Primo filosofico, principio
assoluto di tutto lo scibile (ideale) e di tutto il reale. Insomma, distinti
per ipotesi da un lato V'Ente (ideale, possibile, Primo psicologico) dall'altro
il reale (Primo ontologico), il Primo di Rosmini non è che PEnte possibile, il
Primo di Gioberti invece è la sintesi che riunisce le proprietà dei due primi,
cioè 1 Ente reale (espressione che evidentemente sI. gnifica ideale-reale).
Perchè poi (Gioberti stesso continui a chia. mare ontologico questo suo Primo
filosofico, sintesi del primo psicologico e dell’ontologico in senso stretto,
generando così, senza dubbio, qualche equivoco nella mente dei superficiali, la
ragione è chiara. La stessa parola realtà riunisce già i due sensi del reale e
dell'ideale, perchè, stando alla sua etimologia, viene div res, cosa
(sensibile; e res viene da reri, pensare (intelligibile) (2): VEnte medesimo
sopratutto ha i due sensi. Trattasi soltanto (1) SAITTA, Zl pensiero di V.
Gioberti, Messina, Principato 1917. (2) GIORERTI. Introduzione, I, n. 73, pag.
535, 220 CAPO XI di distinguere due Primi ontologici, l'uno in senso largo e
con- creto che è quello di Gioberti (Primo filosofico), l’altro in senso
stretto ed astratto che è quello degli antipodi di Rosmini. Ai due Primi
astratti (del psicologismo e dell’ontologismo) in senso stretto Gioberti si
sente immensamente superiore. Da ciò deriva il tono di superiorità che è
sensibile nella sua polemica e la vit. toria infine del torinese sul roveretano,
che oramai è giocoforza proclamare secondo i risultati più sicuri della
critica. Dall’in- terpretazione del Primo discende ovviamente quella della
causa- lità, perchè se è vero che il Primo di Rosmini non è che la prima idea
dende dipendono tutte Te altre e quindi anche quella di causa, l'idea
rosminiana della causa ha origine psicologica, men- tre quella giobertiana ha
senza dubbio origine filosofica o sinteti- Ca cioè ontologica ma nel senso
largo, concreto e assoluto della barokit. chiarito or ora. Chi voglia stillarsi
il cervello per di- fendere Rosmini dalla tactia di psicologismo, potrebbe
osservare che non è vero che, secondo Rosmini, tutte le idee e quindi Videa di
causa dipendono dall'idea dell'ente, perchè Rosmini in un punto del Nworo Saggio
ammette esplicitamente la doppia causa. La doppia causa delle idee acquisite —
egli dice —— è Videa dell'ente e Ru sensazione ». Mal questo non gioverebbe
nulla. perchè è della stessa Idea primitiva dell'Ente (e non d’un'idea
acquisita) che si tratta di stabilire Vorigine e sarebbe assurdo pretendere che
anehe questa idea abbia come doppia causa l'idea dell'ente e la sensazione. Del
resto anche accettando quest’'ipo- fesi assurda non si eviterebbe il
psicologismo, perchè tanto la riflessione a cui è sottoposta Ta sensazione,
nella teoria di Ro- smini, quanto Fimntnito a cui è sottoposta Tidea dell'Ente
sono mere funzioni formali cioè forme pure ed a priori dell'attività
conoscitiva. La loro natura psicologica è indubitabile; benchè la prima sia
rivolta ai sensibili, la seconda agli intelligibili. Questo significa che ogni
forma pura rosminiana sia la rifles- sione (per le sensazioni) sia Tintuito
intellettnale (per idea dell'Ente) resta nel puro psicologismo ; cosa che
apparve chia- rissima al penetrante sguardo di Gioberti. E Ma dove sempre
meglio si rivela il dissenso aitiologico tra Rosmini e Gioberti è nel concetto
della relazione fra i sensibili e gli intelligibili, perchè Rosmini sta arenato
al concetto statico dell’applicazione
dell'idea dell'ente come semplice possibilità del vuoto conoscere. (ioberti,
all'opposto, tesoreggiando la sua in- terpretazione della copula della formola
ideale, passa al concetto dinamico della causazione dialettica autoproduttiva
dell’Ente concreto. L’essere per Rosmini, non fecondato dal principio cau-
sale, resta lume intellettuale, indeterminato, astratto, possibile, senza il
fatto. L'applicazione famosa dell’intuito (degli intelli- gibili) alla
riflessione (dei sensibili) resta una semplice addi- zione, non una vera sintesi
e tanto meno un processo causale come in Gioberti. C'è, è vero, una
corrispondenza tra la sintesi à priori di Kant e l'applicazione di Rosmini, e
c'è anche il progetto di sintetizzare la sensitività (riflessione)
coll’intelletto (intuito) mediante la percezione intellettuale che vorrebbe far
riscontro alla riflessione intuitiva 0 ontologica di Gioberti. Ma con due
parole saldate insieme non si dà origine ad un processo sintetico, come non si
fa una sintesi con l’applicazione d’un francobollo sopra tima busta vuota.
Gioberti va più addentro, perchè sdoppia la riflessione, distinguendo la
riflessione psico- logica o sensitiva dall’ontologica o intuitiva. La prima,
secondo lui, è la percezione del soggetto semplicemente, senza cognizione
dell’oggetto, in opposizione diametrale all’intuizione che è per- cezione
dell'Ente semplicemente senza cognizione del soggetto. Fra queste due
operazioni estreme Gioberti colloca la riflessione ontologica come percezione
dell'Ente intuito. È questa in altri termini un’operazione speciale tramezzante
le due altre e par. tecipante della loro doppia natura, mentre le congiunge con
atto nnico di mediazione, costitutivo della sintesi conoscitiva. Punto
indivisibile di contatto del soggetto pensante coll’og. getto pensato, ben diverso
però da quello «in cui alcuni filosofi tedeschi riposero assurdamente l
Assoluto » (1). Con questa teoria importantissima della doppia riflessione Gio-
(1) GroBERTI, Errori, II, pag. 155-163 (Ediz. 28 di Bruss.). Il SariTa a questo
proposito ritiene che questa pretesa assurdità sparisce non solo nello svolgi-
mento ulteriore del suo pensiero, ma anche in questo primo periodo della sua
speculazione (op. cit., 164). Ma il perchè di questa scomparsa non si capisce,
e non si capirà mai finchè la riflessione ontologica o intuitiva, che ha natura
conoscitiva umana, non si identifichi con la creazione della formola ideale che
ha natura sintetica divina, come afferma lo stesso Gioberti. 222 CAPO NI berti
libera il suo concetto dell’intuito da ogni oscillazione e oscurità, e supera
di gran lunga la teoria rosminiana della per- cezione intellettuale (1). Ma
cerchiamo di cogliere ancor più da vicino la realtà vera del concetto
ititiologico di Gioberti. Perchè Gioberti pone PEnte come causa, la creazione
come azione cau- sativa e l'esistente come effetto? Secondo il nostro punto di
vista, causalità implica rapporto logico e rapporto cronologico. Ora che
Gioberti ponga Lordine logico nella cansazione assoluta della formola ideale si
può capire o almeno non fa meraviglia, perchè egli identifica sempre
assolutamente Yordine logico col- l’ontologico, Videale col reale aventi
ambedue radice nell’asso- luto. Ma identifica egli del pari semplicemente
l'ordine logico coll’ordine cronologico? Tutt'altro. Diventa quindi indispensa-
bile uno schiarimento. Secondo Gioberti l’idea di tempo (come quella di spazio)
consta di due elementi: Puno assoluto e neces- sarlo, l'altro contingente e
relativo ; Funo è il continuo, rappre- sentato come assolutamente uno e
infinito, Valtro è il discreto, rappresentato come relativamente molteplice e
circoscritto. Il continuo del tempo costituisce La durata continna (Veternità)
nel tempo puro, come il continuo dello spazio costituisce estensione continua
(limmensità) nello spazio puro. Tra la durata continua dell'eternità e la
successione discreta dei momenti sta l’atto crea- tivo che copula il continuo
col discreto, il necessario col contin- gente, VEnte coll'esistente. Applicando
questa tripartizione ai membri della formola ideale ed allanaloga tripartizione
dell’idea di causalità si ottiene una perfetta corrispondenza che parrà più
chiara rappresentandolai col quadro seguente : Primo termine Secondo termine
Terzo termine Formola ideale Ente Creazione Esistente Ordine causale Causa
Azione Effetto Ordine temporale ‘Tempo puro Creazione Tempo contingente
(continuo) (discreto) (1) Trovo giustissima’ osservazione del GenTILE che
avvicina il sentimento fondamentale di Rosmini all’appercezione trascendentale
di Kant e ritiene che <il fondamental sentimento sia dallo stesso R.
considerato non solo come base della sensibilità ma come fondamento anche
dell'intelletto e per esser più esatti dell'uno e dell’altro insieme » (I. e
G., 186-7). Questo punto non è bene inteso dal Saitta il quale rischia di lasciar
supporre che il sentimento fondam., in opposizione all’idea dell’essere
concerna piuttosto le sensazioni 6€—m6—€€— oAl9ei.E_ rr—P—€—€—P— tv. Quindi si
vede che come i due ordini si riuniscono in uno solo, così ciascuno dei termini
del primo si unifica con ciascuno dei termini del secondo (1) e si toglie ogni
pietra d’inciampo. No- tando che Gioberti ha saputo tratteggiare in
corrispondenza ai tre termini della formola i sommi capi dell’albero
enciclopedico, e mostrare 1 lineamenti genealogici delle varie discipline e
del- l’organismo ideale, con tanta nettezza che d’ogni cosa si può render conto
(non avuto riguardo, s'intende, che alla coerenza intrinseca del suo sistema)
vedesi in oltre come sia infondata, per più titoli, l'opinione di chi crede che
la causalità di Gioberti sia concepita in modo da escludere quella risultante
dai metodi delle scienze particolari ed espressa nelle leggi determinate dalla
natura. Coloro che opinano in questo modo esclusivo non intendono la filosofia
di Gioberti, perchè sono completamente all'oscuro dell’organizzazione
scientifica giobertiana rispondente esattamente a quella della formola. In
conclusione non credo di far torto alla verità, congettu- rando che colla
scorta dell’aitiologia di Rosmini noi anzitutto cì sentiamo aggirati nel
formalismo e alla fine precipitiamo nella scolastica, perchè è evidente che al
Rosmini manca il pensiero profondo della concretezza causativa reale-ideale
dell’unità. Sen- tiamo invece che di questo profondo pensiero è tutta compresa
Vaitiologia di Gioberti, inoltre è evidente che Gioberti lo feconda col
principio della causazione dialettica dell'Ente come anto. produzione assoluta
di sè. Quindi riconosciamo che dal principio animatore della filosofia di
Gioberti il problema della causalità ha ricevuto una gagliarda spinta in
avanti. Pen ne 4 nt det (I) Si metta a riscontro questa tavola con quella
tracciata dal Gioberti per confrontare l’ordine logico e l’ordine cronologico
del principio di causalità e del principio di finalità (Introd. II, nota 11), e
col quadro pure da lui trac- ciato per mostrare la necessità del metodo
ontologico, coi tratti principali del principio sintetico ideale, in ordine al
tempo e allo spazio (Introd. II, nota 2). VALSA SEDI a I iiliitizén©— _yTÉ
QEERE=— ==} Te == == =iIg) (44 CAPO XII La filosofia contemporanea. La
filosofia contemporanea dalla seconda metà del secolo XIX ai giorni nostri
presenta una complicatissima rete di correnti simultanee, variamente
intrecciantisi Vuna con l'altra in con tinua azione e reazione reciproca.
Nell'impossibilità di rispet- tare Vesigenza della successione temporale,
sempre del resto poco significativa rispetto alla dialettica interiore della
storia, raggrupperemo gli autori in tre grandi correnti a seconda del prevalere
della tendenza conoscitiva o teoretica, sentimentale o patetica, volitiva o
pratica. Nella prima corrente (tendenze teoretiche) esamineremo l’em- pirismo
del Mill, l'empiriocriticismo del Mach, del Petzoldt, del- FPAvenarius e del
Kleinpeter, lenergetica dell'Ostwald, il neo- criticismo e i sistemi affini
dell’Helmholtz dello Spencer, del Riehl, del Renouvier e del Wundt, il
positivismo italiano del- lArdigò e del Tarozzi (1), il contingentismo del
Boutroux, (1) Limitandoci al cenno fatto sul Comte nel Cap. antecedente, non
seguiremo il positivismo francese in tutte le sue ramificazioni sia ortodosse
col Lafitte, sia dissidenti col Littr6. Analogamente non daremo un posto
speciale alle correnti indipendenti ma affini del Taine, del Fouillée e del
Guyau. Ma le dottrine del Fouillée e del Guyau, citate vastamente nella parte
seconda dell’opera, furono sempre l'oggetto della nostra più attenta
meditazione, e non è senza interesse, per lo scopo che ci proponiamo, ricordare
che per il Taine il rapporto causale è ricondotto a una successione necessaria
(De Intelligence). PastoRE — Storia critica del problema della causalità. 15
226 CAPO XII l’immanentismo dello Schuppe, il logicismo puro del Cohen, il
neohegelianismo inglese del Green e del Bradlev, infine Vi- dealismo attuale
del (Gentile. Nella seconda corrente (tendenze patetiche) esamineremo il
valorismo dell’ Eucken, del Miinsterberg, del Windelband, del Rickert e del
Rovce. Nella terza corrente (tendenze pratiche) esamineremo l’intui- zionismo
del Bergson e il pragmatismo del James, dello Schiller e del Dewev.
CORRENTE Tendenze teoretiche. S1.
Empirismo. Nono tanto note le idee del Mill sopra l’ori- cine del principio di
causalità (1) sulla definizione del concetto di causa e sui così detti quattro
metodi induttivi per la determi- nazione scientifica della leggi causali dei
fatti che basterà un ra- pido cenno del suo criterio in generale per fornire
sufficiente oc- casione alla nostra critica. Per Fautore del Sistema di Logica
la causa nell'esperienza è Pantecedente invariabile ed incondizio- nato
dell'effetto. Con la nota dell'antecedenza si pone che nessun processo causale
è senza tempo; con quella dell’invariabilità si riconosce la costanza della
successione dell’effetto alla causa ; con quella dell'incondizionatezza si esige
che posta la causa sla L'effetto e soppressi non sia, di più si evita la
confusione fra un rapporto causale e un semplice rapporto di collateralità. Im-
portantissimo pregio della teoria del Mill è poi Tesclusione della ricerca
della causa unica, fonte d'uno dei più frequenti errori, perchè incatena ancora
La ricerca fisica alla famosa fis- azione metafisica dell'unità sostanziale
(2), Quanto alla que- stione del principio di causalità il Mill mantiene il
punto di (1) J. S. MILL, Systeme de Logupie, II, cap. 21. (2) Che questo
concetto della causalità non sia sutticiente dinnanzi alla cri- tica
gnoscologica è un fatto riconosciuto anche da valenti positivisti (vedasi in
proposito T'AROZZI, Ricerche intorno di fondamenti della certezza razionale,
Torino 1899, pag. 257-8). Però il Tarozzi aggiunge che questo concetto milliano
della causalità è ottimo per le sue applicazioni al metodo scientifico. Direi
vista di Hume assegnando al principio un’origine e un valore empirico. Tuttavia
riguardo alla prova induttiva di questo principio (cioè alla prova del suo
valore logico) egli si distacca risolutamente dalla situazione scettica del
Hume, pur mante- nendosi fedele al punto di vista empirico. Ma riuscì egli nel
suo intento? Non pare. Non possiamo dunque trascurare il punto vero a cul egli
giunse, se vogliamo conchiudere la nostra analisi. Il Masci, fin dal suo lavoro
sopra Le forme dell’intuizione (1880) e coerentemente nella 2* ed. riveduta e
corretta della sua « Logica » (1910), ha in modo chiarissimo notato il grande
sforzo del Mill diretto a vincere il circolo vizioso additato dall’Tume,
dell’induzione cioè che si giustifica: coll’induzione. Chi segue la sua traccia
ha modo di apprezzare a dovere tutta la critica del Mill. Ma: vediamo prima una
cosa non meno importante. Il Mill], come ho già detto, vuole assicurare il
valore logico dell’indu- zione, sostenendo che il principio di causalità non ha
necessità. al di là dell’esperienza, che non è cioè una necessità del pensiero,
giacchè noi concepiamo il caso e l’arbitrio indifferente. Il Masci
vittoriosamente prima ribatte le minori ragioni con argomenti ai quali rimando
il lettore (1), poscia alla più forte objezione «non è vero, egli aggiunge, che
io possa pensare che il principio di causalità al di là della cerchia della mia
esperienza, non abbia valore; questa possibilità è più presto detta che
pensata. Io posso in verità supporre inesistenti tutti i singoli rapporti di
causalità dati dall’esperienza, ma non già negare in qualsiasi spa- zìo o tempo
la legge causale. Questa come legge logica esaurisce e contiene anticipatamente
tutti i possibili modi di essere del fenomeno; perchè, se anche questo modo di
essere fosse il caos, che è non solo ottimo ma necessario, benchè non
sufficiente, perchè gli manca la prova della validità logica. Considerare come
fa il Mill la causa « come la ‘somma delle condizioni positive e negative prese
insieme, il totale delle con- tingenze di ogni natura, realizzandosi le quali,
il conseguente segue invaria- bilmente » è frase sonora. Ma il vero concetto
scientifico di causa richiede oltre alla contingenza cronologica la necessità
logica in una sintesi che può esser data solo dall’esperimento, non già
dall’induzione di secondo o di terzo grado per quanto larga sia la base
dell’esperienza in generale su cui quella si fondi. Questo non ‘comprese il
Mill, benchè sia d’importanza vitale per la critica sia epistemologica, sia
gnoseologica. (1) MASCI, Le forme dell’intuizione, Chieti, 1880, pag. 37. 228
CAPO XII una causa ci dovrebbe essere perchè così fosse ». Parole d’oro che
dovrebbero tenersi ben a mente coloro che vogliono avere chia- ro concetto di
quello che pensano su questo problema. Vediamo ora come il Mill sì industrii di
darci la dimostrazione del valere del principio di causalità nell'esperienza,
benchè que- sto sia insieme principio e conseguenza dell’induzione. Si sa che
quattro momenti induttivi riassumono la via logica del Mill. L’induzione, il
postulato dell’uniformità, il principio di causa- lità, Vesperienza. I primo si
fonda sul secondo, il secondo sul terzo, il terzo sul quarto. Ora l’esperienza
in generale è V’indu- zione che ha la base più larga di tutte le altre. Adunque
questa in primo Inogo giustifica con la maggiore certezza il principio di
causalità, questo con già minore certezza il postulato del- uniformità, questo
infine alla sua volta con maggiore incertezza giustifica la legittimità d’ogni
altra induzione derivante. Ogni induzione particolare insomma neon può e non
deve far altro che ricevere conferma dalla prima induzione empirica in
generale, coll'avvertenza che è sempre if minore che è giustificato da ciò che
è maggiore, Ecco adunque come non fa circolo vizioso una giustificazione
dell’'induzione fondata sul principio di causalità, benchè questo a sua volta
si fondi sull'induzione. Si tratta di due induzioni dif- ferenti per estensione
di generalizzazione. Ma certezza piena non è che dell'esperienza in generale. |
Analogamente l'equilibrio stabile dei quattro momenti indut- tivi è garantito,
come è assicurato TVequilibrio di quattro coni tronchi sovrapposti uno allaltro
in guisa da formare un solo tronco di cono cen la base maggiore appoggiata al
suolo. Ho voluto dare questa forma quasi intuitiva alla soluzione del Mill,
perchè così il lettore capirà meglio se e quanto sia vero, come afferma il
Masci, che in fondo il circolo vizioso notato dal- l’Hume si ripresenta,
sebbene abilmente celato, nell’analisi del Mill (1). Siccome in ultima analisi
è innegabile che il principio (1) Masci, Le forme dell'intuizione, p. 38. Si
veda del resto per una più ener- gica confutazione del. Mill che restringe, dal
punto di vista empimico, il valore del principio di causa ai confini della
nostra esperienza, senza far appello ad un principio di ragione, Masci, Zog. 2*
ed., pag. 313-314. VAR d'induzione si fonda sull'induzione per semplice
enumerazione dell'esperienza in generale, come mai — domanda il Masci —
l'incertezza d’un’induzione qualsivoglia per semplice enumera- zione è in
ragione inversa della sua estensione? Togliete — egli incalza — il principio di
causalità, e la vostra induzione per quanto larga ne sia la base, non potrà
conchiudere a niente che oltrepassi i limiti di questa. Perchè il solo numero
delle espe- rienze non può dare un valore logico alla prova induttiva. Perciò
egli conclude, e mi pare ben a ragione, come al Mill non sia rit: scito di
assicurare il valore logico dell'induzione, attenendosi “trettamente al punto
di vista dell'empirisme. Vede ognuno che l'insuccesso del Mill è dovuto al
mancato riconoscimento di una legge o forma o funzione del pensiero circa
Vorigine del principio di causa. $ 2. Empiriocriticismo. — Come di fronte
all'empirismo del Mill il vecchio contetto razionalistico di causa non ha
valore, così Pempiriocriticismo ne sostiene Veliminazione radicale e pro- pone
di sostituirlo col concetto puramente analitico di funzione o dipendenza
funzionale. Siccome poi la formula della funzione sj esprime nella espressione
della legge considerata a rigore come formola unica d'un rapporto di
variazioni, così gli empiriocri- ticisti nell’assumere il concetto di funzione
si sentono liberati dal fastidio di usare la parola causa che loro sembra
pregna di significato metafisico, e si lusingano d’averne eliminato anche
l’idea. Noi potremmo benissimo compiacerli in questa innocua velleità verbale
del momento che per noi i concetti di rapporto causale e di legge non importano
alcun senso extrascientifico. Se non che una questione pregiudiziale è da
prendersi in at- tenta considerazione, I due concetti di legge e di funzione non
vono in tutto e per tutto equivalenti. Anzitutto -— quanto al con- cetto di
legge — bisogna porre una distinzione radicale fra le leggi delle scienze
esatte (logiche, matematiche e fisiche) e le leggi delle altre scienze
(etico-giuridiche. e storico-sociali). Quindi bisogna ancora distinguere le
leggi logiche e matematiche dalle leggi sperimentali; perchè quelle sono valide
solo nel cam- po razionale, queste sono valide nel caumnpo naturale quelle non
xono causali, queste lo sono. Analogamente quanto al concetto 230 CAPO XII di
funzione, bisogna distinguere tra funzione matematica e fun- zione fisica;
perchè in quella la considerazione del tempo fra i due membri del rapporto
funzionale non ha luogo, in questa in- vece quando si tratta di dipendenza causale
— il primo mem- bro esprimente la causa è sempre anteriore rispetto al secondo
esprimente l’effetto. Ma su questo punto ritorneremo fra poco, compiuta
l’analisi dell’aitiologia empiriocritica. Secondo l’empiriocriticismo il
concetto in genere esprime ciò che una cost ha di comune e di costante con le
altre. È ovvio che questa comunanza costante non può darsi, se non sono dati
fatti dello stesso genere, cioè fatti che si rassomigliano. Parago- nando
pertanto un gruppo di sensazioni, negligendo certi aspetti o rapporti
variabili, considerando a parte certi altri rapporti uniformi e persistenti
(per es. i rapporti costanti di coesistenza e di successione), fondendoli in
uno schema suggestivo astratto secondo un certo punto di vista, cioè
risolvendone in unità a- stratta e schematica il collegamento costante si ha il
concetto (1). Quel che è vero per ogni concetto è vero pure pel concetto di
legge. Quindi, la concezione del concetto pregiudica la concezione della legge
ridotta a puro rapporto funzionale. Questo. punto di vistit (della. riduzione
della legge a rap- porto funzionale) @ stato espresso cono straordinaria
nettezza dal Mach (2), e si può considerare come il fulcro di quella nuova
fisica formale o analitica che egli vede svilupparsi progressiva- mente da
Eulero a Lagrange. Stabilire relazioni funzionali fra gli elementi
dell'esperienza, escludendo Ta ricerca delle cause dei fenomeni, residuo della
vecchia metafisica, ecco To scopo fon- damentale di questa scienza. La
distinzione di causa ed effetto (1) A_questo proposito è caratteristica la
frase del MAcH secondo il quale «il concetto si può in certa maniera
considerare come il precipitato d'una serie di sensazioni ». ELrkenntrnis und.
Irrthum, Leipzig, 1905. Die Gesch. «. d. Wurzel d. Satzes d. Erh. d. Arbeit,
Praga, Calve, 1872. (2) Cfr. E. MacH, Die Analyse der Empfindungen und das
Verhiiltnis des Phy- sischen zum TPsychischen, 18 ed., Jena, 1886. - Erkenntnis
und Irrthum, Leipzig, 1905. - Die Mechanil: in ihrer Enticicklung
historisch-kritisch dargestellt, Brockhaus, 12 ed. 18853, Leipziu, 49 ed.,
1991. - Die Prinzipien der Wiirmelehre historisch- kritisch dargestellt,
Leipzig, 28 ed., 19)0. - Populiirwvissenschaftliche Vorlesungen, Leipzig, 1896.
- Grundlinien d. Lehre von den Beregungsempfindungen, Leipzig, 1875. non è che il risultato dell’abitudine,
affatto arbitraria, di isolare da un insieme di fenomeni quelle circostanze che
ci interessano maggiormente per i nostri fini pratici. Così, quando diciamo che
il calore è la causa della forza tensiva del vapore, distinguianio per comodità
pratica da un lato il calore, dall’altro la forza tensiva del vapore; ma,
allorchè l’esperienza del rapporto calore- forza tensiva ci è diventato
abituale, ci rappresentiamo insieme il vapore colla forza di tensione relativa
alla sua temperatura. La concezione vecchia introduce nel concetto di causalità
i rapporti di necessità razionale e di successione temporale, in conformità di
che Kant considerò la’ causa come una forma a priori del nostro intelletto e il
tempo come una forma a priori della sensibilità. Bisogna distruggere tutti
questi feticismi. Necessità e successione temporale non si riducono che ad un
sistema di rapporti di dipendenza mutua che lo scienziato cerca di indicare con
la massima possibile semplicità delle sue for- mule funzionali (1) cioè col
massimo risparmio di pensiero. La cosidetta spiegazione causale non è altro, in
ultima analisi, che la descrizione economica d’un fatto o d’un rapporto reale,
e la conoscenza scientifica non è altro che una questione d’ordine pra- tico da
decidersi con criterj d’economia. Infine, per rifarci a quella teoria del
concetto ché per la sua generalità ci dà la chiave d’interpretazione del
concetto speciale. di legge, si noti che il concetto secondo il Mach è semplicemente
un’abitudine rappresentativa, cioè ‘una rappresentazione com- plessiva
abituale, avente il valore d’una semplice riproduzione memorativa di fatti.
Esso costituisce la possibilità che un’im- pressione sensibile sia inquadrata
in un sistema di generalizza- zioni già divenuto famigliare e che un fatto sia
ricostruito ide- almente con tutta l’evidenza dell’intuizione immediata.
Intimamente collegandosi alle idee del Mach, il Petzoldt (2) sostiene che il
concetto non è una rappresentazione semplice (1) « Riesce evidente che il
concetto di funzione può servirci a bastanza così nel campo della fisica come
in quello della biologia e può rispondere a tutte le loro esigenze ». Die
Analyse d. Empf., v., $ 6. « Il concetto di causa quindi trapassa attraverso
sciocche forme... nel concetto di funzione ». Id. ib. $ 3. (2) PerzoLDI,
Einfiihrung in die Philosophie der reinen Erfahrung, Leipzig, 1900. D.
psychophys. Parallelismus (Archiv. f. syst. Phil., VIII, 285). 232 CAPO XII Dia
una rappresentazione riferita al complesso delle rappresen- tazioni simili
precedenti. Per maggiore chiarezza ogni rappre- sentazione è sempre come il
nucleo d’una nebulosa accompagnata da unit specie di nimbo. È su questo nimbo
che si fonda il con- cetto; in quanto, se c'è qualche cosa di comune in questo
sistema di variazioni, non la rappresentazione ma questo comune nelle
‘ariazioni costituisce il carattere concettuale, moltiponibile alle
rappresentazioni simili, secondo un processo che per Tabitudine finisce per
diventare naturale. Il nostro sistema cerebrale, ad esempio, oppone alle azioni
esterne una ricca varietà di reazioni diverse, e il concetto e quindi la legge
non è altro che il mezzo Che ci consente di legare in un fascio unico e sempre
eguale que- sto nimbo fluttnante di reazioni. Puro simbolo economico e som-
mitrio d'un grande numero di dati sensibili, Ta legge è dunque una nozione
condensata d'una molteplicità di dati, un surrogato eco- nomico che risponde
alla naturale tendenza psicologica di inte- grare in un quadro le serie psichiche
abitnali secondo la legge del minimo mezzo. Applicando questi criterj generali
al caso speciale della catisa il Petzoldt, conclude in pieno accordo col Mach,
che il concetto di causa è un ingombro inutile, non mai applicabile con rigore,
per Tinfinità delle condizioni che deter- ninano un fenomeno, e quindi per
Farbitrio nella scelta di una di esse come la vera causa. Resta per conseguenza
necessario sostituire alla legge causale la legge della determinazione univoca
applicabile anche ai casi di azione reciproca (1), presupposto di di ogni
nostra azione come d'ogni pensiero, benchè non tratta dal fatto immediato
dell'esperienza. Con somigliante procedimento così per la teoria del concetto
Come per quella della. causa, TPAvenarius, inaugurando la sua opera di
purificazione dell'esperienza, vuol liberarsi da tutti 1 vecchi idoli
dell'apriorismo e della metafisica (2). Quanto al con- cetto del concetto ecco
la sua opinione. Il carattere concettuale risulta dall’aggiunta del carattere
della «nota » (determinazione (D Ednfiih, pag, TAL. (2) AveNARIUS, Philosophie
als Denken der Welt gemciss dem Prinzip des klein- sten Kraftmasses, Berlin,
1993 (pubblicato la 18 volta nel 1876), Aritik der reinen Erfahrung, Leipzig,
1888-1891, vol. II, pag. 238 e seg. Der menschliche Weltbegriff, Leipzig, 1891.
dun. psicologica famigliare al carattere. della «tivitote » (identità di-
opponibilità). Per questo carattere concettuale una rappresen- tazione diventa
moltiponibile cioè opponibile indifferentemente (identicamente) ad un certo
numero di azioni esteriori. La. co- noscenza, avendo carattere eminentemente
biologico anche nella funzione teoretica più elevata, deve in ogni caso essere
concepita secondo il principio economico del minimo sforzo. La stessa esi.
genza logica del principio di non contradizione nasce semplice- mente dal
bisogno d'un risparmio di forza. I concetti, in omaggio al principio di
economia, rappresentano semplici risparmj di energia. Purificare L'esperienza
dagli ultimi residui aprioristici della critica della ragion pura ecco lo scopo
della scienza nuova, secondo VAvenarius. Applicando questi eri- terj al
concetto di causa e di legge, egli trova che Pidea di causa, concepita come
forza agente di necessità, deve essere radiata dall'esperienza pura, non essendo
che una concezione del tutto arbitraria del pensiero da porsi allo stesso grado
del feticismo. Unico contenuto della realtà objettiva sono le sensazioni. Ciò
che è logico è solo ciò che corrisponde al sistema relativamente stabile delle
oscillazioni abituali della nostra esperienza. Ogni concezione della conoscenza
e della realtà oppostita questo punto di vista non è che una psicosi
filosofica. Il Kleinpeter non fa che raggiungere al complesso più 0 meno
sistematico di queste idee la violenza estrema del suo lin- guaggio. Le più
sicure cognizioni scientifiche, per lui, non sono altro che la semplice
descrizione della nostra esperienza imme- diata. Il vantaggio della scienza è,
in ogni caso, solo quello di risparmiarei la fatica mentale e il lavoro dell'esperienza
diretta, unico fatto immediatamente certo e innegabile. Tutto il nostro sapere
è relativo e provvisorio. Le scienze non sono che un mue- chio di ipotesi,
sopra un gruppo di circostanze future che nes- suno mal saprà assicurare che si
verificheranno. c Es sind im vorhergehenden die Wege beschieben worden, auf
denen der Menseh es rersuche, ein Wissen zu erreiclen dass ibm dies. gelingt,
ist nur ein gliicklicher Zufall. Mehr kònnen wir von unserem Standpunkte aus
nicht sagen» (1). (1) H. KLEINPETER, Die Erkenntnistheorie der Naturforschuny
der Gegenwart, Leipzig, 1905, pag. 9, 50, 121, 141. 234. CAPO XII Nel
riassumere le teorie di questi autori io non avrò reso, senza dubbio, la
singolare abilità artistica che li distingue e che ha tanto contribuito a
rendere popolari le loro opere e supra- tutto quelle del Mach, ma confido di
esser rimasto fedele al senso e al valore logico delle loro dimostrazioni. In
ultima analisi, Vin- gegnoso tentativo di segnare la condanna dei vecchi
concetti di ‘ausa ed effetto mi pare completamente fallito. Riconosco che la
loro opera di revisione critica della scienza è preziosissima e che era
necessario reagire contro il vecchio dogmatismo positi- vistico sonnecchiante
nei facili chichkés delle leggi. Però ritengo che ora sarebbe di bel nuovo
tempo di purificare i concetti fon- damentali della scienza dalle scettiche
impurità dei fautori del- l'esperienza pura (1). L’'Aliotta che, con acuta
analisi, ha esposto e criticato le dottrine empiriocritiche non solo per lo
stretto problema della causa, come io faccio qui, ma per tutto il campo della
conoscenza e della metafisica (2), ha già mostrato il carattere schematico e
artificiale, troppo economico e semplicista della teoria del Mach, il circolo
vizioso in cui egli cade rispetto alla critica della co- stanza dei rapporti
causali, l’ipostasi del concetto di funzione, le pericolose conseguenze
intuizionistihe, insomma la situazione equivoca e contradditoria in cui il Mach
viene a trovarsi (3). Contro il Petzoldt rivolge l'objezione che le relazioni
funzio nali non sono affatto sufficienti a formulare tutti gli aspetti delle
cose, prova ne sia che i termini delle funzioni matematiche si possono
invertire, mentre il carattere essenziale dei processi (1) Il De SARLO, con un
prezioso rilievo critico, ricorda che quest'opera di purificazione dei concetti
fondamentali della scienza si spiegò in Italia per merito del neocriticismo «in
lavori di interpretazione e di critica dei concetti kantiani (Spaventa,
Cantoni, Tocco), in discussioni ed analisi dei concetti fon- damentali di
determinati gruppi di conoscenze e nella dilucidazione dei rap- porti tra
l’empirismo e il neocriticismo allo scopo di mostrare che l’uno ha bisogno
necessariamente dell’integrazione dell’altro (Masci) » (Il pensiero mo- derno,
1915, pag. 57). Nella stessa opera il De Sarlo, con preziosa critica, di-
mostra l’insostenibilità della concezione economica del Mach, dopo d’aver esa-
minato il problema della necessità causale rispetto alla conoscenza scientifica
(p. 139-142). Quel che dice rispetto al passaggio dalla conoscenza volgare a
quella scientifica (p. 144-146), ha, ai nostri occhi, un valore definitivo. (2)
ALIOTTA, Za reaziore idealistica contro la scienza. Palermo fisici e dei
fenomeni reali in genere è proprio l’irreversibilità, che trova la sua
espressione adeguata nell’ordine di successione irrevertibile della causa e
dell’effetto; non lo scusa d’aver ri- messo a nuovo le vecchie critiche di
Enesidemo; giustamente lo rimprovera d’aver confuso sofisticamente il fenomeno
astratto della relazione causale, com’è studiato dalla fisica, col fatto nella
sua realtà storica)» (1). Contro l’Avenarius ricorda che fermarsi al dato è lo
stesso che togliere la condizione di vita della scienza; che ogni concetto, non
esclusa la stessa filosofia dell’esperienza pura, va sempre più in là del fatto
d’esperienza : che i suoi schemi di classificazione rivelano in maniera
evidente l’artificio ; che quella che egli ci presenta non è l’esperienza pura,
nel vero senso della parola, ma è l’esperienza: già inquadrata in alcuni schemi
mentali, comoda, se si vuole per schematizzare, ma non rispondente a nulla di
reale; che infine il suo empirio- criticismo è condannato ad aggirarsi in un
circolo vizioso e se vuole uscirne deve riconoscere la funzione a priori del
soggetto (2). Contro il Kleinpeter rileva a quali meschini risultati porta il
metodo empiristico, condotto fino alle sue ultime conseguenze ; che il valore
pratico della scienza presuppone necessariamente il suo valore teoretico, che
esso riesce in quanto l’organo della sua costruzione, cioè la struttura logica
della mente umana, non è qual cosa che dipenda dal libero volere individuale,
ma è Ves- *senza stessa del pensiero che per rinnegarla dovrebbe uccidere sè
stesso (3). | Io ho citato così minutamente la. confutazione dell’empirio-
criticismo fatta dall’Aliotta, perchè lo ritengo un risultato cri- tico ormai
acquisito, se se ne toglie il ritenere che il Kleinpeter abbia in un punto
notevolmente migliorato la dottrina del Mach e dell’Avenarius e un rilievo
sulla riversibilità delle funzioni, di cui ci occuperemo fra poco (+4). Dopo
ciò è facile comprendere come tutti gli argomenti degli empiriocriticisti si
fondino sul- l’artificio di attribuire ai loro avversarj Verrore di apriorizzare
i rapporti dell’esperienza e di farne l’ipostasi col vecchio schema (1) Op.
cit., pag. 86-83. (2)
Op. cit., pag. 99-103. (3) Op. cit., pag. 1C8-109. (4) Op. cit., pag. 103. CAPO NII della causa, per poter poi
opporre ad essi come arbitrio quello chie in realtà è una forma della realtà ;
senza riconoscere, da “parte loro, che anch'essi, riducendo tutto al dato e
all'abitudine, pigliano amabilmente labitudine di -eltrepassare Vuno e Val-
tra, e non meno degli aprioristi gargarizzano un concetto astrat- to qual'è
quello della funzione matematica (1). | Da ultimo mi sembra utile allegare
ancora due argomenti con- tro l'empiriocriticismo il quale, come vedemmo,
anzitutto crede di potersi disfare della relazione causate colla scusa che, se
questa è traducibile colla funzione matematica (dipendenza funzionale
analitica), il vecchio concetto della causalità non regge più, per- chè i
membri della funzione seno riversibili contrariamente a ciò che esige il
vecchio concetto della causa; quindi crede di poter ridurre kt spiegazione
causale scientifica ad una pura descrizione, E evidente in primo Inogo che La
legge naturale espressa ana- liticamente cono una funzione del tipo :=f(r)
essendo # causa ed yy effetto, appare riversibile solo nel senso tautologico
che si può serivere ad arbitrio y= (2 oppure f(1) =, per la legge simmetrica
della relazione di eguaglianza. Ma da cotesta formola non si può dedurre nulla
circa Fordine dei membri d’una rela- zione schiettamente temporale o insieme
temporale e razionale cioè causale. L'insistere sopra questa infeconda
riversibilità © meglio simmetria del rapporto d'eguaglianza sarebbe idiotico.
Bisogna quindi riconoscere che l'empiriocriticismo rifiuta il concetto di causa
come rapporto di dipendenza irreversibile, per accettare il concetto di
funzione come rapporto di dipendenza riversibile. Ma se è vero che la funzione
matematica in sè non è funzione temporale, non si deve però intendere questo
precetto nel senso che da matematica non possa tener conto della nota del
tempo. Basta infatti considerare il tempo come serie di va- lori crescenti a
senso determinato, giusta i criterj della fisica odierna, e allora ogni
rapporto di dipendenza temporale si può esprimere con una funzione matematica.
È precisamente quanto (1) Vorrà il lettore comprendere che l'asprezzi di questa
critica è in relazione col tono di chi non si fa serupolo di sentenziare che la
Critica della ragione pura « kann auf keinen hòheren Grad der Gewissheit
Anspruch erheben, als ein Kochbuch ». KLEINPETER, op. cit., pag. 141. Met. avviene per la traduzione analitica dei cicli
irreversibili. Non bisogna, è vero, dimenticare che in ogni rapporto causale,
oltre alla nota della successione dell'effetto alla causa (donde Virre- versibilità),
v'è in giuoco la nota innegabile dell’equivalenza dei due sistemi fungenti da
causa ed effetto, la quale serve a indicare che — astrazione fatta dal tempo —
in tutte le trasformazioni causali la somma delle energie rimane costante.
Quale sarà dun- que la forma della formula matematica esprimente i rapporti
causali sarà detto nella parte teoretica. Qui basterà notare che fia vecchi
formola. della fumzione matematica semplice di cui l’empirismo crede di potersi
contentare per esprimere i rapporti ‘ausali, sclentificamente parlando, non basta.
Non meno importante è un’altra considerazione a proposito di riversibilità
delle funzioni. Dire che la funzione y :f(6) è re- versibile, significa dire
che se è, in un dato intervallo, y=f(#), sarà pure, nello stesso intervallo,
x=%g(v): dove la funzione { è di forma assolutamente diversa dalla funzione ©
(1). Ciò fa che noi dobbiamo andare ben guardinghi nel parlare di irrever-
sibilità delle funzioni matematiche, e nell’opporre questa pro- prietà a quella
della dipendenza causale; perchè la tesi della reversibilità scmplice delle
funzioni è falsa. Finalmente l'esempio addotto dal Maeh per far capire la ne-
cessità di rappresentarci insieme il valore colla forza di tensione relativa
alla sua temperatura, malgrado la sua pretesa di pra- ticità non prova niente,
per la ragione che, se vogliamo, ad esempio, evitare lo scoppio d'una caldaja i
vapore nella certezza pratica che un certo aumento di temperatura. causerà
inevita- bilmente lo scoppio, non trascureremo certo di consultare a tempo
l'indicatore della pressione per evitare quel determinato grado di tensione
termica (causi che si sa realmente capace di vincere la resistenza delle pareti
(effetto) cioè di far scoppiare da caldaja. In secondo luogo non è vero che le
leggi causali siano per la scienza semplici descrizioni di fatti compiuti. Già
il Varisco, nei suol profondi Studj di filosofia naturale, ha fatto giustamente
(1) Tralasciamo gli esempj pratici della differenza evidentissima delle fun-
zioni inverse. 238 CAPO XII rilevare, contro il Mach che la scienza oltre alla
descrizione cerca la spiegazione, oltre al riconoscimento della realtà d’un
fatto anche quello dell’impossibilità d’uno diverso. Ma il fatto
importantissimo e completamente trascurato dal Mach è l’im- Plicazione della
deducibilità nella causalità, come sarà provato nella Parte II. In conclusione,
nessuno degli argomenti addotti dall’empirio- criticismo in favore
dell’eliminazione del concetto di rapporto causale ha finora raggiunto lo
scopo. $ 3. Energetica. Una corrente affine all’empirismo e al-
l'empiriocriticismo è l'Energetica :idell’Ostwald, il quale, nel proposito di
dare agli spiriti contemporanei una direzione po- sitiva in ciò che concerne
così il mondo esterno come l’espe- rienza interna, crede di poter fondare non
la spiegazione del mondo (trastullo metafisico) ma la descrizione dei fatti sui
puri principj dell'energia considerata come il vero reale agente sopra di noi
(1). Quel che v’ha d’importante nelle sue ricerche, rispetto al problema che ci
interessa, è la negazione della necessità lo- gica delle leggi causali .
L'inferenza, che dà in una certa misura la previsione delle leggi, non comporta
che diversi gradi di verisimiglianza che noi siamo ormai abituati a scambiare
colla certezza (2) poichè le inferenze di questo genere sono sempre stabilite
sotto lo schema seguente : finora le cose si sono com- portate così, perciò noi
aspettiamo che nell’avvenire esse sì com- portino così. Ma in ogni caso non
resta eliminata una possibilità d'errore (3). Questo procedimento mentale di
previsione è stato eretto, sotto il nome di legge di causalità, al grado di
principio, presente in ogni esperienza e rendente possibile ogni esperienza (1)
Com'è noto, l'OsrwaALD fu preceduto dal RANKINE che è il vero fonda- tore
dell’Energetica (Outlines of the Science of Energetics, 1848-1855). Cfr. in
proposito A Rey, La Theorie de la physique chez les Physiciens contempor. pag.
49-72; ALIOTTA, op. cit., pag. 468. Dell’OsrtwaLD cfr: Die Uberwvindung des
issenschaftlichen Materialismus. Vorlesungen iiber Naturphilosophie, Leipzig,
1902; e su l’O.: Varisco, Forza ed energia, Pavia, 1904; ADLER, Die Metaphysik
in der Ostwald' schen Energetik, Leipzig, 19905; ALIOTTA, op. cit. (2) Vorlesungen iiber
Naturphilosophie, è 5. (3) Op. cit., è 9.. La stabilità delle leggi fondate
sopra questo principio è senza dubbio relativa alla stabilità
dell’organizzazione fisiologica spe- ciale, cioè del ricordo nel senso più
generale della parola (2). I- noltre, è evidente che il rapporto causale ha la
sua origine nel nostro modo speciale di reagire sulla nostra esperienza, e si è
talora espresso questo fatto dicendo che la relazione di causa e d’etfetto non
è veramente data nella natura, mir empiricamente introdotta dall’uomo. Ciò
posto, osservando che, quando si pone per la prima volta una connessione
regolare tra due concetti A e B. non si mettono che ben raramente in rapporto
concetti appropriati, sì deduce la necessità di rettificare continuamente il
rapporto. causale, cercando di vedere colla successiva esclusione se tutti gli
ele- menti a, a’, a”, a'", etc. e db, d', b', bd", etc. siano o no
es- senziali col rapporto in questione. È questo il compito generale della
scienza (3). Il concetto più generale a cui arrivano le scien- ze formali e che
ha il maggior valore è quello di coordinazione 0 di funzione (rapporto di due
variabili). Il concetto più generale delle scienze fisiche è quello di energia
che non appare ancora nelle scienze formali (4). Lo stabilimento del rapporto
funzionale acquista il massimo valore quando è possibile esprimere la re-
lazione A- f(B) in una formola matematica chiusi (5). Il concetto di energia
abbraccia tutti i fatti naturali e permette di espri- mere una legge di
conservazione per la somma di tutti i valori corrispedenti (6). Tenendo conto
dei casi in cui il lavoro si tra- sforma in energia di movimento, e
reciprocamente, con un le- came regolare perfettamente determinato, si può
concludere che l’esistenza d’un legame regolare di questo genere, è la sola
base di ogni relazione casale (7). Riassumendo, possiamo dire che secondo
TOstwald il legame causale non è che il risultato della nostra sintesi
concettuale dei caratteri comuni e persistenti dei fenomeni. Le leggi di
causalità non sono che costruzioni del no- (1) Op. cit., $ 10. (2) » >» 10.
(3) » >» 11. (4) >» » 17. (5) » >» 39. (6) » >» di (7) >» » di.
240 CAPO XII stro pensiero, pure regole di ordinamento dei fatti. Ma regole
empiriche senza alcuna necessità logica. Dunque lo scienziato che sa quello che
fa deve mettere da parte la ricerca delle cause. ('ansas non fingo. Esaminiamo
il significato e il valore di questa dottrina. Abel Rey ritiene che.
l’energetismo, come il kantismo, come il positi- vismo, può passare
superficialmente come uno scetticismo. « Mais si on Vexamine en lui méme, on
voit qu'il est un effort pour mettre la science à lPabri de tout sceptitisme et
de toute cri. tique» (1). Tuttavia, restringendoci, come il nostro tema ri- chiede, ad
esaminare il valore della dottrina causale dell’ener- getica, diciamo subito
che lOstwald non riesce a salvare filo- soficamente il valore della scienza, se
questa per lui non è capace di superare il mondo dell'esperienza. Anche se si
volesse pre- scindere dalla continua confusione verbale che egli fa dell’espe-
rienza con Vesperimento, la fallacia del suo ragionamento sa- rebbe presto
riconoscibile. Perchè, mentre si sa che l’esperienza non dà che il fatto del
rapporto causale, sfornito d’ogni carat- ca che 11 rapporte sia invariabile,
T'e- tere di necessità e si appa nergetica del pari non chiede altro, quindi
invano, le si domanda che vinca lo scetticismo, provandoci che la scienza
appoggia le sue leggi ad un principio inconcusso superiore all’insignificanza
dell'abitudine. Li prova dell'invariabilità del rapporto non dirò più.causale
ma funzionale, secondo POstwald, non essendo fonda- ta che sulla constatazione
empirica, non può essere che approssi- mativa. D'altronde To stesso Ostwald non
cerca, come vedemmo, di nascondere l'intenzione scettica della sua dottrina.
Quando in- vero alfermia che Te leggi causali non sono che costruzioni em-
piriche del nostro pensiero, la necessità logica non solo non è ammessa ma è
sostituita risolutamente dalla sua. negazione. Proseguendo, se per Venergetica
lo stabilimento d’una funzione qualunque sempre ammette la possibilità della
sua rettificazione, mai si può dire che una sola verità sia raggiungibile in
modo definitivo dalla scienza. Se anche le più alte formule della scien- (1)
AbeL Revy, La théorie de la Plyjsique chez les physiciens contemporaines,
Paris, Alcan litri ti ti iii im za non sono capaci di superare la contingenza,
dov’è l’incrolla- bile valore dei teoremi che la scienza richiede? Dobbiamo
allora ritornare alla posizione scettica di David Hume e di .. Stuart Mill? Il
non capire mai che la necessità delle leggi causali non può essere stabilita
dall'esperienza, che ci informa solo del ®g érì Tò mob, mentre lo può essere
dall’esperimento, è un difetto ra- dicale dell’energetica. Un altro torto
dell'’Ostwald è da ricercarsi nella sua teoria della possibilità d’un mondo in
gran parte indipendente da noi; cosa che si può molto facilmente supporre. ma
che è impossibile provare. Un altro torto dell’Ostwald è di attribuire
soverchia importanza al tatto che la legge di causalità sia un risultato
dell’abitudine. Perchè questo non prova nulla. Invero se, per ipotesi
ammissibile, la ripetizione dei fatti che dà origine all'a- bitudine fosse
l’effetto d’una necessità immanente nelle cose e non una produzione
semplicemente contingente, la formazione dell’abitudine non sarebbe sempre la
stessa? Ciò vuol dire che, . se l’abitudine si può formare tanto dove regna la
necessità, quanto dove svaria la contingenza, la conseguenza non può es- sere
altra che quella di togliere qualunque valore di prova 0g- gettiva all’abitudine.
L’Ostwald ha comune col Mach la ripu- gnanza per il punto di vista causale,
considerato come punto di vista metafisico. E quindi in fondo anch'egli si
taglia ogni via d’uscita, perchè se si libera veramente d’ogni legge causale
uc- cide la fisica, se non se ne libera demolisce la propria teoria. E i questo
risultato, in ultima analisi, egli si trova ridotto, per- chè ammette che la
materia non sia altra cosa che un gruppo di differenti energie, disposte
insieme nello spazio, e che queste energie non siano altro che la causa delle
nostre sensazioni. Con- cludendo, il suo errore capitale è di prescindere
assolutamente du quell’esigenza di necessità logica senza cui non è possibile
salvare il valore della scienza rivolta alla determinazione dei rapporti causali.
8 4. Neocriticismo e sistemi affini. — Arrestiamoci ora all’ac- curata analisi
dell'idea di causa istituita dal maggiore rappre- sentante del nuovo indirizzo
naturalistico che, con piena co- scienza delle forze, delle vie e anche dei
limiti della scienza PastoRE — Storia critica del problema della causalità. 15
242 CAPO XII esatta e dei pericolosi tranelli della metafisica vecchia,
promosse lo splendido risveglio del pensiero tedesco nel decennio dal ’60 al
‘70, voglio dire dall’Helmholtz il quale con la sua Ottica fisiologica segna le
linee direttive della nuova corrente destinata ad avvalorare la doppia funzione
normale e storica della critica (1), in conferma della teoria kantiana (2). La
sua discussione intorno all’origine non empirica dell’idea di causa, contro la
teoria dell’Hume e del Mill, può essere ri- dotta a due punti principali. In
primo luogo I Helmholtz (3) fonda la sua prova che Videa di causa è logicamente
anteriore all’idea delle cose esteriori sul fatto che noi non abbiamo coscienza
del mondo esterno, come diverso da noi, se non quando avvertiamo che le nostre
percezioni possono variare indipendentemente dalla nostra ve lontà, perciò e in
seguito a ciò siamo costretti a riconoscere l’esistenza di certe cose diverse
da noi che causano queste varia- zioni dentro di noi. Dunque l’idea di causa
precede l’idea d’og- getto e il principio di causalità è indipendente
dall’esperienza. In secondo luogo lHelmholtz fonda la prova che la legge di
causalità è una legge dell’intendimento e non dei sensi sul fatto che noi non
possiamo dire d’intendere alcun che, se non quando Jo sappiamo classificare ;
se è una cosa, in una nozione generale na (1) BARZELLOTTI, Le condizioni
presenti della filosofia, ecc. in Riv. di filosofia Scient., 1882. Estratto, pag.
22. (2) Il CEScA, nella sua breve monografia L'origine del principio di
causalità, ricordando che l’Helmholtz, il Riehl e il Wundt proseguono la
dottrina kan- tiana-schopenhaueriana dell’apriorità del principio causale e
della sua ori- gine dal principio di ragione sutticiente (op. cit., 41) cade in
un grave errore. Infatti Schopenhauer nel sostenere l'origine del principio di
causalità dal prin- cipio di ragion sufticiente, è ben lungi dal ritenere che
la legge generale di cau- salità sia senz'altro una legge logica, come giudica
il Cesca, S. sostiene invece, vedemmo, l’irriducibilità del principio logico
del cognoscendi al principio cau- sale del fiendi. Dall’omogeneità delle
quattro radici diverse non segue già che si debba attribuire un valore logico a
ciascuna; benchè l’apriorità nel senso kantiano — questa sì — venga da lui
mantenuta non solo pel principio di causa, ma per ogni espressione del
principio di ragion sufficiente. (3) HEeLMHOLTZ, Ueber die Erhaltung der Kraft,
1847; Ueber die Wechsel- wirkung der Naturkraefte und die darauf beziiglichen
neuesten Ermittelungen der Physik, Koenisberg, 1854; Die Lehre von den
Tonempfindungen, Braunschweig, Wieweg, 1863; Handbuch der physiologischen
Optik, Leipzig, 1867; Die Thatsachen in der Wahrnehmung, Berlin, 1879. oto 5
astratta; se è un rapporto, in una legge generale concreta e oggettiva secondo
cui in ultima analisi, noi affermiamo che quel determinato fenomeno è l’effetto
d’una determinata causa. In- somma noi non intendiamo veramente se non siamo
capaci di legalizzare o di causalizzare i fenomeni che è tutt'uno. Ma questa
sensazione costante e invariabile non può esser data dai sensi, perchè questi
sono molti e variabili e alogici. I’intelligenza invece è una. Si capisce
quindi come l’intelligenza sola possa darci la formula costante delle diverse
serie di variazioni e che essa funzioni secondo una legge indipendente dal
funzionamento dei sensi. Ciò vuol dire che il principio di causalità non è una
legge di natura, se non perchè è una legge dell’intelligenza (1). Dal riassunto
precedente risulta che l’Helmholtz ha saputo sostenere la. sua tesi con uno
sforzo di dialettica veramente ori- ginale che deve essere ricordato nella
storia delle idee. Ma il Masci che ha il merito d’aver segnalato fin dal 1880 l’importante
contributo dell’Helmholtz, riportandone la discussione, per mo- strare
l'insufficienza della deduzione empirica, ritiene che l’a- nalisi
dell’Helmholtz sia decisiva in conferma della teoria kan- tiana (2). Pure,
secondo il mio parere, l’ingegnoso tentativo del Helmholtz deve considerarsi
come fallito in entrambi i punti. E quanto al primo, non pare che Vl Helmholtz
abbia ragione di affermare che noi non abbiamo coscienza del mondo esterno (1)
HeLmHOLTZ, Mandbuch d. physiol. Optik, pag. 454-5. « La legge causale, dice
precisamente Helmholtz, è puramente logica. Non si riferisce alla vera
esperienza, ma alla comprensione della medesima. Non può quindì essere con-
trobattuta con nessuna esperienza possibile. Non è altro che l’esivenza di
voler comprendere tutto, tutti i fenomeni della natura, colla presupposizione
che possano essere compresi. Non altro che lo sforzo. la tendenza del nostro
cer- vello per sottomettere tutte le nostre osservazioni al proprio dominio;
non una legge della natura » (op. cit., pag. 450-454). (2) Masci, Le forme
dell’intuizione, 1880, pag. 41. L’ALIOTTA ritrova nel Helm- holtz il
pregiudizio empiristico che ammette la causalità, come unica forma apriori, ma
ne fa una specie di istinto, senza garanzia di necessità e d’uni- versalità, e
rileva la confnsione che Vl’H. fa dell’apriori gnoseologico con l’apriori
psico-fisiologico. E per il primo motivo trova che l’H. si avvicina di più alla
abitudine mentale degli empiristi inglesi che non alla categoria kantiana (La
reazione iîdealistica contro la scienza, pag. 28-29:. Ma le sue ragioni non
riescono a rialzare l’interpretazione kantiana della teoria dell’Helmholtz che
ne ha dato il Masci, alla quale qui si aderisce. Quanto all’ultimo motivo egli
ha, a mio parere, tutte le ragioni. 244 CAPO XII come diverso da noi se non
quando coneludiamo all’esistenza delle cause delle variazioni delle nostre
percezioni indipen- denti dalla nostra. volontà, giacchè a questa | conclusione
non potremmo mai pervenire se già prima non avessimo coscien- zx delle
variazioni del nostro mondo interno dipendenti dalla nostra volontà. In verità
non posso dire che una variazione sia indipendente da ogni mia. volontà, se già
non so che, per contro, qualche variazione è propriamente mia, cioè effetto
della mia propria volontà. Dunque, di passaggio, non parrebbe tanto vero che la
riffessione sul me sia tanto tarda. Quindi sembra che l’idea di causa non sia
già da dirsi anteriore all’idea di oggetto all'idea di oggetto senz'altro, ma
solo anteriore caso mai esterno, e analogamente che il principio di causalità
non debba dirsi indipendente dall’esperienza, cioè da ogni e qualsiasi espe-
rienza ma solo dall’esperienza esterna. Così si vede che le prime sottili
distinzioni dell’Helmholtz praticamente non riescono a spostare la questione
d’un pollice. Rispetto al secondo punto, che vorrebbe provare la legge di
causalità come pura legge dell’intendimento, mi pare evidente che il
ragionamento dell’Helmholtz è sofistico. Difatti egli dice che la legge causale
è poi niente altro che la maniera di com- prendere logicamente qualunque
esperienza; perciò se nol pos- siamo convenire d’intendere un fenomeno dobbiamo
convenire che lo possiamo classificare ormai in una legge naturale che ce lo fa
intendere come effetto d'una causa e questo dovrebbe significare, a parer suo,
che il principio di causalità non è una legge di natura, se non perchè è una
legge dell’intelligenza. Ora è evidente che c'è ancora un'altra soluzione
possibile, cioè che la legge causale sia... quello che è, tra: perchè è una
legge dell’in- telligenza e perchè è anche una legge di natura non nel solo
sog- getto, nè nel solo oggetto, ma in tutti e due. Infatti perchè i0 dovrei
pensare che quello che vale per la mia intelligenza non abbia valore, e allo
stesso titolo, anche per la natura? Posso lo seriamente pensare che il mondo
dei fenomeni naturali sia eseute da ogni legge causale, 0 che vi sia sottoposto
solo perchè noi lo intendiamo causalmente cioè riduciamo a legge i suoi
fenomeni secondo Je leggi del nostro intendimento? Non mi pare. Dunque il
ragionamento dell’Helhmoltz, secondo , me, è buono per provare che la legge di
causalità è sì una: legge dell’intendimento, ma non per escludere che non sia
anche allo stesso titolo una legge di natura. E accettando la doppia posi-
zione non sento di poter meritare il rimprovero che i kantiani puri rivolgono
ai naturalisti esclusivamente fedeli alla. poste- riori, cioè che da noi — per
la considerazione oggettiva — si crei una specie di entità causativa estrinseca
a noi, realizzando, so- stantificando, entificando a parte quei rapporti di
cansalità che, per la loro qualità di rapporti, non possono essere che pensati
astrattamente da noi medesimi. Infatti noi possiamo benissimo concepire le
leggi causali come un modo necessario di agire della realtà soggetto-oggettiva
nel corso del tempo, modo che noi possiamo in certi casi conoscere ed esprimere
matematicamente con una funzione astratta che ci dia la formula unica del rap-
porto delle variazioni, senza pretendere che quella realtà che è da noi
considerata faccia pare essa stessa per conto proprio quel- Vastrazione
scientifica tutte ie volte, per esempio, che una pietra cade, che un corpo si
dilata per aumento di temperatura e via dicendo. La natura agisce causalmente
con quei rapporti di suc- cessione necessaria di coesistenze che noi possiamo
sperimental- mente determinare e formulare senza aver bisogno di cacciare le
nostre formule fra i valori relativi delle sue quantità variabili. Quando
diciamo, per esempio, che nella natura a temperatura costante il volume dei gas
è in ragione inversa della pressione che sostiene, non si vorrà certo
pretendere che il fisico getti la sua legge di Mariotte tra le quantità
variabili di quel rapporto ‘ come una pietra nell’ingranaggio della natura. E
d'altronde non è forse vero che le stesse forme a priori dell’intendimento che
son così care al kantiani non sono già entità per sé stanti, ma semplici
funzioni del processo reale del nostro pensiero benchè noi, sulle orme di Kant,
possiamo enunciare coi simboli astratti della critica della ragion pura? Non ci
insegnerà nulla questa verità? A me pare che dovrebbe insegnarci una cosa
semplicis- sima, cioè a non restare prigionieri del molteplice empirico del
sentire, nè a pretendere di metterlo da parte per isolarci nel. l'uno logico
dell'intendere. Si è tanto criticato Findirizzo unila- terale dell’empirismo.
Ma siamo giusti. Se noi ci mettiamo an- cora dall’esclusivo punto di vista
delle leggi dell'intelligenza, 246 CAPO XII = ri, i let i romanzi aprioristici
della. metafisica vecchia. continueranno. Noi crederemo sempre d’aver confutato
l’empirismo sentendo d’aver diritto di insistere sopra la verità della forma
dell’intel: letto. Ma Vempirismo non avrà meno diritto di insistere Sopra la
verità del dato del senso. Dunque optare solo per l’uno o per l’altro è uno
sbaglio. Le potenze di cui disponiamo vitalmente Sono ll senso e l'intelletto.
Noi non dobbiamo rinunziare nè al- luna nè all'altra, perchè questi due organi
diversi spuntano con la stessa legittimità sullo stesso tronco. E il pensiero
filosofico non deve più mutilarsi nè coll'empirismo nò coll’intellettuali-
SMmO. Avviciniamo ora al neocriticismo puro dell'Helmholtz un par- ticolare
indirizzo del positivismo inglese, il quale, con un’indi- pendenza critica che
lo rende singolarmente prezioso, assume rispetto alla questione dell'origine
del principio di causa una posizione critica assai affine, per opera dello
Spencer. Questi in- vero, per l'intermediario di Hamilton, vivamente risente
Vin- fluenza della critica di Kant. pur mantenendo anche in questa attinenza la
sua indiscutibile originalità. La sua dottrina filosofica circa la questione
causale è tanto netta che si può esprimere in poche parole (1). La causa
secondo lui non è che un rapporto secondo cui Lo spirito connette e pensa le
sue rappresentazioni, essendo funzione essenziale del pensiero quella di
stabilire relazioni. Quanto alla provenienza del con- Cetto di causa (se
dall'esperienza nostra o dal pensiero) basta. riflettere che Vesperienza nostra
non è possibile senza cotesto concetto di cui si chiede l'origine, e che (con
gli altri della sua Hatura denominabili benissimo concetti a priori o puri 0
anthe categorie, ma nel nuovo senso, cioè conforme all'ipotesi dell'Evo-
luzione) sorpassa l'esperienza nostra. perchè le serve di base. Questo
significa che il concetto di causa essendo a fondamento della nostra esperienza
non può esser attinto da noi mediante l'esperienza. La sua necessità insomma
proviene dal pensiero che imprime qual forma intellettuale sui dati sensibili.
Perchè per- (1) SPENCER, Principles of Psycology, 1855; L’rogress, its Lars and
Cquse, 1857 : l'irst principles, 1862. dla ch 1 LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 247
siste questo concetto della causa nell’esperienza ? Perchè la per- sistenza
della causa che si rivela nei fenomeni e che in questo modo si rivela, non è
che la persistenza medesima della Forza, verità questa che «trascende ogni
dimostrazione » (1). L'opposizione al fenomenismo del Mill è evidente. S'ag-
giunga, cosa riconosciuta anche dal Kéònig, che contro lo stesso Mill lo
Spencer formula il criterio della verità in modo da non escludere a prioriì la
possibilità d'una certezza indipendente dal- l'osservazione (2). Tutti sanno
però che quell’elemento « priori che le nostre percezioni e le nostre idee
portano in sè, secondo lo Spencer, concorre a formarle, come legge della
conoscenza non già perchè essenziale e originario al nostro pensiero e ir-
reducibile al fatto dell’esperienza, come vogliono i kantiani, ma perchè originato
dalle esperienze acquisite e accumulate nella specie e per tante generazioni
trasmesso a noi fino a diventare un che ingenito, e un’attitudine ereditaria
della nostra mente (3). Questa posizione conciliativa riesce ostica, si
capisce, agli aprioristi assoluti; ed ha ben ragione il Kònig di affermare che
Y'apriorismo in generale dello Spencer non è autentico (4). E lo stesso si dica
del sno apriorismo kantiano in particolare (5) e (1) Id. /. p., II, è GI.
«..... la forza, di cui noi affermiamo la persistenza, è quella Forza Assoluta
che siamo costretti ad ammettere quale postulato, come correlativo necessario
della forza di cui siamo coscienti. Per la Persi- stenza della Forza, noi
realmente intendiamo la persistenza di qualche Causa la quale trascende la
conoscenza nostra e la nostra concezione ». I primi prin- cipi (Trad.
Salvadori) II, $ 62, pag. 148. (2) KONIG, op. cit., pag. 303. (3) SPENCER, op.
cit., pag. 133, nota. (4) Il K6NIG concede una lunghissima considerazione alla
dottrina dello Spencer (op. cit., II, 302-355) trattando partitamente quattro
punti: del rela. tivismo dello Spencer, delle forme della certezza e
dell’apriori, della natura dell’intelletto e dell’apriori, infine del realismo
spenceriano. Ma egli si impi- glia in soverchie digressioni, sicchè il concetto
dello Spencer in ordine al problema della causa resta, non dirò guastato, ma
ingombrato penosamente. (5) Per ciò che concerne la questione dell’origine
della conoscenza e in par- ticolare l'avvicinamento dello Spencer a Kant è sempre
utile ricordare la di- chiarazione precisa dello Spencer medesimo, riferita dal
Hoffding: « Il punto di vista evoluzionistico è un punto di vista assolutamente
empirico. Esso si distingue dall’antica concezione degli empirici per
l’estensione che esso dà a questa concezione, La concezione di Kant è invece ad
evidenza assolutamente antiempirica. (Essays, III, pp. 274, 277). Malgrado
questa recisa sentenza la kantizzazione dello Spencer è sostenuta da critici
insigni. Notevolissima fra 248 CAPO XII lo stesso della sua concezione così
detta realistica del processo mentale, che noi dobbiamo ancora discutere
brevemente. Lo Spencer dice, d'accordo in questo con Kant, che noi non pos-
siamo ritenere che la sintesi causale dei fatti d'esperienza, quale sì presenta
pur parzialmente nelle nostre leggi, sia dovuta al- l'oggettività naturale per
la ragione che la sua necessità proviene dalla organizzazione della nostra
conoscenza. Egli però si di- stacca da Kant interpretando questa organizzazione
innata nel- l’individuo come acquisita nella specie. In breve, mentre l'a
priori kantiano è originario nella specie umana, Va priori spen- cerano nella
specie umana è originato. | Credere che questa differenza sia di poco valore è
un’ingenuità. L'apriorismo dello Spencer non è che un empirismo mascherato. Ma
c'è empirismo ed empirismo. Si può, ad esempio, supporre che accumulazione
ereditaria delle cognizioni sia avvenuta e avvenga tutt'ora in modo prettamente
soggettivo cioè «a parte subjecti». E si può anche supporre lopposto. Per quale
tipo dd'empirismo ha optato lo Spencer? E con quale fondamento? Sappiamo che lo
Spencer ammette una cosa in sè « unknowa- ble», ma respinge Videalisino
trascendentale, adducendo due giu- stificazioni, Vuna negativa, Valtra
positiva, in sostegno del suo l’altro è la seguente conclusione del Masci (Le
forme dell'intuizione, pag. 40) : — «La persistenza dell'universo, conchiude lo
Spencer, è la persistenza della Causa..... che si rivela nei fenomeni. Questo
principio è anteriore alla dimo- strazione, anteriore alla conoscenza
determinata, antico quanto l’intelletto. La autorità sua si eleva al disopra
d’ogni altra autorità, perchè non solo è il fon- damento del nostro organismo
mentale, ma non è possibile immaginare una mente senza di esso. E non è
possibile, perchè desso è un principio di ragion pura anteriore a qualsiasi
esperienza; la mente, la coscienza sono possibili senza questa o quella forma,
senza questo o quel contenuto, ma non sono pos- sibili senza la forma (la
relazione), senza il contenuto (l'essere). (SpexcER, Pre- miers Principes, pag.
204) ». « Questo luogo — aggiunge il Masci alla pagina seguente — potrebbe
essere inscritto nella Critica della lagion pura. Kant non dice altro allorchè
afferma che il principio di causalità, anzichè essere giustificato
dall’esperienza, la giusti- fica; e che un pensiero che concepisse il contrario
sarebbe suicida » (M. ibid., p. 41). Confesso tuttavia di non aver finora
rintracciato nell’opera dello Spencer, nè alla pagina citata (204), nè altrove,
il luogo virgolato dal Masci e riferito qui sopra. Ma questo non toglie le
intime relazioni tra l’apriorismo kantiano e l’apriorismo spenceriano in ordine
al principio di causalità. Sull’influenza esercitata sullo S. dalla Critica di
Kant, Cfr. L. FERRI realismo trasformato trascendentale, pur contrario al
fenome- nalismo del Mill. Ma il suo idealismo trasformato trascendentale non è
ciò che possa conferire l’oggettività al suo empirìismo evo- lutivo. Infatti,
sia per la giustificazione negativa, sia per la positiva, egli stesso non
oltrepassa mai coi suoi argomenti la . sfera dell’empirismo. Questa situazione
è svolta molto largamente e con grande acume dal Kénig, il quale mostra che lo
Spencer fa valere contro l’idealismo i diritti del realismo empirico o realismo
ingenuo che quello riconosce perfettamente, e giustamente conclude che tanto il
realismo trascendentale quanto l’idealismo trascenden- tale sono due ipotesi
opposte ma di eguale diritto (1). Lasciamo dunque stare per ora la questione
della cosa in sè che non ci illumina sopra la ragione della connessione causale
dei fenomeni. Noi vogliamo solo stabilire che la teoria del processo
filogenetico dell’organizzazione della conoscenza è suscettibile d’un’interpre-
tazione puramente soggettivistica per quanto viziosa e che per ciò lo Spencer
ha avuto torto di non dirci per quali ragioni — indipendenti così dal realismo
trascendentale come dal realismo empirico — egli creda di dover dare
un’interpretazione non sog- gettivistica all’accumulazione ereditaria delle
conoscenze. Fin- chè la questione dell’origine a priori o a posteriori della
cogni- zione causale non viene trascinata su questo campo, la concezione
realistica del processo mentale non è giustificabile e quindi il soggettivismo
— che potrebbe anche cadere nello scetticismo — non è vinto. | Infatti da una
parte nulla vieta che si ammetta il valore il- IJusorio della prospettiva
causale come il risultato di una ten- denza ingannatrice naturale allo spirito
umano e rafforzatasi con un’accumulazione di esperienze incommensurabilmente
più grande di quella che non possa essere acquistata da qualsiasi individuo.
Nulla vieta allora che i problemi della causalità si sciolgano con una facilità
verbale straordinaria. « Perchè noi incontriamo il principio di causalità
nell'esperienza? perché l’esperienza medesima è costruita’ filogeneticamente
con questo principio. Perchè affermiamo che i fatti sono connessi così ? (1)
K6xIG, op. cit. II, pag. 350 e segg. 250 CAPO XII perchè la struttura della
mente umana, superiore ad ogni nostro individuale capriccio è costruita per
connetterli così, e perchè la nostra forma mentis umana è inevitabile». Nulla
vieta allora che si giunga al fallace proposito di determinare i rapporti cau-
sali della realtà col mero sussidio della cognizione a priori, senza ricorrere
all'esperienza esterna, ridotta per tal modo ad essere come il nimbo d'una
nebulosa rotante inconoscibilmente in- torno al nostro spirito. Nulla vieta per
contro che si concluda dogmaticamente, d’accordo coll’apriorismo soggettivistico
più e- sclusivo, che, per conoscere le leggi delle cose, è necessario e
sufficiente conoscere le leggi formali e formative della mente nostra. Insomma,
nulla vieta allora che si cada inevitabilmente nella conclusione
antisperimentale. E. se lo Spencer non ha il coraggio di spingersi a questa
con- clusione antiscientifica, il merito non è delle sue premesse ma del suo
buon senso. Infine, contro chi ad ogni costo volesse insistere sul vantaggio di
oggettività reale che lempirismo aitiologico evolutivo dello Spencer potrebbe
ricavare dal suo realismo trascendentale, ba- sterà sempre ricordare
L'osservazione seguente. « Quale utilità possa ridondivre al filosofo, domanda
giustamente il Kénig, da tal concetto d'una cosa in sè. che cosa egli guadagni
affermando che Il nesso costante dei fenomeni è fondato in un assoluto che vi
sta in fondo senza poter dir come, non si può seriamente argomen- tare» (1).
Quanto alla teoria della scienza lo Spencer dichiara che tocca alla scienza
sperimentale lo scoprire le relazioni e trasforma zioni speciali che si
effettuano tra le varie forme della. forza che noi dobbiamo considerare come
sempre costante e moventesi in tutte le cose. La presupposizione fondamentale
(postulato) d’ogni scienza è appunto il principio della conservazione della
forza. Ed (1) «Ist es da nicht eine ebenso gute Ansicht, diesen Zusammenhang
ein- fach als einen faktischen anzusehen, und auf jede speciellere Vorstellung
iber die Grundlage desselben zu verzichten? Unmotivirt erscheint ces jedenfalls,
zur « Erkliirang» desselben ein Absolutes anzurufen, ohne dass man doch weiss,
wie das Absolute die Erscheinungen macht. Der Realismus Spencer's erscheint uns
deshalb einfach als eine willkiirliche Hypothese » (K. op. cit., II, pag. 355).
è naturale che questo principio non possa venir dimostrato
spe- rimentalmente, giacchè la sua stessa validità è presupposta da. ogni
sperimento. Questo principio poi coincide col principio causale, quando questo
si considera come Tespressione generale della regolarità nel manifestarsi dei
fenomeni. Se non potessimo applicare la causa ai fenomeni dell’osservazione
esterna non potremmo mai riuscire a spiegare ed a comprendere il corso degli
avvenimenti naturali. Così, ad esempio, se potessimo ritenere che i movimenti,
visibili e invisibili, delle masse e delle molecole che formano la parte più
grande dei fenomeni che si devono interpretare, procedono dal nulla o
svaniscono nel nulla, come se fossero privi di cause o di effetti, quei
fenomeni non potreb- bero avere alcuna spiegazione scientifica. « La prima
deduzione che si deve trarre dalla verità universale che la forza ultima
persiste, è che persistono le relazioni tra le forze. Supponendo ‘che una data
manifestazione di forza, sotto una data forma e sotto date condizioni, sia
preceduta o succeduta da qualche altra manifestazione, essa deve, in tutti i
casi in cui la forma e le manifestazioni siano le stesse, essere preceduta e
susseguita da una tale altra manifestazione. Ogni modo antecedente dell’In-
conoscibile deve avere una connessione invariabile, quantitativa e qualitativa,
con quel modo dell’Inconoscibile, che chiamiamo suo conseguente. Infatti, dire
altrimenti è come negare la per- sistenza della forza». Tutto il capitolo VII
della Parte II (La persistenza delle relazioni tra le forze) e il cap. VIII (
La trasformazione e l'equivalenza delle forze) recano chiari e ab- bondanti
esempj di questi principj, intorno ai quali, dopo quanto s'è detto, ogni
critica ulteriore sarebbe supertina. Finalmente, circa la questione della
causalità finale, lo Spen- cer, è contrario ad ogni teleologia. In tutti i
fenomeni dell’evo- luzione egli non vede che lo sviluppo delle forze meccaniche
in armonia colla legge fondamentale della conservazione delle forze. L'ipotesi
di qualsivoglia finalità, sia esterna sia interna, è per lui antifilosofica, è
una spiegazione che non spiega niente, è una concezione simbolica illegittima
(1). La possibilità d’un principio (1) Spexcer, Biology. III, vu. 252 CAPO XII
plastico che, in qualche modo, darebbe forma alla materia viene esclusa
sistematicamente. Il Riehl parimenti proseguendo il criticismo si riattacca
alla dottrina aprioristica kantiana. Tuttavia egli cerca di darle nuova vita,
in più d'un punto separandosi da Kant. Invero egli afferma che la legge di
causalità è ben lungi dall’essere ricavata dall’e- sperienza sensibile, ma
aggiunge che non è tanto una legge della natura, quanto propriamente /a Zegge
che determina «la forma generale della natura» (1). Questa importante
deviazione da Kant, sfuggita al Cesca (2), è notata dal Kénig che vi scorge
l'e- spressione d'un apriorismo limitato e la presenta non già come una
conseguenza del timore per TVapplicazione a fondo della dottrina trascendentale
cioè come un rimaner fermo a mezza strada, ma come la conseguenza inevitabile
dell’ipotesi realistica a cui il Riehl, com'è noto, aderisce (3), d’accordo con
lo Spencer. Però, a differenza dello Spencer, considera l’objettività del nesso
tei fenomeni in modo formale e ki fonda, d'accordo con Kant sull'unità
sintetica dell’appercezione. Salvo che — come vedem- uo — differisce anche da
Kant per il concetto della legge di causalità che egli considera come legge
della forma generale delle leggi della natura. HI Lange riprende la dottrina
aprioristica circa la natnra del principio di causalità, ma non propone
argomenti nuovi (4). Lo Schultze, fautore esagerato dell’apriorismo
aitiologico, ciunge a sostenere che la sintesi cansale è la funzione fondamen-
tale del nostro spirito, e in sostegno della sua tesi adduce dieci argomenti
(51. Il Cesca ha ragione di controbatterli tutti (6): circa il quarto argomento
avrebbe potuto aggiungere che, esclusa la via di Hume, oltre la via di Kant,
seguita dallo S., non che quella della Scuola Scozzese ricordata da Imi, restava
possibile la via di (ialileo. (1) RiEHL, Der philosophische Kritizismus,
1876-9, IL pag. 255. (2) Cesca, op. cit., pag. 41. (3) KGONIG, op, cit., pag.
363-307. (4) LANGE, Geschichte der Materialismus, Leipzig, 1874, 28 ed., II,
pag. 45. (3)
ScHULIZE, Philosophie der Naturiwcissenschaft, Leipzig, 1881-2, II, pag. 2. (6) Cesca, Rivolgiamo ora la nostra discussione a quel
nuovo indirizzo di filosofia che in Francia ebbe per iniziatore dottissimo il
Renou- vier e da alcuni critici viene detto fenomenismo indeterminista, da
altri neocriticismo come quello che si riattacca, per ragioni di metodo e di
ragion pratica, all'opera di Kant. È noto che questo fenomenismo neocritico,
sostenuto da robusti saggi di critica generale, di metafisica e di storia,
dalle discussioni e dalle polemiche della Critique philosophique (1),
opponendosi all’e- clettismo, al panteismo, al determinismo universale, al
positivi- smo da un lato conserva quasi tutta la critica delle nozioni di
sostanza e di causa dovuta all'opera eminente di Berkeley e di Hume, dall'altro
mantiene fede alla teoria dei giudizj sintetici a priori di Kant, ma rigetta
tutta l’ardua metafisica kantiana (dei noumeni, della distinzione
dell’intelletto dalla ragione, del- l'infinito attuale o reale, ete.). | La sua
posizione logica rispetto alla questione della causalità sl collega alla
tradizione logica francese e segnatamente a Des Cartes come risulta dalle
esplicite dichiarazioni del Renou- vier (2). (1) Cfr.
RENxOUVIER: Essais de critique générale. I, Logique; II, Dsycologie; III,
Principes de la nature. (1854-64). Critique philosophique (1870-71). La mou-
velle Monadologie (1399). La philosophie analytique de V histoire (1896).
Elements de la metaphisique pure (1900). Les dilemmes de la metaphisyque
(1901). Histoire et solution des problémes metaphysiques (1901). BeuRIER,
Renouvier et le criticisme frane, Revue philos. - Avril 1877. Hocnson, Za philos. de Ren, Critique
philos. 1881 e 1882. (2) Ecco in che modo il R., in appoggio alla sua tesi,
espone il principio cartesiano della causalità e della limitazione delle
potenze del me. «La causalità è una certa relazione di dipendenza tra
modificazioni succes- sive d’un pensiero individuale, o una dipendenza
reciproca tra alcune di queste modificazioni e altre che si producono nel mondo
esteriore. Il senso dell'idea di causa proviene essenzialmente dalla natura di
alcune delle prime modifica- zioni cioè di quelle che hanno per caratteri il
desiderio e la volontà; quindi il pensiero lo trasporta vagamente alle seconde,
malgrado l’assenza d'ogni percezione di qualità simili al desiderio o alla
volontà, ai corpi. Così ai corpi si attribuiscono azioni. Sempre restando dal
punto di vista della coscienza in- dividuale unica, si capisce che questa
coscienza di fronte ai corpi che ci pre- sentano un principio di organizzazione
attribuisca loro le qualità simili al de- siderio e alla volontà per induzione:
fondandosi sull’analogia dei segni, perchè la percezione diretta degli atti
mentali prodotti da un io diverso dal proprio è impossibile. La vista generale
del mondo esterno fa apparire alla coscienza come una riunione (assemblage) di
esseri, gli uni organici, gli altri inorganici, 204 CAPO XII chia lina Ma,
lasciando da parte la considerazione del nesso storico, la vera posizione logica
del vigoroso campione del neocriticismo ri. spetto alla questione della
causalità è intieramente determinata dalle due tesi fondamentali del principio
di relatività (1) e del principio di limitazione. Siccome quest'ultimo, in
particolare, interdice l'attribuzione della realtà ad ogni soggetto concepibile
come un composto di modi, qualità, posti o momenti distinti. in numero ad un
tempo infinito o interminabile e attnalmente acqui. sito o dato in tutte le sue
unità (2). così la critica negativa della causalità della vecchia metafisica,
insistente sopra un termine astratto falsamente realizzato, molla fittizia dei
fenomeni, si im- pone di conseguenza nelle polemiche del neocriticismo e ne co-
stituisce un cordone principale. Il Renouvier continuamente insiste sulla
necessità di respingere ogni finzione di forze transi- tive tra gli esseri che
esso definisce come « funzioni di fenomeni ». « Les causes
proprement diter étant des phénomènes mentals, de l'ordre du desir et de la
volonté, car on ne comprendrait hors de la que des faits matériels de devenir
coordonnés entre enx et ce n'est pas ce qu'on entend par cause» ». Il
neocriticismo resta condotto «a la doctrine méme où le méme problème conduisit
Leibniz, c'est-à-dire a la doctrine del lharmonie préétablie » (3). E TAO e questi ultimi materialmente
più estesi e necessarj perla vita dei primi, ma tutti dati in relazioni di
causalità estremamente complesse e di tal guisa che l’io è in uno stato di
limitazione e di dipendenza sotto tutti i rispetti. Esso non ha di sienro e di
propriamente sno che la coscienza attuale di ciò che esso sente; sì trova da
tutte le parti incerto e limitato nelle conoscenze che può formarsi delle cose,
e nell'azione che può esercitare sopra di esse, e in- fine dominato e
schiacciato dal loro sviluppo irresistibile ». s Cette doctrine, presque
toujour: mal comprise, est quelque chose de plus qu’ une hvpothèse : elle est
la vue rationelle du rapport entre deux étres dif- férents et tels, en telle
situation, qu' une certaine modification dans l’un est constamment suivie dans
l’autre d'ane modification déterminée en vertu d’une loi de la nature, On n'a
jamais pu, entre la cause et l’effet, ni Gtablir l’identité, ni imaginer un
intermèdiaire qui résolàt le problème de supprimer l’intervalle sans en
introduire de nouveaux ». RexouviIER, Iist. et solut. d. problèmes me- taphys.
pag. 449-50. (1) Il principio di relatività ha per applicazione il sistema
delle categorie : qualità, quantità, posizione, successione, divenire,
finalità, causalità, tutte sussunte sotto la Lelazione nell'ordine astratto e
sotto la Personalità nell'ordine concreto. RENOUVIER, op. cit. pag. 454. (2)
RexouvIER, op. cit., pag. 454. Dopo queste citazioni, la posizione e il valore
del neocriticismo. rispetto al problema della causalità, si possono dedurre
facil- mente. In primo luogo è evidente il proposito humiano di stabilire il
carattere psicologico della causalità, sia combattendo la causalità effictente
degli esseri naturali, sia purificando l’idea di causa da tutto l’aggroviglio
delle altre interpretazioni ontologiche dovuto alla vecchia metafisica. In
secondo luogo è evidente il proposito ripreso dall’empirio- criticismo di
ridurre la causalità, come meccanismo della natura, a pura coordinazione dei
fatti del divenire, interpretando la de- terminazione scientifica delie leggi
causali, come pura determi- nazione delle funzioni dei fenomeni. In terzo luogo
è evidente il proposito di salvare il principio della libertà ricorrendo
all'insondabile abisso dell’indetermina- zione, rompendo cioè il muro di bronzo
della causalità per far possibili Je projezioni della libertà. Colla scusa che
il principio di causalità non è nè empirico nè dimostrabile logicamente, e che
la causa stessa non è che un concetto categorico, vale a dire un’idea generale
di relazione che può ben servire per designare legami fenomenici affermati sia
nell'esperienza, sia nell’immaginazione, sia nell’ipotesi, ma non mai per
introdurre entità fuori d’ogni relazione, il Renouvier giunge ad ammettere che
vi siano nella realtà cangiamenti senza causa e, propriamente nella serie delle
nostre azioni volontarie, primi cominciamenti assoluti cioè atti di libero
arbitrio costiì- tuenti, in ultima analisi, vere eccezioni flagranti alla
portata universale del principio di causalità. Queste eccezioni costitui-
rebbero l’indeterminazione fondamentale della realtà, la con- tingenza, la
spontaneità della volontà, il libero arbitrio (non già la libertà
d’indifferenza che egli contuta ed esclude con grande rigore). Davanti a queste
tesi noi possiamo anzitutto convenire che è giusto distinguere il problema
dell’idea di causa e del principio di causalità dal problema della
determinazione scientifica delle leggi causali. Ma questa distinzione non
conferisce un carattere esclusivamente psicologico alla causalità legale
provata dall’e- sperimento. Inoltre dobbiamo notare che la riduzione della con-
256 CAPO XII ! — ito ti 0 ehi co iu i Lit. nessione causale a puro rapporto
funzionale non regge perchè questo, se è inteso solo matematicamente, non tiene
conto fra l’altro del rapporto di tempo che è incluso nella concatenazione
causale (1). Infine possiamo osservare che il ricorso all’indeterminazione non
è che un ricorso all'asilo dell'ignoranza, perchè in primo luogo bisogna
provare la possibilità dell’indeterminato, il che non pare possibile perchè il
Renouvier stesso non ammette che fenomeni e rapporti di fenomeni, cioè infine
fenomeni legati o determinati. La relazione non è forse, pel Renonvier la legge
più generale di tutte? E non trae essa il suo effetto — in quanto è applicata —
dalla determinazione o limitazione che è sintesi della distinzione e
dell'unione? Quindi se l’indeterminato signi- fica Virrelativo, non si capisce
come il Renouvier possa ancora parlarne. In secondo luogo bisogna provare che
ciò che resta indeter- minato per la scienza debba pur essere indeterminato per
ogni altro grado di conoscenza, cioè tanto per Pesperienza quanto per la
filosofia. In terzo luogo bisogna provare che ciò che è veramente e realmente
indeterminato e frattanto anche diverso da tutto ciò che possa causare, sia
diverso da zero. Ma di tutte queste esigenze capitali nè il Renouvier nè gli
altri fautori del neocriticismo hanno potuto addurre la prova. Per conseguenza
resta facile ritorcere il loro argomento contro di essi, affermando il carat.
tere esclusivamente psicologico dell'indeterminazione medesima. Il che rovescia
del tutto la tesi critica del Renouvier e rivela il giro vizioso della sua
metafisica che attribuisce carattere è valore positivo di libertà a ciò che è
mera assenza di causa, vale a dire termine astratto e fittizio di una negazione
falsamente realizzata, @mistero, come dice il Fouillée, poichè sorpassa la A il
RexovuviIer, riducendo il rapporto causale a puro rapporto funzionale, è mosso
dal desiderio di affermare che nei casi nei quali si verifica il rapporto di
causalità, la scienza ha semplicemente da preoccuparsi del rapporto (qualunque
esso sia, poco importa) tra i fenomeni, e non della causa efticiente nel senso
ontologico della vecchia metatisica. Perciò è vero che egli sbaglia riducendo
la legge causale a funzione matematica. ma la sua intenzione è ot- tima, perchè
mira alla distinzione doverosa dell’aspetto scientifico dall’aspetto metafisico
del problema. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 257 Conoscenza; miracolo, poichè si
realizza nel mondo stesso della conoscenza per sospenderne le leggi» (1).
L'altissimo merito della filosofia di Guglielmo Wundt (2) è la sna capacità di
occupare una posizione intermedia fra il pretto a- priorismo intellettualistico
e il nudo empirismo sensistico (3). Per questa situazione critica egli è tutto
quanto nello spirito generale di Kant, benchè in definitiva si allontani da
Kant nella soluzione speciale dei massimi problemi. Rispetto al problema della
causalità il punto cardinale della sua dottrina è Vintimo accordo delle scienze
esatte della natura colle scienze dello spirito; indirizzo equilibrato e
fecondo a cui sarà sempre congiunta la fortuna reale della filosofia. Secondo
il Wi. ci sono tre gradi di conoscenza 1 la percettiva (esperienza o vita
pratica), la intellettuale (scienza), la razionale (filosofia). La prima si
acquista praticamente, senza elaborazione logica di concetti; la seconda esige
che il contenuto empirico delle rap- presentazioni venga corretto e integrato
con amalisi logica : la terza è Vopera dell'unificazione generale per cui i
var) nessi ottenuti colla conoscenza scientifica vengono sintetizzati in un
xolo tutto (+. Per Li sua elaborazione logica Ta scienza ha bi- sogno di alcuni
concetti atti a dare collegamento concettuale a tutto il contenuto del nostro
pensiero. In questo modo il pas. saggio graduale dal primo al secondo grado
della conoscenza è (1) FovILLÈE, Le mourement idealiste, Paris, Alcan, 1896,
pag. 169. (2) Wuxpr. Logik, Stuttgart 18861, 18922; System der Philosophie,
Leipzig 18891, 18972; Grundriss der Psychologie, Leipzig 18961, 19074:
Einleitung in die Philosophie, Leipzig, 1901: Philosophische studien,
1388-1901. Cfr. F. Kore, W. W. Stuttgart, 1901; Die Entcichlung d.
Carsalproblems II, pag. 108-422. G. ViLLa, La psicologia contemporanea. Torino
1902; P. Mar- TINETTI, Introduzione a. metafis. Torino, pag. 246-262. (3)
Questo merito gli è riconosciuto ampiamente dal Konig che accetta in gran parte
la teoria aitiologica del Wundt. (Cfr. op. cit, II, pag. 408-422 e se-
gnatamente 417). Lo sforzo del K. è di far notare che il W. non perde mai di
vista la distinzione fra le forme intuitive dei fenomeni e le forme concettuali
di annodamento. « Innanzi tutto, egli dice, il W. fu il primo a tentare (come
il Riehl) di riunire in certo qual modo i punti di vista dell’empirismo e del-
l’apriorismo col dimostrare che la legge causale prende radici in un assioma
ge- nerale del pensare, il quale però soltanto per mezzo dell’esperienza
risulta ap- plicabile ai fenomeni esterni. » (pag. 408). (4) Logil, 2% Auf,
1892, I, pag. 90 ss. - System. Pastore — Storia critica del problema della
causalità. 17 208 CAPO XII propriamente la sostituzione progressiva
dell’organizzazione lo- sica alla presentazione empirica (1). Ora notisi bene,
secondo il Wundt, l'intuizione sensibile non ci dà altro che una pluralità,
mentre il collegamento è ope ‘a del pensiero che determina a suo modo il
contenuto della percezione. Perciò a suo avviso, siamo noi stessi che di fronte
ad una pluralità sensibile in cui non pos- siamo rappresentarci nulla di
collegato, facciamo il collegamento valendoci dell'attività collegatrice del
pensiero, la quale in ognu- no di noi si mantiene sempre fondamentale identica
in qual- siasi forma di determinazione. Il collegamento poi in particolare è
reso possibile dal fatto che il pensiero, prima dissocia analiti- camente gli
elementi delle rappresentazioni empiriche e ne fa clementi concettuali
distinti, poi li associa sinteticamente in nuove unità. Queste operazioni
d'analisi e di sintesi che si ri- solvono poi nei giudizj analitici e sintetici
(2) si possono in ul- tima analisi ridurre alle due relazioni fondamentali di
identità e di dipendenza (3), donde i due principj omonimi ma irridu- cibili,
fondamento di tutte le leggi del pensiero. Il principio di dipendenza non è
altro che il principio di cau- salità con cui noi pensiamo come logicamente
dipendenti gli oggetti del molteplice intuito nell'esperienza, le cui proprietà
si mutano correlativamente, cioè li colleghiamo concettualmente come causa ed
effetto, chiamando causa il primo termine che muta, effetto il secondo (4). Gli
atti di paragone e di collega- mento subordinati al principio di causalità sono
immensamente più numerosi e complessi di quelli subordinati al principio di
identità, di modo che si può dire che il principio di causalità è il principio
di generale collegamento di tutti gli atti del nostro pensiero (9). Resta
pertanto evidente che il principio di causalità ben lungi d’essere una legge
naturale è un puro collegamento lo- gico e gnoseologico operato dal pensiero
nell’elaborare e deter- minare a suo modo il contenuto della percezione e
quindi che 1 concetti correlativi di causa ed effetto, logicamente parlando, si
(1) Logik?, 561 ss. (2) System, 43. (3) System, 42 ss, 71; Logik?, 598 ss. (4)
System, 74 ss. (5) System, 166 ss. riducono ai concetti di principio e
conseguenza. Tuttavia non bisogna perdere di vista il punto importantissimo
dell’applica- zione del concetto causale ai fenomeni dell'esperienza,
altrimenti sl cade nell’esagerazione di quei critici che interpretano l’aitio-
logia moderna dal punto .di vista dell’assoluto apriorismo (1). «Il rilievo
dell’importanza che con ciò hanno le leggi dell’in- tuizione, nota il Kònig, è
un pensiero tanto caratteristico quanto giusto della teoria della conoscenza
del Wundt ; giacchè è con questo che le ipotesi scientifiche sull’essenza dei
fenomeni si distinguono dalle definizioni puramente speculative metafisiche di
tale essenza» (2). Insomma il notevole è questo che « se i fenomeni immediati
so- (1) È l’esagerazione del Cesca il quale, è vero, giustamente osserva che
pel W. «la legge di causalità è l’applicazione del principio di ragione al
contenuto dell’esperienza e che il principio di ragione è un assioma logico il
quale sol- tanto nell’applicazione dipende dall’esperienza, sicchè esso è una
legge logica indipendente » (op. cit. 41-42), ma poi trascura del tutto, di
considerare l’impor- tanza del fatto dell’applicazione nella teoria del W.
Quest’importanza è invece rilevata benissimo dal K6nig (op. cit, II, 415 ss.)
dove egli osserva che l’ap- plicabilità dell’assioma logico ai fenomeni non è
così naturale come l’ammette il razionalismo in base alla sua identificazione
delle relazioni reali e logiche cioè intuitive e concettuali. « In modo
speciale — egli avverte — secondo la teoria del W. la forma dell’applicazione
del principio è determinata dall’espe- rienza, giacchè questa forma deve
conformarsi da una parte alle forme d’intui- zione generali dello spazio e del
tempo e dall’altra parte alle presupposizioni generali che dobbiamo fare
necessariamente riguardo al contenuto dell’espe- rienza ». Da ciò egli ricava
che noi dobbiamo considerare non soltanto la vali- dità (Geltung) subjettiva ma
anche quella objettiva del rapporto causale (op. cit. II, pag. 416-417), come
unico modo di rendere spiegabile In corrispondenza fra il pensare e le
relazioni intuitive degli oggetti. Anche il Martinetti ha messo in chiarissima
luce che la conoscenza secondo il W. deriva dal concorso di due fattori
distinti : il dato e il pensiero. (Cfr. op. cit. pag. 246 ss.). Il carattere
sintetico dell’aitiologia wundtiana non è sfuggito al Ranzoli, il quale
riconosce che il W. fa originare il principio di causalità da un’azione
reciproca (Wechselwirkung) tra il nostro pensiero e l’esperienza e lo considera
egli pure come un’applicazione del principio di ragione sufficente al contenuto
dell'esperienza : « La legge di causalità non è una legge d’esperienza, nel
senso che sia ottenuta mediante l’esperienza, ma soltanto nel senso che vale a
priori per ogni esperienza, poichè il nostro pensiero può riunire e coordinare
le espe- rienze solamente in quanto le raccoglie secondo il principio di ragion
sutficente. Perciò il principio di causalità porta con sè il doppio carattere
di una legge e d’un postulato ». (Wuxpr, Logik, 1893, I, p. 549-565) — Cfr.
RanzoLI, Dizion. di scienze filos. Milano 1916 - pag. 169-170. (2) KonIG, op.
cit., II, 418. 260 CAPO NII no bensì già dati, i concetti invece, per mezzo dei
quali cerchiamo di pensare il loro substrato, devono scaturire dal pensiero
stesso “in unione coll’intuizione purit» (1). E non è chi non veda che questo è
il criterio vero e proprio della teoria kantiana (2). Ag- giungiamo brevemente
che il W. benchè consideri il mondo degli oggetti (essere) e il mondo dei
soggetti (pensiero) non come due realtà diverse ma solo come dune aspetti
distinti d'un’'unica realtà, tuttavia vuol che sia rispettato il principio che
tanto la natura quanto lo spirito sono due sistemi chiusi di causalità (83), e
fra loro tanto diversi quanto il punto di vista dell'esperienza mediata della
scienza naturale (ottenuti per astrazione del soggetto) dif- ferisce da quello
dell'esperienza immediata soggettiva proprio della psicologia. Questa
esclusione rigorosa è, secondo il W., giustificata dal fatto che ogni influsso
causale reciproco tra i due mondi opposti darebbe origine a processi fisici
indipendenti da altri processi fisici, come a processi psichici indipendenti da
altri processi psichici così nascerebbe un'inserzione assurda di elementi
estranei nella connessione delle due cansalità :. fisica e psichica, mentre
queste sono del tutto incomparabili e indipen- denti. L'unica connessione vicendevole
tra corpo ed anima si può ammettere dal punto di vista peculiare del
parallelismo psico. fisico e nel limite angusto in cui questo può giovarci come
prin- Gipio ausiliario nella doppia ricerca. Una prima e più generale
differenza fra le due causalità con- viste in ciò, che la fisica ha carattere
concettuale e indiretto, la psichica invece ha carattere intuitivo e diretto.
HI W. non tra. scura tuttavia di ricordare che, come l'esperienza in ultima
ana- fisi è una sola, così le due cansalità non sono del tutto opposte una
all'altra, ma si integrano a vicenda, e la causalità in fondo rimane una sola.
Ammesso però il doppio punto di vista, è evi- dente che i principj dell'una
sono irreducibili a quelli dell’altra. (1) KONIG, op. cit. IT, 421. (2) N punto
capitale del W. fu opportunamente segnalato dal Martinetti in op. cit. p. 248:
« le leggi del pensiero sono anche le leggi costitutive del- l’esperienza :
onde essendo le leggi, su cui si fondano le costruzioni intellettive. le leggi
stesse che entrano nella costituzione della realtà, è naturale che le cose si
adattino al nostro pensiero logico, e che questo sia atto ad imitare fe-
delmente i rapporti degli oggetti (W. ZLogik, I°, 86 ss) ». (3) Logik?, II, 2,
256.1 Tale irreducibilità è messa in rilievo dall'esposizione delle leggi
speciali della causalità psichica, secondo le quali sono regolate le formazioni
psichiche complesse risultanti dalla composizione degli elementi semplici.
Queste leggi sono distinguibili in due classi generali: 1° di relazione «)
delle risultanti psichiche, b) delle relazioni psichiche, c) dei contrasti
psichici); 2° di evo- luzione a) d’accrescimento, D) dell’eterogenesi di fini,
c) di svi- luppo per contrasti) (1). | L'esame critico di questa teoria (2) ci
pone anzitutto di fronte a due domande pregiudiziali. Come può darsi
(domandiamo in primo luogo) che l’unità primitiva in cui l'oggetto e la rappre-
sentazione non sono ancor distinti giunga per astrazione a di- stinguere una
rappresentazione e un oggetto? Il W. dice che io posso considerare me stesso
sotto due punti di vista differenti, come corpo e come psiche, benchè quello e
questa siano in fondo la stessa cosa; «le espressioni: esperienza interna ed
esterna, secondo lui, non indicano due cose diverse, ma solo due punti di vista
diversi dei quali noi usiamo nella cogniziene e nella trattazione scientifica
dell'esperienza in sè unica» (3). Ma quel- l’io «che considera gli oggetti
dell’esperienza nella loro natura, pensata indipendentemente dal soggetto »,
cioè che fa questa famosa astrazione, come può farla, se non è già egli stesso
un astratto? Siecome bisogna fare astrazione dal fattore soggettivo, bisogna
bene che quell’io, che opera, sia già in grado di diversi- ficarsi dal non io.
Ma questo significa non solo che già esista in origine in’astrazione negata dal
principio dell’unità originaria indistinta, ma che la famosa astrazione del
fattore soggettivo sia in realtà Veffetto d’un’astrazione originaria
inesistente. Il primo punto di partenza di tutta la teoria del W. è dunque
contradittorio e assurdo. Allora si comprende quanto ne resti pregiudicata la
teoria dipendente della doppia causalità. Può essere (chiediamo in secondo
luogo) insensibile 11 passaggio dal primo al secondo grado della conoscenza ?
Questa dottrina della (1) Compendio di psicologia (trad. Agliardi) Torino 1900,
pag. 263-269. (2) Il De Sarto combatte la metafisica volontaristica del W.
osservando che < oltre ad essere infeconda, può costituire il fondamento di
dottrine gno- seologiche false ed equivoche ». (Cfr. Il pensiero moderno, pag.
294, nota). (3) Compendio, pag. 2. 262 CAPO XII trasformazione graduale dei
concetti empirici in concetti scien. tifici, sostenuta del resto anche dai
positivisti, è molto comoda pei fautori dell’empirismo idealistico che sono
propensi a can- cellare le differenze fondamentali fra l’esperienza e la
scienza esatta. Ma non si capisce come possa trovare credito presso uno
scienziato inteso ad accordare colla filosofia i risultati delle scienze
irreducibili a gretto empirismo. Così l’esperienza scien- tifica come la
scienza empirica sono espressioni non solo impro- prie ed inesatte ma erronee
profondamente, come si vedrà meglio nella Parte II. L'insensibilità della
differenza tra i due gradi della conoscenza pregiudica il valore della
determinazione scientifica dei rapporti causali favorendo la confusione
dell'esperimento coll'esperienza. Ciò premesso, resta spianato l'apprezzamento
dell’interpretazio- ne causale del Wundt. Come sì è veduto, questa dottrina è
molto complessa e profonda. Ben si comprende però che una maggiore esattezza il
W. avrebbe raggiunto se avesse distinto più energi- camente il principio di
causalità dalle leggi causali. Il primo non è che la supposizione induttiva
della legalità causale univer- sale; le seconde sono questa legalità causale
ben provata per mezzo dell’esperimento. Col primo noi usciamo dal territorio
scientifico per entrare nel campo delle Ipotesi o magari in quello della
metafisica; con le seconde non oltrepassiamo i limiti della scienza. Questa distinzione
è stata troppo trascurata dal Wundt. Perciò tutta l’aitiologia wundtiana
acquista un carattere se non equivoco, almeno vacillante. Il che è senza dubbio
una grave imperfezione. $ 5. Positivismo italiano. L’Ardigò stesso, pur così
vicino all’empirismo classico dell’Hume e del Mill ed anche all’empi.
riocriticismo per la tendenza a rispettare le esigenze scientifiche, Yè ben
guardato da tale confusione. Così è vero che, per lui, la legge non è altro che
«ciò in che si rassomigliano più fatti dello stesso genere )). Ma bisogna
capire che questo carattere di rassomiglianza che costituisce il genere dei
fatti e quindi il concetto generale, se- condo l’Ardigò, non è a sua volta che
un fatto individuale 0 particolare sempre concreto, cioè semplicemente un dato,
semplicemente un fatto (benchè non un fatto semplice) e nulla più. Che se poi
egli, riconosciuto che la legge è a sua volta un fatto particolare e concreto,
aggiunge che questo fatto viene scelto per pura abitudine, come simbolo
economico d’una collettività, è una altra questione, che discuteremo fra poco.
I lineamenti generali del positivismo italiano rispetto alla questione della
causalità sono molto limpidi. L’Ardigò, con ve- duta profondamente organica,
pone a base di tutto il suo sistema filosofico il principio di causalità
intimamente connesso al fatto della distinzione dall’indistinto (1). È vero che
egli pensa il processo cosmico come processo graduale di autonomie sempre più
complesse, superando la visione troppo angusta del mecca- nicismo. Nendimeno,
mantenendosi fedele al principio di con- tinuità nella formazione dell’ordine
universale, non esce dal campo del causalismo deterministico. Le sue autonomie
non sono che ditferenziazioni naturali nel continuo e integrazioni associa-
tive varie degli elementi antecedenti. In tutto l'ordine formativo
dell’universo impera la derivazione causale, come indeclinabile esigenza della
realtà, della vita e del pensiero. Ogni causalità per quanto relativamente
nuova e superiore non è che l'effetto d’un processo causativo che prima l’ha
causata. La scienza esatta della natura ha raggiunto il suo scopo quando ha
indicato la causa positiva dei fatti e ha espressa nella formula riassuntiva
della legge. Questa però non è altro che ciò in che si rassomi- gliano più
fatti dello stesso genere (rispetto alla coesistenza e alla successione
costante dei fenomeni). Quindi si può conclu- dere che i tratti caratteristici
dell’aitiologia ardighiana sono la sostituzione della scienza positiva alla
filosofia e l’arresto della. conoscenza causale al collegamento empirico dei
fatti, quantun- (1) ArpIGò. Op. II, (Formaz. natur. ete.) e; ibid. pag. 327
sull’Inconose. Cfr. a questo proposito l'importante sintesi del Tarozzi: I.
Ardigò sul de- clinare del See. XIX. « E rispetto al distinto singolo il reale
antecedente do- vrà essere un indistinto, concepito nella sua indeterminazione
sempre maggiore fino a quella che solo può essere espressa dalle categorie del
pensiero: ossia ‘ fino a quella indeterminatezza in cui l’indistinto si pensa
come realtà senza idea di limitazione, «nità rispetto alla pluralità, causa ed
effetto nella conti- nuità di reciprocanza, unica esistenza e perciò
coincidente col possibile, col necessario ». Nel 70° anniversario di R. Ardigò,
Torino, Bocca, 1898. pag. 17-18. 264 CAPO XII que il proposito di rispettare le
vere esigenze scientifiche sia massimo. | Diciamo dunque, che vi perdura il
criterio dell’empirismo e riconosciamo che se vi è tesì intimamente
antiscientifica è proprio questa. Uno dei risultati più positivi della
epistemologia con- temporanea fu invero la dimostrazione dell’insufficienza del
me- todo empirico a tramutarsi in metodo sperimentale. La sfiducia daltronde
grandissima del positivismo d’ogni forma nella de- duzione e la sua
celebrazione dei metodi induttivi gli hanno fat- to perdere quel solido punto
di appoggio di cui hanno sì gran bisogno tutti. coloro che vogliono. realizzare
Tunione tanto desiderata. della scienza. colla filosofia. Senza stare ad
insistere su dun punto che ci proponiamo di svolgere altrove, limitiamoci a
dire che FPesplicazione causalistica dell'Ardigò riassume gli a- bitiei metodi
dell'empirismo. Per tal rispetto ci si presenta come il residuo più discutibile
di quella filosofia scientifica che rac- chiude in sè i germi d'una doppia
contradizione, perchè in primo inogo presume di elevarsi a filosofia senza
oltrepassare la scienza, in secondo luogo di elevarsi alla scienza senza
oltrepassare Pe- sperlenza. Nelle cose fin qui dette è ino gran parte Tappiglio
anche ad uns questione che parve risollevare a nuova vita e integrare il
foncetto del positivismo: come cioè si coneilii col determinismo causale il
concetto naturalistico della libertà corrispondente a eterogeneità e novità, o
almeno quat apprezzamento si debba fare del determinismo causale da chi voglia
salvare il prineipio della libertà. senza abbandonare it campo del positivismo.
Questo pro- blema è stato aperto e trattato con grande ardimento dal Tarozzi il
quale giunse n fissare le linee d'un positivismo indetermini- stico, che è uno
degli indirizzi più caratteristici della filosofia italiana contemporanea (1).
Sotto i colpi potenti della filosofia della contingenza, Luniversale
determinismo scalzato dalle radici (1) Cfr. Tarozzi: Della necessità nel fatto
naturale ed umano. Voll. 2 Torino. Loescher 1896-97. - Ricerche intorno al
fondamento della certezza razionale. "To- rino, Loescher, 1899. -
L'orgarmnento logico della scienza e il problema del deter- minismo. Firenze.
Nicolai, 1899. - Per una critica del determinismo. Rivista di filo<. e
scienze all. Novembre 1899. - La varietà infinita dei fatti e la libertà
morale. Palermo, Sandron. lasciava scoperto il fianco del positivismo anche
nella forma più guardinga e severa. Il Tarozzi, tiero avversario del determinismo
objettivo sempre più convinto tuttavia della fecondità futura del positivismo e
del liberalismo, sorse in difesa del positivismo (1) intraprendendo una nuova
critica della causalità. La conclusione ultima ehe si può trarre dalla sua
dottrina è questa, che pur lasciando la causalità necessaria deterministica
come canone di sistemazione della scienza bisogna da un lato concepire la
scienza come un puro modo di convincere cioè di vincolare i fatti secondo la
natura della comprensione umana. dall'altro concepire i fatti nella loro
infinità varietà trastiguran- tesì nel priticipio della libertà morale. Così
positivismo e inde- terminismo non si escludono, anzi si implicano nella
concezione d’un positivismo indeterministico rinforzato d'un liberalismo
umanitario. Aggiungiamo ancora uno schiarimento sopra questo notevolissimo
tentativo di conciliazione aitiologica. Con speciali ricerche sul fondamento
della certezza razionale, stabilità anzi- tutto la profonda e organica
connessione anzi la vera continuità fra la gnoseologia e la logica così nella
storia dei sistemi come nella teoria (21, il Tarozzi mostra come nella conse
appunto sia il momento di quest'incontro in cui consiste, secondo lui, il fon-
damento della dottrina della certezza razionale, rappresentando essa il bisogno
psicologico e gnoseologico della dualità dei ter- mini divisorj (3), infine,
conforme al più radicale empirismo (4) riduce la causalità a successione 1 ad
un patto però che, respinta (1) La varietà infinita dei fatti. pag. 4. La
posizione originale del 'Tarozzi nel senso del positivismo, mostra il
fondamento d’una bella osservazione eri- tica del MoNDOLFO : « Chi ha
considerato il positivisnio come una concezione esclusivamente
intellettualistica, che voglia imprigionare tutto quanto è pro- prietà della
coscienza entro le leggi della natura esteriore, rinnegando per il meccanismo
causale ogni principio di libertà dello spirito e ogni concetto di ti- nalità,
ha dimenticato la molteplicità delle tendenze, che entro al positivismo si
svolgono c talora negli stessi positivisti singoli si combattono, non rinseendo
sempre a conciliarsi in una sintesi armonica ». La vitalità della. filosofia.
nella caducità dei sistemi, Estr. « Cultura filosofica » 1911, pas. 17. (2)
Cfr. Della necessità nel fatto nat. e um. Vol. IL Parte 3%, e /icerche in-
torno al fondamento della certezza razionale. (3) Ricerche, pag. 257, 261-264.
(4) Il contenuto morale della libertà nel nostro tempo. Estr. Rivis. di filos.
1911, pag. 48. 266 CAPO XII LL Ae———e e Ae. “l‘lli]1|e 1l"”àmMe”r"8"r
l11lr n ogni unità sostanziale, si interpretino i singoli fatti in cui essa si
avvera sotto due criter]: 1° la indiscernibilità di essi dal loro contenuto :
2° la proprietà di costituire, per la sola ragione del loro accadere, un ordine
che senza di essi non sarebbe, non perchè sia prodotto, ma perchè l'ordine è i
fatti medesimi da cui onni- namente risulta» (1). Com'è evidente, il Tarozzi,
fermo nel suo empirismo antideter- ministico (2), più che dimostrare priva di
valore la causalità tende a limitare il causalismo deterministico
all’organamento logico della scienza, negandolo al contenuto objettivo dei
fatti, senza però negare il valore della scienza. Senonchée, ristretta così la
validità delle leggi causali nell’e- sclusivo dominio della scienza, ridotta
così la scienza ad una pura rete schematica e simbolica gettata sulla varietà
infinita dei fatti per vincolarli secondo Lorganizzazione della mente,
l'apprezzamento tanto della scienza quanto dell’esperienza ri. mane
profondinmente turbato. Invero, o da empirista radicale il Tarozzi è costretto
a confonderle insieme o almeno a lasciare tra esse una semplice differenza di
grado e allora non è più in diritto di limitare il determinismo causale
all’organamento logico della scienzit, per riservare all'esperienza la presa
dei fatti in- determinati, cade cioè l'esclusività dell'organamento logico
della scienza; 0 egli assegna il determinismo causale alla sola scienza dei
rapporti generali ed astratti e Vindeterminismo alla espe (1) Licerche, pag. 258,
E altrove: « La causalità è una legge irrefragabile; ma la ragione della sua
irrefragabilità io non la trovo nel postulato dell’uni- formità naturale, onde
la formula della cansalità sarebbe : « date le medesime cause sono dati i
medesimi effetti », bensì nella sperimentale certezza psicolo- gica della
continuità dei fatti. onde la formula più sicura della causalità s2- rebbe : «
dato un fatto è dato un altro » senza preoccupazione della medesi- mezza delle
cause ripetentisi, senza preoccupazione della medesimezza degli ef- fetti
ripetentisi. Vuoi tu dirmi che. in tal modo, la causalità non è altro che la
continuità? D'accordo, ben volentieri; purchè tu mi conceda che per essere
causalità, la continuità deve ridursi a due termini singoli e distinti; il che non
è poco, perchè non so quali più importanti elementi possano costituire la cau-
salità che una lesse immediatamente data dalla percezione, come la continuità
naturale, e una legge data dall'analisi più inesorabile del pensiero, come la
dualità dei termini ». (Per una critica del determinismo. Estr. pag. 10). (2)
Il determinismo, per lui, è un fatalismo larvato di scienza. Cfr. Della neces.
Vol. I, pag. IN. At * A tm ù rienza dei fatti individuali e concreti e allora
non è più in diritto di attenersi al più radicale empirismo. Di più come si
spiega il passaggio dell’immediata conoscenza alla sistemazione me- diata della
scienza? Come può darsi che sopra l'infinita varietà alogica dei fatti
contingenti spunti e si giustifichi un organa- mento logico rigoroso e
convincente, irrefragabile e necessitante ? Lasciamo da parte la struttura del
sistema scientifico e il modo del suo funzionamento. È la ragione dell’accadere
del fatto scientifico che resta inesplicabile, perchè dovrebbe pure essere
quella dell'accadere dei fatti che sono infinitamente varj, logici.
indeterminati e fuor di necessità, mentre all'opposto il fatto della scienza è
logico, tipico, sistematico rigorosamente determinato, e necessitante. Ni
aggiunga che la confessata riduzione della causalità a successione o è solo
apparente, come è probabile, date le due restrizioni che hanno tutta Varia di
trasformare il fatto in ordine logico (1), ma allora l’empirismo è superato e
Ja via maestra del positivismo è lasciata da parte; o è piena e vera, ma allora
è compromessa irreparabilmente la possibilità della scienza e si abbandona la
via maestra del metodo sperimentale che solo uno scettico senza scusa vorrà
confondere col metodo empirico. Concludendo, il positivismo così deterministico
come indeterministico di fronte alla questione della causalità si trova in una
posizione nè comoda nè facile ad essere mantenuta. Tut- tavia anche ammettendo
che da questo solo punto di vista sarà impossibile superare tutte le
difficoltà, è mio parere che il difficile compito non sarà mai risolto da
nessuno senza il concorso di quella parte di verità che è contenuta nel
positivismo, giusta. mente riconosciuto dal Tarozzi medesimo c ingrato nome di
nobi- lissimo sapere ») (2). $ 6. Contingentismo. Ma il più ruvido assalto alla
portati e ai limiti del principio di causalità nella seconda metà del (1)
Queste riserve ben considerate fanno capire in che senso il fatto, se- condo il
Tarozzi, sin una concezione sufficiente alla scienza. Ma in pitri tempo vengono
ad aggiungere un’altra complicazione alla nozione del fatto, in cui giù devono
ritenersi ancora indistinti l'elemento gnoseologico e l'elemento cosmo- logico.
(Iicerche, pag. 244). (2) Tarozzi. Les. di filos. Torino, Casanova, 1896 ; Vol.
primo. pag. VI. ALTA, SIAE ORO RIP E 268 i I secolo NIX si deve al
Contingentismo del Boutroux (1): il quale proponendosi in generale di
dimostrare che le leggi della natura sono contingenti, in particolare sostenne
che Vequazione causale non esclude la contingenza, quindi rende possibile l'intervento
della libertà creatrice della natura (2). Avendo già in altra. opera (3)
esposta e criticata a lungo la teoria del Boutroux mi limiterò qui ai punti
capitali. Il risultato utile del suo primo lavoro sopra la contingenza delle
leggi di natura, consiste nella prova che la determinazione scientifica delle
leggi lascia un larghissimo margine all'indeterminismo. Su questo margine egli
rivendica nobilmente i diritti del sentimento e del volere e giustifica la
finalità. estetica e morale dell'umiverso, motivo dominante di tuttiat La sua
filosofia. Niccome necessità di rapporti naturali significa necessità di Cause,
così IL Boutroux in primo luogo si sforza di provare che la necessità non si
riscontra nè fra gli ordini diversi della realtà (inferiori e superiori) nè nel
campo limitato di ciascun ordine. Non si riscontra trai primi perchè nessuna
forma superiore si può dedurre dall'inferiore. nzi ogni ordine superiore della
realtà code d'un tale grado di indipendenza di fronte ai sottostanti che è
d'uopo ammettere Ta spontaneità d'un principio nuovo. Non si riscontra tra i
confini di ciascun ordine perchè non si può provare che la vantata necessità
delle leggi causali sia anche legge dell'intelligenza, dal momento che queste
leggi non ci sono date dal pensiero ma dall'esperienza, e Vempirico non è che
il contingente, Nè La vantata costanza, nè la vantata invariabilità dei
rapporti causali possono identificarsi con la necessità, perché dovendo sempre.
in ultima analisi, essere accertate dall'esperien- za assumono di necessità un
valore relativo e Vequivalenza tra la causa e l'effetto nono può essere che
approssimativa. Che
cosa (1) Botrroux, De le contingence des lois de la nature. 18 ediz., Paris
Alcan. » De Fidée de loi naturelle, Paris. (2) Masci. Didealismo indeterminista. Estratto
dal Vol. XXX degli Atti I. Ac- cademia di scienze morali e politiche di Napoli,
1898, fase. II, pag. 26 segg.: Varisco, La filosofia della contingenza in
Rivista filosofica ital. 1905. ViLLa, L'i- dealisno moderno, Torino, Bocca,
1905, pag. 280 e segg. ; Cacò, Z2 problema della libertà, Palermo, Sandron. (3)
Cfr. Il pensiero puro. Parte III, Cap. 29. è dunque la causalità per la
scienza, secondo il Bontroux? Niente altro che la forma astratta dei rapporti
intercedenti fra le cose, l’espressione astratta dei rapporti derivanti dalla
natura osservabile delle cose. Lo sperimento non oltrepassa qualitativa- mente
la portata e il valore dell’esperienza. Del resto lo stesso concetto classico
di causalità è in fondo contradittorio, perchè da un lato richiede Vequivalenza
assoluta cioè di quantità e di qualità tra causa ed effetto, dall’altro
richiede un cangiamento qualitativo perchè altrimenti la causa sarebbe sterile,
cioè nes- sun effetto mai deriverebbe. Ma queste due esigenze si escludono,
dunque una vera e propria equazione causale non solo è im- possibile ma
impensabile. Ancora, se è vero che la realtà ci mostra permanenza e
canglamento, bisogna riflettere che la prima non può dar ragione del secondo,
mentre l'inversa è possibile. Dun- que il cangiamento a buon diritto può essere
considerato come il vero principio della realtà. Il principio di causalità non
è che un prodotto astratto deil’intelligenza, una specie di canone euristico,
indubbiamente vantaggioso per gli scopi pratici della ricerca, ma del tutto
incapace di essere applicato esattamente alla realtà, giacchè tutte ie cose
presentano una contingenza radicale. Malgrado ciò nè il mondo cessa d'essere
intelligibile (perchè quella contingenza che eccede la pura equazione causale
entra nel campo della libertà, forza reale agente nel mondo fenomenico e delle
cause finali e così acquista un pregio ed un valore inestimabili) nè il valore
delle scienze positive rimane di- strutto (perchè viene negata solo quella
ricerca che pretende di fare a meno dell’esperienza). Com'è noto il Boutroux
svolse la sua dottrina contingentistica in due opere fondamentali ; nella prima
sostenendo nel modo an- zidetto la relatività della equazione causale; nella
seconda per ciò che concerne il problema della causalità sostenendo che le
leggi della natura non sono perfettamente intelligibili, nè per- fettamente
oggettive, nè perfettamente necessarie, dato il cre- scente grado di
contingenza che si riscontra discendendo dalle leggi più astratte ed universali
alle leggi più concrete e più particolari della realtà. Il nerbo della sua
discussione critica è sempre il seguente : Tutte le leggi causali della natura
comprese le meccaniche si ricavano dall’esperienza. Ma questa non può 279 i
CAVO NII stabilire la perfetta razionalità, la perfetta oggettività, la per-
fetta necessità; dunque le leggi causali della natura, anche quelle che sono
formulate matematicamente, sono empiriche, Esse non fanno che informarci di ciò
che accade dg Eri Td 040. Dunque il necessitismo causale assoluto steso come
una rete so- pra tutta la natura è una pretesa senza fondamento nonchè una
rappresentazione fantastica. Le novità dei contenuti sì accumu- lano a misura
che procediamo nella gerarchia delle leggi, dalle Ieggi meccaniche alle
fisiche, alle chimiche, alle biologiche, alle psichiche, alle sociali (1).
Queste ultime poi a differenza delle vere leggi causali di natura (meccaniche,
fisiche, chimiche, bio- logiche, psichiche) non solo non sono necessarie ma
rappresen- tano l’inversione della causalità. Concludendo, a misura che si
procede dalle forme più astratte e più semplici alle forme più concrete e più
complesse della realtà, la necessità diminuisce ma cresce il numero dei
principj indeterminati sì ma determinanti (movimenti meccanici, qualità
fisiche, corpi, semplici, atto ri- flesso, reazione psichica, vita sociale), i
quali perciò comportano un relativo determinismo. Sotto questo punto di vista
adunque necessità e determinismo sono in rapporto inverso, mentre de- terminismo
relativo e indeterminismo dei principj (cioè contin- ventismo) sono
compatibili, anzi esprimono la natura stessa del reale, come forza determinante
quanto agli effetti ma indeter- minata quanto ai princip). Tutte le Teggi
causali formulate dalla scienza non sono che modelli simbolici
d’intelligibilità, senza essere in sè e per sè, nè intelligibili, nè oggettivi,
nè necessari]. La critiea della teoria contingentistica della causalità non è
difficile. Il suo errore più grave consiste nella confusione gratuita
dell'esperienza con l'esperimento. Quando il Boutroux afferma che tutte le
leggi causali non ci sono date dal pensiero ma dal- l'esperienza, ignora che il
metodo sperimentale richiede come (1) Le leggi logiche e matematiche, pel
Boutroux, sono astrazioni simboliche la cui verità universale non deriva nè
dalla natura reale dello spirito nè dal- l'esperienza della natura reale delle
cose. I principj logici e matematici sono necessarj ma non determinano nulla. I
principj non logici, dai meccanici ai s0- ciali, invece sono sempre più
determinanti ma sempre meno necessarj. eni 3 mt condizione necessaria anche la
deduzione a fianco dell’osserva- zione empirica. Mentre questa ultima coglie i
fatti come può e non sa oltrepassare la contingenza, quella determina i
rapporti come deve e sa giungere alla necessità, coll’immortale guida di
xalileo (1). Quando il contingentista riconosce che il principio di causalità
non è che un prodotto astratto della mente ed un mero modello simbolico
d’intelligibilità dice benissimo, ma non pensa che altro è il principio di
causalità, altro il rapporto cau- sale esatto che la scienza riesce in certi
casi a determinare. Di più dimentica che il necessitismo causale assoluto non è
affatto un'esigenza scientifica. Inoltre, non bada che, se è vero che
indeterminismo e determi- nismo relativo sotto un certo punto di vista non si
escludono, da ciò si deduce la perfetta compatibilità dell’esperienza e della
scienza cioè di quel contingente che la prima raccoglie e di quel necessario
che la seconda assicura. Il Boutroux dichiara che la riduzione dello
sperimentale al logico è impossibile, ma in tutta la sua opera non si trova
traccia del riconoscimento di quel ca- ‘attere deduttivo dell’esperimento che è
il pregio e la vera novità delle scienze fisiche rispetto all'esperienza, nè di
quella intima connessione tra l’essere ed il pensiero che è accertata dall’im-
piego dei modelli come sistemi oggettivi ipotetico-deduttivi. Il suo tentativo
di reagire all’assolutismo tirannico della scienza è ben giusto, come è ben
giusta la sua polemica contro la riduzione del dato scientifico
all’individualità concreta del fatto naturale. Ma: non è giusto dichiarare che
la scienza colle sue formule a- stratte ci allontana dall’intima natura della
realtà, quando conte- nuta nei suoi veri confini si limiti il suo diritto alla
determinazio- ne dei rapporti universali e necessari della realtà, lasciando
in- determinata la natura delle cose a cui siapplicano. Perchè sup- porre che
la fisica si occupi di determinare ogni ragion d’essere della realtà? Le leggi
fisiche non minacciano alcun principio, al- cuna qualità, aleuna forma o
funzione di coscienza o di vita. Nes- sun fisico pretende di rivelare l’ultimo
segreto del mondo in ogni ordine della realtà con quelle leggi causali che gli
riesce di giu- (1) Circa la contradizione che sarebbe implicita nello stesso
concetto di causalità, Cfr. Parte II, Sezione I. 272 CAPO NXIT stificare nel
suo piccolo campo. Affermare che il mondo del sen- timento e della volontà
venga soppresso dai crescenti trionfi delle scienze è tagliarsi fuori dello
spirito di quelle scienze che hanno solo il vantaggio di farci conoscere un
aspetto essen- ziale della realtà che la coscienza è incapace di rivelare.
Quanto infine al passaggio dalla contingenza della natura alla libertà della
volontà, non è chi non veda che il contingentista si contenta di arbitrarie
analogie, se non d'un accordo così for- zato da parere tentativo vano ed
assurdo (1), e noi non dob- biamo seguirlo su questa via. ST. Immanentismo. —
La filosofia dell'immamnenza (2) sorta in Germania sul declinare del secolo
XIX, merita uno speciale riguardo perchè, opponendosi alle semplicistiche forme
di reazio- ne all'intellettualismo come ad ogni concetto di trascendenza, so-
stiene con nuovi e poderosi argomenti la funzione positiva della conoscenza
logica : dà ragione della sua indipendenza e della sua reale validità. seuza
scompagnarla dalla funzione dell’esperien- za. Dal punto di vista della teoria
della conoscenza direi che i suoi tratti generali più caratteristici consistono
anzitutto nel- L'esclusione d'ogni presupposto metafisico alla gnoseologia, co-
me d'ogni presupposto gnoseologico alla metafisica, quindi in un doppio
processo di fusione della coscienza empirica e della co- noscenza logica, per
cui mentre da un lato lL'individuale empirico si trova umiversalizzato
logicamente, dall'altro Vuniversale Io- (1) Sopra la volontà e la contingenza
come nozioni contradittorie, cfr. CaLò op. cit., pag. 109 e seus. | (2) Tengo
conto principalmente dello ScutPPr, Erkenntnisstkeoretische Lo- gik, Bonn.
Weber, 18738: Grundriss der Erkenntnisstheorie und Logik, Berlin, Giirtner,
1894, Cfr. in proposito: Martinetti, 0p. et. 5. Via, L'idealismo moderno, 1905,
pag. 253-268; PeLazza, Guglielmo Schuppe e la filosofia dell'immanenza, Milano,
1914; ALIoTTA, 0p. cit, pag. 321-343; DE Sarto, IL pensiero moderno, Palermo,
1915, pag. 211-220: Hermanr — VAN DE Vaete, Les principales théories de la
logique contemporaine, Paris, Alcan, 1900, pag. 63-80. Gli altri pensatori che
accettano in genere il programma dell’immanenza si distaccano talmente su certi
punti fondamentali dallo ScHuPPr che sarebbe ne- cessario dedicare una
monografia ad ognuno di essi. Per questo rilievo Cfr. PELAZZA, op. cit., pag.
7-8. Fal LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 273 gico si trova individualizzato
empiricamente (1). Questa fusione è ottenuta a spese d’una struttura
empirio-logica della realtà, composta cioè d'elementi sensibili e irrazionali
stretti in rapporti necessar] e regolari, che le singole coscienze costituenti
col loro complesso universo progressivamente realizzano, appunto con un doppio
processo di conoscenza sensibile e di conoscenza in- tellettuale, sul contenuto
concreto e indivisibile della coscienza (2). La coscienza è l’unità totale
della realtà nel senso più largo della parola. In essa la riflessione riscontra
la reciproca imma- nenza di due componenti astratti o momenti, così
irreducibili come inseparabili: il soggetto e l’oggetto. Ma l’esistenza fuori
della coscienza di questi due poli del reale è una contradizione (3), oltre che
un non senso (4. Questi principj sono sufficienti a precisare la filosofia
dell'immanenza dal punto di vista della dottrina della realtà. Non è qui il
luogo di disentere il valore intellettualistico della filosofia dell’immanenza,
che ci porterebbe nel campo più sconfinato della discussione circa il valore
delle teorie gnoseologiche e metafisiche in generale (Cfr. Parte II, Sezione I,
Capo I). Tuttavia anche restringendoci, come il nostro tema richiede, ad
esaminare la soluzione del problema della cau- salità nella filosofia
dell’immanenza, giova notare un punto che va ordinariamente troppo trascurato
dalla critica ed è il pre- zioso riconoscimento del valore della conoscenza
logica da parte di chi fa professione di non uscire dall'esperienza genuina,
cioè dalla percezione del dato immediato della coscienza. o Contro i sistemi
irrazionalistici intemperanti la filosofia del: Jimmanenza dichiara che «tutto
è realmente connesso e neces- sariamente determinato » nel mondo. Ma nel
processo della co- noscenza distingue due momenti successivi: il momento sensi.
bile o alegico che dà la contingenza e il momento concettuale 0 (1) Il
MartiNETTI invece, seguito dal Prrazza, ritiene che la teoria dello Schuppe,
proseguendo un cammino inverso a quello tenuto in cenerale dall'em- pirismo,
parte da momenti astratti e generali spontaneamente da noi distinti nei dati
sensibili e.mostra come, solo in grazia di questi fattori generali. i dati
sensibili si vadano organizzando nell'unità concreta della cosa. Cfr.
MARTINETTI, op. cit., pag. 218; Priazza, 0p. cit., pag 17:-172. (2) ScHuper.,
Erkennt, Log. pag. 64. (3) ScHuePE., ZMrkennt, pag. 15. (4) ScuuPepe,
Grundriss., pag. 29-3). Pastore — Storia critica del problema della
causalità, logico che dà la necessità.
Nel primo il pensiero ingenuo non s'avvede della connessione necessaria e
perciò la nega. A sua volta il momento logico rileva la necessità nel primo
momento non apparente, sicchè a tutta prima sembra che la necessità venga
aggiunta ai fatti del primo momento, come qualche cosa di nuovo. Però veramente
anche la necessità è presente nella re- altà fin dal primo momento, Essa rimane
semplicemente inosser- vata a fianco dei dati sensibili. Questione d’ignoranza
! (1). A uesto punto vien naturale la domanda : donde deriva la necessità
postulata con tanta energia ? Il fatto si spiega, secondo lo Schup- pe, come
effetto dell'inerenza di tutti i soggetti nella coscienza cenerica. Più
chiaramente, tutte le coscienze soggettive indivi- duate e cioè tutti gli
esseri della realtà (perchè ogni essere è un fatto di coscienza) sono
interferenti in una coscienza generica comune (2). In questo profondo legame
con la coscienza univer- sale tutte le coscienze singole trovano necessariamente
il loro accordo nonchè la condizione fondamentale della loro pensabilità. Tutto
pertanto è in fondo necessario : tutto è intimo a tutto ; nulla è fuori della
coscienza concreta cioè della realtà; anche lastratto è parte costitutiva del
reale (3), perchè l’astratto è un aspetto del concreto. I concetti stessì come
le leggi stesse e quindi le leggi causali esistono objettivamente (4) anzi sono
fattori essenziali della realtà, immanenti nei dati sensibili e «compercepiti»
con essì. La causalità poi, secondo questa dot- trina. non è altro che una
determinazione categorica della co- scienza generica, comune (insieme colla
identità) a tutte le co- scienze individuali e quindi a tutte le cose e tanto
objettiva (1) Ifo cercato di dare maggior chiarezza alla teoria immanentistica
che, sn questo punto mi pare non abbia. cavato tutto il partito possibile dal
principio fondamentale della connessione intima e necessaria degli elementi
sensibili e degli elementi razionali della conoscenzi, Mi riferisco al passo
dello ScenceerE: Erk. Log. pag. 191. Ma anche il v. scutusert-SoLperNx ha
combattuto con grande energia l'empirismo sensistico (antintellettualistico),
mettendo in rilievo l'importanza capitale delle relazioni intellettuali nella
conoscenza. (Grund- lagen cinen Erkenntnisstheorie, ISSÌ pag. 126-127. i (2) Il
Perazza ha notato giustamente che lo Scuusert-SoLbErN ripudia la coscienza
generica dello Scirurrs e che il v. LecLan: che l’ammette, ma a modo suo, lia
chiama una Fiction, indispensabile. Cfr. op. cit., pag. 195. (3) ScuuPre,
(irundriss, pag. 92. (4) Scuuppe, Grundriss, pag. 17-80. dt. into tali sil in i isi all. a ta i ai quanto il
dato concreto in cui esiste e da cui si distingue solo per astrazione. È
evidente che, senza questa determinazione cate- gorica, immanente al contenuto
della coscienza, e quindi in fondo di valore così soggettivo come oggettivo
(11, nulla potrebbe ex- sere pensato (2). Essa è in certo modo percepita e
dedotta, da un lato perchè è colta come un dato qualunque immanente nella nostra
coscienza. dall'altro perchè, superato il momento sensibile, le leggi causali
vengono da noi trovate col pensiero logico operante sui dati della coscienza,
coi quali esse sono essenzialmente ed indissolu- bilmente congiunte. Ammesso in
seguito il principio dell’assoluta necessità delle determinazioni spaziali e
temporali, segue in pri- mo luogo che comprendere la necessità immanente in
ogni suc- cessione è risolvere con evidenza intuitiva la successione in cau-
sazione, l'essere semplicemente nell’essere necessariamente (3) ; in secondo
luogo che anche i fatti psichici in quanto si succe- dono nel tempo sono
connessi da legami necessarij. Quanto alla natura della legge causale
l’immanentismo, ab- bandonando il concetto volgare, definisce il rapporto di
causalità come necessità di successione o di coesistenza. La necessità evi-
dentemente deriva dall'interferenza d'ogni processo cosciente della realtà
colla coscienza generica che armonizza logicamente tutto il pensabile e per
avere il suo valore scientifico non ha bisogno che di esser semplicemente
constatata. Questi rapidis- (1) ScuupPe, Grurdriss, pag. 150-150. (2) Il v.
ScHuBserT SoLbERN fa un passo avanti nell’indirizzo aitiologico preso dallo
Schuppe. Abbandonando ogni riserva schuppiana dalla subordina- zione della
causalità all’identità egli assume senz'altro il principio causale come base di
tutta quanta la costruzione della realtà. (Grundlagen, pag. 120). (3) Mi sia
lecito citare un passo del MartIneTTI che riassume in modo per- spicuo la
dottrina aitiologica della filosofia dell'immanenza... « la causa come tale
(das Ursachesein) e l'effetto come tale (das Wirkungsein) non sono alcunchè ‘di
percepibile: in che consiste quindi propriamente la caratterizzazione causale
d’una successione? Secondo il Schuppe una successione causale è una succes-
sione compresa. Questa comprensione è aiutata dalla inserzione di termini in-
termedii fra la causa e l’effetto : ma vi è un punto in cui la comprensione
deve essere immediata. Così pure è efticace sussidio l'accordo della
successione cau- sale, che si tratta di comprendere con altre serie causali. Ma
in ultima analisi lo Schuppe riconduce la comprensione alla evidenza intuitiva
dei processi spa- ziali e temporali, la successione causale alla successione
semplice, l'essere ne- cessario all'essere semplicemente ». (Op. cit., pag.
213-214). 6 CAPO XII e Yi) Ò |] ]l]l‘“‘l|l|“l np hl « simi tratti ci permettono di apprezzare il
contributo portato dalla filosofia dell'immanenza. alla teoria della causalità.
L’immanentismo dello Schuppe ha notevolmente migliorato la dottrina del valore
oggettivo della conoscenza causale (1) e l’inter- pretazione generale del
pensiero, mostrando che questo ormai non deve più esser concepito come un'attività
formale puramente soggettiva, che si applichi ad un oggetto fuori di essa, ma
come attività intimamente empirio-logica, anima essenziale di tutta la realtà.
Gratuita invece risulta la tesi del carattere necessario d’ogni successione. È
molto comodo invero affermare che della logica costitutiva della realtà noi
siamo sufficientemente CONSC] col diretto atto della coscienza. Ma la prova
ancora si desidera, la prova penetrante nelle intime profondità dell’essere e
del co- noscere, Lt provit però che non conduca alla rovina della scienza. E evidente
il pericolo che la filosofia Aell’immanenza o si chiuda in un sensismo
intellettualistico paradossale, o degeneri in una forma di scetticismo o di
logicismo dogmatico inconcludente. Il De Sarlo, criticando con grande acume la
filosofia imma- nentistica, objetta che i concetti di coscienza e di realtà
vengono da essa alterati e falsificati tanto profondamente che non sono più
riconoscibili. È tanto necessario, egli ritiene, riconoscere l'esigenza della
trascendenza vivamente sentita dall’intelligenza (1) A proposito della teoria
della causa il MartiNETTI, rivolge contro l’im- manentismo gravi objezioni. In
primo luogo osserva che, se la causalità coinci- desse con l'essere (come
pretende la concezione antihumiana dell’immanen- tismo), dato l'essere, dovrebbe
contemporaneamente essere data la connessione causale. Noi vediamo invece che
questo nel fatto non è, e concludiamo quindi che il concetto di causalità non è
riducibile alla semplice contiguità dell’essere nel tempo e nello spazio. In
secondo luogo nota che, se la negazione empiri- stica della causalità come
unità distinta dalla suecessione lascia inesplicato il rapporto causale, la
teoria dell'immanenza, che trasforma senz'altro ogni suc- cessione in
successione causale, rende inesplicabile ogni semplice successione non causale
(op. cit. pag. 221). Se i concetti di possibile, di accidentale si ri- ducono
come vnole lo Senuupri ad una mera ignoranza soggettiva di tutte quelle
condizioni, poste le quali tutto è posto con assoluta necessità, come è ancora
spiegabile questa igneranza? come è esplicabile l'errore ? (0p. cit. pag. 221).
In fine, confutata anche la correzione dello ScHusert-SoLpERN (il quale
riconosce implicitamente la necessità di distinguere qualitativamente la suc-
cessione cansale dalla semplice snecessione in quanto riconduce la causalità
all’analogia) conclude che « anche sotto questa seconda forma la tesi della fi-
losofia dell'immanenza non è sostenibile ».
umana che si può dire questa non possa dar un passo senza riferirsi ad
objetti per sè stanti (1). La distinzione tra contenuto di coscienza e reale
vero e proprio, lungi dall’essere il prodotto dell’arbitrio individuale, è
imposta da esigenze e da principj razionali. Invero è il principio di ragione e
di causa che spinge la mente a postulare l’esistenza di agenti capaci di
determinare gli effetti quali sono direttamente constatati. Dunque o bi- sogna
negare assolutamente ogni valore all’attività intellettuale, ovvero bisogna
ammettere che questo è l’organo della realtà tran- subjettiva. Non è il caso di
intrattenerci qui sulle ragioni del monismo 0 del dualismo (2), basti
riconoscere che la tesi del- l’attività intellettuale come organo della realtà
transubjettiva riposa senza dubbio sopra un'esigenza pratica (3) da cui dipende
la possibilità della conoscenza scientifica del reale. Naturalmente ciò non
vuol dire che l’applicazione di questo ‘postulato alla concezione metafisica
sia senz’altro giustificata in modo da ap- pagare completamente la ragione. Ma
questo problema. sarà trat- tato a suo luogo. $ &. Logicismo. All’opposto
degli empiristi intransigenti, i quali abbassano la scienza a livello
dell'esperienza e quindi spie- gano la cansalità colla sola conoscenza
sensibile e fuori di questa: non riconoscono altra fonte più sicura delle
conoscenze, il logi- cismo puro leva a cielo il pensiero sciolto da ogni
elemento do- (1) De Sarto, Il pensiero moderno, pag. 215-220. A proposito di
trascendenza nell’immanentismo, il ViLLa ritieve che « l’assorbirsi della
conoscenza nel dato inferiore doveva inevitabilmente condurre ad un’altra
specie di trascendenza, quella idealistica, psicologica che è ben più ipotetica
di quella naturalistica che si era voluto escludere. Al disopra delle coscienze
individuali alcuni tra questi filosofi, ammettono una specie di coscienza
astratta, superiore, un « s0g- getto » puro che si manifesta nelle coscienze
dei singoli individui». «Il più esplicito sostenitore di questa «
supercoscienza » è lo Scnupre, v. il suo Grun- driss d. Erkennt. «. Logilk,
pag. 16 ss ». (Cfr. Idealismo moderno, pag. 256 - 7 e nota 3). Questo rilievo è
penetrante. Si potrebbe appena aggiungere che il ter- mine « supercoscienza »
sembra poco proprio a denotare la coscienza generica o il soggetto assoluto
dello Schuppe perchè ciò che resta superato è propria- mente l’individuo non la
coscienza. Quindi pare meglio in ogni caso parlare non di supercoscienza ma di
coscienza superindividuale conforme al concetto del Rickert. - (2) Cfr. Parte
II, Sezione II, Cap. I. (3) Cfr. Parte II, Sezione II, Cap. I $ 3. gl CAPO XII
vuto all'esperienza e concede esclusiva fiducia alla conoscenza scientifica. In
questo senso resta definito tanto un sistema filo- sofico quanto un metodo che
assume la ragione logica come unico principio e strumento di vera conoscenza. I
prosecutori di questo indirizzo teoretico sono molti e costituiscono la
compatta falange dell'intellettualismo. Noi ci contenteremo qui di esaminare la
tesi altiologica di Ermanno Cohen (1), che è il rappresentante più ortodosso e
più agguerrito di tutti. La sua Logica della conoscenza pura è un modello di
ordine logico, di ingegnosità epistemologica e di rigore. Premesso che nulla ha
origine fuori del pensiero e che 1l pen- siero non può aver origine al di fuori
di sè, mette in sodo che l'essere è identico al pensiero e che Tunica regola
della verità è il principio di non contradizione. Da ciò si capisce che la
logica per lui è il centro di tutta la scienza e da pietra angolare di tutto il
suo sistema filosofico (2). Le leggi quindi per lui non sono che espressioni
categoriche del pensiero, le quali nella matematica: assumono Tlaspetto di
funzioni analitiche, nella fisica quello di causalità. proprio al formulare Ta
conser- vazione. logica. della sostanza. nel movimento (31. Laonde la certezza
delle leggi causali non ha mestieri d'altro criterio e altra prova che della
deduzione, e falsa è la tesi che risolve La causalità nella semplice
successione temporale (4. Posto in seguito il principie logico della
conservazione del movimento a base dello stesso rapporto di causalità, lungi
dal ravvisare in questa necessità di conservazione un ostacolo alla visione
dina- mica dell'universo, sSaftida ancora alla logica. per trovare una ragiene
di perpetuo processo intercausale, pur concependo Tu. niverso come un sistema
logico chiuso. La principale ragione di questo fatto consiste nel bisogno che
Ia kai stessa causalità di trovare il suo compimento nel sistema (5). Ciò è
provato dalle tre leggi di Newton, ia prima delle quali pone Tai persi- _ (1)
E. Conkxn. System
der Philosophie, I. Logik der reinen Errkenntnis. Ber- lin, 9 2. (2) Op. cit., pag. 10-15. (B) do»
220225, 245-247. (4) » » » 247-260, (5) >» » »o 289-287. tt — PETIT LA
FILOSOFIA CONTEMPORANEA 279 stenza del movimento che è la condizione generale
del sistema, la secorda inizia la rete dei sistema con la finzione della forza
esterna, la terza completa il sistema con la reazione (1). Che ‘azione causale
proceda e circoli senza tregua nell’universo è intimamente necessario, giacchè
l'efficienza causale, passando da causa ad effetto, dopo d’aver agito sopra
questo, o si tras- mette ad un altro termine esterno e così produce un sistema
aperto, o non sì trasmette ad altro termine e allora è d'uopo che si trasformi
in una reazione sopra la causa prima (2). In questo modo si attua il processo
ritmico della causalità e si compie il sistema della natura. Già di qui
apparisce che 1'e- sperienza sensibile non ha alcun mezzo per appurare nonchè
agevolare la determinazione esatta delle leggi causali, dovendo invece essa medesima
ricevere quel tanto di valore che ha dal pensiero pure, unico costruttore delle
scienze della natura e sovrano delle verità circa le cause. Quindi l’applicare
i processi empirici all’ordine delle conoscenze razionali è un andar contro
alla natura stessa delle cose, un far violenza alla legge costitu- tiva del
pensiero, un esporsi al pericolo inevitabile o di comporre un sistema
arbitrario o di negare la verità di quel sistema che può solo essere
debitamente iniziato, svolto e compiuto col me- todo deduttivo, sola e vera
ancora di salvezza della scienza (3). Le costruzioni tecniche stesse non sono
di alcun vantaggio logico nè alla ricerca nè alla dimostrazione delle leggi
causali. Unica forma necessaria e sufficiente è il sillogismo ipotetico (4). Per
chi sappia impadronirsi veramente del sistema ipotetico-deduttivo e partire da
una sicura verità, a tenore di logica pura, tutti 1 teoremi causali
scaturiranno da sè con matematico rigore, es- sendo il grande libro della
natura scritto in caratteri matema- tici come vide e disse Galileo Galilei. Io
non sono certo sospetto di poca simpatia verso il pensiero puro, perchè nella
mia opera sopra /7 pensiero pio (pure in- tendendo tanto il pensiero quanto la
sua purezza in un senso spe- culativo irreducibile a quello del Cohen nonchè a
quello di (1) Op. cit. pag. 287. (2) » >» » 287-299). (3) » » » 480-486,
436-49), (4) >» >» >» 485. 280 CAPO XII Hegel) ho sostenuto fin dove
mi parve giusto i diritti delle scien- ze esatte. Ma per amore di verità mi
tengo in obbligo di respin- gere la tesì di questo pensiero che si afferma puro
in senso de- fettivo, sopprimendo le esigenze di ogni altro grado conoscitivo
all’infuori della scienza logico-matematica. In primo luogo tutto il sistema
aitiologico del Cohen poggia, secondo abbiamo veduto, sul dogma che ogni
relazione causale e ogni conoscenza causale siano prodotte e dedotte dal solo
pen- slero. E in questo dogma la critica non potrebbe trovare da ri- dire,
avendo il Cohen espressamente identificato l'essere col pen- siero, avendo cioè
ricorso alla sola arma che possa resistere ai colpi formidabili del realismo.
Perchè il gran problema del pan- logismo consiste nella razionalizzazione
logica della realtà non meno che nella realizzazione della ragione logica,
senza mutila- Zoni o incrostazioni reciproche. Ora il Cohen non risolve punto
il problema; giacchè, fin da quando dichiara che unica regola della verità è il
principio logico della non contradizione, è im- possibile che raggiunga la
completa razionalizzazione della real- tà, se ad esempio sopprime senz'altro il
fattore temporale che l'esperienza della realtà ci impone ineluttabilmente.
Conveniva pigliar le mosse dall’identificazione stessa dell’essere col pensiero
e mostrare che il tempo è essenzialmente logico come la logica è essenzialmente
cronologica. Il Cohen si appigliò invece al partito di coloro che, per non dar
a vedere di presupporre ciò che in fondo devono dimostrare (1), sottraggono man
mano ogni fattore contrario alla propria dimostrazione. In questo processo,
ripe- tiamolo, la critica può scoprire tutti gli irreparabili inconve- nienti
della teoria del Cohen che porta inevitabilmente all’obli- terazione del
concetto non che del problema scientifico della can- salità. In secondo luogo,
immediatamente si capisce che la ma- tematizzazione delle leggi causali è un
assurdo, salvo che si in- troduca nelle equazioni causali precisamente quel
fattore tempo- rale specifico di cui il Cohen crede troppo facilmente di
potersi dispensare. Non sarò io per fermo quegli che pretenda escludere
assolutamente l'impiego del concetto di tempo nella logica pura (1) Cfr., per
questa acuta osservazione, ALIOTTA - (1), affermo bensì che il tempo astratto
della logica e delle scienze esatte non è il tempo concreto dell’esperienza. Chi
ha coscienza della duplice esigenza non può sottoscrivere alla dedu- zione di
questo da quello, quindi non può ammettere la riduzione delle leggi causali
alle leggi logiche pure, come in genere non può accettare la deduzione del
mondo dal pensiero, semplicemen- te perchè, identificato l'essere col pensiero,
questa famosa dedu- zione della realtà dal pensiero avrebbe l'aria di dare un
senso — e per giunta logico — alla deduzione... dalla deduzione. In terzo luogo
il Cohen, per schiantare fin le radici dell’empirismo, non esita un istante a
ridurre la fisica alla matematica e quindi a ridurre il metodo sperimentale
(unico strumento a parer no- Stro necessario e sufficiente alla determinazione
delle leggi cau- sali della realtà) al puro metodo deduttivo, l'esperimento
allora viene ridotto al sillogismo ipotetico senza il minimo appiglio nè al
dati empirici nè ai mezzi tecnici che distinguono l’osservazione
dall’esperimento. Chi, come lo scrivente, s'è adoperato nella sua solitudine
durante gli ultimi trionfi del positivismo italiano e al- l’inizio del
rifiorire dell’idealismo, a metter in rilievo la sostan- ziale differenza
dell'esperienza dall’esperimento, tentando una nuova teorica del metodo
sperimentale col sussidio di quel prin- cipio dei modelli che è l’anima della
fisica sperimentale da Ga- lileo Galilei a Rodolfo Hertz non può ora accogliere
una dottrina riducente la causalità a mera logicità. E come mossi speculando da
quel punto, giudicato erroneamente positivista dagli idealisti, idealista dai
positivisti, così ora séguito a ritenere che l’iden- tificazione del metodo
sperimentale col metodo sillogistico puro non ha senso, che la riduzione delle
leggi causali alle leggi logiche pure è un'affermazione gratuita. | è 9.
Neo:hegelianismo inglese. La tendenza teoretica non paga nè dell'empirismo
tradizionale nè del positivismo a. base scientifica, ma anch'essa illusa da
parte sua di poter spiegare tutto con un metodo esclusivamente speculativo,
cioè contrario così all’empirismo come all’intellettualismo, si pronuncia in
In- (1) Cfr. la mia nota: « Sull'impiego del concetto di tempo nella logica
pura. Estr. dalle Questioni filosofiche, Bologna, Formiggini, I ghilterra con
quell'indirizzo di pensiero che fu detto « neo-hege- lianismo inglese » per il
prevalere della visione panlogistica (1). La reazione speculativa all'empirismo
fu inaugurata dal Green (2) in nome del pensiero senza cui niuna coscienza è
possibile nonchè niuna esperienza; ninna coscienza, perchè senza l’avver-
timento d'un rapporto fra termini qualunque e quindi in fondo d'un pensiero
(perchè pensiero è affermazione di rapporto) nes- suna coscienza può esistere;
niuna esperienza, perchè l’esperien- za medesima in ultima analisi non è altro
che un sistema: di rap- porti pensati, al pari della realtà, in cui è sempre
immanente il pensiere. La realtà poi dei rapporti dei fatti è data dal pensiero
assoluto fuori di cui nessuna realtà è concepibile e in cui eterna- mente
persistono tutti i rapporti costitutivi dei fatti. Da queste premesse generali
la concezione aitiologica del Green sì deduce facilmente. Le relazioni di
causalità che collegano i fatti sono gia esistenti nella realtà per effetto del
Pensiero as- soluto e per la costruzione originaria dello spirito nostro, anche
quando non sono ancora avvertite empiricamente (3). Noi le co- gliamo già
inconsapevolmente nella percezione semplice ed ele- mentare, benchè solo colla
riflessione ulteriore sia possibile renderle esplicite e verificarie
scientificamente. Siccome tutto il mondo è razionale, è chiaro che ogni
proposizione affermante una relazione reale di causalità è universale e
necessaria. I metodi induttivi non fanno altro che rendere espliciti questi
rapporti causali che sono impliciti in ogni conoscenza elementare. Se è
possibile collegare logicamente una pretesa relazione causale col sistema delle
relazioni razionali preesistenti che costituiscono il criterio di verità. tale
relazione è falsa. (1) Così l'ALtorra in op. cit., pag. 111-131 (Il
neo-hegelianismo inglese). Il De Sarto, a proposito del Bradley, dopo d'aver
ridotto le fonti primarie e dirette del sistema brad. alle due correnti della
filosofia dell'identità e della filosofia herbertiana, insiste sulla
derivazione dalla filosofia dell’identità e non dal solo hegelismo « come a
prima vista si potrebbe esser tratti a credere, giacchè egli, pur avendo tratto
molto del suo nutrimento vitale dal sistema dell’assoluto hegeliano, ha cercato
di porre insieme, se non di combinare e fondere, in un tutto armonico, le
vedute di Fichte, di Schelline, di Hegel ». Saggi di filosofia, II, Torino,
Clausen 1897, pag. 253. (2) T. H. Grerx, Prolegomena to Ethics, pag. 50-00. (3)
Op. cit., pag. 57. Re elundini Il
principio della razionalità dell'universo è il presupposto di ogni conoscenza
umana, e la conoscenza di questa razionalità ci immedesima. col pensiero eterno
cioè con Dio. Concludendo, la conoscenza empirica come tale non è sufficiente
alla spiegazione causale e deve quindi essere oltrepassata perchè la conoscenza
passa per due fasi : una spontanea, l'altra riflessa ; e la concezione
perfettamente adeguata della causalità, che non si ottiene fuor- chè in
quest'ultima, non può essere assicurata neppure dalla sola scienza, ma deve
essere integrata speculativamente dal pensiero, unico e sovrano conoscitore del
sistema delle relazioni eterne. Il Bradley (1) prosegue la campagna
speculativa, assumendo non solo di frente alla conoscenza empirica ma anche di
fronte alla tConoscenza scientifica un atteggiamento scettico ed elimina- tore,
tanto che il suo sistema si può da un lato considerare come il tipo della
tendenza teoretica antiempirica ed antiscientifica in- teso a dare l'esclusivo
predominio alla speculazione, dall’altro per la sua conclusione intuizionistica
partecipa delle tendenze extra- teoretiche. Quando si pensa che la tendenza
teoretica intellettua- listica mira per contro a dare l'assoluto predominio
all’interpre- tazione causale, la situazione del Bradley di fronte
all’aitiologia diventa abbastanza chiara. Stando a lui tanto l'esperienza
quanto la scienza non sono che nidi di contradizioni. Il concetto scien- tifico
di causalità in particolare, non essendo che una semplice apparenza (2), una
finzione, un compromesso pratico (3), unillu- sione di erronea prospettiva, non
rispondente a nulla di reale, de- ve essere eliminato a rigore dal sistema vero
delle conoscenze (4), se noi vogliamo rendere il nostro pensiero sempre più
coerente e completo. Unico criterio distintivo della realtà dall’apparenza è il
principio logico di contradizione, secondo cui è costituito il sistema armonico
e totale (assoluto) dell'universo. Il pensiero è in ultima analisi elemento
integrante della realtà, e quindi il pensiero del sistema totale (pensiero che
non potrebbe non esì. (1)
BrapiLey, Principles of Logic, London, 1883; Appearance and Reality: A
Metaphysical Essay, London 1893. Cfr. De Sarto: Saggi di filosofia, II, 1897, pag 177-259.
Auiorta: Op. cit., p. 122-131. (2) Appear.,
stere, salvo che la realtà massima si rivelasse contradittoria, il che è
assurdo) ha la massima realtà. Come si capisce, da questo punto di vista nessun
rapporto cau- sale, quale combinazione di quei concetti primitivi della scienza
che son dichiarati inintelligibili perchè contradittorj, trova gra- zia di
fronte alla speculazione panlogistica del Bradley (1). L’u- nita conoscenza che
per lui conti consiste in una forma d’intui- zione vitale in cui tutti i
diversi aspetti fenomenici della. co- scienza (Vintelletto, la fantasia, il
sentimento, il volere) siano armonicamente contenuti in una concreta e
superiore unità (2). Cio che vha di più importante nei due sistemi del Green e
del Bradlev è l'affermazione dell’insufficienza così della cono- scenza
empirica, come della scientifica, e quindi l’appello ad una forma superiore di
conoscenza. Se non che neanche il risultato effettivo delle loro ricerche ha
potuto salvarsi dalle esclusioni arbitrarie e dall’artificio. Veramente dal
punto di vista esclusivo della: conoscenza la teoria titiologica del Green è
molto equilibrata. Se il Green non si contenta dell’esperienza e della scienza,
ma vuole che se ne tenga il debito conto, se insiste sulla necessità che si
faccia appel- lo al pensiero speculativo per la comprensione totale del sistema
dell'umiverso, non è possibile dargli torto. Il suo torto più tosto consiste
nel non aver saputo mantenere questa posizione critica integratrice di fronte
alle altre esigenze della vita psichica, ri- conoscendo pure i diritti della
tendenza patetica e della. pratica. Una buona soluzione sintetica del problema
aitiologico non può risultare che dal concorso positivo di tutte le funzioni
fondamen- tali dello spirito: le quali per sè stanti sono sempre antagoni-
stiche e quindi esclusive, e perciò effettivamente incapaci ad una. ad una di
esanvire il contenuto della realtà. Per contro siste- mate nella forma più
vasta e comprensiva di quella vita che è principio di attività e di sintesi
conoscitiva sentimentale e vo- litiva ci fanno comprendere Tunità causale della
realtà. (1) Il panlogismo del Bradley è però limitato dal fatto che il Reale,
oltre il pensiero, contiene l’altro (the Other). Vedi a questo proposito
l’esauriente esposizione critica del De SarLo (op. cit., pag. 202 ss.). (2) Op.
cit., 144, e ss. Anche il Bradley s'è
provato a spinger lo sguardo verso la sintesi filosofica per cogliere quegli
atteggiamenti che servono veramente a caratterizzarla. Ed a parole si sforza di
armonizzare i diversi aspetti fenomenici della coscienza cioè il conoscere, il
sentire e il volere, esaltando quella forma di intuizione e di vita universale
che, a suo avviso, sarebbe capace di farci evitare la contradizione
dell'esperienza e della scienza. Ma siccome in pra- tica esclude con profondo
scetticismo ogni materiale fornito dalla cognizione empirica e scientifica, e
non sa liberarsi da un panlo- gismo fondato sull’astratto principio di
identità, così la conclu- sione a cui sempre si arriva è che in fondo
l'equilibrio sintetico è rotto. Il problema causale non è veduto che come un
nido di contradizioni, le leggi naturali non dànno ragione dei fatti, altro non
essendo che una scelta arbitraria di relazioni in mezzo alla sterminata
molteplicità delle relazioni costituenti la realtà : Je scienze sperimentali si
fondano su concetti contradittorj. Insom- ma, dove sul finire a parole sembra
che debba regnare l’inter- pretazione sintetica così dell'essere come del
conoscere. altrove tutti possono riconoscere la negazione dei diritti relativi
dell'em- pirismo e dell’intellettualismo, a profitto d'una tendenza esclu- siva
che oscilla dal panlogismo astratto dell'identità allintui- zionismo antilogico
della tendenza volitiva. S 10. Idealismo attuale. — Il neo-idealismo, nella sua
ul. tima e più recente fase italiana, respingendo energicamente qualsiasi
interpretazione empirica o scientifica rispetto al pro- blema causale e d'altra
parte rendendosi conto della necessità di trasportare la questione causale
sopra il terreno aperto non al pensiero astratto e schematico ma all'attività
concreta. del pensiero, si sforza di superare la categoria della causalità
colla nozione della vera sintesi a priori della condizione e del condi.
zionato, nella dialettica dello spirito (I). «La distinzione, dice iì Gentile,
tra pensiero astratto e pensiero concreto è fondamen- tale per noi e il
trasferimento dei problemi dal pensiero astratto al concreto è, si può dire, la
ehtave di tutta la nostra dottrina ». (2). Non è il caso di intrattenerci ora
sul valore filosofico di que- (1) GENTILE, Teoria generale dello spirito come
atto puro, Pisa ” sto punto
fondamentale; per il nostro compito è sufficiente met- tere in chiaro che
l'idealismo, che discutiamo, insistendo sul- l'impossibilità di concepire la
realtà quale presupposto dal pen- siero che La pensa, non parte cià come il
naturalista dal presup- posto che ta natura c'è e perchè c'è egli può
conoscerla (1), in- sommi non considera più la natura materialmente come realtà
di fronte al pensiero, fuori della mente, che non riceve incre- mento dallo
sviluppo del pensiero (2), bensì afferma con Hegel la necessità del pensamento
dialettico del reale nella sua con- cretezza (31. Da questo punto di vista si
capisce che la categoria. della cansalità quale viene usata sì largamente dalle
scienze na- turali non può più essere considerata che come una chimera del
pensiero astratto. Le stesse leggi causali appurate dalla fisica non trovano
miglior fortuna (41. E ciò massimamente dipende dal fatto che le scienze
naturali si riferiscono ad una spazialità e temporalità che è negate in senso
hegeliano dall'eternifà del pensiero (51, La molteplicità positiva dei
coesistenti e dei suc- cessivi non si riduce che a una semplice illusione (6) ;
perciò la categoria naturalistica della causalità dev'essere eliminata. Que-
sta eliminazione dev'essere il frutto d'un rigoroso esame del con- cetto stesso
di condizione «questa tavola di salvezza dell’empi- rismo nonchè della
concezione trascendente del reale » (7). Asso- dato invero che Vempirismo è
l'intuizione del reale orientata verso La melteplicità e la metafisica,
all'opposto, Vintunizione del reale orientati verso Punità (Sì, resta facile
capire che la sintesi filosofica deve convepire insieme la molteplicità e
Punità cioè Ta dualità dei due termini risolventesi in una unità fondamentale
(91. Così resta esclusa la possibilità di arrestarsi tanto al con- cetto di
causalità metafisica quanto al suo estremo opposto, cioè alla causalità
empirica (1); quella non essendo che la causalità efficiente sostenuta dalla
deduzione logica per il punto di vista dell’unità, questa non essendo che la
semplice successione cro- nologica per il punto di vista della molteplicità
(2). Ma pari- menti è d'nopo escludere la possibilità di fermarsi sia a un
punto intermedio tra la metafisica della causalità efficiente e l’empi- rismo
della causalità come semplice concomitanza contingente (3) cioè al concetto
dell'occasionalismo, sia al concetto del con- tingentismo in fondo ricadente
nell’intuizione meccanica della realtà propria dell’empirismo (4). A qual
concetto di rapporto bisogna dunque risalire? « A_quel rapporto di condizionalità
che solo è dato effettivamente di con- Cepire, importando esso l’unità e la
dualità insieme e non obbli- gando perciò il pensiero nè a fermarsi nell'unità
che è assurda, nè a finire nell'astratta dualità, egualmente assurda perchè ri-
produce in ogni suo elemento la posizione stessa dell'unità. Esso è
evidentemente il rapporto della sintesi a priori dell'atto pro- prio del
pensiero che si realizza nell’opposizione del soggetto e dell'oggetto, di sè e
d'altro da sè » (5). « La sintesi a priori della condizione e del condizionato
è dialettica ed è ovvio per noi che una dialettica fuori del pensiero è
inconcepibile » (6). « La quale. dialettica, risolvendo nella propria unità.
ogni molteplicità. e quindi ogni condizione e ponendosi essa stessa come principio
di ogni sintesi di condizione e condizionato elimina anche questa. ‘ttegoria
della condizionalità... dai concetto dello spirito, rin- saldandone la.
infinita unità » (©. Dopo questa sommaria ma fedele esposizione è relativamente
facile distrigare il vero senso della dottrina in ordine al problema della
causalità. In sestanza è evidente che il Gentile, conti- nuando l'atteggiamento
ingrato verso l'esperienza comune e più amcora verso la scienza, che è
tradizionale in tutto V'idealismo di stampo hegellano (1), concentra
l’attenzione esclusivamente sul- l'aspetto speculativo, dimenticato dagli
empiriologi e dagli epi- stemologi esclusivi. E fino a un certo punto questa
concentra- zione è naturale perchè la critica della causalità empirica e
scientifica non poteva non mettere in luce l'impossibilità di tro- vare una
soluzione speculativa per tali vie. Inoltre, quanto più veniva a mancare la
fede nella soluzione di quella metafisica paralitica che si compiace di disfare
le astrazioni per le astra- zioni, prescindendo da tutto ciò che concretizza il
processo vi vente dello spirito, tanto più doveva crescere la fede nella po-
tenza attuale del pensiero. A questo proposito è doveroso am- mettere che
nessuno ha sentito più degli idealisti attuali il bi- sogno di spostare
radicalmente la base della metafisica del pen- siero, Nessuno più del Gentile
ha saputo indicare in che pro- priamente consista la differenza tra idealismo
vecchio e idealismo nuovo tra pensiero astratto e pensiero concreto. Che cesa
sta a rappresentare La sua dottrina, se non il tentativo, notevolis- simo per
verità, di superare tutte le posizioni astratte della cau- salità vale a dire
sia la causalità metafisica, sia l'empirica «quale sorge nettamente in Davide
Hume» (2), sia l'occasionalistica di Geulinx e Malebranche (3, sia la
contingentistica insorta — @ sno avviso — «contro il meccanismo necessariamente
prevalso dopo Descartes, Galileo e Bacone nella scienza moderna, 0 dichia-
ratamente empirica come in Bacone, o, se matematizzante, come in Galileo e in
Bacone, concepita sempre con la logica stessa dell'empirismo?» {4}. Risolvere
ogni processo della realtà nel processo dialettico e sempre attuale del
pensiero, ecco il suo massimo intento. La difticoltà sta ‘però nel precisare i
punti in cui questo programma ha ricevuto una soddisfacente attuazio- (1)
Veramente il Gentile da parte sna dichiara che «la scienza in ogni tempo sj è
schierata contro la filosofia » (0p. cit.. 214). Ma questo — se anche fosse
vero, “mentre non è — non giustificherebbe la minima rappresaglia da parte dei
filo- sofi. E non è vero, perchè non è la scienza che si schieri contro la
filosofia, ma in caso sono quegli scienziati, i quali dimenticando che la
scienza ha per solo principio la sua verità e per sola regola la sua ragione si
arrogano il di- ritto di sentenziare pro o contro certe forme di
filosofia. ne. Al quale riguardo è
lecito muovere alcune domande. In primo luogo, ammessa l'inadeguatezza della
spiegazione causale dell’Hume, si può affermare che la posizione del Hume «che
è la posizione dello schietto empirismo », «è quella a cui s'è ar- restata la
scienza della natura?» (1). La risposta negativa nor può essere dubbia, sia
perchè solo a condizione che la scienza esatta costituisca un grado di co-
gnizione assolutamente superiore all'esperienza è possibile evi- tare lo
scetticismo, sia perchè basterebbe la presenza innegabile della dimostrazione
matematica e sperimentale, per cui è resa possibile la previsione deduttiva e
la deduzione delle verità uni- versali e necessarie, per ridurre a zero la
fatua pretesa della esperienza. volgare convertibile in scienza particolare.
Senza dubbio asserire che le scienze esatte sono contingenti è al- meno tanto
lecito quanto Tasserire che è contingente la teoria generale dello spirito come
atto puro! Non meno facile è scher- zare sulla previsione scientifica: «la
previsione (questa pre- visione... del passato)» (2). Ma una arguzia non
distrugge la validità objettiva degli esperimenti possibili in quel presente
scientifico che non è la negazione del tempo, ma Vatffermazione
dell’immarcescibile campo di validità delle verità della scienza. Nè gli
argomenti con cui il Gentile si sforza di provare l'incon- sistenza d'ogni
astratto e quindi delle leggi causali scientifiche reggono all'esame di una
critica razionale e severa. Essi sì ri ducono, invero, a dire che solo l'atto
concreto dello spirito, l'atto stesso dell'esperienza, la nestra esperienza
pura è ciò che vha di più vivo, anzi di selamente vivo e reale nella nostra
esperienza (3). Ma egli non corrobora quest'asserzione d'alcuna prova
convincente, Come dunque egli stesso potrebbe confutare in modo esauriente la
tesi degli immanentisti i quali affermano che Vastratto è parte costitutiva del
reale? Ad una sola con- dizione la sua veduta anti-aitiologica può apparire
giustificata, ed è che la funzione dell'astrarre sia la negazione della
funzione concreta del pensare, Ma è innegabile che molti ancora si pon- (1) Op.
cit. pag. 170. (2) » » » 173. (3) >» >» » 20... O “e «4% tu PASTORE — Storia
critica del problema della causalità. 14 290 CAPO XII - gono la domanda della
concepibilità del pensiero senza la fun- zione attuale delVastrazione. Ciò che
importa dunque è assicu- rarsi del vero fondamento filosofico di quella famosa
reazione all'astrattismo che è la parola d'ordine di quanti credono di
filosofare soltanto perchè combattono l'intellettualismo. Il pro- blema è della
maggiore importanza e dalla sua soluzione verrà tra l'altro deciso il valore
che spetta alla causalità astratta delle scienze naturali. Cerchiamo dunque di
mettere bene in luce la. relativa insufficienza della polemica contro
Vastrazione, aprendo per necessità una breve parentesi. È ammesso ormai da
tutti che pensare significa distinguere e unificare, Prescidendo da ciò il
senso del pensare non si possiede più. A questo punto noi domandiamo: è
possibile distinguere senza. astrarre? E poichè, in generale, Vastrazione è
l’opera- zione per cui si distinguono mentalmente Tuna dall'altra le singole
qualità degli oggetti sensibili o si isola il particolare dall'nniversale o
Funiversale dal particolare, pensando il termine staccato, indipendentemente
dal resto, propendiamo per la ri- sposta negativa. Quindi riteniamo che
condizione fondamentale del pensare sia quella di astrarre, e che il primo atto
spirituale sia Vastrazione, senza di cui non c'è vita, non c'è intendimento
spirituale. Tolto il pensiero che astrae da sè in sé e per sè, l’in- tendimento
come memento idello spirito viene meno. Tolte le astrazioni e queste siano pur certo
sempre in noi (perchè in quale altro essere sarebbero possibili?) cioè dentro
il nostro stesso pensiero, il pensiero non è più pensiero. E, come il pen.
siero per noi è pensante e pensato, così è attuosità di astraente e di astratto
supponentisi reciprocamente. 4 ben considerare, Vastratto non è che l'oggetto
dello spirito e il soggetto pure è Lastratto come controtermine di quello.
Spinoza disse «omnis determinatio est negatio »., con pari diritto si deve
dire: 0mnis determinatio est abstractio, L'idealismo attuale, che ha ricono-
sciuto così bene che lo spirito è uno in sè e immoltiplicabile, non dovrebbe
avere difficoltà a riconoscere che le astrazioni sue, moltiplicantisi
all'infinito, in quanto compongono il pensabile, rappresentano Ll'intinità della
sta potenza astrattiva. Non è lo O) spirito processo costruttivo e svolgimento?
Ma svolgimento di che, se non di distinzioni cioè di moltiplicità di
astrazioni, senza cui lo spirito non si può concepire, perchè esso è
propriamente l’uno concreto che si realizza traverso la molteplicità astratta?
Lo svolgimento è moltiplicazione d’astrazioni che non spezzano l’unità del
germe; ecco la verità superiore alle negazioni degli antiastrattisti, i quali,
se la negano, non sono più in diritto di dire che ogni atto dello spirito (e
l’astrazione non è tale?) è sempre e solo atto mio, che tutto è in noi, che
tutto è noi. Che significa l’attuarsi dello spirito se non lo svolgimento del
pro- cesso astrattivo? L'astrazione è fattura nostra. L’astratto è esso stesso
pensiero attuato entro lo stesso pensiero in atto. La realizzabilità
dell’astrazione è la potenza del coyito. Questo do- vrebbe essere uno dei
concetti vitali dell’idealismo. Le astrazioni non sono altro che le
manifestazioni dello spirito. Distruggete le astrazioni e voi avrete distrutto
la fenomenologia intera dello spirito, ossia l'intera realtà. Certo innanzi
tutto bisogna ab- bandonare l’idea che l’astratto sia ciò che è posto da altro
che dal soggetto; perchè l’astratto non è altro che il soggetto stesso che si
pone. Ma, così considerato, l’astratto non è altro che il positivo, il vero
positivo. Sicchè, parafrasando un punto del Gen- tile (1), conveniamo di non
conoscere uno spirito che sia al di là delle sue astrazioni e consideriamo
l’atto in atto del processo astrattivo come ciò che v'ha di più vivo, anzi
solamente di vivo e reale nella nostra esperienza. L'importante solo è di
ravvisare l’intima natura delle astrazioni per quel che esse seno. Ma sa- rebbe
assurdo negare che un mondo qualunque (tanto più poi il mondo spirituale) è
concepibile solo in questo modo. Gli anti. astrattisti crederanno di poter
ribattere questi argomenti col dire che l’astrazione in ogni caso è una
vuotaggine, buona per eli intelletti classificatori di scatole vuote, pei
collezionisti di concetti impagliati, pedanti, grammatici, formalisti,
scacchisti, naturalisti, pseudoconccttisti. Ma son parole coteste, ripetibili
ben cento e mille volte, non buone e solide ragioni. Quello che dovrebbero
provare è la pensabilità del pensiero senza intervento dell’astrazione. Ma
questa prova manca. Dunque noi cominciamo a ritenere astratto quel pensiero che
crede di essere concreto facendo astrazione da una parte così importante di sè.
Quindi 1) GENTILE, NII abbiamo il
diritto di concludere che, quando neghiamo il valore di attualità
dell'astraente e dell'astratto è segno che non siamo ancora capaci di
riconoscere tutta la potenza concreta del pen- siero, nè giova Popporre che,
dando valor positivo alle astra- zioni, sì perde il criterio della verità :
giacchè nel criterio sue- sposto dell'astrazione — come fattura nostra —
evidentemente si fa capire che il criterio della verità sta dentro di noi. Il
che signi- fica che solo le astrazioni rispondenti alla legge fondamentale
(ideale) dello spirito, in quanto sono nostre, sono investite d'un ‘alore di
verità ; principio questo non lontano da quello vichiano della conversione del
vero col fatto. cioè coll'astratto da noi (a quella condizioner, Del resto, chi
crede di annullare le astrazioni in fondo fa come colui che crede di annullare
Vio empirico solo pel fatto che lavora d'astrazione trascendentale, mentre in
realtà, se egli stesso non si astraesse nella sua esperienza pura, non con-
cluderebbe niente. E per fortuna lo stesso Gentile non ha mai cessato di darci
la più bella prova della sua potente capacità di astrazione, come chiunque se
ne convincerà togHendo in mano unit sua opera qualunque 6 volga solo uno
sguardo al sommario che dianzi io ho fatto delle sue dottrine circa la causa.
Questo esempio avvalorato inoltre da tutti i documenti della storia del-
L'idealismo da Hegel ai giorni nostri — brillantissimo capitolo della. storia
dell'astrazione pura! — dovrebbe confermare li lezione che collastrazione non
si scherza impunemente, che anzi degli amici poco fedeli essa si vendica alla
sua mamiera, costrin- cendoli cioè ad atfermarla mentre la negano. Onde nasce
spon- tane ed evidente ki conclusione che dunque il punto di vista nuovo, che
Pidealismo attuale ancora non capisce, ma che dovreb. be capire, è questo
dell'attualità e della concretezza dell’astratto, cioè che il pensiero non è
possibile mai che si concepista se non come atto, in atto d'astrazione, E pure
questa conclusione che salta agli occhi di chiunque mediti con amimo imparziale
sopra la ricchezza dell'atto concreto dello spirito, come viene affermato
dall'idealismo contemporaneo, non venne mai avvertita nè dal Gentile nè dal
Croce (un altro astrattista 2x7 é0yw, che ha sem- pre combattuto
inesorabilmente Tinvadenza della conoscenza a- stratta in ogni campo I. Ma di
ciò che essi non vollero o non seppero vedere, si sono accorti da un pezzo
quanti facendo 0- LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 293 maggio alle varie esigenze
dell’esperienza della scienza e della filosofia procedono all'indagine della verità,
riconoscendo aperta- mente fra l'altro anche i diritti dell'astrazione. Gli
antiastrattisti intransigenti parlano sempre di chimere, di schemi vuoti, di
ossature scheletriche e via dicendo, continuamente dicono che li empirici e gli
scienziati i quali studiano le astrazioni si ten- gono alla superficie del
fatto spirituale, ne guardano solo certi caratteri estrinseci e sopratutto
presuppongono l'oggetto dell’a- nalisi stessa come altro dall'attività che
analizza. Ma, anche ammesso tciò, che importa che l'empirico e lo scienziato
facciano osì, se tale è il loro compito o la loro fortuna? L'importante, per
noi filosofi, sarebbe che non lo facessimo nei, se fosse possibile. Per altro
non è forse vero che, se Da- stratto (un pensiero qualunque) non si distinguesse
d'ora in ora come tale dentro il pensiero, e diciamo pure dentro la realtà,
nulla sarebbe pensabile, e il pensiero stesso sarebbe una chimera, un
produttore improduttivo, un'impossibilità? Dunque non la- sciamoci adescare
troppo dall'odio contro Vastrattismo. Gnuar- diamo lo spirito, che sta
astraendo continuamente, non solo nel suo atto astratto compiuto, ma nell'atto
d’astrarre, nel prodursi come capacità astrattiva. nel suo divenire.
Nintetizziamo i due aspetti — l’astratto e Tastraente — nell'unità produttiva
dell'a- strazione. Tanto d'astratto, tanto di spirito attuato. Tanto di
capacità astrattiva, tanto di spirito in atto. Fissando le molte astrazioni che
risultano dall'amalisi e per virtù dello. spirito che analizza non vediamo
risorgere l'immortale vita dello spirito? Cotesta dottrina che cerca di
svalutare Panalisi astraente a profitto d'una sintesi così portentosa che
dovrebbe realizzare 11 valore supremo ir patto d'essere sempre in atto
d'attnuarsi senza attuarsi mai, lungi dal portare la luce neghi ardui misteri
del pensiero, ne ad- densa le tenebre e ne moltipiica le difficoltà. Che le
scienze esatte siano scienze astratte, non vha dubbio. Ma, se lo spirito con-
creto è atto vivo ed eterno di astrazione, le scienze astratte non provano ka
potenza dello spirito concreto? L'astratto è solo in- consistente e chimerico
nella sua posizione negatrice dell'unità. Per non cadere nell'errore si tratta
soltanto di mantenere l’a- stratto immanente al concreto. Guai se lo spirito
non negasse, 294 CAPO XII (nel senso spinoziano) cioè non determinasse, cioè
non distin- guesse, cioè non astraesse. L’astratto non è forse posto dallo
spirito e per sé stesso? L'importante dunque è d’acquistare la cosclenza
dell’iutimità dell’astratto a quello stesso atto dello spirito con cui è
generato. SI tratta insomma di non rinnegare l’esistenza della sintesi che deve
legare l’astraente all’astratto, che deve farci comprendere e vivere le
astrazioni nell’unità. E pare che, più d’ogni altro filosofo, l'idealista il quale
tanto esalta la missione sintetica del pensiero, avrebbe il dovere di non spez-
zare la sintesi, escludendo dalla verità e dalla realtà quelle astra- zioni
positive che lo spirito ha in sè, quando esso veramente pensa e si realizza.
Concludendo, chi non riconosce la concretezza dell'a - stratto non intende
l'unità del vario. Tale sarà la degenerazione involutiva dell'idealismo
attuale, se, non saprà davvero superare la reaziene irragionevole contro
Tastrazione. Dopo questi schiarimenti è facile comprendere la scarsa por- tata
teoretica dell'idealismo attuale di fronte al problema della “ausalità. Esso
manca in primo luogo al suo programma di ridu- zione della realtà a spirito,
perchè si arresta di fronte alle cau- salità astratte, come se non fossero un prodotto
positivo dello spirito, e come sè lo spirito non fosse un processo concreto
d’a- strazione. In secondo luogo esso crede di superare il concetto classico
della causalità — intesa come successione necessaria — col suo concetto d'una
sintesi a priori attuantesi come dialettica pura. Ma, a vero dire, non lo
supera punto, perchè in sostanza non fa che eliminare dal rapporto causale il
fattore temporale senza cui la causalità non ha senso, per aver agio di
affermare che il residuo si risolve, senza detrimento, nel divenire d’una
dialettica pura che si attua fuori del tempo. CORRENTE Tendenze patetiche. S 11. Valorismo. —
Volgiamoci ora al valorismo (1) che in una direzione quasi parallela al
pragmatismo fa pure il possi- (1) Il Masci nel suo magistrale saggio sopra La
filosofia dei valori (R. Accad. Lin- cei, giugno 1913) ha dimostrato che i due
principali indirizzi della filosofia dei Da
bile per rendersi indipendente dalla base conoscitiva, screditando la
ricerca e la prova scientifica delle leggi causali della realtà. L’Eucken è in
qualche modo il rappresentante del pensiero contemporaneo che, tormentato dalla
questione della natura, dei limiti e del valore della conoscenza scientifica,
anela ad una co- noscenza iperempirica che gli consenta di realizzarsi nella
suna originalità. A differenza però di tanti scettici che voltano sde-
gnosamente le spalle alla conoscenza delle leggi causali repu- tandola erronea
nonchè illusoria, l’Eucken tiene a rilevare che la conoscenza scientifica delle
cause è insufficiente, solo perchè non è l'unica e tanto meno la necessaria.
Convinto dell’esistenza d'una realtà più profonda di quella testimoniata dalle
scienze esatte, realtà di supremo valore a cui ritiene possibile di elevarsi
noologicamente (11, convinto che la verità non significa la con- cordanza con
un oggetto situato esteriormente, ma un’ascensione verso una vita superiore ad
ogni arbitrio umano (2), natural. mente giunge alla conclusione che la
conoscenza esatta delle can. se è discontinua, esterna, marginale, fuggitiva,
mutevole, peri- tura, generatrice di sconforto. Quindi s'intende che per Imi le
dimostrazioni della validità delle leggi causali fornite dalla scienza
sperimentale non hanno valore assoluto. Ciò non ostante la determinazione delle
famose leggi cansali concentra ogni cura degli scienziati. In questa ricerca,
esperienza e ragione si in- trecciano strettamente. Si scoprono regolarità e si
prova una grande gioja nel vedere che ciò che a prima giunta si associa
confusamente, considerato più da vicino, presenta serie ordinate. E non si sta
alla semplice constatazione di fatti più o meno complicati; si vorrebbe
decomporli, ridurli ad elementi semplici, valori (il metafisico: Lotze, Eucken,
James, Miinsterberg) e il critico (Windelband» Rickert, Héffding) conducono, il
primo alla filosofia esclusiva della fede, il se” condo alla filosofia
esclusiva dello spirito. Il primo mira all'esclusione dei va- lori di verità
cioè dell'esigenza teoretica, il secondo mira all'esclusione dei valori di
natura cioè dell'esigenza naturalistica. , Cfr. EarENFELS, Syst. d.
Werttheorie, 1897, Brentano, Entwichkelung d. Wert- theorie, 19)8. OrEstANnO, I
valori umani, 1907; TRosano, Ze basi dell’umanismo. , ALIOTTA. La reaz.
ideal., ; De SaRLo, Il pensiero moderno,
1915 | DELLA VaLLe, Teoria generale e formale del valore, 1916. (1) Eucken, Der
Wahrheitsgehalt der Religion, Les grands
courants de la pensce contemporaine, Paris 1911, pag. 45. ultimi e presenti e, nello stesso tempo, raggiungere invece
d’una semplice successione e giusta posizione una relazione di causa- lità; ci
si sforza di andare da leggi empiriche a leggi razionali, da leggi descrittive
a leggi esplicative che siano necessarie e universali (1). Queste leggi della
natura reclamano anche una espressione precisa, una formola determinata,
fornita dalle ma- tematiche (2). L'ordine causale col suo incatenamento d’ogni
di- versità e colla sua subordinazione d'ogni futuro a leggi semplici, questa
matematica della realtà, come direbbe energicamente il Windelband (31, questa
specie di legge bronzea della natura, insomma è il trionfo dell'intelletto. Ma
l’intellettualismo ! col sno orgoglio, colla sua fatuità di sapere (4): ecco il
nemico. La vita moderna è tutta sommersa dall'intellettualismo (5). Un solo
rimedio allora ei rimane: ridotta ai minimi termini l'importanza della
cognizione scientifica delle cause, che neglige una parte della realtà che ci
appare essenziale, cioè la vita dello spirito (61, elevarsi dalla cognizione
superficiale (Kennen) delle cose a una conoscenza vera (Erkennen) consistente
nell’assimi- lare le cose a noi, nel ritrovare noi stessi, nel riconoscere noì
stessi nelle cose (1). Anche pel Miinsterberg (N) la determinazione delle leggi
cau- sali non è il vero fine della conoscenza, coll'aggravante che non è il
vero fine neppure della conoscenza scientifica. Invero, se- condo lui, l'ideale
di questa non è già la determinazione d’un sistema di leggi, ma d'un sistema di
cose in ciò che permane praticamente identico dentro di esse (9). Il vecchio
concetto della legge causale come espressione di pura regolarità di valore uni-
versale e necessario non risponde più alle esigenze della scienza : nè dal
punto di vista teorico, perchè la scienza vnol cogliere i contenuti ebjettivi
nella loro immediatezza con una forma pecn-
MiixstERBERG, Philosophie der Werte, Leipzig liare di esperienza ; nè
dal punto di vista pratico, perchè la scien - «za, mettendo da parte l'ideale
delle verità teoriche astratte, si contenta di tracciare semplici regole di
fatto utili per Vaspetta- zione del futuro e non è certo in grado di garantire
che le sue regole valgano sempre e devunque senza eccezione. Mere costru- zioni
simboliche e abbreviative del nostro spirito, le leggi cansali presentano senza
dubbio l'utilità pratica d'un orientamento nel caos dei fenomeni. Ma compiuto
questo servizio preparatorio e provvisorio la loro funzione non è più
necessaria (1). I diritti in certo modo pragmatici della conoscenza causale non
sono dunque negati assolutamente dal Miinsterberg. Quel che egli nega è
l’implicazione del principio causale nella spiegazione dei feno- meni concreti,
perché il suo scopo è la traduzione della natura in rapporti di assoluta
identità e di assoluto valore, stimando assoluto solo quel valore che è
realizzazione della volontà uni- versale. Tutti gli altri valori, compresi
quelli delle scienze, sono inevitabilmente relativi e contradittorj
nell'esperienza. Coloro adungque che ammettono il valore objettivo delle leggi
causali, secondo lui, restano ancora impigliati nella artiticiosa rete dei
rapporti scientifici astratti (sterili schemi concettuali) (2), dai quali è
necessario liberarsi. Concludendo, poichè il principio del mondo
dell'esperienza (derivante dalla volontà cosmica) è un'attività vivente, in
perpetuo divenire (3) è nell'esperienza primitiva ed ingenna di questo fluire
che noi dobbiamo tuffarci con un atto di volontà che darà un eterno significato
alla nostra esistenza (4). Così lio vedrà scomparire l'ostacolo apparente della
legge causale e si sentirà libero e vivrà eterno elevandosi alle sublimi
altezze dell'assoluto valore (>). Di fronte al primo indirizzo del valorismo
che tende quasi al- l'esclusione dei valori aitiologici di verità o meglio alla
ridu- zione della funzione teoretica alla funzione pratica. sta Valtro che
cerca invece di integrare il concetto del vero sapere causale con le forme
importantissime delle scienze storiche e umane, non negate alla ricerca delle
cause. Il nuovo indirizzo fu aperto dal Windelband (1). La sua teoria, che
distingue le scienze in nomo- tetiche (naturali) ed idiografiche (storiche):
quelle rivolte alla formazione dei concetti generali e alla scoperta delle
leggi dei fenomeni cioè all’universalità, queste alla rappresentazione dei
singoli fatti cioè all’individualità, liberando la critica dal pre- giudizio
che Tunica determinazione scientifica delle cause sia dovuta alle scienze
fisiche, schiuse nuove possibilità alla teoria delle cause. Distinte del pari
due serie di categorie : le riflessive (egua- glianza e diversità) e le costitutive
od oggettive (sostanza e cau- salità) quelle non sussistenti che nella
coscienza e per la co- sclenza, queste pensate come rapporti veri e proprj fra
gli 0g- getti della realtà (21, attribuisce a spazio e tempo la funzione di
trasformare le categorie riflessive in costitutive (3). Unità cate- corica per
l’accadere è 1° cofficienza » (Wirken), che esprime la necessità della
successione temporale. Essa è causale quando ciò che precede determina
lesistenza nel tempo di ciò che segue; feleologica quando il risultato viene
pensato come determinante le proprie condizioni (+. Distinti ancora i
procedimenti della dimostrazione scientifica in apodittico o deduttivo (dal
generale al particolare) ed epagogico o induttivo (dal particolare al gene-
rale) (5), riconosce che l’nltimo presupposto dell’induzione è co- stituito pur
sempre dal postulato dell’uniformità delle leggi natu- rali
(Naturgesctsntissigiecit) e precisamente, non soltanto nel senso che cause
eguali producano effetti eguali, ma che anche effetti eguali presuppongano
cause eguali (6). Finalmente espone i principj del metodo sperimentale
attenendosi alla teoria co- mune, Prendendo le mosse da queste fondamentali
vedute, sopratutto (1) WinpELBAND, (Geschichte und Naturicissenschaft.
Strassburg, 1894, 19022; Priludien, Freiburg 1884! 19032. (2) WixpeLBAND, I
principi della Logica, In « Enciel. d. Scienze filosof. » WixpEeLBaND - Ruge,
I. Logica, Palermo fecondando la distinzione epistemologica tra le scienze
naturali e le scienze storiche, il Rickert (1) porta un prezioso contributo
all’aitiologia contemporanea. In sostanza egli osserva che la formazione del
concetto causale secondo il modo delle scienze naturali lascia necessariamente
una lacuna che deve essere col- mata dalle scienze storiche. Credere che il
problema della forma- zione del concetto causale si possa solo affrontare e
risolvere dalle scienze naturali, le quali per definizione lasciano da parte i
fatti nella loro concretezza individuale, è un grande errore (2). La ri- cerca
delle cause entra pure nel campo della storia e anche qui non va esclusa una
trattazione al modo delle scienze naturali, anzi il procedimento
dell'elaborazione concettuale dev'essere so- stanzialmente lo stesso. Ciò
perchè la vecchia distinzione tra scienze della natura e scienze dello spirito
è senza fondamento, 0 almeno ha solo valore metodologico (3). La realtà è
sempre la stessa, solo che è natrrd, se considerata in ordine all'universale,
storia invece se considerata in ordine al particolare. La distinzione in altri
termini non è negli oggetti, ma nel modo di considerarli. DPremesso che ciò che
è storico si distingue per la sua intuitività (Anschauliclieit) e
individualità, e ammesso che la prima nell'elabo "azione sclen- tifica va
necessariamente perduta, s'impone il problema di deter- minare il proprio degli
individui storici. Orbene, perchè la con- nessione di questi individui, oltre a
quella d'essere parti d'un tutto, non potrebbe essere anche quella di trovarsi
in rapporto causale? Il concetto storico della causa d'un dato fatto è tut-
t'altro che un’assurdità. Si tratta soltanto di cogliere i momenti essenziali
di quella mutazione in cui i fatti storici vengono cau- salmente determinati.
Per facilitare questo compito, il Rickert traccia una precisa distinzione tra
principio di causalità (il quale dice che ogni fatto ha una cansar, rapporto
causale in genere, (1) RickerT, Zur Lehre von der Definition, Freiburg, 1SS3. —
Der (regenstarnil der Erkenntnis Tiibingen und Leipzig 18921, 19042. — Die
Grenzen der naturiwissen- schaftilchen Begriffsbildung, Tùb. u. Leipzig. 1896-1902 :
Zirei Wege der Erkenn- tnistheorie. Transcendentalpsychologie und
Transcendentallogil. Estr. dai Kantstu- dien, Ba. XIV, Heft 2,
Halle 1909. (2) Die Grenz. d. nature. Begriffsbit. Cap. II. (3) op. cit., pag. 253 ss. 300 CAPO
XII e legge causale (in virtù di eui date le stesse cause si devono verificare
gli stessi effetti) (1). AI rapporto tra una causa in- dividuale ed un effetto
pure individuale dà il nome di connes- sione causale storica. Di queste
connessioni causali storiche bi- sogna assolutamente tener conto, e non cadere
nell'errore di oloro i quali negano la causalità storica, solo perchè ai fatti
storici non è per ora applicabile il concetto di legge. Tuttavia rimangono
differenze specifiche tra la causalità naturale e la causalità storica.
Soltanto a quella in vero si può applicare il principio che la stessa causa
produce lo stesso effetto e quello dell'equivalenza dell'effetto e della causa,
perchè nella storia non vi sono due cause e due effetti assolutamente eguali, e
l’ef- fetto storico e Rai sua causa sono sempre qual cosa di eteroge- neo (2).
| Josiah Rovce (31 segna Vultimo tratto della parabola del va- lorismo, il
quale con lni giunge al disprezzo della conoscenza scientifica delle leggi
causali. Questo disprezzo è basato sopra considerazioni semplicissime. Tanto
nella realtà quanto nella conoscenza si distinguono due aspetti: l'aspetto
fenomenico e quindi la conoscenza inferiore delle scienze particolari e
l’aspetto vero e quindi la conoscenza superiore della filosofia. Il mondo fe-
nomenico è temporaneo e finito, il mondo vero è eterno ed infini- to. Quello è
il mondo della manifestazione, dell'apparenza ; que- sto © il mondo della
realtà. della verità. La conoscenza delle scienze particolari riguarda le cose
apparenti nello spazio, nel tenipo, nella causalità. Tutta questa conoscenza si
esaurisce nella descrizione, nella legge. La conoscenza della filosofia si
eleva alla valutazione, alla realtà vera dei valori. Da guesto punto di vista
sj capisce che il mondo della descrizione non è tutta la realtà, e che Ta
conoscenza scientifica delle cause, aggirandosi fra le cose esteriori delle
menti finite. si avvolge in contradizioni. Le me- schine leggi causali del
mondo descrittivo sono a dirittura nulla panagonate ii valori del mondo reale
della volontà e della co- scienza. Il valore delle leggi cansali è puramente
simbolico, quin- (1) op. cit., Cap. IV, $ 4, pag. 412-414. (2) op. cit.,
pag. 422. (3) Royce, The ivorld and the individual. New-York 1901. di trascurabile di fronte all'unità reale
della persona, dell'io, dell’autocoscienza. La causalità in fondo non è che un
punto di vista. E vero che il mondo della descrizione ha leggi sue proprie, per
es., è caratterizzato dall'evoluzione progressiva : ma è altret- tanto vero che
la descrizione causale non penetra addentro nella realtà, anzi rimane sempre
limitata, superficiale, ipotetica, fram- mentaria. La valutazione invece
penetra l’anima della realtà, e sormonta la serie causale colla serie finale,
anzi coll’unità della finalità. La causalità vale solo nell'ordine fenomenieo
ed è per forza discontinua. la finalità vale nella vera realtà e sl appaga
nella somma unità. La zona delle conoscenze causali per tutte queste
imperfezioni non può essere la zona della libertà umana: è il teatro delle
apparenze determinate. La zona della conoscenza filosofica al contrario
contiene nen solo tutte le superiori verità. ma la realtà vera dei valori: è la
zona della Hbertà. Ciò signi- fica che Tuomo è nello stesso tempo parte
dell'ordine causale naturale, e parte dell'ordine morale sopranaturale.
Nell'ordine relativo della cansalità è determinato, nell'ordine assoluto della
moralità è libero. Il suo ideale pertanto non può essere che uno solo :
superare l'inconeludente conoscenza stientifica delle cause, per elevarsi alla
conoscenza filosofica dei valori. Tale in sostanza lUaitiolegia del valorismo.
Uno dei principali meriti di questo indirizzo sta nell'aver osservato che la
cogni- zione scientifica delle leggi causali della natura non è tutto. Con ciò
venne messo in rilievo il problema del valore e dei limiti della conoscenza
causale, che, per quanto sentito più o meno vivamente da tutti i pensatori, non
era mal stato trattato a fondo in modo scientifico. Non si può ammettere però
che questa trattazione ci sia offerta dai valoristi, tra i quali pure sì anno.
verano scienziati specialisti e logici finissimi come il Minster- bere, il
Rickert e il Royce. Le loro ricerche seno quasi sempre profonde e suggestive,
anzi caratteristiche per un'elaborazione logica stringata e minuziosa, ma le
loro prove non sono mal esaurienti. Così quando il Rickert fa sentire la
necessità di esten- dere la ricerca causale delle scienze naturali alle scienze
steri. che, la tesi è d'importanza capitale, e lo stesso si dica del suo
interessantissimo tentativo di identificare la conoscenza con lat. 302 CAPO XII
tività pratica (1). Ma, a discussione finita, si trova che, appunto per merito
dell’esatta distinzione fatta dal Rickert fra principio di cansalità, rapporto
causale in genere e legge causale, è im- possibile introdurre nelle scienze
storiche la determinazione e- satta delle leggi causali, perchè il rapporto
storico causale non può essere a rigore che intuìto e, per così dire, rivissuto
(erledt). Dunque a quale risultato scientifico in appoggio della sua tesi
approdi la finissima discussione del Rickert non si vede, salvo che non si
voglia dare soverchio peso alla sua dichiarazione che è non meno impossibile la
formulazione delle leggi delle scienze naturali, cioè di leggi che valgano a
determinare l'apparire del caso singolo individuale. Dove è pacifico che il
Rickert non ha punto l'intenzione scettica di negare la possibilità della de-
terminazione esatta delle leggi causali della natura. In secondo luogo si trova
che l'identificazione della conoscenza con l’attività pratica (tesi bellissima,
se fosse vera, perchè confuterebbe tutte le objezioni dell'Eucken e del
Miinsterberg, ostinati nell’esclu- sione dell'esigenza teoretica) non ha Inogo
in tutti i casi e quindi non è lecito generalizzaria (2). Dato questo, la
teoria del Rickert che è la costruzione più poderosa del valorismo cade da sè.
Alla debolezza fondamentale della critica rickertiana fa ri- scontro
LVinsussistenza critica della tesi dell'Eucken, che ha. il torto di atccollare
alla conoscenza scientifica delle cause tutti i torti dell'intellettualismo,
scoprendo intanto il suo personale desiderio di optare per una scluzione
fideistica. E su ciò non possiamo insistere più oltre, dopo l’esamnriente
critica del Masci. Quanto al Miinsterberg conventamo che v'è certo molto di
vero nell'affermazione che la determinazione delle leggi causali non è l'unico
fine della ricerca scientifica, ma non possiamo as- solutamente convenire con
Imi nel vieto tentativo di fondare la scienza sul principio di identità. La
riduzione dell’obbiettività alla permanenza assoluta dell'identico è poi tanto
meno com- (1) Op. cit, Capo 4°, (2) L’Ariorta ritiene che 1° identificazione
della conoscenza con l’attività pratica è il fulero della teoria del Rickert
(op. cit. pag. 254) ; ma combatte que- sta tesi considerandola « non
corrispondente affatto a ciò che la nostra interna esperienza ci rivela :
l'atteggiamento che noi assumiamo nei due casi è ben diverso ». prensibile quanto più si avvicina alla
conclusione di quell’astrat- tismo identificatore intricato nella famosa rete
della formazione dei concetti scientifici di cui, a mente del Miinsterberg
stesso, non v'è nulla di ‘più falso. La deficienza fondamentale del sno
ragionamento sta nel fatto che egli non sa trovare una base più solida
d’un'ipotesi a quella sua teoria del mondo dell’esperienza derivante dalla
volontà cosmica che egli faticosamente adotta per finirla colle ipotetiche
verità dei causalisti. Il Miinsterberg non si cura. di dirci per qual motivo
non si dovrebbe accettare ad otchi chiusi qualsivoglia altra concezione del
mondo che o neghi senz'altro quelle contradizioni alle quali, secondo lui,
vanno soggetti i valori nell’esperienza o ammetta senz’altro che siano
risolubili appunto colla cognizione causale o non causale. E non saprebbe
neanche dircelo seriamente, perchè tutta la sua conce- zione metafisica
volontaristica è destituita di fondamento cono- scitivo. Nè riteniamo che valga
meglio la concezione misaitio- logica del Rovcee, il quale riconosce solo due
gradi di conoscenza, identificando nel primo la conoscenza empirica colla
scientifica. La conoscenza delle leggi causali non è tutta la conoscenza scien-
tifica, si capisce. Può concedersi che il mondo scientifico delle cause non sia
che lo sheletro della natura ; e, dato anche la serie cansale non costituisca
il cuore della realtà, e ammesso, com’è ve- ro, che il cercarla e il
determinarla non sia compito delln filosofia (perchè questa tende
all’universale concreto mentre le scienze so- no rivolte all'universale
astratto e quindi battono una via assolu- tamente diversa), non ne viene che
l’opera delle scienze debba riuscire ipotetica e inconcludente. Le critiche che
il Royce rivolge contro la ricerca causale sono senza dubbio abili ed
ingegnose, ma non sono vere. Più che mai è da contestarsi il punto per cui egli
nega il valore in sè della conoscenza causale e il vantaggio che può e deve
ridondarne alla filosofia. Non è vero affatto che tutto il compito della
conoscenza scientifica in genere e della causale in specie si riduca alla
deserizione. Non è vero affatto che la filosofia possa e debba disinteressarsi
del problema della causalità. Come osserva giustamente il Masci «il compito
della filosofia non è di dare la spiegazione causale della realtà, questo è il
compito della scienza. La filosofia deve concepire la realtà in guisa che la
spiegazione causale sia possibile. Per ragioni 3C4 duration ng: opposte il materialismo e lo
spiritualismo rendono impossibile la spiegazione causale e la filosofia dei
valori fa lo stesso. Perchè o ricade nella metafisica spiritualistica, o è una
celata rinunzia alla spiegazione causale, è una fede » (1). CORRENTE Tendenze pratiche. S 12. Intuizionismo. -—
L'intuizionismo del Bergson (2), se- cuendo la china del contingentismo,
sostiene che, se Ja filosofia vuol raggiungere la conoscenza vera, è necessario
che il criterio causale della conoscenza intellettiva sia abbandonato del
tutto, perche il principio di causalità, essendo in fondo un’equazione e percio
riducendosi ad una forma del principio di identità, fa sì che la conoscenza
intellettiva delle cause quanto più si avvicina al suo ideale cioè all'identità
tanto più sia vuota di realtà cioè non colea che Pombra. La conoscenza vera non
può esser data che dalla conoscenza intuitiva. perche questa, a differenza
della intellettuale, non si limita a girare intorno alla cosa (punto di visti e
poi ad esprimerla simbolicamente (simboli, schemi, con, cotti), mit vi entra
dentro. Simboli e punti di vista ci pongono fuori della cosa: descri zione.
storia ed analisi processi tutti di natura intellettuale, ci Lascio alla
superficie della realtà cioè nel relativo. Solo la conoscenza. intuitiva,
trasportandoci nell'interno d'un oggetto. raggiunge Passoluto. L'impotenza
della cognizione. causale si rende manifesta osservando che tai realtà è
mobilità : la causa. lità invece è immobilità, come quella che incatena sempre
le me- desime canse ai medesimi effetti, cioè lo stesso allo stesso immu- (1)
Masci, Za filosofia dei valori. Estr. pag. 14. (2) Beroson, Essai sur
les données immediates de la conscience, Paris, Alcan ISSOL - ISOS? - 19013.
Mafière et nedmoire, Paris, Alean Ze
rire, Paris, Alcan, 19001 - 19)22 - I90S5, Introduction a la Metaphy- sigue
(Revue de Metaplivs. et de Morale! Janvier 1908. L° Evolution ercatrice, Pa- ris, Alcan, 19071 -
19092, Vedi l'aceurata bibliografia del Papini nella collezione del Carabba,
Caltoera dell'anima, N. S. tabilmente. Il metodo della conoscenza. causale è
fatto per dare punti di vista immobili sulla mobilità del reale, in altri
termini per fare entrare nei quadri rigidi e già costituiti del nostro in-
telletto texsitore di simboli la vita profonda delle cose che scorre come un
finme senza fondo nè rive, con una forza indeterminata in una direzione che non
si può definire. Come dunque posse- deremo la realtà manipolando dei simboli?
Come afferreremo l'umità vivente delle cose, spezzettandola in frammenti
giusta- posti? Non c'è che una via di salvezza : bisogna romperla con le
abitudini scientifiche che rispondono alle esigenze periferiche
dell'intelletto. Bisogna rinunciare alla falsa unità che l'intel- letto impone
alla natura dal di fuori, allorchè afferma di cono- scerla causalmente. Dobbiamo
installarci d’un colpo, con uno sforzo d'intuizione nel fluire concreto della
durata. Alora non più Veternità concettuale delle cause, che è eternità di
morte, ma un'eternità di vita. Eternità vivente e quindi anche mobile (nella
quale la nostra stessa durata si ritroverà come le vibrazioni nella luce;, che
sarà la sintesi d’ogni durata come la materialità ne è lo sparpagliamento. Che
sarà insomma Passoluto nel quale del resto noi siamo ci moviamo e viviamo. Se
frattanto si considera il valore degli argomenti addotti dal- l'intuizionismo
per sbrigarsi della conoscenza causale si ricono. scerà che le metafore sono
molte ma il nerbo della prova manca. (Già il Masci nel suo breve ma esauriente
esame critico del con- tingentismo (1), fermando Pattenzione sull'aspetto più
importan- te della teoria bergsoniaria che è la riduzione del principio di
causa al principio di identità, per l'impossibilità che spieghi il nuovo nel
divenire e la conseguente sostituzione ad esso della creazione e del ‘divenire
indeterministico, ne ha sfatata l’impor- tanza. Giustamente sostiene che la
causalità, bene intesa, non esclude il nuovo anzi lo postula ; riconosce la
scarsa portata della cansalità meccanica incapace di spiegare fenomeni supe,
riori ; riconosce che la fisica e la chimica non spiegano la vita, nè il
pensiero sebbene il filone della causalità non venga meno: osservi che la
causalità meccanica non è che l'aspetto esteriore (1) Masci, Sciensa e
conoscenza. Cfr. Atti della Società italiana per il pro- gresso delle Scienze.
IV Riunione - Napoli, ottobre 1910. Estratto, pag. 11-27. P. — Storia critica
del problema della causalità. 20 è. 306 CAPO XII della causalità reale, che Te
Tacune della nostra interpretazione causale della realtà derivano da questo,
che Ta nostra esperienza. ora coglie soltanto la causalità esterna, ora solo
Vinterna della realtà e, invece di scegliere la via dell'integrazione di
ambedue, sta allPuna o allPaltra e cerca la causalità e la ricostruzione in -
tegrale ora dal punto di vista meccanico, ora dal dinamico, psi- chico od
omopsichico ; pone in guardia contro il ricorso all’inde- terminismo il quale
par che Tiberi il pensiero, come per incanto di bacchetta magica, da ogni
difficoltà, mentre non solo non risolve i problemi ma in realtà non H pone nemmeno;
mostra che Vindeterminato non è che |Tinconoscibile introdotto surre-
tiziamente nella sfera del conoscibile e dotato dell'azione cau- sale
determinante che si nega alle cause naturali : infine conclude svelando
Passurdità di trarre il determinato dall'indeterminato tanto poco capace di
spiegar tutto che non spiega nulla, neppure sè stesso, misero fantoccio
psendocausa, specie dî Don Chisciotte della scienza che sconfigge seltanto i
nemici imaginarj. È incon- testabile che Fintuizionismo nen ha finora saputo
rispondere nulli iv queste critiche, Possiamo è vero pensare che Tintuizio-
nismo, irrigidendosi sempre più nella. pretesa. d'aver scoperto una nuova forma
di conoscenza, abbia preso il partito di non con- siderare neanche più le
ragioni degli avversari. Gli intuizionisti saranno convinti oramai che, se
bisogna rovesciare il lavoro abi- tuale dellintelligenza, anche Ta critica
filosofica dev'essere ro- vesciata db iuis. Non cercheremo di turbare la loro
olimpica serenità. Tuttavia, per coloro almeno che non vinunziano ai be- nefici
certo intellettuali dei linguaggio, aggiungeremo qualche altro rilievo. 1 falsa
Lai tesi che la conoscenza scientifica accer- tatrice dei rapporti causali
consista in un guardar le cose dal- l'esterno, e che Vinstallamento d'un colpo
nel finire concreto della durata ci dia la conoscenza. vera della vita profenda
della realtà. Anzitutto bisognerebbe ammettere che da realtà sia fuori di noi,
almeno per l'intelletto nostro, mentre è più probabile che tutto — compreso Fintelletto
— sia intimo a tutto. In secor.- do Iuogo, come non basta gertarsi nelle onde e
darsi in balia della corrente per conoscere intima natura dell'acqua che ci
trascina, così non basta inserirsi nello slancio vitale della realtà per
conoscerne l’intimo segreto. Non è supponibile per esempio che l'energia
cinetica dell'etere turbinosamente in moto acquisti Ja conoscenza. vera
dell'assoluto solo perchè penetra da per tutto con la sua straordinaria e
inimmaginabile velocità. Per entrosern- tire bisogna sentire e non solo correre
come un projettile nelle linee di forza della realtà. Supponiamo che un essere
viva con la velocità della luce, non è ammissibile che per questo slancio
vitale giunga ad una conoscenza più vera della realtà. In terzo luogo, il Bergson
esige una cenoscenza intuitiva che non conr- prenda alcun elemento
intellettuale. Ma sembra che egli iden- tifichi senz'altro la vita colla
conoscenza intuitiva, non già che ne giustifichi come dovrebbe la distinzione.
Infatti, benchè ogni vita colga la sua propria realtà nella sua propria
immediatezza, non è detto che questo bruto contatto d’ogni vivente con sé
costi- tuisca il vero ideale della conoscenza per gli nomini. In quarto luogo,
il Bergson rileva i vizi e i pericoli della funzione intel- lettiva rivolta
allastrattismo, e vi oppone la virtà della funzione intuitiva rivolta al
concreto, ma egli non s'accorge che le due funzioni sono solidali a tal segno
che una è impossibile senza Valtra (1). | In quinto luogo per svalutare la
conoscenza causale si dice che le leggi non sono che nn sistema di finzioni
arbitrarie riu- scenti nel mondo pratico, perchè la natura esteriore a cui si
applica lo spirito per i bisogni scientifici è una creazione incon- sapevole
dello spirito umano dovuta alla pressione degli stessi bisogni. Mi perchè mai
la libera attività creatrice dello spirito che, per sua essenza, non dovrebbe
mai allontanarsi dalla realtà vivente e concreta, a un certo punto del suo
slancio vitale ab- bandona il contatto immediato con la realtà, si impiglia nel
rumero, nello spazio, costruisce i quadri astratti del linguaggio, lascia le
sorgenti vive della coscienza per incapsularsi nel mec- canismo logico
dell'intelletto? Perchè nello spirito intuitivo libero e indeterminato si fa
possibile la tendenza verso la nega- zione della libertà, verso la
falsificazione della realtà, verso la xelidificazione dell’intelligenza ? In
sesto luogo, gli intuizionisti per demolire la stabilità delle leggi causali
affermano che tutto è sempre nuovo. Ma chi li Assì- (1) Cfr. Parte II, Sezione
II. Cap. I. 308 CAPO XII cura che questa. stessa. affermazione abbia valore
universale ? Il loro sempre d'altronde non è esso stesso una confessione di
‘arattere intellettuale? Il sempre solidifica, il sempre è la negazione della
spontaneità creatrice, è un quadro morto, uno schema astratto, un simbolo
astratto, una finzione logica. L’a- spetto della ripetizione è implicato nella
possibilità che avreb- be l'anima di immedesimarsi colla stessa attività
creatrice, anche ammessa che questa sia variazione inesausta. Lo slancio vitale
si subordina alla legge dell’assoluta novità, sì chiude nella pa- rabola del
continuo rinnovamento. Se Tuniverso non deve ripe- tersi mai, possiamo dire che
è condannato a variare sempre. Con- cludendo, non si può seriamente infirmare
il valore di verità delle leggi causali, senza rinechiudersi in un assurdo
determi. nismo, \ 153. Pragmatismo. — Il Pragmatismo, inspirandosi a pre-
occupazioni realistiche ed utilitarie, continua. strenuamente la campagna empiristica
contro il valore teoretico delle leggi cau- sali, Il suo scopo polemico è di
scalzare Tautonomia della fun- zione conoscitiva demolendo il pensiero puro.
Questo scopo è già profondamente intuito dal Peirce, ma acquista uno svolgi.
mento discorsivo, se non logico, molto appariscente e appassio nante per epera
dello Schiller e del Dewey, e del James. Lo Schiller (1) attribuisce la
validità universale dei giudiz) di causalità giustificati dalla scienza al
supremo interesse che noi abbiamo a conservarli tali (2). Le affermazioni
nostre sul valore delle leggi causali non sono già dovute alla nostra
convinzione logica sulla loro assoluta verità, ma mnicamente al bisogno di
poter fare certe previsioni circa Vesistenza futura delle cose utili
all'orientamento pratico della nostra vita. La verità delle leggi causali è
tutta pratica cioè si riduce alla loro verificabilità, nel senso che sono vere
per noi se e in quanto ci permettono di calcolare gli eventi futuri senza
attendere la loro verificazione. False sono le formule non rispondenti a questa
esigenza. Tutte le costruzioni schematiche architettate con tanta cura (1) F.
C. S. ScniLER, Studies in humanism, London, 1902; Humanisme dalle scienze astratte, in quanto non servono
agli scopi dell’at- tività pratica, sono astruserie inutili anzi ingombranti.
Il Dewey, sempre nello stesso spirito, proseguendo la lotta contro
l’interpretazione teoretica della causalità, assale le anti- caglie
dell’aitiologia intellettualistica con le anticaglie dell’em- pirismo classico
inglese (2). Però la sua critica contro il metodo sperimentale non sorpassa i
limiti del più noto scetticismo (3). La più bella e poderosa manifestazione
dello spirito pragma- tistico è senza dubbio la dottrina di William James (4).
Benchè l'apprezzamento scettico dell’aitiologia intellettualistica riman- ca
immutato, nondimeno il principio di causalità riceve un im- LI piego più vitale
e direi più scientificamente utilizzabile. Da buon pragmatista, corazzato
d’empirismo radicale, egli ritiene che la volontà di credere promuove e governa
la costruzione scientifica mediante cui vengono determinate le leggi causali
della realtà : che non vha criterio assoluto di verità ; che ogni conoscenza,
causale o no, non ha che un valore strumentale di adattamento a certe
situazioni particolari e a certi fini pratici della vita : che la verità non è
che la verificabilità ; che 11 vero in ultima analisi non è che il conveniente
(5). (1) op. cit., pag. 8-15. (2) Giustamente l’Atrorta ha rilevato che « il
pragmatismo anglo-ameri- ricano (Peirce, James, Schiller, Dewev), per quanto a
prima vista possa appa- rire una filosofia rivoluzionaria, non è in fondo che
uns trasformazione evo- lutiva del vecchio empirismo inglese. (La ieaz.
ideal, pag. 197). (3) J. Dewey. Logical conditions of a scientific treatment of
morality, Chi- cago, 1903. (4) W. James. The IWill to believe. New-York, 1897.
(Trad. it. La volontà di credere,
Milano 1912). Pragmatism. New-York, 1997 (Trad. frane. Le pragma-
tisme, Paris, 1912. Introduction à la philosophie (Trad. Picard), Paris,
Rivière, 1914. Cfr.
pure BaLpwin, Dictionary of philosophy, artic. L’ragmatismby par PEIRCE. Nell’op. Introd. à la philos, il JAMES dedica
due cap. speciali al problema della causalità
Nel primo esamina il punto di vista concettuale, esponendo criticamente
le teorie d’Aristotele, della scolastica, dell’occasionali- smo di Leibniz, di
Hume, di Kant, del positivismo, e infine della filosofia con- cettualistica
della causalità. La sua conclusione è che, mentre il cangiamento e la novità si
producono e ripercuotono da un punto all’altro dei fenomeni, per contro nessuna
ragione, nessuna attività, nel senso d’agente, trovano posto nel mondo della
logica scientifica, che, confrontato coll’universo del senso co mune, è dunque
non solo astratto ma fantimatique. (Op. cit., pag. 256). Nel secondo esamina il
problema della novità e della causalità dal punto di vista 310 CAPO NII In
breve, la cognizione scientifica delle cause non è tanto un metodo di
rappresentazione simbolica esprimente lo sforzo dello spirito per comprendere
le cose, quanto uno strumento teleo- logico fabbricato da noi in vista e
servizio dell’azione nostra cloè di quella realtà che è sempre in atto di farsi
e che noi ab- biamo tutto l'interesse che si faccia secondo il. maggior utile
nostro. Un rapido sguardo a queste teorie mostrerà Liu vanità e la
contradizione radicale del pragmatismo. . So bene quanto sia difficile, per
coloro che sono abituati alla superstizione antintel- lettualistica, di
riconoscere che anche la conoscenza logica ha i suoi diritti. « Quell'amabile
scetticismo, che è diffuso in tutte le opere del pragmatismo, «quella sfumatura
di pessimismo xcientifico che or più or meno adombra elegantemente il cam- mino
» della loro investigazione, malgrado la punta di sconforto e di
disorientamento che lasciano nell'animo dei lettori, a molti piacciono
enormemente; è un fatto innegabile. Ma cominciamo a domandare 1 se la coerenza
intrinseca cioè la logicità d'un sistema filosofico manca, per qual ragione
dovremmo ostinarci a. non ritenerlo filosoficamente insignificante? Ora questo
è pre- cisamente il caso del prammatismo il quale, mentre si sforza in teoria
di ridurre la funzione conoscitiva del conoscere alla funzione pratica
dell'agire, nè teoricamente nè praticamente è capace di liberarsi dal dilemma
seguente: 0 si fa quel che si sa, 0 sì fa quel che non si sa. Nel primo caso il
pragmatismo crolla, perchè il primato della. pratica antiteoretica è negato ;
nel secondo caso il pragmatismo, diventando il sistema dell’i- percettuale
(percept). Qui si sforza di mostrare come la novità diventi possibile,
respingendo lo scetticismo, malgrado i riconosciuti difetti della percezione;
mostra come la causa efficiente e la finale coincidano coll’esperienza
sensibile della causazione; conclude affermando che la causazione sensibile
pone un nuovo problema di immensa importanza, cioè il problema della relazione
fra il cervello e lo spirito. Concludendo, dichiara che la filosofia
intellettualisti- ca ha soffocato la nostra vita percettuale col pretesto di
renderla « compren- sibile ». Il tentativo di trattare la « causa » col metodo
concettuale, come una realtà disgiuntiva, è fallito. L'unica speranza è da
collocarsi nel trattamento percettuale del problema. (op. cit., pag. 269). (1)
G. TaRrozzi, Compendio dei princip) di psicologia dì W. James, Milano gnoranza,
perde non solo ogni valore sia metafisico, sia critico, sla psicologico, ma
ogni capacità di lavorare efficacemente per i fini pratici della vita. Non solo
il conoscere ma TVagire stesso perdono così il loro carattere teleologico.
Qualche pragmatista temerario opporrà che noi per agire utilmente non abbiamo
pun- to bisogno di conoscere ciò che ci è utile. Ma «qual soggetto più
grottesco potrebbe desiderare un autore satirico?) (1). Ni vorrà forse
aggiungere che il compito di optare per i fini utili e di decidere praticamente
della verità pratica (cioè pratica- bile) delle affermazioni non dipende dalla
conoscenza intellettuale ma da altri centri psichici aventi un carattere orientativo
sui generis? Ma, ammessa anche per ipotesi l'esistenza di questi centri
psichici non specificamente intellettivi, bisognerebbe ad ogni modo provare che
essi sono del tutto indipendenti da questi ultimi, mentre Li prova manca; anzi
la tesi dell'unità generica della vita psichica va acquistando sempre maggior
credito così che nen si capisce come si possa arrivare ad escludere recisa-
mente almeno Pimplicazione reciproci dei processi psichici ele- mentari, fatto
che è già sufficiente a rovesciare Vobjezione se- piuratistica su riferitit.
Un'altra osservazione contro il pragmatismo è questi. E opinione generalmente
diffusa in tutti i prammatisti che quell'organismo legico con cui (in umione
coll'esperienza, non dimentichiamolo) vengono determinati i rapporti causali
della Datura è una forma artificiale, ed arbitraria ehe noi per i nostri fini
esclusivi imponiamo ad una materia esteriore indifferente. Ma è questo uno
sbaglio radicale, oltre ad essere l'argomento più esaurito di
quell’irrazionalismo che seguita a ripetere le stesse difficoltà perchè non è
capace di approfondire il senso delle ragioni avversarie. Infatti quasi sotto i
nestri oechi vediamo che è assolutamente impossibile imporre alli realtà i
nestri arbitrj in fatto di previsione causale, perchè il piccolissimo numero
degli esperimenti riusciti sta lì a provarci che ai segreti causali della
natura, nisi parendo, non possiamo pervenire. Ciò dimostra che l'organamento
logico della scienza è Torganamento medesimo della realtà. I pragmatisti, è vero,
nel loro odio quasi puerile A) La volontà di credere, pag. 276. al 312 CAPO XII
contro la logica teoretica, potranno contestare Untilità pratica delle teorie
pure. Ma potranno essi negare la possibilità di stu- diare i protessi
aitiologici della natura, prescindendo da ogni interesse utilitario ? questo
rilievo è pochissimo apparente, tutta- via mi pare che vada alla radice della
questione. Altre osserva- zioni d'indole puramente conoscitiva chinderebbero
tosto la di- scussione se i pragmatisti si degnassero di rinunziare alla loro
irragionevole pretesa di non intendere. Lo Schiller per esempio non si lascia
mai sfuggire l'occasione di polemizzare contro il pensiero puro «come la più
perniciosa sorgente di errore ) (1). Ma per fortuna è evidente che egli,
malgrado il suo acume logico, non l'ha punto capito metafisicamente, giacchè
resta sempre im- pigliato nell'empirismo realistico, emezionale, utilitario.
Tor- nando alla questione causale più si pensa agli argomenti dei pragmatisti,
più si capisce che il loro ostracismo alla conoscenza esatta delle cause non è
che una sentenza d’antorità fulminata senza fondamento. La prova migliore e
definitiva ci è fornita dallo stesso James, il quale, come sappiamo, afferma
che la scienza è uno strumento teleologico fabbricato da noi in vista e
servizio dell’azione nostra. Qul è necessario aggiungere ciò che costituisce, a
mio parere. uno dei principj più originali del profondo pensatore americano,
cioè il riconoscimento della funzione causale della scienza. Ne- condo il
James, tra le cause che creano il futuro, in prima linea deve essere collocata
la scienza stessa, che impone certi effetti alla natura che questa da solo non
produrrebbe punto (2). La conoscenza scientifica delle cause dunque, ed è
questa una pre- zioxa conclusione che si può ricavare, essendo da questo punto
di vista ed entro certi limiti pratici un prodotto umano, si mo- stra capace
d'esercitare una funzione pratica di valore enorme. Analogamente si deduce che
la nostra realtà avvenire, la nostra condotta pratica medesimi, non soltanto
sono opera nostra, ma in ultima analisi si appoggiano precisamente sopra quella
scien- za delle relazioni causali che il pragmatismo unanime sì sforza di
screditare. Ciò significa che nell'interesse del proprio ideale (1) F. C. S.
ScHILLER, Studies in Humanism. pag. x. (2) Questo importante rilievo è stato
sfiorato per la prima volta dal Bov- TROTX, Science et religion, Paris,
Flammarion, 19 8, pag. 272-3. STI dela LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 313
pragmatistico e cioè riduttivo del conoscere all’agire. il pragma- tista stesso
deve subordinare il suo agire al suo conoscere. co- sicchè il solo servizio che
può rendere la concezione prammatica della verità è di destare FVatteggiamento
pratico ad abbando- narta. a ì) Ssposte
sommariamente ie varie fasi della storia, saranno utili due parole di
conclusione (1). Astrazion fatta dall'esperienza delle cause, in cui la
causalità del reale xi vive come un fatto nel senso vivo e concreto dell'o-
perare, s'interpreta. arbitrariamente secondo l'opinione, s'ac- cende nel
calore del sentimento e si poetizza nella scena splen- interrogata sotto
didissima della fantasia, la ricerca causale ogni aspetto — conduce a due
interpretazioni differenti, matu- (1) Mostrare lo sviluppo storico della ricerca
umana — non già ‘come inge- nua cronaca del fatto della conoscenza aitiologica
nella sua stratificazione at- tratta, (e come tale per sè già stante e
inalterabile negli annali della. fenome- nologia) — ma come vita e critica
dello spirito umano nel suo grande atto di filosotare in ordine al problema
della causalità, questo fu l’assunto del pre- sente volume. | Non vha dubbio
che questo metodo d'intendere la storia — in tutto dipen- dente dal modo di
concepire la filosofia (*) — è indispensabile a fornire la consapevolezza
intera del sapere. Perchè, messa da parte la preoccupazione di projettare
meccanicamente i sistemi aitiologici successivi senza indicare la ragione del
passaggio da una teoria all'altra, in primo luogo, emerge il filo conduttore
delle interpretazioni più importanti vissute nel corso della storia, e ad un
tempo si rivela il suo principio dialettico animatore ; in secondo luogo, il
palese organamento sistematico della conoscenza umana definisce i noi stes- si
ln nostra situazione ideale e necessita l’esplicazione teoretica ulteriore.
Onde rispetto alle ricerche storico-critiche di questo primo volume, la conce-
zione teoretica seguente è un risultato ; ma tale che vorrebbe essere il con
cetto di tutto il processo storico di formazione del problema delle cause qui
considerato nelle sue sempre ricorrenti esigenze, cioè la sua universale
verità, l'intimità della coscienza storica a sè medesima. (*) GENTILE. Il
concetto della storia della filosofia. Pavia, 1903, pag 3-4. 316 CONCLU SIONE
rantisi in due campi opposti per principio, per metodo, per fine : il campo
chiuso della scienza e il campo sconfinato della. filosofia. In quest'ultimo, i
pensatori vagarono con immensa libertà : e vedemmo che le principali teorie dei
maggiori filosofi si sono travaghiate a discutere Vorigine, La natura, le
conseguenze pros- sime e remote sia dell'idea di causa, sia del principio di
cau- salità. | In quello, invece gli scienziati, con rigorosa disciplina, s'at-
tennero a ciò che consta come verità di fatto e di ragione; e vedemmio che le
principali teorie scientifiche — dallo sperimen- talismo di Galileo a quello
odierno di Enrico Rodolfe Hertz si sono proposte di spiegare, senza alcun
ricorso alla. filosofia, il metodo necessario e sufficiente alla determinazione
esatta dei rapporti causali. Ma ricontiamo aleune pietre miliari del cammino
filosofico, per mostrare la straordinaria fortuna della concezione metafisica
delle cause, Ommessi i varj tentativi sporadici delP’aitiologia asiatica,
ancora troppo involuti nella teologia e nella. poesia, volgenimo la nostra.
rapida inchiesta. sulla. speculazione esor- diente della Grecia antica. E fin
dai primordj ci fu dato di ve- rificare che quivi appunto x'incontrano i
precursori della meta- fisica delle cause. La quale, spinta da pregiudizj
infiniti, illusa dagli artifizj d'una retorica che usurpava il nome di logica,
sfor- nita naturalmente di metodo scientifico, ivritata dalla sofistica,
tradita dalla teologia, cadde infine sotto la dominazione dei do- cmi. Così
nacque laittologia dogmatica, con un piede nella causa prima e Valtro nella
causa finale. A niuno sfuggirà il carattere istruttivo di questa. storia.
L'aitiologia dogmatica pretese e pretende ancora d’essere li- bera. Ma la suna
libertà è un equivoco, corrisponde alla libertà. non filosofica delle
religioni, è imperiosa come la fede, predi- catrice come la rivelazione e
l'autorità. Però se il dogma è avaro di verità, la sua vita è tenacissima e la
sua resistenza disperata. Tanto che, pei suoi cavilli, la dogmatica delle cause
metafisiche nutrita da Aristotele potè durare tutto il Medioevo, finchè il
Risorgimento, rotti i cancelli della scolastica non riuscì a tentare novello
cammino, all'alba dell'èra moderna. Dal giorno in cui si pronunziò la reazione
contro la filosofia dogmatica, lVaitiologia speculativa inaugurò anch'essa un
indi- rizzo quasi senza riscontro nel passato, l'abbandono cioè della causa
cansarmini come principio sopranaturale avente per effetto l'universo. Le
ultime insidie dell’aitiologismo dogmatico furono sfatate dalla critica della
ragion pura di Kant. Dopo Kant le correnti dogmatiche non periscono; ma
all'incontro si avvalora sempre più quell’indirizzo che, lasciando
completamente da parte La ricerca e la prova di cause non sperimentali, siano metafisicie,
siano teologiche, o altre, si concentra tutto nella considerazione speculativa
‘del ritmo della causalità cioè nell'esame della dire- zione ideale e del
valore delle leggi causali nell'universo, in- terpretazione teoretica che
vorrebbe essere il prodromo d'una rivoluzione reale nella pratica della vita.
Così i due regni della sclenza e della filosofia restano completamente
autonomi, benchè la loro alleanza sia costantemente richiesta dal progresso del
sapere. Ma con ciò non è detto tutto. Colla nostra visione storica noi crediamo
d'aver superato in modo definitivo l'angolo visuale dell’aitiologia ideologica
e se- polta la metafisica delle cause. Ma chi ci prova che la nostri visione
non sia il prodotto d’una nuova ideologia a rovescio ? Essa è nata anzitutto
col presupposto che La teoretica causale si divida compiutamente nelle tre
questioni dell'esperienza, della scienza e della filosofia, quindi colla
triplice convenzione : 1° che l'esperienza possa soltanto prender atto della
causa- lità nel senso vivo ma contingente dell’operare ; 2° che soltanto la
scienza sperimentale possa giungere alla determinazione esatta dei rapporti di
causalità, intendendo que- sta come successione necessaria di due sistemi
equivalenti ; 3° che la filosofia debba abbandonare definitivamente la ri-
cerca delle cause metafisiche, per concentrare il sno sforzo nel. l'esame
critico e sistematico della direzione ideale e del valore delle leggi causali
nell'universo. Ma chi ci prova che queste appunto siano le parti vive di quell’organamento
logico del pensiero in cui circola la ragione prima ed ultima della causalità?
Certo la prova teoretica del fondamento di queste distinzioni non vuole esser
data qui, dove la critica non ha da atftrontare altro che la corruzione ed il
progresso dei sistemi che si presentano nella storia come fact. Mit ad ogni
modo se va, come crediamo, unificazione possi- bile, non è forse evidente che
la sintesi probativa non può esser data a sua volta che in un sistema?
Frattanto chi potrà celare l'amarezza, chi potrà calmare Tangoscia dello
spirito a questa parola? | Nell'universale caducità dei sistemi non faremo
anche noi l'i- nutile sforzo di galvanizzare un cadavere fra le ruine? Avremo
un bel radunare i nostri documenti colla massima diligenza, verificarli e
comporli col massimo sernpolo, potremo noi elimi- nare quelle insufficienze e
quelle esagerazioni speciali che sono proprie d'ogni sistema? Osiamo dire che
nessun filosofo ardi- rebbe cullitsi nella pretesa. d'aver raggiunto un simile
ideale. Una sola vi ci rimane: la sistemazione della nostra vita inferiore, per
mostrare quali necessità ci condueano a confor- mare i mostri pensieri
all'ordine d'un sistema concepito sul si- stema dell'universo. Li filosofia
sarebbe anehe per not — una miserabile cosa morta, se non Vintendessimo così.
Dunque andiamo avanti a sistemare. Il pensiero filosofico d'altronde non sta
punto chiuso nel si- stema come un oggetto dietro una vetrina. Lo spirito non
fa che uma cosa sel col sistenta che egli è giunto a costruire. | Pensare
veramente è costruire un sistema interiore. Criticare per sistemare, tal’è, mi
sembra, la condizione del lavoro filoso- fico. Critica, sistema e pensiero sono
consostanziali. Nistemare filosoficamente è lavorare dal di dentro, alla ma-
niera d'un albero che sviluppa i suoi fiori e i suoi frutti. Finalmente è
lecito indicare due condizioni non prive di valore agli occhi di chi si senta
tratto sempre più a considerare la filo- sofia, nonchè la propria vita, come
una cosa seria, cioè che la messa in opera d'un sistema — significativa ec
suggestiva come la creazione d'un universo in un universo — da un lato esalta
la coscienza della nostra vitalità e ci dà Vamore e la responsa- bilità del
nostro ideale, dall'altro è una specie di martirio. Questi doppia situazione di
spirito ci può in parte consolare del pochissimo frutto ricavabile dalle nostre
ricerche. E perchè non dirlo? CONCLU SIONE 319 Allo sguardo del filosofo,
questa povera conclusione è tutto il simbolo della nostra stessa vita
filosofica. | Quindi si comprende che lo sviluppo organico della storia,
sintesi vivente delle ‘varie esigenze che, sempre rinnovandosi, si contendono
il dominio della critica, sarebbe una lezione perAnta pel filosofo che non
l’invocasse pel progresso teoretico delle sue idee. | | FINE DEL VOLUME I. A e
e e O na ri Re e a rc Cs è Cesto. ooo di SER: Mode 41. GareLLo. La morte di
Pan. Psicologia morale del mito SPENCER. L'evoluzione moral $ è i 5 3 CRT 43.
Loria, La sintesi economica. Studio cile lesgi del reddito 44. SPENCER, L'evoluzione
del pensiero . : i Groserti. La teorica della mente umana - Rosmini ed i Rosmi-
niani - La libertà cattolica : o . : - i . «d 10 46. CovortI. La vita e il
pensiero di A. Schopenhauer 47. PASTORE. Sillogismo e proporzione. Contributo
alla teoria e alla storia della logica pura . ; : - ì a 48. Lea, Storia
dell’inquisizione 4 % 5 . ì el rad LO = 49. CHiAPPELLI. Dalla critica al nuovo
idealismo 50. NierzscHe, Hece Homo. Come si diventa ciò che si è 51. PAULSEN,
Introduzione alla filosofia . i i . - GranT-ALLEN, L'evoluzione dell'idea di
Dio. Una indagine sulle origini delle religioni WAGNER. Trattato di geografia
generale. — Tre volumi . d» 82— 96. SERGI, L'uomo. Secondo le origini,
l'antichità, le variazioni e la distribuzione geografica : j : 4 1 ; è . d»
20—- OT. FACcCIOLI, Trattato di Aviazione . : } o DAN ; I 58. De SANCTIS.
Storia della Repubblica Ateniese ; ì è . >» 12—- 59. WEINIxGER. Sesso e
carattere DARAI - 5 È 3 clip b 60. KoparscÒ, Politica economica internazionale
> : Re TE 61. Spinoza, L'Etica - Della correzione dell’intelletto at . >»
10— 62. Kant. Prolegomeni ad ogni metafisica futura A 4 . d» Costa, Filosofia e
Buddhismo : . Mosca. Elementi di scienza politica (in corso di stampa). 65.
MaxarESI, L'impero romano e il cristianesimo S Ì . >» 12-- 66. l'UNZELMANN.
La teoria elettrica ed il problema dell'universo. Con illustrazioni - , : CARI
: 3 ; - . dd 67. RarzeL. Geografia dell’uomo. Principii di applicazione della
Scien- za geografica alla Storia . . i ; . - ° . >» 15- 68. Zini. La doppia
maschera dell’universo. Filosofia del 4 Eee dello spazio e . s : . >» 14-
69. JEMoLo. Stato e Chiesa negli scrittori politici sandni del ‘600 © del 700 .
D . DI » 10 — 70. Crosa. La sovranità
popolare dal medio-evo alla rivoluzione fran- cese . e ì ; ; » B_- 71-72. DE
SANOTIS. Storia dei romani. — Vol. III in “to sE Tr'otà delle guerre puniche.
Con 8 carte geografiche ; i . >» 80— 78. Niceroro. La misura della vita.
Applicazioni del metodo statistico alle Scienze naturali, alle Scienze sociali
ed all'Arte nette » . SerGI. Italia - Le origini. Antropologia - cultura e
civiltà. Con 88 tavole È ; ì 3 i 3 ; ? i nette » 4b BIANCHI. La meccanica del
cervello e la FaionE dei lobi fron- tali. Con 61 figure e 4 diagrammi 3 ; È |
nette » 50 — 76. Torranin. La fine dell'umanesimo . . ì 3 . nette » De PrETTO.
Lo spirito dell'universo È > 3 3 nette
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fenomeni psichici e il loro significato Diolagico (esaurito) 15. SpeNcER.
Introduzione alla scienza sociale ; x ‘ vd 9= . — Le basi della morale . i : ‘
î ; PE n, 17. JAMES. La coscienza religiosa —. ‘ x ; 7 x . (esaurito) 18.
SPENCER. Le basi della vila È : 3 LES
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: . (esaurito) 21. HARNACK. La missione e la propagazione del
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+ 5 . : : TA Vira 23. SPENCER, L'evoluzione della vita . Ò i È ì s SIT a pa
fira . Hòrrpina. Storia della filosofia moderna. . : 3 : 7 ; . ’ : ; dA Dara 26. ZoccoLI.
L'anarchia. Gli agitatori, le idee, i fatti è Krone 1A > 27, I'RosaNo. Le
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IL PROBLEMA DELLA CAUSALITÀ CON PARTICOLARE RIGUARDO ALLA TEORIA DEL
METODO SPERIMENTALE DELLO STESSO AUTORE Sopra la teoria della scienza. —-
Logica, matematica, fisica. Torino, Bocca, 1003. Macchine logiche. Conferenza
popolare. - Gienova, Riv. Ligure, 1906. Logica formale dedotta dalla
considerazione di modelli meccanici. — Con 17 fisure. e 8 tavole fuori testo.
—- Torino, Bocca. . [ progressi e le condizioni presenti degli studj intorno la
logica formale. —- Prolusione, Finalimarina, Del nuovo spirito della scienza e
delta filosofia. | - "Torino, Bocca, 1907, G. M. Guyau c la genesi
dell'idea di tempo, Lugano, « Cocnobium >», , Sull’impicgo del concetto di
tempo nella logica. pura. — Estr. « Questioni filosofiche ». - Bologna,
Iormiggini, . Sopra un punto essenziale del neo-heaclismo contemporaneo. --
Atti R. Accad. Scienze di Torino, , Sulla natura cxtralogica delle leggi di
tuutologia e di assorbimento nella logica matematica, -- TV Congresso
Internazionale Matematici. . - Roma, . i Sull’origine delle idee in ordine al
problema delUuniversale. —- Rendie. Tineci NVIII, . Sillogismo e proporzione, -
Torino, Boccea (Bb. SM. . IM valore teoretico della logica, - Prolusione alla
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(Giornale storico della letterati. it. - 'l'orino, . Le definizioni matematiche
secondo Aristotele e la logica matematica. — Atti R. Accad, Scienze. —- Torino,
Marzo, . ll Pensiero puro, - - Torino, Boccea, 1915. Der kritische Kommunismus
bei Friedrich Engels. - Archiv, fiir die Geschi- chte des Sozialismus. —-
Hirschfeld, Leipzig, . | Une théoric des limites appliquec a la civilisation
moderne. —- Revue Francc- Italio, Mai, . Sopra la critica filosofica delle scienze. -Riv. di filos..
Il compito della filosofia nel rinnovamento degli ideali della patria. Prolusione,
Riv. di Nilos., . P. IL PROBLEMA DELLA CAUSALITÀ CON PARTICOLARE
RIGUARDO ALLA TEORIA DEL METODO SPERIMENTALE LA CAUSALITÀ NELLA SCIENZA, NELLA
FILOSOFIA E NELLA VITA MORALE TORINO FRATELLI BOCCA EDITORI Depositario per la
Sicilia: Orazio FioriEnza - PALERMO, Deposito per Napoli c Provincia : Società
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TTTT.TTTr,_Zzr_—eeeeete o " ‘ iis
Casale Monferrato — Unione Tipografica Popolare succ, Cassone tane ad e P . ; :
1 i ;Teoria del metodo sperimentale. Nessi storici e critici tra la fisica pura
di Kant e la fisica sperimentale di Galileo . Partizione della ricerca Vindanii
scambievoli del- l'esperienza, della scienza e della filosofia Sguardo al
problema della validità oggettiva della conoscenza da Hume a Kant Limitatezza
della soluzione kantiana Come vi si possa rimediare conciliando la gnoseologia
coll’ epistemologia. Il problema
empirico della causalità . s é è è o» 9 $ 1. I diritti dell'esperienza. La
tecnica come filo conduttore $ 2. La praxis medesima dell'esperienza come
autocritica della conoscenza e della realtà Ragione dell'oscuro impulso
objettivo che ci fa porre il fuori di noi e il senza di noi; e valore del senso
comune Conoscere, amare e causare, La nostra praxis nella praxis causale
dell'universo. Capo II. — Della scienza in genere e in particolare delle
scienze speri- mentali i A i i ‘ ; ; s è i ; » 31 Della scienza in genere e in
particolare della scienza spe- rimentale. Definizioni Condizioni, mezzi ce
forme del- l'organamento logico della scienza - $ 3. Certezze capitali, scopo,
criterio della verità Condizioni, mezzi e forme della fisica. Illustrazione dci
due postulati dell'esistenza objettiva della realtà e della razionalità della
natura Concetto scientifico del rapporto causale . 1 è i » . Definizione del
rapporto causale -- % 2. (ilossa prima Glossa seconda. Questioni e corollarj
Questione della realtà e della razionalità del rapporto causale — dè 2. Della
irreducibilità della causalità a mera logicità Della produzione reale dei fatti
(effetti) Dell’'impossibilità di escludere la relazione temporale Dell'impossibilità
di escludere la relazione necessaria Dell'identità dei succes- sivi
Dell’irriducibilità della causalità a mutua dipendenza Del valore intrinseco
della causalità come risultanza sui generis della ragione e del fatto
Corollar]. Teoria del metodo sperimentale : Tesi Si evitano duc equivoci - Concetto, dell’,
espe- rimento - Primo momento: l'osservazione dei fatti Secondo momento:
l'ipotesi tecnica o modello. Ideazione teorica e realizzazione pratica ‘l'’erzo
momento : la deduzione Quarto momento: la verificazione delle conseguenze Si
respingono le objezioni del Gentile Schiarimenti Conclusione. La verità
sperimentale come simultaneità della deduzione del reale c della realizzazione
del deduttivo. Applicazioni 3 i i ì : Partizione delle ricerche Art. I.
Dottrina della doppia causalità Causalità psichica e sua determinazione
sperimentale Causalità storica ec sua interpretazione critica. Dottrina della
doppia causalità j Prova di ragione e di fatto della doppia causalità. Senso
> e valore di questa tesi conforme al principio dell'unità psico- fisica del
reale. Unità e psicofisicità d'ogni rapporto causale. Natura qualiquantitativa
d'ogni fatto conoscibile. Potenziamento inverso di qualità e quantità.
Passaggio dalla natura allo spirito. Senso dell’azione causale reciproca
Schiarimenti sulla psicofisicità del reale. Rifiuto della teoria del Rehmke.
Conce- zione qualiquantitativa della realtà. Sua prova.Caratteri differenziali.
Critica del dualismo. Teoria del De SARLO (vedasi) Critica del fisiologismo
epifenomenistico. Teoria del Lugaro. Si conferma la tesi del senso relativo
della doppia causalità nell'unità psicofisica del reale. Qausalità psichica e
sua determinazione sperimentale Definizione della Psicologia scientifica Esame
di due gruppi di difficoltà contro la Psicologia sperimentale. Primo gruppo :
questione dell'omogeneità tra la. misura ce il misurato ; questione della
quantità dei fatti psichici; questione dell'unità di misura. Secondo gruppo :
questione dell’applicabilità dello spe- rimento alla Psicologia Nozioni
fonlamentali. Concetto di fenomeno psichico. Concetto di connessione
psicofisica. Feno- meni psicnici elementari. Concetto scientifico dell'unità di
mi- sura dei fenomeni psichici (unità derivata). Come il fatto psichico resti
determinato da un numero senza dimensioni fisiche. Come si lasci impreziudicata
qualsiasi ipotesi metafisica sulla natura delle condizioni speciali componenti
il sistema psicofisico Considerazione critica dei risultati finora ottenuti col
me- todo Weber-Fechner. Si difende l'impostazione scientifica del medodo W.-F.,
dando prova della continuità della serie psichica. Si citano le cinque
interpretazioni critiche della legge di Fechner. Si deduce che il fenomeno
psicofisico è complesso e che quindi deve essere trattato nella sua
complessità. Si mostra che il di- fetto dei metodo W.-F. consiste in ciò che,
nella formula yY=% lg 8, la y non è sufficientemente determinata Punto di vista
superiore. Deduzione della formula W.-F. come derivata parziale d'una funzione
più complessa, in cui alle variabili sti- molo e sensazione si aggiunge la
reazione. Equazione fondamen- tale della psicofisica. Conseguenze: 1° Derivate
parziali; 29° De- duzione d'una legge psicofisica in correlazione alla legge di
Ohm $ 6. Nuovo programma di’lavoro
scientifico e conseguenze fi- losofiche
Causalità storica e sua inlerprelazione critica . Necessità di non
rinunziare all'interpretazione critica della causalità storica — è 2. Dottrina
di Carlo Marx — è 3, Esame di due punti circa l’interpretazione del processo
della praxis storica, sc- condo il Marx: 1° vero senso dell’umuwvil/zende
Pranis ; 29 periodo d'incubazione tra la tesi c l’antitesi Varia fortuna
dell'in- terpretazione causale della storia secondo Marx. Prima modil'ica-
zione introdotta dall’IÎngels. Semplice preponderanza causale del fattore
economico. Riconoscimento dell’azione causale degli altri fattori Seconda
modificazione dovuta ad Antonio Labriola. Teoria dello stato d’anima come
intermediario causale fra la strut- tura economica (tesi) e l'azione
rivoluzionaria (antitesi). Distin- zione di «due passaggi : 1° da formazione a
formazione; 2° da struttura a soprastruttura in ogni formazione sociale,
Origine e vero senso della dottrina dello stato d'anima Concetto della cau-
sazione mediata Apprezzamento sintetico del valore del cosidetto materialisino
storico dal punto di vista del problema causale. Inadeguatezza del concetto
marxistico della produzione. Necessità di considerare l'economia come sintesi
di tutti i rapporti (materiali c ideali) di produzione, Inadeguatezza del principio spenceriano
dell'adattamento all'ambiente. Necessità di riconoscere il principio
quintoniano dell'adattamento dell'ambiente — è 7. Mezzi di produzione c mezzi
di proprietà. I duc corpi dell'uomo : l’individuale e il sociale. Apprezzamento
economico della scienza, dell’arte, della morale Principio del potenziamento
reciproco della causalità, come conato elettivo immanente all'unità psicofisica
della vita. a] y Cned ConcLustone .. d l iT $ l. Riassunto della Sezione prima
Si chiarisco il pas- Saggio dalla questione epistemologica alla questione
speculativa, Oggetto della Sezione seconda.
Gnoseologia e metafisica delle cause Insufficienza della causalità
scientifica per l’interprotazione N filosofica del mondo — % 2. Necessità d'una
concezione sintetica della esperienza e della scienza, della gnuseologia e
della meta- fisica. Il pensiero reale . 5 i i : s ; o Scopo e partizione della
ricerca Lima subobjettiva della conoscenza L'unità psicofisica della realtà Il
pensfero comeattività sintetica dell'universo
L'unità subobjettiva della conoscenza 1 » » : ? è 1. Concetto della
conoscenza Esame della conoscenza empirica nelle duc forme: immediata e mediata
— è 3. Intimo nesso dell’essere c del conoscere. Si caratterizzano le duo ope-
razioni opposte del distinguere e dell’unire. Si respinge la teoria del
Bergson. Intimo nesso dell’astrarre e dell’intuire. Risultati: sci tesi
capitali reclamate dall'esperienza. L'esperienza conosci- tiva come esperienza
causativa Esamo dei risultati della conoscenza scientifica. Si confermano le
sei tesi empiriologiche La conoscenza filosofica. Concezione integrale della
verità. La conoscenza come unità subobjettiva. Continuo rinvio all'unità ec
continua aspirazione ad altro (dualità). L'unità psicofisica della realtà . i ;
è i i $ 1. L'equivalente metafisico del principio gnoseologico Individuazione
progressiva verso sempre maggiore armonia e sempre maggiore distinzione. Si
imposta il problema filosofico della causalità. La realtà come unità
psicofisica. Il pensiero come allivilà dell'universo . ; i ; è 1. ‘l'osì del
pensiero reale. Esame di tre objezioni in senso diviso Esame delle stesse
objezioni in senso composto Valore del pensiero reale L'universo come attività
di- stintiva e unitiva di soggetto in rolazione ad oggetto. Origine, valore ed
uso dell'idea di causa . Origine delle idce in generale. Posizione centrale fra
l'empi- rismo e l’apriorismo — $ 2. Origine dell'idea di causa nell’espe-
rienza interna ed esterna — è 3. Origine del principio di causalità Riassunto
dei risultati più salienti Valore objet. tivo delle leggi causali — $ 6. Uso
legittimo dell'idea di causa oltre i confini della scienza. Questione della
causalità efficiente universale .
Negazione della causa efficiente universale o significato della ricerca
filosofica delle cause Teoria dell'illusione aitiolo- gica — $ 3. Questione
della logica della natura — è 4. Senso ideale dell'attività causativa
dell’universo. Questioni della causa prima, della causa finale e della causa
sui . Intimo accordo delle tro questioni Della causa prima Della causa finale.
Varictà di finalismo. Sostituzione del giudizio regolativo al costitutivo. Il
finalismo come inter- pretazione illusiva. Varie fasi dell'illusione. Teoria
del miraggio teleologico. Rifiuto della tesi finalistica. Esame critico delle
obje- zioni. Elevazione del concetto ateleologico Della causa sui Senso e
valore umano delle illusioni metafisiche Determinismo e indelerminismo La terza
antinom'a kantiana Conciliazione della cau- salità libera e della causalità
determinata Concetto della contingenza La libertà come forma speciale di
causazione. è . î ‘ . ; P : 1 i ; 3 : »
Cu (ASS) (0%) La causalità nella vita
morale Questione preliminare del sGlipsino sd nega la caGsIbiltÀ di
oltrepassare la sfera del soggetto. Confutazione. Senso e valore
antisolipsistico del cogilo di Descartes e dell'io penso di Kant. Si levano di
mezzo i due cquivoci sopra la tesi dell’indipen- denza e della subordinazione
L'antisolipsismo come esi- genza necessaria della coscienza morale. Profondo
bisogno d'una ragione che riconosca l'unità fondamentale della coscienza Vero
stato della questione. Dilemma fra la scienza e la morale, Fondamento causale
della libertà . 3 eda 5 . >» Concetto generale della natura umana. L'uomo
comc auto- coscienza progressiva dell'unità psicofisica del reale. - $ 2. Du-
plice aspetto del problema della libertà dal punto di vista cau- sale: la
volontà come causa e la volontà come effetto. Duplice aspetto del processo
formativo della libertà : amorale c morale, analitico ce sintetico, temporale c
intemporale Tre fatti costanti Senso del potenziamento causale applicato alla
vita psichica La necessità del rapporto causale come con- dizione necessaria
della libertà — $ 6. Determinazione dei carat- teri specifici della libertà. La
libertà come movus ordo Quattro tesi negative c tosi affermativa — $ 8.
Schiarimenti, Natura psicologica del centro di causalità autocosciente,
prodotto dal potenziamento. Caro II. — L'esigenza della libertà di fronte alle
esigenze del sapere . » 355 S l. Si mette alle prese l’esposto concetto della
libertà colle va- rie forme del sapere: esperienza, scienza, filosofia Come già
nel campo empirico il problema della libertà possa ricevere una soluzione
conciliativa. |} libero chi è in grado di autocau- Sarsi spiritualmente.
Sostituzione della causalità interna alla cau- salità esterna. Negazione della
morale al bivio S'imposta la disputa fra la libertà attestata dalla coscienza e
la causalità — XII — dimostrata dalla scienza. Insussistenza del contrasto fra
coscienza di libertà e scienza di causalità. Come l'essenza della libertà sia
nè sotto, nè sopra, nè accanto, ma dentro la necessità. Signifi- cato causale
della libertà — $ 4. Come neanche nel campo filo- sofico abbia senso
l’antinomia della libertà e della causalità. Ri- fiuto dello scetticismo. Due
punti capitali: 1° io sono libero per- chè posso causare; 2° io non posso
causare liberamente senza causa ragionevole. Si rovescia l'idolo della libertà
senza legge — %$ 5. Difesa del bene inteso determinismo. L'utilitarismo come
frutto della malignità, non della scienza. Nuovo indirizzo ispi- rato alla
riscoperta della libertà nel portato medesimo della cau- salità.
L’autocausalità del volere morale A ; i .
$ I, L'uomo come sistema libero funzionante nell'ordine causale — $ 2.
Come il principio del potenziamento causale della libertà rientri nei quadri
del sistema tracciato Come la libertà non sia il proprio dell’azione morale.
Applicazione della volontà libera al bene, fine della morale Aspetto normale e
aspetto sublime della moralità Triplice periodo dell’evo- luzione storica della
causalità. Si giustifica il principio dell’auto- causalità morale come l'unica
via che ci conduce alla nostra de- stinazione. Capo IV. — Concezione drammatica
della vita morale Ufficio filosofico dell'amore Il sacrificio some legge
sublime dell'amore — $ 3. Il senso morale della vita. Il senso del vero e il
senso del mistero, Le grandi speranze — $ 4. La morale come esercizio della
causalità della coscienza entusiasmata dall'amore La realtà delle opere
spiritualizzatrici della vita. L'ora della morte. Necessità di prender possesso
di quel noi che è fuori del nostro individuo. Fecondità morale della bellezza —
S 6. Valore del suicidio di fronte all'esistenza reale del genere. Vero senso
della nostra moralità cioè della nostra libertà morale di sutocausazione.
Accordo dell'amore colla tri- stezza, fusione del sapere colla volontà. Questo
volume riproduce per buona parte i corsi di F'ilosofia teoretica che tenni come Incaricato all’Università di Torino.
Credo utile avvertire che VIntroduzione a tutta Vopera pre- messa al primo
volume, mentre offre un istradanmento generico a che ne abbia bisogno, non
basta alla comprensione propria di ciascuna parte. Sopratutto per questo
secondo volume è neccs- sario che il lettore si affacci direttamente ai varj problemi
col puro corredo delle cognizioni storiche raccolte nella parte prima. II
presente rolinne consta di tre sezioni. I capitoli 2°, 3°, 4°, 5° della Sezione
prima sono lo sviluppo teoretico dei principj cpistemologici sostenuti nelle
mie opere precedenti. Ma la trattazione del problema della causalità dal punto
di rista empirico (Cap. 1° e applicazione speciale di quei principj al
problcinma scientifico della causalità (Cap. 2°5°) SONO Opera nuova, L'articolo
I del Cap. 6° fornisce il criterio di tutte le applica- zioni possibilit del
principio causale ai problemi distinti della matura e dello spirito, L'articolo
IL, riconosciuti i diritti della Psicologia sperimen- tale come scienza esatta
e stabilite le nozioni fondamentali, di- fende impostazione scientifica del
metodo Weber-Fechner, pur mettendone in eridenza il difetto. Quindi si eleva ad
un punto di vista superiore che si potrebbe dire globale, perchè considera Ta
formula di Weber-Fechner come derivata parziale duna fun- zione più complessa,
in cui, alle variabili di stimolo e sensazione, A. Pastore — Il problema della
causalità - . 1 tu si aggiunge la
reazione. It nuovo calcolo psicofisico ha potuto essere spinto fino alle
equazioni differenziali del processo. I ri- sultati delle derivate parziali
sono enunciati con tre leggi ca- ratteristiche che, per la prima volta,
affrontano la sentenza. della critica. | Negue la deduzione della legge
psicofisica in correlazione alla Icgge di Ohm c tutto un nuovo programma di
laroro scientifico, non privo di conseguenze filosofiche. L'articolo III non è
che una piccola escursione critica sullo sconfinato campo del potenziamento
sociale della causalità, col tentativo di redimere dall’oblio la dottrina della
causazione mediata dello stato damnima di Antonio Labriola. Il Capo 1° ‘(Il
pensiero realc) della Sezione seconda è la pietra angolare di tutta la
gnoscologia e la metafisica delle cause, centro filosofico dell’opera. Spero
che si capirà che il pensiero reale non © qui considerato come semplice
equivalente di pen- sicro in scnso stretto, na come attività distintiva e
umitica del soggetto in relazione all’oggyetto, cioè come unità concreta della
soggettività c della ogyettività. Non è qui il luogo di provare come, quanto e
perché questo principio che considera la realtà come pensiero sia irreducibile
a quel «concetto che in generale i volgari hanno ancora dell’idealismo » (1).
Appena aggiungo che il riconoscimento del caraltere causale così dell’essere
come del conoscere ci porta più ad ammettere la parziale verità dei siì- stemi
esclusivi che a negare ingiustamente il loro profondo va- lore e i loro
diritti. In tutte le ricerche particolari di quest'opera io mi vedo condotto
per diverse vie allo stesso scopo. Quindi mi pare che la vita vera c concreta
dello spirito filosofico consista nella sintesi teoretica di tutti i valori
della storia. La Sezione terza, indagando la cansalità nella vita morale,
unzitutto premette il riconoscimento del senso e del valore mnano della
causalità come potenza liberatrice e la difesa del- esigenza del sapere, da
ultimo sì annoda collinterpretazione più amara dellesistenza, senza respingere
però la dolorosa bellezza dell’ideale. (1) MARTINETTI Introd. alla Metaf., pag
153. PREFAZIONE 3 Qualche corrosivo ironista sorridera? Oh scetticismo, scctti-
cismo dal volto di pictra, tu hai la proprietà di trovare alimento ove i poeti
trovano Ta morte. Il tuo fondamento è forse Vinvidia, la tua ‘idea, pretesto
inesauribile, è forse l’inutilità della spe- TUNZA, . Pure, malgrado tutto, io
continuo a sperare. E chi proverà al cuore dell'uomo che la sua più grande spe-
ranza sia lu più grande delle suc follie ? Spero, benchè sappia che i cieli
sono sordi e muti. Spero, benchè consti che sulluomo grava Vinfelicità. Spero
infine, perchè sento che, quando la scienza tace e il dolore brucia, Vamore
canta. Davanti a ciò, se un freddo 0 presuntuoso pedante sì trince- rerà nei
suoi sarcasmi, il cuore, il nostro cuore, avrebbe da ar- rendersi all’impotenza
? A quale alto proposito sociale potrebbe ancora Vuomo dedi- carsi, se dovesse
sempre camminare nel fangoso sentiero dell’e- videnza immediata e dellautilità
? Non pertanto, su questo punto morto resti ognuno del suo parere, se non può
farc altrimenti. Io credo che la rerità e il bene, che anelo, non innamorino se
non per la bellezza idcale traverso il dolore inevitabile. Ecco perchè cerco di
moltiplicare i contatti della scienza e della coscienza colla poesia, fenice
dalle ali di fiamma che viene a posarsi sopra il cuore deil'nomo e canta la
purificazione pro- gressiva della vita traverso il dolore. Vuol dire che il
lettore, versato in quella dottrina che prova Ia risolvibilità del problema
morale senza la poesia puo lasciare senz'altro da banda la terza Sezione. Nono
lieto che mi si porga occasione di esprimere francamente la mia preferenza per
le in- terpretazioni poctiche della moralità. Infine sento il dovere di
ringraziare pubblicamente il mio carissimo discepolo e amico Pietro Mosso, il
quale con affettuosa premura volle associarsi alle mie ricerche scientifiche,
ajutan- domi colla sua assidua e intelligente cooperazione, non solo nello
sviluppo del calcolo psicofisico, ma in tutto il faticoso La- voro occorrente
alla revisione del presente volume. Digitized by Google SEZIONE PRIMA Teoria
del metodo sperimentale INTRODUZIONE Nessi storici e critici tra la fisica pura
di Kant e la fisica sperimentale di Galileo $ 1. Partizione della ricerca —
Vantaggi scambievoli dell’esperienza, della scienza e della filosofia — Sguardo
al problema della validità ogget- tiva della conoscenza da Hume a Kant -
Limitatezza della soluzione kantiana — $ 5. Come vi si possa rimediare,
conciliando la gnoseologia coll’epistemologia. $ 1. Il problema della causalità
ha un’importanza enorme nell’esperienza, nelle scienze particolari e nella
filosofia, per- chè nessuna orientazoine di vita è possibile se la coscienza
ri- fiuti l'assenso ad ogni indagine empirica circa il significato e il valore
delle relazioni causali nella realtà, nessuna ricerca sperimentale è possibile
che non si risolva in nna determina- zione esatta di rapporti causali, nessuna
concezione del mondo e della vita in termini di intelligibilità. è omai
ammissibile senza una netta posizione teoretica circa il significato, il valore
e i limiti del principio di causalità sia nella natura sia nello spirito.
Conformemente a questa triplice esigenza (empirica, scien- tifica e filosofica)
va concepito l'assunto ideale d’una ricerca volta a trattare la teoria della
causalità per ogni rispetto alla lu- ce della critica odierna. Essa vuol
collocarsi in quel punto visuale che consente la distinzione dei tre esempj,
pur riconoscendo che (04) la concezione
filosofica è condizionata dai risultati dell’esperien- za e delle scienze entro
certi limiti che non le rapiscono anzi le rendono possibile la sua massima
libertà. Invero benchè tutte e tre sì occupino della causalità, esperienza
scienza e filosofia non sì propongono la stessa ricerca. Le loro soluzioni sono
ir- reducibili, benchè compatibili. Questa verità è di tale evidenza che la
condotta della vita per attuarsi praticamente non aspetta punto la soluzione
dei problemi della scienza e della filosofia, anzi molto spesso si trova in
contrasto con queste. E, scientificamente parlando, cioè per gli scopi che la
scienza esatta si propone di conseguire, la questione, ad esempio, circa
l’origine più o meno empirica così dell'idea di causa come del principio di
causalità che è fon- damentale in filosofia, ci lascia indifferenti, giacchè la
fisica sì vale di tal principio solo come d’un’ipotesi di lavoro e nulla più.
Che non vi sia fatto senza causa è una proposizione sem- plicemente opinativa
per la scienza. Anche se noi fossimo pie- namente sicuri della verità di questo
principio, è ovvio che solo stando ad esso neanche il più abile sperimentatore
potrebbe tro- vare la verità d'una sola legge causale. Esaurendo pure tutte le
forze dell’intelletto nella meditazione di questo principio «non vVha fatto
senza causa), sarà impossibile determinare, ad esempio, le leggi particolari
della caduta dei gravi senza ricor- rere a mezzi di ricerca e di prova che la
gnoseologia di qualun- que sistema filosofico non indica e non ha dovere di
indicare. In questo caso pertanto si tratta non di stare sulle generali ma di
scendere ai rapporti particolari dei fenomeni della natura per la
determinazione scientifica dei quali la nozione, comunque posseduta del
principio di causalità non può somministrarci alcuna rivelazione utilizzabile.
Ma se le proposizioni della filo- sofia non possono offrirci uno strumento direttamente
utile agli scopi della fisica, tanto meno i teoremi della fisica, possono ba-
stare agli scopi della filosofia. {2.— Il primo problema che fanno nascere
queste conside- razioni è il seguente: quali sono i vantaggi scambievoli
dell’e- sperienza, della scienza e della filosofia ? Anzitutto pare evidente
considerare i risultati dell'espert:nza ga. L'A. come il materiale della scienza e i risultati
di questa come il ma- teriale indispensabile della filosofia. Per converso
sembra giusto considerare certi risultati sia filosofici sia scientifici come
cri- teri regolatori e talora anche presupposti, in certo modo econo- mici,
degli ordini conoscitivi precedenti. Così, ripetendo l’esem- pio, il principio
di causalità può essere una nozione chiara per la filosofia. Per le scienze
fisiche invece non ha altro valore che quello d'un presupposto utile così allo
scopo teorico della ra- zionalizzazione progressiva del reale senza cui non ha
Inogo la spiegazione della natura, come allo scopo pratico dell'azione dell'uomo
sulla natura senza cui non ha luogo Veconomia Ael- l'azione medesima. Infine si
capisce che le leggi causali, deter- minate dalla scienza, offrono alla
filosofia il materiale logico necessario all'elaborazione speculativa del
sistema. umiversale. Riconoscitmo insomma che per giungere alla verità in
ordine al nostro problema si devono invocare tutti e tre i gradi della
conoscenza. Quando xi sottopongeno le nostre affermazioni so- prio Rie
causalità all'impero esclusivo di un grado solo, lungi dal giungere al vero,
siamo condetti all’assurdo. Ciò è quanto sj può dimostrare fin d'ora con un
rapido richiamo storico che agevolerà LPimpostazione teorica del problema.
Ognuno intende che, se la soluzione di questo proble- ma deve chiarirci il
senso e il valore della conoscenza causale, la soluzione del problema generale
della conoscenza è Tantemn- rale d'ozmi aitiologia. Questa è la ragione per cui
riandando le sorti di quello, rispetto al punto della validità oggettiva, ci
appresseremo al cuore della questione causale. Per Verdinario si opina che
conoscenza oggettiva significhi presa di possesso duna realtà per mezzo di
un'attività dominatrice che umisca il soggettivo all'oggettivo. Sorge allora
naturale la domanda : Chi interroghi soltanto le proprie rappresentazioni
trascurando il resto, cioè la natura oggettiva esterna, come potrà affermare la
validità oggettiva delle sue conoscenze ? Quindi diventa naturale lo sforzo di
impadronirsi di qualche cosa fuori di noi in guisa che la nosfra conoscenza
abbia il valore di possesso oggettivo. Ma co- me surà possibile questa presa di
possesso? Con che criterio lo spirito unirà le sue rappresentazioni per
giungere a quel possesso di valore oggettivo di cui ha bisogno? E come potrà
essere sicuro di non vagare senza uscita nel mero campo del sogget- tivo?
Scendendo all’idea di causa, dove questa per ipotesi in- cluda connessione di
necessità tra gli oggetti presentati suc- cessivamente dall'esperienza, come
sarà possibile spiegare que- sta nozione di validità oggettiva? Sono note le
dottrine contra- rie del razionalismo e dell’empirismo che ci portarono allo
sco- glio di Davide Hume. Hume non potendo spiegare l’idea di causa, intesa al
modo anzidetto, colla sola esperienza, la negò. Cercare, egli disse, un
€riterio oggettivo di conoscenza quanto alla causa, avendo a nostra
disposizione un criterio meramente empirico e sogget- tivo, è un’illusione. La
validità oggettiva della conoscenza cau- sale è una presunzione arbitraria.
Tutto è questione d’abitudi- ne. Restiamo scettici. Ecco Hume. Il suo merito è
grande. Egli cì prova il valore puramente soggettivo particolare e contin-
gente del criterio dell'esperienza e fa sì che i suoi successori pongano
nettamente il dilemma: o restare nello scetticismo 0 xcoprire un criterio oggettivo
della conoscenza. Questo criterio oggettivo fu scoperto da Kant. Vediamo come.
