LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z P PA
Luigi Speranza –
Grice italo!; ossia Grice e Pacetti: la ragione e la rettorica conversazionale (Roma). Filosofo italiano. Roma, Campania. Abstract:
H. P. Grice: “I like Pacetti”. Keywords: G. N. Leech, pragmatics as
conversational rhetoric.DELL’ARTE RETTORICA -- GIOVENTÙ STUDIOSA RAFFAELE
PACETTI PRETE ROMANO Digitized by Googk 1 ,'W\ ' V.. %N* ■ .Jsa/; Digitized by
Google À DELL'ARTE RETT0R1CA ALLA GIOVENTÙ STUDIOSA ROMA TIPOGRAFIA DELLE BELLE
ARTI Palazzo Poli numero 9t 1800 Digitized by Google Digitized by Google t N V
T^EIPARAE . VIRGINI . MARIAE QVAE NOSTRAE . CONSORS . NATVRAE NOSTRI . NIHIL .
NISI . LABEM A . SE . ALIENVM . PVTAT VTI . OPERI . HVIC IWENVM . ANIMIS AD .
HVMANIORA . STVDIA . INFORMANDO EXARATO SIET . VOLENS . PROPITIA N SE . QVE
CLIENTVM . EIVS . INFIMVM . MERITO AT . NON . OBSEQVIO SOSPITET . IN . AETERNVM
. AEVVM RAPHAEL . P. . PRESBYTER . ROMANVS GRATI . FIDENTIS . QVE . ANIMI ERGO
D . D . D . v ?>* Digitized by Google Quidquid praecipies esto brevis, ut
cito dieta Percipiant animi dociles, tencantque fideles Ilorat. ad Pisones.
Longurn iter per praecepta, breve et efficax per exempla Quindi. L'autore
riservasi il diritto di proprietà a norma delle leggi vigenti, e delle
convenzioni fra li diversi Stati. DELLE ARTI ESTETICHE E DEL LORO NOBILISSIMO
UFFICIO I ,. . , t . A'v-' -1,/ue sono gli oggetti cui naturalmente tenue--*—
e»-Su cui tutta dispiegasi l’attività dell’uomo, la conoscenza del vero, e la
produzione di effetti utili, o sia il conseguimento delle scienze e l’esercizio
delle arti. A raggiungere sì l’uno come l’altro scopo, il criterio, o la regola
certa , si è , che l’ uomo sia fedele ministro e interprete di natura; il
filosofo studiando la natura per co- noscer le cose quali sono in sestesse, e nelle
loro vere ca- gioni ; l’artista imitando la natura, la quale se noi studio-
samente torrem per guida, non ci dilungheremo mai dalla via della verità, della
virtù e della vera utilità. Quam si sequemur ducerli, nunquam aberrabimus. Cic.
Off. I. (2). Ogn’arte, che fedelmente siegua le sapientissime leggi di natura ,
produce senza fallo utili ed ubertosi frutti. Le arti inferiori, come quelle
dell’agricoltore e del fabbro, pro- ducono cose utili all’uomo, al suo
nutrimento cioè, e ai co- modi della vita. Ma le arti più sublimi (tra le quali
ten- gono il primo grado la poesia e l’arte oratoria) agiscono di- rettamente
sull’ uomo stesso, anzi sulla parte più nobile del- 1’ uomo , cagionando
maravigliosi mutamenti nell’ intelletto e nella volontà di lui. Ora il mezzo
potentissimo e caratteristico , onde val- gonsi cosiffatte arti, per dominare
la mente ed il cuore al- (1) Le arti estetiche, sono tutte le belle arti, le
arti di buon gusto, cosi denominate dal greco vocabolo aìaSJ *o/x« sentire. (2) « Homo naturae minisler et
interpres, tantum facit et inlelligit, quan- v » lum de naturae ordine re vel
mente obscrvaverit ; nec amplius scit aut po- » test » Frane. Baconis de Verulamio : A’ovum Organum Scientiarum.
Digitized by Google 6 trui, si è il diletto delle grazie, ispirate dal retto e
squisito sentire il bello ideale ; o sia da quell’ interno senso, che ap-
pellasi buon gusto. ^ Tutti gli uomini invero, come sono dotati di ragione,
così posseggono più o meno una tal forza nell’ animo , un tal senso interno,
onde a preferenza d’ogn’altro animale, sen- tono la proporzione, l’ordine,
l’armonia, il bello ideale delle cose, tanto nel mondo fisico, quanto nel mondo
morale (1). Ma quegli solo è nato fatto per le arti estetiche, cui, oltre la
bontà dell’ intelletto, diè largamente natura c squisitezza di gusto, e vivezza
di fantasia. Quantunque poi unico sia l’ intento nobilissimo di tutte le
predette arti, quello cioè d’ istruire la mente, e di muo- ver dilettando la
volontà altrui al vero bene ; pur tuttavia differiscon tra loro nel modo e nel
grado di usar le grazie delio stile, e la vivezza delle immagini. La differenza
precipua, che passatra l’oratore e il poeta, stà in questo, ebe l’oratore parla
direttamente all’ intelletto altrui per insegnare, convincere e persuadere : ed
a fine d’im- primere altamente nell’animo la verità, ed efficacemente muo-
verne la volontà, fa uso come per indiretto delle grazie dello stile, c va
accortamente toccando le corde del cuore umano, eccitando i più teneri e nobili
affetti. Il poeta parla direttamente al cuore e alla fantasia al- trui, e
dilettando con vaghe e vive immagini solleva la mente a sublimi concetti, porge
alla volontà opportuno conforto, e l’infiamma alle più ardue e virtuose azioni.
£ perù del poeta può dirsi, che delectando monet ; e dell’oratore, che monemlo
delectat. (1) « Nec vero illa parva vis nalurae csl , rationisque , quod unum
hoc animai senlit, quid sit ordo, quid sit quod deceat, in factis diclisque qui
modus. Itaque eorura ipsorum, quae adspeclu senliuntur, nullura aliud animai
pulchrilu- dinem, venustatem, convenientiam partium sentii- Quam similitudinem
natura ra- tioque ab oculis ad ammutii transferens, multo edam magis
pulchriludinem, con- stautiam , ordinerei in consiliis tactisque conserva ndum
putat ; ravetque ne quid indecore, cQemiuateve, ne quid libidinose aut faciat
sul cogitel ». Cic. de Od. I. Digitized by Google 7 Alla poesia sono germane la
pittura, la scultura, la mu- sica. La pittura e la scultura, se negl’
istrumenti e nei ma- teriali differiscon tra loro, sono pur in sè una stessa
cosa : sotto forme sensibili rappresentano i costumi e le passioni umane. Lo
stesso intendimento ha la poesia, pictura poè'sis. La quale, se manca di colori
e di forme materiali, da porre sotto i sensi le cose, pur vantaggiasi di molto
sulla pittura c sulla scultura in ciò, che queste sono ristrette ad una azione
sola senza successione; quella trascorre liberamente per varie vicissitudini di
tempi, luoghi ed azioni. La musica è il linguaggio delle passioni , inteso
viva- mente da tutti. Parla anch’ essa direttamente al cuore e alla fantasia,
ma con tal virtù, che tosto rapisce l’animo, e dalle cose materiali, e sensibili
sollevalo ad un ordine di sentimenti quasi celeste , dando insieme alla volontà
energico impulso alle più grandi imprese. Unita poi la musica alle voci
articolate, e massime alla poesia, raddoppia essa di forza. Imperocché la
poesia deter- mina l’espressione al concetto vago musicale ; la musica vi-
cendevolmente accende l’estro, ed ispira i sentimenti più no- bili al genio
poetico. E però la musica è l’ intima compagna, e quasi direi, l’anima della
poesia. Silvestre s homines sacer interpresque deorum Caedibus et victu foedo
deterruit Orpheus, Dictus ob hoc lenire tigre s rabidosque leones. Dictus et
Amphion thebanae conditor arcis Saxa movere sono testudinis , et prece blanda
Ducere quo vellet. (Horat. ep. ad Pisones v. 391. ec.). La musica ne* combattimenti
dà eroico ardimento ; ne’ fu- nerali e nelle tragedie volge l’ affetto a giusta
tristezza e compianto verso i defunti c i virtuosi oppressi; nelle liete
adunanze, nelle pubbliche feste, ne’ trionfi eccita l’ esultanza e la gioia
universale ; nei templi la melodia sacra compunge i cuori più duri , ispira in
ognuno sensi di religiosa vene- Dìgitized by Google 8 razione, c gli animi ben
fatti trasporta in una dolce estasi dall’ umano al divino. Quanto poi
all’architettura, essa distingucsi dalle altre belle arti per due capi, perchè
partecipa delle arti mecca- niche, e delle arti liberali. Imperocché come ogn’
arte mec- canica , cosi 1’ architettura intende a produrre effetti utili all’
uomo, quali sono le abitazioni, i portici, i ponti, i tem- pli, tutte cose
acconce ai bisogni dell’ uomo. Queste sue opere poi le rappresenta l’architetto
con tale simmetria , ordine, proporzione e grazia di disegno, che non pur
produce am- mirazione e diletto nei riguardanti, ma dà insieme alle fab- briche
l’ impronta e il carattere morale lor proprio, sì che in un solo aprir d’occhio
disccrnesi la varia lor condizione, e il vario loro uso ; come l’amena
semplicità delle abitazioni campestri ; la comodità sodezza ed eleganza delle
cittadine ; la magnificenza dei pubblici edilizi, altri fatti alla dimora dei
principi , altri alla ragion pubblica , altri agli studi , altri agli
spettacoli teatrali; e il carattere tutto misterioso e su- blime de’ sacri
templi, che ispira venerazione, e colle sue for- me stesse ti dice : questo è
luogo santo. Haec est domus Dei et porta coeli. Dono prezioso di natura si è
quello dello squisito Sen- timento e della vivezza della immaginazione, di cui
forniti sono quelli virtualmente atti alle buone arti: ma perchè que- sto
felicemente consegua il nobilissimo fine inteso dal be- nefico autor di natura,
vuol essere con molta cura e con assiduo studio ben coltivato e diretto. Qui
studet optatam cursu contingere metam Multa tulit fecitque puer, sudavit et
alsit (1). E però due grandi errori conviene accuratamente evi- tare il difetto
di buona coltura, e l’eccesso quanto al modo e alla giusta misura d’usar le
grazie dello stile. Imperocché (1) Chi studia per corso giugnere al palio,
molte cose sostiene e là per po- tere venire al suo intendimento. (F. Bart. da
S. Conc. Ammaestramenti degli Ant. D. II. c. 2). Di gitized b^Googl 9 come
inutili sarian gli sforzi dell’arte ove mancasse il natu- rai vigore d’ ingegno
, così che mai gioverebbe l’ ingegno privo del severo magistero dell’arte ? . .
. Ego nec studium sine divite vena, Nec rude quid prosit, video, ingenium.
Alterius sic Altera poscit opera res, et coniar at amice. Che se pur fuvvi
alcun mostro d’ ingegno , che senza quasi niuna cultura, tratto dalle sue forze
trascendenti, pro- dusse talora opere originali e maravigliose , ciò si
registra tra i più strani portenti di natura, che nulla toglie di forza alla
generale induzione , e al sapientissimo canone , dianzi detto, dei sommi
maestri dell’arte. L’altro scoglio vie più fatale, ove molti fanno misera-
mente naufragio , si è il modo intemperante nell’uso delle immagini , delle
figure , e delle grazie dello stile. Costoro trasportati dalla vivezza della
fantasia , c sedotti dalle lu- singhiere dolcezze del sentimento, non cercano
che il diletto. Ciò che più sorprende, e che più vivamente eccita le tenere e
forti passioni del cuore umano, e come ei dicono, il più immaginoso, e il più
altamente sentimentale, quello per essi è il vero bello, e l’ottimo dell’arte.
AI volgo degli scrittori dell’età nostra è insipida l’attica semplicità. Quelle
bellezze ingenue, e tutta natura degli antichi scrittori sono poste in non cale.
Il romanticismo ha miseramente invaso la repub- blica letteraria. Voglion esser
cose di strana fantasia, stre- pitose, atroci, passionate, altisonanti. Ecco il
vero sublime ! Or da ciò si derivano due pessimi effetti, 1’ uno si é, che
corrompesi irreparabilmente il buon gusto, e vassi al- l’esagerato,
all’eccessivo fuor della via prescritta dalla na- tura, ove al dir di Orazio :
. . . Sunt certi denique fines, Quos ultra citraque nequit consistere rectum E
Dante Purg. 24. aggiunge (1) Io non veggio che prò faccia studio senza 'I
naturale ingegno, nè ingegno senza studio, perchè l’uno ha bisogno dell’altro.
F. Bari. cit. P. I. D. Il 6. E qual più
a gradire oltre si mette Non vede più dall’uno all’altro stile. L’altro pessimo
effetto si è , che perdesi lo scopo e il frutto preziosissimo delle arti
estetiche. Imperocché costoro propongonsi per fine ciò che non può esser che
mezzo. I co- lori della fantasia , la delicatezza de’ sentimenti , le grazie
tutte dello stile debbon esser gl’ istrumenti, che rappresen- tino al vivo la
verità , il deforme del vizio , il bello della virtù, per correggere i costumi
degli uomini, e infiammarli al bene. Nulla dirò qui di coloro (ed oh ! quanti
ve n’ ha di sì enorme delitto macchiati), i quali colle attrattive più lusin-
ghiere della eloquenza, della poesia, della pittura ec. argo- mcntansi d’
insinuare errori, corrompere i costumi, combat- tere la Religione. Mostri
detestabili, che dei doni più pre- ziosi di natura servonsi per far guerra
empia al supremo suo autore : e che in vece di porgere salutari medicine e
conforti all’ infermità degli uomini, propinano loro il veleno nelle melate
tazze di Circe , trasformandoli nei più vili e sozzi animali. Oh quanto fia
meglio , se costoro, anzi che allo stile, allo scalpello, ai pennello, pongano
mano al ma- glio, al remo, all’aratro ! Sia dunque altamente scolpito nell’
animo de’ giovani , che accesi di nobile amore dedicami allo studio delle arti
di genio , questo e non altro esser 1’ ufficio e il magistero delle arti
estetiche, di formare un armonico accordo dei retti dettami della mente cogli
affetti del cuore. E quegli meritamente può dirsi ministro e interprete di
natura, che delle forze maravigliose della fantasia e della squisitezza del
gusto servesi come di mezzo potentissimo a rappresentare nel suo più bello, più
luminoso, più grato aspetto la verità e la virtù, unico fonte di nostra vera
uti- lità. Questi veramente colpisce nel segno. Digitized by Google ■v 11 Omne
tulit punctum qui miscuit utile dulci, Lectorem delectando pariterque monendo.
Hor. Poet. Ogni punto ha compreso chi col dolce dire mischia 1’ utile
dilettando il lettore e insieme con ciò movendolo ». Fra Bart. cit. (2) Lucr.
IV. Nam veluti puerti absinihia tetra medentes Cum dare conantur, prius oras
poetila circum Contingunt meliti dulci flavoque liquore, Ut puerorum aetas
improvida ludificetur Labrorum tenue ; interea perpotet amarum Absinthi
laticem, deceptaque non capiatur ; Sed potiue tali a tactu recreata valescat. E
T. Tasso parafrasando Sai che là corre il mondo, ove piti verei Di sue dolcezze
il lusinghier Parnaso, E che 'l vero condito in molli versi I più schivi
allettando ha persuaso. Così alC egro fanciul porgiamo aspersi Di soave licor
gli orli del vaso. Succhi amari ingannato intanto ei beve E da f inganno tuo
vita riceve. DELLA RETTORICA, DELLE SUE PARTI, E DELL’ORDINE DI TRATTARLE. LÀ a
Rettorica è l’arte di ben parlare, o sia la Rettorica è l’arte, che per mezzo
dell’acconcio parlare insegna e persuade altrui qualche utile verità (1). L’
arte di bea parlare non ha limiti, ma diffondcsi ad ogni genere di cose, e ad
ogni maniera di discorso, dal più semplice e familiare al più sublime.
Delf’eccellenza di quest’arte disse Tullio (de Orat. I. 8.) » Neque vero mihi
quidquam praestabilius videtur , quam » posse dicendo tenere hominum coetus ,
mcntes allicere , » voluntates impellere quo velit, unde autem velit, deducere»
. Niuna cosa mi pare maggiore, che potere, dicendo, tenere le menti degli
uomini, attrarre loro volontadi, spingerle là dove voglia, ovvero d’onde voglia
ritrarle. (Fr. Bartolommeo 1. cit.) Ora ad ottenere un sì maraviglioso effetto
negli uditori, deve l’oratore dire in tal modo da insegnare, muovere e di-
lettare. E però quando accingesi a fare un discorso, fa d’uopo in primo luogo
rinvenire le cose opportune da dire , deve cioè 1’ oratore trovare gli
argomenti atti ad illuminare , e convincere l’altrui intelletto, c i motivi più
validi ad ecci- tare gli affetti e muoverne la volontà a suo talento : 2.° deve
ogni cosa disporre ordinatamente : 3.° con pura, elegante, ornata e copiosa
elocuzione fondere il discorso : 4.° final- mente con buona pronunzia e
modulazione di voce , e con (1) Vnropo( Se ToXvrv XbAjiv. Rìeetoris autem est
vera loqui. Plato Apo- logia Socralis. Digitized by Google 14 bel garbo di
gesto deve proferire e porgere in pubblico la sua orazione. Quindi è che dai
maestri dell’arte la Rettorica in quattro parti distinguesi, che vengon
denominate l.° della invenzione, 2.° della disposizione, 3.° della elocuzione ;
4.° della pronunziazione, o azione. Le tre prime costituiscono l’oratore
propriamente autore, e dirò cosi fabbro del bel parlare c del bello scrivere ;
la quarta lo costituisce attore dell’opera sua. Questa , cioè la facoltà di ben
pronunziare e di ben porgere , quantunque sia di sommo pregio e necessaria in
atto ad ottenere negli uditori l’ effetto bramato , pure coll’età s’
infievolisce , e in ultimo viene a mancare colla vita stessa dell’ oratore. Ma
l’opera fatta come autore, se pur fu egli eccellente nell’arte sua, per
successione di secoli rimane immortale ad ammae- stramento e utilità delle
generazioni future. Adunque allorché 1’ oratore , già formato , accingesi a
trattare e di fatto tratta qualche argomento, deve osservare e praticare le
predette quattro cose; e tenere altresì lo stesso ordine predetto. Ma per
imparare l’arte di bene scrivere e di ben parlare, conviene tenere l’ordine
inverso. Perciocché con questo come per gradi dalle cose più facili si sale
alle più difficili ; e quelle servono come di guida a meglio e più agevolmente
imparare le altre. In fatti se i giovanetti prima d’ imprender lo studio dei
precetti di ben comporre un discorso , si eserciteranno nel pronunziare e
declamare sensatamente quei tratti di autori classici, che vanno spiegandosi
nelle scuole inferiori, ne in- tenderanno meglio il concetto , noteranno il
vero e proprio significato delle parole, l’eleganza delle frasi, l’armonia,
l’or- dine, la bellezza di tutto il discorso. In tal modo verranno
insensibilmente formandosi il buon gusto: e quindi passando allo studio dei
precetti rettorici, si troveranno già disposti c preparati a ben apprenderli e
praticarli. E però il trattato del ben pronunziare e porgere lo se- pariamo dai
trattati, che sono propri ed essenziali a formare Dìgitized by Google 15 il
buono scrittore, e lo porremo in un opuscolo distinto af- finchè possa servire
anche agli studenti delle classi inferiori. Quanto poi alle altre tre parli,
poniamo per primo il trattato della elocuzione , come quella che immediatamente
siegue e congiungesi alla grammatica, perchè vale a perfe- zionare la lingua, a
maneggiarla con proprietà ed eleganza c a fondere con eloquenza il discorso.
Dopo i precetti e l’esercizio proposto sulla elocuzione siegue il trattato
della disposizione, che è intimamente con- giunto a quello della elocuzione, e
per dir meglio con Ari- stotele, ne forma parte integrale. Riserbiamo per
ultimo il trattato della invenzione, per- chè è il più difficile , comprendendo
tanto la logica retto- rica, quanto il trattato delle passioui. Le quali cose,
quan- tunque da noi s’ insegnino in modo elementare e pratico , pure ,
dovendosi attingere dalla filosofia , esigono più so- dezza di mente e studio
più attento. Ciò poi avvezzando i giovani a pensare c a fare le loro
composizioni ragionata- mente, mentre dà compimento all’ istruzione elementare
ret- torica , prepara insieme il loro intelletto allo studio delle scienze
filosofiche, alle quali tosto passar dovranno. Dìgitizeci by Google Dìgitized
by Google LIBRO PRIMO nella Elocuzione MJ elocuzione (secondo il significalo
proprio di questo vo- cabolo) si è il modo e la forma di esprimere e
manifestare altrui colle parole i pensieri , e i sentimenti dell’ animo nostro
: siccome il vocabolo stile (secondo la sua metaforica significazione) indica
il modo e la forma di esprimerli per mezzo della scrittura (1). Ma nell’uso
comune le voci elo- cuzione e stile prendonsi indistintamente a significare il
modo c la forma di esprimere le nostre idee e i nostri sentimenti sia colla
voce sia collo scritto. Ora affinché il discorso venga di buon grado da altri
ascoltato, e produca in essi il suo buon effetto, deve, non pur la materia
esser buona, cioè i concetti e gli argomenti, che il dicitore imprende a
trattare, debbono esser veri, gra- vi, e atti al bisogno degli uditori, ma
conviene altresì, ehe buona sia 1’ elocuzione. La bontà poi c perfezione della
elocuzione, al dire di Ci- cerone, esige tre cose, cioè apte, distincte, ornate
loqui. Alle quali cose, oltre la retta cognizione della grammatica, che qui
presuppongo , è necessario anche il buon metallo della lingua, e l’arte di ben
fonderlo e lavorarlo. E però diremo I. Della proprietà delle parole e delle
frasi in sestesse considerate. II. Dell’unione logica delle parole tanto a fine
di for- mare rettamente le varie proposizioni, quanto per collegarle
convenientemente fra loro. (1) Elocuzione , in Ialino elocutio , formasi dal
verbo eloqui , manifestare colla loquela, o sia colla lingua. Stile poi Stylus
propriamente era quell’ islru- mento, col quale scrivevano gli anticlù. 2
Digitized by Google 18 III. Dell’ unione armonica delle parole, o sia dell’ar-
monia del discorso, detta dagli antichi iunctura et numerus. IV. Delle figure,
che mirabilmente chiariscono, raffor- zano e adornano il discorso. V. Dell’
arte di variamente amplificare i concetti c i sentimenti dell’animo. VI.
Dell’arte di raccogliere il molto in brevi e succose sentenze. Adunque le
regole, che riguardano la bontà della lin- gua, e l’arte di usarne in modo da
rappresentare i nostri con- cetti nel più vero, spressivo ed elegante
atteggiamento, sono la materia di questo primo libro. DELLA PROPRIETÀ’ DELLE
PAROLE E DELLE FRASI. È ufficio dell’oratore insegnare muovere e dilettare. Ad
ottener ciò non basta che le cose ch’egli dice sieno belle e buone in sè
stesse, conviene altresì esporle chiaramente e bel- lamente. Ora il primo e fondamentale
requisito per la chia- rezza ed eleganza del discorso stà nella proprietà dei
voca- boli e delle frasi, o sia dei modi scelti di dire. La proprietà poi dei
vocaboli e delle frasi riguarda tre cose : l.° che sieno indigene , cioè
proprie esclusivamente della lingua che parlasi : 2.° che sieno di buon metallo
, e però proprie delle persone colte e oneste : 3,° che si adoprino nel lor
proprio c nativo significato. Che le parole e le frasi sieno proprie
esclusivamente della lingua che parlasi. Quanto alla proprietà delle parole e
delle frasi, debbonsi in prima evitare accuratamente quelle straniere, cioè
appar- Digitized by Google 19 tenenti ad altre Ungile j come in italiano si è
l’abuso invalso dei gallicismi ; per es. sortire per uscire, linea di dimarca-
zione per confine o limite ; cosa eclatante per luminosa, evi- dente ; cosa
rimarchevole per notevole ec. ec. ; e lo stesso di- casi dei latinismi e
grecismi. Eccetto che tali vocaboli stra- nieri, per 1’ uso fattone dagli
scrittori classici avessero otte- nuto la cittadinanza. Dicendo poi che le
parole e le frasi debbono esser pro- prie della lingua , che parliamo , devono
conseguentemente esser proprie della lingua, che comunemente parlasi e chia-
ramente intendesi da tutta la nazione. E però a siffatta pro- prietà della
lingua oppongonsi : l.°i dialetti, cioè quelle pa- role e quei modi di dire
propri di alcun paese, ed ignoti al rimanente della nazione : 2.° le voci
antiquate , che han per- duto la cittadinanza : 3.” le voci di nuovo conio ,
che non 1’ hanno ancora acquistata. Su di che dice Monsignor della Casa nel
Galateo 106. « Le parole voglion esser chiare, il » che avverrà, se tu saprai
scegliere quelle, che sono origi- » nati della tua terra, che non siano perciò
antiche tanto, » eh’ elle siano divenute rancie e viete ; e come logori ve- »
stimenti , deposte e tralasciate ; siccome spaldo e epa , e » uopo e sezzaio c
primaio ec. ». E Cicerone (de Orato- re III. 10) dice « Ncque tamen erit
utendum verhis iis, qui- » bus iam consuetudo nostra non utitur, nisi quando
ornandi » causa ». Similmente C. Cesare nel libro I de Analogia (vedi Geli. 1.
I. c. 10) pone questa sentenza: Vive moribus prae- teritis , loquere verbis
praesentibus . Lo stesso dicasi dell’ uso di recenti vocaboli , e molto più del
coniarli di nuovo. Su di che dice con Cicerone Quin- tiliano I. e 5. Nova verbo
non sine quodam pericolo fingi- mus. E Cesare loc. cit. dà questo avvertimento:
Habe sem- pcr in memoria atque in pectore, ut tamquam scopulum fu- gias
inauditum atque insolens verbum. Contuttociò potrà taluno usare i dialetti,
quando richie- dalo l’argomento che tratta ; come se nei dialoghi introducasi
Digitized by Google 20 a parlare un personaggio di cerio paese. Potrassi anche
tal- volta, massime in poesia usar qualche vocabolo d’antica data, e similmente
foggiarne dei nuovi , o unire insieme due di quei già noti, come postliminium ,
ritorno ai medesimi li- miti e diritti , donde taluno era stato tolto :
velivolus , che va a vele, velivolum mare, mare pel quale si va a vele. So-
livagus che va solo vagando ec. Ma secondo il precetto d’ Orazio ad Pison. ep.
v. 46. cc. In verbis etiam tenuis cautusque serendis Dixeris egregie, notum st
callida verbum Reddiderit iunctura novum. Si forte necesse est Indiciis
monstrare recentibus abdita rerum Fingere cinctutis non exaudita Cethegis (1)
Continget : dabiturque licentia sumpla pudenter. Et nova fictaque nuper habebunt
verba /idem, si Graeco fonte cadant par ce detorta. Come per esempio , ephippium sella da cavallo ;
triclinium refettorio , o sia camera da mangiare con tre letti ; exan- tlare
cavar fuori , o tollerare. E Virgilio usò i vocaboli lycni lucerne ; spelaeum
speco ; thyas festa solenne ; triete- ricus triennale, o sia che si fa ogni tre
anni, come triete- rica Bacchi orgia ec. Ma l’usare talvolta vocaboli
antiquati, o il coniarne dei nuovi è riservato ai sommi scrittori. In generale
abbiasi pre- sente il canone ciceroniano. De Oratore 1. 1. 3. che dice « Ut »
in ccteris (artibus et scientiis) id maxime excellat, quod » longissime sit ab
imperitorum intelligentia sensuque disiun- » ctum : in dicendo autem vitium vcl
maximum sit a vul- » gari genere orationis atque a consuetudine communis sen* »
sus abhorrere ». (1) Cicerone in Bruto pone fra pii antichi oratori M. Cornelio
Celego. E però Orazio invece di dire agli antichi oratori, dice ai Cetegi
Cethegis, c questi cinctuti» cioè suecinctis, vale a dire, cinti al modo
antico, adattando la tunica sotto il petto. Che le parole e le frasi sieno di
buon metallo, cioè proprie delle persone colte ed oneste. Il precetto di
Cicerone dianzi addotto, che cioè l’ora- tore non debba allontanarsi dal genere
di parlar volgare, a vulgari genere orationis atque a consuetudine communis
sen- sus, non prescrive già, che l’oratore debba usare il parlare incolto e
vile del volgo; ma bensì che il suo discorso, quan- tunque ottimo di stile ,
pur sia tale da esser ben inteso sì dai dotti come dagl’ignoranti. E però la
seconda cosà che riguarda la proprietà delle parole e delle frasi si è che la
lingua comune della nazione sia genuina e intatta, non corrotta o per ignoranza
o per vizio del volgo; in somma, che le parole e le frasi, che usiamo, sieno
proprie delle persone colte e oneste. Su di che recherò qui l’ aureo precetto
di monsignor della Casa ( oper. cit. §. 111. 112.), cioè «Dee . . . ciascun
gentiluomo fuggir » di dire le parole meno che oneste. E la onestà de’ voca- »
boli consiste o nel suono e nella voce loro, o nel signi- » Acato.
Conciossiacosaché alcuni nomi vengono a dire cosa » onesta , e nondimeno si
sente risonare nella voce istessa » alcuna disonestà. E però quelli che sono c
vogliono esser » ben costumati procurino di guardarsi, non solo dalle di- »
soneste cose, ma ancora dalle parole, e non tanto da quelle, » che sono, ma
eziandio da quelle, che possono essere o an- » cora parere o disoneste, o
sconcic c lorde .... » Anzi non solo si dee altri guardare dalle parole di- »
soneste e dalle lorde ; ma eziandio dalle vili , e special- » mente colà, dove
di cose alte e nobili si favelli ». Ma anche in questa parte può darsi alcuna
eccezione; essendo talora lecito, ed anche mollo opportuno, usar qual- che
vocabolo di cosa vile e sozza, o per eccitare lo sdegno contro taluni viziosi,
o per abbassarne l’orgoglio, o per di- t-S" UOV.A 'vV Digitìàed by Google
22 mostrare 1’ altezza di un beneficio fatto a persone immeri- tevoli ec. E ciò
lo veggiamo, di rado si, ma pure usato da Omero, da Cicerone, dall’ Alighieri,
per es. quando nomina i fastidiosi vermi, le schianze maculale, le marcite
membra, e simili lordure, degna mercede d’obbrobriosi vizi; anzi dalla stessa
divina scrittura, ove per es. diccsi che Iddio sdegnato contro taluni ingrati
ec. incomincia a vomitarli dalla sua bocca. E che l’alta sua bontà solleva
dalla polvere i miseri, e dallo sterco i poverelli per collocarli nei gradi più
eccelsi del suo regno ec. Che le parole e le frasi adoprinsi nel lor proprio e
nativo significato. Le parole diconsi i segni delle idee, perchè sono state
istituite, a (ine di significare o sia indicare le differenti idee e affezioni
dell’ animo nostro. Ora a lutto 1’ emporio delle cognizioni c affezioni umane
corrispondono le parole com- ponenti la lingua per modo, che a ciascuna idea
della mente, ed affezione del cuore ( almeno alle primarie ) corrisponde il suo
vocabolo o segno distinto c proprio. Conseguentemente, si definisce cosi il
senso proprio delle parole si è quello, che corrisponde precisamente all’ idea
e al sentimento di chi fa- vella. E però non significa nè più , nè meno , né in
modo diverso da come egli internamente concepisce e sente. Ora all’uso delle
parole nel loro senso proprio e nativo tre cose si oppongono: l.° i termini
ambigui, 2." i sinoni- mi : 3.° i vocaboli generali in cambio dei
particolari e indivi- duali. I termini ambigui o equivoci sono quelli che ,
oltre il primitivo loro significato, ne hanno acquistato uno o più al- tri,
come la voce cane per suo proprio e originario signifi- cato indica la bestia a
tutti nota, ma si è adattata altresì Digitized by Google 23 a indicare la
costellazione detta il cane o canicola , ed an- che ad altri istrnmenti meccanici
come il cane del fucile ec. Così spiritus propriamente vale vento , soffio , ma
prendesi anche ad indicare una sostanza immateriale , come l’anima umana ec. ,
o l’essenza e il distillato delle cose materiali , o il coraggio dell’uomo ec.
E però nell’ usare questi c si- mili vocaboli ambigui è necessario determinare
il loro si- gnificato apponendovi qualche aggiunto, o dichiarazione di ciò che
precisamente intendiamo. Imperocché molti errori e molte quistioni fra gli
uomini nascono appunto dall’uso vago e inconsiderato dei vocaboli equivoci.
Simile confusione d’ idee , ed errori vien prodotta dai sinonimi , e dalle voci
generali in cambio delle particolari, e singolari. Su queste ultime così
saviamente ragiona il della Casa cit. 1. « Ancora vogliono esser parole , il
più che si » può, appropriate a quello, che altri vuol dimostrare; e » meno che
si può comuni ad altre cose. Perciocché così » pare, che le cose istesse si
rechino in mezzo; e che elle » si mostrino , non con le parole , ma con esso il
dito. E » perciò più acconciamente diremo , riconosciuto alle fat- » tezze ,
che alla figura o all’ immagine : e meglio rappre- » sentò Dante la cosa,
quando e’ disse : Che li pesi Fan così cigolar le lor bilance » che s’ egli
avesse detto o stridere , o far romore. E più » singolare è il dire il ribrezzo
della quartana, che se noi » dicessimo il freddo ; e la carne soverchio grassa
stucca , » che se noi dicessimo sazia ; e sciorinare i panni , e non »
ispandere ; e i moncherini, e non le braccia mozze j e all’orlo » dell’acqua
d’un fosso Stan li ranocchi pur col muso fuori, » e non colla bocca: i quali
tutti sono vocaboli di singolare » significazione». Finalmente la principale
cagione del parlare inesatto si é l’uso dei sinonimi. Diconsi sinonimi quei
vocaboli i quali - [5tgrteed by Google 24 sebbene esprimano la medesima idea ,
pur ciascuno di essi la esprime sotto aspetto diverso, variando per qualche
qua- lità accessoria , che forma la loro distinzione. Eccone un bell’esempio,
che prendo da Paolo Costa. Cavallo, corridore, destriero, palafreno, poledro,
rozza, sono voci istituite a si- gnificare il medesimo animale, ma ognuna
differisce dall’al- tra. Cavallo denota la qualità della specie; corridore la
par- ticolarità d’esser veloce ; destriero ricorda l’uso di menare il cavallo a
mano destra; palafreno quello di frenarlo colla mano; poledro la qualità
d’esser giovane; rozza quello d’esscr vecchio c disadatto. Cosi tutus e securus
spesso si confondono , e pure Se- neca disse: Tuta sedera esse possunt , secura
non possunt. Poiché tutus è chi stà fuor di pericolo; securus chi è senza
timore , senza cura e inquietudine. E Cicerone disse « Ut » scias, eum non a me
diligi solum, veruni etiam amari , » ob eam rem haec tibi scribo»: ed anche ad
Att. 1. 14. ep. 20. « Quis erat qui putarct ad eum amorem , quem » erga te
habeam, posse aliquid accedere ? Tantum acccs- » sit, ut mihi nunc denique
amare videar, antea dilexisse ». Amare esprime la naturale consonanza e
inclinazione della volontà verso un oggetto appreso^ come conveniente c buono:
diligere esprime un affezzione nata da riflessione , onde ex multis eligitur
unum. Quello è più veemente c stabile, que- sto é più temperato, e più
facilmente variabile. Quindi an- che la differenza dei vocaboli amico, e
diletto. I vocaboli gratus e iocundus prcndonsi da taluni per sinonimi; ma
Cicerone li distingue, dicendo: « Ista veritas, » ctiamsi iocunda non est, mihi
lamen grata est » ad Att. 1. 3. ep. 66. E rettamente , perciocché una verità ,
e no- vella, ancorché dolorosa, ma che sia utile a sapersi, ci è a grado;
gioconda poi dicesi quella verità e novella che eccita in noi la gioia. II
vocabolo facinus, se si usa solo, significa un misfatto, come anche prendesi
sempre in mala parte facinorosa. Ma Digitized by Google 25 aggiungendo a
facinus un epiteto, si prende in buona o in mala parte. Onde Cicerone disse:
Facinus praeclarissirnum, pulckcrrimum, rectissimum - j all’incontro:
Scelesturn ac ne- farium facinus. Socordia e desidia indicano ambedue il vizio
della pi- grizia e negligenza: ma desidia, derivata da sedeo , indica 1’
effetto prodotto dalla pigrizia nel corpo della inazione e inerzia. Socordia, 6
socors, ovvero secors oppongonsi ai vo- caboli industria , industrius. Socors
derivasi da cor , quasi sine corde, senza animo, senza cura e sollecitudine.
Tacito dice socors futuri, non curante del futuro : e il medesimo: Languescet
alioqui industria, intendetur socordia. Quindi può dirsi col Valla: Socordia
est inertia animi , desidia autem corporis. ec. ec. Per avvezzarsi poi a ben
distinguere il significato dei diversi sinonimi, può consultarsi il Grassi :
Saggio dei sino- nimi italiani, e il Menage « Etimologie italiane »: e per la
lingua latina II Gellio, Noctes atticae, il Vossio Etimologie, ed altri. Quanto
poi a discernere il proprio valore delle parti- celle, che danno tanta
chiarezza e forza al discorso può con- sultarsi 1’ opuscolo del Turscllini
riguardo alle latine, e per le italiane il Cinonio ordinato dal Marc. Puoti. In
generale poi affinchè le parole e le frasi , che vo- gliamo usare sieno proprie
esclusivamente della lingua in cui parliamo e scriviamo, e sieno tutte di
ottimo metallo, e adoperate nel loro proprio e nativo significato, la regola
primaria si è lo studio diligente e assiduo degli autori clas- sici, spiegandoli,
analizzandoli, e notando accuratamente il distinto c singoiar valore delle
parole e delle frasi e l’op- portunità d’usarle. Così insegna Cicerone De Orai.
Ili 10. « Sed usitatis (vocabulis) ita poterit uti, lcctissimis ut uta- » tur ,
is qui in veteribus sit scriptis studiose et inullum » volut a lus ». DELLA
UNIONE LOGICA DELLE PAROLE. L’unione logica delle parole, non é qualsivoglia
gruppo di parole comunque ammassate insieme , ma bensì quella unione che forma
un senso completo. Ora l’unione delle parole atta a formare un senso com- pleto
può essere in due modi, o in una proposizione posta isolatamente, o in molte
proposizioni tra loro collegato per modo da comporne un intero discorso. E però
prima parle- remo della natura e proprietà di una sola proposizione, quindi del
modo d’unire logicamente insieme più proposizioni. ARTICOLO I. Dell’unione
logica considerata in una sola proposizione. Siccome le proposizioni possono
essere o semplici , » composte ; perciò è cosa conveniente , che diciamo
separa- tamente della natura e proprietà delle unc e delle altre. Sia dunque §.
I. Della natura e delle proprietà essenziali a qualsi- voglia proposizione
semplice. La proposizione è un giudizio della mente espresso colle parole, o
sia la proposizione è quell’unione di parole, con cui affermiamo o neghiamo
qualche cosa, come dicendo : la rosa è odorosa; le bestie non sono ragionevoli.
E però le parti essenziali a qualunque semplice proposizione sono tre : l.° il
nome sostantivo (come negli esempi addotti è la rosa e le bestie) che dicesi
soggetto della proposizione : 2.° l’aggettivo (odorosa e irragionevole) , che
dicesi il predicato. 3.° il verbo essere, che dicesi copula perchè indica 1’
unione e la con- venienza, ovvero colla negativa non nega l’unione e la con-
venienza del soggetto col predicalo. 27 Ciascun altro verbo poi di modo finito
esprime anch’esso una proposizione completa. Imperciocché ciascun verbo di modo
finito ha sempre espresso o sottinteso il nome che lo regge, che costituisce il
soggetto della proposizione: il verbo poi, affermando o negando qualche cosa,
contiene in sè la copula e il predicato : per es. Amo equivale ad io sono
amante: rosa olet, vale rosa est olens : la rosa è odorosa. Adunque tante sono
le proposizioni espresse e complete in un discorso, quanti sono i verbi di modo
finito, che vi si contengono. Dico i verbi di modo finito, perchè l’ infinito
de’ verbi si considera come un nome sostantivo o aggettivo. Ma in quanto ha la
significazione del verbo, contiene egli ancora in sè una proposizione implicita
, la quale in italiano, risol- vendo l’ infinito col che , diviene una
proposizione espressa in tutte le sue parti essenziali : per esempio : io veggo
il sole nascere, può risolversi in due, dicendo : io veggo, che il sole nasce.
Or le proposizioni, che hanno un solo soggetto, un solo predicato c la copula ,
sono semplici. Ma nulla toglie alla semplicità della proposizione , se , oltre
le sue parti essen- ziali, sianvi altri vocaboli, come aggettivi, avverbi, o
altri tasi secondari, che servano a dichiarar meglio o il soggetto o il
predicato, o la loro convenienza. Come p. es. dicendo 10 amo ardentemente lo
studio delle belle lettere. La rosa nella bella stagione di primavera è a tutti
di gratissimo odore. §. II. Delle proposizioni composte. Dicesi proposizione
composta quella, in cui si uniscono insieme due o più proposizioni per modo ,
che una sia la principale, le altre aggiungansi ad essa, come subalterne, le
quali eziandio servono a meglio dichiarare o il soggetto, o 11 predicato o la
copula della proposizione principale. Eccone gli esempi. l.° Esempio di
proposizione subalterna che serve al sog- getto della principale. Pietro, il
quale rinnegò G. C. fu dal D. Maestro
fatto capo della sua chiesa. La proposizion prin- cipale é : Pietro fu fatto
capo della chiesa : la proposizione subalterna : il quale rinnegò G. C. serve
al soggetto della principale ; perciocché dichiara l’ indegnità di Pietro,
d’onde meglio apparisce la somma benignità del D. Maestro nell’esal- tarlo al
più sublime grado della sua chiesa. 2. ° Esempio di proposizione subalterna,
che vale ad in- dicare il modo e la ragione dell’unione fra il soggetto c il
predicato della proposizione principale : Inops, potentem dum vult imitari ,
perit. Il povero va in rovina, quando vuole imitare il ricco. La proposizione
principale è : inops perit ; il povero va in rovi- na ; la secondaria: dum vult
imitari potentem, determina in qual caso, e in qual circostanza il povero vada
in rovina (1). 3. ° Esempio di proposizione subalterna che serve al pre- dicato
della principale. Vidi ’l maestro di color che sanno Seder tra filosofica
famiglia. Questi versi di Dante (Infer. IV. 131.) sono una pro- posizione composta,
che equivale a questa : vidi Aristotele se- duto tra filosofi ; e però la
proposizione secondaria esplicita, indicata dal verbo finito, sanno, c l’altra
implicita, indicata dal verbo infinito, sedere (cioè che sedeva), servono
ambedue al predicato della proposizione principale suddetta, Vi sono anche
delle proposizioni composte, nelle quali non vi ha veruna proposizione
secondaria ; ma hanno in sé o più soggetti, o più predicati, uniti insieme
colle particelle o co- pulative, o disgiuntive : come dicendo Andrea e Giovanni
e Pietro furono i primi discepoli di G. C., che direbbesi pro- posizione
copulativa : c quest’altra : un verbo è o attivo , o (1) Di questa fatta sono
tutte le proposizioni condizionali, e le causali-. nelle prime la proposizione
subalterna è preceduta dalla particella condizionale ri, se ; nelle seconde
dalla particella causale firia, o da altra simile: e le unc c le altre danno
ragione dell' unione del soggetto col predicalo. passivo, o neutro; che direbbesi proposizione
disgiuntiva. Di- consi poi composte siffatte proposizioni, perchè ciascuna
equi- vale a tante distinte proposizioni, quanti sono i soggetti ov- vero i
predicati. Dell’unione logica delle proposizioni in un discorso continuato.
L’unione logica di varie proposizioni fra loro può farsi in due modi o per
apposizione, o per deduzione, e però ne diremo in due distinti paragrafi. §. I.
Dell’ unione logica delle proposizioni fatta per ap- posizione. L’unione logica
di varie proposizioni fatta per apposi- zione è quella, ove recansi
successivamente le proposizioni atte a descrivere e dichiarare le parti
costituenti un ogget- to, o i vari avvenimenti di un fatto, a fine di darne un
idea giusta e adequata. A modo d’esempio la descrizione di un tempio, di un
bosco, di una regione come quella di Cesare (1. 1. de B. G). Gallia est omnis
divisa in partes tres: quarum unam incolunt Belgae, aliatn Aquilani, tertiam,
qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua, institutis,
legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garumna flu- men, a Belgis
Matrona et Sequana dividit ec. Lo
stesso di- casi di qualsivoglia descrizione di cose , o di qualsivoglia
narrazione di avvenimenti istorici o favolosi , nei quali le proposizioni unite
per apposizione o descrivendo le parti co- esistenti di un oggetto, o gli
avvenimenti successivi di un fatto, tutte servono a dare l’idea vera e completa
dell’og- getto medesimo, o del fatto. E però cotale unione di pro- posizioni
per apposizione meritamente appellasi unione logi- ca, cioè razionale.
Digitized by Google 30 §. II. Dell’ unione logica di varie proposizioni fatta
per deduzione. Cotesta unione delle proposizioni per deduzione è quella, nella
quale rappresentasi la più nobile operazione dell’ in- telletto umano, cioè il
raziocinio. E però per intendere bene ed esprimere colle proposizioni, come
conviensi, una siffatta unione logica, egli è necessario dichiarare almeno in
gene- rale che cosa sia raziocinio. Ora per intender bene in che esso consista,
si consideri, come quando taluno vuol sapere la verità di qualche cosa, ohe
ignora, o che dubita se sia vera o no, ne dimanda il perchè , cioè a dire,
dimanda una ragione certa ed evidente, la quale gli serva come di lume a fargli
discernere e disco- prire la verità della cosa, che era a lui ignota, ovvero
in- certa. Ora quella verità certa ed evidente , che ne fa cono- scere un altra
prima ignota o incerta, dicesi ragione, o ar- gomento. L’operazione poi che fa
l’intelletto, quando da una verità certa e ben nota ne deduce un altra prima
ignota o non ancora certa, dicesi raziocinio, o anche argomentazione. Benché
sotto il nome di argomentazione piuttosto intendasi il raziocinio della mente
quando viene espresso colle parole, o sia con distinte proposizioni. Dalle
quali cose chiaro apparisce, come il raziocinio o l’argomentazione componesi
almeno di due giudizi, o sia di due proposizioni ; una che esprime la verità
certa c nota; l’altra che esprime la verità ricercata, che da quella dedu-
cesi, come per es. vedendo da un tal luogo apparire il fumo ; (ecco la verità
nota) tosto concludiamo : dunque vi è sotto il fuoco. Ovvero se un viaggiatore
approdando in un isola deserta, s’ imbatte a caso in una croce ivi inalberata,
e in altri oggetti sacri, come corone, sepolcri con iscrizioni cri- stiane ,
chiamando egli i compagni dice loro ; qui vi sono questi oggetti, che sono
propri solamente del cristianesimo; dunque o vi sono stati, o vi sono tuttora
dei cristiani. Si- Digitized by Coogle 31 milmentc vedendo taluno un uomo
disteso in terra, pallido, senza moto, senza respiro, lo crederà probabilmente
morto; ma appressandosi a lui, e ponendogli la mano sul lato man- co , e
sentendo che gli palpita ancora il cuore ; conclude subito dicendo : Egli é
vivo : perchè gli palpita il cuore. Ma sebbene talvolta bastino per un
raziocinio due sole proposizioni ; pure più comunemente il raziocinio si com-
pone di tre giudizi, c però si enuncia con tre proposizioni, che alcune volte è
necessario esprimerle tutte e tre, altre volte se ne lascia una,
sottintendendola, come a tutti no- tissima: così nell’ultimo esempio addotto:
la proposizione a tutti notissima , si è questa , che l’ uomo vive fino a tanto
che gli palpita il cuore, (ch’è il principio della vita animale come la
costante esperienza a tutti dimostra): e perciò ba- stava dire, che a
quell’uomo giacente gli palpitava tuttora il cuore : perché ognun potesse
concludere che ancora era vivo. In ciascuno dei predetti raziocini, basta un
solo perchè o sia un solo argomento; a fine di conoscere con evidenza la verità
che prima ignoravasi. Ma spesse volte interviene, che per iscoprire una tal
verità vi bisogna una serie di ar- gomenti, che successivamente uno dia lume
all’altro, finché giungasi all’ullima conseguenza cercata. Per cagion d’esem-
pio; volendo provare come il sonno porta la povertà, così ragiona il P. Segneri
(Manna dell’anim. Luglio 1.) dicendo: » il sonno porta la pigrizia; la pigrizia
porta l’ozio; l’ozio » porta la trascuraggine; la trascuraggine porta la
povertà. » È questa una catena di mali tra loro sì intrecciati, e sì »
inseparabili, che il Savio per ispedirsene prestamente, tra- » passa dal primo
all’ultimo, e dice tosto. Noli diligere to- ri mnum, ne te aegestas opprimati).
Similmente nei Fioretti di S. Francesco, ove rccansi i detti notabili di Fr.
Egidio al capitolo del ben parlare e del male, si dimostra, come il parlare
delle virtù porla ad al- tissimo grado di perfezione ec. dicendo: « Quando
alcuna Digitized by Google 32 » volta li buoni uomini spirituali sono
congregati a ragio- » nare insieme , sempre dovrebbono parlare della bellezza »
delle virtudi, acciocché più piacessero le virtudi, c più » si dilettassero in
esse: imperocché dilettandosi e piacen- » dosi nelle dette virtudi , più si
eserciterebbono in esse ; » ed esercitandosi in esse, perverrebbono in maggior
amore » di loro , e per quello amore , e per l’esercizio continuo » e per lo
piacimento delle virtudi, sempre salirebbono in » più fervente amore di Dio, e
in più alto stato dell’anima; » per la qual cagione gli sarebbono concedute dal
Signore » più doni e più grazie divine. Quanto l’uomo è più ten- » tato, tanto
più gli è bisogno parlare delle sante virtudi: » imperocché come spesse volte
per lo vile favellare delli » vizi, l’uomo leggermente cade nelle operazioni
viziose; e » così molle volte per lo ragionamento delle virtù, legger- » mente
1’ uomo è condotto e posto nelle sante operazioni » delle virtudi ». Adunque
l’unione logica delle proposizioni fatta per de- duzione si è quella che
rappresenta uno o più raziocini in- sieme collegati. In quanto poi alla diversa
natura dei ra- ziocini , ed alla diversa forma , che può loro darsi , se ne
parlerà più opportunamente nel terzo libro della invenzione. Qui solo
aggiungerò, come per la retta unione logica tanto dei vocaboli da formarne una
proposizione , quanto delle proposizioni da collegarsi insieme , di somma
impor- tanza si è conoscere il vero valore delle particelle della lin- gua;
altre indicative o qualificative, altre congiuntive o di- sgiuntive e
avversative; altre preordinative del discorso, al- tre còndizionali, altre
causali, altre illative ec. Il saper adoperare con proprietà e opportunità
cotali particelle , egli è opera di gran momento. Imperocché sic- come le molli
commettiture delle ossa, i ligamenti, le car- tillagini, i nervi, e tanti altri
piccoli amminicoli, servono con mirabile artifìcio a congiungerc, a dar vigore,
moto, e regolare proporzione ai musculi , e alle membra del corpo umano ; così
le predette particelle usate a dovere danno l’unione, l’ impasto, il vigore, il
moto e la vita a tutto quanto il discorso. E però debbono i giovani studiosi
porre tutta la loro cura per conoscerne bene il valore, e l’uso .opportuno. Su
di che, non so assegnar loro altra regola migliore, se non di studiare
attentamente negli autori classici il proprio loro significato e il modo
d’adoperarle : nel comporre poi consul- tare continuamente i due preziosi
opuscoli citati al fine del precedente capitolo, quello cioè d’ Orazio
Tursellini per le particelle della lingua latina , c quello del Ginonio ridotto
dal Puoti per le italiane. BELL’ UNIONE ARMONICA DELLE PAROLE DETTA DAGLI
ANTICHI 1UNCTURA ET NVMERVS. Come nella musica le ragioni principali
deH’armonioso concerto sono l’accordo delle voci, e la divisione de’ tempi
magistralmente numerati e fra lor compartiti ; cosi i mae- stri dell’ arte
rettorica , parlando dell’ armonia propria del discorso, hanno distinto due
cose, da essi nominate iunctura et nutnerus. Su di che molto dotte e sottili
ricerche furon fatte da’ classici scrittori , e chi avesse di tal cosa brama ,
può leggere le opere di Cicerone, di Quintiliano , e di Dionigi d’ Alessandria.
Noi ci contenteremo di alcune pratiche consi- derazioni, atte alla capacità e
all’uso dei giovanetti. Divideremo pertanto questo capitolo in tre articoli,
nel l.° parleremo deH’armonia in generale di lutto il discorso; nel 2.° della
forma e misura delle sentenze foggiate in pe- riodi; nel 3.® delle proposizioni
riunite per incisi. Dell’armonia in generale di tutto il discorso. £ poiché ,
al dir di Quintiliano , nulla può penetrar» nel cuore, se nell’orecchio, che è
come l’ ingresso, ritrova subito intoppo; perciò noteremo in prima quei vizi,
che nella scelta, nell’unione e scompartimento de’ vocaboli vuoisi cau- tamente
evitare. Or tali vizi possono essere di due sorte , o per difetto o per eccesso
d’armonia. Per difetto sono vi- ziose quelle elocuzioni, che come ricscon
difficili a pronun- ziarsi, così sono aspre e ingrate all’udito. E però in l.°
luogo si è Io scontro di consonanti spe- cialmente doppie, che produce un suono
aspro; come: felix rex Xerxes; urbs Zacynthos. 2. ° Pel concorso frequente di
vocali si ha un disgu- stoso iato, come Baccae aè'neae amoenissimae
impendebant. 3. ° La soverchia ripetizione della stessa parola , o di parole di
simile struttura e suono produce quella cantilena, che dai Greci dicesi
cacofonia come quel verso . . . 0 Ti te tute Tati tibi tanta tyramne tulisti e
quell’altro . . . Quidquam quisquam cuiquam, quod evenerit, negai Questi e
simili modi disarmonici sono al tutto da evitare, meno che colla stessa
asprezza del suono voglia taluno espri- mere qualche duro e spiacevole
sentimento: ovvero se ciò facciasi per ironia , come non di rado usò Plauto:
per es. Ego qui tuo moerore macerar, marcesco, consenesco et tabe- sco miser.
Ma quantunque i vocaboli sieno armonicamente costrutti e fra loro collegati,
pure si può facilmente cadere in un altro spiacevole difetto, in quello cioè
che dicesi monotonia, servando sempre lo stesso tono, la stessa nota c misura.
Dìgitized by Google 35 La qual cosa anziché i’ attenzione concilia potentemente
il sonno degli uditori. All’incontro poi si può mancar per eccesso, o sia pel
troppo studio nell’ armonizzare il discorso : per modo che taluni vengono anche
in prosa a formarvi dei versi, il che dai maestri dell’arte è riputato grave
errore (Cic. Orator20): e tanta cura poneva in ciò Cicerone, che eziandio nel
ri- portare qualche tratto di poeti soleva spesso frapporvi altre parole, per
toglier via il suono dei versi. Così prò Murae- na 14 dice. « Etenim ut ait
ingcniosus poeta et auctor val- » de bonus, praeliis promulgati pellitur e
medio, non so- » lum isla vestra verbosa simulatio prudenliac ; sed eliam »
ipsa illa domina rerum , sapientia. Vi geritur res: sper- ai nitur orator, non
solum odiosus in dicendo, veruni etiam » bonus: horridus miles amatur: vestrum
vero studium to- » tum iacet. Non ex iure manu eonsertumj sed magis ferro, »
inquii, rem repetunt » (1). Inoltre poi pel soverchio studio dell’ armonia ,
cadesi nella cantilena affettata, nel tono declamatorio e manierato: e si dà a
conoscere, che l’oratore sia più inteso a dilettare le orecchie col suono
armonioso dei periodi, che ad istruire la mente e muover gli affetti degli
uditori. E però diceva Quintiliano. Io vorrei che il componi- mento fosse
piuttosto duro ed aspro, che effemminato c sner- vato , com’ è presso molti.
Laonde alcune parti , che sono legale, debbonsi a bella posta in certo modo
slegare, per- chè non appaiano lavorate con troppo studio: nè tralasciar si dee
mai alcun vocabolo acconcio e significante per ser- vire alla piacevolezza del
suono. (Instit. 1. IX. c. 4.) (1) I versi di Ennio sono i seguenti. Pellitur e
medio sapientia : vi geritur res Spernitur orator bonus : Iwrridu miles amatur
; Non ex iure manu conserlum, sed mage ferro Rem repetunt. Digitized by Google
36 Rimossi adunque cotesti vizi, che o per difetto o per eccesso corromperebbon
l’armonioso accordo delle voci, già si sarà fatto un gran passo. A
perfezionarsi poi in fatto di armonia, più che le considerazioni e i precetti,
gioverà, come in ogn’altra cosa , cosi anche in questa , la continua lettura
de’ classici scrittori. Pur tuttavia, parmi cosa utile, porre qui brevemente
alcune massime, c regole che posson servirci di guida. 1. ® Il tono, l’accordo
delle voci, il numero del discorso, come ogn’altra cosa dettata dall’arte
rcttorica , servir dee unicamente a meglio esprimere il concetto e sentimento
del- l’animo. 2. ® L’armonia del discorso, sia in pròsa, sia in versi,
dev’essere adattata al genere d’argomento che trattasi, all’ in- dole, e alle
circostanze di chi parla e di chi ascolta: altra armonia richiedendosi in un
tema lieto e tranquillo , altra in uno triste, c impetuoso: altra ne richiedon
le grandi ora- zioni, altra le narrazioni, e i discorsi didascalici, altra un
tema epico o tragico, altra una novella, o un canto pasto- rale ec. 3. ®
Essendo la musica il linguaggio delle passioni niuno studio dee apparire, ma il
tono e l’armonioso accordo delle voci nascere e scorrere spontaneo dal
sentimento di chi parla o scrive, e così il suono, e l’armonia stessa ecciterà
in al- trui, simili sentimenti. A queste massime poi gioverà aggiungere le
seguenti considerazioni, sulla natura c combinazione dei toni corri- spondenti
ai concetti e sentimenti dell’animo nostro. Le parole per verità sono quelle
voci articolate, che per la libera convenzione degli uomini furon determinate a
si- gnificare le idee della nostra mente, e gli affetti dell’animo nostro. E
però sono desse generalmente diverse nelle diverse lingue; come per es. piacere
e dolore diconsi dai Greci ijSsvjj xa t Xvjtì j; sole, terra, mare ijXtsj ,
yi«, SzXxaax, e così delle altre. Digitized by Google 37 Pur tuttavia (ponendo
da parte le interiezioni, che sono segni naturali, e naturali espressioni delle
passioni) in qual- sivoglia lingua havvi delle voci, che imitano i suoni natu-
rali, c però valgono ad eccitarci le stesse idee, che gli og- getti esterni in
noi producono. Queste sono tanto le parole, che imitano le voci istintive e le
grida degli animali, come belato, mugito, nitrito, fischio, rugito, ululato ;
quanto quelle che imitano i suoni di alcuni effetti più strepitosi di natura,
come rimbombo, scroscio, tremore. E come poi osserva il Bembo, per la varia
mescolanza delle vocali e delle consonanti, si hanno voci sciolte, langui- de,
dense, aride, morbide, riscrrale, tarde, mutole, rotte, impedite, scorrevoli e
strepitanti, le quali o sole, o acconcia- mente fra loro armonizzate, col solo
suono esprimono mara- vigliosamente le cose. In generale può stabilirsi, che le
parole, ove le vocali sieno bene scompartite colle consonanti, e vi abbondino
vo- cali brevi, servono ad esprimer la dolcezza, e la rapidità, come il volo di
una colomba espresso da Virgilio con un verso di cinque piedi dattili. Radit
iter liquidum, celeres neque commocet alas. Al contrario le molle consonanti, c
le quantità lunghe, servono alla robustezza, alla tardità, al parlar tronco.
Cosi Virgilio esprime al vivo il lavorar de’ Ciclopi. Illi inter sese magna vi
brachia tollunt. E talvolta gli scrittori , massime poeti , con avveduta scelta
e accoppiamento di parole han saputo esprimere al vero i suoni ed effetti della
natura. Per es. quel verso di Virgilio Quadrupcdante putrem sonitu quatit
ungula campum. Anche chi non sa di latino sente lo scalpitar de’ cavalli. E in
quel Procumbit fiumi bos, pur di Virgilio, odesi il tonfo , che fa il bue
cadendo estinto. E Lucrezio II. 619 cosi espri- me lo strepitoso suonar de’
sacerdoti Galli. Tympana tenta tonant palmis : et cymbala circum Concava,
raucisonoque minantur cornua canta. Digitized by Google 38 E Dante con un verso
esprime il crudele strazio che fa Cer- bero de’ dannati, dicendo: Graffia gli
spirti gli scuoia ed isquatra. Ed a quel verso del medesimo Purg. IX. Non rugìo
sì, nè si mostrò si aera - Tarpeia dice il P. Ant. Cesari. Questo rugìo mi tira
in mente quel verso di Lucrezio Ne tu forte putes scrrac stridentis acerbum -
Orrorem. Questo si dice dipingere a suon di voci .... avendo allogato in mezzo
il verso sette r, che fanno proprio sentire quel suon rugginoso ed aspro della
sega. Omero imita il suono delle onde marine che frangonsi al lido dicendo :
Bij d'ày.éuv Ttapà nclu<p\ta t 2oto SaXaffenjj. Che anzi taluni poeti han
coniato a bella posta delle voci di niun significato, ma di suono imitativo di
ciò che inten- devano esprimere. Così Ennio imitò il suono delle trombe
guerriere, dicendo Cum tuba terribili sonitu taratantara dixit. E il Buonarroti
nella fiera esprime il suono del violoncello col zon zon liron liron. Ed
Aristofane il gracchiar delle rane con BpaxÉXS? xsa£ xca|. Ma siffatta licenza
di foggiar nuove voci meramente imitative de’ suoni naturali è da lasciarsi ai
poeti. Della forma armoniosa dei periodi. L’armonia come s’ è dianzi detto ,
riguarda due cose : l.° l’accordo delle voci o simultanee o successive: 2.° la
misura c lo scompartimento del tempo. Essendosi nell arti- colo precedente
parlato dell’accordo armonico dei vocaboli, resta che in questo parliamo della
mjsura c scompartimento del tempo. Digitized by Google 39 Noi pertanto
considereremo la misura e scompartimento del tempo nelle sentenze foggiate in
forma di periodi, che dà il tempo largo posato e grandioso; e nella forma delle
sentenze per brevi e tronchi incisi , che produce il tempo stretto e spezzato.
Dal contemperare poi insieme questi op- posti tempi ne risulta il tempo medio,
equabile, e diversa- mente variato. §. I. Che cosa sia periodo e quante specie
ve n’abbia , Il periodo è una forma di dire armonica e ben propor- zionata
esprimente a colpo d’occhio un concetto della mente completo. E più
distintamente secondo Aristotele « Periodus » est oratio, quae ex se
proportionatam habet magnitudinem » apto principio ac fine conclusam, quaeque
uno intuitucon- » cipi possi t , absolutam scntentiam continens ». Rhetor I.
III. 57. 58. Aé'yaa di nzptodcv lyjsao.v ùpyyv y.àt teAsutvjv xa3’ aimjv x«t
[xéyùog èvoifasmov... oet di xr,v n spiedo) x«{ xy dcexvòioc xsxsXetàSaa xaì
[xrj StaxoVrrsaSat. Siccome poi una tal sentenza o concetto della mente può
risultare ed esprimersi o da una o da più proposizioni; perciò nel primo caso
il periodo è semplice, e come lo no- mina lo stesso Aristotele, /LtcvsxuAsv,
unimembre ; nel secondo caso il periodo è composto di più membri , quante sono
le distinte proposizioni, che lo compongono, e dicesi periodo bimembre ,
trimembre , quadrimembre , secondo il numero di dette proposizioni. Adunque il
membro del periodo è una proposizione espri- mente un senso in sé intero ; che
nel periodo semplice , a differenza del composto, non è connesso con
alcun’altra pro- posizione. Nel membro del periodo poi può esservi compreso
qual- che inciso, il quale è una proposizione subalterna, che serve ad illustrare
o il soggetto o il predicato o la copula della proposizion principale, formante
il membro periodale. Eccone degli esempi : e in prima di periodi unimembri.
Questa proposizione semplice : una sola notte ha quasi di- Digitized by Google
40 strutto il nostro fiorente impero. Cicerone la esprime con un magnifico
periodo unimembrc, distinto in tre incisi, che tutti fan parte delle
proposizion principale dichiarandone vie più il predicato. Eccolo « Cogitate
quantis laboribus fundatum » imperium , quanta virtute stabilitam libertatcm ,
quanta » deorum bcnignitate auctas exaggeratasque fortunas una nox » pene
delerit». Ecco un altro periodo unimembre, preso dal Segneri (Manna Gen.II. 3).
« Non ti potrà venir caso, » nel qual tu, se attentamente ti eserciti a meditar
la vita » di Cristo, non abbi subito il documento opportuno ». Que- sto periodo
in sostanza esprime questa sola proposizion prin- cipale ; il cristiano ha in
Cristo % documenti opportuni : la proposizione subalterna non ti potrà venir
caso; e l’altra se attentamente ti eserciti a meditar la vita di Cristo; sono
due incisi , che dichiarano le circostanze e la condizione , nella quale si
avvera la convenienza del soggetto col predi- cato della proposizion
principale. Nei periodi poi di più membri, sebbene ciascun mem- bro contenga
una proposizione principale, pure il senso dcl- l’ intero concetto rimane
sospeso nel membro antecedente , e si collega e compicsi nel seguente : e però
la prima parte di cosifalli periodi vien detta dai Greci npczxacg (praeordi-
natio) derivata tal voce da npo , e w ordino ; e la se- conda ancdoGtg
redditio, per solatio, composta da ano e Si da[U do, che è il compimento del
periodo. Recherò alcuni esempi di periodi bimembre, trimembre, e quadrimembre:
e prima di periodo bimembre. Cic. ad Qui- rit. post redilum. « Etsi homini
nihil est magis optandum, » quam prospera aequabilis perpetuaque fortuna
secundo sine » oflensione cursu : tamen si mihi tranquilla et pacata omnia »
fuissent, incredibili quadam ac pene divina, qua nunc vc- » stro beneficio
fruor, laetitiae voluptate caruissem ». Il primo membro di questo periodo
contiene un senso in sé completo, cioè : una fortuna sempre prospera è som-
mamente desiderabile; ma la voce etsi ne sospende il senti- Digitized t 41
mento, e va a legarsi col t amen del membro seguente ove compiesi tutto il
concetto. È da notare poi come il secondo membro , formalo dalla proposizione
condizionata; si mihi tranquilla et pacata omnia fuissent , incredibili quadam
ac pene divina qua nunc cestro beneficio fruor laetitiae voluptate caruissemj
contiene due proposizioni subalterne o incisi, cioè quella ch’esprime la
condizione; si mihi tranquilla ec. e l’altra qua nunc cestro beneficio fruor,
che dichiara meglio il predicalo della pro- posizion principale, la quale è :
io sarei privo di questa le- tizia. Esempio di periodo trimembre « Nam cum
antea per » aetatem huius aucloritatem loci contingere non auderem »
statueremque nihil huc nisi perfectum ingenio, elabora- li tum industria
afferri oportere: omne meum tempus ami- li corum temporibus transferendum
putavi >i Cic. prò Leg. Mani!. Qui noterò solamente , come i tre distinti
sentimenti contenuti nei tre membri del periodo, vengono legati colla
particella cum, che regge e sospende i due primi membri, i quali rendon ragione
del proponimento fatto da Cicerone di dedicarsi tutto a servir gli amici.
Esempio di periodo quadrimembre , detto anche qua- drato Cic. prò A. Caecinna.
« Si quantum in agris locis- » quo desertis audacia potcst ; tantum in foro
atque iu- » diciis impudentia valeret : non minus in causa cederet » Àulus
Caecinna Sextii Albutii impudentiae; quam tum in » vi facienda cessit audaciae
». I due primi membri qui sono distinti e legati fra loro per le voci quantum,
tantum ; i due ultimi vengon distinti e legati insieme per le voci non minus e
la relativa quam: quelli formano la prima parte del periodo o la npczaaiv, ove
il senso riman sospeso; i due ultimi poi formano la se- conda parte o sia
Vocnoioatv, o ’l compimento del periodo. Digitized by Google 42 I periodi che
avessero un numero di membri maggiore di quattro, di leggieri stancherebbono e
la lena del dicitore, c l’attenzione dell’uditore; e però miglior consiglio fia
l’a- stenersene. §. II. Regola per la buona formazion dei periodi. Regola l. a
Sulla giusta misura di tutto il periodo c delle sue parti. II numero poetico, o
sia la misura armonica nei versi ha leggi certe c determinate. L’unità di
misura in latino é il piede. Distinguonsi poi varie specie di piedi, più o meno
lunghi , e di diverso suono e quantità. Ora cotcste leggi , secondo i diversi
metri, prescrivono e il numero de’ piedi, e la lor qualità , c il posto ove
collocarli : come per cs. nel verso esametro debbono esservi sei piedi, il
penultimo dattilo , l’ultimo spondeo, i quattro primi dattili o spondei ad
arbitrio. E similmente negli altri metri le leggi sono determinate. Non cosi
però in prosa, che anzi è legge del numero o misura oratoria (come sopra 6
detto) di evitare al tutto la misura, che costituisca i periodi e li suoi
membri a fog- gia di versi. Ma sebbene il numero oratorio sia più libero , non
è però affatto privo di leggi. Ora la prima legge riguarda la giusta misura di
tutto il periodo, e la giusta e proporzio- nata misura delle sue parti. Ed in
prima dovendo il periodo contenere un completo sentimento che di leggieri
comprendasi; richiedcsi conseguen- temente una giusta brevità. Est brevitate opus, ut currat
sententia, neu se Impediat verbis lassas onerantibus auree. E però in generale tutto ciò che non giova a dar
chiarez- za e forza al concetto, deesi come inutile e dannoso reci- dere.
Obstat quidquid non adiuvat. Quinti!. Sia per esempio questa proposizione , che
è un breve c armonioso periodo unimembre. Contento d’aver meritato Digitized by
Google 43 il trionfo ne ha ricusato l’onore. Colla stessa brevità c vi-
bratezza mostrasi la magnanimità del riiinto. Ma quanto perderebbe egli di
forza e di dignità, se vi si aggiungesse cosi. « Essendo ben contento e soddisfatto
d’ aver colle sue » gesta meritato per comun voto il trionfo, ne ha generosa- »
mente ricusato l’onore ». In particolare poi due cose molto giovano alla
brevità: l.° Le proposizioni implicite come avviene per la regola di
apposizione, per l’uso dei partecipi e gerundi c per l’abla- tivo assoluto: 2.°
giova altresì la figura grammaticale detta ellissi, cioè quella per la quale
logliosi da una sentenza qualche vocabolo , che dal contesto facilmente
intendesi : come Virgilio. Sed vos qui tandem ? (intendi estis); e Cice- rone:
in Pompeianum cogito, cioè ire; così Di meliora (in- tendi faciant ) , Fortuna
fortes (cioè adiuvat). E Terenzio : Ego illud seduto negare factum (supp.
caepi); e il medesimo Facile omnes perferre et pati, e Cicerone. Galba
autemmul- tas similitudines afferre; multa prò aequitate dicere. In que- sti e
simili esempi intendesi alcun verbo servile caepit, solet, potest, debet ec.
Ecco un esempio di Cicerone, ove ometlesi l’agente il paziente, e due verbi, e
la proposizione è molto chiara ed elegante. Facilius reperias qui Romam
proficiscantur quam ego qui Athenas. Conviene però con molto maggior cura
togliere le pro- posizioni inutili, quelle cioè che ripetono la stessa cosa
sotto lo stesso punto di vista ; e le aliene , che distraggono dal concetto
principale del periodo. Quanto poi alla giusta e proporzionata misura dei mem-
bri del periodo, la regola si è che nel periodo unimembre sta bene una
lunghezza maggiore c più grandiosa di quella del periodo di più membri : in
questo poi i membri non debbono esser nè troppo lunghi, che non diasi
conveniente spazio alla pausa c al riposo; nè troppo brevi e recisi, che
tolgasi la rotondità del periodo; nè troppo disuguali: impe- rocché se taluni
membri sieno pieni e rotondi, altri vibrati Digitized by Googk 44 e concisi ,
produrrebbesi un modo di dire parte posato c sostenuto, parte veloce e cadente.
Oltre a ciò conviene eziandio attendere alla scelta delle parole, ebe sicno di
tal forma, e di tal suono, e per modo fra loro armonizzate, che mentre dilettano
l'orecchio, ser- vano colla stessa armonia al sentimento. Questa armoniosa
grandiosità dei periodi poi deve esser varia secondo il vario genere di
discorso. Massima sarà nelle grandi orazioni , più temperala nei ragionamenti
tilosofici , nelle narrazioni istoriche ec. La 2.° regola riguarda la
determinazione ed il colle- gamento delle due parti nel periodo di più membri,
cioè la nporaatg che sospende, e ì’xnodsatg che compie il sentimento. Ed in
prima] quando nel periodo paragonansi fra loro cose simili o dissimili, la
predetta sospensione e complemento viene naturalmente determinata dalli
vocaboli relativi, che per lo più sono sicut, ita ; quemadmodum , sic; qualis
tali s; tam, quam ; cutn, tum ; quantum, tantum; quoties, toties ; etsi , t
amen ; quamquam , verumtamen; quamvis, nihilominus. Lo stesso dicasi delle
particelle italiane simili alle pre- dette latine. Solo noterò una cosa circa
il si e così , e le particelle corrispondenti: perchè molti incautamente vi
sba- gliano. Al si , o cosi posto in principio del periodo , o sia usato per la
protasi può corrispondere nell 'apodosi o il che o il come. Quando il si, o
cosi adoprasi in senso di in tal guisa, talmente, tanto o sia in senso
congiuntivo, allora gli corrisponde il che, come presso i Latini è Vita, ut.
Per es. (g. 10 . 8) « si nelle amorose panie s’ inveschiò , che quasi » ad
altro pensar non poteva ». Ma quando il si adoprasi in senso distributivo o
comparativo che corrisponde al latino cum, tum; allora o si ripete la
particella sì, ovvero le si deve dare la particella relativa come, e sarebbe
errore ap- porvi il che: sia per esempio (g. 5. n. l.°) « Era Cimone , » si per
la sua forma , e sì per la sua rozzezza , e sì per » la nobiltà e ricchezza del
padre quasi noto a ciascun del Digitized by Google » paese ». Ed anche Fiarnm.
9. I. « M’ era ciò caro ad » udire si per colui che il dicea; e si per i
ineriti miei». Potrebbe in vece del secondo sì usarsi il come , dicendo : m’era
ciò caro ad udire si per colui che il dicea, come per i meriti miei : non però
potrebbe usarsi bene il che , di- cendo che per i meriti miei. Talora poi a far
la sospensione nella prima parte del periodo , e a collegarla colla seconda ,
basta una sola par- ticella posta a principio. Ciò avviene quando il periodo è
condizionale, ove la particella sì, se, o altra simile, chiama necessariamente
il condizionato. Per es. Cic. Pro Archia disse « Si res eac , quas gessimus ,
orbis terrae regionibus defi- » niunlur ; cupere debemus , quo manuum nostrarum
tela » pervencrint, eodem gloriam famamque penetrare ». Avviene altresì , che
la sospensione della prima parte del periodo debba solamente indicarsi a
principio senza più, allorquando il verbo della prima proposizione pongasi in
con- giuntivo col cum, ut, o altra simile particella, che sospende il senso
della prima parte, e chiama il verbo seguente della seconda. Può servire
d’esempio il periodo trimembre. Cum anlea per aetatem cc. di sopra addotto. La
3.° regola finalmente riguarda il retto collocamento di tutte le parti del periodo.
La regola generale si è che ciascun vocabolo nelle pro- posizioni semplici , c
ciascuna proposizione secondaria nelle composte, pongasi là dove meglio serva a
render chiaro ar monioso ed espressivo il periodo. E però nelle proposizioni
semplici , determinato bene il soggetto e il predicato, gli altri nomi aggiunti
pongansi in modo che chiaro apparisca , a qual dei due termini ri- feriscansi.
Quanto poi agli avverbi , ad ai casi secondari che ne fanno le veci, siccome
essi devono indicare il modo e la ragione dell’unione fra il soggetto e il
predicato, per- ciò, sarà cosa ben fatta porli allato ai verbi, cui servono:
come per es. « Themistocles et de
instanlibus verissime in- Digiti. J by Google 46 » dicabai, et de futuris
callidissime coniiciebat ». Corn. Nep. e Cic. prò Ligar. « Noli obsecro , C.
Caesar, simiicut illi » gloriae lauderò quam saepissime quaerere (1) ». Similmente dee dirsi delle proposizioni composte ,
che la primaria proposizione contenga sotto di sè le secondarie, cioè gl’mcm,
affinchè quella primeggi, e tenendo sospeso il senso lino al fine , lo compia c
sigilli. Recherò ora uno esempio di pessimo collocamento delle parti delle
proposizioni. Scrisse Tertulliano. Christus prò nobis crucifixus est , idcst
unctus: le voci idest unctus sem- brano la spiegazione di Crucifixus est:
conveniva adunque dire Christus , idest unctus , crucifixus est prò nobis. Cristo
, cioè I’ Unto di Dio , fu per noi crocifisso. Ed ag- giungerò due esempi di
ottimo collocamento. Uno del Pe- trarca. Ma per conoscere tutto il bello ,
considero , che se fingasi , che un anima eletta apparendo dopo la morte a
taluno gli desse la lieta notizia di esser nella gloria di Paradiso , c per
fargli in qualche modo intendere la sua sorte, dicessegli: io acquistai
l’eterna vita quando perdei la temporale , e apersi gli occhi alla luce eterna
, quando gli chiusi alla luce del mondo : questo nobile sentimento, acqui-
sterebbe cento tanti di bellezza, se quei due paragoni della vita e luce
temporale coll’ eterna , pongansi come chiaro- scuro che faccia meglio
risaltare l’ idea principale. Cosi appunto (P. II. S. XI) disse Laura apparendo
al suo poeta. (1) Notisi, come la lingua latina ammette delle trasposizioni,
che l’ italiana non comporla, come Saltatorem appellai Lu. Muraenam Cato.
Multata malir liam docuit otiositas. Ma anche la latina negl’ infiniti dei
verbi , e nell’unire i nomi dello stesso genere numero c caso , deve seguire 1’
ordine semplice come l’ italiana per non render falso o dubbioso il senso.
Dicendo per es. Cainum , scimus, percussisse Abelem, e non inversamente. Un
certo uomo (come riferisce Quintiliano) nel suo testamento ordinò Statuam
aureatn hastam tenenteir.. Da ciò nacque il dubbio, se di oro dovesse esser
tutta la statua, ovvero la sola asta • nel i.° caso conveniva scrivere statuam
auream tenentem hastam, nel 2.° sla- tuam tenentem auream hastam- Digitized by
Google 47 Di me non pianger tu eh’ e miei dì fersi Morendo eterni; e
nell’eterno lume Quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi. Lo stesso dicasi
di questo bellissimo periodo unimembre di Cicerone, che perderebbe molto di sua
bellezza se venisse variata la collocazione delle proposizioni subalterne. Così
ne- gli Off. I. « Philosophandi scientiam concedens multis, quod » est oratoris
proprium , apte distincte ornateque diccrc , n quoniam in eo studio aetatem
comsumpsi , si id mihi » assumo, videor id meo iure quodammodo vindicare ». E
non pur solamente riguardo al senso dee procurarsi che il periodo vada
gradatamente crescendo: ma giova al- tresì osservare una simile gradazione
nella forma e lunghezza materiale dei membri. Al qual proposito così ragiona
ret- tamente il Blair, dicendo. « Quando il periodo è composto » di due membri
, il più lungo generalmente è quel che » deve conchiudcrc. Di ciò v’ba doppia
ragione. I periodi » così divisi si pronunzian più facilmente; e quando il mem-
» bro più breve è posto prima, si tiene a memoria nell’atto di » passare al
secondo, e più chiaramente si vede la conncssion » d’ambeduc. Così il dire:
Quando le nostre passioni ci hanno » abbandonato ; allora ci applaudiamo colla
vana credenza » d’averle abbandonate noi stessi. E più grazioso e più chia- »
ro, che il cominciar colla più lunga parte del periodo. » Finalmente molta cura
dee porsi nel chiuder bene il periodo. Non igitur durum sii (dice Quintiliano) et abru- ptum,
quo animi velut respirant et rejiciuntur. tìaec est se- des orationis, hoc
auditor expectat, Aie laus omnis declamai. ARTICOLO III. Della elocuzione per incisi o sia in
modo tronco e vibrato. La elocuzione per incisi è quella, ove unisconsi insie-
me più proposizioni di forma breve, in modo tronco, e vi- brato a fine di
raccogliere molte cose in poco. Digitized by Googk 48 Ciò può avvenire o da
animo tranquillo , che studiasi di communicarc altrui di colpo tutto il suo
concetto. Come quella celebre epistola di Cesare al Senato Fent, vidi, vici,
Così la forma delle leggi sacre (Cic. de iegibus). Ad divos adeunto caste: qui secus
faxit, deus ipse vindex erit ec. Così quelle bellissime sentenze d’Orazio I. 1.
Ep. 2. fra le quali per cs. quella Ira furor brevis est: animum rege, qui nisi
paret Imperai : hunc fraenis, hunc tu compesce catenis. Così gli epiloghi che
fa per es. Cicerone nelle sue orazioni, ove raccoglie in breve tutto il sugo e
la forza dell’orazione. Così ancora nello stile semplice epistolare non di rado
ve- desi usato il parlar per incisi. Come Cic. Tibi gratulor; mihi gaudeo,tua
tueorjetquid agas, et quidquid istic agatur,cer- tior peri volo, vale. Può in
2.° luogo nascere spontaneo il dir per incisi in un animo preso da forte
passione, che agogna di sfogarsi e tra- sfonderla in altrui. Cum acriter (dice
Quintiliano) et instanter, pugnanterque est dicendum , membratim caesimque
dicemus. Come Cic. prò Lig. 10- Erravi : temere feci ; poenitet : ad clementiam
tuam confugio : delieti veniam peto : ut ignoscas oro ec. Similmente quando il
medesimo con indegnazione pro- rompe (in Pisonem) . Non enirn color iste servilis,
non pilosae genae, non dentes putridi deceperunt : oculi supercilia vultus
denique totus, qui sermo quidam tacitus mentis est,hic in frau- dem humiles
impulit, hic eos quibus eras ignotus decepit, fe- fellit, in fraudem induxit.
Fauci tua ista lutulenta vitia no- ve r am us pauci tarditatem ingenii stuporem
debilitatemque linguae. Giova poi qui in fine notare , come nel discorso fatto
per incisi possono usarsi due diversi modi, o porre gl’ incisi slegati e
tronchi, ovvero legarli e distinguerli tutti, appo- nendo a ciascuno la
particella congiuntiva, o altra simiglien- te. Il primo modo esprime bene la
rapidità, con cui la mente trascorre la serie delle cose per afferrarne tutta
insieme. la Digitized by Google 49 somma. A modo d’esempio Cesare de B. G. I.
VII descrive così un fatto d’arme : Nostri, emissis pilis, gladiis rem, ge-
rani. Repente post tergum
equitatus cernitur, cohortes aliae appropinquant ; hosles terga vertunt ;
fugientibus equites oc- currunt, fit magna clades. Qui tutto scorre rapidamente, e scorgesi tosto la
piena sconfitta de’nimici. L’ altro modo poi di unire e distinguer ciascun
inciso colle congiunzioni serve c a rappresentar le cose rapidamen- te , e a
farne insieme notare singolarmente le parti. Cosi 10 stesso Cesare nel L. II.
nel riferire un simile fatto d’ar- mi, mentre presenta una rapida successione
d’avvenimenti, volendo pur portar l’attenzione su varii punti dell’azione , usa
lo stile per incisi apponendovi le congiunzioni, dicendo : « His equitibus
facile pulsis ac pcrturbatis, incredibili ce- » leritate ad ilumen decurrerunt,
ut pene uno tempore et » ad sylvas et in flamine et iam in manibus nostris
hosles » viderentur ». Dalle cose fin qui discorse chiaramente apparisce, come
11 modo di dir per incisi può aver luogo in qualsivoglia ge- nere di stile. Ed
è di molto uso anche nelle grandi orazioni il cui carattere è sempre grandioso,
numerosa oratio ; ser- vendo opportunamente e alla parte narrativa , e per
inter- rompere e variare la serie dei periodi, e per eccitar gli af- fetti, e
per epilogare e dar l’ultimo colpo maestro al discorso. DELLE FIGURE
RETTOKICHE- '< Le figure rettorichc in generale sono certi modi e » forme di
dire di singoiar vivezza ed efficacia, dette per- » ciò da Cicerone orationis
lumina ». Come appunto il chia- roscuro e i punti luminosi sparsi quà e là
opportunamente dal dipintore producono il mirabile effetto della prospettiva 4
Digitized by Google 50 c danno alle cose, alle persone, a tutto il soggetto la
forma, il moto, la più viva espressione. Le figure poi distinguonsi in due
classi: altre diconsi tropi , altre semplicemente figure. ARTICOLO I. Dei
tropi. « I tropi (1) in generale sono quelle figure, ove le pa- » role tolgonsi
dal significato proprio all’improprio ». Ora ciò può acconciamente farsi per
tre diversi riguardi; l.° per qualche somiglianza o convenienza , che vi ha fra
due cose: 2.* per dissomiglianza e opposizione : 3.° per una tal relazione o
legame che siavi fra una cosa e l’altra come fra la causa c l’effetto, il tutto
e la parte ecc. Quindi tre di- verse specie di tropi si hanno. §. I. Prima specie
di tropi per somiglianza. I tropi per somiglianza sono la semplice metafora , o
la metafora prolungata detta allegoria. Della Metafora. « La Metafora (2) è
quel tropo, ove per la somiglianza » che vi è fra due cose, volgesi una parola
dal senso pro- » prio all’improprio ». E più brevemente: la metafora è un
traslato per somiglianza : ovvero una similitudine ristretta in una parola :
per es. Cesare era un fulmine di guerra : Cicerone un fiume d’eloquenza.
Sebbene poi inesauribile sia il fonte onde derivar si possono le metafore; pure
le più espressive e gaie traggonsi in l.° luogo dalle cose che cadono sotto i
sensi del gusto, (1) r porro; significa mutamento, conversione, trasferimento o
traslato, ver- bale formato dal perfetto medio terpo ira del verbo rpsjru
verto. (2) Metafora derivasi da puraf/pu transfero , composto da pura trans e
fipu fero. 51 dell’odorato, del tatto, dell’udito, e massime della vista. Onde
con molta grazia e vivezza dicesi : dolce amor della patria, dolci amici, dolce
favellare, spargere odore di virtù e di santità: durezza di cuore: c il Conte
Ugolino a indi- care l’intenso dolore dell'animo suo disse: l’ non piangeva, si
dentro impietrai. Così di taluno di buona o cattiva fama diciamo che bene vel
male sonat: diciamo anche nero tradimento, anima can- dida, e della S. Vergine
disse il Petrarca. Di questo TEMPESTOSO MARE STELLA. In secondo luogo di molta
vivezza, grazia ed eviden- za son quelle metafore, ove le proprietà degli
esseri d’un ordine supcriore adattansi a quelli di ordine inferiore, come
quando alle cose inerti e inanimate s’ attribuisce il moto , il sentimento, la
vita, il consiglio dicendo a modo d’esem- pio: crudele disastro, cieco timore,
e con Virgilio Uaesit, virgineumque bibit h asta cruorem c con Orazio: pontem
indignatus Araxes , e di quel leone che in vesti vaio disse Dante Inf. I.
Questi parca che cantra me tenesse Con la test’alta e con rabi osa fame, Si che
parea, che l'aer NE temesse. Cicerone prò Ligario alle armi di Tuberone
attribuisce il senso, l’azione, il consiglio, dicendo « Quid enim, Tubero, »
districtus ille tuus in acie pharsalica gladius agebat? Cu- » ius latus ille mucro
petebat ? Qui sensus erat armorum » tuorum ? ». Tre principali utilità poi si ritraggono dall’uso ben
fatto delle metafore. l.° Serve talvolta la metafora a coprire con un velo di
modestia e di urbanità le cose, che espresse con voci proprie ecciterebbono
idee triste , volgari , disoneste. Cosi (dice Orazio Salir. 1. 3.) con blande
metafore un padre nomina la sconcezza de’ suoi figliuoli Digitized by Google 52
Strabonem Appellai paetum pater: et pullula, male parvus Si cui filius est, ut
abortivus fuit olim Sisyphus: hunc varum distortis cruribus: illum Balbutii
scaurum pravis fultum male talis. 2.° La metafora , per ia similitudine, che in
sè contiene , dà maggior vivezza, evidenza e grazia al discorso. 3.° Fi-
nalmente con le immagini di oggetti sensibili e comuni la metafora solleva la
mente anche a concetti spirituali e su- blimi rendendoli facili quasi offerti
alia vista e agli altri sensi corporei. Così Orazio (imitando Omero L. I. 518)
ad esprimere come Iddio con un alto di volontà governa il mondo, dice di lui:
cuncta supercilio moventis. E quella metafora di Divid : Caeli enarrant gloriam
Dei; e quel- l’altra del D. Redentore agli Apostoli: faciam vos fieri pi-
scatores hominum con somma semplicità ed evidenza in- dicano l’infinita
sapienza, potenza e bontà di Dio, una nel- l’ ordine naturale, l’altra nel
soprannaturale. Recherò per ultimo la metafora usata da Dante (Parad. XXVII) ad
espri- mere la bellezza del Paradiso, dicendo: Ciò eh,’ io vedeva mi sembrava
un Riso dell’univ erso. AI qual luogo il P. Ce- sari fa questo comeuto « Questa
(dic’egli) è la più grande » e piena e magnifica idea ch’io mai m’ avessi del
paradiso. » Immaginale l’universo con tutte le sue parti, che ride; e »
sappiate se più avanti vi resti da immaginare di dolce. Il » riso s’adopera
da’poeti per esprimere la maggior letizia e » giocondità , che vi venga da cosa
qualunque sia nell’atto » delia maggior sua bellezza, e però diciamo che il
cielo ride, » che ride il mare, che ride l’aprile ecc. Ora raccogliete tutti »
questi alti di maggior bellezza, con tutti gli altri possibili, >» nel
maggior grado di perfezione , e ’l piacere , che quindi » verrebbe a chi gli
gustasse, e avrete un riso dell’universo » qual parea a Dante il tripudio c la
festa armonizzante » de’comprensori. », Digitized by Google 53 Dalle quali cose
apparisce, come l’uso di cosiffatte me- tafore è naturalissimo, c al tutto
acconcio per noi, che per mezzo dei sensi esterni apprendiamo le cose. Onde
giusta- mente disse in tal proposito Dante (Parad. IV). Così parlar conviensi
al vostro ingegno Perocché solo da sensato apprende Ciò che fa poscia d’
intelletto degno. Per questo la Scrittura condiscende A vostra facultate, e
piedi e mano Attribuisce a Dio, ed altro intende. i E S. Chiesa con aspetto
umano Gabbriell’e Michel vi rappresenta, E l’altro che Tobbia rifece sano. Or
le regole per bene usar la metafora riguardano tre cose, la chiarezza, la
naturalezza e la convenienza. 1. ° La chiarezza della metafora consiste nell’
evidente somiglianza dell’oggetto, onde si prende la metafora coll’og- getto al
quale vuoisi appropriare. E però difettosa sarebbe la metafora, ove fra i due
detti termini niuna o leggeris- sima somiglianza vi avesse ; o se vi fosse ,
pure non fosse ben nota a quei a cui parliamo. 2. ° La naturalezza della
metafora si è che nasca in modo spontaneo dalla forza del concetto,
deiraffctto, e dalla vivezza di ben ordinata immaginazione, senza apparenza di
studio, senza esagerazione. E però contro questa regola pec- cherebbe, chi un
valoroso guerriero nominasselo figliuol del- V acciaio ; o il tempestoso figliuol
della guerra ec. Tengasi dunque il precetto di Cicerone, che dice «Verecunda
debet » esse transla tio , ut deducta esse in alienum locum , non » irruisse;
atque ut precario, non vi venisse videatur». 3. ° La convenienza della metafora
consiste in questo , che sia bene appropriata, coerente a sè stessa, e che con-
cordi col senso delle parole, che l’accompagnano. Quindi si dirà
convenientemente, che il Divin Redentore c il Sole che Digitized by Google
illumina le menti degli uomini. Ma non così quegli che par- lando della morte
di lui disse, che sul monte Calvario il Sol di giustizia spirò , essendo cosa
stranissima immaginare che il sole stia e spiri sopra un monte. Nè dirai che
Tullio col fiume della sua eloquenza infiammava gli animi degli udi- tori. E P
Ariosto offrendo il suo poema ad Ippolito, per in- dicare modestamente la
piccolezza del dono, potè ben dire Quel eh’ io vi debbo posso di parole Pagare
in parte , e d’opera d’ inchiostro : ma non cosi convenientemente direbbe
altri, che l’angelico volto di Madonna Laura fu al vivo dipinto collo squisito
in- chiostro del Petrarca. Sia dunque fermo il precetto di Fabio Quintiliano :
Quo genere transitionis caeperis hoc fmies. Dell’Allegoria (1). Suol dirsi
comunemente, secondo la forza della parola, che « l’allegoria è un discorso col
quale una cosa si dice ed un’altra simile s’ intende». Ma più precisamente si
de- finisce così : l’ allegoria è una metafora continuata : si che quella
similitudine , che la metafora accenna con una sola parola, l’allegoria la
svolge e l’amplifica. Conseguentemente tutto ciò che si è detto della sem-
plice metafora circa i fonti migliori onde derivarla , circa Futilità, e le
varie regale per bene adoperarla, tutto egual- mente deve appropriarsi
all’allegoria. E però non resta che addurne degli esempi. E una bella metafora
il dire che la parola di Dio è un seme : ora svolgendola diviene una bellissima
allegoria; come leggesi nella vita del B. Colombino, c. 21. « Dicca l'umile »
Giovanni a suoi dilettissimi fratelli : Dio ha seminato in » noi seme di buona
operazione: e però se questo seme na- » sce, cresce e moltiplica, non ci
dobbiamo però gloriare; » perchè non è nostro , e per noi medesimi non possiamo
(1) Ij parola allegoria è composta dalle vori a»o;, », o» alias, a, d, ed
àyopivti* cunriouari, dicere. Digitized by Google 55 » fare alcun frutto; ma
gloriamoci in Gesù Cristo, il quale » è nostra vera gloria: e quanto migliore
seme in noi se- » minato fosse, e maggior frutto facessimo, tanto più siamo »
obbligati al seminatore, cioè Iddio, e quanto crescono le » opere buone, tanto
cresce l’obbligo nostro al buono e gra- » zioso Dio: perchè dalia nostra parte
non sappiamo se non » guastare ». Lucrezio (L. IV.) ad esprimere la novità
dell’argomento che tratta, prende l’ immagine di chi viaggia per vie ignote, e
la svolge in questa bellissima allegoria, dicendo : Avia Pieridum peragro loca
nullius ante Trita solo ; iuvat integros accedere fontes r Atque haurire,
iuvatque novos decerpere flores. Insignemque meo capiti petere inde coronam,
Unde prius nulli velarint tempora Musae (1). Dante (Purg. X. 121. ec.) contro i
superbi, che spreg- giando la vera agognano ad una gloria falsa, usa
l’allegoria del filugello o baco da seta, dicendo 0 superbi cristiani , miseri
lassi , Che della vista della mente inferma. Fidanza avete ne’ ritrosi passi,
Non v’accorgete voi che siete vermi Nati a formar l’angelica farfalla Che vola
alla giustizia senza schermi ? Di che l’anima vostra in alto galla ? Poi siete
quasi entomata (2) in difetto Siccome vermi in cui formazion falla. Cicerone
(in Pisonem) sotto l’allegoria d’una nave così rappresenta la Repubblica nel
tempo del suo consolato « Ne- » que tam fui timidus , ut qui in maximis
turbinibus ac » fluctibus Reipublicae navem gubernassem , salvamque in (1) Vedi
P imitazione di questo passo fatta da Dante Farad, fi. (2) Bacherozzi, insetti
non bea formati. Digitized by Google 56 » portu collocasscm , fronti* luae
nubeculam, aut collegae » contaminatilo) spiritimi perborrcscercm. Alios ego
vidi ven- » tos ; alias pcrspexi animo procellas ; aliis impondenlibus »
tempestatibus non cessi ; sed unum me prò omnium sa- » Iute obtuli». §. II. Dei
tropi per dissomiglianza e opposizione di due cose fra loro. Questi tropi, coi
quali si dice una cosa per significarne un'altra al tutto opposta, sono due l’
ironia , ed il sarcasmo. » L’ ironia (1) è un finto discorso, col quale si
vuole » in modo scherzevole fare intendere una cosa diversa da » quella che
indicano le parole » : come 0 praeclarum ovium cuslodem lupum ! Quattro sono le
regole principali da osservarsi nell’ iro- nia, riguardanti l.° la chiarezza:
2." la materia: 3." il modo: 4.° il fine. 1.” E prima quanto alla
chiarezza; siccome coll’ironia non s’intende nò di occultare le cose, nè di
mentire; ma di far anzi per mezzo del suo contraposto risplendcre più brillante
la verità: perciò o dalla evidenza della cosa stessa o dalle circostanze , o
dalla dichiarazione che se ne faccia in fine , deve chiaramente apparire che
chi parla o scrive intende significare tutto l’opposto di quello che le parole
per sé indicherebbono. Per es. i fatti a lutti noti danno eviden- temente a
conoscere l’ ironia usala da un certo poeta riferito da Svetonio , colla quale
deride il vanto vano di Nerone , che si gloriava di essere della stirpe d’
Enea. Quis neget Aenaeae magna de stirpe Neronem ? Sustulit hic matrem,
sustulit ille patrem (2). {1} etpoveia dissimulano in oralione, ab cipuv, «voj
dissimulale loquens-lh. iput dico, vel tip») necto. (2) Ognun sa, come Nerone
per brutale crudeltà tolse di vita la sua ma- dre: Enea per filiale pietà tolse
sulle spalle il vecchio Anchise per camparlo dal- i’ incendio di Troia
Digitized by Google 57 . Similmente evidentissima per sè stessa è l’ ironia,
colla quale Marziale (L. 2.) deride un tal Paolo, che recitava gli altrui versi
come suoi, dicendo Carmina Paulus etnie, recitat sua carmina Paulus, Nam quod
emas possis dicere iure tuum. Ma quell’ ironia riferita da Cicerone contro un
servo ladro : Solum esse , cui domi nihil sii nec obsignatum nec occlusum :
siccome può anche indicare la fedeltà di un buon servo; perciò o dal modo di
dire, o dalle circostanze, o dal proseguimento del discorso converrebbe far
apparire il senso determinato di chi favella. 2. ® Quanto alla materia dell’
ironia, questa può essere si il bene e il vero, come il male ed il falso : ma
circa il male è da tenersi la regola che pone Cicerone, dicendo; che cioè non
possono esser materia di riso e d’ ironia nè l'enormi scelleratezze, nè le
grandi calamità e miserie : le prime ec- citando disgusto e grave sdegno, le
altre compassione : ma solo i difetti e vizi comuni sì di animo si di corpo
(1). 3, ® Riguardo al modo d’usar l’ironia fa a proposito un altra regola che
pone Io stesso Cicerone circa l’adoprare il faceto e ridicolo (che è appunto la
caratteristica propria e specifica dell’ironia) cioè evitare il difetto e
l’eccesso del burlesco , ma temperatamente usarne quanto bisogna. « In » quo
(dice egli 1. eit.) non modo illud praecipitur, ne quid » insulse, sed eliam ne
quid perridicule possis. Vilandum » est oratori utrumque, ne aut scurrilis iocus
sit aut mi- » micus . . . Temporis igitur ratio, et ipsius dicacilatis mo- ti)
Cie. de Orai. « Nec insignis improbità.* et «celere
iuncla , nec rursus miseria insignis agitala ridclnr. Facinoroso* maiore qnadam
vi, quam ridicoli vul- nerari volunt, nisi si se forte iactanl. Parcendum est
au lem maxime rliarilali homi- num ne temere in eos dicas qui d il i guntur.
Itaque ea farillime ludunlur , quae ncque odio magno, neqtie misericordia
maxima digtia sunl. Quamobrem maleries omnium ridiculorum est in islis viliis,
quae sunt in vita hominum, ncque caro- rum ncque ralamitosorum , ncque coroni,
qui ob furimi*, ad stipplirium rapiendi videnlur; eaque belle agitata ridenlur
». • Digitized by Google 58 » dcratio et temperanlia, et raritas dictorum
dislinguct ora- » lorem a se urrà ». 4.° Ma sopra tutto dee aversi riguardo al
fine deli’ iro- nia. La retta ironia dev’avere un buon proposito, quale si è o
l’utilità della persona stessa, che coll’ironia è presa di mira, ovvero ciò non
potendo, almeno l’utilità altrui. E in prima l’utilità della persona stessa,
por es. quando un mae- stro imita il gesto scomposto, la mala pronunzia, lo
sconcio modo di dire, o altri difetti del suo scolare, per far sì con ironia di
fatto e di parole, che esso ridendo e vergognando si emendi, come appunto dice
Cicerone quorum (scilicet di- scipuiorum) vitìa imitantur emendandi causa
magislri. Si- milmente per umiliare la superbia e millanteria di taluno: qual
fu l’ ironia di Fabio Massimo, onde represse l’ impudenza di Salinatore. Questi
vilmente abbandonò ad Annibaie la città di Taranto, c rifuggiossi nella rocca;
quando poi per con- siglio e opera di Massimo fu ritolta la città ad Annibale ,
Salinatore disse impudentemente a Fabio. Mea opera , L. Fabi Tarentum
recepisti. Certe inquit ridens : Nam nisi tu amisisses, nunquam recepissem. Di
cosiffatto modo scherzevole e lieto dell’ ironia ser- vivasi comunemente il
padre della filosofia Socrate per cor- reggere gli erranti e ricondurli nella
via di verità; del quale Cicerone de Off. 1. 30. afferma « De Graecis autem
duleem » et facetum, festivique sermonis, atque in omni ratione si- » mulatorem,
quem stpavx Graeci nominaverunt, Socratem » accepimus » . In secondo luogo il
fine dell’ ironia si è l’ istruzione o la tutela dei buoni colla giusta critica
e censura degli altrui vizi ed errori. Come per es. Giovenale deride ironi-
camente la superstizione degli Egiziani dicendo. Oppida tota canem venerantur ;
nemo Dianam; Porrum et Caepe nefas violare , aut frangere morsu, 0 sanctas
gentes, quibus haec nascuntur in hortis Numina! Digitized by Google 59 Valgonsi
anche molto opportunamente dell’ironia i di- fensori a tutela dei loro clienti.
Citerò due insigni esempi di Cicerone, uno l’esordio ironico nell’orazione prò
Ligario, ove ponsi in ridicolo la sciocchezza dell’accusa, e 1’ impu- denza
degli accusatori : l’altro nell’ orazione prò Muraena, ove a togliere il
pregiudizio che cagionava nei giudici l’au- torità di Catone suo avversario ,
Cicerone fa scaltramente uso dell’ ironia : e mentre ivi innalza a cielo le
virtù di Ca- tone, ironicamente censura la filosofia stoica che quei pro- fessava,
per modo da eccitare le risa e il disprezzo in tutta la Curia. E in generale
Cicerone considera come sia di molta utilità nel difender le cause adoperare
acconciamente il di- scorso faceto ed ironico, dicendo. (De Orat. II. 58). «
Est piane Oratoris movere risum, » vcl quod ipsa hilaritas benevolentiam
conciliatei, per quem » excitata est ; vel quod admirantur omnes acumcn uno
sae- » pe in verbo positum, maxime respondentis, nonnunquam » etiam lacessentis
: vel quod frangi! advcrsarium, quod im- » pedit, quod elevat, quod deterret,
quod refutat ; vel quod » ipsum oratorem politura esse hominem significat, quod
eru-- » ditum, quod urbanum, maximeque quod tristitiam ac se- » veritatem
mitigat, et rclaxat, odiosasque res saepe, quas » argumentis dilui non facile
est, ioco risuque dissolvit ». Del sarcasmo. Il sarcasmo è un ironia amara e
mordace (1), o sia « il » sarcasmo è un finto discorso col quale si vuole in
modo » amaro e mordace far intendere una cosa opposta a quella » che indicano
per sé le parole ». Questo può nascere o da animo maligno , o da giusto sdegno
che temperatamente in cuore avvampa. Non è mai lecito con animo maligno scher-
nire niuno; cioè prendere a diletto la vergogna, che noi facciamo altrui, senza
prò alcuno. Solo potrà l’oratore o il (1) <Tapxa<Tjxis;, ou, o ; irrisio
amarulenta a. captalo cameni detrailo; ileiu diduclo riclu irrideo. ih. oafì;
o-afxo(, v raro, pidpa. Digitized by Google 60 poeta riferire l’altrui sarcasmo
maligno per mostrare il per- verso di lui animo : come quel di Virgilio , ove
Turno al misero Troiano da lui tralitto e già spirante , con amaris- simo
scherno insultava, dicendo : En agro» , et quam bello , Troiane petisti
Hesperiam metire iacens. llaec proemia, qui me Ferro ausi tentare, ferunt : sic
moenia condunt. E quell’altro del furibondo Pirro, che ai rimproveri del vec-
chio Priamo , che sotto i suoi occhi , innanzi all’ ara degli dei, ov’ crasi
rifuggiato, vcdeasi da lui trucidare barbara- mente il suo figliuolo Polite,
con ischerno insultante risponde. Cui Pyrrhus: referes ergo haec, et nunlius
ibis Pelidae genitori, llli tnea tristia facta Degenercmque neoptolemum narrare
memento. Aunc morere. Ma può talvolta prorompere il sarcasmo da giusto e vivo
sdegno contro enormi fatti, come Dante Inf. XXVI. Godi Firenze poi che se’ sì
grande Che per mare e per terra batti l’ale E per lo ’nferno il tuo nome si
spande. E il medesimo (Purg. VI. 127. cc.) dopo aver deplo- rato universalmente
i mali di tutta Italia, volgesi a Firenze con questo egregio, ma mordacissimo sarcasmo.
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta Di questa digression, che non ti tocca,
Mercè del popol tuo che si argomenta. Molti han giustizia in cor, ma tardi
scocca, Per non venir senza consiglio all’arco ; Ma ’l popol tuo l’ ha in sommo
della bocca. Molti rifìutan lo comune incarco ; Ma ’l popol tuo sollecito
risponde Senza chiamare ; e grida: io mi sobbarco. Or ti fa lieta , che tu hai
ben donde: Tu ricca, tu con pace, tu con senno. S’ io dico ver, l' effetto noi
nasconde. Digitized by Google 61 Atene e Lacedemona, che fenno L’antiche leggi
e furon sì civili, Fecero al viver bene un picciol cenno Verso di te, che fai
tanto sottili Provvedimenti, eh’ a mezzo novembre Non giunge quel che tu
d’ottobre fili. Quante volte del tempo che rimembre, Leggi, monete, offici e
costume Hai tu mutato e rinnovato membre? E se ben ti ricordi, e vedi lume,
Vedrai te simigliante a quella ’n ferma Che non può trovar posa in su le piume
, Ma con dar volta suo dolore scherma. Iddio stesso ad umiliare la stolta
presunzione d’Adamo, con acerbo sarcasmo rimprovcrollo, dicendo. « Ecce Adam, » quasi unus ex
nobis factus est, sciens bonum et malum. » Nunc ergo ne forte mittat manum
suam, et sumat de li- » gno vitae, et comedat, et vivat in aeternum. Et emisit » eum Dominus de paradiso voluptatis ». Ma
cosiffatto genere d’ironia mordace, quantunque muo- vasi da diritto zelo ,
debbesi pur serbare solo alle persone di maturo senno e di grande autorità. §.
III. Dei tropi fatti per certa relazione e legame che siavi fra due cose fra
loro. Quando fra due oggetti, ovvero fra le parti dello stesso oggetto,
scorgesi uno stretto legame o relazione, sovente per eleganza, e per maggior
vivezza d’esprimere, nominiamo uno per intendere l’altro suo termine correlativo.
Questo genere di tropi distinguesi dai relori in due specie, l’una chiamano
Metonimia, l’altra Sinecdoche. Della Metonimia. « La Metonimia è quel tropo ,
ove di due cose , che » hanno stretta relazione fra loro, si nomina una per
inten- » der l’altra ». Ciò avviene per tre diverse ragioni. l.° per rapporto
di causa e di effetto. 2.° di segno e di cosa signi- Digitized by Google 62
ficata. 3.° di continente e di cosa contenuta. Eccone gli esempi. 1. ° Quanto
al nominar la causa per intenderne 1’cfretto; come Cerere per significare il
frumento, Bacco per il vino , Cicerone per le opere da esso scritte ec. Quanto
al nominar rcffctto per denotar la causa, come dicendo la canizie per la
vecchiezza ; ovvero ciò eh’ è proprio dell’ effetto attri- buendolo alla causa,
come pallida morte, timor fugace , tre- pido, quali aggettivi convengono, l’uno
ai morti, gli altri alle persone prese da forte timore. 2. ° Quanto a nominar
il segno per la cosa significata; come disse il poeta Cedant arma togae,
concedat laurea linguae. Ove per toga intcndesi il magistrato civile, per arma
il co- mandante della milizia, per laurea il guerriero onorato di corone pel
suo valore, per lingua l’oratore. 3. ° Finalmente quanto ai nominare il
continente per la cosa contenuta. Sia d’esempio quel di Virgilio Cile impiger
hausit Spumantem pateram et pieno se proluit auro Ei pronto bevve la spumante
coppa E nel pieno oro si tufTó Similmente nominiamo il cielo intendendo i santi
che vi di- morano; le città e le provincie per gli abitatori ec. Della
Sinecdoche. La Sinecdoche differisce dalla metonimia in questo so- lamente ,
che la metonimia considera due distinti oggetti , quali termini relativi , e
nomina uno per l’altro ; la Sine- cdochc poi considera i termini relativi in un
solo oggetto. E però o si nomina il tutto per indicare una sola parte o vi-
ceversa come Aut ararim Parthus bibet aut Germania tigrim. Ove si nomina tutto
il fiume delle gallie arar , o sia la Senna , e il tigri fiume dell’ Asia , per
quella porzione che bevesi. Dicesi poi ivi in singolare Parthus per indicare
tutta la nazione dei Parti; come diciamo talvolta Romanus, Graevus , per tutto
l’esercito, o per tutta la gente romana, e greca. Similmente nominasi la parte
pel tutto ; dicendo il tetto per intender la casa , la poppa , la carena , le
vele per la nave. Così per Sinecdocbe si nomina la materia, di cui è for- mata
qualche cosa ad indicare la cosa stéssa, come il ferro per la spada, il pino
per la nave ec. l’oro o l’argento pel vaso da quei metalli formato. Appartiene
alla Sinecdoche eziandio la figura di Antonomasia ; quando cioè usiamo il nome
appellativo c generico in vece del proprio e partico- lare, dicendo per es.
l'Oratore per indicar Cicerone, l'Urbi- nate per Raffaele Sanzio, Urbs invece
di Roma. E qui per ultimo giova considerare come queste due figure, nelle quali
nominiamo una cosa per intenderne un altra correlativa, servono a dare maggior
vivezza, nobiltà, o più distinta espressione al nostro concetto , c per darne
un esempio : se in vece di nominar le navi diciamo : fug- gon per l’alto mare
le vele ; ci sembra di vedere la direzione e la velocità delle navi , che si fa
più sensibile alla vista delle vele, e cosi del resto. Delle figure ret loriche
propriamente dette. Le figure del discorso propriamente dette differiscono dai
tropi, perchè in questi le parole tolgonsi dal significato proprio all’
improprio; quelle ne ritengono il senso proprio e diretto. Ora cosiffatte figure
derivano da tre distinte fonti; o da forte passione d’animo, o da vivezza d’
immaginazione, o da sagacità d’ingegno: e però ne tratteremo separatamente. §.
I. Figure che derivano da forte passione. Le figure; che nascono da impeto
d’affetto e di passione sono principalmente queste. l.° Conduplicazione; 2.°
regres- Digitized by Google 64 so ; 3.° correzione ; 4.° intellezione ; 5.°
reticenza ; 6.° apo- strofe; 7." precazione e imprecazione ; 8.°
esclamazione , 9.° ept fonema; 10.° iperbole ; 11." enfasi. I. La
conduplicazione è quella figura , ove per impa- ziente desiderio ripetesi due
volte la stessa parola : come quel di Virgilio. Nane nunc insurgite remis ,
Uectorci so- di : e quel di Dante. Dimmi maestro mio , dimmi signore. II. Regresso
è una ripetizione enfatica o sia è la lìgura ove un vocabolo della proposizione
antecedente si replica con più forza nella seguente: come (Virg. Ecl. V). Addit
se sociam timidi sque supervenit Aegle, Aegle Naiadum pulcherrima. e Dante
Purg. XXX. 29 ec. Ma Virgilio navea lasciati scemi Di se, Virgilio dolcissimo
padre Virgilio a cui per mia salute diemi. III. Correzione è la figura per cui
quasi per subito pentimento ritrattasi c correggcsi la parola o sentenza dianzi
delta. Come (Teren. Eautont.) Filium unicum adolescentem Habeo: ah! quid dixi
habere me. Imo habui, Creme Nam habeam nec ne incertum est. E Cicerone prò
Coelio « O stultiliam ! Stultitiam ne dicam, » an impudentiam singularem ? » Ed
il medesimo in Cati- linam. « Hic tamen vivit. Vivit? Imo ctiam in scnatum »
venit ec. ec. ». IV. Intellezione è la figura ove per tema di grave e imminente
pericolo si accennano solo le cose principali, la- sciando altre che facilmente
intendonsi. Per es. Virgilio ad esprimere la smania di Niso di togliere dall’
imminente strage il suo amico Eurialo , alla conduplicazione aggiunge l’ in-
tellezione, inducendolo a gridare. Me me..., adsum qui feci...; in me
convertite ferrum 0 Rutuli; mea fraus omnis.., nihil iste.., nec ausus,.. Nec
potuit. Dìgitized by Google 65 V. Reticenza è la figura ove tralasciasi qualche
parola a fine d’ ingerire negli animi altrui l’ idea di cosa maggiore d’ogni
loro espettazione : come quando Nettuno sdegnato mi- naccia i venti (Aeneid.
I). Iam coelum, terramque meo sine numine, venti , Miscere, et tantas audetis
tollere moles ? Quos ego . . . Sed motos praestat componere fluctus Post mihi
non simili poena commissa luetis. VI. Apostrofe è quando 1’ oratore preso da
veemente commozione d’animo, interrompendo il suo discorso volgesi a parlare ad
altra persona presente o assente , vera o im- maginaria. Come prò Milon.
Cicerone. « Vos vos appello, » fortissimi viri, qui multum prò rcpublica
sanguinem ef- » fudistis ; vos in viri et civis invidi appello periculo cen- »
turiones, vos milites ; vobis non modo inspectantibus, sed » etiam armatis, et
buie iudicio praesidentibus, haec tanta » virtus ex bac urbe expelletur ?...
VII. Pr coazione e imprecazione è la figura ove espri- mesi il vivo desiderio e
i voti in prò o in danno proprio o altrui. Esempio di precazione Orat. Ode 3.
1. I. Sic te diva potens Cypri Sic fratres Helenae , lucida sidera Ventorumque
regat pater, Obstrictis aliis praeter Japyga , Navis, quae tibi creditum Debes
Virgilium, (inibus atticis Reddas incolumem, precor, Et serves animae dimidium
meae. Esempio d’imprecazione quel di Didone. Aen. IV. Sed mihi vel tellus optem
prius ima dehiscat, Vel pater omnipotens adigat me fulmine ad umbras, Pallentes
umbras Èrebi, noctemque profundam, Ante, pudor, quam te violem, aut tua iura
resolvam. A questo genere di figure appartiene anche quella che dicesi
ossecrazione la quale si definisce così : Obsecratio est 5 ratio impetratali quod petimus : quando cioè
si domanda istan- temente il soccorso altrui adducendo le ragioni e i motivi
più alti ad impetrarlo: sia pér esempio quel passo di Ci- cerone prò. reg.
Dejot. « Quare hoc nos primum metu , C. » Caesar, per lidem et constantiam, et
clementiam tuam li- » bera, ne rcsidere in le ullam partem iracundiae suspice-
» mur. Per dcxteram te istam oro , quam regi Deiotaro » hospcs hospiti
porrexisti ; istam inquam , dexteram , non » tam in bellis et in praeliis, quam
in promissis et in fide » firmiorem ». Vili. Esclamazione è quella figura che
esprime il vivo sentimento d’ammirazione di cose maravigliose sì in bene si in
male, come. « O clementiam admirabilem atque omni » praedicatione, literis,
monumcntisquc decorandam ». prò Ligar. - E in Catilin. « 0 tempora, o mores !
Senatus haec intclligit ecc. ». Ed il medesimo : « O miscrum et infelice») «
diem; quo consul omnibus censuris P. Sylla rcnunciatusest. » O fallacem et
volucrem fortunam ! O caccam cupiditatem! » O praepostcram gratulationem ! Quam
cito illa omnia ex » laetilia . . et voiuptate ad luctum, et lacrymas
redierunt! » IX. Epifonema. Cosi la definisce Quintiliano « Epipho- » noma est
rei narratae vel probatae summa acclamatio». Per. es. Virgilio, dopo descritte le
gravissime traversie di Enea, e dei compagni conclude: Tantae molis erat
romanam condere gentem ! E il medesimo dopo aver detto di Polinestore Fas omne
abrumpit: Polidorum obtruncat, et auro Vi potitur , prorompe con isdegno in
quest’ epifonema : Quid non mortalia pectora cogis Auri sacra farnesi X.
Iperbole è quando per vivezza d’affetto si esagera qualche cosa; come un
assetato dicendo mi beverei un fiume ; ed un amico rivedendo l’amico molto
desiderato, prorompe dicendo, è un secolo che ti bramo. XI. Enfasi è la figura ove alcuna parola,
sebbene presa nel suo proprio senso, pure nel modo come ò usata esprime un alto
sentimento. Così Hannibal pacem peto ; e Foimus Troes, fuit lliumj e
quell’enfasi divina Ego sum , che at- terrò nell’orto tutti i nemici del Divin
Redentore. §. II. Delle figure che derivano da viva immaginazione. L’
immaginazione (phantasia) è quella nobile facoltà del- l’uomo, per la quale si
rappresenta al vero e contempla come presenti e reali gli oggetti assenti o
meramente ideali. Ora il rappresentare al vivo colle parole le cose da noi così
immaginate costituisce varie specie di bellissime figure; dette però d’
immaginazione, e delle quali le principali sono hypotiposis, prosopopaeia ,
ominatio. I. Hypotiposis, o sia sub oculis subiectio, è quella figura d’
immaginazione , per la quale gli oggetti reali ma assenti rapprescntansi con
tutti i loro atti e fattezze, come tuttora fossero presenti , ai nostri sensi
(1). E ciò può farsi o dei semplici luoghi, o di animali, o di persone, o di
fatti isto- rici con tutte le loro circostanze. L’ ipotiposi è poi differente
dalla mera narrazione isto- rica, in ciò che questa richiama solamente alla
memoria le cose passate e lontane, quella non pur le rammemora, ma le dipinge ,
le pone in essere , in atto , le fa quasi vedere cogli occhi c toccar colle
mani. Nelle opere dei sommi poeti incontransi quasi in ogni pagina siffatte
meravigliose pitture: pictura poesis. Tito Li- vio non pur narra la storia
romana, ma la pone in dramma: vedi sott’ occhio i luoghi, le persone, i
costumi, le battaglie; odi le dicerie, il fragor delle armi ec. Anche
l’oratore, e gli altri scrittori di stile mezzano , e di stile semplice , di
quando in quando accendonsi nella fantasia, e ti stampano (1) ùiroTu meri; »«;
r> exemplar. figura apud Oc. de Orat. 1. II. illustrir cjcplanatio,
rerumque, quasi gerantur, sub aspcctum pene subiectio. ab u noronau Iti. rwira;
typus, nota, exemplar ec. e
rappresentano al vivo le cose rimote, e assenti, come fosser presenti.
Recheremo alcun esempio. È celebre il cavallo descritto da Virgilio. Aen. IV.
134. Ostroque insignii et auro Stat sonipes et fraena ferox spumantia mandit
Recherò qui per esteso il Cerbero di Dante Inf. VI. Cerbero , fiera crudele e
diversa Con tre gole caninamente latra Sovra la gente che quivi è sommersa. Gli
occhi ha vermigli , c la barba unta ed atra E'I ventre largo, e unghiate le
mani. Graffia gli spirti, gli scuoia ed isquatra. Urlar gli fa la pioggia come
cani, Dell’un de’lati fanno all’altro schermo, Volgonsi spesso i miseri
profani. Quando ci scorse Cerbero, il gran verino, Le bocche aperse, e
mostrocci le saune, Non avea membro che tenesse fermo Cicerone così descrive
Verrc : » Ipse inflammatus scelere et furore in forum venit. » Ardebant oculi :
toto ex ore crudelitas eminebat. Expe- » ctabant omnes , quo tandem
progressurus , aut quidnam » acturus esset. Cum repente hominem corripi :
[atque in » foro medio denudari, ac deligari, et virgas expediri iu- » bet.
Clamat iile raiser se civcm esse romanum ». Nella vita di S. Antonio del
Cavalca descrivonsi con viva ipotiposi le battaglie date ad Antonio da’ diavoli
« Ecco » subitamente per opera del diavolo un suono repentino » sopra 1’
abitacolo d’ Antonio , sì grande e mirabile , che » tutto quell’edificio si
commosse dal fondamento; e quasi » aprendosi le pareti e le mura, entrarono
dentro molte turbe » e forze di demoni, li quali avendo preso forma di varie »
bestie e di serpenti, tutto quel luogo empierono di forme » fantastiche di
leoni, di tori, di lupi, di basilischi, di ser- » penti e di scorpioni, e di
leopardi e d’orsi; li quali tutti 69 » animali grillavano e ruggivano, ciascuno
secondo sua qua- » lità e natura. Ruggiva il leone dando vista d’ andargli »
addosso; il toro mugghiando lo minacciava di ferire colle » corna : il serpente
verso lui acceso sibilava; i lupi urla- » vano: e cosi ciascuno con crudele
vista, e volto, e grida » contra lui fremivano. Delle quali tutte cose Antonio,
quan- » tunque ancora debole e pesto per li flagelli di prima; fa- » cendosi
beffe , stava con mente sicura e immobile, e di- » ceva : Se nulla potenza
aveste, bastava uno di voi ad uc- » cidermi : ma perocché Dio v’ ha prostrati e
tolta la po- » tenza, per moltitudine tentate di mettermi paura. E poi » anche
in Dio prendendo maggiore fiducia, diceva: Se nulla » potenza avete, e se Dio
contra me v’ha data licenza, di- » voratemi: ma se non potete, perchè
v’affaticate in vano? ». II. Un’altra specie d’ipoliposi si è quella figura che
ap- pellasi npoacùnoncu'oc (1) o sia personificazione, quando cioè il poeta, e
talvolta eziandio l’oratore , gli oggetti inerti e privi di ragione , o anche
meramente ideali , rappresentali quasi persone viventi in atto di favellare ,
di adoperare e conversare con noi. Cosi Cicerone contro Catilina (I. 7.) fa
parlare la patria, come persona vivente. « Quac lecum, Catilina, sic agit, et »
quodammodo tacita loquitur : Nullum aliquot iam annis » facinus extitit nisi
per te ; nullum ilagitium sine te : tibi » uni multorum civium neces, tibi
vexatio direptioque so- » ciorum impunita fuit ac libera ; tu non solum ad
negli- » gendas leges ac quaestiones, verum etiam ad evertendas »
perfrigendasque valuisti. Superiora illa, quamquam ferenda » non fuerunt,
tamen, ut potui, tuli : nunc vero me totam » esse in metu propter te unum ;
quidquid increpucrit, Ca- » tilinam timeri ; nullum videri contra me consilium
iniri » posse, quod a tuo scelere abhorrcat, non est ferendum. (1) Tlpomiroirouu* #{, v. fictio
personae a irpo<ruirov'ov,m, facies, aspcctus, persona, composita ex *fOf,
et «4/, *nro;‘oculus, vultus, facies. Dìgitizeci by Google 70 » Quamobrem
discode , atque hunc ruihi limorem eripc : si » esl verus, nc opprimar; sin
falsus, ut tandem aliquando » timore itesi nani ». Nei poeti poi c cosi nei pittori e scultori, è molto
fa- miliare cotesta figura di personificazione delle cose astratte c ideali,
come per es. l’immagine del tempo, delle varie stagioni, delle virtù, dei vizi,
delle passioni umane. III. Questa stessa figura d’ ipotiposi ha luogo talvolta
ri- guardo agli avvenimenti futuri, che da’ retori nominasi om»- natio o sia
augurio cioè la viva rappresentazione degli av- venimenti futuri, che o pel
consueto andamento delle cose umane preveggonsi dall’oratore o dal poeta :
ovvero per di- vina rivelazione conosconsi dovere avvenire. Così in prima per
es. Cicerone nella IV catilinaria. « Videor cnim mihi » hanc urbcm videro,
lucem orbis terrarum, atquc arcem » omnium gentium, subito uno incendio
concidentem ; cerno » animo sepulta in patria nùseros atque insepultos acervos
» civium ; versatur mihi ante oculos adspectus Cethegi et » furor in vostra
cacde baccantis ». Fra i molti esempi poi di cosiffatte vive pitture rap-
presentate dai veri profeti ne sceglierò uno tradotto con au- rea lingua del
300. Il vecchio Tobia prima di morire, a conforto de’ com- pagni della sua
prigionia, predice loro la vocazion delle genti al conoscimento del vero Dio, e
la splendida gloria di Ge- rusalemme, immagine della chiesa militante e trionfante
: di- cendo: » O Gerusalemme città di Dio, il Signore t’ha ga- » stigata nell’
opere delle tue mani. Confessati al Signore » ne’ beni tuoi, e benedici Iddio
de’ secoli, acciocché egli » edifichi in te il suo tabernacolo, c richiami a te
tutti i » tuoi prigioni, e rallegrati in tutti i secoli : Tu rilucerai » di
luce chiarissima, c tutta la terra adorerà te. Le na- » zioni verranno a te da
lungi, e recando doni adoreranno » in te il Signore, e la terra tua avranno in
santificazione, » e invocheranno in te il suo gran nome. E maledetti saranno
quelli, che ti dispregeranno .j e tutti quelli che ti » bestemmieranno saranno
condannati. E saranno benedetti » quelli che edificheranno te. E tu ti
rallegrerai nei tuoi » figliuoli ; perciocché tutti saranno benedetti, e
rauneran- » nosi a Dio. Beati tutti quelli che te amano, e rallegrc- » rannosi
della tua pace. O anima mia benedici Iddio: per- » ciocché egli libera
Gerusalemme sua città. Beato sarò se » le reliquie del seme mio saranno a
vedere la chiarità di « Gerusalemme. » Le porte di Gerusalemme saranno
edificate di zaffiro » e di smeraldo ; e tutto il cerchio delle sue mura di
pietre » preziose ; e tutte le sue piazze si lastricheranno di pietre »
bianchissime e nette, e sopra le sue strade si canterà AI- » Ieluia. Benedetto
Iddio che l’ha esaltata, acciocché il suo » regno sia sopra lei in saecula
saeculorum. Amen ». §. III. Delle figure prodotte da sagacità d’ ingegno. Le
figure prodotte da sagacità d’ingegno distinguonsi in due classi, altre sono di
parole, altre di sentimento i le prime consistono nella mera forma e nel modo
non comune di adoperar le parole, che pur serve a dar luce e forza ai concetti
della mente : l’altre consistono nella forma e nel modo non comune di
rappresentare i concetti stessi della mente. Quindi è, come dice Cicerone (de
Orat. III. 32) che : » inter conformationcm verborum et sententiarum hoc in- »
terest , quod verborum tollitur , si verba mutaris , sen- » tentiarum manet,
quibuscumque verbis uti velis. » , Considera poi il medesimo come le figure di
parole e di sentimento sono innumerabili, ed egli nel capo citato e nei
seguenti ne accenna un bel lungo catalogo. Ma noi parleremo solo delle
principali e di maggior uso. I. Figure di parole. Le principali figure di mere
parole sono : l.° la ripe- tizione, che variamente usata costituisce quattro
specie di figure dette dai retori simplex repetitio, traducilo , conversio,
.Digilized by Google 72 complexio : 2.° la forma delle parole armonicamente
disposte di simile cadenza o di simil desinenza. E in prima la ripetizione
della stessa parola può farsi o a principio di varie sentenze e incisi, o al
fine, o al principio insieme e al fine. Al principio ripetendo una pa- rola
(simplex repetitio) come Dante Parad. XXXIII. 20. dice della S. Vergine. , In
te misericordia , in te pietate , In te magnificenza, in te s’aduna Quantunque
in creatura è di kontate, Ripetizione della stessa parola di forma diversa
(tradu- rr elio) Cic. prò Archia. « Pieni sunt omnes libri, plenae sapien- »
tium voces, piena exemplorum velustas ». Ripetizione alfine di ciascuna
sentenza (conversio). « Do- » letis tres exercilus interfectos ? intrrfecit
Autonius. Desi- » deratis clarissimos cives ? Eos quoque vobis eripuit Anto- »
nius. Auctoritas huius Ordinis a Mieta est ? Afflix.it Anto- » nius » Cic. Ripetizione
al principio e al fine (complexio) « Quis le- » gem tulit ? Rullus. Quis maiorem partem
popoli suffra- » giis privavit? Privavi! Rullus Cic. ». Queste figure di ripetizione fanno sì, che la mente
di chi ode non trascorra su i fatti narrati o i vari argomenti trattati , ma
ponderi bene ciascuna parte e ciascuna sen- tenza singolarmente. Quanto alle
altre, che servono aneli’ esse a distinguer bene le parti di un tutto, e quasi
a sigillare armonicamente le sentenze, sono due dette similiter cadens,
similiter desi- nens-, la prima è quella figura ove i nomi cadono nei me-
desimi casi, i verbi nei medesimi tempi come, Cic. prò lege Munii. « Ac primum
quanta innocentia debent esse impera- » tores? Quanta inde omnibus in rebus
lemperantia? Quanto ingenio? Quanta humanitate? ». e prò Arch. poeta « Hunc ego
non diligam? Non admirer? non omni ratione defenden- dum putem? ». L’altra figura, detta similiter desinens è
quella ove i vocaboli di varii incisi e proposizioni hanno una simile ter-
minazione c quasi rima. Per es. Cic. prò lege Man. « Ut » eius scraper
voluntatibus non modo cives assenserint, socii » obtemperarint, hostes
obedierint, sed etiam venti tempe- » statcsque obsecundarint ». II. Figure di
sentimento o di sentenza. Le figure di sentimento, o di sentenza, come dianzi è
detto, sono quelle per le quali con sagacità d’ingegno rap- presentansi i
concetti della mente sotto forme e modi non comuni. Le principali sono otto,
delle quali tre, che diconsi preoccupazione, concessione, e comunicazione ,
servono spe- cialmente a rimuovere i pregiudizi e gli ostacoli dall’animo degli
uditori mal prevenuti o contro l’oratore o contro l’ar- gomento che imprende a
trattare: l’altrc sei figure poi, che vengon dette sospensione (substentalio),
dubitazione, preteri- zione, interrogazione, similitudine e antitesi servono
principal- mente a dare più evidenza e forza agli argomenti. I. Figure atte a
rimuover gli ostacoli. « La preoccupazione (prolepsis) è la figura colla quale
» scaltramente l’oratore previene gli uditori in ciò che po- » Irebbe
opporglisi » mostrando con ciò di non temerne punto contro la sua causa. Peres.