Kant invitò la ragione a riflettere più profondamente sopra il fat- to
dell’esperienza e, affrontando il maggior ostacolo, si doman- dò : con qual
diritto noi crediamo di poter affermare che tutte le determinazioni del sapere
empirico sono meramente contingenti e particolari? (Convinto che la conoscenza
oggettiva non si trova nella conoscenza singelare e contingente degli individui
si elevò alla nozione della conoscenza in generale, ne studiò le condi. zioni
fermali comuni ad ogni esperienza possibile e quindi tanto superiore ai singoli
individui cioè universale quanto inerente alla nostra costituzione mentale cioè
necessaria per tutti i sog- vetti contingenti e particolari, e dunque in questo
senso ogget- tiva. Non ci è lecito supporre che gli oggetti, comunque siano in
sè, in quanto vengono in relazione con noi, mediante le rappresen- tazioni che
essi suscitano in noi quando colpiscono i nostri sen- si, non siamo sottoposti
a quelle condizioni formali sotto cul soltanto ci è possibile la conoscenza.
Siamo anzi costretti ad ammettere che ogni conoscenza empirica, per quanto
contingente e particolare per un verso, ha per l’altro questo di tipico che
deve soddisfare all’insieme di quelle condizioni formali che sono proprie alla
fondamentale costituzione della nostra mente. Sic- come la nostra costituzione
mentale è un fatto superiore all’ar- bitrio degli individui e comune a tutti
gli uomini, così possiamo attermare con sicurezza, nel fatto stesso della
conoscenza em- pirica soggettiva, la realtà di principj puri ed a priori. Da
questi principj costitutivi formanti il presupposto d’ogni conoscenza in
generale sì può ricavare il criterio oggettivo d’ogni conoscenza in particolare,
ricco del doppio carattere distintivo della neces- sità e dell’universalità, e
capace di salvarci dallo scetticismo. Ecco Kant. Riassumendo, Kant ha trattato
il problema gno- seologico, o della conoscenza in generale, mostrando che la
pos- sibilità della fisica pura (o metafisica) risiede nella sintesi a priori
che ci dà l’oggettività universale e necessaria della co- noscenza. E evidente
che l’immortale merito di Kant è la sco- perta dell’oggettività della forma
conoscitiva a priori, univer- sale e necessaria, perchè inerente alla
costituzione mentale di tutti gli uomini. Questa è la maggiore profondità
critica che sia stata scoperta dai filosofi nella storia della filosofia. x 4.
— Vedemmo già nel Volume primo (Introduzione e Capo X) come Kant, avendo mostrato
quali siano, a parer suo, le condizioni che rendono possibile in'noi la
costituzione d’una esperienza determinabile « priori nelle sue leggi più
cenerali. i affrontò e criticamente risolse il problema metafisico della cau-
salità. Sappiamo invero che nella sua soluzione egli non ha «cdi mira le regole
dell'asservazione d’una natura già data, regole che già presuppongono
l’esperienza, e quindi non il metodo di ricavare dall’osservazione della natura
le leggi di questa che non sarebbero leggi a priori e non darebbero una fisica
pura ». Ciò posto è evidente che la sua situazione sarebbe inattaccabile se
egli non avesse detto di voler « mostrare come le condizioni a priori della
possibilità dell'esperienza sono anche le sorgenti dalle quali debbono venir ricavate
tutte le leggi generali della natura) (von selbst) (1). Qui Kant afferma che
anche tutte (1) KANT, Prol., $ 17. 12 SEZIONE I - INTRODUZIONE le leggi
generali della natura (già data, s'intende) si debbono ricavare dalle sorgenti
a priori della possibilità dell’esperienza; il che torna a dire che anche la
fisica sperimentale si deve ricavare dalla fisica pura, nel suo senso, cioè
dalla metafisica. (Cfr. Vol. I, Cap. N). L'intenzione di Kant è così evidente
che egli, credendo d’aver risolto in tutto il problema causale colla su
dimostrazione della possibilità della fisica pura, non si pre- occupò della
determinazione scientifica dei rapporti causali e quindi nemmeno cercò di
proporsi il problema: come sia pos sibile de fucto la fisica sperimentale. Frattanto
si esamini il problema cansale nella sua complessità ; vi si troveranno tre
momenti: luno empirico in senso volgare, Valtro scientifico in senso stretto o
sperimentale, l’altro metafisico. Kant non affrontò che quest'ultimo. E se si
riflette che la spiegazione di quest’ul- timo non si ottiene se non a
condizione che tutti i materiali "accolti dall'esperienza e dalla scienza.
particolare siano uti- lizzati a dovere cioè indagati e sintetizzati nel lero
senso me- tafisico, si capisce che Vapertura e la soluzione del problema
empirico e scientifico devono essere -reclamate dalla stessa fi- losofia. Così
Kant può ben dirsi il legislatore dell'aprieri, ma non il solutore del problema
causale. Grazie alla vastità e al- l'acutezza della sua dottrina, il problema
metafisico della cau- salità toccò cime dianzi inesplorate. Ma il problema
specifico cioè sperimentale della causalità non venne minimamente risolto non
che affrontato per questo. Ma un’altra mancanza di Kant sì può mettere in luce.
Pretendere che le cendizioni a priori della possibilità. dell'esperienza. siano
anche le sorgenti dalle quali xi debbano ricavare da sè le Jeggi causali della
natura già data (1), non è forse un disconoscere il significato e ll valore
meta. fisico delle scienze fisiche? Non è ignorare che le stesse verità
scientifiche sono esse pure entro certi limiti, sorgenti alle quali deve
attingere la stessa metafisica? La scienza esatta invero non (1) Si noti però
che su questo punto fondamentale KasT non è molto con- seguente. Imvero, mentre
nella Prefazione dei Proleg., atferma che, « messa in chiaro l’origine del
concetto di causa sarebbe stata risolta da sè anche la que- stione delle
condizioni della sua applicazione e dei limiti entro i quali essa è legittima
», e nel $ 17, contro ogni fraintendimento, dichiara di voler « mostrare come
le condizioni a priori della possibilità dell’esperienza sono anche le sor-
SEZIONE I - INTRODUZIONE 13 da è un fenomeno insignificante per la filosofia, o
quanto meno ricavabile senz'altro da questa. | Basterebbe il fatto della sua
giustezza, della sua utilizza- bilità e della sua indispensabilità in rapporto
a tutta la conoscenza della natura per renderla degna della massima con-
siderazione filosofica. La condizione pratica del suo uso e la sfera a cui si
estende non vogliono essere determinate con si- curezza dalla teoria? £ noto
che lo stesso Hume non ha mai dubitato, della sua utilità per l’uso pratico. Ma
inoltre ci in- teressa immensamente il fatto della sua origine e della sna
intima verità. E per penetrare dentro la natura di questi pro- blemi non
dobbiamo noi forse risalire a molti precedenti filo- sofici e fare appello alle
più importanti dottrine della ceno- scenza e della scienza? Adunque non si può
notare senza do- - loro» sorpresa che il nome e Topera di Galileo furono troppo
perduti di vista da Kant (1) e resta giustificato il compito di riparare alla
limitatezza della soluzione Kantiana, trattando il problema che Kant ha
trascurato di esaminare. genti dalle quali debbono venire ricavate tutte le
leggi generali della natura », per contro nella Crit. d. rag. pura, ammette che
le leggi particolari, concer- nenti i fenomeni dati empiricamente, sono senza
dubbio soggette a queste categorie, ma non possono punto esserne ricavate
completamente. <« (23 ed. Rosenkranz., Suppl. XIV. pag. 756). Mi spiace di
non aver fatto menzione di questo passo nel I volume, precisando storicamente
il concetto capitale di KaNT, che in questo punto non è certo perspicuo. (1)
Tuttavia nella Prefazione alla 2* ed. della Critica, KanT prova d'aver inteso
benissimo il valore scientifico della felice rivoluzione operata da Galileo. «
Quando Galileo fece retolare le sue sfere sopra un piano inclinato con un'ac-
celerazione (determinata) scelta da lui medesimo.. allora fu una (nuova) luce
per tutti i fisici, Essi compresero che la ragione non apprende che ciò che
essa medesima produce secondo i proprj piani, che essa deve procederc coi
principj che determinano i suoi giudizj secondo leggi costanti, e forzare la
natura a rispondere alle sue questioni, invece di lasciarsi condurre da essa
come un bambino : perchè altrimenti le nostre osservazioni fatte a caso e senza
alcun piano predisposto non saprebbero connettersi a una legge necessaria, ciò
che frattanto cerca ed esige la ragione ». (S. I, (Rosenkranz, II, 668).
Séguita in questo passo importantissimo coll'ammonire che la ragione deve
presentarsi alla natura tenendo ia una mano i snoi principi, nell’altra
l'esperimento e procedere alla sua istruzione non come uno scolaro ma come un
giudice in funzione; a questa idea la fisica essere debitrice della fortunati
rivoluzione operatasi nel suo metodo, e così esser entrata nel sicuro cammino
della scienza « da sie soviel Jahrhunderte durch nichts weiter als ein blosses
Herumtappen gewesen War >». le PPT '
lr __—=<—P—7<—=—tm@ttT_ttt1t1_"oyoO_t__t_..i to. — Chiarire ora
questo punto è l’ultimo scopo di questa Introduzione. Come si può rimediare
alla limitatezza della so- luzione kantiana? Essenzialmente a parer nostro
bisogna cercar di stabilire dov'è possibile una collaborazione della
gnoseologia coll'empiriologia e coll’epistemologia, vale a dire cercar di de-
terminare le condizioni teoretiche che permettono un fecondo passaggio dalla
teoria della conoscenza in generale alla teoria della scienza fisica in
particolare e da questa a quella. In termini di Kant il problema nostro si
potrebbe enunciare così: Qual parte: dì ciò che si compie nello spirito umano
per giungere alla conoscenza delle verità necessarie e universali concernenti la
Fisica pura (tipo Kant) si ripete nella Fisica sperimentale (tipo Galileo) per
giungere alla conoscenza di ra- gione e di fatto delle leggi deila natura? La
soluzione dev'essere cercata in una dottrina che consideri la scienza come
l’opera: del cervello in grande dell'umanità, e il suo spirito come lo spirito
umano in atto. Il fenomeno scientifico non è certo il prodotto di individui
singolarmente considerati ed operanti isolatamente ; esso è Invece il risultato
del lavoro collettivo dell'umanità, per- ciò deve aver le sue basi
nell’uniformità delle leggi dello spirito umano. Qual divario passa tra il
pensiero scientifico e il pensiero umano in generale, analizzato da Kant come
base dell’ogget- tività delle conoscenze? Un rapido parallelo tra la formalità
in generale della sintesi a priori secondo Kant e la formalità della sintesi
sperimentale ci conduce a capire che la differenza è solo d'intensità. Nella
sintesi a priori si tratta di fondere in una unità i pro- dotti delle due
specie di forme a priori, cioè il dato intuitivo della sensibilità (Est.
trasc.) e la funzione categorica dell’intel- letto (Anal. trase.). Ma le
categorie non si applicano immedia- tamente al molteplice dell’intuizione. La
sintesi invero sl attua mediante lo schematismo che è opera dell’imaginazione
trascen- dentale. Lo schema che Kant ritrova nel tempo, omogeneo da un lato
colla categoria perchè è forma a priori, dall’altro colla Lappresentazione
empirica del molteplice perchè è senza con- tenuto in ognuna di queste, è così
il termine medio dell’opera. zione organica della sintesi a priori. Per esso la
mente riesce a mettere in concordanza giudicativa i due rapporti della sensi.
SEZIONE I - INTRODUZIONE i 15 hilità e dell'intelletto, e fa quell’applicazione
della categoria intellettuale alla intuizione sensibile per cui il dato
percettivo acquista il carattere logico che non possiede nella percezione.
Nella sintesi sperimentale parimente (e ciò sarà provato bene nel seguito) si
tratta di conginngere nell’unità della tormola della legge due specie di
rapporti differenti cioè i dati fisici che si percepiscono nella successione e
i rapporti logici che si concepiscono nella deduzione; e Ja sintesi
sperimentale si attua mediante il modello o sistema ipotetico-deduttivo. Il
modello è così il termine medio dell’operazione organica della sintesi
sperimentale. Per esso la mente, trovata la corrispondenza dei termini
successivi e deduttivi, riesce a mettere in equazione causale i due rapporti di
fatto e di ragione e fa quindi quell’ap- plicazione dell’ordine razionale
intemporale all’ordine reale temporale per cui il dato percettivo s’informa del
carattere lo- vico cioè universale e necessario che non possiede nell’espe-
rienza (1). Concludendo, in ogni caso la soluzione del problema sintetico si ottiene
se si scoprono le condizioni formali in cui i due sistemi dei dati percettivi e
dei rapporti intellettivi vengono a corri- spondere fra loro nei termini e
nelle relazioni, come avviene nei termini e nei due rapporti di una
proporzione, e nei termini e nei due rapporti tra gli estremi d'un termine
medio d’un sillogismo. Dunque possiamo dire che un profondo nesso formale
congiunge l'unità permanente dello spirito (che costituisce aprioristicamen- te
l'oggettività della conoscenza in genere) e l’unità permanente della scienza
(che costituisce sperimentalmente Voggettività delle leggi causali). Da ciò
risulta evidentela nostra posizione critica rispetto alla storia e alla teoria.
Kant mostrò che le leggi più (1) Kant ha sempre mostrato di apprezzare che la
scoperta d’un termine medio è il punto centrale e ad un tempo il principio
vitale del suo intero sistema. Il concetto della conoscenza per analogia, la
quale non è come ordi- naviamente si crede, una somiglianza imperfetta di due
cose, ma la somi- glianza perfetta di due rapporti tra cose affatto dissimili,
(Prolegom., $ 58) e la teoria dello schematismo (Die Analyt. d. Grundstitze I
Haupt. Von d. Schema- tisnus) provano che egli si sforzava di stabilire uni
proporzione tra i due fattori della sintesi e che considerava lo schema come il
termine medio tra l'intuizione e la categoria. Ma che egli abbia considerato lo
schema anche come strumento euristico di lavoro non risulta. generali della natura hanno il loro fondamento
nel nostro in- telletto che gliele impone pensandola. Noi mostreremo che le
leggi speciali della natura quali vengono determinate dalla fi- sica, benchè
.non si possano dedurre a priori dalle forme del pensiero, tuttavia non sono nè
empiriche nè contingenti. Tali sarebbero se non potessero determinarsi fuorchè
coll’induzione, metodo per nulla scientifico, perchè nulla lo fonda, nulla io
garantisce (1). Una proposizione invero fondata sul semplice appoggio
dell’induzione lascia il campo aperto a un’infinita di controversie e
inevitabilmente giustifica il contingentismo, l'in- determinismo e infine la
posizione scettica. rispetto al valore della scienza. Ma tali non sono, perchè
esse si deducono di neces- sità dal reale in accordo colle condizioni formali e
materiali con le quali si producono i fatti dell’esperienza, per la virtù
bilaterale dello sperimento. frattando del giudizio, Kant, il più grande
notemista della ragione umana, fece l'analisi di ciò che appartiene al
giudicare in generale. Accettando nei punti ca- pitali la teoria di Kant, ora
noi non dobbiamo più rivolgere le nostre ricerche a quelle condizioni formali
che sono insite nella natura dell'intelletto e rendono possibile un’esperienza
in ge- nerale, ma a quelle condizioni formali che sono nella natura della
scienza fisica e rendono possibile un esperimento in par- ticolare. Kant in
fondo stabilisce i primi printipj metafisici della scienza della natura e
mostra la possibilità di quella che egli chiama fisica pura. Noi cerchiamo di
estendere i suoi princip) alla fisica sperimentale, ben sapendo che la scienza
non è, sen- z'altro, la conoscenza individuale ma piuttosto è la forma più
rigorosa del sapere collettivo, costituentesi nella convivenza sociale, assai
vicina pertanto a quel pensiero in generale. che Kant pone e analizza come
fonte dell’oggettività della cono- scenza. Così afferrando la scienza come un
saggio del pensiero umano in atto si potrà procedere a conciliare insieme ogni
grado e forma del conoscere nell'unità del pensiero. E così potremo anche
rivendicare i diritti della metafisica senza offesa ai diritti (1) S'intende
che l’induzione di cui qui si parla non è già da confondersi con quella
operazione mediante la quale passiamo dalla conoscenza dei fatti a quella delle
leggi che li regolano. (Cfr. LacueLIER). Qui si considera l’indu- zione come
semplice operazione di passaggio dal particolare al generale. SEZIONE I -
INTRODUZIONE 17 della fisica, perchè procederemo per l’unica via atta a
produrre una vera e stabile pace tra ambedue. Ecco abbozzato in breve il senso
filosofico di questa parte della nostra ricerca e preparata la transizione
dalla gnoseologia kantiana alla epistemologia contemporanea. | Solo con un
criterio sintetico, che — se non ci fa velo Famore del nostro tentativo — non
può essere diverso da quello che per la prima volta si accenna qui, si potrà
inalzare e organizzare definitivamente le due teorie dell’esperienza e della
scienza in genere (e quindi della scienza fisica in particolare) sopra una base
inconcussa, per assolvere in seguito il compito supremo della speculazione,
Coloro che sapranno proseguire spassionatamente questo nuovo indirizzo — che in
fondo è qualcosa di più d'una semplice coenvalidazione del pensiero teoretico
di Kant, perchè fa scen- dere la sintesi a priori dalia solitudine metafisica
dell’apperce- zione trascendentale in cui Kant laveva esiliata e la tuffa nella
corrente viva della esperienza e della scienza per riplasmarta in principio di
filosofia — saranno in grado di giudicare se e fino a che punto i nostri sforzi
si sono arrestati lontano da quella méta verso cui sono rivolti i nostri occhi
desiderosi. te A. Pastore «(Il problema della causalità - Vol. II CAPO I Il
problema empirico della causalità. $ 1. I diritti dell’esperienza. La tecnica
come filo conduttore La praxis medesima dell’esperienza come autocritica della
conoscenza e della realtà — $ 3. Ragione dell’oscuro impulso objettivo che ci
fa porre il fuori di noi e il senza di noi; e valore del senso comune — $ 4.
Conoscere, mare. e causare. La nostra praxis nella praxis causale
dell’universo. S 1. — L'esperienza è il dato di fatto e insieme il processo
fondamentale da cui bisogna inevitabilmente partire in ogni indagine
concernente il problema della causalità, essendo la condizione capitale della
conoscenza. Come tale essa è sempre l'affermazione di due termini in rapporto,
il soggetto e Vog- getto, la cui esistenza in nessun modo noi riusciamo a
soppri- mere, come in nessun modo riusciamo a cancellarne la diffe- renza.
Oltre a ciò i termini dell’esperienza variano sempre. Non c'è mai soggetto che
rimanga sempre lo stesso, non c'è mai oggetto che alfine non cessi d’essere
egnale a sé. Quanto si dice della variazione dell’esperienza, si applica alla
variazione della realtà, che solo in quella e per quella noi per- veniamo a conoscere.
.\ffermiamo quindi che la. variazione è incontestabile, così nell’esperienza
come nella realtà. Altra affermazione non meno evidente è Vazione che i termini
dell'esperienza esercitano gli uni sopra gli altri (1). Pertanto sotto un
aspetto, tutti i termini dell'esperienza sono quel che (1) Il concetto
dell'esperienza come attività fu messo in chiara luce dallo Spaventa. Cfr.
inoltre, per un felice svolgimento di questo DEROBO Empirismo filosofico, (Riv.
di Filosof., IV, Fasc. III). Invece il concetto dell’in- terazione aspetta
ancora un ulteriore schiarimento. sono, cioè sono un gruppo di proprietà
convenienti; sotto un altro aspetto, tutti i termini dell'esperienza diventano
quel che diventamo e seno fra loro dipendenti. Tn sostanza è facile vedere che
mentre i principj di conve- nienza e di dipendenza esprimono le condizioni più
generali del- l’esperienza, le relazioni di convenienza e di dipendenza dei
fenomeni empirici presentano la massima varietà. Ora l'esperienza rivela che
alcune dipendenze si producono nel tempo e con innegabile uniformità nel senso
che certi oggetti e certi fatti non si possono giustamente considerare se non
si pongono in relazione di dipendenza costante da certi oggetti a certi fatti
anteriori. Sulla base di-questa constatazione empirica e sulla fede nel-
l'esistenza dell'ordine e dell'uniformità della natura, avvalorata da ragioni
prima pratiche € poi teoriche, sì andò sempre meglio perfezionando la nozione
della causalità e a suo tempo ne espor- remo la teoria minutamente. Lasciamo
per ora da parte gli aspetti più elevati della dot- trina aitiolevica per
considerare solo il lato empirico della que- stione. Benchè il valore del
principio di causalità nel campo dell’esperienza non ecceda i limiti d'una
generalizzazione in- duttiva, il fatto stesso della presunta conoscenza causale
apre un problema della massima importanza. Perchè la conescenza volgare, senza
il soccorso di Zumi su- periori, presume di poter sapere ciò che produce una
cosa 0 un fatto? | Allo stato attuale della critica filosofica non è facile
rispon- dere a questa domanda, tanto fitta è la maglia delle dottrine
gnoseologiche e metafisiche ricordate dalla storia. Lungi dal- l'essere un
vantaggio l'abbondanza delle dottrine in questo caso nasconde le origini della
verità. La critica storica è diventata quasi una malattia, cioè nn'ipercritica
soffocante la voce stessa dell'esperienza. Quindi, squarciati i veli di tanta
ideologia, cer- chiamo di metter capo ad un principio che ci restituisca la
storia. viva dell'esperienza, non la descrizione anatomica del suo sche- letro.
Noi non sapremo mai se la conoscenza ordinaria ci dia qualche informazione
utile sulla causalità, se non ammettiamo la cau- IL PROBLEMA EMPIRICO DELLA
CAUSALITÀ 21 sazione come un processo osservabile in qualunque momento, cesì in
noi come fuori di noi, senza la pretesa tuttavia di poterne conoscere le leggi
colla sola esperienza. Perchè la logica richiede una definizione del concetto
di causa, è vero; ma il pensiero comune, che ha pure i suoi innegabili diritti,
non può rinunziare all'uso della nozione di causa nel senso che tutti intendono
e- sprimere correntemente con questo nome. La. scienza, quando può,
s'impadronisce dei rapporti univer- sali e necessarj di causalità ; ma la sua
parola mentre ha un valore straordinario, è un isolamento. Ma anche
l’esperienza è un gran fatto, cioè la cognizione particolare e contingente
della causalità, e il suo valore è pure enorme, in quanto sviluppa le Ipotesi
opposte della causazione universale e della universale con- tingenza. Se non
può raggiungere la necessità e Vuniversalità, l'esperienza delle cause deve
disperare totalmente delle sue forze e dare una forma logica alla propria
disperazione ? Sarebbe un'impresa dogmatica insensata, non meno di quella opposta.
Insensata perchè l’aitiologismo empirico non può stabilirsi nè in negazione nè
in affermazione senza petizione di principio, esxende sempre l'esperienza
interpretabile diversamente. Su che lavora l'opinione comune degli uomini se
non sulla variabile apparenza? Dal punto di vista empirico il causalismo e Vin-
‘*rusalismo sono opinioni equivalenti. I pensatori che su questo punto credono
d'aver più giusti motivi per aderire sia all’otti- mismo sia al pessimismo sono
vittima d'una grande illusione. Come fu riconosciuto dal Renouvier : «Ils
opinent tous au méme titre)» (1). Ma la verità di questa conclusione apparirà
anche meglio dalle considerazioni seguenti. (1) RENOUVIER : Les dilemmes d. LL.
milaph. pure., pag. IT. Dir questo punto di vista si comprende che lo
scetticismo (come isostenia delle opinioni opposte) è la posizione critica più
giusta che si può assumere di fronte al problema empirico della causalità. N.
B. — Corresgendo le bozze mi è dato di tener conto in questa breve nota d'un
fortissimo contributo portato dal Ressi alla trattazione critica del problema
della causalità Devo alla gentilezza del chiaro autore la lettura dei primi
dieci fogli (pag. 1-160) d’una sua opera Introduzione alla scepsi etica in
corso di stampa presso l'editore Perrella di Napoli. Sulla soglia della sua
investigazione l’A, sente il dovere di mettere in chiaro nettamente a sè mede-
simo la questione causale. Premessi i due lati che il problema dell’idea di
causa gli presenta (successione e forza efliciente di concatenazione), indaga
le fasi sto- Noi dobbiamo stare ai due
grandi fatti della causazione e della contingenza resistenti ad ogni assoluta
negazione. Su di essi furono costruite le due ipotesi opposte della causazione
uni- versale e dell’universale contingenza, che non possono essere lasciate
indietro come prive d'ogni importanza. In primo luogo lipotesi della causazione
universale è un fatto seriissimo. Il grande valore di questa ipotesi consiste
appunto riche della critica di questa idea, « critica che, dopo essersi svolta
in Grecia riprese con Hume e si diramò nell’ empirismo e nel razionalismo
kantiano, senza poter mai per nessun cammino, trovar terra ferma.» (pag. 64).
Comin- ciando da Enesidemo trova che «la posizione più sviluppata e matura,
quella cioè che avverte l'impossibilità tanto di affermare quanto di negare la
causa- ’ lità è raggiunta solo da Sesto Empirico, il quale sorpassa... così
forse Hume... come certamente Kant...» (pag. 03). Quindi sviluppa le dottrine
di Hume, di Kant, e del positivismo (Comte, Mill, Guastella). Procede
affermando : 1° l’ine- liminabilità dell'idea di causa efficiente (pag.
97-112); 2° che la causa non è l'insieme degli antecedenti (pag. 112-117); 3°
l’impossibilità d’ogni determina- zione objettiva della. causa (pag. 117-121); 4°
VYimpossibilità di decidere se la causa sia un antecedente all'effetto o un
contemporaneo (pag. 121-129); se sia compatibile o no col cangiamento (pag.
129-133); se il cangiamento stesso sia razionalmente possibile (pag. 133-139).
Conclude affermando l’insolubilità del problema della causa, potendo così la
teoria della causa quale seguenza, come la teoria della causa quale
ettficienza, vantare lo stesso diritto, ma sog- giacendo in pari tempo alla
medesima impossibilità. (pag. 139-143) Insomma ìl Rexs' ripiglia lo stadio H.
P. GRICE STAGE raggiunto da Sesto Empirico, ritenendo per la sua ela- borata
investigazione « che questa è l’unica posizione di pensiero congruente. e
sensata » (pag. 143). E dal punto di vista empirico egli ha perfettamente
ragione. Questo punto è troppo spesso dimenticato. Benchè sia necessario
distinguere nel problema generale della causalità i tre aspetti
dell'esperienza, della scienza (esatta) e della filosofia, pure ci può essere
d’aiuto il vedere, dal punto di vista empirico, quale possa e debba essere la
nostra opinione di fronte al puro e semplice dato di fatto presentatoci dalla
percezione. Per gli scopi particolari della sua ricerca etica, il Rexsr non
credette opportuno con- siderare la direzione scientifica dello sperimentalismo
inaugurata da Galileo, che è toto caelo diversa da quelle dell’ empirismo e del
razionalismo, come quella che concerne la determinazione esatta dei rapporti
causali. Quindi, a quel che sembra, il punto di vista sperimentale non è
compromesso dalla sua con- clusione scettica Per gli scopi particolari d'una
ricerca teoretica invece, qual'è la presente, l’aspetto scientifico della
questione causale ha un valore enorme. È appena opportuno rilevare — contro
ogni pretesa scepsi epistemologica — che la possibilità della determinazione
sperimentale delle leggi causali non implica alcuna ipotesi sulla natura
metafisica dei fatti e dei rapporti in questione. Le alternative in cui l'idea
di causa ci impiglia sono insolubili dal punto di vista empirico, trascurabili
dal punto di vista scientifico. Circa il punto di vista speculativo cfr.
Sezione seconda. IL PROBLEMA EMPIRICO DELLA CAUSALITÀ 23 in ciò, che noi siamo
finora incoraggiati a ricercare se anche la nostra stessa conoscenza empirica
non sia l’espressione d’un processo di causalità. Questa ricerca del
significato aitiologico dell'esperienza esigé un filo conduttore, che non può
essere altro che la praxis me- desima dell’esperienza. E antica l’idea che
essere, fare e causare siano tutt'uno. Non diceva già Bruno che essere è
causare? Cartesio aggiunse che pensare è essere. Quindi si dedusse
metafisicamente che pensare è causare (1). Ma molto più piana ha da essere la
via dell’espe- rienza. Noi siamo disposti empiricamente a parlare di causw d’un
fatto ogni qualvolta ci troviamo di fronte ad un suo ante- cedente che ci
sembri invariabile e incondizionato. In pratica poi tutta la funzione della
nostra conoscenza empirica delle cause non è che la considerazione degli
effetti che possono essere prodotti da un dato strumento posto al servizio
d’un’attività. Un processo qualunque ha valore causale se e in quanto può avere
una portata pratica cioè è atto a produrre ùn lavoro. In questo caso l’impiego
d’una tecnicità è incontrastabile. In generale la considerazione d’ogni cosa
dal punto di vista meccanico diventa inseparabile dal punto di vista empirico
della causalità. Tutto allora ci pare effetto d’una macchina presente o
nascosta. Il mondo stesso sia esterno che interno ci pare una opera d’arte..Il
multiforme sviluppo pratico di tutta l’esperienza immediata e mediata ci appare
come l’actuositas della causalità dell'universo. In ultima analisi il nostro
medesimo istinto conoscitivo, che ci porta a supporre li causa d'ogni cosa, ci
appare il qpXpa medesimo della nostra vera natura in funzione causale, cioè un
vero o proprio istinto altiologico. E perchè non è tanto facile liberarci da
questa presunzione? Forse perchè questo partito (1) Cfr. Il Pensiero puro,
Parte II, cap. 2.9; e il vol. I di questa op.; aggiun- gendo che, del resto,
già Cusano, precorrendo Spinoza (causa sui) per il pensiero divino (— virtus
entificativa), pone : cognoscere Dei est esse — videre tuum est creare tuum —
creare tuum est esse tuum — creare = creari (v. De ludo globi, De visione Dei)
e v. FioreNTINO : Il risorgimento filosofico nel 400, pp. 129-!5+-5 e note, E
già S. Agostino, richiamato da Cartesio, afferma « quia vides ea sunt r, (v.
LiARD: Descartes, note a pp 2)4-5), onde per Cartesio: videre = velle == creare
(in Dio). non è in tutto arbitrario, forse perchè ci è veramente suggerito
dalla nostra natura. La nostra mente capace di agire preordi- nando mezzi a
fine, la nostra condotta determinata entro certi limiti dalla nostra volontà,
tutto sembra comprovare che noi stessi tra l’altro non siamo che una macchina
in rapporto di causa ad effetto, un sistema di mediazione causale. Assumiamo
quindi direttamente la tecnica come filo conduttore della nostra alttiologia
empirica. Solo così cesseremo di aggirarci intorno al problema senza mai
afferrarne il nerbo vitale. Guardare la co- noscenza stessa sotto l'angolo
visuale della praxis come forma o rivelazione d’energia causale è forse moderna
e feconda. ipotesi metafisica preparatoria della sintesi aitiologica più
significativa. In secondo luogo altre ragioni, non meno gravi, ci inducono ad
apprezzare l’affermazione empirica della contingenza. L’empi- riologia però iv
questo riguardo non deve ribadire il triste errore della svalutazione d’ogni
conoscenza apportatrice di meri risul- tati contingenti. A torto si dice che
l’esperienza tutta c’inganna. Non inganna quando ci schiera davanti la varietà
infinita dei fatti sul fondo vitale d’un’attività che unisce e distingue cause
ed etfetti incessantemente. Non inganna quando ci addita la scena meravigliosa dei
rapporti causali che si realizza nello sterminato oceano della eontingenza. Non
inganna quando ci fa incessante testimonianza della necessità compossibile
colla ll bertà. Adunque la critica s'impadronisca della doppia rivela- zione
della contingenza e della causalità e ci riveli il segreto dell'esperienza.
$2.— (‘è un terreno sodo, fuori delle regole astratte, su cui si va formando il
retaggio più prezioso della nostra esperienza. Se io non mi illudo, è
l'esperienza medesima della soggettività sempre indivisibilmente congiunta
all’oggettività. Non ci sar: mai dato di conquistare un punto di vista
superiore circa la Cognizione empirica delle cause, se la nostra soluzione non
coin- ciderà col pieno riconoscimento di questa condizione che è Pau- tocritica
stessa, tanto della conoscenza, quanto della realtà. Non posskumo negare il
legame del soggetto coll’oggetto, perchè con questa negazione il fatto stesso
dell’esperienza verrebbe ine- sorabilmente distrutto. Non possiamo negarlo,
perchè l’esperienza medesima ci forza a riconoscere che (per le condizioni
antitetiche su cui poggia ogni realtà, in quanto appare psicofi- sica e ogni
cognizione, in quanto appare subobjettiva) non vi è cosa 0 fatto che, per la
sna posizione, non generi da sè l’opposi- zione; non v'è strumento che non sia
causa ed effetto; non v'è individuo che non agisca .e non reagisca
nell'ambiente. Gli stru- menti stessi nella dinamica sociale reagiscono
effettivamente sui loro produttori (1). Di qui a concludere che la conoscenziv
stessa sia tra lValtro anche un processo di causazione, il passo è breve. Altri
potrà giudicare che questa conclusione sia ecces- siva. Per me è almeno
un’ipotesi supremamente importante che dev'essere messa alla prova. Non sembra
invero troppo arbitra- rio affermare che ogni atto conoscitivo è atto
causativo, cioè che virtà di cognizione è virtù di causazione, perchè gli
effetti prodotti dalla nostra conoscenza su ciò che empiricamente è fuori di
noi, e quelli prodotti da ciò che è empiricamente fuori di noi sulla nostra conoscenza,
sono straordinari]. Non è d’uopo riconoscere ogni momento che noi siamo centro
di attività causativa? centro di trasformazioni in noi e fuori di n9i che noi
effettuiamo con volontà produttrice d'ordini nuovi e talora anche migliori dei
precedenti? Ciò che ci pare la pro- stica esigenza della vita è in fondo ki
perenne necessità del cau- sare cioè del lavorare sia colla mano sia col
pensiero, poichè anche il pensiero è una forma di lavoro. Una simile concezione
(per quanto solo empirica) del fatto conoscitivo pone la filosofia ip grado di
contemplare Lu cansalità come un nesso naturale, togliendole il carattere di
entità metafisica. E superfluo il dire che, se Tesperienza pone la naturalità
del rapporto causale in ogni ordine d'azione, sono i grandi progres- si della
tecnica (nella quale veramente consiste il paradimma dell'azione causale) che,
fra gli altri miracoli, hanno fatto anche questo, di rivelarci la natura
causativa dell’attività della cono- scenza. Io non credo di dire nna temerità
affermando che questo problema non era stato finora seriamente proposto, e
quindi meno ancor risolto, per quamto siano state numerose e pro- (1) AxtoxIo
LaprioLi ha notato con estrema finezza che gli uomini cambiano anima e
attitudine per la reazione degli strumenti sopra loro stessi. fonde le
speculazioni dei gnoseologi e dei metafisici. Nel retti- ficare in questo modo
l’impostazione del problema della cono- scenza resta direttamente risolto anche
il problema del naturali- smo in rapporto all’opposzione fra il me e il non me.
Ma non già nel senso che il subjettivo sia da intendersi come la causa
dell’objettivo. Sarebbe dottrina in tutto arbitraria non solo ma rinnegatrice
della voce medesima dell’esperienza, la quale pone bensì la realtà esterna di
fronte all’interna, ma si ribella all’i- dea che questa sia Le causa di quella.
Comprendiamo la mera- viglia dei naturalisti che vedono sorgere dal seno d’un
certo idea- lismo la pretesa di spiegare la realtà del mondo esterno come una
costruzione fatta dalla mente umana, come un effetto della sua ideale capacità
di causare. L’esperienza ci dice soltanto che ogni fatto conoscitivo è
subobjettivo. Ma è appunto perciò che siamo spinti a ritenere che sia tale
anche il fenomeno della cau- sazione. Spetta alla critica di farci capire che
non il soggetto agente e conoscente è causa dell’oggetto conosciuto, ma che il
"apporto causale medesimo è sempre e tutto subobjettivo nella sua unità.
La causa non cessa d’esser tale cioè subobjettiva, perchè è causa così
l’effetto non perde la sua natura subobjettiva, perchè è effetto, In questa
guisa, se la conoscenza è causazione, il processo causale abbraccia quel gruppo
di condizioni subobjet- tive che sono necessarie e sufficienti a funzionare da
causa e quell'altro gruppo di condizioni subobjettive che sono necessarie e
sufficienti a funzionare da effetto, e li stringe nella sua carat- teristica
connessione. Ma non divora il fattore objettivo nella causa, non annienta il
fattore subjettivo nell’effetto. Insomma il vero reale è il concreto
subobjettivo in ogni termine del rapporto causale. Aggiungiamo uno
schiarimento. Noi passiamo non tanto da cause ad effetti, quando da causazioni
a causazioni ; questo è il più tipico farsi causale della nostra attività. In
ogni momento i rapporti di causalità si realizzano, ma non solo da singola
causa a singolo effetto, bensì da gruppi a gruppi di causalità e quindi nel
senso che gli effetti stessi a loro volta diventano cause senza che — come
vedremo — la varietà infinita dei fatti venga inceppata dall’invariabilità
infinita dei rapporti. E sotto questo aspetto che la storia sia della
conoscenza sia della realtà si riduce al progressivo alternarsi di
complicazioni causali, non all’inane movimento di ciò che non prolunga in modo’
nuovo la serie dei fenomeni. È sotto questo aspetto che ‘ la causalità sì può
intendere nel modo più fecondo come iden- tità di rapporto in una coppia di
termini variabili all’infinito. Nella continua causazione della realtà c’è una
continua pro- duzione di fatti nuovi in una continua ripetizione di rapporti
costanti. Perciò non i fatti ma certi rapporti si possono, entro certi limiti,
prevedere; perchè questi rapporti non sono che lo schema astratto delle
condizioni necessarie e sufficienti alla loro riproduzione. Perciò una libertà
massima (varietà di parametri) è compatibile con una legge identica di
costruzione. / fatti per cui cd entro cui hanno luogo i rapporti causali non
hanno Di- sogno di esserc storicamente gli stessi. Nuove entità e nuouvi fatti,
che prima non erano, appajono incessantemente e possono sempre apparire nella
storia del mondo, ma la loro relativa no- vità non impedisce che essi si
leghino causalmente fra loro. Se l’esperienza non coglie che apparenti identità
nella suc - cessione del differente, questo è il suo pregio; cioè è l’indica-
zione e insieme la presa di possesso del divenire che è certo universale realtà
d’ogni ordine dell’universo. Questa verità -- come fu già accennato sopra a
proposito della contingenza -— è salda non meno di quella della scienza. Il
vero e proprio rapporto causale, nella purezza di rapporto universale e
necessario, è un prodotto d’astrazione. Ecco perchè l’esperienza non se lo
trova dinanzi a sè. La grande e vivificante visione del continuo divenire
dell'esperienza sarà un giorno condannata dalla visione inesorabile della
scienza? No, mai: finchè l'esperienza si limiti a porre il divenire della
causalità che non è poi altro che la spontaneità innovatrice del reale. In
verità, negando il divenire cadiamo nella negazione della natura, la causalità
diventa una parola priva di senso, ci condanniamo a trasportare tutte le nostre
speranze nell’impossibile. Affer- mando invece, sia la conoscenza, sia la
realtà come causazione, poniamo la relativa stabilità dei fatti compiuti e la
possibilità anzi la necessità del progredire ; intendiamo insomma la ragione
che svela il movente d'ogni trasformazione. $ 3. — In ogni fatto naturale (in
quanto realizzazione mo- mentanea d'un atto) c'è un equilibrio (valutabile col
cosidetto o (vo) lavoro motore, cioè col prodotto di due elementi rispondenti,
l'uno al limite massimo della massa messa in moto, l’altro alla velocità
massima imprimibile) e insieme uno squilibrio atto a produrre l'impulso della
forza motrice in una data direzione. Ora queste due condizioni (riscontrabili
del resto nel funzionamento d'ogni macchina motrice), non caratterizzano del
pari il processo d’ogni causalità e per conseguenza anche il processo della
conoscenza? Non è vero forse che, anche in que- sta, ogni vero raggiunto già
protende i suoi frutti all’avvenire, segno e pegno del valore causativo d'ogni
effetto ? Ecco Vinnovazione che ia critica spregiudicata deve intro- durre
nella teoria della conoscenza considerata come fenomeno di cansalità. Questo è
il significato di quell’oscuro impulso objettivo che ci fa porre il fuori di
nui e il senza di noi, e questo in pari tempo è il valore dei pensiero comune,
che indomabil- mente afferma la realtà del mondo esteriore (1). Non si pensò
mai abbastanza tuttavia che l’io, che pare solo subjettivo, è subobjettivo, e
che parimenti non abbiamo diritto di negare la subobjettività al non i0. Si
volle al con- trario sostituire il mero soggetto e la mera causa all'attività
subebjettiva in funzione causale, e vedere il mero oggetto, e quindi il mero
effetto, nelle altre forme subobjettive di causalità che si trovano in rapporto
causale colla prima. La fallace pre- occupazione di stabilire una
corrispondenza schematica fra il rapporto di soggetto a oggetto e il rapporto
di causa a cffetto condusse ia dimenticare che tanto l'oggetto assolutamente
og- getto cioè, l'oggetto in sè, quanto l’effetto assolutamente effetto cioè
l'effetto in sè, sono assolutamente: nulla. Ma questa tesì oltrepassa già i
limiti dell'esperienza ingenna e quindi non verrà trattata che a suo tempo.
(Cfr. Sezione IT, Art. II, $ 7). Stiamo dunque allerta che Vastrazione non
c'inganni e torniamo alla conoscenza come causazione. St — Ci può essere
d'ajuto a comprendere questa verità il ricordare che, per gli antichi,
conoscere è amare. E l’amore non (1) Sopra l’idea di causa considerata come
fondamento della credenza al mondo esteriore, e quindi come condizione
preliminare della sua conoscenza, Cfr. WeBER, Vers le Positivisme absolue,
Paris, Alcan è forse l’acquisto all’improvviso dell’unità intima di due unità,
con la capacità di causare un effetto? Questa è la sua vittoria. Tale sia anche
la nostra conoscenza. Quando questa verità si approfondisce fino
all'universale, allora lo spirito è compreso da un profondo senso dell’unità
comune del tutto. E una. nuova e strana capacità di comprendere e di penetrare
fatti nuovi e ordini nuovi, quasi un misterioso ma inebriante senso di potere
ci invade. Quindi lo sforzo incessante per attuare questa cono- scenza non
potrebbe essere mai troppo grande, se — come è sperabile la nostra massima
trasfigurazione filosofica fosse legata all'acquisto della nostra intima
solidarietà di conoscenza e d’amore coll'universo, Dove siamo giunti? Siamo
giunti a riconoscere che, se la conoscenza. stessa è cansazione, Videa che la
conoscenza sia localizzata solo in noi, separata e separabile da tutto il
resto, non ha fondamento : dato e concesso che la causazione sia il ritmo
dell'universo. Il pensatore non è più nn solitario, un essere inutile, un
sognatore inerte ; perchè se egli pensa è un causatore, perchè se egli
identifica il conoscere Vamare e l'agire egli è un vero poeta nel senso greco
della parola, almeno nel senso che la conoscenza è il poema deil'universo. La
filosofia che avesse il privilegio di insegnare agli uomini questa sublime
verità do- vrebbe essere destinata ad esercitare una grande influenza. Pure è
evidente che queste cose non basta saperle teoretica mente. La teoria deve
mutarsi in azione. Noi dobbiamo appren- dere 1 vivere così. A noi tocca di
ritrovare noi stessi, cioè la nostra praxis, nella praxis causale
dell'universo. Y (AD XD e C—_ETTT-_= NT === TETTE CAPO II Della scienza in
genere e in particolare delle scienze sperimentali. l. Della scienza in genere
e in particolare della scienza sperimentale. Defi- nizioni — $ 2. Condizioni,
mezzi e forme dell’organamento logico della scienza — $ 3. Certezze capitali,
scopo, criterio della verità. — $ 4. Con- dizioni, mezzi e forme della fisica.
Illustrazione dei due postulati dell’esi- stenza objettiva della realtà e della
razionalità della natura. f 1. — Ogni scienza in genere è un sistema di
cognizioni vere, avente una doppia unità di contenuto e di forma. Per sistema
in genere s'intende una moltiplicità di dati (data) mediante certe relazioni (vincula)
ridotti ad unità. Per cognizione in genere s'intende l’affermazione d’un rap-
porto di distinzione e di unione tra la mente e un oggetto qua- lunque, sia
esterno sia interno. Per verità in genere s'intende l’accordo della nostra
cogni- zione colla nostra realtà, in quel modo particolare che spetta all'uso
normale del conoscere umano (1), colla compresenza cioè dell'insieme delle
condizioni necessarie e sufficienti alla produ- zione dell’atto conoscitivo
(2). (1) Questa definizione non si riduce al concetto volgare della verità come
l'accordo della nostra cognizione con una presunta realtà esistente in sè,
indi- pendente dal nostro pensiero. Giacchè l’unica realtà di cui possiamo
parlare è solo quella che è tale per noi, cioè la realtà nostra. Per il nostro
pensiero non ne esiste punto un’altra, (2) Cfr. Sezione II, capo I, art. 1.°.
In particolare, a seconda dei diversi gradi della conoscenza, si distinguono
tre gradi diversi di realtà-verità : l'empirica. la scientifica, la filosofica.
| 1° La verità empirica è l'accordo contingente e particolare della nostra
conoscenza rappresentativa coi fenomeni che ci vengono atfermati
dall’osservazione esterna o interna. Questo tipo inferiore di verità non ci è
provato che dalla testimonianza della nostra coscienza. Quindi si capisce come
la verità empirica non ha che un valore limitato alla sfera.inferiore della
conoscen- za (1). 2 La verità PALCHI NERI è la necessità e l'universalità delle
nostre conoscenze. È chiaro che questa verità non può risultare che dal pieno A
delle condizioni necessarie e sufficienti alla produzione dell'atto
conoscitivo. Per le scienze razionali (che hanno per tipo la logica e per
strumento la deduzione) la q verità è puramente la necessità e l’universalità
di ragione ; per le scienze sperimentali (che hanno per tipo la fisica e per
stru- mento l'esperimento) la verità scientifica è la necessità e 1'u-
niversalità di ragiene e di fatto. Queste condizioni costituiscono quella vera
e preziosa oggettività della conoscenza scientifica che è l’unità del
soggettivo e dell’oggettivo, contro cui vengono a infrangersi tutte le
objezioni dello scetticismo. Quindi risulta che la verità scientifica può anche
dirsi, da questo punto di vista, l’oggettività razionale o sperimentale delle
nostre cono- scenze (2). (1) L'esperienza non basta alla costituzione della
scienza. « Non è per la sola sensazione che si sa », dice Aristotele: 0ddì è:
alodrosws tot Ériotacda:. (analyt. post. I, 31). Aio9dveoda uèv yàp avan nad
Exaotoy, Î) d'emotipm 16 tò xadbi0v yvwpibew Ééotiv. Del resto il concetto
dell’esperienza è stato chiarito diretta’ mente nel capo I. (2) Vedremo in
seguito che lo scienziato quando deduce, sia col calcolo sia coll’esperimento,
cerca di mettere la sua ragione in condizioni tali da rispon- dere uniformemente
alle esigenze del problema e da non introdurre variazioni derivate dalla sua
personalità. Si potrebbe dire che equazioni ed esperimenti sono strumenti per i
quali egli rende costanti le sue relazioni soggettive col- l'oggetto recidendo
con la ragione ogni sua variabile sensibilità. Questa costanza di relazione
dell’apparato logico dello scienziato col sistema che egli studia costituisce
la base della cosidetta objettività, così del matematico nel calcolo come del
fisico nell’esperimento. 3° La verità
filosofica verrà chiarita dal pensiero puro (1). L’unità di contenuto in fine
dipende dalla natura: speciale dell’oggetto al quale le cognizioni si
riferiscono ; l’unità di for- ma invece dipende dalla mera connessione logica
delle cogni- zioni. $ 2. — L'unità del sistema scientifico risponde a certe
con- dizioni, sì compie con certi mezzi, e viene espressa con certe forme. | A)
Le condizioni sono di due specie : 1° condizioni di evidenza logica cioè
proposizioni primitive per esigenza naturale a cui nessuna mente atta a
ragionare si può sottrarre: principj logici e assiomi puri; 2° condizioni di
opportunità pratica cioè proposizioni pri- mitive per convenzione : assiomi
misti o postulati (2). B) I mezzi sono di due specie : 1° mezzi d'analisi: definizioni
; 2° mezzi d’invenzione e di prova: dimostrazioni. €) Le forme sono pure di due
specie : (1) Siccome l’oggetto di questa Sezione I non è che la trattazione del
pro- blema causale in ordine all’esperienza (Capo I) e alla scienza (Cap.
II-V), men- tre la trattazione in ordine alla filosofia propriamente detta
(gnoseologia e metafisica) formerà l’oggetto della Sezione II, tralasciamo ora
di notare come nè i dati di fatto dell’esperienza nè i risultati di ragione e
di fatto della scienza verranno soppressi nella sintesi filosofica «del
pensiero. Le questioni del dua- lismo di soggetto e oggetto, del contingentismo
e della non logicità, ad esem- pio. non saranno punto cacciate via dal pensiero
filosofico, ma anzi riaffermate in tutta la loro indomabile esigenza. L'unica
novità sarà questa, che tutto ciò che è condizione essenziale della conoscenza
e della realtà cioè infine della viti del pensiero verrà sintetizzato sotto la
forma della nostra suprema esi- genza. Il filosofo che trascurasse l’esperienza
e la scienza farebbe come colui che guarda il cielo e non riconosce la terra su
cui poggia i suoi piedi. Il vero e fecondo pensiero della realtà universale non
può non essere la compenetra- zione di tutti i suoi propr) momenti e di tutti i
suoi proprj valori. Colla demo- lizione delle premesse non si può edificare il
ragionamento. Ma questo non è che un infelice paragone! Voglio dire che colla
negazione dell'esperienza e della scienza non si può costruire la filosotin.
Per lo svolgimento del concetto di verità filosofica efr. Sezione II, Capo I.
(2) Noi riserbiamo il nome di assiomi alle sole proposizioni indimostrabili ed
immediate che appariscono indispensabili a ragionare. Per conseguenza non diamo
il nome di assiomi puri a quelle proposizioni che non sono indispen- sabili
alla logica pura, benchè indimostrabili ed immediate. Così, sotto il nostro
nome generico di postulati vengono compresi anche quei principj fon- A. PASTORE
— Il problema della causalità - 1° forme
logiche elementari, suddivisibili ancora in due ti- pi, secondo che sono
rivolte all’espressione simultanea o suc- cessiva delle conoscenze meno
complesse, cioè a) nel rispetto della simultaneità : concetto; b) nel rispetto
della successione : giudizio e raziocinio; 2° forme d’ordine (o di metodo)
suddivisibili pure in due tipi, secondo che sono rivolte all'espressione
simultanea o suc- cessiva delle conoscenze più complesse, cioè a) nel rispetto
dell'identità : forme del metodo razionale; D) nel rispetto della causalità :
forme del metodo sperimen- tale. Soddisfacendo a queste condizioni, impiegando
questi mezzi, elaborando queste forme, attraverso modalità diverse che qui non
è d'uopo far apparire, ogni scienza esatta si costituisce come un sistema
ipotetico-deduttivo. $ 3. — Questa teoria schematica vuole essere giustificata
da, alcune nette considerazioni. Due certezze capitali noi dobbiamo acquistare
in ogni scienza, cioè : 1° la certezza dei dati, 2° la certezza dei rapporti.
Al primo scopo, ogni singolo dato deve essere ben distinto dagli altri e
determinato positivamente in sè (cioè per quel dato che è, e non per quel che
non è), conforme a quelle condizioni di necessità logica che sono comuni a
tutti i pensabili e ne rego- lano la convenienza (principio statico-analitico
della conoscen- za). Al secondo scopo ogni rapporto deve essere ben posto come
ciò che non può essere quello che è senza una ragione sufficiente, conforme a
quelle condizioni di necessità logica che sono co- muni a tutti i pensabili e
ne regolano la dipendenza (principio dinamico-sintetico della conoscenza),
damentali, ma non di pura logica, che alcuni chiamano anche assiomi spe- ciali
e noi assiomi misti, per esempio : gli assiomi fisici del principio di energia,
delle forze centrali, di reazione, di collegamento delle forze, etc. Anche il
WuNDT, il quale tuttavia continua a chiamarli, « assiomi fisici » riconosce che
siffatti principj, rigorosamente parlando, sono piuttosto ipotesi permanenti
(Cfr. WunpT, Logik, IL, I, 620 segg; e System, 472). {-}=15) DELLA SCIENZA IN
GENERE La certezza dei dati si appura mediante i processi dell’espe- rienza
cioè dell’osservazione immediata e mediata; la certezza dei rapporti si appura
coi nessi e colle forme indicate. I ter- mini singoli, essendo eminentemente
alogici e distintivi, rap- presentano la contingenza nel sistema ; i rapporti,
essendo emi- nentemente logici e nnificativi. rappresentano la necessità.
Raggiunte queste due certezze preliminari ( dell'esperienza e della scienza) la
filosofia potrà affrontare il suo compito sinte- tico (perfettamente autonomo)
raccogliendo la molteplicità alo- gica particolare e contingente
dell'esperienza, mediante i rap- porti logici generali e necessarj della
scienza, nell'unità del si- stema. universale. Ciò posto facilmente si vede che
la scienza sodisfa alla fun- zione legale della conoscenza, e che le sue
affermazioni sono inattaccabili così dall'esperienza come dalla filosofia a
patto che si riferiscano al punto di vista strettamente relativo (ipote-
tico-deduttivo) che la scienza solo è in grado di determinare colle sue
condizioni, coi suoi mezzi e colle sue forme. Lo stesso concetto della verità
scientifica in senso stretto acquista così un aspetto sociale e legale che ci
permette di comprendere che la verità scientifica d’una proposizione non può
altrove consi- stere che nel suo accordo necessario e universale col sistema
legale delle nostre conoscenze. La funzione legittima. del nostro pensiero poi
è in fondo caratterizzata da un gruppo di esigenze che tracciano al ritmo dello
spirito l'impossibilità di variare al di là d’un terto limite. Del pari sì vede
che la filosofia, intesa come riflessione dello spirito sopra di sè e quindi
sopra l’unità universale della realtà, senza restare nei campi speciali
dell'esperienza e della scienza, cioè senza usurpare i loro compiti, in primo
luogo non può nulla affermare che sia smentito dall’esperienza o dalla scienza;
in secondo luogo nulla dovrebbe ignorare di ciò che è contenuto nell'esperienza
o nella scienza : in terzo luogo non può e non deve sentirsi in aleun modo
impacciata da quel contenuto empi- rico e scientifico che vuol essere
conservato ma superato nella sintesi speculativa. La nostra umanità filosofica
insomma sì sviluppa solo alla condizione che la sua formazione autonoma sia
condizionata da un’informazione progressiva, che è poi quel- 36 SEZIONE I -
CAPO II la ehe si risolve nel continuo bisogno d’aver coscienza di tutti i
valori spirituali e di rendersene conto sempre più nobilmente. Un altro
importantissimo fatto va notato ed è che forme rudi- mentali che si pongono al
limitare d’ogni scienza devono essere col massimo rigore determinate e
nettamente distinte dalle con- seguenti. A questo proposito servono i mezzi
indicati: la de- finizione e la dimostrazione. Per mezzo della definizione (r=a
3) le nozioni si distinguono in primitive e derivate. Per mezzo della
dimostrazione (Hp, >.Ths) analogamente le proposizioni sì distinguono in
primitive o derivate o, meglio, dedotte (teore- mi). Oltre le nozioni primitive
è impossibile andare. Questo fat- to spezza già di per sè il vecchio tropo del
regresso all’infinito mosso dagli scettici contro il valore della scienza.
S'aggiunga che il doppio concorso della definizione e della dednzione nella
costituzione dei fondamenti d’ogni scienza — come sistema. ipo-
tetico-deduttivo — impedisce anche da questa parte, cioè dal punto di vista del
metodo, che la tradizionale istanza rialzi la scettica testa a convalidare
l’acatalessia di Pirrone. Finalmente la condizione della necessaria ed
universale legalità stringe con infrangibile nesso i varj anelli della catena
ipotetico-deduttiva delle verità (1). | Quindi la catena ipotetico-deduttiva
(2) delle verità per un (1) Il principio della legalità si risolve poi nel
principio della relatività, o dell’assoluta potenza del relativo, senza cui la
scienza sarebbe impossibile, anzi sarebbe impossibile la stessa realtà. Perciò
si capisce che, riducendosi tutti i dieci tropi enumerati da Sesto Empirico
nell’ottavo, che è il tropo della relatività, e questo principio essendo, non
la rovina, ma la salvezza della scienza, il pensiero fondamentale che penetra
tutte le objezioni dello scetti- cismo contro la scienza si riduce a zero. Noi
dobbiamo ammettere che più una verità scientifica è potente estensivamente e
comprensivamente, più in un certo senso, essa è relativa. Il potenziamento
d’una verità non è altro che il potenziamento della sua relatività. Sul
potenziamento del concetto si veda la mia comupricazione : Sulla natura
ertralogica delle leggi di tautologia e d’as- sorbimento nella logica
matematica. IV Congresso internazionale dei matematici (Vol. 3.9 IV, 6) Roma,
1909. (2) L’induzione nelle scienze esatte, non si incontra che come ipotesi di
lavoro. Tuttavia il suo impiego è vasto e importantissimo; ma essa per sè sola
non prova, con certezza logica, alcuna verità. Quanto alla natura e al valore
deduttivo del processo da » ad n + 1 che il PoOINCARÉ sostiene essere l’essenza
di ogni procedimento matematico (cfr. La Science et VHypothèse) si veda la mia
nota: Sull’origine delle idee. R. Accad. Lincei, 1909. CS DELLA SCIENZA IN
GENERE 37 capo è solidamente attaccata al pensiero e al suo correlativo con-
tenuto (per mezzo delle nozioni e delle proposizioni primitive che sono
formazioni naturali dell’esperienza immediatamente evi- denti, di natura e
portata ad un tempo soggettiva e oggettiva), per l’altro verso si prolunga
senza fine. Da ciò si ricava che nell’ordinamento logico delle conoscenze
scientifiche il regresso all’infinito è impossibile. Se si chiede ora quale sia
lo scopo precipuo delle scienze, la risposta è molto ovvia. Esso consiste, non
già nella esplicazione della natura intima di certi enti, ma nella
dimostrazione dedut- tiva di certi rapporti, che trovano poi la loro
espressione o nei teoremi della matematica o nelle leggi della fisica e scienze
affi- ni (1). La scienza invero non cerca mai di determinare la natu- ra degli
enti o termini singolari che entrano nei suoi processi o almeno la cerca in
quanto questa sia presumibilmente risolvi- bile in una relazione (2). Sarebbe
qui superfluo dimostrare co- me e perchè il risultato d'ogni dimostrazione
scientifica in ge- nerale (teorema o legge) sia sempre la tesi di un rapporto
ne- cessario di variazioni e come ogni scienza esatta e in particolare la
fisica sperimentale, che si occupa della determinazione esatta delle leggi
causali della natura, sodisfi del tutto alle condizioni teoriche esposte.
Aggiungiamo un ultimo avvertimento. Ogni scienza esatta ha in sè il criterio
necessario e sufficiente delle sue verità, ed ha altresi il diritto non che il
dovere di imporre le sue verità alla conoscenza. Frattanto la verità
scientifica è sempre una, mal- srado la varietà infinita delle verità dei
modelli soddisfacenti. Nè la filosofia ha bisogno o diritto di alterare in
nulla le verità dimostrate dalle scienze per comporre quella sintesi universale
del conoscere e dell'essere che costituisce il suo oggetto supre- mo. Ogni
grado del conoscere ha un campo d'azione suo pro- (1) Con questo non si
pretende già di identificare le leggi causali ai teoremi. Si vuole solo
osservare che, come non c’è legge, così non c’è teorema senza rela- zione,
senza variazione, senza dipendenza costante. Ma il teorema è pura verità di
ragione, la legge causale invece è verità di ragione e di fatto. (2) La chimica
stessa, la quale è costretta a fare ipotesi sulla costituzione formale della
materia, senza le quali non può trovare le sue relazioni, finirà sempre per
risolvere presunti elementi semplici in sistemi di elementi inde- composti. 38
SEZIONE I - CAPO II prio, un modo di essere e di operare sui generis e quindi
una sua irrefragabile libertà. Finchè stiamo nell’esperienza non abbiamo
bisogno nè di scienza nè di filosofia. Finchè stiamo nella scienza abbiamo
dovere di valerci dell'esperienza, ma nè diritto nè dovere di preoccuparci di
filosofia. Quindi gli scien- ziati ut sic hanno ragione di astenersi dalla:
metafisica. Ma se vogliamo penetrare nella regione propria della filosofia, non
so- lo abbiamo il dovere di rispettare tutte le forme di conoscenza, perchè
dobbiamo rendercene conto, ma abbiamo il dovere di rendercene conto, perchè
dobbiamo rispettarle superandole. La. Filosofia invero è la patria di tutte le
conoscenze, il cielo su- premo di tutte le verità. S4 — Occorre adesso fermare
questi concetti generali nel caso speciale di quelle scienze che hanno per
oggetto precipuo la determinazione esatta dei rapporti causali o senz'altro
delle ‘cause. È cosa risaputa che son queste le scienze sperimentali e
propriamente le scienze fisiche, Resterebbe anche da sapere se il metodo
sperimentale si possa applicare con profitto anche in quelle scienze che hanno
per oggetto lo studio della realtà interiore e segnatamente della Psicologia,
intesa come scienza esatta delle relazioni psichiche, o meglio come scienza
delle funzioni della coscienza, secondo la definizione del Kiesow (1). E questa
questione va, s'intende, esaminata non in generale ma in rapporto alla scienza
esatta che è il tema della presente ricerca. Ma, siccome quest'ordine di
ricerche è ancora nel periodo di elaborazione, e si può convenire che se si
volesse at- tribuire dignità e valore sperimentale a tutte quelle indagini di
psicologia che si gabellano per tali e non sono che l’espressione di un facile
dilettantismo, non si mancherebbe di far sorridere quei tecnici che sanno e
vogliono rispettare severamente le esi- genze del metodo sperimentale, così per
ora ci limitiamo ad in- dagare il criterio sicuro, in base a cui sia possibile,
a tempo e luogo, fare questa scelta. Se poi vi siano o no due causalità, la
fisica e la psichica, se sia o non sia temerario avventurarsi nelle ricerche
della causalità psichica col sussidio degli istrumenti che si impiegano nella
Fisica e via dicendo, sono questioni importantissime che saranno trattate con
profitto solo quando l’interpretazione della. teoria sperimentale sia bene
fondata. nel campo delle scienze fisiche, dove la sicurezza della determina-
zione causale è pacifica. In ogni caso è evidente che la. Psico- logia
sperimentale non può essere che una generalizzazione del gruppo determinato
delle scienze fisiche, e che queste sono tanto più certe del fatto loro quanto
più prescindono dagli ampj voli ai quali possano dar origine anche nel modo più
confortante. Con la scorta di questi criterj cominciamo pertanto dall’esame
delle condizioni, dei mezzi e delle forme che costituiscono l’or- ganamento
logico della fisica. Ma, siccome delle condizioni di evidenza logica sarebbe
su- perfluo trattare perchè esse si riducono a quei princip]j e as- siomi puri
che noi diciamo inevitabili in ogni caso di conoscenza, in quanto una mente
sana, bene ordinata ed educata a ragio- nare non vi sì può assolutamente
sottrarre, e quindi sono co- muni ad ogni scienza, possiamo subito considerare
quali sieno le condizioni di opportunità pratica, cioè i postulati. più ge-
nerali che si impongono alla costituzione della fisica. Questi postulati, senza
cui la conoscenza causale resterebbe impossibile e la realtà medesima
incomprensibile, sono almeno due: 1° l’e- sistenza objettiva della realtà, a
cui si connette il principio della conservazione dell'energia; 2° la
razionalità della natura (1). Tutti e due sono principj la cui verità è prima
presunta e poscia provata dal fatto stesso della scienza fisica, mentre non
strebbe impossibile negare teoricamente l'uno e laltro, vale a dire così
l’esistenza del mondo esterno come la razionalità della natura, dai quali
principj dipende la possibilità della conoscenza scientifica del reale. Ma
errerebbe chi credesse di poter as- (1) Si può avvertire che il postulato della
razionalità vale quello dell’unì- formità delle leggi di natura « senza di cui
la natura così com'è sarebbe per noi inintelligibile » (Misci, Logica, 323). «
L'esistenza objettiva d’un ordine razionale non è un cieco atto di fede o una semplice
concessione al senso comune, come crede il Duhem, ma è il necessario postulato
d’ogniì conoscenza, la cui giustificazione sta appunto nell’impossibilità di
concepire una realtà conoscibile che non contenga in sè le condizioni per
divenir tale, cioè per essere tradotta in termini di pensiero ». (ALIOTTA, La
reazione idealist. ete., 498). serire che, con l’accettazione di questi
postulati, la scienza fisica è costretta a far opera di metafisica, e per
converso di poter stabilire che la metafisica costituisce i fondamenti della.
fisica. Non dimentichiamo che in due modi ben diversi, per natura e per valore,
la scienza fisica ammette la concordanza del pen- siero alla realtà, in primo
luogo la postula come un principio che è la condizione pratica della sua
possibilità, in secondo luogo la riconosce come un risultato delle sue
operazioni dedut- tive. Ma in nessuno di questi modi nè fa nè presume di fare
opera metafisica. | Non dimentichiamo insomma che i postulati, insieme coi
prin- cipj logici o assiomi puri (logicamente necessar]j), costituiscono
soltanto le condizioni di lavoro alle quali deve soddisfare la fisica per
essere possibile. Ma ‘nè la natura, nè il valore della fisica dipendono dalla
natura e dal valore di queste condizioni regolatrici, benchè di queste la
fisica non possa assolutamente fare a meno. Per meglio chiarire l’importanza
dei due postu- lati stabiliti, illustriamo ora brevemente alcuni punti di vista
d’ordine più elevato che se ne possono ricavare. E ovvio consentire in primo
luogo che la scienza fisica sup- pone e insieme esige una concezione
realistica, suppone cioè la credenza all’esistenza degli oggetti empirici
indipendente- mente dalla nostra volontà. Tutti consentono che l’esperimento
non avrebbe alcun senso senza la fiducia comune nell’esistenza di un mondo
esteriore di oggetti e di fatti in rapporti più o meno stabili fra loro,
relativamente fuori della volontà del soggetto senziente. Chi si metterebbe a
sperimentare se non credesse fermamente all'esistenza objettiva della realtà?
Tut- tavia ben pochi, massime fra i filosofi, sono capaci di capire che la
scienza fisica non si erige perciò sul terreno metafisico, fra- intendendo la
ragione per cui i fisici non possono rinunziare al postulato dell’esistenza
della realtà objettiva, che in sè è ve- ramente atfermazione metafisica. Pure è
d’uopo comprendere che, se il fisico deve essere francamente realista, per
l’attitu- dine pratica che egli deve assumere e mantenere, dall’inizio della
sua indagine fino alla fine, il dualismo empirico gli si impone solo come
ipotesi di lavoro. Invero neanche a lavoro compiuto, l'affermazione del valore
objettivo delle leggi non si antentica DELLA SCIENZA IN GENERE sopra il terreno metafisico, perchè, come
vedemmo, la verità fi- sica differisce dalla verità metafisica per condizioni,
mezzi e forme sui generis. Insomma è chiaro che quando il fisico vuol fare il
metafisico non è più fisico e viceversa. Quindi non c’è pericolo che fisica e
metafisica vengano a usurparsi il campo reciproca- mente. Ogni pretesa sia di
competenza scientifica della meta- fisica sia di competenza metafisica della
fisica è infondata, giovando la confusione solo a coloro che si ostinano a
trastul- larsi coi fossili della critica. Se è così, se nella scienza dobbiamo
francamente fare come se il rapporto di causa si potesse cercare e trovare
integralmente come un rapporto fra altri rapporti estrinseci al soggetto e cioè
come un dato fra altri dati nell’in- catenamento coerente della realtà, si vede
anche quanto sia infondata la pretesa di coloro che assegnano alla filosofia il
dovere di accettare la tesi dualistica, anzitutto come vantaggiosa
all’interpretazione dell’universo e infine come quella che viene provata vera
dalle scoperte progressive della scienza. È ovvio in secondo luogo consentire
che, se non si ammet- tesse che la natura è ordinata in modo logico e che noi
possiamo atferrarne la connessione, il tentativo di conoscere scientifi-
camente le leggi della natura diventerebbe assurdo. La necessità di ammettere
il postulato della razionalità del reale in ultima analisi equivale al
postulato dell’intelligibilità di tutte le cose, perchè, se la natura (che in
questo caso significa la realtà tutta quanta) non fosse razionale, così com’è e
così come diventa, resterebbe inintelligibile. I continui trionfi della fisica
poi dimo- strano ad oltranza il fondamento della nostra ipotesi della 1o- gica
della natura in quanto provano che essa è dedotta da quello che si potrebbe
dire la plasticità della natura. secondo la frase del James il quale, ripete,
in accordo coi più grandi filosofi, che la natura si piega al nostro intelletto
(1). Quei trionfi insomma ci dànno tutto il diritto di attendere che cause
eguali in condizioni eguali producano effetti eguali. Ma, poichè del pari
questo significa che la natura entro certi (1) W. JAMES: Le dilemme du
determinisme, Cfr. Critique philosophique, XIII, 3, pag. 274. 42 SEZIONE I -
CAPO II limiti si piega alla causalità, tanto che noi siamo costretti a
postularne il principio, un problema si impone a chi come noi si proponga
esporre la dottrina di quella scienza che è in grado di determinare le leggi
causali. Qual’è l'origine dell’idea di causa e del principio di causalità ? La
discussione di questo importantissimo problema gnoseo- logico sarà fatta nella
Sezione seconda. Quanto ai mezzi ed alle forme dell’organamento logico ba-
sterà notare che la fisica non ha bisogno di ‘criterj suol propr] nè per la
teoria della definizione nè per quella delle forme ele- mentari, appagandosi
dei criterj della logica generale pura. Invece circa la teoria della
dimostrazione e quella delle forme d’ordine è indispensabile una trattazione
speciale. Pertanto, dopo che avremo chiuso questo Capitolo, in primo luogo con
nno schiarimento rispetto ai dati ed ai rapporti costanti della fisica, in
secondo luogo colla definizione del concetto scientifico di rHipporto causale,
ed esaminato nel Capitolo seguente il gruppo più importante delle questioni che
a proposito di questa defi- niziene si possono sollevare, esauriremo la teoria
della dimo- strazione fisica nel Capitolo terzo. 1 dati singoli e contingenti
della fisica sono i fatti; i rapporti universali e necessarj sono le leggi che
esprimono i rapporti cau- sali (0). La conoscenza fisica poi è insieme verità
di fatto e ve- rità di ragione. Questa dualità di ragione e di fatto è, in
certo senso, la proprietà tipica di ogni fenomeno studiato dalla fisica ein
pari tempo di ogni causalità. Non ci è un fenomeno studiato dalla fisica che
sia semplicemente sensibile (cioè di fatto) 0 semplicemente razionale (cioè di
ragione). La realtà, in quanto conosciuta dalla fisica, esprime sempre una
dualità upificata di ragione e di fatto. Le leggi causali e- Sprimono in modo
eminente questa relazione sintetica in cul, alfine, sì integra il vero concetto
della verità, che la scienza (1) Tra legge fisica e causa si fa spesso grande
confusione, ma qui basterà avvertire che legge è formula d’un rapporto costante
di variazione fra causa ed eftetto e, in breve, la funzione di una causa.
Dunque causa ed effetto non sono che i termini estremi di quel rapporto che
viene espresso dalla legge. sperimentale esige, in modo conforme ai principj
logici e ai suoi postulati, cioè alle sue condizioni. I rapporti causali
espressi dalle leggi di natura, che la scienza fisica riesce coi suoi metodi a
determinare, rivelano la legalità del processo della natura (1), come fu già
asserito dal Helmholtz, e vengono man mano assunti come tessuti fondamentali da
quel vitale centro logico di sintesi che è la filosofia. (1) Quest’idea della
legalità della natura in generale, fondata sulla prova delle leggi, è
appoggiata dal MevERson, Cfr. Identité et reéalite. nia CAPO III. Concetto
scientifico del rapporto causale. $ 1. Definizione del rapporto causale — $ 2.
Glossir prima — $ 3. Glossa seconda, $ 1. — Possiamo finalmente procedere alla
definizione del concetto scientifico di rapporto causale fissando le note che
compongono la sua ricca comprensione (1). Non pare dubbio che questo concetto
sia dovuto al prodotto di quattro note: due generiche e due. qualificative. Le
due note generiche e primarie sono: la successione e Ja necessità; le due note
qualificative e derivate sono: la complessità dei due termini. e uniformità o
equivalenza di rapporto. | La prima nota generica afferma che causa ed effetto
sono due momenti nell’ordine naturale dei fenomeni che si svolgono uno dopo
l’altro nel tempo. La causa è Vantecedente, l’effetto è il susseguente. In
questo senso diciamo che tale relazione è tran- stiva. giusta l'ordine
cronologico della produzione. La seconda nota generica afferma che la causa e
l’effetto sono fra loro connessi in una relazione d’ordine formale assoluta-
mente innegabile che appartiene insieme alla realtà ed al pen- (1) Riconoscendo
il lato di verità contenuto nel vecchio principio che « la natura delle cose si
coglie non nel loro essere, ma nel loro divenire » noi dedi- cammo la prima
parte dell’opera alla ricerca storica. Le note che proponiamo ora per la
definizione del rapporto causale, non sono che il risultato dello studio della
vita del problema della causalità, quale ci viene rivelato dalla continuità del
processo storico dei sistemi scientifici e filosofici. siero, vale a dire
talmente essenziale che la sua negazione im- porterebbe insieme la negazione
radicale della stessa ragione nonchè della realtà. In questo senso diciamo che
tale relazione è necessaria, giusta l’ordine logico della deduzione.
Riassumendo, la prima nota concerne l’ordine cronologico di produzione, la
seconda concerne l’ordine logico di deduzione. Senza l’insieme di queste due
note la conoscenza delle leggi della natura sarebbe impossibile; invero
conoscere le leggi della natura propriamente significa, « essere in grado di
dedurre dallo stato attuale delle cose lo stato loro per un istante qualunque
del tempo)» (1). Impiego insomma dell’ordine logico di dedu- zione sopra
l'ordine cronologico di produzione. | La prima nota qualificativa indica che i
due membri del rap- porto causale sono sempre complessi, cioè sistemi di
condizioni, distinguibili pel grado vario della loro complessità. La causa non
è mai un fatto unico e così è dell’effetto. La seconda nota qualificativa
indica che ogni rapporto causale è in fondo un rapporto d’uniformità o
d’equivalenza. tra i valori relativi di due sistemi di quantità variabili.
Questa nota per- mette che ogni rapporto causale si esprima con una formula
unica indicante un rapporto costante di variazioni, vale a dire un rapporto di
variazioni in proporzioni definite. Indicate così le quattro note, sono
indispensabili alcuni schia- rimenti. «Anzitutto componendo le due note
primarie una definizione generica del rapporto causale potrebbe essere questa,
che la causalità evidentemente significa necessità relativa d’una suc-
cessione, ossia una successione necessaria. La causa, sempre in senso generico
verrebbe definita come l’antecedente necessario d’un fatto, bene inteso, sotto
il rispetto pel quale è equivalente all’effetto. E in pratica, per far presto,
molte volte ci con- tentiamo di questa definizione generica, certo troppo lata
per il concetto che si vuole individuare. Ad evitare questo incon- veniente per
l’ordinario si ricorre ad un espediente molto. (1) Cfr. le mie op. prec.: Del
nuovo spirito della scienza e della filosofia, (1907) - Dell’ Essere e del Conoscere
(1911) - Il Pensiero puro (1913). comodo (perchè evita la specificazione delle
altre note), cioè si aggiunge alle note generiche della: successione e della
necessità la condizione specifica, ma sempre indeterminata, della suffi-
cienza. Così allora si dice che la causa è l’antecedente neces- sario e
sufficiente dell’effetto considerati sotto lo stesso rispetto o anche il
complesso delle condizioni antevedenti necessarie e sufficienti alla produzione
dell’effetto, o senz'altro il complesso delle condizioni necessarie e
sufficienti alla produzione dell’ef- fetto, includendo in questo caso,
evidentemente la condizione del tempo (1). Se non che il vero e pieno concetto
del rapporto di causalità uon si può fissare logicamente (in modo esatto) se
alle note ge- neriche della successione e della necessità non si aggiungano le
note qualificative della complessità e dell’uniformità di rapporto o
equivalenza dei due membri. Quindi una definizione della causalità potrebbe
essere questa: la causalità è la successione necessaria di due sistemi
equivalenti. Vediamo ora di dare alla definizione suddetta un aspetto più
conforme alle esigenze scientifiche, valendoci anzitutto delle cognizioni
correnti sulla teoria della causalità, e segnatamente delle indicazioni del
Masci, «E noto che si può rendere più precisa la definizione della legge
assumendo come elemento di essa il concetto della funzione matematica. In
Matematica una quantità si dice funzione di un’altra, quando tutte le
variazioni sue dipendono dalle varia- zioni di quest'altra. Quindi la più
semplice espressione della legge è la fermula della più semplice funzione
matematica, Va f (a, x); la quale significa che i valori di v variano come
quelli di x, posto a costante, e costante il rapporto di dipen- ( ) Questa tesi
viene lumeggiata dal RexoUviIER: «... on donne habituelle- ment le nom de cause
à tout phénomène naturel dont la présence ou la production en des circostances
définies sont suffisantes pour qu’existent ou que se produisent d’autres
phénomènes, qu’ on appelle alors ses effets. La différence
entre les sciences et le langage commun, sous ce rapport, consiste en ce que
les sciences définissent, avec précision et géncralité è la fois, les
différents ordres de conditions dont dépendent ses phénomènes, et qu’ elles
spécifient les modes de dépendance de ceux qui se produisent, par rapport &
ceux qui en sont les conditions nécessaires et suttisantes ». (Les dilem. d.
LL me taph. p., Paris, Alcan, 1901, pag. 130). denza di y da a» (1). «Inoltre, siccome ogni legge, e in
par- ticolar modo ogni legge causale, è la formula di un rapporto di
variazioni, così il procedimento fondamentale (per la soluzione del problema
della causalità) è di paragonare tra loro le serie “ariabili per trovare il
rapporto ». Cosicchè, chiamando y una serie di variazioni ed a un’altra serie,
e Y,, Ya, Ya... Y, ed a, dd, fly... it le variazioni delle due serie, avremo
trovato che le due serie sono in rapporto causale fra loro quando avremo tro-
vato che v,=f (a, a), yy =f (a, a), ya=t (a, ag)... y,=f (a, dn); e sostituendo
x agli indici 1, 2, 3... n diyediasiha,y,=f a, a e che è la formula matematica
della legge (2). x9 $ 2. — Per illustrare meglio la nostra definizione
aggiungiamo due glosse importanti, la prima sopra la questione dell’egua- glianza
e della disuguaglianza nel:rapporto causile, la seconda sulla questione della
necessità. Glossa prima. — Posta la formula v,=Î (a, a) come espres- sione
matematica della legge causale, si domanda come sia compatibile nonchè visibile
in tale formula la condizione ine- Jiminabile della successione temporale
dell’effetto alla causa. Invero da un lato tale formula, affermando
l'uniformità co- stante di rapporto tra i valori relativi di due sistemi
variabili fungenti da causa ed effetto, pone senza: dubbio un’eguaglian- zi,
che per sè stessa non importa successione nel tempo. Dal- l'altro, se il
concetto di causalità importa la nota del tempo, questa nota a sua volta
importa che istanti successivi corrispon- dano a valori crescenti di una
variabile, conforme alla conven- zione per la misura del tempo adottata nella
meccanica razio- (1) MAScI, Logica, 28 ed. pag. 383. (2) MAsci, Logica, 2* ed.
pag. 394-395. Veramente la def. di funzione ma- tematica qui riferita potrebbe
parere insufficiente, se all’idea che una qualità sia funzione d’un’altra
quando tutte le variazioni sue dipendono dalle varia- zioni di quest'altra non
si aggiungesse « e quando per ogni valore dato ad una delle variabili esiste
uno ed un solo valore dell’altra variabile ». Cfr. FUBINI, Lezioni di analisi
matematica. Sten, Torino, 1913, pag. 84. Per la def. di fun- zione continua in
un punto, cfr. poi ib. pag. 104. Sarà utile avvertire che, in generale, i due
membri d’una equazione matematica possono essere sistemi complessi di
variabili. nale. Segue che le relazioni fra istanti di tempo si esprimono, come
relazioni di grandezza fra i numeri corrispondenti, per mezzo dei segni >,
—, <. | Perciò se y è consecutivo ad x, sarà y > x. Il che è quanto dire
che, se l’effetto v è consecutivo alla causa x, sarà l’effetto mag- giore della
causa. Ma allora come si concilia l'eguaglianza posta dalla prima formula
matematica della legge, colla diseguaglian- za posta dalla seconda ? Questo
interessante problema è già stato presentato dallo Spaventa, benchè da un punto
dì vista diverso, quando pose che «causa-ed effetto devono essere insieme
identici e differenti (cioè non identici) sotto il medesimo rispetto » (1).
Questa strana condizione, a suo avviso, deriva dal fatto che in generale lo
schema dello sviluppo è l'aumento dell’essere in sè stesso (2). L'essere
aumenta, egli dice, gli si aggiunge qualcosa... In questa identità c differenza
insieme consiste il fine; l'essere è principio e fine di sé stesso. È in primo
luogo evidente che la via adottata dallo Spaventa per spiegare il progresso
delle esistenze ha pro- fonda attinenza con quella adottata da quegli
scienziati che considerando la successione temporale come una serie di valori
crescenti e, inserendo in essa il rapporto causale, vedono nel- l’effetto una costante
additiva temporale che nella causa non. si riscontra. Così, cioè per
l'introduzione di questa integrazione temporale, resta modificata la relazione
tra i sistemi che dal punto di vista puramente quantitativo erano equivalenti.
In se- condo luogo è evidente che adottando questa convenzione (im- posta
dall’impossibilità di eliminare la nota temporale della causalità) non si può
affermare che la causa sia in tutto e per tutto eguale all'effetto. Se, com’è
certo, causa ed effetto sono successivi, e l succes- sivi sono disuguali,
affermare l’eguaglianza di causa ed ef- fetto, significherebbe affermare
leguaglianza dei disuguali. Prima di proporre la nostra soluzione accenniamo di
volo alla teoria del Brofferio (3), il quale ha fatto sottilmente notare che
(1) SPAVENTA, Esperienza e metafisica, pag. 47. (2) id. pag. 50. (3) BROFFERIo
- Le specie dell'esperienza, pag. 385. A. PastoRE — Il probl:ma della causalità
- la causalità non suppone l’eguaglianza fra antecedenti e con- seguenti, ma
fra gli antecedenti di un dato conseguente e i conseguenti di un dato
antecedente. Questo rilievo è importante. In fondo il Brotferio vuol dire che
un dato effetto (conseguente) può avere parecchie cause (antecedenti), le quali
pertanto de- vono essere fra loro equivalenti. E del pari che una data causa.
(antecedente) può avere parecchi effetti (conseguenti) i quali pertanto devono
essere fra loro equivalenti. E appunto l'uniformità del rapporto causale
significa così l'equivalenza delle cause come l'equivalenza degli effetti. Tro-
vare gli equivalenti per tutte le specie di fenomeni, sicchè dalla misura di
fenomeni diversi antecedenti si possa arguire la mi- sura di fenomeni diversi e
sequenti, ecco allora quale aspetto nuovo acquista il problema della causalità.
Ciò posto, il Brof- ferio conclude che, anche così, si potrà soltanto ammettere
che l’effetto è relativamente eguale alla causa in quantità, ma certi effetti
saranno sempre nuovi, cioè assolutamente diversi dalle loro cause rispetto alla
qualità (1). Ciò premesso, la soluzione del problema proposto è data dal
rifouoscimento di due condizioni o leggi fondamentali di ogni rapporto causale
: la prima può chiamarsi principio aitiologico dell’equiva- lenza tra l’effetto
prodotto e la causa impiegata, la seconda può chiamarsi principio aitiologico
dell’irrever- sibilità. Il primo principio sì può enunciare così: d) quando in
un rapporto causale tra due sistemi di variabili sì produce un ef- fetto si
trasforma una causa e, viceversa, se si impiega una causa Sì produce un effetto;
0) tra l'effetto prodotto o la causa im- piegata e la corrispondente causa
impiegata o effetto prodotto esiste un rapporto costante. Questo rapporto può
chiamarsi equivalente aitiologico dell’effetto. In generale si può dire che in
tutte le trasformazioni causali la somma delle energie rimane costante.
Passiamo al secondo principio. Quanto precede è sufficiente alla soluzione del
problema della diseguaglianza nel rapporto (1) BROFFERIO N causale. Infatti è
evidente che l'effetto non può e non deve es- sere în tutto e per tutto
identico alla causa perchè in tal caso l’effetto non farebbe che un momento
unico colla causa, e quindi non sarebbe più un vero effetto, vale a dire è
evidente che causa ed effetto sono relativamente identici e relativamente differenti.
ll paradosso si spiega riflettendo che in tutti i casi di trasfor- mazione
causale si verificano i due principj di cquiralenza e di irreversibilità.
Bisogna solo comprendere che quest’ultimo prin- cipio non importa già che
l’effetto sia sproporzionato alla causa, come suppone il Boutroux (1), il quale
sostiene la tesi che nel mondo concreto e reale il principio di causalità non
si applica mai rigorosamente. . L'uniformità di rapporto che si riscontra tra i
due momenti delle trasformazioni causali non significa punto l'identità dei
termini di questi momenti. Tra termini differenti possono in- tercedere
rapporti eguali; e son questi rapporti eguali nella stessa differenza dei
termini che alla scienza importa di sta- bilire, dove siano necessarj e universali.
Tutte le volte che si ripete la stessa trasformazione causale si verifica
sempre l’eguale differenza in omaggio ai due principj dell'equivalenza e
dell’ir- reversibilità : ecco la conclusione che bisogna tener ferma, se
vogliamo dominare la contesa dell’identico e del diverso nell’a- spetto
estremamente complicato dell'insieme della realtà. La termodinamica ci offre un
esempio chiaro di questa inter- pretazione. Non potendo per l'economia di
questo lavoro consa- crare alla teoria della termodinamica un’illustrazione
speciale, ci limiteremo a riconoscere come nei rapporti della termodina- mica
si riscontrino entrambe le condizioni fondamentali di ogni rapporto causale,
cioè : a) dell’equivalenza (principio di Joule-Mayer); 0) dell’irreversibilità
(principio di Carnot-Clausius). Il principio dell’equivalenza in termodinamica,
che pone il segno =, corrisponde all'uniformità di rapporto dei due sistemi in
titiologia; e l’irreversibilità in termodinamica, che pone il segno <
corrisponde alla successione temporale necessaria in aitiologia. Tutti i
fenomeni possibili si effettuano secondo i due (1) Bourrovx: De la contingence
dans les lois de la nature, princip)j
fondamentali della termodinamica, cioè tutti i rapporti. causali devono
presentare, nella formula matematica analitica che li esprime, la doppia
esigenza dell’equivalenza dei sistemi (1° principio) e dell’irreversibilità (2°
principio). Crediamo insomma che ciò che in modo evidente rappre- senta la
condizione della dissipazione dell’energia e quindi del- l'aumento
dell’entropia riscontrabile in ogni fenomeno di canu- salità, sia la stessa
condizione del tempo. Invero anche nel tempo si riscontra un’entropia o
tendenza alla stabilità. L’en- tropia del tempo è il passato, che è veramente
irreversibile. Passato ed entropia sono sinonimi. Utilizzando le nozioni comuni
si può stabilire che l’aitiologia è una parte della dottrina generale di quella
scienza che studia le condizioni della trasformazione delle cause in effetti.
La questione dell’irreversibilità merita un ulteriore schiari- mento. | In
primo luogo, l'eguaglianza dev’essere intesa sotto l’aspet- to dell’invarianza
(1° condizione del rapporto causale). In secondo luogo, la non equivalenza
dev’essere intesa sotto l’aspetto delle variazioni dei sistemi nella loro
successione tem- porale (2° condizione del rapporto causale). Per chiarire
quindi quale elemento del rapporto causale sì: la funzione matematica della
quale si afferma il carattere della reversibilità si noti che, sulla questione
della ditferenza riscon- trabile tra le funzioni inverse, fa d’uopo abbandonare
il vol- gare pregiudizio che dall’invertibilità delle funzioni erronea- mente
trapassa alla negazione d’ogni differenza. In verità, sì suol dire comunemente
che le leggi scientifiche sono reversibili, perchè nella loro espressione
analitica si riducono ad equazioni di funzioni reversibili. Ciò è esatto, se si
ammette implicita- mente il vero signicato della reversibilità delle funzioni.
Ma qual'è questo vero senso? Non è che il seguente: dire che la tunzione y=f
(x) è reversibile significa dire che se è, in un dato intervallo, v=f (x), sarà
pure, nello stesso intervallo,x = %@ (7), dove però la funzione f è di forma
assolutamente diversa dalla funzione 9. Le due equazioni Ve f (x), x= 9 (V) detiniscono,
nello stesso intervallo, la stessa curva, come si po- trebbe praticamente
verificare, rappresentandole graficamente, secondo le convenzioni della
geometria analitica cartesiana (1). Quindiîi, se in un rapporto causale si
riscontra un rapporto matematico, come la y=f (x), si riscontra sempre lo
stesso rap- porto nella forma x= % (y). In conclusione, pur non escludendo la
funzione matematica come elemento del rapporto causale, in essa non si
esaurisce il rapporto causale stesso. $ 3. Glossa seconda. — Ancora, per
superare ogni incertezza circa il senso della nota della necessità, che è la
più combattuta dagli empiristi e dai contingentisti, sì ponga mente alle consi-
derazioni seguenti. L'affermazione d’un rapporto causale non ha, valore scientifico
se non sì possa provare che tale rapporto valga insieme per i due campi della
ragione e del fatto. La validità del rapporto causale è scientifica solo a
patto che si possa pro- vare che la negazione di tale rapporto importerebbe non
solo la negazione della mente ma insieme la negazione della realtà. Questo
significa che la necessità della causa va intesa non solo nel senso soggettivo,
valido cioè per tutte le intelli- genze, ma anche nel senso oggettivo, valido
cioè per le relazioni mutue delle cose in quanto esprime la legge della realtà.
Final. (1) Per comodità del lettore, aggiungo alcuni esempi pratici che devo
alla cortesia dello studente Giacomo Debenedetti. Richiamo la def. di logaritmo
naturale. Dico che y è il log. naturale di x e scrivo y = lgx se il numero ce
(base dei logaritmi), elevato alla potenza che ha per esponente y riproduce x,
cioè se den i A Vale a dire, se y è funzione logaritmica di x, invertendo la
funzione stessa, si ottiene x non più come funzione logaritmica, ma come
funzione esponenziale di y. Similmente si ha Y = SenX X — itreseny Vv = to x x
= arctg y V — COSX x — &Fcos V y = COtx x — itcot y . dove la differenza
fra le funzioni inverse non potrebbe essere più evidente. 54 SEZIONE I - CAPO
III mente si avverta che la nota della necessità nei rapporti causali è quella
che permette, in primo luogo, che le leggi della natura si ottengano in larga
parte colla deduzione, immanente nel pro- cesso dello sperimento:; in secondo
luogo, che la produzione di certi rapporti di fatto si possa a tutto rigore
prevedere e otte- nere nei limiti d’un’esperienza possibile, e senza
possibilità di smentita. | La conoscenza empirica dei fatti e dei rapporti
naturali va- gante nella successione contingente, trovasi nettamente supe- rata
dalla conoscenza scientifica fondata sulla successione ne- cessarlit. La
necessità sola dà un pregio logico alla verità, un valore innegabile ai suoi
risultati. La sua rivelazione sfugge al dilemma scettico di Davide Hume.
Impadronendosi per così dire dell'anima della realtà, essa sottrae il valore
del nesso di conti- nuità alle oscillazioni instabili dell'esperienza. Vediamo
più precisamente come e perchè non possiamo rifiutarci di ammet- tere la
nozione scientifica, donde si ricava il riconoscimento della sua necessità. Per
esemplificare il passaggio da una cognizione causale em- pirica ad una
cognizione scientifica, consideriamo il caso di un martello che picchia
un'incudine che si riscalda. Volgarmente parlando nel martello che picchia si
vede la causa, nel rscal- damento dell'incudine l'effetto: e questa causa e
questo effetto ci appa]jono due fenomeni affatto disparati : il primo come
fatto meccanico, il secondo come fatto termico. Tanto che organi di senso
diverso ci informano del compimento successivo dei due fatti fisici.
L'esperienza ci dà la successione di due nozioni affatto diverse, cioè: 1° la
nozione di movimento di massa (colpo del martello) e 2° la nozione di calore
(riscaldamento del ferro). Lit dispitrità empirica tra le due nozioni e quindi
trà il due fenomeni è così grande da parere irriducibile; i due fatti
successivi sembrano discontinui anzi sconnessi ed eterogenei e non si vede
alcuna necessità che al primo succe- da il secondo. Son queste le condizioni in
cui si trovava la sot- tile mente di Hume, allorchè giunse a dichiarare che,
nel sup porre i due fatti anzidetti legati in rapporto cansale, e nel chia-
mare l'uno di essi causa e l'altro effetto non facciamo che collo- Care
arbitrariamente nelle cose ciò che non è che un puro pro- dotto abitudinario della
nostra attività mentale. Se egli avesse affermato la connessione necessaria di
quei. termini così dispa- rati che l’esperienza gli offriva in semplice
rapporto costante di successione, avrebbe oltrepassato dogmaticamente ogni cau-
tela critica; avrebbe cioè affermata abusivamente una conti- nuità, quando la
sua esperienza non gli permetteva di affer- mare che la discontinuità di due
fenomeni successivi. Ora fortunatamente, pel caso riferito, la scienza fisica
ha sor- passato la posizione empirica di D. Hume. Coi procedimenti sperimentali
(analisi strumentale, ipotesi-modello, analisi de- duttiva) ha potuto provare
(tralasciando un gruppo di fatti e circostanze contingenti) che tra i due
fenomeni successivi sensi- bilmente disparati c'è un nesso di continuità comune
ad en. trambi. Nel martello che picchia bisogna vedere niente più che una massa
che si muove e nel riscaldamento dell’oggetto battuto bisogna vedere niente più
che molecole in movimento. Nel rap- porto causale in questione i due fatti empiricamente
disparati sono ridotti per così dire a un denominatore comune. La sua
conoscenza scientifica per noi si risolve nella conoscenza della trasformazione
di un movimento di molecole. In linea generale adunque che cosa si è ottenuto
dalla scienza? Dove i sensi cì fanno apparire il discontinuo, la fisica ci fa
conoscere la conti- nuità. Mentre l'esperienza ci dà, come dicemmo, due nozioni
di- sparate cioè la nozione di massa in moto (fatto meccanico) e la nozione di
riscaldamento (fatto termico), la scienza ci dà una terza nozione intermedia
che fa da ponte fra le due nozioni empiriche, cioè ci permette, anzi ci impone
di stabilire fra i due fenomeni successivi un nesso innegabile di continuità.
Noi non possiamo invero, rifiutarci di ammettere la nozione scienti- tica,
perchè il rifiuto equivarrebbe alla negazione, sia dell’espe- rienza sensata
(osservazione empirica) sia della deduzione lo- gica (discorso razionale) che
sono le uniche garanzie del fun- zionamento normale del nostro pensiero. Di qui
appare come in linea generale si deduca l'atfermazione di quel nesso di ne-
cessità che è il perno del rapporto causale. Ora in fine ci è dato di
comprendere che la verità scienti. fica, essendo necessità e universalità,
esprime in ultima analisi l’indissolubile solidarietà delle menti umane
coll’universo (1). viola eii;+- ranieri nea (1) Cfr., FoviLLÉe, Morale des
id“es-forces, 19)8, pag. XLVIII. TI geE="__ =E-T=—=5[Y(= Questioni e
corollarj. $ |. Questione della realtà e della razionalità del rapporto
causale. —$ 2. Della irreducibilità della causalità a mera logicità. Della
produzione reale dei fatti (effetti). Dell’impossibilità di escludere la
relazione tempo- rale. Dell’impossibilità di escludere la relazione necessaria
Del- l'identità dei successivi. Dell’irriducibilità della causalità a mutua
dipendenza — $ 8. Del valore intrinseco della causalità come risultanza sui
generis della ragione e del fatto. — $ 9. Corollar]. S 1. PE utile trattare
separatamente aleune questioni sul concetto di causa che introdotte nel Capo
precedente, avrebbero intralciato l’ordine della teoria, mentre si potranno
esaminare e discutere qui con maggiore comodità, ora che è stata svolta
logicamente la definizione del rapporto causale. Noi concepiamo la causalità
come il rapporto necessario tra i valori relativi di due sistemi reali
succedentisi irreversibil- mente nel tempo, in altri termini come la necessità
razionale della suctessione reale di due sistemi variabili equivalenti. Que-
sto concetto evidentemente importa. da un lato la realtà, dalV'al- tro la
razionalità della relazione causale. Quindi, sintetizzando, diciamo che la
causalità ci rivela il criterio della realtà ra- zionale, e la conoscenziu
della causalità ci assicura la conoscenza vera del mondo. Censiderando da
questo punto di vista il pro- blema della razionalità e della realtà si ottiene
una chiara no- zione della differenza che intercede tra le leggi formali del
pen- siero e le leggi causali della natura. Quelle sono le relazioni puramente
logiche cioè universali e necessarie che collegano i termini del pensiero,
indipendentemente dalla particolarità della materia variabile nel tempo. Queste
sono le relazioni che inter- cedono tra i fatti naturali in ordine al loro
variare nel tempo alla loro intelligibilità universale e necessaria. Ciò che è
causale è materiale e formale ad un tempo, cronologico e logico, reale e
razionale. ì 2. — Acutamente il Varisco, il quale ha trattato a fondo il
problema della realtà e della ragione in ordine alle leggi causali e formali,
sostenendo che relazione causale non è relazione lo- gica, fa notare che «un
insieme di pensieri può essere dotato di un'assoluta coerenza intrinseca e non
valer niente come cogni- zione della realtà: p. es.: abbiamo non so quante
geometrie, tutte egualmente vere come geometrie, mentre una sola 0 forse
nessun: può esser vera come dottrina di quello spazio nel quale i corpi si
estendono e si muovono » (1). Questo è verissimo. Non Cè ragione di supporre
che un sistema logico qualunque co- struito indipendentemente dalla
particolarità della realtà valga anche come cognizione della realtà, voglio
dire di qualunque realtà considerata in ordine al suo reale accadere. Evidente
mente un sistema coerente di pensieri (sistema razionale) non vale
incondizionatamente come cognizione d’ogni realtà (siste. ma reale): ma rele
solo come cognizione di quella realtà che corrisponde non per natura di enti ma
per forma di relazioni alle relazioni fondamentali del sistema logico proposto.
Di qui si vede che «le cose hanno tra loro soltanto relazioni causali, non
relazioni logiche » (2), giacchè fra le cose:non pas- sano esclusivamente
relazioni logiche pure ma vi passano in- sieme relazioni reali o cronologiche e
relazioni razionali o lo- giche cioè Je relazioni causali che esprimono appunto
il doppio ordine reale e razionale dei fatti in quanto sono soggetti a va-
riazioni scientificamente conoscibili. Ma se questo è, e quindi se dall'esame
di questi punti scientifici passiamo all'apprezzamento delle conseguenze
filosofiche siamo colpiti innanzi tutto dalla (1) VARISCO, I massimi problemi,
Milano, 1914, pag. 150. (2) Varisco necessità di riconoscere che la logica
costituisce anch'essa il tessuto fondamentale della realtà. Su questa tesi
fortemente combattuta dal contingentismo assoluto, vogliamo insistere un poco,
atteso l’intimo accordo che si può mostrare tra la nostra teoria e quella del
Varisto. La non indipendenza logica delle cose (p. 152) è sostenuta francamente
dal Varisco. I corpi. esuli dice, sono logicamente interdipendenti in quanto
spaziali e quindi sono logicamente interdipendenti tra loro in quauto reali.
Che poi passino spazialmente tra i corpi delle relazioni logiche si è
dimostrato (p. 154). « Gli enti spaziali sono logica- mente solidali fra loro:
ciascuno presuppone logicamente gli altri» (p. 156). «L'umità dello spazio in
cui tutti i fatti fisici accadono basta a costituire fra tutti delle relazioni
logiche » (p. 158). « L'unità del tempo rende del pari inevitabile che le dette
conclusioni vengano estese a fatti di qualsivoglia specie » (1) (p. (1) Queste
citazioni mostrano la congruenza fondamentale della dottrina del Varisco con la
nostra. Ma una cosa tuttavia vuole diligentemente osservarsi. Noi concepiamo la
causalità come sintesi della necessità razionale (logica) e della successione
reale fisica o psichica di due sistemi eqnivalenti. In quanto il risultato
d’una sintesi ha proprietà sui generis affatto diverse da quelle dei singoli
compo- nenti è evidente che il concetto di causa che se ne ricava è, a parer
nostro, ben distinto da ogni altro rapporto sia puramente logico, sin meramente
cronologico, sia psicologico, sia materiale, ete. Si dirà: - la teoria del
Varisco è ben diversa. In vero se egli ammette che « quando si dice che un
fatto A è causa di un fatto B, s'intende in primo luogo di escludere che la
relazione tra i due fatti sia puramente logica » in seguito rileva che « B non
si deduce da A senza presupporre certe leggi che sono leggi di forza o di
energie non logi- che pure, ma causali. Sicché quello di causa risulta un
concetto primitivo, non eliminabile nè riducibile ad altro ». (p. 167). Dunque
il Variseo pone da un lato le leggi logiche pure, dall’altro le lesgi causali
che in sè non hanno niente di logico. - Rispondiamo che questa conclusione non
si trae logicamente dalle premesse. Noi pure ammettiamo che relazione logica
non è relazione causale perchè questa intercede fra fatti reali e concreti,
quella fra concetti e giudizi. E, ammettendo l’interdipendenza logica delle
cose, secondo la tesi del Varisco, crediamo di essere ancora con lui, quando
asseriamo che le relazioni causali, oltre alla esigenza reale. sodisfano alla
esigenza razionale : oltre alla nota della successione temporale indivisibile
dalla realtà oggettiva, comprendono la nota della necessità logica. Questa
nostri interpretazione non è solo conforme ai numerosi passi del V. citati nel
testo; ma in tutto d’accordo coll’espressione del V. riferita qui sopra
nell’objezione: « B non si deduce da A senza presup- porre certe leggi, etc...
». Invero come si potrebbe parlar di deduzione di un effetto B da una causa A,
se tra A e B non passasse una relazione logica cioè di necessità? Dunque noi
crediamo sempre di poter convenire con la teoria varischiana nella sua
interezza e stimiamo pregio dell'opera seguitarne l’ap- plicazione, lasciando
ad altri la cura di insistere sulle questioni di parole. ). Il dire che
«l’accadere ubbidisce a leggi razionali significa : la razionalità è immanente
alla formazione dell’Uno » (p. 179). « Le connessioni causali, per una parte
richiedono, per un’altra escludono che i singoli concreti, le formazioni
dell’Uno costitui- scano un sistema logico rigoroso » (p. 180). « Come si esce
da que- sta antimonia ? Non c’è che un mezzo, a quanto sembra: Oltre alle
variazioni che sono determinate per delle ragioni logiche da del- l’altre
variazioni, bisogna che se ne dian di quelle che non sono determinate in modo
alcuno, che mancano cioè d’una ragione logica in altre: delle variazioni
assolutamente iniziali. Che va- riazioni di questo genere si diano è provato
dalla spontaneità dei soggetti») (p. 180-181). « Se tutte le variazioni fossero
conse- cuenze d’altre variazioni non ci sarebbero successioni perchè la logica
è fuori del tempo, e quindi non ci sarebbe neanche un variare, perchè un
variare senza tempo è un controsenso. Non ci sarebbe che un processo logico
intrinseco all'uno; anzi (per- chè processo implica tempo) non ci sarebbe di
reale che un si stema immobile di relazioni logiche; l’accadere si risolverebbe
in un'illusione ») (p. 182). Come appare da questi brevi passi la dottrina del
Varisco circa le connessioni causali, opportunamente distinguendo gli enti e le
relazioni nel sistema, riesce in modo mirabile a conciliare le due opposte
concezioni del logico e del non logico nella realtà. Ciò deriva dal fatto che
le relazioni causali sono bilaterali cioè implicano relazioni logiche fra enti
alogici in ordine al loro variare nel tempo, in ordine cioè alle loro relazioni
cronologiche. $3. — Colla dottrina innanzi proposta della causalità come
successione necessaria di due sistemi di fatti equivalenti è necessariamente
connessa l’idea della reale produzione del- l’etfetto dalla causa, giacchè
parlare di variazione del concreto nel tempo e parlare di reale produzione di
fatti nell’accadere è tutt'uno. E vero che lo Schopenhauer, il Kirchmann e il
Lewes ed altri sostengono che la successione per quanto regolare e
incondizionata, avendo in sè nulla di simile ad un’azione, non ha nulla a che
fare coll'idea di potere o d'azione. Ma. ap- punto per tener esplicito conto di
questa esigenza della. produ- zione reale, la definizione suddetta contiene il
richiamo alla successione reale (fisica o psichica) e non alla semplice sneces-
sione. Infatti può darsi una successione naturale senza una. produ- zione
reale? D'altra parte non è necessario penetrare nella na- tura reale degli enti
che figurano nella relazione causale, perchè la scienza esatta si preoccupa
unicamente di determinare la natura delle relazioni e non quella degli enti.
S4. — Ora si domanda se la relazione temporale non si possa escludere dalla
relazione causale. E alcuni si appoggiano al- l’autorità di Kant e
dell'Herschel, che ammettono la contem poraneità della causa e dell'effetto
benchè questi autori, come vedemmo, siano stati combattuti vivamente dal
Kirchmann e dal Mill e dal Wundt, e da altri (1). Il criterio migliore per
risolvere la questione sembra questo, che invano si cercherebbe di addurre
l'esempio di un solo rap. porto causale assolutamente scevro di successione. Ammettere
coll’Herschel che soltanto quelle condizioni che non costitui- scono la causa
di un fenomeno precedono l’effetto, mentre que- sto è sempre contemporaneo alla
sua vera causa, è sottigliezza gratuita finchè non si sappia provare la.
validità intemporale della causalità. Ma se questa prova fosse possibile ogni
rela- zione causale diventerebbe una relazione meramente logica cioè non
sarebbe più insieme verità di ragione e verità di fatto: la sclenza
sperimentale xi ridurrebbe alla matematica pura cioè alla logica pura il che
non è. Invano il Meverson, con nuovi (1) Il CEsca nella sua monografia sopra
L'origine del principio di causalità — Verona, Padova 1885, ha chiaramente
esposto lo stato della questione ri- prendendo e sviluppando la dottrina del
MiLL e del Wuxpr contro la simul- taneità della causa e dell’effetto, Il
TEICHMiLLER che nega la realtà del tempo, ritiene che la serie causale debba
esser pensata senza tempo non ammettendo altre realtà che la causale e non
tenendo in nessun conto l’apparenza con- traria dell’esperienza. Ma egli non è
in grado di provarci nè che l’unica realtà sia la causalità, nè che la
causalità sia intelligibile senza il tempo, perchè almeno in questo ultimo caso
dovrebbe spiegarci come il rapporto causale, scevro di temporaneità, ancora si
distingua così dal rapporto di principio e conseguenza che è solo logico e non
reale, come del rapporto matematico. Cfr. del resto, per una esauriente
confutazione di questa ipotesi, F. Masci: Un metafisico antievoluzionista.
Gustavo Teichmiiller, Napoli, 1887, pag. 47-51. Anche il VOLKELT ritiene che la
nota della successione nel tempo sia esclusa dal concetto di causalità.
(Erfahrung und Denken, Parte III. Capo V.). + 62 SEZIONE I - CAPO IV argomenti,
cerca di dimostrare che la scienza nel suo sforzo per diventar razionale tende
di più in più a sopprimere la nota del tempo in omaggio al principio
dell'identità delle cose nella suc- cessione. Egli vuol dire che la scienza
tendendo sempre più a identificare le cose nel tempo conduce necessariamente
all’eli- minazione del tempo (1). Il principio dell'identità delle cose nel
tempo che interviene così spesso nella scienza dev'essere in- terpretato in
modo ben diverso. Facendo uso di tal principio non sì tratta già di
identificare l'antecedente al conseguente sic ct sempliciter, perchè infine la
causa e l’effetto non sono il Imero momento antecedente nè il mero momento
susseguente. La serie temporale nel caso del rapporto cansale è solo impie-
gata come campo in cul si fa la verificazione che certe con- dizioni reali sono
necessarie e sufficienti -alla produzione di certe altre. Il tempo come
suceessione di momenti diversi e in parti- colare di valori crescenti resta
quello che è, non viene punto eli- minato nè tende ad esserlo. Ciò che viene
eliminato è la variazio- ne contingente di quelle condizioni variabili che non
intervengo- no di necessità nella produzione del fatto in questione. Se, come
dice Leibniz, pel principio dell’eguaglianza della causa e del l’etfetto,
l'effetto integrale può riprodurre intieramente la causa o il suo simile, giova
rammentare che il rapporto causale non è solo rapporto temporale, ma molto di
più. Il vero è che dentro la serie di valori crescenti del tempo si stabilisce
una propor- zione quantitativa costante. Benchè i fenomeni del rapporto causale
siano messi in equa- zione con l'eguaglianza condizionata dei due rapporti
tuttavia la diversità qualitativa dei momenti temporali rimane, e il tran- sito
dalla causa all'effetto non può essere compiuto che col filo che ci viene
offerto dal tempo. Il Meverson che ritorna alla for- mola ben nota degli
scolastici: casa acquat effectum, per la ciusta idea che la natura intera non è
che una catena di cause e di effetti in cui la somma dei secondi deve sempre
uguaghiare l'insieme delle prime (2), non avverte che ladegnazione quan- (1)
MEYERSON, op. cit., pag. 231-252. (2) Recentemente la tesi del Meyerson fu
ripresa dal Levi. (Il problema del tempo e i suoi significati per la scienza e
per la coscienza cetico-rcligiosa. Rivista | di filos. 1x, 2, 1917). La sua
tesi è la seguente: « Il pensiero logico, matematico e l’interpretazione
meccanicistica del mondo o eliminano completamente il tempo... 0 almeno gli
tolgono i suoi carate titativa della causa e dell’eftetto e dei loro equivalenti
non ces- serà di costituire la meta della razionalizzazione scientifica,
quantunque il rapporto necessario tra i valori relativi dei due sistemi
variabili si attuì nel filo del tempo i cuni momenti sono tutti diversi. Non
vale osservare che, con questa. razionalizzazione scier- tifica, la nozione del
tempo viene non solo deformata ma ne- gata, perchè privata della doppia nota
dell’irreversibilità e del- l’'eterogeneltà, come affermano i meversonisti. Se
la concettua- lizzazione dell’intnizione temporale deformasse fino alla distru-
zione la nozione del tempo, analogamente dovremmo dire che ogni concetto segni
la negazione d’ogni nozione intuitiva, i] che non è. Il concetto di nomo, ad
es., non distrugge la no- zione empirica di uomo, benchè ad essa non sia riducibile.
T1 vero è che Virreversibilità è conservata nel concetto scientifico del tempo
in un modo specialissimo, che vale la pena di consi- derare. Ogni legge causale
esprime una relazione a senso de- terminato tra due sistemi, e la scienza ne
ammette la ripeti- teri essenziali considerandolo come qualche cosa di
reversibile... ». Invece l'intuizione genetica del reale e le esigenze della
coscienza morale e religiosa contengono l'affermazione recisa dell’esistenza e
dell’irreversibilità del pro- cesso del tempo (pag 21). Nella scienza. «
l'eliminazione di ogni relazione tem- porale è imposta necessariamente » (pag.
8). Ma, contro questa tesi bisogna notare più cose. Anzitutto bisogna
distinguere i due tempi cioè il tempo empi- rico o dei fatti e il tempo
scicutifico o delle leggi. Le scienze fisiche cercano (sì, è vero) di eliminare
il primo ma per determinare il secondo. Il tempo empi- rico è il campo
dell'instabilità nel divenire, il tempo scientifico è il campo della stabilità
nel divenire. Il valore di una legge cansale è appunto la vali- dità d’una
relazione per ogni tempo, cioè per tutto il campo temporale, now fuori del
tempo. (A questo campo; ho dato il nome di presente scientifico nel- l’op. Del
nuovo spirito della scienza e della filosofia, "Torino, Bocca, 1907). In
secondo luogo, non è vero che il concetto scientifico di tempo elaborato dalle
Scienze esatte sia la deformazione del tempo o meglio la sua negazione. Il
tempo scientifico è invece la depurazione delle proprietà essenziali del tempo
compiuta dall’astrazione, tanto è vero che conserva le note della relatività,
della transitività e dell’irreversibilità, come si prova nel testo ; e la nota
sola dell’eterogencità è respinta se e in quanto la differenza di ciascun
momento temporale, da ogni altro ha mero valore empirico cioè rappresenta ciò
che è vissuto intuitivamente dalla coscienza nel campo dell'esperienza diretta,
all’in- fuori d’ogni possibilità d’essere ripetuto tale e quale un’altra volta
nel tempo. Da ciò e dalle ragioni addotte nel testo la tesi meyersoniana appare
senza valore scientifico. zione
inalterabile per tutta la serie temporale. Adunque la fisi- ca non tende a
negare l’irreversibilità, tende invece a determi- nare la trasportabilità delVirreversibilità
di alcune relazioni in ogni tempo, non fuori del tempo. Il complesso delle
condizioni necessarie e sufficienti alla riproduzione della relazione in que-
stione in ogni tempo, ci dà il presente scientifico, cioè, il campo della
validità universale e necessaria della legge. A queste ra- gioni così
convincenti sì può aggiungere del resto quella prova della differenza tra le
funzioni inverse, che mi pare ovvia, e che fu giù accennata nella prima glossa
alla definizione del rapporto causale. Son noti i grandi tentativi di coloro che
credettero di poter eliminare nella definizione del rapporto causale la nota
della necessità, sostituendola colla nota della invariabilità, del-
l'incondizionalità, della costanza e simili. Ma nè l’invariabi- tà, né Ja
costanza nella successione bastano a determinare il concetto della legge
causale. Perchè occorre la nota della necex- sità, nel doppio senso soggettivo
e oggettivo indicato, senza cui non è possibile dedurre cioè prevedere
logicamente i fatti com- presi nel rapporto causale. Noi abbiamo invero bisogno
che ciò che è dalla scienza affermato in rapporto di variazione causale shit
determinato, in modo tale che la verità e la sua esistenza xi connettano colla
realtà e colla ragione secondo le condizioni formali dell'una e dell’altra.
Molti rapporti tra fenomeni pos- sono presentarsi alla nostra conoscenza coi
caratteri della sem- plice uniformità empirica, della costanza
nell’associazione di sequenza 0 di accompagnamento o dell’invariabilità, ma nol
non ci sentiamo indotti a ritenerli causali finchè non siamo in grado di
identificare la loro forma (cioè le condizioni formali della realtà sotto cui
si presentano alla nostra conoscenza) con la forma della nostra stessa ragione
(cioè colle condizioni formali della nostra ragione). Bisogna insomma che il
rapporto tra i valori relativi dei due sistemi reali variabili realmente nel
tem- po si realizzi anche razionalmente. Non basta che si realizzi con la formi
consuetudinaria per quanto uniforme dei fenomeni . che ci sono più famigliari.
Rapporti di questa. ultima natura possono essere contingenti, perchè non sono
provati che dall’e- sperlenza. Quando
sulla base della mera esperienza osiamo con- cludere che tutti i fenomeni d’una
data classe si trovano con- nessi in un vero rapporto causale, non facciamo che
un’infe- renza per cui la forma appena simile dei fenomeni e della ra- gione
viene scambiata colla forma identica. In tale caso la sem- plice somiglianza
tra la forma di quei fenomeni e la forma della nostra ragione si trasforma
abusivamente in identità. Molte illusioni sulla causalità si producono appunto
per tale via tanto nel campo empirico quanto nel metafisico. L'illusione
metafisica sul processo causale di cui parleremo in seguito è anzi un fatto
innegabile e di capitale importanza (1). Come son naturali le illusioni ottiche
che tanto spesso fanno riuscire fallaci i nostri giudizj, così accade talora
per certe illusioni speculative sulla causalità della vita e dell'universo. Ma
Perrore in questi casf sì può facilmente decifrare. Dipende sempre dal fatto
che si erige a dignità di causa o di effetto un semplice fatto empirico più o
meno costante nell'ordine dell'accadere, il quale perciò non oltrepassa la
sfera della contingenza. Come sarà mai possi- sibile provare colli mera
esperienza, che certe esigenze formali della realtà non possono non essere
identiche a certe esigenze formali della ragione? Il rapporto causale non è
solo ciò che rimane di fatto costante in mezzo al fluttuare delle cose acci-
dentali, ma essenzialmente ciò che non può non esserlo secondo le leggi
universali della nostra ragione. L'incapacità aitiolo- gica della mera
esperienza fu provata in modo definitivo dia Davide Hume. SG. — Il Martinetti
ha definito la causalità il riconoscimento dell'identità dei successivi (2).
Questa definizione è accettabile se e in quanto significhi il puro
riconoscimento dell’uniformità di rapporto tra i valori relativi di due sistemi
che si succedono per necessità, in altri termini l'equivalenza di due sistemi
in successione necessaria. Ma poichè in essa le note costitutive del definiente
restano pinttosto allo stato eriptico, ne faremo raro uso, preferendo la
definizione suddetta. (1) Cfr. Capo 3°, (2) MARTINETTI, 0p. cit., pag. 443. A.
PastoRE — Il probl-ma della causalità - Vol, 11, ò è 7. — Taluno invece ha definito il rapporto
di causa ed effetto come semplice rapporto di mutua dipendenza di questi
termini. Ma già il Vailati ha confutato questa. interpretazione. Così, per es.,
egli avverte, il rapporto che sussiste tra due sfere pe- santi sostenute da una
superficie concava ciascuna delle quali obbliga l’altra ad assumere una
posizione diversa da quella che assumerebbe se fosse sola (essendo rapporto di
mutua dipen- denza) non è rapporto di causa ed effetto (1). È evidente che nel
caso della mutua dipendenza logica viene esclusa la nota della successione
temporale tra i due termini del rapporto in questione. Ma non bisogna
dimenticare che la posizione mutua delle sfere nel caso riferito non è che un
mero rapporto esisten- ziale per le sfere, il quale dice che queste
staticamente non pos- sono essere in modo diverso. Ma è del pari ovvio che
questo rap- porto di mutua dipendenza non potrà mai stabilirsi che come effetto
di qualche spostamento antecedente. SS. — Infine chi ha seguito le discussioni
fatte sin qui per chia: rile la definizione proposta del rapporto causale vede
subito che non ci possiamo collocare nel punto di vista di coloro che negano
alla causalità naturale il valore di effettuare una risul- tanza sui generis.
La distinzione analitica delle note del con- cetto di rapporto causale non deve
farci disconoscere l’unità risultante dal prodotto dei vari fattori. L'effetto
è appunto la risultante originale d'un sistema di forze, solo a parole riduci-
bile ad un mero complesso di elementi passivi. Come già notam- mo, l'azione
dell'efficienza, del potere, della produttività, del- l'azione, ete., è
inseparabile dalla nozione del fatto, di ogni fatto suscettibile di rapporto
causale, in altri termini di ciascun fattore concorrente nel sistema. Se non
fosse reale la di- stinzione della ragione e della causa, i termini del
rapporto (1) VarLatI. Sull’applicabilità dei concetti di causa e di effetto
nelle Scienze Storiche, in Gli strumenti della conoscenza. - Carabba, Lancigno,
1916, pag. 131, 132. — In seguito il Vailati osserva che tuttavia vi sorto
ragioni, d’indole essenzialmente pratica, le quali possono, entro certi limiti,
giustificare la. nostra tendenza ad applicare piuttosto all'uno che all’altro
dei due fatti mu- tuamente dipendenti la qualifica di cause. Ma siccome questa
scelta è determi- nata da mere ragioni di interesse, così la definizione del
rapporto causale deve stare inalterata. causale non sarebbero nè cose nè fatti
concreti ma semplici astrazioni determinabili colla pura connessione e dipendenza
delle idee. E le scienze fisiche di fronte alla logica pura sareb- bero una
superfetazione. Ma la logica pura è forse in grado di assicurarci della verità
delle leggi causali che hanno reale ri- ferimento agli oggetti? No certo; per
contro come potrebbe il solo senso bastare alla elaborazione della verità
scientifica? È ovvio che non si conosce sperimentalmente nè col solo senso nè
col solo intelletto. Spetta alla scienza fisica determinare le leggi causali
della natura con un conveniente impiego di tutte le ‘forme fondamentali
dell’attività conoscitiva, che vanno dal sen- tire empirico al pensare logico,
dalla conoscenza del dato del- l’esperienza sensibile alla conoscenza del modo
della compren - sione del dato nel pensiero, dalla verità materiale di fatto
alla verità formale di ragione. Noi riconosciamo pertanto che il rap- porto
causale ha un valore intrinseco originale come risultanza sui gencris della
ragione e del fatto che nè colla sola ragione nè col solo senso sarà mai
possibile determinare. $ 9. — Dai principj premessi si deducono evidentemente
molti corollarj. Qui addurremo soltanto l’enunciato dei principali. Più tardi,
in altri lavori, tenteremo di scendere alle partico- larità. 1° L'effetto è
proporzionale alla causa, sotto il rispetto del- l’invarianza.
Conseguentemente, osserva con grande finezza il Masci, riconoscendo che
l’effetto è sempre una funzione della to- talità della causa, si deduce che, xe
possiamo determinare con precisione gli clementi numerici dei fenomeni, il
calcolo vale come mezzo potentissimo per discendere dalle cause agli effetti e
per risalire da questi a quelle (1). 2° Cause eguali in condizioni eguali
producono effetti eguali. Questo corollario si collega al principio
dell’uniformità delle leggi. 3° Non v’ha causa che non sia effetto d’una causa
anteriore o, in altri termini, tutte le cause sono anche effetti, come tutti
gli effetti sono anche cause. (1) Masci 4° Tutte le cause accessibili alla
nostra scienza sono solo relativamente prime. La scienza esatta ignora cause
assoluta mente prime, effetti assolutamente ultimi. >° Il processo deduttivo
essenziale al metodo sperimentale esige nonchè suppone la costanza dell’azione
causale, nelle stesse condizioni. 6° La concatenazione deduttiva della realtà
importa la tran- sitività della relazione causale. 7° Le leggi causali sono
valide nel tempo scientifico. S° La pluralità delle cause non osta al principio
che ogni effetto ha la sua causa e non impedisce la determinazione scien-
tifica dei rapporti causali. In taluni casi può favorirla, perchè dovendo una
causa essere equivalente al suo effetto, si sa sotto quale rispetto bisogna
analizzare un’altra causa possibile dello Stesso effetto che gli deve pure
essere equivalente. 9° In virtù della causazione mediata, da cause in apparenza
lievi possono derivare grandi effetti, ed effetti molto diversi derivare da
cause simili (1). 10° Le cause immaginarie non possono essere usate nella
scienza che a titolo di ipotesi di lavoro (2). = e (1) A questo riguardo il Masci, profondamente
indaga il senso e il valore della causalità storica concludendo però col
ridurre le così dette leggi storiche a leggi di tendenze. (Masci, 0p. cit.,
pag. 510-514). Circa l’apprezzamento ‘della doppia causalità, e le applicazioni
alla causalità psicofisica e storica cfr. Se- zione prima, Capo sesto. (2)
Possono offrire qualche interesse i seguenti rilievi: @) bisogna accura-
tamente distinguere le cause delle circostanze: b) intimo è il nesso fra le
leggi della causalità e le leggi dei grandi numeri ; e) il calcolo delle proba-
bilità, colla dottrina della statistica del caso, è una sezione della teoria
gene- rale della causalità; d) può darsi che in certi casi di causalità si
avveri una sintesi suò generis per cui l’effetto non è esaurito dall’analisi in
un gruppo di fattori immediati. î Teoria del metodo sperimentale. $ 1. Tesi — $
2. Si evitano due equivoci. — $ 3. Concetto dell'esperimento. — $ 4. Primo
momento : l’osservazione dei fatti — Secondo momento : l'ipotesi tecnica o
modello. Ideazione teorica e realizzazione pratica. — $ 6. Terzo momento: la
deduziene. — $ 7. Quarto momento : la verificazione delle conseguenze. — $ 8.
Si respingono le objezioni del Gentile. — $ 9. Schiari- menti. — $ 10.
Conclusione. La verità sperimentale come simultaneità della deduzione del reale
e della realizzazione del deduttivo. I principj che furono esposti sul concetto
di causa e le questioni connesse ci somministrano i dati per risolvere, sotto
tutti i possibili aspetti, il problema della determinazione delle cause, Questa
soluzione non può essere fornita che dalla scienza. S 2. — E vero che molti
scienziati in odio alle questioni filo- sofiche sul concetto di causa, hanno
preso da un pezzo l'abitu- dine di affermare che ogni ricerca causale
dev'essere acenrata- mente proscritta dalla scienza. Ma questo esclusivismo non
è che un ginoco di parole. Nello scopo di costituire la scienza in modo affatto
indipendente da ogni elemento extrascientifico di perturbazione, essi spingono
il loro rigore fino a dar V’ostra- cismo ad ogni parola che sia suscettibile di
interpretazione me- tafisica. Così, nella falsa idea che ogni ricerca causale
sia per la fisica ciò che Bacone chiamerebbe un caso residuo (elemento
perturbatore), rifiutano di considerare come leggi causali le leggi naturali.
(1). Ma la loro panta non ha ragione d'essere contro chi pensa e definisce La
cansa naturale in modo rigorosamente scien- tifico, e rimanda alla teoria della
conoscenza e alla metafisica tutte le tonsiderazioni relative sia all’idea di
causa sia al prin- cipio di causalità. f 3. — Rimossa adunque questa objezione,
consideriamo di- rettamente quali siano i mezzi adoperati dallo spirito umano
per procedere alla ricerca e alla dimostrazione delle leggi cau- sali. Niccome
i rapporti causali sono insieme verità di fatto e di ragione, così è necessario
che il metodo atto. a determinarli ri- sponda insieme alla doppia esigenza
dell’osservazione empirica dei fatti e della deduzione logica della ragione. Si
richiede in- somma un metodo misto che sia il felice connubio delle due ve-
rità. Questo metodo è l'esperimento, che non è nè cartesiano, nè baconttmo (2),
nè kantiano, ma processo veramente galilejario. Se non che, neppure la semplice
addizione dell’osservazione empirica e della deduzione logica basta a produrre
l’esperi- mento. Queste due operazioni opposte non si potrebbero invero
logicamente associare senza lintervento d’una terza operazione facente
l'ufficio di operazione media fra le altre opposte. Questa operazione
intermedia ha una struttura assai complessa che sarà analizzata. fra poco e
vedremo che in fondo xi risolve in una ipotesi tecnica a cni s'è dato il nome
di modello; l'esperimento perciò si rivela un processo
empirico-ipotetico-tecnico-deduttivo, volto alla ricerca e alla prova della
necessità razionale d’una (1) Anche l’HELM vuole bandire dalla scienza, per
confinarle nella metafisica, tutte le considerazioni che si fondano sul
principio di causalità. (Die Lehre von der Energie. Leipzig. 1839, pag 41, (2)
Anche il MeyErsoN è estremamente severo con Bacone a questo riguardo. « Que certaines
règles dont Bacon a préeisé 1° enoncé (comme par exemple celle des variations
concomitintes) soient utiles dans les raisonnements scien- tifiques cela est
incontestable: mais ses sehémas, on peut hardiment l’aftirmer, n’ont jamais été
employ6s d’une manière suivie par un savant digne de ce nom, et en tout cas
aucune deconverte scientifique, srande ou petite, n'est due à leur application
». MEYERSON, op. cit. p.
438, L’energica difesa di Bacone che il Kuno Fiscuer fece nella 2% edizione
della sua op. Francis Bacon und seine Nachfolger (Leipzig, Brockhaus, 1875)
riesce a un risultato opposto a quello che l’illustre autore desiderava. cioè
dimostra infine chiaramente che Bacone non ebbe mai un'idea chiara e precisa
della natura, del valore e dei limiti del metodo sperimentale. successione reale. Questi caratteri sono
indispensabili al metodo sperimentale, e la loro fusione è necessaria giacchè
consente che i due campi del fatto e della ragione si riuniscano nell'e-
sperimento per virtù dell'ipotesi tecnica; e questa ci permette, nei casi
soddisfacenti, di riunire senza discontinuità i fenomeni antecedenti ai
susseguenti nell’ordine temporale, le premesse all'illazione nell’ordine
razionale, quindi di fissare in modo perfettamente intelligibile il rapporto
naturale fra la causa e l’etfetto cioè la legge. Che questa complicazione
metodica sia necessaria basta a mostrarlo la più semplice avvertenza. Tutti
sanno che se noi ci limitiamo ad assistere, anche come spettatori attentissimi,
alla produzione spontanea dei fatti na- turali, l'esperimento non ha luogo.
Bisogna intervenire volon: tariamente coll’opera nostra nella produzione dei
fatti reali, provocarne attivamente la ripetizione, modificarne con oppor- tunì
artifizj gli elementi costitutivi e le condizioni fondamentali, in modo che le
relazioni essenziali siano nettamente sceverate dalle accessorie. Ora questo
processo assai complicato risulta di quattro momenti : 1° Vosservazione dei
fatti; lia costruzione dell’ipotesi tecnica o modello: 3° la deduzione; £° la.
verificazione delle conseguenze. Tralasciando di offrire i molti schiarimenti
che sarebbero ri- chiesti da una esposizione monografica della teoria del
metodo sperimentale, rammentiamo solo quel tanto che basta al pro- posito
nostro. S4. — In primo Imogo, ammettiamo che Ta produzione di qua- lunque
fenomeno reale considerabile come effetto si compie sem- pre in certe fisse
condizioni e risulta da un certo gruppo 0 siì- stema di elementi quantitativi
che si tratta di ben determinare. Ma non ogni fenomeno è suscettibile di esame
diretto. Se lo strumento dell’osservazione è adoperabile, l'investigatore deve
numerare gli elementi concorrenti e valutarli numericamente coi mezzi di misura
più squisiti (pondere ct mensura). Avremo così 72 SEZIONE I - CAPO V nel primo
momento l'enumerazione e la determinazione valu- tativa delle grandezze
elementari soggette a misura. Senza un ricco materiale di osservazione empirica
radunato con pazienza e misurato colla più scrupolosa cura, la conoscenza
sperimen- tale è impossibile. Ma il numero e la misura degli elementi
quantitativi non ci dànno che la conoscenza dei fatti individuali. Per fare un
esperimento, bisogna superare l’esperienza, aggiun- gendo al lavoro d’analisi
compiuto coll’osservazione il deppio lavoro dell’ipotesi e della deduzione. f
5. — In secondo luogo, l’ipotesi è il primo lavoro ordinativo dei dati empirici
che la mente si compone in modo relativamente arbitrario per rendersi
intelligibile il collegamento naturale dei fatti osservati. È chiaro che nel
primo saggio di raggruppamento dei dati via via ottenuti dall’analisi empirica
non sì possono an- cora sceverare le condizioni accessorie dalle essenziali. La
mente adunque non può far altro che cercar di comporsi un sistema artificiale
imitando più che è possibile la disposizione ordinata dei fenomeni naturali,
rispettando cioè i valori numerici delle grandezze misurate e il loro svolgersi
nel tempo. Il criterio fon- damentale per la costruzione dell’ipotesi fu dato
dall’Hertz ed espresso nel modo seguente: si costruisce del sistema naturale
un'imagine e la sì costruisce in modo tale che le conseguenze artificiali
dell'imagine siano alla loro volta immagine delle con- seguenze naturali dei
fatti (1). Il modello è insomma un sistema ipotetico-deduttivo cioè un sistema
artificiale composto sui dati reali dell’osservazione e in vista d’una
deduzione possibile. A_ bene considerare questo secondo momento del metodo spe-
rimentale comprende propriamente dune operazioni Successive : 1° l'ideazione
teorica dell’ipotesi, che è in fondo una teoria; 2° la realizzazione pratica
del modello, che è poi in fondo una macchina, e logicamente si risolve
nell’invenzione d’una specie di termine medio sillogistico. Lo sperimentatore deve
cercare e costruire un sistema artificiale che risponda adegua- tamente alle
esigenze di due mondi opposti, il mondo fisico e (1) HERTZ. Die Prinzipien d.
Mech., Leipzig, Barth. il mondo logico.
In vero da un lato, cioè davanti agli occhi dello sperimentatore, c’è la natura
(o la realtà) o per meglio dire il complesso di quei fatti naturali che egli
indaga e che non esita a considerare come uniti in sistema fisso e determinato
e deter- minabile (sistema naturale o fisico); dall’altro, cioè nella sua mente,
c'è pure un complesso di fatti razionali a cui nessun fatto naturale può in
modo alcuno contradire, anzi a cui deve necessariamente sodisfare. Questi dati
sono certo uniti alla loro volta in sistema: fisso e determinato (sistema
razionale o logico). ca 4 % con questi due sistemi dati che il sistema
artificiale occor- rente deve realmente e razionalmente convenire. Vuol dire
che i fatti simbolici devono essere disposti in una dipendenza logica e
cronologica affine alla doppia e pur una dipendenza del siste- ma naturale. Il
modello insomma deve essere un centro logico e cronologico di sintesi, un
sistema razionale e reale, un accordo tra la ragione e la realtà. Ma. oggetto
dell'esperimento è la de- terminazione delle leggi causali. Ora come può darsi
che la fusione di queste operazioni serva allo scopo della causalità ? (rave
difficoltà sembra questa; ma un poco di riflessione basta a risolverla. Il
metodo sperimentale stesso per la connessione operatoria che gli è propria è
sottoposto all’esigenza medesima della causalità avendo il suo ciîtov péoov nel
modello dal cui as- sunto dipende tutta la forza e il felice esito
dell’esperimento. Ricordiamoci che, se Aristotele non aveva ragione di chiamare
«causa ) il termine medio del raziocinio sillogistico, perchè il medio in tal
easo è solo ragione, come quello che appartiene al solo ordine conoscitivo
formale, noi siamo per coutro costretti av mantenere la denominazione
aristotelica al termine medio della dimostrazione sperimentale perchè il
modello in questo Caso è insieme ragione e fatto avuto riguardo al fine per cui
esso si assume nello sperimento, conforme alla definizione pro- pesta del
concetto di causa. In verità, quali sono le condizioni che il modello deve
avere per adempire al suo ufficio? Aristotele assegnò queste tre condizioni al
termine medio : 1° che esso com- prenda la causa di una cosa, 2° che questa sia
conosciuta come causa, 3° che sia causa veri e certa. Ora tutte tre queste con-
dizioni competono al modello. Difatti Vesperimento si fa pel conseguimento
delle leggi causali e se nel modello non fosse 74 NEZIONE I - CAPO V compresa
la causa, il modello non servirebbe a niente. Inoltre la scienza richiede che
l'experimentatore non solo conosca il modello come la posizione probabile della
causa nel suo rap- porto con l’effetto ma che egli a lavoro compiuto sappia co-
noscerla come tale tanto che sia atto a dimostrarlo altrui. In- fine è d'uopo
che la mente sia affatto certa che nella relazione causale espressa dal modello
e conosciuta come tale sia la vera e propria cagione dell'effetto conosciuto.
Dunque la dimostra- zione sperimentale, movendo da un termine medio,
rispondente alle assegnate condizioni, produce nei casi favorevoli una vera
cognizione scientifica x40 éfoyfy. Quanto alla naturalità del processo, per
poco che si rifletta alla natura reale degli enti fisici (masse e moti) che si
introducono nel modello, si vede che nen potrebbe essere maggiore. Infatti,
sebbene il modello sia un sistema simbolico artificiale, tuttavia come
raggruppamento tecnico di fatti naturali che continuano sempre ad essere quello
che sono in natura, mai non cessa di essere un brano di natur: funzionante in
un unico modo cioè secondo le sue proprie leggi e suscettibile di produrre
deduttivamente sempre le stesse con- seguenze. Benchè nelle mani dell'nomo
iappaja uno strumento artificiale per far parlare le cose colla loro naturale
logicità, tuttavia non cessa di essere e di funzionare come un sistema naturale
agente secondo la sua intrinseca necessità. Questa pro- prietà è di supremo
momento. Difatti in primo luogo si ricava che l'esperimentare non è un pestar
Pacqua nel morta]jo ma un vero procedere cronologico dagli antecedenti al
conseguenti e un vero procedere logico, dalle premesse all’illazione. In
secondo luogo si ricava che nel processo dello sperimento è Za stessa na. tura
che ragiona realmente nellordine della successione e che noi, con esso
conoscendone TVinterno modo di operare non re- stiamo solo alla superficie
della realtà. Prendo quattro masse metalliche d’un dato diametro, per esempio
due palline e due grosse sfere di piombo come nella Di. lancia di torsione di
Cavendish, le dispongo a una data distanza e noto il valore della loro forza
attrattiva. Ne io vario ad arte le masse materiali agenti e la loro distanza
nell'intento di veri. ficare la legge newtoniana di gravitazione, se impiegando
i più sottili accorgimenti dei cosidetti metodi induttivi (1) io combino i più
svariati modelli di ricerca e di prova a tale scopo, posso forse supporre che
la natura sospenda il giuoco delle sue forze attrattive e xi rifiuti di entrare
nei miei modelli per la ragione che questi sono schemi artificiali, composti
secondo la mia vo- lontà.? Non v’ha dubbio, il modello stesso, malgrado il suo
ar- tificio, è pur sempre un sistema naturale. Sicchè anch'esso ci dà
Virrefragabile certezza del processo della natura. L'ipotesi modello è in
ultima analisi una macchina ad un tempo logica e fisica combinata dallo spirito
per potersi rappresentare in mente l'equivalente della natura e per
riprodurselo in realtà. L'in- treccio degli strumenti fisici per misurare il
rapporto delle va- riazioni dei due sistemi antecedenti e conseguenti 4) come
ipo- tesi logica è l’espressione teorica d'un idea nel campo della possibilità
; dD) come modello fisico è la realizzazione pratica di questa idea
nell'esistenza reale. La prova teorica dell'ipotesi non fornisce che la
possibilità razionale della causa, solo la prova pratica del modello ne
stabilisce la reale necessità. Il trapasso adunque della ragione dall'ipotetico
al categorico è agevolato dall'architettura medesima dello sperimento che, nei
casi favo revoli, ci trasmette la causalità vera della ragione e della realtà.
La ragione naturalizzata in azione ecco Pipotesi-modello, la legge Causale medesima
in potenza ed in atto, cioè la natura stessa nel suo divenire razionale
nell'atto che realizza necessariamente la sua ragione conforme alla nostra.
L'ipotesi sola ci dà Vom- bra ideale della causa. Il modelle invece ci dà il
legame reale in Cui possiamo afferrare la determinazione necessaria del conse-
guente per l'anteredente nel tempo. Il modello insomma è la pietra angolare
dello sperimento. Mentre Fosservazione empi- rica non ci dà che il molteplice
degli oggetti e dei fatti, V'espe- rimento per la costruzione
dell’ipotesi-modello cerca di ricon- durre, in un solo tutto, sotto il dominio
d'una sola ragione le (1) L’arte di sperimentare secondo i così detti metodi
induttivi che ci appren- dono a trovare le leggi di quegli eventi che hanno
incominciamento nel tempo e necessità razionale di produzione e perciò si
dicono leggi causali è ben nota dopo le ricerche dirette di (Galileo e le
analisi teoriche dell'Herschel e del Mill Qui non è necessario esaminare
piauticolarmente questi metodi, bastando che il lettore si riferisca alle opere
precedenti che ne trattano es professo. divise membra dell'essere, assegnando
loro il debito posto e la dovuta funzione. In questo senso diciamo che
l’esperimento unifica la moltiplicità dell'esperienza. Ma questa unificazione
dev'essere fornita di alcune qualità che la fanno distinguere da tutte le altre
e le conferiscono quella dignità e supremazia me- todica che le è propria. Ora
di queste qualità alcune apparten- scono all'ordine della successione naturale,
fisica o psichica, al- tre all'ordine della deduzione razionale o logica in
quanto il modello dev'essere una ragione pratica, produttrice e dedut- trice;
produttrice di ‘effetti reali nel tempo, deduttrice di rap- porti razionali
nella necessità. Il modello, fatto e ragione esso medesimo, mostra all'opera il
modus operandi della natura nello causalità in cui brilla il meraviglioso
legame del neces- sario col contingente. Per tal rispetto noi possiamo
legittima “mente attribuire il rapporto causale alla natufa perchè lo ri-
scontriamo veramente nella natura che opera nel modello in modo conforme alla
nostra ragione. SG. — In terzo luogo, la deduzione è il processo che mette alla
prova la validità causale del modello, e, nei casi favore. voli, converte
l'ipotesi in una tesi. È appunto dalla robiltà della deduzione di cui è
suscettibile l’ipotesi-modello che l'espe- rimento toglie la sua eccellenza.
Mettendo in funzione il 1ao- dello ideato e costruito possibilmente secondo la
valutazione quantitativa dei fatti dei quali si vuole ricercare la causa,
riesce relativamente facile sceverare l’accessorio dall’essenziale. La funzione
deduttiva del modello sperimentale è appunto doppia: 1° l'eliminazione delle
circostanze accidentali (varia. bili indipendenti), 2° la determinazione delle
proprietà essen- ziali cioè delle condizioni necessarie e sufficienti alla
riprodu- zione del fatto (variabili dipendenti). Che il nome di dedu- zione non
sia usurpato a sproposito in questo caso, risulta dal fatto che l'ipotesi è
sempre un sistema ragionato cioè logico, almeno nell'intenzione. Il modello
tecnico poi è sempre in com- pleto accordo coi fatti naturali dal momento che
risultando da fatti naturali non può darsi che ve ne sia uno che contradica
alla natura. Quindi la logicità risulta dall’anzidetta ragione che
l’ipotesi-modello funziona da termine medio tra il sistema naturale da
decifrare e il sistema razionale che è la norma di- rettiva della nostra
conoscenza. Invero, coi fatti constatati del primo e coi principi certi del
secondo, l’ipotesi-modello non deve essere ripugnante, mentre deve appunto
rendere ragione dei fatti per la cui spiegazione viene adoperata. Infine la sua
logicità risulta da ciò che il processo che tramuta in cognizione certa la
cognizione probabile assunta ipoteticamente alla spie- gazione causale dei
fatti è a sua volta la conclusione d’un razio- cinio, come si vedrà
dall’analisi del quarto momento. $ TT. — Questo quarto momento chiude
l’operazione complessa dello sperimento, e, nei casì favorevoli, dà luogo alla
formula della legge esprimente il rapporto costante fra i valori relativi delle
variabili dipendenti. Con questo risultato la determina- zione esatta della
legge causale della natura viene raggiunta în modo definitivo. Ma questa
determinazione non è possibile se non sieno verificate le seguenti condizioni
logiche. Primieramente il sistema mentale per quanto si addice alla verità di
ragione e quello naturale per quanto s'addice alla ve- rità di fatto, devono
convenire fra loro in un medesimo gruppo di conseguenze. Data questa
convenienza effettiva ecco come pro- cede il ragionamento dello sperimentatore.
In ogni caso (si tratti cioè di sistemi razionali o di sistemi naturali) è
evidente che le conseguenze dipendono sempre da un certo sistema. fisso e
determinato di relazioni che, teoricamente, devono essere tradu- cibili in
equazione. Perciò, appuntando lattenzione sul sistema artificiale e sul sistema
naturale (di ammessa logicità) si con- chiude con questo sillogismo 1 Le
equazioni del sistema artifi- ciale e quelle del sistema naturale comportano le
stesse conse- guenze nelle stesse condizioni, dunque le equazioni dei due si-
stemi sono identiche. Questo, in altre parole, viene a dire che due sistemi
naturali, due brani di natura infine, da cui sl de- ducono le stesse
conseguenze devono avere le stesse leggi per quanto Tuno sia composto dalla
natura Valtro costruito artifi- cialmente dall'uomo. È pertanto necessario che
il fisico dopo d'aver messo in funzione il modello e comparate le conseguenze
naturali e artificiali si rivolga allo studio del modello per de. terminare le
equazioni. Questo lavoro esige l'esame comparativo delle grandezze sog- cette a
misura e quindi la determinazione delle relazioni che le collegano. Sopratutto
si cerca di isolare quei rapporti di dipendenza che subordinano i valori di
alcune di esse ai valori che si devono assegnare alle altre. Se la cosa è
possibile, due sistemi (o funzioni di più variabili) si trovano posti in
equili- brio: un sistema di antecedenti fisici e di premesse logiche da un
lato, un sistema di conseguenti fisici e di conclusioni logiche dall’altro :
quello ci dà la causa, questo l’effetto. L'esperimento permettendoci di
adeguare tali rapporti di termini successivi e deduttivi ci dà la conoscenza
delle leggi causali. Nei casi più felici la legge si presenta sotto la forma
d’una proposizione quantitativa. è S — Volgendo ora uno sguardo: retrospettivo
sui quattro momenti esposti, procurlamo in primo luogo di rispondere alle
maggiori objezioni contro il valore dell'esperimento, quindi ag- giungiamo
alcuni schiarimenti sui punti principali della nostra teoria. Contro lintimo
valore dell'esperimento il Gentile volendo provare che l'esperimento non può
dar luogo che ad una covo- scenza superficiale, nota: «Il maggiore sforzo che
noi si possi fare per eniare nell'intero dei processi naturali è l’esperi-
mento in cui noi stessi disponiamo le cause alla produzione de- gli effetti: ma
anche in tal caso il principio efficiente rimane nella natura stessa delle cui
forze noi ci serviamo senza poterne conoscere l'interno modo di operare. E
anche per l'esperimento la nostra cognizione si arresta alla semplice
constatazione di nessi di fatto, onde ci sfugge l’intima attività del reale che
dovrebbe essere il vero e proprio oggetto da conoscere. Opera- zione estrinseca
alla natura, il nostro esperimento non può nè anch'esso dar luogo se non ad una
cognizione superficiale » (1). Ma posta così la questione è presto risolta.
Infatti, comin- ciamo in primo luogo a prender atto della preziosa ammissione
che fa il Gentile quando riconosce che anche nell’esperimento (1) GENTILE.
Teoria generale dello spirito come atto puro, Pisa, Mariotti «il principio
efficiente rimane nella natura stessa, delle cui forze noi ci serviamo » dal
momento che l’esperimento ben fatto non ha appunto altro senso e valore che
quello di presentarci la na- tura stessa nell’atto che, operando, realizza
veramente la sua intima ragione, conforme alla nostra. Il guaio per noi sarebbe
che il principio efficiente della natura restasse fuori delle forze che si
impiegano nell’esperimento. In secondo luogo il Gentile afferma che
l'esperimento non ci fa conoscere l’interno modo di operare della natura. Ma
questo non è in tutto vero, perchè la conoscenza sperimentale ci dà la
possibilità di dedurre dallo stato attuale delle cose lo stato loro per un
istante qualunque. (ili effetti naturali che noi prevediamo entro certi limiti
non sono forse causati dall’interno modo di operare della natura? In terzo
luogo il Gentile afferma che nell’esperimento noi ci arrestiamo alla semplice
constatazione dei nessi di fatto. Ma anche questo non è vero, perchè la scienza
sperimentale super: non solo la semplice constatazione dei dati, ma anche la
sem- plice constatazione dei nessi di fatto, raggiungendo, coll’im- piego del
sistema ipotetico-deduttivo, la constatazione dei nessi di ragione. FE ciò
infatti si riscontra provando che i nessi di fatto si realizzano seconde una
ragione conforme alla nostra. Questo e non altro è il senso e il valore della
previsione scien- tifica cioè della deduzione razionale della produzione
naturale che non può essere negata da alcuno. In quarto luogo il Gentile
afferma che ci sfugge l'intima attività del reale che dovrebbe essere il vero e
proprio oggetto da conoscere. Ma di qual cono- scere egli intende parlare? Se,
come dovrebbe qui, vuol parlare del conoscere scientifico (e non del
filosofico) notiamo che V’og- getto vero e proprio delle scienze è la
conoscenza delle leggi cioè delle relazioni universali e necessarie. Se le scienze
speri- mentali si preoccupassero d’altro oggetto perderebbero la loro ragione
d’essere. Le scienze non sono e non possono e non deb- bono essere filosofia e
nessuno scienziato che si meriti vera- mente questo grande nome si è mai
proposto di filosofare.... a macchina cioè sperimentalmente. In quinto ed
ultimo luogo aggiungerò un’osservazione critica che mi pare gravissima. Le
objezioni del Gentile sarebbero fondate se i gradi del conoscere fossero solo
due cioè l’esperienza del conoscere comune e la filosofia del conoscere
speculativo. Ma tra questi due gradi estre- mi c'è la scienza esatta. Certo
l’esperienza sta alla superficie della realtà perchè non dà che fatti e
rapporti contingenti. La filosofia invece ci dà o dovrebbe darci l’universale
concreto. Ma la scienza! esatta oltrepassa la superficie empirica perchè ci dà
l’intelligibile universale e necessario o di ragione pura (scienze deduttive) o
di ragione e di fatto (scienze sperimentali). È ancora un universale astratto
questo, ma è l’unico vero e proprio oggetto che la scienza esatta si proponga
di determinare. Ciò posto si capisce benissimo che il Gentile giunga alla
conclusione sud- detta, dal momento che egli ritiene che «la posizione di Hume
(schietto empirismo) è quella a cui si è arrestata la scienza della natura»
(1). Ma non v'è errore maggiore che quello di identificare l’espe- rienza
coll'esperimento cioè la conoscenza empirica con la cono- scenza scientifica.
Sicchè possiamo dire che una volta c’era la filosofia scientifica del positivismo,
che confondeva la. scienza colla filosofia, e cadde, ed ora c’è la scienza
empirica dell’idea- lismo attuale che confonde la scienza. esatta.
coll’esperienza. S9. — Aggiungiamo ora alcuni altri schiarimenti intesi
completare la concezione adeguata della teoria del metodo spe- rimentale. | Non
è da credere anzitutto che la virtù del processo speri- mentale derivi
dall'ampiezza della conoscenza empirica dei fatti dei quali si vuol cercare la
causa. Certo quanto più estesa è la Conoscenza dei fatti tanto maggiore è la
probabilità che Ja causa indotta nell'ipotesi assunta a spiegarli non venga
contradetta da nuovi e opposti fatti. manifestantisi. nell'esperienza. Ma
questo non vale che per la fortuna dell'ipotesi. D'altra parte è evidente che
Tesame comparativo dei risultati ottenuti per la determinazione della legge non
si può istituire che sopra un numero limitato di casi particolari. E i termini
elementari che entrano in questi non hanno neppur bisogno d'essere conosciuti
nella loro intima essenza. Così noi non conosciamo essenzia]- mente la forza di
gravità, Velettricità, le azioni molecolari. La (1) GENTILE loro intima natura
sfugge al nostro esame diretto e tuttavia quanto è grande il tesoro delle
sicure leggi che noi conosciamo intorno a questi fenomeni ! Sorge qui il
probiema di sapere come mai noi ci crediamo in diritto di estendere alla
maggior generalità dei casi non ancora provati le conclusioni raggiunte
nell’esperimento. Alcuni hanno creduto che questa estensione si risolva in un
semplice arbitrio perchè in apparenza si procede dal noto all’ignoto, dal
partico- lare al generale. Ma questa opinione non ha neanche il pregio d'essere
discutibile perchè poggia sopra un supposto radical- mente falso. Ni crede cioè
che l'esperimento sia un processo in- duttivo, il che, come provammo nel $ 6,
non è. Messa dunque da parte questa falsa sentenza, Punica questione che, per
la sua importauza, ci converrebbe trattare è se e fino a che punto noi possiamo
esser sicuri della nostra ragione. Ma nessun dubbio a questo proposito è
ragionevole. La dottrina che si serve della “tgione per rinnegare la ragione è
un vero suicidio della ragione. Ma noi qui non abbiamo alcun bisogno di prender
in esame i cavilli scettici diretti contro Ja verità dei mezzi di conoscenza.
Dobbiamo invece concludere che il muover dubbio circa il diritto di credere
alla validità costante delle verità deduttive è un sofisma che la più
superficiale analisi della ragione basta a confutare (1). Ma se la cognizione
delle leggi causali e la previsione dedut- tiva della loro validità sono
possibili alla mente nmana per via dello sperimento, è poi Vimpiego dei modelli
che ci dà la chiave (1) Secondo alcuni, per costituire l'esperimento, basti che
l'intervento del- l’opera volontaria dell'osservatore si aggiunga
all'osservazione ; allora si ottiene il vilntaggio — secondo loro — di poter
volontariamente determinare la nascita o il decorso dei fenomeni semplici e
isolare le parti d'un fenomeno complesso. Così alcuni fautori di psicologia
sperimentale sì lusingano di adoperare l’espe- rimento « quando osservano
qualunque fenomeno psichico variando le condi- zioni sotto eni esso si
manifesta ». L'esperimento così non sarebbe altro che un'esperienza provocata
(Kiùlpe). Ma questa condizione è ben lungi dall’essere sufficiente. Invero
l’esperienza provocata di tal genere era conosciutissima dagli antichi, che
tuttavia non conoscevano ancora il metodo sperimentale. 0e- corre per questo
che i fenomeni siano messi realmente in proporzione, cioè connessi in guisa tale
che il fatto cercato sia realmente deducibile in funzione di qualche variabile,
per mezzo di quel sistema strumentale che costituisce il modello. A. PastoRE —
Il problema della causalità delle cause? Come può darsi che l’impiego d’una
finzione serva all'acquisto della verità e sia capace di darci il possesso
d’una legge universale e necessaria? Per qualche servizio reso, per Caso, ad un
investigatore da qualche ipotesi-modello dovremmo esagerare l’importanza
scientifica dei modelli fino a farne la pietra angolare del metodo sperimentale
? Molti filosofi non hanno forse creduto di dover protestare ener- gicamente
contro Yuso delle ipotesi-modello come strumento di lavoro? e in particolare la
teoria dei modelli nei ripetuti ten- tativi teoretici di coloro che (come noi)
da parecchi anni la vogliono introdurre negli elementi di logica e in genere
nella teoria della scienza non ha forse ricevuto la più severa acco- glienza
dalla critica filosofica? Ecco un’altra questione che me- rita uno speciale
riguardo. Ora che l’uso in genere delle ipotesi nelle scienze sia utile
all'investigazione dei fenomeni della na- tura e il loro valore metodico sicuro
non è seriamente contestato dalla critica (1). (1) Il Masci nella seconda
edizione della sua Logica riveduta e corretta (1910) ha fatto un'importante
aggiunta circa l’uso e il valore delle ipotesi nelle scienze, esaminando
criticamente le obiezjoni più recenti formulate dai logici e dai naturalisti
(Cfr. Prefaz. alla seconda edizione). Nella sezione seconda al capo II trattando
del metodo deduttivo, si svolgono i punti seguenti: « $ II. Il pro- cedimento
deduttivo nelle scienze empiriche causali; suppone l’induzione an- terior>
delle leusi causali più semplici e consiste o in una riduzione o in una sintesi
Necessità della verificazione, pag. 422 — $ III. Il procedimento dedut- tivo da
ipotesi causali. Condizioni di ammissibilità delle ipotesi, ,p. 429 — f IV.
Condizioni di verificazione ; verificazione completa e incompleta, gradi di
ciascuna, esempi, p. 430 — $ V. Discussione delle critiche mosse all’uso delle
ipotesi. Importanza delle ipotesi e largo uso di esse in ogni ramo di scienze
come condizione del loro progresso ; condizioni soggettive ed oggettive delle
vere ipotesi scientifiche, p. 438 ». Ma la trattazione delle ipotesi non
compare nei capitoli dei metodi induttivi nei quali il MAScI introduce la
teoria dell'esperimento (Sezione II. Capo I) e la teoria dei così detti quattro
metodi induttivi per la ricerca sperimentale (ivi, Capo II). Il lettore vede
subito che la nostra trattazione differisce da quella del Masci pel modo di
concepire la teoria del metodo sperimentale, e conseguentemente la teoria delle
ipotesi causali. Noi consideriamo l’ipotesi-modello come chiave di volta del
metodo sperimentale. Riconosciamo col Masci « la necessità dell’integrazione
deduttiva per ricollegare le parti del procedimento induttivo, p. 414», ma non
subor- diniamo la teoria dell’esperimento alla teoria dei metodi induttivi,
anzi in- terpretiamo l’esperimento come una operazione prevalentemente
deduttiva benchè inseparabile dall’osservazione e dal momento preparatorio
dell’indu- zione che serve all’ideazione dell’ipotesi anticipata
dall’immaginazione o senza Quanto al negare la natura dell'esperimento come
sistema ipotetico-deduttivo costruito cr datis e il suo valore scientifico in
ordine alla sua capacità di metterci in possesso d’una legge universale e
necessaria contro il dubbio di D. Hume, delle due l'una: o negare quadratamente
il valore delle scienze fisiche, o provare che la determinazione scientifica
delle leggi causali non si fa per via dell’esperimento ma per altra via e
indicare quale. Ma nel primo caso bisognerebbe poter contestare il valore
scientifico delle ricerche sperimentali da Galileo ai giorni nostri, per
professare il canone fondamentale di tutti gli scettici. Im- presa vana per due
grandi ragioni, la prima perchè la storia delle verità scientifiche non si
distrugge col semplice proposito di volerla ignorare, la seconda perchè la
prova perentoria della riduzione della scienza fisica all’empiria manca. E non
vale addurre il dubbio di D. Hume, perchè Hume non distrugge Ga- lileo. Hume
invero non considera l'esperimento, insistendo sol- tanto sull’esperienza. Hume
nega l’idea di causa affermando che Se questa idea fosse possibile, dovrebbe
venire dall’esperienza. Ma siccome questa rivela solo i fatti o separati o in
successione e non mostra mai un legame necessario per cui un fatto si debba
considerare come effetto d’un altro, così egli conclude che l’idea di causa è una
illusione della nostra immaginazione, fondata sulla mera abitudine, cieca e
irragionevole della nostra esperien- za; e Hume nega anche il principio di
causalità. Hume, a pro- posito d’ una questione d’epistemologia speciale fa una
que- stione di gnoseologia generale; dove si fa questione di causalità
scientifica cioè di causalità legale egli fa questione di causalità prova o con
prova insufticiente cioè induttivamente. Così conveniamo col Masci sopra « la
deduttività del procedimento da ipotesi causali, 425 » che, a. parer nostro, è
il punto di maggior rilievo in questa teoria. Che poi si impie- ghi o no la
parola « modello » è questione secondaria. E sul fondo che ci importa di
convenire. Noi conserviamo per lo più il nome di ipotesi alle sup- posizioni puramente
mentali; \ipotesi è per noi una pura ideazione. Chia- miamo modello la
realizzazione pratica dell’ipotesi. Sicchè il modello è sempre un sistema
pratico, un’ipotesi esteriorizzata, anche se si riduca ad un sistema di simboli
astratti rappresentativi. È la traduzione dell’idea in simboli e l’or-
ganamento tecnico di questi in un sistema deduttivo ciò che caratterizza l’esi-
stenza reale del modello. In questo senso diciamo « modello » anche un’equa-
zione e la consideriamo come una macchina ipotetico-deduttiva qualunque.
filosofica. E lo stesso Kant non si preoccupa della determina- zione
scientifica dei rapporti causali, cioè resta ancora fuori dell’epistemologia.
Noi invece affrontiamo il problema causale sopra un campo che tanto Pempirismo,
quanto il razionalismo e lo stesso criticismo hanno a torto trascurato di
determinare. Questo avevamo in mente di affermare dicendo che Hume non
distrugge (Galileo. Nel secondo caso l’insinuazione contro l’esperimento è vana
perchè bisognerebbe provare che da Galileo ad Hertz la determi- nazione
scientifica delle leggi causali non è stata fatta col mezzo dell'esperimento ma
per altra via e indicar quale. Se ciò fosse vero bisognerebbe dire che Galileo
non trovò mezzo più actoncio per riuscire all'intento, che quello di aggirarsi
in un perpetuo errore sulla natura di quelle sensate esperienze, di quelle mac-
cine, di quelle dimostrazioni necessarie alle quali fa incessante ed esclusivo
ricorso nelle sue immortali ricerche. Sofistiche sono pure le ragioni per le
quali si potrebbe ritenere che la scoperta scientifica delle leggi causali sia
stata fatta e si faccia per altra via, perchè o sarebbe questa l’esperienza sia
esterna sia interna e allora si cadrebbe nell'empirismo, o sarebbe la ragione e
allora si cadrebbe nel razionalismo, sistemi questi che in una col criticisino,
mostrammo inetti alla ricerca scientifica delle cause per un vizio radicale.
Certo non bisogna. obliare che, se l'esperimento rende così validi servizi alla
scienza per la virtù ipotetico-deduttiva del modello, i modelli, che in fondo
sono una finzione anticipatrice dell'esperienza, non devono essere costruiti
per amore della fin- zione medesima. Sarebbe un’aberrazione funesta. La
fertilità delle ipotesi-modello è grandissima. Per esse riesce facile talora
scoprire tra i fenomeni fisici rapporti profondi che non si sospettavano punto.
Quante volte il sapiente uso ‘dei modelli ha fatto spuntare, nel campo della
scienza una messe prodigiosa di scoperte del più alto valore! Mille esempj
potreb- bero allegarsi con facilità, percorrendo la storia elle scienze. Più
tosto si tenga presente che l'aspetto tecnico del modello, il suo carattere in
grande parte arbitrario, la sua evidente co- modità, la sua vestizione
ordinariamente meccanica, la sua na- scita da cervelli immaginifici non devono
costituire un’objezione seria contro il suo legittimo impiego nel metodo
sperimentale. Immaginifici dal più al meno lo siamo un po’ tutti, e il più im-
portante è che lo sono e lo devono essere tutti i fisici sperimen- tatori,
perchè non si può escludere che l’unico sforzo d’ogni fisico non sia quello di
poter trasformare la causa ipotetica (che bisogna bene immaginare) in causa
vera. Non preoccupiamoci ora di stabilire le condizioni di ammissibilità, le
condizioni e il grado di verificazione delle ipotesi causali che furono
accennate altrove. L’essenziale è questo, che è assurdo opporre une raison de
non recevoir contro la teoria dei modelli dal momento che di ipotesi-modello le
scienze sperimentali nè prima nè oggi nè mai hanno potuto nè potrebbero fare a
meno (1). Gli spiriti sani e vigorosi non si lasciano ingannare dalle
apparenze. Essi sanno che i vantaggi del metodo dei modelli sono enormi. Chec-
chè si dica noi siamo sempre costretti a supporre, almeno in via provvisoria,
che la natura proceda come la nostra ragione e dobbiamo immaginare che proceda
in modo logico. L'analogia quindi dev'essere usata non già per fare
affermazioni apodit- tiche gratuitamente, ma per formulare sistemi ipotetici
dedut- tivi da verificare, provando e riprovando. Non abbiamo già posto la
razionalità e quindi l’intelligibilità della natura nel novero dei postulati
della fisica sperimentale? Il che importa che nello studio della natura
l'impiego delle ipotesi-modello nonchè stimiausi irrito e nullo, è necessario e
sommamente pre- zioso fin dai primi fondamenti. Così appresa limportanza dei
modelli causali come semplice serumento di ricerca e come ipotesi di lavoro
ravvisiamo infine un altro valore che sorpassa la portata fisica. « Tutte le
con- seguenze della teoria del calere, avverte il Boltzmann, anche quelle
appartenenti ai dominj più disparati, sono state confer- mate dall'esperienza:
si può anche dire che esse concordano stranamente fin nelle loro sfumature più
tenui col polso della natura )) (2). (1) « Quand on se refuse è choisir
’hypothèse pour guide, ha detto Gustave Le Bon, il faut se résigner è prendre
le hasard pour maître ». (2) BoLrzxmans, Veber die Unentbehrlichkeit der
Atomistik. Wiedemann's Annalen, Vol. LX, 1897, p. 243. Cfr. pure Lecons sur la
théorie des gaz. trad. Galotti et Bernard, II, Paris, 1905 p. VIII: (citato dal
MkvyERsoN, 0p. cit. 443). \ Il] Meverson nel citare questo passo, dopo d’aver riferito
an- ch'egli (appoggiando colla sua grande antorità la mia tesi) l'importante
principio di E. R. Hertz sull’impiego dei modelli per giungere a conoscere le
leggi della natura, giustamente con- eclude : «a torto perciò noi abbiamo
trattato le ipotesi causali come semplice strumento di ricerca... Esse sono
anche più che un’armatura destinata a scomparire quando l’edifizio è costrui-
to, esse hanno il loro valore proprio, esse corrispondono certo a qualcosa di
molto profondo e di molto essenziale nella natura stessa delle cose». Da ciò
mal si inferirebbe che la natura in- tima dei dati simbolici dei modelli abbia
qualche cosa di comune con la natura intima dei dati reali della natura. Questa
dottrina. è stata non di rado addebitata non solo ai sostenitori dei modelli in
genere ma sopratutto ii sostenitori dei modelli meccanici delle forme logiche:
(che però non sono volti alla ricerca delle Jeugi causali, ma solo a quella
delle leggi logiche). Onde si è spacciato che i costruttori dei modelli
ideofisici « con le ruote girevoli e le famose carrucole », invece di indagare
le pure relazioni formali si son logorato il cervello per fare della logica a
macchina! Ma questa è una pretta facezia la quale è smentita da un gruppo di
ragioni che non furono ancora ro- vesclate dagli oppositori (1). $ 10. — In
attesa pertanto che la critica dissipi i pesanti equìi- voci che si sono
addensati sopra questa teoria, facendo giustizia delle fantastiche aberrazioni
dell’intellettualismo ove si trovano, e riconoscendo la modesta verità che noi
sosteniamo a proposito dei modelli e di qualunque natura essi siano in ordine
alla teoria del metodo sperimentale, concludiamo affermando : in primo luogo,
che la veriticazione della legge cansale si ot- tiene quando è possibile
coll’esperimento, col quale si può, da un lato dedurre il reale, dall'altro
realizzare il deduttivo, donde si ricava che la verità sperimentale
propriamente consiste nella simultaneità della deduzione del reale e della
realizzazione del (1) Cfr. Sopra la critica filosofica delle scienze in Rivista
di filosofia deduttivo, in conformità della definizione posta nel Capo I, $ 1,
esigente la necessità e l’universalità di ragione e di fatto: in secondo luogo,
che il crescente accordo fra i postulati della fisica sperimentale, i risultati
dei sistemi ipotetico-deduttivi e i fenomeni fisici rafforza sempre più e
meglio la nostra convinzione filosofica sopra la logica della natura di cui ci
occuperemo nella sezione seconda, Applicazioni. | Partizione «delle ricerche. —
Art. I. Dottrina della doppia cansalità. — Art. II. Causalità psichica e sua
determinazione sperimentale — Art. III. Causalità storica e sua interpretazione
critica, La teoria qui proposta riceve schiarimento e vigore dalle ap-
plicazioni, Posta la relazione causale come la successione neces- saria di due
sistemi equivalenti, in conformità di quanto con irrefragabile certezza viene
appurato nel campo della fisica spe- rimentale, si domanda se si possa
riscontrare e provare scientifi- camente un tale nesso anche nei campi della
realtà non fisica cioè se la coscienza (sia individuale, sia sociale) abbia una
sna propria causalità. Nascono così prima 1 problemi gravissimi della causalità
psichica in sè e nei rapporti colla causalità fisica e poi quelli derivati
della causalità storico-sociale, che tratteremo or- dinatamente prima di
affrontare il problema ultimo della causa- lità metafisica (1). Ma per
procedere con ordine e chiarezza nella soluzione di questi problemi, è bene
dividere in tre parti la. ri- CeErctr, Cioè : | 1° indagare xe si possa
distinguere una doppia causalità (fisica e psichica), indicando eventualmente i
caratteri differen- (1) L'importanza scientifica e filosofica del problema
della causalità psichica è riconosciuta in tutta la sua vastità dal VILLA, il
quale scrive: « Quale va- lore ha pel mondo morale il problema della causalità
? Perchè infine la que- stione fondamentale è tutta qui; il problema della
conoscenza si confonde con quello della causalità, e la gran lotta che si
combatte nella cultura odierna gira tutta intorno a questo principio essenziale
». Ideal. mod. pag. ziali, appurare il
vero senso della dottrina e rispondere agli ar- gomenti contrarj (Art. I): 2°
indagare, nel caso affermativo, se anche la causalità psi- chica sia
suscettibile di determinazione sperimentale (Art. II); 5° indagare se nella
ricerca della causalità storica, dove alla . causa nel senso scientifico si
sostituisce -Ja causa nel senso pra- tico, rimanga almeno un canone generale di
orientazione (Art. III). [a ART. I. Dottrina della doppia causalità. $ |. Prova
di ragione e di fatto della doppia causalità. Senso e valore di que- sta tesi
conforme al principio dell’unità psicofisica del reale. Unita e psico- fisicità
d’ogni rapporto causale, Natura qualiquantitativa d'ogni fatto cono- scibile.
Potenziamento inverso di qualità e quantità. Passaggio dalla natura allo
spirito. Senso dell’azione causale reciproca. — è 2. Schiarimenti sulla
psicofisicità del reale. Rifiuto della teoria del Relimke. Concezione
qualiquan- titativa della realtà. Sua prova. — è 3. Caratteri differenziali,
Critica del dua- lismo. Teoria del De Sarlo. — è 4. Critica del fisiologismo
epifenomenistico. Teoria del Lugaro. Si conferma la tesi del senso relativo
delli doppia can- salità nell'unità psicofisica del reale. S1. — Abbiamo già
visto nella parte storica che il Wundt è stato il primo a tentare su vasta
scala e con veri intenti sistema- tici la teoria della doppia causalità, e come
egli sostenga che la causalità psichica, malgrado il suo intimo nesso colla
fisica, ne è tanto diversa quanto il punto di vista dell’esperienza imme-
“diata soggettiva. caratteristico della. psicologia è diverso da quello
dell'esperienza mediata astrattamente oggettiva caratte- ristico della scienza
naturale (1). Per conseguenza egli chiama sostanziale (per principio
ausiliario) e di carattere concettuale la causalità fisica, altuale invece e di
carattere intuitivo la cau- salità psichica. Malgrado divergenze radicali che
furono e sa- ranno indicate a suo tempo anche noi conveniamo sulla neces. sità
di distinguere nettamente una doppia causalità : fisica e psi- chica (2). (1)
Wunpr, Philos. Stud., X, 107 segg. (2) In Italia, anche il Masci, (nella più
volte citata Memoria : Il materialismo psicofisico, ITI, 11.) il De SarLo
(Psicologia e filosofia. Firenze, La « Cultura filosofica » Editrice, 1918, Vol.
I, vir, pag. 129-146), il ViLta (Za psicologia
l’erò la prova di ragione e di fatto è ben diversa. Invero, se- condo
noi, per giustificarla basta avvertire che la causalità nel senso scientifico
compare sempre dove si ha una successione tem- porale connessa ad una necessità
razionale di dune sistemi equi- ‘alenti. Ora in primo luogo risulta dalle
scienze fisiche speri- mentali che queste quattro condizioni: successione,
necessità, equivalenza, sistematicità, s'incontrano nella natura fisica, e in
secondo luogo non sì può negare che, almeno in teoria, si in- contrino anche
nella vita psichica, perchè anche questa è nel tempo e nella ragione ed è
suscettibile d'equivalenza e di siste- maticità. Dunque l'esistenza della
doppia causalità fisica e psi- chica è, secondo noi, teoricamente parlando,
fuori di dubbio. Resta però indispensabile fin d'ora comprendere bene il senso
e il valore di questa tesi. Vedemmo che il Wundt ritiene che la causalità in
ultima analisi è una, come uno è il fondo della real- tà, mentre lo
sdeppiamento non è che il risultato di un’astra- zione convenzionale. Anche
noi, che ammettiamo il principio dell'unità psicofisica del reale sulla traccia
del Masci (1), sosteniamo che la causalità è in ultima analisi costantemente
una e sempre psicofisica in ciascuno membro del rapporto causale cioè tanto
nella causa quanto nell’effetto, nel senso che il fisico e il psichico, essendo
inseparabili realmente, non devono considerarsi mai Vuno come Causa assoluta
dell'altro. E il rapporto causale medesimo che in fendo è realmente psitotisico
nella sua integrità. Ciò, secondo noi, non è che Vesigenza della natnra
qualiquantitativa d’ogni fatto conoscibile, cioè di quella necessità
conoscitiva che il Masci contemporanea, Torino, Bocca, 1899 (Cap. VID. accettano
nettamente la dot- trina della doppia causalità, pur movendo da principj
metafisici differenti. Il ViLra pone molto chiaramente il problema nei termini
seguenti: « Pare i molti che fuori della causalità naturale manchi pur nel
dominio dei fatti dello spirito ogni possibilità di vera spiegazione ». « Il
problema è come si vede della massima importanza : esso involge una delle
questioni più gravi della critica filosofica e scientifica: quella cioè del
valore conoscitivo di tutto quel sapere che si riconduce all'esperienza
immediata e interiore. E valida solo una forma della causalità ? quella
naturale o fisica ? E quale valore ha l’altra? » L'idealismo moderno, pag. 234.
(1) Vedi però la riserva fondamentale sull’interpretazione dell’unità nella
Sezione seconda, Capo primo, è 12, di questo volume. ha mostrato dominatrice
d'ogni pensiero (1). Noi insomma am- mettiamo che la separazione reale cioè
essenziale della doppia causalità sarebbe non meno assurda della indistinzione
mentale. Secondo noi la realtà è in punti diversi soggetta ad un poten-
ziamento psicofisico inverso di qualità e di quantità. Ogni mo- mento reale è
qualiquantitativo cioè psicofisico. Ma dove predo- mina l’astrazione della
quantità è la cosidetta natura (mondo esterno o fisico), dove predomina
Vastrazione della qualità è il così detto spirito (mondo interno o psichico).
Questa prepon- deranza d'astrazione può giungere a tal segno che dove è mas-
sima la quantità (ossia la considerazione astratta della quan- tità ivi sia
minima e trascurabile cioè empiricamente traseu- ratit eo quindi. praticamente
nulla la qualità (ossia la consi. ‘derazione astratta della qualità) e
viceversa. Da ciò deriva che le individuazioni fisiche e psichiche giungono
effettivamente a costituire diversi ordini di realtà. distinti per la forma più
o meno perfetta di individuazione (intensiva ed espansiva) degli elementi
astratti omonimi. Finchè gli stati psichici (sempre connessi, s'intende. a
stati fisici) non sono organizzati cioè costituiti in una cosclenza unica.
avente relativa autonomia e personalità, non esiste ancora lo spirito. Il
passaggio dall natura inferiore allo spirito avviene con graduale evoluzione
dalle forme elementari ed inferiori alle forme più complesse ed elevate. Questi
teoria, che rileviamo in massima parte dal Masci (2), sembra in tutto
rispondente alle esigenze della critica. Per essa comprendiamo come i mondi
superiori si rendano sempre più indipendenti dalle cendizioni e dalle leggi
della natura mate. riale, tanto che infine lo sviluppo ulteriore della realtà
si fa soprat tutt'altro fondamento e quindi con leggi diverse (3), ac-
quistando una potenza propria di organizzazione. Pensiamo in (1) Alludo a
quelli « necessità conoscitiva che domina, insieme, il pensiero comune e il
pensiero scientifico. per la quale la qualità e la quantità sono determinazioni
necessarie di tutto quello che esiste >», (Maser Quant. e mis. pag. 24). «
Come non è possibile alla mente pensare unit quantità reale che non sia
quantità di qualche cosa, così non è possibile pensare una qualità senza
quantità, » (M. op. cit., pag. 25). (2) Masci, Il materialismo psicofisico,
INI, pax. (3) Masci, ib. pag. 76. adind do 9 altri termini, che, quanto più è
complessa. la costituzione d’un essere, tanto più varia ed attiva sia l’azione
causale; ma che i gradi diversi di attualità della causalità, non vadano a
detri- mento della sua incontestabile continuità. In queste ipotesi non
possiamo per ora appellarci ad argomenti scientifici. Tuttavia ‘è necessario
prender partito sopra la questione dell’unità e della, dualità della causalità
non fosse che per avere un criterio rego- latore delle nostre esperienze. E noi
lo prendiamo affermando che, malgrado l’inscindibillità reale della qualità
dalla quan- tità, le individuazioni prevalentemente naturali o spirituali quan-
titative o qualitative, fisiche o psichiche, oggettive o soggettive, esterne o
interne, materiali o mentali, etc., possono influenzarsi e anche determinarsi
reciprocamente, come l’esperienza comune non può rifiutarsi di ammettere (1). $
2. — Occorre forse ancora una spiegazione. Non bisogna confondere la dottrina
dell’azione cansale reciproca tra spirito e corpo intesa nel senso della
causalità del fatto fisico puro sul fatte. psichico puro (dottrina che
rifiutiamo) colla dottrina dell’azione causale reciproca d’ogni fatto sempre in
realtà psi- cofisico (2) e solo in apparenza fisico o psichico secondo il grado
diverso di individuazione o d’astrazione prevalente rispetto alla nostra
esperienza. Con quest’ultima dottrina, che è la nostra, non si estende la
causalità a fenomeni fra loro sostanzialmente diversi, per la semplice ragione:
che in realtà non ci sono feno- meni tra loro sostanzialmente eterogenei,
costituenti dominj chinsi e impenetrabili. La relazione cansale medesima è di
na- tura qualiquantitativa; ma non già perchè stabilisca una im- (i) Vicca,
Ideal. mod., pag. 314. Il ViLLa è nettamente contrario alla teoria dell’azione
causale reciproca ira spirito e corpo, ma adduce imparzialmente contro la
propria tesi, buon numero di « fatti incontestabili a cui ln coscienza comune
sempre concederà gran fede » (pag. 314-6). Il MarcHEsiNI ritiene che «la
sensazione e lo stimolo ci si presentano sperimentalmente nel rap- porto di
effetto a causa, quantunque ci rimanga oscuro il momento del pas- saggio
dall’azione fisica al fatto psichico ». E aggiunge « non basta la differenza
dei caratteri rispettivi perchè si debba negare il rapporto di causalità tra
fatto fisico e fatto psichico ». (Il fatto minimo e la continuità naturale, in
Rivista di filos. e ped. - Ag.-Sett, 1899). (2) Il concetto sintetico della
realtà psicofisica fu sostenuto chiaramente anche dall’ArpIicò, Cfr. Il Vero,
Vol. 5° delle Op. filos. possibile equivalenza quantitativa fra una quantità
fisica fun- gente da causa e una qualità psichica fungente da effetto, o
viceversa. Nulla di tutto ciò : la cosidetta vita psichica secondo noi. è
anch’essa un fatto psicofisico, come la cosidetta natura tisica; benchè la
proporzione individuativa dei due processi sia diversa. In pratica continuiamo
a chiamare fisico o psichico “ioè che pare tale solo per l’inassegnabilità
empirica, in fondo pratica, del controtermine opposto. In ogni caso la
causalità sia prevalentemente fisica sia psichica si estende a rapporti di
ordine misto. Quindi non seguiamo il Rehmke il quale, con scarto arbitrario (e
ricavato, pare, dalla sola necessità di fare una nicchia alla sua erronea
nozione dell’azione reciproca), vuol trasportare la questione della reciprocità
sopra equivoci rapporti d'ordine misto, generando eosì una causalità nuova e
origi- nale (1). Nè pure vogliamo far passaggio dall’una serie all’altra, tanto
meno intendiamo convertire i processi coscienti in semplici fatti di quantità,
nè anche possiamo ritenere che «i processi della coscienza formino un sistema
chiuso in cui non vi sia posto se non per i fatti di pura qualità » (2). La
qualità, secondo noi, ha tanto a vedere colla quantità che non è possibile
pensare l'una senza pensare l’altra. Non serve replicare che questa con-
cozione qualiquantitativa della realtà ha solo valore metafisico, cioè deve
star chiusa nel campo della speculazione pura. Noi in- vece l'’adduciamo,
facendo appello a quella necessità conoscitiva della nostra mente che, come già
notammo sulle orme del Ma- sci, domina insieme il pensiero comune e il pensiero
scientifico. (1) Il rilievo di questa strana teoria del Reumke è dovuto al
VicLa, (Cfr. op. cit. pag. 317) il quale, con grande acume, confuta l’ipotesi
d'una terza cau- salità di ordine psicofisico, una causalità equivoca, che sia
di mezzo tra quelle, partecipando dei caratteri di ambedue. L'argomento più
solido che egli rivol- ge contro il Rehmke è « la difficoltà di dimostrare come
possa in realtà sus- sistere, data questa nuova possibilità, una serie interamente
fisica 0 umaltra interamente e schiettamente psichica. Nè si rimedia a tale
paralogismo ridu- cendo (come fa il REHMKE) il concetto dell’azione reciproca
alla pura succes- sione empiricamente data di due fenonemi di ordine diverso.
Ridotto a tale grado di generalità, il concetto di causa perde ogni valore
scientifico, e l’esi- me e la ricerca di esso non ha più alcun significato
notevole per la conoscenza » (pag 318). (2) VILLA I 1l concetto della realtà
psicofisica e la sua applicazione al con- cetto della doppia causalità, ben
lungi dunque dall’essere il prodotto di uno scambio errato tra un concetto
dell’esperienza comune, volgare, immediata e quello dell'elaborazione scientific:
e critita, è l’espressione inevitabile del fatto fondamentale della conoscenza
e della realtà. D'entrambe, perchè : da) se il fatto psichico fosse puramente
qualitativo, nei limiti della sensibilità specifica, allora le differenze di
quantità diven- terebbero differenze qualitative della. stessa qualità ; ciò
che è assurdo. Dunque il fatto psichico deve essere qualiquantitativo. b) se il
fatto fisico rele fosse puramente quantitativo, al- lora per un verso le
differenze di quantità diventerebbero mec noscibili, perchè non avrebbero la
proprietà di mettersi in re- lazione con noi (pesto che la qualità sia Ja
relazione delle cose con Lio): per Paltro verso esse stesse non potrebbero
essere, cioè diventerebbero impossibili realmente (cioè ivreali), perchè Ta
realtà non è (quello che è) se non a condizione d’essere pensata. Ne il fatto
fisico fosse puramente quantitativo, allora le diffe renze di quantità
sarebbero tanto inconoscibili quanto impossi. bili cioè irreali, ciò che è
assurdo. Dunque il fatto fisico deve essere qualiquantitativo. S3. — Rispetto
ai caratteri differenziali della causalità psi chica, circa le formazioni
psichiche e lo sviluppo psichico, dal punto di vista empirico accettiamo i
risultati del Wundt, esposti nel Vol. I (1). Questo punto di vista conduce
necessariamente all'abbandono della tesi del dualismo esclusivo che sostiene
Lassoluta indipen- denza. della causalità psichica. dalla fisica. (A questo.
propo. sito è doveroso ricordare che il De NSarlo, in vigorosa difesa (1) Il
Wuxpr afferma che la differenza fra la causalità fisica e la cansalità psichica
consiste in ciò, che quella è governata dal principio dell’equivalenza di causa
ed effetto, questa invece dal principio dell’accrescimento dei valori psichici.
Noi iccettiamo questa differenza dal punto di vista empirico perchè apparenza è
tale ; ma dal punto di vista teorico riteniamo che anche nella causalità fisica
il principio dell’equivalenza non escluda quello dell’accrescimento dei valori,
come anche nella causalità psichica questo non escluda quello. È una posizione
analoga a quella che sgorga dalla compatibilità delle due note del tempo e
della cquivalenza del dualismo spiritualistico, ritiene che «ogni forma di vita
psichica dalla più rudimentale alla più complicata, lungi dal presentarsi come
una successione seriale di stati, ci si pre- senta come risolubile in varj
cicli di fenomeni eterogenei fra loro » ma aventi « riferimento ad un centro
comune » (1). «E non basta: i due estremi della serie o del processo si trovano
con- nessi con termini assolutamente eterogenei in quanto questi non entrano a
far parte della coscienza individuale : lo stimolo sen- - soriale e il
movimento fisiologico sono qual cosa di estraneo . alla coscienza » (2). «
Nella causalità psichica si ha a che fare con un agente che permane attraverso
i mutamenti degli atti e delle funzioni e che non esaurisce la sua natura nelle
rela- zioni in cui sì può trovare con altri elementi della realtà. La causa in
tal caso ci appare non soltanto principio di azione tendente sempre al
raggiungimento di uno scopo, ma anche su- scettibile di accrescimento e di
sviluppo in guisa da poter es- sere considerata, almeno entro certi limiti,
fattura di sè stessa » (3). Infine «la causalità psichica genuina va distinta
da altre forme di causalità derivanti dai rapporti in cui Ja psiche, data la
sua particolare natura. necessariamente sì trova. La psiche da un canto è in
intima relazione coll'organismo, e dall’altro vive e si svolge in una rete di
rapporti con altre psichi. Di qui due altre forme di causalità, la causalità
psico-fisiologica € quella interpsichica » (4). Non credo di dover qui
rinnovare la discussione critica 1n- torno al dualismo per sostenere
all'incontro la tesì dell’unità psicofisica del reale a cui aderisco (5). Mi
limito soltanto a no- (1) DE Sarto, Psic. e Filos., I. pag. 130-131. (2) id.
ib., pag. 132. (3) id. ib. pag. 145. (4) id. ib. pag. 146. In modo limpidissimo
il De Sarto sostiene la tesi della determinabilità delle leggi causali
psicologiche affermando che «se per legge si deve intendere la corrispondenza.
esatta nelle variazioni di due serie di fenomeni, in modo che la semplice
dipendenza implichi la priorità logica di una serie (causa) rispetto all'altra
(effetto) non vi è ragione di negare la possibilità della determinazione delle
leggi nel campo psicologico. » (LI dati dell'esperienza psi- chica, Firenze,
1903, pag. 50). A questa tesi in quanto riconosce la causalità come sintesi di
successione cronologica e di necessità logica noi aderiamo comple- tamente.
(35) Rimandiamo i lettori alla critica esauriente del Mascr: Il materialismo
psicofisico, II. pag, 15-28, per la critica della sostanza semplice; pag.
79-126. 0] A. PastoRE — Il problema della causalità - tare che, sostenendo la
doppia causalità non intendo accettare il postulato della Psicologia
dualistica, il cui tratto più discutibile chiarito dal Masci è forse quello di
fare un’illazione (ingiusti- ticata) dalla duplicità dei fenomeni all
aduplicità degli enti (1). $ +. — E da vedere invece se la tesi della doppia
causalità non cada sotto i colpi di quel fisiologismo che considera la serie
psichica come un epifenomeno, e sostiene che solo nella serie fisiologica sia
applicabile il principio di causalità, pur ammet- tendo le azioni che il corpo
può esercitare sull’anima (2). Un argomento molto caro ai negatori della doppia
causalità è quello dell’assurdità dell’interazione causale fra anima e corpo
nel to che si voglia ammettere col dualismo la distinzione di una causalità
fisica e di una causalità psichica di natura radical mente diversa e tuttavia
infiuenzantisi a vicenda (3). Il Lugaro fa notare che, «se questa distinzione
rispondesse al vero sarebbe assurda ogni pretesa di costruire una psicologia
objettiva cioè nno studio naturalistico dell’attività di quegli organismi ani-
mali, compreso l’uomo, nei quali noi supponiamo fondatamente una coscienza. La
serie causale dei fenomeni objettivi sarebbe ad ogni istante intersecata e
scompigliata in modo non valuta- per la critica della doppia sostanza e del
modo di concepire il doppio rapporto secondo il dualismo critico. Inoltre circa
le tesi metafisiche della causa finale e della causa sui che sono importate
evidentemente dal dualismo si veda la Sezione seconda di questo volume. (1)
Masci, Il mat. psicof., IL pag. 83. (2) Questa posizione, che è classica peri
seguaci del materialismo psico-fisico fu ripresa recentemente, ma senza
proposito materialistico, dal LuGaro, nella importante recensione critica
dell’opera del De SaRLO: Psicologia e filosofia. Estratto dalla « Rivista di
Patologia nervosa e mentale » Nov.Dic. 1918. Il Lugaro aderisce in genere,
benchè con molte riserve, alla tesi d’un dua- lismo empirico. Però, se non
erro, la sua ‘posizione di fronte al monismo e al dua- lismo (che è molto
guardinga) mi sembra caratterizzata benissimo dal fatto che egli assume il
dualismo empirico come condizione di lavoro scientifico, cioò come un postulato
senza cui la conoscenza objettiva resterebbe praticamente im- possibile.
Vedemmo invero antecedentemente in questa stessa Sezione (Capo primo, $ 2°) che
è ovvio consentire alla scienza fisica la concezione realistica (limitata alla
credenza dell’esistenza degli oggetti esteriori indipendentemente dalla nostra
volontà) e insomma il dualismo empirico solo come ipotesi di la- voro. Entro
questi limiti la situazione del LuGaro è inattaccabile. Quel che esce da questi
limiti è la tesi dell’anima come riflesso passivo della realtà. (3) LuGaro bile
dalla serie causale psichica e ciò renderebbe impossibile ogni previsione »). «
Soltanto quando si è giunti a stabilire un nesso immancabile fra la coscienza e
certi fenomeni objettivi che sì svolgono nell'organismo e sopratutto nel
cervello (causalità psicofisiologica) e si è constatato che questi ultimi
obbediscono come fenomeni fisici alla necessità causale, soltanto allora si può
esser sicuri che anche nei fenomeni di coscienza c’è ordine e necessità, ma al
tempo stesso si riconosce che quest’ordine non fa che rispecchiare, con molte
lacune, l'ordine dei feno- meni organici, e che pertanto a questo dobbiamo
rivolgerci se vogliamo conoscere il vero determinismo della vita psichica »
(1). « Noi... sottintendiamo sempre, per qualunque fenomeno psi- chico, normale
o patologico, un’immancabile base organica e un inflessibile determinismo
fisiologico o patologico. Respingiamo invece decisamente ogni « psicogenesi »
che sì voglia conside- rare nel senso d'un’azione della coscienza o di qualche
« prin- cipio spirituale » sul corpo» (2). Insomma l’azione dell’anima sul
corpo è decisamente negata nel senso che l’anima, non es- sendo che un riflesso
passivo della realtà, non può in alcun modo influenzare il corso degli
avvenimenti fisicì (3). Se non che questa ripresa dell’epifenomenismo, con gli
usati argomenti dell’anima riflesso passivo, rispecchiamento lacunare della
serie organica, spettatrice inerte, eco, ombra, spuma della realtà non sembra
forse destinata © perdere omai la maggior parte del suo valore di fronte alla
critica mostrante l’insepara- bile unità psicofisica del reale? Chi lo nega,
deve provare che la quantità è pensabile senza la qualità, l'oggetto possibile
senza il soggetto, la scienza costruibile senza il pensiero. Ma questa prova
non può essere data dall’epifenomenismo, il quale non (1) LugaRo: op. cit., pag
$. Gli epifenomenisti, per rendere più intelligibile il loro punto di vista
circa il carattere lacunoso della serie psichica rispetto alla serie fisica, si
raffi- gurano le due serie come due tastiere parallele, tali che ai tasti della
serie fi- sica non corrispondono altrettanti tasti della serie psichica. Ora si
noti che la tesi della discontinuità psichica, almeno nel caso della
sensazione, verrà rove- sciata nell’Art. successivo al $ 4, dove si fornisce la
prova diretta della conti- nuità psichica, e v'è la risposta a qualunque altra
objezione consimile (ima- gine dei tasti), perchè il ragionamento fatto è
generalissimo. (2) Lucaro: op. cit., pag. 27. (3) Lucano : si fa un concetto
completo della realtà in quanto crede seria- mente di pigliare ogni oggetto
come una res data, senza il pen- siero. Per questo vizio d'origine, la sua
stessa confutazione del dualismo spiritualistico non può essere accettata senza
beneficio d’inventario. La grande objezione invero che si può muovere contro
gli epifenomenisti è appunto questa, che essi non potre)- bero intendere nonchè
spiegare il fenomeno oggettivo senza quell'epifenomeno soggettivo che
proclamano semplice imagine inefficace del soggetto. Essi se, come scienziati
vogliono prescin- dere da ogni ipotesi metafisica, hanno ragione dì non cercar
di vedere quanto sia di vero nel principio che gli oggetti son piut- tosto
prodotti del soggetto, almeno perciò che hanno di pensa- bile, come atferma
Kant. Ma allora perchè si compiacciono di satireggiare Hegel il quale afferma
che il mondo è opera del pen- siero? Di fronte a loro certi metafisici hanno un
bel dire che per il metafisico il mondo stesso, sotto il sno aspetto puramente
meccanico e fisico non è veramente altro se non un fenomeno 0 epifenomeno cioè
una rappresentazione nella coscienza d'un os- servatore (1). « Essi continuano
a ragionare come una lanterna cieca che projetta la sua luce sopra le cose e ne
mostra le appa. renze, ma lascia stare la propria natura, come quella delle
cose medesime, nella più completa oscurità » (2). Censurano la con cezione
sdoppiatrice del dualismo classico e non s’accorgono che la loro stessa
concezione dell'epifenomeno è un residuo del dua- lismo classico. Infatti se,
all'opposto della serie fisica, la serie psichica non è suscettibile d’azione
causale, è evidente che le due serie (fenomenica ed epifenomenica). sono dì natura
“adicalmente diversa perchè luna può cansare mentre Tal. tra non può: e questo
non è forse il pronunciato d’un pretto dualismo? Inoltre rimproverano ai
dualisti spiritnalisti so- stenitori dell’azione reciproca, di pretendere che
sia. vera Fassurda azione causale del non psichico sul fisico, ma non
pretendono essi stessi che sia vera la. portentosa trasforma. zione dum fatto
fisico in qualche cosa che non è più fisico, per. chè non è più causale cioè
nell'epifenomeno? Di qui il circolo (1) FovitLir: Le mouvement positiviste.
Paris, Alcan vizioso in cui si dibattono continuamente. Di più, se essi a buon
diritto rimproverano ai dnalisti dogmatici d’inserire un Hiatus nelle serie
delle cause perchè non dovranno alla loro volta es- sere rimproverati
d’inserire colla nullaggine dell'epitenomeno un hiatus incolmabile nella serie
reale degli effetti? L’epifeno- meno non è forse un effetto inerte, anzi
superfluo, anzi annichi- lantesi cansalmente, perché assolutamente incapace di
trasfor marsiì a sua volta in causa d'altro, e quindi un'eccezione al prin-
cipio della proporzionalità della causa all'effetto, una negazione ‘della legge
di inerzia fondamento dell'intelligibilità dei feno- meni naturali e dei
principj dell'indistruttibilità della materia e della persistenza della forza?
Contro i dualisti dogmatici che affermano il principio dell'interazione fra
anima e corpo, aldu- cendo. per esempio, che uno stimolo fisico produce un
fatto psichico (sensazione), e che un fatto psichico (volizione) produce un
fatto fisico (movimento), gli epifenomenisti dichiarano che per qualunque
fenomeno psichico si deve sottintendere un'imman- cabile base organica a cui
esclusivamente conferiscono capacità causativa. Ma perchè non ammettono la
reciproca? perchè non ri- conoscono che un'immagcabile base psichica si deve
sottintendere per qualunque fenomeno fisico ? Se credono che la presunta pro-
va dei dualisti sia solo apparente (giacchè dal non aver coscien- za del fatto
organico concomitante ad ogni fatto psichico non se ne può dedurre
l'inesistenza), non risulta forse ancora più evidente che la negazione della
qualità, sempre connessa ad ogni quantità, non può fondarsi sopra La prova.
della sua. inappa- Penzit? Se non sono in grado di offrire la prova empirica
del- l'immancabile base organica di qualunque fenomeno psichico, e ciò non
ostante si sentono costretti ad affermarla, non ci do- vranno forse dire per
quale ragione xi sentono in dovere di fare una illazione così ingiustificata.
dalla non apparenza. all’ine- sistenza della controparte psichica, dal momento
ehe questa. è, per definizione, non apparente? Sostengono la causalità chiusa
della serie fisica. perchè voglieno opporre una. barriera. insor- montabile
all'intrusione delle cause irreali. E d'aver questo fine hanno non una, ma
tutte le ragioni. Ma. se volessero star fe. deli alla realtà, dovrebbero
riconoscere che nna realtà fisica sen. za realtà psichica è una realtà irreale,
La loro immancabile base 102 SEZIONE I - CAPO VI fisica assolutamente apsichica
è un idolo creato dall’astrazione. Non ripeterò quello che ho già
precedentemente accennato nella critica al dualismo spiritualistico, cioè che
accettando la realtà non solo dell’elemento psichico ma anche del soggetto
spirituale avente coscienza di sè nel senso dell’unità psicofisica del reale,
non fa d’uopo accettare la tesi del dualismo vale a dire la sostanza oltre Tio,
secondo l'energica frase del Mascì (1). (ili epifenomenisti da questo lato non
avrebbero bisogno d’in- quietarsi. Certo il punto importantissimo anzi fondamentale
su cui si batteno con piena ragione è l'esclusione del valore causale d'ogni
superfetazione. Ma la serie psichica è forse tale? Certa- mente sono tanti gli
eccessi e gli equivoci della critica che la campagna contro l'epifenomenismo
potrebbe anche parere una difesa della vieta teoria della causalità fisica
della sostanza psi- chica che qui si combatte. Ma di questo pericolo non deve
preoc- ‘cuparsi troppo chi ha fede nel trionfo della verità o almeno di cio che
stima tale, e mantiene la sua fede appunto perchè pensa che la verità. la quale
sarebbe per fermo intonoscibile senza la serie psichica, non sia un valore
trascurabile cioè un epifeno- meno. Una superfetazione inefficace la serie
psichica? Ma non è forse un fatto psichico la nostra stessa ragione, che in
tanto costituisce la nostra superiorità su tutti gli esseri irragionevoli ?
Come ammetteremo incausale e superflua quell’idea (sempre connessa, s'intende
alla sua correlativa fisicità) la quale, a misura che tende e riesce a
idealizzarsi dentro di noi, tende e riesce a realizzarsi a tal segno da
produrre l’arte, la scienza medesima e la morale e infine il penziero immenso
di tutte le co- se, che è la filosofia ? In ultima analisi guardando a fondo la
posi:- zione degli epifenomenisti si vede che Terrore massimo in cui cadono è
d'essere infedeli al loro stesso positivismo. In vero non è forse positivamente
necessaria la coscienza per l'interpreta- zione scientifica dei fenomeni
oggettivi di cui fanno tanto caso? Come dunque ciò che è positivamente
necessario alla possibilità della scienza. sia al tempo stesso un epifenomeno
incausale di fronte alla stienza medesima è un problema straordinario di cui
solo gli epifenomenisti possiedono la soluzione. Non credo (1) Masci pertanto
di esagerare affermando che il pensiero degli epifeno- menisti è su questo
punto epifenomenico. Contro di loro bisogna fare appello alla necessità
costitutiva della nostra mente, la quale afferma che non è possibile pensare un
oggetto senza un soggetto e viceversa. E, con questo criterio, bisogna
modificare il senso della realtà e quindi della causalità. Bisogna ricono-
scere che il soggetto è tanto originale quanto l’oggetto, che il psichico è un
fattore causativo così essenziale come il fisico. Anzi bisogna riconoscere, in
omaggio alla legge dell’individua- zione progressiva della realtà sviluppantesi
verso la coscienza e l’autocoscienza, che il mentale è già una forma superiore
della realtà, perchè è il reale giunto alla coscienza di sè, e come tale è uno
dei fattori, se non il più importante, dell'evoluzione universale. Nessun
pensatore, per quanto epifenomenista, può supporre possibile una spiegazione
generale dell’universo, con annientamento del soggetto nell'oggetto, senza
commettere in annientamento del soggetto nell’oggetto, senza cadere in contra-
dizione. Così stando le cose, bisogna ristabilire la causalità nell’unità
psicofisica di tutta la realtà. La considerazione distinta della doppia
causalità deve restare, perchè ha gli stessi diritti della considerazione distinta
della natura e dello spirito che, malgrado la loro indistruttibile
psicofisicità, godono veramente d’una re- lativa autonomia ed esigono d’essere
riguardati come parti in- tegranti del reale. = === T=->*—===5>-_-=f S=
=_= =") = ——TT_=="|[ (0) Causalità psichica e sua determinazione
sperimentale. $ 1. Definizione della Psicologia scientifica. — $ 2. Esame di
due gruppi di diflicoltà contro la Psicologia sperimentale. Primo gruppo :
questione dell’o- mogeneità tra la misura e il misurato; questione della quantità
dei fatti psichici; questione dell’unità di misura Secondo gruppo: questione
dell’ap- plicrbilità dello sperimento alla Psicologia. — è 3. Nozioni
fondamentali. Concetto di fenomeno psichico. Concetto di connessione
psicolisica. Feno- meni psichici elementari. Concetto scientifico dell’unità di
misura dei feno- meni psichici (unità derivata). Come il fatto psichico resti
determinato du un mumero senza dimensioni fisiche. Come si lasci impregiudicata
qualsiasi ipotesi metafisica sulla natura delle condizioni speciali componenti
il sistema psicofisico. — è 4. Considerazione critica dei risultati finora
ottenuti col me- todo Weber-Feclner. Si difende l'impostazione scientifica del
metodo W.-F., dando prova della continuità della serie psichici. Si citano le
cinque inter- pretazioni critiche della legge di Feclhner. Si deduce che il
fenomeno psico- fisico è complesso e che quindi deve essere trattato nella sua
complessità. Si mostra che il difetto del metodo W.-F. consiste in ciò che,
nella formula ‘=k 18, la y non è suflicientemente determinata. — è 5. Punto di
vista superiore. Deduzione della formula di W.-F. come derivata parziale d’una
funzione più complessa, in cui alle variabili stimolo e sensazione. si ag-
siunge la reazione, Equazione fondamentale della psicofisica. Conseguenze : 1°
Derivate parziali; 2° Deduzione Quna legge psicofisica in correlazione «lla
lesse di Ohm. — $ 6. Nuovo programma di lavoro scientifico e conseguenze
filosofiche. — $ 7. Conclusione. S 1. — Esposta la teoria scientifica della
causalità nel campo della fisica, chiariti il senso e il valore della doppia
causalità, skimo in dovere di indagare se anche la causalità psichica sia
suscettibile di determinazione sperimentale (1). Questa inda- (1) Riteniamo che
l'applicabilità del metodo sperimentale alle scienze biolo- giche, dopo i
trionfi della fisiologia sperimentale. non abbia omai più bisogno d'essere
posta in discussione. Quinto questa applicazione sia importante si 106 SEZIONE
I - CAPO VI gine evidentemente riposa sull’ipotesi dell’indipendenza d’una
psicologia scientifica dalla filosofica. Affinchè la situazione di entrambe
risulti nettissima noi prendiamo le mosse appunto da questa ipotesi, e
senz'altro stabiliamo che, se la psicologia scien- titica è possibile, il suo oggetto
non può essere che la. determina- zione delle leggi della coscienza (1). Per
tale ipotesi è chiaro che la conoscenza della causalità psichica si risolve
nella conoscenza sperimentale di queste leggi. Le considerazioni seguenti ci
met- feranno in grado di decidere se questa definizione ipotetica si possa
trasformare in definizione vera. © S 2. — Conviene, ciò premesso, vedere se già
dall’indirizzo della psicologia che si afferma scientifica, nonchè dai
risultati rag- raccoglie facilmente notando che l’indagine sperimentale è già
messa così sulla vin dell’esplicazione causale della vita, intesa come
potenziamento progressivo di causalità o moltiplicazione della causalità degli
effetti. (1) Circa la def. della Psie. scient. (efr. ViLLa, Za psic. cont., Cap.
ID. Il Kigesow nettamente definisce la Psicologia come scienza delle funzioni
della coscienza. (Cfr. Della psicologia scientifica in Riv. di filos. Nov. Dic.
1918). Dove è appena da notare che, se per funzioni sintendano le espressioni
ana- litiche delle lesgi, la definizione del Kiesow raggiunge il massimo ?del
rigore. Stando a tale concetto, intendendo la Psicologia scientifica come
scienza natu- rale e propriamente della natura psichica al medesimo livello di
tutte le altre scienze naturali, la Psicologia sperimentale è irreducibile alla
Psicologia filo- sofica. D'altra parte, se si riflette che il concetto della
Psicologia sperimentale secondo i wundtiani non si può reggere prescindendo
dalla teoria filosofica dell’esperienza immediata, non si potrà fave a meno di
riconoscere la giustez- za del seguente apprezzamento del De Sarto. « Una
scienza che non ha a che fare con costruzioni ideali, vale a dire con prodotti
mediati della nostra men- te, ma con intuizioni dirette del reale, una scienza
che ci mette a contatto dei fatti vissuti oltre di cui è follia indagare, non
merita il nome di scienza essen- zialmente filosofica ? Che il Wundt se ne
renda o non se ne renda bene conto, il concetto che egli presenta della
Psicologia risente troppo del suo sistema di filosofia ; la sua Psicologia, a
parte i meriti di lui come uno dei fondatori della Psicologia sperimentale, è
Psicologia filosofica ». (DE Sarto, I dati dell’esp. psic. pag. 6). È insigne
merito del DE Sarto, e dell’ALiorta (La misura in psic. sperim.) aver sostenuto
e diffuso in Italia questo principio di capitale importanza, facendo una
posizione ben netta e determinata alla Psicologia sperimentale (che è scienza
analitica non filosofia) rispetto alla Psicologia filosofica (che è specula-
zione sintetica non scienza). Speriamo che il lettore si accorga che in questo
libro restiamo conseguenti a questa idea. Psicologia scientifica e Psicologia
filosofica son lavori che si trattano con principj e metodi e scopi diversi, e
con- seguono risultati irreducibili. La critica filosofica ha il dovere di
riconoscere e difendere i diritti d’entrambe. Questo criterio distintivo è la
spina dorsale di tutta la trattazione presente del problema della. causalità.
ART. II. - CAUSALITÀ PSICHICA 107 giunti, non sia possibile dedurre qualche
ragione che valga a provarne l’infondatezza, o che all'opposto permetta di
attribuirle un indubbio valore. Siccome le objezioni si presentano in folla, le
divideremo in due gruppi: il primo concernente le questioni strettamente connesse
alla misurabilità dei fatti psichici; il se- condo quelle connesse
all'applicabilità dello sperimento alla psicologia. L'analisi critica di queste
objezioni ci metterà in grado di determinare con esattezza i concetti di fatto
psichico, di rapporto psicofisico e dì legge causale della coscienza, fonda-
mentali alla psicologia scientifica. Superate queste difficoltà. cercheremo di
vedere se non sia possibile elevarcì ad un punto di vista superiore a quello di
Weber-Fechner. I. — Le objezioni del primo gruppo si possono ridurre alle se-
euenti : 1° L'introduzione della misura in psicologia è impossibile, perchè la
psicologia come scienza particolare non può far altro ‘che indicarci la maniera
(e i limiti) entro cui la realtà esterna suscita determinazioni particolari
della coscienza o la maniera (e i limiti) entro cui la realtà esterna sotto
l'azione di condizioni interne viene modificata più o meno direttamente. In
ogni caso rimane sempre insuperabile l'eterogeneità fra la misura e il mi-
surato, tanto grande quanto è l'abisso che divide il mondo fisico dal mondo
psichico: mentre la possibilità della misura richiede l'omogeneità o quanto
meno la traduzione una volta per tutte d'uno stato di coscienza in valori
numerici equivalenti, e questa equivalenza è impossibile. 2° I fatti psichici
hanno solo natura qualitativa ; quindi torna inutile avventurarsi
nell’eventuale ricerca della misura quanti- tativa di fatti la cui natura si
rifinta alla quantificazione. 53° L'unità di misura dei fenomeni psichici
qual'è proposta nel metodo Weber-Fechner non ha fondamento scientifico, perche
con essa, in luogo di misurare le sensazioni con gli stimoli, ef- fettivamente
non si misurano che stimoli con stimoli e quindi non sì esce mai fuori
dell'ordine fisico cioè degli stimoli, come l'esigerebbe una misura rivolta a
darci il valore della sensazione. Senonchè rispetto alla prima objezione non si
può e non si deve dimenticare che se essa valesse, se cioè la possibilità della
1()8 SEZIONE I - CAPO VI misura richiedesse l'omogeneità fra la misura e il
misurato, nessuna misura sclentifica sarebbe possibile. Che cosa sappiamo noi
positivamente della natura delle quantità che si incontrano nello studio dei
fenomeni fisici sottoposti a misura? Però ram- menta in un preziosissimo
rilievo Galileo Ferraris, «anche senza sapere in che cosa consista un dato
agente e senza fare sulla na: tura di esso alcuna ipotesi, noi possiamo
trattarlo come una grandezza misurabile ed esprimibile in numeri » (1). È
inutile ancora aggiungere che le misure psichiche pure saranno sempre
impossibili, perchè non potremo mai farle senza l'ajuto di fatti fixici. Per
ijuanto sia grande lVopera d'astrazione su cui si fonda tutto intiero il lavoro
propriamente scientifico, è innegabile che tutti i processi delle scienze
fisiche sono compiuti mediante le nostre funzioni intellettuali. Negare alla
psicologia scientifica la pessibilità della misura dei fatti psichici pel
pretesto che prestime una certa riduzione d'equivalenza tra fatti interni ed
esterni non sarebbe una ragione abbastanza legittima, perchè la contestata
riduzione d'equivalenza di certe sensazioni, sopratutto le visive, con certi
fatti di natura esteriore è tanto poco impos- sibile che si fa necessariamente
tutte le volte che il fisico, ad esempio, misura il peso con la bilancia o il
calore con la dilata- zione del mercurio, Queste misure invero sarebbero
impossibili senza la traduzione intermedia delle quantità esterne in fatti
interni per il gran fatto che tutte le misure fisiche sono misure psichiche, riducendosi
a sensazioni 0 percezioni. Quest'ultimo rilievo è dovuto al Wundt {1) e finora
nessuna replica valse a rovesciarlo. E come eseludere che misurare lo stimolo,
senza il minimo dubbio, significa misurare Tapprezzamento che noi fac- ciamo
dello stimolo? Concludendo su questo punto, siamo por- tati a ritenere che, se
le misure fisiche non sono impossibili (1) G. FerraRIS, Lezioni di
Elettrotecnica. I. Torino 1899, pag 21. (2) Wuxpr, Phil. Stud., I, 255 segg.
Veramente il W. aggiunge che ciò av- viene senza detrimento della condizione
imprescindibile d’ogni misura che è l'omogeneità fra la misura e il misurato
per il grande fatto che il mondo della realtà (misurato) e quello della
coscienza (misuratore) non sono eterogenei. Ma noi lasciamo da parte quest'ultimo
argomento come tesi di valore filosofico che non può essere addotta in sede
scientifici. seguendo il criterio del Dr SarLo (I dati delPesp. psic., pag. 7).
Soltanto crediamo necessario avvertire che le paure che nutrono i qualitatisti
di fronte all'introduzione in psicologia scien- benchè in fondo sl compiano con
Tajuto di fatti psichici, ana- logamente le misure psichiche non sono
impossibili benchè iu fondo si compiano con l’ajuto di fatti fisici. Ma resta
un ultimo argemento pel quale l'objezione della im- possibilità del calcolo
psicofisico, per la presunta eterogeneità dei termini delle equazioni
psicofisiche, perde definitivamente ogni valore. Ni può invero osservare che
qualnnque formula di termedinamica, come dice il nome, ha termini misurabili in
unità di calore e termini misurabili in unità di lavoro. Qualunque scienza,
salvo la geometria, ha, in questo senso della differente unità di misura, tutti
termini eterogenei. Nè mostrerebbe d'aver un concetto più giusto e adeguato
dell'omogeneità e dell'eteroge- neità chi affermasse che calore e lavoro e
simili sono tutti termini omogenei perchè quantitativi, laddove i fatti
psichici sono quali- tativi. Per affermare ciò non è forse necessario sapere in
che cosa consiste un dato agente, e fare sulla intima natura di esso un’ipotesi
metafisica ben determinata, mentre questa non è af- fatto necessaria alla
trattazione scientifica del fatto psichico come una grandezza misurabile ed
esprimibile in numeri? Invano adnnque gli avversarj ricorrono alla trita objezione
dell'etero. ceneità dei termini delle equazioni psicofisiche come sufficiente a
provare l'impossibilità scientifica del calcolo psicofisico, se l'omogeneità
non sussiste nei termini (variabili) delle equazioni fisico-matematiche. contro
ciò che essi amano credere ingenma- mente (1). tifica del calcolo degli stimoli
giudicati da essi quantitativi sono fondate sul pregiudizio che la realtà
fisica sia esclusivamente quantitativa, mentre ancora non si sa con precisione,
neanche dagli scienziati. quale sia la natura degli stimoli. Questa riserva è
confortata dal fatto (sempre troppo dimenticato) che il numero non è
quantitativo. Quantitativa è l'interpretazione fisica del numero
L’interpretazione psichica può anche non essere quantitativa, come non si può dire
quantitativa l’interpretazione musicale. Però il numero è sempre relativo. Ma
tutto ciò farà parte di future discussioni. (1) Non ignoro che si potrà
replicare : — sia pur vero, come voi affermate sulla nutorità di G. Ferraris,
che gli scienziati non hanno bisogno di sapere in che cosa consista un dato
agente fisico, nè di fare sulla natura di esso alcuna ipo- tesi; sia infine pur
vero che l'omogeneità non sussiste nei termini (variabili) delle equazioni
fisico-matematiche, tuttavia noi affermiamo che, mentre i fatti fisici si
lasciano trattare come grandezze misurabili ed esprimibili in numeri, per
contro i fatti psichici si ribellano assolutamente a questo trattamento.
Rispetto alla seconda questione, nulla ci autorizza ad asserire che luna
piuttosto che laltra ipotesi sulla natura qualitativa o quantitativa dei fatti
psichici sia verificata. La difficoltà di tapire il processo psicofisico è la
stessa nelle due ipotesi opposte. Per conto nostro invece ci sentiamo portati a
considerare come più fondata l'ipotesi della natura qualiquantitativa di tutto
il reale, appoggiandoci alla stessa necessità fondamentale che do- nima insieme
il mondo del conoscere e dell'essere (1). Ma Vim- portante da capire è che
tutte queste distinzioni, per.quanto utili nel loro campo, sono interamente
fuori della sfera d’appli- cazione dei metodi scientifivi, perchè sono
metafisiche (2). Più circospetta ma non più fondata è Paltra objezione che nega
la validità dell'unità di misura dei fenomeni psichici elementari quale è proposta
nel metodo Weber-Fechner (3). L'argomento più forte è già stato addotto: ma non
sarà superfluo uno schiari- mento maggiore. In verità, dice il Masci,
sintetizzando le cri. Perciò, anche senza voler fare sulla natura dei fatti
alcuna ipotesi, come in- segna G. Ferraris, noi ci limitiamo a prendere atto
della impossibilità scien- tifica di comporre nelle stesse equazioni fatti
trattabili e fatti intrattabili nu- mericamente. Feco tutto. — Se non che
questa replica pone in disparte la questione dell’omogencità, per sostituirvi
quella della trattabilità numerica dei fatti di qualsivoglia natura. Noi
possiamo dunque a buon diritto affermare che la prima objezione
(dell'’omogeneità) non ha valore. La nuova questione della trattabilità
numerica sarà esaminata nella risposta alla terza objezione; dove si vedrà che
gli avversaj ignorano il fecondo im- piego delle unità derivate, cioè l’uso
della determinazione mediata dei rapporti fanzionali nei fenomeni complessi. Se
si volesse portare la questione della omogeneità nel senso strettamente
fisico-matematico del calcolo delle dimen- sioni, si osservi che la questione è
stata appunto risolta con la nota alla for- mula [6] del $ 5. (1) Cfr. Art. I.
Dottrina della doppia causalità, $ 1. (2) Affermare che l'essenza dei fenomeni
psichici è costituita da un quid pu- ramente qualitativo e assolutamente sui
generis è pretta tesi metafisica. La psi- cologia scientifica non ha alcun
bisogno di pronunciarsi su questa tesì sen- tendosi interamente libera da
preconcetti, 11 ricercatore può per suo conto am- metterla o eseluderla a suo
agio. Neppure si richiede che dallo sperimenta tore venga negata alla coscienza
ogni attività subjettiva, per modo che essa venga ridotta i una pura e semplice
funzione dello stimolo presente esteriore. (Cfr. la risposta alle objezioni del
2° gruppo). (3) FecHNER, Elemente der Psychophysik, 2 voll., Leipzig, Breitkopf
und Hartel. 18551, 1SS92. — In Sachen der Psychophysik, 1877. — Revision der
Hauptpunkte der Psychophysik, 1882. — DeLBoeuer, Recherches théor. et erpérim.
sur la me- sure des sensations, Bruxelles tiche dei più competenti autori (1),
che cosa facciamo per trovare l'espressione numerica della legge di Weber?
Cerchiamo di scrivere il quoziente dell'intensità dello stimolo percettibile
per la soglia d’intensità dello stimolo. « La misura è dunque solo e sempre lo
stimolo ; e perciò non ci è luogo al paragone delle due misure, se l'una misura
(Jo stimolo) e Faltra non misura (la sen- sazione) » (2). Il passaggio dalla
misura fisica alla misura psi- chica nell'analisi matematica del fenomeno
Weber-Fechner non è dovuto che all’arbitrario presupposto che a stimoli minimi.
perchè minimi, corrispondano minime e quindi eguali sensazioni, e che quindi
gli aumenti minimi percettibili di stimolo si possano scambiare con gli aumenti
minimi di sensazione e questi allora possano considerarsi come unità eguali ben
determinate di sen- sazioni, capaci di comporsi in totalità superiori. Da
questo pun- to di vista, prosegue il Masci, si vede che la soluzione del pro-
blema (della misura della sensazione con lo stimolo) richiede- rebbe lo
stabilimento d’un rapporto di misure paragonabili in cui ciascuna delle misure
fosse presa a parte Ma questo compito nel caso Weber-Fechner è impossibile,
perchè non si ha che una sola misura, quella dello stimolo. Dunque, egli
conclude, la mi- sura Weber-Fechner non è valida e il problema proposto non è
risolto. Invece di trovare il difetto del metodo fechneriano nel fatto che F.,
mentre pretende di misurare sensazioni non misura che stimoli con stimoli,
altri, come il Delboeuff, sulla traccia del matematico anonimo ricordato dal
Ribot (3), ritiene che il difetto (1) Il Masci, che ha discusso minutamente il
problema in pregevoli memo- rie, ritiene che la fissazione d’un’unità di misura
objettiva invariabile e ben determinata sia impossibile (durata a parte). Cfr.
Sul senso del tempo, IR. Acc. Scienze morali e polit. Napoli, 1890. pag. 3-6. —
Quantità e misura dei feno- meni psichici, Memoria. Soc. Reale, Napoli, 1915. —
Della misura indiretta in psicologia, S. R. Napoli, 1916. Per le critiche
piurziali e generali della legge di Fechner da parte del Bern- stein, del
Brentano, del Langer, del Hering e del Delboeuff, Cfr. Risor, op. cit., pag.
!88 ss. ALIOTTA, op. cit., pag. 5-IIL — Per la critico della Psicofi- sica dal
punto di vista matematico cfr. P. TAaNNERY, Critique de la toi de Weber. Rev. plilos. 1°
jauv. 1884. Brnason, Essai sur les don. imm. de la consc., cap. I. (2) Masci, Sul senso del tempo,
pag. 7-11; Q.e m. pag. T-S: Psicol., pax. 40-45, (3) TH. Ripor, La psych.
allem. cont., Paris, Alcan consista nel fatto che F. effettivamente misura la
sensazione con l'eccitazione, cioè la sensazione interiore con un metro
esteriore. A_suo parere la sensazione dev'essere misurata colla sua unità.
naturale che non può essere che una sensazione. Ora, senza ricorrere ad altri
argomenti, perchè questi li rias- sumono tutti, cerchiamo di discernere il vero
valore dell’istanza contraria al tentativo di fissare un'unità di misura dei
fenomeni psichici cel metodo Weber-Fechner. Tutte le objezioni proposte servono
solo a provare che la sensazione sfida davvero ogni mi- sura quando questa si
voglia fare ricorrendo direttamente al solo stimolo, cioè pretendendo
senz'altro di sostituire un’unità fisica ad un'unità psichica. Evidentemente un
tale metodo erroneo equivarrebbe in fisica a misurare ad es. lavoro con
caloria, 0 pressione con volume. Ma, già nei fenomeni complessi della fisica,
Vumità di misura in generale è un valore d'un rapporto costante, uni grandezza
cioè che viene dedotta come quantità algebrica dal valore di certe variabili e
dalla natura delle funzioni in cui queste compajono (1). Ad es., se scriviamo:
p= cost 1 cl (equazione d'una politro- pica), essendo p pressione e e volume
specifici, non sì conclude che misuriamo la pressione col volume dal fatto che
misuriamo Il volume con Tunità di volume. Analogamente, se Fechner (posto B lo
stimolo, di Vincere. mento di stimolo, Y la sensazione e dy il suo incremento
cor- rispondente it d3), si serve dello stimolo minimo solamente per stabilire
un numero che rappresenta in grandezza lo stimolo, e (1) Sulla questione
dell'unità di misura in questi fenomeni complessi ci ri- feriamo ancora
essenzialmente al concetto di Galileo Ferraris, il quale pre- messa la nozione
delle unità empiriche ed arbitrarie, dice : « Si può ancora defi- nire un’unità
di misura per mezzo delle relazioni matematiche che passano fra quella ed altre
unità di natura diversa già precedentemente stabilite. Le unità così definite
si dicono derivate : rispetto ad esse le unità prima stabilite si dicono
fondamentali. Nel definire le unità di misura per un dato sistema di grandezze
si potrà scegliere un certo numero di unità empiriche fondamentali, e da queste
delurre tutte le altre come unità derivate ». (G. FrrRAnIS, 0p. cit., Append.
pag. 409). Questa def. del concetto scientifico di unità di misura ci dispensa
dal tener conto di quell'idea tanto erronea quanto diffusa che il nu- mero
esprima la grandezza assoluta di ciò che misura. Così molti credono an- cora
che lo zero del termometro indichi il punto di divisione tra il freddo e il
caldo... e —__-/_1l1e=e_=ee=e _
—_——nn_t22__u }r t nn uu ul. Il poi dalla relazione differenziale dy — pali ricava
un numero y cioè yx=kl]g8non si può dire che egli misuri l'intensità della
sensa- zione con lo stimolo, ma solamente che misura lo stimolo con l’unità di
stimolo e che ricava il numero y da % e ]g 3. Ciò posto, objettare alla
dottrina Weber-Fechner (1) che per essa la misura pretesa della qualità di
sensazione sia sempre e solo lo stimolo, equivale a mostrare di non avere bene
compreso il significato e il valore dell'unità di misura nelle mi- sure
derivate dei fenomeni complessi, com'è il caso dei fenomeni psichici.
L'essenziale invero che bisogna capire in questo pro- blema è che per trovare
il valore dell’intensità della sensazione non è necessario fissar prima per la
sensazione alcuna unità di misura, dovendo questa essere determinata in
grandezza come quantità algebrica, dal solo rapporto costante delle sue
variabili indipendentemente dal modo di misurarla. Insomma, giova ripe- terlo,
l’unità di misura di questi fenomeni complessi non è già un pezzo di stimolo ma
un valore speciale della relazione costante che passa fra le variabili del
processo psicofisico. E ciò che dimenticano quei psicologi i quali credono che
col- l'introduzione d'un’unità di misura i fenomeni psichici debbano è . 3 î va
p (1) La prima formula fondamentale di FECHNER è dy — a (essendo lo stimolo
iniziale, li sensazione, dy incremento di sensazione df l’incremento di
stimolo, k la costante di proporzionalità), donde, integrando, si ha y = Xlgf
(Elem. d. psych.. II, pag. 9-10). Nel Masci (Psic., pag. 41), certo per una
svista, sj sostituisce la sensazione S all’aumento di sensazione d$S; perciò la
formula . ds ds l di F. che (essendo Bf — sf =$) è ds = "x diventa =;
Questa sostitu- zione è forse il vizio d'origine di tutta l’incompvensibilità
della trattazione - critica del Masci, insistente sopra la unità assoluta della
sensazione. Invero, proseguendo, il M. afferma « che VPunità qassoluta della
sensazione ($) dovrà essere rappresentata dal quoziente dell’intensità dello
stimolo percettibile (s) 8 per la soglia d’intensità dello stimolo (3); ...
donde la formula S = 4 log ie (pag. 43). Ora affermare ciò equivale a togliere
ogni senso alla formula di F. Infatti in essa X è una costante, o è una
costante, se S fosse l’unità di sensa- zione, cioè una costante, anche s
avrebbe un valore unico e costante e la for- mula non ci direbbe più nulla. È
evidente che la confusione di s con ds non è meno erronea della confusione di S
con dS. S deve essere invece una varia- bile in funzione di s e non può quindi
essere «l’unità assoluta della sensa- zione » cioè una costante. A. P. — Il
problema della causalità - Vol, II. 8 114 SEZIONE I - CAPO VI essere
materializzati e numerati direttamente quasi come granelli di sabbia
concorrenti a formare un mucchio (1). Finalmente va notato il carattere
arbitrario dell'unità di mi- “sura, giacchè questa è la condizione che ci
permette di ottenere algebricamente la quantità del fenomeno in questione
indipen- dentemente dalla sua unità specifica cioè non ostante la diffe- renza
di qualità del numero che esprime il rapporto, rispetto alla qualità dei termini
che compajono in esso. In sostanza adun- que le objezioni del primo gruppo non
resistono alla prova. della critica. II. — Passiamo alle objezioni del secondo
gruppo. L’idea di negare l'applicabilità dello sperimento alla Psicologia si
riduce al tentativo di escludere che la quantità dei fenomeni psichici si possa
determinare scientificamente in modo diverso da quello che ci è noto
nell'esperienza. È un fatto innegabile, si dice, che i fenomeni psichici, come
oggetti della nostra esperienza imme- diata e diretta, non sono appresi
esternamente, ma vissuti nella loro intima essenza qualitativa dentro la nostra
coscienza (2). Quindi erroneamente si conclude che la scienza sperimentale, non
potendo viverli, come fa la coscienza, non li può debitamente determinare. Ma
il progresso delle scienze dovrebbe omai avere sfatato puest'opinione, nata
nell'infanzia della critica. Nessun epistemologo eggidì ardisce più supporre
che il compito della scienza sia quello dell'esperienza perchè fra Valtro
questo è im- mediato, quello invece è mediato. Quindi, passando al caso no-
stro, si deve concludere che le quantità dei fatti psichici — agli scopi d'una
ricerca sperimentale — devono essere calcolate me- diatamente in molo conforme
alle esigenze della scienza e non vissute immediatamente conforme alle esigenze
della coscienza. (1) Giustamente il De Saro ricorda che i momenti della vita
psichica non sj aggregano, non si aggiungono gli uni agli altri quasi come
granelli di sab- bia concorrenti a formare un mucchio o anche come le pietre
d’un edificio messe le une sopra o accanto alle altre, perchè «in ciascuna
manifestazione della vita psichica si riflette in certa maniera lo sviluppo che
ha già raggiun- to tutta l’anima. Una volta arrivati ad un determinato stadio –
H. P. GRICE STAGE, FASE di evoluzione non è possibile ottenere più lo stato
rudimentale genuino primitivamente at- traversato. E questa una delle
particolarità della funzionalità e costituzione dello spirito, della quale va
tenuto conto. DE Sarto, I dati ete., pag. 223. (2) Masci, Quant. e mis., Questa
ultima ci darà a suo modo la misura quantitativa dei fatti psichiti. Ammettiamo
anche che ci possa fornire una misura «relativa al più e al meno, in definitiva
all'eccesso e al difet- to» (11. Ma la psicologia, come scienza esatta cioè
come cono- scenza delle leggi dei fatti psichici, richiede altro. E lo
scienzato ‘adrebbe in errore se si lasciasse trascinare dal miraggio di voler
vivere sensibilmente e direttamente i fatti psichici nella loro essenza qualitativa,
invece di star fermo al suo preciso dovere di determinarne mediatamente le
leggi causali. Inutili del resto son tutti gli sforzi che fanno gli apologisti
dell'intimismo per provare che i fatti fisici si possono studiare
coll'esperimento, perchè sono quantitativi. Già lo vedemmo nella rispesta
all'objezione precedente. Se cominciamo a considerare che la qualità e la
quantità sono determinazioni necessarie di tutto quello che esiste, ci
vonvinciamo più tosto facilmente che ogni fatto fisico (ritenuto quantitativo)
è pure insieme qualita- tivo; come ogni fatto psichico (ritenuto qualitativo) è
pure in- sieme quantitativo. È impossibile pensare che questo principio non
assegni un senso e un valore di qualità e di quantità ai rap- porti causali
della realtà nonchè allo stesso sperimento, in quanto ska valido a
determinarli. Ma questo depone già a favore del- l'applicabilità dello
sperimento alla Psicologia, visto che il mon- do psichico e il mondo fisico
sono entrambi qualiquantitativi, salvo la differenza della proporzione. Questo,
in altri termini, significa che, se non è illusoria la ricerca sperimentale per
quei tatti qualiquantitativi che diciamo fisici, non si vede perchè do- vrebbe
essere a dirittura impossibile per i fatti psichici che non sono meno
qualiquantitativi di quelli. Il Masci però fa osservare che «nella conoscenza
dei fatti na- turali. il ragionamento quantitativo è essenziale, e la qualità
“del fenomeno è in qualele modo subordipata alla quantità » mentre «non e così
pei fenomeni psichici ». « Questi sono oggetti della nostra esperienza
immediata e diretta: sono fatti non ap- presi esternamente ma vissuti (2) nella
loro essenza qualitativa; (1) M. op. cit., pag. 39. l (2) Sopra questa vecchia
objezione dei fatti psichici refrattarj allo studio mediato della scienza,
perchè vissuti immediatamente nella coscienza si può aggiungere che, se
l’objezione valesse, ogni conoscenza mediata nonchè scien- e perciò le leggi
quantitative sono relativamente poco importanti e poco significative per la loro
conoscenza ». « Pei fenomeni esterni la legge quantitativa... ci dà quasi il
tutto della cono- scenza del fenomeno ». « Pel fenomeno psichico la legge
quanti- tativa, quando è possibile assegnarla (e ciò accade sempre in relazione
al fenomeno esterno), ci dice poco o nulla » (1). Ma queste considerazioni ci
inducono solo a ritenere che quanto è meno evidente la qualità e più evidente
la quantità dei fatti fisici nella natura, tanto sia meno evidente la quantità
e più evidente la qualità dei fatti psichici nella coscienza. Questo prin-
cipio che enunciamo qui di passaggio esprime forse la legge fon- damentale
della duplice ed una realtà. Ma ora non è il caso di ipsistervi più a lungo
perchè l’interesse della nostra discussione attuale non è questo. L’importante
invece è di constatare che nello studio dei fatti qualiquantitativi della
natura fisica, la presenza benchè minima in apparenza della qualità non
ostacola l’impiego dello speri- mento. Si potrebbe dire che ciò deriva appunto
dal fatto che la presenza della qualità nella natura fisica è ridotta ai minimi
ter- mini, e che quindi l'esperimento, per la sua tecnica esterna e
quantitativa, ha buon giuoco nell’indagine dei processi preva- lentemente
esterni e quantitativi. Ma anche questo fatto, se pur tosse vero, non avrebbe
importanza : perchè l’errore è di credere che l’esperimento sia un processo
tecnico esclusivamente esterno, quantitativo e oggettificante. L'esperimento
invece non sarebbe possibile se non fosse esso medesimo un metodo
qualiquantita- tivo, come quello che riesce ad assicurarci una verità di
ragione e di fatto concernente la successione temporale e la necessità
‘razionale dei fatti, e non lo potrebbe se non fosse la fortunata combinazione
metodica dell’osservazione empirica e della dedu- zione logica. Ma dunque, se
l’esperimento stesso è un metodo qualiquanti- tativo, non si vede perchè non
potrebbe essere suscettibile d’una applicazione congruente colla realtà
qualiquantitativa dei fatti psichici. tifica sarebbe impossibile. Si vede che l’objezione,
sotto la maschera d'un’osser- vazione psicologica delicata, si risolve nella
pretesa che la funzione della co- noscenza sia una mera constatazione empirica
dei fatti vissuti immediatamente nella coscìenza. (1) Masci, Quant. e mis., Certo per verificare questa congruenza è
necessario che l’idea corrente dello sperimento sia rettificata. Ma questo è
bene, perchè l’idea corrente è troppo angusta come quella chie pretende ridurre
i spiegazione fisica e quantitativa ogni spiegazione sperimentale. Intanto
dobbiamo riconoscere che l'esperimento esso stesso non è un metodo
esclusivamente quantitativo, perchè è sintesi tecnic: di osservazione e di
deduzione. Inoltre neanche i fisici intendono arrogarsi la cognizione intera ed
assoluta della fisicità dei fatti così detti esterni per la semplice ragione
che l'esclusiva fisicità d'un fatto qualunque dal punto di vista filosofico è
un mito, € dal punto di vista scientifico non è certo una verità che si possa
dimostrare nè col calcolo nè coll’esperimento (1). D'altra parte il supporre
che l'applicazione del metodo spe- rimentale alla psicologia si possa ridurre
alla sola determina- zione esatta dei processi somatici esteriori che
accompagnano i processi psichici interiori è un tale assurdo che non può essere
pensato serlamente da un psicologo (2). Ed anche è d’uopo no- tare che, se la
Psicologia sperimentale si dovesse ridurre allo studio dei rapporti tra una
parte del così detto mondo esterno (cioè gli stimoli) e il mondo interno, come
avviene nel caso We- ber-Fechner. Fapplicazione sperimentale non avrebbe che un
giuoco limitatissimo. Del pari è certo che, come afferma il Villa, «quand'anche
fra una causa ed un effetto psichici (p. e. tra una (1) Pretendere che un fatto
sia esclusivamente fisico è dogmatismo metafi- sico! Se la fisica sperimentale
dovesse anzitutto appurare ciò, essa sarebbe impossibile. Ne citino gli
oppositori un fatto esclusivamente fisico, uno solo, provandolo là dove può
venir osservato e verificato ta'e in buona regola, e ci ricrederemo, Scienziati
e tilosofi famosi negano frattanto l’uso dell'esperimento in psicologia, perchè
assegnano alla psicologia sperimentale un compito im- possibile quello cioè di
determinare le leggi dei fatti esclusivamente psichici. Il loro errore è non
meno grave di quello che commettono i cattivi sperimen- tatori materialisti,
inchiodati nel pregiudizio antiscientifico della riducibilità di ogni atto
psichico a fatto fisico. Concordiamo quindi pienamente nella fortis- sima
critica che l'ALiorta fa contro il semplicismo sperimentalista. Acutamente egli
distingue i campi del «noseologo, del fisico e dello psicologo; riconosce
esistenza di fattori variabili del fenomeno psicofisico che non sono tali nel
problema fisico, e conclude ammettendo la possibilità d'una psicologia. speri-
mentale coordinata alle altre scienze della natura e indipendente da qualsiasi
considerazione filosofica. (Op. cit., I, vit, e Conclusione). (2) Sull’ougetto
e i limiti della Psicologia fisiologica efr. De Sarto, op. cit., pag. 25. | 118
SEZIONE I - CAPO VI impressione esteriore e una conseguente emozione) si
dimostrasse una perfetta equivalenza di energia fisica o fisiologica, tale ri-
sultato non avrebbe senso e valore alcuno per il fatto della co- scienza, che
vien sopratutto anzi esclusivamente determinato dal suo intimo valore
qualitativo » (1). Il senso e il valore d’un tale risultato non potrebbe
certamente interessare che il fatto della scienza. Ma se, come già avvertimmo,
l'insufficienza della scienza a dar senso e valore al fatto della coscienza è
incontestabile, non segue che la psicologia sperimentale si debba proporre di
ot- tenere il risultato della coscienza, perchè questa pretesa non avrebbe
senso. La cosa si deve pensare assai diversamente. Come c'è un me- todo adatto
allo studio della natura in cui la qualità è in qualche modo subordinata alla
quantità, così è logico che ci sia uno spe- rimento adatto allo studio della
coscienza in cui la quantità è in qualche modo subordinata alla qualità, cioè
in ragione in- versa di quello che si verifica nella natura esterna. Non è già
forse la coscienza stessa, che è pure prevalentemente qualitativa, adatta a
comprendere il mondo della natura fisica, che è pre- ralentemente quantitativo
? Sapere che i fatti psichici sono quan- titativi, benchè solo a loro modo cioè
solo relativamente al più e al meno e riconoscere la possibilità della loro
misura interna, cioè dentro la coscienza è un gran passo verso la verità. Ma,
se l'applicabilità dell'esperimento alla psicologia, teoricamente parlando, hi
ragion d'essere, l'indagine scientifica ha il dovere di proseguire con
l'impiego di tutti quei mezzi tecnici e anali. tici che stringono sempre più da
vicino la determinazione esatta delle funzioni della coscienza (2). senza
preoccuparsi delle fan- tasticherie dell'intimismo. (1) Vita, L’idealismo
moderno, pag. 293. (2) Alle objezioni suddette contro la possibilità della
Psicologia sperimentale si può aggiungere la seguente addotta dal FacGI che «
quanto all'osservazione dei fatti esterni, l'osservatore e lu cosa osservata
sono perfettamente distinti e indipendenti l’uno dall’altro...
Nell’osservazione interiore invece l'osservatore e l’osservato non sono
indipendenti l'uno dall'altro, perchè sono la stessa per- sona... > (A.
FaGGI. Prince. di psicologia moderna, Reber. Palermo, 19 7, pag. 23) Senonchè
li nevazione della perfetta indipendenza dell'osservatore e dell’os- servato
nell’osservazione interiore interessa solo chi vuol negare il principio della
relatività in tutti i casi, ma non chi l'atferma. Chi, come il Facci, am-
mette, una particolarità molto importante dei fatti interni o psichici, quella
” Ora siamo in grado di dare una forma meno intom- pleta e più generica alle
nozioni fondamentali della psicologia intesa come scienza esatta dei fatti e delle
leggi della coscienza, conforme alla definizione premessa nel $ 1 di questo
Art., salvo a renderle più compiute a mano a mano che allargheremo il campo
delle nostre cognizioni. Dicesi fenomeno psichico o fatto interno ogni stato di
esistenza o momento d'un atto che sia manifestazione di coscienza. Conveniamo
che qualsiasi fenomeno psichico o fatto interno non sfugge alla necessità di
svilupparsi conformemente alle con- dizioni del mondo fenomenico esterno che lo
rendono possibile. In altri termini riteniamo ammissibile, almeno fino a prova
con- traria, tutto un ordine, anzi, tutto un insieme di ordini di fatti esterni
che xi compiono in connessione reale coi fatti interni (connessione
psicofisica). FE evidente che la connessione psicofisica postulata qui non può
essere disordinata, sproporzionata, caotica. Infatti, se lo fosse dovremmo
ammettere un ordine in connessione con un disordine. Distinguiamo i fenomeni
psichici, benchè tutti complessi, in elementari e composti, secondo il grado
della loro complessità. Poniamo le sensazioni tra i fenomeni psichici meno
complessi, Cioè come fenomeni (relativamente) elementari. In conformità del
concetto scientifico di unità di misura dei fenomeni complessi, adotteremo per
unità di misura dei fatti psichici elementari un’unità derivata, non essendo le
sensazioni per loro natura misurabili con una unità empirica fondamen- cioè di
essere sempre accompagnati da fatti esteriori o fisiologici, (op. cit., pay.
29) non può negare che fatti interni e fatti esterni costituiscono un si-
stema, in owni caso d'osservazione. Ora come mai — data questa costante re-
lazione di accompagnamento — nell’osservazione esterna l'osservatore e la cosa
osservata siano perfettamente indipendenti, resta un mistero. Se due serie sono
in relazione qualunque. non si può dire che non abbiano alcuna relazio- ne. Nò
vale avviungere la ragione invocata per la distinzione della sensazione, del
sentimento e della reazione motrice e cioè che « se tre fatti diversi per
natura sono fra loro congiunti o inseparabili, non è giusto considerare il 2° e
il 3° come proprietà del 1° » (op. cit., pag. 79). Perchè se fa d’uopo
ammettere che i fatti di cui parliamo noi sono «tre momenti dello stesso fatto
e perciò non possiamo studiarli separatamente » (op. cit., pag. 73). questo
fatto unico costituisce pertanto un'unità, di cui i tre momenti rappresentano
le variabili dipendenti, e la ragione addotta diventa in questo caso
inapplicabile. 120 NEZIONE I - CAPO VI tale. Perciò non fa d'uopo la misura
immediata delle sovraposi- zioni delle parti, nè la sostituzione assurda della
quantità aila qualità, ma è sufficiente la determinazione mediata d’un rap-
porto funzionale. Dalle misure dello stimolo e delle altre va- riabili
impegnate nel processo psichico e dalla loro funzione re- sta derivatamente
definita la misura dei fenomeni interni non refrattarj alla conoscenza
sperimentale. Le leggi causali della coscienza non sono che l’espressione dei
rapporti di successione necessaria di questi fenomeni. Ciò premesso non sarà difficile
comprendere che, pel carattere scientifico del problema psicofisico, la
grandezza che misura derivatamente la sensazione non ci dà la natura di questa.
Nello sviluppo della ricerca si capirà che, pel concetto di sensazione adottato
nell’impostazione scientifica del problema psicofisico, non si sa nè sì può
misurare la grandezza della sensazione, ma solo la grandezza della sua
variazione tra due istanti (1). In que- sto senso, e almeno nei limiti
apprezzabili dei processi elemen- tari, la possibilità della deduzione
sperimentale di certi feno- meni psichici diventa un principio innegabile della
conoscenza. Posta su queste basi la psicologia scientifica è completamente
giustificata. La pretesa impossibilità di misurare i fatti psichici non ci
preoccupa più; inoltre il fatto psichico restando deter- minato da un numero
senza dimensioni fisiche, non si può affer- mare una grandezza fisica (Cfr. f
5). Neanche si può dire che con queste nozioni, che valgono di sicuro proemio
allo studio particolareggiato del primo ordine di fenomeni psichici, si faccia
allusione ad alcuna ipotesi metafisica sulla natura delle condi- (1) Con questa
frase non intendiamo pronunciarci favorevolmente alla tesì della variabilità
della sensazione come vita della coscienza. Dal punto di vista scientifico —
prescindendo cioè da ogni ipotesi sulla intima natura della sen- sazione —
conduce alle stesse conseguenze il dire « variazione continna dì una sensazione
» 0 « successione continua di sensazioni diverse ». La continuità della variazione
è il termine logico necessario per il nostro calcolo. L'imagine intuitiva di
questa continuità di variazione non può essere oggetto della psi- cologia come
scienza. Questa osservazione si riferisce alle critiche del GENTILE (Sommario
di Pedagogia, I, Bari, Laterza, pag. 47-48); rispetto alle quali note- remo
ancora come esse non sitno objezioni particolari contro la psicologia come
scienza, ma objezioni di carattere generale contro la scienza sperimen- tale.
Ed a queste si è già risposto. Esse non toccano quindi la psicologia, quando la
si voglia mantenere nei limiti, per gli scopi, col valore di una scienza
sperimentale, come crediamo d'avere sufficientemente precisato. zioni speciali
componenti il sistema psicofisico. Così non ha luo- go alcuna meccanizzazione
materialistica degli atti psichici per opera della psicologia sperimentale,
come nessuna separazione dualistica tra il fatto fisico e il fatto psichico. Nè
l’esagerato ma- terialismo, nè l’esagerato dualismo sono esigenze scientifiche.
La psicologia filosofica dal canto suo può benissimo conservare qualsiasi
ipotesi metafisica sia monistica (materialistica o idea- listica) sia
dualistica: e noi possiamo e vogliamo mantenerne salvi e integri tutti i
diritti. Come dell'intimità degli atti psi- Chici in quanto sono vissuti
immediatamente nella coscienza la scienza. esatta non si vuole nè si deve
interessare così la. filoso- fia non ha alcun bisogno di contestare la
possibilità dello studio del rapporto funzionale dei fatti psicofisici sia col
calcolo sia Coll'esperimento. t 4 — Dopo questi criterj gioverà considerare in
particolare i risultati ottenuti col metodo Weber-Fechner. Come già notammo, la
legge psicofisica Y= klgî-- cost. non è che l'integrazione dell'equazione
differenziale Avvertiamo anzitutto che, contro l'applicazione del calcolo
differenziale alla psicologia nella forma datale dal Fechner in- vano si cerca
di opporre il fatto della discontinmità della fun- zione che lega la serie
delle sensazioni con la serie degli stimoli perchè questo fatto non esiste. Si
dice che la funzione non è con- tinua (11. Per certo se le cose fossero così, i
termini dy e @3 che compajono nella formula del Fechner non avrebbero alcun
carattere di differenziale e le notazioni sarebbero del tutto ar- bitrarie, conseguentemente
la df = — non sarebbe integrabile, p onde infine crollerebbe tutto l'edificio
matematico che si vuole costruire sull'enunciato del Weber. (1) Per questa
objezione, cfr. ALIOTTA, La misura in psicologia sperimentale Ma c'è anzitutto
un argomento intuitivo in favore della conti- nuità psichica che deve essere
accettato come l'ipotesi più pro- babile fino a prova contraria. E noto che,
per affermare la di- scontinuità psichica, si invoca il fatto che ogni aumento
mini- mo di stimolo non produce sempre un aumento corrispondente di sensazione.
Ma non si avverte che questo fatto innegabile ci dà il diritto di supporre che
gli ammenti minimi di stimolo non giungono sempre alla soglia della coscienza,
come termini ade- guati a suscitare in essa la risposta corrispondente. E forse
non giungono perchè sono assorbiti dagli organi afferenti intermedj, ì quali
non propagano l'eccitazione al centro finchè, con una sufficiente quantità di
stimoli minimi, non sia vinta la loro cre- scente resistenza. IE, se gli
stimoli non giungono alla soglia della coscienza, sarebbe assurdo pretendere
che questa entrasse in funzione. Non rimane dunque che da fare la controprova.
A questo scopo, — procuriamoci una serie di stimoli d'intensità. crescente,
secondo la legge di Weber. Facciamoli cadere imme- diatamente uno dopo l'altro
sopra l'organo di senso corrispon- dente, in guisa che appena il primo stimolo
minimo abbia agito nel prlmo momento, immediatamente dopo sopraggiunga il se-
‘condo stimolo minimo nel secondo momento, corrispondente ap- punto a quella
quantità d'intensità che si richiede per vincere le resistenze dell'eccitazione
nervosa afferente, e così di seguito senza interruzione, per tutta la serie
preparata. Secondo la mas- sima probabilità si avrà una continuità psichica, la
cui inten- sità, se costante o crescente, non può essere affermata che col-
l'esperienza. Ne Largomento vale, (come crediamo, fino a prova contraria)
conviene supporre che noi abbiamo la discontinuità, nella serie delle
sensazioni, semplicemente perché non stimo- liamo la coscienza in modo continuo
e con stimoli adeguati. Adunque il fatto della discontinuità non dipende punto
dalla natura della serie psichica; altrimenti si finirà per pretendere che una
continuità psichica debba essere Tetfetto d'una discon- tinuità psicotisica.
Fino a prova contraria. siamo forzati a sup- porre che le risposte della
coscienza sono discontinue quando noi la stimoliamo psicofisicamente in modo
discontinuo. Chiarito questo argomento intuitivo, vediamo come la tesi della
continuità psichica si possa direttamente dimostrare. su 123 Sopra la retta x (fig. 1)
rappresentiamo con 1, 2, 3, 4, 5... la serie delle sensazioni distinte fra loro
per il minimo d’intensità. Gli intervalli 1-2, 2-3, 3-4, 4-5.... saranno le
minime differenze percettibili nella serie psichica. Sopra la retta y
rappresentiamo la serie continua degli stimoli indicando con 0, 0’) 0”, 0°,
0°”, 0°” gli stimoli in progressione geometrica corrispondenti alle sensa-
zioni 1, 2, 3, +... e segnamo con a dD c d e la cutva logaritmica secondo la
legge di Weber. Prendiamo ora sulla y due stimoli s e s'e siano, per esempio,
due diverse sfumature di rosso, la prima fra 0” e a”, la seconda tra o” eo””. È
chiaro che, se noi non riusciamo ad avvertire i punti e e d' situati nella
curva logaritmica tra c-d e d-c, ciò dipende dal fatto che le differenze 2-3 e
4-3" sono minori della minima differenza percettibile. Ma, se paragoniamo
la sfumatura s, compresa tra 0” e o” alla sfu- matura ss’ tra 0” e o”, in guisa
che tra i punti 2’ e 3‘, sulla 7, si stabilisca una differenza eguale alla
differenza minima percet- tibile in quell’intervallo, le due sfumature c’ e d’
diventano percettiîbili (1). E così si dica d'un altro punto tra 2’ e 2 parago-
(1) Si potrebbe objettare che è impossibile determinare il punto s al quale si
vuol riferive s' in quanto è uno dei punti non percepiti. Ma si osservi che gli
estremi 0” e 0” dell'intervallo che comprende s sono percepiti e sono pie-
namente determinati fisicamente. Quindi la determinazione fisica di s è possi-
bile. Se ora, fissato il soggetto con lo stimolo s (determinato fisicamente)
si et ra ai dii nandolo al
corrispondente tra 3’ e 3. In questo modo ripetendo l'operazione sulla. retta x
delle sensazioni otteniamo la stessa continuità come nella retta di punti, e in
essa possiamo far en- trare tutti i valori oggettivi della serie esterna degli
stimoli ; cioè possiamo concludere che alla continuità fisica degli stimoli
vorrisponde la continuità psichica delle sensazioni. Ciò posto, siccome la
legge W.-F. si basa su due ipotesi : 1° sull’equivalenza fra l'incremento della
sensazione e l’in- cremento dello stimolo (quest’ultimo proporzionale allo
stimolo preesistente) ; 2° sulla continuità nella serie della sensazione (per
condi- zione d'integrabilità) ; segue che, a buon diritto, con la prima ipotesi
si pone l’equa- zione differenziale del Fechner; con la seconda si trova la
legge del logaritmo. Nessuno può mettere in dubbio la scientificità di questa
im- postazione del problema (1) per cui si cerca che la y risulti de- sumenta
lo stimolo, diciamo che la variazione sarà avvertita in un punto ol- tre 0”.
Perchè, se la variazione fosse amcora avvertita in 0'”, non potendo la
differenza 8-0” essere avvertita come differenza, perchè minore della minima
percettibile bisognerebbe concludere che 0’ è un punto assoluto di percettibi-
lità e quindi che esistono punti assoluti di percettibilità, mentre la
percetti- bilità, dipende dalla differenza delle sfumature, Esprimiamo lo
stesso fatto di- cendo che non possiamo percepire le differenze minori della
minima differenza percettibile ; ma se tra due punti qualunque situati tra la
soglia e il vertice della coscienza possimno stabilire una differenza che sia
maggiore o uguale alla minima differenza percettibile, allora naturalmente la
differenza dev'essere percepita. Cioè, non è il valore assoluto d'uno stimolo
che è capace (0 inca- pace) di provocare un ammento di sensazione, ma è la
ditferenza relativa allo stimolo precedente. A sostegno della continuità
psichica possiuno ricordare un fatto noto e facilmente controllabile : la
continuità della visione cinematogra- tica. In questa all'ordine di successione
fisico, che è discontinuo, corrisponde uni sensazione continua: e che questa
non sia illusoria lo prova il fatto che può diventare discontinna quando
l'intervallo della discontinuità fisica superi la permanenza psicofisica. Cioè,
quando rendiamo discontinua la permanenza psi- cofisici diventa anche
discontinua la sensazione. Quando alla discontinuità fi- sica corrisponde
un'eccitazione psicofisica continua la sensazione è continua; quando alla
discontinuità fisica corrisponde una discontinuità psicofisica la sen- sizione
è pure discontinua. Quest'ultima osservazione risponde in particolare alla questione
posta nella nota (3) di pag. 9S. (1) Contro l'applicazione del calcolo
differenziale alla psicologia fu anche addotta l’objezione seguente: che il
calcolo non sarebbe possibile se gli acere- scimenti minimi percettibili di
sensazione non fossero esuali. Ma si può no- ” terminata in grandezza dalle
grandezze variabili che compon- gono il suo sistema. Però si può ancora
domandare se la y sia sufficientemente determinata da #]gf. La presenza stessa
delle varie interpretazioni che ha ricevuto la legge di Weber è una prova
innegabile che l’analisi dei sin- goli valori delle variabili non che della
forma del loro rapporto è ancora lungi dall’esattezza. Riassumiamole
rapidamente. 1* C’è in primo luogo l’interpretazione psicofisica del Fe- chner,
secondo cui la legge di W. esprimerebbe il rapporto fra l’attività corporea e
la psichica, restando un’incognita la rea- zione fisiologica intermedia (1). 2°
C'è in secondo Iuogo l’interpretazione fisiologica di G. E. Miiller sostenuta
pure dal Bernstein, dal Mach, dall’Ebbing- haus e dal James, secondo cui la
legge di W. esprimerebbe il rapporto tra lo stimolo e l'eccitazione nervosa, la
quale poi sta- rebbe con la sensazione in rapporto semplicemente proporzionale.
53° C'è in terzo Inogo Vinterpretazione psicologica del Wundt, secondo cul la
legge di W. esprimerebbe il rapporto delle sen- tare che l’integrazione dei dS
tutti eguali non è necessaria per l’integrabilità, in quanto i dS come termini
integrabili sono infinitesimi dello stesso ordine ima non della stessa grandezza.
L’infinitesimo non può paragonarsi ad un altro infinitesimo cone eguale in
grandezza nel senso delle quantità costanti e ti- nite perchè l’infinitesimo
del calcolo è Vl « infinitesimo potenziale » (Rivista di Matematica, I, pag.
182, BerTAzZI) « che si definisce come una quantità finita, e variabile e
tendente a zero » (id. pag. 175). L'eguaglianza quantitativa. che presuppongono
alcuni avversarj del calcolo psicofisico è l'eguaglianza ipotetica fra
infinitesimi attuali, e questo (Vinfinitesimo attuale) che ci appare come una
quantità costante, della stessa natura di 12, 13,.. 1m..:» (A. di M pag. 137,
Vivanti) non abbisogna al calcolo infinitesimale. (Id. pag. 182). In
particolare per la dimostrazione dell’impossibilità di segmenti infinitesimi
costanti, cfr. I. d. M. II, pag. 58. Praxo. Questa nota vale naturalmente anche
contro il Wundt, il quale crede necessaria l'eguaglianza dei 48. Rispetto alla
que- stione dell’esuaglianza dei minimi percettibili il FAGGI ha ben ragione di
non ve- dere la necessità delle eguali minime differenze percettibili. Invero
ciò che resta costante è il rapporto dei d$ agli incrementi di stimolo, ma non
costante quan- DS ds k titativamente ma formalmente. È l'ipotesi fondamentale
Chef [1], ove s ds. 8 varia. Ora Vintegrale della [1] qualunque siano $, s, #,
ma tali da conservare la relazione [1] fra di loro, è una formola logaritmica
indipendentemente dal- l'essere, oppure no, dS costante. Inoltre l’espressione
d$ costante (cioè un ditte- renziale costante) che significa ? (1) Trascuriamo
qui l’interpretazione metatisica del Fechner stesso, perché non influisce
sull’interpretazione scientifica. . sazioni con l'attività comparativa delle
sensazioni stesse cioè con l'appercezione, funzione centrale dello spirito che
giudica e paragona. 4* C'è in quarto luogo l'interpretazione psicofisiologica
del Delboentf, secondo cui la sensazione sarebbe la somma di una azione
fisiologica (eccitazione nervosa) e di una causa interna (azione centrale). i
5» Ci sono in quinto luogo le ricerche psicodinamiche del ‘Loeb, del Lehman,
del Féré, del Mosso e di altri (1) che studiano le relazioni dell'intensità
delle sensazioni con gli effetti dina- mici derivanti, misurando sia (con
esperienze al dinamometro) la deviazione notevole dell'ago provocata da forti
eccitazioni sen- sxoriali, sia (con esperienze al pletismografo) il cangiamento
di volume dei membri sotto Finfluenza delle eccitazioni periferi- che e delle
sensazioni. Queste ricerche autorizzano certo a pen- sare che, oltre alle
altre, l’interpretazione dinamica della legge di W. non è trascurabile.
Rispetto a quest'ultima interpretazione fa ancora d’uopo av- vertire che in uno
sperimento psicofisico corretto bisogna mi- surare con esattezza la quantità
della reazione, vale a dire non solo Vinizio dell'eccitazione muscolare ma
anche le variazioni quantitative di quei movimenti che, traverso le eccitazioni
ner- vose, centrali e muscolari, possono venire intensificate o meno- mate
dagli aumenti o dalle diminuzioni degli stimoli. Prendiamo alcuni esempj. Nia
da misurare l'intensità degli stimoli e delle reazioni nel caso d'una
sensazione Inminosa, cioè il primo e Y'ul- timo momento della serie. Allora le
variazioni d’intensità dello stimolo sono misurabili con un fotometro, le
variazioni d’inten- sità della reazione motoria sono segnalate, con tutta
evidenza, dalle contrazioni della pupilla che. com'è noto, in certi casì ed
entro certi limiti è un finissimo estesiometro (2). Nia invece da (1) Sulla
misura del fatto interno per la reazione motrice efr. anche HaNnRY Cir. Le contraste,
le rytme, la mesure, Revue plilos. 1889, II, 356, e Sur ne loi des reactions
psyco-motrices, 1890, II, 107. (2) E' vero che la pupilla serve meglio come istramento
segnalatore delle variazioni d'intensità delle sensazioni dolorifiche. Per le
sensazioni lumi- nose è d'ostacolo il fatto della sensibilità delliride stesso
alla luce. Ma an- zitutto non è diflicile ideare espedienti capaci di sottrarre
l'iride all’influenza della luce; poscia è possibile scegliere altre variazioni
reattive e anche pel caso misurare quantitativamente la durata d'una formazione
psichica (nel linguaggio wundtiano). Allora il procedimento ordinario per la
misura dei tempi di reazione dev'essere modificato. Infatti nelle misure
ordinarie di reazione si chiama tempo di reazione «il tempo decorrente
dall'azione dello stimolo allo scatto del movimento di reazione ). Ma non è
questo il tempo che si tratta di misurare nel caso nostro. Perchè si tratta
propriamente di misurare la rapidità del processo di reazione dal suo inizio al
suo termine, cioè la durata dell’azione responsiva, non solo dopo l’azione
dello stimolo, ma dopo lazione stessa della sensazione e l’inizio della
reazione muscolare (1). Bisogna dunque distin- suere la durata totale della
reazione dalla durata parziale della sola prima fase del movimento di reazione.
L’esame critico di queste cinque interpretazioni, più il rilievo alla quinta,
ci fa capire che il fenomeno psicofisico è un processo assai complesso che si
deve studiare nella sua totalità. Noi 1o analizzeremo considerandolo come
risultante di tre grandezze ‘fariabili : Vazione dello stimolo come eccitazione
centripeta nervosa, l'azione della sensazione come fatto psichico centrale,
l’azione della reazione come eccitazione centrifuga muscolare. Per la loro
intima connessione le tre fasi analitiche nella produ, zione della sensazione
debbono insieme manifestarsi nella loro correlazione globale ; e perciò non è
lecito affermare che piutto- sto VPuna che Paltra di queste forme si debba considerare
come la condizione necessaria di tutte le altre. Forse questa ipotesi
incontrerà a tutta prima le opposizioni di coloro che per ragioni dualistiche
stimano di dover porre un delle sensazioni luminose; infine lai reazione può
essere messa in evidenza stabilendo equivalenze intiticiali con opportuni
apparecchi (galvanometro Finthoven). (1) Si noti fin d'ora che nel metodo W.-F.
noi siamo avvertiti dell'avvenuta relazione tra sensazione e stimolo non già
dalla sensazione ma dalla segnala zione dell'avvenuta sensazione fatta per
ordinitrio mediante la pressione d'un tasto, — Così se si tratta, ind es. d'una
sensazione visiva, il movimento musco- lare compiuto dal reagente (movimento
del dito, o delle labbra, o con gli or- gani vocali, 0 con la lingua, 0 col
piede cce.) non è la reazione immediata mente connessa all'organo di senso
stimolato ; ma è solo un segnale convenuto tra sperimentatore e reagente
afbnchè sia possibile artificio dell'esperimento, Ed amche quando si conviene
di prendere come segnale un movimento di rea- abisso tra la sensazione e
l’eccitazione sia nervosa sia musco- lare (1). Forse ancora si opporrà che lo
stesso metodo Woeber- Fechner, insistendo solo sui due momenti dello stimolo e
della. sensazione, addita la possibilità che l'eccitazione muscolare e la
reazione esterna non siano considerate come condizioni neces- sarie delle
precedenti. Ma in primo luogo la considerazione integrale delle tre snd- dette
forme d'azione non cerca punto di sopprimere barriere tra la natura dei varj momenti,
nè di porle. Volendo essere una con- siderazione d'ordine scientifico, per essa
la natura intima o me- glio la genesi d'ogni forza può rimanere benissimo
impregiudi- cata, bastando che sia assunta soltanto come un determinabile. In
secondo luogo non è forse evidente che di fronte ad un pro- Cesso assal
complesso qual'è quello della nostra vita di relazione che si presenta come un
sistema di più variabili mutnamente dipendenti, il metodo che «i limita ad
isolare la relazione di due di esse senza tener conto del loro intimo nesso
colle altre non può essere destinato che a perdere valore? Identificare
l’attività di tutto il processo intercorrente dallo stimolo alla sensazione
alla reazione con due soli momenti ad esclusione del rimanente, non è come
localizzare la vita in una parte della vita? La sen- sazione ha senso e valore
in quanto si integra con tutte le con- dizioni ricettive elaborative e reattive
necessarie e sufficienti alla sua possibilità (2). zione immediatamente
connesso coll’organo di senso stimolato (così un movi- mento eseguito colle
palpebre nel ciso della sensazione visiva), la segnala- zione in questo caso
non è altro che l’avvertimento dell'inizio dell'atto reat- tivo esterno che
come grandezza variabile non viene misurato. Perciò quando col metodo W.-F.
pare che si sia stabilito direttamente il rap- porto dello stimolo colla
sensazione. in realtà si tiene conto del rapporto che intercede fra lo stimolo
e la segnalazione reattiva dell'avvenuta sensazione. Di qui risulta chiara
l’imperfezrione del metodo W.-F.; perchè questo effetti- vamente si vale della
segnalazione reattiva per prendere atto del rapporto tra Bey, ma poi nella
formula y=Klg3 non esprime tutti i dati del'processo psi- cofisico, in quanto
non tiene conto della reazione nonchè della segnalazione reattiva senza cui nen
potrebbe parlare di y come fatto compiuto. (1) « Tra l'eccitazione nervosa e la
sensazione. ecco Pabisso ». De Saro, I dati esp. ps., pag. 27. (2) Analogamente
si capisce che l’ostinazione dei psicologi antisperimenta- listi di voler
dissociare il fatto psichico da tutta la trama della natura am. biente (fisica
e fisiologica) è non solo un arbitrio dogmatico. ma un indirizzo che Infine
all’objezione che «la legge di Weber non ha un valore universale, che essa si applica
solamente ad alcune sensazioni e solo approssimativamente e dentro certi
limiti» (1) si può osservare in primo luogo che, essendo la psicologia
sperimentale una scienza applicativa, le sue leggi non possono nè vogliono
essere leggi pienamente valide fuorchè nel loro campo speciale determinato; in
secondo Inogo che le differenze di applicabilità ec Papprossimazione si
spiegano con Passenza d’una variabile e precisamente di quella che verrà
introdotta nel calcolo seguente ; in terzo luogo che i limiti, se sono i limiti
della sensibilità, sono i limiti più convenienti che si possano desiderare.
Riassumendo, Vimpostazione scientifica del metodo W.-F. è sicura e fondata
sulla prova duplice della continuità della serie psichica. La prima prova si
limita a render conto intuitivo della perdita per La sensazione duna parte
dell'energia dello stimolo, ditto il fatto delle minime differenze percepibili
(2). La seconda prova è diretta. Dalle cinque interpretazioni critiche della
legge di Fechner si deduce che il fenomeno psicofisico è assai com- plesso e
che quindi deve essere frattato nella sua integrità. Infine > men di
necessità alla negazione d'ogni possibile conoscenza della vita psi- chica,
Tutti i fatti in genere sono conoscibili solo per il loro carattere di rela-
tività. Questo rilievo è un'altra prova in favore dell'ipotesi globale in
armonia come ben s'intende, col postulato fondamentale della relatività.
Intorno alla stretta relazione dei tre momenti ; stimolo — sensazione — reai-
zione «i troveranno utili rilievi nella teoria dell'onda riflessa del Skror
(Zeoria fisiologica della percezione, Milano, 1SS1, pag. 9, 12, 16-17, 70-75).
Mi, lasciando sub judice Vipotesi dellonda riflessa, le sue ricerche rivolte a
spiegare il fatto della localizzazione e dell’oggetti vazione escono dallo
speciale campo trattato qui, perciò non offrono che il vantaggio Vun'analogia
generica. E non maggiore è il vantaggio che si potrà ricavare dal principio
wundtiamo della sintesi psi- chica associati vit. (1) Faggi, op. cit., pig.
106. (2) È opportuno notare che la ragione intuitiva dianzi riferita, in
sostegno della legittimità del calcolo. psicofisico viene rafforzata e
precisata dal prin- cipio delPITerbarT in quanto è pure constatazione intuitiva
del fatto del mi- nimum riscontrabile nel processo psicofisico. E noto che PIL
vuo! fondare la psicologia scientifica sulla matentatica. Il suo punto di
partenza è l'ipotesi della resistenza reciproca delle rappresentazioni fondata
sul fatto che Te rappresen- tazioni aumentano e diminuiscono di chiarezza, cioè
si elevano — come egli dice — e abbassano nella coscienza. Siccome le forze
colle quali Te singole rappresentazioni si mantengono più o meno nella
coscienza non sono misurit- bili fisicamente (per mezzo di movimento nello spazio),
così egli. stabilisce il A. PASTORE — Il problema della causalità - sì mostra.
che il difetto del metodo W.-F. consiste in ciò, che la y non è
sufficientemente determinata da X e dal Ig del rap- porto fra p e 0, cioè del
rapporto fra lo stimolo attuale e il va- lore di soglia dello stimolo. $ 5. —
Cerchiamo ora di elevarci ad un punto di vista seien- tifico superiore a quello
di Weber-Fechner. A tale scopo impo- steremo il problema psicofisico come
problema di calcolo (1). tenendo conto di quel maggior numero di fattori che
definisce completamente il processo e riducendo al minimo le ipotesi speciali.
Consideriamo due soggetti umani messi in attività da uno stesso stimolo A 8,
per effetto del quale si produca in uno di essi una variazione Ay e nell’altro
una variazione diversa Ay'’, pre- scindendo per ora dalla variazione Ag della
reazione g. Le diverse variazioni Ay, Ay' esprimono che nei due sistemi
psicofisici esiste una differenza. (psirhica-fisica) che possiamo principio che
la somma delle resistenze nella coscienza è in ogni istante il mi- nimo
possibile. (Cfr.
Psychologie als Wissenschaft neu gegriindet auf Erfahrung Metaphysilk und
Mathematik). Il lettore s'accorgerà
che il nuovo calcolo psicofisico che sarà svolto nel $ seguente ha
un'impostazione matematica ben diversa da quella svolta dalP’Her- bart col
principio del minimum, e si sviluppa in umaltra divezione, (1) La difficoltà di
applicare il calcolo ai fenomeni complessi della Psicologia sarebbe
insormontabile se il calcolo non si potesse fondare sopra un mizinene sicuro di
elementi numerici ricavati sperimentalmente, Ma per fortuna. noi possiamo
basarci sulla più semplice espressione della legge di Weber la cui
verificazione sperimentale, pur con quelle riserve che furono indicate al $ 4,
xi può considerare come sicura perchè, entro certi limiti, «indica una condi-
zione fondamentale dell’uso utile della sensibilità ». (Maser, Psie., pag. 42).