Cic. Pro Roscio: Credo, vos iudices mirari cc. e Divin. in Vcrrem: Siquis
vestrum, aut eorum , qui adeunt , forte miretur cc. E prò Arch. 15. « Quaerct
quispiam ; quid ? illi ipsi summi viri , quorum » virtutes litcris proditae
sunt , ista ne doctrina , quam » tu effers laudibus , eruditi fuerunt ? Difficile est hoc de » omnibus
affirmare: sed tamen est certum quod respon- » deam ». Simile alla preoccupazione si è la figura detta
conces- sione per la quale per ferma fiducia nella sua causa fa vi- sta
l’oratore di permettere, e quasi concedere come vero e giusto, ciò che non è
tale. Così Cicerone prò Lig. dei pom- peiani dice « Fuerint cupidi, fuerint
irati, fuerint pertina- » ces; scclcris
vero crimine, furoris , parricidii liceat (In. » Pompeio morivo, liceat multis
aliis carere » e Terenzio : « Tibi, si istuc plàcet, profundat, perda!, pcreat,
nihil ad » me attinet ». La comunicazione – H. P. Grice: “I use it more generally!”
-- cosi la definisce Cicerone de Orai. III. 53. Communicatio est cum iis ipsis
apud quos dicas de- liberano. E. g. Ciccr. Verr. II. « Nunc ego vos constilo, »
quid tnihi facicndum putetis. Id enim consilii profecto » taciti dabitis, quod
ego mihi necessario. capicndum intel- » ligo ». II. Figure d’ingegno atte a
porre meglio in luce le cose. « Sospensione (substentatio) è quella figura
ingegnosa , » colla quale tiensi incerto e sospeso l’ animo di chi ode »
affinchè giunga finalmente inaspettata e di maggior effetto » la cosa che
vuoisi inculcare. » Sia d’esempio quel di Ci- cerone in Verrem VII. « Eius
iussu isti homines compre- » hensi. Quid deinde? Quid censetis? Furtum fortasse, aut »
pracdam expectatis aliquam? cc. ec. Etiamnum mihi cx- » poetare videmini :
expectate facinus quam vultis impro- » bum, vincam tamen expectationem omnium
.... Quod » multo improbius est, illi nomine, sceleris, coniurationis » damnati
ad supplicium traducti , ad palum alligati , rc- » pente multis millibus
hominum inspectantibus , occisi » sunt ». • Nell’usar poi la figura di sospensione avvertasi di
avere tale argomento da soggiungere , che veramente sorprenda , come sarebbero
fatti eroici inaspettati , inaudite crudeltà. Altrimenti non si farebbe negli
uditori una forte impressio- ne , ma avrebbesi un effetto contrario da muovere
piutto- sto a riso, c a disprezzo ; e direbbesi : Parturient montes, nascetur
ridiculus mus. Molto affine alla predetta è la figura di dubitazione , » cioè
quella ingegnosa figura colla quale l’oratore ricerca » fra più cose quello che
affermare o far si debba , e in » certo modo tutte le rifiuta ». Cotesta figura
vale ad esag- Digitized by Google 75 gerare le cose , e a tener sospesi gli
animi degli uditori e far concepire così un alta idea della cosa che intende
l’oratore di lor persuadere. Cosi T. Livio Dee. IH. intro- duce Scipione a fare
un forte rimprovero ai soldati , di- cendo : « Apud vos quemadmodum loquar nec
consilium » nec oratio suppeditat; quos ne quo nomine quidem ap- » pollare
debeam, scio. Cives ? Qui a patria
vestra desci- » vistis. An milites? qui imperium auspiciumque abnuistis, »
sacramentum religionis rupistis. Hostes ? Corpora , ora , » vestitura, habitum civium aspi ciò;
facta, dieta, consilia, » animos hostium video ». « La figura detta
preterizione è quella con cui diciamo di voler passare sotto silenzio quello
che massimamente diciamo». Per esempio Cicerone lodando Pompeo disse : « Ita
non sum » praedicaturus, Ouirites, quantas ilio res domi militiaeque » terra
marique, quantaque felicitate gesserit , ec. . . Hoc » brevissime dicam ec. » »
La figura A' interrogazione è quella colla quale non » si domanda una cosa ignota
o dubiosa, ma si usa per espri- » mere con più forza una verità a tutti
notissima». Poteva per es. Cicerone dire positivamente contro Ca- tilina: è
assai tempo che ti abusi della nostra pazienza , e tenti sfacciatamente d’
illuderci; i tuoi fatti e i consigli sono ormai a tutti noti ec. Ma quanto
maggior forza acquista il discorso per la figura d’ interrogazione? « Quousque
tandem » abutere , Catilina paticntia nostra ? quem ad fìnem sese » effraenata
iactabit audacia ? NihiI ne te nocturnum praesi- » dium palatii, nihil urbis
vigiliae, nihil timor populi, nihil » concursus bonorum omnium , nihil hic
munitissimus ha- » bendi senatus locus , nihil horum ora , vultusque move- »
runt ? Patere tua consilia non sentis ? Constrictam iam » horum omnium conscientia
teneri coniurationem tuam non » vide» ? Quid proxima , quid supcriore nocte
egeris , ubi » fueris, quos convocaveris, quid consilii caeperis, quem no- »
slrurn ignorare arbitraris ? » Digitized by Google 76 Talvolta poi all’
interrogazione s’aggiunge anche la ri- sposta, come in quel passo di Cicerone:
Phil. II. n. 2. «Quid » putem ? contemptum ne me ? non video nec in vita, nec »
in grafia, nec in hac mea mediocritate ingenii quid de- » spicere possi!
Antonius. An in senatu faciliime ad me de- li trahi posse credidit ? qui ordo
clarissimis civibus bene » gcstae reipublicae tcstimonium multis , mihi uni
conser- » vatae dedil. An decertarc mecum voluit contentione di- » ccndi ? hoc
quidern bencficium est: Quid enim plenius , » quid uberius, quam mihi et prò me
et contra Antonium » dicere? Illud profecto est; non existimavit, sui similibus
» ex isti mari posse, se esse hostcm patriae , nisi mihi esset » inimicus ». Le
due ultime figure nate da sagacità d’ ingegno, sono la similitudine e
l’antitesi, altissime a porre in evidenza le cose da noi trattate col confronto
di altre simili, ovvero dis- simili o anche al tutto contrarie. « La
similitudine è il paragone di due oggetti distiuti che in qualche cosa
convengono». Così l’avaro e l’idropico, quan- tunque sieno fra loro differenti,
pure in questo convengono che non possono saziarsi, l’uno di bere acqua,
l’altro d’ac- cumulare ricchezze. Nota poi quanto alla similitudine Quintiliano
che « Ad » inferendam rebus lucem reperlae sunt similitudines. Prae- » cipue igilur
est custodienduin , ne id quod similitudinis » grafia adscivimus, aut obscurum
sit, aut ignotum. Debct » enim id quod iiluslrandae alterius rei gratia
assumitur , » ipsum esse clarius eo quod illuminatur ». Recherò uno altro
esempio. Così Cicerone. « Ut quidam morbo vel » sensus stupore suavitatem cibi
non sentiunt; sic libidinosi, » avari, facinorosi verae laudis gustum non
habcnt ». E nella Filippica Vili. « In corpore si eiusmodi est, quod re- »
liquo corpori noceat , uri et secari patimur membrorum » aliquod polius quam
totum corpus intcrcat; sic in rcipu- » blicae corpore, ut totum salvum sit,
quidquid est pestiferum amputalur ». Il Cavalca nella vita di S. Antonio dice
«Antonio, come ape prudentissima, tutti visitando (i » solitari) c le virtù di
ciascuno considerando , di tutti si » studiava di guadagnare, e di trarre mele
spirituale ». Finalmente « V antitesi, o sia il contraposto è quella in-
gegnosa figura colla quale pongonsi a fronte cose tra loro diverse o anche al
tutto contrarie , affinchè (come avviene nella pittura per il chiaroscuro)
spicchi più luminoso il sog- getto principale ». Sia d’esempio quel passo di
Cicerone prò Mil. « Quern » igitur cum omnium grafia inferficcre noluit, hunc
voluit » cum aliquorum querela ? quem iure , quem loco , quem » tempore, quem
impune non est ausus, hunc iniuria ini- » quo loco, alieno tempore, periculo
capitis non dubilavit » occidere ? » Porrò termine con un bellissimo passo di
Cicerone (Pro Muraena. X.) che può dirsi similitudine insieme ed anti- tesi,
ove pone a confronto la giurisprudenza (esercitata da Sulpicio), coll’arte
militare (esercitata da Murena) dicendo » Qui potest dubitari , quin ad
èonsulatum adipiscendum » multo plus afferat dignitatis rei militaris, quam
iuris ci- » vilis gloria ? Vigilas tu de nocte , ut tuis consultoribus » rcspondeas;
ille,- ut eo, quo intendit, mature cum exer- » citu perveniat. Te gallorum ,
illum buccinarum cantus » exuscitat. Tu aclionem instituis, ille aciem
instruit. Tu , » cavcs ne tui consullores; ille ne urbes aut castra capian- »
tur. Ille tenet, et scit, ut hostium copiae; tu, ut aquae » pluviac arceantur :
ille exercitatur in propagandis fini- » bus, tu in regendis. Ac nimirum
(dicendum est enim quod » sentio) rei militaris virtus praestat ceteris omnibus.
Haec » nomen populo romano, haec huic urbi aetcrnam gloriam » peperit : haec
orbem terrarum parere huic imperio coé- » git; omnes urbanae res, omnia haec
nostra praeclara stu- » dia et haec forensis laus et industria latcnt in tutela
ac lized by Google 78 » praesidio bellicae virtutis. Simul atquc incropuit
suspi- » ciò tumultus, artcs illico nostrae conticcscunt ». dell’amplificazione
kettokica. La proprietà delle parole , la loro
logica c armonica unione, i traslati e le altre figure giovano molto alla per-
spicuità eleganza e forza del discorso; ma ciò che forma il sommo pregio della
elocuzione si ò l’arte di bene amplifi- care i concetti. « Summa autem laus
eloqucntiae est, am- » plificare rem ornando : quod valet non solum ad augen- »
dum aliquid, et toliendum altius dicendo ; sed etiam ad » extenuandum, atquc
abiiciendum, Gic. de Orat. HI. 27 (1). Ora V amplificazione rettorica è
quell’ingrandimento o svi- luppo , che per mezzo delle parole si dà ai concetti
della mente , rappresentandoli nel loro vero, completo e più lumi- noso aspetto
e atteggiamento. £ però alla retta amplificazione oppongonsi due vizi fra loro
contrari: l.° la soverchia minutezza, che snerva il concetto: sectantem levia
nervi deficiunt animique (Hor. poet.) : 2.° Yesaggerazione, dicendo assai più
di quello, che le cose sono in sestesse: professus grandia target, (idem); il
che viene meritamente deriso e spregiato. « Quid enim tam fu- » riosum , quam
verborum vel optimorum sonitus inanis , » nulla subiecta sententia ? » Cic. de
Orat. I. (1) È da considerarsi qui la differenza che noia Cicerone fra l’arte
di ben parlare dialetticamente, e rettoricamente. Cosi egli de Orat. II. 38. «
Dioge- » nem fuisse , qui dicerei , artem se tradere bene dicendi, quam verbo
graeco » SiaXsxri xriv appellare!. In hac arie .... nullum est pracceplum quo
modo » verum inveniatur, sed tantum est quo modo iudicetur .... Genus sermonis » aflert, non
liquidum, non fusura ac profluens, sed exile,* aridum, concisum ac » minutum. Quod si quis probahil , ita probabit , ut oratori
tamen aplum non » esse fateatur. Haec enim nostra oralio mullitudinis est
auribus accomodanda, » ad oblectandos animos , ad impellendos , ad ea probanda
, quae non aurilicis » staterà; sed quadam populari trotina examinantur », Del
modo d’ amplificare una cosa considerata per sè sola. Quattro sono i modi
d’amplificare una cosa considerata per sè sola. l.° la perifrasi 2.®
l’espolizione 3.° l’enumerazion delle parti, che la compongono 4.°
l’enumerazion delle cir- costanze che l’accompagnano. §. l.° Della Perifrasi.
Il più semplice modo d’ amplificare si è la perifrasi , quando cioè invece d’
indicare una cosa col proprio nome, descrivonsi alcune sue proprietà , atte a
farla tosto rico- noscere: come Omero in cambio di nominar Giove, disse :
Ilcayp àvSpàv re Gscòvrs, il padre degli uomini e degli dei. E Dante Par. X
senza nominarlo così descrive il sole. Lo ministro maggior della natura, Che
del valor del cielo il mondo imprenta, E col suo lume il tempo ne misura. E il
medesimo per significare Omero lo dice .... Quel signor dell’altissimo canto
Che sovra gli altri com’ aquila vola. Altrove dello stesso Omero dice, colui
che con mag- gior cura le Muse allattar on. Maravigliose poi e svariatissime
sono le perifrasi, che usa Dante per indicare Iddio. Or lo dice : quell’
imperador che lassù regna ; or l’avversario d’ogni male ; ora il re del- l’
universo , il sommo duce, l’ imperador che sempre regna , colui lo cui saver
tutto trascende ec. E nella iscrizione sulla porta dell’ inferno usa questa
sublime perifrasi della augu- sta Triade, Giustizia mosse ’l mio alto fattore,
Fecemi la divina potestate, La somma sapienza e ’l primo amore. Il mio alto
fattore indica l’unità di Dio. Le tre divine persone poi sono significate dagli
attributi che per appro- Digitized by Googl 80 priazione i teologi assegnano a
ciascuna di loro; la potenza al Padre, la sapienza al Figliuolo, l’amore allo
Spirito Santo. §. 2. Della espolizione. L’espolizione è quel modo d’
amplificare che sotto di- verse forme esprime la stessa cosa (1). Cosi Cicerone
esprime l’alta gioia dell’cssersi allontanato da Roma il gran nimico della
patria, Catilina. « Tandem aliquando Catilinam furen- » tem audacia, seelus
anelantem, pestoni patriac nefarie mo- » lienlem ex urbe vel ciecimus vel
emisimus , vel ipsum » egredientem urbe prosecuti sumus; abiit, excessit, eva-
» sit, erupit » Similmente questa sentenza ; che cioè la difesa anche violenta
della propria vita è di diritto naturale, l’amplifica Cicerone (prò Milone),
con questa espolizione, dicendo « Est » haec non scripta, sed nata lex, ad quam
non dodi, sed » facti; non instituti, sed imbuti sumus , ut si vita nostra » in
aliquas insidias, si in YÌm, si in tela aut latronum aut » inimicorum
incidisset, omnis honesta ratio esset exspe- » diendae salutis. . . . Hoc et ratio doctis, et
necessitas bar- » baris, et mos gentibus, et feris natura ipsa praescripsit, »
ut omnem semper vim, quacumque ope possent, a corpore » a capite, a vita sua
propulsarent. » Similmente invece di dichiarare una cosa
con una con- cisa definizione , che ne indichi strettamente l’cssenziali e
caratteristiche proprietà , l’oratore suole largamente espor- la. Per cs. in
vece di dire : homo est animai rationale , Cicerone dice lo stesso per
espolizione: « Animai hoc pro- » vidum, sagax, multiplex, acutum, memor, plenum
ratio- » nis et consilii, quem vocamus hominem ». Cosi definereb- besi
strettamente la Curia il supremo tribunale, o la consulta di stato. Cicerone
prò Mil. l’amplifica dicendo « Curia tem- » plum sanctitatis, amplitudini,
mentis, consilii publici, ca- li) Quintiliano la nomina congerie 1. Vili, e IV.
al fine, dicendo « Potest » adscribi amplifìcalioni congeries quoque verborura
ac sententiarum idem signi- » Gcanlium ». Dìgitized by Google 81 » put urbis,
ara sociorum, porlus omnium gcnliuin, sedes » ab universo populo romano
concessa uni Ordini ». . Similmente la storia logicamente si definirebbe il
rac- conto successivo dei fatti e dei costumi della società umana : Cicerone
oratoriamente la descrive dicendo. « Historia est » testis temporum, lux
veritatis, vita memoriae, magistra » vitae, nuncia vetustatis ». Ma avvertasi
bene , che neU’cspolire uno stesso senti- mento, una stessa cosa con parole
diverse, presentisi sotto diversi punti di vista, a fine di dare maggior lume,
forza c larghezza al concetto medesimo. §. 3." Dell’ amplificazione per
enumerazione di parti. L’amplificazione per enumerazione delle parli si è
quella ove descrivonsi le parti componenti un tutto, ovvero una cosa si
distribuisce nelle sue parti principali. Questo modo d’am- plificare essendo
facilissimo ad intendersi, e molto comune, basterà recarne un solo esempio. In
vece di dire con una sola proposizione, che il consolato di Pisane era da tutti
detestato, Cicerone descrive per parti cotesto aborrimento universale, dicendo.
« Oranes memoriam consulatus tui, facta, mores, fa- te ciem denique ac nomen a
republica detestantur: legati qui » una fucre alienati, tribuni mililum
inimici, ccnturiones et » si qui ex tanto exercitu reliqui milites extiterunt,
non di- » missi abs te, sed dissipati, te oderunt, tibi pestem exoptant, » te
execrantur. Achaia cxausta, Tessalia vexata, laceratae » Athenae, Apollonia
exinanita, Ambracia direpta, Locri exu- » sti, Atamanum gens vendita ,
Macedonia condonata bar- » baris, Aetolia amissa, Dolopes finilimiquc montani
oppidis » atque agris exterminati , cives romani , qui in iis locis »
negotiantur, te unum solum suum depopulatorem, vexa- » torem, praedonem, hostem
venisse senserunt». §. IV. Amplificazione per descrizione delle circostanze che
accompagnano un qualche fatto. Le circostanze o aggiunti di qualche cosa o di
qual- che avvenimento così li definisce Cicerone (Topic.) « Ad- 6 Digitized by Google
82 » iuucta rerum et personarum sunt ca, quae rem circum- » stani et
comitantur, aut sunt in hominis sive animo sive » corpore ». Ora la considerazione delle circostanze dà ampia ma-
teria all’ amplificazione , potendo spesso avvenire che una cosa per sé anche
minima , attese le circostanze , divenga massima, e viceversa: e spesso anche
per esse una cosa muta al tutto natura divenendo di buona cattiva, e di cattiva
buona. Così, che un militare nel combattimento ferisca e uccida i ne- mici è
cosa comune e può esser anche argomento di gran virtù e valore militare. Ma per
le circostanze di persona, di tempo, di luogo, di modo ec. può cangiarsi in
azione empia, atroce, inumana. Sia d’esempio la morte di Priamo descritta da
Virgilio. Pirro insolente per la vittoria inscgue Polite da lui già ferito a
morte , che rifuggiavasi nel sacrario della reggia, e sotto gli occhi di Priamo
l’uccide; al pianto e ai giusti rimproveri del padre divenuto Pirro più fiero,
affer- rando per i capelli il misero vecchio tremante e sdruccio- lante sul
sangue del proprio figliuolo lo trascina fino all’ara degli dei, ed ivi col più
maligno sarcasmo insultandolo ne fa crudele scempio. Ecco i versi di Virgilio
che sono uno dei più belli passi dell’Encidi 1. II. v. 526. ec. Ecce autem
elapsus Pyrrhi de caede Polites Unus natorum Priami per tela per hostes
Porticibus longis fugit, et vacua atria lustrai Saucius. Illutn ardens infesto
vulnere Pyrrhus Inseguitur, iam iamque manu tenet, et premit hasta. Ut tandem
ante oculos evasit, et ora parentum, Concidit, ac multo vitam cum sanguine
fudit. Hic Priamus, quamquam in media iam morte tenetur Non tamen abstinuit,
nec voci iraeque pepercit. At tibi prò scelere exclamat, prò talibus ansie, Di,
si qua est coelo pietas quae talia curet, Persolvant grates dignas, et proemia
reddant Debita: qui nati coram me cernere lethum Digitized by Google 83 Fectiti
, et patrios foedasti funere vultut. At non ille, satum quo te mentirti,
Achilles Tolti in hoste fuit Priamo: sed iura fidemque Supplici s erubuit,
corpusque exangue sepulchro Rcddidit Hectoreum, meque in mea regna remtiit. Sic
fatue senior, telumque imbelle sine ictu Coniecit: rauco quod protinus aere
repulsum, Et summo clypei nequicquam ambone pependit. Cui Pyrrhus : Referes
ergo haec et nuntius ibis Pelidae genitori, liti mea trtitia facta Degeneremque
Neoptolemum narrare memento ; Nunc morere. Hoc dicens altaria ad ipsa trementem
l'raxit, et in multo lapsantem sanguine nati, Implicuitque comam laeoa,
dextraque coruscum Extulit, ac lateri copulo tenue abdidit ensem. Ecco come la
semplice proposizione Pirro uccise barba- ramente il re Priamo, amplificata
nelle sue primarie circo- stanze, diviene un fatto il più tragico e sublime. Del
modo d’amplificare una cosa considerata in relazione con altre. I modi
d’amplificare una cosa considerata in relazione con altre possono
principalmente ridursi a tre l.° per pa- ragone di cose simili o dissimili, 2°
per incremento o decre- mento, 3.° per ragionamento. §.I. Amplificazione per
confronto di cose simili o dissimili. Trattando delle figure rettoriche si è
parlato della si- militudine, c come questo può trasmutarsi in metafora; or
l’una e l’altra figura può essere amplificata: la metafora può svol- gersi e
prolungarsi divenendo allegoria, come si è ivi no- tato: la semplice
similitudine parimenti descrivendo per parti le cose simili, ovvero annoverando
molte similitudini insieme. Digitized by Google 84 Sebbene poi cosiffatte
amplificazioni per similitudini sian comunissime ai poeti, pure anche le
vediamo di quando in quando usate dai prosatori eccellenti. Eccone un esempio
di Cicerone (in Catil. 1.): dice egli che piuttosto che uc- cidere subito
Catilina, conveniva aspettare quando si fosse riunito ai suoi partigiani, per
estinguerli tutti insieme, e vi porta questa similitudine. « Ut saepe hoinines
aegri morbo » gravi , cum aestu febrique iaclantur , si aquam gelidam »
biberint , primo relevari videntur, deinde multo gravius » vchcmcnliusquc aiflictantur
; sic hic morbus, qui est in » republiea, rclevatus istius poema, vebementius,
vivis re- » liquis, ingravcscet ». Recherò un esempio in prosa di varie
similitudini ag- glomerate insieme. Nel Decamcrone G. VI. l.° « Come nei »
lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo, e nella » primavera i fiori
de’ verdi prati, e de’ colli i rivestiti ar- » buseoi I i ; così de’ lodevoli
costumi, e de’ ragionamenti belli » sono i leggiadri molti ». Mi astengo dal
recar altri esempi di poeti, chè quasi ad ogni pagina se ne incontra dei
bellissimi. Similmente può amplificarsi la figura d’antitesi o anno- verando
più cose contrarie , o descrivendone largamente una e ponendola a fronte colla
sua contraria. Ecco due esempi di Cicerone « Hoc autem quis ferre possit ,
inertes » homines fortissimi insidiari ? Stultissimos prudentissimi, »
ebriosossobriis, dormientes vigilantibus?» ed anche (in Ca- lilin.) « Ex hac
enim parte pudor pugnat, hinc petulanza ; » hinc pudicitia, illinc stuprum;
hinc fides, illinc fraudatio; » hinc pietas, illinc scelus; hinc constantia,
illinc furor; hinc » honcstas, illinc turpitudo, hinc continentia, illinc
libido». §. II. Amplificazione per incremento, o decremento (l).
L’amplificazione per incremento consiste in una grada- li) L’incremento e il
decremento detto anche gradatio, xàipof suole porsi fra le figure di parole. A
me piace meglio considerarlo come un modo di ampli- ficare , o anche come
figura di sentimento nata da sagacità d’ingegno. Digitiz ed by Goo^ k 85 zione
di cose dello stesso genere sempre crescenti, fino che giungasi a quella
massima di cui parliamo: il contrario è il decremento. Cosi di Cicerone contro
Verro. « Facinus est » vincire civem romanum ; scelus verberarc ; prope parri-
» cidium necare; quid dicam in crucem tollere? » Le figure poi di sospensione e
di dubitazione offrono per se materia a questa specie di amplificazione , come
può vedersi negli esempi ivi addotti. E nell’orazione prò Ligario VI usando
insieme dell’incrc- raento e decremento impiccolisce Cicerone e quasi annulla
la colpa di Ligario e degli altri pompeiani, dicendo contro Tubcrone « Scelus
tu illud vocas , Tubero ? Cur ? isto enim » nomine illa adhuc causa caruit.
Alii errorem appcllant , » alii timorem, qui durius spem, cupiditatem, odium, per-
» tinaciam; qui gravissime temeritatem ; scelus practcr te » adhuc nemo. Ac
mihi quidem, si proprium et verum no- » men nostri mali quaeratur, fatalis
quaedam calamitas in- » cidisse videtur , et improvidas hominum mentes occupa-
» visse », §. III. Dell’amplificazione per ragionamento . L’ amplificazione per
ragionamento può farsi in due modi, o in modo diretto, o in modo indiretto.
L’amplificazione per ragionamento in modo indiretto è quando s’ ingrandisce una
cosa per far comparire un altra maggiore, aliud augetur ut aliud crescat.
(Quintili. Vili. 3) Come esaltando l’insigne valore militare d’ Annibaie per
vie meglio encomiare le virtù del vincitore di lui Scipione. Il modo poi
diretto di amplificare per ragionamento si è quando da alcuni antecedenti e dalle
cause ben note , si deducono, descrivendole e annoverandole, le conseguenze e
gli effetti: ovvero da taluni effetti noti si risale alle cause descrivendole e
annoverandole. Addurrò un solo esempio di Cicerone, che comprende l’uno e
l’altro, dicendo. « Quereris »
raultis modis vexatam esse provinciam , sed causas cala- Digitized by Google 86
» milalis attende. Vigebat in ea ambitila, luxuria domina- » batur, segnes
erant magistratus, populus ipse molli otio- » saque segnitie diffluebat.
Expccta igitur damna longe ma- li iora. Exaurientur
pecuniae, iacebit spreta religio , fures » impure crassabuntur cc. » Basti di
aver qui brevemente dato 1* idea dell’amplifi- cazione , c dei principali modi
d’ amplificare. E poi officio del maestro, e degli scolari diligenti notare
negli autori clas- sici l’uso continuo che ne fanno, e l’arte varia e squisita
nel- l’adoperare e variare le amplificazioni, che come a princi- pio fu detto
formano il sommo pregio dell’oratore e di qual- sivoglia scrittore in prosa o
in poesia. DELLE SENTENZE E DEI MOTTI ARGUTI. L’opposto dell’amplificazione
sono le sentenze. Imperoc- ché l’amplificazione svolge un concetto e lo dilata
ampiamente, la sentenza al contrario raccoglie in poche parole il senti- mento,
e come il succo di lunghi discorsi, o di universale esperienza. Onde la
sentenza (presa antonomasticamente) si è una proposizione di largo e profondo
intendimento : come initium sapientiae timor Domini: ed anche, adolescens iuxta
viam suam, etiam cum senuerit non recedei ab ea , e così : La morte agguaglia
il signore al servo, e la verga reale alla marra, traendo le persone
dissimiglianti con simigliante con- dizione: ed anche, ninna cosa è che
guadagni tanto gli animi quanto la benignità. Di tal fatta sono le sentenze
morali delle favole d’Esopo, i proverbi di Salomone, gli aforismi filosofici di
Talete, di Seneca, e tante altre sentenze sparse qua e là negli autori
classici, molte delle quali possono vedersi rac- colte e volgarizzate con aurea
lingua da Fra Bartolommeo da S. Concordio, col titoli ammaestramenti degli
antichi. Digitized by Googl 87 Ora cosiffatte sentenze sono opera di alto
intelletto, di lungo stadio ed esperienza; e però non possono i giovanetti per
se stessi formarle; ma solo diligentemente raccoglierle dai grandi maestri e
farne nella lor mente tesoro , per quindi usarne all’opportunità quali gemme
per ornare ed illustrare i loro componimenti. Oltre cotesto genere di gravi
sentenze ve n’ ha un al- tro di motti arguti e scherzevoli, che sono anch’cssi
pro- posizioni contenenti in sé molto succo e molto sale. Ai quali motti
scherzevoli ed arguti, oltre l'acutezza d’ingegno, ri- chiedesi naturale
attitudine, e genio lieto e arguto, che non può per precetti acquistarsi , ma
solo alquanto regolarsi; affinchè (come si disse parlando della ironia) nè
ecceda in buffonerie, nè cada in bassezze plateali , nè in scipitezze ;
altrimenti contro chi affettasse di comparir faceto in tal modo, converrebbe
appropriarsi quel motto arguto dicendo: lui esser più per la faccia che per le facezie
ridicolo. Potrà anche leggersi utilmente il discorso che su tali motti arguti e
faceti fa Cesare presso Cicerone de Orator. 1. II. cap. 54. ec. E circa le
sentenze in generale può eziandio consultarsi la Rettorica d’ Aristotile
tradotta da Ann. Caro 1. II c. 21; e Quintiliano 1. Vili c. 5. Or le sentenze
sì gravi come scherzevoli, quando vengano usate opportunamente, c quasi da sè
nate nel discorso , di molto illustrano , abbelliscono e rafforzano qualunque
ma- niera di componimento , e per fin 1’ epistole familiari. Ma come il sale
nelle vivande , così conviene usarne , tanto quanto basti a condire il discorso
c nulla più. Deirartc di comporre ed ordinare il discorso. J. ulte le cose
esposte nel primo libro circa la buona elo- cuzione sono come i preludi dell’
arte rettorica , non però ne costituiscono il pregio principale e per cosi dire
1’ es- senza dell’arte. Di ciò ne abbiamo un chiaro esempio dalla pittura.
L’arte di scegliere e impastare i colori, di adoperare il pen- nello o altri
argomenti per disegnare i contorni, incarnare e modellar le figure, ritrarre
con naturalezza il panneggio, trat- teggiare opportunamente il chiaroscuro,
queste e simiglianti cose sono come i materiali , gl’ istrumenti e le
predisposi- zioni all’arte nobilissima del dipingere. Cose al tutto neces-
sarie a far sì, che la mano obbedisca all’ intelletto e al ge- nio dell’
artista; non consiste però in queste il pregio pri- mario e costitutivo della
pittura, nè formano esse di per sé sole l’eccellenza del dipintore. L’ arte e
il genio pittorico sta nell’ ideare e concepir bene il soggetto , e nello
scegliere , disporre , atteggiare e animar le figure per modo, che tutto con
evidenza e natu- ralezza rappresenti al vero l’ ideato. E però quest’arte sì
sublime come nella pittura , così nell’eloquenza e in ogn’altra delle arti di
genio, risulta da due cose , dall’ invenzione , e quasi direi creazione della
materia, e dal dare alla materia stessa la forma, la dispo- sizione, la vita :
e in breve, risulta dall’arte d’ inventare, e di comporre. Noi pertanto
riservando per ultimo il trat- tato della invenzione , come il più difficile ,
parleremo ora dell’ arte di comporre, e in prima : DELLE QUALITÀ’ ESSENZIALI A
QUALSIVOGLIA COMPONIMENTO. Le qualità essenziali a qualsivoglia componimento le
racchiude Orazio in questo verso: Denique sit quodvis simplex dumtaxat et unum.
Cioè in ogni componimento richicdesi la semplicità e l'unità, ovvero la
semplice unità. E qui dee notarsi , come per unità non intendesi già quella
matematica, che esclude qualunque numero e com- posizione di parti; ma s’
intende l’unità di sistema. Il sistema poi si definisce, «» complesso di forze
coordinate ad un fine, ovvero, un complesso di parti coordinate a formare un
tutto. Chi pertanto imprende a favellare o a scriver di qualche cosa, dee
proporsi un fine determinato, cioè d’ insegnare e persuadere altrui qualche
utile verità. E quindi tutte le im- magini , tutti gli argomenti , tutte in
somma le parti del suo discorso debbono tendere al fine da lui inteso. Ora
siffatta unità di sistema , affinchè riesca perfetta , esige due cose, l.°
scelta di mezzi atti ad ottener quel fine: 2.° conveniente disposizione e ordinamento
nell’adattarveli. La sceltezza de’ mezzi forma la semplicità, il buon coordi-
namento di essi forma l’unità del componimento. E quanto alla scelta de’ mezzi,
essa consiste in ciò, che nelle nostre composizioni non siavi nè più nè men del
bi- sogno. Non meno; perocché il poco spesso produce oscurità: brevis esse
laboro, obscurus fio: sempre poi rende il compo- nimento secco, mancante,
snervato. Non oltre il bisogno; poiché, come la soverchia copia de’ cibi
produce sazietà, e fastidio, così la ridondante loquacità annoia e stanca 1’
at- tenzione dell’ uditore. La moltiplicità stessa poi delle cose cagiona
altresì confusione, e porta di leggieri fuor di strada. Sian pur belle in sè le
descrizioni, le erudizioni, gli epi- sodi, se non sono a proposito, a nulla
valgono. E direbbesi Digitized by Googl 91 Non erat his locus. Quindi anche
avverrà , che mentre io scrittore erasi proposto di trattare un argomento,
troverassi sbalzato in un altro: e potrem dir con Orazio : Amphora caepit
institui, currente rota, cur urceus exit? Ma non vuoisi già riprovare con ciò
la fertilità dcl- l’ ingegno, che ingrandisce magnificamente, c variamente le
cose: solo riprovasi, e dee togliersi Quod non proposito conducat, et haereat
apte (1). Il pregio sommo de’ classici autori, sì in belle lettere, come in
qualunque altra delle arti di genio, si è: con poco esprimer molto; usare il
minimo dei mezzi a produrre effetti maravigliosi. Qui stà appunto la schietta ,
ingenua e natu- rale semplicità prescritta da Orazio. Chi altramente adopera,
meritamente è deriso. Così un tal vizio di molli degli scrit- tori e artisti
dell’ età sua con mordace ironia scherniva l’Alfieri. Sat. XIV, dicendo : Tutta
del secol nostro è l’arte nuova, Dei mezzi immensi, e impercettibil opre, Colla
clava d’ Alcide infranger l’uova. A dar poi l’unità ai nostri componimenti,
oltre la scel- tezza dei mezzi, è necessario altresì disporli e coordinarli in
modo, che rettamente collimino al fine propostoci. Ora non essendo altro l’
ordine se non che la disposi- tiva delle parti atta a ben formare il composto,
conseguen- temente si dee concludere , che a fine di ottenere un sif- fatto
ordine, richieggonsi tre condizioni, cioè giusta propor- zione, collocamento, e
legame delle parti fra loro. (1) Dee qui notarsi con Cicerone De Orai. II. 2t.
« Volo (dic’egli) se ef- » feral in adolescente foecnnditas. Nani sicut
facilius in vililius rcvocanlur ea » quae sese nimium profundunl , quam si
nihil valet materies , nova sarmento » cultura excilanlur: ita volo esse in
adolescente , unde nliquid ampulem. Non » enim polesl in eo succus esse
diuturnns, quod nini» celeriler est maturitatem » assequutum # ; Può anche
consultarsi Quintiliano I. II. c. 4. che molto bene discorre in questa
sentenza. Digitized by Google 92 E però qualsivoglia discorso o componimento
deve avere principio , mezzo e fine , o sia una conveniente introduzióne al
nostro tema , il suo sviluppo , e la conclusione , e che queste parti sien
proporzionate, e ben collegate fra loro: Primum ne medio , medio ne discrepet
imum (1) Altrimenti saremmo simili a quell’ inetto pittore , che ad un pigmeo
ponesse la testa di gigante , ovvero che nel ritrarre una immagine, mentre è
tutto inteso a dipingerle gli occhi neri e i neri capelli, facciale poi uno
sconcio naso, e le membra slogate e distorte. Ciascuna parte poi, sia primaria,
sia secondaria debb’es- ser collocata al posto suo e ben collegata colle altre
Singula quaeque locum teneant sortita decenter. Pongasi cioè ogni cosa là dove
valga meglio insieme colle altre ad ottener reffctto bramato. Imperocché la
virtù del- l’ordine consiste in questo, che le parti sien poste per modo, che
le antecedenti preparino c guidino alle susseguenti fino a tanto che giungasi
allo sviluppo intero dell’ argomento, a guisa di una scala salendo di grado in
grado fino alla som- mità ove posarsi. Così a modo d’esempio in una commedia i
fatti devon presentarsi e procedere senza veruno studiato artificio; ma
naturalmente a poco a poco vada svolgendosi l’intreccio sì, che l’intero
sviluppo giunga al fine inaspettato, ove lo spet- tatore rimanga lietamente
sorpreso e soddisfatto. Che se fin dal principio dia a conoscersi ove andrà a
terminare la cosa, la commedia perderebbe ogni suo pregio. E però, quando lo
scrittore avrà ben concepito il suo tema, e fissato precisamente Io scopo,
vegga ciò che debba dir prima e ciò che sia da portarsi in seguito , quello che
(1) A questo proposilo dice Cicerone De Orai II. 76 « Nam ul aliquidante » rem
dicatnus; deinde ut rem proponamus; post ul eam probemus nostris prae- » sidiis
conQrmandis , contrariis refutandis ; deinde ut concludamus , atipie ita »
peroremus. Hoc dicendi genus natura ipsa praescripsit ». debba appositamente
trattare e lumeggiare, e delle altre cose quali appena accennare, quali,
sebbene in sè belle c magni- fiche , pure siccome lo trarrebbon fuor di via,
tralasciarle affatto. In somma di questo solo debbo esser sollecito , di trarre
cioè le menti e le volontà degli uditori al suo partito potentemente. Così
facendo avrassi naturalmente la sceltezza dc’mezzi, la proporzione , il
conveniente collocamento , c legame di tutte sue parti, e l’opera riuscirà
semplice ed una; della quale potrà meritamente dirsi: qui non v’ha nulla da
togliere, nè d’ aggiungere , nè da mutare. « Quidquid aut addideris , . »
aut mutaveris, aut delraxeris , viliosius , et deterius fu- » turum ». (Cic. DeOrat. III. 8.) Il che è proprio delle sole
opere perfette e classiche. DELLA NARRAZIONE ISTORICA. La narrazione in genere
si è il racconto di qualche fallo singolare. Se il fatto sia veramente
avvenuto, dicesi narra- zione istorica; se sia finto, diccsi mitologica.
Dell’una e del- l’altra specie di narrazione unico e pregevolissimo è lo scopo:
insegnare per via d’esempi qualche utile verità. Tratteremo in questo capitolo
della narrazione istorica. E quanto a ciò diremo tre cose : 1° della proprietà
carat- teristica di siffatto componimento, cioè della veracità. 2.° delle regole
per ben comporre e condurre una narrazione * 3.° Della varia forma di
elocuzione che può darsele. | Della veracità della narrazione istorica.
Allineilo la narrazione di un fatto sia altrui- di vera uti- lità, oltre Tesser
grave, decorosa, onesta, come presuppon- go (1), deve avere altresì la
proprietà sua caratteristica la veracità: cioè non solo dev’esser il fatto in
sè vero, ma deve eziandìo apparir vero a chi l’ode. Ora che cosa richiedesi
affinchè alla narrazione di un fatto prestisi piena fede dagli uditori ?
Richiedonsi due cose: l.° debb’ esser a tutti manifesta la perfetta cognizione
del fatto in chi Io narra : 2.® l’animo suo sincero e verace nel narrarlo : in
breve, dev’esser nota la sua scienza e probità istorica. Apparirà in primo
luogo nel narratore la conoscenza piena e certa del fatto, se l.° manifesti i
fonti sicuri, onde lo abbia attinto: 2.° se il racconto sia chiaro, distinto,
ade- quato , notando ordinatamente i più considerevoli aggiunti e circostanze
di tempo, di luogo, di persone, ec. La veracità poi nel narratore si farà
manifesta, se costi, che non ha egli animo d’ ingannare, mostrando di non esser
in ciò condotto da spirito di parti, nè da verun’altro inte- resse, ec., e che
il fatto da lui narrato sia di tal natura, che se pur volesse, non potrebbe
mentire. Recherò ad esempio la narrazione della congiura di Ca- tilina
manifestata in senato da Cicerone, nella quale è così evidente la scienza e
probità di lui in quel fatto, da con- vincere pienamente della verità non pure
i senatori, ma gli stessi nimici. Cicerone (Cat. I. c. 4.) dice a Catilina:
Finalmente confessami il Recognosce tandem me- fatto dell’altra notte: e vedrai
, cum noctem illam superiorem. (1) Vedi il Prologo sull’officio delle arti
estetiche, ed anche P. I. c. I §. 2. daH'onestà in genere del discorso: e può
altresì consultarsi il Galateo di M. della Casa c. 9 - c. 44. Digitized by
Google ch’io veglio più agramente per la salute del comune di Roma, che tu non
fai alla sua morte. 10 noi ti dico di nascoso. Tu venisti l’altra notte intra
Fal- cavi , e nella casa di Marco Leca si radunarono molti di tua amistate e
compagni d’un medesimo misfatto. Ardiscilo tu negare? Perchè taci? Se tu 11
neghi , apparecchiato sono di provarloti. Chè io veggio qui nel senato alquanti
di co- loro, che vi furon con teco... Fosti dunque Catilina, a Leca quella
notte ; distribuisti le parti d’Italia ; fermasti dove si dovesse andare; chi
rima- nere in Roma , cui menassi teco; segnasti di quale parte della città si
mettesse fuoco , e dicesti, che indugiavi anco- ra un poco, perchè io viveva.
Allora si trovarono due ca- valieri romani, che dissero di trarti di quel
pensiero, e pro- miserti d’ uccidermi quella not- te poco innanzi il dì nel
letto. Tutte queste cose seppi io a tale ora, che appena era sce- verata quella
vostra compar gnia; e guarnii l’albergo mio di maggiore sforzo, e serrailo meglio,
e misine fuora coloro, per cui tu m’ avevi mandato 95 Iam intelligcs, multo me
vi- gilare acrius ad salulem,quam te ad pernicicm rcipublicae. Dico, te priore
nocte venisse inter Falcarios (non agam ob- scure) in M. Laecae domum;
convenisse eodem complures eiusdem amcntiac scelerisque socios. Num negare
audes ? Quid taces ? Convincam si neges. Video enim esse hic in senatu quosdam
, qui tccum una fucrunt.... Fuisti igitur apud Laecam iila nocte, Cati- lina,
distribuisti partesllaliae; statuisti quo qucmque profi- cisci placeret;
delegisti quos ftomae relinqueres, quos te- cum adducercs ; descripsisti urbis
partes ad incendia; con- firmasti te ipsum iam esse itu- rum;dixisti paululum
tibi esse etiam nunc morae, quod ego viverem. Reperti sunt duo equites romani ,
qui te ista cura liberarent , et sese illa ipsa nocte paulo ante lucem me meo
in lectulo interfectu- ros pollicerentur. Haec ego omnia vix dum etiam coctu
vestro dimisso comperi; do- mum meam maioribus praesi- diis munivi atque
firmavi: ex- clusi cos, quos tu mane ad me salutalum miscras, quum illi
Digitized by Google 96 salutando la mattina : concios- siacchè quelli vi
fossero ve- nuti , de’ quali io aveva detto dinanzi a molti grandi uo- mini,
che verrebbono a me a quel tempo (1). ipsi venissent, quos ego iara multis ac
summis viris ad me id lemporis venturos esse prae- dixeram. Regole per ben
condurre e coordinare la narrazione. Nella narrazione, come in ogn’altro genere
di compo- nimento ben fatto , dee verificarsi quel precetto d’ Orazio sit
quodvis simplex dumtaxat et unum ; e però debb’esservi principio , mezzo e fine
lutto suo proprio e proporzionato per modo, che primum ne medio, medio ne
discrepet imum, e che ciascuna cosa sia locata al posto suo. Singula quaeque
loeum teneant sortita decenter. In prima dunque richiedesi un principio
adattato, cioè un introduzione, che guidi naturalmente alla narrazione. E però
non sia nè troppo rimoto dal fatto, e come suol dirsi preso ab ovo: nè troppo
grandioso, che il racconto poi non corrisponda all’ espettazione degli uditori
; ma sia semplice e proprio, atto ad eccitare la curiosità e la fede in chi
ascolta. Che se il fatto fosse più vero che credibile per una sua apparenza di
falsità, sarebbe da stolto venire di slancio alla narrazione, chè verrebbe
dispreggiata, e direbbesi con Orazio Quodcumque ostendis mihi sic, incredulus
odi. E però sarà molto opportuno in tal caso usar la figura di preoccupazione ,
e più distintamente indicare i fondamenti che rendono certo il fatto; come a
cagion d’esempio il Boc- caccio volendo narrare alcuni strani accidenti della
peste di Firenze, preoccupa gli animi dei leggitori, dicendo: Mara- mi)
Volgarizzamento del buon secolo, trailo da’ MS. Corbelliano e Chigiano. “ —
Digitized by Google 97 Tigliosa cosa è ad udire quello che io debbo dire , il
che se dagli occhi di molti, e da miei non fosse stato veduto, ap- pena che io
ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quan- tunque da fededegno udito V
avessi. Similmente Dante nel C. XXV dell’Inferno prima di narrare la
maravigiiosa tra- sformazione di Gianfa ec. dice : Se tu se’ or lettore a
creder lento Ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, Che io che ’l vidi appena il
mi consento. Quanto al mezzo poi cioè all’ intera narrazione vuoisi l.°
scegliere le cose principali e più interessanti, tralascian- do le altre
circostanze minute, o al più accennandole; 2.* seguire l’ordine successivo dei
tempi de’ luoghi e delle cir- costanze più notevoli; 3.° collocar le cose per
modo che il soggetto principale del fatto primeggi, e ogn’altra cosa serva a
farlo vie più spiccare : siccome veggiamo in qualsivoglia quadro d’ insigne
pittore, che alcune figure vengon poste in distanza, appena accennate c
sfumale, altre più prossime e meglio delineate e distinte, altre in ombra e di
fianco, al- tre (quelle cioè che formano il soggetto principale) in piena luce
e nel mezzo , espresse al vivo in tutti lor atti e fat- « tczze. Queste regole
riguardano i costitutivi essenziali ad ogni buona narrazione, affinchè sia di
giusta brevità, chia- rezza c probabilità : quanto poi al dare alla narrazione
il colorito, per così dire, e la vivezza, da renderla gioconda, aggiunge
Cicerone de Or. II. 80 « Sed et festivitatem habet » narratio distincta
personis, et interrupta scrmonibus; et » est probabilius , quod geslum esse
dicas , quum , quem- » admodura actum sit, exponas : et multo apertius ad in- »
telligendum est, si consistitur aliquando, ac non ista bre- » vitate
percurritur ». La fine poi o conclusione del fatto dev’esser brevissima, come
sarebbe una sentenza morale , un cpifoneuia , o altra di tal fatta suggerita
dalla cosa stessa. 7 Digitized by Google 98 Ora qui recherò in esempio una
novella di Boccaccio, che mentre ha in sè tutte le doti richieste ad una ben
con- dotta narrazione, mostra insieme i vizi di un imperito nar- rator di
novelle. G. VI. N. I. « Nella città di Firenze fu una gentile e costumata donna
, chiamata madonna Oretta , la quale per avventu- ra essendo in contado , e da
un luogo all’ altro andando per via di diporto insieme con donne e cavalieri ,
i quali a casa sua il di avuti avea a desinare , ed essendo forse la via lunghetta
di là , onde si partivano , a colà , dove tutti a piè d’andare intendevano,
disse uno de’ cavalieri della brigata: madonna Oretta, quando voi vogliate, io
vi por- terò gran parte della via , che ad andare abbiamo , a ca- vallo , con
una delle belle novelle del mondo. Al quale la donna rispose: Signore anzi ve
ne priego io molto, e sarammi carissimo. II cavaliere, al quale forse non
istava meglio la spada allato che ’l novellar nella lingua, udito questo, co-
minciò una sua novella, la quale nel vero da sè era bellis- sima: ma egli or
tre e quattro e sei volte replicando una medesima parola , ed ora indietro
tornando , e talvolta di- cendo , io non dissi bene , c spesso nei nomi errando
, un per un altro ponendone, fieramente la guastava. Senzachè egli
pessimamente, secondo le qualità delie persone, e gli atti che accadevano,
profferiva. Di che a madonna Oretta, uden- dolo, spesse volte veniva un sudor
freddo c uno sfinimento di cuore, come se inferma fosse, e fosse stata per
terminare. La qual cosa poiché più sofferir non potè , piacevolmente disse:
Signore questo vostro cavallo ha troppo duro trotto: perchè io vi priego, che
vi piaccia di pormi a piè. Il cavaliere, il quale per avventura era molto
migliore intenditore, che novellatore, inteso il motto, mise mano in altre
novelle, e quella che comincialo avea, e mai seguita, senza finita la- sciò
stare ». Della varia forma di elocuzione che può darsi alla narrazione. La
narrazione può presentarsi sotto due diverse forme di elocuzione , o in modo
semplicemente narrativo e com- memorativo del fatto : o in modo rappresentativo
e dram- matico. Il primo ama la semplicità e ingenuità del favellare, e giusta
la natura del fatto può essere o tranquillo e se- reno , o anche animato da
forte passione : siccome quello sopra riferito della congiura di Catilina. 11
secondo modo poi rappresentativo, come quello che è dettato da una viva fan-
tasia, e da forte sentimento, che fa presenti e quasi pone su gli occhi gli
avvenimenti trapassati , vuole sempre uno stile sostenuto e vibrato. Esempi del
primo genere si hanno in tutti i comentari di Cesare , e nelle narrazioni che
usa Cicerone alle sue orazioni. Abbondantissimi esempi del se- condo genere
trovansi nei poeti; e in tutta la storia di Tito Livio. Recherò qui per modo
d’esempio due narrazioni una del primo genere, tratta da Cicerone, colla
traduzione del P. A. Cesari, e l’altra del 2." genere di Tito Livio colla
tra- duzione italiana del 300. I. Narrazione Miloniana. Milone essendo stato
quel Milo cum in senatu fuis- dl in senato, finché l’adunanza set eo die, quoad
senatus di- fu sciolta , tornò a casa : si missus est, domum venit; cal- mato t
calzamenti e le robe; ceos et vcstimenta mutavit : e finché la moglie (come
fanno) paulisper dum se uxor (ut fit) si mettesse a ordine , sopra- comparat ,
commoratus est ; stette alcun poco : indi partì deinde profectus est id tem- a
tale ora , che Clodio (il quale poris , cum iam Clodius , si dovea quel di
venire a città ) quidem eo die Romana ventu- avea a tornar tutto l’agio, rus
erat, redire potuissct. Ob- Clodio gli si fa incontro lesto viam fit ei
Clodius, expeditus Digitized by Google 100 lesto a cavallo ; non cocchio , non
bagaglio, niuna compa- gnia dei Greci, come era so- lito, senza moglie, che
l’avea quasi sempre : laddove questo insidiatore, che quel suo viag- gio uvea
ordinato per assas- sinarlo , veniva colla moglie in cocchio , impalandranato ,
con gran codazzo di gente, e un corteo lezioso di donne, di fanti e ragazzi.
S’abbocca in Clodio , dinanzi al fondo di lui forse alle undici o in quel
torno. Di presente da un luo- go , che gli era a cavaliere , ben molti gli sono
addosso con istocchi. I primi, affron- tato il cocchiere, l’ammazzano. Milane,
gittalo via il tabarro , salta del cocchio, e valorosa- mente si difende: ma
quei che erano con Clodio , sguainate le coltella, parte danno volta al cocchio
, per assalir dalle spalle Milone ; parte credutol già morto, cominciano ferire
i servi di lui rimasi addietro: de’ quali quei ch’ebbero cuore e fede al
padrone, altri rima- sero uccisi j altri , veggendo al cocchio appiccato un
fatto d’ arme , ed essendo ritenuti che non soccorressero il pa- drone , e
sentendo anche da in equo, nulla rheda, nullis impedimentis , nullis graecis
eomitibus , ut solcbat , sine uxore , quod nunquam fere. Cum hic insidiator,
qui iter illud ad cacdem faciendam ap- parasse^ cum uxore vehere- tur in rheda,
penulatus, vulgi magno impedimento, ac mu- liebri et delicato ancillarum
puerorumque comitatu. Fit obviam Clodio ante fundum eius, hora fere undecima, aut non multo
secus. Statim com- plures cum telis in hunc fa- ciunt de loco superiore im-
petum: ad versi rhedarium oc- cidunt. Cum autem hic de rheda , reiecta penula ,
desi- luisset, seque acri animo de- fenderet , illi qui erant cum Clodio,
gladiis eductis, par- timi recurrerc ad rhedam, ut a tergo Miloncm adorirentur;
parlim, quod hunc iam inter- fectum putarent, caederc in- cipiunt eius servos
qui post erant; ex quibus, qui animo fideli in dominum et pracsenti fuerunt,
partim occisi sunt, partim cum ad rhedam pu- gnar! viderent , et domino
succurrere prohiberentur , Miloncmquc occisum etiam ex ipso Clodio audircnt ,
et ita Dìgitized by 101 Clodio, come Milane era già esse putarent , fecerunt id
stato ucciso ; questi servi di servi Milonis , (dicano enino Milone (e lo dico
non per im- non demandi criminis causa, porre ad altri la colpa , ma sed ut
factum est) neque im- perchè il fatto andò pur cosi ) perante , ncque sciente ,
ne- non di ordine del padrone , non que praesenle domino , quod sapendolo lui ,
nè essendo qui- suos quisque servos in tali re vi, fecero quello, che ciascuno
facere voluisset. (Cicer. prò in cosi fatto termine avria
Milone §. X). voluto veder fare a suoi servi. Annotazioni rettoricke. Considera
il Blair , come lo scopo di Cicerone nella celebre difesa di Milone è di
mostrare, che sebbene Milone per mezzo de’suoi servi abbia ucciso Clodio,
nondimeno ciò non ha fatto se non per propria difesa ; e che le insidie non
sono state tramate da Milone alla vita di Clodio , ma da Clodio alla vita di
Milone. Tutte le circostanze per render ciò probabile sono dipinte con arte
maravigliosa. Nel riferir la maniera, con cui Milone parti da Roma, ci fa una
de- scrizione naturalissima della partenza d’una famiglia per la campagna,
sotto di cui non potea nascondersi alcun disegno sanguinario. Notisi con
qual’arte finissima conchiude la narrazione. Non dice apertamente , che i servi
di Milone uccidesser Clodio : ma che nel tumulto, senza ordine del padrone,
senza sua saputa, fecero quello che ognuno vorrebbe, che i pro- pri servi
facessero in simil caso. II. Combattimento degli Orazi e Curiazi. Quand’ebbero
ciò fatto, i Foedere icto; trigemini, fratelli gemelli s’armaro , sì sicut
convenerat , arma ca- come era ordinato. E come piunt. Quum sui utrosque ad-
ciascuna parte confortasse i hortarentur, deos patrios, pa- suoi a ben fare,
dicendo, che triam ac parcntes , quidquid il paese, i loro padri e le lo-
civium domi , quidquid v in ro madri, i loro parenti e i exercitu sit, illorum
tunc ar- Digitized by Google 102 loro amici, quelli che nono nel- l’oste, e
quelli che sono nella città rimasi, riguardano a lo- ro e alle loro armi :
allora uscirono nel campo tra le due osti fieri per natura, ed ina- nimati per
li conforti. L’una oste e l’altra s’assettarono di- nanzi alle tende,
sbigottiti e pensosi si del presente peri- colo, e sì della condizione av- venire
: però che la quistione dell’ imperio era messa nelle mani di così pochi
combatti- tori. Egli erano pensosi e in- tenti a riguardare la batta- glia , la
quale non era loro a grado. Le trombe suonarono : allora si corsero sopra i
gio- vani tre a tre , siccome due schiere , portanti il cuore e l' ardire di
due grandi osti j e più pensavano al comune imperio ed alla servitudine , eh’
egli non facevano al loro pericolo; e che tale stato sa- rebbe il paese , quale
egli il farebbono. Quando in prima s’assembrarono, ed ebbero trat- te le spade
, grande paura e grande spavento prese a colo- ro che gli riguardavano ; e fu-
rono sì duramente smarriti , eh’ egli non dicevano niente. ma, illorum intueri
manus : feroces et suopte ingenio, et pieni adhortantium vocibus , in medium
inter duas acies procedunt. Gonsedcrant utrin- que prò castris duo exercitus,
pcriculi magis pracscntis , quam curae expertes: quippe impcrium agebatur in
tam paucorum virtute atque for- tuna positum. Itaque ergo crecli suspensique in
minime gratum spectacuium animo in- tenduntur. Datur signum: infestis- que
armis , velut acies, ter- ni iuvenes maguorum exer- ciluum animos gerente»,
con- currunt: nec his nec illis pe- riculum suum; publicum im- pcrium
servitiumque obversa- tur animo: futuraque ea dein- de patriac fortuna, quam
ipsi fccissent. Ut primo statim con- cursu increpuere arma , mi- cantesquc
fulsere gladii, hor- ror ingens spectantes perstrin- git: et neutro inclinata
spe , torpebat vox spirtusque. Con- sertis deinde manibus, quum iam non molus
tantum cor- I ! I ! i / Egli si percuotono tra loro duramente de’ corpi e dell’
ar- mi, e si danno insieme grandi colpi delle spade taglienti, si ch'egli si
fanno grandi ferite e profonde, onde il sangue cor- re in abbondanza. A quello
iscontro furono gli albani tutti e tre feriti, e due de’ romani caddero morti
l’uno sopra l’al- tro. A quella caduta levò l'o- ste degli Albani un grande
grido e rumore-, ed a Romani fallì la speranza , e furono in gran dubbio di lor
cam- pione, il quale era attorneato da tre nemici. Avventura fu eh’ egli non fu
niente ferito ; e sì come egli non si potea com- battere solo con tre, cosi
ave- va egli il cuore fiero e cru- dele di sconfiggerli ad uno ad uno. E perciò
si mise a fuga per dipartirli , pensando che ciascuno de’ tre il caccerebbe
tanto più di presso , quanto meno avesse indebilito il corpo per la ferita.
Egli s’ era già alquanto dilungato quindi ove s’ erano combattuti: allora si
riguardò indietro, e vide ch’egli il seguitavano assai di lungi l’uno dall’ altro
; e V uno di loro era già presso a lui. Egli si 103 poruin, agitatioque anceps
te- lorum armorumque, sed vul- nera quoque et sanguis specta- culo esscnl; duo
romani, su- per alium alius , vulneratis tribus albanis, expirantes cor-
ruerunt. Ad quorum casum quum conclamasset gaudio al- banus exercitus, romanas
le- giones iam spes tota, nondum tamen cura deseruerat exani- mes vice unius ,
quem tres Curialii circumstcterant. Forte is integer fuit , ut universis solus
nequa- quam par, sic adversus sin- gulos ferox : ergo , ut se- gregare pugnam
eorum, ca- pessit fugam, ita ratus secu- turos, ut quemqnc vulnere af- fectum
corpus sineret. Iam aliquantum spatii ex eo loco, ubi pugnatum est, aufugerat,
quum respiciens videt magnis intervallis sequentes : unum haud procul ab sese
abessc: in eum magno impctu redit. Et dum albanus exercitus incla- mat
Curiatiis, ut opem ferant fratri , iam Horatius , caeso hoste , victor secundam
pu~ Digitized by Google 104 tornò tantosto verso lui, e in- tanto che gli
Albani gridava- no agli altri due che soccor- ressero il loro fratello , Orazio
V uvea già morto , e correva sopra l’altro. Allora levaro- no i Romani un gran
grido, sì come sogliono spettatori che dal disperare passino al rin- corare, e
confortarono il loro battagliere ; e quegli si affrettò di compiere sua
battaglia. Si che innanzi che ’l terzo l’ar- rivasse, che già non era molto di
lungi , ed accorreva , egli ebbe l’altro conquiso e morto. E così rimase uno
degli 0- razii, e uno de’ Curiazii: ma egli non erano niente eguali, però che
il Romano era nè tanto nè quanto ferito, ed era fiero e coraggioso della vit-
toria ch’egli avea avuta j l’al- tro era sì lasso, si per lo correre e si per
la ferita, la quale for- temente l’avea indebilito, e fu sì sgomentato per la
morte de’ suoi fratelli, che giacevano morti dinanzi da lui, che ap- pena si
tenea ritto. Quella più non era battaglia. Orazio l’as- sali valentemente: io
ho dis- s’egli, mandato all’inferno due de’ tuoi fratelli , e il terzo manderò
incontanente, sì che guani pelebat: tum clamore, qualis ex insperato faventium
solet, Romani adiuvant mili- tem suum: et ille defungi proe- lio festinat. Prius itaque quam alter, qui nec
procul aberat, consequi possct , et alterum Curiatium coniicit. Iamque acquato
Marte singuli supererant ; sed nec spe , nec viribus pares : al- terum intactum
ferro cor- pus et geminata victoria fc- rocem in certamen tertium dabant :
alter fessura vul- nero , fessum cursu trahens corpus, victusque fratrum an- te
se strage, victori obiicitur hosti: nec illud praelium fuit. Romanus exultans,
duos, in- quit, fratrum Manibus dedi: tertium causae belli huiusce, ut Romanus
Albano imperet, dabo. Male sustinenti
arma gladium superne iugulo defi- git, iaccntem spoliat. Romani ovantes et
gratulantes Hora- Digitized by Google 105 per cagione di questa batta-
tiumaccipiunt:eomaiorecum giia i Romani abbiano sigilo- gaudio, quo prope metum
res ria sopra gli Albani. Curia- fuerat. zio sosteneva appena il suo scudo.
Orazio il fiere da alto, e ficcagli la spada per la gola: e quando egli l’ebbe
abbattu- to alla terra, egli lo spogliò. 1 Romani lieti ed allegri ri-
cevettero Orazio ; e di tanto ebbero maggior gioia, in quan- to il fatto era
stato in mag- gior pericolo. Allora si tornarono am- Ad sepolturam inde suo-
bedue le parti a seppellire i rum, nequaquam paribus ani- suoi morti ; ma egli
non e- mis vcrtuntur , quippe im- rano già d’ un animo ; pe- perio alteri
aucti, alteri ditio- rò che V una parte a vea ac- nis alienae facti. Sepùlcra
ex- cresciuto il suo imperio, e tant, quo quisque loco cecidi!: l’altra era
tornata a servitù- duo romana uno loco propius dine altrui. I sepolcri furono
Albam , tria albana Romam fatti là, dove ciascuno era ca- versus, sed distantia
locis, et duto : i due de’ Romani in un ut pugnatum est. (Tit. Lir. luogo verso
Alba, e quelli di 1. I. 25.) Alba verso Roma ; l’ uno di lungi dall’altro
siccome era stata la battaglia (1). Annotazioni rettoriche. Non bavvi qui
esordio, perchè ('avvenimento è parte di storia per se gravissima. Somma
semplicità e unità d’azione. Accennato il sagrifìcio , l’ armamento de’
combattenti , e la viva esortazione de’suoi, con una pennellata dipingesi il
luogo, (1) Volgarizzamento del buon secolo , pubblicalo per cura del prof. C.
Dalmazzo. Torino 1845. d by Google [ 106 e le circostanze del fatto. Gli eroi
doppiamente feroci pro- cedere in mezzo alle dne armate, innanzi alle tende
schie- ratesi, incerte della lor sorte. E qui qual vivezza dà alla narrazione
quel subito , e tronco, datur signum ! Infiamma i combattenti alla pugna, gela
il cuore agli spettatori. Notisi come sia bene espressa la magnanimità e il
valore dei combattenti, dicendosi, che non il proprio pericolo, ma quello sol
della patria avendo fisso in animo scagliansi contro a guisa di due schiere ,
cui l’ardor de’ due grandi eserciti era quasi trasfuso. Nè potrebbe più al vivo
dipingersi l’ effetto prodotto negli spettatori, che dicendo, che allo squillo
della tromba, e al primo furioso scontro dei prodi, horror ingens spectantes
perstringit , per modo che non osavan pur trarre il fiato , torpebat vox
spiritusque. Notisi come espressivo sia il suono stesso delle parole. Quanto
poi alla descrizione del combattimento noterò l.° come quelle parole, duo
Romani , vulnerati s tribus Al- banie, corruerunt , servono opportunamente a
due cose, e ad indicare il valore dei vinìi, che cadendo dieron sangui- nosa
vittoria ai tre Albani ; ed a preparare la via all'ultimo memorando avvenimento
, nel quale trovandosi il Romano intatto, e i tre Albani spossati dalle ferite,
scorgesi chiara la ragione del combattimento e della vittoria. Considero poi in
2.° luogo, come la pugna di uno contro tre è al sommo animata sì per la
fierezza de’ combattenti , come per le grida e per li vari sentimenti degli
eserciti ; ma ciò fino a tanto che cade estinto il secondo Albano : ivi cessa
il furore, e la narrazione altresì procede pacatamente, dicendosi , che aeguato
Marte, quanto al numero, non però quanto alle forze di corpo e di animo dei due
campioni , il Romano già sicuro della vittoria, colle parole e colla spada,
senza contrasto, offre e svena il terzo qual vittima alla sal- vezza della
patria. Digitized by Google 107 La conclusione è brevissima, e la più naturale.
Romani ovantes et gratulantes Horatium accipiunt ; c l’uno e l’altro esercito
ad sepulturam suorum nequaquam paribus animis vertuntur. DELLA NARRAZIONE
MITOLOGICA 0 SIA DELLA FAVOLA. La narrazione mitologica, o sia la favola, è il
racconto di un finto avvenimento, fatto non a fine d’ingannare, ma d’istruire
altrui dilettando. Le favole poi sono di tre specie : l.° quelle composte di
tutte persone ragionevoli, dette comunemente parabole o novelle, come sono
quelle di parecchi scrittori sacri c pro- fani. Al tutto divine sono poi le
parabole, che usò il divin Redentore per insegnare anche ai più rozzi in un
modo sensibile c piano le più sublimi verità (1). 2. ° L’altra specie di
favole, dette comunemente apologi , componesi di bestie ed eziandio di esseri
inanimati, cui s’at- tribuisce il sentimento e la favella umana : come quello
del lupo e 1’ agnello , della vipera c la lima di Fedro , quello della congiura
fatta dalle membra- contro il ventre di Me- nenio Agrippa, e l’apologo narrato
nel libro de’Giudici c. IX. v. 8 e seg. degli alberi che cospirarono per
eleggersi fra loro il re. 3. ° La terza specie di favole è mista di esseri
ragio- nevoli e irragionevoli come la favola del vecchio e l’asino ec. Le
regole a ben formare e condurre coleste finte nar- razioni sono le stesse di
quelle da noi già poste nel capo precedente per le narrazioni vere. E però
nulla occorre su di ciò aggiungere. Quello che rimane a dire come lutto (1)
Anche le commedie , le tragedie, i poemi possono in cerio modo ap- pellarsi
favole, non essendo essi , che un complesso di molli finii avvenimenti , cosi
bene Ira loro intrecciali, da rappresentare in atto i costumi degli uomini.
Digitized by Google 108 proprio di qualunque specie di favole, si è la
verosimiglianza . Sembrerà forse cosa strana a taluno , come non pur nelle
parabole, ma per fin negli apologi, ove e alle bestie, e alla stessa materia
bruta dassi il senso c il discorso umano , possa rinvenirsi il verosimile. Ma
qual cosa più naturale all’uomo che siffatte finzioni ? Trova egli in tutta la
natura oggetti simili a sé , meltcsi in comunicazione con tutte le cose , quasi
fossero dotate di sentimento e d’ intelligenza , prende da loro argomento di
rappresentare al vivo le pro- prie idee. Quindi l’uso frequentissimo delle
metafore, delle allegorie, delle personificazioni ec. E però da questo stesso
fonte naturale derivasi l’uso delle favole d’ogni maniera. Or questa
propensione naturale dell’uomo di ravvisare negli oggetti che cadono sotto i
sensi altrettante immagini di sè stesso e de’suoi atti ; e dalle cose materiali
sollevarsi ai concetti intellettuali, fè nascere ad Esopo l’idea di com- porre
l’insigne opera delle favole, per le quali sotto forme le più semplici c
leggiadre di animali ecc. rese facili e di- lettevoli anche ai fanciulli i più
gravi e utili ammaestra- menti. Opera che dai sapienti di tutte l’età fu
riputata un tesoro di morale sapienza , c che Io stesso Socrate , padre della
filosofia, gloriavasi- d’averla posta in versi (1). Per la quale gli Atenicnsi
fecero scolpire a Lisippo una statua d’ Esopo c poserla per prima fra quelle
dei sapienti della Grecia (2). Vediamo ora quali regole debbonsi tenere,
affinchè le favole abbiano la verosimiglianza. La favola ha due parti, una è la
narrazione del fatto , l’altra è 1’ applicazione del medesimo o sia la morale:
e sì l’una come l’altra debb’esser verosimile. Pertanto ad ottener questa
duplice verosimiglianza quan- to alle parabole sono necessarie quattro cose :
I. fingere un (1) Piai’ in Phoedonc. (2) Vedi Fedro. Epilogo al 1. 2.° ed
Agazia I. 4.° dell’ Antologia lit. 34. sopra i filosofi. Digitized by Google
109 fatto probabile ed interessante : II. determinare il carattere proprio di
ciascun personaggio. E ciò può farsi in due modi: primieramente si posson
fingere nuove persone, dando loro il carattere ed il costume proprio secondo 1’
età, il paese, l’educazione, lo stato e la professione, che vuoisi a ciascuno
appropriare: in 2.° luogo possono scegliersi dei personaggi noti già dalla
storia , o finti dagli autori classici come la novella del Boccaccio di Giotto
e Forese , gl’ interlocutori nei dialoghi di Platone e di Cicerone; l’Achille,
il Nestore, l’ Ulisse ec. d’ Omero. III. Determinato poi il carattere di un
personaggio conservarglielo fino al fine .... Servetur ad imum Qualis ab
incacpto processerit, et sibi constet. IV. Poste finalmente in atto , e in
comunicazione fra loro le persone, lo scrittore non deve punto più apparire ;
ma ogni cosa procedere da sè , come le speciali circostanze natural- mente
portano fino al pieno sviluppo dell’avvenimento. Le stesse quattro regole
dianzi poste per le parabole valgono eziandio per gli apologi , e per le favole
miste , con questa sola differenza, che dovendosi personificare e dare il
discorso alle bestie, alle piante, e ad altri esseri naturali, conviene por
mente alle lor qualità naturali , ove meglio rassomiglino ai fatti c costumi
degli uomini. Le forme il carattere e le operazioni istintive delle be- stie ,
chi ben le considera , rappresentano molto da vicino l’ indole e i costumi
varii degli uomini, come la fedeltà del cane, l’astuzia della volpe, la
mansuetudine della pecora ec. Così le piante buone e cattive rappresentano i
buoni e cat- tivi effetti prodotti dall’uomo virtuoso c vizioso. Adunque colta
bene la natura e le proprietà delle be- stie e di altri esseri naturali , la
personificazione sarà ve- rosimile c gaia; quindi avran luogo le predette quattro
re- gole sulla scelta del fatto probabile e interessante, sulla spe- ciale
caratteristica dei personaggi, sul conservarne in sino al fine l’ indole e ’l
costume coerente a sestessi, e sul pro- I Digitized by Google 110 cedimento
spontaneo dell’ azione. Ora recherò ad esempio una novella ed un apologo.
Novella di messer Forese e dt maestro Giotto. (Boc. V. Gr. VI.) » Egli avviene
spesso , che siccome la fortuna sotto vili arti alcuna volta grandissimi tesori
di virtù nasconde, cosi ancora sotto turpissime forme d’uomini si trovano ma-
ravigliosi ingegni della natura essere stati riposti. La qual cosa assai
apparve in due nostri cittadini, de’ quali io in- tendo brievemente di
ragionarvi. Perciocché l’uno, il quale messer Forese da Rabatta fu chiamato, essendo
di persona piccolo e sformato, con viso piatto e ricagnato, ... fu di tanto
sentimento nelle leggi; che a molti valenti uomini un armario di ragione civile
fu reputato. E l’altro, il cui nome fu Giotto, ebbe un ingegno di tanta
eccellenza, che niuna cosa della natura , madre di tutte le cose ed operatrice
, con lo stile e con la penna o col pennello non dipignesse sì simile a quella,
che non simile, anzi piuttosto dessa pa- resse : intantochè molte volte nelle
cose da lui fatte , si trova, che il visivo senso degli uomini vi prese errore,
quello credendo esser vero, che era dipinto. E perciò avendo egli quell’arte
ritornata in luce, che molti secoli, sotto gli er- rori d’alcuni, che più a
dilettar gli occhi degli ignoranti, che a compiacere all’ intelletto de’ savi
era stata sepulta ; meritamente una delle luci della fiorentina gloria dir si
puo- te: e tanto più, quanto con maggiore umiltà maestro degli altri in ciò
vivendo quella acquistò, sempre rifiutando d’es- ser chiamato maestro. II quale
titolo rifiutato da lui, tanto più in lui , risplendeva , quanto con maggior
desiderio da quelli , che men sapevan di lui , o da’ suoi discepoli , era
cupidamente usurpato. Ma quantunque la sua arte fosse grandissima, non era egli
perciò, nè di persona, nè d’aspetto, in niuna cosa più bello, che fosse messer
Forese. Ma alla novella venendo, dico. Avendo in Mugello messer Forese e Giotto
lor possessioni ed essendo messer Forese le sue andate a vedere in quegli tempi
Digitized by Google Ili di state che le ferie si celebran nelle corti, e
peravventura in su un cattivo ronzino a vettura venendosene , trovò il già
detto Giotto, il qual similmente, avendo le sue vedute, se ne tornava a
Firenze: il quale nè in cavallo, nè in arnese, essendo in cosa alcuna meglio di
lui, siccome vecchi, a pian passo venendone, s’accompagnarono. Avvenne, come
spesso di state veggiamo avvenire , che una subita piova gli so- prapprcse. La
quale essi, come più tosto poterono, fuggi- rono in casa d’un lavoratore amico
e conoscente di ciasche- duno di loro. Ma dopo alquanto , non facendo l’acqua
al- cuna vista di dover ristare, e costoro volendo essere il dì a Firenze,
presi dal lavoratore in prestanza due mantelletti vecchi di romagnuolo, e due
cappelli tutti rosi dalla vec- chiezza , perciocché migliori non v’ erano ,
cominciarono a camminare. Ora essendo essi alquanto andati, e tutti molli
veggendosi, e per gli schizzi, che i ronzini fanno co’ piedi in quantità
zaccherosi , le quali cose non sogliono altrui accrescer punto d’ orrevolezza ;
rischiarandosi alquanto il tempo, essi, che lungamente erano venuti taciti,
comincia- rono a ragionare. E messer Forese, cavalcando ed ascoltando Giotto,
il quale bellissimo favellatore era, cominciò a con- siderarlo, e da lato, e da
capo, e per tutto, e veggendo ogni cosa così dissorrevole e così disparuto,
senza avere a sè niuna considerazione, cominciò a ridere e disse : Giotto, a
che ora venendo di quà all’incontro di noi un forestiere, che mai veduto non
t’avesse, credi tu, che egli credesse, che tu fossi il miglior dipintore del
mondo, come tu se’ ? A cui Giotto prestamente rispose: Messere, credo che egli
il cre- derebbe allora , che guardando voi , egli crederebbe , che voi sapeste
1’ a , bi , ci. Il che messer Forese udendo , il suo error riconobbe , e videsi
di tal moneta pagato , quali erano state le derrate vendute ><. Digitized
by Google 112 Favola del lupo e della gru. Fedro I. I. f. Vili. Chi fa servizio
a’ mal- Qui pretium meriti ab im- vagi per ottenerne ricompensa, probis
desiderai, due falli commette ; primiera- Bis peccai: priinum quoniam mente
perchè dà aiuto agl’in- indignos adiuvat; meritevoli, l’altro perchè non Impune
abire deinde quia iam può più partirsene senza dan- non potest. no. Os
devoratum fauce cum hae- H lupo avendo intraver- reret lupi, salo in gola un
osso da lui Magno dolore victus coepit ingoiato, vinto dal gran do- singulos
lore si mise a lusingare la Inlicere pretio, ut illud ex- gcnte con promessa
dipremio, traherent malum. che gli levassero quel dolore. Tandem persuasa est iureiu-
Finalmente una gru per rando gruis, giuramenti vi si lasciò indur- Gulacque
credens colli lon- re, e affidando il lungo collo gitudinem, alla gola del lupo
, gli fece Periculosam fecit mcdicinam quella cura pericolosa. Per lupo. la
quale dimandando il pat- Pro qua cum pactum flagi- tuito premio: ben se’
ingrata tarct praemium: le disse , che avendo portata Ingrata es, inquit, ore
quae salva la testa dalla mia boc- nostro caput co , dimandi anche mercede. Incolume abstuleris, et mer-
(Traduz. di M. Tom. Azzoc- cedem postulcs. chi). Annotazioni retoriche (1). Questa favola è breve e
semplice, ma di una bellezza da non potersi imitare nella sua semplicità, ch’è
la princi- pal sua dote. Os devoratum : questo vocabolo è molto pro- prio ad
esprimere l’azione d’un lupo affamato, il quale non mangia, ma ingoia o
piuttosto divora con avidità. Magno (1) Rullili. Della maniera d’insegnare e di
studiare le belle lettere ec. tom. 1. Digitized by Google 113 dolore victus
caepit singulos illicere predo. Il lupo natural- mente non è un animale mansueto
e supplichevole. La vio- lenza è sua proprietà. Gli costò dunque di molto il
discen- dere a tanto umili preghiere. Segui lungo combattimento fra la sua
naturai fierezza e il dolore che soffriva. Questo alla fine superò: e tanto
bene lo esprime la parola victus. Dolore magno oppressus non avrebbe presentato
la stessa idea. Inlicere ovvero illicere predo. Questa voce è elegante e de-
licata. Se ne faccia sentire c ben intendere la squisitezza, non meno che negli
altri composti allicere , pellicere , e se ne adducano degli esempi tratti da
altre favole di Fedro ec. Ut illud extraherent malum, in vece di dire illud os
: l’ef- fetto per la causa; qual differenza? Tandem. Questo voca- bolo dice
molto: e fa intendere , che gran numero d’ altri animali era già stato invitato
; ma non erano stati tanto sciocchi quanto la gru. Persuasa est iur durando.
Neppur ella avrebbe prestato fede alla semplice parola del lupo. Fu necessario
un giuramento, e senza dubbio de’ più terribili; e con ciò la semplice si
credette in sicuro. Gulaeque cre- dens colli longitudinem. Si può meglio
esprimere 1’ azione della grù ? Per intendere tutta la bellezza di questo
verso, basta ridurlo alla semplice proposizione : et collum inserens gulae
lupi: collum solo è poco, collum longum dice di più: ma non presenta così al
vero l’ idea, come col sostituire al- l’aggettivo il sostantivo colli
longitudinem. Pare che il verso si allunghi non meno che il collo della grù. Ma
la pazza temerità di questa bestia, che ora mette il suo collo den- tro la gola
del lupo, si può meglio esprimere che con que- sta parola credens ? . . .
Periculosam fecit medicinam lupo. Poteasi dir semplicemente: Os extraxit a gula
lupi: ma fe- cit medicinam ha molto più di grazia; e l'epiteto periculo- sam
esprime a qual rischio siasi esposto questo medico im- prudente. Si abbia la
diligenza, spiegando medicinam , che qui significa un operazione chirurgica, di
far notare ai gio- vanetti, come presso gli antichi i medici non erano distinti
8 1 Digitized by Google 114 da’ chirurgi e nc facevano le funzioni. Flagitaret.
Questo verbo significa dimandare con istanza ed importunità , sti- molare,
sollecitare, ritornar sovente a far la richiesta: pe- teret, postularet non
avrebbono la stessa forza. Ingrata es, inquit ec. Questa maniera assai comune
presso Fedro, e in tutti i racconti , è molto più viva , che se si dicesse t
re- spondit lupus , ingrata es , cc. Si faccia anche osservare quanto abbia di
vivacità e di forza la risposta del lupo. Ore nostro è molto migliore, che meo.
Il lupo si tiene come un animale d’importanza. DELLE LETTEBE (1). Le lettere in
generale sono un colloquio fallo per iscritto fra persone assenti. Queste poi
dividonsi in due classi, altre sono di ragion privata, altre di ragion
pubblica. Di ragion pubblica sono quelle che trattano di cose ap- partenenti al
bene generale delle società, quali sono le let- tere scritte da’principi e
magistrati fra loro o ai ministri, e anche di dotti politici circa la pace, la
guerra, il commer- cio, in una parola il regime e l’andamento della repubblica.
Le lettere di ragion privata, dette comunemente fami- liari , sono quelle che
trattano delle cose appartenenti alle (1) Giusto Lipsie [Ep istolica
institulio) la queste annotazioni erudite. « Epistolam àtri tòu im<7T«
AXsiv, quasi missoriam (cum Isidoro missam dieas) » aliis eliam nominibus
prisci appeliavere ; literas (podice eliam literam) ob „ emincnliam , et quia
hoc genus creherrimi inter literas omnes usms. Item fa- » baiai, tabellas,
codicilla s. Isidorus aiL Ante charlae et membranarum usum u in dolatis ex tigno
codicilli s epi'.tolarum colloquia scribebantur. Unde et » portatore s earum
tabellarios vocarunt. Apud Homcrum Proleus literas Bel- » lorophonlis tradii
scriptas sv jtivcxxi irruxru in tabella plieala. — Fieri solitae, » includa
cera, e fàgo, abiete, buso, tilia sive phylira, acere, citro, ebore. Usi »
tamen et diaria, ut ex Marliaie chartae epistolare! . Formà crani pagellae et »
spccies minuti libelli. Al publicas literas grandiorc forma et transversa
cliarta » scribcbanl ». singole persone, e che sono nella vita comune. Di
queste in primo luogo diremo Delle lettere di ragion privata. Le lettere di
ragion privata e familiari , come si é detto, riguardano le persone e le cose
degl’individui, e come dice Lipsio, quae res tangunt nostras aut circa nos,
quae- que in assidua vita. Ora di queste considereremo tre cose: l.°la materia:
2.° la forma o sia la disposizione della ma- teria medesima: 3.° la elocuzione
sua propria. I. Quanto alla materia , le lettere non hanno deter- minati
confini, essendo svariatissime e quasi infinite le cose, che posson dare argomento
al dialogo fra gli uomini si a voce come in iscritto. Pur tuttavia ,
(presupposto eh’ elle sieno cose vere, . utili ed oneste) tutte necessariamente
com- prendonsi sotto due soli generi. Imperocché o appartengono all’ istruzione
dell’intelletto, o all’eccitamento della volontà per qualche partito da
prendersi. E però le lettere, tanto se sieno di proposta, quanto di risposta,
secondo la materia le distinguiamo in due classi, che denominiamo o di genere
dimostrativo, o di genere deliberativo. Quelle di genere dimostrativo poi
suddividonsi in tre specie, che diremo istoriche, patetiche, critiche. Le
istorichc sono quelle lettere, ove si danno o si richieggono le notizie di
fatti avvenuti, che interessano le persone cui scriviamo, o dello stato attuale
di prosperità o di avversità nostro, o delle persone a noi congiunte per
parentela o per amicizia ec. Le patetiche son quelle, ove manifestaci i sensi
affet- tuosi di amicizia, di ossequio, di benevolenza, di compas- sione, di
gratitudine peri benefici offerti, o dati, o ricevuti. Le critiche finalmente
son quelle , colle quali dassi qualche insegnamento dottrinale , ovvero si
proferisce sen- tenza circa le azioni altrui , e circa le cose bene o male
Digitized by Google 116 avvenutegli, o che preveggonsi in avvenire. Di questa
specie sono le lettere di lode di biasimo, di rallegramento, di con- doglianza,
di buono o cattivo augurio: e le relative risposte di ringraziamento, di scusa,
di proponimento ec. II genere deliberativo poi si è quello, ove studiasi di persuadere
altrui qualche azione da farsi , o da evitarsi. Tali sono le lettere di
commissione, le precettive, le con- sultive, P esortative, quelle di preghiera
o di raccomanda- zione. II. Quanto alla forma o sia alla disposizione da darsi
alla materia , sebbene soglia dirsi, che nelle lettere ottimo consiglio sia di
non badare punto all’ordine, ma scriver le cose come cadono in mente c sotto la
penna : pure ciò deve intendersi cum grano sali s (1). Con ciò non altro si
vuol intendere, se non che l’ordine e la disposizione nelle lettere dev’essere
cosi naturale e spontaneo, che non venga pur il minimo sospetto di studio. Per
altro anche al genere epistolare conviene pur che si adatti quel gran principio
d’Orazio Denigue sit quodvis simplex dumtaxat et unum. E però anche le lettere
debbono avere il lor principio , il mezzo e il fine, proporzionato e proprio.
Il principio naturalissimo si è, oltre l’invocazione della persona con qualche
gentile epiteto , come mio carissimo amico, pregiatissimo signor N. ec. l’indicare
eziandio l’oc- casione e l’oggetto, onde imprcndesi a scrivere. Se la let- tera
sia di risposta , l’ occasione la porge la stessa lettera (1) Giusto Lipsio op.
rii. C. VI. dice delle lettere « Nec in ordine quidem » admodum laboro, qui
optimus in epistola negleclus aut nullus. Ut in coUoquiis » incuriosum
quiddam et incomposilum amamus , ila hic. Adeo ut nec in re- » sponsionihus
ordine et disiincte ad capita sempcr respondeamus, sed ut visura » atque ut hoc
illudve in raentem aut calamura venit. Omnino
decora est haec » incuria: et magnus magister (Cic. ad Alt.) recle monuit ;
epistola* debere in- » terdurr. hallucinari. Itaque die ipse haesitat, revocai,
turhat, miscel: nec quid- » quam magis curasse videlur, quam ne quid curae
praeferret ». Digitized by Google 117 ricevuta : come per esempio il Redi. Di
nuova e grande contentezza mi è stata la lettera di V. S. mentre porta la
conferma della sua ricuperata sanità. E P. Farini così in- comincia una
risposta di condoglianza. Mi è stata di grande afflizione la novella, che mi
avete data della morte di vostro padre, cc. Se poi la lettera è di proposta,
sta bene indicare senza più l’oggetto o argomento che vuol trattarsi: come
Paolo Costa, per esempio incomincia: Mi rallegro che siate stato fatto professore
in Forlì j e il Bembo. Mando a V. S. il primo frutto , che quest’ anno nella
mia villetta è stato colto ec. E A. Caro. Questa sarà per dirvi che io son vivo
e che quei che vi scrive son io e non un altro , ec. (1). Quanto poi al mezzo,
o sia al corpo della lettera, con- viene distinguere due sorte di lettere,
altre di un solo, al- tre di moltiplice argomento. Quelle di un solo argomento
hanno in sè l’unità del pensiero. E però fa d’uopo conser- vargliela nello
sviluppo, scegliendo cioè quelle idee e quelle cose, che a questo unico fine
conducono, né troppe nè po- che, e aver cura di ben collocarle. Le lettere poi
di moltiplice argomento debbono aver pur esse un ordine lor proprio. Ed in
prima le materie non sien confusamente poste, ma ben distinte fra loro. Sien
poi collocate con discreta gradazione, sì che non si passi dalle (1) G. Lipsio
C. HI. dice De praeloquio, quod ex rii u praemittitur. « Olira » in fronte
ponebant bina nomina nuda, suum et alienum; nec addebanl nomina » honorifìca ,
nisi quis in imperio esse! aut magistrati!. Ex. gratin P. Servili»? » Rollìi?
Trib. pi. X. Vir. Gneo Pompeio Proconsoli ; nec epilhela olla nisi » ad unice
caros et domestico.?, uti humanissimos, optimos, suavissimos, suas » anima* ,
plerumque *uo*. Al hodie addi solet ; maxime rex , illustrissime » princeps,
amplissime domine ec. per miserala ostentatone m. -Post nomina, » ex
colloquiorum more addilum de salute, uti apud Graecos j^aipsi*, Siaysi», »
«vsptTTn»; quod ita expressit Horatius Celso gaudere et bene rem gerere
Albinovano Musa rogata refer. » En velus ordiendi formula S. V. B. E. E. V. Si
vales, bene est ; ego valeo, » vel S. V. G. E. V. Si, vales gaudeo ; ego valeo.
Omitlebant hacc inlerdum » reges quasi per maieslatem ». Djgitized by Google
118 cose di grave momento alle minime , nè dal lieto e scher- zevole al triste
c luttuoso. Per ultimo dee procurarsi ehe siavi un certo legame fra le materie,
come appunto avviene nel discorso familiare , che un idea ne suscita un’ altra
e così di seguilo. Finalmente la conclusione, o termine della lettera dev’es-
sere analogo all’ argomento che si è trattalo nella lettera medesima, come
appunto suol avvenire nel congedarsi due persone dopo il colloquio avuto, cioè
la preghiera, l’augu- rio, il saluto ec. Aggiuntavi di più la sottoscrizione
del pro- prio nome, e la determinazione del luogo, giorno, mese ed anno che si
scrive. E fuori la soprascritta col nome e i titoli onorevoli della persona cui
si scrive, e il luogo ove diriggesi la lettera (1). III. Quanto all’elocuzione
e allo stile poi, sogliono as- segnarsi dai maestri {parecchie doti o qualità ,
come per es. Lipsie dice: (in epistolis) servando est brevità s , perspi- cuità
s, simplicitas, venustas , decentia, la più parte delle quali, a mio avviso ,
sono comuni a qualunque altro genere di componimento: una principalmente si è
la dote caratteristica delle lettere, la schietta ingenuità. Deve in essa
risplendere il candore d’animo sincero e libero , come appunto è nel discorso
familiare c amichevole fatto a voce. Imperocché (come dice Demetrio Falereo.
Della elocuzione) : ciascuno fa quasi il suo ritratto scrivendo le lettere. E
sebbene in qualunque discorso conoscasi in qualche modo il costume dello
scrittore ; pure in nessun altro scorgcsi tanto bene , (1) » Valedictio ab
antiquis cxprimehalur plerumqoe per verbum Vale: aliquando cum addictiuucula mi
anime, mi euavisrime: vel alio verbo ad ar- gomentimi apio: Vale et veni: vince
et vale: Deum precor ut te servet , con- ni io tua fortunet ec. Supcrscriptio
nunc semper usurpanda cuna titoli* ob ta- bellari couimunes , et ob eos qui
recipiunt. Olim quia per certos tabellari nolos millelmnt, saepe nil aliud
adhihcbanl quam tignum, quod plemmque eral imago propria , aut alienili; e
maiorilms , impressa ceree sive crelae : et tinum seu vinculum, quo epistola
diligala, et cui signum impositum crai ». Cosi Ià|isio cit. cap. IV. Digitized
by Google 119 quanto nelle lettere. 2 /éSèv yàp ùxòva I xatate; rijg eauta
<pu ^5 ypatpei xat £7r«7ToX>jv: x«i Èuri fc£y x«i e? àXXa XÓ78 Traviò;
ìoéiv rò sSog rS ypatpcv rag : èl ; sSsvò; de sia; , àg iniGTohjg. E però, come
nota il medesimo Demetrio, una tale sin- cerità di parlare esclude la rotondità
di grandiosi periodi, c gli studiali ornamenti: ama bensì la nitidezza cd
eleganza dello stile, ma al tutto ingenuo e spontaneo, secondo qucIPan- tico
detto ouxcy ouxsv, ficus ficus ,che in italiano direbbesi: pane pane , vino
vino. E quanto alle grazie ed eleganza aggiungcsi da Lipsio: Duplex admonitio.
l.° ut adagia allusionesque ad dieta et facta velerà, versiculos aut argutas
senlentias utriusque lin- guae interdum immisceas: 2 .° ut iocis, saliòusque
interdum condias . E siecome in ogni genere di componimenti caput artis est
scribere accommodate ; così le lettere debbon essere adat- tate alle particolari
circostanze di tempo, di luogo, di cose, e alla persona ebe scrive, ed a quella
cui scrivesi. In somma il carattere proprio di qualsivoglia lettera si è che
esprima una sincera, affettuosa, e sensata conversa- zione fra persone civili e
colte. E però la regola compendiaria e pratica a bene scriver lettere si è,
primieramente di pensare alle cose che vogliamo scrivere, e anche notarle per
summa capita, e ordinarle in carta : quindi rappresentarsi alla fantasia come
presente la persona cui scriviamo: e come direbbonsi le cose a voce cosi
scriverle. Voglio questo stesso interessante precetto ripor- tarlo colle parole
del chiarissimo Avv. Luigi Fornaciari (Esempi di bello scrivere in prosa -
Lettere .) Cosi dice egli: « Vuoi tu scriver lettere ? Fingi che colui , al
quale vuoi scrivere sia presente , e che tu a voce gli dia quella notizia , gli
raccomandi quella persona , gli chieda quella grazia , gli faccia quella
riprensione ; in somma gli parli di quell’ affare , di che scrivere gli vuoi ;
e cosi come gli Digitized by Google 120 parleresti, gli scrivi. Scherzeresti tu
? E tu gli scrivi schei'-* zando. Gli useresti rispettose parole ? E tu
rispettosamente gli scrivi. Gli parleresti col cuor sulle labbra ? E la tua
scrittura sia calda di queH’affetto. Tanto più la lettera è da pregiare, quanto
più è immagine del familiare discorso: salvo (già s’ intende) quella maggior
nettezza di modi, che a chi scrive è dato meglio di conseguire, che a chi
parla». Resta ora che i giovani molto si applichino alla lettura e allo studio
delle lettere di classici autori, quali al certo in latino sono le pressoché
1000 epistole di Cicerone, tesoro conservatoci dal liberto Tirone: e in
italiano quelle di A. Caro , di T. Tasso , del Bembo ec. Ne recherò alcune ad
esempio al fine di questo capitolo. Delle lettere di ragion pubblica. Le
lettere di ragion pubblica non sono quelle che trat- tano di cose riguardanti
1’ utile privato delle persone che conversano fra loro per via di scritto , ma
sì bene quelle che riguardano l’utilità comune o di una intera repubblica, o
anche di tutta la razza umana. Queste distinguonsi in due generi; o sono
lettere dot- trinali, dirette alla coltura speculativa c pratica degli uo-
mini; ovvero sono lettere politiche, che trattano dell’anda- mento, e del
regime delle repubbliche. Le dottrinali , o riguardano punti speculativi di
filo- sofia, di teologia o di altre materie scientifiche e artistiche, ed
allóra tali lettere sono mere dissertazioni, come per es. le lettere
accademiche di Genovesi ec: ovvero riguardano punti morali e religiosi ad
istruzione comune : e allora tali epi- stole sono vere orazioni didascaliche,
omelie ec. come sono I’ epistole filosofiche di Seneca : l’ epistole canoniche
degli Digitized by Google 121 Apostoli, quelle dei vescovi , dei concilii, dei
romani pon- tefici a tutta la cristianità. Le lettere politiche poi o sono
scritte tra privati che ragionan fra loro dell’andamento della repubblica, come
fu la celebre corrispondenza di Cicerone con Attico , ovvero sono lettere
scritte da principi e magistrati fra loro per trat- tare della pubblica
amministrazione , cioè di alleanza , di pace, di guerra, di milizia, di
commercio ec. Cosiffatte lettere sono di somma utilità e per la storia e per la
scienza politica. Piacemi di recare qui ciò che ne dice Bacone da Verulamio,
gran filosofo, e gran politico. (De Augmentis Scientiarum 1. II c. 12). Dopo
aver detto che per la politica conviene studiare e conservare nella me- moria i
fatti c i detti degli uomini illustri , soggiunge : « Sed rnaiora adhuc
pracstantur auxilia ad instruendam pru- » dentiam civilem ab epistolis, quae a
viris magnis de ne- » gotiis seriis missac sunt. Etenim ex verbis hominum, ni!
» sanius aut praestantius , quam huiusmodi cpistolae. Ha- » bent enim plus nativi
scnsus, quam orationcs; plus etiam » maturitatis, quam colloquia subita. Eaedem
quando con- » tinuantur secundum sericm temporum (ut fìt in illis quae » a
legatis, praefectis provinciaruin, et aliis imperii mini- » stris ad reges vel
senatum, vel alios superiores suos mit- » tuntur, aut vicissim ab impera
toribus ad ministros) sunt » certe ad historiam, prae omnibus pretiosissima
supellex ». E nel 1. VII c. 2 dopo aver commendato lo
studio degli annali e delle vite degli uomini illustri per acquistare la
prudenza politica; afferma riuscire anche più giovevole lo studio di siffatte
lettere, dicendo: « Imo reperire est basim » ad praeceptioncm de negotiis
utraque illa historia adhuc » commodiorem. Ea est, ut discursus fiant super
epistoias* » sed prudentiores et magis serias, quales sunt illae Cice- » ronis
ad Atticum , et aliae. Siquidem
epistolae magis in » proximo, et ad vivum negotia solent repraesentare, quam »
vel annales, vel vitac ». Digitized by Google 122 Di qualunque genere o
dottrinale o politico sian coteste lettere, ognuno facilmente conosce , che non
possono scri- versi se non da uomini di molta dottrina, maturità ed espe-
rienza, e però non sono temi da trattarsi da giovanetti. Le regole per la
disposizione, ed elocuzione quanto al l.° ge- nere sono presso a poco le stesse
di quelle che daremo per le orazioni perfette rispetto alla parte argomentativa
delle medesime : quanto al 2." genere poi sono le stesse di quelle che
abbiamo già date per le lettere di ragion privata; con questa sola differenza,
che essendo e le cose che traltansi, e le persone cui scrivesi, gravi e di alta
dignità, conviene che anche lo stile sia alquanto più elevato, ma sempre pur
conservando l’urbanità, schiettezza, e libertà di favellare : re rs X'Xpnvrog
xxt «j/va. (Demetrio). ARTICOLO III. Esempi di lettere latine e italiane di
ragion privata. Lettere di Cicerone colla traduzione del P. A. Cesari. I.
Lettere di genere dimostrativo. 1 .° Lettere istoriche, ove si danno o si
dimandano notizie. Epistolar. ad div. 1. VII. ep. 26. Racconta che in una ce-
Argumentum. Fungos et na augurale alcuni funghi ed herbas in augurali cocna
sua- erbe con grato sapore appre- viter condi tas sibi morbum state gli han
fatto male. attulisse narrat. Dal Tusculano. Cicerone In Tusculano. GalloS.D. a
Gallo S. Avendo io da dieci giorni Quum decimum iarn mal di budella, e non
potendo diera graviter ex intestinis la- (per non aver febbre) a coloro borarem
; neque iis qui mea che dimandavano l’opera mia, opera uti volebant, me pro-
provare che io non istessi bene , barem non valere, quia febrira mi son
rifuggito nel Toscola- non haberem, fugi in Tuscu- • Digitized by Google no;
dove son da ben due giorni che non gustai eziandio del- l’acqua : di che
rifinito di lan- guore e di fame, io desiderava meglio un tuo servigio , non
che io pensassi che tu ne di- mandassi da me. Or io , il quale ho gran paura di
tutte le malattie, ne ho troppo più di questa , per la quale gli stoici mordono
il tuo Epicuro, perchè dicesse, sé portar con molestia la dissuria e la dis-
senteria, delle quali questa di- cono venire da ghiottoneria, l’altra da
intemperanza viep- più vergognosa. Veramente io temeva di questa dissenteria :
se non che mi pare che o il mutar del luogo , o anche il ricreamento
dell'animo, e forse lo stesso allentare del mor- bo , che viene invecchiando ,
m abbia giovato . Tuttavia, ac- ciocché tu non li maravigli , e sappia onde mi
sia questo male incontrato , e per qual mia colpa, quella legge circa lo
spendere , la quale mostra aver indotto la frugalità, essa mi ha governato
così. Imper- ciocché volendo questi nostri gaudenti recar in onore i frut- ti
della terra e l’erbe che per essa legge sono eccettuate, per 123 lamini; quum
quidem biduum ita ieiunus fuissem , ut ne aquam quidem guslarem. Ita- que
confectus languore et fa- me, magis tuum otfieium de- sideravi, quam abs te requiri
putavi rneurn. Ego autem quum omnes morbos refor- mido, tum in quo Epicurum
tuum stoici male accipiunt , quia dicat duaspmcc xai òvg-v- xepntx nocSrj sibi
molesta esse: quorum alterum, morbum c- dacitatis esse putanl; alterum etiam
turpioris intemperan- tiae. Sane Svge'sctpt'av perti- mueram. Sed visa est mihi
vel loci mutatio , vel animi etiam relaxatio, vel ipsa for- tasse iam
scnescentis morbi remissio profuissc. Attamen ne mircre,unde hoc acciderit,
quomodove commiserim. Lex sumptuaria quae videtur Xtxó- T>jT0t attulisse, ea
mihi fraudi fuit.Nam dum voluntisti lauti terrà nata, quae lege cxcepta sunt,
in honorem adducere ; fungos , helvcllas , herbas omnes ila condiunt, ut nihil
possit esse suavius. In cas quum incidissem in cacna au- gurali apud Lentulum,
tanta me duzpfoia arripuit, ut ho- die primum videatur caepisse Digitized by
Google 124 modo condiscono i funghi, i le- g umetti e tutte l' erbe, che egli è
una vera delizia. Adunque essendomi ad esse abbattuto, in una cena augurale in
casa di Lentulo, e’ me ne prese siffatta diarrea, che questo è il primo dì, che
pare cominciata a ri- stagnare : e così io , il quale senza fatica mi astenea
dalle ostriche e dalle murene , ri- masi alla stiaccia dalla bietola e dalla
malva. Ma quinci in- nanzi andrò ben più avvisato. Or avendo tu saputo ogni
par- ticolarità di questo accidente da Anicio ( che mi vide collo stomaco
riversato), ben avevi giusta cagione non pur di mandare a me , ma eziandio di
venirmi a vedere. Io fo ra- gione di starmi qui finché mi riabbia:
conciossiachi forze e carne ho perduto: ma caccia- tone il male, spero di
legger- mente ricuperarle. Stà sano. consistere. Ila ego qui me o- streis et
muraenis facile ab- stinebam, a beta et a malva deccptus sum. Posthac igitur
crimus cautiores. Tu tamcn quum audisses ab Anicio (vi- ditenimme nauscantcm),
non modo mittendi causam iustam habuisti , sed etiam viscndi. Ego hic cogor commorari quoad me
rcfìciam. Nam et vires et corpus amisi. Sed
, si morbum deputerò, facile, ut spero, illa revocabo. Vale. Annotazioni.
Epicuro ostentando fortezza d’animo sul finir della sua vita scriveva ad Emarco
dicendo « Tanti autcm aderant vi- scicae et torminum morbi, ut nihil ad corum
magniludinem posset accedere : ut pccf/tspia rè napyxeXsSst xoct Svav/rspixcè
nàBì], vnepfioXrjv sx ùnoXunóv ra rS sv iavroìg piy&ug. Cice- rone 1. II.
30. De finib. pone in contradizione i detti d’Epi- curo col fatto : e mostra
quanto sia stata più gloriosa la Digitized by Google 125 morie di Epaminonda,
di Leonida e di altri illustri perso- naggi. Gli stoici poi attribuivan quei
mali agli stravizi d’ Epicuro. Coena augurali. Gli Àuguri nel ricevere il
sacerdozio davano ai colleghi lauta e splendida cena. Epistolar. ad Quinlum
fratr. 1. III. 7. Conta del finimondo di pioggia che fu in Roma: che arrivato a
Roma scriverà al fratello , come altresì a Labie- no e a Ligurio. In Roma , e
troppo più nella via Appia fino al tem- pio di Marte , è uno smisurato
allagamento. La camminata di Crassipede giardini ed alber- ghi a gran numero
portati via. Ecco verificato quel d’Omero. D’autunno quando Giove ri- versa
rovinoso acquazzone. ( Tutto il caso dell' assuluzion di Gabinio) : quando
crucciato carica la mano su gli uomini, i quali per violenza ne’ lor concilii
fanno le ingiuste sen- tenze e cacciano la giustizia, non curando la vendetta
degli dei. Ma di siffatte cose io son fermo di non darmi pensiero. Venuto che
io sia a Roma, ti scriverò d’ogni cosa che ci avrò trovata , e soprattutto della
dittatura. Scriverò a La- bieno e a Ligurio. Queste cose ho scritte avanti dì ,
ad un Argumentum. Magnam Romae proluvicm fuisse nar- rai: se, si Romana
redierit , ad fratrem scripturum , epi- stolasque ad Labienum et Li- gurium
missurum ostendit. Romae, et maxime Appia ad Martis , mira proluvies :
Crassipedis ambulatio ablata, horti , tabernae plurimae : magna vis aquae usque
ad piscinam publicam. Viget il- lud Homeri (Iliad. XVI. 385.) llpocx’ bnapt'j'Z
, ere XtxftpGTU- TGV UOM/5 Zeu'g. Gadit enim in absolutionem Gabinii . . .ore
dy p’ èvdpsaoc xoneex- f itvog xxhntxtvri Oi fiiy èy àyopy oxsXìag xpt- vaai
Szpt'jTxs Ex SedtxrjV ÌXolaaai, Ssav oncv cùx àXiyovxig Sed haec non curare
decrevi. Romam quum venero , quae perspexero scribam ad te, et maxime de
dictatura : et ad Labienum , et ad Ligurium literas dabo. Hanc scripsi ante piccolo
lumiccino di legno, il quale per questo mi dava som- mo piacere , che mi fu
detto essere quello appunto che tu, essendo a Samo, ti se’ fatto fa- re. Stà
sano, o mio ottimo e dolcissimo fratello. Ad Div. 1. Delle pratiche tenute con
Cesare circa il richiamo di Ligario ; e dimostra quale spe- ranza nutra di
salvezza, ed esorta ad esser d’animo lieto. Cicerone a Ligario. Stammi sicuro
che io nel- l’ attendere al tuo ben essere stò logorando ogni mia fati- ca,
ogni opera, ogni studio, ogni cura: al che mi tira l’a- more che ti portai
sempre gran- dissimo ; e così la singoiar pietà ed affetto de’ tuoi fratelli
verso di te, i quali io come te mi tenni e tengo stretti nel cuo- re , non mi
lasciano trascu- rare ufficio nè opportunità , che all’affetto e diligenza mia
sia richiesto. Ma quello che io faccia ed abbia fatto per lo tuo bene, io amo
meglio, che tei dicano le loro lettere, che le mie. Quel poi che io speri, o di
che pigli fidanza , o mi tenga in mano circa la tua salute , mi piglio io la
parte lneem ad lychnuchutn ligneo- lum, qui nubi erat periucun- dus , quod eum
te aiebant , qnum esses Sami, curasse fa- ciendum. Vale mi suavissime et optime
frater. VI. Ep. 14. Argumcntum. Quae cum Caesare egerit de Ligarii resti-
tuitone, et quam spcm salutis liabeat, declarat , eumque ad lactitiam
exhortatur. Cicero Ligario Me scilo omnem mcum laborem, omnem operam, cu- ram ,
studium in tua salute consumere. Nam quum te sempcr maxime dilexi , tura
fratrum tuorum, quos aequo atque te summa benevolentia sum complexus ,
singularis pietas amorque fraternus, nul- lum me patilur oflìcii, erga te
studiique munus aut tempus praetermittere. Sed quae fa- ciam fecerimque prò te,
ex ii- lorum le literis, quam ex meis malo cognoscere. Quid autcm sperem aut
confidanti, et ex- ploratum habeam de salute tua , id tibi a me declarari volo.
Nam si quisquam est timidus in magnis periculo- sisque rebus, semperquc ma-
Digitized by Googl di dichiarar loti. Imperocché se c è uomo timido al modo ne’
casi forti e dubbiosi, e che sempre s’aspetti che caschi il mondo , anzi che
speri nulla di bene, io son desso ; e se que- sto è difetto, io me ne rendo in
colpa. E tuttavia io mede- simo , essendo , a’ prieghi dei tuoi fratelli ,
venuto a casa Cesare la mattina dell’ultimo di novembre, e tollerata l’in-
degnità, quant’ella fu lunga , e ’l fastidio del dimandar u- dienza, e
dell’essere ammesso ; stando i fratelli è parenti tuoi gittati a’ piè di lui,
ed io avendogli detto quello che por- tava la causa e la circostan- za , non
solo la risposta di Cesare, che fu ben larga e be- nigna, ma e gli occhi di lui
e l’ aspetto e più altri segni ( che più facile mi fu vedere che ora scrivere)
mi condus- sero a tenermi per bella e con- chiusa la tua salute. Adun- que fa
grande animo e forte ; e se già saviamente ti sé por- tato nè termini più scuri
del- la vita, ora che essi schiari- scono, stammi allegro. Tuttavia io farò ad
ogni tuo bisogno , come farei nel più disperato: nè a Cesare so- 127 gis
advcrsos re rum exitus me- tuens , quam sperans secun- dos, is ego sum; et, si
hoc vitium est, co me non carere, confiteor. Ego idem tamen quum a d.V.kalendas
intcrca- lares priores, rogatu fratrum tuorum , venissero mane ad Caesarem,
atque omnem ade- undi, et conveniendi illius in- dignitatem et molesliam pertu-
lissem;quum fratres et propin- qui tui iacerent ad pedes, et e- go esscm
loquutus,quac causa, quae tum tempus postulabat: non solum ex oratione Caesa-
ris,quae sane mollis etlibera- lis fuit, sed etiam ex oculis et vultu, ex
multis praeterea si- gnis, quae facilius perspicere potui , quam scribere ,
hanc in opinionem discessi, ut mihi tua salus duina non esset. Quamobrem fac
animo magno fortique sis; et , si turbidis- sima sapienter ferebas, tran-
quiiliora iaete feras. Ego ta- men tuis rebus sic adero, ut diificillimis;
neque Caesari so- lum , sed etiam amicis eius omnibus, quos mihi amicissi- mos
esse cognovi , prò te si- cut adhuc feci , libcntissime supplicabo. Vale.
.Digitized by Google 128 lamente, ma a tutti gli amici di lui, i quali ho
trovati di me amantissimi , ti terrò (co- me ho fatto fin qui) della mag- gior
voglia raccomandato. A Dio. Annotazioni. Questa visita privata fatta a Cesare
da Cicerone insieme coi fratelli di Ligario fu in preparazione della celebre
ora- zione prò Ligario , c in questa orazione se ne fa menzione al §. V. E però
può servire di erudizione alla medesima, quando si spiega nelle scuole, come
suol farsi, essendo essa una delle più brevi insieme, e delle più squisite e
perfette. 2.° Lettere patetiche ove dimostrami i sensi d’amicizia, di
benevolenza ec. Epistolar. ad Atlicum III. Ep. 5. Scrive essere a lui stati
Argumentum. Gratissima sommamente grati i tratti di sibi esse Attici in
Tercntiam cortesia di Attico verso Teren- zia , c lo prega che porti a lui
stesso anche infelice quel medesimo amore , che sempre gli ha portato in
passato. Cicerone ad Attico S. Terenzia ti fa spessi e caldissimi
ringraziamenti: il che mi è carissimo. Io vivo tribolatissimo, e mi consumo
d’infinito dolore. Che cosa scri- verti non so io medesimo: con- ciossiacchè se
tu se’ anche in Ro- ma già non puoi raggiugner- mi;se tu se’ in viaggio,
trovan- doci insieme, tratterem di pre- senza quello che da far sia. officia
scribit, et ut scipsum, quem semper amaverit , mi- serum quoque eodem amore
complectatur, rogat. Cicero Attico S. Terentia tibi et saepc et maximas agit gratias. Id est
mihi gratissimum. Ego vivo miserrimus,
et maximo dolore conlìcior. Ad te quid scribam ncscio. Si enim es Rum ac , iam
me assequi non potes : sin es in via, quum eris me assequutus , coram agemus ,
quac crunt agenda. Tantum te oro,
ut, quoniam me ipsum Di sola una cosa li prego , semper amasti, eodem amore che
come sempre mi amasti, sis. Ego enim idem sum. Ini- cotal sempre mi ti
mantenga; mici mea mihi, non me ipsum da che io sono sempre quel ademerunt.
Cura ut valeas. medesimo. I miei nemici ben Dal IV. id. apr. Thurii. mi tolsero
le cose mie , non me stesso. Conservati sano. A’ 10 di Aprile, di Turio.
Annotazioni. ( Thurii ) Ista urbs Brutiorum , seu Calabriae , dieta Thurium et
Thuriae, olim Sybaris, quo nomine propter som- mas incolarum voluptates innotuit.
(Schiitzii) Epist. XVI. ep. 3. Significa a Tirone la sua Suum desiderium
Tironi, pena circa lo averlo lasciato quem Patris aegrotum reli- infermo a
Patrasso, e gli rac- querat, significai, eique va- comanda di aver cura di sua
letudinis curam diligenter salute. commendat. M. Tullio, e’I mio Cice- M. T.
Cicero et Cicero rane e’I fratello e’I nepote al meus et frater et fratris fii.
swo Tirone S. Tironi S. P. D. Io mi credea portar bene Paulo facilius putavi
pos- più leggermente il dolore di se me Terre desiderium tui : non esser teco;
ma egli è l’op- sed piane non fero; et quam- posito. Or sebbene assai im- quam
magni ad honorem no- porti al mio onore il venire strum interest, quam primum a
Roma al più presto, al con- ad Urbem me venire, tamen trario mal mi sembra aver
peccasse mihi videor , qui a fatto a partirmi da te. Ma te discesserim: sed
quia tua perocché mi parve che tu fossi voluntas ea videbatur esse, ut fermo di
non voler al tutto prorsus, nisi confirmato cor-. metterti in mare prima d’es-
pore, nolles navigare, appro- sere ben riavuto, ed io appro- bavi tuum
consilium , neque vai il tuo consiglio; e se tu nunc muto , si tu in eadem se’
del parer medesimo , non es sententia. Sin autem po- mi rimulo eziandio al
presen- te. Che se dopo aver cominciato a pigliar cibo , ti senti da po- ter
seguitarmi , fa tu. T’ ho mandato Marione con ordine o di venir teco al più
presto , ovvero di tornar di presente , se a te convenisse badare. Ora tu vivi sicuro,
se la tua sa- nità non ne debba patire , non esserci cosa, che io meglio de-
sideri che di averti meco: ma se tu vedi essere necessario alla intera tua
riavuta di ri- manerti qualche tempo in Pa- trasso , non esservi cosa che io
meglio desideri, che di ve- derti sano. Se tu puoi di trat- to metterti alla
vela, mi rag- giugnerai a Leucade : ma se tu vuoi rifarti ben forte, tu ti
darai tutta la cura di aver buon tempo, buoni compagni, e buona nave. Di sola
una cosa ti guartla, o mio Tirane, di non darti pena per la ve- nuta di Marione
e per que- sta mia lettera. Tu non po- tresti meglio fare la mia vo- lontà, che
facendo quello che torni meglio alla tua sanità. Metti mano al tuo ingegno in
pensar bene a questo , che io ti desidero sì, ma per amore: V amore mi ti fa
desiderare di veder sano: il desiderio , stea quam cibum cepisti vi- deris tibi
posse me consequi, luuni coosilium est. Mario- nem ad te co misi , ut aut
tecuin ad me quamprimum veniret, aut, si tu morarere, statim ad me rediret. Tu
au- lem hoc tibi persuade, si com- modo valetudini tuae fieri possit, nihil me
malie, quam te esse mecum: si autem in- telliges opus esse , tc Patri»
convalescendi causa paullum commorari , nihil me malie , quam te valere. Si statim na- vigas, nos Leucade
conseque- re; sin tc confirmare vis, et comiles et tempcstatcs et na- vem
idoneam ut habeas dili- genter videbis. Unum illud , mi Tiro, videto, si me
amas, ne te Marionis adventus et hae Iiterac moveant. Quod vale- tudini tuae
maxime conducet, si feceris; maxime obtcmpe- raris voluntati meae. Hacc prò tuo
ingemo considera. Nos ita te desideramus, ut ame- mus; amor, ut valcntcm vi-
deamus hortatur; desiderium , ut quamprimum. Illud igitur potius. Cura ergo
potissimum ut valeas: de tuis innumcra- bilibus in me oificiis crit hoc
gralissimum. III. nonas novembres. Digitized by Google
131 che ciò sia al più presto. Dun- que la cosa del vederli sano mi preme più.
In questo adun- que attendi di forza, che de’ tuoi innumerabili servigi que-
sto mi sarà di tutti più caro. A’ 3 di novembre. 3.° Esempio di lettere
critiche. Epistolar. ad Atticum I. XIII ep. 19. Scrive d essersi consolato del
miglioramento della salute di Attica ; e della raccoman- dazione della orazione
liga- rianaj in fine de’ libri Acca- demici dedicati a Varrone. Cicerone ad Attico
S. Non era appena a ’ 28 par- tito Ilaro cancelliere , ed io gli avea dato per
te una let- tera, che ecco il corner con tue lettere del giorno innan- zi: le
quali senza fine mi con- solano del pregarti che fa Attica, che non ti pigli
ma- linconia, e di ciò che tu scrivi, il mal non esser di risico. Il tuo
credito ha messo in del come veggo la mia li- gariana: da che Balbo mi scris-
se con Oppio, come senza fine è loro piaciuta ; e che egli per questo aveano
mandato a Cesa- re quella mia orazioncella. E questo medesimo m’ avevi già
scritto tu. Gratum sibi fuisse seri- bit, quod Atticae melius sit factum : et
quod ligarianam orationem praeclare commen- daverit: postremo de Acade- micis
ad Varronem scriptis. Cicero Attico S. Commodum discesserat Hilarus librarius
IV Kal., cui dederam literas ad te, quum venit tabellarius cum tuis li- teris
pridie datis : in quibus illud mihi gratissimum fuit, quod Attica nostra rogat
te ne tristis sis , quodque tu àxt'vSvva esse scribis. Ligarianam , ut video ,
praeclare auctoritas tua com- mendavit. Scripsit enim ad me Balbus et Oppius,
mirifice se probare; ob camque cau- salo ad Caesarem eara se ora- tiunculam
misisse. Hoc igi- tur idem tu mihi antea scri- pseras. Digitized by GoogL 132
Quello che di Varrone ho fatto , noi feci già per non dar vista di uomo
ambizioso (da che io aveva fermato di non introdurre ne’miei dialo- ghi persone
vive), ma per quel- lo che tu mi scrivi, lui desi- derarli, e farne gran conto
, gli ho forniti, e conchiuso in quattro libri, quanto bene non so , ma con
tanta diligenza , che di più non avrei potuto, tutti i punti accademici. In
essi la parte delle cose egre- giamente compilate da Antio- co, contro il non
potersi nulla comprendere, V ho attribuita a Varrone: alle quali rispondo io, e
tu entri terzo nel nostro ragionamento. Se io (come tu novellamente mi
confortavi) avessi messo a disputar fra loro Cotta e Varrone , io re- stava
persona muta. Ciò fu fatto convenevolmente nelle per- sone di que’ vecchi; e
così fece Eraclide in molte opere, e noi altresì ne’ sei libri della repub-
blica. E c’è anche i miei tre libri dell’ oratore, che forte a me vanno a
sangue ; ne’quali sono altresì messe in campo tali persone, che a me non si
addicea di parlare. Concios- siachè parlano quivi Crasso , In Varrone ista
causa me non moveret, ne viderer <pt- Xsvdolsg (sic enim constitue- ram ,
neminem includere in dialogos eorum, qui viverent): sed quia scribis et
desiderari a Varrone , et magni iIJum aestimare, eos confeci, et ab- solvi,
nescio quam bene, sed ita accurate, ut nihil posset supra , acadcmicam omncm
quaestionem. In eis, quae c~ rant contra óxarratXi ifyfav prae- clare collecta
ab Antiocho , Varroni dedi; ad ea ipse re- spondeo; tu es tcrtius in ser- mone
nostro. Si Cottam et
Varronem fecissem inter se disputantes, ut a te proximis literis admoneor, meum
xs>- fó» rcpèoancv esset. Hoc in an- tiquis personis suaviter fit , ut et
Heraclides in multis , et nos in sex de republica li- bris fecimus. Sunt etiam de oratore nostri tres, mihi vehe- menter
probati. In eis quo- que eae personae sunt , ut mihi tacendum fuerit. Crassus
enim loquitur, Antonius, Ca- tulus senex, C. lulius frater Catuli, Cotta,
Sulpicius. Pue- ro me, hic sermo inducitur, ut nullae esse possent partes meae.
Quae autem his tem- Digitizedby < Antonio, Catulo il vecchio, C. Giulio
fratei di Catulo, Cotta e Sulpizio. Ora il dialogo è introdotto, che io era
fanciul- lo: onde a me non si conve- nia pigliar nulla parte. Ma le cose di me scritte
oggidì hanno forma aristotelica; le altre persone vi sono poste per forma , che
egli ci tiene le prime parti. Così ho compo- sto cinque libri de’ fini, asse-
gnando la parte epicurea a L. Torquato , la stoica a M. Catone , ed a M. Pisone
la peripatetica. Il che ho io cre- duto fuor di ogni invidia es- sendo loro
tutti morti. Or queste cose accademiche aveva io, come sai, date a trattare tra
Catulo , Lucullo ed Or- tensio ; ma in effetto mal s’ag- giustavano alle
persone, essen- do esse troppo più sottili , che fosse da credere loro averle
eziandio mai sognate. Il per- chè, appena letta la tua let- tera , che dicea di
Varrone , l’ho afferrato come fortuna ca- dutami tra le mani. Non è cosa al
mondo , che meglio quadri a quello studio filoso- fico, che è proprio la sua
be- va , nè a quelle parti , nelle quali non mi venne fatto di 133 poribus
scripsi, AptcTcts'Xsjcv morem habent; in quo sermo ita inducitur cetcroruin ,
ut penes ipsum sit principatus. Ita confeci quinque libros nepi reXfijv , ut
epicurea L. Torquato, stoica M. Catoni, ncpcnazrjuxx M. Pisoni darem
AEijXoTUTrvjrcv idfore putaram, quod ornnes illi deccsserant. Hacc academica,
ut scis, cum Catulo , Lucullo , Hortentio contuleram. Sane in pcrsonas non
cadebant: crani enim Xg- yn'wrsp*, quam ut illi de iis somniassc unquam
vidercn- tur. Itaquc ut legi tuas de Varrone, tanquam ippLxlcv ar- ripui.
Aptius esse nihil potuit ad id philosophiae genus, quo illc maxime mihi
delcctari vi- detur , measque partes (seu easque partes) , ut non sim conscquutus,
ut superior mca causa videatur. Sunt enim vehementer rtSxvx antiochia: quae
diligenter a me expres- sa, acumen habent Antiochi, nitorem orationis nostrum ;
si modo is est aliquis in no- bis. Sed tu , dandosnc putes hos libros Varroni, etiam al- que
etiam videbis. Mibi quae- dam
occurrunt : sed ea co- ram. superarlo. Imperocché
le prove di Antioco sono assai ragio- nevoli. Or essendo poste in lutne da me,
ed hanno V acu- tezza d’ Antioco, ed il lustro delle parole che loro do io , se
però alcuno ne ho. Ma se questi libri tu li creda da as- segnare a Varrone, tu
ci pen- serai sottilmente. E’ mi occor- rono diverse considerazioni : ma a
bocca. Lettere di genere deliberativo. Lib XIII. Raccomanda Manio Cu- rio a
Servio Sulpicio prefetto dell’ Acaia. M- T. Cicerone a Ser. Sulplicio S. Io amo
M. Curio traf- ficante in Patrasso ; ed ho molte e gravi ragioni di farlo:
conciossiachè m’é amico di lun- ghissimi tempi davanti , cioè fin da quando si
fu messo nel foro : ed in Patrasso , si per innanzi assai volte, e sì
novellamente in questa misera guerra , tutta la sua casa stava a mia posta; ed
io, bi- sognandomi , ne avrei fatto come di casa mia. Ma il le- game che a lui
più mi strinse, quasi d’una colai sacra ami- cizia, si è l’ esser lui intrin-
Epistol. 17. Manium Curium Servio Sulpicio Achaiae praesidi com- mendai. M. T.
Cicero Sulpicio S. P. D. M.’ Curius , qui Patris negotiatur, raujlis et magnis
de causis a me diligitur. Nam et amicitia pervetus niihi cum eo est, ut primum
in forum venit , instituta : et Patris quum aliquoties antea , fum proxime hoc
miserrimo bello, domus eius tota mihi palai! : qua, si opus fuisset, tam es-
sem usus, quam mea. Maxi- mum autem mihi vinculum cum eo est quasi sanctioris
cuiusdam necessitudinis, quoti est Attici nostri familiaris- sima!), cumque
unum praeter Digitized by Google seckissimo di Attico nostro , e lui solo sopra
tutti ama ed onora. Di che se tu per ot- tura l’hai già conosciuto, veg- go
questo mio uffizio essere troppo tardo: da che egli è di tale bontà ed
osservanza, che io V ho per raccomandato a te già per sé stesso. Tuttavia, se
la cosa è come dissi , ti prego con tutto l’ardore, che sopra quell’ affezione,
che pri- ma di questa mia lettera io vo’ credere cheta gli abbi por- tata, tu
lasci aggiugnere un colmo larghissimo della mia presente raccomandazione. Che
se egli , a cagione della sua modestia, usò teco a riguar- do, ovvero non ne
hai anche piena conoscenza, o per chec- ché sia altra causa , egli ha bisogno
di più viva raccoman- dazione ; io tei raccomando per forma, che nè con più ar-
dore , nè per più giuste ra- gioni potrei nessun altro rac- comandare. £ furò
quello, che debbono fare que’ che rac- comandano in vera coscienza, e senza
piagenterìa: poiché ti prometterò, o piuttosto ti pro- metto e ti entro
pagatore per lui, tali essere le maniere di M. Curio, tale e la sua pro- 135
ceteros observat ac diligit. Quem si tu iam forte cogno- sti, puto, me hoc,
quod Ca- cio, facere serius. Ea est enim humanitate , et observantia , ut cum (ibi iam
ipsum per se commcndatum putem. Quod tamen si ila est , magnopere a te quaeso,
ut ad eam vo- luntatem , si quam in illuni ante has meas literas contu- listi,
quam maximus post mea commendatione cumulus ac- cedat. Sin autem propter vere-
cuddiam suam minus se libi obtulit, aut nondum eum sa- tis habes cognitum, aut
quae causa est, cur maioris com- mendationis indigeat; sic tibi eum commendo,
ut neque ma- lore studio quemquam, neque iustioribus de causis commen- dare
possim. Faciamque id , quod debent facere ii, qui re- ligiose et sine ambitione
cora- mendant. Spondebo enim tibi, vel potius spondeo, in meque recipio , eos
esse M. Curii mores, eamque tum probita- tem, tum etiam humanitatem, ut eum et
amicilia tua , et tam accurata commendatione, si tibi sit cognitos , dignum sis
existimaturus. Mihi certe gratissimum feceris, si intei-
136 bità e si la gentilezza , che, lexero , has litcras tantum , conosciutolo,
avrai a dire, lui quantum scribcns confidebam, esser degno della tua amicizia
apud te pondus habuisse. e di tanto calcata raccoman- dazione. Io avrò certo
carissi- mo di conoscere , che questa mia lettera sia tanto valuta ap- po di
te, quanto scrivendola mi dava il cuore. Ad divcrsos X ep. 3. Gli fa animo a
bene am- ministrare la repubblica, e a cercar gloria dal lasciarla in fiore. Diede
Cicerone questa lettera a Furnio legato di Planco, che a lui ritornava. Scritta
da Roma Vanno 709, il mese di novembre. Cicerone a Planco S. Mi fu carissimo il
veder Furnio per esso medesimo, e anco più caro perché nell’ u- dirlo pareami
di udire te stes- so. Perciocché egli mi venne sponendo e il tuo valor mili-
tare, e la giustizia nel gover- no della provincia, e la pru- denza in tutte
cosej aggiun- sevi anco quella tua gr ozio- sità nel trattare domestico , ch’io
già conosco, e in fine la somma tua cortesia inverso di lui. Tutto mi rallegrò,
ed anche V ultima cosa mi fu gradita. Io sono entrato , o Hortatur, ut rem
publi- cam bene goral, ex ciusque optimo stalu gloriam quacrat. Hanc epistolare
Cicero Furnio legato ad Plancum redeunti perferendam dedit, Scr. Roinae mense
no- vembri A. U. C. 709. Cicero Planco S. D. Quum ipsum Furnium per se vidi
libentissime, tum hoc libentius, quod illuni au- diens te videbar audire. Nam
et in re militari virtutem , et in administranda provincia iustiliam; et in
omni genere prudcntiam mihi tuam cxpo- suit, et mihi non ignotam in
consuetudine et familiaritate suavitatem tuam adiunxit : praeterea summam erga
se li- beralitatem. Quae omnia mihi iucunda, hoc extremum ctiam gratum fuit.
Ego, Plance, nc- ccssitudinem conslitutam ha- Digitized by Google mio Planco,
in amistà stretta con tua famiglia fin di prima che tu nascessi ; a te poi ho
posto amore sin dalla fanciul- lezza ; e cresciuto in età sì per mio talento ,
sì per tuo avviso stringemmo insieme di- mestichezza. Per queste ragio- ni io
porto in palma di mano la dignità tua , cui penso di fermo aver teco comune. Tu
se’ giunto alla somma altezza , con per guida la virtù e per compagna la
ventura ; e gio- vane ti se’ guadagnato quello, che a molti fa invidia , ab-
battutili coll’ ingegno , e col- l’industria. Ora se tu darai retta a me, che
ti porto amo- re smisurato , e non la cedo a niuno che teco possa van- tare una
intrinsichezza più antica, ti partorirai la dignità per tutto il restante della
tua vita dal migliore ben essere del comune. Ben tei sai ( che sdimenticartelo
non puoi) esser- vi stato un tempo, in cui la gente era d’avviso, che tu an-
dassi troppo a versi del tem- porale ; il che avrei anch’ io tenuto per fermo ,
se avessi creduto , che tu quelle cose approvassi, le quali sofferivi. Ma nel
mentre eh’ io m’ ap- 137 bui cum domo veslra , ante aiiquanto, quam tu natus
es- ses ; aiuorem autem erga te ab ineunte pueritia tua; con- tinuata iam
aetatc, familiari- tatem quum studio meo, tum iudicio tuo consti tu tara. His
de causis mirabiliter faveo di- gnilati tuae , quam mihi te- cum statuo habere
commu- nem. Omnia summa consequu- lus es, virlutc duce, comite fortuna; eaque
es adeptus ado- lescens, multis invidentibus, quos ingenio , industriaque
fregisti. Nunc me amantissi- mum tui , nemini conceden- tem, qui tibi vetustate
ncccs- situdinis potior possit esse , si audies, omnem tibi reliquac vitae
dignitatem ex optimo reipublicae statu acquires. Scis profecto (nihil cnim te
fugere potuit), fuisse quoddam tempus quum homines exisli- marent, te nimis
servire tem- poribus: quod ego quoque exi- stimarem, te, si ea quae pa-
tiebare, probare etiain arbi- trarer. Sed quum intellige- rem, quid sentires,
te arbi- trabar videre , quid posses. Nunc alia ratio est. Omnium rerum tuum
iudieium est, id- que liberum. Consul cs desi- 138 poneva bene circa all’animo
tuo , stimava anco che tu ve- dessi quel che fare potevi. Or la bisogna va
diversamente. Tu puoi giudicar di tutto e liberamente. Sei nominato con- sole
nel fior dell’età , parlatore bellissimo, e di cotante forze , mentre il comune
è allo estre- mo tapino. Deh! per gl’iddii immortali datti a luti’ uomo a
quell’ opera ed a que’ pen- sieri , che ti hanno a frut- tare una dignità e
gloria ol- ire ogni termine grande. Pe- rocché una sola via havvi alla gloria,
massime oggidì, fatto- si della repubblica uno stra- zio per tanti anni, il ben
go- vernare essa repubblica. Que- ste cose m’avvisai di scriverti a spinta
piuttosto dell’amore , che perch’io credessi, che am- monimenti e precetti ti
faces- ser mestieri: perocché ben mi sapeva, che tu cotesto attignevi a quelle
medesime fonti che io. Laonde io farò finé: avendoti anzi voluto dimostrare
l’amor mio, che il mio senno. Intanto io farò ogni opera e diligenza rispetto a
quello che stimerò metter conto all’onor tuo (1). gnatus, optima a e tate,
summa eloquentia , maxima orbitate reipubiicae virorum talium. Incurobe, per
dcos immorta- les, in eam curam et cogita- lionem , quae libi summam
dignilatera et gloriam afferai. Unus autem est, hoc praeser- tim tempore , per
tot annos republica vexata, reipubiicae bene gercndae cursus ad glo- riam. Haec
amore magis im- pulsus scribenda ad te putavi, quatti quo arbitrarer te mo-
nilis et praeccptis egere. Scie- bant cnim, ex iisdem te haec haurire fontibus
, ex quibus ipse hauseram. Quare mo- dum faciam. Nunc tantum si- gnitìcandum
putavi ; ut po- tius amorem tibi ostenderem meum, quatn ostentarem pru-
dentiam. Interna quae ad di- gnitatem tuam perlincre ar- bitrabor studiose
diligenter- que curabo. (1) Ho riportalo queste otto lettere di Cicerone per
esempio , ina chi bramasse proseguire un si utile esercizio sullo stile
ejassieo epistolare, tanto nel •• 'Blgi(i20d-by<So©gl 139 Torquato Tasso dà
l’ultimo addio al suo grande amico Antonio Costantini , segretario di
Ferdinando Gonzaga Duca di Mantova. » Che dirà il mio signor Antonio quando
udirà la morte » del suo Tasso ? E per mio avviso non tarderà molto la »
novella ; perchè io mi sento al fine della mia vita, non » essendosi potuto
trovar mai rimedio a questa mia fasti- » diosa indisposizione , sopravvenuta
alle molte altre mie » solite, quasi rapido torrente, dal quale, senza poter
avere » alcun ritegno, vedo chiaramente esser rapito. Non è più » tempo che io
parli della mia ostinata fortuna , per non » dire della ingratitudine del
mondo, la quale ha pur vo- » luto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura
mendico, » quando io pensava , che quella gloria , che malgrado di » chi non
vuole , avrà questo secolo da’ miei scritti , non » fosse per lasciarmi in
alcun modo senza guiderdone. Mi » son fatto condurre in questo monastero di s.
Onofrio , » non solo perchè l’aria è lodata da’ medici più che d’alcun » altra
parte di Roma, ma quasi per cominciare da questo » luogo eminente , e colla
conversazione di questi devoti » padri , la mia conversazione in cielo. Pregate
Iddio per » me, e siate sicuro, che siccome vi ho amalo et onorato » sempre in
vita, così farò per voi nell’altra più vera, » ciò che alla non finta, ma
verace carità s’appartiene. Ed » alla divina grazia raccomando voi c me stesso.
Di Roma » in s. Onofrio. » Annotazioni. In questa lettera, colla quale il Tasso
dà l’ultimo ad- dio al suo caro amico , dimostra i sentimenti della vera
amicizia, e della fortezza c grandezza d’animo; che mentre sente tutto il peso
delle sue infermità, della miseria, e «lolla Ialino quanto nell'Italiano, putì
consultare l’egregia opera ilei P Antonio Cesari intitolata: l.cttere di M. T.
Cicerone, disposte secondo l'ordine de' tempi tra- duzione di A. Cesari P. O.
_Digitized by Google 140 ingratitudine degli uomini, e ne fa giusto lamento
coll’amico, non s’ invilisce però punto , ma ne prende anzi argomento a
disprezzare le cose caduche, e sollevare la mente e tutto il suo desiderio alla
vera vita , ove col guiderdone delle sue buone operazioni anche 1’ amicizia si
perfezzionerà , e sarà eterna. A. Caro scrive a Francesco Cenami per ismentire
la nuova della sua morte. » Questa sarà per dirvi che io son vivo , e che quei
che scrive son io , e non un altro. Dicolo perchè uno dei vostri napoletani ,
per aver inteso da non so chi , non so donde, che io era morto, se n’è venuto
qui affusolato per impetrare la mia abbazia di Somma. Ma perchè son vivo, e la
voglio per me , se ne dovrà tornare condennato nelle spese. Se non m’avete
scritto, perchè abbiate ancor voi in- teso che son morto, io vi replico la
terza volta che vivo, e mangio e beo e dormo e vesto panni , ed anco prima che
muoia fo pensiero di rivedervi. Intanto vivete ancora voi, perchè mi venga
fatto. Mandate le incluse a Palermo. £ state sano. Di Roma alli 16. Agosto
1539. Bernardo Davanzati a Giovanni Bardi gl’ invia il suo scisma d’
Inghilterra. » Io stimo, illustrissimo signor Giovanni, che al mondo si farebbe
grandissimo giovamento (poiché la vita nostra è breve, e questa infinità di
libri va sempre crescendo, e ri- diconsi le cose medesime il più delle volte)
se di ciascun autore si traesse il troppo e’I vano, e si riducesse il nuovo e
’l buono a una quasi stillata sustanza. Il che questa no- stra fiorentina
lingua propria sarebbe troppo ben fare per la sua naturai brevità , destrezza e
gentilezza. Della qual cosa mi è venuta voglia per gloria di lei di fare questo
poco di cimento nella scisma d’ Inghilterra (sino alla morte della rcina Maria
, per non entrare ne’ fatti della vivente Elìsa- betta), il quale mando a V. S.
illustrissima, pregandola per la nostra grande amicizia e per lo suo perfetto
giudizio , che me ne dica il parer suo.
Nostro Signore Iddio la con- servi. Di Firenze, il^dì l.° d’Aprile 1600. Il
Redi augura le buone feste del S. Natale a N. N. scusandosi di non avergli
scritto di prima per non aver argomento da ciò. » Ho scartabellate le epistole
di Cicerone familiari , ho lette e rilette quelle ad Attico, non ho lasciato
addietro quelle di Plinio, ho meditate con devozione quelle dei santi Basilio c
Girolamo, ho letta l’ idea del segretario del Zuc- chi, di Panfilio Persico, e
del Sansovino, ho fatta seria ri- flessione sopra Peranda, Guarino, Annibai
Caro, Pietro Are- tino, Visdomini, Card. Bentivoglio, Gabrielli, e cento mila
altri antichi e moderni, c pure non mi è stato possibile il trovare un luogo
topico da potere scriver lettere agli amici fuori di proposito, e senza averne
il soggetto; che però ho tralasciato sino ad ora di scrivere a V. S., caro il
mio Po- lidoro. Ma ecco che improvvisamente sento più che di trotto venirmi
addosso il Santo Natale , sicché teso un laccetto all’occasione non me la son
lasciata scappar di mano : Onde rivolto al del gridare io voglio Oh feste ben
venute, oh feste sante, Che m’avete cavato d’un imbroglio. Le auguro a V. S.
felicissime : sta mo a quello che fa le minestre il concederle: ma se glie le
ha da concedere con- forme il merito, e secondo che io glie le desidero, eh
ehei, non basterà farla degli Indi e Nabalhei arcimonarca. E qui vi lascio con
la pace del Signore. Annotazioni. In questa lettera vedesi 1’ arte di
amplificare maestre- volmente un concetto semplicissimo. E vi si annoverano gli
autori da consultarsi per imparare a scriver bene le lettere. A. Caro a
Gherardo Burlamacchi raccomanda un suo amico. Per rispondere alla vostra, che
mi scriveste per messer Gioseppo, ho, come vedete, aspettato d’aver bisogno di
voi. Così soglio fare con gli amici più cari , e ho grandissimo Digitized by
Google 142 piacere che ancora essi facciano il medesimo con me. E per risposta,
non accade che vi dica altro, se non eh’ io vi amo con tutto Paniino, perchè
voi lo meritate, e perchè io sono tenuto, amando voi me. E poiché ci siamo
amici, mi pare, che , lasciando staro le cortigianie da canto , ci dobbiamo
richiedere c servire l’un l’altro alla libera. E per mostrarvi come avete a far
voi , voglio cominciar io a valermi del- l’opera vostra. Mcsser Lucio
Francolino, amico mio gran- dissimo , dottore eccellente ed uomo da bene ,
desidera il giudicato della vostra città (di Lucca); e se fosse conosciuto da
voi altri come lo conosco io, so che lo desiderereste e lo chiamereste voi
medesimi. Ora per qualche suo disegno, vi si offerisce e ne priega voi. Vorrei
che per l’amor mio, tra P autorità e la diligenza vostra e l’aiuto degli amici
, voi faceste per modo , che questo suo desiderio avesse ef- fetto: ed io che
in maneggi del Duca di Piacenza di molta importanza , ho conosciuta la dottrina
, il valore e l’ inte- grità sua, v’assicuro che se lo fate, ne avete onore, e
me ne ringrazierete. Ma io ve ne voglio aver nondimeno ob- bligo infinito. E
perchè confido molto nell’amore e nell’of- ferte vostre , non voglio perder più
tempo a pregarvene. State sano. Di Roma alli 27. d’Aprile 1551. Epistola di S.
Paolo a Filemone Avea S. Paolo guadagnato a Gesù Cristo un nobile cit- tadino
di Colossi chiamato Filemone, insieme colla sua mo- glie Appia, c la sua
famiglia. Onesimo servo di lui lo ruba e fugge di casa. Consumato il furto, si
riduce a Roma, e va a trovare S. Paolo, il quale lo accoglie e lo fa cristiano,
ed egli serve lealmente l’apostolo nella carcere. S. Paolo il rimanda al padrone
con una sua lettera. Essa ha questo fine: di ottenere ad Onesimo il perdono del
fallo e del furto e la remissione del debito; di recar Filemone a donargli la
libertà, e rimandarlo così licenziato a lui medesimo a Roma per adoperarlo ne’
servigi suoi e della chiesa. Digitized by Google 143 Paulus vinctus Christi
lesu et Timothens frater Phi- lemoni dilecto et adiutori nostro et Appiae
sorori carissitnac, et Archippo commilitoni nostro, et ecclesiae, quac in domo
tua est. Gralia vobis et pax
a Dco patre nostro et domino lesu Christo. Gratias ago Deo meo, scraper
memoriam lui faciens in orationibus meis, audiens charilatem tuam , et fìdera
quam habes in domino lesu , et in oranes sanctos. Ut communi- catio fidei tuae
evidens fiat in agnitionc oranis operis boni, quod est in vobis in Christo
lesu. Gaudium cairn magnum habui, et consolalionem in charitate tua: quia
viscera san- ctorum requieverunt per te, frater. Propter quod multata fìduciant
habens in Christo lesu imperandi tibi quod ad rem pertinet. Propter charitatcm
magis obsecro, cura sis talis ut Paulus senex, nunc autem et vinctus lesu
Christi. Obsecro te prò meo filio, quem gc- nui in
vinculis, Onesimo. Qui tibi aliquando inutilis fuit; nunc autem et mihi et tibi utilis:qucm
remisi tibi. Tu au- tem illum ut mea viscera suscipe. Quem ego volueram me- cum
detincre, ut prò te mihi ministrarci in vinculis Evan- gelii. Sine consilio autem tuo nihil volui facere, uti ne ex
necessitate bonum tuum esset , sed voluntarium. Forsitan enim ideo discessit ad
horam a te, ut aeternum illum reci- peres. Iam non ut servum , sed prò servo
carissimum fra- trem, maxime mihi : quanto autem magis tibi et in carne et in
Domino? Si ergo habes me socium, suscipe illum si- cut me. Si autem aliquid nocuit tibi,
aut debet, hoc mihi imputa. Ego Paulus scripsi mea manu: ego reddam, ut non di-
cam tibi , quod et teipsuin mihi debes. Ita
frater. Ego tc fruar in Domino. Befice viscera mea in Domino. Contìdens in
obedicntia tua scripsi tibi; sciens quoniam et super id , quod dico, facies.
Simul autem et para mihi hospitium: nam spero per orationes vestras donari me
vobis. Digitized by Google 144 Salutai le Epaphras concaplivus meus in Christo
Iesu, Marcus, Aristarchus, Demas, et Lucas adiutorcs mci. Gratta Domini nostri
Iesu Christi cum spiritu vestro. Amen. Traduzione libera del P. A. Cesari.
Paolo prigioniero di G. Cristo , e Timoteo il fratello, al diletto Filemone
nostro cooperatore nell’ Evangelio, e ad Ap- pio sorella carissima ; ad
Archippo vescovo, nostro fratei di milizia, ed a tutta la chiesa, che è nella
tua casa. La gra- zia e la pace sia con voi da Dio padre nostro , e dal suo
figliuol Gesù Cristo. Io nelle mie orazioni mi ricordo sempre di te, e per te
ringrazio Iddio mio , che ben so la tua fede e la tua ca- rità, st verso di G.
C., e sì verso di tutti i fedeli: la quale è tanta e si luminosa, che da tutti
è celebrata per le tante opere buone che tu fai in G. C. Il che mi dà al cuore
in- finita consolazione e allegrezza, ricordandomi che le viscere di tutti i
fedeli furonefrefrigerate da te, e dalla tua carità, o dolce fratello. Or tutto
questo m’ ispira una assai ragionevol fiducia, di poter usare con te l’autorità
che mi dona il mio essere di padre tuo, e d’apostolo di Gesù Cristo , cioè di
comandarti una cosa che è di dovere, per la quale singolarmente ti scrivo Ma io
voglio a ciò adoperare in vece l’uffizio dell’ amor tuo e mio, e per questo, in
luogo di comandarti, ti priego, ri- cordandoti, che tu se’ vecchio come me, e
che io sono oltre a ciò legato e prigioniero di G. C: e per questo titolo te ne
prego. Io ti scongiuro, non punto per me; ma per un mio figliuolo. Sì uno ne ho
io a me carissimo, perchè generato nelle catene, figliuolo del mio dolore,
figliuolo che io amo per questo teneramente, questo figliuolo mio tu il dei ben
cono- scere, egli è Onesimo che ti dà la mia lettera. Questo mio figliuolo ,
tempo è , ti fu inutile ; ma al presente a te sarà utile, come fu a me. Ecco
dunque io te l' ho rimandato, sa- Digitized by Googte 145 pendo che è cosa tua.
Ricevilo, te ne priego, come le viscere mie, cioè come figlimi del mio cuore,
come me stesso. Io ve- ramente, avendo trovato sì tenero di me questo mio
figliuolo, voleva ed era quasi deliberato di ritenerlo qui meco, accioc- ché mi
servisse ne’ bisogni della mia prigionia ; e parsami poterlo fare , pensando
ehe egli avrebbe supplito per te, ser- vendomi in persona tua propria, e mi
parea che tu ne sa- resti contento, ma senza tua permissione non ho voluto: ac-
ciocché non paresse , che questo tuo beneficio fosse forzato , ma libero e
volontario. E che sai tu, se Onesimo non sia partito per questa poca d’ora da
te, acciocché tu, per non averlo più a perdere, dovessi ora riguadagnarlo? e
già non più come servo, ma come fratello dilettissimo in G. C.? Ora se Onesimo
è singolarmente carissimo a me, come vedi, trop- po più dee essere a te , al
quale egli è ora legato per dop- pia ragione, cioè di servo secondo la carne, e
di fratello se- condo lo spirito di G. C. Adunque se tu mi tieni tuo amico e
fratello, ricevi Onesimo come me stesso. Se poi egli ti fece ingiuria o danno
nessuno, non te ne dare fastidio ; scrivilo alla mia ragione. Ecco io te ne fo
carta di mia mano , ed entro pagatore del tuo debito. Io Paolo sottoscritto te
ne pa- gherò: senza metter fuori un debito che tu hai con me: chè veramente tu
mi dei te medesimo e l’ anima tua , avendoti io generato a G. C. e salvato.
Così è, e tu noi negherai, o caro fratello. Adunque ristora e racconsola le
viscere mie nel Signore. La tua obbedienza filiale, a me nota, mi diede tanta
sicurtà di scriverti di questo modo: e questa mi rende sicuro che tu lo farai:
ma che dico io così? tu farai anche sopra di quello , che ti ho dimandato :
tanta è la fidanza che mi dà l’amor tuo. Resta ancora, o Filemone, che io venga
io medesimo a ringraziartene. Tu farai dunque di apparecchiarmi l’ospizio in
tua casa: perocché io spero, che per le orazioni di voi tutti , il Signore mi
renda la libertà , e mi voglia a voi ridonare. 10 Digitized by Google 146
Quindi salutatolo a nome degli amici comuni, che ave- va in Roma ; finisce la
lettera pregandogli la grazia di G. C. Annotazioni- S. Paolo a principio saluta
Filemone , a nome anche di Timoteo , chiaro per le sue specchiate virtù , dice
ego vinctus Christi, e Filemone diletto, c coadiutore nell’ Evangelio: saluta
insieme la persona più cara a Filemone Appia sua moglie che dice sorella
carissima, e il Vescovo di Colossi, e tutta la famiglia , onorandola col titolo
di chiesa di G. C. Tutte cose che dispongono egregiamente alla beneficenza. Il
dire poi, ch’egli sempre ricordasi di lui nelle orazioni, che ringrazia Iddio ,
e grandemente rallegrasi della fede e carità di lui inverso G. C. e tutti i
fedeli, apparecchia il posto nel suo cuore anche ad Oncsimo. Per le quali tutte
cose dice che avrebbe fiducia di comandargli ciò che brama, ma che piuttosto
vuole pregarlo per la carità sua. Notisi quella giunta (così Cesari) , che
Paolo vecchio prega il vecchio Filemone dalla prigione , dov’è posto per G. C.
Oh che assalto a quel cuore ! Egli è come un dipin- gersi a lui curvo e canuto,
stendendo ad esso le mani e le braccia con tutte le catene , di che 1’ avea stretta
la fede sua e l’amore per G. C. : deh quali memorie ! Quai forti motivi! Or che
è quel finalmente, di che Paolo vuol pre- gare il suo Filemone ? Obsecro te. Ti
scongiuro , non per me, ma per un mio figliuolo, a me carissimo, generato a G.
C. in prigione: prò filio meo , quem genui in vinculis , Onesimo. O sottile
artifizio di carità ! Oncsimo era nome odioso: e pertanto egli non nomina
questo ingrato servo in- fedele, che da ultimo, dopo aver ammollito l’animo del
pa- drone .... Egli non vuol negar la sua colpa: ma comincia ad accennarla cosi
dalla lunga, e alla maniera che fanno i padri: cioè coprendola e cambiandole
nome. Questo mio fi- gliuolo, tempo è, ti fu inutile. Oh Dio ! come inutile ?
dovea dire ti danneggiò, ti fece villania ed ingiuria: e in quella vece dice il
meno di male che poteva essere: ti fu inutile: ma al presente a te sarà utile
come fu a me. fn questa rac- comandazione di Paolo tutto fa prova: ogni parola
è effica- cissima al fine proposto. Onesimo grecamente vuol dire utile: anche
dal nome S. Paolo trae ragione di scusar questo servo, e di prometter bene di
lui ... . (Di fatti) quando egli fu qui in Roma servì a me fedelmente nelle mie
necessità , meglio da figlio che da servo . . . , il che Filemone dovea gradir
sommamente come benefìcio fatto a sè stesso . Comprendete voi forza di quel
remisi tibi ? io te 1’ ho ri- mandato ? Egli importa un bel dire a Filemone :
Onesimo partito da te si ricoverò qui nelle mie mani, commettendosi lutto a me;
or volendolo io a te rimandare, egli non s’ar- rischiava di venirti davanti,
temendo della tua collera: ma io gli ho fatta sicurtà ... tu autem illum ut mea
viscera suscipe . . . Qual violenza all’ amoroso cuor di Filemone ! sentir che
Onesimo, lo schiavo, il ladro, è l’amore, il cuore, le viscere di Paolo, di
quel magno apostolo, di quel padre di Filemone !... Ma Paolo, usando assai
accortamente la figura di correzione , procede a farsi il ponte ad un altro
punto, al quale egli mirava . . . cioè a costringere Filemone di rimandarglielo
libero. Io poteva senz’altra licenza tener meco Onesimo . . . , ma un sospetto
di offenderti e di man- care alla riverenza che ti porto, usando liberamente di
cosa tua , me Io vietò. Quantunque io il feci anche per altra ca- gione, ... io
voglio ricevere Onesimo libero dalle tue mani in dono ... Ma che ?... io credo
che lutto questo fatto sia di ordinazione peculiare di Dio . . . , il quale da
ciò che permise volea trarne per te maggior bene ec. In fine tocca del furto e
anche in modo dubitativo, e prende su di sè il debito , sebbene Filemone sia
debitore a Paolo di tutto sè. Conclude dicendo : Refice viscera mea in Domino,
sia che per viscera intenda sè stesso, sia Onesimo, che è tutt’uno. Certo che
egli farà anche più di quello di che è pregato, gli dice di preparargli in casa
l’albergo, ove Digitized by Google , ! 148 spera poler andare, e ringraziarlo.
Chiude coi saluti: e col pregargli la grazia di G. C. Filemone rimandò Oncsimo
libero a S. Paolo , che lo servisse in suo luogo , sotto la cui disciplina
divenne per- fetto cristiano: e S. Paolo ordinollo poi vescovo della città di
Efeso, nel luogo del suo gran discepolo Timoteo, come vogliono alcuni ; o certo
vescovo di Borea , come ad altri sembra più simile al vero: e morì in fine
martire di G. C.: e la Chiesa a dì 16. di Febbraio ne fa memoria. (Vedi Ra-
gionane XXXV. del P. A. Cesari nell’ Op. I fatti degli Apostoli.) DELLE
ORAZIONI ESTE.MrORA.NEE DETTE COMUNEMENTE ALLOCUZIONI , PARLATE, ARINGHE.
L’orazione in generale è quel discorso, che fa un di- citore ad un’ adunanza di
persone , e talvolta eziandio ad una sola persona, a fine di persuaderle
qualche verità , o indurla a qualche utile e onesto consiglio. Le orazioni poi
possono distinguersi in due classi; la prima sono le allocuzioni estemporanee;
la seconda sono le orazioni preparate e perfette, nelle quali sta la somma arte
dell’ oratore. Ora queste due sorte d’orazioni non differi- scono fra loro
nelle qualità essenziali, ma solo nelle acci- dentali, cioè nel maggiore o
minore sviluppo e perfeziona- mento. Imperocché la natura stessa ci suggerisce
la forma e il modo conveniente di favellare in qualunque siasi di- scorso « Nam
(cosi Cicerone De Orat. II. 76) ut aliquid » ante rem dicamus; deinde ut rem
proponamus: post ut eam » probemus nostris praesidiis confirmandis; contrariis
refu- » tandis : denique ut concludamus , atquc ita peroremus. » Hoc dicendi
genus natura ipsa praescripsit ». Adunque ogni orazione di sua natura deve aver
tre parti, che diconsi esordio, contenzione, e perorazione. L’esor- Digitized
by Google 149 dio o principio del discorso ha in mira due cose, l.°«<
aliquid ante rem dicamus a fine di conciliarci l’attenzione e la docilità degli
uditori: 2.° di determinare precisamente il tema o la proposizione del discorso
medesimo: deinde rem proponamus. La contenzione poi, che é il mezzo e quasi il
corpo dell’ora- zione, comprende le ragioni e i motivi atti a persuader l’in-
telletto altrui e muovere la volontà al fine da noi inteso : post ut eam
(scilicet rem seu propositionem) probemus nostris praesidiis confirmandis (cioè
colle prove dirette), contrariis refutandis (colla soluzione delle opposizioni).
La perorazione finalmente, che è il termine del discorso, ha due uffici; l.° la
conclusione del ragionamento fatto: 2.° l’esortazione ad ap- provare o eseguire
ciò che si è dimostrato vero ed utile. Queste tre parti poi debbon essere così
tra loro propor- zionate e collegate, al dir d’ Orazio, Primo ne medium , medio
ne discrepet imum E come ripete il Petrarca Se al principio risponde il fine e
’l mezzo Ora venendo all’applicazione di queste semplicissime regole
incominceremo dai discorsi estemporanei , perchè più facili c più atti agli
esercizi scolastici , e che contengono in sé , come in seme ed in embrione,
tutti gli elementi delle ora- zioni perfette. E siccome per gli esempi meglio
intendesi il modo di comporre siffatti discorsi, che per astratti ragiona-
menti: perciò scelgo a tal uopo sei bellissime parlate di T. Livio,
incominciando dalle più semplici e spontanee, e gra- datamente andando a quelle
di maggiore sviluppo, e di più posato ragionamento. Pongo poi a fronte di
ciascuna di esse la traduzione fatta nel buon tempo della lingua nostra: per-
chè abbiano i giovani delle due lingue esemplari classici. Al fine poi di ogni
parlata aggiungo le annotazioni , per farne meglio conoscere l’artificio e la
bellezza rettorica. ESEMPIO. Parlata di Veturia al suo figlio Coriolano che
assediava Roma Coriolano essendo stato mandato in esilio da Roma, ne concepì
tant’ odio, che collegatosi coi nemici del nome ro- mano, allo testa di un
poderoso esercito dc’Volsci mosse con- tro Roma : e dopo aver tolto ai Romani
molte castella, c messo a sacco e devastato le terre d’intorno, crasi appros-
simato a cinque miglia dalla città e minacciavaie estrema rovina. Avea già
fieramente disprezzalo gli ainbasciadori ro- mani, che insieme ai sacerdoti eransi
recati colà a suppli- car per la pace: quando vennegli detto che fra uno stuolo
di femmine veniva a lui la sua madre Veturia , con Vo- lunnia sua moglie e due
piccoli figliuoli, allora egli uscito quasi di mente e costernato andò incontro
alla madre per abbracciarla. Ma Veturia sentendo da ciò come rinascere in sé
tutta la materna autorità, mutato l’aspetto supplichevole in severo e
disdegnoso, proruppe in colali voci. Sofferitevi ; innanzi che Sine, priusquam
comple- to» to' abbracciate , io voglio xum accipio, sciam, ad ho- sapere, se
io sono venuta a mio stem, an ad iìlium venerilo; figliuolo , o a mio nemico :
e captiva, mater ne in castris se io sono nella tua tenda come tuis sim ?
prigioniera cattiva, o come tua madre ? A questo sono io con- In hoc me longa
vita et dotta per lunga vita , e per infelix senecta traxit, ut exu- lo mio
peccato, che in mia vec- lem te, deinde hostem vide- chiezza ti vedessi
scacciato e rem ! Potuisti populari hanc poi appresso nemico ! Come terram,
quae te gcnuit atque potestà guastare questa terra, aluit ? Non tibi, quamvis
in- ove tu fosti ingenerato e nu- festo animo, et minaci perve- trito ? Quando
tu entrasti neras, ingredienti fines ira ce- ne’ confini di Roma, avvegna -
cidit ? Non , quum in con- Digitized by Google 151 che tu avessi il cuore
ìnfiam- spectu Roma fuit, succurril: mato e enfiato e pieno di mal intra illa
mocnia domus et pe- talento, non ti cadde l’ ira P nates mei sunt, mater, con-
Quando tu vedesti Roma, non iux , liberi ? Ergo ego nisi ti ricordò egli, che
dentro da peperissem, Roma non oppu- quelle mura era il tuo albergo, gnaretur.
Nisi fìlium habe- tua madre, tua moglie e tuoi rem , libera in libera patria
figliuoli ? Dunque s’ io non mortila essem ! avessi partorito, Roma non si
sarebbe assalita. E s’io non avessi figliuo- Sed ego nibil iam pati lo, io
sarei morta franca in nec tibi turpius, quam mihi terra franca ! - Ma io non
miserius possum: nec ut sim posso oggimai sofferire alcuna miserrima diu futura
sum. De cosa , ond’ io abbia maggior bis videris , quos , si pergis , duolo ,
nè tu maggior on- aut immatura mors, aut longa ta avere: e s’ io sono dolente
servitus manet. (Tito Livio e angosciosa, sì non sarò già 1. II. c. 40).
lungamente, eh’ io morrò di dolore. De’ tuoi figliuoli ti prendi guardia , i
quali , se tu perseveri in tuo proposito, o morranno di piccol termi- ne, o
vivranno in lungo servaggio. Annotazioni rettoricke. Questa piccola orazione è
un capo d’opera di eloquenza sublime. Il suo principio o esordio, è compreso in
quel pe- riodo unimembre. Sine prius quam complexum accipio, ad hostem an ad
filium venerim: captiva mater ne in castris tuis sim. Esso nasce spontaneo
dall’atto rispettoso e affettuoso di Coriolano inverso la madre sua altamente
trafitta e sde- Volgarizzamento del buon
secolo , pubblicato per cura del prof. G. Dalmazzo. Torino 1845. Digitized by
Google 152 gnata contro di lui per l' iniqua oppugnazione di Roma. L’ in-*
tento di Veturia (che non si esprime essendo per sè mani- testo) si é di far
cessare il figliuolo da siffatta impresa. Il corpo poi del discorso contiene
tutte quelle più valide ra- gioni, che poteansi da qualsivoglia oratore
rappresentare a Corioiano per rimuoverlo dal suo iniquo proponimento: l’in-
giusto suo odio contro Roma concepito per 1’ esilio da lui meritato (vedi T.
Livio , ovvero discorso sulle decadi del medesimo di Machiavelli p. 33, 34);
l’aver questo odio por- tato tant’oltre da collcgarsi coi più fieri nemici del
nome romano; l’averli eccitati alla guerra, e postosi esso stesso a capo delle
armate de’Volsci; l’aver portato la desolazione a molte castella e colonie
romane, mettendo ogni cosa a sacco a ferro a fuoco; c posto in non cale ogni
umano e divino diritto, non che il debito amore, che dovea far lieta la vec- chia
sua madre, la sua moglie c’ figliuoli, portar furibondo il servaggio e
l’eccidio alla stessa sua patria. Or tutte queste ragioni non le dice Veturia ,
come fa- rebbe un qualunque altro oratore; ma come era proprio di una tal madre
oppressa da profonda afllizion d’animo c al- tamente sdegnata contro il suo
figliuolo: parla essa in modo breve, tronco, disdegnoso, autorevole. E però
l’enormezza del delitto di ribellione , glielo rappresenta principalmente per
gli effetti, che produceva nell’ animo suo, dicendo, che l’ infamia dell’esilio
del figlio, il suo odio, le ostilità , i danni, l’estremo furor contro Roma,
mentre facevano de • testabile il nome di lui a tutto il inondo , cagionavano
in lei tanta amarezza d’animo, che avrebbe voluto esser morta pria di veder
tali cose, vorrebbe non aver partorito un tal figliuolo, che rendeva schiava e
infelice la patria sua - — Di quanta forza e vivezza poi è il rimprovero che
gli fà d’animo ingrato e brutale, dicendo: Potuisti populari terram quae te
genuit ? Non libi . . . ingredienti fines ira cecidil ? Non cum in conspectu
Roma fuit succurrit intra illa moenia , e< . Digitized by Google 153 La
conclusione finalmente non contiene veruna preghiera; ma è severa e tragica:
dice che ella inevitabilmente si morrà di dolore; che solo pensi egli che se
non desiste dall’iniqua impresa , i suoi o incontreranno una morte immatura , o
una obbrobriosa e perpetua schiavitù. Ma se le preghiere e le lagrime non si
convenivano ad una madre nel sommo dolore e giusto suo sdegno : pure a compiere
la perorazione , si aggiunse il pietoso aspetto dei figliuoli e della moglie, e
le lagrime delle altre matrone ro- mane: « uxor deinde ac liberi amplexi:
fletusque ab omni turba » mulierum ortus , et comploratio sui patriaeque
fregere tan- » de in virum. - Complexus inde suos dimisit. Ipse retro ab » urbe
castra movit ». Dopo queste parole la moglie sua ed i suoi figliuoli
l’abbracciarono. Tutte le donne ch’erano ivi per la pietà cominciarono a
piagnere, c tanto il pregaro pietosa- mente, che l’animo gli si cambiò, ed egli
si rimutò dal suo proponimento. Allora abbracciò i suoi, e donò loro commiato,
ed egli medesimo si tornò addietro coll’oste dalla città. esempio II. Tito
Mallio Torquato condanna a morte il figliuolo per aver combattuto a duello
privato col nemico Geminio nella guerra contro i Latini. Nell’ anno di Roma 415
i Latini coi Campani si ribel- larono a’ Romani. Nell’accingersi i Romani alla
guerra con- tro i Latini, per la difficoltà dell’ impresa i consoli tennero
ragione tra loro e decretarono il seguente ordinamento. Ordinaro altresì , che
, se Agitatimi eliam in con- mai avessero alcuna guerra silio est, ut si quando
unquam aspramente governata che ora severo ullum imperio bellunt riducessero la
disciplina della administratum esset , lune cavalleria (militare) alla ma- uti
disciplina militaris ad pri- niera antica. Elli furono in scos redigeretur
mores. Cu- gran forse, però che si dovea- ram acuebat quod adversus no
combattere colli Latini, Latinos bcllandum erat; lin- i quali avevano una
medesima gua, moribus, arrnorum ge- Digitized by Google 154 lingua , e quel
medesimo co- nere , institutis ante omnia stume , e quella maniera d’ ar-
militaribus congruentes niiii- me, e eh’ erano sopra tutte cose tes inili tibus
, centurionibus ammaestrati d’ (una medesima) centuriones, tribuni tribunis
arte di combattere , e di ca- comparcs, collegaeque iisdem valleria ; ed aveano
cavalle- praesidiis , saepe iisdem ma- ri contra cavalieri , centu- nipulis
permixti fuerant: per rioni contra centurioni , tri- haec ne quo errore)
milites buni contra tribuni, i quali caperentur, edicunt consulcs: spesse volte
erano stati com- ne quis extra ordinem in ho- pagni de’ Romani nelle batta-
stem pugnare!. (T. Liv. 1. 8. glie, e in un medesimo drap- c. 6.) pello. E
acciò che per queste cose li cavalieri (i soldati) non fossero per alcuno
errore in- gannati , li consoli vietaro , che alcuno non fosse ardito di
combattere colli nemici fuori d’ordine (1). Or movendosi P esercito romano
contro i ribelli , T. Mallio figliuolo del Console fu mandato colla sua schiera
ad esplorare la posizione de’ nemici. A caso s’ imbattè nel campo de’ Latini, e
uscitogli incontro Geminio Mezio, con- dottiero della cavalleria tusculana;
dopo breve altercazione, provocato da Geminio combattè secolui a duello,
l’uccise, e trattene le spoglie, recolle al padre suo, dicendo : a te l’offro,
affinchè ognuno conosca eh’ io dal tuo sangue son generato. Torquato, rivolta
la faccia altrove , fece incontanente colla tromba convocare 1’ esercito a parlamento
, e stando tutti in silenzio e sospesi d’ animo , egli con volto severo così
parlò al suo figliuolo: T. Manlio, poiché così è Quandoquidem tu , T. che tu
non ridottasti (2) il Manli, neque impcrium con- (1) Traduz. del buon secolo
cit. (2) Ridonare, temere, derivato dal nome dòtta (coll’o largo) timore
Digitized by Google comando de’ consoli, né la mae- stà di tuo padre , e contro
il nostro divieto ti combattesti fuor d’ordine ; e tanto, come a te appartiene
, guastasti e rompesti la disciplina di ca- valleria, per la quale lo im- perio
di Roma s’è mantenuto infino al dì d' oggi , e hdmi condotto a questa necessità
eh’ egli mi conviene dimenticare la repubblica, o me medesimo e li miei: meglio
vale, che noi siamo puniti del nostro pec- cato , che la repubblica per tanto
suo danno comperi caro il nostro fallo. Noi daremo doloroso esempio alla
gioven- tù (1) che è avvenire. Senza fallo l’amore naturale del pa- dre verso
il figliuolo e tua prodezza (ingannata da falsa immagine di gloria) muove il mio
cuore a pietà verso te. Ma con ciò sia cosa che bi- sogno sia, che li
comandamenti de’ consoli sieno con fermati per la tua morte, o sieno sem-
premai da dispregiare per la tua follia (impunità), io cre- do, se in te ha
punto di mio sangue, che tu non rifiuterai, che la disciplina della caval- li
sulare, ncque maiestatem pa- triam veritus, adversus edi- c tum nostrum extra
ordinem in hostem pugnasti: et quan- lum in te fuit , disciplinai» militarci»,
qua stetit ad hanc diem romana res, solvisti: me- que in eam neccssitatem ad-
duxisti , ut aut reipublicae mihi, aut mei meorumque o- blivisccudum sit ; nos
polius nostro delieto plectemur , quam respubliea tanto suo damno nostra
peccala luat. Triste exemplum, sed impo- sterum salubre iuventuti eri- inus. Me
quidem quum in- genita charitas libcrum, tum specimen istud virtutis, dece-
ptum vana imagine decoris in te , movet. Sed quum aut morte tua sancienda sint
con- sulum imperia, aut impunitate in perpetuum abroganda; ne te quidem, si
quid in te no- stri sanguinis est , rccusarc ccnseam, quin disciplinam mi-
litarci» culpa tua prolapsam, pocna restituas. I lictor, col- liga ad palum.
(1) Nel testo dice giovenaglia forma antiquata da non usarci ora, ehe in senso
peggiorativo di gioventù sfrenala, come dicesi gentaglia. Digitized by Google
156 Urta , la quale per la tua colpa è schernita , non sia per tua pena
ristorata. Va , diss’egli al littore, e legalo al palo. Annotazioni rettoriche.
L’ esordio di questo discorso non è di parole , ma di fatto. Imperocché il turbamento
di Torquato nel vedersi re- car dal suo figliuolo le spoglie del nemico ucciso,
il rivol- gere da lui lo sguardo senza far motto, la subita convoca- zione
dell’ esercito a parlamento , erano assai chiari indizi del tragico discorso
che intendeva fare , validissimi per sé ad attirarsi tutta l’attenzione de’
Romani. E però Torquato entra tosto in materia. In questo breve discorso
scorgesi , come nell’animo di Mallio contrastava vivamente l’amor pa- terno col
zelo della giustizia e del pubblico bene : e que- sto prevalendo l’ induce a
condannare a morte il suo stesso figliuolo , che teneramente amava , e che nel
mancamento stesso dimostrava segni di non picciol valore : ed insieme vuol
trasfondere nel figlio la stessa fortezza d’animo al gran sagrificio della sua
vita. E notisi come la pena di morte non la dice sola del figlio, ma comune
anche a se. Onde con- clude: piuttosto che la repubblica paghi il fio de’
nostri pec- cati, assoggettiamei noi volontariamente alla dovuta pena, con
esempio triste sì, ma salutare a tutta la posterità. Il modo di dire , come
conviene agli atti eroici , e a chi è acceso da forte passione, è conciso,
sentenzioso, ri- soluto, tronco. L’ amore così eroico della giustizia e della
patria nel padre, e la docilità e fermezza d’animo nel figliuolo destò da prima
un alto stupore in tutto l’esercito ; troncato poi il capo al giovane Mallio ,
seguì il compianto generale , e ricopertone delle spoglie il corpo, con solenne
pompa fu sul rogo brucialo. Digito ed by-Google 157 Nè l’effetto salutare di si
che al dir di Livio Nondimeno la crudeltà di quella pena fece la gente di
quell’ oste esser più obbe- diente a comandatori , e più guardingamente
facevano le guardie , e le vegghie , e ciò ch’era loro comandato ; e non
ch’altro , quando si venne alla battaglia fu quell’ asprezza utile. severa
giustizia andò fallito: Fecit tamen atrocitas poc- nac obedientiorem duci mili-
tem : et praeter quam quod custodiae vigiliacque et ordo stationum intensioris
ubique curae erant, in ultimo eliam certamine, quum dcscensum in acicm est,ca
severitas pro- fui t. Ho voluto qui notare gli antecedenti e i conseguenti e le
circostanze che accompagnaron la breve parlata di T. M. Torquato; si perchè se
ne conoscesse meglio lo spirito; si perchè queste cose possono dare materia
ubertosa a chi prendesse per tema a difendere e commendare la severa sen- tenza
di tal console e di tal padre. esempio III. Camillo con Valerio condussero
l’oste, ch’egli avevano scritta, a Satrico , ove quelli d’ Anzio aveano grande
oste ragunata , non pur solamente della giovenaglia de’Volsci , ma ancora de’
Latini e degli Ernici , i quali erano abbon- devoli in genti d’arme, però che
lungo tempo aveano avuta pace. Si che per li novelli nemici , che s’ erano
congiunti co’ vecchi , furono li Romani isbigottiti. Ed avendo i cen- turioni
fatto sapere a Camillo, il quale ordinava sue batta- glie, che li suoi
cavalieri (soldati) erano turbati, e che mol- lemente prendevano le armi , e
che lardando e come a loro malgrado erano usciti delle tende; e ch’egli aveno,
non ch’al- tro udito alcuno dicente, ch’egli andavano a combattere uno contro
cento, e che appena potrebbero sostenere tanta molti- tudine disarmata, non che
armata: Camillo montò a cavallo, c dinanzi alle insegne si volse a’ suoi, e
trascorrendo gli or- dini, disse 158 Che è ciò ? Perekè siete voi smarriti? Di
che vi scon- fortate voi ? Perchè siete voi più codardi che voi non so- lete
essere ? Non conoscete voi i vostri nemici, ovvero me o voi medesimi? I vostri
nemici non sono altro che perpetua materia di vostra virtù. Voi per lo
contrario ( lasciando che sotto la mia capitaneria pi- gliaste Falena e Veio, e
nel mezzo della città presa ed arsa, sconfigeste le legioni de’ Galli), di
questi medesimi ne- mici , cioè de’ Volsci e degli Equi , e degli Etrurii
aveste triplice vittoria , e tre volte ne trionfaste. Non mi cono- scete voi ,
perdi io non sia dittatore , ma sia tribuno di cavalieri ? Io non desidero
d’avere sopra voi grande si- gnoria, nè voi non dovete in me altra cosa
riguardare, che me medesimo. Unque la dit- tatura non mi diede ardimento, nè lo
esilio noi mi tolse. Adun- que tutti siamo quelli mede- simi , che sogliamo
essere : e con ciò sia cosa che noi ab- biamo tutti le virtù, e le bouta- di
ch’avute abbiamo nell’ altre guerre, siate certi che questa guerra avrà la fine
ch’hanno Quae tristitia , milites , haec ? Quae insolita cuncta- tio ? Hostem,
an ine, an vos ignoratis ? Hostis est quid aliud quam perpetua materia virtutis
gloriaeque vestrae ? Vos contra, me duce, (ut Fa- lerios Veiosque captos, et in
capta patria Gallorum legio- nes caesas taceam) modo tri- geminac victoriac
tripliccm triumphum ex his ipsis Vol- scis et Aequis et ex Etruria egistis. An
me, quod non di- ctator vobisj sed tribunus si- gnum dedi , non agnoscitis
ducera ? Ncque ego maxima imperia in vos desidero , et vos in me nihil practer
me ipsum intueri decct. Neque enim diclatura mihi unquam animos fecit , ut ne
exilium quidcm ademit. Iidem igitur omnes sumus: et cum eadem omnia in hoc
bcllum aflera- mus quae in priora attulimus, eumdem belli eventum expe- ctemus.
Simul concurreritis
, quod quisque didicit ac con- suevit , facict: vos vincetis , illi fugient. (T. Livio L. VI. S- VII.) avuto le altre. Quando noi
ci affronteremo co’ nemici ciascu- no faccia quello ch’egli è usato di fare.
Voi vincerete , ed egli- no fuggiranno (1). Annotazioni rettoriche. Questa
parlata é brevissima come richiedeva la circo- stanza di un capitano che esorta
i soldati sul punto d’ at- taccar la battaglia. E però non vi premette esordio
, ma colta l’occasione dell’ insolito abbattimento d’animo ne’ suoi soldati ,
entra tosto in materia esprimendo con due piccoli incisi la proposizione e la
divisione, ma nel modo più vivo per la figura d’ interrogazione , unita a
pungente rimpro- vero quasi fossero alienati di mente da non conoscere nep-
pure sestessi. Quae tristitia haec ? quae insolita cunctatio ? ch’ò quanto dire
: non vi è nulla da temere. Ecco il tema del discorso. Ifostem, an me, an vos
ignoratis ? Ecco la di- visione degli argomenti. A dimostrare poi l’ indicibile
superiorità loro sotto la condotta sua a paragone dei nemici , adduce le gesta
da loro stessi operate sotto la sua disciplina. Delle quali altre le accenna
per praeteritionem, cioè di Faleria, ove non solo il valore apparve, ma più
anche la equità e grandezza d’ani- mo di Camillo nel rimandar a quei di Faleria
il maestro de’ figliuoli dei principi traditore : di Veio, già da 10 anni
assediata da’ Romani, e vinta e distrutta dall’esercito di Ca- millo: di Roma
presa e arsa da’ Galli, meno il Campidoglio e la rocca , riacquistata
gloriosamente da Camillo , che ri- chiamalo dall’ esilio raccolse i Romani
fuggitivi , c vinse e disperse i Galli. Altri fatti direttamente adduce come
quelli che più fa- cevano al caso presente , cioè la triplice segnalatissima
vit- toria decorata da triplice trionfo , riportata contro quegli (1)
Volgarizzamento del buon secolo come sopra è dello. Digitizgcl by Google 160
stessi nemici , che avevano a fronte , i Volsci, gli Equi e tutta l’Elruria. 1
predetti fatti poi sono appena accennati , sì perchè l’ imminente combattimento
non permetteva lunghe dicerie, sì perchè bastava indicarli a chi n’era stato
l’attore , cioè a quelli che nelle dette guerre aveano militato; e sì anche
perchè epilogate tutte insieme e vedute in un punto face- vano maggior
impressione. Quanto poi al modo di ravvivare la confidenza dell’eser- .cito
inverso il suo duce, sono da notare quelle poche ma gravissime parole. An me,
quod non dictator vobis, sed tri- bunus signum dedi, non agnoscitis ducem ? e
la risposta ne- que ego ec. Questo passo è di molta forza, e bellezza , non
solamente per la massima, eh’ ivi contiensi, che li gradi di onore e di dignità
non danno il vero valore, nè la lor pri- vazione lo tolgono; ma inoltre perchè
quelle tre parole di- ctator , exilium , tribunus rammemoravano li fatti più
glo- riosi di Camillo. Dictator rammentava come a comune suf- fragio Camillo
per ben quattro volte era stato fatto ditta- tore, e gloriosamente avea vinti i
nemici di Roma. Exilium rammentava , come ad onta dell’ ingratitudine de’ suoi
cit- tadini, che aveanlo rimeritato coll’esilio, pure nell’estremo pericolo
della patria era corso a liberarla. Tribunus. Que- sto titolo rammentava un
fatto più glorioso per lui della stessa dittatura. Imperocché quando s’ accese
la presente guerra dei Volsci, ec., ritrovavasi Camillo nell’ufficio di tri-
buno con potere di console insieme con cinque altri per- sonaggi: il senato
(dice T. Livio) rendè grazie agli dei, che Camillo era nel magistrato ; però
che s’ egli fosse stato sen- z’officio, egli l’avrebbero fatto dittatore. E li
suoi compagni medesimi confessavano, che il sovrano governamento di tutte le
cose era in quell’uomo, quando si dubitava d’ alcuna guerra: e ch’egli s’
aveano posto in cuore di sottomettersi a lui, e di dargli tutta la signoria: e
non credevano che la loro maestà Digitized by Cookie 161 di niente fosse
abbassata s’ egli s' inchinassero e sottomettes- sersi alla maestà di un tal
uomo. Il senato di ciò lodò molto i tribuni. (Volg. Dalmaz.) Nella conclusione
del discorso si contiene quella sen- tenza, che cioè le stesse cagioni nelle
medesime circostanze producono gli stessi effetti: e però dice: quum eadem
omnia in hoc bellum afferamus, quae in priora attulimus, eumdem belli eventum
expectcmus ; le quali parole sono il più forte impulso all’ impresa. E però dà
la cosa per fatta. Simul con- curreritis, quod quisque didicit ac consuevit
faciet. Vos vin- cetis, illi fugient. ESEMPIO. Terminata la guerra contro i
Latini, L. Furio Camillo esorta i senatori , a voler rendere in perpetuo
tranquilli e sog- getti quei popoli usando inverso di loro generosa clemenza.
Questa parlata (dice Dalmazzo loc.cit.) è piena di tanto senno civile e di
tanta umanità, che il segretario fiorentino, non solo la chiosò nei discorsi 1.
II. c. 23., ma la tradusse e ne fece come la posizione del suo lodato discorso
Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati. Ecco la parlata.
Padri, diss’ egli , quello Patres conscripti , quod che fu da fare contro li
La- bello armisque in Latio agen- tini per guerra e per forza dum fuit, id iam
Deùm be- d’arme, è venuto a fine per nignitate, ac virtute militum la benignità
degli dii , e per ad finem venit : caesi ad Pe- la virtù della nostra cavalle-
dum Asturamque sunt exer- ria (milizia). Le osti de’ ne- citus hostium : oppida
latina mici sono state sconfitte e ta- omnia, et Antium ex Volscis, gliate a
Pedo e ad Astura : aut vi capta aut recepta in tutte le città de’ Latini ed
dedilioncm pracsidiis tenen- Anzio de’ Volsci, o sono prese tur vestris.
Rcliqua consul- per forza, o arrendute, e ab- tatio est, quoniam rebellando
biamle fornite. Uno consiglio saepius nos sollicitant, quo- ci conviene
pigliare (però che nani modo perpetua pace quie- spesse volte ribellando ci mo-
tos oblincamus. 11 Digitized by Google 162 testano) come noi possiamo avere con
loro pace perpetua. Gli dii immortali v hanno donato sì grande potere di
prendere questo consiglio, che nella vostra balta è di distrug- gere, e di
cassare per sempre mai li Latini, o di lasciarli. Cosi potete avere da loro
per- petua pace, usando contro loro crudeltade o misericordia. Se crudeltade
volete usare contro loro eh’ a voi si sono arren- dati, tutti gli potete
distrug- gere , e far diserto e foresta di quella contrada, della quale in
molte grandi guerre spes- se volte avete avuto bello soc- corso e nobile.
Volete voi ac- crescere l’imperio di Roma per esemplo de’ vostri antichi ri-
cevendo li vinti dentro dalla cittade? Materia avete dell’ ac- crescere per
somma gloria. Certo quella signoria è dura- bile e ferma, alla quale ubbi-
discono i suggetti lietamente. Ma brevemente e tosto con- viene determinare ciò
che a voi piace di fare. Però che gli animi de’Latini (i quali sono grande
gente, come voi sapete) pendono tra paura e speranza, e però conviene , che
brieve- mente voi (vi) diliberiate di Dii immortales ita vos potentcs huius
consilii fece- runt , ut sit La ti u m deinde, an non sit , in vestra manu posuerint.
Itaque paccm vo- bis, quod ad Latinos attinet, parare in perpetuum vel sae-
viendo vel ignoscendo pote- stis. Vultis 'crudeliter eonsu- lere in deditos
victosque ? Licet delere omne Latium : vastas inde solitudine» facere, unde
sociali egregio exercitu per multa bella maguaque saepe usi estis. Vultis eicm-
plo maiorum augere rem ro- manam , victos in civitatem accipiendo? Materia
crescen- di per summam gloriam sup- peditat. Certe id firmissimum longe
impcrium est, quo obe- dientes .gaudent. Sed maturato opus est, quicquid
statuere placet: tot populos inter spem metumque suspensos animi habetis. Et
vestram itaque de eis curam quamprimum absolvi; et il- lorura animos, dum e
xpec ta- tuine stupent, seu poena seu Digitized by Google 163 questo pensiero ,
e gittiate i loro beneficio praeoccupari opor- animi del forse ov' etti sono,
tct. donde tanto sono sbigottiti , dandoli a morte e a distru- zione, o
appaciandoli per be- neficio. A noi appartenne di fare, Nostrum enim fuit effi-
che voi abbiate balìa di met- cere, ut omnium rcrum vo- lere consiglio in tutte
cose: a bis ad consulendum potestà» » voi appartiene di sguardare esset;
vestrum est, decemere e determinare quello che sia quod optimum vobis reique il
migliore per voi e per la publicae sit.(T. Liv.YIII.13). repubblica (1).
Annotazioni rettoriche. Quantunque lo scopo di Camillo sia d’ indurre i sena-
tori a un generoso perdono verso i Latini da lui domi colle armi: pure per non
parere arrogante nel suggerire ciò che convenisse fare al senato, in cui risiedeva
la suprema mente e l’arbitrio della repubblica, conduce egli il suo discorso a
modo di rendiconto della amministrazione della guerra latina a lui commessa , a
fine di dare loro materia e occasione di provedere all’avvenire. £ però nell’
esordio dice , con somma modestia senza pur nominar scstesso , come per
benignità degli dei e pel valore de’ soldati erasi compiuta felicemente la
guerra con- tro i Latini e che tuttora tenevansi a bada dalle armi ro- mane.
Ciò posto , viene naturalmente la proposizione del di- scorso, che cioè
conveniva prender consiglio per assicurar la pace in avvenire. E dice , come
gli dei gli avevan co- stituiti arbitri della sorte di quei popoli con pieno
potere di usare inverso loro o il partito di sommo rigore , o quello di generosa
clemenza : e qui come in modo di amplificare (t) Testo di lingua cit. di
Dalmazio. Digitized by Google 164 questo concetto, indirettamente e
brevissimamente porta le più valide ragioni , che persuadono il partito di
clemenza esser l’ottimo : cioè l.° la somma gloria che acquisterebbono col
perdonare ai nemici vinti c dar loro cittadinanza roma- na : 2.° l’esempio de’
maggiori che così ingrandirono la città: 3.° la speciale e grande utilità che
ne ritrarrebbero facen- dosi amici e soggetti quei popoli, che già altre volte
aveano arrecato molto giovamento alla repubblica : 4.° la gran mas- sima: id
firmissimum imperium esse quo obedientes gaudenti che cioè la base più stabile
di qualsivoglia stato è l’amore e non il timore de’ soggetti. In fine gli esorta
a non lasciarsi fuggire il momento , che gli animi di que’ popoli eran tra la
speranza e il timore: concludendo ch’egli avea compiuta la sua parte, nel far
sì che liberamente potessero disporre di loro; ad essi stava ora il decidere.
esempio V. Aringa di T. Quinzio capitolino fatta al popolo romano , quando gli
Equi e i Volsci, senza niuna opposizione , de- predando e devastando ogni cosa
erano venuti armati presso alle mura di Roma. 1 . Quiriti , diss’egli , tutto .
Etsi mihi nullius noxac sta io senza colpa, sì ho gran- conscius, Quiritcs,
sum, ta- de onta di parlare in vostro men cum pudore summo in concilio di ciò
che voi sapete, concioncm vestram processi. e quelli che dopo noi verran- Hoc
vos scire, hoc posteris me- no il sapranno, che nel mio moriae traditum iri,
Aequos quarto consolato gli Equi ed et Volscos vix Hernicis modo i Volsci , che
non è ancora pares , T. Quintio quartum guari che appena si difendeano consule,
ad raoenia urbis Ro- dagli Ernici , senza contro- mae impune armatos venisse.
detto sono venuti armati presso alle mura di Roma. Digitized by Google Se io
avessi creduto che questo disonore ci dovesse es- sere avvenuto quest’anno fav-
vegna che noi viviamo in tale modo , e siamo in tale stato che l’ animo non m’
indovina alcun bene) io mi sarei fug- gito fuori del paese , e s’ io non avessi
in altra maniera potuto schifare quest’onore , io mi sarei innanzi ucciso colle
mie mani. Adunque se quelli che vennero alle nostre porte cor- rendo fossero
prodi uomini , si sarebbono presa la città di Roma nel mio consolato! j4s- sai
avrei avuto d’onore, assai avrei vissuto e più ch’io non dovrei: io doveva
morire nel terzo consolato. Ma in cui dispetto ven- nero i nemici alle porte?
Di noi consoli o del popolo di Roma? Se noi siamo in colpa, deponetici, sì come
non degni della signoria; e se questo non basta prendete di noi tale ven- detta
chente si conviene. Se la colpa è vostra non siate puniti nè per gli dei nè per
gli uomini, ma voi pur sola- mente vi ripentite del vostro misfatto. Hanc ego
ignominia!» (quamquam iam diu ita vivi- tur, is status rerum est , ut nihil
boni divincl animus) si huic potissimum immincre an- no scissem , vel exilio
vel morte, si alia fuga honoris non esset, vitassem. Ergo si viri arma illa
habuissent, quae in portis fue- re nostris , capi Roma , me consulc potuit !
satis honorum satis superque vitae erat: mori consulem tcrtium oportuit. II. Quei» tandem ignavissi- mi
hostium contempsere ? Nos consules, an vos Quirites ? Si culpa in nobis est ,
auferte impcrium indignis: et si id pa- rum est, insuper poenas expe- tite.' Si
in vobis, nemo deorum nec hominum sit, qui veslra puniat peccata, Quirites:
vos- met tantum eorum poeniteat. Digitized
by Google 166 Etti non dispregiano mica vostra codardia, nè non si fi- dano in
loro prodezza ; però che tante volte gli avete scon- fitti e dispogliati di
loro tende e di loro beni , e messi sotto il giogo , che ben conoscono la
vostra potenza e la loro. La discordia degli ordini è il veleno di questa
città: le riot- te de’padri e della plebe fan- no questo male: perchè noi non
vogliamo avere misura in no- stra signoria , nè voi nella vostra libertà: e voi
invidiate i magistrati de’ patrici ; e i padri invidiano i magistrati della
plebe : tra queste riotte i nemici hanno preso cuore e ardimento. Per gli dei
che volete voi? Voi desideraste i tribuni, e per cagione di concordia noi li vi
concedemmo. Fo* deside- raste che i decemviri fossero stabiliti, noi li
sofferimmo. Poi appresso voi gli odiaste : noi li deponemmo del magistrato. E
poi eh’ sili furono deposti , durando V ira vostra contro a’ medesimi, noi
sofferimmo che onorabili uomini fossero sban- diti e giudicati a morte. Voi
voleste rifare i tribuni ; rifatti gli avete. Voi faceste tanto che Ndn illi
vestram igna- viam eontempsere , nec suae virtuti confisi sunt; quippe totics
fusi, fugatique, castris exuti, agro mulctati, sub iu- gum olissi, et se et vos
novere. Discordia ordinum est vene- num urbis huius; patrum ac plebis
certamina; dum nec no- bis imperii nec vobis libertatis est modus ; dum taedet
vos patriciorum, nos plebeiorum magistratuum , sustulere iili aniinos. Pro deóm
fidem ! quid vobis vultis ? Tribunos plebis concupiti; concordiae causa
concessimus. Decemviros de- siderasti; creari passi sumus. Decemviro rum vos
pcrtaesum est; coégimus abire magistra- tu. Manente in eosdem priva- tos ira
vestra, mori atque esu- lare nobilissimos viros, hono- ratissimosque passi
sumus. Tribunos plebi creari iterum voluisti ; creastis. Consules facere
vestrarum partium,etsi patribus videbamus iniquum, Digitized by Google voi
aveste consoli che mante- cano la vostra parte, e noi il sofferimmo senza
contra- detto , quantunque noi ce ne tenessimo aggravati ; e vedem- mo pure
quel magistrato pa- tricio dato a grado della plebe. Voi avete l’aiuto de’
tribuni; voi avete l’ appellagione ; voi avete fatte le plebiscite contro li
padri: sotto titolo d’aggua- gliare le leggi la nostra ra- gione avete messa al
di sotto; sofferto l’abbiamo e sofferiamo . Che fine farete voi di que- sta
discordia? E quando sarà la città tutta unita e lo paese comune a tutti? Noi
che sia- mo vinti ci sofferiamo più in pazienza, che voi ch’avete vin- to. Non
vi basta etti che noi vi ridottiamo? Contro di noi si piglia l’ Aventino ,
contro di noi s’occupa Sagromonte , li nimici furo presso di monte Esquilino, i
Volsci già salivano sopra l’aggere ; nè alcuno non si mise a difendere : contro
noi siete armati , contro noi avete cuore e ardimento. Quiriti, poiché voi
avete qui assediata la corte, infestata la piazza , e di principi la carcere
piena , abbiate ardi- mento d’ uscire per porta Esqui- 167 patricium quoque
magistra- tura plebi donum fieri vidi- mus : auxilium tribuniciura, provocationem
ad populum , scita plebis iniuncta patribus, sub titulo aequandarum fe- gum
nostra iura oppressa tu- limus et ferimus. Qui finis erit discordia- rum ?
Ecquando unam urbem habere; ecquando communem hanc esse patriam licebit ? Vieti
nos aequiore animo quiescimus, quam vos victo- res. Satis ne est nobis vos me-
tuendos esse ? Adversus nos Avcntinum capitur, adversus nos sacer occupatur
mons. Esquilias quìdem ab hoste prope captas, et scandentem in aggerem Volscum
hostem nemo submovit: in nos viri, in nos armati estis. Agite dum, ubi hic cu-
riam circumsederitis , et fo- rum infestum feceritis, et car- cerera
impleveritis principi- bus; iisdem istis ferocibus ani- Bìgitized by Google 168
lina, o se voi non avete tanto di cuore riguardate i vostri po- deri dalle
mura, i quali sono guasti e malmenati : riguar- date la preda , che i nemici ne
menano ; riguardate le vil- le che tutte sono affocate. Cer- tamente e per
tutte queste co- se il comune è a peggior con- dizione: le ville s’ardono, la
città è assediata, i nemici han- no il pregio della guerra: Che più? vostre
proprie cose in qua- le stato sono? A ciascuno di voi verrà tosto dalle ville
la novella del suo danno. Di che rifarete voi la vostra perdita? Rtstorerannovi
i tribuni quello che avete perduto? Elli vi daranno tante di parole , quante
voi vorrete, e biasime- ranno a voi i gentili uomini, e farannovi leggi assai l
una sopra l’altra e assembramenti ciascun giorno. Ma di que- sti assempri mai
niuno di voi torna più ricco al suo alber- go. E qual prode n’avete voi
riportato alla moglie ed a’ fi- gliuoli, altro che odio e cor- ruccio e nimistà
palese e celata? Onde voi vi difendete , non mica per vostra bontà e per vostra
innocenza , ma per aiuto altrui. Ma quando voi mis egredimini extra portam
Esquilinam ; aut si ne hoc quidem audetis, ex muris vi- site agros vestros
ferro igni- quc vasta tos , praedam agi , fumare incensa passim lecta. At enira eommunis res per haec
loco est pciore : ager uritur, urbs obsidelur, belli gloria penes hostcs est.
Quid tandem privatae res vcstrae quo statu sunt ? Iam unicui- que ex agris sua
damna nun- ciahuntur : quid est tandem domi, unde ea expleatis ? Tribuni vobis
amissa red- dcnt ac restituent ? Vocis ver- borumque quantum voletis ,
ingerent, et criminum in prin- cipes, et legum aliarum super alias, et
concionum. Scd ex. illis concionibus nunquam ve- strum quisquam re , fortuna
domum auctior rcdiit. Ecquis retulit aliquid ad coniugem et liberos praeter
odia, offensio- nes, simultates publicas pri- vatasque ? A quibus sempcr non vestra virtute innoccntia- quc ,
sed auxilio alieno luti cslis. At Hercules! quum sti- pendia nobis consulibus
non tribunis ducibus, et in castris siete nell'oste in guida de' con- soli, e
non in guida de’ tri- buni nella piazza, e i nemici odono e ridottano le vostre
gri- da in battaglia , non mica i padri, voi prendete preda e guadagnate sopra
gl’inimici, e ritornate alle vostre mogli e a’ vostri figliuoli con trion- fo e
con gloria sì pubblica , come (1) privata , e carichi di tutti beni: ora ne
lasciate- andare i vostri nemici cari- chi de’ vostri beni. Tenetevi qui bene
al con- cilio de’ tribuni e siate in piaz- za: necessità vi costringe al- la
guerra , la quale voi an- date schifando: s’egli v’ incre- sceva d’ andare nel
paese de- gli Equi e de’ Volsci a guer- reggiare, voi avete ora la guer- ra
alle porte ; e chi non la ces- serà quindi, ella sarà per tem- po dentro dalle
mura : i ne- mici assedieranno la rocca, e Campidoglio , e assalirannovi alle
vostre magioni. Egli è due anni che il senato coman- dò, che oste fosse fatta e
me- nata in Algido ; e noi dimo- riamo qui riottando intra noi e tencionando a
guisa di feni- li) li testo dice che per errore 169 non in foro faciebatis, et
in acie vestrum clamores hostes, non in conciono patres ro- mani horrebant,
praeda parta, agro ab hoste capto, pleui for- tuna rum gloriaeque simul pu-
blicae simul privatae trium- phantes domum ad penatcs re- dibalis : nunc
oneratimi ve- stris fortunis hostem abire si- nitis. Haerete affixi concioni- bus,
et in foro vivitc: sequitur vos necessitas militandi quatti fugitis. Grave erat
in Aequos et Volscos proficisci ? Ante portas est bcllum. Si inde non pcllilur,
iam intra moenia e- rit , et arcem et Capitolium scandet, et in domos vestras
vos pcrsequetur. Biennio ante scnatus dclectum haberi , et educi excrcitum in
Algidum iussit. Sedemus desides domi niulierum ritu intcr nos af- tercantcs;
praesenti pace laeti nec cernentes ex olio ilio bre- vi multiplex bellum
reditu- rum. - Digitized by Google 170 mine , lieti della presente pa- ce non
reggiamo la grande guerra , che di questo nostro riposo si leverà in piccai
ter- mine. Io so che altre cose si po- trebbero dire che più vi ag-
gradirebbono, ma la necessità mi costringe piuttosto a dir cose vere , che aggradevoli
, tutto che V ingegno mio noi mi suggerisse. Io vi vorrei vo- lentieri piacere
; ma io amo più il vostro salvamento, qua- le grado voi me ne dobbiate sapere.
Egli avviene cosi per natura, che quegli che parla a moltitudine per sua
propria quistione, è più grato che que- gli che non attende ad altro, che alla
comune utilità; sal- vo tanto se voi credete , che questi aringatori, questi
go- vernatori della plebe, che non vi lasciano essere in pace nè in guerra , vi
sollecitino e attizzino per vostro prode. Quando voi siete per loro smossi ,
elli n’hanno onore e prode ; e per ciò che veggono bene che mentre che gli
ordini sono in concordia, elli non so- no nè temuti nè pregiati, elli amano più
d’essere capi e co- His ego gratiora dictu alia esse scio ; scd me vera prò
gratis loqui , etsi meum ingenium non moneret, neces- sitas cogit. Ve I lem
equidem vobis piacere, Quirites , sed multo malo vos salros esse , qualicumque
erga me animo futuri estis. Natura hoc ita comparatum est, ut qui apud
multitudincm sua causa loqui- tur, gratior eo sit, cuius mens nibil praeter
publicum com- modum videt. Nisi forte as- sentatores publicos , plebico- las
istos, qui vos nec in ar- mis, nec in otio esse sinunt, vestra vos causa
incitare et stimolare putatis. Concitati aut honori aut quaestui illis estis:
et quia in concordia or- dinum nullos se usquam esse vident , malae rei se ,
quam nullius, turbarum ac seditio- num duces esse volunt. Digitized by Google
171 nestaòili di malvagie imprese si come di discordie e di ni- mistà , che d’
alcuna cosa. Ma se queste cose vipos- Quarum rcrum si vos tae- sono finalmente
dispiacere , e diuin tandem capere potest , voi volete tornare a’ vostri co- et
patrum vestrosque antiquos stumi antichi, e de’ vostri pa- mores vultis prò his
novis su- dri, e lasciare questo novello mere, nulla supplicia recuso, modo; io
non rifiuto alcuna nisi paucis diebus hos popu- pena , se in piccolo termine io
latores agrorum nostrorum non sconfiggo questi ladroni fusos fugatosque castris
exue- ch’hanno guasti i nostri cam- ro; et a portis nostris, moe- pi ; e non
faccio la guerra , nibusque ad illorum urbes che v’ha cosi spaventati, tor-
liunc belli tcrrorem, quo nunc nare dalle nostre porte , e vos attoniti estis,
transtulero. dalle nostre mura alle loro (T. Livio 1. III. c. 67. 68.) città
(1). Annotazioni rettoriche L’intendimento di Quinzio nella sua aringa si è di
far cessare la discordia civile, e muovere i Romani a prendere immantinente le
armi contro i nemici. Or questo suo in- tendimento , o sia proposizione , non
1’ esprime a principio come farebbesi in un discorso tranquillo: ma entra di
slancio in materia, e va per modo esaminando le cose, che la detta proposizione
venga come per ultima conseguenza, che esso non esprime, ma lasciala agli
uditori stessi dedurre, come di fatto fecero. Ora considero tre cose l.°
l’orditura o sia la condotta di tutto il ragionamento: 2.° il modo di trattare
gli alleiti: 3.° l’effetto prodotto dal detto discorso. I.° Orditura o sia
condotta di tutto il ragionamento. Nel breve esordio (N. l.°) mostra Quinzio 1’
alto suo dolore e l’indignazione tanto per la grave onta e danno fatto (1)
Volgarizzamento dei buon secolo pnlrblicato per C. Dal mazzo. Digitized by
Google 172 ai Romani, senza sua colpa, nel quarto suo consolato da’ne- mici i
più codardi; quanto per le sciagure molto maggiori che ne seguiranno , se il
modo di vivere introdotto nella città non si muli. Or questo esordio l.°
contiene, come in seme, gli argomenti e’ motivi che svolgonsi poi nel discorso,
c però è tutto proprio di esso: 2°. è attissimo ad eccitare nell’ animo de’
Romani forte rammarico dei mali passati e timore de’futuri; ed insieme a far
concepire stima, amore e fiducia pel console che ne li voglia e sappia campare:
e però dovea attirarsi tutta l’attenzione della mente degli udi- tori ; e la
docilità della volontà a ricevere di buon aria qualunque benché aspro
rimprovero, e a seguirne i veri e utili consigli. La condotta poi di tutto il
ragionamento (N. 2.°) si è una ben ordinata analisi , o sia un esame per
rintracciare le cause dei mali arrecati or ora ai Romani dagli Equi e dai
Volsci , a fine di apporvi opportuno rimedio. Dimo- strando in prima che tali
effetti non erano d’attribuirsi nè alla prudenza de’ capitani nè al valore dei
soldati nemici: poiché quante volte vennero alle mani coi Romani; sempre furono
pienamente sconfìtti. L’ unica cagione che diè loro anza a tanto osare cd
eseguire si fu la discordia civile, che da due anni avea resi i Romani indocili
ad ogni militare di- sciplina. Esamina quindi chi sia di codesta dissenzione il
colpe- vole. E confessa che a principio la reità stava d’ ambedue le parti , da
quella del senato , e da quella della plebe ; dicendo : dum nec nobis imperii ,
nec vobis libertatis est mo- dus. Ma aggiunge, che avendo poi i padri
condisceso a tutte quelle cose che volle la plebe; ornai la colpa del
continuare la civile discordia era solamente nella plebe , e in ultima analisi
nei tribuni istigatori e guidatori perversi di essa. Per venire poi
all’applicazione del rimedio, pone a con- fronto i tribuni coi consoli; il mal
talento di quelli animati da gelosia ed interesse personale col zelo de’
consoli sempre td by Google m diretto al publico bene ; 1’ inettitudine dei
tribuni a risto- rare i danni coH’efficacia de’ consoli, sotto la prudente e
va- lorosa condotta de’ quali hanno sempre i Romani conservato e accresciuto
l’onore c i beni privati e pubblici. Finalmente nella perorazione (n. 3.°) il
console non prega nè esorta , ma contento d’ avere scoperto e la causa del
male, e l’opportuno rimedio promette loro al certo, sot- to pena della sua
testa, che se cesseranno dal rioltare co’pa- dri, e riprenderanno l’antico loro
costume, tosto l’onore e ogn’altro bene perduto sarà ampiamente restituito. II.
Del modo di trattare gli affètti. T. Quinzio, che più della vita amava l’onor
suo e il bene della repubblica , era profondamente trafitto dal do- lore di
tale onta e di tanto danno; ed era quindi al som- mo sdegnato contro gli
autori. E però tutto il discorso è l’espressione naturale delle più forti
passioni , ed attissimo a comunicarne vivamente l'impressione in altrui. Nell’
esordio , ove 1’ acume di tali passioni era ancora tutto concentrato nell’animo
suo , parla con brevi e tron- chi periodi, con sentenze concise, con esclamazioni,
epifo- nemi; come quello: Ergo si viri arma illa habuissent, capi Roma me
consule potuil ! cosa che dice più acerba della morte. Ma la foga degli affetti
trattenuta a pena nell’esordio, tutta si spande con impeto nella contenzione.
Con qual vi- vezza di metafora pronunzia quella sentenza, che è lo sco- po
principale, contro cui tutto si scaglia ? Discordia ordi- num est venenum huius
urbis. Notisi poi come amplifica per enumerazione di parti il peccato d’
ostinazione della plebe contro le larghissime concessioni de’ padri: e con qual
ve- rità c naturalezza usa quelle figure che sono al tutto pro- prie d’un animo
sdegnoso, che duramente rampogna e vuol confondere e vincere l’altrui
pervicacia Proh deùm (idem ! Quid vobis vultis? Tribunos plebis concupistis ?
concordiae causa concessirnus ec. Digitized by Google m Dopo aver cosi
esagerato 1’ enormità della loro ostina- zione, aggiunge lo stimolo
potentissimo dei mali già avve- nuti e di quelli molto maggiori, che, se non vi
si pone pronto rimedio , certamente avverranno. Le quali cose le dipinge
airimmaginazione colla più viva ipotiposi, usandovi anche un amaro sarcasmo ,
ove dice , che quando avranno sfogata tutta la loro ferocia contro i padri,
colla stessa fer- mezza d’animo s’ affaccino dalle mura a veder i danni , e
odano le notizie che loro vengono riportate. Agite dum ec. Ma siccome non
intendeva Quinzio d’ irritare o d’av- vilire l’animo de’ Romani , ma solo di
farli pentire ed ec- citarli alle armi; perciò deprime per modo i nemici a
fronte del loro valore , che li dice vix Hernicis pare s , ignavissi- tnos
hostium , men che uomini , e depredatori de’ campi ; che tanto aveano ardito
fidati solo nella vergognosa inerzia e disscnzione dei Romani , da’ quali erano
stati già tante volte sconfitti e posti sotto il giogo. A mostrare poi il suo
diritto zelo dice che s’egli co’padri fosse colpevole di tal dissenzione , non
ricuserebbe qualsi- voglia supplizio ; ma se la colpa fosse nel popolo non vo-
leva egli altro che il lor pentimento. Si in vobis ( est culpa), nemo deorum
nec kominum sit qui vestra puniat peccata , Quirites: vosmet tantum eorum
poeniteat. E notisi quel sì spesso ripeter Quirites, segno di vivo affetto. Per
temperare poi vie più l’acerbità del rimprovero e afTezzionarli ai padri e ai
consoli, fa cadere la colpa prin- cipalmente nei tribuni. E però con
maravigliosa antitesi pone a confronto la sordida ed iniqua maniera d’operare
de’ tri- buni, colia generosa e prudente dei consoli, amplificando i pessimi o
gli ottimi effetti ottenuti dal popolo nel seguire il consiglio o degli uni o
degli altri. Finalmente nella breve perorazione, ovvero conclusione, l.°
protestasi che a malincuore ha dovuto parlar così du- ramente, ma per loro
utilità, piuttosto che o tacere o lu- singarli con tanto lor danno : 2.° aperto
poi così tutto il suo animo ai Romani , riprende la calma , e con dignitoso
periodo gli rassicura colla certa speranza che, se saran do- cili ai suoi
consigli, ogni danno quanto prima sarà ampia- mente ristorato. III. Effetto
prodotto dal detto discorso. L’ effetto di questo discorso fu maraviglioso ; lo
narra così T. Livio ivi §. 69- Poco spesso avvenne , che parlamento d’ alcun
tribuno , quantunque mantenesse la ple- be , piacesse più alla plebe , ch’il
parlamento del fiero co- sole. . . Quando il senato fu ra- gunato, tutti si
tornarono a T. Quinzio , e riguardarlo come vendicatore e difenditore della
maestà romana , ed i primi fra padri dicevano, che bene uvea parlato a guisa di
consolo, e che bene era stato il parlamento suo tale, chen- te si convenia a
lui, che tante volte era stato consolo, e tan- to d’onore aveva spesso avu- to,
e più n’avea meritato. Per consentimento di tut- ti fu deliberato che oste
fosse scritta. Tutti i giovani furono apparecchiati la mattina (in campo
marzio) . Le coorti ordi- narono loro centurioni : due senatori furono ordinati
a ciascuna coorte. Tutte queste cose furono sì tosto fatte, che quel medesimo
giorno le inse- Raro alias tribuni popu- laris oratio acceptior plebi , quam
tum severissimi consu- lis fuit ... In senatum ubi ventura est, ibi vero in
Quin- tium omnes versi , ut unum vindicem maiestatis romanae intueri, et
priores patres di- gnam, dicere, concionem im- perio consulari , dignam tot
consulatibus anteactis , di- gnam vità omni piena hono- rum saepe gcstorum
saepe merito rum. Consensu omnium dele- clus decernitur, habeturque. Omnis
iuventus affuit postero die (in campo Martio) Coortes ibi quacque centuriones
lege- runt. Bini scnatores singulis coorlibus pracpositi. Haec omnia adeo
mature pcrfecta accepimus , ut signa eo ipso die a quaestoribus ex acrario gne
furo tratte fuori della ca- prompta delalaque in calu- merà del comune per li
que- punì; quarta dici hora mota stori, e portale nel campo. E ex campo sint;
exercitusque quella novella oste con alquan- novus , paucis coortibus vo- te
coorti di vegliardi, i quali tcrum militimi voluntate sa- per loro volontà
s’armaro, si quentibus, inanserini ad de- dilungò quel dì dieci miglia cimum
lapidem. Insequens dalla città di Roma. L’altro dies hostem in conspectum di
ebbero la veduta de’nimici. dedit. esempio VI. Annibaie , trapassate le Alpi
col suo esercito e giunto a fronte delle truppe romane, esorta i suoi a
combattere valentemente. Prima di dirigger le parole ai suoi soldati giudicò
più opportuno Annibaie di preparar gli animi loro con un esem- pio sensibile.
Fece disporre l’esercito in cerchio, come spet- tatore di un torneo, e mise nel
mezzo molti prigionieri al- pigiani legati , e gittando loro a’ piedi molte
arme , inter- rogò chi di loro, essendo sciolto volesse combattere, c re-
stando vincitore avere arme e cavallo. Domandando eglino tutti 1’ arme , per
combattere ; ed essendo ordinato a tale effetto di trarli a sorte, ciascuno
desiderava d’ esser colui, che la fortuna elegessc a far tal pruova : e così
quello, a cui dava la sorte, pronto, e per l’allegrezza tra quelli che seco si
congratulavano, ballando e saltando secondo l’usanza loro, pigliava in fretta
le armi : e poi ch’ei venivano alle mani, tale era la sembianza dell’ animo,
non solo tra quei che erano nel grado medesimo, ma ancora comunemente di chi
stava a vedere , che non solamente era lodata la for- tuna di quei, che
vincevano, ma di coloro ancor eh’ ono- ratamente morivano. Ciò eseguito, fece
Annibale convocare l’esercito a par- * lamento: e disse l.° Se voi
prestantissimi l.° Si quem animum in cavalierie compagni fedelissimi alienac
sortis cxcmplo paulo avrete al presente quel mede - ante habuistis, eumdem mox
Digitized by Google simo animo in estimare la for- tuna vostra, il quale poco
to- nanti aveste nell’esempio del- la sorte altrui , noi abbiamo la vittoria
nelle mani. Però che certamente quello , che voi poco fa riguardaste non era
solamente spettacolo , ma fu siccome una immagine , o co- gitata dire esempio e
similitu- dine della vostra condizione. E non son certo se la fortu- na in questo
loco abbia voi attorniato e circumsesso di maggior legami e necessitade che i
vostri prigioni. 2. ® Duo mari ci chiudono da destra uno e V altro da sinistra,
e non abbiamo na- ve alcuna per la quale sal- varci possiamo fuggendo so- pra
di quella. Dattorno sta il Po, fumé senza dubbio mag- giore e più violento del
Ro- dano: dirietro ci sono l’Alpe, le quali con pena ed affanno gravissimo
passate avete. Qui dovete voi, o cavalieri , vin- cere o morire, ove prima col-
l’inimico vi siate scontrati. 3 . ° E quella medesima for- tuna , che
necessariamente vi stringe a combattere , simil- mente propone a voi vincitori
li meriti premii, li quali non 177 io aeslimanda fortuna vestra habueritis,
vicimus, milites : ncque enim spectaculum modo illud, scd quacdam veluti ima-
go vestrae conditionis erat. Ac nescio an malora vincuia, maiorcsque
necessitates vobis quam captivis vestris fortuna circumdederit. 2.® Dextrà
laevàque duo maria claudunt : nullam, ne ad cflugium quidem , navem hahentibus.
Circa Padus amnis maior ac violentior Rhodano, ab tergo Alpes urgent , vix
integris vobis ac vigentibus transitae. Hic vincendum aut moriendum, milites,
est, ubi primum hosti occurristis. 3.® Et eadem fortuna quae nccessitatem
pugnandi imposuit, praemia vobis ca vi- ctoribus proponit, quibus am- pliora
homines ne ab diis qui- 12 Digitized by Google 178 sogliono gli uomini etiam
da- gli dii immortali desiderar maggiori. Se noi dovessimo so- lamente in
questo tempo recu- perare con la nostra virtù Sicilia e Sardigna, isole tolte a
nostri padri, assai grande premio avremmo delle nostre fatiche ciò facendo.
Tutto quel- lo che i Romani in tanti trionfi acquistato hanno e messo in- sieme
, con essi , che ora lo possedono , sarà nostro. Per questa mercede ottima - e
così grande , o cavalieri e compagni fortissimi, adoperatevi ora con l’aiuto
de’ favorevoli dii. Pi- gliate l’arme. Assai certamente per insino a qui siete
stati ne’dcserti di Lusitania e ne’ colli Celtiberi seguitando con preda il
bestiame , del quale non avete veduto frutto alcu- no. Tempo è ormai , che voi
facciate opulenti e ricchi sti- pendii, e con premi grandis- simi siate
meritati delle fa- tiche vostre e de’ viaggi non piccoli. Tanto di cammino
avete fatto per tanti aspri monti e fiumi e per tanta ar- mata gente , che ora
la for- tuna vostra certamente ha po- sto fine qui alle fatiche innu- merabili
per voi durale insi- dem immortalibus optare so- lent. Si Siciliani tantum ac
Sardiniam, parenlibus nostri» crcptas, nostra yirtute recu- pcraturi essemus,
satis tamen ampia praemia essent. Quid- quid Romani tot triumphis partum congcstumque
possi- dent, id omne vestrum cum ipsis dominis futurum est. In hanc tam opimam mercedem, agite , cum diis bene
iuvan- tibus arma capite. Satis adhuc in vastis Lusitaniae Celtibe- riaeque
montibus, pecora con- «ectando, nullum emolumen- tum tot laborum periculorum-
que vestrorum vidistis. Tem- pus est iam, opulenta vos ac ditia stipendia
facere, et ma- gna operae pretia mereri , tantum itineris per tot mon- tes
fluminaque et tot armatas gentes cmcnsos.Hic vobis ter- minum laborum fortuna
de- dit : hic dignam mercedem emeritis stipcndiis dabit. no a questo die. E qui vi darà degna mercede
per li bene meritati stipendii. 4." Nè dovete pensare che la vittoria sia
tanto difficile , quanto è di gran nome la bat- taglia. Spesso è accaduto che
il disprezzato nemico ha fatto sanguinente battaglia ripor- tandone seco la
vittoria. Ed ancora è venuto per caso, che incliti, e popoli e re sono stati
vinti leggiermente. Per la qual cosa, tolto via quello splendore del nome
romano, che cosa è in loro che egli siano da com- parare o uguagliare a voi ?
Lasciamo stare la militar di- sciplina con quella virtù e fortuna che tutti
esercitata avete. Voi siete qui venuti dal- le colonne d’Èrcole, dall’ocea- no
ed ultimi termini del mon- do per mezzo di tanti ferocis- simi popoli Spagnoli
e Galli vincendo continuamente. Ed ora dovete combattere con un esercito non
uso in battaglia, e del quale molti in questa medesima estate furono tagliati e
morti, ed assai crudelmente assediati e vinti dai Galli. Egli non conoscono il
suo capita- no, e similmente non son co- nosciuti da esso. 4.°Nec, quaro magni
no- minis bellum est, tam diffici- lem existiinaritis victoriam fore. Saepe et
contemptus ho- stis cruentimi certamen edi- dit; et incliti populi regesque
perlevi momento vieti sunt. Nam dempto hoc uno fulgore nominis romani, quid
est, cur iili vobis comparandi sint ? Ut viginti annorum militiam vestram cum
illa virtute cum illa fortuna taceam; ab Her- culis columnis , ab Oceano ,
terminisque ultimis terrarum, per tot ferocissimos Hispaniae et Galliae
populos, vincentes huc pervenistis. Pugnabitis cum exercitu tirane, hac ipsa
aestate caeso, vieto, circum- sesso a Gallis , ignoto adhuc duci suo ,
ignorantique du- cem. Ditemi voi : non sapete se io son benissimo conosciu- to,
anzi certamente nutrito e allevato nel pretorio del mio nobilissimo padre,
imperadore de’ Cartaginesi: e che io sono il domatore della Spagna , e quello
che vinsi i Galli? Fa- rò io adunque comparazione di me non solamente vincito-
re degli alpigiani , ma delle orrende alpi medesime supe- ratore , che è molto
maggior cosa ed assai certamente più difficile, a questo duce ovvero capitano
de’ Romani , abban- donato re dell’esercito suo ? A cui, son certo, che se
alcuno, tolte via le bandiere, oggi mo- strerà i Romani e’ Cartaginesi, che non
saprà nè conoscerà di quale esercito egli sia con- sole. Io non stimo poco
esser questo, o cavalieri, che nullo di voi sia qui dinanzi agli occhi del
quale io non abbia fatto qualehe cosa degna di laude ; ed a cui non possa io
come riguar datore di quel- la virtù medesima, e vero te- stimone d’ogni suo
grande fat- to notalo il loco e ’l tempo , similmente raccontare le sue degne
opere. Per la qual cosa io sarò primo nella squadra An me, in practorio pa-
tris , clarissimi imperatori , prope natum, certe eductum, domitorem Hispaniac,
Galliac- que, victorem eumdem, non alpinarum modo gentium, sed ipsarum , quod
multo maius est, Alpium, cum semestri hoc conferam duce desertore exer- citus
sui ? Cui si quis, dem- ptis signis, Poenos Romanos- que hodie ostendat ,
ignora- turum, certum habeo, utrius cxcrcitus sit consul. Non ego illud parvi
aestimo , miiites, quod ncrno vestrum est, cuius non ante oculos ipsc saepc mi-
litare aliquod ediderim faci- nus; cuius non idem ego vir- tù tis spectalor ac
testis, no- tata temporibus locisque re- ferre sua possim decora. Cum laudatis a me millies
donatis- que, alumnus prius omnium vestrum , qua in imperator , procedam acie
adversus igno- tos inter se ignorantesque. 181 contro li non conosciuti da sè medesimi inimici.
In qualunque parte del campo nostro io volto gli oc- chi vedo esser pieno
d'uomini forti ed animosi : li pedoni usati alla guerra più tempo fa, ed i
cavalieri discesi di nobilissime genti: e voi essere vedo compagni fedelissimi
, e fortissimi , e che voi Cartagi- nesi uomini prestantissimi sì per amor
della patria , sì e- ziandio per la ira giustissima combatterete . Noi portiamo
la battaglia , e con le mimiche insegne discendiamo in Italia tanto più audace
e fortemente, quanto è maggiore la speranza e l’animo di coloro che forza usano
che non è quella di coloro che contrastano. Ed oltra di questo sono gli ani- mi
accesi e stimulati dal do- lore , ingiuria e sdegno del- V avermi domandato per
pri- gione insieme con voi, perchè avevate oppugnato Sagunto. Etti sono gente
crudelissima, et superbissima, e fanno tut- te le cose a loro arbitrio , e
pensano essere cosa giusta di far pace e guerra a loro po- sta e voglia : e
rinchiuderne ne’ termini e confini de’ monti Quocumque circumtuli oculos, piena
omnia video ani- morum ac roboris: veteranuin peditcm , generosissimarum
gentium equites frcnatos et in- frenatos, vos socios fidelissi- mos
fortissimosque, vos Car- thaginienses quum ob patriam, tum ob iram iustissimam
pu- gnaturos. Inferimus bellum , infeslisque signis descendimus in Italiani ,
tanto audacius fortiusque pugnaturi, quanto maior spes, maior est animu9
inferentis vini quam arcentis. Accendit practerea animos et stimulat dolor,
iniuria , indi- gni tas. Ad suppjicium depo- poscerunt me ducem primum, deinde
vos omnes qui Sagun- tum oppugnassetis , deditos ultimis cruciatibus affeeturi
fuerunt. Crudelissima ac su- perbissima gens sua omnia sui- que arbilrii facit.
Cum quibus bellum , cum quibus pacern habeamus , se modum impo- . nere aequum
censet. Circum- scribit , includitque nos ter- minis montium fluminumque, quos
ne excedamus ; neque eos, quos statuit, terminos ob- servat. Ne transieris
Ibernili: Digitized by Google 182 e fiumi, altra i quali non dob- biamo
passare: ed egli non ser- vano que’ termini che hanno statuito. Non passare
Ibero , dicono elli, e non far guerra a Sagunti : al fiume Ibero é Sagunto :
non andare in loco alcuno voglion dire e punto non ti muovere. È poco que- sto
eh’ elli ci tolgono l’ antiche provincie nostre Sicilia e Sar- digna ed ancora
la Spagna. E se io mi partirò d’indi se ne onderanno in Africa. El- li hanno
già mandati due con- soli di quest’anno in lspagna uno, e l’altro in Africa.
Sap- piate che a noi non è rimaso altro che quello ci guadagne- remo con la
spada in mano. 5.° A coloro è lecito es- ser timidi e pigri che avendo i campi
e le terre pacifiche , nelle quali al bisogno sperano di poter fuggire , non si
cu- rano come la cosa vada. A voi è necessario esser forti uo- mini: e rotte e
posposte le cose ^ tutte ch’intra la vittoria e la morte stanno, o vincere ,
ov- vero , se la fortuna dubbiosa fosse, morir più tosto in bat- taglia, che
fuggendo. Se que- sto è ben fisso e destinato nelli animi vostri, compagni
dilet- ne quid rei libi sii cum Sa- guntinis. Ad Iberum est Sa- guntum. Nusquam
te vestigio movcris. Parum est quod ve- terrimas provincias meas Si- ciliani et
Sardiniam adimis : etiam Hispanias ? Et inde ces- sero, in Africani
transcendes. Transcendes autem dico ? duos consules huius anni , unum in
Africani, alterum in Hispaniam miserunt. Nihil usquam nobis relictum est , nisi
quod armis vindicarimus. 5.° Illis timidis et ignavis licet esse, qui respectum
ha- bent , quos suus ager , sua terra, per tuta et pacata ilinera fugientes
accipient: vobis ne- ccsse est fortibus viris esse, et , omnibus inter
victoriam mortemve certa desperatione abruptis, aut vincere, aut si fortuna
dubitabit, in praelio potius, quam in fuga, mortem oppetere. Si hoc bene fixum
omnibus destinatumque in ani- mo est, itcrum dicara: vicistis. Nuilum momenlum
ad vin- Digitized by Google 183 fissimi, un’altra fiata lo dirò: cernì um homi
ri i ab diis im- voi vincerete. Nulla cosa è mortalibus acrius datine est. data
agli uomini dagli dii im- (T. Livio I. XXI. 43, e 44. mortali che più si
difenda che lo essere disprezzato (1). Annotazioni rettoriche. Nel breve
esordio (§. I), sotto 1’ immagine de’ prigio- nieri alpigiani, si determina il
tema del discorso, cioè che si dee virilmente combattere contro i Romani, e si
dà eziandio, come iu seme, l’ idea di tutto il ragionamento. La contenzione poi
comprende tre distinte ragioni, che dimostrano il tema proposto , e formano tre
punti o parti del discorso medesimo , e sono , la necessità di combattere con tutto
il valore; {'utilità che ne ridondava vincendo; e la certezza della vittoria.
Or siccome tanto la necessità di dover combattere , quanto l’utilità della
vittoria, ciascuno poteva per sè stesso in generale conoscere; perciò questi
due punti sono breve- mente ma con forza e in particolare trattati. Il terzo
poi, come quello che presentava delle difficoltà, è più ampiamente svolto. In
fatti nel §. II, ove parlasi della necessità di com- battere ec. si fa una
ipoliposi topica, donde se ne deduce spontaneamente la conseguenza: aut
vincendum aut morien- dum. Notisi poi il passaggio naturalissimo dal primo al
se- condo argomento (§. Ili), dicendo, che la fortuna, che pone i Cartaginesi
in tale necessità di combattere con ogni sforzo, essa stessa pone qui il termine
alle grandi e lunghe loro fatiche , e prepara la condegna mercede. Quindi viene
in particolare a dire , come non solo ricupereranno la Sicilia e la Sardegna;
ma inoltre acquisteranno le immense posses- (1) Volgarizzamento del buon secolo
della lingua tratto dall’edizione raris- sima di Roma del 1476 Voi II. tib. I.
della seconda guerra punica. Digitized by Google 184 sioni dei Romani oc.
Dunque il guiderdone preparato dalla fortuna ai Cartaginesi si è l.° la
cessazione di tanti trava- gli; 2.° una pace stabile, gloriosissima, e ricca di
beni tali da non potersi pur immaginare. Ma coll’augurio di sì splendido
apparato di beni dovea naturalmente rappresentarsi all’animo dei Cartaginesi la
dif- ficoltà di vincere i Romani già vittoriosi di tanti popoli. E questo
appunto serve di passaggio dal secondo al terzo ar- gomento, dicendo. Nec quam magni nominis bellum
est , tam difficilem existimaritis victoriam. Ora qui (§. IV) Annibaie dispiega tutta la forza
della eloquenza a fine di persuadere ai suoi, come la vittoria era facile, anzi
certa. E ciò per tre ragioni : 1.® perchè 1’ esercito Cartaginese era di gran
lunga superiore per valore all’esercito Romano: 2.° perchè i Cartaginesi erano
assalitori, e i Romani semplici difensori: 3.° per la giustizia della causa
protetta dagli dei. Amplifica Annibaie specialmente il primo argomento come più
atto ad accendere le forti e nobili passioni; con- frontando cioè i Cartaginesi
veterani, che per 20 anni dalle colonne d’ Ercole fino all’ Italia aveano
sempre combattuto e vinto ferocissimi popoli; e l’esercito romano di nova leva,
e già vinto da Galli ec. Confrontando poi i duci ; il ro- mano, novello di sei
mesi , che non conosce i suoi ec. : e Annibaie ec. E qui ricorda le sue gesta,
e il zelo verso il suo esercito ec., tutte cose che eccitano nei soldati la
gra- titudine, l’amore, la piena fiducia in lui. Oltre il rendere dispreggevole
per le dette cose l’eser- cito dei Romani, dipinge poi il loro carattere con
tali tristi colori da farli detestare e abbominare come superbi, insa- ziabili,
crudeli, e nemici giurati del nome Cartaginese. Nel §. V conclude dicendo : che
dunque dovrebbono piuttosto morire combattendo , che vilmente cedere. Ma
nuovamente conferma , che combattendo ora per I’ ultima volta, come solevano,
la vittoria era certa: nè dice vincetisi Digitized by Google 185 ma vicistis ;
e gli dei vindici della giustizia e della virtù, ne sono mallevadori. dell’orazione
PROPRIAMENTE DETTA 0 SIA DELLA ORAZIONE PERFETTA. Avendo noi già parlato
primieramente delle qualità es- senziali a qualsivoglia componimento rettorico
(P.II.c. I.); ed avendo in secondo luogo data l’idea in generale di un ora-
zione , c fattane l’ applicazione alle parlate estemporanee (cap. V.); ora
diremo delle orazioni preparate e perfette , che costituiscono il sommo pregio
dell’arte oratoria ; e ne considereremo ciascuna parte distintamente : e in
prim% Dell’ esordio. L’esordio dell’orazione si è l’introduzione al teina che
vuol trattarsi. Il che può farsi in tre modi , che formano tre diverse specie
di esordi. 1. ° Il primo modo si è la semplice proposta dell’ argo- mento da
trattarsi, e la precisa determinazione dello stato della questione. Ciò ha
luogo negli argomenti di non grave difficoltà e con persone già per sè disposte
ad udire: e co- me dice Cicerone (de or. II. 79). « In parvis atque frequen- ti
tioribus causis ab ipsa re est exordiri saepe commodius ». L’ altro modo d’
incominciar T orazione dicesi ex abrupto, cioè un inaspettato ed energico
principio, per forte commozione d’animo nata nell’oratore da subito estraneo
accidente. Come quando Veturia dallo stato di sommo ab- battimento d’animo e
supplichevole, vedendo Coriolano che le andava incontro per abbracciarla , di
subito levossi in Digitized by Google 186 atto disdegnoso, dicendo : Sine ,
priusquam compltxum ac- ci/) io, sciam , ad hostem an ad filiurn venerim ec.
Similmente Cicerone, recatosi in senato per consultare co’senatori sul- l’
imminente eccidio che sovrastava loro e alla repubblica per la congiura di
Catilina , vedendo all’ improvviso pre- sentarsi in senato con volto intrepido
l’audacissimo Catilina, acceso egli di sdegno prorruppe in quelle fulminanti
voci: Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? ec. ec. Ma siffatto
esordio ex abrupto è da usarsi rarissima- mente, e allora soltanto, quando
l’impeto dell’ affetto spon- taneamente lo detta. 3.” Finalmente si è l’esordio
preparatorio all’argomento del discorso. £ di questo dobbiamo ora accuratamente
fa- vellare. Essendo l’ esordio (come si è detto) l’ introduzione al tema che
vuol trattarsi , ne sieguc che tre debbon’ essere le sue doti primarie: l.°
dev’essere proporzionato alle altre parti del discorso : 2.° dev’essere tutto
proprio dell’argo- mento che imprendesi a trattare: 3.° dev’ esser conciliativo
dell’attenzione .degli uditori. E quanto al 1.® siccome la proporzione in
generale con- siste nella giusta grandezza e conligurazion delle parti ,
affinchè concordino e si colleghino armonicamente fra loro e con tutto il
composto; così l’esordio, ch’è come il capo o la porta di lutto il discorso,
deve avere quella giusta misura e conformazione che bene risponda alla
grandezza e al ca- rattere della orazione. Al che si oppongono due vizi
contrari : l’ uno pecca per difetto , l’ altro per eccesso. Per difetto
mancherebbe l’esordio troppo conciso e dimesso, che non darebbe il chiaro e
vero concetto del nostro tema : come chi a un nobile edi- ficio ponesse la
porta si angusta ed informe, che sembrasse piuttosto l’ adito di un abituro de’
contadini , o di tana di belve. Per eccesso pecca l’ esordio se sia troppo
vasto e magnifico. Per la qual cosa raeriterebbesi 1’ oratore la de- Digitized
by Googte 187 risione di Diogene ai cittadini di Mindo. « Viri myndii, portai
claudite, ne urta exeat-, ovvero meriterebbe»! la cen- sura d’Orazio contro
queli’ampolloso poeta, che incominciò, dicendo. Fortunam Priami cantabo et
nobile bellum. Quid dignum tanto feret hic promissor hiatu P Parturient montes,
nascetur ridiculus mus. La seconda qualità dell’ esordio si è , che debb’ esser
proprio del nostro tema. E però non solamente debbon evi- tarsi le cose, che
quantunque in sè belle, pur siano aliene e fuor di proposito; ma altresì i
concetti troppo generali e comuni da adattarsi a qualunque argomento , a guisa
di sella preparata a tutti i cavalli ; ed anche i concetti troppo dalla lunga
dedotti come fè colui Qui geminò bellum troianum or ditur ab ovo. Ma è
necessario che le idee poste nell’esordio tutte colli- mino al nostro intento :
servano cioò a determinare e di- chiarare precisamente lo stato della nostra
questione, o sia l’argomento che intendiamo trattare, offrendo come il seme e
l’embrione di tutta l’orazione. Laonde, secondo l’avvertimento di Cicerone, non
dob- biamo por mano all’ esordio , se non dopo avere ben bene studiata la
materia , e considerate le circostanze più rile- vanti di tempo di luogo e
delle persone, cui il nostro di- scorso diriger vogliamo, llaec autem
(principia ) in dicendo non extrinsecus alicunde quaerenda, sed ex ipsis
visceribus causae sumenda sunt. Idcirco, tota causa pertentata, atque perspecta
, loda omnibus inventis atque instructis , conside- randum est , quo principio
sit utendum. Sic et facile repe- rietur ... et apparebxt , ea non modo non esse
communio , nec in alias causas posse transferri, sed penilus ex ea causa, quae
tum agatur, efjloruisse. IL 78. E qui si noti bene , che dicendo Cicerone ,
doversi l’esordio trarre, per così dire, dalle stesse viscere della causa, non
intende con ciò che abbiansi in vista le sole ragioni intrinseche del nostro
tema, ma eziandio quegli aggiunti e Digitized by Google 188 quelle circostanze
speciali , che concorrono a dar forza , dignità e ornamento alla orazione. Però
lo stesso Cicerone così dichiara il suo concetto. Omne autetn principium aut
rei totius , quae agetur, significalionem habere debebit , aut aditum ad causam
et munitionem, aut quoddam ornamentum et dignitatem. Che se altrimenti faremo ,
ci avverrà quello , che di sé confessa Antonio presso Cicerone dicendo : Uisce
omnibus rebus considcratis (come sopra è detto), tum denique id, quod primum
est dicendum postremo soleo cogitare, quo utar exor- dio.Nam si quando id primum
invenire colui, nullum mihi occurrit, nisi aut extle, aut nugatorium, aut
vulgare, aut commune. IH. Finalmente affinchè l’esordio sia conciliativo
dell’at- tenzione degli uditori, richiedesi, che fin dal principio ap- parisca
la bontà dell’ argomento , che vuol trattarsi , e la bontà dell’oratore che
imprende a trattarlo. E quanto alla bontà dell’ argomento ; siccome un og-
getto allora attira a sé la mente e la volontà dell’ uomo , quando appariscagli
vero, di grande utilità, c tale da po- tersi agevolmente ottenere ; però l’
oratore nel suo esordio proponendo il tema di che vuol favellare, dee studiarsi
di farne chiaramente presentire siffatte buone qualità. Quanto poi alla bontà
dell’oratore, dico, che come uno storico per meritarsi fede in ciò che narra,
cosi l’ora- tore per conciliarsi attenzione e docilità degli uditori debbe far
nota la sua scienza e probità. Ora affinchè apparisca la scienza oratoria nel
dicitore, fa d’uopo, che fin dal principio ravvisino in lui gli uditori certa
cognizione e pieno convincimento delle cose che vuol trattare, acutezza di
mente, e perizia di ben ragionare e di ben favellare. E però la elocuzione
nell’esordio, come ne ammonisce Cicerone , conviene con arte finissima e di-
ligenza trattarla. Principia autem dicendi semper , quum Digitized by Google
189 accurata et acuta et instructa sententiis, afta verbis , tum vero causar um
propria esse debent. Prima est enim quasi cognitio et commendano oratoris in
principio, quod continuo eum , qui audit, permulcere atque allicere debet.
(loc. cit.) La probità poi dell’oratore si farà nota, se rimosso ogni sospetto
di privato interesse, di frode, di orgoglio, di spirito di parte, faccia egli
mostra di verecondia, di rispetto e di benevola volontà verso gli uditori. Ma
talvolta incontra , che gli uditori sien mal preve- nuti tanto rispetto
all’argoniento, quanto rispetto all’oratore stesso. In tal caso deve egli prima
d’ogn’altra cosa con tutta acutezza e forza rimuovere tali ostacoli , che vana
rende- rebbono tutta 1’ opera sua. A ciò sono molto opportune le figure di
preoccupazione , di concessione , di communica- zione e le altre esposte nella
parte I. c. IV. art. II. §. III. num. l.° Della contenzione. La contenzione è
la parte principale del discorso , la quale comprende e contiene in sé l’
intero sviluppo e trat- tazione del tema. Contentio est in qua firmamento
causae efferentur, dum quae contro nos sunt refellimus, nostra con- firmamus.
Cic. Orat. 2. Nella contenzione devono distinguersi tre cose, la pro-
posizione, la divisione e 1’ argomentazione. La proposizione determina il tema
: la divisione distingue e ordina le di- verse parti o argomenti del discorso:
l’argomentazione svolge gli argomenti medesimi a fine di dimostrare la verità
del tema proposto, e distruggere ogni ragione in contrario. Il) Potrà qui il
maestro proporre opportunamente agli scolari gli esordi delle orazioni prò
Ligarxo , prò Roseto Annerino, prò Mtione, prò provinciis consularibus, ed
altre. Digitized by Google 190 §. I. Della proposizione dell’ orazione. La
proposizione dell’orazione, come insegna Cicerone, deve chiaramente e
brevemente determinare il punto pre- ciso, sn cui unicamente aggirasi tutto il
discorso. Fa d’uopo dic’egii , ut aperte ■ et breviter summam causae exponamus
, hoc est, in quo consistat controversia. Quanto poi alla varia natura delle
proposizioni, basta a noi di notare due cose l.° che può essere la proposizione
del discorso affermativa o negativa. Affermativa si 6 per modo d’esempio quella
dell’orazione prò Archia, nella quale si asserisce che Archia è cittadino
romano. Similmente nella II. catelinaria, ove affermasi, esser cosa utile, che
Catilina co’ suoi congiurati siasi allontanato da Roma. Nelle controversie
criminali poi il difensore sostiene sempre una proposizione negativa.
Imperocché in esse l’at- tore o sia l’accusatore pone una proposizione
affermativa ; il difensore sostiene la parte contraria. Così per es. l’accu-
satore di Roscio Amerino affermava , che desso era reo di parricidio : Cicerone
difendeva non esser lui affatto reo di tal delitto. In secondo luogo la
proposizione e perciò lo stato e in- dole della controversia può essere o di
diritto o di fatto. Di fatto , quando si cerca se un fatto sia o no accaduto ,
per es. sè un supposto reo abbia o no ucciso una tal per- sona. Di diritto poi
è la controversia, quando, supposta la verità del fatto, cercasi se un tal
fatto sia o no giusto, one- sto, olile: come nella miloniana, concede Cicerone
agli ac- cusatori l’uccisione di Clodio fatta per opera di Milone, ma lo
difende, dicendo, che in ciò non fu egli reo di omicidio, ma diritto difensore
della propria vita. Noterò finalmente , come non sempre 1’ oratore pone
espressamente la proposizione a principio della contenzione: talvolta la
riserva come ultima conseguenza del suo ragio- namento. Ciò suole intervenire
nelle orazioni di genere de- liberativo, quando cioè ricercasi, se debba farsi
o no una Digitized by Google 191 tale azione; massime quando il partito, che
vuoisi proporre, fosse per trovare opposizione negli uditori mal prevenuti. In
tal caso é espediente, che l’oratore quasi incerto del con- siglio da
prendersi, vada esaminando cogli stessi uditori le ragioni prò e contro ;
affinché tolte a poco a poco le diffi- coltà in contrario, vengano gli uditori
medesimi a conclu- dere con esso lui, quale sia la sentenza da approvarsi o da
rifiutarsi; quale il partito da prendersi o da rigettarsi. Ne abbiamo di ciò
recato un bell’esempio nell’aringa di L. Fu- rio Camillo. (P. II. c. V. Esempio
IV.) Della divistone dell’orazione. Ora diciamo della divisione dell’orazione.
Determinata bene la proposizione o lo stato della questione, sieguc na-
turalmente la divisione , la quale consiste in una giusta e ordinata
enumerazione de’ vari argomenti atti a dimostrare il proposto tema. Quattro
sono le doti di una ben intesa divisione: dev’es- ser cioè distinta, precisa,
completa, e ordinata : 1 .° dev’esser distinta, non confondendo, ma separando
un genere di prove dall’altro: 2.° precisa, risegando ogni ridondanza di
parole, ed evitando il soverchio numero delle parti o dei punti del discorso:
3.° completa , facendo si , che non vi manchi ve- runo dei membri o argomenti
principali che servono alla piena dimostrazione del tema: 4.° ordinata, sì che
una parte della divisione serva come di gradino ad ascendere all’altra; ed una
rafforzi l’altra per modo, che non solo ciascuna da sé , ma molto più la loro
forza riunita porti il pieno con- vincimento ncU’animo degli uditori. Eccone
alcuni esempi. Cicerone nella Filippica VII. pone questa proposizione, dicendo:
Pacem cum Antonio esse nolo ; che equivale a que- sta: non dee farsi la pace
con Antonio. Aggiunge quindi la divisione , dicendo : Cur igitur pacem nolo ?
Quia turpis est: quia pericolosa: quia esse non potest. E nell’orazione prò
Muracna per ribatter le accuse fatte dagli avversari a fine d’ impedire 1’
elezione di lui al con- Digitized by Google 192 solato, cosi nc distingue
Cicerone le parti, fntelligo, iudices, tres totius accusationis partes fuisse;
et earum unam in re- prehensione vitae ; alteram in contentione dignitatis ;
tertiam in criminibus ambitus esse versatam. Quantunque poi talvolta l'oratore
non dichiari espres- samente a principio la divisione , pure la fa notare
distin- tamente nel progresso del suo discorso. Un esempio di ciò può essere la
bellissima parlata d’Ànnibale ai soldati, dianzi da noi addotta. Ove il tema si
è, che conveniva virilmente combattere contro a’ Romani. E tre sono le parli o
i punti distinti del discorso che va gradatamente indicando ed espo- nendo:
cioè l.° la necessità di fare ogni sforzo ; perchè le circostanze dei
Cartaginesi portavano che bisognava loro o vincere o morire: 2.° l'utilità
della vittoria, che poneva fine ai loro lunghi travagli, ed arrccavane beni
superiori ad ogni loro espettazionc: 3.° la certezza della vittoria, tanto per
la superiorità eccedente del loro valore, quanto per la prote- zione degli dei
mallevadori della giustizia della lor causa. §. III. Della parte argomentativa
dell’orazione. Della parte argomentativa non dirò qui se non ciò che spetta a
questo secondo trattalo, del modo cioè di disporre e ben coordinare il
ragionamento , riserbando al seguente trattato ciò che riguarda la logica
oratoria. Adunqne determinato per mezzo della proposizione il tema del discorso
, e proposta (se faccia di bisogno) la di- visione della materia, o sia delle
parti del discorso mede- simo, conviene, come dice Cicerone, premettere quelle
cose che sono come il fondamento e il fonte di tutto il ragiona- mento: fundamenta
causae efferuntur. Ora un tal fondamento o è di fatto solamente, ovvero di
fatto insieme e di diritto: di solo fatto si è la semplice narrazione, come per
es. quella nell'orazione prò Q. Liga- rio. Di fatto e di diritto si è quando
premettonsi alcune mas- sime generali, da applicarsi poi al fatto in questione:
come nell’orazione prò Archia Cicerone stabilisce per fondamento Digitized by
Google 193 dui suo discorso, che in forza delle leggi romane richiedc- vausi
tre condizioni per essere ammesso alla cittadinanza di Roma. Quindi mostra,
come di fatto in Archia eranvi ap- punto tali condizioni. Similmente nella
miloniana, prima di narrare il fatto, pone questo principio di diritto, che
cioè non ogni uccisione di uomo costituisce il delitto d’omicidio, essendovi
dei casi, come quello della giusta difesa della vita, ne’ quali è lecita. Ora
nel porre un siffatto fondamento richiedesi singo- lare attenzione. E in quanto
alla narrazione dice Cicerone (de Orai. II. 80.) « Apertam narrationem tam esse
oportet, » quam cetera ; sed hoc magis in hac elaborandum est , » quod et
diffìcilius est, non esse obscurum in re narranda, » quam aut in principio ,
aut in argumento , aut in pur- » gando , aut in perorando ; et maiore periculo
haec pars » orationis obscura est , quam ceterae ; vel quia si quo » alio in
loco est dictum quid obscurius, tantum id perit, » quod ita dictum est:
narratio obscura totam occaecat ora- ti tionem: vel quod alia possis, semel si
obscurum dixeris, » dicere alio loco planius ; narrationis unus est in causa »
locus . . . Nec illa quae
suspicionem et crimen ctlìeiunt, » contraque nos erunt , acriter persequamur ,
et quidquid » poterit detrahamus, ne ... causae noceamus. Nam ad sum- » mam
totius causae pertinet, caute an contra demonstrata » res sit; quod omnis
orationis reliquae fons est narratio .» Non
è però sempre necessaria la narrazione del fatto in questione. « Sed quando utendum sit , aut
non sit nar- » ratione, id est consilii. Ncque
enim si nota res est, nec » si non dubium, quid gestum sit, narrari oportet;
nec si » adversarius narra vit, nisi si refellcmus». Esempi di ciò gli abbiamo
nelle parlate addotte nel capo precedente. Posto un tal fondamento
dell’orazione, si offriranno alla mente dell’oratore molti argomenti favorevoli
e contrari al suo tema; allora conviene con accortezza attendere alla loro
scelta, al collocamento, ed alla ragion di trattarli. Pertanto , tralasciati
gli argomenti deboli , o che non potrebbero ben trattarsi, fa d’uopo, secondo
l’avviso di Ci- cerone e di Quintiliano , collocarne a principio alcuno di
molta forza per far tosto colpo nell’ animo degli uditori, i mediocri porli nel
mezzo, riserbando per ultimo i più ro- busti. « Fortia argumenta initio
collocanda sunt: quippe ani- » mis expectatione quadam suspensis , nisi initio
satisfiat , » aegre postea poterit. Deinde mediocria in mediam turbam »
coniicienda sunt, sive ad speciem, sive ut simul conserta, » vim aliquam
obtineant. Postremo loco statuenda sunt » fortissima , quibus maxime
insistendum , ut perorationi » victoriaeque certiorem viam sternant ». (Quiut.
VI. 5. Item Cic. De Orat. II. 77.) Gli argomenti per sé validi e luminosi non
conviene ammassarli con altri , chè perderebbon di forza c di chia- rezza. Ma
quelli che per sè sarebbono deboli, unendoli ac- cortamente con altri possono
sovente acquistar valore di prova. Quintiliano reca l’esempio di uno, a cui
imputavasi di aver ucciso un suo parente. Dicevagli l’accusatore. Tu aspettavi
dal tuo parente una grande eredità: eri all’estremo d’ogni cosa ; eri pressato
dai creditori ; avevi offeso quello , che ti avea costituito erede: sapevi eh’
egli pensava allora a cangiare il testamento ; non vera tempo da perdere.
Ognuna di queste cose per sé è di lieve congettura, ma riunite in- sieme
acquislan molto di forza: e però conviene riunirle; ut quae sunt naturò,
imbecilla mutuo auxilio sustineanlur . §. IV. Delle digressioni. Oltre gli
argomenti diretti si danno tal volta nell’ora- zione le digressioni , o
episodi, quasi dilungamelo dalla sua via. Digressio est alienae rei, sed ad
utilitatem causae per- tinente extra ordinem excurrens tractatio. Qnint. 1. IV.
c. III. Siffatte digressioni debbono spontaneamente nascere dalle particolari
circostanze di tempo, luogo, persone, e cose che trattansi. Ma allora soltanto
possono bene adoperarsi, quan- do indirettamente giovino al tema propostoci;
come per es. Digiti: ' Gooale 195 a toglier daH’allrui mente dei pregiudizi, a
sollevar l’animo degli uditori disgustato da qualche cosa inamena ed odiosa; a
dar maggior forza alle ragioni recate in altrui lode o bia- simo ec. Non
debbonsi però le digressioni condurre cosi a lungo, che faccian quasi
dimenticare il tema proposto; ma detto quanto basta , ritornar in via , dicendo
per es. e di- vertirlo in viam redeamus. Esempio I. Nell’orazione prò Àrchia
Cicerone dimostra nella I.* parte, come Archia era legittimo cittadino romano.
Nella IL* poi imprende a provare, che s’egli non fosse cittadino di Roma,
converrebbe in ogni modo annoverarvelo. Le ra- gioni di ciò sono primieramente
perchè Archia era insigne poeta: inoltre perché era di animo e di consuetudine
al tutto romano, essendo in intima famigliarità ed amicizia non pur solamente
di Cicerone, che si gloriava d’averlo avuto a mae- stro nelle belle lettere, ma
eziandio dei più illustri perso- naggi di Roma, quali erano i Luculli, Druso,
Ottavio, Ca- tone , gli Ortensi ec. Finalmente perchè era già molto be-
nemerito della repubblica, dicendo nel §. IX. « Praesertim » quum omne olim
studium, atque omne ingenium contu- » lerit Archias ad populi romani gloriam,
laudemque cele- » brandam ». Or mentre esalta i meriti d’Archia, Cicerone, con
una ben lunga digressione, cioè dal §. 6.® all’ 11.® fa in gene- rale gli elogi
della poesia , e delle belle lettere. Ma ciò molto opportunamente e
avvisatamente, dicendo ai giudici. Quaeso a vobis , ut in hoc causa mihi detis
hanc veniam , accommodatam huic reo , vobis , quemadmodum spero , non molestam,
ut me prò summo poeta , atque eruditissimo homine dicentem, hoc consessu
hominum literatissimorum , hac vestra humanitatc , hoc denique praetore
exercente iudicium , patia- mini de studiis humanitatis ac literarum loqui
liberius ; et in eiusmodi persona, quae propter otium ac studium, minime in
iudiciis periculisque iactata est, uti prope novo quodam et inusitato genere
dicendi. Digitized by Googte 1 % Esempio II. Una digressione che sembra
alienissima dalla causa che tratta Cicerone, si è quella nell’orazione prò
Murae- na , il quale essendo stato designato console, vien difeso dalle accuse
fatte contro di lui massime da M. P. Catone. Cicerone dopo aver risposto con
somma forza alle severissime censure di Catone quasi interrompendo la difesa
nei §§. 29, 30 e 31 espone il sistema filosofico austerissimo di morale degli
stoici contraponendogli quello più benigno e ragionevole dei Pe- ripatetici. Ma
come mai una digressione così rimota dalla causa poteva esserle di qualche utilità?
Rispondo , che non tanto il valore delle accuse pone- vano in forse la causa
di. Murena, quanto la somma auto- rità dell’accusatore Catone. E però Cicerone
volendo toglie- re un si grave pregiudizio mentre esalta a cielo le virtù
esimie di Catone, volge poi in ridicolo la dottrina severis- sima degli stoici,
cui egli aveva avidamente studiato e ri- dottala alla pratica. Quindi l’esorta
a toglier da sò questo difetto non suo, temperando cotesta assurda e ridicola
seve- rità colle massime moderate dei Peripatetici. Questa piccantissima ironia
, sebbene addolcita colle lodi esimie di Catone, la tratta Cicerone con tanta
grazia, forza e amenità di stile, da fare un maraviglioso effetto sul- l’ animo
dei giudici. Onde Cicerone con gran confidenza chiude la digressione, dicendo.
Quare ut ad id quod insti- tui revertar, tolte mihi e causa nomen Catonis :
remove ac praetermitte auctoritatem, quae in iudiciis aut nihil valere , aut ad
saluterà debet valere. Congredere mecum criminibus ipsis. Così Murena, libero
da ogni pericolo, ottenne nell’anno seguente la dignità di console alla quale
era stato già designato. §. V. Del modo e ragione di confutare l’obbiezioni
tanto nelle orazioni di tema affermativo, quanto nelle orazioni di tema
negativo. Fin qui si è da noi discorso della scelta dei singoli argomenti , che
formano le parti del ragionamento , come Digitized by Google 197 anche del loro
collocamento , e del valore dei medesimi sì assoluto come relativo. Rimane ora
a parlare del modo e della ragione di confutare le obiezioni. Questo dipende
dalla duplice indole del tema , o sia della proposizione della nostra orazione;
nella quale o ci proponiamo di dimostrare qualche utile verità non contra-
stataci dagli uditori ma loro ignota e talvolta dubbia; ov- vero ci proponiamo
di confutare gli errori sostenuti contro noi da’ nostri avversari , e allora la
proposizione nostra è negativa e contenziosa, quali sono per es. tutte le
difese di genere giudiziale criminali. Parlando in prima del genere pacifico di
orazione ove ci proponiamo di dimostrare alcuna verità; l’indole del te- ma
vuole, che noi ne adduciamo le prove, scegliendo i più validi argomenti e
disponendoli come sopra è detto. Ma nel far ciò sogliono nascere delle
difficoltà e del- le obbiezioni, o dirette contro le stesse nostre prove , ov-
vero aliene, ma che indirettamente potrebbono indebolirle. Le difficoltà e
obbiezioni aliene, o sono anteriori pregiu- dizi preconcetti dagli uditori che
li renderebbero di animo mal disposto ad udirci, e questi conviene togliere
prima di arrecar le nostre prove; e di ciò si è discorso già a principio: le
altre obbiezioni aliene sta bene riservarle dopo esposte da noi le prove del
tema. Quanto poi alle 'obbiezioni di- rette le dobbiamo sciogliere insiem colf
addurre le nostre prove medesime, affinchè, tolta ogni difficoltà in contrario,
rimanga in tutta sua forza ed evidenza la dimostrazione data. Cosi insegna
Cicerone (de Orat. II. 81.) dicendo, che dopo aver proposto e determinato il
tema del nostro ragionamento, Tum suggerendo sunt firmamento (scilicet
probationes) causae coniuncte, et infirmando contrariis, et tuis con firmando.
Nam- que una in causO ratio quaedam est eius orationis , quae ad probandam
argumentationem valet. Ea autem et confir- mationem et reprehensionem quaerit :
sed quia neque repre- hendi, quae contro dicuntur , possunt , nisi tua
confirmes , Digitized by Google 198 neque haec confirmari, nisi illa
reprehendas; idcirco haec et natura et utilitate et tractatione coniuncta sunt.
Passando ora a parlare in particolare della orazione di genere contenzioso,
nella quale gli avversari sostengono la parte affermativa, il difensore la
negativa: sta in questo caso agli accusatori recare gli argomenti al nostro
tema contrari; l' ufficio del difensore si è rispondere alle opposte accuse ,
dimostrando , che sono di nessun valore. Ciò solo bastagli ad aver piena
vittoria della sua causa. E qui è da notare l’arte sopraffina che usa sempre
Ci- cerone nel difendere i suoi clienti. Non si contenta egli di dimostrare la
falsità delle accuse fatte dagli avversari: ma ciò fatto rivolge le accuse
stesse contro 1’ attore e in lode dell’accusato. Così nella 1.* parte
dell’orazione prò Milone, dimostra Cicerone che Milone non fu reo d’omicidio
nell’uc- cisione di Clodio , ma giusto difensore della sua vita: ag- giunge poi
nella 2.“ parte, come una tale azione di Milone non solo fu lecita , ma fu di
salute a tutta la repubblica, e però meritevole di somma lode. Questo è il modo
trion- fante, che suole adoperar Cicerone nelle sue difese. ffl. } Della Perorazione. \ La perorazione è
l’estrema parte dell’orazione che op- portunamente pone fine al discorso : e
però contiene due cose. l.° la conclusione del ragionamento fatto a fine di
persuadere l’intelletto altrui: 2.° l’esortazione diretta a muo- vere la
volontà ad approvar quella sentenza , o a seguir quel partito che si è
dimostrato veramente utile, e onesto. E in prima, affinchè la detta conclusione
riesca di mag- gior forza ed evidenza , è generalmente molto opportuno far l’
epilogo , il quale consiste in una breve, chiara, ed or- dinata ricapitolazione
degli argomenti, che sono stati sepa- Digitized by Google 199 ratamente e
largamente esposti nel corso dell’orazione: im- perocché richiamati cosi alla
mente , ravvicinati e riuniti tutti insieme, daranno 1’ ultimo colpo all’ animo
degli udi- tori, e rimarranno appieno persuasi della verità da noi di-
mostrata. L’esortazione poi c la preghiera (da cui ha preso no- me quest’ultima
parte dell’orazione che però dicesi perora- zione), serve a conciliare e
muovere potentemente la volontà degli uditori al nostro intendimento. Le
predette due cose poi, cioè l’epilogo, e la preghiera, vanno adoperate
variamente secondo il consiglio dell’oratore. Citerò qui alcuni esempi di
Cicerone per meglio conoscere il modo d’usare di siffatte cose. I. Esempio.
Nell’orazione prò provinciis consularibus (ove Cicerone espone in senato il suo
opinamento, che cioè conve- niva piuttosto richiamare Pisone dalla Macedonia,
Gabinio dalla Siria, di quello che Cesare dalle Gallie) non vi è punto di
preghiera, ma solo la ricapitolazione delle cose dette in favore di Cesare,
tralasciato 1’ epilogo delle ignominie degli altri due proconsoli: e solo
apparisce l’ardente amore ch’egli ha per l’onore e bene della repubblica. Ed era
cosa convenientissima, che Cicerone esponesse con tutta forza la sua sentenza
lasciando agli altri senatori libero il giudicarne: l’ardente amore poi che
mostrò per la repubblica, ad onta di qualunque suo privato sentimento, e la
stima che fa del giudizio del senato , tacitamente ma mollo validamente, doveva
conciliargli l’affetto de’Senatori e muoverli in suo favore (Vedi tutto il §§.
XX). II. Esempio. Cicerone nell’orazione prò Archia fa la pe- rorazione nel §.
XII, ove raccomandato pacatamente Archia ai Giudici, fa vista di unicamente
ricapitolare tutte le cose dimostrate, ma nella stesso tempo tocca i più forti
motivi da commuovere altamente l’animo de’giudici in favore del suo cliente.
Così egli dice. Digitized by Google 200 » Quare conservate , iudices , hominem
pudore eo , » quem amicorum videtis comprobari tum dignitate , tum » vetustate:
ingenio autem tanto, quanto id convenit exi- » stimari , quod summorum hominum
ingeniis expctitum » esse videatis: causa vero huiusmodi, quac beneficio legis,
» auctoritate municipii, testimonio Luculii, tabulis Metelii » comprobetur.
Quae quum ita sint petimus a vobis, iudices, » si qua non modo humana, verum
etiam divina in tantis » negotiis commendatio debet esse; ut cum, qui vos, qui
» vestros itoperatores , qui populi romani res gestas sem- » per ornavit , qui
etiam bis recentibus nostris , vestris- » que domesticis periculis aeternum se
testimonium fau- » dum daturum esse profitetur, quiquc est eo numero, qui »
semper apud omnes sancti sunt habiti atque dicti, sic in » vestram accipiatis
fidem , ut humanitale vostra levatus » potius, quam accrbitate vioialus esse
vidcatur. » Quae de causa prò mea consuetudine breviter sim- » pliciterque
dixi, iudices, ea confido probata esse omni- » bus: quae non fori, neque iudiciaìi
consuetudine, et de » hominis ingenio, et communiter de ipsius studio loquu- »
tus sum, ea, iudices, a vobis, spero, esse in bonam par- » tem accepta; ab eo,
qui iudicium exercet, certo scio ». IH. Esempio, prò Ligario. Nel §. X, ove
comincia la perorazione , dice Cicerone di non voler insistere negli ar-
gomenti, che dimostravano l’ innocenza di Ligario , ma di confidare unicamente
nella clemenza di Cesare : intanto per praeteritionem ne fa egregiamente
l’epilogo, dicendo. « Ita- » que num tibi videor, Caesar, in causa Ligarii occupatus » esse ?
Num de eius facto dicere? Quidquid
dixi ad unam » summam referri volo vel humanitatis, vel clementiae , vel »
misericordiae tuae .... Die te, Caesar, de facto Ligarii » iudicem esse: quibus
in praesidiis fuerit, quacre. Taceo. » Ne haec quidem colligo, quae fortasse
valerent etiam apud » iudicem: legatus ante bellum profectus , relictus in
pace, » bello oppressus , in eo non acerbus , tum etiam totus animo Digitized
by Google 201 » et studio tuus. Ad iudicem sic agi solet, sed ego ad paren- »
tem Joquor. Erravi; temere feci; poenitet; ad clementiam » tuam confugio ;
delieti veniam peto : ut ignoscas oro ec. » ec. ». E quindi diffondesi per ben
tre paragrafi nella più affettuosa perorazione , ch’é uno dei più perfetti
esemplari dell’arte squisitissima di muover gli affetti. Bellissima è ancora la
perorazione prò Milone , com- presa nei quattro ultimi paragrafi. Come abbia
luogo nell’ orazione la parte patetica. Tutte le cose dette riguardo alle tre
parti costituenti l’orazioue, cioè l’esordio, la contenzione, e la perorazione,
sono in certo modo comuni a qualsivoglia ragionamento anche meramente
scientifico. Ma vi è un altra cosa tutta propria dell’oratore, che forma, per
cosi dire, la sua qualità e nota specifica, che Io differenzia da ogn’altro
dicitore, il quale in- tenda di solo parlare direttamente aU’intelietto altrui.