Nè si potrà objettare che questa base perde valore, perciò che noi stessi di-
mostriamo che la legge di W. non è che Pespressione parziale d’un fenomeno più
generale e che la formula di F. è l’espressione simbolica d'un caso parti-
colare d’una legge più generale. Invero il lettore fra poco vedrà che ci è pos
sibile precisare a quale condizione la teoria WF. esprima la realtà del rap-
porto stimolo-sensazione. Ciò posto, è evidente che la sicurezza del calcolo
psicofisico qui sviluppato, senza preoccupazione per ora della ulteriore con-
ferma sperimentale, dipende dal fatto che noi, senza pretendere punto d’affer-
mare una similitudine tra i fenomeni fisici e i psichici (la cui natura
lasciamo impregiudicata), posta come premessa logica la proporzionalità della
legge di W., ci contentianio solo di calcolare una relazione necessaria tra
fenomeni suc- cedentisi nel tempo. In questo caso, se il calcolo è ben fatto,
cioè se la rela- zione deduttiva tra le variabili snecessive è vera, Pulteriore
conferma ‘ speri- mentale diventa una questione di abilità tecnica, ad =
considerare come espressione di diversa forza psicofisica o di ‘diversa
suscettività (nell’ipotesi d’un’eguale attività fisiologica). Se chiamiamo
forza Ja causa incognita della variazione, pos- siamo dire che il A4y maggiore
è indice d'una forza psicofisica maggiore e cioè che la forza psicofisica è proporzionale
«Il in- cremento Ax a parità di incremento A8. Supponiamo ora di pro- vocare
nei due sistemi psicofisici uno stesso incremento Ay. È evidente che nel
sistema psicofisico di suscettività maggiore una forza minore produce
l'incremento Ay, e cioè che .la forca psico: fisica è inversamente
proporzionale allacerescimento Af. Combinando queste due leggi e indicando con
g la forza psi- cofisica si ha sus i e =" Ki I 1 ove c è una costante di
proporzionalità. La forza psicofisica. @ varia secondo la specie
dell'incremento 43, onde dipende da un coefficiente d dipendente dalla natma di
f e dalle condizioni attuali delPapparato psicofisico, e per la legge di Weber
è in- rersamente proporzionale allo stimolo preesistente. È quindi d | Tr È [2]
O d i onde per la [1], ponendo 7 = Losi Ia co [3] Ap p Lal Nella [3] Ay e A43
indicano incrementi. Essi possono quindi indicare gli accrescimenti minimi
percettibili di sensazione e ] corrispondenti accrescimenti di stimolo che Ii
provocano. Dal fatto che sono finiti gli accrescimenti minimi percettibili non
si può però concludere che sia discontinua Ta serie delle sensazioni. HI che fu
già messo in evidenza nel $_ antecedente. Per la continuità della serie delle
sensazioni posskamo supporre che il rapporto AÌ conservi il valore 2 anche
quando dy e dj di 132 si riducono
infinitesimi e quindi la [3] diventa di _ È _, È iO 0) dif —=k4 [4] forma data
da Fechner. La [4] è VPequazione diffevenziale della legge di W.-F. nella forma
data da Fechner. Ma noi abbiamo dedotto questa legge considerando per sem-
plicità soltanto le due variazioni Ay e Af. La [4] è quindi espressione
parziale dell’unità psicofisica, per- chè non tiene conto di un importante
elemento. Invero Pespe- rienza ci insegna che l’incremento 48 non produce solo Paccre
scimeto Ay, ma anche la reazione Ap, variabile con essi. La for. mola di
Fechner esprime dunque il rapporto sensazione-stimolo nel caso che la reazione
sia costante (1), sia cioè nullo Pinere- mento Ap. Teniamo conto di questa
terza variabile del sistema. Per un valore f dello stimolo, si abbia un valore
y della sen. sazione ed un valore gp della reazione; se ad un accrescimento AB
di 8, corrisponde un accrescimento Ay di y_ non accompa- cnato da un
agcrescimento Ap di pg, Ay risulta maggiore di quanto sarebbe se Ap fosse
maggiore di zero. Bisogna quindi sottrarre a Ay il lavoro compiuto per provo.
‘are la reazione Ag, lavoro che è proporzionale a Ag, ad un coefficiente
specifico 2° dipendente dalla natu e dalle condi. zioni psicofisiche del
momento, ed inversamente alla reazione LR k preesistente, cioò — Ap ra Ap .
Sottraendo a dy = % il lavoro di reazione, Vequazione ditferenziale di Fechner
si modifica nella seguente : dy == k La pre [5] p L'integrale indefinito della
[5] è pi Y=lg- + cost [61 (1) Vedi la nota alla formula [6]. Ali. ii. - La [6]
esprime che Za sensazione, a meno d’una costante, è “cqguale al logaritmo del
rapporto tra la potenza k°* dello stimolo cla potenza k'"“ della reazione.
(kek' sono costanti già defi- nite) (1). | Se indichiamo con i ‘> 8, g
Sensazione, stimolo e reazione corrispondenti e correnti, Y, 0, © sensazione,
stimolo e reazione di soglia, per definizione l'integrale definito è fdk L
"n | . (0) vo 9-4 db do Te k 1} d T° gt. * aaa =; l' l 0 e] ia) vi Ra e,
posto. = IN, st ha lot fd DEE, eta , 7 og k pe lt] La [T] esprime che Za
differenza di sensazione è cquale al lo- garitmo del rapporto tra la potenza
k"" dello stimolo e la po- lenza k° mx della reazione, per una
costante N°. Li formule [6] ha alenne notevoli conseguenze. (1) Nella formula
[6] le quantità # e 47 hanno le stesse dimensioni, perchè dipendono da elementi
che hanno le stesse dimensioni, e la cost. è uni pura costante di integrazione
e quindi delle stesse. dimensioni del primo addendo tal del secondo membro. Le
dimensioni di y sono quindi le dimensioni di le —7 3} Ma il rapporto 7 della
formula se ammettiamo, com'è ovvio, che
il com- 0 plesso dello stimolo misurato nel sistema C. G. S. abbia un complesso
corri- spondente di reazione con le stesse dimensioni nel sistema C. G.S. —
diventa un numero senza dimensioni fisiche, e quindi la sensazione è
rappresentata pure da un numero senza dimensioni fisiche, cioè non è una
grandezza fisica. Nella formula di W.-F. invece la y viene ad avere dimensioni
fisiche in dipen- denza delle dimensioni fisiche di 8. Della formola [6]
bisogna determinare sperimentalmente i limiti psicofisici d’esistenza, entro i
suoi limiti matematici, 1° Derivate
parziali. Nella [6], che è Pequazione fondamentale della psicofisica, vi sono
tre variabili; onde l'equazione generale è del tipo | FB 0 18 Possiamo quindi
dedurne le tre seguenti equazioni : + of __ È per p — cost.; de — 0 08 reazione
costante 19) d___ N | per B — cost.; dB — 0 do stimolo costante o __ Es per { =
cost.; dy = 0 co o sensazione costante I risultati delle [9] si possono
enunciare con le tre leggi se- guenti : 1* LEGGE. A reazione costante, il
rapporto tra l'incremento di sensazione c lincremento di stimolo è inversamente
proporzionale allo sti- molo preesistente. 2* LEGGH. A stimolo costante, il
rapporto tra Vincremento di sensazione e Vincremento di reazione è (in valore
assoluto) inversamente proporzionale alla reazione preesistente. 3° LEGGE. A
sensazione costante, il rapporto tra l'incremento di stimolo ec Vincremento di
reazione è proporzionale al rapporto tra sti- molo c reazione (1). Le [9]
indicano in puri tempo tre modi di esperimento in psi- La terza delle [9] si può anche porre sotto
la forma B NA l;? (È) h-1 = mkp ,per h= 5 dove m è una costante di
proporzionalità tra pf e pr. Alt. IT: - lic rogì i ciali. io Lil di rr /r 9].
cofisica. Quindi è evidente che, se non sì mantiene costante una. delle tre
variabili la legge di Fechner non può essere verificata sperimentalmente che in
un modo molto erossolano. La prima delle [9] dù i termini precisi per eseguire
un espe- rimento corretto tra variazioni di sensazioni e variazioni di sti-
molo, a reazione costante. Se Ta reazione non è costante, VPin- cremento di
sensazione deve essere minore di quello voluto dalla legge di Fechner (1). 9°
Deduzione d’una legge psicofisica in correlazione alla legge di Ohm. Nella
trattazione precedente si è ritennto Ay causato da una forza psicofisica g. La
vaniazione yy è cioè prodotta da una forza g. Ora noi possiamo considerate il processo
psicofisico « da f a p (afferente ed efferente) come suddiviso in infiniti
inter. villi o momenti de (2). In questo modo gda rappresenti Vi zione
elementare della forza 0, onde A da e_quiudi eu (9 n pf —= da [10] o) (1) N
Facar: rispondendo ad un'osservazione del Titchener circa la perdita per la
sensazione di una piute dell'energia dello stimolo, ha notato essere strano
che, data la diversa risonanza. organica (minima certo - 0 nulla nei minimi
eradi d'intensità) la parte perduta sia sempre costante relativamente allo sti
molo. « (Prince. di Psic., paz. 11). » È quindi interessante rilevare che la
risposta del Fani è confermata è sodisfatta pienamente dall'ipotesi globale
dell’unità psicofisica 8-Y-g. (2) L'introduzione del da (che potrebbe parere
Vintroduzione duna nuova variabile, mentre il da non è che uno degli infiniti
intervalli o momenti in- finitesimi che noi possiamo considerare analiticamente
come suddividenti il processo psicofisico ada f i p, Insomma un concetto
astratto puramente mate- matico) richiede uno schiarimento che farà ancora
meglio risaltare che così sit Vunità psicofisica B-1-0. Il processo psicofisico
@ non è tale che nella sua unità globale, di cui con un procedimento
d’astrazione comune a tutte le scienze sono stati consideri tre elementi (0
fasi) f,y.p. Distinguiamo ora due punti di vista. I. Nello studio sperimentale
(cioè nella realta che si esperimenta) B.y.p non sono elementi separabili, mi
valori in coesistenza. Analiticumente si studiano il uno ad uno per costruire
mM Un modo intel- Indichiamo con e una
costante dipendente dalla natura, dalle condizioni e dalla forma dell’apparato
afferente-efferente. L'a- sione psicofisica in un pianto di esso è
proporzionale alla forza. Posto quindi i I-—- eg [11 il prodotto eg può essere
interpretato come intensità dell’a- zione psicofisica lungo Papparato
afferente-efferente. Dalla [11] si ha si e gda == 2 da fran sf r Se I è
costante lungo tutto lapparato afferente-efferente. ligibile l’unità psicofisica,
(In tutte le scienze non si studiano forse separatamente elementi che sono
simultanei ?) II. Ma, oltre alla considerazione dei valori simultanei dei suoi
diversi ele- menti, che alla nostra analisi risultano consecutivi (f,Y.p),
Vunità psicofisica, essendo anche sviluppo, è ancora suscettibile di
considerazioni (logiche) come , serie di momenti (o intervalli), ognuno dei
quali, come Pintero processo globale, è un'unità di B,Y,p, ima presenta come
caratteristica la variazione di questi tre clementi relativamente alla sua
posizione seriale. Onde, concludendo, nella legge W.-F. completata colle
equazioni da [5] a [9] si determina il rapporto di coesistenza dei tre elementi
(eccitazione, sensazione reazione) dello sviluppo ; e nella ricerca analoga
alla legge di Ohm si parago- nano invece le variazioni nella successione
seriale. Li rappresentazione amalitica differenziale da, per il processo
globale a, sì giustifica con gli stessi motivi del dy (continuità, ece.) Il da
non è quindi una unità di spazio, perchè il processo psicofisico non è puramente
spaziale, in quanto non risulta di elementi puramente spaziali. Il da non è una
unità di tempo, perchè il processo psicofisigo non è una unità solamente
temporale. Col da si dice che al processo (0 sviluppo) « noi attribuiamo una
continuità di variazione psicofisica, c che per effetto dell’eccitazione è
inerente 0 simultanea ad essa un'azione (forza psicofisica) continua lungo
l'apparato afferente- efferente sede (o condizione) dello sviluppo a. Con
questi schiarimenti pare che dovrebbe risultare chiaro l'ufficio puramente ni
ÀRT. II. - CAUSALITÀ PSICHICA 137 1 _ ‘da >. In quest’ultima espressione [7
dipende solo dalPapparato e Ù LI afferente-efferente, esso è analogo ad una
resistenza. “da Posto — = R, si ha e IR = v-y' (12] la quale esprime che 1°
iulonsilà dell’azione psicofisica è propor- cionale alla differenza di
sensazione cd inversamente alla resi: stenza totale (1) del’apparato
afferente-efferente. Questi leggo, dove e 7 sono definite dalla [T], è amalog:
alla legge di Ohm (2). analitico e intermediario del da, e il proposito nostro
di determinare le con- dizioni d’un processo non risolvibile in un fenomeno
puramente meccanico. Mi par superfluo aggiungere che, i portar giudizio intorno
alla ricerca ana- logi alla legge di Ohm (ad esempio, sopra il senso eil valore
della T, intensità della corrente 0 meglio dell’azione psicofisica), non
bisogna prendere per base li rappresentazione figurativiv e strettamente fisica
del processo psicofisico, Nel processo psicofisico esistono variazioni. Ecco tutto,
Noi ne possiamo in dividuare una. con Lo La sua assunzione risulta dalla
trattazione matematica, È una necessità logica. | Lit mancanza d’analogia
figurabile o la irridazione d’un concetto logico a intuizione (in fondo,
dunque, a non-concetto) non sono ragioni logiche in contrario- (1)
L’introduzione della totalità delle resistenze che deve vincere la forza
psicofisica da ragione chiara delPipotesi herbartiama, che possiamo
sintetizzare in modo esplicito nel principio seguente : « Una sensazione. per sorgere
nella coscienzii sotto l’azione d’uno stimolo (esterno) deve vincere la
resistenza psi chica delle rappresentazioni persistenti (Herbart) ». Inoltre è
evidente che l’azione dello stimolo deve vincere le resistenze spe- cifiche
dell'apparato psico-fisiologico (come. risulta dalle varie. interpretazioni
critiche della legge di F. che furono citate e criticate poco fi). È ovvio
pertanto che, nel processo generale stimolo-sensazione-reazione, Lo stimolo non
può generare sensazione (percepita) se il suo livoro psicofisico è inferiore i
quello assorbito dalle suddette resistenze. (2) Anche i più valenti psicologi
contrarj alla. psicologia uan lanno tenuto esplicito conto delle resistenze che
Peccitazione, dovendosi propagare a traverso le cellule degli organi centrati,
è naturale che incontri. Così il Faggi nella sua memoria Za Psicologia moderna
(pig. 14) e nei suoi Principi di psico- logia moderna ove dice: « è verosimile
che questi propagazione possa incon trare una resistenza nella sostanzia
nervosi, e così lo stimolo venga a perdere una parte d’intensità » ete. (pag.
113). Al quale riguardo si può notare che la deduzione della legge psicofisica
in correlazione alla legge di Ohm, addotti nel testo, potrebbe esprimere la
interpretazione fisiologica. Inoltre, riflettendo sulla conciliazione espressa
nel nostro calcolo dalla legge di Ohm e dalla legge di Fechner modificata, non
sembra fuor di proposito dubitare che la Le considerazioni precedenti ci
pongono in grado di vedere chiaramente la via che si deve tenere per attuare
tutto un nuovo programma di lavoro scientifico da cui il presente “ulcolo
logico-matematico fondato sopra un minimum sicuro di elementi numerici ricavati
sperimentalmente, cioè sulla più sem- plice espressione della legge di W.-F.
come condizione fonda- mentale dell’uso utile della sensibilità, non mancherà
di trovare piena e completa conferma. | * In primo luogo tre gruppi di ricerche
sperimentali si impon- gono, cioè: 1° esperimenti a reazione costante, 2° )) a
stimolo costante, 53° » a sensazione costante (1). conciliazione
dell’interpretazione psicologica con una fisiologica ritenuta possi- bile dal
Wundt cfr. Faggi, op. cit., pag. 113-114) sia effettivamente fatta per una via
del tutto diversa da quella prevista da Wundt (a parte la questione dell'A
ppercezione). (1) L'impianto di questi esperimenti non potendo essere descritto
qui, verrà Unttato in Memorie speciali. Come esempio potrà servire il segnente
“modello di esperimento a reazione costante. l'ig. 2. Se ad cs., si applica la
legge di W.-F. ad un esperimento visivo, senza pre- occuparsi di tener conto
delle variazioni della reazione, la verifica degli sti- mioli viene eseguita
lungo una linea come DE (fig. 2). Volendo eseguire un esperimento correttamente
occorre invece, in primo luogo, determinare nel dia- cramma (x, y) una linea
degli stimoli a reazione costante. Se sull'asse 2 dispo- niamo, ad es., uno
spettro di scomposizione della luce bianca, e sull’asse delle y misuriamo le
intensità in una certa scala, ogni punto come A ci dà un de- In secondo luogo, la [12] pone le basi per
una verifica della differenza di sensazione da confrontare con la differenza
otte- nuta col metodo precedente. Abbiamo così un artifizio assai co- modo che
da un lato, ci permette di controllare la teoria, dal- l'altro, apre Padito a
nuove deduzioni importanti che vedremo in seguito, Finalmente è chiaro che la
psicologia sperimentale intesa a questo modo, lasciando impregiudicate le
questioni metafisiche circa la natura dei fatti osservati, non fa che prender
atto della relativa interdipendenza dei fatti così fisici come psichici com-
patibile colla loro relativa indipendenza. Insistiamo un istante sul senso e
sul valore di queste tesi. Potersi valere delle stesse ricerche sperimentali
per sfatare Pec- Cessivo semplicismo sia deterministico sia indeterministico
non ‘è già un risultato trascurabile. Con questa considerazione ci apriamo
anche la via ad una interpretazione filosofica del mondo | spirituale. Invero
si suol dire, sulle orme del Wundt, che nel mondo della natura regna la legge
dell’equivalenza tra causa ed effetto, men- tre all’opposto nel mondo dello
spirito regna la legge dell’acere- scimento dell’energia. E di qui, con
apparente sicurezza, si de- duce che il determinismo non è applicabile all’evoluzione
spiri- tuale del’umanità. Ma è ben più giusto insistere sul fatto che le
variazioni quantitative della sensazione non trovano adeguata spiegazione
causale nella sola quantità dello stimolo. Se, posta la concatenazione causale
tra stimolo, sensazione e reazione, sì riesce a provare collo sperimento che la
legge della dipendenza semplice della sensazione dallo stimolo e delli reazione
dallit sensazione non vale, perchè non dovremmo più tosto vedere li prova più
sicura di quella crescente potenza d’autonomia che kai coscienza dell’individuo
è giunta a conquistarsi tra gli stimoli e le reazioni? Forse Pessenza medesima
della libertà umana può Dot indi i terminato. raggio con un proprio colore ed
una propria intensità. Per ogni stu- matura tra 1 e 2 si determini La relativa
intensità che dà la stessi. reazione pupillare (estesiometro). Collegando la
serie dei punti che si ottengono si ha una linea BC tale che, variando colore e
intensità lungo di essa, rimane costante la reazione. quivi rifugiarsi come in porto sicuro, Ma
questo problema sarà tritttato nella Sezione terza (1). Per ora limitiamoci a
ritenere che Vequazione quantitativa della causa all’effetto è sempre vera,
anche nel campo psicofi- sico, solo bisogna comprendere che lo stimolo non è
causa unica ni contausa della sensazione attuale, perchè ogni sensazione è ir
sua volta dipendente dalPenergia totale del suo sistema e che liv sensazione a
sua volta non è causa unica e indipendente della reazione ma concausa essa
medesima. IL domma dell’indipendenza assoluta dell’azione dai motivi, non è
nieno infondato del domma della indipendenza assoluta della serie psichica
dalla fisica. Che così risulta? Una cosa sola ma importantissima cioè la neces-
sità di mutare la nozione stessa del determinismo, allargandola nel senso che
così la sensazione come La reazione non devono apparire come effetto semplice
dello stimolo presente, ma piut- tosto come effetto dello stimolo presente e di
tutte le vicende che Li coscienza ha subìto per il passato nel conquistarsi la
sua re- listiva autonomia, In linguaggio tecnico: bisogna tener conto d'una
specie di isteresi psicofisica, in qualche modo ereditaria, benchè la soluzione
di questo problema per adesso non si possa nemmeno immaginare, Però è evidente
che la storia anteriore del sistema psicofisico può essere rappresentata da un
integrale di tempo. S7.—- Riassumiamo ora i risultati raggiunti con questa
prima applicazione della teoria generale della causalità alla determina- zione
scientifica della causalità. psichicit. Criustificata nel $ 1 la definizione
della psicologia come scienza delle funzioni della coscienza, nel $ 2 si
esaminano criticamente le objezioni più gravi rivolte contro la psicologia.
sperimentale. Queste objezioni sono divise in due gruppi. Nel primo si mettono
in rilievo e in discussione La questione dell’emogeneità tra Ti misura e il
misurato, La questione della quantità dei fenomeni psichici e la questione
dell'unità di misura. Rispetto a quest’ ul. (1) Ivi pure sarà considerata In
questione della finalità che è giudicato il tratto più profondamente distintivo
della natura cosciente. (Cfr. Viuna, Sul probl. del determ. psichico, R.
Tstitato Lombardo di S. e L. Rendiconti, XLVII, fase. 10-11, pag. 544). fima, che è la più grave, si fa osservare che
non è necessaria la misura immediata. delle sovrapposizioni delle parti, ma è
suffi- ciente la misura mediata del rapporto funzionale, Nel secondo gruppo si
discute la questione dell’applicabilità dello sperimento alla psicologia.
Rispetto a questo punto importantissimo è forse utile discendere a qualche
particolarità che possa riputarsi un commento ragionato della discussione.
Premesso in generale : 1° che la causalità compare sempre dove ha Inogo una
suc- cessione temporale connessa ind uma necessità razionale : 2° che queste
due condizioni necessarie e sufficienti alla de- terminazione sperimentale
della causalità nel campo fisico si ri- scontrano anche nei fatti psichici, i
quali si realizzano essi pure nel tempo e nella ragione e sono anelPessi
qualiguantitativi come tutti i fatti della realtà, non estamdo Ta relazione
inversamente proporzionale della toro apparenza : 3° che il metodo sperimentale
hit esso pure carattere qui: liquantitativo e che si applica a trovare re a
provare le connes: sioni tipiche della successiene colla necessità e non già a
portare, come erroneamente si crede. alli meccanizzazione dei fatti sol -
foposti al suo processo; si conclude che Pesperimento è applicabile in
Psicologia, in quella Psicologia. scientifica s'intende che abbia di mira la de
serizione dei fatti di coscienza e Ti determinazione esatta delle loro leggi.
allo scopo di connetterti nell'ordine di causalità. Che per ora l'esperimento
in Psicolegia non si possa applicare che in modo assai limitato, {teoricamente
parlando, non importa. Avuto riguardo alle poche conquiste sperimentali di
fronte allo sterminato campo della natura, non accade To sfesso per Ri Fisica?
Che Pesperimento. anche nella più rosca ipotesi della sua applicazione ai fatti
psichici. non ci dia mai la con- versione integrale dei fatti rissuti dentro
Ino coscienza in fatti di quantità, pare omai uni cosa nfilissimia, non che »i-
cura. Chi si sogna frattanto di contestare Ja legittimità dello i - sperimento
nelle scienze fisiche. con la sensa che esso non può | darci mai La misura
interna della qualità dei fatti esterni, che 4 noi pure sappimmo
indissolubilmente Tegata alla quantità, facen- A ‘do appello alla necessità
cenoscitiva della nostra mente e insieme pa quella. delli realtà 2 Non bisogni
prete ‘uidere di provare im- vi i, nt Vv 4! f. I, g possibile il processo
sperimentale, semplicemente perchè esso non sarà mai capace di darci più di
quello che ci deve dare. L'errore è di credere che l'esperimento ci debba dare
esclusi- vamente la qualità o la quantità o, quel che è peggio, i valori
vissuti ec immediati dell'intuizione, mentre esso non deve darci che la
funzione (qualiquantitativa) della causalità. E da questo deriva ehe esso non
ci dà la qualità (astratta) della quantità dei fatti fisici, p. e., lo stato
interno della materia che gravita nella natura, come non ci dà la quantità
(astratta) della qualità dei fatti psichici, p. e., la quantità dell’intensità
vissuta nella. co- scienza. Ma non ne segue che l’esperimento in Psicologia sia
impossibile. Mai non tutti sanno concepire scientificamente Pesperimento così
in Fisica, come in Psicologia; e tanto meno farne buon uso. Bisognerà per
questo : | 1° esigere che le ricerche di Psicologia sperimentale abbiano
vitlore scientifico e non filosofico; 2° rifiutare il senso e il valore
sperimentale alle ricerche psicologiche eschisivamente empiriche, che tanti
pseudo-speri- mentatori vantano come sperimentali per arrogarsi il pregio € il
prestigio ambito della scientificità ; 53° modificare l’idea corrente dello sperimento,
rivendicando li sua natura e la sua funzione qualiquantitativit. 5 Nel $ 3 si
pongono le nozioni fondamentali di fenomeno fisico e psichico, di connessione
psicofisica e di unità di misura dei fenomeni psichici considerati come
fenomeni complessi (unità derivata. Nel $ 4 si considerano criticamente i
risultati finora ottenuti col metodo W.-I°. Le considerazioni principali sono
Je seguenti : 1° sì difende Vimpostazione scientifica del metodo W.-F. dando
prova della continuità della serie psichica: 2° osi cilamo le cinque
interpretazioni critiche della Tegge di Fechuer; 3° si deduce che il fenomeno
psicofisico è complesso e che quindi deve essere trattato nella sua complessità
; 4° si mostra che il difetto del metodo W.-F. consiste in ciò che, nella
formula {== %#1g8,ia ynon è sufficientemente determi- nata. ART. II. -
CAUSALITÀ PSICILLCA 143 _i]FrerEEeEg gf n anzi Dal complesso di queste
considerazioni si ricava che l’ipotesi W..F. può conservare ciò non ostante
tutto il suo valore, am- mettendo che essa esprima la realtà del rapporto
stimolo-sen- sazione condizionatamente, vale a dire a condizione che impli.
citamente si ammetta che ogni altra quantità di natura psichica o fisiologica o
fisica inserita nel sistema stimolo-sensazione sia resa costante e conglobata
nella 7% di proporzionalità (1). Nel $ 5 si procede alla deduzione della
fermula di W.-F. come derivata parziale d’una funzione più complessa, in eni
alle va- riabili stimolo e sensazione si aggiunge la reazione: quindi si pone
l'equazione fondamentale della Psicofisica. Questa legge ha teoricamente e
praticamente un'importanza notevole. Teoricamente ci permette : 1° da deduzione
di tre derivate parziali i cui risultati cì danno l'enuneiato di tre leggi
relative alle variazioni dello stimolo, della sensazione e della reazione i ta
prima riguardante il rap- porto tra Vincremento di sensazione e Vincremento di
stimolo, liv seconda riguardante il rapporto tra Vineremento di sensazione (1)
Correggendo le bozze trovo che il Rousran (in Lecons des plirilos, I, Psicho-
logie, Sixième 6d., Paris, Delagrave 1919), appoggiandosi vi due postulati
fechne- riani dell’eguaglianza delle. sensazioni minime, e dell’eguaglianza.
d’una sen- sazione d’una certa intensità alla somma delle sensazioni minime, a
partire dalla sensazione minimi, (postulati che egli pure ritiene
inammissibili) sostiene che La conclusione del Fechner è inaccettabile, perchè
conduce ad un risultato assur- do. Il lettore che abbiz seguito attentamente la
discussione di questo Art, comprenderà che lo seacco del metodo Weber-Fechner
(scacco. parziale del resto e non totale come atferma il Rousrax) non importa
il fallimento di tut- ti gli sforzi per trattare gli stati di coscienza. come
quantità, nè linapplica- bilità assoluta del metodo sperimentale in Psicologia.
Grande argomento invo- cato dal Rousrax è il principio che i fatti psichici non
occupano spazio, quin- di non sono misurabili, Ma questo principio in ultima
amalisi non è poi altro esso stesso che un postulato, e così poco fondato, come
To sarebbe Pafferma- zione della possibilità dell’esistenza duna quantità reale
senza qualità e vice- Versi, Circa il passaggio dalla sensazione di freschezza
gradevole alla sensazione di bruciore insopportabile che, a ragione, egli trova
assurdo, volendo restare al solo accrescimento quantitativo di sensazione, è
Den strano che il Rousran giunga a dimenticare che la variazione qualitativa è
dovuta all'intervento di un organo diverso di sensazioni cioè ‘al senso
dolorifico che è distinto dal senso termico, anzi dal senso del caldo e da
quello del freddo. Certo, trascurando questa. circostanza, L'objezione del
Rotstax (che si riduce poi i quella del Bergson) nen fa una grinza. IU guaio
per Ta sua teoria è che tale circostanza non è trascurabile, e Vincremento di reazione, la terza
riguardante il rapporto tra l’incremento di stimolo e l'incremento di reazione
; 2° la deduzione d'una legge psicofisica in correlazione alla legge di Ohm. |
Praticamente ci indica tre modi di esperimento in psicofisica, dandoci i
termini precisi per eseguire un esperimento psicofisico corretto : 1° a
reazione costante : 2° a stimolo costante ; 3° a. sen- sazione costante. Donde
tutto un nuovo programma di lavoro scientifico che viene esposto nel $ 6, con
un cenno delle conseguenze filosofiche che saranno poi messe in luce nella
Sezione seconda. Lit novità, come ognuno vede, consiste nel calcolo dei
rapporti. intercedenti fra le tre variabili: stimolo, sensazione e reazione,
che definiscono completamente il processo psicofisico, mentre il metodo W.-F. è
esclusivamente rivolto al calcolo dei rapporti fra stimolo e sensazione e vale
solo come espressione parziale dell'unità. psicofisica. nel case che la
reazione sia costante. Seguendo il metodo che ci siamo proposto, aggiungiamo da
ul timo, ir titolo di commento ragionato, un rilievo fondamentale. Traseutiatre
Ta reazione nella formola del processo psicofisico è {trascurare che il fatte
della sensazione, mentre è ancora il fatto dell'azione dello stimolo come
termine adeguato a suscitare Pa zione cosciente, è già il fatto di questa nella
sna connessione reale cel fatto dell’azione reattiva. Ogni fatto centrale di
sensazione, mentre è insieme eccitazione interiore o stimolo psichico, tende a
produrre il fatto periferico della reazione e non ne differisce che per uma
forma apparentemente più debole. Ogni sensazione DN . è già uno slancio. La
reazione è già in potenza nella sensazione. L'idea sintetica. che possiamo
farci del processo psicofisico, espresso dall’equazione generale f(B,Y, 0) 0. è
dunque quella del concatenarsi causale dei tre momenti B, y; gin una sola.
unità funzionale costituente Vauteregolazione cansatrice del processo
psicofisico e, in certo modo, il riffesso aitiologico fondamentale della vita
di relazione. Quando quel precesso globale che noi dictamo psicofisico si
compie, i tre fatti, y, g nel loro naturale continuitesi per l'efficienza
propria ad ogni fatto (effetto) si com- pongono come le variabili dipendenti
d'una. sola unità funzio- nale. Così, generalizzando, possiamo concludere che
Vefficienza naturale della causa si risolve nella causalità naturale dell’ef-
fetto e che questi due ordini di fatti si risolvono in fondo nel- l’ordine
unico della relatività universale della realtà. Solo quando faccia omaggio a
questi principj la Psicologia scientifica non perderà anzi acquisterà la
ragione della sua vita. Limitandosi ad essere la scienza delle leggi della
coscienza, essa potrà sempre vivere tranquillamente in casa sua e progre- dire
al di sopra dell’esperienza, ma distinta per principj, metodi e fine dalla
Filosofia. A. Pastore — Il problema della causalità - Vol, II. 10 x AR”. II.
Causalità storica e sua interpretazione critica. $ }. Necessità di non
rinunziare all’interpretazione critica della causalità sto- rica. — $ 2.
Dottrina di Carlo Marx. — $ 3. Esame di due punti circa l’inter- pretazione del
processo della praxis storica, secondo il Marx: 1° vero senso dell’umiwcilzende
Praxis; 2° periodo d’incubazione tra la tesi e l’antitesi. — $ 4. Varia fortuna
dell’interpretazione causale della storia secondo Marx. Prima modificazione
introdotta dall’Engels. Semplice preponderanza causale del fattore economico.
liconoscimento dell’azione causale degli altri fattori. — $ 5. Seconda
modificazione dovuta ad Antonio Labriola. Teoria dello stato d’anima come
intermediario causale fra la struttura economica (tesi) e l’azione
rivoluzionaria (antitesi). Distinzione di due passaggi: 1° da for- mazione a
formazione; 2° da struttura a soprastruttura in ogni formazione sociale. Origine
e vero senso della dottrina dello stato d’anima. Concetto della causazione
mediata. — $ 6. Apprezzamento sintetico del valore del cosidetto materialismo
storico dal punto di vista del problema causale. 1° Inadeguatezza del concetto
marxistico della produzione. Necessità di consi- derare l'economia come sintesi
di tutti i rapporti (materiali e ideali) di pro- duzione. 2° Inadeguatezza del
principio spenceriano dell'adattamento al- l’ambiente. Necessità di riconoscere
il principio quintoniano dell’adattamento dell'ambiente. — $ 7. Mezzi di
produzione e mezzi di proprietà. I due corpi dell’uomo: l’individuale e il
sociale. Apprezzamento economico della scienza, dell’arte, della morale. — $ 8.
Conclusione. Principio del potenziamento re- ciproco della causalità, come
conato elettivo immanente all’unità psicofisica della vita $ L. Nell’Art.
precedente l'interpretazione della causalità è stata mantenuta nell’ambito
dell'interazione di fatto fra il corpo e anima, senza abbandonare il criterio
dell’unità psico- fisica del reale. Ora anche nei fatti storici si rivela una
connes- sione profonda fra questo criterio e il concetto della causalità 148
SEZIONE I. - CAPO VI «conomico-ideale; benchè tale connessione non sia ancora a
ba- stanza avvertità. Esaminiamola dunque con cura; quantunque scienziati e
filo- sofi eminenti, per difetto di senso critico, la guardino con occhio
stizzoso. Le ragioni del disdegno sono evidenti. È molto comodo invero
rinunziare all’interpretazione della causalità nel processo storico della società,
colla scusa che, mancando i mezzi per l’ac- certazione esatta della verità dei
fatti storici, il meglio ancora che si possa fare è di non occuparsene, in ogni
caso valendo più che la ragione causale dei fatti — se ve n'ha una — quel
pregiu- dizio, circa la teoria esplicativa della storia, che ogni sociologo ‘sì
propone di dimostrare. Ma la critica non rinunzia all’inda- gine della
causalità storica delle idee per entro alla causalità storica dei fatti,
quantunque in questo campo sia impossibile l’uso rigorosamente scientifico dei
concetti di causa e d’effetto. La critica non abbandona la ricerca del senso e
del valore ideale della storia umana, benchè non ‘creda di poter mai riuscire a
determinare, in modo esatto, le vere e proprie leggi causali della storia (1).
Non labbandona perehè lo spirito non può disinte- ressarsi di ciò che
costituisce il valore concreto della sua pro- pria realizzazione nel divenire
dei fatti, cioè in quel progresso verso la libertà che costituisce la sua.
propria storia. Ma il valore pratico dell’ideale non è riconosciuto spassiona-
tamente da tutti e tanto meno da quei materialisti dell'economia i quali, nel
loro soverchio semplicismo, mettono all’uscio ogni teoria incapace di spiegare
la storia, come essì dicono, oggetti- vamente cioè come rapporto fisico fra
cose. Bisogna dunque discutere e rettificare il concetto di causa storica,
prima criticando le teorie esclusive che lo snaturano, col dimenticare che la
valutazione oggettiva medesima è una produzione del nostro spirito, cioè che il
valore è un rapporto pratico dell’uomo, rivendicando in seguito l’importanza
reale dei fattori ideali nell’etiologia dei fatti storici. (1) Il CerertI, che
divide la storia in tre momenti : della riflessione inme- diata, della
riflessione mediata, della riflessione concettuale, al primo nega la
considerazione delle cause e delle ragioni dei fatti (nulla de factorum
causali- tatibus, aut rationibus implicitis disquisitio), al secondo assegna
appunto questo compito, al terzo quello che ordinariamente si dice filosofia
della storia. (Pa- saelogices Specimen, Prol., I, 57 ss.). Nè questa esigenza
si riduce al tentativo di render filosofica la ricerca economica. Unicamente si
propone di giustificare l’ap- prezzamento aitiologico di tutte le forme pratiche
d’azione, rico- nioscendo che l’azione spirituale s’introduce nel giuoco
dell’a- zione sociale, o in altri termini che anche i fini universali (atti-
vità spirituale) sono veicoli ‘dei fini particolari (attività mate- riale) e
reciprocamente, secondo il principio del potenziamento della causalità
(causalità degli effetti) che è il seme fecondo da cul germoglia tutta la vita
individuale e sociale. S 2. Il cosidetto materialismo storico (1), nella
dottrina origi- naria di Carlo Marx, sostiene che le cause del processo storico
della società umana sono propriamente le forze economiche, e che gli effetti
sono propriamente le istituzioni sociali, il diritto e le forme ideali
superiori della vita (2). Questi effetti però non (1) Per la trattazione
critica in generale del mat. stor. cfr. i forti lavori del MASARYK, del SOREL,
dello SrAMMLER, del CROCE e del GENTILE. Per l’inter- pretazione filosofica in
particolare si vedano gli acuti studj critici del MoN- DOLFO il quale dimostra
che la filosofia marxengelsiana è un naturalismo uma- nistico (reale
Humanismus), non un materialismo nè un fatalismo, e che il cosidetto
materialismo storico è una concezione critico-pratica della storia avente per
base il volontarismo della praxis umana cioè lazione volontaria degli uomini, e
per processo la dialettica reale cioè il rovesciamento della praxis. Il
materialismo storico in Engels, Modena, Formiggini, 1912. Chiarimenti su la
dialettica engelsiana. Rivista di filosofia, 1916. Spirito rivoluzionario €
senso storico. Nuova Rivista storica, 1917. (2) Non mì propongo qui in queste
poche pagine di criticare, tanto meno di confutare, l’intera dottrina marxista,
limitandomi a considerarla dall’angolo visuale del problema aitiologico. In
generale però, rispetto allo scopo pratico, io inclino a credere col Merlino
che la dottrina del plusvalore sia una teoria di combattimento. In particolare
ritengo che il Capitale sia sopratutto un'arma per la demolizione critica del
capitalismo. Il curioso è che per raggiungere il suo scopo teorico (determinazione
delle leggi dell'economia capitalistica) Marx procedendo per tipi si costruisce
un sistema tipico simbolico 0 modello artifi- ciale della società
capitalistica, che egli fa poi funzionare impersonalmente come una specie di
sistema ipotetico-leduttivo. Di progetto esclude dal suo sistema tutti i fatti
psichici ed i rapporti morali, considerandoli come dipendenti fa- talmente dai
fatti economici. Con ciò la sua critica rovina nel dogmatismo e nello
schematismo, Ma egli è un semplificatore (benchè anche un semplicista
dogmatico) che sa quello che si fa; mentre non lo sanno coloro che gli rim-
proverano d’aver dimenticato certi importantissimi valori (i valori morali '.
Sarebbe superfluo citare qui le interpretazioni critiche del marxismo dovute
all’Andler, al Kautsky, a G. Sorel, al Guesde, al Lafargue, al Sombatt, allo
Schmidt, al Turati, ad Arturo Labriola, al Deville, cte. sarebbero che il
riflesso contingente delle cause economiche, una specie insomma di epifenomeno
della causalità economica. Il materialismo storico, sempre nella sua forma
originaria, e come analisi objettiva del processo della produzione
capitalistica, pose gran cura a distinguere la stratificazione intima della
società, mostrando in basso una struttura economica, in alto una super-
struttura ideologica; quella costituita dall’insieme dei rapporti di
produzione, corrispondenti a un determinato grado di svi- luppo delle forze di
produzione che dànno luogo alla divisione delle classi, questa dalla
consolidazione formale delle forze eco- uomiche conservatrici, data sempre
l'ipotesi dell’esclusione del- l'individuo astratto valutatore (1), benchè non
di ogni elemento soggettivo. Il seguente passo della prefazione al libro Zur
Kritik der po- litischen Oekonomie del Marx citato dal Labriola e dal Croce
chiarisce tutta la dottrina : « Nella produzione sociale della loro (1) Per
questa esclusione del soggetto valutatore, cfr. Ltoxkr, L'economia edonistica,
Milano, 1916, pag. 226-227. Il LEONE avverte che il soggetto da cui Marx piglia
le mosse è la Società (pag. 231), e non l’individuo cioè il soggetto economico.
Alla considerazione soggettiva del bisogno Marx in fondo sostituisce la
considerazione oggettiva della merce, come forma storica speciale della
società. L'individuo sparisce | dalla scena economica, e la società non ha
testa nè lingua propria (pag. 233). L'economia marxista ha spirito
esclusivamente objettivo. Tuttavia questa ma- terialità oggettiva del valore in
Marx non esclude la sna struttura ideologica, (pag. 251-262). Questo deriva dal
fatto che la concezione objettiva del valore, secondo Marx, ha carattere
materiale e ideale. Da questa concezione il Leone ricava che lo stesso
naturalismo umanistico del Marx vuole essere inteso come un mercantilismo
umanistico (o societistico) astratto ; perchè, nel naturalismo del Marx, il
valore, diventando forma-merce, si spersonalizza : al valore subjettivo succede
l’objettivo, alla categoria indi- viduale succede una categoria storica
all'infuori dello spirito valutatore, retta dalle leggi del valorizzamento del
capitale e dell’arricchimento (cfr. LEONE, 0p. cit. pag. 191). Il punto di
partenza del Marx insomma non è il bisogno, ma il fatto della ricchezza sociale
objettivamente estranea alle volontà dei singoli e cioè intesa, procedente secondo
leggi naturali sue proprie, proprie cioè della produzione capitalistica. Ma,
contro l’ipotesi dell’assoluta esclusione di ogni clemento soggettivo, sembra
più probabile ritenere che l’umanismo marxista (appunto perchè umanismo) è vero
solo nei limiti d’un mercantilismo presup- ponente l’eliminazione del criterio
umanistico individuale e valutativo in di- pendenza della volontà dei singoli,
senza escludere la praxis oggettivamente soggettiva della massa umana nel suo
sviluppo storico. E questo punto di vista non mi parrebbe contrario alla tesi
del Mondolfo. (Cfr. op. cit., pag. 169, 187, segnatamente 213-229), vita gli
uomini entran fra loro in rapporti determinati necessarj ed indipendenti dal
loro arbitrio, cioè in rapporti di produzione i quali corrispondono a un
determinato grado di sviluppo delle materiali forze di produzione. L’insieme di
tali rapporti costi- tuisce la struttura economica della società, ossia la base
reale sulla quale si eleva una soprastruttura politica e giuridica, e alla quale
corrispondono determinate forme sociali della coscien- za... A un determinato
punto del loro sviluppo le forze produt- tive materiali della società si
trovano in contraddizione coi pree- sistenti rapporti della produzione (cioè
coi rapporti della pro- prietà, il che è l'equivalente giuridico di tale
espressione), den- tro dei quali esse forze per l’innanzi s’eran mosse. Questi
rap- porti della produzione, da forme di sviluppo delle forze produt- tive, si
convertono in loro impedimento. E allora subentra un’e- poca di rivoluzione
sociale. Col cangiare del fondamento econo- mico si rivoluziona e precipita,
più o meno rapidamente, la so- prastante colossale soprastruzione... Una
formazione sociale non perisce, finchè non si sieno sviluppate tutte le forze
produttive per le quali essa ha campo sufficiente, e nuovi rapporti di pro-
duzione non subentrano, se prima le condizioni materiali di loro esistenza non
siano state covate nel seno della società che è in essere )) (1). è 3. Prima di
mostrare quali modificazioni abbia ricevuto in “egulto questa dottrina,
fermiamoci ad esaminare due punti di grande importanza sull’interpretazione
del' processo della praxis storica, secondo il Marx. In primo luogo volendo
stabilire in che consista quella famosa (1) Citato dal Croce (Muter. stor. ed
econ. marrist. 8* ed. Bari, Laterza, 1918, pag. 43-44) secondo la traduzione
che dà del bravo il prof. Labriola, nel suo scritto: In memoria del « Manifesto
dei comunisti » Le parole precise di Marx rispetto all’incubazione delle condizioni
materiali nel seno della società che è in essere, sono le seguenti: « Eine
Gesellschaftsformation geht nie unter, bevor alle Produktivkrifte entwickelt
sind, fur die sie weit genug ist und neue héhere Produktionsverliiltnisse
treten nie an die Stelle, bevor die materiellen Existenzbedincungen derselben
im Schooss der alten Gesellschaft selbst ausge- briitet worden sind ». (Zur
Iritilk der politischen Oekonomie, Berlin, Duncker, 1859, pag. VI).
Evidentemente tra condizioni materiali incubate e praxis in- cubata
(ausgebriitete Praxis) o incubazione della praxis non passa sostanziale
differenza. umiwdlsende Praris per cai Marx ed Engels dichiarano di stac- carsi
da Hegel nel concetto della dialettica, dopo tanti schiari- menti che hanno
omai esaurita la questione, crediamo di doverci attenere alla soluzione del
Mondolfo il quale, nella neodialet- tica marxiana vede l’affermazione
realistica del soggetto umano (non però l’individuo o il soggetto del bisogno)
continuamente avverantesi e continuamente superantesi nell’atto pratico della
negazione della negazione (1); e nella dialettica engelsiana. vede, contro ogni
interpretazione particolaristica, l'affermazione della legge universale della
realtà (2). Ma, stabilito questo, non si è ancora conosciuta la qualità del
metodo proprio della praxis marxengelsiana in confronto colla praxis hegeliana.
In che cosa adunque consiste la novità meto- dica del Marx? Consiste
nell’asserire che la storia sociale pro- cede dalle condizioni materiali della
vita alle idee umane; ossia più chiaramente consiste nella sostituzione della
praxis reali- stica non alla praxis idealistica ma alla praxis ideologica (3),
(1) Per questa interpretazione del MonpoLro Cfr.: Il Materialismo storico in F.
Engels. Cap. IX; e dello stesso: Spirito rivoluzionario e senso storico. Estr.
Nuova Rivista Storica, 1917, pag. 10. Una delle parti più vere e suggestive
della critica del Mondolfo è questi che segna nella dialettica marxiana l’unità
e la continuità della Menschlichkeit, intendendone tutto lo sviluppo come
processo interiore all'umanità; e mostra che Marx si sforzò di riaffermare con
Feuerbach contro e sopra ogni separazione fra oggetto e soggetto, la realtà di
entrambi nella loro unità costituita dalla praris umama. (2) Vedi le cose
profonde che dice il Mondolfo contro certi malintesi della critica nei suoi
Chiarimenti su la dialettica engelsiana, Rivista di filosofia, 1916. (3) Chiamo
ideologico (non idealistico) l’intendimento della praxis dialettica procedente
dall’idealità alla materialità opposto all’intendimento della dialet- tica
marxengelsiana procedente dalla materialità all’idealità, perchè tra l’Idea di
Hegel e l’idea di Marx ed Engels come sostenitori della concezione realistica
della storia c'è un abisso. La somiglianza della terminologia non deve indurre
nell’errore di coloro, e sono i più, che identificano il processo idealistico
della dialettica hegeliana col processo ideologico di una dialettico procedente
dalle idee umane alle condizioni materiali della vita, e sognano che il cosidetto
materialismo storico di Marx ed Engels sia un vero capovolgimento filosofico
dell’idealismo dialettico di Hegel. Contro questo equivoco efr. le acute osser.
vazioni del Ckocr (Materialismo storico ed economia marzistica, 3% ediz. Bari
Laterza, 1918, pag. 3-22). Non si può tuttavia negare che così in pratica come
in teoria l’ideologismo sia assai più vicino all’idealismo hegeliano che non al
materialismo. È solo per questa maggior aflinità che ha senso — convenzionale,
s'intende — il fa- moso rovesciamento della praxis hegeliana operato da Marx ed
Engels. Questo procedente dalla idealità alla materialità come fu messo in
chia- rissima luce dai migliori commentatori del marxismo, dal La- briola al
Croce. | In secondo luogo, volendo sempre meglio chiarire le relazioni del
marxismo con l'hegelismo, sembra utile sollevare un argo- mento nuovo in
sostegno della. relativa indipendenza di Marx dalla neodialettica marxista, non
per fare sfoggio d'un astrat- tismo schematico a priori ma per seguire il filo
reale degli av- venimenti. Nel lungo brano del Marx sopracitato non è forse
detto chiaramente che «nuovi rapporti di produzione non su- bentrano, se prima
le condizioni materiali di loro esistenza non siano state covate nel seno della
società. che è in essere?» Pren- diamo dunque atto dell'atfermazione del Marx
che esige un pe- riodo di incubazione delle condizioni materiali dei nuovi rap-
porti di produzione. È noto che, secondo Marx, a determinati punti del loro
sviluppo le forze materiali produttive della so- cietà si trovano in
contradizione coi preesistenti rapporti di pro- duzione, quindi subentrano le
epoche di rivoluzione sociale e così via. Volendo stare alla somiglianza
esteriore si esprime lo stesso fatto dicendo che il processo della praxis
storica è dia- lettico, cioè procede per tesì antitesi sintesi. Ora chi non
vede che il periodo d'incubaziene del Marx, incuneandosi come una fase di
preparazione fra la formazione sociale (conservatrice, perchè già formata) e la
nuova formazione sociale (rivoluzio- narla, perchè deve subentrare essendo
eretta su nuova base eco- nomica), vibra in pieno centro un colpo decisivo alla
concezione della dialettica, secondo lo scolasticismo hegeliano, insistente sul
processo tricotomico dalla tesi all’antitesi alla sintesi? (1) senso ha però un
grande fondamento nel grave fardello ideologico giacente nell’idealismo
hegeliano. Lo stesso Hegel, id onta del suo profondo e sincero idealismo
filosofico, si lasciò andare a troppo frequenti interpretazioni della storia
dal punto di vista ideologico. E quando Marx disse che « Hegel aveva posto la
storia sulla testa e che bisognava capovolgerla per rimetterla in piedi » è ben
probabile che volesse contraporre Li propri concezione realistica. non tanto
alla concezione idealistica, quanto alla concezione ideologica di Hegel,
giacchè Hegel stesso è responsabile della confusione fra le idee umane e
l'Idea, (1) Per quanto io sappia non è ancora stata messa in luce a bastanza
questa novità della incubazione della praxis nel trapasso da formazione a
formazione sociale che è non meno importante del famoso rovesciamento della
praxis ideologica. Fa posto l'Hegel ad una fase di incubazione transitoria nel
pas- saggio dialettico dalla tesì all’antitesi? No certamente; giacchè la
dialettica è spiegamento progressivo di opposizioni per neces- sità interna
all'idea. | £, a vero dire, nello stesso Marx, non ostante la chiarezza del
passo riferito, il concetto felice dell’incubazione della praxis rimase allo
stato nascente come teoria. Credo tuttavia che sia giusto riconoscere al Marx
questo merito. Però non crederei che sj possa vedere in questa dottrina, la
quale segna l’aperta rot- turi del Marx collo schematisnio sistematico della
dialettica he- geliama (1), Voriginale proposta d’un nuovo ritmo dialettico
pro- cedente dalla tesì all'antitesi per una fase intermedia di prepa- razione
irreducibile così alla tesi e all'antitesi come alla sintesi. Ma su queste
punto ritorneremo fra breve. S4 — Tocchiamo adesso della varia fortuna della
interpreta- zione causale della storia secondo il Marx. Questa dottrina (che
fra Valtro ha il torto di non riconoscere che anche il processo ideologico,
può, in certi casi, accadere in modo impersonale, cioè indipendente dalle
volontà dei singoli individui precisa- mente come accade — in certi casì — per
il processo economico) ricevette in seguito profonde modificazioni. La prima e
notevolissima fu introdotta dall’ Engels, il quale (1) Non lo crederei, perchè
il Marx non sì preoccupa troppo di questioni formali e lo stesso suo ricorso
alla dialettica hegeliana, inevitabile in chi s'era agguerrito in gioventù
nella meditazione di Hegel (« l’hegelismo, dice il Croce, era la precoltura del
giovine Marx » (cfr. Croce, Mater. Stor. pag. 7), sembra ai critici più
competenti che abbia con quella una « somiglianza puramente esteriore ed
approssimativa » (Cfr. Crock, op. cit, pag. 7. Del resto, i confortare l’idea
che il marxismo rompa anche dottrinalmente ogni rapporto intimo coll’idealismo
hegeliano antipositivistico, c'è un passo di Marx già citato da G. SorEL
(Degenerazione capitalista e degenerazione socialista, Sandron, Palermo, 1997,
pag. 62) che ha un’importanza enorme per la genesi della concezione marxisti. «
Darwin ha attirato Vattenzione sopra la formazione degli organi animali e delle
piante considerati come mezzi di produzione per la loro vita. La storia degli
organi produttivi dell’uomo, base materiale d’ogni organizzazione sociale, non
sarebbe anch'essa degna di simili ricerche ? E non sarebbe più facile di
condurre quest'impresit a buon fine, poichè, come dice Vico, la storia
dell’uomo si distingue dalla storia della natura in ciò che noi abbiamo fatto
questa e non quella? » (Capitale, I. in Bibliot. d. Economista, pag. 162 e col.
1). sviluppando ed elaborando i concetti impliciti di Carlo Marx, giunge a
sostenere senza reticenze che il fattore economico (non soggettivo) ha solo un
valore causale preponderante, senza ne- gare l’azione concausale degli altri
fattori. Distingue anch’egli una struttura di fatti e una soprastruttura di
idee, quasi a dire il fattore materiale in basso e in alto i prodotti ideali
cioè il fattore spirituale della società. Però egli ripone più esplicita- mente
nella sottostruttura non solo le condizioni della produ- sione cioè il fattore
economico, ma anche l’ambiente in cui la società si sviluppa cioè il fattore
geografico e il fattore etnico, i quali hanno dapprima il valore principale:
colloca invece nella soprastruttura tutte le ideologie così inferiori
(giuridiche, po- litiche) «come superiori (morale, religione, arte, scienza,
filoso- fia). Poscia ammette un rapporto di reciproca determinazione causale
fra il fattore materiale e il fattore ideologico, ma in ultima analisi assegna
la preponderanza all'economia (1). Sarebbe un'esagerazione senza fondamento
attribuire al Marx la mera tesi della causazione immediata dei fattori
economici sulle sfere ideologiche, per riservare all’Engels il riconoscimen- to
della causazione mediata e sopratutto dell’azione reciproca. L’Engels stesso ha
protestato energicamente contro questa in- terpretazione, e nella 2° delle sue
tre lettere famose, dopo d’a- vere nel modo più esplicito affermata la reazione
profonda dei riflessi politici, ete., aggiunge le prove attinte dalle stesse
ope- re del Marx. Però è innegabile che egli, come già dicemmo, espli- ca molto
per conto proprio implicito marxista. Questa esplica- zione è così appariscente
che, solo per opera dell’ Engels, nella (1) Cfr. la lettera 39 dell’ExaeLs
nell’App. II. dell’op. di Axr. LabrioLA : So- cialisme et Philosophie, Paris,
Giard, 1899. pag. 257-202. Rispetto al rapporto dialettico della praris che si
rovescia in sostituzione del rapporto rettilineo ed univoco del determinismo
causale, pregiudizio della vecchia aitiolozia cfr. la citata op. del Moxporro. Il
mat. Stor., ete. Quivi acu- tamente dimostra come lo stesso etfetto si
trasformi in causa, la praxis si rovescii e reagisca coi suoi risultati sul
proprio sviluppo successivo, E sopra la riconosciuta realtà della coscienza
(affermazione del momento fisiologico) da parte dell’ExceLS e l’operare con le
idee, cfr. pure idid., pag. 13-14, e pagine 41-53; e, per l’affermazione
dell’importanza dell'elemento intellettuale scena del dramma sociale acquistano
personalità (1) e autono- mia distinta quei fattori ai quali Marx attribuisce
una parte secondaria anzi quasi indistinta nell’azione determinante della
storia. E verissimo, come dice l’Engels, che anche pel Marx la situazione
economica non è la sola causa attiva di fronte al re- sto, considerato come un
pure effetto passivo. È verissimo che anche pel Marx, vha un'azione reciproca,
sopra la base della necessità economica che finisce sempre, per aver il
sopravvento in ultima istanza (2). Tuttavia, è per il punto di vista dell’
Engels che muta la scena del dramma sociale : più nessun dubbio sopra
l’esclusività del- l’azione causativa alla sola sottostruttura economica,
ricono- sciuta francamente la causalità reciproca alle due strutture in
conflitto, benchè il fattore economico conservi la sua preponde- ranza. È un gran
passo così nella chiarezza come nella ragione, perchè c'è un'ideologia che
succede (mediatamente !) ad un pro- cesso economico come dice il Marx, e c'è un
processo economico che succede ad un'ideologia, come il Marx non impedisce di
pre- sumere, ma non dice. Per non aver badato a questo, il Marx trascurò di
dire esplicitamente che ogni processo reale (e quindi anche il processo
economico !) è causa-effetto (potenziamento re- ciproco della causalità).
Trascuro di dire, con la stessa efficacia che ripose nel sostegno della
causalità economica, che il pensiero stesso deve riconoscersi una forza viva in
quella realtà sempre causa-effetto in ogni momento del sno sviluppo, che è
l'eterno Giano Dbifronte della storia. Concludendo, sappiamo che la dipendenza della
vita sociale superiore dalla inferiore cioè dalla vita economica, secondo il
(1) Questa personalità dei fattori ideologici tuttavia vuol essere intesa in
modo generico. Constatare in pratica l’innegabile travolgente valore delle idee
rivoluzionarie, accettare e riconoscere la forza causatrice della propaganda
in- tellettuale, appoggiarla direttamente coll’organizzazione diretta delle
scuole popolari, dei giornali, degli opuscoli. delle conferenze, prevedere qual
danno gravissimo risulterebbe da una negazione cieca e demolitrice d’ogni
fattore ideale, tale è insomma l'atteggiamento che può aspettarsi dai
socialisti rivolu- zioni non disposti a incapsularsi nel fatalismo schematico
della teoria eco- nomica marxista. Vedremo in seguito che la personificazione —
per dire così — dell’impersonalità dei fattori ideologici è appunto lo stato
l’anima di An- tonio Labrioli. (2) Cfr. lettera 4% dell’ExGELS Marx, si
risolve, se si vuole, in un processo di causazione sia im- mediata sia mediata,
in cui i fattori ideologici figurano come ef- fetti e gli economici come cause.
Sappiamo che Marx ed Engels ammettono l’azione reciproca dei fattori sociali.
L’ostacolo maggiore all’esatta intelligenza del loro pensiero circa la cau-
salità sociale proviene dal fatto che vi sono più campi in cui Va- zione
efficace dei fattori non economici si può manifestare oltre al campo economito.
Quindi mentre è vero che essi ammettono la reazione causale dei fattori non
economici, non si può dire con pari sicurezza che, sia pure solo in determinati
punti dello sviluppo delle forze produttive della società, essi ammettano che i
fattori ideologici siano causa di fattori economici (causalità degli effetti).
Se quest'ultimo caso fosse vero la teoria marxista dell’indi- pendenza
oggettiva del processo economico riceverebbe una fe- rita gravissima, perchè la
necessità economica non sarebbe più l’unica base su cui avverrebbe l’azione
reciproca dei fattori non economici della restante vita sociale. D'altra parte
il passaggio medesimo dall’economia al’ideo- logia restava oscuro nella teoria
marxengelsiana quindi era d’uopo precisare la sua modalità (1). (1) L’oscurità
a questo riguardo è così grande che non tutti i socialisti sanno rendersi ben
conto del senso e del valore antimarxistico attribuibile all'impiego di certi
fattori intellettuali, preparatorj della rivoluzione proletaria, come p. e. la
scuola. Noi assistiamo adesso alla ripresa della propaganda culturale da parte
di intelligenti socialisti. I più audaci giornali del movimento socialista rivoluzionario
proclamano quasi ad ogni numero l’urgente necessità di agitare _ il problema
della cultura socialista per svolgere un’opera di elevazione, dare ai
lavoratori una coscienza socialista, sopratutto per avere una mentalità nuova,
una concezione del mondo e della vita completamente diversa da quella bor-
ghese. Tutto ciò, s'intende, per affrettare Pabolizione dello sfrattamento
capi- talistico. Senza entrare qui nella questione se cotesti promotori della
rivolu- zione sociale vogliano o no star fedeli allo spirito di Marx, un fatto
è evi- dente cioè che il ricorso ai fattori culturali per i fini della
rivoluzione del proletariato è contrario all’ammonimento fondamentale di Marx.
Marx infatti sostiene che «la produzione capitalistica genera essa stessa la
sua propria negazione colla fatalità che presiede alle metamorfosi della
natura. (Capitale, I. cap. penult). Quindi i propagandisti della cultura
socialista hanno torto di credersi sul pretto terreno del marxismo. Marx li
avrebbe sconfessati, come pregiudicati da concezioni intellettualistiche,
ideologiche. Marx avrebbe con- siderata la loro propaganda come un ritorno
completo ai procedimenti degli Di utopisti. A tutti è nota l’indignazione di
Marx contro la tattica borghese del- Ciò premesso, resta facile apprezzare la
novità e l’impor- tanza del contributo che Antonio Labriola (1) venne a portare
nell’interpretazione causale del processo storico, onde questa ricevette una
seconda notevolissima modificazione. La sua idea fu questa, di proporre lo stato
d’anima come intermediario can- sale tanto fra la tesi e l’antitesi del
processo sociale, quanto fra la struttura economica considerata come base
determinante e la soprastruttura ideologica considerata come riflesso determi-
nato (2). Per comprendere bene questa innovazione bisogna ri- cordare che nel
concetto marxengelsiano la causazione fra base economica e riflesso ideologico
rimaneva, come dicemmo, molto semplicistica e indeterminata. Il merito del
Labriola fu di de- terminare psicologicamente il srado intermedio colla sua
ricerca della mediazione dalle canse agli effetti (3). Inoltre questo grado
intermedio fra struttura e soprastruttura viene a fare riscontro a quella fase
intermedia deì processo dialettico che già vedemmo Alleanza, tendente nella previsione
critica di Marx, a « convertire le sezioni d’operai... in scuole di cui questi
signori dell’AMleanza saranno i maestri ». Ma questo tratto non si riferisce
qui che per provare la durezza antisocialistica dello schematismo di Marx.
Sarebbe ozioso continuare il paragone nei parti- colari. (1) AxtoxIo LasrioLa,
In memoria del « Manifesto dei comunisti ». Saggio sulla concezione
materialistica della storia. 2% ed. 1895. -- Del materialismo storico
Dilucidazione preliminare. Roma, Loescher, 1896. — Socialisme et
phi- losophie. (Lettres è G. Sorel). Paris, Giard, 1899. — Scritti vari di filosofia e di
politica. (ed. Croce). Bari, Laterza. — Cfr. in proposito: Crocr, Materialisno
storico cd economia marzistica, 3* ed. Bari, Laterza, 1918; GentiLE, Za filo-
sofia di Marx, Pisa, Spoerri, 1898. (2) Anr. Labriora. Social. et philos.
Lettera IX, pag. 164-174. (3) Ant. LabrioLa. Del mater. stor., 1902, pag. 14.
Questo concetto della mediazione dalle cause gli effetti, che, secondo il L.,
«non è mai evidente alla prima » (op. cit. p. 14) è proposto da luì e
riproposto le cento volte, ed indagato col più vivo senso della realtà.
Errerebbe grosso- lanamente chi nella proposizione dello stato d’anima vedesse
un’allusione alla fantasticata esistenza d’una psiche sociale o alla
escogitazione di un preteso spirito collettivo... o ad un escogitato soggetto
che si chiami la coscienza so- ciale, od altro simile coacervo di denominazioni
semiorganiche e semipsicolo- giche. (Cfr., op. cit., p. 15 e ss.). E circa la
produzione in secondo luogo e per indiretto, cfr. pag. 91-93 e ss.) E° degno di
nota il fatto che l’Engels stesso, per l’esplicito riconoscimento della
consapevolezza del bisogno (antitesi) opposto alla realtà delle condizioni
storico-economiche (tesi), viene a riconoscere la presenza del principio dello
stato d'anima del Labriola. Sul momento dell'umanismo che è nell’Engels
in- interposta dal Marx come fase di
preparazione o d’incubazione fra la tesì e l’antitesi. Un'altra cosa è da
avvertire. .È ben certo che, dialetticamente parlando e anche dal punto di
vista marxengelsiano, soprattutto dopo la lezione dell’Engels (1), nessuno ha
ora l'intenzione pue- rile di vedere separatamente nei rapporti causali da un
lato la causa, dall’altro l’effetto, separando con vuota astrazione le
opposizioni polari del processo concreto. Tuttavia è anche per tutti evidente
che ciò che determina e ciò che resta determinato non sono senz’altro la stessa
cosa. Sono bensì solo due momenti distinti dello stesso sviluppo storico,
tuttavia anche per Marx ed Engels l’infrastruttura economica predominante
secondo loro non è la superstruttura ideologica determinata, tanto che il tra-
passo da quella a questo (praxis realistica) è secondo loro irre- ducibile al
processo inverso (praxis idealistica). Per evitare ogni equivoco in materia. sì
delicata bisogna di- stinguere esplicitamente due passaggi, cioè 1° il
passaggio, che direi orizzontale, da una formazione so- ciale (struttura
economica e soprastruttura ideologica com- presa) ad un’altra, e 2° il
passaggio, che direi verticale, dalla struttura alla so- prastruttura in ogni
singola formazione. Che il primo passaggio per Marx ed Engels non sia più
schiet. tamente dialettico cioè tricotomico alla maniera hegeliana è certo. In
verità, tra una formazione sociale e Valtra (di cui la precedente funziona come
tesi e Ja successiva come antitesi) Marx introduce il periodo di incubazione,
portando così a tre î mo- menti che precedono la sintesi. La deformazione del
ritmo dia- lettica di tipo hegeliano è pertanto in questo caso evidente, come
fu provato nel $ 3. Resta da decidere la modalità del secondo passaggio. Sap-
dispensabile per la formazione della coscienza di classe, € la rivendicazione
della Menschlichkeit, come preparazione psicologica all'affermazione storica
del- l'umanità, efr. MoNDetro, op. cit., 150-1. Finalmente, serive il Mondolfo
con parole che potrebbero in parte caratterizzare la concezione dello stato
d'anima del Labriola, « per l’Engels, che mirava all’azione storica del
proletariato, la condizione indispensabile era la formazione della coscienza di
classe ». Op. cit., pag. 183. (1) AnT. LaBrioLa, Social. et philos., App.,
Lettera 34, pag. 257. eu, Far ea piamo a questo proposito che la praxis
marxengelsiana è reali. stica cioè procede dalla vita economica alle idee in
opposizione alla praxis ideologica hegeliana procedente in senso inverso. È
opinione comune che la praxis marxista sia il rovesciamento della dialettica
hegeliana, ma che dialettica resti. E appunto per questo si parla di neodialettica
(procedente dall’economia all'ideologia) essenziale al marxismo. Però, si badi
che non rie- sce tanto facile disporre i due gradi anzidetti (economia e ideo-
logia) nello schematismo tricotomico della dialettica hegeliana, allorchè si
rimanga nel campo della formazione sociale avente la sua struttura peculiare e
la sua corrispondente superstrut- tura. Può chi più chi meno fingere di non
sentirla questa. diffi- coltà. Ma non è vero che oggi non la si senta, dopo la
teoria in- terstiziale dello stato d'anima di Antonio Labriola. Ma lasciando di
più occuparci del carattere formale di questo passaggio nella dottrina
marxengelsiana, cerchiamo di scrutare l'origine e il vero senso della dottrina
dello stato d'anima come termine medio sia tra i fattori economici e le
ideologie, sia tra la formazione seciale funzionante come tesi e la sua
antitesi. È probabile che la geniale mente del Labriola ne abbia tratt l'idea
tra Valtro da alcuni sprazzi embrionali dell’ Engels, il quale sempre intuì la
causazione mediata così delle formazioni sociali come delle forme particolari o
strutture di queste for- mazioni e francamente riconobbe la presenza dei eradi
inter- medj: soltanto ebbe il torto di non insistervi a bastanza appPo-
fondendo questo punto, cioè determinando caso per caso la na- tura causale
della mediazione e facendole debito posto nella sua dottrina. Le ideologie non
sono fiori senza radici che spu ntino er abrup- to dal terreno dei rapporti
economici, nè sono fiori senza semi fecondi. Da un lato esse pure richiedono
una gestazione di sen- timenti e di idee e di volontà che si maturi poco a
poco, nel seno della società che è in essere (tesi), dall’altro succedono anche
alla fase polemica della rivoluzione (antitesi) e sono alla. loro volta, benchè
effetti, causa di processi formativi ulteriori (1). (1) Sulla duplicazione
conservatrice e rivoluzionaria delle ideologie ammessa dallo stesso Engels,
cfr. MONDOLFO Questo pensiero dovette apparire con somma nettezza all’alacre
mente di Antonio Labriola. Quella fresca vivace e robustissima esuberanza
critica, che era la sua incomparabile dote, non po- teva trascurare l'esigenza
della continuità del relativo in ogni cosa, perchè egli più d'ogni altro sapeva
che «tutto è relativo », e che frattanto la relatività non distrugge ma rende
possibile la scienza. Vedemmo che dopo il profondo rovesciàmento della praxis
ideologica hegeliana per opera del Marx e dell'Engels ciò che pareva restar
vero del famoso ritmo dialettico era la forma- lità tricotomica della tesi
dell’antitesi e della sintesi, benchè già l’idea marxengelsiana della fase
d’incubazione cominciasse a forzarne i cancelli. E lecito supporre che, dopo
l'ardita iniziativa del Marx, An- tonio Labriola abbia anch'egli veduto il
principio della media- zione causale della: dialettica nello spirito mezzo
ascoso onde il Marx improntava il rigido organismo della sua critica. Quindi, a
non lasciare nulla d’inosservato, s’affaccia Vipotesi che an- ch'egli, con la
sua proposta dello stato d’anima come effetto e insieme reagente causale, abbia
riconosciuta la necessità di spezzare definitivamente la caduca crisalide della
tricotomia dialettica hegeliana. Il suo netto principio della causazione me-
diata doveva fargli sentire, tra i due momenti antagonistici della dialettica vecchio
stile, la continuità vivificatrice, sempre nuova, sempre lussureggiante e piena
d’armonia. L’attenta let- tura delle sue opere ci persuade che ogni passaggio
latente dallo stato positivo al negativo, attirò sempre singolarmente il suo
spirito (1). (1) Sarebbe utilissimo spogliare tutta l’opera di A. LaBrIOLA per
stabilire qual uso egli abbia fatto dell’idea del punto critico fra la tesi e
l’antitesi, bril- lante come una luce nelle tenebre; quel punto che, se
mancasse, importerebbe la morte d’ogni processo, perchè spezzerebbe la sua
ritmica continuità. Lo studio di questo punto critico e criptico fra la tesi e
l’antitesi fu trascurato da Hegel. Non si può objettare che Hegel ne abbia
invece tenuto conto nella sua teoria dei nodi o linea nodale dei rapporti di
misura che fu già esumata dall’Engels contro il Diihring (capo IV, pag. 36-37 e
capo XII, pag. 154) e su cui si ferma anche il LAskixk nell’introduzione della
sua traduzione dell’Anti- Diihring, citando le applicazioni che Hegel, prima di
Marx e d’Engels, lia fatto della categoria della linea nodale alla vita morale
e sociale (pag. XCIV-V). Perchè in Hegel il punto nodale*è quello in cui i
contrarj) coincidono sinteti- camente, per es. la misura, in cui coincidono e
si incrociano la qualità e la A, Pastore — Il problema della causalità Fino a
tanto che la critica non abbia preso atto della convenien- za d’introdurre un
terzo momento fra i due primi del processo dialettico, non potranno i meriti
del Marx quanto all’incubazione lella praxis, e del Labriola quanto alla
causazione mediata per lo stato d'anima essere apprezzati a dovere. Novità
importune per l’impalcatore che, nel comodo letto d’una teoria, vorrebbe ar-
restarsi per sempre e farsi l'illusione d’aver spiegato il processo causale
dell’universo. Verità feconde per la critica nemica di qualunque
convenzionalismo che deve loro un’intuizione infini- tamente più penetrante del
gimnoco delle forze vive che compon- gono la realtà. Volendo sottilizzare,
forse la negazione della negazione, tante cara all’indirizzo marxengelsiano,
non resta neanche compromessa. Ma, se non si debba tener conto della mediazione
transitiva dello stato d’anima come grado causale intermedio fra la tesi e
l’antitesi cioè tra le opposte strutture della società, ecco il punto. Io dico
che Hegel mostra una rot- tura dell’ingranaggio dialettico della storia e che
Marx ed En- gels, oltre all’inversione della praxis, intuirono la maniera di
salvare la continuità tra formazione e formazione con la teoria
dell'incubazione, ma lasciarono indeterminata la modalità del trapasso della
praxis dall'economia all’ideologia, mentre An- tonio Labriola anche su questo
punto — mostra l’immanente concatenazione e determina la natura
dell’intermediario causale nel xeno d'ogni formazione sociale. Afferrare ed
estendere il vero concetto dinamico di questa causazione mediata. come ef-
fetto-causa, è il vero dovere della critica moderna (1). quantità. Insomma la
sintesi nodale hegeliana è il punto in cui si opera il salto qualitativo della
negazione della negazione; mentre il passaggio hege- liano dalla tesi
all’antitesi avviene senza intermezzo. Invece il punto critico e criptico di
cui si parla qui a proposito sia dell'incubazione della praxis secondo il Marx
sia dello stato d’anima come intermediario causale secondo il Labriola, ha
luogo tra la tesi e l’antitesi, come funzione mediatrice fra l'una e Valtra.
Non è infine la linea segnante il brusco passaggio alla unità hegeliana dei
contra). (1) Il Masci, nei suoi penetranti appunti critici sul materialismo
storico scrive: « Abbiamo visto come (il Labriola) rinunzii alla deduzione
delle ideologie per loro stesse dal fattore economico; ma pare che ammetta la
pos- sibilità della deduzione mediata e indiretta ». (Il mat. stor. Reale
Accad. di Napoli, 1908, pag. 18). Ma nel seguito della Memoria il Masci per
conto suo respinge la teoria dello stato d’anima come produttore delle
ideologie. « Non Tutte le differenze che si possono notare fra la dialettica
hegellana, la neodialettica marxengelsiana e la dottrina del La- - briola si
riducono allora a questa che il punto centrale del pro- cesso dialettico fra la
tesì e V’antitesi in Hegel non c’è; in Marx ed Engels c’è rispetto al trapasso
da formazione sociale a for- mazione sociale ed è il periodo d’incubazione, ma
non c’è rispet- to al trapasso della praxis dall'economia all’ideologia, benchè
si riconosca in modo generico la causazione mediata; in Labriola invece anche
questo momento interdialettico c’è ed è lo stato d'anima, produttore mediato
delle ideologie. Lo stato d’anima del Labriola è propriamente la coscienza
sociale ma in senso tutto pratico e prosdico, com’egli amava dire, cioè come
spe- cificata coscienza degli uoniini in date condizioni sociali, e co- me tale
di natura sempre circostanziale, mai espressione del pro- cesso astratto e
generico del cosidetto spirito umano (1). Lo stato d’anima del Labriola non è
unicamente lo stato emotivo d'una società determinato dall’assetto economico
(tesiì) e in- vale dire che la causalità economica concerne, come pare che
pensi il Labriola, lo stato d’anima che produsse le ideologie e non queste.
Perchè sono le ideologie le cause reali immediate ; e se non è possibile
riportarle all'economia nel loro contenuto, si deve riconoscerle come cause
indipendenti, E poi qual terreno sodo può prestare ad una dimostrazione
scientifica della cansalità sto- rica lo stato d’anima ? Nessuno presumerebbe
di fondare su di esso la rico- struzione storica delle ideologie anche le più
direttamente nascenti dalla vita emotivi, come quelle che ritroviamo nella
storia delle religioni e nella storia dell’arte. Come «i potrebbe ricostruirvi
su le ideologie più oggettive del diritto, della morale, della filosofia ? E si
deve aggiungere la difficoltà che nasce dal- l’assumere come intermediario causale
uno stato d’anima non finitimo delle ideologie, ma di quello che appare più
lontano dit esse, cioè dall'economia » (pag. 28 29). In fondo, a suo avviso, «
non si può dire che, per l’Engels e per lui, il punto di vista sia
sostanzialmente mutato, perchè sempre per ambedue il fattore economico è
fondamentale » (pag. 18). (1) Io credo che il Labriola via stato il primo a
richiamare l’attenzione dei materialisti storici sullo stato d’anima come stato
sociale intermedio fra l’eco- nomia e l’ideologia (e quindi in sè nè economico
nè ideologico). Ma riconosco che non ne ha sempre fatto buon uso, e valga per
esempio, la sua interpre- tazione economica del Cristianesimo, (che fu
confutata in modo lampante dal Masci). Però il suo torto fu appunto di non aver
sfruttato abbastanza la sua teoria sullo stato d’anima, lasciando troppo in
ombra la formazione della coscienza religiosa superiore alla costituzione
dell’ideologia conservatrice cioè della dom- matie cristiana. Lo stato d'anima
è qualche cosa che sta da sè, pure rice- vendo gli stimoli determinanti
dall'ambiente e l’azione preponderante (rispetto agli altri fattori!) del
fattore economico, Il Labriola stesso non dichiara forse sieme determinante
dell’azione rivoluzionaria diretta alla ne- gazione del bisogno (antitesi) a
cui terrà dietro il momento su- peratore dell’ideologia cioè la negazione della
negazione (sin- tesi). Non è neppure lo stato coacervo
(conoscitivo-emotivo-volitivo), d’un’intera società che riconosce l'ingiustizia
dello stato econo- mico imperante, ne sente il dolore e vuole agire per il
soddista- cimento del proprio ideale. È l’atteggiamento pratico delle co-
scienze degli uomini come incarnazioni viventi delle cognizioni
emozioni-volizioni che precedono la negazione del bisogno e poi orientano
causalmente l’azione diretta al soddisfacimento di esso. È l'apprezzamento
reale dell'aspetto economico imperante, in quanto determina la condotta umana
di tutta una società nella sua tecnica di lavoro e dirige i suoi sforzi
rivoluzionari verso un aspetto migliore. A questa stregua Antonio Labriola
interpreta in modo nuovo le trasformazioni causali silenziose che rivoluzio.
nano la vita delle società. Noi quindi accettiamo che il suo prin- Gipio come
canone di interpretazione o anche meglio come ipo- tesi di lavoro ma niente più
(1). senza ambagi, che il progresso economico determina il progresso
dell'intelligenza e che questa, applicandosi ad altri oggetti, crea le
ideologie ? Questa preziosa confessione serve al Masci per confermare una volta
di più la sua tesi cioè la fallacia della teoria dello stato d'anima. A parer
nostro, invece, trasporta la questione sul progresso intimo dell’eterogenesi
dei fini, intorno a cui non s'è ancora detta l’ultima parola.
Sull’interpretazione non astratta dello stato d’a- nima del L. Cfr. Del mat.
stor., 1902, pag. 14-17; 49-50. (1) Questa riserva non vorrei che fosse
dimenticata dalla critica. Giurare nella verità assoluta d’un’ipotesi di lavoro
è — ai miei occhi — una pazzia. La teoria del LaBRrIOLA è comoda; possiamo
servircene finchè può essere utile, nell’interpretazione delle condizioni
causali della storia. Essa fa capire tanti casi di causazione mediata o di
potenziamento che vengono dimenticati dai più, inchiodati nella visione
esclusivamente antitetica della destra hegeliana. Ma bisogna riconoscere che
ogni pretesa di ridurre a questo schema la legge della storia è, per lo meno,
tanto temeraria quanto quella di voler fare di Antonio Labriola — acerrimo
nemico d’ogni convenzionalismo dottrinario — un formalista. Il fatto vero mi
sembra la continuità reale dei tre momenti strutturali: inferiore - medio -
superiore. Propriamente parlando e sempre in omaggio ai principj dell’unità
psicofisica del reale e del potenziamento della causalità non è la
sottostruttura che sia causa della soprastruttura, come vuole il Marx, nè pure
la causa delle ideologie vuolsi cercare esclusivamente nella media struttura
cioè nello stato d’anima. Non è il sotto che produce il sopra, nè viceversa. Il
vero — come si dice laconicamente nel testo — pare questo. Profittando di
questo punto di vista riteniamo che tutte ie ideologie dalle inferiori alle
superiori (cioè dalle politiche e giu- ridiche, ille morali, religiose,
artistiche, scientifiche e filosofi- che) sono prodotti formali, non d’un
fantasma astratto, ma del- l'energia psicofisica della società, la quale vibra
in un presente atfannoso e aspira a un avvenire migliore : di quell’energia
viva, fatta di uomini operanti che sente il continuo bisogno del supe- ‘amento
pratico, che si fa un'idea direttiva, — benchè immensa- mente generica — della
propria attività. e pur senza disceni preconcetti lavora per la volontà
consociata di attuarla. Come tutti 1 prodotti di reazione (potenziamento
causale) le ideologie rispondono al bisogno di superare lo stato antecedente.
Ma questo stesso bisogno di superamento non è più il bisogno economico naturale
della struttura sottostante. Lo riconosce lo stesso La- briola quando
esplicitamente dichiara che il « progresso dell'in- telligenza può applicarsi ad
altri oggetti». Con questa. specifi- cata coscienza degli uomini operanti in
determinate condizioni sociali noi siamo propriamente nella zona media fra la
sitna- zione economica (tesi) e lazione rivoluzionaria, produttrice sua volta
d'una specifica ideologia di vittoria (sintesi), cioè nella zena media, effetto
relativo dell’antecedente e causa relativa della susseguente (1). \G. — Non è
qui il caso di entrare in minuti particolari. Chi- unque, se interrogherà la
successione degli avvenimenti sociali senza preconcetti sistematici, potrà
convincersi che è insosteni- bile ki pretesa hegeliana che tutte le
trasformazioni causali della storla si possano colare nello stampo tricotomico
della tesi-anti- È il sotto che è interferente col sopra, mediante il comune ;
è il sotto che ha corrispondenza col sopra e viceversa proporzionalmente, in
guisa che la bilancia qualiquantitativa della realtà rimane rispettata. Tutto è
qualiquantitativo. l'utto è ideale e reale. Non c'è fase economica che non
abbia la sua ideologia. Ma non perchè quest’ultima sia l’etfetto della prima;
piuttosto perchè la realtà. e lidealità sono immanenti all'unità psicofisica
del tutto. La considerazione dell’ideologia come riflesso esterno epifenomenico
delle condizioni materiali della vita è una finzione (utile certo all’analisi)
ma in pari tempo è l'errore tilosofico del materialismo storico. Le ideologie,
per quanto siano l’effetto dei processi psicofisici formativi che prima le
hanno causate, sono, alla loro volta, nuova causa di infinite formazioni
psicofisiche effettive ulteriori. (1) Sull'effetto che si trasforma in causa,
efr, MoxpoLFo tesi-sintesi. Del pari possiamo contestare ai fautori più
radicali del materialismo storico la pretesa che il fattore economico sia la
causa immediata di tutte le ideologie 1). Dalle fini analisi dello stesso
Labriola risulta che il fattore economico, mentre deve considerarsi come base
dello stato d’anima e quindi della rivo- luzione, non può considerarsi come
causa immediata delle ideo- logie esprimenti il trionfo del nuovo congegno
sociale uscito dai fianchi della rivoluzione. La teoria dello stato d’anima o
meglio ancora della mediazione causale (2) ci lascia pertanto riconoscere la
relativa indipendenza delle ideologie dai fatti economici, e, ciò che più importa,
la forza produttrice che rende possibile lo svolgersi ulteriore dei più
importanti fenomeni sociali, secon- do lVanima umana. Ne queste osservazioni
critiche sono fondate noi siamo in gra- do oramai di farci un’idea sintetica
del valore del cosidetto ma- terialismo storico dal punto di vista del problema
causale. Ten- teremo in seguito di inoltrarci per la nostra via. I marxisti
hanno dogmatizzato ad esuberanza la supremazia della loro concezione tecnico
economica (3) sopra egni altra con- cezione collettivista, sia
antropogeogratica, sia etnologica, sia civile, sia politica, sia ideologica.
Mettemmo a nudo lunilate- ralità e lesclusivismo di questo indirizzo che, pur
ammettendo l'interdipendenza di tutti i fattori dai fisici ai sociali. afferma
la preminenza del fattore economico. Il Croce acutamente ha proposto di
impiegare la concezione marxista come un semplice canone d’interpretazione
storica (4. Ma neanche questo abile ripiego riesce a salvare il materialismo
storico dalla rovina. (1) E supertluo ripetere che questa pretesa fu
definitivamente distrutta dallo stesso spirito del rovesciamento della praxis
il quale ammette che gli effetti non restano passivi, ma reagiscono sulla
causa, entrano in lotta con essa, di- ventano fattori del suo ulteriore sviluppo.
Cfr. MoxpoLro, op. cit., pag. 279-323. (2) E° bene attenersi il più che sia
possibile a questa ultima interpretazione del contributo portato dal Labriola
nella critica della causalità storica. Qui nella teoria della mediazione
generale è il vivo e reale senso della sua dilu- cidazione preliminare. Il
resto rischia troppo di incontrare la semplice appro- vazione dei dottrinari
che, inetti ad afferrare la prosa feconda della realtà, si impinguano nelle
raftinate questioni di terminologia. (3) Per l’interpretazione
tecnico-economica della teoria marxista, ctr Bart Die Philosophie der
(reschichte als Sociologie. Leipzig, 1897. (4) B. Croce, Per l’interpretazione
e critica di alcuni concetti del Marrismo Memoria. Accad. Pontoniana. Napoli,
1897. ee è TO Notiamo in primo luogo, che il marxismo non ha mai mostrato di
possedere un concetto adeguato del problema complesso della produzione, pur
avendo posto la critica del concetto di produ- zione come cardine del proprio
sistema. Invero non c’è quasi un osservatore marxista il quale non abbia cento
volte affermato che i mezzi di produzione sono quelli solamente che si
impiegano pel lavoro materiale (industriale, agricolo. commerciale). In- tanto
la falsità di questo concetto è evidente. L'uomo lavora col braccio e colla
mente; i suoi mezzi di produzione non sono soltanto i terreni, le officine, le
macchine, gli utensili, etc., ma l'intelletto e la volontà e in genere la sua
coscienza. La scienza è un lavoro, Varte è un lavoro, la morale è un lavoro, la
reli- gione stessa è un lavoro. Io inclino a considerare il lavoro ideale alla
stessa stregua del lavoro materiale. Non è vero che l'uomo possa vivere col
puro lavoro del corpo senza fare un corrispon- dente lavoro colla mente. Re i
bisogni della vita somatica re- clamano immediatamente d’essere soddisfatti,
questa. soddisfa- zione non può aver luogo senza un minimum di attività
psichica indispensabile all’adattamento dei mezzi al fine. Ogni lavoro col
braccio è già un lavoro col cervello. Ogni mezzo di produzione economica è in
pari tempo mezzo di produzione psichica e fisica. Dato che il fattore economico
sia la base su cuni si malza la struttura individuale e sociale è evidente che
questa è sem- pre di natura psicofisica. La natura psicofisica della produzione
: questa è la condizione essenziale del processo di tutta la vita. Il marxismo
pertanto ha svisato la fisionomia complessa di que- sta condizione, nel doppio
aspetto statico e dinamico della so- cietà, misconoscendo la subobjettività
così della coesistenza co- me del processo biosociologico onde lia società è
pervenuta allo stato presente e si prepara alle trasformazioni dell’avvenire.
Nella determinazione dei fattori e delle leggi dell'evoluzione sociale umana
Tobliterazione delle condizioni psichiche è un errore solenne (1). La
conclusione allora diventa evidente» Ne tra gli strumenti di produzione entrano
in gioco anche i (1) Oltre al comune dinamismo psichico coordinato al processo
fisiologico è innegabile l’intervento etticacissimo del fattore della solidarietà,
effetto della simpatia e causa di altruismo. fattori ideali, se la critica
biosociologica è forzata a far appello alla coscienza, a chiamarla in suo aiuto
e trascinarla così nel movimento economico, vuol dire che non è la vita
materiale che determina la coscienza, ma sono le forme produttrici della co-
scienza che in unione colle forme della produzione materiale determinano la
vita dell’uomo. Vuol dire che c'è un’economiu ideale a fianco dell'economia
materiale, cioè che solo il com- plesso di tutti i rapporti di produzione
interna ed esterna fog- cia la struttura economica della società, prendendo la.
parola economia nel suo più vasto significato, come sintesi di tutti i rapporti
di produzione. Notiamo in secondo luogo, che il marxismo è ancora vittima
dell’interpretazione darwinistico - spenceriana dell'evoluzione, ligia al
principio dell'adattamento del vivente all'ambiente: e in questo caso
all'adattamento della natura umana alla natura esteriore. La natura umana
resta, secondo Marx, modificata ne- cessariamente dalla natura esteriore,
perchè gli strumenti e i mezzi di produzione materiale che l’uomo adopera, e
che costi. tuiscono il sno ambiente storico, in altri termini la sua necessi-
tà economica, lo pongono in date relazioni per le quali egli è costretto a
modificare le sue abitudini, i suoi sentimenti, le sue inclinazioni, il suo
modo di pensare e d’agire. E per questo concetto che la rivoluzione portata da
Marx nella scienza sociale fu paragonata da Giorgio Plechanow a quella di
Copernico nell’astronomia. Ma questa «tirata poetica» non è che lo sfogo
d’un’ipotesi senza. fondamento. La teoria dell'adattamento all'ambiente co.
mincia già a mostrare parecchie crepe da cima a fondo, e parec- chie parti del
vecchio edificio sono cadute in rovina. La vittoria, almeno nel campo della
vita sociale, non è già di coloro che san. no adattarsi all'ambiente, ma di
coloro che sanno adattare l’am- biente alle proprie esigenze, E sicuramente un
rimprovero duro ma giustificato l'avvertire che il marxismo, avendo i piedi in-
chiodati sulla fatale tavola dell’adattamento all'ambiente, non ha potuto mai
sollevarsi al riconoscimento della trasformazione artificiale dell'ambiente
naturale e quindi alPidea dell’adatta- mento dell'ambiente alle esigenze vitali
dell'individuo. La fissa zione del marxismo è sempre questa : la necessità
economica da ‘contrastarsi con tutto il rigore scientifico. Sul valore di ciò
che il marxismo intenda per indipendenza del fattore economico dal fattore
psichico abbiamo già avuto occasione di sincerarci nell’osservazione
precedente: fermiamoci ora ancora un poco sulla questione dell’adattamento
della natura umana alla neces- sità economica dell'ambiente. Non è forse vero
che l’uomo per campare la vita agisce sulla natura esteriore, impiegando certi
mezzi o strumenti di produ- zione? Non è forse vero che l’uomo in questo modo
riesce a mu- tare artificialmente l’ambiente della natura esteriore che varia
di continuo, contrariamente alle esigenze della propria vita che restano
relativamente costanti? Non è forse vero che i mezzi da lui impiegati, gli
strumenti da lui costruiti per produrre so- no sempre ad un tempo materiali e
spirituali, come è sempre materiale e spirituale la sua produzione, come sono
sempre ma- teriali e spirituali le condizioni indispensabili all'economia della
sua esistenza, cioè infine le sne condizioni economiche ? ST. — Per non
prendere abbaglio nell’apprezzamento del de- terminismo sociale bisogna
distinguere i mezzi di produzione dai mezzi di proprietà. I mezzi di produzione
sono forze e forme di sviluppo: i mezzi di proprietà sono forme e forze di
conser- vazione. Ma sì gli uni che gli altri sono sempre psicofisici a me- no
che si voglia concedere che i mezzi di produzione si inventino inorganicamente,
senza il concorso nonchè il soccorso della più piccola idea; perchè allora
tutto resterebbe «piegato chiaramen- te, come il mistero della madre notte. Ni
consideri ora la sitna- zione del marxismo più materialistico che pretende di
eostrin- cere la critica a prender atto della prevalenza della necessità
economica materialmente intesa (1), dal momento che in questa necessità
economica figurano fattori di coscienza, mezzi e stru- menti spirituali! Noi
respingiamo ogni pretesa di imporci la teoria della dipendenza dei fattori ideali
dai fattori materiali come se la vita umana fosse esclusivamente determinata
dalla necessità economica inferiore. Noi affermiamo invece che ogni necessità
economica sin qui riconosciuta è il risultato. in ulti- (1) Sulla def. del
concetto di economico cfr. MoxpoLFo, op. cit., pag. 275 e seguenti. 170 SEZIONE
I. - CAPO VI ma analisi, del concerso di fattori spirituali e materiali. -In
nessun fenomeno veramente economico della vita sociale non possiamo più
limitarci alla considerazione del fattore materiale astratto dal fattore di
coscienza, o di questo da quello. La rea- lizzazione delle condizioni
favorevoli alla conservazione della vita sociale è dovuta al più o meno
intelligente impiego di certi mezzi in vista di certi fini. Ogni uomo, come
ogni società umana, è una somma. di bisogni relativamente costanti (1) donde
risulta quel che il Quinton de- ha nominò la stabilità del processo biologico.
Di fronte a questa è pure un fatto innegabile l’instabilità del processo
cosmico e prossimamente naturale (2). Per servirmi di un paragone espressivo,
l’uomo ha come due Corpi uno dentro Valtro: ii suo corpo individuale (organismo
(1) A proposito di bisogni relativamente costanti si noti che il Feuerbach,
sostenendo lazione dialettica del bisogno, ha spinto il marxismo a collocare il
bisogno nel momento dialettico dell'antitesi. Questo tratto è riconosciuto
anche dal Mondolfo, il quale scrive: « L’aspirazione per lEngels e il Max vuol
essere una necessità storica, cioè un bisogno imprescindibile, che deve muover
«li animi e armare le loro volontà; deve, quindi, avere per punto di partenza
le condizioni storiche reali. Da queste (tesi), per il bisogno (antitesi), si
genera l’azione (sintesi), in un movimento dialettico, che viene a costituire
il concreto processo storico » (op. cit, pag. 96). Ora, senza contestare il ca-
rattere rivoluzionario dei bisogni, mi pare che sia anche d’uopo riconoscerne
il carattere conservatore. Invero, gli atti economici non tendono quasi mai ad
altro che ad essere la ripetizione degli atti analoghi anteriori, in quanto non
possono non conforminsi alla legge del minimo mezzo. Allora non è il bisogno ma
solo l’insoddisfazione del bisogno che tende alla rivoluzione. L’appaga- mento
del bisogno tende alla stasi. La stessa rottura d’equilibrio che carat- terizza
la catastrofe rivoluzionaria non può non essere regolata che da tale prin-
cipio fondamentale, che è quanto di più quietistico si possa imaginare. In ul-
tima analisi la leggenda del valore eminentemente rivoluzionario dei bisogni, è
tanto fondata quanto quella del valore eminentemente conservatore delle
ideologie. (2)
QuistoN, ZL'eau de mer, milicu organique. Masson, Paris. Cfr. al riguardo, René
Quinton Orvigines marines de la vie. Lois de constance originelles. Essai sur
l’esprit scientifique, par Lucien Corpecitor. Mercure de France, Paris. — Secondo
il Q. non è la cellula che si adatta e varia secondo le variazioni continue
dell'ambiente cosmico, ma è il suo organismo, (il suo ambiente artifi- ciale)
che viene da essa variato, modificato, adattato in maniera continua, af- finchè
essa possa mantenere la sua fissità, le condizioni invariabili e indispen-
sabili alla propria esistenza. Dunque non adattamento dell'individuo all’am-
biente, ma adattamento dell'ambiente all'individuo. Nel testo si generalizza
questa teoria e la si applica alla concezione della vita sociale. ART. III -
CAUSALITÀ STORICA 171] psicofisico) e il suo corpo sociale (istituzioni
materiali e morali). Il primo è congenito, il secondo è artificiale, il primo è
facil- mente trasportabile entro certi limiti, il secondo assai meno. Protetto
da questa doppia corazza, servito da questo doppio o01- dine di mezzi o
strumenti psicofisici, l'uomo -— con inesausti accorgimenti evolutivi —
mantiene quelle condizioni inorgani- che e organiche, materiali e spirituali
che sono propizie alla conservazione e alla propagazione della esistenza. La
sua grande abilità di vita consiste non tanto nelladattitrsi all'ambiente
esterno quanto nell'adattare le circostanze esteriori alle preprie esigenze,
cioè nel conquistarsi incessantemente il suo ambiente per assimilazione (1);
non tanto nel trasformarsi quanto nel tra sformare; non tanto nell'evolversi
secondo TFambiente, quanto nel far evolvere Taumnbiente al suo scopo; non tanto
nell'essere un prodotto evolutivo, quanto nell'essere un produttore di evo
luzione. L'azione che luomo esercita sopra la natura esteriore è molte
complessa. La sua tattica economica comprende stru. menti di lavoro materiale e
spirituale ; la sua produzione è este- tica e logica non meno che tecnica e
morale. Questo punto di vista cambia radicalmente ki prospettiva dell'economia
politica. Non solo Vindustria ma la scienza, Pitete e la morale sono mezzi
dipendenti dagli scopi della vita, donde dipendono i mezzi di proprietà cioè le
forme e ie forze di conservazione. Tutti in- siente non sono che mezzi
variabili d'adattamento dell'ambiente alle esigenze costanti dell'umanità. Ecco
il fatto estremamente importante, sul quale il marxismo si mantiene in un
ostinato »i- lenzio. Non occorre avvertire che noi qui consideriamo questa
teoria della psicofisicità dei mezzi di produzione e dell'adattamento
dell'ambiente come una pura ipotesi, «la cui probabilità potrà solo valutarsi
col mettere a cimento coi fatti le conseguenze che da esse si deducono »). Ma,
in quanto tende a dar nuovo impulso a un ordine di ricerche e ci lascia
intravedere la possibilità di determinare almeno certe leggi di tendenza e di
periodicità da cui l'ipotesi marxista resta assolutamente esclusa, pare che val.
ga la pena di uno studio diligente (21. (1) DeLser, Za science et la réalité.
Paris, Flammarion, 1913, pavw. 69. (2) Notiamo, finalmente, che questi punti di
vista antimarxiani, se hanno importanza per ciò che si riferisce alla questione
dell'interdipendenza di tutti ì 172 : Concludendo, facciamo un rapido cenno
delle conse- guenze. Certo bisogna cancellare, senza scrupolo alcuno, l’idea
che l'anima umana stia da sè, come ente astratto, come specie stabile piantata
dal di fuori della realtà, come un chiodo nella storia: altrimenti si lascia
adito aperto alle ipostasi. Ma non si può negare la funzione elaboratrice della
vita interiore. Per ap- profondire quest'ultimo concetto, su cui le teorie
della causa- zione mediata dello stato d’anima e della continuità del processo
sociale hanno projettata, come vedemmo, una luce nuova, non abbiamo che da
interrogare gli annali della storia così dei popoli come degli individui. Che
non solo lo stato d'animo in genere. ma l'idea stessa facendosi nella storia
diventi fatto e quindi. po- tenziandosi causalmente, convorra essa medesima a
fare la storia cioè diventi fattore è principio saldissimo della nostra
esperienza nonchè della nostra speranza (I. Indarno i metafisici materia- listi
cospirano a cacciar via dalla critica questo principio ; indar- no ì
materialisti storici lo rifiutano come repugnante alla dialet- tica della
realtà. Il principio del potenziamento causale degli ef- fattori dai fisici ai
sociali escludendo la preminenza al fattore economico nel senso materiale (con
che si opera un capovolgimento che rimette in primissima linca quei fattori che
Marx ha ritenuto secondarj), non ne hanno meno per ciò che ha rapporto alla
questione della lotta di classe e della possibilità delle ri- voluzioni
sociali. (1) Non si tratta della speranza romantica dei dottrinarj! Si tratta
della fon- data speranza di Engels che un giorno «tutto l'ambito delle
condizioni della vita, che fino ad ora ha dominato gli uomini, passerà sotto il
comando e la re- visione degli uomini stessi, che diverranno, così, per la
prima volta, effettivi si- snori della natura, perchè saranno signori della
propria consociazione » ; si tratta della fondata speranza di Marx che un
giorno < alla vecchia società borghese con le sue classi e coi suoi antagonismi
di classe, subentrerà un'associazione nella quale il libero sviluppo di
ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti » ; si tratta della
fondata speranza di Antonio Labriola il quale, dopo d'aver citate le
dichiarazioni di Marx e d’Engels qui sopra riferite, piglia net- tamente
partito per « la possibilità di una trasformazione della società dei paesi più
civili, per la quale cesserebbero le cause e gli effetti delle presenti lotte
di classe ». (Cfr. Ant. LanrioLa, Del materialismo storico. 28 ed. Roma,
Loescher, 1902, pag. 128-129, 138 e ss. e passim). Il principio causale non è
la chiusa di una perorazione retorica; ma il rico- noscimento del valore
dinamico di ogni risultante. Applicato all'indagine delle formazioni sociali
questo principio diventa l'esigenza fondamentale dell’inter- pretazione critica
della causalità storica; e non è escluso che possa assumere una portata
universale. fetti in ogni campo della vita sia esterna sia interna s'impone con
l'evidenza medesima: del reale, malgrado i teologi del mar- xismo. Nessuno omai
che realmente cioè intellettualmente e mo- ralmente partecipi della vita
moderna, si mette a rintracciare la causalità storica e a stillarne le leggi
supreme, come se non solo le idee ma anche gli ideali e le stesse ideologie
fossero quantità trascurabili, affatto improduttive. Se in queste ricerche non
è possibile conservare rigorosamente il senso scientifico al rap- porto tra
causa ed effetto, vi si dà pure un senso pratico non poco penetrante, che anzi
ci porta un contributo prezioso all’in- terpretazione causale di tutta la
realtà aggiungendo alla cono- scenza scientifica, chiusa nello stretto campo
dei fatti sperimen- tabili, Vinterpretazione critica di quella maggior parte
della realtà umana in cui noi viviamo per la realizzazione progressiva
dell'ideale. La realizzazione progressiva dell'ideale è appunto un fatto reale
ben più complesso e causativo di quello che pare agli epi- ftenomenisti, se
dobbiamo giudicarne dalla storia e dall’afferma- zione inconcussa dell’anima
nostra. Al senso pratico dell'anima nostra, al senso concreto e cau- sativo
della nostra umanità noi dobbiamo ritornare. Chi cerca le cause dei
rivolgimenti civili unicamente nelle strutture estre- me che circondano il
campo della vita sociale e ne consolidano i prodotti, nulla capisce della
dinamica causale della storia, che si agita nella realtà e domina per volontà
delle classi possidenti che tengono il potere; come nulla comprende delle
ideologie (tanto inferiori, quanto superiori) chi ce le fa cadere dall’alto
d’un cielo sublime. Noi siamo convinti che il regno dei parassiti ha da finire;
ma non sappiamo attribuire l'avvenimento della giustizia al solo aumento della
miseria della classe inferore. nè al solo aumento della ricchezza della classe
superiore. Il mo. vimento redentore non può venire solo dal basso o solo
dall’alto. In fondo pertanto non siamo fatalisti e dogmatici come certi
marxisti che si abbandonano allo sviluppo necessario e automa. tico delle più
ingiuste condizioni economiche, colla tattica delle braccia incrociate (1). (1)
Abbiamo già avuto occasione di rilevare che questa tattica fu respinta dallo
stesso Engels. Rimando il lettore all’op. del MonpoLFO (pag. 213) in cui Staccare antagonisticamente le formazioni
storiche una dal- l’altra e le strutture cosìdette inferiori dalle superiori in
ogni formazione, per conformare il processo sociale allo schematismo d'una
dialettica qualunque, è non solo artifizio scolastico ma er- rore funesto. Pare
nondimeno che la vita sociale si attui con un certo ritmo. Quindi, in mancanza
d’una conoscenza esatta le ipotesi s'insignoriscono di noi. E noi, per esempio,
preferiamo ragionare come se ogni fase di tale ritmo continuo avesse una
triplice struttura: inferiore, media e superiore, e fosse sempre, in certo
modo, conservatrice nelle sue forme di costituzione e di proprietà,
rivoluzionaria nelle sue forme di produzione e di svi- luppo. Non è mio
pensiero esporre un nuovo sistema di filoso- fia deila storia. Solo m'importa
notare che la nuova interpreta- zione della causalità storica non può più
rinunciare al principio della continuità delle formazioni sociali. Non è più
lecito imitare quei filosofi che scansano comodamente tutto ciò che non entra
nella cornice del loro quadro, Se vha causazione possibile tra l'e- conomia e
l'ideologia, la causazione — sembra — non potrà essere che mediata e potenziata
e conforme al principio dell’unità psi- cofisica del reale. Ogni organizzazione
sociale si regge solo a condizione di rappresentare lunità psicofisica dei rapperti
di produzione di scambio, di coscienza e d’aspirazione, di domi- nazione, di
diritto, di morale, d’arte, di religione etc., che co- stituiscono la
complessità dell’uomo medio d’una qualsiasi epo- ca storica. Lento o veloce,
oscuro o glorioso, non l'individuo singolo ma luomo consociato e considerato
nel suo processo evolutivo si ritrova sempre tutt'uno con gli stessi bisogni e
le stesse idealità sulla via della storia. Le diverse teorie sulla sto- ria
universale non riescono da ultimo che a mostrare una: cosa, cioè la necessità
di distinguere le strutture sociali per unificarle nell’lumanitas d’ogni
momento. Esse richiedono che sia ben di- stinta la sottostruttura dalla
soprastruttura e la ragione del trapasso di quella a questa, pel solo fine che
ogni distinzione si ricorda che 1 Engels, già nel 1890 aveva combattuto
vivamente PErnst, che faceva sua «la bislacca affermazione del metafisico
Diihring, che per Marx la storia si compia quasi automaticamente, senza l'opera
degli uomini (i quali la fanno), e che questi uomini vengano mossi dalle
condizioni economiche che sono pure opera degli uomini) come altrettante figure
di scacchi ». di lavoro materiale, di
bisogno consapevole e di valore ideale sia complice dell’indivisibile unità che
si realizza nel seno della storia. Così, è vero che anche a noi, stanchi della
dialettica he- geliana riesce comodo rappresentare. con trasparente metafora,
la sottostruttura sociale come l'inferno della vità economica con- dannata al
lavoro e la soprastruttura come il cielo dei valori consolidati nelle
ideologie. La struttura intermedia allora ci appare il purgatorio immanente
della coscienza sociale e dell’a- zione rivoluzionaria che, potenziando la
causalità, trasfigura gli effetti in nuove cause, i bisogni in idee, le idee in
valori. Pel diretto contatto della zona media con ciascuna delle estreme, essa
ci appare nello stesso tempo economica e ideologica, infor- mativa e formativa,
nodo critico vitale suscitatore delle energie volontarie, arena dei più fecondi
conflitti della storia. Ma chi vorrebbe dar valore ad una metafora digiuna del
più almo senso della realtà? Lavoro, coscienza, valore sono tre mondi
analiticamente di- stinti per convenzione ma continui e indivisi nel ritmo
concreto della vita. L'umanità d'ogni formazione storica è la sintesi di questi
tre mondi. Ma questo è patente solo perchè anche ogni uomo singolo ha una
sottostruttura economica e una soprastrut- tura ideologica, e nel cuore della
sua vita cioè nel nodo vitale della sua coscienza è il potenziamento reciproco
della causalità, la conversione dei bisogni iu valori di spirito, cioè la
gestazione dell’ideale che si fa continuamente in lui e per lui. Nel
compenetrarsi reciproco dei fattori naturali e spirituali, la cansalità storica
potenziandosi s’infutura in nn contenuto sempre più alto. Ma è questo contenuto
che, Inngi dall’essere un epifenomeno senza valore, funziona esso medesimo da
fattore evolutivo e non già nella forma d’una causa efticiente trascen- dente e
finale, bensì in quella d'un conato elettivo. immanente all'unità. psicofisica
della vita. Riassunto della Sezione
prima. Si chiarisce il passaggio dalla que- stione epistemologica alla
questione speculativa, oggetto della Sezione seconda. $ 1. Per rendere più
evidenti l’ordine e il senso delle ricerche tecretiche istituite in questa
prima Sezione, raccogliamone i sommi capi. | In generale nell’Introduzione si
premette che le ricerche con- cernenti la conoscenza empirica della causalità e
la determina- zione scientifica delle leggi causali costituiscono due problemi
tipici affatto indipendenti dalle questioni che concernono l’in- terpretazione
filosofica del mondo. Quindi in particolare si chia- riscono i nessi storici e
critici intercedenti tra il problema filo- sofico della sintesi a priori in
ordine alla fisica pura di Kant e il problema scientifico della determinazione
delle leggi causali in ordine alla fisica sperimentale di Galileo. Così si
agevola il passaggio dalla storia alla teoria. Il Capo primo abbozza
un’empiriologia in ordine al problema causale, collo scopo di chiarire
l’organamento dell’esperienza e il suo valore rispetto alla conoscenza causale
della realtà. Il risultato più importante è il franco riconoscimento del senso
causativo e del valore alogico dell’esperienza. Da questa riven- dicazione
della nostra esperienza nella sua integrale unità (1) ri- sultano i diritti
inalienabili, ma nello stesso tempo i limiti ine- sorabili dell'empirismo. (1)
Per questa rivendicazione cfr. ALIOTTA, La guerra eterna e il dramma del- l’esistenza.
Napoli, Perrella, pag. 26-28 e s. A. Pastore — Il problema della causalità
- Il Capo secondo traccia la teoria
della scienza in genere e della fisica sperimentale in ispecie rispetto alle
condizioni, ai mezzi e alle forme che ne costituiscono l’organamento logico;
quindi stabilisce le certezze capitali, lo scopo e il criterio della verità
della scienza; in seguito illustra i dune postulati dell’esi- stenza objettiva
della realtà. e della razionalità della natura che sì impongono alla fisica
sperimentale. Il Capo terzo pone la definizione del concetto di rapporto cau-
sale fissando le note primarie e qualificative, e in due glosse chiarisce le
due questioni generali dell’eguaglianza e della dise- cuaglianza nel rapporto
causale e della necessità. Il Capo quarto tratta separatamente le otto
questioni speciali più Importanti che si sollevano sul concetto di rapporto
causale; e da ultimo elenca i corollarj aitiologici. Il Capo quinto
surcintamente espone la teoria del metodo spe- rimentale e ne illustra i quattro
momenti caratteristici. Per espe- rimento — affatto distinto dall'esperienza —
intendiamo la mo- dificazione artificiale delle circostanze naturali iu cui
accadono i fatti, rivolta alla determinazione esatta delle leggi causali. In
genere l’esperimento consta di due operazioni : a) Veliminazione delle
variabili indipendenti, d) la determinazione delle variabili dipendenti. Queste
due operazioni non hanno luogo senza l’ideazione teo- rica prima e la
realizzazione pratica poi d’un sistema ipotetico artificiale che deve essere
composto sui dati dell’osservazione empirica e in vista d'una deduzione
possibile, cioè d’un’ipotesi- modello. Ogni sperimento quindi è esso stesso un
sistema ipote- tico-deduttivo, in cui il modello funziona da termine medio. Il
suo compito precipuo è di rivelare all'opera il modus ope- randi della natura
nella causalità. Sono da ultimo aggiunte alcune illustrazioni sui punti princi-
pali di questa teoria. Propriamente si mostra : 1° che Ja virtù del processo
sperimentale non deriva dall’am- piezza quantitativa dell'esperienza : 2° che i
termini elementari concorrenti nella produzione del rapporto causale non hanno
bisogno di esser conosciuti nella loro intima essenza ; 3° che l'esperimento
non è un processo induttivo; £ che non
abbiamo diritto di muover dubbio sopra la validità perenne delle verità
deduttive; 5° che solo il conveniente impiego dei modelli ci dà la chiave delle
relazioni causali ; 6° che la teoria dell’esperimento come metodo ipotetico-de-
duttivo costruito ee datis capace di portarci al possesso d’una legge
universale e necessaria resiste agli assalti della critica; T° che i modelli
tuttavia riducendosi a mere finzioni ausi- liarie non devono esser costruiti
per semplice amore della fin- zione medesima ; | i S° che il loro impiego è
legittimo non solo ma indispensabile alla scienza fisica fin dai primi
fondamenti ; 9° che infine dal crescente accordo tra i risultati del metodo
Ipotetico-deduttivo e i‘tenomeni fisici i quali si rivelano non so- lamente
ordinati ma realmente intelligibili e deducibili si può trarre argomento per
rafforzare la tesi della logica della natura. Il capo sesto, nell'Art. I
difende la tesi della doppia causalità fisica e psichica : nell'Art. II
sostiene la. possibilità della deter- minazione sperimentale delia causalità
psichica, in primo luogo definendo la psicologia come scienza esatta, in
secondo luogo sgombrando tutte le difficoltà concernenti Je questioni dell’omo-
geneltà tra la misura e il misurato, della quantità dei fenomeni psichici e
dell'unità di misura e dell’applicabilità dello speri- mento alla psicologia
:,in terzo luogo stabilendo le nozioni fon- damentali di fenomeno psichico, di
connessione psicofisica e di unità di misura dei fenomeni complessi (unità
derivata); in quarto luogo difendendo l'impostazione scientifica del metodo
W.-F. e dando le prove della continuità della serie psichica, ma . criticando
in pari tempo i risultati ottenuti col metodo W.-F.: in quinto luogo
raggiungendo un punto di vista scientifico su- periore a quello di W.-F. La
novità consiste nel calcolo dei rap- porti intercedenti fra le tre variabili
(stimolo, sensazione, rea- zione) che definiscono completamente il processo
psicofisico e ci permettono di dedurre l’equazione psicofisica fondamentale, le
derivate parziali, e tutte le altre conseguenze: mentre il me- todo W.-F. è
esclusivamente rivolto al calcolo dei rapporti fra stimoli e sensazioni e vale
solo come espressione parziale del- l’unità psicofisica, nel caso che la
reazione sia costante. La pietra angolare di quest’'applicazione è il
potenziamento della causa- lità. Con questo vogliamo dire che il principio su
cui si fonda il calcolo della causalità psicofisica considerata nella sua
globa- lità finisce per fornirci in certo modo la prova della relativa in-
terdipendenza dei fatti fisici e psichici, compatibile col fatto della loro
relativa indipendenza, cioè della crescente potenza di autonomia che la
coscienza dell’individuo è giunta a conqui- starsi tra l’azione determinata
degli stimoli e delle reazioni. Fi- nalmente nell’Art. III si discutono le
interpretazioni principali della causalità storica, rileviàndo l’importanza
delle teorie, fi- nora non bene intese, dell’incubazione della praxis di Carlo
Marx, e dello stato d’anima come intermediario causale fra la sottostruttura
economica e la soprastruttura ideologica di An- tonio Labriola. La teoria della
causazione mediata dello stato d’anima si accorda anch'essa col fatto reale
innegabile del po-. tenziamento della causalità, col fatto cioè che l’idea,
facendosi nella storia, diventa fatto e fattore cioè risultante dinamica, e
quindi, potenziandosi effettivamente, concorre essa medesima. a fare la storia.
La realizzazione progressiva dell’ ideale, nel compenetrarsi causativo dei
fattori naturali e spirituali, funziona essa stessa da fattore d’evoluzione
nella forma d’un conato elettivo imma- nente all’unità psicofisica della vita.
| Ma quest’ultima ricerca segna già il passaggio dalla questione epistemologica
alla questione speculativa che forma l’oggetto della Sezione seconda. $ 2.
Vedemmo come e perchè l’aitiologia scientifica ci co- stringa a correggere e a
integrare la prima intuizione causale della conoscenza e della realtà fornitaci
dall’esperienza. Ora, po- sti i principj che tra l’aitiologia empirica
scientifica e filosofica passa il nesso che intercede tra fatto legge e sistema
e che ogni ordine di conoscenza e di realtà dev'essere lasciato libero nel pro-
prio cammino, cercheremo di realizzare la sintesi filosofica fuori dei limiti
d’ogni sistema esclusivo. La concezione speculativa della causalità deve
erompere dalla confluenza di tutti i dati, di tutti i vincoli e di tutti i
valori. po a hai ” DE Gnoseologia e
metafisica delle cause _—__—m _ ymrrTrr_r+ Ge === =<SE==>== a . $ 1.
Insufficienza della causalità scientifica per l’interpretazione filosofica del
mondo. — $ 2. Necessità d’una concezione sintetica della esperienza e della
scienza, della gnoseologia e della metafisica. f 1. A noi filosofi viene talora
comodo sentenziare: «ammi- riamo gli scienziati ma diffidiamo della loro
filosofia!» senza pensare a bastanza che anche agli scienziati viene
altrettanto bene di dire: «ammiriamo i filosofi ma diffidiamo della loro
scienza ! » Così due indirizzi contrarj si profilano sempre nella scena della
critica: l’uno dalla filosofia contro la scienza, l’altro dalla scienza contro
la filosofia, opponendo esagerazioni a esa- gerazioni. Le pretese negative di
questi esclusivismi si equival- gono nell’assurdità. Ciò che li caratterizza è
la mania semplifi- catorla. Così .la pseudoscienza che s’arroga il compito
della filo- sofia non fa che negare i problemi filosofici colla scusa che la
scienza non ha bisogno di elucubrazioni metascientifiche ; così la
pseudofilosofia che s'arroga l’ufficio della scienza non fa che ne- gare i
problemi scientifici colla scusa che la filosofia non ha biso- gno di
pseudoconcetti. Ma è evidente che per queste strade sì giunge soltanto alla
distruzione dei problemi, non alla verità. Ciò risalta anche di più quando si
consideri che le loro soluzioni sempliciste non si sostengono che a furia di
malintesi. Occorre dunque che nè la scienza nè la filosofia abbiano la pretesa
di spacciarsi l'una per l’altra. Nel caso che ora ci interessa occorre
mantenere nettamente distinta la questione scientifica della cau- salità dalla
questione filosofica.Noi ammettiamo che la ricerca scientifica della causalità
si risolva nella ricerca sperimentale delle leggi. Ordinariamente si ritiene
che la ricerca filosofica della causalità si risolva al- l’opposto nella
ricerca della causa prima ed ultima di queste leggi. E questo il punto da cui
comunemente partono le due di- vergenti vedute della fisica e della metafisica.
Ma è bene- fon- dato questo punto? Ecco ciò che dobbiamo indagare colla mas
sima precisione. Se sì suppone che la conoscenza scientifica della legalità
della. natura sia sufficiente al più alto scopo del sapere, allora la
conoscenza metafisica diventa inutile, anzi ingombrante. Ma questa supposizione
non è che l’artificio di coloro che non si vogliono prendere l’incomodo di
filosofare (1). Se sì concede al contrario che la filosofia non solo possa ma
debba superare la conoscenza dei dati e dei rapporti empirici e. scientifici,
bisogna allora stabilire in che cosa veramente consista il problema filo-
sofico della causalità; perchè si fa presto a parlare di cause pri- me ed
ultime delle leggi e, in ultima analisi o piuttosto in nl- tima sintesi, di
causa delle cause, ma bisogna pure lasciare in disparte i molti errori onde
formicola l'antica ricerca metafi- sica della causalità e sceverare ciò che
compete alla ragione e non all’uso illegittimo dell’idea di causa. S 2. Ne non
che, per formarsi un giusto concetto del problema filosofico della causalità e
determinare se e in che senso si possa parlare di cause filosofiche
(metafisiche o altre) — premesso lo scopo vero e proprio della filosofia
(intorno al quale non è diffi- cile che convengano tutti coloro che coltivano
con amore la vita cogitativa) è necessario già possedere la soluzione del proble-
ia filosofico fondamentale, o almeno disporre di una interpre- tazione
provvisoria dei massimi problemi che si presti preferi- bilmente alla nostra
indagine critica come ipotesi di lavoro. Quindi noi tenteremo prima di tutto di
procurarci un tale principio filosofico fondamentale, indagando brevemente, nel
prossimo capitolo, l'intimo nesso che unisce la teoria della co- (1) Per la
prova si veda: Sezione I, Capo I, $ 1 e inoltre MARTINETTI, Introd. alla
metafisica, Capo I, e la mia opera: Il pensiero puro. noscenza alla teoria
della realtà. Dopo di che dedurremo come corollario la soluzione del problema
filosofico delle canse. Frattanto, per orientare la discussione, cià fin d'ora
sarà utile abozzare i lineamenti generici della ricerca. È nota e comunemente
ammessa la funzione sintetica della filosofia, mentre alla scienza compete la
funzione analitica. Ba- sterebbe già questo, per provarci che la filosofia, se
non voglia essere una sintesi vuota, deve valersi anzitutto dei preziosi con-
tributi dell'esperienza e della scienza e infine unificare la esi- genza della
metafisica e della gnoseologia. Ma veniamo ad alcuni schiarimenti particolari.
Noi sappia- mo, per esempio, che l’epistemologia in ordine alle scienze fisi-
che stabilisce che la legge causale è l'espressione d'un rapporto composto di
successione cronologica e di deduzione logica, è propriamente la successione
necessaria di due sistemi equiva- lenti, rapporto che non può determinarsi
senza il contcorso di certe condizioni soggettive ed oggettive che rendono
possibile l'esperimento. Ora non è forse una. vera fortuna, per noi filosofi,
che la logica stessa della scienza sia venuta a stabilire la doppia esigenza
soggettiva ed oggettiva, sensibile e razionale d'un rap- porto intorno a cui sì
travagliarono con tanto accanimento e per tanti secoli l'empirismo e il
razionalismo, il soggettivismo esclusivo, e l'oggettivismo ? | Un altro punto.
Noi sappiamo dalla storia che. malgrado le roventi lotte dei loro fautori
intransigenti la logica scientifica e la logica filosofica, continuano a
restare in piedi entrambe otti- mamente. Siamo quindi costretti a stabilire che
vi sono almeno due modi compossibili benchè opposti di considerare la logica.
Il primo è quello della logica analitica (logica della forma ri- cida e
statica, logica del pensiero fissato e fissabile nella sua astrattezza (1),
logica del fatto compiuto e da compiersi, logica (1) Il lettore è pregato di
non dimenticare che queste espressioni non sce- mano il pregio della logica
formale. Così la fisiologia non scema il pregio del- l'anatomia, la psicologia
non rende inutile la matematica, lo studio delle forme geometriche dei
cristalli può assumere da un momento all’altro una importanza enorme anche
rispetto alle forme organiche naturali. Cfr. ScHiaPARELLI: Studio comparativo
tra le forme organiche naturali e le forme geometriche pure. Milano, Hoepli,
1898. La logica matematica poi ha tutto il rigore che per una scienza esatta si
può pretendere, allo stato attuale delle cognizioni. \i del passato del presente
e del futuro necessario). La sua tradi- zione va dagli Analitici di Aristotele
— per quello che conten- gono di logica scientifica pura — fino alle opere di
Leibniz e della Logica matematica contemporanea. Il secondo è quello della
logica sintetica kant-hegeliana, lo- gica metafisica, logica dell’atto
sintetico universale. Ora c’è qualche rapporto tra questi modi di considerare
la logica e il modo di considerare la camsalità? Indubbiamente ; perchè, come
sappiamo dalla Sezione prima, ogni rapporto aitio- logico è rapporto logico,
benchè non sia vera la reciproca. Il problema di cui dobbiamo occuparci può
dunque essere enun- ciato così : ci sono due modi di considerare la causalità
cioè uno analitico e Valtro sintetico, come accade per la considerazione dellà
logicità ? A prima giunta questo problema sembra implicare una con- tradizione,
perchè la teoria del metodo sperimentale non ci per- mette di spaziare nei
campi della metafisica, e questa attende ad un compito irredutcibile a quello.
Però, profondamente meditan- do, siamo tratti a ritenere che dev'esserci un
punto di vista dal quale i due studj non presentano contradizione:; perchè,
men- tre Vanalisi e la sintesi sono entrambi processi reali, la realtà ammette
in sè l'esistenza d’infiniti contrasti ma non di una sola contradizione. |
Allora, dopo questi schiarimenti riflettendo che alla scienza e alla filosofia
sono assegnati due distinti dominj (distinzione che ha il vantaggio di
prevenire la loro intima contradizione, non già gli urti fra loro inevitabili)
non diventa naturale distin- guere l'aitiologia analitica della scienza
dall'aitiologia sinte- tica della filosofia? Essendovi diversità di forma e di
metodo in ordine alla logica tra il punto di vista scientifico e quello filo-
sofico, non ne segue forse che le due altiologie devono restare fra loro
relativamente indipendenti? Che se si domanda quale sia infine il vero oggetto
del problema filosofico della causalità, parmi che non andrebbe lungi dal vero
chi rispondesse doversi il medesimo considerare non come il problema della
causa delle cause 0 della causa assoluta. come ordinariamente si dice (1), (1)
È la tesi tradizionale sostenuta, per esempio, dal FouILLie nell'opera: La
philos. d. Platon, (II. pas. 622, 11) che assegna alle scienze fisiche la
ricerca ma come ll problema del senso e del valore della causalità nel-
l’universo. Le maggiori scuole filosofiche posero questo proble- ma, lo
riguardarono sotto molteplici aspetti e ne proposero quelle soluzioni storiche
che abbiamo vedute nella Parte prima. Ma si noti anche più accuratamente la
differenza fra due modi di porre il problema filosofico della causalità. V’è
chi suppone che la filosofia, ad imitazione della scienza fisica, debba cercare
e provare cause diverse dalle sperimentali, e così s’ingolfa nell’applicazione
dei metodi inventivi e siste- matici per risolvere il problema delle cause
metafisiche. A_me- glio intendere questa considerazione, si ricordi la
quadruplice distinzione delle cause proposta da Aristotele. Il problema filo-
sofico della causalità per questo punto di vista si suddivide nelle questioni
speciali della cansa. materiale, della causa formale, della causa efficiente e
della causa finale. I filosofi sostenitori della causa prima come causu
cuusarum e quelli della causa sui e via dicendo vi aggiungono le proprie
dottrine. i I concetti delle varie cause filosofiche diventano così non solo ì1
conglomerati indistinti di tutte quelle considerazioni filosofi- fiche che
furono tessute dai varj pensatori intorno al problema delle cause, ma le
ipostasi di ciruse sui generis irreducibili alle cause sperimentali. Così la
filosofia medesima si pone come ri- cercatrice e dimostratrice di cause nuove,
e così si moltiplica il | numero delle cause. E fosse pur vero che si
moltiplicasse la verità ! Tutt'al contrario procede il filosofo che abbandona
risoluta- mente la ricerca e la prova di cause nuove siano metafisiche siano
teologiche o altro, per concentrarsi nella considerazione speculativa della
causalità. Quale sia il senso di questa specu- della serie illimitata delle
cause relative, e alla metafisica la ricerca della causa incondizionale, o
causa assoluta, o causa delle cause. Il FouILLÉE in quell’opera segue Platone,
il quale eleva al disopra delle cause necessarie e meccaniche (alti avayuaîat)
le cause intellettuali o morali o cause finali che egli considera come le sole
vere cause (pag. 634). Nelle opere più recenti il FouILLEE si staccò
risolutamente dalla sua prima metafisica delle cause (cfr. L’avenir de la meta-
Physique, Paris, 1889). L’opera più tipica nel conservare il punto di vista
tra- dizionale circa il problema filosotico della causalità è quella del P.
TiboporE DE Rfianon: Za Metaphysique des causes, ed. II, Paris (VI*)
Retanx lazione e come essa sia vera non
sì può chiarire se non in ap- presso. Tuttavia già fin d'ora lo scopo di questa
considerazione filosofica, che è la nostra, si può enunciare nel modo seguente
: tutto il problema filosofico della causalità per noi si riduce al- l'esame
della direzione ideale e del valore (1) delle relazioni cau- sali
nell'universo. È chiaro che un problema secondario s'annida a fianco di questo
: se sì possa parlare d’un’attività cansativa dell'universo. Ma, il problema
del feticcio ipercausale è lasciato da banda. | Objezioni di doppio tenore,
cioè d’indole scientifica e filoso- tica, si potrebbero sollevare contro questo
modo d’impostare il problema. Ma è evidente che le prime -- dove mirassero a
pre- vludicare la ricerca filosofica delle cause con le esigenze tecni- che
della scienza — non avrebbero alcun valore, giacchè, stando nei limiti delle
discipline scientifiche, è impossibile stabilire al- cunchè riguardo alla
questione suprema della sintesi. La scienza. ha esigenze particolaristiche ; in
ogni caso si preoccupa di sta- bilire una causalità determinata e non impiega
che metodi esatti per la verificazione dei rapporti causali. Noi arriviamo
insomma a questa importantissima conseguenza che la direzione ideale e il
valore della causalità nell’universo non possono formare 0g- setto d'una
determinazione scientifica. Restano le objezioni filosofiche e la presente
indagine man- cherebbe al suo precipuo scopo. se non se ne preoccupasse con
tutte le forze, provando l’intima connessione della tesì aitiolo- vica
sostenuta qui coi primi principj della filosofia ; perchè da questi dipende la
soluzione dei massimi problemi. Concludiamo, ripetendo che la possibilità di
avanzare con una (1) Sopra l’autonomia del problema tilosofico del valore, cfr.
l'importante vp. del MeinonG, Psychologisch-ethische Untersuchungen zur
Wert-Theorie, 1894. In filosofia pura il problema della ricerca della causa
viene assorbito dal pro- blema della ricerca del valore (&Éta). Così al
problema aitiologico troppo rigidamente connesso ai pregiudizj me- dioevali sottentra
il problema axiologico (del valore e dei limiti della cono- scenza causale
della realtà) centro e segno d’una nuova e feconda rivoluzione. Oramai il
lettore è in grado di comprendere come e perchè questo nuovo pro- blema del
valore e dei limiti della conoscenza causale della realtà si distingua dal
punto di vista della filosofia dei valori, che in fondo è una celata rinunzia
alla spiegazione causale, come vedemmo nel I vol. certa sicurezza verso la
soluzione del nostro problema ci è data unicamente dalla possibilità della
sintesi del complesso proble- ma fondamentale della conoscenza e della realtà e
per essere più chiari d’ogni grado e forma della conoscenza con ogni grado e
forma della realtà. Adunque tutta la nostra investigazione deve ora rivolgersi
ad assicurare questo fondamento. (e) o . S TT ==—@—@ e) n E lle]: Semi CAPO I.
Il pensiero reale. Scopo e partizione della ricerca. L'unità subobjettiva della cono- scenza. —
Art. IL L'unità psicofisica della realtà. — Art. IMI. Il pensiero come attività
sintetica dell’universo. — Riepilogo. Nella Sezione precedente fu esposta la
teoria dell'esperienza e della scienza in ordine al problema della causalità.
Volendo ora mettere in chiaro il fondamento d'una concezione filosofica del
mondo che, sviscerate le perenni esigenze dell'empirismo in- genuo e dello
sperimentalismo, orienti la soluzione dei massimi problemi della gnoseologia e
della metatisica delle cause, è ne- cessario : | in primo luogo, indagare
astrattamente la natnra e il va- lore della conoscenza in genere, unico e
naturale punto di par- tenza della filosofia, principio mezzo e limite di sè
medesima (1); (1) Rispetto al valore empirico, psicologico, logico e metafisico
d'una teoria della conoscenza giustificantesi da sè medesima, senza presupposti,
si cfr. il VoLkkeLr (Erfahrung und Denken, 1886), il quale critica, per
eliminarli ad uno ad uno, tutti i presupposti comuni del Skyber (Logik oder
Wissenschaft vom Wissen, Leipzig, 1866), del Wuxor (Logik I Bd.,
Erkenntnisslehre, Stuttgart, 1880), del Horwicz (Analyse des Denkens,
Grundlinien der Erkenntnisstheorie, Halle, 1875), del L'pps (Grundthatsachen
des Scelenlebens, Bonn, 1883), del GORING (System der kritischen Philosophie, I
Bd., Leipzig, 1879), del Rien (Der philo- sophische Kriticismus, II Bd.,
Leipzig, 1879), dell’Avenarivs (Philosophie als Denken der Welt gemiiss dem
Prinzip des kleinsten Kraftmasses, Berlin, 1376), del Stewart (Logik,
Tiibingen, 1873-78), dello Scuuppe (Erkennt. Logilk, Bonn, 1878) e del Rrmkr (Die
Welt als Wahrnehmung und Begriff. Eine Erkenntniss- {heorie, Berlin, 188();
facendo solo eccezione pel Baumann (Philosophie als Orientirung iiber die Welt,
Leipzig, 1872). I 0, a nda in secondo
luogo, indagare astrattamente la natura e il va- lore del principio
fondamentale della realtà ; in terzo luogo, comporre concretamente i risultati
delle due indagini astratte, intorno al centro vitale del problema iiloso-
fico. Occorre insomma una trattazione sintetica, composta di due premesse e
d’una conclusione. Ma prima d'andare avanti saranno utili alcune avvertenze. La
prima è che questa trattazione sintetica non sta da sè. Pre- suppone la doppia
analisi dell’esperienza e della scienza elabo- rata nella sezione precedente.
Se ora queste analisi non sono più apparenti la ragione dipende dalla natura
intima d’ognì sin- tesi in cui Ja luce stessa dell’unità cela sempre la
presenza dei fattori che ne sono la profonda sorgente. Insomma proprio qui la
critica tenterà di dar significato umano ai contributi del pen- siero comune e
del pensiero scientifico, indagando quale impor- tanza eminentemente filosofica
loro si debba attribuire; non di meno il distacco dal punto di partenza ci darà
l’impressione di una perdita. E questa forse la spiegazione di quel curioso e
im- provviso senso di vacuità e quasi direi di irrealtà che è tanto spesso
eccitato in noi dallo slancio del pensiero che si leva a volo roteando nel
cielo dell’universale. Analogamente nell’avia- zione, quando i nostri piedi si
staccano dal suolo, il corpo spa- sima come se abbandonasse la vita. Ma Vanima
coraggiosa, sa- lendo si dilata e s'avventa alla méta lontana. Non fuori, non
oltre la realtà: solo oltre il formicajo degli uomini. Ma, lasciando i
paragoni, attendiamo alla funzione della filo- sofia. Certo per noi
l’empiriologia e l’epistemologia trovano la loro organica unità solo nella
speculazione suprema. gnoseolo- gico-metafisica, che piglia i dati
dall'esperienza e le leggi dalla scienza nel loro supremo valore per concepire
il sistema del- l’universo. Ne risulta che il contenuto intimo di questa conce-
zione è determinato dalla natura solidale d'ogni ordine di co- noscenza e
quindi dalla loro eguale legittimità. Sl potrà forse temere che questo modo
d'impostare il proble- ma speculativo volatilizzi, per dir così, le esigenze perenni
del- l’empirismo ingenuo e dello sperimentalismo. Ma è evidente che la
speculazione a sua volta esige la massima libertà. I fatti empirici e le leggi
scientifiche sono, per noi filosofi, quello che sono, e valgono quello che
valgono, soltanto perchè appaiono nell’organamento del nostro pensiero senza le
pretese imperialistiche d’ogni particolarismo. La seconda avvertenza è circa il
punto di partenza gnoseolo- gico. Pare infatti a prima giunta che, come si può
supporre l'e- sistenza d'un mondo in sè al di fuori d’ogni soggetto conoscente
e d’ogni oggetto conosciuto ed eventualmente conoscibile, così sì potrebbe
adottare correlativamente un punto di partenza on- tologico. Ma ben riflettendo
si vede che questa ipotesi non è bene fondata, perchè riposa sulla falsa
presunzione d’una cono- scenza dell’inconoscibile. | Nè con ciò intendo di
sostenere che questa ipotesi sia solo sfornita di senso logico. Ritengo anzi
che non abbia senso nè logico nè umano, perchè inumanamente esige che la
conoscenza trovi in sè stessa l’affermazione della propria negazione mentre
l'impossibilità di dubitare di noi, cioè Vaffermazione del nostro. pensiero è
Ja prima certezza della filosofia. Ma questo punto verrà discusso a fondo in
seguito. La terza avvertenza concerne l’apprezzamento di alcuni ter- mini,
principalmente quelli di « autologia » e di « pensiero reale ». Rispetto al
primo basterà un breve cenno. Noi osserve- remo che in tutto il processo
speculativo, il pensiero, null'altro che il pensiero, come astrattamente inizia
il problema gnoseo- logico per rendersi conto della conoscenza, così
astrattamente si svolge nel problema metafisico per rendersi conto della
realtà, infine sempre meglio si realizza nel conato massimo della fu. sione dei
due problemi, ritornando inevitabilmente a sè medesi- mo, primo medio ed ultimo
della filosofia, in quanto di questa la Gnoseologia e la Metafisica sono la
concretezza indivisibile. A questa vita feconda del pensiero che tocca il
maggior fastigio del suo sviluppo facendo ritorno a sè, rivelando che il
pensare è essenzialmente produrre o causare cioè prodursi o causarsi nell'atto
del pensarsi, continueremo a dare il nome (che non sembra improprio di
autologia (1) per indicare il grado massi. (1) Cfr. Il Pensiero puro. Ivi pure
al lettore è data occasione di vedere se, come e quanto il concetto qui
sostenuto dell’autologia sì avvicini o si scosti dal concetto hegeliano
dell’Idca pensante sè stessa (die sich selbst denkende Idee) e in pari tempo di
comprendere che il pensiero puro nel senso qui so- A. PastoRE — Il problema
della causalità - mo della riflessione
del pensiero sopra di sè o il pensiero che si giustifica da sè medesimo con
autonoma investigazione di sè, prezioso retaggio della storia e luce direttiva
d’ogniì specula- zione. Principio dunque eminentemente storico e umano, ine-
sausta aspirazione a quel semplice e sublime «conosci te stesso » che fu, è e
sarà l'ideale filosofico di tutti i secoli. Veniamo ora al « pensiero reale».
Anticipando per comodità dei lettori la conclusione, noi vedremo che le due
indagini se- suenti della conoscenza e della realtà sboccano nello stesso ri-
sultato, cioè che tanto l’una quanto l’altra sono attività distin- tiva e
unitiva di soggetto in relazione ad oggetto. Vuol dire che quel che è in fondo
la realtà è in fondo il pensiero e viceversa. Vuol dire che quel che è in fondo
un risultato è in fondo la. san- zione (l'affermazione immanente) di tutto il
processo. In questo senso fondamentale noi ci vediamo quindi sospinti ad
affermare che il pensiero è la realtà, e la realtà è il pensiero. Non occorre
adesso che io aggiunga commenti a questo pro- posito per chiarire come qui non
ci troviamo di fronte al mero venere prossimo di due concetti profondamente
distinti per dif- ferenze specifiche insopprimibili, tali cioè che, mentre
insieme con quel principio fondamentale compongono il tutto, soltanto esse poi
rendano possibile ad una mente che lo pensi averne presente l'insieme delle
condizioni necessarie e sufficienti. Non sì tratta insomma di procedere all’identificazione
di due con- cetti aventi una costante generica comune (chè la identificazione
perfetta in questo caso sarebbe impossibile). Si tratta invece di intendere che
ci troviamo di fronte ad un principio essenziale unico, di cuì le differenze
specifiche e antitetiche possono va- riare all'infinito. Questo principio
essenziale unico è ciò che noi possiamo dire indifferentemente così pensiero
come realtà. Per conseguenza, in questo senso, non solo non è assurdo parlare
di pensiero reale ma sarebbe assurdo il negarlo. E ciò, senza il mi- nimo
pregiudizio circa la relativa indipendenza del soggetto e dell'oggetto.
Comprendiamo benissimo quali e quanti pericoli stenuto è affatto diverso
dall'espressione puramente gnostica della vita della coscienza. Il puro non ha
senso che come affermazione inclusiva (perfettiva), non esclusiva (defettiva),
di relatività. Ma io non posso ora entrare nei particolari. IL PENSIERO REALE
199 nascano tanto per chi si riserbi il diritto di chiamare il tutto ora col
nome di pensiero ora con quello di realtà, quanto per chi non rinunzii ad
interpretarlo come pensiero reale. Colle prime denominazioni, da un lato si
rischia di lasciar credere che al- l’intiera attività distintiva e unitiva di
soggetto in relazione ad oggetto si sostituisca solo il primo termine del
rapporto sub- objettivo (mentre questa prerogativa deve essere lasciata al pan-
psichismo e al soggettivismo assoluto, cioè a quei sistemi che ammettono la
personalità dell’universo), nel secondo caso si ri- schia di passare per
fautori del realismo assoluto mentre questa tesì non è meno unilaterale della
prima. In fine affermando let- teralmente il pensiero reale non si mancherà di
dar luogo -a molti equivoci spiacevoli sempre (1). Ma quando siano note le
intenzioni che ci muovono e le dottrine che ci studiamo di pra- pagare, non ci
lascieremo spaventare dai nomi e baderemo alla verità. Sopratutto sentiamo con
la massima evidenza che la ra- glone nella sua doppia e una esigenza, concreta
e astratta, sog- gettiva e oggettiva (subobjettiva) qualiquantitativa, reale e
ideale, ecc., non deve tardare a riprendere l'ufficio suo. Sentia- mo che le
più grandi scuole del soggettivismo e dell’oggettivi- smo, benchè tutte intese
allo studio dell’universo, ne coltiva- rono con meravigliosa diligenza un
elemento, ma trascurarono l’altro che è parimenti essenziale. Così la loro
filosofia irradiò di luce l'uno, lasciando altro in oscurità; rinnovando lo
stesso errore in senso inverso. Ed ecco l’origine di tutte le esor- bitanze,
alle quali è necessario reagire nei limiti del diritto che ci danno la critica
e la storia. Perocchè il fatto medesimo genc- rale e costante della varietà e
dell’opposizione dei sistemi non ci rivela forse che tale varietà e opposizione
è condizione pro- fonda di quella serie universale di fenomeni tra i quali non
può concepirsi unità se non come la risultante d’infinite gradazioni di
differenze e di contrasti ? L’ultima avvertenza concerne l'apprezzamento
generale del nostro indirizzo. Poichè poniamo l’universale cosmico (sempre (1)
P. e., per chi si ostini a ritenere che la parola pensiero non possa mai
esprimere propriamente altro che l’atto del soggetto pensante, certo la nostra
interpretazione subjettivo-objettiva (subobjettiva) del pensiero reale parrà
affettare gratuitamente l'equivoco e l’assurdità. = pensato dal pensiero soggettivo dell’uomo)
come riducentesi a quel che în fondo è il nostro stesso pensiero, non si stia a
grati- ficarci la risoluzione dell’universale concreto nel pensiero nni-
versale dell’uomo. Certo anche il pensiero umano può essere nuni- versale sia
come validità per tutte le intelligenze, sia come vali- dità per tutti gli
oggetti che denota. Ma questo è sempre sogget- tivo, quello — fra l’altro — è
sempre soggettivo e oggettivo. Fra l’altro dico, perchè è inoltre attività
distintiva e unitiva e relati- vità. Dunque anche dalla semplice rettificazione
dell’errore di fatto che si potrebbe commettere identificando perfettamente i
due universali che sono solo parzialmente identici, già risulta a chiare note
una vera e autentica professione di fede filosofica non riducibile a
soggettivismo assoluto. Ma qui tocchiamo già il confine di questo preambolo.
Resta ora da metter in sodo la certezza anzidetta delle due premesse e della
conclusione. E lo faremo in tre articoli successivi. ART. I. L’unità
subobjettiva della conoscenza. è 1. Concetto della conoscenza. — è 2. Esame
della conoscenza empirica nelle due forme: immediata e mediata. — $ 3, Intimo
nesso dell’essere e del co- noscere. Si caratterizzano le due operazioni
opposte del distinguere e del- l’unire. Si respinge la teorin del Bergson.
Intimo nesso dell’astrarre e del- l’intuire. Risultati: sei tesi capitali
reclamate dall'esperienza. L'esperienza conoscitiva come esperienza causativa.
— $ 4. Esame dei risultati della conoscenza scientifica. Sì confermano le sei
tesi empiriologiche. — $ 5. La conoscenza filosofica. Concezione integrale
della verità. La conoscenza come unità subobjettiva. Continuo rinvio all’unità
e continua aspirazione ad altro (dualità). è 1. È notissimo che la conoscenza,
considerata nella sua cle- mentare espressione clie è Patto giudicativo, è
attività pro- duttrice di relatività e propriamente processo distintivo e mi-
tivo di soggetto conoscente e di oggetto conosciuto (1). | (rià basta questa
osservazione a dimostrarci che la conoscen- za, mentre per un rispetto non è un
fatto esclusivamente sog- gettivo ma insieme soggettivo e oggettivo (2), per
l’altro si ri- (1) « Bisognerà che io tolleri il sorriso di qualcuno che penserà
che io dico cose ben evidenti » (ScHuppe. Erk. Log., 81). (2) Dimentica troppo
questo secondo lato della questione il VOLKELT, il quale, mentre afferma che la
teoria della conoscenza deve penetrare nella coscienza individuale e cercare da
quali fonti consapevoli derivi la cognizione della validità objettiva della
conoscenza, aggiunge poscia che « ogni ricerca che voglia giustificare il
conoscere deve assolutamente riferirsi ai fenomeni subjet- tivi, in quanto si
fonda sulla evidenza della coscienza (Erfahrung und Denken, I, cap. 1). E più
esplicitamente conclude: « La teoria della conoscenza è pos- solve a sua volta in attività che insieme
unisce e distingue sog- gettivo e oggettivo. | Prescindendo intanto dal primo rispetto
ci dobbiamo doman- dare se il riconoscimento della funzione più generale della
co- noscenza di per sè solo non possa elevarci ad un principio gn0- seologico
che serva di prova sicura della validità del conoscere. E, siccome è evidente
che la risposta può consistere solo nell’ap- prezzamento di ciò che si trova
nella nostra conoscenza in ogni sua forma e grado e che tutte le garanzie sono,
in ultima analisi, da commisurarsi all'evidenza immediata della coscienza,
comin- ciame a distinguere la cognizione empirica immediata dalla em- pirica
mediata, e dall'esame coscienzioso di queste due forme deriviamo la nostra
convinzione. $ 2. Nella cognizione empirica immediata il soggetto è 0g- getto a
sè stesso (io conosco me) ; nella cognizione empirica me- diata, che
rappresenta la cognizione ordinaria, noi conosciamo di conoscere una cosa o
meglio noi ci conosciamo nell’atto di giudicare che un soggetto è un oggetto
(1). Nella cognizione or- dinaria il giudizig immediato (io conosco me), per
quanto im- manente in ogni cognizione, viene sottinteso; quindi l’atto giu-
dicativo spoglizito della premessa fondamentale (Pio che ‘cono- SCe sè stesso)
prende la forma astratta: il soggetto è oggetto. Bisogna dunque distinguere la
cognizione immediata : «io co- nosco me » dalla cognizione mediata : «io conosco
me giudicante che un soggetto è un oggetto ». L'oggetto del primo giudizio è il
me cioè l'io oggettivato : quello del secondo è ancora il me, ma giudicante che
un soggetto è un oggetto. Non tenendo conto per ora della differenza di questi
due oggetti, chiaramente vediamo che i fattori costitutivi dell'atto organico
della conoscenza em- pirica in genere sono quattro : sibile a condizione che
proceda da proposizioni esclusivamente subjettive....., e nella forma della
prima persona singolare ». Però da ultimo dichiara che la giustificazione della
conoscenza è possibile solamente nel caso che vi siano fatti subjettivi di
coscienza che chiaramente rivelino il loro senso objettivo (op. cit., cap. II).
(1) Esaminando l’atto del giudizio nella sua essenza copulativa veniamo alla
conclusione che lu conoscenza in tale atto, sdoppiandosi in soggetto e predi-
cato, fiorisce come soggetto e oggetto, in quanto è sempre l’essere che, predi-
candosi, si scopre a sè, che cioè, nel soggettivarsi, si fa oggetto i. sè medesimo. 1° il soggetto, 2° l’oggetto, 3° la
relazione, 4 Punità produttiva dei tutto. 1° Il soggetto conoscente è un
principio che si rivela relati- ‘amente indeterminato nell’atto vivente in cui
si ripiega sopra di sè per riferirsi ad altro. In questo senso preciso possiamo
definire il soggetto della conoscenza come il riferente. Diremo cioè che il
soggetto è il riferente indeterminato e indeterminante. 2° L'oggetto conosciuto
è sempre un dato in un limite (1) determinato e quindi determinante per effetto
dell’applicazione sua all’indeterminato del soggetto, anche quando l’oggetto è
l'io stesso che alogicamente si pone nella cognizione immediata ripiegandosi
sopra di sè. In questo senso preciso possiamo de- finire l'oggetto della
conoscenza come il riferito determinato e determinante, Diremo cioè che
l'oggetto è il riferito determinato ma determinante. 3° La relazione in ogni
caso è il riferimento astratto d'un indeterminato in un limite, la
determinazione dell’indetermi- nato, Papplicazione d'una distinzione ad una
indistinzione, il riferimento del riferente al riferito. 4 L'attività
produttrice dell’intero processo conoscitivo xi distingue tanto dal soggetto,
quanto dall’oggetto, quanto dal loro rapporto, essendo la virtù concreta
unitiva e distintiva che in essi e per essi-si dispiega (2) cioè l’attività
concreta di rife- rimento del riferente indeterminato e indeterminante al
mferito determinato ma determinante. Son questi gli elementi che scaturiscono
dall'analisi dell'atto conoscitivo in genere, sia immediato sia mediato: solo
che in (1) Il dualista dirà: « nella mis coscienza non è un limite, è il vero a
sè; io non mi sento di risolverlo logicamente, lo lascio alogico ;: ma come
tale ha una suna realtà in quanto generatore del problema a cui il pensiero empirico
sì approssima per suo compito ». A questo rilievo si risponde nel è S. (2) È
ovvio che tutti questi fattori, se fossero solo considerati di per sé gli uni
affatto all'infuori degli altri, non sarebbero che astrazioni prive di realti.
Un bel riscontro si può fare tra questi quattro fattori e i termini della for-
mola giobertiana : l'Ente crea Pesistente, in cui Ente è il Soggetto infinito;
l’esistente è il predicato finito, la creazione è la copula o lo Spirito, e
l’unità o l'Uno in cui si unificano questi tre processi (dell'Ente.
dell'esistente e dello Spirito) è Dio. (Cfr. SpavENTA, La filos. di Gioberti,
pag. 113-5). Un altro ri- 200 SEZIONE II - CAPO I questo caso il processo di
determinazione dell’indeterminato è più evidente mentre l’intimo nodo vitale
dell’essere e del cono- scere si oscura. Difatti la nostra attenzione nella
conoscenza mediata si trova ridotta, come dicemmo, al giudizio astratto : il
soggetto è il predicato. Tuttavia anche qui si può ripetere ana- logamente : 1°
Il soggetto è una quantità relativamente indeterminata ma riferente; 2° Il
predicato è una qualità relativamente determinata ma determinante ; 53° Solo la
relazione rimane da interpretare in modo diverso perchè, colla comparsa del
predicato in luogo dell’oggetto, il giudizio propriamente diventa la
predicazione del soggetto o la qualificazione del quanto, in fondo però sempre
la determinazio- ne dell’indeterminato. Raccogliendo, nel caso S è P, il
soggetto è una quantità relativamente indeterminata che riceve una de- terminazione
mediante il riferimento del predicato al soggetto: 4° L’atfività produttrice
del giudizio conoscitivo infine è l’unità distintiva e unitiva del pensare che
opera la determi nazione dell’indeterminato e che, nell’analisi nuova dell’atto
giudicativo fatta da Kant, sta come la modalità rispetto alla quantità
(soggetto), alla qualità (predicato) e alla relazione (co- pula), come ha
mostrato stupendamente il Jaja (1). S 3. — Dopo queste analisi resta facile
chiarire in generale l'intimo mezzo dell’essere e del conoscere e quindi porre
in par- ticolare la certezza prima della filosofia. In generale stabiliamo che
in ogni atto conoscitivo la distin- zione delle due esigenze (essere e
conoscere) è doverosa, mentre la loro separazione radicale è impossibile, e parimenti
che 1’u- nione delle dune esigenze è innegabile mentre la riduzione ad una sola
di esse è assurda. scontro si potrebbe utilmente istituire fra questi quattro
fattori e î quattro generi di principj che Platone enumern nel Filebo: Tò
%retgov, Tù TEpas, TÒ GE Tpitov ÈE Zpupoîy Toùtor dv tr Coppooitevov, T7jg
Cuppitews TIUTWwW pig dira Tip attiav do (Fileb., 407, 23-30), cioè
l'indeterminato, il determinato, il misto e l'attività causale determinante.
(1) Java. Ricerca speculativa. Teoria del conoscere, Pisa, Spoerri, 1893. ART.
I - L'UNITÀ SUBOBJETTIVA DELLA CONOSCENZA 20)1 Il dramma filosofico nella mente
umana è generato appunto dall’urto fra la necessità della distinzione,
reclamata perenne- mente sia dall’intuizione sia dalla riflessione, e l’impossibilità
della separazione, che del resto risponde alla non meno legit- tima esigenza
unitiva dell’attività (1). Ulteriormente ci sarà dato di vedere che la
necessità della distinzione accade in cia- scuno dei tre gradi dell’attività
conoscitiva, cioè a) in un primo momento (non illogico, ma alogico) del pen-
siero che è appunto il momento più o meno ingenuo dell'empiri- smo dualistico;
0) in un secondo momento (logico) del pensiero che corri- sponde alla fase
della scienza sempre però nei modi e limiti che s'addicono alle esigenze di
uusta cioè a semplice titolo di postu- lato, o ipotesi di lavoro ; c) in un
terzo momento (speculativo) del pensiero che corri- sponde alla fase sintetica,
| In particolare vediamo che il nodo vitale dell'essere e del co- noscere
nell'atto giudicativo si manifesta non solo nella rela- zione di SN con O, cioè
dei due termini estremi ma anche nella, natura costitutiva dei due termini
medesimi. Invero : se (1) Fuori della relazione subobiettiva cioè di
soggetto-oggetto non v'è sog- getto su cui la conoscenza abbia veramente presa.
Tutto ciò che non è suscet- tibile di relazione subjettiva non è suscettibile
di conoscenza. Per conseguenza i pretesi soggetti assolutamente in sè della
Gnoseologia vecchia (Vio, la per- sona, l’anima, lo spirito colle sue diverse
funzioni e manifestazioni) non hanno niente d’intelligibile, fuori della
relazione subobjettiva, e sono vani idoli, da relegarsi frau le superstizioni
dello spirito umano, Cfr., in proposito, RENOUVIER, Essai de critique genérale,
pag. 34-36. Questo richiamo alla posizione critica del Renouvier mi obliga ad
una di- chiarazione. Pel R. tutta la conoscenza non è che rappresentazione cioè
rapporto di rappresentativo (soggetto) a rappresentato (oggetto). Io dico tutta
la conoscenza non è che attività di relazione (rapporto di riferente (s.) a
riferito (0.). La differenzi non è solo verbale: perchè colla riduzione (troppo
empirica) della conoscenza a rappresentazione non si può spiegare il pensiero,
il quale è assai più che sentire e imaginare. Invece, colla riduzione della
conoscenza a rela- zione nel senso anzidetto, nessuna forma dell'attività
conoscitiva rimane esclusa. Secondo me, non v'ha rappresentazione senza
relazione ma non è vera la re- ciproca ; poichè v'hanno relazioni senza
rappresentazioni, p. e. le relazioni lo- giche. Il R. si rinchiude nella
rappresentazione. È questo il suo torto. « C'est l'histoire du lit de Procuste »,
la già osservato benissimo il VacHerot. (Cfr. La métaphysique ct la science,
III, pag. 202). 202 SEZIONE II - CAPO I
1° Anche nel soggetto stesso la separazione del mero cono- scere dal mero
essere (cioè dall'essere del soggetto conoscente) è impensabile, perchè se io
penso io sono; e se io sono (quel che” sono) io penso. Insomma il conoscente e
l’essere cioè il suo es- sere (Come essere conoscente) sono inseparabili per
l’immediata e semplicissima constatazione dell’essere del nostro io cosciente
come tale. « L’esistenza di questa realtà è la certezza prima della filosofia »
(1). E questo è lValto insegnamento di Descartes. 2° Anche nell’oggetto stesso
la separazione del mero essere del conoscere (cioè della forma più
apparentemente propria del soggetto conoscente, per cui ogni essere è un essere
conosciuto) è non meno impossibile perchè l'essere che non sia l’essere cono-
sciuto, cioè l'essere come realtà che nen sia un fatto di conoscenza per un
essere conoscente è niente ! | Insomma il conosciuto come fatto di conoscenza e
l’essere cioè il suo essere come essere conosciuto sono inseparabilmente la stessa
presentazione, E questo è Palto insegnamento di Berke- lev (2). | Riassumendo,
come nel soggetto risaliamo dal conoscere al- l'essere e viceversa, così
nell'oggetto risaliamo dall’essere al] conoscere e da questo a quello
necessariamente (3). L'essere è conoscibile in quanto si conosce in relazione
coll’attività cono- scente e nessun essere può immigrare nel campo della nostra
coscienza senza partecipare di questa relatività. Quindì è assur- do il
concetto d'una costituzione formale del conoscere che non si risolva nella
costituzione formale dell’essere e viceversa. Così Tumnità dell'atto
giudicativo della conoscenza considerata nel principio fondamentale della sua
massima generalità (cioè. come processo distintivo e unitivo di soggetto in
relazione ad (1) MARTINETTI, 0p cit., pag. 115. (2) Dopo Kant e i suoi epigoni
questa verità è ormai messa fuori di conte- stazione. Cfr.: LieBmam, Kant und
die Epigonen, Stuttuard. 1865. (3) E’ merito dello Scnuppi laver provato che
nel caso dei termini soggetto e oggetto, essere e conoscere, noi per quella
debolezza d’astrazione, Schicdiche der Abstraction, e che è un errore
fondamentale del pensiero ingenno ed igno- rante (Erlken. Log. paz. 16-27 e
seguito), mentre pensiamo effettivamente cia- seuno dei termini solo coll'aiuto
dell'altro, tuttavia crediamo poi d'aver pen- sito ciascun termine per sè, come
assolutamente indipendente dall'altro. oggetto), si risolve nell'unità
medesima. dell’atto produttivo del. la realtà, considerata analogamente come
genere massimo. Così la condizione fondamentale per conoscere davvero la
conoscenza è di penetrare tanto in quella subjettiva e objettiva unità che
costituisce il carattere o meglio il funzionamento spe- cifico di essa come
fatto soggettivo, quanto in quella subjettiva e objettiva unità che costituisce
il carattere fondamentale del tutto e che quindi produce l'attività nnitiva e
distintiva del sog- getto o meglio in essa si produce come quella che è
immanente all'universo (1). Così infine ci è dato di comprendere che la negazione
del valore objettivo della conoscenza si traduce nella negazione del suo valore
subjettivo. Dunque prendiamo atto ancora una volta che anche colla sem- plice
constatazione dei nostri fatti conoscitivi nella loro genuina attualità, questi
ci conducono già al di là del soggetto, perchè la conoscenza in senso
vastissimo non essendo nè un fatto soe- gettivo nè un fatto oggettivo ma
propriamente Punità attiva di un soggettivo in rapporto con un oggettivo, non
appena inizia la sua funzione distintiva e unitiva annunzia chiaramente
Vopposi- zione del soggetto e dell'oggetto e della loro indissolubile rela-
zione. Quei teorici della conoscenza pertanto i quali credono di dover
oltrepassare La sfera dell'umanità per giustificare un co- noscere objettivo
non riconoscono che, se hanno la conoscenza, hanno già il suo integrale
contenuto cioè il soggetto — in rap: porto — coll'oggetto (21, e quindi una
conoscenza di validità soggettiva e oggettiva collo stesso diritto. (1) Sul
carattere dinamico del conoscere, in relazione al concetto di causalità cfr.
Sezione I., Capo I. L'idea poi del conoscere come fire e come causare fu
chiarita storicamente nel Vol. I Ma per Tapplicazione d'un tal principio a
tutta la realtà (considerata come pensiero) non bisogna confondere il pensiero
come mera funzione intellettuale col pensiero come praxis dell'universo. (2)
Per noi lt conoscenza in senso. vastissimo non è liu coscienza (in s. ».)
essendo questa soggettiva (come sintesi di elementi psichici) mentre quella è
soggettiva e oggettiva. Almeno credisnmo di dover fare questa importante di-
stinzione per la stessi ragione che ci fa distinguere luomo dal soggettivo, che
è in lui (e che dicesi anche comunemente il soggetto). L'uomo per noi è unità
subobjettiva, Quindi si capisce come noi ci stacchiamo risolutamente dal
LosKkLs, pur così benemerito per la riforma del concetto di coscienza. Il
distacco € doppio cioè sul concetto di coscienza come tutto e sul concetto di
contenuto della coscienza. Invero, in primo luogo se il tutto è Vunità
integrale della realtà cioè tutto il soggettivo e tutto lVoggettivo, non può
essere solo l'io e Assertre che i fatti e le cose sono collegamenti (senza
objetti- vità) del mero soggetto è un asserire al tempo stesso che l’atto
conoscitivo non è quel processo distintivo e unitivo di soggetto e oggetto che
non può essere negato senza andare incontro alla negazione della conoscenza
stessa nonchè della realtà (1). Der finir di caratterizzare le due operazioni
opposte del distin- guere e dell’unire che costituiscono il processo tipico
dell’atti- vità della conoscenza, occorre da ultimo segnalare una partico-
larità essenziale che ne spiega e risolve tutte le antinomie. Que- sta
particolarità ci farà inoltre capire che gli alti insegnamenti di Descartes e
di Berkelev non sono la sola via per costatare noi preferiamo non dare al tutto
il nome di coscienza, perchè questo nome è usato troppo spesso ia indicare la
consapevolezza di un soggetto o d'un sruppo di soggetti. In secondo luogo per
il Loskiy il contenuto di coscienza è tutto ciò che l’io « ha ». Per chiarire
figurativamente il suo concetto egli esprime la sua teoria della coscienza come
segue: « ogni fatto della coscienza ha almeno tre momenti: esso è possibile
soltanto a condizione che siano pre- senti un « Io », « un contenuto della
coscienza e un rapporto fra 1’Io e il con- tenuto della coscienza ». (Cfr.
Enciclopedia delle scienze filosofiche diretta da G. WixLeLBanD e A. Ruce.
Logica. La trasformazione del concetto della coscienza nella moderna teoria
della conoscenza etc. Palermo, 1914, pag. 233). Al contrario, anche se noi
volessimo accettare la terminologia del LosKt, diremmo che il contenuto della
coscienza è ciò che la coscienza « ha », cioè ciò che possiede in sè e per sè e
di cui concretamente consta e vive, cioè il soggetto in rapporto coll’oggetto
cioè il tutto della funzione soggettiva subo- bjettivante. Ciò che il L. chiama
il contenuto della coscienza sarebbe più tosto ciò che l’io (soggetto della
coscienza) « ha » in relazione con sè, non ciò che ln coscienza « ha ». Ma è
inutile trovare a ridire sopra una teoria che non è la nostri, Infine si
capisce che se per coscienza si intendesse il psicofisico, allora il principio
dell’unità psicofisica del reale (n cui qui teniamo fermo) non difl'e- rirebbe sostanzialmente
dal principio idealistico che considera la realtà come sistema di unità
coscienti di vario rado, benchè questo concetto idealistico sia affatto
irreducibile a quel concetto che in generale i volgari hanno ancora
dell’idealismo ». (Cfr MartINETTI, 0p. cit, 1583). (1) In questo modo, cioè col
nuovo concetto della conoscenza come unità del soggetto in rapporto
coll’oggetto, si comincia a superare il pericoloso precon- cetto del solipsismo
(subjettivismo teoretico esclusivo) sottraendogli ciò che costituì sempre il
suo fondamento cioè la conoscenza come fatto esclusivamente subjettivo. D'altra
parte si comincia a riconoscere la parziale verità d’ogni og- yettivismo
compreso lo stesso nuteriilismo. Invero la stessa letteratura mate- rialistica
è tutta animata dall’inerollabile sicurezza che la conoscenza possa con- durci
al di là dei nostri processi soggettivi. E non è questo sommamente evi- dente
se l'umanità è unità — del soggettivo — in rapporto — coll’oggettivo ? n la
natura duplice ed una della conoscenza, giacchè anche da questa premessa
arriveremo alla medesima conclusione. La par- ticolarità che ci interessa è
l'inseparabilità del distinguere e dell’unire, che un'attenta analisi non può
tardare a risolvere nell’inseparabilità d’un certo astrarre e d’un certo
intuire. Ma prescindiamo per ora da quella risoluzione per fermarci sul
concetto del distinguere. Per quanto si sia propensi a vedere nella distinzione
un processo affatto indipendente dall’indistin- zione, non si cessa tuttavia
nella pratica ordinaria di ricorrere all'una per esplicare Valtra, e per quanto
si sappia con certezza distinguere il distinto dall’indistinto, non sì cessa
tuttavia di impiegare le due operazioni simultaneamente. A mio modo di vedere
questo: deriva dal fatto che ogni distinzione conoscitiva non può attuarsi che
sopra un fondo o campo conoscitivo indi- stinto. La conseguenza di questo
processo è la specificazione di due zone nel campo totale della conoscenza, sia
sensibile sia razionale, cioè della zona centrale che presenta il distinto e di
quella circostante che presenta l'indistinto. L'operazione è unica, ma la
descrizione di cui sì serviamo per evocarne il risultato, mostrandoci in fondo
come uno schema disegnato sopra una lavagna, ci fa erroneamente attribuire la
doppia presentazione del distinto e dell’indistinto a due opera- zioni
conoscitive parallele e opposte benchè indivise. Così si parla d’un’operazione
che fornisce il distinto o il determinato e le si dà abusivamente il nome di
astrazione, presumendo che essa circoscriva il suo oggetto e lo isoli
separandolo nettamente dall’atmosfera indeterminata circostante, e parimenti si
parla d’un’operazione opposta che fornisce indistinto non meno abu- sivamente e
le si dà il nome di intuizione, presumendo che essa abbia l'ufficio di
apprendere Tambiente indeterminato oltre i confini dell'oggetto determinato
(1). Ma questi dune prodotti non (1) Come il lettore comprende, viene dato qui
ni due vocaboli: intuizione e astrazione, il significato pecnliare di indistinzione
e distinzione, o indetermina- zione e determinazione, o anche apprensione
sintetica immediata e apprensione analitica mediata. Questa convenzione presta
certamente il fianco ad una cri- tica, perchè tutti sanno che in logica formale
la determinazione è l'operazione per cui si aumenta la comprensione d’un
concetto coll’aggiunta di una o più note, e perciò è l’operazione opposta
all'astrazione per cui si diminuisce la comprensione colla sottrazione delle
note. Ma è pure notissimo che il Bergso--
IL e iI sono e non possono essere ottenuti che con una sola operazione,
come analogamente ripugnerebbe che si attribuisse & due ope- vazioni
opposte l'atto unico con cui sì tracciano imagini distinte in una gran tela. i
Laonde è falsa l'asserzione del bergsonismo che l’atto vera mente fondamentale
e originario della conoscenza sia l'intuizione penetrativa della continuità e
che l'astrazione ritagliatrice del discontinuo sia L'atto derivato e
superficiale. A poter dire che lo spezzamento del reale è dovuto al percepire
che è astrarre e scegliere cioè uniformare e fissare, come afferma. il Le Roy
sulle traccie del Bergson, mentre solo l'intuizione, come primitiva, conosce le
profondità viventi della materia e dello spirito, biso- cena avvolgersi in un
tal tessuto di errori e di stravaganze che la spiegazione della conoscenza
diventa impossibile, nonché assurda, Noi ci limitiamo per tanto a ‘riconoscere
che la cono- scenza come processo distintivo significhi nello stesso tempo
astrazione d'un distinto e intuizione d'un indistinto, dando ai due vocaboli
astrazione e intuizione significati peculiari di ap- prensione analitica del
discontinno € apprensione sintetica del continuo, conforme all'uso del
bergsonismo. E siccome ogni di- stinto non potrebbe esser tale se non sì presentasse
in un campo indistinto. vediamo in questa specie di inclusione del distinto
(astratto) nell'indistinto (intuito) V'essenza della conoscenza in quanto
processo unitivo (1). Non si dimentichi che quest'atto è unico e che, solo per
es@- cerazione, l'intuizionismo ne scinde l'essenziale unità in due operazioni
opposte e indipendenti : l’astrazione e l’intuizione, nel senso predetto.
Questa esagerazione è fra L'altro la sorgente delle maggiori antinomie
gnoseologiche che vale la pena di indi- nismo ha omai imposto l’uso della
parola astrazione nel senso di operazione ritagliatrice e determinatrice del
discontinuo, e della parola intuizione nel senso di operazione apprensiva
immediata del continuo. Per il doppio significato dell’intuito giobertiano, cfr.
B. SPAVENTA, La filo- sofia di Gioberti, Napoli 1363), pag. +1. (1) Lo Stuart
Mitt, il Stewart, il WuxprT, il VoLkeLt e altri molti combat- tono la teoria
che l'essenza del giudizio consista — come generalmente si crede — nella
sussunzione del soggetto al predicato, affermando che i giudizj sono mere forme
d’upione. Ma il non aver tenuto sufliciente conto della particola- rità qui
accennata cioè dell’intimo nesso dell’intuire e dell’astrarre li ha fatto
certamente deviare; dando ad essi un concetto troppo angusto dell’inclusione.
care brevemente, Quando, perdendo di vista che la conoscenza è sempre
l'inclusione d’un distinto in un indistinto si considera . come fondamentale o
la sola astrazione o la sola intuizione nel senso riferito o si dà valore
antitetico ad entrambe, vediamo al- lora sorgere le tesi e le antitesi,
proclamate irreconciliabili, del determinismo e dell’indeterminismo, del
finitismo e dell’infini- tismo, dell’astrattismo e dell’intuizionismo e simili,
le quali tutte si possono superare riconoscendo che la mente nell’atto:
indivisibile del conoscere, con pari diritto ed obbligo, per dir così, chiude
ed apre, si arresta e oltrepassa, lega e scioglie, isola e sconfina, si isola e
si confonde nell’atmosfera di tutte le cose. La mente ha sempre pari diritto e
dovere di astrarre (cioè di ap- prendere analiticamente) e di intuire (cioè di
apprendere sinte- ticamente), perchè è una pura illusione il credere che Vatto
uni- tivo e distintivo della conoscenza si risolva, senza il concorso di un
campo di determinazione in un campo di indeterminazione. Il campo totale della
cognizione è la somma di questi due. Sta- biliamo dunque che in ogni atto di
conoscenza si colgono sem- pre questi due prodotti diversi ma appajati insieme
cioè nn di- stinto in un indistinto ; quello è dato dall’astrazione, questo
dal- l'intuizione. In altri termini, nell'atto unico dell’apprensione si
possono distinguere due atti opposti: l’uno di limitazione centrale, Val- tro
di illimitazione periferica. Ogni conoscenza è come una ne- bulosa che ha un
nucleo ed un nimbo, per effetto d’una distin- zione astrattiva e d’un’unione
intuitiva che funzionano simul- taneamente. Dunque, in ultima analisi, chi
astrae intuisce, chi intuisce astrae. Solo col tempo si prese l'abitudine di
chiamare «astra- zione )) l’apprensione del distinto (particolare), e
«intuizione ) l’apprensione dell’indistinto (&enerale). Così distinguere
vale astrarre o isolare il distinto, e unire intuire o raccogliere l’in-
distinto. Astrarre venne a dire scegliere un distinto e trascu- rare il resto;
intuire venne a dire scegliere un indistinto e tra- scurare il distinto. Ma
nulla è trascurabile (1). | | (1) L'applicazione all’estetica in particolare e
in genere alla filosofia di questa teoria dell’inclusione del distinto
(astratto) nell’indistinto (intuito) ci fa com- prendere quanta parte di vero
vi sia nelle due tendenze dell’anti-astrattismo e dell’anti-intuizionismo che
si combattono ora con tanto furore. Gli intuizio- Concludendo, ricordiamo che
tutte queste analisi concernono solo la conoscenza empirica, e noveriamo i
risultati. 1° L'esperienza pone un’'oggettività, anche quando il svg- getto si
limita ad affermare sè medesimo, ma più chiaramente quando afferma sè medesimo
come affermante un certo predi- cato d'un certo soggetto. L’idea generale che
si sprigiona dal- l'esame di questo primo risultato è che l’esistenza è
indomabil- mente posta dal fatto elementare della conoscenza. Ogni no- zione
che contradica a queste perenni esigenze d’objettività deve essere tenuta per
un'illusione. E non è difficile mostrare che nessuna esperienza può essere
contradetta da altra esperienza in ciò che costituisce il fatto bruto ma
essenziale dell’esperienza medesima (legittimità dell’oggettivismo). 2°
L'esperienza, in ogni caso, pone senza dubbio una sug- gettività avente non
minore diritto dell’oggettività ad essere ri- conosciuta come essenziale al
fatto dell’esperienza (legittimità del soggettivismo), 3° L'esperienza in ogni
caso pone la realtà d’un rapporto tra soggetto e oggetto avente non minore
diritto di questi due ad essere riconosciuto come essenziale al fatto
dell’esperienza. Certo, col progresso della riflessione questo rapporto può es-
sere interpretato logicamente: ma questa interpretazione non è una risoluzione,
perchè nel campo empirico tutto resta alogico, anche la logica (s'intende, come
funzione vitale). Per questa esigenza il relativismo si manifesta a sua volta
un'espressione innegabile della verità empirica (legittimità del relativismo).
4° L'esperienza in ogni caso pone il fatto della distinzione del soggetto e
dell'oggetto anzi dei soggetti e degli oggetti (le- gittimità del dualismo e
del pluralismo). 5° L'esperienza in egni caso pene il fatto concreto della
comproduzione unitiva del soggetto in rapporto all'oggetto (le- gittimità del
monismo). 6° L'esperienza pone la realtà di ciò che è propriamente il nisti,
reagendo contro l’invadenza dell’intelletto astratto, non fanno che esal- tare
il dominio dell’intuizione concreta. Gli intellettualisti li ripagano d’opposta
moneta. Molti critici «i divertono al giochetto. Quanto a noi riteniamo che la
satira dei due indirizzi non può concernere che gli abusi che si equivalgono.
farsi (dinamico) del fatto (statico) di tutte queste realtà (le- gittimità
dell’attivismo. Soggettivismo, oggettivismo, relativismo, dualismo (e plura-
lismo) monismo e attivismo ecco dunque i primi risultati del- l’analisi critica
dell'esperienza che a prima giunta pare tanto semplice. Come dunque sarà
possibile dar soddisfazione filosofic: a tante opposte domande? Per coloro che
hanno ben penetrato il.senso di questo complesso problema certo non è più
possibile nutrire le speranze dell’esclusivismo. Ostinarsi ancora ad opta- re
per una di queste formule « magiche ») è camminare a rovescio della complessità.
Non è possibile negare che tutti questi siste- mi siano parzialmente veri. Ma
chi non si sente animato omai da un profondo e vero sen- timento di rivolta
contro ogni tentativo di soprafazione da par- te d'uno qualunque di questi?
D'altronde queste soprafazioni appaiono oramai più un segno di debolezza che di
forza. Ogni scelta in verità rappresenta lo scoraggiamento dello spirito filo-
sofico davanti alla possibilità di riconoscere la legittimità non solo ma la
fecondità reale dei sistemi concorrenti. Sempre imma- mente nel campo della
contingenza variabile all’infinito, l’espe- rienza intesa nella sua totalità
finisce per imporre la converità di tutti i suoi fattori, perchè comincii ad
imporli con la neces- sità dell'esistenza. Ni tratta dunque in primo luogo di
sorpas- sare ogni tirannia teoretica, e scoprire un più alto punto di vista che
conservi la realtà e il valore di tutte le esigenze dell’espe- rienza. Questo
nuovo punto di vista sembra omai indicato a bastanza chiaramente
dall'esplorazione empiriologica compiuta nella Se- zione prima e dall'analisi
gnoseologica fatta dianzi. Ma si può anche far valere un'altra ragione.
L'osservazione dei fatti at- tuali della conoscenza empirica ci prova che ogni
atto conosci- tivo è atto produttivo e in largo senso della parola atto causa-
tivo. Esperienza conoscitiva è esperienza causativa. Questa enorme verità non è
sempre conosciuta. Viene un pe- riodo anzi in cui L'uomo oppone risolutamente
la conoscenza alla Girusazione. Questo momento è coevo a quello del dualismo
escin- sivo in cui si afferma l'opposizione radicale fra soggetto conoscitore e
oggetto conosciuto, fra interno ed esterno. Ma questo dissidio in seguito
scompare, quando il conoscitore riconosce che la propria capacità d’azione è in
proporzione della propria capacità di cognizione, quando cioè il conoscitore si
riconosce causatore per il fatto medesimo della conoscenza. Ma questo la: to
così profondamente suggestivo della questione non può es- sere approfondito che
dopo l’analisi della conoscenza scienti- fica. $ 4. Passiamo ora all’esame dei
risultati dell’epistemologia, compiuta nella Sezione prima, cercando anche in
questo campo l’indicazione della via da seguire per risolvere il problema in-
tegrale che ci interessa. Resta interessante da vedere se e come anche nella
scienza siano confermate le sei tesi capitali recla- mate dall'esperienza. Ecco
il primo oggetto di questo esame. Quali siano le condizioni, i mezzi e le forme
della conoscenza scientifica non è il più caso di ripetere (1). In fondo si
riducono a ciò che assicura la verità scientifica cioè la necessità e l’uni-
versalità delle cognizioni. Questa verità può essere di due modi cloè razionale
e sperimentale. Nel primo modo si tratta di pura oggettività, nel secondo di
soggettività e di oggettività cioè di causalità (2). I Pertanto, e v'è appena
bisogno di ricordarlo, noi siamo co- stretti ad ammettere in primo luogo che
anche Vanalisi dell’or- ganamento e del valore della scienza rivolta alla
determinazione dei rapporti della realtà prova la parziale verità tanto del
sog- gettivismo quanto dell’oggettivismo almeno a titolo di postulato. Anche
più forti e convincenti sono le prove della parziale ve- rità del relativismo.
Per comprendere bene come questa sia una esigenza innegabile dell’epistemologia,
riprendiamo il nostro ragionamento, lasciando da parte la documentazione. Noi
sia- mo giunti a considerare la realtà come sistema attivo di dati in rapporto.
Tre ordini di dati: psichici, fisici e psicofisici (inter- ferenza dei due
primi); tre ordini corrispondenti di rapporti. L'esperienza ci offre dati e
rapporti particolari e contingenti; la sclenza cì procura rapporti universali e
necessarj. Fermandoci ai rapporti scientifici, abbiamo così rapporti fisici e
rapporti psi- chici (che sono entrambi rapporti causali) e rapporti logici (che
sono propriamente ciò che è comune ai due gruppi di leggi cau- sali
interferenti. O meglio, un astratto comune alle leggi causali fisiche e
psichiche è la formalità logica, quindi le leggi logiche o puramente razionali,
non sono leggi causali. A. molti potrà sembrare assurdo il supporre che ciò che
è me- no particolare e contingente cioè la logicità venga assunto a prova della
relatività, quando il loro desiderio li porterebbe a vedere nella logicità la prova
dell’assolutezza come negazione della relatività. Ma questo non basta a
dimostrare che la relati- vità sia la negazione della logicità. Termine medio
fra il con- cetto di logicità e quello di relatività è il concetto di legame.
Legame non è forse relatività? Logicità non è forse legame ? Dunque logicità è
relatività. Non v'è bisogno di più per concii- dere che quella logica che ha sì
gran giuoco nella scienza e che vediamo brillare nella natura è ciò che in
epistemologia co- stituisce la prova della legittimità del relativismo. Del
resto lo- gicità e legalità della natura tornano ad uno. Riguardo agli ultimi
tre punti il parallelo non corre più così liscio. Invero, quanto s'è detto
sopra, circa l'esigenza, sli pur tardiva, di riconoscere l’unità del soggetto —
in rapporto — coll’oggetto e la dualità o moltiplicità e infine il principio
del- l’attività, francamente parlando, non si deve ripetere qui. ® bene
insistere su questo punto e affrontarlo apertamente, per- chè il volerlo
dissimulare, ingannando così noì medesimi, non serve che a smarrirci in un
ginepraio senza uscita. Invero se l’esistenza dell’unità attiva del tutto è
almeno sospettata in mo- do vago nei momenti più maturi dell’esperienza, per
contro il lavoro, per quanto immensamente prezioso, della scienza non può quasi
mai oltrepassare la situazione del dualismo. Perciò il meglio che dobbiamo fare
per tutti questi casì è di accettare tutte le tesi filosofiche a puro titolo di
ipotesi di lavoro. Vediamo ora di formarci, per quanto è possibile, un’idea
chia- ra della connessione gnoseologica dell’esperienza con li scien- za.
Tornando per poco sulla direttiva di ciò che rende possibile la verità della
scienza, stabiliamo che il vero fondamento della certezza scientifica (che
kantianamente e non senza ragione po- trebbe anche dirsi la nuova objettività)
si deve ricondurre al- l'elaborazione logica delle condizioni empiriche per
mezzo del calcolo da un lato (cioè per la matematica) e dall’altro per mezzo
dell’esperimento (cioè per la fisica) (1). Una volta afferrata questa idea
molte cose divengono chiare. 1° Si capisce che l’esperienza stessa, per
quell’istinto oscu- ro ma universale e indomabile che ci porta all’affermazione
della realtà esterna come a riferimento indispensabile senza cui la conoscenza
non ha valore, ci prova il bisogno d’un supera- mento dell’esperienza (2). 2°
Si capisce che, se non fosse possibile fondare un nuovo grado di verità
coll’elaborazione razionale delle conoscenze em- (1) Il Wunpr ritiene che ogni
certezza veramente direttiva si fonda sull’ela- borazione delle sensazioni per
mezzo del pensiero logico (Logik, pag. 389-387). Il valore objettivo
(metafisico) della necessità logica non solo nel senso della verità formale,
prescindendo dalla realtà, ma anche rispetto a questa è soste nuto
energicamente dal VoLkeLT (op. cit., Parte III), colla sola riserva della
sostituzione "del vocabolo transubjettivo al vocabolo objettivo. I
tentativi di co- loro che credono di poter fondare il sapere sulla pura
esperienza o cadono logicamente nello scetticismo; o sono incapaci di salvare
la scienza, quando non sono contenti di sacrificarla, come alcuni idealisti
subjettivi; oppure vo- gliono spiegarne la possibilità ed entro certi limiti la
validità, ma si avvolgono su questo punto in un tessuto di contradizioni, come
i positivisti o come Kant che scambia la fisica pura scientifica con la fisica
pura metafisica e quindi non dimostra affatto la’ possibilità della fisica come
scienza sperimentale, o come yli immanentisti che per salvare la necessità l’attribuiscono
anche alla succes- sione empirica e quindi si chiudono nel dommatismo, malgrado
la meravi- yliosa acutezza delle loro analisi empirio-logiche. (2) Gonvengo che
questo argomento ha un valore piccolo, benchè non tra- scurabile. Sopra argomenti
di tal fatta potrebbero parer fondate le objezioni tendenti a mostrare che la
certezza della natura objettiva del pensiero ha fondamento subjettivo. Ma come
si potrebbe parlare non chè dar ragione d'un fondamento subjettivo nella
mancanza assoluta dell’objettivo ? La nostra cer- tezza immediata, lo vedemmo,
si fonda sulla fede inconfutabile del « subjettivo in rapporto coll’objettivo
». A questo criterio direttivo, solo capace di sfatare i semplicismi delle ten-
denze nichilistiche o solipsistiche, viene meno lo stesso VoLKELT, pur così
convincente nella prova del minimo transubjettivo nella necessità logica. Per-
ciò la sua teoria non si salva dal subjettivismo esclusivo. Lo stesso rimpro-
vero si può rivolgere al Sicwart. piriche, resterebbe grandemente menomato il
valore razionale dell’umanità (1). 3° Si capisce infine che neanche la verità
scientifica pur così superiore per validità objettiva alla verità empirica,
come quella che ci assicura la deducibilità del futuro nei limiti delle leggi
causali scoperte e dimostrate collo sperimento (Cfr. Sezione pri- ma),
esaurisce il ciclo del conoscere. $ 5. — Sovrasta invero e culmina la verità
filosofica, la cui perenne esistenza, qualunque cosa si pensi del suo valore,
ba- sterebbe a mostrarci quanto profondamente sia scolpita nello spirito
dell’uomo l'esigenza sintetica dell’universale (2). Ora quel che fu detto della
converità di tutte le sei tesi annoverate nei campi dell’esperienza e nella
scienza vale a più forte ra- gione per la filosofia. E non ci deve far
meraviglia, poichè la storia ci mostra che tutti questi sistemi e i loro affini
e dipen- denti entrarono profondamente a far parte della coscienza. del-
umanità. Siccome però la storia è anche una consumazione di governi, in
filosofia noi li vediamo nei primi periodi alternarsi guerrescamente con
primati tirannici, poi disputarsi la convi- (1) Ammettendo la possibilità di
superare l’esperienza coll’elaborazione logica delle conoscenze empiriche, non
si vogliono tagliare i ponti fra l’esperienza e la scienza, perchè questa non
potrebbe compiere il suo ufficio che a condizione di tenersi in rapporto
costante con quella. Questo rapporto costante è mante- nuto dalla funzione
sperimentale. Senza questo la deduzione delle leggi causali dall’esperienza
pura sarebbe così possibile come lo spremere acqua dalla pietra pomice. Un
altro grande vantaggio si ricava ed è ciò che, direi colle parole del Mar-
tinetti, < il valore objettivo dell’unificazione formale senza distinzione
di forme sensibili e di forme logiche»; per cui, come egli fa giustamente
osservare, non è più possibile considerare la sola realtà sensibile come una
realtà sostanziale ed objettiva e la realtà logica invece come un processo
puramente soggettivo, come il risultato d'una pura attività formale. Sopra tale
inconseguenza, ctr. MARTINETTI, 0p. cit., pag. 466. (2) Con questo non voglio
già dire che la vera esperienza della filosofia sia il quietismo della
sempiterna conciliazione. Tutte le conciliazioni e peggio le riconciliazioni
non sono che la bella opera dei causidici o di quei filologi che
nell’acquiescenza oppiacea della parola sintesi sanno sempre conciliare tutto
sulla carta, ma in realtà obliterano il senso vivo e pungente dei problemi. Io
considero l’avidità quietistica della conciliazione come sintomo di decadenza.
Il riconoscimento della doppia esigenza della composizione e della opposi-
zione è affermazione suprema di vita, di coraggio e d’abbondanza. « Ma c’è
tanta gente — diceva Nietzsche — che ha bisogno di illudersi..... ». venza in
una più o meno armonica società ma rivestiti tutti della stessa aureola
luminosa; infine sopraviene la concezione inte- grale della verità. E allora
tutto cambia. L’abitudine nostra di considerare l’esperienza e la scienza come
le fonti più sicure della certezza cade davanti al pensiero della profondità
infinita del pensiero medesimo che si scopre individuazione dall’attività
unitiva e distintiva di soggetto in rapporto ad oggetto cioè del tutto. Lungi
d'essere soltanto l’epifenomeno superfluo del reale, ll pensiero, che qui
s'intravede, s'accorge di cogliere e vivere in tutte le cose ciò che in fondo è
la verità fondamentale e la. vita. della sua stessa realtà. Questo è il merito
del pensiero puro. Credere di poter trascurare questo pensiero, restando paghi
— nell'analisi dell'atto giudicativo del conoscere dei tre soli cele- menti
della quantità, della qualità e dela relazione — sarebbe come pretendere di
poter staccare un fiume dalla sua sorgente senza. inaridirlo, Quando, seguendo
le illusioni dei sistemi esclu- sivi, sì confonde la realtà sensibile con la
verità o si considera il pensiero puro come semplice espressione o traduzione
del vero, si perde di vista il profondo principio d’ogni speculazione che il
vero oggetto del pensiero non è altro che il pensiero medesimo. Ma non già nel
senso ehe uno spirito qualunque, col semplice fatto d'attuarsi, crei
spontaneamente e anche arbitrariamente la verità e poi la imponga a tutti gli
altri. Più tosto, nel senso che, pervenuti a comprendere l'insufficienza delle
due prime ve- rità, (Cioè dell'empirica e della scientifica) per scoprire la.
ve- rità nuova cioè la verità filosofica il pensiero deve seoprirsi, rea-
lizzandosi pensiero del pensiero. In senso analogo Plotino diceva che ta
bellezza del soggetto contemplatore è la condizione prima ed ultima
dell'intuizione del bello. Perciò la verità filosofica viene ad essere
propriamente la rea- lizzazione progressiva del nostro valore d'essere e di
conoscere nel sistemi dell'@nniverso. Tanto più noi siamo nel vero, filoso-
ficamente parlando, quanto meglio noi colle nostre azioni siamo (1) O, meglio,
seoprirsi come amore e pensiero universale, e realizzarsi come amore universale
del pensiero e pensiero universale dell'amore. Sopra l’irredu- cibile pluralità
delle prospettive sistematiche aventi eguale diritto all'esistenza si vedano le
suggestive pagine dell’ALiorra nel suo libro: La querra eterna e il dramma
dell’esistenza. capaci di elevarci di grado in grado verso un ideale di vita
su- periore, in modo conforme alle esigenze della nostra natura; inquadrando
gli ordini particolari nell'ordine universale. La nostra suprema verità insomma
consiste in questo conato pro- gressivo di adeguazione, e quivi consiste anche
tutto il nostro valore. Noi riteniamo che la progressiva individuazione della
nostra natura psicofisica trovi il suo più espressivo sigillo nella più intensa
riflessione del pensiero sopra di sè. Il significato della verità filosofica
viene così determinato in relazione necessaria al senso e al valore della nostra
vita nel- l'universo. Tocca quindi ai filosofi di compiere Vimpresa, predicando
con l'esempio, accoppiando cioè insieme la teorica della conoscenza c la
pratira del bene, consacrando ogni atto della loro vita alla feconda
testimonianza di questa verità. Anche qui le conseguenze immediate di questa
ricerca sono sei : la prima, che la tesi della costituzione esclusivamente sog-
gettiva è falsa non essendo Vunica, anzi urtando contro le irre- fragabili
esigenze contrarie dell'esperienza e della scienza; la seconda, che la tesi
della costituzione esclusivamente og- gettiva è falsa, per le stesse ragioni;
li terza, che la tesi della costituzione esclusivamente alogiea o
esclusivamente logica della conoscenza è falsa, essendo la co- noscenza, nella
sua interezza, complesso impiego dell’'esperien- za e della scienza; dove
questa è logica oltre che fisica e quella è alogica, e da: entrambe risulta un
terzo grado si generis di conoscenza, che è la filosofia; la quarta, che ta
tesi della costituzione esclusivamente an: litica e dualistica della conoscenza
è falsa: la quinta che è falsa la tesi della costituzione esclusivamente
sintetica e monistica.; la sesta che è falsa la stessa tesì della costituzione
esclusiva- mente dinamica della conoscenza, perchè lo stesso farsi (dina- mico)
si risolve nel fatto (statico) e senza questo sarebbe nulla. L'esigenza statica
del resto è sfolgorante nella posizione dei ter- mini del rapporto conoscitivo,
cioè del soggetto in rapporto al. l'oggetto. Riassumendo la conoscenza è
attività subobjettiva da cima a fondo. Queste conseguenze ci segnano il punto
d’arrivo della gnoseo- logia astratta, in quanto riconducono la conoscenza
d’ogni for- ma, e grado ai suoi principj più semplici di certezza ‘e ce ne de-
terminano la validità. Ci valga pertanto il riconoscimento della converità di
tutte V’anzidette esigenze a cansare lo scoglio della sistemazione universale,
famoso per tanti naufragj ! Un ultimo avvertimento sarà opportuno. Fondandoci
sulla certezza della doppia ed una natura. sia del fattore subjettivo sia del
fattore objettivo della conoscenza noi siamo giunti alla certezza della doppia
ed una natura della co- stituzione stessa di quell’atto fondamentale che è la
conoscenza medesima nella sua produttiva unità. Ci occorrerà in seguito di spiegare
meglio come noi vediamo nel processo distintivo e uni- tivo della conoscenza un
intimo dissidio della conoscenza con sè stessa ed un’intima aspirazione
all’armonia. La dualità irreducibile della conoscenza fonte dell’intimo dis-
sidio della conoscenza con sè medesima, ci rinvia sempre a qual-' cosa d'altro,
cioè ad una superiore unità (Martinetti). Ma lu- nità indecomponibile della
conoscenza, fonte dell’intima aspi- razione all’armonia ci rinvia sempre a
qualcosa d’altro cioè ad una superiore dualità. V ha per fermo in questa doppia
ed una esigenza immanente al processo del pensiero nel più ampio senso della
parola un in- treccio ammirabile per cui l’analisi e la sintesi esercitano
un’in- fluenzia reciproca luna sull’altra, e si corrispondono e si suc- cedono
e si compenetrano in ogni istante alla vita mentale. Il pensiero, senza il
concorso della attività analitica non potrebbe unificare (sintetizzare) gli
elementi del reale cioè non potrebbe pensarli nella loro totalità ; senza il
fondamento dell’attività sin- fetica non potrebbe distinguerli (pluralizzarli)
cioè pensare il tutto in sè, cioè non potrebbe pensarsi. E quest’intimo nesso
verificantesi nell’ordine di tutte le no- stre conoscenze è la ragione della
scala ascendente delle verità e, come vedremo in seguito, anche delle realtà.
Quando lo spirito superate le illusioni dei primi gradi della conoscenza
avverte questo intimo dissidio e questa intima armonia immanente alla natura e
nel pensiero di questo pensiero riconosce il suo compito essenziale è lalba
della filosofia. Trieste! I cei = TZ = ART. II L’unità psicofisica della
realtà. $ 1. L’equivalente metafisico del principio gnoseologico. — $ 2.
Individuazione progressiva verso sempre maggiore armonia e sempre maggiore
distinzione. Si imposta il problema filosofico della causalità. La realtà come
unità psicofisica. La situazione della filosofia teoretica, rispetto alla
concezione metafisica dell’universo (1), si può anzitutto rischia- rare
considerando criticamente i risultati della storia. Invero poichè i sistemi
metafisici sono riconosciuti parte integrante della filosofia, la loro
classificazione può riuscire la classifica- zione stessa della metafisica. Ora
pare che i sistemi metafisici sì possano compiutamente classificare in tre
cicli, a seconda che : d) pongono in modo indistinto gli aspetti essenziali
della realtà riconosciuti dalla critica di ogni forma e grado della co-
noscenza ; b) lì oppongono in modo astratto; c) si studiano di comporli in modo
sempre più distinto e concreto. | Il pensiero, nel primo ciclo, non esprime che
la generalità del reale (unità implicita); nel secondo, non esprime che la par-
ticolarità (distinzione esplicita); nel terzo, cerca di esprimere (1) Per
metafisica intendiamo in genere la dottrina dell’essenza della realtà o,
senz’altro, la dottrina della realtà, avente a) per punto di partenza, la con-
cezione della realtà quale è data dal pensiero volgare; bd) per mezzo,
l’analisi critica dell’esperienza e della scienza; c) per fine, la sintesi
teoretica del signi- ficato e del valore supremo d'ogni realtà. sempre meglio
l’individualità concreta dell'universo (unità espli. cità universale). Questi
tre cicli rappresentano in certo modo i tre stadj successivi delle sviluppo
storico della filosofia, ma pure in certo modo coesistono più o meno
visibilmente in ogni pe- riodo corrispondendo a permanenti bisogni
dell’esperienza. La rivelazione dei sistemi metafisici trovasi omai
visibilmente sottoposta alla seguente legge: il vero terreno sodo da cui
bisogna prendere le mosse per filosofare è il riconoscimento della eguale
legittimità di tutte le esigenze fondamentali, e cioè tan- to di quella che
reclama l’indivisibilità del soggetto e dell'og- getto, quanto di quella che
reclama la distinzione. Così, se ve- diiuno che alle varie forme del monismo
indistinto sì oppon- gono le viarie forme del dualismo (che scava un abisso fra
ia natura e lo spirito) e del pluralismo (che frantuma il reale in una
moltiplicità di centri eterogenei), non imaginiamoci che si possa render ragione
di tutta la realtà colPoptare per uno qua- lunque di questi sistemi. Questi
sono gli elementi della vita fi- losofica, non la vita. Stanno a questa come i
suoni alla musica, i colori alla pittura. In qual modo è dato di realizzare un
pro- gresso nella filosofia? Riconoscendo che la filosofia si esplica e sì
complica, si ordina, si anima e si innalza, perfezionando € moltiplicando i
suoi sistemi. Solo nell'ultimo ciclo io credo che Sj possa giungere sempre più
vicino alla vera sintesi, e che la soluzione sia tanto più plausibile quanto
più rispondente alla doppia e una esigenza così della verità come della realtà.
A questo ideale tentano bensì di avvicinarsi molti sistemi monistici prodotti
della più matura riflessione: ma non lo raggiungono in causa della loro
esclusività cioè della loro pretesa di mdurre i varj fattori del reale ad uno
solo; facendo, ad esempio, dello spirito Vepifenomeno della materia o viceversa
(monismo vg- gettivistico o materialistico e monismo soggettivistico o spiri-
tualistice) 0 tutto deducendo da una neutrale unità, ferfi:zia quid non più
resistente del centauro in zoologia (1). (1) Si cfr., in proposito, F. Masci.
Il materialismo psicofisico, Napoli, 1900- 1901, e segnatamente la Memoria II.
Le ipotesi metafisiche, pag. 5-32, e la M. III. Parallelismo e Monismo. —
Intellettualismo e pragmatismo, Napoli (S. R.). 1911. La filosofia dei valori,
Roma (R. Ac. Lincei), 1913, pag. 69-78. L’inesistenza d'un in sè come neutrale
unità poi si dimostra non tanto pel —pnenenzzzzo, © Sforzandoci di passare dai
sistemi metafisici alla realtà, pos- siamo ora cercar di dedurre da quelli gli
aspetti essenziali di questa, non dovendo prescindere da ciò che risulta dalla
com- piuta critica della conoscenza. Noi dobbiamo in altri termini confidare nel
principio che nessuna forma di realtà sia per noi possibile senza che ci sia
manifesta per una forma di conoscen- za. Posto ciò siamo a questo punto: che vi
deve essere l’equiva- lente metafisico. dell'unità subobjettiva della
conoscenza cioè del principio gnoseologico. Ma come si può dimostrare? La
risposta che si presenta. na- turalmente è questa. Bisogna vedere se e come sia
possibile aver presente tutta la realtà mediante la presentazione di tutta la
conoscenza. Non si tratta però di pretendere che la metafisica si costruisca
solo per mezzo di equivalenze colla gnoseologia. Si tratta piuttosto di mettere
alla prova un’ipotesi, per giudi- care se sia 0 no destituita di fondamento.
Non entra nei fini di questo Articolo l'esposizione particola- reggiata della
metafisica. Basti accennare che la prova di questa ipotesi noi l'abbiamo fatta,
giungendo alla conclusione che la comprensione unitaria del pensiero con quel
corredo di fattori fatto della sua impensabilità logica. Invero molte cose
esistenti sfuggono allo schematismo intellettualistico della logica. Basti dire
che la logica analitica stessa non si fornisce i suoi proprj dati con
operazione autologica astratta, ma li piglia dal pensiero volgare il quale
empiricamente li afferma, cioè li conosce, li sente e li vuole. Invece
l’inesistenza della neutrale unità in sè sopratutto si afferma per il fatto
della sua assoluta irrelatività. Infatti l’unità neutrale è impossibile, per-
chè se fosse possibile lo sarebbe in modo da sodisfare alle condizioni generali
dell’esperienza. Ma allora la sua esistenza sarebbe relativa a qualche cosa
(soggetto o oggetto) e non più solo in sè. Dire che ’unità neutrale in sé
esiste come esiste la linea neutra fra i poli opposti d’una calamita è mostrare
tutta la povertà anzi l’erroneità dell’ipotesi. Invero, in nessun modo possiamo
dire che esista uno stadio H. P. GRICE STAGE STATE in sè di indifferenza fra i
due poli opposti senza l’esistenza interferente di questi poli. Pertanto si
capisce che l’esistenza d’una unità in sè, risolvendosi in perfetta
irrelatività, è una pretta impossibilità. Io sono ben disposto ad ammettere che
l’alogico (cioè l’impensabile logicamente) tanto esiste che forse è la
condizione medesima del pensabile logico. Ma tutto ciò che esiste, anche solo a
titolo di condizione d’altro, esiste in relazione ad altro; c questa è la voce
d'ogni conoscenza. Ciò che è condizionale è relativo. Unità neutrale in sè
invece è unità irrelativa, cioè mere nihil. Insomma l’espe- rienza riconosce
l’esistenza dell’alogico ma non l’esistenza del niente. e di condizioni (dati,
rapporti, sistema) che fu messo in luce nella dottrina della conoscenza (Art.
I) trova un completo ri- scontro nella comprensione unitaria della realtà.
Succintamente si può avvertire che i dati della realtà sono o prevalentemente
psichici o prevalentemente fisici o psicofisici; come quelli della conoscenza
sono o prevalentemente soggettivi o prevalentemente oggettivi o evidentemente
subobjettivi ; e tutti si realizzano co- me discontinuità statica (astrazione)
o come continuità dina- minaca (intuizione). E i rapporti metafisici del pari
sono o psichici o fisici o psi- cofisici, come i rapporti gnoseologici sono o
soggettivi o ogget- tivi o suboggettivi. Quanto al sistema, non è assurdo
ritenere che il tutto della realtà sia una sintesi attiva individuatrice di
soggetti e di oggetti. Possiamo ancora ritenere che nella sintest attiva della
realtà siano in qualche modo due poli opposti cioè due estremi relativamente
diversi (dualità bipolare di tesì e an- titesi) uniti e pur distinti infine da
un: medio relativamente iden- tico ad entrambi (relazione mediatrice
diatetica). I due estremi sono ciò che diciamo per convenzione la realtà
psichica e la realtà fisica. Per convenzione bisogna dire, perchè (come vedem-
mo in gnoseologia) entrambi sono da ritenersi soggettivi e og- gettivi, essendo
impossibile la separazione (1). Per esprimere con maggiore vivezza il carattere
bilaterale di ogni realtà affer- miamo pertanto ogni termine reale è
fondamentalmente psico- fisico, Quel che varia da uno all’altro è l’apparenza
dovuta. al prevalere dell’uno o delFaltro momento dell’individuazione. Tn-
somma l'equivalenza da noi appurata a puro titolo di ipotesi è innegabile. E
dunque la cosa migliore che possiamo fare è di concludere francamente che al
principio dell’unità subobjettiva della conoscenza corrisponde il principio
dell'unità psicofisica della realtà. (1) Fuori della relazione subobjettiva
cioè di soggetto-oggetto, non v'è oggetto su cui la concscenza abbia realmente
presa. Tutto ciò che non è su- scettibile di relazione subobjettiva, non è
suscettibile di conoscenza. Per con- seguenza i pretesi oggetti assolutamente
in sè della metafisica vecchia (spazio, tempo, materia, movimento, sostanze,
cause, forze, infinito, universale, mondo, assoluto, dio) « non sono che vani
idoli che è tempo di relegare fra le super- stizioni dello spirito umano ». Per
questa sentenza che è del RenouVvIER, cfr. Essais'de critique générale, pag.
20; e per le prove Ho fatto uso del concetto di individuazione. Questo concetto
congiunto con queili di evoluzione e di autocoscienza ci dischiude dinanzi
un’interpretazione feconda della realtà. TL, almeno nelle sue linee
fondamentali, l’interpretazione del Ma- sci (1). A nostro modo di vedere, e senza
escludere la possibilità di altre ipotesi, lo sviluppo individuativo della
realtà si può distin- guere in due momenti d’individuazione progressiva. Nel
primo — costituente la cosidetta natura — prevale il fattore fisico ; nel
secondo costituente il cosidetto spirito prevale il fat- tore psichico. Ma
psichicità non è ancora spiritualità, come ele- mentarità psichica non è già
sintesi d’elementi psichici, cioò coscienza. Però, tanto la natura quanto lo
spirito sono psicofi- sici. Il medio è ciò che costituisce la realtà formale,
che è dop- pia cioè astratta o logica e astratto-concreta 0 altielogica. E Vin-
dividuazione progressiva dello spirito è verso Vautocoscienza. Il tutto infine
cioè l'essere della realtà nella sua generica natura è un sistema di innumerevoli
unità psicofisiche subjetti- ve-objettive, ascendenti, secondo la legge
dell’individnazione progressiva, verso sempre più distinta e sempre più unita
uni- versalità (2). (1) Ai lavori dianzi citati, nei. quali il principio
dell'unità psicofisica del reale è giù esposto e sostenuto con gran copia
d'argomenti, il Masci ha ag- giunto recentemente due importanti memorie: «
Credenza e conoscenza » e « La legge dell’individuazione progressiva ». (Atti
dell’Ac. di Scienze morali e pol. di Napoli, 1920). (2) Tutti gli uomini sono
facilmente disposti ad ammettere la loro coesì- stenza. Ognuno di noi è
facilmente disposto a concedere che l'insieme dei suoi atti coscienti non è in
ogni istante l’unica e V’intiera realtà. (Cfr. MARTINETTI, op. cit., 145-150. «
L'illusione onde sorge il solipsismo sta nell'attribuire all’io empirico un
valore assoluto considerando l'oggetto come un suo stato, una sua apparenza ».
(/b. 147). Ammessi la reciproca indipendenza dei due fattori di quella realtà
che è soggettiva ed oggettiva ad un tempo, il soggetto non può dire io solo
esisto senza negare la sua medesima conoscenza, e quindi lu realtà. « Affermare
li mia esistenza — dice il Varisco — e non affermare che un qualche altro
soggetto esista nel medesimo senso, non mi è dunque possi- bile, se voglio
pensare coerentemente ». « Un soggetto particolare non esiste che in quanto
esistono più soggetti particolari ». Per li confutazione del soli- psismo: Cfr.
Varisco : Pref. alla trad. del Mondo come vol. di A. Schop. Pa- lang, Perugia,
1918 è II. Circa il concetto del mondo come sistema di sot- getti interferenti
cfr. Varisco, ib. è IV. 222 SEZIONE II - CAPO I Questa dottrina è dunque, in
prima linea non tanto una con- ciliazioue quanto una presa di possesso del
monismo e del plu- ‘alismo. (Il vario non è meno importante dell’uno). Questa
dot- trina in fondo sostiene che la realtà non procede dall’autoco- scienza
universale ma nel momento soggettivo cioè spiritual- mente vi aspira e la
realizza progressivamente, pure restando ogni sistema psicofisico singolo, così
nel suo complesso come in ciascuna delle sue parti, un grado di quell’attività
sintetica uni- versale che per realizzarsi oppone sè a sè stessa continuamente
e che ogni unità continuamente aspira a realizzare in forme sem- pre più alte e
comprensive. Perciò, utilizzando un’osservazione preziosa del Martinetti,
possiamo anche noi ritenere che «come già Leibniz vide, ogni singolo fenomeno
esprime sempre nell’unità che esso realizza l’unità del mondo cui esso
appartiene; ogni più semplice unità riflette, per l’infinita complicazione dei
suoi fattori, l’ordine universale delle esistenze; ogni essere più
insignificante rac- chiude nel mistero delle sue leggi il secreto del mondo »
(1). - Questa soluzione, ci porta nel centro stesso del problema mas- simo
della causalità, che possiamo fin d’ora sfiorare rapidissi- mamente. Poniamo
che si domandi : lo spirito, inteso in senso stretto come soggetto pensante,
può essere la causa della natura, intesa (in ». ».) come oggetto pensato?
L'’ammetterlo sarebbe al- trettanto assurdo quanto ammettere che in una
corrente elettrica il polo positivo produca il polo negativo o che in un
circolo il centro produca la circonferenza. Se ben sì riflette, ammessa la
proposizione dell'unità psicofisica della realtà, che è poi in ultima analisi
Vaffermazione della distinzione relativa e della relativa identità di due
termini gemelli egualmente originarj e reali, non xi può ritenere che un
termine sia la causa dell’altro, senza ca- dere in contradizione. È questa una
delle ragioni per cui ogni epifenomenismo (sia a fondo naturalistico sia a
fondo spiritua- listico) è inaccettabile. Parimenti non si può ammettere che
«la conoscenza, per quanto imperfetta e relativa, sia una pura deformazione
arbi- traria d’una ignota realtà in sè, che non sarebbe l’oggetto di (1)
MARTINETT nessun soggetto » (1); giacchè l’ipotesi d’una ignota realtà in sè si
riduce in fondo all’ipotesi del monismo neutro, che mo- strammo repugnante
(nella seconda nota del $ precedente), ad ogni condizione di conoscenza, nonchè
alla conoscenza logica. Si è veduto, del resto già nell’Art. I, come la
difficoltà invinci- bile d’ammettere l’esistenza d’un oggetto in sè senza
soggetto derivi dall’impossibilità di pensare l’irrelativo. Una realtà fuori
d'ogni relazione non è veramente tale per la. conoscenza, che è sempre
posizione di relazione. Tolta questa, la realtà stessa scompare. Ognuno vede
che qui non si tratta solo dell’impensa- bile logico, ma dell’assolutamente
impensabile cioè dell’assolu- tamente irrelativo. Se l’impensabile logico non è
ancora Vir- reale, perchè è reale anche il non logico, l’assolutamente
irrelativo è l’assolutamente niente. Tal’è l’ignota realtà asso- lutamente in
sè (2). A tal proposito giova ancora osservare che mentre «la logica è spesso
un rivestimento post factum del pen- siero già dato, il pensiero volgare per
contro pone un’area di pensabilità molto più vasta e profonda, ma sempre
coesistente al fatto dell'oggetto. La logica così intesa può ben dimostrare che
la realtà oggettiva qual’è data dal pensiero volgare è logica- mente
impensabile. Ma questa impensabilità allora non significa che l’impossibilità
che l'oggetto del pensiero volgare sia costret- to entro lo schematismo logico.
Sicchè il criterio della realtà in ultima analisi non è posto solo dal pensiero
logico, ma anche dal pensiero volgare. Però, una volta che il reale di cui si
paria è ridotto ad essere il reale del pensiero volgare, esso deve sem- pre
rispondere a ciò che importa Vessenza stessa del pensiero. E la prova
ontologica allora si rivela completamente fallace, quando si creda potere
affermare che a qualsiasi idea sorgente nel pensiero comune debba corrispondere
senz'altro un reale objettivo esistente. Nessuna ideabile realtà è reale se non
a patto che possa trovarsi in relazione col soggetto che l’afferma. Non vi è
caso che un reale sia assolutamente in sè e quindi irre- (1) MARTINETTI, op.
cit., pag. 478. (3) Per la confutazione definitiva dell'ipotesi della cosa in
sè, cfr. VARISCO, Prefaz. alla traduzione del Mondo come Volontà etc. di
ScHoPenHaver (Palanga), Perugia, Bartelli e Verando lativo per quanto s’invochi
il fatto perenne dell’impulso cono- scitivo umano verso l’oggetto irrelativo.
Solo ciò che è relativo è conoscibile ; tutto il resto non è che illusione. Per
quanto ciò possa sembrare un paradosso al pensiero comune, incapace di
rettificare da sè stesso la sua prospettiva, è inammissibile che JI
assolutamente irrelativo sia pensato come un’oggettiva realtà. Raccogliendo le
fila, noi possiamo dire che ogni realtà fisica è sempre relativa ad una realtà
psichica e viceversa. E, prose- guendo secondo la legge dell’individuazione
progressiva, rite- niamo tanto la natura immanente allo spirito, quanto lo spi-
rito immanente alla natura, e la reciproca immanenza sempre più individuantesi
nel processo distintivo e unitivo della realtà. Tutto deve essere pensato come
intimo a noi. Tutti noi dobbiamo pensarci come intimi a tutto. Ne sl considera
la totalità dell’essere e del conoscere come un processo unico risultante
dall’attività distintiva e unitiva di due fattori in rapporto, cioè il soggetto
e l’oggetto, l’impossi- bilità di arrestarci ad un fattore solo (qualunque
sia), come alla radice ultima del reale, riveste il carattere della più
inconcussa verità. E allo stesso modo si intuisce che l’attività universale
deve essere posta come qualcosa che non potrà mai rivestire il ca- rattere
particolare d'alcun fattore (1). Concludendo, anche qui, come nella sintesi
gnoseologica, ir- (1) Malgrado tutti i tentativi fatti da certi idealisti
soggettivisti per rove- sciare la teoria dell'unità come sistema
soggettivo-oggettivo e per sostituirle quella dell'unità come soggetto supremo,
resta evidente che con un solo sog- getto, per quanto supremo, non si può nè costituire,
nè esprimere la totalità «dlel reale come reciproca immanenza, ed è cosa strana
che il trionfo del sog- settivismo assoluto non sia stato ‘riguardato come il
trionfo del solipsismo assoluto, non meno inaccettabile del solipsismo
relativo. Ammessa — per par- lure metaforicamente — la risoluzione dei due poli
della conoscenza nei due poli della realtà, la riduzione dell'unità a mero
soggetto sarebbe tanto giusti- ficata quanto la riduzione della calamita al
solo polo positivo. Anche gli immanentisti. che si ostinano a chiamare io reale
concreto la to- talità della coscienza col suo inalienabile contenuto non
intendono punto di identificare questo io coll’io soggetto opposto all'oggetto,
cioè coll’io centro di tutto il contenuto di coscienza, intorno al quale tutto
il rimanente sì aggruppa. Ma intanto la stessa totalità del circolo è il centro
in rapporto colla circon- ferenza. riviamo ad un principio doppio e uno cioè
all’unità psicofisica del reale che non è un tertium quid oltre la psiche e la.
fisi, nia è doppio nei fattori analiticamente considerati, uno nella sintesi
attiva universale. Essenzialmente, abbiamo trovato che realtà è attività
distin- tiva e unitiva di soggetto in relazione ad oggetto. Ecco il risultato
più importante di questa ricerca. NA 00 A. P. — Zl problema della causalità -
Vol, II. 19 ART. III, Il pensiero come attività dell’universo. î 1. Tesi del
pensiero reale. Esame di tre objezioni in senso diviso. — & 2. Esame delle
stesse objezioni in senso composto. — i 3. Valore del pensiero reale. — $ 4.
L'universo come attività distintiva e unitiva di soggetto in relazione ad
oggetto. S 1. — Con questa conclusione inseparabilmente gnoseologica e
metafisica. noi siamo giunti quasi al termine della nostra ri- cerca volta a
farci stabilire in che. secondo noi, consista la to- talità del reale nella sua
generica natura. Vedemmo come la gnoseologia e la metafisica conducano a un
solo fine, cioè al ri- conoscimento dell'attività distintiva e unitiva del
‘soggetto (ri- ferente) in relazione all'oggetto (riferito). Ci resta da
superare il punto più grave, cioè da mostrare come l'attività universale così
intesa si risolva in ultima analisi nel pensiero, senza che ne guadagni la
causa del soggettivismo. Ma questa tesi è a tutta prima così paradossale e
ripugnante per tante ragioni. che di- venta necessario considerarle con la
massima cura sia separata- mente, sia nella loro compatta e vivace solidarietà
(1). Vediamo dunque prima le maggiori objezioni in senso diviso. che «i pos-
sono ridurre alle tre seguenti . (1) Si negherà da qualeuno che la sintesi
«noseolozico-metafisica abbia bi- sogno di superare la semplice espressione
dell'attività subobjettiva 0 psicofisica dell’aniversale. Ma, secondo noi,
l'interpretazione positiva di questa unità è il dovere nonchè la prerogativa
caratteristica della speculazione. La prima ripugnanza che si prova a
considerare l’attività psicofisica della realtà come pensiero procede
dall’abitudine dì considerare il pensiero come il semplice atto conoscitivo
mediato in s. s. per cui dato un soggetto pensante (riferente) di fronte ad un
oggetto pensato (riferito) e premessi i dati complessi della Conoscenza
immediata (sentire), si ottiene un grado ulteriore di conoscenza, mediante la
comparazione, astrazione delle note identiche, e la sintesi fissa di tali dati.
Distinto insomma il sentire dal pensare in s. s. cioè come una specie mentale o
un modo relativamente ultimo del processo evolutivo della mente, la risoluzione
dell'attività sintetica universale in tale pensare diventa assurda. — Ma questa
objezione non vale contro chi, come noi, prenda il pensiero non solo in senso
generico (uti- lizzando cioè l'allargamento di questo concetto iniziato
dall’in- dirizzo cartesiano spinoziano), ma in senso a dirittura univer- sale
cioè in senso subobjettivo. Invero nel linguaggio di Descar- tes e seguaci il
termine pensiero comprende già tutti i fatti psi- chici, cioè non solo i
conoscitivi in generale e gli intellettivi (la specie intellettiva) in
particolare, ma anche gli affettivi e i vo- litivi. Come proprietà fondamentale
dei corpi (res ertensa) è l’estensione, così proprietà fondamentale dello
spirito (res co- gitans) è il pensiero, e quindi tutti gli atti interni non
sono che pensiero. In seguito è noto che il senso del vocabolo andò ora
restringendosi, ora allargandosi. Ma basti per ora ricordare che c'è pensiero e
pensiero. Nel pensiero subobjettivamente inteso che è quello di cui sì parla
qui, tutti i fatti della vita psichica, sensazioni e sentimenti,
rappresentazioni e sentimenti composti, emozioni e atti del vo- lere e
formazioni psichiche ulteriori, sono fusi in inscindibile unità, ben lungi
d’essere principj solitarj e indipendenti gli uni dagli altri, e congiunti
all'insieme dei fatti oggettivi, sicchè il pensiero significa l’attività
distintiva e unitiva del soggetto in relazione all’oggetto. Restituendo al
pensiero l’immanenza di questi elementi cioè l'unità indivisibile della
universale realtà la prima ripugnanza suddetta non dovrebbe più avere fonda-
mento. 2° Se non che il pretesto forse più espressivo di questa ri- pugnanza è,
senza dubbio, fornito dalla considerazione che l'uomo progredisce dalle forme
inferiori del sentire alle forme sn- periori del pensare in senso stretto. Il
pensare quindi appare come ll risultato superiore ma tardivo di una ben lunga
ascen- dente serie di forme dell'attività conoscitiva, più come il frutto
derivato che come la radice della pianta della conoscenza. Al- lora sì dice:
quando questo risultato ancora non è, cioè an- cora non risulta nelle unità
psicofisiche inferiori (esperienza bruta), non è forse erroneo chiamare
pensiero ciò che ha an- cora da diventarlo ? 3° Questa difficoltà è in certa
maniera la conseguenza d'una altra che è veramente la capitale. Se pongo che
l’unità del reale sla psicofisica, come posso chiamare pensiero questa unità,
dal momento che il pensiero è solo fatto psichico ? Dove va la reale dualità
psicofisica se all'ultimo momento, sottraende. anzi sopprimendo il fattore
fisico, la riduco a mera unità psichica, cioè a mera unità di pensiero? Può
darsi incon- seguenza. maggiore? Riassumendo queste objezioni, si dirà: —
chiatmar pensiero l'unità di ciò che è pensiero e non pensiero, in primo luogo
è fare un'illazione ingiustificata passando da ciò che è solo una manifestazione
dell'unità cioè un fenomeno par- ticolare a ciò che è l'universale ; in secondo
lnogo è fare un’ipo- stasi gratuita cambiando un’apparenza astratta in un ente
con- creto: in terzo luogo è commettere una prolessi assurda met- tendo prima.
quello che viene dopo: in quarto luogo è fare una cosa completamente inutile,
limitandosi tale arbitrio all'attribu- zione d'un nome vano all'unità. — Credo
d'aver indicate qui e prevenute tutte le objezioni che si possono rivolgere
separatamen- te contro il principio del pensiero come unità psicofisica del
reale. Ora non è difficile mostrare che queste objezioni sono infondate. Tutto
sta a sapere fin da principio guardar bene addentro nel concetto del pensiero
di cui si tratta, cioè a non arrestarsi alla facile superficie, contentandosi
delle interpretazioni particolari. Certo chi dice: senso qua, pensiero là, o
meglio, senso in basso, pensiero in alto, non coglie il vero e reale pensiero
là dove esso può svelare la sua dignità. Per cogliere questa verità bisogna an-
Atutto partite da Descartes, elevarsi a Spinoza e a Berkeley, raggiungere Kant
e pei, lasciato lo stesso Kant e gli stessi grandi idealisti Fichte, Schelling
ed Hegel, procedere coerentemente. sintetizzando i risultati critici della
gnoseologia e della meta- fisica. La vera forza di Kant è Pio penso.. Che cosa
è lio penso di Kant? Qui è il nodo della difficoltà. E noto che Kant pone
l’atto conoscitivo come la sintesi dei dne momenti originarj: della sensibilità
e dell’ intelletto, vale a dire del sentire e del pensare. « Pensare vale
conoscere per mez- zo dei concetti », dice Kant nell’Analitica trascendentale.
Da questo punto di vista il pensare per Kant è diverso dal conoscere, perchè il
pensare (questo pensare) è solo un possibile per le ca- tegorie, mentre il
conoscere è reale per la categoria e l’intni- zione. Ciò non ostante Kant pone
il punto principale del giu- dizio sintetico a priori nell’io perso, Ora chi
vorrà sostenere che questo io penso sì riduca a quel pensare che vale solo
conoscere per mezzo dei concetti? Chi non vede che il vero a priori di Kant si
riscontra più nell’io penso come atto sintetizzatore delle diverse intuizioni
sotto la forma delle categorie, che nelle intni- zioni del sentire e nelle
categorie medesime del pensare in senso stretto? Quello che ci interessa in
questo punto è l’apprezzare ì due sensi kantiani del pensare. Certo le
categorie per Kant non sono che funzioni di quell’unità sintetica che è lio
penso (1). Questo significa che il pensare dell'io penso non è il pensare in senso
stretto che vale conoscere per mezzo delle categorie (cieò solo concepire o
intendere © categorizzare). Frattanto Kant, sollevandosi a quel pensare dell’io
penso che è la più alta rive- lazione di noi a noi medesimi, malgrado il suo
realismo critico trascendentale (2) pone la realtà percepita cioè Papparenza
s0g- gettiva che riesce poi per noi soggettiva ed oggettiva ad un teni- po
(organizzazione soggettiva e costituzione oggettiva dell’e- sperienza) come
l’espressione 0 meglio la costruzione in atto di quell’attività sintetica
universale che è Tio penso. Vuol dire (1) Dico funzioni non effetti, perchè
altrimenti bisognerebbe supporre che il pensiero di quell’appercezione
primordiale che è l'io penso di Kant, essendo la causa delle categorie, è pure la
causa della categoria di causa. Un tal pen- siero, essendo l’azione spontanea
d’un soggetto dotato di causalità sarebbe di tal guisa sofistico e
inconcludente, perchè spiegherebbe la causalità per via della causalità. (2) Si
cfr. per questa interpretazione della dottrina Adi Kant il giusto rilievo del
MaARrTINETTI, 0p. cit. 65 n. che Kant pur facendo omaggio all’abitudine della
filosofia volgare che chiama pensiero solo una delle due funzioni originarie
dell’atto conoscitivo cioè il semplice pensiero per mezzo dei con- cetti, capì
egli stesso di dover superare questo pensiero (mera funzione conoscitiva
categorizzante l'ordine regolare dei feno- meni che noi diciamo natura) con
quel sommo pensiero unitario che attuandosi attua la realtà dell’esperienza. I
Soltanto ci basterà l’avvertire che l’ostinazione di chiamar io in senso
ontologico un tale pensiero si risolve in un equivoco anzi in un assurdo.
Questa interpretazione invero da un lato rientra di nuovo nel soggettivismo
assoluto, dall'altro identifica il sog- getto logico (funzione) col soggetto
reale (sostanza). Ma l’affermazione di un pensiero sintetico superiore al pen-
siero per concetti è posta dall'io perso di Kant con la massima evidenza. Si
deve pertanto ammettere che la ripugnanza a considerare il pensiero come
sintesi attiva di soggettività e di oggettività (1) procede non tanto, come
parrebbe, da una specie di A6yos dpyés quanto dal fatto che l’unità sistematica
del pensiero come nni- versale realtà essendo soprasensibile non si lascia
intuire im- imediatamente come un dato della coscienza attuale, ma soltant»n
argomentare per via di ragionamento, come ha notato il Fichte, con grande
profondità (2), benchè non sia un trascendente. Certo, se s'intende il pensiero
in senso stretto come semplice funzione categorica soggettiva, non ha alcun
senso dire che il pensiero è l’unità psicofisica del reale. Il pensiero in
questo caso e il pensato (come, più elementarmente, il fattore psichico ed il
fisico) sono due correlativi che non possono essere disgiunti senza disgiungere
quella relazione intima che è la realtà uni- versale. Ma la contradizione cade,
se per pensiero s'intende, non soltanto una funzione dello spirito, ma tutta la
relazione attiva della soggettività e dell’oggettività dell’esperienza, con la
reci- proca autonomi dei due termini inseparabili (3). (1) « Ogni unità del
subjettivo e dell’objettivo considerata in modo attivo. è conoscenza » dice
ScneLLING nel Bruno. (2) FicHtE, Das System der Sittenlelre, 1798 (SL. W.. vol.
IV, pag. 1). (3) Chiamando il tutto col nome di « pensiero reale » intendiamo
di rispet tare davvero la reciproca autonomia dei due termini. ce del loro
rapporto : Insistiamo dunque sul principio che in ogni caso non abbiamo mai a
fare con altro che col pensiero reale. Il valore del pensiero è il valore
dell'attività unitiva e distintiva della realtà. Questa: è la pietra angolare
di tutta la nostra speculazione (1). $ 2: — Delineata così a larghi tratti la
nostra situazione teore- tica, siamo oggimai in grado di giudicare con qualche
buon fon- damento anche l’ultimo e più forte gruppo di objezioni nel senso
riferente e riferito. Primieramente, perchè, come provammo, non c’è ragione di
credere che il pensiero sia il nome di uno solo di essi cioè del termine psi-
chico. Con una pretesa di questo genere ci sarebbe interdetto di chiamare il
tutto col nome di « realtà », solo pel pretesto che molti usano questo nome col
senso di oggettività, donde l’improprià denominazione di yealismo al dua- lismo
che pone l’oggetto separato dal soggetto (oggettivismo). Secondariamente,
perchè col pensiero reale non si introduce il termine psichico a dissolvere la
realtà, ad esaurire il fisico e sostituirsi ad esso. Questo avverrebbe se la
con- cezione del mondo fondata sul principio dell’unità psicofisica del reale
si ri- solvesse in un Panpsichismo, o in un soggettivismo. Ma questo non è,
almeno finchè non sarà provato che le due espressioni unità psichica e unità
psicofisica sono identiche. Ma allora, con la stessa pretesa, non si potrebbe
affermare che la presente concezione del mondo si riduca a Panfisismo ? Sopra
l’inscindibile necessità del rapporto soggetto-oggetto, secondo la dot- trina
del Fenerbach, messa in bella luce dal MoxpoLro Cfr. La filosofia del Feuerbach
e le critiche del Marx in estratto dalla Cultura filosofica, Marzo-Giu- gno,
1909, pag. 13. Certo però il pensiero secondo il F., non è il pensiero come
realtà concreta ed attiva del rapporto subobjettivo universale di cui si parla
qui. (1) Evidentemente farebbe falsa strada chi affermasse che, con questo
prin- cipio, qui si voglia risolvere la realtà in idee e derivare, per esempio,
la ma- teria dallo spirito, parzialmente inteso. Io non sono con
quell’idealismo violento o meglio ideismo che intende procedere dalle idee alle
cose, perchè contro di . esso ammetto che le idee sono prodotti astratti
soggettivi, supponenti la natura oggettiva e perciò non la possono generare.
Sulla differenza capitale fra idea- lismo e ideismo o ideologismo, cfr. Sez. I,
Cap. V. Tuttavia ammetto il carattere essenzialmente pensieristico dell’unità
psico- fisica della realtà. Ma per questo non trasferisco il mondo esterno
all’interno, non dissolvo l’oggetto nel soggetto, nè pretendo di ridurre la
realtà ad essere solo pensiero in s. s. (cogito) cioè ad es, nè sensazione, nè
sentimento (sentio) nè volontà (volo). L’interpretazione del pensiero (con
esclusione cioè del sentio e del volo) è l’espressione esagerata
dell’intellettualismo. Sul concetto del pensiero secondo la filosofia
dell’immanenza, che ha tanti riscontri col presente, cfr. PELAZZA, op. cit.,
Parte II, IL pensiero e le cose, pag. 107-175. Il MartiINETTI, nel suo profondo
studio sulla filosotia dell’immanenza, per prima cosa riconosce che la filos.
d. im. parte dal principio fondamentale composto preannunziato. Riassumiamo le
tesi che ci interes- sano. Noi congiungiamo in un intimo nodo vitale l'essere e
il conoscere ; noi neghiamo risolutamente la realtà dell’essere funo- ri del
pensiero (inteso subobjettivamente). Noi riconosciamo le separazioni pratiche
dell'esperienza e della scienza, ma affer- miamo di doverle superare nella
speculazione. Ora. abbiamo noi tenuto abbastanza conto della voce
dell'esperienza. che, senza tanti arzigogoli gnoseologici, reclama l'esistenza
del reale fuori di noi e senza di noi? Ecco il gran punto. Vha precisamente
un’opinione rispettabilissima a cui vogliamo e dobbiamo rendere ampio omaggio,
siccome a quella che afferma la separazione fra essere e conoscere, innegabile
nonchè possibile appunto nel mo- mento non logico ma alogico del pensiero e
vede erompere da questa inevitabilità il dramma filosofico della mente umana.
Se questa separazione fosse impossibile, essa dice, il problema gno- seologico
non sarebbe, Fosse vero, che Tessere come realtà ete- rogenea dal conoscere nen
esistesse! Foxse vero, che Tessere fuori di noi e senza di noi cioè senza
essere un fatto di conoscenza per un essere conoscente fesse niente ! Ciò che
resta, tolto il cona- scere, sarà impensabile, è naturale; ma con ciò non è
ancor detto che Vimpensabile sia il nulla. L'essere reale fuori del pensiero
balza fuori automaticamente da tutte le forme e da tutte le ten- denze del
pensiero comune, che non è filosofia, certo, ma che ha un alore immenso come
oggetto della filosofia. Davanti al veto dei metafisici-gnoscologi
soggettivisti, 1 quali comandamo al pensie- ro comune di dover essere diverso
da quello che è, e diventare coscienza della soggettività, il pensiero comune —
con quella resistenza passiva del dato di fatto di tale imponente valore che contro
di esso si spezza ogni fascino intellettuale — il pensiero comune non
obbedisce, E non obbedisce perchè non può. Così 1l dell’idealismo che Pessere è
identico al pensiero ; l’unica realtà è il pensiero, la realtà ideale data
nella coscienza; il divenire del pensiero è il divenire della stessa realtà.
(op. cit., pitg. 115). Con che, a mio parere, non si vuol già dire che il
pensiero sia il creatore della realtà, perchè questa allora sarebbe di
riscontro al pensiero pensante come qualche cosa di estraneo ad esso, almeno
come la sua creatura. Il pensiero stesso è la realtà e la realtà stessa è pen-
siero. Pensiero e realtà sono li stess così. Dunque il pensiero da questo punto
di vista non è il creatore delle realtà, più di quanto non sia il erea- tore di
sè stesso. «tu devi» del soggettivismo
assoluto riesce inefficace, perchè non c'è dovere fuori del potere (1). Se non
che tutta questa serie di objezioni intrecciata con tanta apparenza di verità
che cosa diventa di fronte ad una critica la quale non accetti ad occhi chiusi
il principio che ne forma la pie- tra angolare cioè che l’impensabile — come
reale esistente, fuori di noi e senza di noi — sia affermato dal pensiero
comune? Al- lora, scossa la base, ogni ostacolo crolla. Per l’opposto la no-
stra tesi riceve la dimostrazione più calzante e rigorosa che si possa
desiderare. E valga il vero. All’istanza della pensabilità dell'impensabile,
sia pure l’impensabile erompente dal pensiero degli ignoranti (a cui si vuole
accerdare tanto valore di resi- stenza) noi opponiamo quest’altra : che tanto
vale limpensabile posto dal pensare comune, quanto l’insensibile posto dal
sentire comune, quanto l’involontario posto dal volere comune. Dov'è più
adunque il senso umano in una protesta che non ha senso comune, mentre vorrebbe
appellarsi solo ad esso? Ma guardia mo meglio quanto vogliamo stabilire. Si
afferma l'esistenza reale d’un oggetto senza di noi. E forse che la negheremmo
noi che poniamo il pensiero come attività distintiva e umitiva di soggetto in
genere (riferente) in rapporto ad oggetto in genere (riferito)? Secondo il
nostro debole avviso noi, non come meri soggetti ma come uomini (2), non siamo
che una individuazicne del pensiero reale che è tutt'uno col- l'universo. Fuori
di noi, senza di noi, crediamo bene che 1'og- settività esista in infiniti.
modi: ma non senza. un soggetto qualunque. Nono sarà più il soggetto nostro,
beninteso: ma > (1) Queste objezioni, nella loro vivace solidità, mi vennero
affacciate in una ammivabile lettera dal Tarozzi, e in forma piena di così
nobile ardore e così penetrante che non è possibile ricusare una risposta. (2)
In queste argomentazioni si rischia di cadere in molti equivoci se non si
distinguono due significati diversi della parola noi. Per alcuni il noi è il
termine soggettivo della relazione Sr 0 cioè solo un S:; per altri è l’uomo. Ma
l'uomo, come in seguito si nota, è non solo soggetto ma assai di più, perchè è
un’individuazione del tipo Sr O. Ogni individuazione del tipo S r O (umana o
non umani lascia sempre fuori di sè altre innumerevoli individua- zioni
analoghe. Diremo dunque che nulla esiste fuori del pensiero, benchè
innumerevoli individuazioni del tipo Sr O esistano fuori di noi. cioè della
nostra umana individuazione snbobjettiva,
sarà ancora sempre la soggettività d’un’oggettività. E poniamo pure che
per una via oscura anche non conoscitiva (e quindi più attendibile del pensiero
comune !) io mi persuada che qualche cosa esiste fuori di noi e senza di noi,
poniamo pure che non l’impensabile ma l’impensato da noi non sia il niente e
così per rispetto al passato, come al presente, come al futuro, o anche ri-
spetto ad altri spazj irreducibili al nostro e variabili all’infinito, che è
poi ciò che pensiamo noi, nè più nè meno. Sarà forse al- lora troncata ogni
possibilità di pensiero? No, saremo ancora e sempre da capo; dal momento che
noi poniamo il pensiero nella sua essenza come attività distintiva e unitiva di
soggetto (rife- rente) in rapporto ad oggetto (riferito). Questo è il cardine
vero della questione. Rigetteranno solen- nemente questa interpretazione i
nostri oppositori. Noi però la invochiamo a buon diritto come Vunica che possa
tutelare e guarentire ad un tempo ciò che riteniamo per verità, almeno tino a
prova contraria. Già s'intende che ribatteranno: ma pensiero non è già im-
personale attività distintiva e unitiva di soggetto in relazione ad oggetto, ma
esclusivamente soggettività, che pone sè in rapporto con l’'oggettività. Ma
allora la questione trovasi ridotta alla sna vera formia che è la seguente: che
è propriamente il pensiero? mera funzione subjettiva o subobjettiva ? Per
sostenere quest'ultima interpretazione io comincio a roe- tare che Fuomo stesso
non è solo soggetto ma assai di più, es- “endo soggetto (riferente; e oggetto
(riferito. Anzi il vero cen- tro vitale dell'essere umano mi pare il nesso del
soggetto e Abl- l'oggetto; quivi l’unità concreta della nostra attività, quivi
il principio reale della nostra individuazione. Ciò premesso, ripn- gna
Paffermare che il pensiero — che è la proprietà più carat- teristica della
nostra numana natura — sia solo la proprietà di una parte nostra (per quanto
importante) cioè del soggetto. Ma che dico d'una parte? d'un'astrazione
esclusiva devo dire, per- chè ti natura umana è unità viva e impartibile, Quindi
con- cludo che il pensiero è funzione essenzialmente subobiettiva gia nella
sfera reale dell'umanità. — E sia pure, replicheranno. ma come fate a
dimostrare che tutto ciò che è vero dell'umanità sia pur vero dell'universo?
Piano, risponderemo noi, tanta pretesa non è la nostra. Prima, stringiamo i
conti, ci opponevate che il pensiero, il quale non sia funzione subjettiva, è
una favola. E noi provammo al. l'opposto che il pensiero umano è funzione
subobjettiva. Ora voi intendete per fermo di negare che non v’è pensiero fuori
di noi, e ce ne vietate anche l'ipotesi. Ma poichè come provammo — pensiero è
subobjettività, voi finite necessariamente coll’affermare che non c'è altra
sub- objettività oltre l'umana nell'universo. E non è questo un ar- gomento a rovescio?
Perocchè, se per la nostra ignoranza non l'ammettiamo noi, ne avete voi forse
qualche migliore notizia ? Per contro è falso che una tale ignoranza
indebolisca del pari la nostra tesì della possibilità d'una realtà, senza
umanità ben- sì, ma non senza subobjettività cioè non senza pensiero, perchè ci
rimangono aperte altre vie a rendere più attendibile il no- “stro ragionamento.
Infatti, se l'uomo fosse Punica subobjetti- vità, la sua natura avrebbe una
diversità sostanziale da tutte il resto, la sua funzione sarebbe un’incognita
impenetrabile, la sua esistenza sarebbe un miracolo. Noi invece riteniamo che
sì umanità come ogni altra individuazione possibile pur diffe- rente d’ordine
di grado o di funzione non già d’essenza, vada soggetta a quelle stesse leggi e
condizioni che valgono per tutti i fenomeni. Il fenomeno pertanto che chiamiamo
umanità non è altro che una trasformazione di quegli elementi e di quelle forze
che colla incessante attività di composizione e di scompo- sizione formano
tutte le cose, Quando già fossimo disposti a con- cedere che fatto psichico
possa avvenire in organismi privi di sistema nervoso (1) non dovrebbe più
parerci impossibile l’ipo- tes] d'una realtà subobjettiva senza umanità, cioè
dunque d'un pensiero fuori di noi. (1) Allado a quell’ipotesi analogica di cui
fa cenno lo stesso Tarozzi: « Ma se sì potesse empiricamente stabilire che
fatto psichico avviene (siano pur soltanto fatti di sensibilità
elementarissima) in organismi che di sistema nervoso sono privi? Certamente, in
questo campo non è ancora tutto ben chiaro ». (Empi- rismo filosofico. Estr.
Rivista di Filos, Anno IV, fasc. III, 1912, pag 20). E più avanti: «... dato
che fosse dimostrato che il sistema nervoso ha una funzione conduttrice e
unificatrice, non produttrice dell'irritabilità e dato quindi che
l'ivritabilità sia proprietà generica, ridiventa plausibile pensare che
qualunque azione conduttrice e unificatrice potrebbe produrre in qualunque
corpo v° or Gil ART. E nulla vieta che si pensi ad un pensiero così universale
da poter essere costitutivo di tutta la realtà, se lo si ponga unica- mente
come attività distintiva e unitiva di soggetto in rapporto ad oggetto senza
aggiunte di determinazioni particolari, Fatta questa necessaria eliminazione
d'ogni pretesa mirante ad escludere che non vi sia altra subobjettività oltre
Vumana nel- l’universo, andremo ancora toccando alcuni punti che servono è dare
un risalto maggiore alla nostra tesi. — Morti not, morto tutto? — No. Resterà,
per lo meno, la subobjettività che non è la nostra, ma che è pure sempre in re-
lazione già fin d’ora con noi, benchè all’infuori della nostra no- tizia
(coscienza chiara). Aggiungiamo questo per togliere ogni via di scampo
all'affermazione dogmatica dell'essere in sè, indi- pendente da ogni pensiero.
Volete porre l'essere in sè d'un certo reale indipendente da ogni pensiero
nostro? Ponetelo pure. ma voi dovete ammettere che tutto è legato in qualche
modo nell'universo, anche quel vostro in sè, che senza esser legato ad altro
sarebbe nulla, perchè, come dice VP Eueken, in nessun modo potrebbe toccarci,
nè muoverci, nè commuoverci, e nemmeno a titolo di problema (1). Nessun reale a
rigore è separato da tutto il resto, ogni reale preso assolutamente in
disparte, spogliato cioè d'ogni carattere che implichi relazione, è peggio
d'una fi- sìma ; non può mai essere oggetto di discussione tra persone in-
telligenti. Però lo accetti chi vuole. Tutto è relativo nella realtà e per la
realtà; tutto è relativo nella conoscenza e per la cono- scenza. È all'attività
della relazione universale con la pienezza unitiva e distintiva dei suoi
termini riferentisi e riferiti che noi crediamo di poter dare ancora il nome di
pensiero. Noi credia- mo che lo sviluppo sterminato delle individuazioni, che
la. re- lazione universale può ricevere non sia altro che lo sviluppo della
funzione subobjettiva del pensiero, tipo di tutte. Ciò posto, insisterò sopra
un altro punto che mi pare impor- stessi risultati che colla presenza del
sistema nervoso si producono, qualora in questo corpo la meccanica
dell’irritabilità sia perfetta e complessa come nel protoplasma animale ». (Ih.
pag. 21). Mi par superfluo avvertire che la tesi filosofica della realtà
subobjettiva anche senza umanità non dipende dall'ipo- tesi biologica della sensibilità
organica senza sistema nervoso. (1) EtcKen. Les grands courants, Paris, Alcan tantissimo
cioè sul modo di studiare la realtà per afferrarne il principio fondamentale. I
più hanno l'abitudine di studiare i processi dall'inizio, come se la natura manifestasse
meglio il suo segreto nelle origini. Ma vorrei un po' vedere qual critico
oserebbe negare che una pianta meglio riveli la sua essenziale virtù nel fiore
e nel frutto che nelle radici. Io dunque, e sorridano pure della mia semplicità
i dottori del metodo delle origini. io mi riprometterei assai più di bene per
la filosofia da uno studio della realtà nei suoi risultati espliciti, perchè
quivi nella forma più progredita. si trova il com- pendio più ricco e la
suprema realizzazione dell'universo. Pure c'è chi non ha mai sospettato questa
profonda verità e quindi si aggira ancora nei paraggi della materia e del
senso, e non attinge l’atto vivo e concreto dello spirito e del pensiero puro.
Frattanto non è più probabile che il segreto della: realtà si mostri meglio
nelle sue più alte forme di individuazione? Non è più filosofico insomma
cercare la vera essenza del principio fon- damentale nel prodotto avente il
massimo contenuto? E trarne il nome più da questo che dal genere infimo? In
questa teoretica. esaltando il valore del pensiero non s'è voluto fare altro.
Ne conseguita forse, come potrebbero pretendere alcune fantasie troppo accese,
che si voglia far tabula rasa dell’esperienza e per- fin delle scienze, perchè
in esse non c'è ancora la verità supe- riore del pensiero puro cioè della
filosofia? Non sarebbe allora il rimedio peggiore del male? Ma la conoscenza
speculativa, se- condo noì, ha ben altro scopo. Essa non è punto una rinunzia
ma una conquista, vale a dire un aumento di verità. Nella ricerca del principio
essenziale dell’universo, la que. stione dunque è di vedere quale sia quella
forma di individua- zione in cui Vattività universale ha raggiunto più
veramente sè stessa. Io dico che questa forma che rivela il massimo della vir-
tù del principio fondamentale dell'universo è il pensiero come attività unitiva
e distintiva di soggetto (riferente) in relazione ad oggetto (riferito) e
ravviso in ogni individuazione reale senza eccezione la trasformazione
variabile all’infinito della stessa at- tività. Concludendo, non v'è dunque
alcuna ragione plausibile di contestare che la realtà sia, in tutte le cose,
ciò che in ra- dice e in fiore è il nostro stesso pensiero. ni Certo se si
intende il pensiero (ins. s.) come semplice funzione categorica soggettiva (il
puro momento soggettivo della coscienza), non ha nessun senso il dire che il
pensiero è l’unità psicofisica del reale : il pensiero, in questo caso, e il
pensato (co- me, più elementarmente, il fattore psichico e il fattore fisico)
sono due correlativi che non possono essere disgiunti senza dis- giungere
quella relazione intima che è la realtà universale. Ma la contradizione cade,
se per pensiero s'intende tutta la rela- zione attiva della soggettività e
della oggettività dell'esperienza con la reciproca autonomia dei due termini
inseparabili. Insistiamo dunque sul principio che in ogni caso non abbia- mo
mai a fare con altro che col pensiero reale. Il valore del pensiero è il valore
dell’unità attiva della realtà. Questa, come già notammo ($ $), è la pietra
angolare di tutta la nostra speculazione, assai vicina in questo al punto di
vista dello Schuppe il quale dichiara che Tessere reale è nè più nè meno che il
pensiero concreto con tutte le sue determinazioni. Senza dubbio noi non
possiamo atferrare questa suprema ve- rità restando nei due mondi inferiori
dell'esperienza e della scienza (benchè questo ultimo mondo sia non una
continuazione semplice di quello ma un grado qualitativamente superiore). Ma in
virtù della doppia ed una esigenza del pensiero, sorgente di tutti i valori,
per cui ogni dissidio gradatamente orienta lo spirito verso l'unità e ogni
armonia gradatamente gl disvela una nuova ricchezza, gradatamente si compie la
rivelazione della verità universale a cuni ogni singolo spirito mira senza per-
venirvi mai. L'inesausta tendenza dell'unità verso la dualità e della dua- lità
verso l’unità risponde certo ad un’insoddisfazione natu- rale d'ogni cosa. che
non è se non il riflesso, in ogni essere della natura essenziale del pensiero.
Ogni individuo ha per così dire due lati e — metaforicamente parlando — due
gioie e due dolo- ri: quello della dualità e quello dell'unità. Ogni soggetto
ri- vela per sè stesso il suo oggetto e viceversa; ogni dualità la sua unità e
questa quella; ogni gioia porta seco inevitabilmente il suo dolore; ogni dolore
è il sospiro di una gioia. Ognuno esprime nella sua sfera La profonda
inquietudine della separa- zione e la profonda ebrezza dell'unione immanente
alla natura doppia e una del pensiero. Ogni stato passato o attuale delle cose
è in qualche modo un'illusione di fronte allo stato successivo. L’unità
esclusiva? un riflesso illusorio della dualità : la dualità esclusiva? la
parvenza ingannatrice dell'unità. Ogni affermazione monolaterale è priva di
senso. Per contro la sintesi attiva delle due esigenze è la conciliazione del
sogget- to con l'oggetto, dello spirito con la natura, della libertà con la
solidarietà, Tunità del teoretico e del pratico da cui: scaturi- sce ogni
reale. Siete davanti all’uno? Cercate il doppio. Siete davanti al doppio?
Cercate l’uno. Fuggite l'esclusivo. Pensate sempre l'integrale unità distintiva
e unitiva, soggettiva e 0g- cettiva, psicofisica, reale e ideale. Ora si
dovrebbe comprendere meglio come e perchè si sia affer- mato antecedentemente
che i sistemi esclusivi vanno incontro 1 difficoltà insormontabili. Il pensiero
filosofico giunto al mas- simo grado della sua purezza (pensiero puro), come
dicemmo, non vuole e non può contentarsi nè della conoscenza empirica nè della
scientifica, nè del soggettivismo né dell’oggettivismo, nè del monismo semplice
nè del pluralismo (dualismo moltipli- cato), nè del realismo nè dell'idealismo,
perchè è insieme pro- cesso distintivo-unitivo, subobjettivo, mono-dualistico,
psicofi- sico, reale-ideale. Indi apparisce non solo qual profondo divario
separi il nostro sistema dai precedenti, ma qual intimo nesso lo stringa
all’in- dirizzo del monismo. Facciamo ancora un cenno di questo pun- to, per
mettere più in chiaro il sistema che abbiamo delineato. Noi affermiamo che se
il reale è uno, non può essere nè sog- gettivo nè oggettivo; inoltre stabiliamo
che i due termini corre- lativi sono l’uno condizione necessaria della
possibilità dell’al- tro. Infine concludiamo che Tunità universale della
dualità non è un fertium quid di fronte al termini, quale entità indipendente
da essi, ma neppure un mero fenomeno d’illusione ; perchè an- zì, propriamente
parlando. è il tutto. A questa integrale unità polarizzantesi, per così dire,
nella dualità e quindi nelle infinite dualità psicofisiche dell'universo,
crediamo di dover dare il nome di pensiero universale, non per ridurre la
realtà al pensiero soggettivo dell'uomo. non per de- rivare la materia dallo
spirito, non per fare una mutilazione comoda del reale, non per fare un’ipostasi
arbitraria, anzi assur- da e senza utilità, ma per proseguire una tradizione
solenne. Il pensiero quale compendio attivo d'una pluralità in un’uni- tà ed
esteso al processo costituitivo dell’universo, non è princi- pio nuovo nella
storia della filosofia. Come preannunziato dal- l’insufficienza. del Aéyog e
della vénors nell'antichità, trovò da prima un'applicazione enorme nell’Ethica
di Spinoza, che pose il pensiero come attributo della sostanza e l’attributo
come espri- mente tutta intera l'essenza eterna ed infinità: infine raggiunse
il sno nisus formativo nella dottrina di Kant, il quale insegna che la realtà
non è'il limite del pensiero, bensì lo stesso pensiero non ostante il noumeno,
residuo della vecchia metafisica. Questo nuovo indirizzo che si diede agli
studi speculativi do- po la potente spinta di Emanuele Kant non si perdette
più: anzi sempre meglio impose alla filosofia la necessità d’intra- prendere
l'analisi più accurata e più severa del pensiero in vista di chiarire la
realtà. I continuatori di Kant pertanto s’applica- rono: con profonde e geniali
meditazioni a questo lavoro capi- tale. I loro sistemi formano quasi una catena
continua. E chi facciasi a riandare la storia del pensiero come unità sintetica
universale da Kant ai giorni nostri deve rimanere attonito della leggerezza con
cui questo indirizzo viene da alcuni travisato 0 pervertito o quasi trasandato,
mentre la realtà fuori del pen- siero diventa un non senso (1), e tutte le
ricerche sulla conce- zione dell'universo fuori del pensiero cominciano e
finiscono fuori della filosofia. Dobbiamo però ricordarci che la tesi del
pensiero cosmico non dà più luogo alle domande : chi è ?, che cos'è ?, dov'è ?,
quand'è? Se fosse un chi, savebbe un soggetto : se fosse una cose, sarebbe un
oggetto; se fosse in um dore, non sarebbe il dovunque; se fosse in un guando,
non sarebbe 1] sempre. Neppure il pensiero universale come totale realtà può
considerarsi come la semplice generalizzazione del pensiero individuale. (1)
Pur ammettendo l’inesistenza della realtà fuori del pensiero come pro- cesso
cosmico, si noti sempre per contro, che l'inesistenza d'una realtà fuori del
pensiero individuale è, non solo, ammissibile, ma richiesta dalla natura
distintiva del pensiero. A. Pastore — Il problema della causalità - Vol, II, 16
Per togliere ogni ambiguità al significato delle parole, deiuio ancora per un
momento insistere su questo punto. Pel fatto innegabile che ogni individuo —
parte dell’universo — è reale, siamo noi forse costretti a concludere che la
realtà uni- versale non sia che la generalizzazione dell’individuo? Egualmente,
pel fatto innegabile che ogni individuo, — parte dell’umiverso — è pensiero,
non siamo forzati a concludere che il pensiero universale come universale
realtà non sia che la ge- neralizzazione del pensiero individuale. Certo
l’espressione pen- siero universale detta ad un individuo non preparato
risveglia nella sua mente l'imagine del suo proprio pensiero pantografta- ta,
per così dire, all’infinito. | Ma come la realtà universale non è un concetto
artificiale che si formi, ad esempio «mediante la comparazione delle rappre-
sentazioni, l’astrazione delle note identiche e la loro sintesi in una
rappresentazione ideale e tipica») ma è la realtà universale; Così è del
pensiero universale come totalità. Apparentemente, dal pensiero individuale del
pensiero come universale realtà a] pensiero come universale realtà il passo è
breve; quindi i due pensieri vengono erroneamente identificati. E il non aver
com- preso questo è forse il torto più grave di coloro che confondono il
pensiero puro (che è il pensiero filosofico scevro, quanto più sia possibile,
dalle impurità abitnali del pensiero comune) col pensiero come realtà
universale (che è nientemeno che la stess: realtà). Si rammenti un’altra
distinzione capitale, ribadita le tante volte. Il pensiero universale
dell’individuo pensante non è il pensiero universale coestensivo con l’intiera
realtà. La forma- zione del primo si esplica con la storia della umana
conoscenza. Da quando il pensiero umano, attuantesi nei var) individui co-
minciò a funzionare filosoficamente, passando dallo studio dei dati a quello
delle leggi e dell’universo il pensatore non ebbe forse ragione di affermare
sempre più vasta e più profonda la sfera della propria attività? Che il
pensiero umano aumenti man mano in estensione e in comprensione e in fondo
agogni & diventare universale cioè ad adeguare l’universalità del reale è
un’ipotesi che si può concedere senza difficoltà. Ma questo pen- siero, anche
esteso per ipotesi all'universale, sarà sempre sog- ART. gettivo e quindi non
sarà mai identico senza residuo al pensiero come universale realtà. E questo è
il lato importante della que- stione. Un senso del più meraviglioso splendore
potrà riempire il pensiero del filosofo giunto al massimo grado di purezza.
Dob- biamo tuttavia riconoscere che la realtà universale come pen- siero è ben
altro. Una cosa è il pensiero della vita, altra cosa la vita; una cosa è la
realtà, altra cosa è il pensiero della realtà; una cosa è il pensiero
soggettivo universale del pensiero come universale realtà, altra cosa è il
pensiero subobjettivo come uni- versale realtà. Che poi il pensiero come
“universale realtà non sia un mito è presto inteso. Nel vastissimo senso della
parola, pensa tanto l’uomo quanto l'universo, come infinita attività uni- tiva
e distintiva di S r O. (Giacchè questo e non altro è il senso e il valore che
noi diamo al pensiero coestensivo colla realtà). Ma a quanto ci risulta solo
gli uomini pensano sapendo di pensare. Vuol dire che il pensiero può svolgersi
in varie forme e poniamo anche infinite, perchè la sua forma formativa essen-
ziale è d’essere attività unitiva e distintiva di Sr O e questa è l’orditura
dinamica di tutta la conoscenza e anche quella di tutta la realtà. Ora non
potendosi ritenere che due cose aventi in comune le stesse fondamentali
proprietà siano essenzial- mente differenti, la tesì della realtà come pensiero
non è priva di ragione, concorrendo anzi a spiegare l’infinito potenziamento
del pensiero reale. Alla conclusione di questo comune poi si arriva (come
vedemmo nei $$ anteriori) nel modo seguente. Do- po preliminari analisi di
gnoseologia e metafisica, da un lato troviamo che attività unitiva e distintiva
di S r O è pensiero (In senso universalissimo). Dall’altro che la realtà è
attività unitiva. e distintiva di S r O. Quindi concludiamo che realtà è
pensiero. E a questa conclusione pare impossibile sfuggire. Lunga e vi- vace è
stata la discussione nella storia della filosofia circa la natura del tutto e
lo sarà sempre. Io ritengo savio partito non optare per alcuna soluzione uni-
laterale per optare sinteticamente per tutte. | Non è facile eclettismo; è
presa di possesso del senso e del valore concreto della conoscenza e della
realtà. Un numero dav- vero grande di fatti tende a dimostrare che ogni atto
conoscitivo come ogni reale si può paragonare ad un magnete che pure è attività
distintiva e unitiva di S r O. Ma non lasciamoci illu- dere dai paragoni.
Riconosciamo più tosto che v’è una forma di conoscenza in cui i varj aspetti
della realtà sono fusi insieme, come fattori d’una stessa unità che tutto
distingue e tutto ab- braccia così ogni soggettività come ogni oggettività,
senza es- sere a sua volta nè solo l’una nè solo l’altra. Chiamiamo uni- versale
il pensiero che pensa questa realtà cosmica nel senso e nel valore
universalissimo sopraindicato. Tanto più il pensiero soggettivo si purifica
quanto più si approssima al momento in cui, rifiutando ogni terzo
arbitrariamente posto oltre il soggetto e l’oggetto, prende atto dell’unità
attiva dell'uno in rapporto distintivo ed unitivo con l’altro, cioè
ristabilisce la concretezza di quella corrente universale che è la realtà. Ma,
più vi riflettiamo e più comprendiamo che, tra l’attività del pensiero universale
a cui tende il soggetto speculante e l’at- tività universale che è tutta quanta
la realtà, la differenza è enorme e insopprimibile. Quella è e sarà sempre
l’attività del pensiero di un sè, anche se potesse elevarsi al suo massimo
grado di purezza speculativ: cioè una parte della realtà; questa è e sarà
sempre l’attività integrale, cioè la potenza evolutiva d’ogni soggetto
(riferente) in rapporto distintivo e unitivo con ogni oggetto (riferito), cioè
tutta la realtà. Solo in quest'ordine di idee sarà possibile trovare il senso
della presente dottrina del pensiero come unità. psicofisica dell’uni- versale
e parecchi degli attuali problemi gnoseologici e metafi- sici che tanto ci
turbano, saranno lasciati indietro, io credo, come difficoltà omai superate per
sempre. ur LL __m SE" —rr—rrroet_—
Stimo pertanto che sia pregio dell’opera compendiare qui, ancora una
volta, le tesi teoretiche fondamentali che ci tracciano la via da tenere per la
soluzione dei problemi aitiologici che se- guiranno. Da questa teoria — che in
fondo è l’espressione della maniera con cui noi pensiamo cioè viviamo e in
certo senso cre- jamo il nostro mondo — si potranno ricavare alcuni risultati
importanti, fra i quali, come vedremo : il superamento del mon- do contingente,
il riconoscimento del valore soggettivo e ogget- tivo della causalità
nell'universo senza cause prime nè fini ulti- mi, la fusione della necessità e
della libertà nell’attività auto- causativa del soggetto, verità fecondatrice
dell’ordine morale. Secondo noi, non vi sono due mondi separati; nè v’è un mon-
do che sia semplice rispecchiamento inerte d’un altro, epifeno- meno senza
valore d’un fenomeno. La realtà è unica ma psicofisica cioè bipolare, come se
una corrente sola, circolandovi perennemente, la polarizzasse : realtà
qualitativa e quantitativa, interna-esterna, dinamico-meccanica,
inseparabilmente subobjettiva, concretamente progressiva. Non possiamo
ammettere che il corpo eserciti una sua azione specificatamente fisica
sull’anima, nè che l’anima eserciti un’a- zione assolutamente psichica sul
corpo. | Per qualunque fenomeno, affermato psichico o fisico, si ef- fettua un
immancabile accompagnamento fisico o psichico, men- tre i due aspetti alla
nostra e esperienza appajono per l’ordinario in ragione inversa. Ma in ogni caso un solo determinismo causale,
e sempre a base psicofisica, si realizza. Respingiamo pertanto decisamente ogni
psicogenesi assoluta come ogni assoluta fisiogenesi, nel senso d’un’azione che
nasca solo da fonte psichica o da fonte fisica esclusivamente. Respingiamo ogni
sintesi gnoseologica che si faccia in nome d’un solo termine del rapporto
conoscitivo, o d’una sola forma o d'un solo grado — sempre relativo ! — della
conoscenza o della vita dello spirito, come neghiamo ogni sintesi metafisica
che si faccia in nome d’un solo momento — sempre relativo! — della realtà.
Tutti i momenti della realtà sono interferenti ; però fra la tesi e l’antitesi
vha modo di distinguere, coll’astrazione, una diatesi senza cui la sintesi
dialettica (1) sarebbe impossibile. In base a questi principj possiamo
rappresentarci l’universo Come un sistema di sistemi di unità bipolari,
semplici o compo- ste, in dipendenza reciproca. Nei sistemi composti di
clementi bipolari senta intorno ad un punto, chiamiamo psiche l’insieme delle
proprietà dei poli omonimi raggruppati nel centro (attività psichica interna) ;
cor- po fisico invece la massa dei poli opposti, coll’insieme delle loro
proprietà (attività fisica esterna). Ogni essere vivente è un sistema di unità
psico-fisiche orien- tate attorno ad un centro, e così costitutive d’una doppia
e pure unica attività in progresso, nel termine soggettivo, verso
l’autocoscienza. | L'insieme di tutti i sistemi psicofisici circostanti ad ogni
sog- getto, compreso il suo corpo, costituisce il suo mondo esterno, il suo
ambiente o il suo mondo di percezione. | | Si comprende allora che, per la
distinzione empirica del so0g- gettivo e dell'oggettivo non basta ricorrere ad
un’ astrazione convenzionale e in fondo assurda e contradittoria come fa il
Wundt (2), ma vuolsi tener conto d'una particolare disposi- | (1) La realtà
universale del pensiero è dialettica, secondo noi, nel senso che non lascia
nulla fuori della relazione. Per questo senso cfr. Masci, Un metafi- sico
antievoluzionista. (Teiehmiiller). Estr. dal Vol. XXII degli Atti del- l’Ac. d.
Scienz. m. e p. di Napoli, 1887, pag. 24. ‘ (2) Questa objezione è già stata
rivolta — nella parte storica — contro la dottrina del Wundt, ma non sarà forse
inutile che, in altri termini, si ripeta zione o costituzione degli elementi
psicofisici che bisogna assu- mere come dato di fatto, non potendosi dare di
essa una spie- gazione più strettamente rispondente alle esigenze del sapere.
ha E sopratutto si capisce che è inutile arrovellarsi nell’impos- sibile
tentativo della riduzione di certe irreducibilità che ci pre- senta
l’esperienza, quale è quella che ci presenta l’unità e la differenza del fatto
psicofisico. Ciò è stato provato con ammi- qui. Il W., per la distinzione
dell’esperienza, in sè unica, nei due punti di vista dell'oggetto e del
soggetto, ricorre, com'è noto, a questo giuoco d’astra- zione. Se facciamo
astrazione, egli dice, dal soggetto conoscente, abbiamo la realtà indiretta,
oggetto delle scienze naturali (esperienza mediata o concet- tuale); se
annulliamo quell’astrazione e i suoi effetti e investighiamo l’intero contenuto
dell’esperienza nella sua relazione col soggetto e nelle qualità che sono
immediatamente attribuite ad esso dal soggetto, abbiamo la realtà di- retta,
studiata dalla psicologia (esperienza immediata). (W. Compendio di psi-
cologia. Trad. Agliardi, $ 1, 2). Ma questo giuoco è assurdo e contradittorio.
Infatti, in primo luogo, è senz'altro manifesto che, se la distinzione dei due
punti di vista si compie in base all’astrazione dei fattori soggettivi che en-
trano nell’esperienza in sè unica, questi fattori devono già essere in qualche
modo distinguibili dai fattori oggettivi. Ma questo importa la presenza d’un
punto di vista distintivo anteriore allo scindersi immediato di ogni esperienza
nei due fattori wundtiani del contenuto (oggetto dell’esperienza) e della c9-
guizione di questo contenuto (soggetto conoscente). Ciò che è assurdo. In
secondo luogo, se il W., dal suo punto di vista psicologico, chiama sog-
gettivo, non ciò che resta in ogni reale esperienza fatta l’astrazione del
fattore oggettivo, ma l’intero contenuto dell’esperienza, annullata
quell’astrazione e i suoi effetti; come può parlare d’un’astrazione dei fattori
soggettivi che entrano nell'esperienza in sè unica ? Questo importa che i
fattori soggettivi dei quali si fa astrazione, per dare origine agli oggetti
dell’esperienza, non siano l’in- tero contenuto dell’esperienza. Ciò che
contradice al punto di vista del W., perchè altrimenti l’astrazione del soggettivo
si ridurrebbe all'annullamento dell’intero contenuto dell’esperienza.
Concludendo, il W. ha ragione d’affermare che l’esperienza è in sè un tutto
unico, il che poi significa che la realtà è in fondo unica. Ma in primo luogo,
quasi lasciando supporre che la distinzione dei due punti di vista (psichico e
fisico) soppraggiunga in questa unità per effetto d’un’astrazione successiva
puramente convenzionale, nonchè impossibile, non riconosce a sufficienza i
diritti del dualismo. In secondo luogo, col ridurre a soggettività l’intero
con- tenuto dell’esperienza si mette pericolosamente sopra una tal china che
rende inevitabile la caduta finale nel soggettivismo. Per evitare queste
conseguenze noi affermiamo subito che la via della speculazione è quella che parte
nettamente dal realismo ingenuo cioè dal dualismo e arriva al monismo
sintetico. Noi giungiamo al riconoscimento della realtà in sè unica, non
partiamo da esso. Riconosciamo poi che la realtà è tutta e sempre psicofisica
in sè, non già o psichica o fisica per semplice gioco d’astrazione, e che è
tale perchè essa è pensiero cioè attività distintiva e unitiva di soggetto in
relazione ad oggetto. 248 RIEPILOGO mabile certezza dallo Schelling al Masci,
al quale propriamente dobbiamo le dune grandi verità metafisiche che hanno
orientata la nostra critica fin qui (la prima che la realtà è psicofisica
nella: sua essenzit, la seconda che la realtà è retta dalla legge dell’in-
dividuazione progressiva dello spirito, penetrante nella nostra esperienza
nella forma dello spirito umano e dei suoi valori e perveniente nel termine
soggettivo all’autocoscienza). Con im- pareggiabile chiarezza ricorda egli che
« il procedimento della conoscenza non può essere altro che quello della
riduzione dei fatti nei limiti della intelligibilità. Oltre questi limiti,
bisogna stare al fatto medesimo della loro distinzione ed ammettere i nessi che
esso ci presenta». « Noi ci illudiamo, egli ammonisce, quando crediamo, che
l'intelligenza richieda qualche cosa di più oltre i nessi più generali dei
fenomeni » (1). Tale il valore del fatto in genere, tale in particolare quello
dei fatti che il Masci registra e interpreta in ordine al concetto dell'unione
e della distinzione psicofisica della realtà. Se non che noi crediamo.di dover
integrare il principio dell’unità psico- fisica del reale concependo la suprema
attività come genere mas- simo di quella stessa attività che si manifesta
nell’uomo come pensiero (2). Solo in questo modo crediamo che si possa supe-
rare ogni sistema di monismo sia unilaterale sia neutro, di dualismo, di
parallelismo, di pluralismo (3). Quindi, in modo un po’ criptico, a dire il
vero, ma in fondo espressivo della più sintetica verità, stringiamo tutto il
discorso in un sillogismo : relazione (S r O) è pensiero (in senso u.); (1)
Masci, Il materialismo psicofisico, III Parallelismo e monismo, pag. 14-16. (2)
« Il pensiero, ricorda il MaRTINETTI, non è mai un'attività puramente. formale,
subjettiva ed esteriore al contenuto, ma è sempre un pensiero reale ».
(MARTINETTI, op. cit. pag. 463-4). (3) Per noi, sostenitori del pensiero come
universale subobjettività non ha senso dire che il mondo non esiste che come
l'oggetto d’un pensiero infinito, nè che il pensiero è la causa della vita,
ete. Sono i sostenitori della risolu- zione della realtà nel pensiero in s. s.
che hanno rovinato il credito della funzione veramente universale e reale del
pensiero. È l’interpretazione escla- sivamente astratta e soggettivistica del
pensiero che, per la sua insutticienza, non cessa di provocare meritamente le
satire dei realisti; mentre è solo ac- quistando coscienza del carattere
subobjetivo del pensiero e della sua realtà anche extra-umana che è possibile
superare la fissazione del pensiero sogget- tivo, vero e proprio negatore del
pensiero reale. RIEPILOGO 249 realtà è relazione (S r O); dunque la realtà è
pensiero (in sen- so U.). Con questa modificazione il punto di partenza della
questione filosofica non rimane affatto mutato. Basta ammettere che quello
stesso principio universalissimo a cui si riduce il processo costi- tutivo del
reale sia subobjettivo e psicofisico da cima a fondo. E, per procedere al
problema causale, basta riconnettere il di- namismo intimo di questo principio
col principio medesimo della causazione e considerare questo come il cuore
reale -dell’univer- so, senza farne l’ipostasi d’un concetto ‘astratto. Così lo
stesso pensare nel suo genere massimo viene interpretato come un cau- sare.
Certo è prudente tener ancora questo ultimo principio in conto d’un’ipotesi.
Infatti, per poter affermare, con sicurezza, N che ogni atto conoscitivo è atto
causativo, bisogna prima sta- bilire che ogni relazione di conoscenza è
relazione così logica come cronologica di due sistemi equivalenti. E noi non
abbia- mo mai potuto stabilire con buone e sode ragioni nè l’una cosa nè
l’altra; perchè nella conoscenza empirica — che è contin- gente — manca la
logicità razionale; nella conoscenza logica — che è necessaria — manca la
temporalità sensibile. Ciò mal- grado, sembra lecito congetturare (e almeno i
più accorti e ope- rosl conoscitori finiscono per intuirlo) che la nostra
capacità di azione è anche in proporzione della nostra capacità di cono-
scenza. Forse nessun altro principio filosofico ha un’importanza pra- tica più
notevole di questo. E la ragione si può spiegare a ba- stanza facilmente,
riflettendo che, se il principio fosse vero, quanto più e meglio l’uomo — col
progresso del sapere — arri- verebbe all'uso cosciente del suo potere
causativo, tanto più e meglio, in un certo senso, egli stesso individuerebbe
quell’im- menso potere di causazione che si sviluppa continuamente nel-
l’universo. Ma fermiamoci qui, per ciò che spetta al punto di partenza. Quel
che resta invece radicalmente mutato è l’apprezzamento del fondo della realtà,
quindi tutta la situazione di spirito che costituisce il punto d’arrivo della
metafisica. E sorge il problema di vedere quali siano le conseguenze mo- rali
circa il senso della vita e del mondo, derivanti da questo 250 RIEPILOGO punto
di vista che considera il pensiero come pervaso da quella. stessa attività
distintiva e unitiva di soggetto in rapporto ad oggetto. Il monismo sintetico o
meglio la tendenza al monismo così inteso è, secondo noi, la reintegrazione dei
fondamentali diritti della natura e dello spirito. Quindi, esaurito l’esame
della co- noscenza e della realtà nei loro principj di certezza più gene- rali
e irreducibili, assicurata la validità del conoscere objettivo, riconosciuta la
funzione prima, media ed ultima del pensiero, entro questi limiti, si possono
affrontare ora i massimi problemi speculativi della causalità. eee cc cone e GU
_ce—EUNEIE pe ===={&===_ ==} Origine, valore ed uso dell’idea di causa. $
1. Origine delle idee in generale. Posizione centrale fra l’empirismo e l’a-
priorismo. — $ 2. Origine dell’idea di causa nell’esperienza interna ed
esterna. — $ 3. Origine del principio di causalità. — $ 4. Riassunto dei ri-
sultati più salienti. — $ 5. Valore objettivo delle leggi causali. — $ 6. Uso
legittimo dell’idea di causa oltre i confini della scienza. $ 1. — Se tale è Ja
natura della conoscenza e della realtà, cioè pensiero come attività unitiva e
distintiva di soggetto in rela- zione ad oggetto, come si risolve in generale
la questione delle idee? La soluzione di questo problema ci aprirà il passo
alla que- stione minore dell'origine dell’idea di causa come complemento della
dottrina speculativa. Fin dalla Sezione prima, avendo distinto la conoscenza
empi- rica dalla scientifica, è stata posta la distinzione fondamentale tra le
idee e i concetti. E l’indagine empiriologica ci ha per- messo di assodare che
tutte le idee in noi, cioè considerate ri- spetto alla nostra funzione
conoscitiva (1), non sono altro che. sintesi variabili, non uscenti fuori dal
campo rappresentativo e (1) Sopra la distinzione dei due problemi dell’origine
delle idee in sè stesse o in noi, cfr. SPAvENTA, La filosofia di Gioberti,
Napoli, 1863, pag. 468-9; e Lo- gica e Metafisica (ed. Gentile), Bari, 1911,
pag. 423-451. Com'è noto, l’idea, og- gettivamente intesa, è l’Ente per sè
intellegibile in commercio di presenzialità collo spirito intelligente, quasi
id quod intuemur et in faciendo imitamur et sc- quimur (FoRCELLINI); mentre,
soggettivamente intesa, Idea est id quod in mente est, dum mens cogitat.