Questa si è la parte patetica , l’arte cioè di dominare sugli affetti del cuore
umano e di rivolger a suo talento la volontà degli uditori , ritraendoli
efficacemente dal male e incitandoli al bene. Flexanima (come dice Ennio) atque
omnium regina rerum (oratio) Cic. de Or. II. 44. Questa fa il pregio prin-
cipale dell’oratore, che gli dà la vittoria nelle sue aringhe. E quelle
orazioni riescono eccellenti, che offrono all’oratore maggiore occasione e
materia d’eccitare più vivamente gli affetti. Il fondamento in vero
dell’orazione debb’esserc un so- lido e ben condotto ragionamento , affinchè la
commozione degli affetti produca un frutto durevole. Che anzi allorquando
l’oratore intende di fare qualche grande impressione sugli uditori eccitando in
loro le più vive passioni , debbo ciò fare come per indiretto , mostrando di
non aver altro in mira se non di persuadere altrui la verità. Cosi insegna Ci-
cerone, De orat. I. II. 77. dicendo: « Et quoniam . . . tribus » rebus homines
ad nostram scntentiam perducimus , aut » docendo, aut conciliando, aut
pcrmovendo, una ex omnibus » his rebus res prae nobis est fercnda, ut nihil
aliud, nisi » docere velie videamur. Quae duae (che ambedue riduconsi in
generale alla mozione de’ varii affetti) sicut sanguis in » corporibus , sic
illae in perpetuis orationibus fusac esse » debent. » E però la patetica non ha
determinato luogo , ma là dove la natura e ’l sentimento lo detta, ivi dee
dispiegarsi. E quantunque in generale 1’ esordio e la perorazione sem- brino
più atti alla mozion degli afTetti, pure talvolta veg- giamo nelle orazioni
stesse di Cicerone, (che fu sommo in ciò) che vi ha degli esordi e delle
perorazioni tranquillis- sime. Udiamo come egli nc parli. Proseguendo il detto
di sopra , dice : « Nam et principia , et ceterae partes ora- » tionis, . . .
habere hanc vim magnopere debent , ut ad » eorum mentes , apud quos agetur ,
movendas permanare » possint. Sed in his partibus orationis, quae etsi nihil
do- » cent argumentando , persuadendo tamen et commovendo » proficiunt
plurimum, quamquam maxime proprius est locus » et in exordiendo et in perorando;
degredi tamen ab eo, » quod proposueris atque agas, permovendorum animorum »
causa , saepe utile est. Itaque vel narratione exposita , » saepe datur ad
commovendos animos degredicndi locus; vel » argumentis nostris contirmatis, vel
contrariis refutatis, vel )> utroque loco, vel omnibus, si habet eam causa
dignitatem » atque copiam, ut recte id fieri possit: eaeque causae sunt » ad
agendum, et ad ornandum gravissimae, atque plenis- » simae,quae plurimos exitus
dant ad eiusmodi degressionem, » ut his locis uti liceat, quibus animorum
impetus eorum, » qui audiunt, aut impellantur aut reflectantnr ». Ma quale sia
la natura dei diversi affetti dell’animo , quali le cause più atte ad
eccitarli, o a reprimerli , qnale ) l’arte di ben governarli, tutto ciò sarà la
materia della se- conda parte del trattato della invenzione. AVVERTIMENTI
PRATICI A BEN COMPORRE UN DETERMINATO TEMA. I. Avanti di por mano all’opera
conviene attenerci al precetto d’Orazio Tu nihil invita dice t faciesque
Minerva (come spiega Cicerone negli Off. 1.31. invita ut aiunt Mi- nerva, idest
adversante , et repugnante natura). E però ag- giunge Orazio Sumite materiata
vestris qui scribitis aequam Viribus, et versate diu quid ferre recusent, Quid
valeant humeri. Cui leda potenter erit res , Nec facundia deseret hunc, nec
lucidus ardo (1). Ma può pur avvenire , che nostro malgrado convenga talvolta
scrivere alcuna cosa superiore alle forze nostre: nel qual caso pongasi mente
al precetto di Cicerone, ove dice : » Sin aliquando necessitas nos ad ea
detruserit, quae no- » stri ingcnii non erunt , omnis adbibenda erit cura , me-
li ditatio, diligentia, ut ea, si non decore , at quam mini- li munì indecore
Tacere possimus. Nec tam est enitendum, » ut bona quae nobis data non sint
scquamur, quam ut vitia » fugiamus ». La qnal cosa detta da Cicerone rispetto
alla buona condotta della vita, eziandio al proposito nostro con- viene. II.
Nell’atto poi di scrivere non si pensi punto ad imitare questo e quello autore,
nè al bel modo di cominciare , nè ai più splendidi ornamenti rettorici; ma
pongasi in opera l’eccellente canone che prescrive cosi: « Concepire e sen- ti)
Ep. ad Pìsob. 38. ec. Digitized by Google 204 » tire vivamente le cose nel loro
vero , nativo e più bel » punto di vista, e queste tali quali si sentono, senza
ve- » runo studio, ma come per istinto esprimerle di getto colle » parole ».
Allora conosceremo di fatto, come sotto la penna ci si svolgeranno e
ordineranno spontaneamente le idee; ci nasceranno nella mente le belle
immagini, i modi più atti, gli ornamenti più gaii ed acconci; e il nostro
componimento verrà di getto originale , tutta verità , tutta vita , tutta
natura. III. Concepito finalmente il lavoro, è necessario limae labor et mora ,
porlo cioè (potendo) per alcun tempo da parte, c riprenderlo poi con animo
tranquillo per farne un rigo- roso esame , rendendoci ragione d’ogni cosa ; e
chiamando a una tal disamina anche un dotto e sincero amico, togliere, mutare,
aggiungere ciò che giudicherassi opportuno. Sono questi savissimi precetti
d’Orazio, che gioverà ri- portare colle sue stesse parole. Ep. ad Pisones 385.
ec. Tu nihil, invita dices faciesque Minerva. Id Ubi iudicium est, ea mens. Si
quid tamen olim Scripseris, in Metii descendat iudicis auree Et patris, et
nostras: nonumque prematur in annum. Membranis intus positis, delere licebit
Quod non edideris. Nescit vox missa reverti. Aggiunge poi Orazio, che con
questa benevola e pru- dente persona, che ci saremo scelta per consigliere
dell’opera nostra , non dobbiamo ostinatamente difendere le cose da lui
censurate, ma docili c pronti obedire ai consigli. (438.ee.) Quintilio si quid
recitares, corrige, sodes. Hoc aiebat, et hoc: melius te posse negares Bis
terque expertum frustra ? delere iubebat, Et male tornatos incudi reddere
versus. Si defendere delictum, quam vertere , malles , Nullum ultra verbum ,
aut operam insumebat inanem, Quin sine rivali teque et tua solus amares. Vir
bonus et prudens versus reprehendet inertes , Culpabit duros, incomptis allinet
atrum Transverso calamo signum : ambitiosa recidet Ornamenta ; parum Claris
lucem dare coget, Arguet ambigue dictum, mutanda notabitj Fiet Aristarchus ;
nec dicet. Cur ego amicum Offendam in nugis ? Hae nugae seria ducent In mala
derisum semel exceptumque sinistre. Sia dunque diligente e severo l’ esame su
I’ opere no- stre o di poesia , o di prosa ; ma sia insieme discreto. Ne quid
nimis. Ove il tutto insieme sia buono non preten- diamo di toglierne ogni
imperfezione. E come dice Ora- zio ccc. Sunt delieta tamen quibus ignovisse
velimus Nam neque chorda sonum reddit, quem vult manus et mens, Poscentique
gravem persaepe remittit acutum. Nec semper feriet , quodeumque minabitur arcus
: Verum ubi plura nitent in carmine , non ego paucis O/fendar maculis, quas aut
incuria fudit Aut Humana parum cavit natura. L’ottimo (come dice il proverbio)
è nemico del bene. Un’opera di mediocre bontà serve di strada a farne un’altra
migliore; e così via via finché giungasi a quel sommo grado di perfezione, cui
sia dato a noi di pervenire- i dello Stile. DELLO STILE IN GENERALE. I ? Li
uomo di sua natura è animale ragionevole e sociale , però per disposizione
eziandio di natura ei favella; cioè col mezzo del discorso manifesta altrui i
propri pensieri, le af- fezioni e i consigli dell’ animo suo. Ma essendo egli ,
in- sieme all’ intelletto , dotato altresi della nobile facoltà del libero
arbitrio , usa della lingua in modi e forme sva- riatissime. E non pur
solamente ciò vedesi nella diversità del linguaggio, che ciascuna nazione si è
formato, proprio e distinto da quello delle altre, e nei differenti ,'dialetti,
che da ogn’ idioma rampollauo; ma iu quegli stessi che parlano la medesima
lingua scorgonsi infinite varietà. Opera naturale è ch’uom favella. Ma cosi e
così, natura lascia Poi fare a voi secondo che v’abbella. Dante Parad. XXVI.
Ora da ciò se ne deduce l’ idea generale dello stile , che si definisce,
dicendo; lo stile è quella certa forma e ca- rattere di elocuzione, che ha il
discorso secondo la diversità dell’argomento, e il genio vario di chi favella.
Lo stile poi potendo essere rozzo e incolto, ovvero con buona coltura raffinato
e perfetto: quindi lo stile perfetto si è quella scelta forma di dire, che
rappresenta le cose nel più vero e più bel modo [di loro esistenza ,
espressione e atteg- giamento. DELLE QUALITÀ’ CI1E A QUALSIVOGLIA STILE
PERFETTO ESSENZIALMENTE APPARTENGONO. Affine di persuadere l’ intelletto altrui
di qualche utile verità , e di dilettare e muoverne la volontà (ciò ch’è uf-
ficio deirollimo dicitore), fa d’uopo, dice Cicerone, ut piane, ut ornate, ut
ad id, quodeumque agetur, apte congruenter- que dicamus: che è quanto dire, che
tre sono le principali qualità di qualsivoglia stile perfetto, cioè l.° la
perspicuità, 2.° l'eleganza e ornamento, 3.° la naturalezza e convenienza. Della perspicuità – H. P.
Grice: “My maxim of conversational clarity is terse: ‘be perspicuous’ –sic --!”
dello stile. Essendo la perspicuità dello stile quella
forma e modo di favellare che rappresenta altrui la verità evidentemente, ne
segue , che presupposta , come condizione necessaria , somma chiarezza dei
concetti in chi favella, richiedesi inol- tre l.° la proprietà de’ vocaboli :
2.° che sieno di comune uso: 3.° collocati secondo l’ordine naturale delle
idee. Delle quali cose si è discorso. E quanto al col- locamento delle parole
secondo l’ordine delle idee, oltre ciò che ivi si è detto della unione logica
delle parole, conviene notare, come l’ordine delle idee non ci si presenta
sempre allo stesso modo ; ma varia secondo il vario nostro modo d’apprender gli
oggetti. L’animo tranquillo vede le cose e le descrive nell’ordine che gli si
offrono e succendonsi ob- biettivamente. L’ animo da forte passione colpito
vede ed esprime gli oggetti secondo la vivezza dell’apprensione, cioè mira solo
quelle cose che più lo colpiscono, saltando, e la- sciando ogn’altra. Digitized
by Google 209 In somma dobbiamo porre ogni nostro studio e diligenza, affinché
il discorso giunga a tal luminoso grado d’evidenza, che non possa da chi ode
non intendersi, come appunto dice Quintiliano Inst. 1. Vili. c. 2. Tarn clara
fuerint quae di- cemus , ut in animum eius (scilicet audientis) oratio, ut sol
in oculos, etiamsi in eam non intendatur, occurrat. Quare non ut intelligere
possit , sed ne omnino possit non intelligere , curandum. Al che gioverà
mirabilmente il seguente canone, cioè: Esprimere esattamente le linee primarie
, e le forme più distinte e caratteristiche del soggetto principale, accennando
e sfumando le cose secondarie che possono dar risalto all’ idea principale ; e
togliendo affatto le inutili e distruttive. Ciò scorgesi praticato in tutte le
opere dei sommi autori di belle arti e di belle lettere. Rccheronne solo un
esempio preso dal canto XXI dell’ inferno di Dante. Stando Dante sul ponte
della quinta bolgia a rimirare la bollente pece, ove si pu- nivano i barattieri
, narra questo improvviso avvenimento, dicendo Mentr’ io laggiù fisamente
mirava, Lo duca mio dicendo : guarda guarda. Mi trasse a sè del luogo, dov’ io
stava. Attor mi volsi come l’uom cui tarda Di veder quel che gli convien
fuggire, E cui paura subita sgagliarda, Che per veder non indugia il partire :
E vidi dietro a noi un diavol nero Correndo su per lo scoglio venire. Ahi
quanto egli era nell’ aspetto fiero ! E quanto mi parea nell’atto acerbo , Con
Tali aperte e sovra i piè leggiero ! L'omero suo, ch’era aguto e superbo,
Corcava un peccator con ambo Tanche , Ed ei tenea de’ piè ghermito il nerbo. u
Digitized by.Google 210 Chi legge questi versi non ode solo un racconto , ma
vede egli il fatto cogli occhi della mente, e ne sente rac- capriccio, ed
orrore. Or volendo Dante esprimere lo spavento eh’ egli ebbe a si improvvisa e
paurosa vista, non si ferma a descrivere per minuto le fattezze conte dei
demonio , del dannato come fa in altri incontri e casi diversi (1); ma tocca
solo maestrevolmente le precipue cagioni e gli effetti più natu- rali di un
forte subitaneo timore. Mentre Dante a tutt’altro pensava, aH’improvviso dalla
sua guida fedele, che solea in sì tremendo viaggio rassicu- rarlo, sentesi
gridare coll’espressione la più energica, guarda, guarda. All’udir ciò Dante fu
colpito dal più vivo spavento; c l’esprime notando l’ effetto naturalissimo di
fuggire tosto, volgendosi insieme per vedere qual fosse il pericolo che so-
vrastavagli. Allor mi volsi, come l’uom cui tarda Di veder quel che gli convien
fuggire, ... Che per veder non indugia il partire. Dice quindi l’oggetto
spaventoso che vide : ma come accade a chi spaventato vede terribile oggetto,
rimane egli colpito solamente da quelle qualità , che sono più orribili e pau-
rose : e però Dante nota solo il colore della persona , un diavol nero; la
fierezza dell’aspetto, ahi quanto egli era nel- l’aspetto fiero; la crudeltà
dell’atto, e quanto mi parca nel- l’atto acerbo, mentre al dannato che avea
stretto sulle sue spalle , tenea de’ piè ghermito il nerbo; finalmente la furia
e rabbia maligna di tosto giltarlo nel luogo del suo suppli- zio F esprime
colla rapidità del demonio , che Dante vide Correndo su per lo scoglio venire
... coll’ ali aperte e sovra i piè leggiero, (corrono e volano gli stessi
versi). Ecco l’arte di porre in tutta evidenza le cose. Per es. al C. XXI dell'
inferno ove Dante preso da maraviglia attenta- mente considera e descrive a
parte a [tarlo i giganti. Digitized by Google ARTICOLO II. 211 Della eleganza e
ornamento dello stile. Eleganza , (voce derivata dal verbo latino eligere, sce-
gliere) appropriata allo stile, si è quella scelta elocuzione , che con bel
modo e con grazia rappresenta altrui le cose in tutta loro naturale bellezza. E
però si presuppone, che belli sieno i concetti della mente in chi favella, e
richiedesi poi che bellamente li rap- presenti colle parole. Ora quattro cose
costituiscono 1’ eleganza dello stile : I. il buon metallo della lingua , cioè
che le parole e le frasi non sieno nè straniere, nè vili, né troppo antiquate,
ma di comune uso degli ottimi scrittori : V unione ar- monica delle parole ; e
queste due prime qualità debbon es- sere come la veste di tutto il discorso,
delle quali si è ab- bastanza parlato. (Parte I. cc. I. e III.) Ciò solo,
senz’altri ornamenti, può bastare alla squisi- tezza dello stile. In fatti ,
quando siansi ben concepite le cose nel loro vero e miglior modo di essere, non
sarà dif- ficile a chi siasi ben formato il gusto nello studio dei clas- sici,
di rappresentarle altrui bellamente. Imperocché osser- vando le regole poste
per la perspicuità dello stile, avverrà che le cose appariscano in tutta verità
ed evidenza, e però nella loro schietta ed ingenua bellezza. Al dire di
Quintiliano De oratoria institutione 9.° « Il trovamento deH’ottime cose, »
avvegnaché sia abbandonato d’adornezza (cioè privo d’or- » namento) di parole ,
assai è ornalo di sua natura ». Fr. Bartol. D. XI. c. III. AI che allude
Orazio. Ep. ad Piso- ncs v. 319 ec. Interdum speciosa locis, morataque recle
Fabula, nullius veneris, sine pendere et arte Valdius oblectat populum ,
meliusque moratur , Quam versus inopes rerum , nugaeque canorae. Digitized by
Google 212 N.B. Speciosa iocis, idest oonspicua et locuples sententiis et rebus
, quas tractat - Morataque recte , in qua recte et vere expressi sunt mores
hominum , recte ad mores homi- num composita. III. Che se poi alle due predette
regole aggiungasi a tempo e luogo opportunamente la vivezza delle figure , che
sono come i colori più splendidi della pittura, allora l’eleganza e la bellezza
dello stile giunge al sommo grado di perfe- zione. IV. Ma inoltre l’eleganza e
bellezza dello stile richiede la varietà. La profusione degli ornamenti induce
sazietà e stanchezza in chi ode: e come dice Cicerone (nel 1.® della vecchia
rettorica) « Delle molto acconce e splendenti parole » nasce (un sospetto)
sospeccione d’ esservi molto artificio- » samentc pensato; la qual cosa e al
dire toglie la fede, e » al dicitore l’autorità». F. Bartolommeo Amm. degli
Ant. Disi. XI. c. III. £ qui parmi opportuna una molto giudiziosa annota- zione
del P. A. Cesari al canto IV del Purgatorio di Dante: ove fa dire al Pompei. «
Io pensai meco medesimo sopra » certi poeti veramente sublimi, ne’ quali tutto
brilla, tutto » è perle di concetti alti, lavorati e gai al possibile : ma »
che ? stancano : e però tu ti levi da leggere con noia : » e forse li riponi
per non più ripigliarli. Non così Dante: » la prima lettura t’ invoglia della
seconda , e la seconda » della terza, e cosi via via. Lascio stare che ciò può
av- » venire dallo scoprir che facciamo per ogni lettura bellezze » nuove, e
non prima notate; che è gran diletico del pia- » cere : ma io credo , che la
prima cagione di questo di- » letto cosi costante sia la ragionevole parsimonia
di que- » ste bellezze, le quali fioriscono il lavoro, non rafibgano. » La
ragione principalissima poi credo esser questa: che la » natura, cioè l’
ingenito desiderio dell’uomo, vuole questa » parsimonia (cosi l’uomo è fatto),
e si annoia eziandio del » bello, s’cgli è troppo e continuo». Digitized by
Google 213 E però come nelle pitture d’eccellenti artisti, ai colori più vivi,
con gran parsimonia da loro usati, aggiungonsi le mezze tinte, i colori
smorzati e sfumati, e l’alternativa del chiaroscuro; cosi all’ottimo stile
della lingua gli ornamenti più splendidi conviene con simile gradazione c
temperanza di tinte alternare e variare. Della naturalezza o convenienza dello
stile. Ciò che pone come il sigillo alla perfezione dello stile, si è la
naturalezza , quel che Cicerone dice apte congruen- terque dicamus. Adunque
stile naturale diremo esser il mo- do di favellare profferito senza punto di
studio , ma come il senso interno spontaneamente ne detta. La naturalezza dello
stile è la caratteristica delle opere classiche. Dante (Purg. XXIV 51 , ec.) al
Buonaggiunta , che interrogollo s’egli fosse l’autore delle nuove e dolci rime
ec., rispose: . ... Io mi son un che, quando Amore spira , noto; ed a quel modo
Che detta dentro vo significando Ciò udito, tosto esclamò il Buonaggiunta, O
frate issa (1) vegg’io, diss’egli, il nodo Che ’l Notaio e Guitton e me ritenne
Di qua dal dolce stil nuovo ch’io odo. lo veggio ben, come le vostre penne
Diretro al dittator sen vanno strette, Che delle nostre certo non avvenne. E
qual più a gradir oltre si mette, Non vede più dall’uno all’altro stilo; E
quasi contentato si tacette. (1) issa vale ora. Digitized by Google 214 Che la
naturalezza dello stile consista in questa spontaneità di favellare , onde le
parole non si cerchino per maestria di studio, ma seguitino il sentimento
fervente dell’animo, chiaro apparisce considerando, come le parole sono
l’istru- mento e i segni delle nostre idee. Ora le parole altre sono segni e
voci meramente naturali, come le interiezioni ; al- tre, quantunque sieno di
libera istituzione degli uomini , pure coll’ uso rendonsi così connaturali ,
che meritamente può dirsi, che noi pensiamo in quella lingua che perfetta-
mente conosciamo. Perciò chi parla come sente, parla na- turalmente, c
convenientemente; quando cioè le parole, le frasi, la stessa loro collocazione,
('armonia, e ogn’altro or- namento di figure nascono spontanee come vengono
sugge- rite dalle cose , non quali sono in sè stesse , ma quali si apprendono.
Nè credasi che dicendo , che lo stile naturale debb 'es- sere senza studio,
voglia con ciò escludersi ogni arte. Che anzi al vero hello naturale oppongonsi
tre vizi: l.° la roz- zezza per mancanza di coltura, o sia di arte: 2.° la
depra- vazione del gusto per mala coltura: 3.° l’artificioso studio ed uso dei
precetti dell’arte. Il genio non colto è come l’oro nella miniera ; quello
viziato per mala arte, 6 come l’oro per lega di vile metallo falsificato; lo
studiato uso dell’arte è come l’oro schietto male speso e mal lavorato.
Pertanto il primario c compendiario canone dell’ottimo modo di scrivere si è
questo già altrove posto. Concepire e sentir vivamente le cose nel loro vero ,
nativo e più bel punto di vista , e queste tali quali si sentono, senza veruno
studio, ma come per istinto, esprimerle di getto col- le parole. DELLO STILE I
N PARTICOLARE. DEI TRE DIVERSI (IENE RI DI STILE, SUBLIME, MEZZANO, E SEMPLICE.
Dello stile sublime. Lo stile sublime è una tal forma e modo di esprimere i
concetti e i sentimenti dell’animo da produrre in chi ode la più viva e
profonda impressione E però la materia dello stile sublime non può essere altro
che grandi concetti, forti passioni, virtù eroiche. Ma è necessario altresì che
una tal materia da chi favella sia concepita ed espressa nel modo più vivo ed
energico (1). Quindi l’ elocuzione deve avere un carattere severo , vibrato,
tronco e spesso anche animato dalle più forti ligure di concetto,
d’immaginazione e di sentimento. La più concisa brevità è tutta sua propria.
Perciocché l’animo in altissimi pensieri assorto, e da forte passione compreso,
o si tace, o parla più coll’ espressione del volto e degli atti, colle voci
naturali delle passioni, che con parole articolate. Però il sublime si ha in
l.° luogo dal solo silenzio energicamente atteggiato : come la fiera
taciturnità di Di- done neH’inferno all’incontro d’Enea (Virg.) (1) Taluni ,
sebbene di grande ingegno (come Mendclssohn Del Sublime par. II.) han distinto
due generi di stile sublime, l’uno riguardo alia materia di alto concetto e
sentimento; l'altro riguardo all’arte sopraffina di rappresentare le cose
eziandio mediocri e piccolissime. Cid nasce dall’avcr confuso il sublime collo
sti- le perfetto. Or la perfezion dello stile è comune a qualunque genere di
stile ve- ramente classico, sia esso sublime, sia mezzano, sia semplice. Ilio,
solo fixos oculos aversa tenebat: Nec magis incepto vultum sermone mo vetur,
Quam si dura silex, aut stet marpesia cautes Tandem proripuit sese, atque
inimica refugit In nemus umbri ferum. Similmente i fatti tragici c maravigliosi
scolpiti e dipinti da eccellenti artisti. In 2.° luogo si usa il sublime in
semplici sentenze. Come quella di Mosè ad esprimere l’ onnipotenza di Dio
creatore} che disse fiat lux, et facta est lux: e qucll’altra di Dio allo
stesso Mosè: Ego sum qui sum. E il detto di Cesare al nocchiero spaventato
dalla tempesta Quid titnes? Caesarem vehis : e l’epistola di esso al senato.
Veni, vidi, vici. Finalmente può essere di stile sublime anche un intero
discorso, ma per la predetta ragione sempre di somma bre- vità. Come
l’esortazione di un generale ai soldati ncU’atto di forte impresa militare,
l’intrepida risposta di un marti- re al tiranno sul punto di contestar la fede
col sangue; un inno, un salmo ec. Ma dunque, dirà taluno, il poema d’Omero, e
quello di Dante non sono sublimi? Rispondo: sublime è l’argomento, e le parti
principali, che lo compongono: ma la elocuzione nell’uno e nell’altro procede
in modo equabile e temperato e di quando in quando sorgono dei tratti di stile
sublime, i quali appunto spiccano maggiormente , perchè vengono preparati , c
posti in piena luce per le tinte , dirò così , più smorzate , più basse e
sfumate dello stile mezzano e anche del semplice. E qui cade opportuno ciò che
nota il P. Cesari al canto VI del paradiso su quelle parole. Diverse voci fanno
dolci note: cosi diversi scanni (cioè gradi di gloria) in nostra vita, rendon
dolce armonia tra queste ruote: aggiunge il Cesari. k E altrettanto fa, pare a
me , in esso poema di Dante il » vario degli stili, che egli dà a sua materia,
permutando » soggetto , secondo che la natura di ciascuno dimanda : Digitìzed
by Google 217 » che ora è fiorito, ora grave, ora profondo e filosofico: quando
» molle, quando risentitò c forte: talora schietta natura e scm- » plice;
talora ardiri e tratte di voli sopra le nuvole; e talora » rasente terra. Or
questa è la vera fonte del diletto, che Dio » e \a natura colle opere sue
insegnò a chi ha occhi da ben » vedere questo ordine, e comprenderne la
bellezza. In cielo » non tutto è stelle : ma sereno altresì, e scuro di nuvoli,
» e questi variati di colore, e di forma : in terra non tutto » è fiori*, ma
dove erba eziandio, dove spinaio, e qua bo- » sco fitto, e là grillaie e nuda
sabbia ec. ». Lo stesso scorgesi in tutto il poema d’ Omero. Reche- ronne qui
un solo esempio (Iliad. VI. 466 ec.) Nell’atto di uscire al ferale
combattimento contro i Greci, Ettore vede venirsi incontro Andromaca col
piccolo Aslianatte in brac- cio. Alla nuova vista di questo guerriero a lui
ignoto il fanciullo tosto paventa. Ciò Omero descrive nel modo più semplice c
naturale, dicendo: A'(i S’ó nx‘ig npòg xoArgv èv&voto rtSyjvyg E’xXtvSrj
ialini nurpóg fytv àrv%3etg Tapfiqvxg /jzkxój re idi Xópo'j inmoyxtrriv Àetvòv
èri àxporuryg xcpvBog vevovru. voyoag Retro autem puer ad unum eleganter
cinctae nutrici» Inclinatus est clamans, patri» chari aspectum exhorrcscens,
Timens aesque et cristam setis equini s horridam , Horrendum a summa galea
nutantem intuens. L’eroe sorrise a tanto, e toltosi l’elmo dal capo, e postolo
in terra, prende il suo caro figliuolo, e baciatolo e scossolo, dai teneri
affetti inverso Astianatte e l’aillittissima Andro- maca levandosi ai più
nobili sentimenti fa questa sublime preghiera a Giove. Zev àlXot re Beai, dorè
Ss; xai' róvSe yeveoSxt nótiS’spLov, àg yxì nep, àptnpenéot T pdkaatv Qde
fiiriv r'ccjuSòv, xo et IX tu àvxooetv K «t rote rtg ein-gat, flarpòg d’óye
rgXXgv àpeirnv E’x noli un avtcvza: fspst d'iwzpx fipsróevrcc Kt eivzg drftov
cèvdpz, yapiirì di tppivz [lynjp. lupiter aliique dii, date iam et hunc fieri
Filium meum, ut et ego, perdecorum Troianis, Sic viribusque fortem : et Ilio
potenter imperiture: Et olim quii dicat, Patre vero hic multo fortior, Ex pugna
redeuntem (conspicatus) referatque spolia cruenta, Interfecto hoste, gaudeatque
animo mater. Questo è tutta natura , dal più semplice passa Omero allo stile
temperato, e quindi spiccasi al sublime coi senti- menti più eroici, senza
veruna ampollosità di parole, o di studiate ligure: ma pur vi ha un arte
finissima; chè allora compita è l’arte (dice Longino. Lez. XXII. 1 quando
sembra esser V istessa natura ; e allora è felice la natura , quando contiene
l’arte celatamente. Dello stile mezzano e temperato. Lo stile mezzano e
temperato i una forma e modo di dire equabile, grave, armonioso. La materia di
questo stile sono gli argomenti di seria meditazione e di grave interesse. E
però dovendo essere il tessuto un ben ordinato ragionamento, ne segue che la
elo- cuzione sia studiosamente accordata al filo e alla forza del raziocinio:
la qual cosa produce naturalmente l’equabilità, e la decorosa gravità dello
stile. E qui è da notare , come nello stile temperato il far mostra di diligenza
e di studio nell’ ordinamento delle ma- terie e nell’usar le parole
appropriatamente ai concetti, af- fine di esprimer in tutta evidenza e forza la
verità de’ no- stri ragionamenti, non è cosa artificiale è viziosa, ma natu-
ralissima. Che se il discorso sia diretto piu all’istruzione della men- te, che
alla mozione degli alletti, come è nelle dissertazioni filosofiche e
dottrinali, lo stile procede più severo, e poco o nulla vi han luogo gli
ornamenti più splendidi della reltorica. Ma se colla persuasione della mente
intendasi di muo- vere eziandio l’altrui volontà , come avviene nelle perfette
orazioni , allora spontaneamente si apre il campo ad ogni maniera di ornamenti,
i quali sono appunto l’effello della vivezza del sentimento c della
immaginazione; che sono come gl’ istrumcnti più efficaci ad eccitar in chi ode
gli affetti e muoverne a suo talento la volontà. Dello stile semplice. Lo stile
semplice è una forma di favellare improntata di si schietta e ingenua
sincerità, come l’amico parla all’ami- co, la madre al suo figliuolo. E però
quanto alla elocuzione, esclude l’armonia di gran- diosi periodi, c gli ornamenti
più splendidi dell’arte retto- rica. Suo carattere proprio si è la nitidezza e
proprietà della lingua , la vivacità dei sentimenti e degli affetti , espressi
colle più pure, ingenue e spontanee grazie. Quanto poi alla disposizione e
ordinamento della ma- teria, non dcbh’esservi nello stile semplice veruna
apparenza di studiala orditura, ma vuoisi un ordine tutto spontaneo, come
offronsi per sé stesse le cose , e in esso quasi a caso un’idea n’eccita
un’altra, e questa un’altra; e così via via successivamente da sé svolgonsi c
collegansi insieme. Ma qui appunto sta l’arte finissima e celata dello scrit-
tore , c del dicitore , di porre innanzi, cioè, a bella posta tali oggetti e in
tali circostanze, che naturalmente richia- mino c intreccino una successione d’
idee e di sentimenti , che guidino per sé stessi l’autore al preconcetto suo
scopo. Digitized by Google 220 Finalmente rispetto alla qualità della materia,
lo stile semplice non si limita già alle soie cose familiari c comuni, ma
estendesi anche agli argomenti più gravi e sublimi; co- me per esempio si è la
storia (Comentari di Cesare), le dispute di alta filosofìa (il sistema stoico
esposto da Ora- zio Satir. III. 1. I., e il sistema stoico e il peripatetico da
Cicerone prò Muraena); le massime morali (favole d’Esopo); i misteri di
Religione e le virtù eroiche (Fioretti di S. Fran- cesco; vite de’padri dal
Cavalca; Evangelio (2)). Dalle quali cose può concludersi con Cicerone, che lo
stile semplice pare ad ognuno facile ad imitarsi , ma vana ne riesce la prova.
Ilio modo confidunt se posse dicere. Nam orationis subtilitus imitabilis illa
quidem videtur esse exi- stimanti; sed nihil est experienti minus. (Cic. Orat.).
Similmente Oraz. Poetic. 240. Ex noto jìctum carmen sequar, ut sibi quivis Speret
idem, sudet multum frustraque laboret Ausus idem . Di questi dice Cicerone [De
Claris orat. 75.) « Etiam commentario? » quosdam
scripsit (Caesar) rerum suarutn: valile quidem, inquam, probatos. Nudi » enim
sunt, recti et venusti, omni ornata orationis, tamquam veste detracta. » Sed
dum voluit, alios habere parala, unde sumerent, qui vellent scribcre hi- »
storiam, ineptis gratum fortasse fecit, qui volenl illa calamistri inurere,
sanos » quidem homines a scribendo deterruit . . . Nihil enim est in hisloria
pura et » illustri brevitate dulcius ». (2) La divina sempiictà dell’Evangelio
è di tal bellezza e virtù, che ha tratto dalla bocca degli stessi antesignani
dell'empietà gli elogi i più segnalati- a io vi « confesso (dice Rousseau Emil.
1. 4. tit. 3.) che la maestà delle Scritture mi » sorprende. La santità
dell'Evangelio parla al mio cuore. Vedete i libri de’filo- » sofi con tutta la
loro pompa come son piccoli rispetto a quello 1 E egli pos- » sibile, che un
libro st sublime e insieme si semplice sia l'opera degli uomini? » Vedi Quinti). DELLE VARIE MODIFICAZIONI DEI
TRE PREDETTI GENERI DI STILE. Della varietà di stili subalterni. t Come
ciascuno ha una fìsonomia diversa da tutti gli altri uomini, così nella forma e
nel modo di favellare, quan- tunque nel suo genere perfetto, ha pur un
carattere, e una quasi fisonomia di stile tutta sua propria. Ciò scorgesi non
solo nelle belle lettere , ma in ogn’altra eziandio delle arti di genio.
Recherò a proposito un bel passo di Cicerone de Orai. III. 7. cc. « Una
fingendicst ars, in qua praestantes » fuerunt Myro , Polycletus , Lysippus; qui
omnes inter se » dissimiles fuerunt; sed ita tamcn , ut ncminem sui velis »
esse dissimilem. Una est ars ratioque picturae; dissimil- » limi tamen inter se
Zeuxis , Aglaophon , Apelles; neque » eorum quisquam est , cui quidquam in arte
sua deesse » vidcalur. Et si hoc in his quasi mutis artibus est miran- » dum ,
et tamcn verum ; quanto admirabilius in oratione »> atque in lingua ? Quae
quum in iisdem sententiis verbis- » que versetur, summas habet dissimilitudines
: non sic ut » alii laudandi, alii vituperandi sint ; sed ut ii, quos eon- »
stet esse laudandos , in dispari tamen genere laudentur. »> Atque id primum
in poelis cerni licet , quibus est pro- », xima cognatio cum oratoribus, quam
sint inter sese En- »> nius, Pacuvius, Acciusque dissimiles; quam apud Graecos
» Aeschylus, Sophocles, Euripides, quamquam omnibus par »> paene laus in
dissimili scribendi genere tribuatur. » Adspicite nunc eos homines atque
intuemini, quorum » de facultate quaerimus, quid intersit inter oratorum stu- »
dia atque naturas. Suavitatcm Isocrates, sublilitatem – H. P. GRICE:
IMPLICATURA -- Lysias, acuinen Hyperides , sonilum Aeschincs, vim Demo- »
sthcnes habuit. Quis eorum non egregius ? tamen quis cu- li iusquam nisi sui
similis? Gravitatelo Africanus, lenitatem » Laelius , asperitalem Galba ,
proflucns quiddam habuit n Carbo et canorum. Quis horum non princeps temporibus
» iliis fuit ? et suo tamen quisque in genere princeps. » Scd quid ego velerà
conquiram , quum mihi liceat » uti praescntibus exemplis atque vivis ? (e dopo
aver no- tato il vario carattere dei più insigni oratori allor viventi
conclude) . Quod si in nobis, qui adsumus, tantae dissi- » militudines , tam
certac rcs cuiusque propriae , et in ea » varietate fere meiius a deteriore,
facultate magis quam ge- ni nere distinguitur, atque orane laudatur, quod in
suo ge- li nere perfectum est; quid censelis, si omnes, qui ubique » sunt , aut
fucrunt oratores amplecli voluerimus , nonne » fore, ut, quot oratores, totidem
paene reperiantur genera » dicendi ? » Ora siffatta varietà di stili subalterni
nasce in prima dalla diversa costituzione fisica individuale, quindi dall’edu-
cazione e informazione morale, che corregge e modifica nei singoli uomini le
ingenite disposizioni della natura. Del modo di governare quanto allo stile i
diversi ingegni secondo la natura individuale di ciascuno. Le differenze degl’
ingegni, le quali possono compren- dersi sotto classi distinte, nascono o dalla
varia forza e pre- valenza delle doti intrinseche dell’animo (prevalendo in al-
cuni le forze intellettuali, in altri quelle della fantasia e del sentimento) ;
ovvero dalla varia attitudine di estrinsecare (dirò così) le proprie idee , e i
propri sentimenti (essendo taluni per natura disposti a parlar poco e concettoso,
altri a parlar diffuso e grandioso). Ora primieramente rispetto a quegl’
ingegni ne’ quali la prevalenza siavi in alcuna delle doti intrinseche, i pre-
cetti a ben governarli han per fine di porre in perfetto ac- cordo la mente col
cuore umano , e di subordinare la vi- vezza della fantasia e del sentimento
alla retta ragione. E però in l.° luogo quelli, in cui prevale la severità del
ragionare, conviene assuefarli allo studio delle opere di squisito sentimento e
di bella immaginazione, quali sono i poeti classici, e quei grandi prosatori, che
alla robustezza del ragionamento seppero unire i vivi colori della fantasia, e
le grazie di uno squisito sentimento , come per es. Pla- tone, Demostene,
Cicerone. Riguardo poi a coloro, ne’ quali prevale la forza della fantasia, e
la vivezza degli affetti, conviene usare più se- vera disciplina, avvezzandoli
al rigore del raziocinio, e allo stile equabile e temperato, proponendo loro a
studiare, per modo d’ esempio, le opere filosofiche di Cicerone, la storia
narrata pianamente ec. Nello studio poi dei poeti, o degli oratori di stile
animato e adorno, esigere un’ esatta analisi, ove apparisca come le vive
immagini, le figure e ogn’allro ornamento serva opportunamente allo scopo
primario di lu- meggiare e dar forza al concetto e al ragionamento. Simili sono
le regole per correggere c temperare le di- verse disposizioni naturali di
estrinsecare i propri concetti. Imperciocché se il riservato parlare, che
scorgesi in taluni, non nasca da sterilità di vena , ma da troppa timidezza o
da tardità di sviluppo delle doti naturali , fa d’uopo ecci- tarli e animarli,
sia coll’avvezzarli alle amplificazioni, sia collo studio degli autori di stile
grandioso e robusto. Al contrario quei di precoce ingegno c troppo espansivi e
feraci convien contenerli con opposti esercizi , seguendo e per gli uni e per
gli altri 1’ esempio d’ Isocrate ramme- morato da Cicerone (De Orat.) « Dicebat
Isocràtes , » doctor singularis , se calcaribus in Ephoro, contra aulcm » in
Theopompo frenis uti solere. Alterum enim, cxsultantem Digitized by Google 224
» verborum audacia , rcprimebat ; allcrum cunclantem et » quasi vcrccundantem ,
incitabat. Ncque eos simile» ef- )> fecit inter se, sed tantum alteri
affinxit, de altero limavit, » ut id conformaret in utroque, quod utriusque
natura pa- li tcretur ». Può altresì avvenire che il parlar rimesso di taluni
non provenga nè da timidezza nè da tardità di sviluppo , ma dalla natura del
suo ingegno profondo e concettoso: come in altri il parlar diiTuso può derivare
, non da franchezza di spirito e facilità di favellare, ma dal modo largo e
gran- dioso di vedere le cose. Ora cotestc diverse disposizioni di natura, ben
dirette e coltivate , producono due forme subalterne di stile, cia- scuna nel
suo genere pregevolissima : l’una è lo stile con- cettoso, detto comunemente
laconico (1); l’altro lo stile largo c magnifico, che se eccede vicn detto
aiiatico. Lo stile conciso o laconico si è quello , che in poche parole
racchiude grandi concetti , che dice molto in poco. A questa sorte di stile è
necessaria una somma evidenza di espressione. E però conviene esprimere con
parole le più proprie , e con le più vive metafore , tutte e sole le cose
sostanziali , primarie e caratteristiche del concetto : altri- menti cadrebbesi
nel vizio di oscurità : brevis, esse laboro, obscurus fio, come dice Orazio. Lo
stile laconico può usarsi l.° in semplici sentenze, e queste o spartite in modo
aforistico , come gli aforismi medici d’ Ippocrate, le filosofiche sentenze di
Taletc, i pro- ti) Laconico o sia sparlano; essendosi gli Spartani resi celebri
per li delti concettosi, e per la la loro avversione al dir prolisso. Per es.
Avendo loro mi- nacciato un nemico con lunghe dicerie ruina ed esterminio ,
risposero con una sola sillaba si, se cioè, se tanto potrai, se noi non sapremo
resistere e abbat- terti . . . Cosi alle dimande di Filippo re de’Macedoni
risposero con un ou non. Cleomene duce degli Spartani a quei di Sainiu rispose
Eorum quae dixistis prima non memini ; media non intelligo; ultima non probo.
Delle stesso genere è la lettera di Cesare sopra citala veni, vidi, vici.
Digitized by Google 225 verbi di Salomone ec. ovvero unite ad un discorso
continuato, come la moralità nelle favole d’Esopo, le massime politiche,
economiche , religiose , che nel decorso di una narrazione istorica o di altri
dicorsi dal complesso dei fatti e dalla forza del ragionamento nascono spontaneamente
quali lu- minosi epifonemi. Può altresì usarsi il laconismo in discorsi
continuati , come è nella storia di Tacito; nelle vite degli uomini illustri di
Cornelio, e in quell’altra del medesimo ora smarrita: al quale dice Catullo,
nel dedicargli i suoi versi. .... Ausus es unus Italorum Omne aevum tribus explicare
chartis, Doctts, Iupiter, et laboriosis. L’effetto
dello stile laconico bene adoperato si è d’im- primere le cose nell’ animo di
chi ode prontamente, e for- temente e fecondamente. Lo stile poi largo e
magnifico è quello che non pur esprime le doti e le caratteristiche essenziali
del soggetto; ma che inoltre lo svolge e lo rappresenta in tutte le parti che
lo compongono, e nelle circostanze e aggiunti che danno lume a vederlo nel
intero suo essere. E però questo stile adattasi più facilmente alla intel-
ligenza di qualunque sorta d’ uditori , essendo essi guidati quasi per mano a
considerare ogni cosa , e a tutto age- volmente comprendere 1’ argomento ;
siccome è lo stile di Omero, di Erodoto, e di Cicerone nelle orazioni al
popolo. Le regole poi a ben fondere il discorso in istile largo e grandioso
sono le stesse da noi date per l’ amplificazione dei concetti, e quelle da
praticarsi nell’analisi degli autori ; il cui fine si ò di conoscere e di
rappresentare il tutto nella sua perfetta integrità. Due poi sono i vizi , nei
quali si può di leggieri ca- dere usando di questo stile: l.° la gonGezza, di
chi (pro- fert) ampullas et sesquipedalia verba, et sonos: onde il suo
declamare è meritamente deriso e dispregiato : 2.® la mi- 15 gitized by Google
226 nutezza di chi va appresso alle cose minime e di niuno in- teresse;
l’effetto della quale si è il languore : sectantem laevia nervi de/iciunt ,
animique {Hor. Poe.). REGOLE PRATICHE PER ACQUISTARE L’OTTIMO STILE. Scelta
degli esemplari da studiarsi. Per formarsi l’ottimo stile primo divisamente sia
di scegliersi per esemplari da studiare gli autori del secolo d’oro delle
lettere. Fra questi prescelgasi taluno a norma e pascolo continuo , quello cioè
che più adattasi al genio proprio di ciascuno: al quale di quando in quando
aggiun- gaci altri autori di diverso stile, si in prosa come in versi, ma tutti
di buon metallo. Per dare poi l’ultima perfezione al gusto , ottimo consiglio
si è di applicarsi studiosamente alle opere di più schietta e nativa
semplicità, come in latino le favole di Fedro, le commedie di Plauto e di
Terenzio, o alcune parti di esse , (ma cautamente scelte) ; l’ epistole di
Cicerone. E in italiano i fioretti di S. Francesco, le vite de’ SS. Padri del
Cavalca , il Passavanti. Se pur non fia meglio incomimeiare da questi autori,
dai quali imparasi la proprietà delle voci, e il nativo lume della eleganza, e
pas- sare quindi alle opere di più studiata elocuzione, ma senza però
tralasciar mai lo studio di quegli aurei esemplari. Cicerone (De Claris orai, seu Brulus c. 74)
parlando dell'aurea proprietà ed eleganza degli antichi, che chiama loquutionem
emendatavi et latinam, sog- giunge « cuius penes quos laus adhuc fuil, non fuit
rationis aut scienliae, sed » quasi honae consuetudinis . . . zElalis illius
fuit laus lanquam innocenliae, » sic latine loquendi . Omnes lum fere , qui nec
extra urbem hanc vi ve- li rant, ner os aliqua barbarie domestica infuscaverant
, reele loquebanlur. Sed Modo di studiare siffatti esemplari e di esercitarsi
gradatamente dietro le loro orme. Cicerone (de Orat. I. 33. 34) ed altri sommi
maestri danno le seguenti regole. 1. ° Attenta e assidua lettura di tali
autori, ricercan- done tutto il hello con ben ordinata analisi. 2. °
Trascriverne dei belli tratti e impararli a memoria. 3. ° Recitarli ad alta
voce, ma bene a senso, e secondo le regole di retta pronuncia ed azione. E ciò
fare alla pre- senza eziandio di giudici discreti. 4. ° Imitarli, e ciò in vari
modi: cioè, Ietta, per eserft- pio, una narrazione, o un tratto qualunque di
classico au- tore, provarsi di ripeterlo a voce e in iscritto nello stesso
idioma; ovvero tradurlo quanto meglio si può da una lin- gua aH’altra: ed anche
scelto un simile argomento (come a modo d’esempio il duello di Mallio col
soldato Gallo, o quello di David con Golia nella valle di Terebinto, in mezzo
a’due eserciti, giudeo e filisteo, paragonato al combattimento degli Orazi e
Curiazi di Livio) foggiarlo su le norme del proposto esemplare. 5. ° Per ultimo
vengono gli esercizi da farsi tutti del suo, e come suol dirsi proprio Marte. E
in prima possono farsi utilmente quegli esercizi, che suggerisce Cicerone in-
torno agli autori stessi che studiansi; dicendo egli exercita- tionis causa
laudandi , interpretandi , corrigendi, vituperandi , » hanc certe rem
deteriorem vetustas fecit, et Romae et in Graecia. Confluxe- » runt enim et Athenas
et in hanc urbem multi inquinale loquentes ex diversis » locis. Quo magis
expurgandus est sermo . . Caesar autem rationem adhihens, # consuctudincm
vitiosam et corruptam pura et incorrupla Iocutione emendavi!. » (E ciò fece con
somma diligenza : perciocché) ut essel perfecta illa bene di- » cendi laus,
multò lilcris, et iis quidem reconditi? et exquisitis summoque stu- » dio et
diligentia est conscquutus. Qui
in maximis oecupalionibus . . . de ra- » lione latine loquendi accurati.-:. ime
scripsit ». refellendi s uni. Ma in quanto al correggerli, al biasimarli e
confutarli , ciò dee farsi solo nei gravi e manifesti loro errori, e con molta
urbanità. Per un altro esercizio possono confrontarsi due autori, che in vario
modo trattino lo stesso argomento, considerando le ragioni del vario modo
d’esporlo, benché ciascuno nel suo genere perfetto. Un terzo esercizio si è di
prendere un argomento qua- lunque e dirne prò e contro, come lo stesso Cicerone
con- siglia , dicendo. Disputandumque de omni re in contrarias partes, et
quidquid erit in quoque re, quod probabile vidcri possit , eliciendum. Intorno
a ciò trovasi un'ampia selva d’esempi, tracciali da Bacone da Verulamio nell’
opera de Augmentis scientiarum 1 . VI cap. III. Sebbene poi sia cosa utile fare
a voce i predetti eser- cizi; pure, come insegna Cicerone, il modo migliore si
è, quamplurimutn scribere : Stylus optimus dicendi effcctor et magister.
Finalmente dopo la pratica dei detti esercizi fatta in privato passare alla
pubblica palestra, c dalle cose finte alle vere. Educenda deinde dictio est ex
hoc domestica exercita- tione et umbratili medium in agmen , in pulverem , in
cla- morem, in castra, atque in aciem forensem. Subeundus usus omnium , et
periclitandae vires ingenii et illa commentano inclusa in veritatis lucèm
proferendo est . Orila Invenzione rettorie». CHE INTENDASI PER INVENZIONE
RETTORICA, E PARTIZIONE DELLE MATERIE. La parola invenzione, che derivasi dal
latino inventio, ri • travamento, applicata all’arte rettorica può significare
due cose, l’una si è il ritrovamento di un tema bello e accon- cio al nostro
intento; l’altra si è il ritrovamento di ciò che fa di bisogno a ben trattarlo.
Non occorre qui favel- lar della prima , essendo ufficio del maestro rinvenire
e proporre agli scolari temi opportuni ad esser da loro ese- guiti. Ed anche
rispetto alle persone già formate nell’arte del bello scrivere, il tema del
ragionamento è loro comu- nemente suggerito dall’occasione stessa che offresi
di trat- tare privati o pubblici negozi. Ora siccome il fine di qualsivoglia
nostro discorso deve esser quello di persuadere altrui qualche utile verità , e
di farla efficacemente amare; perciò doppio ha da essere altresì lo scopo della
invenzione, l’uno di trovare quegli argomenti che più valgono ad istruire e
persuadere l’intelletto, l’altro di trovare e scegliere i motivi più atti a
muovere l’altrui volontà ad abbracciar di buon grado quel partito che siasi
conosciuto vero utile ed onesto. Imperocché quantunque il conoscere
coH’inlclletto un 1 utile verità con evidente ragion dimostrata, molto per sé
stesso valga a farla bramare; Quid enim fortius desiderai anima quam veritatem?
(S. Aug.); pur 230 tuttavia spesso interviene, che se non si adoperino insieme
forti motivi per eccitare ed infiammare gli affetti del cuore umano, il solo
freddo magistero della ragione rimanga al tutto sterile, dicendosi : Video
meliora proboque , deteriora sequor. All’ incontro chi molto si adoperasse a
muover gli af- fetti, senza gran fatto brigarsi di solidamente dimostrare la
verità del suo argomento , potrebbe in vero produrre tal- volta dei buoni
desideri ed anche alcun frutto del suo di- scorso, ma di corta durata. Adunque
il primario avviso dello scrittore e dell’ora- tore debb’ essere di stabilire e
corroborare il suo discorso con solidi argomenti, da indurre neH’intellelto
altrui pieno convincimento della verità proposta. Deve poi insieme toccare
opportunamente quelle corde del cuore umano, che meglio valgono a piegare
l’altrui volontà allo scopo da esso inteso: affinché» scolpita profondamente
nell’animo la verità e uti- lità del partito proposto, pongasi incontanente
mano all’opera c virilmente si compia. Or siccome le predette cose possono
considerarsi in due modi, o in generale , qualunque sia la natura e l’ indole
dei componimenti; ovvero in particolare, tanto rispetto alla prosa, quanto alla
poesia , e alla diverse specie sì di ora- zioni, come di poemi : quindi è che
il libro III della in- venzione convien dividerlo in due trattati , uno
generale , l’altro particolare. DELLA INVENZIONE RETTORICA IN GENERALE. Dalle
cose predette chiaramente apparisce come il trat- tato generale della
invenzione rettorica, detto dagli antichi topica o luoghi rettorie*, ha due
parti, la prima che diciamo logica rettorica o sia topica rispetto
all’argomentare, addita Digitized by C 231 le fonti degli argomenti e dà le
regole riguardo aliai per- suasione dell’ intelletto; la seconda, che appellasi
patetica ed etica pratica , insegna l’arte di muovere e governare gli af- fetti
del cuor umano a fine di piegare la volontà di chi ode a ciò che intendiamo. Ma
all’udir i nomi di logica, di patetica ed etica pen- serà forse taluno, ch’io
voglia menare nel campo della fi- losofia i giovanetti retlorici prima del
tempo debito. E però a tórre ogni falsa apprensione, conviene che qui dichiari
il mio intendimento. Nel trattare della logica rettorica , della patetica ed
etica (quanto spetta a noi) ci sarà al certo di scorta la fi- losofia ; non
sarà però il nostro discorso punto scientifico, ma al tutto pratico e piano.
Imperocché siccome a ben ap- prendere le arti meccaniche egli è cosa molto
giovevole stu- diare la geometria e l’aritmetica, non già al modo scienti- fico
d’ Euclide, ma in modo tutto semplice e pratico appli- cabile alle arti
medesime; cosi a più forte ragione nell’arte nobilissima rettorica, che non ha
per oggetto un utile ma- teriale; ma sì d’insegnare e persuadere altrui la
verità, la virtù, la vera utilità, e di eccitarne la volontà a bramarla ed
ottenerla, egli è al tutto necessario prendere in prestito dalla filosofia quei
principi, e quelle regole, che a cosiffatto scopo unicamente conducono. E ciò,
come è detto, non si farà da noi in modo scientifico , che pur sarebbe
l’ottimo, ma in modo positivo e dommatico. La filosofia poi a suo tempo
perfezionerà la coltura. TOPICA RETTORICA RISPETTO ALL’aRGOMENTARE. CAPITOLO I.
DELLE PRECIPUE FACOLTA' DELL’ANIMA UMANA. L’uomo $i definisce un animale
ragionevole, il che vuol dire , eh’ egli è composto di anima intelligente e di
corpo maravigliosamente conformato; e l’una e l’altra sostanza, la spirituale e
la materiale, cosi sono tra loro congiunte, che l’anima informando il corpo gli
dà il movimento e la vita; il corpo all’ opposito co’ suoi cinque organi
scnsorii, vista, udito, gusto, odorato e tatto serve come d’ istrumento al-
l’anima, ond’ella esercita le sue nobili facoltà. Ora due sono le primarie
facoltà dell’ anima umana , l’ intelletto e la volontà. L’oggetto dell’
intelletto è il vero, quello della volontà è il bene ; o sia l’ intelletto è
quella no- bilissima facoltà dell’anima, per la quale percepisce e con- templa
le cose materiali e immateriali con le loro necessarie relazioni, e le discerne
dalle false. La volontà poi è quella facoltà, onde l’anima appetisce il bene, o
sia appetisce quelle cose che per mezzo dell’ intelletto apprende come a sò
utili e dilettevoli. Adunque prima è l’ intendere , poi il volere ; nè può
l’uomo volere niuna cosa, se prima non la conosca in qual- che modo a sè utile
e dilettevole. E però pongasi questa massima assiomatica, che nulla può volersi
se pria non siasi conosciuto sotto qualche apparenza di bene : Nil volitum quin
praecognitum (scilicet tanquam bonum); e voluntas non fertur in ignotum. All’
intelletto poi sono strettamente congiunte due altre facoltà secondarie, che a
lui servono e valgono a mirabil- mente nobilitarlo, la memoria, dico, e la
fantasia. La memo- Digitized by Google 233 ria è la facoltà di ritenere e di
richiamare le cognizioni acquistate. Memoria est per quam animus repetit illa
quae fuerunt. Gic. 2. inv. 53. La fantasia poi è quella facoltà, per la quale
le cose assenti , o trapassate , ovvero future , l’animo così se le rappresenta
con tutte loro fattezze , at- teggiamenti e vicissitudini, come fossero
veramente presenti e sottoposte ai sensi. E ciò tanto se sieno oggetti reali e
tali quali in natura esistono , quanto se composti e abbel- liti, o anche
creati di nuovo e al tutto simili al vero. La forza e acutezza d’ intendere, la
prontezza e tena- cità del ricordarsi , la vivezza e fertilità d’ immaginare ,
è ciò che forma gli uomini che diconsi di nobile intelletto , di gran mente, di
grande ingegno, di genio (1). L’altra facoltà primaria dell’anima umana, come
dianzi è detto, si è la volontà , cioè quella facoltà che ha per suo oggetto
proprio il bene. Ma a fine di conoscerne la sua vera natura , fa d’ uopo
considerare come ogni animale per na- tura abborre il dolore e tutti quegli
oggetti che conosce ca- (1) Giova qui nolare come il vocabolo intelletto
differisca dal vocabolo rr.ente si in Ialino come in italiano. La voce
intelletto è unicamente adoperata a signi- ficare la facoltà principe
dell'anima di conoscere e discernere il vero dal falso; la voce mente ha un
significalo più largo e comprende tanto la facoltà primaria d’in- tendere,
quanto le altre facoltà dell'anima: e talvolta usasi per indicarne una ,
talvolta un altra, e talvolta il complesso di tutte. Prendesi mente per la sola
in- telligenza, come quando disse Cic. 3 Tusc. S. « Mens, cui regnimi totius
animi » a natura Iributum est »: e quando diciamo mente chiara, perspicace,
acuta intelligente. Prendesi anche mente per significare la memoria: e però
diresi, te- nere e avere a mente, richiamare e ridursi alla mente. Come Dante
Pur. 33. Tu nota: e si come da me son porle - Queste parole si le insegna a vivi
- Del viver ch’è un correre alla morte. Ed aggi {abbi) a mente quando tu le
scrivi. E altrove. O mente che scrivesti ciò ch’io vidi - Qui si parrà la tua
nobilitate; (che può ciò anche intendersi per la fantasia poetica). E Virg.
mane t alta mente repostum. E Cic. Brut. 61. « Huic, minime mirum, ex tempore
dicenti solitam efQuere menlem o. Talvolta mens prendesi per l’anima stessa con
tutte le sue facoltà , come Cic. Mil. 31. Quasi nostram ipsam menlem , qua
sapimus , qua » providemus, qua haec ipsa agimus, et dicimus, videre, aut piane
qualis, aut « ubi sit, sentire possimus. Talvolta prendesi per consiglio,
disegno, proposito, vo- lontà. Coro. Annib. vita. Id iusiurandum usque ad hanc
diem servavi, ut nemini dubium esse delieal, quia reliquo tempore eadem mente
sim futurus. Dlcfitized by Google 234 paci di molestarlo j e appetisce quelli
oggetti che conosce alti a lenire il dolore e a recargli piacere. £ questa
appe- tizione del bene (che dicesi amore) è naturale e spontanea in ogni
animale c muovesi tosto che offresi a lui un oggetto sotto apparenza di bene.
Ora siffatto impulso spontaneo, e che ha per oggetto i beni materiali atti a
procacciare il piacere dei sensi e il ben essere della vita , questo mede- simo
è comune anehe all’ uomo , e da esso unicamente è guidato prima dell’uso di
ragione. Così Dante Purg. XVIII. 19. L’animo , ch’è creato ad amar presto Ad
ogni cosa è mobile che piace Tosto che dal piacere in atto è desto. Ma l’uomo
(come fatto capace di un ordine superiore di molto alle bestie, dell’ordine
cioè intellettuale e morale c della nobilissima destinazione ad una perfetta
felicità nella vita avvenire) quando in lui sviluppasi la ragione, a poco a
poco colla riflessione e molto anche coll’esperienza cono- sce come tra gli
oggetti materiali vi ha dei veri beni , e degli apparenti e lusinghieri , che
oppongonsi al vero suo bene, alla sua vera felicità. E però, sicgue Dante loc.
cit. v. 62. ec. Innata v’è la virtù che consiglia , E dell’assenso dee tener la
soglia. Quest’ è ’l principio là onde si piglia Cagion di meritar in voi ,
secondo C he buoni o rei amori accoglie e viglia (1). Questa nobile virtù o
potenza dell’anima umana, onde 1’ uomo sotto lo stimolo degli oggetti
dilettevoli , o disgu- stosi, può a suo senno tenere in freno l’appetito
naturale, ed esaminando deliberare sulla forza de’ motivi e delle ra- gioni,
che lo invitano a seguire uno o un altro partito, e in ultimo a suo talento
determinarsi e acconsentire o dissen- tire , questa nobilissima potenza dico è
quella che appellasi (i) Viglia, cioè sceglie, siccome tassi del buon grano col
vaglio. libero arbitrio , o libertà , che costituisce 1’ uomo signore e
responsabile delle sue azioni, degno di lode o di biasimo, di premio o di pena.
Ora l’appetito naturale che sotto la guida della ragione, e l’ impero del
libero arbitrio, si piega inverso qualche bene è ciò che dicesi volontà, la
quale è propria del solo uomo ragionevole. Come dice AQUINO (vedasi) I. P. q.
a. Voluntas est rationalis appetitus qui
est propria s hominis e però gli atti che diconsi volontarii nel vero loro
significato appartengono solo all’uomo. Nota poi s. Tommaso, che quan- tunque
in qualche senso possa dirsi anche delle bestie che volontariamente operino;
pure il volontario nel suo proprio significato è un operazione ragionevole ,
cioè che parte da un principio intrinseco e con perfetta cognizione del fine. »
Perfecta quidem finis cognitio est, quando non solum ap- » prehenditur res,
quae est finis, sed etiam cognoscitur ratio » finis , et proportio eius quod
ordinatur ad finem ipsum. » Et talis cognitio finis competit soli rationali
naturae. Im- » perfecta aulem cognitio finis est , quae in sola finis ap- »>
prehensione consistit , sine hoc quod cognoscatur ratio » finis , et proportio
actus ad Gncm. Et talis cognitio finis » reperitur in brulis animalibus per
sensum et acstimatio- » nem naturatemi». (P. I. q. 6. a. 2.) DELLE PRINCIPALI
OPERAZIONI DELL’INTELLETTO UMANO, E DEI VOCABOLI CO* QUALI VENGON SIGNIFICATE.
Tre principalmente sono i generi distinti di operazioni dell’ intelletto umano,
l’idea, il giudizio e il raziocinio, che per mezzo di vocaboli ad altri
manifestiamo. Or di ciascuno separatamente dirò quanto basta al nostro
proposito. Idea , voce formata dal verbo greco stdnv vedere , si- gnifica
vistone, o immagine di qualche cosa, formata e im- Digitized by Google 236
pressa nel nostro intelletto , come a modo d’esempio l’ im- magine di un albero,
di un cavallo, di un tempio, che ve- duto da noi coi sensi esterni, rimane
impressa nella memo- ria , e l’ intelletto la ravvisa , anche quando è rimosso
dai sensi l’oggetto medesimo. Molte classi distinte d’ idee sogliono
annoverarsi dai fi- losofi, ma quello, che a noi giova notare, si è che vi sono
idee che diconsi altre concrete , altre astratte, ed anche idee individuali e
idee universali. Le idee concrete o reali sono quelle immagini che
rappresentano cose veramente esistenti, tanto se siano materiali, come sasso,
fiume, albero; quanto immateriali, come anima, angelo, Dio ec. Le idee astratte
poi sono quelle, che ci rappresentano alcune qualità c ope- razioni delle cose
che realmente esistono, come la loro gran- dezza, la forma, ec. per es. l’idea
di un triangolo, di un cerchio; così l’ idea di giustizia, o ingiustizia, l’
idea della bellezza, della verità, della virtù ec. sono tutte idee astratte.
Distinguonsi anche le idee in individuali, e in univer- sali. Le individuali
son quelle che rappresentano un solo og- getto come sole, luna, Cicerone,
Virgilio, Roma, Napoli ec. che esprimonsi coi nomi detti dai grammatici nomi
propri : le universali quelle che indicano tutta intera una classe di cose; ed
esprimonsi coi nomi detti da’ grammatici nomi ap- pellativi, come città, uomo,
ec. Le idee universali poi si distinguono in due classi, in idee specifiche,
che rappresentano tutta intera una specie di cose , e in idee generiche , che
esprimono tutto un genere intero. Col nome poi di specie intcndesi una similitudine
d' individui , o sia tutta una classe d’ individui simili tra loro in alcuna
qualità, che li distingue da tutti gli indivi- dui di altre classi , come 1’
idea di uomo comprende tutti gl’ individui della razza umana o sia degli
animali ragio- nevoli , ed è distinta da ogni altra specie d’animali , dalle
pecore, dai cani, dai cavalli ec. e da qualunque altra specie di cose. E l’idea
uomo non indica singolarmente nè Cice- Digitized by Googl 237 rone, nè
Virgilio, nè Demostene, né Omero, né altro indi- viduo, ma vale a significare
qualunque individuo composto di corpo organico, informato da un’anima
intelligente. Adun- que l’ idea e il vocabolo appellativo uomo è idea e
vocabolo specifico, cosi quello di capra, di pecora, di cavallo ec. Inoltre un
nome appellativo può aver anche un senso più esteso, può indicare cioè molte
specie simili; per esem- pio il nome animale comprende tanto la specie degli
uomini, quanto quella delle pecore, de’ cavalli, e di qualunque al- tra razza
di bestie, or quel nome appellativo che indica il complesso di varie specie tra
loro simili, dicesi generico. Adunque la specie è un’idea universale che
comprende tutta un moltitudine d’ individui tra loro simili : il genere è un’
idea universale che comprende un complesso di specie fra loro simili. Conviene
anche notare , come vi ha una gradazione nelle idee generiche , e nei nomi
appellativi che le signi- ficano. Per es. animale , come si è detto, è un
vocabolo ge- nerico, perché comprende tutte le specie degli esseri com- posti
di anima e di corpo, sieno o no ragionevoli: così ve- getale comprende
qualunque specie di piante ec. , e però anch’esso è un nome generico. Ma il
nome vivente comprende varii generi simili, cioè tanto il genere degli animali
quanto quello delle piante, e di qualunque altro genere di cose che abbia vita.
L’ idea poi c il vocabolo esistente è anche più esteso, ed esprime qualunque
genere di cose, che esistano, cioè comprende il genere degli animali, dei
vegetali, de’ mi- nerali, degli astri, e qualunque altro genere di esseri esi-
stenti nel mondo visibile, o anche invisibile, come sono gli angeli, e Dio (1).
E ciò basti quanto alla prima operazione deli’ intelletto. (i) Il vocabolo
spicie [forma ) distinto dal vocabolo genere è usato da’fi- losofi per determinare
e distinguere precisamente le idee universali e il senso dei vari nomi
appellativi. Ma è da notare come nel parlar comune la voce specie* , specie,
dagli autori latini e italiani prendesi nel suo nativo significalo Digìtìzed by
Google 238 Quanto poi alle altre due, cioè al giudizio, e al razio- cinio, se
n’è già data la nozione (P. I. della elocuzione). Ove si è detto come U
giudizio è quell’ operazione dell’intelletto con la quale affermiamo o neghiamo
qualche cosa, o in altre parole, il giudizio è quell’ atto dell’ intelletto col
quale avvertiamo chiaramente la convenienza o disconvenienza di due idee fra
loro. Il giudizio poi della mente, se sia espresso colle parole dicesi
proposizione. Si sono ivi eziandio notate le tre parti essenziali di
qualsivoglia proposizione, cioè soggetto , predicato e copula: le quali se
sieno tutte e tre espresse , dicesi proposizione esplicita; siccome poi i verbi
di modo finito contengono in sè sempre il predicato e la copula, e talvolta
anche il sog- getto, perciò sono essi tante proposizioni implicite. Si sono
anche distinte le proposizioni semplici, aventi un solo soggetto e un solo
predicato , dalle composte , le quali o hanno più soggetti, o più predicati
uniti insieme o colle particelle copulative o colle disgiuntive; e però le
proposizioni son anch’esse dette o copulative o disgiuntive: ovvero una
proposizione principale , contiene in sé una o più proposizioni subalterne , le
quali servono a dichiarar meglio e il soggetto , o il predicato , o il modo e
ragione della loro convenienza o disconvenienza. Quindi all’art. II. §. II. si
è dichiarato, come il razio- cinio è quell’operazione delfintelletto con cui da
una verità certa e ben nota se ne deduce un altra prima ignota o non ancora
certa: la quale operazione espressa colle parole, suole appellarsi generalmente
argomentazione. E quella verità certa ed evidente , che no fa conoscere un’
altra prima ignota o incerta; dicesi argomento; questo forma il principio del
ra- gionamento, quella ne è la conseguenza. di forma, apparenza, bellezza,
cosi. Oh quanta species ! cerebrum non habet. Similmente dicesi sotto specie di
bene, sotto specie di virtù, sotto specie di pane ecc. E la voce genere usasi
anche a indicare una specie propriamente delta. Come dicendo il genere umano,
id geni ss bornio um ecc. Digitized by Googl 239 Poste queste semplicissime
nozioni logiche, potremo fa- cilmente intendere l’ indole e 1’ uso dei luoghi
rettorici ; i quali servono appunto a ritrovare e determinare con ogni evidenza
le varie specie di tali principii , che formano come il fondamento dei nostri
ragionamenti. DEI LUOGHI ONDE TRAR SI POSSONO GLI ARGOMENTI. I luoghi
rettorici, quanto al ritrovamento degli argo- menti , hanno per autore
Aristotele , di cui dice Cicerone (de Orai.) « Arisloteles is, quem maxime ego
admiror, « proposuit quosdam locos, ex quibus omnis argumenti via, » non modo
ad philosophorum disputationem, sed etiam ad » hanc, qua in causis utimur ,
invenirctur ». E poco ap- presso, dandogli il sommo elogio d 'ingegno divino
(illius di- vini ingenii) soggiunge dicendo « Ille eadem acie mentis , » qua
rerum omnium vim naturamque viderat, haec quoque » aspcxit , quae ad dicendi
artem . . . pertinebant ». (38) Che se trattisi (dic’egli) di giovani rozzi e
poco o nulla esperti nell’arte di favellare e comporre, voglion esser gui- dati
come per mano da’ maestri comunali ; ma se sieno già dirozzati , ed esercitati
nello scrivere , e di buona mente, conviene guidarli a queste fonti
aristoteliche « Ego autem » si quem nunc piane rudem institui ad dicendum
velim, » his (magistris) potius tradam assiduis uno opere candem » incudem diem
noctcmque tundentibus, qui omnes tenuis- » si mas particulas, atque omnia
minima mansa, ut nutriccs » infanlibus pueris , in os inserant. Sin sit is, qui
et do- » ctrina mihi liberaliter institutus, et aliquo iam imbutus » usu , et
satis acri ingenio esse videatur : illue eum ra- » piani, ubi non seclusa
aliqua aquula teneatur, sed unde » universum flumen erumpat ; qui illi sedes ,
et tanquam Digitized by Google 240 » domicilia omnium argumcnlorum commonslret,
et ca bre- » viler illustret, verbisque definiat ». (39) Quindi in questo
stesso capitolo dà in compendio l’idea di cotesti luoghi, e cosi altrove
(orator). Ma nell’opera in- titolata topica ad Trebatium svolge e dichiara
tutta la dot- trina d’ Aristotele su questa materia. Dice dunque Cicerone
(Topica II.). «Quum pervestigare » argumentum aliquod volumus , locos nosse
debemus: sic » enim appellatae ab Aristotele sunt hac quasi argumcnto- » rum
sedes, e quibus argumcnta promunlur. Itaque licei » definire, locum esse
argumenti sedera , argumentum autem , » rationem quae rei dubiae faciat /idem »
. Ovvero possiam definire V argomento (come sopra è detto) una ragione o ve-
rità certa ed evidente che ne dà a conoscere alcun altra che prima era ignota o
incerta. I luoghi poi dividonsi in due distinti generi, altri sono intrinseci ,
altri estrinseci : gl’intrinseci son quelli che ad- ditano gli argomenti
inerenti alle stesse cose, e che disco- pronsi colla sola ragione ; gli
estrinseci , quelli derivati dall’autorità altrui. Dei luoghi rettorici
intrinseci. Tutta la dottrina dei luoghi intrinseci la svolge Cicerone nei
primi 18 capitoli riducendoli tutti a 16 luoghi; e in ultimo epilogando
conclude : « Perfecta est omnis argumentorum » inveniendorum praeceplio, ut,
quum profecta sit a defi- » nitione, a partitone, a notatione, a coniugatis, a
genere , » a forma, (idest specie) a similitudine, a differenza, a con- »
trariis, ab adiunctis, a consequentibus, ab antecedentibus, » a repugnantibus,
a causis ab effectis, a comparatione ma- ri iorum, minorum, parium, nulla
praeterea sedes argumenti » quaerenda sit ». Digitized by Google 241 Ora a fine
di rendere più facile all’intelligenza dei gio- vanetti rettorici tutta questa
dottrina dei luoghi , ci stu- dieremo di ridurli ad un concetto, e ad una
divisione più semplice . §. I.° Prima specie di luoghi rettorici che servono a
dare un’idea chiara e adeguata della cosa, onde vuol trarsi ar- gomento. E in
l.° luogo, quando vengaci dato un tema da trat- tare, per esempio di favellare o
prò o contro di un re, di un console, di una persona di qualsivoglia stato e
condizione, ovvero di altre cose , materiali o immateriali , concrete o
astratte; la prima e più naturale regola si è, di por mente e considerar bene
il personaggio medesimo, o la cosa pro- postaci, per formarcene un idea giusta
e completa; dal che nasceranno spontaneamente le conseguenze prò e cantra ,
conforme al nostro intendimento. Ora a ciò valgono appunto sette dei predetti
luoghi annoverati da Cicerone : quelli cioè che diconsi a nota- tone nominis, a
coniugatis , a definitione, a partii ione, ab adiunclis, ab antecedentibus ed a
consequentibus. In fatti siccome i nomi sono i segni delle idee, perciò
considerando 1’ etimologia c la propria forza delle parole , di leggieri ne conosceremo
le sue proprietà : laonde si ha il luogo rettorico detto notatio nominis, che
Cicerone definisce. Ea est notatio , quum ex vi nominis argumentum elicitur. Per es. Consul est
qui consulit patriae. E però parlando
di un console inetto o malvagio , può argomentarsi così. Sei tu console; dunque
non dovevi vivere spensieratamente, nè far lega coi nemici della patria ecc. ma
tutte le tue cure, i detti, i consigli, i fatti dirigere al bene della patria.
Similmente di un medico che volesse dar giudizio sulle arti e scienze aliene
dalla sua professione , e molto più di un fabbro, che ciò pretendesse di fare,
si convincerebbe di er- rore coll’argomento a notatione nominis, dicendo con
Orazio Epistolar. Navem agere ignarus navis
timct. abrotonum aegro Non audct, nisi qui didicit, dare. Quod medicorum est Promittunt medici: tractant
fabrilia fabri. E Terenzio Homo sum, humani a me nihil alienum puto (1). Ciò
basti quanto agli argomenti che traggonsi dalla forza dei vocaboli, sia per
notationem nomtnis, sia per con- iugata; che possono dirsi luoghi derivati da
definizione no- minale : ora passiamo alla definizione reale , che così vien
definita da Cicerone. « Definitio est oratio , quae id quod » definitur
explicat, quid sit ». Questo luogo ò di sommo interesse conoscerlo e bene
adoperarlo; l.° perché come dice Cicerone « Omnis enim , » quae a ratione
suscipitur de aliqua re institutio, debet » a definitione proficisci ut
intelligatur , quid sit id , de » quo disputatur ». 2.° Perchè conosciuta bene
la natura e la proprietà della cosa di cui trattiamo, se ne traggano le
conseguenze atte a dimostrare il tema proposto. Dovendo pertanto la definizione
spiegaro e dichiarare la cosa quale ella è; conviene che la descriva per modo
nelle sue proprietà essenziali e caratteristiche , da non confon- derla con
verun’altra. Ora ad ottener ciò, come insegna 1» logica, è necessario indicare
il genere prossimo cui appar- tiene la cosa che vuol definirsi, e la sua
specifica differenza. Dichiaro ciò con alcun esempio: volendo definir I’moibo,
con- vien dire: l’uomo è un animale ragionevole. Imperocché la parola animale
indica il genere più prossimo all’ uomo, e la parola ragionevole indica la
qualità primaria, che compete a tutti gl’individui della specie umana ; e lo
distingue da qualunque altra specie di animali , che sou tutti privi di
ragione. Il luogo detto a coniugali s
non differisce nella sostanza da quello a noi aliene nominis , ma solo nel modo
di esprimer la forza dei nomi , come sapiens, sapienter, sapicnlia. Che se in vece del genere prossimo, animale ,
se ne po- nesse uno più rimoto, come dicendo: l’uomo è un essere ra- gionevole
, questa proposizione , sebbene in sè vera , pur non sarebbe retta definizione
, perchè competerebbe anche agli esseri meramente spirituali dotati anch’essi
d’intelligenza come son gli angeli. Similmente se in vece della proprietà
primaria di ragionevole, se ne ponga un altra, dicendo per esempio, l’uomo è
essere sensitivo ovvero vivente, non sarebbe dichiarata e determinata la natura
dell’uomo , ma conver- rebbe tale definizione anche o agli altri animali , o
alle piante ec. Così la storia definircbbesi, una narrazione successiva degli
avvenimenti della umana società.' Narrazione è il ge- i nere prossimo, che
compete tanto alle vere quanto alle mi- tologiche ; il rimanente indica la
differenza specifica , che distingue la storia, la quale comprende tutti i
fatti ordina- tamente esposti secondo l’ epoche ec. di tutta la società , dalie
particolari narrazioni, leggende, vite d’uomini illustri. La grammatica si
definisce, l’arte di favellare corret- tamente , cioè senza errori. La
rettorica vien definita da Quintiliano. Ars bene dicendi. Dalla quale
definizione si concluderebbe con Cicerone; dunque l’oratore a fine di bene e
acconciamente favellare, deve apte, distincte, ornate loqui, perchè così
solamente potrà insegnare, muovere e dilettare, ch’è appunto l’uilìcio suo
proprio. Colla definizione nominale e reale dianzi detta si con- sidera una
cosa quanto alla sua natura e alle sue proprietà principali : può inoltre
considerarsi una cosa quanto alle parti, che la compongono; o che le
appartengono. E a ciò serve il luogo detto a par fittone. La partizione,
secondo la forza della parola, è una db- visione di parti , ma la partizione
logica (di cui qui trat- tiamo) è una proposizione composta o di più soggetti o
di più predicati. Ora siffatta partizione può farsi in due modi, o con una
proposizione copulativa , o con una proposizione disgiuntiva. La copulativa –
H. P. Grice: “The first connector” -- è quella che enumera sommando insieme le
parti componenti un tutto , per es. la vita del- l’uomo comprende la puerizia ,
V adolescenza, la virilità, la vecchiezza. Le virtù morali sono prudenza ,
giustizia, tem- peranza e fortezza. Fatta la partizione copulativa completa ,
si argomenta così; o affermando la verità delle parti , si afferma la ve- rità
del tutto , o negando la verità delle singole parti , si nega la verità del
tutto. Per esempio « Eius pueritia in- » nocens fuit, casta adolescentia, virilis
aetas constans, se- » ncctus liberalis et placida : igitur tota eius vita prae-
» dare traducta est » (Du Cygne) similmente, dicendo « La » scaltrezza non è nè
prudenza, nè giustizia, nè temperanza, » nè fortezza: dunque non è virtù morale
». La partizione poi può farsi iu modo disgiuntivo, cioè con una proposizione
disgiuntiva , la quale enumerando le parti di qualche cosa non le unisce , ma
indica che una esclude l’altra; come: un nome è o mascolino, o femminile, o
neutro. Nel caso che si abbia una proposizione disgiun- tiva perfetta, cioè che
contenga tutte le parti della cosa dì cui parlasi, allora da essa può farsi in
due modi l’argomen- zione: l.° o negando la verità di tutte le parti meno una,
c però si conclude la verità di questa. 2.° affermando la verità di una , se ne
conclude la falsità di tutte le altre. Per es. Una linea retta può esser o
eguale o maggiore , o minore di un altra retta. Ma non è nè uguale nè minore:
dunque è maggiore. Ovvero se dicasi: Ma è maggiore: dunque non è nè eguale, nè
minore ■ Così Le stagioni dell’anno sono o primavera, o estate, o autunno o
inverno: ma ora non è nè estate, nè autunno , nè inverno: dunque è primavera,
ov- vero: ma è primavera: dunque non è nè estate, nè autunno, nè inverno.
Quanto poi alla proposizione disgiuntiva è da notare , che se oltre avere la
completa enumerazione delle parti , abbia anche questo di proprio , che
ciascuna di esse parti valga per sè a
dimostrare una tal verità : allora ha luogo un altra specie di argomentazione,
che secondo il numero delle dette parti si nomina, dilemma, trilemma,
quadrilemmai sia d’esempio questo dilemma fatto da un demente. Un dotto
religioso, alienatosi di mente, erasi persuaso d’ esser dive- nuto cardinale.
Un dì il suo superiore ingegna vasi con molti argomenti di trarlo d’ inganno.
Al quale il matto cosi ri- spose. « Padre, mi credete voi demente o no? Se non
mi » tenete per demente , il vostro favellare è imprudente e » irragionevole ,
impugnando (con disprezzo della mia di- » gnità cardinalizia) quello che
conoscete esser vero: se poi » mi credete demente, il vostro discorso è
similmente im- » prudente e stolto, pensandovi di potere col ragionamento »
convincere un matto ». Adunque dalla partizione si possono derivare i tre pre-
detti modi d’argomentare. Oltre poi il considerare una cosa in sè e nelle sue
parti, può altresì considerarsi nelle sue circostanze o aggiunti. A ciò serve
il luogo denominato ab adiunctis. Cicerone nella Topica così li definisce. «
Adiuncta rerum et personarum » sunt ea, quae rem circumstanl et comitantur :
aut sunt » in hominis sive animo, sive corpore » e però questi ag- giunti
diconsi eziandio circostanze. Quintiliano 1. V. c. 10, enumera 21 specie di ag-
giunti cioè: genus , natio, patria , sexus , aetas , educatio , habitus
corporis, fortuna , conditio, natura animi, victus, stu- dia, affectus, locus,
tempus, occasio, casus, facultas, instru- mentum, modus, signum. Ma tutte
queste specie di aggiunti o circostanze, con un concetto più semplice, e in
modo più facile da ritenersi a memoria riduconsi a sette comprese in questo
verso: Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando ? Quattro di
questi aggiunti indicano quattro distinte cause , cioè la causa efficiente
(quis) ; la causa finale (cur); la causa materiale (quid); la causa
istrumentale (quibus au- Digitized by Google 246 xiliis) ; gli altri tre
indicano le circostanze di tempo , di luogo, di modo: quando, ubi, quomodo, che
possono dirsi cause occasionali. Questi aggiunti poi o circostanze possono
essere non solo presenti che accompagnano il fatto, o la cosa qualunque ; ma
anche antecedenti, e conseguenti: e si può prender argo- mento non solo dal
complesso della medesime, ma anche da una sola parte. Così Cicerone de Orat., «
Ex conse- >* quentibus (sic argumenta ducuntur). Si et ferro inter- » fectus
iile, et tu inimicus eius cum gladio cruento com- » prehensus es in ilio ipso
loco, et nomo praeter te ibi vi- » sus est, et causa nomini, et tu sempcr
audax, quid est » quod de facinore dubitare possimus » ? Un insigne esempio
d’argomentare dalle circostanze, ab antecedentibus, concomi tantibus, et
consequentibus, si ha nel- l’orazione di Cicerone prò Milone, che recherò qui
in com- pendio. Imprende Cicerone a dimostrare in questa orazione , come non fu
Milone insidiatore della vita di Clodio; ma sì bene Clodio insidiò alla vita di
Milone , e questi iniqua- mente e violentemente da lui assalito per sua giusta
difesa l’uccise. Ciò lo deduce dalla considerazione di tutte le cir- costanze,
che precedono, accompagnano c seguono il fatto. I. Circostanze antecedenti al
fatto. Avendo veduto Clodio , andar fallito ogni suo sforzo per impedire il
consolato di Milone (il quale era il più grande ostacolo a compiere i suoi
perversi disegni) disse apertamente, che se non poteva togliersi a Milone il
conso- lato, potea ben togliersi a lui la vita. Frattanto raccolse Clo- dio
intorno a sè gente a mal fare intesa , fieri e barbari schiavi , già suoi
ministri nelPinfestare con assassinamenti le selve e le vie pubbliche, e nel
molestare l’Etraria. Inoltre tre giorni prima che accadesse nella via Appia la
mischia , disse in palese che fra tre di Milone sarebbe morto. Quindi il giorno
innanzi che Milone partisse da Roma per andare qual dittatore di Lanuvio a
celebrarvi il solenne sacrificio a Giunone Sospite, Glodio, abbandonati gli
affari di suo sommo interesse, andò sollecitamente ad Àricia, ove avvertito da
un suo servo della partenza di Milone da Roma, e del prossimo di lui arrivo,
tosto lanciossi da Aricia alle sue possessioni presso Bovilie. II. Circostanze
che accompagnano il fatto. Giunse Milone presso Bovilie circa all’ora IX, cioè
al far della notte, in cocchio, avviluppato nel suo tabarro, avendo allato la moglie,
e seguito da fantesche, da fanciulli, da gladiatori, da musici; in somma con
quel corredo pom- poso, qual si conveniva e alla sua dignità di dittatore , e
alla solennità della festa a cui era diretto. AH’appressarsi di Milone, Glodio
esce repentinamente da casa; non cocchio, non bagaglio, senza moglie, niuna
com- pagnia di Greci o d’altra gente da solazzo, come sempre so- leva, ma a
cavallo, armato, e scortato scelti scherani. Quivi, presso quelle smisurate
fabbriche di Glodio, ove mille bravi uomini agiatamente si allogavano , avvenne
la mischia; parecchi feriti, alcuni uccisi, e fra questi Glodio. III.
Avvenimenti posteriori al fatto. I satelliti di Glodio furibondi pel tristo
avvenimento , ne trasportano il cadavere a Roma , e denudate le ferite , lo
espongono per tre dì al pubblico : incendiano la Curia , scorrono a mano armata
minacciosi per la città, e assediano la casa dell’ Interré M. Lepido gridando
contro Milone ven- detta. Intanto taluni di loro trafugano occultamente dalla
casa di Clodio il codice delle inique leggi da lui preparate per opprimere il
comune di Roma. D’ altra parte vanno spar- gendo le più nere calunnie contro
Milone, come quegli che non potendo occultare il suo delitto si fosse fuggito
in esilio volontario, e che tramasse congiura contro la patria, e a tale
effetto avesse da prima fatto qua e là in Roma depositi di arme. Tornato poi
Milone improvvisamente in Roma (dicevano) essersi recato in senato con arme
sotto i panni per uccidere a tradimento Pompeo. Frattanto Milone, quantunque
tutto ciò conoscesse, ri- torna in Roma, e con singolare fermezza d’animo si
costi- tuisce spontaneamente al magistrato , e con fatti manifesti' smentisce
tutte le oppostegli calunnie. Ora le predette circostanze di questo fatto, che
se si considerino separatamente non formerebbero che mera con- gettura, riunite
accuratamente, tutte insieme producono un pien convincimento morale su l’innocenza
di Milone. §. II. Dei luoghi rettoria, che danno argomento pel con- fronto di
due o più cose fra loro. Dal confronto di due o più cose fra loro se ne possono
trarre varie specie d’ argomenti , che diconsi a pari vel a simili ; a maiori
ad minus ; a minori ad maius ; a con - trariis. Il criterio por l’ argomento a
pari , od a simili , Ci- cerone lo stabilisce così (Top.) Quod in re pari valet
, valeat et in hac quae par est ; e ne dà questo esempio, di- cendo « Multa
autem sunt quae aequalitate ipsa comparen- » tur, quae ita fere concluduntur.
Si consilio iuvare cives » et auxilio aequa in laude ponendum est , pari gloria
de- » beni esse ii, qui consulunt, et ii, qui defendunt. At quod » primum est:
quod sequitur igitur ». Può vedersi questo argomento applicato nell’ orazione
Pro Muraena. Un altro bell’ esempio a pari o a simili è nella 8.“ Filippica ,
cioè^ » In corpore, si eiusmodi est, quod reliquo corpori noccat, » uri ac
secari patimur membrum aliquod potius, quam to- » tum corpus intereat: sic in
reipublicac corpore, ut totum » salvum sit, quidquid est pestiferum amputatur».
Osserva poi Cicerone (Top.) « Sunt similitudines , » quae ex pluribus collatis
proveniunt quo volunt ... Haec » appellatur inductio ». Per es. Tutti gli
uomini, de’ quali si ha notizia, da Adamo fino a noi , e similmente tutti gli
altri esseri di natura , che hanno vita , come le bestie c le piante, sono
tutti parimenti morti; dunque tutti gli uomini, gli animali, le piante che
tuttora vivono e che nasceranno, tutti similmente morranno. Le favole d’ Esopo
non sono altro che un argomentare a pari , ovvero ab inductione , la cui morale
è appunto la conseguenza dedotta dalla somiglianza del modo costante di
procedere delle varie bestie applicato ai costumi degli uomini. \ Oltre i
predetti modi d’argomentare a pari , ve ne ha due altri detti a maiori ad
minus, et a minori ad maius. Il criterio d’ argomentare a maiori ad minus, lo
pone Cicerone cosi. (Top. IV.) « Quod in re maiori valet, valeat in minori :
dicendo per es. Chi ha superato valentemente le maggiori difficoltà, di
leggieri supererà le minori: come quel di Virgilio 0 passi graviora, dabil Deus
his quoque finem. Al contrario il criterio d’argomentare a minori ad maius si é
: Quod in minori valet, valeat et in maiori. Sia d’esem- pio quel di Cicerone
prò Archia. « Saxa et solitudincs voci » respondent, bestiac saepe immancs
cantu flectuntur at- » que consistunt: nos insliluti rebus optimis non poetarum
» carminibus moveamur ? » Similmente quel di Terenzio Hic parvae consuetudinis
Causa huius mortem tam fert familiariter ; Quid si ipse amasset ? Quid mihi hic
faciet patri ? Un altro esempio egregio si è quello dell’ Evangelio. Si vos, »
cura sitis mali, nostis bona data dare iìliis vestris; quanto » magis Pater
vester coelestis dabil spiritum bonum petcn- » tibus se ? » Quanto poi
all'argomentar a contrario riferirò qui so- lamente ciò che ne dice Cicerone
Topic. . « Contrario- » rum aulem genera sunt plura: unum eorum, quae in eo- »
dem genere plurimum differunt uti sapientia et stultitia. » Eodcm autem genere
dicuntur, quibus propositis, occur- ». runt tanquam e regione quaedam
contraria, ut celeritati » tarditas, non
debilitas. Ex quibus argumenta talìa existunt. » Si stultitiam fugimus ,
sapientiam sequemurj bonitaten si » malitiam. Haec quae ex eodem genere
contraria sud!, ap- » pellanlur adversa. Sunt enim alia contraria, quae priva-
» tiva licet appellemus latine , graeci appellant aupnirtnoi . » Praepositio
enim in privat verbum ea vi, quam haberet, » si in praeposilum non fuisset: ut
dignità», indignila» ; hu- » manitas, inhumanitas, et caetera generis eiusdetn.
Quorum » tractatio est eadem, quae superiorum , quae adversa di- » xi . . .
Sunt ctiam illa valdc contraria quae appcllantur » negantia. Ea anotp xtcxu Graeci contrarie
aientibus : ut , » si hoc est ; illud non est. Quid enim opus excmplo est ? » tantum intelligatur
argumento quaerendo, contrariis orani- » bus contraria non convenire». §. III.
Dei luoghi rettorici che offrono argomento consi- derando il legame e la
dipendenza di due o più cose fra loro, cioè : ab effcientibus causi s; ab
effectibus, a genere et a forma seu specie. Un altro fonte copiosissimo
d’argomenti si ha dal con- siderare il legame o la dipendenza di due o più cose
fra loro. Ed in prima quanto alla dipendenza di cause ed effetti è da notare con
Cicerone che si parla qui delle cause effi- cienti. Or la causa propriamente
detta o sia la causa efficiente è ciò ehe per sua propria forza produce qualche
cosa: come il sole riscalda; il sole è la causa, il calore da esso prodotto è
l’effetto: l’albero produce frutti; questi sono l’effetto, quella la causa.
Oltre poi V efficiente, sono vi altre cause che concorrono alla produzione
degli effetti, senza delle quali la causa prin- cipale non opererebbe : e
queste diconsi causa materiale , istrumentale e occasionale. Onde Cicerone Top.
, dice : « Causarum duo genera sunt, unum quod vi sua id , quod » sub ea
subiectum est, certe efficit; ut ignis aecendit; al- » tcrum quod naturam
elDciendi non habet , sed sine quo » offici non possit ; ut si quis aes causam
statuae velit di- Dìgitized by 251 » cere , quod sine eo non possit offici.
Huius generis cau- » sarum , sine quo non cfficitur , alia sunt quieta , nihil
» agentia, stolida quodammodo, ut locus, tempus, materiao, » ferramenta, et
cctcra generis ciusdem: alia aulcm prae- » cursionem quamdam adhibent ad
efficicndum , et quae- » dam afforunt per se adiumenla , etsi non necessaria,
ut » amori congressio causato attulit, amor flagitio ». Adunque cognita ben la
natura c la forza della causa principale o sia della causa efficiente, e le circostanze
ma- teriali, istrumentali, occasionali, potrà concludersi che pro- durrà i tali
e tali efTctti. « Cum in Aiacis navim crispi- » sulcans igncum fulmen iniectum
est , inflammatur navis » necessario » (Cic. loc. cit.). Viceversa, conoscendo
alcun effetto, possiamo argomentare qual ne sia stata la causa. Che se un tal
effetto non può av^re se non una causa, ne verrà immediatamente questa
conclusione : cosi per cs. vedendo da un tal luogo sorgere del fumo,
concludiamo tosto, che colà sotto vi è il fuoco. Ma quando alcun effetto può
esser prodotto da differenti cause; in questo caso se ci verrà fatto di
conoscere tutte e sole le cause possibili, avremo con ciò una proposizione
disgiuntiva perfetta, e polrassi argomentare come è detto sopra §. I. per esempio
: Volendo indagare d’ onde sia avvenuta la morte d’ un uomo trovato in terra
svenato, si dirà: la morte può avvenire o per causa naturale o per causa
fortuita , o per suicidio , o per uccisione fatta da altri. Ma costui non può
esser morto nè per causa natu- rale, nè per causa fortuita, nè per suicidio
(poiché è legato le mani c i piedi , è profondamente ferito nella gola e nel
tergo): dunque è stato morto da altri. Volendo poi conoscere chi sia stato
precisamente l’uc- cisore; converrà inoltre indagare quali sieno le persone che
potevano esser state del misfatto cagione. Per es. Con costui non vi era, che
la moglie e i figliuoli, e due servi Tizio e Caio: ma non furono al certo
autori dell’omicidio nè la mo- glie, nè i figliuoli, nè Tizio. Imperocché la moglie
ed i figliuoli fanciullini, nè ebbero forza da legare è trafiggere il loro
robustissimo genitore, e il consorte; nè ebbero l’aninio di farlo, essendo
stati sempre affezionatissimi a lui che avea di loro tutta la cura , ed era 1’
unico loro sostegno : e lui morto, essi da uno stato di agiatezza cadevano in
estrema miseria. Il servo Tizio poi , oltre che eragli stato sempre
fedelissimo, ed era di ottima condotta morale e religiosa, in quel tempo, che
accadde il misfatto, dimorava lontano di là. Al contrario Caio trovavasi allora
nella casa dell’ ucciso , quantunque fosse stato già licenziato dal servizio
perchè crasi conosciuta la scellerata sua vita cc. Dunque egli ne fu l’uccisore
(1). Rimangono i due luoghi detti a genere ed a forma seu specie. Si è da noi
già dichiarato che intendasi col nome di genere e di specie : cioè la specie
essere una similitudine d’ individui, ovvero un’ idea universale che comprende
molti individui fra loro simili, come uomo, pecora. Il genere poi una
similitudine di specie , o sia un’ idea universale , che contiene in sè più
specie simili ; come animale , che com- prende tutte le generazioni d’animali
irragionevoli, ed ezian- dio l’uomo ragionevole. Ora argomentare a genere, ed a
specie vuol dire l.° pren- dere dal concetto e dalle proprietà del genere e
della spe- cie la ragione, o l’argomento, che dimostra il nostro tema. Per
cs.volendosi lodare o biasimare un uomo, conviene por mente al genere o alle
specie di virtù di cui sia adorno, o di vizi di cui sia infetto. Eccone un
esempio di Cicerone de Orai. « Si omnes
qui reipublicae consulunt cari » nobis esse debent , certe in primis
imperatores , quorum » consiliis, virtute, pericnlis retinemus et nostram
salulcm » et imperii dignitatem. » Donde concludesi che quel per- ii) Cicerone
Top. XVII, dice « Hic locus suppeditare solcl oratori))»* et » poelis, sacpe
cliam philosophis, sed iis qui ornate et copiose loqui possunt, mi- » rabilem
copiam dicendi, quum demmliant quid ex quaque re sit futurum- cau- » sarum enim
cognitio cognilionera evenlorum tacit. » Digitized by Google 253 sonaggio, di
cui favellasi, essendo ottimo impcradore debba essere a tutti carissimo. Così
dal pregio sommo, che in ge- nerale hanno tutte le scienze e le belle arti , ed
in specie la poetica , Cicerone trae un valido argomento in favore della causa
d’ Ardua poeta. Si può in 2.° luogo argomentare all’opposito, cioè dal-
gl’individui alla specie, dalla specie al genere. II primo modo sarebbe
l’argomentare per induzione, come sopra è detto. Si può inoltre dimostrare come
ad un genere convenga un certo attributo argomentando dalle specie. Se per modo
d’esempio, volessi dimostrare, come la virtù non solamente è onesta, ma utile
anche alla vita presente: si potrebbe ciò dimostrare dal solo concetto della
virtù in generale; ma torna meglio d’esaminare le singole virtù, il loro
ufficio, e l’utilità spe- ciale che ciascuna apporta, come la prudenza nello
scegliere e ordinare i mezzi al fine ottimo dell’uomo, la giustizia col rendere
ad ognuno il suo diritto , la temperanza col mo- derare e reggere gli appetiti
disordinati, la fortezza col sof- frire virilmente le cose avverse e incontrare
animoso i giusti pericoli: le quali tutte cose giovano sommamente al ben es-
sere degl’ individui e della intera società umana: dunque la virtù in generale
è utile. Di questo modo d’argomentare dice Cicerone (Top.) » Commode etiam
tractatur haec argumentatio, quae ex ge- » nere sumitur, quum ex toto
persequare partes, hoc modo. » Si dolus malus est, quum aliud simulatur aliud
agitar : » enumerare lieet quibus id modis fiat: deinde in eorum ali- ti quem
id quod arguas dolo malo factum includere quod » genus argumenti in primis
firmum videri solet. » A questo proposito Cicerone (de Orai.) riprende l’
imperizia, e la stolidezza della comune dei precettori di rettorica , che
dividono le orazioni in due generi , l’ uno determinato a certe persone, e a
certi tempi, l’altro indeter- minato e generale , come sarebbe il discorso
sulla sapienza, sulle belle arti, sull’arte della guerra ec. Costoro non con-
Digitized by Google 254 siderano, che quando si parla prò o conira una certa
per- sona, tutta la questione riduccsi al genere, o alla specie di virtù o
vizio; il che avverandosi nella proposta persona, ne verrà per conseguenza, la
lode, o il biasimo ec. della mede- sima. Ecco le parole di Cicerone. « Atquc
hic illud viden- » dum est, in quo summus est error istorum magistrorum, » ad
quos liberos nostros mitlimus... ut videatis, quam sit » gcnus hoc eorum, qui
sibi eruditi videntur, hebes atque « impoiitum. Constituunt enim in partiendis
orationum mo- li dis , duo genera causarum : Unum appellant in quo sine »
personis, atque temporibus, do universo genere quaera- » tur: alterum quod
personis certis et temporibus definia- » tur: ignari, omnes controversias ad
universi generis vim » et naturam referri. Nam in ea ipsa causa, de qua ante »
dixi, nihil perlinet ad oratoris locos Opimii persona, ni- » hil Decii. De ipso
enim universo genere infinita quaestio » est, num poena videatur esse
affìciendus , qui civem ex » senatusconsulto patriae conservandae causa
interemerit , » quum id per leges non liceret. Nulla denique est causa, » in
qua id, quod in iudicium venit, ex reorum personis, » non generum ipsorum
universa dubitatione quaeratur. » Quin cliam in iis ipsis, ubi de facto
ambigitur, ceperit- » ne contra leges pecunias P. Decius , argumenta et cri- »
minum et defensionis revocentur oportet ad genus, et ad » naturam universam:
quod sumptuosus, de luxurie; quod » alieni appetens, de avaritia ; quod
seditiosus, de turbu- » lentis et malis civibus; quod a multis arguatur, de
genere » testium; contraque, quae prò reo dicentur, omnia neces- » sario a
tempore atque homine ad communes rerum et » generum summas revolventur. » Dei
luoghi rettorici estrinseci. Rimane ora a dir qualche cosa de’ luoghi
estrinseci , onde traggonsi gli argomenti : di questi dice Cicerone (Top.). « Haec argumenlatio, quae
dicitur artis expers, » (are/yo?) , in testimonio posita est. Testimonium autem
» nunc dicimus ornile , quod ab aliqua re externa sumitur » ad faciendam fidem.
Persona autem non qualiscunque te- li stimonii pondus habet: ad faciendam enim
(idem auctoritas « quaeritur ». L’
autorità poi si distingue in umana e divina. Gli stessi gentili aveano in gran
pregio l’autorità divina e però Cicerone come luoghi da conoscere la
testimonianza divina pone gli oracoli, gli auspici, i vaticini , le risposte
de’ sa- cerdoti , degli aruspici ec. Ma per noi cristiani cattolici l’autorità
divina ha fonti infallibilmente certi, quali sono la divina rivelazione
contenuta nella S. Scrittura, e nella divina tradizione, tramandataci per mezzo
de’SS. Padri e dottori, e nell’interpretazione e insegnamento infallibile della
Chiesa. Questi preziosi monumenti sono i luoghi tutti propri dei sacri oratori,
e scrittori in divinità: e formano il fon- damento primario de’ loro
ragionamenti; gli altri luoghi o d’autorità umana, o di ragione sono di sussidio,
e sempre subordinati agli oracoli della divina rivelazione. Quanto poi all’
autorità umana , se trattasi di cose di fatto, questa si ha dai testimoni o da’
monumenti scritti ec. Affinchè poi i testimoni sieno autorevoli da meritar
fede, ri- chiedcsi in essi (come altrove si è detto parlando delle nar-
razioni) la scienza, o cognizione certa dei fatti che narrano, e la probità , o
sia veracità nel narrarli , cioè che non vo- gliano nè possano ingannarci. Al
ehe, oltre il buon discer- nimento naturale, i filosofi stabiliscono le regole
di critica che ce ne assicurano. E similmente avviene nella interpre- d by
Coogle 256 tazionc, c ponderazione de’inonumenti, scritti, come, leggi civili
ec.o altri monumenti dell’ antichità, come mausolei, archi, pitture ec. Nelle
cose poi dottrinali, l’argomento d’autorità si ha dall’asserzione dei sapienti,
dai sommi dottori in qualsivo- glia scienza ed arte. Finalmente un altro fonte
d’ autorità umana di mollo peso si è il consenso universale e costante di tutto
il ge- nere umano. Alcune massime primarie di morale , di reli- gione ec. le
vediamo conosciute e ritenute costantemente da tutti, tanto dalle nazioni
colte, quanto dalle incolte c bar- bare. A conoscere c ritener fermissime
queste verità di sommo interesse , sono guidati gli uomini da un tal lume e
senso naturale comune a tutti, detto da Cicerone naturae tudicium. E però
diceva rettamente Seneca « Apud nos ve- « ritatis argumentum est aliquid
omnibus videri ». Di questa autorità del genere umano, o a dir meglio, di questa
voce, e istinto di natura, servesi spesso Cicerone nelle sue opere filosofiche,
e nelle orazioni in conferma del suo argomento, come a modo d’esempio, ove dice
: « Quae » enim natio non comitatem, non benignitalcm , non gra- » tum anirnum
et bcneficii memorem diligi! ? Quae super- » bos, quae ingratos non aspernatur,
non odit? » (De legibus) Similmente Plutarco reca l’argomento del comun senso
sulla cognizione e adorazione di Dio , dicendo <c Si terras obeas » invenire
possis urbes muris , literis , regibus , domibus , » opibus, numismate carentes
. Urbem vero templis di- » isque destitutam , quae precibus , iureiurando ,
oraculo » non utatur, non bonorum causa sacrificet, non mala sacris » avertere
nitatur , nemo unquam vidit ». E Cicerone nella Miloniana, oltre le prove di
ragione e delle leggi positive, a dimostrar lecita la difesa della propria
vita, se sia necessario, eziandio coll’uccisione dell’ingiusto c violento
assalitore, aggiunge anche in conferma il comun senso degli uomini, anzi
l’istinto stesso di conservazione, ch’è nelle _Di2^ ova I”, G l >0^1 c 257
bestie, dicendo « Est enim hacc non scripta sed nata lex . Hoc et ratio doctis,
et necessitas barbaris , et mos gen- « tibus, et fcris natura ipsa praescripsit
, ut omnem sem- » per vim , quacunque opc possent, a corporc a capite, a » vita
sua propulsarent ». TOPICA RETTORICA RISPETTO ALLE PASSIONI E Al COSTUMI DEGLI
UOMINI. Cicerone dopo aver discorso delle cose atte ad istruire e convincere
l’altrui intelletto, cosi prosegue « Duo restant, » quac bene tractata ab
oratore admirabilem cloquentiam » faciunt: quorum alterum est, quod Graeci
ySixov vocant » ad naturam et ad mores et ad omnem vitae consuetudinem »
accommodatum; alterum quod iidem rcaSnjTfxcv nominant, » quo perturbantur animi
et concitantur, in quo uno regnai » oratio ». Orator XXXVIII. Noi qui principalmente
parleremo delle passioni come quelle che influiscono nei vari costumi degli
uomini. Ora questa breve trattazione delle passioni del cuore umano la
dividiamo in quattro capitoli, cioè: l.° Della natura e delle varie specie
delle passioni: 2.° Dei diversi effetti, che pro- duconsi nel corpo umano dalle
varie passioni: 3.° Dell’in- dole e del carattere vario delle passioni secondo
il diverso temperamento degli uomini , l’età , lo stato ed educazione loro: 4.°
Del modo pratico di trattare le passioni. DELLA NATURA E DELLE PRINCIPALI
SPECIE DELLE PASSIONI. L’uomo naturalmente tende alla felicità , cioè ad uno
stato privo, per quanto si può, di dolori ed affezioni spiacc- 17 Digitized by
Google 258 voli, c insieme tranquillo o gioioso; ad uno stato in somma di
acquiescenza e di piacere. E però la volontà umana segue costantemente il bene,
c fugge il male. Bene poi si dice qua- lunque cosa a noi conveniente, capace di
arrecarci piacere; ogni cosa a noi ripugnante, atta perciò a produrci
sensazioni ingrate, diccsi male. « Omne conveniens, in quantum huius- » modi,
habet rationem boni: omne repugnans, inquantum » huiusmodi, habet rationem mali
». (S. Tommaso). Ora le varie modificazioni o affezioni dell’ animo nato in noi
dall’apprensione dei vari beni o mali diconsi in ita- liano passioni, in latino
animi motus, in greco 7iC(Sr}. Innumcrabili sono le specie diverse delle
passioni del cuore umano: ma le primarie, secondo l’ insegnamento del dottore
angelico, sono undici, qui appresso notate. Amore e il suo contrario Odio
Desiderio Fuga Speranza Disperazione Timore Audacia Gaudio Tristezza Ira Amore
è 1’ appetizione del bene ; odio è I’ avversione del male: o come più
distintamente lo definisce s. Tommaso. » Amor est consonantia quaedam appetitus
ad id quod ap- » prehenditur ut conveniens ; odium vero est dissonanza »
quaedam appetitus ad id quod apprebenditur ut repugnans » et nocivum ». La
mancanza o privazione d’un oggetto amato produce il desiderio, il quale si
definisce così: Il desiderio è l’appe- tito d’ un bene assente , che apprendesi
come atto a togliere il disgusto della sua privazione e ad appagarci. E più
breve- mente: l’appetito d’un bene appreso come atto ad appagarci. Così un
famelico appetisce, o sia desidera il cibo, che può togliergli il tormento
della fame e ristorarlo. La fuga al contrario si é l’ appetito di allontanare
da noi un male imminente, o tuttora affliggente. Digitize ooogle 259 La
speranza presuppone il desiderio di un bene assente, possibile ad ottenersi, ma
insieme arduo. Imperocché, come nota bene il Segneri (Manna Ott. XIX), è
indubitato, che la speranza sempre di sua natura tende a cose ardue, ec- celse,
eminenti: giacché le cose agevoli non si sperano: quod videt quis , quid sperat
? (Rom. Vili.) Si tengono quasi in conto di possedute. E però si definisce la
speranza , quel- l’affetto dell’animo , che nasce dall’ opinamento di poter
proba- bilmente superare i gravi ostacoli che oppongonsi al conse- guimento del
bene da noi desiderato. O con san Tommaso. » Spes est motus appetitivae
virtutis consequens apprchcn- » sionem boni futuri, ardui, possibilis adipisci
». Che se stimasi impossibile la rimozione degli ostacoli che oppongonsi al
conseguimento dciroggelto desiderato, si ha la disperazione, che è quella
desolante passione prodotta dallo stimare impossibile il conseguimento del bene
desiderato, o la rimozione del male abborrito. Che se la disperazione fosse
totale si definirebbe con gli stoici. Desperatio est aegri- tudo sine ulla
rerum expectatione meliorum. Come è di colui Che’n tutt’i suoi pensier piange e
s’attrista. (Dante Inf. I. 5.) Il timore poi è quella penosa agitazione
dell’animo, nata dall’ apprensione d’un grave male imminente, difficile ad evi-
tarsi. Onde l’uomo non sa a qual partito appigliarsi. Dicesi grave e imminente,
perché il male leggero si disprezza; o se grave ma remoto, non si cura. « Quae
valde longe sunt, » non timentur. Sciunt enim omnes quod moricntur, sed quia »
non prope est, nihil curant ». (Arist. Rhet. II. 5) Diccsi poi difficile, non
impossibile ad evitarsi; altrimenti, non si avrebbe il timore, ma o la
tristezza o la disperazione. Ma ciò av- viene ai pusillanimi, e a chi non pone
la mente e il cuore nei veri e solidi beni : all’ uomo savio non già , che
colla pazienza sa mitigare i mali inevitabili , e confortarsi con quei beni, i
quali a lui, suo malgrado, niuno può togliere od impedire. Onde potè dir Orazio
(Ode) Durimi seti levitts fit palientia , Quidquid corrigere est nefas. E
dell’uomo giusto e fermo nel suo retto proponimento, disse il medesimo: Si
fractus illabatur or bis, impavidum ferient rui- nae. Perchè tutto il vero
tesoro delle virtù egli ha seco. Può anche più brevemente definirsi il timore,
dicendo: Timor est mentis trepidatio causd instantis periculi. All’opposto
l’audacia o sia il coraggio è la fermezza e imperturbabilità d’ animo nei gravi
e presenti pericoli per la fiducia di superarli. Gaudio poi è il piacere
dell’animo pel conseguimento e possesso del bene. Tristezza al contrario è il
dolore del- l’animo pel male incontrato e presente. Finalmente l’i'ra cosi vien
definita da s. Tommaso «Ira » est appetitus vindictae poenaeque iniligcndac ob
nocumen- » tum sibi illatuin ». E però l’ ira presuppone la volontà maligna
nell’offensore di recare ingiuria, per cui tosto ec- citasi nell’animo della
persona offesa un vivo dispiacere, si per il danno ricevuto, come pel
disprezzo, che mostra di lei l’of- fensore; ed insieme muovesi l’appetito di
riparazione del dan- no c di punizione del reo. Convenevolmente così osserva il
Segneri (Manna Nov. Vili. 4.) « Chi son coloro contro di cui » tu sei solito di
adirarti più fortemente? Sono forse tutti quei » che li offendono gravemente ?
No: perchè se tu conosci » che chi ti offende ha ragion d’offenderti, come fa
il prin- » cipe , il padrone, il ministro , allora che ti punisce per » alcun
fallo da te commesso, tu ti raccomandi sì bene, ti » affliggi , ti attristi ; ma
non ti adiri. Allora ti adiri , » quando tu apprendi di essere disprczzato. E
cosi se uno » ti offende per ignoranza o per inconsiderazione , tu non » ti
adiri, o almen ti adiri pochissimo, cioè quanto credi » che altri mancasse al
suo debito di por mente a ciò che » faceva. Più ti adiri con chi ti offende
trasportato da un » impeto di furore; ma neppure in tal caso ti adiri in sommo.
» Allora in sommo ti adiri, quando chi ti offende, ti offende industriosamente,
e lo professa e lo pubblica e se ne glo- » ria; perchè questi mostra anche in
sommo di deprezzarti.» Queste sono le primarie passioni dell’uomo, dalle quali
nascono altre innumerabili: e queste stesse undici primarie variano d’ indole e
di nome secondo la diversità dell’oggetto cui tendono, secondo il vario grado
di forza, e secondo i diversi effetti che produconsi nel corpo. Per esempio la
spe- ranza per la certezza d’ottenere l’intento diviene fiducia ; il timore può
esser semplice trepidazione , o turbamento., o paura , o terrore , o spavento.
Similmente il gaudio può esser letizia , allegrezza , giubilo, esultazione : al
contrario la tri- stezza può esser lutto, merore, affanno, dolore, mestizia,
mo- lestia, afflizione (1). Ohi vuol parlare in modo da rappresentare i veri
co- stumi degli uomini , c muoverne vivamente gli affetti , si studi di
adoperar i vocaboli esprimenti le passioni nel loro proprio e unico significato
secondo che meglio convenga al- l’argomento proposto. Tutte poi quante mai esse
sono le passioni umane, na- scono da un solo principio , cioè dall’amore ; anzi
sono lo stesso amore variamente modificato. Così a modo d’esempio dice s.
Agostino (XIV. De civ. Dei). « Amor inhians ha- » bere quod amatur, cupiditas
(scu vehemens desiderium) » est; id autem habens, eoque fruens, laetitia ; et
fugiens » quod ei adversatur , timor est: idque si acciderit , sen- » tiens ,
tristitia est » ; e cosi delle altre : onde conclude ; » Omnes aliae
affectiones animae ex amore causantur ». Quindi argomenta Dante (nel Purg.)
come l’amore è cagione d’ogni virtù e d’ogni vizio, dicendo. Nè Creator nè
creatura mai, Cominciò ei, figliuol, fu senza amore 0 naturale o d’animo ; e tu ’l sai : Vitlesis s. Thom. I 2. q. 22. cl Tullium Disp
Tusc. ce. . {2) Cioè o istintivo o deliberalo. Digitized by Google 262 Lo
naturai fu sempre senza errore, Ma l'altro puote errar per malo obbietta, O per
troppo o per poco (li vigore. Mentre ch’egli è ne’ primi ben diretto E ne’
secondi (1) sè stesso misura , Esser non può cagion di mal diletto. Ma quando
al mal si torce , o con più cura , 0 con men che non dee, corre nel bene,
Cantra ’l fattore adovra sua fattura. Quinci comprender puoi ch’esser conviene
Amor sementa in voi d’ ogni virtute , E d’ogni operazion che merla pene. DEI
DIVERSI EFFETTI CHE PRODUCON3I NEL CORPO UMANO DALLE DIVERSE PASSIONI. G un
fallo a lutti mauifesto, come le diverse passioni dell’animo producono nella
fisonomia , nel colore del volto, nella voce e nei moti spontanei di tutto il
corpo tali e sì distinti ed espressivi mutamenti, che danno a conoscere chia-
ramente lo stato interno di chi le soffre. « Licci ora ipsa » cernere iratorum,
aut eorum qui aut libidine aliqua, aut » metu commoti sunt ; aut voluplatc
nimia gestiunt: quo- » rum omnium vultus, voccs, motus, stalusquc mutantur. »
(Cic. I. Off.) Quindi ciascuna passione dell' animo ha dalla natura stessa il
suo proprio carattere che la distingue dalle altre. Così ognuno ravvisa subito
l’uomo adirato per li segni evi- dentissimi, propri di questa passione, che
sono quali li de- scrive s. Gregorio (Moral. III. 30. scn. 31.) « Irac suae »
stimulis acccnsum cor palpitai, corpus tremit, lingua se (I) Dio e la virili
sono i primi beni, i tieni interiori sono i secondi. » praepedit, facies igncscit, exasperantur
oculi, et nequa- » quain recognoscunlur noli: ore quidera clantorem format, »
sed scnsus quid loqualur ignorai ». L’uomo lieto colla sua fronte serena, cogli
occhi bril- lanti , col colore vivace, col volto ridente, colla esultanza di
tutta la persona manifesta il gaudio e la letizia del suo animo e trasfondela
in altrui. Siccome poi, come nota san Tommaso « Tristitia cum » ex malo
praesenti contingat, maxime animum aggravat, » et quandoque animi et corporis
motum impedii » ; per- ciò al volto squallido c smorto , agli occhi Ossi al
suolo , ai profondi sospiri, alia taciturnità e immobilita della per- sona
scorgesi e fa ribrezzo 1’ uomo dominato da cosi fu- nesta passione. Il timore
stringe e quasi agghiaccia il cuore, e però, come osserva Cicerone (Tusc. IV) :
timorem sequitur tremor, pallor , denti um strepitus , trema la voce,
infievolisce il vigor delle braccia, delle gambe ecc. Il contrario è della
speranza e dell’audacia. La verecondia si dà a conoscere al rossor delle gote,
al modesto avvallar degli occhi ecc. Questi e simigliami effetti e segni delle
diverse pas- sioni sono così naturali e caratteristici, che spesso, in vece di
nominare col suo vocabolo proprio questa o quella pas- sione , siamo soliti
significarla con alcuno dei suoi più espressivi effetti, dicendo per esempio
rossore per vergogna, livore per invidia, trepidazione, paura, terrore ec. per
espri- mere i vari gradi di timore: similmente ad esprimere altri affetti
diciamo metaforicamente: precipitanza, lentezza, tar- dità, freddezza, fervore,
escandescenza, furore ec. Tra tutti poi i segni naturali delle passioni,
quello, che sopra gli altri domina , c vale ad esprimere nel modo più vivo e
distinto le diverse affezioni dell’animo, si è lo sguardo degli occhi. Cicerone
(nel lib. III. de Orat. 59.) dopo aver minutamente considerato i varii
mutamenti cagionati dalle diverse passioni nella voce e nei moti del corpo,
sog- giunge. « Sed in ore sunt omnia. In co autem ipso domi- » natus est omnis
oculorum . . . Ànimi est enim omnis » actio, et imago animi vultus est, indices
oculi. Nani hacc » est una
pars corporis, quac, quot animi motus sunt, tot » significaliones et mutationes
possit cfiìcere . . . Quare ocu- » lorum est magna moderatio . . . Oculi sunt,
quorum tum » intentionc, tum remissione, tum coniectu, tum hilaritatc » motus
animorum signifìccmus apte cum genere ipso ora- » tionis. Est enim actio quasi
sermo corporis , quo magis » menti congruens esse debet. Oculos autem natura
nobis, » ut equo et leoni setas, caudam, aures, ad motus animo- » rum
declarandos dedit. Quare in hac
nostra actione se- » cundum vocem vultus valet. Is autem oculis gubernatur. »
Alque in iis omnibus quae sunt actionis, inest quaedam » vis a natura data.
Quare hac etiam imperiti, hac vulgus, » hac denique barbari maxime commoventur.
Vcrba enim » neminem movent, nisi eum qui eiusdem linguae socictate »
coniunctus est, sententiaeque saepe acutac non aculorum » hominum scnsus
praetervolant : actio, quae prae se ma- li tum animi fert, omnes movet: iisdem
enim omnium animi » motibus concitantur, ut eos eisdem notis et in aliis agno-
li senni et in scipsis indicant ». DELLA VARIA INDOLE E DEL VARIO CARATTERE
DELLE PASSIONI SECONDO LA DIVERSA NATURA E LE DIVERSE ABITUDINI DEGLI UOMINI. .
i Indole e carattere delle passioni secondo il diverso temperamento degli
uomini. La varia combinazione e unione dei solidi c dei liquidi costituenti il
corpo umano, diccsi temperamento. Ora sebbene la medesima specie di elementi
concorrano a comporre il corpo di ciascun uomo , il sangue cioè , la bile , 1’
umore acquoso, il sistema dei nervi in un colle ossa ec.; pure nella massima
parte degli uomini scorgesi una assai notabile pre- valenza di alcuno dei
predetti elementi. Quindi avviene che in diverse classi distinguonsi i
temperamenti degli uomini. Le primarie specie di temperamenti dai moderni
fisio- logi si riducono a quattro; cioè l.° temperamento sangui- gno ; 2.”
bilioso; 3.° nervoso ; 4.° pituitoso o flemmatico ; secondo che prevale la
quantità e attività o del sangue, o della bile, o dell’umore acquoso, o la
sensibilità maggiore dei nervi. Aggiungonsi poi due altri temperamenti, 1’
atrabiliare, e l ’ ipocondriaco : quello nasce dal bilioso per un’alterazione
morbosa nella bile; l’ ipocondriaco nasce dal nervoso, simil- mente per
un’alterazione morbosa nel sistema dei nervi. Ora è certo che questi diversi
temperamenti producono negl’ individui un diverso modo di sentire, e quindi gli
og- getti stessi prendono una tinta , e quasi direi una forma propria; e
conseguentemente risvcgliansi diversi appetiti, che danno allo spirito una
certa pendenza, una determinata in- clinazione, per cui si trova ciascuno
inchinato ad agire in Digitized by Google 266 un modo piuttosto che in un
altro. Da ciò avviene che i di- versi affetti di amore, odio, speranza, timore
ec. prendono diverse modalità nei temperamenti diversi. Alcuni si svilup- pano
e germogliano a preferenza in quel soggetto o in qucl- I’ altro per le
disposizioni dell’organismo, come in terreno proprio; e sebbene ritengano la
loro natura, tuttavia cam- biano di forma c si presentano sotto aspetto
diverso. Cosi in fine il temperamento colla sua perenne influenza impri- me
nello spirito il carattere morale. Darò qui un saggio delle variazioni che i
medesimi af- fetti ricevono nei diversi temperamenti , recando in lutto questo
articolo le profonde considerazioni su di ciò dell’in- signe dottore di
medicina, e filosofo prestantissimo Onofrio Concioli , ricavate dai suoi
preziosi manoscritti. Nei tem- peramenti sanguigni (dic’egli), c nei nervosi
alligna l’amore filantropico ; sentono essi il bisogno di avvicinarsi ai loro
simili: ma questo bisogno nei primi è delicato, nobile, ten- dente al
romanzesco; nei secondi vagabondo, instabile, ubbi- disce all’allettamento
momentaneo: è vivo, penetrante, ma altrettanto passeggierò. Nei collerici
questa dolce emozione ò troppo violenta: indelebile e afflittiva nei
malinconici; nei flemmatici si regge per forza di riflessione, e fa nel cuore
quella impressione che fa il solco nell'acqua. L’amore è sel- vaggio e brutale
negli atrahiliari. L’ odio getta delle vampe nel cuor del collerico e vi desta
un grande incendio, che tosto si estingue. Non trova stabile alloggio nel
sanguigno; perchè l’odio vuol quella perseveranza, che riesce insopportabile
alle persone di sif- fatta natura. La stessa passione trova cattiva accoglienza
nel flemmatico, che tutto sente debolmente; e per qualunque motivo del mondo
non riceverebbe in sè un’ ospite capace di turbare il tranquillo riposo delle
sue notti. L’odio passa rapidamente sopra un animo modellato alla sensibilità e
alla mestizia ; perchè trova il primo troppo occupato daU’amorc: e il secondo
dalla minuta osservanza dc’suoi doveri. Trova Digitized by Google 267
finalmente questa passione l'infausto suo nido nel seno del- l’atrabiliare, si
mescola quivi al suo umore omogeneo, pe- netra come un tarlo nel cuore degli
uomini di siffatta tem- pra ; e come il fuoco greco si appicca alle sue membra
e vi trova tutta l’esca capace ad alimentarlo. Il timore è straniero ai
collerici; connaturale ed esa- gerato nei malinconici. Le persone sensibili
temono più l’al- trui che il proprio danno. Nei pituitosi degenera in viltà;
nei sanguigni 6 una cautela prudente e come 1' egida del- l’egoismo : tiene in
ceppi l’atrabiliare, perchè non trascenda ai delitti; è come la catena al piè
d’un reo: ma esso non diviene migliore pe’lacci che lo avvincono, inferocisce,
ri- corre all’ inganno , e morde con rabbia la catena , che lo trattiene dal
mordere altrui. Sarebbe troppo lungo affare quello di tener dietro a tutte le
complicazioni degli affetti umani . . . Ripeteremo ciò che non sarà detto e
ripetuto mai quanto basta, che l’or- ganizzazione interna, il temperamento
modifica l’animo, ma non lo costringe ad agire; invita, ma non forza l’anima a
certe operazioni. Descrive poi distintamente il medesimo dottore gli uomini di
vario temperamento, facendo di ciascuno come un vivo ritratto, dicendo:
Sanguigno. Dallo stesso fonte di energia vitale, da cui procede l’agilità de’
movimenti nell’ uomo sanguigno, ed il senso della sua perfetta salute , nasce
in lui l’ incostanza. Alle impressioni vivaci e rapide succedono vivaci o
rapidi i sentimenti, e da questa successione passeggera e sempre varia di
sentimenti e d’ idee ne risulta un essere, che tutto ab- braccia, tutto sente
con forza, ma con forza poco durevole. Bilioso. Il bilioso investilo nelle
viscere da un umore acre c piccante si trova in uno stato di continua
irritazione. Egli è forse il più robusto degli uomini ; e il sentimento che lo
molesta non essendo d’altronde afflittivo e deprimente, lo rende proclive allo
sdegno. Ogni leggiero insulto lo scuote e lo fa riagire con violenza. Questo
trasporto si unisce a tutti gli altri suoi affetti , clic risentono dell’
impetuoso e del violento. Il sentimento della propria forza genera il coraggio
in un’ anima sdegnosa , e l’ ira e il coraggio allontanano dal cuore la viltà,
ed ispirano quel nobile orgoglio, che rende 1’ uomo bilioso amico incomodo , ma
vero e leale amico ; amante fervido, ma insofferente del servaggio galante. Non
vi lusingate d’imporre ad un uomo siffatto; egli sarà sempre preso dal lato della
compassione, nè giammai da quello del timore, e dell’imponenza. La
dissimulazione e il tradimento sono incomportabili colla natura dell’uomo
bilioso. Un indole così pronta a ria- gire non si compone colla prudenza, non è
mai comportabile colla dissimulazione. Il bilioso si trova male colla moltitu-
dine degli altri uomini, che vogliono essere blanditi e in- gannati, e si
appagano della corteccia delle persone. Egli fa guerra aperta , nè attacca per
vie oblique il nemico. Per la sua stessa inclinazione trascende al fanati- smo
, si ostina nell’ opinione , c si rinforza nel contrasto. Chiamato a
parteggiare si fa capo di schiera, e presenta il petto a tutte le avversità. Se
la moltitudine degli uomini potesse mai conoscere il proprio utile, se amasse
meno le blandizie, e più la vi- cinanza dell’uomo sincero e cordiale, terrebbe
in gran prezzo questi caratteri , e ne soffrirebbe gl’incomodi per lucrarne le
buone qualità. Atrabiliare. Dal bilioso all’atrabiliare v’ è un sol grado di
differenza fisica (corrono pochi gradi di differenza chi- mica) , ma vi corre
una totale opposizione nell’indole mo- rale. L’atrabiliare è un infermo che
unisce il rancore alla debolezza. Il tetro umore che circola nelle sue vene gli
di- pinge a nero tutti gli oggetti e glie li rende odiosi. Perciò esso
abborrisce il consorzio de’suoi simili, è mi- santropo di genio. Sente tutta
l’amarezza delle offese , le ingrandisce
con sua gigantesca immaginazione. La codardia lo trattiene da un’aperta
vendetta; medita vendette crudeli, e le confida al tradimento. Questo tristo
carattere ha bisogno di sensazioni piace- voli, e siccome non le trova nella
società e nelle dolcezze dell’amicizia, si abbandona sfrenatamente e quasi
direi con rabbia ai piaceri voluttuosi del senso. Nervoso. Quale infausto
retaggio è mai quello d’ una squisita sensibilità ! Colui che ha dalla natura
sortita una siffatta disposizione, è il bersaglio degli oggetti che lo cir-
condano: ogni sensazione è per lui esagerata c capace di porre a tumulto le sue
gracili fibre. Egli non è fatto che per gli affetti teneri, e per le delicate
emozioni dell’animo. Egli nasce filantropo ; ama passionatamele , ed in modo
che la sua esistenza sembra dipendere dagli oggetti del suo amore; eccessivo
nei suoi affetti si crede di non esser cor- risposto, perchè non vede negli
altri i suoi eccessi. Trova da per tutto degli ingrati o li sogna. Ha bisogno
di span- dere il suo cuore , e profonde la sua confidenza. E buon amico , ma
debole e inclina alta volubilità. La delicatezza de’ suoi sensi lo rende capace
di un gusto raffinato , e gli fa provare dei piaceri incogniti agli altri
uomini. Ipocondriaco. Questa medesima eccedente sensibilità li- mitata ai nervi
addominali, che fanno capo al cerebro ad- dominale di Reid , rende l’uomo
ipocondriaco. Questi è il figlio del pianto e della tristezza: tutto è per lui
motivo di afflizione, perchè tutto vede (come dice le Clerk) attraverso al
prisma lugubre della malinconia. Una immaginazione viva e tenace forma la
caratteristica di questo temperamento. Quindi l’ ipocondriaco si aggira
islancabilmente sopra gli oggetti da cui fu impressionato; è tenace nelle
abitudini contratte; profondo negli studi; instancabile nelle sue occu-
pazioni; il suo attaccamento per gli amici è perpetuo; sente la forza dei suoi
doveri ; e perciò è ordinariamente mollo onesto e religioso : e siccome si
trova sempre infelice in Digitized by Google 270 questa vita, cerca più
facilmente sollievo nella speranza di un beato avvenire. Pituitoso. Nel
pituitoso tutte le impressioni sono lan- guide : e nelle persone di tale natura
I’ anima non soffre giammai scosse violenti. L’immaginazione sempre fredda non
prende grande interesse a cosa alcuna. Ecco il naturai tem- peramento degli
apatisti, che tali sieno veramente nel fondo del cuore. La continenza, non è
unn virtù penosa per gli uomini di questa tempra. Sono molto indifTcrcnti alle
vi- cende del mondo; e Io stato di apatia forma la loro felicità. Noa sentono
il peso della schiavitù , sono peraltro dolci , compassionevoli e incapaci di
nuocere altrui. Questo ca- rattere è un dono prezioso della natura. I
flemmatici sono i beati cittadini del mondo ». Indole e carattere delle
passioni secondo le diverse età dell’uomo. Non saprei meglio rappresentare
l’indole c il carattere delle passioni nelle diverse età dell’uomo di quello
che fece Orazio nell’epistola ai Pisoni, ove ne diù il giusto concetto dipinto
coi più vivi colori della poesia. Dice egli al poeta (c lo stesso vale per
qualunque scrit- tore di prosa) , che se brama che le sue opere sieno gra- dite
al pubblico c acquistino sommo pregio , deve avere non solo una generale
cognizione dei costumi c passioni degli uomini, ma eziandio por mente e notare
accurata- mente le propensioni, e costumi particolari nelle diverse età
dell’uomo: dicendo dal v. 156 ec. cosi: Aetatis cuiusque notandi sunt tibi
mores , Mobilibusque decor naturis dandus et annis. Reddere qui voces iam scit
puer et pede certo Signat humum, gestii paribus colludere, et iram 271 Colligit
ac ponti temere et mutatur in horas. Imberbis inventi, tandem custode remoto,
Gaudet equis canibusque et aprici gramine campi; Cereus in vitium flecti: monitoribus
asper , Utili um tardus provisor, prodigus aeris, Sublimti cupidusque et amata
relinquere pernix. Conversis studiis, aetas animusque virilis Quaerit opes et amicitias,
inservit honori ; Commisisse cavet quod mox mutare laboret. Multa senem
circumveniunt incommoda, vel quod Quaerit et inventti miser abstinet ac timet
uti : Vel quod res omnes timide gelideque ministrai, Dilatar, spe longus, iners
avidusque futuri; Diffiditi, querulus, laudator temporis acti Se puero, censor
castigatorque minorum. Multa ferunt anni venientes commoda secum, Multa
recedcntes adimunt. Ne forte seniles Mandentur iuveni partes, pueroque viriles,
Scmper in adiunctti aevoque morabimur aptis. Annotazioni. Le qualtro epoche della vita umana poste
da Orazio possono secondo Aristotele ridursi a tre a simiglianza delle piante:
cioè l.° età di sviluppo (puerizia e gioventù) : 2.° età matura, o stato
perfetto (virilità), che quanto al corpo la circoscrive Aristotele fra i 30 c
35 anni; quanto alle fa- coltà dell’anima 1’estendo ai 49 anni: 3.° età di
decadenza (vecchiezza). Ora fra la prima e la terza delle predette epoche si
scorge una completa antitesi. Gioventù Vecchiezza 1. ° Vigore e feracità di l.°
Debolezza nelle forze natura. del corpo e sfruttamento. 2. ° Più che della
memo- 2.° Vive quasi tutto nella ria del passato vive di spe- memoria del
passato, che ri- ranze future, immaginandosi cordasi fausta e gioconda, o poco
o nulla apprezza il fu- turo che per la esperienza augura sempre peggiore. 3. °
Quindi rimesso nei desideri, diffidente, economo, cauto, querulo, censore di
tut- te le novità, severo osserva- tore del 'detto di Chilonc: ne quid nimis.