(FaccioLaTI), Instit. Log., Venetiis poi riflesse nell’associazione dei
fenomeni esteriori. L’indagine epistemologica invece ci ha portato a
riconoscere che, non l’idee (meramente empiriche e generiche) ma i concetti (in
s. s.), a se- conda che siano razionali o sperimentali cioè pure sintesi fisse
ui verità di ragione o Sintesi fisse di verità di ragione e di fatto, vengono
stabiliti con un processo rigoroso che la logica consi- dera nella doppia
teoria delle forme elementari e delle forme sistematiche. | Questa: distinzione
rinverga qui con ciò che dobbiamo ricono- scere in ordine all'origine dell'idea
di causa e del concetto di rapporto causale : che cioè bisogna distinguere la
questione em- pirica della causalità dalla questione scientifica. Anche la con-
siderazione psicologica ci porta al medesimo risultato ; imperoc- chè i
concetti come prodotti della ragione logica si devono ben distinguere dalle
rappresentazioni come prodotti dell’immagina- zione e della percezione. Il
processo dell’immaginazione cerea- trice comprende i due momenti dell’analisi
(dissociazione) e della sintesi (associazione). La ripresentazione dei medesimi
elementi percettivi in associazioni diverse congiunta all’attività limita-
trice ed elettiva dell’attenzione per un verso (analitico) e l’ag- gregazione
degli elementi simili in una nuova associazione per ‘altro (sintetico),
imprimono nella coscienza i prodotti dell’im- maginazione sotto forma di idee,
intendendo per idea, in questo caso, non già la semplice immagine mentale di
qualche cosa, ma il comune variabile d’un gruppo di rappresentazioni simili
(sin- tesi non fissa). I rapporti secondo cui lo spirito pensa e collega le sue
idee si impiegano poscia nelle affermazioni giudicative. Così si formano in noi
le idee e i gindizj di sostanza, di causa e simili. Jl processo psicologico di
questa formazione delle idee in senerale non ha bisogno di essere chiarito di
più. Ben diverso è il processo della formazione dei concetti, imperocchè questi
sono prodotti della ragione logica e non dell’immaginazione creatrice. Due confusioni
si vogliono dunque evitare accuratamente : 1° la confusione della
rappresentazione e dell’idea ; 2° la confusione dell'idea e del concetto.
Passiamo alla questione dell'origine della conoscenza aitiolo gica in generale,
Qui la cosa si complica un poco, perchè la for- mazione del concetto (in s. s.)
del rapporto causale non ha luogo I A ro MMI
pel solo intervento della ragione logica sia perchè il concetto di
rapporto causale cioè di legge causale è sintesi, come dicemm», di verità di
ragione e di fatto ; sia perchè la sua certezza. scienti- fica non può essere
stabilita che col metodo sperimentale, la cui natura mista fu analizzata nella
Sezione precedente. Però, se ci atteniamo al criterio di badare non al vero
concetto scientifico (sperimentale) del rapporto causale, ma all’idea che ce ne
for- miamo abitualmente e che usiamo per regolarci nella vita pra- tica a
scanso di grande lavoro mentale e di lungo tempo, dobbia- mo ammettere altresì
che la nostra mente non si arresta alla semplice imagine o rappresentazione
delle cose singole, ma si eleva alla sintesi dei caratteri comuni di un gruppo
di rappre- sentazioni sinvili, cioè all'idea d'alcun che distinto come causa 0
come effetto; quindi procede all’atfermazione giudicativa dei rapporti di
queste idee; e collega infine questi giudizj in un tessuto di raziocinj così
compatto che può approssimarsi mira- bilmente alla rete rigorosa della scienza.
Analizzare le condi- zioni di questo stadio H. P. GRICE STAGE prescientifico
della conoscenza causale, determinare ciò che può servir di base e di
suggestione all’idea generica di causa, nell’ipotesi — non sempre gratuita —
che le verità della scienza possano talora venir anticipate dall’espe- rienza,
ecco la ricerca alla quale ora ci ingegniamo di rispon- dere brevemente. Ma,
per rendere più chiara la dottrina prece- dente, mi sia lecito rincalzarne gli
argomenti con più ampia considerazione. A chi rifletta sulla natura e i limiti
della conoscenza di pri- mo grado, immersa nella contingenza, parrà subito chiaro
che in essa la vera e propria conoscenza causale (nel senso della con- cezione
esatta della causalità) (1) non ha luogo, perchè questa richiede un’analisi
logica rigorosa ed una sintesi correttiva e integrativa del contenuto einpirico
dei gruppi di rappresenta- zioni e dei loro rapporti, il che non si può fare
senza Vimpiego (1) È superfluo. riflettere che la nozione psicologica della
causa (come forza d'attività donde sgorga la produzione d’una cosa o d’un
fatto) non è che un asilo d’ignoranza e una continua sorgente di equivoci e
d’errori. Nutrita arbi- trariamente dal senso comune, fu assunta trionfalmente
dai teologi e dai mo- ralisti; finchè divenne il caput mortuum d'ogni
gnoseologia e metafisica delle cause. La sua sopravvivenza (parassitaria) è
esiziale in filosofia. 254 SEZIONE II - CAPO II di quelle condizioni, di quei
mezzi e di quelle forme che costi- tuiscono l’organamento logico della scienza.
È necessario tener conto di questo fatto non solo per scoprire l’origine
dell’idea di causa nello stadio H. P. GRICE STAGE più perfezionato
dell'esperienza, ma anche per accertarne il legittimo uso. L'uomo nel primo
grado di cono- scenza rappresentato dai tre ordini: sensitivo, rappresentativo,
ideale (in s. s.) potrà benissimo presumere, ed a ragione, che tutti i fatti
siano legati e legabili in rapporto costante di produzione. Ma posto che il
vero e proprio rapporto causale esprima sintesi di successione e di necessità,
è ovvio che egli — in tal grado co- noscitivo — non potrà ancora averne il
concetto. Del resto, an- che nel grado superiore rappresentato dall’ordine
logico-mate- matico e sperimentale (in s. s.) cioè nel sapere scientifico, è
purtroppo innegabile che solo di alcuni fatti noi possiamo affer- mare con
sicurezza il legame causale. La conoscenza degli altri fatti (cioè dei fatti
empirici) pertanto è solo legata col filo sen- sibile del tempo e nel quadro
sensibile dello spazio, secondo la prima orditura insita, allo stesso titolo,
così nelle cose cono- sclute, come nel soggetto conoscente, disposizione o
relazione cronotopica immancabile in ogni esperienza. Verò è che quello che è
ordito una volta resta così ordito per sempre. Ma noi non abbiamo la minima
ragione di ritenere che la semplice costanza empirica d'una relazione abbia
valore di necessità. Come si spie- ghi la relativa persistenza della trama
complessa della nostra esperienza è un fatto dipendente dalla semplice
persistenza di quei fenomeni da cui risulta la nostra esistenza, perchè essa
per- siste finchè noi non ci mutiamo, insomma perchè noi siamo tut- t'uno con
essa, Perciò concludiamo che nel primo grado della conoscenza non può trovarsi
l'origine del vero concetto di causa come sintesi di successione e di
necessità, benchè se ne trovi l’idea generica indeterminata. Passando al secondo
grado di conoscenza, la cosa cambia gran- demente, Infatti, allorchè con
ulteriore elaborazione dei dati empirici giungiamo a conoscere che certi fatti,
oltre ai segni dei rapporti temporali e spaziali, presentano innegabili segni
di rap- porti superiori, come un ordine necessario di successivi o un or- dine
necessario di cocsistenti, allora diciamo che questi fatti sono in ordine di
causalità o di sostanzialità. Così è vero che al- ANIA | n l'organizzazione
empirica succede la scientifica, ma in realtà la la seconda non è punto la
continuazione semplice della prima, come credono alcuni. L'affermazione causale
è essenzialmente sintesi di successione temporale e di necessità razionale.
Dunque alla relazione cronologica non si accoppia semplicemente nna relazione
logica estranea, ma entrambe si fondono sinteticamente in un sola relazione sui
gencris ricca insieme di verità di fatto e di verità di ragione. Ed anche qui
il fondamento intimo del nuovo ordine è insieme oggettivo e soggettivo,
mantenendosi la relazione gnoseologica sopra indicata fondamentalmente identi-
ca in qualsiasi grado, forma o atto della conoscenza. Il senso di questo fatto
è in ciò che noì nell’oggetto non possiamo asserire nulla di collegato, sia
temporalmente o spazialmente, sia cau- salmente o sostanzialmente, senza fare
insieme noi stessi il colle- gamento sia sensibile sia razionale. Per
l’affermazione di questo incessante addentellato è quindi evidente che la
presente dottri- na si distacca tanto dalla teoria gnoseologica dell’empirismo
quanto da quella dell’apriorismo. Non è qui il caso di approfon- dite di più
questa dottrina che, come già notammo nel capo pri- mo di questa seconda
Sezione, non prende come punto di parten- za nè la separazione originaria di
soggetto e oggetto (dualismo), nè la riduzione assurda del soggetto all’oggetto
(monìismo ogget- tivistico), nè la riduzione magica dell’oggetto al soggetto
(moni- smo spiritualistico), nè la neutralizzazione insignificante dell’in-
determinato (monismo neutro). Però non posso tralasciar di no- tare che il
primo sistema, per non abbandonare l’esigenza legitti- ma della dualità,
sacrifica l’esigenza non meno legittima dell’u- nità. Ciascuno dei due seguenti
per non rinunziare ad uno dei poli fondamentali sopprime l’opposto e per giunta
l’indeclinabile dualità. L'ultimo, volendo evitare ogni scelta, abbandona ogni
notizia ma in fondo notifica l'ignoranza, correndo dietro ad un’incognita
ingannatrice. Così, concludendo, quanto all’aspetto gnoseologico e metafi- sico
della questione, possiamo stabilire che l’idea di causa come ogni altra idea
riferentesi alla natura sia esterna che interna ha, secondo noi, origine
psicofisica per la realtà, ed empirico-ra- zionale per la conoscenza. In altri
termini noi prendiamo una posizione centrale tra l’empirismo e l’apriorismo,
ammettendo 256 SEZIONE II - CAPO II però di non poterci rappresentare nulla di
complesso (e quindi nulla di connesso causalmente) senza fare noi stessi la
connes- sione, secondo le forme di quell’attività sintetica che costituisce la
funzione normale del pensiero, sempre subobjettivo e psico- fisico in ogni suo
atto. $ 2. — Premessi questi schiarimenti in generale, passiamo al- l’aspetto
particolare della questione. L’idea di causa (non il concetto scientifico di
rapporto causale) ha un'applicazione doppia, secondo che si considera
Pesperienza interna o l'esterna. La ricerca dell’origine di questa idea deve
dunque dividersi in due parti: la prima concernente l’esperienza interna, la
seconda l’esterna. Esaurite queste indagini, consi- dereremo l'origine del
principio di causalità. Si deve tener presente che nel campo dell’esperienza
interna tutto un complesso di idee circa la causa, vaghe, arbitrarie, in-
determinate, fluttuanti tra il dogmatismo e lo scetticismo, oscu- ‘a l'apprezzamento
critico del ricercatore. V’è nel fondo dell’e- sperienza umana la coscienza
istintiva dello stato d’imperfezione e di debolezza in cui si trova lo spirito
indotto a pronunciarsi su ciò che stima causa ed effetto; ma v'è insieme la
coscienza spon- tanea d'uno stato di verità su questo proposito, di cui è
capace ed a cui aspira. E questi due stati sono intrecciati l’uno all’altro e
si implicano a vicenda; poichè non potrebbe riconoscere imper- fetta e confusa
un'idea chi non si sentisse capace d’una cono- scenza ideale superiore; nè
potrebbe aspirare ad un’idea supe- rlore chi non sentisse la fragilità e
Vincertezza della propria conoscenza. 4 Ma, per dare alla propria intuizione
spontanea di ciò che è vera causa il fondamento e il valore più probabile, e
fissarne le note più salienti nella forma d’un giudizio, la mente ha bisogno di
vivere realmente l'atto della causalità nell’esperienza interna e di
immedesimarsi con esso. All'incontro, affinchè questa esperienza sia possibile,
occorre che realmente si attui dentro di noi un processo di interna ne- cessità
nell’accadere successivo dei fatti nostri, perchè il carat- tere proprio e
costitutivo della relazione causale è la sintesi della. successione e della
necessità. Data la realtà di questo processo, senza dubbio può ingenerarsene
l’idea. Ma si attua realmente un tale processo dentro di noi? Nel primo volume
ho già fatto lo spoglio dei maggiori sistemi che cercano di spiegare l'origine
dell'idea di causa in modo psicologico, identificando cioè questa idea con
l'apprendimento di un fatto interno sui generis rivelan- tesi immediatamente
alla coscienza. Aggiungerò ancora qui una ultima menzione di due sistemi che
offrono qualche tratto di maggiore analogia con quello che friv poco procurerò
di abb»z- zare (1). Vedemmo che Maine de Biran, collocandosi da un punto di
vista sostanzialmente psicologico, scorge l’origine dell’idea di Causa in
un'esperienza interna privilegiata cioè nella considera- zione dello sforzo
muscolare voluto, in cui noi sentiamo, a parer suo, immediatamente l'attività
nostra e simultaneamente i due termini in rapporto causale della volontà e del
movimento mu- scolare, Caso unico e fondamentale da cui egli stima di potersi
elevare anche più in su, cioè al conato mentale considerato come il fatto
primitivo della coscienza e della nostra unità psichica. Il Fonsegrive,
seguendo da vicino questa teoria, la quale in fondo identifica Vio con la
coscienza dell’energia volitiva e causativa, in quanto afferma che noi non
possiamo conoscerci come soggetti veri e proprj senza sentirci causa di certi
movimenti o d’altre modificazioni organiche, si pone questa domanda : se ogni
sforzo — che è causalità — è pensiero, possiamo dire viceversa che ogni
pensiero è uno sforzo e quindi una causalità 2 e conclude affermati. vamente,
Insomma : sforzo è cansalità, pensiero è sforzo, dunque pensiero è causalità.
Ecco il sillogismo a cui mi pare che sì ri- duca il nerbo della sua teoria.
Ogni fatto mentale ha una fun- zione rappresentativa e nello stesso tempo motrice.
Ogni pensiero è spiegamento di forza e quindi posizione di cansa e di effetto.
(1) Il lettore comprenderà che qui si fa cenno delle sole teoric del Marx pE
Birax e del FoxseGrIve per la ragione che esse sole trattano dell'origine
dell'idea di causa dal punto di vista psicologico dell’esperienza interna,
avan- zando una proposta che ha qualche analogia con la nostra. Ma farà d’uopo
ancora avvertire che ogni soluzione empiriologic:i (e beninteso anche la
nostra) è piuttosto un'opinione che un concetto? Ben diverso è il campo in cui
si riscontra l'origine del vero e proprio concetto di rapporto causale. Esso è
il campo scientifico e versa tutto, come ho dianzi provato (Sezione I), nella
que- tione sperimentale. A. PastoRE — Il problema della causalità La vera causa
non è dunque che pensiero. L'esperienza interiore datrice di causalità esiste ;
è lo stesso pensiero, cioè l’espressione dello sforzo mentale, fondo comune del
desiderio e del volere. L'esperienza della causalità si identifica
coll’esperienza del pen- siero. Tal’è la teoria del Fonsegrive. Non ripeterò
qui le osservazioni già fatte nella. parte storica, per provare che queste
teorie non risolvono il dibattito che ci interessa con sufficiente precisione.
Basterà notare una cosa. I due autori ritengono che l’idea di causa sia il
prodotto della for- mazione immediata del nostro io che l’apprende di primo
acchi- to, sia per la coscienza d’ogni sforzo voluto (M. d. B.), sia per
l’esperienza d’ogni atto del pensiero (F.). Secondo loro, non ab- biamo bisogno
di uscire da noi stessi per aver idea della causa- lità. E, per quest'ultimo
punto, non hanno torto. Come infatti concepire che io non sia la causa d’ogni
mio atto, dal momento che della produzione degli effetti determinanti e
posteriori al mio sforzo intellettuale io ho sempre sicura e immediata
esperienza ? Come ammettere che io non sia relativamente libero in questo mio
processo di causazione, cioè in quest’azione causativa in atto, se io mi sento
tale? Se mi è comodo rigettare il pesante far- dello della responsabilità delle
mie colpe, non mi sento io forse tutt'altro che disposto a non attribuirmi il
merito delle mie buo- ne azioni? Se non che queste teorie non possono dirsi una
vera e propria esplicazione, nè pure pel solo caso della causalità in- terna.
Come infatti si potrà concedere che in ogni esperienza di sfor- zo, In ogni
atto del pensiero ci Appaja la nota specifica della ne- cessità nel duplice
senso soggettivo e oggettivo che la definizione di causa richiede? La loro
teoria passa leggermente su questo punto, considerando forse l’esperienza della
necessità come qual- cosa di per sè evidente e di trascurabile. Ma, se noi
vogliamo renderci conto dell’idea in questione, è appunto in ciò che essa
adombra del concetto essenziale che dobbiamo considerarla, e l'essenziale nel
concetto è appunto la sintesi della successione e della necessità. Qui è
veramente il nodo della questione. . In verità, se quella che affermiamo come
idea di causa non è idea, oltre al resto, d’una necessità, Ta questione non è risolta.
Come e quando possa ingenerarsi in noi l’idea d’una interna necessità
nell’accadere successivo dei fatti nostri, questo assunto, ripeto, i due autori
tràscurano di precisare, paghi di metter in evidenza l’idea di attività mutuata
dall'esperienza interiore. Bi- sogna pertanto riparare la teoria psicologica,
ed io credo che si possa farlo riconoscendo come rivelatore un momento tipico
d’e- sperienza interna molto più ricco dei momenti proposti. Ora que- sto
momento c’è. E il momento della produzione successiva della deduzione
necessaria del pensiero, la produzione cronologica della deduzione logica nel
filo del discorso. Ecco il fatto interno sui generis di cui abbiamo sicurissima
coscienza. Queste mo- mento rinchiude senza dubbio le due note della necessità
e della successione. A questo riguardo la nostra fiducia non può essere scossa
da nessuna raglone indeterministica, perchè la negazione razionale della nostra
produzione logica è un non senso. Ogni uomo di mente sana, educato a ragionare,
non si può sottrarre alla necessità di riconoscere nella serie di certi suoi
ragionamenti (filo logico del discorso) la necessità di certe nozioni che si
svol- gono successivamente nel tempo, nella misura in cul si sente ca- pace di
ragionare logicamente, e insieme non sì può sottrarre alla necessità di
riconoscersene autore, cioè causa, come si dice nel senso volgare della parola.
Contro ciò si potrebbe objettare che la produzione (successiva) della nostra
deduzione (necessaria) nel filo del discorso (succes. sione necessaria del
pensiero in s. s.) è bensì un fatto vero e in- negabile, ma troppo raro perchè
ogni uomo ne pigli atto, come do- vrebbe accadere per quel fatto che fosse
veramente capace di dare una soluzione soddisfacente al nostro problema. Ma
l’objezione avrebbe valore, solo se esperienza del filo logico e cronologico
del discorso fosse assunta come punto di partenza di ogni idea di causa ;
mentre è chiaro che viene proposta qui, come ho avver- tito, solo nel caso
della causalità nostra e avvertita dentro di noi, in quello stadio H. P. GRICE
STAGE perfezionato della conoscenza empirica che più s’approssima al grado
della conoscenza scientifica. Nè si po- trebbe con ragione asserire che per tal
modo il rapporto causale venga ridotto a puro rapporto logico, perchè non si
vede come debba affermarsi semplicemente logico quel processo che, senza
reticenze, si svela come logico e cronologico, cioè la successione temporale
dei nostri atti razionali. Se gli schiarimenti dati non bastassero, si potrebbe
aggiungere anche questo, che il discorso logico è causazione psichica, non già
perchè logicità e causalità siano lo stesso; ma perchè, «la nel pensare sia nel
parlare, quando la serie logica pura per l’esigenza pratica deve distendersi
espo- sitivamente nella serie dell’espressione, la nostra mente passa in modo
successivo da una nozione ad un’altra e così forma. proprio una serie razionale
di successioni temporali, realizzando quella doppia connessione logica e
cronologica che corre fra causa ed effetto (1). Cencludiamo dunque che i’idea
di causalità interna (non dico altro che l’idea) può prendere origine, nello
stadio H. P. GRICE STAGE più elevato della conoscenza di primo grado,
dall’esperienza diretta della pro- duzione deduttiva avverantesi
successivamente e necessariamente in noi e per causa nostra, lungo il filo del
discorso. Pare quasi una inutilità ripetere che, abbandonando le tesi del Maine
de Biran (1) Abbiamo già visto altrove che il Wunpr chiama sostanziale e di
carat- tere concettuale la causalità fisica, attuale invece e di carattere
intuitivo la causalità psichica. È evidente che in questa sua maniera di
caratterizzare la causalità psichica egli non ha tenuto conto della causazione
soggettiva del discorso logico, in cui è facile comprendere che, se la
rivelazione è intuitiva, il processo per contro è razionale, benchè si effettui
nel filo del tempo. Ma, anche dissentendo in ciò, non si può negare che il suo
diligente esame della causalità psichica faciliti la ricerca aitiologica,
costringendoci a distinguere cid che è vero solo pel collegamento causale del
divenire psichico da ciò che è vero solo pel collegamento causale del divenire
della natura. È vero che quando egli parla di intuizione di collegamento
causale, per es., tra un fatto volitivo e i suoi motivi, lascia del tutto in
disparte l’intuizione della produ- zione successiva della deduzione nel filo
del discorso. Ma chi si convinca che ogni collegamento causale esige la
necessità vede facilmente il punto debole della teoria wundtiana. Come dimostra
il W. la presenza indeclinabile del nesso di necessità fra i processi
d’esperienza interna che egli afferma con- siunti in collegamento causale ?
Forse in nessun punto la sua analisi sì mostra così inadeguata ai fenomeni che
egli intende spiegare come nella teoria della causalità psichica, dov'egli s'è
conquistata per altri riguardi così profonda competenza. Che, in ultima
analisi, entrambe le idee di causalità (fisica e psi- chica) si riducano ad un
sol punto di vista direttivo, a quello cioè d’un unico concetto generale
ausiliario, traente origine dal bisogno che noi abbiamo di ordinare tutte le
esperienze in una relazione di dipendenza tale che ci renda possibile il filo
conduttore del pensiero, sta bene. Ma bisogna tener fisso che questo filo
conduttore non è punto una rete che il pensiero getti sulla realtà esterna per
farla sua. In verità, i principj ideali in genere non sì trovano nella realtà
prima che nel pensiero; nemmeno il pensiero li possiede prima da sè, poi li
projetta sulla realtà esteriore. Essi sono nello stesso tempo leggi del
pensiero soggettivo e leggi della oggettiva realtà. i m e del Fonsegrive, qui si prende come punto di
partenza l’espe- rienza diretta dell'atto logico in composizione sintetica coll’atto
intuitivo, perchè, se la causa in ogni caso è il complesso degli an- tecedenti
necessar) e sufficienti alla produzione d’un fatto, è im- possibile che se ne
possa avere l’idea ricorrendo genericamente ad ogni maniera di pensiero, quando
si sa che non ogni maniera di pensiero, per esser ottenuta, esige un
procedimento necessario e consapevole dall'uno all’aitro dei suoi termini e
tanto meno ci sì presenta in quell’atto formativo sintetico di intuizione e di
concetto che è caratteristico al processo causale. Non nego che l’uomo possa formarsi
l’idea di causa interna in modo oscuro e indistinto, senza che gli sia
possibile averne pre- senti alla mente tutti gli elementi costitutivi, il che è
frutto del pensiero riflesso. Ammetto anzi, com'è ben naturale, che il pro-
gresso della mente nella cognizione causale consista nel proce- dere
gradatamente dall’idea confusa alla distinta, e quindi al concetto. Ma ritengo
che, solo dall'esperienza privilegiata del pensiero logico applicato al
molteplice della rappresentazione empirica, in cui noi sentiamo successivamente
i termini empirici della nostra stessa attività reale e concepiamo logicamente
i loro rapporti necessarj come sintesi in atto di intuizione e di cate- goria,
possiamo avere la rivelazione diretta dell’idea di causa, nella forma più perfezionata
della conoscenza di primo grado. Passiamo ora all’origine dell'idea di causa in
ordine all’espe- rienza interna. Abbiamo già veduto, nella parte storica, come
uno dei più gravi difetti della scuola dei psicologi consista nel tra- sporto
abusivo dell’idea di causa dall'esperienza interna all’es- terna. Ma la cosa
più notevole è questa, che tal maniera di- pro- nunciarsi sulla causalità
fisica è in perfetta armonia con quel. l'illusione d’ottica mentale di cui sono
vittima tutti gli uomini, quando in mancanza d'una prova sicura s'azzardano ad
affer- mare, non che a congetturare, la connessione necessaria dei fatti (1).
E, sc pensiamo che in questo caso la prova non può es- ser data che
dall’esperimento, impossibile nel primo grado del (1) Il GuasteLLA, che nel suo
saggio sopra la Filosofia della Metafisica ha esaminato con grandissimo acume
questo processo inconscio di generalizza- zione illegittima, non esita a
vedervi uno dei sofismi naturali proprj della metafisica istintiva dello
spirito umano. _L conoscere, dobbiamo conchiudere che un’origine plausibile
del- Pidea di causa nell'esperienza esterna, ancora avvolta nella con-
tingenza, viene del tutto a mancare. \ 3. — Passiamo all'origine del principio
di causalità. Dall’os- servazione precedente, la cui verità non potrebbe esser
revocata in dubbio, si deduce che, nel campo speciale della causalità esterna,
la questione dell'origine dell’idea di causa si identifica con quella
dell’origine del principio di causalità. Per questo invero affer- miamo che nulla
accade senza una causa, o che tutto quello che accade è un effetto e simili
(1). Possiamo dunque esser certi che lo spirito rispetto alla connessione dei
fatti esterni già funzioni con preconcetto causale prima ancora di esserne
consapevole. È probabilissimo che la ripetizione frequente dell’esperienza cau-
sativa nel mondo della causalità interna, appresa nel modo in- dicato e
potentemente rafforzata dall’abitudine, sia quella che spinge la mente alla
generalizzazione illegittima, cioè al passag- gio dal valore limitato dei casì
conosciuti al valore illimitato di Ogni caso, S4. — Kdoora che abbiamo presenti
tutte le ricerche sopra. lori. gine dell'idea di causa e del principio di
causalità, presentiamo in compendio i risultati più salienti. In generale, cioè
quanto all'aspetto gnoseologico e metafisico (1) Ognuno vede che il principio
di causalità non si deve esprimere con la formula « ogni effetto ha la sua
causa », perchè in questa formula il principio sarebbe tautologico, nonchè
infecondo. Inoltre si dovrebbe capire che il prin- cipio di causalità è ben
distinto dal principio di ragione sufficiente, perchè questo è principio logico
meramente formale concernente la dipendenza delle cognizioni, quello invece è
principio insieme logico e cronologico, cioò concer- nente la dipendenza dei
fatti nel doppio ordine della necessità e della succes- sione. Giustamente
osserva il Masci: « la distinzione della ragione e della causa è reale, perchè
in questi ci è la produzione nel tempo che non è nella ra- gione; e l’altra
parte la causa non si può ridurre a una semplice ragione, perchè è sempre
essenzialmente un fatto ». (M., Logica, 50). Noi accettiamo tutta la teoria del
Masci il quale prima, accoglie la critica del Locke rivolta a provare che i
principj logici non sono principj di conoscenza e di prova; poi ammette che lo
stesso valore ausiliario dei principj non si spiega e non s'intende se non come
conseguenza d’an valore intrinseco, che il Locke ha trascurato di determinare.
Questo punto delli dottrina del Masci si può ben considerare come acquisito
alla teoria dell'origine dei principj logici, ed esten- sibile a quella del
principio di causalità. della questione dell’origine delle idee in nol,
riconosciamo — quasi alla maniera di Kant — di non poterci rappresentare nulla
di connesso nella realtà senza fare noi stessi la connessione, se- condo le
forme di quell’attività che costituisce la funzione nor- male del pensiero,
sempre subobjettivo, sempre psicofisico in ogni suo atto. L'analisi poi, come
deve evitare la confusione della rappresentazione coll’idea, e di questa col
concetto, così deve di- stinguere la questione empiriologica dalla scientifica.
La vera e propria conoscenza causale, impossibile nell’esperienza, non ha luogo
che nella conoscenza sperimentale. In particolare, cioè quanto all’aspetto
empiriologico della que- stione, distinguiamo anzi tutto la genesi dell’idea di
causa dalla genesi del principio di causalità; quindi, rispetto alla prima, di-
stinguiamo ancora i due casi dell’esperienza interna e dell’e- sterna. Nel
primo caso, cioè in ordine all’esperienza interna, ammet- tiamo la rivelazione
diretta fornita dalla consapevolezza dello sforzo mentale dell’atto logico del
pensiero (necessità) in connes- sione sintetica coll’atto cronologico del filo
del discorso (succes- sione), accettando così limitatamente la tesi dei
sostenitori del- l’esperienza interna immediata; ma con una limitazione che, a
dir il vero, ne sopprime il merito speciale nell’istante medesimo in cui le
riconosce il valore generale. Il procedimento fondamen- tale del pensiero in
atto causale è indipendente dall’esperienza quantitativa e la mente ne prende
conoscenza diretta tutte le volte che si attua e si accompagna a sufficiente
potere di rifles- sione. La produzione successiva della deduzione necessaria è
un processo sui generis dell’atto del pensiero. L’idea di causa de- sunta da
questa esperienza privilegiata non è ancora altro che una sintesi percettiva e
rappresentativa d’un indistinto varia- bile. Ma il concetto di rapporto causale,
come sintesi astrattiva e logica d’un distinto fisso, piglia le mosse da
quest’ultima in- tuizione e forse non sarebbe neppure possibile senza di essa.
In secondo luogo, cioè in ordine all’esperienza esterna, am- mettiamo che
l’idea di causa s’identifica coll’idea del principio di causalità in generale,
mancando la prova specifica del vero nesso fisico causale, fornita solo
dall’esperimento. Circa la genesi del principio di causalità, ammettiamo
che esso non è che una presunzione
ipotetico-induttiva, dovuta a dne motivi: 1° all’estensione illegittima
dell’idea di causa desunta dall'esperienza. diretta dell’atto logico dello
spirito, in quanto successivamente concepisce, giudica e ragiona ; 2° alla
innegabile probabilità che tale ipotesi (logica della mente) sia in accordo coi
fatti (logica della natura), dovuta al crescente numero dei casi favorevoli
all’anticipazione induttiva, di cui fanno irsti- monio l’esperienza e la
scienza. Questi risultati dovrebbero farci capire che le varie dottrine le quali
sostengono il grande dibattito del problema causale, per quanto opposte fra
loro, anzi appunto per questo, non sono una congerie arbitraria di ipotesi
slegate e insignificanti. Esse co- stituiscono invece il complesso delle
esigenze teoretiche essen- ziali alla soluzione del problema. Solo uno spirito
superficiale potrà rifiutarsi di vedere in esse quelle vedute funzionali cia-
scuna delle quali, in vario modo, è necessaria e tutte insieme sono sufficienti
alla sistemazione della teoria che c’ interessa. Quindi si capisce che la
considerazione concihativa di queste ve- dute particolari nel sistema integrale
della conoscenza è il com- pito della filosofia che deve aprire allo spirito la
distesa infinita della verità. 5. — I principj di empiriologia che siam venuti
esponendo, ri- ceverebbero nuovo lume e conferma dalle svariate applicazioni
che se ne potrebbero fare in tutto il campo del sapere, perchè ogni scienza
esatta ha bisogno di precisare le sue frontiere, af- finchè le sue verità non
vengano confuse colle generalizzazioni arbitrarie dell'esperienza ; ma io non
posso qui far altro che de- lineare a brevi tratti una materia, che
richiederebbe da sè sola un libro, e restringerla inoltre allo stretto angolo
visuale che ora ci interessa. La nostra dottrina suggerisce facilmente la
spiegazione della crande varietà di sistemi concernenti la teoria empirica
della causalità che ci presenta la storia, e ne svela il difetto fondamen-
tale. Si bada a sviluppare, nella formazione dell’idea di causa, chi il fattore
oggettivo, chi il fattore soggettivo, chi una tempera- ta sintesi di entrambi ;
chi la materia esteriore, chi la forma intoe- riore, chi una giusta sintesi
dell’una e dell'altra; chi il dato del senso, chi la funzione dell’intelletto,
chi un’armonica sintesi di ambedue. Chi afferma il valore dell’intuizione
diretta e trascura la voce del dubbio, chi esalta il valore della logica e
deprezza il lavoro della coscienza, chi si chiude nell’elegante amarezza dello
scetticismo, chi si affida alle alì celesti della teologia. Chi parla troppo
della sequenza, non parla niente della necessità ; chi s'ab- bandona alla
dottrina dell'efficienza fa violenza all’analisi sem- plice del rapporto,
ipostatizza l'impulso causale, scambia un concetto-limite con una realtà. Insomma,
restando nel campo dell’esperienza, ci troviamo di fronte alle più antinomiche
e in- solubili alternative. Bisogna dunque riordinare i principj medesimi della
discus- sione, bisogna capire come e perchè sul terreno della mera cono- scenza
empirica la critica abbia ragione di mantenere sia la po- sizione scettica
quale s'incontra. da Sesto Empirico a Davide Hume, sia la posizione dogmatica
d’Aristotele, sia tutte le altre, La ragione è chiara. Solo il ‘criterio del
vero sperimentale pone basi inconcusse alla dottrina della causalità, perchè la
vera e propria conoscenza cansale è il prodotto delle due funzioni es-
senzialmente indivise e inseparabili: la sensibile e la razionale e solo il
metodo sperimentale, nel cui studio versano l’esperienza sensata (o l'osservazione)
e la dimostrazione necessaria (0 la de- duzione) accordate con l’artificio
ipotetico-tecnico del modello, è in grado di impiegare fedelmente così l’una
come Valtra fun- zione, secondo l’ordine logico e cronologico che realmente le
go- verna. Il criterio del vero speculativo in ordine al problema della
causalità tiene e deve tenere una via affatto diversa. In luogo di accumulare
ipotesi sopra.ipotesi come fa l’esperienza, generando quelle eterne discussioni
in cui non resta mai pro- vata la verità, ma sì bene l'insufficienza e
l’arbitrio di tutti i si- stemi proposti, preso atto delle leggi causali
assodate dalla scien- za, indaga il senso e il valore supremo della causalità
nel siste- ma della realtà universale. L'esperienza è un modo di opinare e non
un metodo di ragionare. Finchè non si entra nel campo chiu- so della scienza
tutte le risposte aitiologiche — dallo scettici- smo che dice nè sì nè no, al
dogmatismo che dice o sì o no — hanno pari diritto di svariare liberamente. A
questa dottrina s'è opposto fieramente dai sostenitori del- 266 SEZIONE II -
CAPO II l’anti-intellettnalismo che la validità oggettiva delle operazioni e
dei risultati delle scienze sperimentali è non meno ipotetica d'ogni
interpretazione empirica. I più avveduti dicono che le fa- “mose leggi causali
non hanno che un valore provvisorio, perchè ogni scienza in genere, non solo la
fisica, va imponendo conti- nuamente a sè stessa innegabili integrazioni, delle
quali si può dire che essa viva; perciò è legittimo il dubbio sul valore
defini- tivo della scienza. — Ma, come già fu detto nella Sezione prima,
nessuna objezione di questo genere regge; perchè, se prendiamo a considerare il
processo integrativo della scienza vera e pro- pria e seguiamo le sue
conseguenze, non ci imbattiamo mai in negazioni di verità rigorosamente prima
stabilite, ma o in rima- neggiamenti simbolici che segnano perfezionamenti di
metodo, 0 in sostituzione d'ipotesi che però non entrano nel cuore della
scienza, essendo puri strumenti di lavoro. Non bisogna insomma confondere il
processo logico delle verità scientifiche, che è ne- cessario in sè, col
processo formalistico della scienza che è certo contingente da uomo a uomo e
d'età in età. Per dar ragione allo scetticismo bisognerebbe poter citare dei casì
in cui le successive scoperte scientifiche abbiano realmente infranti, non
precedenti ipotesi, o modi più o meno arbitrarj di vedere, ma precedenti ve.
rità. Invece fortunatamente non sl possono citare Che coordina- zioni
scientifiche progressive. Quanto alla possibilità che ven- gano a dissolversi i
presunti legami necessarj dei fatti nell’in- finito del tempo, affinchè la cosa
fesse vera, occorrerebbe che le successioni necessarie richieste dai rapporti
causali non fossero che un bisogno metodico della scienza fondato sopra
l’ipotesi eratuita di un'identità o di una somiglianza dei termini del rap.
porti in questione. È precisamente ciò che sostengono alcuni in- deterministi
ostinati nell'affermare l'insussistenza dell’identità dei singoli termini, come
se da questa derivasse la rovina dell'i- dentità del rapporto fra un ordine
passato e un ordine futuro. In sostanza vengono i dire: Il rapporto si fonda
sulla massima: data la stessa causa, è dato lo stesso effetto; ma la critica ci
di mostra che ogni fatto è sempre nuovo, cioè che la medesimezza. dei fatti non
c'è, anzi che la concezione stessa del medesimo ap- plicata ai fatti è falsa;
dunque il principio di causalità non sì applica alla realtà oggettiva. Così,
dalla causalità fisica pas \ x sando
alla psichica, pel psicologo che non si lascii ingannare da apparenti analogie,
osserva il Bergson, una causa interna pro- fonda dà il suo effetto una volta
sola e non lo riprodurrà mai più, giacchè due fatti psichici profondi sono
sempre radical- mente eterogenei. Davanti al teatro della coscienza, lo stesso
ino- mento non si presenta eguale due volte. Come dunque si dirà che la stessa
causa produce lo stesso effetto? — Ma non credo che occorra discendere ad
esempj per far intendere che quest’ubje- zione si fonda sopra l’erroneo scambio
dell’identità dei fatti 201 l’identità del rapporto, trascurando di notare che
la causalità per la scienza non è che un sistema di relazioni. Gli indetermi-
nisti dimenticano sempre che, nella teoria della causalità legale, identità di
causa significa identità astratta di condizioni neces- sarie e sufficienti alla
produzione d’un fatto. Questo fatto in questione poi a sua volta non è che una
connessione di fatti 0 un sistema. Quindi non importa che ogni fatto sia sempre
nuovo. ‘ È il rapporto astratto dalla scienza che è sempre identico, a pa- rità
di condizioni, malgrado innegabile infinita varietà empi- rica degli
antecedenti e dei conseguenti e del rapporto empirico stesso in cui ha luogo il
rapporto costante fissato dalla scienza (1). Finalmente è di minima importanza:
lo sforzarsi di provare che il rapporto necessario della causalità si dissolve,
col dire che nella mutua dipendenza dei fatti, cioè nel rapporto del fatto can-
sante coi fatti causati, sempre si ritrova il rapporto di semplice successione
temporale. Lo sforzo servirebbe contro chi volesse ri- durre il rapporto di
necessità causale al solo rapporto di neces- sità logica, senz'altro. Ma dal
momento che causa, scientifica- mente parlando, è necessità e sufficienza di
ragione e di fatto, dal momento che per essa si determina la necessità di due
siste- mi cquivalenti d'una successione reale cade ogni ragione di con-
troversia. Considerando ora in blocco queste objezioni, sembra che la tesi
contraria alla validità oggettiva delle leggi causali resti confutata nei nodi
vitali della difficoltà. — Non posso tuttavia trattenermi d’aggiungere alcune
altre con- (1) Abbiamo già notato antecedentemente come il rapporto di
causalità con- senta la varietà infinita dei fenomeni, cioè la possibilità che
ogni effetto (fe- nomeno) non sia una pura e semplice ripetizione
dell’antecedente, malgrado l’identità del rapporto. siderazioni che dovrebbero
eliminare ogni residuo d’incertezza. Se concepiamo la scienza fisica
scientificamente, cioè come de- terminazione esatta dei rapporti costanti o
delle funzioni causali e non già come determinazione della natura metafisica
dei dati, ne consegue che, per quanto sia vero che la determinazione della
natura oggettiva dei dati naturali non costituisca l’oggetto della scienza, non
può dirsi che la scienza fisica ci lascii ignota tutta l’oggettività della
natura, dal momento che Fintreccio dei rap- porti costanti delle cose che la
scienza fisica riesce a determinare costituisce anch'esso, in modo eminente,
quella profonda legalità in cui si risolve l’esistenza della natura. Questo è
il vero noc- ciolo della questione. Colui che dice : «queste leggi causali,
sotto le quali è possibile la conoscenza sperimentale delle cose, val- gono
anche oggettivamente cioè per la connessione oggettiva delle Cose stesse, come
oggetto d’una conoscenza scientifica possibile », ‘per quanto di proposito
trascuri la natura oggettiva dei singoli, dà una misura precisa della portata
oggettiva delle sue leggi, ac- cordandoci il diritto di pretendere che certi
fatti naturali siano veramente e realmente prevedibili, e concedendoci così la
più lam- pante prova del reale e crescente dominio oggettivo della fisica sopra
le forze naturali. E lo stesso vale per chi si rifiuti di am- mettere
l'oggettività dei rapporti universali e necessarj delle cose, colla scusa che
essì non formano l'oggetto dei sensi ma della ragione. Per quanto tali rapporti
si determinino colla de- duzione razionale applicata ai dati dell’intuizione
sensibile e non soltanto con questa, è chiaro che essì non sì conoscono co-
modamente a priori coll’esclusiva introspezione della nostra in- dividnale
soggettività. In una parola si tratta di intendere che la proposizione della
legge non fa altro che provarci che certe condizioni formali della realtà sono
connesse così intimamente colle condizioni formali del nostro pensiero che la
negazione di tale legge importerebbe la negazione del pensiero stesso, non che
della realtà. Questo significa che la intelligibilità oggettiva delle leggi
naturali è carattere necessariamente connesso coll’intelli- gibilità medesima
del pensiero. Onde non può darsi incoerenza maggiore per un filosofo che dire,
un momento, che il pensiero logico è valido in modo universale e necessario e,
un momento dopo, che non lo è più. Il cuore della realtà, infine, non è solo
nella natura intima dei singoli dati, come non è solo nella toro trita
congerie, ma è pure nella legalità universale e necessaria dei dati, in
rapporto alla nostra possibile conoscenza razionale. Questa vera e scientifica
oggettività può ben essere inconosci- bile coi puri sensi (come di fatto lo è);
ma, giacchè essa sì lascia determinare esattamente dalla scienza fisica. nelle
leggi causali, certo non può dirsi che noi siamo assolutamente incapaci di
usci- re dalla nostra individuale soggettività. Se, dopo sì lungo giro, noi
consideriamo ora la posizione di Kant e cerchiamo di paragonare la sua
soluzione alla nostra, troveremo, a quanto mì sembra, semplicemente questo
divario, che Je leggi causali, secondo Kant, hanno una validità oggettiva
perchè la realtà oggettiva è opera nostra. La realtà fenomenica, secondo K.,
risponde alle leggi del nostro intelletto, perchè ne è costituita. Ma noi
sappiamo per contro che la costituzione formale della realtà, cioè la natura in
largo senso, in quanto realtà determinata da leggi generali, nulla ci dice
intorno alla determinazione esatta delle leggi parti- colari che non si possono
conoscere per mezzo dell’apriori puro, come neppure per mezzo della semplice
esperienza. L'ordine for- male universale e necessario della natura nel suo più
ampio si gnificato in breve non è tutt'uno coll’ordine formale universale e
necessario dei fenomeni della natura particuleriter spectata, che la scienza
fisica deve sperimentalmente determinare. Quindi la nostra risposta oltrepassa
quella di Kant. Kant rimproverò Hume di non essersi proposto il problema nella
sua totalità, ma di averne visto solo una parte. Ciò malgrado Kant medesimo
cadde in un difetto analogo. Egli non giunse ad affrontare tutto il problema
della conoscenza causale ; ne affrontò solo una parte, la parte metafisica.
Hume aveva trascurata la parte metafisica pura; Kant trascurò la parte fisica
sperimentale ; cioè tagliò via sconsideratamente tutta una provincia e proprio
quella che serve alla determinazione positiva dei rapporti causali, secondo il
fine della scienza fisica, mentre aveva pur tentato di appoggiarsi so- pra le
due scienze di incontestato valore, la matematica pura e la fisica pura che, a
parer suo, costituiscono le basi della meta- fisica considerata come scienza.
La scienza fisica postkantiana non si contentò di restar chiusa nel concetto
metafisico della causalità, ma ritornò alla via di Galileo Galilei e ne
prosegnì 270 SEZIONE II - CAPO II la tradizione solenne. È a quest’ultimo
indirizzo che aderisce la prima Sezione (epistemologica) del presente volume. E
mì pare che vi siano molte buone ragioni per sostenere la validità ogget- tiva
delle leggi causali, senza unicamente rimaneggiare i vieti argomenti della
metafisica che tutti conoscono. $ 6. — Noi finora non siamo usciti dalla
considerazione del valore oggettivo della scienza, giacchè è da questo punto di
vista soltanto che ricercammo se e quanto le leggi causali siano valide
riguardo alla realtà sperimentale. Ma, dal momento che s’è ri- conosciuto che
l’apprezzamento del senso e del valore dei rap- porti causali s'inserisce nella
visione d’insieme dell’universo, è evidente che il punto più critico del nostro
studio è quello che concerne l’uso legittimo dell’idea di causa oltre i confini
della scienza. Non c’è in vero un altro punto teoretico che con maggiore rigere
ci costringa a recidere le speranze di coloro che, sulle ali della più
sbrigliata fantasia, amano perdersi fra le nuvole, supe- riori ad ogni
ragionamento. Accenneremo in seguito alle princi- pali teorie alle quali ha
dato origine l’uso illegittimo dell’idea di causa (1). Per ora basterà
dichiarare che il solo uso legittimo di questa idea è quello che non ci conduce
a superare col pensiero il condizionato (cioè il relativo), perchè pensare
l’incondizionato (cioè il non relativo) significa pensare l’impensabile. Con
questo criterio vedremo che il fantasma della causa assoluta che i Cog- matici
cercano di ingrandire al di là d’ogni relazione rimane de- finitivamente
esorcizzato. G TAVSI 3 (1) Si veda, in proposito, l’importantissimo Saggio II
del GuAsrELLA sopra la Filosofia della Metafisica (Palermo, Sandron, 1905), in
cui sorio esaminate appunto le principali teorie fondate sull’iden di causa nel
senso metafisico (causa efliciente), dall’antropomorfismo (teologismo,
animismo, ilozoismo, pan- psichismo, idealismo) alla filosofia meccanica o
impulsionista; dalla dottrina dell’inconoscibile alla filosofia apriorista e al
realismo dialettico del Taine, di Platone e di Spinoza. LET == TEXES: = CAPO
III. Questione della causalità efficiente universale. $ 1. Negazione della
causa efficiente universale e significato della ricerca filo- sofici delle
cause. — $ 2. Teoria dell'illusione iitiologica. — $ 3. Questione della logica
della natura, — $ 4. Senso ideale dell’attività causativa dell’u- niverso, Sì
1. — Lo spirito umano rispetto al problema della causalità universale si trova
in una strana condizione. Incessantemente domanda alla scienza il perchè dei
fenomeni empirici e la scienza gli risponde additandogli le leggi causali cioè
i rapporti uni- versali e necessar) della realtà. Ma questo non gli basta ;
perché da un lato sente ancora di dover reclamare qualche cosa al di là dei
legami causali, dall’altro finisce per accorgersi che questa ulteriore ricerca,
se e in quanto sì risolva nella ricerca del per- chè del perchè non è altro che
la più grande illusione. Questa Strana situazione non si può spiegare se non
ammettendo che v'è nella nostra mente una tendenza naturale a pascersì di illu-
sioni gratulte, a superare coi sogni ogni realtà, a presupporre una logica
dietro ogni logica, a ipostatizzare un’ipercausa dietro ogni causa,
sottomettendo ogni legge al suo impero. La grande teoria della dialettica
trascendentale di Emanuele Kant esamina appunto quell’illusione naturale che ci
spinge alla vecchia meta- fisica congiunta in mistico sposalizio colla
teologia. E poichè mi avvedo bene che la dottrina di Kant fa ancora a troppi
inarcare le ciglia, stimo opportuno confermarla con quel maggiore cor- 272
SEZIONE II - CAPO III redo di prove che mi sarà possibile. Solo una severa
indagine sulla naturale tendenza deceptiva dello spirito umano potrà dis-
sipare le tenebre che offuscano il problema della causalità. Secondo un felice
schiarimento del Fouillée, s’intende per cau- sa efficiente un potere o energia
intima che tende all’azione e che somiglia più o meno a ciò che noi crediamo di
appercepire nella nostra. volontà, quando noi facciamo uno sforzo per muovere
le nostre membra (1). L'ipotesi che vi sia in fondo a tutte le cose un'energia
effettuatrice simile, l’ipotesi in breve d’una causa efficiente universale, è
quasi universalmente legata alla cre- denza nell'esistenza di Dio (2). Ora
anche pel credente non c'è nulla che più di questa ipotesi dovrebbe ripugnare
così al vero e proprio concetto scientifico di causi come all'idea di Dio.
Infatti, rispetto al concetto di causa, è chiaro che, non potendosi ammettere
una causa qualunque come possibile senza il suo effetto, la causa dell'universo
(data mia non concessa la sua ipotesi) dovrebbe essere inseparabile
dall'universo. In altri termini, nell'ipotesi della causa dell’uni- verso, lit
causa scomparirebbe se si isolasse dall’effetto. Ciò vuo] dire che nell'ipotesi
della causa dell'universo il.suo effetto imme- diato le dovrebbe essere
coessenziale. Questa considerazione da sola basta già per vietare
l'attribuzione della causalità all’ipotesi dell'ente supremo. Ancora, in ogni
causa è implicita la rela zione d’'equivalenza col suo effetto. Ciò premesso,
come questa relatività potrebbe conciliarsi coll’assolutezza impareggiabile
dell'ente supremo ? . Ne si objettasse che queste conseguenze valgono solo per
le cause seconde o derivate cioè determinate all’esistenza da altre Gause
precedenti e non per la causa assoluta, la seconda risposta non sarebbe meno
stringente della prima. Come si può ancora (1) In sostanza, la vera posizione
logica della questione dev'essere presa nel principio di relatività, secondo
l’alto ammonimento del ReNnouvIER. « La cau- salité est une relation entre
deux termes définis; si celui des deux qui est la cause est défini par une
négation. il est nié comme réel, la relation dispa- rit, et par conséquent la
question ». (Hist. et solut. d. problèmes
métaph., pag. 279). In altri termini, il concetto di causa è relativo, dunque
non può essere applicato all’assoluto (irrelativo). (2) « La base della
filosofia teologica, riconosce il GuasreLLa, è l’idea di causi efliciente ».
chiamare causa, per quanto suprema, una causa non relativa al suo effetto? Se
la cosidetta causa suprema non è relativa al suo effetto non è causa; se è
relativa al suo effetto non è assoluta. In tale frangente, quando la ragione
cerca una risposta al que- sito della conciliazione delle idee di causa
coll’idea di Dio, infi- nito, eterno ed assoluto, di nessuna soluzione si può
appagare. Ciò che è infinito, eterno ed assoluto è assenza. di limite, assenza
di inizio, assenza di relazione. Ma ciò che è causa implica pre- senza di
inizio, di finitezza, di relatività, come dunque Dio può essere causa? Non
possiamo rifiutarci di constatare che, a questo triplice titolo, l'ipotesi di
Dio come causa presuppone un gruppo di condizioni, che, se fossero vere, ne
renderebbero impossibile così la conoscenza come la realtà. Le conseguenze,
teologica - mente disastrose, di questa concezione sono evidenti; parlando,
s'intende, dell'educazione teologica di vecchio stampo (1). Ma per fortuna non
è necessario ricorrere ai concetti scientifici per servire agli scopi
filosofici della ragione. Che cosa adunque bDi- sogna fare, sì domanderà, per
risolvere il problema della can- salità universale, se è vero, come crediamo,
che sia il nodo vitale della filosofia? Dalle premesse enunciate derivano le due
conclu- sioni seguenti : 1° che bisogna rinunciare all'ipotesi d’una causa
efficiente della realtà, perchè una tale causa non può essere che un’astra-
zione ipostatica, incapace di generare la realtà; 2° che bisogna indagare
unicamente la direzione ideale delle varie relazioni di causalità assodate
dalla scienza, per elevarsi al pensiero della direzione e del valore della
sintesi causale dell’u- niverso. | L'apparente limitazione di questo programma
non ha che lo scopo di assegnare alla ricerca filosofica causale un compito ra-
gionevole distogliendola, com'è d’uopo, da ogni preoccupazione (1) La vera
caratteristica dell'educazione teologica di vecchio stampo è La tesi, che la
nozione di Dio sia indissolubilmente legata alla nozione della causa efficiente
universale. Per questo Dio è sempre considerato come causa prima oltre che
causa finale e causa sui (Cfr. Cap. IV). Per contro i eredenti più moderni, non
disposti a riconoscere tra Dio e l'io altro mediatore che l’amore, non hanno
alcun bisogno di amar Dio traverso i concettualismi scolastici del-
l’aitiologia. A. PastoRE — Il problema della causalità estranea. Di
contraccolpo la teologia viene liberata dalla cami- cli di Nesso
dell'aitiologia (1). L'errore principale delle teorie filosofiche in fatto di aitiologia
è appunto di credere (senza accorgersi dell’incongruenza di que- sta opinione)
che il procedimento scientifico determinatore delle cause possa valere in
filosofia. Così molti filosofi si lusingano di poter pervenire alla spiegazione
universale delle cose, ricor- rendo ad una causa efficiente suprema di cui
tutte le altre cause siano effetti, e credendo con ciò e perciò di imitare lo
scienziato che va in cerca d'una legge da cui tutti fenomeni non solo ma tutte
le leggi minori siano deducibili. Ma affinchè questa ricerca fosse veramente
filosofica sarebbe necessario in primo luogo at- tribuive ad una tale causa
ipotetica caratteri dei quali la. ricerca scientifica non si può ec non si deve
preoccupare perchè le cause scientifiche sono relazioni sui generis e le
metafisiche invece vane superstizioni ; in secondo luogo impiegare un metodo
essenzial. mente filosofico. Basterebbero queste esigenze per mostrare la
impossibilità d'una ricerca filosofica volta alla scoperta d'una (1) La
dissociazione della teologia dall’aitiologia ha enorme vantaggio di chiarire
che l'oggetto proprio della teologia non è già l’universale realtà cioè
l'essere cosmico tutto intiero, come pretende l’idoleggiatrice immaginazione,
ma il supremo ideale (dell'essere pensante). Cfr., per questa interpretazione
teolo- gica, VacueroTr, La metaph. ct la science, III, pag. 208-284. « Le Mérapuyst-
cIEN. — Ainsi la théologie proprementdite est la science de l'Étre parfait,
conqu dans son idée, et abstraction faite de toute réalitt. La perfection de
cet ètre de raison est tout ideale... Quand les théologiens lui assignent pour
objet un étre réel à part du Monde, ils réalisent une abstraction » (pag.
217-18). « LE Savant. — Voilà un point que les thiéologiens ne vous accorderons
pas volon- tiers... Le MfrapnysIcien. — C'est que le théologien est dupe des
ses abstrac- tions. Pour s'en convainere, il n'a quà se rendre compte par
l’analyse de lu manière dont se forment dans son esprit les conceptions
théologiques ; il verra que l’opération de la pensée est la mème que pour les
constructions de l'ima- gination et les notions de l’entendement. C'est par une
abstraction et une syl- thèse de l’esprit que se forment ces dernières. C'est
également par une abstrac- tion et une synthèse que se forment les conceptions
qui ont pour objet l'Étre parfait, ’Idéal hypercosmique dont le nom est Dieu.
La perfection est conque à propos des imperfections, l’idéal à propos des
réalités, exactement de méme que le rapport est abstrait des termes, la loi des
phénomènes, le type des in- dividus Le théologien .. fait une opération
analogue è celle du géomètre, du physicien, du moraliste, du politique... La
seule différence c'est qu'il est dupe d’une abstraction dont le «Gomètre et le
physicien ont parfaitement conscience >» (pag. 218-19). In questo argomento ritorneremo nel
cap. seguente. qualsiasi causa. Invero il filosofo in tale caso, se non può
invo- “re alcuna prova scientifica in appoggio della sua determina- zione
causale, non progredisce; se l'invoca nov è più filosofo. La conclusione allora
si impone da sè. Il proprio della ricere: filosofica è di non avere alcun
ufficio nè euristico nè probativo circa la determinazione delle cause, mentre
la filesofia ha quello grandissimo di appurare la direzione ideale e il valore
delle leggi causali che vengono determinate scientificamente. Giova studiare i
rapporti causali per gruppi omogenei, quindi determi- nare il senso e valore
universale della causalità. La sintesi cau- sale da questo punto di vista ha un
valore speculativo e morale che supera qualunque potenza di procedimento
scientifico. $2. — Le considerazioni che abbiamo svolte finora in ordine alla
questione filosofica mirano insomma risolutamente a tagliare il nodo della
difficoltà, sbarazzandoci della causalità efficiente universale, come entità
metafisica che non sia riducibile a rela- secondo noi — il- zione, perchè la
ricerca di questa causalità è lusoria ed illegittima (1). Iusoria perchè
l'ipotesi che L'universo sia l’effetto d’una causa efficiente non è altro che
la realizzazione d'urastrazione remotamente antropomorfica e infine d'una su-
perstizione ; illegittima. perchè l'uso di questa ipotesi estesa. al-
l’interpretazione suprema della realtà, conduce all’idea contra- dittoria d'una
causa non causa, nonchè senza causa (2) nonchè allo scambio d’un giudizio
costitutivo con un giudizio regola- tivo. Nenza pretendere di esaurire
Vargomento, ci limiteremo alle (1) Si potrebbe aggiungere che, se il metodo
della critica filosofica, segue « la legwe d’economia », la prima economia da
fare sarebbe precisamente quella dell'idea di una causa efficiente universale. Cfr., per
analogia, Guvau, L'irre- ligion de l’avenir, Paris, Alcan, 1887, pag. 378. (2) Consultando la storia delle più
antiche cosmogonie, accanto all'idea del- l'eternità del mondo come teatro
sempre esistente di cause ed effetti senza principio e senza fine, si riscontra
l’idea del mondo come ettetto d’una causa assolutamente prima cioè senza causa,
Le due concezioni poi in ultima ana- lisi non sono così opposte come si
potrebbe ritenere a tutta prima, perché concordano nell’ammettere il
senza-causa. Infatti o non si dà causa prima al mondo e allora si ammette
subito il senza-causa; o si dà al mondo una causa prima e allora è questa causa
prima che rimane il senza-causa, Questa osser- vazione mi pare molto
istruttiva, circa le pretensiose invenzioni di coloro che trovano inesplicabile
l'universo senza una causa prima. considerazioni che sembrano le più
importanti. È un’osservazione omai trita, dopo i forti studj di tanti pensatori
e segnatamente del Comte, del Mill, del Fouillée e del Guastella, che, se
l’aitio- logia scientifica richiede che tutti i fenomeni abbiano le loro re-
lazioni causali esprimibili in altrettante leggi, non richiede già che anche le
leggi causali abbiano alla loro volta le loro cause. Nella ricerca delle cause,
al di là delle leggi — scientificamente parlando — è impossibile andare. Tutti
conoscono l’illusione ottica che fa parere convergenti in un punto i filari
paralleli d’un viale estendentesi a perdita d’oc- chio. Riflettendo su questa
illusione possiamo in essa vedere il simbolo di quanto accade nella
considerazione delle cause vere e della pseudocausa che si insinua nella
filosofia col nome di causa efficiente universale, Analogamente tutte le serie
causali considerate nell’illusoria prospettiva dell’infinito sembrano
convergere in una causa unica in cui lo spirito crede di vedere la causa
efficiente dell’universo, e la fissa in una sostanziale entità. Il fatto che
questa illusione aitiologica sì produce natural mente con la più grande
uniformità e sicurezza in tutti gli uo- mini, spiega perchè l'aitiologia
dogmatica sia inevitabile nella storia della filoxofia ; e il lato più
caratteristico del fenomeno è che l'illusione ipostatica non soltanto si compie
a nostra insa- puta., ma non cessa di subirsi anche dopo che ne è stata ricono-
sciuta Verroneità (1). Frattanto ‘noi possiamo perfettamente renderci conto
della nullità della spiegazione efficiente, riflet- tende che Vipotesi d’una causa
efficiente universale non spiega niente, perchè, oltre a sorpassare
indebitamente il concetto (1) Cfr, a questo proposito, Guasrecca op. cit. I.
pag. 380. Circa la permanenza dell’effetto illusorio, anche dopo la conoscenza
dell’illu sione si mediti il sesuente pensiero del Sankhya: « Sebbene per il
consegui- mento della conoscenza perfetta il merito (o l’isnoranza) cessino di
causare il corpo del liberato, (si tratta della liberazione dell’anima) questo
continua a sussistere in virtù dell'impulso prima ricevuto, com'è nel caso del
girar della ruota ». (Kar. 67), Come anche quando il vasajo ha interrotto
l’opera sua, la ruota continua ancora a girare per qualche tempo da sè stessa
in seguito all'impulso ricevuto, così la vita del liberato si continua ancora
dopo la cono- scenza in virtù dell'impulso delle opere antecedenti, le quali
hanno cominciato a portare il loro frutto (S. Sutra III, 82; S. pr. bh. 248).
CÉr. MARTINETTI, Il si- stema Sankhya, Torino, Lattes d’ogni causa che è sempre
relazione, resta essa medesima un cexplicandum ». Certo per coloro, e sono
forse i più, che dànno un senso so- stanziale all'idea d’una causa generatrice
della generazione, ba- sta che d’ogni causa nota si postuli una causa ignota
perchè il problema causale sia risolto. Il Guastella si estende a provare che
il sofisma naturale della causa efficiente ha la sua base in un processo
induttivo che consiste essenzialmente nell’assimilare le cause dei fenomeni e
il loro modo d’azione all’uomo e all’atti- vità umana, cioè ai fatti che ci
sono più familiari nell’esperienza. Se non che il processo d’assimilazione del
non familiare al fa- miliare è, nel caso che ora esaminiamo, non molto
sensibile. Anzi viene mascherato se non contradetto da un processo opposto;
perchè non si può negare che v’ha pure nella mente umana nna tendenza ad
appagarsi del mistero. Una spiegazione familiare per molte menti non basta.
Certi uomini non si appagano che del- l’ignoto, anzi dell’inconoscibile. E si
direbbe che essi ammettano e cerchino, anzi vogliano, l’inconoscibile non già
per agnosticismo, ma per misterioso bisogno di conoscere che tutto è
inconoscibile. Ogni spiegazione causale d’evidenza familiare sembra loro una
interpretazione grossolana. Per contro il ricorso ad una ipercausa
sopranaturale è ammesso come l’unico processo per salire ad una verità che non
ha bisogno di prova, tanto meno d’una prova che ci sia ultra-familiare. Ma,
comunque sia, l’errore d’ottica men- tale rimane, e questa è la base della
teoria della causa efficiente universale. Sarebbe facile aggiungere altri
esempj per mostrare che molti uomini non si sentono mai sodisfatti delle
spiegazioni più.familiari ; ci limiteremo a ricordare tutta una piega
filosofica che ha la più stretta connessione con la questione presente. Spinti
dall*aspirazione naturale verso l’illusorio punto di con- vergenza delle cause
positive, noi cerchiamo naturalmente di rag- giungere quest’incognita colla
nostra conoscenza e stimiamo che Solo in questa consista la conoscenza
perfetta. Ma evidentemente l’esperienza non ci offre mai la conoscenza di
quest’incognita ; da ciò concludiamo che tutta la nostra conoscenza è limitata
e im- perfetta. Arriviamo qui al punto da cui si vede, con la maggiore
chiarezza, quanto sia necessario resistere al desiderio di deprez- zare il
sapere causale positivo in nome d’una congettura d’effi. 278 SEZIONE II - CAPO
III cienza, che è tanto più forte quanto minore è la possibilità di con-
statarla scientificamente. Si vede quanto importi fissare un punto di
orientazione, in questo campo scabroso tanto corso e ricorso dai maggiori
filosofi che è quasi impossibile raggiungere una nuova posizione, e dove tale e
tanta è la valanga degli equivoci e dei sofismi che comincia a diventar
meritorio anche il semplice lavoro di sgombro delle più antiche verità. Il
capitale dovere della critica aitiologica è di sfatare Villusione d’una causa
effi- cliente, librata come il perchè d’ogni perchè sopra luniverso. Con quanta
ragione il Guastella ricorda che lo stesso Hume trovit la nozione di efficienza
causale tanto indefinibile che giunge a dire: «noi non sappiamo nemmeno ciò che
desideriamo di co- noscere quando ci sforziamo di concepirla! » (1). In questa
cu- riosa illusione di poter comprendere una spiegazione causale in-
comprensibile, e di negar senso esauriente alla spiegazione scien- tifica, noi
cadiamo non di rado, quando diciamo che lo scien- ziato non può che tastare il
polso alli realtà viva, contare i bat- titi, misurare ku pressione cardiaca
dall'esterno, ma non pene- (iau nell'interno, non sentire egli stesso il
dolore, non afferrare La vita nelle sua misteriosa causalità, senza riflettere
che noi stessi che posshamo ben penetrare la vita nostra nel suo interno,
perchè Eu viviamo, malgrado la nostra penetrazione in noi non skumo poi in grado
di aggiustitr maggior fede conoscitiva alla conoscenza che noi abbiumo di noì
medesimi, giacchè intuizione Inmediata di noi medesimi non fa altro che
ricondurci al punto di partenza. Concludendo, noi respingiamo, non solo come
non necessaria, mit come inutile anzi assurda superstizione la causa efficiente
uni- versie. Ma si objetterà : — Con questa rinunzia come sarà an- Cori
possibile interpretare la natura fogiciamente? Nolo la realtà unit cis
efliciente suprema può metter ordine razionale nei fenomeni dell'universo. Chi
nega la causa efficiente universale peg la logici universale della realtà. —
Discutiamo questa objezione. S 3. — A più riprese siamo tornati sulla questione
della logica della natura, tesi degna della più attenta considerazione. Si con-
(1) GuasreLLA fonde spesso questa tesi col pronunciato tipico del panlogismo :
mentre questa confusione non sì basa che sopra un falso presup- posto, cioè
sulla considerazione che la logica della natura escluda assolutamente la
possibilità d’una considerazione degli elementi alogici. Fermiamoci alquanto a
determinare la compatibilità dell’alo- gico col logico, prima dall'aspetto
storico, poi dall’aspetto teo- rico e quindi a respingere la tesisesclusiva del
panlogismo. Altrove mostrammo a lungo che il panlogismo fu la culla in-
‘differente di pensieri sublimi come di aberrazioni grandiose ; mostrammo che
il panlogismo esclusivo ed assoluto in tutto e per tutto è troppo assurdo per
poter durare da sè solo e trovare in- contestato dominio nei sistemi di quei filosofi
che speculano più profondamente sulla natura (1). Esso, come espressione
esagerata del senso logico, segna talora una prepotente interruzione del senso
più ingenuo della realtà, avvolto nell’ombra. Invero, dalle prime scuole
filosofiche che fiorirono nelle età antiche, le cor- renti
anti-intellettualistiche sempre contrastarono il passo al ra- zionalismo e per
tutta la storia del pensiero mantennero vivo il principio opposto, secondo
forme famose onde la filosofia è an- cora rivestita presentemente. È chiaro che
Je correnti dell’in- tellettualismo e dell'anti-intellettualismo ci offrono il
più mera- viglioso e costante intreccio nella storia della filosofia. Dunque,
avendo potuto sopravvivere entrambe, dopo una lotta di tanti secoli, noi ci
crediamo in diritto di affermare che esse cor- rispondono entrambe alle più
profonde e legittime esigenze dello spirito umano e vogliamo mettere in lute la
loro parziale ma in- nesabile legittimità. Ma v'è anche un'altra conclusione da
trarre ed è che noi possiamo benissimo considerare tutta la realtà nella “sna
intima essenza dal punto di vista intellettualistico come un sistema logico,
senza tuttavia esser costretti ad abbandonare la considerazione opposta (cioè
non logica) della realtà. Distin- guendo i punti di vista, è possibile ritenere
che la considerazione logica e la considerazione alogica non sono assolutamente
ripu- gnanti. Ammesso pure che tutto in natura si incateni logica. mente in
modo unico e rigoroso, non ne viene che tutta la realtà (1) Cfr. Il pensiero
puro. si riduca esclusivamente a logicità; atteso che, senza dubbio, l'ordine
logico non si converte coll’ordine causale. Invero noi ben sappiamo che questo
implica sempre qualcosa di più, essendo la necessità razionale d’una
successione reale ed è noto che la pro- duzione reale nel tempo è irreducibile
alla deduzione razionale nella necessità. È pacifico che la considerazione
logica deb concetti è tutt'altra dalla considerazione fisica degli oggetti e
psichica dei fatti interni (1). Inoltre la teoria dei modelli (col concetto
dell’infinita verità) ci insegna da una parte che la natura degli enti che
entrano nei rapporti di un sistema ipotetico-deduttivo può variare all’infi-
nito, dall'altra che la forma stessa (modello) o il modo della si- stemazione
può variare all’infinito senza pregiudizio dell’unità delle leggi. Abbiamo cioè
tre punti di vista ben distinti : 1° V’infinita varietà degli individui; 2°
V’infinita varietà e verità dei modelli ; 3° l’infinita unità delle leggi.
Applicando questi concetti al concetto della natura, possiamo affermare che
essa è considerabile come un sistema logico (ipo- tetico-deduttivo) cioè che la
natura è logica, pel sistema delle leggi e l'unità della loro verità; senza
cadere nelle esagerazioni del panlogismo, perchè dobbiam fare riserve sulla
natura, varia- bile all’infinito, degli enti, sul modo variabile della loro
speciale sistemazione (varietà infinita dei singoli sistemi). Adunque il
riconoscimento della logica della natura, benchè (1) Prendiamo, ad abbondanza,
un esempio che sembra acconcio a ritrarre in noi la fedele espressione di
questo problema. Noi possiamo dire che ogni cristallo è geometrico, ma non
possiamo dire, per converso, che la geometria ci dia la realtà integrale d'ogni
cristallo. Sappiamo infatti che, oltre ai carat- teri morfologici (proprietà
geometriche) i cristalli presentano caratteri fisici (sfaldatura, durezza, peso
specifico, colore, lucentezza, trasparenza, fosforescenza, fluorescenza,
rifrazione della luce, sapore, odore, proprietà magnetiche ed elet- triche,
etc.) e caratteri chimici (corpi semplici o elementi e combinazioni). Pei
caratteri morfologici ogni cristallo è un piccolo sistema geometrico. Assimi-
lando, per pura ipotesi, la logica alla geometria si potrebbe dire che ogni
cristallo è un piccolo sistema logico. E, pensando all'ordine meraviglioso che
sfavilla in tutto l’universo, non sarebbe inopportuno affermare che tutto
l’uni- verso è un sistema logico conforme all'antico detto di Plinio: « Quem
Graeci Kéopov nomine ornamenti appellavere, cum et nos perfecta absolutaque
ele- gantia mundum dicimus ». (PLinio, Hist, nat., lib. II, c. 14). sparga
moltissima luce sopra la connessione necessaria dei corpi e dei fatti, non
esaurisce la conoscenza della realtà. La stessa logica reale, a parer nostro,
non travalica i confini della forma- lità legale degli oggetti e la sua ricerca
non può immedesimarsi, per esempio, con la ricerca intorno alla natura intima
degli ele- menti essenziali dei corpi. E neppure questa entra nel dominio delle
scienze fisiche che ricercano essenzialmente le leggi causali (causalità
legale). Quindi, se errano coloro i quali vorrebbero ot- fenere la conoscenza
delle leggi fisiche colla sola osservazione empirica dei fatti, non meno
assurda è la pretesa di coloro i quali vorrebbero ricavarla col mero strumento
logico della ragione. I tentativi di deduzione totale della natura sono sempre
restati lamentosamente vani, come vedemmo esponendo lo scacco d’osni
apriorismo. Insomma la mancanza dell'armonico concorso dei due metodì rese
sempre impotenti empiristi e razionalisti a ri- solvere il problema scientifico
della causalità. E si capisce be- nissimo la ragione. La logica non procede che
di identità in iden- tità, per deduzione di necessità. Essa quindi non può
trarre dal suo seno la natura che procede nello stesso tempo di diversità in
diversità e di identità in identità, per successione e per deduzio- ne, cioè
procede in modo causale. In altri termini, nella natura si attuano insieme i
due processi : di identità in identità per dedu- zione logica necessaria e di
diversità in diversità per produzione cronologica contingente ; e questi
processi possono talora fino a un certo punto esser sceverati gli uni dagli
altri, talora congiunti secondo i bisogni della conoscenza. Ecco la ragione per
cui Ja Fisica stessa reclama la concilia: zione dell’empirismo e del
razionalismo; e la Logica pura in- vece reclama un’astrazione che tuttavia non
ripugna alla realtà. Concludendo, la logicità della natura è tesi vera, ma non
è men vera La tesi della sua alogicità. Il panlogismo assoluto è falso. La
natura è logica rispetto alle leggi, la natura è cronologica ri- Spetto ai
fatti (alogici). Sono queste due tesi analitiche tanto re- lativamente vere,
quanto relativamente false, perchè la logicità è nelle leggi, e la alogicità è
nei fatti. E queste tesi astratte de- vonsi comprendere nella tesi sintetica :
la natura è aitiologica. Ma neppure questa esprime la globale verità circa le
relazioni in- trinseche alla realtà delle cose: perchè (oltre alle
aitiologiche) restano moltissime altre relazioni proprie alla natura, che qui
non fa d’uopo di numerare. Che se poi vogliasi risalire alla questione del
determinismo e dell’indeterminismo dalla quale, erroneamente però, si suole far
dipendere la questione della necessità e della libertà così nella natura come
nell'uomo, si avrà un’altra prova dell’utilità del nostro punto di vista. E
noto che l'esperimento è insieme proces so di eliminazione delle circostanze
accessorie e processo di de- terminazione delle circostanze essenziali cioè
singolarmente ne- cessarie e tutte insieme sufficienti alla produzione d'un
fatto. Adunque possiamo concedere che — se non mancano le variabili dipendenti
— molte relazioni tuttavia non sono (per la nostra scienza almeno)
sottoponibili a vincolo causale. Diciamo allora Che sono per noi relazioni
variabili indipendenti. Possiamo, anzi debbiimo ammettere che vi sono per noi
relazioni indeterminate e indeterminabili e relazioni perfettamente determinate
e deter- minabili, ceme le relazioni causali provate dalla scienza. Per queste
ultime nel mondo, in tutto il mondo concreto e reale, si verifica il
determinismo rigorosamente, per le prime no. L'esiì- stenzia reale e la vita
allora devono esser interpretate come vn intreccio di determinismo causale e
d'indeterminismo (1). Per il cae noi abbiamo, è vero, fino a un certo punto il
diritto di ritenere che il determinismo causale o la necessità sì attui nel
mondo sia esterno che interno sperimentato dalla scienza, e per contro lVindeterminismo
e la contingenza si attui nel mondo te- stimoniato dalla esperienza esterna e
dalla coscienza, ma non ab- biamo il diritto di supporre che La scienza (solo
perchè si risolve in uma sempre maggiore determinazione di vincoli e di limiti)
fi- nisca per tradursi nella più flagrante negazione di quei priucip] di
coscienza e di vita che costituiscono la possibilità della Hbertà, Perchè è
falso che il determinismo sia inconcepibile colla libertà. Jonon meno falsa è
la tesî che identifica la libertà colla contin- genza. A detta dei filosofi
seguaci della prima dottrina ogni pro- (1) È quasi superfluo avvertire che la
speciale condizione di fatti e di rap- porti che noi diciamo determinismo,
rigorosamente parlando, non si riscontra che in quegli ordini fisici e psichici
nei quali la scienza ha già potuto appli- care il metodo sperimentale; sempre
rammentando che questa applicazione allo studio dei fatti psichici finora non
ha potuto essere fatta fuorchè in mi- nima misura. gresso delle scienze
(sperimentali) si risolverebbe in un arresto per le più intime e consolanti
affermazioni della coscienza e però essi concludono che la scienza deve. essere
combattuta come ci- nica e illiberale, nella presunzione che essa da un lato
precipiti l’uomo nell'utilitarismo, dall'altro, colla determinazione sempre più
vasta e penetrante delle leggi causali, gli rapisca l’idea e fi- nanco
l'esercizio pratico della libertà. Ma noi non conosciamo nulla di più vano ed
assurdo che questa dottrina filosofica che, ammantandosi della non scarsa
verità dell’anti-intellettualismo, proclama che la scoperta scientifica delle
leggi causali nuoce alla libertà della coscienza. A detta infine dei seguaci
della seconda dottrina la semplice constatazione della contingenza si
risolverebbe in una prova della libertà. Ma chi ci assicura che la contingenza
non sia una necessità superiore? Chi ci assicura che l’idea del contingente
designi solo ciò che resta indeterminato per la scienza, in quanto con- cerne
la natura intima di quei dati che la scienza non ha nè do- vere nè diritto di
determinare? Se contingenza poì significasse assenza di causa, un tal nome non
diventerebbe forse tutto ciò che vha di più contestabile ? | Chiaro è dunque
che, solo dopo una discussione filosofica in- torno ai pretesi conflitti della
scienza e della coscienza, del de- terminismo e dell'indeterminismo,
dell'intellettualismo e del- l’intuizionismo, sarà possibile prendere una
decisione equili- brata a questo proposito (1). S4 — Rimane un dubbio. Noi
abbiamo posta la realtà come pensiero, e il pensiero come unità psicofisica o
attività universale, nella forma unitiva e di- stintiva di Sr O. Quindi, a
guisa di corolkario, deducemmo Pescelusione della causa efficiente universale
che a noi appare mera e astratta super- stizione. Con ciò, non resta
contradittoria la situazione nostra? Più chiaramente, avendo premesso il
pensiero come attività sin- tetica universale e poi dedotta la negazione della
causa efficiente (1) Questa discussione sarà ultimata nel capitolo seguente.
universale, non abbiamo già ammesso prima quello che ci siamo sforzati di
escludere poi? Colla nostra tesi del pensiero come atti- vità sintetica
universale non finiamo per far entrare dalla mag- gior porta del nostro
sistema. quella causa efficiente universale che in seguito cerchiamo di gettare
dalla finestra, non solo come non necessaria anzi inutile ma come assurda?
Rispondiamo fran- camente. ('ontro questa objezione, che tenderebbe a mostrare
che la contradizione è nel cuore stesso della nostra teoria, v'è prima di tutto
da objettare che il principio dell'attività sintetica universale, pur inteso
come sinonimo del principio dell’attività causativa universale, non è affatto
sinonimo del principio della causalità efficiente universale come posizione di
una causa eff'i- ciente universale. Se lo fosse bisognerebbe ammettere che
l’atti- vità sintetica causativa universale stesse di fronte all’universo come
una causa iperipostatica agente di fronte al suo effetto attuato. In altri
termini, il pensiero come ‘attività sintetica causativa universale dovrebbe
stare di fronte all'universo dei rapporti cau- sali come una Causa di fronte al
suo effetto. Il che per noi non è. In vero il principio su cui si basa Ja
dottrina della causa effi- ciente è che quell’attività causativa universale che
si manifesta nella produzione dei fenomeni secondo le leggi causali positive
non sia a sua volta che l’effetto di una Causa agente suprema, ir- reducibile a
relazione, in cui consiste la vera essenza o natura in- tima delle cose (1). Noi
invece assorbiamo la causalità legale provata dalla scienza nella stessa
causalità universale ilel pen- siero, che non avrebbe alcun senso se non fosse
affermazione di (1) L'importante è capire che la causa efficiente universale
non è l’atti- vità causativa universale. L'esistenza di questa è solidamente
stabilita sulla testimonianza della scienza che ci assicura il valore della
relatività causale significata dalle leggi della natura. L'esistenza di quella
è un'ipotesi che non resiste alla prova della discus- sione, perchè rifiuta il
principio della relatività. Optando per questa ipotesi noi finiamo per
abbandonare il filo della ragione e non siamo più capaci di uscir fuori da un
labirinto di contradizioni inesplicabili, Quanto poi a discu- tere con coloro che
si contentano di ragionare in questo modo strabiliante : — il mondo ha una
causa, dunque Dio (cioè la causa efficiente universale) esiste — : oppure: —-
ogni effetto suppone una causi, dunque il mondo ha una causa suprema, etc. —
sarebbe un perditempo. Io non vedo punto che la cri- tica negatrice della
metafisica delle cause sia ridotta a questa estremità, di intraprendere la
discussione con coloro che non sanno discutere. massima relatività, come fu
chiarito dianzi. Per conseguenza ci allontaniamo risolutamente dal tipo della
spiegazione causale et- ficiente. Lungi dal credere che la causalità legale
esiga qualche cosa di più per essere spiegata causalmente, noi troviamo che il
princi- pio su cui si fonda questa pretesa spiegazione efficiente ulteriore è meno
ancora comprensibile del fatto positivo del causare le- gale che essa pretende
di spiegare. O meglio, l’incatenamento causale dell’attività sintetica del
pensare ci sembra un fatto che si comprende da sè e che quindi non solo non ha
bisogno ma non ha veruna possibilità di essere spiegato ulteriormente col
ricorso ad un perchè delle leggi. Invece, è di questo ricorso chimerien che si
alimenta la teoria della causa efficiente universale che combattiamo. Di più, è
ancora d'uopo far una distinzione sottile ma di grande importanza
sull'interpretazione del pensiero. La idea da noi respinta che il pensiero come
attività sintetica uni. versale sia la causa efficiente della realtà, non ha da
fare niente coll’idea da noi accettata che il pensiero come attività sintetica
universale sia attività causativa della realtà. Noi risolviamo nel pensare il
causare sintetico universale, non già pel bisogno di inventare un feticcio, un
fantasma, vale a dire un’ipercausa qua- lunque, ma per la semplice valutazione
di quella direzione ideale delle leggi causali che vengono determinate
scientificamente : direi quasi per una semplice forma di contemplazione della
cau- salità. V'ha di più. Noi poniamo il pensiero come unità psico- fisica del
reale (1). Dunque non deriviamo le cose dalle idee, Pog- getto conosciuto dal
soggetto conoscente, la natura dal nostro spirito, la materia dal nostro umano
pensiero. La psicofisicità della realtà significa che anche le leggi causali
sono psicofisiche e che la legislazione causale della realtà è la legislazione
stessa del pensiero. Non si tratta di dedurre il nexus causale dal nexus del
pensiero come fanno Leibniz, Malebranche, Berkeley e i teologi che vedono nel
nexus causale l'effetto d’una saggezza can. sativa suprema. Ni tratta invece di
restare immanentemente nel nexus causale, identificando questo col nexus del
pensiero uni. versale. Il pensiero universale poi, come non è l’ipostasi d'una
nozione astratta, così non è il fatto subjettivo del pensiero in- dividuale,
cioè quel fatto eminentemente a noi familiare a cui tanti sosgettivisti
riducono i fatti meno familiari della nostra esperienza per ricalcarli sul tipo
dell’antropomorfismo. All'opposto il pensiero universale di cui si parla qui,
non ci è per niente familiare, tanto che noi dobbiamo purificare energica-
mente il nostro pensiero ordinario per pensare quello in modo adeguato. Noi non
attribuiamo alcun valore di efficienza singo- lure a quel causare reciproco che
è l’attività sintetica universale del pensare. Questo causare risolventesi nel
pensare universale non splega il mondo delle leggi causali essendone un al di
là, per la semplice ragione che esso stesso è questo mondo per cui valgono le
leggi causali che gli efficientisti pretendono di spie- gare. Questa ragione è
tanto grave che non può essere saltata dalla critica. Il pensiero universale
come attività causativa uni- versale non è, per noi, la causa efficiente della
formazione del mondo dei fenomeni. Noi ci limitiamo a constatare che il modo
stesso con cui i fatti sì manifestano causalmente è il modo stesso Con cui si
manifesta lunità psicofisica del pensiero reale. DPonendo che lo sviluppo
causale dell'essere è identico allo svi- luppo causale del pensiero, non
eltrepassiamo quindi V’incate- namento causale reciproco. Non poniamo neanche
un principio donde derivino tutti i fenomeni. Poniamo invece che tutti i fe-
nomeni sono psicofisici e che la loro produzione causale è, sen- z'altro, la
realtà medesima del pensiero. Questo è (7 senso ideale dell'attività causativa
dell'universo. Questioni della causa prima, della causa finale e della causa
sui. Intimo accordo delle tre questioni. Della causa prima, Della causa
finale.’ Varietà di finalismo. Sostituzione del giudizio regolativo al
costitutivo. Il finalismo come interpretazione illusiva. Varie fasi
dell’illusiòne. Teoria del miraggio teleologico. Ritiuto della tesi
finalistica. Esame critico delle objezioni. Elevazione del concetto
ateleologico, Della causa sui. Senso e valore umano delle illusioni
metafisiche. Bandita la tesi d’una causa efficiente universale, come termine
semplice, tanto dalla scienza quanto dalla filosofia, Je questioni della causa
prima e della casa finale rimangono pre- gludicate necessariamente. Queste
questioni, secondo noi, non sono luna e Valtra che un tentativo di spiegare i
fenomeni ri- correndo all'ipotesi di cause più o meno personali. La causa pri-
ma, quanto al punto di vista dell'inizio e del termine, non dif- ferisce in
fondo dalla causa finale universale che per il rove- sciamento della prospettiva.
Entrambe le questioni hanno un intimo rapporto con quella dell’esistenza di un
incausato Can- satore dell’universo, le cui prove speciali, dopo Kant, posso
di- spensarmi di trattare qui, rinviando a ciò che ne fu già detto in generale
nel capitolo precedente, sulle orme della dialettica tra- scendentale, $2,. —
Quanto alla causa prima, noi abbiamo posto il mondo come una concatenazione
causale reciproca di fenomeni, rite- nendo vana, anzi illusoria, la ricerca del
perchè del perchè. Dunque la supposizione che questa concatenazione causale
reciproca stessa. sia a sua volta causata da una causa prima, causatrice di
tutte le cose senza essere causata, non ha per noi nè fonda- mento né senso
(1). Più distesamente, la necessità di abbandonare l'ipotesi della Causa prima
deriva da ciò, che noi siamo costretti a connettere la relatività. così ad ogni
causa come ad ogni primo; se non vogliamo staccarci da ciò che costituisce la
possibilità della co- noscenza e del reale. Non è qui il caso di riesporre la
dottrina sostenuta antecedentemente che tanto l’essere quanto il cono- scere
sono riferimento, che ciò che è massimamente pensabile è ciò che è massimamente
relativo, e quindi che ciò che è irrela- tivo è impensabile. Così dicasi delle
due idee di causa e di primo che non possono essere pensate per sè
indipendentemente da ogni relazione, Quando pensiamo a una causa qualunque e ad
un pri- mo qual si sla, pensiamo in modo ineluttabile ad un effetto qua- lunque
e ad un qualsiasi dopo ; perchè le idee di causa e di pri- mo sono
essenzialmente idee di relazione, cioè non pensabili senza le correlative,
Dunque, nè coll’idea di causa nè con quella di primo noi possiamo elevarci ‘al
di sopra della prospettiva seriale, dovendo a rigore restare sempre nell'ordine
del relativo. (1) Questo punto fondamentale (deduzione fallace delle prove
dell’esistenza di Dio dalla natura fisica) è stato messo in luce in modo
originale dallo SPiR. « Dire che questa maniera di vedere è priva di fondamento
e di verità, signi- fica segnalarne il minimo difetto: l’effetto suo più grave
e più deplorevole è Ai falsare li coscienza morale e l’idea di Dio.» (Cfr. A.
Spir, Saggi di filos. critica. Introd. di P. Martinetti. Libreria edit.
milanese. Milano, 1913, pag. 35). « Una conclusione da etfetto a causa non può
mai sorpassare il dominio del- l'esperienza e raggiungere l'assoluto; giacchè
la validità di tutte le conclusioni da effetto a causa si fonda sulla
connessione (liaison) generale dei fenomeni, che ne fa delle parti integranti
del mondo dell'esperienza. Questo collegamento o concutenazione (enchiuinement)
generale dei fenomeni è il fondamento di tutta la causalitit; La supposizione
che il mondo stesso sia stato causato 0 creato non ha per conseguenza
fondamento nè anzi senso. Trascorro sopra altri argomenti che provano
l'impossibilità d'un crusa prima e assoluta, ma che sarebbe troppo lungo
riferire qui ». (ibid. pag. 35, nota). Questa citazione è ad- dotta per provare
come oramai neanche per coloro che mirano ad un rinno- vamento
speculativo-religioso di tutta la filosofia, come lo Spr, i vecchi argo- menti
della causa assoluti e prima non si richiedono più. Dall’abbandono del-
l’aitiologia teologica di cui era infatuata Teti antica e medioevale dobbiamo
ormai riprometterci la più salutare influenza sul pensiero contemporaneo. Ora,
se ogni causa singolarmente presa è relativa al suo ef- fetto e ogni primo
singolarmente preso è relativo ai suoi susse- guenti, quando mettiamo insieme
queste due idee, causa e pri- mo, possiamo forse presumere di superare in
qualche modo i confini della relatività? Non se ne scorge affatto la ragione ;
è piuttosto ragionevole dire che è tanto impossibile trasformare l’idea
composta di causa prima nell’assolutezza dell’irrelativo, quanto creare una
cosa dal nulla. Allo stesso risultato si perviene se all’idea composta di causa
prima si aggiunge ancora l’idea di assoluto. La causa prima as- soluta non è
che un’idea-limite; ed è non intendere la natura delle idee della ragione
(kantianamente parlando) il prenderla come realtà. Di qui si vede dove convenga
cercare la causa asso- lutamente prima. Certo non può far parte della serie
delle canse relative, perchè ognuna di queste è effetto d'un’altra cansa pre-
cedente; quindi non può essere assolutamente prima, avendo altre cause prima di
sè. Inoltre, se non può far parte della con- catenazione reciproca delle cause
relative (che è poi Punica di cui abbiamo sicura notizia) come può essere tanto
causa, quanto prima? Supporre infine che la causa assolutamente prima non solo
esista. ma sit pensabile risolvendosi in un quid sui generis tale cioè da non
esser più nè causa relativa nè primo relativo non ha senso; perchè
l'assolutamente irrelativo non può essere nè la causa né il primo di alcun che
senza diventar relativo, allo stesso modo che l'incondizionale non può essere
il primo anello della serie reciproca del condizionale (1), allo stesso modo
che affermazione non può risolversi nella propria negazione. (1) Rispetto
all’impiego del concetto dell’incondizionale, cfr. Founuir, Es- . quisse etce.,
pag. 188. — Oltre le ragioni addotte nel testo, non si può discono- scere che
l’incondizionale non è ammissibile neanche come totalità delle con- dizioni. È
vero che, per contro, Kant: afferma che «la Totalità delle condi- zioni sì
risolve nell’Incondizionato o Assoluto ». Ma donde deriva e su qual fondamento
si può ammettere questa risoluzione ? L’analisi logica dimostra che
Vespressione: « la totalità delle condizioni » non significa altro che
l'affermazione di tutte le condizioni, la pienezza delle con- dizioni. Ora, se
l’incondizionato significa la negazione delle condizioni (come l’assoluto
significa la negazione delle relazioni cioè l’itrelativo), come può darsi che
l'affermazione delle condizioni si risolva nella negazione del condizionato ?
Notiamo ancora che, a rigor di logica, i termini «incondizionato » e « asso-
luto », non sono definibili nè deducibili; ma pure che se ne deve tener conto,
A. PASTORE — Il problema della causalità Lo stesso argomento si potrebbe anche
esporre così : la causa assolutamente prima è impossibile, perchè ciò che è
assoluta- mente prima non può essere causa, ciò che è causa non può es- sere
assolutamente prima (1). | Riassumendo, la causa prima è inammissibile.
Esprimiamo lo stesso concetto, affermando che la serie totale della realtà, che
noi chiamiamo pensiero universale in senso subobjettivo, non può essere
ragionevolmente pensata che come un incatena- mento reciproco di cause ed
effetti, così senza causa prima come a titolo di termini primitivi, precisamente
come avviene del termine « irrela- tivo », e che frattanto non valgono pel
piano concreto della realtà. Quindi si spiega come sopra il problema
dell’incondizionato (e aftini) sia caduta una va- langa di equivoci, prodotti
dalla confusione del piano logico col piano reale. L'abitudine di associare
logicamente nel nostro spirito due termini correla- tivi contradittorj, intorno
ai quali non si fa affermazione di realtà, perchè sono entrambi astratti e non
valgono che nel piano non reale, può indurre a credere che, anche passando nel
piano concreto della realtà, quando si associano due termini correlativi
contradittorj, se il primo termine (affermativo) è reale, lo sia anche il
secondo (negativo). Così in logica è vero che posto il condizionato è posto
l’incondizionato, ma in metafisica il trapasso dal primo termine al secondo è
un sofisma, perchè l’incondizionato reale non esiste. Questo errore è commesso
da Kant quando mantiene come valida la tesi che la totalità delle condizioni
implica l’esistenza reale dell’incondizionato, nel passo sopra citato. Pertanto
la questione, se esista un primo causale dal momento che in logica si ammette
un primo astratto e così in matematica, è tanto assurda quanto sarebbe la
questione se ciò che vale pel piano astratto valga nello stesso tempo e sotto
lo stesso rispetto pel piano concreto, se la validità logica sia li validità
fisica, se l’incondizionato logico, solo perchè tale, esista come ter- mine
costitutivo della realtà. (1) Ma anche la nozione dell’assolutamente prima è contradittoria,
perchè l’assoluto è l’irrelativo, mentre il primo è sempre relativo (al poi); e
sarebbe superfluo insistere sulla tesi amnzidetta che l’irrelativo è
l’impensabile, nonchè il simbolo della massima irrealtà. Quando lo SpAveNTA
avverte che l’assoluto non deve essere cercato dove non è, cioè nè solo al
principio, nè solo alla fine, « perchè se fosse solo al principio o solo alla
fine, o, che è lo stesso, qua e là successivamente, non sarebbe l'assoluto,
ma.. sapete che cosa ? il re- lativo, appunto il vostro relativo » (Principj di
etica, Napoli, 1904, pag. 7-8), e per conto suo lo ripone nell’atto stesso del
mutare ; <e nè anche in questo ve- ramente, come vana mutazione, ma
nell’atto del progredire » (ib., pag. 7), il vero e unico significato di questo
suo assoluto che altro è se non l'atto mede- simo della relazione? Si vede che
lo Spaventa, ostinandosi nel salvataggio dell’assoluto, finisce per dare il
nome della massima impensabilità nonchè della massima irrealità a ciò che egli
pone come la realtà massima e la pensabilità massima, senza effetto ultimo (1).
Se poi vogliamo considerare la parte che nella critica teoretica tiene
l’esposta dimostrazione, do- vremo riconoscere che coll’affermazione
dell’attività causativa universale non usciamo fuori del relativo.
L'incatenamento cau- sale reciproco così d’ogni causa come d'ogni effetto
costituisce l’universale potenziamento o riferimento della realtà. Se ogni
causalità è, fra Valtro, relatività, ammettere Passolutezza (ir- relatività)
d’un primo causale evidentemente significa spezzare la catena effettiva delle
relazioni reciproche. La causa prima di- strugge appunto l'integralità della
relatività ; quindi la sua no- zione, se fosse possibile, si risolverebbe nella
negazione della conoscenza; la sua esistenza, se potesse realizzarsi, si
risolve- rebbe nella negazione della realtà (2). (1) Tuttavia, come s'è già
avuto occasione di notare nel volume precedente, l’importanza esplicativa della
causa prima è sentita così potentemente dagli Scolastici che essi dicono: «si
l’on admet la cause première, tout s’'explique, tout se tient, tout a sa raison
complete; si l’on rejétte la cause première, tout s’éeroule, tout se sépare,
tout retombe dans l’absurde » (1. De RfGnoN, op. cit., 73-74). Ma l’ipotesi
d’una causa prima e creatrice dell’universale pro- cesso di causazione val
quanto supporre che l’essere possa essere spiegato con l'essere; mentre per un
verso l'essere, cioè la realtà universale, non ha punto bisogno d’ulteriore
spiegazione, perchè allora non sarebbe più l’essere (univer- sale); per l’altro
verso l’essere spiegatore alla sua volta non avrebbe poi altra spiegazione che
sè stesso. La negazione dell’idea della causa prima via dunque tutta a
vantaggio dell'idea della causazione cioè dell'attività causativa univer- sale
nella totalità di tutte le cause e di tutti gli effetti. E l’ultimo rifugio di
chiamar Dio il divenire cioè l’attuosità della causazione universale è la ne-
gazione pura e semplice del teismo. La divinizzazione dell'evoluzione non è neanche
un’ipotesi utile, o almeno la sua utilità non è proporzionale alla sonuna dei
danni teorici e pratici che ripiombano sulla Provvidenza, salvo che si possa
mirarla cogli occhi dei fedeli, veglianti intorno alla culla di Dio. (2) Rimane
appena da fare un’osservazione i proposito del contenuto speci - fico della
fede religiosa, 1 cui qui è giocoforza fare allusione. Chi serive non è un
fanatico d’ateismo. « V'è un fanatismo antireligioso, diceva il GuyAau, che è
quasi così dannoso come quello religioso ». È ciò che qui si vuol evi- tare. Il
filosofo non è un nemico della religione. Egli è piuttosto un critico ed un
sistematore. In questa ricerca filosofica appunto noi vogliamo dissociare la
questione aitiologica dalla teologica; da un lato mostrando l’assurdità teo-
retica della causa prima dovuta a grossolano antropomorfismo, dall’altro mo-
strando che il principio teologico, in quanto deve spogliarsi d’ogni attributo
inadeguato, di necessità deve liberarsi della proprietà aitiologica. L’idea
d’un primo causatore, cioè d’un incausato causatore dell’universo, a imagine
infi- nita del causatore umano, è il parto d’un’aitiologia teologica illusoria.
Questa idea non giova alla fede religiosa, che ha ben altra e più solida base.
A guar- Analogamente escludiamo la cansa finale dell'universo come un
trascendente imaginario destituito di valore costitu- tivo. Non escludiamo però
la causalità del fine che si riscontra negli esseri intelligenti e che non è
poi altro che la causalità dell’idea, che ha posto innegabile nel determinismo,
e nulla più. Escludiamo soltanto Vunità finalistica universale cioè la reale
esistenza d’un’attività intenzionale ordinatrice d’un fine ultimo prestabilito,
come un facile dono che venga a tutti gli esseri dal- l'alto d’un cielo sublime
(1). Escludiamo insomma che la finalità valga come spiegazione efficiente,
previdente e provvidente di tutta la realtà, nel senso che disponga delle cause
efficienti per mettere in esecuzione la sua idea preconcetta dell’universo (fi-
nalismo eccessivo). Riteniamo invece, d'accordo in questo con Kant (2), che la
teleologia non sia propriamente un sapere costi- dare bene in fondo si capisce
che il trapasso dal chi causale umano. al Chi cau- sale infinito, assoluto,
perfetto, è la conseguenza d’un processo più parafisico che metafisico, in cui
si confonde l'analogico col logico e coll’ontologico, a profitto di diverse
interpretazioni extralogiche del senso della vita e dell’uni- verso. Molti miti
prendono tale origine, associandosi spesso il processo mitolo- gico aj processi
pseudologici fondati su realizzazioni di nomi. Nomina, numina. Io penso che la
religione sia una specie di involucro poetico, mitico e dogma- tico della
morale. Fino a un certo punto invero la religione protegge lo svi- luppo della
morale, come l’involuero protegge il fiore allo stato nascente. Ma in ogni caso
la morale tende a uscire dalla religione, finchè presa forza sufti- ciente se
ne libera, come il fiore rompe il bottone. Però, metafore a parte, anche le
religioni si vanno man mano purificando da quei miti poetici che riposano sopra
la più evidente illusione. Tal’è il mito del causatore incausato universale,
cioè della causa prima, vero punctum mortuim della gnoseologia e della
metafisica delle cause, perchè si risolve nell’ipotesi d’una concepibilità
inconcepibile. Si avgiunga infine che la pura idea d'una causa prima, per
quanto si iden- tifichi con l’idea di Dio, non può dare origine che ad un
teismo ideale (idea- lità dell’essere perfetto). Ma tra Dio-causa prima e
l’idea di Dio-causa prima passa ancora un abisso. (Sopra l’inesistenza
dell'idea d’essere perfetto e la con- danna del famoso argomento di S. Anselmo,
cfr. VacueroT, La métaphysique et la science, Vol. 2° e 3°. Paris, Chamerot,
1863, già citato nel Cap. preced.), Bene inteso, la controversia metafisica su
questi punti non è che una deli- mitazione di frontiere, come disse
ammirabilmente lo Spencer. (1) ALIOTTA, Za guerra eterna e il dramma
dell’esistenza, pay. 181. (2) L'attribuzione del sapere costitutivo al giudizio
determinante, e dell’ipo- tesi normativa al giudizio riflettente è giustificata
dal fatto che il giudizio deter- minante applica i principj intellettivi
(catevorie dell’intelletto) ed ha valore obiettivo; per contro il giudizio
riflettente applica i principj della ragione (idee della ragione) ed ha valore
subjettivo. tutivo (posto da un giudizio determinante la natura oggettiva della
realtà), ma solo un’ipotesi normativa (posta da un giudizio riflettente la
necessità soggettiva della mente umana), e (come già dicemmo per la risoluzione
del causare nel pensare) piutto- sto una valutazione ideale, una specie di
guida nello studio, una forma di contemplazione della immensa catena della
realtà. Certo, come già lo stesso Kant riconobbe nella critica del giu- dizio
teleologico, l’idea di fine contenuta nei giusti limiti non è un’ipotesi
sterile (1). Anzi il suo valore euristico nel mondo in- telligente è così
grande che potrebbe suggerire tutto un metodo logico di ricerca, se non di
prova, della verità, non meno efficace della ricerca metodica dal punto di
vista delle cause. Ma la ra- gione è chiara. Non v'è atto compiuto in vista
d'un fine in cuni non sia discernibile la maggiore o minore razionalità
dell’adat- tamento dei mezzi allo scopo voluto. Nell'uomo capace di rifles-
sione tutte le azioni ragionevoli sono azioni finali. Dunque la finalità in
questo caso non è che l’attività medesima della ra- gione, nel suo naturale
processo di causalità (finalismo nor- o male). E innegabile che l’uomo agisce.
in vista d’un futuro non ancora compiuto, costituente l’ideale della sua vita;
ma l’idea più o meno chiara che se ne forma ed anche il sentimento con- fuso
della sua iniziale realizzazione agiscono sempre su di Imi come antecedente
causale, in guisa che ciò che si dice dai fina- listi causalità finale in nulla
differisce da ciò che noi diciamo cau- salità ideale e non si scosta dal
processo del determinismo. La cosa si comprende facilmente rifettendo che, in
ultima analisi. dati i due rapporti di causa ed effetto, di mezzo e fine, la
cansa è il mezzo che ha per fine l'effetto: mentre porre la cansa rome mezzo
significa appunto richiamare Pidea di una causa ante cedente al mezzo, nello
stesso modo che porre l’effetto come ter- (1) « Tutto sta nel farne un uso
moderato; perchè, lo riconosco, si tratta sempre d’un’ipotesi, per quanto
verosimile sia ». (SULLY PRUDHOMME E C. RICHET, 11 problema delle cause finali.
Treves, Milano, 1903, pag. 12). E noto che Kant vuol fondare l’Estetica
esclusivamente sul concetto di finalità formale, in quanto la rappresentazione
di questa eccita in noi un piacere, e il dello è ap- punto l’oggetto di quella
rappresentazione, e il gusto è appunto la facoltà di apprenderlo come tale. Ma
ora non possiamo uscire dal nostro proposito aitio- logico. Ù Sul concetto che
nell'universo vi sia finalità, benchè non nell’insieme del- l’universo, cfr.
VarIsco, Massimi problemi mine ultimo significa appunto richiamare l’idea di un
alcun che posteriore all’ultimo, per la virtù transitiva del limite. E questo
basti per l’intimo rapporto tra la causalità e la finalità nel cam- po parziale
della vita degli esserì ragionevoli. Quanto al campo universale della realtà,
la questione richiede una critica risolutiva. Da Platone ad Aristotele, da
Leibniz a Kant, dal Ravaisson al Lachelier, dal Boutroux allo Janet, i
tinalisti hanno escogitate tante varietà di finalismo universale quante sono le
sorta di fini che gli uomini sanno proporsi nella loro condotti personale :
l’utile, il bello, il vero, il buono, il santo (1). Ma è facile vedere che in
tutti questi casi, sempre in fine so- stituendo il giudizio regolativo al
costitutivo, non facciamo mai altro che erigere in principio antropomorfico
l’ipotesi chimerica d’una causa efficiente universale. Noi umanizziamo la
causalità efficiente universale e le diamo uno scopo analogo al nostro. Noi
sostituiamo così una subjettività o psichicità agente sul. l'universo alla
subobjettività o psicofisicità immanente nell’u- niverso. Tanto è vero che-il
finalismo universale non avrebbe al- cun senso, se noi sopprimessimo ogni
rappresentazione di sforzo o di desiderio o d'amore, o d’azione del bello, del
vero o del buono (2 sotto il movimento armonico della realtà che noi con-
templiamo con sì alto stupore. Ed è per questo che il finalismo universale ci
sembra un finaiismo eccessivo e in tutto basato sul. illusione. Per renderci
conto di questa illusione antropomor- fica, possiamo ricorrere ad una
spiegazione analoga a quella con cui abbiamo chiuso il problema della cansalità
efficiente in or- dine al pensiero. Ma cerchiamo anzitutto di caratterizzare le
varie fasi dell’il- lusione. Allorchè nella contemplazione della realtà non
siamo (1) È noto che Kant distingue quattro specie di finalità : l'estetica, la
mate- matica (formale), l’empirica (artistica-industriale) e la naturale (o di
natura); e che quest’ultima propriamente costituisce il perno della sua critica
del giu- dizio teleologico. Ad ogni modo Kant non dà mai a questa specie di
finalità, come a nessun’ altra, un valore reale ‘o costitutivo. Il suo costante
sforzo di mantenere la Telceologia morale affatto indipendente dalla Teleologia
teoretica è in certo modo congruente col proposito risoluto di dissociare la
teologia dal- l’aitiologia, enunciato nel Cap. antec. $ 1. (2) Tutti termini
nel cui senso è implicito l’antropomorfismo. ancora in grado di conoscere le
relazioni causali, ed anche quan- do, conosciuto un certo numero di leggi
cansali non sappiamo rinunciare alla vana idea d’una causa delle cause, è ben
natu- rale che la mente ricorra all’ipotesi causale più famigliare, cioè
consideri l’universo come l’opera d’un artista supremo (1). Am- mettiamo
che i teologi moderni hanno immensamente purificato (1) «— Le monde m'embarasse
et je ne puis songer Que cette horloge cxiste et n’ait point d’horloger. Questa facezia puramente imaginativa
di Voltaire, che vuol poi dire: l’o- pera rivela l’operajo, riassume per alcuni
tutta la prova teleologica, ed ha certo un gran senso di fronte alla
rappresentazione comune del Prototipo trascen-» dente. Peccato che quei
causafinalisti, che sono tanto pronti a legittimare la loro ipotesi con questo
ritornello popolare (davanti a cui è quasi impossibile per un teoretico frenare
un movimento d’impazienza), non siano altrettanto pronti a seguitare
l’antifona, confessando l’ulteriore imbarazzo di non poter sognare che
l’orologiaio esista... senza mai essere nato. Questo rilievo, mal- grado la sua
apparente leggerezza, è definitivo. Invero i sostenitori delle na- ture
plastiche notano, contro la finalità istintiva di Schopenhauer, che ciò che
implica contradizione non è già il fatto comunissimo d’una forza cieca ten
dente ad un fine, ma è precisamente l’ipotesi d’una tale forza esistente per
sè, senza causa superiore, cioè un essere intelligente da cui sia determinata.
(JANET, 0p, cit., 525). Ma come non s’accorgono questi finalisti, fissi nel
prin- cipio dell’inammissibilità d’una cosa senza una causa superiore
intelligente, che a sua volta l’ipotesi d’una causa superiore intelligente
senza un’altra causa superiore intelligente contradice al loro stesso
principio? In che cosa un essere intelligente ma senza causa superiore dovrebbe
essere più ammis- sibile d’una realtà qualunque senza causa superiore ? Se
l’opera rivela l’operajo, posto che anche l’operajo è a sua volta un’opera,
come ogni causa è a sua volta un effetto, non è contradittorio fermarsi ad una
causa senza causa cioè ad un operajo che a sua volta non è più opera di alcuno?
Dopo questa discus- sione, che toglie ogni vero valore al principio
teleologico, in quanto considera l'universo come opera d’arte e, a guisa d’una
macchina, rivelante il suo co- struttore, quando si sente dire dal Janet: «la
comparaison de l’univers avec une horloge est une des plus commode qui se
présente à l’ esprit; ...et il n'y a plus de philosophie possible si toute
image est interdite... » (op. cit., 545-6), resta perfettamente inutile
ribadire il Tp@tov vebdog di tutta la teoria. Rias- sumendo, se noi ci
chiediamo, com'è inevitabile, qual uso faccia il finalismo del punto di vista antropomorfico,
sorge una grave incompatibilità, poichè da una parte si ricorre all'esempio
antropomorfico della causazione umana per porre il causatore come causa finale
dell’universo; dall’altra si respinge l’e- sempio antropomorficò della
causazione umana, per porre il causatore come figlio di nessuno, sempre e
dovunque esistente e onnipotente. Ora una mente atta a ragionare non può
concedere che ciò che, nel primo caso, par neces- sario ad evitare una
contradizione possa, del pari e sotto lo stesso rispetto, non parere necessario
nel secondo. 296 SHOZIONB II - CAPO IV il concetto popolare della divinità,
spersonalizzando il principio divino sì da fonderlo col tipo ideale della
perfezione. Senza in- golfarci nell’analisi (qui non necessaria) degli
attributi metafi- sici di Dio — questa enorme ferita dell’uomo — in ordine alla
prova teologica, osserveremo solamente col Guastella che, nep- pure
coll’esaltazione di tutti gli attributi di Dio sino all'infinito, vale a dire
neppure coll’idealizzazione .sino all’estremo limite possibile dei concetti
dell'antropomorfismo primitivo, s’introdu- ce sistematicamente nell’idea del
sovranaturale una nuova diffe- renza essenziale (dal punto di vista
gnoseologico) che lo separi dal fenomeno, qual'è quella tra limaginabile e
Vinimaginabile (1). Noi giungiamo dunque forzatamente a questa conclusione che
il concetto dell'essere assoluto come causa finale dell’uni- verso è
assolutamente inesplicabile coi criterj non illusorj del agionamento, perchè un
termine — qualunque esso sia — senza rapporto con un altro termine è un non
senso (2). Ciò premesso, se per farci un'idea chiara del processo illu- dente
vogliamo dare un qualche peso ai paragoni, riuscirà forse interessante rilevare
che, mentre Vipotesi della causa prima ef- ficiente universale nasce per una
specie di convergenza illusoria delle serie causali, Vipotesi della causa
finale nasce per una specie di miraggio. | Stupiti allo spettacolo delle serie
causali dell’universo pro- cedenti da cause ad effetti : in primo luogo, supponiamo
l'esistenza d’una causa efti- ciente universale e, realizzando metafisicamente
e antropomor- ficamente il punto illusorio cui convergono le serie causali, ci
formiamo l'illusione prospettica della causa prima (trascendente Imaginario) ;
in secondo luogo, seguitando a ragionare antropomorfica- mente sopra questa
illusione metafisica, rovesciamo la. prospet- tiva naturale delle serie
causali, cioè guardiamo i fenomeni-ef- fetti come se provenissero non dal
principio ma dalla fine, non dal termine iniziale ma dal termine finale
dell’intero divenire. Il determinismo causale viene così a cambiarsi in un
predetermini- (1) GUASTELLA op. cit., I, pag. 134-135 e seg. (2) « Per fortuna,
dice lo Spir, l'ipotesi d’un Dio creatore del mondo è priva di fondamento, come
di verità ». SPIR smo finale. Appunto noi ci facciamo la rappresentazione
illusoria di un fine che è poi in fondo un effetto avente la proprietà di es-
sere non solo un antecedente ma un principio, e viceversa ci for- miamo la
rappresentazione illusoria d’un tal principio che poi in fondo dovrebbe essere
una causa avente la proprietà d’essere un effetto. Come nelle vaste e infocate
pianure africane, quando si produce il fenomeno del miraggio, il viaggiatore ha
l'impressione che i raggi luminosi provenienti dagli oggetti lontani situati
da- ‘anti a lui gli provengano dal basso, così nella sconfinata di- stesa della
fantasia infocata dall’ardore mistico del sentimento, noi rovesciamo la
prospettiva del processo della realtà ; e, rea- lizzando metafisicamente e
antropomorficamente il fine ultimo per cui supponiamo che tutte le cose siano
causate, abbiamo il miraggio della causa finale (trascendente imaginario).
L’'inter- vento dell'antropomorfismo è evidente, giacchè, per questa illu-
sione d'ottica metafisica, noi supponiamo che la causa finale del- l'universo
non sia altro che il fine voluto dalla mente suprema, cioè il fine viene
pensato come determinante le sue proprie con- dizioni (1). Nel meccamismo, per
così dire, di questo miraggio, rimane indubitato che noi isoliamo dai fatti
naturali, compiuti secondo la legge di causalità, una o più forme fenomeniche
che ci interessano e le attribuiamo alla suprema personalità, così la forma
estetica, la matematica, la morale ete. (forme in realtà inseparabili dal
contenuto dei fatti medesimi) e poi supponiamo: che i fatti siano stitti
compiuti dalla causa suprema o pel desi- derio, o per Tamore, o per ku semplice
idea di realizzare questa forma. Restiamo così vittima d'una petizione di
principio, per- (1) Si può cogliere nello stesso panteismo la caratteristica
antropomorfica fondamentale ‘ad ogni interpretazione religiosa. Giacchè, come
ha osservato il Gurav, se il panteismo viene a negare la personalità ce
l’individualità di Dio, per compenso non è esso portato ad attribuire una
specie di individua- lità all'universo 2 (Guvau, L’irrel. d. lav. pag. 398). Il
mondo-pensiero in senso stretto, il mondo-amore, il mondo-volontà, ete., sono
tutte concezioni antropomorfiche equivalenti. D'altronde ogni personalità non implica
forse una soggettività cosciente ? Secondo il Vacierot, ogni difticoltà
teologica e metafisica scompare colla con- cezione che faccia di Dio l’Ideale
supremo del pensiero, e, come tale e perchè tale, inesistente nella realtà. È
evidentemente un sacrificio imposto dalla ceri- tica alla metafisica del
divino. Ma come si potrebbe dimostrare l’evitabilità di questo sacrificio chè
da una parte supponiamo già effettuato quello che si tratta ancora di
effettuare, dall’altro personifichiamo l’attività uni- versale attribuendole
l’individualità d’un agente psichico estrin- seco al fatto compiuto. Noterò
tuttavia un grande merito dci sostenitori della finalità estetica che fu già
avvertito con molta sagacia dal Fouillée dopo un apprezzamento così penetrante
del- l’intero processo teleologico che non posso trattenermi dal rife- rire. « Les partisans
de la finalité esthétique, décus par cette illu- slon instinctive, ressemblent
è quelqu’ un qui, regardant à tra- vers un kaléidoscope et s'émerveillant de la
régularité toujours symétrique des figures, prendrait les jeux du hasard et de
la nécessite pour les jeux de l'art et de l'amour. Quoi de merveil. leux,
pourtant, à ce que toutes les images soient svmétriques et forment, par
exemple, des étoiles è plusteurs ravons, si l’in- strument contient des miroirs
qui se renvoient la lumière sous des angles déterminés? Quoi de merveilleux
aussi à ce que tont dans la nature nous paraisse régulier et ordonné d’avance,
si n08 miroirs intellectuels sont en une relation constante avec les choses
mémes? Enfin, comment ne serions nous pas tentés de prendre les harmonies des
choses avec notre intelligence et avec notre sensibilité pour des fins prévues
et voulues, quoiqu’ elles solent. les résultats nécessalres des action de
V’univers sur nous et de notre accomodation è l'univers? Ainsi, à l’extrémité
de l’instrument intérieur qui reflete regulièrment les formes mo- vantes des
choses extérieures, nous crovons apercevoir, comme une vision sublime, «te ciei
des Idées». A vrais dire, il existe dans notre pensée, et c'est en nous, puis,
par notre intermé- diaire, autour de nous, qu'il peut se realiser ) (1). Il grande merito di questi
finalisti, secondo il Fouillée, con- siste nel richiamare lattenzione sul fatto
che bisogna cercare la | spiegazione ultima del meccanismo teleologico, non nel
fisico, ma nel mentale, Secondo loro, tutta Parmonia della realtà e tutta la
sua spiegazione è in noi, nella necessità del nostro pensiero. Ma se questo è
vero per il finalismo estetico, possiamo noi rite- nere che sia vero per ogni
finalismo? Sarebbe inopportuno il profondarci qui nell’analisi d'ogni specie di
finalità, perchè nella (1) FOUILLIE, Le mouvement idealiste, Paris, Alcan nostra
ricerca altiologica il problema della finalità vuole essere trattato solo di
passaggio. Dichiaro però che in tale questione io sto col Kant, il quale, com’è
noto, sostiene l’interpretazione soggettiva (normativa) del giudizio
teleologico. FE questa è la ragione per cui nella tecria del miraggio della
causa finale in- cludo ogni specie di giudizio di finalità. Dall’analisi fatta
delle varie fasi dell’illusione teleologica e dell’apprezzamento dell’intero
processo, parmi dunque di dover conchiudere che la causa finale non ha luogo
nella realtà del mondo inorganico, e neppure in quella del mondo organico pre-
umano, essendo la finalità la caratteristica dell’intelligenza in azione (1) e
questa non riscontrandosi, nella forma così propria- mente detta, che
nell’uomo. Ci occorrerà in seguito di precisare meglio le ragioni di questo
sommario ostracismo; ma quanto al senso e al valore generale della nostra
situazione critica la dot- trina che nega la realtà delle cause finali è la.
nostra. Parrà strano per avventura a taluni che, ammettendo il pen- siero umano
come capacità di finalità e la stessa realtà come pensiero, io creda di potermi
sbarazzare senza contradizione della causalità finale dell’universo. Si dirà: —
se la realtà, tutta la realtà è pensiero, perchè la realtà stessa come una
specie di auto-provvidenza. non potrebbe anzi non dovrebbe sempre agire in
vista d'un fine, propriamente detto, quale la realizzazione 0 dell’utile o del
vero o del bello o del buono, insomma del fine a sè immanente? perchè non
dovrebbe perseverare sempre nelle sue intenzioni economiche, logiche,
estetiche, morali? — Si ag- giungerà che in generale quasi ogni sistema
filosofico risolvente la realtà nel pensiero è teleologico. Come dunque io
credo di po- termi sottrarre a queste esigenze teoretiche e storiche? Accen-
nerò le ragioni capitali che basteranno, spero, al benigno lettore per
assolvermi da ogni taccia di contradizione. Anzitutto precisiamo bene ancora
una volta il senso del ter- mine « pensiero ) intorno a cui s’aggira questa
discussione. Il pensiero reale di cui parliamo qui, come identico a tutta la re
altà, non è già il pensiero in senso stretto come seconda forma (1) Secondo
alcuni può anche esser chiamato fine un fatto incosciente, come la privazione,
il bisogno, l’istinto. 300 SEZIONE II - CAPO IV o funzione principale
dell’attività conoscitiva caratteristica della conoscenza mediata, in
opposizione alla funzione inferiore del sentire; neppure è il pensiero in senso
largo comprendente tutti i fenomeni conoscitivi in opposizione a quelli
affettivi e volitivi ; e neppure è il pensiero nel senso larghissimo di
Descartes e Spi- noza in cui sono compresi tutti i fatti psichici o della
cogitatio in opposizione ai fatti fisici o dell’ertensio; ma è propriamente
l'attività psicofisica impersonale dell’universo (1). La realtà da questo punto
di vista subobjettivo cessa d’essere considerata come un semplice processo
umano, avente un fine ultimo da rea- lizzare. Se dovessi ancora ostinarmi ad
usare una logora termi- nologia, potrei dire che il penxiero reale universale,
essendo pro- priamente l’attività unitiva e distintiva della soggettività in
relazione colla oggettività, non può non essere insieme principio e
conseguenza, mezzo e fine, causa ed effetto di sè medesimo. Ma io voglio
prescindere da queste frasi tradizionali che non solo ci inducono all'equivoco,
ma ci allontanano dalla soda realtà. La questione importante si riduce a vedere
se i concetti di principio e conseguenza, di causa ed effetto nel senso di
causa prima ed effetto ultimo, di mezzo e fine nel senso suddetto siano
applicabili in modo sensato al concetto dell’universo. E la. cri- tica osa
appunto dirigere il suo sguardo su queste vecchie ipotesi — che il tutto sia
concepibile come principio e fine del tutto, cioè di sè, come causa prima di
sè, come effetto ultimo di sè enon che ammetterle come assiomi, trova che
ripugnano al prin- cipj stessi della ragione e riescono all’assurdo. Ripugnano,
perchè ciò che è causa non può esser tale che in un sistema di rapporti logici
e cronologici e come termine smu- scettibile in sua volta d’essere considerato
come effetto d’altro. Se, per la limitatezza delle nostre conoscenze
scientifiche, non possiamo provare che Vincatenamento effettivo di tutte le
cause note sia reciproco, logicamente parlando non vediamo alcuna ra- gione
contraria alla possibilità che ogni causa sia a sua volta considerabile come
effetto d’altra causa antecedente, e che ogni effetto sia a sua volta
considerabile come causa d’altro effetto susseguente e così via. Ma questo
concetto ripugna al concetto d’una causa prima e d’un effetto ultimo (1).
Riescono all’assurdo, perchè il tutto non può essere causa, se non è in
rapporto necessario con altro, cioè se non è tutto. Il che è assurdo.
Concludendo, non c’è verso di poter considerare 1] tutto nè come causa prima,
nè come effetto ultimo. Lasciamo dunque da banda come superate queste objezioni
riguardo alla considerazione del tempo o della necessità e con- cernenti più
l’inizio e il termine che il principio e il fine; pas- siamo all’esame degli
altri argomenti. Si oppone che la realtà universale, essendo pensiero, non può
non proporsi come suo proprio fine lo sviluppo della sua immanente attività.
Una tale idea, a forza d’essere ripetuta su tutti i toni, acquistò una voga
singolare. Ma così, eccoci di nuovo di fronte ad un’asserzione sen- za
costrutto. Infatti, se il pensiero reale —- come la totalità del- l’universo —
fosse capace di agire per un fine, dovrebbe essere un soggetto e non quella
totale unità subobjettiva oltre cui nulla esiste. Di più, anche dato ma nen
concesso, che il pensiero-realtà universale sia un soggetto capace di agire per
un fine, come po- trebbe proporsi un fine se egli non fosse privo di qualche
cosa, se egli stesso cioè non fosse che parte? Ogni posizione di fine è una
restrizione negativa, perchè è opposizione necessaria di un ente o d’un suo
grado con un fuori di sè. Ma allora il tutto, non sarebbe più tutto.
Finalmente, dovrebbe esser manifesto che non ogni pensiero è pensiero in vista
d’un fine. Quest'ultimo viene assai tardi e non è che un prodotto di selezione
nel processo uni- (1) Il rifiuto della causa finale dell’aniverso è inoltre
giustificato dalla ri- flessione che una tal causa, in ultima analisi, si
ridurrebbe alla causa delle cause che noi rigettiamo per le ragioni addotte nel
$ 2 di questo capitolo. Chi ben riflette, si accorge che il problema della
causa delle canse si pone da chi non può far a meno di rappresentarsi la causa
prima e l'universo sotto Ta- spetto del generante e del generato. Allora la
causa prima diventa una specie di gallina che depone l'uovo, e l'opzione per la
priorità della gallina diventa senza dubbio edificante. Non farebbe altrimenti
chi, data la formula : PEnte crea l'esistente, optasse per l'arresto all'Ente.
Intendendo la cosa così, non si avrà mai la relazione attiva di causa ed
effetto, la cansazione universale, il pensiero come tutta la realtà. Finalmente
s'avverta che, se il nostro compito fosse non il problema della causalità ma
quello della finalità, non manche- rebbe qui la discussione importantissima
delle disteleologie, così visibili nel- l'universo, che ora sarebbe fuori
d’opera considerare. versale del pensiero. Dunque chi crede di ridurre la
realtà uni- versale a finalità pel fatto che la realtà universale è pensiero,
non fa che dare il nome di finalità alla catena delle cause e degli effetti,
vale a dire all’attività immanente del pensiero. Innocente trastullo, quando il
finalista... a parole abbia la forza di non andare più in là, affannandosi in
cerca dell’impossibile (1). Non è necessario aggiungere altro per mostrare la
fallacia delle objezioni proposte. II concetto d’una causalità finale del-
l'universo, anche nella dottrina qui sostenuta della realtà psi- cofisica come
pensiero, sfuma e non può pretendere ad alcun va- lore conoscitivo. Per
ammetterlo noi dovremmo, a mo’ dei teo- logi, credere e imaginare il pensiero
reale universale quale un essere intelligente capace di concepire
coscientemente (2) un (1) L’art de la nature.. est un fait «
éelatant et prérogatif » comme dit Bacon, devant lequel viendront toujours
échouer toutes les théories de com- binaison fortuites et d’instinct aveugle.
C'est aussi un fait, auquel on ne peut Gchapper par l’indifference, par l’oubli
du problème, par une sorte de fin de non recevoir.. Mais jamais on ne verra une
fleur, un ociseau, un organisme humaine sans éprouver un étonnement que Spinoza
appelle avec raison « stu- pide » puis qu'il va jusqu'à la stupéfaction...
comment puis-]je voir un oeil sans penser qu'il est fait pour voir... Le
pour... c'est une idée... l’idée de l’ef- fet... Et enfin que peut étre une
idée si ce n'est un acte intellectuel, présent à un esprit dans une conscience
?... Nous avons le droit de croire que la plus haute hypothèse que puisse se
former l’intelligence humaine sur la cause su- - prème de l’univers ne scerait
pas contredite.. s'il nous était donné... de voir Dicu “face è face par une vue
directe et immédiate. Une telle hypothèse peut bien n’ètre quune approximation
de la vérité et une représentation humaine de La nature divine... elle en est la
projection dans une conscience finie, la tra- duction dans la langue des
hommes; et c'est tout ce qu'on peut demander è li philosophie ». Con queste parole il JAxEr chiude la
sua opera sopra Les causes finales. Concludiamo anche da parte nostra. Nous
avons le droit de croire... la plus haute hypothése... sur la cause su- ‘
pròme... une représentation humaine de la nature divine... la traduction dans
la langue des hommes... et c'est tout ce qu'on peut demander è la philoso phie.
Va benissimo: conveniamo
in tutto e per tutto, anche dal nostro punto di vista kantiano (della
Dialettica trascendentale). Sappiamo bene che la teologia domanda tutta questa
ipotesi teleologica antropomorfica alla filosofia; ma la filosofia, rifiutando
la prova fisico-teologica, non può concedere che... le droit de croire! (2)
L'oseuro concetto d'una teleologia incosciente o immanente di Aristotele, di
Hegel, di Schopenhauer, ecc. osserva giustamente il (UASTELLA, non è che un
succedaneo, e tira tutta la sua vis esplicativa dall’analogia con quello più
naturale e più spontaneo di una finalità cosciente e trascendente ; ora tra le
diverse specie della filosofia antropomorfistica la più naturale di tutte e la
più Propria a realizzare questo concetto di una finalità intelligente e cosciente
è evidentemente la teologica. GUASTELLA (vedasi) disegno e di realizzarlo
volontariamente nella realtà svolgentesi al suo cospetto. Ma questa confidenza
nell’imaginazione e nel sentimento ha solo un valore nel campo dei giudizj
valutativi. Nessun teoretico potrebbe valersene come argomento razionale, eccetto
coloro che hanno interesse di convertire senz’altro la filosofia nella teologia
(1). Concludendo, l’argomento della causa finale dell’universo non è più
fondato di quello dell’ ipercausa efficiente della realtà. anche ammettendo la
realtà universale del pensiero; perchè il pensiero nostro (in s. s.) e il
pensiero universale come unità psi- cofisica della realtà differiscono toto
caelo, nec in nulla re, prac- terquam in nomine, convenire possent, non aliter
scilicet, quam inter sc conveniunt canis signum cacleste, ct canis animal la-
trans) (2). Per contro, quanto è più elevato il concetto ateleologico della
realtà universale di fronte al concetto teleologico! Come in- (1) All’opposto
la tesi che considera la stessa realtà empirica e meccanica come costruzione
dello spirito, e quindi vede in essa uno strumento dei fini dello spirito e
ritiene così possibile quella considerazione teleologica della natura che mette
questa in armonia con i fini supremi della ragion pratica, ha un valore
filosofico diretto che merita la massima ponderazione, È la tesi che il
MarrrinertI. con profonda critica, attribuisce a Kant (Sul formal. d. mo- rale
Kantiana. Estr. pag. 9). Tuttavia è fuor di dubbio (almeno, a mio parere) che,
se si considera lo spirito, o più chiaramente Vattività formatrice dello
spirito come svolgentesi nel processo costitutivo della realtà in modo conforme
alla propria intima natura (e non già come esercitantesi — per mezzo della sua
attività formale — sopra QVuna materia oscura posta davanti, per impri- merle
una forma e conferirle un valore, innalzandola ad un superiore grado di
realtà), allora non è necessario ricorrere all'idea di fine. Io non muovo
quindi su questo punto alcuna obiezjone all’interpretazione teologica proposta
dal Martinetti, Essa è perfettamente conseguente. Noto soltanto che, data la
mia teoria e restando nei limiti di essa, il porre li realtà come nno strumento
dei fini del pensiero, vorrebbe dire senz'altro porre il pensiero come
strumento dei fini del pensiero, o la realtà come strumento dei fini della
realtà. Che ogni considerazione dualistica debba esser tenuta lontana dal punto
di vista che qui si sostiene, è detto esplicitamente nel 1° capitolo di questa
Se- zione. (2) Spinoza, Ethica, I, prop. XVII, Schol. Com0@è noto, per Spinoza
il fine non è altro che il desiderio umano come principio e causa prima d’un
oggetto. Anche li vecchia storia del mondo come operi d’arte preconcetta da un
ar- tista sublime in tutte le sue particolarità è un non senso derivato dalla
abi- tudine di considerare come causa ciò che è conseguenza. Si è sempre
disposti a credere che gli artisti prevedano in tutto la loro ‘opera prima
d’averla fatta. 304 SEZIONE II - CAPO IV - vero potremmo supporre l’universale
realtà quando ce la doves- simo rappresentare tutta determinata a priori
dall’idea di fini attuantisi man mano, secondo il miraggio ingannatore della
no- stra intelligenza? Quanto ci innalziamo invece col puro concetto
dell'attività sintetica universale al disopra della conoscenza fi- nalistica,
sempre affatto umana cioè conforme alle intenzioni del nostro pensiero, sempre
prospettica e puramente regolativa, sempre ristretta a sì piccolo raggio
d’azione che attribuisce al- l’infinita potenza del pensiero universale le
miserabili preoccu- pazioni dei fini umani, per analogia di quanto accade nella
con- dotta gei soli esseri intelligenti! Sappiamo già che non è per- “messo
considerare la finalità come un principio costitutivo» del reale. Non è meglio
lasciare indietro anche i poveri criterj rego- latori della nostra conoscenza,
allorchè dobbiamo elevarci al pensiero della universale realtà? Quel fine
(estetico, logico o morte) che noi diamo con tanta facilità all’universo che
altro è se non una mera rappresentazione nostra, un’idea-limite, una esigenza
illusoria della nostra mente, per sua natura proclive a scambiare quella tale
unità assoluta che è solo il risultato del- l’ingannevole apparenza con
luniversale unità psicofisica del tutto, che solo il pensiero, appressandosi al
suo massimo grado di purezza, è sempre meglio in grado di concepire ? S4. — Le
dottrine precedenti forniscono ora il modo di chia- rire il concetto
fondamentale della causa sui. . i Ne per corsa sui s'intende la causa prima
dell’universo e dif- ferente da questo, un tale concetto è illegittimo e
illusorio, come sì mostrò nel capitolo antecedente. Tanto meno, concependo la
causa dal punto di vista scientifico, si riesce a dare un senso —r—rr tti In
realtà quel che accada nella previsione della maggior parte delle opere geniali
non lo sappiamo mni. Noi attribuiamo le opere d’arte ad una causa finale
imaginaria, tanto che gli artisti stessi più geniali restano sorpresi d’aver
potuto fare quel.che hanno fatto e si professano, e di fatto restano, perfetta-
mente innocenti. Non è dunque buffa l’ipotesi che soltanto il critico finalista
— questa caricatura dell'artista — sia in grado di vedere nella mente degli
artisti e meglio di loro quel nascosto, ma pur intero disegno preventivo del-
l’opera geniale che esso non può mai contemplare che a lavoro finito ? Nulla
caratterizza meglio di questa pretesa i finalisti partigiani della finalità
estetica, e mostra qual senso abbia la loro superstiziosa idiosinerasia,
comprensibile al concreto del tutto come cuusa sui. E ne tra- lascio la facile
dimostrazione. Quindi, senz'altro, concludo con questo dilemma: la cus sui o si
identifica con quella che si dice la causalità sintetica universale, e allora
non è più causa che effetto, ma causazione di necessità relativa alla propria
ef- fettuazione, o entra a far parte di quelle incomprensibilità che godono il
privilegio esclusivo dei dogmatici e se Vabbiano in pace. Io opto pel primo
senso, che mi par quello dell'Etica spi- noziana, avverso alle cause finali (1).
Il Gentile sostiene che l'espressione cause sui in Spinoza conserva il
significato che poteva avere T° abitò xvodv di Platone (Fedro 245 c) e Ifavtod
èvépyepz di Plotino (Enn. VI, S, 16). « La sostanza di Spinoza, egli aggiunge,
come l'idea di Platone e il Dio plotiniano, sono TIncondizionato astratto che
non può es- sere causa sui, perchè non è spirito, ma il suo opposto. E il swi
rimane perciò una parola priva del suo proprio significato » (2). Ma che è lo
spirito. del Gentile? Egli lo dichiara nettamente, il- lustrando il suo
concetto di causa siti. « Siti ‘si badi (egli fa no- tare) che suppone il sè,
il soggette, autocoscienza, onde l'essere causato non è effetto, ma fine,
valore, il termine a cui si tende, e che si conquista » (3). Il fondo della
dottrina del (rentile è dun- que evidente. Esso risiede in un soggettivismo
finalistico, in cui la stessa realtà dello spirite come unità è Timmanenza del.
l'oggetto al soggetto (4); per cui la stessa sintesi che è la pro- fonda realtà
della tesi e dell’antitesi concorrenti nella realtà dell’autocoscienza (essere
e uon esser soggetto) non è soggetto e oggetto, ma soltanto soggetto, benché
non soggetto empirico ma seggetto trascendentale, come reale soggetto che si
realizza nel processo onde si supera la idealità del puro soggetto astratto è
la concomitante idealità del puro astratto oggetto (5) : insomma la sintesi
come concreta realtà dell'antocoscienza (6). Dopo i principj sostenuti nei
capitoli precedenti in difesa del. l’interpretazione antisoegettivistica e
antifinalistica del pensiero (1) Spinoza, Eth., I. Append. (2) GentILE, Teoria
gener. d. Spirito come atto puro, Pisa, 1916, pag. 186, nota. (3) id. id. (4)
id. pag. 231. (5), (6) id. pag. 232. A. Pasrore — Il problema della causalità
come unità psicofisica della realtà, tornerebbe superfluo l’esa- minare ad uno
ad uno gli argomenti del soggettivismo trascen-‘ dentale assoluto. Si
compendiano tutti in una dimostrazione che suona così : « Non è possibile
concepire il pensiero senza per- sonalità, perchè il pensiero (qualunque
concetto che si voglia porre, dommatico o scettico) è conceptus sui, cioè Io, e
quindi non solo pensiero come attività, ma attività che si ripiega su sè
stessa, e sì pone pertanto come persona ) (1). A questo argo- mento abbiamo già
risposto Rella questione della causa efficiente universale, della causa prima e
della causa finale, svelandone la dogmaticità, e ancora una volta replichiamo
che la soggettività del conceptus sui è una formazione serotina del pensiero
riflesso in senso stretto. Se la realtà non può essere intelligibile, se non è
concreta e se non può essere concreta colla riduzione della sub- objettività a
soggetto, come può darsì che il mondo del soggetti- vismo sia intelligibile,
non che reale? Non basta dire che il sog- getto assoluto è superiore così al
puro soggetto astratto come al puro astratto oggetto, se poi in definitiva non
sì parla più che del solo soggetto. Non è una contradizione invocare un sè «
sol- tanto soggetto » per assolvere il dogma del soggettivismo da ogni
ripugnanza al principio della sintesi concreta? Che più? quando il
soggettivismo medesimo riconosce che, per la dialettica di quello spirito che è
la concreta realtà, tre condizioni sono egual- mente necessarie : 1° la realtà
del soggetto, 2° la realtà dell'oggetto, 3° la realtà dello spirito come unità
(2), non rivela esso medesimo l'impossibilità d’ogni soggettivismo ? Infatti,
come non possiamo identificare la prima condizione con l'ultima, così non
possiamo dar il nome di soggetto alla realtà del tutto, quale unità attiva del
soggetto in relazione coll’ogget- to; salvo che si voglia dar luogo alla
possibilità d'un Soggetto Soggettivo-oggettivo, tanto concepibile quanto la
Chimera. (ilustissimi quindi sono gli sforzi del Gentile per provare che il sui
dell'espressione spinoziana della cunsa sui, non riferen- (1) GENTILE, op.
cit., 231. GENTILE dosi all’Io come
persona, rimane perciò una parola priva del significato soggettivo. Per altro
chi non voglia rinunciare al punto di partenza di Spinoza, che è precisamente
il principio in- tegrale della causa sui come attività causativa universale,
rico- noscerà che la sinteticità del soggettivo è un concetto a cui non manca
altro che la base (1). $ 5. — Posti dunque da banda i concetti di causa prima,
causa finale dell’universo e causa sui i quali non soltanto non sono necessarj
ma sono chimerici, non solo non rispondono al pensiero speculativo ma lo
rovinano, se l'ultimo problema si restringe a indagare il senso e il valore
relativo e mediato di sì grandi il- lusioni metafisiche annidate dentro di noi,
si può trovare forse una risposta plausibile e sodisfacente. Nenza entrare in
parti- colarità intempestive ed inutili al nostro tema, basterà notare che il
risultato di tante rinunzie non è già di condurci allo scet- ticismo; che anzi
noi ci possiamo contentare di quell'arduo stato di conoscenza che ci soppianta
nello spirito Vingenua fede nei chimerici sogni dell’assoluto e di tutte le sue
dirette e indirette filiazioni. Che altro sono queste, se non la forma naturale
ma il- lusoria del pensiero adolescente? Il pregiudizio che l'idea della causa
metafisica universale contenga una verità eterna ebbe ed ha enorme fascino. Ma
noi abbiamo pesata la prova d'ogni causa metafisica e la trovammo leggera. Pure
un certo peso rimane ; non teoretico certo, ma chiaramente poetico e d'ordine
morale. Egli è questo un fatto così sicuro oramai e così notorio «he non può
seriamente revocarsi in dubbio, e noi ne abbiamo a bastan- za. Così,
comprendendo il processo della continua illusione, noi possiamo anche
accettarla, ma poeticamente; perchè la vita, la nostra vita stessa, in massima
parte non è che una fuggitiva il- lusione, ma noi vogliamo viverla egualmente.
E questa non è viltà, è accettazione di vita per quel pochissimo di vero di
bello e (1) Il soggettivismo trascendentale rinnova qui l’errore medievale del
rea- lismo, perchè dal riconoscimento dell’universalità dell’atto unificante
trapassa all’atfermazione della realtà d’un Soggetto trascendentale, mentre
dovrebbe arrestarsi al concetto della soggettività come funzione tipica d’ogni
soggetto individuale e conoscente. Sulla confusione del Soggetto colla
soggettività, cfr. Sezione III. Introd., $ |, (interpretazione dell'io penso di
Kant). 308 SEZIONE II - CAPO IV di buono che possiamo conseguire. Ricordiamo la
frase di Pro- spero nella 7ewpesta di Shakespeare. Perchè, dopo tante illu-
sioni, Prospero ritorna agli studj? Perchè « questi studj — salvo ll difetto
d'essere così astratti — sorpassano in valore ciò che più stima luomo volgare
». In sostanza, passando dalla verità alle ipotesi, anche le illusioni
metafisiche per noi, esseri essen- zialmente finali, hanno la loro
giustificazione. Le credenze, per quanto slano estranee alla scienza,
rispondono certo ad un pro- fondo bisogno dell'animo umano. Quando, pertanto,
noi filosofi avremo costretto la sfinge a svelarci il suo segreto, perchè non
ci serviremo anche delle nobili illusioni per vivere meglio, se sarà possibile?
La metafisica aitiologica tradizionale è quasi sempre un fanale senza ricovero
nella notte. Le teologie antiche sono troppo spesso una rapsodia.di parole. Il
cuore, il cuore stesso, che è più antico d'ogni teeria, ha un continuo hisogno
di men- zogna. Intanto l'inestimabile pregio della filosofia moderna è. fra
l'altro, di sapere tutto ciò e tuttavia di incoraggiarci a. vi- vere in mezzo
ai delicati fiori dei sogni e alle verità del pensiero. Onde le stesse chimere
non disonorano chi le costruisce e le va- gheggia con animo sincero,
coraggiosamente devoto alla causa dell'umanità. L'implacata facoltà d'analisi
muove talora e in- sieme promuove un non so che di sensualmente oscuro e triste
che portiamo dentro di noi. Ma ci dà il vantaggio di sentire la voce dell'anima
nostra e di riconoscere che, eltre alla verità anzi alla veracità, la nostra
anima esige la lusinga dei sogni, la lu- singa delle idee, la lusinga
universale della realtà. Sappiamo bene che la metafisica dogmatica ci fa vivere
nell’illusione. Far fondo su di essa è far fondo sulle mobili arene del deserto.
Tut- tavia lPanima vuole sognare, e per poter sognare non è necessario
sapere... E forse anche questo è natnrale. Come par naturale supporre che il
fiore rorrebbe ignorare le sue radici. affondate nel terriccio della tomba.
Detezrminismo e indeterminismo. La terza
antinomia kantiana. Conciliazione della causalità libera e della causalità
determinata. Concetto della contingenza. La libertà come forma speciale di
causazione. Esaminiamo ora l’ipotesi tanto diffusa nella storia della tilosofia
che il principio della causalità universale — per la sua creduta riduzione al
principio del determinismo — renda impos- sibile la spiegazione del fatto
innegabile della libertà. Questo esame agevolerà il passaggio alla Sezione
terza. E chiaro che, se il fatto della contingenza bastasse da solo a
costituire il fatto della libertà, il valore liberistico della causalità
sarebbe nullo. E quindi, se la causalità — nell’ipotesi di libertà =
contingenza — fosse universale, saremmo forzati ad attribuire un valore il-
lusorio alla nostra idea della libertà ; se fosse solamente par- ziale saremmo
necessitati ad ogni modo i negarla. dovunque si stenda il dominio sperimentale
della scienza. Si può ammettere una tale ipotesi? Anzitutto, atfacciamo una
domanda che ci pare calzante. Ap- punto perchè le due seuole opposte del
determinismo e dell’inde- terminismo si dividono così aspramente gli spiriti,
non si po- trebbe trovare in questa stessa antitesi una ragione di più per
farci ritenere possibile una sintesi comprensiva dei due indirizzi, aperta cioè
alle indeelinabili esigenze dell'esperienza che porta all’indeterminismo e
della scienza che porta al determinismo? Non è forse egualmente radicata la
profonda convinzione che le ricerche in questo senso inclusivo, cioè al disepra
dei sistemi uni - laterali, non possono essere sterili, giacchè la filosofia
stessa — che è sintesi — ha bisogno del doppio conforto dell’intelligenza e del
cuore? Notiamo quindi, per trattare la questione criticamente, che l'urto
massimo dei due indirizzi non è più rappresentato con suf- ficiente rigore dal
terzo conflitto delle idee trascendentali di Emanuele Kant. La tesi kantiana di
questo conflitto pone che « la causalità determinata dalle leggi di natura non
è la sola donde possano derivarsi tutti i fenomeni del mondo. È necessa- rio
ammettere anche, per spiegarli, una causalità libera ». L'an- titesì oppone che
« non v'ha libertà, ma tutto nel mondo avviene secondo le leggi naturali » (1).
(‘ome si vede, mentre l'antitesi è la negazione della libertà, la tesi di Kant
non pone già che tutto nel mondo sia assolutamente indeterminato così nel
principio primo delle cause, come nella serie dei fenomeni derivanti; pone
invece che la causalità deter- miuata non sia la sola e che sia necessario
ammettere anche una causalità libera. Nella prova successiva e nelle
Osservazioni. mentre, a scanso d’equivoco, si esclude che la. questione con-
cerna il cominciamento assolutamente primo quanto al tempo, si conferma in modo
sehr klar in dic Augen, che si tratta d'un cominciamento assolutamente primo
sotto il rapporto della cau- salità, cioè d’una spontaneità assoluta delle
cause avente la virtù di cominciare per sè stessa una serie di fenomeni
svolgentisi se- condo le leggi naturali (2). Insomma mentre l’antitesi kantiana
oppone che nou vha l- bertà cioè che tutto nel mondo è assolutamente
determinato, sia nel principio primo (sotto il rapporto di causalità), sia
nella se- rie dei fenomeni svolgentesi secondo leggi naturali, la tesì pone nel
mondo due causalità opposte cioè una causalità libera (nel principio primo) e
una causalità determinata (nella serie dei fe- (1) Kant, K. d. r. V. (Siimmt.
Werke, 1838, II, pag. 353). Nel quarto con- flitto dell’Antitetica della ragion
pura, la tesi pone : « Vi è nel mondo qualche cosa che, sia come sua parte, sin
come sua causa, è un essere assolutamente necessario » ; l’antitesi oppone: «
Non v'è alcun essere assolutamente necessario nè nel mondo nè fuori del mondo
che ne sia la causa >». (2) KANT nomeni derivanti). L'opposizione resta ancora,
perchè da un lato si afferma che cì sono nel mondo due causalità, una libera e
l’al- tra determinata, dall’altro si nega questa doppia e opposta cau- salità,
opponendo che la causalità è una sola, la determinata. Ma è evidente che
l’antinomia radicale perfetta sarebbe questa : l'assoluta causalità libera cioè
l’assoluto indeterminismo can- sale da una parte e l’assoluta causalità
determinata cioè l’asso- luto determinismo causale dall’altra, o, più in breve,
l'afferma- zione dell’assoluta libertà nella tesi e la negazione dell’assoluta
libertà nell’antitesi. Ora, se l’antinomia aitiologica venisse enunciata con
questa formola radicale, la conclusione, a mio modo di vedere, sarebbe una
sola: l'eliminazione simultanea della tesi e dell’antitesi, perchè entrambe
incomparabili coi dati e coi risultati così del- l’esperienza come della
scienza, in quanto queste reclamano, en- tro certi limiti, sia la causalità
lHbera sia la causalità determi- nata. Difatti, in primo luogo, cioè circa
l’esperienza, per quanto sia chiara la voce e robusto il sentimento della
nostra libertà, noi non possiamo pretendere che tutti i fenomeni del mondo
siano indipendenti da ogni rapporto causale; dacchè, anche nell’ipo- tesi
infondata che la dipendenza causale sia la negazione dell’in- dipendenza reale,
la nostra stessa esperienza ci avverte che è ben angusto il reame della nostra
indipendenza reale e la scienza ogni giorno ci dimostra il costante e
fecondissimo impiego della conoscenza delle leggi della natura. Ed anche,
quanto a noi, cre- derci assolutamente liberi è una gran bella credenza ed
anche utilissima perchè non manca di offrirci un mezzo posìtivo di li-
berazione; ma il sentimento dell’indipendenza non sì traduce senz'altro nella
realtà di fatto della libertà. In secondo luogo, cioè circa la scienza, per
quanto sia solido il fondamento delle leggi causali determinate dalle scienze,
noi non possiamo senz’altro pretendere che tutti îi fenomeni del mondo siano
immediatamente determinati, dacchè le nostre stesse co- gnizioni scientifiche
spirano purtroppo in angustissimi limiti e l’esperienza ogni giorno ci pone di
fronte lo spettacolo così im- - barazzante dell’incoerenza, dell’irregolarità,
dell’indetermina- tezza dei fenomeni. Ed anche, quanto a noi, crederci
fatalmente determinati è bensì una posizione scettica difficilmente confuta-
bile, e forse anche comodissima in certi momenti critici dell’esi- stenza, ma
neanche col comodo pretesto fatalistico, che ogni no- stro sforzo è inutile
perchè tutto è assolutamente determinato, noì posskamo alleggerire il pesante
fardello della nostra respon- sabilità. 1 Per contro, se l’antinomia causale
viene enunciata nei termini di Kant, la soluzione preferibile sembra la
soppressione dell’an- titesi a profitto della tesi, perchè il vero senso di
questa è la con- ciliazione della causalità libera colla determinata; laddove
il senso dell’antitesi è la negazione recisa d'ogni libertà (1). Di- batteremo
ora la tesi della conciliazione, senza inoltrarci però nella questione della
libertà morale, che verrà trattata nella Se- zione terza. S2. — Ammettiamo la
tesi kantiana della doppia causalità : determinata e libera. Procuriamo di
afferrarne bene il concetto. Siamo di fronte a un genere: la causalità, che ha
due specie dif- ferenti: la determinazione e la hbertà. Sappiamo omai, dalle
nostre ricerche, che ogni causalità è rapporto logico e cronologico di due
sistemi equivalenti ; il pri- mo sistema è la causa, il serondo è l’effetto. In
ciò convengono le due causalità. (1) Circa l'apprezzamento delle antinomie
kantiane, già il Vacugrot ha so- stenuto che queste antinomie sono più
apparenti che reali, perchè in esse non vhanno due tesi contradittorie di
fronte, ma solo due esigenze opposte (cia- scuna di esse legittima e
incontrastabile nella sua sfera), cioè da una parte l'esigenza del sentire che
pone la molteplicità e i limiti (tesi dell’esperienza), dall’altra Vesigenza
del concepire che pone l’unità e l’intinito (antitesi della ragione». In altri
termini, secondo lui, l’opposizione esiste solo fra i prodotti di fircoltà
diverse, non già fra i prodotti d’una stessa facoltà e quindi della natura.
Danque lo spirito non è convinto di impotenza, perchè le sue verità non si
contradicono, cioè non si negano ‘nel proprio ordine. Son punti di vista
diversi della realtà e rispondenti a esigenze diverse, assurdi nel loro
isolamento astratto, veri nella loro sistemazione concreta. Il VacukzroT
afferma che, applicando questo criterio, l’antinomia tra la libertà e la
necessità sva- nisce. La critica del Vacneror è sottile, ma non distrugge ogni
dubbio. Piut- tosto mi pare sostenibile il suo risultitto, cioè la
conciliazione della causaliti. libera colla causalità determinata, nei limiti
dell'esperienza. Kant invece pone il conflitto insolubile nel mondo empirico dei
fenomeni, gettando la chiave della risoluzione dei problemi cosmologici nel
mondo non empirico del noumeno. La differenza consiste in ciò che la causa,
nella causalità de- terminata, è un sistema determinato nella serie dei
fenomeni ; nella causalità libera invece è un sistema spontaneo. cioè avente
la: virtù di cominciare per sè stesso. Basta questa osservazione per farci
sospettare che la tesi kan- fiana sia appena il riconoscimento della
bilateralità inerente al primo termine del rapporto causale. Più chiaramente
che »ia soltanto la considerazione del primo termine (cioè della causa) dal
doppio punto di vista della deter- minazigne e dell’indeterminazione, estraneo
veramente al senso sclentifico della considerazione causale. Noi vedemmo già
nella teoria della conoscenza come e perchè ogni cosa sia considerabile da
questo doppio punto di vista: della ogni cosa sia considerabile da questo
doppio punto di vista : 1° della determinazione che dà il finito (opera
dell'astrazione) ; 2° della indeterminazione che dà l'indefinito (opera
dell’intui- zione). Avvertimmo anche che, se (per riposare in una concezione)
sì opti sia per la determinazione, sia per l’indeterminazione, non solo si
perde di vista il vero concetto del limite che è bilaterale, ma si scambia un'illusione
colla realtà. Di più, riflettendo che le due prospettive sono illusorie quando
si considerano come esclu- sivamente vere (cioè si affermano come valide
universalmente), ritengo che sarebbe una vera follia restare inerti nel
frangente, contentandoci di riconoscere che ragioni contrarie, ma del pari
stringenti, militano in favore di entrambe. Il contegno pertanto utile e
ragionevole mi pare doppio, e consistente : 1° nel rifiutare d'essere vittima
dell'illusione, sia semplice (della validità esclusiva d'una sola esigenza:,
sia doppia («del- l’antinomia insuperabile d'entrambe ; 2° nell'accettare ciò
che in media rimane vero per i due punti di vista contrarj, rettificati
dall'esperienza e dalla scienza. È facile scorgere quanto strettamente questa
situazione si colle- ghi con quella della tesi della terza antinomia nella
quale Kant ammette appunto la compatibilità della causalità Nbera colla
determinata, senza però dir come. Soltanto la prova di questa fesi e le
osservazioni che si possono aggiungere in merito sono tutte differenti da
quelle di Kant. Vediamole brevemente. Che, entro certi limiti e in un certo
senso, alcune azioni siano nostre siano altrui, ci risultino indipendenti o
indeterminate o spontanee quanto al loro primo cominciamento è provato dalla
testimonianza empirica della coscienza. Che, entro certi ma più rigorosi
limiti, alcune relazioni cau- sali siano dipendenti o determinate secondo le
leggi della natura è provato dalla scienza. Queste prove sono incontestabili,
nessuno le ha mai potuto di- struggere. Il problema è dunque il seguente : come
si conciliano queste due opposte causalità? Usando il criterio anzidetto, di-
remo che, in generale, fa d’uopo abbandonare la speranza di po- ter riposare in
una cognizione compiuta delle condizioni del reale skt esclusiva sia
antinomica, prendendo partito per questa .0 quella idea di causalità
considerata come universale o per l’idea della loro insuperabile antinomia,
giacchè tutte quante queste idee, spinte oltre i limiti dell'esperienza e della
scienza, non fanno che imbarcarci sopra il mare burrascoso delle illusioni.
Contenute invece entro i limiti suddetti ci aprono il passaggio ai valori
fondamentali della verità e della libertà. | Il criterio direttivo di questa
interpretazione conciliativa sì può dunque riporre nei due princip] seguenti :
1° la causalità libera (nel senso empirico suddetto) non fa che indicare
l'insorgenza immediata degli atti che nella loro pre- sentazione spontanea (sia
come dati causali indecomposti, sia. come blocchi o complessi di dati in
causalità) costituiscono i punti senza causa nota cioè determinabile della
realtà : 2° la causalità determinata (nel senso scientifico predetto) non fa
che indicare l’incatenazione mediata dei fattori che, nel loro intreccio
razionale e temporale, compongono la stoffa nota della realtà. Così insorgenza
della causalità libera, o meglio dei centri di causalità libera, non viene mai
a spezzare la catena della causa- lità determinata. Siamo anzi indetti ad
ammettere la presenza effettiva di quella (c. 1.) nella produzione di questa
(c. d.). Affinchè questa abbia Inogo, deve aver Inogo quella (1). (1) Notiamo
di passaggio che il grado maggiore della causalità libera si rag- giunge quando
l'insorgenza dei fattori è causata dall’iv umano. Ma di questo Chi piglia atto
della comparsa spontanea cioè relativamente indipendente d’un punto nuovo fa un
lavoro (è il lavoro dell’in- determinismo compiuto dalla coscienza); chi piglia
atto della sua posizione determinata rispetto agli altri punti, ne fa un altro
(è il lavoro del determinismo compiuto dalla scienza). Così l'indeterminismo
(rispetto all’insorgenza dei punti) e il deter- minismo (rispetto al rapporto
fra cause ed effetti) non hanno niente da perdere nè da guadagnare se sì
riconosce che all'uno s'intreccia l’altro, cioè se si riconosce la loro
compossibilità nel sistema reale. Se poi Ja stienza non è in grado di spingere
la sua analisi fino a esaurire la genesi dei singoli fattori del sistema, ciò
deve es- sere considerato più come un vantaggio che come un danno. Vuol dire
che il determinismo, pure in quei termini tra i quali è va- lido
scientificamente, non potrà mai distruggere le ragioni del- l'indeterminismo.
L'idea d'una spontaneità avente la virtà di cominciare per sè stessa una serie
di fenomeni svolgentesi poi sotto il rapporto della causalità, entra già in
ogni causazione de- terminata come fattore necessario. Le due nozioni di
causalità libera e di cansalità determinata si escludono solo quando la mente
crede di potersi decidere per un tipo esclusivo rispetto alla compiutezza
assoluta della deri. vazione (Entstehungi di un fenomeno in genere, o non sa
deci- dersi a considerare come una doppia illusione tanto il determi- nismo
causale assoluto, quanto l'assoluto indeterminismo. Lo ripeto, succede qui quel
doppio giuoco della distinzione e a suo tempo (Sezione III.) L'insorgenza
spontanea dei fattori poi è da inter- pretarsi solo come la non capacità di
assegnare gli antecedenti, contrariamente a ciò chè è possibile fare nella
maggior parte delle conoscenze fisiche. Non abbiamo ancora un tal tesoro di
conoscenze analitiche che ci permetta di as- sognare la causa di questi
fattori, Ecco tutto, I fatti spontanei non sono punto senza causa, ma solo
senza causa assegnabile; più precisamente sono tali che è impossibile
riscontrare nei fatti dati e conosciuti antecedentemente li tota- lità delle
condizioni necessarie e suflicienti alla loro effettuazione. Sono effetti di
cause indeterminate. Ma è escludibile l'ipotesi della indeterminazione reale. Sono
effetti senza causa assegnabile determinata. Il dire io sono libero, se non ho
causa, è assurdità, pregiudizio inveterato. Io sono libero, se posso pro- durre
(sempre restando nella catena causale) certi ettetti spirituali che lo spi-
rito ha saputo dare i sè stesso (autonomia). dell'indistinzione che abbiamo
messo in lute trattando della esi- cenza astrattiva e intuitiva della
conoscenza. Entro certi limiti un certo indeterminismo immanente, testi-
moniato dalla coscienza, è compatibile con un certo determi- nismo immanente,
provato dalla scienza. E questa la condizione fomposta di cui bisogna anzitutto
prendere atto, con quella con- fidenza che ci inspirano le grandi rivelazioni
bipolari della realtà. Ora dunque pessiamo dire che Tindeterminismo causale da
mar parte e il determinismo causale dall’altra, fuori del loro conflitto, sono
due astrazioni campate in aria, e, nel loro con- fitto antinomico, seno
egualmente un'astrazione ; ma squadrati a dovere sì richiamano reciprocamente.
Invero, data la realtà come il loro concreto : a) intuite l'indeterminismo e
astrarrete il determinismo, b) astraete il determinismo e intuirete
l'indeterminismo. L'attività limitativa li dualizza e li unifica nello stesso
tempo. Nè questa, si badi, è semplice questione di parole; poichè que- sta anzi
è la dialettica stessa dello spirito, che è dualità di sog- setto e di oggetto
e in pari tempo immanente attiva unità, e sappiamo che lo stesso processo è
costitutivo così della realtà come della conoscenza. Vuol dire che nè pure l'attività
sintetica universale diventa solo causante (cioè liberatrice o determinante) 0
solo causata (cioè determinata o liberata) in quanto si realizza. Prendiamo
luce dal principio kantiano dell'unità appercettiva, in quanto rende possibile
con ki sua attività così la connessione causale come qualsiasi altra. E mai
supponibile che Tio penso (funzione libera e causatrice) perda la sua libertà
in quanto determina il vincolo causale 0 perda la sua causalità in quanto
s'attua libe- ramente? La ragione d'essere della libertà è il sno mediato
necessitàrsi per le crescenti forme di causazione che indicano il progressivo
potenziamento della libertà (1); la ragion d'essere della neces- sità è il suo
immediato liberarsi. (1) Il processo del potenziamento causale sari esposto nel
capitolo I della Sezione III. Questi concetti fondamentali ci lasciano
afferrare la concilia- zione del determinismo causale coll’indeterminismo ed
esprimo- no l'ufficio che possono esercitare le idee di conoscenza, di atti-
vità e di limite nel problema della causalità. Libertà è potenziamento
determinante di causalità. Causalità è attuazione determinata di libertà. Tra
le cause e gli effetti sopratutto nei processi vitali sì in- tercalano
ordinariamente dei termini medj che rappresentano il passaggio crescente dalla
causalità determinata alla causalità libera. Nella vita umana il termine medio
più importante è Videa (vera potenza attiva d'energia tendente a superare ogni
limite) che, attuandosi, fa passare Videale nella realtà. E questa la dottrina
preziosa di Alfredo Fouillée a cui crediamo di dover aderire quasi senza
riserve (11. E Videa dell'efficacia stessa del- l'idea, che entra per tal modo
nella catena causale come ele- mento necessario, come potenza cosciente di
liberazione (poten- ziamento progressivo della causalità). $ 3. — Ciò che
abbiamo detto sulla conciliazione della doppia causalità ci mostra la
conclusione a cui si può giungere circa l'idea della contingenza. Premettiamo
che la contingenza non € l'incausalità ma è solo ciò che accade senza causa
assegnabile nell'esperienza. Ogni elemento d’indeterminazione (contingenzi)
riscontrato nella serie dei fenomeni introdure, è vero, un punto iuterrogativo
nel grande problema della causalità, ma selo n. spetto alla nostra conoscenza
della derivazione causale di tale elemento. . Notiamo inoltre che tra due
estremi se Vuno fosse completa. mente indeterminato e l'altro determinato, non
potrebbe passare un rapporto causale, perchè questo è sempre un nesso determi-
nato tra termini determinati. Ogni rapporto di causalità è sem. pre
determinato. L'espressione di «causalità libera », nel senso di causalità
indeterminata nel primo termine, è dunque pretta- mente abusiva, perchè la
cansalità libera si può intendere in altro senso, mentre quella di « cansalità
determinata » è erronea, ‘ (1) Cfr. A. Fourtcée. La liberté et le diterminisme.
S* ed. Paris, Alcan perchè fa supporre che vi sia una causalità indeterminata,
e precisamente che sia tale la causalità libera. Riconosciamo infine che la
negazione della contingenza nella serie dei. fenomeni sarebbe una follia.
L'esperienza nostra non è il campo sterminato della varietà infinita dei
contingenti? Che altro fa la scienza se non sceverare il necessario dal
contingente ? In ultima analisi, il contingente è il dato più innegabile imma -
nente nell’esperienza. Ciò premesso stabiliamo il nostro punto di vista. In
primo luogo i partigiani dell’indeterminismo cercano di far apparire la
contingenza come uno scandalo di fronte alla causalità. Ma, secondo noi, la
contingenza — che ha sempre un valore soggettivo, cioè astratto — non fa che
accusare l’impotenza in cui noi siamo di assegnare ad ogni fenomeno la sua vera
causa. Noi non abbiamo il menomo diritto di affermare contingenti in . sè quei
fenomeni che non riusciamo a conoscere causalmente. Che cosa ti autorizza a
cambiare l’affermazione di ciò che non si sa in una tesi di valore oggettivo?
Non dobbiamo. a rigore, con- fessare la nostra ignoranza, senza oltrepassare
indebitamente i confini di ciò che consta? | Il curioso poi è questo che, se
vogliamo cedere alla tentazione di ammettere il concetto dell’indeterminismo
causale, il fe- nomeno relativo è costretto a diventare il fenomeno assoluto.
Invero ciò che anche per ipotesi (assai contestabile) ha la. virtù di comparire
inesplicabilmente come un fenomeno primo sfug- gente ad ogni determinazione
causale, non può non essere un fenomeno irrelativo, quanto alla sua origine. Ma
come è possibile proseguire in questa ipotesi infondata? La produzione
incausale del contingente in sè è un concetto in- concepibile, perchè
nascerebbe dal nulla, come una fulgurazione miracolosa dell'impossibile. Se
nella pratica parliamo corrente- (1) Pertanto si capisce che la possibilità
della determinazione dei rapporti causali si risolve nella possibilità d’un
processo d'astrazione operato sui due estremi d'un rapporto empirico, ognuno
dei quali ha come un nucleo deter- minabile e un nimbo indeterminato. Il
nucleo, quando viene determinato, co- stituisce il primo termine del rapporto
causale; il nimbo, che resta indeter- minato, costituisce ciò che si dice il
contingente, senza nesso costante asse- gnabile. Li mente di contingenza,
vogliamo significare non ciò che assoluta- mente sfugge al determinismo
causale, perchè non sapremmo provarlo, ma ciò che attualmente sfugge alla
cognizione scienti- fica delle leggi, il che è ben diverso. In secondo luogo,
per il vecchio concetto indeterministico, in- teso a svalutare il principio di
causa e l’atftermazione scientifica delle leggi, la contingenza costituiva la
base sicura della li- bertà. Sono tuttavia notevoli gli sforzi di coloro che
pur appog- giandosi sui processi e sui risultati stessi del determinismo cer-
cano di servirsi di ciò che resta indeterminato scientificamente per risalire
dalla necessità delle leggi immutabili alla contin- genza infinita dei fatti, e
di qui all'esigenza della libertà, così nella natura come nello spirito. Ma, se
è innegabile che le scienze lasciano un margine immenso all’indeterminismo, non
è provato che la presenza dell’indeterminato si risolva senz'altro nella prova
della libertà. Tanto più quando è possibile provare in altro modo l’esistenza
della libertà, e sopra tutto quando si può dimostrare l’irreducibilità della
libertà alla contingenza (1). Siamo quindi costretti a mutare radicalmente la
base del pro: blema della libertà e a gettar via come fossili ingombranti così
l'indeterminismo assoluto, come l'assoluto contingentismo. Vediamo come ciò sia
possibile. Notiamo anzitutto che la libertà in genere non consiste già nella
capacità di produrre il contingente nel necessario, lactidentale nella legge,
Tinde- terminato nel determinato, il nuovo nel vecchio, ma piuttosto nella
capacità di produrre Vordine nel disordine, l'unità nella varietà, il
determinato nell'indeterminato, la legge nel caos infinito dei fenomeni ;
altrimenti si cade nella confusione della (1) Per l’identificazione della
libertà colla contingenza, cfr. SetH, Lreedom as Ethical Postulate. Blackwood
and Sons, 1891. Contro l’identificazione cfr. De Sarto, I dati del’esperienza
psichica, Firenze, 1903, pag. 197-199. « Ma la libertà non è.... contingenza in
quanto, se l’azione individuale non può esser sottoposta a misura ed a calcolo,
non ne viene che sia ex lege: dacchè i casi singoli si diversifichipo fra loro,
non consegue affatto che ciascun caso non contenga la sua regola, e dacchè i
motivi siano creati dal volere, non segue che motivi non vi siano. Inoltre la
libertà non è con- tingenza in quanto non implica essenza di causalità, ma
capacità di sottrarsi ad un ordine inferiore di causalità (meccanismo psichico,
azione dei motivi estrinseci) per subire una causalità di ordine superiore,
qual’è quella delle norme etiche esprimenti la natura del volere giunto ad un
certo grado di svi- luppo ». libertà
coll’irrelatività o col caso. La caratteristica della libertà appunto
l'introduzione dell’uniformità determinata della legge nella difformità
indeterminata dei fatti. E questo si dica dal punto di vista degli effetti
della lbertà. Donde si capisce che la presenza del contingente non è certo
prova, nonché indizio, della presenza della libertà. Neppure dal punto di vista
delle cause la libertà può tconside- rarsi come fontana contingente, del tutto
sottratta ad ogni con- dizione di causalità. Fu questa la fissazione di Kant,
ostinato nel proposito di considerare la causalità come negazione della
libertà, nel senso predetto. Ma noi non possiamo seguirlo nella divisione
chimerica della realtà nei due mondi eterogenei del fe- nomeno (sede della
causalità) e del noumeno (sede della libertà). Il suo nido della cosa in sè non
è meno fantastico della glan- dola pineale di Cartesio, Riassumendo : A) Dal
punto di vista fisico, l’indeterminato è solo ciò che resta tale per la
scienza. vale a dire ciò che non è ancora espli- cabile scientificamente.
Dunque un'incognita nella serie causale, non un inconoscibile. a) Se ora
all'indeterminato diamo il nome di contingente, non abbiamo alcuna ragione per
ritenere che il contingente si sottragga ad una possibile determinazione
causale adeguata. DI Se invece alla contingenza diamo il valore di incausalità
in sè 0 negazione d'ogni rapporto tausale, in primo luogo oltre- passiamo i
limiti della conoscenza, in secondo luogo ci illudiamo di dar un senso
all'insienificante, cioè realizziamo lo zero. Con- fondere Lignoranza delle
cause collassenza delle cause è tenta- tivo vano ed assurdo. c) Ne infine alla
contingenza (nel senso accettabile di inde- terminatezza per li scienza: diamo
il valore di spontaneità, ca- diamo in grave errore perchè questa è il
carattere d'un'azione dipendente causalmente dalla natura propria dell'agente
(non da necessità esterne), quella invece è il carattere d'un fatto sen- zi
dipendenza causale assegnabile. La spontaneità stessa vuol essere ben distinta dalla
libertà, benchè ne costituisca la condizione necessaria. Li conclusione che si
può trarre da questo primo punto di vista (fisico) © che il fatto della
contingenza in nessun modo basta a costittite di per sè la libertà. A_ cc os. »
È inutile indugiare sul concetto di libertà naturale conforme alle pretese
dell’indeterminismo fisico. B) Dal punto di vista psicologico noi abbiamo
bisogno d’una libertà che sia da un lato capacità d’inibizione (libertà
negativa) e capacità d’iniziativa in un senso ben determinato (libertà po-
sitiva), dall’altro negazione del gretto determinismo e negazione del libero
arbitrio come indipendenza del volere. Nella Sezione terza vedremo che queste
condizioni sono rese possibili dal potenziamento causale che si verifica nella
vita umana. D’accordo coi più originali liberisti, comprenderemo inoltre come
l’inserzione nello spirito della idea della libertà (o causalità libera cioè
causalità riposta nella personalità del- l’agente) renda possibile la
liberazione graduale, cioè « une Vir- ctualité d’action pour l’avenir, une
realité d’action pour le « present ) (1), e come infine l'essenza della libertà
sia non fuori ma dentro la necessità stessa della causalità, Da que- stl
principj, riprendendo il proposito del Fouillée, cercheremo di ricavare una
filosofia della speranza, come punto d’incontro delle maggiori correnti che
dividono il pensiero filosofico dei giorni nostri. L’introduzione progressiva
della vita morale, secondo noi, consiste in un progressivo potenziamento di
quella causalità che è nei fini dello spirito, perchè solo mediante la
causalità lo Spirito può trovare la sua liberazione (2). Una volta ammesso ciò,
la conseguenza pratica di questa veduta non è la negazione ma il riconoscimento
del valore morale della causalità; voglio dire che Ja luce della vita morale
deve sprigionarsi non dall’af- fermazione della libertà come negazione della
causalità, ma dal- l'affermazione della libertà come forma speciale di
cansazione. (1) FowrLie, Morale des idées-forces, Ire édit., XXI. (2) Sopra la
possibilità di potenziare la propria capacità di causazione. Cfr. Sezione
terza, Cap. I, II, III. A. P. — Il problema della causalità Per rendere più
evidenti l’ordine e il senso delle questioni teo- retiche dibattute in questa
seconda Sezione gioverà raccoglierne i sommi capi. L’Introduzione, illustrando
il passaggio dalla questione epi- stemologica alla sperulativa, sostiene
l’insufficienza della cau- salità scientifica per l’interpretazione filosofica
del mondo. Nel Capo primo, volendo anzitutto mettere in chiaro il fon- damento
filosofico dell’interpretazione del mondo per orientare la soluzione dei
massimi problemi della causalità, si indaga il doppio problema del conoscere e
dell’essere, così nella loro na- tura come nel loro valore e-si deducono le due
sintesi parziali a) dell’unità subobjettiva della conoscenza, d) dell’unità
psico- fisica della realtà. Ciò posto, si prende una posizione centrale tra
l’empirismo e l’apriorismo, dimostrando c) come l’unità sin- tetica della
realtà non sia diversa dall’unità sintetica della co- noscenza. In conformità
di questi principj ogni fatto è psico- fisico : psichico in quanto attività
naturante, determinante, pro- duttiva, intensiva, soggettiva, qualitativa;
fisico in quanto etti- vità naturata, determinata, prodotta, estensiva,
oggettiva, quan- titativa. Quando si studiano i due aspetti astrattamente, la
sin- tesì soggettiva ci dà l’unità formatrice dello spirito, la sintesi
oggettiva ci dà l’unità costitutiva della realtà; questa psicofi- sica, quella
subobjettiva. Ma in fondo i due lati non sono mai separabili in nessun oggetto
di conoscenza, come in nessun istante. Quel che varia è l'apparenza dovuta al
prevalere del- l’uno o dell’altro momento dell’individuazione progressiva
dell’universo, in ultima analisi risolventesi nell’attività sintetica del
pensiero. Evidentemente il pensiero reale, di cui qui si par- la, è l’unità —
universale — della soggettività — in relazione — coll’oggettività (1); vale a
dire, così l’unità universale d’ogni principio in relazione con ogni
conseguenza, come l’unità uni- versale d’ogni causa in relazione con ogni
etfetto. Le applica zioni di questa dottrina al problema causale vengono di
conse- guenza, notando che nessuna elevazione così nella natura come nello
spirito è impossibile, se non per mezzo dell’attività causale formatrice. Nel
Capo secondo sì dimostra che l’idea di causa ha origine soggettivo-oggettiva e
che le leggi causali analogamente hanno valore psicofisico. Prove di certezza
estrinseca ed intrinseca dis- sipano ogni dubbio a questo riguardo. Da esse
discende l'uso le- gittimo dell’idea di causa oltre i confini della scienza.
Nel Capo terzo, rispetto alla questione della causalità effi- ciente
considerata come causalità metafisica, sì giunge ad una conclusione assai
vicina a quella del Guastella. Però, circa il modo d’intendere tanto
l’esperienza quanto la metafisica la dif. ferenza è radicale. Il Guastella
invero distingue le cause empi- riche dalle metempiriche. Le cause empiriche
sono per lui le sruse nel senso scientifico, cioè quelle che. si affermano
nelle scienze positive. Le cause metempiriche sono per lui le cause nel senso
metafisico, cioè quelle che si affermano nell’apparenza tra- scendentale della
nostra ragione. Qui invece le cause nel senso empirico non sono le cause nel
senso scientifico, dato il profondo divario che intercede fra l’esperienza,
primo grado della cono- scenza che dà i fatti e i rapporti particolari e
contingenti, e la scienza, secondo grado della conoscenza che dà i rapporti
unì. versali e necessarj cioè le leggi. Inoltre, da quanto precede ri- sulta
che la metafisica non è sempre il prodotto della tendenza ingannatrice dello
spirito umano, in quanto si volge a oltrepas- sare l’esperienza, giacchè la
tendenza a superare ogni dato è il processo costitutivo di tutta la realtà e
l’esigenza fondamentale dello spirito. (1) I tratti di linea interposti sono
impiegati per far capire che l'unità - universale - della soggettività - in
relazione - coll’oggettività deve essere intesa come una parola sola. La
conoscenza non solo può ma deve sempre oltrepassare tanto l’esperienza quanto
la scienza, e in questo superamento non cade fatalmente nel sofisma, ma può
elevarsi alla vera filosofia. Non tutte le idee metafisiche sono illusorie, ma
quelle sole che ab- bandonano il principio dell’unità psicofisica del reale.
Tal’è la. idea metafisica delle cause efficienti, in quanto queste vengano
considerate come incognite, poste al di là della nostra cono- scenza.
Propriamente, il carattere illusorio dell’idea di causa efficiente non deriva
dal fatto illegittimo della realizzazione delle astrazioni, giacchè non v'è
fatto, non idea, non realtà de- terminata per quanto legittima che in qualche
modo non sia una astrazione. L'errore piuttosto deriva dalla tendenza a
oltrepas- sare ogni perchè col perchè del perchè, supposto come qualcosa di
diverso cioè di più essenziale dell'unità psicofisica. È di questa tendenza che
ho cercato di rendermi conto, riducendola al fatto ordinario d’una illusione di
prospettiva della nostra mente. Ed è questo il punto in cui l’investigazione
del Guastella mi ha pre- stato il suo prezioso contributo. La legittima e
naturale impa- zienza delle anime credenti, di cui parla così bene il Janet, è
anche per me un argomento morale della massima importanza. Ancl’io riconosco
che Vanimit ha bisogno di credere. Cerco sol- tanto di far intendere che, poste
le leggi causali della natura. la ricerca d'una causa suprema di queste leggi,
logicamente parlando, non ha senso. Da ciò segue che la questione della cause
efficiente universale resta bandita così dalle scienze, come dalla, filosofia.
In suo luogo si presenta il problema del senso e del valore ideale
dell'attività causativa dell’universo. Nel Capo quarto, anche le idee di causa
prima e di causa fi- nale vengono escluse quali prodotti illusorj della nostra
ottica mentale; come in genere viene congedata ogni metafisica la quale affermi
di poter spiegare il tutto con una qualsiasi idea o con un supremo soggetto in
contrasto col principio del pen- siero come unità subobjettiva del reale, Nel
Capo quinto, rispetto alla questione del determinismo e dell’indeterminismo, si
respinge lV’indeterminismo assoluto, per propugnare una soluzione aitiologica
che sembra atta a conci- liare il principio del determinismo col principio
della libertà intendendo questa non come contingenza ma come novità. Con questa
s’intreccia la conciliazione della causalità determinata colla causalità
libera, avvalorata la tesi della libertà come for- ma speciale di causazione.
Si vede adunque come l’interpretazione aitiologica sia indi- spensabile alla
comprensione unitaria di tutto il reale. Il fatto eminente in cui la retta
interpretazione aitiologica dell’universo comincia a manifestarsi, è
l'abbandono risoluto dell’ipotesi di un principio incausato causatore, sia
fuori di noi, sia nella co- scienza nostra. Una volta stabilita questa
premessa, bisogna re- stituire all'attività causale tutto il suo valore
teoretico e pra- tico. Sta qui l'ufficio proprio della teoretica in ordine al
pro- blema genoseologico e metafisico delle cause. Avendo esaurito questo
compito nella Sezione presente, la sola ricerca che ora ci rimanga è lo studio
del potenziamento umano della causalità, base e condizione di ciò che ha
maggior potenza innovatrice nella vita psichica prima e quindi nella vita
morale. »y+y&<_y—»- La causalità nella vita morale * =_= _=&riF-=s
rs" c n, A TreF9oer=ze _r_o_e_etToe= eeee-- Csi —=={[@ . f 1. Questione
preliminare del solipsismo che nega la possibilità di oltrepas- sare la sfera
del soggetto. Confutazione. Senso e valore antisolipsistico del cogito di
Descartes e dell’io penso di Kant. Si levano di mezzo i due equi- voci sopra la
tesi dell’indipendenza e della subordinazione. — $ 2. L’antiso- lipsimo come
esigenza necessaria della coscienza morale. Profondo bisogno d'una ragione che
riconosca l’unità fondamentale della coscienza. — $ 3. Vero stato della
questione. Dilemma fra la scienza e la morale. Nelle due Sezioni antecedenti fu
riconosciuta la ne- Cessità teoretica di oltrepassare così la sfera della
soggettività, come quella dell'oggettività. Certamente questa necessità col-
pisce con eguale forza tutte le posizioni gnoseologiche e metafi- siche
unilaterali. Ma, siteome la concezione solipsistica solleva alcune difficoltà
che più delle altre sembrano derivare necessa- mamente dalla condizione
fondamentale del conoscere, diventa Opportuno rivedere in succinto le ragioni
dell’atteggiamento antisolipsistico, per chi voglia con animo sereno giudicare
quale possa essere nel pensiero contemporaneo il senso e il valore di ‘una tesì
che, come la nostra, riconosca la realtà autonoma di altri esseri umani simili
a me, nonchè Ja realtà di corpi esterni alla sfera del mio soggetto. Questo
punto dev'essere tenuto ben fermo, altrimenti è impossibile riconoscere in
tutta la sua por- tata il principio della causalità tanto nella natura quanto
nella vita morale, perchè il principio medesimo della libertà si affer- ma come
forma speciale di causazione. Ma, se questo è vero, è la tesì dell’antisolipsismo
che dev'essere riconosciuta come funzione liberatrice della filosofia. Ora la
necessità di oltrepassare la sfera del mio io individuale, senza cadere nei
sistemi esclusivi, fu da noi riconosciuta in tutti i tre campi del sapere. a)
Nell’esperienza, per opinione e per abitudine di vita pra- tica che è continua
affermazione di socialità, di ostacoli e di resistenze anche involontarie,
anche dolorose cioè di oggetti- vità di cui non posso e non so liberarmi, di
cui non posso cre- dermi ec non so di essere il produttore. Di più la mia
esperienza personale è subobjettiva e io ne riconosco i diritti. Infine la
praris medesima dell’esperienza, come autocritica della cono- scenza e della
realtà, mi dà la ragione dell’oscuro impulso objettivo che ci fa porre il fuori
di noi e il senza di noi (1). b) Nella scienza, per postulato e per esigenza
indeclinabile della possibilità e della validità del metodo sperimentale. Ne-
gaudo il postulato dell’esistenza objettiva della realtà’ le cer- tezze
capitali della scienza rovinano (2). c) Nella filosofia, per analisi critica
delle condizioni fonda- mentali necessarie tanto del conoscere (3) quanto
dell’essere (4) e per sintesi sistematica (5). | Quindi la protesta del
solipsismo è infondata. Ma scendiamo a qualche particolare. Il solipsismo
pretende appoggiarsi sopra le due massime af- fermazioni teoretiche del
pensiero moderno, cioè il cogito di Descartes e Pio penso di Kant. Consideriamo
in primo ]uogo il cogito cartesiano. Quando il solipsismo dice che il coyito è
il presupposto fondamentale di ogni conoscenza e di ogni affermazione di
realtà, non riflette a bastanza che il peculiare senso del cogito cartesiano al
quale esso si riferisce, anzi tutto non si presenta come immediata certezza del
pensiero, e perciò esso si scosta dal suo punto di vista fon- damentale che è
quello di star fedele alla certezza immediata dell'esperienza ; inoltre è un
senso in tutto destituito di fonda. mento. Ter provare quest'ultimo punto,
precisiamo prima i var] sensi che furono sinora attribuiti al cogito. I} primo
è la grande constatazione dell’esistenza della realtà pensante, che è la
certezza prima della filosofia. Il secondo è il fatto fondamentale che, in ogni
caso, il cogito significa ego cogito aliquid, cioè significa Sr 0. Qui Valiquid
è quel che i solipsisti chiamano il contenuto della sfera dell'io pensante, ciò
che sì trova come elemento della mia coscienza, ciò che io chiamo mio, in
quanto lo trovo aggregato l’unità mia, che è il centro attivo di tutto. Il
terzo è Paffermazione che, non gli elementi del contenuto, ma solo l'unità
soggettiva del contenuto cosciente è. Il solipsismo si attacca. propriamente a
questo terzo significato. Per esso il cogito cartesiano viene a dire: io solo
(come unità subjettiva) Sono; solo io (che penso) sono; ciò che da me è pensato
non è. Esiste solo ciò che è cogitante, cioè il soggetto della coscienza. L'10
diventa così la res cogitans: solo ciò che è nella sua essenza cosciente
esiste, il resto non esiste. Evidentemente questa in- ferpretazione è, in
fondo, solipsistica. Affermando Tio soggetto come sola certezza immediata
costante, il solipsismo fa Vipo- stasi dell’unità soggettiva della coscienza,
Il Martinetti che ha chiarito a perfezione questo punto (1) non manca di
avvertire che su questo senso il solipsismo si basa per costituire Vio in unica
realtà sostanziale, e cousiderare i suoi elementi acciden- tali e mutevoli come
fe sue semplici affezioni o i suoi atti. Per confutare la tesi del solipsismo
dimostra che questo senso attri- buito al cogito è del tutto fallace, La sua
dimostrazione è doppia. In primo luogo fa osservare che con questo senso si fa
una distinzione tra l'unica esistenza del soggetto pensante e la non esistenza
dei fenomeni componenti la sua objettività, distinzione che costituisce già
un'interpreftazione metafisica, e quindi pro- cedente da un punto di vista
diverso da quello dell’immediata certezza del cogito, un punto di vista
astratto e derivato da cui dobbiamo fare completa astrazione. In secondo luogo
fa notare che, se questo senso fosse la prova dell’esistenza d'un essere unico
e semplice, cioè Vimmediata certezza d'una sostanza unica e identica nella
diversità dei fe- nomeni, noi dovremmo intuire direttamente questa unità fon-
(1) MartINETTI, Introd. « metaf., damentale
(io soggetto), come alcun che di distinto dai feno- meni. Invece io non trovo
nella mia coscienza nessuno dei suoi elementi che presenti questo carattere (di
assoluta eliminabi- lità, a beneficio della sola unità pensante). «Se io faccio
astrazione da tutto ciò di cui il mio io è conscio, scompare anche il mio io
individuale » (1). Tolti tutti i miei pen- sieri (o pensati) è tolto anche l’io
che in me pensa. Io poi, i1g- giunge, citando Jo Spir, non trovo in me altro
che sensazioni, pensieri, volontà particolari e passeggiere. L’io uno e
identico, che sembra esser da per tutto, non si trova in realtà in nessuna
parte. Non v’è nessun stato di coscienza che sia esclusivamente soggettivo,
come non v’è n'è nessuno che sia esclusivamente og- settivo (2). Questa
dimostrazione è definitiva; da essa discende legittimamente la tesi della
subobjettività del conoscere. In base ad essa affermiamo che il cogito
cartesiano significa S r O, cioè un rapporto tale che se io potessi togliere il
mio oggetto, toglierei anche l'io, cioè l'essere S che in me pensa. Considerato
indipendentemente dal nesso S r O, l'io-soggetto è una genera- lità vuota,
un’astrazione. Per ciò concludo che il fondamento cartestano del solipsismo
manca del tutto. Consideriamo in secondo luogo lio penso di Kant. Quando il
solipsismo dice che l'io penso kantiano è il presupposto fonda- mentale d'ogni
conoscenza e d'ogni affermazione di realtà rico- nosce una cosa nota e
verissima, ma non può dedurne il minimo vantaggio per la propria tesi, anzitutto
perchè Kant è realista (cioè antisolipsista) ammettendo il nonmeno, come
oggetto trans- oggettivo, inoltre perchè la coesistenza dei soggetti pensanti è
un fatto kantiano così certo, come è certo che per Kant 1 prin- cipj « priori
della conoscenza servono a costituire in no? (non cià nel solo mio io pensante
individuale) l’esperienza. La validità objettiva del subjettivo non è forse
data da quella forma a priori che vale per tutte le menti percipienti? Perchè,
secondo Kant, possiamo conoscere le leggi della fisica pura? Perchè siamo noi
stessi i produttori della natura, in quanto è il nostro spirito che ne pone le
condizioni, i fondamenti, i prin-
MARTINETTI, op. cil., pag. 126. MARTINETTI
Gipj che la fanno essere e «la fanno essere ciò che è ». La realtà è costruita
formalmente da noi, etco perchè noi la possiamo co- noscere. E in fondo il
principio vichiano del vero che si con- verte col fatto. Ciò, perchè, secondo
Kant, il principio costitu- tivo della realtà s'identifica col principio
dell’attività forma- trice dello spirito. Mai lio individuale nella verità
objettiva, secondo Kant, sempre il noi. La nostra sensibilità, il nostro in-
telletto, il nostro giudicare, insomma la nostra conoscenza, ecco ciò che ci
salva dalla mera apparenza, individuale, arbitraria. In ogni caso di verità,
Vio individuale è trasceso dall’univer- sale. Il mio, il tuo, il suo è trasceso
dal nostro, cioè dalla nostra comune natura di conoscere in quanto è possibile
a priori. Trascende l'individuo, ma è immanente in tutti eli individui. J
Vimmanenza del nostro. Direi: è ciò che è più nostro d'ogni altra cosa, liu
nostra. vera e propria intimità, il no- strissimo nostro. Quindi la negazione
del solipsismo. Ecco il vero Kant. Che è dunque l’io penso? Non è che la
condizione lo- gica d’ogni giudizio, una rappresentazione «una e identica in
tutte le coscienze ». Che più? Kant, nella Dialettica trascenden- tale,
trattando dell’idea psicologica richiedente Vultimo sog- getto, deferisce come
paralogismo la conversione che faceva la vecchia Psicologia col tradurre Tio
penso, che è una pura fun- zione logica, nella frase fo sono pensante; frase
personificatrice dell’atto della coscienza, frase che converte l’io funzione
logica in io sostanza, frase che sostituisce ad un soggetto logico un sot-
getto reale. In questo equivoco, detto da Kant, il paralogismo dell’idea
psicologica, precipita adunque il solipsismo. Riassu- mendo, il senso ricco di
verità dell’io penso hantiano è contra. rio al solipsismo. Perciò è evidente
che anche il fondamento kantiano al solipsismo manca del tutto. Se ora,
raccogliamo i due risultati della critica del cogito di Descartes e dell'io
penso di Kant, risulta un’altra volta che la conoscenza non è fatto
esclusivamente subjettivo, bensì subo- bjettivo. Ecco la conclusione
antisolipsistica che deriva neces- sariamente dall’esigenza fondamentale del
conoscere, invocata Con sì poca fortuna dal solipsismo. Unaltra apparente
difficoltà. che bisogna levar di mezzo è l’ipotesi dell’indipendenza di un
mondo ertra mentem meam. Il solipsismo si affanna sempre a provare che questa
ipotesi è inammissibile e continuamente domanda, d’accordo collo scetti- cismo:
— come si ‘può affermare l’esistenza d’un’oggettività in- dipendente dal
soggetto, se l'affermazione di un reale che può esistere indipendente da me
presuppone implicitamente il mio Stesso. pensiero che lo pone e lo contempla?
Ma la più leg- gera riflessione convince che qui il solipsismo regala a tutti i
Suoi oppositori una tesi viziata dalla base, che è solo Yargo- mento fallace di
alcuni di essi. Invero una ben più giusta do- manda si può rivolgere al
solipsismo: — siete voi sicuro che la concezione antisolipsistica debba
insistere sul principio dell’in- dipendenza? Non può negarsi all’incontro che
la concezione su- bobjettiva si mise su miglior via, ammettendo con tutta la
cri- tica del relativismo, che è fallace la credenza nella realtà d’un oggetto
indipendente dal soggetto, ammettendo che nessun og- getto può esistere senza
un soggetto che lo percepisca, ossia che la sua esistenza consista nell'essere
conosciuto nella relazione S ro. Dunque non è questione d’indipendenza
dell’oggetto dal soggetto, è anzi questione di dipendenza reciproca. In tutti i
casì è piuttosto il solipsismo che afferma la tesi assurda dell’in- dipendenza,
proclamando la possibilità dell’esistenza della mia mente crtra mundum meum.
Contro il solipsismo noi ricono- sciamo che nessun soggetto percipiente può
esistere senza un 0g- getto percepito. L'esistenza del soggetto consiste
nell’esser co- noscente un oggetto, nella relazione S r O. Il vero reale così
dell'essere come del conoscere è Punità S r O, non ciò che è solo S. E dalla
relazione S r O che io non posso uscire, non da S. Di qui possiamo già
raccogliere che per conoscere l’oggetto al- tro dal soggetto, V’io non ha punto
bisogno di uscire da sè. Chi parla d’altri spiriti esistenti e li afferma in
relazione con sé, non ha punto bisogno di affermare la loro assoluta indipen-
denza dal sno pensiero che il solipsismo ha, in questo, tanto ra- gione di negare.
E, posto questo concetto del pensiero come subobjettività, V'i- dentificazione
della realtà col pensiero in senso universale non che. condurre al postulato
dell’universalità dello Spirito sog- gettivo (cioè all’Io trascendentale, al
Soggetto assoluto) risponde invece al bisogno di eliminare Peterna domanda :
pensiero di chi? L'impossibilità di
identificare il tutto (S r O) ad uno dei suoi fattori, qualunque sia, riveste
il carattere della più inconenssa verità. Ciò premesso, finchè non mi è negato
il fatto che la conoscen- za implica sempre S r O, io ne affermo il possesso è
dico che io non ho certezza soltanto del mio S individuale e astratto, ma della
mia concreta individualità, come S r O. Questa è l’unica realtà che io posso,
anzi devo, senza il minimo dubbio, affer- mare. L'affermazione d’un reale (0)
assolutamente indipenden- te da me (S) non mi riguarda. Se questo è il vizio
radicale del realismo, io — come subobjettivista — resto indifferente. Posso
invece respingere il solipsismo, quando esso attribuisce senso e valore
gnoseologico e metafisico alla tesi che dei due ter- mini della conoscenza, il
soggetto e l'oggetto, «l’oggetto è logi. camente subordinato al soggetto, dal
quale dipende» (1). ITo già indicato che bisogna levar di mezzo la questione
dell’indi- pendenza assoluta, ora aggiungo che bisogna anche eliminare
l'equivoco sul modo di interpretare la relazione di subordina- zione
dell’oggetto al soggetto. Principalissima sorgente delle più vane controversie
nel campo scientifico e filosofico è la man- cata analisi del concetto di
relazione. Per essa avvengono i pe- ritolosi trapassi dal senso logico al senso
extralogico e, nel caso che ora ci interessa, il passaggio dalla subordinazione
logica dell'oggetto al soggetto logico alla subordinazione reale dell’og- getto
al soggetto reale. Se dal punto di vista logico astratto posso ammettere che
gli altri io e... tutto il resto non sono altro, in ultima analisi, che oggetti
per il mio pensiero, subordinati logicamente a me, cioè al soggetto, punto
centrale e permanente di riferimento dell’altro, qual ragione ontologica mi
autoriz- zerà a dire che tutti gli esseri che penso sono subordinati real-
mente al mio lo pensante? La ragione, in apparenza decisiva, che il solipsista
non si perita d’indicare, quella cioè che «lo Stesso concetto di essere e di
realtà è una produzione del mio pensiero »), presenta il curioso inconveniente
d’esigere per la sua accettazione che siano già rimosse tutte le ragioni
contrarie alla tesi del solipsismo.
LEvI, Sceptica, Torino, Paravia Bastino questi pochi cenni a determinare
la. posizione gratui- ta nonchè illusoria di questa tesì. In quanto asserisce
che la na- tura come oggettività è creata interamente dallo spirito come
soggetto e che fuori della realtà del soggetto pensante è nulla, il solipsismo
si rivela una delle tante varietà del soggettivismo assoluto che ha la magica
virtù di abbagliare tante menti, is- sorbendo tutta la realtà nella voragine
dell’ipse particolare. L’elisione del solipsismo che costituisce il punto di
arrivo della ricerca teoretica forma ora il punto di partenza della ricerca
morale. Qui la vita pratica che è di sua natura so- ciale, esige il
riconoscimento della realtà e della relativa auto- nomia di altri esseri umani.
So bene che alcuni solipsisti, per quanto abbiano legata la loro sorte alle
scetticismo teoretico, riconoscono questa neces- saria esigenza della coscienza
morale. Ma che altro fanno essi, in realtà, se non adoperarsi, quanto è in
loro, per annunciare che «ciò riguarda soltanto Pazione, non la conoscenza ?
)») Certo è che questa distinzione non è altro che un argomento: sofistico. È
tanto vivo, profondo, irresistibile nella coscienza umana il bisogno d’una
ragione che riconosca l’unità fondamentale della coscienza, che accentri
l'essere e il dover essere, quanto il bi- sogno di un criterio che associi
agire al sapere. Ogni violazione dell’integrità della coscienza umana trae seco
inevitabilmente la sua rovina. Chi disgiunge il conoscere dal- l'operare non è
più capace di vivere umanamente. Come possia mo operare bene senza conoscere?
Come possiamo esaminare, criticare, discutere, ragionare infine secondo le
esigenze fonda- mentali del conoscere, accettare una concezione teoretica del
reale o rifiutarla, senza operare? Non è forse un giudizio — sin- tetizzante il
reale e Videale — che determina e costituisce il principio della legge morale?
Una coscienza che prescinda da ogni conoscenza non è idonea a fornire una guida
ragionevole, & raggiungere un bene verace, ad assicurarsi uno sirumento fe-
condo di moralità e di progresso. Disconosce la natura della fi- losofia chi
separa la verità dalla libertà, non è più umano in nessuna occasione chiunque
spezza la sua coscienza, non ordini ll pensiero all’azione si condanna a vivere
nell’assurdo. Da queste nette
dichiarazioni si comprende che il pensiero tecretico ha nel presente sistema
una parte di gran lunga mag- giore di quella che gli assegna il solipsismo.
Potrebbe tuttavia sembrare a prima giunta che qui si voglia invocare la
concezione teoretica della causalità per fondare l'etica sul principio astratto
della conoscenza, conforme alla tesi dell'intellettualismo. Ma è da avvertire
che il propo- sito è ben diverso. Si vuole bensì espressamente convalidare la
tesi dell'applicazione della causalità nella vita morale, ma per mantenere il
fondamentale principio d'ordine e d’unità, ond°ò costituita la conoscenza del
vero e la pratica del bene; ordine e unità delle idee e delle azioni,
procedenti dalla natura stessa dello spirito e delle cose, noi dipendenti
dall'autorità 0 dall'ir- bitrio di chi che sia. In altro punto, non meno grave,
bisogna rintuzzare le pretese dell’intellettnalismo. Sappiamo che la scienza è
il titolo più abusato dagli intellettualisti per passare con estrema furia,
dalla cognizione delle cause naturali all’apprezzamento del senso e ‘alore
della vita. Quindi eccessivamente si vanta la verità scien- tifica, più
precisamente la si trascina fuori del campo suo: quindi qualcuno sentenzia che,
fuor di essa, non c'è nulla di sicuro quaggiù, che solo essa fonda e deve
fondare l’interpre- tazione e l'orientamento della nostra condotta. Ma all’atto
pratico è sempre evidente che la sola scienza non basta a risolvere i problemi
morali. Se consulto la matematica non risolve il problema dell'amore, se
consulto li fisica non risolvo il problema della Hbertà. Vedo anzi che la
scienza può diventare un formidabile strumento di distruzione e di morte;
l'oppressione dell'ignorante, la cinica superbia d'un generale. Se qualche
volta la scienza è impiegata a fin di bene benchè vi si presti
meravigliosamente, trovo che essa è indifferente così al male come al bene.
Invece di fornire il principio direttivo della condotta morale, essa fornisce
al ricco il mezzo di inven- tare nuove macchine per lo sfruttamento dei poveri,
fornisce al povero, infelicissimo, il mezzo di inventare nuovi ordigni per la
protesta, per la rivolta, per Ta demolizione. Ogni guerra mette In Aubbio
l'umanità della scienza : come sciogliere il dubbio ? Se an- dI A. Pastore Il
problema della causalità che l'uomo
civilizzato troppo sovente soffre pel peso della scien- za, il moralista non ha
il diritto di reclamare ? Se il diritto della verità è sacrosanto in vista dei
beneficj, questo diritto non deve cessare quando assicura l’ingiustizia, la
barbarie, l’infelicità ? Se colla scienza mi fo lupo sempre più complicato e
bramoso, in ve- rità, non devo fare ogni sforzo per ridiscendere al livello
degli umili, dei semplici e degli altruisti? Che mi fa la conoscenza
scientifica dei rapporti costanti della realtà ? Mi dà certo un cre- scente
dominio sulla potenza della natura. Non credo tuttavia che possa neanche
servirmi a domandare la carità colla verità alla mano. In sostanza, posso dare
torto a coloro che si lasciano in- vadere da uno scetticismo antiscientifico
scoraggiante? Par- rebbe, perchè il poeta ha detto: Felice colui che potè
conoscere le cause delle cose. Sia: ma sorge un nuovo ostacolo. È se il
progresso nella conoscenza della causalità venisse ad uccidere in noi medesimi
il principio della nostra dignità? Tanti filosofi, in- vero, da Kant a Bergson,
sostengono che la causalità sopprime radicalmente la libertà. Ma è vera questa
dottrina? Se fosse vera, non potrebbe essere più tragica la funzione della
scienza. I dubbj contro il valore liberale della causalità sono fortissi- mi;
giù lo vedemmo nell’ultimo cap. della Sez. II. Il fatto solo, si dice, che la
scienza trascura le infinite varia- zioni individuali non lascia supporre che
il suo residuo possa magari essere la capacità della libertà? Bisogna dunque
inda- gare. Nelle operazioni scientifiche compiute coll’intelletto 1’no- mo
deve fare astrazione da tutto ciò che è più vivo e vibrante dentro di sè, da
tutti gli elementi personali, che rapirebbero Ll'oggetfività cioè la validità
universale e necessaria della legge. Si può dunque capire perchè Bergson
dichiari che l’intelligenza è caratterizzata da un’assoluta incomprensione
della vita. La scienza non è tutta la vita. Anzi io sento che se io voglio
stare solo con tutte le astrazioni che, non da me vuole la scienza, ma che io
devo volere per essa, io rinuncio ad una parte della mia concreta realtà ;
sento che concedendo una dissociazione concedo una frazione della mia unità.
Certo si può far mercato di tutto, anche della nostra concretezza i ma che
valore vitale ha dunque una disciplina che impone tante mutilazioni ?
Procedendo, il dilemma fra scienza e morale si trasforma nel + _ ee dilemma tra
la morte e la vita. Rieccoci nel vuoto. La scienza è tendenza alla morte? Se la
domanda è eccessiva, almeno non possiamo nascondere che la verità scientifica
in genere è senza cuore, senz'anima, senza intrinseca moralità. Dite lo stesso
della conoscenza causale. In una parola, il problema causale si riduce a zero,
se l’uomo, stanco della ragione astratta, non sia capace omai d’altro che di
cercare il valore della vita in funzioni meno razionali, abbandonandosi alla
cecità dell’istinto o del senti- mento o della fantasia. Finalmente, la ricerca
stessa del valore della vita è viziata nel suo punto di partenza: cercare il
valore della mia vita? Quale commedia ! ma prima dovrei credere all’importanza
della mia esistenza, delle mie fatiche, della mia stessa utopia. Pure, non c'è
rimedio. Comica o no, questa è l’esigenza. della, vita. E la verità scientifica
a sua volta non avrà ai nostri occhi alcun valore morale, se prima l’umanità
non giungerà a giusti- ficare moralmente la sua più ampia ragione d’essere
nell’uni- verso. Bisogna adunque scrutare il senso e il valore della vita
umana. Non posso dimostrarli scientificamente, perchè la vita non è un teorema;
mi limito a verificarli. Vedremo se questa verifica darà il valore morale della
verità, in ordine al problema delle cause.
Fondamento causale della libertà. Concetto generale della natura umana.
L'uomo come autocoscienza pro- gressiva dell’unitiv psicofisica del reale. — $
2. Duplice aspetto del problema della libertà dal punto di vista causale: la
volontà come causa e la volontà come effetto, Duplice aspetto del processo
formativo della libertà: amorale e morale, analitico e sintetico, temporale e
intemporale. Tre fatti costanti. Senso del potenziamento causale applicato alla
vita psichica. La necessità del rapporto causale come condizione necessaria
della libertà. Determinazione dei caratteri specifici della libertà. La libertà
come novus ordo. — $ 7. Quattro tesi negative; tesi affermativa. — $ $.
Schiarimenti. Natura psicologica del centro di causalità autocosciente, pro-
dotto dal potenziamento. Risaliamo
rapidamente al concetto generale della na- tura umana, per derivarne il senso
della sua possibile libertà e il valore della sua vita nell'universo. Si
ammetterà facilmente la premessa che tutti noi nomini ab- biamo un principio
comune costituente la radice unitaria e fon- damentale della nostra natura.
Secondo i priucipj esposti nella Sezione precedente (Capo 1), aggiungiamo che
nella nostra na- tura si riscontra la natura medesima che è essenziale alla
realtà. E poichè la realtà, secondo noi, è psicofisica nella sua essenza e sì
sviluppa secondo la legge dell'individuazione progressiva e la storia dimostra
che l'individuazione umana passa da forme inferiori di coscienza a forme
superiori d’antocoscienza, la no- stra concezione della natura umana (che non è
solo soggettività ma subobjettività) si può riassumere così: la vita umana è un
8tUppo d’organi e di funzioni costituenti un sistema di centri periferici
d’attività intorno ad un centro interno d’individua- zione, in Cui
progressivamente si attua l’autocoscienza dell’unità psicofisica del reale.
L'uomo quindi, sotto questo riguardo, può definirsi l’unità di un sistema di
centri psicofisici d’attività in evoluzione dalla coxcienza all'autocoscienza,
o, più brevemente, l’autocoscienza progressiva dell'unità psicofisica del
reale. Gili elementi della natura umana così concepita si devono di- stinguere
per due aspetti: l’uno esterno, l’altro interno. Quello esprime la molteplicità
dei centri del sistema, questo l’unità centrale o centro dei centri. Del centro
dei centri si può dire che è la vera essenza del- l’uomo cioè l’unità sintetica
fondamentale che costituisce l’u- manità. dell’uomo medesimo. Questa unità
centrale è insieme conoscenza sentimento e volontà e in questo senso si dice
spi- rituale. La sua formazione è evolutiva e virtualmente identica in ogni
individuo, benchè la sua attuazione, caso per caso, sia ben diversa per
quantità e qualità. | a) La sua funzione conoscitiva è appercettiva perchè si
attua come opera tipica di selezione e di rannodamento di ve- rità; b) La sua
funzione patetica è espansiva perchè in tutte le gioje che hanno il carattere
sacro dell’amore è il cuore del. l'individuo che batte all’unisono col cuore
dell’umanità; c) La sua funzione volitiva è antlegoistica e liberatrice percliè
si sviluppa come bontà disinteressata nell’interesse su-, premo della specie a
prezzo dello sforzo, del dolore e anche della morte degli individui. JI centri
ambienti sono le funzioni inferiori che, per le loro esigenze particolaristiche
e quindi antagonistiche, costituiscono la non umanità, pur congiunta (ma con
relativa indipendenza) all’unità dell’io umano, cioè le cognizioni aberranti,
gli amori ciechi, le volizioni eccentriche della vita. Yz. — Partendo ora dal
concetto di questa natura, come mai sì può dedurne il potere della nostra autonomia
personale di cui abbiamo la più chiara coscienza, quel potere che ci fa entro
certo limiti dominare la fatalità, per cui non restiamo indifferenti alla lode
e all’ingiuria, apprezziamo gli onesti, disprez- ziamo i vigliacchi, ammettiamo
le responsabilità, in breve ci arroghiamo il diritto di giudicare il merito o
il demerito, di punire il vizio, di premiare la virtà? Questa deduzione sarebbe
senza dubbio ostruita da un grande cumulo di equivoci se nel problema della
libertà dal punto di vista causale non si distin- guesse accuratamente la
teoria della volontà come causa dalla teoria della volontà come eifetto. Questa
distinzione è uno dei più notabili e radicali progressi così della psicologia
come della morale. Li La teoria della volontà come causa contempla l’azione
morale nei puri rapporti colla volontà dell’agente, secondo il principio della
libertà d’azione. La teoria della volontà come effetto contempla la volontà
del- l’agente nei suoi rapporti colle sue condizioni determinanti, se- condo il
principio del potenziamento causale. Il primo aspetto è fuori di controversia,
benchè possa rice- vere interpretazioni diverse. Il secondo è ancora sub
judice, quindi richiede un'analisi speciale. S'è cercato di mostrare che la
questione della psicogenesi aitio- logica della libertà è infondata,
protestando che la libertà. ha un'origine sopranaturale e ipercausale. Nulla è
più contrario “alla verosimiglianza. l’er comprenderlo bisogna sviscerare la
teoria del potenziamento causale, che per rispetto al problema morale ha nella
produzione della libertà un'importanza pari a quella che ha nella produzione
della ricchezza la teoria del ca- pitale per rispetto al problema economico.
Perchè dalla chiara nozione della natura e dell'uflicio del potenziamento
causale di pende in gran parte la chiara notizia degli elementi produttivi del
bene e della stessa produzione della libertà. Alla parità di importanza si
aggiunge una profonda analogia (nel concetto € nel processo di formazione) che
potrebbe dar luogo ai più erro- nei malintesi se non fosse interpretata a norma
delle avvertenze seguenti. In primo luogo, nel significato della libertà, tutte
indistinta. mente le azioni sono sempre amorali se si riguardi alle cause da
cui sono prodotte e ai mezzi con cui si rivelano, tutte sono morali se si
riguardi all'effetto che sono destinate a produrre e al fine a cui sono
consapevolmente rivolte. Il primo aspetto è analitico, il secondo sintetico;
perciò la trattazione del primo non pregiudica nè annulla quella del secondo,
anzi ci fornisce la spiegazione positiva delle condizioni che lo rendono
possibile. Nel primo caso non si fa che indicare un cammino, nel secondo si
autentica un valore. Col primo non si fa neppure una inter- pretazione
meccanicit, nè si deduce il superiore dall’inferiore, non si fa che indicare un
costante rapporto fra certe condizioni determinanti e certe altre determinate.
Che un fatto prevalente- mente psichico si svolga da condizioni prevalentemente
fisiche e in veste amorale non'implica contradizione. Ciò è dovuto alla natura
psicofisica di tutta la realtà. In secondo luogo l'aspetto amorale della
libertà importa la considerazione del tempo, l’aspetto morale ne importa
l’astra- zione. Si spezzerebbe l'unità strutturale della realtà umana trascn-
rando uno di questi aspetti, In questo errore incorre la scuola kantiana e
neokantiana quando nega l’origine e lo sviluppo della Jibertà. dello spirito
nel tempo, per affermare che la libertà dello spirito non può ricevere
spiegazione causale. Lo spirito libero da questo punto di vista è, nel suo
essenziale valore, intem po- rale, esso non ebbe mai cominciamento nel tempo
perchè, vera- mente parlando, non è esistito giammai. Da questo errore bi-
sogni tener lontana la trattazione presente, giacchè da un lato la libertà come
fatto psichico non può essere considerata senza precedente causale, Anmnetterla
come una causa senza cansa 0 attribuirle una causa occulta è contentarsi d’una
spiegazione morale apparente; dall'altro la libertà come fatto etico non può
essere considerata senza valore. Ammetterla come un cef- fetto senza importanza
morale o attribuirle il valore d’un sem- plice riflesso epifenomenico è
contentarsi. d'una spregazione amorale. Con queste avvertenze possiamo farci
della libertà una no- zione tutta diversa da quella degli innatisti. Questi,
ignorand» che bisogna distinguere il fatto dal valore, e che il fatto attinge
la sua ragione d'essere alla natura psicofisica del reale, mentre ll valore
Vattinge alle fonti dell'ideale, cercano di sbarazzarsi d'ogni preocenpazione
di fatto, e si credono guariti dal positivismo quando in un modo o nell'altro
sono riusciti a considerare la libertà come un'entità concreta esistente
all’infuori e al di- sopra degli uomini che ne possono disporre. Così dicono
che la libertà fa vivere l’uomo moralmente, come il volgare dice che la vita ci
fa vivere e la morte ci uccide; mentre nè la libertà, nè la morte hanno realtà
fuori dell'uomo libero e vivo, altro non essendo esse se non termini astratti,
per mezzo dei quali deno- miniamo processi e momenti umani di attività, e nel
caso della libertà tutto riducendosi all'elevazione dello spirito dalla can-
sazione esterna ed interna, cieca, eteronoma e coattir alla sua Capacità
d'autononna, d'antocoscienza, d’autocausalità. Elimi- nate quindi le soluzioni
mitologiche, tenute sempre presente la: distinzione del fatto storico e del
valore morale, possiamo ana. lizzare objettivamente le successive fasi del
potenziamento can- sale della libertà. è 3, — AA più riprese, nel corso
dell'opera, abbiamo riscontrato: tre fatti costanti: 1° il valore causale
d'ogni etfetto, 2° il valore di novità d’ogni effetto, 3° la moltiplicazione
del valore causale degli effetti, dovuta alla confluenza degli effetti, anche
minimi. Il primo, se non è dei: più notorj e meglio accertati che ne attesti
l'esperienza, implica però una tale probabilità che equi- vale in pratica ed in
generale alla vera e propria condizione che rende possibile Timmensa catena
dell'universo. Trasportato nel Campo della vita psichica viene a dire che ogni
produzione di effetti mentali è produzione di causalità. Che ogni oggetto sia
causa (d'altro effetto), che ogni condizionato sia a sua volta Condizionaute,
che nulla, in altri termini, sia senza azione, è un principio ovvio anche nella
vita mentale, com’è ovvio il prin- Cipio che ogni causa è effetto d'altra
causa. Per esso noi rico- Mosciamo che nessun processo mentale è destituito
d'efficacia (1). = elcriue e (1) Continuando V'esplicazione di questo prineipio
possiamo aggiungere che il processo mentale, quando effettivamente si verifica
nel suo ordine interno, esercita pure una vera azione pratica nell'ordine
esterno costituendo la condi- zione sine qua non dell’atto esterno. Questa
realizzazione effettiva del processo mentale è resa possibile dal fatto che lo
spivito non è già un semplice riflesso @pifenomenico ma esso medesimo
essenziale ed etfettiva realtà. Da questo Il secondo invece è lampante in ogni
caso di rapporto causale, come fu già avvertito a suo luogo. La prova più
manifesta che la causalità non esclude la produzione del nuovo, anzi l’importa,
consiste in ciò che, se non l’importasse, la cansalità si risol- verebbe
nell’identità e non produrrebbe nessun effetto. A suo Jogo provammo che il
rapporto cansale mentre importa succes- sione e necessità, importa pure
relativa identità e relativa dif- ferenza (1). Trasportato nel campo della vita
psichica questo principio viene a dire che ogni produzione di effetti mentali è
produzione di novità (di risnltanza sui generis). Da ogni pro- fesso causativo
risulta una causalità nuova come effetto di quella. Il terzo è, come il primo,
poco noto e accertato ; pure è forse impossibile render conto delle sintesi
causali e quindi della va- rietà infinita dell'universo, se non a patto di
riconoscere che nell'intreccio dei fatti. i valori causali degli effetti, anche
mi- nimi, si associano e producono un aumento d’attività causatrice a seconda
di certe condizioni che ora è inutile annoverare. Tra. sportato nel campo della
vita psichica questo principio viene a dire quanto esprime la legge psicologica
wundtiana dell’ac- crescimento dell'energia psichica (1* legge di evoluzione),
ap- plicazione della legge delle risultanze (2* legge di relazione). \4, — Ne
ogni effetto mentale è produzione di causalità, se ogni effetto mentale è
produzione di novità, se gli effetti mentali si associano tra loro in
risultanze crescenti di composizione, è giusto concludere che la comproduzione
di effetti mentali è pro- duzione crescente di nuovo potere causale nella
coscienza. Da più processi causativi immediati può risultare una causalità
nuova come effetto mediato di quelli. E poichè gli esseri viventi. secondo il
grande principio dell'evoluzione, tendono costante. mente ad acquistare, a
conservare e a tramandare i progressi che sono vantaggiosi alla loro esistenza,
il processo di tesaunriz- punto di vista la pretesa di determinare la
causazione incausale della libertà si rivela, come notammo più volte,
un'illusione. La soluzione di un problema di questo genere è condizionata dal
concetto che ci sappiamo fare dell’ordine delle azioni individuali e sociali e
massimamente dalla connessione delle idea- lità, donde risulta Pkumnaritas e il
suo continuo incremento. zazione della risultante causale nuova si traduce in
pratica nella costituzione d’un centro psichico di crescente spontaneità, nel
medesimo tempo conoscitivo, attettivo e volitivo i cui effetti gradatamente più
liberi vengono registrati dall’esperienza. Tale è il senso del potenziamento
causale applicato alla vita psichica. Per questo processo si ingenerano nella
vita umana relazioni e complicazioni multiformi fra la possibilità di causare
effetti relativamente nuovi (causazione mediata) e la volontà di vivere
conforme ai fini individuali e sociali che hanno un'importanza grandissima
nell'economia materale e spirituale della condotta. L'effetto più sorprendente
di questo processo è la produzione della libertà. l’rocuriamo ora di
comprendere come questo pro- cesso abbia quel grado di costanza e di stabilità
che compete alle opere della natura e dello spirito. So. — Se tali sono le
condizioni della formazione naturale della libertà alle quali ci richiama
analiticamente la critica, non è affatto evidente che l'atfermazione della
libertà sia legata alla negazione della causalità fenomenica e non possa
interessatei che da un punto di vista puramente antistorico. Non c'è più, prima
di tutto, da objettare la vecchia antino- mia fra la libertà e la necessità,
perchè essa viene risolta dalla natura stessa del rapporto causale. Questo punto
è già stato accennato nel capo Vo della Sezione precedente trattando del
determinismo e dell’indeterminismo. Più chiaramente ora si intende che la
hbertà ha limiti posti dalle condizioni formali e materiali nei quali deve
realizzarsi come espressione dell'attività di un soggetto capace di operare una
scelta. Ciò è possibile in quanto il senziente acquista conoscenza. e
coscienza. della. ne- cessità del rapporto causale determinabile e può
prevedere. Se il rapporto causale determinabile non fosse sostanzialmente ne-
Cessario nessuna previsione e quindi nessuna libertà di elezione e d’azione
sarebbe possibile, ma vi sarebbe solamente un incon- scio dibattersi in un
tutto caotico, ove nessuna coscienza e nes- sun ordine di condotta sarebbe
pensabile. La necessità del ran- porto causale quindi non solo non è antinomica
colla liberta, ma ne è la condizione necessari. i D'altra parte la causalità
stessa non è chiusa e finita, ma progrediente per successivo sviluppo. Ogni
fase è aumento sotto certi rispetti della fase anteriore, mentre sotto altri
rispetti è ad essa equivalente, come s'è veduto nella Sezione antecedente.
Questo amumento per successive fasìî è potenziamento causale ed è la maggior
via che permette alla libertà di esplicarsi conforme ai fini della vita umana.
| SG. — Ni opporrà forse che, ammessa la formazione naturale del potenziamento
causale della libertà, posta cioè la libertà del- l'uomo come l’effetto, per
quanto mediato e relativamente nuo- vo, del suo potenziamento causale siamo al
caso di prima, cioè ricadiamo nel determinismo causale, nella saerva necessitas
della causalità? Raglionando così si tronca senza esame, nel senso del
dogmatismo antiaitiologico, il problema della libertà che è dop- pio, quello
morale (sintetico) della volontà come causa e quello amorale (analitico) della
volontà come effetto. Sta di fatto che non è punto evidente che la nostra
critica debba rinunciare al- l’indagine se la libertà abbia senso e valore
psicologico, quando si consideri come effetto del potenziamento causale. E come
non riconoscere che il potenziamento causale è tutto e sempre psico- fisico e
subobjettivo( non solo oggettivo) e perciò che in esso nol già disponiamo dei
due fattori nonchè dei due punti di vista sulla realtà di quel processo vivente
in forma S r O che nessnna sintesi artificiale è capace di produrre? La
legittimità di una volontà libera, infine non sì può misurare che colla
determina- zione dei caratteri specifici della libertà, che sono due : I° la
capacità d’inibizione, 2° la capacità d'iniziativa. Il primo dà il concetto
negativo della Hbertà, il secondo ne dà il concetto positivo. Ora noi vediamo
appunto che il potenzia- mento causale della libertà si realizza per gradi
diversi. Una prima libertà è il potere difensivo e reattivo di opporre alle
cause cieche e meccaniche sia dell'ambiente esterno, sia del tem- peramento
(prodotto naturale connesso a cause fisiologiche), sia dell'educazione
(prodotto artificiale connesso all’ambiente so- “ cdale), una causalità nuova,
che permette di non cedere alla coa- zione, Una seconda libertà è il potere
effettivo di realizzare una con- trocausalità atta sia ad attribuire nuova
efficacia a qualche motivo determinante, sia a lanciarsi in una direzione nuova
se- condo un fine consapevolmente proposto e con mezzi deliberata- mente
prescelti, Vediamo dunque che in primo luogo la liberazione dell’io dalla
servitù degli impulsi inferiori (indipendenza dalla causalità ete- ronoma), in
secondo Inogo l'autodeterminazione dell’io per cau- salità propria (causalità
autonoma) assicurano alla volontà, ar- ricchita di potenziamento causale, Vuso
innegabile d'una vera e propria libertà. Vediamo che lVandatura generale del
potenzia- mento causale che procede dal momento negativo al positivo, luugi
dall'essere in opposizione coi caratteri costitutivi della li- bertà, vi appare
al contrario singolarmente conforme. Se il po- teuziamernito cansale produce un
nuovo centro di causalità; pos- siamo trascurare questo eratide fatto della
produzione del nuovo? Se la volontà è così in armoiia coi caratteri più
salienti della li- bertà non ne segue che debba ancora risolversi nella sua
nega- zione. Una volontà libera dalla coazione potrà ancora dirsi coatta? Siamo
piuttosto propensi a ritenere che una volontà ca- pace di agire secondo la
propria norma, capace cioè di realizzare in sè il proprio ideale, vivendo in
esso e per esso, è nna volontà libera. Riassumendo, i caratteri predetti, cioè
: 1° efficacia, novità, accrescimento graduale degli effetti : 2° capacità
d'inibizione e capacità d’imiziativa, | bastano a giustificare la tesi che la
libertà effettuata per poten- ziamento causale è produzione d'un novus ordo, Le
diverse manifestazioni della volontà libera dell’uomo rap- presentano una serie
di potenziamenti causali coi quali l'uomo supera sempre più la causalità
coattiva e supera sè medesimo, Quello che la coscienza ci attesta come una
creazione in appa- renza istantanea e spontanea del presente è in fondo il
lavoro accumulato di centinaja di secoli e di migliaja di generazioni che .
conpvertirono in potenzialità spirituale la rude impulsività del. l’azione
riflessa e dell'istinto costretta a scattare quasi immedia- tamente alla prima
eccitazione. IL la stessa realtà della vita che, poco a poco, tesorizzandosi un
viatico d’attitudine spirituale (1), può proporzionalmente spez. (1) Intorno
alla tesorizzazione degli ettetti utili alli specie, uno pumeiplo biogenetico
importantissimo per la scienza, il più importante forse che sia zare le
dolorose catene che avvincono le più povere vite e costi- tuirsi un mondo a sè,
non dipendente dal volubile accidente, non dipendente dalla tetraggine del
fato, non dipendente dal volere divino. Da ciò si vede che nella nostra libertà
non si rispecchia - tutta la nostra storia, ma solo la storia di quei valori
che hanno potuto convertirsi nelle forme sempre più alte e comprensive della
previdenza e della provvidenza dello spirito. La libertà, sempre più
vantaggiosa per le generazioni future, rampolla dal centro sempre vivo del
potenziamento ‘uusale, alimentato dal laboratorio del tempo. Il segreto della
libertà è qui. Non quale si trova segnato nelle carte fantastiche del dogma-
tismo. La libertà, a dir breve, non tanto è, quanto continuamente diventa con
.lunga e faticosa elaborazione. La sua funzione in fondo si fa palese ed è la
sostituzione della causalità mediata in- feriore alla causalità immediata
esteriore. La libertà pertanto non esce dai sillogismi, o dal seno d'una grazia
divina. La sua origine è storica. La fiaccola della libertà brilla consumando
l°e- uefgia causativa del potenziamento. ST. — Tirando le somme di queste
considerazioni e di quelle svolte nell'ultimo capo della Sezione precedente
(Determinismo e indeterminismo) sembrano giustificate quattro tesi negative, ec
una positiva di capitale importanza : 1° la tesi che nega la fatale
coordinazione sia al passato sia al presente d'ogni atto volitivo, cioè la
negazione del gretto de- terminismo ; | 2° da tesì che nega il Hbero arbitrio
fondato sull’indifferenza del volere; 3° la tesi che nega il contingentismo
indeterministico asso- luto; 4° Ta tesi che nega il teologismo e la libertà
mitica; 5° la tesi che afferma la capacità di realizzare un ordine stato
proposto in sostituzione della dogmatica causa finale, è quello della
moltiplicazione degli efetti utili indiretti dovuto al Lugaro (Riv. di
Patologia nervosa e mentale, XVIII, fase, 3). La portata filosofica di questo
principio non è ancora stata — ch'io sappia — messa in luce dalla critica.
nuovo e futuro di fatti, cioè l'affermazione della capacità. posi- tiva della
libertà, presumente la capacità negativa di inibizione e Ja formazione naturale
della volontà libera per potenziamento successivo di causalità. Quest'ultima
tesì non solo importa la conciliazione della li- bertà con quella necessità che
è immanente nel processo causale, ma il riconoscimento della causalità come
condizione necessaria della volontà libera. Tutte queste tesi si possono
riassumere in poche parole. Ci siamo persuasi che il ginoco delle energie psi-
siche capaci di libertà non esce dal quadro del potenziamento ‘ausale. $ 8. —
L'inchiesta fatta s'aggira su ciò che precede, non su ciò che segue la libertà,
tanto meno sul suo senso e valore morale. Anche quando la volontà libera ci
appare condizionata necessa - riamente nella sua esistenza e nella sua
intelligibilità da succes. sive fasi di potenziamento cansale non ne viene che
la libertà debba essere concepità materialisticamente. Affermiamo soltanto che
l'atto volontario non può essere libero se non sia convenien-' temente causato
e causante, se cioè non sia causalità nuova e vit- trice d’autonomia. Per la
nostra coscienza immediata, incapace di vedere il come e il perchè degli atti
nostri, Vatto Tbero pare assolutamente incondizionato, non necessitato, senza
causa. Ma l'ipotesi più probabile è che esso sia mediataumente necessitato did
condizioni di cui siamo presentemente inconsapevoli. Perchè un fatto qualunque
accada occorre che vi sia una ragione neces- saria e sufficiente del suo
accadere. Ma non è punto necessario . che cià sia predeterminata la modalità
del fatto possibile, nè che ogni soggetto ne abbia la conoscenza adeguata. Noi
rispettiamo la voce della coscienza attuale. Ma questa vocé evidentemente non
ci dice tutto. Nulla frattanto ci impedisce di riconoscere che il mondo della
volontà libera sia un mondo di causalità che el- fettivamente ci permetta di
agire in una direzione nuova, cioè di causare certi effetti, sottratti ai
vincoli sempre variabili e diversi del presente e a quelli sempre identici e
invariabili del passato. Noi abbiamo sempre diritto di dire che il mondo della
Ibertà psicologica per il suo processo di costituzione potenziale e per il suo
prodotto di originalità esce dalla nostra esperienza psichica ordinaria e sì
afferma come una vita nuova, irriducibile con l'attualità immediata della
natura fisica esteriore. Per la nostra libertà noi ci eleviamo in una direzione
nostra propria e se questa direzione superiore non è imaginabile dal punto di
vi- sta dei determinismi immediati che possiamo valutare, ciò non prova la suna
incausalità, nel tempo stesso non ne annichila il pregio (1). Il problema che
fa nascere questa concezione del fondamento causale della libertà è il seguente
: qual’è la natura psicologica di quel centro di causalità antocosciente che si
viene potenziando evolutivamente dentro di noi? | Abbiamo riconosciuto che la
vera Riwnarnitas dell’uomo è nel- Vunità sintetica fondainentale che
centralizza tutti i valori su- periori di conoscenza, di sentimento e di
volontà. Dunque, da questo punto di vista, non è il solo volere, come direbbe
la scuola schopenhaneriana (2) ma è il vero e integrale valore tipico del- (1)
Ho gia accennato (nell’ultimo capitolo della Sezione precedente) l’intimo nesso
della presente teoria causativa della libertà colla dottrina del De Sarto,
citando il passo in cui si riconosce che «la libertà non implica assenza di
causalità, ma capacità di sottrarsi ad un ordine di causalità (azione dei
motivi estrinseci) per subire una causalità d’ordine superiore » (0p. cit.,
pag. 197). Per meglio dilucidare il senso e il valore di questa dottrina si
tenga ancora pre- sente il seguente tratto. « Il momento di sottrarsi ad un
ordine di cause per sottoporsi ad un altro, se rappresenta una vera e propria
creazione dello spirito, non può essere ri- guardata come una creazione
arbitraria, in quanto è regolata dal bisogno di assurgere ad una dignità
maggiore e quindi ad un grado di realizzazione più perfetta. D'altra parte il
non sentire un tale bisogno, il rimanere sotto il do- minio del meccanismo
psichico non implica in alcun modo contingenza, ma assenzit di libertà, assenza
della capacità di superare la necessità meccanica, e quindi in ultima analisi
predominio di questa. Chi dice libertà, dice capa- cità di progredire, di elevarsi
al disopra dei motivi impulsivi, e tale capacità lungi dall’eseludere la
causalità ne è come l’espressione più potenziata, perchè emergente dalla natura
stessa dell'agente e perchè immanente ». Dk SARLO, op. cil., pag. 197). (2) Di
fronte al Genio della specie imaginato dallo Schopenhauer, qui si pone il Genio
dell'amore, della conoscenza e della volontà umana, che non solo perpetua il
tipo organico ma costituisce il cuore dei cuori, sigilla Ja lo- gica delle
cose, e solidarizza le volizioni per la conquista progressiva dell’av- venire.
Il Drirscn chiama entelechia il principio autonomo che dirige i feno- meni
della vita. Il principio aristotelico dell'entelechia, per rispetto alla forza
motrice del corpo e alla soluzione del problema della spontaneità dello spirito
nella volontè, fu assunto felicemente dal Fiorentino, (Ctr. Etica, ed. Gentile,
Paravia l'umanità che si viene organizzando sinteticamente dentro di noì, come
potere di tronteggiare le ‘multiformi attività eccen- triche che operano alla
luce della coscienza, di moderarne lo slancio, di elaborare prodotti nuovi e
imprimere nuove direzioni Ila nostra condotta. E la presenza di questa attività
sintetica suprema. veramente umana, quindi virtualmente identica in tutti gli
individui e mo- deratrice dei centri periferici, che ciò che truova attivo
quivi attira in sua sustanzia e fassi un’alma soli che vive e sente e sè in sé
rigira, E la presenza di questa suprema attività sintetica, fatta di co-
noscenza di sentimento e di volontà, che spiega la ragione del sacrificio. Ei
A. P. — Il problema della causalità -L’esigenza della libertà di fronte alle
esigenze del sapere. $ 1. Si mette alle prese l’esposto concetto della libertà
colle varie forme del sapere : esperienza, scienza, filosofia. — $ 2. Come già
nel campo empirico il problema della libertà possa ricevere una soluzione
conciliativa. È libero chi è in grado di autocausarsi spiritualmente.
Sostituzione della causalità interna alla causalità esterna. Negazione della
morale al bivio. — $ 3. S'im- posta la disputa fra la libertà attestata dalla
coscienza e la causalità dimo- strata dalla scienza. Insussistenza del
contrasto fra coscienza di libertà e scienza di causalità. Come l’essenza della
libertà sia nè sotto, nè sopra, nè accanto, ma dentro la necessità. Significato
causale della libertà. Come neanche nel campo filosofico abbia senso
l’antinomia della libertà e della causalità. Rifiuto dello scetticismo. Due
punti capitali: 1° io sono libero perchè posso gausare; 2° io non posso causare
liberamente senza causa ragionevole. Si rovescia l’idolo della libertà senza
legge. Di- fesa del bene inteso determinismo. L'’utilitarismo come frutto della
mali- gnità, non della scienza. Nuovo indirizzo ispirato alla riscoperta della
libertà nel portato medesimo della causalità. Prima di procedere alla questione
della libertà morale, mettiamo direttamente alle prese l’esposto concetto di
libertà colle varie forme ed esigenze del sapere, per vedere se e come con
Ognuna di queste sia compatibile. Per raggiungere l’intento dob- biamo
ritornare un momento a cose note e saremo anche costretti a ripetere i principj
del capo antecedente. Possano almeno queste ripetizioni andare a vantaggio
della chia- l'ezza di tutta la teoria. Così nell’uomo come nella natura
accadono fatti in relazione Più o. meno costante fra loro, e, tanto di questi
fatti, quanto di queste relazioni. quanto infine dell'ordine universale, gli
uomini possono in certa misura avere adeguata conoscenza. ca) Per la conoscenza
dei fatti particolari e delle relazioni contingenti serve l'esperienza che è
duplice : esterna ed interna. La prima, per mezzo dei sensi e dei loro relativi
processi com- prendenti le operazioni dell'intelligenza, avverte e associa i
fatti e le relazioni contingenti che succedono fuori dell’uomo, ma non oltre i
suoi limiti sensorj. La seconda, illumina immediata - mente quei fatti e quelle
relazioni che, senza tregua, succedono nell'uomo, cioè sia il giuoco più o meno
sfrenato dei centri peri- ferici, sia l'opera doppiamente produttrice dello spirito
; luna rivolta all'elaborazione e all'impiego dei prodotti dello sviluppo
psichico, Faltra rivolta alla costituzione d’un potenziamento cau- sale
d'energia psichica accumulata nel centro e disponibile se- condo la ragione
centrale che funziona nell’interesse dell’umana natura. b) Per la conoscenza
delle relazioni umiversali e necessarie serve la scienza. cr Per la conoscenza
dell'ordine universale specula la filo- sofia. î 2. — Ora, in primo luogo,
l'errore che proscrive la libertà nel principio del sapere empirico nasce dal
pregiudizio che tutti i fatti e le relazioni avvertibili dalla coscienza
abbiano la stessa origine e lo stesso valore. Invece, secondo l’accennata
teoria, sì possono distinguere in due classi : 1° fatti e relazioni dipendenti
dalle funzioni eccentriche della vita umana, 2° fatti e relazioni dipendenti
dalla funzione centrale. Secondo l’esposta teoria quelli della prima classe
sono relati- vamente indipendenti dalla seconda, così quelli della seconda sono
relativamente indipendenti dalla prima. Chiamiamo non liberi i primi, liberi i
secondi. Sappiamo che d’entrambi fa larga e sicura testimonianza la coscienza,
che qui adegua l’estensione dell’esperienza.
Questa spiegazione presenta una notevole ditferenza da quelle dello
HerBarT e dello SpencER, perchè non accetta che la volontà sia rimorchiata
dalla forza delle rappresentazioni, indipendentemente così dallo spirito come
Appare di qui che già nel campo dell’esperienza il problema della libertà e
della determinazione può ricevere una soluzione contciliativa, ma affatto
diversa da quella di Schopenhauer. In- vero per Schopenhauer il singolo è
assolutamente determinato e sottoposto alla legge della causalità, ma il
singolo nou è che ap- parenza : la volontà per contro che costituisce la realtà
essen- ziale d'ogni singolo è fuori della causalità e in questo senso egli la
ritiene libera. Invece chi bene avverte alla formula dianzi eSpo- sta. per
dichiarare il processo della natura intima dell’uomo. è condotto a capire che
libero è ciò che è fuori della dipendenza delle funzioni eccentriche,
inferiori, ma dentro la dipendenza ar- monica della centrale unità. In questo
senso è libero solo ciò che è determinato dall'io umano che è al nucleo dei
centri ed ha for- mazione autonoma naturale (potenziamento), non ciò che asso-
lutamente si strania da ogni rapporto di causa. Libero è chi è in grado di
autocausarsi spiritualmente. Buono è colui pel quale il bene e il male
dell'umanità sono co ipso un bene e un male proprio. colui che « fassi un'alma
sola, che vive e sente e sè in sé rigira ». colui che si riconosce in quel solo
e medesimo essere che sotfre è gode, ama, pensa e vuole in ciascuno di noi. Ma
que- sta dottrina non ci spinge a concepire lunità umana vivente in ognuno di
noi come un ente astratto d'un contenuto sempre iden- tico e predeterminato
superiore ed estraneo i qualunque motivo dal cui assoluto arbitrio (arbitrizwm
indifferentiaci senza vin- coli o antecedenti scocchi Tazione. Anzitutto perchè
quella vivente sintesi di amore e di conoscen- za e di volontà che costituisce
la ricchezza progressiva di tutti eli uomini, è un centro dinamico concreto in
funzione differen- ziale, intimamente collegato collesperienza evolutiva della
vita umana. In secondo Inogo, perchè, quel che resta. progressiva- nente
potenzitto è un'attitudine spirituale non unit modalità. dalla natura, e del
pari non accetta che tutto ciò che succede nello spirito sia sfornito di
attività originaria e si riduca a un mero rispecchiamento delle relazioni
esteriori. Più tosto idombra la dottrina del Barx e più propriamente feconda
quella del Frontino che ammette la spontaneità dello spirito nella volontà
colla capacità di intrinsecare tutto quello che è dato esternimuente e di
farselo suo, trasformandolo in prodotto spirituale, Ma amche è notevole li . »
A N LI dZeg DION differenza della presente teoria da quella del Frorextixo,
perchè il FroRENTINO non fa parola del potenziamento causale. è la possibilità
d'un fare futuro non un fatto. Il principio della libertà nel campo del sapere
empirito è adunque semplicissimo. Esso consiste nella capacità effettiva che
ogni uomo ha: di cono- scere di amare e di volere, cioè di vivere secondo la
propria na- tura, potenziata nell'ordine causale della vita umana. Per esso
l’uomo inserisce la propria azione causale nell’ insieme delle azioni che
costituiscono lo sviluppo necessario della realtà. Sarà agevole distinguere
questo principio della libertà da ogni altro, rammentando che esso in sostanza
si riduce alla sostituzione della causalità interna all'esterna. Qui sta il
nerbo della solu- zione, la quale ci fa capire che la concezione tradizionale
della morale al bivio (1) e dell’inditferenza della libertà è falsa. Quan- do
il volere umano si trova posto fra due giudizj valutativi op- posti non può
determinarsi, senza motivo, alla scelta, e questa scelta non può non dipendere
dalla causalità del soggetto cioè non esprimere l’intima natura. Se questa
natura fosse qualcosa di fa- tale, o la manifestazione d’un’essenza arcanaTo
d’un noumeno la responsabilità sarebbe perduta. Ma essa invece « sì forma nella
luce della coscienza, e trova in questa le condizioni sufficienti della sua
educazione morale, per questo che la coscienza è na- turalmente la liberazione
dalla servitù dell'impulso. In secondo
luogo passando al sapere scientifico, il problema della relazione fra la
libertà e la verità è meno vasto ma più delicato e profondo. Si domanda: — come
sfuggire all’as- Sopra la falsità del
vecchio pregiudizio della morale al bivio, cfr. DE SarLo: « La libertà, giova
tenerlo bene a mente, non è vacillamento. Non cì sentiamo mai così poco liberi
come quando ci troviamo dinanzi ad un bivio senza che alcun motivo di
preferenza ci si affacci alla mente. In casi di tal fatta la scelta è causale,
ma non è atfatto libera, perchè noi sentiamo che la decisione non può essere
presa da noi, ma è determinata da motivi estrinseci, quali il bisogno di
toglierci da uno stato penoso di indecisione, un'associazione accidentale, ecc.
L'asino di Buridan è tanto poco libero che si trova in balìa del gioco dei
motivi accidentalmente agenti in un dato momento della co- scienza. Quando noi,
esseri ragionevoli, siamo in uno stato d'animo analogo cerchiamo ogni via di
stabilire un ordine trai motivi, di metterci nella posi- zione di preferire,
nel che propriamente si riveli la natura della libertà in- terna ». (0p. cit..
pag. 197-198). (2) Masci, Coscienza, volontà, libertà, 364. E. sempre pel
concetto della libertà morale considerata come causalità del soggetto, cfr.
Masci. Etica surdo se la disputa fra la libertà attestata dalla coscienza e la
causalità dimostrata dalla scienza ci forzasse a concludere che la causalità in
quanto è necessità è assolutamente la negazione della libertà? A chi dare
ragione se coscienza e scienza si con- testano reciprocamente Ie conclusioni?
Per trovare un'uscita, non è necessario lasciar chiusi i cancelli della
causalità, slan- ciandosi in direzione opposta senza fine? — No, non è
necessario. Facciamo tesoro dei risultati raccolti nell'epistemologia. La
scienza fisica, è noto, registra due classi di relazioni variabili : variabili
indipendenti e variabili dipendenti o funzioni che tro- vano la loro
espressione nelle leggi. Chiamiamo particolari e contingenti le prime,
universali e necessarie le seconde. Queste ultime costituistono il vero campo
della scienza. le prime ap partengono ancora al campo empirico in cui brilla La
Iuce della coscienza. Che ne deriva? Che non bisogna scambiare una di. versità
di funzioni con una negazione. L'antinomia fra co- scienza e scienza, fra
esigenza di libertà ed esigenza -di causalità non emerge dal fondo delle cose.
Opporre coscienza di libertà e scienza di causalità è una contradizione
puerile, la lotta sva- nisce nel nulla (1). Perchè, la coscienza empirica è
solo spetta- trice dei fatti che scoccano o dalle tendenze egoistiche eccen-
triche o dal centro antiegoistico dell'unità, non sa e non può attestare che
fatti singoli e rapporti contingenti e non ha alcun bisogno di contestare i
risultati della scienza. Questa, dal canto suo, indagatrice delle connessioni
che restano permanenti sha nella natura esterna sia nella interna, non si cura
che delle re- lazioni universali e necessarie e non ha mai nè preteso nè as-
surrto la funzione etica di fissare i valori della vita rispetto ai Questa conciliazione della necessità colla
libertà fu intesa perfettamente da FicHTE che vide nell’idea d’una legge, che
l’io liberamente impone a sé stesso, l’intima fusione della legge che ha per
contenuto la libertà, colla li- bertà che ba per contenuto la legge. Anche per
Ficute l'intimo nesso che rende possibile questa fusione è la causalità
dell'essere ragionevole, cioè auto- legislativa. Notevolissimo poi è il passo
in cui egli riduce a tale causalità l’attuazione progressiva del concetto di
libertà e ne atferma il senso vitto- rioso : «io ho causalità » significa
sempre: «io allargo i mici contini ». Das System der Sittenlehre (S. W°..
Berlin fini della condotta umana (1). Dove la coscienza determina il singolo e
lascia indeterminate le relazioni, la scienza determina le relazioni e lascia
ivdeterminati i singoli. Ma se questo è, è del tutto vero che tanto la
coscienza quanto la scienza proce- dono per astrazione. Gli intuizionisti
dunque — si conceda ja disgressione col proibirci di fare stima dell’astrazione
scien- tifica per amore del vantato concreto della coscienza, mostrano di non
capire che scienza e coscienza sono forzatamente astrat- tive entrambe, perchè
una fa astrazione dall'altra. La scienza bon cerca che l'identità astratta delle
relazioni facendo astra- zione dall'identità originale dei singoli, la
coscienza non cerca che l'identità originale dei singoli facendo astrazione per
quanto involontaria: dall’identità astratta delle relazioni. La loro doppi
funzione è tuttavia fondamentale alla conoscenza. Dopo tanti schiarimenti
(Sezione 1) non occorre mostrare qui come e perchè l'indeterminazione della
natura dei singoli non costituisca un impedimento alla determinazione esatta
delle re- lazioni. Tenende presente tutto ciò, come si potrebbe ancora pro-
lungare il conflitto tra la coscienza e la scienza? Bisognerebbe da un lato che
la coscienza potesse provare scientificamente che non è vero che certe
relazioni sono necessarie, dall'altro biso- gnerebbe che la scienza potesse
provare introspettivamente che uon è vero che certi fatti siano liberi, Il che
è impossibile. Dun- que ne Puna nè Taltra hanno bisogno o modo di contestarsi
re- ciprocamente le conclusioni. Se qualcuno temesse che (insisten- dio così
fortemente nell'escludere che la determinazione scienti- tica delle leggi
causali. danneggi l’interpretazione della li- bertà) io abbia in mente di
mostrare la scienza come un puro paravento dietro cui liberamente si svolga
Tattività spontanea della natura e dello spirito, cadrebbe in uno sbaglio
radicale. Io credo che abbiano torto tanto i filosofi che, distaccano il pro-
blema della NHbertà umana da quello della necessità naturale, e quindi credono
di poter buttar via il determinismo come un fossile fumesto solo dal campo dei
prodotti morali per salvare (1) Cfr. Tanozzi, Empirismo filosofico, Estratto
dalla Rivista di filosofia (anno IV, fase. III) 1912, pag. 25. Il Tarozzi,
giustamente ricorda che « del resto, una grande funzione morale ha la scienza,
perchè non vi è più profonda prepara- zione etica delle coscienze che
l'orientamento di esse al culto della verità ». l'autonomia personale
dell'opera umana, e mantenere invece il determinismo nei fatti naturali: quanto
quelli che (mentre giu- stamente si rifiutano di scindere la questione del
determinismo in due problemi. della natura e dell'uonio) credono di poter con-
siderare il determinismo come un mero bisogno metodico della sclenza senza
portata objettiva sul fatti naturali ed umani sot- tostanti. | A mio modo di
vedere la causalità deterministica non è affatto una mera apparenza sistematica
generata dal bisogno metodico della scienza. dietro cui sì debba cercare
Tessenza della libertà. Nè la scienza è una rete deterministica in cui restino
impigliati solo alcuni dati della realtà, quando la scienza coi suoi artifizi
metodici riesca più 0 meno bene a pescarli dal grande fondo. Per quanto sia
grande e pieno il diritto che si ammette alla sclenza di intervenire dal di
fuori a indagare il decorso dei fatti e di prenderli come sa e come può, la
determinazione delle leggi causali in tale ipotesi resterebbe una
giustaposizione sche- matica artificiale che il filosofo da parte sua si
sentirebbe sem?- pre in diritto di gettar a mare ogni qualvolta essa venisse a
sconcertare î suol piani o direnio anche i suoi comodi pregiudizj. Così gli
indeterministi avrebbero sempre agio di proclamare che solo essi sono i veri
campioni della libertà, mentre il vero è ben diverso. come un ultimo gruppo di
considerazioni dimostrerà. Premesso doverosamente che niun rapporto di
causalità voli- tiva finora ha potuto essere determinato con rigore dalla
scien- za, onde in ogni caso resta prematuro il lamento della compro- ‘messa
libertà per opera della scienza 1 premesso inoltre che la libertà si attesta
immediatamente in un luogo e per in senso (Coscienza, la necessità mediatamente
in un altro e per un altro (sclienzar, onde resta infondato il rimprovero di
contradizione. nulla potrebbe tuttavia esser più assurdo che la paura della
Morte della libertà anche se venisse provata scientificamente e in modo
completo la formazione causale deterministica della volontà. Vuol dire che noi,
lora, avremo finalmente la prova inespi. snabile che lessenza della libertà non
è dietro nè accanto nè SOpra ma dentro Ja necessità. Pensiero fecondo. Troppo
poco ilivero si riconosce che tutto ciò che accade, senza eccezione, @ ha e deve avere la sua ragione d’essere
necessaria e sufficiente. Troppo poco si riconosce che l’affermazione
dell’assoluta con- tingenza, oltre ad essere impotente (perchè nulla di
assoluto è provabile da ciò che è relativo) è soltanto una confessione della
nostra ignoranza. Diritto pieno ed. evidente ha l’esperienza di proclamare ad
ogni piè ‘sospinto la volubile contingenza delle Cose, perchè purtroppo la
cognizione provata del necessario non è che una scintilla di luce în un oceano
di tenebre. E pieno diritto ha la coscienza di attermare immediatamente la
libertà, se li. bertà. per lei significa paternità dell'attività spirituale,
indipen- denza dalle necessità fisiche e psichiche immediate (potenza co-
sciente di liberazione progressiva), ascensione verso il disinte- resse,
incremento di ordini nuovi, trionfo antiegoistico della vera umanità. Tuttavia
è tempo che della libertà si riconosca anche l'importantissimo significato
causale il quale, se non è rivelazione diretta immediatamente nota e familiare
della co- scienza umana, pure non è con questa incompatibile e di più ci
assicura che il riconoscimento del principio dell’universale can- salità non è
più destinato ad inspirarci un pessimismo metafi- SÌCO. $ 4. — In terzo ed
ultimo luogo, di fronte al sapere filosofico la nostra conclusione è nota :
combattere la causalità in nome della libertà di combattere la verità in nome
della vita. Se ci sco- stiamo dalla coscienza manca la-vita : se ci scostiamo
dalla scien- za manca la verità : se ci scostiamo dalla speculazione di questa
e di quella, cioè dalla filosofia, manca la vita della verità e la ve- rità
della vita. Ma si potrebbe objettare: — e se questa fosse la soluzione? e se
solo questa soluzione fosse la verità? — Tal’è il procedere dello scetticismo.
Noi non seguiamo cotesta via. Vorrebbe essere la soppressione d'un male e non
conduce che al peggio. Per noi, è la filosofia che fonda la conciliazione della
libertà colla verità, e la fonda sin- tetizzando tutte le rivelazioni
dell’esistenza. | Certo la filosofia delle cause d'età in età ha sottoposto i
filo- Sofi a un nuovo genere di tormento. Kant. com'è ben noto, am- mette
ancora l'antinomia della libertà e della causalità 0 meglio d'una causalità
noumenica senza fempo e d'una causalità fenomenica nel tempo; questa per lui è
una necessità dell'ordine conoseitivo, quella una necessità dell'ordine morale.
Ma il suo misterioso concetto d'una causalità senza tempo ha tanto senso quanto
quello di una causalità senza causalità. Di più la sua ipotesi d’un’origine
noumenica della libertà è una fisima, che si risolve in una soluzione
miracolosa. Recentemente il Bereson ha presentato una sua maniera di concepire
la libertà che si ri. solve nella negazione del principio di causa. Soluzione
como:fla, se si vuole, ma del tutto illusorla, com'è tutta la sua polemici
contro l'intellettualismo, Hlusoria perchè Bergson continua, non solo a pensare
la libertà, creatrice o no, ed a far uso della li- bertà. di pensare, ma
continua a pensare. Frattanto egli, per ]i- berarci — come dice — dalla
necessità causale nega anche la realtà del tempo e va sì avanti nella negazione
della realtà che ogni realtà diventa impensabile. Ora è concesso al filosofo
d’invocare la ragione per negare la fagione? Quanto si dice di Bergson, si
applica a tutti i contingentisti. Lo scompiglio delle idee, l'impossibilità
della pratica mostrano urgente la necessità di restituire alla causalità —
filosoficamente intesa — tutto il suo valore (1). Io sono libero perchè posso
causare conforme alla mia matura, perchè posso cioè sostituire alla causalità
esterna del motivo la mia propria causalità, fatta di conoscenza, d'amore è di
volontà. Ecco già un primo punto che non è un'illusione. Ma ancora si objetterà
: — non sì tratta di ciò, che non è con- troverso ; sì tratta più tosto di
intendere che non può essere li- bero chi, benchè possa causare, ski a sua
volta causato. — Qui l'equivoco classico traduce la tesi della libertà senza
causa nella pretesa che si intenda il non intelligibile. Sempre così. Vedem- mo
che quando il mondo è spiegato colla causa prima, la cansa prima resta da
spiegare : ora è forse più esplicabile il concetto di una causa senza causa?
Questa ipotesi profitta al nemico della conoscenza, e l'errore metafisico
annienta il principio della li- bertà. nel sostenerlo. La vita stessa ci
consiglia di non essere ir- razionalmente ostinati. (1) Si veda la Drillante
confutazione della teoria del Bergson in Masci, Etica pag. 119-122. è da pr RL
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N ” î or arto SS dé. Pe Le n° . x b A an È x i ‘ E; “AE ia dè dr na LI ut. % x î "a i Affermiamo dunque
decisamente anche questo. secor i do punto lo non posso causare liberamente
senza causa ragione ol e. E: ab bandonata una volta per sempre 1° ipotesi d’un
volere non moti. vato, cerchiamo il concetto d'una libertà che sia non solo ]
libera: zione dalla tirannia degli impulsi inferiori ma causalità. concreta del
volere e affermazione palese di necessità. "n S; sini (ili indeterministi,
mentre riconoscono che il fatto della co scienza della libertà non si può
negare, fanno del volere un pri cipio capriccioso e incoerente, e î liberisti
stessi perfezionano di Di i equivoci déll’indeterminismo, avversando senza
ragione la lega- | lita. Mentre questo è il merito di chi è Hbero. Già il
fatto. 6 libertà psicologica non consiste in qualsiasi novità d'una. risul. i
tanza eslege ma solo in quella che è la ripetizione volontaria. di un certo
ordine nel disordine. La novità veramente e moralmen- ì- te libera, a più forte
ragione, non è nel fatto assoli a nuovo, ma nella produzione del rapporto
tipico della legge mo rale che costituisce novità vera rispetto alla serie
tutta dif e * rente dei fatti non liberi. C'è insomma nella rivelazione della —
libertà morale la produzione d’un ordine costante e ben. del > terminato.
entro un mondo incostante e variabile all'infinito. si, Questo è il vero titolo
della libertà spirituale al nostro rico À noscimento. Più che la capacità
dell’assoluta novità incausale | essa è la capacità di causare sempre lo stesso
ordine cioè di re d- as : Hzzare sempre la stessa legge in mezzo alla varietà
infinita dei PA fatti. Rovesciamo dunque l'idolo della libertà senza legge,
radi- cato nell’ienoranza della verità e sussidiato dall’impossibile I, nella
ragione. Ne vha una legge morale, perchè si nega la neces: sità? Oppongono che
la parola necessità non ha lo stesso signifi = cato per la natura e per il
volere. «Ogni legge naturale — riba- discono — è causale e la sua necessità non
ammette la possibilità del contrario; la legge della volontà ha invece la forma
del co £ mando, e la sua necessità non è quella della causa, ma quell Bo
dell’obbligazione » (1). Ne non che è assai dubbio che questa di- stinzione sia
ammissibile. Essa in fondo sposta la questione, p per- chè non è la necessità
della legge morale in sè ehe ammetta la possibilità del contrario; ma è la
realtà empirica della vita che (1) Masci, Etica, pag. 203. n” e" Digitized
by Roi I Si Gt l'ammette. Tanto è vero
che lo stesso accade per la necessità della legge naturale, la quale — benchè
in sè non ammetta la possibi - lità del contrario — pure non esclude fuori del
suo seno la con- tingenza. Togliete questa possibilità alla necessità della legge
così naturale come morale e tutta la realtà, proprio tutta, di- venta per lo
meno un'astrazione (1). Il principio di causa natu- rale applicato alla libertà
morale non esclude la possibilità del contrario nella vita, anzi la postula,
come fu già detto, me- diante il potenziamento: se così non fosse escluderebbe
nella natura la varietà dei fenomeni. Ma non è così. Ed è questa la
testimonianza innegabile della nostra coscienza. S 5. E di conseguenza
chiarissimo, per chi voglia giudicare con buona fede, che la tesi dela
netessità come condizione dei sistemi liberi e quindi dell'uomo non può essere
buttata via con disprez- 70, senza snaturare le esigenze della volontà libera e
della razio- nalità. Tale essendo la natura della necessità e della libertà,
della scienza e della coscienza, della natura fisica e dell’uomo, con re-
lativamente nuovo ordine di prove, si trova il fondamento per purgare il bene
inteso determinismo da quell'efficacia deleteria sulla concezione naturale e
morale che gli fu sempre attribuita dall’indeterminismo. Come prezioso allora diventa
il contributo recato dalla nuova soluzione del problema della’ causalità, alto
il pregio della scienza sperimentale restituita alla sua vitale funzione e
grande l'impulso che il pensiero filosofico contempo- raneo può trovare al
proprio rinnovamento. | Dunque è tempo omai che l’uomo moderno, in cui si sono
com- piute le più grandi rivoluzioni della storia, osi guardare in fac- cia
anche alle scienze esatte. Le scoperte delle scienze non de- vono esser
accompagnate dall’amarezza delle lagrime e dalla di- sperazione. Continueremo
noi ad ascoltare le parole ambigne della vita ingiuriando la scienza? No,
l'uomo moderno non deve aver paura di vivere armonicamente con tutte le sue
funzioni; no, l’uomo moderno non ha il diritto di prendere la posa roman- tica
d’un cterno ferito davanti a qualunque verità. Contro il du. plice assalto
degli ipocriti e degli illuxi bisogna reagire. Biso- (1) Masci, Etica gna provare che l’utilitarismo è il frutto non
già della conoscenza scientifica ma della malignità. Bisogna provare che il
mondo e l’uomo non sono una prigione in cui si agiti dolorosamente l’a- more e
irridano gli schemi deterministici della più coattiva cau- salità. Tali restano
per chi, negando i diritti della conoscenza, voglia ridurre ogni cognizione,
che di sua natnra è bensì sempre un'astrazione ma vibrante nell’intensità della
vita, ad un mise- rabile residuo sospeso nel vuoto e disseccato dalla morte. La
scienza allora, travisata, diventa una stimmate di debolezza, un segno di
sclerosi della conoscenza, il prodromo della paralisi. Ma per chi sì lasci
penetrare dallo stato d’animo famigliare agli amanti e agli scopritori della
verità, ogni progresso scientifico è pretesto alle più feconde aspirazioni,
ogni determinazione can- sale è segno d'una nuova scoperta di libertà e
occasione di slan- cio verso la libertà sintetica universale. Se dunque la
libertà è un fenomeno che non sì distrugge ma si giustifica per le conqui- ste
della scienza e si restaura con questa, non ci rimane che di comprenderla come
una rivelazione della logica della natura tutta quanta e della vita, che
promuove e moltiplica in ogni ‘ampo le nostre energie. È questo appunto il
grande concetto che la critica moderna va facendosi della logica e quindi della
sclenza. La logica non ci spaventa più, anzi il suo ritorno è sa- lutare in
ogni campo. E una specie di ritorno alla vita per la vita cioè per quelle
condizioni necessarie e sufficienti che la fanno possibile. È il gusto della
verità congiunta colla bellezza e colla bontà senza riserve, è la gioja del
presente scientifico (1) colla sua potenza che s'infutura e colle sue
conquiste, è la vita multi- pla e vibrante con Tamore cioè con l'accettazione
appassionata di tutte le sue esigenze, col coraggio senza rimpianto che caratte
rizza Vanima profonda del nostro tempo. V’ha, se non erro, una vivificante
speranza in questo nuovo indirizzo che sì ispira alla riscoperta della libertà
nel portato medesimo della causalità. L'individuo si esalta sentendosi libero e
solidale con tutto il mondo, cioè tanto più libero quanto più partecipe della
causa- zione universale. Che se, per ultimo, dai più intransigenti ancora si
objetterà (1) Cfr. la mia op.: Del nuovo spirito della scienza e della
filosofia, Torino, Bocca che il nostro amore alla scienza, la nostra dedizione
alla logica è immorale, se i più cortesi ci accuseranno di freddezza. d'insen-
sibilità, di povertà di cuore, di meccanismo e via dicendo. por- teremo
pazienza. Noi teoretici da lungo tempo siamo abituati alle frecciate degli
intuizionisti che considerano sempre i loro av- versarj come animali a sangue
freddo, incapaci di penetrare e quindi di vivere lo slancio concreto della
realtà. Non è il giudi- zio altrui che genera il nostro sentimento. Facciamo
solo che tutto il grande anelito della libertà umana viva in noi. poichè sappia
- mo che tutto è il volto vivente della necessità e della libertà sinte- tica
universale, le rose, l'acqua, la foresta, il mare e tutte le cose e la nostra
carne e la nostra medesima coscienza. Oh potessimo sempre essere ancora come
colui che ad ogni aprile sentiva il ri- torno della nuova linfa nelle sue
membra ! Oh potesse sempre Pa: nima nostra inchindersi in maggiore e più
intenso giro di leggi causali per ingrandirsi e infine per liberarsi! Nulla
certo è in. differente all’anima nostra nello spettacolo del mondo, ma. il no-
stro amore per la libertà sopratutto si alimenta della conoscenza delle cause e
la nostra vita per tanto, infinitamente necessitan- dosi in ogni cosa,
infinitamente in ogni cosa sì riconosce, sì sen- te, si vuole e si prolunga.
|StT8] . L’autocausalità del volere
morale. $ 1. L'uomo come sistema libero funzionante nell’ordine causale. — $ 2.
Come il principio del potenziamento causale della libertà rientri nei quadri
del si- stema tracciato. Come la libertà non sia il proprio dell’azione morale.
Applicazione della volontà libera al bene, fine della morale. Aspetto normale e
aspetto sublime della moralità. Triplice periodo dell’evo- luzione storica
della causalità. Si giustifica il principio dell’autocausalità mo- rale; come
l’unica via che ci conduce alla nostra destinazione. $ 1. Un gran senso di pace
e di freschezza si ricava dal pen- siero che l’uomo, come sistema libero,
possa, anzi debba funzio- nare nell’ordine della causalità, e come potenza
autocosciente e autonoma possa disporre della sua attività, sia pure entro
certi limiti, cioè entro i limiti del suo potenziamento causale. Sapere che la
volontà è libera e che il suo centro spontaneo e progres- sivo si concilia
teoricamente e praticamente col determinismo causale è il solo conforto e il
solo compenso in mezzo a tante amarezze e umiliazioni dovute ai bisogni
inferiori della nostra natura. Senza questa positiva certezza non sapremmo che
farci nè della scienza, nè dei codici, nè dell’opinione pubblica. Può ad altri
giovare il fatalismo, a noi giova custodire questa certezza della nostra
crescente capacità di liberazione, da cui solo rica. viamo la forza di sperare
un più equo assetto sociale e la reden- zione delle plebi e di agire con tutto
lo slancio in nome della giu- stizia crescente dell'avvenire. E una questione
di fatto, pure vi si pensa troppo poco e la ra- A. PastoRE — Il problema della
causalità - e nni gione mi pare questa.
Noi, per l’ordinario, viviamo tanto alla superficie di noi stessi che la vita
vera della causalità liberatrice, che è poi la vita irradiante dall’interno, ha
finito per sembrarci un accidente. Tutto quanto si afferma della causalità
nella vita morale, si dice, è freddo artificio; puro giuoco di schemi, pura
astrazione formalistica degli intellettualisti. Confidenti in questo loro
preteso antintellettualismo, i negatori del fondamento can- sale della libertà,
parlando una lingua sola, quella dell’indeter- minismo, credono di potere,
meglio che in qualsiasi altro modo, sentire ed esprimere la loro profonda vita
nell’intuizione. Quindi la loro volontà cerca di approssimarsi ad un ideale che
essi ri- tengono fuori d’ogni serie causale, anzi contradittorio al prin- cipio
di causalità e lo chiamano ideale di libertà creatrice, nel senso che solo
esso, a parer loro, ci libera dalla necessità causa: tiva, e non lo vedono
atfferrabile che nello slancio vitale. In com- penso abbandonano la scienza
come se non cercasse che la realtà grossolana e utilitaria e ci allontanasse dalla
vera umanità. Ma tuggiamo questo errore profondo che, nelle sue estreme
conseguenze, nega lPumanità della scienza. Gli corrisponde in etica l'errore
non meno profondo che nega la responsabilità, per la scusa che, se tutto ha una
causa necessaria, nessun male è im- putabile. Noi, quanti amiamo la vita
malgrado i suoi dolori, sen- tiamo tutti che non dobbiamo spingerci tanto
oltre. V'ha infatti una responsabilità che non può essere seriamente
contestata. Noi possiamo senza dubbio fare molto male intorno a nol,
contrastando l’interesse sia generale, sia particolare del- l’umanità
coll’ingiuriare, col rubare, col ferire, coll’uccidere i nostri simili, e con
la più chiara coscienza di fare il male, anzi con una volontà predeterminata e
costante. Non possiamo negar- la, senza porci a livello dell’egoismo ; condotta
turpe che nes- suno potrà impedirci di disprezzare. Nessuno inoltre ci conte-
sterà almeno il diritto di aspirare agli ideali più alti della vita. Ma già
basta che si desideri un ideale e lo si voglia, perchè Vi- deale discenda in
qualche modo nella realtà. E perchè ? Per la virtà antocausatrice dell'ideale
medesimo, quale germe d’inten- sità e d'espansione. L'importante è adunque che
si rettifichi il ritmo della vita e degli ideali cioè della volontà, affinchè
un'i- berrazione di questa non ci getti in un mondo vilmente imagi- Lal cio -
sr nario e non cì sfugga la nostra migliore realtà, annientata dalla nostra
follia. Che cosa è il bene stesso se non il nostro più nobile ideale che in
quanto è conosciuto, amato e voluto da noi, nell’universale unione degli
spiriti si realizza? C'è del vero nell’idea di Nietz- sche che l’uomo deve
diventare sempre più una volontà di po: tenza, ma la teoria sarebbe impotente
se la volontà non fosse real- mente potenza di causare e quindi di liberarsi.
La formazione degli vomini migliori, l'elevazione del tipo umano non dipende
forse in massima parte dalla possibilità di scegliere la direzione favorevole
agli atti che servono al progresso? Se l'uomo non avesse la capacità di
spostarsi, di metamorfosarsi, di progredire, insomma di causarsi, qual divario
dagli esseri inferiori? Colui che impara a situare il principio direttivo della
sua condotta in un ideale, non solo diverso ma superiore al livello attuale in
cui egli è, e a vivere di conseguenza, sl crea un motivo potentissimo
d’elevazione, partecipando alla causalità fondamentale dell’uni- Verso, $ 2. —
Tornando al principio filosofico proposto nella Sezione precedente, ora è da
vedere come la dottrina del potenziamento causale della libertà rientri nei
quadri del sistema tracciato. L'unità psicofisica della realtà è sintesi
attiva, sviluppantesi per momenti successivi di individuazione da ciò che
astratta mente diciamo natura (prevalenza del fattore fisico) a ciò che astrattamente
diciamo spirito (prevalenza del fattore psichico). La causalità attraversa
tutto il piano della realtà psicofisica, Come un ritmo unico che va dalla
natura allo spirito. Ciò posto, siccome la riflessione critica procede per
astrazioni e anch'essa segue la legge dell’individuazione progressiva, torna
comodo dire che in un estremo della realtà (ma in verità la realtà non ha
estremi) predomina la determinazione naturale o esterna, nel- l’altro predomina
la determinazione spirituale o interna. La cau- salità, come ritmo ricorrente
di tutta la realtà, verso il primo lato è, o meglio ci appare, atto esplicito
di coazione (causalità. naturale) ma potenza implicita di libertà (causalità
spirituale) ; verso il secondo lato invece è, o meglio ci appare, atto esplicito
di libertà, ma potenza implicita di coazione. Questo significa, come già fu
ripetuto nei capitoli antecedenti, che la causalità stessa — ma a certe
condizioni, che son poi quelle del potenziamento causale — è virtù liberatrice,
cioè vittoria dello spirito (1). Tutto è in relazione causale nell’unità psico-
fisica della realtà, benchè in forme e gradi diversissimi e anche opposti di
potenziamento, dalla natura allo spirito. La libertà è niente altro che una
realizzazione di causalità e precisamente l’autocausazione dello spirito. È il
potenziamento interiore della causalità che rende necessaria nonchè possibile
la nostra libera - zione. Val quanto dire che per lo spirito la ragion d’essere
della sua crescente libertà è il suo crescente potere di necessitarsi. Finchè
l’uomo non è capace di causare e di causarsi egli non è libero, perchè è egli
stesso causato ; è egli stesso agito, non agen- te. A misura che l’uomo trionfa
della vita inferiore dei sensi per elevarsi alla vita superiore dello spirito.
sfugge allo stato di cau- sazione cieca cioè allo stato di servitù e acquista
quella causa- zione vittoriosa e illuminante che noi diciamo libertà, tanto più
intensa nella coscienza individuale quanto più espansira nella società
universale delle coscienze. S3. — Ma la possibilità di risolvere il conflitto
tra il princi- pio della causalità e quello della libertà morale non si ottiene
col riferire la volontà libera al potenziamento causale, con la costi- tuzione
cioè di quella causalità che cessa di essere fatale quando sì effettua in
principio di libertà. La moralità dell’azione esige senza dubbio la volontà
libera, però la volontà non è morale in quanto è libera, rammenta a ragione un
geniale moralista, « ma è morale, in quanto si applica al fine della morale che
è il bene, e non soltanto all’utile personale o collettivo, nè al vero o al
bello. Dunque la libertà non è il proprio dell’azione morale; ma è bensì la
proprietà del mondo #74n0, contrapposto a quello na- turale corporeo » (2).