4. ° Tenacissimo delle a- bitudini sue, censore continuo della gioventù nemica
del giogo; ma insieme studiosis- simo di giovarle, parendogli di ringiovanire e
rivivere ne’ suoi allievi, e nelle opere utili alla loro istruzione. L’età
virile, come nota il medesimo Aristotele, contiene in sé il buono della
gioventù e della vecchiezza, evitandone i difetti. Così egli: (Rhet. II. 14) «
Ut universaliter dicam, » quaecumque iuventus atquc senectus seorsum ex
utilibus » habent , haec et viri habent; in quibuscunque vero illi » cxccdunt,
aut deficiunt, haec in viris commode ac me- » diocriter sunt >». Non però
questo elogio conviene a qualsivoglia uomo giunto alla virilità ; ma bensì a
quei la cui gioventù per prudenza c buon reggimento de’vecchi sia stata ben
colti- tivata e abituata. Imperocché è proprio dell’età virile la fermezza
nelle abitudini contratte. Che se queste pel mal governo della sfrenata
gioventù siansi formate ree, di legge ordinaria, come le piante induratesi e
divenute alberi, più non si mutano nè si raddrizzano. Quindi da una viziosa
virilità (se pur gli venga fatto di giungervi) passa l’uomo ad una più viziosa
e infelice vecchiezza. All’opposto una ben gui- data gioventù conduce alla
perfetta e ottima virilità, la quale una prospettiva tutta lieta di lunghi c felici
anni. 3. ° Quindi ardente nei desideri, intemperante , pro- digo, audace,
iracondo con- tro chi si oppone alle sue brame. 4. ° Intollerante di severa
disciplina : e però superbo , indocile, aspro coi suoi mae- stri, e custodi :
fugge il con- sorzio dei vecchi, ama quello de’ suoi eguali. i Digitized by
Google 273 insensibilmente passa a tal vecchiezza, che può dirsi corona della
virilità; che se a poco a poco viene diminuendo nelle forze corporee , cresce
in quelle della prudenza, della sa- viezza, del consiglio; capace perciò a
governare non pur le persone e le famiglie, ma ancor le repubbliche. Che però i
nostri maggiori la forza dello stato poserla ne’ giovani, e in quei di virile
età ; la mente poi regolatrice , e il supremo arbitrio delle cose riservaronlo
alla vecchiezza, formando di scelti vecchi il consiglio pubblico, che nominaron
senato. Indole e carattere delle passioni secondo lo stato e l’educazione degli
uomini. Le varie istituzioni e costumanze dei diversi paesi ; l’educazione, la
professione e lo stato diverso degli uomini inducono abitudini diverse , che
formano caratteri morali notabilmente distinti. Cosi quelli per esempio, che
esercitano la professione di giudice e di magistrato, intesi continuamente ad
esami- nare e decider le controversie a rigore di diritto, ed a re- primere e
rimuovere le frodi e i delitti , acquistano tale abitudine che li rende di
carattere grave, severo, inflessibile. L’ avvocato e il procuratore , o difenda
il suo cliente contro l’attore, o faccia egli da attore contro il reo, avvez-
zasi alle controversie, c a sostener per vero il punto da lui preso a difendere
e ad oscurar ogni ragione in contrario : e però diviene in ogn’altra cosa di
carattere risentito, ris- soso, censore e tenace della sua opinione. Il medico,
che per la sua professione suole continua- mente trattare cogl’ infermi ed
infelici, affinchè conosciuta la causa dei loro malori, possa apporvi opportuni
rimedi ; conseguentemente egli è di carattere serio sì , ma insieme dolce,
mansueto, compassionevole. 18 Digitized by Google 274 I nobili se non
degenerano dalla virtù de’ loro mag- giori , conservano sempre un tratto
dignitoso , generoso r incapace di viltà , d’ inciviltà e rozzezza. Che se poi
sieno di mente e d’animo debole e ignoranti, divengono di leggeri fastosi,
gonfi d’ orgoglio e disprezzatori degli altri , consi- derandoli tutti quasi d’altra
razza e mcn che uomini. I doviziosi (se per rara virtù sollevino l’animo dal
sor- dido affetto alle ricchezze, e sappiano farne uso moderato per sè, ma
largamente spanderle a beneficio altrui, soccor- rendo prontamente i bisognosi,
promovendo le arti e altre opere utili al pubblico bene) sono essi il ritratto
della stessa beneficenza, amati, rispettati ed encomiati da tutti. Ma al
contrario i ricchi più comunemente sono sordidi , avari , contumeliosi,
sospettosi, tristi per il continuo timore di per- dere, e per l’insaziabile
sete dell’oro. I potenti, se virtuosi, sono il sostegno dei deboli ; se viziosi
o privi di buona coltura , sono essi quale Orazio descrive Achille, dicendo,
lmpiger , iracundus, inexorabilis, acer ; tura negat sibi nata ; nihil non
arrogai armis. La condizione del supremo principe della repubblica è la più
sublime. In esso risiede la suprema mente, la suprema volontà, la suprema forza
dell’impero. È egli per ufficio il tu- tore dei diritti di tutti i suoi
sudditi. La sua cura assidua intende non pur solamente ad impedire e reprimere
i delitti, ma a promuovere eziandio ogni maniera di beni nella repub- blica. £
allora il principe è giusto, saggio, ricco, potente, glorioso quando promuova e
faccia di fatto fiorire nei sudditi la giustizia, la saviezza, le richezza, la
forza, 1’ onestà. E però il carattere del supremo principe è dignitoso più di
qualsivoglia altro nobile e potente cittadino : alla sovrana dignità poi
congiunge una somma dolcezza, magnanimità e clemenza, come quegli che più
d’ogni altro può, e che per suo dovere, per suo genio, per suo interesse vuole
quanto può beneficare i suoi sudditi. Questo è il carattere del buon principe,
del vero padre della patria. Che se dipartasi da queste norme, rovina sestcsso
e lo stato: diviene il più dete- stabile tiranno. Finalmente l’ufficio
sacerdotale non è cosa umana, ma al tutto divina. Il sacerdote è il ministro di
Dio, il media- tore fra Dio e gli uomini, la luce del mondo, il sale della
terra, il maestro c la guida degli uomini neH’affare il più grande e di ordine
soprannaturale , unicamente inteso a far sì, che vivendo essi secondo la legge
di Dio sieno ottimi cittadini e insieme battano la retta via della felicità
eterna. Un sacerdote animato dallo spirito di cotal ministero è la viva
immagine del divin Redentore. Ma chi da esso traligna è il mostro più
detestabile della terra. Adunque 1’ accorto scrittore nel descrivere i costumi
degli uomini , e nel trattare gli affetti del cuore umano deve por mente a
studiar bene l’uomo, non pur quanto al suo temperamento, alla sua età, ma
eziandio allo stato e alla sua particolare educazione, e abitudini. Recherò
anche a questo proposito gli eccellenti versi d’Orazio, nell’epistola citata v.
114. ec. Intererit multum Davusne loquatur an heros ; Maturusne senex, an adhuc
fiorente inventa Fervidus: an matrona potens, an sedala nutrix: Mercatorne
vagus, cultorne virentis ugelli ; Colchus an Assyrius, Thebis nutritus an
Argis. Aut famam segnerei aut sibi convenientia finge , Scriptor. Honoratum si
forte reponis Achillem ; Impiger, iracundus, inexorabilis, acer, lura neget
sibi nata, nihil non arroget armis. Sit Medea ferox, invictaque: flebilis Ino:
Perfidus Ixion, Io vaga, tristis Orestes. Si quid inexpertum scenae committis,
et audes Personam formare novam, servetur ad imum Qualis ab incepto processerit
et sibi constet. DEL MODO DI TRATTARE GLI AFFETTI E LE PASSIONI DEL CUORE
UMANO. Teoremi, su cui fondami le regole pratiche. 1. ° La volontà di sua
natura tende al bene; cioè tende al conseguimento di quelle cose che appagano e
quietano l’animo, e però fugge il dolore, appetisce il piacere. 2. ° Stimoli
della voloutà sono gli affetti o le passioni umane. Gl’ istrumenti, che
eccitano le affezioni sono gli or- gani dei sensi esterni , e la fantasia :
quelli presentandoci realmente gli oggetti quali sono con le loro qualità
piace- voli o disgustose: questa dipingendo all’animo nostro gli og- getti
assenti, o immaginari, come fosscr presenti e reali. Gli oggetti buoni o
cattivi eccitano le affezioni e muovono la volontà secondo la loro grandezza ,
prossimità e probabilità d’ incontrarli. 5. ° Non però secondo la loro
grandezza, prossimità e probabilità considerata in sé qual’è veramente; ma
secondo che l’uomo gli apprende per grandi, prossimi, e probabili. 6. ° Come
formasi nell’ animo l’ immagine di cosiffatti beni o mali appresi , si eccitano
subito le affezioni corri- spondenti, ed i moti indeliberati c spontanei della
volontà. L’animo ch’è creato ad amar presto, Ad ogni cosa è mobile che piace
Tosto che dal piacere in atto è desto. Dante Purg. XVIII. 7. ° Le affezioni e
passioni umane (accendendosi non se- condo la verità, ma secondo l’apparenza
dei beni e dei mali) . traggono per sè stesse in inganno, c seducono la volontà
spin- gendola furiosamente in rovina , se non sicno raffrenate e ben dirette. Quindi
è data all’uomo la ragione per discerner i veri dai falsi beni; c però quali
affezioni dirigansi ad og- getto buono, quali ad oggetto malo; e quando
pecchino o per eccesso ovvero per difetto. 9. ° Colla ragione poi è data
eziandio la nobile facoltà del libero arbitrio. Innata v’è la virtù che
consiglia E dell’assenso dee tener la soglia. Questo è ’l principio là onde si
piglia Cagion di meritare in voi, secondo Che buoni o rei amori accoglie e
viglia Dante P. cit. 10. ° La libertà è quel piloto, che ne guida o al nau-
fragio, se cede alle vane lusinghe e all’ impeto delle pas- sioni, ovvero al
porto di salvamento se sa ben governarle. » Voluntatem gubernat recta ratio:
seducit bonum apparens; » voluntatis stimuli affectus ; ministri organa et
motus vo- » luntarii. De hac Salomon ; ante omnia (inquit) custodi , » fili,
cor tuum: nam inde procedunt actiones vitae ». Bacone da Verulamio De augm. . ®
È un fatto poi a tutti noto , che le passioni del cuore umano hanno
un’espressione, una Gsonomia e favella tutta propria e naturale « Omnes animi
motus suum quemdam habent a natura vultum, sonum, gestum, totumque » corpus
hominis, et eius omnis vultus, omnesque voccs, ut » nervi in fidibus, ita
sonant, ut a quoque animi motu sunt » pulsae». Cic. de Or. . ° £ un altro fatto
parimente a tutti manifesto, che siffatto linguaggio naturale delle passioni
trasfonde mirabil- mente in altrui le stesse affezioni nostre. Ut ridentibus
arrident, ita flentibus adflent Humani vultus. Ora poste queste verità, ne
nascono spontaneamente le regole pratiche a norma dell’oratore e del poeta sul
modo di trattar gli allctti. Regole pratiche di trattar gli affetti. Dai
predetti teoremi chiaramente apparisce , come in fatto di mozione d’ affetti
non v’ ha luogo ad artifizio ve- runo, ma è questa opera al tutto naturale. E
però chi non ha sortito dalla natura animo sensibile, ovvero chi in atto non è
interessalo e mosso dall’argomento che ha a mano, questi non tenti punto
d’eccitare in altrui quegli affetti che in sè non prova; chè sforzerebbesi
indarno, se non pur movesse a riso, o a noia e disprezzo. Adunque è necessario
sentire ed esser vivamente in sè mosso, chi vuol commuovere gli affetti altrui.
Allora la na- tura stessa, senza studio veruno, darà gli atti, {'espressioni,
le voci più proprie ed efficaci. Prius affìciatnur ipsi, ut alias afficiamus ,
dice Quintiliano. Ardeat qui vult incendere, Ci- cerone ; ed Orazio coi
seguenti versi egregiamente espone questo fatto e legge di natura nell’epistola
cit. V. 101.ee. Ut
ridentibus arrident, ita flentibus adflent Humani vultus. Si vis me fiere,
dolendum est Primum ipsi tibi: tunc tua me infortunio laedent, Telephe vel
Peleu. Male si mandata loqueris , Aut dormitabo
aut ridebo. Tristia moestum Vultum verbo decent ; iratum piena minarum;
Ludentem lasciva; severum seria dictu. Format enim natura prius nos intus ad
omnem Fortunarum habitum; iuvat, aut impellit ad iram, Aut ad humum moerore
gravi deducit, et angit. Post effert animi motus interprete lingua. Questa è la
base e la norma (li tutte l’altrc regole. Im- perocché le regole su la mozion
degli affetti non tendono ad altro , che l.° a guidar l’oratore e il poeta a
concepire e accendere in sé quegli affetti, che brama altrui comunicare, 2.° a
preparare insieme, per cosi dir, la materia infiamma- bile in altri, c
opportunamente aizzarla. Ora siccome il bene o il male appreso è quello che
muove gli affetti, e tanto maggiormente li muove e gl’ infiamma, quanto
maggiore è la sua grandezza , la prossimità e pro- babilità d’ incontrarlo;
quindi è che l’oratore deve in prima attentamente considerare e rappresentare a
sé e agli altri la grandezza del bene , la prossimità e probabilità d’ otte-
nerlo; come al contrario la grandezza, imminenza e proba- bilità del male che
ne minaccia. Ma tutto ciò, come riguardo a sé, cosi riguardo agli altri ,
convien fare accortamente, e vivamente. Accor- tamente, cioè nel contemplare e
descrivere un bene vero e reale, toglier dalla vista, o almeno coprire quelle
parti di- sgustose , che qualsivoglia bene di questo mondo accompa- gnano: come
nel considerare il mal da fuggirsi, non guar- dare nè mostrare altrui l’aspetto
lusinghiero dei beni fallaci. Altrimenti saremo simili a quel imperito oratore
, che per indurre i giovani a batter la via della virtù piuttosto che quella
dei vizio, descrisse quella sì orrida, aspra c difficile; questa così piana, ampia
e dilettevole, che produsse l’effetto contrario al suo intendimento. Dico in
2.° luogo che la descrizione della grandezza, prossimità e probabilità del bene
o del male convien farla vivamente. Ma quando è che le cose ci fanno viva
impres- sione ? Quando le vediamo cogli occhi , le tocchiamo con mano, le
abbiam sotto i sensi. Segnius irritant animos demissa per aurem , Quarti quae
sunt oculis subiecta fidelibusj et quae Ipse sibi tradii spectator. Or questo
può farsi in due modi, o coll’oggetto stesso buono o cattivo, se siavi o possa
aversi di fatto soli’ occhi; ovvero coi colori più espressivi della fantasia
descriverlo in modo che paia aversi presente. Ecco un bell’ esempio del primo
modo. Severissima era la legge romana su l’omicidio, lex hor- rendi carmini s
erat, onde venne condannato a morte Orazio vincitor de’Guriazi, per aver ucciso
in un subito impeto di sdegno l’importuna sorella , mentre ei trionfava qual
libe- ratore della patria. Già il littore gli si appressava per legarlo ,
quando il padre di lui P. Orazio gridò, ch’ci giudicava giustamente uccisa la
figlia, c se così non fosse stato fatto, ch’egli per diritto patrio l’avria
uccisa. E pregava quindi piangendo il popolo, che non volesse fare al tutto
orbo di figliuoli lui, che poco prima era circondato da sì eccellente
figliolanza. Intanto il vegliardo te- Inter haec, Senex iuve- ner>a il suo
figliuolo abbrac- nem amplexus, spolia Curiaciato, e mostrava le insegne tiorum
fìxa eo loco, qui nunc de’ Curiazii , che pendevano pila horalia appeliantur,
osten- ta un luogo che chiamatasi tans; hunccine, aiebat, quem il piedestallo
d’ Orazio ; e modo decoratum ovanlemque gridava al popolo e diceva, victoria
incedentem vidistis, Quiriti , potrete voi sofferire , Quirites, eum sub furca
vin- c he dinanzi da vostri occhi ctum inter verbera et crucia- ti mio
figliuolo sia legato , tus videro potestis? Quod vix e battuto , e Uverato a
ontosa Àlbanorum oculi tam defor- morte, il quale voi vedeste ora me
spcctaculum ferre posscnt. innanzi venire lieto e glorioso I, lictor, colliga
manus, quae della vittoria ch’egli avea avu- paulo ante armatae imperium ta ?
Appena quelli d’ Alba il populo romano pepercrunt. I, potrebbono soffrire di
guardai- caput obnubc liberatoris urbis lo. Sofferirete voi , che quelle huius.
Arbori infelici suspcn- mani sieno legate; le quali ora de; verbera vel intra
pomoe- innanzi acquistarono l’impe- riunì, modo inter illa pila et • rio di
Roma, e che il capo sia spolia hostium, vcl extra po- avviluppato a colui che
ha li- moerium , modo intra sepul- berato la città di servitudine? era
Curiatiorum. Quo enim Sofferrete voi che dinanzi a ducere hunc iuvenem
potestis, voi sia impeso e battuto il vo- ubi non sua decora eum a stro
campione o intra le se- tanta foeditate supplicii vin- polture de’Curiazii, o
appres- diccnt ? so del piedestallo, dove le in- segne della sua vittoria sono
pendute ? Però che in nulla parte lo potrete menare, dove V uomo non trovasse
alcuna insegna della sua vittoria (1). La tragica scena per sé, più che le
parole del padre, commosse sì il popolo romano, che ne fu assoluto il
figliuolo, admiratione magis virtutis, quam iure causae. Indicherò poi
solamente un altro esempio, già addotto da me (1 . II. c. V.), cioè la parlata
ai Romani di T. Qninzio Capitolino , nella quale le cose attissime a muover gli
af- fetti sono dipinte coi colori più vivi della fantasia. ( Videsis ) Dipoi è
da notarsi , come sebbene talvolta avvenga , che al presentarsi improvvisamente
un gran bene o male im- minente, accendami all’istante impetuose affezioni, pur
tut- tavia nelle orazioni comunemente la mozion degli affetti ha una
successione graduata, e a tempo e a luogo s’ infiam- mano vivamente. Essendo
poi opera naturale sì l’accensione delle passioni, come la loro estinzione; e
la natura non operando mai per salto, ma gradatamente; ne siegue, che come a
poco a poco si vanno col discorso riscaldando fino al sommo grado di calore;
cosi debbano a poco a poco rimetter di forza. Quindi è che quando l’oratore ha
dato sfogo al suo zelo, fa d’uopo ral- lentarne l’impeto e ritornare alla
calma. Non però di botto, (1) Volgarizzamento del buon secolo j>er cura del
prof. C. Dalmazzo passando in un momento dal pianto al riso , dalla tristezza
al gaudio, dal torbido e truce all’ameno e tranquillo: come appunto il mare in
tempesta , cessando il vento , a gradi a gradi va rallentando l’ impeto delle
onde. Fra gl’ innumerabili esempi , che potrebbono addursi dalle orazioni di
Cicerone (che nel maneggiar gli affetti fu sommo) , ne sceglierò un tratto
maraviglioso dell’ orazione prò Ligario §. III., il quale fu di tal forza, che
non- sola- mente abbattè l’audacia dell’avversario Tuberone, ma trionfò per
modo sull’animo di Cesare, che, come narrasi, gittò egli a quel passo la
tavoletta , dov’ era già segnata la condanna di Ligario. Ora Cicerone si fa
strada a questo estremo colpo con somma naturalezza , e con arte sopraffina :
perciocché ncl- 1’ esordio parla con gran fiducia a Cesare lodandone la
magnanimità nel perdonare ai pompeiani; e con piccante ironia rende ridicola e
insieme odiosa l’accusa di Tuberone, ch’essendo stato anch’ esso co’ suoi
parenti nel detto partito contrario a Cesare, ed essendo stati da Cesare
perdonati, ac- cusavan poi della stessa colpa Ligario , ed opponevansi al
perdono di lui. Siegue poi nel §. II la narrazione sempli- cissima, onde
risulta o nessuna colpa in Ligario dell’essersi trovato in Africa fra i
pompeiani, o colpa involontaria e lie- vissima. E però nel §. III dallo stile
equabile e temperato passa ad un tono di dire più concitato: e in prima
protesta la sua gratitudine a Cesare, che quantunque sapesse lui es- sere stato
di piena volontà fra i suoi più fieri avversari , nondimeno gli aveva dato il
perdono, e altresì onori e be- nefizi singolarissimi. Or mentre Cicerone mosso
da sì vivo affetto di grati- tudine va encomiando la magnanimità di Cesare nel
perdo- nare, e premiare i suoi nemici più ostinati, non può far a meno d’
accendersi di giusto sdegno rivolgendo il pensiero alla indegnità dell’accusa
fatta contro Ligario ; e però pro- rompe dicendo « Sed hoc quaero , quis putet
esse crimen Digitized by Google 283 n fuisse in Africa Ligarium ? Nempc is, qui in eadcm Africa »
esse voluit, et prohibitum se a Ligario queritur; et certe » contra ipsum
Caesarem est congressus armatus. Quid enim » tuus illc , Tubero , districtus in
acie pbarsalica gladius » agebat? Cuius latus illc mucro petebat ? Qui sensus
erat » armorum tuorum ? Quae tua mens ? Oculi? Manus? Ar- » dor animi ? Quid cupicbas ? Quid optabas ? »
Pervenuto a questo punto di massima concitazione, onde apparve colpito
fortemente Cesare , e I' accusatore al tutto confuso e prostrato, non passa già
Cicerone di slancio alla calma : ma come il cavaliere che dal veloce corso a
poco a poco va raffrenando il suo corridore in fino a che lo ri- duce al trotto
equabile; così Cicerone con, brevi e tronchi incisi, quasi tratti di briglia,
va calmando T impeto del suo animo sdegnato, dicendo a sé stesso, e comprimendo
il suo zelo: Nimis urgeo. Commoveri videtur adolescens. Ad me revertar. Iisdem
in armis fui. Temperato così alquanto il furore della sua giusta ira, mitiga
altresì 1* acerbità del rimprovero ponendo sé stesso complice del medesimo
fatto , dicendo. Quid autem aliud egimus , Tubero , ni si ut, quod hic potest,
nos possemus ? E quasi a fissare immobilmente all’ argomento il chiodo, con
enfasi conclude. « Quorum igilur impunitas , Caesar , tuae » clementiae laus
est , eorum ipsorum ad crudelitatem te » acuet oratio ? » Quindi con tono e
passo equabile e grave prosiegue il suo discorso. dell’invenzione in
particolare DEI DIVERSI GENERI DI COMPONIMENTI. ARTICOLO I. Dei diversi generi
d'orazioni. Gli antichi retori (Cic. Topica c. 20. De Oratore) distinsero le
orazioni in due supremi generi, l’uno appellarono infinito, o indeterminato,
l’altro definito e certo, il primo (detto dai Greci Sèsto) si è quando si pro-
pone a dimostrare un tema astratto e generale: per es. di- cendo : la religione
è il primario fondamento della umana società. L’arte oratoria è la più
eccellente delle arti liberali ec. Il secondo genere determinato e certo (detto
dai Greci urro- Siotq) è quando si assume a provare un tema concreto con
precisone di cose, persone, luoghi, tempi, azioni e negozi particolari: come a
cagion d’esempio se propongasi per tema: Cicerone fu il principe degli oratori.
La repubblica romana fu madre d’eroi. Così sono tutte le cause che traltansi
nel foro o civile o criminale ec. Qualunque poi sia il genere della orazione e
della que- stione , o indefinito o definito , può avere due distinti og- getti,
o la semplice istruzione e cognizione deH’intelletto , o il persuadere altrui
qualche utile e virtuosa azione da farsi : uno riguarda la cognizione , l’altro
l’azione. E però ne derivano quindi due generi di orazioni subalterni , che
diconsi l’uno dimostrativo, l’altro deliberativo. A questi due generi poi di
orazioni, dimostrativo e de- liberativo , gli antichi maestri di rettorica
aggiunsero un terzo denominato giudiziale , quando trattansi in giudizio le
cause civili o criminali. Ma queste, parmi, che non formino un genere distinto
di orazioni, piuttosto partecipano dell’uno e dell’ altro : del dimostrativo in
quanto che 1’ oratore in- tende di provare la verità c giustizia della causa
che tratta; del deliberativo poi in quanto che intende di persuadere e indurre
i giudici a dare la sentenza di assoluzione o di condanna. Sogliono i più
minuti maestri di rettorica enumerare le varie specie di orazioni contenute o
sotto il genere di- mostrativo, o sotto il deliberativo: sotto quello pongono
le panegiriche, cioè le orazioni fatte solennemente in pubbli- che adunanze a
lode di qualche eroe oc. ed altre che pur esse riferisconsi a lode ed elogio di
qualche persona, come le genetliache o natalizie, V epitalamiche o nuziali, le
fu- nebri, l’ eucaristiche o di ringraziamento ec. Sotto il genere poi
deliberativo sogliono distinguere le persuasive o dissua- sive; l’esortativc,
le conciliative, le consolatorie ec. Quindi si sforzano di dare delle regole
per ciascuna di esse a fine 4i condurre quasi per mano l’ oratore nel trattare
siffatti argomenti. A me piace piuttosto l’ avviso di Cicerone che dice de Orat.
Non omnia quaecunque loquimur mihi videntur ad artem et praecepta esse
revocando. Quindi per es. quanto alle orazioni fatte in altrui lode fa dire
cosi ad Antonio. « Qui laudabit quempiam, intclliget, exponenda » sibi esse
fortunae bona. Ea sunl, generis, pccuniae, pro- » pinquorum, amicorum, opum,
valetudinis, forarne, virium » ingenii , cacterarumquc rerum quae sunt aut
corporis , » aut extraneae: si habuerit, bene his usimi; si non habu- » erit,
sapientcr caruissc; si amiscrit, moderate tulisse. » Deinde quid sapientcr is,
quem laudet, quid liberaliter, » quid fortiter, quid iuste, quid magnifice,
quid pie, quid » grate, quid humaniter, quid denique cum aliqua virtute » aut
fecerit aut tulerit. Ilacc et quae sunt cius generis Digitized by Google 286 »
facile videbit, qui volct laudare quenipiam , et qui vi- » tupcrare,
contraria... Nolo... omnia quae cadunt aliquando » in oratorem, quamvis exigua
sint, ea sic traclare, quasi » nihil possi t dici sine praeccptissuis. Nani
ctiam tcstimoniuni » saepe dicendum et nonnunquam ctiam accuratius... Num »
igitur placet , quum de eloquenza praccipias , aliquid » ctiam de tcstimoniis
dicendis , quasi in arte tradere? ... » Quid si (quod saepe summis viris
accidit) mandata sint » exponenda, aut in senalu ab imperatore, aut adimpcra- »
torem, aut ad regem, aut ad populum aliquem a senatu? » Num quia genere
orationis in huiusmodi causis accura- » tiore est utendum, idcirco pars etiam
haec causarum nu- li meranda videtur, aut propriis praeceptis instruenda? »
Item illa quae saepe diserte agenda sunt . . . ncque ha- ll bent suum locum
ullum in divisione partium, neque cer- » tum praeceptorum genus, et agenda sunt
non minus di- ti serte, quam quae in lite dicunlur, obiurgatio, cohortatio, »
consolatio ; quorum nihil est , quod non summa dicendi » ornamenta desidcrel;
sed ex artifìcio res istae praecepta » non quaerunt. » Piane, inquit Catulus,
assentior ». Da ciò si scorge come un giovane d’ ingegno , eserci- tato nelle
opere degli scrittori classici, e bene istruito dei precetti generali dell’arte
rettorica, guidato inoltre dal con- siglio, e dalle tracce di esperto maestro
può riuscire abile a fare ragionevolmente e sensatamente le sue composizioni,
ed avanzarsi di molto nell’arte del bello scrivere. Ma nello stesso tempo si
conosce quanto gran cosa, e di quanto va- sto campo sia 1’ arte eccellente
dell’ oratore : e quanto sia vera quella sentenza di Cicerone (de Orat.) che
dice « Mea quidem sententia, nemo poterit esse omni laude cu- » mulatus orator,
nisi erit omnium rerum magnarum at- » que artium scientiam consccutus ».
Digitfeed bréseOTl Dei diversi generi di poemi. Il poema (sotto il qual nome
intendesi qualunque sorte di componimento poetico) distingucsi in varii generi
tanto rispetto alla diversa natura dcH’argomento, quanto rispetto al modo di
rappresentarlo. §. l.° E in quanto alla diversa natura dcH’argomento, il poema
può essere, come si è detto delle orazioni, in primo luogo o di genere
infinito, come quando trattasi di qualche vizio , di qualche virtù in generale
ec. : ovvero di genere definito con determinazione di persone, di luogo, di
tempo ec., come l’elogio di un principe benefico, d’un insigne poeta ec. In
secondo luogo si l’argomento infinito, come il definito, può essere o di genere
dimostrativo, quando ha per oggetto la sola istruzione dell’ intelletto: ovvero
può esser di genere deliberativo, quando tende a indurre gli uomini a qualche
virtuosa ed utile azione. Da ciò chiaramente apparisce , che i luoghi rettorici
, che servono per l’invenzione all’ oratore, sono egualmente comuni al poeta :
e che come nel perfetto oratore si esige vasta e profonda cognizione di tutte
quelle scienze e arti che all’ uomo colto appartengono , e di più una completa
scienza dell’uomo in tutti i suoi stati e movimenti; similmente tutto ciò
ricercasi nel vero poeta. Onde Orazio (ep.adPiso- nes) pone questo per supremo
canone di poesia. Scribendi recte,
sapere est et principium et fons. Rem tibi socraticae poter unt ostendere
chartae. Verbaque provisam rem non invita sequentur. Qui didicit patriae quid
debeat, et quid amicis, Quo sit amore parens, quo frater amandus et hospes,
Quod sit conscripti, quod iudicis officium, quae Partes in bellum missi ducis,
ille profecto Reddere personae scit convenientia cuique. 288 Respicerc exemplar vitae morumque iubebo Doctum
imitatorem, et veras bine ducere voce s. £ Cicerone (in Bruto) questa
cognizione filosofica com- pleta dell’uomo in tutti i suoi stati e movimenti e
nel bene c nel male la vuole principalissima ed essenzialissima quanto al
poeta; dicendo. « Habeat (orator) omnes philosophiae notos et » tractatos
locos: nihil cnim de religione, nihil de pietate, » nihil de charilate patriae,
nihil de morte, nihil de bonis » rebus aut malis, nihil de virtutibus aut vitiis,
nihil de » officio, nihil de dolore et voluptate, nihil de perturbatio- » nibus
animi et erroribus (quae saepe cadunt in causas ut » in poemata saepissime)
nihil inquam sinc ea scientia ampie » et copiose dici et explicari potest. »
Una luminosa dimostrazione di questa verità sono tutte le opere dei sommi
poeti. Basti citare il poema di Dante, e l’ Iliade e Odissea di Omero , le
quali Orazio nella bel- lissima epistola a Lolli cementa riguardandole da
questo solo aspetto di scientifica e profonda cognizione del- l’uomo,
preferendo Omero ai due insigni filosofi Crisippo e Crantore. §. 2.° Qualunque
poi sia la materia del poema di ge- nere infinito o definito, di genere dimostrativo
o delibera- tivo ammette altra classificazione derivata dal vario modo onde
trattasi dal poeta. Il poeta è pittore della natura e massime dei costumi c
fatti degli uomini. Ora se il poeta stesso nel descrivere e rappresentare
cotesti fatti di natura comparisce attore , allora il suo poema dicesi epico ,
nome desunto dalla voce greca meg verbum, dictum, ad ma, dico, quasi poema par-
lato dallo stesso autore come sono gl’ idilli, le satire, le odi, l’elegic cc.
Che se al contrario il poeta non comparisce af- fatto, ma sceglie per attori
alcune persone e le pone a col- loquio e in azione fra loro; come nell’egloghe
pastorali, nei dialoghi, nelle favole, c più sfoggiatamente e più vivamente in
teatro nelle commedie e nelle tragedie; in tal caso il poema "Ulgitiiéd'by
Cinogie 289 così posto in atto diccsi propriamente dramma dalla voce greca
àpx(X 0 t actus, facinus, derivata dal verbo dpa<y facto. I grandi poemi
poi, come l’ Iliade, 1’ Odissea, 1’ Eneide, che trattano di fatti e imprese
luminosissime d’ insigni per- sonaggi, hanno di quando in quando dei tratti
drammatici, ove il poeta pone in atto questi e quelli a parlare e ad ope- rare
insieme fra loro. Ma siccome nel complesso dell’opera apparisce il poeta stesso
che la rappresenta ; però ritiene sempre il suo nome di poema epico. Che anzi
come in prosa al più perfetto componimento riservasi esclusivamente il no- me
d’ orazione ; così cotal maniera di epici componimenti, che sono il capolavoro
dell’arte poetica, dicesi per antonoma- sia epopea; e però V epopea si
definisce cosi: un poema epico di eroico avvenimento. Simili parimenti sono
nella costruzione di tutta la machina l’orazione e l’epopea. Perchè sì l’ora-
zione perfetta, si l’epopea ha il suo esordio, la proposizione, la contenzione,
e la catastrofe, o termine preordinato; ma con questa differenza che nell’
orazione , essendo 1’ oratore tutto intento a dimostrare e persuadere
ragionatamente all’al- trui intelletto la verità della sua proposizione,
scorgcsi chia- ramente il filo logico degli argomenti tutti coordinali e col-
limanti a provare il tema proposto: nell’epopea, il poeta na- sconde la sua
trama e orditura logica vestendo il suo la- voro d’ immagini e di fatti
svariatissimi e che quasi da sè stessi vanno svolgendosi, rannodandosi e succedendosi,
per dilettare così , c dilettando insegnare c muovere. Ma chi attentamente
considera cotesti sommi poemi vi ritrova il fi- nissimo artificio , e come ogni
cosa mirabilmente collegasi all’unico intento propostosi dal poeta, e vi si
ritrova quella semplice unità di sistema essenziale ad ogni ben fatto com-
ponimento. Gioverà qui considerare brevemente un sì meraviglioso artificio
nell’epopea di Dante, di Virgilio, e nell’Iliade e nell’Odissea di Omero. Nella
considerazione dei due primi, riporto colle sue stesse parole ciò che
sapientissimamente nc » scrisse il P. A. Cesari: per li due secondi prendo per
guida ciò che ne disse Orazio. Considerazioni sulle quattro più insigni epopee
; di Dante, di Virgilio, e dell’ Iliade e Odissea d’ Omero. II P. Antonio
Cesari (Bellezze della commedia di Dante Alighieri: Inferno; dialogo l.° sul
principio) introduce i tre amici Torelli, Zeviani e Rosa Morando a parlare
dell’unità del poema di Dante, e di Virgilio contro le accuse di un tal censore
dalle lettere virgiliane. Zeviani sdegnato co.itra il detto censore cosi dice :
» Egli non trova in tutto quel poema altro, che pochi buoni » versi ... il resto
borra e pattume; ed ora mancavi l’unità » ora il buon gusto, e che so io?
Laddove nessuno fece mai » sottosopra più numerosi e pieni versi di lui; e
quell’opera » è tanto una, jchc non è più l’unità, ed in opera di buon » gusto
non cede a Virgilio, e forse a più altri; se già non >» li supera tutti. »
Torti. Voi dite bene, dottor mio; e chi volesse cer- » care minutamente quella
sua commedia e divisarla , e » notarvi ogni cosa del bello che ci ha, noi
potremmo, » pare a me, far altrui toccar con mano, quel poema cs- » sor al
tutto maraviglioso. Ma quanto all’unità, come mai » potè quel Messere dargliene
biasimo? Dante vuol condurre » gli uomini disviati alla vera perfezione della
virtù , e » per essa alla felicità eterna. Questo era il fine univcr- » sale
dell’opera. Per questo che era da fare? Far loro co- » noscere e odiare il
peccato che ne lo trasvia , mostrando » come esso è punito da Dio (e ciò fa
nell’inferno): cono- » scintolo, purgar i mali abiti , e apparecchiar la
materia » alla forma della virtù (e ciò nel purgatorio) : da ultimo » purgato
l’animo e reso abile a ricevere il sommo vero, « c con esso la fruizione del massimo bene
(recandolo a » quella perfezione, quando volge il destro e’I velie, - Sic - »
come ruota eh’ egualmente è mossa, L’ amor che muove il » sole e V altre
stelle) è ravvalorato a veder Dio ultimo fine » della ragionevole creatura. Che
cosa può essere più una » di questa? » Rosa M, Ma il Virgilio delle lettere
vorrà dire; che » Dante salta d’ Arno in Bacchilionc , e trova mille cose »
svariate, e forse spropositate, che rompono questa unità. » Torel — Come se
l’unità d’un poema dimorasse nel » dir pure una cosa senza più; e non anzi in
ciò, che tutte le » cose anche le svariatissime che il Poeta introduce come
ezian- » dio gli episodi medesimi (che hanno nome di cosa fuori di » strada),
per quanto sembrino aliene dall’argomento, servano » però al principale
soggetto, e come che sia il leggitor vi « conducano, Scordandogli a un bisogno
la via, per isccmar- » gli stanchezza e ricrearlo con diverse posate , o
tragetti » che gli fan fare. Altramenti, l’Eneida di Virgilio medesima » non
sarebbe una ; anzi una sconciatura di cento spezie , « o vogliate un mostro
composto di mille nature. Il propo- li sto di Virgilio era; da Troia arsa
condurre Enea in Ita- li lia, e farloci prendere fermo stato : ma intanto tei
mena » attorno; prima in Africa sbalzatovi dalla tempesta; e quivi » davanti a
Didone il racconto lunghissimo dell’ incendio i> di Troia fatto da’ Greci;
poi il lunghissimo episodio del- » l’ innamoramento di essa Didone; la fuga d’
Enea; il pe- li ricolo de’ Ciclopi , e la ferocia del bestion Polifemo , di- »
pinta divinamente da queH’Achemcnidc ; la morte della ii medesima regina, il
che fa luogo a svariatissimi accidenti, ii Approdano alla Sicilia: son ricevuti
da Alcestc. Enea fe- » steggia l’anniversario della morte di suo padre: giuochi
» fatti 'per questo: fuoco appiccato alle navi. Viene a Cuma » La Sibilla lo
conduce all’ inferno : visita suo padre : di- » gressioni continue. Approda
all’Italia: gli è promessa La- » vinia, che era giurata a Turno: guerre co’ Latini.
Enea » va ad Evandro per aiuto: feste da
lui celebrate , per cs- » sere stati salvati da ladron Caco : istoria di
costui. Ve- » nere fa a Vulcano fabbricar Tarmi ad Enea. Torna con » Pallante e
con aiuti de’ Rutuli ed Arcadi. Guerre con » Turno: Morte di Pallante c
funerali magnifici : episodio » di Niso ed Eurialo. In cielo concilio degli dei
sopra le » cose di Enea e d’ Italia. Istoria di Camilla c sua morte. » Dopo
infiniti accidenti, Turno ed Enea in duello: è ucciso » Turno; e finisce il
poema. Voi udiste un cenno delle infinite cose, che interven- » gono in questo
fatto. Dov’ è l’unità qui ? Appunto tutto » mira ad un segno, siccome dissi; e
però una 6 l’azione. » Ora quel medesimo che dissi di Virgilio , e voi ditelo »
dell’ Iliade e della Ulissea d’ Omero; ed eziandio, se vo- » lete, del nostro
Tasso. » Uosa M. Io vorrei quasi aggiugncre : che il poema » di Dante non pure
è uno per la ragione testò allegata , » ma eziandio , quasi per unità di luogo
: perocché anche » questo fu, comeché spartito in tre, in una medesima quasi »
comprensione di luogo continuato. Egli fora la terra per- » (ino al centro,
girandola a chiocciola. Passato il centro e » riuscitone all’altro emisfero ,
trova quivi alla terra con- » giunto e nato da essa , il monte del purgatorio ;
per lo » quale montando , altresì quasi per iscala a lumaca per- « viene al
paradiso terrestre; dove finisce quasi la giuris- » dizione del mondo nostro,
uscendo fuori dell’azione delle » vicissitudini della terra; ed il monte entra
quasi mettendo » la testa nel territorio, ovvero antiporta del paradiso cc- #
leste. Di là una forza soprannatura lo innalza , a grado » a grado montando,
fino al cielo empireo, fino a veder Dio. » Sicché questi tre regni tanto
diversi sono insieme rag- » giunti c continuati: c Dante passò per tutti, quasi
d’uno » in altro appartamento, senza uscir di casa. » Ora volendo dire qualche
cosa dei due poemi d’ Omero, considero come primieramente quanto all’ Iliade l’
intento di lui si è mostrare col fatto della guerra c sconfitta di Troia quanto
di male arrechino le passioni sfrenate e i vizi dei re e dei popoli. Così
Orazio (ad Loliium ep.) Fabula, qua Paridi s propter narratur amoretti Graecia
barbariae lento collisa duello Stultorum regum et populorum continet aestus.
Antenor ccnset belli praecidere causam: Quid Paris ? ut salvus rcgnet vivatque
beatus Cogi posse negai. Neslor componere lites Inter Peliden feslinat et inter
Atriden. Hunc amor , ira
quidem communiter urit utrumque- Quidquid delirant reges, plectuntur Ackivi. Seditione dolis sedere alque libidine et ira lliacos
intra muros peccai ur et extra. Ma se Omero intende di trattare di questi
luttuosi fatti della guerra troiana fino alla completa sconfitta di Troia fatta
dai Greci, perchè, dirà taluno, non accenna altro nel pro- porre il suo tema ,
che di parlare dell’ ira d’Achille ? Ciò fa per due ragioni 1.® per non dare al
suo lavoro un prin- cipio troppo fastoso, come quel cotale deriso da Orazio,
che cominciò Fortunam Priami cantabo et nobile bcllum ; che anzi neppur dice
Omero di voler da sè parlar dell’ira d’Achille, ma ne richiese la dea Calliope
a suggerirglielo, dicendo M ìjviv àuì!ìt OcX ThqXytoldea ' A OùAc/x«injv. Iram
cane, dea, Pelidae Achillis perniciosam. In 2.° luogo perchè quest’ira appunto
forma il cardine su cui s’aggira il poema, e gli dà l’unità. Achille fieramente
sdegnato contro Agamennone che gli aveva ingiustamente ra- pita la schiava
Briscida, si sottrae colla sua schiera dal com- battere contro i Troiani; ed i
Greci per ciò ne soffrono lunghi, e gravi disastri. Placato finalmente Achille
con preci e donativi, ritorna all’oste, e per lui i Greci ottengono la si
lungamente sospirata vittoria. Perchè rivolta tutta l’ira contro i Troiani
Achille vendica la morte del suo compagno Patroclo: uccide Ettore, lo trascina
legato al suo carro in- torno alle mura di Troia , fa i funerali a Patroclo e
resti- tuisce a Priamo supplichevole il cadavere del figliuolo di lui, Ettore.
Nell’Odissea canta Omero il pregio della virtù, nè dalle vane lusinghe vinta,
nè affranta dalle avversità: e prende a prototipo Ulisse. Rursus quid virtus et
quid sapientia possit Utile proposuit nobis esemplar Ulyssem, Qui domitor
Troiae multorum providus urbe s Et tnores hominum inspexit: latumque per aequor
Dum sibi, dum sociis reditum parai , aspera multa Pertulit, adversis rerum
immersabilis undis. Sirenum voces et Circae pocula nosti, Quae si cum sociis
stultus cupidusque bibisset. Sub domina meretrice fuisset turpis et excors
Vixisset canis immundus et amica luto sus. Così Orazio nella predetta epistola.
CONFRONTO DEL POETA COLL’ORATORE. ARTICOLO I. In che convenga il poeta coll ’
oratore. Il poeta coll’ oratore in due cose principalmente con- viene; l.“ nel
fine ultimo che l’uno e l’altro proponesi; 2.° nei mezzi che a tal fine
conducono. In fatti è cosa a tutti manifesta , che l’ oratore , sia che si
eserciti nelle opere minori, sia nelle maggiori, non mira ad altro che a questo
nobilissimo scopo di persuadere altrui qualche utile verità. A ciò conducono le
semplici narrazioni , a ciò l’ epistole o vuoi di ragion pubblica , o vuoi di
ragion privata , a ciò le aringhe estemporanee e le dissertazioni didascaliche,
a ciò la storia, a ciò finalmente le perfette orazioni. Onde da Cicerone
meritamente ponsi l’ oratore nel sommo grado fra gli uomini , quasi cosa più
che umana, da cui e le ottime istituzioni, e ogni ben pub- blico derivarono.
Così egli nel I. de Oratore c. Vili. « Ne- » que vero mihi quidquam , inquit,
praestabilius videtur, » quam posse dicendo tenere hominum coelus , mentes al-
» licere, voluntates impellere quo velit , unde autem velit » deducere. Haec
una res in omni libero populo, maxime » in pacatis tranquillisque civitatibus,
praecipue semper flo- » ruit semperque dominata est. Quid cnim est aut tam ad-
» mirabile, quam ex infinita multitudine hominum existere » unum, qui id, quod
omnibus natura sit datum , vcl so- » Ius vel cum paucis facerc possit? Aut tam
iucundum co- » gnitu atque auditu, quam sapientibus scntentiis gravibus- » que
verbis ornata oratio et perpolita , aut tam potens » tamque magnificum , quam
populi motus , iudicum reli- » giones, senatus gravitatem, unius oratione
converti? Quid » tam porro regium, tam liberale, tam munificum , quam >•
opem ferre supplicibus, excitare afflictos, dare salutem, » liberare periculis,
retinere homines in civitate? Quid au- » tem tam neccssarium, quam tenere
semper arma, quibus » vel tectus ipse esse possis, vel provocare improbos , vel
» te ulcisci lacessitus? Age vero, ne semper forum, subsellia, » rostra,
curiamque meditere, quid esse potest in otio aut » iocundius aut magis proprium
humanitatis, quam sermo » facctus ac nulla in re rudis? Hoc enim uno pracstamus
» vel maxime feris, quod loquimur inter nos, et quod ex- » primcre dicendo
sensa possumus. Quamobrem quis hoc » non iure miretur , summeque in eo elaborandum
esse » arbitretur, ut, quo uno homines maxime bestiis praestent, » in hoc
hominibus ipsis antecellat? Ut vero iam ad illa » summa venìamus: quae vis alia
potuit aut dispersos homines » unum in locum congregare , aut a fera agrestique
vita Digitized by Google 296 » ad liunc humanum cuilum civilemque deducere, aut
iam » constitutis civitalibus, Ieges, iudicia, iura describere? Ac » ne plura,
quae sunt pene innumera, consecter, compre- » hcndam brevi: sic enim statuo,
perfecti oratoris modera- » tione et sapientia, non solum ipsius dignitalem,
sed et pri- » vatorum plurimorum , et univcrsac reipublicae salulem » maxime
conlineri ». Non diverso certamente è il Gne inteso dal vero poeta: essendo
come dice Orazio nella epistola ai Pisoni anitnis natura inventumque poèma
iuvandis : ed il predetto insigne elogio clic fa Cicerone dell’oratore lo
intende comune an- che al poeta, ed altrove apertamente lo esprime, come nel-
l’orazione in favore del suo maestro Archia poeta, ove pcr- Rno dice, che il
poeta nel giovare siffattamente agli uomini quasi divino spirita affiatar.
Veggasi poi nella citala lettera di Orazio dal v. 391 al 407 (che qui per
brevità non tra- scrivo), ove toccando dell’origine c natura della poesia de-
scrive le grandi e salutifere opere prodotte dai sommi poeti. Che se pertanto
uno ed il medesimo si è il fine ultimo e nobilissimo come dell’oratore, così
del poeta, di giovare cioè all’uomo nella sua parte più essenziale col
dirozzarlo e rimuoverlo dall’ignoranza e dal vizio, e guidarlo nel sen- tiero
della virtù, e della vera sapienza ; conseguentemente anche i mezzi
proporzionati a un tal Gne debbono essere i medesimi e comuni sì all’oratore si
al poeta : quali sono rinvenire e scegliere argomenti c motivi atti a produrre
nel- 1’ animo altrui cosi segnalati effetti, e quindi opportunamente
adoperarli. E però tutti i precetti dianzi esposti su i luo- ghi rcttorici, o
sia sull’invenzione, sull’arte di ben comporre c ordinare le cose ritrovate , e
sulla perfetta elocuzione ; tutti dico, nella sostanza Convengono egualmente
all’oratore ed al poeta. In fatti noi nell’ esporre i predetti trattati ci siam
sovente giovati delle parole stesse di Orazio, che dando i precetti dell’arte
poetica, in brevi e lucidissime sentenze n’esprime il concetto, e mirabilmente
imprimeli nell’animo ^igi^edbii i 297 altrui. E però Cicerone stesso nell’ op.
de Oratore afferma che fra l’oratore e il poeta non vi è essenziale differenza,
ma solo accidentale. In che differisca il poeta dall’oratore. Differisce il
poeta dall’oratore similmente in due cose; l.° nel fine prossimo e immediato,
che l’uno e l’altro diret- tamente ha in mira, che per l’oratore è il vero, pel
poeta è il bello. In 2.° luogo differiscono nel modo di adoperare i predetti
mezzi, e sussidi dell’arte. In fatti l’intento dell’oratore si è dimostrare
diretta- mente all’intelletto altrui ciò che è onesto ed utile a farsi, e ciò
che è da evitarsi come inonesto e dannoso. E però a dimostrare c persuader
questo tutte dispiega le forze del ragionare. Servesi egli bensì delle grazie
della lingua, delle figure, delle immagini c di tutti quegl’ istrumenti
dell’arte che valgono a dilettare e muover le passioni per indurre l’altrui
volontà ad approvare ed accettar di buon grado quel partito che ei propone. Ma
lutto ciò usa l’oratore come per indiretto studiandosi quanto può di celare l’
arte finissima ch’egli adopera. E però Cicerone pone questo come canone
dell’arte, che nell’usar gli ornamenti rettorici e tutti gli altri sussidi atti
a dilettare, faccia vista l’oratore di non inten- dere ad altro che a mostrare
schiettamente il vero. Così egli de Orat. Et quoniam .... tribus rebus homines
» a,d nostram scntentiam perducimus, aut docendo aut con- » cibando aut
permovendo, una ex omnibus his prae no- » bis est ferenda, ut nihil aliud, ni
si docere velie videamur : » reliquae duae sicut sanguis in corporibus , sic
illae in » perpetuis orationibus fusae esse debent ». Il poeta al contrario,
quantunque, come si è detto nel capitolo precedente , intenda anch’egli di
recar giovamento zgfi by Google ‘298 all’altrui animo con qualche utile verità,
pure ciò lo fa come sottomano : apparentemente non fa mostra se non di
dilettare colla dolcezza dei versi, colle grazie della lingua, collo sfiorare
le bellezze di natura per formarne le più vive e vaghe immagini. Onde dei sommi
poeti suol dirsi , che sono pittori della natura : e però è bene indicato il
fine ul- timo, e il fine prossimo c immediato dell’uno e dell’altro, dicendo:
che il poeta delectando monet , l’oratore monendo delectat. Intendesi ora
chiaramente, come se amendue non dif- feriscono nei mezzi eistrumcnti dell’arte,
debbono nondimeno differire nel modo d’usarne. Quantunque le regole generali
dell’invenzione, del com- porre e ordinare le cose , e della elocuzione sieno
comuni all’oratore e al poeta ; pur tuttavia all’ estro c alla imma- ginazione
poetica è concessa molta maggior libertà, che non sarebbe conveniente
all’oratore. Onde suol dirsi, pictoribus atque poetis quidlibet audendi semper
fuit aequa potestas, non già che possano inventarsi e fingersi immagini , e
cose si- mili ai sogni di un infermo, velati aegri somnia vanae fin- gantur
specie s, ut nec pes nec caput uni reddatur formac. Non ut placidis coeant immitia;
non ut serpente» avibus ge- minentur , tigribus agni. In somma s’accorda al poeta una maggior libertà, ma
non già sfrenata e irragionevole: dabi- turque lieentia sumpta pudenter. Ma la
diversità fra il poeta c 1* oratore non iscorgesi tanto nell’invenzione c nella
disposizione, quanto nella elo- cuzione. Cosi riguardo alla proprietà de’
vocaboli e delle frasi è lecito al poeta usare di quelle antiquate che nella
prosa non sarebbero oggimai ricevute dal comun della gente: comporne c
foggiarne delle nuove, come praticaron i poeti latini e come sovente vediamo usato
dali’Alighieri. Riguardo poi alle grazie e alle frasi più risentite e speciose
, allo sfoggio degli altri ornamenti e massime di certi generi di figure e di
tropi nati o da vivezza d’immaginazione, o da 299 forti passioni, sono quasi
riservati e propri del poeta; all’ora- tore o non convengono allatto, o
raramente e assai tempera- tamente. Quello poi in che sempre e al tutto
differisce dall’ora- tore il poeta si è nelle leggi determinate dell’armonia.
La musica è come l’anima della poesia: il poeta canta in versi. I versi poi
sono foggiati diversamente l. # secondo l’indole varia delle lingue: come in
greco e in latino per la quantità delle sillabe brevi e lunghe e per la varietà
dei piedi for- mati dalle medesime: in italiano e in altre lingue moderne sono
misurati i versi dal numero delle sillabe e armonizzati per gli accenti e per
la rima. E in 2." luogo varia l’armo- nia della poesia secondo le varie
specie dei versi, che usansi non già ad arbitrio, ma come la diversa natura dei
com- ponimenti richiede. A confermare, ed a chiarir questo, of- fronsi
opportune le osservazioni del gran maestro dell’arte poetica, Orazio, riguardo
ai diversi metri latini, le quali con molta facilità possono adattarsi eziandio
alla versifica- zione italiana. In breve ecco ciò che insegna Orazio. Diverse
materie esigono diversi generi di versificazione. Le cose eroiche si celebrano
cogli esametri; coll’elegia esprimesi il dolore, ed anche il sentimento di
consolazione e di gioia per i desideri appagati: il giambico nato fatto ad
esprimere la vivezza dei dialoghi, e delle azioni, ha il suo luogo proprio
nella com- media, e nella tragedia; il carme lirico è atto agl’ inni di lode
della divinità e degli eroi, come altresì ad esprimere il giubilo per le feste,
pei giuochi, per le vittorie ecc. Gioverà ora riportare gli stessi versi d’
Orazio (epist. ad Pisones v. 72 ad 98). Res gestae regumque ducumque et t ristia bella Quo scribi
possent numero monstravit Homerus. Versibus impariter iun et is, querimonia
primum, Post eliam inclusa est voti sententia compos. Quis tamen exiguos elegos
emiserit auctor, Grammatici certant, et adhuc sub iudice lis est. 300 A
rckilochum proprio rabies armavit iambo. Hunc socci cepere pedem grandesque
cothurni r Alternis aptum sermonibus , et populares Vtncentem strepitus et
natura rebus agendis. Musa dedit /ìdibus divos puerosque deorum, Et pugiìem
victorem et equum certamine primum Et iuvenum curas et libera vina referre. Descriptas servare vices
operumque colores, Cur ego , si nequco ignoroque, poeta salulor? Cur ncscire ,
pudens prave , quam discere malo ? Versibus exponi tragicis res comica non vult
: Indignatur item privati s ac prope socco Dignis carminibus narraci coena
Thyeslae : Singula quaeque locum teneant sortita decenter. Intcrdum tamcn et
vocem comoedia tollit , Iratusque Cbremes tumido delitigat ore: Et tragicus
plerumque dolet sermone pedestri: Telephus et Peleus , cum pauper et exul
uterque Proiicit ampullas et sesquipedalia verba Si curai cor spectantis
tetigisse querela. Considerazioni
sul bello naturale e sul bello artistico, oggetto immediato del poeta. Essendo
lo scopo immediato del poeta dipingere all’altrui fantasia coi più spressivi
colori le bellezze del mondo fisico e morale a fine di allcttare, dilettando, i
più schivi alla virtù e alla vera utilità: però stimo cosa opportuna di fare
alcune considerazioni sul bello naturale e sul bello artistico. E quanto al
bello naturale , considerando la cosa non in astratto , ma nel fatto concreto ,
noi vediamo come la natura c un sistema ordinatissimo al fine della conscrvazione
e del ben essere di tutto l’universo, c delle parti che lo compongono ; e che
però essa è tutta vita , tutto moto. Ma in questo suo unico scopo di conseguire
la conser- vazione ed il ben essere d’ogni cosa, a cagione delle infinite
circostanze e vicissitudini che accadono, la natura è sva- riatissima nei
mezzi, e nell’azione di essi mezzi che al pre- detto fine conducono. Ora
l’ordinamento di tutte le cose a così ottimo fine, la semplicità, e la somma
varietà de’ mezzi , che al preor- dinato fine egregiamente collimano ,
costituisce appunto il maraviglioso e bello spettacolo della natura. Questi in
genere sono gli elementi del vero bello na- turale. Ma in siffatta università
di cose pur tuttavia ve n’ha d’imperfette, deformi e viziose. E però considerando
i singoli oggetti di natura , converrà dire , che ove scorgesi in un essere
qualunque integrità o perfezione di parti (cioè che nulla manchi, e nulla siavi
di soverchio) proporzione o consonanza fra le medesime parti; e una tale
espressione e atteggiamento, onde chiaramente apparisca nel più vero c miglior
modo di sua esistenza, ivi avrassi individualmente il vero bello na- turale.
Così insegna AQUINO (vedasi) dicendo. Ad pulchritudinein tria requiruntur :
primo quidem in- » tegritas, sive perfectio (quae enim diminuta sunt, hoc ipso
» turpia sunt), et debita proportio sive consonaulia, et ite- » rum clarilas.
Unde quae habcnl colorem nitidum pulchra -» esse dicuntur. Ora passando al
bello artistico, dico, che volendo l’uomo ritrarre al vero, e nel più bello
loro aspetto gli oggetti e i fatti sì fisici come morali di natura, deve
formare e mo- dellare i suoi concetti secondo cotesto esemplare. E
primieramente , poiché havvi in natura un’ infinita varietà e gradazione di
esseri più o meno perfetti; ed havvi altresì tanto nell’ordine fisico, quanto
nel morale, oggetti sconci ed azioni vituperevoli; perciò l’uomo di genio, pre-
scelti quelli di maggiore interesse e decorosi , deve inoltre Digitized by
Google 302 raccogliere e sfiorare le sparse bellezze di natura a fine di
comporle insieme, e formarsi la più perfetta e leggiadra idea del soggetto
propostosi. Come appunto un abile pittore di paesi , propostasi a ritrarre una
amena veduta campestre , va poi studiando qua e là altre bellezze naturali di
alberi, di fonti, di laghi, di boscaglie, di animali per compiere e adornarne
il suo quadro. Quindi dee dare l’artista al suo concetto quella semplice unità,
di cui si è ragionato nella parte ll.c.l., risultante dalla sceltezza e
perfezione dei mezzi, o sia delle parti, che compon- gono il tutto da noi
ideato, e dalla loro proporzionalità, collocazione e collegamento, atto a
formare l’intero nostro soggetto. Inoltre conviene dare a questo la forma, il
carattere, 1’ atteggiamento, l’ espressione , non pur solamente specifica (come
sarebbe quella, che egregiamente espresse Orazio nella poetica riguardo al
costume vario degli uomini secondo l’età, il paese, la condizione e l’
ufficio); ma l’artista intelligente darà altresì al suo soggetto il carattere ,
l’atteggiamento e l’espressione tutta propria e singolare, che lo distingua da
ogn’altro. Il che mentre toglie la spiacevole uniformità , e tutto ciò che
sarebbcvi di comune e di convczionale, dà eziandio alle cose l’evidenza, il
moto, la vita. Finalmente trattare 1’ argomento con tale perspicuità ,
eleganza, natu- ralezza , quale richiedesi allo stile nel suo genere perfetto
(vedi il tratt. dello stile ecc.). Le stesse [cose viziose poi opportunamente ,
e al vero- da mano maestra rappresentate , servir possono anch’esse a formare
il bello artistico: e ciò per tre principali cagioni: 1. °per la
verosimiglianza. Imperocché dall’artista eccellente gli oggetti rapprcscntansi
così verameute, che può dirsi con Dante (Purg.). Morti li morti, e i vivi paren
vivi Non vide me’ di me chi vide ’l vero. pel contrapposto, che come il
chiaroscuro dà risalto al vero bello. Fa a proposito qui il bel passo di LUCREZIO
(vedasi) ecc. Suave, mari magno, turbantibus aequora ventis, E terra magnum
alteriti» spedare laborem : Non quia vexari quemquam est iocunda voluptas, Sei
quibus ipse malis careas, quia cernere suave ’st. Suave etiam belli certamina
magna tueri, Per campo s instructa, tud sine parte periclit Sed nil dulcius
est, bene quam munita tenere Edita doctrind sapientum tempia serena ; Despicere
unde queas alios, passimque ridere Errare, atque viam palanteis quaerere vitae:
Certare ingenio, contendere nobilitate, Noctes atque dies niti praestante
labore Ad summas emergere opes, rerumque potiri. O misera s hominum menteis, o
pectora caeca! Qualibus in tenebri s vitae, quantisque periclis Degitur hoc
aevi quodeumque ’st .Finalmente perchè il turpe e vizioso può essere causa
occasionale e i strumentale , che perfeziona c dà il mas- simo splendore al
bello morale, alle virtù eroiche; come le marciose membra di Giobbe, e l'
insultante rimprovero della sua moglie , raffina e magnifica 1’ imperturbata di
lui pa- zienza. E da che altro scorgesi l’eroismo delle virtù, se non dal
sostenere con invitta costanza , e con animo tranquillo ogni più dura pruova ?
A siffatta virtù propriamente adat- tasi la similitudine d’ Orazio Carm. Ode Duri
s ut ilex tonsa bipennibus Nigrae feraci frondis in Algido Per damna, per
caedes ab ipso Ducit opes animumque ferro. Così l’animo costante nella virtù
quanto è più oppresso, tanto più luminoso risplende. Merses profundo, pulekrior
eventi. Dalle quali cose dirittamente deducesi, che come il bello di natura,
cosi il bello artistico, che da quello derivasi, c a quello perfettamente
consuona , non è punto arbitrario , Digitìzed by Google m nè variabile a
seconda de’ tempi , de’ luoghi e dei costumi degli uomini, ma da norme e
confini determinati e immu- tabili contenuto. A TUTTI I CULTORI DELLE BELLE
LETTERE SI ADDICE LO STUDIO DELLA POESIA. In qualsivoglia ramo di scienze c di
arti liberali , ri- cbicdonsi per bene apprenderle ed esercitarle singolari
doti di Aatura, studio profondo, lunghe e laboriose esercitazioni; c però a
pochi è dato di pervenire al sommo della perfezione. Che se ciò avverasi in
ogn’ altra disciplina, molto più nell’arte oratoria e nella poetica, per le
quali è neces- saria squisitezza ed eccellenza d’ ingegno c di gusto; ed il
corredo di cognizioni d’ogni maniera (1). L’arte poetica poi questo ha di
proprio e singolare, che se nelle altre scienze ed arti , e nella stessa arte
oratoria , si danno molli gradi inferiori al sommo, lutti pure lodevoli ed
utili, nel poeta non si ammette mediocrità, ma o eccellenza, o nullità di-
spregevole. Inculca ciò altamente ORAZIO (vedasi) al maggior dei Pisoni,
dicendo Hoc libi dictum Tolte memor : certis medium et tolerabile rebus Recte
concedi: consultus iuris et aclor Causarum mediocris abest virtute diserti
Messalae, nec scit quantum Cascellius Àulus : Sed tamen in pretio est :
mediocribus esse poetis Non homines non di , non concessere columnae. La
ragione di ciò apparisce chiaramente dall’oggetto imme- diato che proponsi il
poeta, di rappresentare cioè all’altrui fantasia nell’ aspetto più vivo e
lusinghiero il bello ideale Vedi Cic. de
Orai. I. I. e io Brulé, ed Orazio epis. ad Pisones. raccolto dalle sparse
bellezze di natura , c cosi dilettando rendere amabile la virtù , odioso il
vizio , cd infiammare l’animo di chi sente, alle più ardue ed utili operazioni.
Or se una tale rappresentazione e pittura sia smorta , senza espressione, senz’anima,
o grottesca, non è al certo atta a produrre così sublimi effetti, ma piuttosto
ecciterà il riso, il disprezzo, la noia, il sonno. Ut gratas inter mensas
symphonia discors Et crassum unguentum et sardo cum melle papaver Offendunt :
poterat duci quia coena sine istis, Sic animis natum inventumque poema
iuvandis, Si paullum a summo decessi t, vergit ad imam. Ora qui nasce un gran
problema, se sia cioè da con- sigliarsi o no ai giovani lo studio della poesia.
Le ragioni in contrario sono in l.° luogo la predetta somma difficoltà di
divenire eccellente nell’arte, conciossichè mediocrità non si ammette. Quantunque
poi taluno per avventura giun- gesse ad una tale eccellenza, pure la poesia non
darebbegli verun utile collocamento sociale. Che anzi 3.° lo studio dei poeti
può facilmente esser dannoso, e ciò per due capi; l’uno si ò perchè col diletto
che arreca, aliena di leggieri l’animo dagli studi gravi e severi, necessari
per abilitarsi a qualche utile professione; l’altro si è il pericolo a cui si
espone la gioventù per la lettura dei molti licenziosi poeti , maestri
detestabili di dissolutezza e di empietà. A tutte queste in apparenza
gravissime accuse rispondo col comune avviso dei sapienti di tutte l’età, che,
usate le debite norme, lo studio della poesia classica è a tutti i cul- tori di
belle lettere utilissima, e quasi direi necessaria. £ cominciando dall’ ultima
difficoltà sul pericolo di guastarsi i giovani nel costume e nelle sane
massime, dico, che una tale accusa contro i poeti (per lasciar da parte la
pittura e la scultura) compete egualmente, ed anche a più forte ra- gione allo
studio dei filosofi, dei teologi e dei varii prosa- tori, fra i quali molti ve
n’ ha che co’ sofismi e col fascino 20 Digitized by Google 306 della eloquenza
spargono il veleno della immoralità c del- l’irreligione. Perchè dunque molti
si abusano delle scienze c delle arti, c danno al pubblico opere perniciose;
per que- sto dovrà chiudersi l’adito a così fatti studi ? Niuno, se pur non
delira, dedurrà una tal conseguenza. Ma rimedio con- tro cotesta peste, come
nelle altre scienze ed arti, così nella poesia, si è quello usato sempre in
ogni età dai savi cultori della gioventù , di scegliere gli autori e le opere
in ogni senso ottime, e queste sole proporre ad esemplari. Quanto poi all’altro
pericolo, che l’amenità e dolcezza della poesia possa alienare gli animi dagli
studi gravi e se- veri , dico , che ciò potrebbe avvenire , se si lasciassero i
giovani senza guida e senza freno scorrere pc’ campi della poesia, non però se
congiungasi Io studio della poesia, come è solito, colle altre discipline più
severe. Ora coltivandosi la poesia unitamente agli altri studi, e su scelti ed
ottimi esemplari, essa è di grandissima c mol- tiplice utilità: l.° perchè la
poesia serve di un onestissimo sollievo dell’animo in altri studi e occupazioni
affaticato: 2.° perchè in modo dilettevole s’ insinuano quelle grandi mas- sime
che valgono a ben coltivare la mente e il cuore dei giovanetti: 3.° perché lo
studio de’ poeti serve a perfezio- nare l’arte oratoria. Cicerone confessa di
avere fin dai primi anni con ardore atteso allo studio dei poeti greci c
latini, e che lungi d’avcrlo distratto dalle occupazioni più gravi, eragli per
contrario stato di somma utilità. Così egli par- lando della poesia prò Archia
VI. « Ego vero fateor , me » his studiis esse deditum. Me autem quid pudeat,
qui » tot annos ita vivo, iudices, ut ab nullius unquam me tem- » pore et
commodo, aut otium meum abstraxerit, aut vo- » luptas avocarit , aut denique
somnus retardarit ? Quare » quis tandem me reprchcndat, aut quis mihi iure
succen- » seat, si quantum ceteris ad suas res obeundas, quantum » ad festos
dies ludorum celebrandos, quantum ad alias vo- » luptates et ad ipsam requiem
animi et corporis concedi- 307 » tur tcmporum , quanlum dcniquc alcae, quantum
pilae, » tantum mihi egomet ad haec studia recolenda sumpsero ?» Ma quel che
più monta si è P utile positivo e segna- latissimo che la lettura studiosa dei
poeti classici arreca quanto alla morale, e quanto alla letteratura stessa.
Cotesti sommi poeti colgono il punto : e però miscent utile dulci, et
delectando monent, cioè insegnano le grandi verità, non già al modo speculativo
dei filosofi, ma in modo tutto pratico e tale da innamorare della sapienza c
della one- stà. Il gran padre della Chiesa S. Basilio, che emulò, e a giudizio di
sommi uomini superò nella eloquenza eziandio Io stesso Demostene , commenda
come utilissimo Io studio dei poeti classici. Nota poi in particolare, come gli
eccel- lenti versi di Esiodo, ove si descrive la via del vizio a tutti aperta,
piana e seminata di fiori, al contrario la via della virtù erta e difficile ;
ma quella al termine ignominiosa e misera, questa gloriosa e felice, sono un
ottima lezione ai giovani, a non lasciarsi ingannare dall’apparenza, ma ad
intra- prendere e seguire animosi il sentiero della vera gloria. Ag- giunge poi
di Omero che gli egregi di lui poemi debbono considerarsi come una lode
continuata della virtù. Il che corrisponde a ciò che ne disse Orazio nella
bellissima sua Epistola II. Lib. I. a Lofi io , ove non dubita di preferire
Omero, quanto agl’insegnamenti morali, ai più insigni filo- sofi, dicendo di
lui, Qui quid sit pulchrum , quid turpe , quid utile, quid non, Plenius ac
melius Chrysippo et Crantore dicit. E Cicerone, nella lodata orazione prò
Archia, parlando dello studio delle amene lettere e massime della poesia, dice
che dai grandi poeti greci e latini avea imparato i più belli esempi di virtù,
ed erasi acceso di amore ad imitarli. Così egli VI. Nisi multorum praeceptis
multisque literis mihi ab ado- » lescentia suasisscm , nihil esse in vita
magnopcre expe- » tendum, nisi laudem atque honestatem: in ea autem per- »
sequenda omnes cruciatus corporis, omnia pericola mor- Digitized by 308 » tis
alque exilii parvi esse ducendo , nunquam me prò » salute vestra in tot ac
tantas dimicationcs, atque in hos » proiligatorum hominum quotidianos impetus
obiccissem. » Sed pieni sunt libri, plenae sapientum voces, piena excm- »
plorum vetustas , quae iacerent in tcnebris omnia , nisi » lilerarum lumen
accederei. Quammullas nobis imagines » non solum ad intucndum , verum etiam ad
imitandum » fortissimorum virorum expressas scriptores et graeci et » latini
reliquerunt? Quas ego mihi scmper in administranda » republica proponens,
animum et mentem meam ipsa co- » gitatione hominum excellentium conformabam ».
Giova finalmente lo studio della poesia a perfezionare lo stile della prosa. Nè
si troverà nessun grande oratore che non sia avidissimo della lettura e dello
studio dei sommi poeti. £ Cicerone nella predetta orazione confessa che la sua
voce e facoltà di dire si era confermata e nutrita collo studio dei poeti. E a
chi gli opponeva , altra cosa esser l’arte oratoria , altra cosa la poesia ,
risponde r non dover ciò recar maraviglia. < Etenim omnes artes , quae
ad hu- » manitatem pertinent, habent quoddam commune vinculum, » et quasi
Cpgnatione quadam inter se contincntur ». In fatti , dice lo stesso Cicerone dove che sia ;
come chi lungamente soggiorna in un clima di aria pura , e va passeggiando- al
.sole, a poco a poco si riscalda , si colora , e s’ invigoriscej4«c&si
eziandio avviene a chi tiene a mano gli esemplari d£V-$®tnn»i poeti, e spesso
conversa con esso loro di guisa che'ihsensibilmente il suo stile si rende puro,
acqui- sta vigore, robustezza, eleganza, larghezza e perfezione. E però il P.
A. Cesari nella sua egregia opera sulle bellezze, di Dante (Purg.) pone
savissi- mamente questo canone, dicendo : che come per fare i bei versi
italiani ottimo avviso è di leggere mollo e assai tri- tamente le prose del
Passavanti, le vite de’SS. Padri, i fioretti di S. Francesco, imparandosi da
questi autori la proprietà delle voci e ’l natio lume dell’eleganza; così a
scrivere in prosa , il primo latte devesi prendere da cotesti prosatori. Fatto
questo, se vuoisi dare il colore, il nerbo , l’efficacia del parlar vivo in
prosa, c ragionevolmente figurato e spres- si vo, leggansi i poeti e Dante
singolarmente. Adunque da tutte le cose fin qui discorse sembrami a tutta
ragione poter concludere, che quantunque sia cosa difficilissima divenir vero
poeta , nondimeno a tutti i cul- tori delle belle lettere conviene lo studio
della poesia. Quindi vediamo che in tutti i licei delle colte e civili na-
zioni è inseparabilmente ordinalo e congiunto in un colla prosa lo studio dei
grandi poeti. Chi bramasse vedere questo argomento svolto con molta ampiezza,
può leggere l’opera del chiaris. Tommasini, Dello studio de' poeti. Prologo I.
Delle arti estetiche , e del loro nobilissimo ufficio. pag. 5 Prologo II.
Dell’arte rettorica, delle sue parti e dell’or - dine di tr att arle DELLA
ELOCUZIONE Della proprietà delle parole e delle frasi Che le parole e le frasi
sieno proprie esclusi- vamente della lingua che parlasi Che le parole e le
frasi sieno di buon metallo, cioè proprie delle persone colte ed oneste Che le
parole e le frasi adoprinsi nel loro proprio e nativo significato Dell’ unione
logica delle parole Dell’ unione logica considerata in una sola proposizione Della
natura e delle proprietà essenziali a qual- sivoglia proposizione semplice Delle
proposizioni composte Dell’unione logica delle proposizioni in un di - scorso
-Continuata Unione logica delle proposizioni fatta per ap- posizione Unione
logica delle proposizioni fatta per deduzione Unione armonica ditta.. da .’
Xafiai iunctura et numerus Dell’armonia in generale di tutto il discorso Della
forma armoniosa dei periodi Che cosa sia il periodo e quante specie ve n abbia Regole
per la buona formaxion de’ periodi Della elocuzione per inciti, o sia in modo
tron - co e vi brato Delle figure rettoriche – H. P. Grice: “I used the more
vulgar ‘figure of speech’ versus ‘figure of thought’ in my seminars, some of
them!” Dei tropi » §. I. Tropi per somiglianza , metafora – H. P. GRICE: YOU
ARE THE CREAM IN MY COFFEE e allegoria Tropi per dissomiglianza , ed opposizione,
ironia – H. P. Grice: “He is a fine friend” “Look, that car has all its windows
intact!” -- , e sarcasmo Tropi per attenenza fra’termini relativi, metonimia e
sinecdoche Delle figure propriamente dette Delle figure che derivano da forte
passione Delle figure che derivano da viva immaginazione Delle figure prodotte
da sagacità d’ingegno. Dell’amplificazione rettorica Del modo d’amplificare una
cosa considerata per se sola » 29 Art. II. Del modo d’ amplificare una cosa in
relazione con altre Delle sentenze e dei motti arguti dell'arte di comporre e
ordinare il discorso. Cap. I. Delle qualità essenziali a qualsivoglia compo-
nimento. a 9Q BBS « £B K B BBft BB Della narrazione i storica Veracità della
narrazione istorica. Regole per ben condurre e coordinare la narrazione Varia
forma di elocuzione che può darsi alla narrazione Della narrazione mitologica o
eia della favola Delle lettere Lettere di ragion privata Lettere di ragion
pubblica Esempi di lettere latine e italiane di ragion privata Delle orazioni
estemporanee , dette comunemente allocuzioni, parlate, aringhe Recansi sei
parlate di T. Livio colla tradu - zione a fronte del testo, in lingua ita -
liana, e con annotazioni rettoriche Dell’orazione propriamente detta Dell’esordio
Della contenzione Della perorazione Come abbia luogo nell’ orazione la parte pa
- tetica Avvertimenti pratici a ben comporre TRATTATO DELLO STILE Dello stile
in generale Delle qualità che a qualsivoglia stile perfetto appartengono Della
perspicuità dello stile Della eleganza e ornamento dello stile Della
naturalezza e convenienza dello stile Dello stile in particolare Dei diversi
generi di stile Dello stile sublime Dello stile mezzano e temperato Dello stile
semplice Delle varie modificazioni dei tre predetti generi di si ile Della
varietà di stili subalterni Del modo di governare quanto allo stile i di- versi
ingegni secondo la natura indi- viduale di ciascuno Regole pratiche per
acquistare l’ottimo stile Scelta degli esemplari da studiarsi Modo di studiare
siffatti esemplari e di esercitar- si gradatamente dietro le loro orme DELLA INVE
i l ZIQWE BETT01UCA Prologo Che intendasi per invenzione rettorica, e par -
tizione delle materie Della invenzione rettorica in generale Topica rettorica
rispetto all’ argomentare Delle precipue facoltà dell’ anima umana Delle
principali operazioni dell’intelletto , e dei vocaboli , co’quali vengon
significate Dei luoghi onde trar si possono gli argomenti Dei luoghi rettorici
intrinseci Dei luoghi rettorici estrinseci Topica rettorica rispetto alle
passioni ed ai co - stumi degli uomini Della natura e delle principali specie
delle passioni » » 315 no dalle diverse passioni Della varia indole e del
carattere vario delle passioni Secondo il diverso temperamento degli uomini ))
h Art. IL Secondo le diverse età dell’uomo Secondo lo stato , e le abitudini
diverse degli uomini Del modo di trattar le passioni Teoremi su cui fondansi le
regole pratiche Regole pratiche di trattar le passioni Dell’ invenzione
rettorica in particolare Dei diversi generi di componimenti )) Art. L Dei
diversi generi di orazioni Dei diversi generi di poemi Considerazioni sulle
quattro più insigni epopee , di Dante , di Virgilio e dell’ Iliade e Odissea_d’
Omero Confronto del poeta coll’ oratore In che convenga il poeta coll’oratore In
che differisca il poeta dall’ oratoreConsiderazioni sul bello naturale, e sul
bello artistico , oggetto immediato del poeta A tutti i cultori delle belle
lettere si addice lo studio della poesia ERRATA CORRIGE Pag. 42 lin. 5 Regola pugnanterque
» 55 » 19 cristiani Creme allaltaron. » 80 » 8 anelante!» Tessalia exaurientur sepolturam
addictiuncula posizione esordio et sonos nei primi nei secondi come Regole
pugnaciterque cristian Chreme allattarono. anhelantem Thessalia exhaurientur
scpulturam adiectiunculà proposizione esordio ed inanes sine mente sonos nei
secondi nei primi ma come MI1IL OBSTAT Joannes Simeoni Protonotarius
Apostolici» Censor Deputati». IMPRLMATDR Fr. Ilieronymus Gigli Ord. Praed. S.
P. Ap. Mag IMPRIMATUR Fr. Ant. Ligi Archiep. Icon. Vicesgerens Nome
compiuto: -- Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e ,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Paci: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la relazione – la
scuola di Monterado -- filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza -- (Monterado). Filosofo italiano. Monterado,
Trescastelli, Ancona, Marche. Grice: “Paci’s essay on Vico by far exceeds
anything that Hampshire wrote about him – magnificent title, too, “ingens
sylva.” -- “There are many things I love about Paci: first, he adored
Jabberwocky, as he states in his “Il senso delle parole.” Second, he loved
Russell’s theory of relations, as he states it in “Relazione e significati.”
Third, he agrees with me that Heidegger is the greatest philosopher of all
time, as he states in his masterpiece, “Il nulla.” Grice: “Paci used to say,
with a smile, that it was ironic that he was born in Monterado and that he had
written an essay on ‘Il nulla,’ seeing that “Monterado is, today, well, il
nulla.”” Italian essential philosopher «Avevo ben presto compreso che il
costume di Paci era quello di discutere liberamente con chiunque di tutto,
senza alcuna prevenzione o pregiudizio.» (Carlo Sini). Tra i più
espressivi rappresentanti della fenomenologia e dell'esistenzialismo in
Italia. Nato a Monterado (provincia di Ancona), intraprese gli studi
elementari e medi a Firenze e Cuneo. Nel 1930 si iscrisse al corso di filosofia
dell'Università degli Studi di Pavia, seguendo soprattutto le lezioni di Adolfo
Levi. Nel frattempo collaborò con Anceschi alla rivista Orpheus. Si trasferì
dopo due anni all'Università degli Studi di Milano dove divenne allievo di
Antonio Banfi, con il quale si laureò nel novembre del 1934 discutendo una tesi
dal titolo Il significato del Parmenide nella filosofia di Platone. Collabora
alla rivista Il Cantiere. Nel 1935 iniziò il servizio militare
nell'esercito, ma nell'ottobre del 1937 viene congedato. Richiamato nel 1943
come ufficiale allo scoppio della seconda guerra mondiale, venne catturato in
Grecia dopo l'8 settembre 1943 e inviato presso il campo di prigionia di
Sandbostel. Trasferito successivamente nella struttura di Wietzendorf, qui ebbe
modo di conoscere Paul Ricœur, con il quale riuscì in quella sede a leggere
Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica di Edmund
Husserl e a costruire un rapporto di amicizia. Incominciò la sua carriera
di docente insegnando filosofia teoretica all'Pavia, mentre successe a Barié a Milano.
Dopo aver inizialmente collaborato con la rivista Filosofia, fondò la rivista
aut aut, che diresse fino al 1976; il periodico costituisce una testimonianza
dei suoi variegati interessi letterari e culturali. Il nome della rivista
richiama dei testi più famosi del filosofo danese Søren Kierkegaard, precursore
dell'esistenzialismo nel suo proposito di accogliere l'irriducibile
paradossalità dell'esistenza e l'ostacolo che questa impone al sapere.
Tra i suoi allievi più famosi ricordiamo Piana, Sini, Veca, Rovatti, Vegetti,
Neri.Sini individua l'inizio dell'intera speculazione filosofica di P. a partire da un saggio In alcune frasi della prefazione
vediamo il filosofo marchigiano, esprimere una specifica interpretazione della
filosofia dell'esistenza, dimostrandoun grado elevato di comprensione del
proprio tempo e delle proprie inclinazioni. P. giunge perciò all'esistenzialismo attraverso
lo studio dell’Accademia. Base dell'esistenzialismo di P. è la relazione,
intesa come condizione di esistenza di tutti gl’vvenimenti che costituiscono il
mondo. Evento è anche l'io, che si conosce come esistenza finita ed empirica in
rapporto ad altre esistenze. Dalla pura condizione esistenziale del fatto,
attraverso la conoscenza, P. define la condizione dell'uomo come persona morale.
L'io conoscente è la chiara forma della legge morale che fa sì che ogni io, in
quanto conosciuto e molteplice e in quanto esistenza, possa diventare soggetto
singolo come soggetto di scelta etica. Poiché in virtù del principio di
irreversibilità che, insieme al principio di indeterminazione impossibilità che
il conoscente si conosca a un tempo come conosciuto e come conoscente, è uno
dei punti di riferimento del sistema di P. la forma non è mai definitiva, e al
contempo ogni questione risolta pone sempre nuovi problemi, ne deriva che il
realizzarsi dell'esistente uomo nella forma significa un continuo progresso che
va dal passato, il quale non si può ripetere e non è annullato dal presente,
verso il futuro. Il non realizzarsi in questa forma, non seguendo il progresso
e arrestandosi a una forma di ordine più basso, costituisce l'immoralità, il
male. Il negativo come risorsa La riflessione filosofica di P. parte dalla
consapevolezza del negativo, della mancanza come base e nucleo iniziale
dell'esistenza umana. Un negativo che si fonda soprattutto sulla base del tempo
e della sua irreversibilità, che ci costringe a fare i conti perennemente con
un passato irreversibile, con un futuro sconosciuto e con un presente
inesistente perché continuamente in fuga. Ma il negativo si riflette anche
nella soggettività e nella limitazione del nostro punto di vista: non possiamo
avere nessuna visione della realtà che non sia filtrata dalla nostra
"singolarità", dal nostro essere un io. Tuttavia questa mancanza eterna,
questo limite, è nello stesso tempo una risorsa: il tempo, quindi, non è una
condanna per l'uomo, ma è ciò che permette la sua esistenza come temporalità;
d'altra parte l'alterità è risorsa proprio in quanto altro da sé. L'io infatti
si riconosce solo in quanto confrontato con un altro, e sono quindi gli altri a
dare conformazione e identità al nostro io, e questo processo è fruttuoso,
forte e orientato se il soggetto sa e si impegna a stringere relazioni.
Da qui si possono capire le due definizioni date alla filosofia paciana: l'una
dello stesso filosofo che define la sua filosofia come relazionismo, e l'altra
invece di ABBAGNANO (si veda) che lo define esistenzialismo positivo: positivo
proprio perché cerca di capovolgere l'insensatezza e la mancanza alla base
dell'esistenza in una possibilità, una risorsa di riflessione e progettualità.
La vita umana per P. si fonda infatti su un bisogno -- bisogno di senso nel
tempo, bisogno di altro. Questo bisogno si traduce in un lavoro esistenziale,
che implica un consumo: di tempo, di vita, di riflessione. Questo sistema
bisogno-consumo-lavoro sta alla base di ogni vita umana. Tuttavia l'uomo ha una
possibilità, una possibilità di salvarsi dall'insensatezza -- o di provarci,
quantomeno -- e tale possibilità si trova
nel lavoro. Il lavoro esistenziale -- inteso come l'impegno che si investe nel
condurre la propria vita -- può infatti essere orientato dalla consapevolezza e
dal continuo impegno intellettuale di ricerca di senso anche e soprattutto
mediante la relazione. Questa ricerca di senso si traduce, alla base,
nell'esercizio dell'epoché. L'epoché Termine fondamentale della filosofia
di Husserl, filosofo che P. ha come punto di riferimento, l'epoché si traduce
in una ricerca di senso continua e inesausta che presuppone un abbandono di
tutte le categorie di pensiero che siamo abituati ad utilizzare. In questo
senso è emblematico l'episodio che P. stesso racconta riguardo al suo approccio
all'epoché. Studente di filosofia, si reca nell'ufficio di BANFI, il suo
"maestro" per eccellenza, per chiedere spiegazioni sul concetto
di epoché. Banfi gli chiede di descrivere un vaso che si trova lì vicino a
loro. Tuttavia, qualunque definizione P. prova a dare -- colore, forma
geometrica, uso -- cade in una categoria di giudizio posteriore all'oggetto
stesso, o comunque soggettiva -- il colore dipende dalla luce, la forma
geometrica si rifà a categorie astratte che l'uomo ha inventato, l'uso è
indipendente dall'oggetto stesso. L'epoché, quindi, si costituisce come
ricerca di una visione originaria. Compito difficilissimo -- Husserl lo define
impossibile ed inevitabile -- l'esercizio dell'epoché non si deve tradurre in
un'impossibilità di giudizio, ma nella consapevolezza che qualunque giudizio è
parziale, soggettivo. Se applicata alla vita, all'esistenza, l'epoché si
traduce in una continua ricerca dell'originario, della verità, di una verità
ulteriore che si annida nel mondo, negl’altri, negl’oggetti, nei luoghi, in
tutto ciò che forgia la nostra esistenza. Una verità che l'uomo può cercare, e
che si annida nel percorso stesso di ricerca e riflessione, e soprattutto nella
capacità di creare relazioni autentiche. In “Tempo e verità” P. individua
nell'epoché quasi un carattere religioso, criticando la ridotta disamina del
concetto da parte di Heidegger ed Lévinas, che lo considerarono come se si
trattasse di un metodo puramente gnoseologico. Relazione e riflessione La
relazione è per P. qualcosa di fondamentale e ulteriore dotato di un profondo
significato esistenziale. P. scrive che la relazione prescinde i due soggetti
che la intrecciano. È un concetto nuovo, terzo, che è tanto più significativo
quanto più i soggetti sono disposti a farsi mutare consapevolmente da essa e
dal lavoro di riflessione che ne segue. La relazione va cercata, coltivata,
resa e mantenuta continuamente autentica, anche se conflittuale. La riflessione
infine, come salvezza dall'irreversibilità del tempo, ricrea e analizza il
passato per ricercarne ancora il senso, e proiettare questa ricerca nel futuro
di un progetto. Epoché, riflessione e relazione costituiscono, riassumendo, il
lavoro esistenziale di ricerca di senso. La filosofia di P. si traduce
dunque in una continua, consapevole e dolorosa ricerca di un senso che possa
capovolgere la situazione tragica dell'esistenza mediante il lavoro, l'impegno.
In questo P. si distanzia da Sartre e dalle conclusioni del filosofo francese che
P. ammira e considera uno stimolo continuo per la sua riflessione. Il negativo,
infine, sempre presente nell'investigazione filosofica di P. rimane punto
essenziale della ricerca umana, laica e faticosa di un senso, di una verità
ulteriore. Altri saggi: “Il Parmenide di VELIA di Platone” -- Milano_ (cf. L.
Speranza, “Grice, Wiggins, e il Parmenide di Platone” – Principato; Principii
di una filosofia dell'essere, Modena, Guanda; Pensiero, esistenza e valore, Milano
Principato; L'esistenzialismo, Padova, MILANI; Esistenza ed immagine, Milano,
Tarantola; Socialità, Firenze, Monnier, Ingens Sylva: saggio sulla filosofia di
VICO (si veda), Milano, Mondadori; Filosofia antica, Torino, Paravia, “ Il
nulla” Torino, Taylor, “Esistenzialismo e storicismo, Milano, Mondadori, “Il
pensiero scientifico” Firenze, Sansoni, L'esistenzialismo” in Rognoni e P.,
L'espressionismo e l'esistenzialismo, Torino, Edizioni Radio Italiana, “Tempo e
relazione” (Torino, Taylor, Dostoevskij, Torino, Edizioni Radio Italiana, “Ancora
sull'esistenzialismo” Torino, Edizioni Radio Italiana, Dall'esistenzialismo al
relazionismo, Messina-Firenze, D'Anna, Storia del pensiero presocratico,
Torino, Edizioni Radio Italiana, La filosofia contemporanea, Milano, Garzanti, Diario
fenomenologico, Milano, Il Saggiatore, Breve dizionario dei termini greci, in
Andrea Biraghi, “Dizionario di filosofia,” Milano, Edizioni di Comunità, Tempo
e verità nella fenomenologia, Bari, Laterza, “Funzione delle scienze e
significato dell'uomo, Milano, Il Saggiatore, Relazioni e significati, Milano,
Lampugnani Nigri, Idee per una enciclopedia fenomenologica, Milano, Bompiani, Enzo
Paci, Fenomenologia e dialettica, Milano, Feltrinelli, Il senso delle parole, Pier
Aldo Rovatti, Milano, Bompiani. Sini. Civita. Sini. Pecora Storia, aut aut; Vigorelli. P..
Civita, degli saggi di P.i,
Firenze, La Nuova Italia, Miele, La cifra nel tappeto: note su P. interprete di
VICO (si veda), Bollettino del Centro di studi vichiani. Roma, Edizioni di
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un'inchiesta, « Orpheus, Appunti per la definizione di un atteggiamento,
Orpheus, Croce, Poesia popolare e poesia d'arte, Bari, Orpheus, Il nostro
realismo storico, Il cantiere, Valore della polemica per il realismo, Il
cantiere, Dialettica, metodo diairetico e rettorica nel Fedro di Platone,
Archivio di storia della filosofia, Arte e decadentismo, Libro e moschetto, Nota sull'ultimo Mann, «
Nuova Italia, ósi - Nota sull'Etica dScheler, Nuova Italia, La filosofia del
dolore, Meridiano di Roma, La filosofia della vita, Meridiano di Roma, La vita
contro lo spirito, Meridiano di Roma,
Filosofia dell'immanenza, Meridiano di Roma, Il mondo come induzione
nemica, Torino, Meridiano di Roma, Il significato del Parmenide di VELIA nella
filosofia di Platone, Messina- Milano, Principato, I dialoghi giovanili fino al
Cratilo; Il Fedone, il Simposio, il Fedro; La Repubblica, Il Parmenide; Il
Teeteto. Il Sofista; Politico, Filebo, Timeo e le idee numeri. Filosofia della natura e filosofia della
scienza, Rivista di filosofia, Una metafisica dell'individualità a priori del
pensiero, Logos, Nota sull'Etica di Scheler, Nuova Ita lia, Disegno di una
problematica del trascendentale anteriore al pensiero moderno, Archivio di
storia della filosofia, La scuola di Marburgo, Meridiano di Roma, Appunti, Vita
giovanile, Orientamenti del pensiero contemporaneo, Vita giovanile, La logica
del tuono, Vita giovanile’ L'idealismo di Banfi, « Vita giovanile », Marconi genio latino, in Liceo scientifico
Marconi di Parma. Annuario, Parma.
Spinoza, Ethica, passi scelti, collegati e tradotti, introduzione e
note, Milano, Principato. Ree. di Lombardi, Kierkegaard, Firenze, Nuova Ita
lia; Principi di una filosofia dell'essere, Modena, Guanda, La dialettica
dell'essere; Il problema della fenomenologia; Il mondo ideale e la deduzione
dell'unità e del molteplice; Filosofia della natura e filosofia della scienza.
La natura come esistenza; L'esistenza dell'uomo, La scelta e la vita degl’altri.
L'essere spirituale; La filosofia e le forme dello spirito) La vita morale; La
vita dell'arte; La vita religiosa; Orientamenti del pensiero contemporaneo, DOTTRINA
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giovanile, -Parole di Antonio Pozzi, «
Corrente di vita giovanile », Pensiero, esistenza e valore, Milano, Principato,
L'atto come problema; Idea e fenomeno logia della ragione; Temi fondamentali
del pensiero di Husserl; La filosofia dei valori; Il pensiero di Lask; Scheler
e il problema dei valori; Personalità ed esi stenza nel pensiero di
Kierkegaard; Il problema dell'esistenza; Introduzione all'esistenzialismo di
Jaspers; X - Umgreifende e comunicazione nel pensiero di Jaspers; Jaspers e lo
scacco del pensiero; Esteriorità ed interiorità - La vita come ricerca; Valori ed opere;
Concretezza e dialettica dell'essere; La
struttura dell'esistenza. Introduzione all'esistenzialismo di Jaspers:, La
coscienza infelice, Logos, L'Umgreifende, Logos; LA COMUNICAZIONE, Logos, Il
problema dell'esistenza, Studi filosofici, Studi su Kierkegaard, Studi
filosofici, L'atto come problema, « Studi filosofici, Arte, esistenza e forme
dello spirito, Studi filosofici, Gli studi di filosofia, Meridiano di Roma,
Spirito e la filosofia dell'esistenza, Meridiano di Roma, - Esistenzialismo
gnoseologico, « Corrente di vita giovanile, Presentazione di K. Jaspers, «
Corrente di vita giovanile; Nietzsche, Antologia, introduzione e scelta di E.
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Romanticismo e antiromanticismo, Architrave, Platone, Fedro, introduzione e
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Hegel, Studi filosofici, Personalità e forme dello spirito, Studi critici,
Milano, Bocca, L'attualità di Platone, L'attualità dei filosofi classici,
Milano, Bocca, Il significato pedagogico dell'esistenzialismo, Tempo di scuola,
Ancora sull'esistenzialismo, « Gazzetta del popolo, Heidegger, Che cosa è la
metafisica, introduzione e traduzione, Milano, Bocca; Jaspers, Ragione ed
esistenza, prefazione e traduzione di P., Milano, Bocca. Ree. di Pellegrini,
Novecento tedesco, Milano, « Pri mato », Ree. di U. Spirito, La vita come arte,
Firenze, Primato, Ree. di P. Carabellese, Che cosa è la filosofia, Milano «
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morte e il diavolo, Tempo di scuola, Mann e la musica, Rivista musicale
italiana, Mann e la filosofia, Studi filosofici, Metodologia e metafisica,
Studi filosofici, Nascita e immortalità, Archivio di filosofi, Il problema
della immortalità; L'uomo tra razionalismo e romanticismo, Costume, L'uomo di
Platone, Costume, Ree. di Scaravelli, Critica del capire, Firenze Costume,
Esistenza ed immagine, Milano, Tarantola, Musica mito e psicologia in Mann; Mann e la filosofia; Verità ed esistenza in
Eliot; Rilke e la nascita della terra; Valéry o della costruzione; L'uomo di Proust; Verità ed esistenza in
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preceduto da l'Anima e la danza, seguito dal Dialogo dell'albero, introduzione
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vere sapiens; Mito e arte; Mito e filosofia; Storia e metodologia della storia.
Studi di filosofia antica e moderna, Torino, Paravia, Mito e logos; Eraclito;
Sul Fedro; Lo Stato come idea dell'Uomo nella ' Repubblica ' di Platone;
Democrito, Platone, Aristotele; Sulle opere di Vico anteriori alla 'Scienza
Nuova; Sulla 'Scienza Nuova; La malinconia di Kant’ Il ' Preisschrift ' di
Kant; Negativo finito e fenomenico in Kant; I Frammenti ' di Novalis e il loro
significato nella storia della filosofia; Fenomenologia e metafisica nel
pensiero di Hegel; L'eredità di Hegel. Filosofia e storiografia, Rassegna
d'Italia, L'altro volto di Goethe,
Rassegna d'Italia, La concezione mitologico-filosofica del logos di Eraclito,
Acme; Esistenzialismo trascendentale,
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d'Italia » Ree. di M. Grene, Dreadful Freedom, Chicago Rassegna d'Italia, Ree. di Lowith, Da Hegel
a Nietzsche, Torino, Rassegna d'Italia; Esistenzialismo e storicismo, Milano,
Mondadori, Il significato storico dell'esistenzialismo; L'esistenza e la
aurora dello spirito; L'esistenza e la forma; Poesia e COMUNICAZIONE;
L'esistenzialismo di Heidegger e lo storicismo; Il metodo e l'esistenza; Giudizio
e valore; La politica e il demoniaco; Pensiero e azione; La responsabilità e la
storia; Filosofia e storiografia; Eros e natura; Il problema morale; Le forme
dello spirito e il valore; Il problema critico religioso. Il nulla e il
problema dell'uomo, Torino, Taylor, Introduzione all'esistenzialismo; Forme e
problemi dell'esistenzialismo; Neokantismo ed esistenzialismo; Mito ed
esistenza; Il nulla e il problema
morale; Esistenzialismo positivo. LINGUAGGIO, comportamento e filosofia,
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scientifico contemporaneo, cur. P., Firenze, Sansoni, Il significato
dell'irreversibile, Aut Aut, IL
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tecnica, Aut Aut, Possibilità della critica e della storia dell'arte, Aut Aut, Problemi
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origini dei poteri magici, Torino, Aut Aut, Ree. di S. Freud, Inibizione,
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positività in Wittgenstein, Aut Aut, Sull'estetica di Dewey, Aut Aut, Studi
italiani di estetica, Aut Aut, Relazione forma e processo storico, Aut Aut,
Organicità e concretezza della forma estetica,Aut Aut» Presentazione di
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dans la Trance con- temporaine, Paris; Aut Aut», Tempo e relazione, Torino,
Taylor, Introduzione; Filosofia dell'Io e filosofia della relazione; Angoscia
dell'Io e relazione; LINGUAGGIO, comportamento e filosofia; Negatività e
positività in Wittgenstein; Wittgenstein e la nevrosi della filosofia; Il
significato dell'irreversibile; Relazione e situazione; Possibilità e relazione;
Sul principio logico del processo; Relazione forma e processo; Relazione e
civiltà; Dewey e l'interrelazione
universale; Tempo realtà e relazione nella filosofia americana; Esperienza e
relazione nell'estetica di Dewey; Arte e relazione; Relazione e irrelazione;
Relazione e irreversibilità; Relazione e linguaggio filosofico; Implicazione
formale e implicazione temporale; Linguaggio perfetto e situazione quotidiana;
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contro Kierkegaard, Aut Aut, Angoscia e relazione in Kierkegaard, Aut Aut; Angoscia
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Ripetizione, ripresa e rinascita in Kierkegaard, Giornale critico della
filosofìa italiana; Unità e pluralità del personaggio, in Teatro, mito e
individuo, Milano, Laboratorio, Whitehead e Russell, «Rivista di filosofìa», Il
significato dell'introduzione kierkegaardiana al concetto della angoscia, «
Rivista di filosofia », Storia e apocalisse in Kierkegaard, Archivio di
filosofia, Apocalisse e insecuritas; La tecnica e la libertà dell'uomo, «
Civiltà delle macchine », Ritorno alla sociologia, Civiltà delle macchine, Nota sul « Congresso
intemazionale di filosofia di San Paolo », Aut Aut, Kierkegaard, Il concetto
dell'angoscia, a cura di E. Paci, To- rino, Paravia. Ree. di Dilthey, Critica
della ragione storica, Torino, Aut Aut, Arte e linguaggio, in AA. VV., Il problema
della conoscenza storica, Napoli, Libreria Scientifica Editrice; Esistenza
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significato dell'opera di Einstein, Aut Aut, L'ironia di Mann, Aut Aut, Due
momenti fondamentali dell'opera di Th. Mann, Aut Aut, Su due significati del
concetto dell'angoscia in Kierkegaard, Orbis litterarum; Critica dello
schematismo trascendentale, Rivista di filosofia; Silenzio e libertà del
linguaggio nel neopositivismo, Archivio di filosofia (SEMANTICA), L'appello di
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critico, Torino, Aut Aut », Ree. di Rogers, Perret, Milano, Aut Aut », Ree. di
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del racconto, « No tiziario Einaudi », Aut Aut », Ree. di Omaggio a Th. Mann,
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bianca; La vita vivente; Un nomade a Pietroburgo; IV - Il puro folle; V -
Satira ed epica del demoniaco; VI - Voci di fanciulli sulle tombe dei padri;
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ntroduzione all'esistenzialismo; Heidegger; Jaspers; Marcel, Lavelle, Le
Senne; Esisten zialismo teologico; Aspetti letterari; L'esistenza negativa in
Sartre; L'esistenza diabolica in Mann; La positivizzazione
dell'esistenzialismo; ABBAGNANO; Sartre e il problema del teatro;
L'esistenzialismo nella filosofia contemporanea; L'eredità di Husserl e
l'esistenzialismo di Merleau-Ponty. Hegel e il problema della storia della
filosofia, Verità e storia: Un dibattito sul metodo della storia della
filosofia, Asti, Arethusa, Nota su «Altezza reale», Aut Aut; Sul senso e
sull'essenza, Aut Aut, La natura e il culto dell'Io, Aut Aut, Appunti su un
convegno, Aut Aut; Filosofia e antifilosofia, Aut Aut; Filosofia e linguaggio
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e schematismo trascendentale; La verificazione nel neopositivismo; Relazionismo
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nel LINGUAGGIO; Sul significato del mito; Senso essenza e natura; Tempo e
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greca e i suoi rapporti con l'oriente; Le origini autonome della filosofia
greca; La scuola di Mileto o i primi pitagorici; Eraclito di Efeso; Senofane e
Parmenide di VELIA; Zenone di VELIA e Melisso di Samo; Il pitagorismo nell'età
di FILOLAO; EMPEDOCLE di GIRGENTI; Anassagora di Clazomeno; La scuola di
Abdera; Protagora di Abdera; Gorgia di LEONZIO; Prodico di Ceo; Antifonte
sofista; Ippia di Elide; Logos e natura; Letteratura e pensiero filosofico;
Eschilo e la polis; Pensiero e poesia in Sofocle; La visione filosofica in
Euripide; Antifilosofia e filosofia in Aristofane; Scienza, tecnica e mito;
Natura e cultura; Medicina e filosofia; Filosofia, arte e musica;Filosofia e
storiografia; La filosofia contemporanea, Milano, Garzanti, L'eredità di Kant;
Spiritualismo, positivismo e neocriticismo; Le conclusioni dell'idealismo;
Storicismo e filosofia dei valori; Pragmatismo e realismo; Processo e
organicità; La fenomenologia e il mondo della vita; Esistenzialismo e
ontologismo; Empirismo logico e fenomenologia della percezione; Fenomenologia
dei processi in relazione, « Aut Aut », Giallo e nero, Aut Aut, Schematismo
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Eraclito; Atomismo; GIRGENTI; Anassagora; Socrate; Cinici; Cirenaici; Megarici;
Platone; Aristotele; Romanticismo; Neopositivismo; Relazione; Etica; Libertà;
Arbitrio; Bene; Determinismo-indeterminismo; Dovere; Responsabilità;
Eudemonismo; Virtù; Saggezza; Azione; Violenza; Estetica; Forma; Sublime;
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dell'occultamento della Lebenswelt e del tra scendentale in Husserl, Aut Aut,
La fenomenologia come scienza nuova, Aut Aut, Indicazioni elementari sull’analisi
esistenziale, Aut Aut; Tempo e relazione intenzionale in Husserl, Archivio di
filosofia, Tempo e intenzionalità, Coscienza fenomenologica e coscienza
idealistica, Il Verri, Ricordo di Stefanini, Scritti in onore di Stefanini,
Padova, Liviana; Tempo e relazione nella fenomenologia, « Giornale critico
della filosofia italiana; Scienza, tecnica e mondo della vita in Husserl, Il
pensiero critico; Doxa e individuazione nella fenomenologia di Husserl, Rivista
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dell'intersoggettività, Il pensiero; Tre paragrafi per una fenomenologia del
linguaggio, Il pensiero, Indicazioni fenomenologiche per il romanzo, Quaderni
milanesi, G. Brand, Mondo, io e tempo nei manoscritti inediti di Hus serl,
introduzione di E. Paci, Milano, Bompiani. E. Husserl, Teleologia universale
(manoscritto), traduzione di P., Archivio di filosofia; Ree. di Hocke, Die
Welt als Labyrinth; Manierismus in der Literatur, Hamburg, Aut Aut, Tempo e
verità nella fenomenologia di Husserl, Bari, Laterza: Il senso della
fenomenologia; Il signi ficato dell'intenzionalità; Tempo e riduzione; Tempo e
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fenomenologico, Milano, Il Saggiatore, La phénoménologie, in Les grands
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scienza, Aut Aut, La psicologia fenomenologica e il problema della relazione
tra inconscio e mondo esterno, Aut Aut, Guenther Anders e l'intenzionalità
della scienza, Aut Aut, n. Merleau-Ponty, Lukàcs e il problema della
dialettica, « Aut Aut », I paradossi della fenomenologia e l'ideale di una
società razio nale, « Giornale critico della filosofia italiana, Fenomenologia
e obbiettivazione, «Giornale critico della filo sofia italiana », Ueber einige
Verwandtschaften der Philosophie Whiteheads und der Phànomenologie Husserls, «
Revue internationale de philosophie; Relazionismo e significato fenomenologico
del mondo, Il pensiero, Tecnica feticizzata e linguaggio, «Europa letteraria»,
Per una fenomenologia dell'eros, « Nuovi argomenti, A Fhenomenology of Eros, in
Facets of Eros, The Hague, Husserl, La crisi delle scienze europee e la
fenomenologia trascendentale, avvertenza e prefazione di E. Paci, Milano, Il
Saggiatore. Gellner, Parole e cose, introduzione di P., Milano, Il Saggiatore.
Ree. di S. Freud, Lettere, Torino, Aut Aut, Ree. di S. Freud, Le origini della
psicoanalisi, Torino, Aut Aut, Ree. di W. Jensen, Gradiva, Torino, Aut Aut, Ree. di F. Fornari, Problemi del
primo sviluppo psichico, in « Rivista di Psicologia, Aut Aut, L'ultimo
Sartre e il problema della soggettività, Aut Aut, Nuove ricerche
fenomenologiche, Aut Aut, Nota su Robbe-Grillet, Butor e la fenomenologia, Aut
Aut, Problemi di antropologia, Aut Aut, Per una sociologia intenzionale, Aut
Aut, Struttura e lavoro vivente, Aut Aut, A proposito di sociologia e
fenomenologia (risposta a una let tera di F. Ferrarotti), Aut Aut, A
cominciare dal presente, Questo e altro; In un rapporto intenzionale, « Questo
e altro, Banfi, GELLNER [cited by H. P. GRICE] e Merleau-Ponty, Saggiatore.
Catalogo Fenomenologia e antropologia in Hegel, « Il pensiero », Bomba atomica
e significato di verità, Il Verri, In Merleau-Ponty, Senso e non senso,
introduzione di E. Paci, Milano, Il Saggiatore. Funzione delle scienze e
significato dell'uomo, Milano, Il saggiatore: Crisi della scienza come crisi
del significato della scienza per l'uomo; L'oblio del mondo della vita e il
significato del trascendentale. La fenomenologia come scienza nuova; La
correlazione universale e la filosofia come trasformazione dell'essere in
significato di verità; La fenomenologia e l'ideale di una società razionale; Il
paradosso estremo della fenomenologia; La psicologia e la unità delle scienze;
Materia vita e persona nella teleologia della storia; La psicologia
fenomenologica e la fondazione della psicologia come scienza; La crisi
dell'Europa e la storia dell'umanità; La dialettica del linguaggio e il
fondamento della storia; Il fondamento fenomenologico della storia della
filosofia; Esperienza e ragione; Scienza, morale e realtà economica nella lotta
della filosofia per il significato dell'uomo; L'unità dell'uomo e
l'autocomprensione filosofica. Natura e storia; Soggettività e situazione;
Ambiguità e verità; Prassi pratico-inerte e irreversibilità; Uomo natura e
storia in Marx; Il rovesciamento del soggetto nell'oggetto; La dialettica del
concreto e dell'astratto. Piccolo dizionario fenomenologico. Il significato
dell'uomo in Marx e Husserl, Aut Aut, Il senso delle parole: Lebenswelt;
Struttura, « Aut Aut », nLa psicologia fenomenologica e la fondazione della
psicologia come scienza, « Aut Aut, Il senso delle parole: Epoche;
trascendentale, Aut Aut, Il senso delle parole: Alienazione e oggettivazione, «
Aut Aut », Sociologia e condizione umana, Aut Aut, Il senso delle parole:
Riconsiderazione; senso; causa; il cogito e la monade, « Aut Aut, Fenomenologia
e antropologia culturale, Aut Aut, Il senso delle parole: Sprachleib;
soggettività linguistica; lan- gue et parole; strutturalismo, fonologia e
antropologia, « Aut Aut », Memoria e presenza dei Buddenbrook, Aut Aut, Il
senso delle parole: Gradi della alienazione; strumentammo; il corpo proprio
inorganico; informale e nuova figurazione; tra dizione e avanguardia, Aut Aut,
Follia e verità in Santayana, Revue internationale de philosophie, Problemi di
unificazione del sapere, De Homine, Die
Positive Bedeutung des Menschen in Kierkegaard, Schweitzer Monatshefte, Alcuni
paragrafi sul romanzo contemporaneo, «Europa lettera ria, Omaggio a Mondolfo,
Omaggio a Mondolfo, Città di Senigallia, Atti del Consiglio Comunale, Urbino,
S.T.E.U., Problemi di unificazione del sapere, in L'unificazione del sapere,
Firenze, Sansoni, A. N. Whitehead, in Les grands courants de la pensée mondia
le contemporaine, cur. Sciacca, Milano, Marzorati, Annotazioni per una
fenomenologia della musica, « Aut Aut, Il senso delle parole: Scientificità;
irreversibilità; entropia e informazione; operazionismo; musica e modalità
temporali, « Aut Aut, nn. Teatro, funzione delle scienze e riflessione, Aut
Aut, Il senso delle parole: Prima persona; fenomenologia e fisiologia; dualismo
teatro e personaggi, Aut Aut Le parole, Aut Aut Il senso delle parole:
linguaggio oggettivato; soggetto e com portamento; la scienza e la vita, Aut
Aut, Fenomenologia e cibernetica, Aut Aut, Il senso delle parole: introduzione;
cose e problemi; forme ca tegoriali, « Aut Aut », Whitehead e Husserl, Aut
Aut, Il senso delle parole: Percezione e conoscenza diretta; struttura,
traduzione, e unificazione del sapere; il simbolismo e la possi bilità
dell'errore, Aut Aut, Mann, Le Opere, introduzione di P., Torino, Pomba.
Relazioni e significati l (Filosofia e fenomenologia della cultu ra), Milano,
Lampugnani Nigri, Filosofia e fenomenologia della cultura; Fenomenologia della
vita e ragione in Banfi; Il significato di Whitehead; Logica e filosofia
in Whitehead; Empirismo e relazioni in Whitehead; Whitehead e Husserl; Nota su
Russell; Neopositivismo, fenomenologia e letteratura; Caduta della
intenzionalità e linguaggio; Follia e verità in Santayana; Scienza e umanesimo
italiano; Fenomenologia e letteratura; Fenomenologia e narrativa;
Fenomenologia, psichiatria e romanzo; Robbe-Grillet, Butor e la fenomenologia;
XVI - Problemi di antropologia; Struttura e lavoro vivente; Sul concetto di
struttura. Relazioni e significati (Kierkegaard e Mann), Milano, Lampugnani
Nigri: Ironia, demoniaco ed eros; Estetica ed etica; La dialettica della fede;
Ripetizione e ripresa: il teatro e la sua funzione catartica; Storia ed
apocalisse; La psicologia e il problema
dell'angoscia; Angoscia e relazione; Angoscia e fenomenologia dello eros;
L'intenzionalità e l'amore; Kierkegaard
e il significato della storia. Musica mito e psicologia in Mann; Mann e la
filosofia; Due momenti fondamentali
nell'opera di Mann; L'ironia di Mann; Su « Altezza reale »; Ricordo e presenza
dei « Buddenbrook ». Tempo e relazione, Milano, Il Saggiatore; Significato del
significato; Semantica e filosofia; Fenomenologia e cibernetica. L'infanzia di
Sartre, in Le conferenze dell'associazione culturale italiana, Cuneo, Sasto,
Sull'orizzonte di verità della scienza, Aut Aut, Il senso delle parole:
Processo; percezione non sensoriale; il tessuto della esperienza, « Aut Aut »,
Sulla struttura della scienza, Aut Aut, Il senso delle parole: Pubblico e
privato; genesi, « Aut Aut », Struttura temporale e orizzonte storico, Aut Aut,
Il senso delle parole: Logica forinole e linguaggio ordinario; metafisica
descrittiva, Aut Aut, Antropologia strutturale e fenomenologia, «Aut Aut»,
Condizione dell'esperienza e fondazione della psicologia, Aut Aut », Il senso
delle parole: i due volti della psicologia; sul principio della economia del
pensiero, Aut Aut, Una breve sintesi della filosofia di Whitehead, « Aut Aut »,
Il senso delle parole: Sul problema dei fondamenti; esperienza e
neopositivismo, « Aut Aut », La voce Sul problema dei fondamenti; Funzione e
significato nella letteratura e nella scienza, in La cultura dimezzata, a cura
di A. Vitelli, Milano, Giordano, Sul concetto di struttura in Lévi-Strauss, «
Giornale critico del- la filosofia italiana, Attualità di Husserl, « Revue
internationale de philosophie, Sul problema della fondazione delle scienze, «
Il pensiero », Il senso delle strutture in Lévi-Strauss, Paragone, Revue
internationale de philosophie, Nota su De Saussure, in « Casa editrice II
Saggiatore: Catalogo generale Preceduto da un'inchiesta su ' Strutturalismo e
critica ' cur. di Segre, Ideologia, parola negativa, in Saggiatore: supplemento
a l catalogo generale aggiornato; Husserl, Esperienza e Giudizio, nota
introduttiva di P., Milano, Silva. G. Piana, Esistenza e storia negli inediti
di Husserl, prefazione di E . Paci, Milano, Lampugnani Nigri. C. Sini,
Whitehead e la funzione della filosofia, prefazione di E. Paci, Padova,
Marsilio. Relazioni e significati (Critica e dialettica), Milano, Lampu- gnani
Nigri: Sulla poesia di Rilke; Sul senso della poesia di Eliot; L'uomo di
Proust; Valéry o della costruzione; Sulla musica contemporanea; Per una
fenomenologia della musica; Interpretazione d e l teatro; Teatro, funzione
delle scien- ze è riflessione; Sull'architettura contemporanea; -L'architettura
e il mondo della vita; Il metodo industriale, l'edilizia e il problema
estetico; Fenomenologia e architet- tura contemporanea; Wright e lo spazio
vissuto. Il significato della dialettica platonica; Dialettica, fenomenologia e
antropologia in Hegel; Paragrafi per una fenomenologia del linguaggio; Sulla FENOMENOLOGIA
DELLA LINGUA; Dialettica e nalità nella critica e nella poesia; A cominciare
dal presente; In un rapporto intenzionale; L'alienazione delle parole. Per
un'analisi fenomenologica del sonno e del sogno, Il sogno e le civiltà umane,
Bari, Laterza, Kierkegaard vivant et la véritable signification de l'histoire,
in Kierkegaard vivant, Unesco, Paris, Gallimard, Il senso delle parole: Sul
problema della fondazione, Aut Aut, n. Ancora intenzio- Psicanalisi e
fenomenologia, Aut Aut, Il senso delle parole: L'archeologia del soggetto;
psicologia e problematica della scienza, Aut Aut, Ayer e il concetto di
persona, Aut Aut, Il senso delle parole: Primitività della persona e azione
umana; linguaggio e realtà, « Aut Aut »,Per lo studio della logica in Husserl,
Aut Aut, Il senso delle parole: Ricerca trascendentale e metafisica; espe
rienza temporale e riconoscimento, Aut Aut, Tema e svolgimento in Husserl, Aut
Aut, Il senso delle parole: Morfologia universale; prima persona e linguaggio,
Aut Aut, Fondazione e costruzione logica del mondo di Carnap, « Archi vio di
filosofia, Logica e analisi, Modalità, coscienza empirica e fondazione in Kant,
« Il pensiero, Husserl, Logica formale e trascendentale, prefazione di E.
Paci, Bari, Laterza. Ricordo di E. De Martino, colloquio tra P., Carpitella, Jervis,
« Quaderni dellTSSE », Filosofia e scienza, discussione tra P., Caldirola,
Arcais, Panikkar, « Civiltà delle macchine », Il nulla e il problema dell'uomo,
in E. De Martino, Il mondo magico, Torino, Boringhieri, Il significato di GALILEI
filosofo per la filosofia, in AA. VV., Studi Gali- leiani, Firenze, Barberi,
Fondazione fenomenologica dell'antropologia e antropologia del- le scienze, Aut
Aut, Il senso delle parole: Fenomenologia della prassi e realtà obiet-
tiva, Aut Aut, Il ritorno a Freud, Aut
Aut, Il senso delle parole: Autoanalisi e intersoggettività, « Aut Aut »,
Fondazione e chiarificazione in Husserl, Aut Aut, Il senso delle parole: Fenomenologia ed
enciclopedia, « Aut Aut », Per un'interpretazione della natura materiale in
Husserl, Aut Aut, Il senso delle parole: Decezione conflitto e significato, Aut
Aut, Natura animale, uomo concreto e comportamento reale in Hus- serl, Aut Aut,
Il senso delle parole: Struttura e contemporaneità al nostro pre-sente, Aut Aut,
Il senso delle parole: La motivazione, Aut Aut,
Informazione e significato, « Archivio di filosofia [Filosofia e
informazione), Kafka e la sfida del teatro di Oklahoma, « Studi germanici Per una semplificazione dei temi husserliani
fino al primo vo lume delle « Idee », Studi urbinati, Inversione e significato
della cultura, Aut Aut, Il senso delle parole: L'altro, « Aut Aut », Per una
nuova antropologia e una nuova dialettica, « Aut Aut », Il senso delle parole:
L'uomo e la struttura, Aut Aut, Motivazione, ragione, enciclopedia
fenomenologica, Aut Aut, P., Rovatti, Persona, mondo circostante, motivazione,
« Aut Aut », Il senso delle parole: Alienazione, « Aut Aut, Keynes, la
fondazione dell'economia e l'enciclopedia fenomeno logica, Aut Aut, Il senso
delle parole: L'uomo stesso, Aut Aut, Vita e verità dei movimenti studenteschi,
« Aut Aut, Il senso delle parole: Razionalità irrazionale, Aut Aut, Vico, le
structuralisme et l'encyclopédie phénoménologique des sciences, Les études
philosophiques, Domanda, risposta e significato, Archivio difilosofia, Il
problema della domanda, La presa di coscienza della biologia in Cassirer, Il
pensiero, The Phenomenological Encyclopedia and the « Telos » of the Humanity,
« Telos », Ri Hegel: Enciclopedia delle scienze filosofiche, in Orien tamenti
filosofici e pedagogici, Milano, Marzorati, voi. Antonio Banfi e il pensiero
contemporaneo, in Antonio anfi vivente, Firenze, La Nuova Italia, II senso
delle parole: Sviluppo e sottosviluppo, Aut Aut, Aldilà,«AutAut», Il senso
delle parole: Soggetto ed oggetto dell'economia, Aut Aut » L'enciclopedia fenomenologica
e il Telos dell'umanità, Aut Aut, Il senso delle parole: Violenza e diritto, «
Aut Aut», Il senso delle parole: Istituzione totale, Aut Aut, L'architettura
come vita, Aut Aut, Dialectic of the Concrete and of the Abstract, Telos,
Barbarie e civiltà, Atti del Convegno Internazionale sul tema: CAMPANELLA e
VICO, Roma, Accademia nazionale dei Lincei, Quaderno, La dialettica del
processo. Milano, Mondadori. Veca, Fondazione e modalità in Kant, prefazione di
P., Milano, Mondadori. Il senso delle parole: Ancora sul marxismo e sulla
fenomenologia, Aut Aut, Due temi fenomenologici: Fenomenologia e dialettica, La
fenomenologia e la fondazione dell'economia politica, Aut Aut, Il senso delle
parole: La ripetizione, Aut Aut, L'ora di CATTANEO, Aut Aut, Il senso delle
parole: Ontico e ontologico, Aut Aut »,
Il senso delle parole: Barbarie e civiltà, Aut Aut, Il senso delle parole: La
figura, Aut Aut, Vita quotidiana ed eternità, « Archivio di filosofia, Il senso
comune, Intersoggettività del potere, Praxis, Fenomenologia e dialettica
marxista, « Praxis; Sui rapporti tra fenomenologia e marxismo, in Desanti, Fenomenologia
e prassi, Milano, Lampugnani Nigri, Astratto e concreto in Althusser, Aut Aut,
n. Il senso delle parole: Sostanza e soggetto, « Aut Aut », La « Einleitung »
nella fenomenologia hegeliana e l'esperienza fenomenologica, Aut Aut, Il senso
delle parole: La fenomenologia come scienza dell'appa renza e della esperienza
della coscienza, Aut Aut, Hegel e la certezza sensibile, Aut Aut, Il senso delle
parole: Storia e verità, « Aut Aut, nn. Considerazioni attuali su Bloch, « Aut
Aut » Il senso delle parole: Speranza e carità: l'uomo nuovo, Aut Aut, Per
un'analisi del momento attuale e del suo limite dialettico, Aut Aut, Il senso
delle parole: L'homme nu di Lévi-Strauss, Aut Aut, La phénoménologie et
l'histoire dans la pensée de Hegel, Praxis, History and Fhenomenology in
Hegel's Thought, Telos, Bergson, Le Opere, introduzione di P., Torino, Pomba.
E. Minkowski, 17 tempo vissuto, prefazione di P>, Torino, Einaudi, Scarduelli,
L'analisi strutturale dei miti, prefazione di E. Paci, Milano, Celuc. Rovatti, Tomassini, Veca, Per
una fenomenologia del bisogno, Aut Aut, Life-World, Time, and Liberty in
Husserl, Life- World and Consciousness. Essays
for Gurwitsch, cur. Embree, Evanston, Northwestern Univ. Press, Ungaretti e
l'esperienza della poesia, in G. Ungaretti, Lettere a un fenomenologo, premessa
di P., Milano, Vanni Scheiwiller, pIl senso della religione in MaxHorkheimer,
in Max Horkheimer, Guerreschi, An Maidom e zum Schicksal der Religion, Milano,
Arte Edizioni, due pagine non numerate. A proposito di fenomenologia e
marxismo. Considerazioni sul Dialogo di Vajda, Aut Aut, Il senso delle parole: Lavoro e teologia, Aut Aut, La
presenza nella « Fenomenologia dello spirito » di Hegel, Aut Aut Variazioni su
Cattaneo, « Aut Aut, Il senso delle parole: Il federalismo, Aut Aut, Spontaneità, ragione e modalità della praxis,
« Praxis, Che cosa ha taciuto Croce, Tempo, Ci sono strutture di strutture di
strutture..., « Tempo, B. Russell, Le Opere, introduzione di E. Paci, Torino, Pomba.
Wahl, La coscienza infelice nella filosofia di Hegel, prefazione di E. Paci,
Milano, Istituto Librario Internazionale; Zecchi, Fenomenologia dell'esperienza,
presentazione di P. Firenze, La Nuova Italia. Intervista con P., in Parlano i
filosofi italiani, Terzo programma, fase. Ili, Idee per una enciclopedia
fenomenologica, Milano, Bompiani, Attualità di Husserl; L'eredità di Banfi;
L'enciclopedia fenomenologica e il telos dell'umanità. Vico, lo strutturalismo
e l'enciclopedia fenomenologica delle scienze; Il significato di GALILEI (si
veda) per la filosofia; Modalità, coscienza empirica e fonda zione in Kant;
Hegel e la fenomenologia. I temi husserliani fino al primo volume di Idee; Sul
problema dell'INTERSOGGETIVITÀ; Per lo studio della logica in Husserl; Per una
interpretazione della natura materiale in Husserl; Natura animale, uomo
concreto e comportamento reale in Husserl; Fondazione e chiarificazione in
Husserl; Cultura e dialettica; Motivazione, ragione, enciclo pedia
fenomenologica. Il senso delle strutture in Lévi-Strauss; Sul concetto di
struttura in Lévi-Strauss; Antropologia strutturale e fenomenologia; Fondazione
fenomenologica dell'antropologia ed enciclopedia delle scienze; Il ritorno a
Freud; Psicanalisi e fenomenologia; Keynes, la fondazione della economia e
l'enciclopedia fenomeno logica; Fenomenologia e fondazione dell'economia
politica; La presa di coscienza della biologia in Cassirer. Parte quinta: I -
Problemi di unificazione del sapere; Sul problema dei fondamenti; La
fondazione delle scienze; La struttura della scienza; Il significato di verità
della scienza; Struttura temporale e orizzonte storico; Informazione e
significato; Whitehead in sintesi; Una sintesi di Ayer sul concetto di persona;
Astratto e concreto in Althusser; Modalità e novità in Bloch. Diario fenomenologico Milano, Bompiani,
Marxismo e fenomenologia, Aut Aut, IL senso delle parole: Attualità della
fenomenologia di Hegel, « Aut Aut » Bisogni, paradossi e trasformazioni del
mondo, Aut Aut, Il senso delle parole: Filosofia analitica e fenomenologia, Aut
Aut, Il senso delle parole: I limiti dell'empirismo, Aut Aut, La negazione in
Sartre, Aut Aut, Il senso delle parole: L'istante, Aut Aut, Il senso delle
parole: Sul relazionismo, Aut Aut,
Cancellare la scrittura morta per trovare la verità viva, Tempo, L'uomo deve
imparare a servirsi della scienza, Tempo, La pelle di leopardo ideologica,
Tempo, Cosi vedo Sartre, Tempo, Amore e morte. Freud e la rivoluzione
dell'uomo, Tempo, L'enigma Ludwig: Visconti e Thomas Mann, Tempo, L'uomo e la
semiotica universale, Tempo, Ateismo nel cristianesimo e cristianesimo
nell'ateismo, Tempo, Letteratura e reazione, Tempo, La presa di coscienza
dell'eros e la trasformazione della società, tempo, Il Capitale tra Shakespeare
e Kafka, Tempo, Un congresso di filosofi che riscoprono la dialettica, Tempo,
Linguaggio e silenzio in Wittgenstein, Tempo, Quel superstizioso di Freud,
Tempo,Filosofia Arte e Letteratura, Tempo, Quando la volontà è malata, Tempo,
Colloqui con Sartre, Tempo, Un messaggio contro il male, Tempo, La realtà si
ritrova nella continua dialettica tra realismo e sur- realismo, « Tempo,
Husserl e Marx a Praga, Tempo, Mito e vacanza della vita, Tempo, Eclisse e rinascita della ragione in
Horkheimer, Tempo, Lukàcs tra la vita e lo spirito, Tempo, La situazione limite
di Bataille, « Tempo, Il progresso economico distruggerà la specie umana,
Tempo, La filosofia della vita e della cultura di Simmel e di Banfi, Tempo,
Trovare l'uomo partendo dalla solitudine, Tempo, La musica come mediazione tra
la vita e il suo significato, Tempo, Ter Marcuse la rivoluzione continuerà con
l'estetica, Tempo, Il filosofo del senso comune, Tempo, Il fallimento dell'uomo
e la religione, Tempo, La vera neutralità della scienza, Tempo, La nuova via
tra Pitagora e Darwin, Tempo, L'idiota di famiglia e la guarigione dell'uomo,
Tempo, L'eredità di G. Marcel è anticapitalista?, Tempo, n. Lukàcs inedito
scoperto a Budapest, Tempo, I cervelli avranno un futuro, Tempo, Forse una
nuova dialettica con la vittoria del proletariato, Tempo, L'uomo tra Tolomeo e
Copernico, Tempo, Minkowski: psicopatologia e vita vissuta, Tempo, La
costruzione logica del mondo, Tempo, Lenin e la filosofia, Tempo, Jaspers e
l'armonia di una nuova storia, Tempo, Fenomenologia e dialettica, Milano,
Feltrinelli, Marxismo e fenomenologia; La nuova fenomenologia; Fenomenologia
dell'economia e della psicologia; La trasformazione del mondo
attuale; Fenomenologia e costituente mondiale; Per un'analisi del momento
attuale e del suo limite dialettico. La filosofia contemporanea, Milano,
Garzanti: L'eredità kantiana e il marxismo; Lenin e la filosofia; Sul marxismo
italiano; Lukàcs; Sociologia e scuola di Francoforte; Sullo strutturalismo;
Moore e la filosofia analitica inglese. Vérification empirique et trascendance
de la vérité, Vérité et Vérification, La Haye, M. Nijhoff, Considerazioni
attuali sul problema dell'utile e del vitale in Croce, Croce, cur. Bruno, Catania, Giannotto; Il senso delle parole: Sulla fenomenologia del
negativo, Aut Aut, Il senso delle parole: Husserl e il cristianesimo, Aut Aut,
Undici studiosi alla scoperta degli Evangeli, Tempo, Osculati, Fare la verità.
Analisi fenomenologica di un linguaggio religioso, Nota finale di Enzo Paci,
Milano, Bompiani. Intervista con P., in La filosofia dal '45 ad oggi, a cura di
Valerio Verrà, Roma, ERI, Dizionario di filosofia, Milano, Rizzoli. Voce:
Esistenzialismo. Nome compiuto: Enzo Paci. Paci. Keywords: relazione,
significato del significato, fenomenologia del linguaggio, comunicazione e
intersoggetivita. Refs: Luigi Speranza, “Grice e Paci: i principi metafisici di
Vico” --. Luigi Speranza, “Grice e Paci: significato e significati” – The
Swimming-Pool Library. Biraghi, andrea – “Dizionario di filosofia,” Milano.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pacioli
– la scuola del Borgo Sansepolcro – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Borgo Sansepolcro). Filosofo toscano. Borgo
sansepolcro. M. Borgo Sansepolcro. Filosofo italiano. Luca Pacioli Voce
Discussione Leggi Cronologia Strumenti Ritratto di P., attribuito a
Jacopo de' Barbari, museo nazionale di Capodimonte Fra Luca Bartolomeo de P., o
anche Paciolo -- , è stato un religioso, matematico ed economista italiano,
autore della Summa de Arithmetica, Geometria, Proportioni et Proportionalita e
della Divina Proportione. Egli è riconosciuto come il fondatore della
ragioneria. The Italian word
"ragioneria"-- accounting/bookkeeping --is etymologically
connected to the Anglo-Norman "reason" and Latin "ratio"
through their shared root relating to calculation, logic, and accountability. P.
is considered the founder of the discipline because he is the first to publish
a comprehensive, systematic description of the double-entry book-keeping
method, which becomes the foundation of modern accounting. Etymological
Connection to "Ratio" and "Reason" The connection lies in
the core concept of ordered thought and calculation: Latin Ratio: The term “ratio”
in Latin has multiple meanings, including "reckoning,"
"account," "calculation," "system,"
"reason," and "judgment". This directly relates to the
meticulous nature of keeping financial records. Italian Ragione and Ragioneria:
The Italian word “ragione” derives from ratio and means "reason" or
"account". Ragioneria then refers to the practice or study of keeping
these accounts or records -- accounting/book-keeping. The Venetian Collegio de'
Rasonati, College of Auditors, further illustrates this historical link, using
a term derived from the same root. Anglo-Norman Reason: The Anglo-Norman and
English word "reason" also shares this Latin origin, primarily
emphasizing logic, justification, and sound judgment. All these terms converge on the idea of
systematic, logical calculation and the ability to provide a clear, balanced
account of activities, whether in a financial or philosophical sense. Why P. is
the Founder of the Discipline P. is widely known as the "Father of Accounting"
not because he invented double-entry book-keeping, but because he formalised
and popularized it. The method is already in use by Venetian merchants, but P. is
the first to publish a detailed description, which proves revolutionary. His major contributions comes in his book,
Summa de Arithmetica, Geometria, Proportioni et Proportionalita (Everything
About Arithmetic, Geometry and Proportions), published in Venice. This work
contains a section called Particularis de Computis et Scripturis (Details of
Calculation and Recording), which systematically describes the "Venetian
method" of double-entry book-keeping.
Key reasons for his recognition as the founder include: First Published
Work: His Summa is the first printed book to describe the system in detail,
making the knowledge accessible to a wide audience through the new printing
press technology. Systematization of Practice: He outlines core components of
the accounting cycle that are still used today, including the use of journals
and ledgers, year-end closing entries, and a trial balance to verify the
accuracy of accounts (ensuring debits equal credits). Foundation for
Standardization: P.'s work provides a standardized framework for merchants to
track financial transactions accurately. This standardized approach was crucial
for the growth of commerce and trade during the Renaissance and beyond, as it
fostered transparency and trust among investors and partners. Emphasis on
Ethics: Pacioli stressed the importance of honesty, integrity, and diligence in
record-keeping, laying the groundwork for the ethical principles that govern
the accounting profession today. i P.'s connection to rationalist philosophy is
rooted in the very etymology of the Italian term for accounting, ragioneria,
and his belief in a structured, logical worldview. His work transcended simple
record-keeping; it was an application of a broader Renaissance ideal of order,
proportion, and reason to the world of commerce. Here's an expansion of this concept: The Etymology of Ragioneria The term “ragioneria” derives from the
Italian word ragione, meaning "reason," "logic," or
"account" -- as in "to account for”. In Venice, a "merchant
must be a good accountant and ready to compute". H. P. Grice: “A bit like
the calculators at my third alma mater: Merton!” -- P. elevates this practical
necessity to an expression of a rational order. The term implies: Reason and Logic: The system of double-entry
accounting is not just a set of rules; it's based on an inherent, simple logic.
For every debit, there is a credit. This dual aspect ensures balance and
accuracy, reflecting a belief that the world of commerce, like mathematics,
could be governed by a consistent, rational principle. Accountability and Order: The system provides
a clear, systematic way to track every financial activity, allowing a merchant
to know "exactly whether his business goes well or not". This ability
to audit and verify records embodies the application of human reason to manage
and understand one's affairs in an orderly fashion. P. as a Rationalist Philosopher P. is a Franciscan friar and an accomplished
mathematician who collaborated with figures like VINCI (vedasi). His
philosophical approach can be seen in:
Axiomatic Approach: P.’s method was inspired by the work of Euclid,
presenting double-entry as an axiomatic system where debits must *equal*
credits. This reflects a rationalist desire to reduce a complex, real-world
transaction to a few fundamental, self-evident principles, much like geometry
reduces physical space to axioms and theorems.
Emphasis on Balance and Proportion: P.'s other major work, De Divina
Proportione, focuses on the Golden Ratio and mathematical proportions, which he
applies to art, architecture, and even the human BODY – CORPO UMANO CORPVS HUMANVS
--. This shows his belief in a universe structured by divine mathematical laws.
Accounting, with its constant need for balance, is another manifestation of
this universal harmony and proportion.
Ethical Dimension: Beyond the mechanics, P. emphasizes, like H. P.
Grice, the importance of ethics, HONESTY – H. P. Grice: “Think of my
conversational maxims as a subset of what an honest chap does!” --, and
integrity in accounting. He believes that an orderly accounting system is a
moral obligation, crucial for transparency and social responsibility. This
belief that good business practice aligned with a greater moral and rational
order further solidifies his "rationalist philosopher" perspective. In
essence, P. doesn’t just provide a tool; he offes a rational framework for
understanding and ordering the economic world, linking the practicalities of
business to the universal principles of mathematics, logic, and ethics
prevalent in Renaissance thought. Studia e avviò la sua formazione a
Sansepolcro, città natale, completandola poi a Venezia. Entrò nell'Ordine
francescano, probabilmente nel convento di Sansepolcro. Fu insegnante di
matematica a Perugia, Firenze, Venezia, Milano, Pisa, Bologna e Roma e viaggiò
molto. Accetta l'invito di Ludovico il Moro a lavorare a Milano, dove collaborò
con Leonardo da Vinci. Abbandona Milano insieme a VINCI (vedasi). Anda
prima a Mantova poi a Venezia. Per Isabella d'Este scrisse il trattato De ludo
scachorum, prezioso manoscritto sul gioco degli scacchi, introvabile per 500
anni e riconosciuto dal bibliofilo Duilio Contin tra i libri della Fondazione
Coronini Cronberg di Gorizia, ospitati dalla Biblioteca statale Isontina.
La sua memoria è molto radicata, sia in Italia sia all'estero. A Sansepolcro
sono stati celebrati il quinto centenario della pubblicazione della Summa de
arithmetica, geometria, proportioni et proportionalita e il quinto centenario
della morte. Tra i vari monumenti eretti in suo onore si ricordano quelli di
Sansepolcro (Piazza San Francesco) e Perugia (atrio della Facoltà di Economia e
Commercio). Le opere VINCI (vedasi) Illustrazione per il De Divina
Proportione. Pubblica a Venezia una vera e propria enciclopedia matematica, dal
titolo Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalita
(stampata e pubblicata con Paganino Paganini), scritta in volgare, come egli
stesso dichiara (in realtà utilizza un miscuglio di termini latini, italiani e
greci), contenente un trattato generale di aritmetica e di algebra, elementi di
aritmetica utilizzata dai mercanti (con riferimento alle monete, pesi e misure
utilizzate nei diversi stati italiani). Uno dei capitoli della Summa è
intitolato Tractatus de computis et scripturis; in esso viene presentato in
modo più strutturato il concetto di partita doppia, già noto e divulgato
nell'ambiente mercantile, (e quindi: "Dare" e "Avere",
bilancio, inventario) che poi si diffuse per tutta Europa col nome di
"metodo veneziano", perché usato dai mercanti di Venezia. S’occupa
della stesura del De viribus quantitatis. Il trattato inizia con l'indice e una
lettera dedicatoria, illuminante per la conoscenza di altre opere dell'autore.
Il testo principale che segue è diviso in tre parti. La prima parte
("Delle forze naturali cioè de Aritmetica") è certamente quella più
importante per la storia della matematica, perché costituisce una delle prime
grandi collezioni di giochi matematici e problemi dilettevoli. Nella seconda
parte ("Della virtù et forza lineare et geometria") Pacioli descrive
una decina di giochi topologici che fino a poco tempo fa si credevano invenzioni
più recenti. L'opera si conclude con la terza parte, intitolata "De
documenti morali utilissimi". Pubblica una traduzione latina degli
Elementi di Euclide e un testo che aveva già concepito alla corte di Ludovico
il Moro, il De Divina Proportione, anch'esso stampato e pubblicato da Paganini,
con le celebri incisioni dovute a Leonardo da Vinci raffiguranti suggestive
figure poliedriche. Sono le questioni attinenti al rapporto aureo che
danno il titolo al libro, che si estende poi a questioni cosmologiche e
matematiche connesse ai solidi platonici e ad altre tipologie di poliedri; e
ancora a temi di architettura (presi a prestito da Vitruvio e da Leon Battista
Alberti), a questioni relative alla prospettiva (campo in cui attinge molto
dall'opera del suo concittadino Piero della Francesca e cita fra i grandi
maestri Melozzo da Forlì e Marco Palmezzano) e altro ancora. Profilo
culturale È stato messo in evidenza come Luca Pacioli oscilli tra due
concezioni antitetiche della matematica: una di natura pratica e l'altra di
natura speculativa, in rapporto alla quale egli non esita ad aderire alle
suggestioni mistico-magiche del platonismo umanistico. In realtà l'opera
di Luca Pacioli va vista nel contesto culturale del Rinascimento italiano.
Pacioli non è - come vistosamente non lo è il suo contemporaneo Girolamo
Cardano e come non lo sarà, più tardi, neppure Keplero - un matematico in senso
stretto; egli stesso dichiara che per scienza matematica si deve intendere la
somma di aritmetica, geometria, astrologia, musica, prospettiva, architettura e
cosmografia. È questa summa di saperi e di rimandi concettuali tra essi
che lo incuriosisce e lo affascina. I rapporti con la nascente classe
mercantile a Venezia, a Firenze, a Milano, a Roma, a Perugia e nelle molte
altre città italiane dove ebbe modo di insegnare, ma anche la frequentazione di
famosi artisti del tempo che lo mettono al corrente della pratica della pittura
e dell'architettura, lo sollecitano ad esplorare - con la stessa curiosità e
senza avvertire alcuna frattura concettuale - i rapporti tra matematica
applicata e matematica teorica. Rapporti con gli artisti
rinascimentali Lapide commemorativa (1878) nel Palazzo delle Laudi a
Sansepolcro Luca Pacioli venne in contatto con numerosi artisti del tempo:
oltre ai già ricordati Leonardo, Leon Battista Alberti, Piero della Francesca,
Melozzo da Forlì e Marco Palmezzano, vanno citati il Bramante, Francesco di
Giorgio Martini, Giovanni Antonio Amadeo e forse Albrecht Dürer. Il De
Divina Proportione ebbe influenza su più di un artista dell'epoca. Esiste un
ritratto di Luca Pacioli attribuito a Jacopo de' Barbari e conservato al museo
nazionale di Capodimonte, in cui il matematico di Sansepolcro è raffigurato
mentre indica su una lavagna alcune proprietà geometriche; alla sua destra
pende dal soffitto un poliedro archimedeo, mentre alla sua sinistra sta un
personaggio da alcuni identificato con Dürer (più probabilmente si tratta di
Guidobaldo da Montefeltro). L'attribuzione è controversa e basata sulla interpretazione
del cartiglio inserito nel dipinto recante la scritta "Iaco Bar
Vigennis". L'artista non poteva essere un ventenne e il de' Barbari era
ultracinquantenne. All'epoca della esecuzione del dipinto il matematico Pacioli
era in sodalizio con Leonardo da Vinci per la stesura del De Divina
Proportione. Le illustrazioni del De Divina Proportione, eseguite da
Leonardo, vengono riprese con sorprendente maestria da fra Giovanni da Verona
nella realizzazione delle tarsie della chiesa di Santa Maria in Organo a
Verona. Nella cultura di massa L'attore Giovanni Scifoni interpreta il frate
matematico P. nella serie tv internazionale Leonardo dedicata al famoso
Leonardo da Vinci. Nel 1994, cinquecentesimo anniversario della pubblicazione
della Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalita, gli è
stata dedicata una moneta da 500 lire con la sua effigie e la dicitura ». Note
^ Fra Luca Paciolo: origine e sviluppo della partita doppia. Origini della
lingua dell'economia in Italia. Bibliografia Summa de arithmetica geometria,
Parte di questo testo proviene dalla relativa voce del progetto Mille anni di
scienza in Italia, pubblicata sotto licenza Creative Commons CC-BY-3.0, opera
del Museo Galileo - Istituto e Museo di Storia della Scienza (home page) (LA)
Luca Pacioli, Summa de arithmetica geometria, (In Tusculano ...), Paganino
Paganini, .Luca P., De viribus quantitatis. Ristampa anastatica, Aboca,
Sansepolcro Luca Pacioli, De divina
proportione. Ristampa anastatica, Aragno, Torino De divina proportione / di P.. - Milano:
Biblioteca Ambrosiana. : ill. color. ; 29 cm. Ed. di 280 esemplari numerati, di
cui 30 num. I-XXX e 250 num. 1-250. Stampato da Mediobanca. Collana: Fontes
Ambrosiani, n. 31. Bibliografia secondaria F. Saporetti, Fra Luca Paciolo:
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Maccagni et E. Giusti, Luca Pacioli e la matematica del Rinascimento, Giunti,
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da Vinci: i pezzi per il gioco degli scacchi rappresentati nel manoscritto sul
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ragioniere e maestro delle matematiche. Edizione straordinaria in italiano e in
inglese, Centro studi Mario Pancrazi, Sansepolcro 2012 M. Martelli, Luca
Pacioli a Milano, Centro Studi Mario Pancrazi, Sansepolcro Martelli, Luca
Pacioli e i grandi artisti del Rinascimento italiano, Digital editor, Umbertide
(PG) A. Ciocci, Luca Pacioli: la vita e
le opere, versione in lingua inglese a cura di K. Pennau Fronduti, Digital
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Pacioli tra Piero della Francesca e Leonardo, Marsilio, Venezia A. Ciocci, Ritratto di Luca Pacioli,
Firenze S. Coronella et G. Risaliti, Il
Rinascimento della ragioneria: da Luca Pacioli ad Angelo Pietra, Rirea,
Roma G. E. Piñeiro, Pacioli: il
divulgatore della matematica, RBA Italia, Milano L. Bucciarelli et V. Zorzetto,
Lucia Pacioli tra matematica, contabilità e filosofia della natura, Biblioteca
del Centro Studi Mario Pancrazi, Sansepolcro Bressanini et S. Tonato, Giochi
matematici di fra' Luca Pacioli: trucchi, enigmi e passatempi di fine
Quattrocento, con una presentazione di E. Ioli, Dedalo, Bari 2018 E. Hernàndez
Esteve et M. Martelli, Luca Pacioli: maestro di contabilità, matematico,
filosofo, Digital editor, Umbertide (PG)
Voci correlate Sansepolcro Ritratto di Luca Pacioli Leonardo da Vinci
Sezione aurea Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una
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Luca, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Modifica su Wikidata Amedeo Agostini, PACIOLI, Luca, in Enciclopedia
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Pacioli, su Liber Liber. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Luca Pacioli, su
Open Library, Internet Archive. P., su Goodreads. Luca
Pacioli, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton Company. Modifica su Wikidata
Note critiche sul De Divina Proportione, su ac-poitiers.fr. Il ritratto di Luca
Pacioli, su uriland.it. Le tarsie della chiesa di Santa Maria in Organo, su
arengario.net. Un contributo alla soluzione della questione attributiva del
dipinto De Divina Proportione, su ritrattopacioli.it. I progetti di ricerca su
Luca Pacioli e la sua opera, su centrostudimariopancrazi.it. Portale Biografie
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Matematici italiani Matematici italiani Economisti italiani Economisti italiani
Nati a Sansepolcro Francescani italiani Matematici alla corte del Gonzaga. I vi
^i bilofopbia: p zofbectiual* ictura Qculpm ra: B[ rebitectura: HI ufica: e
akrcCH atbematicetftia/ uiffima: fattile: e admirabile doctrina
confequira:et>e toaraffttcóva 9 riequeftione fcefecretifìt maicientia. M.
Antonio Capella er uditifT.tecenfente: A Paganus Paganinus Chara&eri bus
elegantissimis accuratifsi me imprimebatv ) Danieli Caietanì Cremonenfì;
Epigràma Natura omniparem produxitcorpora quinque. Simpkciàhtec certo nominedifta
mancnt Compofito in numcmmCccurrutadditacuiqj. Atque inter |c (è C cnfrciata V
tgent. Condita principio pura conccditmane. Ci n calo g Mando dixit LIZIO)
Quodq, unum p fé positum e; C arct atcj; figura. Nulla fwbefroculi
Snppofitolpccief. Sonetto etti auétore Cinque corpi in natura fon produffi. Da
naturali (empiici chiamati. Perche aciafeun compofito adunati. Per ordine e
ncorran fra lor tutti. I mmixtimetthe puri fùr conffrucTi. Quattro elementi
eciel cosi nomati Quali ACCADEMIA voi che figurati. Leflcrdicn a infiniti
frucìi. Ma perche il vacuo la natuta abborre – GRICE VACUOUS NAMES --. A
rifiorii in quel de celo et mundo. Per |é non figurati volflepgp^. D ero l in
geg" ° gc ° f^rra pr^TT tei o Fropterea Eudid^fubtÌMiuJf atque Platonir.
Di piato edèuclide piacque exporrc. Ingenium excujjìt Spbtquamvoluptati;infit
princep; patria iffocteriffima Digniffinjeiquod tbi qui ea; in primi; calle»
quedfì'atri cardinali fàpiétiffimo. Et patrono singulari.mcoiquod roani
Victorio I»V.eximiofratrioptimo!quodTbom«t roani baptijf donatu; muneribu;
obtuleram, Fecerantq, donationem illam nostram lucundio rem Duo Romani
ecclefìx-tuinajqui teffe;aderàtt Eftenfu. S-g f tre tuo oratore Clarijfimo rem
probante.Hunc vero tibiipr fiim quod ab omnibus expetitur afiequereteum affiuam
pirtem ipfjtm in vniuer fum attingerit.Qui tibi feio tanto iucuridipr eritiquo
t| (ebemata ipf* Domiin duff ria no(fra babeai. Sed f| rei ip)à ingenti piena
cómendatiorem |èje ipfà redclet. Nec verovemacula bportionemmeamcognofca; quam
cbalcograpbi nuepremut» Gauifu; fùmilico mirimi inmodum quod tanti tamq, rari
atque incognita jrcani tbenftturo Seculumnfmdortetur
inquofàrnaquidemautborfe-fèd Scinta non minuf CrefcìtalienaJadeo fideliter
Subriliter acute re; alta; atque alioj* Captuló geSepofìta; tracìat enucleati
vt quod nullu; in id genu;,pfr{Jìone ad banc v|q, die autcompr«cbéderepotuit
aur IciuinbicSoluffiiialtiflimiintellecIruj indagine Co quiritatq, veftigat. Dicitdilpofite
magna acrimonia maxima disciplina ad banc rnateriarmVtg in ea'dtuti)fime yerfdtifunrnó
eant inficia; Lucam paciòlum effe altej? nreetatis Nicomacbu gnumerig
méfur^discipliam difìifijfime scripfit. Ita que vt primum potui p occupationù
meaj« |èqueftram remi jfionem deliberaui i' p^tum incredibili; l««iti9 Abscifùm
folidum. Abscifùm vacuum. Eleuatum folidum. ji Eleuatum vacuum. Ab; afum
eleuatum folidum. Abscifùm Eleuatum vacuum. Vigintijèx bafium. Planumfolidum.
Planum vacuum. it Abcifum eleuatum folidum. 38 Abcifum eleuatum vacuum.
Septuaginta duaj> bafiu folidum. Septuagintaduaj>bafw vacuum. 41
Colunalateratatriàgula folida Jèu corDusferatile, •U Colunalateratatriàgula
vacua.. 43 Pyramis laterata triagula folida. 44 Pyrami* laterata triangula
vacua 45 Colùna laterata quadràgulajblida 46 C oluna lacerata qdragula vacua.
4T'Pyramis laterata qdragula folida. 48 Pyrami* laterata qdragula vacua.
Collina lateratapétbagona folida. ETNVMERVS TtT§«£^gOV. rorst^oviuvov. «•
o-rtT/uxjutir 0 v aiv e v, f5TH§jUEV0Var£§£0|r. t-STHg/Utl'OVK.tVOV., ef«t«k)v.
«•370T£TiWHJU£V0fy£§£«HJU3VOV £'EfH§/U£V0V?£§E0y «•25-0T£TM»M£l'('l'farHg)U£K0V
X.EV0K £/3^8MHH.orTa«fl(;c,a£^gof r£§£ov. £/3VT3-AiUgOJVH?e|aty(«)l'0? REVOC.
usrvgaiAic, TFAeu?&i(TKC, Tg ly uv oc. «vi SOTffAEUgOf ff§£«. •srugajuig
•srAEugaxfNC.Tgiycovoc.nm co-zrAfugoijREi'H. Riur fgoyy uAoc ftgto?. TirugotjuK
j-goy y uAh f £§ e«. Cuom™*atbcmanci. PPtQUEtfeio magiffrale de matbematici:
etufcg» 'xS f /tinte rmededicli.5.corpi regulaii fùron atribuiteali.5.corpi
(empiici. tTpeladigniffima cómé^atóedcqffafAnttaedininaflportiò'e.C.V'r.
P'C^mmolcncàlrnc^itiadeditaproportionemoitecolcdeadmiratio ne
dìgtuffimeinpbylofopbianein alcuna altra fciajépoterieno bauere. CDel primo
effitìo de vna linea .diuifÀ secondo la dieta divina proportione. PX omo ditta
fportione fra le quantità fé babia intéderee interporre. P"Cómo li
fdpiétiflìrrii dittap portóe bào vfitato cbiamarla i lor volui P"C omo |é
intenda diuidere vna qtita fecondo queffa tale proportione.
P"Cómofra.3.terminidcmedefuno genere deneceffita fetrouano dot proportion
i ouero babitudini o fìntili o diffimili . PX'ommoqueffa proportione fèmpre
inuariabilmcnte fraò-termini a vn modo fcritroua.
P"Commolaltreproportionicontinueo difeontinue in infiniti modi
fra.3-termini demedefimo genere poffano variare. P"Commo queffa
proportione non degrada anci magnifica tutte laltre proportioni
conlordiffinirioni. P"C omo queffa propoi rione mai poeffererationale nel
fuo mendie ex', tremo emedio mai pennini ero rsriccinato fi pofpnoaf gnare. 1TQ
uello [è intenda a diuidere alcuna quantità fecondo la proporrlo ' nébauenteel
meejo edoiextremC. Y Como fé ffèref cano vulgarméte li refidui e qllo ebe p_
loro fé in tenda. CTcJiejaìlÀfa.odicijejuimero o de che altra qtita (è voglia,
. P"Quali fienno le quantità ràtionalieirrationali» If Sequelkdel primo
propoff o eff ejKj, . P"Cómoin tutto el procc) (ò de queffo libro fèmpre
fé f fupone Euclide. jTpet lieorido eflentlalet ffetto de qttejfa proportionc.
r» ; CDet ter^ofuo finguTare effetto. . ^TDelgutrto Ino ineffabile effetto.
JTDcrquinto fuo miraDÌIeeffetto III. jTpèl fuo fato irinoTabile"effetto.
Córneniunatftita róale Jépo diutdère fecondo quejta proportione che le parti
fienno rationali. JTDelféptimoftio inextimabileeffetto.. P"Cómoloexago fio
edecagono traloro fanno vna quantità diuifà fécódo qfla fportióe. €Tpelo ottauo
effeflo conue rfo del precedente. . CTDeifuo fopragllaltrieycéfjiuonono cff
etto'.Ca.XV III. P"Cbeco fa. fieno corde delagolo petagonico-^ Como le doi
corde pétagonali p pinque fé diuidano fraloro Jémpre fécódo qffa p pontone.
P" C omo fémp vna patte de ditte corde fia denecefjlta lato del medtfimo
pentagono. TDelòftimoftioflipremo efjFctto.. P" Como tutti li effetti e
coditioni de vna qtita diuifà fecondo queffa pportione rfidano a tutti ti
effetti e conditioni de qualuncaltra quantità coft diuifà. àfTnelftiovridedo
exceUétifjtmo effetto^ra.XX. P"Cómodeladiui- ftoe dellato delo exagono
j>o qffappor'.fèca ellato del decagono «fiate. fTPèlfuo duodecimo q(i
tncomprebenfibile effetto. prC'beco]cedron.'~III» / 4DTDel modo a [ormare el
tetracejUroR ne!o ycocedron. / €T^g^e^cbcdl3ein)"cripttoiu non poftlno
effcrpiu. » / CDel modo in ctajcuo dedlcti.s.TegKlari afuper {ormare el corpo
regulari]) imo ctoe (pera. . fTÓcla forma edif'pofjtione del tetraccdron piano
fclido o ver. va-f cuo73eloab|ct|opìàbjolido over vacuo edelo dettato folidoo
ver vaf cuo. Capitulo. XLVI'ir. ^TPela qlita delo exacedró piano folido o %
vaaio eabfcifo piano foli do over vacuo edelo eleu3to folidoo TP, vacuo. «
C^Pela di) pofttione dcìoff ocedron piano folido o ver vacuo e abjcifo folidcTo
ver vacuo cdélo eleuato soìido o ver vacuo. ffrìfla tlpffTiprin^ed''1"
ycnrfdron piano folido o ver vacuoeabfci' fo folido o ver vacuo edelo eleuato
folido o ver vacuo. Dela qualità eforma del duodecedron piano folido o ver
vacuò eab' f cijofoìido o ver vacuo edelo eleuato folido o ver vacuo e fua
orìgine edcpendtntia. L 1 1. ^nfhjnrmattone e origtnejipl corpo del.Jó.bafi
piano folido ove? vtcuò edelo eleuato folido o ver vacuo. I II. jfcóm^jéjbrmi
el corpo de.y.bàuT'" . f^Commo dela{brm3dequej!o molto )éne jèruano li
arcbitbecìi in lev ro bedifitii. P"Cómo molti moderni per abufione fonno
chiamati arcbitbefiriper la loro ignoranza deuiando dati antichi auftori maxime
da vifltruitio. P"Motiuo ducale de (uà celfttudine a confusone
deiignoranti. P"Letitia grande de pyftagora quando trouo Iaproportióe deli
doi lati cótinenti langol retto. fTpel modo aftper fermare più corpi materiali
olirà li prèdiSi e com' mo'Ior forme procedano m infinito» f
P'PercberagióePlatoneatributleJbrmedeli.s.corpiregulariali.S.corpi /empiici
cioè aterra aqua aieri fuoco e cielo* P"Calcidio Apuleio Alcinouo
emacrobio. P"C omo la (pera non Jé exclude data regularita-autga'che in
lei non (ieri nolatieangtjlu iTPel corpo ) perico la fua fbrmatione. JTCommo
inla (pera]e collochino tutti tt.s.corpi regulari. C. P"Cómo eUapirida
bauejfeafàre de pietra o altra materia difli corpi re' gulari.
P"Hone}loefcientificofolaccoeargnmentocontra^lfi millantatori.,
P"Piuerfrt aparentia in longhejja de doi linee rccTe equali pojre innati J
cegliocbi. P"Cafo delauéfore in roma apiacere deh felice memoria delo I
llufrre conte Gironinjo alla presentia de Magiaro mellofto pictore nella
fabrica del suo pallaio. Pargumento exernplare contra diclifà'fi millantatori
de Hierone e Sì monide poeta. jTDeti corpi òblorigbi cioè più' tanghi ó ver
atti che larghi còrno fon' nò Colone e loro pyramidT -f' .
FDeledcJjòr^rincipdldecofoririein genere. P"Cl)elìe7Tnoc^Qg£là*rept?e che
rotonde. bi Cruelecolone laterale quadrilatere.Dela diucrfita detor
bifiequaiifienno te principali figure quadrilatere regularicióè quadrato
tetragono longo etmubaym fimile elmuhaym e altre elmuariffè o vero? irregulari
oftenno equilatere o inequilatere. ^TPelc colonne laterate pentagone cioè
de.j.fàcce ofienno equilatere o inequilatere; . PC omino le fpetie dele colonne
laterate poffano in infinito accre) cere fi commSle figure reòTiliheedelor bafu
f[Deltnoào amefurare tutte jbrte colonne e prima dele rotonde con ecciri.pti.
*" . P"Percbe ala quadratura del cerchio fi prèda li.^i. cioè li vndici
quatuor decimi del quadrato del fuo diametro. IQjcl modo amefrrare tutte forte
colonne laterate Vloroexcmpli. I lì. fTpele pyramidt e tutte loro diflÈrentiej
1 1 1» FCbeeo]dJkpyr«witcie rotonda'. dJDete pyraHiidi laterate e fuc
difftrentie. FCommodejpetiedelepyramidi laterate pò jfanoproculere in infitti'
co fi comm e» le U r colonne. P"C be cofa. fiennò pyramidi covte ouer
troncate. g"pel mòdo cuia afoper mcllrare ogm pyramide. f. PCommo ogni
pyramide fìael terco del ji;o chylindro ouer colonna. g"c omo dele laterate
aperto fé moffra cadauna effer fùfctripla ala fua colonna» p"Comme taffete
colonnelaterate in tanti corfi ftratìli fé rife iuar o in quandi trianguli Jé
posino le lor bafi difhinguere. fTpel modo afaper^nefùrare tutte le j orti dele
pjramldi corte roton- de e laterate in tutti modi. » érDela mefùra de tutti li
altri corpi regnlari edepcnHenti. Ca. LX1X. Confidmtta deli perigrtniingegni
ma^èxcellentia de cjllo de fiia.d.cel. Condegna cómendatione euera laudeccri
excellentiffime couditioni ti:'C«:\, (èuereepiedefua.D.cel. * Como
fùa.D'cel.non cómenor convenientia et tempio dele gratie in Milano ha OTTAVIANO
in Roma quel «'.eia paci frffe. Cóme non manco de inuidia eliuore a
fua.D»cel.firia conuéto chi ledi") fie laude p adulafione giudicale che
latt6forc de epjà adulatiohe. Como tutta la fua ferapbica religionede fànffo
jrancefeo e fùo capo. Ce Aerale jvia.francejco fanfcneda brefeta deb fua imenei
largita bun V^f^1 *> nicaPerptndiculare Catbtto DyametroParalellogramo
Diagonale, Centro jaet. jf Tabula deftraffato.de farchìreffura guai (equità 1
mediate doppo W to cTcómpendio dela diuina proportiohe diflincto per
capitolidicen' do. «t. -fc. fTPiuifione de larcbiteffura in tre parti
principali deli luocbi public! fc te priri»; ~f[Dek mefwa epraportionidet corpo
buano Dela teffaealtri fùoimé bri fimlflàcrodéTarcbiteflura» Deladiftantia del
ftfilo alcotoc^o dediófa tefUcioealpóto.a.glchia mào cotojco ede le pti che 1
qlla (elterpongao. Ocbio e orecbia. Dela frporttone detuttoelcorpo bumào cbe
fia ben dispoffo alla sua teflaealmmembrijécondopiaTofigbejjaelargbe^a. TDele
colonne rotonde confile baft capitelli epilajTrellio v ero ftilo> 'bate. '
: De^Xongbegaegrogegadelecolónetonde. CDe lordine de! flilobata o ver piTajJro
o ver bafàméto dela colonna cómeìe^cTa. €Tl n gito fieno dijferén le tre fpecie
de diete coione fra loro. . iTDoueora fé trpumo Colone più debitamente fnffe
per italia per ami' cbi eancor modèrnu Cpriecolónelaterate. T. fèr nel core e
altri nel cerebro altri nel fàngue aducédo ragiói eargornti affli alorocororboratióe.SicBnóemai
bonolajciorele cofè certe p le dubie
cóciofracofrtcBqf!edalifrtuiifienocbiamateranevn')tfuf.Nódént certa |>uanif
reling tfc« C ó huilta |èmp e debita reueréria de. V.D . celfitudi e ala
qlefumarntedecótinuomcrecomado.Quefèliciffimead votavaleat. Ì[R euendi. P . Mi
L uce P. de Burgo. S. S. Ordini JMino. Et fiere tbeologie profrsfor in
compendium de diurna proportione ex matbematicit difeiplin» prefetto., R
opttradmirari cepcrfft pKarUVole Excelfo.D-la j>po jfaaucTorita del mar ffro
de color cB fino che dal vedere | aucjfc initio el fipe. Si corno el mede) io i
vn altro luogo afferma dicendo. Q uod nibil eftin intellefru omniaconfifhmtin
numero ponderegmenfura cioè che tutto cioebe per lo vniuerjb inferiore e
fùperiore fi | quaterna quello de necesfì' ta al numero pefo e menfura fia
foflopofto . E in quejte tre cofé laureilo Augurino in deci.dei dici
elfummoopeficifummamente eyfer laudato per che in quelle freit (fare ea que non
erant.Per la cui amoreuile exhorta tione comprédo molti de tal fruflo
fuauisfimo de vtilita ignari douerf! daltoporeementalfonnoexuegbiare e con ogni
ftudto e folieitudine inquirer qudleal tutto darfé.e fia cagione in cj fé el
frculo alfio tenv' pò renouarfé. E con più realita e prefle^a in cadun lor
ffudio de qualuncfì Jcientiaala perfèffion venire. Eoltralafamae degna
cómendationea V D.cel(ìtudineinfùo excelfo dominio acrefeera probitanon pocain
fùoi cari fimiliariedile£titubditi|émpre ala defènfion de quelloal tutto parati
non manco eh per lapropria patria el nobile ingegnofo geometra e dtgnijfimo
architetto Archimede fa fé . El qual C cottimo e ("cripto ) con file noue
e varie inuentioni de macbineper longo tpo la cita fìracuf* na contra (impeto
ebelicofo fixceffo de romani finche apertamente per AtarcoMarcello 4 espugnarla
cercare salvo icolume. E p qotidiana expe riéria a. V-Dcelfitudienó e af
cofto.C auenga che per molti ànigia la da rijfìma fiiaparema memoriaali
taliatuttaealuna elaltragalia rranfal pina ed) alpina ne fòffe auftore
precettore enorma;chela deffenfione delegràdi e piccole republiebeper altro
nome arte militare appettata non e por fibile (énja la notitia de Geometra
Arithmetica e Proporrtene egregiamente poterfecon honore evttle exercitare.
Emainiun degno exercito finalmente a obfidione odefènfionedeputato de tutio
prouedu to ft pò dire fé in quello non fé troui igfgmeri enouo macbinatore
parti cularordinatoeommo poco inaile deigran geometra Arcbimenide
afcracufÀdicTobabiamp'Sebenfé gurada generalmente tutte fiie arte' gliarire
prendile qual volgila commo baftiottie altri repari bombarde briccole trabochi
Mangani Robonfèe Balille Catapulte Aritti Tef!u' deni Grelli Gattùcon tutte
altreinumerabili machine ingmgni e infrni nienti fémpre con fòr$adenumeri
menfura e lor propoitioni fé rrouaran no fàbricati efbrmari. che
altfofonnoRoccbe.TorriReuelini.Muri-j Antemuri»Fosfi • TurionieMerli.Manfclcctt
.e altre tortele nelle tari cita e caflelli che tutta gtometria e prortioni con
debiti lineili carchi - pendoli librati eafértati ? Non per altro fi victoriofi
fùron li antichi ternani cottimo Vegetto pontino e altri egregii attctori
fcriuan© t ii / cy I, Jiè hój? la gran cura e diligente prc£atione de
ingegnierie altri arming'i da terra eda mare quali |cnci le rmtbematici
difcipline cioè Aritbmeti ca Geometria e f portioni
lorfuflìcienrianonepojftbile te quali cojca pieno leantiche yfforie de Lituo
Dioaifio PLINIO e altri le rendano ( chiare e màifrjTc. Da le quali. Rjibertq
valtorripjtiffìmo arimenej'eq.le 1 chein la degnoperafua de inffm bellici* intirulataealoIllufTre.S.
Sigi) mòdo pandolfo dicata tutte rraffe . £ de difte machine e infìrumétiad
IramcómoifuolibrodicltoarimMefeponeedemolte altre piuafai. La fèlicijjtma
memoria del cógionto e (fretto affine de v.celffttudie Federi co
fèltré|èIl!ujtri(fimo Duca de vrbino tutto el fTupendo edificio del (uo nobile
e admiràdo palalo in vrbino circucirca da piede i vn fregio de viua e bella
pietra per man de d igni (fimi lapicidi e (cultori ordinata mente feci difporre
. ^Sicommo fraglialtri de IulioCefaro delar > tificiofo ponte in fùoì
commentarti filegi. E comò fin quefto dinella degna cita tudertìna de
vinbrianella cbicfia de fimflo (brtunato nro fa' ero cemento dela clariff ma
voffra patema memoria ancora gran mut titudine degrofjìfloini canapi publice
pédenti qìi£ vn potè al teucre a fùa
fàmo(Àc5jcquutaviftoriadebitamétediJpo(f.p"Nonf altri me^ci anco raale
grandi fpeculationi de (aera theologta el noffro fubttli(fimo Scoto „ p
uene)ènonpJanotitiadeIematfoematici difcipline cómeptutteìùTfa ere opere apare.
Maxi me fé ben fi guarda la queftione del firo |cdo libro dele |cntentiequado
inqrendo domanda fé langelo babia /uo^prioede^_ terminato luogo a fùa exiftetia
i la qle ben demoftra bauereinte(o tutto ~ elfublime volume del noflro
perfpicacifjìmo megarenfé pfio Euclide. Nò J? altro fimilméte lì teffi tutti
del principo dicolor ebe fanno phycà metbafific ì polTeriora eglialtri (è
moffrào diffìcili jé no pia ignoratiadéte già dici e discipline. Non p altro e
penuria de buoni astronomi Je non peldefèclo de arijhjTietica geometria
ipportionie^portionalita» E deli 10.li.9an lo;- Iudicii |è regano p fatile
tacuini ealtre cofé catcùlate per Pto lomep Al bumafttr. Aliai fragano Gebe.
Alfbnfo Biancbo Prodocino. e altriTeqli f? la poca aduertenca de li fcriptori
pojfono effere maculate enit iate. E p cófèquen te in qlle fidandole in
grandiffi mi {£ euidéti errori p~ uengano no co poco d.ino e preiudicio de chi
in loro fé fidano. La fùtili ' ta fuprema ancora de tutte lelegi municipali
confifte(écódopiu volte da in loro periti me expoffo nel giudicare delaluuioni
ecirculuuioni deb' queplaexccffiualoroinundatione. Cómodeqlleelloro eximiocapo
Bartolo da foro ferralo particutar traftato cópojé eqllo Tiberina in titit Toc
nel fuo,pbemio molto geometria cóaritbmeticaextol|é.A/fèrman' do quelle
(imilméreda vn noffro fratte per nome Guido chiamato e dì
fàcratbcologiaffi'jfore bauerle aprefé inqual traflato del dare e torre ebe ale
volte jii el teticrep. fua inundatione in quellepti maximedepero fa verfb
deruta |ccótene.Douefèmpre co figure giometriebe rettilinee e
curuilineedeptein£teel noffro J?|picacif]tmopf5o. Euclide alegadofe rejfe e
qlio co grandiffìma fubtilita cóclujé . Non dico de la dolce fiiaue armonia
muficale ne dela fomma vagherà e intellecTual cófbrto prof pe' ffiuo e dela
jolertifjìma di fpofitionedearebitecrura co ladefciirionede luniuerfo maritimo
e tereflre e docTrina de corpi e celestiali a) petti p efi dìlor quel che fraor
|é detto chiaro apare.La|ciot> men tedio al lettore f eie akreafdi pratiche
e f peculatiuecon tutte larti mecanrche in lecofe hu manenecefaric.ckle qlii
(én^a el fuffragio d qffe noe poffibileloro aqfto ne debito ordie in qili
jéruare. E £0 non e di prédereadmiratióefépothi fono a noff ri tépi buoni
matbematici p che lararita de buonif ceptori ne fa cagióe co la gola fonno e
otiofé piume e i p te la debilita de ft recétiori igegni- Onde fra li faui
j>comu,{>uerbio rnagefttalmte |è cof&atoadire. Au^fbaf igni ft igeniù
mathematica cioè la bontà de loro demojtraet fiioco e la peregrineca del ingegno
le matbematiòdi/cipline.Cbe in fèn. tata voi 4recbd buono, igegrw ale
matkmaticifia apsifjìmoacadat i che le fieno de grandifJìmaabftrac~tione e
(ùbtiglie^aiperche fènipre fàà ra dela materia fènfibile fé banoaconfiderare.E
veramente fon quelle co' mo per Tu) co fuerbio fècoffuma che fpaccano el pelo i
laire.Per la qual cofk lamico ediuinpf5oPlatonenonimmeritamente Udito del fùo
ce' leberrimo Gy mnafio ali de geometria inex£ti denegaua quando vn brc Beai
fommodela fùa principal por ua lettere magne tntelligibili pojéde quefle
formali parolle. videltcet. Nemo bue geometrie ejcperr ingredtat. Cioè cbihon
era buon geometra linonintraffe. Elcbe feci perche in lei •gnaltra
(cientiaoccultajéretroua.Delacuifuauiffimadolce^i innace lui repieno el
folertiflìmo dela natura contemptatore.Py tagora per la m uentione de langolo
refto corno di lui fi legi.e Vitruuio el recita co gran dijfima fèfEa e giubilo
de.ioo.buoi ali dei fmfrtcrificio.cómo defotto fé dira.E queffoal
pre|èntedelematbematia alorcómendatione.Delequa li già el numero in queffa
vofrra inclita cita ala giornata comèta per gra ria de. v.D.celfunon poco
acrefeereper lajfidua publica de lor lefiiura no uellamen te per lei
introducila col proficert deli egregiiaudienti fécódola grafia in quelle a me
da laltiffimo concefla chiaramente e con tutta dili
gentia(aloriudicio)elfublime volume del prefàro Euclide in le feientie de
Aritbmeticae Geometria, proportioni e fportipnalita exponédoli. X
giaalifùoi.x.libri.digniffimofineimpofro interponevo fémprea fùa tbeorica an
cora la pratica noffra a più vtilita e ampia intelligétia de qlli» e ala pnte
expedition de quejfo el refiduo del tépo deputando. 4K Finito el $ bemio
(equità chiarire quello che per quefro nome Mathematico fàbia intendere. UT.
Veffo vocabulo JUathematico excelfo.D. ria greco deri' uatoda ebe in nostra
lingua fonaquanto a diredifciplinabile.ealfpoflto nostro per feientie e difei
plinematbematicifèitédano. Aritmetica. Geometria. Astrologia Musica.Prospecìiva
Architecura. E Coffnògrapbia Ve qualàcaltra da queffe dependéte. No dimeno
'" cómunamente per li fnui.le quatro primefeprédano»cioe Aritmetica.
Geometria» Afrronomia.eJV!ufica.elaltrefienno dette fùbalternate cioè da queffe
quatro dependenti.Cofi volPlatonee Arifto.eyfidoroi lefùe etbimologte. BOEZIO
in sua Arithmetica. Ma el nostro iudicio benché imbecille (t baffo fìao tre o
cinque ne cóffregni. cioè Aiitbmetica Geometria e Afirronornia excludendo la
musica da dicTe pertantera gioni quante loro dale.s.La profpe&iua e per
tanteragioni quella agio' gendoalediéfe quatro per quante quelliale
diSenofrre.3. la mufica . Se quefti dicano la mufica contentare ludito vno ài
/énfi naturali. E quella el vedere.qualetantoepiudegnoquantoeglieprima porta
alintelleiTo fé dichina quella fatende al numero {onoro eala mefùra importata
nel te pò de fìieprolationi'E quellaalnumero naturale fécódo ogni fùa diffini'
tione e ala mefùra dela linea vifùale. Se quella recrea lanimo perlarmo' nia .
E quefla per debita diflantia e varietà de colori moUo delecta S e ql la fùoi armoniche
fportioni confiderà. E queffa le aritmetici e geome' trici.E breuiter
excel.D.fmora e già fon più anni che quefto nel capo me té$ona.E da nullo ciò
me fàffo chiaro]? cbepiuquatrocbetreo cinque. Pur exiftimo tanti fàui non
errare.E J? lor difli la mia ignoranti non fi fùelle.Oime cbie quello che
vedendo vnaligiadra figura con fuoidebi' riliniamentiben difpofla.acui foto el
fiato parche manchi, non la giù' dJchicofàpiupreffo diurna che humana? E tato
la piSura immitalana tura quanto cofà dir fé poflfa.El cheagliochi noffri
euidtntemente apare nel prelibato fimulacro de lardente defiderio de nofira
falute nel qual no epojfbilecon magioreatentioneviuiliapofloli immaginare al
fùono dela vocedelinfàllibil verità quando diffe.vnuf yejfrum me tradituruj
efl.Doue con aéfiegeffiluno alaltro elaltro a luno co viua e afflila ad'
mistione par che parlino fi degnamentecon fialigiacf ramano elnò B Hi PARS flro
Lìonardo Io difpofè. Como de Zeufb eParrafio |e leggi iPlìnio de pitturi* cbe
fiando a contraffo del mede/imo exercitio con parra|io J fida do)é depene
losquello feci vnaeeftaduuacon ftioipàpane inferra epofra in publicogliucelli
vinjc còrno auera aJégetarfc.E (altro feci vn velo alo ra Zolfo dijfea
parrbafio auédolo ancor lui poffo in publico ecredendo fòfje velo cbe coprile
ioperafua fatta acòtraffo lena via el velo elajcia vedere la tua a ognuno comò
fò la mia e co|ì rimajé vinff o. Pache (e lui (i vcelli animali imtionali e
quello vno rationale e maeffro inganno . (è fòrjé'el gran dilettoci
|umamoreaquella.(benchedi leiignaro)nò min ganna. E vniuerjalmente non e
gentile jpiYitoacbi la pittura nò diletta. Q lundo ancor luno e laltro animai
renale § irrationali a fé alice. On '. de con queflo ancor mi (laro faltro nò
vene cbe le fien tre principali e 1 al tre fiibalternate ouer cinque fé quelli
lamuftcacónumerano epernienre mi pare la J»| pettina da poffergare conciona
cbella non fia d* men laude dtgna.E fon certo per non eflere articolo de fède
me fura tolerataE que ffo quanto al ditto nomeajpetì. €TDe quelle cofécbel
leffore ala intelltgentia dequejfo debta objcrua' re. Capitufo» 1 1 1 I .
Prejfo per men briga n eloquente e da notare quando (è allegare alcuolte la
prima del primo la quarta del fècódo la decima del qnto.la.'o.deU.ccofi
fcorrédJb final qui ' todecimo (èmpre fé debia intendere p la prima cotationc
elnumaodclc conelufioni.E p la )é còda cotatione el ni» mero deli libri del nf
o pbilofopho Euclide quale al tutto mitamo còrno arebimandritta de
queffeficulta. Cioè dicendo fclaqn' ta del primo voi dire perla quinta
concluone del fùo primo libroìe co fi deglialtri libri partiali del
fuohbrotoraledelielemenrieprimiprìnci' pii de Aritbmetica e Geometria. Ma
quando lauflorita p noi adufta fòf fédaltra fùa opera odaltroauff ore quella
talee quel tale auflore nomi' ruremo.C Ancbora per molti vani caratberi
eabreuiature cbe in fimili fàcultaJécoffnmano vfitare maximepernoi còrno fé
recbiede etiamdio a eia) cunaltra. Onde la medicina vfa li fuoi per
jcropolitoncetdragmet e manipoli. Li argentieri e gioilieri p grani dinari e
caratti -li fuoi li afiro logiper Ioue Mercurio Saturno Sole Luna
eglialtrifimilrnenteliloro, Elimercantiperlirefoldigroffi edenari
parimétediucrfi con breuita. E queff o foto per euitareia prolixtta del )
criuere e anco del leggere cbe alt» mente facendo empirebono de incbioffo molta
carta. A jimili ancora noi in le matbematici per algebra cioè praftica
fpeculatiua altre cbe dino tano cofd cenfo e cubo egliatri termini commo in la
preditta opera no- (tra fé contene.Del numero deliquali ancora in queflo
alcuninevfàre' mo.e fon quelli cbe dinasnte in la tauola ponemmo. Similmente
quefìì nomi-cioe multiplicatione prodotto rettangolo importano vna mede fima
cofk E ancora quefh cioè quadrato de vna quantità e potentia dal
ranaquaritafonnovnamedefimacofa tre termini, e mai ne in più nein manco (e pò
retrouarecómo fé dira. portionefira lequatità la fabia intédere e interporre e
corno dali fàpiéti)' fimi in lor volumi fia chiamata. Onde dico lei effer detta
Proportiolia ben f medium g duo extrema cioè pportione bauéte el mecco e doi
extre mitqualfiaf>priapajJionedognitemario.Peiocbequalvoiternarioa(è gnato
quello (émpie bara el mcfcp co li doi fuoi extremi.pche mai el meg fo (ènea lor
jé intende. E in tal modo fé infégna diuidere vna quantità nel a.i>?.del.6.banendo
prima de) cripto nella,3.difjinitione del.6. corno co
fidiuiderlafedebiatntédere.Benchenelfùo.i.perla.ii.demoJrri diuide- re la linei
[otto la medeftma virtù e forca nò altramente noiando propor tione fin
cheUs.nonpafjpijfe.edal Campano fé aduci fra li numeri nella i6.dcl.9. E queff
o quanto ala fùa denominatione. flTCóme |é intendino el ftio mecco eli fuoi
extremi. §[" I ntefo comme la nofrra,pportic5e perjuo partteutar nome fu
chiama ta.reffa a chiarire cóme dicro mecco eanco extremi in qual voi qualità
fé bafcino a intédere e corno bifognafTenno conditionari. acio fra loro, fé
habia a retrouare dififa ditiina'fporrione.Per laqual cofa e da fàpere co ' mo
net quinto |è afégna che fempre fi-a tre termini de vn medefimo gene re de
neceffita formo doi babitudini o vogliam diref portioni cioè vna fra! primo
termino el )c códo.lal tra fràl fecondo ci tcrcp. verbi grafia. Sic no tre
quantità de medefimo genere Ccl>ealframente non féhuédeeffer' ui fra loro
£portione).la prima |ìa.a.e fta.9. per numero» la feconda . b.e Jìa.ó.la terca
e efia.4.Dicocbefralorofonnodoi,p portioni.lunadal.a.
al.b,cioedal.9-at-6.laqualefì'alecomniune i loperanoffra cbiamamo (éxq ìialtera
e fia quando el magior termino coirtene el menore vruuol* tae mcga.Pero
cbel.g.conten.ó.eancor.j.qual fia mira deL6*e per que' fio fia detta
|éxquialtera»Ma perche qui non intendiamo diredele^por-- tioni in genere
perbaueme diffufarnenteapienotraclato e chiarito infìe mi con
feproportionalitanetla preaducra opera nofFra.pero qui de loro non me
curoattramenteextendere,ma|émpre tutto quello in commune de lor dtcro fé habia
con loro diflìnitioni e diuifioni a pe rfuporre. E foto de quefra vnica al
prejénte fia noftro di) corfoper non trouarfe di lei cor, tale e tanto vtili)
fimo proceffo per alcuno efferne inance traelato . Ora tornando alo incepto
propojjtodele tre quantita.e fia ancora dala fécon
da.b.alaterca.c.cioedal,b.al.4.vnaltraproportionefimilmente féxquì
altera.Delequali ofienno fimili o dijfimili al pféntenon curiamo. Ma fo Io lo
intento fia per cbiarirecommofra tre termini de medefimo gene' re fé habia de
neceffita retrouare doi proportionnDìco fimilmente lano (Ira diuina obféi trare
lemedefìme conditionl . cioè che Jémprefra li fìioi tre termini. cioè mecco e
doi extremi inuariabilmente contene doi jpor rioni |émpre de vna medefima
denominatione . Laqual cofa de laltre o pernio continue ouer difeontinue pò in
infiniti varii modi aduenire.P e rò che aleuotte fra lor tre termini (ira dupla
alcuna volta tripla, (tfic in ceterijdifeorrendo per tutte le communi
)pecie..Mafralmec$oeU extre- mi de queffa nofTra non e poffibile poterfe
uariare commo )è dira.Dicbe meritamente fo la quarta connenientia col fummo
opefici.e che la fia co numerata fra laltre proportioni (ènea f pecie o altra
differentia fcruado le conditionidetorodiffinitioniinqueftolapoffiamo
afémigliareal no jfro fftluatore quat venne non per foìuere la legi anerper
adempirla e con gliomini conuerfò facendole fubdito e obedientea Marà e Io)épb.
C ofi quefra nofrra proportione dal ciet mandata con faltre fÀco mpagna 1 dif *
finitione econdiérioni enon te degrada anci le magnifica più amplamf te tenendo
el principato de lunita fra tutte le quantità indiffèrei .temete e mai
mutandole commo del grande idio dici elnoflro fonilo Seuerino. videlicet
Stabiftfq, manenrdat cuntf a moucri. Per la qualcofd e da fi' )>ere per
poterla fra le occuirenti quanta cogno)cereche)émprefrali fuoi tre, termini
inuariabilmente la fé ri tr oua di] pofta in la con tinuafportia nalita in
queffomo So>doeohel$ duflo del menoreextremonel cógìon tq del tnenore e
medio fiaequale al quadrato del medio . E per con jequé
teperla,to»diffinitionedeleìntodiflocongiontode neceffita firael^io magiore e
xtremo.e quando cojì fé trouino ordinate tre quantità in qual voigenereque[|efondifle/écondola,pportione
bauente el nu$o e doi extremi.el /uo magior extremo jtmprefia el congionto del
rnenore e me dio. cbepojfiamo dire diflo magiore extremo eflere tutta la
quantità diuifd. in quelle doi tal parti cioè menorextremoemedio aquella códu'
ff ione, El perche e da notare difla proportione non poter eflere rationa le.ne
mai porerjè el menoreextremo net medio per alcun numero deno minare /landò el
magior extremo raìrionale.Pero ebe Jémpre (iranno ir' rationali.commo de folto
aperto (èdira«E quejfoal tergo modo conuen conidiovtfùpra. fTComme jè intendi
la quantità dìuìfà Jécondo la proportione.b.el.m. e doi extremis Cap» Vili»
Obtamo JÀperecbe queffeco/è bé notate a diuidere vna quantità fecondo la
fportioné bauente el mecfo edoi e* tremi.vol dir di quella far doi tal parti
inequalicbel prò duflo dela menorein tutta difla quanta indiuifà (la qua toel
quadrato dela magior parte.cómepla,j.dtffinitióe del.6.decbiara el nojrro pHo.
E pero quado mai nel cafò nò fé noia jfe deuidere difla quantità. S .la $.b.l,
m. e dot extrem i ma Jo lo dicefje el ca(b farne dot parti co/i conditionate
cbel fduflo de luna in tuttadifla quantità fàguagfi al quadrato de
laitraparteacbi bettintender e in larte /iaexperto deue el ppofito a difla
fioffra £portione redure, pero cbealtramérenó (è pò iterpretare.verbrgratia»Cbi
diceffefòmmede.io. dottai parti ebe muttiplicata luna p .torcia quàto (altra
multiplicata in fé medefima.Quefto ca|ó e altri (imiti operando fecondo li
documétida noi dati nella pratica fpecutatiua dettaalgebra § almucabala p altro
no me la regola dela cofàpofta in la palegata,opa' no/fra fé trouaua foluto.
luna parte cioè fa rnenore efleMS*rfì^'.iij.e laltra magiore fra-fl?. Ps,rn.s.
Lequali parti cofi deferipte fònno irrationali e nellarte fé cbiamano re/V
dui.DeliqualileJpéa(égnaetnfopKonella,79-deI.io»efJir.6. E vulgaf méte difle
parti (e pftre) cane cofi fa rnenore ejndici meno radice de ceto uinricinque,E
voi dir tal pari arcPrefà la.5s.de.n5. qual Sa poco più de ir. E qlla
traflade.ij.cbe re/tara poco più de«5, O vogitam dire poco me de.4»E fa magiore
fé pf ofirefci.g?.de.rij.m«io,c. E voi dire prefà la radi> ce de.nj.quat e
poco più de.n«como e diflo e di quella fraflo.s. ebe reffa ria poco più de.6.0
vogliam dire poco meno dt.%. perdifla magior par
te.MafìmiliaflidemultiplicaretfùmmaretfotraretepartiredereJIduibì nomii e
Radici e tutte altre quàtita renali e irrationali fimi e rotti in tue ti modi
pbauerli nella pfntaopa nojfra apieno dimoffri in queffo non atro replicarli-e
fola Jéatédeadirecòfènoueenó legiadìflea reiterare* E cofi diui/i ogni quatita
Jémpre haremo tre termini ordinati in la con tinua fportióalita ebe luno /Ira
tutta fa quitta co/i diuifa,cioe el magio re extremo.commo qui net propofto
cajo.ro.E fai tro fia fa magior parte cioè ermedio. C óme.e«{$Mij.m.s.et terjo
meri or fra.is.m.£>.B$. fra li qua
lifialamede(imaproportione'Cioedalprimoal(écondotcómodal(éco
doalter{o.eco(igladuer(bcioedaltercoalfècódo corno daffécódo al primo.E tanto
fa multiplicare el rnenore cioe,r>.rn.p?.ns. via el magiore
cb2e,io.quatoamuftiplicareefmcdioi(é,cioe.5?«ri5.rrì*s,cbefunoelal' tro ;pduflo
fiaaso.rn.^.ojoo.JT commoreeereba la no/fra proportione» E per queffo, to.fia
difloef^rdiuifò (ècondofa proportione bauente el tnefto e doi extremi eia fra
magtorparte fia.#.r^.rn.5. eia rnenore fia.tj.
m.&.ii$.chelunaela!ttadenece. la quantità diui {i fécódo la nf a diuina f
poi rione cbe luna p te cioè la magiore fira«p?.»5'rn.s.ela menor.is,rn.£2.
1*5. Dico fé fò' pra.15.rn. jv.1t5.cbe e la menore fàgióga la mita dc.fJMi5.rri
s-cbe e la ma' giore el cógióto poi dela menore e de difla mita in fé
moltiplicato fira.$. rito del qdrato dela mita de dicTa magiore e coft apare,
Perocbe la mita 'de.52 .ns.m.5.e.pj.}ii.rn.i%giota co.1s.tn.fv.n5.cbe e la
méore fn.tti.rn.f». 3'ì.Onmeito n^m-p.^. via.n^.m.fv,5r;.fì.i8t;..m.£>
i9S3«i» E qfa fia dco el qdratodel cógióto. Poi qdrije àcora la mita de dtff a
magiore cioè mcà.^.jii.m,z%via.^.3iJ.m.^^ra.37^.m{S«7Sii.Eqjlo fia dettoci qua
drato dela mita dela magiore quale apóto fia el.f .del qdrato del cógion. to. E
p cóféquéte difto qdrato del cógióto e qncuplo al qdrato dela mita de diffa pte
magiore de.io.cofi diuifò.La ql fbt$i molto con laltrefia da {rimare, còrno
tutto geometrice fi prouap laterja del.is.delnfoauflore. porrione|e a tutta
diffa qtita (è agionga la fua magior parte fira poi di do congióto e dicla
magiorparte parade vnaltta qtita co|ì diuifportióecliuifrt'iO'cbelamagior|ùapte
pra.je.n$.m.s»ela mmore.is>rn.rv.ns.Ofi fé f»pra.io.p*ma qtita lèpóga. p{
v$.rn.5. magior parte fate vnafécóda.rioe.fV.ns.piu.s-Eqfta jècóda qtita
cioe.fv i*5.piu.s-dico eflerfimilméte diuijd Jécódo la nf af portióe i le di
fledoi partii cioè in.jV.ii>.rn.s.magior dela prima ein.10 qual fb la j5ma
§tita e fia I3 magior pte de qfra fécóda qtita. E qffo apare cofi.P ero cbeel
jpduéTo de.P$.m.5.(cbe era la magior pte dela p"ma eora fia ta menore de
q|ta jécóda) i tutta qflafécóda.cioein.fV.KS.piu.s-fàquàto el qdratodela media
o vogliam dire magiore pte de qfta jécóda cbe e.io.cbe luno e tal tro fanno
apóto ioo.cómo fé recbiedeala dififo proporttone.>Laqualfbr fa ancora ci
manifrfla geometrice la quarta del terjodecimov CTDel quinto fuo mirabile
efjefio. E vna quititajia diuifà jécódo la nf a dièta $ portióe |èm pre el
cógionto del qdrato dela menorptecol qdrato de tutta la qtita integra fira
triplo al qdrato deb magiorejr ( te.fTVerbi.g« Sia.io.la qtita diuifktcommo
babiam ài #0 cbe luna ptefia.is.rn.fSMj5.ci0e la menoree taltra.fv»
ws,rn.5.cioe la magior.Dico cbel qdrato io.tutta qtita e lor cógióto fira
triplo cioè tre tato del qdram dela magior
pte.cioede.p:.tt5.m.s.Onelqdratode.i5,rn.pj.tt5.e
350.m.pf.iii50o,eloqdrode.io.e.ioo.cbgiótocó.55o.m.f5.iK50o -fanno
450.mfV.n1500.pdco cógióto.Elo qdrato 3 lV-ns-m.s.«.iso.m.5?.iisoo ql fia
el.{.de dielo cógióto còrno apare.Pero cbe mcato.150-rn.IV.Rsoo».
p.5.fàraapóro,4so.m.pMR«>o.Donca dicìo cógióto fia triplo aldifto qdrato fi
còrno dicémo.Elqleejfeflo geometrice cóclude la qnta del. 13» la'qua~ tifa
rónale.qual ftbabia a diraderemo la Aporrióe bauen^ I te el mejjo e
doiextremi,Dico denecesfita ciafeunadefe parti douereff ere rejìduo Oh
lunaJìra.is.m.fV.ns.lcioela menoreefaltra magior fia. {V. nj. rfi. s. El perche
apare cadauna efférerefidup t che cofi mm fé cbiamono nellarte fecondo
la.^.del.io.E queffo ta1eeflf;£fo babiamo da la fata dd.13. CX>el imprimo
fùo ìnextimabile efluf o. Ellatodeio esagono equilatero fagiognial lato del de'
cagono equilatero quali ambcdoi jdntendino in vn medefimo cerchio' cie| criti .
E lor congionto fémpre (ira vna quantità diuifa fécódo la diéla noff ra
proportio ' ne.Elamagiorfua parte fira filato deloexagono. Verbi grafia. Sia el
lato de vno exagono equilatero nel cerchio egnato.p.DS.in.j. E il lato del
decagono eqlateron ti medeftmo cerchio ia.iS,rn.^.n$.Del qual cerchio ti
diametro fira.fì>.$oo. m. io- Dico chel corigiontode. pj.tt$.rn.s.con.i$. m.^'.iis.qu3lr!a.io.eflerdiuifo)écódola
noffraproportione.ela magior jùa parte na.pj.us.m.j.elamenore.is.m. p.nj.commo
più volte (édiclodiuider.io. E queffo fia manifrffo perla 9.del.i3.geometrice.
jETDel-s. effetto conuerfo dtl precedente. E vna linea fia diuifa fecondo te
jpportióebauéteelmeg' coedoiextremifemprede quel cerchio delqualelama' gior
parte fia lato delo esagono del medefimo lameno' rene fia lato del decagono.^!
Verbi gfa.Selalieadiuifà fbfle.io.lafua magior parte cbee.p:.us.rn.5.(émprefiia
el >**aìaiH| lato delo esagono de vn cercbio.dtlquale ci diametro fi rael
doppio de.{S.B$.m.s cioè. $.'.500 m.io.Dico che de quel medefimo
cerclno.ij.m.p'.iis.menor parte nefia lato del decagono equilatero in ep fo
collocato.É de queffo conuerfo molto fé ne (érue Ptolomeo nel. 9. ca' pitulo
dela prima direzione deifuoalmegiffoa demoffrarela quàtita dele corde
degliarchi del cerchio. C omo ftmilmente aperto fé demoftra. fopralaprediéta-9
del.i5geometrice. " C^Delfùo.o.efftcrofcpraglialtriexctfl'iuo. E nel cerchio
|è formi el pentagono equilatero e ali/ùoi doifpinqui angulifefubtédadoi
lineerete moffe dati termini deli floilati de necejfitaqutllefra loro Kdiuide
ràno fecondo la noffrafportióe.E cadauna dele lor ma' gior parti femp fira el
lato del diclo pétagono . f Verbi
gra'Siaelpentagono.a.b.c.d.e.edaliextremi.c.g.a.fttiri
acorda.a.c.laquilfubtcdealangolo.b.Edaliextremi,b.tt.e.fe.tirilaItra
corda.b.e.ql fubtcdaa langolo.a.Dico cbcqftedoi linee.a.c.{t.b. fèdiui dano fra
loronelpóto.f-f'olapportóe.b.el.m.edoiextrcmi.e la magior parte de cadauna fia
lato de dicTo pétagono a poto. Ondedela Iinea.a.c. la magior partefta.cf-e la
magior dela linea. b.e.fia.e.f. ognunadecjfte Jémpfia.c f.E la magior dela
linea. b.e.fia* c.f. Eognunadeqfrefcmpfia eqleal lato del pétagono detto. Edali
iMathéatici ditte doi linee (? altro nomejècbiamanocorde
delangolopentagonico.cómo fèledicìtecor de ognuna fòffe.iopercbe firanno equali
fiando el lor pentagono nel cer chio equilatero.c
f.jtria.lS'nS.rrus.a.f.is.m.^.BS eia parte.e.f. fèria (imel
méte.pj.PS.m.5,elo.b.f.|èria.K.m.iV.ii5. Elo lato del pétagono jéru/ìmil
méte.p? rì5.rn.$-edflo tutto co belmuododemoffrala.'i.del.y.geomerri ce.
EpqffotaleefftcJfopojfamo per lanolina dellatoperuenirealano"
titiader-ittelefuecordeedetutte lelorparti.Ecofiploaduerfo pianori ti3 dele
corde pofltamo peruenire alanotitia del lato e delegarti de di' flecorde.
Operadoarithmetice egcometricecómobabiamonellopeM noffra fopraaducla ifegnato
de manegiatle con tutta diligentia de bino miiealtrelineeirrarióali.delequaUelnfopfrotracTintlfuo.io.
eplinea luieldcmof1ranella. n.del.t.einla.K?.del.6.S'che)ì'.cilméte/èpueneala
notitia de luna e de laltro in tutti modi che fia cofd de grandijf ima v ti'
lita nelle noftre j cientifiebe e fpeculatiueoccurrtntie.
QTDel.io.fuofupremoejfecTo. E vna cftita fia dimfà fccódo la f ditta p porrtene
futt lì ejfeffti che di lei eie jtic pti pofjìn o puentre qìli mi de)]i- miin
habirudinenuero jpetieegenerep uengano deqlu cbe altra qtita cofi diuifa.
pTerbigra SiennodciUnee co/i diuiji cioeluna.a.b. diuifa in,c.e la fùa magior
pte jfia.a. ce laftra.de.e la fùa magior ptefia.d.f* £ comò di' ciamodeqftedoi
cofiintendiamodeinfinitealtrele qli (ncil méte fepof' fànop via
dearithmeticaafegnarleponédo.a.b.rcua.c.fèria f?Mis. m.s.e laltra'i5.m.|3?,BS.E
ponédo-d.e»B.d.f.)èria 92 .iso.m.6. elaltra |éria .ig. rn.j3M8o.Dico che tutto
qllo cbe mai pò auenire a vna de diète liee copa irate mcàte partite e in tutti
altri modi trauagliate» El fimile aduene fèmp a lattra cioè da cadùa ala fùa
magior pte fia la medefima jpportióe e co fi da caduna ala fùa rnenor parte fia
la medefima £ portione E cofi p cóuer^
fodacadunadelelorptiaejfetutte»ecofielfducio deluna nelle fùepti € ecóuerfo ale
diffe parti e cofinel partire e fonare acade. Onde la jppor ' tion e cbe e
da.ro.ala fua magior pte {jj.us.m.s.fia qlla medesima cd e da B.ala fùajnagior
parte {8.i3o.m.6.e la fi portione che dal cógionto deio, a
jV.fc5.m.s.a5?.tt-;.m,-:.qllamedefima ftadelcógioto de ce j32.r8o»rri.6. a
fJ>.rso m 6.E cofi breuiterin Sfinito prefèereuoltatequocuq,f qlitercuq,
perla pmutataconuerfàcógiontadifgiontaeiierfàfequa ^portiortìlita fèm pre
conuirra a vna medefima denoiatione e ali medefjìmi effetti in' tenfiue la qual
cofà fèn^a fallo demoffra gràdiffima armonia in tutte gtì.' ta cofi diui|i.cómo
defoftoaparera nelli corpi regulariedepédétì,e tutto quefto cócludeinfubftàtia
la.t.del.i4,geometrice. €TDel ftgMi.excellentijfinio effetto,
Elfediuideraellatode vnoexagonoeqlatero fecondo lanoffra
diuinafportionefèmprela fùamagiorpartede neceffita fira ellato deldecagono
circufaifto dal mede fimocercbiocbetoexagono.fVerbigra. Sei lato de fa exagono
fbfè.io.deuifo a modo ditto la (mi magior pte ftra5?.nj.m.s.qldico a ponto
effere ellato deldecagono dal cerchio medeffi mo circu|cripto.Del qle
eldiam/ttro verria ejfer.zo. e quefto fia cóclufo per la-s-del.^. Onde p
eutdétiaauuto el lato de vno fàcilmente fé troua et lato de laltro e cofi
auutoel diametro del cerbio© vero fiia circuftrentia oTèo la fùa area
odeqluncbe altra parte fùa fèmpre£ quelle poffiamo peruenire ala notitia de
luno e laltro per Inno e cofi per cóuerfo I tutti li modi de cerchio exagono
decagono e ancor triagulo ope rando aritbmeticeft geometricecbevtiliffimacofà
fia fi corno difopra nel,9,effetfodelpentagonofòdettoJdeogc» El fé diuide vna
gtita fecondo lanofrra dittai portione fempre la 5?. del cógionto del qdrato de
tutta la cftica edel qdrato de la fùa magior parte fira in fportione ala {J.def
congtontodel quadrato de ditta cftita e quadrato dela fùa menor paite corno
ellato delcubo al lato del triagulo del corpo de.io.baft pVerbigra.Sia.10. la
qtitadiuifàji condo la fportione bauente el mejco edoi ex tremi cbe lana parte
cioè la madore fira commo più volte |i detto f£.B5.m.$.e la menore.1s.rn.52.us,
Orquadnfècioemultiplicbijéin fé medefimaia dimagrita adutfacióe io-fnra.ioo.e
ancora quadrifé la fùa magior parte cioe.^.as.m.s.la qual meata in (è
fàra.fso.m.pj.nsoo. equadrife ancora la menor parte cioè .tj» m.j3?.«s-cbe
meata i fé fu.5So.rn,$.msoo. Ora fopra el quadrato dela ma giorparte
cioefopra.ico.m.pj.ftsoo.pongafe el quadrato de tuttala qtita
rioede.io.crJe.ioo,fàra.iSO.m.g,\ti?oo.etmedefimoqdrato dedica qtr
tacioepur.joo.pógajé fopra el quadrato dela menore pte qual trouamo
ejfere.Jso.m,^.iK5oo.fopra el quale gionto.ioo.fnra,4So,m. pj.ftisoo,
Cfedicocbdafj«^óed- portione còrno apare per la.? diftìnitione del,6.e p
la-J9.del diflo e an* cora noi difrpra in queffo dicémo quando fb decbiarito
còrno fé interi' da el m e^o eli fùoi extremi circa al primo fuo ejf ecìo
adufto. fJfCommo per reuerentia de noffra falute terminano difli effefft. On me
pare excelfo Duca rnpiufùoiinfinitiefftftialpre fente extendtrmeptrocbela
cartanon fùpliria alnegro a expri ni crii tutti ma fc loqfli.15.babi amo
fiaglialrri eleflì a reueréti a de la turba duodeni e del fuo fanaiffimo capo
noffro redemptorc Xpo Yfiu .pero che bauendoliatiibui . toelnomediuino ancora
pel nuerode noffra falutedeli «.articoli .eai.apoffoli col noffro fruitore
fabion a terminare del qua! PARS 3 collegio cóprebcdo.V. D» eelfitudine hàuere
fmgutardeuotionefc ha' ufi non fia poffibile poter formare neimaginare larmonta
e degna cóuenic tia fra loro de tutti li corpi regulari e loro dependéti.al cui
fine li già difli ha fc-ia mo propo fri acio lor fequela pin chiara |é renda.
fTGómo li difli eff efli cócorino ala compofitione de tutti licorpi regu' lari
e lor dependenti, Ora excelfo.D.la virtù e potétia de lantedifla no ff ra fi '
pontone co fuoi fingulari effefli maxime corno defopra dicémo |è manifèfta in
la fòrmarione e cópofitione de li corpi fi regulari còrno dependenti. De li qli
acio meglio fa. prenda qui |èquéte ordinatamele ne diremo* E prima
deli«j.efl"entiali quali f? altro nome fono chiamati regi» ari»£
poifiiccefl'iuamentedealquatiabafranfaloroegregii dependenfì Ma prima eda
chiarire p che fieno ditti corpi regulari, S ecódariamente e da fuare corno in
natura non fia poffibile formarne vn,6. Onde lidi fri fonno chiamati regulari
p. efi fbnno de lati e anguli e bafi equali e luo dalaltro a poeto fé contiene
corno |é mofrrara ecórejpondeno ali S-cor' pi (empiici in natura cioè terra.aqua.airi
fìico eqnta ejfen ria cioè virtù ce ìefre che tutti glialtri fiifrenta in fùo
ejfcre. E fi còrno queffi.5. (empiici fon no bafranti e fùfjìcienti in natura
altraméte fèria arguire. I dio fuperfìuo ouero diminuto al bifògno naturale, L
a qlcofk e aSfiirda corno afferma clpfioche IdioelanaturanonoJ?anoinvanoeioenon
màeanoalbifò gno e non excedeno quello coft armili le forme de queff i.$.corpi
deliqìlt fx adire a poeto fonno, j^d decorem vniuerfi e no pojfàno es |ér più
per quel che fequtra. E f?o non (meritamente corno fedirà difoffo lantico
Platonenelfuo tbymeolefigurededicti regulari atribuialf.s. corpi firn plicicómo
in la gnta cóuenientia deldiuin nomeala "noffra fportione atribuira de
fbpra pi deci o e queff 0 quanto a la loro denominatione, ^TCómonon posfmo et
fere piu.$.corpi regulari.- Cap. .XXV, Onuien|éora moffrare còrno nópo$fmo
«fèrepiude^. tali corpi i natura cioè tutte lor bafi fieno' equalli fra loro
ede angoli folidi epiani equali e fimrlmente de lati equ3li laquaTcofkco/iapareperocbeala
ccmftitutione devno angulofblido almaco enecejfàrio el eòcorfo de.3.anguli
ft'perftcialipercbefolode doi anguli fi fficialinon (tpo finire vn angol folido
Onde p cheli.j.anguli de caduno exagono eqU'
terofonnoeqlia,4.agulirecri,Eacoradelo eptagono cioè figura de. t> Iati e
generalméte decadila figura de più lati eglatm e anco egangula li 3,fuoi anguli
férapre fonno magiori de.4.reflr fi corno p la.31.del prima euidenteméte apare
e caduno angulo folido e menore de,4»anguli refli corno tefhfica la.1i.dtl.1r.
E pero fia imposfibi!eche-5.anguli de lo exag» fio edelo eptagono e
genetalmenredequalun che figura de più lati equi latera e ancora equiangola
formino vn angol folido. E perqgo |è manifè fra che niuna figura folida
equilatera ede anguli equali non fi poforma' re de fiipcracie exagonali o
veraméte de piulati.Pero che (è li.;, angoli de lo exagono eglateroe anco
equiàgulo fonno magiori ebevn angoli folido.fequira cbe,4,e.piu molto
rvagiormenteexcederano ditto angu lo folido..Mali.3,angoli del pentagono
equilatero e ancocquiangolo e manifèffo che fenno mcnori de,4, angoli u&u E
Ir quatro fonno magiori de. 4, refli Onde de li. 3. anguli de vn pentagono
equila > fero e anco equiangulo fé pò formare:langulo folido.
JViadelifLoi.4» anguli odepiu non e posfiBilea formare angulo folido .E pero
fola*" mente vn corpo de pentagoni equilateri e anco equianguli fia for-
malo, el qiial e diflo duodecedron altramente corpo de.e.pentagonfc h -i i- 9 c
c d e £ pero follmente vrt corpo de pentagoni equilateri e anco cquiàgolifia
fbmato el quale diéìo duodecedron altramente corpo de .n. pentagoni dali pm.
Nel quale li angui i, deli pentagoni a.;.a. 3.fbrmano e contenga no tutti li
anguli folidt de diclo corpo. La medefima ragióe fta in le figu' re
quadrilatere de lati e an guli eqli ; còrno in li pétagoni |c diflo. P eroebe
ogni figura qdrilatera fé la (tra eqlatera e anco de angoli eqli qlla p la
difjt nitióeftraqdrata.fcbe tutti li (tioiangolifirannoreclt.cómo)émo(tia^
la.51.del primo. Onde de.j.angoli adóca de tal figura (inficiale fia pò] ft
bi'efbrmireunàgolfolido. Made.4.fuoiodepiueipojfibile Perlaqual cofà de tali
figuri, fnpficiali leqìi cóciofiacofct ebe le fièno qdrilattt e eqla' tere e de
angoli eqli (ine pò formare vn (elido el qle noi cbiamame o:bo elqlee vn corpo
cótenuto da. 6.fupficieqdrateeba.n,latt.e,s.angolifoli di- £ deli triagoli
elateri li.6-angoli fonno eqli a. 4-recli p difta. $*. del j5rno. Adóca màco
de.6 .fonno menori de.4.refri.e più de.6. fonno ma ' glori de.4.recTi. E pò
de.&.angolio de più de fimili triagoli no fé pò fòr mare vnagolo folido.ma
de.s.ede.4.e de^.fépo formare, E cóciofia ebe ^angoli d d triàgolo cqlatcro
cótégbino vnagol folido pò de triagoli ec| lateri fé forma el corpo de-4.bafi
triagulari delati eqli difto tetracedron. E qn cócorgano .4. tali triangoli (è
forma elcorpo de.s.bafi detto oflo- cedro. E |é.5.triàgolieqlatcricótégano
vnagol folidoalor fé forma elcol pò detto ycocedró de.io.bafi triagulari e de
lati eqli. Onde pebe fienna tati e tali li corpi regulari e pebe ancora non
fiennopiup quclcbedifto babiamo a pieno fta manifrff o f e. |[Dc
fàbricafcufbrmationeeo3del primo eperla decima de lo vndecimo » Ecofi ancora
per la quarta del ditto vndecimo |é maniféfra tutti li Iati de diffo cubo jfare
ortbogonalmentefbprale fue dot fuperficie oppofite.E queffotale aport to dala
(pera del propoffo diametro Cra circum|cripto. Ondefcmpre di flo diametrofira
triplo in potentia allato del ditto cubò cioè cbelqua' drató de ditto diametro
fira tretanto del quadrato dellàto del cubo.Có mo fél diametro
fbjfe.li'^oo.ellato del cubo conueria ejfere.io.aponto. Lacui notttia a molti
cafi neceflariifta oporruna ffc. CTCommo fé formilo offocedron in fperaaponto
collocabile cfùa proportioneala fprea. UT. El ter$o luogo fucedein fnbrica el
corpo de»8'tafi triagu lari detto oftocedron ql fimilmentedavna £ poftafpbe ra
fia apontorìrcumdato dela qualfpera fblo el diametro anoi fia noto. Efnfle in
queflo modo.Prenda|é el diame- tfo dela jpbera qual (la lalinea.a.b-la quale fé
diuida per eqnali nel ponto,c.E'fopra tutta la linea |éfàcia el fémicir culo.a.d.b.etiri|é-c.d.
perpendiculare ala linea.a.b» edapoi fé gtongael pontcd.con le extremita del
dittodiametro cioe.cori.a,e con.b . Da- poi fàciaffe vn quadrato del qual tutti
li lati fienno equali a la linea.b. d.Efiaqueffoquadrato.e.f.g.b.Em queffo
quadrato fetiri doi diame' tri deli quali luno fia.e.g«elaltro . f • b . Li
quali fraloro (é diuidino nel ponto.K. Onde per la quarta del primo fia
manifrfro che cadauno de quejti diametri e equale ala unea-a.b.ta quale fb
poffa diametro dela fpberaconciofìacbelangulo.d.fìarefifo perla prima parte
delarrigefì- ma del terjo.E ancora cadauno deli anguli.e.f.g.b.fia reeTo per la
difjw nirióne del quadrato.E ancora fia manift|fo ebe quefji doi diamerri.e»
g-f •ftb.fraloro fé diuidano per equalinel ponto»fc.E apare per la quin- ta e
trigefimafecunda e fexta del primo fàcilmente deduccndo . Ora lenì fé
fopra-fc.la linea K4.perpendiculare ala fuperficie del quadrato . laqual
perpendiculare féponga equàle ala mita del diametro.e.g.o vero.f.b* E poifé
lafcinolcypotomiffe.l.e.l.f.l.g.l.b. E tutte queffe ypotemifle perle cofédiffe
e profùpoff e mediante la penultima del primo replicata quantevoltefiabifogno
fraloro (iranno equali- E ancora equali alitati del quadrato
Adoncaftnquab3biamovrtapiramidede.4.bafitriangM C lari de lati equali confante
[opra el dici o quadrato la qua! piramide fu la mita del corpo de.s.bafi quale
intendemo. Dapoi fotto diclo quadra to faremo vnalira piramide fimileaqucftain
queffomuodo cioè. YTi rarcmo la dieta linea.l.K.fbrando cpcnetrando el diffo quadrato
fin al ponto-m.inWdo che la linea.K.m.laqual fta fcttoel quadratola equa
ìealalinea.l.K.laqualfta defopradicìo quadrato E da poi gtogneroel ponto.m.
contutti liangulidcl quadrato tirando .4. altre linee ypow miglile quali
fonnomi.e.m.f.m.g.m.b.EqucJTeancora fé prouanoef. fer equali tiraloro e ancora
ali lati de ditto quadrato per la penultima
deiprimoelaltrefepraaduffecommofòprouatode laltre ypotumiffe fopra al quadrato
Ecoft fempre con diligentia obfcruate le ("opra dicìe co' fé (ira finitoci
corpo de.s.bafi triangulari de Iati equali el quale apunto (ira dalaj pera
circum)aipto La proportione fra la fperaeldicìo corpo {te cbel quadrato dtl
diametro dela ) pera al quadrato dellato de dicto corpo ftadopio,aponto cioè
fddiclo diametro fbfle .8. el lato dcloclo baft feria . # • 3» . lecui potentie
fialoro fonnoin dupla proportione cioè cbel quadrato del diametro fta dopioal
quadrato dellato del dififo cor' pò ecofi babiamo la fàbrica eia proportione
re(pe£ro la(pera f e. ^D[De la fnbrica e fbrmatione del corpo detto ycocedron.
A per fare el corpo de. 10. bafi triangulari equilateri che apontoda vnadata
(pera ebebabia el diametro ratio' nalefiacircundato.E (ira euidentemente ellato
deldi'- tlo corpo vna linea irrarionale cioè quella ebefia dicla linea méore C
Verbi grafia Sia ancora qui el diametro dela data (pera.a-b.qual (è ponga
eflerrationale o in lori gbecca o folo in la potenca. Ediuidajé nel ponto.c. I
n modo ebe .a.c . fia quadrupla del.c,b.efàcia)èfopta leiel (cmicirculo .a.d .
b . etirijé.cd.per' pendiculare.al.a.b.etiri|clalinea.d.b. P"Dapoi fecondo
la quantità de la linea.d.b.fè fncia el cerchio .e.f.g.b.fc.fopra el centro.l.
al quale (è iti fcriua vnptntagono equità erode le medefime anotato. Alianguli
del qua e dal centro.l. fémenino le linee.l.e.l f.l-g.l.b.l.k. E ancora nel
medefimo cerchio fé (ària vndecagono equilatero . P"Diuidin(éadon' ca
tutti li archi per equali de liquali le corde fonno li lati del pentagono E
dati ponti medii alextremitade futili lati.de lo injcripto pentagono fé dericino
le linee recle. E ancora fopra tutti li anguli del diflo pentagO' no fé derici
el cateto commo infègna la duodecima del vndecimode li quali cadauno ancorala
equateala linea.b.d.E congiongbinfé le extremita de quef!i.$.cateti
con.5.coraufti E firanno per la.Jocta del vn' decimo li.5.cateti coft deridati
fraloro equidiffanti E conciofia ebe loro fienno equali firanno ancora per la
tregefimaterca del primo li.s.corau' (li quali congiongano leloro extremita
equali ali lati del pentagono. Lajcia cadere adóca dacadaiia fumita de tutti li
cateti doi edoi ypotomt fé'ali doi anguli circunftanti del decagàoifcripto.E.le
extremita de que (federi ypotomiffequali de(cendano dale.s.extremita de li
cateti ali.J. ponti quali fonno cadaunianguli medii del decagono in (cripto
cógùì gi formando vnoaltro pentagono neldicto cerchio El qualeancora (ira
equilatero per la vigeftmaterca del terco E quando arai fatilo queffo vederai
ebe arai fàffo.io.triàguli de li quali li lati fonno Icio. ypotemifé
eli.5.coraufti.eli,s«lati dequefto pentagono injcripto. Ecbequeffi trian guli
(ienno equilateri cofi lo aprenderai . Conciofia che tanto el (émidia metro del
cerchio decripto quanto che cadauno de li cateti deridati fta equale ala linea
b.d.per La ypotbefi fira per lo corelariode la.15.deL4. cadauno de li cateti
equale allato deb cxagono equilatero fàflo nel cer/ cbio del quale el diametro
fia equale ala linea.b.d. E percheper la penul' tima del primo cadauna dele.io.
y potbcrmjè tanto e più poten te del cate.- to quanto pò elUto del decagono
ancora per la decima del tergodeci' !0 mo citato dèi pentagono e tanto più
potente del medefirno quanto pò el niedeftmo lato del decagono fira perla
comuna feientia cadauna de quejte y potomi|é equale allato del pentagon o. E
deli coraufìi gta e flato moff ro che loro fienno e quali ali lati del
pentagono .Onde tutti li lati dequejri.io.trianguli o veramétefonno lati del
pentagono cgjatero la (ccunda volta alcerebio infaiptoo veramente aquelli
equali. Sonuo adoncalidifititrianguli equilateri. Ancora più ("opra el
centro delcer ? cbio qual fia el ponto»!, derida vnaltro catbeto equaleali
primi qual (la l.m.Elafùafuperioreextremitaqualfiaelponto.m.giongni con cada/
una extremita deli primi con.s.coraujK. E firaperla |e?tta del vndecimo queflo
catbeto centrale ci oe che fia derivato nel centro equiff ante acada
unodelicatbetiangulari-E perop. latrigefimater$adel primo quefrùs.
caraujlifiranno equalialfémidiainetro del cerchio e per lo correlarlo de
ladecimaquintadel quarto cadauno fia commo latodelo exagpno Adunca al diflo
catbeto centrale da luna elaltra parte fagiongbivna linea equale allato del
decagono cioede.fopra in fu li fàgionga.m.n. El giufotto al cerebio li fi
gionga dal centro del cercbio.l.p > Dapoi fé la' |cino cadere dal
ponto.ms.ypotomiféali.s.anguli fuperiori deliio.tri' anguli quali fonno intorno
alarcuito, E dal ponto.p.altre.j.ali altri, ?,• anguli
infèriori.EfirannoqueJte.io.7potbomi)é equali fraloro ali lati delo ifcripto
pentagono per la penultima del primo e,per la decima del rer$ odecimo fi commo
dele alrre.io.fb demoprato printa . Hai adonca el corpo de.zo.bafitriangulari
fi equilatere del quale tutti li lati fonno equali ali lati del pentagono. E lo
fùo diametro fia la linea.n»p. E deq. ffi.io.trianguli.io.nefmno nel circuito
fopra el cercbio.E.s.fé elcuano in fu concurrenti al ponto.n. E li
altri.s.concorrano de fotto al cerebio nel póto.p. E queflo corpo chiamato
icocedron cofi formato ebe la data fpe ra apótoel circundi cofi (Ira
maniftfro.Conriofiacbelalinea.l.m.fia eq le allato delo exagono.E la
linea>m.n.allato del decagono quali fien / noequilatericircumfcriptiambe
doidal medefimo cercbio.e.f.g.tutta Ln.fira per la nona del tereodecimo diuifà
fècundo la proporrtene baué te el mego e doi extremi nel ponto.m. e la fùa
magior parte fira la linea l.m.diuidifèadonca.l.m.pereqttali nel ponto.q-e (ira
J> la comune fcì- tia.p.q.equale al.q.n. perocbe.p.l. fia pofla equale al
lato del decagono ftcommo.m.n.Onde.q.n.fiala.j.de.n.p.fi commo.q, m.fia mita de
m.l.Conciofiaadoncba cbel quadrato.n.q. fia per la terga, del terjodeci*
«ìo.quincuplo al quadrafo.qm.fira ancora perla quintadecima del qn'
roelquadrato.p.n.quincuploalquadrato.l. m.Perocbeper la qrtadel fecondo el
quadrato.p.m.fìa quadruplo al quadrato.q,n«Elo quadrato ancora.!, m.quadruplo
alquadrato.q.m.per la medefima, E lo quadru ' pio al quadruplo fia commo el
fimplo t al fimplo commo afèrma la qui tadecima del quinto. E lo
quadrato.a.b.fia quincuplo al quadrato.b.d per la fécunda parte del cordano
dela otìaua del féxto.E £ lo correlarro deladecimaféptimadel
medefimo.Perocb&a.b.ancora equicupla al.b.
C.Perocbe,a.c.fbalamedefimaquadrupla.Percbeadonca.l.m.fiaperla ypotbefi equale
a', b.d. fira per la eoe f cia.a.b.equaleal.n.p. Onde fé fo' pra la
linea.n.p.fé fària el fèmicirculo.El qual fé mene intomo finche tor rial primo
luogo donde fé conmejo amouere quella fpera chefirafà' fla pel fùo moto fira
(perla difjtnitione dele fpere equalij equale al* fpera propofla.E perche la
ttnea.l.m.ftanel medio luogo proportiona-' le in f*a.l.n.g.n.m. Eperoinfra.l.n.f.p.1.
P"S ira ancora cadauno fé' midiametro del cerebio nel medio luogo
proportionale infra.l.n.f.1. p-Econcioflacbe.l.rmfia equale al fémediametro del
cerchio . Onde el|émicirculodefcriptofopra.p.n.paflaraper rutti li ponti
dclacircwt' jtTentiadekercbio.e.f.g.Eperoancorapertuttilianguli del fnbricato
folido quali flanno in quella circumfèremia. E per ebe perla mcd.efiv ma
ragione tutti li comuJJìC quali congiongano le exfremita del!» C i» PARS
eatbeti angulari co la extremita del centrale) forino ne! medio luogo prò
portionali infra.p'm.fjm.n» I mpcro che cadauno depfifia equale.al
i.nvSeguitacbelmedefimo (émicirculo pa|Jì ancora per li alti i angoli dela
figura ycocedra cofi fàbricata Fia adunca quejto tal corpo in(cri'' ptibilein
la (pera dela quale el diametro fta.p.n» E pero aticora ala]pe' ra dela quale
el diametro fia.a.b- Elo lato de queffa folida figura dico effere
lalincamenore.Perocbe glie manifrftocbe la linea.b. d.fta ratio^ naie in
potenza conciofta cbel fuo quadrato fiael quinto del quadrato de la linea.a . b
. la qual fò pojta rationale o in longbecca o vero folo in potenza. Onde el
(émidiametro eli |émidiametri del cercbio.e.f.g.fta ari cora rationale in
potenza. Perocbelfuo (émidiametro fia equale.al. b. d Adonca per laduociecima
del decimotertio ellato del pentago-' no equilatero a qucfto cerchio
in(aiptoftalalinea menore E ancora fi commo nel proceffo de queffa
demonftratione fb mojrro ellato de que' ffa figura equanto ellato dei
pentagono. Adócba ellato de queffa figu ' ra de'io.bafi «ligulari eqlatere fia
la linea méorefi corno fé ffupóe. Ca» xxx. JTSaper fare el corpo de. u.bafi
pentagonali eqlatere tf eqangule. ebe de ponto la) pera propoffa lo circondi* E
fira ellato del ditto corpo. manifc(famenteirrationalequellocbefia diflo
reftduo . ITFaciajfe vn cubo (ècondo ebe infégna el m odo dato ebe la (pera
augnata lo circondi aponto.E frenno dequefto cuboledoifuperftcie.a.bf .a.c. E
ymagina' mo adeffo cbca.b.fia l a fupficit fupma de queflo E la (tip.
ficie.a.c.fia vna delelaterali'Efialalineava-d.comunaa quefte doi fuptrftcie.
P"Diui- din|èadoncainla fuperfrcie.a.b.li.doi lati oppofiti per equali
cioe.d.b* elolato alui oppofiro. E li ponti de la diuifion-e (e continuino per
la linea e.f. Elio lato ancorala. d,e quello ebe alui e oppofito in la
fuperftcie.a.a P"Diuidinfe per equali eli ponti dela diuifióe
(éconrtnuinoper vna linea re£ra dela quale la.i.fia g.b.efta el ponto.b.el
ponto medio dela linea.a» d. PSimelrnente la linea-e'f.d'.uicujèper equali nel
ponto»!; . Etirifè.b. k.P"cadaunatdoncadele tre linee.e-k.fc.f.fl
g.b.diniderai fecondo la proportione bauenteel mecro edoi extremi in li .3.
pontul.m.q, E fien- no le loro parti magiori.l.K.fc.m ft . g . q » Le quali fia
nunifÈJto eflere eqtiali conciofiacbc tutte le linee dinijc fienno equalt cioè
cadauna depfé ala.£.dellato del cubo. P"Dapoidalidoipóti.l fi- m, derida
le perpendi culari Ccommo infegna la duodecima del vndecimo)ala fuperficie.a. b
. dele quali cadauna porrai equale . ala linea.W . E fieno 'Un.f.m. p.
{^Similmente dal ponto.q.deriga perpendicularmente.q.r.ala fuper ficie.ac.la
quale porrai equale.al'g.q.r7'Tiraaduncalelinee-a>l3>n.a.m a»p.d
m.dp.d.l.d-n.3.r.a,q.d.r.d.q* PTiamaniftffo adonca per la. quinta del
ter^decimocbeledoilmie.fc.e'fi.e.l-inpotentia fonno tri' ploala linea.K.l.Epero
ancora ala linea.l.n^onciofia-cbe.S.l.if.l.n.fien' noequali.Eancora.hu;.fta
equale al.e.a . Adonca le doi linee.ae.f.e.U fonno in potenca triplo ala
linea.l.n. Onde per la penultima del primo al.fia in potenca tripla al.l.n .
Epero per lamedefima.a.n. fia in potenca quadrupla al.l«n . E conciofia ebe
ogni linea in potenca quadruptaala fua mita Jéquita per laeomune (cicntia
cbe.a.n.fia dupla in longbecca.at i.n.Epercb-'.l.nt, fia dupla al.l.K-
£ancora.K.l fil.n, fonno equali fira adequale al.lni . Perocbe le lormirafonno
equali, Epercbe per latri' gefìma terca del primo.!.m,fia equale aWn.p.
fira.a.n.equale al.n.p. Eperl omedtfimo muodopiouarai«le.3.1inee.p.d.dr,fi.r.a
ejfere a'o fr ro equali ealedoi predicf e. PHabiamo adonca p qffe.UiMee el
pentago no equi atero elquale.a.n.p.dr. Ma forfè indirai cbel non fia pentago
no.Percbe fbr|ènon e tutto in vna mtdefimafuperftcie la qual cofà e ne-
ceflartaaciocbel fia pentagono . E cbel fia tutto in vnamcdefimafjj - perfide
cofi lo aprenderai efea dal ponto . fc . la linea . K . f •perpendi-
eutarealafuperficie . a. b . la qual fia equale, al . I.K .,£ fira per queffo
eguale «cadauna, dek 4oU,n, fj . m..p..Econciofia cbelafiacquidifran/ PRIMA if
te acadaua depfe per la fexta del vndedmo.Epero con ambedoi in U me dcfinia
(liperficie per la difànitione dele linee egdijtari fia neceflario cbel ponto.)
.Jia in la linea.n.p.E.cbe la diuida per equali . Tirinfe adonca le duoi linee.
r.b.é-b.|. Onde li doi tri4nguli.K.f.h.^q.r-b. fonno fopra vnanguloCcioe.K.bq.)
conftiruti.E fia la f portionedel'R.b.al.q«r.co' mo del.fc.f .al.q-b» Perocbefi
cómo.g.b.at.q.r.cofi.l%.b.ai.q.r.perla.t. del-S'E cómo-r-q.al.q.b
cofi.K»f.al.q,b.perla medefima.Ma.gb.al.q» f.cómo,q.r.al.q
b,lmperoche.q.pfiaequaleal.g.q.Adóca perla.50 del 6.la linea.r.b.f .fia linea
vna. Ondeper la«x.del-n,tutto el pentagono dd qualdefputamo fia in vna
medtftmafuperrrcif.Dicoancoraepfo efjere equiangulocbecofiaparera Perocbe
conciona cbel.e.K fia diuif*.f«p.b. m.d.q,.ex.Ela.h.m.riaequalealafuamagiorptefiraancoraperla.4.del
i3.etutta.e.mdiuif nea.e.fc.E pero
perla.$.ledoilinee«e.m.fonnoinporen$aqitadruploala linea.a.e, Fiacbia' ro
ancora per la penultima del pri mo doi volte replicata cbe la lineala, p.fia in
potentia equale ale.j.linee.a-e.e.mf,m«p. Onde.a p.fia in potè tia quadrupla
ala linea.a.e. Elo lato-dei cubo conciofia cbel fia dopio ala Unea«a,e.fta
ancora in potentia quadruplo a epfd peria.4.de.i. Adonca per la eòa /ida.a
p.fia equa'eallatodel cubo.E conciofia cbe.a.d.fia vno deli lati del cubofira.a
p.equaleal.a.d.E pero per la.S-del primo langulo a.r.d.fta equale ahngulo.a.n*p
. Al medefimo modo prouerai langulo d.n.p. ejfere equale alangulo.d.r.a.Percbe
tu prouerai lalinea d.n.eflere in potentia quadrupla ala^dellato del
cubo.Conriofia adonca cbe per quefte cofe diete el pentagono fia equilatero e
habia^.anguli eqli epfo fì- raequiangulo perla.^.del s.Seadoncaperquefla
viacconfimileragiO' ne fopra cadauno deli altri lati del cubo {nbricaremo vn
pentagono ct[' laterof equiangulo fé finirà vn folido de.n.fu^ficie pentagone
equilate re eancora equiangulecótenuto.Perocbelcubo.ba»o.lati«Re(ra ora de
moftrare cbe queflo tal folido fia apontocircundato data fpera data cbe cofi
aparera cioe.Tìrinjè adonca dala linea- J.fc.doi (Infide quali diuidi' no el
cubo deli qli luna el diuida fcprala linea.b,K.elaltra fopra la linea.e fvE
firap la«40.del'ii.cbelac5eduiifionedequeffedoifi4perftcie diuida el diametro
del cubo e cofi per conuerfo cbe ep(i fia diuifà dal dieTo dia' metro per eqii.
Sia adonca laloro eòe diuifione fin al diametro del cubo la linea.K.o Un modo
cbel ponto.o»fia cétrodelcubo . Emenlfé le linee o.a.o.n.o.p.o.d.o.r.Efia
chiaro cbecadauadele doiliee-o.a.fto.d.fia fé midiametro del cubo epero fonno
eqli. E de la linea»o»fc.fia chiaro per la«4o.del.n.cbe lei fia equale
al.e.K.cioe ala-i-dellato del cubo» E perche fc.f.fta equale
al.fc.m.ftra.o.f.diuifànelponto.lvf p.b.m,d.q.ex.ela fiia magiorparte fia la
Imea.o.lUa quale fia equale al, e-k.Ondeper la j.dd rj.firannoledoilinee.o.f.f
.|.K« Epero ancora.o.f.g.f-P- Perocbe f.p. Cale'qualiqfrademoftrationenonié
extende) fia equale al.K.f.trìplo in potétia ala iinea.o.fc.Epero ala«i.dellato
del cubo. On p la penultia del *.la linea.op.fia i potétia tripla ala.j dettato
del cubo.E pel cordano de Ia.i4»del.i3.|èmanifèffa cbel jémediametro dela fpera
e triplo in potentia ala.ì.dellato del cubo el qual fia circumferipto dala
medefima fpera. On de.o. p.fia quanto el Jèmidiametro dela fpera che circunda
aponto el co- bo propofto.Perlamedefimaragionerutte le tmeetiratedal ponto o.a
cadauno deli anguli de tutti li pentagoni formati fopra li lati del cubo, cioè
a tuttili anguli qli fonno pprii ali pentagoni.E non a quelli cbe fon
nocóialoro ealefupficiedelcubodoepropriide ponto fi cònio fonno li.;. anguli.n.p.r.nel
formato pentagono. E de qut Ile linee cbe vengào dal ponto.o.a tutti li anguli
deli pentagoni li quali fonno coi ali pétago ni cale diffide del cubo fi corno
fonno nel prefénre pentagono li doi ari guli.a.f.cWiadjiarg cbe loro forino
equali al fémidiarnetro la dif ftnirione epjb fia circùdatoap>onto dala ]
pera a',cgnata.Dico ancora cbtl 1 ato de qfta figura fia linea irrónale cioè
qlla che (è chiama rcfiduo |t! dia merro dtla) pera che aponto locircéda fu
renale in Icngbeaa o"£oin potentia che cofì aparc. C ócicfia cbtl diametro
dela [pera p la.14.del.15. fia tripla in pollato del cibo (ira ellato del cubo
róaie in potiéria |cl dia metro dela 1 pera fira renale in lógbecca o "£o
in pò". £ perla.n.del.is. fia chiaroebe la linea.r.p.diuide la
linea.a.d.La quale lato del mbo.J.p.h. m.d q,. ex. E che la fia magior parte
fia equale allato del pétagono. Eper che la fua magior parte fia rtfiduo
pla.6-del.13 fé manififraellato dela fi gura dieta duodecedró efjere rtfiduo la
q l co jcorpircgulari. . 1 hrideii.5. corpi andicrickeu) cripti rutti apóto
davna medefima [pera dcla qle | peraa noi el diametro folaméte fufpofro
eperdiclodiametrofiperttrouaf. pY'erbi.g. fia.a.b.el diametro de alcua (pera a
noif pofto per lo qle anoi bifogni li latideli s.édicri corpi ritrouare quali
tutti /è intédino in vna medcftma f pera collocati deli quali to cado vno de
lijuoi anguli tochino tutti cioè che apóto dieta (pera nitri ii circudi. La
qua! cofa cofi fnréo cioè .Diuidianìo adóca qfTo diametro nelpucìo.c. I
mmodocbe.a.c.fiadcpia al.c.b. E p equali r.elpóro.d.E fnremo
fopraepfrtelfémicirculo.a.f.b.alacircufrrenriadel quale fé Tirino doi linee
perpmdiculari ala linea.a.b-Iequali fiéno.c.e.fì.d.f. Egiognéo e.con.a.g con.
b.ft.f.có.b. Eglie manififfo adóca perla demonjtrarione dela.15.del.13. che.
a.e.fia lato dtla figura de,4.baji triigulcfj equilatere. E perla
demof!rarionedela.i4del dicroebe.e-b.fia lato del cubo.Eper' la
dernonftrarionedela.rs.che.f.b.fia latodela figura dr.s-bafi rriangu' lari f|
cquilatere-E fia adonca dal ponto.a.Ulinta.a.g.perpendiculare al a.b.e ancora
equale a!amedtfima.a-b.£ gionga(é.g.con.d-e fia.b.el pon
tonelquale.g-d.diuideia circumfrrmriadcl|tmicirculo. Emenife.b.k.
pcrpcndiculareal-a.b.Epercbe.g.a.fia dupla al.a.d.fira perla. 4>del.6*b.
fc.dopiaalfc.d.Perecbefonnolidoitrianguli,g.a.d.ri.b.K.d.equiangu
liperlarregefimafécundadel primo.Imperocbelangulo.a dtlmagiore fia equale
alaugulo.K-deltnonoreperoche cadauno e recto elangulo.d. fiacommune aluno
elalrro . Adonca perla quarta del fécundo.n.fc.fia quadrupla in
potentiaal-K.d.Adoncaperla penultima delprimo.h.d. fia in pot ernia quincupla
al.K.d . Econciofiacbe-d.b fia equale.al.b.d. CPerocbe.d fia centro del
|èmicircu!o, firaancora.d.b-in potentiaquin cuplaal.K-d
Econciofiachemrta.a.b.fiadopia a tutto.b-d.fi cémo-a.Ct cauata dtla
prima.a-b.>adupla.al.c.b.rracra dela fé ainda.b.d. E fra per- la decimanona
dc^quinto.b.c.remantntedtla prima dcpiaal.c.d rtfu- diu dela lécunda. Epero
tutta. b.d. fu tripla.al.d.c. Adonca el quadrato .t.d.fia nonuplo cioè noue
tanto del quadrato.cd. Eptrche epfo era fola- .mente quintuplo al
quadrato.K-d.fira perla fccunda parte dela decima de! quinto el quadrato.
d.c.menore del quadrato.K.d.cper quefro-d-c. rnenoredel.K.d. Sia adona.d.ni.
equale al.K.d. E vada. m.n.fin ala cir-' OKifomria la qual fu
perpendiaiiareal.a.b.egiongaf e.n.con.b.p7"^ e n ciofia adonca
cbe.d.K.fx.d.m. fi enno equali f ranno per la diff.m'tionede quello che alcuna
linea dal Centro ejfcr equidijrantelc doi litueAlJ.g m.n.eqiulmqjte dijUntid*
cé|rp.tp«o eguali fuloro fia.:, parte de n
la.i5,del.^eperla.:.parte'dela.3.deldififo.Onde.m,n.fiaeqUakat.m,K.
Perocbe.l^.eraequaleald.Epercbe.ab.fiadopiaal.b.d.fLK»m.diipia al-d.k. £lo
quadrato. b.d, quincuploal quadrato.d.K.fira perla.rj.dcl quinto, el quadrato
.a.b.fimelmente quincuplo al quadraro.fc.m.poche glie cofi cbel quadrato del
duplo al qdrato del duplo, cornino el quadra to del fimplo al quadrato del
fimplo. E p la demojtratione dela, io. fia manifrffo crii dyametro dela (pera
ftain potétia^ncuplo cofi aliato de lo exagono del cerchio dela figurade.
jo.bafi. Adóca.fc.m.fta equale al lato delo exagono del cerchio
delaftgurade.so. bafi. Pero cbel dyame' tro dela spera qualfta.a-b.fta in
potéria quincuplo cofiallatodetoexa' gono del cerchio de qila figura conio
al.K. m . E ancora p la demoftratóe dela medefima fia mamfrflo cbel dyametro
dela fpera ria cópoff o del la to delo exagono e de doi lati del decagono del
cerchio dela figura de.io bafi.Cóciofiaadoncacbe.l\.m.fìa corno ellato delo
exagono. E ancora a.K.fia equale al.m.b.Perocbe loro lónojirefidui o voi dir
remati èri de- kequali.leuatone le equali fira.m.b.cómo el lato del
decagono.Percbe- adonca.m.n.ftacómo lato delo exagono poche epfa. fia equaleal.
K.n> (ira p la penultima del p'mo e p la.io.del.rj.n.b.cómo el lato
delpétago" no dela figura del cerchio de.io-bafi.E perche p la
demoffratióedela.ré. del diflo apare chel lato del paragono del cerchio dela
figura de. io. bafi fia lato dela medefima figura de.zo.bafi fia chiaro la
linea.n.b.effer lato de qfta figura.Diuidifé adóca.cb.Cqual fia lato del cubo
dala fpoffa j pe raapótocircódato).f.p.b.m.d.q;extranelpóto.p.efialafua
magiorpar tt.p.b.fia chiaro adoncaplademoffratióedelapcedétecbe.p, b.fia lato
dela figura de.12.bafi. Sonno adócatrouatili lati deli,?, corpi anteponi:
mediate el dyametro dela (pera folamenteanoi fpofto.li quali lati fon
noquefft.cioe.a,e,de!apyramidede»4.bafi e,b. lato del cubo, f.b, lato
del.8.baft,elo.n.b.lato deUo.bafi.e la linea.p.b.lato.del.u. bafi.E quali
/ienomagiori de qjli lati deglialtri fra loro cofiapare.Pero cheglùrcbia ro
cbe.a e.fiamagioredel.f.b.perocbelarco«a.e.fiamagioredelarco.f, b»e
ancora.f.b.fia magiore del.e.b.elo.e.b.magiore del.n.b.E ancora di co.n.b.effer
magiorecbe.p.b.Perocbe cóaofiaebe.a.c.fia dopia al.c b. (ira p la quarta deU.el
quadrato.a.c. quadruplo al quadrato- c.b . E p la jecucfa pte del correlano
dela.s-del.6. ep lo correlano dela. i%. del diflo | fia chiaro cbel qdrato.
a.b.fia triplo al quadrato.b.e.Ma p la. n.del.6. el quadrato.a, b.al quadrato.b.
e>fia cSmo el qdrato, b.c. al quadrato.c.b, p^ chela
fportìóedel.a.b.al.b.e.fia corno del.b.e.al.b.c.p la /ècóda par re
de!correlariodeta.s.del.6.0nde£la.rt.deI,$.el quadrato b.e.fia tri' pio al
quadrato.cb.Epcbeel quadrato.a.c. fia quadruplo al mede/imo quadrato conio e
ffato moffrato firap la pma parte dela,io.del.5. el qua drato.a cmenore del
quadrato b.e.E perolalinea.a.c.fiamagioredela
linea.b.e.Eperoa.m.moltopiumagioreegiae manifÉffo perla nona
deltergodecimo.cbefélalinea.a.m.pra'diuifd.f.p.h.m.d.qj.extremafì'
ralajìiamagior parte (alinea, fc * m'.laqual fia equale al.m.n.e ancora
quando.b.e.fediuide|ècondotamedeftmaproportione.cioe.h.m. d.q, extremà.la fiia
magiorparte fiala linea.p.b.Conciofiaadonca che tutta a.m.fia magiorecbe
rutta.b.e.(lra.m.n.quale"fia equaleala magiorparte
a.m.magiorcbe.p.b.laqual fiala magiorpaitedeI,e.b E queffo fia ma'
nifè(!operla(ècódadel.i4.libro.laquale|£ncaaiuto dealcuna de quelle che
(équitano con ferma demofrranone fé fòi rifica. Adonca per la.19.del primo molto
più fòite.n.b. fia magioreche.p.b. Onde apare li lati deli cinque corpi
antedififi quafi con quel medefimo ordine che fraloroféfè quitanocon quello
fi-aloro fé exccdinoSolamentequeffo ha laìnflan' tia- cioè non fèobfèrua tal
ordinenel cuboeneloffocedron.rioe in lo S.bafi.Perocbellato del offo bafiancede
allato del cubo.auengachel cu bo afkedaaloérocedró i fàbrica e
fòrmationecómone'.n.aparee none Jénca miffiero. Ondein lafbrmattóeelcubo
fèpponealofrocedró, pche ÈlamedefimadiMi/ionedel dyametro cjela fpera |»pojfa
fé troua ellato. C Un PARS dela pyramidede.4.bafirriagulartelo Iato del cubo.
Fiaadonca.a.e.U' to dtla piramide magioredelilati de tutti li altri corpi. E
dapoi lui fia. f« b. Lato del.s* bafi . magiore dtlilati de tutti li altri
corpi che dappo lui fé quitano.E nel.j.luogo (equità in grande%a.e.b.lato del
cubo • E nel,4« luogo na.n-b.latodel.io.baJécioeycoceciron.Elo minimo de tutti
fia. p.b.lato del duodecedron cioè del.u.bafè pentagonali. tTDelafportione de
difiti regulari fraloro elor depédéti- 1 1. Auédo intefo lafufjìciétia deli
difti.5.corpi regulari e tuo ffrara laimpofjibilita a ejfemepiu de.j.col modo
in loro dependenti aprocedere in infinito jigue douerdar modo aloro proportioni
fraluno e laltro elaltro eluno e quanto acapacita econtinétia equàto a loro fup
ficic E poi dele in clufioni delùo i laltro e p conuerfo e prima de la loro
aria corporale. fT Lef portioni de luno alalatro (émpre firàno irrattonali per
rispetto dcla nfa $ portione ("opra adufta laqle i loro cópofitioni e
forma tioni |é interpone corno |è detto excepto del tetracedron elo cubo elofto
Cedron pia precisone apontodeforo fportionialdyametrodela spera nel laqle (è
inscriuào porraateuolte (òrje eéreróale ma qlla deloycocedró e qlla del
duodecedron aqri (ìuoglia cóparati mai pò e)(ere reale p la ca* gione difta. E
pero q non mi pare ex.D-alt t o douerne dire perche (érebe crescere elvolùe de
infinite irróalita in le qli più preflolo itelleffo (éneria aconfòndere
cbeaprcdernepiacenalcui fine einfo ffudio (émpre fia intc toequel tato acto me
pare doucr ejfer baff are che in lo pticular nf o tracia to de ditti corpi
cópoffo nellopcra nfa)é detto al qì perla multitudine aluiiurfo coicata tacile
fia elrecorfo.E mediati loro diméfioni i quel luo
gopoffe)cdidolaperigrine«adeliigegni |émpre (ìneporra co lutiltare portarne grà
diletto. Ecofifunilmcte dico de tutti loro depédéti deli qli in quel luogo al
quatt vene ) ónopoffi • Vero e.cbe p la.io. del.i4*la $ por tione del
duodecedron alo ycocedron qn ambe dot 'fieno fatti i la mede (ima spera fé
conclude eére aponto corno qlLfde tutte le fue (ùperficie atut te le fupficie
di qilo ifiemi gionte. Ela.i6.del ditto dici lo ottocedron eér diuifibik
in.r.piramidt de altera cqli che fia para al fcmtdtametro dela spera doue (b)jè
fàbricato eie lor bafi fonno qdrate.El ql qdrato fuperficia le fia fui duplo
alq'drato del diametro dela spera. La ql notitia a noi p ftia mefura afiti
gioua cmcdiàterjlla amuolte altre fèpo deuentre. €TDela,{)portione de tutte
loro fuperficie lune alaltre. J- E loro Superficie ex.D. fraloro (imelmente
pojfiamo dire atmedcJTmamodo eér fporttóali còrno de lor majfa cor porea fé
ditto cioè irróttali perla matitia dela figurapéta gona ebe i lo duodecedró (e
iterpone. Ala delaltre pojfào aleuolteeére reali corno qlte del tetracedron
cubo offoce dro n per eére triàgule eqdrate e note ifportione cólodia metrode
labro spa i laqle fi fbrmaocómo fèueduto difopra. Vero. e.cbe
Ia.8.del.i4.cóclude tutte lefupficie del.u.bafr pétagóe a tutte le fupficie di
to.bìfi triàgule cioè del duodecedron aqlle del ycocedró eére corno qlla
dellato delcuboaltato del triagulo del corpo de.io.bafi qn tutti d'idi cor pi
fièno apóto cót éuti cfr.circùscripti da vna mede) ia spa. El pebe fi me p e
cófilétiodapasfàrelarnìrabileconueniétia fraloro nel le loro bafi cioè et) le
bafi del duodecedró eqlledel ycocedró ognùafia apóto etreu scripta de vrr
medemo cerchio corno moffra ta.sdel ditto.14 laql copi fia de no ta degnaeqffo
qfi i la medefi ma spa (irà fàbricati.E dele fupficie tutte del terraecdró ale
fupficie tutte deloffacedró fiala fportióe nota p lavi4»del ditto.14. cóciofta
ebe vnadele bafi del tetracedron fia vn tato e vn terco de vna dele bafi
delottocedron cioè in féxgteififportionecbtfia qn el magiorcóteneelméore
vnauoltae vnterjofi cómo.8-a.6.e ql!ade.n.a 9. Eia $ portionede tutte
lefuperficiedel ott ocedron ifiemi gic rate a tup te qlle del tetracedron
ifiemigiontefia féxqaltera cioè votato e me^co cS «no fé rjlledelott ocecjrorr
fòfjer,$.eqlle.4.che fiaqfi el magior coterie el PRIMA U méor vnauolta e mecca
qri fieno de vnamedefìma jpera.T tutte qlledel tttracedron giontecon qlle
delofifocedron cópongào vna fuf? fi eie detta mediale comò
volela-i5.deidtcTo.i4.E tutte lefKperficiedelo exacedró cioè cubo fé agualiao
al duplo del q'drato del diametro dcla j pera ebe h? eirciiferiue eia
perpédiculare che dal cétro dela-f pera a ciafeuna dele bafi del dicro cubo |è
tira |emp fia eqle ala mita dellato de difilo cubo p lultia del.i4.cioe)édiclo
diametro fb]fe.4, tutte di£refuperficiefcrtbono.3i.e(è dea ppédiculare
fb|fe.i.ellato del cubo féria.i.Dele qlif portioni e ft^ficie p bauemeapiéoin
lopera nra trafilato aqff o ftenofupfeméto con qlle de li depédéti in tutti
modi condiligétia operàdo per algebra» CEDele icluftoni deli.5.regulari vno
in'laltro elaltro in luno equante fié* no in tutto eperebe. Equità ora
cbiarirecómoluodeqfli.s.coipieffériah cioè regulariluo fia cótenuto dalaltro
eqli fi e qlinon eperebe. Ori prima deltetracedron parlàdo (e mofrra lui né
potere peralcu modo i |c receuere altro ebe lofifocedron cioè cor pò dc.8»bafi
triàguleede.6.anguli folidi.Perocbe in luin
jónonelatinebajineangulinelliqlifepofjìnolilatidet cubo ne de |uoi anguli
nefuperficie apogiare i modo che tocbino eqlmé te (erodo che rechiede la loro
Tèainfcriptióe corno la,fùa fórma male alo chio cidemojtra e p (eia iva
nelta.i.de,i$.na tnàifrffo-Ne àco de nitio de li altri doi cioè ycocedró
eduodecedró.Q fi adóca vorréo el dcó ocloce dron i difito.4.bafi o ivo
tetracedron ucriuere Cfio fbrmarei qffo muO' do lo faremo cioè. Pria fàbricaréodifiro
tetracedron corno de foprabaJ biamo ifegnato.El qle cofi fàfib poidiuideremo
cadauo fuo latoper eqli eli lor ponti medii tutti continuaremo co linee refire
lù co laltro elaltro conluo. La ql cofa fàfita ebefia (enea dubio difito corpo
i qìlo aponto ba' remo fituato in
modod)elifuoi.6.angulifolidufuli,6.latideldifiro te tracedron firàno appogiati
eqlméte.La ql cofà la experiétia mate rédera aperta ela.i.de.is.manifcfta.
fTCommo difto tetracedro n fé fòrmi e collochi nel cubo. C. L detto tetracedro
nel cubo fé eoltocara in qffo mó cioè Pria faremo el cubo fécódoli modi fopra
dati poma i ca daua dele fùe.6.fuperftcie qdrate tiraremo la dyoagonate o
"ft.diaetro e/ira el .ppo/Ito cóctiifo corno la pria del.ij» demoffra
peroebedififo tetracedron corno fò detto ba.6» I lati córfidéti al numero
dele.è.fùperficie del cubo eqlli vi gào a eére le jue.é.dyagonali i (ve
fùperficie protrae? e,Eli.4. anguli de (3 pyramidefiuégano
afrrmare.i.4.deli«8.deldififo cubo.El che ancora la maeffra de tutte le cofèfanfita
experiétia in lor materiali cbiaroel rende, CDelaiclufione delofifocedron net
cubo. ì» Volédo lofio bafi cioè o£f ocedron neloexacedró forma
re.Priabifognanelcubobauerelapyramidetriagulaeg latera fàbricara li cui lati
comò fò detto Jóno li.6.diàetri dele jite bafi.Epero fi cadano de di£fi
diametri per eqli di uideremo eqlli poti medii co linee refile lu con laltro
con giongneremo {enea dubionetfpoffo cubo fra apontolo offocedron formato e
ogni fùo angulo folido aponto fi fermerà nele ba- fi de dicto cubo per la.j.del.ij.
fQa fàbricade lo exacedron nel ofiEocedron» O exacedron o "^«cubo
nelloftocedron fi farai qff omo cioe.Pria faremo dicto ocftocedron fecondo li
docuenti dati difopra i qffo.Elqlcofi formato de ognuna dele fùe bafi
triagnlari perla.s.del.4.troua el cétro. Liqli»S-cétri poicógiongeremovno
cólaltro mediàti-u.lineerecte.E baueréo lo itéto cóclujb. E cadauo deli angoti
folidi del cubovirra afèrmarfè in fu la bufa, del dififo oflocedró corno la,
4-del-is» e4el tetweedró i.lotfocedrór CrXXXVIja 1,PARS farai in qllo el cubo
cóme difopra.e nel cubo el.4.ba|écóme difif oe fid fa fico. t["De!a
fòrrn3tiòe del duodecedró nello ycocedró. . ^["Loycoce.cómojé detto.
ha.u.anguli folidi cadiùocótenutoda.j.an' guli fufjnciali de li.s.fuoi traguli.
E£o auolere i epfo far el duodecedró co uiéfèpria |ècódo bauéo i q|to i)egnato
fare difito ycoecdró e qii coft deli tarile e fu dt| pò (Io de cadaùafiu baja
triàgulaf (ttroui el cétro £ la.s-del 4-eqlli poi cótinuaremo fj,5o.lieerecte
tutti fraloro i nifi eh fi forniamo de neceffita.n.pétagói oguuo oppoftto a
«ritaglilo (blido del difico yco' cedro. E ogniio deli lati de difiti
pétagóiftaoppofito i croci acadaiio de' li lati dddifito ycocedró.E fi conio
nel dicìo ycocedró |òno.u.angulifo lidi cofine. duodecedró jóno.c.pétagoni.
Eficòmei epfo |óno.:o ba(i triàgule cofi i difico duodecedró |
óno.jo.angulifolidi caufAti i dificc bafi mediati
difitelinee.Eficómeiep)o)óno.30.laticofii lo duodecedró fon' no.50.tati a
qlli'oppoitii croci còrno e dicìo ebe nino la torma loro mài jrftacómoanco
la.&.del.tycódude. ITDdla collofiatione deb yco Cedron nel duodecedron»
#TQn |é vorrà nel duodecedró lo ycocedró formare pria qllo rubricare ino jecódo
el documéto (opra i q'ffo dato. E de li fuoi.u.pétagói cbelo co
tégàoelcétrotrouerémofoi|ègn3la.i4-del.4.Eqllifratoro.có.3o.linee cógiogncréoi
modo che iepjblécaufaràno.io.màguii e.u.anguli fondi
ognuocontéutoda.5.angulifupncialidedifilitriàguli.Deliqlilelorpij' fife firàno
neli.n.cétri delifuoi.ri.pctagói. E fimilmtreqfte fuoi.30. linee fé oppogào i
croci ale.30 del duodecedró /t còrno qlleaq|te (b detto caco p la.?.del
difif0.r5.ape, fTDela fituatióe del cubo i lo duodecc. t .X L F. CTEl cubo
ancora fàréo i dififo duodecedró fàcilméte atefe ebe lui fi fori ifuli.u.tati
del cubo còrno ila.17.del 15, (écótene. Peroct?(cacadauo deli jbi.u
pétagóifolaexigétiadeldiclo|criri.n.corde (é^adubiofè formerà rjo
6,fu^ftcieqdràguleeqlateteeacadauadeqllifirà oppofiti doianguti folididedififo
duodecedró e i.s-fuoifiràno jbrmati.sdel cuboiferipto i mó che i fuciajcua
bafadel cubo vene aremancre la forma quafi del cor pò (ératilecbe tutto fta
chiaro per la.3-dd.15. CTDel offocedró nel duodecedron còrno fi formi. Cap.
XLII. ITScnel duodecedron pria el cubo |èdi( póga còrno i lapcedétefè dififo
fàcilméte i lo difito duodecedró fi fòrmaraloctocedró.Perocbe noi dita deréo
li, 6, lari opoiti del duodecedró ale. 6.fnffrcicdel albo fjcqli cioè ql
lilaticbeqftfà)iocolmoallèratileq[ì.ipótojòno.6.Eqllilor.6-pótime
diiconnuaremo^.c-ltncercfle tutti fraloro i ino che virano acaufàrc.6 angoli
folidi contenuto eia) dìo da. 4,angiiltfupncialideli.4.triàgiilide locrocedrò.
E cadauo tocca vno ddi difih.6.lati del duodecedró e J? con fèquéte fé
manifrffa ej] ere el qfito cóciufo fi còrno in la^.del.is.fecontene. CTDela
indufione deltctracedronin difico duodecedró. . flT El tetraecdrò ancora nel
mede) io duodecedró |è collocara fé pria i lui fé fori elcubo còrno fèdicf o e
poi nel dififo cubo (è collochi el tetracedrò còmoancora fé
mofrro.Leqlcoféfafilecbcfiéo chiaro apera eére einfo fpofito còdnfo i qfro mò
cioè. Cóc;ofia che li anguli folidi del cubo fé pò fino nelli anguli folidi del
duodecedró. E li anguli folidi del tetracedrò |i férmio i qlli del cubo jéqta
el difico tetracedrò dtbitaméte al,f poflo duo decedróeéreidufocbelanfaexp
ientiailiinàlitjnoicópofliealemàide v.cdfirudie oblati el fa màifc|ro cóla )
ciériftea demoftratiòe dela.10.del dtfico.15. C^dafabiicaddcuboinloycocedron. •
^Formafeei albo nello ycocedró [cpria: qllo fé faccia ci duodecedron
cómodcnàcrdicémo e poi iepfo duodecedró |e (acci el aibo al mó dato.
LeqTco)efafleaJ?era lointétoeéreexpeditopjecofédenàcedctte. Pero che liàguli
folidi del duodecedró tutti cagiào nel ceno dcle bafi delo yco cedrò. E li
anguli folidi delcubo cagiào i li dififi folidi del duodecedron e tjcójèquéteo
interno ftaexpedk'fo.cbe anco dala.ndel.K.cirudecbia rato.
fTDelmòafòmiarecltetrjcedron nello ycocedron.Ca.XLV"» • |£Nóc4ubt0)èi lo
ditfo ycocedró fé fòrmi el cubo còrno cjefopra Hijè- PRIMA i4. vacuo fia
cótéuto da.is-lieeqli cau|ào.36.àguli jttpficiaU.e.ri.folidi.e.s.ba
ibeirciidano deleqli..4.fonno e*agóee.4.rrigóeegla,terecioe desiati PARS mi
mateatocbio tiro réde chiaro e nafet dal peccete udì fìioi lati p terfo
vnifòrmi tagliati, v. vi. gamète |óo dette bafi i tutto fono.n.p niìerotutfe
triàgule.E de qffo no jepo p alcu mó augnare lo eleuato ab) cifo pel defcclo
deli exagói ebe nò fanoangutifolidi.fTDeloexacedró piào folidoo evacuo abjcifo
foli' do o ver vacuo eleuato piano f eleuato ab) cifo- vii.viii.Ca.XLIX. O
exacedró o voliao dircubo piào foli do oT*. vacuo ba. ii .linee o "ft.lati
o coffe e. J4.anguli fupncialt.e-s*folidic sbafi o "fi . jipncieqli lo
cótégano tutte qdrate elatere eancoegangulefimileala forma del diabolico
mftfoal tramétedetto dadoo"^ taxillo.ix.x.CTLo exacedró fca pe^oo^.abfcifo
piano fimilmétefoltdoo'ft' vacuo ba. t4.lmeeqli circa
epfocaufdno.48.angulifupncialideliqli.i 4 fono retti eli altri acuti. E
bàe.u.folidi e fia cótenuto da-i4.f«pftcte o "jè.bafi cioeda 6. qdrate
e-s.triagule.E tutte le di£te linee | ónocóe aleqdrate e ale frigo nepcb"
qlle .6.qdrategióteafiemi angulariterdenecejfitacaufàno.s.tna guli fi corno
fecero li exagói nello tetracedró abfcifo. E narci dal cubo ta gliato vnifbrme
nella mita de cia?cu fuo lato corno demojtra alocbio la faa.,p|5a fórma male,
xi.xii. fTLo exacedró eleuato folido o #. vacuo a fuacójlitutionedenecef]ìta
cóairrano.36.lineeleqli fraloroaplicatecau fàno.p.angulifupnciali.e.ó.jblidi
piramidali da.4-fupficiaìi cadauocó Cenuto. E fia ve(fitoda-i4,fupftcie
triagulari qli p j5amétenó fono dadir bafi. E de qlle linee.n.ne fon eoe atutti
qlli traguli fupficiali ebe lo conte gano e circudano e fia cópofto difto corpo
de.6.pyramidi latcrar e qdri' latereextri| éciqlialocbiotuttef£ipfeutano)
tcódolafituationedelcorpo. E ancora del cubo irrijèco fopra elqìe dicTepyràidi|èpofino
e fololitdle- fto lo ymagiapebe alocbio tutto fuffcódf p la fuppofitionealui de
diffe pyràidi e di ql cubo le fue.ó.fupficie qdrate ) óno bafi dediffe,6 .
pyràidi cH ) óno tutte demedtfima altera e fono af coffe dalocbio ecircudào e
cui tamétedicìo cubo.xiii.xiiii. > vacuo, ba.linee.36.cbc fàno.p.anguli
ft;pficialicioe.48.fóno deliexagoni e.i4
deliqdratiecontene.z4.folidie.ba.i4.bafideleqli.s-)ónoexagonecioe
de.6.lati.e.6.neJóuotetragonccioeqdrate.jMadedicTe!iee.i4.nefóno eoe cioè ali
qdrati e ali exagoni. E qlli taliqdrati féfbrmàodali exagoni qn
vnifbrmirutti.s.fécontanginocbe di tutto locbionela fòrmaframa
terìalecbiaroalintellec'iolauerita fri nota Edequeffoancora nonepoj fibile fé
fòrmi ci fuo eleuato che vnifbrme fipreftnti perlo deffèclo fimil
métccitliexagoniqualicommodeltetracedronab/cifofb detto noac i> lido o ver
vaeiio.ba,36.Uneede equal longheccae ba.jp.anguli fùperfi> ciati e.s.folidi
pyramidali, E fia contenuto da.i4.fùperftcie tutte trigone equilatere §
equiangulelequali apontoel circundano.Ma de quelle linee n.ne fonno comune
attuti iitriangulidelepyramidi.E queffo tal corpo
ecópoffode.s.pyramidilareratet.iàgulee.qlatereg eqangule de medejì maaltecca
qli tutte de fòreapano.e ancora del ottocedronitrinjccopfola ymaginationeda
linttlletto pceptibile del qleoctbcedron le bafi fonno bafi de le die? e
8-pyraidi. Como la (òr a /uà materialea noi fa manifèsto. CTDe lo ycocedron
piano folido o ver vacuo e deb abfcifo Jblido over vacuo e delo eleuato folido
o ver vacuo» Ca. LI. O ycocedron piano folido o "# vacuo cotene.30.Unee o
ver lati tutte p/aloro equali e qffo in lui caufàno«6o.angu li (inficiali
e.n.folidi. E anco formano in epfo.jo.tafitut tetriangularicquilatereft
eqanguleeciafcuode diftian guli folidi fon jàcti o ver córenuti da.j.angnli
fuperficialì de ditte bafi rriagufe-cbelafua figura fimilméte materiale
todimoffra.xxiiixxiiii.C"Loycoeedró abfcifo piào folido o"f> vacuo
ba.90.lati o ver liee e fi ba.iso.anguli fiiperficialt.De li qli.no.fonno de li
triaguli ala fiia cópofitione eócurrenti e.6o.fonno deli pentagoni che pur
aqllacóuengao quali tutti fonno equilateri; E qffelinee firmano in tomo diete»
corpo.3i'bafi dele quali.io.fonno exagone cioè desiati eq lie.B.nefonpéragóe
cioè de^. lati eq li. E cadali e in fùo grado fonno fra loro cglatere e anco
egangule cioè ebe tutti ii exagoni fraloro fonno de anguli eqli e cofi li
pentagoni fraloro fonno de angoli equali. Ma li lati tutti fi de pétagoni corno
deli exagoni rutti fraloro fonno eqli.Solo in li angoli fono dtfjèi étti li
pétagoni eli exagoni.E'qffo fi fàclo corpo najci dal pcedéte regulare qfi ciaf
cun fuo lato ne la fua terca pte vnifbrme |é ta glino.Edi fattagli fé
caufào.io.exagói e.n.pétagói corno editto e^o.an goli corporei o ver
folidt'Madele diete lmee.60.ne fon eòe ali exagoni epétagonipcbedeli.io.exagoni
infiemi vnifòrmamétegionridenecef flta càno.n.pétagoni e de qfr o ancora no jé
pò dare lo eleuato p lo defè^ ffo del dicto exagono corno nel tetraecdró
abfcifo e dclo ocrocedron ab f cifo di fopra diSo babiào.xxv.xx vi.JFLo
ycocedró eleuato folido o"fr vacuo i fé. ba.90.liee e. ba-iso.anguli
fupficialt e- iO*folidi pyraidali e ba. eo-bafi o "f! fùpficie ebe lo
circodano tutte triagufari eqlatere e anco egan gule.Ada dele 90.lmee-30.ne
fonno eoe acadua dele fùpficie dele fuoi.ro pyramidi.Efia cópofTo dicro corpo
de-io.pyramidi laterate triagulari elatere g egangulede eqlc altera e de lo
ycocedron integro interiore J> fola ymaginatióedalitellecTo pceptibile eie
fue bafi fono bafifim-lméte de difle.io.pyramtdi- Cbe tutto ancorala ppria
fórma fua male fnapto» fTDel duodecedron plano folido o 15» vacuo edelo abf
cifo folido o~f> vacuo edelo eleuato folido o "# vacuo edelo abfcifo
eleuato folido o "fi vacuo e fua origine o ver dependétìa. xxvii.xxviii.