L'azione morale ha questo di proprio, che . (1) S. Paolo dice: « Chi mi
libererà da questo corpo di morte? » E invoca la grazia divina contro la legge
carnale che combatte la legge dello spirito. Ora, chi non ha bisogno di
interventi straordinarj si contenta di riconoscere la virtù redentrice
dell’autocausalità conseguita per potenziamento causale, entro ì cui limiti, in
sostanza, noi siamo padroni di essere liberi umanamente. (2) Trivero, Nuora
critica della morale kantiana in relazione alla teoria dei bisogni. Torino,
Bocca, 1914, pag. 123, 5 invera
praticamente tutte le fondamentali esigenze della vita teoretica. Questo
inveramento a sua volta non avrebbe senso se tra la libertà morale e la libertà
psicologica vi fosse un’interru- zione della serie causale. Respinto questo
jato, noi siamo neces- sarlamente ricondotti ad ammettere un rapporto
necessario tra questi due ultimi gradi della causalità e dobbiamo per conse-
guenza esaminare come sia possibile l’ultimo grado che si mani- festa nella
vita morale. Il concetto etico della libertà include due aspetti : 1° l'aspetto
normale della moralità ; 2° l'aspetto sublime. Entrambi questi aspetti sono
sintesi di ragione teoretica e di ragione pratica, perchè lo sviluppo
dell’umanità si attua sul piano d’un principio unico. Nell’aspetto normale lo
spirito non fa che attuare pratica ?- mente nelle tre forme della libertà,
della solidarietà e della giustizia la triplice esigenza della conoscenza, del
sentimento e della volontà che è fondamentale alla sua coscienza. Quando Puomo
realizza nell'unità concreta della sua condotta queste tre esigenze egli è
morale. E poichè in questa prazis di moralità, progressivamente causandosi come
libertà (individuale), solida- rletà (sociale), giustizia (universale), l’uomo
effettivamente si in- dividua, diciamo che egli è moralmente libero, essendo
l’indi- viduazione il processo più caratteristico della liberazione, e il bene
morale consistendo appunto nell’applicazione della volontà, libera a questo
triplice fine. L'aspetto sublime della moralità si manifesta nell’atto eroico
del sacrificio. Da tutta lanalisi che precede risulta che la causalità nella
sua evoluzione storica per successivi gradi di potenzia- mento si svolge in un
triplice periodo, cioè : 1° il periodo della causalità cieca ; 2° quello della
cansalità libera ; 3° quello della causalità morale. La causalità morale, che è
essa pure principio di libertà, pre- suppone la libertà psicologica (causalità
libera), ma non sì iden- tifica con
essa. Ogni prodotto successivo del potenziamento cau- sale è connesso
necessariamente colla fase anteriore, ma si di- stacca da essa come frutto
maturo dall’albero che l’ha nutrito. Così una prima libertà, negativa, è il
potere di inibizione, di- fensiva e reattiva all'impulso cieco e meccanico ;
una seconda li- bertà, positiva, è il potere d'iniziativa, conquistatrice ed
ordi- natrice, E queste sono di natura. psicologica (in s. s.). La libertà più
eletta e veramente umana si raggiunge con l'ulteriore per- fezionamento dello
spirito che costituisce la vera libertà morale, la quale vive nella giustizia e
per la giustizia come sintesi equi- librata di libertà e di solidarietà e si
sigilla con l’atto sublime del sacrificio. Tutte queste forme della libertà sì
attuano in quanto l'uomo sa porsi un fine e in quanto perviene alla conoscenza
dei rapporti causali immanenti alla realtà, cioè sì pone nel rapporto concreto
SroOe realizza l'unità psicofisica con piena coscienza della re- lazione. In
tali condizioni di progressiva antocoscienza dell’unità. psi- cofisiga del
reale, l'uomo può allontanare e neutralizzare i fat- tori contrarj alla propria
elevazione, far convergere i favorevoli, autocausarsi nella giustizia come
sintesi di libertà e di solida- rietà e
testimoniare della vittrice moralità del sno fine col sacrificio. L'autocausalità
morale! ecco il sole dei pochi. Ma rimane sempre la più consolante certezza
della nostra -co- xcienza e la possibilità delia nostra crescente elevazione.
Non dobbiamo pertanto considerare questo ideale, ehe richiede cer- tamente una
serie continua di sforzi per realizzarsi, come un gran deserto che ci allontani
dalla nostra meta, ma piuttosto come TUumea strada che ci conduce alla nostra
destinazione. Qui
creuse la terre asses Grant, ammonisce il Guvan, finit par rclrourer le ciel. (1) Queste tre esigenze tipiche
della vita morale: la libertà (individualità), la solidarietà (socialità) e la
giustizia (universalità) corrispondono in certo modo ai tre caratteri della
legge morale secondo Kant : l’assolutezza, l'obbligatorietà e l'universalità.
La libertà è l'esigenza dell'ego come assolutezza, la solidarietà è l'esigenza
dell'alter come legalità, la giustizia è l'esigenza dell’Romo come
universalità. n Sia questo lo sforzo più ardente delle nostre aspirazioni,
nello scopo del bene universale. «Per un cuore appassionato, dice Edgardo Poe,
il sogno è migliore del vero, pure se il sogno sia dolore ». Autocausarsi,
realizzando sempre più alti valori ideali di ve- rità, di bellezza e d’amore
universale. In quest’ultima conquista sopratutto, tanto più intensiva rispetto
alla coscienza indivi- duale quanto più espansiva rispetto alla società delle
coscienze, è la più nobile espressione del potenziamento causale e solo in essa
consiste la moralità. (od Concezione
drammatica della vita morale. Cet étre souffre, donc je laime. Guvat.
L’irréligion de l’avenir. $ 1. Ufficio filosofico dell'amore. — $ 2. Il saerificio come
legge sublime dell’a- more. — $ 3. Il senso morale della vita. Il senso del
vero e il senso del mi- stero. Le grandi speranze. La morale come esercizio
della catsalità della coscienza entusiasmata dall'amore, — è 5. La realtà delle
opere spiri- tualizzatrici della vita. L'ora della morte. Necessità di prender
possesso di quel noi che è fuori del nostro individuo. Fecondità morale della
bellezza. $ 6. Valore del suicidio di fronte all'esistenza reale del yenere.
Vero senso della nostra moralità cioè della nostra libertà morale di
autocausazione. Ac- cordo dell'amore colla tristezza, fusione del sapere colla
volontà. Agostino compiange i Platonici d'aver conosciuto la patria ove bisogna
andare, ma non la strada che vi condu- ce (1), strada rivelata invece dal
Cristianesimo coi tre dommi della creazione, del peccato originale e
dell’incarnazione. Per questa via, secondo lui, si risolvono i due massimi
problemi del- l’origine del mondo e dell’esistenza del male, davanti ai quali
ha naufragato tutta l'antica filosofia. Ciò che seduce NS. Agostino, ed è
precisamente il solo punto che può dare un valore umano alla sua dottrina, è
l'esplicita confessione della necessità dell'amore per innalzarsi all’interpre-
tazione suprema dell'universo. Nel domma cristiano, egli lo dice apertamente,
l’amore colma labisso che separa la creatura dal (1) S. AGostIno, De civ. Dei,
X, 23. creatore, come dall'origine dei tempi aveva colmato l’abisso che si
stende fra la creatura e il nulla. Noi avremmo una ben debole ombra di ciò che
è la dottrina di S. Agostino se non riconoscessimo che tutta la sua
speculazione dell'infinito principia e termina con un atto d'amore. Ma chi più
di Platone riconobbe l'ufficio filosofico dell’amore? Questa riflessione non è
che un omaggio alla profonda ed intima parentela di S. Agostino col platonismo,
e mira a farci compren- dere che NS. Agostino ha spinto troppo lungi il suo
compianto dei Platonici per la loro ignoranza dell'amore come vera via, tanto
più che il perpetuo onore della filosofia cristiana è d’aver messo in pratica
ciò che la filosofia platonica ha presentito, sia sul principio del sommo bene
come verità ed amore, sia sulla neces- sità di cercarlo come somma bellezza. i
c Che cosa amiamo ed ammiriamo noi, domanda a sè stesso S. Agostino, in questo
santo vecchio consumato dal tempo, in questo martire il cui corpo solcato dalle
battiture non offre che membra insanguinate? E forse qualche bellezza fisica
che possa colpire gli occhi? No; ma è l'incorruttibile bellezza della giu-
stizia, della santità e della virtù: bellezza che l'occhio interiore può sempre
scorgere, e da cui tanto più è colpito quanto è più puro » (1). Senza usurpare
il dominio della teologia, noi possiamo qui ri- connettere la nostra concezione
della morale ai sommi principj della filosofia platonica e di NS. Agostino, per
quel tanto d’uma- nità che costituisce il più bel titolo di gloria della
tradizione filosofica. La moralità consiste, secondo noi, nell’emancipazione della
causalità del volere dalla causalità dell’impulso, e si ri- vela nell'ordine
morale che è sintesi di libertà e di solidarietà nella giustizia. Ma non basta
conoscere per teoria in che consiste la moralità, bisogna vivere moralmente. E
non si vive moralmente se non si ama, perchè amore è giustizia, amore è
solidarietà, amore è li- bertà. La moralità come conquista autocausativa e
quindi come po- tenza liberatrice della coscienza, prende una forma altamente
drammatica quando ci impone di riconoscere che il sacrificio è la legge sublime
dell'amore. Le tre idee dell'amore, della bellezza e della verità sono con-
cette ad un tempo nel dolore, e si convertono reciprocamente. La felicità
sopramondana è l'illusione dei teologi che vollero conciliare lo scopo della
fede collo scopo della morale. Noi evitiamo l'illusione della teologia,
riconoscendo che la do- lorosa bellezza della verità, per chi sa amarla e
volerla nell’in- finita tristezza della fortuna, è il solo principio, sempre
nuovo nella forma, che ne sigilla il valore morale. S'avanza Tumanità “verso lo
scopo supremo della vita, commossa dalla più nostal- gica brama. Speranza di
gioie immortali le sorridono al fianco. Ma la fatalità esterna trascina tutte
le circostanze che dispon- gono della giola. Non riusciamo che ad accrescere i
nostri doiori nell’atto in cui cerchiamo la felicità. Tale il fatto ; pure
perchè sì persegue l'ideale anche se è così arduo ? Perchè la certezza di
incontrare il dolore non distoglie Veroe dal sacrifizio ? La carne é vile ma concreta
e il suo piacere almeno è positivo ; mentre la virtù è astratta e i nove decimi
delle sue gioie non. trascendono la regione del sogno. In una parola, il finito
è pre- sente e gli egoisti lo cercano, lo vivono, non pensano ad altro ; troppo
felici di guadagnare la vità con tanta rapidità. A chi dunque non basta il
presente ? ON, io lo sento, i chi non sia sordo all'appello dell’infinito. No,
li vera vita non sì vive nel piacere del presente : si spreca. Non saremo mai
vivi finchè non avremo riconosciuta la vanità di star attaccati a ciò che passa
sì in fretta, compresa la nostra miserabile amima (1), non illuminata dallo
spirito. Concedlamo tuttavia che questa ragione non possa convincere (1) In un
senso, non molto diverso, si deve intendere la sentenza evangelica . come
radice di ogni virtù: « chi non dimentica sè stesso, non è degno di sa- lire al
regno dei cieli ». El qui non accipit crucem suam, et sequitur me. non est
me dignus. Qui inveniet animam suam perdit illam, et qui perdiderit animam
suani propter me, inveniet me. Matti, x, 33. — Qui amat animam suam. perdet cam
; et qui odit animam suam in hoc mundo, in vitiam acternam custodit cam. Tou., XII, 25. Qui certo Vanima in
Roc mundo signitica le passioni. la concupiscenza della carne, ciò che è fango
e sangue, l'umanità inferiore. 380 NEZIONE Ill - CAPO IV tutti: concediamo che
l'intelligenza non sappia da sola deter- minare la nozione del bene e del male;
concediamo che la virtù non esca dai sillogismi. $ 3. — Ma il senso morale
della vita, lungi dallo scomparire, rimane ; si riduce all’esigenza dell’amore
del bene, malgrado ogni dolore ; sorge superiore alla nostre piccole conoscenze
; non tocca i teoremi; non respinge la logica; non impone l’errore in luogo
della verità. Ma è l’irradiazione d'una nuova verità che emerge penosamente dal
seno più profondo della vita. L’uomo esteriore tace, ma l'uomo interno, come il
seme, ha un senso profetico del- l'avvenire. Così nel dilemma del bene e del
male c’è qualche grande ragione non apparente che sfida l'insuccesso del genio,
il trionfo dell'egoismo, la persecuzione della virtù. Anche questo è un fatto
indubitabile e non è vero, quel che dice il Mandeville, che tutti gli uomini
sarebbero vili, se lo osassero. Inoltre, il senso del vero e il senso del mistero
vanno insieme intimamente congiunti. Si direbbe che la potenza dell’uno sia la
condizione della potenza dell’altro. E benchè ambedne, forse, aspirino:
egualmente al primato, non possono dividersi, costi- tuendo i poli opposti
della nostra coscienza. Ben considerato per- tanto non può raggiungere lo scopo
chi non riconosca questa doppia esigenza. Egli è in forza di questo doppio
senso che la realtà ci rivela la sua doppia natura. Vogliamo verificare ogni
cosa ? Dobbiamo ammettere la verità doppia ed una della realtà. Tutti gli
oggetti ingrandiranno. Indagheremo il senso nascosto d’ogni fenomeno, la
corrente profonda che scorre in ogni cosa, il soggetto d'ogni oggetto,
l'oggetto d'ogni soggetto, l'anima e il corpo d'ogni realtà. La pretesa dei
miopi è appunto quella di Sopprimere ogni lontananza. quella dei presbiti di
sopprimere ogni prossimità. Evitando accuratamente queste esclusioni, ri-
conosciamo che il mondo delle apparenze non ci basta. Nous ne royons
jamais qu un seul coté des choses, L'autre plonge cn la nuit un mystere
cffrayant. Ogni cosa ha pertauto un
carattere misterioso, come se fosse 1Mmersa in una vita invisibile. Ogni
piccola esistenza partecipa «a qualcosa d'enorme. Ogni parola è come la nota
d’una sinfonia immensa che, arcanamente vibrando fra la realtà ed il sogno, ci
solleva alle porte dell'infinito. Ma il dubbio incalza. | Non condanniamo il
lavoro dei secoli affermando tutto ciò? Non ci facciamo un concetto falso dello
sviluppo dell’umanità, deducendo il senso della vita, non solo dalla
riconosciuta ve- rità, ma ancora dal sentimento di tutto ciò che è inesplicato
nel mondo e pare in contradizione col vero? Non aumenteremo il discredito della
scienza giustificando il sospetto di tutto ciò che nella natura non cade sotto
la presa dei sensi? Non riapriremo le cicatrici ascetiche ereditate dal medio
evo ammettendo, sia pur solo in poesia, la causalità del soprasensibile? Non è
il sc eno d’una querimonia inutile quest'impazienza dello spirito con. tro le
catene della materia? Non è un pessimismo impotente, di cui fa d’uopo liberarci
per sempre? Tutt'altro; anzi chi credesse di poter negare il dolore per su-
pperare il pessimismo. non solo non vincerebbe nulla, ma false- rebbe lo stesso
concetto della realtà (1). Il pessimismo non si vince negando il dolore ma
riconoscendolo e allontanandolo, co- me non si vince lo scetticismo negando il
mistero, se il mistero è lo sfondo della verità. Giacchè il peso insensibile
d’un senti- mento può arrestare la mano al vincitore, giacchè la meditazione medesima
— essa così fatta di essenza incorporea e immateriale — contrae i più atletici
corpi sotto il suo sforzo (rammentate il Pensatore di Redin), il pensiero è
reale, il dolore è reale, l'ideale è reale. Scevri da ogni tumida ostentazione
(2) riconosciamo stoicamente la realtà dolorosa della nostra vita. Di questa
do- lorosa conoscenza la nostra ragione non si deve sbigottire. La rinunzia
dell'uomo a interrogare i segreti della realtà sarebbe una debolezza non minore
di quella che ne sposta la soluzione nell’oltre tomba. Quale scampo peraltro?
Nessuno. (1) Sul contrasto, la lotta e quindi il dolore appartenente
all'essenza, vedi SPAVENTA, Principj di etica, Napoli, 1904. pag. 61. « E qui,
e non già in una causa estrinseca, è la vera radice del dolore, e anco del
male. Dolore e male non s'introducono da fuori, per opera, come erede la
fantasia, di ostili e mal- vage potenze sopranaturali; ma hanno origine e sede
nello spirito, e sono as- solutamente intimi e spirituali ». (2) Conferisci
Marco AurELIO, Ricordi, NI, ST [1 T T TT
iu iéé0@6@@,@@ì’ 1] dolore non si elimina, solo si purifica colla virtà
redentrice dell’amore. L'amore stesso non sì purifica che nel erogiuolo del
dolore. Di qui rampollano le grandi speranze, di qui crescono e si moltiplicano
quei valori che, solo in ragione diretta dei dolori affrontati volontariamente,
in niezzo alle linee passeggere della fortuna, rivelano il tipo eterno d'ogni
essere e si slanciano sem- pre più avanti, oltre l'effimero Alcune conclusioni
sono evidenti. Perchè soffriamo? Noi soffriamo perché amiamo, e perchè ab-
biamo un ideale in opposizione colla nostra bassa e feroce na- tura. Solo chi è
senza ideale non soffre. | Amiamo dunque il bene malgrado il dolore ; il bene
alla fine trionferà, nel senso che questo amore medesimo è già il trionfo del
bene. Piaccia o non piaccia, il bene è a questo prezzo. Il do- lore stesso
allora si giustifica se è condizione della nostra. virtù. Se lamore non si
nobilita che nel dolore, chi si ribella al dolore non ne intende la feconda verità,
non ne apprezza il valore di purificazione (1). Il segreto della vita morale è
forse qui. Solo l’amore può indovinare il senso della vita. Forse solo il
dolore del sacrificio rende possibili i più alti valori dell'universo (2). S4 —
Questa concezione drammatica della morale fa irresisti- bilmente pensare alla
necessità di tendere più tosto alla vita in- terlore che all’esteriore (31,
perchè i fatti che si compiono prima (1) Sul dolore come condizione e salvezza
dei valori cfr. Gurau. L'irrél., pag. 462. (2) Sopri la parte che il dolore ha
nella formazione del mondo morale cfr. Tanrozzi, Idea d’una scienza del bene,
Firenze, Lumachi, 1901, pag. 163-172. (La sapienza del dolore). Per molti,
abituati a sperare una ricompensa futura dei loro meriti attuali, la
prospettiva del sacrificio, sirà ben poco consolante, e, senza dubbio, li
sent'remo vipetere che questa concezione morale, ancor più in- grata di quella
kantiana del disinteresse, quando fosse accettata non farebbe che restringere
la loro attività altruistica... Notiamo per verità che anche co- loro i quali
sperano l’annientamento totale come ricompensa non sono meno interessati di
coloro ch? vivono nella prospettiva d’una sanzione universale. (3) E s'impone
la necessità di non pretendere alla sopravivenza di quella parte della nostra
stessa vita interiore (l’anima in x. s.) che non ha valore di fronte
all’universale. Troppi ancora credono di essersi liberati dall’angusta cer-
chia dell’egoismo, solo perchè — spogli di ogni interesse corporeo — non pen- ’
i ec elle /’rrr.@@——m@—n’eccr’‘«meri-+-P-tali@i@»@*@ iii e e Tn _ sO O EI I nc
Lc ron i — ne della coscienza morale non han valore. Se lazione non è pen-
stero realizzato, a che serve? Se la virtù non è effetto d'amore, dove è il
bene? Tutta la coscienza concorre alla vita morale. Ma solo l’amore, come
entusiasmo puro, libero da ogni bassa sen- sibilità, è la causa del bene, In
questo senso diciamo che la morale è l'esercizio della causalità della
coscienza entusiasmata dall’amore. La coscienza degli umili è la rivelazione
innnediata di questa verità. Le grandi azioni morali dei semplici non sono
tutte ca- ratterizzate dall’invisibile presenza d'una spiritualità, onde la
loro caritatevole vita, nel lavoro meno retribuito, nei patimenti più
Immeritati si trasfigura? Se una vita è piena d'amore non ha bisogno d’altro.
Il fiume più profondo, dice Tolstoi, non può aggiungere uni goccia d’acqua a un
vaso gia pieno, Non ve- diamo la rosa sbocciare dal terriccio delle tombe? Non
vediamo l’amore fiorire fra le lacrime e le rovine? Nessuna azione mo- rale è
perfetta se non prorompa da un cuore trafitto crudel- mente dalla sorte. Questo
è l'orculto elemento, questa è la cor- rente spirituale sotterranea che
accompagna il mistero della mo- rale. Oh amore, mistero di bellezza e di
dolore! Oh amore, potenza di verità ed entusiasmo di bene ! tun sei L'unica
causa sublime del nostro progresso; perchè essendo causa sei anche fine. Per te
la moralità non è più che la causalità dell'ideale, vissuta nella coscienza,
realizzata nelle opere, prolungata nella famiglia € nell’umanità. Amare è
ajutare quelli che soffrono, ajuto che non si può dare senza ripunzia ad alcun
nostro piacere per il bene altrui: amare è soffrire per quelli che soffrono
senza speranza in alcuna pro- sano omai che a sulvarsi Vanima. Poichè il vero
valore della virtù è nel sa- crifizie completo d’ogni contingenza, balzar nel
bujo giovinette anime senza conforti, il merito e insieme la condizione
essenziale del sacrifizio supremo e nella se- vera sicurezza di non poter
sottrarre alla morte, non che al dolore, neanche quella coscienza della nostra
etlimera individualità che a molti sembra la più consolante ricompensa d’una
vita spesa nell'adempimento costante del proprio dovere, messa di premio: amare
è coraggio di sacrifizio sempre, dovun- que, ad ogni costo. Morale poetica da
sognatore? Ma quando si comincierà a comprendere che la nostra vita non è buona
perchè è troppo lungi dalla bellezza dell'ideale? La poesia è la sola realtà
che valga la pena di possedere, e l’uomo non sarà mai grande se non la
possederà. La nostra conoscenza delle canse, in senso stretto, è angustis-
sima, purtroppo. Questo è ben noto. E tutta la nostra vita visi- bile, del
resto. è Così profondamente connessa con l’invisibile che noi agiamo molte
volte, e sopratutto nei più grandi momenti del- l’esistenza, quasi senza
conoscere il perchè, o almeno giungiamo poco alla volta a conoscerlo in quanto
operiamo. S 5. — Domandiamo ansiosamente il perchè di tanti ingiusti dolori?
Non possiamo scorgere nel martirio dell’innocente, nella sconfitta dei buoni,
nel trionto beffardo del malvagi, un van- raggio superiore che almeno valga lu
pena? Perchè sparisce que- sto fiore d’un istante nell'ora eterna ? È evidente
che se, ciò malgrado, i buoni vanno avanti lo stesso per l’amore, i martiri per
la libertà, i genj per l'idea, l’auto- causazione dell'amore ideale come
universalità stessa del bene è la condizione necessaria e sufticiente della
nostra vera realtà. Chi sopprime la causalità ideale sopprime l’uomo medesimo.
Noi siamo tenuti ad accettare la rivelazione di questa verità ; siamo degeneri
se lignoriamo: siamo spregevoli se le resistiamo con la prepotenza
dell'egoismo, Quanti uomini superiori, quasi in ogni secolo. fatti multanimi
dall'arte, dalla scienza, dalla filo- sofia, amarono tanto le opere
spiritualizzatrici della loro vita da trovarle, malgrado la loro sublime
inutilità, più reali d’ogni così detto reale? Solo da questo punto di vista ciò
che pare morte è vita e quella deficienza di esteriorità che ci appare come
annientamento di tutta la nostra energia nell'atto della morte è forse
largamente compensata da una maggiore possibilità di svolgimento in una
direzione diversa. Nella parabola della vità l’estrinsechezza della natura è a
sazietà evidente; mentre, di fronte alla materialità del corpo così fissato, lo
spirito a pena traspare. La qualità — per parlare con una metafora, perchè lo î
2 ©7579. ee "e o—®oeo€o€—o€o€"“* << >... Cspirito non è nuda
qualità, ma essenzialmente attività (1) — resta come velata dalla quantità. Ma
lesperienza ci ammonisce che già in un'ora fatale della Stork umana, lora della
generazione, il rapporto qualiquanti- tativo della nostra esistenza è molto
diverso da quello che ci presenta La vifa ordinaria, cioè la qualità è in modo
straordi- nario prevalente, mentre la quantità è ridotta ai minimi (er- mini
(2). Non è strano che il potenziamento qualitativo della specie sia concentrato
nella quasi imponderabile massa. quantitativa del germe organito, senza che il
potere progressivo della vità umana sia diminuito in qualche parte 0 modo
sensibile dell’essere suo? AlPinizio di ogni vita individuale la scomparsa
quasi completa del corpo è dunque compatibile colla permanenza potenziale della
vita. Perchè Fora della morte, che segna Ta scomparsa sensibile del corpo,
dovrebbe importare Vannientamento totale di quei valori che non sono neanche
visibili nell'esistenza? Non potrebbe darsi che la vita, nel suo più profondo
valore avesse un modo di es- Sere e quindi di permanere, relativamente
indipendente così dalla massa del corpo, come dallo stesso sistema dell'io
indivi- duale? Non potrebbe darsi che ad una pausa della vità organica (1) « Lo
spirito... non è nuda qualità, imzi alto ». B. SraveNnTA, Principi di clica.
pag. 57. A (2) Soffermiamoci un istante sul misterioso processo delli
riproduzione, dove tutta l’esperienza della specie passa, di generazione in
generazione, traverso ad un piccolissimo germe organico. « Così nel caso
dell’uomo, come ha notato giu- stamente il geologo americano Shaler,
un’imponderabile missa di protoplasma trasmette al figlio Porganismo,
l’intelligenza e tutto quello che la lunga tratti degli antenati è venuta
accumulando nellesperienzia millenaria. Onde gii den- tro i misurati limiti di
ciò che è cognito a noi e nel processo. visibile della vita, vi è una
testimonianza di questo ben sottile vincolo che lega una tenue massa di materit
ad un enorme cumulo d'energia psichica ; e il fatto della ge- nerazione
dimostra che la vit potenzialmente complicata, come quella che si dilegua o par
dileguarsi nell’atto della morte può aver sede e sostegno in con- dizioni di
materia molto semplici, IL che, se non altro, deve persuaderci che le proprietà
delli materia sono così complesse rispetto a quanto noi ne cono- scitamo, da
non potersi tenere il fatto della morte così sostauziale e, per così dire,
radicale da dover trarre seco necessariamente Pannichilamento di tante e sempre
operose energie ». Vedi questo bel passo in Atkssanpro CAPPELLI, Guerra, amore
ed immortalità, Milano, Hoepli, 1916, pag. 149-150. A. PasToRE — Il problema
della causalità corrispondesse una fitse
di maggiore concentrazione della vita dello spirito? Questo fatto si osserva su
vasta scala in tante fasi del nostro vivere, le quali senza di esso sarebbero
un vero non senso. Del resto siamo noi sicuri di poter morire del tutto ? Ne,
com'è indubitabile, noi siamo in massima parte i nostri morti, se le loro
azioni materiali e spirituali, colle loro conse- guenze prossime e remote, si
estendono fino a noi, dunque i nostri morti sono ancora vivi dentro di noi. Ciò
che ha vissuto vive ancora, e ciò che vive ora vivrà ancora nell’avvenire e
forse In eterno. Se, com'è indubitabile, noi siamo uniti solidamente con tanti
nostri simili per una somma crescente di interessi, di senti- menti, di
conoscenze, di ideali ; se non è una frase vuota asserire che in certi casi nno
stesso cuore batte in ognuno di noi, dunque noi non morremo del tutto,
abbandonando la scena sensibile di questa vita. Anzi, se riusciremo ad aumentare
progressivamente questa meravigliosa solidarietà, vivendo sempre più e meglio
nello spirito altrui, penetrando le anime, fondendo intimamente 1 valori, noi
vinceremo sempre meglio la morte, perchè noi im- personalmente sopravivremo
nelle intelligenze, negli amori, nelle volontà dei nostri diletti. Se, com'è
indubitabile, il voi già nella vita dell’individuo è assiti più che Pindividuo
isolato, in quanto è anche universale, e per la sua universalità partecipa
della vita degli altri, se uni- versale stesso, malgrado la sua impersonalità,
può in noi e per noi divenire cosciente del sno valore, e se la morte non è che
la scomparsa dell’individualità inferiore, dunque possiamo con vi- rile
tristezza pensare la dissoluzione del presente individuo. Ciò che più importa
diventa ora evidente. Bisogna prendere interi coscienza di sè } bisogna cioè
prender possesso di quel noi che è fuori del nostro individuo; bisogna dare un
senso e un valore a questa conoscenza, e servircene per dirigere i nostri
sforzi verso La piena consapevolezza dell’umi- versale (1). (!) « Conosci te
stesso. E il punto di partenza e dev'essere il punto d’ar- FIVO », VARISCO,
Conosci te stesso Tu sei più largo di quel che credi. Tu sei ancl’io; tu sei
anche gli altri. Il fondo della tua vita s'estende anche fuori del {uo
organismo, a tua insaputa. Notre poitrine est trop étroite pour
notre cocur (1), Cet élre souffre, donc je Vaime (2). Perchè il poeta-filosofo così
sospira? Perchè Li sua delicati te- nerezza arriva fino all'essere che soffre;
perchè egli ha ingran- dito l'orizzonte della sua coscienza, La sfera della sua
azione mo- ‘ale ; perchè infine allargamento ideale del suo cuore si risolve
nell’allargamento reale della sua stessa esistenza. C'è un senso e un valore
universale così nella rivelazione della bellezza, come nella vera vita della
poesia che nessuna critica in- sisteute sull’arida individualità del lirismo
riuscirà mai a di- struggere, nonchè a comprendere cr veritate. Il vero
carattere del bello non è nè Vindividualità, nè Puni- versalità, ma
l’individualità dell’universale. Egco ciò che dà ra- gione della fecondità
morale della bellezza, dello slancio pe- renne degli artisti verso Vinfinito,
dei veri artisti infedeli al fatto per rimanere fedelissimi all’umiversale. $
6. — Ritorniamo all’interpretazione del dolore. L'estrema paura del dolore non
è ragionevole. TI suo difetto sta nel dimenticare il ritmo della vita, tessuto
inevitabilmente li gioje e di dolori. Riconosciuta la funzione vitale del
dolore ela sua portentosa fecondità non sarà impossibile trarne pro- fitto. Da
che proviene la nostra tristezza ordinaria pensando all'ora della morte?
Proviene dall’idea della dissoluzione del nostro individuo, che si confonde
coll’annientamento completo del noi. Ma se il genio della specie umana nou è
effimero, neanche col suicidio noi possiamo annieutarci del tutto. E può darsi
che qualche spirito forte, nella terribile ora, sap- pia ciò che vuole e ciò
che fa e ne sia responsabile perfettamente ; può darsi che voglia uccidere
soltanto Pindividuo, non per mo- (1) Guyau, op. cit., pag. 469. (2) Gurau,
ibid., pug. 412, ;- 388 SEZIONE III - CAPO IV rire, ma per vivere
impersonalmente nell'universale. Rifugio su- blime. Certo quest'idea — come il
bello e il buono, del resto — è uma specie di tesì senza prova. Ma chi può
impedirci di supporre che ogni uomo, a forza di sapere, damore e di volontà,
possa aumen- tare la sfera della sua azione, projettare nelle altre coscienze i
suoi valori, farsi più penetrabile e più penetrante, vivere più intensamente
nello spirito e negli spiriti, resistere sempre più fortemente alla rapina del
tempo, fissare sempre più a lungo la miglior parte di sè, realizzare infine una
progressiva. vittoria sulla morte? Grande invero, anzi enorme, è la potenza di
con- centrazione spirituale che Puomo — nella sua progressiva ci- pacità di
autocausazione può realizzare, facendosi sempre più intimo a sè, continuamente
rinnovandosi nel perenne inere- mento di sè medesimo. (è forse-anche un superbo
piacere nel sottrarre all’indifferente causalità della. natura una vita, pur
d'un sì rapido momento, e arriechirla del più eletto ideale. (è forse per
alcuno anche un selvaggio piacere nel non conoscere una ragione di più. E per
altri sarà ancora la gioja, Tardente cioja della bellezza, traverso il dolore :
Durch Leiden Preude, L’impresa di Beethoven. D'altra. gioja non brilla la
virtù. E forse il vero senso della nostra moralità, cioè della nostra 11-
Dertà. morale d’autocausazione, che è in pari tempo la nostra sola crandezzia
(in questa. vita che è per tre quarti mrinutilità, quando non è unassurdità 0
qualche cosa di peggio) consiste nella fierezza, chiara e precisa ad ognuno che
ne sia capace, di sapere e di volere vivere senza palliativi, senzat vame
illusioni, nella crescente imarezzia della sorte (1). (un desiderio austero di
vivere per un ideale, malgrado il di- sgusto e anche il disprezzo per fanta
parte della società così detta civile in cui ci sentiamo condannati a
convivere, mal- grado il nostro amore per i luoghi solitarj e selvaggi e
Vistintiva (1) Conferisci : « Pelevazione dello spirito al disopra di ogni moto
soave o insoave della carne, e al disopra della gloriuzza, della morte e simili
cose » che è l'insegnamento di Marco Auggtio. (Ricordìî, X, 8). CONCEZIONE
DRAMMATICA DELLA VITA MORALE 389 e preferenza di appressarcì alla morte nel
consorzio degli umili e dei sognatori. Ecco V’ardente disperazione della
sensibilità di fronte alla vita diseraziatamente cattiva, ecco l’ardente
bellezza dell’amore nella sofferenza, ecco Vardente lotta della libertà a cui
non manca il coraggio di affermarsi anche nell’ora indeprecabile della morte.
Certo nelle ore solenni, quando al peso dei massimi problemi, l’anima è a sè
stessa un eniguia, quando l’esigenza spietata del- l'interesse combatte
coll’eroica esigenza del sacrificio, la conce- zione tragica della vita morale
non può essere vinta e solo l'arte — perchè la bellezza interviene
essenzialmente nella nostra espli- cazione dell’universo — forse solo la
veemenza della musica può esprimere il sospiro profondo dell’umanità.
Nell’accordo dell’amore colla tristezza, nella fusione del sa- pere colla
volontà, noi vediamo dunque brillare La grazia e la potenza inviuribile della
filosofia. FINE Digitized by Google tI TORINO - FRATELLI BOCCA, EpITORI -
RoMA-MILANO Biblioteca di Scienze Moderne * GareLLo. La morte di Pan.
Psicologia morale del mito . SPENCER. L'evoluzione morale . . ò; Loria. La
sintesi economica. Studio sulle legni del reddito 44. SPENCER, L'evoluzione
del. pensiero x È 45. GrosentI. La teorica della mente umana - Rosmini “a i
RODRE niani - La libertà cattolica 3 46. CovortiI. La vita e il pensiero di A.
Sia Pongo 47. PastoRE. Sillogismo e proporzione. Contributo alla una e alla
storia della logica. pura 48. Lea. Storia dell'inquisizione . È . CHiapPELLI.
Dalla critica al nuovo idealismo . NierzscHe, Ecce Homo. Come si diventa ciò
che si è ol. PauLSEN. Introduzione alla » filosofia | È x > 52. GRANT-ALLEN.
L'evoluzione dell'idea di Dio. Una indagine sulle origini delle religioni i 7 :
ò 04-59. WAGNER. Trattato di geografia generale. Tre sana sa Ss L'uomo. Secondo
le origini, l’antichità, le variazioni e la distribuzione geografica 57.
FACCIOLI. Trattato di Aviazione . DE SANCTIS. Storia della Itepubblica AIA 59.
WrEÎNnINGER. Sesso e carattere x ” 60. Kopatscna. Politica economica
internazionale 61. Spinoza. L'Etica - Della correzione dell’intelletto 62.
Kant. Prolegomeni ad ogni metafisica BI: 63. Costa. Filosofia e Buddhismo ì 1 :
64. Mosca. Elementi di scienza politica (in corso di VE . MANARESI. L'impero
romano e il cristianesimo 66. TUNZELMANN. La teoria elettrica ed il problema
dell'universo. Con illustrazioni ? d 67. RaTzEL. Geografia delli uomo.
Principii di Aolnae della SR za geografica alla Storia : è 68. Zini. La doppia
maschera dell'universo. Filosofia del tinpo e dello spazio 69. JEMoLO. Stato e
Chiesa negli sorition politici italiani del ‘600. e del 700 . È : 3 . 70.
Crosa. La sovranità popolare dal vado: -evo alla Sodano fran- cese 71-72. DE
SANOTIS. Storia dei romani. Vol. III in soa Si Tuotà delle guerre puniche. Con
8 carte geografiche 3 73. Niceroro. La misura della vita. Applicazioni del
metodo statistico alle Scienze naturali, alle Scienze sociali ed all'Arte nette
(4. SerarI. Italia - Le MC Antropologia - cultura e civiltà. Con 88 tavole s y
Ò nette 75. BIANCHI. La meccanica del cervello e la REANO dei lobi fron- tali.
Con 61 figure e 4 diagrammi i ‘ : : nette 76. 'l'orranIiNn. La fine
dell'umanesimo . : nette TT. De PrETTO.
Lo spirito dell'universo ; Î ì % nette
NB. - Questi volumi si possono avere legati elegantemente in tela con
fregi artistici, con aumento ‘sul prezzo di L. 5 per ogni volume, Digitized by
Google IN PREPARAZIONE: l'uronIi. Storia delle religioni. — 2* edizione. Loria.
I fondamenti scientifici della riforma economica. Masci. Pensiero e conoscenza.
Dessau. Origini e sviluppo della fisica moderna. MicHELS. Patria. VV. OFFERTI
AD ENRICO D’'OVIDIO In occasione del suo LXXV genetliaco DAI PROFESSORI: E
Armansi G. BernarDI — M. Borrasso — F. Ca- steLLANO — G. CasteLNuovo G., FANO
G. Fupini F. GERBALDI G. GramBeLLI N. JAaDANza E. Laura B. Levi L. LoMmBaRrDI
G. Loria G. Prano A. Pensa G. Sanna OC, SeGrE F. SEVERI A. Terracini E. G.
TOGLIATTI - E PUBBLICATI PER CURA DI FRANCESCO GERBALDI E GINO LORIA Un volume
in-80 L. P. IL PENSIERO PURO Un volume in-5° — L. 12 Vaio: rt. T = Digitized by
4009 IC APRE ART CPI, PA TOP a OE — IA i ;
Ure 7 MRO i Bn DR e. i | ds a fe ANNIBALE PASTORE ui: Libero docente di
Filosofia teoretica nella R. Università di Genova io di i js 7 NI | Conferenza
Popolare - :5 alla S Nn Società di Letture e Conversazioni Scientifiche i ; IN
GENOVA - GENOVA Tipografia FrateLLI CarLINI FU Gio. BaTTA irta Via XX
Settembre, 22 ‘E ri-,--Eeaùtt.-- elet ni lei —_ ° 1 1 MACCHINE LOGICHE Benchè gli studî e gli
sforzi dei filosofi, che cercano di il- luminare le menti per richiamarle alle
leggi supreme della ra- gione, non ricevano ancora troppo favorevole
accoglienza in verun paese e tanto meno nel nostro dove la filosofia incontra
assai più detrattori e nemici che studiosi e cultori; tuttavia è già ragione di
non poco conforto il veder rese possibili, almeno nelle città più culte, alcune
conferenze pubbliche sopra quegli argomenti filosofici che per l’ addietro si
rinchiudevano gelosa- mente nelle aule più severe delle Università. So che
compendiare alcuni de’ risultati più importanti che si contendano, ai giorni
nostri, il campo della filosofia benanco alla forte schiera delle persone culte
le quali provano il bisogno di seguire (ovunque si manifestino) le fasi del
pensiero contem- poraneo è un’impresa piena di difficoltà e di ostacoli d’ogni
maniera. Ed io sono troppo alieno dal presumere di non fallire più o meno
all'intento mio ed alla pubblica aspettazione ; e non perciò l'impresa cessa di
essere un dovere ed un bisogno per chiunque abbia raccolto da studî
coscienziosi il frutto d’una dottrina in cui creda riposta qualche verità
vantaggiosa al- l’opera emancipatrice della filosofia. Da cinquant’ anni a
questa parte il progresso degli studî filosofici è stato molto favorito dai
progressi compiuti nel campo delle scienze esatte e sarebbe difficile calcolare
in modo ade- guato i servigi resi alla teoria logica, fra l’ altre, dalle
scienze matematiche e fisiche. Un aspetto caratteristico delle più recenti indagini
logiche è la possibilità di studiare i fenomeni logici più astratti dal punto
di vista sperimentale. A. PASTORE Giacchè le ricerche combinabili da questo
punto di vista hanno bisogno di essere poste in piena luce e potrebbero , col
tempo e col progresso degli studî, suggerire una moltitudine di problemi
interessanti, io cercherò di chiarire le basi di questa — teoria, spogliandola
d’ ogni apparato filosofico e riducendola nei termini della logica e del senso
comune; traducendo in lin- guaggio popolare i principî ond’è mossa, i risultati
ai quali è pervenuta e gli scopi ai quali è rivolta. almeno nell’ animo dei
suoi promotori. j Tale è lo scopo di questa mia conferenza (1). Dividerò l’
argomento in tre parti: Nella prima svolgerò in forma popolare le premesse da
cui si deduce la possibilità di costruire i modelli ideofisici. Nella seconda,
chiariti rapidamente i processi della logica pr) simbolica in generale, farò la
descrizione delle macchine logiche ’ più elementari che servono da modello alle
forme elementari ' della logica, vale a dire al concetto, al giudizio, al
sillogismo ilo e metterò in rilievo i risultati principali ottenuti i Nella
terza darò un cenno delle conseguenze scientifiche e filosofiche più
caratteristiche che si possono derivare. Bi): I Si direbbe a tutta prima che la
gran difficoltà della logica i TA pura debba risiedere nella necessità di
scoprire le leggi d’un or- dine di fatti che si sottraggono completamente ai
nostri organi di senso. Per tutto il corso della vita siamo così abituati a
vivere tra e per le cose sensibili, ‘senza imparare a conoscere la vera natura
delle cose sentite, che siamo ben poco disposti a conce- a dere vhe la mente
nostra possa giungere a conoscere con esat- ; tezza quei fatti che escono fuori
dell’ ordine fisico. Ritengo per fermo che moltissime persone, anche istruite ,
non posseggano una chiara idea di quel che sia la logica pura: e debbano quindi
restare grandemente maravigliate all’ esposi- zione dei modelli ideofisici,
delle macchine logiche e così via, appunto perchè noi siamo troppo disposti a
credere che non 1 208) abbiano luogo quei fatti i quali appunto non pare che
abbiano fi luogo in un luogo assegnabile qualunque. (1) Conferenza popolare
fatta alla Società di Letture e Conversazioni scientifiche in Genova, il 10
Marzo 1906. MACCHINE LOGICHE 5 Ma è proprio vero che i fatti di cui si occupa
la logica pura si sottraggano completamente ai nostri organi di senso? Questa
domanda ne involge un’ altra. Che cosa sono i fatti della logica formale? Sono i
fenomeni morfologici coi quali e nei quali si mani- festa e si svolge la vita
dell’ umano pensato, (badate che non dico dell’ umano pensiero), qualunque ne
sia il contenuto psico- logico concomitante; sono le forme geometriche pure in
cui cri- stallizzano per dir così le varie nozioni che s’introducono nel nostro
ragionamento. Come, generalmente parlando, ciascun minerale, quando
cristallizza, assume una forma particolare e costante la cui co- noscenza basta
soventemente a palesare la natura del minerale cristallizzato; così ciascun
ente mentale, quando si concettualizza definitivamente in un pensato qualunque,
assume certe forme tipiche particolari i cui caratteri il più delle volte si
possono valutare in modo preciso ed anche esprimere con misure nume- riche
definite. Trattasi ora di sapere se questi fatti o prodotti morfologici del
pensiero che si riscontrano nella struttura dei concetti e nel processo del
ragionamento procedano a caso ed a ventura, come eventi al tutto accidentali e
fortuiti o invece a tenore di rap- porti costanti determinabili se non sempre
determinati; impe- rocchè fuori di questa ultima ipotesi la riduzione dei fatti
lo- gici a modelli meccanici esatti tornerebbe impossibile, e il con- cetto
Stesso d’ una dottrina logica qualunque involgerebbe ripu- gnanza. A tal
riguardo io non posso credere che non si capisca immediatamente che l’esistenza
di leggi logiche è la condizione necessaria per l’ applicazione del metodo
sperimentale allo studio dei fenomeni logici, come l’ esistenza di leggi
naturali è la con- dizione necessaria per l’applicazione del metodo
sperimentale allo studio dei fenomeni della natura. Ma esistono veramente
queste logiche formali regolanti tutte le forme del pensato? Tale è la
questione preliminare dalla cui soluzione dipende tutto l'indirizzo di questo
studio. Orbene e la ragione induttiva ld TE © e db ei 6 A. PASTORE e la
deduzione astratta sono concordi nel riconoscere l’ esistenza di queste leggi
logiche come certa ed indubitabile. Infatti, riflettendo al processo ascensivo
che la natura segue regolarmente negli ordini della vita universale, nei quali
ai gradi inferiori e rudimentali rispondono leggi assai semplici e generali e a
mano a mano che gli organismi divengono più compiti e le funzioni più elevate,
non vanno già cessando le leggi, ma anzi se ne manifestano altre ed altre via
via più complesse e speciali, come mai e perchè dovremmo ammettere che la vita
del pensiero umano debba la sua maggior perfezione al fatto che le forme
inferiori sono determinate da un certo or- dine di leggi, ed essa invece da
nessuno? Quando mai la mancanza delle leggi ha conferito un pregio qualunque ad
un fenomeno qualunque dell’ universo? Un concetto simile non varrebbe certo un
omaggio alla dignità delle spirito umano, le cui produzioni nella serie delle
epoche scorse (le quali abbracciano un periodo grandemente ba- stevole a
chiarire e risolvere il nostro problema) si sono verifi- cate e ripetute con
una regolarità tanto superiore agli arbitrî dell’ individuo quanto alla sorprese
della fortuna. Ma abbando- niamo anche questo argomento induttivo per quanto
riceva piena conferma dalla ragione storica. E andiamo più oltre. V'è un’altra
serie d’ argomenti e di metodi la quale parla ancora più chiaro, rendendo
direttamente possibile alla ragione di tradurre quell’ ipotesi in una teoria
scientifica sostenuta da prove irrefragabili. Perocchè, se è vero che gli enti
logici in sè considerati non- dimorano nella ragione dei sensi, fortunatamente
noi possiamo in certo modo farli cadere in una regione che ne rende possi- bile
l’esperienza; talchè il loro studio ci è reso possibile in più modi : primo,
collo studio comparativo del linguaggio e della scrittura in cui gli enti
logici in certi casi si esprimono com- pletamente ; secondo , collo studio
analitico di certe corrispondenze (che ora non è il caso di chiarire) fra le
proprietà degli enti logici T e le
proprietà di certi enti geometrici, donde risulta che tanto i sistemi logici
quanto quei sistemi geometrici si possono con- siderare come subsunti o
compresi in un certo concetto generico le cui proprietà deducibili valgono così
nella logica come nella geometria; finalmente, collo studio dell’ analogia fra
i sistemi logici e certi sistemi meccanici, le cui proprietà saranno desunte
fuga- cemente nel seguito. Nel primo metodo sono la comparazione e l’ analisi
linguistica che ci aiutano positivamente .a stabilire la teoria logica, sebbene
non si possa dire, come afferma il Croce p. es., che tutto il la- voro infine
si riduca a projettare la forma del linguaggio nella forma del pensiero,
giacchè anche per questa via i sussidî ver- balistici sono oltrepassati
rapidamente e le teorie formali deri- vanti non restano affatto falsificate dai
caratteri accidentali ed estrinseci del linguaggio. Per le altre vie tanto meno
si giusti- fica l'appunto del pregiudizio verbalistico. Ma, tralasciamo ogni
questione pregiudiziale e scendiamo ai particolari della prima ricerca.
Riflettendo un poco vedremo che ad ogni ente logico astratto corrisponde o si
può far corrispondere nel linguaggio e nella scrittura un segno (vocabolo
fonico, termine grammaticale) ben determinato ; quindi si capisce che è sempre
possibile compiere l’analisi rigorosa degli enti logici, lavorando prima sui
segni linguistici e grammaticali e poi risalendo da questi a quelli. Dimostrerò
in appresso, in modo più ampio, che questo procedimento di ricerca, dai segni
agli enti significati, questa so- stituzione del segno alla cosa e questo
ragionamento sui segni invece che sulla cosa significata, mentre restano la
maniera di in- vestigare effettivamente esercitata quasi in ogni caso nel campo
della scienza, ci condurrà necessariamente alla costruzione ed alla
giustificazione delle macchine logiche che si impiegano con , tanto vantaggio
alla ricerca delle leggi del ragionare. Studiamo frattanto con quale processo
si possa giungere da questo punto di vista alla determinazione rigorosa di quei
primi dati logici che ci permettono la messa in opera d’ una macchina logica
qualunque. A la A. PASTORE ata Gli uditori seguendo con attenzione lo sviluppo
di questo edificio capiranno, agevolmente che cosa fa lo spirito nostro quando
dà origine al più semplice nesso logico binario che è il giudizio espresso
verbalmente dalla proposizione. Per chiarire le nostre idee su questo argumento
cominciamo a dichiarare che tutti i giudizîì semplici sono sempre riducibili ad
un tipo unico di costruzione. Ogni proposizione semplice è sempre - la riunione
di due termini mediante un verbo, che è detto copula per la sua funzione d’ accoppiamento.
Si accetti pertanto come un postulato fondamentale che in tutti i casi
giudicativi noi ci troviamo sempre di fronte a due termini riuniti in un
rapporto. Cominciamo ora dai termini poi passeremo al rapporto. Dal momento che
ogni giudizio deve porre con esattezza qualche nozione innanzi all’ altrui
intelligenza si scorge che nes- sun giudizio può mai sussistere come forma
significativa se i due suoi termini non sono considerati in una maniera ben
definita. Da ciò si comprende che tutti i concetti o termini del giu- dizio —
qualunque sia il loro contenuto materiale — non pos- sono mai entrare nei
quadri del giudizio, senza ricevere un va- lore ben definito rispetto alla loro
quantità. Questa operazione dicesi appunto quantificazione dei termini logici,
e si effettua (quando ha luogo) mediante l’ aggiunta di certi segni quantifi-
cativi (articoli, aggettivi ecc.) che indicano sempre con chia- rezza i due
punti di vista sotto cui sono considerati i concetti: punto di vista della
classe (universale), punto di vista dell’ indi- viduo (particolare). Per questo
riguardo tutti i concetti suscettibili d’ entrare in una relazione giudicativa,
qualunque sia il loro contenuto ma- teriale , sono disponibili in due
categorie: concetti di classe o universali; concetti di individui o
particolari. Quanto alla relazione giudicativa l’ analisi del linguaggio
dimostra che la copula assume pure due valori ben definiti ed opposti da cui
risulta ciò che si dice la qualità del giudizio. Quest’ operazione si effettua analogamente
mediante l’ ag- giunta di certi segni qualificativi che indicano sempre con
chiarezza i due punti di vista sotto cui è considerata la relazione
giudicativa: punto di vista dell’ affermazione, punto di. vista della negazione
e dicesi appunto qualificazione del giudizio. In conclusione colla
determinazione rigorosa di quattro va- lori (due quantificativi per i termini,
due qualificativi per il rap- porto) ogni giudizio risulta perfettamente
spiegato dal punto di veduta della sua forma, vale a dire, astrazion fatta da
qualsivoglia contenuto, 0 significazione materiale dei termini. E così resta
provato, almeno per questo primo e più sem- plice procedimento, che i fatti
logici fondamentali sono suscet- tibili di una determinazione scientifica
rigorosa. Degli altri due procedimenti indicati, che non sono in alcun modo
così ovvî e anzi al contrario molto remoti dalla pratica ordinaria, dirò poi a
suo tempo quanto basti a mostrare come sia ampia la parte che spetta alla pura
ragione nell’ esame delle questioni scientifiche, e quanto dovrebbe esser
implicita la nostra confidenza in quel potente e regolare sistema di norme e di
metodi che costituiscono l’ analisi delle scienze esatte. Finalmente dal sin
quì detto risulta che noi abbiamo di- stinto nei prodotti più modesti del
pensiero ciò che si può dire nettamente la forma dalla materia. Per materia s’
intende il dato dell’ esperienza sensibile, il il contenuto, gli elementi
oggettivi, le note, gli individui, il ciò che viene pensato in una parola. Per
forma s’ intende il-modo in cui questo dato informe viene compreso dal pensiero
e fissato nell’opera mentale che ne risulta. Ciò che dicesi forma rivelasi così
come l’ orditura logica del pensiero, lo stampo, l’impalcatura delle note e
degli elementi sensazionali. Ancora s'impone la necessità di distinguere
nettamente il pensiero dal pensato. Il pensiero è l’ attività mentale che
concepisce. Il pensato è il prodotto, l’ opera, l’ atto, il pensiero concepito
, il pensiero concetto, il concetto insomma. Il pensiero è la potenza forma- x
trice, poetica. Il pensato o concetto è il fatto formato, l’ opera d’arte
compiuta nel modo e nel mezzo che è naturale al pensiero agente. Ora la logica
formale non si occupa che di questo fatto o più esattamente di questi fatti
morfologici, ne studia analitica- mente i caratteri e le relazioni. Nel caso
più semplice del con- cetto, cioè di quei prodotti che figurano come termini
del giu- dizio, vede una struttura, un sistema architettonico, per dirscosì, di
elementi. Quindi afferma che il concetto è un complesso di note, una
moltiplicità di elementi unificata in certa guisa, un organismo di note cioè di
indici di relazioni; poi si eleva a studiare le - relazioni costanti tra questi
gruppi, cioè le leggi di questo pro- cesso ordinato; e poi... nulla più, perchè
questa è la sola e la vera realtà logica di cui vogliamo occuparci. Questo
organismo di note soddisfa a due condizioni : 1. di solidarietà (continuità,
subordinazione, ecc.) per cui tutte le note particolari si riattaccano fra loro
e fanno una classe unica. 2. di libertà (discontinuità, indipendenza, ecc.) per
cui tutti i particolari sono staccati fra loro e dal tutto. È un curiosissimo
gruppo di condizioni per cui si deter- mina un sistema di organi tali che sono
o possono essere riu- niti o distinti, solidali o disimpegnati fra loro a
piacimento. Ma quale prova possediamo della validità di queste leggi logiche ?
£ La prova della validità delle leggi logiche, potremo ripetere A col Masci,
sta tutta nell’ uso necessario di esse, cioè nell’ uso stesso del pensiero e
nella dimostrazione (mediante questo uso) perciò la legge logica è la necessità
stessa dell’ uso del pensiero. Ora fermiamoci un poco quì. ; II Siamo giunti ad
un bivio. Da una parte continua ardua e periagiosa la strada della logica
tradizionale, la quale conduce alle mirabili costruzioni che è impossibile
pensare altrimenti, cioè con altra legge e che. MACCHINE LOGICHE 11 teoriche
del giudizio e del raziocinio in tutte le loro varietà più complicate. Dall’
altra s' apre una via nuova: la'via della logica simbo- lica. Tre schiere di
ricercatori s' inoltrano oramai per questa via. La prima comprende i fautori
della logica matematica o leibniziana. La seconda i fautori della logica
figurativa o euleriana. La ‘terza i promotori della logica tecnica. Il
principio fondamentale comune a tutte le varietà della logica simbolica è il
seguente: contraddistingnere ogni ente lo- gico interiore con un simbolo
esteriore corrispondente. Così gli enti che si devono studiare vengono rappresentati
in varie guise dallo studioso medesimo e diventano gli oggetti d’ un’
esperienza possibile. La differenza specifica è questa. La logica matematica,
che si sente anche dire comunemente « logica algebrica » o « algebra della
logica » o « logistica » semplicemente, sia che la si consideri alla stregua
più generale della scuola inglese e tedesca come la scienza astratta della for-
malità logica trattata collo strumento della formalità matematica, sia che la
si consideri alla stregua più particolare della scuola italiana del Peano come
la scienza che tratta delle forme di ragionamento che si incontrano nelle varie
teorie matematiche, riducendole a formule simili alle algebriche, si vale
unicamente di simboli ideografici logici e matematici, ma resta sempre, più o
meno, una matematica. La logica figurativa o euleriana, che si potrebbe anche
dire schematica, per rappresentare graficamente i concetti e le loro relazioni
adopera largamente alcune figure geometriche, per l’ ordinario , circoli,
(proiezioni delle sfere nel piano), elissi, diagrammi schematici ecc. che, nei
casi elementari, non. man- cano al requisito d’ essere un discreto aiuto all’
cechio dello studioso, ma nei casi appena un po’ complicati falliscono com-
pletamente allo scopo. Inoltre lascia compiere dall’ occhio le ope- razioni
logiche occorrenti, non libera lo studioso dall’ interpre- tazione verbale
delle condizioni premasse e dei risultati e resta sempre, più o meno, uno
schematismo descrittivo. MELA * d NI pi 12
La logica tecnica per contro si vale di modelli meccanici i quali nei
casi più interessanti lavorano da sè con una specie di lealtà e di previdenza
logica che talora superano la sottigliezza del nostro ragionamento. A questo
riguardo merita d’ essere rammentata una cosa importante. Si possono costruire
due tipi differenti di macchine logiche: 1. — macchine di ripetizione, 2. —
macchine di controllo. Le prime tornano a dire sotto forma meccanica quanto fu
già detto sotto forma di ragionamento formale, rappresentano , traducono, traslatano
le teorie logiche da una lingua in un’altra, riproducendo tutto
esattissimamente. L’opera così trasportata può essere vera o falsa. Ciò non ha
nulla da fare colla fedeltà della macchina ripetitiva. Le seconde dimostrano se
è vero il nostro ragionamento, sempre dal puro punto di vista della forma. Ad
esse ricorriamo per accertarci con riscontro dell’autenticità o verità di una
cosa, ed esse ce lo manifestano in modo da togliere ogni dubbio. Pro- vano per
via meccanica quanto si è già stabilito per via di ra- gionamento, stabilendo
se le cose dette sono secondo verità o no; finalmente, nei casi più favorevoli,
trovano fatti nuovi, scoprono di propria virtù conseguenze non ancora
osservate, ci fanno ottenere prodotti imprevisti, moltiplicando in certa guisa
i fatti noti fra loro. Insomma: le prime lavorano secondo imagine e somiglianza
intorno a ciò che sì è già detto, e si riferiscono sempre a casi del passato.
Le seconde lavorano secondo verità intorno a ciò che sì deve dire e si
riferiscono sempre a casi del passato e del pre- sente, e nei casi più
favorevoli lavorano eziandio secondo origi- nalità intorno a ciò che si può
dire riferendosi per tal guisa anche a casi del futuro. Le macchine logiche
finora conosciute appartengono esclu- sivamente al primo tipo. Sono macchine
inglesi, americane, pro- poste segnatamente dal Jevons, dal Marquand, dal Venne
da altri. La macchina del Jevons è una
specie di piccolo piano la cui tastiera comprende 21 tasti. 16 di essi rappresentano
i termini (distinti in universali, particolari; positivi e negativi) che
possono fungere da soggetto e da predicato. Gli altri 5 sono tasti di
operazione. Uno (quello di mezzo) serve per la copula. Altri due rappresentano
le congiunzioni disgiuntive delle proposizioni. Degli altri due, uno
rappresenta il punto e si deve pre- mere quando una proposizione è compiuta, l’
altro (di scarico) quando si prema alla fine d’un argomento, serve a rimettere
la macchina allo stato primitivo. I tasti dei termini sono legati ad un
abdecedario logico o tavola di tutte le combinazioni possibili dei termini
impliciti. Per far agire la macchina basta premere successivamente i tasti
nell'ordine indicato dalle lettere e dai segni d’una proposi- zione simbolica
già stabilita. Allora appaiono sopra un quadrante tutte le combinazioni che
sono d’ accordo con le premesse, se condo le leggi del pensiero. Le
combinazioni incompatibili con le premesse scompaiono dal quadro e non restano
che le com- patibili. Questa macchina, come si vede, è come la realizzazione
ma- teriale del corpo intiero della logica per sostituzione. Essendo date certe
premesse essa classifica , sceglie e rigetta la combina- zione dei termini come
lo farebbe uno spirito pensante. Però l’ esattezza matematica dei risultati che
essa dà non è una prova della verità del sistema che essa applica, come credeva
che fosse il Jevons, ma solo un effetto della fedele rappresentazione del-
l’abecedario logico interpretato secondo una serie di operazioni già
predeterminate. > Come ho già notato questa macchina appartiene esclusiva-
mente al primo tipo, ed i suoi vantaggi si riducono solo alla dimostrazione
delle ripetibilità o rappresentabilità meccanica di alcuni fatti logici
conosciuti. Si capisce quindi che le sue operazioni si compiano sempre we" in guisa elegante e perfetta. Non v'ha dunque
in essa che una curiosità e per nulla uno strumento nuovo di cui \poss profit
tare l’ analisi logica. Ora consentitemi d’ accennare ad alcune mie personali
ri- cerche che furono pubblicate a suo tempo come saggio d’ una teoria logica
compiuta col sussidio di macchine logiche del 2.° tipo. Ma prima d’ esaminare i
mezzi pratici occorrenti per co- struire un modello meccanico di fatti logici i
quali come si vedrà a suo tempo sono estremamente modesti, vediamo brevemente
gli argomenti teorici che giustificano la ragionevolezza del ten- tativo. Tutte
le ricerche che ci conducono al nostro scopo si ridu- cono in fondo a due
operazioni: una traduzione o rappresenta- zione materiale delle quantità
logiche proposte ed uno speri- mento nel vero senso della parola. Si capisce
che una traduzione siffatta presuppone che siasi compiuta antecedentemente la
de- terminazione esatta e rigorosa di quegli enti logici formali che si
introducono nelle operazioni elementari del ragionamento. E confido che non
avrete dimenticato che questo compito fu esau- rito nella prima parte di questa
conferenza. Ora aggiungerò che non si può tardare a riconoscere che tutti gli
enti logici for- mali sì possono dividere in due categorie : 1.° enti
‘primitivi o indefiniti, 2.° enti derivati o definiti, e si possono disporre in
guisa tale da costituire un sistema ge- rarchico di trasformazioni deduttive
analoghe a quelle dell’ al- gebra, in cui alcuni elementi semplicissimi
diversamente combi- nati bastino a produrre rigorosamente tutto il resto.
Supponiamo ora che l’analisi e la riduzione accennata siano state compiute
esattamente, per modo che il campo logico sia stato depurato da ogni elemento
materiale e ridotto a purissima formalità; supponiamo che tutti gli enti formali
della logica siano divisi in due categorie distinte (enti primitivi ed enti de-
rivati) e che si conoscano le leggi delle loro combinazioni. Traduciamo in
termini o enti fisici equivalenti tutti i ter- — mini o enti logici formali
primitivi, in modo da ottenere una sostituzione chiara esatta e completa di
ente ad ente. Combiniamo tra loro questi enti fisici, rappresentativi de- gli
enti logici, secondo le leggi indicate dalla logica pura. Si otterrà una
costruzione o combinazione fisica materiale corri- spondente alla costruzione o
combinazione logica formale. Questa costruzione fisica è ciò che io chiamo il
modello fi- sico dei fatti logici, in una parola il modello ideofisico. Ora
l'importante è comprendere che lo spirito può lavo- rare con una facilità ed
una sicurezza completa sopra questo modello ideofisico, il quale non è altro
che un tentativo di equa- zione materiale dei fatti formali più o meno fedele
ed equiva- lente ad essi; e che — avendo sostituito ai termini oscuri del
modello formale i valori ben chiari e corrispondenti del modello materiale —
noi possiamo sempre verificare, paragonandole fra loro, se le conseguenze
naturali del modello fisico siano o no d’ accordo colle conseguenze logiche del
modello logico. Abbiamo insomma trovato il modo di tradurre un sistema
razionale astratto in un modello meccanico equivalente e in pari tempo scoperta
la possibilità di sottoporre al metodo speri- mentale le ricerche analitiche
della logica formale, introducendo nella verificazione delle conseguenze
logiche pure il controllo della funzione sperimentale del modello ideofisico.
Tutta 1’ ideo- fisica è qui. î Molto grandi sono i vantaggi di dimostrazione e
di ricerca offerti da questa rappresentazione ideofisica, quando la tradu-
zione degli enti logici e delle loro proprietà nei simboli mecca- nici
corrispondenti venga fatta in modo esatto e completo. In questo ordine di idee
si confrontano gli enti logici cogli enti fisici o corpi fisici sottoposti alle
leggi della meccanica. Allora le proprietà generali dei corpi fisici
corrispondono alle proprietà generali dei corpi logici, e le macchine meccani.
che esteriori corrispondono alle macchine logiche interiori quasi
perfettamente. Vi sono manifestamente fra le grandezze che si hanno a
considerare nei modelli, le stesse relazioni che corrono fra le grandezze
logiche. Anzi, in realtà, parecchi termini logici e dei più notevoli 16 A.
PASTORE trovano quasi solo in questa analogia meccanica la loro giusti-
ficazione. È estremamente interessante constatare a questo riguardo che le
nozioni che si deducono dalla considerazione di questi modelli meccanici
corrispondono proprio a qualche cosa di reale che sussiste indipendentemente
dai modelli, i quali possono es- sere bene costruiti in modi infinitamente
diversi ma sono sempre veri di fronte ad una legge o ad un sistema di leggi che
in tutti i casi rimane sempre la stessa. Analogamente alla logica pura questa
logica simbolica de- dotta dalla considerazione dei modelli fisici studia le
leggi dei fenomeni logici nell’ intento di poter prevedere quali fatti logici
succederanno in date circostanze e di poter conoscere quali circostanze si
devono attuare per ottenere certi fenomeni logici che si desiderano. Passiamo
ora alla descrizione meccanica dei primi modelli ideofisici del concetto.
Poichè la teoria del concetto ci avverte che i termini d’un concetto o gruppo
generatore qualunque devono soddisfare neces- sariamente a queste due
condizioni : 1.* ad una condizione di solidarietà o di continuità, o di ge-
rarchia o di subordinazione che dir si voglia consistente in ciò che tutti i
termini quantitativi del sistema quando sono consi- derati come classe unica si
riattaccano gli uni agli altri, e si di- portano tutti a un modo
indipendentemente dalle determinazioni particolari di ciascuno, 2. ad una
condizione di libertà (o indipendenza) consistente in ciò che ogni termine
particolare considerato in se stesso deve essere incompatibile tanto con gli
altri quanto col sistema; è chiaro che si otterrà una soluzione soddisfacente del
problema con un sistema di organi meccanici legati in guisa che il di- stacco o
la riunione degli organi possano effettuarsi fra loro a piacimento. Nel modello
del concetto che vi presento ho voluto precisa- mente imitare i casi più
complessi e comuni ai quali dà luogo la presenza di più particolari dentro un
universale e in cui si ’ Î dichiarate or ora. Per la presenza simultanea dei
particolari tutti fra loro differenti questo sistema rappresentativo ha
ricevuto il nome di | modello differenziale. > Vi sono nell’ apparecchio
differenziale tre ruote coniche den- % tate o pignoni collegati ad angolo retto
fra loro. Ognuna di esse rappresenta un particolare di un universale. Questo
univer- sale è rappresentato a sua volta da una quarta ruota ridotta a Lea È,
verificano le due condizioni di solidarietà e di libertà che furono Di, h a -
manicotto, portante due sbarre normali all'asse e poste l’ una sul
prolungamento dell’ altra, la quale comanda a tutto il sistema. La disposizione
schematica che ricorda l'ingranaggio differenziale del Maxwell e sopratutto i varî modelli
fisici impiegati dal Gar- basso per illustrare il fatto delle teorie
meccanicamente equiva- lenti, le leggi teoriche per la scarica di condensatori
e numerosi fenomeni elettromagnetici, si ricava immediatamente dalla grande
tavola colorata che vedete appesa alla parete (1). Sopra l’ asse orizzontale A
B sono infilati il pignone C e la carrucola D; questa carrucola D è fissata in
posizione inva- riabile sull'asse A B, il pignone C può venire fissato o reso
li- bero sull’ asse, mediante una vita di pressione. Quest’ organo A B, C D è
colorato in rosso nel modello murale. Sopra il tratto dell'albero A _B che va
dal pignone C alla carrucola D è infilato un lungo manicotto o albero cavo E F
portante sull’estremità F la carrucola G fissata rigidamente in esso, e nel
centro del sistema due sbarre H I, K L normali all’ asse e poste l’ una sul
prolungamento dell’ altra. La sbarra K L porta una grossa sfera di ottone in L
per equilibrare il sistema. Quest’organo E F, G, H I, K L è colorato in azzurro
nel modello murale. Ancora sopra l’asse A B e nel tratto che va da K ad F è
infilato un più corto manicotto o secondo albero cavo M N che porta alle sue
due estremità la carrucola O e la ruota co- nica P fissate rigidamente in M ed
in N. Questo organo M N, O P, è tinto in giallo nel modello murale. Le due
ruote © e P ingranano con una terza ruota Q che è sostenuta dalla sbarra
verticale H I intorno a cui può gi- rare liberamente o venire fePmata con
apposita vite di pressione. Quest’organo Q è lasciato in bianco nel modello
murale. Tutto l’ ingranaggio è retto da due robusti sostegni di ghisa R S, T U;
ed è posto in movimento dalla manovella Z. . In conclusione: l'ingranaggio
centrale è un sistema di tre pignoni ad angolo retto, rotante intorno a due
assi normali l'uno all’ altro ed equilibrato dal peso L, come si vede diretta-
mente nella macchina completa che vi presento. (1) La figura rappresenta una
sezione dell'apparecchio in discorso. gi e 2 1.9 e La sua proprietà
caratteristica è l'innesto per cui i due al- beri normali l’uno all’ altro
possono venire vincolati o svinco- lati meccanicamente come e quando si vuole.
Vediamo ora rapidamente come funzioni il modello in ae- cordo col principio
fondamentale della logica. Se io fisso il pi- gnone C lascio libero il pignone
Q e faccio girare la manovella Z, il pignone © gira nel senso della manovella;
il pignone P gira in senso contrario; il pignone Q interferendo tra C e P
comunica il moto da quello a questo e gira in un suo modo particolare; l’ asse
verticale I L resta fermo. Ciò vale a rappre- sentare che un concetto può
essere preso in una parte della sua estensione o in una nota della sua
comprensione senza che sia preso in universale; vale a dire ciò che è vero.per
un in- cluso non è sempre vero per l’includente, ciò che vale in par- ticolare
non vale in universale. Se io fisso Q e faccio girare Z, l’asse verticale I L
girando nel senso della manovella intorno ad A B trascina con sè nel suo moto
tutti i due pignoni verticali e li fa girare nel senso della manovella; e ciò
vale a rappresentare che quando un concetto è preso distributivamente cioè in
tutta la sua esten- sione o comprensione tutti i suoi individui e tutte le sue
note vengono prese implicitamente con esso in conformità del prin- cipio che è
di somma importanza per la logica: la parte è su- bordinata al tutto, vale a
dire ciò che vale in universale vale anche in particolare. Veramente alla
rappresentazione completa del modello del concetto non occorrono le tre
carrucole D G 0; esse formano soltanto un dispositivo accessorio che permette
di tradurre in modo più esplicito i valori delle tte ruote C, I L, P legate in
guisa troppo implicita nell’ ingranaggio differenziale. Così la
rappresentazione grafica di questi rapporti può ve- nire riprodotta e
schematizzata con grande facilità sopra di un foglio, inoltre la struttura
delle carrucole serve alla concatena- zione di tutti i rapporti che possono
intercedere tra concetto e concetto, offrendoci campo sufficiente a tutte le
considerazioni, le applicazioni e le ricerche che si possono fare in
conseguenza. 20 A. PASTORE Vi è luogo dunque a ritenere che questi due
apparecchi: l'ingranaggio differenziale e il sistema delle carrucole, siano due
modelli equivalenti dei medesimi fenomeni logici. Ognuno di essi può prendersi
come rappresentazione dell’ altro. Non ho tempo ora di dimostrarvi la completa
analogia di costituzione fra il concetto logico e il modello differenziale; per
gli scopi della nostra rapidissima informazione mi limito a di- chiarare che la
descrizione meccanica del modello ideofisico diffe- renziale diventa
propriamente la descrizione logica del concetto. Passiamo ora alla teoria del
giudizio. Per semplificare e precisare le idee, non considero che il caso delle
relazioni qualitative a due termini variabili quanti- tativamente secondo quei
quattro valori che furono indicati a suo tempo, discorrendo dell’ analisi del
giudizio. Avendo il verbo, per cui si esprime sempre la rolazione tra idea ed
idea nel discorso, una natura essenzialmente fan- zionale, trovare un modello
ideofisico della relazione tra idea ed idea equivarrà a trovare in che modo si
può stabilire una comunicazione di forza tra una serie di ruote successive. Ora
sì sa che si possono fare meccanicamente le comuni- cazioni richieste in due
modi diversi ma equivalenti, o adoperando una serie di ruote munite alla loro
periferia di denti i quali si incastrino fra loro in modo conveniente, o
congiungendo insieme le ruote per mezzo di cingoli senza fine. Questa
convenzione ultima fu appunto adottata per tutti i modelli ideofisici che si
descriveranno qui. E così, uguagliando la relazione affermativa al caso delle
ruote giranti nello stesso senso, e la relazione ne- gativa al caso delle ruote
giranti in senso opposto, potremo in- dicare coll’ unico modello della
rotazione dei corpi fisici il doppio carattere affermativo e negativo dei corpi
logici. Le macchine ideofisiche del giudizio si ottengono pertanto con tutta
facilità con una coppia di modelli differenziali del concetto, che abbiano fra
loro legate le loro carrucole con cin- goli senza fine, paralleli nel caso
affermativo, incrociati nel caso negativo, tenendo debito conto della
quantificazione e della qua- lificazione che sono richieste nei singoli
casi. Gli esempî che traccio ora
schematicamente sulla lavagna e riproduco meccanicamente sul modello che vi sta
davanti illu- streranno pienamente la cosa (1). Per ottenere un modello
meccanico del sillogismo mediato, pel caso più semplice del sillogismo
tradizionale aristotelico, non abbiamo che da disporre tre macchine semplici
del concetto ai tre vertici d’ un triangolo qualunque, legandole opportunamente
fra loro mediante tre cinghie senza fine disposte sul sistema delle tre
carrucole concentriche. Dalle relazioni derivanti dai tre concetti, soggetto,
termine medio, e predicato, risulteranno tre giudizi, i due primi rappre-
senteranno le due premesse (maggiore e minore) l’ultimo la con- clusione del
sillogismo. La macchina si carica disponendo le cinghie sopra le car- rucole
secondo le condizioni quantitative e qualitative che si richiedono dalle
premesse e si mette in funzione per mezzo di una manovella che s’ infila nell’
asse di ogni ingranaggio, desi- gnando volta a volta il soggetto d’ ogni giudizio.
Come vedete, la conclusione è imposta meccanicamente dalle premesse. Questo
modello soddisfa in modo assai semplice ed evidente a tutte le condizioni
richieste dalla materia e dalla forma del sil- logismo, presentando i tre
termini, i tre giudizî, la loro mutua dipendenza, la funzione delicatissima del
termine medio; tutte le 8 regole del sillogismo, le 4 figure, i 256 modi tra
legittimi ed illegittimi del sillogismo, e tutte l’ altre forme derivate dal
raziocinio, dal polisillogismo al sorite; in una parola esso non solo
rappresenta ma controlla e anzi rettifica in molti punti importantissimi tutti
i principî fondamentali che regolano la teoria classica dei raziocinio e si
riducono, in ultima analisi ad un caso particolare della teoria generale dell’eliminazione
e della sostituzione, conforme alle condizioni qualitative e quantitative
imposte dal problema di Boole. (1) Per brevità, gli esempî e le illustrazioni
ulteriori del modello ven- gono quì soppressi. I lettori, per maggiori
schiarimenti, possono ricorrere al volume: « Logica formale dedotta dalla
considerazione di modelli mec- canici. Con 47 figure ed 8 tavole fuori testo.
Ed. Bocca, Torino eta Dal complesso di queste descrizioni e di questi risultati
de- ducibili coll’ esatto funzionamento dei modelli proposti, dovrebbe emergere
fuor di dubbio che il primo tipo di macchine logiche, voglio dire il tipo delle
macchine di ripetizione semplice, fu su- perato definitivamente. È vero che il
controllo delle leggi logiche elementari che forma l'oggetto delle macchine del
secondo tipo e si ottiene colla messa in opera dei modelli differenziali
descritti, presenta ancora grandi difficoltà, perchè spesso azioni secondarie
masche- rano i fenomeni principali. Conviene allora cominciare coll’ os-
servazione dei fenomeni più semplici, guardare cioè se l'ufficio di ripetizione
o di primo tipo sia almeno compiuto con esat- tezza. Si potrà poi procedere
all’ esame dei fenomeni del secondo tipo di non dubbia interpretazione e
facilmente accessibili, per verificare se e come l’ufficio di controllo venga
esercitato dal mo- dello. Finalmente, di mano in mano che si penetra
nell’essenza dei fenomeni, si potrà estendere le ricerche ai fatti più com-
plessi per indagare se e come il modello escogitato offra qualche vantaggio
imprevisto, corrispondente all’ ufficio euristico che si ottiene nei casi più
favorevoli. L'ufficio teorico delle due prime classi di fenomeni è utilissimo
per chi voglia occuparsi della re- : visione scientifica dei principî logici,
mentre quello della terza classe portandoci alla scoperta di fatti nuovi ci fa
penetrare di- rettamente nella natura dei legami esistenti fra la logica e la
meccanica. È facile inoltre capire che le deduzioni del secondo tipo saranno
sempre tanto corrispondenti alla realtà, quanto lo sono i loro principî
fondamentali. | Le applicazioni loro poi si fanno introducendo qualche mo- |
dificazione sull'andamento del fenomeno da studiare, vale a dire qualche
ipotesi, spesso giustificata dall’ esperienza, sulla natura di esso, allora l’
esattezza delle deduzioni dipenderà evidente- mente da quella dell'ipotesi
introdotta. Così le deduzioni più brillanti ottenute col modello sillogi- stico
del secondo tipo furono rese possibili solo in seguito al tentativo di
sviluppare sistematicamente tutta la logica sillogi- stica operando con modelli
meccanici, tenuto calcolo delle conelu- sioni che vengono imposte di necessità
allorchè si introducono certe modificazioni nelle premesse. Analogamente i
fatti nuovi che rendono tanto preziosi i servizî delle macchine del secondo
tipo sono stati suggeriti dalla considerazione che, assicurate da un lato la
ripetizione e la verificazione d’ un certo numero di fenomeni ben conosciuti,
si presentavano dall’ altro certi altri fenomeni costanti, i quali interpretati
a dovere misero appunto in luce certi fatti che per l’ addietro erano lasciati
nell’ ombra. Valga per tutti il caso della dimostrazione della possibilità di
concludere affermativamente da due premesse negative, contro l espresso divieto
della regola VI della logica tradizionale, la quale stabilisce che, da due
premesse negative non si può trarre nessuna conclusione. Da questa
dimostrazione lampante (che io non posso eviden- temente propormi di sviluppare
ora e quì) discende tutta una retticazione del concetto della negazione logica,
quindi dell’uffi- cio della copula giudicativa e in generale la necessità di
spo- stare la concezione delle leggi fondamentali della logica classica. Ciò
posto, posso io lusingarmi d’aver giustificato abbastanza non solo la
possibilità ma l’ utilità della logica tecnica in tutta la varietà dei modelli
ideofisici ripetitivi verificativi ed inven- tivi che furono dichiarati
antecedentemente? II. Io comprendo bene, o Signori, che allo stato attuale
delle nostre conoscenze, tutta una folla di problemi logici verrà a farvi ressa
da ogni banda, mentre io non posso ora soddisfare alle vostre legittime
esigenze. Frattanto per arrivare con maggiore sicurezza alla mode- stissima
meta che mi sono prefisso non dimenticate di notare che le due questioni
proposte in principio di questa conferenza mi sembrano risolte. 24 A. PASTORE .
rt La ANI Dovevamo illustrare, in primo luogo, la realtà e la natura dei fatti
della logica formale. Per giungere a questa conclusione era necessario assicurare
l’ esistenza delle leggi logiche formali e dimostrare la possibilità della
determinazione rigorosa dei primi enti logici necessarî alla costruzione
simbolica dei modelli ideofisici. Ed abbiamo provata la prima e dimostrata la
seconda in maniera, mi sembra, abbastanza chiara e precisa. In secondo luogo
dovevamo descrivere rapidamente alcuni tipi di macchine logiche che servono da
modello alle forme ele- mentari della logica formale. E l'abbiamo fatto.
Voghamo ora dare un’occhiata fugacissima ai risultati otte- nuti ed alle
conseguenze logiche e filosofiche che si possono de- rivare da questo nuovo
ordine di idee ? Molte volte il senso di certe cose si capisce meglio alla fine
che in principio. Tanto più che, nel sentire alludere a questi argomenti astratti,
a queste, per così dire, eleganti ‘finzioni d’un’ima- ginazione meccanica nelle
quali ci siamo dilettati così lunga- mente, molti avranno già proposto con
impazienza la questione: Ma a che cosa è utile tutto ciò? Ora è vero che io vi
potrei pregare di riflettere che è que- sta una domanda alla quale naturalmente
non si potrà rispon- dere se non quando l’ oppositore determinerà la classe di
argo- menti a cui si vuol estendere il carattere di utilità. Ma siccome l’
affermare che simili materie di contemplazione astratta (lasciando ben da parte
il senso e i risultati stessi delle mie ricerche da cui le dottrine in
questione non devono venire compromesse) sono fra le più utili e le più belle
che onorano lo spirito umano è cosa che dipende dal gusto scientifico , la giu-
stezza del quale non può essere riconosciuta se non dal convin- cimento di
coloro che faranno gli studî necessarì per mettersi in grado di giudicare, così
vorrei condurre oggi il vostro pensiero ad acquistare una giusta idea dell’
importanza di coteste ricerche, accennando all’ intima connessione che
intercede fra queste e le altre parti del sapere. Non ragionarvi soltanto della
necessità di studiare oltre alla vita ed alla voce delle cose fuggevoli ciò che
s' intravede quasi eterno nella misura del tempo e sembra riflettere la grande
mu- sica delle idee sud specie aeternitatis, come avrebbe detto Spinoza. Non
proclamarvi soltanto che la sorgente del progresso scien- tifico verrebbe ad
inaridirsi d’ un tratto se uno spirito conosci- tivo rivolto esclusivamente
alla scoperta de’ beni di prossima utilità riuscisse a dominare la nostra
generazione già troppo preoccupata di ciò che può essere immediatamente
godibile. Se dubitammo dell’ utilità della logica formalistica quando nell’
imperversare della scolastica medievale tutto il valore dei suoi principî ci
pareva infirmato da formule ontologiche meta- fisiche artificiose, incapaci di
staccarsi dalla più ingrata aridità, incapaci di oltrepassare il più ridicolo
vaniloquio; il carattere sperimentale della logica tecnica ci terrà
praticamente lontani dalla voluttà delle costruzioni arbitrarie e aprendoci una
sicura e larga visione dei problemi scientifici ci insegnerà quel che sia
lecito e possibile sperare. Il che però non avverrà mai per coloro i quali fossero
an- cora disposti a ritenere che le nostre macchine logiche riprodu- cono coi
loro ingranaggi ciò che si dice metaforicamente nella conversazione ordinaria
il meccanismo delle idee; mentre tra il sistema mentale e gli infiniti sistemi
meccanici soddisfacenti non passa che una corrispondenza di leggi. Nè tanto
meno sarebbe ragionevole ritenere che le nostre son macchine taumaturgiche
capaci di far ragionare a macchina coloro che non sono capaci di ragionare. To
non so ciò che ci riserba l'avvenire; la scienza logica penetrerà forse in vie
che noi non possiamo prevedere; ma è ragionevole sperare che gli studî dei
principî che occupano oggi tanto posto e vanno destando un così vivo interesse
per le pro- fonde riferenze che presentano con gli altri rami del sapere ri-
guardati un tempo come remotissimi fra loro e segnatamente colle scienze
fisico-matematiche finiranno è qualche risultato im- portante. \ Senza dubbio
le rappresentazioni meccaniche dei fenomeni logici sono ancora molto grossolane
e questi primi modelli ideo-fisici faranno forse sorridere i filosofi latini
poco abituati a simili concezioni. Ma conviene leggere fra le linee e non
attribuire a questi simboli grossolani: più valore cho essi non comportino.
Essi non sono che aiuti e strumenti transitorî di investigazione scientifica.
Noi abbiamo ancora troppo male a pensare la logica formale in modelli
ideofisici ed anche nei casi più fortunati la fisica non è oggi che un
eccitante per la logica formale; ma questo ricorso tecnico potrà essere agevole
e fecondo fra qualche dozzina d’anni e, forse, potrà rigenerare la logica
deduttiva rinnovellandone il metodo quasi dalle fondamenta. Perchè io sento
oramai che ogni studio di logica pura e il muoversi vago e concitato dello
spirito verso un principio di metodo superiore che unifichi l’ esperienza e la
teoria e diriga non solo la visione della natura fisica ma anche il
procedimento di quelle scienze che sono fatte più col ragionamento che colla
osservazione diretta e nelle quali accade di dover valutare de- duttivamente l’
efficacia dei fenomeni intellettuali, deve per ne- cessità salutare esser
cimentato alla stregua dei metodi più si- curamente accreditati da quelle
scienze che sono il centro e l’anima del secolo. Non nelle pure riflessioni
degli spiriti analitici , non nelle ricerche limitate alla nuda esperienza, sia
principalmente il significato e la grandezza della scienza. La vita della
scienza sta nella crescente rivelazione dell’ in- timo nesso che corre tra l’
esperienza e la teoria, onde gli stu- diosi si fanno sempre più persuasi della
necessità di coordinare insieme le ricerche analitiche e le ricerche pratiche.
In questa via pertanto deve inoltrarsi la logica nuova, su- perando l'eccessiva
diffidenza che inspirano a tutta prima i mo- delli ideofisici, superando in
seguito l'eccessiva confidenza che vi potrebbe riporre, riconoscendo da ultimo
che le equazioni a cui conducono le infinite teorie hanno un significato ben
più largo e più profondo che le ipotesi da cui si sono ricavate. E così, 0 Signori,
si giungerà alla determinazione delle equazioni fonda- mentali della logica
pura. Bisognerà allora vedere se tra queste PLS MACCHINE LOGICHE OT equazioni
logiche e le equazioni fisiche che saranno già state raccolte per altra via
passi o non passi una corrispondenza co- stante. Allora si potrà attaccare la
questione delle differenze specifiche fra le leggi del pensato e le leggi della
natura, in cui si radunano poi le due supreme questioni: intendo la que- stione
del mondo fisico e la questione del mondo logico, e sì potrà cercar di vedere
quanta parte di verità si racchiuda nel sublime sogno di Spinoza: Ordo ac
connexio rerum idem est ac ordo et connexio idearum. Intendiamoci, però. Il
parlare dell’ avvenire d’ una scienza, quando le ricerche scientifiche delle
quali si ragiona sono ancora allo stato quasi embrionale, potrà parere a molti
un ingenuo anacronismo. Lo so. Ma io non posso trattenermi dal sognare che un
giorno le singole teorie della logica e della fisica saranno forse raccolte in
un unico edificio in cui si riconoscerà, come preludio ad una investigazione
più profonda dell’ universo, che la logica è niente altro che la fisica dello
spirito come la fisica è niente altro che la logica della natura. È un sogno
cotesto? Sì, lo ripeto, per ora non è che un sogno; ed io non pretendo neppure
di capirlo adeguatamente. Per capire del tutto queste cose bisogna avere un’
anima colossale. Bisogna aver oltrepassato lo stadio H. P. GRICE STAGE troppo
sterile e mono- lineare in cui giace ancora la nostra logica, smaniosa solo di
comprendere al minuto una cosa fuori dell’altra; bisogna essere inclinati a non
perdere di vista la contestura e la seguenza dei fatti e delle leggi; bisogna,
accogliendo e concentrando nel foco della nostra mente l’ universale irraggiamento
della realtà, con- templare l’ universo della natura e della scienza con
quell’occhio supremo senza cui anche le più grandiose magnificenze sono ridotte
a frantumi di mosaico. Alcuni sublimi spiriti introversi, famigliari coi più
riposti tesori della filosofia, hanno posseduto certo, in misura straordi-
naria lo spirito dell’indiano Visnù il quale dice da tanti secoli e quasi
invano: « Zo sono lo stesso per tutta la natura, Io sono lo stesso per tutta
l’umanità ». t,,* 28 A. PASTORE © e e ill..,ul Ma finora noi siamo soltanto
come Saadi il quale nella sua visione si proponeva di riempire il suo grembo di
fiori ce- lesti per farne un regalo a’ suoi amici, ma la fragranza delle rose
lo inebriò tanto che la falda gli sfuggì dalle mani. E tutto il nostro merito
maggiore, forse, non consiste in altro che nel sapere quanto divario corra tra
1° entusiasmo e il valore del sogno e l'entusiasmo e il valore della verità.
sFa Ed ora nel prendere commiato da voi, o Signori, pensando che, malgrado l’
aridità della materia, malgrado l’ insufficienza della mia esposizione, anche
in mezzo all’ avvicendarsi di tante cure più urgenti, di tanti svaghi e diporti
che rendono così in- tensa la vita e così ameno il soggiorno in questa superba
città, voi avete pur voluto concedere un’ ora d’ attenzione al racconto d’una
proposta di logica che occupa presentemente il campo della filosofia, mostrando
così di ben comprendere l'intimo nesso che lega insieme il progresso spirituale
delle idee col progresso materiale dei fatti, lasciate che, tanto per me quanto
più ancora per tutti i cultori della filosofia, io ve ne esprima, la più pro-
fonda e più sincera gratitudine. P.. é | Ren G, IV. /46 CU8 0he3iSe ANNIBALE M.
PASTORE edit LA VITA ORME LETTERARIE STUDI CRITICI DI SCIENZA DELLA LETTERATURA
(GIS) Go f % \ Arturo GRAF RI \% AS 1892 L. ROUX re C. - EpItoRI Torixo-Roma
js! PROPRIETÀ LETTERARIA } bi — Ppeo- RUE — N° è (1515) A TE SOSPIRATO IDEALE
CHE MI FORMI IL CONFORTO E LA SPERANZA DELLA VITA ED A TUTTI I MIEI PARENTI
AMICI E BENEFATTORI NON POTENDO DARE MAGGIOR PROVA D'AFFETTO E DI RICONOSCENZA
DEDICO QUESTO LIBRO | CE INTRODUZIONE TI movimento scientifico del pensiero
moderno LA SCIENZA DELLA LerterATURA suo metodo di indagine critica La tradi-
zione scientifica nella storia Filosofia della storia Desanctis, Taine,
Hennequin, Trezza Il presente rigoglio delle mono- grafie-critico-letterarie e
degli studi storici. Scopo di questa trattazione. La vita della natura si
manifesta in un'infinita serie di fenomeni, che si trasformano incessante-
mente, e non sono altro che espansioni dello stesso principio, il quale è come
un angolo im- menso che diverge i suoi lati nello spazio e nel tempo. Questa
espansione continua di vita che tra- sformò una semplice combinazione
albuminoide nel più complesso organismo umano fu accom- 8 INTRODUZIONE pagnata
parallelamente da una continuità di co- scienza graduale e relativa. Qui più
che altrove rifulse la virtù dell’ Ele- zione naturale; i coefficienti più
utili, prodotti dalla variabilità, accumulandosi e riconnettendosi
spontaneamente in maniera sempre più complessa, giunsero a formare la nostra
coscienza umana, dopo un inconoscibile numero di anni. Poi che nel nostro
concetto — la coscienza umana è precisamente la risultante dell’elezione
naturale di tutte le coscienze inferiori cioè la coscienza stessa degli esseri
inferiori sviluppata per ascenso — come direbbe Giordano Bruno. Se il mondo —
ora cosidetto per convenzione in- fondata — inorganico non è, senza dubbio, la
perfezione della coscienza umana, ne è per altro una effettiva o potenziale sua
propria, quantunque infinitamente più semplice della nostra. Del resto siccome
l'uomo non è punto l’ultimo e definitivo termine dell’evoluzione naturale, si
può ancor fare l’ipotesi scientifica che la coscienza mentre, per un lato,
abbraccia tutte le coscienze inferiori e precedenti verrà poscia abbracciata da
una coscienza superiore nel progresso del tempo, o la sia già in realtà anche
ora, avuto riguardo alla probabile esistenza di altri esseri planetari, non
conosciuti, e dispersi nell'immen- sità degli spazî, di cui la povera terra
nostra è così piccola parte, Il
compianto poeta-filosofo Giovanni Maria Guyau di cui non si possono leggere le
poesie, e studiare le dottrine senza una commozione profonda ed una ammirazione
crescente, non si stancava mai di rivolgersi questa domanda: — “ Siamo noi i
soli esseri pensanti dell’uni- verso, non vi possono esistere altri fratelli,
nel- l’infinità degli spazîì, infinitamente superiori a noi? E la coscienza
sociale non potrà mai otte- nere una vittoria sullo spazio, ed irraggiarsi, per
mezzo di ondulazioni di una sottigliezza an- cora sconosciuta? , Tutto questo
ragionamento però tende a di- mostrare una sola cosa ben più dimostrata ed
indiscutibile: cioè — la funzione sociale della coscienza umana, ed il posto
che occupa nel- l'espansione della vita. Quando la coscienza è giunta al grado
dello sviluppo umano, impres- sionata continuamente e stimolata dalla natura
stessa, scorgendosi attorno tanta molteplicità di fenomeni diversi, comincia a
riflettere ed a stu- diare, poi raccoglie i rapporti delle cose, li coordina
saviamente, collegando gli antecedenti ai susseguenti, e forma una dottrina
scientifica di essi. La storia ci dimostra, ad evidenza, la verità di questa
affermazione, e non si può sostenere (1) Gruserre Tarozzi. G. M. Guyau e il
naturalismo critico contemporaneo. Dumo!ard che lo spirito umano studii o debba
studiare la natura, con altro procedimento. Così poco per volta si vennero
costituendo le diverse scienze dei fatti naturali, o delle espan- sioni della
vita. Ma l’uomo come principio attivo per eccellenza, durante il corso storico
della sua evoluzione, e continuamente, espandendo la sua virtualità in tutte le
direzioni ed in tutte le forme è prodotto e produce una serie di mani-
festazioni non meno importanti, anzi ben più elevate, di tutti gli altri fatti
naturali. Però l’arte, squisitissima azione o manifestazione della coscienza
umana, deve pure entrare nella coor- dinazione scientifica dei fenomeni naturali,
e con essa tutte le sue diverse forme di espansione maggiori e minori. Il
nostro spirito si esalta nell'osservare che in tutti gli ordini dello studio
umano, e per tutti gli aspetti della natura si produce ora un movimento
scientifico correlativo. Una specie di irradiamento sempre più largo e più
intenso, penetrando tutto l’ambiente della coltura contemporanea lo assimila a
sè, e per mezzo dei nuovi elementi, dei germi di idee nuove che si spande,
sopratutto poi col rendere sempre più comuni gli abiti della mente — come dice
un acutissimo filosofo — le tendenze e le preoccupazioni critiche che le sono
proprie, fa sentire i suoi effetti in tutte le forme dell’ingegno e della vita
dei popoli. Tutti gli studi umani su- biscono una trasformazione nel medesimo
senso. Come © i cerchi succedentisi gli uni agli altri, prodotti da un sasso
scagliato nell’onda tran- quilla di un lago, si propagano gradatamente fino
alle più remote sponde di esso, così questo movimento convergente si viene
estendendo eziandio a quegli studi, che a primo aspetto parvero più estranei a
simile tendenza. Quando mai — come all’epoca presente — si sono veduti i
filosiologi ed i naturalisti proporsi tanti gravi problemi di antropologia, di
biologia e di so- ciologia applicata? Quando mai le scienze astratte per
eccellenza si fecero ad offrire i propri calcoli e le proprie formole per
applicare la grande teoria dell'evoluzione ai fenomeni sociali, e per trovare —
frammezzo alle anormalità dei fatti particolari —quelle medie costanti che poi
som- ministrano i mezzi di assodare le leggi diret- tive generali delle
energie. È in virtù di questa irresistibile tendenza dello spirito umano che
vengono esaminate, studiate e coordinate tutte le diverse manifestazioni della
vita fisica e sociale, ed è questa la ragione per cui tutte le scienze,
studiando gli aspetti di una stessa questione, sentono il bisogno di ravvici-
narsi e di contemperarsi, e di mutare perfino il primitivo indirizzo non
prettamente scientifico, e mentre riconoscono la propria subordinazione (1) G.
Carre. Gli studi sociali all’età nostra. Discorso letto per l'inaugurazione
dell'anno accademico 1882-83, nella R.Univer- sità di Torino. ad una scienza più alta che è la scienza
sociale, si contentano di studiare quel complesso di fe- nomeni, che cade nel
proprio dominio ©, Ora se lo studio e la coordinazione di tutti gli altri
fenomeni della natura è prodotto la formazione delle varie scienze umane,
perchè non sorgerà dallo studio e dalla coordinazione sistematica e razionale
dei complessi fenomeni della letteratura, parimenti una scienza rela- tiva? È
naturale che di quei fremiti e di quegli ondeggiamenti vigorosi e potenti della
scienza moderna, indirizzata severamente allo studio dei fenomeni naturali si
risenta pure profondamente la critica letteraria e che gli spiriti studiosi co-
mincino a lavorare ed a portare il loro contri- buto alla costruzione della
scienza novella: LA SCIENZA DELLA LETTERATURA. Ma poichè ogni scienza deve
avere il suo me- todo di indagine critica, quale sarà pure il me- todo di
questa Scienza della Letteratura? anzi prima di tutto quale sarà il suo scopo?
Lo scopo generale di qualsiasi altra scienza umana è scoprire e coordinare li
rapporti, vale a dire, le leggi dei fenomeni e conoscerne il processo di formazione
storica: ed il suo metodo — pari- menti — dovrà essere — come per qualsiasi
altra scienza — qualitativo e quantitativo. (1) Vedi Carte Ogni scienza — disse
il Boccardo — è neces- sariamente destinata a percorrere due periodi distinti,
successivi: Mt” a) un periodo qualitativo o logico, in cui esso determina
l’esistenza e le funzioni del fe- nomeno, 0) un periodo quantitativo nel quale
assegna i gradi e l'intensità e la quantità del fenomeno stesso, Ora è evidente
che la relativa perfezione di ogni singola scienza nei vari periodi del suo
svolgimento è sempre in ragion diretta dell’ap- plicazione dei metodi
quantitativi. Chè la scienza sì amplia in estensione quanto più si perfeziona
in profondità. Il suo movimento — continua il Boccardo — non è quello di una
linea che si allunga in una sola direzione, ma quello di una sfera che si fa
man mano più vasta, in tutti i punti della sua superficie, crescendo in pari
tempo la sua massa. Di qui si scorge nettamente come la scienza della
letteratura, tanto bambina, sia ancor ben lungi dal potersi servire dei metodi
quantitativi; ma intanto è più che mai necessario tentare l'applica- zione dei
metodi qualitativi seguendo il procedi- mento stesso dell'espansione dell'umano
pensiero. Secondo me — la scienza della letteratura deve rifiutare ogni altra
guida, perchè il sno punto di partenza è il pensiero, ed essa nella sua for-
mazione deve compiere ed armonizzare in sè il doppio lavoro dell’induzione e
della deduzione, compiuto precedentemente dal pensiero. Se essa tenesse altro
metodo non sarebbe più coerente al principio da cui — come da germe — si è
sviluppata. Ma quale è appunto il procedimento del pen- siero umano nella
comprensione dei fenomeni naturali, nella cognizione dei fatti? La legge stessa
dell'evoluzione data dallo Spencer, come quella che è desunta propriamente
dalla realtà delle cose, indicherebbe a sufficienza questo procedimento
costante e generale della mente umana nella sua evoluzione storica, ma vogliamo
esprimerci più chiaramente. È certis- simo che il pensiero, trovandosi di
fronte alla totalità indistinta e confusa di un fenomeno, e non essendo capace,
naturalmente, di compren- dere (a prima giunta) in modo chiaro e distinto tutta
l'integrità costitutiva dell'oggetto, comincia a fissarsi poco per volta in un
punto speciale di esso, poi in un altro, poi in un altro, e così via, notando
perciò e distinguendo i singoli elementi costitutivi. Così scioglie il tutto
nelle sue parti, e da ultimo ricomponendo, di bel nuovo gli ele- menti studiati
nella loro effettiva integrità risale dalle parti al tutto, dal molteplice
all’uno. La scienza nostra quindi, deve similmente avere due periodi distinti e
successivi: discensivo il primo, nel quale la critica dall'in- sieme d'un
fenomeno confusamente veduto, come a dire dalla confusa cognizione di un
intricato movimento letterario, scende a distinguerne i molteplici coefficienti
costitutivi: . ascensivo il secondo, in cui risale alla chiara e distinta
conoscenza dell'unità e totalità del mo- vimento stesso. A questi due distinti
periodi, che corrispondono all'evoluzione stessa della conoscenza umana,
adunque, la scienza della letteratura non potrà sottrarsi assolutamente, e la
critica letteraria pertanto dovrà adempiere a due uffici logici diversi: a)
svolgere l’unità confusa del momento letterario, nella sua molteplicità
(analisi); b) ricomporre questa disciolta molteplicità ad armonica unità
(sintesi). Così solamente la critica scientifica può e deve giungere alla
ricostruzione dei periodi storici, così solamente è possibile determinare con
esat- tezza lo spirito artistico che circola negli am- bienti letterari, il
quale è sempre l’x incognita delle nostre investigazioni. Concretiamo questa
idea con un esempio brevissimo e riassuntivo. Che cosa è il Secentismo, o il
Romanticismo, 0 in genere qualunque altro momento storico della letteratura? —
Al primo rivolgersi della mente a tale oggetto ne otteniamo una cognizione con-
fusissima ed indeterminata, e la mente perciò, non potendosi appagare di questo
imperfettissimo modo di conoscere i fatti, sente il bisogno di determinare
esattamente il suo concetto e comincia a riflettervi intorno, a svolgerne i
coefficienti per via dell'analisi. Sapendo che ogni fenomeno è i suoi
antecedenti, le sue cause, le sue relazioni, il suo modo di essere, i suoi
effetti, il suo tempo, il suo luogo, e sapendo che l’arte e l’ambiente storico
sono indivisibili, comincia a svolgere l’'in- treccio dei fatti storici
produttori. Le idee spiegano i fatti, come i fatti servono a porre in sodo le idee,
e stolto chi pensa poter comprendere il reale ‘% senza indagare le leggi che lo
governano! Perciò la mente indagatrice cerca le condizioni storiche
dell'ambiente, portando la sua attenzione alla vita pubblica, alla vita
privata, alla reli- gione, alla moralità, alla scienza, ed all'arte stessa
considerata nel suo complesso delle forme. Se non che il momento storico appare
fin qui alla mente scomposto, e come a dir frantumato nella molteplicità dei
coefficienti diversi. Ora la mente non se ne sta paga, perchè la sua forma
logica ultima non è la molteplicità, ma l’unità, e pertanto cerca di ricomporre
ad unità questa eterogeneità di fattori, i quali, del resto, non essendo tutti
importanti allo stesso modo, e non potendo tutti entrare nell'espressione sintetica
del momento, esigono naturalmeute di essere comparati. (1) ELtororo LomBarpI,
Il dramma serio in Italia. Drucker e Tedeschi, 1878, Verona. Ne segue che la
mente, valendosi opportuna- mente dei metodi di induzione esposti da I. Stuart
ill. (Delle concordanze, Delle differenze, Dei re- gidui, Delle variazioni
concomitanti) si accingè ad np lavoro di eliminazione, poscia raggruppa i
fattori comuni, collega gli antecedenti ai con- seguenti, tiene conto del tempo
e del luogo articolare e giunge a formulare con esattezza soddisfacente, il
concetto reale del momento es@minato , e così è luogo per la coscienza umana,
la rivelazione sublime della dinamica sociale. Ognuno comprende evidentemente
la grandis- sima difficoltà di questa Scienza della Lettera- {ura, però non
deve arrestarsi impaurito. Se di fanto lavoro critico che si deve fare egli è
ap- ena capace di muovere un dito, lo muova, pessuno gli farà rimprovero di non
aver saputo fare di più, anzi sarà tanto di guadagnato per ja critica
successiva. La scienza appunto procede jentissimamente, @ gradi a gradi,
costruendo il g110 edificio, con l'arena, coi ciottoli, coi macigni, con le
lastre di marmo. —Perdil fatto è che nessun sistema critico-let- terario —
considerato @ parte— è seguito fin'ora rigorosamente questo procedimento
scientifico e razionale, e certo passerà ancor molto tempo prima che tutti i
lavori speciali degli studiosi, gi stringano opportunamente in un solo
indirizzo scientifico, con quest'unico intento finale. Fatale 2 — Pasrore, La
vita delle forme letterarie. dispersione di moto che accompagna la natura nella
sua stessa evoluzione! Ma come maii principii di questa scienza, che pure sono
così naturali ed evidenti, e vengono già avvertiti ora da tanti scrittori,
furono così ostinatamente negati nel tempo addietro? La ragione è pur troppo
evidentissima. To sono certo che pur anche al giorno d'oggi, in mezzo a tanto
progresso di scienza positiva, rincrescerà a moltissimi il mio lavoro, e molti
anzi lo guarderanno sprezzantemente non per averlo letto e giudicato, secondo
il severo con- cetto della critica scientifica — (che di questo giudizio
sfavorevole — se avverrà, e può acca- dere — io sarei certo molto dolente, ma
non at- tribuirei l'insuccesso ad alcun altro fuor che a me medesimo) — ma perchè
esso considera come semplici fenomeni naturali le manifestazioni più squisite
del pensiero umano, e cerca di serutarne i rapporti di connessione, e li
raggruppa, e li coordina secondo i criteri delle scienze naturali. Fu detto,
non so più da qual filosofo, che: v'ha di quelli i quali amano dormire e
sognare quando il sogno è piacevole, e non perdonano a chi in luogo di
cullarveli, ne li sveglia bruscamente. Il fatto è che l’attenzione degli
scrittori, per tanto tempo, ed a seconda dei gusti, si lasciava tanto
facilmente assorbire tutta dalle impres- sioni religiose e politiche, ma sempre
preconcette che — come disse Ardigò — rinsciva abituale l'incoscienza delle
formazioni sedimentarie della Storia. Ben è vero che di già una parte dei
fenomeni letterari veniva compresa nel nome di Yiosofia della storia. Ma anche
qui, come per l'altre scienze, fatta eccezione di quella del Vico, il quale “
realmente tentò un metodo naturale nell'investigazione e interpretazione dei
fatti umani ,, tutte le filosofie della storia, sono figlie di un preconcetto
metafisico. Però non si può dire che questa scienza della letteratura man- chi
assolutamente di una tradizione storica. Mol- tissime ipotesi sono state fatte
nello scopo di investigare e di fissare il principio dominante ed assoluto
della storia, nè, oltre al già citato G. B. Vico, devono essere dimenticati il
Montesquieu ed il suo “ Lo spirito delle leggi ,, l'Herder colla sua “
Filosofia della storia ,, il Bossuet col suo famoso: “ Discorso della Storia
Universale ,, G. Hegel colla sua: “ Filosofia della Storia ,, il Vera, ecc.
ece. V'ha una scuola in Letteratura — ed è stata un tempo lodatissima, ed è
parso che avesse raggiunto il colmo della perfezione per opera di quel grande
critico che tutti conoscono — la quale ha creduto che nella riproduzione
riflessa del processo intellettuale ed immaginativo del poeta, consistesse
tutta la critica letteraria. Ora in ciò consiste solo una parte. La critica
dev'essere estetica e storica ad un tempo. Ed è fuor d'ogni dubbio che la critica
del T'aine à por- tato un contributo molto più grande ed impor- tante che non
l’opera elegantissima di Francesco De-Sanctis, alla scienza della letteratura.
Le opere di Ippolito Taine e di Emilio Hennequin, morto così immaturamente la
state dell’88, ànno fatto avanzare di molto la critica scientifica. “ La dot-
trina dell'ambiente , del Taine, e “ La critica scientifica , di Emilio
Hennequin, che egli volle chiamare “ pomposamente , estopsicologia sono state
esaminate così acutamente e profonda- mente da A. Graf nelle sue “ Questioni di
cri- tica , che io posso a buon diritto esimermi dal riparlare qui. Dirò
soltanto che tanto l'uno quanto l’altro dànno limiti troppo angusti alla
critica letteraria, e perciò non possono essere seguìti intieramente dalla vera
critica scientifica. Agli studi di critica letteraria sembra essere avvenuto
ciò che suole accadere ad una na- zione neutrale, il cui territorio sì trovi
fra molte potenze belligeranti. I vari sistemi critici si contesero ferocemente
il terreno, e riuscirono a prevalere per un po’ di tempo: così si ebbe una
critica religiosa me- tafisica, una critica ideale preconcetta, una cri- tica
estetica pura, una critica storica, una critica psicologica, una critica
estopsicologica, una critica sociologica, e non mai ancora la vera critica
scien- tifica completa, di cui per altro qua e là comincia a sorgere
timidamente qualche tentativo. Dopo la grande vittoria dell'evoluzionismo,
avvenuta nel campo delle scienze naturali, molti scrittori intanto si provarono
di farne applica- zione diretta anche ai fenomeni morali e psi- chici, partendo
dal concetto che tutti i fenomeni non sono che manifestazioni diverse di n solo
e medesimo divenire. E per parlare brevemente dei nostri italiani. Gaetano
Trezza fuil primo che propugnò presso di noi la dottrina dell'evoluzione nella
critica letteraria. Giuseppe Checchia, in un suo notevolissimo studio, che io
citerò più volte in queste pagine, e che è pure un contributo alla Scienza
della letteratura ‘ parlando, in una nota, del Trezza dice: —le sue pagine
della “ Critica moderna ,, sono delle più acute, e rivelano un grande intel-
letto innamorato del vero, e ci fanno pensare. — Pure il compianto prof. Ugo
Canello, dotto ed erudito, applicò alle lettere la dottrina dell’evo- luzione,
e nel suo volume di storia della lette- ratura non sì stanca di ripetere che la
letteratura deve essere considerata come una funzione evo- lutiva della vita
sociale. Del medesimo Giuseppe Checchia abbiamo pure un’articolo importante,
pubblicato nel vo- lume III della Rivista del Morselli, che s'intitola: (1)
Giuseppe CneconIA, Rivista di filosofia scientifica di Mor- selli, gennaio
1887; Del metodo storico-evolutivo nella critica letteraria. o (SS) Le formazioni storiche e il cosidetto periodo
delle în- termittenze secondo i dettami della filosofia scientifica. Anzi a
proposito di questa splendida Rivista, disgraziatamente ora interrotta, io devo
dire a scarico di coscienza e per debito di riconoscenza, che fu dalla lettura
di essa che io presi il più grande impulso a questi studi letterari. Da questa
miniera inesauribile io ò ricavato veramente i principii fondamentali
dell'opera presente. Del resto rimando i lettori all’appendice bi- bliografica
che è in fondo al volume. Ora, per ritornare direttamente al proposito nostro,
noi possiamo scorgere che la critica let- teraria presente non è un solo e vero
indirizzo speculativo. Siamo per altro in una vera epoca di prepa- razione
scientifica. La critica storica e sociolo- gica più che altro sottomette tutti i
suoi do- cumenti ad una disamina paziente, sottile ed imparziale. Tutta la
quantità straordinaria di studi di erudizione storica, di monografie, di ri-
cerche particolari, che fece perfino gridare 4 al diluvio , da taluno, è per
noi la più splendida e convincente riprova di quanto abbiamo detto sul
procedimento del peusiero umano, e della scienza della letteratura. Prima della
sintesi l’ana- lisi. Ora sì comprende perchè tanto rigoglio di studi minuti e
pazienti, perchè la coscienza umana prima di arrestarsi a certe convinzioni,
sottometta ad un'indagine minuta tutto il materiale che era accettato dalle
generazioni pre- cedenti. Se non che, quantunque immatura, non può fare a meno
di sorgere una sintesi correlativa. Per via naturale, tutte queste cognizioni
sorte qua e là indipendentemente una dall'altra, e poste in evidenza dalle
pubblicazioni, sì strati- ficano poco per volta nel fondo della coscienza
umana, ed il pensiero poi le esamina nuovamente, ne cerca i rapporti, li trova,
li nota, li raggruppa, li coordina spontaneamente. S'intende che quando sono
ancora in poco numero i materiali appurati analiticamente dallo studio dei
critici poco o nulla dev'essere la sin- tesi, e tanto più poca e trascurabile
quanto minore è in chi la tenta, la virtù scientifica coordinatrice. Così è
successo a me, per la composizione di quest'opera, la quale ebbe il suo primo
proce- dimento logico induttivo, nell’attivissimo studio analitico dei fatti
della letteratura, durante tutto il presente periodo di ricerche storiche e di
spoglio di documenti, ed ora si studia di giun- gere ad un risultato sintetico
raggruppando e coordinando razionalmente, almeno ne pare, i vari rapporti dei
fenomeni della natura, ed espo- nendoli sistematicamente secondo i criteri
della filosofia scientifica. Se avessi rifatto tutto il procedimento anali-
tico seguìto solamente dal mio pensiero, quest'opera sarebbe stata troppo grave
e troppo voluminosa sopratutto. Quest'opera adunque è una coordinazione dei
rapporti dei fenomeni letterari, trovati dallo studio paziente e collettivo
della critica, per- tanto non si ricerchi in essa l’esplicazione mi- nuta e
progressiva del lavoro d'indagine indut- tiva. To stesso riconosco, ad opera
compiuta, di non aver oltrepassato la soglia della Scienza della letteratura,
poichè sono ancora ben lungi dal mio stesso ideale. Tuttavia non vorrei si
credesse che io abbia un proposito più alto di questo semplicissimo e modesto:
coordinare i rapporti della vita delle forme letterarie, affinchè queste non
sembrino fuochi staccati e fosforescenti, e sempre mag- giormente si comprenda
che la letteratura è una funzione della vita sociale. E tanto basti a chiarire
l'intento mio presso coloro i quali pur comprendendo come sia estre- mamente
difficile, per non dire impossibile, giun- gere alla intiera verità, tuttavia
non disprezzano quelli che fanno tutti i loro sforzi per avvici- narsi ad essa.
Funzione sociale della letteratura Le ultime ricerche della scienza ànno posto
assolutamente fuori d'ogni dubbio che non esiste ormai limite fisso fra il
mondo organico e l’inor- ganico. La vecchia convenzione metafisica stabi- lita
dietro la guida di un preconcetto a-prioristico, ed infondato, allorchè la
scienza era ancora nelle fasce, ora non è più alcuna ragione di esistere,
poichè tutto il mondo è un solo e medesimo di- venire (Guyau), e tutto in
natura è organico, e tutto è una vita propria dall’atomo alla mole- cola, dal
protoplasma all'uomo. Non intercede alcuna distinzione di essenza tra le forze,
così dette, fisiche, e le forze, così dette, psichiche, ma unicamente una
diversità di grado. Un'energia calorifica può trasformarsi in una
corrispondente quantità di energia meccanica, 0 fisiologica, o psicologica od
artistica. L'unità fon- damentale di tutti gli esseri della natura è l’'at-
tività dinamica, cioè la Vita. Dalla vita, principio eminentemente espansivo,
sorge l’azione e la co- scienza, e quindi, tutto ciò che è prodotto dal-
l’azione e dalla coscienza è niente altro che manifestazione della vita. Così
si spiegano i vari regni della natura: minerale, vegetale ed animale, distinti
soltanto per una differenza di grado, di struttura e di coscienza. Le razze
animali inferiori e le razze umane sono collegate intimamente. La forza vitale,
che spinge tutte le cose a divenire continuamente, ed a trasformarsi, spinse
pure l'umanità sulla via del progresso, e l'energia fisiologica sviluppandosi
ed appurandosi — senza posa — si elevò ad energia psichica e volitiva, ad
energia intellettuale che estrinsecandosi va- riamente produsse la religione,
l’arte, la morale e la scienza — diversi modi di espansione della vita.
Pertanto questi diversi modi di espansione di vita, sono tutti diretti ad uno
stesso scopo ultimo, e non sono altro che funzioni dell’ organismo sociale, che
tende a svilupparsi continuamente. Di qui si scorge chiaro il fine d’ognuna di
queste funzioni distinte della vita sociale, e la posizione di ognuna di esse,
e la necessità di subordinarle a quel comune intento finale. L'arte adunque —
lasciando tutte le altre — è una funzione della vita sociale, ed è per oggetto
la manifestazione sensibile della vita, cioè della realtà, essendo che tutto
quel che vive è reale. La realtà e la vita si confondono insieme. Ma l'arte
umana si estrinseca in molte guise: Letteratura, pittura, scoltura,
architettura e musica, a seconda che la comunicazione sensibile della vita si
effettua per mezzo della parola, dei colori, della materia plastica,
dell’edilizia e dei suoni. Così tutte queste diverse comunicazioni sen- sibili
della vita essendo dirette ad un unico scopo definitivo cioè a far vibrare la
vita ®, dalla cui vibrazione sì produce il piacere nell'uomo per la coscienza
rapida della stimolazione generale — queste diverse maniere d'arte — dico — di-
ventano alla loro volta, funzioni distinte del- l'organismo sociale. Ed in
conclusione — lasciando tutte le altre — la letteratura è una vera e propria
funzione della vita evolutiva della società. E come tale deve essere
considerata e studiata nel corso storico della sua manifestazione. La vita dell'organismo
sociale è la risultante di molte forze concorrenti, tra le quali è pure un
notevolissimo posto la letteratura. (1) Gurau, Les problémes de l' Estétique
contemporaine. 1884, F. Alcan. — Gurau, L'Art au point de vue sosiologique. Paris, F. Alcan, 1886. to 8 La letteratura è adunque niente più e niente
meno che una forza sociale. Essa accompagnerà col suo sviluppo partico- lare lo
sviluppo della vita sociale, e ad essa sarà sempre congiunta intimamente, non
essendo che la manifestazione artistica di una parte della vita medesima, cioè
la luce espansiva e gagliarda dell’idea-forza esplicantesi nella vita sociale.
Ora, poichè ogni forza della vita è sottoposta ad una necessità evolutiva,
anche la letteratura, che è una forza vitale, è soggetta all’evoluzione. Quindi
la letteratura in quanto è manifestazione della vita, non può non sottostare
alle leggi della vita stessa, anzi deve necessariamente in sè ri- fletterle e
riprodurle. Essa non è figlia del capriccio e del caso, ma è una forza che si
coordina e si combina costan- temente con tutte l'altre forze concorrenti, sul-
l'immenso parallelogramma della vita storica. Perciò è regolata da leggi tanto
immutabili e costanti quanto quelle che regolano la natura, cioè la vita delle
cose. Se non che, chi ci dà il diritto di parlare di leggi regolatrici della
natura, quando si è sta- bilito che la scienza deve escludere ogni tra-
scendenza ed ogni dogma ? Possiamo noi accettare questo concetto a-prioristico
e non dimostrato, che evidentemente fa parte dell’antico arsenale metafisico, a
cui dobbiamo dare severamente l’ostracismo? No, certamente. Un a-priori,
sospeso in aria — disse il Goggia © — è come un amo sospeso nell'acqua; quello
prende i semplici, questo i pesci. Lasciamo adun- que questo amo a coloro che
godono l'incurabile felicità di capire e di spiegarsi con una parola l'origine
di tutte le cose, creandosi attorno fan- tasticamente una straordinaria
congerie di leggi direttive e teleologiche, noi cerchiamo di darsi ragione
delle cose. Quando abbiamo adoperata primamente (e l’adopereremo ancora per
brevità di linguaggio, a patti chiari) l’espressione, leggi nella natura non
avevamo in mente alcuna in- tenzione teleologica, ma soltanto il desiderio di
indicare “ la costanza di alcuni rapporti empi- ricamente dimostrati ,
(Cantoni). E questi rapporti ànno luogo nella vita, natura- lissimamente in
questo semplice modo. Dalla pro- prietà degli enti diversi risultano
necessariamente certe relazioni, per cui fra loro si collegano e si li- mitano,
a vicenda, e siccome sono appunto queste relazioni mutue e perenni che noi
diciamo leggi della natura, appare chiaramente essere bastevole l’esistenza
reale delle cose, perchè — come si esprime il dotto prof. Gilberto Govi ® — fra
di esse sorgano e si mantengano rapporti costanti o leggi. (1) Goccia, La mente
di I. S. Mill. (2) Prof, Giuperto Govi, Discorso letto nella R. Università di
Torino Solamente in questo senso noi diciamo che la natura, e per conseguenza
la letteratura, è go- vernata da leggi costanti, anzi possiamo consi- derare
ogni manifestazione della vita — dalla più semplice alla più complessa, dalla
più bassa alla più elevata — come la rivelazione perenne di questi rapporti.
Quindi — fuor d’ogni dubbio — la letteratura è la risultante di questi rapporti
naturali, e la riproduzione evidentissima di queste leggi, du- rante il corso
storico della sua evoluzione. Ora — venendo alla determinazione concreta di
questi rapporti naturali delle forze, noi ci atteniamo agli ultimi risultati
della scienza mo- derna. Non abbiamo sicuramente la presunzione che il
progresso della filosofia positiva, conservi sempre intatte le ultime
conclusioni della scienza nostra, ben altro deve essere il concetto di chi è
convinto che la scienza è la elezione progres- siva del materiale speculativo
elaborato conti- nuamente ed accresciuto dalle coscienze. Però sarebbe strano e
ridicolo, che nello studio razionale dei fenomeni della natura non si pren-
desse la norma e l’indirizzo da quelle generaliz- zazioni che sono più
soddisfacenti e persuasive, come quelle che escludono ogni trascendenza ed ogni
dogma e, per intanto — fino a prova con- traria — spiegano un maggior numero di
feno- meni. Ora, la conclusione scientifica più fondata e più conforme alla
realtà è la dottrina dell’evo- luzione, notissima a tutti senza dubbio.
Pertanto noi abbiamo tracciato il terreno per la nostra indagine critica, e con
la comparazione, ed il ragruppamento di dati storici tentiamo di portare un
contributo umilissimo alla sistema- zione della “ Scienza della letteratura ,.
E dico Scienza della letteratura, perchè se tutti gli altri fenomeni naturali
(espansioni di vita) considerati e studiati e raggruppati secondo i loro vari
caratteri distintivi ànno dato origine alle varie scienze naturali: zoologia,
biologia, antro- pologia, fisiologia, psicologia, sociologia, ecc., io non vedo
perchè dalla conoscenza e dalla coor- dinazione sistematica dei fenomeni
letterari — che sono tanta parte della vita naturale — non possa costituirsi
analogamente una dottrina scien- tifica corrispondente, depositaria e
rilevatrice delle leggi generali che :governano l'evoluzione della letteratura.
Forse a molti sembrerà che nemmeno gli studi moderni di sociologia siano ancor
abbastanza maturi per applicare la grande teoria dell'evo- luzione ai fenomeni
letterari, e molti gindiche- ‘anno prematuro il mio lavoro, più che mai
desiderosi di tenere le menti nell'orbita degli studi particolari analitici,
nella ricerca affannosa del documento, nelle minute illustrazioni mono-
grafiche. E di fatto, io non nego che siamo an- cora in un periodo di
preparazione iniziale, e uon desidero punto che cessino tutte le me- morie, le
illustrazioni minute ed analitiche, le ricerche pazienti ed elaborate dei
documenti letterari. È indispensabile che la sintesi completa sia preceduta
dall'analisi accurata e diligente. Però quando mai lo spirito umano potrà ap-
pagarsi in una sintesi completa della verità? Secondo me — il còmpito dello
studioso, giunto a comprendere, o per meglio dire, ad intuire la possibilità di
ridurre ad unità sistematica una svariatissima quantità di elementi disgiunti e
dispersi, può anche essere quello di mandare ad effetto il suo disegno, nella
fiducia di non fare opera assolutamente vana, da poi che non farà altro che esporre
sistematicamente le ultime con- clusioni della sua scienza. Se non altro, la
generalizzazione è per se stessa una grande soddisfazione. Staccare i fenomeni
letterari per studiarli mi- nutamente, separatamente in tutte le loro parti, è
utilissimo senza dubbio, ma volerne dare l’inter- pretazione, senza
considerarli nell'unità totale di cui fanno parte, conduce ad erronee e false
in- duzioni. Del resto se si dovesse trattare solamente di ciò che è
assolutamente certo, le più belle sco- perte dell’umanità resterebbero ignote.
La teoria della gravitazione, fondamento della meccanica, è una semplice
ipotesi: i fenomeni elettrici e magnetici si spiegano coll’ipotesi dei fluidi e
dei movimenti molecolari, da essi si fanno dipen- dere i fenomeni ottici; la chimica
riposa sulla teoria atomica, altrimenti la trattazione di. que- ste scienze
dovrebbe ridursi ad una descrizione di oggetti o ad un racconto di fenomeni la
cui spiegazione col mezzo delle ipotesi o teorie sa- rebbe proibita. Non è qui
il caso di svolgere più ampiamente questo concetto, ma di porre in sodo
soltanto che l’indagine critica non deve fermarsi a considerare le forme
letterarie come un pro- dotto geniale staccato, indipendente, e tutt'af- fatto
spiegabile di per sè stesso. Perchè è facile comprendere — da quanto si è detto
— che la critica non potrà mai giun- gere ad una conclusione scientifica e
positiva, se dimenticherà di ritenere che la letteratura è una funzione
organica della vita sociale. 3 — Pasrone, La vita delle forme letterarie. Organismo
della letteratura Avendo considerata la letteratura come una funzione organica
della vita sociale, ne rimane a considerarla come organismo individuale, e ca-
ratteristico. Così la nostra indagine critica, dopo d'aver posto in evidenza le
relazioni che inter- cedono fra la letteratura e la vita sociale, si volge
direttamente allo studio del corpo lette- rario in sè. E perchè il carattere
sociale della letteratura esige che la trattazione scientifica si mantenga nel
campo positivo della sociologia, riporteremo alcune osservazioni acutissime del
prof. Giuseppe Sergi ©, le quali giustificheranno le nostre con- clusioni. (1)
Prof. G. Seno1, Prefazione all'Introduzione allo studio della Sociologia, dì H.
Spencer. — Milano, Dumolard, 1881, pa- gina xxIx. ) Noi — dice il chiarissimo
professore — siamo troppo abituatia chiamare organismo soltanto un individuo
vivente, perchè vediamo le sue unità elementari agire per concorso ad un fine,
di- remmo determinato alla vita dell'intero. “ E questo concorso delle diverse
unità si ma- nifesta principalmente nella divisione delle fun- zioni, che
ordinariamente si suol chiamare divi- sione del lavoro fisiologico. E poichè in
un vivente le unità biologiche sono in contatto può dirsi immediato, almeno per
l’immagine visibile che in noi si forma, per errore molto naturale e molto
facile a prodursi, vedendo altre unità viventi agire separatamente nella vita
individuale, come non abbiano alcuno contatto, aleuna aderenza fra loro, non
crediamo appunto di attribuire loro una vita comune che può dirsi: organismo. “
Ora l'organismo non consiste nel contatto o aderenza materiale degli elementi,
ma nel con- corso delle loro funzioni; ed un organismo è tanto più sviluppato e
più complesso, quanto più le unità che lo compongono sono libere di muoversi e
di agire nella loro propria sfera di azione, che poi è una parte del tutto in
modo diretto ed indiretto ,. Così questa maniera scientifica di considerare
l'organismo, permette pure a noi di farne ap- plicazione perfetta nella
letteratura, dimostran- doci il posto e l’importanza correlativa che ànno le
diverse forme letterarie. I st, n ca arr > Che cosa è la letteratura — (che
noi serven- doci del concetto del Guyau abbiam definito: espansione di vita per
mezzo della parola e comu- nicazione di coscienze) — se non un complesso
organismo risultante dal concorso di tutte le svariate forme letterarie,
cospiranti tutte insieme a determinare la sublime rivelazione artistica della
vita? Qui, le unità biologiche raccolte a vita co- mune, sono precisamente le
diverse forme let- terarie che, per un lato, vengono prodotte natu- ralmente
dalle diverse facoltà della psiche umana: sentimento, imaginazione e
riflessione, e perl’altro riproducono pure naturalmente i tre aspetti di- versi
della realtà: parere, divenire ed essere ‘. Qui la sfera d’azione di ciascuna
forma lette- raria cioè di ciascuna unità sociale, è tutta quella grandezza e
quella libertà che rende la vita del- l'organismo più sviluppata e più
complessa, qui parimenti ogni forma letteraria, nell'atto che è un individuo
intero e completo e ben distinto, è però sempre una parte, cioè un elemento or-
ganico del tutto in cui. opera, vive e muore. Ogni forma letteraria si può
considerare come un'unità biologica, cioè come un’individuo intero e completo,
giacchè essa è dotata di certe sue particolari distinzioni specifiche, tanto
per la con- tenenza psichica, quanto per la forma artistica. (1) Dott. F.
Gaporto, Principi di scienza della letteratura. Anzi nelle forme letterarie il
concetto di in- dividuo non potrebbe essere più marcato ed evidente, se si
dimenticano per un istante, tutti gli stati intermedii di forme letterarie che
se- gnano il trapasso graduale ed insensibile di esse, e determinano quella
naturale continuità che è pur così evidente nei diversi regni della na- tura.
La forma epica — per esempio — è certo una unità biologico-letteraria
spiccatamente distinta da ogni altra forma poetica, e più ancora da ogni altra
forma di prosa. Frattanto che cosa possiamo noi concludere? Se la biologia è
dimostrato che gli organismi individuali sono società anch'essi — che ciascuno
- elemento organico © è l'individuo di questa so- cietà, che si può denominare
biologica — che cia- scuna cellula a sua volta, si comporta come un individuo
vivente, e frattanto che come elemento organico à una vita propria, neà
un’altra comune con l’intiero gruppo sociale a cui appartiene; noi potremo
ugualmente stabilire che ogni forma let- teraria è pur essa una società — che
ciascuna produzione artistica organica è l’unità biologica di questa società —
che ciascuna produzione or- ganica dell’arte si comporta come un individuo
vivente, e frattanto che, come produzione orga- nica distinta è una vita
propria, ne è un’altra (1) G. Serci comune con l’intiero organismo sociale
della let- teratura a cui appartiene. L'applicazione non potrebbe essere più
esatta e più calzante, e noi stabiliremo pertanto come principio dimostrato che
le diverse forme let- terarie sono -— ad un tempo stesso — organismi
individuali, società, e funzioni della vita orga- nica letteraria complessiva.
Questa differenziazione sociologica che abbiamo fatto, tornerà sommamente utile
alla compren- sione degli elementi dinamici nel complicato intreccio dei
periodi letterari; per essa noi po- tremo molto agevolmente internarci nella
scom- posizione dei fattori degli ambienti, poi riallac- ciare e coordinare
nuovamente queste forze e giungere alla ricostruzione ideale primitiva ed a
determinare il valore della nostra x incognita, cioè dello spirito che circola nell'ambiente
storico, ed informa tutte le produzioni artistiche. Se non che ogni organismo
vivente è dotato naturalmente di un sistema nervoso proprio, e di una vita sot-
toposta a tutte le esigenze dell'evoluzione. Ora, è naturale che în questi
organismi bio- logici letterari, non esista come nei sistemi nervosi animali,
un centro encefalico, se così posso dire, fisso e localizzato; il centro è
diffuso — invece — in tutte le unità componenti, così che ciascuna unità è
centro e periferia, così che ogni fenomeno letterario dapprima è un fenomeno
in- dividuale, poi passa — per comunicazione rapidi a fenomeno sociale, pur
conservando in parte il carattere primitivo. Voglio dire, che in questi sistemi
nervosi let- terari non esiste un centro unico di produzione artistica; ma
invece la produzione è individuale. L'opera artistica è il prodotto di un
individuo solo — strettamente parlando — ma essa si co- munica tosto a tutte le
altre coscienze; si po- trebbe dire agli altri ganglii correlativi, finchè si
sparge per tutto il sistema nervoso sociale. Il nostro grande filosofo Roberto
Ardigò — benchè per altro proposito —à espresso un or- dine di idee così
logico, che io non posso te- nermi dal riportarlo, adattandolo al caso mio,
come quello che non lascierà più nulla a dire. « Le varie forme letterarie si
corrispondono, e per una corrispondenza organica, quindi, cia- scuna forma è
nel tutto organico della lettera- tura una funzione rispettivamente al tutto
mede- simo coordinata. E da tutte singolarmente irradia un'influenza che mette
capo nel gran seno della letteratura, che fa specchio a tutto il movimento del
pensiero, che diventa la pittura dell'ambiente, e l'eco che ripete le voci di
tutti i secoli. Nella letteratura, così considerata, si riflettono come in un
centro comune, e vi si rafforzano in idee ge- neralissime riassuntive e
sintetiche tutti i fatti particolari, e le forme artistiche come i raggi che si
incontrano e si confondono insieme nel centro del cerchio. Vi sì riflettono e
vi si fondono insieme per ritornare ad ognuna trasfor- mate nella luminosità
prodotta dal cozzo di tutte. Ed a questo modo il progresso nell'una, diventa
progresso nelle altre , e la rivoluzione di una forma letteraria può produrre
la rivo- luzione in quasi tutte le altre contemporanee, quando però siano
favorevoli le condizioni del- l’ambiente, e la produzione artistica risenta
tutta la grande prepotenza della correlazione di svi- luppo. Perchè vi furono
veramente delle epoche storiche durante l'evoluzione della letteratura, nelle
quali pressochè tutte le forme artistiche piegate da un'ineluttabile esigenza
sociale, do- vettero svilupparsi in una correlazione uniforme e severa. Rimando
i lettori alla lettura del ca- pitolo IV di quest'opera, in cui si tratta
appunto della correlazione di sviluppo. Ma io è detto dianzi che ogni organismo
vivente per essere il concorso di molteplici unità biologiche, oltre ad avere
un sistema nervoso proprio, deve entrare necessariamente come tutti gli
individui della natura, nel processo evolutivo di tutte le vite, cioè del gran
tutto. Ora che cos’ è l'Evoluzione? e come si esplica nel decorso del tempo e
dello spazio ? Ed a quali necessità biologiche devono uniformarsi gli or-
ganismi, seguendo la gran Jegge dell'evoluzione? IL. Spencer ne’ suoi “ Primi
principî $ $ 145, pag. 301: definì l'Evoluzione: “ un'integrazione “ di
materia, accompagnata da dispersione di moto; in cui la materia passa da
un’omoge- “ neità indefinita, incoerente, ad una eterogeneità “ definita,
coerente, mentre il moto trattenuto “ subisce una trasformazione parallela ,.
Nel caso nostro, come si dirà poi anche nel cap. III, questa “ materia , è la
vita psichica che inte- grandosi passa da uno stato di manifestazione artistica
(sensibile) omogenea, indefinita, incoe- rente ad un’eterogeneità di forme
letterarie de- finita e coerente, mentre il moto trattenuto subisce una
trasformazione parallela, ed una parte di moto viene dispersa. Vedremo — a suo
tempo — che cosa deve rite- nersi di questa dispersione e di quest’assorbimento
di moto; ora l'importante è di stabilire quel che segue. Spinti dalla forza
continua dell'evoluzione gli organismi individuali nascono, vivono e muoiono,
ma al disopra di essi si evolve perenne la vita dell'organismo sociale. Ogni
organismo non è che una grande catena per cui si svolge la vita della società.
Ora dal seno della natura come è sorto il primo essere vivente, si riproduce
una quantità sempre crescente di esseri, i quali per la diversità delle
condizioni dell'ambiente, co- minciano a modificare la loro struttura
particolare e ad assumere distinti caratteri specifici, tra- smessi
naturalmente ai discendenti nell'atto della riproduzione. Quindi avviene una
moltiplicazione rapidissima di organismi, i quali, in poco tempo, dovendo
servirsi degli stessi mezzi di sussistenza, sono costretti a disputarsi la vita
ferocemente. Ora in questa lotta per la vita sopravvivono quegli organismi che
ànno qualche vantaggio sopra gli altri, quelli cioè che sono più forti e meglio
adatti alle condizioni di vita del loro am- biente. Pertanto, nella natura
stessa, succede un elezione spontanea, cioè una scelta evidentissima degli
organismi più adatti all'ambiente, da cui la sopravvivenza o l'estinzione della
vita degli or- ganismi meno perfezionati. È inutile, quasi il ripetere, che al
disopra della parabola descritta fatalmente da tutti gli organismi individuali,
si evolve perenne la vita sociale, misteriosa funzione della vita dell’uni-
verso. La morte non esiste in senso assoluto, essa non è che la vita in un
altro senso — dice il Guyau %— e sotto un’altra forma particolare. Ecco come si
esplica nel decorso del tempo e dello spazio l'evoluzione, ed ecco a quali
fortunose necessitudini devono uniformarsi gli organismi viventi, seguendo la
gran legge dell'evoluzione. Però, chi sì accinge a' descrivere la vita delle
forme letterarie, deve fermare maggiormente la sua indagine critico-storica
sopra questi vari momenti caratteristici, che noi (per brevità di linguaggio)
continuiamo a chiamare leggi del- (1) G. Tarozzi, G.M. Guyau ed il naturalismo
antico con- temporaneo, — Milano, Dumolard l'evoluzione, quantunque non
s’'abbia neppure l’idea d'un legislatore sovrumano, o d’una pou- tenza
creatrice, inconoscibile. . Ma a che cosa si riduce, in fine, la dottrina
dell'evoluzione ? All espressione della realtà pura e semplice. Niente altro.
Il filosofo non è tentato di spie- gare —a suo capriccio —i fenomeni della
natura, si è contentato — come era l'obbligo suo, di dire che le cose stanno
così e così. Non vi è precon- cetto di sorta. Tutta la dottrina si riduce alla
semplice esposizione dei rapporti naturali dei fenomeni della vita. Chi
considera francamente le cose, non vede che una coordinazione positivi dei
fenomeni naturali. Il filosofo — puro di mente e di cuore — è gettato il suo
sguardo indagatore nell'immensa congerie dei coefficienti dinamici, e notando
che i principali rapporti dei fenomeni si collegavano spontaneamente e di per
sè stessi nell’ordine naturale delle cose, espose candida- mente questo
intreccio evidente delle cause e degli effetti, riproducendo esattamente la
realtà, e direi quasi: fotografando la vita, nel suo sistema. Di qui la grande
forza d'espansione di questi dottrina, ed il grande sviluppo suo nelle co-
scienze di tutti i popoli. Che cosa opporre alla logica naturale dei fatti ? —
Lo spirito della dottrina non è che lo spirito stesso della vita, cioè la
natura stessa cerebrata # sistemata — come direbbe Giovanni Bovio. Chi scrive
queste modeste pagine non cesserà mai di sentire profonda riconoscenza
all'autore di quella dottrina immortale, che s'intitola del- l’Evoluzione la
quale, come scrisse pure il Boc- cardo di sè stesso, letta e studiata con
crescente ammirazione gli dischiuse quattro anni or sono i vasti orizzonti di
una scienza, a cui non ces- serà mai più di consacrare l’attività e la vita.
Origine e sviluppo delle forme letterarie La letteratura è la manifestazione di
una parte della vita psichica dell’uomo, cioè la luce espan- siva e gagliarda
dell’'idea-forza che si manifesta nella vita sociale. La mente ed il cuore
della nazione si riversa naturalmente nel grande teatro della letteratura, la
quale perciò si risolve nell’unità e nell’ar- monia dei moti, dei palpiti e de’
sentimenti di tutte le coscienze. Tutta l'arte in genere, e l’arte letteraria
in specie, sorge dalla coscienza per tornare alla coscienza, come l’acqua che
le nubi raccolgono dal mare torna dopo la pioggia nel mare. E ciò è tanto vero
che, allorquando sì vuole fare argine alle decadenze, ed al manierismo
artistico di un dato periodo storico si grida dai ribelli: Torniamo alla
realtà, risaliamo la corrente, cerchiamo nuovamente le pure e limpide
scaturigini dell’ arte, “ esploriamo il proprio petto! , come diceva il povero
Leopardi. La vita appunto, secondo la teoria di G. M. Guyau® è il principio
comune della morale, del- l'arte e della religione; in quanto che nella vita
considerata dal punto di vista della sua intensità cè un principio di
espansione di cui la morale, l'arte e la religione sono diverse manifestazioni.
Intorno a “ Giovanni Maria Guyau , scrisse nel 1889 Alfredo Fonillée® ed è ner
noi eziandio molto pregevole uno studio accuratissimo che il dottor G. Tarozzi
pubblicò in due articoli suc- cessivi nella Rivista di filosofia scientifica
del Mor- selli, serie 2, anno IX, volume 1x, gennaio-feb- braio 1890. Siecome
il principio generale del Guyau, se- condo me, è l'ipotesi scientifica che
meglio di ogni altra risponde alle esigenze della critica, così io — fino a
prova contraria — l’accetto, e me ne servo quasi completamente per lo studio
della genesi delle forme letterarie. Anche il Wundt è espresso in riguardo alla
coscienza umana un concetto assai importante, (1) Gurau, Les problèmes de
l’Esthétique contemporaine. Paris, F. Alcan, 1884. Guyau, L'art au
point de vue sociologique. Paris, F. Alcan, 1884. (2) ALrreD FoviLLÉée, La
morale, l'art et la religion d'après M. Guyau. Paris, F. Alcan che può essere
applicato parimenti a questa in- dagine. Giacchè veramente, eziandio nel
grande, campo delle lettere, attraverso agli elementi che can- giano senza
posa, la vita cosciente, intellettuale, realizza una connessione intima di
fenomeni letterari, che si spiega in una continuità di fun- zioni. E le
funzioni sono le varie forme letterarie, artistiche, e gli elementi sono gli
ambienti so- ciali diversi che si mutano continuamente per le nuove condizioni
di tempo e di luogo. Ma non basta; perchè sorgono i fenomeni letterari? e come,
e quando, e dove sorgono essi? Ammesso pure che la letteratura sia espan- sione
della vita psichica e comunicazione di co- scienze, come si effettua primamente
questa espansione ? Orbene, poichè tutti i fenomeni della natura sì
riconnettono intimamente nella severa ar- monia del tutto, e poichè
l'osservazione ci di- mostra che tutti i fenomeni naturali succedono in virtù
della legge d’evoluzione, noi dobbiamo di necessità pigliar le mosse da questo
grande principio che ci traccia il terreno, e presta l’in- dirizzo e le norme
alla nostra investigazione. Ciò che è legge impreteribile del tutto, è pur
legge impreteribile d'ogni singola parte. Le forze intellettuali non possono
essere tagliate fuori dall’armonia della dinamica naturale. Spencer ne’ suoi “
Primi principi », $ 145, pag. 301, è definito l’Evoluzione: un’integra- zione
di materia accompagnata da dispersione di moto; in cui la materia passa da
un’omoge- neità indefinita, incoerente ad una eterogeneità definita, coerente,
mentre il moto trattenuto su- bisce una trasformazione parallela. Nel caso
nostro questa “ materia , è la vita psichica che integrandosi passa da uno
stato di manifestazione artistica, (sensibile), indefinita, omogenea,
incoerente, confusa, ad una eteroge- neità di forme letterarie definita,
coerente, di- stinta, mentre succede una vera dispersione ed un assorbimento di
moto. E di quest’ultimo fatto la letteratura e l’arte in genere ci dùnno esempi
evidentissimi. Soltanto è da notarsi che la difficoltà di seguire le tra-
sformazioni così complicate ed insensibili è così grande che è quasi
impossibile isolare i vari momenti del processo totale, in modo da porre in
evidenza i diversi legami di mutua dipen- denza. Però, come dissi, quanto
all'assorbimento di moto la cosa è chiara. Pigliamo anzitutto un esempio di
integrazione in gui si trovi una grande unità di composizione, colla severa su-
bordinazione delle parti al tutto. Il Romanzo. I bambini e il popolo, che tanto
per sempli- cità e naturalezza somiglia. ai fanciulli, ed i trecentisti, che
scrivevano secondochè parlavano, si esprimono per mezzo di frasi, corte,
sempli- cissime, talvolta senza apparente connessione logica, e talvolta
proprio senza connessiohe al- cuna. Nei racconti dei fanciulli e ne’ racconti
più antichi dei popoli non c'è un intimo legame logico fra le idee; e le varie
parti che entrano a comporre il tutto non sono mai strettamente coordinate.
Anzi s'incontra un andare a salti, a singhiozzi, un'eccessiva indipendenza
organica, una specie di anarchia che rivela uno sperpero di moto sconclusionato
nelle singole parti. Poco per volta, a misura che il fanciullo s'avvicina alla
ragione, alla maturità, ed a misura che il popolo pro- gredisce
intellettualmente, ecco che le opere di immaginazione subiscono un'integrazione
note- volissima, e le varie parti che entrano. a com- porre l’opera d’arte si
collegano, si coordinano strettamente al tutto, e le varie idee non pos- sono
più svolgersi sconclusionatamente da sole, e gli avvenimenti ed i fatti si
localizzano, si inquadrano, si fissano secondo certi criteri; e non si può
mutarne l'ordine e la natura senza dan- neggiare o distruggere l’effetto
generale. Le di- verse idee hanno effettivamente perduto alquanto del loro moto
relativo, in seguito al fenomeno dell'integrazione avvenuta. Così dalle novelle
staccate, sconclusionate dei primissimi tempi arriviamo ai romanzi d'intreccio,
ai romanzi di analisi psicologica elaboratissima; così dalle pri- 4 — Pasrore.
La vita delle forme letterarie. missime
favole cavalleresche indefinite, incoerenti, confuse si è giunto alla
Gerusalemme liberata di Torquato Tasso; così dai lazzi sconclusionati, dalle facezie
senza scopo, si è giunto alle com- medie dell’arte, e da queste alla commedia
mo- derna; così le forme letterarie nascono e si svi- luppano. Però, intanto,
sarebbe necessario fare la storia di ogni forma letteraria, e seguendo
strettamente la grande legge enunciata, segnare, per quanto è possibile, tutti
i punti intermedi dell'evoluzione sua propria. Ma l'indole teorica di questo
primo volume non lo permette; io non devo far altro ora, che riunire i fenomeni
letterari, coordinarli logicamente e porne in evidenza le leggi fonda- mentali.
“ Come, — dice lo Spencer! — ogni pianta cresce concentrando in sè stessa gli
elementi che prima erano diffusi, come gas, e come ogni animale cresce per
avere concentrato gli ele- menti prima dispersi nelle piante e negli ani- mali
circostanti, così per passare a fenomeni di un ordine più elevato ed a cui
bisogna rigoro- samente annetterli, la letteratura di un paese cresce
concentrando in sè stessa gli elementi intellettuali che prima erano diffusi
nella società come effetti, sentimenti, idee e pensieri. E come ($ 111)
nell’impronta della cera leggiamo i segni . (1) Spencer, Primi principî, $ 111.
del sigillo, così nella integrazione del linguaggio, delle scienze e delle arti
progredienti vediamo riflesse certe integrazioni dell'umano progresso, sì
nell’individuo che nella società. “ Nella pittura, dalle prime antichissime
deco- razioni murali degli Egizi, degli Assiri, come del resto anche dalle
pitture del Medioevo ai quadri dell’età moderna; nella musica, dalla semplice
cadenza di poche note dei monotoni canti sel- vaggi alla perfezione artistica
della musica mo- derna; nella scoltura, dai fantocci primitivi, dagli idoli
selvaggi alle stupende opere plastiche dei (ireci e dei moderni, l’integrazione
progressiva si mostra evidentissima, e quanto più è completa l'integrazione,
tanto più squisita è la perfe- zione artistica raggiunta nella subordinazione
degli effetti particolari agli effetti totali ,. (Spen- cer; :$ I11). Chi non
ricostituisce l'evoluzione dall’omoge- neo all'eterogeneo manifesta nella
separazione della pittura, della scoltura e dell'architettura, e più ancora
nella grande varietà di soggetti da esse trattati ? E più avanti (nel paragrafo
126) Spencer se- guita a dire: “ Nell’origine graduata e nel combinato dif-
ferenziamento della poesia, musica e danza ab- biamo un'altra serie di esempi.
In Grecia, la musica e la poesia dapprima unite si separarono dalla danza. Il
coro nelle azioni drammatiche 52 CAPITOLO 1II da prima incastrato si rese
indipendente. Gli strumenti si moltiplicarono. E cominciò ad esi- stere musica
senza parole. Negli scritti ebraici troviamo uniti in uno stesso libro la
teologia, la cosmologia, la storia, la biografia, la legge civile, la morale e
la poesia, mentre vi sono epoche, in cui come nell’Iliade gli elementi
religiosi, marziali, storici, epici, drammatici e lirici, son mescolati.
Infine, a’ giorni nostri, lo sviluppo eterogeneo della letteratura ci offre
delle sud- divisioni così numerose e variate che sfidano una completa classificazione
,. ($ 126). Che questo e non diverso sia il processo evo- lutivo delle forme
letterarie (non ostante tutte le deviazioni di cui verrà data la spiegazione
naturale a suo tempo) la storia dei fenomeni letterari serve mirabilmente a
dimostrarlo. Ed è impossibile non ammettere questo continuo divenire delle
forme artistiche nel campo della letteratura. Senonchè, ormai che sappiamo che
le forme letterarie non sono altro per un rispetto che la differenziazione
dell’espansione della vita psichica, dobbiamo fare un passo avanti
nell’indagine nostra e domandarci: quali sono le forze che determinano
veramente questo fenomeno? È dico # forze , perchè — secondo me — ogni fenomeno
deve riguardarsi come l’effetto pro- porzionato di quelle cause che lo
determinano, vale a dire, come risultante di un sistema di forze la intensità e
direzione della quale nel campo della fisica è misurata esattamente dal
Paralle- logramma delle forze. Generalizzando sempre più l'ipotesi facciamo
l'applicazione generica di questo principio in letteratura e domandiamoci, in
altri termini; quali sono le forze concorrenti che de- terminano per risultante
le forme letterarie? Non paia ad alcuno strana ed irragionevole la posizione di
questo problema. Il progresso delle scienze (e questo lavoro è un contributo
umilissimo alla scienza della letteratura) sta ap- punto nel sapere applicare i
principii affermati dalle discipline esatte alle discipline speculative, e
quanto più si diradano gli orizzonti di cotale assimilazione, tanto più si diradano
quelli del dominio del pensiero. Ne segue che l'applicazione del
parallelogramma rendesi comune in quasi tutti i casi, e per tutte le ipotesi
all'ombra di un'unica legge. Per cui volendo far l’analisi di un fenomeno
letterario complesso, si. comincia a considerarlo come la risultante della
ragion composta di molte forze concorrenti, poscia con un lavoro di scom-
posizione sì chiarisce l'estensione e l'intensità relativa di ciascuna, e si
sorprende in tutte le sue manifestazioni, la perenne combinazione di- namica
del mondo letterario, dove l’arte rap- presenta il centro al quale ogni
produzione let- teraria si avvicina o da cui si allontana. Ma affrettiamoci
alla soluzione. Taine sostenne ripetutamente che la letteratura di un popolo,
ed ogni singolo mo- numento di essa sono prodotti e necessariamente determinati
da tre fattori : 1° La razza — 2° l’ambiente (fisico-storico) — 3° ]l momento;
oppure 1° L'energia interna — 2° la pressione esterna 53° l'impulso acquistato.
Io non entrerò minutamente nella critica di questa teoria, poichè questo studio
venne già fatto magistralmente da Arturo Graf nelle sue Questioni di critica
(Torino, Loescher 1889). Ed io accetto quasi completamente la teoria del Taine
che l’Hennequin ammise bensì come probabile, quantunque a lui non sembrasse nè
giusta nè verificabile ©. Però, a proposito del primo fattore che il Taine
chiama energia interna, è necessario che io mi fermi con ispeciale
considerazione. Anzi- tutto perchè dovendo noi darci ragione dell'o- rigine e
dello sviluppo delle forme letterarie non possiamo esimerci dal considerare
profondamente questa energia interna che è la matrice comune delle diverse
forme artistiche, secondariamente perchè il Taine non trattò, di proposito
minuto, questa questione e perciò ora è necessario com- pletare la sua teoria
con alcune idee riguar- (1) Vedi A. Grar | ot danti la vita, l'arte, la coscienza e
l'emozione estetica. Degli altri due fattori suddetti a) am- biente, ©)
momento, farò più innanzi menzione in un capitolo a parte. A rigor di logica,
la produzione artistica, che si differenzia poi nelle singole forme letterarie,
è preceduta da una confusa ed indeterminata emozione estetica iniziale. In
questo periodo di energia latente io pongo il primo impulso alla produzione
artistica suc- cessiva. Perchè, secondo me, il sentimento este- tico di cui è
piena e riboccante la coscienza durante l'emozione è un principio attivo per
eccellenza. Questo sentimento non produce solamente il piacere emozionale nella
coscienza, ma eccita la coscienza stessa ad agire, a produrre, ad estrin-
secarsi al di fuori con forme sensibili. In altri termini, il sentimento non
rimane soltanto nella coscienza come principio statico, limitandosi a far
vibrare la vita nell’allargamento e nella ri- sonanza armonica di tutto
l’essere (Guyau) ma come principio naturalmente dinamico, come idea- forza (A.
Fouillée) eccita ad agire, senza indi- care però in modo categorico l’azione da
com- piersi, cioè la forma speciale della produzione artistica ©, Lo Spencer,
il Grant-Allen e lo Schiller non (1) G. Tarozzi propugnano certamente questa
teoria, e nep- pure il Guyau, che è il grande merito di aver dato il concetto
generale, mette abbastanza in luce questi due momenti psicologici dell’emo-
zione estetica, il desiderio ed il piacere. 1l Ta- rozzi, servendosi molto bene
della teoria delle idee forze del Fouillée, distingue nettamente nel sentimento
estetico due azioni successive oltre all’azione che dall'arte deriva e
trascende na- turalmente. Di guisa che (ammettendo l’'emo- zione estetica
essere determinata dall’accumu- larsi della forza nervosa), per una parte si ha
un'azione che consiste appunto nell'accumularsi di questa forza nervosa, che è
un piacere per cui si sente più fortemente la vita; per altra parte si ha pure
un’azione che deriva dal de- siderio di riversare questa piena di vita, e che è
il punto di partenza dell’azione successiva ‘, Così, adunque, riepiligando,
dalla coscienza intima della vita sgorga naturalmente l’azione; e in altre
parole: la coscienza della vita estrin- secandosi in virtù di un'energia sua
propria, e coadiuvata dall'ambiente esterno stimolante, pro- duce il primo
germe dell’arte. L'uomo dapprima si sente; di poi questo sen- timento intimo,
questa coscienza di sè, questa visione ideale (id) si trasforma tosto in ele-
mento attivo, e viene determinata l’azione nel (1) Tanrozzi suo inizio; giacchè
le idee (Fouillée) sono forze naturalmente attive, e sono già di per sè, le
azioni stesse nel loro inizio. 7 Allorquando è prodotto il primo germe del- l’arte
e della forma letteraria indeterminata, indistinta, omogenea, confusa, rozza,
la produ- zione artistica neonata entra subito nella grande orbita della legge
generale dell'evoluzione, e si estrinseca, senza posa, in una grande eteroge-
neità di forme. E così nascono i diversi generi letterari, che in seguito si
sviluppano col tempo in mezzo alle molteplici condizioni dell'ambiente, ed
entrano fra di loro e con altri elementi in terribile lotta per la vita, e si
avviano all’e- stinzione loro, o a un maggiore incremento a seconda che li
respinge o li favorisce l'elezione naturale, portando fatalmente in grembo i
tratti caratteristici dell'età trascorse. Ma ora che abbiamo minutamente
conside- rato la letteratura come “ espansione della vita psichica , è tempo
che. consideriamo la lette- ratura come “ comunicazione di coscienze , (Guyau).
Gli artisti trasmettendo, sotto forma di opere letterarie, le loro emozioni
estetiche, alla co- scienza generale dell'ambiente servono eviden- temente ad
una funzione sociale. La loro arte produce una simpatia sociale fra le
coscienze. Perciò mentre questa considerazione ci permette di stabilire, in
linea generale, il carattere ed il fine sociale dell’arte, noi dobbiamo fermare
lo studio sopra di un altro argomento di capitale importanza, cioè
l’espressione per mezzo della quale l’arte si trasmette di coscienza in co-
scienza. I germi della letteratura sono nati, in essi virtualmente racchiuse
tutte le forme letterarie dell'avvenire; l'energia dell’arte è entrata nella grande
colluvie dei moti dinamici sociali, ve- diamo ora con quali caratteri esterni,
si mani- festino nella società. Prima delle Forme ho voluto studiare le Forze
benchè tutta quasi la differenza tra le une e le altre non dipenda che dal loro
momento cero- nologico. “ Le forze hanno un punto di fermata apparente: ecco le
forme. Le forme hanno un punto di partenza effettivo: ecco le forze ,. Vi ha
tra loro una gerarchia funzionale che le distin- gue, ma la legge di evoluzione
— come mi sembra che s'esprima un notissimo scrittore della Rivista di
Filosofia scientifica di E. Morselli — è sempre allo stesso modo identica; onde
il ciclo della vità si ritempra con eterna vicenda nello alternarsì dell'essere
e dell’apparire. Questa incessante tra- sformazione di energia produce
apparenti inter- mittenze nell’evoluzione della letteratura. Ma quando si pensa
che nella decadenza passeggera delle forme si preparano attivamente le forze
de] pensiero — quantunque nel segreto delle co- scienze — non si andrà più
tanto lungi a trovare la spiegazione dei periodi così detti di intermit- tenza
letteraria, e si avrà fede pur sempre nella evoluzione graduale, lentissima, e
progressiva della coscienza umana. Nello studio della storia letteraria è un
grave errore por mente soltanto alle forme, e dimen- ticar l’importanza delle
forze. Vi sono precisamente nella storia, certi periodi tenebrosi nei quali non
si scorge l' elevatezza delle forme appunto perchè sta costituendosi ed
accumulandosi la materia. È una necessità orga- nica. Il medioevo, tanto
maltrattato, per esempio, accumula nelle sue tenebre un immenso tesoro di
poesia virtuale. La sostanza epica (non la forma) del medioevo è infinita, in
quel mondo tetro e stravolto ci è pure un'elaborazione at- tivissima di forze
preparatrici delle forme. L'arte che sorse poi dal medioevo nell’Umanesimo e
nel Rinascimento non è più il vero #05 pre- potente, è più formale che altro.
Il poema di Matteo Maria Boiardo, per conseguenza, appar- tiene già al terzo
periodo dell'epopea, cioè è un poema essenzialmente d’arte; mentre retrocedendo
verso le fonti epiche medievali, cominciamo a trovare, per esempio, nel poema
del Pulci qualche cosa di mezzo tra l'epica popolare ed il poema d’arte, una
vera transizione, in altri termini ; ed andando più avanti, oltre quest’epopea
della far- tasia individuale che segna il secondo periodo evolutivo, entriamo
nelle tenebre più folte del medioevo, giungendo al primo periodo evolutivo,
all’epica naturale e spontanea, effusione neces- saria dello spirito e della coscienza
del popolo intero, rivelatrice delle sue tendenze e delle sue superstizioni. E
del grandissimo potere d'espansione delle forze poetiche medioevali possiamo
eziandio es- sere completamente convinti, riflettendo che per- fino nel secolo
nostro xIX buona parte dell’arte sì rituffa in quelle antiche leggende, e non
vi ripugna troppo la coscienza moderna. Così dalle forze erompe un infinito
numero di forme e dalle forme un’infinita congerie di forze. Se non che venendo
a parlare propriamente della forma in concreto, cioè dell'espressione sensibile
del pensiero per cui l’arte diventa es- senzialmente comunicazione di coscienze
dobbiamo distinguere due primi modi onde l’uomo cominciò ad elaborare i
fenomeni della natura in largo senso, ed a riprodurli con la parola nell'opera
letteraria primitiva. Il primo modo può dirsi soggettivo 0 poctico in quanto
che il soggetto, cioè lo spirito pensante trasforma inconsciamente in sè stesso
la materia pensata, e quasi la ricrea nuovamente. Il secondo modo può dirsi invece
oggettivo 0 prosastico in quanto che l'oggetto, cioè la ma- teria pensata viene
espressa pacatamente, e nu- damente così come essa è in realtà. La prima
espressione formale del pensiero umano generò la poesia, la seconda,
riproduzione esatta e quasi direi fotografica della realtà, diede origine alla
prosa. Quella è la prima effusione spontanea dello spirito umano senziente,
questa è la successiva manifestazione naturale dello spirito umano ragionante.
Ora siccome i po- poli primitivi, come i bambini, sono più ricchi di senso che
di ragione perchè sempre più vicini alle ‘azze animali, così avviene che la
letteratura nascendo, per la prima volta, nelle varie razze, prende anzitutto
qualità e forma di poesia, e non dà la prosa — come osserva egregiamente il dott.
G. Finzi ® — se non quando la civiltà sia più matura, e nelle menti umane siasi
stabilito un certo equilibrio tra le facoltà effettive e fan- tastiche e le
riflessive. Tutte le storie delle genti umane sono una prova evidentissima di
queste conclusioni. Se non che l'oggetto del pensiero si affaccia all'uomo con
ben diverso aspetto © secondo le generali condizioni della civiltà, della
cultura e dei costumi di un popolo e di un’età, e secondo le particolari
dell'animo e della mente di cia- scuna persona. Onde prima di tutto, a seconda
delle varie facoltà psichiche prevalenti in certi stadi del soggettivismo, ed a
seconda, inoltre, dei vari aspetti prevalenti in certi stadi dell’og- (1) Dott.
G. Fixzi. Avvertimenti intorno ai vari generi dello scrivere in prosa ed in
poesia. Torino, Casanova, 1889, pag. 4. (2) Finzi gettivismo stesso, la
letteratura dovrà atteggiarsi in altrettante forme artistiche corrispondenti.
Di qui appunto uoi ci argomentiamo di trarre un criterio scientifico per
classificare le varie forme della letteratura. Ma come in zoologia ed in
botanica, dal punto di vista che le specie non sono altro che varietà molto
distinte e permanenti, e che ogni specie esistette dapprima come varietà,
dobbiamo ri- conoscere che non sì può stabilire alcuna linea assoluta di
demarcazione fra le specie e le va- rietà, così in letteratura non potremo
assoluta- mente presentare una classificazione rigorosa e severa delle forme
letterarie ; perchè quantunque tra i due termini estremi (prosa e poesia) la
di- stanza sia molto grande, tuttavia © dall’uno al- l'altro v'è un trapasso
graduale insensibile, at- traverso a una serie di stadi intermedi infiniti per
la naturale continuità. Così si scopre sempre di più lo stesso rapporto che
lega questa scienza infante alle altre sorelle più adulte, e scende ognor più
grande conforto nell'animo innamorato dello studioso. La stessa difficoltà che
si incontra in zoologia volendo definire il concetto di specie incontriamo pur
noi riferendoci alle specie letterarie. Però il fatto incontestabile che non
esiste un (1) Dott. F. Gaporto, Principi di Scienza della letteratura, al uso
del Ginnasio Superiore. Torino, Loescher limite deciso tra i generi letterari
maggiori e le forme minori, e le varietà, non deve condurci ad una conclusione
estrema ed erronea,-cioè a credere che la scienza della letteratura siste-
matica sia una scienza vana ed inutile, non esi- stendo i generi letterari. Qui
giova riflettere — come fa notare molto bene il Canestrini ‘% — che la teoria
della tra- sformazione naturale non distrugge il concetto della specie ma lo
modifica. Dovremo noi tra- scurare — egli dice — lo studio delle isole di un
dato mare perchè ci consta che esse sono soggette a sollevamenti e ad
abbassamenti, e perchè sappiamo che esse ad una profondità maggiore o minore
sono tutte insieme collegate ? La nostra teoria scientifica portando lo studio
diretto sulle forme letterarie distintamente con- siderate ne farà comprendere
più agevolmente tutto il processo evolutivo particolare, la vita e la fortuna e
la estinzione di ognuna, e nello stesso tempo, spiegando l'intricato
avvilupparsi di esse nel grande campo della letteratura, con- tribuirà alla
ricostruzione scientifica della dina- mica sociale, e ci metterà sempre più
addentro al macrocosmo della vita dei popoli. L'orizzonte di questa plaga
misteriosa si allarga all'infinito e noi siamo appena sul limitare di essa. (1)
CanESTRINI, La teoria dell'evoluzione, Torino, 1887. Unione Tip. Editrice. Per
dare una rapidissima scorsa alla storia del graduale sviluppo della
letteratura, io non farò che addurre l’ultima parola della critica storica, a
quel riguardo. Par conforme a ragione l’ammettere che la prima forma
letteraria, nata dalla coscienza po- polare per soddisfarne i primissimi
bisogni intel- lettuali e morali, sia stata la lirica religiosa, nell'ampio
significato della parola, lirica coeva all'origine stessa della civiltà, anzi
efficace sua iniziatrice. Poscia pare che sia successo un pe- riodo eroico,
oppure, se così vuolsi, un periodo il cui canto lirico ed il racconto epico non
ancor ben distinti tra loro prorompevano ‘ insieme commisti e confusi
nell'anima umana. La tradi- zione — scrive il Finzi nel suo aureo libretto “
Intorno ai vari generi dello scrivere in poesia e in prosa , — conserva il ricordo
(e ne rimane qualche vestigio) degli inni orfici della Grecia, delle cantilene
francesi, dei canti dei fratelli Arvali in Roma, dei canti (lieds) germanici,
delle leg- gende (saghe) scandinave, dei cantari spagnuoli, che precedettero le
varie epiche nazionali di co- testi popoli o ad esse almeno s’intrecciarono. E
possiamo leggere ancora i Vedi che son la rac- colta degli inni religiosi e
furon il fondamento dell’antichissima epica indiana. I canti eroici, per la
parte narrativa, contene- (1) Finzi vano in sè i germi della vera poesia epica,
e così la poesia epica trasse i principî da quelle antiche canzoni in cui la
lode era alternata, intrecciata e svolta nel racconto. Così agli al- bori delle
letterature fiorisce, per !ungo tempo feconda, la poesia eroica improntata di
un ca- rattere religioso e nazionale, come che negli antichissimi canti dei
popoli primitivi siano commisti elementi epici, lirici e drammatici. La
drammatica appunto, connessa primiera- mente alle cerimonie popolari religiose
ed alla livica primitiva, si viene differenziando poco per volta a misura che
il pensiero e la civiltà dei popoli si vengono liberando dallo scomposto im-
pero © della fantasia e del sentimento e si fanno capaci di matura riflessione,
sugli avvenimenti umani, sull’umana natura, sui costumi sociali, sui difetti e
sui vizi delle persone. La drammatica però, mentre si vale massimamente della
facoltà psichica della riflessione, è nello stesso tempo poesia del sentimento
e dell’immaginazione. — Ultima entra nella letteratura la prosa colla storia e
colla filosofia dapprima, poscia coll’elo- quenza © quando lo spirito umano è
completa- mente maturo, e nelle dure esperienze e lotte della vita è perduto le
gaie illusioni della prima (1) Finzi. Op. cit., pag. 10. (2) Ixama. Storia
della letteratura Greca, pag. 17. Manuali Hoepli, 1882. i 5 — Pasrore, La vita
delle forme letterarie. giovinezza, e dai campi fantastici dell'ideale viene
tratto e richiamato alla realtà della vita. Così ad ogni forma di pensiero
risponde sempre una forma letteraria particolare. Nello svolgimento storico ed
artistico della poesia del sentimento, cioè della lirica, possiamo annoverare
una quantità grande di forme mag- giori e minori relativamente: Sonetto, ode,
ballata, elegia, capitolo, madrigale, brindisi, ditirambo, epigramma, epistola,
carme, ser- mone, ece., mentre tuttavia si deve tener gran conto della
differenziazione notevolissima del sen- timento. Intendo parlare della
contenenza psichica delle forme, secondo cui la lirica può essere re- ligiosa,
amorosa, intima, gioviale, melanconica, politica, satirica, pastorale, ecc.
Nello svolgimento storico ed artistico della poesia dell'immaginazione, cioè
dell’epopea, pos- siamo similmente annoverare una quantità grande di forme
maggiori e minori relativamente: poema eroico, mitologico, religioso,
romanzesco, dida- scalico, eroicomico, satirico, burlesco, grottesco, leggenda
epica, novella, fiaba, favola, romanzo. Nello svolgimento storico ed artistico
della poesia della riflessione cioè della drammatica pos- siamo analogamente
annoverare una quantità grande di forme maggiori e minori relativamente:
tragedia, commedia, dramma, atellana, mistero, dramma in musica, opera ed
operetta in musica, melodramma, egloga, idillio, ecc. Fin qui per la poesia,
cioè per la riproduzione soggettiva, ideale della vita umana. Quanto alla prosa
cioè alla riproduzione 0g- gettiva e naturale della realtà, che si differenzia
a seconda che riflette la vita umana apparente, o la vita storica, o la vita
naturale, possiamo venire alla seguente classificazione delle forme letterarie:
La prosa corrispondente al 1° aspetto della ‘ realtà cioè alla vita
dell'apparenza comprende le seguenti forme: orazione, nel larghissimo signi-
ficato della parola, che può dunque essere pane- girica, giudiziaria, politica,
ecc., ed epistola. La prosa corrispondente al 2° aspetto della realtà, cioè
alla vita storica, comprende le seguenti forme: Storia in larghissimo senso,
cronaca, an- nale, biografia, autobiografia, ecc. La prosa corrispondente al 3°
aspetto della realtà, cioè alla vita naturale, comprende le se- guenti forme:
Filosofia, in larghissimo senso, trat- tato didascalico, scientifico, ecc. È
necessario che io avverta che nel porre questa classificazione delle varie
forme letterarie ò seguito completamente il criterio distributivo adottato dal
Dott. F. Gabotto nei suoi ottimi “ Principî di scienza della letteratura , ©.
Da questa brevissima trattazione si può scor- gere chiaramente la posizione
organica che ogni (1) Dott, F. Gaporto forma letteraria occupa nel campo della
lettera- tura, e si comprende pure perchè ogni forma letteraria tenda a
riservarsi un’esclusione di at- tività psicologiche, o almeno ad accentuarne
tra le altre alcuna, per modo che tutte insieme riu- nite formano un'attività
sola e completa, e rigo- gliosissima. E si conferma anche stupendamente, in
questa grande colluvie di gruppi e sottogruppi ideali, la grande legge del
Polimorfismo che si di- | mostra negli individui e nei gruppi biologici ‘*..
Dunque siamo lieti di poter conchiudere che anche in letteratura, come in
biologia — im- portante carattere morfologico di ogni 0rga- nismo, in largo
senso, cioè di ogni forma lette- raria, è questo, che ognuno tende — come dice
il Bonelli prelodato — ad assumere una confor- mazione sempre più speciale e
diversa da quella degli altri, e ciò perchè ciascuno possa svolgere nel
complesso un'attività diversa e così meglio riuscire nella lotta per la vita.
Più rigagnoli vicini, ed a quando a quando intrecciati fra di loro, che si dirigono
verso uno sbocco comune, ci danno l'idea della letteratura, in cui si possono
veramente distinguere diverse correnti psicologiche e caratteristiche, e di cui
ogni studioso può rimontare il corso senza troppa fatica, purchè sappia valersi
dei documenti della storia universale. (1) Gustavo Bovetui. Individuo e gruppo
in biologia, « Rivista di Filosofia scientifica » di E. Morselli, Variabilità
delle forme letterarie — Ibridismo Correlazione di sviluppo x La variabilità
dei generi letterari è uno dei fenomeni più appariscenti della storia della
let- teratura. E non è necessario certamente che io porti molti esempi per
sostenere questa asserzione, poichè basta avere una elementarissima cogni-
zione della storia, per essere del tutto convinti. Quanta varietà di
atteggiamenti è assunto, per esempio, la novellistica dai primi tempi del medio
evo ai giorni nostri! E la drammatica, e l'epopea, e la poesia lirica non ànno
avuto una innumerevole quantità di manifestazioni arti- stiche durante la loro
evoluzione storica? Ed ora precisamente, tutta l’arte non tende forse ad
assumere una forma nuova, corrispondente, in tutto e per tutto, alle nuove
esigenze dell'am- biente sociale e della coscienza umana progredita? Sì, è
d'uopo riconoscere che le grandi cor- renti letterarie, come tutte le forze
vive della letteratura subiscono col tempo notabilissimi ondeggiamenti, così
che si determina nel campo storico un processo continuo di trasformazione
dell'energia artistica. Ma intanto, perchè nel grembo della lettera- tura succede
questa fatale instabilità delle ferme? O per meglio dire: Quali sono le cause
che pro- ducono la variabilità delle forme letterarie? La risposta è ovvia. Le
forme letterarie variano continuamente, perchè i loro coefficienti naturali
subiscono incessanti variazioni. Mi spiego. Per noi, le forme letterarie (v.
Cap. III) sono il pro- dotto di tre coefficienti naturali: Energia interna -
Pressione esterna - Impulso acquistato. Senonchè questi fattori delle forme
letterarie, essendo sot- toposti alla legge dell’evoluzione generale della
natura, come tutti gli altri fenomeni, o per meglio dire tutte le altre forze
naturali, variano e si trasformano continuamente; (più oltre ne verrà data la
ragione). Per conseguenza è chiaro che variando perennemente i coefficienti,
varino pure sempre analogamente le forme letterarie, prodotte da essi. Quindi,
ecco subito tre ordini nettamente distinti di cause che producono la
variabilità delle forme. EA anzitutto è cosa sommamente agevole il dimostrare
che, alle variazioni dell'energia in- terna produttrice e stimolante,
rispondono altrettante variazioni corrispondenti d’intensità e di direzione
nelle forme letterarie. Quando mai la coscienza di un popolo si fissa, a lungo,
in uno stato di equilibrio stabile? Se- condo me, l'intelletto e la coscienza
d'una nazione si sviluppano senza posa, e tentano di allargarsi sempre più, a
misura che progredisce lentamente la civiltà. E quando mutano le condizioni
psi- cologiche d'un popolo, pigliano pure una vita diversa le manifestazioni
intellettuali della sua vita. Questo accadde per l'epopea eroica e per la
didascalica, frutti, per un lato, di uno speciale stato dell'animo, che
cessarono di esistere quando si trovarono in contrasto con un nuovo spirito
poetico. Con questo concetto della vita e dell'arte, e del loro necessario
collegamento, si possono spie- gare tutte le variazioni delle forme letterarie,
percorrendo la storia universale delle lettere, e scorgere nettamente la
ragione di molti feno- meni involuti e complessi. Ho detto, dianzi, che la
letteratura è l’espan- sione luminosa, sfolgorante dell’idea-forza in quanto si
manifesta nella produzione dell’arte. Orbene, quando succede una variazione
qua- lunque in questa idea-forza, che è l'anima della produzione,
parallelamente resta modificata la forma letteraria corrispondente. E l’arte si
ab- bellisce di un nuovo atteggiamento, si arricchisce di una nuova conquista.
Un esempio solo diciamo e via innanzi. Che cos’ è che caratterizza le tante
variazioni della poesia-lirica del duecento, nella nostra let- teratura
italiana ? Perchè questa forma letteraria, dalle prime produzioni trobadoriche
informate strettamente all'arte provenzale, venne mano mano assu- mendo nelle
diverse scuole, diverse gradazioni di colore; e dal fare artifiziato e
convenzionato dei trobadori, con insistente efficacia trasforman- dosi, si
scostò tanto dalla maniera originaria da giungere poi alla perfezione del dolce
sti! nuovo 2 Egli è che si trasformava mano mano la co- scienza degli artisti,
sostituendo agli artifizi la espressione verace degli affetti del cuore, e con
l’arte meno fredda e più passionata commovevasi dolcemente l'animo. La novità
della forma, non più provenzaleggiante come era stata usata fino allora, sorse
naturalmente dalla novità, e dalla freschezza ingenua del sentimento; ed in tal
modo la variazione d’'intensitaà dell'energia in- terna, dell’idea-forza,
dell’emozione estetica pro- dusse una variazione felice nell'espressione della
forma lirica. Tutta la storia della letteratura è una prova splendidissima di
questa verità. Veniamo alla seconda causa: la pressione esterna, ol'ambiente
tanto fisico, quanto morale — che, non meno della prima, chiaramente lascia
scorgere la sua influenza diretta od indiretta sulla .va- riabilità delle forme
letterarie. “ È difficilissimo © entrar ne' particolari per scoprire in qual
modo l’ambiente fisico eserciti il suo influsso sulla letteratura, e quale
impronta lasci, ma è innegabile che la fantasia di un po- polo prenda colore
dal cielo sotto cui vive. Se il così detto Nervosismo americano tanto diffuso
negli Stati Uniti dipende in parte (secondo che da medici illustri sì vede
attestato) dalla qualità del suolo e del clima, più particolarità della civiltà
si potranno riferire adunque all’ am- biente , ®. Come l'individuo — per grande
che sia — non può sfuggire alla pressione dell'atmosfera fisica sotto cui vive,
così nessuna forma lette- raria può sottrarsi all’influenza dell'ambiente. Non
vi si sottraggono, per intero, neanche gli ingegni solitari e che ànno la potenza
di trasfe- rirsi in un mondo diverso da quello circostante. Essi — dice un
egregio scrittore — spaziano pei campi sterminati del passato e del futuro, sì
sollevano a grande altezza sul presente, ma un filo indistruttibile li
collegherà sempre all’am- biente loro. Però, a proposito dell'ambiente fi-
sico, il Montesquieu 4 passò addirittura le co- lonne d'Ercole, sostenendo,
nella sua Climatologia (1) A. Grar. Questioni di critica. (2) A. Grar. Ibidem.
ibidem. (3) Mosresquieu, Esprit des lois. storica, che: il clima è creato le
istituzioni. Questo principio è in sè stesso esagerato, esclu- sivo, ed
unilaterale; ed io mi guarderò bene dall'applicarlo in tutto ai fenomeni
letterari. Per assegnare alla natura esteriore i suoi giusti limiti, nel vasto
ed intrecciato dramma lettera- rio, io vedo bene che si richiede una potentis-
sima intuizione della natura. Perciò io mi starò pago d’osservare la questione
dall'alto. August Comte (a proposito della teoria di Montesquieu) scrisse: Le
cause fisiche, locali, po- tentissime all'origine della civiltà, perdono suc-
cessivamente dell'impero loro, secondo che il corso naturale dello svolgimento
umano consente di neutralizzare la loro azione. Questa grande verità fu poi
ripetuta da Herbert Spencer e con maggior dottrina dimostrata nei “ Primi
principî ,. La corrispondenza fra l'organismo ed il suo ambiente, scrive
l'illustre filosofo inglese, è di- retta ed omogenea nei bassi gradi della
vita, sì fa diretta ed eterogenea nei gradi immedia- tamente successivi; eterogenea
ed indiretta riesce ad essere nei gradi più alti. Così essa acquista sempre più
in generalità ed in complessità. La equazione diventa così sempre più difficile
a sta- bilire. Ma ciò — scrive A. Graf! — che tale diffi- (1) A. Grar. coltà
mette in forse, è il risultato della nostra indagine speciale, non già la
verità generale di questa corrispondenza, la quale ci è dimostrata da quanto
noi sappiamo di fisica, di psicologia e di storia. E si aggiunga, secondo me,
che se le cause fisiche sono sempre più potenti nelle zone estreme, però non sì
scambi la perdita del successivo impero con la cessazione di qualunque
influenza. Dopo l’ambiente fisico, lo storico. Le forme letterarie si elaborano
incessante- mente, attingendo il loro contenuto dalle parti- colari condizioni
della società contemporanea. Lo stampo individuale delle forme, la fisionomia
caratteristica, per così dire, di esse si modella, s'inspira ai sentimenti, ed
alle predilezioni psi- chiche del tempo attuale, alle condizioni gene- rali di
coscienza e di politica, e di costume, e di moralità prevalenti. Intendiamoci
però, qui parlo unicamente della produzione artistica in generale, e lascio da
banda affatto la considerazione delle opere importan- tissime di reazione, e di
atavismo, delle quali parlerò a lungo in seguito. Giovi ora soltanto lo
stabilire che le forme letterarie risentono — come le piante — l’in- flusso
dell'atmosfera in cui vivono. Di guisa, che essendo esse la riflessione della
vita psichica del popolo, vengono a cambiare necessariamente al- lorchè
cambiano le condizioni di vita del popolo, e nascono nuove esigenze, muove
aspirazioni e nuove tendenze. E inutile quasi avvertire che questa seconda
causa della variabilità delle forme letterarie è intimamente legata con la
prima; e malamente si opporrebbe chi volesse distinguere con un taglio netto la
competenza di un coefficiente dal- l’altro, dal momento che ogni forma
letteraria risulta dalla combinazione dei tre fattori sud- detti, sebbene
ciascuno di essi vi possa entrare con maggiore o minore intensità degli altri.
Più avanti, in questo stesso capitolo, trattando della correlazione di sviluppo
io porterò molti esempi in appoggio dell'influenza dell'ambiente esterno sulle
forme letterarie; ora basti ricordarne uno brevissimamente. IM confronto — tra
la poesia popolare del Piemonte e la poesia popolare della Toscana e delle
provincie meridionali d’Italia — tradisce subito la diversa influenza
dell'ambiente esterno, del clima cioè, del cielo — dell’indole degli abi-
tanti, della diversità di vita sociale, ecc. È cosa notissima a tutti. E nel
seicento, per esempio, quando infieriva il mal gusto del marinismo, ecc. e
tutta la so- cietà prediligeva tanto la pompa delle forme esteriori gonfia,
concettosa ed artifiziata, for- sechè quasi tutte le forme letterarie del tempo
non piegarono il capo al gusto imperante, non si contaminarono vilmente,
toccando il termine del barocco, e dilettandosi di quegli strani ac- cozzamenti
d'idee disparatissime, di quei giuochi continui d'antitesi, di quelle immagini
ampollose e sperticate ? Ecco come, adunque, la variazione d'intensità della
pressione esterna produce una variazione infelicissima nella espressione delle
forme letterarie. Veniamo alla terza causa della variabilità delle forme
letterarie, cioè all'impulso acqui stato. È chiaro che ogni corrente
letteraria, consi- derata in qualunque punto della sua evoluzione, è sempre
dotata di un impulso speciale: acqui- stato coll’ andar del tempo, e collo
sviluppo graduale della sua virtualità propria, e colla conservazione dei
caratteri ereditati dalle prime produzioni artistiche. Quest'accumulamento di
caratteri, ereditati dalle prime forme letterarie, produce evidente- mente una
variazione o meglio una distinzione specifica tra i vari rami della
letteratura. Perciò, mentre per un rispetto le forme letterarie con- servano i
caratteri atavici, e mantengono di- stinte le specie, per l’altro pongono in
relazione coll'ambiente presente e l'energia interna tutto l'accumulamento
delle foggie particolari della storia loro, e con la combinazione di tutti i
di- sparati elementi, ricevono un impulso ad una nuova trasformazione; e si
effettua la varia- bilità delle forme letterarie. Senonchè, io finora 78
CAPITOLO IV ò considerato queste tre grandi cause della va- riabilità delle
forme come agenti separatamente l'una dall'altra. Ma, bene spesso invece,
questi tre fattori possono variare contemporaneamente, e quindi, nello stesso
tempo, produrre in una forma letteraria una modificazione tanto più profonda
quanto maggiore è l'alterazione da essi subìta. Questa causa complessa
produttrice della varia- bilità delle forme letterarie, si rileva nella di-
namica storica della letteratura solo allorquando succede un profondo e
radicale rivolgimento nella coscienza e nella civiltà delle nazioni. Allora,
rinnovellata quasi del tutto l'energia interna, modificate profondamente le
condizioni dell'ambiente esterno, e tenuto calcolo delle va- riazioni ereditate
dai primi tempi, le forme let- terarie producono una vera innovazione dell'arte,
una rivoluzione non sempre feconda e duratura, ma certo quasi sempre eccessiva
e violenta. La letteratura francese ci porge un bell'e- sempio di questo
momento storico, nel periodo che corre dallo scoppio della Rivoluzione fran-
cese alla Ristorazione dei Borboni nel 1815. L'indirizzo letterario di questo
periodo è appunto caratterizzato da un profondo rivolgimento nella coscienza
popolare ed artistica, da una muta- zione radicale dell'ambiente storico, e da
un potentissimo impulso acquistato col tempo, e colla lenta sovrapposizione
degli elementi rivo- luzionari. = Lie) Non posso fermarmi a tratteggiare questo
quadro così degno di nota e fecondo di virtua- lità storiche grandissime.
Procediamo nella ri- cerca delle cause della variabilità delle forme letterarie.
Ecco, dalla colluvie stessa delle forme lette- rarie si sviluppa un’altra causa
poderosa della variabilità: è la lotta per la vita. I vari generi di
letteratura s'intrecciano e s'annodano come una doviziosa rete di fiumi e di
torrenti che dilagano e tornano a restrin- gersi, e a diramarsi in muovi corsi
limpidi o quieti, o torbidi e spumanti, “ i cui mormorii cadenzati si
ripercuotono nelle valli come note soavi di zampogna , (Sciangula) ‘®. Ora,
siccome essi tentano di allargare sempre il proprio letto e di crescere le
proprie acque, per incontrare maggiormente il favore del pubblico, e quindi per
godere vita migliore, così — per la comu- nanza dello scopo, per l'indirizzo
poco dissimile, e per le strettissime relazioni di vita — comin- ciano a ristringersi
a vicenda, a tentare di so- perchiarsi reciprocamente, servendosi d’ogni sorta
d’armi, giustificando i mezzi col fine, ingaggiando insomma fra loro una
continua e terribile lotta per la vita. Le forme letterarie, invero, si
disputano sem- pre accanitamente fra di loro il favore del pub- (1) SorancuLa,
L'Arte, Studi dell'evoluzione della forma. 80 CAPITOLO IV blico, e per vincere
non rifuggono dal servirsi di tutti i mezzi, stringono alleanze difensive ed
offensive, s'atteggiano in tutte le maniere più inverosimili, adattandosi come
Gingillino alle esigenze degli ambienti mutati, indossando ca- sacca nuova a
tempi nuovi, pur di soperchiarsi a vicenda, pur di non esser vinte nella
sangui- nosa e fatale battaglia della vita. La variabilità stessa diventa
un'arma delle forme letterarie nella lotta per l’esistenza, e quando saremo nel
capitolo dell'adattamento al- l'ambiente svolgerò quest’'argomento con tutta la
larghezza che mi sarà possibile. Non porto esempi, adunque, per questo motivo.
Procediamo innanzi nella ricerca delle cause della variabilità delle forme
letterarie. La fortuna dei generi letterari è stretta- mente congiunta con
l'evoluzione del linguag- gio, per mezzo di cui appunto si esprimono i
pensieri. Onde è naturale che la trasformazione del linguaggio produca sempre
una trasforma- zione corrispondente nelle forme letterarie. Ora la mente umana
subisce il processo di una con- tinua ed accelerata evoluzione di cui la lingua
è il simbolo più certo ed evidente ‘. Senza cominciare dai primi caratteri
della prosa nostra, ad esempio, nel medio evo, e ri- rimanendo precisamente
solo nel secolo nostro, (1) Cazzaniga, L'Ambiente, Monografia. per poco che si
raffrontino gli scrittori e gli oratori del principio del secolo coi nostri
con- temporanei, s'avvede quanta differenza psicolo- gica corra fra di loro, e
come oggidì per espri- mere le nostre idee sociali — poniamo il caso — usiamo
frequentemente parole o dizioni cor- rispondenti a fenomeni e leggi generali ed
eco- nomiche di cui prima o non si aveva notizia o per lo meno non si conosceva
l'analogia; e troviamo equivalenze immaginose che i nostri vecchi non
sospettavano neanche o molto vaga- mente. Donde proviene ciò? Dal continuo
sviluppo dell'energia interna, cioè dalla coscienza, e dal continuo variarsi
della pressione esterna, cicè delle condizioni generali dell'ambiente. Non mi
fermo a trattare del continuo svi- luppo della prima forza, giacchè ho già
fatto questo studio nel capitolo III. Piuttosto, gioverà porre in maggior luce
l'influenza di due leggi generali dell'evoluzioni che concorrono a pro- durre
l'evoluzione continua del linguaggio e per conseguenza delle forme letterarie.
La grande variabilità del linguaggio di un popolo dipende dalla legge di
ridistribuzione della materia, e dall'introduzione di parole nuove nel tesoro
della lingua nazionale, in virtù della legge di assorbimento continuo. H.
Spencer è già dimostrato, splendidamente, che la prima legge si verifica in
tutte le cose 6 — P.. La vita delle forme letterarie. della natura, e che è
necessaria per unificare le varie specie di cambiamenti successivi delle esi-
genze sensibili, dai fenomeni del mondo così detto inorganico a quelli del
regno vegetale ed animale e così analogamente ai fenomeni di un ordine più
elevato, a cui bisogna rigorosamente annetterli ‘0, fenomeni che in mancanza di
un termine migliore, lo Spencer chiama superor- ganici. Come la scienza,
facendo la storia della ge- nealogia dei vari oggetti, trova che i loro com-
ponimenti erano una volta in istato diffuso, e, col seguitare la loro storia
nell’avvenire, trova che questi stati diffusi, verranno assunti di nuovo con
mirabile alternativa di concentrazione e diffu- sione, così facendo la storia
dell’evoluzione del linguaggio e delle forme letterarie, si trova chia- ramente
un progresso di integrazione continua, mentre pure si avverte una
disintegrazione con- comitante (nel senso che ò spiegato più avanti) di
elementi. Non altrimenti che ogni massa, da un granello di sabbia ad un
pianeta, irradia calore verso le altre, e assorbe calore irradiato dalle altre
(Spencer), ogni forma letteraria esercita un’in- fluenza certa, per quanto
minima, sull’ambiente, e concentra in sè stessa tutti gli elementi, tutti i
pensieri e le idee assimilabili che prima erano (1) Srencek, Primi principii diffusi
nell'ambiente esterno. Oltre a questo as- sorbimento di elementi artistici, ed
a questa ri- distribuzione continua che stabilisce lo séambio mutuo delle
coscienze, le forme letterarie subi- scono più rigorosamente una integrazione
spe- ciale e molto importante. Giova però avvertire che, qui, i due processi
suddetti, in una stessa forma, non ùànno luogo sempre successivamente come pare
a prima giunta, ma essi procedono in un modo molto più complicato di quello
descritto. È importante tuttavia il fatto che, malgrado la complicazione dei
due processi e l'immensa attività dei loro conflitti, resta sempre un pro-
gresso differenziale sia verso l’integrazione, sia verso la disintegrazione.
Ora, per dire un esempio, nei tempi nostri assistiamo ad un evidentissimo
fenomeno di di- sintegrazione e di integrazione concomitante, nel fatto che
parallelamente all’impero del romanzo intimo, organico, fondato sull’analisi
psicologica vive pure floridamente la novella, che è precisa- mente una
disintegrazione del romanzo. Non voglio spiegare il fenomeno, cito soltanto il
fatto. Un altro fatto avvertito da tutti gli studiosi, ma troppo poco
considerato nella storia psicologica è l'introduzione ognor più frequente nel
patri- monio linguistico dei popoli moderni, di vocaboli nuovi, esprimenti
concetti nuovi, e l'applicazione di nuovi significati a vocaboli che prima non
servivano a questo uso. Nella lingua nostra, questa introduzione è perfino
precipitosa, e non segna altro che l'espansione continua dell’intel- ligenza.
Ed è bene che gli altri centri linguistici civili, in continuo progresso,
irradîno attorno ad essi i loro elementi costitutivi, chè l’arte e la scienza
ne ritraggono infiniti vantaggi, e le lingue accrescono sempre più il
patrimonio di vocaboli, con l'assorbimento delle parole appar- tenenti a centri
affini. Le forme letterarie si valgono necessariamente di tutti questi nuovi
elementi che entrano, senza posa, a rinvigorire la lingua, e per essi si co-
loriscono diversamente, ed acquistano maggiore elasticità ed eleganza, e quando
il mutamento del linguaggio è grande anch’esse grandemente si modificano e si
trasformano. Il processo di mutazione delle forme letterarie, in seguito alle
due grandi leggi suddette, può rassomigliarsi a quello della nutrizione nei
corpi organici, in virtù della quale, mentre staccasi dall'organismo una
molecola logora ed inetta, la si supplisce con un’altra più fresca e vitale, la
quale può essere alquanto diversa, onde mano mano cambia l’aspetto e la
sostanza del corpo e gli si accresce energia e stabilità. La coscienza popolare
tutta, e quindi tutte le manifestazioni della vita e dell’arte, dimostrano ad
evidenza questo incessante procedimento di sostituzione psichica, per cui nel
campo della letteratura le forme lentamente si modificano, assumendo una
svariatissima e pittoresca colorazione. , Si pensi per poco alla grande
trasformazione subìta dalla letteratura italica, nel passaggio dalla civiltà
romana al medio evo e pel conti- nuo sgretolarsi della lingua latina! Qui l'evoluzione
delle forme letterarie accom- pagna grado a grado l’evoluzione del linguaggio,
e la dimostrazione è evidentissima. Per un analogo procedimento di
infiltrazione, la sacra rappresentazione medievale vide atte- nuarsi sempre più
l'elemento religioso primitivo; tanto che da rappresentazione liturgica
divenne, gradatamente affievolendosi, esercizio di devo- zione, poi semplice
rappresentazione drammatica di fatti religiosi, di episodii di Santi celebri,
poi infine il dramma lascia il carattere religioso e diventa nettamente
profano. Quanta varietà delle forme in letteratura non produsse il lento
infiltrarsi del concetto umani- stico nelle coscienze del quattrocento!, e nel
seicento, l’infiltrazione graduale dello spagno- lismo e di tutti quegli elementi
deleteri, che trassero l'arte a tanta decadenza! Ma, fra le cause della
variabilità delle forme letterarie, restano ancora ad esaminarsi due gran-
dissime e principalissime: l’Ibridismo e la Corre- lazione di sviluppo, poi
secondo me, lo studio sarà completo. Veramente l’ibridismo delle forme
letterarie può essere cagione tanto di variabilità come di estinzione di vita,
ma qui riserberò la tratta- zione singolarmente alla prima parte dell’argo-
mento. Anzitutto è bene chiarire il significato di questa espressione “
Ibridismo delle forme in letteratura ,. Come nel regno animale gli individui
delle varie specie zoologiche possono accoppiarsi fra di loro, così nel grande
campo della letteratura può prodursi un singolare incrociamento di forme
letterarie, donde nascono poi concezioni artistiche ibride, più o meno o non
affatto feconde. L'ibridismo proviene dall’accoppiamento delle forme,
incrociamento che a seconda dei casi può essere sterile o fecondo. E si può
subito notare che il grado di fecondità si manifesta, anche qui come in
zoologia ©, in progressione crescente dallo zero alla perfetta fecondità. È
invero sorprendente l’osservare in quante curiose maniere questo inerociamento
e questa gradazione relativa si effettuano. Seguendo quel criterio supremo che,
nel capi- tolo III di quest'opera, ci ha diretti nella clas- sificazione
generale delle forme letterarie, rie- scirà ora molto agevole la determinazione
dei singoli casi d’ibridismo. Si sa pertanto che ogni genere letterario è (1)
Darwin, Origine delle specie distinto dagli altri per due elementi fondamen-
tali: 1° Elemento psichico, interno, specifico. 2° Elemento formale, esterno,
specifico. Il primo elemento fondamentale è l’idea — forza intima che dà
l'impronta caratteristica più spiccata al genere letterario —il secondo
elemento esteriore è l’espressione sensibile di questa idea- forza, cioè è la
forma artistica particolare che riveste l’idea. Così l'elemento psichico della
poesia lirica, ad esempio, è completamente diverso dall’elemento psichico della
poesia epica, e pure (ma meno pro- fondamente) sono distinte le forme
artistiche este- riori corrispondenti. Cresce la differenza quando paragoniamo
— per un altro caso — l'elemento psichico intimo della poesia lirica con
l'elemento psichico caratteristico del genere storico, ed in tal caso anche
maggiormente si distinguono le forme artistiche relative, tanto più che si
passa dalla poesia alla prosa. Ciò è adunque evidentissimo. Ora questo cri-
terio ci fa tosto comprendere una prima legge fondamentale dell’ibridismo delle
forme in let- teratura. Come, nella formazione degli ibridi animali e
nell'innesto, la capacità è limitata dal- l'affinità sistematica, almeno in
parte — perchè niuno giunse fin'ora ad innestare insieme alberi, spettanti a
famiglie affatto distinte e separate © — (1) DarwIN, Op. cit., pag. 253,
intatti ti tr così ordinariamente in letteratura potranno con facilità
incrociarsi fra loro i generi strettamente affini, e tanto più le varietà di
una medesima specie, ma non mai incrociarsi con possibilità di successo due
generi letterari troppo distinti, sia per l’elemento psichico fondamentale sia
per l’e- lemento formale. Però, in letteratura, la fecondità di un genere
letterario non dipende tanto dall’affinità siste- matica, ma piuttosto, e quasi
unicamente, dalle condizioni favorevoli o sfavorevoli dell'ambiente sociale.
Dimodochè, in alcuni periodi storici, prospe- rarono, veramente in modo
straordinario, alcune produzioni letterarie di formazione ibrida stra- nissima
ed impensata; in cui erano incrociati molteplici elementi di forma e di
concetto di- stinti, che dovevano disturbare l’organizzazione tutta, e
soffocare @ priori ogni elemento di vita. Eppure vennero accolte con
straordinario fa- vore, perchè rappresentavano reazioni terribili, o
rispondevano al gusto caratteristico dell'am- biente, insomma perchè erano il
necessario por- tato delle condizioni della coscienza contempo- ranea. Basti
accennare di volo alla grande diffusione delle produzioni Maccheroniche e
Fidenziane! Nel campo della letteratura, l’ambiente è un vero tiranno assoluto
che regna dispoticamente, e ferocemente. La verità,.è vero, si fa strada e
giunge final- mente a farsi conoscere, ma è costretta spesso a tacere per
secoli e secoli dolorosamente, e prima che un'opera letteraria fortunata e ge-
niale riesca a soggiogare l’ambiente e ad im- primere un particolare indirizzo
al pensiero, cento e cento altre, vittime ignorate, ànno pa- gato — con il loro
sangue — l'arditezza della loro ribellione. Così anche succede che uno solo poi
s'arroghi tutto il merito della vittoria, e quando l’ultimo vincitore non è un
genio potente che avendo raccolto dall'ambiente tutte le forze disperse, le
concentra, e le ordina, e le accresce del suo particolare elemento dinamico, e
le consacra s0- lennemente in una splendida opera d'arte, non di rado è
soltanto un Pompeo qualunque, il quale tornando dalla Spagna, con tutte le sue
legioni, schiaccia senza pericolo le ultime schiere dei gladiatori fuggiaschi,
e trionfa poi a Roma come vincitore della guerra servile, o un povero Carlo
VIII che arriva a conquistare l'Italia col gesso, 0 più tristamente un
Maramaldo che uc- cide un uomo morto! Oltre a queste brevi considerazioni,
possiamo subito notare che le formie letterarie tuttavia sono regolate nella
loro costituzione organica da leggi logiche e costanti, le quali non si possono
trascurare dagli scrittori senza falsare l'arte, anzi senza spegnerla affatto.
Nessuno può violare impunemente la logica eterna della natura. Tra un’orazione
ascetica del Padre Segneri, e la “ Calandra , di Bernardo Dovizi, vescovo di
Bibbiena corre evidentemente una differenza enorme. Così l’ibridismo delle
forme, dall’assoluta ste- rilità, passa gradatamente ad una fecondità com-
pleta. Per chiarire queste conclusioni che io ho de- sunto precisamente
dall’osservazione intima dei fenomeni letterari, e dall'evoluzione storica
delle forme, e non certo da un criterio preconcetto e teorico, porterò avanti
alcuni esempi di ibridismo in letteratura; e così sarà più chiaro che la va-
riabilità delle forme letterarie, si avvantaggia grandemente dai leggeri
incrociamenti degli ele- menti costitutivi e la vitalità della letteratura ne
rimane notevolmente accresciuta. Io considero come ibrida ogni produzione let-
teraria che risulti dall’inerociamento di elementi fondamentali, appartenenti a
forme distinte. Così adunque trovano la loro classificazione tutte le varietà
di forme letterarie seguenti: I poemi grotteschi (Don Quixot), gli eroicomici
(Sec- chia rapita), i burleschi (Ricciardetto), i maccaro- nici (poemi di
Merlin Coccajo), le parodie di ogni forma e di ogni genere, che riescono tanto
fa- cilmente ad accaparrarsi il favore del pubblico, le tragedie a corì lirici
(Manzoni), l’egloga e l'idillio (che risultano dal contemperamento della lirica
pastorale, e del dialogo), la cronaca poetica, le epistole în versi, i romanzi
storici, le storie roman- tiche (cioè quelle che non sono l’espressione della
vita storica nella prosa dell'intelletto. Vedi Clas- sificazione delle forme
Capitolo III), i trattati filosofici sentimentali, i poemi didascalici, ecc.
ecc. Di qui ancora, si può scorgere molto bene quale sia l'ideale puro e netto
di ciascuna forma letteraria considerata a sè. La commedia moderna, per
esempio, tendendo ad essere sempre più precisamente la rappresen- tazione
oggettiva pura e semplice della vita umana, non fa altro che proclamare
altamente la purezza del suo ideale, che sdegna di accop- piarsi con elementi
d’altre forme letterarie. E parimenti si dica della storia, la quale non vuole
assolutamente esser distolta dal suo in- dirizzo scientifico e positivo.
Quest’argomento meriterebbe senza dubbio di essere esteso molto più che io non
faccio, ed io vorrei chiarire sopratutto un argomento bello e simpatico
oltremodo, il barocco e l'umorismo nella letteratura, ma siccome mi dilungherei
troppo dall’argomento presente, così m'affretto a trat- tare la correlazione di
sviluppo nelle forme letterarie, per quello che riguarda la grande questione
della variabilità generale delle forme. Noi vedremo così che le varie forme
lette- rarie si corrispondono e per una corrispondenza organica. Come la
società civile è l'aggregazione orga- nica di tante società minori, di tante
famiglie variamente costituite, così la letteratura, socio- logicamente
considerata, è il complesso organico delle singole forme letterarie, è un
organismo insomma vivente, dotato di un sistema speciale, di funzioni proprie
ben determinate. È necessario che io insista ancora sul fatto che ogni sistema
organico è strettamente legato nelle sne parti, di guisa che la variabilità di
una funzione sua è limitata, condizionata dalla natura dell'organismo stesso, e
dalla influenza delle altre funzioni coesistenti? Menenio Agrippa, colla sua
favola del corpo umano, da molti secoli ha posto in luce la grande verità, ed è
nn fatto indiscutibile che, se in un organismo varia una parte essenziale,
variano anche le altre parti che per ciò diconsi “ cor- relative ,. Una parte
di un tutto organico non può svol- gersi disordinatamente, crescere a
dismisura, 0 annichilirsi completamente senza produrre un cambiamento, una
modificazione nell’orientazione delle altre. Le parti analoghe tendono a
variare nel me- desimo modo, è questa una regola sottoposta alle leggi di
simmetria che dominano in tutti gli organismi. Noi intendiamo adunque per
correlazione di sviluppo: l’azione reciproca delle varie forme letterarie, e la
dipendenza stretta di esse dalle condizioni generali dell'ambiente sociale, a
quella guisa che i rami di un grande albero crescono e si sviluppano
correlativamente al succo nutri- tivo che ricevono dal tronco loro, all’aria
che respirano dall’atmosfera. Ma come adunque si concilia questa legge
coll’instabilità dell'’omogeneo, ammessa da tutti, ed evidentissima nella
natura, colla grande va- riabilità delle forme? Un importantissimo carattere
morfologico, co- stitutivo delle forme letterarie, è questo che ognuna di esse
tende ad assumere una conforma- zione sempre più speciale, diversa da quella
delle altre, e ciò perchè ciascuna di esse possa svol- gere nel complesso
un'attività diversa, e così meglio riuscire nella lotta per la vita. Questo
carattere che dicesi in biologia Polimorfismo tende sempre più ad accentuarsi
nelle forme artistiche più elevate e produce la spiccata originalità dei grandi
scrittori. È indubitato che ogni forma let- teraria tende a riservarsi
un’esclusione di senti- menti, o almeno ad accentuarne, tra gli altri, taluno
per modo che mentre si verifica netta- mente la divisione del lavoro, trionfa
pure un egoismo brutale che rende le forme letterarie indifferenti, anzi
nimiche fra loro. Dov'è dunque la correlazione di sviluppo? Ma c’è altro
ancora. Come si vuole ammettere che possa esistere una correlazione di sviluppo
tra le forme lette- rarie dal momento che ogni indirizzo del pensiero incontra
fatalmente una reazione, e vi è lotta continua, incessante tra le varie forme
della letteratura? La storia non procede altrimenti che per determinazioni
antitetiche di pensiero. Mentre sorge e si dilata uno spirito di rivoluzione,
sorge ancora e si dilata di contro ad esso uno spirito di opposta natura,
inteso a ristabilire l'equilibrio turbato dell'umana coscienza. Così, per
portare un esempio, in sul principio del secolo nostro i classicì videro la
reazione dei romantici, e furon vinti da essi, e questi furono alla loro volta
soprafatti dai realisti Stecchettiani dai naturalisti, i quali forse verranno
poi balzati di sella dai decadenti dell'avvenire. E non pare che la variabilità
d’ogni forma letteraria sia affatto indipendente dalla varia- bilità delle
altre forme coesistenti? È bene evidente che l'evoluzione delle singole forme
letterarie non è parallela! e che muoiono alcune di esse mentre altre sono
portate in trionfo, ed altre interessano mediocremente il pubblico dei lettori!
Io è posto in evidenza — per quanto ò saputo — tutte le obbiezioni che si
possono fare contro la correlazione di sviluppo, non credo di averne
dimenticata alcuna. Ora mi accingo a dare una giusta interpretazione del
quesito, e le obbiezioni sopracitate serviranno a chiarire meglio ed a
determinare più esattamente il mio concetto. Lo spirito nazionale della
letteratura-non è figlio dell'arbitrio, ma è figlio delle circostanze
particolari della società, quindi è che le forme letterarie devono all'ambiente
quel che sono, questa è la ragione per cui le esplicazioni delle facoltà
estetiche variano col variare dei luoghi e degli uomini. To non posso
assolutamente ripetere le osser- vazioni importantissime che fecero a questo
ri- guardo lo Spencer, il Taine, 1’ Hennequin, il Ribot e tutti gli altri
filosofi e rimando del resto i lettori al capitolo di quest'opera dove si
tratta appunto dell’influsso dell'ambiente sulla genesi e sullo svolgimento
delle forme letterarie. Basti dire che in ogni periodo letterario si lavora
seguendo speciali criteri artistici, e che quindi tutte le forme letterarie
coesistenti si sviluppano correlativamente, ed esse assumono così un ca-
rattere, un indirizzo comune, e serbano uno stretto legame logico di
concezione. Spieghiamoci meglio. Ogni epoca della vita e della storia ha il suo
genio particolare, il suo particolare indirizzo ed a tenore di essi si sente,
sì pensa, e si agisce. Questo stato particolare è sempre generato da un ideale
relativo, agognato da tutti gli scrit- tori, seguìto da essi con grande
entusiasmo degli artisti. Cosichè in un periodo di ascetismo assoluto-
predominante, senza dubbio, quasi tutte le forme letterarie esistenti seguono
una relativa corre- lazione di sviluppo, e in un periodo di rivolu- zione diventano
esse pure rivoluzionarie, appunto come in un periodo di naturalismo invadente —
come questo che attraversiamo — esse abban- donano gli antichi metodi, e
procedono con de- terminazioni più schiettamente naturalistiche , alla
esplicazione artistica del nuovo ideale. Ma badiamo; la correlazione di
sviluppo non succede prima che l'ideale artistico sia diventato per così dire
sociale, e trovi eco potente in tutte le coscienze degli artisti. Gli ideali
prima di di- ventare padroni delle coscienze ànno da fare un ben lungo cammino
attraverso le menti degli artisti. Il processo di filtrazione, se così posso
esprimermi, è lentissimo. L'assimilazione, l’inte- grazione si fa
insensibilmente, ed a gradi, e la materia artistica a poco a poco si accumula,
si sovrappone in istrati sottilissimi nel fondo delle coscienze. Quando si
parlerà dell'adattamento, un capitolo apposito metterà in luce questo impor-
tantissimo procedimento della psiche sociale. Giunge il momento in cui il
pubblico preparato inconsciamente alla rivoluzione, per molteplici cause,
insoddisfatto dell’indirizzo soverchiamente fastidioso del tempo suo, bramando
ardentemente un'arte nuova, ma impotente ad estrinsecarla in una forma
adeguata, freme, per così dire, irre- quieto nella crisi letteraria. Ed un grande
in- gegno intuisce allora l'ideale nascente, lo ferma con mano di bronzo, e lo
rivela audacemente atutta la sua società in una grande opera d'arte. Quindi
tutti gli artisti danno il tracollo ai me- todi vecchi e fastidiosi, quindi si
determina un nuovo movimento psichico, un nuovo indirizzo artistico, al quale
mano mano si conformano i pensieri e i sentimenti, le forme letterarie, gli
interessi, il gusto dell’universale, cioè a dire svol- gesi un nuovo ambiente,
che ha caratteri ed obbietti diversi, si stabilisce una nuova corrente di idee,
di fatti, di desideri che a poco a poco assimila tutto. Ed è solamente in
questo tempo di grandissima tensione intellettuale che le forme letterarie —
quasi tutte — si sviluppano cor- relativamente ad onta dei loro diversi scopi,
delle loro distinzioni specifiche. È così che si deve in- tendere la
correlazione di sviluppo. Se due o tre gazzette epilettiche, scrisse ilvalente
Goggia, arrivano a farsi largo in una città, e per qualche tempo vomitano in
mezzo alle popolazioni i loro vituperi, le loro passioni fescennine, poco tarda
che in quel disgraziato consorzio si formi un ambiente guasto, irritante,
ribaldo e codardo, che a poco a poco tutti sono costretti a respi- rare, e che
diffonde all’intorno il mal essere, il turbamento di ogni retto senso, infino a
che non sorga chi spazzi via quella peste, e purghi l’aria di quel contagio. Se
avvenga che in dato punto 7 — Pastore, La vita delle forme letterarie. si
ripeta una serie di azioni virtuose, si spieghi un indirizzo morale e normale,
tutto all’intorno se ne risente il beneficio, svegliasi l'imitazione del bene e
creasi un ambiente sano e simpatico. Così, torno a dire, succede pure alle
forme della letteratura, le quali nei momenti di un vigoroso impulso artistico
seguono — ineluttabilmente — la fortissima corrente delle idee dominanti, e
tutte rivelano nel loro indirizzo una comunanza di correlazione, benchè questa
non inceppi punto il libero svolgimento di esse. Poichè non si vuol dire con
questo che la cor- relazione di sviluppo importi necessariamente l'abolizione
di tutte le caratteristiche speciali delle singole forme letterarie, l’atrofia
di tutte le virtualità latenti e riduca tutte le forme ad una sola stregua, le
faccia procedere di pari passo, parallele. La correlazione di sviluppo non è un
freno alle forme letterarie, è soltanto medesimezza di propositi, fusione
d’ideali. Tutte le strade menano a Roma, ma quanto esse sono mai diverse le une
dalle altre! La correlazione di sviluppo è come un profumo penetrante e
finissimo che si diffonde prestamente per l'atmosfera, impregna di sè
l’ambiente e le persone stesse che vi sono entro, senza però al- terare
profondamente l’attività psichica di al- cuno. E una virtù analoga a quella che
si manifesta in una famiglia nella quale ogni figlinolo à carattere, età,
tendenze, genio diverso e pure tutti posseggono lo stesso sangue, e in
relazione di esso sì sviluppa il loro organismo. La correlazione di sviluppo
certo non è evi- dente in tutti i periodi letterari, anzi in taluni per esser
poco vigorosa l'intonazione artistica dell'ambiente, e per mancanza d’ideali
determi- nati, le forme letterarie non possono assoluta- mente dimostrare una
caratteristica spiccata e comune nel loro indirizzo, o in altri periodi
letterari per essere troppi gli ideali delle co- scienze, le forme letterarie
assumono pure una moltiplicità di indirizzi, una varietà stragrande di
concezioni artistiche. Ma questo non infirma punto le nostre conclusioni, ove
non si perda di mente che la correlazione di sviluppo è un fatto puramente
accidentale, e che si deve am- mettere ‘solamente con discreta larghezza di
significato, e soltanto in certe epoche lette- rarie. L’umanesimo, per esempio,
nella storia delle lettere segna un periodo in cui tutte le forme letterarie
subiseono una fortissima correlazione di sviluppo. E di vero, noi vediamo che
il trionfo della coltura umanistica costrinse tutte le forme ad assumere un
carattere particolare e corrispon- dente, e per un altro lato, se non potè
soffocare le forme più vitali e radicate fortemente nella coscienza italiana,
strozzò ferocemente in culla tutte le forme più deboli e più giovani. Perchè
sarebbe un gravissimo errore il cre- dere che l’umanesimo abbia solamente
prodotto buoni effetti nell'arte del secolo xv. Alcuni, an- cora adesso, vedono
in esso solamente la rea- zione benefica contro un periodo storico troppo pieno
di ascetismo e di elementi retrivi, e non rifiniscono dal cantarne le lodi. Ma
pure l’uma- nesimo produsse anche gravissimi mali e taluni — nota Arturo Graf
.— sono di natura ge- nerale e si ripercuotono su tutta l'Europa, altri
riguardano particolarmente l’Italia. Non si guardi unicamente al rinnovato
culto della bellezza greca, al risveglio particolare della filosofia, al
risveglio generale di tutto lo spirito, al ringiovanirsi della genialità larga
dei Greci, e del desiderio di associazione che si contrap- pose al cenobitismo
imperante del medio evo, ed al bisogno ascetico di segregazione; nel rovescio
della medaglia tra gli altri mali prodotti pos- siamo notare senza dubbio:
violenta aristocra- zia delle lettere e delle arti, decadimento della morale,
frivolezza nelle lettere e nella vita tutta, costituzione della tirannia
principesca, avversione alla vita politica, profonda modificazione del Papato,
che diede poi origine alla riforma Lute- (1) A. GRAar, Lezioni di storia della
letteratura. Università di Torino rana, servilità delle lettere, culto ed
idolatria della forma, disprezzo e decadimento completo della letteratura
volgare, inceppamente di al- cune forme letterarie, che avrebbero potuto re-
care fulgidissima gloria alla nostra letteratura italiana. Certo la drammatica,
per esempio, era una forma nata allora allora, piena di speranze e di
virtualità, e l’umanesimo l’arrestò nel miglio» punto del suo incremento,
snaturandola com- pletamente, anzi sostituendovi un’altra dram- matica che era
soltanto la riproduzione pedis- sequa di quella greco-latina. Così per quella
necessità imperiosa e fatale, che costringeva tutte le formea svilupparsi correlativamente,
fu spez- zata la tradizione del nostro primitivo teatro italiano mentre in
Inghilterra ed in Spagna sor- geva invece un potente teatro nazionale. Parlando
della lotta per la vita e della sele- zione naturale vedremo perchè l’umanesimo
non valse a soffocare il dramma inglese e spagnolo, nè parimenti in Italia
l’epica, la lirica e la no- vellistica. Ciò che importa ora stabilire è che il
secolo xv vide precisamente una imperiosa correlazione di sviluppo nelle forme
letterarie. Vi è poi un’altra maniera più tenue di corre- lazione di sviluppo
che si riflette nel centro ri- stretto di una forma letteraria, obbligando
quasi tutte le produzioni artistiche relative a svilup- parsi secondo un
preconcetto, di forma, imposto 102 CAPITOLO IV da un grande scrittore. E la
correlazione di sviluppo particolare accennata continua per se- coli e secoli,
come appunto accadde nell'arte della novellistica dal secolo x1v fino al
Manzoni. Ma poichè qui rientra in grandissima parte l’ereditarietà dei
caratteri morfologici aspetterò a trattarne in proposito. Del resto gli esempi
di correlazione di sviluppo s’affollano straordi- nariamente, ed io ho soltanto
l'imbarazzo della scelta. Fermiamoci a studiare un poco tutta la bella
letteratura del nostro risorgimento nazio- nale; vedremo un’altra mirabile
prova della correlazione di sviluppo. Altri è giù — molto meglio di me —
dimostrato che, fin dallo scorcio del secolo passato, questa letteratura nostra
non è stata che una grande, un'immensa officina di guerra contro lo straniero,
per l'indipendenza e per l’unità d'Italia. «“ In questo sforzo gigantesco
sostenuto da “ pochi che erano la mente e l’anima della nu- zione, per muoverne
la massa inerte, in que- “ sta lotta di più che mezzo secolo, continua, “
serrata, quasi senza respiro, non v'è una sola “ forma del pensiero e dell’arte
che non siw “ stata impugnata a suo tempo, come arma “ d'offesa, che in mano
della rivoluzione non “ abbia fatto, se non altro, da leva per scal- “ zare e
per abbattere. La tragedia, la lirica, “ il romanzo, la storia, le riviste, i
giornali e “ perfin l'idillio e l'inno sacro, si svilupparono in correlazione
all’ideale politico ,, e soltanto alla stregua di tale correlazione ci verrà
dato comprendere l’opera di Gaspero Gozzi, di Giu- seppe Parini, di Vittorio
Alfieri, di Ugo Foscolo, di Carlo Botta, di Gian Domenico Romagnosi, di Pietro
Colletta, di Giacomo Leopardi, di Giu- seppe Giusti, di F. D. Guerrazzi, del
Berchet, del Rossetti, del Brofferio, del Poerio, del Ma- meli, di Giambattista
Niccolini, e di tutti gli altri generosi che auspicavano imminente il sor- gere
della libertà italiana. Ed accadde un bel fenomeno, che il Barzel- lotti, con
la sua acutissima perspicacia — ben nota a tutti — spiega e rende
evidentissimo. Mi servo, come ò fatto più sopra, delle sue bel- lissime parole
: Se v'è forma di componimento, che sembri per natura aliena dal prestarsi a
scopo civile e re- frattaria addirittura all'influenza degli altri ge- neri
letterari, questa forma è certo l'Idillio, e l'Inno sacro. Pure, nota il
Barzellotti, l'uno e l'altro ebbero il loro poeta civile in Terenzio Mamiani,
esule a Parigi dopo i moti del ‘81, che negli Inni, imitati da Omero, cantava
le glorie del cristianesimo primitivo, operoso a pro della patria, e così
diverso da quello dei pontefici tralignati, e negli Idilli e nell'Eroidi
narrava j dolori del suo esilio, e la morte di Antonio Oro- boni compagno del
Pellico allo Spielberg ,. È appunto solamente quando tutte le forze 104
CAPITOLO IV si concentrano e si volgono ad un fine che la correlazione di
sviluppo diventa addirittura pa- lese ed evidente. Prendiamo un altro esempio.
La correlazione di sviluppo fra le forme letterarie si mostra ai giorni nostri
assai evidente. Ora, quasi tutte le forme letterarie si svolgono in dipendenza
di analisi acuta e penetrativa, così detta scien- tifica, perchè ritrae della
descrizione scientifica scrupolosamente minuziosa. Io rimando i lettori alla
limpidissima esposi- zione dell'ambiente letterario contemporaneo che ha fatto
il professore A. Graf nella sua Crisi let- teraria, dove è dimostrato
all'evidenza che per il trionfo della democrazia, di buono o malgrado la
letteratura dovette piegarsi ad accogliere, a ela- borare, a riprodurre in
forme d’arte un infinito numero d'idee, di sentimenti e di fatti che aveva
insino allora negletti o rigettati come troppo umili e vili. E perciò si
origina, anche per l’in- flusso della scienza, una correlazione di sviluppo
spiecatissima fra le varie forme letterarie. E valga il vero. È innegabile che
il romanzo con- temporaneo di osservazione mostra manifesto l'influsso della
scienza nelle sue descrizioni mi- nuziose e prolisse, e vi predomina l’analisi
acuta e penetrativa, l’analisi che è uno degli spiriti della scienza, e si
svolgono pure correlativamente in gran parte la drammatica e la stessa poesia
lirica, che da alcuni si tenta di far diventar scientifica addirittura, e nella
storia ormai è applicato in tutta la sua estensione il procedi- mento
scientifico rigoroso, poichè ® il pubblico sempre più si compiace di quel
delicato e sot- tile lavorìo che l’analisi compie. Tale correlazione di
sviluppo è voluta impe- riosamente dall'ambiente nostro; il naturalismo
scientifico vincitore tira dietro al suo carro tutte le forme letterarie che
possono rispondere alle sue esigenze, e, inesorato, sfracella quelle forme che
s’'affollano davanti alla sua strada per im- pedirgli il cammino. E così
perirono la tragedia classica, l'epopea, il romanzo storico, e la poesia
religiosa ascetica d'un tempo, e alcun’altra forma letteraria incapace di
seguire il trionfatore nella sua corsa fatale, passa alla retroguardia e co-
mincia a scolorarsi nella lontananza (come l’arte oratoria religiosa, e quella
produzione letteraria che si manifesta nei così detti Vbretti anti-arti- stici
delle opere melodrammatiche) ed altre mol- tissime eziandio. Moltissimi altri
esempi di correlazione di svi- luppo io potrei addurre; ma credo che ormai
tutti i miei lettori ne potranno scorgere senza fatica, riandando la storia
della letteratura e fer- mando specialmente l’attenzione lù dove appare
predominante uno speciale gusto artistico, che può essere benissimo anche un
esorbitante ma- (1) A. Gnar. nierismo, come una vigorosa intuizione d'un sano
ideale d’arte. Vi è appunto correlazione di sviluppo tanto nei periodi di
morbosa produ- zione letteraria, come nei periodi di concezione pura e serena.
Tutto cdiò apparirà ancor più chiaramente quando parleremo della lotta per la
vita, del- l'adattamento, e della selezione naturale. Lotta per la vita — Parassitismo
La vita psichica, spinta da un'irresistibile ne- cessità di espandersi nelle
manifestazioni del- l’arte, produce un graduale passaggio dell'idea letteraria
dallo stato confuso ed omogeneo, al diffuso ed eterogeneo. Da questa sempre
mag- giore eterogeneità artistica nasce quell’incessante variabilità delle
forme, che fu studiata nel ca- pitolo precedente, e da essa, pertanto, una ra-
pidissima moltiplicazione di produzioni letterarie, tutte dirette, infine, ad
uno stesso scopo ultimo e definitivo, cioè alla conquista del favore e della
coscienza del pubblico. Perciò qui ne soccorre la legge di Malthus fondata
sulla sproporzione fra la produzione ed i consumatori. Tuttavia, siccome molto
facilmente qui si potrebbero scam- biare i termini del rapporto, sostenendo che
in letteratura le sussistenze sono le opere letterarie, ed i consumatori,
quelli che leggono; io dichiaro tosto di intendere la cosa in quest'altro modo.
Per me è l’ambiente quello che fornisce i mezzi di sussistenza alle opere
letterarie, e ne determina, e ne agevola lo sviluppo con la sua buona
accoglienza, o ne ritarda, o ne arresta altrimenti l'evoluzione con la sua
indifferenza. Nel nostro concetto l’ambiente è come un'oasi fertilissima in un
deserto, la quale abbia una grande abbondanza di pascoli diversi. Tutti i tipi
di animali vi tendono da lungi, e per giun- gere ad essa non temono di
affrontare gli spaven- tevoli disagi del cammino, e molti non vi giun- gono
neppure e muoiono di stenti per la via, ed altri dopo aver superato enormi
difficoltà, ed abbattuto ostacoli d'ogni maniera, tra le dune sabbiose del
deserto, giungono fin quasi al confine della terra promessa, e mentre co-
minciano a dilatare i polmoni al soffio della brezza vivificante, e contemplano
bramosamente, sotto alle piante, scorrere l’acqua limpida e scintillante nei
ruscelli, tra l'erba sempre verde dei prati, per manco di forza, cadono a terra
sfiniti, e giacciono dimenticati per sempre. Intanto la grande turba degli
altri giunge all'oasi benedetta, e vi si affolla con lo slancio della
disperazione. Ora che avviene, poichè l'oasi è ristretta ed infinito invece il
numero degli accorrenti ? Ecco, la terra promessa poco tarda a diventare il
teatro d’una sanguinosa battaglia, nella quale ognuno tenta di disputarsi lo spazio
ed i mezzi di sostenimento, cioè la vita, prima con- dizione dell’organismo. —
E non solamente la vita, ma sempre maggior copia di beni, a totale detrimento
dei deboli e degli infelici, giustificando il doloroso verso del poeta: «
Sempre il più rude ferro trionfa! » In letteratura la lotta tra le forme e le
pro- duzioni letterarie non potrebbe essere più evi- dente. Il pubblico chiama
al suo banchetto, in cui i posti sono limitati, un numero di produzioni
letterarie, commensali, maggiore di quanto esso possa nutrire. Sono gli
invitati perciò che devono lottare, combattere per procacciarsi un posto.
Fatalmente gran numero di essi viene allonta- nato e soccomberà alla prima
battaglia; alcuni soltanto dopo lunghi e penosi sforzi, potranno conservare, la
vita se giungono a nutrirsi abba- stanza o a stabilirsi nel posto dove la
concor- renza è meno viva e i rivali meno formidabili. E pure nella mischia
delle forme d’arte vi sono dunque tipì eletti cui l’esistenza è facile, e forme
vinte condannate a vivere poveramente od a morire. È una verità che
malauguratamente è troppo facile di riconoscere anche in tutte le società
umane, ed in tutti i regni della natura “ dal carnivoro che divora '1 prossimo
suo, fino alla pianta che soffoca la sua vicina ©. Nelle prime orditure del
consorzio umano nelle orde © la coesione sociale è inspirata uni- camente,
sopratutto dalla necessità di nutrirsi, di difendersi dall'ambiente fisico
della natura, insomma dal bisogno della cooperazione mutua. Tosto però la
conglomerazione dell’orda per ef- fetto dell’accrescimento della popolazione e
della ricerca di nuovi luoghi di caccia, pesca e pa- storizia, si scinde in
gruppi di parentele e di schiatte, le quali staccatesi formano ciascuna un
ambiente a sè; e col successivo affievolimento dei vincoli primitivi, errano in
altre parti, finchè, dimenticate le prime origini comuni, diventano nemiche fra
di loro. Parimenti nella letteratura del periodo delle origini, la lotta per la
vita fra le forme lette- rarie quasi si direbbe che non esistesse, tanto è poco
severa ed insensibile. E questo fenomeno è naturalissimo, perchè, in quei primi
tempi, le forme letterarie non erano che una spontanea e necessaria espansione
delle coscienze vergini ed ingenue e riboccanti di emo- zione estetica,
diretta. L’arte d’allora, primitiva ed infante, era una produzione inconscia,
invo- lontaria che sgorgava di per sè, come l’acqua (1) Darwin, Origine della
specie. (2) Cazzaniga. L'ambiente. Monografia. dal purissimo fianco di un
ghiacciaio. D'altronde le forme erano così poche e così bambine che trovavano —
direttamente — favorevolissime condizioni di vita nelle coscienze
dell’ambiente, e non sentivano nemmeno ancora il pericolo di una lotta fraterna
dispiegata. Tutte miravano al perfezionamento delle coscienze, ad ingentilire
il pensiero, a manifestare la luce fulgente del- l'idea-forza creatrice. E
poichè ognuna era l’espressione naturale e spontanea di un aspetto della realtà
e della vita superiore, ed ognuna corrispondeva ad una facoltà fondamentale
della psiche umana, tro- vava di necessità nell'ambiente un'accoglienza quanto
mai favorevole. Così era bene accettata tanto la lirica reli- giosa, la quale
commoveva da un lato la coscienza giovane del popolo, quanto la poesia epica
che ne eccitava da un altro lato l’entusiasmo e l’im- maginazione. E senza
dubbio queste forme così vitali, poichè erano pure spiccatissimi coefficienti
dell’evolu- zione civile, si aiutavano a vicenda mirabilmente componendosi di
per sè, come forze concorrenti ad una sola risultante, nell’immenso parallelo-
gramma della vita. Risultava in letteratura, pertanto, una coope- razione mutua
delle forme, analoga a quella accennata antecedentemente dal Cazzaniga, nelle
prime orditure del consorzio umano. Perciò non poteva non esistere quella lotta
per la vita che sgorga sempre in tutti i tempi, ed in tutti i luoghi, dal
conflitto necessario delle forze, dall’attrito logico delle idee. E se essa non
era così fortemente accentuata tra le forme letterarie distinte, in quanto che
esse erano funzioni eterogenee di un organismo, e tra le funzioni correlative
di uno stesso or- ganismo la lotta non è mai troppo appariscente e fatale,
tuttavia esisteva sempre, e per un altro riguardo, era viva più che mai. Non si
creda subito, @ priori, che essa non esistesse, perchè nei primi tempi della
letteratura non troviamo quei caratteri così evidenti che sì mostrano invece in
altri periodi storici, e spe- cialmente nel secolo nostro. Questo dipende da
uno spostamento di obbiet- tivi. La lotta dura sempre, senonchè allora, non
essendo ancora formato ed abbastanza sensibile l’ambiente psichico, era
mestieri che si rivolges- sero contro la natura quelle armi che furono poi
rivolte fra i generi letterari reciprocamente. Col tempo attenuandosi sempre
più l'influenza diretta dell'ambiente esterno, la lotta per la vita si rivolge
analogamente ad altri ideali più im- mediati, artisticamente parlando, ed è
naturale che trattandosi di fenomeni sempre più elevati e precisi le stesse
leggi generali dell'evoluzione si elevassero di conseguenza, rivelando un rap-
porto sempre più intimo e profondo. Poichè, se la lotta per la vita rimane
sempre come necessità inevitabile tra le varie forme letterarie, non si può
dire parimenti che rîman- gano pure immutati, nei diversi tempi, i rap- porti
dei vari coefficienti. Donde si capisce agevolmente che la lotta tra le forme
può essere più o meno intensa nelle varie epoche. Nè si creda che essa segua
una gradazione progressiva accentuandosi od attenuandosi col- l’andar del
tempo. È un gravissimo preconcetto il credere che le diverse forme di lotta per
la vita, presentate nel corso storico della letteratura, non siano che fasi
diverse e necessarie dell'evoluzione di una medesima forza, il vero è che le
diverse forme di lotta per la vita non costituiscono una serie’ logica, ma si
classificano in gruppi divergenti come importa l'adattamento all'ambiente. Così
non è necessario che la lotta per la vita, dopo essere stata intensa in un
periodo, aumenti d'intensità nel periodo successivo, o si indebo- lisca per
legge di reazione; il grado di intensità non è determinato da una necessità,
direi quasi, assoluta, dipende invece da una moltiplicità di cause
continuamente) varianti, È certo però che essa è sempre molto più viva fra gli
individui della medesima specie, perchè essi sono diretti ad una stessa meta,
si servono degli stessi mezzi, e quindi cercano di soperchiarsi reciprocamente.
8 — Pasrone. La vita delle forme letterarie. Ogni romanzo, per esempio, che
vien pubbli cato vuole conquistarsi un posto nella coscienza dell'ambiente, ed
elevarsi al disopra degli altri romanzi contemporanei, e cancellare l’'impres-
sione destata dagli altri antecedentemente, 0 sfruttarla più a lungo che sarà
possibile, ed in ogni caso disputare agli altri l'applauso dei let- tori. Il
fenomeno è evidentissimo ai tempi no- stri, per poco che si guardi all'enorme
produ- zione di opere letterarie, commedie, drammi, farse, monologhi, novelle,
romanzi, bozzetti, canzonieri, ecc., ecc. Di guisa che se per un lato bisogna
ammet- tere che sia cresciuto straordinariamente il nu- mero dei lettori, e che
una maggiore onda di nopolo sia entrata nell'orbita della vita lette- raria,
determinando un notevolissimo aumento di produzione artistica, per altro è
d'uopo con- venire che non mai fu così intensa la lotta per la vita tra
l’innumerabile quantità delle forme letterarie. Oggi, in questo diluvio di
libri e di studi in questo moto vertiginoso d'idee e di opinioni, assi- stiamo
veramente ad una lotta per la vita affan- nosa, convulsa, incessante tra le
forme d'arte. Manca, è vero, una completa statistica di tutte le opere che
vengono pubblicate, ma perchè è un la- voro impossibile; i libri si stampano e
sì accumu- lano negli scaffali a migliaia a migliaia, ed è pur troppo vero che
noi — come dice il Ghisleri per tenerci al livello della coltura contempo-
ranea e del diuturno movimento intellettuale, dobbiamo consacrare i tre quarti
del» nostro tempo, con pregiudizio della nostra salute, se- polti in una vita
sedentaria e claustrale; e l’altro quarto soltanto ci resta per produrre..... E
tuttavia la produzione letteraria cresce ogni giorno a dismisura!
Inconsciamente i libri ven- gono di per sè in conflitto fra di loro e cercano
di soppiantarsi a vicenda nell’animo dei lettori. Ora l’espandersi della
commedia moderna è soffocato la produzione della tragedia, e della commedia
classica (si intende che io rapporto tutto ciò eziandio alle mutate condizioni
del- l’ambiente sociale) i romanzi degli scrittori più in voga si danno lo
scambietto ferocemente, la lirica religiosa è moribonda — se non morta affatto
— pel trionfo della lirica amorosa, della lirica naturalistica, ecc. , la
poesia didascalica non à più ragione alcuna d'esistere, e così va' di- cendo.
Si scorge, in tal modo, che doveva essere molto meno violenta la lotta per la
vita tra le forme letterarie, quando non vi era tanta esor- bitanza di
produzione, e quando nei primi tempi della letteratura le varie forme d'arte,
gio- vani e poco numerose, erano lo sfogo naturale della psiche umana; e non
prendeva ancor tanta parte nel bisogno di produzione il desiderio del lucro
individuale. Allora tra la coscienza dell'ambiente e la produzione artistica
passava un rapporto ben di- verso dall’odierno, perchè mentre nella coscienza
generale vi erano condizioni favorevolissime alle manifestazioni artistiche, ed
un'esuberanza d’e- mozione estetica che richiedeva d’essere impie- gata, le
forme letterarie invece porgevano così magro appagamento che tutte le
produzioni ar- tistiche venivano accolte avidamente; e non sorgeva fra esse
intensa lotta per la vita, perchè tutte giungevano alla meta prefissa, precisa-
mente come poche, piante crescenti in un’ampia distesa di prato, non arrivano
neppure a dispu- tarsi fra loro il terreno. Veramente, come nel prato suddetto,
fra tutte l’altre, una pianta più fortunata riesce a fron- deggiare più larga,
ed a crescere più robusta e più alta, così pure, nei primordi della lette-
ratura, quantunque tutte le forme fossero bene accette dal pubblico, pure
ognuna di esse sì sforzava a svilupparsi più rapidamente, ed a pi- gliare
maggior campo delle altre concorrenti nella coscienza popolare. E noi qui
appunto po- niamo il primo punto della futura lotta per la vita. Lotta che,
bene, può dirsi fratricida, ma non deve maravigliare troppo, dacchè si può
osser- vare che perfino tra gli individui di uno stesso nido, o di un medesimo
parto si combatte una lotta per la vita. È noto — scrive Giovanni Canestrini ©
— che in ogni nido vi è un individuo più debole degli altri, il quale siccome grida
meno e protende meno il collo riceve un nutrimento più scarso e talvolta
perisce. Oltre a ciò un'altra cosa è ben degna di nota. È fuor d’ogni dubbio
che le toeme letterarie, nella loro lotta per la vita, si valgono di molte
forze diverse. Ora poichè queste forze, in lin- guaggio metaforico, non sono
altro che le armi delle forme, vale a dire i coefficienti della loro riuscita,
noi ci serviamo tosto di questo voca- bolo, tanto appropriato ad un capitolo
che tratta di lotta per la vita, e ci domandiamo tosto senza altro. Quali sono
le armi adoperate dalle forme let- terarie nel loro conflitto? Anzitutto è da
tener gran conto dello stato generale dell'ambiente, e delle correnti psichiche
dominanti. Non di rado, anzi quasi sempre, la vittoria di un genere let-
terario, o di una sola produzione artistica si deve attribuire ad una forza di
inerzia che do- mina nell'ambiente sociale. Tutte le forme che sanno giovarsi
di essa, agevolmente ottengono maggior accoglienza dal pubblico che le rivali,
e trionfano per tutto un periodo storico, come riesce a filare una nave — anche
pesante — se il suo (1) Grovayni CanestRINI. Nota 1x alla pagina 68
dell'Origine della specie di Darwin. capitano regolando le vele, sa mantenerle
ac- cortamente il vento in poppa. Poichè il plauso che s'accorda, nei vari
tempi, ad alcuni generi di letteratura produce appunto nell'ambiente una
corrente d'idee fortissima, che dura per un po’ di tempo, e mantiene in vigore
tutte quelle produzioni artistiche che si gettano dentro di essa. Ad esempio,
nell'epoca omai tra- scorsa del romanzo storico prevalente, quanti ro- manzi
storici d'imitazione vennero letti, con pas- sione, dal pubblico, non perchè
avessero in veritì grandissimi meriti intrinseci, ma unicamente per quella
corrente di idee favorevole, che avrebbe ripudiato senza dubbio e sdegnosamente
un ro- manzo d’analisi psicologica nuda e cruda, a tinte fortissime, pieno di
osservazioni brutali, quan- tunque fisiologiche, come La terre di Zola!
Effettivamente Alessandro Manzoni, col suo immortale romanzo, aveva determinato
nella so- cietà una corrente d'idee dominante, nella quale navigando
accortamente, molti scrittori di se- condo e di terzo ordine seppero godere del
loro quarto d'ora di celebrità. Non diversamente ac- cadde in letteratura dopo
che egli ebbe pubbli- cato i suoi ammirabili Inni religiosi, i quali per un po'
di tempo furono tiranni assoluti nella lirica, e tennero indietro, a rispettiva
distanza, tutte le altre forme di lirica profana. Questa vera correlazione di
sviluppo, ristretta però quasi sempre alle produzioni artistiche di una data
forma letteraria, si può riscontrare facilissimamente in tutti i momenti della
lette- ratura, poichè in tutte le epoche vi è sempre un gusto predominante,
valendosi del quale mol- tissime opere letterarie ottengono buona acco- glienza
dal pubblico, mentre altre, non ancora capaci di portare una reazione decisiva,
giacciono dimenticate dalla maggioranza. Ma talvolta entra in campo un’altra
forza curiosissima, l'alleanza. Propriamente succede, in dati periodi, che per
tenere indietro un ge- nere di letteratura invadente, molti altri generi
letterari si uniscano in una specie di alleanza difensiva ed offensiva.
Allorchè nel campo della letteratura è già prevalso, per lungo tempo, un
determinato indirizzo delle coscienze, ed alcuni ingegni cominciano già a
protestare, ed è ormai l’alba della reazione, sembra non di rado che tutta
l’arte “ moritura , raduni in un ultimo sforzo, tutte le sue energie
vacillanti, ed in questo estremo di vitalità tutte le forme lette- rarie
minacciate, si incoraggiano vicendevol- mente, si sostengono, si aiutano
amorevolmente per l’ultima lotta fatale. E parimenti, nelle altre schiere,
l'arte ribelle stringe le sue giovani falangi, le sue forme let- terarie piene
di coraggio e di entusiasmo, ed infiammandole a scuotere il giogo della
servitù, le lancia vigorosamente all'attacco. Fermiamoci a considerare — per
modo d’e- 120 CAPITOLO V sempio — la reazione stupenda del pensiero ita- liano
alla Scolastica, ed all’ascetismo medievale, che la letteratura può contare
come una delle sue più grandi battaglie. Da un canto la Scolastica e
l’ascetismo, dal- l'altro l’umanesimo ed il naturalismo si contra- stavano
l’indirizzo del pensiero italiano, la prima scuola — scrive il Tuninetti, nella
sua pregevolis- sima “ Dissertazione storico-critica sul trecento , — colle
immobilità delle specie ideali tentava di incatenarlo e d’assorbirlo nelle
contemplazioni d'oltre tomba, la seconda gli dava il fermento e la febbre di
nuove aspirazioni, quella lo avrebbe soffocato, questa gli infuse il senso
vitale. Ma prima di giungere a tanto si combattè ad ol- tranza, e paurose le
coscienze sì tenevano aggrap- pate al vecchio mondo in dissoluzione, mentre si
trovavano sospinte da forze inesplicabili verso i tempi nuovi. Esagerazione in
un senso, esa- gerazione nell'altro, le multiformi tendenze del secolo
spiegavano un apparato di contrasti con tutte le gradazioni del pensiero
filosofico eser- citato a indiare o a martoriare la vita. Quando appariva un'innovazione
dell’arte ri- volta ad inneggiare al senso, di ricambio sorgeva un invito a
fare penitenza, ed il giuoco si ripe- teva senza posa. (1) Giusepre dott.
Toninerti. Cenni di critica — Carinaguola, Tipografia Scolastica, La reazione
apparve e fu acre, caustica e sotto forma di ghigno, di sprezzo, di urlo, di
menade ubriaca, di allegra baraonda, di, peana alle glorie del senso, che
conquistava i cervelli, a dispetto dell’atrofia religiosa irreligiosamente
tratta per contagio di superstizione ©. Legge di reazione. L'alleanza
protettiva delle forme letterarie in questa mirabile lotta per la vita non
potrebbe essere più evidente. Procedendo nella nostra rassegna troviamo
un’altra arma poderosa, di cui si valgono i ge- neri letterari nella loro lotta
per la vita: La forma artistica. — Fra le produzioni letterarie del medesimo
genere la vittoria dipende quasi ‘ unicamente dalla forma artistica. — Quelli
che sostengono la formola dell’arte per l'arte, na- turalmente riducono tutte
le altre armi a questa sola: la forma. Ma, senza credere che l’arte sia fine a
sè stessa, si può egualmente attribuire la maggior parte del successo delle
produzioni let- terarie alla forma artistica. Di tutta la grande quantità dei
poemi epici e cavallereschi del ciclo bretone e carolingio, l’Orlando Furioso
di Lodovico Ariosto, è quello che è saputo conservare maggiori elementi di
vitalità, ed è ammirato e studiato oltremodo ai giorni nostri, quantunque sia
tanto mutato l'ambiente Sociale. (1) TuxivneTtI La forma artistica meravigliosa
è ciò che è fatto vincere l’Orlando Furioso nella severissima lotta per
l’esistenza, l'è fatto trionfare di tutti gli altri poemi competitori, ai quali
ora sola- mente gli studiosi scuotono la polvere nelle bi- blioteche. E
soltanto per argomento di studi storici e critici si parla di una Regina
Ancroja, di un Plantafiore di Barosia, di un Altobello e re Tro- iano, di un
Persiano figlio d’Altobello, di un Innamoramento di Rinaldo, di
un'Incoronazione del re Alvigi, di un Bovo d'Ancona, di un Inna- moramento di
Carlo Magno, di un Ciriffo Cal- vaneo, di un Driadeo d'amore, diun Mambriano,
di un Orlando innamorato di Matteo Maria Bojardo, di un Rinaldo innamorato del
Tromba, di un Rinaldo appassionato del Baldovinetti, di un Mandricardo del
Banderini, di un'Angelina del Brusantini, delle Prime imprese d'Orlando
innamorato del Dolci, e di moltissimi altri che io son stufo di citare, e che
ognuno può cono- scere agevolmente, aprendo un trattato di Storia della
letteratura. Del resto in tutte le forme letterarie, dalla lirica alla
didascalica, dalla novella faceta al sermone religioso, l'elemento artistico è
quasi sempre quello che fa sopravvivere le produzioni. Siccome ò considerato,
dianzi, ogni forma letteraria come l’espressione artistica di un pen- siero, è
naturale che sì conchiuda: la vitalità maggiore o minore, e per conseguenza la
durata di una forma letteraria dipendere strettamente dalla maggiore o minore
perfezione dei que ele- menti. Della forma artistica si è già discorso, ne ri-
mane a studiare l’importanza della contenenza psi- chica nella lotta per la
vita dei generi letterari. Se alcune produzioni ottengono plauso e lunga vita
per l’elemento formale, altre l'ottengono pa- rimenti per l'elemento interno,
virtuale, cioè per il pensiero, quando è la rivelazione potente di una
coscienza. Vi sono invero certe opere let- terarie, quasi del tutto prive di
finezza artistica, che pure s'impadroniscono dell'animo dei lettori, in virtù
di un pensiero robusto, che non lascia badare alla frase poco tornita, al verso
non ele- gante, alla rima tutt'altro che ricca e felice, e commuovono tanto le
coscienze che si impon- gono veramente. Nel corso storico della letteratura
spesso co- minciò precisamente da queste produzioni — così ricche di elementi
interni vitali e fecondi, -— un movimento di reazione contro ad alcune forme
incanerenite dal mal gusto del tempo e dalla sterile ed affettata ricercatezza
dello stile. Così le forme letterarie nuove ed esuberanti di energia interna
psichica, si fanno strada negli ambienti corrotti da eccessivo formalismo, ed
abbattono le forme dominanti rancide e dissan- guate. Prima che fosse inventata
la stampa, le forme letterarie non duravano fra loro una battaglia così fiera
ed ostinata, e tremenda. Dopo la stampa le forme ebbero per un riguardo, un
appoggio ed un alleato fortissimo, ma per un altro lato un pericolo gravissimo,
un nemico di più nella lotta per la vita. Il vero è che la stampa è
propriamente un'arma a due tagli. Dopo l'invenzione primor- diale della
scrittura non ci furono più altre in- venzioni, più grande, più intensamente
stimo- lante. “ Per essa, il pensiero, circolando rapidissimo da un luogo
all’altro ®, destò le energie latenti e produsse altissimo splendore di
civiltà; e come la rapida circolazione del sangue, ed il pronto scambio degli
elementi sono cause di prospera vita all'organismo, così la circolazione delle
idee e lo scambio dei pensieri rese più vigorosa la vita sociale, e più florida
la produzione lette- raria ,. La lotta per la vita, con essa, si fece più in-
tensa e più micidiale, quantunque si sia allargato enormemente il campo della
coscienza pubblica. Ai giorni nostri — per far breve — le pro- duzioni
letterarie ànno un'altra arma per vin- cere nella lotta per la vita: l'eleganza
dell’edi- (1) A. Grar, Dalle Lezioni di Storia della letteratura R. Uni-
versità di Torino zione libraria, e la réclame della Casa Editrice, e dei
giornali e delle riviste. L'industria degli Editori, i quali studiano
continuamente di dare maggiore diffusione alle proprie opere, à ormai prodotto
dei veri miracoli! Che graziosi sesti, che forme leggiadre, che copertine
eleganti, quanta finezza d’incisioni, che splendore di carta, quanta nitidezza
di tipi! Quei caratteri ele- gantissimi nè offendono, nè stancano la vista,
anzi l'occhio scorre lo pagine non pure senza fatica, ma con diletto infinito
come se contem- plasse una leggiadra miniatura. E l’arte tipografica così
giunse a produrre un fatto molto degno di nota: la rinascenza del culto dei nostri
migliori classici. È un fatto in- contrastato che moltissime persone, che di
per sè, non sognerebbero mai di andarsi a pescare nella biblioteca un tomo di
qualche autore clas- sico se bene divertente trovandosi fra le mani un'edizione
elzeviriana tutta elegante, per la vaghezza di sfogliarne le pagine
nitidissime, cominciano a rileggere il libro qua e là a spiz- zico, e talvolta
lo leggono tutto intiero da capo a fondo. Di qui si può intendere tutto il van-
taggio che deriva alle produzioni letterarie nella lotta per la vita; di qui si
capisce tutto il se- greto di certe fame usurpate per eccessivo “ Bar- numismo
all’Americana ,, e di certe opere rimaste in deplorabile oscurità, anche ai
giorni nostri, quantunque meritevolissime di successo. La causa invero non è
una sola, e talvolta attorno a certe produzioni artistiche dai maligni si crea
il vuoto meccanicamente, od una disonesta e ribalda “ congiura del silenzio ,.
I giornali e le riviste adesso aiutano mirabil- mente le opere letterarie nella
lotta per la vita; anzi taluno perfino asserì che nell’avvenire il giornale
riesca ad ammazzare il libro. “ Ciò può darsi dice il Capuana ma non sarà forse
gran male. Ma pel presente io credo sog- giunge che il giornale abbia anzi
giovato al libro. Il libro è dovuto smettere l’aria arcigna, il tono
cattedratico di uma volta, è diventato una conversazione, una discussione alla
buona col lettore. Non è questo un guadagno? , Giacomo Andrea Musso ‘
s’espresse ancor. più audacemente: “ Il giornalismo ha vinto la sua battaglia,
esso è la principal forma di lettera- tura del giorno. Il libro è
sostanzialmente l’aiuto del giornalista ,. E se non in tutto, in gran parte
certo egli è ragione. Un ultimo punto è ancora assai degno di nota. Le diverse
forme letterarie non sono sempre in- dirizzate nobilmente al trionfo di un
ideale puro e sereno, e la lotta per la vita, pertanto, soffre (come abbiamo
già notato una volta) una de- viazione importantissima. La moda, tiranna as-
(1) G. A. Musso, La terza letteratura civile d'Italia. Roma soluta di tutti i
tempi e di tutti i luoghi, imprime un marchio caratteristico a tutte le forme
d'arte che l’assecondano. E le forme, così, s'industriano unicamente di tendere
ad uno scopo particolare. Gli artisti non producono più per intimo com- piacimento
artistico, per prepotente inspirazione dell'animo; e le forme artistiche non
sono più la naturale espansione della vita superiore sentita. L'arte diventa un
mezzo indecoroso. Così se ne serviranno taluni per avvicinarsi ad un loro scopo
molto prossimo ed egoistico, così altri se ne servirà per recare danno ai suoi
nemici, così altri se ne varrà per adulare i potenti. Quest'ultimo caso merita
un cenno particolare. Quando un ambiente servile è attraversato pre-
potentemente da una corrente d’adulazione verso un potente qual si sia, si
comprende che otter- ranno grandissima accoglienza e dureranno ri- gogliose,
finchè non si muterà quell'ambiente, tutte le forme letterarie le quali avranno
nel loro grembo maggior copia di servilismo e di sfacciataggine adulatoria.
Dimodochè l’adula- zione sarà un’altra forza importantissima ed in-
dispensabile, per quei generi letterari che vor- ranno essere in vigore, e
sorpassare gli altri nella lotta per la vita. Un bellissimo esempio di ciò
presentano il Quattrocento ed il Cinque- cento, nei quali secoli alle Corti dei
Signori l'adulazione era necessità assoluta di vita. A proposito del
Mecenatismo del secolo xv e xVI, fu
detto che i Principi cercavano per tal modo di legare a sè tutte le menti più
elevate onde cattivarsi tutte le forze, ed elevarsi a grande fama, ed assodare
più fortemente il loro dominio. Il Graf, mentre accetta queste due ra- gioni,
non esclude, per tutti i casi, l'amore del- l'arte cune non si può
assolutamente negare in alcuni Principi, siccome era carattere generale
dell’età loro. I letterati volonterosi accorrevano alle Corti perchè bene
accolti, perchè ben pasciuti, perchè difesi, e perchè le loro produzioni
letterarie — essendo il popolo indifferente — non potevano trovare favore che
presso i grandi che le inten- devano. La loro letteratura aristocratica cercava
naturalmente l'aristocrazia © e quell’arte per tal modo promoveva la tirannide
e viceversa. Così in quelle Corti, piene di fasto e di ga- lanteria, piene di
capricci e di esigenze alle volte strane e singolari, le forme letterarie che
vole- vano attecchire dovevano strisciare umilmente profondendo lodi sperticate
al Principe della Corte, alle vezzose Principesse, o a qualche Pre- lato
ipocrita e gaudente. E bazza ai più furbi. Gli artisti si valevano di tutti i
mezzi per farsi ben volere, e si scalzavano senza pietà vi- cendevolmente. Fra
essi ardeva veramente una (1) A. Grar. Lezioni dì letteratura italiana, R.
Università di Torino fierissima lotta per la vita, giacchè il vincere per loro
in tale lotta era questione di vita o di morte. Perduto una volta il favore e
la prote- zione del principe si trovavano d’un tratto in istrettezze desolanti
e terribili, che li costringe- vano persino a soffrire di fame! Chi non ricorda
— dolorando — le pietose avventure toccate a quella grande anima di Torquato
Tasso? Senonchè il mio assunto non mi permette di dilungarmi maggiormente.
Vediamo come nasca, in letteratura, il parassitismo delle forme e quali effetti
produca. E' appena necessario osservare che molti speciali fenomeni, intesi un
tempo nel concetto generale del Parassitismo, sono noti oggi nella scienza ©
sotto il nome di Simbiosi (vita comune) espresso felicemente dal De Bary;
disposizione per cui — dice il Mattirolo — (nel- l’opera citata), un organismo
può percorrere tutta, o una parte della sua vita, sul corpo 0 dentro al corpo
di un altro organismo. Anche in letteratura, tra l’infinita varietà dei
rapporti delle diverse forme artistiche, abbiamo buon nu- mero di produzioni
d’arte, la cui esistenza è di- rettamente subordinata a quella di altre pro-
duzioni. Questo è il concetto che noi ci facciamo del parassitismo in
letteratura. Ora esaminiamo la natura dei rapporti che passano tra i due sim-
(1) Oreste MartIROLO. La simbiosi neù vegetali, . © P. La vita delle forme
letterarie. bionti; questi rapporti
possono essere diversissimi. In alcuni casi la vita della forma parassita è in
tutti gli stadi legata a quella della forma ospite. In altri — come osserva il
Mattirolo — la sim- biosi succede solamente in epoche determinate, rimanendo,
fuori di queste epoche, ospite e pa- rassita liberi ed indipendenti. Si
osservano poi — precisamente come succede in natura fra gli organismi viventi —
ospiti i quali possono sop- portare, senza segni evidenti di gravi disturbi, la
compagnia del parassita, ed altri ai quali essa riesce fatale in breve tempo.
Per esempio: Una forma parassita per eccellenza è la parodia. Alcune produzioni
parodiche che seguono, passo passo, tutto il pensiero, e ia tecnica di un genere
lette- rario, dimostrano che in alcuni casi la vita della forma parassita è, in
tutti gli stadi, legata a quella della forma ospite, perchè il giorno che
morirà la forma presa a modello, morirà pure la forma d'imitazione, ad essa
indissolubilmente congiunta. Alcune volte fecero gran rumore alcune spiri- tose
parodie di opere letterarie più in voga, ma ad ogni modo, come prodotti
d’occasione, durarono soltanto finchè durò il ricordo vivo dell’opera pa-
rodiata, e bene spesso anzi perirono assai prima. Per me la poesia maccheronica
è una produ- zione del tutto parassita, sia per riguardo allo stile
contraffatto, sia per riguardo allo spirito burlesco animatore. Ebbene la
comicità della lingua maccheronica, ai giorni nostri, è perduta quasi
completamente, o veramente risulta soltanto agli eruditi; mentre era tanto più
naturale e vigorosa, quanto mag- giore era la cognizione della classicità
nell’am- biente popolare al suo tempo. Così si dica delle poesie stupende dei
Goliardi, e delle loro parodie degli inni liturgici, e delle funzioni
religiose. Ora vanno già perdute moltis- sime delle loro finezze, e più s'andrà
avanti nel tempo e più saranno dimenticate, finchè quando gli inni religiosi e
le funzioni parodiate non sa- ranno più che un mero documento di una epoca
trascorsa per sempre, anche le poesie goliardiche avranno perduto ogni elemento
di vita propria, e finiranno di essere gustate dai lettori ‘©, È indiscutibile
che il maccheronico & perduto (1) So che, fra breve, il prof. Corrado
Corradino, il poeta gen- tile e commovente, il conferenziere brillante e
simpaticissimo, publicherà una traduzione delle poesie Goliardiche. E
quest'opera sua, aspettata e desiderata tanto dal publico, aggiungendo alla
virtù intima della poesia Goliardica il pregio ed il fascino artistico della
traduzione moderna, porterà, senza dubbio, un grande elemento di forza nella
vita del pensiero degli Scolari vaganti. E quelle produzioni letterarie così
originali e caratteristiche, per la luce vivissima che riceveranno dall'artista
moderno, po- tranno nuovamente diventare popolari, e riflettersi nelle
coscienze dell'ambiente nostro e godere ancora, per un tempo indefinito, una
vita nuova e gagliarda, ma una vita di natura tutta supe- riore e più elevata
assai di quella che godettero, nel secolo che, propriamente, le fece
nascere. ora gran parte del suo vigore,
quantunque ri- manga sempre come importantissimo documento letterario, perchè
il latino ora è pochissimo conosciuto dal pubblico. In altri casi, si è detto —
la simbiosi succede solamente in epoche determinate, rimanendo fuori di esse,
parassita ed ospite liberi ed indi- pendenti. La poesia satirica — non burlesca
— e la poesia epica, ad esempio, sono due forme letterarie affatto distinte
l'una dall'altra. Pure in epoche determinate, è cosa notissima a tutti,
l’elemento satirico cominciò a penetrare nel- l’epica, come vero parassita, e
poco per volta la ridusse a morte, mentre esso pigliava invece sempre nuovo
vigore e rimaneva poi liberissimo ed indipendente dall'influenza dell'altro
genere, come forma letteraria distinta. Per alcuni rispetti, debbo osservare
che in letteratura l’ibridismo è molti punti di contatto col parassitismo delle
forme, mentre se ne dif- ferenzia ricisamente per altri. Poichè ibridismo
indica semplice accoppiamento di forme diverse, il parassitismo importa bensì
una comunanza di vita delle forme letterarie, ma indica più pro- priamente una
reciproca lotta fra i due generi simbionti, ed un antagonismo continuo. Il
bellissimo esempio di parassitismo che ab- biamo recato dianzi, parlando
dell’infiltrazione dell'elemento burlesco nei poemi epici, ci porge occasione
di chiarire un altro punto assai importante. Come, nell'evoluzione degli
organismi elementari, il semplicissimo grumo di gelatina informe, trasparente,
ma dotato di vita,-che ser- peggia umilmente o galleggia nell'acqua, e si nutre
per imbibizione delle sostanze che può assi- milarsi, ad un certo periodo della
sua vita cresce, ingrossa, poi comincia a raggrinzarsi nel mezzo, a stirarsi, e
finalmente si strangola e si rompe nel punto più sottile, e da un solo essere
se ne for- mano due, che si scostano, si separano, liberi af- fatto ed
indipendenti, così nella letteratura i poemi epici del XV e XVI, avendo
cominciato ad accogliere nel loro seno il giocoso ed il burlesco, poco per
volta acerebbero il loro contenuto, mentre il parassita ne succhiava tutto il
sangue migliore; dimodochè, col tempo, e favorito dalle mutate condizioni
dell'ambiente, 1 umilissimo genere di poesia parassita — staccandosi dal suo
ospite — potè dare origine al poema bur- lesco distinto, non ultima causa
dell'estinzione del poema cavalleresco, da cui era stato rice- vuto e nudrito.
Mi rincresce di non potere — per la brevità che mi è imposta addurre altri
esempi di questo curiosissimo fenomeno di sdoppiamento, tanto analogo alla
segmentazione elementare delle monere e delle amibe ©. Del resto nel ca- (1) E.
Haoxet. Storia della creazione degli esseri organizzati secondo le leggi
naturali. Tradotta in francese dal dott, C. Le- tourneau. Parigi pitolo che tratterà dell’ Estinzione delle
forme letterarie procurerò di svolgere più ampiamente la questione. Ed ora,
prima di venire alla conclusione di questo capitolo, mi preme distruggere un
dubbio, che sarà già sorto prima d’ora nella mente dei lettori. Io ò
considerato sempre le forme letterarie come funzioni vitali dell'organismo
della lette- ratura, e pure, nello stesso tempo, come indi- vidui affatto
distinti gli uni dagli altri. Ora se le forme letterarie sono veramente
funzioni ne- cessarie della letteratura come mai — diportan- dosi come gli
individui in particolare — possono combattere fra di loro per la propria vita,
e tentare di distruggersi a vicenda senza turbare l'economia fisiologica
dell’intiero organismo, anzi senza distruggerla affatto? i Se le forme
letterarie sono funzioni dipen- denti da un organismo, e strettamente congiunte
con esso e fra di loro, possono essere ancora in- dividui distinti e per un
certo riguardo indipen- denti l’un dall'altro? Non è più logico ammettere che
le funzioni di un organismo, invece di essere sottoposte alla necessità di una
lotta continua e reciproca, sono regolate intimamente da un accordo re- golare
? A mio giudizio il vero è che tutto si può conciliare ottimamente. Le forme
letterarie sono ad un tempo stesso organismi individuali, società e funzioni
della vita letteraria, come — per più ampia generalizzazione — la letteratura
stessa è un organismo particolare, una società di forme, ed una funzione
distinta dell'organismo sociale. “ La biologia — dice il G. Sergi nella sua
elegan- tissima Prefazione all’ “ Introduzione allo studio della sociologia ,
di H. Spencer % à mostrato che gli organismi individuali sono società anche
essi, e che ciascun elemento organico è l’indi- viduo di questa società, che si
può denominare biologica. Ciascuna cellula si comporta come un individuo
vivente, frattanto che come elemento organico è una vita propria, ne è un’altra
co- mune con l’intero organismo sociale a cui ap- partiene. Ora, per non
ripeterci inutilmente rimandiamo i lettori al capitolo di quest'opera in cui la
let- teratura è considerata come un organismo so- ciale. Per ciò che riguarda
la lotta per la vita, noi non ci troviamo punto imbarazzati a considerare le
forme letterarie, dalle più piccole alle più grandi, come le cellule e gli
organi di un vasto organismo della letteratura, poichè lo Spencer à appunto
dimostrato come la concorrenza esista perfino tra gli organi del nostro corpo,
e fra (1) H. Spencer. Introduzione allo studio della sociologia, Milano,
Dumolard cellula e cellula
particolarmente, e tuttavia l’in- tiero organismo non si scompone per questo, e
non perde la ragione della sua esistenza. Nè si dica — che la morte di una
forma let- teraria produrrà la perdita di una funzione cor- rispondente, e
quindi la morte o la decadenza assoluta dell'organismo della letteratura. In
let- teratura l'estinzione delle forme letterarie non lascia (per così dire) un
vuoto dietro di sè, perchè l'estinzione non avviene d'un tratto, ma in se-
guito ad un lentissimo processo di sostituzione psichica. Come negli organismi
animali ogni mole- cola è gradatamente sostituita da un’altra, così in
letteratura ogni forma estinta non lascia un desiderio di sè nella coscienza,
perchè altre forme l’anno sostituita poco per volta, e la co- scienza popolare
è sempre la letteratura che si merita. La decadenza di una letteratura non
dipende mai assolutamente dall’estinzione di una forma, ma invece è prodotta da
sfavorevoli condizioni dell'ambiente sociale. Vi sono — è vero — nella storia
letteraria periodi di infiacchimento, di spossatezza, di esau- rimento
artistico, ma questi stati morbosi celano sempre un intenso e continuo lavorìo
delle forze letterarie, preparazione necessaria per l’evolu- zione delle forme,
cioè dell’arte successiva. In quest’epoche l'evoluzione propria della let-
teratura non s' arresta punto; poichè ad ogni modo uno degli elementi
fondamentali della pro- duzione artistica è in continuo movimento evo- lutivo,
l'elemento interno, psichico, dinamico. Cambiandosi e migliorando le condizioni
esterne dell'ambiente, le forme letterarie tornano a com- parire sulla scena,
anzi valendosi di tutta la energia latente accumulata grado grado, per
l’addietro, prendono uno slancio considerevole ed un indirizzo completamente nuovo
ed origi- nale. Non mi fermo ad indicare esempi, perchè ognuno li può trovare
da sè. Solamente è da ritenersi il fatto importantis- simo che la letteratura è
sempre in continua evoluzione, perchè la lotta per la vita delle forme
letterarie non arresta punto il suo cam- mino, nella stessa guisa che forze
concorrenti di un sistema dinamico in movimento produ- cono per risultante una
forza tutta particolare per direzione ed intensità, ma pure in movi- mento.
Così, per sommi capi abbiamo trattato ora tutta la grande questione della lotta
per la vita in let- teratura, senonchè quantunque io mi lusinghi che i lettori
pazienti s'abbiano già potuto fare un concetto chiaro di questa lotta che si
mani- festa evidentissima durante tutto il processo storico-dinamico della
letteratura, tuttavia credo ancora utile riassumere brevemente in una pro-
posizione tutto il mio pensiero. In letteratura la lotta per la vita è: èl
conflitto incessante delle 138 CAPITOLO V forme e delle produzioni letterarie
che cercano di usurparsi violentemente è mezzi di sussistenza nel- l'intento di
espandere, di accrescere e di prolungare sempre più l'intensità della loro vita
nella coscienza dell'ambiente sociale; mentre la letteratura segue
continuamente la sua evoluzione. Elezione naturale L'elezione naturale non è
che la conseguenza della lotta per la vita. H. Spencer, nei suoi “ Primi
Principî , è dimostrato, all'evidenza, che l’elezione naturale trionfa in tutti
i feno- meni della natura, dagli inorganici ai super- organici. “ Vuotiamo un
carro di sassi — egli dice — sul ciglione d’una china, essi rotoleranno in
basso fino al fondo e qui si disporranno per ordine di grossezza, secondo che
importa l'elezione na- turale ,. Ed altrove; “ I frammenti più piccoli passano
attraverso lo staccio, mentre i più grossi sono trattenuti sul fondo ,.
D'autunno il vento, che soffia tra le piante, divide naturalmente le foglie
secche dalle verdi; l’acqua dei finmi che corre via mormorando, lascia sul suo
letto, una disposizione mirabilissima dei ciottoli, dei macigni e della ghiaia,
per legge di elezione naturale. Insomma l’elezione naturale — per un certo
riguardo — si può dire la ragion suprema del- l'esistenza d'ogni essere, Egli è
perciò — adunque — che anche nella letteratura umana questa grandiosa legge si
verifica mirabilmente, quan- tunque sia un fenomeno poco avvertito da co- loro
che non amano scrutare le ragioni intime delle cose, e si contentano di citare
i risultati, affermando, per esempio, con aria dottorale, che la teoria
dell'evoluzione è sbagliata di sana pianta, poichè la storia dei popoli si
riduce, in ultima analisi, al racconto cronologico delle ri- voluzioni sociali,
ed ignorando affatto che ia dottrina incriminata non esclude le rivoluzioni, ma
spiega anzi perchè e come esse sì producano. Eppure in letteratura l’elezione
naturale è un potentissimo mezzo di perfezionamento artistico, lavorando
insensibilmente e silenziosamente in tutti i luoghi, ed in tutti i tempi, essa
ogni giorno ed ogni ora rigetta ciò che è cattivo, e conserva ed accumula ciò
che è buono e van- taggioso, e va perfezionando senza posa (con l'umanità) la
produzione letteraria guidando l’arte sulla via del progresso. Volendo
distinguere più nettamente l’opera dell'elezione si può avvertire due maniere
di operare di questa gran legge: a) Inconscia o inavvertita, o indiretta, spon-
tanea; Conscia, metodica o artificiale, diretta. Però quando diciamo “
inavvertita , non in- tendiamo dire “ insolubile , indecifrabile o mi-
steriosa, perchè invece con minutissima indagine critica sì può, quasi sempre,
spiegare la ragione dei fenomeni letterari, e dichiarare nettamente tutti i
passi storici dell'evoluzione loro, tuttavia perchè l'elezione naturale di
alcune forme let- terarie non dipende soltanto dalla volontà espressa degli
artisti, ma ben altrimenti dalle esigenze della coscienza popolare, si può
conservare egual- mente la distinzione suddetta, e parlare di ele- zione
spontanea per indicare la fioritura delle forme letterarie che segue
naturalmente lo svi- luppo della psiche sociale, in maniera quasi inavvertita,
e parlare poi di elezione artificiale per indicare il trionfo delle forme
letterarie prodotto dall'opera diretta degli scrittori. Lo spirito umanistico,
trionfante nel secolo decimo- quarto, per l'esigenza naturale dell'ambiente è
prodotto dell'elezione spontanea, le produzioni letterarie informate così
spiccatamente all'arte classica antica sono prodotti dell’elezione arti-
ficiale degli artisti. Non porto esempi di elezione spontanea ed inconscia
perchè, a ben esaminare, dovrei ripe- tere pressochè tutta la storia della
letteratura. Sarà tanto più opportuno invece considerare come il movimento
dell’elezione spontanea diffe- risca dal movimento dell'elezione artificiale.