Capitulo. LIT» L duodecedró piào folido o "fc vacuo.ha.3o>linee eqli o
~f> lati qli in lui cano.óo.anguli (inficiali e ba.io-aguli jb lidi
e.ba.n.bafì o T& fùpficie ebe lo cotégano e qfre ] óne» turtepentagóe
delatieanguli fraloro "tutti eqli corno ape xxix.xxx*. C"El
duodecedró fcapecco o 1» ab) cifo piao fb lido o "J& vacuo ba.60.lmee
tutte de eql lóggecca e ba.no agoli fùpftciali e bàe-3o.folidi» Ma
deli.no-fùpficiaIt6o.f éno de triaguli e,60.) Óno de pétagoni. Eqlli triaguli
de necefjìta fé cano da diffi pétagóì jéangularmétefralorofécongbino.Cómo in la
canòe de qili del retrace drógocrocedróabfcifìfD detto qli da exagót
eqdragolietriàgolifefbra aano ecofi i qlli deloycocedróab] cifo da exagói e
pétagóì comò la figura mal demojtra E cadano de dtéh angoli folidi fia facto e
cótenuto da.4» anguli fùpficiali de li qli.i.fóno de trianguli edoi ) óno de
pétagono co*- currétìad vn medefwno puto.Etutte le jye linee o *# lati ) óno
cóeali ma goti e ali pétagói p che Ifio e glia! tri ifiemi debitaméie aplicati
liio ed ck PARS laltro cioè ti triaguli deli perigoni eli petagói cfeli
tri.iguli.Efi cómctt.u pétagóieqlatcriangularmctc cógióri fòrmio i dcó
corpo.io.rriaguli co fi ancora poff ia dire cbe.:o.tiiàguli eqlattriangularméte
fralor cógionti caufino.n.pétagói fimilméteeqlateri-Ep qfto apetutte
dicielincefraloro eér eoe corno edifto.Elefupficiecbcqfìoriraidaofóno
.ji.Dclequa.iJ. fono pétag 5e elatere {t eqagule.e.io.) óno triagule pure
eqlaterc tutte fi'a loro comò i>abii detto reciprocamele caufdte. Ei fui
material forma ape. E qfto deriua dal pcedéte i la mita decia) cti fuo lato
vnifbrme tagliato. xxxi.xxxii.fEElduodecedró eleuato folidoo",è. vacuo
ba.90.lieec.iso. anguli fupnciali.cdefolidi.ii.eleuati pyraidali pétagóali e
bicàcora.io» bafi pur corporei exagòi. E ba.óo.fupftcic tutte triagule
cqlateref eqangu le.Madtdic1e.90.linee.K. (óno eòe alc.ii. bafi dele pyramidi
pétagóe de le qli le bafi fimilmétecóuié fièno pétagóe. E ) óno le baje del
duodecedró regulare Stri |èco che ala fu 1 cópofitióe cócorre ql lin telleclo p
fola ymagi natióe cópréde eqffe.jo. linee eoe foto córrào ala caufàtióe
deli.io.anguli folidi dejiffi qli còrno e difto 1 óno exagóali.cioe ebe aloro
fòrmarióe co corrao.6. linee. E forniate dicìo corpo dal dudccedró regulare
irrinjèco p diclo e da.u.pyramiditaterate pctagone elatere § ccjangule
edealtec^a eqle.Eleloro bafi fono le mcdeftmc bafidelointrinfèco
vtfupra.xxxiii* xxxiiiì.fli El duodecedró abJcifoeletiatofolidooTè
vacuo.ba.latio'ft.lì
neenùero.iso.deleqli.éo.fónocleuatealacaufatióedelepyramidi péta gone.6o.f óno
eleuato ala cóffitutióe dele pyramidi triagulclaltre.óo. j 5 no baffe lati de
cadaua de diete pyraidi cioè dele pctagone ede triagule . E qfto fi fnflo corpo
fé cópóe delduodecedró tagliato piao in trilèco p fò la ymaginatióealinrellecio
offtrto, E de.51.pyramidi.Deleqli.11.fono pétagonati.dealtcc^a (i'aloro cqlf .
E laltre.io.f óno triagule pur de alteri fraloroeqle Eie bafideqfte pyramidi
fónolcfùpnciedeldicTodLiodece dró trócato refrrédo ognùa ale fuoi cioè le
trigon e ale p yramidi triagule de pétagóali ale pyramidi pétagóe. E cafeàdo in
piaoqffo femp fifi'rma i.é-póteoTv.conipyramidali.Ddiqli coni vnofia depyramide
pétago na eli altri. $.|ónodele pyramidi triagule. L a ql cofà i aie? fufpefo
pealo cbioabfùrdacbefimilpótefiénoavnpo.E qfto tale.ex.D- ede gràdiffia
abffratióe ede ffbnda j eia che cbi itéde fo nò me la) ciara inerire. Eala fra
diméfióe|èpumecófubtilijfimapraticamixie de algebra ftalmucabala ararinota e
danoinclla nra opa bé demoffracóuicpicilimeapottrlaap bédere.E fimilméte qlla
delo ycocedró tagliato nel ql exagoni e pétagót . fé iterpongào ebe tutte le
mefurea|p,fànno. CTDcl corpo de.t6.bafr e jiio origine piào jblido o ver vacuo
edclo eleuato folido o ver vacuo, Naltrocorpo.ex.D.daligiadicTiafdi dirimile
(étroua detto de.i6.bafi.Dap>icipio e origie ligiadriffimoderi uate.Deli
qli.is.) óno qdrate elatere ereffàgulc el.3. fó no triagule eqlatcrefimilméte
ft eqangule. E qfto tale.ba 4S.lati o "#o linee eba,96.anguli fupnciali
deli qU.^i. j 6 no tutti refti. E ) óno cjtli de le fue.s. bafi qdrate
e.i4.fon' no acuti. E fónoqllidelifùoi.s.triàgulieqlatcri.Eqfri 6.jraIoro cóeor
rèo alacópofitióeiepfodc.i4>anguli folidi. Deli qli ciaf cuo eóftadevno
angulo fupficialedel miglilo ede.3.anguli rec~ti.de.5.qdratL. E dele.4S. fue
linee.i4 fónocóealitrigoniealiqdraripocbedcqlli.is.qdratt afiéi jécódo la
debita oportunitaagióti de neceflita nerefultào qlli.s . rriàguli fòrmafificómo
cbedeglialtriablcifidefoprafédetto.E (origine de qffo fia dalo exacedró
vnifbrmc |lcódo ogni fuoi pti tagliato còrno (imitine' tealocbio la fua
material fórma cidemojrn. E fia lafua fciaimolteconfì derationi vtilijfimaacbi
bri laacomodaremaxime in arcbiteérura e que |toanotitiade fuo
fplidopianoeuicuo. xxxvii,xxxviii.frEl Kj.bafi foli do o ver vacuo datato
recaie in |é a fua fòrmatióe.i44.1ifiee le qli frale» 10 Jicódo la
oportuaexigétiaaplicateiepfocaufàno.jss-angulifujj fidali
£,i6.foUduktwtipyrami4ali, Ddiquali,is.f«nno contenuti da>4>an' PRIMA; 16
guli acuti fuperficialicioecadaun di!oro»E.8.fonnocótenutida.j.acuti £ftacópofìfodiffo
corpo de.i6.pyramidilaterate.Delcq[i,is.jónoqdra gule e.s-triàgule qii tutte di
fòie in tomo Jépojfanodalocbio difcemere £ del precedéte.ió.bafi folido piao
intrinfeco p ymaginatióefohméte co prebefo.Ele fìie.i6.bafi | óno pariméte bafi
dele pditte.zó.pyramidicioe,Le,is.qdràgu[edele,is.pyramidilaterateqdraguleele.s.tnaguledele.s.
pyramidi triagulari.E inqhìcbe modo off o fé getti in (patio piao fcmp in
]u.3.póteo#.cÓipyramidaliftf?rmacbelaexperiétia del fuo màìean' coraatocbio
fatijfara. f^Del corpo de.p.baft piano folido e uacuo. Ra qfTicódecéteméte
ExcD.fiadacoltocareel corpo det to dele. ti.bafi.Del qle einfo megaréfè
pH0nella.14.del fiio.n.apiéo defcriue.Q uefro bécbe babia fùe bafi piàela'
terate e àgulari e di formino e da dire che dakuo deli re^ gulari babia
depédétia ne deriuatóe mafolo fifòra e crea fé códo cbe in dtfif o luogo et
nropfio demolirà, mediate la figura duodecagóacioede.n.latieqli.Edelefùoi bafi
pdi£re.43.fónocj dragule i elatere e i egangule. E fóto bào li doi lati
oppofiti ftrafH ^fo lùo e lalrro polo o voglia dir cono e qli fraloro.E le
altre )uoi.»4.bafi 1 5 no triàgulari in eglatere fimilméte.E di qfie.u.ne}fàno
atorno.Lu dicói c.K.dalaltro.Ecadauadepfèba doi lati eqlicioeqlliche tendào al
poto del polo ifèriore e fùpiore.De qffo ancora fé porrà fcmp formare el fUo
eie uato corno negtialtri f« fcóma pia difòfita delefuoi bafi (èra difficile
fùa fda quatunca alocbio rédeffe no mediocra vagbecca.E caufiriéfé in epfo
p.pyramidi fècódo elnumerodelefuoi.p.baft dele qli pyramidi le bafi jeriéno
lemedefime di q llo.E lui détro ymaginato lafòrma del qle eleua to fi curai fra
qffe màlméte dedure p lafiare la ptefùa ancora alleff ore del cui ingegno no mi
diffido. E qjfo.tx.bafi molto daliarcbitettì fia fi-equé tato i loro difpofuiói
de bedificii p eer ferma afài acomodata maxie do uè occurrefè fiire tribue o
altre volte o voliào dire cieli, E auéga cbe non (émpapóto fé predino in detti
bedifitii tate fàcce pure aqlla fimilitudine Jéregano fquartàdolo jlercadolo 1
tutti modi (icódo elluogo efito doue tal bedincio intedan porre. Alacui
cóueniéria afàiffiimiin diuerfi pti fé' trouaodifpoJfiefàbricati.Cóinodelo
inextimabile antico téplopàtbe on. E oggi dacrijriài nei capo del módo.Larotóda
chiamato fiatnanifè' Jto.Elql cotanta jòlerta iridufrria ede^portioni
objéruantia fò difpofto cbel lue devn folo ocbietto nel fùo fàfligio apto
reliffo tutto et réde fplc dido eluminofo ficientia de di ttcs-fòrme fi coni mo
quella de li.j.eorpi (empiici non potè re per alcun modo efferpiu.efi commo
elnumero de dicli |émplici non fi pò in natura accrejcere.cofi queffe-s.
regularinon e pofjtbile ajégnarne più che de bafi e de lati e de anguli fienno
cquali; e che in f pera collocati toccando vnangolo tutti.toccbino. Perche fé
in natura fé poteffe vnféx' to corpo femplicia|égnareel fummo operici
verebbeaejferffatoile (uè cofè diminuto e Jén^a prudenza da giudicarlo, non
bauendo a principio tutto el bifogno oportuno alei cognofciuto.E per queffo
certaméteenó per altro mojfo comprendo P latone quejte tali commo e diélo a
ciafcu no deli dicTifémpliciatribuiffe cofiargumentàdotcioe commo bnonif' fimo
geometra e pfòndiffimo mathcmatico. vedendo le. 5. varie forme de quefti non
poter per alcun modo alcunaltra che al Iperico tendadela ri bafi e angoli
cornino e dicto equali ymaginarfè ne formare commo in la penultima
del,q.|émo|traepernoialoportunofàducinon immerita' mente argui le ditte
aduenire ali. 5. femplici. Eda quelle ognaitra fbrma dependere.E auenga che
queffi.s-fienno foli chiamati regulari non pero fé exclude la f pera che non
fia fopra tutti regulari $fima«e ognaltro da quel la deriuarjè commo data caufi
dele cau|é più fublimef e in lei non e varie ta a leuna ma vnifòrmita per tutto
e in ogni luogo ha fuo principio e fine edextro e'fmifrro. La cui (òrmaonde |è
caufi qui (èquente ponendo fine a dicìi dependéti lo diremojefùcceffiuamenre de
tutti glialtri corpi oblò' gbucioecbe piulongbi che larghi fonno.
Delcorpofpericolafuafòrmatione. xl. Cap.LVI* Er.moltilajfpera
effatadiffinitachecofklafia. maxime da Dionyfio degno mathcmatico. Pure el
noflro autbo recon fiimmabreuitainlo fùo.rr.la def criuete quella tal de|
criptiócda tutti pofteriori fé aduci} doue lui dici cofi. Ci Spera fia quel
checóteneel vefttgio delarcodelacircu frrentia del merco drcbio ogni voltatein
qualuncbe mo do fé prenda el (émicirculo fermando la linea del dyametro fé
volti atof no eldicloarco.fin tanto che retomi al luogo donde fé comen^o a moue
re. Cioè facto el (émicircu'o fopra qual voi linea (irmàdo quella el diflo
(émicirculo fé meni atomo con tutta fiia reuolutioe quel tal corpo che co fi
fia defcripto (é chiama ) pera.Del quale el centro fia el centro del diflo
fémicirculo cofi circondurrò. dCommo fia elfcmicirculo .cfncTo fopra la linea,
a.b» fncTo centro el ponto. e.e tutto larco (iio fia la parte dela
circunfrrentia, a.d-b.Dtco cbe frrmàdo la diSa linea a.b.qual fia dyametro de
difiro fémicirculo.eql" lo fbpra lei circiiducendo.comécando dal
ponto.d.andando verfo la par teinfèriore e tornado verfo la fùpiore con fuo
arco al di6f o ponto, d. on de prima (é moffe. ouerp loppofito andado verfo la
fùperiore e tornado verfo la fùperiore pur cólarco al difiEo ponto»d. quel
talrotódo1 (nero da; PARS ditto fcmicirculo in fua reuolutione fia ditto corpo
(palco, e fpera ynu ginando corno fé deue cbedifto fcmicirculo grafia exempli
fia vn mc^ p taglieri materialecbealiternon formarla corpo.perocbefolo laico
cir ciidutto noti fa veftigio fiando linea fmca ampicca efjbnditaequeffo a jiia
notitia e caufation e fia detto. Como in la fpera (è collochino tutti
li.s.corpi regulari. In queffa fpera excelfo.D-fe ymaginano futi li.j.corpi re
gulari in qfto mó. prima del tetracedron fé fopra la fua fa pftcie.cioe la fùa
) poglia ouer vefre fé féguino ouer yma ginano.4 poti ecjdiffàti p ogni verfo
luno da laltro.e ql li p.6.linee rette fé cógiongbino le qli de neceffira pa
jfa rànodétrodala ) pera fira armato apóto elcorpopderto in epfrt.E cbi tirajfe
el taglio p ymaginatióe co vna fupficie piana p ogni verfo fécódo diete linee
retteprotratte remarebei-.udo aponto ditto te' tracedron, Cómofacio p queflo
g'iatri meglio feaprédino) jéla difla ) pe ra fbjfe vna pietra de bombarda e
fopra lei fbjfero dt£ti.4-pontt con equi difhntia legnati fé vno lapicida ouer
| carpellino co fuoi ftrri la (tempia p fé ouer ) fàciaffe la) riandò li
ditti-4-ponn a poto de tutta chela pietra are be fncto el tetracedron.
Similméte fé in ditta fap ficie fperica fé legni, s-pó ti equidiftanti fra loro
lim dalaltro elalrrodaluno.E quellicon, u. linee rette fecongiongbino fira p
ymaginatione in ditta fpera collocato el fé" códo corpo regularedetto
exacedró ouero cubo.cioela figura deldiabo' lieo in (frumento dittotaxillo.
Liquali ponti finalmente legnati in vna preta de bombarda amodo ditto. E
quellicontinuati p vn lapicida amo do ebedifopraararedutta ditta balotta a
fórma a cubica E fc in diQafup- ficie |énotino.6.'ponti,pur fecondo ogni loro
cqdifTantiacómofé ditto cbi q1Ucotinuaraouoidircogiogneracon.il. linee rette
fira aponto in di fia fpera fatto el terco corpo regulare detto ottocedron . C
bel fimile fa- fio in fui vna detta pietra ci lapicida duna balotta ara fatto
el corpo de S.bafi triangulari.E cofi (el fi |égnino.u.ponri qlli continuati
per.3o.rette linee ara fimiliter in ditta fpera el quarto corpo detto ycocedron
collo" cato.el fimile el lapicida ara redotta la pkrraal corpo deoo-bafi
trianga lari.E lé.io.ponti fé notino a modo ditto continuandoti pure con.;olù
nee rette fira formato in ditta ) pera. El quinto e nobiliff imo corpo regu
lare detto duodecedron cioè corpo de.u.bafi pentagonali, E cofi el lapi' cida
de ditta balotta arebe facto li medefima forma. Onde cófimili yma ginationi
rutti léranno in l\ fpera collocati in modo ebe lelor ponti arr gulari (iranno
in la fuperficie fperica fttuart e toccando vno deli loro ari' golii» la fpera
fubito nini toccano. e non epojfibile per alcft mó eh' vno tocchi (enea lalti o
qfi dicto corpo in J pera fia col!ocato«E p e} (fa f ria i falli bile porrà
V.cel.ale volte Ccómo noi habiarno vfkto) con.dicti lapicidi
bauerefolac^oinqueffomodo arguado loro ignoraca« Ordinàdoli che de que|Ìfe
fimil pietrene (àcino qualche forma de lati (àrie eanguli equa' li.ecbeniuna
(la fimile ale.s.deliregulari. verbigratia obligàdolia fare vn capitello o
bafit o cimafàa qualche colonna che fia de qnatroo de )éi £cce cqualiamodo
dicto e che quella dele.4, non fièno triangule ouero quelle dele.6.non fienno
quadrate. E cofi de.s-e.io fàcce e niuna fia trian gufa ouer de.n.e niuna (ia
pentagona.lequali cofé tutte fonno impoffibi le.Ma lorocommo
temerariimilantatori dira de far Roma e toma ma ria fé monte* cbemoltiféne
trottano ebenonfànonecurande imparare» centra el documento morale che dici- Ne
pudeatquee nefeiewte velie doceri.El fimile quel carpentieri domandato che
fàrebenon fi trouando pialla.repojé fame vna con vnalrra. E laltro
maràgonedifft la fua (qua dra cjfeie troppogrande per giullare vna piccola
perfuponendo gliango U recti fra loro variarjé» E quello che pojro li doi
vergbette equali in {or' PRIMA 18 ma de'tau. cioè coji.T.m nance ali occhi
fiiot- ora vna ora lattrapitì I oga giudicaua. E altri affai (imili
orpajfonii.Con uno de quefti tali al tempo dela fnbricadelpalacco dela bona
memoria del conte Girolymo in Ro ma in fuapre|énca confabulando cornino acade
di] correndo lafibrica fiandoui molti degni in |ua comiriua de diuerjè fncutta
fraglialtti a quel tempo nominato piflore Meloe$oda Imiti per dar piacere
alajpecula' tione exhortamo Melocco e I o el conte ebe facejfe fare vno certo
capitel lo in vna de queffe |brm e n on chiarendo noi al Conte la difjìculta ni
a fo lo che feda, degna cofà.Eaquefto afénrendoel Conte chiamo a }ecl mac (Irò
e di jf etile fé lui lo fàpefj e fnre.quel rifpojè quefb efl er piccola fncéda
echenauiafàttepiuvoite.Dicbeel Conte dubito nonfbjfecofrt degna comtno li
cómendauamo. Noi pur affermàdo el medefimo giognendo ui apertamente che non lo
fnrebbe per la impojfibilita fopra aducla. E re ' chiamando a )è difto lapicida
C chea quel tempo anco era denominati ) lo redomando |èlo|ncej]~e.A!oraquafi
(beffando furi|é brenta alfi e al non femprefta fnto lo impegnare El Conteli
diflc fé tu noi fai che voto perdere? E quello acorto rcjpojè no male Signore
quel tanto più cba.y» illufirifftma Signoria pare de quel chio pojfo guadagnare
e rima|èro co tenti alegnatoli terni cne>20-di e !ui chiedendo quatto.
Acadccbeguaffo molti marmi e feci vn.o.£-abaco.finaliter ci e ute no lobligo )c
no al da no dele pietre e rimafe ) cornato. Ma no ceffo mai che volfe fape
lorigine delafpofìa.E feppe ej] ere el frate in mó che nò poco racore dapoi
mepor to e trouandome me dixe me|ir mejérionon vi perdono dela iniuria fa
flajénon meinfégnateelmuodoafàrlaeio meli offcrfl quanto valeuo e per più
giorni fopraffando in R orna non li fili vilano. e aprieti de que/
ffeedaltrecoféalui pertinenti. Equelcortejè vol|è che vna degna cappa a fùo
nome mate portaffe. Cofi dico che ale volte fimili a Voffra celfitti dine
forino cagione fare acorti altri de loro errore e non con tante miliari tarie
venirli alor confpeflo quaft ognaltro ] pregiando. Cofi già feci Hie rone con S
imonide poeta.commo recita C icerone in quel de natura deo ritm.El qual
Simonide temerariamente (éobligo in termenede vno dia le j pario fdperli
direaponto che cofÀ era dio ediceuanon effer quella dif iiculta chaltri
diciafaperlo. Al quale Hieronefinito el dicto termenc do mando |ètaueffe
trottato quel ditfe ancora non e che li concede jfealquà to più Ipacio-.Doppo
elqualefimilmente li adiuenne e brenta più ter-' miniinterpofri.quel con^ffo
manco intenderne che prima e rimajé con fi ifo confila' temcrira.Equeffo quanto
in la /pera ajlorolocatione. De li corpi oblonghi cioè più longhi oticr alti
che larghi .Equità excelfo.Dapiena notitia de q'ueffonoftro tracia to
douerjéalcuna cofd dire alor notitia deli corpi oblon ghi cioè de quelli che
fonno più longhi ouero alti che lar gbi. Si commo fonno colónee loro
pyramidi.Dele qua- li piuforte deluneelaltre jè rrouano.E pero prima diremo
dele colonneefuoi origine, pof eia deleloro pyramidì. Le colonnefbnno de doi
fncife.cioe rotonde elaterate.fi commo le figu- repiane.altrefonnocumilinee, e
fonno quelleche da linee cume ouertor tefonno contenute- E altre fonno dette
recTilinee.e fonno quelle che da li neereflefonnocontente.La colonna rotonda e
vn corpo contenuto fra doi bafi circulari equali-e fonno fra loro equidiffanti la
quale dal noffro philofopho nel vndecimo cofi fia diffinita cioè la figura
rotonda corpo rea.delaqual le bafi fonno doi cerchi piani in la extremira e
crajfitudine cioè a'tecca eqli fia el ueffigio del J?ale!ogràmo rc6f àgolo
fermato el Lato che cor ene lagol recto.Ela dea fupficie circiiducla fin tato
che la tomi al . luogo fuo.E cbiamaléqfta figura cotona rotóda. Ori dela colóna
rotóda «de la j J?a edel cerchio fia vn medefimo cétro.^bi gfa. Sia el
palelograo D ii PARS a.b.c.d.cioefupcrrrae quadrangola de lari equidifranti
edeangoli retti. E fermile ellato.a.b.el quale cofi firmato tutto el
paralelogramo fé meni atomo fin tanto ebe retorni al fiio luogo onde comeneo
amouerfèla fi' gura adonca.corporea da] moto de qucfto parai clogrammo de)
cripta fé chiama colonna rotonda, dela quale le bafi jònno doi.cercbi . elo
centro fia el ponto.b.elaltro e quello ebe fn la linea .d.a. nel fuo moto ouer
gira re.elofùocctrofiaelpóto.a.elaxedequefta colóna edicra lalinea.a.b. laql
fra ferma nel mouiméto del parale' ogramo, Efè.noivmaginaremfS
crparalelogramo.a.b.cd.quàdo el puéga co! fuo girarea! fìro.a.b.c.f. co
fi'congiógaal ftto donde comencoamouerfi fecondo la continuatione
dclafuperficie piana; cioè che tutto fia vn paralelogramo. d. c.e.f. ft ebe
babiamo n>enato in epfo el dyamctro.d.e. el qual dyametro ancora.d»
«.firadyametrodelacolonna.Q uello ebe fé dici dela colóna ede la jpe' ra e del
cerchio eflerevnmedefimo centro: (è deue intendere quando de queftifia vno
mcdefimo diametro; verbi gratta» baueme dicrocbe.d.e. fia dyametro de quefta
colonna. A don cala J pera e lo cerchio deli quali el dyametro eia linea .d. e.
fia neceffario che babino vn med efimo cen' tro conio
centrodelapropofTacolonna.Siaadonca che lalinea.d. e.ài' uida la linea.a.b. nel
ponro-g. e. ftra. g- centro dela colonna . Pero chel diuide laxe dela colonna
perequali e ancora el diametro dela colonna {? equali che (è prona perla i6.del
primo, pe. che li angoli ebe fonno al. g, fonnoequali perla-K.del primo. Eli
angoli che fonno al.a.eal. b. fonno recìi per la ypotbefi, Eia linea.ad. fia
ancora cquale.ila linea. b. e. Onde d.g.ftaequaleal.e.g.Ecofi.a.g, equale
al.g.b. E conciona che li angoli c.g.f, fièno recìi )é fopraal ponto. g.fècondo
ci j pacio.d g.e incora (opra la linea, d.e.jcfnciarvn cerchio epfopajfàra
ptrlaconuerftdela prima parte dela trigefima del terc;o per li ponti. c.f.f.
Onde el ponto. g.fia cen- tro del cerchio del quale el dyametro e dyametro dela
colóna. E pero an cora e dela (pera. E per qucfto fé manifèff a che a ogni
paralelogramo re' ciangolo el cerchio »e a ogni colonna la ) pera (è pò
circuii) criuere. E cofi fia chiaro quello che bavoluto'proponere a noi quefto
tbeoreuma del nofrro philofopbo in dieta diffinitióedela colonna rotonda.
Delaqua le fin qua fia fufficicnte e fequendo diremo delelatf rate corno
fò,pme)fo. Delecolonnelaterateeprimadeletrilatere. xlvi.xlvii.Cap. L I X.
Naltra ) pecie ouer forte de colóne fonno detfe latcrate.de lequali la prima e
triigula dela quale le fuebafi cioè (ùpre ma eifrriore;fonno doi triàguli
eqdifrati fra loro faccio (alterca dela colóna còrno la q figurata, Dela qle la
balt fupma fia el triagulo.a.b.c.ela inferiore el triagulo.d.e.f. E quella
fimil figura dici einfo aucToreeffer dieta corpo sfratile e fiafimileal colmo
de vn tecro de vnacafach babia.4.fncce ouer pareti che foto da doi canti el fuo
tecro piouatcommo locbio demo (tra epoffono effere le bafi equilatere e non
equilarere. E de fimil colonne le 3.fitce fonno fèmprepara!elogramecioede.4.
lati e rettangole; fi che di' cTo corpo fératile fia contenuto
da-5.fuperficiedelequali,3, fonno quadra gule eie doi fonno triangule.
Deleco'.onnelateratequadri'atere. x'iii.xlvi. Cap.LX. Eie laterate la, feconda
forte fonno quadri'atere e ) on" no quellecbe bano Icdoi bafi amodo dicto
quadrangu le equatroaltrefuperfictc chela circundano fonno purq
dri'atereequidiftati traforo fecondo loro oppofitione. e quefte fìnnlméfe ]
onno ale volte eqrilatere aleuolre i U equilatere |écondo la difpofltionedele
lorbafi.peroche de'e figure piane qnadri'aterercfti'ineefà|ègnano.
4.fort>tluna detta q> drato.e fia quella cheli lati rutti ha equali eli
angoli reciti coturno qui dacanto la figura. A. La' tra detta tetr.gon 'ongo e
fia quella che bali la' ti opposti equali e li angoli fimelnuote retili ; ma e
più .longa ebe larga. tf le ) peciedele colonne laterate poflano in infinito
acre j cere fccódo le varietà dele figt»' rerectilineede più e manco
lati.Perochede ogni colonna laterata con' nengano le fuoi doi bafi.rioe
fupremae inferiore de neceffita effere doi fi gurereflilineefìmilt.cioechcconuégbino
nel numero de latichenó fbf je vna triangola e lairra tetragona.eancora elatere
ft egangole fia loro ala vnifbrmita dele colonne quatunca diuerfamétefneino
varietà inep* fé formandole aleuolte equilatere e aleuolte inequilatere. Per
laqual cofà non me pare in diele pia oltra extéderme ma foto indure a meri
.Oria che la loro denominarionefémprc derina dale bafi.cioe fecondo Jèràno le
ba fi.cofi fonno dette, verbi graria.féle bafi fonno triangulc. commo fb difo'
pra nel corpo |èratile fé dirimo triagulc. E |é firàno tetragone ouer quadri'
laterefiran©dicIequadrangole.E|épentagonepentagone.Eléde.6,lari iranno chiamate
exagone § fic defingulif.JWa fièno le bafi di che qualità fé voglino jémprele
fàcce da cia|cuna firàno tetragone reclagoIe.E delu naedelaltrafinquale lor
forme materiati alochio demofbano quello fé diflo al numero p loro tauta pofto.
E anco in queflo difetto in figura piana in ffpefliuaal medefimo numero corno
porrà. v.celfu vedere. Del modo a mefurare tutte fòrte colónee prima
delerotode«Ca.LXJ l. Onueniéteméte ormai elmo afdpere mefurare tutte fbc'
tecolonneme parféponga.aucgacbeapieno decio nelo peranfagràdenabiam
traflato.purfuccincTeqf» vn ceri no a.v.celfirudinelo induro e prima de tutte
te tondeper le quali q)Ta fie regola generale.Prima fé mefùri vna dele fùoibafi
recandola a quadratotjècondo e 1 modo fxima no dal nobile Geometra Archimede
tornato pofro nel fùo volume fùt> rubrica de quadratura circuli.ein lopera
nofrra gràde aducTo co fùa demo (trattone cioè cofi.Trouijé e! dyametro dela
bafà.equello fé multiplkbi in |è del predurtojè prenda linciceli yndeci
cuotordicefimtouer qua D iti PARS ter dedmi.e qnetli multiplicati per ta'te$a
dela colonna queffulrimo prò duolo fta la nwjfa corporea de tutta la colonna,
verbi grana acio meglio (kprenda-Sialacolonnarotonda.a.b.c.d.lacuialttcfa.ac
ouer.b.d.fia io. Eli d yametri dele bafUuno.a.b.e laltro.cd.ognuo t- Dico che a
qua drare quefta e ognaltra limile fé prenda vno de dtcli dyametri qual |é fia
a.b.ouer.cd.cbe non fa cafo fiando equali.cioe, t,e queffo. t.|é deue mut
tiplicaretn(émede(lmo fàra^.edequeffodico |è prèda li.j^.cbcfonno
38£.Equeffidicofémultiplicbicótra (altera ouer longbej^a de tutta la
colonna.cioe cótra.b.d.ouer.a.c.có'ponemo.io.fnra,38S.e tanto diremo tutta la
capacita ouer aria corporale de tutta diclfa colonna. E voi dire q Jfo cafo
excelfo.D.cbe fé quelli numeri iportano braccia diche forta fé vo
gUainep|AJirano.}ss.quadretini cubici.cioecómodadip ogni verjb vn braccio.cioe
longbi vn bracciolargbi vn braccio, e alti vn bra$o. corno la figura 3 laterali
demoffra.E coft |é difti numeri iportino piedi tati qua' ti deli braccia fé
detto.e fé paflfa paffa.e palmi palmi.tt fic de fingulir . E re foluendo difta
colóna in cubi |é'ne fàrebe.3ss. E queffa bacialo intéto p jénte.NÓ dimeno ala
quadratura e diméfione de diclc bafi,circulari mot ti altri modi fé dàno che
tutti in vn ritomano.quali p ordine i di#a no (Ira babiamo adufli.El pebefi
prèda di&i. ^.cioedele.H.partt dela mul riplicatióe del dyametro in fé in
ogni cerchio fifn.percbeglie trouato co molta aproximatióe.p Archimede cbel
cerchio in cóparationc delqdra to del filo dyametro fia corno da.n.a. 14. Cioè
fél qdrato del dyametro (0ffe.t4.el cerchio (érebe.n.bencbenó ancora p alcun
fauio co precifióe. ma poco variai corno qui alocbio in la figura apare cbel
cerchio fia man co che diffo quadrato quatofónoti anguli dedtffo qdrato cbel
Cerchio delfuo fpacio pde li quali anguli de tutto el qdrato fon
li.]vcioedele.r4. parti le. j. Ele.ir, vegnano a cflere cóprefé dal fpacio
circularc.como apa ' re nelqdrato.a.b.c.d.cbe li fuoi lati fàguagliano
aldyametro det cerchio cioè ala linea.c.f. cbepermeccolodiuidepaffmdop lo
ponto, g.detto cétro del diffo cerchio commonelpncipio del fuoprìmofinarrael
pfio noffro. E quef!o dele rotonde. fTDel mó afÀpermefurare tutte
colónelaterate.xlv.xl vi. Ca.LX III. Oftrato el mó ala diméfióe dele rotóde
|ègue qllo dele la terate.Perleqli fimilméte queffa fia regola generale e co'
pcifione.ciocche fempre fé quadri vna delefuoi bafi qual |é voglt3 e quel che
fn poi fé mulripliebi nellaltc^a ouer longbcc^a dediftacolóna.Eqffo vltimo
fduelo apóto fia fua corporal maffa ouer capacita. E fienno de quante fé
voglino fàcce e mai fnlla.Cómo verbi grafia, fia la cotona laterata te' tragona.a.b.laqualftaalta.io.defuoi
bafi cadaunafia.6.p ogni verfo«Di co che fé quadri p"ma vnade
dicfebafi.cbeperejfereeqlaterefémcara vn dilati in
(é.cioe.6,in.6.fà.36.equeffoapQto fia ci fpacio dela bafd. Ora dico cbeqffo |é
mulripliebi nellaltefca ouer tógbecja de tutta diila colò'
na.cioeinio.fnra.360. E tanti braccia ouerpiediaponto ftra quadra di'
flacolóna.amodocbedifopradelarotódafédiflo.Ecofifè lefiioi bafì fbffero
inequilatere o altramente irregulari pure fecondo le norme date p noi nela
difta opa fétnpre fé quadrino e in lor altera el fduclo |é multi plicbi.Earaffe
elquefitoinfàllibelmenteinciafcuni.'Eperexpeditione de tutte (altre quefta
medefinn regola |é deue féruare.o fieno trigóe o pi' tagone o exagone.onero
eptagone.ft fic de fingulif .cioè che |écódo la exl gentia dele lor bafi quelle
fé debino prima mefurarc. Se fonno triangole per la regola deli triangoli.e fé
pentagone per le regole de pentagoni, e fé exagone fimtlmcte.Detequali forme e
figure le regole diffufe in dieta no ffra opera fonno afjìgnate.alaquale per
effer fàcile lo aceffo per la lor co' piofd multinidine fhmpata e per lumuerfo
ormai diuulgata qui no airo altraméte adurle e cofi a difte colóne porremo fine
e (équedo diremo de lòrpyramidi. C^Delepyramidt ettittelorodfie.lviit. wm
Equità in ordineexcetfò.D.douerdiredele pyramide e lor diuerfita . E pina de
cjlle che fonno dette pyramidi ro tódeepoifucccjfiuedélaltretutte.Eapiena
notìtia dire mo col noflro pbilofopbo nelfuo-n. la pyramide tonda eflere vna
figura fetida e fiati vejtigio de vn triangolo reff angolo fermato vno deli
fuoì lari che contégano lati jol reff o ecirconduff o fin tato che tomial luogo
dóde fé coméjo a mo tierfé e |él Iato férmo fira equale al lato circunduff o
(ira la figura reff ango la.E|élfira piulongofiraacutiangola.efélfira più corto
fira obtufiango la.Eloaxedediffafigura e illato fixo ouer férmo, eia fua bajé
fira vtt cerchio. E chiamali q|ta piramide dela colóna rotódo. Verbi gfa acio d
diffo meglio fàpréda Sia el triagulo.a.b.c.del qual làgol.b.fia reff o e fia
rilatochefifÉrma«a.b.elqualfèrmatovolti|éatorno difforriàgolo fin tanto che
tomi alluogo onde coméjo a mouerjé.Q uella tal figura ado' ca corporea la cjl
fia def criptaouer formata da! mouiméto de qfro trian'
goloediffapiramiderotonda.Delaqlefonnoj.dneouerfpé, Ptrocbe
aftraereffagola.altraacutiagola.Iaterjaobtufiigola. Eia p'ma fé forma qn
etlato»a.b.fèfle eqleaIlato.b.c.Efi3cbe lalinea-b.c.qfi co lo girare del
triàgolopuégaalfitodela linea. b.d.i mócbelpóto.c*cagiafòpra el póto.d.e douéti
vna medefima linea.E qffp féitédecbe lei alora je cógió ga al fito dal qle la
coméjo a mouerjé fécódo la reff itndine. E fira qjTa li' neaqfi lalinea.b.c.d.E
pcbep Ia.3z«delp'mo.epla.s.deldiffolagolo»c. a. b.fia mita de reff o.fira
lagolo.c.a.d.reff o.e pero qjf a tal piramide fira detta piramidereff agola. ma
fel lato.a.b-fia piti légo dcllato.b.c.fira acu tiagola.pocbe alora p la..u-del
p'mo. epla.19.del diffo fira langol.c.a.d. menore dela mita del reff o.E pò
tutto lagol.ca.d.fia menore de reffo e acuto.Ondiffapiramidefiaacutiigola.eféllato.a.b.fia
menore del la' to.b.c.firalàgol.ca.b.magiordela mita dereffo pla.ji. delp'mo.ep
la t9.del diff o.e tutto.ca.d.ql fia dopio a epfo.ca.b.magi ore de reff o e ob
tufo. Adóca la piramide alora cóueniéteméte fia detta obtufiagota.'E la
jcedecjffapiramidcfia detta la linea.a.b.ela fiia bafà et cerchio deferipto
dalalinea.b.c.coficircuduffafopraelcétro.b. Efiadettaqffa piramide dela cotona
rotóda.cioe de qlla che {ària el paralelogramo che nafcejfe
-rdeledoilinee.a.b.fE.b.c.ftaédofixo el lato.a.bcómo defopra dela colon
rnarotódafbdiffo.eqflo dela piramide tèda efùedrieal^pofitofdtiffà'
;cia.Edelattrefédica. ITDelepiramidilaterateefùediuerfita.xlui.xluit. E
piramidi laterate excel. D. fono de ifiniteforti fi comò le varietà dele lor
cotóne dóde bano originecómo apqo cócluderemo.Map'ma del nro pBo poniamo fua
decbia ratióenel fùo.u.pofta.Doue dici la piramide laterata ef |ér vna figura
corpeacótenuta date fiipftcieleqli da vria in fòre fono eleuatei fu a vn poto
oppofito . Elpcbe eda notare che in ogniptramìde laterata tutte leftipficie che
la circudano ex cepta la fila bafei fé fu leuano a vn ponto el qle fia diffo
cono dela pirami de.e tutteqffe tali fupficie laterali fonno triàgole.eal più
dele volte la lor bafànóetriagola.cómoqin linea
apare.Iapiramide.A.triangoladelaq leelcono.B.elapiramidcDqdrilateraelfùo
cono.E.ela piramide péta gona.F.el fùo cono.G.e cofi feqndo i tutte e meglio i
fùafpria fórma ma poto affualmétein vna dele bafi dela colóna laterata onero
imagtnàdo lo.e qllo cógiognédo p linee rette co cadauo deli angoli reff ilinei
de tal trabafi de diffa colóna oppofita.aloraaponto fira formatala piramide de
dieta colóna da tate fùpficie triagulari cótéuta qua te ebe i la bafà de di tta
colóna furano linee ouer lati, e firano la colonna eia fua piramide da mi
medesimi numeri denoiate-cìoe fé tal colonna laterata /Ira trilatera ouer
triàgula Lapiramide ancora (ira dieta trigona ouer triagulare. e fé dieta
coloni fta quadrilatera eia fua piramide fira dieta qdrilatera. e fé pétagòa
pétagòa.f fre de reli^r.El ebefe màifrffa cònio dinace de diete coiòne la
terate fo detto lor j pé i i finito poterfe meàre |>o la diuerfita e
variatióede leloro bafi recti lineecofidicumodouereaduéiredeleloropiramidilate
rate.conciofucheaogni colóna ouer cbilyndro refpondalafìiapyrami de o fu
rotonda o fui laterata, E quel ponto cofi ne!a fua bafa (rnnato no neeejf
ita.cbe de ponto fìa nel mego de dl£f a bafà fituato pur ebe di quel la non ej
ca non importa.pcrocbe con dtfle linee protracie pur pyramide fi
caufa.auengacbequclla tirate apóto al ponto medio fi cbia mi py rami de recla
auuello.e laltre fé chiamino declinati ouer cbine, S óno alcunal'
tredettepyramidi curte ouer trócate.e fonno qlie ebe non ariuano de pò to al
cono.ma li mica la cima e ( on dette f capecce oner tagliate e de tate forti
fonno quejf e (imiti quante le loro integre e cofi de nomi o tonde o
jateratecómo qui in linee apare la tonda tronca. A- La corta triangola B.la
tagliata quadrangola.CE queffo mi pare/la alor notitiafufjiciéte. £ féquendo
aprefto diremo de loro ligiadra mefùra . ^Del modo e via a fàper mefùrare ogni
pyramide. • A quantità e mefùra giufra e
precifd. ExcelfcD.de cad-iu na pyramide integra o fia tonda o laterata fé
bauera dela quantità dcle loro colonne in quefro modo. Prima tro uaremo larea
ouer fpacio dela baffi dela pyramide quale intendemo mefurareper via deleregole
date difopranel trouarcla majfa corporale de tutte le colóne e tonde e la
terate. E quella trottata multipli caremo nel axecioealte^ade dieta py ramide.E
quello che farà fira la capacita de tutta la fua colóna. E de que> (fa
vltima multiplicatione fèmpre prederemo el.f'cioe la fua terca parte, e quel
tanto aponto fia la quantità corporale dela detta pyramide e mai (alla, verbi
gra.fia la pyramide rotonda.a.b.c.delaquatela baffi fia et cer cbio.b.c.el cui
dyametro e *.el fuo axe.a.d.qual fia.io.dico ebe prima fi quadri la baffi corno
difopra in la colóna rotonda fò fn£ro. peroebe corti mo fé dicTo dele colonnee
dele pyramidi fièno le medefime bafi eie me' defime altere. Aremo p la
fùperftcie dela bafrt.jsi. qual multiplicato per Iaxe.a.d.cioep.io.fàra.js5.pIa
capacita de ratta la fua colóna. Ora de q> ffo dico che fi prèda el.f .ne
uen usi- E qflo fia la quàtita de diffa pyrami de El pebe e dinotare p la
pcifioneaducìa ebe nelle rotonde a numero cóuengano refpódere fecondo la
pportione finora trouata.fàra ctdyàme tro eia circufrrenria' E p quella de
fopra detta Jra.u.e. 14. Le quali còrno in quelluogo fé diffe nò fonno co
precifione ma poco varia p Arcbimc de trouata.Ma nò refta ql'o ebe diclo
babiamo ebe la pyramide rotóda in quàtita ito fiaapontoel. ~ dela fua colóna
rotóda.Bécbe aponto anco ra p la ignoratia dfela quadratura de! cerchio fe
numero nò fi pò jfa con j> cifione exprimere.ma el fuo.i.e.E diffa colóna
fia el fuo triplo. cioe.3,ta todela fua pyramide.cómofepua p la.g.del.n.Ma le
altre tutte laterate p numero aponto fé pojfanoajcgnare per eflferlelor bafi
refitilinee.E cofi còrno dela rotóda fé fnffo ci fimile de tutte laterate fé
debia obfémare pò ebe cofi de cjffe in la-s.del.ii.fépua che le fonno triple
cioe.3.tàto dela lo* ro pyramide. E quello a loro fùjf iciétediméfionc fia
difro. f^c'ómo dele laterate aperto fé moffra eia/cuna efferefùbtripla ala fùa .
Et!a.6.del.B.ejrce!fo.D.eln?òpf3o conclude el corpo fé*
ratileelqualeelaprimafpeciedelecolónelaterate-cómo defopra fo detto
qlIoe)ferediuifibilein»3.pyramidiecjli defe quali le baft cadauna fia
triangola. E p cóféquente el difr o corpo fia triplo a cadauna de qlle. E con
queffa eui déria fé mojfra ogni pyramide efferfubtripla al juo ebe' colonna.
PRIMA ir lincfro ouer eotonrta,E de qua nafci la regola (opra data cbedela
quanti fa de tutta la cotona fé prède el.flaqual cofd nelle colóne rettilinee
cbia^ ro appare.perocbe tutte quelle fonno refolubili in tanti corpi Ceratili i
qua ti trianguli fé po)|ìno le lor bafi diff inguere* e de tanti fémpre quelle
.tali fcnnó difteefj'ercópofte corno ila.s-del.tt.fiaipuato. Ondela colonna
quadrilatera.delaquale la bafa per ejfer quadrilatera |é re) olue in doi tri
angoli jptrabendo in qllalalineadyagonale.cioeda vnàgolo oppo/ìto a laltro.E
fopra quefti tali triangoli féymaginano e anco aftualmente Jé fe doi corpi
(eratili . E pcbe ognùo fia triplo ala fùa pyramide jèquita am' bedoi quelli
ejfer tripli ad ambe due le fùoi pyramidi. Ma ambedoi li fè> fatili fonno
tutta la colóna quadrilatera.adóca le doi py ramidi deli doi fératili [onno
el,f,de tutta diSaeolonna.Equefte doi pyramidi fonno vnatotaleaponto de tutta
la colóna (icommo qllilortdoi {natili jbnno tutta la colóna.per ejfer quelli le
doi parti equali e integrali de dieta co* lonna.Si che la regola data né pò
fàllirep. tutte le ragioni addufte. E fi' tnilméte el medefimo ejfeff o fé
manifèfra ji cadaunaltra colóna laterata comò anco dela. j . lor J perie detta
pentagona delaquale la bafa fia refo' tubile in^.rriangolieper quello féditfo
tutti la colonna in,3.corpi fera* tili.deti quali ognuno e triplo ala fùa
pyramide. e perquejfo tutti, 3. fon tripliatutte.;.lorpyramidi.equef!einfiemi
voglian dire vna de tutta la colóna.fi coturno li lor.3 .(èratilirefàrtno tutta
la colóna.'E cofi el me defimo in tutte laltre difcorrédo.E la
dicfarejblutionede bafi in triigoli in la.31.del primo fé demoffra . Doue fé
conclude ogni figura poligonìa cioè de più angoli e lati effere
Jémprerefòlubile in tanti triangoli quanti fonno li fùoi angoli ouer lati men
doi. verbi gra.la quadrilatera ba.4.an
goli.eperconjéquente,4.latiepfÀfiare|blubile in doi triangoli almaco. cioè ala
menore (ùa refolutióe ebeapare fé in quella fé tiri vna linea reffa
davnodelifùoiangolioppofitialaitro.commoqui inlaftgura fi vede
deltetragono.a.b.cd.elqualfiadiuifo in lidoi triangoli.a.b.d.£.b.cd.
datalmea.b.d.laqualeinlartenadettalinea dyagonale e anco dyame' tro.E cofi la
pentagona fé ref olue almanco in.3.triangoli. cioeperrego' la generale in doi
triangoli menocbenonf onno li fùoi angoli ouer lati laqualcofÀ aparera fé da
vno C qual fia) deli fiioi angoli ali doi altri oppo (iti fé menino doi linee
reScCommo quinella figura.a.b.cd.e. pétago Ita def cripta fia fnfito. Nella
quale dal fùo angolo.a.ali doi oppofiti.c, £ detraetele linee fia refoluta in
li.5»triàgolt.a.b.c.a.c.d.ff,a.d.e.Eogna ria de dictelineenellartefi cbiama
corda de [angolo pentagonico» E cofi leexagonejérefoluanoin.4.triangoli f fìc
in reliquif.Si ebe molto ex' celf o .D.fiamo obligati agli anriebi ebe co lor
vigilie le menti nf e bano delucidate maxime al noffroMegarenfè Euclide
ebeinfiemi ordinata' méte recoljè deli pajfati e dele fùoi agionfé in queff e
excelléti jftme cAfci' plinee fciétie matbematici contante diligéti fuoi
demofTratiói.commo aparein tutto fùo fùblime volume. El cui ingegnonon fiumano
madi' «mojé dimoffra. Maxime nel fuodecimo nel quale veramente tanto lo
extoljèquantoalobumano fiapmeffo euófo comprenderecbepiu alta métebauefle
poffuto dire de quelle linee abffrachfjime irratióali la cui fcìentia e
jfbndifjlma ) opra ognaltra al iuàicio de chi più ne (À. E dele pyramidi
integre quanto al propofito afpecti qui fia fine. CCommo (è mefurino le
pyramidi corte. Erlepyramidicorteouer fcapecjelaloro mefùrafé tro' uà mediante
lelorointegre.alequalicommo lo imperfè cto al fùoperfrcto féreducano in queffo
modo.Primala dieta corta la rcduremo alintera fin a! fùo cono col muo do dato in
la noffra opa ptiblica. E quella tale intera me fùraremo perii
modidenanctdetti.earcmocbiaro tutta fùa caparita qual faluaremo.Dapoiprenderemo
la me/ii ladeqtttltapyrajttideliacbe jb a^iótaala [capeva perirla intera pur co
PARS li modi d3ti.ela quantità de queffa pyramtdefla eauaremodefa guarita de
tutta la gride che jcrbàmo. El rimanete de neceffita viene a eflere la bare
nece;|é .Q h col fùo fol guardo fana e alcgra ogni vifla turbata e veraméte fia
ql fole ebe fcaU da e lumina luno e laltro polo. E ebe più di lei dir fi pò
oggi fra mortali? fé no che la fu fola qete e refrigerio.nó ebe de I talia ma
de tutto el xpia/ niftmo.Qu ella f ptédida ampia magnifica e magnanima a cadaun
fé mo (fra. In qlla emi|èrirordia i quella e pietade.i qutlla magnificentia in
ql la fiduna quarnel-, Pero fi cw macocóueniétia ebe Ottauianoal fuo tépo i
Roma dela pace vniuerfil fi fèjfe qlla el fuo f«icwti)Jìmo de gre a memoria de
tate ifaaincltta cit» PRIMA- ^- Ai- de Milano ha co jmifto.Eqllo ala giornata f
tutti modi acTomarlonó(é réde fina e i ogni fùa oportuna idigéria fiiuenirlo.E
qffo filanto difcorfo £goleftorecbealadulatióenó!atribuefca.dalaqlefip.
naturacómo per la £ fèffioe fo altutto aliéo»Perocbef? diete qdra'
totetragonológoróboeróboideepaltronomeelniuaymefimlealel' muaym. E bcebeogni
figura de lati pari babia lati oppofiti eqdiffanti co mo lo
cxagono.octagono.decagono.duodecagono. ealtre ftmili . non dimeno que!lc-4.fe
bano particularmente aintendere. €Tr>yagonalcp*ncipalméte (éintede vnaltnea
recta tirata da vnangulo alaltro oppofito nel tetragono lógo cbe lo diuida in
doi parti eq i a dfa del q\lrato>Eancoranel rombo e romboide |cvfitarocofi
chiamarla» ■ CTCétropprìaméte fia dicto nel cerchio ql poto medio nel ql
fermando fi pede imobile del (éxto labro giràdo el cerchio fé de| crine co la
linea di età circiifrrétia ouero periferia. E da ql ponto tuttele linee ala
dieta circu frrétia menate fra lorofonno eqli.JVIale vf* ancora in laltre
figure recrili nee dir ceno elpótomcdiodi lorfupftcie.cómoneli triagoli qdrati
péta goni exagói e altre eqlatere e anco eqagole cbe da cbadailo de li loro an'
golial dicto poto le rectef traete tutte fimilméte fra loro (iranno equali,
flTSaetta fia dieta qlla linea recta che dal poto medio delarco dalciia por
tióe del cerchio fi moue e cade a (qdio nel me^codila fiia corda, edicifr
fletta rejpecto ala parte dela circiìfvrétia cbe fi chiama arco a fiinilttudme
dehrcomiterialecbeancbevfàdictiò.nomi-cioecorda.arco.e fretta.
flCEbencbeakiffimialtrt vocabuli fièno vfitatideliqliapicnonela gri doperà nfa
babi arno trac~f ato.nó mi atro q adurli ma folo qf!i ncces|drii ah
intelligétia del pntecompédio a. v.ccl.me parfo adure el qle (è con ta to
numero de carri nò fia condufo.in i non de mcnorefubffàtia e alrifft me
fpeculatiói in epfo fé trattato- E veraméte Excclfo. D.non métédo a v.cel.dico
la fpcculatóede'.i tnathematici non poterle più alto virtualmc te
extéder|é.aucga cbe aloiolte magiori e menori acigino leqtita.E in q
frielnrop'r3oMegaré|éconclu|éetermino tutto ci fuovolumede Aritb metica Geometria
.pportieu e fportióalita in»xv. libri pirtiali difrincto còrno alo irelligéte
fia chiaro. E peronópocagraedignita acre]eera ala voffra pfàt idiguijfima
bibliotbeca c'mo dinifein la nra epistola dice mo.f eflferlui vnicoefolo
ditaleordieemàcópoffo.eaniunfinq (|àl> uoa.vcel.) ituttolo vninerfonoto-E
qui nela iclita magna v?a cita de Milanonó co rnedioaiaff ani dóghe vigilie
fottolóbradecjlfa.edel^» quanto figliuolo mìoimmeritameute peculiare
efìngualrepatronclllu. S.Galeacco.StS.deAragoniaaniunonelemilitari pofponédo. E
delc no|fre di| cipline fummo amatore! maxime ala giornata dela ajfidua jùa
teaionediquel[eguffandolutilifftmoe^iauefì'uc1fo,E(iapconclufionc del noffro
proceffo la burnii venia e debita, reuerétia del ppetuo (cruo de
voftracelfifudineala quale infinitamente, in tutti modi/è recomanda. Q uè ite£
atq, iterum ad vota félicilfime valete Finir adi.i4.decébrein Milano nel nofrro
almo conuéto.M. ccccxcviu Sedete (ùmmopontificeAlexàdro.vi.delfuo pontificato
anno.vii. p7fT-A.li|uoi carij.difcipuli ealieui Cefàro dal fdxo.Cera delcera.R
ainer ì ' fràcefeo depippo.Bernardio eMarfilio da móte.e Hieronymo del fèccia /
rino ecópagnidel borgo San Sepulcbro degni lapicidide fcultura.e ar'
cbiteftonica acuita folertijfimi)éctatori.Frate Luca paciuolo fuoconte' *aneo
ordini; Minorum € fiere tbeologie ffrffor. S . P . D. S fendo da voi più volte
pregato ebe oltrala pratbicade .Aritbmetica e Geometria datoui infiemi ancora
co quel le dar viuoleffe alcuna norma e modo a poter con jcquire el vofrro
dijiato effeffó delarcbiteffura non poffo ( qua tunqueoccupatif fimo p la
commune vtilita deli pienti e i futuri in la expeditionedele
noffreopeedijcipline Ma' tbematici quali (o con ogni f blicitudin e in .pcinto
de loro imp jf ióe) ebe fé non in tutto ma in parte non fati) fàcia ala voffra
bumana preghiera» rnaximequanto cognofeero al p pofito vofTro neceffario. Onde
conpré dojèneadubioCcommenellaltrecommédabiliparti femprevefete con ogni fTudio
exercitandot-e delegati) cofi in quefra con più ardente de/i-' derio fiati
difpofTi.Pero recti flmdoogni altra impfi mi fon mtffo tutto fntijfimo
volerueCcomme editto) almàcoin parte fatiffàrui. Non con
intétoalp|èntedefimilearte;imofciétiaa pieno traétare reféruandomi
colaiutodeloaltiffimoa piucómodi tépi eociocbeatali difciplinefk fpeflano p
ejfer materia da coturno enó da (ioco. Si ebe vipgo ebein' terim con qfto
opando non ve (la tedio lafpecìare del qual ( (e pegio no aduiene) fperoinbreue
Jirete apieno damefeitiffaffij e anco con quella jpmttto dame pienanorttiadepfpeftiua
mediami li documen ti ddnro conterraneo e contéporale di tal (acuita alt tempi
nojrri monareba Mae JTro Petra de fracef chi dela qual già feci digniffimo
cópédio.e pnoibh apfo.E del filo caro quato fratello MaeftroLoréfo canoco
daLédenarat ql medeftmaméte in diclfa (acuita fò ali tipi fiioifupmocfól
dimofTràoJ? tutto lefuefàmoféojjefiintarfìaneldegno'corodel Sàflo a Padua e fua
fàcrefria.e in Vinecia ala Ca gràde cóme in la picTura neli medemi luo : ghie
altroueafdi. E ancora al pfénte del'fùo figliuolo Giouanmarcomio tarocopare
elqlefummamétepatricacómelopefue in Roico el degno coro i nro cóuéto Venegia e
in la Miradola de arebiteffura la degna fbr teccaconruttaoportunitabeneintefAe
decontinuo opandonel degno hedificio auitenel cauar canali in Vinegia fé
manifèfTa. Si ebe ciafeuno di voi ne (Ira in tu ttofitif fa
ctotbencbealprefèntenefciateafL'fJìcientia bémonitifc.Bencvaleteeavoi tutti
merecomando. Ex Venetiij fcal. Adaii.M.D.VII JJ. Er ordinedel vofTro dtfìderio
tirolo infra fcripto modo vidi licet.Prima ditiideremo larcbitecTira 5 tre
parti p*n' cipali deli lucgbi publici ebe luna fia deli templi ftcri.lal -.,
trade quelli deputati ala fdlute e defrnfionc dele piccole g j
egradireprb'irbeedelilucgbi ancora prirati e particula ri la ferca deqnelliala
fpria oportunita necefjariideli p' priidomicilii quali ci bano dalecojé
contrarie e ali corpi ufi nociue f m' prea defrndere.Pero che in quefle e
circa, qnefredifta (acuita fu e fw^e ex tendeftc.fT Inlequab dilerTjfprm mei al
pfénte volédo intraretroppo longofeKbbeelfcefiorejmiandomtcommeediflo.Conciofiacbedeli
templi non fénepotria dir tanto cbe più non meritaffero perforo (aera'
risfimoculto.Commeapimoelnoffro.V'.neparla.Delaltra parte ala de
fènfionedeputatanoummorefarebeeldiretconciofia cbeinfinite quo'
dammodoflmolemacbineedifpofitioni militari. Maxime per li noni modi de
artegliarie e bellici in (frumenti quali dalt antiqui mai fòron ex'
cogitari.Deliquali li noffri ftrenuiBorgbefi a pede e a cauallo al rutto fri
risiimi C non cbe a Italia tutta ) ma fin cbe dela terra el fuonovfci.com mede
Antonello qual con lo bracio de Venitianiinfiemi conio Duca durbino Federico e
còte Carlo da montone i romagna )é ritrouo a remec tere in Fac jael.S.
Galeotto. edoppolimprefddagrauefrbre opreffotor nando a cafà in Vrbmo fini fila
vita.apreffo lui ffandoliel Reuerédo.P. M.Zinipero e frate Ambrogio miei
carnali fratelli del medefimo ordi' ne fèrapbico.Coftui nel reame al tépo del
re Ferando nelimprefa dancoi ni eRagoncfiportandofe virilmente da lu fu fnclto.
S, decafrcllicófùot de)cédenti.Po|ctanellepartide Lombardia conduco dal Duca
France feode Milano done magnanimamente portandole dalli ne fb béremu-
ncrato.Dequeftonaque Alexandre degno condottieri con lo Ree Fio
rentintealtrtpotentati.Queffo Antonello la feio perpetui* temporibus al
conuento noffro fùbricadedegna capella de. S. Francefco con dignisfi ma dote
qual fuoi fucceffori de continuo bano ampliata. De Benedetto detto Baiardo
mioffrettoajfinealieuo de Baldacio dàgbtari fàmofìffi" tuo più volte
Generale capitano de fan ti. prima dclo re Alfònfo in lo rea me.poi de fan£ra
cbiefà al tempo de Nicola, poi de Fiorentini alimpre' fa de Volterra a
expuguarla poi de Venetiani doi ftade e lultima Capita' no detutto
Leiunte.Eandandoalimprefddc Scutaripreuenuto dalfta fo con fuo e mio nepote
Francefco paciuolo. I n ragufa (ultimo di lor vi ta la|ciaro.Coffui feci
dedtéti noffri Borgefi molti valenti contefìabili cioè Gnagni dela pietra cbe
ala definfioni de Scutari contra Turdri frri to nel bracio de veretone toficato
in breue mori. Q ueff o fò quello cri co fùa roneba a vn colpo getto la tefta
de Taripaucrin terra con molti fuoi Jéquaciqual venne con tradimento a Spalato
per amaeare ci conte gen' tilbomo Venetianoe torla terraala.S.dc Venegia.Di
cofTui non baffa ria li carta adirne cS tanta frrenuita fempre|éadop:ro.
Coftuineltépo del con te I acomo in romagna più volte de fé frei experienca
correre a pe de per vn grosfo miglio a paro de barbari e veloci gianetti folo
con vn deto toccando la ffaffa.Di lui rimajé ben puttiino. el degno oggi conte'
ffabile Fràcefcino fuo primogenito qual jémprela Signoiiade Vinegia con
diligente cura e protrinone ba ale uato.eal prefénte la roceba de Trie }Ti li
ba data in libera guardia. E altri fuoifnmofi alenati funelmente la' f ciò.
cioè mefer Franco dal borgo . Todaro degni ffipendiari de Veni' tiani.e
Marrinello da Luca al preferite ala guardia de Cipro. Non man' co |èrebe da
dire del fuo carnai riattilo Andrea . qual manco de fibre al ftruigio
delinoffri Signori Fiorentini, e prima Capitano dela fnntarta deli Signori
Venetian i contra li Todej chi alimprefit de Trento donde a torto acagionato la
Illuffriflima Signoria (éncaltre penedoppo vnan' noecinquedicogno|ciutà
fiiainnocentia eebeera tutto perinuidia li jò fatto lolibero credendoli amore e
conditionegradisfime. e al figliuo lo Matbeo fuperfte debitamente |émpre
proueduto e al prefénte ala guar' dia de Afolo in Bref ciana condegna compagnia
depurato. Elfìmife alalrrofiiofigliuol Giouanniala guardia deGorricca in
fi'iuolelafcio deldegnoalfro conciuenoftro frrenuo armigero da tutti amato .
Vico dolci per cognométo appellato, ealtri afaainellarmi virilmente fémpre
exercifatofi e di queff a prefénte vita con debito bonorealaltra tranflara' ti
.TomandoalnoffroBenedetto Baiardo fimilmenteda lui fòron fàcK li degni
contefrabili noffri Borgbefi cincio de ) cucola con tre fuoi fi-atei
UBucumlodelapegioeCbiapinofnofì'ateUocbea Lcpanfoali fTipen' dii Venetiani
manco.Mancino elongo defèdeli digni cóteffabili. e Bar -PRIMA- ^- 24 telino
ederrata li'arellideBartolmo.ealtriafài da lui fàfti.enon manco dealn-cnationi
amoreuileafàijfimifrrenuiemagninefki. commeMC
lodaCortonacbefottoBagnacaualloali ffipendiiVenetianifb morto e jépulto a
Rauenna.Lalbariofétto.Giouan greco dala guancia al prefèn' teala guardia de
Ariminoperli.S.Venctianideputato condegnacódd ffa de caualli leg ieri e fanti e
capitano in quel luogo. De quefto Benedet ' to ne viuevn figliuolo detto
Baldanconio dato al viuerciuile cólafùa degna madre Helifàbetta. De viui al
prefèrne pur nofìriegregii militari. in tutti modi da diuerfi potentati operati
e conduci i.El magnifico caua' lieri fperondoro mefèr Criaco palamide; e. S.
doffato dal mio magna' mmo Duca de Vrbino Guido. V. qual con linfégne militare
li dono el camello e fòrtecca detta Lametula prò fui; benemeriti;. Coftui perii
no' ftri Signori Fiorentini fèmpre fùmmamente e in reame e in terra de cbte fa
e tomo Pifa. e in Pifroia per le fà&ioni depanciatiebi e cancelieri con
tutta frrenuita portandole dal difto dominio ne fb de continuo benijji'
mobonorato.Auengacbefùoi primiexordii fòdero fottolo illufrrijjì' ino .
S.darimino Magnifico Ruberto de malarefti.Q ual fiando capita' no deli. S.
Veneriani mandato da loro ala defènfione de (Ància cbiefìt co tra el Duca de
Calabria e liberatola in breue mori fèpulto bonoratamente in Sanerò Pietro de
Roma con li doi ffendari publici. cioè de (in Mar' coedefànfta cbiefà.delqual
mefèr Criaco non poco la terra noffradel borgo. S.Scpulcbro ne
fiabonorata.laltro Marco armigeroe canalierì fperondoro me/èrMaftino catani a
cauallo fèquédo el mifriero delarmì honoreajiiiealafùadegnacafrtdelaqual
piucaualieri fperódoro fonno jfati.cioepadre Zeo e Auolo.El magnifico
caualieri. Ancora e.S. mefèr Martino de citadini medefìmaméte data excelfà
cafci Fetrre; eba bonora' to.edal plibato mio magnanimo Duca p fuoi bri memi
fàfto caualieri e S.de^cafrello detto la maffetta.hó de tutto igegno aio
egagliardia fèmp da nri.S.Fiorétini benijfimo tra£fato.£l magnifico mcfér
Gnagnirigi altro cauaglieri fperódoro fémp nelarmi a pede g a cauallo
exercitado|è co bonore afài a fé e fiioi e tutta la terra micio patronato» Or
co difto du ca ora con nri. S.fiorétini.or co lo illuff re. S .da Pefaro.eal
pntecó li.S. Venetiani ala guardia de Cattaro con degna códocTa capitano
deputa' to del uro mefèr Mario de(èrnardiconfuoi,4.degni'figliuoli. Xpofàno
Piero.Fracefco.e Troilo.tutti degni boi darmi el padre fèmp* degno co-' dufteri
co diuerfi potéta ti fiHtrefcbi enfi, S.Fiorétini lonore in (èneérute acafà e
ala terra ne ba reportato elfimileelfuocaroe vnitocófocioMar co dagnilo.Trouafè
ancora al pfénte de fèefuoie de tutta la pria Gnagnì cognométopiconeco fiioi
doi cari figliuoli Andrea e Bartolomeo qui ali flipédii Venitiani co degna
códofira bó de gride reputatióe aprfo lo' rop bauerdifè^ffa egregia expienca
nellaimprefà cótraTodefcbi apref folo Illuffre Duca f.S.Bartolomeodaluiano e
Magnifici proueditori decapo mefèr Giorgio cornaro e mefèr Andrea gritti quali
reportado i fé nato la fùa bona códitióe ne fò co arguméto de condocTa ben
remunera to. e ala guardia de fiume capitano deputato co diffi fuoi figliuoli e
Giù' lian carnai nepote Paulo medefimamétedetano co li nf i.S. fiorétini in
fiemi co li altri réde la cafà e fiioi e tutta la terra illufrre p li fuoi
egregi e ce lebri fàffia Liuorno e altri luoghi oportunide diffo dominio .
Lafcio «l frrenuoconteffabilepurnofrro conterraneo Broncbino cbealimprtfa
decitema per li Vitelli fb morto.e Goro fuo ale faciloni de Piffoiae co'
fìel/ùo Vitellolafciodemànocbeperlinof!ri.S. Fiorentini egregiamé menteportandofeaPifafottoroncbeelanjelafcio
fùavita.Paulo da' pieiancorain Scutariper li Venitiani con Io prefàto Gnagnidal
Bor' jo.e in la Caffellina perii noffri Signori Fiorentini alaguerradel Di»' ca
de Calabria fèmprecon digniffimi repari fàluofe el luogo bomo per re
parieadefi^fdatempifùoifrafàntarianon fitrouaua vna'.trofimtle.La' feio anco»
che p*ma douiuo die Papia e Papo de Padolpbo Jùo nepote PARS / quali fra pedoni
e! padre degno conteffabil e lui capo de badìera mai jó bif ogno fnffer con li
pigri e paurofi cópulfi. Or brcuiter dileftisftmi miei dela parte prelibata
darcbiteitura a dtfénfione publica comme de muri e antimuri merli mantelletti
torri reu.cllini baffioni e altri repari turriói cu fémittefc Con tutti li già
viuiemortidijcorfi ale voltecommeconfà' bulandoacade.miffo o con luno orcon
laitro molto con laexpcrientia oculata e palpabileaffatigato. Arguendo oraa
vnomodoeoraa laitro vdendo loro e fue ragioni aprendédo e non manco. Conia
Illuffre.'S. mi|èr Giouaniacomotraulcicon lo degno oratoredel Dominio Fioren
tinoalora Pier vetori con p|èntia del Pontano nelpalaccodel conte de Samo in
Napoli. E non manco con lo jMagnifico e degno condottiero S.Camillo vitelli
dela cita de caftello legédoli Io per anni tre el fublime volume del noftro
Eudi.E in milano con lo mio a quet tempo peculiar patrone me|èr Gale ico
San|éuerino;epiu volte con lo excelétiffimo.D. L.M.SF. Finali ter trouamoqueffa
parte dcladefmfionceffcr molto prò fbnd i a'i tempiuofTri p lenouc machine de
ai tegliarie.quali al tcpo del noffro.V.non fitrouauano $ eperoqueffa alpre|mte
lajùaremoe con 5tu ampio dire la rejtruaremo fc, Veffaterca parte de dieta
Arcbiteclura ala oportunitae neceflitaconinìedepalarciealtri cafportioni
fportionalita ella fiadi)po fra le quali cofe a voi e cadauno in tale
exercitando|é fummamente jon non eceffarie.Dela quale benché a pieno explicite
non ne parli elnoffro V.commoalnittoffùpponendola pcroquidifhnetamcnte
melforce^ ro con lui debitamente rendcruela chiara e afta quato al buon lapideo
alpeffi p fupofTo in epfo alquato de diléguo enotitia deli bella ecircino
ouerfexto.)cncalicuiinffmmétinonfìpolooffcflocon|équire. E del no ftro di|
corfo ^iremo tre fuccite parti fecondo el numero deli tre excpli p» (ti in
principio de quefropera detta dela dininafportione.Cioepma di' remo dela bumana
.pportione re|pefroal fuo corpo e membri, pero che dal corpo
humanoognimefuraconfuedenominattont deriuaein epfò tutte forti de
proportionie,pportionalita|critrouaconlo detode laltif fimo mediatiteli
intrinjéci (cereri dela natura, E per qffo tutte noffre me fùre e inffrumen ti
adimenftoni deputati perii publici e prillati corrimele diclo fonnodenominate
dal corpo bumano.luna detta tracio (altra paf fo.laltra
pede.palmo.cubito.digito.teffaf e. E co/i comme dici ci noffro V\afua/imihtudinedobiampropoitionareogni
bedificio con tutto el «orpo ben a fùol membri proportionato . E per qHef!o
prima diremo de epf* mefiira haitiana con fuoi proportioni a fiioi membri
fecondo laqua Icvearetearegereinvoflreoperelapicide maximede frontefpiciieal'
tre degne Sciate de templi porti epallac^i quali femprefécofrumo ador- narli de
colonne comici e arebitraui comme apieno ne dici el noffro. V. Ada perche li
fuoi ditti ali tempi noffri male da molti fonno intefi per ef (ère in vero
alquanto ffranii corno epfo proprio lodice che conffrettida- Io effètto deli
artifitii fòro pojfi per la qual cofÀ nel Juo libro dici cofi . Idi aut in
architetture con) criprionibuf non poteff fieri q» vocabula ex arti» propria
necefjitateconcepta incofùeto femioneadiiciuntfénfibuf obfcu' ritatem. Cu ea
ergo per fé nonfint apertamec pateant in eorum confueru dinenominagc Queffo nel
prohemio del fùo.s.libro de larcbitettura*
Doueinfèrejcicbefelifforiogrannarranolorjtoriabano Ulor vocabti li acomodati
eli poetiloro piedi emefure con loro acenti terminatile. Mmon interuen coft ali
architetti quali bifogna che | fòrjatamcte vfino rocabuli ffranii che
alintelletto generano alquanto de o) curita €c. E feo mi | fòrjaro lor fènfo
aprire in modo quanto alointento afpeff i fia ba/ta te. E prima diremo dele
colonne tonde come in li edifitii le babiate co ti uofrrijcarpeli
debitamétedi|ponerefì perlafòrtecaa fùbffentationede' lobedifitio cóme per loro
ornamento. E poi diremo delo epiffilio o ve roarebitraue efuacompofitione. Deli
quali babiando detto poi lifitua remo i (opera devna porta qua! fia
afimilitudie di quella del tempio de filiamone in Hierufàlem prenunciata per lo
propbeta ejechiei con laltre di/pofitioni.E voi poi per voftro ingegno potreri
più emanco farne* fl["Delia mefura e proportioni del corpo bumano della
tejìae altnfìioi membri (imulJ.cro delarcbttettura. >biam confiderarecóme
dici piatone nel fùo tbimeo tra arando delanaturade (uniuerfo. Idio
plajmàdolbomo li pofè la tejtain lafLmita aftniilirudme dele rochee fòrte je
nele cita acio la fòffe guardia de tutto lo bedefttio cor' potale cioè de tutti
li altri mébri inferiori. E quella armo Je munide tutte le oportunita ne
c^ariecómeaparecó.x.
balefrnerccioe-t.bufiperliquaUlointelleftobauejfeaimprendere le co fèexterioriequefrefonnoledoiorecbielidoi
ochilidoi bufi al najò ♦ Et £ptirno la bocca • Perocbe commola maxima
pbylofopbyca canta ni bil eff. in intellettu quin pniw fit in fenfu. Onde li
(éntimenti humani fon no.j cioè vedere odire (éntire toccare eguffare. E di qua
nafei el prouer' bio literale qual dici. Q uando Caput dolet cetera membra
languent a(ì militudinede ditte fòrtcjencle cita quando fonno vexate emolefrate
da linimicicrmacbin e militari dartegliarie briccole trabochi catapucie ba-
lif!ebombardepaflauolantifcbiopettiarcbibuficortaldibafAli|cbi.Eal tri
nociui.Tuta tacita ne|énte pena con gran dubitanza defilute. C oft ad vene
atomo qfi elfta moleftato eimpedtto nella teffa rutti li altri mébri
neuenganoapatire.Eperolanaturaminiffradetadiuinitafòrmandolo •>-. mo difpofé
elfùo capo contutte debite proportioni córefpondentiatut'
tdaltrepartidelfùocorpo.Eperquef!o ti antichi confideratata debita
difpofitionedel corpo bumano tutte le loro opere maximeli templi fi-
crialafùaproportioneledifponiuano . Perocbein quello trouauanolc
doiprincipalifllme figure (ènea le quali non e pofjìtile alcuna cof* ope- rare
cioè la circular perfèttiffiiTia eoi tute laltre yfoperometrarum capacif fima
cómedici. Dionifio in quel de fpherif.L altra la qdrata equilatera. E queffe
fonno quelle che fonno caivfcte date doi linee principali cioè. Curua e
reSa.Delacirculare fèmanifeffa pendendole vno homo fupino e adendo beh quanto
fia pofjibile le gambe e Imbraccia aponto el bellico fia centro de tutto fuo
pto in modo che babiando vn filo longo abafran p ediquello fermando vn capo in
ditto belico.Elaltro atomo circinan dotrouarafle aponto che equalmente toccare
la funata del capo eie poti E A ; K deli deti medii dele mani e quelle deli
deti grojp deli piedi che fono Co dicìióìregfitealaveradiffinitióe del cerchio
poffa dalnro Eudidenel p'neipio del fiio primo libro. La qdrafa ancora (è
bauera Ipanfi fimilmére le bracia eie gàbe e dalecxtremita deli deli groffide
piedi ale ponti deli deti medii dele mani tirado le linee re£f e in mó che
tanto fta dala pota del deto groffo delii de piedi alaltra pota delalrro pede
quàro dalacia de lidetimediidelemaniadiitepótidelideti graffi
delipiedietaroanco n aponto dala cima deli difli deti medii dele mani da tuno a
(altro tiri do la linea qn adrito ben fieno le bracia fpàfi e tato apóto fra
(altera o"ft longe^de tutto !bomo fiàdo ben formato e nò móffruofo ebe
cofi fém pre|e profùpone cóme diri ci nfo.V.elfuo riobilijfimomébro exteriore
cioè teffa (è ben fi guarda fé trouera formata in fu la forma dela p*ma figu- ra
in lerefle linee ctoetriagula eglateradifla yfopleuroj poffa per fónda mento e
principio de ruttili altri |équéti libri dal nro Euclide nel primo luogo del
jùo pmo libro.JTQ fi dixe tnangulum eglatei>fùpra datam li neamrectà
collocare. La qual cofi q locbio nellapntefiguracbiarovel dimoffra.Seben
ncótomi de tutta difla teffa (e cófidera. cóme vedete eltriangulo.a.ro.tvdelati
eqli formato. E (òpra ellato fiio.m.K.fntto el te tragono longo.fc-m. j
.b.largo quàto ti catbeto.a.alabafA.m.fe.qual per non oflifcare el nafo
cólertara la] ciai.Eqffo lato.m.K.quat f>a tutto el fio te) pitio de difta
teffa fia diuifo in tre pti equali nel ponro.l. etermino de le nare del nafo.
In mó ebe tanto fia.m.l.quanto dal.l.a diéfenare. E da dicrenare al.K.piano del
mèro cbecadaiiafiahterjaptedel.m.k.Onde dalinfimo dela
frontecauodctnafo.l.alceglio fin ale radici de capelli, m. cioè fin alacimadela
fronte fia el terco de diclo lato.m.fc.ftcbelafùa fronte fia aponto alta la
terca pte de tutta la teffa el nafo fimilméte nefia laltro terco.E da dimenare
fin al pian del méto.bo ife.fc.ne fia vnaltro terco. E qff o vltimo terco
ancora |é diuide in tre altre pti equali ebe luna ne fia dale nare ala bocca
laltra data bocca al cauo del rnéto la ter^a da di ciò cauo al pian del mento. fc.
I mmó ebe cadauna fta el nono de rutta m.rvrioe el terco de vn terco bécbel
rnéto alqto deuii dal $ filo dela fncia m.k.cóme vedi de|ègn3to in diflra
figurala cui quantità a noinó enota preci|é ma foto alla li egregii pictori
lano dala natura referuata ala gratia. e albitrio delocfno. E queffa fia vna
fpé dele £porrioni irrationali qua! J> numero non e poff ibile anominare- El
funile fediri deladiffantiadala radice deli capelli 3la fine de langulo.m.quale
ancora al quanto da cjllo fé di) coffa cóme vedi che altramente nò bauerebe
gratia alocbio. Eia p» pendiculare.ao^».catbeto aponto fia direte ala tomba del
nafo e taglia el pfilo.m.K.nel mec^o precife neli bn .pportióati edebitamete di
fpoffi e non monffruofi. E queffe pti narrate finora al fiio £filo tutte
vengano a effere rationali eanoinote.Madoueinteruenela irrationalita dele pio
portioni cioè ebep aldi mó non fé poffono nominare pernumcro reffa Uno a! degno
arbitrio del pfpecriuo qual con fùa gratia le ba aterminare. v* Perocbe Iarte i
mita la natura quanto li fta poff i bile. E (è apóto lartcfirio fàcejje rjllo
ebe la natura ba fncro non fé cbiamariaarte ma vnaltra natii ra totalitcrala
prima fimilecbeverebe a effere lamedefima-Qu effo dico acio non vi dobiate
marauegliare fé tutte cofé aponto non rfidano ale mani delopeftce perocbe none
poffibile.Ediquanafcicbe li fiuti dica nolefcieedifciplinematbematici effere
abffracre e mai aéfualiternóe pofflbileponerleineffeviftbili.Ondeel ponto linea
fùperficie e ognal' tra figura mai la mano la pò formare. E benebe noi cbiamamo
ponto qt tal fegn o ebe con la ponta dela péna o altro (filo fi fari» non e
quello pò poto matbematico da lui diffinito cómenclle prime parolledelifiioi
eie menti ci nro Euclide d'.ffìni fri quado dice. flTpiictuf eff cuìuj par? non
eff.E cofi diciamo de tutti li altrijprincipii matbemarici e figuredouer|c
intenderleabffracìe dala materia. E benebenoilidìciao ponto linearle. Lo
fnciamo perche non babtamovocabuli più proprii a exprimer lor co cepti et
cetera.E queffo baffi quanto alaproportionatediuifionedelpro' filo dela teffa
butnana debitamente formata laf dando ci fupflHO ala gra tiadelopeficecómela
tomba del ceglio e poma del nafo benché dalena re a dieta ponta comunaméte li
fé dia el nono del profilo pur aponto no fèpo terminare con proporrionc a noi
nota cóme de jópra del mento f» detto. Ideo ft e. f[D eia diflantia del profilo
al cotojeo de dieta teffa cioè al ponto.a.qt cbiamao cotono edcle pri che in
quella fé interpongano ocbio e oregia, IL Etto delirilo dela teffa bùana
c'fuediuijioniinmaieffa requifite. Orafcquentediremodeleproportióidelocbio ede
loregia. Onde acio |è in renda nro dire prima diuida' remo la largej^a del
propoffo tetragono.) .K.fimilmente in creparti equali cómede fila longcoja fo
facto . E diuijò m.f.in tre eqli luna fia.m.o.laltrao.q.la terca.q.f.Epoi apiu
chiara voffranorittacadaua de queffeter^e divideremo in doipar ti equali neli
penti. n.p.r.E eia) cuna depjéfia la fexta. parte de rutta dieta
largec^a.m.).Equeffeancoraporremo jubdiuid^rein altre miraeférebo no duodecime
del tutto e queff e tali ancora i altre doi equali pti e ognu na feria. la
vigefimaquarta del tutto.E cofi ponemmo andar quàto cipia cidiuidendolo in
parti note a noi fecondo magiore eminorlargecja. E quante più parti fi fa note
tanto fia più comodo al .pfpeffiuo pero ebe meglio vene con locbio aprenhendere
la quantità dela cofi. ebe voi por reofuteffaofiacbealtracofàfévoliacómeanimali
albori bedifiriife. E per queffo lipiftori fé bano formato certo quadro o vero
tetragono 15 go commolti fotili filitirati de citerà 0 jéta o nerui grandi e
picoli com- me alorparemlopere che bano adifponereintela taulaomuro.Douc (òpra
la propria fórma ponendo detto tetragono equello ben fa-maro efi non fi pojfa
per alcun modo «oliare fralui eia cofa che intende retrarela
qualcofamedefimamentebifognacbelafiaben fermata fecondo elfito ebe la
vol(àre.Eluipoi|éaf£ttaalcdererittoingcnocbioni comme me glio li pare (fare
acomodato e col fuo diligente ocbio guardando ortj ^cjr la quella cofi
confiderà li termini de quelli fili comme refpondeno per longo e largo jópra
dieta copi . E cofi loro con ftio jfilo lauanno fé' gnando in fòglio o altroue
proportionando liquadreti dediéto tetra gono per numero equantitamagiorcomenore
a quello e [botando fbf mano lor figure quali poi veffano dela gratia vifiale,
E queffo tale in " finimento fiadietodaloro rete. Comme vedite qui in la
teffa del qua' lein|frumento qui non curo poner altra forma peroebe fàcil fia
per le co fi dette fuaaprehenfione. Ora tornado al noffropropofìto dela teffa
tro uarete locbio col defotto e [opra cilio dele palpetrecomunamtnteeffere
altoel fexto de tutto el profilo. m.K qualenó fo curato con linee ofùjcar' lo
ma voi con lo voffro fexto facilmente lo trouarete e altre tanto largo Lorecbia
Jé ben guardate trouarete ejfer alta quanto la longbecca del na
focioeeltercodedictoprofilo.ElargovnJéxtodela largherete detto tetragono.m.f .
eia magior fùa ampioecafia diametraliter fral cotono e gobba delnafo aponto
fuper lo catbeto.a.terminata defotto ala ponta del nafo e principio dela
guancia.El collo fia li doi terridela ditta lar- gbe^a.m.f.cioequanto.o.f.ecofi
refponde la ponta del petto enodo de la gola.Lo occipurto cioè amodonoffro
lacicotola exeede dieta largbe fi adrieto per doi terri del fuo fexto cioè per
vn nono de tutta.m.f .el uer lice cioè la cima del capo excede la radice di
capelli palo jéxto de dieta tn.).in altera cioè fin al ponto . p, qual fia el
jùo mejjo . Laltre parti poi vanno degradando proportionalmentealor contorno
dal.p.al.o. n.m»àgulo del tetragono dinàce e cofi drieto dal di£fo.p.aLq.r.f.có
qlla E ii gratta e arbitrio che del méto e radijé'de cappelli jb detto fcódo
loro. Il rationali proportioni cioè in nominabili peralcun numero e fiioi parti
integrali. E quefto volio baffi quanto a rutta tcffa o ver capo e fequendo
diremodediftateflaatnttoelcorpoefuoi altri membri extet iori la sua debita
proportioneaciof>o quella pojf iati miglio formare voffri lavori. €TDela
pporrione de tutto el corpo bumano cbe fia ben difpoffo ala fiia teffa e altri
mébri fecondo fra Iongbecca e larghe^, capi. IH. I fcorfoafùfpci enfia la
pportióe dela teffa ale fue pti ej'fen tiali de la fùa largherà enfilo ora
diremo depfk teffa fua babifudie refpecÌEoa tuttof o corpo e altri mébri
exterio ri acio più fàcilmente fi poffa proportionare li voffri la' uori maxime
dele colóne a fcffcntaméto de U»r pcft e ve nuffa delor fito nelli bedifitii
poff e cóme defotto de loro fé dira abaffanca deb intento auoi . E pò diciamo
cóli antichi maxime nro.Vlalongbec^a tutta del homo cioè dalepiante de piedi
bafé depfà corporal majja. Effer cóamentedieci tanto cbe dalmento ala fimnta.
de la fronte cioè dala radici de capelli ft cbe difto tefebio cioè loflb depfi
altera fia la decima partedefiia a'tecji fine ab futilità de ditìa fronte. 1
quefTa altera comunamétt dati piftori e flatuarii antichi fé prende per vna
teffa in loro ope cóme p ffatue e altrefigure in roma la expien^a |èm
preciadimro edecórinuoliiiricótuttadiltgétia elmedefimodemoffra no. Eie difte e
mfure acio ito fé equocbi fémp' fé intédio del puro offo net" todale carni
cofi del capo còrno delaltreptialtramcntelecóe rego!e|ére bono fàlfe poche deli
bomini alriiifónocorpuléti e bé pieni de earni al" tri macri emaciulléti
cómefivede. E p qffo li antiq jé | óno tenti alo jfo co meacofàpiufmnaemàco
varyabile. Siche p teffa cóamentenelnfo;p ceffo fé habia aintéder apóto tutto
elpfilo.rn.fc dirige aduflo. Altre tati to apóto fia la palma dala mao dela
giómra cioè fin del cubito ala extre' mita del detto medio ql fia vna tefta e
pte decia de rutta la ffatttra amo" do diclo. L alteri de tutto ei capo
dal pian del méto fine alacima dela te ftaeioealponto.p-fìaloclauTptedefurta
fua altccc/i copiatoci laò'tita delaradicidi capelli fin al
fuol&ticefupremo.Dalafumita del petto fine ala rad ce di fitoi capelli cioè
dal.g.al.m. | .fia la féxta parte del tutto e da dieta fumita de petto fin
astice cioè al .p. fia la qrta pte de tutta fua alteg $a.La|iia bocca cóme
defoprafbdicro fia alta la terca dalmento alenare del naffi. Elnafo altre tato.
El fpacio tutto dala fine del nafo ala radicedì capelli fia difiEo fróte cbe fi
a iltra el terjo de tutto filo $>filo. E tutta la le» gbecja del pede cioè
dal calcagno ala pota del deto grò j|b fia l a féxta pte de tutto el corpo cioè
quato dalafumin de' petto al ^fice del capo. E tut to el petto fia la qrta pte.
E qffo tutto aflr? a el nro.V.douedice de fiera rtìediu cópofìtìóe qfi dteii
qffaguifd v5.Corpu?.n. boiata nàcópofiiit vtiot capiti taméto ad fronte fuma
ftradic«ia?capilli eét decime pti?. I té manuf palma ab articulo ad extremu
mediu digìtu tatù dcm. Caput améto ad ffimu "jeticé ofibue cu cernici bus
imi?. A ) Omo peflore ad ias radice? capillo^ féxtead jììmum lóticem qrteipfiw
autori? altitudini* tertia efl pf abimo mento ad ima" n ìre;.Nafùjab
imimaribuf ad ftnem medium fupciliomm tarundem. Ab eafinead ima? radice?
capi'li front efficit.Itemtertieptu.Pef ivo altitudini? corpowjexte.
Cubituq.quar' te.Peciuritem quarte.Reliquaquoq.mébra fuo-" hnt cómenfiir
propor' tioni?quibu? étanriq pifloréff fratnarii nobile? vfi magai? f infinita*
laude? flint affetuti. Similiter vero fàcnv editi membra ad vniuerfiim
totui;étmagnitudini?fuiiiamexpirt'br?fingnli?cr!nuenient:frJmum debent babere
cómenftim reponfimi. I tem corpori? cétrum medium na' turaliter eflvmbeliowf e
cómedefopradicémoaKgnando cóme lui an' corainqueffafncirculo equadrato in dicro
corpo bumano f?c. Quelli cbeindiccipartidiuidinao diff a altera lacbia mattano
effer duùfiifc' condo el numero perfètto dicendo perfetto el numero denario per
le ra -PRftMr 2 *7 gtoni in .opera noffra grande adufte in la difftnff ione
prima traffaM» fecondo quoniam num ero denario omne* pbylofopbi fùnt cótenti
cioè del numero deli.x. predicamenti inliqualitutti conuengano al quali! greci
dicano.Tbeleonperocbe video chela naturainlemanie in li pie di ba fìiSo.x.deta
e per quejìb corri me dici. V.noffro ancora piaque. Al dittin pby lofopbo
Platone nato date co/è {ingulari quali apre jfo li greci fónodifte.Monade* cioè
amuodo noffro vnita.E queffo fecondo li na turafi.Mali matbematici cbimano
numero perfrffo.el Jcnario primo el »8«el fecondo gc.Cóme in difitanofTra opera
dicémoeper le conditiói cbe nellultima propofitione del.9.libro el nofrro.
Euclide dici in queJTo mó,|]~cumcoaptatifùerintnumeri ab
vnitatecontinuedupliquicon' iunflifàciantnumemmprimumextremur coram in
agregatum exeif duftus producit numerum perfrflum . Onde per que|fa
confideratione gionféno in fiemiel .x.el.6. cbe fanno «té. cioeelperfèSo
pbylofophico elperfccìomatbematico.é.ditalconiunflionenerefultavn ter$onumc
rocioe.tó.e queffo cóme dici .V. locbiamano perfèfitiffimo per cbelfia compoffo
e fnfifo deli doi predifif i perfètti, L a qual denominatione I o non ardefco
biafimare mabenefccondonoi vnaltra caufà matbemati' ce procedendo li aduco cioè
fé pò dire perfrfitijjimo ratione quadrature per cbe epfo fia el quadrato del
primo quadrato qual e.4,cbe fia cenfo j5' mo fé ciuffi la regina de tutti li
numerivnita.Elo»i6 .fia fuo quadrato cioè cenfo de cenfo cbe apreffo le loro
non fia abfùrda f e» bafàméto f o alcui.Dico cóme difopra douer
fépportióareognimébro decadaiio bedifitioajtuttodi' filo bedifitio cóme cadau
mébro de ibó a tutto Ibó fia fa ero el qual la natura negliocbi per exemplo
ciapoffo • E acio li vocabuli ffraniicómedenanceper.V.edifiFonon vi generi
nella mente obfcurì' taaleuolte chiamandole Ioròchealetiolte.Doricbe e
CorintbcSapiate E ni' / et- -ir* feVtA Wv» Se 8 - 5 ni 1 che queff i nomi li
fòron dati dati antichi 'fecondo le patrie doue prima fòron trouate I onica
dali ionaci . Corinta da corinti Dorica .fumi" mente. E aleuolfe (èderiua
el vocabulo dal nome del primo inuentore. Or queffo non ve dieno noia, Perche
Vi£fruuioapicno lo dechiara pe' ro qui troppo non curo (fenderme . Douete
confiderai fi comme nella noftra religione cbriffiana noi habiamo diuerfi
fancìi e finétete acadan no li damo eatribuimo fuoi fegnt e infframenti fecondo
li quali loro ba no militato per la fède. Cornino a fanGeorgio Ianni lancia
corafu elmo fpadaecauallo con ftittaarmadura.Elfinùlea fan Mauritio eaftinclo
Euffacbioeali Macbabeiffcetera.Eafanéra Catbcrinalifeda larotap. che con quella
fb per la fède incoronata Afancìa Barbara latore douefo Incarcerata. E cofi in
tutti fancìi e fanéfe difcorrendolachiefia permette
alormemoriacbenegliocbino|friainflamariÓedela fànftafède elfimi ledobiam
fnrenon curando de tiranni cofa alcuna quoniam verberacar nificum non
timemntfdncHi dei. Cofi aponto fecondo loro erranti riti a loro.Idoliediilifàciuanootaa
vn modo ora alaltro qualche ornarne to |ècondo la fórma del fuo cffe&o
introfèi Templi e colonne cbiaman '. dolee babtijadoledalor nomi ouer patrie
douepma ebero origine. (co me |è dici neiligefli deromani cbeFabiujfb detto
afnbi' e altri dici che fa be fbró dette da fnbo.E cofi fé leggi deapio che
fòjfe ditto ab apii j poi cri fi m in giano e a Itri vogliano che apte cioè
ditte pom e fòjfcr dici e da 3' pio che primo le'portaffé in quelle parti §
cererà. E cofi acade in queff i ra. li)efjiciuanotaleoperevnapiuadorna de
laltra fecondo la probità di quel tale o quella tale in la qual ffrenuamente
fera operato . Comme a Hercolea Marte a Cioue f cetera. A diana a Mineruaa
Cerare (fa fera. Comme de tutte apieno dici el noff ro Vituurio. Onde tornando
alo itt tentonoffro li Antichi coffumauanodiniderc [alterca dela colonna to' da
con tutta laltcc^a che intendiuano fare con fuo capitello in oclo parti equali.
E da poi ditta medefimaaltBJca ancora la diuidiuano in diccipar ti equali.
Eluna de queff e cauauano dela otf aua che li re frana aponto el quarentefimo
detutta ditta altera cioè dele quaranta parte lua cqueffa teniuano per abaco
del fuo capitello comme auete itila figura poffain principio de tutto queffo
libro notatadiefa altera dabato.l.n. onero, m. . o.qualealeuolte fia ditto
damodemi cimacio. Edel altera de tutto el decimo fnciuano la campana ouer
tamburo o vogliamo dir Caulicolo cbel medefuno in porta fin ala gola ouer
contrattura dela colonna fupe' rìore.Comme.t.g.ouero.m.b.cbetutto quello fia ditto
capitello con lo fuo abaco ala fùmita de ditta campana li fé dici voluto qual
refponde in.4.angulidedictocapitelIo comme vedete la ponta.Lela ponta.m. Dalun
corno oueroangulo de labaro ouer rimario alaltro fia dicrote* trante cioè
quello j patio che e fra luno angulo e taltro cioè, n . o . che in cadauno
abaco fonno.4-tetranti. Nel cui mecro per ornamento |è coffu ma farli vn
fiorone orofà o altra fòglia cioè vna per rretantee cbimafé ocbio del
capitello. Queffi ferranti fi formano in queffo modo videUcet jéprende el
diametro dela contrattura defòtto cioè de quella gola che pò
fdinfulabafàdefottoequellojèdopiaefnffediagonaledc vn quadrato fìtuato nel
cerchio aponto. E quel tal quadrato aponto 'fia labaco de di' cJo capitello, El
fuo ferrante (è fa cauo verfe el centro de ditto quadroo uer tondo curuandolo
ci nono dela coffa del ditto quadro cioè curuato fin al fèto de lochio fuo in
fronte, E queff o fé adoma or più or manco |é' condo chi fa e chi ordinala
fpefa con vno e doi abacbi foprapoffi conv me meglio li agrada alibito |éruando
ledebìte propoitioni de lor gra' damen ri quali fémpre féprofupongano féruati
inogni difpofirionedegra dandoli cioè amenorireducendoli e augumentandoli cioè
credendoli amagiori fi cóme in le difpufitioni de tutti li modelli cheprima fé
finno fecondo li quali de necefjìta bifogna che larcbitecfo el nitto in quelli
con tenuto fdpia ala vera fàbricaapltcarcf cetera.Equeffo baffi quantoafuo
«HMrV~5 7B 'capitello qual fia deta corinta.
f^SequitadirdeUlongbc^egrojfccadedicTa colonna» Cap. V. Anfè difle colonne
rotonde alte alibito lacui altera (è di nidi
in,6.equalipartiealeuoltein.8.e.t.cómedefctto in tenderete.elunafta diametro
delafùacontracìura infèrio re cioe.e.f4a qual contrafifura inferiore deuejfer
tanto più dela Superiore quanto elfporto del trocbiloin lafùpcrùv reX'ioe che
la conmififora deferto (ènei fùo trocbilo de' ueffer le altre tre fé diutdao in
doi ptieq'li che liìa fia el toro infè fiore. c-d.laltra la [cotica f.có lefue
qdre da greci diffa trocbilo . Auéga ebe trocbiloancoraalcuolte/iacbiamatocjllulrimo
dele doi cótracTure inferiore e filatore dela colóna cioe.fc.p.E qponiamo
fineauoffra baffan fade dififa colóna rotuda e (èquédo diréo del fùo pilaffro
ouero Stiloba tacóme fé debia fare. CTSequita lordine del jfilobata ouero
pilaffro ouero baiamente dela colonna comme fi fncia. Capitalo. VT. q ffilobata
fia fùfr «amen to dela colóna qual noi cbiama mopilaffrello ouero bafàméto dela
colóna cóme vedete ilafigura.cd.e.fqdritatera qleba ftmiln.éte fL'abafa.a.
b.c.d.efuo capitello ouer cimafc e.f.m.n.fàcfeeadema' te de lov gradi plinto
tori f cotiche qdre alib; to . Ada t pfo e limitato in la: gbccja precifè quato
la longheeja del plinto dela bafà. dela colóna alui fopra poffa cóme vedete el
plinto dela trócata b.g.eale ef?o ala largbtga del (filcbatae.f.fj.c.d.aliuello
ebe altraméte no fjffirebeelpefo fipra poffuliffadoobliquo.Eucdetecómemitalala
fi dela colóna.b.g.k.l.fc pra epfo fi pofà . E qto bri rf de fia vagherà alo
cbio.Ondelordinede dicfi gradi ofieno quadre ouer (coricherà ebe Jèmpre le loro
proieclfure ouer fportafòre da luna pare e laltratanto efebi no fare quanto
fono larghe ouero alreaciofèmprediefeproiefifure dex tre e
fìnifrrere;"pondino quadrate (è fbjfirobene.iccoo.in fua bafd eea'
pitello. Ilcbe ancora cóme de fotto itéderete fé deue obflruarenelarcbitra
ue.efuo cornitióe, E fé nel dcó ffi'obata vorrete fare più vno orna mento che
laltro cóme Jécoflua digitami o animali fateli dentro fra ft^feie £ iiii in
modo chejxon fàmorrinole (Ile equidiffanti.c.d.e.f.e ancora.e.e.f d. f. E deue
effere difto ftilobata alto doi ftie larghete o volete dire qui to doi brighete
del plinto columnare aponto arto debitamente fia prò portionata aitino e
alaltro modo cioè ala fòrteccadel pefoevenufta de locbio contefpondentealaltrepartidelo
bedtficio comme vedete in lo «empio dela figura dela porta detta. Speciofà
pofla in principio,del li * brocompoffa dela colonna flilobata eptftilio e
corninone acio ve fia nota lorconiunftione.Quefropilaftroconuen fia ben fermato
de fon - damento fotto per epfo e per tutto el foprapoftolt cbe almanco fia
apon' to fotto terra fondato fin aluiuo piano aliuello da bon muraro altramen
tele voftre opere ruinarebono contutto el difitio. Edeue|é almanco fare fiia
largherà quanto aponto prède la bafa deloftilobata fé non più. Eno tate bene
che tanto vogliano (portate infbre daluno lato edelaltrole proiefturedela fua
bafa.a.b.cd.quanto quelle del fuo capitello.e.f.m.n. o vero quelle dela bafà
aleuotte potrete far più Ipngbe dequelle del/ira capitello ma non mai più corte
comme vedete fn la difla figura per exé pio ft cetera. El fuo fondamento dalt
antiebi fia detto fteriobata e inten defè quanto aponto neocupa la baffi
delftilobata.a.b.Sicbe tutto reca' tene amente. CTPcla ql cofà ancora arete
anotare p li gradi e dela bafa e del capitello dedicto flilobata quali aleuolte
fecondo li locbi doue fono fituati bano diuerfì nomi foche porrete vnconcio a
vna porta e vnaltro fimile ne porrete ala.fmeftra e camino quali
medefimatnentejèruano fìio nome cioè ffipiti cardinale fregio f cetera. f^Cofi
quinel ffilobataiin bafa e capitello interuene. Imperocbeljùpremo grado del
filo capitello |ècbia' tnadalianticbiacrotberio.Elfequente cimatio edali
noftriin taulato. El terco fàffigio el quarto Echino edali nofrrivouolo el
quinto Baltbeo o vero trocbilo li noffri li dicano regolo al fèptimo Tbeniali
antiebi li noffri a quello che in mediare e ("opra loffilobata li dicano
in taulatura. E voi per voffro ingegno fon certo cbe meglio aprebendarete che
io no dico. Coffumafe per,molti in dic"to pilaftro ponere lettere per
diuerfiordinate cbe dicano e narrano loro intento belle antiche
connittapro" portione ecofiinaltri fronte) picii e fregi e monumenti loro
epitapbii quali senza dubio molto rendano venuffo l’arteficio, E pero a quesso
fine ho posto ancora in questo nostro volume detto dela divina proporzione el
modo e forma con tutte file proportìoni vno degno alfabeto Anricho mediante il
quale potrete scrivere in vostri lavori quello ve acaderae firanoftnja dubio da
tutti commendati, Avisàndo uecbeper qnesso solo mi moff tadif ponerlo in dieta
fòrmaacio li scriptori eminia tori cbe tanto fé rendano scarsi adcmoffrarle li
soffe chiaro che senza lor penna e pennello, Le doi linee matematici 'cuma e
recita o volino o non aperfèSfioneteconducano comme ancora tutte laltrecofé
fanno co ciofiacbefénc3ep)énonfiapof|ìbilealcuna cofa ben formare . Comme apien
in le dffpofitioni de tutti li corpi regulari edependenti di fopra in queflo
vedete quali fonno ffati fàcri dal degniamo pifitore profpecti- uo architelo
mufico.E de tutte virtù dottato. Lionardo dauinci fiorai tino nella cita de
Milano quando ali flipendii dello Excellentiffimo Duca di quello Ludouico Maria
S forca. Anglociretrouauamo nellian ni de noftra Salute.r496.fin al. pttuo.P. Soderino
quali al prejèntein fuo palajo fèritrouano» f[ I n quello fieno differenti le
tre fpé de diffe cotóne fra loro. Ca.V 1 1.
Ncoradouetenotarechedicìefortidecolonne cioè Io^ nica Dorica e corinta.tutte
quanto alor bafi. e jtilobata jè fanno a vn medefimo modo. Ma li loro capitelli
fon' no diuerfi. Quello dela Ionica o voi dire puluinafa fia malenconico.pero
che non leuain fu ardito cbereprefén ta cofiimalenconicacflebile
vidouilejeuadiclo capitel lo folo meeja tefta.cioe rne^a grò ffccca dela colóna
(énjaltro abaco e al tra cimaji.Ma fclo ba li voluti ciraìcirca reuolti in giù
verfo la lógheja dela colonna a fimilitudine dele donneaffUcìe jcapegliate.Ma
la corin ta ba el jùo capitello eleuato e adorno de fogliami e uolutt co fuo
abaco e cimafd cóme jé diflo a fimilitudie dele giouìne polite alegre eadome co
loro balci.a cui in Jfantia fbron dicate. e a quefte tali p più legiadria fé
co-* fumato dali antichiloro alterca diuiderc i .s-parti equali e luna far grof
fécfa.cioedyametrodefua inferiore cótraftura.cbe vengano nel afpeffo dare più
vagbecca» Ma quefte tali no (è vfdto ponere i diflicu troppo gra'
uumaaluocbiligiadri, cóme logge giardini baladori ealtri locbideam bulatorii.
Le doricbe'bano lor capitelli alti ala già dieta mefura e propor tione. ma non
con tato ornamento ma puro e (empiici raburo ouero tim pano ala fimililudine
virilccóme Marte Kerculef e. aliquali per bono' refòron dicate.Equifta forte
Cbccbe oggi poco fufi )£ ejfer jcbietee Jém' plici.fonnopiu gagliarde che le
corinteafuffenereelpefc.La cui attica li antichi bano coturnato diutdere
in.6.equali parti.Peroebe li Ionici no bauendolorjymmctiiamaacafofriclone
neltcmpio trouado la fórma e traccia oucr veggio del pedehumano.qual sporti
onàdo afiiaffatura trouaro che gliera la jixta parte ddaltecca del corpo
bumano.E atal prò' portion e prima cofkmaro far taltecja e groffe-ja de difte
colonne rotori decorno dici el nro, V. in lo^:.libro al primo cap.e ancora
in.^.fecondo li lochi douelauiano a deputare.Ecofi ancor le Ioniche
fcnnoaptifftmc alpefe diui|éala fimilitudine dele doriche. Bencbe cóme e diflo
deledo riche per nò rendere alocbio venufla.poco al pjénte fène vfmto. lacui me
moriaafcù vi giouera a fare le co|é vtile più cbepompofè.bauédovoia libito
adilponerle.Altrarnéteobediteelpagatoreepiunonfia. €T Cóme jè (iafuccedédo
daindein qua diuerfi ingegni enatiói fècoftu* mato fnralibtto diete
colóneeqllenoiarediuerfàmente e lor capitelli e ba-fi e ftilobitte.e cofi ogni
lorparte eanebe in li altri hedificii . Comedi ci.V.nelvltimodeiprimocap.de[jijo,4.libro.videlicet.Sijntautqbif'
dem colunif iponuntur capitolo}.* genera variù vocabulù notata. Quo rum
necfprietatef (ymmetriajrtneccoliina^genuf aliudnoiare poffu- tnusfed ipfo^
vocabulatraducìa (tcómutata ex corintbiùf puluinatis (F doricif videmuf » Q
uorum f ymmetrie fùnt in novay fc.in modo che ora de tutte |è fnc"to vn
ciabaldone cbiamàdote alor modo. Ma pur li ca' pitell'ite (ano diuerfe per lor
varietà. E a voflra conjblatione e nojlra con firmatìonedel fucin to di) corfo
facto qui ladigniff ima autorità del no' Jtro. \T.aponto vipongo tracladelfuo
preallegato qnto libro, videlicet* H* c-iuitatejcum Cara? f
lelegajeieciffentteam terne regionem aduce fiio Ioneappellauerunt I oniam. I
biq templadeomm immortaliucon ffituentesceperuntpbana rentef quibusrationibiu
elicere poflfentj vti f ad oniu fèrendum effent idonea g in af peflu probatam
babererit venuftaterm dimenfi (ùnt viri lijpedu veftigiunnft; iàìn altitudine
rettulerunt,Cum inuenijfentpedc Jéxtam pattern eé altitudini? in boietitc in
colunàtrafluleriitif quacraf' fitudine fècerut bafim ) capi tantarn fèx cum
capitulo in altitudinem extu Uruftt.jlta Dorica columrw virili*
corpori;propotfiorjem gfirmitatem E r PARS € venuffatem in virgine? propter
«tati? teneritatem gracilioribw membri* figurata ejfefifu? recipiuntin omatu
venuffiores.Eiu?autem capituliprì ma inuentio ficmemoratur effefnfira» Virgo
ciui? corintbiaiam mani' ranuptii?implicatamorbodecejfìt t poff fepulturam eiu?
quibu?ea vir' gopoculi? deleflabatur nutrixcolleffa'f compofttain calatbo
pertulit ad monumentum $ fin fummo collocauit,» tjvtieapermanerent diti' tiu?
fub diuo tegula texit. I ? calatbu? fortuito ftipra acbanti radicem file' rat
collocatuttinterim pondere preffa radix acbanti media fblia ft cauli' culo?
circa vemumtempu?profiiditf cuiuscauliculi fècundum calatbi'
lateraaefcente?tfIabangulijtegulccponderifneceffitateexprt'ffuflexu' ra? in
extrema? parte? volutarum fhcere fùnt coa£ti. rune CatUmacbw g propter
elegantiam f fiibtìlitatem arti? marmorea ab Atbenienfibu?ca tbatecno?fùeratnominatu?{
prieterien?boc monumentum animaduer titeum calarbunuft orca fòliorumnafcentem
teneritatem J dekétatufq, gencretf fòrmafd.ma in fu vnocapitello rouerfb
ealocbio refponde co tutta venujfa. quale aficora,non fò fàfla cóme credo per
pare in quel luogo. Q uefra ca riffimi miei e qui nela cita de Vinegia nel
capitolo deli frati men ori con nentonro detta laCa gradedouefè
cofrumalegeredali fiat do9ori nel JecÓdo dnoffro. Si cbe quando qui capitale fo
né ve (ira tedio landarea Vederla e con voffro filo e infìrumento cóme a quepi
di co alcuni miei difcipuli el fimile bo fàffo tf e. CDele colonne laterate.
Cap. VIII. On Recinto difeorfo a vofTra bafTa$a bauendo diffo de le
colonnerotonde meparfo condecéte ancoradele late rati alcua co fa dire acio
paia la loro fàbrica fia (altre né eflere inutile. conciofia cbegradifjima
venuffaoltra el fu Jfegno del pefo neli bedificii rédino nellaj'pecto, Dele
quali in vero non diro altro fènon quello cbe dele tonde inora habiam detto
conftdandomenelli vopriperegrini ingegni.e con
quellaparte.maximeaognioperanteneceffaria qualdamehauete con
diligentiaintej^rioedenumeriemifure conia pratica de loro ppcrtio rjitcon
legnali mi tendo certijfimo chefempre le fdperetef portióare coli voftri
acomodati (frumenti circìno e libella cioè mediamela linea re* cìaecurua.con
lequalicommefopra fb detto ogni opcrationea degno fi ne |é conduce.C óme in le
letere antiche in que ffo noffro volume prt po' ffeaperrofi vedesqualfcmpre co
tondi e quadri fonno fnctequàdo mai non fbffe penna ne penello. E benché fé
dica efftr difficile el tódo al qua dro proportionarecon ) cientia de
quadratura circuii fecondo tutti li pfi» fitfcibilijgdabilinquif nondumfit
("cita neq, data, Forfè in queffodi e
natocbiladara.cómeameaogmvnocbelanegaffe meoffero palpa' biliter inoltrarla.
Adoncaaltro non pico fé non quello che circa loro di nanc^ in qffo fra li corpi
regulari e dependenti ho detto.Peroaquelluo' go ve remetto e aperto trouarete»
fTDelepyramidi tonde elarerate. Cap. X. E pyramidi ancora per le lorcolonneft
róderemmo fa' ferace ve (iranno fncileaimprendere.cóciofia che cada» na (empre
aponto fia el tergo dela fùa colonna* cóme p' uà el noffro Euclidee pero di
loro /tmilméte la) cero lo' ro di) pofitioni quali non e poffibi'.e a
preterirla fiadolo rocommeedictoealpefoeala me/ì;rain tutti li modi (émpre el
tergo del fuo cbelindro Ommcdefoprameiiccrdo baueniedificó.» Inqucfroa fuo
principiome parfo poi ere lalphabcto amico. Solo {> dcmoffrarea cadauno che
fingi altri in linimenti co lai» n ea recita e curna 1 1 5 che quello mi tutto
apre jfp cadauna nationesofia ebrea greca caldea o latina cóme piuvoltc me fo
retrouatoa di re e con ejf celo a $ uame.bécbe a me loro Idiomi non fieno
noti-Perocbe in ognuno poti ia ejfcr venduto e datomi a bere del mercato che
noi fnpria cómequi i Vinegiaacerto bar' barefeo vndiin fii la piaga de San
marco pre|cntifbrfi-$o.degni-gcntilo>. mini.Manon mutando el greco le figure
geometiicbe.cioecbe né fhcef fé el quadro con-i'.cantoui
meofmeiifttutroepcrmttolilorpafliinEu elide noffro cbiaritome da loro.quid
nomini* ci quid rei promift darlile Io.epiunonfb.eromafcel frate cornine [empre
in queffa inclita citaea' dauno mi chiama e atefia flampar miei li bri al cui
fine qui capitai con li centia eapogio del mio Reucrédi jfimo Car. San Piero m
vincula vice càceliero de Sanerà madre cbiefa enepotedela Santtita de
noffro.S-Pa pa Tulio.ii-qual me manco troppo preffo.e mendico de quello che me
rachiefloedetuttc Idiolaudato §c Dicoa voidictoalpbabcto molto douereffer
pficuop. lopere in (cultura nelequalt molto (e cofluma por- ne.O perepitapby
oaltridicti|ècondo che vi fbffe ordinato. E certame te rendano grandi ffima
venufìa in ogni opa.cóme neli archi triumph* li e altri excelfi hedificii in
Roma ealtrondeapare delequali lettercecofi de cadaunaltra dico loro
inuenrioneeffer fiata alibito commcnelli obi UJ chi in Roma e altre machine
apare a San inauro e in la (épultura porfì ria nagc ala rotonda guardata dali
doi Lioni.Doue péneroltelii animi li folade fcarpe vcelli boccaliplor lettre a
quel tempo e cifre fé vfauano* Onde poi più oltrajpeculando li nomini (e fonno
fermati in queffe che al pre|énte vfiamo.Perocbeli hano trouatoel debito modo
con lo circi no incurua e libella refta debitamente fdperle fare. E fé fòrjé
qualcuna co la mano non ref póda debitamente alo j cripto e regola delor
formatto' ne.non dimeno voi)équendo dicli canoni (émpie le farete con grafia |
u ma e piaceri deli meniatori ealtri [cripton fecjuendo laregola delor dì
taavnapervnafc., : 3 5' fDDé lordine dete cotonne rotonde come te fé debuto
nelli bedifitii frr * mare con lor bafì. Capitolo. XJI. Eduto edifcorf o
afùjpcienga vh cóme (è babino per j cui tura di fponere le cotóne tonde ale
voff re mani conuojfri inffrumenti. Ora per quelli cbe lebarano amettere in o pa
qui féquéte diremo lantico e mordemo modo vfitato ba no ti antichi co/fumato
derivarle aliuellodiffanti vnada laltraper vnafolafuagroffecca ede queftein
atheneeale' randriadeegiptoperquellicbevifonnoffatiféfonno trouate. Ancora
vfìtauanoponerleequidiffanti per vna loro groffejja eme^a cbe afàijé'
netrouàinroma.Altrefc'nno {tate leuatep doifuegroffege, Alrreper doi e mega.
Ortutteqfte dal nf o. V.fóno (fate alor fòrteca cómendate.
Eauagbegapiucómendadadoi groffe^e e molto più de doie mecja auéga cbe la ragione
ditta quato più fia lor difiatia più |iéo debili. Ma el degno. Architetto deue
prima nanfe cbe le deridi fempre cófiderare . El peto cbe'bano atenere co lo
loro epiff ilio ecorona.Etbigrafi etetto. Ofi non fìandó el pejb in norme 'a
(Ài cóméda quelle ilcui tetràte fia dot grof jccceemeccaa
venuf!a.ElperocbenotatealaintelIigétiade qfto vocabu lo tbetràte cbe p
luifèmpre fé itéde ogni fpatio cbe tèda aquadro pur cbe fia fatto dali linee
ecjdifìanti. Q uefìo dico poche difopra cbiamamo tbe tràte quello fpatio o
"fto internatio cbe e fra vno angulo elaltro del capi tello» E ancora
tbetrati fono ditti li fpatii o "fio interualli cbe fono fra le cotóne
dritte quale. v.cofruma dirli-intercolunium f|c,. E medefimamc tecjffo
féintendedeli fpatii einterualli p/alurigrafbelalrroqli cómein mediate de fotto
dicédodelo epitelio intéderete. Ora a! ppo/ìto nfoDì co.V.tali interualli
cómendareqfi cóme e ditto dali Architeli ben (la et pefo cófiderato delqual nò
fi pò apieno cópéna dame notitia fé nò cbi in fui fatto fé troua cóuiene cbe
labia per (ùa induffria a fportionare cbe tutto el.rende aperto. Vittruuio in
la jèquéte auttorita.Perocbe cóme di ci» V. bifogna molto atafcbitetto ejfer
ftiegbiato in fui fatto in cófidera' re luoghi diftantii epefi deli edefitie
cóciofia che no i ogni luogo jempre fé pò (èruare le fy rnmetrie e £portioni p
làgujtia del iluogi ealtri impedi méti. Ori molti fono cófjfretti formarli
attraméte che fuovolere«E p que |fo fia mifferi cito più fi pò tenerle al qdro
o ft.tódo e lor ptip qlcbe mó notelépojfibilfiapernueroalmàcbperlinea nómacbi I
lebe tutto lui elcócbiude in queffa aurea aufforita nel gnfo libro
poflafòrmalitetvj. PNectn in oibus rbeatri* fymmetrieadoér réne; f effettua
pojfunttféd oporKtarcbitettumauduertereqbuyrationibufneceffefitfequi fymme
triàtf gbtjjpportionibur ad loci naturam aut magnirudinem operi* té-
peraritfunt.n.rey quafftin pufillo fj in magno tbeatro necejfe é eadé ma
gnitudine fieri propterv|umvtigradurdiaceumata«pluteofritiera{afcc
faj.pulpitaitribunalia ft fi qua alia intercurut; ex quibus neceffitay cogit
dif cedere a fymmetriane impediatur vfùf ♦ Non mintu fi qua exiguitas copiarum
Idejrmarmortfmateriereliquarumqrerum que paranturin opere defùerint Paulum
demere fautadiceretdum id nenimium impro be fiat. S ed confinfùnon erit
alienimi . Hoc autem erit fi arcbittttuy erit vfù peritu) preterea ingenio
nobili folertiaq,. non fùerit viduarus f|c, e 5 chiude breuiter che
oltralarteel buono arebiteffo bifogna habiainge'
gnoafùplireeldimenuroefmenuireelfuperf»uo fecondo la oportunita e difpofitìone
deli lochi acio non parino loro edifitii monffraofi. E aq/ fio effetto a voi a
qualumcbaltro mi fon mejfo atrouare co grandiffimt afnnni e toghe vigilie le
forme de tutti li.s.corpi regulari, co altri loro de pendenti e quelli po|f i
in quefìa nojifra opera con fiioi canoni afàme più con debita lór proporrtene
acio in epfi fpecbiandoue mirendo e erto efi
voialivofrrippofitilifàpreteacomodare.Elialtri mecaniciefìentifici
rieconlèquiranovtilitanon poca e fieno dati achearre mijtcri e feientre
fivoglianocómenelfùoTbymeoeldiuinpHoPtatóeelrédemàifèflo. PARS
ITDeUnféruatlijraluntìgrafbclaltro. Capitufo XI TI. Vello che del (ito dele
colóne babià dicco el medefimodi co deli tigrapbi |è dtbia obfcruare. A uéga
che loro babio a eérc fiatati in la (limita dtlibedifitiifcpra lecoroneouer
cornitioni no dimeno vagbrccaintalmóbào arédtre.
Perocbeftmpredei'anoconrfidtrealorcolónefopraltqti fono pofti.(_ioe|tl ibernate
dele colónefia.j.oTfcdoi grò \cc:. em :$a.o. vna cofi àcora (é dtbia far qlli
deli tigrafi.i.cofgc. E p nifi mócómédab (parto de.;.groJ]~ecfecóme de fotto
deb cpiffilio itend* retefe* CTDebepiffiliooucro arebitraue fecondo li
moderniefuo ^ophoro-E corona ouerocomicioneper li moderni. Cap. XI III»
"" Euatc ebe firano le cotóne aliuelb in fu li loro ffilobatt o
"fio pilaffri foli nfi co loro bafi e capitelli bé pióbari co' me fé
recbiedecó loro frrri bé fetidi. S opra li lor capitelli (è pone lo epiftilio
fo el nf o. V.e dati moderni detto Archi trauep fermerà e tncarbenaturade tutte
le colóne. E que ffo epiftilio deueffer difpoffo in qffo modo cioè. Prima |é fa
bngo quato tbenga tarila dele colóne fitnate a vn pò in recìa linea i filli foi
pilaffri. E (reriobatiebep nientenon efebino de linearcela Epri ma li |è pone
vn fà|f igio o T&o fàfcia dela q*le fua largb: a;a fitroua in que (tomo
frrmarttelalteccadetuttoelvoffroEpiffiliocómeauoiperaalpe fo biffate
pportióandob alor colóne fo li lochi che larereapót re atépli
oalrribedintiicómeq.a.l). Eqftalirgb>ccao'^.altc^adiuidarete i.t.t> ti
equali de luna fi fa lateniao vogliamo dire rimario deb epifhlio.b.fo pra la
quale (éferma eljopboroo ^.fregio. V fo linfa .Poi li altri.*. fé dìiiid ino
ina:. parti equali che cadauna (ira el quartodecimo de dicfi.f ... eia
fà)ciafoprananeuolefler.s.ctoe.f .dedicti.* cioè el |pacto.e.lame' epiff ylia
propter I nteruallorum magnirudinem frangun.- turge.
Ealquantopiudefottoindicirocapirob.Namquefàciendafimt
iterualliffpatiaduanimcoUimnaramjf quartepaitif colline craffitudi' nu medium
quoq, interra ainiumt vnum quod erlt in fronte, Alterum quod in poffico trium
coluaram CTafJI radine. fic-n.babebittffiguratio' nifafpcctutn venufFumf
aditila vfi;m(ineimpeditt'.nibuffc.Sichevo te ebedi'^i internalli non fi.ino
troppo enormi. E pò atali lui dici chef, dcbi.a (are li !or (affigli Tufcanico
more do*1? aquei tempo vfiutuno far It de ramo inuohiparo tomo a vna fb f
errane de legno e quello indora' uanoerrointialopitifrrmo efrab'lealpefò
enoncofi frangibile peri* grande internatio cóme le preti o altri marmi f e
•PRBBA- 3" 5* f[DeI|opboroneIeplf!ì!io. Capitulo,'; XV. L fuo cqphoro.V.ql
dati nri fia ditfo fregio deuc fftr lar go el qrto detfijo epiffilio fncédòfe
fcbietto (ènea ornarne ti.E^icendojécG adornamenti jèfàeliì'.piu largo del fuo
epiffiUòariobenrndaltjàvenuffaecbe ti diffi ornarne tifipo|Jhio
yederecomodaméte dàfoiitano e ddprejfo =ÉJ cioè (è diffa epiffilio fia alto o
"fr.targo .4. fi f/opboro vo lefjerlargo. s.cÓli'Omaméti a fiéo
fbgliamiviticci o altri alali cóme fiifà. ^Delacompofitione del cornicione. Capitulo
XVI. (Dpi a ditfò copboro (écópcne vr altre cerio dàli àticbi diflo Cornice
edamo.ComitióeealeuoIte li a ti chi chi amauano tutto ditto cópofTo dal copboro
fin a .lultimo diffo rimario dela cornice odali antichi -Acrotberioeda niì
regolo (oprano al copboro.E la difpofiticne dì qffo cÓpojfo deuejferin qff o
modo cioepVna imediate fcpra dtcf o copboro fi pone vn regolo ò'ft.grado
altramentedifto gradetto p la fua putta e fia quadra oblongo afquadro co fieff
urain fòre da ogni p fefo fra largbecca cioè cbeefca fòro del cophoro aponto
quàto fia largo e chiamale ancora Tenie p li antichi Di!i qli conruaméte li
féne pone.y» demedefima largbecca copie p dimfióiafimilitudine delefàfce in lo
epi fillio afùo ornaméto più preffo che afbrtecca cóme in quello poffo in p*n
cipio del libro vedi vacati (ènea alcun légno cóme :el cimatio.b.delo epì
jiilio aponto fcpra de.qffo fi pone vriaiquàdfa cóme fàfcia delo epiffilio
ia.V.cfctta Denricoli dali moderni Denticelli àleuolte R afrro p fimili' tudine
del raffretto fàéf o adenti cóme vedetein quella fegnato.be fra lui
clcimatiodelfi-egiodetto.K.fipone vna'tenià. Sopra dequeffo fi pone vnaltro
cóme baione detto pater noffrio; vero fùfàrolie fopra queffo laltra qdra o ver
tenia . P oi imediate li |è mettte la coróa .m.dati antichi cofi diefa edaii
moderni Gociolatoio Poi laltra tenia.Poi laltro grado de pater noffri efìi
faroli.Oltra queffo laltra quadretta epenultimo la fùa Simalaqte li moderni la
chiamano Gola dela cornice cóme vedete el gfadoio.ih lultimo cóme fò diflo fé
pone et |ùo acrotberio cioè vnattra quadretta o ver Tenia e cofi fia finito
tutto diflo Cornitione intefo eoe altre volte fé detto in lo ffilobata e
Arcbitraue per tutti difti gradi ca' dauo fporri in fòre daluna elaltra pte dex
tra e fjniff ra quanto fia la toro largbecca acio nellafpeflo tutto lo
bedefirio rnda venuffo.E demano 1 mao bn incatéato facédo miff iero co fèrri }
epióbi f e, tTPelfitodelitigraphi. I. Oi fopra tutta queffa compofitione
depiffilio ecornice i (ultimo apre jfoel tutto fé ponganoli tigrapbi cioecerti
pilaffretli con tre coffe fnc~f i &doi canellati cóme certe co lonnette
quadre diffami vnodalaltrodoi toro largbec/ cealeuolte^.fjc Aponto comete
colónefcpra lequali fi ranno fituati aponto ma (enea inferuallo vacuuo ma ma
pedo cóme parapetti fafft de bó taffroni ein cjltifècoflua far ornamenti romme
teff i de capi de buoi de cauali grilàde bacili rofoni derelieuo fjc. ffSeria
afài dadire circa queffo ma el tempo non meper ora concefjo. Perocbe de
continuuo di e no£f e me conuiene in fùli torcoli ebraico ' grapbi agouemar
lopere noffre contutta diligentia cómefè recbiede.Ma queffo poebo
auofrracompiacenca ho- voluto ponerequicóme percen no a quello 'che fperamo
compiu dtlarationede dicTa arebiteclura tra' ilare. Ebauendoui poffo là colonna
elo epiffilio con la fua corona e%o' photo me parfo congiognere tutta infierm e
farli' moffrare (ùoi effecri e pero li ho acomodati qui in quella pòrta comme
vedete diffa Speciofà dòue tutte lor parti defeorfè oculata fide potete vedere.