Anzi, a rendere più evidente il nostro concetto, gioverà un'osservazione
preliminare. Siccome ogni forma letteraria speciale tende ad espan- dersi
continuamente, e siccome le sue produzioni particolari artistiche, perla
variabilità naturale, vengono a diversificare alquanto fra di loro e ad
occupare molti posti affatto differenti nel- l'economia della letteratura e
nella coscienza dell'ambiente, così per conseguenza, l'elezione naturale tende
continuamente a preservare le produzioni più caratteristiche e più divergenti
d’ogni forma. In questo modo, durante un corso prolungato di modificazioni, le
piccole differenze caratteristiche della varietà di una medesima forma
letteraria aumentano fino a diventare le differenze più grandi che
caratterizzano le forme speciali del medesimo genere. Così, verbigrazia, dai
vetustissimi inni sacri dei popoli primitivi, nei quali erano commisti e
confusi gli elementi lirici, epici e drammatici si svolsero successivamente i
principali generi let- terari, e per legge di continua differenziazione — come
abbiam visto — da questi diversi ge- neri letterari, distinti in embrione, si
svolsero poi successivamente le molteplici forme letterarie e s'ebbe una
eterogeneità di poesia epica nella grande partizione dell’epopea (poema eroico,
mi- tologico, religioso, romanzesco, didascalico, eco- nomico ecc.) ed
un’eterogeneità di poesia lirica nella grandissima differenziazione delle forme
liriche (inno, sonetto, ode, ballata, canzone ma- drigale ecc.) e va dicendo
per tutti gli altri grandi generi letterari. n Le produzioni più perfezionate
di tal guisa soppiantano inevitabilmente e distruggono quelle meno perfette ed
intermedie, e così le forme letterarie diventano sempre meglio distinte e de-
finite, per l'elezione naturale. Succede — per altro — nuova lotta per la vita
fra le forme dominanti, nuova elezione naturale, e così di seguito
successivamente s'alterna la fortuna delle forme letterarie. L'opera di
rinnovamento e di elezione procede stimolata da due coefficienti continui:
l’ambiente e gli scrittori. Lo sviluppo storico della coscienza sociale produce
l'elezione inconscia — almeno per un certo riguardo — e spontanea; l’arte degli
scrittori produce l'elezione diretta, conscia, ricercata a proposito, a bello
studio, metodica. Ora siccome l'elezione che abbiam chiamato in- conscia e spontanea
agisce soltanto accumulando gradatamente piccolissime e successive variazioni
favorevoli, non può produrre modificazioni im- provvise e repentine. Essa non
può operare che per gradi molto brevi e molto lenti, come i bra- disismi di cui
però nessuno ora vorrebbe negare l'enorme potenza tellurica. Perciò s'intende
fa- cilmente il canone degli antichi: Natura non facit saltus! Quindi parimenti
si comprende l’opera del genio nell'evoluzione della civiltà, opera che si
riassume tutta in un acceleramento notevole del processo evolutivo della
coscienza umana, e non nel concorso provvidenziale di una potenza s0-
prannaturale, inconoscibile. L'imitazione artistica è una delle più grandi
cause d’elezione artifi- ciale; per essa trionfano nella letteratura certe
forme letterarie che sarebbero scartate senza dubbio dall’elezione inconscia e
popolare della coscienza; per essa l’arte, la grande arte nobile e pura fu
sovente gabellata, e ridotta a mal partito dai mestieranti senza ingegno e
senza cuore, per essa la grande arte nobile e pura, bene intesa e coltivata con
entusiasmo, giunse a toccare molto da presso il più alto fastigio dell'ideale.
L'elezione artificiale adunque in letteratura produce un movimento molto più
rapido e de- terminato che non l'elezione spontanea della coscienza sociale. È
chiarissimo, ad esempio, che Giambattista Marini, pel suo deliberato
proponimento, diede all'arte letteraria del suo secolo un atteggia- mento molto
più spiccato e notabile di quello che — ad ogni modo e senza lui — avrebbe
prodotto l’esigenza della coscienza popolare, seb- bene tanto favorevolmente
disposta al cattivo gusto. Così, l'intervento importantissimo del potere
elettivo dell’uomo rende facilmente conto degl’adattamenti straordinari tanto
della struttura delle forme letterarie, a certi bisogni dell’am- biente ed a
certi capricci, quanto della -conte- nenza intima del pensiero. To vi trovo la
spiegazione del carattere sì spesso anormale delle forme, e capisco come mai
sopravvivano certe forme letterarie anti- quate e rancide, per la cocciutaggine
di taluni forsennati, i quali vi simpuntano con tutte le loro forze, e non
possono comprendere che fanno un buco nell’acqua. Spiegheremo poi più ave.
questo importan- tissimo fenomeno, che rivela tanta parte del misterioso lavorìo
della letteratura, nelle co- scienze degli uomini. Come gli allevatori possono,
secondo il loro criterio, modificare i caratteri specifici di un gruppo di
bestiame, per mezzo di un’elezione artificiale avveduta e razionale, così il
publico, favorendo, accogliendo bene certe forme d’arte e prediligendole, ne fa
— per così dire — una scelta vera e propria, ed il nuovo prodotto lette- rario,
trovando in quell’ambiente favorevole tutti isuoi mezzi di sussistenza, vi sì
adatta, prospera, si riproduce in modo straordinario, invade il campo degli
altri prodotti letterari suoi compe- titori, ed è buon gioco nella lotta per la
vita. E vero che l’opinione pubblica fa tutto questo lavoro di scelta, nella
maggior parte dei casi, in maniera indiretta e ben lenta, per altro succede in
alcune forme speciali d'arte, che l'ele- zione si fa direttamente dall'ambiente
per mezzo di un giudizio esplicito ed evidente. E ciò succede nel teatro. Le
forme drammatiche: opera, melo- dramma, tragedia, commedia, dramma farsa, monologo
e va dicendo, durante la loro stessa comunicazione sociale o rappresentazione,
subi- scono immediatamente un’elezione naturale. Per un certo riguardo si può
dire che le forme drammatiche lottano fra di loro ferocemente per la vita, in
quanto che ognuna tenta di superare l’altra, e veramente la potenza delle più
grandi offusca e distrugge assolutamente l'impressione delle minori nella
coscienza del pubblico, ma tuttavia queste forme sopportano pure un ben duro
travaglio, passando sotto il Tribunale del- l'opinione pubblica. Fortunate
quelle che sanno conquistarsi il passaporto di questo Cerbero, vera fiera
crudele e diversa, che con cento gole caninamente latra sovra i prodotti
drammatici degli autori, e del quale, in verità, ben può dirsi che Graffia gli spirti,
gli scuoia ed isquatra come scrisse Dante del “ gran vermo , che cu- stodiva
l’ingresso del terzo cerchio infernale. Per questi casi l'elezione
dell'ambiente non potrebbe essere più immediata, perchè, ad esem- pio, una
commedia fischiata completamente in un teatro, ben a stento potrà ancora
rialzarsi vittoriosa negli altri, se proprio non conterrà in sè una potenza
grande, misgonosciuta dianzi da un teatro non competente, ovverosia com-
battuta ad oltranza per intrighi vergognosi. E di quest'ultimo abbominio gli
esempi pur troppo non mancano e non mancheranno ancora, Ma ciò che
ordinariamente produce l'elezione delle forme letterarie è la moda, che deve
avere grandissima parte nel computo della dinamica sociale. La moda veramente è
una forza enorme, non tenerne conto sarebbe un errore fatale per la critica
storica scientifica. Vi sono forme let- terarie alla moda? Altro che! I libri
che vogliono esser letti de- vono appunto adattarsi alla moda, cioè all'esi-
genza del momento storico, esigenza che può essere benissimo cattiva e fatale
per l’arte, per la ragione evidente che l’uso bene spesso è la ragion degli
sciocchi, che ci condanna a molte follie, e la più grande — come disse un
arguto ingegno — è quella di farsene schiavi. Ma le forme letterarie non
possono sempre resistere alla moda: essa è un torrente impe- tuoso che le
strascina tutte. Cosicchè, se l’am- biente è sano, l'esigenza della moda non
sarà perniciosa per l'arte; ma se l’ambiente è viziato, l'esigenza della moda
produrrà la corruzione del gusto letterario e la decadenza delle forme
letterarie. Però — ad ogni modo — chi riguar- dasse sempre la moda come segno e
causa della corruzione del gusto in arte, la sbaglierebbe, come la sbaglierebbe
chi riguardasse sempre la vernice come segno e causa della corruzione dei
legnami, come chi riguardasse le eleganti foggie di vestito come segni
manifesti di cor- ruzione, o pure i cenci della rozzezza come segni della
virtù. Anche in letteratura è vero il pro- verbio: “ L'abito non fa il monaco
,, in certi casi. Ma qui sorge una grave difficoltà che abbiamo però già
incontrato più volte nel corso di questo lavoro. Come si spiega la
contemporaneità di tendenze varie nelle varie forme di letteratura? Se tutte le
forme letterarie, per elezione natu- rale, tendono così a salire nella scala
della per- fezione, come mai avviene che esistano ancora in letteratura tante
forme letterarie che sono veri prodotti di morbosità artistica ? C'è adanque
un'elezione a ritroso parallela all'elezione prin- cipale ? To dovrei ora
evidentemente toccare dell'ata- vismo, e della legge di riversione naturale, ma
per non ripetere ciò che si dirà in un altro ca- pitolo, e poichè lo sviluppo
che merita questo fattore è troppo ampio, rimando i lettori a quella
trattazione speciale. Intanto, per risol- vere l’obbiezione suesposta, mi
servirò tosto delle conclusioni trovate a tale riguardo. Secondo me, la
contemporaneità delle tendenze varie dell’arte, non importa alcuna
contraddizione colla dottrina dell'evoluzione. Poichè si noti che l'elezione
naturale delle forme non implica una necessità di perfezione in tutta l’e-
terogeneità delle produzioni artistiche: essa traendo profitto delle variazioni
benefiche ed utili alle forine letterarie, e rispondenti alle esi- genze
dell'ambiente, fa progredire unicamente le più fortunate. Mi giova tanto
riportare quello che scrisse il prof. G. Sergi nella Prefazione all’ “
Introduzione allo studio della sociologia di H. Spencer ,, a proposito degli
stati di coscienza in lotta per la vita e predominanti nel campo della psirt:.
“ Qualunque sia il risultato — egli dice — di questa lotta, il campo della
coscienza è occu- pato successivamente da uno stato predomi- nante, cui
attorniano stati subalterni ; il primo sta nella maggior luce, i secondi nella
pe- “ nombra. “ La qual cosa fa, che la coscienza possa anco simultaneamente
essere occupata da una com- “ posizione di stati differenti. In altri termini,
“ nella coscienza — tanto successivamente che simultaneamente — possono esservi
unite ed associate percezioni e sentimenti di diversa intensità e qualità ,.
Quindi è distrutta l'ipotesi di una elezione a ritroso, inventata per spiegare
la contempora- neità di tendenze diverse. È naturale che accanto alle forme
maggiori 150 CAPITOLO VI ed imperanti vi siano forme minori, meno per- fette, e
meno vitali. Però le opere mediocri in letteratura, non sono meno necessarie
delle grandi e sublimi, come per la società accanto ai biglietti da mille si
trovano le monete di rame, non meno indispensabili de’ primi, anzi necessarie
affatto per il commercio. Le opere artistiche di maggior valore gettate in
mezzo ad un ambiente popolare, nel vero senso della parola, non producono
neppure la decima parte del bene che portano invece le opere mediocri, e tanto
meno delicatamente la- vorate. Questione di livello, e di adattamento. È
sentimento, si può dire universale, che il sapere umano debba la maggior parte
del suo progresso, a quegli ingegni supremi che sorgono, di tempo in tempo,
quando uno, quando l'altro quasi miracoli di natura. Io stimo che non si debba
minor importanza agli ingegni ordinari, che popolarizzano la scienza, e la
comunicano più direttamente alle coscienze meno aperte ed educate. Vediamo: un
genio compone un’opera lette- raria mirabile, splendida, originalissima per la
forma e per il pensiero, e per la sua eccellenza precede addirittura il suo
ambiente di molto. E non di rado succede che gli altri uomini, per il troppo
distacco ideale, non solo non si dispon- gano a seguitarlo ma — non
comprendendolo — . si ridano affatto del suo nobile tentativo. Il con- trario
succede allorchè molti ingegni intermedii, facendo, per così dire, da
interpreti tra il genio e le coscienze dell'ambiente, aiutandosi del pen- siero
del primo e propagandolo gradatamente nel secondo, fanno congiuntamente un
passo nella via del progresso, nel che, per la brevità dello spazio, per la
poca novità delle teorie, ed anche per la moltitudine loro, in capo @ qualche
tempo sono seguitati universalmente, ed essi così èn conquistato il favore e la
coscienza di quell’ambiente, che non s'era punto commosso all'opera principale.
Questi scrittori mediocri, intermedii, che ab- biam chiamato interpreti, e sono
tanto necessari al progresso del pensiero, costituiscono eviden - temente
lanello di congiunzione, l’addentellato tra l'ingegno dei grandi uomini e la
coscienza comune. A questo punto potrebbe alcuno domandare: Se l’elezione
naturale è tanto potente e saggia, da valersi di tutte le più piccole
variazioni utili per accumularle in un determinato perfeziona- mento, perchè
certe forme letterarie non ànno acquistato questa o quella modificazione, che
loro sarebbe evidentemente utile e le farebbe progre- dire parallelamente alle
altre forme letterarie ? Ma non è troppo ragionevole pretendere una risposta a siffatte
domande, perchè non si può certo attribuire solamente al potere elettivo na-
152 CAPITOLO VI turale tutta la causa del cambiamento delle forme, sapendosi
anzi che nel maggior numero dei casi, tutto dipende dalla variabilità stessa
delle forme e dal loro adattamento all'ambiente, e da mol- teplici cagioni
esterne di variazione. Anzi ordi- nariamente non si possono addurre che ragioni
generali dell'ambiente, e solo, in pochi casi, par- ticolari. È chiaro che ad
un'evoluzione parallela delle singole forme letterarie, sarebbe indispen-
sabile un’uniformità di adattamento continua ed invariata. Mentre il fatto in
natura succede ben diversamente. Ad esempio, molte forme letterarie devono
essere state soffocate nel loro sviluppo da strane cause particolari di
distruzione, le quali mentre non erano comuni ed uguali in intensità per tutte
le altre forme letterarie concorrenti, non stavano in alcun rapporto diretto
con certe mo- dificazioni, che ci immaginiamo conservate dal- l'elezione
naturale. La questione, adunque, viene a pigliare un aspetto abbastanza
ingenuo, e non v'è una ra- gione sola che ci costringa a supporre che tutte le
forme letterarie, per influsso dell'elezione na- turale, debbano essere
modificate parallelamente e contemporaneamente. E senza dubbio l'Hennequin erra
nel conside- rare che l’ambiente sia una causa unica ed uni- forme, mentre esso
opera in concorrenza con altre cause, ed è pur soggetto — come scrive il Graf — alla suprema legge che regge l'universo,
e che primo lo Spencer pose in evidenza: il gra- duato passaggio dell’omogeneo
all’eterogeneo. Non si dimentichi che l'elezione naturale tut- tavia se non può
far progredire tutte le forme parallele, ne modera alquanto lo sviluppo, e le
fa crescere correlativamente all’esigenze dell’am- biente. Come il giardiniere
© conserva colle forbici ad una siepe una determinata altezza e forma —
tagliando i rami che crescono oltre il livello voluto — così l'elezione
naturale in letteratura distrugge tutte quelle forme letterarie, e quelle
produzioni artistiche che s'allontano troppo in- consideratamente in una
direzione o nell’altra dall'adattamento raggiunto, e dalle esigenze del clima
storico relativo, e da ciò scaturisce — se non altro — quella particolare
impronta arti- stica, che suggella la produzione letteraria di un'epoca
determinata — per legge di correla- zione di sviluppo. L'elezione naturale,
concedendo la vittoria, nella lotta per la vita, alle forme più perfezio- nate,
dà loro evidentemente una sopravvivenza notevole in letteratura, e prima nelle
coscienze dell'ambiente, mentre — pel rovescio — produce l’estinzione delle
forme letterarie meno adatte alle esigenze dell'ambiente medesimo. (1) Danwrs,
op. cit. loc, cit. Tanto l'uno quanto l’altro di questi due im- portantissimi
effetti dell'elezione naturale: a) la sopravvivenza, e D) l’estinzione delle
forme let- terarie, meriterebbero senza dubbio una rag- guardevole trattazione.
Ma io sono costretto a tenermi sulle generali, almeno per il primo argomento,
chè al secondo sarà indispensabile dedicare un capitolo speciale. E della
sopravvivenza delle forme mi fermerò soltanto a considerare quel punto più
caratte- ristico che riguarda la durata storica di esse. Nella storia della
letteratura vi sono esempi di forme che ànno durato (pressochè senza va-
riazioni di forme) per lo spazio di secoli e secoli; in altri casi, in meno di
mezzo secolo alcune forme letterarie si sono trasfigurate com- pletamente e
radicalmente. La lirica amorosa dei Provenzali © dura in fiore cirea due secoli
con poca variazione; le canzoni di gesta francesi, nate dalla leggenda epica di
Carlo Magno si moltiplicano, non senza modifi- carsi profondamente, gli è vero,
ma per lo spazio di quattrocento anni, la lirica d'amore rifatta sul Canzoniere
del Petrarca trionfa lungo tutto il secolo XVI. Che più? la novellistica
s'uniformò completa- mente all'arte del Boccaccio, con un culto con- tinuo e
ferreo, dal trecento fino al Manzoni! (1) Grar, La crisi letteraria. Ma altri
esempi potrebbero addursi ed in grandissimo numero, di una condizione in tutto
diversa. È “In meno di cento anni — scrive il Graf ® — la letteratura romana,
dalla morte di Silla alla morte di Augusto, si trasfigura. Nel secolo nostro
xIX il moto delle forme letterarie è veramente vorticoso e disordinato. In sul principiar
del se- colo ® i classici, forti di una tradizione indiscussa e come consacrati
in un fulgor d’apoteosi det- tano legge. Ma ecco venir giù, nuovo -popolo di
invasori barbarici, credenti di altra fede, i roman- tici e sconfiggere i
primi, e dominare essi. Ma ecco i romantici soprafatti alla lor volta dai
seguaci del così detto naturalismo, i naturalisti, e non è bene ancora
assicurata la loro vittoria che nuova battaglia s'annunzia e nuovo
rivolgimento, e si scoprono qua e là all'orizzonte le bande irrego- lari dei
decadenti, dei simbolisti, degli impressio- nisti, dei deliquescenti chiamati
forse ad essere i trionfatori di domani — Il quadro non potrebbe essere più
bello ,. Rimandiamo ad un altro capitolo di quest'opera “ Ereditarietà dei
caratteri letterari , lo studio dei fenomeni tanto importanti di riversione 0
d’atavismo letterario, che però potrebbero anche essere esaminati qui, se
volessimo considerarli come prodotti di un’elezione naturale. (1) Grar, Loc.
cit. Pag. 6. (2) Grar, Ibid. Pag. 7. Ora io credo che gioverà meglio alla
chiara intelligenza del mio assunto, fare, anche per la dinamica evolutiva
delle forme letterarie, appli- cazione generica del principio adottato dai
fisici intorno al parallelogramma delle forze. Già fu detto da altri che il
progresso delle scienze sta appunto nel sapere applicare i principî affermati
dalle discipline esatte alle discipline speculative, e quanto più si diradano
gli orizzonti di cotale assimilazione, tanto più si diradano quelli del dominio
del pensiero. Ne segne che l'applicazione del parallelogramma delle forze
rendesi comune in tutti i casi e per tutte le ipotesi, all'ombra di un'unica
legge. E tanto più nella letteratura, dove le forme letterarie sono vere e
proprie forme concorrenti, che si combinano in maniere svariatissime, e sono
così intense, nella loro efficacia, che produ- cono effetti notevolissimi nella
coscienza della società, tanto in bene quanto in male. Noi ora pertanto non
facciamo altro che dare il proprio carattere di universalità tipica, già posto
fuori di controversia, a queste forze psico- logiche del mondo letterario, che
non può essere e non è un mondo a parte da tutti gli altri, perchè se qui i
fenomeni si presentano in pro- porzione più ampia ed in un livello più elevato,
non smentiscono per questo nè la loro genesi dinamica nè il loro processo di
formazione. «“ Quivi (si può del tutto accettare ciò che fu scritto da un
arguto filosofo ® per la statistica e l'economia) la combinazione delle forze
sul parallelogramma della vita storica avviene con le stesse norme che si
scorgono negli altri feno- (1) Sono oltremodo dolente di non poter citare qui,
per difetto di memoria, il nome e l'opera di uno scrittore italiano contem-
poraneo, originale molto e profondo, il quale à pel primo fatto l'applicazione
del parallelogramma delle forze alla scienza della statistica e dell'economia
sociale, e da cui io ò pigliato notizia e giovamento per la presente
applicazione ai fenomeni letterari. Però, ad ogni modo, mi pare opera onesta e
doverosa non attri- buirmi il merito di un'idea tanto originale trovata in un
libro, che io è letto alla sfuggita e per avventura, due mesi sono nella
Biblioteca Nazionale di Torino, ed ora — per averne perduto ma- lauguratamente
l'indicazione — non so più ritrovare nella congerie poco ordinata di quei
Cata'oghi. To devo qui fare un lamento, che per altro non finirà per es- sere
che una vox clamans in deserto ! La Biblioteca Nazionale li Torino, con tanta
dovizia di libri antichi e moderni, non à, ancora, una Catalogazione razionale
delle opere sue, per esatta distinzione di materia. Non si può dire, a
bastanza, lo strazio di nno studioso il quale, dopo aver spogliato
pazientemente per ore ed ore i cataloghi, non riesce ancora a trovare
l'indicazione di un'opera, che pure esiste senza dubbio nella Biblioteca.
Cresce maggiormente il dolore, allorchè si trova sul catalogo l'indicazione, ma
in compenso d’aversi logorato la vista, non si trova il libro — a suo posto —
per niun conto! E pare veramente che sia colma la misura quando il libro è
trovato, dopo infiniti stenti, ma si trovano pure stracciate van- dalicamente
le pagine più necessarie allo studio. Come si può intendere, gli è un crescendo
di trovate tutt'altro che piacevole! Senza dubbio di questi furti miserabili, e
di queste brutture non è responsabile la Direzione, ma però è pietoso desiderio
che quei libri mutilati siano immediatamente sostituiti con altri nuovi — da
poi che sono tanti, e la vergogna è indicibile. meni, Dalle forme più rozze
della letteratura alle più squisite opere d’arte, vi è una lotta sempre
continua, un movimento sempre ascendente, dove la risultante crea l’embriogenia
delle varie fasi evolutive. Nella storia letteraria, come nella ci- vile la
risultante media di tutte le forme insieme combinate in inconsapevole lotta per
l’esistenza, determina il carattere di ciascun periodo lette- rario, e plasma —
per così dire — la fisionomia dei vari ambienti, dei vari mondi letterari ,. “
Così la lotta per la vita e l'elezione naturale non sono che l'applicazione o
meglio una riprova della legge del parallelogramma delle forze. I due sistemi
si identificano meravigliosamente; il prin- cipio è lo stesso, cambia soltanto
la nomen- clatura. « A dir breve, v'è nella coscienza publica una battaglia di
idee e di sentimenti che si muti- lano, si reintegrano e si confondono
nell’univer- sale intreccio della loro reciproca azione ,. La letteratura, che
è l’espressione artistica di questa vita del pensiero umano, fatta col mezzo
della pa- rola, — riproduce naturalmente nel suo grembo — tutta la grandiosa
battaglia della coscienza. Perciò vediamo che le forme letterarie, quasi direi:
personificazioni individue dei sentimenti e delle passioni della coscienza
umana, combattono senza posa fra di loro. Molte forme letterarie, così
combattute ad oltranza, van disperse e per- dute nell’oblìo, ma ànno tutte
lottato, ma tutte àn contribuito
all'elaborazione artistica del pen- siero umano. Così, a noi è dato,
sull'immenso parallelo- gramma psico-letterario, cogliere le forme vit- toriose
per cui si esplica la letteratura, nelle sue complesse manifestazioni
artistiche. La risultante è la vittoria dell'elezione natu- rale, grande legge
la quale insegna come sempre e dopo tutto nell’interminabile concorrenza delle
forme, la vittoria sia riserbata alle più energiche ed alle più perfette. La
forza elettiva continua, pertanto, è la na- tura naturalizzante, come direbbe
il De-Dominicis, la quale dirige l'evoluzione del pensiero umano. III em eee e tem . Adattamento all'ambiente
Se non tutte le forme letterarie, che vengono prodotte dall'arte degli
scrittori, possono svilup- parsi in tutti i tempi e raggiungere la prospe- rità
e la floridezza nella coscienza umana, è naturale la domanda: Quali forme
letterarie sfuggiranno alle cause di distruzione e saranno preferite
dall’elezione naturale? E la risposta più semplice e più gene- rale che — come
per gli altri regni della na- tura — si possa dare è questa: Le forme let-
terarie meglio adatte alle condizioni di vita dell'ambiente! . (1) Poichè molte
volte — nel corso di questo libro — m'ac- cadde e mi accadrà eziandio di usare
la parola ambiente, credo opportuno di riportare qui in nota alcune citazioni,
tolte da un bel libro del Cazzaniga: L'ambiente, monografia, pag. 7. « La
parola ambiente applicata al mondo sociale è modernissima, «“ L'elaborazione artistica — dice il
Checchia parlando del metodo storico - evolutivo nella Critica letteraria
(Rivista di filosofia scientifica di E. MorsELLI) — l'elaborazione artistica
attinge il suo contenuto alle particolari condizioni dall'ambiente letterario
che i rivolgi- menti politici, sociali, ed i culti ed i costumi diversi, non
che le predilezioni e le affezioni psichiche àn fatto e predisposto ,. Quindi
l'adattamento all'ambiente è una ne- cessità vitale alle forme letterarie che
tentano recentissima e bisogna che risponda ad un'idea molto diffusa e
comunemente intesa se ai giorni nostri è usitatissima sia nel discorrere, sia
nello scrivere, da potersi dire famigliare, Soltanto pochi lustri fa non se ne
ayeva sentore, e benchè non fosse ignota l'idea corrispondente, per essere
questa non ancor bene determi- nata, non sentivasi la necessità di significarla
in un vocabolo peculiare e proprio, ma pure di esprimerla nsavansi dizioni più
lunghe ed annacquate. L'idea d'ambiente è tutta fisica (?) vuol dire ciò che
circonda, circum stantia, l'intorno. Dal momento che la psiche umana è bisogno
di organi fisici e di sensi per svolgersi, e dal momento che questi organi e
questi sensi non potrebbero vivere e agire, senza una continua correlazione col
mondo esterno, coll’aria che si respira, cogli oggetti che ci for- niscono le
impressioni, cogli alimenti che si assimilano, colla Ince che ci rischiara,
colle oscillazioni destinate a diventar suoni, l’azione di simili agenti
esterni, sull'uomo e sui suoi gruppi, deve esercitare un grande influsso sulla
sua costituzione psicologica e quindi morale e sociale, tanto che lo studio
dell'ambiente è indi- spensabile per capacitarsi scientificamente dei modi di
sentire, di pensare e di agire, di vivere dei popoli, così nella geografia che
nella storia, così nello spazio che nel tempo ». È pure molto degno di
considerazione un acenrato studio del dottor Fazio: L'ambiente
sensorio-psichico, 11 — Pasrore. La vita delle forme letterarie. di accrescere sempre più l'intensità della
loro produzione, e di estendere larghe radici nella profondità della coscienza
umana, è nel campo della letteratura. All’occhio attento dell'osservatore
critico non deve sfuggire che sulle forme letterarie si eser- citano molte e
molte influenze, e che i loro caratteri variabili sono in strettissima
relazione causale, con quelle svariate condizioni che for- mano l’ambiente
fisico e psichico, e da cui — senza bisogno di dimostrarlo — dipende tutta la
vita di esse. Se l'ambiente fosse un fattore fisso ed immu- tabile, tutto
esterno alle forme letterarie stesse, la letteratura non sentirebbe la
necessità di mutar, senza posa, la sua arte, perchè le esigenze dell'ambiente
sarebbero sempre le stesse. Ma in- vece, poichè tanto l’ambiente quanto le
forme stesse letterarie (che se per un lato posson stare da sè, per altro
contribuiscono esse stesse egual- mente a formare l'ambiente) sono fatalmente
spinte dalla grande forza dell'evoluzione, sorge naturalissima la necessità
dell'adattamento. L'adattamento nella maggior parte dei casì è proprio forzato,
e le forme letterarie talora sì modificano e si piegano — a tal segno — al
gusto del tempo, che io oso dire che l’ambiente sociale contemporaneo opera,
sulla struttura artistica di esse, come lo scultore sull’informe marmo. Questa
forza plastica e modellatrice è un coef- ficiente continuo, ma non immutabile,
tanto che — come fa osservare lo Spencer — “ la corri- spondenza fra
l'organismo ed il suo ambiente è diretta ed omogenea nei bassi gradi della
vita, poi si fa diretta ed eterogenea, nei gradi imme- diatamente successivi, e
riesce infine ad essere eterogenea ed indiretta, nei gradi più alti ,. Sia
posto adunque, fuor d'ogni dubbio, che questa è la ragione per cui le
esplicazioni delle facoltà estetiche variano col variar dei luoghi e degli
uomini. Però l'adattamento all'ambiente è di due maniere in letteratura: a)
spontaneo e incosciente; b) artificiale e cosciente. Oltre a quel primo
adattamento spontaneo, che è una necessità di tutto e di tutti, ed a cui niuna
forma letteraria, per quanto reazionaria, può sottrarsi affatto, ne avviene in
letteratura un altro, dipendente dal pensiero stesso degli scrittori. Così le
forme subiscono due adattamenti, uno inconscio, in quanto che anche l'arte
stessa ed il pensiero degli artisti non vi sì può ribellare, ed uno artificiale
in virtù dell'atteggiamento peculiare, e scientemente elaborato dagli artisti.
Tutta l'eleganza formale, della frase, della pa- rola, del verso, della rima,
dell'effetto, tutta la squisitezza dell'espressione, la rozza maniera del
componimento, e l’ artificio lambiccato, ed i
pregi e i difetti dello stile, e la robustezza o la povertà del pensiero
e la nobiltà o la invere- condia della contenenza, tutto il merito delle
riforme, tutto il danno dell’imitazione servile e vergognosa non è che un
adattamento artificiale, imposto alle forme letterarie dall’opera diretta degli
scrittori. Qui si contengono quasi tutte le armi difensive ed offensive, delle
quali si servono poi le forme inconsciamente per cimentarsi nella terribile
bat- taglia della vita, donde la vita ed il trionfo, o la morte e l'oblio. Del
resto, l'adattamento stesso è un'arma validissima, se non la più potente. Le
forme letterarie — che sono suscettibili d'a- dattamento all'ambiente — non
cadranno mai così presto. E, mirabile a dirsi! l'adattamento stesso al-
l'ambiente produce tosto un nuovo indirizzo del pensiero sociale, e quindi un
nuovo ambiente, che imporrà nuovamente alle produzioni lette- rarie succedenti
le sue imperiose esigenze, quindi nuovo adattamento, quindi nuovo ambiente,
quindi nuove esigenze e così all'infinito. Il genio è il grande fattore di
questo pro- gresso; esso riunendo mirabilmente gli elementi psichici, dispersi
nell'ambiente, in una nuova foggia di concezione artistica suggellata dalla sua
impronta particolare, per un lato riceve, e per l’altro dà l'impronta
caratteristica all'am- biente, Molte
volte abbiam ripetuto questo concetto, e non è male ch' io lo ripeta tuttavia.
“ L'artista — generalmente parlando —* scrive il Graf ‘ non ha che una
sensitività più squi- sita degli altri uomini — (e par che basti!) — e mercè di
tal sensibilità egli avverte prima degli altri i moti nascenti dentro
l’ambiente sociale ,. Così le forme artistiche, generate e vissute e nutrite
dall'ambiente, vi si riverberano sopra continuamente, onde si stabilisce una
perenne reazione fra questi dne termini (che potrebbero anche qualificarsi come
il contenente ed il conte- nuto, per ridurre il fenomeno nella-schiera delle
azioni fisiche) per opera dell'adattamento. A proposito dell'adattamento
artificiale, si è detto che non tutte le forme letterarie sono suscettibili di
questa esigenza vitale, mentre altre paiono dotate di una grande pieghevolezza
e di una vera malleabilità. Questa facoltà, e, si può anche dire, facilità di
adattamento, si riscontra pure nell’ingegno degli artisti, produttori delle
forme letterarie. Pertanto, ecco alcuni esempi dell’uno e dell’altro modo.
Quegli artisti che vogliono restar sulla scena, incrollabili nella loro
maniera, a dispetto del tempo mutato, vedono le ovazioni trasformate nella
indifferenza, nello sprezzo, anzi ben sovente (1) A. Grar. Questioni di
critica. — Torino, Loescher in imprecazioni violente, senza che essi possano
rimproverarsi la menoma alterazione nelle idee e nella condotta, che pur un
tempo li avevano portati al trionfo ‘%. Poichè la coscienza dell'am- biente
procede di mutazione in mutazione, si può dire che ogni artista, ed ogni
atteggiamento pecu- liare delle forme artistiche, può vivere soltanto entro i
limiti determinati dalla durata della fase entro cui vive. Se un letterato o un
particolare atteggiamento artistico delle forme, oltrepassa i limiti della fase
accordata alla sua influenza diventa come un pesce fuor d’acqua, non può vivere
se non per breve tempo e per artificio, e tosto si troverà nello stato di
ribellione contro la natura che procede non coi morti, ma coi vivi che sanno
valersi dell’opera dei morti. Nella politica il fatto è così evidente, che ba-
sterà per tutti i casi citare un uomo solo, Bismark, la cui notissima fortuna
riproduce l’e- voluzione storica di tanti uomini celebri, portati sugli altari
per tanto tempo, poi gettati nel fango delle strade. Non è a credersi però che
il loro nome sia completamente dimenticato dai popoli, chè anzi risplenderà
sempre di vivissima luce, e conti- nuerà sempre ad educare migliaia e migliaia
di generazioni; tuttavia è chiaro che la loro vita materiale, effettiva e
pratica è del tutto spenta. (1) Giuseppe Ferrari Per la memoria e venerazione
degli uomini, essi producono ancora una enorme influenza nell'educazione e
nella coscienza degli ambienti successivi, e per un certo rispetto possono con-
siderarsi più vivi che mai; ma appunto questa continuità di vita è in diretta
contraddizione con la parabola descritta necessariamente da ogni organismo. La
morte è una necessità della vita universale stessa. Il sole, che non può
ritornare indietro, bisogna che tramonti, se vuole sorgere di nuovo sfolgorante,
all'alba del giorno no- vello. Y La continuità di vita poggia evidentemente
sopra due periodi distinti, per ciò che riguarda la fun- zione storica di ogni
organismo : 1° Vita organica; 2° Vita superorganica. Così i grandi uomini
nascono, vivono e muoiono nella loro società, e scompaiono dalla faccia della
terra, ma sopravvivono i loro pensieri e le loro azioni, e lasciano un segno
indelebile nella loro schiatta e nell’umanità. Solo così la loro vita si
prolunga oltre la tomba, e solo così può intendersi la continuità di lor vita;
e può sostenersi che i grandi uo- mini non muoiono mai, perchè il vivere, nella
coscienza di coloro che si lasciano dietro, non può dirsi morire. Tutta questa
digressione mira a far scompa- rire un gravissimo dubbio dalla mente dei let-
168 CAPITOLO VII tori. Perchè alcuni considerando superficialmente una
maravigliosa continuità di vita che si ma- nifesta, senza dubbio, in alcune
produzioni let- terarie privilegiate, come a dire il poema di Lo- dovico
Ariosto, la Divina Commedia di Dante Alighieri, ecc., potrebbero sostenere che
questo fatto, invece di servire alla nostra dottrina della trasformazione dei
generi letterari, milita asso- lutamente in favore della fissità delle specie
letterarie da noi combattute. E potrebbero so- stenere, inoltre, che queste
produzioni letterarie vivono tuttodì nella coscienza del nostro am- biente,
perchè sono dotate di un meraviglioso potere di adattamento psichico, onde
sarebbe poi il caso di stabilire che, nella letteratura, succede un fenomeno inverso
a quel che suc- cede in zoologia. Vale a dire: mentre in zoologia scompa-
rendo, cioè morendo tutti gli individui di una specie qualsiasi, scompare la
specie caratteristica, in letteratura scomparendo la specie letteraria: poema
cavalleresco, visione, ecc. — rimane l’in- dividuo: Orlando Furioso, Divina
Commedia, ecc. — sempre in virtù di un eccezionale potere di adattamento
all'ambiente. Veramente non si creda, che la cosa accada così, sebbene in
letteratura, trattandosi già di fenomeni superorganici — come piacque chia-
marli allo Spencer — possa parere tosto im- possibile la distinzione fatta
dianzi, per conci- liare la continuità
di vita dei grandi uomini, con l'interruzione fatale della lor vita organica, per
necessità della morte. > Per risolvere la questione serviamoci dei me- todi
d'indagine critica da noi tanto propugnati in un capitolo speciale, e sia
questa appunto un esempio di quella applicazione scientifica, che ci è condotti
sempre e per tutti i singoli casi alle nostre conclusioni. Io prego il benigno
lettore di considerare con attenzione il processo rigorosamente scientifico di
questa indagine critica, e di credere che tutte le altre più grandi
generalizzazioni di quest’o- pera non furono già stabilite dietro la guida di
un preconcetto, ma raggiunte analogamente seguendo lo stesso metodo induttivo.
L'intento, adunque, è di conciliare la soprav- vivenza di alcune produzioni
letterarie, create negli ambienti trascorsi, con l'estinzione reale delle loro
forme specifiche; in altri termini, cioè, conciliare la sopravvivenza
dell'individuo con l'estinzione della sua specie. (1) Se la brevità, imposta a
questa sintetica trattazione, non mi avesse costretto a soffocare tutta
l'elaborazione critica fatta precedentemente, el a tenere nn metodo espositivo
che a taluni potrebbe parere, e non è, contrario al procedimento necessario
alla costruzione d'una scienza, io avrei desiderato di riprodurre in questa
pubblicazione tutto il genuino procedimento naturale che ho percorso per
giungere a queste più ampie generalizzazioni dei fenomeni letterari. Ma mi
valga, senz'altro, la cortesia e l’in- telligenza dei benigni lettori, pei
ppi Guidati dalla conoscenza
indiscutibile di un fenomeno, che caratterizza affatto l'evoluzione storica
della letteratura, cominciamo tosto @ fare l’ipotesi che, anche in letteratura,
esista ve- ramente la distinzione di due periodi diversi come nella continuità
di vita dei grandi uomini. Il fenomeno evidentissimo è questo: “ Se noi
guardiamo — dice il professor Canello — nel- l'insieme tutta la storia
letteraria, subito la ve- diam divisa in vari periodi principali, in vari
fiorimenti, direi quasi tappe di un grandioso pellegrinaggio dei diversi
popoli, verso le sospi- rate regioni del bello , ©. Questa maniera di
considerare le cose, ne fa subito scorgere un probabile fondamento di ra- gione
nella nostra ipotesi, da poichè non sì può già negare che non esista una
differenza note- vole tra l’ambiente del secolo xvi ed il nostro ambiente del
secolo xIx, per mantenerci nel caso particolare dell’ Orlando Furioso. Dunque
può darsi che la vita, goduta dall’Orlando Furioso nel secolo xVI, sia ben
diversa da quella che goda presentemente. Non è il caso di dimo- strare, di
nuovo, quanto l’arte sia legata intima- mente colle condizioni del suo ambiente
parti- colare. Odiamo le superfetazioni. — Ma l’ipotesi non basta alla scienza.
Scopriamo le ragioni intime (1) CaNELLO della sopravvivenza dell'immortale
poema ario- steo. Tutte le altre scienze quando s’accingono al- l'indagine
critica dei fenomeni con attentissimo lavoro d'analisi, scompongono l’intricato
avvi- luppo dei coefficienti dinamici, poi nuovamente coordinandoli, spiegano
la formazione della ri- sultante finale. A questo metodo, a questo solo metodo
— proclama Mill — l'ingegno umano deve i suoi più grandi trionfi. Ma i fenomeni
elevatissimi della letteratura sono pur essi decomponibili come quelli delle
scienze naturali? — Sì certo, perchè non si tenta giù di scoprire
l'impossibile, cioè il magistero profondo della creazione artistica del genio,
ma si vuole unicamente studiare un fenomeno sto- rico, vale a dire mettere in
evidenza le cause effettive puramente sociali della vita di un in- dividuo,
d'una produzione letteraria. Altri tenti di spiegare, nella scienza dell’arte
pura, la creazione conscia od inconscia dell’opera sublime. La nostra ricerca è
più biologica che altro. Gli ambienti storici sono quasi perfettamente
decomponibili, non risultando che da un rag- gruppamento di forze concorrenti.
E la vita delle forme letterarie non è che la risultante di queste forze : a)
energia interna, particolare; b) pressione esterna, generale, dell’ambiente.
172 CAPITOLO VII Dove non è questa riunione, questa compo- sizione dei due
coefficienti dinamici, l'opera d’arte non vive mai. Sarà grande, pure, per
l'efficacia del primo, nel campo dell’arte pura e semplice, ma sempre morta
socialmente, senza il secondo. Di qui si scorge nettamente la ragione di molti
fenomeni. L'energia interna, particolare e propria della produzione letteraria
si sdoppia ancora in due altre forze concorrenti: a) contenenza, cioè materia
psichica, idea- forza interna, caratteristica; b) forma artistica esterna,
corrispondente. Poco per volta, l’analisi scopre in tutto ciò un vero e proprio
sistema di forze, che si com- pongono vicendevolmente in un parallelogramma
relativo, e producono per risultante finale: la vita dell’opera letteraria ©.
(1) Senza dubbio ànno torto coloro che, nella considerazione del valore di
questi fenomeni letterari, tengono conto di un solo coefficiente. Molti critici
fanno dipendere tutto dalla bellezza della forma, e finiscono per diventare
adoratori partigiani esclusivisti dell'arte per l'arte; molti altri fanno
dipendere tutto dalla bontà della contenenza psichica, e finiscono per
disprezzare la forma, e perdono ogni concetto sereno dell'arte; sonovi poi
moltissimi i quali — parlando più forte di tutti — fanno dipendere tutto dal
valore storico dell’opera, cioè della rispondenza perfetta dell'am- biente, e
finiscono per accettare come bella e buona ogni produ- zione dello spirito. Ma,
per verità, errano tutti; il vero è che non bisogna dimen- ticare alcuno dei
suddetti coefficienti. Per conseguenza la nostra ricerca degli ele- menti
vitali dell’Orlando Furioso deve dividersi in tre parti, riguardanti particolarmente
le tre fonti maggiori : Jo ambiente; 2° contenenza psichica ; 3° forma
artistica tanto pel secolo xvI quanto pel secolo xIx. Trovati i diversi
coefficienti vitali, ne faremo il paragone secondo il metodo di Stuart Mill, e
verremo alla conclusione. Naturalmente, nel quadro delle condizioni sociali
dell'ambiente del secolo XVI, non verranno poste in evidenza che quelle che, a
nostro giudizio, ebbero influenza sulla vita dell’Orlando Furioso, le altre
linee storiche saranno eliminate accuratamente. Per quel che riguarda la
letteratura, bisogna sempre esaminare la vita publica, la vita pri- vata, la
religiosa, la moralità, V’arte e la scienza. Ora ecco le principali linee
storiche dell’am- biente del secolo decimosesto ©: VITA PUBLICA: a) Dissolvimento
Disgre- gazione politica Mancanza di coscienza nazionale Preoccupazione della
lotta contro i Mussulmani Signorie e Corti principesche sfarzose con usanze
cavalleresche Ambi- zione dei Signori Mecenatismo Pre-Vedi: Gaspary, op.cit. —
CANELLO. — GRAF, Le- zioni di letteratura italiana. R. Università di
Torino, e i rr—dilezione al fantastico
Grande diffusione della coltura. VITA PRIVATA: 4) Dissolvimento generale Inizî
di restaurazione della famiglia (Canello) Amore trionfante in tutte le
gradazioni dal platonico al licenzioso Giocondità e spensieratezza. ReuIGIoNE:
Dissolvimento Mancanza di coscienza religiosa Indifferenza Cor- ruzione del
papato e della Chiesa Ipocrisia Paganesimo affettato. MORALITÀ : Dissolvimento
Scadimento del sentimento morale Sensualità raffinata Celebrità delle
Cortigiane Indolenza satirica. ARTE: a) Idolatria della forma - arte per arte
Cooperazione mutua delle forme artistiche Culto della bellezza Eredità umani-
stica Genialità plastica Servilismo ed adulazione degli artisti Gare dei poeti
Esuberanza di forme letterarie Produ- zione grandissima di poemi cavallereschi.
Screnza: a) Primi inizì di speculazione filo- sofica positiva Reazione metodica
ad Ari- stotele Infanzia delle scienze naturali Tendenza enciclopedica. T_T_TY*YTT Esame degli elementi vitali dell’
« Orlando Furioso ». CONTENENZA: Vita cavalleresca Guerra avventurosa contro i
Mussulmani Episodi fantastici e meravigliosi Epi- sodi popolari Amore
irresistibile e trionfante in tutte le gradazioni dal platonico al licenzioso
Sensualità squisita Genialità, gio- condità e spensieratezza di vita Eredità
umanistica Fondo naturistico e realistico ad onta del maravigiioso Reminiscenze
classiche spontanee Indolenza satirica Mancanza d'unità d’azione Mancanza di
intento nazionale Mancanza di intento morale Mancanza di intento religioso
Servilismo ed adulazione Il vero fan- tastico - Illusione. FORMA: Squisitissimo
magistero dell’arte Straordinaria eleganza del verso Robustezza e soavità
dell’espressione Ric- chezza e spontaneità di rima Limpidezza classica Eleganza
Semplicità Naturalezza delle descrizioni Intreccio drammatico, commovente
Vivezza di colo- rito Varietà maravigliosa Vivacità ineredibile Poema in ottava
rima, ecc. Principali linee storiche dell'ambiente del secolo XIX. VITA
PUBLICA: 4) Restaurazione politica Risveglio della coscienza nazionale dissesto
economico Preoccupazione della questione sociale Crisi agraria Crisi operaia
Scuotimento dei privilegi — #) Affermazione potente dell'idea democratica
Corrente mo- narchica Correnti: republicane, radicali, co- muniste, socialiste,
anarchiche, ecc. Amor del lucro Tendenze pratiche Asprezza della lotta per la
vita Oppressione delle imposte Pace armata Grande diffu- sione della coltura
nelle classi sociali Nevrosismo sociale Impero assoluto della moda. VITA
PRIVATA : @) Restaurazione della famiglia di fronte alla legge Dissapori
intimi, po- litici, religiosi Strettezze finanziarie Debiti Egoismo brutale
Cupidigia sfrenata Amore trionfante in tutte le gra- dazioni, dal platonico al
licenzioso, al sanguinario Pazzie Epilessie Isterismo Grande desiderio di
sollievo Affanno e preoccupazione della vita. RELIGIONE: Dissolvimento Libera
pro- fessione religiosa Indifferenza Tendenza all’anomia religiosa per il
progresso della filosofia positiva, e la popolarizzazione della scienza
Paganesimo affettato negli scrittori. ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 177 MORALITÀ:
Perversità dei costumi Ci- nismo Sensualità raffinata ed oscenità Prostituzione
enorme Ipocrisia e simu- lazione. ARTE: a) Enorme produzione letteraria Lotta
intensa nelle forme artistiche Gran- dissima diffusione del giornalismo Diver-
sità di correnti artistiche: Arte per arte - Arte mezzo sociale - Arte per
lucro individuale Straordinario sviluppo del romanzo moderno Psicologia ed
analisi critica Progresso evolutivo della commedia moderna Esi- genze del
naturalismo Metodo scientifico nell'arte Correnti classiche, romantiche,
naturalistiche, realistiche — w») Morbosità nel- l'arte: decadenti, simbolisti,
impressionisti, deli- quescenti Critica dissolvitrice Rea- zione atavistica
perenne delle forme. SCIENZA: Straordinario rigoglio di filosofia po- sitiva e
di scienza Grande specializzazione delle scienze Affermazione di scienze nuove
Trionfo dei metodi d'osservazione Pro- gresso accelerato delle invenzioni
scientifiche. Così è finita la prima parte della nostra in- dagine critica:
cioè l’analisi, giacchè per essa noi siamo giunti a distruggere i molteplici
ele- menti costitutivi dell'unità indistinta e confusa del momento letterario.
Il tutto è sciolto nelle sue parti; ricompo- niamolo. P., La vita delle forme letteraria. Per
trovare la dimostrazione della nostra ipotesi ci serviremo degli elegantissimi
metodi critici espo- sti da I. Stuart Mill, i quali ànno tutti un proce-
dimento comune la comparazione e l'eliminazione dei coefficienti, per mezzo di
cui si fa l'induzione. Ora, gettando uno sguardo comparativo sulle linee
storiche dei due ambienti, si può tosto 0s- servare che: tanto in un quadro,
come nell'altro entrano elementi comuni: mentre però sono mol- tissimi gli
elementi diversi. — Orbene, se la vita dell’Orlando Furioso, nel 500, era
precisamente la risultante di tutte le forze che abbiamo notato, possiamo noi
dire, parimenti, che la vita di questo poema, nel secolo nostro, riposi sopra
tutte le forze poste in evidenza? È indiscutibile che molte condizioni che
favo- rivano la vita dell’ Orlando del 500, ora non esistono più. Ma queste
nuove linee storiche, che sono ve- nute a prendere posto nella combinazione
dina- mica del nostro ambiente, sono tutte favorevoli alla vita del poema
Ariosteo? No, certamente: ognuno può accorgersi che ad onta della apparita di
alenne nuove forze favorevoli alla sopravvi- venza dell’ Orlando Furioso, sono
comparse e trionfano nel nostro ambiente moltissime forze nuove del tutto
contrarie ad esso. E mentre si può dire che nel 500 tutto l’indirizzo della
vita publica, della vita privata, della religione, della moralità, dell’arte e
della scienza, era somma- ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 179 mente favorevole alla
vita del poema d’arte, cavalleresco; nel secolo decimonono invece di fronte a
due sole cause favorevoli nella Vita publica: 1°) la grande diffusione della
coltura nelle diverse classi sociali; 2°) il nevrosismo so- ciale — ed a poche
altre nella Vita privata come; l’amore eternamente trionfante in tutte le sue
gradazioni, l’isterismo, le affezioni psichiche esa- gerate, ed il grande
desiderio di sollievo; e nella Religione come: l'indifferenza, ed il paga-
nesimo affettato; e nella Moralità come: la sen- sualità raffinata e
l'ipocrisia, e nell'Arte come: l'enorme produzione letteraria, l’arte per
l'arte e il grande culto per la forma artistica, le cor- renti classiche e
romantiche superstiti, la mor- bosità artistica, e la reazione atavistica perenne
delle forme; sorse nel secolo xIX un numero straordinario di elementi negativi
per il poema cavalleresco, che sono facilissimamente riscon- trabili per mezzo
di un semplice procedimento di sottrazione. Per tanto si può stabilire
fermamente, che le condizioni storiche dell'ambiente nostro gli sono contrarie.
Tuttavia oltre all'ambiente, coefficiente indi- spensabile per una completa
vita di una produ- zione, abbiamo ricordato il grande pregio del- l'energia
interna, particolare all'Orlando Furioso, energia a sua volta sdoppiantesi,
nella virtualità della contenenza e della forma artistica. 180 CAPITOLO VII Qui
l'eliminazione dei coefficienti vitali non sarà tanto grande. Perciò che
riguarda la con- tenenza, ne interessano ancora sommamente per le ragioni addotte
più sopra i seguenti elementi : amore irresistibile e trionfante in tutte le
gra- dazioni, sensibilità raffinata, fondo naturalistico e realistico ad onta
del maraviglioso (che uni- camente può dilettare per reazione e sollievo
riflesso), reminiscenze classiche spontanee (cor- rispondenti alle correnti
classiche del nostro ambiente, alla coltura diffusa), mancanza di in- tento
morale, mancanza di intento religioso, il vero nel fantastico, e straordinaria
potenza d'il- lusione. Per ciò che riguarda la virtù della forma — secondo me —
non si può far eliminazione di un solo coefficiente ad eccezione di alcune
dediche, invocazioni, chiuse (imposte al poeta dalla ne- cessità dell'ambiente
in cui veniva letto il poema); e forse della lunghezza soverchia. Ora, siccome
tutte queste forze positive del- l'energia interna rimaste nel secolo nostro,
tro- vano naturalmente corrispondenza con le condi- zioni rispettive
dell'ambiente, leghiamo mental- mente tutto: i nuclei degli elementi
antecedenti, coi nuclei dei conseguenti, e formiamo così — come dice il Taine —
a gradi a gradi la pira- mide delle cause vitali. Ogni cosa si coordina
mirabilmente, e tutte le forze si ricompongono nella loro architettonica unità
primitiva. ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 181 Noi sappiamo già che se la vita del
poema nostro — nel xvi— era la risultante di 100 forze favorevoli, (poniamo),
ora invece — nel. x1xX — essa non è più che la risultante, (poniamo), di 40
forze favorevoli iniziali, — cioè comuni ai 2 secoli, — e di 15 forze favorevoli
nuove, cioè non esistenti nel xvi. Dimentichiamo, per un istante, l'ingombro
immenso dei fatti particolari, eliminiamo tutti i coefficienti diversi non
comuni ai due secoli, e troveremo di leggieri che di fatto si verifica pure,
nel secolo decimonono, una so- pravvivenza del poema Ariosteo. Ma, notiamolo
subito, sopravvivenza parziale che fa riscontro ad una contemporanea estinzione
parziale dì vita. Il calcolo delle concordanze ci dice che questa sopravvivenza
parziale è l’effetto della combina- zione delle forze vitali non eliminate e
delle forze nuove positive; ed il calcolo delle differenze e dei residui ci
indica che la estinzione parziale è prodotta dalla mancanza delle forze
eliminate, e dall'opposizione delle forze nuove negative. Ora ritorniamo all’ipotesi
primitiva, ricompo- niamo tutti gli svariati elementi nella loro effettiva
integrità risalendo dalle parti al tutto, dal molteplice all'uno, ricordiamoci
che la vera vita delle produzioni artistiche è la risultante inflessibile
dell'energia interna (virtù della con- tenenza, e virtù della forma) e della
pressione esterna, nel momento storico considerato, non 182 CAPITOLO VII è
evidentissimo che, anche in letteratura, può e deve farsi assolutamente la
distinzione di due periodi ben diversi nella continuità di vita delle
produzioni letterarie così come succede nella continuità della vita umana? È
ancora impossibile conciliare la sopravvi- venza della produzione, con
l'estinzione fatale della loro vita specifica? Forse che la vita del- l’Orlando
Furioso, nel XVI, è identica alla vita di esso, nel XIX? No! quel sole radiante
che riscaldò le menti degli artisti del 500, quell'ambiente privilegiato che
produsse tanta ricchezza di manifestazioni estetiche, quel soffio di vita che
animò prima- mente il superbo poema cavalleresco dell’ Orlando Furioso, ora non
esistono più; quelle produzioni letterarie sono ben morte e sotterrate
profonda- mente e per sempre. Ma come anche per la let- teratura la morte delle
forme è una necessità della vita letteraria così, tuttavia, oltre la loro tomba
si prolunga per tutti i secoli una vita riflessa, superiore ed infinitamente
più ideale. La specie “ Poema cavalleresco , è morta per sempre, insieme con
l’ambiente del 500 che l'à prodotta e nutrita, e parimenti sono morte tutte le
produzioni letterarie, considerate come indi- vidui specifici, e distinti. Con
altri intendimenti ora noi diamo vita al- l'Orlando Furioso; e questo poema ora
ne com- muove altamente, e ci diletta tanto non già in virtù dei suoi caratteri
specifici di produzione cavalleresca ; ciò è troppo notevole. “Proviamoci a
comporre un poema cavalleresco — a questi lumi di luna — e Dio ne scampi dai
fischi e dalle imprecazioni del publico. Dunque l’Orlando Furioso sopravvive
per quelle qualità eccezionali che non sono costitutive della sua specie, ma
son proprie di tutte le forme poe- tiche, e vincono tutti gli ambienti.
Dall'Iliade di Omero, alla Terra di Emilio Zola sopravvissero solamente le
opere di quegli artisti che ritrassero dal vero, interpretarono la natura,
scrutarono negli abissi del cuore umano, e con- sacrarono in forme immortali i
sentimenti degli uomini. Non vi è alcuna necessità, che sopravvivano i
rappresentanti delle specie perdute nel corso storico della letteratura, mentre
il progresso evo- lutivo della coscienza umana richiede che soprav- vivano e sì
accumulino gradamente tutte le per- fezioni raggiunte dall’ingegno degli
scrittori, nell’espressione artistica del pensiero. Si può ancora dir questo:
Nel Cinquecento, l’Orlando Furioso essendo la risultante delle due forze
conosciute: 1° Energia interna; 2° Pressione esterna godeva la sua vita
relativa e transitoria, per opera di uno scambio continuo di influenza. È
sempre così: l’ambiente dà forza alle forme 184 CAPITOLO VII letterarie, e
riceve forza da esse; e le forme lette- rarie, alla lot volta, ricevono forza
dall'ambiente e dànno forza ad esso. Ora la morte delle forme let: terarie
avviene quando cessa del tutto questo scambio di influenza; e si danno dei
casi, nei quali si estingue prima l'energia interna, poi la pressione esterna,
ed altri casi nei quali l'energia interna sopravvive all'estinzione della
pressione esterna. Mai però succede che non si spenga affatto la pressione
esterna, poichè la trasformazione degli ambienti storici è una necessità
dell’evoluzione. Nel caso nostro, dell’Orlando Furioso, e per tutte le forme
letterarie veramente geniali, la energia interna sopravvisse all’estinzione
della pressione dell'ambiente, quindi in questa soprav- vivenza parziale è
carattere naturale: la pro- dazione di forza derivante dall’estrinsecazione
dell'energia particolare. Insomma, la sopravvi- venza di queste forme
letterarie non è che la manifestazione della potenza geniale, cioè la luce
espansiva e gagliarda dell’idea-forza, in quanto si manifesta nella vita
sociale. Ecco ciò che v'è di certo nella facoltà mera- vigliosa di adattamento
psichico di aleune forme letterarie. Noi l'abbiamo detto: come tutte le forme
letterarie non sono dotate della facilità di adat- tamento all'ambiente, così parimenti
non tutti gli artisti sanno e vogliono adattarsi alle esi- genze dei tempi
mutati. Molti artisti turbati profondamente dalle mu- tazioni dell'ambiente si
riducono veramente al silenzio. i, «“ Corneille — scrive il profondo filosofo
G. Fer- rari — Corneille, già dittatore della scena, vide scomparire il suo
publico nei primi giorni della Fronda, e dopo l’insuecesso del suo Pertarrito
si limitò a tradurre in versi l’Imitazione di Cristo. Racine, il genio della
nuova epoca, ne’ suoi ul- timi giorni è raggiunto anch'esso dalla malattia del
suo predecessore, e dopo la revoca dell’editto di Nantes si tace. Parini, nel
1796, all'arrivo dei Francesi, ammutolisce fino a sospendere la pub- blicazione
del suo poema contro l'aristocrazia lombarda, che ormai più non esisteva perchè
era in isfacelo. Alessandro Manzoni, dopo d'’es- sere stato l’espressione più
nobile della religione, della monarchia, della pace, e della libertà in tempi
tristissimi, conservò il silenzio per 40 anni, senza proferir parola, quando poteva
divenire poeta Cesareo. Molti — aggiunge il Ferrari — non intendono questi
subitanei mutismi, e non sanno capacitarsi che uomini dotati di ottima salute
possano ristarsi dal moltiplicare drammi, commedie, tragedie, romanzi, e volumi
di versi, ed ànno l’aria di chiedere perchè mai siansi fer- mate sì buone
macchine. Il loro merito grande consiste appunto nel non sedere sul tripode
fuori di tempo, quando sono abbandonati dall'am- biente ,. 186 CAPITOLO VII
Rispettiamo quindi il silenzio dei grandi uomini. Ma che dobbiamo dire del
Monti, pontificio nella “ Basvilliana , e nel “ Pellegrino Apostolico ,,
repubblicano nel “ Pericolo , e nel “ Fanatismo ,, Napoleonista nella “ Spada
di Federico , e nel “ Bardo della Selva Nera ,, Austriaco nel “ Mi- stico omaggio
, e nel “ Ritorno d’Astrea ,, che terminò il suo trasformismo con accapigliarsi
col povero P. Cesari, di cui non comprese neppure le intenzioni ? Ora diciamo
due parole sugli effetti dell'adat- tamento. Le esigenze dell'ambiente alle
volte possono essere così forti, che la correlazione naturale produce un
adattamento forzato su tutto il complesso della letteratura. Il seicento è un
esempio assai notevole. Queste influenze che operano direttamente sull’intiero
organismo della letteratura, per ciò che riguarda l’influenza delle condizioni
fisiche esteriori, si vedono nella loro maggiore attività nelle letterature dei
popoli primitivi, che non si sanno sottrarre, e non ùnno potenza di modi-
ficare, in qualche modo, quest’azione diretta. Ma nella letteratura delle
società civili, se certa- mente è difficilissima impresa stabilire il rapporto
tra l’arte e le condizioni dell'ambiente fisico, tuttavia non può essere negata
ogni influenza. Le forme letterarie poi singolarmente subi- scono in modo
disforme e non parellelo, nè continuo, varii adattamenti specifici a seconda
della diversità delle loro influenze modificatrici; e si diportano insomma come
ogni organismo animato della natura. Basta mutare l’ambiente sociale, perchè le
forme letterarie si modifichino analogamente. Ricordo di volo che un fatto,
molto analogo a questo, succede in natura nella stranissima metamorfosi degli
Elminti, fatta cono- scere ai zoologi nel 1873 dal prof. commendatore G. B.
Ercolani, sotto il nome di dimorfobiosi. “ Basta, a tal riguardo, mutare le
loro condi- “ zioni e l'alimentazione per farli diventar fecon- “ dissimi,
ovvero per farli passare in uno stadio H. P. GRICE STAGE “ di assoluta
infecondità, ed anche di completa (agamia). Certe specie di ascaridi
microscopici nella vita libera, diventano giganteschi quando si introducono
negli intestini ,. Serva questo fenomeno a dimostrare l’intima connessione che
passa tra i vari fenomeni della natura. L'adattamento all'ambiente che è tanti
punti di contatto con la correlazione generale di svi- luppo nelle forme
dell’arte, non esercita soltanto la sua influenza nella letteratura. Tutte le
pro- duzioni dell'industria e dell'ingegno umano pas- sano sotto alle sue
forche caudine. Non si può spiegare diversamente il Lillipu- tismo invadente nell’arte,
nella pittura, nella scoltura, e perfino nell’architettura. “ Il mece- natismo
moderno — scrisse Ugo Pesci — (nelle Lettere ed Arti) — calcolatore e
meschinello, e la ristrettezza borghese delle abitazioni e delle stanze ùnno
messo il quadro allo stesso livello dei “ bronzi d’arte , dei vasi moderni di
cera- mica, e di quei mille inutili gingilli, dei quali dev'essere pieno il
salotto di una signora che la pretenda un po’ ad essere o parere di buon gusto.
La pittura — per forza dicono — si adatta a tali esigenze del tempo che corre.
So che i quadri — come gli uomini — non sì misurano a canne, e che il buon
gustaio può trovare gran- dissimo piacere nell'esaminare tutta questa rac-
colta di studi e di impressioni dal vero, più che nello stancarsi a leggere
grossi volumi o a guardare grandi quadri. Non dò giudizi critici, cito
solamente la generale tendenza artistica ,. Però è da notarsi un fatto molto
importante. Se è vero che le forme letterarie devono adat- tarsi alle esigenze
dell'ambiente, per altro è pur vero che l'ambiente stesso deve subìre l'in-
fluenza delle forme e modificarsi in conseguenza. Ora questo fenomeno succede
in realtà, ma l’'a- dattamento dell'ambiente alle forme letterarie non sì fa
sempre — come dovrebbe essere — in modo diretto e naturalmente spontaneo. Anzi,
esso dipende perla massima parte dalla réclame della critica, e dei giornali.
Di guisa che può dirsi che la vita delle pro- duzioni artistiche, o per meglio
dire il successo d’un libro dipende non soltanto dalla sua energia interna, ma
dalla pressione esterna, cioè in questo ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 159 caso dalla
réclame prima, della casa editrice, e poi dei giornali critici, e delle
riviste. Quante nullità — galleggianti per la virtù delle zucche — riescono in
questi nostri tempi, ad innalzarsi al disopra della meritata oscurità, mentre
opere di vero conto e di gran pregio, non conosciute o non curate o non
comprese dalla critica superficiale, s'appartano dolorosa- mente, limitandosi a
commuovere fortemente il pensiero ed il cuore di un ristrettissimo numero di
lettori! È vero che il tempo galantuomo farà poi giustizia definitiva, e quando
nemmeno più si ricorderà il nome delle nullità, camuffate e montate dalle
combriccole invereconde, sarà in- vece lodata ed ammirata da tutti l’opera
geniale, vissuta nel fango per tanto tempo — ma intanto lo scrittore deve
contentarsi della speranza, e della coscienza del suo lavoro e della soddisfa-
zione di sentirsi a dire caritatevolmente: Aspetta cavallin... che l'erba
cresca! (1). (1) Sono sotto l'impressione fortissima della lettura di un libro,
stampato or fa un anno dalla Casa Ed. Bocca: È: Vita di Ca- millo Checehucci. —
Finalmente ci s'apre il cuore alla gioia ed alla speranza. Questa che io sento
è l'arte — così invocata — dell'avvenire, vissuta di studi solitari, custode
gelosa della propria dignità, eco commovente della misteriosa yoce della
natura, tra- sporto lirico e sinceramente profondo del pensiero umano, mara-
vigliosa epopea dell'evoluzione dell'universo. Eppure che cosa à detto la
Critica di questo libro? Quanti sono coloro che ànno notizia di questo
capolavoro, che veramente entusiasma lo spirito, colla potenza mirabile della
sua poesia? Veramente, dopo aver dimostrato la grande potenza dell'adattamento
all'ambiente, dovrei trattare degli interessantissimi casi di reazione, e delle
forme letterarie e delle produzioni re- frattarie all'influenza della
correlazione di svi- luppo; ma preferisco svolgere completamente la questione,
quando si parlerà dell’atavismo, e per- ciò rimando i lettori al capitolo
corrispondente. Vi sono, invero, forme letterarie, e produzioni letterarie di
reazione, che vivono in gran parte per virtù propria, e che nella loro
ribellione pe- renne all'ambiente che le circonda, conservano un’originalità
che spicca sul fondo uniforme della maggioranza. Refrattarie alla stregua del
gusto dominante artistico, se molte volte non rappre- sentano che un
temperamento del passato, una reminiscenza atavistica, alcune altre sono
l’espres- sione di tipi nuovi in formazione, non ancor pie- namente rivelati, i
quali avvizziscono presto, in mezzo ad un ambiente che non può alimentarli dice
il Darwin parlando di alcune varietà zoologiche e che non si presta al loro
svol- gimento. Noi vedremo, più avanti, le canse ef- fettive della loro vita
particolare. Ereditarietà dei caratteri letterari — Atavismo La sopravvivenza
delle forme più adatte, e tutto il vantaggio dell'adattamento all'ambiente non
avrebbero effetto duraturo, nè potrebbero produrre il continuo perfezionamento dell'idea
letteraria, se non vi fosse la trasmissione ere- ditaria dei caratteri, la
quale in tutti i regni della natura è ammessa non soltanto dagli evo-
luzionisti, ma da tutti gli studiosi. Come vi potrebbe essere il progresso se i
ca- ratteri utili di recente acquisto non fossero tras- messi alle produzioni
letterarie susseguenti ? Come avrebbe potuto Dante Alighieri stesso giungere
alla concezione divina del suo poema immortale, senza il grande cielo delle
visioni medievali precedenti? Si possono intendere le formazioni storiche dei
poemi Omerici, senza la preparazione naturale dei canti dei rapsodi
antichissimi? Ogni opera letteraria porta nella sua struttura i caratteri di
alcune opere prece- denti, Ognuno è certamente convinto che, senza la trasmissione
dei caratteri letterari, a meno d'un miracolo, l'evoluzione progressiva della
lettera- tura sarebbe impossibile. Ecco adunque quale è la vera base della
teoria evolutiva; la variabilità appresta continua- mente il materiale pel
progresso, succede un’e- lezione naturale degli elementi più buoni, e
l'ereditarietà accumula e conserva questo te- soro di perfezione. Perciò — come
dice il Darwin ® l’eredi- tarietà e la variabilità si dànno la mano vicen-
devolmente nell'evoluzione, perchè la prima tende a conservare ed a trasmettere
alle forme sus- seguenti quei caratteri utili che apparvero per effetto della
seconda. Nella letteratura, l’ereditarietà agisce tanto per la contenenza
psichica dell’idea-forza, quanto per la forma artistica delle produzioni lette-
rarie. I fattori sopradetti: variabilità delle forme, ibridismo, lotta per la
vita, parassitismo, ele- zione naturale, adattamento all'ambiente, ap- portano
modificazioni lente, ma costanti nell'or- ganismo delle forme letterarie e
queste strut- ture così modificate passano nelle produzioni (1) DarwIN,
successive, quando però ostacoli non ne impe- discano la trasmissione. Così le
forme letterarie vengono determinate, e nella letteratura sì co- stituisce un
vincolo psicologico costante ed in- dissolubile, che lega tutte le produzioni e
le forme letterarie l’una all’altra rispettivamente, come gli anelli di una
grande ed ininterrotta catena. Pertanto l’ereditarietà è da considerarsi come
una funzione necessaria ed importantissima del- l'evoluzione della letteratura.
Un mezzo molto facile per scorgere l'eredità dei caratteri letterari, nel corso
storico della letteratura, è questo; poichè ogni cielo arti- stico è una sua
impronta particolare, che si desume dalla varia prevalenza delle correnti
letterarie, e dall’atteggiamento caratteristico delle forme, si studino
attentamente i carat- teri originali delle varie epoche storiche, poi si
stabilisca un confronto con le linee storiche pre- valenti in due diversi
cicli, si eliminino tutti i caratteri diversi, e sì troverà di leggieri che i
caratteri comuni sono appunto legati da un vin- colo di ereditarietà naturale.
In fondo non è che l'applicazione degli im- mortali metodi di J. S. Mill.
Tenendo questo procedimento, si possono sempre scoprire, con grande facilità, i
detriti dei tempi trascorsi e (1) G. Caeconta, op. cit. 13 — Pastore, La vita
delle forme letterarie. spiegare la
ragione di molte apparenti innova- zioni, che fanno tanto chiasso, di
originalità, nel campo della letteratura e della società in ge- nere. In genere
si deve dare ben poca fiducia agli strombazzamenti dei sedicenti novatori,
avendo per certo che la natura è molto prodiga nelle varietà, ma molto parca
nelle innovazioni. Ogni nuovo fenomeno — senza dubbio — non nasce per incanto,
“ ma — comedice il Checchia (% — à un addentellato nei fenomeni antecedenti ,.
Giosuè Carducci, con quella sua franchezza classica così prepotente, così sì
esprime nei suoi Studì letterari: “ Nè una lingua, nè un sistema di poesia si
trova o si crea da un uomo, e ima- ginatelo quanto volete grande e potente.
Nel- l’arte, come nelle manifestazioni biologiche non Và cataclismi o
avvenimenti improvvisi, ma tutto s'esplica dopo una lunga gestazione, per le
mille attività trasmesseci dal passato ,. Ed Arturo Graf: “« Il genio più
poderoso riceve dall'ambiente assai più che all'ambiente non dia ,. Però
bisogna intendere la cosa con una certa larghezza ed ammettere che le forme
letterarie si tramandino, da un'epoca all’altra, molta parte dei loro caratteri
particolari, sia di contenenza, sia di forma, onde non si può mai spezzare A. Grar, Questioni di critica. E A
quell'intimo ed attnoso legame che connette e congiunge una realtà storica con
un’altra, ma tuttavia riconoscere la produzione gentale di una grande quantità
di elementi artistici, da cui i diversi cicli storici assumono la loro impronta
originale. Per esempio, quanta eredità psichica ed ar- tistica si tramandò dal
secolo xv al secolo XVI, e da questo al XVII, e così via, e pure nondi- meno,
quanta diversità di vita sociale, e di stampo letterario ed artistico! Io sono
convinto che gli esempi evidentissimi si affollano, spontaneamente, nel
pensiero dei lettori, e perciò non credo che questa legge fondamentale
dell'evoluzione generale — per cui le forme fanno tesoro degli elementi buoni
trovati dalle antecedenti, e per cui i fatti non avvengono se non causati da
una progressiva successione di fattori — abbia bisogno dell'ap- poggio dei miei
esempi. Del resto rimando alla classica opera del Ribot ‘% tutti coloro che vo-
lessero sincerarsene meglio. Ora dobbiamo osservare che, se le forme let-
terarie seguono la legge necessaria dell’eredita- rietà, però questa legge così
importante è con- trariata da un numero straordinario di cause che agiscono
sulle forme letterarie stesse, in senso contrario. E troppo naturale
l’avvertire (1) RrBoT che se fosse attiva, nel campo della letteratura la sola
ereditarietà, tutte le forme letterarie, e le produzioni artistiche non
dovrebbero pro- cedere di un passo, e dovrebbero essere sempre identiche a sè
stesse, conservando tutta la strut- tura e l'atteggiamento dell’arte
precedente. Fortunatamente tutte le cause suddette con- trastano questa
tendenza ereditaria, che gette- rebbe la letteratura in un'inerzia fatale, e in
uno stato di vero marasmo. Si pensi, per un istante solo, a tutto il ma- lanno
che produsse il Petrarchismo nella lirica, stagnante per tanti secoli di
imitazione servile! Si pensi all'imprigionamento ed all’ inceppa- mento dello
sviluppo e della struttura della no- vellistica, per l'arida tendenza
dell’imitazione ostinata — dal Boccaccio ad Alessandro Man- zoni grande
liberatore dell’arte! E ciò basti per tutti i casi. Se non che non può essere
dimenticato un altro fenomeno importantissimo. Nel sereno esplicamento
dell’arte in tutte le forme letterarie ed in tutti i tempi, sorgono ta- lora
delle reazioni violente, che portano, sulla scena pubblica, certe produzioni
molto diverse da quell’indirizzo artistico che le altre produ- zioni letterarie
dimostrano in quel periodo sto- rico. Ed il critico si trova proprio di fronte
ad un fenomeno di atavismo letterario. In linea gene- rale possiamo stabilire
che l’atavismo letterario sì à quando
viene riprodotta un’opera artistica con la contenenza psichica, o la forma
artistica, o gli stessi criteri, e lo stesso metodo di un'età trascorsa. In
questi casi pare che sia successa propria- mente una trasmissione latente dei
caratteri specifici; dimodochè spesso non si trova subito la ragione d’aleune
manifestazioni letterarie, che paiono campate in aria, senza nessun rapporto
colle antecedenti e tanto meno con le contem- poranee. In verità, noi possiamo
accettare in lettera- tura il bel paragone addotto, in zoologia, da C. Darwin.
— Ciascuna forma letteraria può essere paragonata ad un terreno pieno di semi,
di cui la maggior parte germoglia prontamente, altri invece muoiono del tutto,
mentre una parte di essi dimora, per un certo tempo, in stato dor- mente, per
schiudersi poscia nelle future gene- razioni. Però in letteratura è importante
notare che l’atavismo può essere di due maniere: 1° Atavismo spontaneo,
naturale. 2° Atavismo artificiale, d'imitazione. Per quello che riguarda la
prima maniera è da dirsi quanto segue. Gli ambienti morali ed artistici vanno
succedendosi continuamente, è dei primi la coscienza nostra, mano mano, perde
la memoria. Tuttavia per la fortissima tenacità della na- tura, e per la sua
riluttanza ad abbandonare i modelli da essa lungamente seguiti, non si rom-
perà bruscamente la vecchia impronta, ma ri- produrrassi ancora qua e là,
benchè non vi sieno più le condizioni che originariamente la occa- sionarono.
Per poco che ognuno guardi il sostrato artistico e psichico dei vari secoli
della lettera- tura, si potrà persuadere facilmente che ogni ambiente contiene
in sè i detriti di altri tempi, e di altre foggie d'arte, e che per essi vivono
tuttora alcune produzioni bizzarre e problema- tiche, le quali, benchè si
trovino a disagio in mezzo alle mutate esigenze dell'ambiente, tut- tavia vi si
mantengono, non fosse altro, come reminiscenza e protesta. “ Così — osserva un
notissimo scrittore — nel seno dei nostri consorzi contiamo ancora qua e là dei
cannibali, dei masnadieri, degli asceti, delle tempre patriarcali, dei tipi
greci, romani, feudali e via dicendo, per la stessa ragione che, nel campo
filosofico e letterario, si riproducono talvolta scrittori che malgrado
l’ambiente con- temporaneo, richiamano tuttavia modi e sistemi filosofici e di
poetare e di scrivere proprî di pe- riodi trascorsi. Fra gli altri i progetti
socialisti contemporanei, degli spartitori, dei comunisti, degli egualitari,
dei collettivisti, della mano- morta universale, che negano la proprietà pri-
vata in pro della pubblica, non sono come si pensa dai più — apparizioni nuove
nel mondo, ma fantasmi della storia, echi di sperimenti tentati, negli ambienti asiatici della Cina e
della Persia sopratutto ,. Per l’altro riguardo suddetto, l’atavismo è adunque
prodotto dall’imitazione conscia degli artisti, i quali volontariamente si
decidono a ripristinare una forma antica della letteratura, od un concetto
caratteristico di ambienti tra- scorsi, sia per spirito di varietà, sia per
spirito deliberato di opposizione reazionaria ad un dato indirizzo della loro
arte contemporanea. Del resto la reazione è fatale in tutto. Ogni forza che
agisce poichè non lavora nel vuoto tanto nell'ambiente fisico, quanto nel
morale e nell’artistico, produce un urto con l'altre forze concomitanti, che
non ànno la sua direzione e la sua velocità, e quest'urto che è giù di per sè
un'opposizione, genera una forza contraria alla prima, più o meno notevole a
seconda dei casiì, e quindi un movimento di reazione. Vediamo, per un esempio
naturale, quel che succede nelle correnti d'acqua. Mentre la gran massa del
fiume, seguendo il filone principale, corre continuamente in una direzione,
presso le sponde, dove l’acqua è più morta e s'abbatte nelle piccole linguette
di terra, o nei rami dei cespugli della riva, ecco che si formano dei pic- coli
risucchî, e delle minuscoli contro-correnti, che fermano la marcia delle
leggere foglie gal- leggianti, dei fili d'erba, ecc. e segnano uno spic-
catissimo movimento di reazione, Non fa bisogno che io dica che quando l'onda
del fiume s'abbatte in veri ostacoli di conside- revole resistenza, la
contro-corrente è parimenti considerevolissima ed evidente. Nel campo della
letteratura, questo fenomeno dell’atavismo artistico dovrebbe essere studiato
molto profondamente, tanto più che queste ri- versioni ataviche possono essere
sane o morbose, e produrre poi effetti per conseguenza buoni o funesti. Gran
parte del destino dell'arte dipende senza dubbio dalla bontà dell’imitazione, e
dell’ispira- zione letteraria, perchè mentre la riproduzione artistica degli
elementi psichici di un ambiente può essere cosa saggia e sommamente profitte-
vole, in altri casi la riproduzione artistica degli elementi morbosi di
un’epoca malsana, potrebbe ridurre l'arte a tristissimo partito. E certo però
che questo fenomeno tanto im- portante non succede, in un ambiente storico, se
non sì riproducono in esso alcune particolari caratteristiche dell'ambiente
passato, come è na- turale il credere che le medesime influenze ten- dano a
riprodurre, anzi esigano analoghe varia- zioni. Portiamo alcuni esempi.
L'umanesimo, questo grande ritorno alla coltura classica trascorsa non è tutto
uno splendidissimo fenomeno di ri- versione atavica? E il Petrarca stesso, con
tutto il grande sentimento vitale e moderno, non nau- -—TT—_—fragò con il suo
poema classico De Africa, evi- dentissima produzione atavistica? Io prego il
lettore di considerare — serena- mente — se tutta la drammatica classica del
secolo xv, foggiata unicamente sui teatri di Se- neca, Plauto e Terenzio, ecc.
non sia un caso di riversione atavistica. Che altro conto possiamo noi fare
francamente di una Progne di Gregorio Ferrari, di un /sis di Francesco Ariosto,
di un Philodoxus di L. B. Alberti, di un Zusus Ebriorum di Sicco Polentone, di
unà Polissena di Leonardo Aretino, di una Zilogenia di Ugolino Pisani, e di
tante altre produzioni, di cui ognuno può leg- gersi comodamente l’elenco in
una Storia della letteratura? La presente arte oratoria religiosa, che s'ar-
rabatta poveramente nei suoi ultimi anelitìi, non è legata alle gloriose
tradizioni del passato per mezzo di un'eredità atavistica artificiosa? Che dire
della sopravvivenza curiosa dei così detti Libretti melodrammatici del secolo
presente? della corrente neo-pagana, del Simbolismo dei deca- denti? Secondo me
queste e cento altre rifrit- ture vecchie non sono altro che veri e propri
fenomeni di riversione atavica. E, cosa davvero incredibile! noi assistiamo
pre- sentemente al risollevamento, ed alla sopravvi- venza di molte forme
prettamente atavistiche. Il vero è che noi, uomini del secolo XIX, portiamo
accumulate nell'organismo le impressioni di tutte le generazioni passate, come
la rondine porta nella struttura del proprio cervello l’imagine del nido che
viene poi effettivamente compiendo e costruendo. Se si guarda alla storia della
nostra scena musicale dai primi melodrammi del Meta- stasio a Riccardo Wagner,
coi suoi libretti pieni di elementi fantastici, di nebbie folte, di spettri, di
caccie selvaggie, di cavalcate delle Valckirie, dei Nibelungi, del Parsifal,
ecc. si riscontra evi- dentissima un'ascensione trionfale del Romanti- cismo.
Già lo disse prima di noi E. Scarfoglio ©. I librettisti vivono in pieno mondo
romantico! Nonestendiamo maggiormente la nostra troppo facile indagine critica.
Si ritenga solamente che tutti i fenomeni stranissimi di ritorno artistico, a
certe forme letterarie fiorenti di vita naturale presso gli antichi, mentre
sono una grande prova dell'eredità psicologica ed artistica che lega fra di
loro i diversi cicli storici, sorgono per opera di quel sub-stratum ideale, che
si forma lenta- mente, nelle menti, stratificandosi, per opera del concorde e
secolare lavoro di tutte le genera- zioni passate. Certi ravvicinamenti che
diedero molto a pen- ‘sare, non possono e non devono essere spiegati
diversamente. (1) E. ScarrocLio, Il libro di D. Chisciotte Estinzione delle
forme letterarie. Tutti gli organismi della natura, dopo un certo periodo di
vita muoiono, per forza di una legge fatalmente inesorabile che è una necessità
evi- dente dell’evoluzione. “ Omnia morsposcit, lex est, non pena, perire ,,
disse Seneca, e molto giustamente pure Marcello Palingenio: Nascimur hac omnes
lege ut moriarum: ab ortu Exitus ipse fluit: cunctis mensura dierum Certa
datur. Noi che abbiamo dimostrato, nei precedenti capitoli, come si riflettano
pure nel campo della letteratura i grandiosi fenomeni dell'evoluzione, e come
perciò la lotta per la vita e l'elezione naturale trovino un esatto riscontro
nei fenomeni letterari, dobbiamo ora occuparci dell’estin- zione delle forme
letterarie — diretta conse- guenza dell'elezione naturale. Poichè ad ogni
essere che si forma e pretende quindi l’esistenza, l’implacabile natura pone
queste condizioni: 0 vincere, 0 sparire, — sparire morendo, com'è sorte del
maggior numero, 0 ritirarsi dalla lotta, mercè un cambiamento di abitudini e di
forma che permetta di conservare la vita — ne risulta che la storia deve farci
menzione non soltanto dei vincitori, ma anche dei vinti. E di vero, quanti sono
i deboli, gli impotenti, gli sfiniti, i miserabili, i degenerati, i vinti nel-
l'umanità, quanti soccombono nella terribile hat- taglia della vita! quanti
scompaiono dilaniati, schiacciati sotto i piedi nel furor della mischia! Quanti
perfino non sono soffocati nell'uovo, 0 periscono prima di aver parte alla
pugna! Parallelamente ora la fortuna delle diverse forme letterarie concorrenti
segue questa alterna vicenda di glorie e di dolori. Il nostro concetto
guadagnerà molta evidenza da un paragone. Le forme letterarie sono viandanti
che cam- minano ansiosamente, nell’interminabile via del progresso. Esse camminano,
camminano sempre come il povero Ahsvero della leggenda. Ora è all’avan- guardia
e sta innanzi a tutte una forma fortu- nata, piena di vita e di slancio
maraviglioso, la quale ha saputo accumulare una grande quan- tità di energia, e
prepararsi alla corsa; ora quella che è tenuto lungamente il primo posto,
ansante, stanca, sfinita, passa alla retroguardia dolorosa- mente. E chi va
innanzi non si volta indietro, a riguardare, con pietà, le stanche compagne di
viaggio. Perchè tutte si disputano il primo posto, ognuna fa per sè, e non
sorregge la vicina con mano pietosa, anzi se può le dà una gomitata, un urtone,
un calcio per tenerla indietro egoi- sticamente. E camminano, camminano,
camminano, come quei tre Cosacchi che Gogol descrisse nel “ Tarass Bulba , i
quali “ cavalcano tra gli orrori della “ guerra, per le steppe rimbombanti di
fucilate, “ tra l'incendio dei villaggi crollanti, con una “ serenità feroce,
con una tenacità selvaggia da “ lupi affamati ,. Spesso chi rimane addietro,
ripiglia nuove forze, e riesce a raggiungere ancora le prime file, ma del resto
quante rimangono per via ab- bandonate, perdute nella lontananza buia del
deserto! Ed arriverà poi il Samoun divoratore, che le coprirà inesorabilmente
di sabbia, e di loro non rimarrà che il nome, se pure ebbero agio di scriverlo
nelle tavole del progresso, quando si slanciarono nella corsa fatale. E
veramente la gloria grande della letteratura non consiste no nel possedimento dell'ideale, ma sta in
questo continuo risorgere della lotta,
in questo suo stupendo progredire nella triste asperità del suo cammino.
Sì, poi che la virtù della lotta, del lavoro e del dolore è santifi- cante, e
mentre sembra che distrugga e crei, sembra che abbatta ed esalti, sembra che
debi- liti e fortifichi, sembra che sia il segno della nostra inferiorità, non
è invece che il labaro risplendente della nostra grandezza e della nostra
gloria. Però se la letteratura, pel suo continuo pro- gredire, spezza
inesorabilmente ogni vincolo che tenta legarla al passato, e si lascia addietro
tutte le forme letterarie che sono rifiutate dal- l'elezione naturale, non
corrispondenti alle esi- genze dei nuovi ambienti storici, è naturale e
necessario che si studî appunto questo fenomeno dell'estinzione delle forme.
Quante produzioni letterarie, dolci e consolatrici d'un ambiente particolare,
sono omai cadute come foglie secche! Quante sorgenti di conforto si
evaporarono, dopo aver calmato per un tempo la sete divoratrice dell'infinito!
Tutti i singoli organismi per quanto aspiranti tutti all'ideale, e anelanti
tutti alla natura, all'aria, alla luce sono soggetti alla morte, e costretti a
riunire nella gran madre le ossa e gli atomi del corpo loro. Questo capitolo
appunto tratterà dell'estinzione delle forme letterarie: ma siccome disse Platone
nel Gorgia: — “ La morte è comune a tutti gli uomini, ma non tutti fanno la
stessa morte, così si porranno in evidenza le cause che pos- sono determinare
l'estinzione. Questo argomento dell'estinzione delle forme letterarie fu da
molti avviluppato nei più av- ventati misteri. Ora è il caso di esaminare
accuratamente quali siano le ragioni di queste scomparse, e perchè alcune forme
letterarie, da lungo tempo perdute, non si riproducano più, anche con caratteri
lieve- mente discordanti dai primitivi. Se noi ci do- mandiamo perchè questa o
quella forma d’arte sia rara, attribuiamo tosto ciò a qualche effetto delle
condizioni di vita sfavorevoli. Ma quante volte il critico, pure attentissimo,
non arriva a determinare le circostanze nocive impercettibili, ma tuttavia
bastevoli a produrre la rarità ed a cagionare da ultimo l'estinzione! “ Quanti
non si saranno fin'ora domandato con stupore, perchè sì grandi mostri, come il
masto- donte ed i più antichi dinosauri e megaterii ri- masero estinti nella
lotta per la vita con gli altri competitori più piccoli, quasi che la forza del
corpo assicurasse sempre la vittoria nella lotta per l'esistenza! , Non
pensando, come osserva un grande natu- ralista, che la statura determina in
certi casi la distruzione più rapida della specie, in quanto che richiede una
maggior quantità di nutrimento. Chi non sa che in India ed in Africa oltre alla
grande opera distruttiva dell'uomo gli elefanti
trovano il principale ostacolo al loro accresci- mento negli insetti,
che li tormentano incessante- mente e li indeboliscono, e nei pipistrelli che
succhiano loro il sangue ? Non è terribile e feroce questa lotta che pare
paradossale tra l'enorme e l’infinitamente piccolo? Orbene noi abbiamo visto
riprodursi, nel campo della letteratura, questa medesima lotta fra le
produzioni artistiche, allorchè abbiamo esaminato il Parassitismo in
letteratura, e posto in evi- denza questo fenomeno così importante nell’eco-
nomia vitale delle forme artistiche, ed ora non possiamo dimenticare che il
Parassitismo è una delle cause che producono l'estinzione delle forme
letterarie. Ma parliamo più diffusamente, anche a costo di ripetere quanto
abbiamo scritto a proposito del Parassitismo nella lotta per la vita. In natura
è infinita la varietà dei rapporti tra i diversi organismi viventi, ed abbiamo
buon nu- mero di vegetali e d’animali la cui esistenza è direttamente
subordinata a quella di altri vege- tali o animali — e così pure in letteratura
dove suecedono alle volte veri casi di Simbiosi. Nessuna genìa più trista degli
imitatori pedis- sequi, per progetto, che seribacchiano sulla falsa- riga dei
grandi scrittori, non per proprio com- piacimento artistico, ma per valersi di
un motivo prevalente, per compiacere il gusto del publico, per secondarne la
moda e l’andazzo comune. Essi sono
veramente la rovina dell'arto nobile e serena. Così: Un grande artista compie e
publica na suo capolavoro che, colla originalità superba della sua concezione
artistica, guadagna, affascina tutta la società del tempo suo. Che cosa
avviene? Avviene che gli scrittori inetti, scimiottatori, vedendo che il vento
spira favorevole a quella maniera di scrivere, alzano la vela delle loro
barcaccie e tentano di seguire la rotta della su- perba corazzata che fende
vittoriosa con la prua le onde del mare. Così fecero, ad esempio, i
Petrarchisti del 400 e del 500, così i realisti, gli elzeviriani dopo
Stecchetti. Ma intanto, se in aleuni casi si osservano produzioni letterarie,
che possono sopportare, senza segni evidenti di gravi disturbi e di corruzione,
la compagnia dei parassiti imitatori, in altri casi, e per altre produzioni
artistiche, questa compagnia simbio- tica riesce fatale in breve tempo. Ed
infatto, lo Stecchetti inaugurava il suo realismo per fare opposizione a tutto
ciò che in arte era conven- zionale, fuori cioè della verità e della vita. Non
era un trovato nuovo, da Omero allo Zola riuscirono grandi solamente gli
artisti che ritrassero dal vero, interpretarono la natura, scrutarono negli
abissi del cuore umano, e con- sacrarono in forme immortali i sentimenti del-
l’uomo. Pure l’idealismo romantico convenzionale era giunto a tal punto
eccessivo che si gridò 14: — Pastore La vita delle forme letterarie. benvenuta
“ l’arte nova , che ardiva ribellarsi all'arte imperante, ed alzava audacemente
il velo all’Iside misteriosa, inspiratrice di tutti i secoli. E “ l’arte nova ,
per un po’ di tempo fece fortuna, ed ebbe il suo meritato trionfo, il suo
quarto d'ora di celebrità. Essa rappresentava una reazione, del resto, fa-
talmente naturale e voluta dalle leggi stesse che regolano lefunzioni della
vita psichica. Senonchè, mentre la reazione dello Stecchetti era stata fatta a
buon diritto ed in guisa squisitamente artistica, lo sciame degli imitatori
spinse la rea- zione al colmo, atteggiandosi bestialmente a ri- formatori, ad
apostoli della libertà del pensiero, e nei loro eleganti elzivir il preteso
verismo di- ventò una parodia, una sconcia profanazione dell’arte. Ecco intanto
un'arte ridotta a mal partito dagli imitatori pedestri e senza genio, ecco
scemata l'efficacia grande che questa forma letteraria poteva avere sopra
l’ambiente sociale, ecco svigorita, malmenata, soffocata, strangolata, estinta
una reazione artistica salutare, ecco di- spersa un'importantissima forza viva
della let- teratura, smarrito un coefficiente dell'evoluzione psichica,
ritardato il progresso intellettuale e letterario. Sempre così: “ una volta
c'erano i scimiottanti del Petrarca e la poesia fu per molto tempo un ridicolo
centone petrarchesco. Michelangelo di- pinge il Giudizio Universale, e la sua
scuola offre negli inetti seguaci le più strane esagerazioni. Il Cesarotti leva
del rumore in mezzo ad una moltitudine di letterati ristuechi del classitismo,
colla traduzione dell’Ossian, e si ribadiscono — su tutti i toni — fino alla
sazietà insopportabile, le immagini e i sentimenti del bardo scozzese. Il
Manzoni scrive degli Inni sacri e un romanzo storico, ed innaiuoli e
romanzatori a buon mer- cato e fastidiosissimi sbucano d’ogni parte d’Italia,
ed, a forza di minestre riscaldate, attirano l’an- tipatia sugli inni sacri e i
romanzi storici, che finiscono per morire di fame. Carducci paga- neggia un pò
liberamente, ma con squisitissimo gusto, e fa della poesia in metri barbari, e,
per un po’ di tempo, la barbarie invade l’arte sul serio , ®. Fin qui, per la
massima parte, è sempre il parassitismo letterario, che impoverisce l’arte e la
riduce a mal partito, spingendo fino all'estinzione alcune forme molto delicate
e sen- sibili. Ma ben altre cause, non meno importanti, sono da annoverarsi,
quali a) l’ibridismo, 4) la mancanza di opportunità, c) la prevalenza delle
forme letterarie di opposta natura, d) l'incapacità di adattamento all'ambiente
storico, e) la troppa resistenza alla correlazione generale di sviluppo comune
a tutte le altre forme di letteratura, e
La favola dei Lillipuziani di Swift, descrive, con ammirabile fedeltà,
un brano importantissimo della Storia della Letteratura. da ultimo ) infinite altre cause minori,
inter- ferentesi vicendevolmente, le quali non possiamo ancora staccare ed
isolare dalla colluvie dei moti dinamici dei fenomeni letterari, e studiare
sepa- ratamente in tutte le loro parti. Consideriamo brevemente tutte queste
cause menzionate. Noi abbiamo già parlato dell’ibri- dismo delle forme
letterarie, a proposito della variabilità derivante dall'azione diretta ed in-
diretta dell'ambiente. Ora, per evitare inutili ri- petizioni, ci limiteremo a
dire, che in certi casi alcune forme letterarie si estinguono per la sterilità
naturale, prodotta necessariamente dalla loro conformazione ibrida. Poichè se
non tutte le forme letterarie ibride sono infeconde, anzi in alcuni casi
avviene che due forme possono essere accoppiate con stra- ordinaria facilità, e
produrre una numerosa prole ibrida, notevolmente feconda, come è per esempio
dell'egloga e dell'idillio — forme letterarie ibride prodotte
dall’accoppiamento della lirica pastorale col dialogo — tuttavia nella maggior
parte dei casi i prodotti sono sterili. Sorgono talora alcune produzioni artistiche,
di un ibridismo così accentuato e di una con- formazione così imperfetta, che
l'elezione na- turale, inspirata ai severi criteri degli Spartani, senza alcuna
pietà le getta giù dalla terribile rupe del Taigeto, ed il neonato — così come
nasce — muore. La poesia didascalica, forma letteraria ibrida per eccellenza,
può contare, nel suo campo ristretto e particolare, molte estinzioni storiche
di produzioni imperfette. Giacchè, è da tener gran conto che, non tutte le
materie sono del pari atte all'elaborazione poetica, e ci sono materie più o
meno riducibili, più o meno ingrate, e talune addirittura refrattarie. Di guisa
che se uno scrittore, miseramente illuso, vuole sforzarsi . di accoppiare, a
viva forza, due elementi affatto ripugnanti ed opposti, non potrà dar origine
che ad una produzione letteraria mostruosa, quanto mai sterile e sciagurata,
incapace assolutamente di vita lunga e feconda. Questo dimostra age- volmente
che le forme letterarie sane ed i feno- meni artistici in genere, non dipendono
dal capriccio degli scrittori, ma sono regolati da leggi logiche costanti, le
quali non si possono trascurare o manomettere senza falsare l’arte, anzi senza
spegnerla affatto. Nessuno può vio- lare impunemente la logica mirabile della
na- tura ! Ma si osservi che Ja poesia macaronica, forma letteraria del tutto
ibrida, non deve la sua estin- zione alla sterilità peculiare della sua confor-
mazione, ma ad altre cause di natura più com- plessa, fra le quali
principalissima la mancanza di opportunità, da cui trasse singolarmente la sua
esistenza. È un fatto indiscutibile che le forme letterarie dipendono dalle
condizioni particolari del loro ambiente
storico, per cui variano col variar dei luoghi, dei tempi e degli nomini. Esse
come le piante vogliono vivere del loro clima, e fuori di esso intisichiseono e
muo- iono inesorabilmente. Ecco posta in evidenza un’altra causa dell’e-
stinzione delle forme artistiche in letteratura: la mancanza di opportunità.
Bene spesso accade che un autore, cui l'amor proprio dà le traveg- . gole,
getta in mezzo alla società certi seritti non più acconci allo svolgimento
delle idee e delle cose presenti. Ma i lettori che ùnno mutato voglie e
bisogni, e non amano disgustarsi il palato con quelle vecchie rifritture, non
li lasciano fare un solo passo, senza domandare loro, come ai sette dormienti
della Grecia: Donde venite con le vostre monete di cuoio? e che volete in
un'età che è visto sparire anche quelle d’oro e d’argento? Andate a mutar
vestito ,. Potranno benissimo taluni sognarsi beatamente di far rivivere, po-
niamo, le pastorellerie dell’Arcadia, ma poichè è morto e rimorto
quell’ambiente che le tolle- rava, anzi le favoriva, perchè, e con qual
diritto, e con quale faccia, vorranno gridare alle genti che corrono, nel
secolo del telegrafo e dell’elet- tricità: Auditores humanissimi, fermatevi a
sen- tire le care coserelle ehe io farnetico, ch'io scrivo, ch'io voglio
consegnare alle ali della fama? « Il vero bello non invecchia mai stampava sul
“ suo cartellone la Reale Compagnia Sarda,
»R quando voleva che passasse di contrabbando « una commedia del
Goldoni, ma nelle sere del Vero bello il Teatro Carignano in Torino era «
deserto come il Sahara ,. Andiamo avanti nella considerazione delle cause di
estinzione in letteratura, e vediamo come la pre- valenza straordinaria di
alcune forme artistiche produca, per compenso, l'estinzione, il decadimento
delle forme di opposta natura. Questa è una legge della conservazione e
dell'equilibrio delle forze; poichè un piatto della bilancia sale, è naturale
che l'altro discenda, poichè nella dinamica so- ciale la maggior parte delle
forze vive è impie- gata alla produzione di un determinato feno- meno, è
naturale che più poche siano le forze riserbate alla produzione di un altro
movimento, tanto più se di natura contraria al primo. Tutto ciò è logico ed
evidentissimo. Così pure in let- teratura, la vitalità esuberante di una forma
letteraria scema l’energia delle forme competi- trici, soffocandole non
foss’altro che in virtù della sua enorme forza d'inerzia. Di guisa che, se non
siamo in un secolo, dotato di grandis- sima elasticità d'ambiente, come fu il
decimo- sesto, di una produzione letteraria immensamente abbondante e
singolarmente copiosa, in cui, come osserva stupendamente il prof. Graf, poterono
fiorire parallelamente tutte le forme letterarie di prosa e di poesia, dal
madrigale all’epopea, dall’epistola all'orazione ed al trattato politico, inn crt nici MI N ARS ed in cui avvenne ciò
che accade in un paese che abbia abbondanza di pascoli, vale a dire tuttiitipi
di bestiame convivono insieme, senza che la vita dell'uno importi la
distruzione del- l'altro, in tutti gli altri casi, la prevalenza di alcune
forme caratteristiche, determina la deca- denza delle altre inevitabilmente, e
la formazione necessaria di nuove specie determina l'estinzione delle forme
antiche. La grande diffusione di una forma dominante restringe chiaramente
l'arena, il campo d’azione delle forme minori contempo- ranee concorrenti. Io
credo, per esempio, che, nel seicento, la storia rimasta a gran pezza lontana
dalle sublimi altezze del secolo xvi (con Machia- velli e Guicciardini), debba
la sua deficienza all’eccessivo sperpero di energia, all'enorme di- spersione
di pensiero, volto quasi tutto improv- vidamente a foggiare stravaganze nella
poesia, e sprecato inutilmente a far pompa di immagini ed espressioni gonfie ed
esagerate. Ma per andar avanti nell'esame delle cause nostre suddette, conviene
ancora porre in rilievo come l'estinzione, o la decadenza temporanea delle forme
letterarie derivi dalla loro incapacità di adattamento all'ambiente storico, o
dalla loro soverchia resistenza alla correlazione generale di sviluppo, comune
a tutte le altre forme di letteratura. Però siccome questo fatto, tanto
evidente per se stesso, fu già da noi studiato minutamente eee ea e I a
proposito dell'adattamento all'ambiente, e della correlazione di sviluppo,
basti l’osservare, in via sommaria, che l'adattamento, e la corretazione di
sviluppo sono, nella dinamica dell’evoluzione, due grandi forze, le quali
costringono le produ- zioni artistiche ad uniformarsi alle loro fatali
esigenze, se vogliono mantenersi in vigore, al- trimenti a ritirarsi affatto
dalla scena. Non por- tiamo esempi, per evitare le ripetizioni. Intanto,
siccome, a nostro giudizio, è ormai finito l'esame delle grandi cause che
possono produrre la decadenza o l'estinzione delle pro- duzioni letterarie,
consideriamo questo fenomeno sotto un altro punto di vista. In verità i feno-
meni sono come i prismi, i quali presentano nella loro forma tante faccie
distinte l'una dal- l'altra. Bisogna girare attorno ad essi ed osser- varli,
punto per punto, per averne un'idea chiara e precisa e completa. E noi
sappiamo, così, che nella letteratura nascono, vivono e muoiono le produzioni
letterarie, come nella società umana nascono, vivono e muoiono gli individui.
Ma forsechè in natura perisce il genere umano per la morte dei singoli
individui ? No, anzi la morte degli individui permette che avvenga una lenta e
graduale evoluzione nella società; orbene, in letteratura è da stabilirsi pure
che: muoiono le varie produzioni letterarie, le diverse maniere di interpretare
e di rendere una forma deter- minata, ma le forme cardinali della
letteratura non così facilmente, e tanto
meno l’intiero or- ganismo della letteratura. Perchè, nel nostro concetto, le
forme letterarie sono le funzioni organiche della letteratura legate ad essa
per mezzo di vincoli naturalmente necessari, tanto che l’estinguersi di una di
queste funzioni nuo- cerebbe straordinariamente al corpo intero della
letteratura, compromettendone gravemente la vita. i Precisamente analogo
risulterebbe il turba- mento in un organismo umano, il quale venisse a perdere,
ad esempio, una delle sue facoltà psichiche costituzionali mentre per la parte
della letteratura in cui prevale l’oggettivismo, cioè la prosa, il nostro
criterio distributivo si fonda soprai diversi aspetti variamente prevalenti
dell’oggettivismo medesimo, vale a dire appa- renza, realtà storica e realtà
naturale — (sentimento, immaginazione, riflessione) le quali ci servono di
criterio per la divisione e la classificazione delle forme letterarie poetiche,
in largo senso. Noi l'abbiamo detto: come in natura non pe- risce il genere
umano per la morte dei singoli individui, così in letteratura, e finchè l’arte
sarà sempre la manifestazione di vita per opera delle tre facoltà psichiche
costitutive dell'animo umano, muoiono scompaiono le diverse parvenze del-
l’arte, le molteplici produzioni letterarie degli scrittori, singolarmente
caduche e passeggere; ma le forme cardinali, le forme-madri della letteratura,
non così facilmente e tanto meno l’in- tiero organismo di essa. Però se si può
sostenere veramente che alcune forme letterarie, prevalenti in altri periodi
sto- rici, sono morte e sepolte da un pezzo, si può per altro sostenere che
sopravvive sempre la virtualità dell'espansione della facoltà psichica
relativa. La poesia del sentimento, dell'immaginazione e della riflessione
rimarrà sempre nella lettera- tura come funzione costitutiva della vita del-
l'intiero organismo. Il vero è che l'elezione naturale sfracella
inesorabilmente quelle produ- zioni che, incapaci di salire sul carro fatale,
si affollano davanti a lei, per impedirle il cam- mino. Così la poesia
didascalica, la tragedia classica, ‘ l'epopea, il romanzo storico, la poesia
religiosa ed ascetica d'un tempo, la lirica patriottica e battagliera, ed
alcumn’altra forma, sono uscite dall'ultimo periodo critico rotte e disfatte, e
passarono alla retroguardia e vanno scoloran- dosi nella lontananza, perchè
esse non sono che il risultato di un dato periodo storico, e passano come le
leggi ed i sistemi quando non abbiano base nell’immutabile verità delle cose.
La nostra storia letteraria abbonda di specie perdute o sorpassate; v’ ha delle
forme che restarono a mezza via quasi nella gestazione, che ebbero lo
scheletro, senza spiracolo di vita, che
ebbero tronco e radice senza avere mai frutta, altre che si mantennero dalla
prima alba della loro vita fino al presente, altre che mentre parevano perdute
da lungo tempo, si riprodus- . sero ancora in un altro cielo storico, e
ripiglia- rono grande vigore. Se l'apparizione, la fioritura e la scomparsa
d'un genere letterario fossero rappresentate © con una corrente di grossezza
variabile, ascendente frammezzo agli ambienti diversi e successivi in cui le
forme letterarie si trovano, si vedrebbe questa corrente innalzarsi
coll’estremo inferiore sottile che raffigurerebbe la prima comparsa della
forma, poi crescere gradatamente in larghezza, come una vena li- quida che
cresca il suo volume, ma con frequenti insenature che alle volte farebbero
credere quasi morente la forma, altre volte conservare, per un determinato
intervallo la medesima larghezza, e da ultimo assottigliarsi negli strati superiori
segnando così, per alcune forme, il decresci- mento e la finale estinzione di
esse, per altre solamente il successivo passaggio a periodi di maggiore
vitalità, mentre per le privilegiate si troverebbe che la corrente cresce in
larghezza a misura che attraversa strati più alti, segnando così un aumento
graduale e continuo. Così ogni corrente, considerata a parte, secondo Darwin stesso applicò questo metodo di
diagramma allo studio dell'estinzione delle specie zoologiche. Vedi: Origine
delle specie. che è più o meno ondulata, presenta grafica- mente l'evoluzione
storica della forma letteraria che si considera, e tutte in complesso presen-
tano dinanzi all'occhio, in una guisa evidente e sintetica, il vario intreccio
dei generi letterari nel loro corso storico. . Orbene, poichè questo diagramma
psicografico ci dice chiaramente che alcune forme letterarie si mantennero in
una specie di stato latente per molto tempo, e poscia, ciò non ostante, ripi-
gliate nuove forze, tornarono ad essere in vi- gore, noi dobbiamo andar molto
cauti prima di sentenziare recisamente. Poichè vi dovette bene essere un tempo
in cui certe forme poterono parere morte affatto, ad un osservatore super-
ficiale, pur non esendo tali; ed avrebbe detto un grande errore chi avesse dichiarato
formalmente la loro estinzione. Facciamo adunque tesoro di questa lezione. Il
vero è che muoiono soltanto definitivamente quelle forme letterarie minori,
capricciose, quasi ex lege, che si possono considerare come il ri- sultato
particolare artistico d’un dato periodo storico, e, se posso dirle con una
parola meta- fisica, contingenti — quantunque nel tempo po- steriore, si
manifestino poi ancora certi ritorni curiosissimi, veri casi di riversione
atavica. * Quelle che perdurano, se non sempre, ma al- meno possono adattarsi
quasi sempre alle nuove esigenze dell'ambiente sono le vere forme-madri funzioni proprie dell'organismo della
letteratura, corrispondendo alle varie facoltà psichiche del- l'uomo, dalle
quali provengono in linea diretta, necessarie ed assolute manifestazioni degli
ideali raggiunti dalla coscienza popolare, e che trovano la loro base
nell'immutabile verità delle cose. Ma possiamo noi ragionevolmente ammettere
quest’affermazione ? Non pare invece che la storia ci dia torto come sostengono
molti? Ed infatti : non è a dirsi (si va ripetendo continuamente da tanti
critici) morto e stramorto un organismo insensibile a tutti gli stimoli, a
tutte le prove? L'inutilità assoluta di tutti i tentativi degli scrittori che
vollero far rivivere una forma let- teraria, l’'epica ad esempio, non dimostra
forse evidentemente che questa forma è perduto ora- mai tutta la sua forza
vitale e non è più su- scettibile di risurrezione? Quanti poveri illusi,
sperando di ridestare la gran morta, trasfusero tutto il loro ingegno, tutta la
loro arte, tutto il loro sangue, nell’elaborazione di un'opera let- teraria di
risorgimento e non fecero che un buco nell'acqua! È inutile ostinarsi ad andar
contro alle leggi della natura; ciò che è morto non può risorgere altrimenti. E
la poesia epica dicono in Italia può ben dirsi finita, perchè ora manca il
maraviglioso, perchè manca il soprannaturale, perchè i temi sono esauriti,
perchè manca gioventù di popolo, perchè il poema storico è toccata la cima col
Tasso, ed è vano ritentare il volo, perchè sarebbe un anacronismo ai nostri
lumi di luna, perchè sarebbe troppo incompatibile col moderno naturalismo
scienti- fico imperante, ecc., ecc, lo non vado più oltre nell'enumerazione dei
perchè... di questi sosteni- tori della morte dell'epica, e il tema è trito e
ritrito con enorme fastidio. Noi dobbiamo orientarei un poco in questo viluppo
di difficoltà; e “ poichè tanto si è gridato ai responsi della storia,
guardiamola anche noi da vicino, e prima di scrivere sull’arena %, im- pariamo
a conoscere le lettere dell'alfabeto ,. Veramente la storia letteraria ci
mostra che le forme, nella loro evoluzione, passano per stadi di notevolissima
decadenza, nei quali non danno punto segni di vita, se pure non debbano con-
siderarsi come segni negativi i tentativi sba- gliati e miserandi degli illusi
e degli incompresi. L'apparizione di alcuni generi è affatto in- termittente ed
irregolare. E sta bene; noi esa- mineremo più avanti la questione importantis-
sima delle intermittenze storiche, non soltanto parziali, e di una forma
particolare, ma di tutto l'organismo letterario, e verremo a questa im-
portante conclusione che: le intermittenze storiche non sono soluzioni di
continuità, ma stati latenti di energia. Veramente abbiamo già risolta, nel
capitolo (1) ArcoLeo, Letteratura contemporanea. Adattamento all'ambiente , una
grande que- stione, per il poema cavalleresco. Si ricordi il cortese lettore di
ciò che si è stabilito a propo- sito della sopravvivenza straordinaria di
alcune produzioni. Per esempio il poema Ariosteo. La forma, poema cavalleresco
è morta, il poema Ariosteo sopravvive, non però come rappresen- tante della
specie cavalleresca. Al disopra delle produzioni singole, sono le forme
speciali, al di- sopra di queste le facoltà psichiche generatrici delle forme.
Secondo come finchè la letteratura rimarrà nell'umanità come funzione della
vita sociale, e finchè continuerà ad essere la manifestazione del pensiero
umano fatta per mezzo dell’arte della parola — la storia della letteratura conterà
sem- pre fra le sue glorie l'espansione della, poesia del- l'immaginazione che
è l’epica, come l'espansione della poesia del sentimento, che è la lirica, come
l'espansione della poesia della riflessione che è la drammatica, ece. Passano
le epopee, le forme liriche e drammatiche, ecc., ma finchè la psiche umana sarà
costituita dalle facoltà psichiche che ora la costituiscono, rimarrà sempre
nella let- teratura la manifestazione artistica corrispon- dente. Si noti però
che non bisogna confondere assolutamente l’'epica con l'epopea, questa ultima
forma letteraria, come indica anche la parola (é725-rÉ%), non è che una
manifestazione di quella, fatta in una guisa particolare dagli artisti, e però
passeggera e caduca: quella invece si identifica quasi coll’ immaginazione
psichica, che è una forza umana attiva naturalmente..Non si può adoperare
promiscuamente questi due vocaboli, senza ingenerare una confusione irra-
zionale. Noi per intanto, a proposito dell’estin- zione della forma epica
cavalleresca, non rite- niamo assolutamente pensando all’ elemento epico
naturale — come soluzioni di continuità certi periodi di decadenza, in cui le
correnti ascendenti dei nostri diagrammi psicografici pre- sentano insenature
profonde e si impiccioliscono, a vista d'occhio, notevolmente. Nella vita degli
insetti troviamo pure un periodo curiosissimo di energia latente e continua, ed
è i periodo delle crisalidi. Non altrimenti dobbiamo giudicare dei fenomeni
letterari in discussione. Ma si è gridato che, tra noi e l'ultimo poema epico
fortunato, è trascorso omai troppo tempo, e che l’epica è ben morta. Però la
lunga durata delle intermittenze storiche non è una causa sufficiente, e non
sia pertanto la base del nostro giudizio. La storia della letteratura ci mostra
chia- rissimamente che il sentimento epico permane sempre nella coscienza della
nazione e quando più pare morto, ecco rinasce dalle ceneri, ad una vita nuova e
continua. Parli adunque la storia. — Dai versi Saturnii di Livio Andronico, dal
Pu- nicum bellum di Nevio, e dagli Annales del sommo Pasrorg, La wita delle
forme letterarie. poeta ENNIO (vedasi), che credè d'essere l'’Omero latino, e
dopochè fu da questi poeti innestata con felice ardimento la leggenda Trojana
alla 1* guerra Pu- nica, vibrante di patriottici gloriosi ricordi pel popolo
Romano, all’Eneide di Virgilio corse un’in- termittenza, nella produzione
epica, di circa un secolo e mezzo; e tuttavia, a giudizio dello stesso
Virgilio, il poema epico romano non era ancora a bastanza elaborato, quanto era
il desiderio ed il proponimento. Poscia il poema, dopo il De rerum natura di
Lmerezio, e la Farsaglia di Lucano (m. 18 dopo Cristo) scompare dalla scena
lette- raria e tace per quattrocento anni, finchè cioè non compare Claudio
Claudiano (400 dopo C.) un vero poeta che fa rivivere ancora col suo verso
epico la poesia classica del popolo romano (Giganto- machia, Raptus
Proserpinae) e scioglie il suo canto alla gran madre Roma “ fra lo scalpitare
dei cavalli Visigoti, e gli urli dei barbari sac- cheggiatori ed incendiari ,
(Occioni). Dopo di lui la sacra tradizione epica nazionale si perde nella
nebbia folta del Medioevo. Il sen- timento epico, nascosto timidamente sotto la
crosta della dominazione ostrogota e longobarda, passa vigilando otto secoli di
studi e di martirî. Tristo quel tempo in cui, come dice il Chiarini, “ si
videro camminare miracolosamente per lo mondo corpi e corpi d’uomini, ma le
anime tenea sigillate nelle sue arche la Curia Romana, e le custodiva con
l'occhio dell'avaro. La nostra povera forma letteraria, con l’altre sue sorelle
d’arte maggiori e minori, non osava uscire dal suo nascondiglio, “ perchè tutta
la vera poesia era cercata a morte dai fratacchioni, che già le avevano
scavato, gongolando, la fossa con le proprie mani. Quando finalmente un alito
di vita nuova correndo per tutta la penisola a ridestare i germi della nuova
civiltà ,, anche il sentimento epico nazionale osò sprigionarsi dalle pastoie
che lo implicavano e sorse sfolgorante di luce immortale nel poema sacro di
Dante Alighieri. Quindi fu necessario un intervallo di ben due secoli, perchè
si potessero formare e ridurre a perfezione i grandi poemi del 500. E qual non
fu la remota e lenta preparazione dell’Adone di Giovan Battista Marini, poema,
che ad onta del capriccio dell'autor suo, è pur sempre un prodotto voluto dal
suo ambiente? Orbene chi ora oserebbe sostenere che, in tutti questi grandi
periodi di silenzio, di elaborazione, di stratificazione lentissima, morì del
tutto il sentimento epico? Muore forse la pianta per l’unico fatto che non
produce i suoi frutti, in tutte le stagioni dell'anno? Certo le condizioni dei
popoli mutano, e mu- tano con esse le fogge peculiari delle forme let- terarie;
certo oggi non è più possibile l’epopea Virgiliana o Dantesca, o cavalleresca che
si voglia, nè l'é7o> antico, nè l'elemento leggendario, nè l'elemento
soprannaturale. Altri fat- tori storici compariranno sulla scena lettera- ria,
e sempre più mi persuado che un largo movimento epico si vada inconsciamente
propa- gando. Se la scelta del maraviglioso della nuova epopea stesse a questo
0 a quel poeta, l'epopea forse sarebbe strozzata nella cuna. Buono per lei, che
il maraviglioso non si cerca colla lan- terna di Diogene, ma che a parer mio, è
insito nell’epopea medesima e da essa scaturisce come un purissimo ruscello
d'acqua, dal fianco d'un ghiacciaio. Fa detto che la storia non è più poetica,
e che essa è diventata una scienza: è vero; perchè anche la scienza è diventata
poesia! (Guerzoni) “ E questo è un miracolo ben più grande d'un nume, che
avvolga in nube ce- leste i suoi protetti, o d'una saga normanna, che faccia,
al tocco dello scudo, muovere le quercie della foresta ,. Nel III capitolo di
quest'opera, parlando del processo d'integrazione della materia letteraria,
abbiamo dimostrato che le elaborazioni artistiche, nella letteratura, si fanno
lentissimamente ed a gradi. Il materiale artistico a poco a poco si ac- cumula,
si sovrappone in strati sottilissimi sul fondo della coscienza popolare, e ciò
che a metà di questo periodo di incubazione può parere ri- dicolo ed
impossibile, a gestazione compiuta di- viene esigenza della natura; e nasce
spontaneamente il bambinello bello e forte, l’aspettato dalle genti. Ogni
produzione letteraria partorita ar metà della gestazione popolare riesce un
aborto evi- dentemente. Perchè, tengasi bene a mente, è solo la coscienza
popolare che mantiene sempre acceso il fuoco dell’epopea, e nessun poeta, per
quanto potente, potrà far violenza al popolo stesso, e impadronirsi delle sue
tradizioni, e per- fettamente riprodurle, e armonizzarle ed unifi- carle
insomma in un poema, se quel popolo non gli è confidato un tale ufficio, se non
glie là permesso, come disse Alessandro Manzoni. Perciò, se sentite a dire, che
tutti i tentativi falliti di epopea, che caddero miserabilmente
nell’indifferenza della società nostra, provano ad esuberanza che è passato il
tempo dell’epica, e che questa forma è morta per sempre, non cre- dete. Ei
s'ingannano forte. Perchè i tentativi : falliti non provano l'impossibilità della
forma epica, e non si possono, nè si devono considerare come prove negative. A
giudicare dei tentativi falliti degli scrittori del secolo xIv e xv, dovremmo
pure affermare @ priori impossibile il risorgimento dell'epica, e intanto
questa giunse passando per tale via, tutta sparsa di morti e di feriti, alle
sublimi altezze dell’Ariosto e del Tasso. Dopo il Trissino, che naufragò
miseramente con la sua Italia liberata dai Goti e sì pentì amaramente di non
avere tentato il romanzo di cavalleria: Sia maledetto il giorno e l’ora quando
Presi la penna e non cantai d'Orlando, venne Torquato Tasso, e “ guidò la nave
al porto della salute , (E. Scarfoglio. Il libro di D. Chisciotte, 195). E dopo
tutto ciò, se l’Epica è una vergine superbamente fiera e selvaggia, che ributta
sde- gnosamente e rudemente tuttii poveri illusi che si sono innamorati di lei
e tentano andacemente di abbracciarla, è segno manifesto ch’ella aspetta un
cavaliere, bello come un sogno e gagliardo come un eroe, che finalmente appaghi
la sua sete insaziabile d'amore. Aspettate che l'ideale poetico sia maturo e
completo, e vedrete che l’epopea proromperà dall'ambiente, come Pallade armata,
dal capo di Giove. Ora si fa proprio un’opera vana scrivendo poemi non
preparati, non consentiti dalla co- scienza popolare. Egli è di queste grandi
rivo- luzioni poetiche come d'una rivoluzione politica, che non nasce già
all'appello del primo tribuno, che s'arrampica su d'un lampione e strombazza ai
quattro venti: Fratelli.... Cittadini... Libertà... Eguaglianza... Fratellanza!
— quantunque queste parole magiche vengano quasi sempre accolte da un vero
uragano d'applausi! Raccogliendo le fila, a noi pare di avere dimostrato a
sufficienza, come nel campo della letteratura v'è una battaglia di idee, di
senti- menti, di produzioni artistiche, di forme, lette- rarie che si mutilano,
si reintégrano e si confon- dono nell’universale intreccio della loro reciproca
azione. Molte forze van disperse nell’isolamento, ma ùànno tutte lottato; e
molte forme letterarie van perdute nell'oblio, ma tutte àn contribuito al
lavoro per l’esistenza all'evoluzione psicoge- nica della letteratura. Se tutte
le forme potessero vincere ne ver- rebbe la perfetta stasi. Qualche cosa si
perde, perchè bisogna pure che qualche cosa si gua- dagni. Senonchè quest'idea
di morte, intesa nel senso rigoroso della parola, è tutt'affatto poetica. Il
fatto scientifico innegabile è la trasformazione continua «dell'energia fisica
e psichica. E questa necessità, fatalmente continua, impera non so- lamente sulla
vita fisica ed organica, ma eziandio sulla vita intellettuale dell’uomo e delle
società, e nel campo delle più sublimi manifestazioni della psiche. L'arte
tutta va via trasformandosi perenne- mente. Ma non già per il portato
cervellottico degli artisti, bensì in virtù di una lenta e logica evoluzione,
la quale comincia a manifestarsi nella coscienza della società e viene poi
riflessa in- consapevolmente nella coscienza degli artisti, e riprodotta e
concretata nell'opera d'arte. Ben è ‘vero che alcuni grandi artisti precedono
di molto la psiche storica dei singoli individui; e perciò rimangono a lungo
incompresi; giacchè per co- stituire la grandiosità di un avvenimento ri-
formatore occorrono due condizioni, scrive il Nietzsche: la coscienza di questa
grandiosità in coloro che lo compiono ed in coloro che vi as- sistono. — Ma
giova ripeterlo, l’arte tutta va via trasfor- mandosi perennemente; e di vero
non assistiamo forse a questo fatto innegabile, presentemente nell'arte
musicale? Qui pure vediamo, come disse Spencer, che l'eterogeneità più
complessa delle re- lazioni determina sempre un più alto valore ideale nella
dinamica storica. Che distacco enorme dalla semplicità festiva, briosa,
spensierata dei nostri vecchi ballabili alla grandiosità dramma- tica della
musica Wagneriana! Niuno è così pazzo da negare tutta la bellezza e l’eleganza
di quella musica, ma è pure gioco- forza ammettere che essa, con tutti i suoi
pregi inestimabili, presenti tutti i difetti di un'arte giovane ed ingenua. Ora
il grande artista del “ Cavaliere del Cigno , bandì la sua riforma, sostenendo
la teoria che la sola consapevolezza della creazione costituisce l'opera d’arte
veramente geniale, ben lontano dal proposito deliberato di romperla brusca-
mente colle tradizioni gloriose de’ suoi ante- cessori, ma costretto man mano a
svincolarsi dalle pastoie convenzionali, pel proposito deliberato di
rappresentare musicalmente il grande contrasto d'amore, che fremeva nell'animo
suo, in una parola, tutto il dramma di una vita vissuta! “ Da ciò scaturisce il
fascino quasi panroso “ che esercitano sui partigiani e sugli avversari “ certi
brani della sua musica: non è un artista che ci ammalia coi prodigi dell’arte
sua scrive il Depanis è nn uomo che ride e “ piange e singhiozza dinanzi a noi,
per bocca dei suoi eroi e colle voci infinite della suna incomparabile
orchestra ,. Ecco, nè più nè meno, in che consiste la cosi- detta musica
dell’avvenire, la quale veramente trionfando, comincia a far dimenticare molta
musica del passato. Ma ritorniamo ai fenomeni letterari. Noi abbiamo posto in
luce le leggi che gover- nano le mutazioni e le scomparse delle forme; e fu
dimostrato come e perchè scompaiono, nel corso storico della letteratura, tutte
le produ- zioni artistiche, e le forme minori che non tro- vano base
nell’immutabile verità della coscienza sociale. Velemmo come le forme cardinali
della letteratura vere e proprie funzioni della psiche umana ad onta delle
continue trasfor- mazioni che subiscono in virtù dell'adattamento all'ambiente,
presentino, nella loro evoluzione un'evidentissima continuità di vita. Cadono
adunque, col tempo, tutte le fogge particolari, tutti gli atteggiamenti
mutabili delle forme, prodotti dalle differenti condizioni del- l'ambiente e
dalla momentanea fisionomia del clima storico. Ma finchè vive la letteratura,
du- rano egualmente le sue funzioni. Come l'integrità di una società umana si
man- tiene perennemente, nonostante la morte dei sin- goli cittadini che la
compongono, così i generi letterari non muoiono, quantunque si cambino
continuamente le manifestazioni e la maniera di interpretarli. Osserva lo
Spencer, nei suoi Primi principî, di una ditta che risale alle generazioni
passate e prosegue negli affari col nome del fondatore, tutti gli impiegati ad
uno ad uno sono stati mutati, fors'anche parecchie volte, mentre la ditta è
continuato ad occupare lo stesso posto e a mantenere le stesse relazioni coi
compratori e coi venditori. Dappertutto è così; i gruppi, gli aggregati
rivelano sempre una continuità di vita che eccede quella degli individui. Và di
più: possono decadere alcune grandi forme letterarie, come può decadere un
centro industriale qualunque nella società, e la lettera- tura e la nazione
conserva sempre la sua inte- grità. E dopo tutto ciò finisco con un bellissimo
pensiero del Ghisleri ©, “ Se mi domandate: quale (1) GnisLerI, Polvere. è la
missione dell’opera d’arte. Io vi rispondo: Quale è la missione del fiore?
Svilupparsi e vi- vere, secondo i limiti e le leggi' della sua Specie, poi
morire, per dar posto ad altri fiori sempre più belli ed olezzanti, che
spuntano attorno al suo stelo. Perchè l’opera d’arte dovrebbe essere tagliata
fuori dall'armonia universale? Interpretazione scientifica dei periodi d'
intermittenza Dopo di aver raggruppato razionalmente i principali rapporti
biologici delle forme lette- rarie, nell'intento di dimostrare il progresso
con- tinuo dell’idea-forza, nell'espansione della vita e nella sua
manifestazione continua, attraverso i secoli, dobbiamo considerare un'ultima
que- stione di capitale importanza. Pende tuttora in- certa una grave contesa
tra i critici; alcuni sostengono il progresso continuo della lettera- tura, ed
altri colpiti dalle epoche di povertà
letteraria e dalla mancanza quasi assoluta di produzione artistica — credono
invece la lette- ratura condannata ad un continuo e fortuito on- deggiamento,
fra le età migliori e le peggiori. Orbene, quale è l'opinione voluta dal con-
cetto naturale dell'evoluzione, o almeno quale è l'ipotesi scientifica che pare
più conforme alla netta interpretazione dei fenomeni storici ? Prima di venire
ad una conclusione, vediamo anzitutto chiaramente tutti i dubbi e le difficoltà
che si presentano alla mente. E giacchè il movimento della letteratura è
nient'altro che un fenomeno naturale, spiega- bile coi criteri delle scienze
positive, servia- moci delle più generali cognizioni della scienza. Herbert
Spencer — nel suo immortale capi- tolo: Il ritmo del moto è dimostrato che tutto in natura procede per
un'alternativa di azione e di reazione. « Il movimento egli dice anche negli
in- terni cambiamenti della società umana è evi- dentemente progressivo e
regressivo. Nel com- mercio, e nella religione pure soggiunge vi sono periodi
di esaltazione e di depressione, ed a generazioni di credenti e di infatuati
se- guono generazioni di tiepidi ed indifferenti. Vi sono epoche in cui il
senso del bello pare as- sopito; insomma, riassumendo, per non ripetere tutte
le oscillazioni della psiche sociale a co- minciare dai sistemi filosofici, e
per finire sino alle variabilissime esigenze della moda, là dove c'è conflitto,
c'è lotta e moto e ritmo del moto. Ogni azione vuole la sua reazione, ed il
ritmo è un corollario inevitabile della persistenza della forza. Come, adunque,
potremo noi conciliare col progresso continuo questa fatale alternativa
ritmica, di periodi di esaltazione e di periodi di depres- sione? Non resta
così appunto dimostrata evi- dentemente l'intermittenza storica nel processo
evolutivo della letteratura, la quale intermit- tenza non sarebbe poi altro che
la negazione del periòdo precedente, il termine antitetico di una fase positiva
di sviluppo? Diremo adunque che la letteratura e tutta l'arte in genere, ed
anche perciò la storia, non fa che trascorrere fortuitamente di periodo in
periodo, senza un intimo principio di progresso, in balìa di un po- tere
elettivo che tutte le virtualità trasforma ed alterna, senza però accumularle
&radatamente e rivolgerle a maggior segno di perfezione ? Noi abbiamo giù
visto, nei trascorsi capitoli, quanto sia lontana dal concetto naturale del-
l'evoluzione l'ipotesi d'una elezione @ ritroso. Ora non possiamo ripeterci
inutilmente; e perciò, tenendo conto solamente di quelle conclusioni,
affrettiamoci ad esaurire l'argomento non an- cora trattato delle intermittenze
letterarie. Se- nonchè è mio dovere riferire in quali termini sta la questione,
nello stato presente della cri- tica. Gaetano Trezza, uno dei più insigni
nostri filosofi liberali ‘%, ammette che lo sviluppo psico” genico e storico
dell'umanità sia arrestato, di G.
CneECcCHIA, ra quando in quando, da periodi di intermittenza di vera inerzia
dell'attività umana, e dà luogo così ad una teoria che invece di essere in
armonia coll’evoluzione la combatte, anzi, sol perchè la divide, viene a
distruggerla completamente ©. Vediamo però le ragioni del Trezza. Egli dice ©:
“ È ben certo che le energie pro- dotte dalla selectiòn siano sempre feconde? E
ben certo che l'evoluzione sia sempre causa di progresso? e che il predominio
di aleuni stati intellettuali su alcuni altri sia sempre un bene? È ben certo
che l’eterogeneità più complessa delle relazioni determini sempre un più alto
va- lore ideale, nella dinamica della storia, come vorrebbe Spencer? Non si
potrebbe dire che la selectiòn crea le decadenze del pari che le ri- nascenze.
sociali? Le follie e le colpe non si propagano forse come il genio e la virtù?
La selectiòn non distrugge più d'una volta le ener- gie stesse che concorsero a
produrla ? Ed il pes- simismo non avrebbe ragione anche qui? Certo... le leggi
dell'evoluzione sono scettiche, non ànno bisogno di alcuna provvidenza
superiore ordi- natrice. “ Il progresso si fa, non lo nego, ma per com-
prenderlo conviene misurarlo a grandi distanze, non è nè continuo nè certo
sempre, più d’una CHRCOHIA, Trrezza, Il
Darwinismo e le formazioni storiche, volta tu ài un'evoluzione a ritroso, e
cioè un'in- termittenza che sospende per molti secoli gli effetti scientifici
dell'evoluzione, “ La selectiòn può esser causa di danno, fa- cendo prevalere
certe idee e sentimenti ripu- gnanti alla scienza, che non è fortea bastanza
per vincerla; l'eredità trasmette di secolo in secolo il male. Bisogna
aspettare che si ristau- rino da sè stessi i danni patiti, e allora l’evo-
luzione interrotta riprende il suo corso e l'ideale, mortificato
dall’intermittenza, risuscita e trionfa col nuovo stato. Come si spiega la
decadenza del medioevo e la rinascenza del mondo mo- derno? Come si spiega
diversamente un'inter- mittenza sì lunga nella vita storica? , Noi abbiamo
riportato esattamente le parole stesse del Trezza per potere rispondere
diretta- mente, e porre di riscontro la nostra disamina critica. Già il G.
Checchia, in un articolo sopra “ Le formazioni storiche e il cosidetto periodo
delle intermittenze, secondo il dettame della filosofia scientifica ,
pubblicato nel 1884 sulla Rivista di Filosofia scientifica del Morselli, si
provò a ri- battere le idee del Trezza, e molto bene a no- stro giudizio per
quella parte che è considerato ; ben altro ancora si può aggiungere.
Ricapitoliamo brevemente tutte le ragioni ad- dotte da G. Checchia. “Ammettendo
anzitutto col Trezza che i fe- ice a re i nomeni letterari sono generati dalle
leggi del- l'evoluzione, e che il progresso in letteratura si fa, quantunque
non continuo nè certo sémpre, sì scorge tosto a prima giunta che l’intermit-
tenza la quale secondo il Trezza è l'inerzia dell'attività numana — appunto
perchè arresta lo sviluppo embriogenico della società viene a distruggere
completamente la evoluzione. Poichè il.concetto di evoluzione non implica
solamente un'idea di direzione qualsiasi, e tanto meno un arresto, una fermata
fatale; l'evoluzione è di sua natura essenzialmente progressiva, altrimenti non
sarebbe evoluzione dice Checchia spostatemela un momento dalle sue leggi, a ri-
troso del suo cammino, arrestatemela dal suo corso, e fatemi di essa un periodo
che è uno zero, un aborto nella storia dei secoli e voi avrete la fine
dell'umanità, la cessazione del- l'essere. L'evoluzione non fa salti, or va
lenta, or va rapida, ma sempre misurata in suo cam- mino, Ammettendo queste
soluzioni di continuità evolutiva, come mai è possibile ricongiungere il
passato coll'avvenire se non v'è un punto inter- medio che intersechi e
comunichi l’un coll’altro? “Come mai sarebbe possibile la vita moderna se nel
medio evo proprio fosse mancato un fu- sellino della vita antica, un breve
spiraglio a traverso il quale fosse arrivato il riverbero del- l'antica vita
latina? Come sarebbe nato il Ri- nascimento ? Ciò che per il Trezza è un
periodo di intermittenza, per me un periodo di lentis- sima graduazione
evolutiva o, per dir meglio, di transizione feconda. Certi fenomeni storici non
bisogna interrogarli nel loro manifestarsi esteriore e superficiale, ma
coglierne le ultime ragioni, con profonda intuizione, le variazioni, forme
intime che li svolgono, in altri termini bisogna studiarne il substrato interno
e nascosto che costituisce l’'addentellato della società ven- tura. “ Dice
Carducci negli Studi letterari (Livorno): “ Nell'arte come nelle manife- “ stazioni
biologiche non v'è cataclismi o avveni- “ menti improvvisi; ma tutto s'esplica
dopo una “ lunga gestazione per le mille attività trasmes- “ seci dal passato
,. Queste, in breve riassunto, sono le ragioni addotte dal Checchia contro il
pensiero di Gae- tano Trezza, e sono tanto valide, che devono essere accettate
dalla critica scientifica, ed ap- poggiate e sostenute eziandio con un altro
or- dine di argomenti. Ma secondo me, non si può giungere all’inter- pretazione
completa del fenomeno senza tener gran conto, per un lato, della legge del
ritmo del moto stabilita da Herbert Spencer, e per l’altro senza integrare, con
diverse considerazioni, la dottrina spenceriana. E di vero qui si tratta di
fenomeni naturali bensì, ma però di fenomeni biologici, nel largo senso della
parola, cioè delle vicende di quel complesso organismo che è la letteratura.
Per il che, non dobbiam dimenticare l'efficacia del- l'ereditarietà, e
dell’elezione naturale, pur ac- cettando che il movimento della letteratura se-
gua un'alternativa incessante di azione e di rea- zione. I periodi storici sì
susseguono sempre con questa legge naturale, ma non cessa mai di crescere la
coscienza sociale che li collega in- timamente. La letteratura è il suo ritmo
come l’à il polso — scrisse molto elegantemente Graf è vero, ma si ritenga pure che, come in una
stessa arteria il sangue non ritorna indietro nella fase di depressione che
succede immedia- tamente alla pulsazione, anzi corre continna- mente dentro di
essa, senza fermarsi, o indie- treggiare, così è della grande corrente
letteraria, la quale è pure certe fasi di fioritura corrispondenti agli
intervalli fra una pulsazione e l'altra, ma essa procede continuamente come il
sangue nelle vene. Nè si creda recisamente ad un arresto del movimento letterario,
allorchè poca o quasi nulla è la produzione artistica di un dato pe- riodo; qui
non v'è stasi, nè tanto meno elezione a ritroso; in mancanza delle forme si
elaborano però le forze, e la vita della letteratura non cessa un istante di
sussistere. Le forze vive della letteratura si elaborano, allo stato latente,
nel profondo delle coscienze umane, non muoiono perciò, anzi lentamente
lentamente vanno ac- cumulandosi e stratificandosi e si rivelano poi ad un
tratto, in una splendida fase di produ- zione, esuberante di forme artistiche
notevolis- sime, che all'occhio dell’osservatore tradisce tutto quanto il
lavorìo segreto e dimostra la potente virtualità della psiche umana. Ben è vero
che il moto spesso è così insensibile che poco fa- cilmente si lascia
determinare; ma noi, in questi casi, siamo di fronte precisamente allo stesso
fenomeno che succede in geologia studiando i bradisismi. Solo perchè il
fenomeno è pressochè inavvertito, possiamo noi negare il lento movi- mento
della crosta terrestre, nelle spiagge famose della Danimarca, sotto all’azione
continua e poten- tisssima dei bradisismi? Come l’uomo cresce tutti i giorni,
ma nessuno se ne accorge, come l’uomo s'avvicina tutte l’ore alla morte, ma ben
pochi se ne dànno pensiero, come l’acqua del mare cor- rode lentamente la
sponda rocciosa sovrastante, finchè un bel giorno la fa rovinare del tutto,
così le energie letterarie lentamente si elabo- rano, e vanno trasformandosi
perennemente in senso progressivo. Se le forme letterarie non se- gnano evidentemente
questo interno lavorìo è pur un fatto indiscutibile che progrediscono sempre
nella società stessa. “La natura, disse il Biichner (Forza e Materia, pag. 50),
non conosce alcuna sorta di riposo, anzi tutta la sua essenza consiste appunto
nella perpetua circolazione, per la quale ogni movimento proviene da un altro
antecedente; che a sua volta è causa di un’altro movimento ulte- riore
equivalente, di guisa che nessun movi- mento, per quanto piccolo ei sia non si
pro- duce mai dal nulla nè ritorna nel nulla ,. Nella storia della letteratura,
come in gene- rale nella storia della civiltà, il passaggio da un'èra all'altra
non è mai istantaneo, imme- diato — quasi un semplice ed improvviso mo- vimento
di scena — ma si viene effettuando a traverso d'una cotal ineubazione o
elaborazione lunga, lenta, difficile, onde risulta quello stato particolare
dello spirito umano, che suole de- nominarsi un'epoca di transizione. È
naturale del resto che, nei periodi di de- cadenza letteraria, la poca attività
funzionale diminuisca anche evidentemente la lotta per la vita nelle varie
forme letterarie. E poi si ag- giunge un altro coefficiente a deprimere la vita
delle forme. L'ambiente, sempre conservatore e potentis- simo, impera sulle
coscienze e le piega tutte all’inerzia. Ricordiamoci che vi è anche una forza
di inerzia, 0 per esprimermi più correttamente, di persistenza, per cui i corpi
conservano lo stato in cui si trovano e si oppongono ad ogni cam- biamento di
stato. Questo grande principio ci spiega come mai i piccoli tentativi di
reazione artistica ad un genere letterario, e ben anche i tentativi par- ziali
di rivolgimento a tutto un intiero ordine di cose (per esempio all’arte di un
ambiente da lungo tempo abituato a pensare in quella guisa) non siano mai sufficienti,
finchè essi, accumu- lando lentamente le loro energie di reazione, non riescono
a superare la grande forza di resistenza dell'ambiente. È la ripetizione della
favola dei viandanti e del macigno che ostruiva il sentiero della montagna, e
trova una dimostra- zione mirabile nella grande reazione umanistica del
medioevo, per esempio. Noi abbiamo giù visto, nei precedenti capitoli, come
succeda in letteratura l'adattamento al- l’ambiente. Orbene, per toccare di
tutte le carat- teristiche dei cosidetti periodi di intermittenza, giova
ripetere che qui le forme letterarie sono ancor più costrette ad uniformarsi
all'ambiente, ed a vibrare non più alto del diapason suo. Dimo- dochè succede a
dirittura una depressione irre- sistibile, forzata per correlazione di sviluppo.
Tutte le forme letterarie, ed il moto com- plessivo della letteratura segue in
questi casi, come sempre del resto, la linea di maggiore at- trazione, o
veramente di minore resistenza, per ciò, non potendo vincere l'opposizione
dell’am- biente, assumono tutte una fisonomia caratte- ristica, e
l’infiacchimento è generale. Le forme letterarie ènno veramente nel loro corso
storico periodi di sonnolenza, di decadenza, di riposo, di catalessi più o men
lunghi, e nei quali la loro vita è un potenziale bassissimo, pressochè nullo.
Ma ciò succede pure negli organismi animali. Ricordiamoci unicamente che la
vita della let- teratura complessivamente considerata è immen- samente al di
sopra di tutte le vite singole delle produzioni artistiche, e delle forme e dei
ge- neri letterari; non si può parlare di morte per essa, finchè è viva la
società umana. Però si tratta di un arresto, di una fermata nel cammino del
progresso? Ebbene, forse che l'organismo perde tutta la sua energia e muore,
arrestandosi un po’ di tempo, per pigliar forza e riposarsi ? Si tratta di
decadenza prodotta da morbo- sità? Ebbene, forse che è morto l’organismo du-
rante una malattia spaventevole, o notevolmente lunga ? Si tratta di sonno, di
catalessi ? Ebbene, an- che sotto l'apparenza della morte, &xyos Gaydrov
ddeXpos, continua la vita dell’organismo. L’im- mobilità e la rigidità
cadaverica non contano: applicate l'orecchio su quel petto di marmo, non vi
faccia ribrezzo il freddo delle carni, che cosa è quel rumore lievissimo che
sentite? Non è, il lavorìo terribile dei vermi che rodono le carni, non è il
crepitìo naturale della materia che si disgrega, che si corrompe, ma è il
battito del cuore che continuamente rivela la vita del- l'organismo. Del resto
in letteratura succede quel che si può notare nel campo delle altre forze
naturali. Per un certo riguardo le forme letterarie, 0 per meglio dire, la
produzione artistica si com- porta precisamente come un potenziale qualunque.
Di fatto, in elettricità, verbigrazia, è noto che una macchina elettrica può
presentare un po- tenziale molto basso, ed avere invece molta ener- gia
dinamica, e viceversa può presentare un potenziale molto elevato ed avere
invece po- chissima energia dinamica, e così pure in lette- ratura la
produzione artistica di un dato periodo può essere molto esigua, e nello stesso
tempo molto intensa l'elaborazione psichica delle co- scienze, e viceversa può
essere straordinaria la produzione artistica esteriore, e l'elaborazione
psichica delle coscienze umilissima. Si conside- rino attentamente le forze
intime e le forme artistiche del trecento, e del seicento, per un esempio. È
chiaro ed indiscutibile che l'esuberanza della produzione letteraria non è mai
condizione ne- cessaria dell’eccellenza dell’arte e del pensiero. Si è già altrove
dimostrato che la letteratura è in una condizione di equilibrio instabile, e
sottoposta alla legge del ritmo del moto; ora è importante aggiungere un’altra
verità scientifica, che sgorga dalla considerazione dei feno- meni naturali.
Qualunque ne sia la ragione oc- culta —scrisse Lorenzo Agnelli, n filosofo
nostro troppo atorto dimenticato dalla critica moderna — per tutta l'immensa
natura i contrari si colle- gano e si alternano continuamente; e l’infinita
quantità dei fenomeni ritorna sempre in sè stessa con un giro periodico. Di qui
l'evoluzione dei pianeti, il moto rotatorio della terra, il corso delle
stagioni, il succedersi del giorno e della notte, e via dicendo. Tutta la
natura complessivamente, e nelle sin- gole vite degli organismi si ordina, si
anima, si innalza perfezionando e moltiplicando i suoi cir- coli. i Nel sistema
muscolare, nel fenomeno della respirazione, nella veglia e nel sonno, nelle
abitudini, nell'educazione, nell’imitazione, tutto ma- nifesta una circolarità
evolutiva, invisibile, inelut- tabile di cui ci sfuggono i periodi e le
condizioni. I circoli si ripetono nelle ondulazioni della vita, nelle arti, nel
verso, nella rima, nella ricerca del ritornello, nella melodia in cui il
periodo è ra- pido come il battito del cuore. Questo periodo si allarga poco a
poco nei sentimenti, nelle azioni umane, nelle società, nell’industria e nel
com- mercio, nelle più alte manifestazioni della psiche, e nella letteratura
conseguentemente. (1) Lorenzo AGNELLI, Filosofia della letteratura. Il corso e ricorso
di VICO (vedasi), che fu ritenuto fino quasi a ieri un'utopia madornale del
grande pensatore napoletano, è pure una grandissima analogia col principio
scientifico che noi propugnamo. Secondo lui, la vita umana, nella sua storia
ideale eterna, percorre continua- mente intorno a sè stessa un circolo ozioso,
in tre rilevanti momenti storici, quello del nascere, del crescere e del
decadere. Egli intravvide adunque confusamentele grandi linee della storia
umana, ma non si accorse del loro intimo legame. Egli trovò una fisonomia
caratteristica comune a,tutti i grandi periodi storici, e considerandola troppo
assolutamente, si fissò in essa, e con iscon- siderato, ma spiegabilissimo
slancio sintetico, l’as- sunse a dogma universale, non vedendo che scambiava la
forma con la sostanza, e conside- rava come qualità essenziale quella che era
formale unicamente. Nella sua mente fantasiosa e poeticissima accadde una
specie di raptus; la fissazione con- centrata su di un fenomeno particolare gli
im- pedì di scorgere minutamente il nesso logico, che vincola strettamente
tutti i fenomeni analoghi. Fatale necessità del monoideismo! Insomma egli
commiselo stesso errore di chi, 0s- servando partitamente che tutti gli anelli
di una lunghissima catena sono circolari, dicesse assolu- tamente che tutta la
catena non è che un anello unico e solo, trascurando di notare che ogni sin-
golo anello è concatenato coi precedenti e coi sus- seguenti, e che tutti
insieme ad onta della loro qua- lità formale, costituiscono una linea
indefinita. Tale è il pensiero di Giambattista Vico. Senonchè la legge del
ritmo del moto, stabilita da H. Spen- cer, presenta piuttosto alla mente la
figura d’una linea spezzata, per l’'ineluttabile alternativa del- l’azione e
della reazione. Ma la legge dell’evolu- zione non è tutta lì. Nel campo della
letteratura, come nella società, al disopra degli ondeggia- menti continui
delle forme artistiche, si rivela un'espansione continua e progressiva del pen-
siero, creatore dell’arte. : Se non progrediscono visibilmente le singole forme
letterarie progrediscono bene sempre le forze, cioè la ragione e la coltura, e
la coscienza, fonti alla loro volta di più elevata manifesta- zione artistica.
. L'organismo della letteratura adempie conti- nuamente alla sua funzione
sociale; per esso la vita trova la sua naturale espansione, e le co- scienze si
comunicano senza posa le loro emozioni e le loro conquiste. Il sentimento
estetico è attivo per eccellenza, donde la relativa perennità della sua
manifestazione; cioè dell'arte in genere e della letteratura in ispecie. Le
forme letterarie moderne sono superiori alle forme degli antichi — perchè la
coscienza moderna è più sviluppata della coscienza degli antichi. Ed è proprio
così, ad onta di quel che dicono alcuni puritani, i quali, con passionata ed
esclusiva ammirazione verso qualcuno degli scrittori an- tichi si irrigidiscono
come gli indiani nel- l’estasi del Nirvana. Quasicchè nell'ordine intel-
lettuale delle produzioni artistiche, quei loro insuperabili maestri avessero
segnato fatalmente a tutti i venturi nuove ed immutabili colonne d'Ercole.
Costoro non avvertono 0 sono incapaci di av- vertire che — successivamente
sviluppandosi e maturandosi coll’andar del tempo, e col diffon- dersi
dell'istruzione, l'ingegno e la ragione a seconda del rispettivo grado di
civiltà, comples- sivamente nel genere umano, così come nei singoli individui
che lo compongono — non so- lamente si guadagna in complesso ed in superficie
quello che si perde in profondità, ma va conti- nuamente alzandosi il grado o
la misura media carattestica del luogo e del tempo. Non altrimenti per addurre
un solo esempio, il Dhawalagiri, la più alta vetta dell'Imalaja, che è pur la
montagna più elevata del globo, benchè misuri un'altitudine quasi doppia di
quella del monte Bianco, dal livello del mare, pure culmina meno di esso, €
presenta un'altezza relativa, cioè misurata dalla base del cono, assai minore,
sorgendo da un alti- piano per sè medesimo assai più elevato, cosichè
apparentemente se ne direbbe inferiore. Ecco precisamente, noi siamo sopra d’un
altipiano molto più considerevole di quello su cui si driz- zavano gli antichi,
e se, indipendentemente da ogni altra ragione, noi ci eleviamo meno, e meno
campeggiamo sul fondo, il fenomeno dipende da un concetto tutt'affatto
relativo. Il movimento nella letteratura, pertanto, si produce non già in linea
circolare eterna, come pensò il nostro Vico, neppure in linea retta come
sognano gli utopisti, e nemmeno in linea spezzata come sostengono i scettici, ma
secondo la legge di una spirale, con che si spiega a me- raviglia il ritmo del
moto, e le alterne succes- sioni dei periodi storici, ed i progressi continui,
ed i continui e fatali deviamenti, ma questi, in- fine, progressivi sempre come
quelli. I diversi cicli-storici sono riflessi mirabilmente dalle diverse curve
della spirale continua, i cui passi possono bensì essere più o meno salienti, e
più o meno divergenti dall'asse centrale, ma non discendono mai al disotto del
relativo piano orizzontale, perchè la spirale continua sarebbe evidentemente
distrutta. E tanto più ampie di- ventano le curve della spirale e tanto più si
discostano dall’asse centrale; e quanto meno sono salienti i passi relativi,
tanto più esteso sarà il periodo dell’intermittenza storica, e maggiore la
decadenza apparente, e più involuto e diffi- cile lo studio della dinamica
sociale. É come il flusso e riflusso della marea, che successivamente s'alza e
s'abbassa, ma pur monta mai sempre! In ultima analisi, questo progresso
continuo della Letteratura accompagna strettamente l’evo- luzione progressiva
della società umana, di cui, in verità, non è che una funzione organica
particolare. Però, benchè io creda che la letteratura sia una funzione sociale,
e rigetti la formola del- l’arte per l'arte, tuttavia non intendo di restrin-
gere l'artista in un campo strettamente morale. Secondo me, l'artista, nella
produzione del- l'opera d’arte non deve già proporsi, deliberata- mente, una
mèta ed un indirizzo morale; egli deve mirare unicamente ad espandere la vita,
ed a comunicare agli altri la sua coscienza par- ticolare, con le forme più
acconcie e squisite. Ma intanto, a lavoro compiuto, nasce senza dubbio un
risultato morale; e qui sta tutta la funzione sociale dell’arte. Così siamo
giunti al termine del nostro lavoro, e, considerando ora francamente la via
percorsa, non sembra possibile che possano concorrere tanti e così svariati
argomenti a dare ad un errore tutta l'apparenza della verità. Ma, inten-
diamoci. L’avere rinvenuto un’analogia continua fra l'evoluzione delle forme
letterarie e la vita degli altri organismi della natura, non è già aver provata
un'identità. , Tuttavia, poi che lo studio delle analogie sembra essere
assolutamente indispensabile a tutte le scienze, noi abbiamo coordinato queste
ricerche comparative in un libro che non è alcuna pretesa, e vuole essere
unicamente con- siderato come un punto di partenza. Ardigò Il compito della
filosofia e della sua perennità, (Rivista di E. Morselli). ‘Opere filosofiche,
La morale dei positivisti. Milano, . Allievo Del positivismo in sè e
nell'ordine pedagogico. To- rino, Fina, . Agnelli Filosofia delle Letterature,
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La simbiosi nei vegetali Rivista di Morselli. Nannucei Manuale della
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“a e À Puglia Le leggi della
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de critique et d'histoire. Paris Nouveaux essais de critique e d’histoire, Coulommiers,
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Vico Opere ordinate da G. Ferrari. Milano,, Villari Arte, storia e filosofia.
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Torino, Loescher, , _ rr nm— ! Lento REN > Paga Funzione sociale della
letteratura. ., PE, Organismo della letteratura. ate, Origine e sviluppo delle
forme letterarie . . Sainte ‘D 45 . Variabilità delle forme letterarie
Ibridismo Cor- relazione di sviluppo . ORE” v, Lotta per la vita Parassitismo ,
. . |, na , Mlezione naturale .duce, a Mo , Adattamento all'ambiente
Ereditarietà dei caratteri letterari Atavismo. Estinzione delle forme
letterarie.., a en Interpretazione scientifica dei periodi d’intermittenza ..,.., der» li P. Dono R. Wenier IL VALORE TEORETICO DELLA LOGICA RIVISTA DI
FILOSOFIA Organo della Società Filosofica Italiana. = sr ACL) 7% Ò <a C.\ de
Ì (CITES EN DA FORMIGGINI MODENA MODENA, Ferraguti E C., Tipografi, Via Servi,
. Il valore teoretico della logica ‘). Le menti più vigili e attente ai segni
dei tempi, riconoscono ormai che nel pensiero odierno si va preparando da circa
un ventennio una rinascita della filosofia, la cui formula sistematica non è
lecito per fermo antivedere. Favorisce cotesta rinascita la necessità
universalmente riconosciuta d’una revisione critica dei principj fondamentali
della filosofia, e già il pensiero teoretico, nel seguire la sua opera
indagatrice, si volge alle più importanti di- ‘ scipline scientifiche e
filosofiche e cerca di far convergere i loro concetti direttivi, secondo il
loro grado, a quella sintetica unità che è nell’aspirazione di tutti. Ma non
così si comporta colla lo- gica, in quanto, tolta l’ opera di qualche solitario
uomo di pensiero, segue troppo incautamente l’andazzo volgare che si manifesta
spic- catissimo nell’odio contro la logica. Il fenomeno non è nuovo, anzi quasi
periodico nella storia della cultura; e rientra in quella che si potrebbe dire
la periodicità della retorica. Ogni tempo !) Prolusione ad un corso libero di
Filosofia teoretica nella R. Università di Torino, letta il 16 novembre 1910.
Per aderire al desiderio della Direzione della Rivista, questo scritto viene
pubblicato con alcune modificazioni nella forma rivolte a togliergli almeno
spiccatamente, il carattere di discorso acade- mico. Così furono soppressi
l'esordio contenente un saluto alla generosa Facoltà di Filosofia e Lettere
dell’ Università di Genova, una dichiarazione di deferente ossequio a tutti i Maestri
della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’ Università di Torino e un omaggio
ispirato a particolare riconoscenza ed affetto all’illustre Prof. PASQUALE D’
ERCOLE, e, lungo la trattazione, parecchi passi d’ occasio- nale importanza ed
anche alcuni riscontri colla feoria dell’ essere evolutivo e fi- nale « dello
stesso Prof. PASQUALE D’ ERCOLE, che il sagace lettore ‘sarà in grado di fare
da sè. Quanto all'indirizzo filosofico |’ Autore si riferisce alle opere
seguenti: Sopra la teoria della scienza. (Logica, Matematica e Fisica ) Frat.
Bocca, Ed., Torino 1903; Logica formale dedotta dalla considerazione di modelli
meccanici. Con 17 figure e 8 tavole fuori testo. Frat. Bocca, Ed. Torino, 1906;
Macchine logiche, Genova 1906; / progressi e le condizioni presenti degli studj
intorno la logica formale, Prolusione a un corso libero di logica. R, Uni-
versità di Genova, Tip. Ardorino Finalmarina, 1906; Del nuovo spirito della
scienza e della Filosofia, Frat. Bocca Ed. Torino 1907; Sul! origine delle idee
in ordine al problema dell’ universale. Rendiconti della Reale Academia dei
Lincei, XVIII, 6°, Giugno 1909; Si/logismo e proporzione. Contributo alla
teoria e alla storia della Logica pura. Frat. Bocca Ed., B. S. M., . STO
astttonn;: ; ni nd e re * intet, --< er ine Il valore teoretico della
logica. invero ha la sua retorica, funesta fra tutte quella che degenera
nell’odio contro la logica, un odio misto di rimorso e di paura, il quale tiene
sempre dietro alle oscurità, alle bizzarrie, agli arbitrj, alle illusioni, agli
errori dell’ ingenuo panlogismo ed è coevo alle aberrazioni del sentimento. Per
l’ordinario comincia con una dif- fidenza ragionevole contro le pedanterie e
gli eccessi eristici del formalismo (che non ha niente a che fare colla
logica), cresce con una disistima sistematica d'ogni processo e d’ogni
risultato della logica formale (che non è formalismo), quindi si eleva ad una
svalutazione filosofica della logica in genere (che pure non adegua la logica
formale). Questo fenomeno periodico mi sembra molto interessante, non solo
perchè come ho già detto la critica filosofica italiana contem- poranea
traversa precisamente uno di questi periodi, senza inten- dere che l'odio
contro la logica si risolve nell’odio contro la filo- sofia, ma sopratutto perchè,
notandosi un certo riscontro tra la fortuna della logica e la fortuna della
filosofia, vale la pena di provare che il progresso e il risultato del pensiero
teoretico s’ ac- cordano col progresso e il risultato della logica; e così si
potrà vincere il pregiudizio che la decadenza della logica non influisca che
parzialmente sulla grandezza della filosofia mentre il valore teoretico della
logica è, non solo enorme, ma fondamentale. Alcuni diranno che la tesì è già
evidente di per sè. Rispondo che sarà vero. Anzi vorrei che fosse evidentissima
a tutti. Ma fra tanto con- tinuo a dubitarne, sia che pensi alle tendenze
filosofiche che ap- parvero dopo la morte di Hegel e si prolungarono fino ai
giorni nostri, sia che pensi ad Hegel medesimo. La prova di quest’ affer-
mazione sarà data nel seguito. — Basti ora ricordare che Hegel tentò già di
identificare la logica e la teoretica, anzi la logica e la metafisica. Ma
riuscì egli nel suo tentativo? Non riuscì, e per la ragione semplicissima, già
addotta da altri, che « per Hegel la così detta Logica non aveva nulla di
comune colla logica delle scuole, — e neppure, in genere, con una scienza della
logica come par- ticolare scienza filosofica, — ma era la dottrina delle
categorie, delle quali la logica in senso stretto riempiva una sola, o un
gruppo solo; e poichè quelle categorie abbracciavano tutto lo spirito e tutta
la realtà, è chiaro che la identificazione di logica e di me- tafisica, di
logica e di filosofia si riduceva, in fondo, a identificare la metafisica con la
metafisica, la filosofia con la filosofia) ». Dunque oramai al proposito
indicato Hegel non basta più; perchè. 1) B. CROCE, Ciò che è vivo e ciò che è
morto della filosofia di Hegel. Bari, Laterza, 1907, pp. 185-6. n Il valore
teoretico della logica. 5 abbiamo capito che egli, trascurando di armonizzare
la logica scien- tifica colla filosofica, svalutò teoreticamente quella logica
che noi ci proponiamo teoreticamente di valutare. La riforma radicale del-
l’idea logica a cui si volse il Logo hegeliano non si effettuò. La sua logica
cade per difetto di logica. Così stando le cose bisogna dunque superare in
questo il punto di vista hegeliano, giustificando la logica, tutta la logica,
teoreticamente, tanto più che lo stesso più recente ritorno all’ hegelismo, che
riuscì a promuovere un di- screto risveglio speculativo anche nel nostro paese,
non ha saputo superare finora la posizione storica dell’hegelismo. A tale scopo
bisogna fermare bene i concetti della teoretica e della logica; quindi passare
all’ apprezzamento del valore teoretico della logica stessa, riconoscendo qual
sia e dove sia il vero pen- siero filosofico post-hegeliano e contemporaneo,
problema diffici- lissimo questo che non si può risolvere senza una coscienza
filo- sofica ben determinata, vale a dire, senza un nuovo sistema di fi-
losofia congeniale al carattere ed alla tradizione del nostro pensiero. Ecco
introdotta, posta e divisa sommariamente la questione che ora ci interessa. * *
* Secondo l'opinione comune, la filosofia teoretica è la conce- zione
sistematica dell’ universo, inteso come unità complessiva del mondo oggetttivo
così detto esterno (o reale.o dell'essere) e del mondo soggettivo così detto
interno (0 ideale o del conoscere). Come tale essa comprende tanti problemi
particolari quante sono le forme dell'essere e del conoscere, ma non consiste
nella solu- zione di alcuno di essi. Infatti la filosofia teoretica si propone
questi problemi, non perchè si lusinghi di poterne dare la soluzione spe-
cifica, giacchè in tal caso si confonderebbe con quelle forme parti- colari del
conoscere che essa intende definitivamente di superare, ma perchè essa ama
proporsi solo il compito di connettere sistematica- mente tutti questi problemi
minori, vale a. dire tutti i fatti e tutte le leggi dell’ universo
(filosoficamente parlando ogni fatto e ogni legge è un problema) in un problema
unico e di concepirne una soluzione alla luce di un principio supremo. Di qui
si comincia a vedere che il problema dell'universo non può essere risolto,
nonchè posto, filosoficamente se il pensiero non giunga a porre, anzi a com-
porre, e a risolvere insieme come problema unico il duplice pro- blema
dell'essere e del conoscere. Questo terzo punto di vista costituisce
propriamente il problema della gnoseontologia che è il massimo problema della
filosofia teoretica. Ora, poichè, come in seguito si proverà, il pensiero
teoretico è essenzialmente il » 6 Il valore teoretico della logica. pensiero
seriale dell’ universo, e questo pensiero seriale, non è altrimenti
raggiungibile che dal punto di vista logico, sia per la forma sia per il
contenuto della conoscenza, segue che la filosofia teoretica è, o tende
essenzialmente ad essere, /a concezione logica della logica dell’ universo. E
nulla potrà porre in miglior luce il valore teoretico della logica che la prova
della verità di questa definizione. Produciamo dunque questa prova, dicendo
prima che cos'è la logica, poscia accordando la logica e la teoretica, nel
processo storico e nelle particolari determinazioni della forma e del contenuto.
Che cos’ è la logica? Vi sono tre modi di considerarla: come esperienza, come
scienza, come filosofia. Intesa nel primo senso ha per oggetto l'esercizio
pratico del potere intellettivo; nel secondo può definirsi la scienza delle
rela- zioni necessarie; nel terzo s'impone come pensiero del pensiero, e come
tale estende il suo dominio su tutti i campi dell’ essere e del conoscere,
dovendo di ciascuno e del sistema di tutti ricercare la ragione suprema. Voi
ricorderete indubbiamente, che anche nella /ogica di Hegel essere, essenza e
concetto sono le tre grandi stazioni del processo metafisico. L'importanza del
riscontro sarà considerata a suo tempo. Torniamo a noi. Questi tre modi della
logica costituiscono anzi la sua storica e logica processuosità e si dispongono
nel concetto d’una serie. Ma, come vedremo, la filosofia teoretica ci insegnerà
che anche lo spirito è esperienza, scienza e filosofia, e che queste forme del
conoscere spirituale, come pure le corrispondenti dell’ essere reale, si
dispongono nel concetto d’una serie. Da ciò si deduce che la teoretica, essendo
intesa a procurarci una concezione seriale dell’ es- sere e del conoscere, e a
tale scopo dovendo naturalmente per- correrne tutte le fasi, non può
effettuarsi senza seguire il processo della logica, che è nel tempo stesso il
processo storico e logico dell’ universo. Come dunque si potrebbe negare
seriamente il grande valore teoretico della logica la quale, unica per questo
capitale riguardo fra tutte le discipline dello scibile, accompagna di fatto
nel suo processo e ne’ suoi risultati il processo ed i risultati d’ ogni forma
dell'essere e del conoscere e quindi implicitamente della filosofia? Questo
valore è triplice: empirico, scientifico e filosofico. Il non aver distinto
questi tre aspetti del problema ha dato origine a confusioni ed a polemiche,
che ora soltanto sarà possibile su- perare. Il valore teoretico della logica.
Mi Ma sorvoliamo sul valore empirico della logica. Quanto al valore
scientifico, lo studio della logica produce, com’ è noto, due effetti: 1.°
addestra alla conquista razionale (regolativa e dimostra- tiva) della verità,
offrendo una guida formale, indispensabile a tutte le altre scienze; 2.° cresce
il bisogno di estendere continuamente quella con- quista per quanto all’uomo è
concesso. dalla potenza della sua ragione. Si opporrà che lo studio analitico e
formale conferisce a poco a poco il vizio del formalismo e della pedanteria per
concludere che tale studio è pericoloso e disdicevole alla generale pedagogia
della mente? Ma non c’è via di mezzo; o concedere anche alla logica i benefici
effetti del suo studio, se si riconoscono nelle altre scienze, o negarli anche
a queste, se si disdicono a quella. La differenza invero che si suol porre fra
le scienze si ap- poggia ordinariamente sull’affermazione che l’une hanno un
objetto reale e l’altre no; ed anche circa la classe delle scienze che hanno un
objetto appreso dalla ragione si continua a dire dai più che la logica
analitica, sprovvista della strumentalità simbolica ed operativa di cui gode
almeno la matematica, confina lo spirito in un' aridità disperata. Ma simili
divisioni artificiose e convenzionali non hanno da pigliarsi alla lettera,
quasi che il calcolo logico si riducesse a zero e la logica analitica non fosse
tutt'uno con la matematica e pure. la base delle scienze sperimentali della
natura e insomma la forma e l'organo di tutte le discipline dello spirito. È
ormai tempo di comprendere una verità senza la quale il pensatore non potrà mai
scorrere libero sulla via dei fatti e delle leggi verso l'unificazione suprema
dell’ universo, che è l'ideale della teoretica. Tutte le scienze sono
essenzialmente deduttive. E la deduzione prende due aspetti: deduzione
razionale e deduzione sperimentale. Ma la deduzione è una, perchè il calcolo
non è che un esperimento in abstracto, esperimento non è che un calcolo ir
concreto. Su questo principio dell’ identità metodologica della deduzione e
dello speri- mento avremo occasione di insistere continuamente. Quanto alla
logica in particolare ne deriva che il metodo in- duttivo non si deve
confondere col metodo sperimentale secondo il malvezzo che costituisce su
questo punto il difetto fondamentale del positivismo. L’induzione, validissima
come processo poetico cioè euristico, come processo logico non ha alcun valore.
La logica induttiva è un vecchio fantoccio pseudologico, perchè incapace di 8
Il valore teoretico della logica. costituirsi come scienza delle relazioni
necessarie. La logica vera e propria resta esserizialmente ed esclusivamente
deduttiva. L'alto valore epistemologico della logica emerge dunque dal fatto
che essa può presentarsi come la suprema legislatrice e ar- chitettrice di
tutte le scienze esatte, come logica della quantità e delle funzioni per la
matematica, come logica della natura per la fisica e in breve come l’organo
(3py2vov), il canone (xévuv) o il logo (A6yos) della scienza pura perchè essa è
la scienza delle re- lazioni necessarie. AI giovane che si prova per la prima
volta a maneggiare gli strumenti scientifici, dopo questa cognizione, la logica
non chiude l'intelligenza ma l’apre e la rinvigorisce oltre ogni credere. La
logica lo spoglia d’ ogni egoistica, capricciosa, orgogliosa, anarchica
mentalità, gli dà chiarezza nelle idee, sincerità e nettezza di ragio- namento,
precisione e critica scrupolosa del proprio pensiero, cri- terio della verità,
metodo di ricerca e di prova, una fiaccola e un'arma insomma, senza cui
bisognerebbe fare l’apologia della negazione della disciplina della mente. Ci
resta a considerare il valore propriamente filosofico della logica, il quale
dipende non solo da motivi regolativi ma da motivi essenzialmente costitutivi
al sistema dell’ universa realtà. Perchè, a parte il fatto che ogni concezione
teoretica ci vieta formalmente di uscire dalla terra promessa della logicità
del sistema, se una teo- retica qualunque vuol sollevarci al disopra del
materiale ingenuo dell'esperienza e dello scibile finito della scienza, non può
farlo se non pronunciandosi sulla logica reale dell’ universo e fornendo- cene
speculativamente la coscienza. Questa, secondo me, è la ragione precipua del
valore teoretico della logica in generale. Ora la logica reale od ontologica,
vogliasi poi ammetterla o rigettarla qui da principio poco importa, resta ad
ogni modo pro- posta come ipotesi necessaria per stabilire la teoreticità dell’
universo. E la logica formale l’ assiste naturalmente nel suo sistematico
lavoro, perchè essa in primo luogo non fa che considerare forme sempre più
complesse e l'universo è la forma più complessa di tutte. In secondo luogo,
tutte le forme del pensare, oggetto della logica formale, esprimono sempre una
moltiplicità unificata nella produzione d’una serie e quindi non si distinguono
che dal grado della loro complessità, dal concetto al giudizio al sillogismo,
in cui si riscontrano gli elementi, la ragione e l’unità deduttiva e sin-
tetica della serie. A titolo di schiarimento gioverà appunto ricordare che ogni
serie ha per sue condizioni una molteplicità infinita di elementi ed una
ragione una e costante che ne esprime la legge. Da ciò segue che il pensiero
logico è sempre pensiero seriale. Il valore teoretico della logica. 9 Infine è
noto che tutte le forme logiche sono formazioni ri- ilesse e volontarie; da ciò
segue che il pensiero logico è sempre pensiero eminentemente consapevole. Ciò
posto siccome anche il pensiero filosofico è essenzialmente seriale e
consapevole, così si deduce che il pensiero logico e il pensiero filosofico
sono indiffe- renziabili l'uno dall'altro. Conoscere filosoficamente significa
co- noscere logicamente. La filosofia è la logica dell’ universale. Ma, posto
per conseguenza che la logica filosofica non ri chieda l'intervento d'una forma
logica superior, da quali motivi in particolare deriva la dignità teoretica della
logica filosofica? Anzitutto dal fatto che essa si propone per oggetto la
costru- zione vera della realtà, quindi dal fatto che il teoretico in tale in-
tento deve perdere l'abitudine così delle formazioni sensibili e intel-
lettuali dell'esperienza, come delle formazioni astratte della scienza per
sollevarsi al pensiero puro, finalmente dal fatto che la realtà di fronte al
pensiero puro sì dimostra costituita logicamente Vediamo il primo motivo. Ogni
sistema filosofico crea un punto di vista speciale in ciò che concerne la
costruzione della realtà e della verità. Laonde due problemi: 1.° in qual modo
si deve intendere la realtà? 2.° in qual modo si deve intendere la verità? Due
risposte sono necessarie; le due risposte costituiscono la base del nostro sistema.
Quanto al problema della realtà, il modo è imposto parte dalla storia parte
dalla speculazione; dalla storia perchè la storia della filosofia non è altro
che la graduale esplicazione della stessa filo- sofia teoretica, quindi la
teoretica non può, senza demolirsi, tra- scurare le categorie logiche che si
producono storicamente dal logo implicito, il che significa che al fondo d’ogni
realtà, intesa a dovere, è immanente la razionalità, senza cui la realtà stessa
sarebbe inintelligibile e la formazione naturale della ragione umana nel seno
di essa inesplicabile; dalla speculazione perchè, se nella storia vi sono le
categorie, non v'è la sistemazione delle categorie che deve essere compiuta
appunto dalla speculazione nuova ed in quanto è preparata dall’ antecedente.
Questi principj furono sostenuti, il primo da Hegel, il secondo dal Ceretti e
saranno la guida delle nostre ricerche. Noi sappiamo adunque già dalla storia
che l'essenza delle cose non è il così detto ideale astratto, nè il così detto
reale astratto, nè la così detta unità astratta dell'ideale e del reale.
L’insufficienza — di queste astrazioni fu dimostrata definitivamente da Hegel;
atte- . nendoci al quale riterremo in primo luogo che l’idealismo e il rea-
lismo contengono entrambi una parte di verità, ma solo una parte. E la cosa
emergerà anche meglio dalle considerazioni specu- 10 Il valore teoretico della
logica. lative seguenti. Neppure gli idealisti post-hegeliani dal Bain allo
Schuppe allo Schubert-Soldern ai Rehmke, dal Renouvier al La- chelier, dal
Dewey al James, neppure i più strenui fautori del so- lipsismo hanno potuto
distruggere tutte le ragioni del realismo. Le loro affermazioni non possono
distruggere il fatto empirico e scien- tifico che il nostro pensiero stesso,
mentre si pone e si presenta per sè stesso soggettivamente, ci oppone e ci
rappresenta |’ og- gettiva realtà; anzi per ciò stesso che non può porsi senza
distin- guersi da quanto non è lui, senza contraporre a sè la diversa realtà,
ci convince dell’impossibilità che esso pensiero venga, sia empiricamente sia
scientificamente, identificato colla realtà da cui si sente modificato,
contrariato e anche distrutto, senza che egli possa a piacer suo nè crearla nè
distruggerla; benchè riesca a modifi carla e a contrastarla, almeno in parte.
La nostra coscienza non è dunque l’unica realtà, anche nel senso che non è
l’unica coscienza individuale. Anche il Fichte, lo Schuppe e lo Spir ammettono
p.e. l’esistenza di altre coscienze naturalmente objettive rispetto alla
nostra. Solo è d’uopo capire che, se chi dice io dice anche non io e viceversa
perchè pone in fondo una determinazione bi- laterale che è innegabile nei gradi
inferiori della conoscenza; nel grado supremo invece, essere e conoscere non
sono due semplici aspetti d’un solo principio, nè due principj che possano
essere € pensarsi astrattamente, ma due condizioni diverse d’un rapporto comune
tra loro che solo dal punto di vista della serie universale può e deve essere
concepito nella sua concreta e razionale unità. Della serie universale dico,
cioè dell'essere universale che non solo esiste ma che si conosce e che pensa;
ed esiste per ciò che si co- nosce e perchè pensa; e si conosce e pensa per ciò
che esiste. Vacuo per sè l’idealismo soggettivo ci lascia dunque nell’ igno-
ranza, anzi nella paralisi solipsistica e ci vorrebbe chiudere i sensi di
fronte all’ esperienza, la ragione di fronte alla scienza, il pensiero puro di
fronte alla filosofia. Ecco perchè, di fronte al conoscere che va distinto nei
tre gradi suddetti, la speculazione richiede che si ponga l'essere, distinto
analogamente in tre gradi diversi di realtà. Ed ecco perchè, per un verso, s'impone
il realismo e quindi un dualismo tanto in pratica quanto in ontologia. E non
solo un realismo trascendentale, tipo Natorp, direi, e quasi Hartmann, ma anche
un realismo critico, tipo Wundt, e per- fino un realismo ingenuo quale fu
prospettato dai primitivi pensa- tori (Empedocle di GIRGENTI (vedasi),
Democrito, Aristotele, Zenone di VELIA (vedasi); Crisippo, Epicuro) senza
preoccupazioni metafisiche, e quale in seguito si spinse fino alle recenti
conclusioni di Schwartz, di Kirchmann e di Riehl. E la ragione è che questi tre
momenti del realismo corri- sé i lai di Il valore teoretico della logica. ul
" spondono a quanto c’ è di vero, da tale punto di vista, nei tre mo-
menti costanti dell’ esperienza, della scienza e della filosofia. Se non che —
per un altro verso — questo realismo dualistico, può avanzarsi d'un passo
ardito in gnoseologia giungendo fino ad un razionalismo o idealismo monistico.
Infatti, la realtà è realmente conoscibile fuori della conoscenza? No; nulla è
che non sia conosci- bile. Nulla è reale che non sia ideale. Speculativamente
parlando, la cosa è patente. ? Il conoscere s' estende quanto l'essere ed entrambi
armonizzano senza punto identificarsi in uno, benchè si unifichino come condi-
zioni nella serie concreta dell'universo e in guisa tale che, secondo i gradi
dell'essere e del conoscere, restano determinati i gradi cor- p rispondenti
della verità. Così siamo condotti al secondo problema: ° In qual modo si deve
intendere la verità? Già altra volta, accennando ai contributi che la teoria
dei mo- a delli può recare alla teoria della scienza e della conoscenza‘), ho
Ù,° avuto occasione di adombrare il principio dei gradi della verità. Principio
veramente considerevole, nella storia del pensiero umano, : secondo cui non
accusiamo nè l’esperienza che ci dà i fatti, nè i la scienza che ci dà le
leggi, nè la filosofia che ci dà la serie; tutte queste tre forme sono
rispettivamente vere; non accusiamo le ‘ nostre facoltà: tutte sono infallibili
secondo il loro grado. Il tutto è determinato dal piano di ‘verità su cui noi
basiamo il nostro giu- dizio. Tutto è vero e tutto è falso. Vero nel suo grado,
falso fuori di esso. Vero ciò che è conforme al suo objetto, falso ciò che è
disforme. I fatti non sono che modelli; l’objetto dei modelli è la legge. Tutti
i modelli che sodisfano alla loro legge sono veri. Un grado superiore alla
verità empirica è la verità scientifica, la “n quale consiste nell’ adeguazione
dei modelli alle leggi, e questa non : solo non ci è negata ma ci è consentita
per infinite vie, perchè i modelli veri sono infiniti. Ma la verità piena,
hegelianamente parlando concreta, è solo dell’ ultimo grado conoscitivo cioè
della " speculazione la quale sola è in grado di spiegarci che tutta la
ve- rità è un sistema logicamente connesso. Il che ci conduce al secondo motivo
cioè alla teoria del pen- siero puro. Secondo la presente teoria, il pensiero
puro è il pen- siero che pensa la serie universale, cioè il pensiero della
logica universale, il pensiero dell’infinita verità. Ma consideriamo la cosa |
anche da un altro punto di vista. Posto che nulla è che non sia conoscibile,
superate le gradazioni inferiori della conoscenza, retti ficate le
interpretazioni parziali ed astratte della realtà e della verità, lA sno I) dd,
SLA 1) Del nuovo spirito della scienza e della filosofia, . - #. « J0l CI rg i
er 1 : Il valore teoretico della logica. si giunge al pensiero puro: che è
desso? una suppellettile medie- vale? una chimera? Niente più che un nuovo
ordinamento delle nostre cognizioni suggerito dal principio che nulla è
conoscibile filosoficamente che non sia costituito logicamente, cioè secondo la
nozione della serie che è poi quella dell’ infinita verità. Questo principio,
capitale per la nostra speculazione, dev’ essere provato: si capisce. Vediamo
dunque questa prova passando alla dimostrazione del terzo motivo cioè della
razionalità costitutiva dell’ universo. L’idea di provare la logica dell’
universo si riduce al tentativo teoretico di sopprimere la contradizione tra le
varie specie dell’es- sere e del conoscere, e più propriamente tra il processo
della na- tura e il processo dello spirito. Dunque, se l’ elaborazione téore-
tica è il giudice dell’intima razionalità dell’ universo, quest’ elabo- razione
deve essere triplice, perchè la mente raggiunge la realtà traverso tre gradi
dell'attività conoscitiva: l’esperienza, la scienza, la filosofia. Il primo
passo si compie per induzione, il secondo per dedu- zione, l’ultimo per
seriazione dell’infinita verità. La prima elaborazione teoretica parte dai
fatti dell’ esperienza intesa nel senso più largo cioè alla guisa dei
pragmatisti i quali dicono, secondo il Ward, che « l’esperienza è la vita ».
Tutte le manifestazioni empiriche dell’umanità spirituale dal lavoro alla
politica, alla storia, all'arte, alla religione, collegando e ricapitolando le
osservazioni staccate in una sintesi, dai fatti parti- colari risalgono ad una
generalizzazione induttiva dell’esperienza che, sotto aspetti e bisogni diversi
ma con risultato unico, si risolve nel postulato della logica dell’ universo.
Ciò avviene perchè, vivendo in mezzo al nostro mondo, e per bisogni prima
pratici e poi teorici, noi cerchiamo di conoscerlo e di spiegarcelo nel miglior
modo possibile. Ora, come osserva egregiamente il Masci, le conoscenze che
ricaviamo da tali ri- cerche ci fanno accorgere che | intelligenza non è
indifferente tra quello che è e quello che non è o non appare, sottoposto ad
una legge; che solo il primo corrisponde alle condizioni del-
l’intelligibilità, e che solo intorno ad essa la conoscenza è possi- bile.
Perciò l’ordine nella realtà è cercato; non è il prodotto d’una contemplazione
passiva o dell’impressione che essa fa sopra di noi. Nelle condizioni inferiori
della conoscenza quest’ ordine, questa legge si considera antropomorficamente
come il comando d’ un legislatore, si idealizza nell'arte, si personifica nelle
religioni, s’ inserisce come una mente vivente nell’ universo « mentem inserere
mundo »; e, tanto praticamente quanto teoricamente, l’ esperienza è LI Il
valore teoretico della logica. 13 incapace di sollevarsi fuori del postulato
della logica dell'universo. L'affermazione di questo postulato è sempre e solo
un atto di fede che rappresenta l'inevitabile punto di vista per l'esercizio
dell’ esperienza medesima; e come tale non può mai essere ritenuto come
criterio sicuro di verità, perchè manca del carattere di asso- lutezza e di
necessità. E così avviene che di tutto quello che ci apprende l’esperienza
sotto le forme contingenti della storia della politica dell’arte della
religione e dell’ingenua metafisica si può sempre pensare che può essere vero
il contrario. Concludendo: la prima elaborazione teoretica, traverso i
molteplici veli dell'esperienza, pone dogmaticamente la logica dell'universo
come un postulato, cioè un principio indimostrabile il quale tuttavia dipende
diretta- mente dalla natura del nostro spirito e si riduce ad un atto di fede.
La seconda elaborazione teoretica, mediante |’ esperimento ed il calcolo,
separandosi sostanzialmente dai risultati controvertibili dell’ esperienza
sensibile e intellettuale, giunge deduttivamente alla prova della necessità
naturale e razionale, e quindi — dentro i suoi brevi limiti, s'intende —
verifica e garantisce il principio dell’ uni- formità delle leggi della natura
e dello spirito, cioè il principio della logica dell’ universo. La possibilità
della scienza, ecco la prova scientifica capitale dell’intima razionalità dell’
universo. Qualunque sia la connessione dell’infinita varietà dei fatti questa
avrà sempre per suo essenziale carattere la logicità, perchè non si potrà mai
nè studiare nè cono- scere scientificamente un reale qualunque senza tener
conto del suo elemento logico, in grazia del quale, soltanto, il reale per noi
è scientificamente conosciuto. Ciò che cade fuori del quadro della razionalità
cioè della logica cade fuori dell’ essere costante e del conoscere scientifico.
L’ illogico, scientificamente parlando, è un mere nihil. E ciò non solo perchè
il nostro pensiero, senza cadere in contradizione, non può concepire come
esistente il reale in modo contraditorio al concetto che ne ha, ma sopratutto
perchè, siccome ogni orditura scientificamente intelligibile è orditura logica
e l’orditura della realtà è almeno in parte scientificamente intelligi- bile,
così segue che l’orditura di questa realtà è logica. E, inoltre, siccome la
legge deve intendersi come l’ espressione di ciò che v'ha di scientificamente
intelligibile nell’ universo così segue che la legge è l’ espressione
scientifica della logica dell’ universo. Davanti a questo grande principio la
mente del ricercatore sembra d’un baleno illuminarsi. L’ universo ci apparisce
così formato di determinazioni logiche. Perchè, ed entro quali limiti noi
sappiamo e possiamo adoperare le forze naturali a nostro vantaggio? Perchè
sappiamo che la natura è costituita ed opera logicamente e tale uso Iì valore
teoretico della logica. dipende dalla misura in cui noi possiamo assodare la
presenza d’ una legge. Dunque la continua ricerca e la graduale scoperta della
lo- gica della natura è ciò che assicura all’ uomo la sua potenza e la sua vera
grandezza nell’ universo. Si tenta di avvalorare la tesi contraria,
sviluppandola come la conseguenza della dimostrazione dell’ impossibilità di
conoscere il dato reale, cioè l’ essere, fuori del modo con cui è compreso’ nel
pensiero, cioè del conoscere. Si insiste sul fatto che, prescindendo dall’ atto
conoscitivo, non è possibile cogliere e neanche parlare d’ un oggetto
qualunque; che anche distinguendo il conosciuto cioè |’ og- getto dal
conoscente cioè dal soggetto che conosce noi non possiamo mai uscire dal
soggetto e che noi improntiamo della nostra forma soggettiva tutti gli oggetti
ed i rapporti naturali che conosciamo; che solo in tal guisa noi formiamo la
nostra natura e il nostro spirito e li formiamo per forza logicamente; ma che
questa legit- timazione dell’ universo si risolve in fondo in una denaturalizza-
zione della natura. Se quest’ objezione reggesse, la logica reale non sarebbe
che un’ illusione. Ma il tentativo è inutile perchè, è vero che tutte le forme
del conoscere sono indipendenti da 47 essere speciale e determinato, ma è falso
che esse siano indipendenti da qua- lungue essere. Essere e conoscere sono in
generale concetti re- lativi, dei quali nessuno può stare senza l’ altro; nè un
essere in- conoscibile, nè un conoscere vacuo sono pensabili e possibili.
Malgrado tutte le trasformazioni del conoscere l'essere non resta distrutto,
anzi può variare entro certi limiti, indipendentemente da quello, e viceversa.
L' essere è il presupposto del conoscere, come il conoscere è il presupposto
dell’ essere. L’idea entifica, l'essere ideifica. Ma la separazione è stretia-
mente limitata a considerare uno dei termini indipendente dalla qualità
particolare e dalla particolare determinazione dell’ altro. La determinazione
delle forme del conoscere indipendentemente dalle particolarità materiali
dell'essere è ufficio della Analitica formale o logica in senso stretto. La
determinazione dei contenuti dell’ essere, indipendentemente dalle
particolarità formali del conoscere è ufficio della Fisica intesa nel suo più
largo significato. Quella dà la logica della forma, questa la logica del
contenuto; però logica sempre. E come quella non fa l’ ipotesi assurda d’ un
pensiero che non pensi nulla, così questa non fa l’ ipotesi assurda di un
essere che non sia conoscibile. L'indipendenza è dunque soltanto relativa, e
ciò chiarisce da un lato il presupposto idealistico | d’ogni realismo,
dall'altro il presupposto realistico d’ ogni idealismo. Il valore teoretico
della logica. 15 Di più è scientificamente provato che non solo lo spirito
altera la realtà extramentale secondo il modo della sua conoscenza, ma che
anche la realtà extramentale altera la conoscenza dello spi- rito secondo il
modo della sua costituzione. Aggiungansi a questo risultato «i due processi
ricavati dall’ analisi accurata dei procedi- menti scientifici che sono degni
di eccitare al più alto grado l’ at tenzione degli scienzati e dei filosofi: 1.
la deducibilità tanto sperimentale quanto razionale delle leggi fisiche, 2° la
deducibilità tanto razionale quanto sperimentale delle leggi logiche » ’). Ne viene
che la possibilità di calcolare e di sperimentare cioè di dedurre entro certi
limiti le variazioni soggettive e oggettive dei due ordini che non sono mai
affatto irrelativi, ma pur sono entro certi limiti indipendenti, costituisce
appunto la possibilità della scienza e, come fu detto, la prova capitale della
logica dell’ universo. Da questo punto di vista parlando, la realtà non è che
la logicità per- manente dell’ essere e la verità non è che la logicità
permanente del conoscere. Dunque la logica è | imperativo scientifico che
governa insieme la realtà e la verità dell’ universo. E ciò è tanto vero che
noi siamo incapaci di discutere |’ esistere d'un mondo illogico
scientificamente conoscibile. L’ atto stesso sarebbe una con- tradizione.
Qualche cosa è objettivo e scientifico nella misura in cui si connette
logicamente col sistema statico € dinamico della nostra realtà e della nostra
verità. In conclusione, l’ elaborazione scientifica, provando coll’ esperi-
mento e col calcolo e coll’ applicazione delle matematiche alle scienze
naturali, dall’astronomia alla fisica, la necessità naturale e razionale di ciò
che cade sotto il suo dominio, prova, entro questi limiti, l’in- tima
razionalità di ciò che è scientificamente conoscibile. Questa prova è deduttiva
e si riduce alla prova della legge considerata come l’ espressione scientifica
della logica dell’ universo. Resta da completare la tesi collà prova della
terza ed ultima ela- borazione fondata sulla seriazione dell’ infinita verità.
Questa prova si raddoppia in noi perchè è storica e teorica. La prima mostra
come la coscienza filosofica della logica reale si sia costruita da sè stessa
durante il suo corso storico; la seconda come si debba da noi costruirla in
armonia con tutte le forme dell’ essere e del conoscere. Vediamo la prova
storica. Storicamente è fondata affermazione che la filosofia antica è
sopratutto conoscenza della realtà naturale, la medievale della realtà
sopranaturale, la moderna della realtà co- sciente ed umana. 1) Del nuovo
spirito etc., p. 207. sil il valore teoretico della logica. Ora la filosofia
antica che, sopra il materiale immenso della logica empirica, gettò le basi
della logica analitica, cioè formale, non seppe elevarsi all’ istituzione della
logica reale, benchè non manchi di preziosissimi germi, i quali furono
ereditati dalla filosofia medievale, germogliarono nei due primi periodi della
filosofia mo- derna e finalmente sbocciarono nella metafisica di Kant, il vero
e geniale ispiratore della logica reale che gli idealisti deno- minarono la
logica nuova. Ma questo concetto in Kant è ancora oscuro, così che, come dice
hegelianamente lo Spaventa, la chia- rezza del concetto di Kant, è la filosofia
alemanna posteriore a Kant, cioè Fichte, Schelling ed Hegel, e la chiarezza di
Hegel è la fi- losofia odierna. Indugiamo un istante sulla chiarezza del
concetto di Kant. Se Kant è la logica reale come semplice coscienza, Fichte è
la logica reale come semplice subjettività astratta; Schelling è la logica
reale come semplice ragione o unità razionale del subjetto e dell’ objetto;
Hegel è la logica reale come ragione o idealità con- creta e conscia di sè.
Kant insiste sul concetto dell’ unità sintetica originaria della coscienza, ma
non abbandona quello della separa- zione riflessa dell’ essere e del pensare.
Fichte pone dogmaticamente la mentalità, l’ autocoscienza come produttrice di
tutti gli elementi del- l'essere e del conoscere. Schelling pone intuitivamente
l’ identità reale di natura e spirito come mentalità, senza cui l’ assolutezza
dell’ auto- coscienza produttrice è impossibile o, per meglio dire, colla sua
intuizione intellettuale la presuppone. Hegel invece concepisce l’idea concreta
come |’ unità dell'idea in sè (Logo) e dell’ idea fuori di sè (natura) in una
unità in sè e per sè che è lo Spirito; quindi intenzionalmente esce fuori di
tutte le illogiche astrazioni, ma la sua prova dell'identità di natura e
spirito come ragione conscia di sè, rimane allo stato di tentativo. In
generale, tutti questi sistemi logici restano insufficienti alla natura dello
stesso principio logico che li costituisce. Il loro errore è evidente. In
particolare, mentre 1° organo della logica reale non può essere che la logica
formale stessa in coerente armonia con tutte le forme del conoscere, per essi
la logica analitica fu trascurata, quando non considerata come un ostacolo per
la logica metafisica. Non rimproveriamo Schelling, perchè egli non ricorse alla
logica deduttiva per fondare il suo prin- cipio della logica metafisica, ma
all’ intuizione immediata. FE lo disse francamente. Ma, poichè Hegel dichiara
di abbandonare l’in- tuizione, consideriamo meglio la sua posizione rispetto
alla prova logica che egli cercò di produrre. Ammetterò con Hegel che provare
teoreticamente significa com- prendere secondo il pensiero puro. Ma il pensiero
puro, benchè Il valore teoretico della logica. 17 non abbia altro contenuto che
le proprie forme e determinazioni universali, non è una pura mentalizzazione
arbitraria, è il pen- siero seriale dell’infinita verità. Le formule sacramentali
della dia- lettica di Hegel invece sono talora esorcismi non deduzioni dal
punto di vista della serie. Perchè un pensiero sia provato teoreti- camente
bisogna e basta che si possa richiamare al concetto della serie subobjettiva
che è |’ objetto della logica dell’ universo. Se non si potesse ritenere
provato questo pensiero non so davvero che cosa si possa provare e pensare
filosoficamente. — Ciò posto, qual’ è la prova di Hegel? In generale, Hegel
dice: ogni pensare è essere; ogni essere è pensare; dunque, pensare ed essere
sono identici. E fin qui non oltrepassa l'intuizione di Schelling, e con ciò
ignora che i due termini, benchè intimamente relativi, sono entro certi limiti
indipendenti e quindi non identici. Ma Hegel ag- giunge che anche la natura è
un sistema seriale e tentò di pro- varlo con la sua filosofia della natura.
Disgraziatamente la sua dialettica, dal punto di vista formale, non è logica,
perchè non s’ accorda colle specie inferiori della conoscenza logica stessa, nè
si dimostra capace di superarle. Non è l’induzione ingenua dell’ esperienza,
non è la deduzione adulta della scienza. È una semplice esposizione metodica e
convenzionale, il cui perpetuum mobile, come direbbe lo Stahl, non ha nulla a
che fare colla pro- cessuosità universale e necessaria della deduzione formale.
Le esemplificazioni poi della sua logica ontologica sono troppo spesso in
contrasto coi risultati delle scienze razionali e sperimen- tali Che resta di
buono? Resta la posizione intuitiva della lo- gica reale, che è certo un
tesoro, ma non fornisce la prova pro- messa della concreta identità. Dopo
Hegel, la logica reale non morì. Lo stesso positivismo naturalistico a sua
insaputa, anzi suo malgrado, mon servì che a maturare indirettamente una nuova
logica reale. Invero che cosa fece il positivismo? Si studiò di dimostrare
antiscientifico il sistema di Hegel della logica della natura, ne chiarì
l’arbitrio e la fallacia, insomma provò scientificamente insussistente la prova
speculativa di Hegel. In questo ebbe buon gioco, perchè combattè Hegel fuori
della speculazione. Questo punto della massima importanza è compreso da
pochissimi. Per tagliar corto dirò che il positivismo si illuse di aver vinto,
perchè cadde in un equivoco analogo a quello del signor Krug, il quale allo
Schelling, che dichiarava: « lo posso costruire a priori la natura » pretendeva
di contradire esauriente- mente rispondendo: « costruitemi dunque questa penna
», e inten- deva dire: « costruitemi a posteriori questa penna ». Non di meno,
“Il valore teoretico della logica. il positivismo trascinato suo malgrado dall’
intuizione metafisica, acuì il bisogno d’ una nuova soluzione teoretica del
problema della logica dell’ universo. Si aveva bisogno d’un principio
rispondente all’ infinita va- rietà e mutazione dei fatti dell’ esperienza,
alla costanza delle leggi della scienza, alla concezione universale del mondo
richiesta dalla filosofia. Perciò al concetto dell’ essere del vecchio
dogmatismo monadologico, e a quello del conoscere del nuovo idealismo, si aggiunse
il concetto di sviluppo attinto dal divenire della stessa metafisica
idealistica, e si propose con molta opportunità la legge di evoluzione,
estendendola a tutto il mondo dell’ essere e del co- noscere. Ma
l’evoluzionismo positivistico così benemerito della fi- losofia, ebbe il torto
di non comprendere l’importanza del proprio contributo dal punto di vista della
logica reale. Il grande principio dell’Ardigò p. e. il quale dice che /a logica
è il ritmo dell’esperienza, fu lasciato completamente in disparte, sembrando
più urgente sra- dicare la logica formale come scienza. Atteggiamento questo
che non avrebbe mancato di far sorridere il grande pensatore di Stoc- carda.
Per avversare fieramente la speculazione assoluta e la de- duzione necessaria
delle idee sostenute dall’idealismo e contraporvi la sua filosofia dei fatti,
il positivismo evoluzionistico non esitò un istante ad impugnare la validità
del sillogismo e legò in una sola fortuna i due principj dell’ evoluzione e
dell’ induzione. Espediente funesto; perchè la sua così detta logica induttiva
diventò semplice- mente una non-logica, per il fatto che l’induzione non è un
pro- cedimento logico, nè tampoco scientifico; il metodo sperimentale è
essenzialmente deduttivo; la deduzione è lo strumento unico delle scienze;
quindi l’ avversione del positivismo e dell’ evoluzionismo alla logica formale
si convertì in non ultima causa della loro rovina. Noi siamo pertanto in grado
di rispondere in modo nuovo e persuasivo a un duplice problema: « come mai dopo
l’ idealismo hegeliano, si fece ritorno all’ empirismo e si effettuò la grande
orientazione del naturalismo positivistico ed evoluzionistico ? » Per
distruggere la logica hegeliana della natura, soverchiamente sprez- zatrice dei
fatti e delle leggi, chiariti dalle scoperte dell’ astronomia, della geologia,
della fisica, della chimica, della biologia e della psicologia, e costruirne
un’altra rispondente ai nuovi bisogni dell’espe- rienza, della scienzave della
filosofia; insomma per restaurare la logica della natura riconciliando la
filosofia colla scienza; poichè la scienza | di Hegel non era, per i
naturalisti (s'intende) una vera scienza. « Come mai, dopo il naturalismo
positivistico ed evoluzionistico si fa ora ritorno (parlo del buon ritorno)
all’ idealismo? » Per com- Il valore teoretico della logica. 19, prendere la
logica della natura e colmare la lacuna hegeliana coi materiali accumulati
dalla critica positiva. Ora è facile vedere che a questo altissimo risultato,
che concilierà logicamente il senso del reale col senso dell'ideale, e fornirà
la prova teorica desiderata, non si giungerà se, con un ultimo sforzo, non si
riuscirà ad introdurre serialmente il concetto della deduzione fra i concetti
superstiti del- l'essere e del conoscere e della evoluzione; perchè il termine “evoluzione”
è troppo generico per determinare il processo d’ una nuova logica dell’
universo e già s' è corso opportunamente al ri- paro colla introduzione del
concetto di finalità che invero orienta in modo degno, il pensiero filosofico
contemporaneo, perchè la finalità implica senza alcun dubbio la deduzione. La
verificazione speculativa della razionalità immanente in tutte le cose sarà poi
il frutto principale che noi ci studieremo di rac- cogliere dalla nozione
deduttiva dell’ essere e del conoscere, compendiata, come vedremo, nel concetto
seriale dell’ infinita verità. Ardua è l’impresa, non solo per i’ ampiezza e la
profondità dell’ argomento, ma altresì per la novità del metodo che prende a
trattarlo. A titolo di curiosità aggiungerò una conseguenza assai ardita che si
può dedurre da quest’ ordine d'idee, ed è che, ammessa la possibilità d’una
logica reale (comunque intesa) non pare che si possa respingere la possibilità
d’ una /ogica formale della realtà che a suo tempo potrà, anzi dovrà, essere
confrontata con la logica formale del pensiero. E solo allora, forse, si capirà
che è un errore disgiungere logicamente la necessità deduttiva della natura,
dalla necessità deduttiva dello spirito, insomma che | opposizione fra la logica
formale e la logica reale non è che un’ apparenza. Quest’ idea d’una logica
formale della realtà corrispondente alla logica formale del pensiero, e dell’
unità di quella relazione puramente logica che sia il pensiero, sia la natura
pongono fra i loro termini, vale ciò che vale. lo non la giudicherò ora quì.
Essa mi sembra sufficiente- mente giustificata dal fatto che conoscere le leggi
della natura si- gnifica essere in grado di dedurre dallo stato attuale delle
cose lo stato loro per un istante qualunque. Quindi lavorerò. con tutte le mie
forze per farla riconoscere dagli studiosi nella speranza che potrà esercitare,
mercè il loro aiuto, una qualche buona influenza sulfa nuova filosofia.
Frattanto, non vorrei ricevere il rimprovero d’ aver dimenticato alcune altre
objezioni. Supposta la verità del panlogismo, si dirà, questo sistema ci scopre
il suo vizio nell’ atto stesso in cui vuol costituirsi. Infatti, se tutto è
logico, in primo luogo dov’ è la lo- gica nei fatti singoli dell'esperienza? in
secondo luogo, dove sa- rebbe ancora l’ irrazionale, il non-valore, |’ errore,
il male? ° » Le Il valore teoretico della logica. Alla prima domanda si
risponde che, giusta la teoria della s I che ha per sue condizioni una
molteplicità infinita di elementi ed una ragione una e costante che ne esprime
la legge, tutto è ib logico fuori della sua serie e tutto è logico dentro. I
fatti singoli dell’ esperienza poi non sono logici in sè, (anzi sono alogici,
non perciò illogici), perchè l’esperienza non fornisce che gli elementi infi-
nitamente variabili e spontanei della serie, per concepire la quale noi
dobbiamo sorpassare non solo |’ esperienza, ma perfino la scienza che pure ci
offre già la ragione unica ed invariabile della serie. Così noi usciamo dalla
stretta di quel terribile dilemma posto dal Ferrari nella sua « Filosofia della
rivoluzione » tra la critica negativa e la critica positiva, la contradizione
nella natura e la con- tradizione nello spirito per cui la salvezza della
logica dello spirito importa il sacrifizio della logica della natura, e la
salvezza di questa e il sacrificio di quella. Se n’ esce, dicemmo, col concetto
della serie; ammettendo i contrasti nell’ esperienza, aggiungendovi anche
quelli della scienza e e dominandoli col pensiero seriale della filosofia.
Allorchè adunque mi si domanda se una cosa è vera o no, io domando: di qual
verità volete parlare? perchè c’ è quella dell’ esperienza, quella della |
scienza e quella della filosofia. E la verità piena è il risultato di una
triplice verificazione logica che in fondo si riduce alla verifi cazione logica
deli’ accordo della pensabilità colla realizzabilità. Ac- cordo graduale s’
intende, perchè vi sono gradi tanto nella ‘realtà quanto nella verità. E
analogamente, se mi si domanda se una cosa è logica o no; io domando se si
accetta questa definizione. Se si accetta, ri- spondo in conseguenza; se non si
accetta, mi astengo perchè penso che solo allora si può dire di aver
approfondito il grado della ve- rità e della logicità d’ un fatto o d’un idea
qualunque, quando cia- scuno dei suoi aspetti viene riguardato in azione cogli
altri. Altrimenti si cadrà sempre inevitabilmente nell’ equivoco. E così credo
d’aver risposto bene anche alla seconda domanda: perchè, lasciando per ora da
parte la questione non esclusiva- mente teoretica del male, che sarà trattata
quando ci occuperemo del valore morale della logica, si capisce che ogni cosa,
ogni affermazione fuor del suo grado nella logica, sia dello spirito sia della
matura, possiede, in certa misura, un grado vario di errore e di verità. L’
errore è una verità parziale cioè incompleta. Ogni verità parziale è falsa,
ogni falsità parziale è vera. Il grado supremo o speculativo poi ha per
necessarie condi- ‘zioni e presupposti gli elementi e la ragione della serie, ma
non si identifica con essi. Il condannevole e lo svalutabile restano sempre Il
valore teoretico della logica. 21 e sono tali quando versano fuori del concetto
della serie. Ed è dal punto di vista della serie universale anche solo intuita
o de- siderata (e questo potrebbe esser fonte d’ un’ insanabile ironia) che si
trova alcuna cosa condannevole e svalutabile in sè. (Que- stione di piani di
verità, cioè d’ottica seriale; nulla di più, ma anche nulla di meno). V' ha
dunque ancora una ragion sufficiente per distinguere il vero dal falso, il
logico dall’ illogico, il razionale dall’ irrazionale e anche dal non
razionale, cioè un criterio d’ orien- tamento sicuro e conforme alla
razionalità del sistema. Non ogni realtà è Ric et nunc razionale. Razionale è solo
la realtà della legge seriale che oltrepassa la semplice realtà del fatto.
Finalmente ci vien raccomandato anzi imposto di staccarci dal panlogismo,
perchè questo sistema, « dal fatto che ciò che è cono- sciuto, |’ obietto, non
può essere conosciuto che in forma razionale, lo potenzia razionale in sè,
identificando così il razionale o teoriz- zabile ($ewpyt6y) col razionativo 0
teoretico (@wpyt xv); senza es- sere poi in grado di mostrare, nonchè il
passaggio di fatto del- l’idea in realtà naturale, neppure la possibilità
ideale che dalla mera idea della natura consegua, senza illogicità, la natura
». Ed io non comprendo davvero come possa resistere alla critica un panlo-
gismo di tal fatta il quale, ignorando che |’ esistenza di elementi alogici, ma
non illogici, è presupposta dagli elementi della serie, af- fermi che tutto ciò
che è reale è razionale in sè ed hic et nunc. Ma dopo le prove dianzi addotte
circa i gradi della realtà e della verità e circa la razionalità della natura e
la naturalità della ragione, è ovvio affermare che il nostro principio dell’
ultima e seriale ra- zionalità d’ ogni conoscibile cioè dell’ universo ci porta
fuori d’ ogni panlogismo ingenuo, ci eleva ad un panlogismo critico e spe-
culativo, senza rifiutare, come vedemmo, la visione dualistica ma inferiore del
realismo. Ed è qui che il teoretico, reso accorto dalla vanità delle ingenue
credenze destituite della vera elaborazione speculativa, sente d’ es- sere
superiore ad ogni forma di esclusivismo sistematico ed as- sume come vera
soltanto quella sistemazione dell’ universa realtà che non solo è
contemplazione logica della realtà universale, ma è contemplazione logica della
logica dell’universo. Per ultimo aggiungerò che, se gli studj filosofici, più
che una curiosità intellettuale, più che un compito scolastico, sono e devon
essere per noi un ufficio sacro verso la verità e le interpretazioni estetiche
e morali e mistiche dell’ universo, le considerazioni sud- dette ci portano a
negare che ci sia una logica divina diversa as- solutamente dall’ umana.
Assolutamente unica è la logica, quella logica che risplende nella ragione di
ciascuno di noi e che è imma- ll valore teoretico della logica. n tutte le
serie dell’ universo. Conseguenza di questa dot- trina è il primato e
l'universalità speculativa della logica considerata come espressione teoretica
dell’ infinita verità, secondo un’ elabo- razione particolare e sistematica che
andrò esponendo al cimento - didascalico, se non mi mancheranno le forze. Dal
disegno gene- rale che ne dò qui si capisce il fondamento. * * * Concludiamo.
L'argomento di questa prolusione era la con- siderazione del valore teoretico
della logica. Il mio intento era di provare che il progresso storico e il
risultato teoretico della lo- gica s' accordano col progresso e col risultato
teoretico della filo- sofia; per vincere così il pregiudizio antilogico,
deplorato all’inizio del mio discorso. lo spero d’aver dimostrata la mia tesi.
Quel panlogismo aberrante, che è solo un’escrescenza mor- bosa del dogmatismo
idealistico astratto, non ci spaventa più. Inoltre le cose e i fatti della
natura, le sensazioni e le idee dell’ esperienza, i generi della realtà e le
leggi della scienza, luni verso e i concetti della filosofia, tutto fu da noi
sottoposto alla prova della logica e l’indeterminismo ha ceduto alla forza
della logica. Quindi la logica e l'indeterminismo costituiscono i termini d’un
immenso dilemma: credete alla logica? rinunciate all’ indeter- minismo; credete
all’ indeterminismo ? rinunciate alla logica. Dunque il panlogismo teoretico
sarà distrutto solo quando si dimostrerà logicamente la preferibilità logica
dell’ indeterminismo su tutta la linea, cioè dell’ assurdo. Che cos'è questo
nuovo panlogismo o razionalismo o dedut- tivisno? (Il nome poco importa, perchè
a noi preme la verità non il nome con cui battezzarla). È l’idea della
connessione logica di tutte le specie dell’ essere e del conoscere cioè degli
individui, dei generi e dell’ universo, dell’ esperienza, della scienza e della
filosofia che la speculazione ora rivendica come un bisogno della coscienza
filosofica. È tutto un insieme di vedute filosofiche che convergono press’ a
poco tutte quante verso una nuova attitudine del pensiero. L’ insieme di queste
vedute, la sintesi di queste tendenze, la famiglia di spiriti che esse
determinano può essere malamente designato con un nome solo, ma costituisce
già, senza dubbio, un'idea rela- tivamente nuova, la quale si fonda non sulla
fede esteriore d’ un’ au- torità mistica qualunque, ma unicamente sull’ autorità
del ragiona- mento logico che ci convince dell’ intima razionalità dell’
universo. Per prepararla sono stati storicamente e logicamente mecessarj i
sistemi solenni del razionalismo; te eritiche scettiche dell’ empirismo, del
positivismo, dell’ evoluzionismo e del contingentismo, le cor- vw ll valore
teoretico della logica. 23 renti inesauste dello sperimentalismo, del
deduttivismo matematico, del criticismo e dell’idealismo contemporaneo; sistemi
tutti parzial- mente veri, ma irriducibili nei loro postulati. Il punto di
partenza fu scettico, il punto di arrivo è costruttivo. Lo capiranno tutti? Non
è neppur lecito sperarlo; anzitutto perchè c’è un mondo superiore in cui non
entrano gli specialisti esclusivi e tale è appunto il mondo teoretico, in cui
la logica dello spirito si concilia colla logica della natura e si concepisce
il principio del l’ infinita verità. In seguito, perchè certi studiosi, nemici
della logica, sono come il peripatetico Cremonini che « non volle metter l’
occhio al cannocchiale galileano per tema che |’ esperienza non lo facesse
ricredere delle antiche dottrine ». Fortunatamente non tutti la pen- sano così.
Voglio anzi sperare il contrario. Perchè, se è vero che la filosofia, come
diceva Kant, non deve insegnare pensieri, ma insegnare a pensare, ad imprimere
cioè nello spirito quell’ abito di serietà, di critica, di deduzione, e di
coordinamento che è tanta parte dell’ educazione, a qual’ altra disciplina
filosofica si può meglio affidare il difficile compito che alla logica? Nelle nostre
lezioni dunque noi seguiremo costantemente questa via. Qui la tradizione degli
studj logici è antica, e il rivolgimento odierno della logica sia come scienza,
sia come filosofia, se fu ini- ziato altrove, e fuori d’ Italia, trovò qui in
questa fiorente Univer- sità, nel campo delle scienze matematiche, il più
originale propugna- tore nell’ illustre Prof. Giuseppe Peano che fin dal 1888
sostiene intrepidamente le nuove dottrine della logica matematica, e per la
logica metafisica l’ opera indefessa dell’ illustre Prof. Pasquale d' Ercole
che da ben quarantotto anni d’insegnamento universitario è tutta dedita non
solo a riprodurre ma a sviluppare e ad ampliare l’ imperituro pensiero dell’
hegelianismo. Siffatti studj, non si iniziano, ne si continuano mai per lusinga
di vantaggi personali. Per contro egli è ben vero che la scarsa fortuna che
godono gli studj logici in Italia non rende nè meno giusta la causa nostra, nè
meno degna la logica, come disciplina didascalica, di poter meglio contribuire
all'opera della redenzione intellettuale del nostro paese. S’alzi dunque una
feconda parola ad affrettare il trionfo di questa disciplina, che fu sempre la
ragione ispiratrice e costitutiva d’ ogni rinascimento filosofico. Ed anche i
nostri pensatori si ci- mentino al grave dovere, altrimenti l’Italia continuerà
a restar sede d’ un’anarchia filosofica che farebbe desiderare Rosmini e
Gioberti. RINNI A. F. FORMIGGINI facd 227 EDITORE IN MODENA RIVISTA PEDAGOGICA Pubblicazione
mensile dell' Associazione Nazionale —@ per gli Studî Pedagogici \ Una Lira @5€
Un N:*L 1,50 - Estero L. 2 - Abb. Ann. L. 10 - Estero L_ 12,50 FAN] ® @ AL
VoLUME 4 n Si ASSOMALINTO n° RIVISTA DI FILOSOFIA “|; \benineca inten | >
Organo della Società Filosofica Italiana. stra 53} Un Estero L. ® Abb. Ann. L. £0 - Estero L. 12
ABBONAMENTI CUMULATIVI A VRS i si LE DUE RIVISTE: L. #9 - Estero L. 23,50. A
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ESIODO Pascal AMIEL Nos 6.0 - Loria MALTHUS VERDI Angeli Labanca GESÙ DI
NAZARETH Momiglianò PORTA Favaro GALILEI > il - Troilo TELESIO Me ni ; CAI v
- Un volume L. UNA (Estero L. 1,25) O Abbon. ad una Serie ;è3xoll. IL. 5
(Estero L. ) : © ad una serie di 12 vell. L 9.50 (Estero 11.50), La nostra Casa
ha acquistato la proprietà letteraria del poema « CALLIOPE » di FraNcESCO CHIESA,
la più forte opera’ di poesia pubblicata in questo principio di secolo. L. 4.
(Per gli ab- bonati ad uno dei periodici Formiggini L. 2,50. Di FRANCESCO
CHIESA pubblicheremo a fine dicembre nella collezione Poeti Italiani del XX
secolo, un volume di liriche: «I VIALI D’ORO ». L. 2,50. rr e Ch, N (a d P. ls IRy Foa “
"ij 1 I tu +% Der» QI rr VIA GRCLENIEA PIC BIBl:p: SCEN-MOD:- Fui BOCCA
rD-N:302 "a fhove STaucptl per > Dire pelo A 4 ia IL SOLIPSISMO | ite I
«eta DELLO STESSO AUTORE. Sopra la teoria della scienza, Torino, Bocca, 1903.
Logica formale dedotta dalla considerazione di modelli mecca= nici, Torino,
Bocca, 1906. I progressi e le condizioni presenti degli studi intorno la lo-
gica formale, Prolusione alla R. Università di Genova, Final- marina, 1906. Del
nuovo spirito della scienza e della filosofia, Torino, Bocca, 1907. G. M. Guyau
e la genesi dell’idea di tempo, Lugano, « Co- nobium », 1907. Sull’impiego del
concetto di tempo nella logica pura, In « Que- stioni filosofiche », a cura
della $. F, I., Bologna, Formiggini, . Sopra un punto essenziale del
neo-hegelismo contemporaneo, Atti R. Accad, Scienze di Torino (XLIV), maggio
1909. Sulla natura extralogica delle leggi di tautologia e di assorbi- mento
nella logica matematica, Congr. Int. Matematica, Roma, Sull’ origine delle idee
in ordine al problema dell’ universale, Rendic. Lincei, Sillogismo e
proporzione, Torino, Bocca (B. S. M., 47), Il valore teoretico della logica,
Prolusione alla R. Università di Torino, « Riv. d. fil. », Roma. Dell’ essere e
del conoscere, Memoria. R. Acc. Scienze di Torino. Contributo alla teoria della
conoscenza, Rendic, R. Ist. Lom- bardo, Serie II, XLIV, 1911. Nuove ricerche
sulla percezione monoculare della distanza, I. « Riv. di Psic. applic. Croce e
la filosofia di @. B. Vico, « Giorn. stor. d. let, it. », Torino, . Le
definizioni matematiche secondo Aristotele e la logica mate» matica, Atti R.
Accad. Scienze, Torino, marzo 1912. Il pensiero puro, Torino, Bocca, 1913. Der
kritische Kommunismus bei Friedrich Engels, « Archiv. fiir die Geschichte des
Sozialismus », Hizschefeld, Leipzig, 1918. Une théorie des
limites appliquée è la civilisation moderne, « Revue France-Italie », mai . Sopra la critica filosofica delle
scienze, « Riv. d. filos. Il compito della filosofia nel rinnovamento degli
ideali della patria, Prolusione alla R. Univ. di Torino, « Riv. d. filos. »,
gennaio 1916. Il problema della causalità con particolare riguardo alla teoria
del metodo sperimentale. Due vol., Torino, Bocca, 1921. Nuovi orizzonti della
filosofia teoretica in relazione alla teoria della relatività, Prolusione al
Corso di Filosofia teorica nella R. Università di Torino, « Logos P. IL
SOLIPSISMO ONITZOL IL FI YL10S07I 10. VAIO w=2030 yYIR.LOI"@ es TORINO (2)
FRATELLI BOCCA, EDITORI Librai di S. M, il Re d'Italia 1924 Prof.geTTO RE
STAMPI Pi , "CR UNIVERSITÀ È TORINO PREFAZIONE Il solipsismo l’idea strana
che io solo penso, dunque io solo sono; e tutto il mondo non è che ‘una
rappresentazione della mia coscienza non è l'opinione privata d’un sognatore. i
La collaborazione sconosciuta di tutti i soggettivismi oniristici che hanno
l'ampiezza sinistra dei d i traviamenti spirituali narrati dalla più fredda ra-
| gione V'è impressa da cima a fondo. Esaurita la Rd . letteratura
solipsistica, si capisce che il solipsismo | non è la smania di trovare una via
nuova e ca- | pace di riscuotere l'applauso del pubblico, ma più PRA tosto il
segno d’una profonda e desolata passione, «| enon indizio pertanto di un
rigoglio di vita ma «più tosto una vegetazione crittogama sorta: sul | — tronco
malato del soggettivismo assoluto. Più chia- I ramente è l’ultima espressione
di quel solitarismo ideologico giunto all'estremo che riduce tutto il dramma
dell’ universo © della vita a contenuto della coscienza, anzi della mia
coscienza. Sicchè il solipsista, pur vivendo quella vita che egli af- ferma in
tutto e per tutto opera sua, sente stretta x P., IL galipsiemo. 1 Il solipsismo
come in cappa di piombo la sua stessa libertà ; quindi vive, o meglio si vive,
libera vittima di sè medesimo senza conforto. I Visioni opposte vengono
suggerite dal realismo. ) | Lo scopo della filosofia realistica tradizionale è
ed Mi è sempre stato quello di aprire e spiegare al pen- \ satore un doppio
orizzonte: il mondo esterno e il mondo interno. Il solipsismo per contro,
radical- i mente impregnato d’idealismo soggettivistico asso- di luto, non
esita a considerare questa dualità come M un semplice segno di superficie, il
puro colore lo- cale dell’ illusione. Niente di esteriore, niente di oggettivo,
niente neppure di extrasoggettivo nel solipsismo. Tale la dottrina, tali gli
uomini, sui quali sa- rebbe superfluo fermarci. I filosofi di questa scuola
sono per l’ordinario melanconici, rimorchiati dal- l’introspezione fino
all’algofilia. Il demone inoltre dello scetticismo svaria continuamente nelle
loro analisi e li tortura fra gli arabeschi del sogno. Tutti gli esseri, tutte
le cose, tutti i fatti della cosidetta realtà non sono che prodotti e contenuti
di coscienza del mio solo ipse (questo è il solip- sismo); però servono allo
scopo del mio ipse e hanno tanto sviluppo, quanto ne consente la tesi: nascono
cioè come creature vive e come positive realtà, e muoiono fantasmi. Così di
loro non resta che il sogno, se resta, e finchè sopravive il de- siderio di
ricordare. Ma appunto nel voler brusca- mente disfarsi d’ogni passato pare che
consista la massima smania produttiva della coscienza pel solipsista, quasi a
dire il desiderio di sopprimere ed. = see Lall' PRE EE ET alici Prefazione 3 la
vita per viverla più intensamente nell’atto. Non che gli manchi l’imaginazione;
ma vuol così, perchè se non si stringe addosso i soli panni del hic et nunc, 1’
ombra del dubbio realistico prima può projettarsi nella sua coscienza, e quindi
im- porsi antisolipsisticamente. In breve è la logica del sentimento che si
vendica della tirannia del- l’intelletto, è il romanticismo filosofico che ro-
manticizza anche l’analisi e la ragione. Cosa certa, malgrado gli sforzi
contrari di tanti ingegni, il romanticismo è ancora una speranza per molti
anche in filosofia; e, sia comunque, la coscienza romantica è una specie di io
multiplo forse inevidente per la sua diffusa presenza. La consapevolezza di
questa multanimità d’aspi- razione che è insieme il tormento e l’idolo e il
demone di molti di noi, in mezzo a tanta gente che ha fretta di vivere nonchè
di pensare, in mezzo a tante apocrife smorfie filosofiche provo- cate dalla
smania di attuarsi secondo lo spirito dei tempi, non può non rendere indulgente
la nostra critica circa l’opera altrui; ma nello stesso tempo è necessario che
la nostra critica si eser- citi inflessibilmente sopra l’opera nostra. Da ciò
risulta questo problema: come sfuggire dai meandri del soggettivismo ? Ma prima
di tutto: chi suscita la questione cri- tica sulla validità del solipsismo ?
Non è certamente l’opinione volgare, perchè a prima giunta sembra impossibile
dubitare del mondo esterno e l’anti-solipsismo empirico si ferma a questo
punto. Il solipsismo Pure l’ansia critica insiste: — Tutte le cose reali del
mondo esterno donde vengono esse ? posso io parlare di realtà che non sia
l'oggetto del mio pensiero ? e perchè dunque la realtà tutta quanta non si
risolverebbe in un pro- dotto del nudo pensiero? Posso io superare la sfera
della mia soggettività ? Certo nell’esperienza totale io posso distinguere un
aspetto oggettivo da un soggettivo. Ma perchè non potrei considerare tutta la
realtà oggettiva come una projezione della mia attuale esperienza ? Questa
considerazione non di- venta forse inevitabile se io penso che su certi casi è
necessario nonchè possibile ridurre 1’ og- getto al soggetto, mentre l’inverso
è impossibile? Ebbene, sì, meditiamo sopra queste vaste oscu- rità. Superata la
prima ingenua prospettiva del- l’esperienza comune, non appena appare chiaro
non soltanto che la verità è in noi, ma che gli oggetti esterni non sono
possibili, quali sono per noi, senza il nostro pensiero, la bevanda lunare del
solipsismo dà alla testa. L’errore inebria. Aste- nersene istintivamente è
bene, sapersene liberare criticamente è meglio. Ecco dunque una prima
giustificazione generica di questo lavoro. Il punto di vista del più ingenuo
realismo che è famigliare all’ uomo volgare è la espressione d’un grado di
pensiero non più degno di credito che il soggettivismo solipsistico, benchè
questo pretenda di dimostrare la sua necessità fondandosi sulle premesse più
navigate dello scet- ticismo. Sono visioni eccentriche che non hanno ancora
trasportato il giudizio teorico e pratico, Prefazione voglio dire il senso e il valore della
conoscenza e della realtà nel puro pensiero. Ma altri scopi importantissimi
sospingono. Ordinariamente nella critica filosofica professio- nale il
solipsismo si presenta come una rovinosa caduta nei precipizi dell’irrazionalismo
e dell’amo- ralismo, e la critica avversa ne addita la fosca prospettiva come
voragine da cui la ragione s’ina- bissa ogni qualvolta una dottrina filosofica
unila- terale accenni ad isolare il soggetto dall’oggetto, , il pensiero dall’azione,
l’esigenza teoretica dalla i pratica, insistendo sulla precedenza causale del I
soggetto. Pare, a prima giunta, una questione al | tutto facile e tale da
liquidarsi in poche dichia- ji razioni esaurienti da chi voglia evitare di
baloc- è carsi con vane parole. Ma, ridotta l'elaborazione filosofica al puro e
ordinato sviluppo d’ un prin- i cipio fino alle ultime conseguenze e posta la
ne- | po cessità di scegliere per la propria filosofia un prin- i” i cipio
fondamentale, chi non vede manifesto e con- | tinuo il pericolo di prendere un
bagliore ingan- natore per la luce della ragione? Non è inoltre da credere che
il solipsismo sia una dottrina tanto facile e trasparente per tutti e tutta in
bell’ordine | schierata per la comodità della scelta e dell’ ap- ° prezzamento.
Trojano scrive: «il solipsismo non ha trovato sinora nessuna ela- borazione
davvero radicale spinta alle ultime conseguenze. Veramente, lasciando da parte
le I di” Trosano, Le basi dell'umanismo. inoltre dello stesso: I? solipsismo.
Il solipsismo audacie di Stirner, di Kierkegaard e di Nietzsche che non avevano
ai suoi occhi oltrepassato l’aspetto d’un tritume superficiale in- coerente ed
inconseguente, egli intendeva soltanto contestare la deducibilità del
solipsismo metafi- sico e morale dalle premesse del solipsismo gno- seologico
che gli parevano inconfutabili. Quindi la mancata elaborazione davvero radicale
del sol- ipsismo metafisico gli doveva parere quasi una prova
dell’impossibilità teoretica della tesi. Tuttavia 1’ orientamento solipsistico,
lasciando per ora impregiudicata la questione della distin- guibilità della
gnoseologia dalla metafisica, ha omai tutta una storia le cui remote propaggini
non sa- rebbe possibile distaccare dal quel generale moto del pensiero moderno
procedente dal cartesianismo di Malebranche al semidealismo empirico di Ber-
keley, che molti considerano capostipite del solip- sismo. Quindi da Kant e
sopratutto da Fichte prende corpo e vigore quella corrente di idee che, alimen-
tata più o meno direttamente da importanti con- fluenti, quali: l’ idealismo
della sinistra hegeliana, l’empirismo immediato, l’empirio-criticismo, il psi-
cologismo, l’ immanentismo, il positivismo asso- luto, il fenomenismo critico,
e infine l’ idealismo attuale che è un soggettivismo assoluto, trovò re-
centemente in Italia il suo sigillo in Sceptica di Levi, opera piena di
coraggio, di sin- cerità e di sodezza che conferisce al suo autore il LEVI, Sceptica, Torino, Paravia, 1921.
[Quest'opera sarà citata nel seguito colla sigla: S.]. Prefazione 7 diritto di
collocarsi fra i più rigorosi sistematori del solipsismo. Tutta una sottile e
insidiosa ra- maglia d'interessi collega infine il solipsismo, come stato
d’animo filosofico, ai problemi dell’arte e della morale che vibrano nella coscienza
con- temporanea. Non pare che giovi meglio alla for- tuna del nostro pensiero
discutere criticamente questa tesi che acconsentire senz'altro all'opinione
altrui ? i Quantunque io sia convinto che il solipsismo rappresenta uno sforzo
filosofico costante e sincero, credo di dover prendere una posizione di
battaglia contro di esso, perchè sento che pel suo esaltato solitarismo va
esercitando un fascino pericoloso sulla gioventù e minaccia di produrre una
specie di malattia. Non sarà ora inutile precisare alcuni punti ge- nerali che
aiuteranno l'impianto successivo della discussione. Come ho già detto, nel 1906
il Trojano denun- ciava la mancanza d’ una coerente deduzione del solipsismo
metafisico dal gnoseologico. Da tre anni oramai, cioè dalla pubblicazione di
Sceptica del Levi, la situazione teoretica del solipsismo ha mutato faccia in
Italia. Esso afferma che la sua metafisica, rinchiusa nella sfera del mio io
pen- sante si deduce con tutto rigore dal presupposto fondamentale della
conoscenza. Orbene è proprio questa deduzione solipsistica che io mi propongo
di criticare qui, notando parecchie difficoltà che s'incontrano da un punto di
vista teoretico appa- rentemente analogo ma in realtà opposto, dal punto Il
solipsismo di vista cioè che considera l’universo medesimo nella sua totalità
come pensiero. E questo nell’in- tento di chiarire e di approfondire
l’attinenza che corre fra il conoscere e l’essere che è il problema
fondamentale della filosofia teoretica. Ma in che consiste poi questo pensiero
o pensare ? Forse, in quella seconda forma dell’attività conoscitiva che si
oppone al sentire e costituisce l’operazione di- scorsiva fondamentale della
Logica come scienza particolare ? Minimamente. Il pensiero a cui alludo qui è
un pensiero non ordinario, in certo senso mistico e catartico, perchè esige il
distacco dalla conoscenza comune, una volontà adiafora alle lusinghe della vita
empirica, una ragione superiore alle specia- lità delle arti delle scienze e
delle religioni e in- fine una purificazione di criterio gnoseologico e
metafisico tale che, per esso, il principio ideali- stico affermante la sovrana
realtà del mondo ideale si risolva nell’espressione assiomatica del più lo-
gico realismo. Chiamo puro (xatapé<) il pensiero elevato a tal grado di purezza.
Ho sostenuto questo punto di vista nel mio libro Il pensiero puro, che rimase
oscurissimo. Però francamente, non potrei ripetere quello che disse Schelling
nella Prefazione della sua Darstellung: «se ci sono stati lettori e critici che
ciò non hanno notato, o ai quali queste dichiarazioni non lasciarono
intravedere la mia vera opinione, non è colpa mia. Credo invece di dover
attribuire la maggior parte del successo poco edificante di quell’ opera all’
oscurità dello stile. In occasione della mia ultima opera: 17 pro- CRC] RIE N
PRTETIPO Atri © den = tei ia Prefazione ; 9 blema della causalità, mi sono
studiato d’essere Ù più chiaro; ciò che da qualche parte fu effettiva- | mente
riconosciuto. Ma il mio punto di vista non è mutato. Ora il passaggio al problema
del solipsismo è naturale. Invero, per ben concepire tutta la realtà - | come
pensiero è d’ uopo provare che il pensiero | pensato come identico a tutta la
realtà: a) non può essere pensato come atto soggettivo, le b) nè considerato
come un soggetto pensante T personale qualsivoglia sia pure trascendentale, c)
nè tanto meno identificato col mio io. I Quest'ultima concezione del reale,
implicante la | ì riduzione di tutti gli esseri apparentemente diversi i da me
a contenuto della mia esperienza personale, di: è la tesi del solipsismo.
Chiunque concepisca la realtà come pensiero nè personale nè impersonale è di
necessità condotto a staccarsi da ogni soggettivismo, quindi dal sol- ipsismo
che è la forma estrema del soggettivismo ha teoretico. Tale è la mia situazione
anteriore alla ‘pubblicazione di Sceptica, opera a cui farò con- Vi tinuo
riferimento, per la perspicuità riassuntiva È della critica e per la coerenza
dell’elaborazione. d - Non pretendo però di confutare il solipsismo. f Mi
propongo soltanto di esporre le ragioni per le | quali io non posso accettarlo,
pur sostenendo il principio dell’idealità del reale per cui si afferma che la
realtà tutta è pensiero (s. u.), ma avendo come punto di partenza e d’arrivo il
subobjettivo, non il soggettivo. L’approfondimento teoretico di questo punto
costituisce il mio scopo speculativo. Il solipsismo Io non cesserò mai
d’insistere sulla necessità che gli studi di filosofia teoretica siano
accurata- mente distinti da quelli di storia della filosofia, di etica e di
pedagogia, considerata pure dall'alto l’unità indissolubile della filosofia.
Giacchè, anche nell’unità degli studi filosofici, la filosofia teoretica è la
sola disciplina dai principi, dai metodi, dai | fini più costruttivi, più
euristici, più probativi; sola nella critica, sola al mondo a combattere ogni
equivoco, ogni errore, ogni attentato alla ragione sostenendo apertamente
l’unico culto della ve- rità per la verità, in nome di quella libertà di
pensiero a cui si associano da tutti i secoli le nostre più feconde rivoluzioni
ideali e i nostri destini. Si sparge ora la voce che la distinzione della
filosofia teoretica dalla storia della filosofia è moda vecchia e sopratutto
antifilosofica. Il solo titolo ambito dal teoretico che scrive queste parole in
presenza di tanti avversari vorrebbe essere la coe- renza e la fermezza nel
sostenere le sue idee teo- retiche che omai formano un sistema. Quindi è che
anche le questioni discusse in questa analisi, ommessa l'indagine storica, ver-
sano tutte in materia di teorie della conoscenza e di metafisica, benchè si
rifrangano in un prisma di rappresentazioni e di sentimenti che colora il
monologo d’un introspettivo. Nei pochi tratti che si riferiscono alla questione
dell’arte e della cri- tica d’arte e alla questione morale non dico cosa che
oltrepassi la teoretica. Nè già intendo preve- nire il giudizio della critica.
Il mio intento spe- Prefazione 1 culativo, lo ripeto, fu questo solo: fare
l’autopsia d’una crisi filosofica. Un’altra osservazione devo aggiungere. Non
ho intrapreso quest’esame critico per meditare davanti all'opinione pubblica.
Certo sarei lieto che qualche serio lettore potesse servirsi della mia modesta
esperienza per vedere un po’ più chiaro dentro di sè, e modificare più
criticamente lo sviluppo o l’espressione del suo pensiero. Ma un sincero esame
della mia personale coscienza teoretica da- vanti al problema del solipsismo,
questo princi- palmente fu il mio motivo. Se poi m° inquieto, come il lettore
vedrà, delle objezioni che sono state già proposte e ventilate nella storia del
pen- siero, è perchè malgrado quello che ho potuto co- noscere al riguardo —
certi serupoli rimangono dentro di me; ed io sono sempre stato ben più di-
sposto a sopportare filosoficamente le ostilità dei miei avversari che il
supplizio di pensare in di- saccordo col mio pensiero. L'importante adunque per
me è di proseguire la caccia di tutti i dubbi, le incertezze e i pericoli
teoretici che potrebbero ancora avvalorare la causa dello scetticismo. La
situazione scettica, con le sue diffuse rami- ficazioni m’ ha sempre
interessato e m’ interessa profondamente anche perchè vedo che i suoi fau- tori
la vivono con violento ardore. E, sempre quando m’è dato d’avvertire o anche
solo di sor- prendere il fascino che una dottrina qualunque esercita sopra lo
spirito d’un pensatore, non solo sento il desiderio fervoroso di giungere
anch’io a provarlo, ma provo, come diceva di Winckelmann Il solipsismo Walter
Pater, «il senso penoso di qualche cosa perduta da riconquistare ». Cotesta profonda
pulsazione di vita filosofica tro- vata nell’opera del Levi ha in me
accresciuto il desiderio di visitare la patria solitaria del solip- sismo per
trovarmi a contatto d’ una mentalità sempre vibrante, malgrado il profondo
sconforto della visione scettica e allucinatoria. In fondo m'interessa il fine
meccanismo del pen- siero, non certo i risultati teoretici sui quali resto
scettico io stesso. Sul terreno della teoria della conoscenza il sol- ipsismo
ha attaccato la scienza in quanto è ricerca e prova di verità e su queste basi
ha costruito la sua metafisica. Io inizio il contrattacco cercando di demolire
le sue premesse scettiche, quindi espongo tutta un’altra concezione della
verità, nonchè della vita. Nell’ esame della dottrina solipsistica mi sono
generalmente guardato di mescolare la critica al- l’esposizione, volendo
rendere leale e impersonale omaggio a pensatori eminenti. Nella critica invece
troppe volte, forse, non ho potuto frenare l’accento di una crudele sincerità.
Vi sarà chi, mosso da zelo inopportuno, preten- derà protestare contro questa
vivacità eccessiva ? Ma io devo dirlo: sarà tutto fiato sprecato, perchè niuno
potrà mai indurmi ad essere meno severo contro di me. Io parlo così, perchè il
solipsismo ha minacciato di essere, per breve tempo della mia vita interiore,
la mia malattia. Fortunata- mente ho potuto curarmi e guarire. Dunque non
Prefazione 13 è paja troppo forte quell’ accento a cui deliberata- mente
ricorro affinchè i giovani imparino dal mio torbido esempio a fare miglior senno.
Io ho stu- diato me medesimo. E sono venuto non tanto a riportare il messaggio
d’una filosofia ieri creduta morta (perchè ancora ligia alla vecchia concezione
intellettualistica) oggi invece risorgente per incre- mento di meditazione
teoretica e di sensibilità, raffinata nell’ elaborazione dei problemi dell’
arte e della critica d’ arte, quanto l’ intima storia d’ un pensiero nelle sue
relazioni colla vita e colla realtà. Nel soliloquio raccolto d’un filosofo, per
quanto desideroso di adoperare anche la critica come un mezzo per scrivere in
poesia, ogni abbellimento di quel che vorrebbe essere una mina filosofica per
far saltare in aria le vecchie fortificazioni della filosofia tradizionale,
sarebbe un assurdo. Non bi- sogna blandire il solipsismo se siamo convinti che
in buona fede difende tutto ciò che è malsano, se fa l’avvocato del nulla o
considera il mondo come ‘ una polluzione della soggettività. Se più vivo, e più
penso, e più mi penso e meno mi riesce di spremere tutta la realtà nell’ unica realtà
del mio io, meno debbo violentare tutta la conoscenza colla mia sola
conoscenza, meno riesco a comprendere come l’anima moderna possa nu- trirsi di
un tale orgasmo di solitudine in cui la parusia del mio io a me stesso
riassorba e con- sumi tutto il mondo esteriore nella sua fiamma. La feroce
irritazione del solitario solipsista, sempre oscillante fra la negazione
completa d’ogni verità - n Pi Se pg "#4 ide rin is L= rn Il solipsismo e
d’ogni valore e la svalutazione parziale della ve- rità col salvataggio
illogico della morale, è la triste condizione di un’anima priva d’ogni
effusione di umanità o colpita da emiplegia della conoscenza. Non mancherebbe
il crepuscolo a scendere sulla nostra cultura il giorno in cui il solipsismo
riu- scisse ad estendere la sua concezione della vita in tutti gli spiriti.
Adunque: abbandonare il solipsismo. Gran parte della nostra salute filosofica è
a questo prezzo. Per questa salute io sento di dover avere ogni audacia. Per
questo proposito si rinvigorisce lo stile, bi- sognoso di fissare alcuni punti
d’ intensità donde si propaghino le onde della vita. Non meno importante è il
significato che può assumere l'esame critico del solipsismo, traspor- tata di
peso la questione nei campi dell’arte e della vita morale. Giacchè lo stato
d’animo solip- sistico è quanto mai vicino a quel famoso « stato d’ animo
lirico» che l’ artista, secondo 1’ estetica erociana, dovrebbe esprimere senza
riferimento al- cuno alla materialità, all’esteriorità, al piacere, al dolore,
alle sensazioni, ai concetti, alla tecnica, la quale pure agli occhi dei più
perspicaci artisti ha il più evidente carattere della spiritualità. L’espres-
sione solipsistica in arte è un processo che risponde quasi in tutto
all’espressione crociana, perchè (ec- cettuata la considerazione degli altri
soggetti finiti per cui la Filosofia dello spirito è risolutamente
antisolipsista) l’espressione crociana è esclusiva- mente soggettiva e
dall’interno, senza addentellato colla generale disciplina degli organi e dei
mezzi Prefazione 15 ti d’impressione, di traduzione e di attuazione pra- tica,
senza riguardo alle conquiste di metodo ac- quisite progressivamente dai
predecessori (1). Su questo punto il Thovez nell’Aggiunta alla 2* edi- zione
della sua opera: /l pastore, il gregge e la zampogna, a parer mio, aveva ben
ragione di ri- cordare «... una cosa, una cosa che i critici este- tici non
sanno, ma che ogni artista operante sa: ed è che l’espressione artistica ha una
base in- crollabile di riferimento: la natura ». E tredici anni fa gli
antithoveziani si affollavano ancora a propinare al rovente critico
un’infusione di Filosofia dello spirito, per soccorrere alla sua fralezza
...idealistica; e la loro pelosa carità non mancava di far sorridere il colto
pubblico. Ma quante situazioni si capovolsero in questi novis- simi anni?
Oramai chi sa l’idealismo sì da idea- lizzare anche la natura può accettare
tutto 1’ am- monimento thoveziano senza neanche curarsi di deridere i suoi
derisori, alleati senza volerlo ai solipsisti. E quest’accettazione, si noti,
può farsi tanto dal- l’artista quanto dal filosofo. Il primo caso è evi- )
dente. Che la realtà esteriore abbia o non abbia natura ideale, questo poco
importa all’artista che vive coscenziosamente la sua tecnica, e per cui la
nettezza dell’espressione rivelatrice del tocco, del colpo d’ occhio, dell’
audizione penetrante, della frase esatta dell’operaio, è tutto. L'architetto,
lo (1) Cfr., per questi ultimi rilievi, Tnovez, Il pastore, il gregge e la
zampogna. 16 : Il solipsismo scultore, il pittore, il poeta, il musico è sempre
un uomo per cui il mondo sensibile esiste. Quando anche giunga a sapere che
tutta la realtà ha senso e valore ideale, il suo spirito ‘sempre colorato
d’emozione, gusterà la vita con un sapore nuovo, la sua opera forse genererà un
brivido di più, se e in quanto la sua imaginazione e la sua sensibilità saranno
tenere e vibranti, delicate e raffinate al punto da potersi rappresentare fino
allo spasimo la nuova intuizione della realtà, la nuova coscienza. Ma queste emozioni
derivabili dalla co- scienza dell’ idealità del reale, di tutto il reale, sono
ancora inedite. Non si può sentenziare per altro che siano impossibili.
Insomma, fuor d’una trasfigurazione lirica del pensiero filosofico, non v’ha
arte, se anche l’artista sia filosoficamente in- formato, ingegnoso o sottile,
fermo o snodato nel- l’uso dei mezzi per suo temperamento. Ma anche nel
filosofo che abbia anima d’artista cioè che disponga d’una fremente sensibilità
con- giunta al bisogno invincibile della rappresenta- zione, l’ accettazione
della realtà della natura e dell’esistenza reale del mondo sensibile,
l’esercizio medesimo dell’astrazione, non costringono il pen- siero a
funzionare a vuoto. L’ intelligenza più per- spicace e tormentata del logico
può condurlo ad una mordente requisitoria di tutta l’enorme feno- menologia non
razionale dell’esperienza, può spin- gerlo ad una concezione così esasperata
della vita degli altri nonchè della sua da schiacciarlo sotto il peso d’una
nostalgia disperata o da generargli il disgusto della quotidiana realtà, o
altrimenti. Prefazione 17 Ma che importa questo criticamente? Perchè la
filosofia dovrebbe prodursi solo con quello stato d’animo che piace a certi
idealisti o si conforma al loro peculiare temperamento ? Lo spirito filosofico
spira come vuole e dove vuole. Se un filosofo si compiacesse a diseccare il suo
pensiero fino al- l’ eccesso dello spleen, non vedo come gli ferme- rebbe la
mano il suo idealismo. Se egli fosse sen- sibile ad un paesaggio, se gli
piacesse una bella forma, se giungesse perfino a riconoscere che la sua
imaginazione si esalta a certe palpitazioni del suo cuore appassionato, e di
tutto ciò fosse ca- pace di render conto criticamente, quale ironia altrui,
derivata dal possesso d’una dialettica sia pure anche idealistica ma differente
dalla sua in- tuizione estetica della vita, potrebbe confutarlo col dire che
egli non fa filosofia? Non è anche alla teoria del cuore umano che noi
teoretici dob- biamo risolutamente mirare ? Io sento una pro- fonda avversione
per tutti quei filosofi ai quali riesce insopportabile 1’ intuizione geniale
della realtà e hanno della filosofia una concezione mo- nopolizzata tascabile.
Se potessi mettere a nudo il mio cuore così come la mia mente, forse riu-
scirei a provare che il culto dell’ analisi logica come della sintesi non è che
l’ espressione della mia violenta sensibilità, e viceversa. Posto quindi il
principio dell’idealità del reale e perciò anche della tecnica, in virtù d’ un
prin- cipio non più soggettivo che oggettivo, le aspira- zioni
anti-solipsistiche di questo saggio volgono tutte a costituire anche la vita
dell’arte sopra un A. P., Il solipsismo. Il solipsismo interesse subobjettivo,
fecondo di risultati di bel- lezza. Ulteriori schiarimenti sarebbero fuor di
luogo in una prefazione. Qui più tosto avvertirò solo, come punto sicuro
d’approdo, che oggi quel famoso stato d’animo lirico, checchè si dica e si
scriva da alcuni, compreso lo stesso Thovez, al quale pare di dover nuovamente
ricordare « ai filo- sofi che non sono obbligati a saperlo, che lo ‘“ stato
lirico ,, non basta per creare opere d’arte» (1), viene interpretato in modo
affatto diverso da quello del Croce; anche prescindendo dall’abbandono della
tesi idealistica, perchè v’ha idealismo e idealismo. Quello stato sentimentale
che il Breviario d’Este- tica pone alla radice dell’arte, quanto a me, per
esempio, non si può identificare con quel lirismo primitivo indifferenziato
(Urlyrik) che è il fondo elementare comune di tutte le specificazioni for- mali
della nostra attività, in ultima analisi non più teoretiche che pratiche.
Troppo si oblia l’unità sintetica dell’attività, se si trascura il carattere
pratico della teoria, malgrado il rapporto corret- tivo del doppio grado fra le
due forme d'attività; perchè anche chi teorizza fa, e solo pei rètori li- rica
e tecnica sono opponibili, una di fronte al- l’altra come la natura che,
secondo il Croce, è stupida di fronte all’arte. Fatte queste dichiarazioni e
queste riserve, io mi rassegno al giudizio del solipsista, il quale in ultima
analisi non potrà, non saprà mai dire altro (4) Tnovez, Il vangelo della
pittura, 1921, pag. 383. Prefazione 19 che questo: che io non sono un contenuto
della sua coscienza. E dica pure. Frattanto io penso che avere urna filosofia
anti-solipsistica sia un modo positivo per avvicinarsi alla verità e insieme
per sentire la nostra terribile distanza dall’ideale. Perciò dichiaro che nulla
quanto la filosofia può far soffrire un uomo capace di filosofare. Cominciai la
mia vita filosofica animato dalla boeziana speranza di arrivare alla
consolazione della filosofia. Ho sempre voluto seguire libera- mente la verità
o ciò che mi parve tale. E come mai sono arrivato ad una concezione tragica
della vita? Distrutto il presupposto fondamentale del solipsismo (I), risolta
la questione scettica (II), dell’uno e del molteplice, dell'esperienza, della
verità, dell’errore, della coscienza, della scienza, della storia,
dell’idealità del reale e della realtà dell'ideale, dell’imma- nenza e della
trascendenza (XI), dell’arte e della critica d’arte (XII), provato infine che
nous ne sommes pas dupes (Conclusione), qual’ è la ragione prima della
tristezza che circonda l'impostazione del problema morale ? . Nel domandarlo,
non faccio che ripetere l'eco che risuona amaramente da un capo all’altro del
capitolo (La questione morale). Qual’è la causa? Una sola: la riconosciuta
leopardiana certezza che le ingiustizie e le crudeltà senza nome che presenta
la storia dell'umanità sono una vera tra- gedia, che solo in trascurabile parte
noi sappiamo, possiamo e vogliamo alleviare. Volgendo uno ani] pa billàe ei or
20 Il solipsismo sguardo alla storia che pur è pensiero — benchè non in senso
soggettivo — io vedo, unica regola, regnare una tragica Vicenda, che risponde al
riso di Democrito e al pianto di Cristo, con eguale in- differenza. Quindi, se
riconosciuta questa cieca e indeprecabile Ventura e appassionatamente svolte
cioè mirate e vissute le atroci peripezie, dovessi passare, sotto le ali
provvidenziali dell’ottimismo o per lo meno fasciarmi d’uno spirito di serenità
o d’apatia o d’atarassia o d’alipismo, io negherei a me stesso l’inviolato
diritto che rimane ad ogni creatura d’accettare, malgrado tutto, la miseranda
vita, pur sapendo che i cieli sono sordi e muti, e di morire senza viltà
guardando direttamente in faccia il proprio destino. Invero, lasciando anche di
considerare se o meno il solipsismo possa giustificare le sue premesse
scettiche, abbia o non abbia il diritto di dedurre la sua metafisica dalla sua
gnoseologia, dimostrata più o meno teoreticamente la sua necessità, questa sola
conclusione pratica sento che sarei capace di dedurre se fossi solipsista: che
il concetto del mondo e del suo destino storico chiuso dentro il mio ipse
individuale, la sicura coscienza di essere autore per quanto involontario delle
assurdità, delle ingiustizie e delle crudeltà senza fine di questa vita di cui
non potrei sopportare la responsabi- lità, mi porterebbero inevitabilmente al
suicidio. Ma se io sento che tutto il male di questa vita non è opera mia, se
io penso con Marco Aurelio che in un mondo guidato in troppe cose dalla for-
tuna, almeno îo posso agire non a caso, sein una e ec 21 realtà senza ideali io
spero di poter realizzare al- meno in me stesso il mio ideale, considererò riu-
scita la mia vita se avrò la forza di vivere, mal- grado tutto, solo per
questo. Alle avversità della fortuna sarà sufficiente conforto poter
rispondere, ancora con Marco Aurelio: tu sei padrona del mio cadavere:
prendilo; tu non hai altro potere sopra di me. C’è bene un solipsismo
riguardoso il quale crede di salvarsi, limitandosi a dedurre la sua metafi-
sica dalle premesse scettiche della sua gnoseologia, senza decidersi a spingere
le sue ultime conse- guenze nella vita morale. Ma questo solipsismo a metà, non
men che un troppo comodo ripiego, è un vero fallimento teoretico, come ho
mostrato nel capo XIII. Dunque, malgrado il recente notevole assetto del
solipsismo gnoseologico e metafisico, avrebbe an- cora ragione il Trojano di
ripetere che finora noi manchiamo d’un solipsismo coerente fino alle ul- time
conseguenze, dalla gnoseologia alla metafi- sica alla morale. Se poi qualche
più coerente epi- gone dello Stirner pensasse di regalarci 1’ appen- dice d’una
sua morale solipsistica non mancherebbe di completare una costruzione
coerentemente as- surda da cima a fondo, cioè assurda nelle premesse scettiche,
assurda nel nerbo della prova gnoseo- logica, assurda nella deduzione
metafisica, arti- stica e morale. Ma nuovamente anche allora il solipsista, non
potendo far altro che invocare la coscienza per giustificare il senso e il
valore della sua vita e trovando appunto nel testimonio della 9 Il solipsismo
sua coscienza la negazione scettica d’ogni verità, tutta la continuazione della
vita sotto 1’ aspetto dell’assurdo, della fatale autotragicità, e, se non del
rimorso, indubbiamente dell’orrore di sè, una sola ora in tutta la sua vita
sospirerà, quella in cui gli sarà possibile-far tacere per sempre la voce della
sua coscienza, l’ora della morte. CDR IDOIGRAGT EG ED I. Il presupposto
fondamentale del solipsismo. Hae omnes creaturae in totum ego sum, et praeter
me ens aliud non est, et omnia ego creata feci. L’ipotesi dogmatica che fuori
di noi esista una realtà esteriore indipendente da noi, e che la no- stra
conoscenza ne sia la rappresentazione più o meno fedele, è la più ingenua forma
di filosofia nel senso amplissimo della parola. Lo stesso Kant in metafisica
non oltrepassò la sfera del principio realistico (che la realtà percepita per
virtù della nostra funzione conoscitiva è la parvenza in noi della realtà in
sè, cioè il. fenomeno del noumeno). Solo l’idealismo trascendentale giunse a
conside- rare tutto il mondo oggettivo dell’esperienza come un prodotto del
Soggetto puro o Io puro. La riduzione senza residuo dell’Io puro di Fichte
all’affermazione del solo mio io attuale individuale empirico: ecco il
solipsismo. Il mondo esteriore (così di tutti gli esseri materiali, come di
tutti gli esseri spirituali) non è che la serie delle rappresen- tazioni
mentali che io mi produco dentro di me e mi projetto a me medesimo. Nulla
esiste fuori della 24 Il solipsismo mia esistenza personale. Solo io sono. Con
questa proposizione il solipsismo si colloca al punto estremo della linea
segnata dall’idealismo sogget- tivistico nel suo prolungamento empirico. Ciò
che taglia fuori di sè resta evidente. La filosofia me- dievale aveva per
oggetto: Dio, il mondo, l’uomo, cioè gli uomini. Sopprimete Dio, sopprimete il
mondo per farne semplici rappresentazioni men- tali, meri prodotti
dell’attività del mio pensiero, pensati e pensabili; riducete l’anima umana
cioè gli uomini al mio solo io; pensate che io sia l’u- nica realtà produttrice
e projettatrice a me mede- simo dei miei prodotti attuali di coscienza, avrete
la prima e l’ultima parola del solipsismo. Questi richiami elementarissimi
bastino per ora a inquadrare storicamente la tesi del solipsismo com’ è intesa
ai giorni nostri, cioè come concezione gnoseologica e metafisica; e a
distinguerne il senso teoretico da quello morale di Kant, che chiamava
solipsismo l’amore esclusivo di sè, l’egoismo pra- tico (1). (1) La concezione
che il Renouvier aveva del solipsismo (che egli chiamava anche semetipsismo)
era anche ben diversa da quella di Kant. «Il ne serait point contradictoire que,
malgré le puissant instinct qui nous porte a croire à l’existence d'objets hors
de nous, lesquels continueraient d’étre, alors que notre conscience serait
anéantie, tout ce que nous percevons ne fit réellement rien de plus que le mode
objectif de nos percep- tions, en corrélation aver leur mode subjectif, en
sorte que les deux modes réunis ne seraient que des affections corréla- tives
de notre conscience, Ce point de vue paradoxal est utile pour nous persuader
d’une vérité étroitement liée au principe de relativité : a savoir, que Za
conscience est la condition de la représentation de toutes les choses, et ne
peut s’assurer d’aucune indépendamment de ses propres modifications. Si cette rèéduction du monde au moi
individuel était posée dog- I. - Il presupposto fondamentale del solipsismo 25
Il presupposto fondamentale di tutta la cono- scenza è adunque, secondo il
solipsismo, costituito dal solo mio io pensante, dal solo mio io perso- nale; e
il suo programma filosofico, quindi, non può e non vuole essere altro che
questo: l’identi- ficazione di tutta la realtà al mio io individuale cosciente
e pensante, unica realtà. matiquement comme le vrai, ce serait ce qu'on a nommé
le sémetipsisme, système répugnant, quoique exempt de contra- diction n. (Les
dilemmes de la Metaphysique pure, 19041, pag. 210). Nella sua
Histoire et solution des problémes méta- physiques, svelando il solipsismo
implicito di Fichte, scriveva : «Le moi ainsi compris et le principe d’une sort
d'émanation. Devenu intelligence par le moyen du non moi qu'il s'oppose, le moi
absolu découvre dans le développement de ce non moi le mond. Comment il s’en
distingue, et comment les individus et l'’univers ne composent pas un moi
solipsiste malgré les apparences, on ne le voit pas logiquement. Il faut que 1’
homme recoure à la loi morale, pour se reconnaître des semblables et pour poser
le monde et Dieu » (pag. 357). In seguito riduce a solipsismo esplicito la tesi
di Fichte espressa nell'opera: Die Bestimmung des Menschen (Frankfurt, 4800),
ma conclude : « Ce solipsisme ne pouvant jamais étre qu’une hypothése forcée,
n’a pas la valeur métaphysique de la théorie de Berkeley, qui, reconnaissant la
force de la notion de cause externe, attribue à Dieu la production des idées. Il lettore capirà che qui si prende con molta libertà la
espressione « essere cosciente » (Bewusst-Seiîn) come sinonima di «essere
pensante ». So benissimo che molti fanno una distin- zione fra coscienza e
pensiero, e che — senza una trattazione analitica diligente — non si potrebbe
giustificare la risoluzione dell’ u io penso » cartesiano nell’ «io sono
cosciente» del solip- sismo. Del pensare si possono distinguere almeno quattro
sensi : primo, il pensare in senso volgare e comune come sinonimo di conoscere
in genere o percepire; secondo, il pensare in senso stretto (s. s.) come
sinonimo di conoscere logico (cono- scenza mediata); terzo, il pensare in senso
lato (s. 1.) come sinonimo della Cogitatio spinoziana (attributo); quarto, il
pen- sare in senso universale (s. u.) come sinonimo di tutto il reale, cioè
dell’attività del soggetto in relazione distintiva e unitiva con i cdr DAL eta
I è pis.) Il solipsismo 4 Concludendo,
credo di poter riassumere la gno- seologia e la metafisica del solipsismo in
questo principio: f io solo penso, dunque, io solo sono, adombrante — per
l’espressione esterna — il cogîto ergo sum. Credo inutile aggiungere maggiori
schia- rimenti teorici dal punto di vista del solipsismo, per venire subito
alla critica. Sono io tenuto ad accettare il presupposto teo- retico
fondamentale del solipsismo ? E innanzi tutto, posso o anzi devo identificare
il principio solipsi- stico ora espresso col principio cartesiano ?
Immediatamente vedo che la chiarezza con cui si rivela l’intuizione cartesiana
non può essere ra- gionevolmente posta in dubbio, giacchè il mio dubbio più
radicale presuppone sempre il mio pen- siero, e per fermo il mio pensare è una
realtà quand’anche fossero illusori tutti i suoi risultati. Ma che sia
egualmente chiara e immediata l’intui- zione solipsistica riferita, mediante la
quale mi dichiaro cosciente di essere io l’unico conoscente e quindi di essere
l’unica realtà, si può dubitare. Invero, se innanzi tutto prendo in esame la
prima parte del principio solipsistico: io solo penso, trovo che delle tre
idee: 1* io, 2* solo, 3* penso, l’oggetto. Ma ciò sarà approfondito a suo
tempo. (Cfr. del resto il mio Problema della causalità, II, pagg. 194-250). È
inutile ora sollevare il problema della coincidenza o meno tra coscienza,
conoscenza, esperienza, pensiero, tra cui veramente il solip- sismo tende a
sopprimere ogni differenza. I. - Il presupposto fondamentale del solipsismo 27
po una io riesco a pensare in modo esclusivamente soggettivo, cioè senza
riferimento a qualcosa d’altro. Giò, in generale, mi par che derivi dal fatto
stesso della loro pensabilità, perchè se qualcuna di esse fosse irrelativa,
evidentemente non sarebbe pen- sabile. Ma, in particolare, direi che dipende
dall’ufficio proprio di ciascuna di queste idee, che pare il seguente: 1°
L’ufficio dell’idea dell’io è di guidare alla affermazione di quell’unità
relativamente fissa di concentrazione che è correlativa al non-io sempre
variabile, e senza la cui antitesi la tesi dell'io non avrebbe senso nè valore;
perchè il senso e il va- lore dell'una è appunto di essere la condizione
necessaria di riferimento dell’altra. La relatività . della conoscenza come
condizione della pensabilità ci è data dalla natura stessa della conoscenza. Se
poi io mi ostinassi a chiamar io o soggetto la unità sintetica del soggetto
conoscente e dell’og- getto conosciuto (qualunque sia questo oggetto), cioè
l’unità dell’attualità dei due termini della re- lazione, in primo luogo non
potrei farlo senza la presupposizione analitica e sempre reciproca del- l’io,
soggetto conoscente (termine riferente) e del non-io, oggetto conosciuto
(termine riferito); in secondo luogo, mi accorgerei di non avere ancora prove
sufficienti per affermare la riduzione d’ogni altro conoscente alla conoscenza
dell’io. Ma poichè queste due ragioni non si possono dire chiare e generalmente
accolte dalle menti dei filosofi, occorre un maggiore schiarimento. Il
Gen- Cfr. P. d. c., II, ur, Capo 1°, e
Nuovi orizzonti della filosofia teoretica in relazione alla teoria della
relatività. pù 28 11 solipsismo tile, che chiama Io l’autocoscienza, cioè
l’objetti- vazione di sè a sè, del soggetto al soggetto e quindi deduce il suo
soggettivismo, ha, in questo, perfet- tamente ragione. Se è il soggetto che si
objetti- vizza siamo in pieno e puro soggettivismo. Se ab- biamo una tale
situazione dell’io in cui e per cui l’io è insieme soggetto e oggetto, noi
abbiamo il diritto anzi il dovere di chiamar io questa ‘unità e medesimezza di
due termini che si differenziano solo nel processo autocosciente. Ma l’objettivazione
del soggetto al soggetto non è già l’objettivazione d’ogni oggetto pensabile,
per quanto — dato il principio della relatività e quello dell’attività pro-
duttiva del soggetto non si possa negare una vera e propria soggettivazione
anche nell’objetti- vazione d’ogni oggetto pensabile. Bisogna dunque dissociare
due atti che si confondono sempre erro- neamente insieme, cioè l'atto del
soggetto che objettivizza sè a sè (auto-oggettivazione del sog- getto,
autocoscienza), e l’atto per cui ogni oggetto viene ad essere soggettivamente
quello che è, cioè l’atto del soggetto che objettivizza l’altro (sogget-
tivazione dell’oggetto). Il soggettivismo fondato sul primo atto ha un senso
relativo chiarissimo. Il soggettivismo fondato sul secondo ha pure un senso
relativo chiarissimo, ma ben diverso dal primo. Da entrambi poi differisce
radicalmente il soggettivismo assoluto, il quale afferma che ogni oggetto è
integralmente soggettivo; e dunque su che si fonda? Sopra un’ ipotesi. ì Il
soggettivismo assoluto è stato oggetto di molte discussioni; ma il suo difetto
principale è proprio questo: che, nel pronunciare il giudizio della sog-
gettivazione universale, invece di tener presente la differenza enorme tra
l’oggettivazione del sog- I. - Il presupposto fondamentale del solipsismo 29
trascura, anzi vi si passa sopra. Ora non si vede perchè si debba fare così,
anzi si può provare che così non si deve fare, perchè è assurdo fare senza ;
residuo l’identificazione del differente. Non basta | entrare dentro allo stesso
atto di chi si pensa, e (notato che qui c’è il soggetto e l'oggetto insieme,
l’io posizione di sè come altro da sè, soggetto in quanto oggetto, una e
medesima attività creatrice, il soggetto che si fa trasparente a sè stesso)
spin- gersi a extrapolare: dunque tutto è soggetto che si objettivizza. Come si
prova che l’io pensato (nel caso dell’autocoscienza) è il pensato in ogni altro
caso, cioè tutto il pensato? tutto il pensabile? Per approfondire questa
questione, pensiamo un î } . | getto a sè, e la soggettivazione dell’oggetto la
si soggetto empirico qualunque, prima nell’atto di pensare un oggetto empirico
qualunque, poi nel: l’atto di pensare sè stesso. Nei due atti successivi A il
soggetto empirico resta relativamente sempre lo | stesso, l’oggetto invece
muta; e nel secondo atto | (autocoscienza empirica) precisamente avviene la
objettivazione del soggetto, mentre il primo atto (eterocoscienza) non è
affatto la soggettivazione dell’oggetto. La teoria che ammettesse senz'altro la
identificazione pratica di questi due atti mene- rebbe empiricamente
all’assurdo perchè renderebbe la vita impossibile. Ciò vuol dire che
l’objettiva- } zione di sè a sè, almeno nel campo empirico dove è pure
possibile una certa forma pratica così d’au- N tocoscienza come d’eterocoscienza,
non oltrepassa b la sfera della soggettività. L’autocoscienza empi- rica resta
un processo affatto soggettivo, non com- promettente per nulla la natura
.dell’oggetto em- pirico, che resta differente così da quel soggetto finito che
può oggettivarsi, come da quell’oggetto RETTA a PI TR E NS I le , | h } . f ea
rit de Ln ATA AA LA atta Lesina e _ . Hi i 30 Il solipsismo finito (che è poi
ancora il sè) in cui quel soggetto può oggettivarsi a sè stesso. Ora, data
pure, ma non concessa, la realtà dell’Io trascendentale, e distinti i due casi:
dell’Io trascendentale che pensa sè stesso e dell’Io trascendentale che pensa
pro- duttivamente la realtà empirica (cioè tanto il suo io soggetto finito,
quanto il suo non-io oggetto fi- nito), ancora non si vede come il primo caso
(la objettivazione di Sè a Sè, l’Autocoscienza, l'Io) si identificherebbe senza
rèsiduo col secondo, che non può affatto considerarsi come la soggettiva- zione
dell’oggetto, appunto perchè è l’objettivazione del soggetto. Neanche qui l’Io
pensato e pensabile (nell’auto- coscienza) è tutto il pensato nè tutto il
pensabile. In fondo adunque si vede che l’unità sintetica del soggetto
conoscente e dell’oggetto conosciuto, cioè l’unità dell'attualità dei due
termini della relazione non è solo l’io come l’objettivazione di sè a sè, ma è
assai di più. Il soggetto è produttore; sì, ma non può non produrre. L’oggetto
è prodotto; sì, ma non può non esser prodotto. È questo dover essere così di S
come di O che è superiore ad entrambi, senza essere sopra di essi un fertium
quid. Da questo punto di vista, in questo senso si capisce che in certo modo
l’S resta quasi passivizzato come l’O, e l’O attivizzato come l’ S, cioè
traluce il concetto dell’attività dell’oggetto. L’attività del soggetto objettivantesi
nell’auto- coscienza è correlativa all’attività dell’oggetto che si sviluppa
secondo la sua intima natura. L’atti- vità del soggetto in relazione unitiva e
distintiva con l’attività dell’oggetto costituisce l’unità della attualità dei
due termini essenziali dell’atto unico Il presupposto fondamentale del
solipsismo dell’universa realtà, nè
oggettivabile, nè soggetti- vabile, senza essere un tertium quid (Cfr. Capo X,
L’idealità del reale). Ma ora non è il caso d’insistere su ciò. Piuttosto è il
caso di estendere socialmente il campo della riflessione, cioè di intendere
che, quanto io sono forzato a prendere notizia di me, soggetto conoscente, con
quella evidenza della quale nessun’altra è maggiore, tanto analogamente sono
forzato a prender notizia di altri come sog- getti conoscenti. La varietà dei
soggetti empirici individuali non mi è meno sicura dell’objettiva- mento di me
a me stesso, benchè l’io sia unità relativamente fissa e il non-io varietà
sempre mu- tabile; perchè è un dato dialettico della mia co- scienza che io non
posso negare senza distruggere la mia coscienza stessa. Nulla è più evidente,
solipsisticamente parlando, a me che il mio io. Io dico io, e il mio io mi è
sommamente evidente. Ma perchè? Perchè io, di- cendo io, mi distinguo dal
resto; cioè, prendendo notizia di me, sono in pari tempo forzato a pren- dere
notizia di oggetti differenti da me (siano pure prodotti da me) e di altri io
conoscenti (analoga- mente). La varietà degli altri individui, nel primo stadio
– H. P. GRICE STAGE ONE -- dell’esperienza, non mi è meno sicura della mia
individuale unità. Se mi provo a distruggere gli altri, le coscienze altrui,
sento progressivamente distruggersi me stesso, la coscienza mia. Io non mi
capisco se non capisco l’altro e gli altri, non mi unifico se non mi distinguo,
non mi soggetti- vizzo se non oggettivizzo, non potrei oggettivare me se non
potessi oggettivare gli altri. Concludendo, il principio, il mezzo e il fine
del- l’idea dell’io hanno senso e valore solo relativa- mente all’idea dell’altro
e degli altri. Il soggetti- AT 32 Il solipsismo ss __ T°C _orrr—@ varsi implica
l’oggettivare. Ma l’objettivazione di sè a sè non si identifica con la
soggettivazione universale, perchè l’oggettivare è doppio: d’auto- coscienza e
d’eterocoscienza. Neanche nella fantasia posso pensare il mio io come
abolizione completa del non io. A Di qui il primo carattere arbitrario anzi
fallace dell’interpretazione irrelativistica dell’ io secondo il solipsismo. 9°
L'ufficio dell'idea del «solo» è di guidare all'affermazione d’un limite atto
ad includere al- cunchè ad esclusione di qualche cosa d’altro, cioè a
realizzare l'operazione dell’andar oltre il limite stesso; perchè tale appunto
è la forza bilaterale del limite. Due importanti considerazioni si devono fare
a questo riguardo. 1 In primo luogo, il riconoscimento del « solo » è un
prodotto di riflessione avanzata, di una elabora- zione critica che non può
assurgere al suo grado di chiarezza senza presumere un periodo di co- scienza
più intimo e più immediato in cui l’espe- rienza si presenta con aspetto di
maggior solida- rietà fra i suoi termini. Questa considerazione mi sembra di
grande importanza, perchè toglie al sol- ipsismo la sua pretesa base di
immediatezza pre- critica. In secondo luogo, come il limite è da un lato
l’espressione del finito, ma dall’altro dell’in- definito; così il «solo» ut
sîc è ciò che si afferma in sè a distinzione dell’altro, ma insieme ciò che, si
riferisce all’altro. Quando io dico: solo questo, dico anche implicitamente: quello,
cioè l’altro, che è al di là di questo. Non posso intendere il «solo» senza la
sua relazione finita col resto. Af- fermando la presenza del « solo »,
riconosco la pre- ati MARU ve” Il presupposto fondamentale del solipsismo senza dell’altro relativamente indeterminato,
non assolutamente assente. Concludendo, l’idea del «solo» ha senso e va- lore
soltanto relativamente all’idea dell’altro. Il solitario sta lontano dalla
compagnia. Di qui il secondo carattere arbitrario anzi fal- lace dell’
interpretazione irrelativistica del « solo », che è cardinale al solipsismo. 8°
L'ufficio dell'idea del « penso » è di guidare all’affermazione d’un atto
giudicativo (forma vivente d’una funzione attiva) per cui io metto me stesso in
relazione distintiva e unitiva con un termine qualunque, compreso me stesso. Da
ciò il senso correlativo dei prefissi sub e ob, in soggetto e og- getto. Non è
possibile pensare senza pensare alcun che, il quale così resta un pensato.
Quando Car- tesio dice cogito egli non può non voler dire ego cogito aliquid.
Non potrei fare alcuna stima d’un pensiero che ripudiasse la relatività del
pensiero. Pensare un pensiero irrelativo è librarsi nel vuoto; peggio, è
pensare ciò che non si può assolutamente pensare. Concludendo, l’idea del «
penso » ha senso e va- lore solo relativamente al pensiero d'un oggetto
distinto e pur unito al soggetto, come il pesare ha solo senso e valore
rispetto al pesato e al pe- Si noti che
il pensiero di alcunchè assolutamente cioè irrelativamente fuori del pensiero
non è un pensiero, giacchè contradice alle condizioni di possibilità del
pensiero rnedesimo. Molto acutamente osserva il Botti: «In ogni caso, non può
presupporsi una cosa fuori del pensiero; un non pensiero ; bensì piuttosto una
cosa, che, non potendo eccedere il pen- siero, è un pensiero del pensiero, cioè
pensiero. (BOTTI, Trascendentalismo e solipsismo, Milano A, P., Il solipsismo.
3. par” Tr ira ne = BOS 34 Il solipsismo sabile. L'uomo nella sua funzione
vivente sogget- tiva e oggettiva, questo è il cogito di Cartesio – H. P. Grice:
“I exist,” “I am awake” – “Descartes on clear and distinct perception”. Di qui
il terzo carattere arbitrario, anzi fallace, della interpretazione
irrelativistica del penso se- condo il solipsismo. Se ora esamino la ‘seconda
parte del principio solipsistico riferito : io solo sono, (restringengo l’esame
al concetto del « sono », perchè gli altri due sono stati esauriti
precedentemente) anzitutto devo riconoscere che l’affermazione com- plessiva: —
io sono l’unica realtà — non è la sem- plice e immediata constatazione del
fatto primitivo e fondamentale dell’essere nonchè dell’esistenza del mio io
cosciente (1), come mi è dato indubitabil- mente dal principio cartesiano.
Infatti, se io trovo immediatamente certa la mia esistenza, non, mi è
immediatamente possibile dubitare dell’esistenza degli altri esseri coscienti o
no che mi circondano. Prima di giungere a tale ipotesi solipsistica, io Qui non
si tiene ancora distinta considerazione dell’es- sere dall’esistere, perchè
appunto nell’esperienza immediata del cogito questa distinzione non si fa. Ma
nell’esperienza me- diata si fa, e vuole essere qui ricordata, Sulla questione:
An essentia distinguatur ab existentia et (si distinguatur) an sit aliquid
diversum ab idea, et (si aliquid diversum ab idea) an habeat aliquod esse extra
intellectum, cfr. Spinoza, Eth.. Il risultato di quest'analisi stabilisce che
quattro sono i termini per cui si designano quattro forme diverse dell’essere
(consi- derata come l’idea più generale, quindi indefinibile): l'essere in
essenza, l'essere in idea, l'essere in potenza, l'essere in esistenza. Queste
però si riducono a una cioè all’essenza. Invero: l’idea non è che l’essenza
manifestata a un intelletto, la po- tenza non è che l’essenza prima della
produzione delle cose, l'esistenza non è che l’essenza dopo la produzione delle
cose. Ù tt) Ò É I. - Il presupposto fondamentale del solipsismo 35 devo (com'è
facile avvertire) lottare contro la forza dell’intuizione, che mi presenta —
col senso del- l'immediata certezza — l’esistenza di altre realtà alle quali
continuamente mi riferisco. Ciò prova che la proposizione solipsistica non è il
frutto di una semplice e immediata constatazione della mia esperienza. In
generale trovo che l’idea espressa dal verbo «sono» non mi dà alcun diritto di
escludere dal- l’esistenza altre possibili realtà, per quanto forti siano gli
argomenti coi quali i solipsisti si inge- gnano di asserire che io solo esisto.
Iù particolare trovo che il passaggio dalla pro- posizione di Descartes a
quella del solipsismo non solo m’inspira la più viva ripugnanza (il che po-
trebbe essere solo il segno d’un temperamento pratico bisognoso d’una certezza
morale la quale perderebbe ogni senso e valore se gli altri soggetti
relativamente ai quali io ho fede in un ideale da realizzare, non fossero vere
e proprie realtà esi- stenti), ma mi pare veramente assurdo e contra- dittorio
al principio cartesiano. Infatti, la certezza (cartesiana) della mia esistenza
come coscienza per me non sarebbe tale se non si risolvesse ipso facto nella
certezza dell’esistenza di altri esseri da me relativamente indipendenti nel
senso che io posso pensarli o no. Per chi riconosca che la proposizione io
penso, significa 70 penso alcunchè e che questo quid ogget- tivo può essere
d’infinite specie (risolvendosi poi in tutta la realtà pensabile compresa la
mia) è ingiu- stificato il credere che il principio cartesiano non implichi la
reale dualità dell’esistenza dell’io e del non-io. A TL Vi Lar do e e
"1" ni e -e meli at ù Il solipsismo La certezza della realtà del
soggetto e dell’og- getto è una sola ed identica nel principio carte- siano;
ciascuno dei due termini dell'atto conosci- tivo, l’io e il non-io vi partecipa
immediatamente. Quindi il passaggio da Cartesio al solipsismo non solo mi
inspira ripugnanza (questione di tempe- ramento), ma mi pare assurdo e
anticartesiano. Se io considero bene il senso e la portata del cogito ergo sum,
il risultato innegabile mi pare questo. Dell’essere della mia coscienza come
tale, cioè sia come pensante, sia come pensato-pensante alcunchè, io ho
certezza immediata e intuitiva. Ma, dunque, l’affermazione della mia coscienza
è | nient'altro che l’affermazione dell’essere (qualunque ‘ esso sia: io o
non-io, stare o divenire) di cui sono | cosciente. Quindi l’essere del mio
non-io pensato, non è meno un fatto indubitabile dell’essere del | mio io
pensante un pensato (1). Il dualismo di (1) L’esponente di questa situazione è
per altro assai più complesso di quanto non paja, perchè ci sono, in certo modo,
due esseri impliciti nell’affermazione del cogito cartesiano : primo, l’essere
di me soggetto pensante; secondo, l’essere dell'oggetto pensato. Passando da me
soggetto pensante ad ogni altro soggetto pensante, è chiaro che tanto il
pensante (S) quanto il pensato (0) sono, cioè sono essere. Però si domanda se
basti prender atto che il pensante è [essere] per stabilire che ogni
affermazione di pensiero è insieme affermazione di essere e ogni affermazione
di soggetto è insieme affermazione di oggetto. Il soggetto è così essere come
pensiero, secondo che io lo con- sidero. Io sono tanto S quanto O., Ora questa
è precisamente la mia idea, e per me nessuna idea è più certa di questa, E per
questo sostengo, in parziale accordo col KiiLPE (Das Ich und die Ausswelt,
Philos. Stud. VII, 3), che qualsiasi fatto è tenuto per soggettivo o per
oggettivo, soltanto sotto il dominio di certi criteri empirici, cioè avuto
riguardo a un certo sistema di riferimento, ma che in realtà qualsiasi fatto
non è nè l’una I. - Il presupposto fondamentale del solipsismo . 37 pensare ed
essere è così evidentemente negato nel- l’affermazione del mio io, come lo è il
dualismo. di pensare e di essere nell’affermazione del mio . non-io, e non meno
infondato risulta il dualismo . di essere del mio io ed essere del mio non-io.
Questo punto è d’una gravità estrema poichè implica la decisione globale circa
la realtà interna. ed esterna senza lasciar credere che la nozione di questa
sorga solo dopo l'intuizione immediata di quella, e quindi mi libera dal
supererogatorio tor- mento di cercare e, all’uopo, d’inventare un secondo atto
per giustificare l'affermazione dell’esistenza d’un’altra realtà conosciuta
(oggettiva) oltre quella della mia realtà conoscente (soggettiva). Per me, il
vero valore di Descartes è in breve questo: assicurare l’inscindibile certezza
imme- diata dell’essere della mia coscienza e di ciò di cui sono conscio; si
risolva questo nel me o in altro o nell’essere (statico), o nel divenire (dina-
mico), o nell’esistere o nel farsi. Così non è que- stione di interpretare il
cogito come ponente solo il passaggio dal soggetto all’oggetto indipendente
esteriore (che a rigore sarebbe l’essenza del dua- lismo), ma come ponente
altresì la composizione relativa di Se di O, e la subobjettività immanente ìn
ogni termine. Descartes, inteso bene, dice: Ego cogito aliquid, ergo ego qui
cogito sum et quod ego cogito est. Tanto la presenza del soggetto pensante a sè
medesimo (cioè io) quanto la presenza all’io del- l’oggetto pensato (cioè il non-io)
sono equimodali cosa nè l’altra. Di qui si vede l'intimo nesso tra il mio sub-
objettivismo e il relativismo (Cfr. Nuovi orizzonti della filosofia teoretica).
ate Mi" Lodi Pe pn MA Dr 38 Il solipsismo n
TTuuIrIttit.@]iielleleeelleleeeeeeeeee e coeve. Se non lo fossero dovrei
ammettere che il cogito cartesiano pone l’assurdo pensiero del mio pensiero
pensante senza pensato, non meno impensabile di un pensato senza pensante. ©
L’aggiunta esplicativa dell’aliguid e del suo esse non è il frutto d’un’argomentazione
metafisica, come l’ergo non è il segno d’un’argomentazione logica. «Se io
faccio astrazione da tutto ciò di cui il mio io è conscio, commenta lucidamente
il Marti- netti, ossia dal contenuto objettivo della mia co- scienza, scompare
anche il mio io individuale : tolta la coscienza dei miei singoli pensieri è
tolto anche l’io che in me pensa » (1). Concludendo, l’idea del «sono» ha senso
e va- lore solo congiuntamente a tutto il complesso reale della coscienza, cioè
sotto il duplice senso e valore dell’esse del soggetto e dell’oggetto che la
medesima evidenza intuitiva mi prèsenta con eguale diritto. Questa è la pietra
angolare di tutta la speculazione gnoseontologica. L’esclusivo esse dell’
io-soggetto è un’astrazione vuota non rivelata dall’esperienza cartesiana nella
sua purezza immediata. Di qui il quarto ed ultimo carattere arbitrario, anzi
fallace, dell’interpretazione soggettivistica del «sono» secondo il solipsismo.
Terminato così l'esame delle due parti del prin- cipio fondamentale del solipsismo,
e riassumendo, trovo che la mia ragione rifiuta come assurdi tutti gli
argomenti con cui io dovrei convincermi col solipsismo tanto di essere io
l’unico conoscente, quanto di essere io l’unica realtà. Io mi sono con- vinto
che quando parlo di conoscenza mi riferisco
MARTINETTI, - Il presupposto
fondamentale del solipsismo 39 necessariamente tanto al pensante quanto al pen-
sato che io ulteriormente distinguo nelle due sfere degli esseri materiali e
spirituali. Se io pensando non pensassi un pensato cesserei così di pensare
come di essere, cioè di essere un pensante. Per appagare l’esigenza cartesiana
del mio pensiero, devo ascoltare tutte e due le parti, non una sola. Torna
dunque inutile tutta la dovizia di sotti- gliezze gnoseologiche e metafisiche a
cui potrei ricorrere sulle tracce del solipsista per dimostrarmi -
l’impossibilità di uscire dalla sfera della mia sog- gettività, giacchè io
sento con imprescindibile cer- tezza che il concetto stesso dell’oggetto è
intima- mente legato a quello del soggetto. Indarno potrebbe replicare il
solipsista che non gli è d’uopo di più di quest’intimo nesso per avere causa
vinta, perchè l’intimo legame del soggetto coll’oggetto è appunto la prova che
questo non è fuori di quello, cioè dipende da quello, essendo l'oggetto un
prodotto e il soggetto il produttore, l'oggetto un fatto formato e il soggetto
l’attività formatrice dello spirito per eccellenza. Non eredo che nell’atto
conoscitivo le cose stiano precisa- Imente così (1); tuttavia lo concedo di
buon grado in via di discussione. La questione dell’idealità del reale. Ficure
nell’Introduzione alla vita beata (Lez. III) fa l’os- servazione seguente: «la
coscienza interiore abbraccia il senso esterno, giacchè noi abbiamo coscienza
dell’atto di vedere, di intendere, di subire; mentre invece non intendiamo, non
ve- diamo, non sentiamo la coscienza, e perciò essa occupa già il posto più
alto nel fatto fornitoci dall’osservazione. Quindi chi esamini profondamente le
cose, troverà più naturale conside- rare la coscienza come la causa principale
e il senso esterno Il solipsismo Ma che vale, se anche l’effetto (benchè sia
dipen- dente dalla causa anzi appunto per questo) è ciò che fa causa la causa?
La questione non cade già sul modo della produzione effettiva dell’oggetto dal
soggetto nè sulla dipendenza di quello da questo, ma sulla effettiva realtà del
duplice aspetto del- l’atto conoscitivo; e se sotto il primo aspetto posso
dire, sino a un certo punto, che l'oggetto è pro- dotto del soggetto, onde per
necessità dev’esserci una ragione di dipendenza di quello da questo; come
l’effetto e l’accidente, cioè esplicare, controllare, con- fermare colla
coscienza il senso esterno che fare l'opposto ». Quest'osservazione è sempre
parsa ai Soggettivisti decisiva, ma non lo è. Infatti, è ben vero che io ho la
coscienza di vedere, di toccare, di gustare, di pensare, ecc., un oggetto;
mentre non vedo, non tocco, non gusto, non peso, ecc., la mia coscienza. Ma in
primo luogo anche se non ci fosse l’oggetto sentito, cioè la sua produzione
(lasciando impregiudicata la questione della sua origine) la mia sola coscienza
(anche se fosse possibile) non mi farebbe vedere, nè toccare, nè gustare, nè
pesare, ecc. al- cunchè. ‘Quindi, se da una parte confermo il senso esterno }
colla coscienza, dall'altra confermo la coscienza col senso esterno. Porre
adunque un rapporto di causa e di effetto tra | coscienza e senso esterno è un
arbitrio senza fondamento. . E ad ogni modo bisogna notare che anche se gli
oggetti esterni fossero nostre creazioni, se queste creazioni non si realizzas-
sero, la nostra coscienza non potrebbe nè esplicarle, nè con- trollarle, nè
confermarle in modo alcuno. In secondo luogo (rifacendo a ritroso il
procedimento di Fichte) come potremmo dimenticare il dato d'osservazione ammesso
dallo stesso Fichte che, se noi sentiamo gli oggetti esteriori, nel medesimo
tempo abbiamo coscienza di essi e del nostro sentire ? Ma se non pos- siamo
avere il senso esterno senza avere la coscienza interiore con-che diritto
affermeremmo l'inclusione di quello dentro di questa ? Se i due atti non sono
separabili non è gratuito affer- mare che l’uno è essenziale, l’altro
accidentale? Concludendo, appare che l'essenziale è la produzione dell’oggetto
pel sog- getto e al soggetto e il riconoscimento dell’equivalenza cono- scitiva
e reale d’entrambi i termini e gli atti in relazione. I. - Il presupposto
fondamentale del solipsismo 41 PS a ne RIA sotto il secondo rispetto, però,
devo dire che la reale dualità dell’io e del non io (malgrado la re- lativa accennata
dipendenza) è un dato di certezza primitiva, costante e concreta.
L’impossibilità di uscire dalla sfera della mia soggettività, ad ogni patto
riaffermata dal solipsista, non è una prova e non è neanche un giuoco di
parole; è la pura e semplice ripetizione della ipotesi da provare. Nè
l’asserire che io posso parlare di realtà solo in quanto è l’oggetto del mio
pensiero e che in esso la realtà tutta quanta viene a risolversi (S., 176)
giova punto a far procedere d’un passo il solipsismo verso la dimostrazione
della sua tesi. Invero, rispetto al primo tratto (della realtà come oggetto del
mio pensiero) per l’antisolipsista tutta quanta la realtà che conosco e posso
conoscere, appartiene a quel mondo di cui posso parlare in quanto è l’oggetto
del mio pensiero. Se così non fosse, tal realtà per me sarebbe come se non esi-
stesse punto. E anche rispetto al secondo tratto (della risoluzione della
realtà nel mio pensiero), l’asserzione solipsistica non prova nulla, perchè
bisogna distinguere. Che tutta la realtà venga a risolversi nel pensiero (in
s.1., anzi universale), non sono io quello per fermo che voglia negarlo,
giacchè si tratta d’una teoria che ho sostenuto a lungo nelle mie opere,
segnatamente nella mia ultima sul Problema della causalità in cui già com-
batto la tesi del solipsismo (1), e che riprenderò ampiamente tra poco al Capo
X. Ma la risoluzione di tutta la realtà nel mio pen- siero (s. s.) nel senso
solipsistico è tutt’altra cosa. {Per essa la realtà tutta intera di cui posso
par- (4) Vol. II, Sezione II, Capo 1, Il pensiero reale. 42 Il solipsismo b; .
LI . . . Ulare in quanto è l'oggetto del mio pensiero, di- è venta una mera
projezione del mio pensiero cioè un mio prodotto mentale, non meno vano e chi-
‘merito che quello dei miei sogni. Ora siamo sempre lì: non è solo perchè io la
trovo irrazio- nale, questa supposizione, che la respingo, ma perchè resta una
supposizione gratuita, perchè il solipsista dopo averla formulata tenta tutte
le vie, fa tutti gli sforzi imaginabili per dimostrarla con argomenti positivi;
ma invano, La situazione critica è così manifesta che niun solipsista
ragionevole ardirebbe dissimularla. O si concede che sia una prova del
solipsismo l’asse- rire che tutta la realtà oggettiva è sempre espres- sione
della mia attività personale, che ogni reale è un semplice contenuto della mia
coscienza, che io devo ammettere l’impossibilità di oltrepassare la sfera della
mia soggettività, e allora ogni di- scussione diventa inutile. Ma un tale
linguaggio è ignoto al filosofo, cioè allo spirito autocosciente che vuole
ragionare e non chiudersi nel ridotto mistagogico del dogmatismo. O non si
concede: e allora si sente la necessità della prova, e dove questa mancasse,
apparirebbe , il senso e il valore chimerico di tutto il solipsismo. Devo
dunque indagare se gli altri argomenti del solipsismo in favore della sua tesi
siano o no tutti della stessa risma. rr rr le c6 ORIO TETTE Il. La questione
scettica. Saxificae videas infelix ora Medusao. Ma un grave dubbio m’incalza.
Io ho criticato il principio del solipsismo in ordine all’ atto fonda- mentale
del conoscere e dell’essere e l’ho trovato impotente a fornire una prova
razionale in suo fa- vore. Ma perchè io rimprovero al solipsismo l’in- capacità
di fornirmi una prova razionale? L’am- missione d’una tesi filosofica è forse
legata a tale condizione? Forse che una prova razionale qua- lunque è mai
possibile, nonchè doverosa, in qualsiasi campo della conoscenza? E se invece
ogni processo gnoseologico anche il più criticamente pretensioso fosse sempre
viziato da un atto non critico (non razionale) pregiudiziale? Se così fosse, da
un lato io non avrei il diritto di pretendere dal solipsista scettico una prova
più probabile di quell’atto dog- matico pregiudiziale che sarebbe il
presupposto di ogni atto di conoscenza, dall’altro il solipsista non avrebbe il
dovere di oltrepassare coi suoi argomenti i limiti d'un puro e semplice atto
dogmatico pre- giudiziale. Ora tale è appunto la pretesa del solip- 44 Il
solipsismo sismo a base scettica, il quale in generale afferma che ogni atto di
conoscenza implica già in sè un atto gratuito di fede nella validità della
conoscenza medesima, che nessuna ragione riesce criticamente a giustificare. La
questione cambia dunque di fronte; enorme- mente s’allarga e si approfondisce;
diventa senza altro la questione della validità della conoscenza. Ed io devo
appunto vedere in particolare con qual dialettica io potrei, d'accordo col
solipsista scettico, stimar provato che l’affermazione della validità della
conoscenza, di quella conoscenza che appunto ci serve a ragionare è e
dev'essere da tutti i critici gnoseologi accettata senza prova. Qui la causa
del solipsismo intimamente si collega, anzi si identi- fica con quella dello
scetticismo, che si può pro- spettare così. Quando gli scettici polemizzano sul
problema della validità della conoscenza (che è il problema gnoseologico in s.
s.) sono sempre convinti d’aver messo definitivamente in sodo questo punto
d’im- portanza capitale che, se non si vuole rimanere nell’incertezza rispetto
al problema del conoscere, occorre compiere un atto di fede nella validità e
nell’efficacia del pensiero (S., 4). In altri termini, se il pensiero non fa
inizialmente un atto di fede non può mai esser giudicato degno di fede; se non
vogliamo subito all’inizio della ricerca gnoseolo- gica perder la fede nella
validità del pensiero dob- biamo compiere un atto di fede, cioè aver fede nella
validità del pensiero. Ma quest’atto di fede, essendo iniziale e
ingiustificato, non avendo alcun fondamento razionale, lascia affacciare sin
dal- l’inizio il dubbio che lo stesso pensiero sia difet- toso, coll’aggravante
massimo che il pensiero stesso II.- La questione scettica non ci permette di
eliminare questo dubbio, perchè è sempre col pensiero che deve giudicarsi il
pen- siero. Siamo quindi nella dolorosa condizione di non poter evitare lo
scetticismo (S., 5). Questo è il primo orizzonte dello scetticismo. E il
solipsista scettico vi si rifugia dolorosamente (S., 5), cioè non già nella
tranquilla convinzione d’aver messo il suo principio in tuto, come una casa
sotto la protezione del più sicuro parafulmine, ma nella tetra certezza che
nulla garantisce la sicurezza della conoscenza. Riassumendo: per procedere
oltre nella ricerca sulla validità della conoscenza, occorre già presupporre
quella validità del cono- scere che è l’oggetto della ricerca medesima; quindi
nessuna conoscenza è fornita di certezza assoluta e indiscutibile, su qualunque
affermazione può projettarsi l’ombra del dubbio (S., 15). Ecco il pre- supposto
che vizia tutta la dottrina e la critica della conoscenza. Ecco il fondamento
dello scetticismo. Alla stregua di questi criteri sembrerebbe oziosa ogni
ulteriore disputa sopra la validità della cono- scenza. Pure, rimanendomi
qualche incertezza sul significato di aleune parole donde pare che dipenda
tutto l'impianto della questione, non mi sento dis- obligato da un’indagine
ulteriore, atta a liberare la mia mente da ogni equivoco. Anzitutto, due sono
le basi principali su cui lo scetticismo cerca di erigere il suo edificio.
L'atto di conoscenza e l’atto di fede. Il processo critico ulteriore invece è
semplicissimo: mostrare che il primo non si può attuare senza il secondo.
Fusione dell’atto di conoscenza con l’atto di fede. Questa la sua chiave di
volta. Ora, non potrebbero i due atti essere di natura affatto diversa e perciò
incomparabili rispetto a un 46 Il solipsismo solo criterio cioè rispetto al
criterio della validità della conoscenza? Eccomi guidato ad un primo esame che
tanto lo scetticismo in genere quanto il solipsismo scettico lasciano
completamenteda parte. Inoltre, la necessità che il pensiero debba stu- diarsi
e giudicarsi col pensiero, necessità che gli antiscettici non hanno mai sognato
di ignorare nonchè di negare, perchè sarebbe un chiuder gli occhi a quanto v’ha
di più evidente nella critica della conoscenza, non pare che possa forzare lo
spirito alla conclusione madornale dello scetticismo. Altra questione che
sarebbe imperdonabile non ap- profondire. Tracciato così il piano della disputa
non resta che da mettere alle strette ogni argo- mento cominciando dalla
considerazione della prima base dell’edificio scettico che è l’atto di
conoscenza. I. L'atto di conoscenza. — Per quanto siano discordi le opinioni
dei filosofi intorno alla natura di quest’atto, nessuno vorrà negare che la
cono- scenza ha gradi. Il solipsismo nemmeno, perchè vuole rifarsi alla forma
della prima e immediata conoscenza. Per conto mio, ripetendo cose note, questi
gradi sono tre: esperienza, scienza (s. s.) e filosofia. Ma ora non è
necessario optare per una classificazione speciale delle conoscenze. Basta
rife- rirsi a quel grado che, comunque inteso, si vorrà porre per primo e
accordargli quel tanto di sapere che è necessario e sufficiente
all’affermazione, del notissimo principio cartesiano (cogito ergo sum). Per
amore di brevità e per mantenere alla ricerca il carat- tere d’ un’inchiesta
intima senza pregiudizi dottri- nali, non mi fermerò neanche ad indicare come e
perchè l’unità del sistema conoscitivo risponda a Cfr. P. d. e., II, 1, capo 2°. Renata è tn
ini È de e) 1 A ina ali bile ade Tt ct certe Li e * à rt) | = : ». ui ties e xa
puri i, #1) è i ITALA II.- La questione scettica 47 certe condizioni, si compia
con certi mezzi e si esprima con certe forme. Lascio anche qui impre- giudicata
la questione, perchè a nessuno cadrà mai in mente di negare che una conoscenza
qualunque senza certe condizioni, certi mezzi, certe forme sia possibile.
Rispettato tutto ciò che mette a nudo l’organamento teoretico della conoscenza
in gene- rale, non ad altro risultato si perviene in qualsiasi atto conoscitivo
di primo grado che a questo: la sicurezza vitale dell’assenso. Assenso semplice
e reale voglio dire (non assenso complesso), assenso semplice, frutto di
intuizione immediata e incondi- zionata per la coscienza del soggetto
conoscente, benchè implicitamente conforme alle condizioni, ai mezzi, alle
forme fondamentali di ogni atto. Grande è il divario tra l’assenso vitale
semplice e il com- plesso. La sicurezza del primo è apparente e in- tuitiva ma
non ha bisogno d’essere dimostrata, la sicurezza del secondo è inapparente e
discorsiva, quindi ha sempre bisogno di dimostrazione. Non bisogna confondere
le due cose, Con questa distinzione si pone un problema di psicologia e di
logica della massima importanza, che poi si risolve nel problema della
distinzione fra conoscenza immediata (che alcuni dicono senz'altro coscienza) e
conoscenza mediata (che alcuni dicono senz'altro conoscenza). La prima ha tutto
il carattere d’un’enunciazione prettamente concreta diretta e sempre
innegabile, la seconda d’un’inferenza astrattamente riflessiva, suscettibile di
negazione. Colla prima il soggetto conoscente ha la virtù di poter affermare
irrecusabilmente a Sè stesso sè stesso (cioè a dire la reale esistenza della
propria attività o l’atto della propria reale esistenza), come tutte l’altre
forme di attività coi tte sa 48 Il solipsismo loro effetti e scambievoli
rapporti, senza che diret- tamente, cioè collo stesso modo, a noi consti che niuna
di queste possa fare altrettanto. Colla se- conda il soggetto conoscente può
discorrere i pro- dotti suoi, indurre e dedurre più o meno logica- mente, e
indagare altresì più o meno bene le con- dizioni, i mezzi e le forme costanti
del proprio operare. Qui una proprietà estremamente notevole richiede d’essere
posta in viva luce, benchè sia risaputa da tutti i dogmatici, scettici e
critici, ed è che, con questa forma di conoscenza, lo spirito è così vital-
mente certo della propria reale esistenza che, anche se volesse divertirsi a
dubitarsi o a negarsi, non riuscirebbe che a riaffermarsi innegabilmente, con-
fermandosi colla realtà innegabile del proprio atto di dubbio o di negazione.
(Lo spirito in tale situa- zione si trova in quello che Hume direbbe uno stato
forte di coscienza). Dubbi e questioni potranno sorgere e quindi giustamente
ventilarsi circa l’uso ulteriore diquest’atto vitale di conoscenza, ma quel che
bisogna stabilire come risultato inconcusso che potrà essere preso anche come
punto di partenza per ulteriori ricerche, è l’unità elementarmente re- lativa
di quest’atto di conoscenza con cui il sog- getto fa a sè stesso l’affermazione
dell’ esistenza della propria realtà. Mi è giocoforza ammettere che qui per me,
soggetto conoscente, atto di conoscenza e atto di affermazione della mia realtà
si riducono ad uno, con quell’evidenza irresistibile che è propria della
condizione stessa della mia conoscibilità. Su questa mia affermazione altri
potrà dubitare a suo talento; ma essa per me è fornita della maggiore certezza
e in nessuna maniera io vedo come io possa projettarle sopra l’ombra del
dubbio. L’ope- A Ù x = ea A 1, IIT.- La questione scettica e— e—o—*e«r«/« re razione poi con cui io
conoscente mi affermo esi- stente è della massima semplicità (in questo senso
l'ho chiamata elementare), e non ho punto bisogno. di ricorrere a ipotesi
prodigiose per potermene render conto. i Ciò premesso, ritorno all’argomento
critico dello scetticismo fondente l’atto di conoscenza con l’atto di fede e
immediatamente comprendo che la verità su questo punto non è come pare allo
scetticismo, perchè non si trova traccia d’atto di fede, nè tanto meno d’una
fusione dei due atti di fede e di cono- scenza. Ciò che trovo fondentesi
nell’unità elemen- tarmente relativa dell’atto di conoscenza imme- diata
(coscienza) con cui il soggetto afferma vital- mente a sè stesso la propria
realtà è l’atto affermativo del proprio conoscere immediato cioè della propria
coscienza con l'atto affermativo del proprio essere immediatamente conoscente,
del «proprio atto o cosciente; e niente altro. Per vedervi un atto di fede
bisogna aver le tra- veggole, o volerlo vedere (1). La coscienza della mia
reale esistenza affermantesi come reale esi- stenza della mia coscienza si
attua dentro di me con la naturalità d’ogni altra funzione organica della mia
vita. Quel che si dice del vivere con- viene a un tal conoscere (il proprio
essere) nel senso che, perchè questo conoscere sia, non fa Uno dei primi urti alla teoria della
conoscenza per l’in- troduzione dell’atto di fede fu certamente dato da D. Hume
colla sua teoria della credenza (belief), caratterizzata da quel sentimento
(sentiment or feeling) difficile a definire che accom- pagna gli stati forti
della coscienza (Ricerche sull’intelletto umano, V). Sarebbe utile studiare la
storia critica dell'atto di fede implicato nell’atto di conoscenza da D. Hume
al Renouvier e dal Renouvier ai giorni nostri. A. P., Il solipsismo 4. 50 Il
solipsismo d’uopo che di essere questo conoscente. La sua realtà (d’un tal
conoscere cioè d’un tal essere) è la realtà dell’atto e del fatto stesso della
vita del pensiero. Senza quest’affermazione del mio essere (sum) io come
conoscente (cogito) non sono. Come per vivere e quindi compiere spontaneamente
tutte le funzioni del viver mio non ho bisogno di com- piere il minimo atto di
fede, così per conoscere; salvo che si voglia escludere l’attività del cono-
scere e insieme la conoscenza del proprio atto dal novero di quelle funzioni
che sono costitutive della mia vita; ipotesi così assurda che non merita una
parola di più. Quando, giunto al grado del pensiero cartesiano, io affermo a me
stesso la realtà dell’ essere mio, la mia esistenza, che prova ho io di non
cadere in errore? Unica prova: la mia affermazione vitale, la mia coscienza.
Prova senza logica alla mano si capisce, prova alogica dunque, prova muta
direbbe il Boine, ma sicurissima tuttavia e immediata perchè vitale. Chi mi
prova che io sono cosciente di essere cosciente? Ma che senso posso attribuire
a questa domanda? Ho forse bisogno di ricorrere ad un secondo atto sia di
conoscenza immediata o d’altro genere, sia per render possibile il primo, sia
per provarmelo in modo più certo? Per pen- sarmi così, cioè per affermarmi
essere pensante, ho forse bisogno di pensarmi, di giudicarmi con un altro
pensiero o pure di ricorrere ad un altro atto qualunque per cerziorarmi? Ma
niente affatto. Di qui posso già raccogliere che la realtà vitale di questo
atto elementare del conoscere in cui affermo colla massima certezza la realtà così
del mio conoscere come del mio essere, rovescia di pianta tutto l’edificio
dello scetticismo, perchè —_ 9 II. La questione scettica . 51 quivi appunto io
raggiungo la massima certezza conoscitiva del mio proprio atto senza far uso
del conoscere per giudicare il conoscere. Naturale è del resto che sia così,
perchè quando mai potessi 0 dovessi far uso del conoscere per giudicare il co-
noscere avrei una conoscenza mediata e non im- mediata com'è quella che mi dà
l’affermazione vi- tale del mio essere cosciente scevra da qualsiasi atto di
fede; come avviene d’ogni atto vitale. Tuttavia, siccome nemmeno in questo caso
ov’ è questione di evidenza immediata l’evidenza non è mai troppa, così gioverà
indagare se l’analisi dell’atto di fede non conduca per avventura ad una
conclusione diversa. E così passiamo alla conside- razione critica della
seconda base dell’edificio scet- tico, cioè dell’atto di fede. IL. L'atto di
fede. — Il punto preciso dove cade l’insinuazione scettica dell’atto di fede
nella cono- scenza viene ben determinato dalla seguente avver- tenza
prettamente kantiana del Renouvier a cui si rifanno più o meno felicemente
tutti gli scettici con- temporanei: «... je dois avertir le lecteur que la
critique de la connaissance se meut dans un cercle inévitable » (Logique, I,
1), perchè « qualsiasi rap- porto io mi accingo a spiegare, a provare; sono
costretto a proporre altri rapporti che io non ispiego, sicchè, o il progresso
all’infinito, che è impossibile, o il circolo che si chiama vizioso ». Posto ciò
in Logica, egli così conclude in Psico- logia: La certitude est done une
croyance (Psyc.); la certitude est éminemment un’assiette mo- rale (Ivi, 155)
(1). (1) Così, più o meno kantianamente avviene la chiamata in scena della
credenza in generale (Fùrwahralten), a cui gli 52 Il solipsismo Ma, lasciando
per un momento la questione del circolo vizioso, è facile mettere in luce che
la ri- duzione della certezza a credenza di humiana me- moria, ricordata
dianzi, si riduce essa stessa non a una questione di. dottrina, ma propriamente
a una questione di vocabolario; perchè tanto nel Re- nouvier quanto (anzi assai
più) negli scettici odierni, che sostituiscono senz’altro alla credenza la
fede, non si riscontra nella certezza cartesiana dell’atto conoscitivo altro
che l’idea elementarissima del- l’atto vitale del conoscere il proprio essere
trave- stita con un linguaggio che la rende irrieonosci- | bile. Infatti,
distinto — come dianzi — l'assenso immediato dal mediato, quanto al primo tutta
la sua natura si riduce all’affermazione irresistibile del proprio essere
conoscente. Zaec est illa, divina in nobis relucens veritas..., veritas quae
intus lo- quitur, ete. Quando io pensando affermo d’essere pensante non faccio
alcun atto nè di credenza nè di fede. Perchè dovrei dire che un atto morale sta
alla base di questa mia affermazione? Farei una aggiunta soverchia.
L'affermazione della mia esi- stenza pensante è così evidente alla mia
coscienza come sono visibili ai miei occhi gli oggetti illumi- nati dal sole.
Tutta l’autorità dei sostenitori del- l’assiette morale non vale certo a
complicare la natura elementare dell’atto cartesiano. Credenziare quest’atto è
mettere una firma d’avallo sotto l’evi- denza irresistibile del sole.
L’affermazione viva è troppo concreta per ridursi alla stregua d’una cere-
scettici odierni preferiscono sostituire senz'altro la fede, benchè questa
secondo Kant non sia che una specie di quella, e pre- cisamente l’espressa con
giudizio assertorio, a differenza delle sue sorelle: l’opinione (espressa con
giudizio problematico) e la certezza (espressa con giudizio apodittico). La
questione scettica denza. Nè per fare quest’affermazione conoscitiva
validissima per me io ho bisogno di presupporre la validità della mia stessa
conoscenza proponendo rapporti inesplicabili. Questo per la natura del- l’atto
nell’assenso immediato. E se da ultimo, sempre però in questo assenso, premessa
questa natura, io voglio proseguire, col mio processo co- noscitivo non mi
muovo in circolo vizioso; giacchè, è bensì vero che io sono costretto a partire
da una prima conoscenza, e che poi per proseguire devo usar questa per
procedere alla seconda e così via; ma dall’altra è falso che io usi la seconda
per pro- vare la prima. Se parto e poi vado dritto, non giro in tondo; e per
proseguire non faccio che confor- marmi a quel complesso di condizioni, mezzi e
forme che rende possibile la conoscenza. Questo complesso metodologico può
anche esser ignorato. Se io, malgrado questa ignoranza, procedo lo stesso più o
meno bene, non sto certo a recitare un atto di fede, tanto meno a indagare se
lo reciti o no. Procedo con quella naturalezza che è d’ogni atto di vita, e in
cui sarebbe ridicolo cercare un atto di credenza nonchè di fede. Che se anche
quel com- plesso è conosciuto da me ed io vado avanti perchè riconosco, come
diceva Voltaire, che è! faut prendre un parti, del pari non cado in circolo,
perchè non faccio altro che tener ferme le redini in mano e andar avanti senza
tornare al punto di partenza. Quanto all’assenso mediato, sono possibili due
casi: o che il conoscente proceda con piena fiducia nella validità del suo
conoscere, o che questa fi- ducia gli manchi. Ma se la fiducia gli manca è
evidente che gli mancherà anche l’atto di fede pre- teso dagli scettici. Io
lascio quindi agli scettici la briga di mettersi d’accordo su ciò che uno
sfidu- 54 Il solipsismo ciato farà. Se la fiducia invece accompagna il co-
noscitore è da notare che fiducia e conoscenza sono due operazioni d’ordine ben
diverso; quindi anche se si adoprasse la fiducia per proseguire nella co-
noscenza e poi la conoscenza per avvalorare la fiducia dove sarebbe la petizion
di principio ? Ma qui lo scettico potrebbe dire: trasportiamo pure la questione
sulla fiducia, e ommettiamo anche il caso della fiducia cieca, perchè se è tale
non è conoscenza. Parliamo di coloro che vogliono discor- rere pretendendo di
avere fiducia nella validità del conoscere. Se fin dall’inizio hanno già
fiducia nella validità del conoscere, cioè se si fidano del pen- siero senza
ancora giudiziosamente sapere se sia degno di fede o no, compiono sì o no un
atto di fiducia pregiudiziale? Oh finalmente siamo d’ac- cordo! Sì, lo
compiono. Ma che diamine abbia da fare un semplice atto pregiudiziale non
giuridi- ziale con un atto veramente
giuridiziale, cioè giudiziario (de jure) io non capisco; e tanto meno capisco
come si possa rinfacciare alla critica della conoscenza un sofisma che è
commesso dai suoi denegatori. Provate prima che fiducia significa co- noscenza,
poi avrete ragione di condannare. Non è forse vero che la naturale confidenza
potrebbe anch’essere mal collocata? l’aspettativa delusa ? È ovvio che quest’atto pregiudiziale che io
chiamo non- giudiziale (de iure) si lasci porre sotto l’espressione formale
d’un giudizio se lo si consideri ulteriormente in modo astratto dal punto di
vista puramente logico, come rapporto predicativo o copulativo fra concetti; ma
non diventa perciò un atto per- tinente alla pretesa di giudicare cioè
pertinente al giudice che si senta in dovere di emettere il suo giudizio (di
valore) ew veritate 0 ex jure. Fidarsi non significa ancora giudicare cono-
scitivamente del valore secondo un criterio di verità. La questione
scettica Non mancano certo le apparenze
che pajono de- porre in favore di questo caso, e quindi rendere sospette tutte
le operazioni conoscitive eseguibili ulteriormente. E sono ‘appunto queste
apparenze che oscurano tutto, cioè impediscono di vedere che l’atto di fiducia
non è atto di conoscenza. Se lo fosse, dovrebbe avere qualche autorità per costituire
una verità qualunque. Non è per contro una A verità lapalissiana che, pel solo
fatto d’avere o non \ avere la fiducia necessaria e sufficiente per vivere, non
possiamo dire che il pensiero sia o non sia i capace di giustificarsi
validamente? La fiducia, è C vero, può rendermi capace d’un fortunato ardi-
mento, ma non mi fa anche correre il rischio di accumulare errori su errori? E
non potrei anche sperare, quando tutto paresse fatto per iscorag- giare ogni
speranza? [dentificherò ancora la cono- f scenza con questo paradosso della
speranza? Oh °D fosse pur vero che la speranza colmasse le lacune della
conoscenza! Ma purtroppo non è così; quindi io concludo che la veracità del
processo conosci- tivo non è punto compromessa dal fatto che io, più | o meno
confidando in essa, possa o voglia mettere alla prova il mio pensiero. Inoltre
io penso che sia non solo un diritto ma uno stretto dovere sorpas- i sare il
punto morto dello scettico che s’arresta te- mendo che il suo pensiero sia
inizialmente difet- toso. Agendo così non smentisco punto il priricipio critico
della conoscenza, non faccio un hiatus senza proporzione col risultato
teoretico che mi sarà pos- sibile conseguire. Come la confidenza reciproca è un
dovere tra le persone per bene che intendono | lavorare, così la fiducia vitale
nella validità del | pensiero è una esigenza d’azione imposta dalla virtù
stessa dello spirito che vuol proseguire nel 56 Il solipsismo cammino della
conoscenza. La fiducia stessa accom- pagna ogni ritmo vitale. Certo il vero
errore sa- rebbe se, affidandomi al mio slancio pratico, mi ostinassi a credere
di tutto sapere, rifiutando di studiare le condizioni che rendono possibile e
sempre più valida la conoscenza. C'è di più. Se, riconoscendo che la necessità
pratica mi costringe a sorpassare il limite del primo conosciuto, mi astenessi,
farei meglio? Tutt'altro, l’astensione stessa è già una decisione imposta dalla
passione e quindi suscettibile della stessa critica. Il vero è che nè l’atto di
fiducia nè quello di sfiducia sono atti di conoscenza. Quindi è insensata la
confu- sione dello scetticismo. Il fatto di dover ammet- tere un atto di
affermazione così teorica come pra- tica all’inizio del processo critico della
conoscenza è un’operazione perfettamente legittima, conforme a tutte le regole
logiche di chi agisce e vuol agire confidando di poter uscire dall’imbarazzo.
Lo scet- tico che afferma di prendere il pensiero critico in flagrante
contradizione con sè stesso, e pretende di provarlo col dire che il pensiero
critico impiega un processo anti-critico ricorrendo al presupposto dogmatico
fondamentale, farebbe meglio a cercare di spiegarsi come mai l’umanità, che non
ha aspet- tato a vivere nella conoscenza e per la conoscenza che le fosse
dimostrato dagli scettici la sua con- tradizione teoretica fondamentale, non
abbia fatto fallimento. Ma egli resterà sempre al buio di ciò, finchè si
ostinerà a chiuder gli occhi di fronte alla vera ragione, che è la seguente.
Noi viviamo, noi crediamo bene o male quel che ci pare meglio, noi conosciamo
veramente e realmente, anche se lo scetticismo ha l'ossessione di mostrarci
l'assurdità della nostra conoscenza. Questo è positivo, com’ è II. - La
questione scettica ben positivo il fatto che non v’ha nulla nella nostra più o
meno libera credenza pregiudiziale pratica che possa pregiudicare di diritto
(cioè infirmare) il valore del processo giudicativo della conoscenza. Io non
vedo ancora la luce se pur credo di poterla trovare prima di vederla cogli
occhi miei. Nè smentisco la mia capacità di vedere a suo tempo e luogo, nè già
l’adopero, se sono ancora nel buio. E chi mi afferma il contrario? Lo scettico.
E con che prove? Ma, con nessuna, salvo quella che gli po- trebbe provenire
dalla fiducia d’essere un conosci- tore privilegiato d’una verità che sarebbe
precisa- mente la negazione della verità e nel cui nome scomunica tutti coloro
che rifiutano il suo credo. Ma chi è dunque lo scettico? Oh io lo vedo benis-
simo, lo scettico non è che un dogmatico travestito. Circa la questione della
fede nella conoscenza gli equivoci sono legione. « Non c’è ricerca filosofica o
scientifica, dice il Gentile, nè c’è pensiero di niuna sorta senza la fede del
pensiero in sè stesso, o nel proprio valore, senza il convincimento spon- taneo
e incrollabile di pensare la verità. Son pa
GENTILE, La riforma della dialettica hegel., pag. 245. Però, per
precisare questo pensiero si badi che non mancano nello stesso Gentile i passi
în cui, senza la minima reticenza, si afferma che la scienza è condizionata
dalla fede, e anzi che tutta la scienza è fede. Valga per tutti il seguente
tratto del ‘2° vol. del Sistema di Logica. Notato che nel procedimento
analitico delle scienze «c’è un punto di partenza e un punto d’arrivo », «il
punto d’arrivo — egli definisce — è la verità che si dimostra; quello di
partenza, la verità ultima da cui bisogna rifarsi per la dimostrazione ». In
ogni caso, chi dice dimostrazione, dice principio, limite del processo
apodittico, Di guisa che al termine del processo dimostrativo il pensiero si ritrova
tal quale come al cominciamento, ... « DondeXgli scolastici ebbero buon giuoco
a cingere la scienza, che è tutta | Li 58 Il solipsismo parole giustissime; ma
che purtroppo, mi duole dirlo, vengono interpretate talora da alcuni non con
animo di filosofo ma di casista. Oppur si fan- tastica di non so qual fede
morale o anche mistica o anche religiosa (che non è lo stesso) col van- taggio
d'uno svago di belle frasi. Ma dove, nelle questioni filosofiche non edificano
i filosofi, torna quasi vano ogni sforzo. Certamente la parola fede nel passo
soprariferito è presa in senso elastico e traslato. Non si traita di quella
fede che rifiuta ogni prova, perchè sia un bisogno del cuore che basti a sè
medesimo, e s’arroghi di tutto sapere, anche senza il sapere, anche contro di
esso. Quante volte l’uomo di questa fede crede di poter umiliare l’incredulo
schiacciando la sua ragione sotto l’au- torità d’una così detta verità
superiore, di cui solo il suo cuore è garante. Ma di questa portentosa fede non
sa che farsene il gnoseologo, per la solu- zione del problema dello
scetticismo. dimostrativa, di fede, che è tutta immediatezza. Nisì credidero,
dice a ragione Anselmo, non intelligam ». ... Ma se la scienza è condizionata
dalla fede, la scienza logicamente non ha modo di distinguersene. Perchè la
verità della conseguenza è la verità stessa delle premesse: e se la prima
premessa è fede, tutta la verità della dimostrazione, da cima a fondo, è verità
di fede, Tutta la scienza è fede. E chi più intende, più crede: chi più ha fede
in una scienza siffatta, più conculca la libertà della ragione e la sottomette
all’arbitrio della fede. È inutile prolungare la citazione, perchè il passo di
forza è fatto: a Se la prima premessa è fede,.. tutta la scienza è fede ». Ma,
se è così, che larga prospettiva di riduzioni s’apre d'un colpo ! P. es.,
notando che anche la mitologia in fatto di fede ne ha da vendere, che quindi si
può dire benissimo: tutta la mitologia è fede, si potrà tener per dimostrato
(visto che ogni dimostrazione è atto di fede) che la mitologia è scienza e
vice- versa. Analogamente, sostituendo, ecc. (1) Non si sottraggono a questa
critica quelle interpretazioni . La questione scettica . Infine quest’atto di
fede è assai più, troppo assai più che quell’atto di vitale confidenza o di
fiducia che s’identifica col convincimento spontaneo di pensare sia la verità
sia altro, e meno che mai si X riduce al semplice atto pratico che accompagna e
4 sospinge il pensiero in ogni ricerca. La fiducia teo- retica potrebbe mai diventare
antiteoretica ? E lo diventerebbe se lo spirito pretendesse di sapere oltre
l’ordine del sapere; com’ è appunto l’impresa della fede religiosa: Quod non
capîis, quod non vides animosa firmat fides, proeter rerum ordinem. - dell'atto
gnoseologico e metafisico fondamentale che escogitano un punto di vista o
mistico-teologico o puramente morale, perchè in ultima analisi presuppongono
una situazione scettica come base, cioè ricorrono apertamente o alla grazia
divina o alla rivelazione etica o ad altro espediente non teoretico. Così lo
scetticismo costituisce il loro punto di partenza, benchè non ne costituisca il
punto d’arrivo. Convengono nell’ammettere . che la conoscenza teoretica avente
per oggetto l’essere si rivela priva di quella certezza incrollabilmente salda
che lo spirito esige per non cadere nel nichilismo scettico, Differiscono solo
nel modo con cui credono di poter riparare all’impotenza del pensiero
teoretico, perchè chi chiama in soccorso una fede chi un’altra. L'esempio più
bello e originale fu dato circa mezzo secolo fa dall’Ollé-Laprune nel suo
splendido saggio De la Certitude morale. Vedi per una certa attinenza sul punto
di vista della certezza mistica: MAZZANTINI, La speranza nell’immortalità,
Torino, Paravia, 1923, Il Mazzantini per assicurare la possibilità d’ogni
certezza dell’esprimibile e non solo la possibilità della certezza razio- nale
di qualunque processo discorsivo, ma la possibilità mede- sima del dubitare
(pag. 15), suppone la possibilità d’una certezza sui generis, che egli chiama
intuitiva o intus-razionale e mi- stica, che trascende fatalmente e
infinitamente l’espressione (cioè è certezza dell’inesprimibile), «tolta la
quale precipita 60 Il solipsismo Sarei troppo felice .se con queste analisi
sentissi d’aver tacitato tutte le objezioni dello scetticismo che si agitano
dentro di me. Altre voci veementi rimangono. Dovrei fare violenza a me stesso
se non le ascoltassi. Io credo fermamente d’aver esa- minato a fondo la
questione di quell’atto dogma- tico pregiudiziale che, secondo lo scetticismo,
sa- rebbe il presupposto ineliminabile d’ogni atto di conoscenza, mentre è solo
l’auto-affermazione car- tesiana dell’essere del proprio conoscere. Il numero
non solo ogni altra certezza ma la possibilità. medesima del dubitare». In fondo
egli alla sua intenzione mistica attribuisce tanto la certezza dell’esistenza
reale dei soggetti (pag. 16), quanto la certezza dell’esistenza reale degli
oggetti (pag. 80); reali questi « di una realtà non fenomenica, e neppure
attuale » ma aper sé. La loro realtà è realtà sostanziale (sub stans) » (pag.
16). È qui dove si pronuncia il distacco da chi non riconosca la necessità di
inoltrarsi nel gineprajo dell’inesprimibile per assi- curare la certezza
dell’esistenza del reale sia dei soggetti sia degli oggetti. Non può stare con
lui chi ritiene che l’atto della conoscenza dell’inesprimibile è tutt'uno con
l'atto medesimo della realtà che si esprime, e sta se sta o diviene se diviene
non perchè vi sia un’altra realtà sostanziale (sub stans) o pro- cessuosa che
lo renda possibile, ma perchè essa realmente è la realtà per sé. Tuttavia, non
è d’uopo con ciò contestare la intuizione mistica in genere, perchè da un lato
si può ammettere la spostabilità dei limiti sensori, dall’altro non trovar
ragioni per negare nè la conoscibilità di realtà straordinarie cioè pre-
sentemente extraliminari o anche trascendenti, nè la possibilità d’una guisa di
vita prevalentemente non conoscitiva (che ora e qui non si tenta neanche di
chiarire nonchè di definire). In generale l’aspetto tattico di questo fideismo
intus-razionale è non solo quello di far intervenire un postulato nuovo e gra-
zioso nel sistema delle proposizioni filosofiche primitive, ma quello inoltre
di dar un senso determinato alla nozione arcana dell'interno della ragione, che
ha tanto senso quanto ne può avere la nozione dell'interno dell’interno, II. -
La questione scettica 6l degli spiriti colti e anche aperti ai procedimenti
della logica che s’è lasciato in ogni tempo adescare da questa ipotesi è a
bastanza grande perchè la critica, di tanto in tanto, risenta il bisogno di
esa- minare se la ragione debba retrocedere o andare avanti su questo punto,
come su gli altri. Ma, anche all’infuori di questa preoccupazione che però
adesso non è la mia, perchè io qui non mi preoccupo di meditare davanti
all'opinione pubblica e cerco uni- camente di snidare tutti i dubbi e gli
scrupoli che rimangono dentro di me, sento d’aver raggiunto un punto fermo
rispetto all’ interpretazione critica dell’atto iniziale del pensiero. La fede
non ha alcun impiego nell’inizio della conoscenza, più che non ne abbia
all’inizio della vita. La fatale predispo- sizione tutta dogmatica a credere
senza prove alla validità del conoscere è uno spauracchio. Com- piendo il suo
atto originale cioè realizzandosi, il pensiero rivendica interamente i suoi
naturali di- ritti, prevenendo, se mai, l’abuso dogmatico che ne fa lo
scetticista, col rimproverargli il suo stesso atto di vita come un peccato
originale. Svol- gendo il suo corso teoretico poi, nessun atto sofi- stico o
quanto meno sospetto commette il pensiero attuandosi criticamente. Abbinare i
due atti di co- noscenza e di fede anzi identificarli fin dalla na- scita è
assurdo ; distinguerli è d’uopo. Un’identi- ficazione importantissima invece si
deve fare, obliata da ogni scettico : è la fusione dell’atto della cono-
scenza, che è atto di limitazione cioè di riferimento con l’atto medesimo della
realtà la cui attualità consiste appunto nel relativarsi, secondo quella forma
di relazione subobjettiva che è caratteristica alla sintesi produttrice di
tutte le cose. Quel che sembra rimanere in favore dello scet- ST- 62 Il
solipsismo ticismo, se io mi inquieto di tutte le objezioni che sono già state
proposte e ventilate le mille volte nella storia della filosofia, è il così
detto argomento della bilancia, che per quanto non faccia che ripe- tere
sott’altra forma il vecchio arzigogolo del pen- siero che deve giudicarsi col
pensiero, non manca di fare una certa impressione. « In breve — si dice — come
non v'è modo di adoperare una bilancia per pesare sè stessa, non si può usare
il pensiero per valutare sè stesso » (S., 4). Contro un argomento dello stesso
genere ha già protestato Spinoza, adducendo giustamente da parte sua
l’argomento del martello, che in breve qui rias- sumo. Per foggiare il ferro ci
vuole un martello; ma per avere un martello bisogna che questo sia stato
foggiato con un altro e così vìa. Non si apre un regresso all’ infinito? Basta
formularsi questa do- manda per capire che l’argomento non ha neanche
l'apparenza della ragione, perchè :se l’avesse con- verrebbe supporre che
l'invenzione del martello è ancora da fare, quando non si preferisse escogitare
l'ipotesi della nascita ab ovo d'un mariello materiale perfetto! In realtà
l’umanità, avverte Spinoza, ha cominciato a lavorare il ferro e tutto con
strumenti imperfetti, e per mezzo di questi ne ha foggiato altri meno
imperfetti e così via (1). Sviluppando, per analogia, questo argomento, credo
utile aggiungere un altro rilievo. E dove mai _ s'è udito che la bilancia debba
pesare sè stessa per pesar giusto? E potrò io dimenticare quelle semplici
lezioni di fisica che mi hanno insegnato che la retti- ficazione d’una bilancia
non si ottiene punto con un’altra bilancia già rettificata, ma con l’osservanza
(1) Spinoza, De int. emend., 10. II. - La questione scettica ‘| scrupolosa di
certe condizioni di precisione, come: eguaglianza dei bracci di leva del giogo
(metro), posi- zione d’equilibrio coi piatti vuoti (livello), centro di gravità
sotto il punto di appoggio, ete.; di sensibi- lità di controllo o verifica
(inversione dei pesi, me- È todo delle doppie pesate) che furono tratte dalla
esperienza? Analogamente pertanto concluderò che la giustificazione della
conoscenza non si deduce da una conoscenza giustificata, ma che si ottiene
conformando sempre meglio la conoscenza a quel complesso di condizioni, mezzi e
forme che costi- | tuisce l’organamento normale della conoscenza, e . quindi la
rende non solo possibile ma perfettibile in ogni campo. La verità non si deduce
sempre dalla verità, ma sempre alle condizioni, coi mezzi e nelle forme onde
risulta l’unità del sistema conoscitivo. Questa conclusione è intimamente
connessa con tutto quel corpo di ragioni che la critica antiscet- tica ha con
varia fortuna opposto quasi in ogni tempo al vecchissimo argomento del
diallele, ca- vallo di ritorno per tutti i contendenti. Chi non ricorda
l’analisi ironica di Montaigne circa l’im- possibilità per la ragione di
dimostrare sè stessa? Da questa premessa gli scettici hanno sempre rica- vato
il dilemma brutale: o l’atto di fede o la dispe- razione. Non starò qui a
ripetere le tante inezie, per non dir altro, che si trovano in tutti i trattati
di Logica al capitolo della verità della conoscenza e del suo criterio, coll’insistenza
a ritorcere il diallele prendendo atto che lo scettico è in contra- | dizione
con sè, perchè combatte la ragione colla . ragione e via dicendo. Per
rovesciare il diallele bisogna prendere risolutamente un’altra via. Questa via è stata chiaramente additata dal
BERTINI nella sua Idea d'una filosofia della vita, Torino È necessario e
sufficiente notare che, se lo scettico accusa la ragione di non saper dare, di
non poter dare una dimostrazione della sua veracità, è evi- dente che egli
pretende una dimostrazione vera e propria della veracità della conoscenza. Ciò
pre- messo, come e perchè potrebbe egli rifiutarsi di comprendere che la
veracità della conoscenza ha da essere una conclusione (Ths) da dimostrare non
una premessa (Hp)? Ma se è così, ogni discussione preliminare (che lo
scetticismo non manca mai di intraprendere quando attacca la questione della
conoscenza e rimprovera al critico di usare fin dal- l’inizio quello strumento
sospetto di fallacia che è la ragione medesima, presumendone la veracità) è
fuor di posto. Invero chi pretende che una con- clusione venga dimostrata, non
deve combatterla come se fosse una premessa. Se lo scettico pre- tende una
prova della veracità della conoscenza conceda la facoltà non solo, ma la
esibizione effet- tiva di questa prova. Se vuol una conclusione, non impedisca
l’uso delle premesse. Accordi la possi- bilità della dim. secondo le esigenze
normali di ogni dim. Escussa la prova, si vedrà se la vera- cità della
conoscenza risulti o non risulti provata, secondo quelle esigenze d’ordine,
d’accordo, di con- tinuo e reciproco controllo, individuale e sociale, dei
sensi e della ragione, che rendono possibile la umana conoscenza. Giacchè il
punto decisivo è pre- cisamente questo che la veracità presupposta non è la
veracità dimostrata secondo queste esigenze. Queste esigenze legali, per dir
così, che a tutto ri- gore discendono dalle premesse bastano a mostrare che il
vecchio argomento del diallele è una que- stione che lo scettico prudente,
almeno per riguardo a quella ragione cui egli fa finta di appellarsi, non II. -
La questione scettica 65 dovrebbe suscitare giammai. In questo solg senso si
può dire che l’objezione scettica si ritorce contro lo scettico stesso e quindi
che non prova nulla, \ perchè egli, che domanda una prova, non concede LI la
facoltà di provare. d Da ultimo, questa riflessione puramente teoretica mi fa
comprendere che la mia giustificazione critica della conoscenza non è neanche
un mero tentativo prammatistico di interpretare i principi del pen- siero come
postulati derivati da esigenze essenzial- mente pratiche (S., 12), ma rimane
essenzialmente teoretica, dal principio alla fine. È la conoscenza che porta in
sè stessa la sua giustificazione importando la possibilità dell’esame critico
di tutti i suoi atti, com’è la vita che porta in sè stessa la sua certezza | e
il suo controllo. Come l’affermazione del cono- scere è inseparabilmente
l’affermazione dell’essere che è l’esigenza fondamentale del conoscere, così
una critica esauriente della conoscenza non elimina il dolore ma inaridisce la
fonte dello scetticismo. Non vedo adunque in che modo dal solipsismo, che
pretende affermarsi l’unica concezione del reale derivante necessariamente
dalla esigenza fondamen- tale del conoscere (S.,191),si possa riporrela propria
giustificazione teoretica nel principio dello scetti- cismo che è la negazione
dogmatica dell’esigenza fondamentale del conoscere. V’ha d’altronde, io lo vedo
benissimo, in questo tentativo di abbinare il solipsismo allo scetticismo, una
questione di sem- plice preferenza personale che perciò non si impone a tutti i
solipsisti.e che forse non tutti i solipsisti vorrebbero accettare. Io
medesimo, per esempio, se potessi essere solipsista, non scenderei certo nel-
l'inferno della gnoseologia, per riportarne la testa di Medusa dello
scetticismo. A,
P., 77 solinsiemo. 5. fofp aa) OP Pt le 11 i Dar TR TEN OR DEN DEM DEM TER TE
DE NI. La questione dell’ uno e
del molteplice. O perpetnui fiori Dell’eterna letizia che pur uno Parer mi fate
tutti i vostri odori. Un altro problema fondamentale che il solip- sismo cerca
di elevare come un ostacolo insupe- rabile di fronte ad ogni concezione
anti-solipsistica è quello del rapporto fra l’ uno e il molteplice: «l’uno non
può, senza contradizione, essere in sè molteplice, il molteplice non può, in
sè, essere uno» (S., 103). In questo modo l’ io resta chiuso assolutamente in
sè stesso, senza possibile uscita; nulla può oltrepassare il campo
esclusivamente soggettivo della coscienza individuale. : Ora anzitutto mettiamo
fuori di causa il con- i cetto di contradizione, affinchè non sorga possibi-
lità di malinteso, come già avvenne alla critica eleatica. In forza del
principio di contradizione di » due giudizi contradittori, se l’uno è vero,
l’altro dev’ essere faiso, perchè non possono essere veri ambedue. Ciò posto,
si vede subito che il rapporto tra l’ uno e il molteplice non è di
contradizione; ” ae rifai lincàia pene SE PI vv + ae gi 68 Il solipsismo perchè
qual’ è il vero? quale il falso? La voce della coscienza, a cui mi sono
promesso di con- formarmi sempre in tutto e per tutto, mi presenta insieme casi
di unità e casi di pluralità e poco inoltre io stento ad ammettere anche col
senso comune che ogni molteplicità suppone l’unità. Di guisa che se riesco, con
uno sforzo monistico di astrazione, a ridurre il molteplice ad una par- venza
illusoria, con pari ma inversa facilità e di- ritto riesco pluralisticamente a
ridurre ad una sem- plice illusione l’uno. La giustificazione immediata e
mediata dell’ uno come vero e del molteplice come falso non è più fondata
dell’opposta. Ciò è perfino ammesso esplicitamente dal solipsista il quale
dice: «...la cosa, da una parte'è un’unità (appunto perchè è una cosa) e,
dall’altra, mi ap- pare una molteplicità perchè costituita di più ter- mini».
Solo che, mentre il solipsista si vale di questa doppia presenza innegabile per
domandarsi «com’è possibile che lo stesso quid sia insieme in sè uno e
molteplice ?» e per concludere: «Ciò è contradittorio e quindi a ben pensarci,
impensa- bile, perchè se è un molteplice non può essere uno, e se è unità non
può, in sè stesso, oggettivamente, essere considerato come una molteplicità di
ele- menti » (S., 23); io invece concludo: vero segno è che l’uno e il
molteplice non sono contradittori, come non è contradittorio che un uomo sia
real- mente padre e figlio, che un concetto sia razio- nalmente insieme l’
unità d’ una molteplicità (di note), e via dicendo. Essi sono: o contrari (nel
senso che si vedrà meglio fra poco) se vengono usati in senso diviso e
applicati a due termini se- parati, o contratti se vengono usati in senso com-
posto e applicati ad un termine solo, come nel III. - La questione dell’iino e
del molteplice 69 medio sillogistico che è maggiore del soggetto e minore del
predicato. Ma il colpo di grazia che si può dare alla falsa pretesa della
contradittorietà di rapporto tra l’uno e il molteplice deriva dalla ragione che
l’opposi- zione contradittoria non può esistere che tra due giudizi, l’ uno
affermativo, l’altro negativo; non tra concetti semplici (relativamente
semplici, s’ in- tende), nè tanto meno tra cose. Compreso ciò, la questione che
pareva disperata (S., 126), insolubile (S., 150), impensabile (S., 108) è
risolta. In generale, è il giudizio nostro che può, se- condo i vari punti di
vista suggeriti dall’interesse della conoscenza, differenziare, con crescente
spe- cificazione, nella specie piena della realtà, le pos- sibili diversità
delle note; e quindi pronunciarsi secondo le varie maniere dei rapporti dei
conte- nuti dei concetti, cioè o secondo |’ identità, o se- condo
l’opposizione, o secondo la connessione e la dipendenza. In particolare, è da
notare che l’uno e il mol- teplice sono due concetti che, per quanto opposti
contrari, non possono essere pensati l’ uno senza dell’altro. Ciò significa che
essi sono correlativi e quindi appartengono a quella forma speciale
dell’opposizione contraria che si dice reciproca e che è anche valida per
concetti compredicabili di uno stesso quid. Allora si comprende come la mente,
non solo possa, ma debba affermarli in- Conosco l’uno in quanto mi rendo
pienamente consapevole del molteplice, e viceversa. Ciò deriva dal fatto che
ognuno dei molti implica tutti gli altri e quindi l’uno; essendo l’unità niente
altro che la relatività solidale dei molti. ii 70 Il solipsismo sieme
logicamente, e come anzi se ne abbia da compiacere quando s’ accorga che la
propria esi- genza logica (imposta dalla propria orditura) è pure quella della
realtà, in quanto è intelligibile. La pretesa opposizione contradittoria
adunque fra l’uno e il molteplice è da congedare. Tanto più che, si badi, il
termine contradittorio all’uno è il non-uno (non il molteplice), il contradit-
torio al molteplice è il non-molteplice (non l’uno), e sempre che — rammentando
che il rapporto di contradizione non può passare che tra giudizi — questi
concetti contradittori (uno e non-uno, mol- teplice e non-molteplice) siano
connessi con la fal- sità e verità della cognizione, cioè esprimano il
risultato dell’ affermazione e della negazione del giudizio. Queste
considerazioni logiche era necessario pre- mettere per potere stabilire con
rigore un concetto fondamentale che il solipsismo non può non re- spingere,
senza annullare quell’attività di rappre- sentazione in cui consiste tutta la
virtù dell’ io pensante, cioè il principio della moltiplicazione dell’uno, o il
processo degli atti produttivi dell’ io pensante. Dove è ovvio che il
molteplice degli atti è posto senza contradizione dall’ atto stesso dell’ uno.
La molteplicità dei pensieri non è forse il prodotto più ovvio del soggetto
pen- sante che è wn pensante perchè si moltiplica, e viceversa? Ma ciò in pari
tempo chiarisce che l’uno di cui si parla qui si riferisce non all’unione ma
all’unità; perchè quella è la mera raccolta o collezione del molteplice, e
questa invece è il principio vivo e reale dell’ atto universale del pensiero,
tanto più indivisibile quanto maggiore è l’opposizione con- sie VICI LATI II
SIN VITE tiene) india) pigna azzinnnt (} du vi alri TRAE Np, III. - La
questione dell'uno e del molteplice 71 traria ma reciproca degli elementi (1).
Questo in- somma è l’atto armonico della differenziazione, in cui la
soggettività e l’oggettività, la qualità e la quantità, la continuità e la
discontinuità, la forma e la materia sono numerosamente (musicalmente)
coimmanenti (2). (1) Anzi, quanto più incisivo è il carattere d’uno qualunque
di questi concetti, tanto maggiore è la forza irradiante che ci sospinge al
concetto opposto. Tanto l’uno quanto il multiplo si nimbano d’uno slancio
drammatico che ce li fa porre come effetti d'un pensiero protendente i suoi
frutti all’avvenire. (Sul valore causativo d'ogni effetto, cfr. P. d. c., I,
1). È così che pare di dover ammettere il carattere tensivo d'ogni realtà sia
concreta, sia astratta. Il passato (ogni fatto, pertanto) non è mai inerte (nè
tanto meno perduto), per la ragione che il passato puro, assolutamente sconnesso
dal presente, non c'è; come non c'è nè il presente puro, nè l’avvenire puro.
Concludendo, si può dire che l’uno e il molteplice cercano incessantemente
l’uno nell’altro il proprio fine. I vantaggi teoretici di questa
interpretazione sono evidenti, In primo luogo questa dottrina fa abbandonare
l'ipotesi che l'uno derivi dal molteplice, e 1’ inversa che il molteplice
derivi dall'uno. In secondo luogo non forza a credere che nella realtà vi sia
un moto convergente solo verso l’unità 0 viceversa, cioè solo verso la
molteplicità. Mio punto di vista, sostenuto anche nelle opp. prec., è che la
costituzione attiva di una unità non sia nè più vera nè più reale che la
dieresi attiva d’una molte- plicità. Come, trattando dell’ufficio dell’ idea
dell’ io, ho insistito sul dover essere così del soggetto come dell’oggetto,
così ora insisto sul dover essere tanto dell’unità quanto della moltepli- cità;
e sto fedele al pensiero profondo di Hegel che 1 il dover essere del mondo
appartiene già al suo essere. In fondo so- stengo la coimmanenza così logica
come ontologica di soggetto e oggetto, forma e materia, qualità e quantità,
unità e molte- plicità, senza monismo assoluto, senza dualismo, senza tertium
quid, A questi succinti argomenti, che mi sembrano tuttavia decisivi, aggiungo
tutti quelli che si possono desumere dall’in-' gegnosa, vasta e profonda
elaborazione del Varisco, che io ri- tengo completamente validi. È noto che il
Varisco concepisce LE > Re I, SS E dA » LA LP (ORSI A LE Gs iucizatani Po
SII Viza 72 Il solipsismo Infine se è vero, come credo col Simmel, che si possa
caratterizzare .il filosofo come colui che pos- siede un organo di reazione per
la totalità dell’es- sere, e se è vero, come ho cercato di provare, che i due
modi inferiori della distinzione e dell’unione si solidarizzano nel concetto
supremo dell’ unità che è totalità in quanto è sviluppo, due conclusioni si
ricavano: la prima è che la questione dell’uno e del molteplice tocca il suo
punto di evanescenza solo in una realtà che sia totalità vera, concreta e
vivente cioè anti-solipsistica; la seconda è che il solipsista si è in qualche
modo procurato il gusto di sottrarsi, mediante qualche narcotismo, a quella
condizione che è normale ad ogni filosofia. L’intui- zione torturata che egli
ha di sè come tutto ha pre- cisamente l’aria d’un sotterfugio narcotico d’equi-
valenza. Allora dalle tre meditazioni precedenti si possono già ricavare alcuni
risultati critici di chiaro significato, cioè: la pluralità sistematica dei
soggetti e degli oggetti, l’identificazione rela- tiva dell'essere e del
pensiero in senso universale, l’unità del processo degli atti produttivi nella
forma costante S r O, la non contraditorietà fra uno e molteplice bensì
l'opposizione contraria reciproca, per cui si capisce che l’uno può essere
tanto nella l'universo come l’unità d’una molteplicità cioè come un sistema
(Conosci te stesso, pag. 161) in cui ogni elemento singolo c'è in quanto ci
sono gli altri, e c’è l’unità di tutti che è impli- cazione reciproca di
relazioni. L’indissolubilità dell'uno e del molteplice è in fondo desunta dalla
ragione che l’unità del- l’essere essendo un sistema essa è insieme uno e
molteplice. Giustamente il Varisco ricorda che c’è un idealismo che implica il
solipsismo; e a questo idealismo egli si oppone risolutamente. Di Î 4 , ro ny
ne 59i hi aa Là, i EL. * ij 7 Va SZ v% Rae Ji e : 4 da, \III.- La questione
dell’uno e del molteplice 73 mente quanto in sè molteplice, come il molteplice
può tanto in sè quanto nella mente essere uno, senza contradizione; oltre alla
possibilità così indi- viduale come iperindividuale del sapere che non viene
ostacolata ab initio scetticamente. Resta a vedere come si possa giustificare
nel senso d'un i progresso graduale del pensiero. E sopratutto come SI questi
primi elementi, ora e qui additivamente rac- y colti, si possano armonizzare
fra loro (1). Ù i» », | ù Questi
argomenti fortificano la dottrina filosofica che non " prende partito
esclusivo nè pel monismo, né pel pluralismo. è Ma il dibattito di questo
problema eccede i limiti d'una con- siderazione critica del solipsismo. IV. La
questione dell’esperienza. De l'instant seul je suis l'esclave. Respinta l’ ipotesi che solo il mio
io pensante sia il presupposto fondamentale del conoscere, respinto il
presupposto scettico dell’ atto di fede (II), respinto la contradittorietà fra
1’ uno e il mol- teplice (III), resta il grave compito di mostrare che le
interpretazioni solipsistiche delle conseguenti questioni della esperienza e
della scienza, della storia e della filosofia, dell’arte e della pratica non
resistono alla prova della critica. La prima che mi si presenta è la questione
del- l’esperienza (1) che il solipsismo vuol far dipen- dere dal suo proprio
fondamento e presupposto di ogni conoscenza che è il mio soggetto personale.
(1) Non è questo il luogo di discutere il valore delle tesi sostenute dalla
cosidetta filosofia dell'esperienza per opera del Mi]l, del Mach,
dell’Avenarius e del Renouvier, dello Schuppe e del Bergson. Su questi
indirizzi rimando, per più ampie notizie, ai miei studi precedenti: Il problema
della causalità, vol. I. Quivi pure si chiarisce 1’ organamento
dell'esperienza, il suo 76 Il solipsismo Applico ora questo presupposto al caso
nostro, e la filosofia dell’esperienza — dal fenomenismo al- l’ intuizionismo,
all’immanentismo — è demolita. Bella notizia! Ma che so io del presupposto fon-
damentale d’ogni conoscenza? Se il solipsista mi insegna che
«un’interpretazione dell’esperienza non può non partire da presupposti » (S.,
119), e «oc- corre, perchè la ricostruzione abbia valore, che questi siano
derivati dalle esigenze fondamentali del pensiero » (S., 119), io non posso
entrare in contestazione colla voce della mia coscienza, la quale mi accerta
che il presupposto del mio sog- getto pensante implica insieme il presupposto
di un oggetto pensato in relazione unitiva e distin- tiva con quello. Come
posso obliterare la testimo- nianza della mia personale esperienza che l’io e
il non-io mi sono, per me, posti opposti e com- posti nello stesso tempo e senso
e modo? innega- bilmente correlativi e inseparabili ? Non l’ io penso come il
solo mio soggetto per- sonale pensante, ma l’îo penso come l’io penso un
pensato (qualunque poi esso sia), ecco il solo e l’unico senso per cui il
parlare dell’îo penso non si risolve in un parlare in termini completamente
privi di senso. Con questa avvertenza io non sento alcun bisogno di
reintrodurre il vecchio oggetto extra mentem meam, cioè la cosa del più ingenuo
realismo. Mi basta avvertire che se l’io è il ter- senso causativo e il suo
valore alogico rispetto alla conoscenza scientifica, e sono quindi riconosciuti
i diritti e i limiti del- l'empirismo, Filo conduttore è il concetto della
spiritualità della tecnica; risultato critico è il riconoscimento del carattere
sub- objettivo d’ogni termine empirico; e si dà la ragione dell’oscuro impulso
objettivo che ci fa porre il fuori di noi e il senza di noi (Il, 1, Capo 1).
TIRO IV.- La questione dell’esperienza TT mine «implicato da ogni possibile
atto del pen- siero », il non-io non lo è meno. To non posso conoscere
altrimenti me stesso come presente se non in quanto mi penso un essere pensante
alcun che. Del resto, vediamo, un’ ipo- tesi estrema. Se io dicessi al
solipsista (anzi ai solipsisti, perchè ce n’è più d’uno): concedo che possa
parlarsi di un oggetto soltanto rispetto a un soggetto, ma nego che l’unica
realtà di cui si possa trattare sia quella dell’io cosciente, perchè ho
coscienza di poter parlare d’un soggetto soltanto rispetto a un oggetto;
ebbene, che cosa direbbe il solipsista di una simile argomentazione contraria
alla sua ? Probabilmente si stringerebbe nelle spalle, ripetendo in mente sua
che egli tenta in- vano di oltrepassare la cerchia del suo soggetto personale.
Ora non sono questi due argomenti contrari — il solipsistico e il mio — usciti
dall’analogo stampo? accompagnati dalla autentica rivelazione della co-
scienza? Quale adunque io devo tenere per buono ? Quello che sento e penso
legittimo per me, o quello che appare tale al mio avversario ? Chi mi auto- rizzerà
ad affermare per vero o almeno plausibile ciò che per me è assolutamente
assurdo e impen- sabile? Dato pure che io riconosca di valer meno di un altro,
rispetto a mille altri lati della cono- scenza, su questo punto però io mi
richiamo del tutto ad una dichiarazione preziosa del solipsista, che è la
seguente: «quando pure ammetto che qualche verità mi viene comunicata da altri,
debbo poi riconoscere -che essa acquista un significato per me soltanto se io
la ripenso e la ricostruisco col mio stesso pensiero; altrimenti, essa si
riduce ad un insieme di parole che io non comprendo » eS io obra ERI È ta ian n
i IT. (ea Rie ita i de e iii na Ea 78 Il solipsismo (S., 165). Ora, siffatta
verità (che l’unica realtà di cui si possa trattare è quella del mio io
cosciente) io non posso ripensarla, non posso — pur volen- dolo — ricostruirla
col mio stesso pensiero; essa si riduce per me ad un insieme di parole che io
non comprendo; io non posso dunque essere solipsista. Ci sarebbe, è vero,
ancora una scappatoja pel solipsista; non per me di sicuro! Giacchè gli ba-
sterà stabilire, con quella massima garanzia di cer- tezza che egli solo
possiede, che dal momento che io sono in lui come un semplice contenuto del suo
io personale, vuol dire che c’è in lui una rappre- sentazione empirica assai
buffa di lui medesimo, la quale anch’ essa ha la fissazione d’ essere un
soggetto pensante, una soggettività simile alla-sua, e l’ostinazione di
sentirsi sempre nella relazione subobjettiva, pur non essendo mai altro che un
prodotto resistente del suo pensiero, una sua proje- zione mentale, un semplice
processo della sua esperienza. E allora che ci sarebbe da ridire sulla verità
di questo fatto dal suo punto di vista? Niente certo; ma, dal mio, la cosa
cambia enor- memente. Giacchè a mia volta, finchè io non possa ripensare la
verità del solipsista e rendermene conto (S., 158), cioè ricostruirmela col mio
stesso pensiero, tutte le sue iificazioni che altro potranno mai essere per me,
se non daegri somnia e sofismi ? Se poi il solipsista intendesse i suoi
presupposti sufficienti ad obligare, non dico in pratica ma anche solo in
teoria, tutti gli altri, me compreso, si contradirebbe. Quindi io sono. sicuro
che non devo preoccuparmi di convincere lui, dal momento che egli non ha che da
rientrare in sè stesso per ritrovare me, e per mettermi a posto come una IV. -
La questione dell’esperienza 79 fra le tante imagini più o meno felicemente da
lui sognate ab intra, anzi intra mentem suam. Ma per un altro verso, e cioè dal
mio punto di vista quest’argomento a che cosa conduce ? Cion- duce o al mio
annientamento teoretico o alla nullificazione del solipsismo. Infatti se da una
parte è d’uopo che io sia solipsista per dar ra- gione a lui che stima
necessario quel principio che annienta l’ essere mio, fondandosi su quella sua
verità che egli ha pensata, ripensata e rico- struita col suo stesso pensiero;
e se dall’altra io perderei la mia realtà appunto se riuscissi a dar ragione a
lui, perchè allora mi convincerei di non esser altro che un mero aspetto
arbitrario della sua esperienza personale, ne segue manifestamente che o io dò
ragione a lui di sopprimere me, o io devo sopprimere me stesso volontariamente.
Con- seguenze, che l’una meglio dell’altra sventano, agli occhi miei, tutto il
ragionamento del solipsista riducendolo al burlesco colpo teatrale del suicidio
universale o meglio al suicidio teore- tico di tutti gli esseri viventi tranne
uno, il solipsista. Ma, poichè non v’è solipsismo che possa estir- pare dall’
umanità le sue naturali esigenze, che possa cancellarne la sua positiva realtà;
poichè io non posso cotesta verità del nuovo Oratore della morte altrui (o
Egesia rstordàyaros redivivo!) pensarla, ripensarla e ricostruirla da me,
perchè anzi mi sento forzato a pensare che è falsa, ne segue manifestamente che
il solipsismo dal buon senso degli uomini può essere riguardato colla più
tranquilla indifferenza, quando si tenga in conto di privata opinione o di
sogno, che ciascuno può ben capire che sorga negli altri, ma nessuno ha 80 Il solipsismo
diritto di imporci. Per quanto grande però sia il rispetto che si meritano le
opinioni e i sogni, egli è certo che devono essere rovesciati di pianta, il
giorno in cui i loro banditori propongano di intro- durli in filosofia e di
sostenerli cogli argomenti della ragione; altrimenti la filosofia sarebbe una
costruzione razionale a cui non mancherebbe altro che la ragione cioè la base.
Concludendo, lo Sviluppo della questione della esperienza mi porta a tener ben
fermo questo punto che mi sembra essenziale. Ponendo, col solipsismo, l’io
penso come presupposto d’ogni scepsi, cioè di ogni critica conforme alle
esigenze fondamentali del pensiero, io mi accorgo che non può parlarsi di O che
rispetto ad S, e viceversa; cioè che a parità di diritto io pongo l’io e il
non-io nella forma S r O, che è l’espressione del relativismo subobjettivistico
(non del dualismo). Come ben si comprende, allora l’ interpretazione
solipsistica dell'esperienza perde ogni fondamento. Invero, da precedenti
ricerche consta che la rela- zione del soggetto all'oggetto, mentre è
distintiva e unitiva, può dirsi ancora suscettibile di esprimere l’attuarsi del
concreto nell’atto che S pone O. Ma anche con questa concessione (dell’O
prodotto da S) il solipsista che si illude di poter ridurre tutto l’O ad S,
cioè tutto il non io pensato e pensa- bile al solo mio io pensante, sbaglia;
perchè non s’accorge che, se 1'O è dato come il prodotto di S, anche l’S è dato
come produttore di O. Se io consulto criticamente, come devo, la mia espe- rienza
tanto teoretica quanto pratica, e tanto del- ‘ l’oggetto, cioè d’ogni oggetto
da me pensato o pen- sabile, quanto di me stesso e d’ogni contenuto possibile,
del mio pensiero, in nessun modo posso IV.- La questione dell'esperienza 81
dire di conoscermi o anche solo di intuirmi pro- duttore di me nonchè dell’
altro. All’ opposto io mi affermo come un'attività non effettuata da me, benchè
realmente capace di effettuare. Ma questo significa che la mia scepsi non mi
orienta in modo alcuno verso l’ affermazione dell’ autoctisi. Per quanto mi
pieghi e mi ripieghi sopra di me io sempre affermo e riaffermo che la mia
attività produttiva (causativa) non mi è meno un presup- posto per me che
l’effetto (o il prodotto) che io posso esser capace di produrre (o di causare).
Pensando di essere in atto di pensare alcun che, io riconosco di avere questo
potere. La mia natura qual'è? È appunto di poter pensare alcun che. È dunque in
qualche modo la mecessità di questa mia possibilità che costituisce la mia
esistenza. Esplicando questa nozione, riconosco che è la mia modalità, cioè: 1°
la mia esistenza come pensante alcun che; 2° la mia possibilità di pensare
alcun che; 3° la mia necessità di pensare alcun che; che costituisce la mia
natura fondamentale, il mio vero io. Se voglio darmi ragione della mia totale
espe- rienza, io devo ammettere che la mia spontaneità (possibilità) di pensare
qualche cosa è un pre- supposto dato a me coll’ identico diritto del pre-
supposto contrario del mio dover essere come esistente ut sic cioè la necessità
di pensare qualche cosa. Non mi pongo io forse come capacità di porre? Sì,
ebbene ciò significa che #0 sono a me stesso un dato, il dato che si pone come
esistenza- possibilità-necessità di porre, come soggetto d’un oggetto
qualunque. Nella corrente produttiva S r 0, che non è nè ‘ A. ., Il solipsismo.
6. \ Î ) 3 A ) \ dà. Nr tr vil DOSI tte ; ye Mais) Il solipsismo » bi S nè 0,
sono dati (esistenti, possibili, necessari) tanto il produttore quanto il
prodotto. In ultima analisi, riassumendo, non si può pre- Ù tendere di
assorbire l’oggetto nel soggetto, perchè l’esistenza del soggetto è la
necessità di render possibile l’oggetto. Questa è la voce dell’ esperienza,
interrogata con quella scepsi critica che è l’ esigenza della filosofia. PEGI
SII LIETI tx V. La questione della verità. Le vrai pent apolanalnie n’étre pas
vraisemblable. DESPRÉAUX. Quell’ ipertrofia dell’ io empirico che è l’unica
realtà del solipsismo come potrebbe compiersi se non a spese di tutte le forme
di attività teoretica che vivono in una sfera più ampia della soggettività ?
Così la valutazione della verità è trattata da un punto di vista rigidamente
negativo dal solipsista e assorbita nel giudizio empirico della mia co-
scienza. Questa situazione è inevitabile nel solipsismo ; il quale,
impadronendosi scetticamente di ogni criterio di conoscenza afferma nel modo
più espli- cito di non possedere alcuna certezza di verità, anzi respinge
esplicitamente ogni pretesa di tal genere (S., 15). 1 Pure emerge una stridente
contradizione. Premessi i suoi presupposti che sono l’interver- sione delle
esigenze vitali degli uomini, il solipsista resta un dialettico dei più
bellicosi. Vuol sempre ragionare a filo di logica. Non indietreggia davanti
alle disperate conclusioni. Si ferma alla testimo- 84 Il solipsismo nianza
dalla propria anomalia. Non interroga la voce altrui. Non valuta se non ciò che
gli pare logicamente plausibile (se non certo) dal suo punto di vista. Nè si
cura del suo proprio danno. « Si rassegna a perire col suo nemico » (.S., 15).
Di qui le sue stesse premesse scettiche; di qui tutte le sue critiche al
realismo nelle sue diverse esplica- zioni ; di qui la sua professata necessità;
di qui le sue scettiche conclusioni. Se io persisto a con- siderare
insostenibile la sua teoria non tanto fa- cilmente potrò difendermi da lui, che
conda spada della logica in mano raddoppia i colpi, m’incalza, mi stanca, mi
opprime. Quante cose mostra di sapere questo schermitore che poi finisce per
de- prezzare pessimisticamente ogni sapere e sceredi- tare amaramente ogni
verità! Ma qual’è insomma il titolo nel quale il solipsista fonda il diritto
della sua saturnica idiosinerasia? È la logica; e appunto quell’esigenza che
scaturisce dalla non contradizione, che impone di modificare l’interpre- tazione
del reale in modo tale da evitare l’assur- dità (S., 22), che impone la
necessità di evitare ciò che è contradittorio e quindi, a ben pensarci, im-
pensabile (S., 22), che impone la condizione impre- scindibile della
pensabilità (S., 18). Ora, chi consulta ad ogni passo la logica, chi ne vuole
far uso ad ogni costo, non è implicita- mente obbligato ad accettare il
criterio della verità logica e a possederne la certezza? Ciò è ben certo. E non
si objetti che il solipsista si limita a com- battere i suoi nemici colle loro
armi, cioè che impiega la logica solo ad artificio e la getta in piazza a
spavento dei logici, ma che per conto suo, fa le più ampie riserve, limitandosi
a « cer- care un’ interpretazione almeno provvisoria del- nalzàn Pia + V.- La questione
della verità 85 l’esperienza » (S., 18). È falso che il solipsista si serva del
pensiero logico solamente come arma di combattimento e a scopo d’ironia. Non
può fare così, perchè egli non può non porre l’io pensante come il presupposto
più fondamentale di tutti (S., 18). Ma l’io pensante è l’io nella funzione
normale del pensare; è la tesi del pensare come atto che non cede ad altre
esigenze fuorchè alle proprie. Quindi è evidente che con questo punto di
partenza il solipsista non fa che porre nel medesimo tempo la condizione della
pensabilità, senza la più piccola riserva, benchè voglia e riesca nello stesso
tempo a paralizzarla. Nè pure si tratta solo del modo con cui la conoscenza mi
appare comprensibile ora; si tratta veramente della pen- sabilità in genere,
non esclusa la possibilità che i presupposti fondamentali del conoscere possano
variare in modo qualunque. Riassumendo: il solipsista può ammettere la va-
rietà infinita del suo stesso presente pensiero. Ma non può derogare alla
condizione generalissima della pensabilità che è necessariamente implicata nel
presupposto fondamenlale dell’io pensante. E posso cogliere il perchè di
quest’asserzione dalla stessa bocca del solipsista: «perchè altrimenti il mio
stesso pensiero si distruggerebbe » (S., 18). Ecco dunque la stridente
contradizione inerente al processo scettico del solipsismo. Da una parte il
solipsista dà e deve dare un pregio alla verità e un valore pratico all’uso
logico del pensiero per cui pone il presupposto fondamentale dell'io pen- sante,
dall’altro dà uno schiaffo alla logica euna sva- lutazione teoretica alla
verità per le premesse scet- tiche della sua teoria della conoscenza. Questo
pel suo atteggiamento pratico e critico nella polemica. Veramente per la
coerenza teoretica la valu- tazione della verità si trova ridotta a mal partito
dal solipsista; perchè, una delle due: o si rife- risce al pensato e quindi in
certo modo al passato, o si riferisce soltanto al mio io pensante e quindi
presente (S., 18). Ma nel primo caso, fondandosi la certezza dal confronto fra
momenti successivi nel tempo, e sulla presunzione di un pensiero og- gettivato
in un momento antecedente all’ attuale, il pensiero dovrebbe poter uscire fuori
del pre- > sente, superare il momento attuale in cui vivo; il che contradice
alla negazione del passato, che è tesi perentoria del solipsismo, come a suo
luogo si vedrà. Nel secondo caso, fondandosi la certezza solo sullo stato
attuale di convinzione del mio spirito (stato d’animo, sentimento, intui- zione
« si chiami come si vuole ») non c’è garanzia assoluta di possedere la verità :
che cosa mi assi- cura che non possa mutare? (S., 11). Apertamente adunque si
vede che il solipsista, malgrado la sua ripugnanza all’ irrealtà del pas- sato,
resta ancora vieux jeu di fronte alla teoria relativistica della verità, perchè
non sa rinunziare all’arcadica pretesa che il sistema della cono- scenza sia
irrelativo cioè assoluto, pretesa la cui natura è identica colla pretesa della
perfezione dell’umana conoscenza. Ma da assai tempo si è compreso che la
questione della verità non si può risolvere in modo semplice, irrelativistico
ed uno. Bisogna distinguere tre fasi diverse di conoscenza: l’empirica (0
volgare), la scientifica e la filosofica, e rispondere diversamente caso per
caso. In ogni caso poi il criterio assoluto della verità è inutile (1) PastoRE,
Il problema della causalità, Il, . La questione della verità 87 alla conoscenza
(1). Riferendomi per ora esclusiva- mente alla verità scientifica (in s. s.), è
certo che il solipsismo, fedele al suo punto di vista, non può ammettere che
tal crìterio consista: a) nè nella necessità e universalità che hanno il
suggello deduttivo (logico-matematico) della ra- gione ; b) nè nei rapporti
sperimentali che certi eventi hanno rispetto al presente, al passato e al
futuro. Queste definizioni, compatibili colla mutabilità delle conoscenze e
colla necessità della verificazione, sono da parte loro incompatibili col pre-
supposto ueronico, utopico ed antisociale del solip- sismo. E qual'è la prova del
solipsismo ? Siamo sempre lì al mero presupposto difettivo del solo mio io
pensante; e se si riassumono tutte le così dette ragioni del solipsismo si vede
che esso è sempre fermo in tale presupposto, sempre infles- sibile
nell’oppugnare i presupposti non solo ma le dimostrazioni altrui, e sempre —
nel segnare i lati deboli delle teorie — d’ogni sottigliezza curante, fuorchè
di rendersi conto dell’ inconsistenza della propria. Ed io non mi stupisco che
egli faccia così, perchè vedo che tutti i sognatori ad occhi aperti non fanno
altrimenti. Tuttavia, quanto a me, la sola cosa di cui bramo assicurarmi è di
sapere se io sogno o se son desto, e perciò non mi esìmo di ricorrere al
continuo e reciproco con- trollo individuale e sociale dei sensi e della ragione,
e l’assumo come criterio generale della verità. Contro al solipsista pertanto
che non insiste sul- l’aspetto sociale del vero, che non sente il bisogno di
comparare le esperienze, di modificare artificial- (1) Masci, Pensiero e
conoscenza, Torino Il solipsismo mente le circostanze, di supporre, di dedurre,
di verificare, alla stregua d’ una norma compatibile colle differenze, valida
per la normale comunità, io mi ispiro all'esempio di coloro che colla ragione
riconoscono che noi uomini non siamo perfetti ma possiamo e dobbiamo
perfezionarci socialmente, che colla operosa condotta provano che la nostra
fortuna dipende in gran parte dal nostro sapere, che fuori vero umanamente
inteso — cioè come accordo pro- gressivo di almeno due sistemi subobjettivi (l’
uno artificiale, l’altro naturale) relativamente ad un terzo sistema dello
stesso tipo, funzionante da corpo di riferimento (1) — non va senso nè valore
di vita, non v’ha scopo all’intelligenza per studiare, non v’ha entusiasmo nè
diritto al cuore di amare e di soccorrere i nostri simili. (1) PasrorE, Nuovi
orizzonti della filosofia teoretica in rela- zione alla teoria della
relatività, e P. d. c., I, nm. Quivi è detto in che modo questo mio concetto
della verità tesorizzi le altre teorie conosciute nella storia della filosofia
[della verità come adaequatio, come realtà, come norma, come utile, come
valore, come gerarchia di valori, come vita, come logos, come atto puro, come
azione, come ascensione, come accordo di azioni]. La teoria della verità come
accordo progressivo di relazioni sub- objettive in fondo sostituisce al vecchio
concetto della mera adae- quatio rei etintellectus il concetto più
evidentemente relativistico dell’adaequatio formae del soggetto pensante (che è
più che în- tellectus, perchè è accordo di senso e intelletto, e accordo di
esigenze individuali e sociali dovuto all’attività formatrice dello spirito) e
dell'oggetto pensato (che è più che res, perchè è subobjettività cioè sistema
di relazioni subobjettive conforme al principio costitutivo della realtà). Il
solo lavorio ‘dell’atti- vità intellettuale non adegua l’attività del pensiero
(nell’am- plissimo senso del termine), mentre questa appunto si identifica con
l'attività subobjettiva cioè ideale della realtà X, «La idealità del reale e la
realtà dell’ideale »). i - V.- La questione della verità In me, di questi
principî non sorge dubbio (1). Mi giudicherei destituito del sentimento vivo
della mia realtà se non pensassi così, se non stabilissi Operosamente una scala
di verità riconoscendo che è superiormente vero ciò che consta rispetto alla
più alta intelligenza (che non sarebbe tale se non rispettasse il continuo e
reciproco controllo, individuale e sociale, dei sensi e della ragione) e vale
insieme rispetto al più nobile amore. Queste affermazioni, queste aspirazioni,
queste esigenze si trovano invece insignificanti e sospese pel solipsista, come
per l’uomo in preda al sogno o all’ebrezza del liquore. Con la differenza che
nell’ebrezza l’uomo cerca le delizie e vi si abban- dona a costo della sua
vita, nel solipsismo il vi- sionario invece si dà in balìa alla sua automania a
costo di sopprimere ogni vita altrui. Jules de Gaultier dice « che aver
ritrovato sotto le sabbie delle idee astratte, divinizzate le sorgenti della
vita, aver reso ad ogni attività la sua autonomia, aver mostrato che l’idea di
Bene in sè e di Verità non sono esseri ma mezzi, questa è la grande opera di
Nietzsche ». Sarà difficile contestare la giustezza di questo rilievo. Però
quando penso che Nietzsche è la sostituzione dell’ idea di potenza all’idea di
verità (questa considerata come antitetica a quella), trovo che la tesi
nietzschiana della verità è pre- cisamente la tesi che la distrugge. Pel
solipsista la verità è senza senso, per Nietzsche la verità è (1) Quanto al
dubbio che la verità stessa possa mutare, cor- roborato dall’inquietudine circa
la possibilità senza limiti del- l’errore (falsus in uno, falsus in omnibus),
stimo d’aver dato una risposta esauriente, sia trattando la teoria del metodo
spe- rimentale in P. d. c., II, I, sia criticando le dottrine storiche a base
scetticistica nel vol. I. 90 Il solipsismo senza potenza. Due fanatismi opposti
che si tro- veranno sempre nell’impossibilità di vivere uma- namente, perchè
vorrebbero vivere in quella pa- radossale negazione in cui la vita è
impossibile. Tale è l’antinomia dei sistemi ipertrofici. La rivelazione del
carattere subobjettivo ed es- senzialmente sociale dell’uomo per contro si
sottrae al dilemma. Il difetto di questi sistemi unilaterali sta dunque non nel
presupposto dell’io cosciente, non nel presupposto della volontà della potenza,
ma nel presupposto che l’ io cosciente sia senza verità, che la volontà di
potenza sia inconciliabile coll’idea di verità e che il pensiero non sia
l’azione, anzi che il pensare sia sempre infinitamente più povero del vivere.
Pensiero, potenza e verità in- vece sono tra loro nel più fecondo e logico con-
tatto che è la vita medesima. Non nega la vita chi afferma la verità, non nega
la verità chi af- ferma la potenza. Non è destinato a disperare della verità
chi riconosce la capacità pensativa del suo io, a patto che non pretenda di
assorbire la realtà universale nella sua piccola realtà, e d’annegare,
nell’impotente solitudine del suo pic- colo io, tutte le forme di conoscenza
che vivono in una sfera ben più ampia della ristretta area della propria
esperienza. VI. La questione dell’errore. Quest’ombra che mostrano tutte le
cose, quando più su esse splende il sole della conoscenza. NIETZSCHE. Il
lettore avrà già compreso che io non cerco di dominare il solipsista
coll’accento della verità. Perchè? Per due motivi. Anzitutto, perchè voglio
fare, non una polemica, ma un esame di coscienza. Per questo mi sono limitato
finora a giudicare la sua teoria col ritmo naturale della nostra vita, in-
tendo la vita reale di noi tutti, atteso che il sol- ipsista srealizza
completamente così l’idea come la realtà di tutto ciò che è nostro. Così ho
chia- rito il fato del solipsista, che è l’imperniazione sopra il presupposto
dogmatico dello scetticismo. In secondo Tuogo, più che di confutare lui, ho in
mente di rivolgermi a coloro, e vorrei dire mas- simamente ai giovani, che sono
sul pendìo del solipsismo, scotendoli a tempo colla presenza viva di tutta la
realtà, smascherando la fallacia anti- critica dello scetticismo, testimoniando
l’an- damento regolare della vita che riconosce l’uno e il molteplice (Ill), la
voce collettiva dell’ esperienza, il senso relativo e subobjettivo della verità
e la sua portata operosa (V). Che cosa è stato dunque il solipsismo fin qui?
una serie temibile di errori: questo è il fatto che esamino critica- mente e
che combatto. Pure non si saprebbe stabi- lire come, quando e perchè l’errore
debba cessare se non si sa come, quando e perchè comincii. La possibilità dell’errore
sconcerta il confidente gnoseologo, motiva la diffidenza nel valore cono-
scitivo del pensiero (S., 5), l’inquieta, lo turba, lo addolora, l’invade di
profondo sconforto (S., 196). Basterebbe questo fatto (la possibilità
dell’errore, anzi d’un solo mio errore) per far nascere nel mio spirito il
dubbio scettico. Falsus in uno, falsus in omnibus (S., 6). « D’altra parte, non
trovo nessun aiuto nei vari tentativi che posso fare per spiegare l’errore,
perchè non riescono mai ad arrecarmi una sicurezza superiore ad ogni dubbio e,
per di più, posso sospettare che ciascuno ‘di essi sia errato, anche se mi
appare soddisfacente » (S., 6). Argomenti, questi, che a giudicare dalla appa-
renza si direbbero ragioni. È più che probabile, però, che la ragione non vi
partecipi, perchè a farla breve, con poco sforzo mi convinco che il solipsismo
mi farebbe un essere senza ragione, senza speranza, senza condotta umana, se li
accettassi. È logico asserire che il motivo del dubbio è giustificato dalla
possibilità dell’errore. Il dubbio stesso Circa la possibilità di generalizzare
il dubbio in ogni ope- razione della nostra mente (falsus in uno, falsus in
omnibus) «mi par superfluo ricordare che il possesso d’una buona episte-
mologia basta ad assicurarci che non è colla ragione che noi possiamo trovar
ragione di dubitare della nostra ragione. In certi casi tipici, cioè capaci di
troncare ogni dubbio, il vero è che noi ci troviamo — per virtù d’una ben
condotta dimo- VI.- La questione dell'errore è un vero grido dell’anima e davanti
alla nobile lotta del dubbio, tutti i pensatori debbono inchi- narsi. Ma il
dubbio, che è il sospiro dell’anima anelante all’amore, alla bellezza, alla
verità, da- vanti all’egoismo, al brutto e al falso dell’esistenza, può
diventare principio d’espansione vitale negli spiriti che riconoscono il
carattere eminentemente sociale della morale, dell’arte e della scienza. È
riservata al solipsismo la prerogativa di spogliare l’uomo del suo entusiasmo,
del suo spirito di sa- crificio, della sua operosità, a profitto d’un solo io
pensante, anzi del solo io mio. È inutile avvertire caso per caso che l’errore
può provenire da fonti diverse: talora più dalla attività pratica che dalla
teoretica, talora da in- completezza, da unilateralità o da disordine di visione,
talora da perturbazioni che possono ledere così il corpo come lo spirito. Di
questa eziologia dell’errore, il solipsista è perfettamente consapevole e non
ha ragione d’essere confutato. Si può forse confutare chi deprezza tutti i
tentativi di spiega- zione dell’errore, chi su tutto il conoscere projetta
l'ombra del dubbio, chi non ha certezza di nulla, chi dubita perfino di
dubitare? Per rispondere esau- rientemente, ricordo che la questione è doppia:
teoretica e pratica. Siccome la prima è già stata trattata nel Capo II, così
quì mi limito a fronteg- giare la seconda. strazione — in grado di affermare
che una data proposizione (concernente rapporti oggettivi e soggettivi) è in
connessione tale con le condizioni formali del nostro pensiero che la sua negazione
equivarrebbe alla negazione medesima del pensiero. Questa è la nota
criteriologica fondamentale di tutte le mie opere dal Pensiero puro al P.d. c.
n 94 Il solipsismo Il vero problema pratico dell’errore non cade sul-
l’assolutezza del suo principio, cade sui limiti della sua correggibilità.
Posso avere una visione tragica della vita, posso metafisicamente pensare che
non v’ha alcuna equazione tra i miei deme- riti o meriti personali e la ferita
che porto meco vivendo. Ma se io sia praticamente capace di lot- tare contro la
superstizione, contro 1’ ignoranza, contro l’errore, e di superarli in qualche
modo, ecco, per l'esercizio pratico della mia vita, il più importante per me.
Quindi io esamino freddamente i sofismi dei diffidenti, non sospiro alcuna
illusione, cerco soltanto di non smarrire in pratica il senti- mento vivissimo
della realtà. E che cosa trovo? Trovo che la correggibilità pratica di alcuni
errori è un fatto certo, come è certa per me l’ esistenza dei miei stati di
coscienza. È cecità forse la mia? È mancanza di sensibilità filosofica? [o
nonlo credo, perchè anch'io dubito e conosco la angoscia del dubitare. Tuttavia
mi è impossibile dare un senso a questa proposizione: « io dubito di dubitare
», nè dal punto di vista teorico, nè da quello pratico. C'è dunque qualcosa in
me che mi impedisce di essere scetticamente solipsista, qualcosa certo che il
solipsista non riesce a comprendere, che sgorga da me, che ha il sopravvento
sopra la mia prima imbelle e gelida paura di sbagliar sempre, di non potere
correggere nonchè eliminare mai l’errore dalla mia mente. Mi provo ad agire
mentalmente, faccio, mi lascio quasi soprafare dall’ invadente atti- vità del
mio io pensante; ed ecco che la mia prima, torbida, irragionevole diffidenza
viene battuta dal- l’esperienza. Capisco benissimo che, se anche il solipsista
potesse fare, cioè ragionare così, la sua filosofia si esautorerebbe da sè
nelle sue mani. Ma quale valore hanno le sue logicherie davanti al più modesto
risultato della mia operosità intellettuale che io senta e giudichi riuscito?
Parlo evidentemente di un risultato intellettuale che trascenda la pura e
semplice empiria, perchè tale attualmente è il campo della mia operosità, in
cui posso tener conto dei miei dubbi, dei miei errori, di un certo, ma
esilissimo filo di miglio- ramento malgrado l’improba battaglia che dò senza
posa a me stesso, per non ricadere sempre negli stessi difetti, per rendermi
sempre miglior conto degli errori miei, infine per approssimare sempre meglio
la mia conoscenza alla complicazione del reale. E ne parlo perchè qui il fatto
si converte col vero. Ma, se sospendessi il lavoro della critica per projettare
sistematicamente l’ombra del dubbio su tutto il conoscere, io, che mi so un
essere pen- sante, non penserei più, mi adatterei al triste spet- tacolo del
mio fallimento, perderei la mia coscienza d’uomo, annullerei come uno schiavo
volontario del proprio scrupolo il sentimento della mia pen- sante personalità.
Questo accenno alla schiavitù psicologica mi par utile per determinare
l’origine dell’atteggiamento solipsistico di fronte al problema dell’errore. «
La schiavitù, dice il Ferrari, è infinita nelle mille forme che assume». Fra le
altre a me pare evi- dente anche la schiavitù del solipsismo. E, poichè — solo
in apparenza — la logica perde i suoi diritti come valore iniziale di prova di
fronte al solipsista, che s’ingolfa egli stesso nel razioci- nare e non si
stanca di adoperare quell’ istrumento malgrado il quale pur dispera di potersi
assicurare la minima verità, appare che anche in lui qualche ati cet = , PI nl
ir Trota d 7 o = A E LT PUT e, 96 Il solipsismo intima ragione di quel cuore
pascaliano, dirò così, che la ragione logica non conosce, spiega una forza
insormontabile alla penetrazione altrui. Il vero in fondo è questo: che il
solipsista nega, poichè irre- sistibilmente sente di dubitar di dubitare.
Dunque la situazione è chiara. Una prospettiva mentale generata dal sentimento
e dalla fantasia, precedente ad ogni operazione logica è la vera fonte del solipsismo.
Bisogna te- nere conto di questo fondo prelogico di autoindu- zione per
giudicare della superstruttura teoretica su di esso innalzata discorsivamente.
In linea generale io sono disposto ad ammettere con Jules De Gaultier che ogni
sensibilità si com- pone la sua logica come una testimonianza este- | riore
della sua forza. In tutte le manifestazioni relative ai problemi della vita,
questa sensibilità fondamentale si manifesta sotto le forme più raf- finate, le
più indirette, le più sottili e certo ideate e sostenute con la più sincera
buona fede. Anche le più elevate sistemazioni filosofiche presuppon- gono uno
stato o un ritmo, o un’atmosfera di sen- sibilità di cui le differenti radici
sfuggono alla critica. Son queste differenze di sensibilità che si traducono in
conseguenze logiche differenti e determinano l’ impossibilità d’ intendersi.
Questa interpretazione psicologica mi sembra convincente. Ma non si dica che
solo nel solipsismo — perchè io lo combatto — so e voglio riscontrare uno stato
alogico di sensibilità convertito in riflesso mentale. Sottoposto all’analisi
il fenomeno medesimo della mia filosofia, sono ben disposto ad ammettere che i
miei principi teoretici sul senso e il valore del- l’universo sono la
ceristallizzazione di alcune esi- genze preconcettuali di sensibilità e di
rappresen- VI. - La questione dell'errore 97 tazione sulle quali si appoggia
tutta la ruota della mia vita. Ma semplificato il problema così, ricono- scerò
il fatto più duro che appassiona praticamente la mia critica. Io ricuso il
principio del solipsismo perchè sotto la maschera dell’autarchia travedo
l’atteggiamento dell’impotenza. Chi ha sempre paura di errare, chi non ha mai
certezza di nulla, chi du- bita perfino di dubitare, non farà mai nulla. Ed io
invece voglio fare; anche a costo di errare, nella confidenza di poter
correggere almeno in parte gli errori miei coll’ampliamento, coll’appro-
fondimento, colla sistemazione del conoscere (1); nella sicurezza che solo chi
non avrà paura di errare — perchè potrà, saprà e vorrà emendarsi
progressivamente andrà al di là dell’errore, cioè nel paese della verità.
Finalmente, se nel senso anzidetto è vero che una filosofia è in funzione di
una coscienza, in senso assai più elevato e sociale non è men vero\ che il
prevalere d’una filosofia definisce una civiltà. Noi filosofi, noi uomini di
pensiero, anti-solipsisti, abbiamo bisogno di non aver paura, neanche del
dolore universale. Così avvertiva Nietzsche. « Se la esistenza universale è una
tragedia, come fu detto dall’Andler, egli ne ascoltava tuttavia la musica
commovente ». Meditando sul senso tragico della conoscenza, forse qualche
spirito congeniale al divino sortilegio della civiltà greca sorgerà in noi.
L'esercizio più tragico pel gnoseologo è la rifles- sione sulla possibilità
gigantesca dell’errore. Il Mostrare come veramente si effettui la correzione
degli errori è questione di logica applicata. Qui non ci interessa che la
questione di fondo, cioè il senso e il valore teoretico di quella pratica
correttiva che l’esperienza anti-solipsistica (umana) non mette in dubbio. A. P.,
Il solipsismo. "i BIBLIOTECA DELLA FACOLTA’ DI FILOSOFIA E LETTERE TORINO
* Ng À A i Il solipsismo momento più alcionico è nella consolazione di averla
in parte atterrata. | Un profondo bisogno sociale incoraggi dunque i filosofi
nella lotta contro gli agenti della disso- luzione dei valori teoretici di cui
il solipsismo è un pericoloso rappresentante. La tendenza scettica del
solipsismo isola il pensatore, il presupposto feroce dell’inevitabilità dell'errore
lo demoralizza, gli uccide in germe ogni proposito di conoscenza, lo trascina
nell’abisso del niente. Î I sr e cr tini ilari triiaboriia cella VII. La questione
della coscienza. «Quand vous voudrez trouver l'est, regardez ‘le nord, et l’est
sera à votre droite, Mais le point difficile c'est de trouver le nord. CATCRÉDRINE. Il solipsismo, malgrado
la sua maschera scettica, negando la realtà oggettiva sia delle cose, sia degli
spiriti, riducendo ogni resistenza a prodotto quindi a contenuto della mia attività
di coscienza, risolvendo, insomma, ogni realtà nella mia co- scienza, per non
superare teoreticamente i limiti del mio io, si dibatte in contradizioni
continue col suo presupposto. Così il solipsista dovendo elen- care e tener
presenti i diversi contenuti della mia esperienza, è costretto a far risorgere
sotto una specie nuova, quella relativa duplicità di aspetti (l’aspetto
soggettivo e l'aspetto oggettivo) della esperienza che contrasta col suo
monismo sogget- tivistico assoluto. Invero, è un fatto riconosciuto dal
solipsista che io, bene spesso, debbo lottare contro idee o sentimenti che
vorrei respingere e che, per quanti sforzi faccia per liberarmene, mi si
impongono; del pari è assai frequente il caso Ia 10000 Il solipsismo di stati
d'animo che non ho prodotto consapevol- mente e volontariamente, e che tuttavia
anche la concezione realistica non può considerare come rivelazioni d’una
realtà esteriore. Ciò che posso dire è che la sfera del mio pensiero, il
contenuto totale della mia esperienza, non coincide con quella della mia
attività consapevole, che cioè non tutto ciò che incontro in me stesso è stato
volontaria- mente prodotto da me; ma non posso mai supe- rare i limiti della
mia soggettività (S., 178). Ora, è appunto questa impossibile coincidenza che
infirma la concezione soggettivistica. Infatti, se riconosco, e devo
riconoscere, che il contenuto totale della mia esperienza presenta sempre un
duplice aspetto, cioè quello dei prodotti volontari e consapevoli e quello dei
prodotti involontari e inconsapevoli, perchè dando il nome di soggettivo . al
primo e di oggettivo al secondo, dovrei respin- gere la concezione d’un
realismo relativo? Nun posso insistere sul principio che i prodotti involontari
e inconsapevoli della mia esperienza si risolvono tutti in una produzione della
mia stessa mente; l’inerenza di tali prodotti nel conte- nuto totale della mia
esperienza è certo innegabile; ma l’origine e la natura di essi mi è ignota,
perchè io li incontro come opposti (resistenze, opposizioni, ostacoli, lotte,
urti, colpi, tendenze, contrasti, di- sarmonie, pressioni, etc.), non prodotti
volontaria- mente dalla mia attività consapevole, e mi si im- pongono come ob
jecti. Quando pure il loro risolversi in una produzione della mia stessa mente
mi apparisse l'ipotesi più naturale, potrei sempre dubitare del suo definitivo
valore, perchè per assicurarmene dovrei poter ri- durre tali oggetti in
prodotti volontari e consape- VII. - La questione della coscienza 101 voli
della mia stessa mente; ciò che, data la pre- messa di fatto, è evidentemente
impossibile. È vero che io sono pronto a riconoscere che molti di tali prodotti
involontari e inconsapevoli sono veri e proprj processi soggettivi (come
sentimenti o idee), ma sono pur costretto a riconoscere che non tutto ciò che
incontro in me stesso d’involontario e di inconsapevole mi si rivela di natura
esclusivamente soggettiva. Negare questo fatto sarebbe un arbitrio. Ciò posto,
per quanto io mi sforzi, non riesco a ridurre a puri processi della mia coscienza
tutti gli oggetti che io trovo sul mio cammino. Tuttavia su questa sola base io
non affermo già l’esistenza reale di enti non soggettivi di natura indipendente
dalla mia attività consapevole ed in tutto esteriori alla mia mente. Mi limito
a contestare il presupposto soggettivistico del solipsismo. La tesi sub-
objettivistica, in conclusione, acquista per me un significato, soltanto se io
la penso con tutto il corredo delle ragioni che si desumono dalla intiera
critica della conoscenza e della realtà, pensiero che non vuol essere esposto
in questo capitolo. Ma contro questa tesi subobjettivistica, un ri- piego
potrebbe escogitarsi dal solipsismo, nell’ ipo- tesi che la soggettività, come
campo dell’attività empirica, sia più estesa della coscienza, cioè che
l’attività totale dell'io si dilati realmente oltre i confini dell’attività
consapevole e volontaria. In questo caso la presenza dei contenuti inconsape-
voli e involontari, di cui la stessa coscienza fa innegabile testimonianza, non
fornirebbe un argo- mento contro il soggettivismo, ma servirebbe solo a
stabilire che la realtà totale del soggetto costi- tuisce realtà parziali
extracoscienti di fronte a cui la coscienza stessa, come connessione centrata
delle formazioni psichiche – H. P. Grice: “I wish ‘psychic’ were not such a
strong word as it ain’t in Italian!” -- , può tendere o vifuggire in modo
vario. Da questo punto di vista, il campo dell’attività empirica soggettiva
sarebbe come uno spettro luminoso composto almeno di tre zone diverse: 12 una
inferiore, sotto la soglia della coscienza (soggettività empirica
subcosciente); 2° una media, entro i limiti della coscienza (soggettività
empirica cosciente); 3* una superiore, oltre il vertice della coscienza
(soggettività empirica ipercosciente). Se peraltro la discussione non vuole
sconfinare dal solipsismo, si vede, sia per una ragione gene- rale, sia per
considerazioni pratiche particolari, diminuire alquanto l'opportunità d’entrare
nel me- rito di questa ipotesi. Infatti, quand’anche io non esitassi a valermene
provvisoriamente, cioè a met- tere alla prova anche questa ipotesi in
concorrenza di tutte le altre per sapere in quale misura essa mi permetta di
orientarmi nel dedalo dei fenomeni e di progredire lungo la linea di feconde
scoperte e di utili applicazioni, nesssuna situazione meta- fisica verrebbe
compromessa. Invero, per far questo non ho punto bisogno di impegnarmi a fondo
nella disposizione di spirito del soggettivismo solipsi- stico. Io posso
avanzare e accettare questa ipotesi di lavoro, astrazione fatta da qualsiasi
opinione sulla natura dei fenomeni empirici. L’interpreta- zione solipsistica
invece non si ferma alla sem- plice formulazione ipotetica. Mi obbliga ad assu-
mere una posizione dogmatica esclusiva, che io non potrei mantenere senza far
atto di negazione a riguardo di altre interpretazioni che voglio tener
presenti, restando tuttavia libero da preoccupazioni metafisiche definitive.
Questo in linea generale. In een . - La questione della coscienza 103
particolare osservo che la posizione assunta dal solipsismo (quando include la
coscienza nell’espe- rienza come una parte nel tutto) diventa zoppicante, sia
perchè non mancano nelle opere solipsistiche le espressioni in cui, per contro,
non l’esperienza, ma la coscienza sembra il tutto, e allora riesce
inesplicabile, anzi contradittoria la presenza del- l’inconsapevole e dell’
involontario nell’esperienza cosciente; sia perchè, anche rettificando tutte
queste espressioni equivoche nel senso che la co- scienza sia solo un campo
particolare della mia esperienza totale, esiterei a chiamar io o soggetto un
campo di attività empirica ridotto allo stato d’un composto di fenomeni, o
prodotti, parte co- scienti e volontari, parte involontari e incoscienti. In
ogni caso, il nome di io non mi pare conve- nire a ciò che non si saprebbe più
in modo alcuno distinguere dal non-io, ammessa l’ipotesi che questo non-io
giaccia in un piano di realtà esteriore a quello della coscienza. E questo
dico, avuto riguardo a quel vergine stato di giudizio in cui non sia ancora
delineata una preferenza interpretativa qualunque. Che poi un filosofo propenda
in misura più o meno larga per un’ipotesi qualsivoglia, a seconda delle sue
tendenze, è una questione accidentale questa, che rimane assorbita nella
sconfinata libertà di op- zione davanti alla infinita verità dei modelli
(accet- tabilità delle ipotesi). Però, non è immodesta nè eccessiva la speranza
che solo distinzioni di questa specie fra ipotesi di lavoro e dati di fatto
portino un contributo progressivo alla soluzione di quei problemi che devon
essere affrontati con animo alieno da qualsiasi scopo di dogmatismo. Ciò
premesso, resta possibile concepire adegua- i suit 104 11 solipsismo tamente la
coscienza, senza aderire al preconcetto solipsistico. Se da una parte è
necessario assegnare alla mia esperienza totale un’estensione maggiore del
campo della coscienza e della volontà, data l’ineliminabile presenza dei
prodotti inconsapevoli e involontari, tanto che resta inammissibile la
sostituzione del termine coscienza al termine espe- rienza, dall’altra si cade
nel fantastico quando si vuole identificare col soggetto ogni termine della
esperienza che si presenta sempre in maniera estre- mamente complessa. Inoltre
si può benissimo far convenire l’attività del soggetto con l’attività della
esperienza senza cadere nel soggettivismo assoluto, perchè l’attività
dell’esperienza può essere intesa come l’attività che ha il soggetto di
oggettivarsi, cioè di produrre un’oggettività non riducibile ad esso, cioè come
funzione di riferimento del soggetto ad altro, sia pur quest'altro un suo
prodotto. A queste prime restrizioni formali della pretesa soggettivistica
bisogna infine aggiungerne un’altra sostanziale che non può esser trascurata da
chi si addentri nello studio del problema della conoscenza. L'attività
soggettiva non è dissociabile dall’ogget- tiva, perchè anzi l’esplicazione del
rapporto sub- objettivo è resa possibile solo dal riconoscimento
dell’implicazione attiva e reciproca dei termini. Nè l’ipotesi del semplice
parallelismo, nè quella dell’esistenza assoluta così del soggettivo come del-
l’oggettivo sono giustificabili. Una rinunzia defi- nitiva a coteste ipotesi è
il più potente mezzo di ajuto per l’interpretazione della realtà. E, se si
avvertirà inoltre che il nodo del problema del sog- gettivo e dell’oggettivo è
posto, più profondamente . di quanto si sia sospettato fin qui, nel problema
del conoscere e dell’essere, le condizioni per la . - La questione della
coscienza 105 soluzione diventano assai migliori, perchè, come non si trova
oramai, dopo Descartes, alcuna dif- ficoltà ad ammettere l’essere del conoscere
(co- gito ergo sum), così non pare più una supposi- zione gratuita affermare
subjectum ergo objectum (broxsipevoy dpa dvtimzipevoy). Se pensare (in senso
universale) è essere, essere è pensare nei limiti in cui così il pensare come
l’essere sono attività pro- duttiva subobjettiva; e più chiaramente (essendo
l’essere l’oggettività del pensare e il pensare la sog- gettività dell'essere)
senza che nessuno di essi si presupponga all’altro, nè dall’altro si seomponga.
L’essere è insidente nel pensare e il pensare nel- l’essere come l’oggetto è
insidente nel soggetto e questo in quello. L’essere del pensare è l’oggetti-
vità del soggettivo, cioè è il soggettivo in quanto conosciuto ; il pensgre
dell’essere è la soggettività dell’oggettivo, cioè è l’oggettivo in quanto
cono- scente. Negare questa subobjettività è spezzare tanto il conoscere quanto
l’essere. Questa subobjettività (produttività subobjettiva universale) è la stessa
realtà. Io posso dunque conchiudere che il solip- sismo del soggetto conoscente
è l’espressione di una spensieratezza del pensiero che ha perduto di vista il
suo essere accampando un’ infinita preten- sione e così aprendo l’adito ad
aberrazioni infinite. Si va dicendo sempre più da qualche tempo che bisogna
abbandonare il concetto di coscienza sog- gettiva, perchè la coscienza senza
contenuto e l’oggetto senza la sua ratio subjettiva sono poco concepibili (1).
Questa inerenza reciproca del sog- getto e dell'oggetto è fondatissima. Non
trovo però che da essa discenda l’opportunità di abbandonare Botti. pi UN! avo stesi Metri ie-cA petti ph
ii aci tiri va ea lata te Di pi ca arte (12 li Lotte è 3 106 Il solipsismo il
concetto di coscienza soggettiva. Questo abban- dono troverebbe sempre troppi
oppositori e pochis- simi propensi ad accettarne intera la responsabi- lità.
Anzitutto se ne gioverebbero gli stessi sog- gettivisti, giacchè finora la
grande maggioranza degli uomini ha identificato coscienza e soggetto e
continuerà a farlo senza darsi pensiero delle dis- sociazioni eteroclite.
Quindi nascerebbe una grande complicazione alla terminologia, dovendosi ad ogni
passo avvertire che altra è la coscienza come con- tenente, cioè come soggetto,
altra è la coscienza come contenuto, cioè come oggetto, e altro ancora la
coscienza come contenente e contenuto. Pertanto, spinti dalla necessità di
identificare la coscienza, da tal punto di vista considerata come suprema
unità, colla totalità del reale, ci trove- remmo nell’impiccio di identificare
la coscienza di tal genere col pensiero in senso universale, collo strascico di
innumerevoli stravaganze verbali e malintesi. Purtroppo è già molto pericoloso
chia- mare pensiero (benchè in s. u.) la realtà, perchè alcuni idealisti da una
parte, senza osteggiare questa affermazione, cercano di comprometterla
ponendola sotto la luce del soggettivismo; i realisti, dall’altra, la
rifiutano; perchè, per motivi di polemica, non vogliono abbandonare il concetto
di pensiero soggettivo. E certo sarebbe utile tron- care alla radice ogni
equivoco usando un termine meno compromesso, se omai, da Spinoza in qua, il
concetto di pensiero, in senso universale, non fosse solo un uso da poter
essere adottato da un solitario, ma provato da tutta una grande tradizione. Il
senso della coscienza è fortemente connesso a quello della persona e, come il
pensiero in senso IT) EEA cn GIOIE 1 LITIVTO IVI, |a IGGATOMO/ OI PP LESINA LE
IO I II 7 SPETT MATO EISTP LITI L'Arte VII.- La questione della coscienza universale, deve svincolarsi dal senso tanto
per- si sonale quanto impersonale (cfr. Gap. X), così, se ‘Ti pur in senso
universale il pensiero si adeguasse a coscienza, delle due una: o il pensiero
subobjettivo il non potrebbe più dirsi impersonale, o dovrebbe dirsi
impersonale la stessa persona. Ond’è che diventa impossibile fondere entrambi i
concetti in uno solo. La conclusione è che se, come ammette il solip- sista, il
contenuto totale della mia esperienza non coincide con quello della mia
attività volontaria e consapevole, tanto la concezione immanentistica if (che
ogni realtà si risolve in coscienza), punto di i ) partenza del solipsismo (e
suo genere prossimo), F. quanto la concezione che la coscienza Si risolve i
immediatamente nella mia coscienza, punto di LOI arrivo del solipsismo (e sua
differenza specifica), | solo in apparenza ne rimangono avvantaggiate, :
giacchè a sua volta l’attività soggettiva non po- fendosi maidissociare
dall’oggettiva, sempre rimane come principio supremo l’insidenza reciproca del-
| l’essere e del pensare, nei limiti in cui così il pensare come l’essere sono
riducibili allo stesso denominatore, cioè alla produttività subobjettiva della
realtà. Questo — della non coincidenza della mia atti- vità volontaria e
consapevole cioè della mia co- scienza col contenuto totale della mia
esperienza, offrente così, oltre alla parte volontaria e consape- vole, la
parte opposta dei prodotti involontari e inconsapevoli — è dunque un dato
ammesso dal solipsista — e come non ammetterlo? che per la sua subobjettività
costituisce un vero scandalo pel solipsismo. Ostinarsi a chiamar soggettività
l’esperienza totale della mia attività (composta così ide: RATE dna hzia 33 i
sati bl de = ° ben. Fece sbiot0 Pa 0-3 108 * Il solipsismo di dati d’attività
consapevole e inconsapevole) non è neanche più un semplice bisticciare sui
nomi, ma è l'introduzione nel discorso d’un concetto incon- cepibile, che in
pratica significa il disorientamento completo del pensiero. Invero, se lo scopo
del solipsista è di ridurre tutto il contenuto della mia esperienza nei limiti
della mia soggettività, e per far questo crede che basti chiamar mia
soggettività l’insieme della parte volontaria e consapevole (cioè della
soggettività) e della parteinvolontaria e incon- sapevole (cioè
dell’oggettività), non è evidente che egli fa come chi, volendo trovar l’est,
prenda un punto qualunque come nord e poi tiri a destra? Ma il punto difficile
è trovare il nord, cioè — pel solipsista — trovare la risoluzione del
soggettivo e dell’oggettivo nel soggettivo. Assorto nella sua fissazione
soggettivistica, cre- dendo di dominare da solo la complessità subobjet- tiva
dell’esperienza, il solipsista viene dominato egli stesso dall’esigenza reale
del dato. E allora, da un lato sente la voce del consapevole e del vo- lontario
cioè della sua coscienza, dall’altro quella dell’inconsapevole e
dell’involontario cioè del resto, ma crede di compensare la sua mancanza di
logica con la violenza d’una nomendlatura. Com'è triste il destino di questa teoria
che si attacca disperatamente alla testimonianza della coscienza e poi trova in
questa la negazione implacabile del suo principio. (1) Il solipsista che fa
produrre dalla consapevolezza e dalla volontà un prodotto inconsapevole e
volontario non fa che ripe- tere la teoria del Bain che riduce alla forza della
nostra co- scienza il contrasto d’una forza opposta alla nostra. VII. La
questione della scienza. Io non veglio ingannare nè me, nè altri. NIETZSCHE.
Quando Kant, convinto della necessità di un esame critico atto a dimostrare la
possibilità d’un sapere razionale puro, valido per la ragione umana in generale
colle sue leggi necessarie, scrisse la Critica e i Prolegomeni, non aveva da
difendere la scienza dall'assalto del solipsismo. È noto il suo risultato
critico principale: che i principj @ priori della conoscenza servono solo a
costituite in noi l’esperienza, cioè solo il sapere circa la realtà feno-
menica (apparente a noi), non un sapere della realtà come essa è in sè, al di
là della nostra sensibilità; e come egli abbia gettato avanti il suo
presupposto realistico della cosa in sè quasi senza critica, cioè
dogmaticamente. Quindi già tutti i critici più penetranti della filosofia
kantiana, da S. Maimon e S. Bech al Martinetti, chiaramente additarono le
difficoltà insolubili del preconcetto realistico e ne proposero l’eliminazione.
Inevitabilmente il solipsismo è portato a riba- dire questa critica negativa
del presupposto dua- listico, però trascura di criticare un punto della 110 Il
solipsismo massima importanza, cioè che il problema della possibilità della
scienza è risolto da Kant indipen- dentemente dal presupposto realistico.
L’interpre- tazione solipsistica dei diversi contenuti dell’espe- rienza si
trova inoltre su questo punto in una situa- zione molto curiosa, perchè da un
lato non elimina i concetti presupposti dalla scienza nè il loro orga- namento
produttivo-interpretativo, ma li considera come punti di vista, mezzi o
strumenti impiegati per interpretare più facilmente certi aspetti di tale
esperienza (S., 186); dall’altro con la sua conclu- sione scetticamente
disperata d’ogni verità eli- mina precisamente la possibilità della scienza. Se
io fossi solipsista, in questa situazione non potrei certo rimanere; perchè,
quando riconoscessi che ogni mio sforzo per interpretare secondo ve- rità gli
aspetti della mia esperienza è assoluta- mente inutile e vano, troverei assurdo
considerare i concetti presupposti della scienza come punti di vista, mezzi o
strumenti impiegati per interpretare più facilmente certi aspetti della mia
esperienza. Senza notare che l’ipotesi di un mio punto di vista impiegato da me
per interpretare più facil- mente certi miei aspetti, cioè altri miei punti di
visla, mi avrebbe tutta l’aria d’un’autocaricatura sofistica all’idem per idem.
Ma, ommesso ciò, la possibilità della scienza non si salva dall’univer- sale
naufragio teoretico del solipsismo. Questa d'altronde non è che la conseguenza
inevitabile dell’assoluta riduzione d’ogni conoscenza e d’ogni realtà alla sola
sfera del mio io empirico. Invero la scienza ha natura, principj, mezzi e fini
sociali. Io la distruggo se tutta la riduco ad una mia produ- zione personale.
La scienza è calcolo e sperimento. Io la distruggo se l’abbasso al livello del
mio personale empirismo, con l'aggravante della negazione scetticistica d’ogni
verità. Da questo punto di vista, anche il tentativo di riconoscere se vi sia
una via per giungere a una concezione del reale meno in- certa, meno
discutibile delle altre, derivandola da quelle condizioni del conoscere che
appajono meno facilmente vulnerabili dal dubbio universale, anche la ricerca di
una interpretazione almeno provvi- soria dell’esperienza diventa amaramente
derisoria (S., 17, 18). Exiguam pleno de mare demis aquam! Mi pare quindi di
poter concludere che è successo al solipsista un progressivo raffreddamento di
quel fervido principio dell’attività dell'io pensante, onde tutta la sua
critica teoretica promana. Egli ha tentato di liberarsi criticamente dal
predominio di una teoretica inaccettabile, col risultato a ro- vescio che —
invocata la teoretica per rendere pos- sibile la sua liberazione — ha finito
per consu- mare in sè stesso la liquidazione definitiva d’ogni teoretica. Ma se
la teoretica sia veramente obli- gata a distruggersi da sè, questa è la
questione che io voglio e devo teoricamente affrontare. Ora, per illuminare la
mia critica, ho solo da conformarmi alla condizione essenziale del cono- scere
scientifico (s. s.); perchè se io vi derogo non posso conoscere più; ed io invece
voglio co- noscere, appunto perchè la certezza cartesiana del mio io pensante
non è per me se non la cer- tezza imprescindibile di non poter essere che sotto
la condizione del mio pensiero. Esaminando per- tanto la natura formale del
processo della cono- scenza scientifica in ogni scienza particolare, ri-
scontro due momenti di riduzione: riduzione delle nozioni (per definizione),
riduzione delle proposi- zioni (per dimostrazione). Questo doppio processo
evidentemente si arresta a un piccolo numero di nozioni primitive
(indefinibili); e di proposizioni primitive (indimostrabili); la cui scelta è
con- venzionale e indeterminata ma non arbitraria, dovendo necessariamente
sodisfare alle due con- dizioni della sufficienza e della compatibilità, oltre
di ai desiderata della massima economia possibile e à, dell’estetica.
Rispettate queste esigenze, che nella loro estrema i generalità sono comuni a
tutte le scienze (in s. s.), bi | il lavoro scientifico si sviluppa caso per
caso col rigore formale proprio ad ognuna, cioè del calcolo ‘ per le
matematiche e dell’esperimento per le scienze À fisiche ed affini. Tralascio
ora di meglio approfondire l’ orga- namento nonchè il funzionamento logico
della scienza, perchè: o il solipsismo accetta di discen- dere sopra questo
terreno, o non accetta. Se ac- cetta, deve ammettere che qualche risultato
critico Ù si può assicurare secondo verità, ma allora deve sconfessare il suo
scetticismo teoretico; se non accetta, qualunque ulteriore approfondimento
cono- scitivo sarebbe tempo perso. Qual’ è intanto la condizione primordiale
del conoscere scientifico? Che la scienza si stabilisce sopra un piccolo numero
di nozioni non def. e di proposizioni non dim. È possibile che una teoria
scientifica deroghi a questa condizione ? No, non è possibile. Chi l’affermasse
dovrebbe venire avanti Po ee i , (1) Mi valgo dei risultati epistemologici
esposti nelle mie opere precedenti e segnatamente nel Problema della causa-
lità, . - La questione della scienza a dimostrarlo. Ma non è ancor venuto, e quando
verrà esamineremo con grande interesse qual sia la natura della pretesa base
dimostrata della sua dimostrazione. E se è così, perchè tormentarsi a cercar
sempre la prova della prova, cioè a deplo- rare l'insufficienza di tutte le
prove? Tradotto in linguaggio semplicissimo, questo risultato episte- mologico
significa che la verità scientifica non pre- cede mai la def. e la dim., ma
viene sempre dopo. Come il fiore viene dopo la radice. Che senso ha dunque
rimproverare alla scienza di non potere dimostrare le sue verità ?, negare alla
scienza la sua possibilità colla scusa che essa non può dimo- strare il suo
sistema primitivo di nozioni non def., e di proposizioni non dim. ? Non bisogna
confondere le premesse (oltre alle condizioni, ai mezzi, alle forme) colla
conclusione. Se ogni verità è sempre il risultato di uno sforzo logico, è
evidente che |A non ha senso pretendere di riceverla gratis. Ma il solipsista
ripiglierà : Siete voi che po- nete le cose gratuitamente. È tutto il vostro
edi- ficio che non mi offre una garanzia sufficiente di validità, perchè si
fonda sopra una base gratuita (non def. e non dim.). « Se la base su cui esso
sorge è malsicura, se si pùò temere che oscilli, tutto l’edificio può essere
involto nella rovina. Anche qui per procedere debbo compiere un atto di fede;
ma la coscienza di averlo compiuto mi turba, talchè il dubbio riappare sempre
sul mio cammino » (S., 13). Questa replica ha il solo me- rito di svelare
apertamente la pretesa che la ve- rità debba non succedere ma precedere la di-
mostrazione della verità, cioè di contradire alla anzidetta condizione
primordiale del conoscere me- desimo. A. PASTORE, 71 solipsismo. 8. 114 Il
solipsismo Ora, se vi sia una scienza, certo finora scono- sciuta, capace di
sodisfare a questa esigenza (d’una verità precedente la dimostrazione della
verità) è un’altra questione. Io non la considero. L’abisso che s'apre tra la
possibilità della scienza posi- tiva, di cui parlo io ora e qui, e la
possibilità d’una scienza di tal genere è troppo profondo perchè possa colmarsi
con una supposizione. Inoltre nè per porre il sistema primitivo (non def. e non
dim.) la cui scelta, giova ripeterlo, è bensì convenzionale e indeterminata ma
non arbitraria, nè per procedere, debbo compiere, per parlare con precisione,
alcun atto di fede. Questa questione è già stata affrontata e risolta nella
eri- tica del presupposto scettico. Non v’ha motivo di chiamar atto di fede
ogni atto di affermazione. Sotto pretesto di perfezionare una terminologia
finiremmo per intervertire tutte le distinzioni, mettendo l’iper- bole a
servizio della gnoseologia. Essendo inutile la ripetizione degli argomenti anzi
esposti su questo punto (chi la desideri rilegga il Capo II), resta più tosto
da vedere quanto valgano le altre principali objezioni contro il principio
della possibilità della scienza. Invano, mi dirà il solipsista, tu pretendi di
giustificare la validità delle leggi scientifiche af- fermando che per esse
(organizzate in sistema ipotetico-deduttivo), si può dedurre dallo stato attuale
delle cose lo stato loro per un istante qua- lunque del tempo. In fondo tu ti
basi sulla confi- denza di poter oltrepassare la sfera non solo dell'io
individuale, ma del presente. Il che è impossibile. (1) Gfr. Rovcier,
La philosophie géometrique de H. Poin- caré, Paris, Alcan, pagg. 13-25. VIII.- La questione della scienza
115 Inoltre tu pretendi di installarti così nel passato come nel futuro, cioè
di poter trattare il tempo A come reale: altra impossibilità. Te ne convincerai
senza fatica riflettendo che le famose leggi che formano l’oggetto della
determinazione scientifica altro non essendo che relazioni fra rappresenta-
zioni tutte attuali (perchè dal presente non si può uscire), disposte in
apparenza di successione per appagare certi bisogni di ordine nei proprj pro-
dotti, non possono avere la minima portata oltre il puro contenuto della mia
esperienza presente. Infine che altro è tutta la scienza medesima se non una
mia produzione personale? In condizioni rudimentali di spirito io posso credere
d’aver im- parato o di poter imparare qualche cognizione da altri o dai libri.
Ma è un errore. fo mi creo e mi creerò ogni cognizione solo da me, perchè non
esiste nessun essere reale altro da me: uomo, animale, libro o altro oggetto
naturale qualunque, In condizioni d’ ignoranza io posso supporre che un’intera
biblioteca d’opere astruse e da me in- comprese, anzi incomprensibili, sia
fuori di me; che una legione di dotti, specialisti, parlanti e pensanti in
lingue straniere, per proprie esclusive ricerche, sia in possesso di cognizioni
straordi- narie che io ignoro. Ma è un errore. Ciò che chiamo apprendere una
scoperta altrui significa in ultimo ordinare e collegare certi miei pensieri.
Posso bensì riferirli a rappresentazioni fuori di me, ma ciò non impedisce che
queste e i pensieri di cui parlo siano pur sempre elementi del mio io. Ciò è
tanto vero, che quando pure ammetto che qualche ve- rità mi viene comunicata da
altri, debbo poi rico- noscere che essa acquista un significato per me soltanto
se io la ripenso e la ricostruisco col mio 116 Il solipsismò stesso pensiero ;
altrimenti essa si riduce a un insieme di parole che io non comprendo (S.,
185). Qui non terminerebbe certo l’elenco delle divagazioni e delle curiosità
d'ogni maniera di cui potrei fare menzione, spigolando puntualmente le opere
dei solipsisti. Ma per la questione trattata qui può bastare questo piccolo
saggio. Ridotti in compendio tutti gli argomenti sopra riferiti vengono a dire:
io mi ostino a credere che la cosa sia così (cioè che io non possa superare il
presente che vivo), ma la scienza pretende l’opposto; dunque essa è im-
possibile. Forse l'argomento avrà potuto valere ai tempi dell’ipse dixit; ma
certo non vale ora e per noi, discepoli di Kant, che prendiamo per insegna la
critica, e, per decidere la questione della verità, il duplice criterio
sensibile e razionale. E vera- mente l’objezione ricavata dall’ impossibilità
di uscire dal presente sarebbe insormontabile, se tempo e spazio non fossero
vere e proprie forme della realtà. Ma una critica odierna prova tutto il
contrario. A questo punto il solipsista non potrà trattenere un sorrisetto
ironico, perchè penserà : povero Kant! che bel servizio ricevi dai tuoi
sedicenti discepoli. Tu affermavi che il tempo e lo spazio non sono che
condizioni soggettive della nostra sensibilità, che in sè fuori del soggetto
sono nulla. Ed ecco ora affermato, da chi si schiera sotto la tua insegna, che
spazio e tempo sono vere e proprie forme della realtà. Ebbene, passi pure il
sorriso, è troppo giusto. E non sarà neanche questo l’unico punto in cui dovrò
dissentire da Kant, malgrado la mia ferma volontà di mantenermi fedele allo
spirito rinnovatore della sua critica. Ma i ragionamenti non si troncano coi
sorrisi, bensì con la ragione. E allora avanti di affermare che spazio LU) a; °
(ica . - La questione della scienza e
tempo sono soltanto forme-funzioni della nostra intuizione sensibile cioè della
nostra esclusiva sog- gettività, non converrà forse definire il senso impli-
cito di quel « soltanto »? Bisogna, condensando, in primo luogo assicurare il
valore reale delle forme- funzioni dello spazio e del tempo; in secondo luogo
provare la possibilità di uscire dal presente. Qui soccorre il prezioso
insegnamento del Varisco il quale, appunto per sostenere la tesi dello spazio e
tempo come forme della realtà, avverte: « Escludiamo che spazio e tempo siano
soltanto sog- gettivi; perchè il « soltanto » manca di significato, se non
supponendo che vi siano degli elementi non soggettivi. Io posso dire, astrattamente
par- lando, che la forma della realtà ha tali o tali altri caratteri. Ma non mi
posso spingere mai a pensare che essa sia un reale sui generis stante in sè e
per sè, segregabile realmente toto caelo da tutto il resto. «Si astrae —
insegna ancora il Varisco — quando una cosa, che ha essenziale relazione con
un’altra, viene considerata senza riferimento all’altra. Noi non possiamo
astenerci dall’astrarre ; nè si vede perchè ce ne dovremmo astenere, se anche
potessimo. Se però la mancanza di riferimento nella consi- derazione viene
interpretata come reale mancanza di relazione, le astrazioni diventano
ipostasi. Che le ipostasi vadano scansate, non è dubbio. Ma quando si lavora su
delle astrazioni, è facile, se non si tien sempre ben presente il loro carattere
d’astrazioni, convertirle inavvertitamente in ipostasi. Non bisogna dunque
equivocare. Posso conservare il diritto di trattare astrattamente della VARISCO
(vedasi), Conoscì te stesso. VARISCO (vedasi).
Il solipsismo È forma spaziale e temporale, senza perdere il diritto di
considerare spazio e tempo come forme-funzioni della realtà, cioè costitutive
essenziali del soggetto e di ciò che mi rappresento spazialmente e tem-
poralmente, cioè dell’oggetto. Tutto questo è stato magistralmente dimostrato dal
Varisco, del quale infine è ancora pregio dell’opera citare quest’aurea
sentenza : « Io dico: e’ è una realtà. Queste mie parole, o non hanno
significato di sorta, o hanno questo : che l’esserci della realtà consiste nel
suo essere concepito da me come un esserci » . Ciò premesso, per intendere se
spazio e tempo sono o non sono realtà, io devo domandarmi : che cosa è la
realtà? E non posso rispondere, se non consultando tutta la mia esperienza. La
mia ricerca sì chiude colla doppia distinzione: a) dell'oggetto della
conoscenza sensibile, distinta in: conoscenza dell’esperienza esterna nei modi
più generali della rappresentazione spaziale (cioè legata in ordine spa- ziale)
e conoscenza dell’esperienza interna analoga- mente pel tempo (cioè legata in
ordine temporale), e b) dell’oggetto della conoscenza razionale. La con-
sultazione riflessa della conoscenza sensibile mi porta insomma a riconoscere
oggettivamente una realtà spaziale e temporale. Osservo subito che questo primo
risultato coincide coll’ intuizione no- tissima della coscienza comune la quale
non dubita della realtà del tempo e dello spazio. Ma appunto perciò io ne
diffido, poichè è criticamente evidente che una gnoseologia non può contentarsi
di ciò che può parer reale solo per un’inchiesta intuitiva, non tale da
rispondere alle esigenze d’ un’inchiesta filo- sofica, giacchè l'evidenza
immediata è anche propria VARISCO (vedasi). VILI.- La questione della scienza
119 delle illusioni. Occorre, dunque, approfondire la ricerca. Sarebbe in
verità troppo facile nonchè peri- coloso ammettere come vero filosofico ogni
dato che appaja evidente alla coscienza immediata, per quanto grande sia la
fiducia che noi possiamo e vogliamo concedere alla nostra sincera intuizione.
Per noi il criterio supremo della verità gnoseolo- gica non può esser dato che
dall’ insieme di quattro condizioni: due di evidenza e due di dimostrazione ;
giacchè l'evidenza può essere immediata o mediata e la dimostrazione può essere
razionale (per calcolo) o sperimentale (per sperimento). Lasciando queste due
ultime che si esigono solo per le scienze esatte, qui vuolsi tener conto solo
delle due prime, cioè dell’evidenza immediata, data dalla diretta te-
stimonianza della coscienza, e dell’evidenza me- diata, la quale deve essere
fornita da una riflessione critica probante che ciò che si afferma per vero ha
il suggello dell’assenza della contradizione. Per capire bene l'illegittimità
del metodo opposto non ho che da studiare riflessivamente la tesi del sol-
ipsismo che accetta senza critica solo il dato di una intuizione incompleta (io
solo penso, dunque io solo sono), e che quindi io rifiuto, non solo perchè non
esprime una verità di buon senso, perchè cioè è contraria a quella intuizione
volgare del conoscere e dell’essere che ne abbiamo tutti, ma perchè, oltre a
ciò, sottoposta alla prova della riflessione critica, si rivela contradittoria.
Convergo dunque l’atten- zione sull’esperienza sensibile e cerco d’interpre-
tarla criticamente. [o ho diretta esperienza di me stesso come at- tività
conoscente (soggetto) in relazione unitiva e distintiva con conosciuti di vario
genere, com- preso me stesso (oggetto). Ma, quando conosco ARL 120 Il
solipsismo ino “ ii IAN sensibilmente un oggetto qualunque sia nell’or- dine
spaziale sia in quello temporale (che io pro- pendo, pel mio semplice buon
senso, a considerare come reali), io non ho punto coscienza che la mia
esperienza si effettui, o che almeno mi appaja indu- bitabilmente, come se: a)
di là ci fosse un reale aspaziale e atemporale ; di qua fossi io per
apprenderlo spazialmente e temporalmente cioè colle forme di spazio e tempo
esclusivamente inerenti alla mia soggettività. Per giungere a questa
interpretazione io devo fare tutto un lavoro di astrazione e di organizza-
zione ch’io sento successivo all’atto globale della presa di possesso di me per
me stesso. Il risultato pratico per ora è dunque questo: che io riconosco
perfettamente che le distinzioni di questo tenore e gli ordinamenti relativi
sono manifestazioni della mia attività produttiva dello spirito, rispetto ad
alcune resistenze che si sviluppano con la stessa spontaneità della mia
attività unitiva e distintiva sia nell’esperienza esterna sia nell’interna. Ma
non basta. Quindi riconcentro la mia attenzione sull’atto globale unitivo e distintivo,
perchè è di questo che ora mi interesso, e mi domando: così quella materia come
quella forma che io riesco ulteriormente a considerare in modo astratto, ma che
nell’atto ori- ginario e concreto della mia conoscenza sensibile conosco
insieme inseparabilmente, sono un mio costitutivo reale, oppure sono qualche
cosa di cui io sento che potrei anche mancare, pur continuando ad essere? La
risposta negativa per me non ha senso. Chi volesse sostenere che io sarei
ancora quello che sono dal punto di vista della mia cono- scenza sensibile (che
io affermo di me costitutiva) VIII. - La questione della scienza 121
indipendentemente dalla materia e dalla forma par- ziale e temporale
dell’esperienza, non solo dovrebbe potere lui sapere meglio di me quello che sono
io, ma dovrebbe inoltre far sì che io me ne potessi render conto da me
medesimo. Di questa esigenza fondamentale io non posso e non devo mai dimen-
ticarmi, almeno finchè posso litigare con me stesso solipsisticamente. Invero,
da questo punto di vista, devo ammettere col solipsista che, pure accettando
qualche verità comunicatami da altri, essa acquista un significato per me
soltanto se io la ripenso e la ricostruisco col mio stesso pensiero; altrimenti
essa si riduce a un insieme di parole che io non com- prendo (S., 185). Ma c’ è
di più. Io credo di conoscere la ragione per cui non posso ammettere che la ma-
teria e la forma spaziale e temporale non entrino nella costituzione reale del
mio essere e quindi della realtà (« il cui esserci consiste nel suo essere da
me concepito come un esserci »). E la ragione è che la supposizione tanto di me
senza la materia e la forma dell’esperienza sensibile, quanto di una qua-
lunque realtà, cioè della realtà immateriale, aspa- ziale, atemporale, non solo
finisce nell’assoluto agnosticismo, ma riesce contradittoria. In altri termini,
sarei costretto ad una situazione che oltre alle insormontabili difficoltà
dell’ inconoscibilismo, contradirebbe alla mia tesi fondamentale (pure
accettata dal solipsismo) che pone così l’io, come il non-io sotto la
condizione della conoscenza. Più chiaramente ancora, avrei da giustificarmi
l’ipotesi di una materia o di una forma (spaziale e temporale) come sola
apparenza da una parte; e dall’altra l’ipotesi tanto del mio io, quanto della realtà
senza materia e senza forma, cioè indipen- dentemente da qualunque successione
ed estensione empirica ; mentre io non mi sento da tanto, anzi mentre io
riconosco che se potessi o dovessi accettare queste assurdità il mio stesso
pensiero si distruggerebbe. Pertanto io trovo logico concludere col Varisco : «
Reale, nel senso vero della parola, è soltanto l’esperienza complessiva, la
totalità dell'esperienza, o l’unità che io dico subobjettiva, nella quale fatto
e cognizione sono inseparabili. Il fatto è materia, e la cognizione forma; la
forma è forma della ma- teria, la materia è materia della forma. La materia per
sè non è più reale che la forma per sè. Conseguentemente se, per altre
ulteriori ricerche, ci riuscisse di considerare la materia della forma come
molteplicità e la forma della materia come unità (2) la nozione del reale come
unità della mol- teplicità, cioè come sistema verrebbe ribadita anche da questo
punto di vista. Ma questo risultato importantissimo per la coerenza generale
della con- cezione è stato appunto conseguito. Il principio sistematico
dell’unità e della molteplicità è l’anima del reale (come risulta dal Capo III)
e insieme ras- soda la formazione del sapere scientifico in cui l’unità e la
molteplicità funzionano categorica- mente. Quanto più si applica la riflessione
all’espe- rienza viva e concreta dello spazio e del tempo, tanto più consta la
loro subobjettiva realtà. Dunque la prima objezione solipsistica è distrutta.
Assicurato il valore reale delle forme-fun- zioni dello spazio e del tempo,
passiamo all’obje- VARISCO (vedasi). Com'è noto, la dottrina del Varisco
sodisfa pienamente a questa esigenza. La questione della scienza 123 zione
dell’impossibilità di uscire dal presente, altro tratto importante con cui il
solipsismo mette in forse la possibilità, nonchè la validità della scienza.
Veramente, com’ è ben noto, questa considerazione è già stata avanzata da molti
altri, come pure è già stata oggetto di vive discussioni, basti rammentare lo
sviluppo critico che va dalle vigo- rose Confessioni di S. Agostino nel libro
XI alla acutissima analisi del senso del tempo di W. James. Il solipsismo non
aggiunge un’ ette alla critica cronologica su questo punto. Quindi la confuta-
zione dell’ insuperabilità del presente che, si fa qui, supera la portata d’una
polemica antisolipsistica. Agostino dice che dei tre momenti del tempo
(passato, presente e futuro) nessuno esiste come entità: il primo e il terzo
non esistono, perchè il passato non è più e il futuro non è ancora; il secondo
poi non esiste, perchè non ha dimensione, non è una durata ma un semplice
limite; quindi il tempo non è una realtà, è una pura distensione dell'animo
(distensio animi). Ora, dire che il pas- sato non è più, che il futuro non è
ancora, e che il presente del pari non esiste come entità, mentre il tempo è
una pura distensio animi, significa appunto affermarel’impossibilità di uscire
dall’unità di quel- l’intimo slancio spirituale a cui resta adeguata l’attività
produttiva dell'io. Inoltre è facile accor- gersi che nella discriminazione dei
tre momenti del tempo (sulla natura della quale ora sospendo l’in- dagine, per
ripigliarla fra poco) è impossibile isolare assolutamente un presente, tanto
meno poi él pre- sente dalla sua connessione con gli altri momenti. Che cosa è
dunque il presente? Lo conosco io bene come un momento che io vivo
separatamente da ogni altro momento prima e poi (non dico già come a dia At 124
Il solipsismo uno stato, ma come un divenire)? Non potrebbe darsi che
l’affermarlo fosse una delle solite fallacie che si producono nello spirito,
allorchè si vuole difendere un presupposto ? Io sento viva l’opportunità di
dubitarne, tanto più che mi ritornano allo spirito tutte le sotti- gliezze
degli antitemporalisti intorno alla labilità, anzi all’annientamento del
presente, che qui na- turalmente non voglio riportare per evitare ogni
fastidioso ingombro. Potrebbe darsi che ogni senso di tempo mi avvertisse
sempre d’una successione transitiva irreversibile di più momenti, solidal-
mente e inseparabilmente continui, fusi insieme dalla funzione produttiva del
mio spirito. In questa ipotesi avrei un gruppo di proprietà (successione,
irreversibilità, continuità) tenuto insieme da una proprietà formale, cioè una
molteplicità unificata. Questa ipotesi ha precisamente il sussidio della
geniale analisi del James che ha stabilito il prin- cipio del presente parvente
(1). Certo questo nome di battesimo è infelice e per due motivi: perchè da un
lato — col termine parvente — non elimina il dubbio dell’illusione; dall’altro,
col termine presente, perde quel senso di sintesi che è il filo d’oro della sua
scoperta. Ma, a parte ciò, l’innovazione (1) L'espressione (the specious
present) è di E. R. Clay, come ricorda il James, che ha però il merito d’aver
sviluppato il principio del presente come duration-block, cioè del presente
come durata-solida. Fuor di questo, tuttavia, egli rimane sotto l'impero della
maniera abituale di ragionare, perchè non rico- nosce che lo stesso presente
come durata solida, cioè il presente parvente a doppia frangia vuole a sua
volta essere pensato come doppia esigenza projettiva a parte ante (passato) e a
parte post (futuro). Le altre manchevolezze della dottrina di James si note-
ranno nel testo secondo lo sviluppo della discussione. E TIRA 1 IS) Re CLI PE
VIII.- La questione della scienza 125 della sua teoria mi pare altamente utile
e signifi- cativa, perchè vi aggiunge la teoria della doppia frangia. Secondo
lui l'intuizione originaria del tempo risulta da: 1° un presente parvente; 2°
una doppia frangia anteriore e posteriore. Il presente parvente è una durata
centrale inter- media alle due frangie, variabile fra un marimum di circa 12
secondi e un minimum di circa 1/50 di secondo, per l’udito. La frangia
anteriore è la radice del tempo ricordato (passato), la posteriore del tempo
aspet- tato (futuro). Precisamente vuol dire che l’originaria intuizione del
tempo non è semplicemente il punto atomico ed evanescente del presente ccme
baleno istantaneo e isolato fra altri, ma complessivamente la somma di una
durata variabile e di due frangie, cioè in ultima analisi, d’un
passato-presente-futuro, integral- mente compreso. L’intuizione dell’ avvenire
soli- dale al presente e al passato. Le difficoltà apparenti delle anzidette
teorie scompajono se prendiamo in esame l’intuizione del presente da questo
punto di vista. Quantunque il nostro più rudimentale accorgerci del tempo paja
l’affermazione del presente senza frangia, quasi d’un semplice limite
transitivo in cui e per cui si attua dinamicamente e irrevoca- Sulla verità antisolipsistica della
reminiscenza che im- plica il riferimento ad uno stato anteriore, VARISCO
(vedasi), La Conoscenza e Paralipomeni alla conoscenza. Nei Massimi problemi,
ribadendo la teoria che l’essenza del ricordo è la coscienza presente del
passato, apertamente si di- chiara che ciò che si chiama il presente, include
sempre dei ricordi, vale a dire che sapere significa ricordare. È Il solipsismo bilmente la distensio animi,
una più approfondita notizia ci assicura dell’impossibilità di escludere la
durata del presente delle basi della costruzione mentale del tempo. Si fa
presto a negare la possibilità di uscire dal presente. Ma è la prestezza d’un
puro traslato. E il traslato è possibile appunto perchè io seguito ad avere
l’intuizione complessa della successione, continua, irreversibile, formalmente
unificata dalla funzione costruttiva del mio spirito ; e sopra questa fluenza
integrale (che io vivo), diserimino astrattamente la sezione mediana (che io
fisso). Così, p. es., se contemplo un fiume, mi par di poter iso- lare quel
determinato punto o quell'insieme deter- minato di punti che fisso e mi
rappresento (insu- perabilmente, cioè esclusivamente) col potere della mia
attenta discriminazione. Ma, se poi bado alla realtà di quel brano, qualunque
esso sia, oltre il quale io effettivamente non posso più andare, (che io non
posso più oltrepassare, dalla sfera del quale non posso più uscire dopo che
l’ho rappresentato, cioè dopo che l’ho considerato esclusivamente), non mi
trovo più in possesso di niente altro che d’una astrazione. La qualifica dell’
insuperabilità del mo- mento presente è mia, tutta mia, intendo dire qui della
mia astrazione esclusiva. È troppo naturale che ogni esclusione assoluta non
sia che una reclu- sione infinita. Quindi io riconosco la necessità di dire che
non posso oltrepassare i limiti del presente, se io lo considero esclusivamente
da ogni presente parvente cioè da ogni durata (centrale) e da ogni frangia
(laterale). Ciò però non mi dice che un tale presente insuperabile sia il
presente che io vivo in realtà. Anzi mi dice precisamente l’op- posto; perchè,
essendo quello un presente esclusivo VIII. - La questione della scienza 127
(insuperabile), astratto da ogni attinenza col pas- sato e col futuro,
sottratto cioè a quella fluenza a parte ante e a parte post in cui e per cui il
mio animo si distende col senso del tempo, la parola presente non ha più senso
temporale per me, E un tempo morto, un non tempo, una vera . impossibilità
temporale. Ma questo non è che il punto di partenza di quella nozione integrale
del tempo che deve omai essere chiarita secondo le ultime esigenze. Alla
nozione del presente solido a doppia frangia, come bilaterale relatività, che
già comprende il doppio paradosso della determinazione esclusiva e
dell’irradiamento transitivo d’ogni frazione tempo- rale, si deve aggiungere
come punto d’ arrivo la nozione della totalità del tempo, non come presente
eterno, assoluto, divino, ma come concreta e attiva ritmicità di
passato-presente-futuro. Non basta rico- noscere il doppio valore di durata e
di slancio, di peso e di volo, che è caratteristico al senso orario del tempo.
La regione direi così universale e meno empirica del tempo ha come un carattere
demiur- gico, non coincidente col carattere spasmodico del frammento. E anche
di questo carattere cronologico il nostro spirito ha come un senso sovrano, di
cui ogni altro senso parziale (senso astratto del pre- sente, o del passato, o
del futuro) è tributario. Se potessi usare il vocabolario schopenhaueriano,
direi che è il tempo della volontà della trasforma- zione universale, che
l’amore e l’arte sorprendono, la scienza astrattamente rivela, la filosofia
rende trasparente e vitale ai suoi fedeli, diffidando ogni temporalità
isolabile. Ciò che noi cerchiamo nei più alti casi della vita di decifrare non
è altro. È il segreto dell’energia plastica universale. bi “ce | dn pa st LAT
PRAREZAE. VOR MPI RIP Pale e © ee ve: n° È. sas £ PIÙ Stat RR PESTO TI ld dei
di sl etti TI RITZ te e-oit>+sieb ie fi 128 Il solipsismo Gl’inconvenienti
della dottrina solipsistica (come anche della jamesiana) si manifestano dunque
pa- tentemente. Il solipsista ha una concezione para- litica del tempo e
puntualizzatrice, in quanto non può varcare il punto statico dell’ hic et nunc.
James riconosce invece la durata solida del presente a doppia frangia, ma non
sviluppa il senso della rela- tività, e ritorna alla concezione medievale e del
resto comune della totalità del tempo come presente eterno. Questo presente
eterno nella concezione co- mune è come situato in un trono utopico e ucro-
nico. Sotto ad esso fluiscono nella loro successione empirica il passato, il
presente, il futuro. Ma esso è fuori tempo e fuori spazio. Per me un tale
eterno come attualità o presenzialità pura è un artificio, un’ipotesi fuori
della corrente temporale. Accordo il presente scientifico, perchè non è altro
che l’affermazione del campo della validità delle leggi (1). Questo campo
temporale delle leggi scien- tifiche occupa nella mia teoria il punto di mezzo
tra la nozione del presente solido a doppia frangia come bilaterale relatività
e la nozione della tota- lità del tempo come relatività ritmica di presente-
passato-futuro. In fondo è la distensione del pen- siero (distensio animi),
risolventesi nella disten- sione della realtà. Per me l’universo intero è
attraversato non solo dal desiderio continuo di abdicare alla staticità
apparentemente discontinua d’ogni momento, ma dalla reale capacità di sor-
passare ogni frammento furtivo; come ogni indi- viduo, in virtù d’una necessità
interiore, è tratto Del nuovo spirito
della scienza e della filosofia; Il pensiero puro; Il problema della causalità.
La questione della scienza 129 4 a partecipare della sua suprema relatività
cioè a universalizzarsi. Per modo che io sono costretto a dire contro al
solipsismo che quanto maggiore è la difficoltà di uscire dal presente che vivo,
tanto minore è la capa- cità medesima di discriminare e sinfonizzare il tempo
in quella pienezza delle condizioni di con- tenuto e di forma che costituiscono
la sua realtà. La vita mentale che trova difficoltà ad uscire dal presente non
sa ancora avvertire la doppia esigenza intransitiva e transitiva, analitica e
sintetica del tempo! La natura globale e direi lo stile del tempo non è
l’insuperabilità dell’attualità, è invece il suc- cessivo, continuo,
irreversibile superamento d’ogni astratto e spasmodico momento presente.
L’extra- momentaneità, anzi a rigore l’ inattualità (1), è forse la legge più
tipica del tempo. La ragione è che la coscienza integrale del tempo è coscienza
di passato-presente-futuro inseparabilmente. Di questa inattualità sintetica
del tempo, voglio dire della sua abbondanza interiore, estetica in certo senso
e sin- estetica, non hanno sentore i presenzialisti dell’Qic et nunc.
Similmente non è da loro avvertita la ra- gione che mi pare discendente dalla
dialettica del limite. Perchè, se l’uomo è limitato così nel suo essere come
nel suo conoscere, appunto perciò egli si trova nelle condizioni richieste e
sufficienti per es- sere in relazione e aver senso di relazione con tutto. Per
conoscermi bene io devo acquistare una co- scienza sempre più vasta e più
profonda di questa complessa esigenza di relatività che significa, nel- là si
Ea o AMÉ * E a E I fo = Sten rn _ I (1) L'attuale ha doppio senso, cioè del
presente fra passato e futuro, e dell'attualità aristotelica jesprimente
l’energia in atto o entelechia, opposta al movimento in semplice potenza. f tit
— nr setti. A. PASTORE, Il solipsismo. A 9. = tene TAI. [. PPS Il solipsismo
Frs Q|MReg i. ‘— creoli > ri ni l'ordine del tempo e dello spazio,
l’oltrepassare le esclusioni dell’attuale e del locale, cioè dell’ora e del
qui. Il mio sempre transitorio e sempre rina- scente divenire che altro è, in
ultima analisi, se non la mia reale possibilità di oltrepassare sempre il
presente? Che non ci possiamo liberare mai dai limiti esclusivi del presente è
dunque falso, ed è falsa la concezione opportunistica e astratti- stica del
solipsismo, se si interpreta a rigore. Ma dunque, tolta questa objezione, la
negazione del valore reale delle leggi scientifiche non ha più nessun
fondamento critico, e quindi nessun valore dimostrativo. Non è vero (quel che
afferma il solip- sismo) che le leggi (parlo delle leggi fisiche in modo
particolare) non siano altro che relazioni fra rap- presentazioni tutte
attuali, perchè, se la loro determinazione è dedotta sperimentalmente, le leggi
non sono altro che l’espressione di quella relati- vità inattuale che è propria
della natura in quanto esce da ogni presente esclusivo e mantiene la sua
costanza nel suo incessante variare, secondo la for- mula unica di un rapporto
di variazioni. La teoria del metodo sperimentale ci sa dire come e perchè l’
illazione dal pensiero astratto all’essere astratto e da questo a quello sia
legittima, in certi casi ben determinati. E sarebbe ora superfluo riaprire una
discussione su questo proposito. Rimando al mio P. d. c., I, Sez. 1. Oltre
all'esigenza della memoria (che significa il riferimento presente a uno stato
anteriore, si deve aggiungere l’esigenza della deducibilità sperimentale (che
implica il riferimento reale a uno stato futuro o in generale qualunque).
L’impossibilità di iden- tificare il metodo logico col metodo aitiologico in
fondo significa che il concetto di ragione non è il concetto di causa. Nel rap-
porto causale troviamo necessità razionale e successione tem- VIII.- La
questione della scienza 131 i Ma, se la conoscenza per le leggi non solo è pra-
ticamente attendibile —come è pacifico pertutti —, ma non trova contro di sè
nessun argomento di o ragione o di fatto perchè non possa essere la forma più
rigorosamente universale di conoscenza astratta 4 che è propria della realtà, è
ovvio che anche l’ultima asserzione solipsistica del carattere esclu- sivamente
personale della scienza non regge. Con essa il solipsista proclama senza
provarlo — 0 meglio io stesso dovrei proclamare sub specie solipsismi — che
tutta la scienza non è che una produzione della mia coscienza personale, con
quel fitto corteggio di schiarimenti sul modo di appren- dere le scoperte
altrui, cioè di scoprire a me stesso che io sono lo scopritore universale, che
è stato © dianzi riferito. Ma giunto a questa conclusione, a cioè dopo d’aver
provato, con una critica severa ma leale, la nessuna validità di ragione e di
fatto delle premesse, io mi fermo. Il Masci, nei suoi frequenti attacchi contro
il solipsismo, non si faceva serupolo di dichiarare « che una tale credenza è
da pazzi. A me basterà d’aver dimostrato con un esame sin- cero ed accurato di
tutti gli argomenti fondamentali che l’edificio teoretico del solipsismo è un
castello » in aria. { porale; nel rapporto razionale non troviamo che pura
logicità. Se le leggi razionali (logiche e matematiche) non escono dal campo
della pura mentalità deduttiva, le leggi fisiche e in ge- nere naturali ne
escono, postulando l’accadere temporale e una permanenza sui generis, (1)
Masci, Pensiero e conoscenza, Torino, Bocca. tu; Ne: lei. î —TFr—_+_ O e; i Lu
PEGI RIZ IZZO ZO TO OOO e SRI in E IX. La questione della storia. Mi ritengono
una tomba e sono la madre. Giustificata antisolipsisticamente la possibilità
della scienza colla rettifica del concetto della realtà, del criterio del vero,
del tempo e dello spazio come forma attiva del reale, si giunge alla giustificazione
della storia, altra tesi negata per contro dal solip- sismo, Le sue premesse e
le sue conclusioni sono le seguenti. Costretto a riconoscere che non posso
superare i limiti del mio io, sono costretto a considerare la storia, sia
naturale, sia umana, come un sem- plice sforzo di ricostruzione e di
interpretazione che si riduce poi a nuova esplicazione della mia effettivamente
attuali per poterle ordinare e rico- struire in un certo modo; nella stessa
maniera, contemplando una pittura che mi presenta tutte le figure sullo stesso
piano, le colloco e le ordino su piani diversi a seconda della differenza di
pro- spettiva che esse offrono. Ma, come non potrei affermare che tali figure
sono effettivamente dis- Î 134 Il solipsismo o ___r 1e+e]"edlret, poste in
profondità, così non posso dire che i fatti storici appartengono a periodi
temporali real- mente diversi, perchè tutti, anche quelli che mi appajono più
remoti dal presente, fanno parte della mia esperienza attuale. Ad esempio i
fatti della vita di Cesare sono rappresentazioni attuali; quelli che chiamo
testimonianze storiche (documenti, monumenti, ecc.) sono pure costituenti
presenti della mia esperienza. Infatti, se non fossero tali non potrei nemmeno
parlarne e quindi non mi servirebbero per quella particolare ricostruzione che
è la storia della vita di Cesare. Del resto, in ultima analisi, il punto di
riferimento costante della visione storica di ciò che chiamo il passato è
sempre il presente; se alcuni contenuti sono projettati al di là di esso sebbene
siano presenti, è perchè così mi pare di potere interpretare meglio questo,
considerandolo come ultimo anello di una serie di accadimenti; è precisamente
per ottenere tale interpretazione che presuppongo una realtà del passato e
l’esistenza di esseri simili a me, ma da me indipendenti, vissuti in periodi
che sono succeduti nel tempo. Nello stesso modo, io ammet- tevo l’esistenza
reale di un mondo fisico fuori di me per interpretare un certo aspetto della
mia esperienza. Ma, sia in un caso come nell’ altro, l’analisi mostra che tutti
i fatti o gli esseri di cui parlo sono soltanto contenuti di tale esperienza
attuale e che la stessa affermazione della loro realtà fuori di me è il
prodotto del mio pensiero: in ogni caso, per pensarli come indipendenti da me,
io debbo presupporre il mio pensiero di cui sono l’oggetto (S., 183-184). Ora,
spingendo l’ analisi a fondo, è facile pro- vare che, con questi conati di
interpretazione della IX.- La questione della storia 135 visione storica del
passato, il solipsismo si sforza di concepire l’inconcepibile. Mi guarderei
bene di fargliene il minimo rimprovero, ,se il solipsista si ritenesse
interamente. libero davanti a sè stesso di prendere qualunque determinazione o
interpre- tazione o esplicazione gli piaccia. Ma non è così, perchè egli non
vuole ammettere che il suo pen- siero teoretico sia il più assurdo di tutti,
confuta a tono di logica i sistemi altrui, rileva le loro enormezze e, quando a
furia di sottigliezze ha creduto di ridurli all’ assurdo, sì ritiene autoriz-
zato a respingerli come non plausibili, senza ri- guardo. È vero che egli da
parte sua non si perita di sostenere stravaganze così paradossali che sono in
urto al grido del buon senso. Ma non vuole egli sempre dare appagamento ai
bisogni di spie- gazione razionale del suo pensiero? (S., 181); nella questione
che ora ci riguarda, non afferma egli di rifiutare la concezione del presente
(come un’eternità che permane) in quanto essa sarebbe qualcosa di impensabile,
perchè implicherebbe un concetto contradittorio ? (S., 180). L’ assenza di
contradizione resta dunque anche per lui il più importante criterio di verità
col quale si possa.. ragionare fra gente sensata. Io devo dunque ve- dere se l’
anzidetta negazione della storia effetti- vamente mi lasci la possibilità di
pensare. A prima vista pare che abbia senso l'ipotesi di una projezione di
rappresentazioni tutte effettiva- mente presenti, che però io considero come
suc- cessive, con uno. sforzo d’ interpretazione e di ricostruzione della mia
esperienza attuale. Il pa- ragone colle figure d’un quadro che sono tutte
effettivamente presenti sullo stesso piano, ma che io considero come collocate
su piani diversi (perchè è > era cton- [163# e decò tears 200* è Titan 1 “pr
0 per n er n 4 na [IV] ! Il solipsismo le ordino io stesso a seconda dell’
esigenza della .ln © prospettiva), sembra calzante e decisivo, in favore
dell'ipotesi dell’eliminazione del tempo. Ma in un” secondo periodo questa
maniera di concepire la projezione cade dinanzi alla più penetrante rifles-
sione, e la projezione apparentemente insuccessiva si riduce ad essere una
maniera di successione. È precisamente ciò che succede nel cinematografo, in
cui appajono simultanee sullo schermo quelle imagini che sono in realtà
successive sopra il rotolo che si svolge nella macchina di projezione. Se io
arresto questa macchina, l’illusione del si- multaneo non si forma più. Certo i
paragoni non sono ragioni ed io non me ne valgo per troncare la lite, pretendo
però che chi vi ricorre si sottometta alla logica del para- gone. Ora, quando
si potesse provare: 1° che l’illusione medesima della prospettiva sensoriale,
anche nella pittura, non si fa senza tempo; 2° che l’illusione medesima della
prospettiva mentale, anche nella visione storica, non si fa senza tempo ; che
cosa resterebbe in piedi della interpretazione solipsistica ? Considero il
primo caso. Dire che noi ci ren- diamo conto prospettico di un quadro cioè
delle dimensioni e della distanza a cui si trovano le figure, unicamente con
uno sforzo di interpreta- zione e di ricostruzione della nostra esperienza
attuale, è cosa assolutamente troppo azzardata, anzi falsa. Invero, l’effetto
della prospettiva è bensì il frutto d’un processo logico attuale di
ricostruzione per cui noi pronunciamo in modo affatto perso- ie i i At La IX. -
La questione della storia 137 nale e anche variabile i nostri apprezzamenti
sulle dimensioni e distanza reciproca degli oggetti; ma la prospettiva medesima
ha valore solo in quanto noi conosciamo già approssimativamente la dimen- sione
degli oggetti dipinti ora sullo stesso piano del quadro, e quindi dalle loro
dimensioni reci- proche ci formiamo un concetto approssimativo della distanza a
cui si devono trovare. Ma ciò significa che, senza l’elemento importantissimo
dell’ esperienza nostra passata e della memoria che col suo potentissimo aiuto
in modo vario viene a modificare i nostri apprezzamenti sulle dimen- sioni e le
distanze reciproche delle figure, la pit- tura — non avendo a sua disposizione
che una superficie liscia — non potrebbe precisamente trarre dall’ effetto di
prospettiva l’ illusione del rilievo, cioè far sì che il nostro occhio collochi
i vari oggetti rappresentati, secondo la distanza a cui debbono figurare. Che
del resto la prospettiva esclusivamente pre- sente (senza riferimento al
passato) non basti a farci rendere un conto veramente esatto della po- sizione
e delle dimensioni degli oggetti segnati sopra uno stesso piano, me lo provano
una quan- tità di fatti. Prendiamo il caso d’un paesaggio di alta montagna, o p.
e. d’una scena polare che da noi si veda per la prima volta in fotografia ste-
reoscopica. Osserviamo una sola delle due prove costituenti la veduta, e
procuriamo di renderci esatto conto della distanza che corre fra due picchi
nevosi situati in piani differenti. Se dopo ciò guarderemo la stessa veduta
allo stereoscopio con- stateremo, nove volte su dieci, l’ inesattezza dei
nostri apprezzamenti. Si noti inoltre che, anche nell’ esperienza pre- 4‘ id
rail L ul Poac sedi trvtdi 138 Il solipsismo _-»—|ttmee"etdeeeeeeer sente
e comune, allorchè noi rivolgiamo i nostri occhi ad oggetti situati non troppo
lontani e ab- biamo la percezione visiva del rilievo, effettiva- mente noi non
entriamo in contatto colle differenti parti della realtà che nella durata: — on
s’aper- gevoit vite que le relief, précisément parce qu’ il suppose une
différence relative de distance entre les parties d’ un objet, ne peut pas
donner lieu à une perception immédiate comme la distance elle- méme: il
comporte nécessairement une évaluation de plusieurs distances et par suite une
compa- raison entre elles qui ne peut étre faite que dans le temps. Le temps méme
qui est nécessaire pour un changement d’accomodations nous permet d’apprécier
l’ intervalle qui sépare deux objets (2). È notevole un’altra riflessione del
Lavelle in questa ricerca. Assodato che la profondità ci permette di percepire
l’imagine dello spazio e quindi del mondo, avverte che senza la profondità noi
non conosce- remmo che lè nostre azioni al momento in cui le compiamo ; noi non
avremmo davanti agli occhi uno spettacolo. Ed è per questo che l'allontanamento
degli oggetti nello spazio esercita per noi press’ a poco la stessa funzione
dell’allontanamento loro nel passato. Soltanto il passato è compiuto, ed è
irri- formabile, mentre gli oggetti che noi vediamo solle- (4) Su questo punto
si consultino le brillanti ricerche di Lovis LaveLLE di Strasbourg sopra La
perception visuelle de la profondeur (Publ. de la Faculté des Lettres de 1’
Université de Strasbourg, Fasc. 5, 1921). Queste ricerche si attaccano ai
lavori tedeschi contemporanei della scuola di Schumann, in cui è notevole
l'insistenza particolare sull’impiego del tempo con- siderato come ordine
secondo cui lo sguardo percorre i diversi elementi d’un oggetto nella valutazione
del suo rilievo. ai iii e ice ite te " \dertai tit citi ae AIN IX. - La
questione della storia 139 citano la nostra azione futura: per questo v’ ha in
essi un carattere di mobilità ed essi mutano inces- santemente d’aspetto,
secondo la posizione che noi occupiamo rispetto a loro. Il Lavelle conchiude:
Dopo d’aver unito il passato al necessario e il futuro al possibile, noi siamo
condotti ancora dalla nostra teoria a ricongiungere nell’ universo
rappresentato queste due coppie l’una all’altra. Perchè non solo il passato,
cioè i movimenti che noi abbiamo com- piuto, forma la trama dello spazio
imaginario, ma ancora ciascuna delle nostre azioni possibili corri- sponde ad
un’imagine visiva nella misura in cui un oggetto lontano esercita un’ influenza
attuale sulla nostra sensibilità, di guisa che, all’interno del pre- sente, un
passato che ha perduto ogni carattere effet- tivo e che è diventato una pura
possibilità, si lascia ricoprire da un futuro che, in virtù della connes- sione
necessaria di tutte le parti dell'universo, inte- ressa già la nostra attività
e le propone dei fini. Pare dunque che l’esito della discussione, nel primo
caso della prospettiva (sensoriale), non possa dar ragione al solipsismo, il
quale vorrebbe soste- nere che la differenza di prospettiva nella pittura si
effettua dallo spirito senza tempo. Meno difficile sarebbe dimostrare l’
intervento del tempo anche nell’effetto della prospettiva men- tale | della
visione storica, se il ragionamento non fosse fuorviatò dal presupposto
solipsistico. Ma, poichè questo non può ancor essere messo da parte, per
risolvere la questione abbastanza com- plessa, sarà meglio cominciare a
prendere le cose ancora un poco alla larga. Secondo il solipsismo, ciò che io
chiamo la realtà del passato, si riduce, quando viene analizzato, alla
interpretazione di qualche dato della mia esperienza attuale, che Il solipsismo
riceve una particolare colorazione per cui viene projettato oltre il presente
(S., 180). Quanto alla interpretazione della permanenza dei corpi-e dei ricordi
ecco uno schiarimento che non lascia dubbio: quando dico che permangono e si
ripre- sentano nello stesso modo, non intendo ammettere che i corpi mi appajano
inalterabili in momenti successivi del tempo, bensì che, per ottenere una
determinata interpretazione di certe mie rappre- sentazioni, collego alcune di
esse, che chiamo ricordi, perchè colorate in un certo modo, sebbene siano
sempre contenuti della esperienza attuale, con altre che, differendone per un
diverso colorito, non vengono projettate nel passato (S., 180-181). Più
brevemente: i corpi sono gruppi di rappre- sentazioni; i ricordi sono
particolari colorazioni di tali gruppi e differiscono per diversità di co-
lorito. Insomma, solipsisticamente, sono sempre e solo io che collego e che coloro
diversamente certe mie rappresentazioni attuali per ottenerne una certa
determinata interpretazione nell’ unica projezione che io vivo e penso
attualmente. Sono sempre solo io che projetto a me stesso le mie rappresenta-
zioni attuali attualmente. Io sono un processo automatico e autoprojettivo di.
rappresentazioni, avente sempre él presente come punto costante di riferimento
(S., 184). Se non che, prima di tutto si può domandare da che si argomenta
l’esistenza nel mio io empirico d’un punto di riferimento co- stante. Perchè
costante? da che si deduce? se dal presente il circolo vizioso è evidente,
perchè si ammette l’impossibilità di superare il presente e si nega la
permanenza reale del tempo. La costanza di riferimento a sè stesso d’un
presente senza . - La questione della storia 141 durata non è forse qualcosa di
impensabile perchè implica un concetto contradittorio ? Ma, lasciando anche da
parte questo argomento ad hominem (che si potrebbe tuttavia estendere nel
rispetto di quella determinata interpretazione che l’ io confessa d’aver
bisogno di ottenere) posso dimostrare’ che l’ interpretazione prospettica (cioè
discriminativa sotto l’aspetto fittizio della successione) di quella
molteplicità di rappresentazioni che l’ io projetta a sè medesimo, implica
certo se non presuppone già quella spazialità e quella temporalità che l’at-
tualismo solipsistico apertamente rifiuta. Supporre che, nell’autoproduzione
della prospet- tiva mentale di quelle rappresentazioni che io devo raggruppare
variamente per ottenere i così detti corpi e variamente colorare per ottenere i
così detti ricordi, e quindi projettarli secondo l’ illusorio bisogno o al di
qua o al di là del presente, la distanza mentale appaja immediatamente, senza
impiego di tempo, è gratuito non solo, ma con- tradetto dall'esperienza
normale. Neanche si può invocare l’ esempio delle illusioni o dei sogni; perchè
— quanto alle illusioni ottiche — la psi- cologia scientifica ha dimostrato che
anche la per- cezione del rilievo introduce nello spazio rappre- sentato un
fattore temporale (di durata); quanto . ai sogni è evidente che noi non abbiamo
alcuna risorsa ausiliaria per misurare se le profondità, sempre fluttuanti
però, che ci appajono in essi abbiano o no una valutazione temporale. Il pre-
supposto dell’assenza del tempo nella produzione della prospettiva dei sogni
par — è vero — che liberi il pensiero indagatore da ogni difficoltà, lasciando
che la spiegazione stessa della visione onirica si compia in una sentenza
arbitraria senza controllo. Il solipsismo
PP LZ ©tNDnitTtit—w;ùxteo |] e" eeCmTO Ma se riflettiamo che nessun sogno
avviene dentro di noi senza che il nostro io realmente viva e pulsi in quel
divenire d’attività che. è la condizione stessa sotto cui la vita nostra è pen-
sabile, non par possibile supporre che il tempo della produzione delle imagini
nei sogni e quindi del loro immanente benchè inavvertito Urtheil — se non è
patente — non sia latente, data la stessa natura discorsiva dell’imaginazione.
Chi può dire con certezza che la più pronta e viva percezione dei quadri
mentali l’escluda ? Non pare forse più credibile ammettere che l’im- piego d’un
certo tempo sia in qualche modo pro- porzionale al numero delle
rappresentazioni discri- minate, anche là dove l’apprezzamento del tempo cessa
per mancanza di coscienza chiara come nel sogno ? Non potrebbe darsi che in
tale caso la succes- sione delle imagini oniriche avvenisse con inter- valli
minori della minima differenza di tempo percettibile ? Da questi e altri
rilievi che si potrebbero mol- tiplicare, risulta chiaramente che quando io
cerco di giustificare l'ipotesi della projezione intemporale delle imagini, non
riesco. Se definisco la visione storica un’ illusione estemporanea di
prospettiva come nella pittura, o dico cosa non vera perchè il tempo interviene
in ogni percezione visiva della profondità tanto nella realtà, quanto nella
pittura, quanto in ogni sforzo cosciente e volontario di ricostruzione e di in-
terpretazione di rappresentazioni interne, quanto infine nelle stesse illusioni
e, secondo la maggiore probabilità, perfino nei sogni dove può darsi che la
projezione delle imagini avvenga in un tempo IX. - La questione della storia
143 non apprezzabile; o commetto un sofisma, perchè già surretiziamente includo
nel processo projettivo e discriminativo dell’attività vitale dello spirito
quel fattore temporale che affermo inesistente. Concludendo: la tesi del
solipsismo che consi- dera la storia come visione mentale autoprospet- tica di
rappresentazioni tutte attuali non regge all'esame della critica. I suoi sforzi
di pittura interiore, in cui le differenti imagini tutte attuali, mercè
semplici differenze combinate di raggrup- pamento e di colorazione, dovrebbero
darmi la illusione del rilievo, cioè il pathos della distanza, sul fondo piatto
del presente preso come punto Il nesso verbale che rannoda su questo punto il
solipsismo all’idealismo attuale (insistente sull’identità di storia e
filosofia) potrebbe far supporre che in favore del primo militino argo- menti
ben più gravi di quelli che sembrano derivare dalla sem- plicità dell’onirismo.
Ma il vero è che la critica non potrebbe mostrarsi guari indulgente verso
l'interpretazione storica del- l'attualismo, se, quando questo afferma
«l’onnipresenza del tutto nell’animo nostro in quel punto che è attuale e da
cui non usciamo mai, mentre il sole tramonta. GENTILE, Sistema d. log.,
intendesse giungere a quella liquidazione del tempo che è propria del
solipsismo. L’idealismo attuale invece, sempre inteso a sostituire il concreto
all’astratto, non vuole punto negare un passato, ma negarne solo l’attuale presenza
astratta. Il che poi significa semplicemente che ciò che è passato non è il
presente (cosa così ovvia che non ha bisogno di teorie filo- sofiche per essere
sostenuta); ma non che il passato non abbia nè senso nè valore, tanto è vero
che ancora uè, sì, e moralmente efficace come forza di primo ordine, anche la
memoria dei nostri morti, ma perchè presente e pulsante nel nostro cuore,
Inoltre l’attualismo, riaffermando l’attualità del solo eterno presente, si
trincera nella pienezza del tempo e non già — come parrebbe — fuori del tempo.
Quindi assume una posizione, che sarà criticabilissima da tutt'altro punto di
vista, ma in cui è impossibile ravvisare una tesi compatibile con quella del
solipsismo. er en 9 Si ì limi. Sal Il solipsismo costante di riferimento
portano l’impronta di quelle fantasmagorie che sarebbe assurdo nonchè anti-
psicologico sottoporre al criterio del reale, esclu- dendo per definizione ogni
ritorno all’esperienza. Lo sviluppo storico, sia come corrente reale dei fatti,
sia come ingenua cronaca dei fatti nella loro stratificazione astratta dal
punto di vista degli annali delia fenomenologia (historia rerum gesta- rum),
sia come vita e critica dello spirito umano nel suo grande atto di filosofare,
quando venisse iden- tificato con siffatta réverie potrebbe, è vero, prendersi
giuoco della realtà, anzi godere nel contradirle. Ma se tale è il giuoco del
solipsista, che ricorre alla testimonianzadella coscienza o della ragione
affinchè l’una e l’altra compiano il proprio suicidio, la filo- sofia non ha
più per fine di nobilitare gli uomini, comprimendole loro tendenze inferiori,
promovendo la ricerca e lo sviluppo della verità e della libertà. E quando pure
fossero molti (e sono purtroppo mol- tissimi) i motivi d’errore e d’affanno per
questa via, basterebbe lo spettacolo di questo mondo stravolto, basterebbe il
pensiero di tutte le conoscenze erro- nee e perverse che travagliano l’
umanità, baste- rebbe la mia sola speranza per levarmi d’attorno l’incantesimo
del solipsismo, per indurmi a ope- rare da uomo che è giunto all’ uso della
propria ragione e quindi sa riabilitare tutte le operazioni dello spirito che
sorpassano la stessa vita dell’in- dividuo, già portando in sè stesse
l’imperita me- moria del passato. Io sento e penso che nella mia reale
distensio animi in me e per me qualcosa dura e si svolge con una triplice
funzione di eredità, d’attualità e d’avvenire, in vera e propria P. d. c., I,
pag. 315. IX, - La questione della storia 145 successione d’atti di pensiero e
quindi di azioni. Ecco, per altra via, perchè non posso credere alla
vanificazione solipsistica della storia. Io ritrovo la mia anima nell’anima
continua della tradizione su cui mi appoggio e per cui sospiro, opero nel-
l’attualità del presente in cui respiro (1), ho fiducia nella conservazione
individuale e sociale dei va- lori a cui aspiro. Spero certo di non confondere
l’amore e l’intelligenza del passato col mummiismo dei paralitici, spero certo
di non perdere l’eccita- mento all’azione nuova per l’adorazione fanatica di ciò
che fu. Ma tutta la mia coscienza coltivata colla storia protesta contro la
negazione del senso e del valore reale e sociale della storia. Protesta perchè,
solo col ritorno alla continuità reale delle cose grandi, donde il genio e l’
eroismo di ogni tempo, sente una forza nuova al contatto delle A prima giunta si direbbe che le espressioni
: coscienza senza memoria, intemporalità dell'io, negazione del passato,
autoprojezione mentale di rappresentazioni tutte presenti, espe- rienza tutta
attuale senza storia, e simili, sono riferibili più tosto alla natura
materiale, cioè ai corpi, che alla vita spirituale, all’io, alla coscienza. In
questo senso il corpo è definito da Leibniz: « mens momentanea seu carens
recordatione » ; e lio profondo per Bergson è temporalità pura continua
indivisibile e irreversibile. Ma approfondendo la cognizione dei corpi si perde
man mano l’ipotesi dell’ intemporalità della materia, mentre sempre più si
giustifica il principio della temporalità dell'io. Un’accreditata corrente di
fisici contemporanei sostiene con crescente energia e fortuna la tesi della 4
meccanica ere- ditaria » seguendo l’indirizzo del Volterra, che si è posto il
problema per il primo giungendo alle sue equazioni integro- differenziali.
Certo s'incontra difficoltà a comprendere come ogni corpo sia durata e memoria.
Ma nel partito preso di non fare appello che alle interpretazioni più facili è
forse l’origine di molti errori filosofici. A. PASTORE, Il solipsismo. 10. UE *
l PTT, Leli.n ven (ALRII VAL ati UITOLI e Il solipsismo origini, e questa mi
pare la più grande lezione intellettuale e morale della storia. Protesta
perchè, nella confidenza che il bisogno della verità nasca da un bisogno
sociale e dentro certi limiti vi ri- | sponda, il processo umano del sapere riesce;
e si può non provare da tutti ma non sopprimere in tutti la sacra altrice gioja
del sapere. Ma non sa- rebbe un vizio iniziale dello spirito questa fiducia
operosa nella validità della conoscenza ? uno stu- pido inganno questa gioja
del sapere che 1’ uma- nità in tutti i secoli reclama? L’ottimismo storico,
niuno lo riconosce e con- fessa più volentieri di me, non può essere che
un’amara parodia per la grandissima maggioranza degli uomini la cui vita gronda
lagrime e sangue. Ma se, come, e perchè alla nostra conoscenza teo- retica e
storica che ha principj, mezzi e fini so- ciali corrisponda in un modo più
tosto che in un altro una politica economica calcolatrice delle resistenze, e
una morale giustificatrice del sacri- fizio, è un’ altra questione, che non
vuole essere aperta qui, ma sarà trattata a suo tempo. Splen- dori di verità,
non lacrime terse, misurano l’ al- tezza teoretica dello spirito, davanti alla
clessidra del tempo. Ul: ri p VRSrTI fr. A X. La questione dell’idealità del
reale e della realtà dell'ideale. Il solipsismo come soggettivismo teoretico
asso- luto, non come idealismo (perchè ci sono più forme di idealismo, e
l’hegeliana p. e. è antisog- gettivistica), fa una specie di accaparramento
della parola pensiero. Riconosciuto con Kant che il soggetto è attività di
pensiero, identifica, per conto proprio, pensiero e soggetto. Riconosciuto con
Ber- keley che non può parlarsi di un oggetto indi- pendente dal soggetto
pensante, riduce per conto proprio ogni oggetto al mio soggetto; nel senso che,
dal suo punto di vista, così tutti gli oggetti come tutti gli altri soggetti
finiti, sono semplici contenuti del mio pensiero; semplici forme per cui si
attua la vita del mio soggetto che è pel solipsista l’unica realtà. La sua
tattica è questa: forzare l'avversario a sostenere una tesi insostenibile, cioè
ad affermare l’assoluta inidealità del mondo oggettivo, e di più costringerlo
ad accettare il corollario del carattere assolutamente soggettivo (individuale
e personale) , { a “Ps Cd v% pinco. un RE ue ALe, re a | Il solipsismo del
pensiero, tesi che pare ovvia ai più, ma che, appunto per la sua ingenua
evidenza, rivela la rudimentalità di significato in cui resta il pensiero nel
semplicismo dell’opinione comune. Ma questa tattica fallisce contro chi per
ulte- riore sviluppo del pensiero si elevi all’ intendi- mento €dell’ unità
della soggettività e dell’ ogget- tività» non “©ome spirito che abbia bisogno
di projettarsi al di fuori di sè creando il mondo esteriore, ma(tome l’attuarsi
medesimo della sub- objettività, e solo a questa unità subobjettiva del tutto,
che è la massima, in quanto è l’unità attiva di pensante e pensato (d’ogni
pensante e d’ogni pen- sato), senza nessun tentativo di derivazione del mondo
oggettivo dalla coscienza soggettiva, con- ferisca e riconosca la suprema
dignità del pensiero in senso universale) Fallisce, giacchè allora, di- stinto
ciò che è ideale in senso universale da ciò che è ideale in senso individuale
(soggettivo), ri- conosciuto quindi il carattere solo relativamente
ideale.tanto del soggetto quanto dell’oggetto: 1° il soggetto resta solo
soggetto, cioè 1’ inog- gettivabile, e il suo pensiero serba il carattere di
un’attività individuale; 2° l'oggetto resta solo oggetto, cioè 1’ insog-
gettivabile; 3° la realizzazione resta relatività, che non avrebbe senso senza
la realtà dei suoi termini; 4° la totalità del reale, cioè l’ unità del sogget-
tivo e dell’oggettivo (non potendo più dirsi nè pura- mente soggettiva nè
puramente oggettiva) acquista solo essa il diritto di essere detta, in senso
eminente, ideale. L’unità concreta del reale, senza nessun presupposto che la
natura sia posta e creata dallo spirito, è ciò che io dico il pensiero in senso
uni- î) PI PA di X. - La questione dell’idealità del reale ecc. 149 versale,
CORI affermo che la realtà tutta è pensiero. Wi pvo Questo rensieiazio vertanto
sostiene la tesi dell’idealità del reale avendo come punto di par- tenza e
d’arrivo, non il soggettivo (soggettività universale), ma il subobjettivo, e
distinguendo il pensiero come produttività individuale di ùm pro- duttore, cioè
del soggetto, dal pensiero come pro- duttività universale della realtà. Nom è
il caso di diffondersi maggiormente sopra questa distinzione, già chiarita
altrove; sarà bene invece indicare quel che si deve pensare da questo punto di
(1) Sul diritto di chiamare pensiero il processo dell’attività subobjettiva
universale cfr. P. d. c., II Sul diritto di chiamar idea l’unità della
soggettività e del- l’oggettività cfr. Hegel: Questi richiami devono da una
parte farci cansare gli equivoci della falsa idealità (che è soltanto
soggettività) e della falsa realtà (che è soltanto oggettività); dall’altra
chiarire il vero senso dell’idealità del reale che é l’essenziale
subobjettività del tutto, Tale è il pensiero in senso universale (s. u.), L’io
puro di Fichte, il Soggetto trascen- dentale del Gentile, come non sono l'Idea
di Hegel, così non sono il pensiero (s. u.) che si sostiene qui, contro il
principio del solipsismo. Su questo punto mi par notevole la profonda attinenza
che hanno colla psicologia tutte le varietà del soggettivismo rispetto alla
fusione della gnoseologia e metafisica. In questo senso ogni soggettivismo,
compreso il solipsismo, è psicologismo metafisico (la sorgente dell’essere
nell’attività dell’io cosciente). Per contro la dottrina del pensiero come
processo subobjettivo dell’universale realtà ha più attinenza col principio del
Logos e del pensiero universale senza coscienza di Spinoza. Per me, } rapport
di una mente col proprio oggetto è il pensiero individuale. Il rapporto di ogni
mente con ogni oggetto (cioè della totalità dei soggetti pensanti colla
totalità degli oggetti pensati) è il pensiero universale, cioè la realtà. 150
Il solipsismo vista intorno alla derivazione del mondo ogget- _ tivo dal
soggettivo. Propriamente il soggetto è il pensante e 1’ og- i pensare
l’oggetto, e Questo 1 non può. non essere \ pensato da quello. Di più, pensando
un oggetto il soggetto non fa che pensare sè in relazione con quello; e del
pari il soggetto pensante ha pen- siero di sè solo in quanto ha pensiero
d’oggetto. _ Accentuando, come ragione vuole, questo dover essere tanto del
soggetto quanto dell’oggetto e questa loro fondamentale reciprocità, si viene a
porre in rilievo una doppia conseguenza e cioè: 1° che l’oggetto — essendo
quello che è, in quanto è quello che è per me (conforme a quelle condizioni che
rendono possibile 1’ umana cono- scenza) — è in certo modo un prodotto, cioè
una oggettivazione del soggetto; 2° che, se il soggetto è per un verso il
produt- tore, e l’ oggetto, in quanto è il conosciuto, è il | prodotto del
soggetto, per altro verso il soggetto © stesso non è che un’ individuazione di
quell’ atti- vità produttiva universale che si manifesta nel sr riproduttivo di
soggetto Depsa e rie fà, ca sa —, DA _ oggetto pensato. Cia Ue invatà. ha | 2
AN ci l’oggetto sfuma nel concetto dell'esigenza univer- sale che la realtà ha
di manifestarsi subobjetti- vamente. Per analogia, il carattere produttivo dei
genitori e il loro primato relativo è innegabile. Ma la loro capacità
produttiva non ha che l’ im- portanza di una funzione di fatto rientrante nelle
linee dell’attività produttiva universale che sola du ha senso e importanza di
principio metafisico. x . Non sarà allora superfluo notare che se il sog- [o 20
getto il pensato; ma il _Soggetto non può non Quindi il concetto del primato
del congela sul- è [{ 2% Li ni X. - La questione dell’idealità del reale ecc.
151 pensare, non ha poi il diritto di ridurlo a sè e tanto meno la possibilità;
perchè, se è vero che fo in certo modo lo produce in quanto lo fa essere quello
che è, fornendolo di quelle qualità che non solo si rivelano ai sensi del
soggetto, ma sono effettivamente modificazioni del soggetto medesimo, non è men
vero che la natura del soggetto è di oggettivare cioè di pensare e che il
soggetto compie i suoi determinati atti di pensiero in quanto questi atti sono
la possibilità costitutiva i della sua natura. Egli è e può essere quello che è
in quanto fa quello che fa e che deve fare. La sua natura è di essere quel fare
che è il conoscere, cioè l’oggettivare. Ogni soggetto è generato per essere
generanted’un generato, secondo l'esigenza universale dell’ attività produttiva
della realtà. Se il soggetto produce, traendo l’oggetto prodotto . a dalle sue
viscere, e continuando a produrre si pro- duce, non produce certo le proprie
viscere; produce i veramente una genitura fornita di sue proprie E viscere che
a sua volta sarà capace di generare. Ma si può objettare: — questo vale
soltanto pel soggetto empirico dove l’autoctisi assoluta non LORA ha senso,
perchè la produttività empirica del sog- getto rientra nell’esigenza
dell'attività produttiva i) universale. Per il soggetto trascendentale invece
l’autoctisi è assoluta. — Se non che l’ autoctisi assoluta dell’Io
trascendentale, come l’ Uno puro assolutamente autocreatore, è un’ipotesi tre
volte ì gratuita : a) pel concetto dell’ autoctisi applicato alla realtà; b)
pel concetto dell’ assoluto; c) pel concetto dell’Io trascendentale. 152 Il
solipsismo Invero, in primo luogo, 1 autofondazione (o autoctisi) dell’
universo avrebbe senso se 1’ uni- verso fosse un sè, ma questo appunto è ciò
che si deve dimostrare. Di più, se l’atto della realtà è la congenitura del sè
generante il non sè, tra i due concetti dell’autofondazione (o autocreazione) ;
e della connaturazione o concreazione (congenitura) | passa ancora un abisso,
tanto più che il primo minaccia seriamente di risolversi nell’assurdo con- |
cetto della creazi ione. In secondo luogo, l'assoluto qui asserito, se è (come
dovrebbe essere nella mente degli assolutisti) l’equivalente "
dell’irrelativo; è un concetto inconcepibile perchè «Ron si può concepire se
non il relativo. In terzo - luogo l’Io trascendentale non è che l’ipostasi dog-
matica di ùm'astrazione, cioè resta ancora sempre \ Giò che si deve
giustificare in modo conereto. * Queste difficoltà non s'incontrano in quella
dot- trina che sostiene il principio dell’ idealità del reale avendo come punto
di partenza e d’arrivo il subobjettivo e distinguendo il pensiero come Na); A |
produttività individuale del soggetto, dal pensiero o come produttività
universale della realtà. Pare adunque a bastanza chiarita la termino- logia
adottata in queste ricerche rispetto alla que- stione fondamentale del pensiero.
Ma, anche lasciando da parte la preferenza per- sonale per questo modo di dire
(da cui sarebbe bene liberarsi definitivamente tutte le volte che la
terminologia preferita porta all’ inconseguenza, i all’equivoco o alla
confusione), non è difficile mo- strare — premessi alcuni avvertimenti — che la
tesi dell’idealità del reale per cui sì afferma che la realtà tutta è pensiero
(s. u.), ha in suo favore un peso di argomenti tutt’ altro che trascurabili. X.
- La questione dell’ idealità del reale ecc. 153 Bisogna anzitutto avvertire
che sarebbe falso dedurre il significato e il pregio d’ un processo dalle sue
prime e rudimentali forme di sviluppo. Più tosto nelle ultime e più ricche
individuazioni sembra prospettarsi quel profondo segreto che certo traride in
ogni forma, ma solo in alcune, nel più intimo suo, meglio s’appunta e si
rivela. Analogamente il vero senso dell’idealità del reale e quindi il
fondamento del pensiero in ì senso uni- versale può apparire chiaro a chi pensi
che anche la produzione dell’idea in senso stretto, in quanto rappresenta il
momento. più pùro ed elevato della vita spirituale, non è solo l’ ultimo e più
distan- ziato prodotto storico di questa, ma all’ incontro è la rivelazione di
ciò che ha più pregio e valore nell’essenza di tutto il processo storico. Ecco
come anzitutto si potrebbe giustificare la tesi del pensiero in senso
universale, sul fonda- mento analogico suddetto. È Si domanderà in secondo
luogo, se non sia | troppo pericoloso dilatare il pensiero sino alla tota- | del
biasimo che si rivolge contro l’ affermazione che tutta la realtà è pensiero:
si teme che in questa tesi idealistica si nasconda la soggettiva- _lità del
reale? Qui sta evidentemente il motiva” Ti Ni l LI 154 Il solipsismo zione
sofistica della realtà) L’esempio travolgente del soggettivismo idealistico
assoluto non sta forse lì a provare la fondatezza d’ un tale timore? Ma bisogna
avvertire che è un errore capitale il non distinguere idealismo da idealismo
(1); tanto più (1) Avvertenza. — Non nego che queste distinzioni di pen- siero
in senso stretto e pensiero in senso universale (subobjet- tivo) potranno
generare fastidio. Osservo che un tal fastidio s'incontra pure colla
distinzione hegeliana di idea in senso psicologico particolare e idea in senso
metafisico universale come unità del soggettivo e dell’oggettivo. Un’altra
complica- zione nasce dal fatto che la scuola hegeliana e le idealistiche più o
meno affini pongono anche lo spirito come unità del soggettivo e
dell’oggettivo, talchè in questo senso per esse il principio dell’idealità del
reale significa che il processo del- l’universa realtà è di natura spirituale
(idealismo in senso gnoseologico). lo incontro invece un’insormontabile
difficoltà a identificare tutto .il reale collo spirito, perchè mi sono abi- +
tuato a considerare lo spirito come soggettivo e personale, mentre senza sforzo
ammetto il pensiero (s. u.) come relati- vamente impersonale perchè
subobjettivo e penso l’idealità del reale come la realtà subobjettiva del
pensiero. Chi trascuri di notare e di tener presente questa avvertenza non
mancherà “di cadere in equivoco sul senso della presente dottrina. È inutile
dire che io qui non mi diverto a complicare la terminologia chiamando pensiero
ora ciò che lo è (s. s.), ora ciò che non lo è (s. u.). Chi conosce la storia
del concetto di pensiero da Cartesio a Spinoza a Kant ad Hegel sa che il
vocabolo pensare (cogitare), passando traverso le grandi stazioni della
filosofia, mutò progressivamente senso e valore, arricchendosi in esten- sione e
in comprensione. Infine vuolsi avvertire che l’idealismo ha almeno due sensi :
uno gnoseologico e uno metafisico. Come nota acutamente il Martinetti: «in
senso gnoseologico è idealistica ogni dottrina che pensa la realtà come fatto o
complesso di fatti di natura spirituale ; in senso metafisico invece ogni
dottrina che rico- nosca la realtà dell’ideale. Nel primo senso è idealismo la
dottrina immediatamente postkantiana e l’ hegeliana, e lo stesso positivismo e
il fenomenismo, se e in quanto p. e. con MILL – H. P. Grice, NOT TO BE MORE
GRICE TO THE MILL -- riduce la realtà a sensazioni o possibilità di sensazioni
;. - La questione dell’ idealità del reale eco.
se la distinzione è appunto facilitata, come in questo caso, dalla
divergenza omai tanto discussa sull’ interpretazione dell’ unità ideale, che _è
soga gettiva per alcuni, ‘soggettiva-oggettiva per. altri. Questa discussione
si estènide segnatamente da Hegel alla presente dottrina che tutta gravita
verso il subobjettivismo. Invero la subobjettività del reale (che è il prin-
cipio con cui mi studio secondo il mio potere di sostenere che la realtà tutta
è pensiero){è attività distintiva e unitiva di soggetto (pensante) in rela-
zione ad oggetto (pensato), cioè processo sogget- tivo-oggettivo, non solo soggettivo»
Riconoscere questa idealità, cioè la realtà subobjettiva del pen- siero, mi par
che sia assicurarsi dell’ unica forza filosofica capace di prevalere contro le
supersti- ziose esclusioni dell’ oggettivismo e del soggetti- vismo. Si
objetterà in ultimo che, ammesso il prin- cipio dell’idealità del reale,
svapora la realtà del mondo oggettivo, per il fatto che io la penso come fatto
di pensiero? Ma l’objezione è vana per un pensierismo che‘non tenti di derivare
la natura dallo spirito (l’oggetto dal soggetto), ma si limiti a chiamare
pensiero (s. u.) l’attività sub- objettiva universale. Qualche cosa per vero
scompare sotto la critica del pensiero come unità subobjettiva della realtà. Ma
è una scomparsa che ha il valore d’una libe- razione. Le irrealtà sia
esclusivamente soggettive, nel secondo caso è idealismo la dottrina platonica »
e chiara- mente quindi anche la dottrina del Martinetti che pone questo senso
idealistico a base necessaria d’ogni dottrina religiosa, (Cfr. MARTINETTI, La
filosofia religiosa dell’ hegelianismo). (unto OE 7a! Y fa- (72 Il solipsismo
,\ Sia esclusivamente oggettive, a cui posso arri- ‘vare facendo astrazione da
me medesimo come 7. pensante e da tutti i nostri oggetti come pensati, mentre
poi mi servo di questa duplice astrazione per negarla, queste sono le cose che
svaniscono fortunatamente; per andar a far compagnia con tutti gli
assolutamente isolati, gli assolutamente - irrelativi, gli assolutamente fuori
di noi e senza È di noi; con tutti i concetti assolutamente inogget- tivabili
che hanno in privilegio la somma realtà r dello zero, Premessi questi
avvertimenti, nella speranza di portar qualche elemento nuovo nella discussione
del pensiero sia come atto individuale d’un pen- sante, sia come atto
universale della realtà, che almeno valga a presentar il problema sotto una
forma nuova e a dargli un nuovo sviluppo, riela- ì boro in compendio le
dottrine già esposte altrove (1) i più largamente, lasciando alla critica di
misurarne la giusta portata. Il pensiero (nel senso più largo della parola) è
l’attuarsi d’ una relazione subobjettiva del tipo Sro, in cui: a) ogni termine
è noto relativamente all’altro (implicazione reciproca); b) la relazione è nota
per i termini che la l'oori pongono. Se c’è una verità gnoseologica fondamentale
è proprio questa, la quale esprime in nuce le con- dizioni necessarie e
sufficienti alla possibilità della conoscenza e quindi della realtà. Queste
condi- ti P. d. c., II, n, 4°. i] F Dita
ii È sr } mi 4 e, Lé dedi È (fe T X. - La questione dell’idealità del reale
ecc. 157 zioni chiariscono ad un tempo la fallacia di tre ipotesi teoretiche
esclusive: 1° del soggetto conoscente inconoscibile; 2° dell’oggetto inerte e
indipendente dal soggetto; della relazione irrelativa. Nel primo errore, che è
quello d’ogni sog- gettivismo esclusivo, sembra che sia incappato lo stesso
Schopenhauer, sebbene si sia sempre data l’aria di potersi preservare per
naturale ripugnanza dall’io de Fichte, l'Io curule — io direi — che pone sè
stesso e il mondo. È vero che Schopen- hauer non ammette l’ inerzia dell’
oggetto cono- sciuto, tuttavia le sue dichiarazioni in merito al soggetto non
ne escludono radicalmente l’incono- scibilità. « Ciò che tutto conosce, senza
esser esso stesso conosciuto », è il soggetto. Il soggetto è dunque il sostegno
del nrondo, la condizione uni- versale, sempre sottintesa, di ogni fenomeno, di
ogni oggetto; poichè tutto quanto esiste non esiste che pel soggetto.
Collegando questo passo, che è il principio del $ 2° del libro I, alle
dichiarazioni ulteriori dello Stesso paragrafo in cui si afferma che il
soggetto e l'oggetto sono le due metà essenziali necessarie ed inseparabili del
mondo come rappresentazione e tali che «ci a delle due non ha senso nè
esistenza se non per mezzo dell’altra e in ordine dell’altra », non si può
eseludere il dubbio che la” straoîdi= naria importanza attribuita al soggetto
nel primo punto («tutto quanto esiste non esiste che pel soggetto ») non sia
che la conseguenza dell’ infe- lice principio dell’inconoscibilità del soggetto
non eliminato esplicitamente nel passo primo. — Invero, posto che l’oggetto
stia al soggetto come AE I = n uc. ” TA : 2 i dm Eri ri N È lismo. La teoria
della conoscenza e della realtà i Y il 158 Il solipsismo St sit LO ae Ha il
condizionato finito rispetto alla condizione in- finita, il prodotto relativo
al produttore assoluto, il fatto particolare all’ atto universale, sfuma il
principio della loro reciproca ed equivalente coes- senzialità, con tutte le
inevitabili conseguenze del soggettivismo che, se non fossero già state esposte
altrove (P. d. c., I e II), troverebbero qui neces- sariamente il loro posto.
Chi non voglia restare all’ oscuro delle cogni- zioni più rilevanti a questo
proposito, deve discu- tere a fondo il principio dell’ inconoscibilità del
conoscente accettato\di sorpresa senza critica, tanto più che, in questi ultimi
anni, è stato tra- dotto nel principio equivalente del soggetto non -
oggettivabile e piantato come cardine dell’ attua- | dello spirito come atto
puro e non mai fatto, è una \\parafrasi di questo principio. Ora, non si può
negare che la conoscenza, so- pratutto quando è conoscenza della conoscenza,
cioè riflessione dello spirito sopra di sè, in quanto è attività che come tale
non può mai neanche re- lativamente passivizzarsi, presenterà sempre un termine
oggettivante, senza mai essere esso stesso oggettivato; come nel fenomeno della
riflessione luminosa il raggio incidente non si risolverà mai nel raggio
riflesso. Ma questo, a mio modo di vedere, non significa punto che il soggetto
(non essendo il conosciuto) resti inconoscibile, giacchè r_ Fra le tante dichiarazioni dei filosofi sopra
l’inconosci- bilità del conoscente, cioè sopra l'inoggettivabilità del
soggetto, ricordo quella dello SimMeL in cui è detto: «Non si può cono- scere
il conoscente, cioè egli non può essere oggetto » (I pro- blemi fond. d.
filos., Trad. Banfi, 137). X. - La questione dell’idealità del reale ecc. 159 è
evidente che non resta fuori della conoscenza. ‘ Nella stessa maniera il raggio
incidente non resta oscuro rispetto al raggio riflesso, nè tanto meno più vero
di questo, quasi cioè come atto rispetto al fatto. Siccome ogni termine è
conoscibile solo in rapporto a un altro, cioè mediante l’altro, è îù ordine
all’altro, il soggetto relativamente all’ og- getto e viceversa, e questi due
termini sono coes- senziali all’atto di conoscenza che è sempre del tipo Sr O,
così è evidente che ognuno di essi è conoscibile secondo la condizione
universale della conoscenza. < ? 2 De L’uno (il soggetto) si conosce come
conoscente, l’altro (l'oggetto) è conosciuto come conosciuto; î Cd Nessuno 1
essì sfugge alla conoscenza. vero è che nell’atto della conoscenza ‘ brillano
della stessa luce entrambi, perchè la conoscenza è la sorgente luminosa della
loro relazione distintiva e unitiva originale; e non il soggetto è la sorgente
assoluta dell’oggetto. Quindi tutte le dottrine che non danno della conoscenza
come atto del tipo S r O una spie- gazione presupponente 1’ equivalenza
conoscitiva di entrambi i termini pur distinti e uniti nella relazione
originale della conoscenza, cioè la loro C eguale differenza, lasciano a
desiderare. Questo punto
dell’equivalenza conoscitiva dei termini dif- ferenti merita la più profonda
attenzione. Essa fa un interes- sante riscontro colla questione della
compatibilità dell’egua- glianza e della disuguaglianza che ci presenta la
formula della legge causale. Nella mia opera sul P. d. c. , Glossa prima) ho
trattato a fondo questo problema paradossale, mo- strando (io credo per la
prima volta) che in ogni trasforma- zione causale si verifica sempre l’eguale
differenza in omaggio ai due principi aitiologici a) dell’equivalenza (tra
l’effetto pro- i Ri 160 Il solipsismo Troppo oramai si è ripetuto gratuitamente
che | solo il soggetto conosce senza esser egli stesso | conosciuto, credendo
di poterne dedurre l’incono- scibilità del soggetto. Evidentemente in questo
criterio il processo conoscitivo diventa un rap- i porto che passa da un
termine fuori della cono- | scènza a un termine conosciuto. Non so quale |
guadagno si abbia fatto in teoria della conoscenza ‘ con questa interpretazione
che finora è stata accet- | tata dalla maggior parte dei filosofi. Vedo più
tosto | che si sono confuse e si confondono insieme due cose diverse in ordime
al processo della conoscenza: "Tuna è il carattere transitivo del
riferimento, avuto riguardo alla totali el processo; l’altro è il carattere
intransitivo dell’attualità, avuto riguardo al soggetto. PR SIATE La non
coincidenza dei due caratteri è evidente; poichè il primo è un punto di vista,
il secondo è un punto di vita; quello concerne l’aspetto esten- sivo e mediato,
questo l’aspetto intensivo e imme- diato del processo. Così quando si pensa
solo al primo carattere e si vuole risolvere il problema. P dotto e la causa
impiegata), e b) dell’irreversibilità. Ho mostrato un esempio chiarissimo di
questo rapporto complesso nei rap- porti della termodinamica in cui si
riscontrano sempre entrambe le condizioni fondamentali d'ogni rapporto causale,
cioè l’equi- valenza (principio di Joule-Mayer) e l’irreversibilità (principio
di Carnot-Clausius). L’eguaglianza dev'essere intesa sotto lo aspetto
dell’invarianza, la non equivalenza sotto l’aspetto delle variazioni dei
sistemi nella loro successione temporale, Ciò posto è facile passare
dall’aitiologia alla questione gnoseologica che ci interessa. Anche qui è
d’uopo rammentare il principio troppo dimenticato che tra termini differenti (S
e 0) possono intercedere rapporti eguali. Soggetto e oggetto nella conoscenza
sono appunto differenti, e anche relativamente dipendenti, e pure equivalenti
nel processo della conoscenza. eo. ‘alii ci X. - La questione dell’idealità del
reale ecc. 161 della conoscenza, la soluzione si ottiene effettuando [8
l’anticipazione d’un soggetto ad un termine qua- lurique, e allora ogni termine
si considera sempre come l’ oggetto d’ un soggetto anteriore. Tutto il processo
insomma si risolve nel riferimento di un’oggettivazione effettiva ad una
soggettivazione possibile. Pel secondo carattere invece, si tratta di assodare
l’ immanente attualità del soggetto. Nel primo punto si risale mediatame
soggetto possibile; nel secondo si autentica imme- diatamente un soggetto
reale. Approfittando d’un efficace paragone in ordine al primo carattere, si
può dire che, dato un termine qualunque nella luce della conoscenza, si cerca
fuori di esso la sua sorgente luminosa: se è un termine oggettivo, se ne cerca
il soggetto: se è soggettivo, si scinde il soggetto in due parti, risolvendo il
conoscersi nell’atto per cui il soggetto con una parte di sè prende conoscenza
dell’altra. Così si afferma che nel conoscersi solo una frazione di sè viene
cono- sciuta ed è il pseudo soggetto ancora oggettiva- bile; l’altra frazione
funzionante da soggetto sfugge sempre alla presa della conoscenza, cioè rimane
sempre inconoscibile ed è il vero soggetto, l’inog- gettivabile. Ora il curioso
è questo. L’ evidenza di questa interpretazione sembra massima e tuttavia le
due proposizioni che l’enunciano, cioè: 1° che non v’ha conoscenza che di un
oggetto per un soggetto; 2° che il soggetto non può mai prender cono- scenza
completa di sè; () sono una falsificazione dell’ atto vitate della co-
noscenza. #0 A. P., Il solipsismo. 1. À ‘Il solipsismo ; Il vizio consiste
nella mancata dissociazione dei | due caratteri suddetti, cioè nella confusione
della | transitività di riferimento dell’ intero processo | colla immanenza d’
attualità del soggetto. Se si \d cogliere ciù scienza è in quanto _ attualmente
fa, non bisogna uscire dal suo fare. che è appunto il suo essere, per tentar.
di attingere fuori di questo un fattore estrinseco che ne esau- risca
completamente l’attività. Non bisogna usare l’appercezione mediata che è
funzione oggetti- PA e uingi sempre presupponente un soggetto fuori del termine
dato come fattore di questo, per caratterizzare la coscienza the è atto
immediato autenticantesi direttamente nel suo attuarsi., ;° La teomta che il
soggetto per conoscersi deve diventar oggetto è nota, nella storia della
gnoseo- \ logia sotto il nome di teorica del Renouvier. Per essa, in poche
parole, prima si riduce la coscienza a conoscenza; poscia, notando che il
soggetto per conoscersi deve-diventar oggetto, si conclude che nella conoscenza
— quindi nella coscienza stessa — resterà sempre un residuo fuori di
conoscenza. Il Masci ha creduto di poter confutare il Re- nouvier sostenendo
che la coscienza non si può ; . in nessun modo considerare come una cono-
scenza. or i In luogo di starcene al parere altrui, gioverà meglio verificare
da noi stessi il valore di queste 2 dottrine. Or bene, nè il Renouvier nè il
Masci i mostrano di sospettare che sia d’uopo distinguere, oltre all’essere
conoscente (attivo) e all’esser cono- a sciuto (passivo), un terzo senso di
essere, cioè : l'essere nel processo conoscitivo e veramente l’es- È sere nella
conoscenza. È pure la conoscenza non i iste (cioè il suo essere non è) nè nella
sola Consiste (cioè il suo X. - La questione dell’idealità del reale ecc. oggettivazione nè nella sola soggettivazione,
ma nell’attuazione di un riferimento del tipo S r O. Voglio dire che l’essere
nella conoscenza significa l’esservi come un conoscente rispetto a un cono-
sciuto. Questo esservi quindi non involge il con- cetto che, per conoscersi, il
conoscente (soggetto) debba i rosati ar conoscto TORESNor concetto. che
riuscirebbe a una aperta contradizione. Non inyolge inoltre che conoscibile
qualunque resti fuori della conoscenza se 0 vena DKgeIt: concetto che riuscì e
esso pure contradittorio. La doppia contradizione non è involta, poichè, nel
conoscersi, il soggetto nella sua integrità o resta fuori della sua conoscenza
o resta dentro: ma se resta fuori non resta più conoscente, se resta dentro non
vi resta come conosciuto. Dunque, nell’autoconoscenza non è punto d’ uopo che
il termine soggettivo si collochi in certo modo fuori di sè, cioè della propria
oggettivazione, per conoscersi(|La sogget-| tivazione si realizza nel sa di
essere, cioè di? Vivere immediatamente nella conoscenza. | Allorchè riflettiamo
su noi stessi (dato anche ma non concesso che sia possibile un purissimo saper
sè, diverso dal sapere insieme sè e la cosa, cioè dal saper d’essere
immediatamente presente a sè e ad una cosa), non abbiamo punto bisogno di
passare per intero allo stato di oggetto. Accade certo come un raddoppiamento
di noi stessi e di- stinguiamo in noi: l’io che riflette (S) e quello su cui
riflette. Queste due parti non sono certo la stessa cosa. Ma appunto perchè una
parte di noi non è mai l’altra, e l’una resta S, l’altra diventa O, e noi siamo
l’unità di coscienza pre- sente a sè e attuantesi nel rapporto concreto Sr 0; è
la coscienza che noi siamo un processo di tal tn P Se Il solipsismo tipo (cioè
subobjettivo) che costituisce la cono- scenza di noi medesimi. È quindi
conforme alla ragione e chiarito dal- l'economia del processo conoscitivo che
il prin- DI cipio «conosci te stesso» significhi « conosciti come unità
subobjettiva (non come semplice soggetto) ». La forza di questo argomento
risiede tutta nella primitività del rapporto S r O rispetto a qualunque suo
termine; primitività che si con- valida per questo che Lera. i cui si vorrebbe
costruire, questo rapporto, | suppone. — omunque perciò si volti e si rivolti
la teorica del Renouvier non c’è verso di salvarla da una intrinseca e
irrimediabile contradizione; ein pari tempo è mostrata una via d’ uscita da
questo gi- neprajo, senza cadere nella teorica del Masci che separa coscienza
da conoscenza. Per evitare queste due teoriche, basta distin- guere la
conoscenza soggettiva dall’ oggettiva, e chiamar coscienza (s. s.) la prima e
conoscenza (s. S.) la seconda, e considerare la conoscenza in senso largo come
atto di sintesi delle due prime. Basta non confondere i due caratteri suddetti,
che sono profondamente diversi in sè e nelle appli- cazioni deducibili,
rammentando che il primo si presta al paragone ottico (la cognizione come
processo di visione), il secondo vi si rifiuta. Se si pensa che l'analogia
ottica è forse il principale agente dell’ impresa di s0 sofisticazione della
cono- scenza per cui si è accreditato l’err: errore dell’inco- noscibilità del
conoscente, qual valore di verità si vorrà ancora concedere a tal |
presunzione? Noî siamo în parte spettatori di noi stessi, ma sopratutto noi
siamo attori e autori della vita ì X. - La questione dell’idealità del reale
eco. 165 nostra, e-la nostra vita e ogni vita è tale che l’atto più o meno
intenso della sua luminosità si possiede immediatamente sempre. In verità io
non domando px. |, a me d'esser visto sto da. me- ‘per Conoscermi. Qua- lunque
mio mio punto di vista è più stretto del mio punto di vita. Salvo che io mi
diverta a chia- mare vista quella vita che è già insieme la cono- , scenza
della vita medesima. Ma l'importante è riconoscere che l’atto vitale è una
Tealtà subonjet= tiva che si fa, e che she nel farsi si conosce, senza diventar
liventar "cagato" nè d'altri nè di sè$ Basta, in breve, "che
entrambi ì termini siano nella cono- scenza, perchè con egual diritto
partecipino del suo splendore. Nulla importa che il conoscente | non sia
conosciuto, nè per altro (cioè per 0), nonchè per sè { anzi non lo deve mai
essere, perchè, se lo fosse perderebbe la sua naturà .#{'oncludiamo dunque che
Finobjettività del soggettivo contradire al austio ella conoscenza, ne è la
migliore spiegazione senza il minimo residuo di soggetto inconoscibile? Negare
valenza conoscitiva dei due ter- i mm “nel problema qualche. ipotesi
arbitraria. Ciò fornisce quasi un criterio di valu varie teorie della
conoscenza. Così, per esempio, se dovessi apprez- zare il merito del soggettivismo
attualistico a questo proposito, non esiterei a dire che è forse il sistema che
più d’ogni altro, in luogo di defi- nire quest’equivalenza conoscitiva dei due
termini differenti, la estenua e la cancella, perchè arbitra- riamente accorda
il primato assoluto della con- cretezza e dell’attività al solo soggetto
trascen- dentale fino al punto da svalutare l'oggetto come attività e
considerarlo come un miéro prodotto ì Ì i II solipsismo inerte ed astratto di
quello, mentre pure gli lascia il privilegio di essere teoricamente conoscibile
(1). In realtà, il sistema del Gentile è ammirabile in quanto sveglia veramente
gli spiriti dal sogno della filosofia volgare innalzandoli al pensiero puro; in
quanto, giustamente sollecito di salvare la realtà del pensiero, s’è appigliato
al partito ele- (1) Faccio quest’ultima riserva teoretica perchè, se lo spirito
ct ì secondo la Teoria generale dello Spirito come Atto puro non gr può mai
diventare oggetto di sè medesimo senza cessare di Ul: essere puro spirito, ci sono
veramente da temere due gravi conseguenze per l’idealismo attuale, cioè : 1°
che la realtà come autoconcetto sia impossibile ; perché, 7 se il Soggetto
trascendentale (l'Io che concependo sè conce- pisce tutto) potesse concepirsi,
sarebbe appunto oggetto di sè, - contro l’ipotesi ;> A) che il soggetto
trascendentale resti inconoscibile, sot- 4 traendosi ad ogni tentativo di
cognizione che in qualche modo l’objettiverebbe. Per contro della concepibilità
e della conosci- te bilità dell'oggetto (pensato) non si può menomamente
dubitare, 4 giacchè appunto l'oggetto è l’objettivabile (il concepibile, il li
conoscibile) per definizione. Frattanto, se si bada che, tolta br
l’objettivazione del pensiero astratto, il pensiero concreto come II Soggetto
objettivante inobjettivabile non è possibile, si intra- ; vede che la teoria
del Gentile è logicamente costretta a rico- | noscere la realtà effettiva del
pensiero «astratto, e quindi in fondo ad ammèttere l'equivalenza dei
differenti. Nel suo Sistema di Logica come teoria del conoscere Gentile
apertamente riconosce e dichiara che, se il pensiero pensato non ci fosse, non
ci sarebbe pensare, e \ però nè anche il pensante (p. 8). Tuttavia esclude sia
che il pensato condizioni il pensare, sia che pensato e pensare si con- ‘Ù
dizionino reciprocamente. Ma la correlazione non è fra îl; il pensato e il
pensare, bensì tra il pensante e il pensato ; nè È perchè ciò accada è
necessario che il pensato preceda al pensare d come pensabile, nè infine che il
pensare abbia da presupporre una cosa qualunque. Quel che giova invece
comprendere è che al nè anche il pensare é_il presupposto del pensabile, perchè
se | n lo fosse sarebbe un astratto. " Pd X. - La questione dell’idealità
del reale ecc. 167 vatissimo di giustificare la realtà stessa, tutta la realtà
come pensiero. Tuttavia il carattere teore- tico e il valore dell’idealismo
attuale restano pro- ‘ fondamente compromessi dall’esclusivo soggetti- vismo.
La vera e suprema realtà pel Gentile, infatti, è il Soggetto trascendentale, che
è tale appunto perchè è l’assolutamente inoggettivabile, l’atto as- solutamente
pensante della realtà, la totalità del reale come puro soggetto pensante. Ma in
primo luogo, ponendo tutta la realtà come pensiero, che senso
vuolvessere-attribuito a questo pensiero? È - evidente che il punto controverso
della questione consiste nello stabilire se questo pensiero si possa ammettere
come puro soggetto. Ora, questo risulta inammissibile, perchè ogni ipotesi di
soggetto evi- dentemente significa l'affermazione d’un termine relativo, cioè
in rappoîto ad altro e precisamente } ad un oggetto qualunque. Ogni soggetto è
un BOE= getto in rapporto ad un oggetto, Ponendo un sog- iii silice 5 ener di
riferi- mento in cui il soggetto è un termine Telativo, cioè in rapporto ad un
oggetto, non il tutto che è il sistema come unità attuosa dei suoi termini, ,
Essendo innegabile nella realtà l’esistenza di ter- mini o enti soggettivi e
termini o enti oggettivi, | necessariamente tutta la realtà dev'essere pensata
| come sistema attivo del tipo S.r O. In conclusione” l’idealismo attuale
ponendo l’intera realtà come soggetto, sia pure trascendentale, non fa che
porre il tutto come parte, il concreto come astratto. Malgrado tanti propositi
di concretezza, ùî Sofisma d’astrazione resta lo sfondo di cotesta teoria. Ciò
che resta ancora soggetto, comunque inteso, ap- punto perchè è soltanto
l’inoggettivabile, è ancora un termine astratto, Non è ancora tutto l’atto del
—_—- EGEO METE A TR sn è A | si É v }, + at ‘all iù MEANA Lendl VI al bag VIENI
K È Il solipsismo reale nella sua concreta unità. Non lo è ancora, perchè la
vera, reale e concreta unità è ciò che l’insoggettivo, nè l’inoggettivo. Ma non
perchè sia i i ri HI nè l’uno nè l’altro, ma perchè è insieme l’uno l’altro, e
cioè T'attività umitiva e distintiva dell'uno i è Im secondo luogo, l'esclusiva
inoggettivabilità del 4 soggetto trascendentale, necessariamente signifi- i
cando l’impensabilità del pensante, implica la cac- e ciata del soggetto
pensante fuori del pensiero che State resta, cioè non lascia più che tutta la N
realtà si affermi come pensiero, dal momento che la riduce a un solo termine di
esso. Chiarissima allora diventa una conseguenza che sgombra ogni equivoco; si
fa, cioè, evidente che il pensiero nel senso amplissimo, anzi massimo e
universale della parola (s. u.), è senza dubbio “a | l’inoggettivabile essendo
concreta subobjettività; è quantunque, sempre in questo senso, non sia più _
—‘’l’inoggettivabile che l’insoggettivabile. Ma ciò fa è manifesto, finalmente,
che bisogna distinguere colla \ massima cura due inoggettivabili, irreducibili
fra loro, cioè: 1° il soggetto particolare sempre attualmente | | pensante che
nè da altro nè da sè si lascia ogget- . tivare mai, essendo per definizione
l’oggettivante | (e questo inoggettivabile è ancora analitico e | astratto). E
qui abbiamo il pensare come atto par- ticolare d’una persona (soggetto
pensante) in rap- porto ad una cosa, cioè il pensiero in s. s.; 2° la reale e
concreta unità che non si lascia nè oggettivare nè soggettivare, essendo per
defini- zione il subobjettivo, cioè il vero, sintetico e pro- i priamente
concreto, ossia la totalità del reale. E vt allitibanci Y dici cei Ni ve 2 X. -
La questione dell’idealità del reale eco. qui abbiamo il pensare come atto
universale, cioè il pensiero in s. u. Davanti a questo principio veramente
supremo ed uno, l’artificiale ipostasi del soggettivismo tra- scendentale
svanisce. E ancora appare la-necessità di tenere per af- fatto artificiale
l’ipotesi dell’assoluta individualità nonchè dell’assoluta personalità del
pensiero, per- chè l’attò del pensiero non si lascia circoscrivere nel campo
del mero soggetto (1). ln_niun senso, nè stretto nè largo, il pensiero si
identifica col enintirzanzziznne . n cnr ar soggetto pensante. Se per pensiero
s'intende il “prodotto empirico d’una attività soggettiva pen- sante, i
pensieri sono molti, il soggetto che li pensa è uno; se per pensiero si pensa
l’attività pensativa in generale anzi in universale, la com- presenza della
soggettività pensante e dell’ogget- tività pensata, determina la natura
subobjettiva del pensiero. Ovviamente, se l’attività del pensiero è unità
sintetica di pensante e pensato, non può l’atto del pensiero identificarsi col
solo pensante. E se è persona solo il soggetto pensante, l’atto del pensiero
non è persona. Secondo Severino Boezio è personale l’essere individuale
ragionevole (2), ma l’atto non è tale. Pica passa ponà la unità di pensiero
presente a sè; esso può diventare ago ziazine. n’unità di pensiero, ma non è
l'unità. © perentoria ve irasze (1) Chi rifletta su questi concetti vedrà
subito che personalità non è individualità. Dal punto di vista morale la
differenza è veramente capitale, perchè l’individualità sta nell’orbita del-
l'egoismo, la personalità ha per ideale il sacrifizio. Tuttavia qui s’adoperano
entrambi i termini per indicare semplicemente il soggettivo, AQUINO (vedasi),
Sum. Theol., 1, q. XXIX, a, 2 (una sostanza individua di natura razionale). nai
170 Il solipsismo In breve, ripugna che il pensiero, essendo l’atto d’una
persona pensante un pensato, sia pensato esso stesso come soggetto personale.
Quindi, sottratta la personalità, cio ettività, all’atto del pensiero, il
pensiero in ogni caso appare, ed tiva ad oggetto. Su questa base s’impianta T'inter-
pretazione dell’idealità del reale (intesa l’idealità come unità della
soggettività e dell’oggettività), in contrasto coll’interpretazione del
soggettivismo. Che poi la teoria dell’unità universale della realtà, in quanto
tutto il reale è pensiero (s. u.), si presti ad essere interpretata
soggettivamente, non fa troppo meraviglia, tanto è radicato il pre- giudizio
empirico dell’eslusiva soggettività del pen- siero (2). Così il solipsismo
traduce l'io penso di (1) Io posso parlare dei miei affari personali, e
naturalmente anche dei miei pensieri personali, cioè d’affari e pensieri in
tutto miei e concernenti esclusivamente la mia persona; ma trovo insensata
l’ipotesi della loro personalità. In modo analogo sostengo l’impersonalità del
pensiero. È appena necessario ripetere che neanche l’'impersonalità del
pensiero si può affermare in modo assoluto, perchè se ogni atto di pensiero è
relazione distintiva e unitiva di due termini reciprocamente coessenziali e
inseparabili, uno soggettivo e nei gradi massimi personale, l'altro oggettivo,
segue che il pen- siero non è assolutamente nè solo l’uno nè solo l’altro,
cioè, se si vuole parlare così, che è personale solo relativamente al soggetto
e impersonale solo relativamente all’oggetto. La_sua vera natura è d'essere né
solo soggettivo nè solo oggettivo ma subobjettivo; e allora neanche
assolutamente impersonale. La conclusione ultima di questa dottrina viene ad
essere il rela- tivismo del pensiero, cioè l'affermazione che quel pensiero che
è la totalità del reale è individuale e personale relativamente al soggetto,
inindividuale e impersonale relativamente all’og- getto. Ecco perchè nel testo
si combatte il principio dell’assoluta individualità nonchè dell’assoluta
personalità del pensiero. (2) La difficoltà di abbandonare il preconcetto del
pensare E ceti X. - La questione dell’idealità del reale eco. 171 Kant nel
soggetto personale empirico. Ben si vede ‘che in questo parlare empirico di
soggettività come sinonimo dell’attività del pensiero non si fa che tornare a
confondere, con inveterato equivoco, quello che Kant chiamava l’io penso, e
aveva in conto di pura funzione logica e tipica d’ogni sog- getto individuale e
conoscente colla realtà dell’atto |. concreto e universale del pensiero, per
cui ogni | soggetto pensa e ogni oggetto è pensato o pensa- bile. Un’astrazione
concettuale viene a prendere il posto così della più concreta realtà, e pone
tutta la gnoseologia e la metafisica conseguente sotto la luce della Dialettica
trascendentale. Questo errore è ben scusabile nel primo inganno dell’empirismo.
Ma che nell’ordine speculativo, un sistema il quale af- ferma
l’inoggettivabilità del soggetto, ignori la dop- 1__AAAII’:.: come atto o
processo esclusivamente personale e il reale come soggetto individuale e personale,
deriva dalle sempre superstiti tendenze feticistiche, per cui,l’uomo fu ed è
tuttora disposto a rappresentarsi la propria natura come l’essenza nascosta
delle cose (feticismo antropomorfico). Si noti che l'individuazione (la
personificazione) del pensiero ha portato non solo a consi- derare il pensare
come atto esclusivamente proprio d’un soggetto pensante, ma altresì ad
attribuire un’esistenza propria ad un soggetto personale pensante e agente
dotalo della capacità di pensare soggettivamente l’oggettività. Contro questa
doppia esclusiva personificazione [a) del pensiero come atto esclusi- vamente
soggettivo e b) del pensiero come soggetto, esclu- sivamente personale
pensante] che non ha mancato di diven- tare popolare, ricevendo la sua massima
applicazione formale in teologia (ipostasi divine), tenta di reagire la
presente dot- trina. Colla quale però io non intendo scalzare il concetto del
pensiero come d’un soggetto personale; insisto soltanto sulla necessità di
subordinare questo al concetto del pensiero come atto universale e
relativamente impersonale, per aderire a quel- l'elevazione graduale del centro
di prospettiva che è il carattere tipico della storia del pensiero filosofico.
""T Il solipsismo pia inoggettivabilità, cioè l’inoggettivabilitàastratta
dell’oggettivante e l’inoggettiv ilità concreta del | subobjettivo, è
abbastanza grave. Quantunque, che dico?, îl poco o il molto grave non ha da far
nulla colla verità. L'importante è che non si seguiti a confondere ciò che deve
essere distinto. L’interpretazione fatta del pensiero come unità subobjettiva
guida a eliminare altresì un altro T malinteso. Sogliono generalmente avvertire
i filosofi, pure intesi a sostenere la natura ideale della realtà, ma da un
punto di vista opposto al pre- sente, che — ponendo la realtà come soggetto e
oggetto — non si pone di concreto niente più che | una copula indifferente. (ds
A me sembra, invece, di avere mostrato che il pensiero, come reale attività
subobjettiva, non sia \ mero incontro che assommi stochiologicamente il l
Soggetto e l'oggetto, presupponendoli come due | astratti anteriori all’atto e,
come tali, concorrenti in seguito a produrre il totale, ma veramente l’atto ‘
unico dell’universa realtà onde si pensa, e che, ‘ PA ; appunto per ciò che è
concreta indivisibile unità, " | non essendo nè soggetto nè oggetto (senza
essere >. > un tertium quid) non può essere nè assolutamente | |
oggettivato, nè assolutamente soggettivato sotto ld », nessun titolo. A
Concludendo, i concetti fondamentali di questa .\ discussione possono
riassumersi brevemente così. Bisogna distinguere il pensiero in s. S., come
produttività individuale d’un soggetto _pen- sante, dal pensiero in s. u., come
produttività uni- versale della realtà. Quello ha il senso dell’atti- è vità
d’un produttore rispetto a un prodotto, questo n ha il senso dell’attività
produttiva universale, che è unità di produttore e prodotto. a zo Ra = o iedia
rin x e #31 di ai fa i anti e AI] X. - La questione dell’idealità del reale
ecc, 173 2°. - Bisogna distinguere il carattere transitivo del riferimento
nella totalità del processo di cono- scenza (punto di vista) dal carattere
intransitivo dell’attualità avuto riguardo al sogoetio fecero di vita), perchè
dalla mancata dissociazione di questi due caratteri deriva il doppio errore a)
che non v'abbia conoscenza che d’un oggetto per un sog- getto, e 2) che il
soggetto non possa mai prendere conoscenza completa di sè, pel falso
presupposto che il soggetto debba diventar oggetto"e pini lasciare sempre
un residuo fuori di conoscenza. La conoscenza invece poggia
sull’oggettivazione, che non può aver luogo se non pel soggetto, e sulla
soggettivazione, che è possibile solo in quanto il soggetto ha conoscenza di
altro. Ora, per la cono- scibilità del soggetto è necessario è sufficiente
il" Suo essé sistema attivo della conoscenza del tipo Sr O, in cui i due
termini differenti sono cono- scitivamente equivalenti. Dunque non ha senso il
principio dell’inconoscibilità del conoscente. Bisogna riconoscere che, quando
il pen- siero si eleva al concetto dell’attività produttiva universale non può
arrestarsi all’ipostasi d’un pro- duttore. Un produttore in tal caso è superato
non solo, ma è oltrepassata anche l’idea del produt- tore. Come corollario,
dilegua anche l’ipotesi del-. l’assoluta individualità, nonchè dell’assoluta
per-. sonalità del pensiero. 4. - Bisogna riconoscere una doppia inogget-
tivabilità: l’inoggettivabilità astratta dell’oggetti- vante, cioè del
soggetto, e l’inoggettivabilità con- creta del subobjettivo, cioè dell’intera
realtà. 5°. - Ponendo il principio che la realtà tutta è unità ideale della
subobjettività, sì eliminano tutte —_—t@ nn —
Il solipsismo le soluzioni esclusivistiche ed astratte, cioè il sog-
gettivismo, l’oggettivismo, il neutralismo e l’ipo- tesi della copula
indifferente; mentre i due sensi del pensiero individuale e universale si
congiun- gono in feconda armonia. 6°. - Anzi, ciò che v’ha di proprio nella
vita ( teoretica è questo continuo avvicendarsi in noi della concezione del
pensare come attività sogget- tiva individuale (singolarismo), e del pensare
come attività reale universale (universalismo). Tale è l’inevitabile dramma
della filosofia che aspira alternativamente, per mezzo del pensiero, ora alla
concezione personale e particolare del pen- siero, ora alla concezione
relativamente imperso- nale e universale del pensiero come totalità della
realtà, e da ognuna di esse è spinta verso l’altra, f senza potersi
definitivamente acquietare mai. Nel secondo errore, che è quello d’ogni ogget-
tivismo esclusivo, incappano coloro che sono portati (1) Chi rifiuta il
concetto del pensiero universale crede di poter objettare che, se un tal
concetto fosse giustificabile, se appunto fosse il più generale e fondamentale
d’ogni atto di pen- siero, non sarebbe stato tanto obliato dai filosofi. Ma, a
non tener conto che pure fu conosciutissimo circa duecentocinquanta anni fa per
merito di Spinoza, non è punto vero che le cose che sono state sempre davanti
agli occhi di tutti abbiano fin dal principio attirata l’attenzione degli
studiosi. La storia del problema del pensiero non è che uno spostamento
continuo e un’elevazione graduale del centro di prospettiva. Di qui la
necessità di non fidarsi delle prime intuizioni che velano più che non
chiariscano la natura fondamentale delle cose, h Di qui ancora la legittimità
d’una situazione mistica come I risultato del pensiero filosofico sempre più in
grado di rendersi conto dell'identità fondamentale d’ogni forma di vita e di
realtà, cioè dell'intimo rapporto d’ogni individuazione sogget- tiva e
oggettiva colla realtà profonda del pensiero subobjettivo universale. L X. - La
questione dell’ idealità del reale ecc. 175 a considerare l’oggetto
indipendente dal soggetto, compresi quelli che considerano #l'soggetto come
epifenomeno (1) o astratto inerte, tesi quest’ultima che è propria del
soggettivismo e quindi del solip- sismo. Ma forse si dirà che non c’è via di
mezzo: 0 accettare la riduzione di O a S cioè considerare l’og- getto come una
semplice rappresentazione passiva del soggetto e quindi accettare il principio
della dipendenza di quello a questo ; o accogliere quello iell’indipendenza,
ponendo l’estraneo a me, il fuori di me, il senza di me; e che, riconosciuto
con Ber- keley l’impossibilità di parlare di un oggetto indi- pendente dal
soggetto pensante (perchè la stessa ipotesi di una esistenza indipendente
implica il mio pensiero che la contempla), è giocoforza adot- tare il punto di
vista del solipsismo. Però, come sopra ho risposto a proposito della totalità
del reale: — inideale no, insoggettivo sì; — additando francamente la mia via
d’uscita; ora pure in modo analogo dichiaro circa l'essere dell’oggetto: — in-
dipendente no, relativo sì — rifiutando ogni ogget- tivismo esclusivo, compresa
la tesi soggettivistica dell’oggetto. Posta dunque da banda la questione
dell’indi- pendenza (2), si potrebbe anzitutto dubitare che, anche nell’ipotesi
della infinita regressione alla (1) È molto interessante l’avvicinamento del
solipsismo al- l’epifenomenismo oggettivistico (sia fisico sia filosofico),
perchè questo crede di spiegare lo spirito con processi fisici o fisio- logici
e il solipsismo (come soggettivismo idealistico assoluto) crede di spiegare gli
oggetti del mondo esterno con processi della mia coscienza. Sicchè in certo
modo l’oggetto non sarebbe che una projezione della mia attività soggettiva, un
epifenomeno della mia coscienza. (2) PastoRE, P.d.c., II. * dell movi rr ll”. ”
176 i Il solipsismo sempre anteriore soggettività, donde si ricava il primo
senso dell’inoggettività (inoggettività del soggetto), l’importanza
dell’oggetto non scemi, anzi in certo modo aumenti appunto di quanto — volta
per volta — si assottiglia il soggetto, esanimandosi nel pensiero del pensiero.
Ma io la credo una sot- tigliezza poco concludente. Lascio dunque ogni ste-
rile contemplazione, ed esamino i fatti del conoscere cioè gli oggetti,
rilevando quei caratteri più degni di nota che sono obliati da ambe le parti.
Su questo terreno la concezione offerta dall’idea- lismo attuale è molto vicina
a quella del solipsismo, perchè entrambe ammettono l’inerzia dell’oggetto.
Secondo la dottrina del Gentile: « L'oggetto... è inerte, sta » (1) essendo
posto dal soggetto; sola attività che tutto fa, tutto realizza, tutto produce.
L’atto solo essendo concreto e risolutivo in sè d’ogni suo fatto, ne viene che
ogni fatto rispetto all’atto è un astratto. Il fatto è molteplice, l’atto è
invece uno immoltiplicabile, essendo egli l’atto che moltiplica, cioè la
moltiplicazione. Che cosa moltiplica ? Soggetti e oggetti; empirici tutti,
tutti finiti, tutti astratti, tutti quindi giacenti in un piano di correlazione
reciproca diverso da quello della unità dello spirito. Segue ancora che ogni
soggetto empirico, in quanto è un prodotto singolo, contro- termine finito del
suo oggetto, è sempre in fondo un oggetto esso stesso, sia perchè non è che
un’oggettivazione astratta del soggetto uno e con- creto, sia perchè si può
sempre da altro oggetto oggettivare. Il pensiero dei soggetti singoli è
pensiero astratto, il pensiero del soggetto uno è pensiero concreto. GenTILE,
Teoria dello spirito come atto puro,. X. - La questione dell’idealità del reale
ecc. Di qui l’ammonimento supremo: « La
distinzione tra pensiero astratto e pensiero concreto è fonda- mentale, e il
trasferimento dei problemi dal pen- siero astratto al concreto è, si può dire.
la chiave di volta di tutta la nostra dottrina » (1). Il solipsismo respmge
l’idealismo attualistico, «in quanto nega il diritto di passare dal mio sog-
getto individuale a un soggetto assoluto a un Io trascendentale » (.S., 189).
«Io ho certezza soltanto del mio io individuale, che è l’unica realtà che io
posso affermare; quello trascendentale è il risultato di una ricostruzione
concettuale, anzi è un oggetto del mio pensiero, non il mio soggetto pensante »
(S., 174). Ma, fatta questa depurazione, il solip- sismo dà la mano
all’attualismo soggettivistico per far trionfare il comune principio
dell’inerzia del- l’oggetto. ona ‘Se-nor che, per più ragioni, questo principio
pare insufficiente e inammissibile. Invero, scalzata la base del presupposto
solipsistico (I-IX), provata l’astrattezza del presupposto attualistico e
rettifi- cato il concetto dell’idealità del reale (prima parte di questo
capitolo) non è da pensare che, rovinate le premesse, si possano salvare le
conseguenze. Se la realtà, tutta la realtà è attività e come tale è pensiero
(s. u.), cioè non soggettività, la realtà non deve essere in alcuna parte o
maniera concepita come limite claustrale del pensiero,fma come l’at- tività limitativa
originaria del pensiero medesimo} altrimenti rimane qualche noumeno 0 fenomeno
magari, residuo della vecchia erronea metafisica. Altrove (2) ho sostenuto,
ripigliando il pensiero GENTILE P. d. c., I. In Gioberti si tesorizza la copula
della A. P., 71 solinsismo. 12. Il
solipsismo dello Spaventa, che dei due momenti della filosofia di GIOBERTI
(vedasi) nell’interpretazione della formula ideale rispetto al concetto del
Primo filosofico (l’uno im- perniato sull’Ente come Sostanza e Causa, l’altro
sull’Atto creativo) il pensiero veramente grande e nuovo è nell’atto creativo.
Per esemplificare, nella prima fase (Introduzione allo studio della filosofia)
Dio è 1’ Ente della for- mula ideale; nella seconda (Protologia) Dio è l’ente-
creante-l'esistente. Perciò lo Spaventa, che dei due uomini da lui scoperti in GIOBERTI
(vedasi) preferiva il nuovo, chiamava Dio falso il Dio-ente-sostanza- causa
dell’uomo vecchio. Ma ora non devo occu- parmi di queste attinenze. Parmi più
tosto di dover concludere che il giobertismo della prima fase non è che una
varietà di solipsismo: il solipsismo divino; mentre il giobertismo dell’ ultima
fase è subobjettivismo e quindi antisolipsismo. Ma un grande dubbio m’incalza.
La concretezza subobjettiva dell’unità non toglie valore all’oggetto ? Perchè
dovrebbe toglierlo? Se la 1 realtà consiste nella produttività, produttore e
prodotto sono necessariamente legati ad un ritmo unico, cioè al ritmo
dell’attività produttrice univer- sale) benchè questo non sia fuori di quelli.
Conce- pirlo fuori, cioè realizzantesi in un piano superiore al piano della
molteplicità, è farne un indipendente; è credere che la fonte possa essere
indipendente dalla foce (da una foce qualunque, s° intende) ; è formula ideale,
come atto dinamico della causazione dialettica autoproduttiva. L’aitiologia di
G. è: 4° Concretezza causativa-reale dell’unità ; 90 Causazione dialettica
dell'ente come autoproduzione asso- luta di sè. X. - La questione dell’idealità
del reale eco. 179 credere che un fiume possa essere solo fonte, mentre il
fiume è lo scorrere da fonte a foce, e in conereto una fonte che sfocia sempre.
La fontificazione del “uno è ui AseunIO. uò esser utile un altro paragone. Il
frutto, anzi questo frutto, è dipendente o no dalla radice anzi dal suo fiore?
È dipendente, certo. Ma, nel prin- cipio dell’attività vegetativa o produttiva
in genere, questo punto di vista dell’assoluta dipendenza del prodotto dal
produttore scompare. Quivi è tanto im- portante il fiore che il frutto, tanto
la radice quanto il fiore. Così, se dico che la natura d’un fiore è di
fruttificare (come la natura del soggetto è di ogget- tivare), nè il frutto
svanisce nel suo fiore o nella sua radice benchè ne sia dipendente, nè
l’oggetto svanirà nel suo soggetto, pure ammessa la sua relativa dipendenza.
Similmente l’effetto non scom- pare di fronte alla sua causa, benchè ne
dipenda. È inoltre da avvertire l'enorme importanza di quel rilievo
dell’interdipendenza della causa e del- l’effetto che ha fatto ridire
giustamente al Gentile sulla parola di Spaventa e dell’ hegelismo : è l’ef-
fetto che fa causa la causa, perchè dà il diritto di conchiudere — analo,
ispetto al valore del- l’oggetto — dunque è l'oggetto che fa soggetto il
soggetto. Ora con questa dizione s’attribuisce al pensato un ufficio molto
superiore a quello che si degnano di concedergli i soggettivisti, i quali ne
fanno un semplice prodotto, astratto, inerte, ines- senziale. Vedo insomma che
nell’ apprezzamento della causalità, fissato l’occhio non più sulla causa che
sull’effetto, ma correttamente sulla causa- zione (1), la logica ha strappato
di bocca anche al P., P. d. c., II. md gra dtt A ds er celiaca O - Ù Il solipsismo soggettivista una verità di cui
egli purtroppo non ha saputo approfittare? A sviluppare e compiere quest'ordine
di consi- derazioni sul valore Tele dell’oggetto aggiungerò alcune idee
sull’attività di quest'oggetto medesimo, che ribadira e tesi iloli precedenti.
Per sfuggire all’ insidiosa difficoltà, anzi all’assurdo solipsistico
dell’impossibilità di superare il pre- sente, ho mostrato che la natura del
tempo è, a ri- gore, la sua inattualità cioè il successivo-continuo-
irreversibile superamento d’ogni presente conside- rato come intervallo
istantaneo fra altri. Ora, se tutto si fa in una distensio integrale di
passato- presente-futuro, se ogni cosa è sempre un’ inte- grazione di passato,
presente e futuro (dato che il tempo è per eccellenza il
nato-nascente-nascituro in senso universale), è manifesto che la persistenza
del passato è una realtà che sempre si fa, natural- mente dura, e
necessariamente si accresce. E questo persistere, questo processo del durare
così intima- mente e profondamente scolpito in ogni cosa nonchè nell'animo
nostro perchè non sarebbe un agire, una forma reale d’attività? Sotto i nomi di
oggetto, pensato, prodotto, astratto, fissato o fatto, forsechè non si cela
un_anello ineli- minabile della realtà, il quale esige il concorso di tutte le
condizioni necessarie e sufficienti della realtà stessa perchè sia realizzato ?
at- Ma-fra.gli attributi più caratteristici del reale è appunto l’atti- Pi tit.
Io dunque concludo che ogni fa jene i | sempre il suo carattere di attività,
cioè che ogni ‘ oggetto, ogni pensato, ogni prodotto, ogni astratto, ogni
fissato, ogni fatto, in ultima analisi, è sempre | attivo. Il che non significa
che ogni forma d’atti- vità sia sempre sensibile; nè, tanto meno, sensibile } Ò
| : X. - La questione dell’idealità del reale ecc. 181 allo stesso modo. Ogni
fatto ha quella forma d’at- tività che gli è propria. Anche il tempo medesimo è
quella realtà che per noi è, data la nostra ma- niera di concepire e di
concepirlo. Quindi io non posso approvare la dottrina attua- listica e
solipsistica del soggettivismo, il quale proclama l’inerzia dell’oggetto.
L'oggetto, seconde me, non è inerte, Sembra stare, ma non sta che in apparenza.
E non sta, perchè non è al di là «della.storia, cioè non è scisso dalla realtà
che vive in esso, nonchè dal soggetto conoscente. L’intimo travaglio della
realtà È »inti avaglio del pensiero. Unico lo slancio incessante della
metamorfosi. Sorprende infine vedere come il principio del- l’attività
dell’oggetto sia stato riconosciuto aperta- mente da S. Tomaso, e come la
teorica tomistica dia luce e vigore alla tesi dell’impersonalità del pensiero
che è stata difesa nel capitolo antece- dente, senza il minimo attacco alla
personalità del pensante. Secondo l’Aquinate, poichè ogni ente risulta dal-
l'unione della forma colla materia e la SR è l’elemento attivo e determinante,
cioè il principio essenziale che specifica e attua gli enti e la causa
determinante del loro moto, segue che ogni ente ha un moto naturale, nessun
ente è inerte. Questo, per la parte della Filosofia che tratta dell’ordine (1)
«Anche li dove la natura sembra stare, l'apparenza è prodotta dal suo lungo
cammino, lungo così che le nostre facoltà percettive non ci rivelano il
divenire, che perciò di- ciamo latente, ma che facoltà percettive più
penetrative, e di più penetrativa misura del tempo, di quella che noi abbiamo;
renderebbero patente -- Masci. 152 , Il solipsismo reale, cioè per la
Metafisica. Su questo si fonda la Gnoseologia o Logica, cioè la parte della
Filosofia che tratta dell’ordine ideale, o del pensiero. In questa dottrina è
fondamentale il principio della cognizione come concorso e come assimilazione
dei due elementi, il conoscente e il conosciuto : a) una cognizione non si può
conoscere se non in quanto dal concorso del conoscente e del conosciuto è
prodotta nel conoscente l’imagine del conosciuto ; b) omnis cognitio fit per
assimilationem cogno- scentis et cogniti. (C. G., I, 65). E che altro ci vuole
per rinforzare la tesi dell’impersonalità del pensiero, se non la sua chiarita
risoluzione în atto di conoscente e conosciuto ? III. — Nel terzo errore, che è
quello d’ogni asso- lutismo (irrelativismo) incappano coloro i quali
dimenticano che nessuna realtà è pensabile fuori della relazione coll’attività
pensante per la quale soltanto è pensabile. Su questo problema chi siasi
collocato dal punto di vista subobjettivo, e non se ne voglia allontanare,
oltre a ben guardarsi d’eri- gere le relazioni e la relazione delle relazioni
in entità, deve star attento a non perdere il concetto della relazione, pur
serbando quello della dipen- denza. Che è ciò che fanno tutti quelli che assi-
curano d’aver capito il concetto di Berkeley, ricor- dato con tanta frequenza
dal Gentile; e poi tornano ad affermare la soggettività assoluta del reale, col
pretesto che l’oggetto, ogni oggetto non è che pel soggetto e dal soggetto.
Altre volte però gli assolutisti traguardano da un’altra feritoja. Suppongono
allora che, data la ;\ natura relativante del pensiero, il pensiero come | \
realtà universale sia la relazione universale senza \ \i termini. Ma anche
questa ipotesi è assurda e im- Lalli possibile, giacchè il i id ni-.i F
festazioni dI soggetti e oggetti pon è nulla geste da “ molti hanno creduto di
oltrepassare ogni finitudine Ù empirica di relativi e correlativi, ponendo
senz'altro ù l’irrelativo come atto concreto della relazione che, i essendo uno
e in eterno presente. realizza esso solo il molteplice, superandolo
trascendentalmente. MLD. E quali sono le prove che s’adducono in favore? fr:
Non ci son prove accessibili al soggetto empirico, n sempre avvolto nelle
nuvole del pensiero astratto. Î Bisogna uscire dal pensiero morto e sotterrato,
A bisogna vivere, bisogna salire... Ma ci sia, o no, hl questo bisogno di
salire oltre una morte, la que- Ù stione è, se l’uomo possa così superare la
legge Piet della sua relatività, come concepire una relazione reale che non
relazioni nulla. Ed è ciò che io nego assolutamente; perchè questo non si può
ottenere se non a patto di potere l’ impossibile. Che il pen- siero si elevi
coll’astrazione all’irrelativo, all’ in- condizionale, è innegabile. Ma,
irrelativo o incon- dizionale, entrambi rimangono sempre una sem- plice
negazione del condizionale e del relativo. \ Massimo pensiero e quindi massima
realtà per me significa massima complicanza di relazioni fra ter- mini reali.
Qui finiscono gli argomenti sopra le tre ipotesi teoriche esclusive, e insieme
il compendioso ac- | cenno alle mie precedenti ricerche sull’ idealità del
reale, concetto che spero d’aver dimostrato meno | L| difficile di quel che
sembra. Opponendomi a quelli ti che fichtianamente chiamano Soggetto
trascenden- | tale la totalità del reale, senza vedere che l’unità del
soggettivo e dell’oggettivo non può essere sog- gettiva (comunque s’intenda un
tal soggetto), con 184 \ Velli dl: solipsismo non minore ragione id ammetto la
relativa dipen- denza dell’oggetto dal soggetto, senza cadere nel soggettivismo
(1). Riassumendo: Per quanto diverse e talora op- poste siano le asserzioni del
soggettivismo assoluto e del solipsismo credo d’aver provato che le loro comuni
riduzioni di pensiero a soggetto, di ogni oggetto a soggetto, di ogni oggetto e
di ogni sog- getto al mio soggetto (qui empirico, là trascenden- Quando si ammette che dall’ io cioè dal
soggetto deriva la conoscenza, che ogni conoscenza tanto delle cose quanto di
sè ha la sua origine nello sforzo d’attività dell'io, il soggettivismo crede
d’aver causa vinta. Ma si sbaglia, perchè quella ammis- sione (d’aspetto
spiritualistico alla Maine de Biran) conduce solo a distinguere due atti di
relazione tra soggettività e oggettività : a) l’uno come processo particolare
(soggettivo) che costi- tuisce la ragione del soggettivismo ed è l’atto di
conoscenza del soggetto pensante un oggetto; b) l’altro come processo
universale (soggettivo- oggettivo) che costituisce la ragione del
subobjettivismo, e quindi nega la portata universale di qualunque processo
soltanto sogget- tivo, cioè nega l’esclusivo soggettivismo. Questa è sempre
stata ed è anche ora la mia convinzione: che posso esser sog- gettivista nel
senso della dipendenza relativa dell'oggetto dal soggetto; ma non lo posso
essere nel senso che la totalità del reale sia soggettiva, perchè l’unità
universale è propriamente ‘ subobjettiva cioè unità di soggetto-oggetto.
Chiamare io 0 sog=- ii ia) a 1 PIPPE uo TITEL 7 i mite X. - La questione dell’
idealità del reale ecc. tale), quindi
del soggettivo all’inoggettivo, dell’og- gettivo a inerzia, della relazione
all’irrelatività, a fine di spiegare il pensiero e la realtà, cominciano per
mutilare la realtà e finiscono per rendere im- pensabile il pensiero. Con
questo risultato si vede chiaramente il senso recondito delle quattro affer-
mazioni seguenti : 1° che il soggettivismo attualistico è in certo modo un
solipsismo criptico ; che nell’autoconoscenza non rimane alcun residuo
soggettivo inconoscibile, conforme al prin- cipio dell’equivalenza conoscitiva
di tutti i termini che sono nella conoscenza ; 3° che l'ipotesi
dell’individualità e della per- sonalità del pensiero è così artificiale come
quella della sua esclusiva soggettività, dell’inerzia del- l’oggettivo, e
dell’irrelatività della relazione; che la giustificazione completa cioè autolo-
gica dell’idealità del reale è solo possibile in una teoria che ponga tutta la
realtà come pensiero subobjettivo e il pensiero come atto unitivo e di-
stintivo di potenziamento. Ma ora viene il problema inverso, cioè il pas-
saggio dal problema specifico dell’idealismo gno- seologico (idealità del
reale) al problema specifico dell’idealismo metafisico (realtà dell’ideale). Il
primo è nel campo dell’immanenza, il secondo in quello della trascendenza. Ma
basta ricordare col Marti- netti che il principio metafisico della realtà del-
l’ideale è base necessaria d’ogni dottrina religiosa per capire che, se si vuol
porre una metafisica a base fideistica, prescindendo da viete lun- gaggini, è
sufficiente, come dice Schopenhauer, pronunciare questa semplice professione di
fede : «io credo in una realtà trascendente ». E su questo 186 Il solipsismo
punto è inutile che io ora dica se credo o no, perchè qui io non debbo esibire
il mio atteggiamento ri- spetto alla fede. In materia di filosofia io non mi
fido nè della mia fede nè della mia miscredenza. Ammesso l’idealismo in senso
gnoseologico, come risulta dalla discussione precedente, ammessa la risoluzione
dell’essere‘ nel conoscere cioè della realtà nel pensiero in senso universale,
io sono costretto a dichiararmi idealista — in questo senso — anche in
metafisica. Ma è forse d’uopo, per questo diventare #dgalista assoluto, cioè
ammettere la trascendenza divina? Pretesa eccessiva. Il punto di vista
relativistico fedele nella sua crudezza al subobjettivismo respinge il dualismo
assoluto come quello che rompe e disarticola tanto l’unità ideale della realtà,
quanto l’unità reale dell’ ideale. Ap- punto perchè, gnoseologicamente parlando,
am- metto una trascendenza nel senso che in questa affermazione si esprime e si
riassume l’esigenza della progressività non al di là dell’essere del co-
noscere, io penso una realtà trascendente sì, ma conforme al principio della
risoluzione del cono- EE Tee scere nell’essere. Preciso adunque due cose: la
prima è che con questa tesi della trascendenza io non faccio e non intendo fare
alcun atto di fede, perchè non dico credo, ma dico penso. La seconda è che
l’esigenza metafisica e l’esigenza gnoseolo- gica non sono fra loro
contradittorie in guisa che sia d’uopo temere che il tentativo d’un accordo fra
loro si risolva nel tentativo di conciliare l’ in- conciliabile. L’immanenza è
forse la negazione della trascendenza ? La molteplicità è forse la ne- gazione dell’unità?
L’al di qua è forse la nega- zione dell’al di là? Di tutti questi quesiti si
aspetta una dimostrazione convincente. X. - La questione dell’idealità del
reale eco. 187 Hegel pure mirò sempre alla conciliazione del- l’unità
metafisica colla pluralità gnoseologica, ma in pratica ebbe un concetto
inadeguato dell’unità in sè, perchè la pensò solo come l’unità vivente del
molteplice. Si può e bisogna andare più in là di Hegel, abbandonando
l’illusione (tanto hegeliana), quanto neo-hegeliana, e il problema sia risolto
colla moltiplicaziotiè sefanto naturalistica, quanto dialettica) dell’unità
coeva all’unificazione verbale del molteplice. i poter dichiarare che ice, non
il molte- plice_ si implica nell’uno | per dialettica virtà. Quel- l ct ga ell
er realtà dell'ideale è unità e molteplicità perchè tale diventa, e tale
diventa perchè tale è. Per questo sarei già disposto a pensare che se anche la
conciliabilità dell’ idealismo gnoseologico col metafisico non fosse che
un’illusione, sarebbe già a bastanza bello esser stato ingannato in buona fede.
Quando un'illusione è vitale, perchè l’ illu- sione non sarebbe essa stessa una
ragione di spe- ranza? Ma il fervido consenso che tante anime elette dànno
all'idea della conciliabilità delle due esigenze idealistiche (la gnoseologica
e la meta- fisica) e sopratutto quel senso melanconico di no- stalgia con cui
l’anima accoglie l'incapacità di sapersene dare una dimostrazione esauriente e
a cui difficilmente si potrebbe negare un valore più grande di quello che merita
il senso comune, sono raggi per me rivelatori d’una sublime verità. Non è una
preferenza data allo straordinario sull’ordi- nario, al fatto sulla dottrina,
al mistero sulla co- noscenza. Non bisogna dimenticare che la realtà universale
è più vasta e più profonda della realtà fini n tr ni dle a Ti n n ierrt NMIRALA
e “vi jesi) pesi uff pre bali) : N : ta RS a Sa , ’ -ittterzzaiiziionini
otel Il solipsismo particolare che passa
per la cruna della dimostra- Not toengo vi collo gufie traverso la lente
"della sua teoria non potrebbe darsi che troppo spesso, come dice il
proverbio, l’albero gli nascon- desse la foresta ? Nelle analisi precedenti la
lente era indispensabile. Temerei di perdere la visione d’insieme, se ora non
mi volessi concedere al gesto spontaneo dell’ intuizione. Più mi avvicino a me
stesso, più mi accorgo che v’ha dentro di me un mistero teoretico cen- trale,
il doppio bisogno spirituale di sapere e di amare. Di amare dico non già di
credere. Perchè il il credere o il non credere nelle questioni filosofiche mi
pare grossolano e volgare, ed io evito sempre studiosamente ogni contatto non
solo con quello che si dice la religione ma sopratutto con quello che si dice
la religiosità, perchè io sento dentro di me il gusto mistico della verità e della
bellezza, ma tutto ciò si realizza nel mondo del pensiero puro e del- l’amore
puro, fuori d’ogni volontà di credere o di non credere, fuori d’ogni fede
religiosa o irreli- giosa. Finora non ho trovato che due filosofi capaci di
elevarmi lo spirito a questo doppio ed uno mi- stero del pensiero e dell'amore:
Platone e Spinoza. La severa significazione della loro filosofia è tutta
nell’affermazione entusiastica che le cose d’amore (cà îpwrrxd) fondono in uno
il mondo materiale e spirituale, e da un lato favoriscono l’ascensione graduale
dello spirito verso la conoscenza suprema, facendo d’ogni amante appassionato
della verità (&\mdetas tpaotà<) un sapiente delle cose invisibili; dall’
altro introducendo l’ amante del sapere nel mondo della visione intellettuale,
della 6swpta, favoriscono in lui la conoscenza e il possesso in- timo di tali
realtà del mondo ideale che non si X. - La questione dell’ idealità del reale
ecc. 189 potrebbero mai vedere coll’occhio del corpo, con- forme alla
conclusione mistica dell’etica di Spinoza che si sigilla coll’amor
intellectualis. La riabili- tazione mistica della realtà dell’ideale può essere
non solo il segno ma l’effetto d’un entusiasmo giustificato da un sistema
d’affinità : Spotoy épotw. Così io penso e amo la conciliazione dell’idealismo
gnoseologico col metafisico con extra-fideistica ere- sia, perchè non posso
disgiungere dalla mia esi- genza speculativa un’esigenza di pensiero poetico
che alla fede sostituisce l’amore, e non obliterai fenomeni astratti perchè
traverso di questi, come traverso la concreta unità, costantemente vive (e
quindi perchè non direi che concilia ?) l’idealità del reale nella realtà
dell'ideale. E forse questo è, perchè il metodo logico della + verità e il
metodo estetico della bellezza sono es- senzialmente congiunti nel metodo
d’amore, come esprime appunto la parola filosofia, che non è più amore di
sapere che sapere di amore. E non solo la bellezza è insieme visibile e
amabile, come di- ceva Platone, ma per i filosofi anche la realtà del- l’ideale.
XI. La questione dell’ immanenza e della trascendenza. Il solipsismo insegue la
relazione insopprimibile del soggetto e dell’oggetto nell’unità immediata del
mio io individuale, e solo quivi afferma di riscontrarla in modo concreto e
definitivo, facendo dell’oggetto il mero e semplice pensato del mio io.
Ovviamente abbandona il semidealismo di Berkeley che ammette la pluralità degli
esseri pensanti e l’esistenza dello spirito infinito, cioè di Dio, l’idea-
lismo di Fichte che ammette la distinzione astratta fra l'io empirico e l’ Io
trascendentale, l’immanen- tismo dello Schuppe che ammette la coscienza
generica iperindividuale coll’inerenza dei soggetti empirici individuali,
infine abbandona lo stesso idealismo attuale in quanto nega il diritto di pas-
sare dal mio io soggettivo individuale all’ Io tra- scendentale, benchè si
accordi con esso nel rico- noscere che non si può parlare d’ una realtà esterna
all’io. La sua situazione è in breve la puntualiz- zazione immediata del mio io
contro ogni trascen- denza e ogni mediatezza. Però, ridotto l’io a punto senza
coesistenza spa- ziale, a istante senza successione temporale, a mo- pe: PES IEIA MEI 100 LUO «SIA dn cetiiogi ie reti
JoR fia pai ITAL SCAN — ape Di 192 Il solipsismo # mento dinamico senza
continuità di movimento e sorto un io assolutamente immediato senza media-
zione, che cosa rimane della realtà dell'io — allo svanire dello spazio, del
tempo, del ‘moto, della mediatezza, nonchè della nebbia che ricopre lo stre-
menzito residuo — se non un innegabile astratto, triste retaggio dell’éra
astrattistica tanto combat- tuta dal solipsismo? Il Botti, nella sua accuratis-
sima monografia sul trascendentalismo e il solip- sismo, ha bene afferrato
questo punto allorchè scrive: «Si può comprendere l’io punto e istante, fuori
di spazio, tempo, decorso, decadenza, come io matematico: un reale, un ideale,
un’ incognita. Ma è certo che ciò che meno può presentarsi in queste condizioni
è la coscienza » (1). Si vede adunque che, se si vuol approdare a ciò che è «ben
remoto dalla concreta vita dell’ io», è giocoforza non imitare il solipsismo ma
combat- terlo, non solo colle sue armi, cioè coll’assoluta im- manenza
immediata, ma pur con quelle fornite dal riconoscimento di una relativa
mediatezza compati- bile con una relativa forma di pluralità e quindi di
trascendenza. Ripeta il solipsismo la sua gratuità antifona dell’ antitesi
radicale fra trascendenza e immanenza. Per altro non resta gratuito sostenere
che lo spirito filosofico può, anzi deve conciliare in sè questi due caratteri
che sembrano contra- dittori. Si può desumerlo dalla compresenza sto- rica dei
due indirizzi, che così àppajono entrambi due esigenze vitali. La loro lotta
non sarebbe il principio animatore del progres co in- tuizione della loro
continui e il filo BORTI (vedasi) BortI, Trascendentalismo e Solipsismo, Mitano.
La questione dell’immanenza e della trascendenza conduttore definiente la nostra situazione
ideale ? Un certo riscontro tra l’antitesi nel processo gno- seologico (circa
l’immanenza) e metafisico (circa la trascendenza) e l’antitesi nel processo
unitivo e di- stintivo del pensiero favorirebbe l'avvicinamento. Lo spirito
filosofico avrebbe due caratteri: uno intransitivo verso l’unità relativa,
donde la ten- denza all’inerenza cioè all’immanenza relativa come universale
intimità; l’altro transitivo verso la pluralità relativa, donde la tendenza
alla distin- zione cioè alla trascendenza relativa come universale
progressività. Così il termine ideale del processo dello. spirito sarebbe non
solo l’unità ma insieme la pluralità. D'altronde, come sarebbe possibile,
ammettendo l’ascensione dello spirito verso una sempre superiore unità, il
passaggio graduale da unità ad unità, senza traversare una fase di distin-
zione ricorrente? Non s'intende come il solipsista ceda al vano puntualismo sia
dell’autocoscienza sia della realtà stipate nell’unicità assoluta d’un punto,
allorchè quel che ci insegna continuamente l’auto- coscienza è la sua continua
attività. Senza virtù continua di attività non si vive, non si pensa. L’in
negabile varietà dei contenuti di coscienza richiede dalla coscienza medesima
una variazione continua di prospettiva che il solipsismo non avrebbe di- ritto
di interpretare come tendenza alla unità se + questa non accusasse una controtendenza
alla plu- ralità, cioè se la coscienza medesima non si dibat- tesse
‘contintamente fra una certa trascendenza e una certa immanenza. La
trascendenza non è l’im- manenza che si esplica? L’immanenza non è la
trascendenza che si implica ? Se noi dunque potessimo fissare le tappe più
spiccanti dei due indirizzi tanto alternativi quanto A. P., Il solipsismo, .
13. Il solipsismo ultanei della tr e dell’immanenza, se ci fosse dato di
conoscere quell’intima ragione per cui si realizza sotto la duplice specie
della tendenza alla pluralità e all’unità, ciò che è in possibilità nelle cose
e in potenza nell’uomo, noi sapremmo la storia ideale del pensiero che si ve-
rifica sotto forme diverse presso tutti i popoli, innovando e trasformando i
sistemi filosofici, in una colle generazioni pensanti che si avvicendano nel
corso dei tempi. La questione dell’arte e della critica d’arte. Scrivo queste
pagine sull’arte e sulla critica d’arte in relazione al solipsismo senza
preoccupazioni dot- trinali a priori. Sarà una schietta confessione psi-
cologica dei miei sentimenti e delle mie aspirazioni che riuscirà da un lato
poco o niente accessibile alla coscienza comune, dall’ altro perfettamente
oziosa a quei sistematici opliti specialisti, dirò così, che hanno la compiuta
sapienza dell'estetica. Che importa? Io cercherò di illuminare le mie idee,
esenti da pretese dogmatiche, con la mia diretta esperienza e con quella poca
ma viva coscienza dei problemi dell’arte che ha costituita finora l’educa-
zione estetica della mia vita. Per un fervido ama- tore dell’arte, non ha
l’arte il suo scopo in sè. stessa? Sarà forse vietato di tentare un’opera
d’arte al pensatore? Il solipsista stesso non può avversare - un tentativo di
psicologismo estetico, perchè in fondo il solipsismo non è altro. Ed io
medesimo, infine, comincio ad essere stanco del mio esame critico del
solipsismo, che, pel mio plumbeo stile, è diventato oramai un tema di
erudizione teorica e una critica di contrasti; e quale critica! Peladan Il
solipsismo ra dite Me RS II oi o . CANTO n, N RATA n rr i PRO Pa aveva ben
ragione di dire: Rien ne fomente l’ennui comme l’énumération des erreurs: pour
utile que ce soit, la matière, par elle-mèéme pédante, vous donne un air de
professeur annotant des composi- tions. On irrite des amours propres sans
remédier aux fautes, et le lecteur n’aime guère à ce qu’on dérange ses
habitudes et qu’on trouble sa coscience. È vero che finora io non ho criticato che per cri- ticarmi e
precisamente per costringermi a formu- lare quelle ragioni teoretiche che
m’impediscono di accettare la dottrina del solipsismo. Chi però se ne sarà
accorto? M’appagherei tuttavia d’aver rimosso qualche inciampo sul cammino
degli stu- diosi. Ma che potrò, che dovrò rispondere alle cen- sure di coloro
che mi attaccheranno sul presupposto della filosofia dell’arte? Nulla. « Nel
mondo estetico ogni essere naturale è un cittadino libero ». Non era questo
l’ammonimento di Schiller? Lasciamo ‘dunque che la contemplazione estetica si
profondi tutta nell’oggetto suo e trovi in questo, solo in questo, senz’altra
inquietudine o desiderio, il suo appagamento. I. Nietzsche vagheggiava l’ arte:
come la libera- zione dello spirito dal predominio dell’&v&pwros
dempyrixés. Siccome egli era sopratutto un artista, è naturale che abbia avuto
dell’arte un’idea troppo poco filosofica. Ciò non esclude che si possa avere
anche un’idea più artistica della teoria, notando di passaggio che questa
parola deriva da una radice che significa guardare, mirare, quindi già per sè
stessa vale spettacolo, contemplazione, e, per tras- lato, anche processione.
Tutta la tragedia greca è, La questione
dell’arte e della critica d’arte in
questo significato, teoria. Quindi, se è vero che la tragedia nacque dal genio
della musica, la teoria esta il segreto d’entrambe. Qui, in questo oblìo del
senso tragico e musicale della teoria si nasconde l’antipatia di Nietzsche per
la visione teoretica (che egli chiamò socratica, senza riflettere che già tutta
la civiltà omerica, che fu epica e apollinea, fu affermazione energica di
teoria plastica) e il suo principio, tante volte riela- borato in termini
schopenhaueriani, che il | pensiero teoretico (rivolto alla rappresentazione)
non sia il centro profondo. della _Vita; attiva soltanto nella volontà e per la
‘volontà. Perciò non ‘potè connet- tere l'ideale estetico all’ideale logico e
non com- prese il socratismo, il quale non fu che la mani- festazione.
razionale successiva dello spirito teore- tico . 5SN Fu errore comune del
Nietzsche, di Rohde e di Wagner ritenere che l’unità armonica dell’uomo
s'infranga allorchè la (riflessione logica s’unisce all’intuizione e
all’istinto. Essi sup- pongono che la ragione astratta venga a soppiantare
l’intui- zione cuncreta e quindi a dominare sovrana sopra i sensi. Così
oppongono sempre la contemplazione e la sintesi alla rifles- sione e
all’analisi. Ma questa opposizione anzitutto non è con- trasto dell’uomo logico
e teoretico coll’uomo tragico e pratico; perchè la contemplazione tragica è già
essa stessa teoria. Di più non può darsi che la ragione che è vita logica e
cosciente di sè sia principio di disarmonia per l’uomo razionale tendente
all’autocoscienza. La ragione e l’autocoscienza sono perfetta- mente
compatibili con l'ideale tragico della vita. Ciò è provato dal fatto che la
resurrezione del senso tragico e musicale fu possibile anche in tempi di
elevata cultura scientifica e filo- sofica, come nel dramma wagneriano, fusione
di poesia e musica sullo sfondo simbolico e perfettamente cosciente
dell’intelli- genza. La lotta eroica della volontà umana contro il dolore e la
morte è anzi fatta più terribile e atroce dallo spasimo d’una ragione teoretica
conscia di sè e dell’amara inevitabile lotta il
Il solipsismo î 1 î Per me, invero, non ha senso negare valore di i5
attività profondamente vitale sia alla rappresenta- N zione sia alla ragione,
perchè entrambe irraggiano, dal vero agens dell’arte e della scienza che è
l’amore.) Tosto che questo spirito multiforme della vita vuole { 7 come
fenomeno apparire: la teoria del doloroso mistero della bellezza comincia per
ogni musa. d'ogni individuo contro la sorte. Da ciò si può capire che il
passaggio dallo spirito d' Eschilo e Sofocle allo spirito di Eu- ripide non fu
determinato dall’insorgenza dello spirito socra- tico; ma da altre cause che nè
il Nietzsche, nè il Rohde, né il Wagner furono capaci di assodare. Come fu da
essi intuita la riconciliazione di Apollo con Dioniso, così verrà un tempo
esplicata l’unità del senso tragico col senso logico, cioè la tri- stezza
dell’uomo teoretico. Del resto la saggezza tragica non è un principio ignoto
allo stesso Nietzsche. Quindi è ammis- sibile una spirituale intima e feconda
concentrazione di rifles- sione e intuizione, di analisi e sintesi, di teoria e
pratica, di intelligenza e di imaginazione, di filosofia e d’arte. L’ispira-
zione creatrice saprà utilizzare ai suoi scopi artistici tutta la °° vita dello
spirito dall'analisi alla dialettica, facendo cooperare l’arte e la filosofia.
Si avrà un’arte integrale che prenderà effi- cacia organica e carattere nuovo
dagli stessi dissidi, Le unioni che ora pajono ibride e innaturali chissà che
un giorno non vengano a risolversi in una coralità nuova rivelatrice di nuova
bellezza, come dalle spine germoglia la rosa?
È noto che Nietzsche, separando come fa Schopenhauer il campo della
musica da quello delle altre arti, e considerando queste come l’espressione
della tendenza apollinica, quella come l’espressione della tendenza dionisiaca
in completo accordo col È principio che Riccardo Wagner stabili nel suo
Beethoven, stima erronea quell’ Estetica che, secondo la frassologia! corrente
ancora al servizio d’un’arte falsa e degenerata, s’ostina a giu- dicare la
musica secondo gli stessi principj estetici che valgono 5, per le arti
plastiche, cioè séguita ad apprezzarla secondo la « categoria » della bellezza.
Secondo Wagner e Nieltsche è un ì; grande errore esigere dalla musica un
effetto simile a quello delle arti plastiche, vale a dire la produzione del
piacere delle belle forme. L'idea della bellezza è solo propria del mondo LUPIN
dealing : e oe Aa , Pn] “i n l L'ane. XII. - La questione dell’arte e della
critica d’arte 199 Giacchè, ogni affermazione della vita mediante la
conoscenza, dall’arte alla filosofia e nell’arte dal- l’architettura alla musica,
è teoria. Tralascio di { additare gli altri caratteri evidenti. D’essere tragi-
camente teoria: questo è pur la praxis d'ogni vita } artistica, scientifica ‘e
filosofica. Necessità cioè tragedia di vita è necessità cioè - tragedia d’arte
e di pensiero, ossia tragedia di teoria. pentnd \ (L'arte è interamente teoria.
Interamente teoria è la conoscenza scientifica e filosofica) Così, dato ikpunto
di vista tragico) cioè necessario della vita, s'intende come terribilmente si
colori ogni profonda forma di conoscenza sia d’arte che di filosofia. Questo
principio della congenialità dell’amore e della conoscenza, evidentemente si
stacca dalla tesi nietzschiana della nascita della tragedia dallo spi- rito
della musica e quindi dalla sua visione circa l'origine delle arti e più ancora
rispetto alle scienze e alla filosofia (1). Invero Nietzsche, opponendo
plastico (L’origine de la tragédie. La constatazione del prodigioso contrasto
notato tra la musica e le altre arti li tra- scina irresistibilmente ad opporre
alla categoria della bellezza Y qua valida per il mondo delle apparenze sotto
il principio del- °° © È l'individuazione la categoria dell’ebrezza valida per
il mondo . > IWA dell'essenza oltre ogni forma e ne ‘annientamento d’ogni. 4
$i individualità.’ F urA © Ma come To stesso Nietzsche non si trova imbarazzato
a parlar d’una gioja sfrenata dietro la gioja dell’apparenza, così non mi pare
illegittimo estendere il senso della bellezza anche oltre i limiti
dell'apparenza. Non ci accade frequentemente di rico- noscere che ogni arte ha
una portata metafisica? Quindi la concezione metafisica della musica non viene
affatto compro- messa dall’idealità d'una bellezza musicale propria di quella
ebrezza profonda che si disfrena al di là d'ogni principio di individuazione. (4)
Per dare risalto al problema artistico, qui l'accenno alle scienze e alla
filosofia viene lasciato deliberatamente nell'ombra. tum t tai x x [cin # è e
200 Il solipsismo schopenhauerianamente.Ja musica alle altre arti, deriva solo
la tragedia dallo spirito della musica; opponendo la teoria all’arte, esclude
la possibilità d’ogni parentela di questa con quella; opponendo il momento
dionisiaco all’apollinico, benchè ne ammetta il comune fondo pessimistico,
deriva scho- penhauerianamente la musica dalla volontà, le altre arti dalla
rappresentazione. Naturalmente con queste idee la specificazione dell’arte è
già bipartita. Ma si può andare anche più oltre. Invero, pur ammettendo che il
doloroso mistero- ella bellezza ‘costituisca l’attività germinale dello spirito
e propriamente il genere indeterminato di ogni specificazione d’arte e di
filosofia, è una pre- tesa infondata che vi sia un’arte unica e definibile a un
modo. Vi sono invece più arti, cuì spettano determinazioni diverse, benchè lo
stesso amore della bellezza costantemente esprima in ognuna il suo doloroso
mistero. C'è un lirismo primitivo (Urlyrik) impersonale Qi comune a tutte. reci
avevano co o perfetta- 4 mente questa consanguineità di tutte learti,ideando il
coro delle nove Muse, sorelle, che Apollo e Dio- nisio (in Pieria), Musageti,
presiedevano al ban- chetto degli dèi. In altro senso, ciò che bisogna
sostituire alle varie definizioni proposte dagli estetisti per deter- @ minare
in modo adeguato il concetto dell’arte non è un’altra definizione dello stesso
tipo (note defi- nienti a parte), ma nessuna definizione. Perchè l’arte unica
non esiste,_ È zione. Il suo nome . ricorre, è vero, in tutte le conversazioni
degli artisti i Sopra l’alleanza
fraterna di queste due divinità cfr. lo stesso Nietzsche L'origine de la
tragedie, La questione dell’arte e della critica d’arte 201 e fa le spese di
tutti i trattati d’estetica; ma, desi- gnando soltanto l’elemento generico, non
serve che a fuorviare il ragionamento, creando un'identità fittizia tra operazioni
diverse, e impedendo di rico- noscere quelle proprietà essenziali che sono
reali e irreducibili, malgrado l’interpretazione unitaria dell’opinione comune.
Questa soppressione d’una definizione in ogni caso erronea è già stata invo-
cata molte volte da artisti di gran valore e $' in- contra qua e là anche nella
critica d’arte (1); ma incontra poco favore. Ufficio proprio d’una critica
d’arte, ma germogliante essa stessa dall’uso este- tico della ragione ed
eccitatrice di sentimenti e di idee, dovrebbe esser quello di liberare il
giudizio dal falso presupposto dell’arte, voglio dire del- l’arte unica, fonte
di tutte le più sterili discus- sioni astratte sulla natura del bello. Di qui
forse, potrebbe venire un mutamento salutare nell’ indi- rizzo degli studj
estetici, mutamento che, strappati gli spiriti alla servitù degli idola fori e
dei pseudo- concetti, preparerebbe il terreno ad una nuova vita. Ma, purtroppo,
siamo ancora lungi! Riforme si sono proclamate e fin dalle radici nella
filosofia dell’arte; ma non vi ha spesso di nuovo che la copertina. Da per
tutto vedi nuovi Aristarchi che dottoreggiano, periti-giurati che controllano,
unghie che lacerano, pantografi che copiano, spine dor- sali che sicurvano,
caudatari autorizzati che badano solo a incensare. Anche i più recenti
autorevoli PATER. Io trovo una certa
attinenza tra questo mio pensiero e il pensiero del GENTILE quando dice: « Non
c’è la filosofia a dar norme al pensiero del filosofo -- Sistema di logica. 202
Il solipsismo tentativi di definizione dell’arte sembrano prove di quadratura
del cerchio, commoventi per la loro prodigiosa ingenuità. Altri inartistici
dottrinari del | bello drammatizzano e prolungano certe questioni di lana caprina,
caricando tinte speculative alla maniera di Fichte, e fosse pur vero che ne
capissero l’idealismo! Conosco alcuni estetisti ideologi che vivono da parecchi
anni in un vero stato morboso ( di eccitazione per decidere-se l’arte sia
espressione dell’individuale o dell’universale! Quanto a me, ho sempre avuto
una profonda ripu- gnanza per siffatte ricerche e ancora mi meraviglio che i
loro autori, ricchi di tanta capacità per inda- gare i caratteri delle varie
opere d’arte, non pre- feriscano l’ incanto meraviglioso di crearne una. Base
d’un’ interpretazione profonda dell’arte è il confidente ritorno del giudizio
alla pienezza di quel torrente di vita interiore in cui tutti gli spiriti,
avidi di freschezza ed originalità, si muovono con slancio sempre più libero e
nuovo, donde ogni forma artistica zampilla e a cui continuamente aspira. La
nascita dell’arte si rinnova in ogni tempo coll’incancellabile segno d’ogni
amore, che è è sempre triplice ed uno: lardore, tristezza e > mistero ,|
come pensava Baudelaire. > Sugli affetti
fondamentali dell'anima umana rispetto al- l’Arte, cfr. Baudelaire. Quando
questa mia interpretazione | dell’arte si discosti da quell’estetica la quale
afferma che l’arte « non ha nulla da vedere con l’ utile, col piacere e col
dolore n, resta evidente, rapporto alla natura, all’imitazione, al senti-
mento, all’idealità, alla tecnica esteriore. CROCE (vedasi) opina che la poesia
è tutta nella liricità dell’artista. Ma anch'io l’ammetto; solo che per me la
liricità deve intentersi alla maniera musi- cale di Nietzsche (L'origine de la
Tragédie, $ 5) che è precisa- mente l’opposto della maniera crociana, come ho
accennato Ù Cn, dianzi a proposito dell’Urlyrick. E ciò, non già perchè io am-®
. - La questione dell’arte e della critica d’arte Così gli antichi favoleggiarono la natura nei
lumi- nosi semitrasparenti veli di qualche grande Iside o Sfinge, a cui, per un
portentoso processo di ana- logie e di relazioni il simbolo esterno
tricorporeo, moltiplica il significato interiore. Può ripetersi del- l’uomo,
come dell’arte. In materia di sensibilità (dove si opera la comunione delle
anime), il+lin- guaggio figurato è inestimabile. Verbo universale delle forme
"e animale coso sisi di vita propria, svela ed incarna la complicazione
fondamentale dell'amore nella natura, nella vita e nella teoria, ciascuna in
ogni forma triforme che è il segreto dell’arte, mistero di gioja e di dolore; e
costituisce la condizione capitale della sintesi estetica. Non si può legger
Nietzsche senza avvertire la straordinaria utilità delle figure. Platone
esprimeva la sua contemplazione estetica con miti d’incom- parabile splendore a
cui quasi esclusivamente si affida la fortuna e la gloria delle sue teorie.
Imagini sublimi troviamo nei Veda e nelle Upanishad., In realtà il simbolo non
è punto l’esigenza non che il segno d’un’intelligenza rudimentale, imperfetta.
È l’esigenza naturale della forma sempre circon- metta d’avere un mondo fisico
eterogeneo rispetto al mio stato d’animo. Io non credo che ogni monista, il
quale pensi che tutta la realtà è pensiero, sia costretto a proclamare
l’irrealtà della natura, se ammette l’idealità del reale (cfr. Cap. X). Chi
attribuisce il valore reale al pensiero (s. u.) non è forzato a deprezzare la
realtà della natura} giusto appunto perchè ne riconosce l’idealità. È a questo
realismo dell’idealità che io mi riferisco, ed è a questo realismo idealistico,
per dir così, che io vorrei riman- dare chi, per confutare il mio concetto
dell’arte e della liricità anticrocianamente intesa, volesse ribattere che io
cado nel dua- lismo parallelistico dei due mondi opposti dell'essere e del
pensiero. 204 Il solipsismo i fusa di ombra e di luce, alata di sogno,
ricondut- . trice dell’uomo verso le sue origini. }; Ma un’altra condizione
della sintesi estetica è | importantissima, ed è precisamente l'interesse che i
il soggetto prende all’oggetto della propria contem- 9 plazione che egli cerca
di esprimere il meglio pos- v) sibile. Non si può esitare a riconoscere il
senso e il valore soggettivo e oggettivo di questo interesse, i perchè si
manifesta precisamente come inter esse I fra, me soggetto e tutta l’oggettività
della mia espe- i ( rienza compreso me stesso; cioè m’impone di rico- ‘noscere
la realtà oggettiva di soggetti e di oggetti coi quali sono o posso
eventualmente entrare in rapporti sensibili di piacere o di dolore, di armonia
o di lotta, d’abjezione o d’elevazione ideale. Se io nego questo interesse
subobjettivo la mia coscienza estetica è distrutta. Talchè fra le esigenze
della mia coscienza este- tica e quella del solipsismo s’apre un dissidio in- sanabile.
E qui, terminata la confessione psicologica dei miei sentimenti e delle mie
aspirazioni, sulla base contemplativa si accende la critica. Il. Il fenomeno
estetico benchè accada tutto nello spirito mio è sempre legato in me e per me a
certi fattori e certi valori di soggettività e di oggettività che si
richiatizio vienna Così l'emozione este- tica, come l’opera d’arte, nascono
misteriosamente dal loro incontro, come la bellezza che sogna sul letto della
gioja e del dolore. Non mi fermerò a tratteggiare le condizioni soggettive ed
oggettive del fenomeno estetico. Son trasparenti. “n È VELE % i (iii XII. - La
questione dell’arte e della critica d’arte 205 Ma il tentativo del solipsismo
di chiudere gli occhi sulla realtà dell'oggetto, per concepirlo come interiore
al soggetto, avrebbe certo minore successo ai giorni nostri se non paresse
giustificato dalla teoria di quegli altri soggettivisti che non ammet- tono
alcun elemento oltrepassante la sfera dell’ io, per quanto avversino la causa
del solipsismo. Sfortunatamente è più facile chiudere gli occhi sulla realtà
della veglia che sulle pallide alluci- nazioni e sui vani sogni. Una mano sugli
occhi ci risparmia una sgradevole vista. Ma certi sogni, Somnia, quae mentes
ludunt volitantibus umbris, ci perseguitano furiosamente. Sulla differenza tra
il sogno e la percezione del reale (anche sotto la specie del sogno) non
ritorno più (cfr. IX). Quel che voglio conchiudere è presto detto.
Esteticamente parlando, io adesso sento e so che sono sveglio. E se anche sognassi
(cioè sognassi d’aver la co- scienza di non sognare) è un fatto per me innega-
bile che la mia attività mentale, onirica o no, in: questo istante, elabora,
collega, colora certi pro- dotti che sono per me come se fossero esistenti
extra mentem meam, cioè come se il solipsismo fosse falso. Sogno di percepire
una realtà oggettiva? Sogno d’essere in relazione sociale con altri esseri
umani (1) Alludo precisamente agli idealisti della Filosofia dello spirito, pei
quali l’espressione è esclusivamente soggettiva e dall’interno, senza
addentellato colla generale disciplina degli organi e dei mezzi d’impressione,
di traduzione e di attua- zione pratica, senza riguardo alle conquiste di
metodo accu- mulate dai predecesscri (per questi ultimi rilievi cfr. THOVEZ, Il
pastore, il gregge e la zampogna, 1920, mi, pagg. 35-260), senza riguardo alla
tecnica che pure agli occhi dei più per- spicaci artisti ha il più innegabile
carattere di spiritualità. 206 Il solipsismo / simili a me, ma diversi da me?
Ma li posso trat- / tare questi oggetti miei, questi soggetti miei come ‘\ se
esistessero realmente fuori di me? Sì, certo. Ebbene, esteticamente parlando,
questa funzione anti-solipsistica mi è sufficiente. Sia come amatore d’arte,
sia come artista produttore io non sento il bisogno di preoccuparmi di ciò che
è estraneo all’ interesse (inter-esse) mio. Bruscamente, in linea d’arte, io ho
il diritto di non essere solipsista; e — non è questo il colmo? — l’avrei anche
se lo fossi, perchè effettivamente in tal caso io potrei sempre dire: — io
sogno di non esser solo; realmente io sogno di non essere io l’unica realtà. —
Io sogno, p. es., di far il ritratto d’una persona cara. Finchè non mi salta in
testa l’idea di non avere davanti a me che una creatura della mia fantasia, e
di sognare dentro (nel mio primo sogno si capisce) che il mio stesso dipingere
è un sogno, produttivamente parlando, io sono a posto. Ma, e se fosse poi un
sogno che esista questa creatura, e che io l’ami, e che essa mi risponda, e che
io la dipinga? Ebbene, se io non sogno di sognare, cioè se io sento di avere
cervello e cuore, occhi e mani nella realtà, artisticamente parlando, non
chiedo di più. Superfluo, quanto noioso, sarebbe ricorrere ad altri esempj.
Alla completa mancanza di senso este- tico che il problema del solipsismo
irrefragabil- mente assume davanti a me — e questo fatto per me ha il valore
decisivo, perchè sono io stesso (e non il solipsista, diverso da me) che devo
deci- dermi pro o contro il solipsismo — risponde una completa mancanza di senso
pratico in tutti i ten- tativi d’estetismo solipsistico che pretendono im-
prontare dell’ideale solitario tutto il mondo arti- XII. - La questione
dell’arte e della critica d’arte 207 stico che per me, sempre artisticamente
parlando, è prodotto prorompente di soggetti e di oggetti’ associati. Infatti
se io mi persuadessi d’essere l’unico esemplare della razza pensante, senza la
minima concomitanza con un oggetto che non fosse un mio prodotto mentale,
un’individuazione fanta- stica del mio io individuo, mi sentirei talmente
condannato, non a fare, ma a farmi, anzi a lasciarmi fare, che la coscienza
della mia solitaria potenza si identificherebbe colla coscienza della mia asso-
luta impotenza. D'altra parte, se io non potessi, come non posso, dissociare il
problema estetico nè dal problema gnoseologico-metafisico nè dal problema
morale, non riuscirei mai a sottrarmi a quelle differenti, - ma combinate
esigenze di verità e di sacrifizio che un solo entusiasmo mi riunisce nell’
ideale supremo della bellezza. Conseguenze tutte che bastano a determinare la
completa insignificanza estetica del solipsismo, per un'artista che non voglia
e non possa rinnegare le condizioni indispensabili della sua vita. Non mi
convincono le contente credulità dei solipsisti in teoria, ma antisolipsisti in
pratica. Sostenere che le esigenze dell’azione non si possono far valere in
conoscenza non è neanche un effimero coraggio razionalistico trincerato dietro
la distin- zione kantiana delle due critiche. Un siffatto’ divi- sionismo non è
ammissibile neanche nel campo della. pura critica teoretica ; perchè, se ciò
che ri- guarda l’azione non avesse alcun valore rispetto ala ROOSR ‘attività
stessa del teorizzare sa- rebbe senza costrutto; perchè ira) fa, e se non facesse
Niente, non farebbe neanche | la sua teoria. Io intendo adunque interpretare
la! 208 Il solipsismo teoria stessa come vita, e accettare e agire positi-
—vamente con tutto il mio entusiasmo per questa vita teotetica che tutti i
separatisti della conoscenza dall’azione hanno respinto. Chi non sente che
l’arte (che è pure conoscenza) è vita e fervida vita d’azione, chi non crede ad
altra bellezza che a quella d’un costrutto in aria, chi non sente il suo mondo
inte; riore indivisibilmente legato alle gioje, ai dolori, alle speranze della
vita altrui, chi non sa che non | Ra mai tanto intensamente in sè e per sè che
quando più intensamente vivrà negli altri e per gli altri, è un paralitico, non
un artista. L'arte a mezza via come teoria apratica, senza spiraglio di vita,
non è arte. L'arte per l’artista non è solo la scorza, ma tutto l'albero della
vita. Non può essere solip- sista l’artista se non a rischio d’essicarne il
midollo. Comprendo che non servirebbe opporre la neces- sità dell’imitazione
(1) e d’una vagheggiata corri- Dacchè
Hegel ha osservato che il vero piacere dell’uomo- è nel creare non nell’imitare
e che la verità dell’arte non può essere la semplice fedeltà, a cui si limita
quella che si dice imitazione della natura, ma la rappresentazione sotto forme
sensibili dello sviluppo libero della vita, insomma che la mis- sione dell’arte
non è di imitare la realtà esteriore, ma di oltre- passarla idealizzandola,
alcuni idealisti hanno creduta definitiva- mente demolita la teoria
aristotelica dell’arte come imitazione. Ma a costoro è sfuggita l'essenza della
teoria aristotelica. Ari- stotele distingueva l’imitazione semplice e comune
dall’imita- zione artistica. Questa è creazione (roinote); quella no. Espli-
citamenté Aristotele dichiara che «non è ufficio del poeta rappresentare le
cose quali realmente sono, ma quali avrebbero potuto essere, quali sono
possibili secondo la verosimiglianza o la necessità -- Poet. Prima dunque di
stimar morta la teoria aristotelica, bisogna capire l'imitazione secondo la legge
generale del verosimile-o-del-necessario xatà tò Elxòs 7 &vaysatov -- Poet..
Questa sola imitazione s'ha da considerare nell’arte, secondo Aristotele ; il
quale poi di fade ian [N XII. - La questione dell’arte e della critica d’arte
209 spondenza tra l’interno e l'esterno, contro chi afferma che l’io è l’unica
realtà, che l’oggetto, ogni oggetto, è interiore all’io, cioè che tutto è
puramente soggettivo, conforme al presupposto so- lipsistico. Col comodo
ripiego dell’ io ridotto a lan- intende che un'azione sia artisticamente
conforme al principio d’imitazione se «a guisa d'un essere vivente nella sua
unità e totalità (orso to0v #v dA0y) produca quel diletto che le è proprio »
(Poet., 23, 1459). Dunque imitazione della vita delle cose come potrebbero o dovrebbero
| essere, e così imitazione catartica e creazione, non copia conforme al puro
hic et nunc e suo duplicato, sfumatura a macchina ricevente ]” approvazione
brutalizzante della volgarità. L’imitazione artistica rende in qualche _modo
l’individua- zione sensibile non solo del sensibile ma dell’i insensibile.
L'arte imita spiritualmente la natura secondo il ritmo della vita, senza
imitarla in modo scipito e meccanico secondo la lettera morta, cioè senza
copiarla ; perchè, come diceva Gioberti, imitare non è copiare -- Prot.. Essa è
l’espressione pura di quella realtà intima che si rivela allo spirito nell’atto
della vita. In questo senso è imitazione di quella vita delle cose che si vive
nello spirito e si rivela secondo l’ora del sogno o della fantasia. Si potrebbe
dire che è una _mimesi resa possibile da una metessi o comunione ; però mimesì
è ‘metessi (0) "com- nione non delle Idee ma del ritmo della realtà
vivente in noi, e come produzione essenzialmente proveniente dallo spirito
nostro e quindi imitatrice della nostra natura. Questo mi pare il pensiero del
Croce, perchè nella terza edi- zione della Estetica trovo: «È polisensa... la
proposizione che ‘ l’arte sia imitazione della natura... Uno dei significati
scienti- ficamente legittimi si ha allorché imitazione vien intesa come
rappresentazione o intuizione della natura, forma di conoscenza. E, quando si è
voluto designare ciò, mettendo in maggior rilievo il carattere spirituale del
procedimento, risulta legittima anche l’altra proposizione: che l’arte è
idealizzamento o imitazione idealizzatrice della natura. Ma, se per imitazione
della natura s'intende che l’arte dia riproduzioni meccaniche, costituenti
duplicati, ecc... la proposizione è evidentemente erronea » (pag. 20). A. P.,
Il solipsismo. | 14. ai Lat Vel ai er 3 E PE FSE: A RIT o ie del I | SU e SE, .
1 E - el nanna Il solipsismo ci celti nino anti ubi, in terna magica vivente e
auto-projettante a sè stessa le proprie rappresentazioni non si spiega tutto il
fenomeno artistico solipsisticamente? Il guajo è che per un'artista tutta
questa interpretazione di Sè, delle cose, degli uomini, della sua opera che gli
costa lagrime e sangue, del suo ideale di bellezza, del suo amore, per cui solo
sente di poter vivere e di giustificarsi, ridotta all’automatico giuoco di una
lanterna magica, per quanto magica, anzi auto- magica, è così brutta da far
inorridire. E alla mia orientazione critica in linea d’arte questo mi basta.
Giacchè il più seducente incanto dell’arte non è forse quello di darci un’opera
che sola e di neces- sità possa spiegare sè stessa come bellezza per l’in-
tensificazione significativa del suo stile? Come dunque potrebbe appagarsi
l’artista se ciò che egli stesso produce non irraggiasse questa necessità, non
mostrasse d’essere concepito nella sua verità, non esprimesse il suo
linguaggio, non rivivesse la vita della bellezza? Gli spiriti nutriti d’arte
non considerano la stoffa del mondo come una brutta mascherata. Per quanto
l’artista filosoficamente ignori che tutti i viventi visibilmente divisi fra
loro hanno le loro radici in ‘un fondo invisibile comune, l’arte gli può dare
ed- ‘ effettivamente gli dà la rivelazione della solidarietà, ° degli uomini,
dell’unità fondamentaleditutte le cose. Anche per questo l’arte-è-somma forma
teorica e propriamente metafisica di conoscenza (1). La —__—+_—__ — Sull’arte come attività essenzialmente
metafisica del- l’uomo, Nietzsche già nella prefazione a Riccardo Wagner — come
egli stesso ama ricordare nell’ Introduzione a L'origine della tragedia —
presenta una giustificazione penetrante, deri- vata senza dubbio dalla teoria
di Schopenhauer. Ma in tutto il XII. - La questione dell’arte e della critica
d’arte 211 nostra anima per l’arte si dilata al contatto delle anime altrui. Il
corpo stesso reclama la convivenza, vibra all’ universale fluttuazione
reciproca delle forme. Quindi l’inebriante grido di esultanza e di morte di
tutti i viventi, e ciò che sogna o ride o singhiozza in tutti noi. Quindi le
aeree imagini ' della fantasia, le armonie della gioja, le disarmonie laceranti
del dolore. Quindi l’occhio serutatore del- l’al di là del fenomeno
individuale, la soavità del- l'apparenza, il bramito dell’ora della fame; l’ala
del sogno, il viso della vergine, gli artigli del leone. Tutto il mondo
dell’arte insomma: sogni, cono- scenze, bisogni, in una parola tutta la
profonda saggezza antisolipsistica della nostra vita (1). Può bene il
solipsista camminare a ritroso, per- dere quel senso giovanile che ci fa
entrare nella operosa contrada della società, ricucir brani di larve e fingere
nel suo cervello di sopprimere tutto il reale per illudersi di poterlo creare
egli stesso. Ma son brevi intervalli, che gli permettono appena di far-
neticare. Poi la vita sociale colle sue insopprimi- bili esigenze lo riafferra.
La pratica gli stritola fra le mani la sua impraticabile e quindi inteorica
corso dell’opera egli insiste sul senso dell’arte come attività metafisica,
escludendo l’interpretazione dell’arte come forma teoretica di conoscenza
metafisica per le ragioni già addotte precedentemente. Sull’arte come forma di
conoscenza è importantissima la dottrina dello Schelling ripresa dal Ravaisson
che l’arte è una metafisica figurata e la metafisica stessa una riflessione
sull’arte. La tesi del Croce, giacente tutta nel principio .dell’arte come
conoscenza dell’individuale, è così generica che quasi finisce per non
individuare. I sentimento invero per quanto gagliardo, la rappresentazione per
quanto nitidissima, sono generalità descrittive, cioè schemi generici e simboli
psicologici validi per l'io discorsivo dell’uomo, sotto l’aspetto didattico. |
TU ET — ui 1a 212 Il solipsismo teoria. Ed eccolo, curvo davanti alle esigenze
mo- rali, confessare il suo sconforto, la sua miseria, la sua impotenza a
creare nonchè a giustificare e a vivere quel mondo di cui si vanta
teoreticamente il creatore. Tale la teoria, tale la pratica; tale l'intuizione
estetica, opera d’arte: doloroso mistero di bellezza che l’amore ispira e la
vita formatrice tra- versa, realizzando il suo profondo disegno. L’arte è come
pianta che vuol vivere della sua aria e della sua terra. Togliete alla pianta
il suo i clima, la sua terra, il suo suolo; e la pianta morrà. d Così è
dell’arte. Sottraetela alla società delle cose e degli uomini, iificate
l’amore, autoprojettatevi i vostri prodotti; e il senso e il valore dell’ opera
d’arte non sono più. Ma vi è un’altra sorgente, donde resta ancora sempre
possibile attingere una’ fortissima ispira- zione antisolipsistica di
conoscenza e di lavoro tanto per le arti plastiche quanto per l’arte musicale,
ed è il conato verso l’universale. Rispetto alla prima : Che cos’è quello
slancio, quella vivacità, quell’ani- mazione, quella concretezza, quella
caratteristicità di rappresentazione che forma il pregio delle arti plastiche e
tanto più brilla nell’attualità dell’ intui- zione quanto più esprime la
palpitante realtà di un individuo %La potenza d’ intuizione dell’ individuale
non è che la capacità di comprendere armonica- mente il fatto vivente nelle
parti e le parti viventi nel tutto. i) personalità umanamentesi esprima, una
qualunque, ma una; che trasfonda la sua vita in tutte le parti e tutte le
faccia vivere e palpitare entro di sè: questo è necessario e sufficiente. SERIO
O Î Lal! DPI ari © XII. - La questione dell’arte e della critica d’arte 213
Parlo di quella palpitante realtà dell’ individuale che è tanto più espressiva
quanto più è irrompente dentro di noi, con quell’ irresistibile impeto d’uni-
versalità che non ha bisogno dell’approvazione pre- giudiziale dei sostenitori
dell’estetica sociologica o della simpatia sociale per essere riconosciuto come
caratteristico dell’attività teoretica intuitiva. Rispetto dill’arte musicale,
a dispetto d’ogni effimera apparenza d’ individuazione, noi non dobbiamo cer-
care l’intuizione del singolo espressa nell’ equili- brata sintesi estetica di
materia e forma. Quel senso di libertà che s’avverte nello slancio orgiastico
della musica è piuttosto il senso della dissoluzione libe- ratrice d'ogni
individualità e il grido fremente della presa di contatto della nostra
insoggettiva vitalità EVE: FEES EN "I colla vitalità se Ito di tutt ose.
Riassu- . mendo, così nelle arti figurative e plastiche come nell’arte musicale
è insufficiente il criterio dell’esclu- siva individualità. Quindi, senza
aprire i due vani e per me sepolti dibattiti sull’opzione per l’individuale o
l’univer- sale, accenno soltanto a due esigenze senza cui ogni forma d’arte si
dissipa e muore, cioè il riferimento all’universale « d’ogni individuale
artistico, non i | f ' in quanto sia reso logicamente esplicito e pensato » ma
« inquanto intuizione » (1), — e « la gagliardìa del sentimento fattosi
rappresentazione nitidis-' sima » (2). Le considerazioni critiche che il Croce
ha saputo scrivere a questo proposito sono veramente istrut- tive e consolanti,
piene di verità e di luce. Quanto ho goduto, leggendo queste auree pagine in
cui si Croce, Breviario di estetica,
1943, pag. 27. (2) Croce, op. cit., pag. 4A. 214 11 solipsismo creta e ie An
ARTE sente che la critica d’arte s'è emancipata dai secondi fini, spazia in un
campo suo proprio, non elemo- sina il suo fondo da altrui, ha e conserva e
comu- nica il più ricco criterio della sintesi estetica, perchè l’attinge
direttamente dalla vita. Ma forse non sa- ranno inutili alcune altre
osservazioni circa queste due esigenze. } 1° - Nel riferimento dell’
individuale all’univer- sale va compreso quell’evidente carattere di tra-
scendentalità d’ogni opera d’arte che eleva lo spi- rito al di sopra del falso
individuale. Il falso individuale è ciò che è solamente e immediatamente
utilitario ed edonistico, finzione di liricità, coacervo extraestetico di
imagini artificiose e di sterili astra- zioni. L’ individuale estetico invece
(che è principio di vita) è irradiazione di umanità, superamento del-
l'esclusivo, incarnazione dell’ indiviso. Quando nella storia dell’arte si
sprigiona una nuova indi- vidualità, un fremito di vita scuote gli spiriti in
ogni sfera; il falso individuale si screpola e va a pezzi come intonaco
vecchio. Il moto di rinnova- mento in certi periodi è così impeluoso che tutta
1a produzione artistica cambia base. Ogni artista novatore personifica a modo
suo quello spirito im- personale che, infrante le catene della servitù, invita
tutti gli amanti al convito universale della bellezza. Ma, in ultima analisi,
quel che rimane è sem re una rivelazione del subobjettivo sub specie intui-
tionis. Arsione eterna di Fenice, il genio si libera di tutto ciò che è solo la
peculiarità insignificante d’un’apparenza, sorpassa l’idiosincrasia, decifra
sotto i geroglifici dei fatti la parola della vita, ristabilisce la
comunicazione dei valori. Nondimeno anche l’individualità dell'espressione ad
ogni costo! Questo motto che fu sempre il grido XII. - La questione dell’arte e
della critica d’arte 215 di liberazione dei veri artisti oppressi dalla tiran-
nide del convenzionale, del genere, della maniera, dello stereotipo, dell’arte
alla moda, questo motto che fu sempre la riabilitazione del vero senso del
bello, fortificato dal bisogno di ritornare alla vi- brante umanità
dell'individuo vivo, purtroppo non ha mancato di formare l’epigrafe di molta
merce inartistica di contrabbando. E v’hanno certi indivi- dualisti che, per
singolarizzarsi ad ogni costo, in mezzo a tanto fermento di attività si
esaltano della più eccentrica manìa. Ma siamo sempre lì; tutto sta a non
riconfondere il falso individuale col vero indi- viduale; tutto sta appunto a
riconoscere che l’ indi- viduale estetico non è il vano atomistico
fantasticare. Correlativamente, quasi nessuna via è rimasta intentata
dall’altra parte, cioè dagli universalisti ; ora notando una certa assenza di
personalità in tutte le vere e grandi opere d’arte, un’allusione più o meno
trasparente a ciò che oltrepassa il gesto, il senso, il fremito della coscienza
individuale; ora impastando le teorie dell’ istinto, precedente l’appa- rizione
della coscienza individuale chiara e distinta, colla metafisica
schopenhaueriana della musica esprimente direttamente e immediatamente i moti
stessi della Volontà quale essenza universale della vita e del mondo, al di là
d’ogni specificazione e imagine concreta individuale; ora chiedendo agli
individualisti prove dedotte rigorosamente dall’in- dividualità, atte a
spiegare quel giojoso senso d’ab- bandono d’una parte della nostra personalità
che si avverte nell’entusiasmo del bello e che par tanto congiunto a quel
cosidetto spirito di corpo che ci libera dalle esitazioni della coscienza
individuale. nella vertigine dello slancio comune; ora appellan- dosi infine a
quello stato di rapimento che sembra = ——_ —— . Il solipsismo un prodigioso
ritorno delle anime all’universale unità. Universalità dunque si disse, e non
indivi- dualità, perchè l’arte è un catartico sublime. Sicchè fu da per tutto,
e torna ogni tanto ad essere di moda. un gridare al valore universale
dell’espressione, un proclamare l’universale: « legge dell’arte oltre il velo
di Maja », temmirio della comune nostalgia degli esuli, sospiranti la vera
patria comune. Frattanto anche qui non s’avverte che la questione è mal posta.
Come c’è una falsa nozione dell’in- dividuale estetico, così c'è una falsa
nozione del riferimento dell’individuale all’universale. Il vero è che non
bisogna far a pezzi il principio vitale dell’arte rispondente alle condizioni
suddette, vale a dire tagliuzzare l'intuizione estetica dell’ indivi- duale da
un lato, lacerare il concetto logico dell’uni- versale dall’altro, per venire a
dirci: — È inutile, l’individuale non serve, e non serve neanche l’uni-
versale, la verità è ben altra. — L’ individuale este- tico non è la negazione
del riferimento all’univer- sale, d’altra parte questo riferimento
all’universale non è l’universale logico. L'importante non è deci- dere, come
ho già detto, se l’arte sia espressione dell’individuale o dell’universale, nè
tormentarsi a escogitare formole equilibristiche di compromesso, ma comprendere
una buona volta l’erroneo scambio fra intuizione indivi + (universale estetico)
e concetto (universale logico) che non deve essere fa a questo proposito. Per
far evitare questo scambio Benedetto Croce ha scritto alcune pagine
meravigliose, piene di forza e di luce, che resteranno nella storia
dell’estetica. Com'è noto, CROCE (vedasi) nel suo breviario d’estetica pone la
grande opera d’arte come sentimento gagliardo che si è fatto tutto
rappresenta- - La questione dell’arte e
della critica d’arte. 217 Me” zione nitidissima (un’aspirazione chiusa nel giro
__—_— 3; d’una rappresentazione). iò posto, se il sentimento è carattere distintivo
dell’attività pratica e la rappresentazione appartiene all'attività teoretica,
segue che 1’ opera d’arte in genere è sintesi di due elementi delle due forme
d'attività: Ta pratica e Ja teoretica, cioè forma di <q azione e forma di
conoscenza, e pensando alla vita { della perfetta forma d’arte :@rganicità
sentimentale i imagini. Il doppio carattere pratico e teoretico dell’opera
d’arte sembra quindi ammissibile senza Ù troppa resistenza, e pertanto
dileguabile in lonta- nanza la tesi dell’arte come forma teoretica. I Il vero,
a mio parere, è proprio questo: che è indif- d ferente presentare l’arte come
teoria o come prassi, purchè s'intenda sempre che la teoria è pratica e la
pratica è teoretica, che la rappresentazione è \ sentita e il sentimento è
rappresentato. In generale, 2 7 Ri 3 \w poi, secondo il concetto che ho già
esposto, è sem- |\ plice questione di opportunità astratta, presentare | Ùb la
teoria come mera teoria, scevra di pratica, e la pratica come mera pratica,
scevra di e. Ri Nell’arte intesa a questo modo, lirica (0 orma) Si e tecnica
sono indistinguibili; forma è produzione tecnica, tecnica è produzione formale.
Quella distin- zione che il Croce si sforza di tracciare fra arte e tecnica
come insieme degli atti pratici (fisici) che servono all’opera di riproduzione
esterna delle in- “I tuizioni, ha tanto valore quanto ne ha l’afferma- vd zione
crociana «che i fatti fisici non hanno realtà » -- Breviario. Veramente,
approfondendo il prin- i) cipio che lo spirito è tutta la realtà, si vede
benis- simo la necessità, non di concludere che la natura fisica è un’irrealtà,
ma piuttosto di concepire spi- " ritualmente anche la natura fisica e di riconoscere
‘ 218 Il solipsismo la spiritualità dello stesso meccanismo, se veramente si
vuol dire che nulla è fuori dello spirito, cioè non ricadere nel dualismo, II.
Chiarito in tal guisa il concetto delle arti, resta relativamente facile
illustrare quello della vera e propria.critica d’arte senza dar luogo ad
equivoci e pedanterie. Io ammetto col Croce l’erroneità parziale dell’es-
tetismo e dello storicismo (1), accetto il principio dell’unità inscindibile
del gusto e dell’erudizione, ma non divido il suo concetto della critica
d’arte, perchè mantengo fede al principio di Francesco De Sanctis. Vedo che il
Croce fa degli sforzi straordinari per essere e non essere con lui; dice che
«il filosofo dell’arte, l’estetico, non è pari in lui al critico e allo storico
letterario » (Est., 424); « che l’uno sta all’altro come l’accessorio al prin-
cipale » (424), che « paragonato ai pochi estetici filo- sofi, il De-Sanctis
appare manchevole nell’analisi, nell’ordine, nel sistema; impreciso nelle
defini- CROCE (vedasi), Problemi di estetica, pagg. 33-35, 419-428, (2) Il
Croce non ha mancato di notare che il De Sanctis, come ogni critico vero, ha
avuto sempre forza filosofica (Pro- blemi d’estetica, pag. 53). Tuttavia col
suo principio mera- mente additivo del philosophus additus artifici (Breviario,
pag. 115) nettamente si oppone al principio desanctisiano che considera la
critica d’arte come arte su arte. È curioso però che in un primo momento
ammetta che la critica d’arte è cer- tamente critica estetica e critica storica
(op. cit., pag. 123), poi in un secondo momento giunga a dire che critica
storica dell’arte e critica estetica sono il medesimo (ib., ib.). Ma con queste
identificazioni verbali non si distrugge l’antitesi fra la sua situazione e
quella del De Sanctis. Li XII. - La questione dell’arte e della critica d’arte
219 zioni » (425); che «non riuscì mai a fissare la propria teoria con rigore
scientifico » (423). Ma che senso hanno questi rimproveri, se non quello di
mostrare il difetto forse inemendabile di chi riduce la critica d’arte a
filosofia? Pel De Sanctis invece «la critica germoglia dal seno stesso della
poesia ». « Il libro del poeta è l’universo » egli sog- giunge; «il libro del
critico è la poesia; è un lavoro sopra un altro lavoro. E come la poesia non è
nè una semplice interpretazione, nè una spiegazione filosofica dell’universo;
così il critico non dee sem- plicemente esporre la poesia, nè solo filosofarvi
‘sopra. Non questo, e non quello: cosa dunque? La più natural cosa di questo
mondo, quel medesimo che fa il lettore. Ora, quel che faccia il lettore, non
aspetteranno certo di impararlo da me i miei lettori che sanno quel che si fanno.
Ma ciò che io sento di fronte al Croce, il quale pretende fissare la propria
teoria con rigore scientifico, è presto detto: sento che la critica d’arte,
come l’intende il De Sanctis, sta fuori di lui; sento che quando egli vuol
criticare qualche opera d’arte, e col suo pesante fardello scientifico si fa
«in certo senso, sopra di lei » (2), e col linguaggio e la logica d’un filosofo
consumato la concepisce, c’ è quasi sempre da aspettarsi che concepisca un non
so che di arido e di stecchito, se non di morto. Nè penso che basti essere
un'artista per far meglio di lui. Semplice- mente mi limito a preferire, in
ogni caso, «une plante brisée humide encore de pluie et couverte de fleurs ».
(1) F. De Sanctis, Saggi critici, Napoli, Morano, 1869, pag. 361. 3 (2) Croce,
Breviario, pag. 140. 220 Il solipsismo Ma quest'immagine di Jean Lahor mi
richiama al solipsismo. Jean Lahor, nel suo saggio La gloire du Néant —
commentario filosofico della sua opera lirica — quando fa parlare Allah, al suo
poeta Djelal-ed-Din, si eleva ad una specie di solipsismo divino: Crée donc
aussi, Dielal-ed-Din, crée et réve comme j'ai révé... Les mondes et
les Ames flottent dans ton sein. Déroule les poèmes qui dorment enveloppés dans
le silence de tes réves (1). Ma qui l’ammaliante poeta, ricchissimo di impressioni, di
imagini, d’aspirazioni, di cadenze soavi, di la- grime e di idee rivelatrici di
sorprendente fulgore, ha saputo trasfondere nelle sue parole tutta la sua
anima, triste, sensibilissima, sognante. Moltissimi suoi pensieri passeranno
fra le nostre più belle reminiscenze. Però io non mi preoccupo nè come artista,
nè come filosofo che le sue poesie a tratti ripercuotano il fosco aforisma del
solipsismo. È un poeta, lo sento. Con elaborata fusione di fantasia .@ di
realtà, procede egli verso il suo mondo di bel- lezza, con l’ intuito sicuro
del suo valore, colla rapi- dità caratteristica dell’idealista che, pur col
sem- plice colpo d’ala del desiderio, tiene il mondo delle idee come la massima
realtà. Ma tutto il senso della sua opera è lirico, la sua vitalità è lirica. È
l’espres- sione lirica del nirvanismo dell’unitutto, non spo- gliata tuttavia
dalla camicia di Nesso del pessi- mismo. Ma domani quest’onirismo nullistico
(d’al- tronde non sempre conseguente), calato giù a terra dal cielo della
poesia, rifatto e calzato nella prosa crudele della vita, con gli occhiali a
lanterna auto- magica del solipsismo, sarebbe una spaventevole caricatura.
n. Lanor, La gloire du Néant, Paris,
Lemerre. XII. - La questione dell’arte e della critica d’arte 221 La mia
critica antisolipsistica adunque, rispetto alla questione dell’arte e della
critica d’arte, una sola cosa reclama: che la critica d’arte, definitiva- | A
mente emancipata dalla patria podestà dei filosofi non artisti e reintegrata nei
suoi diritti, germogli dal seno stesso della poesia. Non ostante l’afflizione
che alcuni pedanti celebri hanno gettato sul problema del rapporto fra arte di
e filosofia, il timore che la filosofi possa guastare ù l’arte o viceversa, è
senza fondamento. Gli èserusivisti possono lanciarsi la scomunica
reciprocamente. Ma la pratica è più larga d’ogni esclusivismo. In pratica ci
sono più. indirizzi di critica d’arte, gli estremi sono la critica estetica e
la filosofica, ma a parità di diritto tutti quanti. I fau- tori dei vari
indirizzi, così diversi, possono tanto ignorarsi, quanto combattersi o
allearsi. La dimo- strazione della verità d’ogni indirizzo non può farsi che
impiegando le risorse di ciascuno a risolvere il problema peculiare che lo
concerne. Ecco dunque il piano d’una critica d’arte veramente libera per cui
non si può imporre alcun tipo supremo, Se il risultato illustrativo è
considerevole o per la tec- nica, o per la storia, 0 per l'aspetto psicologico
o sociologico, o per la filosofia, l’opera critica acquista significato
indipendentemente dagli intenti collaje- rali che si possono conseguire per
altre vie. Così i critici che ragionano d’arte sulla base di concetti
filosofici, se non riescono a sistemare le loro sen- tenze colle riflessioni di
coloro che a difetto di pre- parazione filosofica si fondano sugli elementi di
pura visibilità, non hanno alcun diritto di ritenersi più criteriati dei
tecnici. Così l'eventuale incompe- tenza tecnica o filosofica degli eruditi non
può tra- scinar seco conseguenze estranee a quelle del proprio i È ne (Hi 222
Il solipsismo perio e PALA n n E I I a campo. Se un capolavoro d’arte diventa
un tema d’erudizione, non già l’arte resta ridotta alla critica storica, ma
ogni giudizio storico resta esclusiva- mente valevole in quel campo che fa
dell’erudizione una conditio sine qua non. Questo significa rinunciare alla
teoria 1° che un solo principio esclusivo possa fornire il criterio di
valutazione di tutta l’arte in generale; 2° che solo la tecnica, o
l’erudizione, o la spe- culazione abbia il diritto di interpretare l’opera ‘
d’arte in modo adeguato e definitivo. Ma non significa tuttavia rinunziare alla
compe- tenza dei singoli intenditori. Si rifletta allo sviluppo di qualsiasi
forma d’arte. Nella sua concretezza estetica ogni espressione è tecnicità.
Parlo di quella tecnicità che non è più esterna che interna, perchè a coteste
viete distin- zioni occorre una buona volta rinunciare. Cercare di separare in
arte (che è poeticità), la tecnica in- terna dall’esterna è tempo perso.
Sostenere che Non intendo parlare qui
degli ingredienti che costitui- scono il materiale bruto inartistico con cui le
opere d’arte si producono. (Cfr. A. SARTORIO, Flores et humus, Città'di
Castello). Vi sono operai espertissimi nella lavorazione ar- tificiale e
fabbrilmente tecnica di questi ingredienti, ma incapaci di creare con essi
opera d'arte. È dunque la tecnica di valore schiettamente estetico, espressione
esteriore dell’interiorità poe- tica concretantesi nell’opera d’arte, che qui
interessa. Il critico che, dinanzi ad un’opera d’arte, sa cogliere il fenomeno
arti- stico nella sua espressione concreta, coglie la vita d'una tecnica nella
sua elaborazione traverso la sensibilità poetica d’un sog- getto. La tecnica
(architettonica, plastica, pittorica, metrica, musicale) senza creazione
poetica non ha importanza artistica. La verità poi è questa che una siffatta
tecnica d’abilità (vir- tuosità) ma senza poesia sta e può stare fuori
dell’arte, ma l’arte che è sempre fissazione di poesia non può stare senza una
tecnica palpitante col ritmo profondo della sua vita. - ENT TARE Ci \} bullet
zi. XII. - La questione dell’arte e della critica d’arte 223 | _dal fisico allo
spirituale non cè passaggio, è solo a un difetto di coloro pei quali lo spirito
non è tutta a la realtà, cioè dei Separatisti alla maniera criptica del Croce,
che considera la tecnica poetica come estranea all’arte, Ritornando per un
istante al concetto della liricità aggiungo che una liricità ‘artistica
indipendente dalla sensualità, cioè dall’esercizio dei sensi è sem- plicemente
un non senso. Il carattere di intensa vita intima che costituisce la liricità
in fatto d’arte è tanto_più affascinante e struggente quanto più invade ed
esalta la capacità tecnica dell'artista. © L’intuizione, quando è proprio
espressione artistica, non è altro. Nel soggetto atto ad esprimersi, liri- - fa
"a © 11 Pi cità artistica è coscienza d’esprimibilità. Lo stato \ d’animo
lirico non fa astrazione dall’ atodyots; Î appunto perchè è espressione, è potentemente
pro- N duttivo in quanto è vibrazione dei poteri tecnici, capaci di produrre
anche esternamente una rappre- sentazione o una significazione qualunque, che
sono virtuali dentro di noi. Ù Un pittore non ha stato pittoricamente lirico
che "i non sia commozione della sua potenzialità pitto- È rica. Amore
pittorico di bellezza è aspirazione di 3 possesso per disegno e colore (1). Non
e’ è liricità 4 ‘artistica che non sia spasimo di sensualità tecnica.
L’importanza estrema di questo fatto non è rico- nosciuta dal Croce. Quindi
avviene che la sua teoria SI (1) In questo senso credo di poter dire, con
terminologia giobertiana, che l’arte, meglio che imitazione della natura, è
metessi spirituale velata nel grembo della mimesi (Prot., II, pig: 93).
Gioberti pensava il bello come equilibrio tra la mi- mesì e la metessi (Prot.).
Platone diceva : t L'oggetto dell'amore è la generazione e la produzione nella
bellezza ». 224 Il solipsismo dell’espressione estetica come liricità trascura
pre- cisamente quella sensualità tecnica che è congeniale alla liricità
artistica. Sopratutto dimentica che la tecnica esteriorizzante (o esteriore,
che è lo stesso) è per l'artista vera e propria spiritualità, e che nessuno,
tanto meno l’artista, può sopprimere la idealità del reale. È l’irrealtà della
natura che è un ferravecchio, idealisticamente parlando. Ogni traduzio rma
esterna è i , non irreale. La spiritualità della tecnica in ogni forma d’arte
(figurativa, poetica, musicale) è il solo principio che ci permetterà di
affrontare la questione della tecnicità dello spirito, senza paura di cadere
nel materialismo Si comprende da questo, per analogia, che non vi sono nè temi
troppo bassi nè tecniche troppo meccaniche, nè cose di cui si possa sdegnare la
realtà, ammessa la tesi della spiritualità della tec- nica e dell’ idealità del
reale. L’idealità d’una forma d’arte è la projettività indefinita dei suoi
limiti. A guardarbene nell’opera d’arte non e’ è cosa nè fisica, nè
fisiologica, nè psichica, nè sociologica, che non venga idealizzata nello
sforzo della significazione. Ma, per prendere un esempio, nell’arte figurativa
la spiritualizzazione della pura visibilità non con- siste punto nel rifiuto
degli elementi realistici ; piut- tosto risulta dall’abile e potente impiego di
questi in uno slancio poetico di purificazione. Ed a proposito di purificazione
non credasi poi che la catarsi aristotelica si ottenga colla rinunzia alla
realtà delle passioni e alla loro espressione psicologica. Se col Croce
vogliamo chiamare pra- tica l’espressione psicologica dei sentimenti, dob-
biamo piuttosto riconoscere che la catarsi è l’effetto provocato nel cuore
dello spettatore mediante la sl ; XII. - La questione dell’arte e della critica
d’arte 225 serie mimetica e pratica cioè metessica degli avve- nimenti che
suscitano terrore e pietà. La catarsi | (ideale) è il fine, lo strazio (ideale)
delle passioni è il mezzo. Affinchè l’uomo si possa idealmente (se pur sia
possibile) liberare dalla sua dolorosa bru- talità è d’uopo che ne conosca
realmente (metessi- camente) tutto lo strazio, e che le due emozioni estreme
(pietà e terrore) invadano l’anima intera dello spettatore e prima la spezzino
crudelmente, poscia, appunto colla loro reciproca opposizione, ricompongano
l’equilibrio o mantengano il cuore palpitante, da un polo all’altro, senza
riposo. Nella maggior parte dei casi quando e’ è passaggio dallo stato
passionale allo stato catartico, questo pas- saggio è analogo al passaggio
dalla vita alla morte che projetta la figura della speranza al di là della
tomba. Come nel mistero d’ Eleusi Persefone è l’anima che deve discendere
nell’Ade per rinascere, così nella tragedia l’anima dello spettatore deve
passare traverso l’inferno delle passioni per purificarsi. Dante ha forse
rinunziato agli schemi realistici | della più efficace e violenta visibilità,
per sollevare l’animo dalle passioni e purificarlo? Anzi, al con- trario si può
ritenere che l’enorme portata della sua arte è in ragione diretta dell’impeto
del senti- mento e dello splendore rappresentativo della realtà, individuata,
non nell’insignificanza inarmonica dei particolari, ma nel pieno e concreto
ritmo di vita in cui l’anima si appaga armonicamente. Talora le sue visioni di
violenza si realizzano a tal punto di naturalità che sembrano riportarci totalmente
fuori della finzione, nel dramma immediato della vita. Nè, per aver grazia,
vaghezza, dolcezza, leg- giadria e armonia, occorre che gli elementi reali- A
A. P., Il solipsismo. >. n solipsismo
stici visivi siano presentati in una smaterializza- zione irreale e ridotti
allo stato contemplativo della serenità. Se_la stessa materia figurativa è
spiritua- lità, sottrarsi all’interpretazione spirituale è impos- sibile. A mio
modo di vedere, gli eccessi espressivi ‘delle passioni diventano inestetici,
cioè brutti, non se e perchè si allontanino dall’assoluta serenità, ma se e
perchè l’esteriorità fallendo alla piumots aristotelica, non realizza in modo
adeguato l’ inte- riorità; giacchè la realtà tragica non è nei parti- colari ma
nell’universalità delle passioni (1) cozzanti fra loro in urto tale che l’una
elida l’altra o la rin- forzi per modo che dalla crisi reale si ricomponga
l'equilibrio ideale o si intensifichi lo strazio della contraposizione nel
cuore palpitante senza fine. Questa nota
dell’universalità nell'opera d’arte è tutta nello spirito e nella lettera
d’Aristotele il quale nella sua Poetica, tracciando con alto splendore i
caratteri della poesia e della storia ed elevando quella su questa
coll’avvicinare più la poesia alla filosofia che alla storia, dice: «...la
poesia è qualche cosa ; di più filosofico e di più elevato della storia,
imperocchéè la ) poesia si tiene piuttosto all’universale e la storia discende
ai ( particolari. L’universale è cosifatto: ad un tale di tal indole / accade
di dire o fare tali cose secondo le leggi della verosi- / miglianza e della
necessità, al che mira la poesia distinguendo > le persone con un nome; il
particolare invece è quanto ha | fatto ed ha sofferto Alcibiade». (Poet., 9,
1451b, trad. Barco), (2) Per la teoria della serenità, cfr. VENTURI (vedasi),
La pura visibilità e l'estetica moderna, in Rivista L’Esame, feb- brajo 1923.
Che la serenità (direzione di calma), succeda anche alle dire- zioni più
eccitate del sentimento è pacifico. Ma i postumi del- l’effetto tragico non si
possono identificare con l’essenza della tragicità. Pare per conseguenza logico
ritenere che se, agli effetti della catarsi, le torbide passioni devon essere
mandate via dall’animo terminata la rappresentazione, prima di questo termine cioè
nello svolgersi della tragedia l’animo dello spet- tatore deve essere tenuto
sospeso dai radypata. Se la tragedia XII. - La questione dell’arte e della
critica d’arte La compassione e il
terrore sono i due poli del- l’anima tragica. La catarsi è l’effetto morale
delle due opposte passioni che si combattono finchè pel miracolo dell’arte o si
raggiunga la liberazione redentrice (saggezza eroica) o continui l’ eroica e
misteriosa lotta della volontà umana per le vie dolo- rose della Vicenda. La
teoria aristotelica della tragedia, esplica molte cose, ma d’altra parte
suscita molti dubbi: si può forse dire che illustra bene l'origine dell’
effetto tragico nei casi in cui la mimesi generatrice di composizione e terrore
ha la virtù della catarsi terapeutica; ma qualche volta si resta esitanti se
non a dirittura stravolti di fronte a certe catastrofi. Come escludere invero
che certe tragedie non sboc- cano che nell’orgiasmo della distruzione? È ammis-
sibile in questi casi concludere che non è opera d’arte quella in cui manchi,
sia nei mezzi, sia nel risultato, il requisito della serenità? Oserei anche
dire che non ogni tragedia si risolve in una catarsi serena, aggiungendo che le
tragedie a catarsi serena non sono nè più tragiche nè più artistiche delle
tragedie a catarsi eccitante. Una più intima derivazione della tragedia dallo
spirito della musica, come videro Nietzsche e Wagner, conduce ad oltrepassare
il piano visuale dell’alipismo. Anzi questo superamento s'impone per tutte Ie
arti che hanno fondo comune in quel già fosse imitazione o rappresentazione di
persone in atto di serenità, l’animo sarebbe già ab initio spoglio di tutto ciò
di cui dovrebbe alfine liberarsi, per via della pietà e del terrore,
Evidentemente era questo il pensiero di Aristotele nel carat- terizzare i mezzi
dei quali si giova massimamente la tragedia per appassionare gli spettatori, tà
péytota ols duyayoyet # tpaywdia (Poet., 14502), Il solipsismo minale dello
spirito. Rammentare queste origini significa riconoscere che l'intensità della
vibrazione: poetica è il punto di riferimento cardinale per la i critica. Il
criterio di valutazione non è dunque un | diapason fondato su elementi
preferibilmente reali . 0 ideali, ma è l’adeguazione d’ intensità espressiva
dell’essenza intima della realtà e dell’opera d’arte mella cui tecnicità gli
elementi spirituali sono ap- punto immanenti. La serenità dell’azione dramma-
tica non è un principio che l’artista debba tener pre- sente come norma tecnica
dell’arte sua. La serenità se mai, è nell’imitazione, cioè nell’armonia severa
e contenuta dello stile, esprimente l’ inserenità del- ( l’azione tragica
rappresentata. Un artista, padrone | lirismo indeterminato che costituisce
l’attività ger- dei suoi mezzi, si esprime tanto sotto la specie del- l’angoscia
del dolore, quanto sotto la specie della | calma e della serenità, come volge
l’ora del suo sogno. Ma in nessun caso colla serenità dei senti- | menti si
ottiene l’effetto tragico e lo slancio finale della catarsi. Ogni preferenza
che si tentasse d’im- porre dimostrativamente al sentimento, nonchè alla azione
rappresentata, sconfinerebbe subito dalla \ragione dell’arte. Ma appunto perchè
non si possono sopprimere le partizioni qualificative di valutazione tragica,
sconsolata, disperata, serena, lieta, ecc., la sere- nità dell’azione vitale
imitata nella favola non si può convertire in valore massimo e fine ultimo. Nè
è diversa la conclusione che discende dal far dipendere il valore della critica
d’arte non già dal- l'indicazione schietta dell’arte, ma dalla filosofia. Posto
che arte e filosofia siano funzioni vitali dello spirito, non si vede come la
filosofia abbia più diritto di aggiungersi all’arte (philosophus additus
artifici), EE Ped XII. - La questione dell’arte e della critica d’arte 229 che
non l’arte di elevarsi a coscienza di sè (artifex additus artifici). Se la
filosofia dell’arte è possibile, lo è solo perchè, paragonata alla critica
estetica, è speculazione, cioè non s’arresta alle considera- zioni specifiche
degli artisti, evita la specialità che ne segue, e infine supera la pura
intuizione della giustificazione estetica della realtà. La supera perchè il
pensiero così giunge ad un’altra giustificazione della giustificazione estetica
della realtà, e quindi serve a chi serve, non certo all’artista ut sic.
Concludendo, per quelli che sanno ormai indo- vinare il mio pensiero basterà
ricordare la solu- zione di Baudelaire ispirata all’estetica di Poe: « la
poesia è essenzialmente filosofica; ma come essa è prima di tutto fatale, deve
essere involontariamente filosofica ». E lo stesso si dica della filosofia
rispetto alla poesia. Conscio quant’altri mai che il grande ufficio storico e
critico della filosofia non è di sop- piantare man mano le forze e le forme
diverse della vita dello spirito, ma di rendersene sempre meglio ragione,
richiamando ognuno a coscienza di sè e dei suoi limiti e delle vie da tenere
per non supe- rarli, il filosofo potrà sempre meglio valersi anche dei
sentimenti e delle rappresentazioni dell’arte; e sempre meglio con essi, non al
posto di essi, filo- sofare: GIpupriocopety toc TAdeot, come diceva Aristotile.
XII. La questione morale. L'uomo deve dire alla vita: « Se tu sei vuota di
senso, io te ne darò uno ». NIETZSCHE, Passando davanti a un alveare nascosto
tra le piante, allungo inconsideratamente la mano per cogliere un fiore. Un’ape
mi ‘punge. So che la piccola operaja che m’ha lasciato l’aculeo della ferita,
di qui a poco, pel suo addome squarciato, morrà. Povera vittima. Senza aver
bisogno di credere all’origine ani- male della sensibilità umana, peno a
credere che non v’abbia la minima traccia di altruismo nel suo rapido atto
istintivo, che ha tutta l’apparenza d’un sacrifizio per la difesa e la salute
dei suoi simili. Invano mi dico che l’ape non conosce che il suo commilitone,
congregario commensale, non il socio; che il suo sciame è un semplice
aggruppamento co- loniale limitato, chiuso, ostile, istintivo, non una vera
società; una semplice famiglia di animali senza coscienza di sè, senza capacità
d’astrazione, senza linguaggio, senza sistema di idee, senza libertà, senza
legge, senza coscienza dell’universale, senza virtù. Invano cerco un rifugio
nei più astrusi re- cessi scientifici della psicologia, È la mia mano ra bet
indi i MT dei p RR) NT. Il solipsismo
in) CTfesEnnati che brucia che mi richiama insistente anche il suo dolore? O
non è piuttosto la mia povera filosofia che non è ancora stata capace di
uccidere i sentimenti puerili dentro di me? Ebbene, io lo dirò anche se gli
altri mi burleranno: io non sono mai stato capace di vedere e di sentire i
dolori filosoficamente. È ben questa la natura complicata che io sento dentro
di me. E non potrei credere d’aver acqui- stato a troppo caro prezzo la mia
povera filosofia, se, per essa fossi giunto a conoscere veramente il mio
segreto. Niente allegro, d’altronde. Fusione nelle ore più felici di più
aspirazioni in una coscienza unica, purtroppo nella maggior parte dei casi io
mi sento essere una vera e insopprimibile multanimità. : Anche qui la
psicologia, almeno una certa psi- cologia, ad uso dei medici, avrà la sua
sentenza pronta: Coscienza doppia? tripla? multipla? Casi d’isterismo, ecc. Ma
son piacevolezze che non possono essere pigliate sul serio, malgrado il loro
cipiglio scientifico. La mia coscienza estetica che vibra e simpatizza con ogni
atto d’amore e di do- lore (perchè io trovo che nessuna forma d’amore e di
dolore è insignificante per me), la mia co- scienza morale che stima un atto di
sacrifizio più importante di quest’epidermide che brucia e, che dico?, in certi
casi ben più reale della mia vita medesima, registreranno dunque un progresso
cre- scente; e la psicologia medica un regresso. Anzi io mi domando: qual
soccorso immediato mi porta in linea d’arte pura o di moralità un’approfondita
conoscenza scientifica di psicopatologia? V'è chi conosce da maestro i
risultati più importanti della psicologia contemporanea dal punto di vista me-
TA TI, È XIII. - La questione morale 233 dico che non darebbe un cronoscopio di
Hipp per una sinfonia di Beethoven. La virtù morale d’altra parte ha in ben
altro che in un trattato di psico- patologia il suo principio di vita. E non lo
ha neanche nei trattati più celebri di morale, perchè, di questi, uno afferma
che la morale è eteronoma, l’altro che è autonoma; quelli pongono il principio
supremo della moralità fuori della ragione umana e della volontà umana, questi
lo ripongono in esse o in generale nelle potenze proprie dello spirito. Pure
ammetto che in mezzo a tanti contrasti, che anzi di questi contrasti medesimi
sia possibile rae- cogliere spesso una vasta e potente armonia. Am- metto
infine che la mia vita artistica e morale (ne avessi pur una!) lungi dal
dissonare coi principj, coi mezzi, coi risultati e coi fini della scienza, con
loro profondamente s’accorda e, invece di scemare, s’aumenta. ‘ Ma veramente,
se rifletto bene, la mia analisi di coscienza mi ha fatto andare avanti? Di
niente, perchè ora non pongo, come non ho posto mai, antinomie fra scienza e
morale e, riassumendo, dopo aver contradetto come psicopatologo quanto ho
affermato come artista e come psicologo intro- spettivo, eccomi ritornato allo
stesso punto di par- tenza: spettatore commosso della mia insopprimi- bile
multanimità. Forse questo sciame di anime, che io sento a periodi dentro di me,
forma in realtà una condi- zione permanente e moltiplicativa della mia unica
personalità; o già fin d’ora rimorchia una mia aspirazione verso una superiore
unità che un giorno sarà tanto forte quanto più mi sarà possibile pro- gredire
moralmente, posto che la morale abbia per fine l’allargamento e
l’approfondimento del 234 Il solipsismo mio io oltre i confini dell’egoismo. Io
non declamo contro la mia natura. Se è brutta ne soffro, ma non la nascondo,
almeno agli occhi miei, e tanto meno la scuso. Voglio conoscermi per intero. Se
anche avessi da risolvermi in un mondo intero di creature viventi e dissidenti,
non mi rinnegherei nè teoricamente nè praticamente, correndo in con- trosenso
della mia vita. Au
fond, diceva Amiel, il n'y a qu'un objet d’étude: les formes et les
métamorphoses de l’esprit. Tous les autres objets reviennent à celui-là ;
toutes les autres études ramenent à cette étude. Ho provato dianzi un momento di
commozione al pensiero della morte dell’ape che mi ha ferito. Un bisogno vivo,
acre, spietato di conoscenza, mi assale. Che cosa mai può condurre un essere
qua- lunque a sacrificare il suo bene, la sua vita (ma è poi proprio un bene la
vita ?) al bene comune? Ultimo soprassalto di sensibilità, forse ispirato da un
residuo di egoismo (come se io potessi costi- tuirmi un comodo alibi di
isolamento in mezzo alla pressione sociale): E se gli altri uomini non
esistessero ? E se fossi io solo ? l’unico conoscente e insieme l’unica realtà?
So che parecchi solip- sisti, audacissimi in teoria della conoscenza, s’ar- restano
davanti alle esigenze della coscienza mo- rale (1), esigenze che riconoscono «
fondamentali » TROSANO (vedasi), nel
render conto dell’individualismo, riscon- trate le maggiori inconseguenze dei
filosofi dell’immanenza, confutava e rifiutava il solipsismo metafisico,
concludendo : «A ragione lo Schopenhauer faceva degno del manicomio chiunque
s’attentasse seriamente a sostenere il solipsismo me- tafisico v (Le basi ete.,
pag. 185). Per contro, secondo lui, « il solipsismo psicologico e gnoseologico
è inconfutabile, Alla disamina del solipsismo morale . - La questione
morale (S., 192). Ma non è questa un’
inconseguenza ines- plicabile? E sia pure logica o illogica per altri, non è
essa ingiustificabile per me? Convengo vo- lentieri che se non fossi
direttamente in causa, troverei pochissimo interesse all’analisi delle in-
conseguenze dei solipsisti. Ma la sola idea che potrei perdere la certezza
della mia vera realtà, per paura di staccarmi da una certa dottrina anti-
solipsistica per cui forse ho una soverchia debo- lezza, mi fa diffidare delle
mie preferenze. Oramai io non posso più rinunciare ad interrogarmi, io non
posso più vivere senza conoscermi interamente. D’altronde lo so; se vi
rinunciassi, se mi lasciassi vivere per un momento ad occhi chiusi, la stessa
questione tra poco tornerebbe a insinuarsi nella mia coscienza come un rimorso
e si trascinerebbe dietro un corteggio d’inquietudini anche maggiori. Trovo in
Blanqui questo pensiero tremendo. « Il y a chez l’ homme une tendance native,
une force d’expansion et d’envahissement qui le pousse à se developper aux
dépens de tout ce qui n’est pas lui. Ainsi pour les plantes, ainsi pour les
animaux, ainsi pour les hommes... L’instinct envahisseur perce et pénètrè des
qu’il ne sent plus de rési- stance, et se.fait illusion de la meilleure foi du
monde, avec les plus beaux prétextes... La frater- nité n’est que l’impossibilité de tuer son frère
». ed estetico non avrebbe mancato di rivolgere particolari e pro- messe
ricerche (op. cit., pag. 179), se così presto, purtroppo, non l’avesse
arrestato la gelida mano della morte. Ma è noto, e risulta da tanti passi
esplicitamente, che egli avversava la tesi dell’individualismo morale, avendo
già dimostrato, con impa- reggiabile acutezza e maestria, in metafisica che il
solipsismo renderebbe insolubile il problema del tu» (op. cit., pagg. 184-
485); che non meno imperiosamente si ripresenta nell’ Etica, Laasazi fed 236 Il
solipsismo A più riprese pensieri analoghi sono venuti a tor- mentarmi. La
riflessione senza riguardi è talora un ospite pericoloso. Ma perchè un ospite?
Non sono io solo che imprendo a trattare la mia que- stione, e non sono
soltanto le mie allucinanti pre- occupazioni della vita altrui che mi si
ficeano in mezzo e mi fanno allarmare del mio egoismo? Però, se io fossi solo,
se io fossi l’unico pensante, se io fossi l’unica realtà, non potrei neanche
es- sere un egoista. Infatti che senso potrebbe avere l'egoismo se non vi fosse
la realtà d’una vita so- ciale, composta di creature umane diverse da me, delle
quali io possa e debba rispettare, non oppri- mere, la personalità ? Importa
frattanto che io afferri bene questa con- seguenza : se io sono realmente solo,
se non posso riconoscere l’esistenza oggettiva della società, al- lora io non
sono un egoista, io non sono mai stato un egoista. Ma perchè mi trema la mano
scrivendo queste parole ? Vediamo. È tardi. Io sono qui, solo, davanti alle
bianche pagine del mio scrittojo, stimolato dalla più inquieta e ardente
curiosità. Non trovo alcun sollievo a leggere le pagine altrui. Non so, non
posso far altro che seguitare fino al fondo il mio ragionamento. Ripenso
involontariamente a tutto ciò che ho sentito, a tutto ciò che ho fatto di bene
e di male nella mia vita, fin da quando, ragazzo, pascolavo le vacche sulle
rive del Sangone. Ah mi- seria! quanto mi è penoso il ricordare. Gioje pro-
fonde che nessun dolore riuscirà ad avvelenare giammai, dolori atroci che
nessuna gioja riuscirà mai a lenire, come vi. vedo fluttuare soavi, pian-
genti, intorno a me nel miraggio delle ore passate. Però, veramente passate del
tutto e senza residuo Î | f sillaba da. . - La questione morale dentro di me? Oh fosse pur vero! Ma non è
così. Qualche cosa purtroppo di ben presente mi resta, qualcosa ch'io non
riesco a strapparmi dalle carni, ben più fondo di quest’aculeo dell’ape che ho
ancora infitto nella mano: è per lo meno l’umi- liazione pungente del mio
egoismo! False virtù, orgogli sciocchi, progetti vani che io dissecco fred-
damente fibra a fibra: di voi lo sento e lo spero non rimane più nulla dentro
di me. Ma ecco sempre lì intatto, livido, glaciale davanti a me, il disgusto
implacato del mio trascorso egoismo; e, infine, oh spasimo paradossale d’ un
pauroso che ha paura d’aver paura di sè!... l’ombrosa paura di non potermene
sempre salvare per l’avvenire. Ma dove sono? Ai confini, mi pare, del mio
possibile, e al sommo di quella gamma di emo- zioni che la mia coscienza ha
potuto percorrere nella sua autopsia. Mi è anche possibile precisare il mio
risultato. Rientrando dentro di me, isolando energicamente la mia realtà,
sopprimendo delibe- ratamente nella mia ipotesi quella degli altri, una
conclusione suprema ho raggiunto, penosa ma reale: la coscienza d’esser stato
un egoista, il proposito di non esserlo più, ma ombrato da una specie di paura
di me medesimo. Con questo grido di dolore m'è impossibile accettare l’ipotesi
del solipsismo. No, quelle anime fidenti ch'io ferii non erano sem- plici
rappresentazioni della mia mente, oggettiva- zioni tutte attuali della mia esperienza,
meri conte- nuti della mia mentalità a cui mi illuda di attri- y buire
un’esistenza reale fuori di me. La loro oggettiva insopprimile realtà mi è
garantita dalla testimonianza insopprimibile della mia coscienza. Io non sarei
stato un egoista se fossi stato solo ; non lo sarei, non lo potrei essere se lo
fossi. Riassu- PRE RP CEDE NIE detta ca Il solipsismo o_o cr ‘de Sai A Ri la LL
mendo: ho toccata colle mie mani la ferita dolorosa del solipsismo, l’ ho
sondata senza riguardi dentro di me, e dalla stessa piaga ho dedotto l’antisol-
ipsismo. La strana, quasi morbosa perplessità, in cui mi aveva precipitato
l’ipotesi solipsistica, per la più certa e inesorabile voce che può parlare
dentro di me, è in tutto vinta. Io non sono solo. Io vissi e vivo nella reale
società degli altri uomini. E pur troppo m’è d’uopo confessare che nè in me nè
fuori di me regna sempre l’ordine e il bene, ma il disordine e il male. E se io
mi raccolgo ancora un istante; un’altra voce interiore si eleva per ammonirmi :
Je ne m’appartiens pas, car chaque étre n'est rien, Sans tous, rien pour lui
seul... Ma v'è ancora di più. Finora ho guardato da uno spiraglio il problema
morale del solipsismo, per conchiudere che una dolorosa esigenza morale mi fa
sentire la necessità di oltrepassare la sfera del mio io. Fidarmi a questa
inchiesta mi parve assai più ragionevole e convincente che il prestar fede
all’autorità di quegli stessi solipsisti che usci- rono apertamente dalla loro
incapsulazione teore- tica, come ha fatto, p. es., Adolfo Levi, anima d’oro che
porta così nobilmente la sua ferita come una stimma di sincerità e di coraggio
ad ogni costo. Conclude egli il suo fortissimo studio con queste parole ch’io
voglio riportare per intero affinchè provino (non certo a lui che io stimo tanto
come filosofo e che amo fraternamente, non a lui che non potrà mai dubitare
dell'animo mio), ma a qualche ingenuo lettore, quanto sia grave e terribile il
pro- blema del solipsismo, che tanti superficiali sputa- sentenze credono di
potere stroncare con una frase. La questione morale « Certo, malgrado tutto, io debbo ascoltare
la voce della mia coscienza, anche se non so darmi ragione del dramma della
vita e della morte, se non vedo a quale fine tendano, anzi se tendano a un
fine, gli sforzi, le lotte, i dolori degli esseri viventi. « Fa ciò che devi »,
mi ordina la mia coscienza, «agisci come se la vita avesse un significato » ; e
io l'ascolto e cerco di conformarmi alla sua voce. Ma uno sconforto profondo
m’invade, pensando che forse la vita è come una rappresentazione senza
significato, che quei valori spirituali che mi si im- pongono non hanno una
ragione che li giustifichi in un valore più profondo che ne garantisca la
permanenza : non chiederei la speranza d’una vita migliore, mi basterebbe
pensare che la vita ha un significato e uno scopo; ma nemmeno questo mi è
permesso, e vedo l’ombra fosca della morte sten- dersi su tutti gli esseri
viventi e sospetto che forse, quando l’umanità sarà scomparsa, tutti i suoi
sforzi saranno stati invano... Ma forse, è meglio così: fare il proprio dovere
sapendo che la lotta sarà coronata da successo sa- rebbe troppo bello e troppo
facile ; forse, è meglio lottare, erchè è dovere, malgrado tvito, soltanto
perchè la coscienza l’impone. « Fa ciò che devi, avvenga che può» (S., 195-6).
L’interesse principale di questa chiusa è l’au- stera dignità del carattere, e
la profonda sincerità della ricerca, di che fa fede tutta l’opera. Ma ciò che
costituisce anche il più nobile pregio per una coscienza altrui, può
scopertamente mancare alla mia e, o rivelarsi privo di quella certezza imme-
diata che io richiedo per decidermi nei frangenti della vita morale, o
spiccarsi tanto alto nei cieli dell’aspirazione da parermi il più indecifrabile
Il'solipsismo e _ Io; enigma. La mia situazione per contro è tutta mia, .
intima e personale. Io richiedo un principio diret- tivo sì ricco e sì mio che
possa tener viva tutta la mia condotta, senza che io debba ricorrere al-
l'abbondanza altrui per affrontare il contrasto delle passioni e non sottostarvi.
La mia situazione esige la coerenza della vita teoretica e della vita pratica,
eliminando radicalmente ogni dualità di pensiero e di azione. Io non posso
impedire che le mie idee abbiano un'efficacia reale nella mia vita. Io non
posso far sì che la mia condotta morale sia senza rapporti colla mia teoria. Io
non posso pensare tutto teoreticamente senza il minimo inconveniente per la
vita morale. Sicuramente con tutto ciò non giungo, e non voglio giungere, a
giudicare le dot- trine teoriche dalle loro conseguenze pratiche, e in ogni
campo mi sento nemico dell’ intolleranza. Viceversa, mi par necessario tener
conto d’una circostanza gravissima, voglio dire dell’esigenza d’indagare caso
per caso se anche il valore morale d’una teoria non possa considerarsi come
indizio sicuro di verità. Vedo che il solipsista in teoria, ma antisolipsista
in pratica, non tiene conto di questa esigenza. Concludo che la sua conclusione
è un vero abuso della teoretica. Perchè è inutile muover lamenti sulla nostra
incapacità di sapere se la vita abbia un significato e uno scopo, quando per un
presupposto gratuito non si vuole ammet- tere che la nostra conoscenza possa
avere rapporto colla nostra moralità. Possiamo noi forse volgere uno sguardo al
nostro ideale morale, che tosto nella nostra ragione pratica non s’introduca la
nostra conoscenza? Non dico che sia così. Mi pongo il problema. L’averlo
obliato, non mi pare un esempio imitabile.
- La questione morale Nè mi pare
che a vincere la difficoltà basti in- vocare la dottrina kantiana
dell’indipendenza delle due ragioni o ritorcere contro di me la confessione
pericolosi della mia multanimità. Perchè v'è in tutto ciò una parte di verità
semplicissima, ed una parte di errore enorme. La verità è che, se non paja
felice la parola « multanimità », certo finchè io penso e mi penso chiaramente
e distintamente, e conservo il diritto di pensare e di dire anch’ io
francamente quello che penso senza reticenze, in tutti i campi della mia vita
d’azione, d’affetto, di conoscenza, iò mi sento e mi affermo risolutamente
un’unità relativa. E così relativa in me e per me, come relativa rispetto agli
altri e per gli altri. La verità è che talora io mi vedo vivere esteticamente,
scientificamente, moralmente e — perchè tacerlo? — anche filosoficamente come
un estraneo. Sì, talora la stessa filosofia è spettacolo a me ‘stesso, cioè
alla mia arte, 0 questa-a quella. Talora io sento che molti centri vitali
dentro di me si disputano l’ege- monia, e che ognuno pretende d’aver ragione
contro gli altri. Donde segue che non potendo coltivare ed esaltare
sufficientemente le diverse energie, lascio per forza che ora l’una ora l’altra
predomini, e si proclami l’unica, e con ingiusta violenza comprima e opprima
gli altri fattori coesistenti, e insomma diriga tutta quanta la mia vita
realizzando solo sè stessa a spese altrui. Vedo bene che un governo sì fatto,
come ogni altro, non si fonda che sull’ideale d’una fittizia unità che talora
parrebbe perfino giustificare il mi- sarchismo. E non prolungo la critica che è
troppo evidente. Ma sostenere per questo che di fatto io mi trovo sempre diviso
come in due, senza mai trovar modo A. P., JI solipsismo. 16. 242 Il solipsismo
di conciliare in una sintesi unitaria il pensiero. e la condotta (S., 195) è
far svanire la verità di prima in un sofisma non solo, ma in un errore di
fatto. In vero, a lato di quel carattere di pluralità che solleverà le più vive
proteste degli unitari, io non posso negare d’essere continuamente sollecitato
da una grande curiosità sia di-eiò che può succedere a mia insaputa dentro di
me, sia di ciò che che costi- tuisce effettivamente Ta vita reale del mio
prossimo, e sopratutto da un’immensa simpatia per gli ad- dolorati. Sicchè,
prossimo come non potrei essere di più a me stesso, mi sento inseparabilmente
pros- simo altrui; e non ho mai potuto, non posso, nè potrò mai vivere
indifferente alle disgrazie degli altri. Da questo punto di vista io ammetto
senza altro la tendenza spettacolare della mia vita, am- metto di poter
considerare tutta la mia vita mede- sima come rappresentazione, ammetto in fine
di poter contemplare teoricamente la mia stessa mo- ralità. Ma mentre il
solipsista inconseguente non riesce a connettere la concezione teoretica alle
esì- genze morali, io non posso far a meno di prendere la via opposta. In certo
modo starei per dire che è la stessa ipertrofia della mia teoreticità che ha
per effetto di sopprimere in un colpo l’ indipen- denza teorica e pratica delle
due ragioni e il pre- supposto assolutistico del solipsismo. Tal’ è il senso e
il valore relativistico che io oppongo all’inconse- guenza ingiustificabile del
solipsista a metà. D'altra parte coll’affermazione stessa della mia multani-
mità, riducibile in ultima analisi all’affermazione dell’unità relativa, ecco
salvaguardata la teoretica stessa contro sè stessa ; ecco riconosciuto il
diritto e il dovere di domandare alla teoretica stessa che abbia l’ardire di
guardare in faccia il suo principio WF Pa ri COREGBZIITI URTI INSIVITO E
IR-SINT PO RTPAIO 10101 timo RT REALI IEO PSV A x o x Ù x Uri ° = . - La
questione morale . i di vita, secondo
me, riducibile a questa semplicis- | sima espressione: pensare il pensiero è
pensare in fondo il nostro essere, cioè realizzarlo. 10 sento Che ogni pensiero
mi dà una lezione di | vita. Se non sono sempre in grado di darmi una
spiegazione chiara e distinta del dilemma della mia esistenza, se non ho alcun
bisogno di consultare l’ordine scientifico della verità per agire coerente-
mente secondo il mio ideale, se non posso nemmeno v eliminare le ragioni di
dubbio e d’incertezza che mi affannano ogni volta che mi trovo davanti ad una
soluzione pratica che non mi paja sodisfacente, } d’altra parte non posso
affatto ritenere d’aver bi- i sogno di ignorare per vivere. V’ ha una sola
cono- i scenza che provi l’antinomia fra il sapere e l’agire? V’ha un solo
fatto d’ esperienza qualunque che} ] provi la necessità dell’ignoranza
nell’azione mo- | rale? Che se anche una pseudo-dotta ignoranza pa- resse
necessaria a chi veramente volesse fingersi di i troppo sapere, non vieterebbe
essa la protésta del- l’animo mio. E credo d’aver perfettamente ragione di
pensare e di fare così, perchè in fatto di orienta- zione morale, anzi d’azione
diretta, non mi bastano le prediche altrui, se la mia coscienza conclude a /
rovescio. Dunque è falso che le esigenze del pen-/ siero indeboliscano a tal
segno le esigenze della vita morale da annientare in me stesso il principio non
che la speranza della loro possibile armonia. Accanto a queste ragioni c’ è la
necessità stessa della vita concreta, la quale vuole che si viva «malgrado
tutto». Ora da tutte le illusioni auto- rappresentative, da tutti i miraggi
evocati dal so- + i lipsismo, qual solipsista potrebbe dirmi se risul- terà
(non dico una realtà sociale nuova, perchè la società non esiste per lui, e qui
non mi rivolgo 244 Il solipsismo al solipsista a metà, ma al solipsista
veramente unico e conseguente), se si ricaverà una sola pos- sibilità nuova di
spinger avanti la vita, per me medesimo ? Neanche una. Se io solo penso, se io
solo sono, se io sono l’unica conoscenza, se io sono l’unica realtà, perchè non
dovrei dar credito a quella voce che mi dicesse?: Non illuderti, dunque. Non
credere che vi siano altri esseri umani fuori di te, gettati dalla loro nascita
in una vita di dolore e di sangue, gonfiati dall’avidità, straziati dalla ge-
losia, divisi dall’odio, incapaci di riparare in modo qualunque agli effetti
funesti dei loro rancori. Frena i tuoi sentimenti di solidarietà, asciuga le
tue la- grime di compassione. Queste lotte sono solo dentro di te. Gli esseri
non nascono punto dall’amoroso in- contro delle loro affinità. Nascono dal
fondo oscuro del tuo cervello, come tante minerve armate dal cervello di Giove.
Perchè tu sei giove, senza olimpo però, ma giove stesso, giove solo, senza
compagnia vivente d’altri dei, giove puro. Questi vecchi ai quali tu vorresti
procurare un dolce riposo, questi bambini ai quali tu vorresti che non
mancassero mai le soavi cure materne, questa donna che ami, questi amici ai
quali serbasti costante fedeltà, non sono che una pittura della tua mente, una
crea- zione poetica della tua fantasia, una finzione. — La conseguenza
paralitica di questo concetto della vita è così manifesta che i solipsisti
teoretici non ardiscono formularla ; tanto che qualcuno di essi tenterà tutte
le vie, farà tutti gli sforzi imaginabili per eluderla, altri si fermerà a
mezza strada; ma invano. Risponderanno i primi senza dubbio che la conseguenza
paralitica non è dedotta logica- mente; perchè chi voglia stare alla logica
(alla logica del solipsismo, s’ intende, perchè v'ha una XIII.(- La questione
morale logica ariche nell’aberrazione) capirà che il solip- sista teoretico non
vuol distruggere e in fondo non distrugge niente; si limita solo ad
interpretare tutto adeguatamente sul tipo unico della mia esperienza .attuale e
personale che — a parer suo — io non ho alcun diritto di oltrepassare. Ma
questi son giochi di parole e non ragioni da accamparsi in una conce- zione
della vita morale che voglia positivamente vi- vere senza rinunziare ai
presupposti fondamentali della stessa conoscenza. Che cos'è dunque questa
famosa voce della coscienza che il solipsista invoca per ammettere il suo
presupposto teoretico, questa voce che il solipsista ascolta per conformare la
sua vita al suo ordine pur senza ragione, avvenga che può? Posso io o non posso
dipartirmi da lei? Se non posso, non devo essere solipsista perchè la mia
coscienza più chiara e distinta non mette in dubbio la realtà del mondo
esteriore, anzi a gran voce me ne reclama il riconoscimento ; e se posso, non è
giusto obbedirle. Escogiti adunque il solipsista un’altra fonte più attendibile
se non più plausibile di conoscenza; in mancanza di che mi vedo co- stretto a
concludere che la sua dottrina è senza costrutto. Risponderanno i secondi che
la vita morale non è resa impossibile dal solipsismo ridotto alla pura teoria?
Siamo sempre da capo; giacchè tutti questi aerei compartimenti stagni fra le
due ragioni son palliativi che non rimediano a nulla. Che un altro uomo separi
le due ragioni non significa punto che egli abbia ragione di farlo. Del resto
separi, o di- stingua a genio suo, e ne abbia diritto, o non lo abbia, per me,
fa lo stesso: il punto della que- stione non è lì, ma è nella coscienza reale
di tale distinguibilità, che per me involge una contradi- Il solipsismo zione
teorica e pratica flagrante, perchè io — che dovrei e vorrei farla — non posso
farla. La situa- zione pertanto dei solipsisti in pura teoretica non ha il
minimo senso nè il minimo valore per me. Che cos’ è (sempre per me, si capisce)
quella virtù che essi affermano estranea alla conoscenza? Nulla e sempre nulla,
giacchè io non so e non posso e non voglio vivere senza una certa solidarietà
fra il pensiero e l’azione. Una moralità senza cono- scenza mi pare una
mutilazione inumana. In ogni uomo moralmente superiore io penso che la bontà
sia anche inseparabilmente una virtù d’intelli- genza. Solo nella conoscenza
superficiale, solo nella più istintiva condotta, verità e virtù mi appajono
distinti l’una dall’altra. Nulla però m’impedisce di credere che abbiano una
radice comune. Quella gioja grave misteriosa ma inebriante che proviamo talora
nei momenti migliori della nostra esistenza, nel volo più alto del pensiero,
nella prova più do- lorosa del sacrifizio, non sarebbe l’annunzio irrag- giante
di questa splendida verità ? Da ciò io deduco che la vera sapienza del filo-
sofo sarà quella bensì d’esser diventato sempre più chiaroveggente sulla
realtà, col progresso della co- noscenza di sè medesimo, ma nè meno operoso, nè
meno speranzoso per tanto. La conoscenza teoretica non disfà l'ideale pratico
ma lo crea come realtà vivente, ein moltissimi casi è anche in grado di
giustificarlo ; non nega la lotta, ma la manifesta come la forma più alta della
ne- cessità che par governare l’universo. Ajutare col- l’azione nostra (teorica
e pratica) l’azione altrui, ecco un ideale sigillato dal doppio crisma della
realtà da cui solo un falso modo di intendere la conoscenza e di misurarne gli
effetti potrebbe divi- XIII. - La questione morale - 247 nni a nti al liglller
vir che VIE O pi dersi senza strazio. Sempre più l’esperienza ci mette a
contatto di uomini forti e lottatori « malgrado tutto », che portano sia nella
concorrenza sia nella collaborazione il doppio corredo d’una conoscenza ricca
di verità e d’un entusiasmo nell’affrontare i pericoli della vita pratica, che
rasenta il disprezzo della morte. Evidentemente in loro e per loro il bene
operare è in ragione diretta del vero sapere. Allo stesso modo che il contrasto
stridente fra una realtà senza ideale e un ideale senza realtà in essi e per
essi non si riscontra, perchè io li vedo pieni d’amore nella famiglia,
avidissimi di libertà e di solidarietà, intrepidi nell’ora del cimento, così
sono tratto a supporre che la capacità di agire in ma- niera di più in più
efficace a vantaggio altrui pro- ceda non tanto da un sortilegio chimerico del
sen- timento, non tanto dall’austera volontà di fare il proprio dovere (qual
dovere frattanto ?) avenga che può, unicamente per conformare la propria vita
all’ordine, senza conforto, della coscienza, quanto dalla più profonda e
consapevole parte che essi prendono e sanno di dover prendere ai dolori altrui,
dal ribrezzo che ispira lo spettacolo del- l’egoismo feroce dei commensali,
dalla riconosciuta certezza che le ingiustizie e le crudeltà senza nome che
presenta la storia dell'umanità sono una vera e reale tragedia di esseri
viventi simili a noi e che noi sappiamo, possiamo e vogliamo, entro certi
limiti, consolare. Quest’attitudine intellettuale e morale dell’uomo d’elezione
resta intieramente senza senso e senza valore pel solipsista. CONCLUSIONE Nous
ne sommes pas dupes, DeLBET. Di questione in questione eccomi giunto al nodo
finale di questa rapida analisi. Sinceramente ho tentato di essere solipsista.
Non mi fu possibile. Io vedo ora il solipsismo in blocco di fronte a me, netto,
objettivato, assorbente, come una visione fantasmagorica; col suo flusso e
riflusso di pen- siero autoproduttivo e autoriflessivo che vuol risol- vere tutto
in me, far uscir tutto da me, farmi veder tutto in me solo, come se io fossi
l’unico pensante, come se io fossi l’unica realtà. Se ancora un istante mi
fermo a riflettere su questo incredibile paradosso (che importa l’iden-
tificazione di tutta la realtà all’unica realtà del mio io personale e la
riduzione di tutti gli oggetti pen- sati e pensabili e quindi di tutti i
soggetti pensanti a semplici contenuti attuali della mia coscienza empirica e
personale) confesso di sentire il bisogno di ritornare immediatamente alla mia
interpreta- zione relativistica e subobjettiva della realtà, con un ardore che
il solipsismo non mi ha fatto che accrescere sempre più. , Il solipsismo Volendo ora metter in rilievo
i tratti caratteri- stici del solipsismo, se cerco di distinguere in esso i tre
aspetti che si riscontrano in ogni filosofia: la critica, il sistema dottrinale
e il metodo o pro- cesso di sviluppo, trovo che la critica è ben supe- riore
agli altri due. Il sistema quasi non esiste, perchè si può ridurre alla formola:
«io solo penso, dunque io sono l’unica realtà ». Il metodo è del pari
rudimentale, o almeno si trova ridotto ad un processo auto-involutivo che porta
dritto all’occlusione della ragione. Quanto al sistema, per l’aspetto letterale
ed esterno della formola che ne esprime il principio gnoseologico e metafisico
fondamentale, il solip- sismo si direbbe un cartesianismo esasperato. Ma è
l’opposto pel significato interiore, perchè il car- tesianismo è dualismo, il
solipsismo invece è mo- nismo soggettivistico idealistico spinto all’estremo.
Quanto al processo metodologico un primo ma ben lieve riscontro col
cartesianismo è forse possibile, perchè come Descartes vuole fin dal principio
cer- carsi aliquid firum atque inconcussum, quindi, data una sola verità, dedurne
tutto il rimanente; così il solipsismo. L’unico solido principio pel sol-
ipsismo, e generatore di tutto il reale, è l’anzi- detta proposizione, che è il
suo vero punto di par- tenza: «io solo penso, dunque io solo sono ». Di qui
tutto deduce. Ma con che metodo di svi- luppo? Con un primo passo collega il
suo presup- posto gnoseologico e metafisico fondamentale col presupposto
scettico, cioè afferma che ogni cono- paste 188 ent rr pi ie petit apt ad Pie
etna deo ip II nai vw ‘ V » î ’ art Conclusione 251 scenza si fonda sopra un
iniziale atto di fede nella validità del pensiero; atto che essendo iniziale, e
ingiustificato, anzi senza alcun fondamento razio- nale, non lascia modo allo
spirito di sottrarsi allo scetticismo. La sua fissazione critica è sempre
questa: denunciare scetticamente che un atto di fede vizia tutto il processo
critico della conoscenza, come una specie di iniziale chiguenaude donde tutto
il movimento valutativo gnoseologico risulta. Le discussioni critiche
precedenti mostrano quanto valga questo presupposto. Mostrano per tutto dire
che la critica antiscettica della conoscenza non si lascia disarcionare da ciò,
perchè un’accurata ana- lisi dell'atto di conoscenza e dell’atto di fede prova
che i due atti sono dissociabili. Quindi la via si- cura è ben tracciata, a
eguale distanza così dal dogmatismo assoluto come dall’ assoluto scetti- cismo;
perchè quello porta ad abusare della ra- gione, questa ad escluderne l’uso. Ma
il solipsista che adopera l’argomento scettico come un'arma di combattimento,
come non s’accorge di far interve- nire un postulato nuovo a fianco di quel
dato fon- damentale dì conoscenza diretta che egli vorrebbe appurare con la
critica più spregiudicata, così ar- disce anche di più. Il suo scetticismo
diventa dog- matismo. Eccolo infatti ricusare col suo primo passo,
simultaneamente, ogni testimohianza dei sensi e dell’intelletto, ogni soccorso
dell’esperienza altrui, ogni risultato delle scienze. Quindi è com- prensibile
il suo imbarazzo a spiegare in modo qualunque l’ordine e la connessione delle
cose, cioè delle produzioni e delle rappresentazioni del mio io a me medesimo.
Qui appunto manca completa- mente l’analogia col cartesianismo, perchè
Descartes e Spinoza seppero ideare capolavori di incatena- ice io nasrinet 252
IN solipsismo pore, comincio a riflettere, a rendermi conto delle difficoltà,
non mi accade più altro che un continuo digredire di rappresentazioni, di
concezioni, d’jl- lusioni e d’allucinazioni labenti, perchè il flutto delle
rappresentazioni è Vaghissimo, e ogni conte- nuto della coscienza decorre,
«more fluentis aquae ». voce della mia coscienza, irrecusabilmente sento e
penso che ciò che io sono lo sono per la storia ? Voglioso quanto fui di
approfondire il principio desima, perchè lascia tutt'al Più che la coscienza si
pigli in flagrante del proprio atto non ragione- vole di rappresentazione, Ma
ciò basta a provare alle, Conclusione 258 ar che il solipsismo non sodisfa ai
bisogni della .mia coscienza che cerca, che vuole, che Spera incessan- temente
Sapere. Il solipsista che vuol appagarsi solo dell’esigenza della sua coscienza
non sente per certo che la mia coscienza ha bisogno d’una scienza della realtà
infinitamente ricca, varia e perfettibile a forza di osservazioni, di calcoli,
di Sperimenti. Ma io non posso sentire come fa lui, perchè sono io stesso che
mi sento; e non mi posso ignorare! E dica pure, pessimisticamente da parte sua,
che anch'egli magari lo sentirebbe questo ardentissimo bisogno del sapere, ma
che pur troppo egli è giunto a Sapere che non gli è concesso di sodisfarlo, e
che perciò egli sente crescere maggiormente la sof- ferenza e l’angoscia,
perchè più che mai si trova genza, ma di cui non intravede, nemmeno da lon-
tano, la possibilità della soluzione (S., 195). Questa risposta è giusto
l’inverso di quella che potrebbe Servire per me. Giacchè io non posso
rinunziare a quel che io penso e a quello che sono e quindi Sarà sempre
perfettamente inutile che io discuta con chi non si sappia fare un’ idea ben
netta e com- pleta di ciò che io Stesso penso e sono in fatto di realtà e di
esigenza di coscienza. La mia coscienza è incessantemente avida di analisi e di
sintesi, e profondamente avversa ad ogni apriorismo. Il solipsismo invece ha
saldata la sua premessa coll’apriorismo. Questa parentela — irta di spine
scolastiche — costituisce il suo secondo passo sulla via del metodo, in ordine
al suo sviluppo. Invero, siccome il solipsismo non è altro che un’autogiu-
stificazione di coscienza che si afferma chiara e distinta a sè indipendentemente
da ogni conside- 254 Il solipsismo razione dei fatti, così il suo apriorismo è
innega- bile. Forse qualcuno protesterà, additando all’ op- posto l’empirismo
(dell'io empirico) come il carat- tere più proprio del solipsismo. Ma, per
quanto i termini « apriorismo » ed « empirismo » siano di- ventati oramai di
più in più equivoci, è mia ferma opinione che non si riuscirà a detergere il
solip- sismo dalla nota dell’apriorismo nel senso indicato. Questo senso è
veramente peculiare al solipsismo, ma non meno proprio per questo. Mettendo in
ri- lievo la questione dell’origine della conoscenza, non ho mancato di far
notare che tutto lo sviluppo della conoscenza pel solipsismo proviene da una
fonte primordiale che si autentica da sè)prima di occuparsi delle conoscenze
particolari provenienti da essa. Non è dunque una conoscenza apparte- nente
esclusivamente alla ragione, indipendente dall'esperienza nel senso che Leibniz
e i suoi suc- cessori diedero all’espressione a priori. Il solip- sismo è una
tale svalutazione della intellectio pura di Descartes, dell'intelletto puro
come della ragion pura della scuola di Wolff, della reine Vernunft di Kant,
come del pensiero puro dell’ hegelismo, e naturalmente quindi d’ogni logicità,
che l’avvici- nare il suo apriorismo a quello che proviene in modo esclusivo
dalla ragione, sarebbe assurdo. Questo è pacifico. Ma per vincere ogni altra
rilut- tanza basterà notare nel solipsismo il costante ri- chiamo al doppio
presupposto soggettivistico e scettico che è proprio il motivo dominante di
tutta la sua concezione. Ora che altro è mai un presup- positismo così
sistematico se non un apriorismo irrazionalistico di nuova lega? Ciò che qui sì
ma- nifesta del peculiare apriorismo irrazionalistico del solipsismo quadra del
resto con un altro carattere pe Reg 1 Sor BI «e i ri I ini A e ii A]
Conclusione 255 sensibile da cima a fondo — in ogni trattazione solipsistica —
ed è la sua straordinaria semplicità. Invero il senso esplicativo o
interpretativo di ogni fenomeno viene sempre ricondotto identicamente alla
stessa fonte irrazionale; senz'altro frutto però. Giacchè, se non c’è problema
per quanto astruso e sconcertante che il solipsista non presuma di poter
risolvere, col semplice ricorso alla produzione personale della mia coscienza, il
vacuo del metodo si fa appunto sentire a misura che ci avanziamo verso la sua
portentosa semplicità, e non vi tro- viamo altro. Non è un rimprovero questo, è
una constatazione di fatto. La filosofia del solipsismo non solo non può ma non
vuole dare altro. E la ragione è pur chiara. Il solipsismo, quando non è
l’efflorescenza romantica d’un letterato, non manca d’essere l’at- teggiamento
leteo d’un sognatore. Ma gli è appunto questo sorprendente potere di sigillare
tutto il mondo dentro la mia sola realtà, questo profon- dissimo convincimento
di dire: cî sono soltanto io (essere solipsista vuol dire questo), è, insomma,
questa capacità d’apriorismo pantegoistico che io non ho. E non l’ho, sia
perchè io non la posso sognare (non potendosi mica sognare quel che si vuole),
sia perchè io non posso sempre sognare. Di più, quando non sogno, questa fede
solipsi- stica mi urta, mi sdegna, mi ripugna; mi sembra, come diceva il Boine,
una sottile lascivia solitaria. Volendo per tanto istituire qualche parallelo
coi sistemi storici, la cosa è facile. Se l’avvicinamento al cartesianismo
sopra i punti riferiti non appaga, resta un tipico punto di convergenza con la
dot- trina di Malebranche, che può rischiarare l’ intimo travaglio idealistico
del solipsismo. È il punto di bor Il
solipsismo contatto tra la visione onirica del solipsismo e la visione in Dio.
Colla differenza che l’ idealismo di Malebranche era immensamente più ardito e
infinitamente più produttivo (ponendo Dio come la causa infinita). Nòi vediamo
le idee in qualche luogo, diceva il padre Malebranche, e tutti gli esseri in
uno. Questo luogo delle idee e degli spiriti è Dio, unico essere agente,
infinitamente infinito; realmente contenente tutta la realtà infinitamente
infinita che io vedo, allorchè penso all’essere e non a tali o a tali altri
esseri. Così io vedo Dio in lui stesso e tutte l’altre cose (le idee delle
cose) in Dio. La realtà del mondo esterno diventa inutile in questa teoria. E
che cosa fa il solipsista per conto suo ? Non vede egli tutte le idee e tutti
gli spiriti nel suo io? In questo, dunque, si avverte differenza di contenuto,
non di metodo. Ma una differenza sovrana è lampante. Nell’ idea- lismo del
discepolo di Descartes tutto mena a Dio, tutto viene da Dio (posto per fede
cristiana); però nella sua visione in Dio tutto s’incatena a mera- viglia
benchè fuori della coscienza umana. Nella visione solipsistica tutto mena al
mio io, tutto viene dal mio io; però nulla s’incatena, in una serie che riveli
ordine, logica, coerenza. Un altro piccolo rilievo sembra opportuno. Acuti
psicologi hanno già notato che certi spiriti e ta- lora — non par vero! — anche
popoli interi, anche allo stato di veglia lasciano rivivere liberamente le
imagini interiori della loro fantasia e le pigliano come fossero vive. Non
vissero popoli interi e de- licatissimi nel sogno svegliato della mitologia? E
quanti artisti non fanno altro! Però la produzione sociale dei miti e dell’arte
solleva tutto un mondo di questioni che il solipsista, il quale dovrebbe
Conclusione bastare a sè, negare il passato e il futuro, negare il fatto come
fatto, non andar mai al di là dell’atto presente dell’ io empirico, è impotente
a spiegare. E anche sul vitale problema della produzione delle imagini che
potrebbe gettar tanta luce sel ritmo interiore della coscienza estetica, il
solipsismo tace. Non solo non realizza e non storicizza, ma non teorizza. Il
tentativo idealistico immediatamente più im- portante dopo il visionarismo in
Dio di Male- branche fu il semidealismo empirico di Berkeley. Berkeley, com’ è
noto, nega l’esistenza di cose este- ‘ riori e la realtà dei corpi, ma ammette
la realtà dell’anima, quella degli spiriti e quella di Dio. Ora se non ci
lasciamo fuorviare dal fatto che Berkeley afferma antisolipsisticamente di
poter superare la sfera della coscienza propria accedendo alla realtà degli
altri spiriti e a quella di Dio, ma fissiamo l’attenzione sul suo
immaterialismo, la parentela col solipsismo diventa palmare. Quando Berkeley
dice che sono i filosofi che hanno inventato la ma- teria e la sua idea, con un
gioco di spirito, per- mette che il solipsismo trovi e documenti nelle sue
araldiche carte i suoi quarti genuini di nobiltà, necnon gentilia tympana
secum. Il solipsismo non fece che prestar la sua mano all’estensione più iperbolica
di questo immaterialismo. Prima di Malebranche e di Berkeley, a non tener conto
dell’idealismo gnoseologico implicito nel- l’empirismo di Locke, la catena
dell’ universale realtà era questa: da Dio agli spiriti, cioè: Dio, cose create
da Dio, idee delle cose date agli spiriti da Dio, spiriti. Berkeley con
maggiore risolutezza soppresse gli oggetti materiali esteriori, come inu- tili
agenti intermediari fra le idee degli spiriti e A. P., Il solipsismo 7. Il
solipsismo Dio. Così, per tendenza immanentistica generale evidente, posto il
fondo spirituale di tutto, la ca- tena s’aecorciava, riducendosi a tre anelli :
Dio, le idee, la pluralità degli spiriti. Ma la trascendenza rimaneva nella
pluralità degli spiriti e in Dio. La situazione di Kant, dopo che la critica
idea- listica di Berkeley fu ripresa e potentemente svi- luppata da Davide
Hume, è molto complicata e misteriosa: a) dualismo realistico in metafisica
(noumeno inconoscibile e fenomeno), 5) monismo idealistico trascendentale in
gno- seologia (la ragione umana colle sue leggi neces- sarie), c) antagonismo
delle due ragioni (pura e pra- tica), per non accennare che ai più salienti
con- trasti che interessano la nostra questione. Ma, non uscendo dalla
teoretica, la sua dottrina altissima dell'io penso offrì il destro favorevole
al solipsismo. L’io penso per Kant è la funzione lo- gica per eccellenza e la
condizione fondamentale che accompagna (begleitet) ogni umano giudizio.
Personificare quest’atto della coscienza in un sog- getto pensante, identificarlo
col mio soggetto giu- dicante, affermarlo il mio io personale conoscente, è
commettere un paralogismo. Questa traduzione paralogistica è appunto commessa
dal solipsismo; il quale in fondo precisamente non è altro che la traduzione
paralogistica dell’io penso (1). Ma nel (4) Il soggetto kantiano d’altronde può
prestarsi all’equivoco, cioè essere scambiato col mio soggetto individuale solo
perchè è in realtà unico soggetto [della sensibilità, dell’intelletto e della
ragione], e insieme tal processo formativo dello spirito che si risolve nel
processo costitutivo della realtà. Ma bisogna affer- sa t] o, FORI
Conclusione primo grande epigone di Kant
è molto più facile cogliere sul vivo la contaminazione del solipsismo coll’idealismo.
Ecco Fichte partire dall’io e ricon- durre tutto all’io, ma all’Io assoluto. Da
questo punto di vista ogni noumeno scompare; tutto di- venta una creazione
dell’Io trascendentale, Dio stesso diventa inutile. Colui che disse alla fine
di una conferenza: «Oggi abbiamo creato il mondo; domani, a signori, creeremo
Dio», e usava certa- mente questa audace formola per celebrare il trionfo
dell’Iotrascendentale, in cui non solo Dio e il mondo materialemala pluralità
reale degli spiriti si scioglie e scompare come un'immensa nube di polvere tra-
scinata dal vento, rivelava la bibbia esoterica del solipsismo che ha tre
comandamenti semplicissimi : nè cose, nè spiriti, nè dio; con un codicillo che
gratifica ampiamente Fichte e ogni progenie di idealismo trascendentale di
fichtiana memoria: « e nessun Io assoluto davanti al mio io empirico ». Qui
evidentemente il punto d’arrivo s’identifica col punto di partenza. Ecco perchè
ho detto, nel parallelo con Descartes e Malebranche, che il solipsismo non fa
catena. « Che cosa giustifica l’af- fermazione di tale Io infinito e
universale? Io ho certezza soltanto del mio io individuale, che è la unica
realtà che posso affermare; quello trascen- dentale è il risultato di una
ricostruzione concet- tuale, anzi è un oggetto del mio pensiero, non il rare
bene il senso e il valore umano del soggetto kantiano, Il soggetto di Kant è
propriamente l’attività sintetica del nostro spirito. L'unità del soggetto
kantiano è l’unità della nostra comune natura di conoscere in quanto è
possibile a priori. In ultima analisi, l’io di Kant è sempre il noi. Per la
dimo- strazione del carattere antisolipsistico dell’io penso di Kant cfr. P. d.
c., PASTORE, Il solipsismo. 17* rt Seli sa — va LI nm ES DE en; "alles Il
solipsismo mio soggetto pensante (S., 174). Così anche l’idealismo attuale
riceveilsuo conto dalsolipsismo. Certo il solipsismo posteriore ai grandi
epigoni di Kant ricevette una spinta decisiva dalle dottrine moderne tendenti
verso l’immanentismo assoluto e lo psicologismo idealistico dei fautori della
espe- rienza immediata procedenti dallo Schuppe; dal Rehmke, dallo
Schubert-Soldern, dal Leclair e dal Kaufmann al Wundt, dal Brentano al Lipps.
Ma la strada maestra è quella tracciata. Senza questi riferimenti storici
sarebbe difficile chiarire tutta la situazione psicologica del solip- sismo. Ma
ora mi pare di poterla delineare con sufficiente chiarezza, benchè sia ricca di
svariatis- simi casi di coscienza che — salvo il genere comune, ma remoto — non
si possono assolutamente iden- tificare. È appunto con una rapida rivista delle
due forme estreme della fenomenologia del solipsismo che ora intendo
completarne la psicologia, comin- ciando dalla più paradossale cioè dal
solipsismo fideistico di quel filosofo scettico che fu seguìto criticamente
passo passo fin qui. Si capisce perchè
il solipsismo respinga l'Io universale. Il solipsismo è affermazione di
immanenza, l’ Io universale non sopprimendo l’io individuale diventa un rifugio
della trascen- denza rispetto all'io individuale. Un solipsismo che ammetta 1’
Io universale, come quello del Lipps (Leitfaden der Psychologie, Leipzig) è
ancora assai vicino all’atteggiamento di Berckeley, già proclive pel suo
spiritualismo all’ immanenza. BORTI
(vedasi), nella sua pregevole Teorica del solipsismo, se- gnala le attinenze con
Mach e con Lange, col Fechner; aggiunge riferimenti a Miinsterberg, James,
Hodgson, al neohegelismo inglese di Baillie, all’assoluto positivismo ; infine
«al primo atteggiamento idealistico del Royce, avverso al kantismo e pro-
pugnatore della realtà dell’atto mio individuale del conoscere (BoTTI, op.
cit., pag. 71 e seg.). SI, pr ali vati LI Conclusione e tme—>\;}àùà e \*;,, |o1;KKKKT ti La foi
n'est, dans Pascal, qu'une agonie étrange, riassumeva Sully Prudhomme. C° è
uria fede solip- sistica che si direbbe ispirata a questo penetrante pensiero;
e questa costituisce la varietà più pre- gevole e veramente degna di
considerazione filo- sofica del solipsismo. La forma mentis pascaliana di
questo fideismo solipsistico è evidente. Pascal, malgrado il suo scetticismo,
era un’anima bollente sotto una maschera di marmo. Il solipsista dalla parola
semplice e grave che abbiamo ascoltato e analizzato finora è di questo tipo.
Pieno di erudi- zione, alacre, tagliente e originale nella eritica, aborrente
la retorica ‘e la viltà, egli ha studiato profondamente i sistemi maggiori
della storia del pensiero, indagate le conquiste delle scienze. Ma, dopo ciò,
interrogata con asprezza la sua stessa coscienza, vi ha trovato una
sproporzione immensa tra l’amore ardentissimo della verità e le soddisfa- zioni
teoretiche che gli sono offerte dal sapere. Come vincere, come negare, come
nascondere a sè medesimo l’amarezza? Ecco quindi la sua inchiesta scettica,
rigida, intrepida, dignitosa; rivelazione di un’angoscia interiore incessante,
fasciata d’ombra e di sconforto, accettata colla fermezza dello stoico. Questo,
secondo me, è il segreto dell’opera « Scep- tica » di Adolfo Levi, nella quale,
malgrado il pre- supposto scettico, io mi ostino a vedere lo sforzo insistente
benchè frustrato dell’autocritico per evi- tare il doppio pericolo del
dogmatismo e dello scetticismo. Ma nelle regioni di frontiera tra la filosofia
e la letteratura, dove cresce e si estende rigogliosa tutta la vegetazione
eteroclita del filosofismo, la con- Filosofismo e filosofia, Rivista di
filosofia. Ar i riape i" — dll PA Il solipsismo cezione solipsistica, con
base scettica, seduce ben diversamente, perchè sovreccita e per giunta ab-
bacina tutti coloro che soffrono d’una contradizione interiore, i deboli di
spirito, gli eccentrici, i soli- tari, gli egotisti, le sanguisughe gelide
della mi- santropia, i fakiristi, i decadenti, i nullisti, com- presi certi
mitomani morbosi che bovarizzano automaticamente. Da Bourget a Gaultier questa
categoria di visi pallidi è stata studiata in modo meraviglioso. Quegli spiriti
sempre inquieti, posseduti dal bisogno irresistibile di veder chiaro dentro di
sè, che seguono colla lente alla mano tutte le minime peripezie della propria
coscienza, non trovano più gusto che a vivere della voluttà del sogno. Quindi
avviene che, polverizzata la vita esteriore, per compenso si svi- luppa in modo
così anormale ai propri occhi, la propria personalità che finiscono per avere
una specie di, sensazione palpabile del proprio isola- mento. Questo stato
singolare di egomania, infa- ticabilmente ansiosa di sè, sconsolatamente chime-
rica e socialmente improduttiva, rappresenta la forma inferiore del solipsismo.
E così, serrato il cerchio della fenomenologia, si può finalmente met- tere in
chiaro il processo psicologico del solipsismo, . contemplandolo dal punto di
vista critico del bo- varismo; perchè il solipsismo è precisamente una varietà
finora non studiata di bovarismo. « Cette faculté, definisce Jules de
Gaultier, est le pouvoir départi à 1’ homme de se concevoir autre qu’il n’est.
C'est elle que, du nom de l’une des principales héroines de Flaubert, on a
nommée le Bovarysme. Uno
squilibrio della personalità, tal’ è GAULTIER, Le Bovarisme, Paris, Mercure de
France. Conclusione il fatto iniziale che
determina tutti i personaggi di Flaubert a concepirsi diversi da quel che sono.
Sotto l’ impero d’un entusiasmo, d’un’ammirazione, d’un interesse, d’una
necessità vitale, essi assumono un carattere differente dal proprio, e
precisamente quel modello suggerito dall’amore di sè con cui vorrebbero
identificarsi. Tutta la loro vita defor- mata da una falsa concezione di sè
medesimi, di- venta per conseguenza una parodia. Lo spettro della loro visione
allucinatoria li tra- scina, li rende insensibili alla critica altrui. La
falsificazione del loro essere intimo diventa un carattere fisso e imperioso.
Non diverso è il tor- mento del soli psista, il quale affascinato dal proprio
sè, incompreso dagli altri, spinge la sua avversione contro la realtà degli
altri spiriti e di tutte le cose del mondo esteriore a tale formidabile
sproporzione che, per lui l’intera oggettività dell’universo viene disorbitata
radicalmente e ridotta a imagine. Tutto il reale diventa un miraggio projettato
sullo sfondo della propria coscienza. E di mano in mano che lo spirito
s’assorbe nella contemplazione della sua projezione, l’ipertrofia del
solipsismo ingigantisce. Le analisi critiche precedenti mostrano gli eccessi
interessantissimi di questa forma autentica di bo- varismo, caratterizzata dal
fatto che lo spirito della massima debolezza si riveste colla maschera della
massima realtà e, snobisticamente interessato a prendere davanti a sè stesso la
più falsa opinione di sè, criticamente invoca tutta la sua cultura per
ingannarsi. Un’illustrazione più diffusa di questo fenomeno d’ottica mentale a
rovescio sarebbe superflua. È il caso d’un debole anzi d’un vinto nella lotta
cri- tica per la conoscenza che — forse per una fun- ic voglie 264 Il
solipsismo zione di difesa sostiene ancora il più difficile combattimento
contro di sè. È il tour de force di uno spirito spaventato della propria
irrealtà che si maschera a sè medesimo e, prendendo le arie di essere egli solo
l’unica realtà, tenta di assicu- rarsi un’attitudine di forza. Eraclito diceva:
gli uomini svegliati hanno un mondo unico e comune, gli uomini sognanti si
rivolgono ciascuno verso il proprio mondo. È proprio quello che succede al
solipsista, la cui anima si rivolge sempre esclusivamente al suo mondo
interiore, il mondo del solo io. È vero che in questo mondo per quanto fittizio
il pensiero solipsistico, esso pure, s’agita, soffre, vive, foggia i suoi miti
e li combina imaginativamente. Solo che i suoi miti non sono entificazioni di
imagini astratte, realizzazioni di astrazioni, ma disrealiz- zazioni di enti
concreti. Questo processo di bova- rismo in cui lo spirito si mente a sè
medesimo, srealizzando sistematicamente ogni altra realtà per realizzare
esclusivamente sè stesso, costituisce al- tresì il terzo e ultimo passo
metodico del solipsismo in ordine al suo sviluppo. E qui sarebbe anche il
termine dell’opera, se ancora non fosse utile una sfumatura. «Arrise ad uno,
racconta Novalis, di sollevare il velo della dea di Sais. E bene, che vide?
Vide — meraviglia delle meraviglie — sè stesso. Segnalando quest’avventura
simbolica che epifa- nizza, nel suo piccolo giro, l’ubiqua nostalgia della
coscienza, e potrebbe anche parere la giustificazione poetica del solipsismo,
spero finalmente di mettere sotto la più bella e favorevole luce della critica
la situazione di spirito eccezionale che ha formato l’oggetto di quest’analisi.
Voglio dire che, se le PRAIA, ERION BANCO Na po Mia Conclusione riflessioni
critiche precedenti sono esatte e fondate le objezioni teoretiche contro la
gnoseologia solipsi- stica che ha smarrito il senso della verità e della
realtà, tuttavia le stesse objezioni dirette contro i poeti non hanno valore.
Reggerebbero se fosse di- mostrato che nello sconfinato campo della cono-
scenza teoretica l’ultima e più matura forma del pensiero può dettar legge alla
prima. La più ele- mentare come la più approfondita esplorazione estetica per
contro rivelano che il doloroso mistero della bellezza, benchè germogli dal
seno comune di | dello spirito, si svolge colla massima libertà e non ha legge
che nella sua vita medesima. Un fervore d’estasi adunque, la palpitazione d’ un
cuore che può cercare e trovarsi, che può amare ed amarsi, che può soffrire e
soffrirsi dovunque, può bene essere fonte d’una nobile poesia. BIiB-IOTERCA
DELLA FAGQLTA'DI FILOSOFIA E LE FTERE TaRINO FINE. ly fanti Teano _ Prefazione
. .ara Pag: A gui. I iesionato tonsille del solip- ES 59 sismo i È II. La
questione scettica E Dow III. La questione dell’uno e del molteplice La
questione dell'esperienza La questione della verità La questione dell’errore La
questione della coscienza La questione della scienza La questione della storia La
questione dell’idealità del reale e della realtà dell’ideale La questione
dell’immanenza e della 2 8 SJ ari Vis % % 5 % % % % % »% <A trascendenza La
questione dell’arte « e della critica j d’arte . . . MEA »+ » 195 ui i put
XIII, La questione morale s ao leg RE I ERIÌ lo, di Conclusione dei ” ILE
mimLIo TECA . DEMELEr ILA FARCITA RL BOCCA Torino O. KULPE LA FILOSOFIA ODIERNA
IN GERMANIA SPENCER I PRIMI PRINCIPII Quarta Edizione. Molime 80 n LEO. a L. 25
LE BASI | DELLA VITA Terza Edizione. ATO A ERIN I LASO F. OLGIATI LA FILOSOFIA
DI BERGSON Seconda Edizione. CAOS PALIN I RENT L. 20 Mi. Cane VICO Volume
in-12° (con ritratto) + averi “La-16 E.
MAS PENSIERO E CONOSCENZA Velma indie RT è n ae L., p da STUDI FILOSOFICI
"% | RIVISTA DI FILOSOFIA CONTEMPORANEA
A Ì - XX sioni E sì 12 i As P. L’AVVERSIONE ALLA LOGICA MILANO ERI LA
LAMPADA EDITRICE Pd x | É # . e A TRI Pr *f . Pr Pra L’avversione alla logica
che è uno dei tratti caratteristici di varie correnti della nostra odierna
filosofia, riscontrabile più o meno direttamente dove più forte è il richiamo
all’interiorità semplicistica della coscienza, prova che bisogna annettere più
pregio alle forze operanti nel genio impo- polare dell’attività formatrice
dello spirito che alla fortuna dell’opinione pubblica, perchè la logica
progredisce tenacemente sia come disciplina sia come forma e forza intima del
pensare operando ai progressi della civiltà e l’opinione pubblica la ignora.
Vuol dire che anche in filosofia fioriscono e decadono indirizzi indi- pendenti
dal progresso interiore della verità, nei quali autori e pubblico consenziente
si illudono a vicenda. Qualche lettore sarà forse toccato da uno serupolo
riflettendo che le correnti che si presentano ora come un forte invito alla
ricerca interiore, dovrebbero essere meno propense a svalutare le forme del
pensiero volte alla ricerca e alla conquista della verità che è tra le più
nobili ricchezze della vita interiore. Ma è precisamente questo il punto su cui
bisogna con- centrare l’attenzione più spregiudicatamente. Gli aspetti della
vita dello spi- rito sono assai complicati. Alle volte un’attitudine filosofica
trionfa al di là delle forme spirituali in cui altri spiriti, altri ideali,
altre esigenze ripon- gono il maggior senso e il maggior valore dello spirito.
Per poco che si voglia riflettere non si tarda a capire che la forza ideale
della filosofia per cui noi crediamo che valga la pena di combattere e di
sacrificarci, non è sempre là dove noi vorremmo condurla. E pertanto siamo
restii a persuaderci che gli altri indirizzi abbiano ragione di prevalere, se
non tengano conto della nostra ragione di vita. Il fenomeno si ripete tra noi a
propo- sito degli indirizzi filosofici recenti che accentuano il discredito
della lo- gica, tra noi che avendo dedicato le nostre lunghe fatiche al
rinnovamento degli studj logici in Italia, li vogliamo difendere a viso aperto.
In parte, nello sfondo del quadro, è il disagio per la mancanza d’un chiaro
orientamento produttivo. Infatti tra gli altri indirizzi neonascenti quelli che
accentuano di più il loro ripudio della logicità ed entrano deci- samente nella
curva misologica riproducono lo smarrimento degli spiriti 150 A. PastoRE,
L’avversione alla logica che oramai non sanno più far altro che rifugiarsi
nelle nebbie d’un vago in- timismo. Sempre quando la ricerca filosofica sorge
con un labirinto di pos- sibilità aporetiche tutte esclusivamente rivolte al
richiamo dell’ente umano alla sua inoperosa intimità, l’autocoscienza pone il
suo magico universo astratto da qualunque verità determinata e l’avversione
alla logica ne forma l'armatura. Questo dà una singolare idea delle difficoltà
in cui si dibatte l’intimismo inattivistico d’ogni tempo, sempre studioso
tuttavia di nascon- dere la sua inteoretica esigenza donde pure trae il suo
principio. La storia insegna che la supremazia della ragione pratica è il
retaggio di tutte queste campagne antiteoretiche che confluiscono
nell’esclusivismo. L’ar- tificioso edificio costruito intorno all’idea centrale
d’un’esclusione sempli- cistica non può essere che senza consistenza e caduco,
È urgente che gli operosi filosofi abbandonino la falsa via e sappiano
arricchire il loro pro- gramma positivo con nuove risorse destinate a
ristabilire l'integrità delle funzioni formali e formatrici dello spirito
minacciata dall’intemperante esclu- sivismo. Solo a tale prezzo la filosofia
avrà un salutare rinnovamento, quando cioè riesca a collocarsi sul piano d’una
nuova tensione spirituale che non faccia violenza ai progressi della civiltà,
anzi si affermi rispetto alle varie esigenze della vita, non esclusa la logica,
con un vero carattere d’integrazione e di superamento. Benchè non manchino
brillanti segni di risveglio, l'andamento comu- ne delle idee porta a credere
che l’ora dell’integrazione è ancora lonta- na. E ciò per varj motivi, la cui
considerazione è il tema speciale di que- ste pagine le quali non vogliono
essere nè un biasimo nè un’apologia, ma un semplice esame delle risposte che
sento di dover dare a queste do- mande. I. È vero o no che la nostra filosofia
contemporanea ha avversione alla logica? È vero. II. Come e perchè è nata
quest’attitudine? È nata dal- l’ignoranza della situazione attuale della logica
a cui non bastano più i vecchi termini della logica tradizionale da Aristotele
a Hegel, avendoli in- vero superati da un pezzo. Può concorrere la nuova logica
al rinnova- vamento vitale del pensiero filosofico? Deve, giacchè la logica non
solo è parte integrante della struttura e della funzione dello spirito, ma il
suo spirito è lo spirito medesimo della filosofia, senza pregiudizio
dell’attività estetica, etica e mistica. Assodati questi punti, l’apprezzamento
critico degli indirizzi si farà naturalmente per reazione nello spirito dei
lettori spregiudicati. L’orienta- zione comprensiva filosofica maturerà da sè.
Non pretendo di additare la (1) Faccio quest’ultima riserva mantenendo fermo il
principio della relativa indipen- denza delle due ragioni (teoretica e
pratica), cioè la tesi dell’interferenza sostenuta in tutte le mie opere
filosofiche. A. PastoRE, L’avversione alla logica 151 soluzione. Faccio il
possibile affinchè non siano dimenticate le forze spiri- tuali che devono
cambiare l’asse dei nostri pensieri, dissociando e associando i varj dinamismi
in lotta, trasfigurando il ritmo della vita dello spirito che si relativizza incessantemente
nelle sue forme, $ I. In via subordinata subito appare che l’avversione alla
logica non è solo il torto dei fondatori dell’esistenzialismo, ma un tratto
caratte- ristico della nostra odierna coscienza filosofica. Il che è tanto vero
che, se questa avversione non fosse diffusa nell'ambiente, la grande
maggioranza dei critici che si sono dedicati ad esporre l’esistenzialismo dei
fondatori nonchè a ripensarlo criticamente avrebbe avanzato le sue riserve.
Invece tutti furono e sono solleciti a prender atto del fastidio delle pure
ricerche intel- lettuali nel senso del pensiero teoretico, e a invocare una
nuova filosofia che ci liberi dagli eccessi ideologici sotto la cui grave mora
è ovviamente implicita la causa della logica. Per debito di verità e di
simpatia ho da riconoscere che la situazione spirituale dell’esistenzialismo
d’impronta italiana di fronte alla logica non si può.dire sostanzialmente la
stessa. Segnatamente l’esistenzialismo che si Mi riferisco particolarmente alla
mia Memoria « L’equivoco teoretico della ra- gione nei fondatori della
filosofia dell’esistenza » (R. Accademia delle Scienze dell’Istituto Di
Bologna, Classe Scienze morali), ristampata con un Poseritto nell’ Archivio
della cultura italiana. Quivi si insiste sulla differenza radicale tra
l’esistenzialismo dei fondatori, segnatamente di Kierkegaard, e l’odierno
esistenzialismo italiano. L’esistenzialismo di K. è sempre un pessimismo auto-
noeticamente contradittorio e appassionatamente paradossale. Nei seguaci più
fedeli della rinascenza kierkegaardiana, come nel protestante K. Barth, la nota
pessimistica è esaltata a tal grado che la vita umana è sempre considerata come
peccato. L’esistenzialismo italiano invece, segnatamente lo strutturalismo di
ABBAGNANO, come si vedrà meglio in seguito, in- siste sul riconoscimento del
carattere positivo dell’esistenza e sulla capacità per l’uomo di sollevarsi e
di uscire dal nulla, consolidando il suo rapporto con l’essere in modo fecondo.
« L'essere che si costituisce a problema di sè medesimo » non è per nulla una
nota co- mune ai due indirizzi, giacchè per K. l’essere è tale solo se si
riconosce che l’esistenza è sempre un’enorme contraddizione » (Post-Scriptum
final et non scientifique aux Miettes Philosophiques, par Johannes Climacus,
publié par Kierkegaard, Copenhague). Dunque la situazione dell’esistenzialismo
kierkegaardia- no violentemente contradittoria e pessimisticamente paradossale
dell'essere che si costi- tuisce a problema di sè medesimo è irreducibile alla
situazione non pessimistica, non contradittoria, non paradossale
dell’esistenzialismo strutmralistico. Nel Poscritto ho ricor- dato che il
principio di tensione fra l’esistenza e l'ideale, secondo l’originale
concezione di Paci (cfr. Principi di una Filosofia dell'essere, Modena, Guanda,
1939), inserisce una nuova idea-forma nel programma dell’esistenzialismo
italiano. Ma, se non erro, anche questo prezioso principio trae senso e valore
solo dal riconoscimento del carattere posi- tivo dell’esistenza, cioè
dall’abbandono della nota fondamentale del pessimismo. Riassu- mendo, la
filosofia dell’esistenza di Kierkegaard comincia solo « quando ci troviamo di
fronte all’impossibile », la filosofia dell’esistenzialismo italiano comincia
solo quando ci troviamo di fronte al possibile. Dunque bisogna andare anche più
avanti e concludere che non v’ha posto nell’esistenzialismo italiano per
l’esistenzialismo di Kierkegaard e dei suoi Senna interpreti della
Kierkegaard-Renaissance, per ora, da Heidegger a Jaspers. 152 A. P., L'avversione
alla logica prosegue nell’opera d’ABBAGNANO (vedasi): “La struttura
dell’esistenza,” Torino, Paravia -- esige un trattamento diverso, in
conseguenza della sua tesi originalissima, che è la seguente. Come dottrina, la
filosofia sembra ri- chiedere un organo specificamente destinato alla sua
formulazione »... ma è evidente che la filosofia « nel suo significato
autentico, non ha bisogno d’organi: è la struttura stessa dell’esistenza la
determinazione di un organo della filosofia presuppone che essa sia il manifestarsi
di qualche aspetto particolare dell’essere, per esempio della ragione: e porre
la ragione come suo organo significa ridurre l’esistenza filosofica ad esigenza
logica, connessa a quel particolare aspetto dell’essere, che è la ragione
conoscente. Inconvenienti analoghi presentano le altre definizioni dell’or-
gano della filosofia, che la riferiscono tutte a qualche aspetto o conoscitivo
o psicologico o d’altro genere ma sempre particolare e limitato dall’essere.
Per gli stessi motivi, la filosofia non può identificarsi con nessuno dei piani
dell’essere: nè con la conoscenza, nè con la moralità, nè con l’esteticità,
ecc. Tali piani diventano filosofia solo in quanto sono rivissuti come
problemi, ma è evidente che tale riviverli non è possibile, se non sottraendoli
alle leggi che sono proprie a ciascuno di essi, e per- ciò alle forme tipiche
dell’essere che essi realizzano. La conoscenza come problema non è più
conoscenza; come non è più moralità il problema della moralità e non è più vita
estetica il problema dell’esteticità. « La conoscenza non è per sua natura più
vicina alla filosofia di ciò che non sia la moralità o l’esteticità, o un
qualsiasi altro piano dell’essere. La filosofia non è pura logicità o
razionalità: a meno che con tali termini non si intenda l’intera sfera, nella
quale essa viene a costituirsi come dottrina. Nel senso comune, determinato
dalla tradizione filosofica, della logicità, la filosofia non è pura logicità;
come struttura essa è la totalità dell’esistenza, come dottrina è l’organizzazione
di un contenuto vario e illimitatamente ricco, del quale possono far parte gli
elementi più diversi, anche emozionali e pratici, purchè non contra- stanti con
le finalità che la definizione dottrinale deve per sua natura proporsi. Un ultimo
tratto precisa il compito tipico della filo- sofia. Chi è il filosofo per
questo esistenzialismo? È l’essere che si costi- tuisce a problema di sè
medesimo. Queste dichiarazioni sono abbastanza chiare. Fanno intendere che la
filosofia nella concezione d’ABBAGNANO (vedasi), deve procedere al di là d’ogni
determinazione particolare per realizzare il significato integrale dell’essere
dell’uomo che è l’essere che interpreta l’essere. Subito si avverte che la ‘
filosofia, secondo questo concetto, non nutre e non può nutrire alcuna av-
versione alla logica come dottrina e analogamente per l’estetica, l’etica e la
mistica, perchè anzi esplicitamente ne riconosce il valore. L’avversione
ovviamente nascerebbe solo se la logica, ponendosi come organo specificamente destinato
alla formulazione della filosofia, preten- desse di identificarsi colla
filosofia che, essendo la struttura stessa dell’esi- stenza ne realizza essa
sola la totalità ed essenzialmente si pone come considerazione problematica. Ma
qui avviene una cosa singolare: che la filosofia come struttura (così come
considerazione problematica) viene a importare la filosofia come dottrina.
Giacchè, se «il movimento che va dalla problematicità costitutiva della vita al
fondamento di questa proble- maticità... è riconosciuto come il movimento che
pone l’uomo nella sua finitudine e nella sua libertà, non è forse evidente che
il riconosci- mento del problema della nostra esistenza è la vera e valida
forma della nostra medesima esistenza, vera pel riconoscimento teoretico della
nostra finitudine, valida per l’affermazione pratica della nostra libertà? Qui
la situazione problematica pertanto è posta e in pari tempo superata, giac- chè
al problema come processo di sforzo si aggiunge la soluzione come
riconoscimento sicuro della nostra finitudine e della nostra libertà; la co-
noscenza e la volontà non sono escluse, ma incluse, Così, almeno, mi pare. Che
se non fosse, una cosa mi domando: ammesso che il problema di sè sia il
problema della personalità, che razza di sè si potrà mai cogliere per la
considerazione auto-problematica, prescindendo da ogni verità e da ogni valore?
Senza dire che è un’ingenuità l’ipotesi d’un problema privo di ca- rattere
conoscitivo, si verrebbe a questa conseguenza che chi si propone un problema si
propone di non sapere nulla, di non volere nulla. Non è piuttosto da credere
che una filosofia che non sia amor di sapere e di vo- lere è un enigma? Se e
come gli elementi più diversi del contenuto va- rio e illimitatamente ricco
della filosofia come dottrina possano far parte organica della filosofia come
struttura, senza ulteriori schiarimenti resta impossibile decifrare, È ovvio
che ABBAGNANO (vedasi) non nega in generale la possibilità e la legit- timità
della logica. Sarebbe ridicolo supporlo. Il valore della scienza e perciò della
logica è, anzi, da lui riconosciuto e pienamente affermato (in particolare:
Struttura. Trattasi solo di ben comprendere in che modo egli sostenga che la
strutttura esistenziale non si può riportare e per quale ragione alla
conoscenza, pure ammettendo che la realizzazione dell’uomo nella filosofia è
intelligenza dell’uomo in sè e nella sua natura coesistenziale come libertà. Il
modo è quello che intende evitare la riduzione sofistica del tutto alla parte,
il tutto essendo la filosofia come struttura e la parte la conoscenza e quindi
la logica, come la moralità o l’esteticità o un qualsiasi altro piano
dell’essere. La ragione è questa che col riporto della struttura dell’esistenza
alla conoscenza ed alla volontà e via, si fa riporto « ad una classificazione
delle attività umane e a un con- 154 A. PastorE, L'avversione alla logica cetto
(dell’uomo) preformato; il che non vale come critica ». Pure dal momento in cui
la struttura dell’esistenza non significasse la totalità con- creta delle
funzioni costitutive dell’essere umano, ogni senso della struttura resterebbe
dubbio non solo, ma ogni valore sarebbe impossibile. Io riporto la struttura
alla conoscenza e alla volontà per attenermi ai fatti operanti che non lasciano
titubante chi, preso atto in primo luogo delle attività umane, in secondo
luogo, ma solo in secondo luogo, cerchi di classificarle appunto senza
ricorrere ad un concetto preformato dell’uomo. E questo è il vero argomento che
valga e sia inobliabile come critica. Le attività della struttura sono la
struttura. Urge abbandonare ogni concetto preformato dell’uomo? Lasciamo dunque
subito il concetto di struttura senza le atti. vità umane da cui l’uomo
risulta. È ovvio che giungerà alla determinazione della propria essenza solo
chi perverrà a conoscere che il conoscere ed il volere fra l’altro, non sono
soltanto la scorza ma il vero costitutivo dina- mismo della nostra struttura,
non uno schema classificatorio ma la forza intima che ci muove, ciò infine che
costituisce la nostra attività in sè stessa e il suo pregio, se ne ha una; non
un momento ma il momento del nostro essere e del nostro divenire. Resta
finalmente giocoforza concludere che la conoscenza della verità quindi la
logica, la volontà della libertà e gli altri valori non sono alla superfice
della nostra realtà, ma sono il no- stro autentico essere profondo che si
sprigiona, ciò che si cerca continua- mente, ciò che gradatamente si conquista
e che vale in noi e per noi e negli altri, di cui il resto schematizzabile
nelle aride forme, non è che l’ombra. Di tal fatta sono i rilievi critici che
si possono addurre circa la tesi dell’esistenzialismo strutturale che se non
avversa la logica avversa la tesi della sua strutturale filosoficità. Nè questo
è tutto. L’esistenzialismo strut- turale non riconoscendo come problematica la
considerazione logica, e ri- fiutandosi di riconoscere la struttura filosofica
come logicità favorisce a suo discapito quell’atmosfera di pigrizia
dilettantistica che è la vera spie- gazione della popolarità dei filosofismi,
perchè il dilettante si sente sem- pre a suo agio quando può vantarsi d’essere
filosofo appunto perchè non sa niente e non ha niente da sapere, niente da
volere. Così l’esigenza logica è squalificata da certi filosofi come disciplina
particolare, da certi scienziati come filosofia. Questa in sostanza è la
ragione per cui è doveroso fare un trattamento speciale all’esistenzialismo di
Abbagnano, che nella sua robusta struttura mentale non solo esige una severa
disciplina di ricerca ma la esercita, non solo non indulge nè per la sostanza
delle sue dottrine nè per il modo di presentarla al dilettantismo, ma lo
combatte. Però è contro l’eventuale si- tuazione guidata dall’ignoranza,
dall’equivoco e dal pregiudizio che dobbiamo reagire; e senza complimenti;
rammentando che è sempre più difficile distruggere i pregiudizi che crearli.
Tornando alle condizioni della filosofia contemporanea debbo soggiun- gere che
al generale discredito della logica che fa tanto tenace ostacolo ad un salutare
rinnovamento, s’attengono del pari più o meno alcuni di quei nuovi tentativi di
risveglio che vanno sorvolando il neo-idealismo di ieri per consolidarsi in un
nuovo spiritualismo, ricco già di fermenti originali, come vedremo in seguito.
Vuol dire che la coscienza filosofica odierna è ancora sprovvista di senso
logico, mentre sotto l’aspetto dell’esigenga per- sonalistica invano per ora
perseguito da Jaspers e in particolare nel- l’assunto della situazione
esistenzialistica conseguente, pretende di toccare l’essenza dell’essere umano.
Se e come l’esclusione della logica costituisca un allargamento e un
approfondimento della nostra vita interiore è ciò che metteremo tra poco in
discussione. Gli esistenzialisti intanto, di tipo Hei- degger e Jaspers, hanno
diritto di dichiararsi fedeli allo spirito del tem- po; ed io mi rendo conto
esattamente degli ostacoli che si oppongono in Italia alla valutazione degli
studi logici. Figura sempre tra i più speciosi argomenti la polemica contro «la
logica astratta, come quella che assume gli individui sotto i generi » e contro
« la logica hegeliana, come quella che annega il singolo nel pro- cesso
dialettico » secondo gli acuti rilievi di PAREYSON (vedasi). L’individuazione
assoluta dell’esistenza consiste proprio nel suo ex: esser fuori dai molti e
dall’Uno, rompere ogni sistema logico e frantumare ogni monismo metafi- sico,
proclamare l’apoteosi dell’unico, e cioè del singolo irripetibile e in-
sostituibile, irreducibile, e insopprimibile. Si tratta però di vedere se abbia
senso e valore l’assolutezza dell’in- dividuazione; e non perchè consista nel
suo ex, visto che è impossibile contestare la relazione d’emergenza tra
l’individuo singolo, sempre esi- stente, sporgente, emergente fuori in modo
qualunque dall’altro, sia mol- teplice o Uno, ma perchè quel faito relativo da
cui la singola esistenza «emerge », non può aver senso di relatività se non
avuto riguardo alla singola esistenza da' esso emergente, e questa non può
esistere e conce- pirsi senza un altro da cui emerga e che sia suo correlativo.
L’emergente da non può essere che aliquid ad aliquid, un esse ad, respectus ad
alterum, come nota giustamente AQUINO (vedasi). La singola esistenza dovrebbe
es- sere sciolta da ogni emergenza per essere assoluta. Ponete che il singolo
Si veda nel tagliente saggio di PAREYSON (vedasi) l’insodisfacente ricerca
personalistica di Jaspers dovuta al fallimento del principio della libertà,
nel.senso che la primitiva esigenza personalistica svaria in una metafisica che
annienta il principio di persona, 156 A. P., L'avversione alla logica preteso
assoluto, dopo l’emergenza, sia chiuso in sè stesso secondo la tesi
dell’esistenzialismo, per la virtù projettiva e bilaterale del limite ciò che
chiude un campo finito apre il campo dell’indefinito necessariamente quindi
relativizza. Ponete che insieme sia aperto a ciò che lo insignisce di un valore
riconoscibile nella comunicazione», « senza cui la puntualità cadreb- be in un
caotico frammentarismo ». Segue che l’apertura è non meno una ferita mortale
all’esigenza dell’assolutezza, dato e concesso che l’as- soluto significhi
l’irrelativo. Sicchè assolutamente, cioè, si noti bene, sotto tutti i riguardi,
se « puntualità e continuità, chiusura e apertura, solitudine e comunicazione
sono i punti che il personalismo esistenziali- stico intende svolgere», segue
che la logica non ci permette di considerare l’assolutezza dell’individuazione
neppure a titolo di illusione del pensiero. Se poi volessimo deciderci
capricciosamente al sacrifizio della logica per non esser disturbati dalla sua
ingombrante presenza, ci resterebbe appena l’uscita di voler vivere
coscientemente nell’assurdo, col tetro coraggio della disperazione, che
l’esistenzialismo sopratutto di marca italiana approdato alla terra ferma della
struttura, tra la situazione iniziale dell’angoscia e la situazione finale
dello scacco, non ha avuto la forza di inalberare, Ed è anche per questo che
l’esistenzialismo italiano è meno in causa, Per quanto riguarda la polemica per
l’assoluto contro il relativo, bisogna dunque che l’esistenzialismo si rifaccia
suo malgrado alla relatività, giacchè solo la re- latività si presenta come la
condizione che rende possibile l’esistenza, In- fatti, ancora si ammette, come
concede Pareyson, che il singolo assuma assolutezza quando sia l’unico e cioè
nè uno fra molti, nè annegato nell’Uno; dall’altra parte si riconosce che la
singolarizzazione as- soluta dell’esistenza dipende dallo stabilirsi di due
relazioni: relazione con la situazione, e relazione con l’essere, perchè il
singolo si concreta « insi- stendo » nel fatto e assume significato
partecipando dell’essere. Ma l’ipotesi d’un assoluto dipendente dallo
stabilirsi di due relazioni con, e per giunta partecipante dell’essere non ci
offre pertanto lo spettacolo della maggiore violazione della logica? A che
giova dunque l’avversione alla lo- gica, sì spesso dichiarata
dall’esistenzialismo? Esprimerebbe forse il biso- gno di liberarsi della più
incomoda esigenza del pensiero, affinchè « il pen- siero esistenzialistico »,
più versatile di Proteo, si faccia giudice ingiudica- bile del giudizio e passi
da un concetto all’altro non solo senza vincolo al- cuno consentito dalla
logica ma con la contradizione che rende impossi- bile ogni ragionamento? Posso
supporre che l’esistenzialista abbia bisogno di opporsi alla logica astratta e
più ancora alla logica hegeliana; perchè quella pretende di ridurre la logica
all’operazione analitica e questa non è che una specie di astrologia
razionalistica preannunciante il bisogno della gp aa i | I, k î formativa, non m’aggiro che fra aridi
schemi, nego in breve la logica nel I A. Pastore, L'avversione alla logica 157
È logica come scienza. Ma finchè rimango nella mera deduzione analitica 1 e non
riconosco l’intuizione sintetica che ci fa passare da teorema a teorema I sono
fuori della logica, ignoro le sue risorse produttive, mutilo la forma ]
l'istante medesimo in cui la vorrei affermare. In questo senso è dunque giusto
che l'individuazione dell’esistenza per emergere dall’essere rompa ogni sistema
esclusivamente deduttivo, frantumi ogni pretesa formalistica e astrologante,
per proclamare la concretezza della sua situazione. Concre- tezza onninamente
relativa, fondamento appunto della validità comunica- 4 bile del singolo. (5)
Ho segnalato alcune contradizioni emergenti dalle tesi fondamentali dei
fondatori dell’esistenzialismo, Il filosofare esistenzialistico conseguente,
che si ripiega su sè stesso e sì scruta nella sua natura non è che la compli- :
cazione degli stessi temi. Ma non è da credere che l’esistenzialista si senta e
si dichiari vinto perciò. Gli si oppongono ragioni logiche? La sua forza i è
d’altra natura; deriva da una fonte che sarà sempre disposta a valersi in :
apparenza della logica per oltrepassarla. Il suo destino sorge dall’istinto |
immediato della vita, non dalla riflessione. In qual modo si affermerà? Senza
ragionare logicamente. E dirà d’aver ragione. Ora questo che si- gnifica? Ad
ogni momento il problema della nostra esistenza viene non sciolto ma prolungato
dalla vita che si dirige verso uno scopo che la logica | ignora. Non spetta
alla logica risolvere questo problema. La vita giunge- ( rebbe a vietare la
logica se la logica giungesse a negare l’esistenza. Ò Interesserà
un'osservazione. Si può riscontrare nella coscienza orientale segnatamente
nell’ indiana fotografata da Keyserling questa istanza della vita subìta e
vissuta che riduce tutti gli sforzi della filosofia alla cultura j ascetica
dell’essere, non del conoscere scientifico; per cui la vita interiore i commisurata
al massimo sforzo di concentrazione in completo disprezzo della tecnica diventa
il criterio della saggezza; la logica stessa, quando si I lascia vivere, è
ritenuta come una semplice facoltà immaginativa sovrab- _ TT Tr
r__—_—___—_—_———___—————+—@——z"—"—5@"===z=e€———=*=*;*k MOSSO
(vedasi): Principi di logica del potenziamento. 2° ed. in P.: La logica del
potenziamento. Rondinella, Napoli.
Quindi si vede che le prudenti riserve di PAREYSON fondate sullo scacco
dell’esi. genza personalistica dovuto alla metafisica jaspersiana della
necessità, (alle quali non sareb- be difficile aggiungere altre ragioni) non
esauriscono ancora il compito del rigeneramento critico dell’esistenzialismo:
perchè occorre rivedere e vagliare fra l’altro la posizione esi- stenzialistica
rispetto alla logica, e mettere in luce anche sotto questo riguardo la sua de-
ficienza, 158 A. P., L'avversione alla logica bondante e subalterna; il genio
si eleva ad un livello d’intensità opaco ad ogni intelligenza (6). $ II.
Pensando a questa temperie spirituale, che è imbattibile logica- mente non
perchè abbia ragione ma perchè vive fuori del piano della lo- gica, io ho dato
testè la forma più aggressiva alle ragioni logiche contro la tesi dei fondatori
dell’esistenzialismo, appunto per far comprendere che anche l’analisi logica
più perspicace e in certo senso più tirannica, lascia indifferente 1’
esistenzialista corrivo all’ antilogicità. Il quale, quasi come I° orientale,
considera la logica come la ricchezza inesauribile dell’ appa- renza, incapace
di toccare le radici di ciò che vale. Il tema della sterilità filosofica della
logica sul quale punta la filosofia personalistica contempo- ranea è — giova
approfondire questo rilievo, — un tema in qualche modo asiatico giacchè in faccia ai guardiani dei laboratori
della cultura occi- dentale che vogliono serbare e far progredire il tesoro
dell’intelligenza, lo spirito teoretico delle scienze, la potenza della civiltà
delle macchine inviso all’Asia antinipponica rivela all’incirca l'esigenza dell’appello
buddistico che vuole aprirsi solo alla realtà immediata della vita interiore,
lungi da ogni forma tecnica di individuazione. Lo spirito della saggezza
orientale come si sa Questi riferimenti
alla filosofia orientale sono fatti prescindendo dall’intrapren- dente
valorosissimo spirito giapponese che si rivela compatibile con qualsiasi
esigenza del- la civiltà, compresa la civiltà delle macchine. Non intendo dire che la logica sia
caratteristica della mentalità occidentale. E? no- tissimo che il sistema
Sankhya nell’ammettere i tre momenti logici della nozione (la per- cezione, il
ragionamento induttivo, la testimonianza) fa già aperto e libero uso dell’in-
tellettualità francamente riconoscendo che l'unico mezzo per giungere alla
liberazione de- finitiva del dolore è la conoscenza. Tuttavia al di lù di
questo mondo che i nostrì sensi afferrano, che il nostro intelletto concepisce,
v'è un mondo che i nostri sensi non afferrano, che il nostro intelletto non
concepisce, perchè esso è al di là di ogni defini. zione, d’ogni pensiero,
d’ogni coscienza. (MartINETTI, Il sistema Sankhya). La filosofia nel suo scopo
supremo è al di là dei modi per mezzo dei quali la ragione umana viene alla
conoscenza delle cose. Il sistema Nyaya di Gotama e Kanada pone esplicitamente
una dottrina di natura lo- gica, con Gotama giunge a distinguere sedici
categorie dialettiche ed espone una matura e complessa dottrina della prova,
con Kanada invece chiude tutte le dottrine teoretiche pro- miscuamente nella
metafisica. E° evidente in ultima analisi che la filosofia nel suo scopo
supremo per la mentalità indiana è al di là della logica. In particolare poi è
da notare che la logica indiana non oltrepassa l'operazione discorsiva, quindi
è fuori dell'ambito del pensiero moderno occidentale, la cui caratteristica in
ogni caso è la logicità complessa della deduzione e della produzione. Si veda
il mio saggio: La logicità del pensiero occi- dentale in Logica sperimentale,
Rondinella, Napoli, 1939. V'ha dunque nel proposito neo-esistenzialistico dello
strutturalismo di situare la filosofia al di là d'ogni piano particolare
dell’essere non un conscio prodotto dello spirito asiatico, ma un inconscio
ricorso; nella stessa guisa che varie correnti del Protestantismo, non escluso
il Quietismo, che direttamente influirono sull’esistenzialismo delle origini
più o meno serpeggiando fra le esigenze intimistiche, rinnovano ascetiche
concentrazioni, sta- gnazioni mentali analoghe, senza essere frutto
dell’asiatismo. Intimismi diversi, rifugi di sogni irreducibili possono avere
la stessa porta. Le influenze esteriori, come gli esotismi e snobismi, non
rappresentano che un fattore trascurabile. L’autoproblematica dell’esi-
stenzialismo è fuori della portata volgare. A. Pastore, L’avversione alla logica
159 non è sulla via della logica odierna nè pura nè applicata; progredisce con
una prassi ascetica in concentrazione e per concentrazione, senza equazioni,
senza metodo sperimentale o, per dire meglio, col puro meccamsmo dello spirito.
Lo strumento c’è, ma è lo strumento interno dell’automeditazione, per uno scopo
superiore a quelli della coscienza volgare, colto dal solo spirito della
profondità, oltre il piacere e il dispiacere, oltre lo stesso bene e il male,
oltre la stessa nozione della verità. Nel clima storico che carat- terizza la
vita dello spirito filosofico orientale (cioè del saggio pervenuto alla
liberazione) la logica ha una funzione trascurabile. Il sapiente non solo la
considera subalterna ma la neglige, quando non l’avversa sdegnosa- mente perchè
è convinto che il pensiero discorsivo, anche dove si metta sulla via dello
sforzo verso l’essere non sarà mai capace di elevarsi al li- vello d’intensità
che raggiunge la vita concentrata in sè non più soggetta nè alla gioia nè al
dolore, sciolta da ogni opera scientifica. In una parola, 4 la logica del
pensiero occidentale sia come deduzione sia come produzione non ha alcuna
importanza per lui. Noi occidentali ci sforziamo di cono- scere le leggi della
natura e ci connettiamo alla volontà di potenza. La sapienza autentica
dell’orientale le oblitera. Si vede che anche la tema- | tizzazione
dell’indagine esistenziale colla sua esplicita rinuncia a conside- rare la
filosofia come conoscenza per costituirsi fuori d’ogni sfera partico- lare
dell’essere, come si svincola dalla logica quale funzione particolare, così
l’avversa dove questa aspiri a fornire un contributo positivo di spiri- tualità
nell’appassionato ripiegarsi dell’uomo verso la sua unità originaria secondo la
bella frase di Abbagnano, qualunque sia il nome che si vo- glia dare al
principio autentico del raccoglimento, sia per facilitare la ri- cerca, 0 il
possesso, o il controllo, o la comunicazione del risultato dello | Li 4 rg” € ©
sel a _ sforzo verso l’essere nel circolo vitale della società, Visibilmente
l’avversione alla logica in questo caso si spiega col pre- giudizio che la
logica non giovi anzi disturbi il processo autorivelatore della filosofia. Ciò
non deve sorprendere, perchè con l’idea giusta, già ri- , ferita nella nota
sull’ esistenzialismo di Abbagnano, che la filosofia non deve riferirsi a
qualche aspetto o conoscitivo o psicologico o d'altro genere — ma sempre
particolare e limitato dell’essere, — si è infiltrata la presun- zione che la
filosofia possa far astrazione da tutte le sfere donde risulta in modo ideale e
tipico la sua complessa possibilità. E, ciò posto, dire che la finalità propria
della filosofia è quella stessa della esistenza come strut- tura significa
ammettere la comprensione di tutte le forme attive dello spi- rito da cui la
determinazione della peculiarità del procedimento filosofico risulta. Questa
determinazione non si riduce ad una concatenazione stochio- logica di temi nè
potrebbe esserlo, anzi è sempre una trasfigurazione del. P., L'avversione alla
logica l’intero contenuto, giustificata dal fatto che la possibilità del
pensiero filosofico come caratteristico dell’umana natura deriva non solo dalla
possibilità ma dalla necessità e dal compito trascendentale dell’esistenza
umana, come diversa da tutte le altre. L’idea che la filosofia sia una semplice
concatenazione di concetti o d’altro, come quella che la filosofia risulti da
niente che la preceda, sintesi senza previe analisi, è destinata a sparire poco
a poco dalla coscienza, La filosofia in quanto è sintesi è risultato cer-
tamente, ma risultato che è forma unificatrice vitale, autocoscienza, auto-
nomia, autologia. Per chi ama la franchezza aggiungerò che la maggior parte dei
nostri filosofi ignora la condizione attuale degli studj logici così all’estero,
come in Italia. Anche in questo, da troppo tempo, noi siamo e ci ostiniamo a
essere provinciali non solo di fronte ai più colti popoli, ma provinciali a noi
medesimi. Ammetterò che dopo l’ infausta soppressione dell’ insegna- mento
della logica nelle scuole secondarie, quando era d’uopo sopprimere non la
disciplina (vantaggiosissima sempre anche ai meri scopi educativi della
pedagogia della mente) ma soltanto gli infelici libretti di testo, in- sieme
con molte teste dirigenti incapaci di comprendere questa distin- zione,
ammetterò che tutti i non filosofi che senza preparazione adeguata si
pronunciano tanto corrivamente sopra l’importanza della logica perven- gono
alla loro sentenza dopo aver fatto le loro ricerche al più nel campo della
logica classica sugli infelicissimi testi storici compilati da non spe-
cialisti. Un’angoscia nonchè una noia mortale sì sprigionano da questi testi a
monografie pseudostoriche. Il ricercatore non filosofo eventualmente bi-
sognoso di un criterio, dopo aver fatto la sua leale ricerca nell’esercizio
della logica tradizionale con alquanti trattatelli slegati da Aristotele a Ba-
cone a Cartesio e via fino a Hegel, fa una tale insalata di sillogistica, di
idola tribus idola specus idola fori idola theatri, di regole metodologiche, di
cogito ergo sum, di ethica more geometrico demonstrata, di dialettica in tre
tempi: tesi antitesi e sintesi, che sbocca alla fine in un disorientamento in
fatto di logica ancora più grande di quello da cui ha preso le mosse. Alla fine
ha disperso i suoi sogni dorati; il miserevole castello di carta inalzato dagli
storicisti crolla; s’avvede di non aver potuto trarne il mi- nimo frutto,
Quindi, circostanza umoristica espiatrice di tanti traviamenti, conclude che la
logica non serve a niente; e magari crede di ripetere ama- ramente collo stesso
Galilei BONAIUTO (vedasi) — ma senza capire il profondo senso — che «la logica
non insegna a ragionare» »;j come fanno tutti coloro che dopo tante speranze
sentono il corruccio della delusione. Queste verità tratte da una lunghissima
esperienza d’insegnamento non si diranno mai con una brutalità abbastaza
felice, perchè molti sono che non le vogliono ascoltare. E appunto perchè sono
in tanti ora a sorridere con grandi arie filosofiche della sterilità della
logica, ammetterò ancora francamente che gli studj logici condotti secondo la
tradizione non sono produttivi anche perchè sono ammaniti non dai logici ma
dagli storicisti, essendo questa non la più in- consistente spiegazione che si
possa dare d’una alogica storicità, della quale nessuno altrimenti capirebbe
nulla, e dopo la quale non rimane che un ri- medio: gettare fuori bordo cotesti
piccoli testi pseudostorici perpetrati a scopo di inquadrazione storiografica
della logica a far compagnia ai fa- mosi testi di logica ad uso delle scuole
secondarie defenestrati tanti anni fa. Per un momento si potrebbe pensare che
ciò sia l’effetto puro e sem- plice dell’incomprensione. Disinganniamoci,
dipende anche dal fatto che la logica discorsiva è di una povertà che fa pena.
Cosa naturale, d’altronde. Colla mera operazione deduttiva e col voluto
esclusivo procedimento ana- litico, la logica non può darci che formalismi e
per conto nostro possiamo ben sfidarla ad uscirne. Altro è dedurre, altro è
produrre. Ecco, in poche parole, la condizione improduttiva della logica
analitica che del resto non è la condizione della logica, giacchè abbiamo
potuto accorgerci che la lo- gica fra l’altro fa sempre diretto uso anche
d’un’altra operazione logica fondamentale di natura squisitamente produttiva,
cioè dell’intuizione logica (che per brevità noi della Logica del potenziamento
chiamiamo operazione U, mentre l’operazione deduttiva chiamiamo D). Ebbene la
critica storiografica ignora il vasto e profondo rivolgimento della logica,
sull’uf- ficio e la portata del quale non dobbiamo ora fermarci, interessandoci
di bollare l’ignoranza di coloro che credono di essere gli infossatori della
lo- gica e non la conoscono neppure. Non sarebbe ora che cessasse questa de-
solante situazione? che la pretesa intollerantemente discorsiva non ve- nisse
scambiata colla logica e che anche nei critici bene intenzionati ce- desse il
luogo all’armonico accordo dell’intuizione sintetica e della dedu- zione
analitica? Lasciamo una buona volta la logica aristotelica, essa è mo- struosa
come l’occhio di Polifemo. In presenza della complessità d’ogni progresso
logico sempre dovuto al solidale impiego della dualità operativa D-U, essa non
è e non vuole essere che lo strumento manipolatore del già fatto, l’organo per
dimostrare, la serva della deduzione. E voi capite, lo spero, perchè si dice
che la logica è impotente a darci la verità. La dimo- strazione non precede i
teoremi, li segue. Nè l’invenzione, nè la costruzione possono derivarne. La
filosofia, non imbalsamata, da gran tempo ha preso atto dell’impotenza della
logica deduttiva. Tutta la sua polemica contro la logica è basata sopra questo
motivo. Che cosa ha cominciato a fare in propo- sito lo stesso Bergson? Ha
posto l’intuizione al disopra della logica. Ma in verità egli ignorò
l’intuizione logica, operazione sui generis definita da P., L'avversione alla
logica un gruppo di certe condizioni necessarie e sufficienti, irreducibili
all’intui- zione a tipo estetico, etico oreligioso, ece. Allora era ed ètroppo
facile combattere la logica con tali armi. Così, in campo analogo, il neo-spiritualismo,
che va ora accreditandosi sensibilmente, mentre ha già avvertito il bisogno di
abbandonare la causa d’ogni logicismo dialettico, cioè ha ca- pito che la
logica non è la dialettica hegeliana conducente al panlogismo e che il
triadismo non è che una superstruttura artificiosa, ancora tuttavia non ha
attenuato la polemica contro il pensiero teoretico, tenuto a torto responsabile
dei trascorsi del vano intellettualismo (8). Col ripudio d’ogni logicismo
dialettico e purtroppo coll’implicito ripudio d’ogni logicità mai riconosciuta
come operante nella vita dello spirito, si insiste sul diritto
dell’autocoscienza. Ma non lasciamoci divertire. Si può concedere che il
problema primo e fondamentale sia quello dell’autocoscienza, ma bisogna nel
contempo riconoscere che l’autocoscienza viene degradata quando la si adibisca
ad escludere dal nodo della vita dello spirito le altre funzioni costitutive
quale, fra l’altre, la logica, colla scusa di liberare l’autocoscienza che è
immediatezza dal pericolo della sua mediazione, cioè dalla sua riso- luzione in
limpida ma fredda logicità. Certo l’autocoscienza non è mera conoscenza, perchè
è realtà vivente; non è mero esercizio nozionale ma è alimento di vita; non è
tanto filosofia dell’atto quanto filosofia in atto; non è tanto il mondo
teoretico della logica pura quanto anche il mondo pratico. Ma da per tutto, ad
ogni pagina dei novissimi filosofi più o meno esistenzialisti o intimisti, si
succedono rilievi sottili che spiccano con raffi- nata delicatezza dove si pone
e si ripone la tesi dell’immediatezza dell’au- tocoscienza, senza mai bloccare
il gran punto che l’autocoscienza filosofica possa, se non debba, originarsi da
un’associazione di esperienze ideali an- teriori accumulate, cioè da una
preformata mediazione a cui la sintesi filo- sofica risultante non può riuscire
estranea; benchè l’origine d’un’imme- diatezza sorgente dopo un lungo periodo
di mediazione non vada esente dalla più rischiosa paradossalità. $ III Nel
precedente paragrafo che finisce in paradosso ho delibera- tamente ommesso i
particolari dottrinali della nuova logica che esprimono i progressi
metaristotelici e metahegeliani, i quali del resto sono davanti agli occhi di
tutti gli intenditori nelle opere relative. Del pari non mi arre- sterò ad
appurare il contributo che i nuovi studj possono apportare al rin- novamento
del pensiero filosofico. So che sarebbe d’uopo umanizzare tutto un nuovo ordine
di idee, di principj, di metodi e di risultati; so che sa- Si veda Sulla intuizione logica ecc. in La
logica del potenziamento. L’intellettualismo d’AQUINO (vedasi) non è investito
da questa sentenza. A. Pastore, L’avversione alla logica 163 rebbe urgente far
comprendere per gli scopi più alti del pensiero puro che bisogna ad ogni costo
incessantemente proseguire e potenziare, come il pregio delle ricerche logiche
emerga in modo concreto e incontestabile per l’ufficio formativo ronchè
informativo dello spirito. Ma il rinnova- mento comincierà solo quando saranno
dissipati i pesanti equivoci che oscu- rano la visione dei rapporti delle due
ragioni, la teoretica e la pratica; questione molto superiore ad ogni
specialità, questione che abbiamo sempre davanti agli occhi. I sostenitori
dell’unità delle due ragioni, peggio poi i fautori del primato della ragion
pratica o viceversa, hanno operato da gran tempo una confusione di cui a mio
parere entrambe hanno sof- ferto e soffrono ancora, e la filosofia ne porta il
lutto amaramente. Non con- testo il principio dell’unità dello spirito, unità
che tuttavia è più un ideale da attuare, che una realtà posseduta, più un
compito che uno stato di fatto. Penso che lo spirito è l’unità di molte
funzioni vitali concorrenti e che la filosofia analogamente come sforzo di
comprensione unitaria del senso del valore della vita e del mondo si risolva
nel pensiero puro dell’universale relatività, cioè nel pensiero giunto al suo
maggior grado di purezza e di potenziamento. Le pretese dell’unità come
semplicità mi sembrano inso- stenibili. Tutte le cose non si distinguono che
dal grado della loro mag- giore o minore complessità. Per conseguenza si può
bene insistere su gli intimi nessi, cioè sul nesso dei distinti, ma se si nega
la relativa in- dipendenza funzionale dei varj centri, l’ipotesi d’una sostanza
semplice escludente ogni molteplicità non è che l’ipostasi d’un mito, costruito
coll’astrazione negativa delle proprietà del relativo. Ma non fermiamoci adesso
alla questione metafisica della sostanza semplice, pel riflesso che ogni ente
semplice è un’incognita, ad ogni modo solo un concetto limite, determinato
negativamente, senza apporto alla questione che ci interessa. Per ora mi limito
ad affermare che le due ragioni indubbiamente interferenti, quindi a rigore non
escludenti un punto di vitale unità, sono, in quanto si escludono, due sviluppi
divergenti, essendo la zona della loro intersezione ridotta ai minimi termini.
La filosofia adunque che prende atto dei loro rapporti tangenziali è portata a
considerare i loro campi più sotto l’aspetto dell’esclusione reciproca che
dell’inclusione. Tale almeno, secondo me, è l’atteggiamento del pensiero
filosofico determinato da pure ragioni critiche, senza disconoscere le altre
ragioni, estetiche, morali e re- ligiose, che portano invece difilato alla
subordinazione, o all’indistinzione cioè alla soppressione dei distinti. Come
dunque s’incontrano i due atteg- giamenti nell’intimità dell’umana esistenza,
si tratta non solo di accusare l’esigenza tensionale delle due ragioni nel
pensiero filosofico; ma di con- servarla e di avvalorarla criticamente invece
di sopprimerla; e se mai di 164 A. Pastore, L’avversione alla logica
valorizzare in contrasto anche le tendenze dogmatiche unificanti, visto che
tale‘ è il dramma dell’autocoscienza in ciò che si può ben dire la sintesi
filosofica esistenziale. Ma poichè io sento e penso che sotto il cielo iperura-
nio della filosofia, in ogni filosofo s’agita e pulsa la sottocorrente della
sua propria filosofia, espressione imprescindibile del suo proprio tem-
peramento, nel prender atto della divergenza insopprimibile delle due ra- gioni
che io devo sempre accusare dentro di me in tutti i momenti della mia vita, in
primo luogo sostengo che nel caso mio, per la conoscenza e la coscienza che io
posso avere di me, la pretesa dell’unità delle due ragioni « si rivela
infondata. E questo appercepisco con quella netta acuità che fu già messa in
straordinaria luce da Bertrand Russell nel suo suggestivo studio sopra il
misticismo e la logica. In secondo luogo riconosco d’essere gettato in una
situazione di sapere e d’agire che nessun altro fuori di me, (perchè si tratta
di ciò che io devo comprendere nell’esistenza), può esser in grado nè di
confermare, nè d’infirmare. Per questa medesima via, che dunque non è senza
esempio, Russell è pervenuto a dire che di fronte alla logica, le
preoccupazioni morali che hanno sovente ispirato i filosofi devono restare in
secondo piano, posto che hanno in definitiva ritardato il progresso della
filosofia. Concludendo, egli sostiene che nella scienza, più che nella morale e
nella religione, la filosofia deve attingere la sua ispirazione. Ciò risponde
perfettamente al proposito di dare il pri- mato alla filosofia teoretica,
proposito esclusivo però che mi è impossibile accettare, Io mi limito, come ho
già detto, a sostenere l’indipendenza re- lativa delle due ragioni, perchè
invano mi sono sforzato e mi sforzo di trat- tare e risolvere i problemi logici
coll’aiuto dell’etica e viceversa, quindi non posso esagerare l’importanza del
loro mutuo appoggio. Vi sono alcuni che possono farlo? Io l’ignoro; e dico che
coloro che predicano il dogma dell’unità delle due ragioni faranno benissimo a
parlare così per proprio conto, nel caso a me ignoto che l’ambivalenza dei due
problemi sia loro possibile; ma è ovvio che non hanno compreso nulla di quanto
succede fuori di loro, per esempio nel caso mio, nel caso di Russell e di tanti
altri che non possono proporre l’idea dell’unità della logica e dell’etica, in
contradi- zione coi fatti. Restringo qui il campo della filosofia
esistenzialistica che pretende di esaurire il compito filosofico nello sforzo
introspettivo per cui la natura originaria dell’esistenza dell’uomo si
rinchiude nella sua esistenza pura- mente interiore, lontano da ogni logicità.
(9) Si veda Sul compito critico della filosofia secondo la logica del
potenziamento con vestigi di intuizione logica in Aristotele, Archivio di
Filosofia. Fasc. IV. 1940. Roma, $ 11 e seg. A. PastoRE, L’avversione alla
logica 165 Non posso intendere come l’intelligenza della propria natura non sia
conoscenza, non posso intendere come la conoscenza non sia parte inte- grante
dello spirito umano. Invano gli avversari della logica fanno appello, non alle
forme particolari dello spirito nonchè della logica, ma allo spirito filosofico
per eccellenza, per esautorarla; lo spirito della filosofia occiden- tale trova
in essa il suo legislatore quando sia liberato dallo spirito dell’im-
produttivo asiatismo che l’aduggia. Lo spirito della logica apre alla cono-
scenza, funzione costitutiva dell’esistenza umana, le più vaste e più profon-
de prospettive. Insegna a scoprire e a dimostrare, insegna a costruire, a la-
vorare fuori dal mero approfondimento antilogico dell’esistenza umana in sè
stessa, il quale non è tensione feconda dell’uomo verso la propria unità, ma
tensione involutiva che paralizza, e che sotto pretesto di rifuggire da ogni
dispersione particolaristica, si incapsula nella più inumana clausura.
Nell’Oriente frattanto l’India, assorta, è d Lan Mure . li. i; ni Grupo FA -600
Gan P. c= 19] VERSO UN NUOVO RELATIVISMO SAGGIO DI ANALISI LOGICA ASTRATTO DA
“L'ARCHIVIO DI FILOSOFIA. VERSO UN NUOVO RELATIVISMO | SAGGIO DI ANALISI LOGICA
"14 Wo aber Gefahr ist, ewdichst Das Rettende anch. il HOLDERLIN. SI. Al
di la d’ogni Tapporto considerato come un tra, cioè, come tratto d’ unione tra
termini dati, sia pure quale vincolo dinamico d’interazione, ma tra enti
invariabili, permanenti; al di là d’ogni rapporto considerato come momento
dialettico di Ji ‘opposti (tesi-antitesi-sintesi) relativo all’essere che
mediandosi si i concepisce ; HI al di là d'ogni rapporto considerato come
riferibilità d ogni oggetto fi al soggetto umano, qual misura d’ogni cosa e
quindi qual condizione MIE, 'd’ insufficienza; al di là d’ogni rapporto
considerato come categoria o predicato comune di tutti i concetti con cui lo
spirito umano pensa la realtà, procedendo da eguaglianza a eguaglianza; v'ha la
relazione considerata come logicità universale mente come totalità produttiva
dell’ individuazione e della degli enti e dei loro r: ‘ tenziamento. e propria-
variazione o rapporti, secondo il principio logico del po- Le prime quattro
interpretazioni -- la positivistica, la hegeliana, la Protagorea,
l’aristotelica -- prospettano forme sterili di relativismo, o almeno per una
ragione 0 per l’altra solo parzialmente produttive, e ciò tanto per la logica
analitica (come scienza), quanto per la lo- gica sintetica (come filosofia). La
quinta mira a giustificare un pensiero del pensiero che, riso- lutamente
affermandosi come pensiero della relatività universale, si ponga come pensiero
della verità e della realtà nell’atto produttivo | delle sue individuazioni e
del suo sviluppo. Un pensiero tale, se potesse serbarsi rispettoso dei diritti
dell'esperienza, della scienza e della filosofia, e dove riuscisse con decisive
ricerche a giustificare il I principio che ogni ente varia in sè a seconda
degli enti coi quali 156204 Moi ‘ si trova in relazione, risponderebbe ad una
tesi filosofica di relati- vismo non ancora messa in rilievo fin qui. x Il
presente saggio è il preludio teoretico di questa tesi. I i) $ 2. Volgarmente
si crede che logica significhi sistematicità, si crede che la tesi della
costituzione logica del reale si risolva nella tesi del panlogismo. Ma queste
opinioni restano nei vecchi quadri statici della logica da Aristotele a Hegel,
sottomettono la forma al- l'impero della formalità, ignorano la concretezza
della relazione, la scambiano coll’ astrattezza dei rapporti, suppongono che la
logicità s' identifichi colla razionalità in senso stretto. Vogliamo salire al
concetto d’una logica avente autonomia e produttività propria e prima, al di là
della logica come sistema e strumento medio sistematico delle altre scienze?!
Dobbiamo preventivamente fare 707) d’ogni sistemazione sia storica sia
scientifica. Quindi, astrazione fatta da ogni prodotto, proporre la logica, questa
morte vitale d'ogni sistema, come attività produttrice dei due campi della
realtà: il campo tecnico e sistematico della necessità attuantesi per
deduzione, e il campo ideologico della scelta attuantesi per intuizione. Così
il principio relativistico della logica, espressione della totalità del reale,
non scorre insidiosamente dal significato panlogistico al sistematico, e si può
ammettere la costituzione logica della realtà senza ammetterne la costituzione
raziocinativa. La nostra formula abbraccia e riassume la doppia esigenza della
deduzione e della intui- zione, cioè della necessità della verità e della
libertà del valore. Però a rigore di termini la posizione nuova non si
raggiunge se non sotto la condizione ‘di abbandonare il principio aristotelico
dominante dell’ identità, coi due principj recessivi. della permanenza
dell'ente e della frammettenza della relazione. Concedete aristoteli- ‘camente
che le cose permangano come enti logici nella loro invarianza e che la loro
relazione logica, ridotta a rapporto tra le cose, si possa studiare
indipendentemente dagli enti, è evidente che la logica finisce per contrarsi a
sua volta in un campo chiuso di mediazione, e la realtà, scissa dal relativo,
irrigidita nell’ assoluto, perde la possi- bilità d’essere compresa nelle forme
del conoscere, che fuori del relativare non ha senso. 1. Mosso, Principj di
logica del Poten- della Reale Accademia delle Scienze di ziamento Torino,
Bocca. Torino. P., La crisi della logica. Atti e: SA '. Per contro, postulando
i tre principj seguenti: la risoluzione dell’ ente in relazione, donde la
variazione relativa dell’ente, vale a dire la variazione del- l’ente in sè per
effetto del solo variare degli enti coi quali è ‘in relazione, donde i 3 il
potenziamento reciproco degli enti, i quali esigono che ogni ente logico sia
individuato per identità distintiva e potenziato per la relazione, resta
costituito un nuovo mezzo logico di ricerca e di prova, non solo irreducibile
ai modelli della logica classica, ma fecondo di risultati nuovi sia nelle
scienze sia in gnoseologia è in metafisica. La tesi relativistica della
logicità come attività produttiva universale si fonda sopra questi princip],
sufficienti a generare un nuovo con- cetto di relazione. Nelle considerazioni
ora esposte è rapidamente riassunto lo spirito dell'indirizzo che deriva dall’
abbandono del principio di tautologia, introdotto insidiosamente nella logica
fino da Aristotile, su cui non sarà superflua una breve sosta. Direttamente
considerato questo principio non resiste all’ analisi logica. Già dal 1908, con
speciale ricerca,! fu dimostrato che in logica matematica la legge di
tautologia è una proposizione senza giustificazione e che non vi sono ragioni
teoriche sufficienti per escludere dalla logica matematica i simboli 2a e a?. MOSSO
(vedasi) da un’interpretazione algoritmica in logica matematica del simbolo a?,
e lo generalizza. Dalla parola “potenza” esprimente in matematica un simbolo
affetto da esponente, il termine potenziamento viene dedotto ad esprimere un
sistema di termini logici affetti da esponenti logici. Le proprietà logiche di
questo simbolo sono indipen- denti dalle sue interpretazioni sistematiche. Un’
interpretazione ci con- duce a stabilire un sistema logico che modifica alcuni
luoghi pacifici della ideologia logica aristotelica. Inoltre gli sviluppi
matematici di questo simbolo ci portano pure a negare ogni possibilità d'una
ideo- logia logico-metafisica sul tipo della dialettica hegeliana. In parti-
colare della logica aristotelica restano negate le tesi del sostrato permanente
e dell'identità come eguaglianza, della logica hegeliana la deducibilità logica
dei fatti fisici e spirituali. Restano introdotte le tesi della variazione e
della scelta. Infine è da notare che le pro- prietà di questo simbolo sono
indipendenti da ogni possibile ideologia. 1. P.. Sulla natura extralogica delle
Internazionale dei Matematici. — Roma, leggì di taulologia e di assorbimento
mella 1908 -- Vol. III, Sezione IV. logica matematica. Atti del IV Congresso Mb
Ciò premesso, resta facile vedere come varii la trattazione dei problemi
scientifici applicandovi o no la legge di tautologia e intra- vedere î vantaggi
derivanti dalla logica del potenziamento. i ii Esaminiamo comparativamente i
tre casi della logica, della matema- tica e della fisica, mostrando caso per
caso l’ applicazione della LdP. “a $ 5. — Colla logica classica, ove impera il
principio tautologico, si Ù possono dedurre solo le relazioni possibili tra n
enti indipendenti e LI costitutivi. I termini sono tautologici (invarianti). Il
metodo è sil- logistico. Niente si può dire sui dati. Quello che si deduce ®
già odi tutto contenuto nelle premesse. Le relazioni del discorso sono rap- bi,
presentabili coi simboli euleriani. Tra enti siffatti la logica non può Ma
considerare altri rapporti. Ne risulta che, volendo applicare una CV, logica di
tal tipo al reale, e dato che la realtà nel suo /incessante na muoversi e
trasformarsi presenti, come presenta, altri fatti o altre @ combinazioni,
l’espressione logico-formale diventa inadeguata. Il lo- ii gico è costretto a
dire che si trova di fronte a una realtà extralogioa. "i Nasce la teoria
dell’ irrazionalità del reale. $ 6. — 1) Applicazione della LAP alla logica. Dal
più semplice discorso in cui ogni elemento si scinde in due fino agli sviluppi
più i. complessi di n elementi, la soppressione del principio tautologico
importa che ogni combinazione si scinda logicamente in D e U. D è bi il
discorso, cioè l'insieme o sistema degli elementi posti sotto potenza; ._U è la
forma del discorso, cioè l'elemento formale che ne determina È il
potenziamento. Per considerazioni che non si possono addurre qui, vi - a D
corrisponde la deduzione, a U l'intuizione. fe: Succintamente, per l'introduzione
della potenza nasce U, ogni svi- luppo discorsivo D avviene in una forma U. In
particolare, con l’ introduzione del potenziamento possiamo passare da un
sistema di n enti ad un sistema di nH4- 1 enti costitutivi. Le combinazioni
possibili ‘degli enti logici e delle loro proprietà vengono necessariamente
arricchite pel cambiamento di forma da un DU ad un altro DU. Con questa
concezione la logica pura raggiunge una feconda unità e diventa veramente il
modello astratto delle altre scienze, colla capacità di orientare la ricerca
analitica oltre i limiti delle nostre possibili intuizioni empiriche, come dai
seguenti esempj si intravvedrà. } $ 7. — 2) Applicazione della LdP alla
geometria. In matematica il processo del potenziamento logico! come avviene e
quali conseguenze porta? i i 1. È ovvio che la potenza logica non è la potenza
matematica. Nel discorso (A-B)? lè il sinibolo della somma. logica. eri Siano A
e B due enti e sia (A_B)? il discorso da essi determinato. Esisterà inoltre una
funzione U come condizione dell’esistenza formale di (A_B?. da È: (A—B)? =
A°_B?_AB-BA col seguente significato: l’insieme determinato da A e da B è
costituito da l'ente A, l’ente B, le due relazioni discorsive A B e BA.
Supponiamo che A e B siano punti geometrici. Se A e B sono pri- mitivi rispetto
ad (A—B)?, cioè necessarj e sufficienti per determinare l'insieme (A—B)?,
questo è conosciuto quando siano conosciuti: il punto A il punto B le due
relazioni A B e BA. Se i punti A e B sono dati, le due relazioni A B e BA sono
dedu- cibili, ma non sono costruibili, in quanto resta ignota la forma U \
dell’ universo di D, e quindi ci manca la intuizione di A B e di BA. Se
assumiamo come funzione U il movimento che porta A in B, e B in A, la funzione
U resta determinata come U (t) del tempo #. i Ora sarebbe facile vedere che la
costruzione formale di qualunque deduzione discorsiva geometrica è una funzione
U (t), e quindi # può essere assunto come forma U dello spazio D. S 8. Applicazione della LdP alla fisica. Vogliamo
ora veri- ficare se l’unità distintiva logica tra l'elemento discorsivo D e
l’ele- mento formale U è essenziale in ogni trasformazione in cui varii il
numero degli enti primitivi. Abbiamo posto, come correlativi del tipo D ed U,
lo spazio ed il tempo come sono presenti alla nostra deduzione e alla nostra
intuizione, - In questo spazio, la condizione formale dell’ elemento lineare
ds? = dx? + dy? + dz? Ni + Nella teoria della relatività l’ elemento ds?
diventa l’ elemento do?. do? = dx? + dy? + dz? — e? di? cioè la funzione U(t)
relativa a ds? è diventata un elemento del nuovo discorso. | Quali sono le
conseguenze logiche di questo trapasso? spazio, cioè l’ universo nel discorso?
come funzione analoga alla U(t). Facendo la più semplice delle ipotesi potrommo
supporre che la | U(t) sia un elemento di U(r) come # è un elemento di do°.
Veri- fichiamo questa ipotesi, sia cioè fi (ON I do? jd un 0 cioè, con semplici
trasformazioni! », 1 un=——-— vd VI 7 Wo Per U(t) = t?, U(t) = t? questa formula
diventa la trasfor- mazione di Lorentz ol di=\v—_ msn ME A cioè l’ universo si
è trasformato relativamente al discorso, ed esiste un nuovo tempo © correlativo
a do. L’analisi che precede dimostra come le scienze non possano svi- lupparsi
sistematicamente nè con soli procedimenti discorsivi (deduttivi) nè con la sola
intuizione delle forme; ma solamente col concorso di queste due operazioni. La
LdP stabilisce, in modo generale, il modo e la relazione di D con U in
dipendenza degli enti costitutivi, come forme logiche fondamentali. Subordinatamente
si deduce che la LdP, rispetto alla concezione del tempo, dà una veduta più
larga ancora e più comprensiva di quella . x T. o 4 9 a 9 "Ue re Ult) =
Fata UO Ut = =S2 U() = la 0 mana pa ai U(1) _ —- U(t) INPRSREE St cì La teoria
della relatività ha veramente assorbito il tempo nello‘ = Dal punto di vista
logico il do? differisce da ds,2 per essere un discorso di quattro enti in
luogo di uno di tre; e posto che l'universo U di ds? è t, all'elemento do? deve
corrispondere un universo U(t) 5 sE RT — raggiunta dalla teoria della
relatività, col vantaggio di giustificarla logicamente. dI A0N “A sg. — Da
questi confronti si vede come lo sviluppo delle scienze, compresa la logica,
avvenga secondo la struttura logica D.U. Il loro progredire è dovuto a una
successione di cambiamenti di forma, afferrati dall’intuizione, e di sviluppi
logici dei dati di queste in- tuizioni, operati dalla deduzione. Restano così
precisati anche i limiti dell’ intuizione nello sviluppo delle scienze. Lo
sviluppo logico del sistema deduttivo è sempre sorretto dall’ intuizione dell’
elemento formale il cui intervento però avviene occasionalmente e per salti,
necessarj a operare il passaggio da un D U ad un altro D U più complesso.
Bisogna inoltre riconoscere che all’ elemento formale corrisponde, solo entro
ristretti limiti, la nostra intuizione. Oltrepassati questi limiti la funzione
U sussiste ancora ma non è più empiricamente intuitiva. La distinzione tra D e
U sussiste sempre finchè dura la logicità, perchè in ultima analisi non è
altro. Di ciò è necessario tener conto per riconoscere che non si possono
costruire, anche con analogie, modelli di funzioni D complesse, senza
distinguere la corrispondente funzione (UR $ 10. La questione ultima che si
presenta è dunque di carat- terizzare il senso e il valore della funzione U.
Una facile riflessione sulle precedenti analisi darà la risposta. La LdP,
dimostrando l’esistenza generale della funzione U (con- nessa colla funzione
D), di cui la nostra intuizione è un caso parti- colare, giustifica
l'estensione e la validità dei sistemi estesi oltre i limiti delle nostre
possibilità intuitive, e fornisce un criterio euristico,, per sistemare gli
elementi di U e di D oltre i limiti in cui la nostra intuizione permette di
distinguerli. Ne abbiamo avuto una prova lumi- nosa nella terza applicazione
della LAP, $ 3. Concludendo questa prima parte, pare quindi che il contributo
scientifico portato dalla LAP meriti d'essere preso sempre in più chiara
coscienza. II $ 11. Quella nuova maniera di filosofare che è l’apporto odierno
del movimento fenomenologico husserliano e cerca in sostanza di far passare il
pensiero filosofico dal concetto logico all’ intuizione eidetica, merita ora il
più attento giudizio di quei teoretici che si preoccupino di promuovere il
rinnovamento degli studj logici; giacchè può parere che la vittoria
dell'indirizzo fenomenologico determini un orienta- mento metalogico. È
necessario dunque anche qui entrare nel vivo ‘ della questione e considerare se
si debba o no, dal punto di vista relativistico della logica che qui si espone,
respingere la pregiu- diziale husserliana. } Qual'è la posizione della
fenomenologia rispetto alla logica? Si può desumere da una rapida analisi dei
suoi tre primi momenti. Nel primo Husserl, sentendo in larga misura l'influenza
d Bernhard Bolzano, da lui ritenuto uno dei più grandi logici di tu i tempi, ne
prosegue l’orientazione rispettosa dei diritti della scienza esatta, e cerca di
rendersi conto dei processi matematici. Così in Philosophie der Arithmetik
approfondisce lo studio della; nuova logica matematica, col duplice vantaggio
di superare la sillo- gistica, staccandosi da Aristotele, e di distinguere la
logica dalla psicologia, staccandosi da Mill. Nel secondo riconosce l'autonomia
teoretica d'una logica pura universale e ne determina rigorosamente i confini
nel primo volume delle Logische Untersuchungen. Nel terzo fa passare
l'autonomia della logica pura in seconda linea, perchè concentra tutta
l’attenzione sullo schiarimento del pro- cesso del conoscere come pura
teoreticità in cui la logica stessa viene a trovare fondamento e
giustificazione. A questo tema gnoseologico già nettamente sviluppato nel
secondo volume delle L. U. si allaccia
il secondo tema brentaniano dell’intenzionalità, che trova il suo compimento
nel terzo dell’ intuizione categoriale, e nel quarto della natura reale
dell'oggetto ideale immediatamente dato dall’ atto tipico dell’ intuizione
nella sua essenziale purezza, senza deformazione, possibile qual fenomeno puro.
Le /deen del 1913 espongono la scoperta defi- nitiva del fenomeno puro, la
realtà essenziale dell’ eidos e costituiscono. la scienza eidetica della
Wesensschau.i Dunque è lecito domandare dove sia andata a finire la costruzione
della logica pura. È chiaro che la scoperta ha fatto dimenticare la promessa.
Donde lo spostamento? E non sì po- trebbe ripigliare il programma? Se si pensa
che già dai più delicati fenomenologi si avvertì il bisogno di riparare alla
mancanza: d’una Fenomenologia della religione (riconosciuta sei anni fa da
Chestow in Memento mori), col tentativo di Max Seeler, non parrà impossibile il
disegno analogo d’ una Fenomenologia della logica pura, a compimento del voto
husserliano. Circa l'originalità e- l’irreducibilità del fenomeno logico puro,
come mondo indipendente da ogni altro dominio del sapere, già si trovano
elementi tutt’ altro. che trascurabili nella dottrina stessa husserliana. A
questa singolare testimonianza possiamo aggiungerne un’ altra, per niente nota,
ma anche. 1. Queste idee preparano il terreno ad Kritik der logischen Vernunft
(Jahrbuch X,. uno studio critico del Saggio: Formale und 1929) che vuol essere
considerato da, transzendentale Logik, — Versuch einer questo punto di vista. .
= ‘più importante. Ed è che il fenomeno eidetico puro è venuto a togliere | il
primato al fenomeno logico puro solo in apparenza, mentre glielò dà tutto in
realtà. Qual'è invero lo sforzo precipuo di Husserl? È «quello di mostrare che
nell’ intuizione eidetica l’ intenzionalità raggiunge l'essenza dell'essere.
Accorderemo ad Husserl che l’intentio è la -directio? Ma è inevitabile. Passo
passo pertanto, e precisamente per virtù di quella chiarificazione intuitiva
‘dei concetti che egli raccomanda e proclama nel Manifesto del primo tomo del
Jahrbuch, non si vede perchè il tema dell’intenzionalità non abbia da diventare
il tema della relatività. Non v'è assioma che vieti ad una scienza eidetica
della logica pura di spuntare sopra questo terreno. Non hasta: la natura dell’
eidetico, come insieme dei predicati essenziali d’un oggetto puro, non solo può
ma deve conciliarsi, non già coll’ desolata, Ma sile mai — con l'assoluta
relatività, cioè con ciò che è essenzialmente relativo sotto tutti gli aspetti.
Si dirà forse che il fenomeno puro non ha alcun bisogno di appoggiarsi nè su
concetti logici, nè su ragio- namenti logici di sorta? Ma non abbiamo distinta
la logica sistematica «dalla logica pura? È di questa che intendiamo parlare,
non di quella. V'ha bensì una differenza tra la relatività pura della logica
del potenziamento e l’intenzionalità pura della fenomenologia: ma tale che
questa deve orientarsi verso il problema di quella, non viceversa. Chi sia
convinto che l’intenzionalismo di Husserl non è che un relativismo criptico
come tra poco apparirà, ér071) fatta d'ogni relatività logica «sistematica, e
che lo slancio stesso dell’intuizione categoriale non è che la funzione
capitale della logicità, vedrà subito Li necessità di licenziare il volgare
pregiudizio del sostrato permanente dell’ ente e della natura rapportativa
della relazione, in cui ancora Husserl si cristallizza. Qual contributo porterà
al progresso della fenomenologia la -Stimmung speculativa della logica del
potenziamento? Andando avanti senza paura per questa via, s’intravvede fin
d’ora che anzitutto sa- ranno evitate le fumosità della metalogica. $ 12. —
Valga ancora un esempio. I fenomenologisti, quando vo- gliono restare negli
orizzonti intenzionali, hanno, si capisce, orrore «profondo d'ogni deduzione
logica: nondimeno ammettono la struttura necessaria dell'essenza eidetica.
Quindi se si domanda: perchè, eideti- camente parlando, il tetraedro regolare
esiste e il decaedro regolare mon esiste? la ‘risposta dev’ essere l’
esplicazione di tale necessita «Hering, che ha studiato questo caso di costituzione
fenomenologica come esempio di passaggio dal pensiero concettuale al pensiero
in- tuitivo puro, avverte che non solo ‘siamo incapaci di modellare il decaedro
regolare fisicamente e neanche di imaginarlo, ma che l’ essenza ‘stessa di
questa idea, essendo sinteticamente assurda, ripugna ad ogni mt Die re ni pre
ME ee realizzazione. Se è questo un eccellente esempio di intuizione cate-
goriale, la cosa in altri termini significa che l'entità essenziale del-
l'oggetto in questione è affermata fenomeno puro, non già perchè implichi un
dato (sia ontologico, secondo il vecchio concetto sostanzia- listico
dell’esistenza; sia logico, secondo la necessità tecnica del di- scorso), ma
perchè la sua realizzazione si attua senza contradizione avuto riguardo alla visione
intuitiva dell'idea pura. La sua objettivîtà è tutta intenzionale, cioè
trascendente; le essenze contradittorie, come res trascendenti, mon esistono.
Noi non siamo alieni dal riconoscere che la necessità strutturale dell’essenza
eidetica non è giustificata dalla deduzione logica, ma dalla intuizione pura
dell’objetto intenzionale: lo confermiamo anzi, pre- cisando che l'evidenza
appercettiva è in funzione della non contradit- torietà dell’ ente in sè,
prescindendo nel caso nostro da ogni formazione geometrica (perchè il mondo dei
concetti scientifici non è che derivato), nonchè da ogni rapporto tra
rappresentazioni. Ma la realizzazione del- l'intuizione essenziale prescinde
forse da ogni relatività? No, perchè secondo la mostra intesa, in primo luogo non
prescinde da quella generale relatività che è propria d’ogni relazione
anteriore ad ogni rapporto ($ 1); in secondo luogo non prescinde neanche da
quella relatività speciale che è propria d’ogni rapporto posteriore ad ‘ogni
relazione, di cui per definizione la fenomenologia deve fare 7077). Husserl non
pone mente a bastanza al fatto che il principio di non contradizione, quale
appare anche sotto forma di principio di coerenza unitamente al principio
classico di identità, a punto perchè costituisce il perno su cui si svolge ogni
sistema, resta interamente sul terreno della logica sistematica particolare,
cioè nell’ orizzonte, tecnico della necessità deduttiva; s' illude sulla
Klirung aconcettuale del principio di non contraddizione. Questa illusione ritarda
1’ emanci- pazione definitiva della necessità eidetica. Riporre il nuovo di
questa necessità sotto il criterio del non contradditorio è in realtà un
ridarlo in balìa al tecnicismo. Per questo rispetto le dissociazioni operate
dalla logica del potenziamento ci sembrano destinate ad esercitare una felice
influenza sul destino della fenomenologia. Concludendo questa seconda parte, si
vede che la Realisierung husser- liana ha per condizione essenziale una
Relativierung (sia venia al neolo- gismo), pregnante nell’intenzionalità dell’
intuizione, quale funzione produttiva della logica e instauratrice delle
infinite individuazioni sub- objettive del suo potenziamento. Noi siamo
arrivati così ad uno dei , problemi più interessanti della dottrina di Husserl.
E abbiamo provato che l’idealismo intenzionalista non è il passaggio ad un
punto di vista assoluto, ma l’implicito appello ad una nuova maniera di
considerare , la logicità che si risolve in una riabilitazione del relativismo.
LAU II Mi s 13. — Se, dopo aver formulato in rapida sintesi i principali
‘criterj d'orientamento e di lavoro che giustificano la nuova logica, (1) anche
la nostra rapida meditazione husserliana (II) ha raggiunto il suo scopo,
facendo eideticamente intuire la relatività costitutiva dell’ analisi
fenomenologica intenzionale e dei suoi objetti e dissipando in tal modo
l'apparenza dell’assolutismo e della metalogica, sarebbe inte- ressante,
terminando, indicare qual direttiva rivoluzionaria imprima la logica del
potenziamento alla conoscenza intima di sè e alla condotta della vita.
Interessante forse, ma mon necessario. Torino, R. Università: Febbraio, 1932.
X. ANNIBALE PASTORE. — a i pià Deoivenuta schiava sotto il dominio straniero, e
la sua filosofia per riverbero non può celebrare l’appassionato ripiegarsi
dello spirito dei suoi inintellettuali sapienti verso l’umana ori- ginaria
unità. La logica occidentale insegna a rovesciare con indifferenza la fisima di
quegli esercizj assorbitivi d’otturamento extralogico che per sottrarsi alla
banalità d’una vita dispersa distruggono il significato propul- sivo della
umana struttura. Prima di giungere ai risultati della filosofia che vuole
autenticarsi nell’irrelatività della sua dogmatica clausura, ci resta a vivere
con una filosofia e per una filosofia che sia l’aperta comprensione di tutte le
forme della vita e del mondo e ci ajuti a operare nell’aria re- spirabile che è
solo in apparenza fuori di noi, perchè noi siamo non solo noi ma anche l’altro,
a vivificare in actu exercito la nostra esistenza con- creta la quale non è mai
tanto concreta che quando è capace di produrre e di potenziare l’astratto,
conforme al programma della logica che non fa altro. Per la logica l’esistenza
operatrice si irradia, e realizza effettiva- mente lo spirito organizzando le
sue strutture. Che i novissimi indirizzi sappiano mettersi nella prospettiva
della lo- gica, dal neoesistenzialismo al neospiritualismo, al neovolontarismo,
al neorealismo, senza lasciarsi captare da quelle avversioni che secondano sol-
tanto le linee di minore resistenza. La loro attitudine di lavoro, le loro gio-
vanili risorse richiameranno la filosofia italiana ad un migliore avvenire ; e
la restituiranno alla sua naturale grandezza. SULLA NATURA EXTRA-LOGICA DELLE
LEGGI DI TAUTOLOGIA E DI ASSORBIMENTO NELLA LOGICA MATEMATICA Prima di Leibniz
la matematica e la logica viveno in due campi disparati e lontani. Poi, in
seguito alle geniali intuizioni di quella vasta mente di filosofo e di
matematico, la logica s’avvicina risolutamente alla matematica, e
l’avvicinamento progressivo continua fino a Strawson per opera di successori i
quali scoprirono le numerose e feconde analogie donde trasse origine la logica
matematica. Questo indirizzo ha già una vasta letteratura che qui è inutile
esporre. Ciò premesso, sorge naturale la domanda: dove ci porterà questo lento
ma continuo avvicinamento dei due calcoli? Notiamo subito che, contro la tesi
della loro fusione definitiva, s’oppone un gruppo di ragioni che ha, per lo
meno, il vantaggio della tradizione. È noto infatti che quasi tutti i
matematici, che contribuirono maggiormente al progresso del calcolo logico, si
fanno un dovere d’introdurre un sistema speciale di SEGNI – H. P. Grice,
“Meaning” -- per trattare le interessanti questioni relative alla logica deduttiva,
pur riconoscendo che questa fa parte delle scienze matematiche, e malgrado la
grande analogia presentata dall’operazioni fondamentali dei due campi. E si
capisce che i loro sforzi sono ispirati dal desiderio d’impedire una fusione
possibile dei due calcoli, che, a prima giunta, ha l'apparenza d'una
confusione. Frattanto si presenta un fatto nuovo. Indipendentemente dalle
aspirazioni accennate, tanto il calcolo matematico quanto il calcolo logico,
intesi a perfezionare i proprj metodi, vanno sempre più assumendo un carattere
di estrema generalità, in cui alla crescente purezza formale delle nozioni s’accompagna
il crescente rigore deduttivo dei ragionamenti. Ciò significa che i due
calcoli, malgrado le loro presunte differenze, funzionano in realtà come due
sistemi ipotetico-deduttivi, intimamente congiunti nell'impiego d'un
procedimento comune. Questo fatto, il quale si può considerare come un acquisto
recente, è tanto grave e inaspettato che impone la necessità di elencare e
discutere colla massima brevità e quindi efficacia tutte le ragioni che
attualmente s’adducono per impedire il riconoscimento dell'identità
fondamentale dei due calcoli. P., come H. P. Grice, si limita ora ad osservare
che la ragione più forte si rica dall’affermazione che alcune operazioni
fondamentali del calcolo logico non hanno le corrispondenti nel calcolo
matematico o differiscono notevolmente nelle loro proprietà. Per esempio, s’afferma
che le proprietà espresse dalle seguenti identità, in generale aa=a sava=-A pel
prodotto e per la somma, non hanno le corrispondenti in algebra numerica,
sebbene di queste formole si faccia continuo uso nell'algebra della logica, la
quale, priva così dei multipli e delle potenze, riceve una semplificazione
enorme rispetto all’algebra numerica. La legge rappresentata da queste formole è
da Jevons chiamata “the law of simplicity,” da altri la legge di tautologia. Da
questa deriva la legge di assorbimento a(avbdj=a ,av(ad)=a, e un gruppo
vastissimo di conseguenze che costrinsero il calcolo logico a diffondersi Boole
The calculs of logic Cambridge and Dublin math. Journal; An investigation of the laws
of thought, on which are founded the mathematical theories of logic and
probabilities London, Walten et Maberly, afferma che le due equazioni aa=a |
a+a=a sono caratteristiche del calcolo logico. La sua dottrina ha gran seguito
nella scuola inglese, scozzese e americana. GRASSMANN affrontando, con criterj
originali, questo argomento, pubblica le sue ricerche nella Wissenschaftlehre
oder Philosophie, Stettin. È noto che egli divide la matematica in quattro rami
distinti: la Begriffslehre o logica; la Bindelehre teoria delle combinazioni;
la Zahlenlehre aritmetica l'« Ausdehnungslehre n e riduce le proprietà
caratteristiche di queste quattro discipline ai diversi modi coi quali si
connettono fra loro eguali elementi. Verknipfungsarten gleicher Stiften nella
Fiigung addizione e nella Webung moltiplicazione di tali elementi, come mostra
il prospetto seguente; ete=e ete=e) ebete 6 etedte ee=e ce+ e ssi eee Prano
[Calcolo geometrico secondo l'Ausdehnungslehre di GRASSMANN, preceduto dalle
operazioni della logica deduttiva Torino, Bocca, dichiara che le operazioni
riferite, le quali sono fondamentali al calcolo logico, non hanno le
corrispondenti nel calcolo logico. In F,N1 Logique mathématique Turin, Bocca,
nota che la proprietà della moltiplicazione logica espressa dalla P42 (a = aa)
rende le formule logiche più semplici che le algebriche. Coururat, L’algèbre de
la logique Paris, Gauthier-Villars. Jevons, The principles of science, a
treatise on logic and scientific method (London Nagy, Fondamenti del calcolo
logico (Napoli, Pellerano); Principj di logica esposti secondo le dottrine
moderne Torino, Loescher. A p. 47 e segg. di quest'opera la legge di tautologia
viene indicata in generale coll'espressione seguente: (2) (4). IHa=a |
Za=a. ScHRODER chiama le due equazioni:
a=a + ad , a=a(a+d) « Absorptions gesetz ». Cfr. insup. Nagy, Principj ecc., e
Fondamenti ecc. COuTURAT con relativa lentezza e fecero sì che anche le
applicazioni della Matematica alla Logica pura siano ancora oggidì avversate da
troppi logici e matematici. Lo scopo della presente comunicazione è di portare
un contributo diretto alla tesi dell'identità fondamentale dei due calcoli: |
1° dimostrando che tutte le apparenti dimostrazioni che furono date finora di
tali leggi si riducono ad una mera trasformazione descrittiva di concetti, cioè
sono logicamente insussistenti; 2° riconoscendo che la concezione stessa di
queste leggi assunte come primi- tive o ha natura extralogica o non può essere
pensata come compatibile col principio fondamentale dell'identità; 3° indicando
le più elementari applicazioni che vengono suggerite in conseguenza. Esaminiamo
in primo luogo le dimostrazioni, limitandoci a citare le più im- portanti, per
amore di brevità. Giova ricordare che l'autorità della tesi tautologica rimonta
a LEIBNIZ il quale dichiarò esplicitamente: « repetitto ejusdem literae in
eodem termino est inutilis = (*) quanto al prodotto, e « si idem secum ipso
sumatur nihil constituttur novum, seu A+ A0c0A=» quanto alla somma. In seguito quasi tutte le
scuole di logica matematica: l'inglese (HAMILTON, BooLEe, CLiFFORD, JEvONS,
VENN, ecc.), l'americana (HaLSTED, PEIRCE), la tedesca (ScHRODER, H. e R.
GRASSMANN, FREGE), l'italiana (PreANO, Naoy, BuRALI-FORTI, ecc.), la francese
(CouturaT), la russa (PORETZKvY), accettarono questi princip). Tutte le
dimostrazioni poi che furono escogitate sì riducono, a quanto mi risulta,
malgrado la deplorevole anarchia di notazioni, alle due forme seguenti,
riprodotte, con poche modificazioni, dai var) autori. Nella prima forma (‘) si
dimostra, in primo luogo, la Proposizione [1] | aDaa, al quale scopo prima si
moltiplicano fra loro le due deduzioni a Da e a9a; quindi si compongono secondo
le nota formola di Composizione: a)Db.aI)e:I:aIbde, quindi si deduce la Ths. In
secondo luogo, in virtù della definizione dell'eguaglianza, da # aa)a.429)aa, Leisniz, Ph:/S., t. 7, p. 224. Cfr. Peano,
F, N3, pp. 14, 41. (3) Id., Mss. Phil. VII, p. 3. (3) Vedi p. es. il CouturaT che, in
o». e loc. cit. ripete la stessa dimostrazione del PEANO, ma adoperando la
relazione d’inclusione col segno <. Peano, Fi Nl: P31:
a5aa[Hp.P21.P21.5.a90a.a9a.Cmp.5. Ths. P42:a=aa [P23 N P31.>.P.]. La P23 è:
a,dbeKk.5.ab 5a. in cui la aa9a è tratta da 252 a), per (a|b), si deduce la
proposizione tautologica [2] a= aa. E analogamente si ragiona per la somma.
Quanto infine alla legge di assorbimento a(a vb)=a ,av(abj=a si capisce che la
sua sorte dipende dalle formole di Cmp e di Smp che furono già impiegate
precedentemente e saranno esaminate fra poco. Ora si vede che la dimostrazione
della [1] è subordinata alla condizione che si possa sostituire (a,a,a|a,d,c)
nella formola del Cmp ad)b.a)e:I:aIbde, affinchè le due deduzioni a 3 a è 42a
si possano comporre per la deduzione della Ths. Ma è chiaro che tale
sostituzione (di termini tutti eguali ad un dato termine @ nella formola del
Cmp che contiene termini differenti) non si può fare perchè, con essa, l' Hp
diventerebbe a)Da.a)a da cuì, in virtù della aa)a già posta antecedentemente; e
per la sostituzione, in questo caso, legittima (a23a |a) non si ricava che ada.
Dunque la tesi a>aa cade senza rimedio, e con essa la sua corrispondente per
la somma, e tutto il sistema delle conseguenze legate alla legge di tautologia.
Ma c'è ancora un'altra prova contraria alla validità di codesta dimostrazione.
Infatti, non solo non si può fare la sostituzione riferita nella forma del Cmp,
ma neppure si può ricorrere al principio di composizione per dedurne la Ths
della tautologia, perchè, rigorosamente parlando, la proposizione del Cmp non è
che la stessa proposizione tautologica mascherata. Invero non si bada che la
formola del Cmp la quale esprime che « se si hanno due deduzioni colla medesima
Hp e per Ths il prodotto logico delle due Ths » implica già un oregov reoregor,
vale a dire costituisce un appello manifesto a quella convenzione la quale
esprime che « ripe- tendo più volte la medesima Hp non si ottiene mai altro che
la medesima Hp ».In una parola è necessario supporre già la validità di quella
legge che si cerca in seguito di dimostrare, perchè la vera formola del Cmp non
è questa a5b.aIe:I:aIbde, ma quest'altra ad5b.aI)ce:2aaIbde, la quale si
ottiene moltiplicando membro a membro la deduzione a 3 dè per la de- duzione a
Dc e dice propriamente che « dal prodotto delle Hp si deduce il prodotto delle
Ths ». Nella seconda forma (') la proposizione 01] aaa non è dimostrata, ma è
posta immediatamente come Pp. E allora dalla afferma- zione simultanea
aDaa.aa)a, ip cui la p. aaa è ottenuta per la sostituzione (a/ò) nella Pp. ab
Da, si deduce la Ths. [2] azz ad Ora anche qui si comprende che la
dimostrazione del principio tautologico è logica- mente insussistente, perchè
la sua validità è subordinata alla Pp. [1] nella quale è giocoforza supporre
già la validità di quel principio che si cerca in seguito di dimostrare.
Infatti, poichè in nessuna deduzione la Ths può essere maggiore dell'Hp (la
vecchia logica esprimeva questo canone con la nota legge: « latius hos quam
prae- missae conclusio non vult »), segue che ponendo 49 aa noi sappiamo già
che aa non può essere maggiore di a. Inoltre, poichè la deduzione 43 aa (« da a
sì deduce a ed a») implica già ad evidenza come un caso particolare che « da a
si deduce a », segue che aa non può essere minore di a. Ciò posto, segue di
necessità che po- nendo 42 aa resta già posto a= aa. Questo significa, in altri
termini, che anche qui la Pp aaa non è che la stessa proposizione tautologica
mascherata. Concludendo, si può affermare che le ordinarie dimostrazioni della
proprietà tautologica sono, in sostanza, un puro complesso di convenzioni
descrittive e può ri- tenersi che qualunque altra dimostrazione escogitabile
sia, in ultima analisi, riduci- bile a tale significato. FortI, Logica
matematica (Milano, Hoepli, 1894, p. 11; Pp2. a 5 aa; pag. 15 P2.aa9a; pag. 45
P44.a=aa [Pp2.P2:5: P44]. Ed ora passiamo al secondo punto. Ho detto che alcuni
autori accettano il prin- cipio tautologico senza dimostrazione, cioè come un
postulato. Per chiarezza di cri- tica gioverà ancora distinguere questi autori
in due gruppi. Taluni si appoggiano evidentemente sopra una giustificazione che
trascende la natura e i limiti della logica pura. È questo il caso tipico di S.
Bogzio il quale fondandosi su questo criterio « velut si dicam sol sol sol, non
tres sol effecerim sed uno toties praedicaverim dà un tuffo nella teologia e
nell'ontologia proponen- dosi di corroborare l'ardua tesi della Trinità, ed è
pure il caso di tutti i sostenitori della logica a fondamento ontologico. È
chiaro che il loro ragionamento si riduce a questo. L'oggetto esteriore non si
moltiplica anche se noi lo pensiamo molte volte di seguito; dunque neanche sì
moltiplica il concetto, vale a dire ciò che corrisponde nella nostra mente ad
un oggetto considerato come un reale ontologico esterno. Ma chi non vede che
qui si confonde il campo logico col campo ontologico, perchè sì pretende che
ciò che vale ontologicamente valga anche logicamente? Questo principio può
interessare solo dal punto di vista della celebre questione capitale della
Scola- stica che chiede: se ai concetti generici corrisponda un reale
ontologico e di qual natura esso sia, e come si comporti cogli individui.
Dunque il principio tauto- logico non è posto che per ragioni extralogiche,
chiamando — per comodità — ertralogico tutto ciò che non è logico (alogico,
illogico, Masa Log co; ontologico, gno- seologico, psicologico, glottologico, ecc.).
Altri, credendo di potersi valere dell'ampia libertà conceduta alla scelta
delle Pr i pongono esplicitamente il principio tautologico come un postulato,
senza aggiungere alcuna giustificazione al riguardo. Ora è della massima
importanza il ricordare che solo fino ad un certo punto sì può dire che la
scelta delle Pp è arbitraria. Infatti da un sistema ipotetico dedut- tivo
qualunque si deve sempre pretendere che le sue Pp siano non contraddittorie e
indipendenti e conducano a risultati esclusivamente formali e necessarj. Ma
queste condizioni bastano a radiare il principio tautologico da qualsivoglia
calcolo logico che non voglia sacrificare il principio di identità (a= a).
Infatti, po- nendo aa=a si affermano relativamente identiche due quantità logiche
fra cuì passa un'innegabile diversità di contenuto e di estensione, che si può
provare nel modo seguente. Noi ammettiamo come condizione indispensabile alla
purezza del calcolo logico che l'unico vero e proprio oggetto logico è il
concetto il quale, per essere. non ha bi- sogno di esistere, perchè non ha
bisogno d'altro che d'essere pensato. Da ciò risulta che, (!) BoeTtivs, De
Trinitate etc. Prano, F2 N1. P42.
PorrirIo adrixa ne0i yevov te xai eldov, tò puèv Etre bpeotifxev eitE
Éév uovars yidats émvcuiais xeîltar, cite bqpeotexsta cwuard toruv, 7)
davuarae, xai ywpiotà 7 éy tols aic9nrois, xal neoL tadra bpeotora, napartipoou
déyerr, fudureatns ot'ans Ts toravtns moayua- telas xaù lidlrs ueizovos de.
uévns éieraoews. ponendo aa, sebbene il concetto del primo « sia identico al
concetto del secondo a, tuttavia gli oggetti logici, cioè i concetti di cui sì
tratta, sono innegabilmente due, e quindi il concetto della loro affermazione
simultanea è irreducibile al concetto semplice di a se non vogliamo smarrire i
due concetti dell’ unità e della moltiplicità che sono fondamentali a qualunque
calcolo. Se questa distinzione fra a e aa non può esser fatta dalla sensibilità
e nella realtà oggettiva esteriore, prima di tutto non è richiesta dalla logica
pura, in secondo luogo è sempre fatta dalla e nella ragione, alla quale,
durante l'affermazione simultanea, son presenti due oggetti logici e non uno,
perchè tutte le volte che noi pensiamo un concetto, il concetto è. Ogni
concetto è un pensato e ogni pensato concettuale tante volte è quante volte sì
pensa, indipendentemente dal fatto che ad esso corrisponda o no verun og- getto
reale esistente fuori del pensiero. Del pari tutte le operazioni che si possono
compiere in qualsivoglia calcolo non sono altro che rapporti ideali, vale a
dire ancora certi pensati fra certi altri pensati ai quali dagli spiriti
coltivati nelle scienze astratte non si deve imporre limite alcuno. L'aver
sempre presente una sola identità reale o un flatus vocîs tutte le volte che
noi evochiamo il concetto in diversi nessi moltiplicativi, non costituisce una
sola identità logica dei molteplici concetti corrispon- denti che vengono
predicati nello stesso tempo, perchè solo questi predicati astratti sono i veri
e propr] oggetti logici, dei quali si deve occupare la logica pura. Dunque fra
a ed aa passa una diversità concettuale ed operativa assoluta e pensare come
vero l'op- posto di questo pensiero sarebbe un negare assurdamente la validità
universale del principio di identità a cui si connettono naturalmente tutte le
operazioni possibili d'ogni calcolo. Ciò è tanto vero che, indipendentemente
dalla possibilità operativa di cui farò cenno fra poco, l'adozione del
principio non tautologico implica una semplice esten- stone delle condizioni in
cui le operazioni del calcolo possono compiersi attualmente, stando al
carattere esclusivamente formale degli enti e delle relazioni possibili, in
armonia col principio d'identità. Dunque il principio tautologico non resta
giustificato logicamente in nessuna maniera, nè come derivato nè come
primitivo. Vediamo ora di renderci conto di alcune applicazioni suggerite dalla
presente ricerca. Anzitutto un doppio compito si impone: sgombrare il terreno
della logica deduttiva dalle proprietà extralogiche che riescono a paralizzarla;
2° sviluppare il calcolo logico in ordine alla possibilità delle nuove
operazioni. Prano, Super theorema de CANTOR-BERNSTEIN. Estr. dei Rendiconti del
Circolo Matematico di Palermo, p. 6: « Nos cogita numero, ergo numero es n.
L'importanza logica e filosofica di questo principio necessario a stabilire la
purezza d'ogni calcolo e sufficiente a troncare ogni inutile disquisizione
metafisica è enorme, ma non sentita a bastanza da tutti i cultori delle scienze
pure. Si capisce che il primo compito porta ad uno studio abbastanza facile.
Invece il secondo condurrà necessariamente ad un vasto campo di applicazioni
intorno alle quali non sembra facile portare un apprezzamento adeguato finchè
non saremo in grado di raccoglierne e di ordinarne i risultati. Le applicazioni
più elementari sembrano le seguenti: a) in primo luogo restano modificate le
definizioni del prodotto e della somma logica coll’adozione della coppia di
equazioni aatka , ata+a esprimenti in generale proprietà analoghe a quelle
della moltiplicazione e dell'addi- zione matematica; in secondo luogo, al posto
della legge di assorbimento pel prodotto si so- stituisce la proprietà
distributiva anche nella forma a(a+-d)=a' + ab; c) in terzo luogo si rende
possibile l'introduzione delle potenze e dei mul- tipli nel calcolo logico, col
doppio vantaggio di trattare in maniera più rigorosa e corretta î problemi
logici già risolti per altra via, e di aprire nuovi e più vasti campi di
ricerche all'analisi logica. Ma non posso ora proseguire il racconto degli
speciali acquisti conseguibili in tale ordine di idee, riservandomi di
svilupparli in altro lavoro. Noterò solo che per tal modo vengono distrutte le
più forti ragioni tecniche contrarie alla tesi del- l'identità fondamentale dei
due calcoli, perchè calcolo logico e calcolo matematico si presentano ormai
come due insiemi che possiedono le medesime proprietà fonda- mentali; quindi,
sulle traccie del RusseLL, del HoNTINGTON e del COUTURAT (?), è ovvio
identificarli puramente e semplicemente dal punto di vista formale. RusseLL, The
Principles of Mathematics Cambridge; Sur la Logique des relations, avec des
applications a la théorie des séries (ap. Revue de Mathém. di PeANO Turin. Le
magistrali ricerche del RussELL, compiute dal nuovo punto di vista della Logica
delle relazioni e coll'impiego della Logica matematica del Peano, co-
stituiscono una ricostruzione logica di tutta la matematica pura. Molto
opportunamente il CouTtuRAT nel suo prezioso resoconto, citato qui sotto nella
nota (*°) ne ha fatto rilevare l’importanza gran- dissima. Si può ripetere con
lui che, grazie alle ricerche del Russzn.L il collegamento della teoria degli
insiemi, scoperta da CanTOR e da altri matematici, al calcolo logico, è ormai
un fatto: compiuto. HuntINGTON,
Note on the definitions of abstract groups and fields by sets of independent
postulates Transact. of t. American Mathem. Society. Quest'opera contiene la
dimostrazione del carattere logico della teoria dei gruppi di SopHus Lig,
studiata dal punto di vista della Logica delle relazioni. CoutuRAT, in Zes principes des Mathématiques
Paris, Alcan, tratta profon- damente e con grande chiarezza i rapporti fra la
Logica e la Matematica; tutta l'opera è destinata a giustificare la tesi
dell'identità fondamentale della Logica e della Matematica. (*) Queste
considerazioni ci lasciano intravedere l'utilità derivabile dall'introduzione della
veduta del PLUECKER nell'apprezzamento teorico della Logica e della Matematica.
Già l'ENRIQUES Le cose più importanti che ho esposto in questa Comunicazione si
riducono in sostanza alla dimostrazione della natura extralogica delle leggi di
tautologia e di assorbimento nel calcolo logico. Ciò significa che una vera e
propria dimostrazione di queste leggi finora non la possediamo e non la
possederemo tanto presto; il che però non toglie il pregio dei risultati
conseguiti dalla Logica matematica; soltanto ci obbliga a riconuscere che è un
puro arbitrio descrittivo affermare che l’addizione e la moltiplicazione logica
godano realmente delle proprietà speciali espresse dalle leggi surriferite, a
differenza di quanto avviene in Matematica. Abbiamo veduto come da tale fatto
risulti possibile l'introduzione nella Logica matematica di un gruppo di nuove
nozioni e di nuove operazioni, universalmente respinto da LEIBNIZ ai giorni
nostri, il cui retto uso è peraltro intimamente collegato con quello delle
nozioni e delle operazioni fondamentali di tutti i calcoli che vanno
gradatamente unificandosi sotto il cielo comune della deduzione nel senso più
esteso della parola. E ciò basti a porre in luce il molto che resta ancora da
fare per tale via. nei suoi Problemi della Scienza (Bologna, Zanichelli, 1906,
p. 165) ha rilevato l'interesse logico e matematico di cotesta veduta che porge
un principio di trasformazione delle teorie basato appunto sul loro valore
formale. Allo stesso risultato si arriva utilizzando la teoria del PETROvITCH
[Za mécanique des Phénomènes fondée sur les analogies Paris, Gauthier-Villar il
quale presenta sotto una forma insieme abbastanza semplice e abbastanza
generale il fecondo concetto della rappresentazione schematica d'un gruppo
d'analogia, e colla proposta del fenomeno tipico astratto eleva lo studio dei
sistemi particolari naturali e razionali alla pura ricerca delle relazioni
logico-matematiche generali tra le cause e gli effetti, i principj e le
conseguenze. Tutte queste teorie sono dominate dallo spirito comune della
teoria dei modelli e costituiscono oramai una nuova branca della filosofia
della natura e della scienza. In Teoria della Scienza: Logica, Matematica e
Fisica Torino, Bocca; Logica formale dedotta dalla considerazione di modelli
mec- canici Torino, Bocca; Del nuovo spirito della Scienza e della Filosofia
Torino, Bocca ho tentato di rendere famigliari in Italia l'importanza logica e
filosofica e le applicazioni della moderna teoria dei modelli dovuta all’alta
mente di RopoLro HERTZ.Nome compiuto: Valentino Annibale Pastore. Annibale Pastore.
Pastore. Keywords: implicature, logica meccanica, acrisia. Meccanica rama della
fisica. Refs: Luigi Speranza, “Grice e
Pastore,” The Swimming-Pool Library, Villa Grice.
Luigi
Speranza -- Grice e Patrizi. (Cres, Italia). Nasce a Italia da sangue croata. A
questo proposito circa venti anni più tardi si espresse P. nell'Historia diece dialoghi di M.
Francesco Patritio, ne' quali si ragiona di tutte le cose appartenenti
all'historia, et allo scriverla, et all'osservarla e nel Della Retorica
stampati a Venezia, nei quali «P. esprime il rimpianto per una lingua originaria,
basata sulla conoscenza delle cose |..]. Patrizi esalta Giuseppe Porta detto il
Salviati, artefice di un tentativo di ricostruire il vero "linguaggio
universale delle cose" e "d'inventare tutti i suoni naturali di tutte
le cose, et di lor figure, et delle lettere naturali, et delle preferenze loro,
in ogni lingua, e della musica terrena e celeste e de pianeti, fonte di tutti
effetti magici et astronomici"» Nace a Cres e muore a Roma. Studia
mercanzia, grammatica e latino a Venezia, impara il greco a Ingolstadt. Di
importantissimo impatto sui suoi lavori successivi fu la lettura della
Theologia di FICINO (si veda) che lo avvicinò alle idee platoniche. Si avvicina
alle teorie sul linguaggio naturale e scrisse Nova de universis philosophia,
Mystica philosophia e Magia philosophica che gli valsero il controllo
dell'Inquisizione. PAOLO ALBANI, BERLINGHIERO
BUONARROTI, Aga magéra difúra. Dizionario delle lingue immaginarie, Bologna,
Zanichelli. Influenza in Italia. PORTA nascea Castelnuovo Garfagnana e muore a
Venezia. Pittore, matematico, astronomo e astrologo italiano, studia a Roma,
dove conosce il maestro Francesco SALVIATI (del quale assunse il cognome),
assieme al quale si trasferì poi a Venezia. Ivi, tra le tante opere, si occupa
della decorazione del soffitto della Marciana e affresca la sala regia dei
Palazzi vaticani a Roma. Nella prima parte del Codice Marciano Porta affronta
il tema del rapporto tra movimento degli astri e linguaggio, indagando la
formazione degl’elementi vocali, definendo un'embrionale tassonomia dei suoni e
prospettando la possibilità di una loro riproduzione ARTIFICIALE attraverso
appropriati dispositivi meccanici.Per approfondimenti vedasi treccani.it/enciclopedia/giuseppe-porta
Dizionario-Biografico, a cura di Biffis. Le testimonianze di BORDONI (si
veda) e di P., sebbene non codifichino affatto un nuovo metodo di scrittura e
comunicazione, devono essere considerate importanti perché dimostrano che in
Italia vi sono delle speculazioni intorno alla possibilità d'istituzione di una
lingua filosofica perfetta. Francesco Patrizi. Patrizi. Keywords:
deutero-esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Patrizi”. Patrizi.
Luigi
Speranza -- Grice e Pattio: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone
-- Roma – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo
italiano.Taranto, Puglia. A Pythagorean,
cited by Giamblico. Grice: “Cicerone says that this is best spelt ‘Pazzio’!” --
Pattio.
Luigi
Speranza -- Grice e Paulino: la ragione
conversazionale e il portico romano, la ragione e l’implicatura conversazionale
-- Roma – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Nola). Filosofo
italiano. Abstract. H. P. Grice: “When my father, Herbert Grice, christened me
“Herbert Paul Grice” he meant ‘junior’ – paullus, small. My mother, however,
claimed that it was a religious outburst on the part of Father seeing that Saul
referred to the Roma gentiles always as ‘Paul’!” Nola, Napoli, Campania. A
wealthy man. He has a career in public life before becoming a philosopher. He
writes many poems and letters, some of which survive. Some see the influence of
the Portico on his views concerning the ascetic life. His son is Giovio. Grice:
“I like Paulino – for one, that’s my Christian name!” -- Paulino.
Luigi
Speranza -- Grice e Pausania: all’isola -- la ragione conversazionale e la
scuola di Girgenti – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Girgenti). Filosofo italiano.
Girgenti, Sicilia. A friend of Empedocle di GIRGENTI (si veda) – and the
dedicatee of one of his poems. P. wites an an account of his tutor’s life and death. Grice:
“We English are lucky: there is only one philosopher from Ockham: Ockham. From
Girgenti, however, Italians have Empedocle and Pausania!” Grice: “Strawson
advised me that I should refer to Emepedocle as Girgenti and Pausania as
Girgentino, just for the sake of the difference!” -- Pausania.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Pavia: la ragione conversazaionale e l’implicatura
conversazionale -- mi chiamo Lanfranco –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Pavia). Filosofo
italiano. Abstract. H. P. Grice: “I like him, but then I’m English1” – Autore
di una Dialectica. Conosce bene la
logica vetus. Usa ancora il De decem categoriis. Commenta il De inventione di
CICERONE e il Ad Herennium. “P. pensa che questo possa essere omesso. “P.
superfluum hoc iudicat.” -- Ma la sua opinione non puo essere accettata.” Forse
P. ha dei buoni argumenti. Del resto, un piccolo errore nel testo – la d di
‘dictio’ spezzata in ‘cl’ – conduce L. a una chirurgia disperata. Spiega che
‘Clitio’ e un soldato. “Clitio parla ed ordina di dare le armi a un uomo.” Per
P. la retorica e sempre lo istrumento di base. Lanfranco. Lanfranco di
Canterbury. Beato Lanfranco di Canterbury Lanfranco con ai piedi Berengario di
Tours, che sostene che la presenza di Cristo nell'Eucaristia è puramente
simbolica, tesi alla quale Lanfranco si è opposto decisamente. Tela. Vescovo
Morte Canterbury Venerato da Chiesa cattolica Ricorrenza Manuale Lanfranco di
Pavia arcivescovo della Chiesa cattolica Incarichi ricopertiArcivescovo
di Canterbury Nato1005 circa a Pavia Consacrato vescovo29 agosto
1070 Deceduto28 maggio 1089 a Canterbury Manuale Lanfranco di
Canterbury o di Pavia (Pavia, 1005 circa – Canterbury, 28 maggio 1089) è stato
un teologo, filosofo e vescovo cattolico italiano, venerato come beato dalla
Chiesa cattolica[2]. Indice 1Biografia 2Opere 3Dottrina 4Genealogia
episcopale e successione apostolica 5Note 6Bibliografia 7Altri progetti
8Collegamenti esterni Biografia Lanfranco nacque intorno al 1005 a Pavia,
figlio di Ambaldo, magistrato appartenente all'ambiente del sacrum palatium.
Secondo un suo biografo: «...fu istruito fin dalla fanciullezza nelle scuole di
arti liberali e di diritto civile a Bologna[3]. Ancora molto giovane, ebbe
spesso il sopravvento nei processi su avversari sperimentati per la travolgente
eloquenza del suo preciso argomentare. A quell'età seppe stilare sentenze
apprezzate da giuristi e giudici.»[senza fonte] Nel 1035 si trasferisce
ad Avranches, in Normandia, dove nel 1040 apre una scuola di lettere e
dialettica alle dipendenze dell'abbazia di Mont-Saint-Michel, dove era abate il
suo concittadino Suppone, un monaco proveniente dall'abbazia piemontese di San
Benigno di Fruttuaria. Nel 1042 decide di trasferirsi a Rouen, e,
attraversando la selva di Ouche con un suo discepolo, viene assalito da
briganti, che spogliano i due di ogni cosa, e Lanfranco rimane con la sola
tonaca: ricordandosi di una simile sventura subita da Libertino di Agrigento
(narrata nei Dialoghi di Papa Gregorio I), Lanfranco offre ai briganti la sua
tonaca, pur di essere liberato con il suo compagno. I briganti, convinti di una
presa in giro, lo lasciano nudo legato ad un albero insieme al compagno. In
quel momento Lanfranco fa un voto: si promette a Dio se riusciranno a scamparla
e, in un istante, i lacci si sciolgono.[3] Così avviene ed entra nel monastero
benedettino di Bec, fondato otto anni prima sui propri possedimenti di Brionne
da Erluino, un nobile che aveva deciso di dedicarsi a una vita di preghiere. I
trentacinque monaci appartenenti alla comunità vivevano semplicemente in un
regime di vita semi-eremitica. Oltre ai dettati della dialettica, si occupa di
ampliare e modificare le strutture architettoniche del monastero, e crea nuovi
alloggi per i confratelli Nel 1045 Lanfranco diviene priore del monastero
e dirige la scuola dei monaci; nel 1059 apre la scuola anche ai laici, per
ottenere fondi coi quali ricostruire il monastero. La fama del suo insegnamento
attira allievi dalla Francia, dalle Fiandre, dalla Germania e dall'Italia fra i
quali Ivo di Chartres, Anselmo d'Aosta, Anselmo di Lucca e Anselmo da Baggio,
poi papa Alessandro II. Quando Lanfranco si sposta nel 1063 a Caen, numerosi
allievi lo seguono nella nuova sede, sebbene ora nella scuola del Bec insegni
un illustre ex allievo di Lanfranco, il famoso Anselmo d'Aosta, con cui coltivò
una profonda amicizia. Si oppone alle teorie eucaristiche formulate da
Berengario di Tours, partecipando ai sinodi di Vercelli nel 1050, di Tours del
1055 e di Roma del 1059; scrive il Libellus de sacramento corporis et sanguinis
Christi contra Berengarium, che lo consacra miglior teologo del suo
tempo. Consigliere del nobile normanno Guglielmo il Bastardo, nel 1053 si
oppone alle sue nozze, in contrasto col diritto canonico, con la cugina Matilde
di Fiandra; in seguito alle minacce di Guglielmo di esiliarlo, nel 1059
Lanfranco, già a Roma per partecipare al sinodo di condanna di Berengario,
ottiene da papa Niccolò II una dispensa per il matrimonio. In cambio Guglielmo
fa costruire a Caen un monastero femminile e uno maschile, dedicato a santo
Stefano, del quale Lanfranco diviene il primo abate nel 1066. Intanto in
Inghilterra Edoardo il Confessore, re dal 1043 al 1066, figlio di una normanna,
non avendo eredi nomina suo successore il figlio di suo cugino Roberto,
Guglielmo il Bastardo, ma alla sua morte la dieta dei nobili inglesi proclama
re il sassone Aroldo, cognato di Edoardo. Nello stesso anno Guglielmo sbarca
con un esercito in Inghilterra per far valere con la forza i suoi diritti al
trono. Con la vittoria nella battaglia di Hastings, Guglielmo
s'impadronisce dell'Inghilterra, guadagnandosi così il nome di Guglielmo il
Conquistatore, ma la rivolta contro di lui prosegue, favorita anche dai vescovi
locali; avendo bisogno di una gerarchia ecclesiastica fidata, ottiene nel 1070
dal papa Alessandro II la nomina di Lanfranco ad arcivescovo di Canterbury
estromettendo l'infido arcivescovo Stigand. Ora si tratta di rendere
Canterbury la sede vescovile più importante d'Inghilterra; Lanfranco viene a
contrasto col vescovo Tommaso di York che non intende rinunciare alle sue
prerogative. Nel concilio di Winchester del 1072 Lanfranco presenta alcuni
falsi documenti, da lui attribuiti a Beda il Venerabile, per sostenere la
supremazia della sede di Canterbury su tutti i vescovadi d'Inghilterra,
autorità che il Concilio riconosce. Fa costruire per sé un palazzo, la
famosa cattedrale, una prioria e numerosi monasteri, in cui trasferisce monaci
dalla Normandia; cerca anche di ottenere una parziale autonomia da Roma venendo
anche a contrasto con papa Gregorio VII. Per ottenere consensi dal clero e
dalla nobiltà inglese, permette il matrimonio dei parroci di campagna e
l'investitura vescovile ad opera di principi laici; accentra il controllo sulle
circoscrizioni ecclesiastiche trasferendo le sedi episcopali provinciali nelle
città più importanti. Col tempo i Normanni s'impadroniscono del governo delle
province, delle chiese e delle potenti abbazie. Operando col pieno
appoggio di Guglielmo, che nei periodi di assenza dall'Inghilterra gli affida
la direzione della vita politica, Lanfranco ricambia la fiducia, e sventa nel
1075 la cospirazione contro re Guglielmo organizzata dai conti di Norfolk e di
Hereford. Muore nel 1089 ed è sepolto nella sua cattedrale. È stato
beatificato dalla Chiesa e la sua ricorrenza cade il 28 maggio. Opere
Restano di lui scritti di scarsa importanza, tranne l'opuscolo Liber de corpore
et sanguine Domini contro Berengario di Tours; il Commentario sui Salmi (perduto)
e il Commentario su S. Paolo; gli Statuta sive decreta pro ordine S. Benedicti,
spiegazione della Regola benedettina; Note sulle Collationes di Cassiano; il
Liber de celanda confessione, dove dimostra tutto il rispetto che si deve al
penitente nel porsi all'interno della sua condizione di peccatore, e le
Epistolae. Inoltre Milone Crispino gli dedico una biografia, la Vita
Lanfranci.[3] Dottrina Combatté la teoria eucaristica di Berengario di
Tours, che negava la reale presenza del Cristo nell'eucaristia, poiché se si
mantengono gli accidenti dell'ostia, secondo la logica aristotelica si deve
mantenere anche la sostanza e dunque l'ostia non contiene realmente il sangue e
il corpo di Cristo; Lanfranco, nel Liber de corpore et sanguine Domini,
sostiene invece che dopo la consacrazione il pane e il vino si trasformano
realmente nel corpo e nel sangue di Cristo, pur conservando le primitive
apparenze. A questa conclusione non giunge però con le armi della logica ma con
la fede e con l'autorità dei Padri della Chiesa alla quale è necessario che la
dialettica si sottometta. Rimprovera Berengario: «...abbandonando le sacre
autorità ti rifugi nella dialettica, ma se io dovessi ricevere o dare una
risposta a proposito dei misteri della fede, preferirei sentirmi rispondere e
rispondere io stesso, che riguardano le sante autorità piuttosto che le ragioni
della dialettica». Logico celebrato, non può condannare la dialettica,
che ritiene possa aiutare a comprendere anche i misteri divini, ma che deve
sottomettersi all'autorità della Scritture quando entri in conflitto con
esse. Genealogia episcopale e successione apostolica La genealogia
episcopale è: Arcivescovo Robert di Jumièges Vescovo Guglielmo il
Normanno Arcivescovo Lanfranco di Canterbury La successione apostolica è:
Arcivescovo Tommaso di York (1070) Vescovo Pietro di Lichfield Vescovo Osbern
FitzOsbern Vescovo Gilla Patrick Vescovo
Hugh d’Orivalle Vescovo Arnost di
Rochester, O.S.B. Vescovo Gundulf di
Rochester, O.S.B. (1077) Vescovo Osmundo di Salisbury (1078) Vescovo Robert
Losinga Vescovo Donagh O’Haingly, O.S.B. (1085) Vescovo Robert of Limesy (1086)
Vescovo William of Beaufeu (1086) Vescovo Maurice (vescovo di Londra) (1086)
Vescovo Gosfrid di Chichester (1087) Vescovo Jean de Villule (di Tours) Lanfranco
di Caterbury in Santi e Beati, su santiebeati.it. URL consultato il 14
settembre 2017. ^ Sito Santi e Beati, su santiebeati.it. Nino Borsellino,
Walter Pedullà Storia generale della letteratura italiana Vol. I Il Medioevo le
origini e il Duecento Gruppo Editoriale L'Espresso (1 gennaio 2004)
Bibliografia Gibson M., Lanfranco. Da Pavia al Bec ed a Canterbury, Jaca Book,
Milano, 1989. De Bouard M., Guglielmo il Conquistatore, Salerno Editrice, Roma,
1989. Lanfranco di Pavia e l'Europa del secolo XI nel IX centenario della
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Walter Pedullà Storia generale della letteratura italiana Vol. I Il Medioevo le
origini e il Duecento Gruppo Editoriale L'Espresso (1 gennaio 2004) H. E. J.
Cowdrey, LANFRANCO da Pavia, santo, in Dizionario biografico degli italiani,
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agosto 2017. Modifica su Wikidata Altri progetti Collabora a Wikimedia Commons
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dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata Lanfranco di Pavìa, su
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Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata (DE) Lanfranco
di Canterbury, su ALCUIN, Università di Ratisbona. Modifica su Wikidata Opere
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littérature du Moyen Âge. Modifica su Wikidata (EN) Lanfranco di Canterbury, in
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Lanfranco di Canterbury, su Santi, beati e testimoni, santiebeati.it. Modifica
su Wikidata PredecessoreArcivescovo di Canterbury Successore Stigand Anselmo
d'Aosta. Portale Biografie Portale Filosofia Categorie: Teologi italiani Filosofi
italiani Vescovi cattolici italiani Nati a Pavia Morti a CanterburyArcivescovi
di CanterburyArcivescovi britannici Beati italiani Scrittori medievali in
lingua latina Teologi benedettini [altre]. Gervasio di Canterbury fa menzione
dei genitori Eribaldo e Roza. Il padre, cittadino di rilievo, attivo nella vita
politica della città, muore probabilmente quando P. è ancora bambino. L.
consegue comunque un buon livello d’istruzione nelle arti liberali a Pavia o in
qualche altra città dell'Italia settentrionale. Dove ricevere inoltre una buona
formazione giuridica, della quale restano testimonianze indirette e generiche. Studente
di arti liberali, lascia l'Italia, spinto forse più dall'instabilità politica
che vi regna più che attratto dalle scuole e dai monasteri d'Oltralpe. Insieme
con altri studenti intraprese un viaggio verso la Gallia, soggiornando nella
valle della Loira e dirigendosi verso la Normandia, per proseguire alla fine il
viaggio da solo. La sua conversione alla vita monastica ha luogo
repentinamente, allorché P. riusce a sfuggire ad alcuni rapinatori in una
foresta sulla via di Rouen. P. evita deliberatamente i più grandi e ricchi
monasteri della Normandia e si dirige verso Bec, fondato da poco d’Erloino,
cavaliere convertito alla vita monastica. Gl’esordi del suo apprendistato alla
regola benedettina sono irti di difficoltà. La disillusione che matura nei
confronti della vita religiosa a Bec lo spinge a progettare la fuga verso una
vita d’eremita, ma dopo la scoperta da parte d’Erloino delle sue intenzioni,
accetta di vivere a Bec e di assumere un ruolo importante nel suo sviluppo.
Erloino designa P. come suo successore al priorato e P. ha il ruolo di secondo
d’Erloino sino alla partenza per Caen.
Si deve principalmente a P. la trasformazione di Bec da sede povera e
poco influente a monastero fiorente e autorevole alla pari dei grandi e famosi
monasteri normanni. Nonostante l'intenzione di abbandonare gli studi secolari, P.
fonda una scuola che conquista una vasta fama, tanto da attrarre risorse utili
per l'edificazione di nuove costruzioni e per attirare molte persone alla
scuola e al monastero. L'elenco di coloro che studiarono a Bec include AOSTA
(vedasi), che succese a Erloino come abate e a P. come arcivescovo di
Canterbury, e altre figure della chiesa anglo-normanna come Ernulf e Gundulf,
che furono entrambi vescovi di Rochester, e il canonista Ivo di Chartres. Sono
invece da considerare incerte quelle fonti che hanno ritenuto P. maestro di
Anselmo da Baggio, futuro papa Alessandro II, e di suo nipote, il vescovo di
Lucca Anselmo. P. divienne il primo
abate dell'abbazia di St-Étienne a Caen fondata da Guglielmo duca di Normandia,
dove, fino alla sua nomina ad arcivescovo di Canterbury, s’occupa ancora una
volta degl’edifici monastici e della organizzazione della comunità. La
fondazione di St-Étienne, all'interno di un disegno politico concepito dal duca
Guglielmo, ha il significato di favorire lo sviluppo della città di Caen, quale
centro del potere ducale nella Normandia che potesse bilanciare il ruolo di
Rouen. Sia a Bec, sia a Caen P. svolge
un ruolo importante negli affari ecclesiastici e secolari anche fuori dal
monastero, come testimoniato dal suo coinvolgimento nei difficili esordi
dell'abbazia di St-Evroult, come ricorda Olderico Vitale. Secondo Guglielmo di
Poitiers P. divienne il consigliere di fiducia e il direttore spirituale
personale del duca Guglielmo. Ciononostante, le notizie circa le sue attività
nel ducato sono stranamente molto scarse. A eccezione dell'incontro con
Berengario di Tours al concilio di Brionne, non vi sono altre testimonianze
della sua partecipazione attiva ai concili che sono caratteristici della vita
ecclesiale normanna. Rifiuta la richiesta che gl’èstata presentata dal clero e
dal popolo di Rouen di succedere al vescovo Maurilio. È invece certamente
esagerato da resoconti più tardi il ruolo svolto da P. nella soluzione del
problema di consanguineità posto dal matrimonio del duca Guglielmo con Matilde
di Fiandra. Notevole importanza
rivestono i rapporti avuti da P. con i papi della riforma, da Leone IX ad
Alessandro II. Non è chiaro se egli è presente al sinodo di Reims indetto da
Leone IX, ma facertamente parte del seguito papale che viaggia, con tappe a
Verdun e Metz, verso Magonza, dove Leone IX e l'imperatore Enrico III presiedeno
un altro importante sinodo riformatore. In seguito P. ricorda la sua presenza a
Remiremont nei Vosgi quando Leone IX vi consacra la chiesa monastica. Il papa
si dirige in seguito verso la Germania e celebra il Natale a Verona. Il
pontefice tienne un sinodo a Siponto e un altro, al quale P. è certamente
presente, si svolge a Roma. P. scrive che Leone gli chiede con "praecepto
et precibus" di rimanere con lui fino al sinodo di Vercelli -- Patr. Lat.,
CL. Se s’accetta l'ipotesi che viaggia sempre con il papa, P. visita allora
anche Benevento e Firenze. P. intervenne nei concili di Roma e di Vercelli
sulle teorie eucaristiche sostenute da Berengario di Tours. La posizione
espressa da P., che ritene REALE la presenza del corpo e del sangue di Cristo
nell'eucarestia – GRICE HYPOSTASIS, TRANSUBSTANTATIO --, avrebbe trovato in
ambito conciliare la sua più compiuta espressione nella professione di fede
redatta da Umberto di Silva Candida, sulla quale a Berengario è chiesto di
prestare giuramento nel corso del concilio lateranense indetto da papa Niccolò
II, al quale non si sa se P. partecipa. P.
è però certamente a Roma, per assicurarsi l'autorizzazione di papa Alessandro
II a trasferire il vescovo Giovanni di Avranches all'arcidiocesi di Rouen. Le
lettere dei papi Niccolò II e Alessandro II testimoniano la loro grande
considerazione nei confronti di P. come monaco, maestro e uomo di chiesa. I
contatti prolungati e articolati che P. intrattenne con il papato riformatore,
del quale è un convinto sostenitore, e in modo particolare i viaggi nei quali
accompagna Leone IX, non lasciano alcun dubbio circa la sua intima comprensione
e adesione ai fini e ai metodi della riforma. Ha familiarità colle personalità
di spicco che essa espresse, tra cui il chierico Ildebrando, futuro Gregorio
VII, e il cardinale Umberto di Silva Candida, che P. ammira non solo per le sue
posizioni nella disputa sull'eucarestia, ma anche per la sua fede e le sue
idee. In qualità di studioso e docente P. scrive opere di DIALETTICA, ma di
questa produzione poco ci è stato tramandato. Egli spostò gradualmente e in modo
sempre più intenso i suoi interessi verso lo studio della Bibbia, specialmente
dei Salmi, e delle lettere di Paolo. Ci è stato tramandato il suo commentario
alle lettere paoline che si presenta come una serie di glosse al testo sacro
che non sono rivolte in particolar modo a un pubblico monastico ma all'intero
corpo della Cristianità, riservando grande attenzione alle questioni morali. L.
mostra grande interesse per questioni come la giustificazione, la redenzione e
lo sviluppo della rivelazione divina nel passaggio dall'Antico al Nuovo
Testamento e insiste su un uso corretto della dialettica come strumento per
esplorare la verità cristiana di cui i testi sacri offrono la rilevazione prima
ed esaustiva. È questo il tema esplorato nel trattato De corpore et sanguine
Domini, completato dopo il suo trasferimento a Caen, che L. rivolgeva contro
Berengario di Tours, definito nemico della Chiesa cattolica. Il trattato si
apre con una lunga disamina dello Scriptum contra synodum che Berengario aveva
scritto dopo il concilio Lateranense indetto da Niccolò II nel 1059.
L'imputazione che L. rivolge a Berengario è di aver abbandonato la Sacra
Scrittura per trovare rifugio nella dialettica. Questo errore lo aveva quindi
condotto a propugnare una concezione puramente simbolica della presenza del
corpo e del sangue di Cristo dopo la consacrazione eucaristica, laddove
l'autorità cristiana insegnava che, sebbene la sembianza esterna del pane e del
vino rimanesse la stessa, essi divenivano realmente, e non solo simbolicamente,
il corpo e sangue che Cristo aveva ricevuto dalla Vergine Maria. Dopo la conquista normanna dell'Inghilterra
del 1066 si dovette aspettare sino al 1070 perché i legati pontifici
deponessero l'arcivescovo di Canterbury, Stigand, il quale aveva cumulato
numerosi benefici e aveva ricevuto il pallio in modo non regolare. Il re
Guglielmo scelse come successore di Stigand L., che era però riluttante ad
accettare. I suoi dubbi furono però fugati dalle insistenze di Erloino e di
Alessandro II. L. fu designato formalmente il 15 agosto e fu consacrato a
Canterbury il 29 agosto. Nell'autunno del 1071 intraprese il viaggio verso Roma
per ricevere il pallio; vi fu ricevuto con tutti gli onori dal papa, che gli
conferì un secondo pallio personale.
L'impegno principale di L. come arcivescovo fu riassunto dopo la sua
morte nella formula "ad mores hominum corrigendos et componendum ecclesie
statum" (Vita Lanfranci). L. ebbe ben presto a lamentarsi che i suoi
intenti di moralizzazione trovavano delle resistenze e si risolse perciò ad
avviare in tempi brevi una riforma della Chiesa che avrebbe facilitato il suo
compito. Un primo obiettivo fu quello di affermare il primato e l'autorità
della sede di Canterbury secondo le direttive pseudo-isidoriane. La Chiesa
d'Inghilterra era composta dalle due diocesi di Canterbury e di York. Il
primato di Canterbury su York fu oggetto di complessi e lunghi negoziati,
avviati, che culminarono negli incontri svolti a Winchester e a Windsor
rispettivamente nella Pasqua e nella Pentecoste dell'anno successivo. L. si
assicurò una professione di obbedienza da parte dell'arcivescovo di York
Tommaso di Bayeux nei confronti della persona sua e dei suoi successori nella
sede di Canterbury, alla quale era riconosciuta la primazia. Le professioni di obbedienza che L.
rigorosamente richiedeva ai vescovi neoeletti testimoniano chiaramente
l'importanza che egli attribuiva al primato di Canterbury. Sotto altri aspetti
però tale primato era meno sicuro di quanto L. non avesse desiderato.
Innanzitutto, il re si rifiutò di accordargli il diritto di chiedere il
giuramento di obbedienza all'arcivescovo di York; inoltre, ed era questione
certamente più grave, su pressante richiesta dell'allora arcidiacono Ildebrando
di Soana, il Papato rifiutò la concessione di un privilegio pontificio che
confermasse la primazia di Canterbury fino a che L. non si fosse recato di
nuovo a Roma, cosa che egli invece non fece mai. Non vi sono prove che L. sia
stato responsabile in prima persona della falsificazione di privilegi a favore
del primato di Canterbury che sarebbero stati concessi dai pontefici
precedenti. L. rivendicò inoltre il primato di Canterbury su tutte le isole
britanniche al quale papa Gregorio VII accordò una tacita approvazione. L. compì passi decisivi per consolidare la
chiesa di Canterbury secondo quanto richiesto dal suo ruolo di Chiesa
primaziale. Un incendio avvenuto nel 1067, che aveva seriamente danneggiato la
cattedrale e gli edifici adiacenti appartenenti al monastero, gli consentì di
avviare il vasto programma di ristrutturazione. L. si occupava di tutti gli
aspetti della vita di Canterbury: materiale, economico e religioso. Egli
istituì tre fondazioni caritatevoli, l'ospedale di S. Giovanni Battista, il
priorato di S. Gregorio Magno e l'adiacente lebbrosario di S. Nicola,
contribuendo in questo modo a rafforzare la sua immagine di uomo dedito alla
carità. Il principale strumento di
promozione della Chiesa d'Inghilterra di cui L. si servì furono i concili, che
erano stati una caratteristica tipica della Chiesa in Normandia fino al 1066,
ma che erano caduti in oblio nell'Inghilterra anglosassone. Tuttavia, agli
inizi del 1070 alcuni legati pontifici avevano tenuto concili a Winchester e a
Windsor. L. tenne concili a Winchester, Londra, ancora Winchester, di nuovo
Londra, e quindi a Gloucester. L. considerò il concilio di Londra del 1075 come
un punto di riferimento e i canoni conciliari illustrano bene la vastità e il
carattere delle questioni trattate. È interessante la norma impartita nel
concilio di Winchester, che non imponeva ai sacerdoti sposati, sia della città
sia della campagna, di ripudiare le proprie mogli, ma vietava da allora in poi
ai preti il matrimonio. Nonostante non siano pervenuti documenti precisi circa
l'impatto della sua azione sulla struttura delle diocesi, appare certo che
sotto il suo governo ai vescovi era richiesto di tenere con regolarità sinodi
diocesani. Una conseguenza di ciò fu che gli arcidiaconi, che avevano poca
importanza nella Chiesa, furono considerati nelle diocesi ufficiali episcopali,
sebbene non sembra che abbiano goduto di giurisdizioni territoriali. È quasi
certo che fu proprio con la collaborazione di L. che, in una data non nota, il
re emise il provvedimento di separazione della giurisdizione ecclesiastica:
vescovi e arcidiaconi in futuro non avrebbero potuto giudicare sentenze in
materia spirituale nella corte dell'hundred (il provvedimento non faceva
riferimento alcuno alle corti di contea), né i laici avrebbero dovuto occuparsi
delle questioni che concernevano la cura delle anime. Ai trasgressori era fatto
obbligo di comparire nel luogo decretato dal vescovo, dove sarebbero stati
giudicati "secundum canones et episcopales leges". Il riordino della Chiesa operato da L.
richiedeva una conoscenza e una diffusione del diritto canonico ben più ampie
di quanto non fosse necessaria prima della sua nomina ad arcivescovo. È da
considerare perciò di grande importanza l'acquisto che L. fece dal monastero di
Bec della collezione di diritto canonico, nota comunemente come Collectio
Lanfranci, che egli donò alla Christ Church di Canterbury (ora si trova presso
il Trinity College di Cambridge, Mss., B.16.34). In gran parte il contenuto
della Collectio ricalca in forma concisa e con una diversa organizzazione le
decretali pseudo-isidoriane. Essa si articola in due parti: le decretali
pontificie fino a Gregorio e i decreti dei primi concili; in essa non traspare
l'intenzione di modificare i contenuti dottrinali ed ecclesiologici della
raccolta pseudo isidoriana ed è inoltre riconfermata la sua concezione
dell'autorità pontificia. Nel codice sono stati inoltre copiati un certo numero
di documenti riguardanti L. e i suoi tempi. Dalla Collectio furono esemplate
diverse copie che circolarono nelle diocesi inglesi e che la resero pertanto il
principale documento di diritto canonico nella Chiesa inglese sino al Decretum
di Graziano. La concezione che L. ebbe dell'autorità del diritto canonico è
resa in modo particolarmente chiaro nei canoni conciliari di Londra (1075).
Egli insistette con gli altri vescovi presenti in quella occasione sulla
necessità dello studio e dell'applicazione del diritto canonico al fine di un
appropriato adempimento della carica vescovile.
Essendo stato monaco per venticinque anni, una volta nominato
arcivescovo L. fu profondamente coinvolto nelle vicende monastiche in
Inghilterra. L. si può definire come un monaco-arcivescovo che rimase legato
alla vita benedettina. Canterbury era una delle quattro cattedrali inglesi che
avevano un passato di capitoli monastici sin dalle riforme del X secolo attuate
da Dunstan, Ethelwold e Oswald. A Canterbury L. si trovò perciò ex officio
abate del monastero della cattedrale. La combinazione di questi incarichi gli
fu congeniale: fu egli stesso ad affermare che vi era molto in comune tra
vescovi e abati, in quanto i vescovi, accordando le loro paterne cure in nome
di Cristo ai propri fedeli, possono essere chiamati anche abati, cioè padri.
Nei limiti in cui gli fu possibile quando era a Canterbury, L. condivise perciò
la vita dei monaci della cattedrale, dei quali aumentò il numero da venti a
forse più di sessanta. L. fu cauto nell'introdurre riforme nella comunità che
aveva trovato piuttosto trascurata. Tuttavia la rafforzò con nuovi monaci
provenienti da Bec e da Caen e allo stesso modo incrementò la biblioteca con
l'acquisizione di nuovi libri. Probabilmente pochi anni dopo la consacrazione
della nuova cattedrale avvenuta nella domenica delle Palme del 1077, L.
introdusse le Constitutiones monasticae, che regolavano l'anno liturgico, gli
incarichi, l'amministrazione e la disciplina della comunità. L. dichiarò di
avere compilato le Constitutiones prendendo spunto da quelle dei monasteri più
autorevoli del suo tempo; in effetti esse non mostrano traccia della Regularis
concordia dei riformatori inglesi del X secolo né delle consuetudini di Bec,
che L. sembra aver seguito a Caen; egli deve molto di più alle compilazioni
cluniacensi di Odilone e di Bernardo. L. pensò le sue Constitutiones
probabilmente per la sola Canterbury, tuttavia esse furono adottate anche in
altri monasteri. L'approvazione che L.
espresse nei confronti dell'istituzione dei monasteri delle cattedrali ne
assicurò la conservazione a Winchester e a Worcester e la loro introduzione,
durante la sua vita, a Rochester e Durham. L. si spese molto per incoraggiare
la vita monastica anche in altri luoghi. Sostenne in modo particolare Saint
Albans, dove divenne abate il nipote Paolo, e protesse i monasteri dalle
rivendicazioni dei loro vescovi, così come accadde a Bury St. Edmunds e a
Coventry. Le sue lettere offrono ampia testimonianza anche dell'interesse che
nutrì nei confronti di singoli monaci.
Nelle questioni attinenti alla Chiesa e al Regno inglesi, l'armonia e la
collaborazione che segnarono i rapporti di L. con la monarchia, così come la
deferenza che il re mostrò nei suoi confronti, sono ampiamente attestati. In tutte le questioni che riguardavano gli
affari pubblici L. si mostrò in ogni caso deferente nei confronti del re. In
Inghilterra, così come in Normandia, i concili della Chiesa erano soggetti alla
volontà del re che poteva essere presente e, in caso di assenza, le questioni
delicate dovevano attendere il suo ritorno; le lettere di L. testimoniano che
la volontà del re era tenuta in conto anche per questioni di poco rilievo. Per quanto concerne gli incarichi secolari
affidati a L. da Guglielmo, va accolta con grande cautela l'affermazione
secondo la quale quando il re era in Normandia L. rimaneva a capo e a guardia
dell'Inghilterra. Il caso più noto di esercizio di tale autorità da parte di L.
fu in occasione della ribellione dei conti. Tuttavia, a parte il caso delle
"crown-warings" presiedute direttamente dal re, le attestazioni dei
documenti sembrano suggerire che quella di L. non fosse una presenza costante a
corte, e certamente fu ben lontano dall'essere un prelato di corte. Solo
raramente L. servì come giudice reale: gli editti di Guglielmo I mostrano
tuttavia il riguardo con il quale il re considerava il parere di L. e in questo
senso spiegano l'espressione "capo e guardia dell'Inghilterra" con la
quale L. era definito. L'atteggiamento
di L. nei confronti di papa Gregorio VII fu piuttosto freddo: egli infatti
trascurò di fare visita a Roma come parte dei suoi doveri di metropolita e ciò
finì con l'indispettire Gregorio, il quale però non si determinò mai a passare
dalle minacce all'azione. Le ragioni della freddezza di L. non sono affatto
chiare: evidentemente aveva parteggiato per Guglielmo I nella sua opposizione
alle richieste più estreme in tema di superiorità dell'autorità papale, e il
citato rifiuto di Ildebrando di Soana di patrocinare l'immediata concessione di
un privilegio papale potrebbe avere inasprito i rapporti di L. con il papa; ma,
più probabilmente, L. fu sconcertato dai tempi lunghi per la condanna di
Berengario di Tours da parte di Gregorio e dall'atteggiamento certamente più
moderato mostrato dal papa rispetto a quello assunto dallo stesso L. e da
Umberto di Silva Candida. La corrispondenza di L. testimonia che, dopo l'inizio
dello scisma, che si protrasse lungo gli anni Ottanta del 1000 e dopo
l'elezione dell'antipapa Clemente III, egli fu in corrispondenza con un
sostenitore di Clemente, probabilmente il cardinale Ugo Candido. Tuttavia L.
mantenne un atteggiamento distaccato nei confronti dello scisma non prendendo
alcuna posizione. Né d'altronde vi è alcuna indicazione che contatti con gli
scismatici fossero mai stati resi pubblici né che L. o il Regno inglese abbiano
mai dato un chiaro sostegno a Clemente. Urbano II annunciò a L. la sua elezione
in termini che non mostravano alcuna incrinatura nella fiducia riposta nei suoi
confronti. Dopo la morte di Guglielmo I
nel 1087, L. sostenne la successione di Guglielmo II il Rosso al trono inglese
al posto del fratello maggiore Roberto duca di Normandia e si prodigò nel
difenderlo contro il vescovo Odo di Bayeux e gli altri ribelli; L. ebbe invece
la delusione di vedere tradite da Guglielmo II le sue promesse di buon governo.
Ciononostante L. si distinse per le sue competenze giuridiche messe al servizio
della Corona nel processo per tradimento contro il vescovo di Durham Guglielmo
di Saint-Calais. P. muore dopo breve
malattia ed è seppellito nella cattedrale di Canterbury. Opere: In omnes Pauli epistolas commentarii
-- Migne, Patr. Lat., CL; De corpore et sanguine Domini; The letters of
Lanfranc, archbishop of Canterbury, a cura di Clover - Gibson, Oxford; The
monastic constitutions of Lanfranc, a cura di Knowles - Brooke, Oxford. Fonti e Bibl.: Gregorii VII Registrum, a cura
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secolo XI… 1989, cit.; H.E.J. Cowdrey, Lanfranc: scholar, monk, and archbishop,
Oxford 2003; Lexikon des Mittelalters; Rep. fontium hist. Medii Aevi, Medioevo
latino, s.v. Lanfrancus Cantuariensis archiepiscopus.Lanfranco di Pavia. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Pavia,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library. Pavia
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