Giontoui [opra etfrontefpecio triangolare qual in /imiti compofirionide maiejfa
Jè co Puma per pitti antichi e moderni. PARS iT e omme lapicidi ealtri fcultori
in difri corpifieno commendati. I M. Auédo difeorfo abaftàja el bifogno vf o
oltra qìlo che in tutto difto babiào vericordo che nò firànodabiafimare
leuoffreopeféaleuoltecóme meglio vi J?effe vi póejfeo p bafd o capitelli qlcuno
de quelli nr i corpi mathematica qli più volte mali in p pria /òrma ve ho
mojfratiauenga cbediloropricularmétenónefnciamérione alcua elnro VicImuio.An^efiranodedigniffima
cómendatióe del vfo opifitiog che no folo lo rédaràno adomo ma ancora ali docìi
e fapiéti daràno da fpeculareconciofia che fempre fieno rubricati co quella
Icaediuinafpor rione hfite medium duoq, extrema tfc» Ori mericordo aroma in
cafa del mio mi)èr Mario melini baron romano. Hauer lecJo in certi anali roma
ni cómc.Fidiaf (cultore fiipremofrci in cercio cótrada deroma nel rem'
piodecererevncertolauoronelqlevipoféelcorpo diflo IcofàedrofiV gura delacqua il
che molti pbvlofcpbi fumamétecómendauào einquel lo più
léfèrmauanoacótemplarecbeanullaltra parte dtlopera ql medef» ma méte era tutta
excellérijfima le cui forme de mia jppria mano nauete in la cacelaria aroma e
infiré^a e Vinegia a fai. C ofi di uoi i cómendatio ne fira(émpredi£fo|é
qlcbevno veni porrete fàcendolt almo che Io vi moffrai e ancora Jéquendo quel
che difopra in quejtb de lor fia diflo» CC ó me nelli loghi angujli lo
architetto fé habia aregere in fra difpofi' tione. Capitulo XIX» Ifogna multo
alarcbite£f o eflereacorto in cófégliare altri in hedifitii e in la
pfìtationede lor modelli acio nò indù chino adifpé dio in vtileelpatróe.Peroche
clnfo.V.qtt bri ha infognato li debiti modi deli hedifitii co loro fym met: ie
de loro fportioni dixe. Intemira aleno! te che lati' guftie ftrete^a del luogo
nò pmettaratabricare co tutte quelle
foélnitachealauera.ArchitecTuraféafpeffaoplo ipedimento del luogo che no lo
permettara.E perqffovefida talrecordo ebenó pojfédo exeqre loperevfetotaliter
cómefe donerebbe dobiate fémpre tenerueal quadro eal tódocómealedoi £ncipali
forme deledoilieeretla e curua. E |é no potrete in tutto farle a tutto quadrato
o "ì&.circulo prédarete di lo rofèmprequalcbe parte
oTv.partinotaoTv.notecótne adire la.j.el.-j.li.J. U.f.tf cetera o aloro circuito
oTfco diametri e quelli p portionàdo fempre qto più potrete in parti note che p
numero fi pò ffano moftrare. S e né co pretti dala irratióalita cóme fra el
diametro del quadro e fua coffa. Alo' ra legnare te co voftra fquadra e féxto
lor termini in linee co voftro dejé'
gno.Perocbeauégacbenójèmppernuero|èpof}Tnonoiare marnai fia impedito
cbeperlineafùperficienon)èpofJinoa|É:gnare. cóciofiacbelas p portionefia molto
più ampia in la qtitacótinua che in ladifcreta . Pe'
rocbelaritbmeticonócófiderafénó della rationalitael Geometria del
larationalitaeirrationalita cóme apieno ne dixeel nofrro Euclidenel fuo qnto
libro deli e leméti enoi fécódo lui in Theorica e pratica auoflro amaeflraméto
in loperanra gride difla (lìmade Aritbmerica.Gcome tria $ portioni e $ portionalitain
la.6.diftictione al primo trattato e pri moarticulo.Imf'jfa in Venetia
nel-i494.e al Magnanimo Duca de vt bino dicaca doue al tutto per vofrre oecuren
c,e verimetto. flT Auete ancora i queffo cóme vedixi.Lalpbabeto dignijfimo
Antico fécódo el quale potrete le vofrre opere adomare e ) criuere le volunta
de li patroni o fieno |èpolcbri o altri lauori. Quali certamente oltra elbifc
gao rendano venuftiffimaloperacómem molti luoghi promaapeqllì già foliuao fnrle
de metalli diuerjé e qlle fermare i lor pri che in capitolici ealpalajo de
neróe leuefligie el màiféftio. £ nò fi lagnio li fcriptori e li miniatori fé
tal neee (fifa babia mejfa in pubtieo to f&So foto per moffra re cbe tedoi
linee ejfeutiali refta ecurua |èmpre fàno mete cofé ebe in ogi bitibuffèpojfano
macbinareeperqueffonegliocbiloroféngabr péna epénelloli bopoffo ci quadro
etondo acio vecbino molto bene cbe da le di) cipline marbematict tutto procede.
Auéga cbe lor forme fieno apla eoe qui al nrbdireporremo fine pregandoue in
ffatemente cbe fra voi luno co (altro aufodebon fratelli voliate cófmrue apiu
delucidatione de mtto peroebe fàcile fia lo arogere alecojè trouate cóme (bn
certo li vo (fri peregrini ingegni (arano fi p loro bonore cómede Iaterra
nradelaéj lefémpreinognifnculracómedalivofrri antenati potete bauereintefo jono
vfeiti degni boi benebe illuogo fia anguffo purepopulofo. £ buo ni ingerii. Sii
trùlitaribuy cóme disopra fucinte jconémocóme in altre d?)ciplinee
jcientie.cbedelemathematicibrendecbiaro el monareba ali di noffridella piSura e
arebiteftura . JVIaef!ro P ietro deli francej cbi co filo pendio métre potè
cóme aparein vrbmo bologna fvrara arimi' no ancona e in Iaterra nra in muro
etaula aoglio e guacco maxime in la cita daremo la magna capella dela tribuna
delaltargradevna dele dignif (ime opedeitatia eda tutti cómendata. £ p to libro
deproj pefliua conv pofèqual fitrouainla digniffimabibliotbeca deb
IlIuftriffimQ Duca de vrbinonofrro, Sicbe ancoravoiingegnatiueel fimile fare.
fTDele cotóne finiate fopra altre colonenclti bedifitii. Ercbeftnquanó
vodi&odelecolónerotóde cbealevol fé fé coftumao pon ere fopra laltre nelli
bedificii co i ne i lo nfo cóuenro de j cà croci in ftréca nel ftio degno
cbioffro ealtri luocbip italia cómedebanoecrdijpoffe acio eal' pefo
ealauenuf!adebitamentefienofituate.£lcbe clnfo. Wiréde chiari» p la (èquéte
autorità nel fuo.j.libro do Me dici in quefh forma videltcet, Colunefupioref
qrta parteminorefq inferiore; lunt confHtuendet |ipterea q> oneri ferendo
quefuntinfmora firmiora debent effe q fùpiora- non minuj q>étna) centiù
oportet imitar! naturami vt in arboribur teretibut tabiecte;cuprej]b*,pinu; e
qbus nulla n rajfiorefiabradtcibiu.Dtindeaejcédo fgredirur in altitudine nàli
co traflhira p equata nàfdftj ad cacume. Ergo fi natura najectium ita poffa'
latrecTeé cófritutu faltitudinibu* rj crajfitudinibuf fupiora infrrioj»fie ri
cótrafiriora.Bafilicaj! loca adiucia fòri? q" caltdij j imù partibur
oportet cóffituiivtp byeméfìnemoleffiatépeffatum (ècófmei easnegociafores
poffi'nt, Eiruqj latitudine^ ne mimi; efex tertia pte ne pluf ex dimidia lo
gitudfejcóffituantjnifi loci natura ipedierinfalitercoegeritfymmetria «ómutari»
Sin aut loojf eritampliorin longitudine f e • E vnpoco fotto replica cofi,
Coluttefiipioret minore; q tnfmoresvti fupra f criptu eft; mi
norerc5frttuant.Pluteuqcjinter fùporeffl inferiore? coluna* item qrta fte minuj
qfupore? colane fìierutoportere fieri vrlvti (iipra bafiltcecó/
glutinatìoné^mbulate*abnegotiatoribumecófpiciàt\Epiffiliacppbo> ra Coronetex
fymmetriu colunajjt vti in tertio libro fcripfimuf explicc tarmò mtnujfumam
dignitari gvenuffatempoffunt bre cópactiones bafìiica^ quo genere colune iulie
frneffrir collocaui curauiq fàciédatcu/ ìu.proportionejex
fymmetrieficfuntcóffitute.Adedianatefrudofc. C^Quefta digniffima autorità dileflifftmi
miei acerti fpofiti del do' mo de Milano nel.t49sfiado nella fila
inexpugnabilearce nella camera detta demoroni ala pn ria deb excel.D.de qlb .
L, JV1. S F.con lo R eueré' diffimo Car.Hipolyto daeffefuo cognatolo [
HufTre.S.Galeacco San. Se.miopeculiarpatróeemolti altri ffimofiffimi
cómeacadein cójpecto de (imili. Fraglialtribeximio.V. I .docToreecóreecaualie
iMefèrOno pio de Paganini da Bref cui detto da Ceueli, I Iqual ibicoram egregia
mcteexponendola,mttili affanti agrad'.ffmaaffetlionedel noJrro.V» in duffe
nelle cuiopereparea ebeacunabulis fòffe inffrutto,
ITVokbreHiterepJbpbybfopboJénja troppo mediffenda olirà quello che dete cotóne
apià (ito eleuate fopra (e qli cóme e ditto fé férma Io epi- ftilioco
tuttefueptidecppborocoronaecornicione (te. cbe facendole ne altre fopra qlle
cóme |éco)hu fare apalcbielogge qli medefimaméte baoa regerpejò
manótàtoquàtoledefotto.Einperoluidicédo eliso aduci la debita ecerta $ portione
cbe qlle d i (òpra debano effer per la qrta parte menori cbe le inferiori cóciofia
cbe qlle inferiori debino (émpre eér più ferme per la difta cagione e a fùa
córoboratione induce lo exemplo delamaeffraderutteleco|écioela natura la quale
còrno fé vede negli albori ealtrc piateabeti cipreffi pinif cNelle qli
apcfémprele cùneo % vette eér a fai più debeli cbe le lor radici e fbndaméto
adóca cóme lui di cijé la nà cimoflra qffo noi nò potemo errare i ciò imitarla
. P igliàdo lui per qffo exéplo le cotóne de ("otto efferenti bedifirii
pedale radice e fbtt daméto attuto alor fopra poffo ciocfi |é fia fi cóme el
pedale de lalboro fu ffétaméto a tutti li altri ramicbedi fùpra li frano
qtifempre fono piudfl bili de pedale.Mael quanto aponto a noi per certa
^portione fia inco' gnito. Ma per cbe ammirai" naturam in quantu pót lui
nò prejé aponto ladebitaj>portionee babitudine deli ramiecimeinqllialifùoi
trócbi o "#.|ripiri e gàbi perocbe qllaa noi mai pò eérnota |é nò cJto
dalai tiffi' mo cifòflecóceffo cóme nel fùo Timeo dici Platoneacerto fecreto
pro- posto videlicet.Hecn.folideo nota funttatqsei qdeifttamicur fc. E pe- to
acio lartifitio non vada ataff oni ma (émpre co quanta certecca più (è pofja
lui li da fportionea noinota e certa ql fia rónalf e Jempre pernii mero (è pò
explicare dicédo qlle di fopra douerjé fare per la qrta parte me non dele
inferiori perno effer deputate a tato pefo còme aperto/i còpren de cóme in ql
luogo epfo medeftmo dici a certefrneffre bauer cotlocare e cofi ordino cbe fi
douefle fare co qlle | y mmetrie epportioni. Saluo cbe in qffo eancbe in altre
parti delopert la na tura del luogo nò impedire ciò poterfe obferuare e cbe
altraméte nò ci |'fòr$ajfe difla | ymmetria elo» fportionicòmutaref
c.Perocbecòmo vedemooggididouerfè fnbrica re f o la forma del fito fòndamétale
e nò bifogna alora far ragionede exe gre in tutti modi le debite jymmetrie dele
$ portiói nn a fbrja fiamo có- ffrettì de fabricare gto el (Ito ci pmetre.E per
qffo non e maraucglia fé ali tépi nf i fé vedano molte fàbricbe ql paiano
mòffruofe in anguli e fàcce J? cbe nò bano potuto (éruare apieno el bifogno e
pero el documento fopra datouein vfedt|pofitionieftdefàbricbecómode(cultura
Jfòrc^tiuefc prede più acoffarue alqdro eal tondo.Ealor parti quatofìapoflibite
cri impediti da làguffia deli lochi fèmore nefcirete cómendati e perve}? mó le
voffre opere biaftmatc . E queffo vefia per faturifero documento f e.
flTElediilte cotóne fuperiori fé debano fituare a poto fopra aliuello dele
inferiori córfidenti lor bafétte ali capitelli bafi effirobatti dele inferiori
pò cbe altraméte 4uiado dal filo fferiobata cioè fbndaméto fùbteràeo de la
cotona inferiore lo bedefitio verebearainare per eérele fuperiori fora
dtlaperpédicularedele inferiori. E qffo voglio al pnte veftabaffàte fin ataltro
con laiuto de dio f mejf oui.Bene valete e pregate. I dio per me. fTVenetìtf
Impreffum per probum vimm Pagantnum depaganinif de Brijcia.Decreto tamen
publico vt nullut ibidem totiqj dominio art' norum . xv . curriculo I mprimat
aut imprimere fàciat f alibi impref- fum fub quoui; colore i publicum ducatfub
peni; in diclo priuilegio co tenti*. Anno Remdemptionifnoffre.M'D. IX-Hlen-
Iunii . Leonardo Lauretano.Ve Rem.Pu.GubemantePonrificatuf, Iulii.ii.Anno.ru
CXfòettoè in tteè partiales trattarne oiuifus Jncfj cou>og regu* larium z
Ocpcdeimaactinepcrrcrutatiói0.©.'p>etro0oderino pjiitópi perpetuo
populiflorétìnia'^.24]capadoIo36ur5enté /Hàinotftauo particulariter
oicatus-feliciter incipit. % crcpi fateratf Alai fé poffónoco locare nel co:po
fperico i qìi ptucti Iuguli loro fono ?f ingéti la fuper fi, eie oda fpera^/Sba
folo fono cino$ li reziari doecbe fono ó" latte bali equalicÓmeòfop^e
oicto.il p>no ! e il quatto baft triangufari z il feca |
doeilcubocbeafdfeccequaclratc il ter^o e loctobafe ttiangutari.il qr* to e il
ooderi bafe pétagonali il qn to fic il vinti bafe triangulari oe qli
l^^^iti§fei^^^ infido moftrare co numeri zp-e f^^^^^^g^^^l binomii
[equantìtazmefureforo. lis^taas'^r.^tìsf^^^ p-gt per ebe talimèTureequatita no
fé poflbno auere fc n ja de lati de le loro bafe z fu perfide di qlle: pero
enecefTario conrindare con le bafe lo:o z conio e oicto qle e fa perfide trias
igulare z qle e qdrata t qle pétagona ode qli moftta> ro cateti oiagoitati z
la i inea fcctotendéte tangulo pétagonico ouoi oire corda paragonale z poi
diremo oe oicf icrcpi z alcuna cola òl cozpo fperico fub:euiraOefequslicofeiaro.?.tiMctateUi»TPdpzto
fé oira oe lati z fuperfìrie oelebafc.'fRel fecondo oeawpi Hatei ati le
fupcrficieequadraturero:o.T$el terso defiì co;pi ptenuti luna oa laltto z
qualche cofa oda fpera fé piacerà a oio zc. -Cafus ptimus ©gnifuperfidetn'àgulareequilaterala
pofàwa OÌ iato cfexqu'tertia ala pofàwaoel fuocateto. 8T Excmj.'lo cglie
vnafuperfkie triangolare equilatera «a» b.c.cbe ciafeuno lato e.4.ela pofjmca
e.ió.dico ebe la pofÀn ca'del cateto e.ri.fLa prona il triangtilodato.a.b.c.eequì
!ateroficbecafcandodalanguto.a.la perpendiculare cade (òpra la
linea.b.c.adangulo reffo deitidendo quella ndangulo reclo nelpu ffo»d.adunquaf
la penultimadel primo de Euclide.a.b.pogtocbc.a.d.fi
Ind.pcbe.a.b.eopoffaalangulo.d.cberc#o£f?cbe.b,e.cbe.4.ediuifo per equali
tn.d.ftra.b.d.ì . che mieto in |èfn.4»cbe la quarta gre dela pofanja
de.a.b.cbe.té.Clapofàn^de.a.b.eeqiulealapofÀncadelcateto.ad.ftala pojrtnja e
de.b.d. cbe.4»f e la quarta parte de.i6*adunqua la pofÀnc^i delca tetò.a.d e li
tre quarti dela pofanja de.a.b.cbe.i6.eli tre quarti e.u.cbe giort ta có4a pò
finca de.b.d.cbe.4.fà.tó.fichela pofanca del cateto e.iz. ebe e (ex
qnitertiaalapofrtnfadellatodeltriangulocbe.tó.p'Maquandolitriangii' li non fono
equilaterinon (éruequefra Jiportioneft ebe altramente jé troua il cateto meffi
ebe ilati del triangulo.3.b.c.che.a.b.fia.iS.ff .b.c. 14, e.a.c.rj. ff.b.cjla
bafdcbe,i4.mcaIo.i |è^.i96.poi mca.atc.cbe.ijtifefà.ié9.giognì
CÓ,i96.fà.56S'bora mca.a.b.cbe.i$.in |é fà.tìS.tral!o de.36s.refta,i4o. ilqle fé
vole £ tire |émp J> lo dopio dela bafk la qle e diSo cbe.i4,adoppiala
fà.is.g tt.i4o.^,x8.neue.$.f|.s.dicbefia da làgulo.cal puffo doue cade il
cateto et tamenoreftemeàlo in (efa.15.P0i moltiplica il minor lato de!
triangolo cbe.i5.''n (è fà.ié9.tranne>is.ref!a i44-e la p?.?44. cbe..n.e il
cateto adéte (b pra la bapi. b, c.p"Et gdo tu volefé ebe cafcajf e
(bpra.a.b.cbe.ij. multiplica lo i (è fa.n5.fl multiplica«ij . i fé (à.169
giogni ifiemi fa.594.P0i multiplica 14 in (e fn.i96.trallo de.594.ref!a.i98.cqueflo
}?ti perla baf>. ebe .!$♦ doppia cbe.5o.neuene,6|.ft,6>.JIradalangulo.a.a
punffodouecadeil cateto pero mutliplia,a.C'Cbe.i3'in Jé fà^del quale tra la
mulriplicatione in fé de^f. Z_
cbc.4?'_v.rcfTa,n$«.eIa^'.n5l.;.eilcatctocf)c.i;i.r£tco(ifn in quale Iato
fccjjcbi il cateto tf quello |émprcfia bafd equella multiplica (t giognt co la
niultiplicatione de vno de lati poi nettala multiplicationede (altro lato e
parti per lo doppio dcla bafd e quello cbeneuene multiplica in fé equello ebe
fa tra dela miiltiplicationedellatocbegiognefti cola multiphcatione dela bafd f
la iv.del remanf ntee il cateto cadente (opra la bafd .a.b.fj;. co(ì fa
dequalùcbctriàgulo jè fta. Cafuo .2. S fuperficie Del trisfaulo fa oala
nuiltiplica tionc oc! cateto nella meta oelabafa ooue cade ilcateto. IT Verbi
gratia. Tu ai il rriangulo.a.b.c.cbe equilatero ebe ciafcunolato e.4.f ai perla
precedente ebe il cateto rfl?,i*. ft la mita dela bafd ebe e. b.d. e.^gper cB
lai a multiplicarc có^.reca.i.ap?.^.4.mcàlocó.ii.fh.4s.faicBlafiiperncie detale
triàgulo e R?.48.cbe J? la. 41 del primo de Euclide fefua. PNon fia
iltriangulo.ab-c.eeuilateromafia.a.b.is.t?.b.c.i4.e.a.c.i5. il cateto .a.d.e
n.cbecadefopralaba(d.b.c.cbe.i4.pig!ialaniirade.i4.cbe.r.mcàlocó.n«
fn.S4§>84-el3 fuperficie del triangulo.a.b.c ebe vno lato c1s.laltro.14.laI
tro.13.cbep qlla medefjtniade Euclide |e f uà p ebe meado il cateto i tuffa la
bafd neuene vno quadrato ebe ta/iperneie fua e.i68.cbe doppia al trian' gulo
dunqua il rriangulo e la mita ebe s4>cómo dicemmo. Cafue .3. £\ (a notitia
scia fuperficie z oe vno rato oe vno tri arfulofòtacptitaDe giialtriooi lan. C
Verbi gratia E)fendolafuperPciedeltriaguIo.a.b.c.84.f vnoIato.14.di co ebe fd
la notitia de glialtridoi lati p"Tufdi ebe a multi' plicare il cateto nella
meta dela bafd neuene la ftiperficie del triangulodunquapartcndola fuperficie
del tnangulofcla meta dela bafd.ncpucne il cateto § J?tendo per lo cateto
neuenela meta de la bafd. P" Fa p largibra meffi ebe il cateto fia,i.. eia
meta dela bafd ebe i4.fìa,t.multiplica.i..via % fà.t. cioè .a. c.cbe.'?.fn.si.e
reca.S'.a I£,fà.6.in féfn isó.P.f mcàV\.i fé fa -si. @ .rrine.36.^7
..'refra^.e.^-de cèfo tato e il cateto cioè ft.44.e. f "4 de cèfo il qle
meà co la meta d la bafd cB.3. ^>.reca a ^.fa.64. SI .S.64. S . via,44. EJ
.e.^%.(n.»S55*-e-Ì6- ® «dcH. 1 che fono egli ad.ioo.nùero recalo a
j£.fà,ioooo«refl'uci a fédicefìmi le parti arai.tóoooo.nùero apartire
per.4s695.neuenc.3Jff ^-.!a foa p,'. vale la cofi enoi dicémo
cbe.a.c.era.9..reca a p/.p>.fà.656i.mcà &3|f§fé»fn pfjp'. m 35.e.|ff^.
tanto e.a.c«f .b.c.metemo.B.^>.recaap?.p: .fà,20ft6,il qle mca
per,j;£f£»fa.p6o6£-f!.et.p?.p>.de quejìo e.b.c. g.a.b.metémo.ié.recaa
R.g.'.ja.W.eqfa mcàfc ^g(frf^.#A988g#taRto e.a.b, Cafus \ x Érloato triangulo
oalfuo centro 9 ciafcnuo angulo 8 -la fu perfide z itati fuoi inuenirc. CSappì
che dogni niàgulo eglatero dal centro a ciafeuno fio angulo e
.f.daldiametrobouoicateto.Adunqua jédal centroa eia' forno angulo e.s.che li
doi terci del cateto fira tuffo il cate^ _to.u.pomcà\u»infejnj44.etufaicbedognitriangjiloeqla
tero la pofanja del cateto e |éxquitertia ala pofanja del lato del triàgulo pò
piglia.|.de.i44.che e.48-e pollo fepra de.i44#-i9i-f la JJM9*-e£ ciafeuno lato
il triàgulo dato. Hora per fàpere la /ìia fvphcie piglia la meta de la bafà
chepk'.i9i.cómopJ.fira.4S-mcà'4S'VÌa.i44.jn.C9n,fl lV.69c.fia laftperfi- eie
del triàgulo che il jfpojfo. CflfU0 ♦6'.
£09ltrils5ulo.3-E).c.dbe.9.&.e.i$.t.b.c.T4.t.ac.r5.té parte da
riafcunoanguloUneeoeuidentiilatiopofti per equali intei recandole in pucto-g.la
entità da.g«9 ciafeuno angulo fé troni. IT Volfe prima tirarelelinee da
gliàgulidiuidenti'ilati per eqti la linea (è parte da lagulo.a.deuide.b.c*i
pucTo.d.quel Ja ebefe parteda làgulo.b.deuide.a.c.in punfto.e.quellacbe jép
tedalan* •gulo.cdeuide.a.b.in.punclo.f.f^Hora bifognatrouare i cateti pria
quello •ebe jépte dal angulo a.cadentejopra.b.c.cbe trouaraeflerep?.i44» fi
cade apreffo .e .$. bouedi quanto e dame£o.b.c«cbe»2« ad «J.cbe ce.t.
mulriplica Io in |é fà.4-pollo fopra.t44.jà,i4S'f la p?.i48. e.a.d. Hora troua
il cateto che fé parteda tangulo.b.jbpra ad.a.c.cbe»i5.ft il cateto fia
pj.tét^. € cade apreflb .e, fo.vediquàto eda,c.e.cbe.6i.ad-$fT.ce.i*?. multi
plicalo in|é |à.i^|§.gtogni con lo cateto cbe9?,i6r^j,fà.t6sj.pero tato c.b.e.gil
cateto che |è pte da langulo«c.{i: cade fopra,a.b.ep\iis^. ft cadeapreffo.b.èf
. vedi quanto e da,b.f.cbe,ri.ad.6fce.|54nultiplica in fé fo-iàs-giogm có.n^(
fi.u6.e4*€la^.iI6.f|.i.e.c.f.tuai.a.d.^.r4S.f.b.e.p,'.i68.e4.f. cf.pJ.K6.fi
•£.e tu voi doue fé interjègano le linee.Et per che dogni triangolo eh |é pte
linee da li jiioi anguli e deuideno i lati per equali fi interjègano nelli.f,ft
tu . ai la linea,a«d.cbe pM48.fi tu voi.a.g»cbe li.f .pero recala
p2.fà.9.J?ti.i48« per«9.neuene.i6f.il quale radopia còrno p?fri.655.f
p?.6£.e.a.g.f.g.d,ep?. i6*»f|ai cbe.b»e.p?.i78.e.i.del quale piglia.-:.cioe
recala p?.fii.9>parti.i6s. e.J-.per.9.neuene»i8-e.ft.filqualeradoppia còrno
p>.jà,£4f§. eia p>24f§. èlaltra.b.g.f .g.e.epj.is?é.f ai cbe.c.f.e
pj.de.in^.ft tu voi.c.g.pero piglia
|.dep;,iJ6f^5.cofireca.3.ap.'.fii.9.parti.ii6^B.per.9.neuene.i4k.ilqle'ra
doppia cómo^.fa»sóì,epP'.deq(toe.c.g.f.g.f.e^.i4f^.Etcoft ai cn.a.g.ep»
6srj.ftd.g.p?.t6*,f.b.g.p?.5r4f|.f.g.e.ep!i8ff.£t.c.g.epj.s6i.fì.g.f.p?.i4|s.
fTParme ancora de douere dire deladtuifionedefjìtrianguliperfrtperela quantità
de la linea che li diuide ft le parti de la jlperficie deuifi. CafUs. .7. © gni
triangulo e queKa pjopotàone da potenria de labafa a tuctala fuperficie del
triangulo ebe edala potentia del 3 linea deuidente a fa parte dela fuper"
ficiecbedeuideefrendoladitalineaequidilranteala baia. -_-.- __«_ — IfTExemplo
eglic vno triangulo «a «b.c. che. a. b.e.ij, f .'b . e . r4 • e • a .e. 13 . ft
il cateto .a.d. e . 1» . pongo quejìo triangulo cojì per cheli lati f il cateto
vengono in numeri interi ft la fuperficiefua e .34* dico che tu tiri vna linea
egdijfante.b.c-cbe bajÀla quale jiaf.g.cfi deuicìa a ti 4d e e it caret0.a,d.
per equali in punffoib.fr perche eglieqttelfa proporrtonede a.d.cbe.i*.ad,b.c.cbe.t4.cbeeda.a.b
ebe meco cateto cbe.6.adf.g.duqua f.g.e.r-Jctu multiplicbib-c. cbe.14.in (è fa
.196. eia fuperficie del triangulo ab.c.e.S4.bora multiplica.f.g.cbe.t in fé
fn.49.dico che tu ai lalrro man* gulocbe.a,f.g.gilcateto.a.b
eAflabafÀ.f.g.e.'z.e fai ebe a mtiltiplicare il cateto nella bafa fn la
fuperficie de doi trianguli pero niultip'ica il . cateto cbe.6. via la meta
dela baffi cbe.j ' •fà.ii.dico ebe glie quella proportione da la pofan ca de la
linea deuidentt che. 49.aU fùpcitkcic ebe leua cbe.n. quale lapofimcade.b.c
cbe.196.ala fùperficiedetuffoil triangulo cbe.84.pero ebe
fetudira1fe.196.meda.84.che medara .49.multiplica.49.via .84-fà.
4n6.partip.r96.naiene.M.cómovolemoficbetalefportioneedal3po|an ja de la bafà ad
ogni triagulo ala fua fùpficieqle e la pofknca dela linea deui dentealapartecbc
leua dela fLpernciedeJfo triangulo cheilpropoffo. Cafus .8. 2(toir
triaugiiIo.a^c.cbeinato.aI>e. is.b.c. i4.a.& 13.7 il
cafcto.a.d-'2.elafii perfide fua c.94.Tvna li' nca equidil |r doi trianguli,
a.b.c ft.a-f.c fE il cateto.a.d.diuide.f.g. in [ ucTo.b.f effe diff o nela pria
de le deuiftoni de triaguli efi tale proportione e.delapofrtncada'.i bacala
fuperficie del triangulo quale e da pofanca He la l'neadiuidenteala Superficie
cbedeuide.Et fimilmentee qlla $> portióe dela pofanca de'a bafa ala pofanca
de la liea de ujdéte et data fuj?ftciede.a.b
c.cbe.S4.ala(ùperficiedeltriangu!o.a.f.g.cbe.35. pero di fc
84meda.5?.cbemedarai96.multiplic3.;$.via.i96.fit.686o.partiJ?.S4.ne
Bene,silj-filap.'.8'?.elalineadiuidentef.g. CafilD .10. ] €
oclrrianguro.a.b.c.cbe.a.b.e.T5.b.c.i4.a.c.i?.T il Vateto.a.d.e.ii da fuperfide
fua e.84-VJia linea equi dittante rl.b.c.cbelctiaclela fi'perficie.'.oone fega
ÌI1 Cateto intienire CTQ "andò il rriangulo e diuifo pef vna linea
equidiffante ala bafa fa doi trianguli fimili adun qua (enei triangulo.a.b.c fé
tira vna linea equidiffante a!
?,c.cbefia-fg.fnravnotriangulocbefira.a-fg.finiilealtriangtilo.a.b.c.f itniguli
fimili fononi vna pioportionecbequella'fporrtoncail cateto «a. d. alato del fùo
triangulo. i.b-cbe a il cateto.a.b.al no del fuo triàgulo'.a.f. ecofi-a
d.ad.a.c. corno »a.b.ad.a.g.f cofi.a.d.ad b.c.cómo.a.b. ad .f.g. fi ebe fono in
pportioneadunquafira qlla proportione da .f.jdela pofanca del cateto a.'.dtfa
fuperficie del triagulo quale,eda la,pofai:ca de tuffo ala fuperficiedetuffoil
triangulo adun qua multiplica il cateto.cbe.i-. in fèfà PRIMVS 5 re altramente
p che fono in ^portone tu fai chela fuperficie del triàguto.a« f.g. vole
eflere,2.de,84»cbe e.33? .pero che fai cfi.84.de fuperficie da de pò
fdncadecateto.i44.cbetedara.33?.de fuperficie multiplica.33?.via.i44. fa
4838|-il quale parti fc.84.neuene.$tf,ft la £'.s#e il cateto.a.b. il quale ca-
cauamo inuenire. CafuS »li. Sito il trianguro.3.b.c.c&e.a>b.e.i5.b.c.
r4a.cj- . t il cateto a.'d .12. efafcaiuperfiriee.84-'ze deuifeda vna
lmeacbc.8.equidinàrc al bc. cercafe ooueftga ra il cateto.a.d.cbe.i2»ecpra
fuperficie leiiara del tri angulo *a.b.c fé vole trorjareCPercbe comò editto
{Èflcdoi triangulifimili cioe.a.b.c.g.a.f.gft fono i vna prò jortiouepcrodi
cofife»b.c.che.i4.da decateto.a.d.cbe.H.,cbe darà labafà f.g.cbe„8.mca.8. via
.B.fà.96.partiper.i4.neuene.6*.adunquafégarait ca'
tetoinpuflo»b.cbe(ira.b,a.6*.€ecatetodeltriangulota.f.g.P'Seyoilafii perficie
ebe leua meà il cateto nella meta dela bafd cbe.4.fi cbe.4.via»6°.|à *rfoto
leua dela fiipficìedel triàgulor.a.b.c.cbe.s4. V"E-t quado tu volefje
deuiderloj? vna linea ebe jépartiffe da vno angulo deuidi la bafà oppofìa a
quello angulo i qla parte che tu lo voli deuidere e tira da langulo la linea
eferafntfo £afllS «T2» JÓlie il tria»gulo.a.b.c.cbe.ab.e.i$.b.c.i4.ac»i; *t \\
cateto.ade.12e la fuperficie.84.nel qle e vn puncto e.nella linea.aba p?effo
lagulo.a.3 del die tiro la Bea deiiidenfe'b.c.in pócto.f.cbeleuade lamperfiriedal
rriangulo la metacercafe la ójtita de.e.f.r dcb.f.
fTTuaidoitranguìi.a.b.c.f.e.b.f. (E fiicbe.a.b. e.ij. ftilcateto.a.d,n.e fai
cbe.b.e.B.per ebe |é tiai.3.de.is.cbe.a.b.refra.u pero di cofi jè.a.b»cbe.ij»
me da de cateto»u.cfi me dara.b.e.cB,n.mca,n. via.P.fn,i44.pti p.is.neue.
9*.colqualepartilametade.84.cbe>4i.neuene.4|.radoppiaAra.8j.tàtoe fc.f.
P"Et per fÀpere gto e.e.f.mcà.9Ì.cbecateto i (i ^.grf^.epoi mcà'b. e.cbe
u.in fé |à,i44.trane.9i^.rejfa.si*i.ela fua $>,e da,b.finc do cade il cateto
efi ^.trailo de.8>.rej!a.i.e.^.il qle mea i fé fà.^é-giogni co.gi^.fn.
94fè^ó> eg?-94^gfe.e.e.f.g.b.f.e.8|. Cafue . £ il
triangnlo-a.b.e.cbe.a.b.e.iS.b c.i4«a.c.p .e dt'uifb da v na linea ebe fé parte
da langulo.ee fi ga il cateto a-d.in pucto.e.,r.a>b.iu pncto.f.z-a.f.e.5.
epto e.a.e.e. dc.e-e.f.fe vole trouare.CTu fai ebe il cateto.a.d .w.f cadefu la
ba^.b.cfii Io pu£ro.d.ff«iicbe.b.d»e.9.f»d. e', e.5.f effe diffo ebe la linea
ebe |è parteda langulo.c.f va al puclfo.f.f diuide.a.b . cbe.15 apreffo langulo.a.s.cb.fdelalinea.a,b,a
dimquafèjétira vna linea dalpuncìo.f.ectdiffanteal.a.d (égara.b.d.in pun
£ro»g.cbeftra.d.g.vn terco dela linea.b.d.per'cbecafcàdo dal pun&of.la p
pendiculare egdiflante al.a. d.deuide.a.b.f! b.d.in vna fportione fjf.a.f. e.f.de.a.b.cofifira.d.g.vde,bd,f.b.d.e.9.dunquae.d.g,3,f,b.g.6.Tuai
cbe,b.f,e.io.cbe.ìdea.b.cbe.r5.mca.io.injéfà.ioo.boramca,b.gcbe.6.in fé
(à.56.tralIo de.ioo,reffa.64.è P?.^4-e.f-g- che e.s. T£t efìediflo ebe e.
d*e.j.f.d.g.3.giontiinfiemi^ino.8.nicà.infefà.64.f md.fg.cbepure.8.
Jéfàptjre,64-giognicó.64 fa.&s.ela l>'-R8.e.f.c.percbe.f.c.eopoj!aa lan^
gulo.g.cbe recito pò qto le do ltnee.f,g,f .g.c.p la pi nutria del prio de Eìu
clide.p"Et)è voi faperc.d. e.di cofi jé.c.g.cbe.s.meda.f.g.cbe.s.cbe me
da- ra-cd.cbe.5.mca»s.via.s.fn.4o.partip.8.neuerie,sf.f.f.a.e ilrefTo
finei.B,cbe.t.Horaper.c.e.^ cofumcà.c.d.cbe.5.in |èfà i$.g .d.e.e^.mca in
lé^.xj.giogni co.ij.fà-so.e $,so.e c.e.f|p ebe tu fàicbe.f.g.e«8«f .d.e«5«
trallode.8.ref!a3.mcàloin(èfa.9.f*d.g.epure.3.cbemcàtoinJéjapure,9«
cbegiontocó,9.fà.i8.elapf.is.e.e.f,cbequel!ocbe,cercamo. iTLa fuperficie qdrata
delati ft anguli equali la pofàncn del juo diametro e doppia ala pofan ca del
ftio lato g la fiperficie fua fa da' .meire del Iato in fé medesimo, p" Verbi
gf a eglie vno qdrato ebeper ciafeuno lato e 4 meà a ih 8 n TRACTATVS 4,
vìa.4.fà.i6.tanto e tafuptrficie de quello quadrato cioe,i6.cofi de ogni
quadrato che fia de lati g anguli equali. £afus .t4. £lquadrate>cbc.ó. pei
lato la quantità Del Tuo ola' metro trouare. fT Sia il qdrato.a.b.c.d.c fia
eia) aio lato-6.el qle tira vna linea da làgulo.a.aligulo.c.la qualedeuide il
qdra to i do parti equali p chela fn doitriangulicioe.a.b. g.a.d e. che fono
fimiligequalipcbe.a.b.t equale ad.a.d.f.b.c.equale aid.c.ft .a.c.e bafii de
luno g de laltro fi ebe fono equalt. E per la penultima del primodeEudideaicbe
la linea del triangulo oppoftaa langulorecìo pò quanto pò le do linee
continente langtilorecioadunqua la linea.a.c.clì diametro del quadrato.a
b.c.d.del quale ciafeuno lato e.&. continente lan gulo reclo oppofti al
diametro.a«c.pero multìplica.ó.in |è do volte e gion^ te injiemi fn.p.ela
^?.7i»fia ildiametro.a.c. Et quàto al diametro,del qua dratofìijfe.s.cbe fia il
lato (ùo multiplica.8.in )e /3.64-pigliane la meta eli 3B.f p.p.fira periato il
difito quadrato. «_ Cafus .r$. 01 '(£ quello quadrato ebe la f "uper fide
fua e doi cotanti ebe li fuoi.4.lati il lato fuo muemre. IT Tu ainel lalgibra
ebe il quadrato fé intende per lo cenfo f il |ùo lato fé intende radice cioè
cofci aduqua di cofi,eglie vno cenfc cqle.s.cojt per ebe e cqle al doppio de.4.
.cbe 8.#.g ilcapitulo dici ebe tu parta Ieco|è perii ccnfi eqllo
cbeneuenevalelacofàparti.s.fc.t.neuene.s.f.S.valelacofà ebefùmeffo vn lato
aduqua fù.s.mcà.s.i fc fa .64.f li fuoi.4-lati cbecia|aio.8fà.3i.§ il
qdrato,64>cbe doi cotato cK.31.cbe fono li qtro fuoi lati ebe il propojlo.
£afu0 .ic». glie vno quadrato ebe e.eqiiale al i quatro fuoi lati z a.t>o.n
liniero il lato fuofevole trouare. flTDi chetale quadrato fia vno cenfo t il
lato fuo fia.r, . 4.lati)irano,4..adunq.i.H.eeqlea.4.^>,{t co.nuero.
P"Elaregula dici quando li cenfi fono eqli alecojèealnùe' ro ebe tu demeci
le co)è e multipliebi in |e qllo ebe fa giogni col numero e la l3J.de la fomma
più il dimenamento de le cojé vale la cofèt .A dunqna tu ai.i. IH . equale
a.4.^.§.60. numerodemtfi leco|è firano i.mcain
fefn.4.gioguicó.6o.fà,64.ela#.64.p\i.cbefuil dimejamétode le cofr vale la cofa
ebe ponemo che fùffe vn lato del quadrato e la IV .64.e S.giognici.i'cbelameta delecojèfà.io.
che vn lato meato i )èfà.ioo.,ft li q tro fuoi lati Jbno. 4- volte. io.cH fn
4o.cKgi5tocó.6o.fà.ioo.cómo voléo. OSnù '17. £ la fu perfide 61 quadrato
equilatero fc tra Dei qua fio fuoi lati z reniaue-5.quale fii il fuo lato.
ITcómo |è difto il qdrato e* H .g il lato e.i.^» qtro 'lati
fono.4.^>.dùqua.4..jbnoeqliad.i.EI.3.nuerodeuidileco|éfirano'i»riica.infefà.4.tràneil
nùerocbe.3.refta.t.f lajV-i.p.i-cbefìiildimecaméto dele co|è vale la cofà.
ebemetemo vnlatodunquafù.3.mcàin |è fn.g. trailo de qtro fuoi lati ctì e
u.cioe.4.volte.3,reJta.3.cómo cercamo» Cafiie .18. TRcom li quatro Iati
dunoqtro equilatero fono eqli a S-oe la fua fuperficic de laq3tita de Iati le
cerca. |TTuai.*.decéfoeqlia.4.^'reducia.i.(S),arai.i. E.eqle a,i8.^>.f ti.is..p
.i.neuene.is.tato vale la eofacbe vno PRIMVS 4 Iato delqdrato meato
infefc.v4M.$-der)i4>e-'li& li qtro tati che cìafcii
noe.ia,di«4.via.iS.fà,ti.cbeli.*.de.3i4' CafUS -15>- 0 quadrate equilatero
che il fuo diametro e.e».piu cbeilatofuo del fato inueftigare. FMefti che
illato fLo(la.u^>.nica.t.{à.i.@-il qleradoppia fono.i. M .adunq dirai cH il
diàetro fia.i.^.p* 6.mca.i.^.p.6.via.i«.p.6.)n.i.|Dj.e.B.^>.e.56,nuerocfi _
fonoeqlìad.i.Ol.refroralepttleuadaognipte.i. H.arat.r. El.eqle a,B.#.f.56.nHero.|TDemeceale..6.cbe
fu il dimenamento dele. $>, valela.^>,cbe metémo cbefùjfe vno
latoduquafù.6,p,{£.p.fc» JCafttS .20- H per vno lato de viw qdrato fé mei il
fuo diametro euengane$?.u- quale fu ilfuolato z il fuo diametro. f[Tu fai ebe
il diàetro pò q'to ebe pò doi jùoi lati gióte lepo fàn$eloro Ifiemi £o di
cBvnlatofia.t.^mcai féfà.i.H.ado piafcno.i. ED .f la p.J. M,e ildiàetio tuai a
meàre p?.i« SI j> vn latocfi.i..reca a p.fà.i. H.mcà.i..
i6.valela.H.efùdiffocbevnlatoera.i.ll.e jj^,r6.e.i.mcàtoin feja.4. adoppia
fà.8.duquail diametro e{2.8.reca.i.a.£? fà.4.ft.4.via.8»fà.3i,doe
5?.5».cbeladimàdato. CafUS 21. da fuperficie duquadrato meata col fuo diametro
fà.Soo.cfcefu il fuo t il fuo diametro.
f£"Poniilfìiolato.r.mcàijéfà.i.tI],fi lapofànea deldiàe' tro e dopia duqua
e 52.*. M .e noi dicémo ebe a meàre eòa fùpficie del quadrato fn.soo.reca a
gja. IH H.mcà.i, M H. via.x. lei .fn.i. EJ.de cubo tuai.i. IH »de cubo equale
a,500. reca a ^fn.ijoooo.recaad.i. ls] .de cubo arai.i, Hi .de cubo equalcusooo
eia pj.dela #. cuba vate la.,cbe fxt vn lato ebe p?.so.cbeillato del quadra
toradoppia corno nuero fà.ioo.lafua^'.e.io.cfi diàetro mcà.ro.v?lafù|jfi eie
cbe.so.fà.soo.f cofi ai ebe illato fuo e JS.so.ft diametro.io, Cafus .22. Suédo
dcó delati z diaetri z fu perfide de qdrati di' ro
acoraqlcfrecofadeledìuifióiloro fktedalineere' etc exéplo C£?e la fuperficie
quadrata.a-b.c.d.c&e e tó.edeuifà perequati date u'nea.e.Wk fé parte dala
lì'ea.ab.apìeffo lagnlo.a.la quatita dcffàliea deuidé tecercare z quanto e
dileolta-f.dafàgulo-c.z.d. CTTuaicbei[quadrato»a.b.c,d.e.6.glatof
volfedeuiderepermeta^vna linea ebe fé parta
da,e.cbe.i.aprejfo.a.nella.linea.a-b. f fai ebe la fuperficie e 36'pero
deuidafé prima pelle linee diagonali.a.d.ft .b.c.cbe |é it erjègaràno in
pùffo.k.Poirira vna linea dal puffo. e-pafantetulUa quale deuidera.c
d.inpuffo.f.dico ebe la linea, e.f.deuide la (ùpficiera.b.c.d.p. equaln p^Per
cbeegliequellafportioneda,c.f.ad.c.d.cbe.e.da.b,e.ad.b.a.gittriangulo e.b.K.e
equalef fimileal triangulo.c.lvf.ft la linea.a.d.deuideper equali el quadrato f
per equali la linea.e.f.f fa doi trianguli fimili g equali cioe.a.e.
fc.f.d.f.fc.dufiqua togliendo dal triangulo.a.cdiil triangulo.d.f.fc.remàe
a.c.f.K.equalead»e.b.d.h.dunquagiognandoad.a.c.f.ft.iltriangulo.a.e.k
remane.a.e.c*f- equale ad.e.b.d.f.cbeciafcuno eia meta dela fuperficie.a.
b.c.d.delaqualeillatofuoe.é.f.a.e.e.i-'gcofì.f.d.e.i.trallode.c.d.cbe.é.re
fra.s.cbe.c.fttira vna linea dal punffo.e.equidifrante.a.c.cbe deuida.c.f.tn
punffo^g.fira.c.g.vno trailo de.c.f.cbe.s,remane.4 fi ebe tuai vntrian -
guto.e.fTg.f ilfUo cateto.e.g.e.ó.e tu fai ebe a multiplicareil cateffonella
metta dela bafa .g. f. ebe .x. fn la fuperficie del triangulo pero
multiplica»*. via.6.fn.u.al quale giogni la
fùperficie.a.e.c.g.cbevnlatoe»r.etaltro.6.mut tiplica.i.yia.6«f3.6.giogni
con.u,fà.is'-si.c.e,f.percbeeopoflaalagulo.2 che recito pò quanto le do linee
cioe.e.g.f -g.f.cbe contengono langulorefto opoffo aquella ffc Cafltò..
£dclqdrato.ab.c.dcbc.6'.pei tato-fé fa lineartele partedalpùcro.e.neltalinea.a.b.prefrovnoeleuade
la fuperficic.^.qle fiala qua'riradcla linea dcuidétce doilCCÓnilScrg.C.d.
tLPigliap*ma.£.dellato.a.b,cbefia
a.l.frdalpùcto.l.riralaUneaeqdiftàre.a.c.cbecóringalali' _nea.c.d.inpùclo.m.f
dalpufto.e.tira,e,m.€.dal.pucìo.l.ti ra vnalintacqdi|!ate.e.m.cbe|ègbi.c.d.ipùflo,f.poitira,e,f.dicocbelali
nea.e.f.lcua.^.dtl t fuperficie de.a-b.c.d.percbe la linea.c.f.deuide la linea
l.m.percquaìiin puffo k.gfàdoi triaguli ftmilif equalicbe Jono.c.l.K.g
f.m.K.fedifto chela linead.m. togli. :,delafuperncie.a.b,c.d^duqua.a.l citi. e
\ de.a.b.c.d.ptrcbetogliédoil triàgulo. e.l.K.ad .a.l.cm.fì; dàdoli
iltn;iguIo.f.m.l%.cBequaltacj!lorcmaraa. e.c.f.eqlead.a.l.c.m cbe.^.có
mofìid(cto.p7"£t|èvoilalinea-c.f.(ncofituat.3.e.cbe,i.tiradal piiflo.e.
Tnalineaeqdiffanre.3.c.cbt.fia.e,b.erira.c.bj.S.c.f.e«5.tràne.i.refta.i.mcÌ
infefà.4.Smcà eb.cbe.6.in)èft.56. giognici.4.|à.4o.€la^'.4o.e.e.f.cbe
lem.^.dclafuperncie.a-b.c.d.ejega.c.d.inpù^o.f.ft.c.m.e.i.cbeeqlead.a.
I.cbe^,de.('.g.mf.eequalead.a,e.g.e.l.cbecia[ctmoe.igiontoad.c,m.
cbe.i.fira.cf.S'ricbelalinea.e.f.lèga.c.d.inpiinÀo.f.epam.cf,}. jL'afue.
£iiadofc.5.dctqdrato.a.b.C'd.c&c.6'.perlarodavii3
lincaeqiiidilta'tcìloianietro. a.d.quateelaairitaoe lalmeaedouefigara.ab.z.b.d-
inuefiigare. CTuai che i diametri a.d É.b-c-lcinterjcganoinpùffo.k.f .k.b.e
cateto del triangulo .a b.d.cbe^'.is-tnca in |éfà.is.f tuvoi ucbe.T.de.36.ptro
dicofi|èiltriàgulo.a.bd.cbe,i8» meda decateto iv.i8.cbemedara.il.
mca.u.via.is.priartcaap.'. le ptiara.i44-f 314.boramca.i44.via.314.fa 466s6.ptip,3i4.neuenei44>ela[2(5?.i44.e
il cateto ebe pr.ii.il qleradoppiacómo[X.{à.4S.efi.'.4S.e la lieaduidete cri e
e.f.fteopofTaalangulo.b.cberefirolaqualepocjto.b e.ff b.f.pero delùdi
hpo|dncade.e.f.cbe.43-^gqlifu'a.i4g6.M4.e.c b.gcofi.b.f-g.e.f.jy.48* Cafus
.2>. fiH Ialina teita-i oe la fuperficie qdra .a b.c.d»cbc il
latofuoc.ci.parrèdoicdal pttcto.e. apzcflbr ad-a- nel Ialincaa.b.deuidcnrc.bcin
piicto.R. t .c.d. in pucto f.lc eptira oe.e.Kc.k.b.K.f. k.fe vole cercale.
fTTuaiperlafecùdadeledeuifionidequadrati.cbe.e b.e.j.
E.c.f.5.giogniinfìemi(à.s.adunqiu(è,8.fùs|é.6.cbe)éria.5.mcà.3.via.6.fn
i8»parttper.s.nevene.r»i.duqua.c.g.e.i',cbeequalead.g.H.f.l;.b.e.3{.cri
ilreftonnea.6.cbeillato. Et j? Euclide fefuacbeognituperncieparalella ebe il
diàctro (éga .pduci paralello ftmileduqua diremo che.c.g.e.i'.fF.g.K.
»J.peromca.i;'in|cfà.s;jf g.K.infè cbe.ij.jnpure.j^. giogni infiemi fa ìo'-f
la^ MOj.e.c.K.cbepartedeldiattro.b.cf aicbe.b.K.e.3J.mciin)èfà i4;5.radoppia fn
i8|.tp?.deiqffo.K.b.cfllaltraptedeldiàtnro.b.c.€lcptidc
Ulie3.e.f.tuaicbc.c.f.e.3.f.c,g.ii.trallode.3.re(Ta.'.mciinrefn.^.giogrii
c5.5^.fà>Si.ela5L'.s|.e.f.R.prHoraper.e,K.tuaicbe.a.l.e.2|.tràne,a.e.cbe.i.
refh.^.cbe in fé meato fn.i^.f mci.l.K.in )è cbc.j^.fà 14^ . giognici .r^.fà
iSS.elapJ-ivJ.e.k.e.f .ck.^.io^.b . H.^.isj.f -f.k.^.Si- lCafu& 1
lalincaibcfeparteoalpiicto.c.dcUato.a.b.dclci drafo.a.b.cd-cbc il latofuo
eó.ptàfr,a \,% 13 lincae determina nel pucto.f. nclìali;!ca.b.d.ebeleiiaraò la
fupei'firie.a.b.c.cf.cdc uefegat a.b.d.fe troni. CPircfHalie3dtiu^étee,6.mcain|èfn.36.efAÌcb.e.b.e,
. 6s',.ela fuperficie.e.f.g.e.b.e j.f .b.f.pj.ir.gc. pNotàdii e il pétagono
eqlatero e desiati eqli g. J aguli eqli delaqle figa
raiknjuoijépojfonoaueredaldiaetro deil circulo doueedefcricTof dal la to pofle
auer il diaetro del circulo doue deferito tf J> lo lato Jé pò aurf la co da
cB foftotéde làgulo pétagóico $ p la corda il lato f p qfft fi troua Ufùfcfi.
fDogni pétagono eqlattra la pofanca del diametro del circulo doue e de '
jcrictoalapofan$a del fùo lato ecómo.i6»ad.to»rfì. f3»,io.exemplo. Cafua .27.
ffl £iltatode pentagono equilatero c.^-efreffra ì[ dia- metrodei circulo
doueedefet irto. Tuai defopra ebe la fportione del diametro del circulo ebe lo
coterie e cómo.4.a.fi?.delramanétede.io.traffóe #.io.o uoi dire la pofanjadel
diaetro cbe.16.ala pofanja delato S. io.rn.pj.to.po di fé.to.m.ijj.io.da.té.cb'
dat4.recalo a p?.fà i6.mca.i6.via,iGtfà.js6.ajtfirep.ro.m.#.io»trouail ptitore
cofi mca-io* rn.fiMO» via.io.piu fC.io.fn.So.e qfto e tuo ptitore
mcà.iO'via.iSó.fzt.iséci. ilqleptip.so.neume.3x,tieniamétereca.iS6.a£>.fà.6$sj6.il
qlemcap.xo»
^i5iotio.borarecailprttoreaiJJ.cfi,8o.fà.C'4oo.pti.i3iotJO.neuene.io4f. tato
elil diametro del circulo ebe lo coterie cioè R?.dela ) orna ebe fa 1J2,io4?«
50ffafoprad-e.31.cbe teneramente. CalUS .28. Sto i[ diametrodcl circulo
dxcóteneil pétagono e quifatero illato filo inuenire. €TSia il pentagonca.b
c.d.e.f.a f fia.B.gfiadiamctrodelcirculodoueedefcricTo Euclide nella«8.del
G.dici che illato dello exagono collo la to del decagono giótiifiemi
cópógonovna linea dmifap"o la£portóeauétemef
oSdoiftremifnelU.9.del,i5.;puacfÌ lapofanc. a dellato del decagono gióta cóla
pofanja dello exagono e eqle a, la pofanji dellato del pétagono defcricli inuo
medejfio circulo aduqua tu ai illato dello exagono cbe.6.che meco diametro al
quale fé vole giognere illato del decagono euolfécofitrouarc tuai defopra ebe
iltato del decagono gióto collato dello exagono cópógonornalineadeuifaf>o la
fportióeauJ re il mecco g doi {tremi dela quale tato fa la menorepte I tutta la
linea qto la magiore i fé, pero di ebe illato del decagono (ia
f.^.giognic6.6«cB illa to de!o exagono fa.
.p,i.^.md.T^,via.6.p\i.^.fe.6.^.p.i.0.eqffo de eére equale ala'mcàtióedela
magiore parte cbcó.cbe meato ifcfa.36.tu ai.t. @je.6.^>-equalea.36.nuerodeme^a
le.^.fira.5 mea i Jé fà.«?.giogni co!onuerocbe.36,fà.4$.f
lai^.4>.m.3.eillatodeldacagono.Etdiffo|edt fopra ebe la pofanfa dellato del
decagono giSta cólapofàneadello exagono e equale ala pofànja dellato del
pétagono i cflo medesimo circulo deferi
C?operomcà^.45.m.3.vUpj.4s.m.}.fà.s4.m^.i6io giognici la pofanja delo exagono
cH.36.fà.cio.m.pj.tóio,tito eillato del pétagono cioè pi'.del remanéte
de,go»tra£rone la je.ióxo.ilquale e def crifito nel circulo ebe ilfuo diametro
fie.w.tfc CaftlS «29. Scoìdatfeefóctotédelagulopétagonicooner corda
pétac5Óaledelpéraf5oni?-à"-b.c,d.e.e-i2.iUatodetalepé agoilO feuofe
trouarcCTTu dei (Itperecbe.r-.fe dei parti re pò la fportioe auéte ilmerc.o f
doi extremi g la magior f> te eillato del pétagono«Tuai la cord 1 cbe.n.fanc
do tali par ti ebe meato la minore per.n facci qto Ultra parte in fetnede imo
Aduqua póni vna paite.i .eU!tra is.m.i -^.bora trìca 1 #.via n.fn.u..g
mcà,».rn.r,^.via»n.rn.i.^.ja.i44.m.i4.^.^.i. tal reflo ra le pti arai.t. HO
.e.i44.nfieroeq[ead,3 '.^.dcme^ale.^.fiiao.is. meà in )éfa.3i-»cbejTi
i:.valcla..laméoremca.i,.^.via.i. .fà,i.[5].g ii.via.u.m.i..tu
ai.i.[sl,ii.^>.equale.i44»demecaleco fé firào.6.mcà in |e fà,56.giogni al
numero fà.i8o,tfla0M8o,rn.6.eil lato del pétagono corno defopra. CafilS .30.
idi lato oel pétagono eaiarero.abcd.e.c.4.cl5e fira ila cozda che focto tede
langulo pétagonico ouer corda pentagonale fé vole vedere. CTNoiauemo difto de
fopra ebe la qntita de la corda (è deidiuidere fecódo lafpor tioneauenteil
megoedoi flremif chela magiore parte e il lato del,pétagono g noi no auemo la
corda de lagulo pétago gnico ma noi nauemo vnapte cioevno lato del pétagono
cbe.4.fE eia ma' gioreptepodimetemocblacordacfifo£totéde lagulo pétagonico fta
.4. p.i.^>.dùqua la méore ptee.i..mcà.i., via.4.p.i..fà.4.^.p»«. O.
poimcà.4.via.4«^>»fà.i6.tuai.4.e.tó.nueroeqlead.r. U .demecatecoli firao
.i.mca in fé fn.4giogni collo nùero cbe.ió.fà,io.ft la #.*o.m.j.cbe fu
ildimecaméto deje colevate la cofÀ e noi metémo ebe la menoreptefùffe.i.
aduquafù^.io.rfi.i.cbegiótocó.4.^p?.io.p.i.duqua la corda efifoftoté de lagulo
pétagonico e p2.zo.p.i.gdo il lato del pétagono e.4. jCalUS «3 r. " 2t
meàtione celiato oel pétagono equilatero gióta. cólamcationeOelaco:dacbc focto
tède lagulo péra gonkofa.21.la cptitaoellatoc oelaawda z oel dia-' metro del
circulo cbeil stene fé voletrouare.
cofi]e.i6.dediaetrodadelato.io.m.p;.io.cbetedara.ióf.mca.io. via .u>f.
fà.i68.ilqlepartiper.i6.neuene.io|,multiplicamo.i6f.infefà.i3zf?.ilquale
multiplica per .io. fa .s644*'?.partilo p.ió.recato a pj.cbe e.is6. neuene,rn.
zi^.aduqua la pofanca del lato e.io^.m. p?. nig fimilméte fa dela corda
cbe.b>e.cbe.io.p.(i'.2o.|é.i6.da.io.p.gt'.io.cr5tedara.i6^. darate.iovp.a'.n
^5.§c1k la corda de lagulo pétagonico e jj-dela) orna ebe fa jji.j-.^.poffafò
pra.io^.ftil lato e j^.delremanétede.io*. tracio la gj.u^.gióte ifiemi fà.xr,
pcbe.io'.f.io^.fn.ii.f pj.M^.m.e^.ii^.p.gióteifiemi fa nulla (t ildtame tro del
circulo cìoue e deferiffo tale pétagon o e p? .16*. fCalllù *%2, gltcil
pétagono cquilatero.a.b.c.d.e.cbe meato il la- to i fé z moltiplicato la co;da
oelangulo pétagonico in fez gionte lefómcinfiemi z oc qlla fonia tracto la
pofanca oel Diametro Del circulo ebe otmc il péta^ gono remane.20.cercafc ceto
e il lato eia co?da z qui to e il Diametro. I re oirimo fé diclo tu ai il
pentagono ebe tali pti fono note pero fa co prò* portione tu ai per la
precedente ebe la pofunf a del lato cóla pofanta dela cor
d:iche.20.dadepofrtn(j-adedi3metro.i6.trallodcv:o.reffa.4.pero di fé. 4.
da.io.cbedara.io,mca.io.via.JO.)ìi.40o.partiper.4neueiie.ioo.tufdicB
io.dadediametro.i6 cbedara.100.mca.16.via.100. fà.1600. patti per. jo»
neuene.so.f ^'.So.eil diametro bora dicofi il diametro cbe.r6.cla de lata
io.m.!V.JO.cbedara.so.mukiplica.io.via.8o,fà.soo. parti pfr.r6.neuaie. $0. reca
.so. a $?♦ fà.64oo.multiplka per.io.fà.nsooo. parti per.«ó. recato
arecbe.'-só-neuene joo.dunqua la pofanca del lato e.so.m.p.'.soo. § la cor da
de langulo pentagonico' e. so . più $ .$00 . cioè la fua pofànca dun" qua
giorno lapofanfa del iato che .0. meno {V.500. con la pofàncade la linea che
fo£totcndclaiigulopentagonkocbe,5o.p.p?.soo.fn.ioo, ebe tra PRIMVS 6 forte la
pofÀnca del '.io.cbedara,i?'.mcà.io.via4tiy.fà-iì;t'.partip..c6.neuene.iiì|5.
poi reca.i^.a ^.fn.jic^j.U qìe meà có.io.fà.ójjo^.e q|lo pti p . 16 . recato a
».cbe,i56.neuene.i4ì^?|.cioe^'.i4t§"|. adunquail lato e.n^5, m. I£. »4^'|.
tato e la pofanpi del lato ft la pofàca de la liea ebe focìto tède lagulo
pétagonico e,nf£4-.p.{£ •i4I_|y?|. ebegionteinftemi fàno .nj. ftgionticila
pofètn^a del diametro del circulo cbe.i^.fà.^o.ft ai che il lato del pentago
noef#,delremanmtede.n$.tra£tone{^i4ia7-?f-{fla 'Iea ebe (belo tende là
gulopcntagonicoepl'.delafommacbe^i^.i4vsHf.pDftafopra.nIJ.€il.dia metro del
circulo che il circùferiue e^.17^. CafUS .34. £oalaugulo pétagonico del
pentagono equilatero ebe illato fuo e.4\*o.p.».efnjfe vno triangulo.a.b.e.flda
là gulo.a»cade la perpendiculare fopra.b.e.in puffo, f.e frine do pti equali da
qua pti pj.io.p.i.firavna £\$.p\r»mcàlo in )é fà.6.p.J5.*o. trailo de la
pofàrt' ja dellato.a.b.cbe.16. rejfa.io.m.^.io.adunqua.a.f>ppen$adicularee
pj.del remanéte.de.ro.traffone p?.io. Calue ."6. £1 pétagono
cquilatero.a.b.c.d-e.cbe il diaetro Sieri culo doueedefericro e-a-fa eptita e
la fuperftcie imie ffÌgare-P"£uclidenella.8.del.i3.dici esiliato
deloexagono gióto co lo lato del decagono espongono vna liea deuifa |é cudo la
£portióeauéte il meco ft doi ffremi efjédo deferiffa i vno medeftmo circulo
cbenel Ia.9.del.t3.{>uacbe lapofàn ja del decagono gionta con la pofànca del
lato de lo exagono e equale ala pofcnca del lato del pentagono deferiffo in vno
medefjtmo circulo. Et cof1prouanella.10.del.15.cbe la linea, ebe fbffo tende
langulo pentagoni co deutfà (ècundo la proportione auente meco e doi ffremi ebe
lamagio" re parte il lato delpentanono . Pero poni ebe Jla vna linea coft
diutfà ebe la menorefcte/Ia.i..ff la magiore.6.cfi meco diàetro edelato dc'o
exago TRACTATVS a noetuftal3licafia.6-p.'.^>'aduquamca.i,.via.6.f'il.firdo
3.mcalein |cfà.9lgio2ntal nuerocbe.56.|n.4s.f lap?.4J iii.3, vale Ucof* eh il
lato del decagono. Et fùdiflo di (opra eh' la pofanja de decagono gió ta c5 la
pofanja de lo e xagono eia iqaie ala pofunja del lato del pé tagono de|crifliiu
vnnude(|ìmocirculopomca^.4S.m.5.via^.45.m.3 .}n,s4f m»p?.i6io £ giognici la
pofànca del iatodel exagono cbe.56.fa.90, meno JSM6io. tanto eia pofancidel
lato pentagofila pofancade la linea ebe foffo tendealagulo pentagonico
e.go.p.pMózo. Et Euclide proua nel la 9, del i4.cbe UV.del diametro del circulo
doue e de|criff o il pétagono mei tonclli.§.de la linea che foffo tende a
langulo pentagonico fa la fuperficie de tuffo il pentagono. Et io trouo cbeqllo
medesimo fa meàndo li. §. del diametro del circulo doue.edefctiffo in melala
linea ebefoffo tende alari gulo pétagonico perche tu multiplifbib.k.cateto
nella bafà.ag.delrrian' gulo.a'b.gfàla^pncicdedoitriagulif frticbe.a.g
e.4.offauificbemcàn do.b.k.in.a.b.cbe.* .fàra.ì.rrianguli e meco ebe meco
pentagono dunqua mcàndo.3.b.in.b.e.cbedopio b.k.fàra la fiipcrftcicde.striàguiicbe
tuffo il pétagono pero pigliali.^. del diàetrocbe.ij.g li. |. fono.tj.
multiplicalo in|étà.5C^.f
qfloiucaf.9o^i.506i[.borarecaap?.*i.fìi.3«64igtilqlemcà £.1610. fa sì'-S Si^.f
lap?.delafommacbefàpj/»s6si5poftafopraa.so6Ji» eia fuperfictedetalepentagono.C^Notandttm
Lotxagonoe vna fupcrft' eie cótenta dc.6.lart equali che ciafeuno e cqle al
frmtdtametro del circulo doucedejcriffo fr deuidejé in. 6. trianguli eglaterip
li qli fdlafuperficie/ua mediante i cateti. £a(w glfevnoex90ono equilarero.a.bc.e.d.f.clkper
c& fefi 0 Iafo.c5.la ójrtta de la fna fngficic fr vole tiotiare. 43.cbe la
fùperficiede vno de.6,triiguli cioè fj?. 145.fi: tu voli.6. triàguli mcà-6.i fé
fa.36.ft.36. via.J43.fà'3?4S.f la p?.8t48.c la fùperficie de loexagono.a.b.c.d.e.f.cbeillatoft!oe.6.Pof]eper
altra via attere tale fu* perficie tu (Ài cbelo exagono cade vno triangulo
equilatero cadete co glia guli fuoi i tre anguli del lo exagono cioca-c, e. g
effe poflo i diametro del circulo.ii.adunqua il cateto dequeffo triangulo e.9.cbe
li. '.di.n.glabafà fua.ce.eljM08.per ebe tanto fa il cateto il tuffo in
diametro cjtofàvno lato del trhngulo in fé dunqua vno lato e j^.ios.cbe la
bafa.c.e.gfe tu multipli cbi il cateto in tuffa la bajaneuene la fupficiededoi
triàguli che la flpficte de tuffo loexagono pcbe.a.d.cbediaetropajfapg.cbe
cérrogfà.ó.trian guli tre ne fono nel triàgulo.a.c.e.cKvnoe.a.e.g.
laltro.a.c.g.laltroe.cb. fòlli de foredei tràgulo
.a.c.e.fano.a.f.e.a.b.c.e.d.c.g.a.e.g.c quale ad a.f\ e.per cbe.a-f.del
triangulo.a f.e.eqleal lato.a.g.del triagulo .a.e.g gii lato.f.e.deltriagulo.a
f.e.ecqlead.e.g. lato del triangulo.a.e.g.g.a.c.bafà de lunogebafadel altro
cofi|èfuacia|cunoej|crefimili\?cqli pero femul tiplicbi.9.recato a
rj.cbefà.srp. los.cbebafaneuera la fùperficie dedoi tri anguli cbelajuperficic
deb exagono g.S'. via.ios fà.s*4S. g la f^'.SHS. eia fiiperncicdrlo
exagono.a.b.c.d.e.f.cómode fopra. CafiiS 38. il fùperficie Oc lo cjag
ijio.a.b.cc1.c.f.e.icx).ia auJ" tifa oclarifuoi k vole mnenire. jTper ebe
lo exagono jédiuidcin jéitrianguli equilateri rfe i quali pigliane vno ebe fìra
la )Ixta parte ebe fia la ferra pa» redelaft perfirit dunqua
piglia.J.de.ioo.cbc.iG'.liqli mul'
ttplicainjcfà.i^.boradicbeglievnotriangulocbelafuf PRIMVS 7
fìeieftiaepe.ift^cfjefiait fùo Iato di cbefìa.*-^ periato troua il cateto ofi
multiplica.i.^.in fé fax É.emultiplica mecca bafì che meca., in fé«*frt. .*
.de. il «trailo de.i. É .reffa.|. de. OÉ .e queflo e il cateto e tu uoi la fu
pft eie pero multiplica il cateto nela meta de la bafÀ cbe.i..recaa (Stride,
llp. multiplica.J.de, S.via.J.de. P.fa.f^.de E? .de. E -ebefe no eqd ad .277'»
reduci ad vna natura arai.j. 01 .de. 0.equaliad.4oooo.partip,it.neucne
«48i^-'.i4i.tuaiil diametrodel tondo .a.e. cbe.t.cbedeutde.b.b.inpuffo.i.f
f.d.in puffo. I. gai qtro trianguli.a.l.b.b.cd d.e.f'.f.g.b.equaliefimilipero
la bafà de vno e bafà detuff i g il cateto de vno e cateto de glialtri.a.i .e
cateto §,1, ce cateto
adunqua.a.e.meno.i.l.edoicatenf.a..e.e.s.f.i.Uea,.i41.adun' qua doi cateti
fono.ìr.m.£M4Ì.f labafà.b.b.ef3?,i4|.po )é multiplicbi doi cateti per vna
brtfa. fa la fuperfictedeli quatro trianguli per ebe tu fai efi mul tipltcando
vno cateto nella bafà del fùo triangulo neuene la fupfrcie de doi
irianguRpcbeainelkficundadeirriangulicbeamultiplicareil cateto nel la metade
labafàneuenela/ùperfkie de!triagu!o)éguitacbea muttiplicare doi cateti in vna
bafi neuenga la foperfreiedequatro trianguli pero multi'
plica.t.m.pj.i4i.reduffo ap?.viap?,i4i.cbefàR,.uoo§. ni »i4§. gìogni co k
flperficie de quadrato,b,d.f.b,cbe.i4f .arai eli lafuperfreie de loffagcno e
p?.uoo^.p"p offe auere p altra vìa p ebe dogn i circulo multiplicado il
fìio dametro nel lato del magiorequadro ebe ci lépoffa fàreneuenela (Lpficie
del offagGno in qllo deferiéto pò meà il diametro cbe.7.1
)éfà,4?.t»49.via.i44.fà.rjoo|.f^.uooJ.elajùperficiedel loclagono. Calia .41* 25
fuperficie6l loctaiiono e-rco-ebe firn il Diametro Del tendo ebei
lcirnimfcriue« €T5Tu ai perla p«>' iicecJéte ebe il Diàctro cbe.7. Da o
faperfiae # .i 2ooi« T adtmquajJMioof.de fiiperficie de diametro.T.po di
fé.ttooT.defùpfide de loflagono da de diàetro del circulo doue e def criflo.7.
cbe dara.ioo.de ju perfide reca.ioo-a £j.fn.toooo.\fà.i4oi .il quale
multiplicaper.ioooo.fà,i4oioooo.e qnefro parti per. noo {.reduci pria ad vna
natura fira.48 o:oooo.a partire p .1401. neuene.ioooo.f ^.delag?.!oooo.di cbe
fra il diametro del circulo cbe co tene loflagono che la sua fùpficie e.ioo.cbe
qllo cbe fé cerca» iCafttù .42» £lcct9gonocbeillafofuoe.4.i[diamctro del ciroi
lo douecdefcrictoiiuienire.fTDognioflagono eqlU fportione dal diametro del
circulo doue defcriflo al fao lato corno e.».ad.i-m.|3?.i,la fua tuaiperla.ii.
dettelo de Euclide cbe il quadrato intrai circulo de lati g anguli equali € il
diametro.a.cpo quanto ledo lineca.b.g .b.c. per cbe. a.c.eopoffaalangulo.b,
cberefloper la penultima del primo de Euclide g ai cbe.a.c.e.t.la fua pofanca
e.4-piglia ta meta e.i.cioe iy.j.cbe il lato del quadrato cbe.a.b. il quale
deuidi per equali i. piiflo.e.ff dal centro,f,tira.f. d.paffante p.e.cbe fia
(tmidiamétro.d.f.cbe.i.f .a.e.e p.'.^.efe tu tirt.a^l« (i ra lato de loflagono
epo quanto le do linee.3.e.rj.d.e.cbe tengono langu' lo reflo.ft.a.e.e pj.^.cB
mulriplicato in fé fà.^.g.d.e.e.i.rn.frV, cbe multi ' plicato in |éfà.i^.rn«5?.i.
giontoct lapofancXde.a.e.cbe. £.fa.i.rn.[j>.i-cbeil lato de
loflagono.a.d.adunqua fe.i.m.^'.i.de lato te da dediametro.i.cbe
tedara.4.multiplica.i.via.4.(à.s.il qua le parti per.i.m.f3?.t.pcb binomio
trouail partitorecofi mulripHca.z.rn.£.'.i.via.i«J7.j?.i,fà.ztcbe partitore re
ca,8.a^,.fn.64.multiplicap.i.fà.ii8.partiper,i.neucne.64.reca.64«a5l'.J»
4096.muIriplicap.i.(ri.8i>.io48.pofra fopra.64. IT 1 1 tondo e vna fupet
fide comprefà da vna linea fola la ór cu fcrétia fa la fupficie S p la fupftcie
fi il diàetro eia circu [èrnia ejcéplo. £9fll0 .4.1. % ródo che il fuo diametro
e-7.la circuferéria fé vote trouaf .iTSappi cf? p fina quiancora no fé trouata
ma ferii do lapreffamento deli gran geometri plaremo li qli meta' no cbe fia
larircufrrentia.rrVde.ji.diametri e.^.f .p.de.j.dia' metrie.|-.de diametro fi
cbepigliàdo.3.diametrie.4.pi.«.cfì fiala circuferéria. Cafu&
£ldiametrodeltondoc.7.quanton^Iafupcrfieie. C La fi perficiedognitondoe.J5.de
la pofànfa del fuo dia metro pero mulrtplica.t-in fé fà.49.ecjfTo multi plica
p.«. fn.s59.il qle prip.14.neuene.3si tato e la fupficie del circulo. Per altro
mó piglia la meta deldiàetro cbe .jì, e la meta de lacircufrrétiacbe.i'r.f
mca.3v.via.u.fii'38i.cómodifopra^ molte altre vie fé polire. CafuS . £1 tódo che
la fua fupficie e^8{ il fuo diàetro iuenire. C Se dogni circulo la fLpftcie
fila e.^-dela pofan^a del dia' metro adiiqua la pofAnc^adel diametro e.'j.p.cbe
la fupftcie del tódo pò mcà.38'.p.i4.fa.S59.pti!o.p.ii. neuene.49.fje 49.cbe.7-
e il diametro del circulo cbe la fila fiipficie e .38*.Cafus .46. € del
diametro del circulo cbe.ro.fe ne taglia doi da vna inca terminante nella circu
fcrétia [acÉtitadela'linea de nideute fé vole trouare.fTTu ai p la.54-del.5-de
Euclide dì le linee cbe è interfégano nel circulo cbe qllo cbejè fa de vna pte
de la linea nel laltra fua pte e eqlea qllo cfófèfn de vna parte de lalrra
lineane! laltra (ita |te duqua |éjé meà vnagte del diàetro cbe. J.nellaltra
^tccbe.s.fà.tó.S per PRIMVS 8 chela Uneadiuidéteediuijddaldiàetroadàgulorefiro
ediuifàj? eqltadHn qua cia)'cunaparteep?.i6.cbe meato p?.i6»có^.i6-(à.i6.dunqua
la linea de uidenteedacialcunaparte.4.tuctae.s. CafllS 47- i£o diametro duno
cimilo cbe.io.e diruto da vita li ncacbedavnaparte.veda Ialtra.4. inebepartede
tHdc[i[diametrocercarc.flrPerIap*ccdéteaiite|bcbetti tic le linee ebe fé
ìrerfégào nel circulo ebe lapte de lua nel lai trafuapteeeqleaqllocbeféfìidua
Ptede laltra lieanellal/ tra fua p te g ai vna p te de la linea cB.3 .e laltra.
4»mca.3 . via 4.fà.!i. £0 deuidi'ioi tale do p ti che mcaia lua nel laltra
fàci.n. aduqua di cbevna£tefìa.i.^.elaltra.io.m.i,.eqle ad.i. E! .e.iz.niiero
demeca Ieco)èfirào.5.mcà.ifejà.i5.tràneilnuerocbe.u.reffa.i3.ft; Rj.13.rn.del
dime' jameto de le cojé che fìi.j. vale la cofà ebe metémo ebe fìiffe vna J?te
adun" quafìidcuifoildtàerroi.5.rn,g;.i3.erema{é.^p.p;.i3> /Tafu&
-48- £ vn rerco def diàetro dù circulo meato nel refto del diàetro 602 .cbefii
il reflo di diaetro fé vote vedere. fTMeéti chetucToil diàetro fìa»3..f.e.i,
^.mcà.i..{à.i. IH .e qffo e cqlead.3i.p tip.i. Hi .neuene.ió.e R'.tó.'vale la
cofà. ebe e,4.cbe.*.del diàetro gii refto fìi.f .& fù.S.cbe meato
£.4.(^1.31, aduqua tuffo il diametro jù.n. Cafus .49. £dd diaetro del circulo
cbe.ro. vna liea cbe.of-ne lega ì-iche parte fedeuiderafa linea
feeercbi-iEFacofimcà le J?ti del diàetro luna co laltra che vna Jte.5 .e laltra
.%. mcà.3» via.t.fa,ir.bora di cofi fame de.9*.do ral.i. p ti cb' meato luna co
laltra faci »i.mecÌieBvna£tefia.i..mcà.i.^-.via.9*.m.i.^>.fà 9i.,*.eqte ad.u
M .e.ii.nue ro demeja le cofe fira»4j- meànn (e fà.n^.tràne il niiero
cbe.ir.reffa.i.fg.f. lap?,if5.m»deldimecamétodelecofecbe.4|.valetacofÀ cbefii
vna dele parti de la linea e laltra fìi.4|.p,p?,ifg.f ai cBvna
perte.i4ì.m.p.'.i'c,e^tra f«.4!-.p.S2. 1Vcioevna.3Maltra.69. CaftlS -So- €T£a
fuper fide Di circulo eaS.cbe fia la fua circuferétia- pria p?. SP.fàcilir.
Cafus .$r. SJfedeltÓdo cbeilfno diametro e.7. vna linea leua vno octauo de la
circuferétia cbt leuara dcla fuper fi' cieinneuire.iTPer la.40.de qffo ai ebe li
qtro triàgùli ebe fono intomo al qdratofàcìo net circulo la fupficie loroe|£.
Hoo|.m.i4^fàne.4.fricioereca,4.ap?.fri.i6.£ti.Koo{.f.tó
neume.7sf;.ffti.i4ì.t.4.neuene.6§.f ai'f [otriàgulo.a.b.b.$.vt5fì'rn.6j.
ilqledeuidif eqlrarai5J.r6H8',"'3fK-r]oratrouaqta (iipfictee fìioredelq-
drato-b.d.e.b.p. fine ala circuferétia tu fai chela fiip. ficiedcl tódo e.38;.
p la 43.deqffo g p la.40 de qffo ai cB il qdrato de tal tóde e qdro.*4*.traìlo
de }Si.re(ta.i4-fnne.8.pti fia.i|.del qletra #.isf V^3k>£'4ìI.m.pS.i8f?5.eta
ro leua dela fuphcie del tódoleuàdovnoffauadeciraìfrrétia, £afìlS.S2. £ la
linea letta-f .dela circuferétia del tódo ebe il Tuo dia metro e.7-cbe leuara
delaftiperficie.iTLalineacbeleua
.|.delaeircufrrétiadenecefJìtae(émidiaetrodeql!o circulo fé 3f.£o fn.vnofriàgulo
cbelaverticefia nel cétro.g.nelcirculo pò
tira.a.b.a.g.f.b.g.fnrafTevnotriàguloeglatero ebe ciafamo lato fia-3'.tro uà il
cateto che trouarai effere p?.§ '?.it qVmcà nella meta dela ba|d ebe.ij.
mcàififà^.ilqlemeàcó.g^.fn.isl^.IafualV.eiltriàgulo.a.b.g.borapt glia.i.dela
fupfieie del tódo che.38^.cbe.|.e.6ì. del qletra p?.is%.aduqua di che leuàdo.
J.dela circiìfèrentia del tódo che il [uo diametro e^.jé leua de
lafuperficie.6.i •m.fjMS^. CafilS CXa linea rectalcua dela circuferétia dnn tódo
ebe ilfuo diame t ro e.u .la.f parte epto leuara dela ftiper ficie fé volc
vedere. CPer lultia de lipétagohi ai cn il tódo ebe il fuo diàrro e.u. cB la
populea dela fùpeirkie del pentagono da quello dram fatto e .$o5i?. $•#
*$ft$t3»!« dela quale piglia vn quinto cioè
parti.so6ii.perlapofAnca"de.s.cfi.*s.neue
ne.ioii.borareca.t5.ap?.(ài6ij.colqualeparri.^iijt8iì.neuencpj.8ioiì.€a» j?
.i.ioii.p.^.sioij.bora vedi qto e il quinto dela fupficie del circulo che il
fuo diametro e.n.cbetufita copiglia il quinto cbe.iil'.del quale, trap?. dela
fc-mma che £?.8*oi£.poffa fopra.ioi^.adunquaquelta linea cbeleua.^. dela
drcufrrentialeua dela (upficie.»ì.?| in.lapj.dela j orna che fa p£.8ioi£« pojla
fopra.ioi^.cbequello cbe )é cerca. £afus. .54- te odacircSferentia oun circulo
d&e il fùo Diametro c.7.fc tagli la quarta parte per vna linea recra cbe le
tiara de la fuperftrie i inuefticjare. fTTuai per la prima de (ottagono che il
magiore quadrato cbe fé pojfa fnre inel circulo cbe il diametro fuo c7.il lato
del quadrato e fi.itf» cbe multiplicato in |é fà.i4^» trailo dela flipnciedel
tondo efi ?SÌ-refra.'4.tl quale pte p, 4.neucne.;i.g.3..'.ts'ifn4* CTLi corpi
bano tre dcméfiomrioe largisca logecca gf fìinditaèfbno de molte ragioni benebe
io nóneinten da dire |è no deli cinq, regulai i in qflo traflato jedo fi corno
difjì nelpricipio del prio bonde meffraro leqtita dei lati (t fupficie e
quadrature defji cinq, corpi deli quali li cateti loro fono i p* portione co li
loro lati cioè !axi>' de! magiore co lo fuo lato cómo'axi? del 1 ninore
corpo con lo fuo lato qdo fono dun medesimo gen ere {? fi milmen te le fupficie
e quadrature in vna p portione il quatro ba|è col quatro b afe il
cubocolcubo.fi cofi tuffi glialfri.Etp cbe nel prio fé comèdo co le fupficie
triàgulari cbe la pria fupficie cofi bora i qffo cómécaro co lo corpo de [q tro
bafe triagulare eqlatero cótenuto data fpera dicédo delari fi axif fi del diic
tro dela f pera cbelcótene.fLa linea piana eqlla linea cBfega la) pera in do
portioni e fa fialide drailare-Et il diàctro deqllo rirculo |é intéde la qrita
detalclineapianaficofijcgaognialtro corpo facendo fùperficie fecondo la natura
dequello corpo-Etquado la diuide la fpera lanuta defjalineae
jcmpremediain|>portiouefraledoparridelaxi>' denifoda quella linea § la pofànea
dela meta de tale linea gionta co la pofànfi de la parte de laxif cbe vene dal
centro etermina in effa linea deuidente gionte inftemi fono eqli ala pofÀnca
dela meta de laxi s dela fpera fi cònio e nelle fupficie piane. .Exemplo eglie
vna fpera.a.b.c.d cbeil diametro fuo ef.fiilfuoaxUe.a.d. fi la linea piana
e.b.c.cbe diuide laxif. a.d.inpufro.e.rira la linea.f.b, dico
cbelapofdncade.b.f.eequalcalapó|ànfideledolinee.b.e.fi.e.f.giontele lor
pofàn^einfiemi per cbe.b.f.eopofjaalangulo.e.cbereflo corno p la pe nultia del
prio de Euclide (è fma. Et fefe tira laltra linea eqdiffàte.b.c.deqlla quantità
cbefia.g.b.cbefegi.a.d.in punffo.i.dicocbe.a.d. poquanto.b.c.
é.e.l.giótcleloropofrtn?eiiifiemipercfj(èfetira.b.b.e.c.b.flralagu!o.c«re ffocB
nel (émicircu'o.ft.b.hopofraqllo pò pò q'to.b.c.fr .cb.fi .b.b.e eqle
ad-a.d.cfi ciafdue axiJ cj tale fpera g.b.c.f .g.b.fono pojleeqlifi egdijfate
SECVNDVS Cafus .f. ' „ % quatto 6afe triangutere equilatero cbcil fuo ariee
4'Oel Diametro 6 la fpera ebe il orerie fé vote cercare. CT Sappi che dóni qtro
bafè trtagulare eglatero e qlla J> portio ne da laxit al fio lato eri
dallato aldiametro de la fpera cri co tene tale qtro bafèglaxv del qtro bafe e
aldiametro dela fpe ra cheil cótene corno e .s.ad »; . £ effe poffo laxi* effer«4.adu
qua il diametro dela fpera ebeti cótene e.&.cbe fu co/i fé Jwa. Tuai il
qtro ba /e.a.b.c.d.cbelaxu .a.e.§ ileentro dela fpera e. f. fenelaxif.aie.neUi
. J. § f? che cialcunoanguloequalmfreediftatealcmtro.f.tirando
-f.a.f.b.f.c.f.d. denecefjlta (ira ciafeuna eqle pebe (è partano dal cétroe
terminano nella cù> eufèrentia. E t.a.e.cbe [fa fopra la bafc . b.c. d. ad
angulo recìo fira.b. e. $; . de B-j?cbe.b.f. pò quato po.b.cg .e.f.b.f.e.J? cri
e.J-.delaxi$'cbe.4*cbeli.J.de.4. efebei jèmultiplicatofà.9.cbe la
poj«ncade.b,f.S.e.f.e.i» ebe in (e multi plicato fa,i .giognicó.b.e.
cbepZ.de.6.|à.9,cbeqtola pofàncade.b.e.e qui to lapofÀncade.a.f.cbe fèmidiameno
fj; e.j.adunquatutoildiametroe.6. fi ebe, b.e.fiapr.de.S.tufÀicfi illato detale
qtro bafe ej£.de.*4.f ileateto filo b»j.ep?.de.i8.ft.f dep?.de.i8.eJ32.de.B.cbe
e.b.e.commo difjì ftcbeildiame tro jppojto fia.6.fT Ancora fu eliclo ebe illato
de quello quatro ba(é era me dio ijpportione infra laxù del qtro bafèf il
diametro dela fpera cioefra.4. c.6. pò multiplica.4.t.6«fn.i4.e p?.de.»4.e
illato.a.b.cofi glialtri corno dijò pra bora p la fùperfi eie troua il cateto
de vna baxa ebe fai cbe,illato pot4. pigliala meta corno l£.cbe.6.tralIo
de.14.rcff a.«s.cbe e.b.g.cómo dijjì difo pra cri ileateto de la baxa muItiplica.6.uia.i8.fà.io8.tito
eia fùpficie de vna bafa ft tuneuoi.4.reca.4*a.!£.fn.i6. multiplica .16.
via.ios.JR.ip8.elajS.p8» eia fùpfirie del quatro bafècfi il Jfuoaxitc.4.
Cdfu& »2» ~ £l qtro bafe triagulareeqlaterocóteiujrooala fpera ebe il fuo
diametro e .7. celato fuo inuefhgare. fTPer la precedente ai ebeglie quella
fportionedalaxif al la to ebe edal lato al diametro dela fpera cbel con tene f
ai ebe la pofànca delaxu ala pofanja del fuo lato e fèxquialtera . parti .1^:3.
per 9.ncume.i.ì;.f laiy.ioi.fira quadrato. CafllO .5- sShevno quatto bafe
trianjjularc equilatero cbe il Tuo lato e R.24.f.!a;rio c-j-l-J quantità ebe
dal cétro a ciflfamò angolo le volc trcuarc. C!~Tuaii! quatro
ba|c.a.b.c.d.cIxxiajcmiofuo lato ejj?.»4.' fi laxi;.a.e.t.4.fi ilccntro.f.eucl
axi( fi per cbe quella prò' portioneeda.a.f.ad.a.e.cbeda-5.ad - .
ebeproportiont jcx quitertia (ita ♦:i.f.trequartide.a.e.cbc.4>adunqua.a.f,
e.3.alaprouaejéd£
cTfocbcvnodilatie^.ii.f.a.f.;.dunqua.f.e.e.i.ptrcbe.a.e.e,4.rianne.a.f,
cbe.3.re|Ta.i.f.e.filaxu cade fopra.e.cbe li doi tei 51 del cateto b.g-fi.e.e
cen, trod labafa.b.c d fi.b.g.perla precedente e
j>'.is.pigl:ant.^.ftaR1'.S.tira la linea.b.f
perlapéuitimadelprimodeEuclidepoqtoledcilinee.b e.fi.c.f. ' tj.b.f,e.:,f f
equalead.a.f.cóniepLa prima de qutffo fu prouato tf .b.f.po
9-€>ef-po.t.trallode.g.rcfta.S.cbelapo|d.ncide.b.e.cbegiontacoiTilapo
j^ncade,e.f.cb'..'-ft-9-f la^'.9.e,b.f.cbeò.f.a.f.3.c.f.3'. d.f.j.pcrcbtudre*
jèptanodalc.'tro.f.eterminanonehctrcufrrétia. Cftfll8 .6» ~ 3 quati 0 bafe
triangolare equilatero cbe e quadra' to.ioo.laqnanntaoefuoilatimucriiie. flTFa
cofi trcuavno quatto bafe cbifia notoilfì'o axiffl ifuoi lati fia
quello.a.b.cd.cbe il jiio axi? e(V .k ./ira ciaf cu no dei fuoi lati fV.24.per
die la pof.a.e.cl7iy.iC%fniV.it»S.delq!epig!ialaterfapreneuene.iSZ6oooo
ilqleptip.s.ntucne.^ioooo.f f>'.delaf3;.q.4.t20ooo.eillato. Cafus gf| Ci
quatro bafc.a.b.c.d.cbelabafà.b.c.d.cb>eiir3to.r5. d- e.
i>b.c-i4.cd.^.Tequadi ato.252 «la quantità de lajcb frofcvoletrouarc» (STf a
cofi vedi qtiàto elafùperficiedelj. bafti.b. ed. chetro uaracbe.S4.poi
multiplica la quadratura del quatro ba|é per.3.cioe.:SJ.via.3.fn.K6. parti
per.s^. chela fuperficie ne' uenc.9.tantofta
laxis.a.g.laprouamultiplicalarupcificie cbe.s4.perlaxif cbe-9 fa.756.fi ognipiramide
e.^.del fuo ebeliudro duquapig!ia.j.de,7s6. cbe cbelindro cbe,\.e.isi. dunqua
il fuo axi$ e.9. .Calila .8» X.4 .bafe tria'gula.a b.e.d.tbe la
bafa.b.c.d.cbe.b.d.e .i5.b.c.i4-cd.[ .lajtf-a.g.T-b.g.e.ro.T.c.g.o. epte ed»
S-fe Vole ilieilire. T Fa cofi rroua il cateto cacféte dal putto
d.fcpralabafii.cd.cb cadein pnuflo.e.cB.n.fr cade aprejfo. c-s tttaiiltriangulo
.b.c.g.cbe-b g.e.ro. fi c.g.9. fi.b.c.i4« troua il cateto cadétcfopra.b.c
cbcadeapnffo.c 6.;§.fiilca teto e^'.4i^?.trallode.ii.re(Ta.ij.m.A'.4^g5.tl qle
mult:r!icaif3.iss4iVm« 55.25638^4» al qle giognt la poftinca de la
dcfrrctiacbccda cajbde.f. g.al cateto.d.e.cb'.i.^-.il qle multiplicato i fé
fn.r.^.gióilo có.i35^5.fn.iS6^|.
adunquadicbs.d.g.rta.iS6|^,m.^.i363o^|'.cicef>'.delrcnianentede.'isd
fìl.trafirone ^.«638^1- CafuS. tf. SEGVNDVS io 0 quatto bate triturare
cquiTafero'a.b.c.d. d&e ci^- fcunafuabafae.b.c.dz.b d.e-TS-b.cJ4.c-d.F. *
texis Tuo .a.0,e.8.b.0.ro.c.g.9.'r.d.g.^.oel remanétcde-iSc»
^?.trairacrone5?.z;c-38^|.oel3ti.3.b-9.ca.d.cerc9rc» C Voljc pria
trouare.a.b.cbeperla penultia del prio de Eu elide pò gto.a.g.
g.b.g.cbecótengano làguìo,g;cbe erefirp ft.a.b.e oppofraa qilo pò
multiplica.b.g.cK e.io.i jè frwioo .poi multiplica a.g.cb'e.8.i
fefa.64.giogniif1emifa.164.ft fr i64.e.a.b,borap.a.ocfi pò %
tò.a.g.f.cg.multiplica.a.g-cKe.s.i (èfà.64.poijnultiplica.c.g, ebe e.9.1 (è
jìfSi.giogiii ifiemi [ìi.i4s-f la.!>M45-e.a.c.bora f .a.d .cB pò q to pò.
a«g.tt.d. g.pcro niultipiiea.a-g.dì e.s. in fé fn,64.giogni co la populea de
.d.g.cbe e*i36|^-.ni.n^i365S^(^^o^|.m.iV.i36}S^.tantopo,a,cl. f -a.b. e £•
i64.S.a«ccp?.i45.cbe e quello ebe fé domanda. CafilS .IO» PI iti quatto tafe
ttiangularc equilatero . a.b .cd« che j
a.b.c.2o.a.c.i8,a-d.!C!'b.d-c.L«b.c.i4.d.oi5'del-fuo ajti&«0.g.fe volc cercare*
fi[ Fa cofi troua il cateto de labafub.od. cadete fopra.b.C.
cbefrcuaraieffere.ii.f cafcaapjjo.c.ad.5. efie-d e.boratro uà il cateto dela
fàccia, a-b.c-ebe cafea pure fu lalinea.b.c.a prejfo .c.4. e . S.cbe trouarai
il cateto efferefr^J^cbc.ai.piglia la defrré tia che eda.4*.ad.5,cbe ce^.
multiplicali in fc fn.Jfy.trallodelapofdngade
a.d.cbe.is'6.ti-anne.4J),re)la-i55^.!inea.i,cgdiffantc,d.e,cbefia.i.b.cBepur u,
multiplicalo in fé fa ♦i44'€ ai il triangulo.a.b.i.cbevnodefùoi lati pò
3os»elaltrctpo.i!;$|*,e laltro po.i44.trouailfuo cateto cadente da làgulo a.
fopra la baxa>h.i»cbepo.i44.giogni,có.J5s£'*,fà.399ì'*. del qle tra la
pofaiv ja de.a.i-cbe e^os^.reffa^f *,ilq''c parti p lo dopio dela bafela
ba& e.b.cd.t.b.d.e.rs.b. .r4-.cd n.2la;tif.a.g.o.c cade béttodilelinee ola
ba jfìvna Ifnca piana taglia DelaxB-i.cbeleuaradelaq
!'drstnrade!;4.b9fe-rQuadra la baf ìlquale pti J? vno ne veti. 48.S-48 . eia
pofinja del diametro dela fpera ebe contene il cubo aduqua il diametro
delafperaep?.de.48.Eper ebe meglio lo intenda tuaiilcubo.a.b.cd.e,f.g.b.tira la
linea.a.d.1aqle pia perniiti madelprimode Euclide pò quàto
ledolineca.b.fj.b.d.cbe ciafeuna .4. ebe multipli caca eia faina nife egiontc
infierì) ile multiplicationi fan o .31. duqua la pofànca de-a-d. c31.fi fé tutiri.a.b.
p quella medeftma ragione pò quanto le do linee, a. d.ft .d.b.cbecontengano
langulo.d.cbereffo f£d.b.et' 4.cbepo.i6.ft.a.d.po.jx,cbe gionto
con.16.ft.48.cbe la pofànca de.a.b.la quale linea paflfa p lo centro del cubo e
de la) perafPlangulo.a.elangulo.b. cótingano la circùférentia dela f pera
aduqua.a.b.e diametro deta ) pera eia pofànca fiae.4S.fi circuì aiue il cubo
cbela populea del fuo lato ci6.dj.-j. dela pofànca del diametro. - jCafua .!$.
"Wa fpera ebe il Diametro fuo e .7. ebe rireumfcriue vtio cubo circafè la
quantità odiato del cubo. fl£"Q ueffa e euerfà ala precedete per ebe tuai
il diametro de la fpera cbc7.fl cerebi illato del cubo tu fai d5 glie qllaf por
rióe deh pofànca del diametro dela fpera ala pofànca del lato del cubo ficómo.3.ad
vno fai la pofànca deldiame* trocbe.49.cbe.t.mulripliatoin|épcro
difè.5.fùjfe»4g.cbe fèria vno mul tiplica vno via.49.fn.49.pti
p.3.neuene,i6^.ff .i6f eia pofànca del lato del «ubo fi ebe ài ebe illato del
cubo fia JV.de.i6fp. che còrno difjì la pofànca del diametro dela fpera e
tripla ala pofdnca del lato del cubo. £afus .16. SECVNDVS tt '• |: Cafùu
.16". fìcubocBcdrcófcrictoda vna fpera d3e il filo Dia' metro e.7.laqjtita
oda faefictefe poletrouare. idoprieqra!icbcneuene.t4%f laR'.Mj.dlcbe fcpktoloQobili
rràngulare deferito nelajpcra che il ji 0 diametro e.J b ui (/e y Vi /*/
perta.K.cTel. 15.de Euclide fè£ua. CafilS,22. "" £3
ailocrobafctriangularceqiiilatcrocbe.+.pcrta Do la quantità oc la fupcrficie fé
volc trouare. SI Tu ai per la fécunda del primo ebe quando il lato del tri
aiiguloeqlateroe.4>cbeilcatetode quello tiianguloeijj. ! J.f ai p quella che
a multiplicare il cateto nel la meta dela bafa fn la
ftpernciedeltiianguloadunquamultiplicando il cateto in ofi o mecce ba)é netterà
ofio taanguli che /ira la fupcrficie de lo- fio bafe pero piglia la meta
dc.s.lati de lofio bafecfi e ciafcuna.4.f -S.fira no.3i.pigliane la mita
cbc.16.cbe fono ofio mecce bafe il quale.tó» fé volt re care a pj.fc ebe fé
multiplica col cateto cbepj.12.dunqua.i6.in fe*fn.is6« il qle
niultiplica^.u.(ii.3oji.Sla^'307i.fira la fuperficie de lofio bafe predetto»
Cafuo .2V £ locto bafe triàgulare ^tenuto cala fpera che il fuo Diametro cria
quadratura oc locto bafeinuenirc»
fTTuaiJila.K,deq(!ocbeillatodetaleofioba(èe^'.24^, mulfiplicalo i fé fn.i4i«cbe
bafà ifra do piramide ebe vna.e a.b.c.d € ialrra e.a-b.c.d .fé .e.f.c diametro
dela J pera § e, t. _ pero multiplica't.via.J4i-fà.itiI;f . Euclide nella.9.
del.u. >roua ebe dogni cotona tonda la piramide fuaejfere.f.deffa colónaf
fi- milméte e do gni piramide al fùo cbelindro la,pua tu ai il cubo.a-b.od.e.f.
g.b.del qle ilcétro e.K.fè tu tiri da.fc.ad ciafeuno angulo fnraffe,6.pirami'
de ebe eia) cuna fira.£.de la qdratura del cu-bora diuidi in doi pti eqli qffo
cu.deuidcdo.a.e.b.f «Coruna linea pafc.nte p.K.cbe fégara.c,g. g ♦ d b. per
eqli ebe firadiuifo il cu.in dotati eqli. a.b.c.d.l.m.n.o.dicocbe.a.b.c.d.fc.
fii'amidecbe.t.detufioilcu.e.ì.delametacbe.a.b.c.d.l.mtn.o.cbee.cbia ro ebe
dogni tigura corporea de linee e^diffanti la (ùa piramide e-;, dela fiia
qdratura«adunqua Mai.rri^.cbemultiplicato il cateto cioè laxunela fu perfteie
dela bafa fà.tìfispiglianc.j.cbefira.st^.jjodiicbe tale ofio bali fia
qdrato.$7|. CafuS .24» Sto loctobafe che la fuperficic e.ioo- od Diametro
oclafpera ebe il colitene fé volc cercare. CTFa cofi tu fdicbelofio
bafea.s.trianguli eqlatcri pero fi de.ioo.s-f tiefi fiia.n^.poi di eglievno
triàgulo ebe la fupfi eie fua e.n^.cfó fia il fuo lato poni ebe fia p
lato.i.^.troua il cateto cioè cofi multiplica-i.ap? fà.i«;i.ptiper,Jf
de.È.de.H.neucnep?.dc^.S33|.tato e il lato de tale.s.bafè cioè 5j.de
1>-S53v.e la pofancafua e f$J.8J3|.e la pofàn cj del diametro de' a spera
ebe colitene lofio ba)é e doi tati pero radoppia corno f?.fn.5333i>€ la
pofdnjadeldiametrodunqua il diametro delaspera ebe cercamo e f?.dc5?.3333j.
CafllS «2S» "ì ©andò locto bafctriangnlarcfiuTe quadrato .400. d cr
Diametro Oda (pera ebe il colitene feccrebi. KTFa cofi troua viia | pera ebe il
diametro fia noto di ebe fia ij.S per !a.!4.dcqffo da dequadratura de lofio
bafe-st^re ca.tapj-q-fà.543pcro di cofi fe.pomone auéteil meaog doi (Tremi
chela tnagiore pte e il lato del.u.bafè pétagonali fnoinonauemoillatodekubo nel
diametro dela fpera ma alien 10 la magiore' parte del Iato del cubo cS.4- € e
lato del.n, ba|c pò diche il lato d elcu.(ia.4,p.i..multiplica-i..p.h Ss! .poi
mu!tiplica,4>i fé fn,té»tu ai.i6,eq"lead.4..48» fé tripla ala pofanca
del cubo aduiìquadeuidi.4S.per.3.nenene rt.f.ió.elapofdnjadel cu. cioè del filo
lato adunqtta e^.il lato de! cu.pero denidi.4. fècódo la p portione
auentemeceoedoiffremi cioè cofiche vna partefia»i.^>»efia la tnagiore
partee[amiore»4,m,i»'#>,mHÌtiplica.r.^.inféfit,r.l3,muitip!ica.4»m.r,
^,via.4.jn.iC'.rn.4.tuai.i. É .eqlea.tó,m,4.^.re^orale partiarai.r, lÉl«e.4..firano.*.
multipli» . in féfn .4. giogni
alnuerocbe.té,fà.2o.fè^o.!fui,valela.rn.(32.36i4. aduqua dirai che il lato
del.ii • bajè pétagóali iyeriffo nela jpera cfó la pofànf a del fùo diaetro
e.si.fia »5i«m.^.3ói^cioelapofiincadellatodelabafdcb'ilJ»pofÌo. CafuS .2$.
K-.iijbafepétagcnali equilatero ebe il lato faoe-4» defaeprita
delafuperficiefua uieftigare. CTuaiche nel«u.bafé pétagonali ogni bafà e
pétagona f effe di£Jo efi il lato de ciascuna bafa e.4.g tu voi la fùperficie
de cjfTe . b, bafè.Troua prima la fùperficie de vna efi atper la,9.del.i4»
deEuclidecbeli.|.deldiametrodel circulo che circiucriue la bafà pentagonale
multipltcari in cinque féxti de la linea che foéìto tende
langu!o.pétagonico,pua che (àia fùperficie del pentagono. Et io trono che a multiplicare.|.del
diaetro in ruffa la linea che (off o tède langulo pétago
nko(nqultoli,|,nel!i.i.Peropieliaro quella de«§. deldiametroin tuiìa et foff o
tède lagulo pétagonico cn più fàcile.Pero trono vno pétagono c)5 il diaetro del
circulo efi il cirf cu;criue (la noto metào $ il diaetro del circti lo
fia'4.c)5 da de pofànca del lato del pétagono.io,m.$'.io.ela pofànfa del
diaetro del circulo che il cótene e.16. piglia,f.de.i6* e.6^.hora dimo cofi fi
io.rn.i2.20.me da.6|«cB me dara.4-recaa pj.fà.iC">.multiplica»6£.via.tó.fà.usooo.e
$>.dela (orna cB fn pMisooo.pofJa fopra.400. e la (upftcie dùa ba|*. Et tu
ne voli-i2,reca.r*.a f52.fn.144.il qle multiplica co 4oo.fn.4.cfi e la dimàda»
Cafus «29- Stoil.i2.bafcpentagonaiicbeiiruoIatoe.4.laqu9 di attira fuainuenire.
IfFacofitrouail diametro dela ) pera ebe il rircujcriue cioè cofi tuai p la
precedente ebe la linea ebe jòffo tende langulopentagonico e gMo.p.i.reca' lo
ap?,fà,i4.pp».3io.cbe lapofÀnja de la linea ebe foflo té delangulo pentagonico
che e equale ala pofànca del cu.de aiff o in quella medtfima fpera. Et p
lultima del.15.de Euclide ai ebe la pò anca del diametro de la ) pera e tripla
ala pofànca del lato del cubo dej ca- ffo in qlla fpera ff la pofanca del lato
del cubo fé diff o ebe .14- p- p.po. la qle pofànca multiplica
p,3.fn,7J.p.[jìM3so. tato e la pofàn^a del diametro de la | pera.bora trouail
diametro del circulo doue e deferiffa vna dele,k. ba)é paragonali al modo già
diffo ebe fu il lato del pentagono ebe la fùa pofànca era.16.cbe fìi diff o effere
la po)\ cioè Ìfc-5ir63oooootff^59649t80oo.§j3?.5ifl94i4oo.pofiofbpra de .64000.
cbeilfpoffo.fTEl quinto corpo rcgularecirciìfcriffo dala fpera eil.io.ba Jè
triangulari equilatero del qle ilati \uci fano dala j pera cioè dal diametro
dela | pera cK il circii fcriue g p lo lato fa. il diametro dela J pera f p lo
lato la fupjicic g p lo diametro e |> lolatoeperlafupficie|ètroua
laqdraturafua. Dalila .30* 3fa ir.20.6afe premito oala (pera che il fixo
diametro fia.r2.0el fuo lato fé volecereare. CPer lultima del. 15. de Euclide
fa vnalinea ebe fìa.a.b deh qntita del diametro dela | pera ebe e diffo ebe
e.n.f diuidilap equali in punffo d.fi dejcriuiil)èmicireulodelaquàtitade ad ebe
fia a-e.b. ft fbpraad.a.menafa ppendiculare.f.a de la quanta de .ab. X dal punff
o.f tira.f.d.cbe fegarail (èmicirculo.a e.b.in puff o.e.ff dal puri 1
io.e.lineala perpédicularefopra.a.b.cbefafegiin punffo.c.garai doi tri- anguli
limili' a.f.d (F.c e.d.fpercbe langulo.a.del triàgu!o.a.f.d. ereff o (f
Jangulo.c.deltriangulo.c.e.d.ereffofilanguto.d.deluno eangulo delatro fi ilati
dele bajé fono in fportione adunqua denecefjìtajangulo.f. e'equa le
alangufo.e.cóciofla cofà cbeciaf a.g.a.d.g la pofanca de.a.f.e.144. S la
pofinca de.a.d.e.jC'.cbegionteinfiemifnno.iso.f la.iy.rso.e. f.d.cbe erranti
deh pofanp de .a,d.cbe.36graleproportióteda.f.d.ad.a.d.cbe
eda.e.d.ad.cd.fì.e.d.e quato.a.d.cbe.6.p cri eglie femidiametro ebe la fiia
fofrtncae^64e-ì'W»ti^flAp0f«H*-giogriici la pofìtneca de.a.e cH .i6,fà.4o.p..
p.3io.tantoelapo)dncade.a'b,cfi e diaetro dela spera ebe cotene il corpo
de.io.ba)étriangulare equilatero cioè pj.de la sómaebe fa $ >de.3io« poffa
(òpra de,4o .e i l diametro dela spera ebe e quello che fé dimanda. Caliti .32*
% cozpo oeao.bafétriagulareequiraterod&eeper ciafeuno fuo lato.4.oeta fua
fuperficic reperire. ffTtt fai che ciascuna bafc del.20'ba|é
triangulareeqlatera f£ e.4*p tato § per trouare la fùa fuperftcie bifogna
trouare il cateto de vna dele ba|è. Tu ai per la prima del primo .che ileateto
deta!etriàguloei£.u.f!efledì3ócbea multipli'' careil cateto per fa metade la
bafàneuenefafiiperrkie de tuffo il triangulo ebee
vnadele.*o.bajédef.ro.bafé|>pofto etti voilafupficiede.io.bafe adii qua
piglia fa meta de.io.cfi e,ro.ba)efl jài che ciascuna e«4. efi fano.40.re calo
a {$z.fn.réoo.per ebe lai a muftiplicare cu £?.». multiplica.K. via.1600*
fa.19100.fi la pj'igtoo.e la fàperneie del.20.baje triagulare efi il lato fuo
e»4» CafiiS Al* £I.20.bafé triangulare equilatero che la fuperfiefe
fuae.ioo.quanto eillato fuo fé vote cercare. fFPer la precedente fé diffo ebe
fé illato devnabafrtc.4ilquale parti per,48-neuene.S3ji.f fa gj.defa 5?.S33*-di
efi (la periato il^Otbajé triaginlari equilatere efi taftiperfictefùa e,ioo.
Cafua .'4. X*2o.bafe triigufare equilatero che la fuperfide (uà e.ioo-oel
Diametro oelafpera ebe il ptene fueftigare.
CAi|)erlaprecedente.cbeil.ip,bafecbea,jc;o,cleftipefficìe che illato fuo
e#.de.p?.s35j. Et per ta.3ì.del fecondo ai cheil.to.bafé che il lato
e,4.deldiametro.4o.p.f>?.320.Etper cbetuai illato cbcefy.defs.'pero
reca.4.a# deiJ\fà.2S%ft reca,4o.piuR\320.af>,.fà.f9io.p\i3.\5[i4oo. Et ai
1920 più ji'.su4oo.bora ài cofi je.156.de lato da de diametro, t910.jVR2.SiV
4oo che dara.S33;-.ir)ultiplica.S33].via,i9iojn.ioi4ooo.il quale parti £.156
neuene. looo.bora re«a f3>.S53\fii.is4444*.multiplica con.su400.fa14
5ft4$33JJJJf -il qualeparti per,i56.recato a fi'.cbe e.65536. neuene
.ui39S8?/§. Et ai 4000. p.{£tMJ39S8?vf.adiiquadicbeil diametro ouoiafjìf dela
jpe ra che circo j erme il corpo dc-io.bafc triangolare equilatero
cbelafuperncie cioo.fiaj5.de j^.dela
jómach:"fài^2ii3958*!:j.poftafopra»4ooo. Cafus S»
X..2o6afctridgularecquilaterocbe illato oeciafcu na f«aba6 e >4..ocUqnadr
-jiura fila cercare 8£Tu ai per la.3i.del fecondo ebe jè il. 10 bajè'
triangulare il lato fuo.e,4,che il diametro dela JperacbeilcontenceR;. dela
fomma che fa£\32o,pof;afbpra.4o.adunqua deuidt in do parti equali.40 \tyy-o fa
coftreca.i.ajy .fa. 4. para
4o.pei'.4.neucnc.to.poireca,4.a».fà.ió.pti.3io.per.i6.neuene.20.£tai.to»
p.^.to.cbc e mcjco diametro de la j pera cioela pofttneade la meta de! dia
metro bora troua il cateto de vna bafd.del.io.bajé che il lato fuo e.4. Et £ l
a prima del primo ai ebe il cateto e fy.n.del quale troua il centro ebe ene
li.f.po multiplica.f.in (efà.* li quali mulfiplica p.n.fn. 43 -parti perirne'
itene, i.cbe e p?.dcfidoi tcr^i de,i?:,i».traUode.io.refra41pfJ?-?o.il quale
multiplicaconlafuptrrtckdel.20.bafccbeai.r.ela.53.del|LCOiido chela (u
pernciedetale,2o.b ifé ePM9:oo.deii quali piglia vno tei $0 Como jj?. reca 3,aft.'.f7i.9.parti.i9H>o
per9,neucnc.y33^i quale multiplicaptr.4?.fà. 99
5S^horareca,ii33iaf>\{à.4^io(>;r).eqiuffomultipiicap.Jo.fn,cjo:2i22|.adu
qua di che quadrato il corpo dr-io.bafe triangulare equilatero che il lato
deciascuna |ùa bafd e«4,cbe la quadratura fiafS.dcla fomma che fi fS.910
ii»i$.pofta fopra de.99555.cbe quello che je dimanda, CaiUs .;6. t(tc ih
jo.balc triangularcequitarcro die la fm qua- diami afia.4-oo*oelaquamtraDdlaio
oelefuebafe cercare. CP er la precedente ai che il lato del .lo.bafè che e.4.da
de quadratura del.io bafÈft.'.de!afemmacbefà {5.91021x11^
poffafopra.995s5«adunqua/é.995$3;.p.fi'.9ioiii22i, de qua- dratura da de
lato.i>.reca a R.cuba fa, 4096 .bora di cofi (é.99SSJ;-piw $?' 91022222=. de
quadratura da de lato.4096.che dara.4oo Squadratura re caloag,>.fà.i:-oooo.
il quale multipiia per .4096, frt4655360000.il quale parti per.99>5f5.p^^?.
91022211*. Etpercbee binoinio troua il partitore cofi
multiplica.99557-P-P?.9i02iiii^via.99$$?i.m. # . 91022122,?;. fa .so9o864jf .
che e partitore bora multiplifa.995>'I7-Per'6S53&oooo. recati prima
anoni. fà,.6iS43i3o^ooooo.il quale parti per.so9o864af .reca ad oflanftmexi'
mofa.655360000.col quale pa1ti.5i84s1504000000.neuejte.806400.tie' ni ameute
bora reca a 5s.655360000.fa .4194967297600000000. il quale mulfiplica
per.91011t21f.reca prima ad vna natura cioè, ad oflatuneximt jn,i5649 4o
?i527S852Sooooooooooooo.eqiie)to parti per.so9o864g/.re' catoa
r32.fn.419496b9600000000.cbe neuene.597i96Sooooo. adunqua di che il vinti bafé triangolare
equilatero che la fila quadratura e .400. fia per lato £?.dela 13j.cuba.del
remanente de.So64oo.tratone la radici,59719 ósooooo-cioeillato delefùebafe fia
fcj.dela 6?.cubadel remanente de .80 6400.traflonelafy.597196800000.cbe e
quello ebe fé propo/é. fHauendo diflo de cinque corpi regolari contenuti da
diuerfè fperele quantità de lati e fuperficie. Et quadrature loro. Me pare in
quella vltima del (écondo douere direfobreuita delati de ciaf cuno contenuti da
vna me «Jejima | pera. Adunqua fia la [pera che il jiio axi>- fia .b. fi
commo,tuai nel iS luftima det.r3.de Euclide che fideniojfra ne! fémicìrculo deb
fpera conte> neretufti li cinque corpi regulari per linee per le quali jè
prona il lato, del.4- bafè triangulare equilatero efler h pofànga fra
Jéxquilatera ala pò finga de iaxi:delalperacbeilcontcne.Etlapofdncadelaxis
e.t44.adunqualapo finca del lato del.4-bafè triangulare e.gó.chee
jéxquialtera>Et per lultima pure del.15.de Euclide ai cbe la pofctn ja de
laxis de la fpera e tripla ala po' finca del lato del cubo in quella dejcrifito
adunqua il lato del cubo fia £?♦ 4S- Et il lato de lofto ba)é triangulare ai
per quella cbe la populea delaxis delafperacbeilconteneeduplaalapofttncadellato
delofiro ba(éela pò* finca de laxis e.r44.dunqua la pofianca del lato de toffo
ba(é e.f-Et il la' to dtl.ri.bajè pentagonali descrivo in tale spera commo per
quella fé prò' uà cbe diuidendoil lato del cubo in quella descricìo fecondo la
propomo neauente meco e doi jrremi cbe la magiore parte e il lato del.n. bafe
penta gonaliil qua!epo.p.m.jj.i8so.Et{2.delremanmtede.p.tta£ronepj.i8'
So.eillatodeUj.bajé pentagonali contenuto datale fpera cbe laxis (ùo e n-Et il
lato del.io,bi|ètriangulari in quella descrifiroaiperla.io.de que-
frocbeilfuolatoep?"delremanentedeti.trafrone j?.K)56f. Et cofiaì ilatì de
cinque corpi, regulari contenuti dala spera 'cbe il fitoaxis .tt.il »4» bajè
pj.de 96»f il cubo epj .48- f lofto ba/è $j".t».€ il .p. ba(é £♦ del
rema-' nentede.ti.traflone $>.Jsso.f il. io.ba|é b?. del remanente de .71,
traflo' nepj.io56f. flTHora in queffo terco fi commo difji nel principio del
primo diro la qua tifa de lati defjt corpi contenuti luno da laltro Et quanti
ne cape in lunoe quatiinlaltro.Etpoidiro'dela spera la /«perficiefqdraruraf
alcune deui- fionideaxisfdeta fuperficie ft quadrature fncTe da linea piana
cioè linea juperficial .Et de tramutationidespere incubi^ de cubi in spere » Et
cofi de spere in coni ouoi piramide f de coni in spere» Coltra (j e qneff o
daremo modo co regule optime a fipere per vna fècTa ouer chierica leuata da vna
fpera perla fua corda e fietta.nora fipere retro^ uaretutta fua capacita ouero
aria corporale. E cofi de li altri corpi rettilinei o vnifòrmi e ancora de
quelli lecuibafi non fonno fémpre equilatere ne e4' angule fi commo quelle del
corpo de.p.bafì.dele quali *4-ne (bnno trian^ gole de doi lati equali e terco
inequalee«4s«quadrangole de lati oppofitì magiori equali corno a pieno al fro
luogo fé contene materia in la pratica molto jpeculatiua f cetera. farne .r.
0cto Wc contenuto M quatto bafe triangulare equilatero cbe il fato filo e»
u.det lato de locto bafe tri [augurare cercare. ìffÉa cofi tu ai il quatro ba)é
triagulare equilatero .a.b.cd. 'i cbe eia cuno cieftioilati e.rc.diuidi
ciascuno lato per equa L> li diuidi.a.b.in puncìo.f .f.a.c.in pimelo
.g.f.a.d. in pun ' ffo.b.ft'b.c.ir. punfto.i.f .c.d.in piìcllo.K.f
.b.d.inpuncìo l. Et per cbe fi difto cbe li lati fono cquali per cbe e
equilatero ft e ciascuno .e, e ciascuoe diuifo per equali in punfifi.f
g.b.i.fc.l.fira ciascuna parte.6.cioe.a.f.a.g.a.b.
f.f.i.i.RK.g.gi.i.l.l.f.f.K.b.b.'.l.Kadunquatirando.f.i^.deefferediame tro de
la spera cbe circimscriue locTo bafé perebe paffa per lo centro § termi
nanellianguli opofTi.f.fc.poi tira«b.n.cbe fia cateto dela bafd .b.c.d. ebec
R.tos.f laxis cadente da Lingule A-casca fu la linea b.n.inpimcTo.o« cbe
fia.a.o.fV,.36.trane.^refra.J4ch' la pò
fitnga.de.f.m.f.b.m.po.D.tplapenultiadeEuclideaiefe.f'K.poqtoledo
Un^e.f.rrj.f.m.K.f.m.po.H'f'm.r^.po^e.giogniinfiemi^.e.t*-^'?*. TRACATATVS cr5
eia pojfa.f.R.cbe diametro de lofifo bajè g dela fpera cheit cìrcufcriuc p»
fante p lo céiro Stermina neliàguli de lofto bufè.Ettuaicolapofdncadel diametro
e doppia ala pofanja del lato de belo ba|é da qllo cótenuto adi qui
deuidi.ti-per equali fta.36.Su2-j6.di ebe la per lato loffo bafe triangu lare
ebe .6.cótenuto dal qtro ba)è triagulare che ijuoi lati e eia] ebedùo e.n.
Malusi .2. £nel cubo ebe .i2.per lato fedeferiuc il quatto bafe triangulare
eqiatcro il fuo lato te vote mnenire. fTuaiilcubo.a.b.c-d.Sf g.b.t.tira.a. e.
diagonale S>a.£. S.c.g.a.i.c.i.poitira.i.gdiagonaleS'i-a.ic.fa.g.g.cf J>
ebe il lato del cu.eciafcùo.ii.ptro per la penultima del p'mo de Euclide la
diagonale.a.c.po qto pò lt do linee.a.bS-b-c. gionte le loro
pofiinjeinficmife)fe ditto cbe.ab.e.ii.rt.b. cu. multi plica
a.b.cbe,n.in|efe.i44.f.b.c.m)e^i44.cbegionttinfiemifà.i88.f p.xss» e.a.ccbe vno
de li lati del qtro ba|e triangulari.a.c.g.i.adùqua il quatto ba Jé triangulari
eqlatero contenuto dal cubo ebe ilato Juo e.n. il lato del qua rrobafèegr.iss.commo
vobmo, £afll& •'• €>ctobafe tnàgulare equilatero cótenuto dal cubo
bcc.i2.pei lare il lato de locto baie iuucuire. C -Auendoilcubo a.b.c.d.f g
b.i.ilqualecótcnevnocor podeocto ba)i triJgu!a;icqlattronel quale perla
precede' reciaitru flo vn corpodt.4.ba)ttriàgulari cbeifiìoilati ecia
|'a;nop,',j8£.f ai per la pria deqffo ebeametere locTobafé triangulare nel qtro
bajè triangularc |e diuide ciafeuno lato per eqli e qila gtita e il lato de
loc7oba|è triangulare. Et aucndoadtaiqua nel cu.cbel fio latoe.n.meffo il
quatro bafe ebe il lato fuo eRMSS. pero diuidi JJ.'.jsS'per eqli còrno
^'.neuene^.ri.f.^.ri.fia per laro loctobafe triangulare eglate' ro cótenuto dal
cu.cbc.n.per lato ebe il propofto. £afU0 .4« X coipo albo ebe e. 1 2.per lato
cótene vno cozpo de 2o.bafètriagiìlare cquilatcrcil lato cercare. ITSappicbe
illato d( ffo cu, deuifo (teudo la f portioneaué te me^o S doi (fremi efila
magiorepte e il lato dele ba|c del lO.baledcfciicloinqucllorti.Sfìi
difrocbcillatodtl cubo era.u.perofàde u.doparttcbemultiplicatala miorei tutto
it .(àcci tanto quanto la magiore parte in fé adunqua di ebe vna parte (ia «i»
^> fJIaltra.n.m.i..elamagiorefia.i.^>.multiplica.i..ife^i.i.IS.poi
multiplica.n m.t.^.vii.i!.fn.i44.ri!.n..(irano.c.multiplicainrc^i.36. giogni
col nfiero cfi.i44.fn.i8o.f tj'.iso m.6.valela..cbemetemola magiore parte fi
ebe di ebe il lato del io. bafe triagulare cqlateroef$.'.rso.rn.6. ebecó tenuto
dal cu.cbe il Lato fuo e.n.Ma per ebe Euclide nò dici che il dicìo cor pò |é
tneta,nel corpo cubico pero vederemo prima (ènei cu|è pò colocare il
coipode.io.baje triagulare ebe continga co tuffi glanguiijiioi la fùperneie
delcubo-Dejcriueroil.io-bafetriigulare.g.b.i.H.l.m.n.o.p.q.r.f.fldella-
to.gb.il centro fi.o.a.cioe lanuta del lato ftdellato p.K.ilcentro.b.del la'
tò.q.r. tfcétro.c.dellato.n.o.ilcentro.d.dellato .(.i.ilccmro.e. del lato-I.
m.ilctntro.f.f lolato.g,b,eopoftoa!olato p.fc-S fono egdifTanti Io lato q,r.e
opofto a lo lato i-f e.fono eqdiffanti lo lato.n o.e opofto a lo lato.l. m.ejòno
equidiftàti tira dal puffo.a.la Imea.a.b-dalpuiicto.c.tira.c.e.dal punSo.d-la
linea df-le quali fono tufte equali |è interjéganonel centro tufte adangulo
recìo cótingendo li loro lati adangulo reff o tu ai deferiéto il.io.bafe
triangulari ebei tre afjìf pi ffano per lo cétro e fono fra loro eq t.
Defcrinajè bora il cubo che ci i| cimo Ino lato fia cquale delaxis.a.b-cbee
cqualeagli litri ce-d -f.il qualecu.fh 11.3.4.^.11,11.15 14. poi piglia il
cétro deciaj cima fua fàccia che fnno.6.iqualicétrifitno.t.ux.y.f7.poi tira.
t.u. X-c. y.T.cbefciterjfgatiuifitminelcét od ku.ad.iguloiecTo cótingétele
ficciedelc^piireadaguloreffo efono fra loro eqli Seq'iahx:f. a. bc.e d.f. $ dì
leforioeajial Uodeku.cHfù fncTo eqleXaxiw.b. adii qua juumcti il corpo de vìnti
bafé nel dicIro cubo Uh to.g. b. § lido! angulideI.io.ba/e.n.S.o.contingerano
la /àccia del cubo.t.n.3.ij.£t.a.b.c. d.e.f.centri de fa lati del.io. bajé
cotingerano. t.u .x. y. j.f . centri dele fnccie delcubo.fi
aicbeli.it.angulidel.io.ba|é contingano le jéi fàeeie del cubo J> ciascuna
jncciedoi angulicommo edi&opero dico ebeileubo be capaci re ceuereii corpo
de.io.bafétriangulare equilatero tocando le fnccie del cubo co tuti'gliangoli
fuoi .Horaeda vedere fé illato del cubo cbeconteneil.10. bafé deuifo fécundo la
fportione auente mego e doi exftremi jè la magiore parte be lato dela bafà del
jo. bafé contenuto datale cubo.Tu ai per la-w. dì rjflo ebe illato dela bafà
del.to.bafe cbe.4.da de pofknca de diametro dela | pera ebe il cotene.40.piu
fp.jto.dela qle tra la pò fatica del lato che be.16 . re ffa.t4.piu 15.510.cf2
be da vno lato alaltro a qllo opoffo.P ero di je.t4.piu Jp.310.daxi; da de
pofànca del lato .ró. efi darà la pofknca del axi s cB.144.
multiplica.i6.via.i44.fà.t}04ilquale parti £.14 più {£.320.troua il parti*
torecofimultiplica.z4.piu^.3to.via.t4.m,p2^xo. fà.t$6, quejToe ptitore
muItiplica.t4.via,i304.fà.5Si964iarti p.iS6.neuene.2i6.pon da cito reca.ré.
a^.|n.z$6.multiplica (0.310. fn .31910.rcca.144. a fj>. fk . 10756.
multiplica lo co.319io.fa.i69S693uo.reca il partitore a i3j.cK.iS6. fa .65536.
con lo quale pti.1698693no.neue 6J.159to.rn.cfi có'.itó. fa»n6.m.i£«is9io« tato
be la pò Jan^a del lato del.to.bafecótenuto dal cubo ebe il latofùo be.ii.fi
comma defopra ebe fé diuifé il lato del cubo fécundo la proportione auéte il
megeo be doi exftremi ebe ne vene BM8o.m.6.£o multiplica i fé fa.1i6.meno {?.
15910. commo volemo g be chiara. Cafùs .5. Cucio co?po deocto baie ebe ilfuo
fato be.i i>fc oc (criuc il cubo la entità od lato òl cubo fé vole cercar* CTuai
il corpo deo£ro bajétriangulari equilatero .a.b.c. d.e.f.cbe beper ciascuno
jtto lato. ii.ftba.n. Iati, Etil cubo ba.s.anguli li quali contingano in.
s.lati de loffobajé cioè nel lato«a.e«in punff o.g.nel lato.a.f.in punff o.b.
nel lato r.d.in puncìo.i.nel lato.d.e.in punclo.fc.nel lato.b.cin puncìo.i.nel
tato >.f.in pucTo.m.nel lato.f.ci puSo.n.nel lato.c.e.in puffo.o. tira-g-b .
b . i.i. |^K.g.i.n.g.l.l.m.m.b.m»n.n.o.o.K.o.l.cf3 iia il cubo de^criffo nello
oflo fcafè-E p fipere la quantità del lato del cubo tuat.a«e,cbe be.11 .§ .e.g.
pò il doppio de.e.g.J? cbe«a.g.e 'equale de.g.b-f .g.b.poquanto>a.g.ft .ab.
ebe tengano langulo recito £0 fàde«it.doi£ti che multiplicata ciascuna in fé fa
ci doi tanti luna delaltra di ebe vna pte fia vna cofn che multiplicata i fé fa
vnoccfolaltrae.c.m.vna'co|Acbe multiplicatoi féjn.i44«m .i4.co)é pia vno cenfo
ilquale radoppia fà.i88.m»48«cofé piu«i.cenfi aguaglia li parti a rai vno cenfò
e.tss.numero eqlea .48.co)édemeca le coféflrano.14, multi plicale in fé fà.S76.trane
il numero cbe.i88'refta.iss f &M88.meno del de meccamen to dele cofé ebe
fù.14. vale la cofa. ebe fù.e.g. adunqua .e.g. ebe lato del cubo
be,t4.menoK't88.f-a.gt4.m.j>:.iss.E£la feconda de queffb aicbelapofàncadel
lato del «4. bafe doppia ala pofanja del lato del cubo che lo contale § doue
entra il cubo entra il quatto bafè adunqua adop pia la pofkn^ del cubo
cbebe.14.rn.jV .*SSfn. ips.meno pz «663S5J-. wnto
dicbefiilapofànjadellatodel.4.bajè contenuto dal corpo de loftobafé triangulare
epropofjo. E fkpi benebe in tali, corpi regulari vno in laltro reciprocamente
(èriceuino eincludino jlmpre con le debite proportioni e proportionaiita
fecondo la nra j peffa dicra proportione bauente el me^co edoi extremi còrnea
pieno elnojlro pbylojòpbo Euclide nel fuo libro de mofrra.bencbenon fieno
fempre de toriati noteanoi le proportionicioe ebenon fi pofftno nominareper
alcun numero rocro onero fitnonon reffa per queffo cbeinftniti altri co pi
irrtgulari non fi pofjìnoin epfi regulari apuncro collocare in modo ebe tangendo
vnoangulo tangerent omner. Comme a cadunofàno intellecro fia capaci ma non
firanno de lati nede angult folidi e fuperficiali equali, pero de lornon fé
fornendone inque fio nofrro.pero ebe queffi tali infra ti corpi fono da effer
difti belmuariffi ft cóme fra le fuperficieqdnlateredv)Te elnofrro Euclide nel
principio deli fuoi elementi babiando difjìnire la'trc quadrila^ re regulari
cioè quadrato tetragonolongobelmuaymoucrromboelofimilealui diéro romboide.
Cafiis JElaibofcntcìuitooal.n-bafcpcntactcnalkbciUa to oc le fue bafe e»4*ttl
ato del cubo fc voi inuenirc. CTEacofitroua'a linea cbefccTo tende langulo
pentagoni codevnadelebafecbefliicbeilIatoe,4.1[qua'ee!a ma'* giorepartedela
linea deiifà |icondolapropomcncaioimu!t;plica.4*via.4 fà.i6.€ ai je-.numero
equalea quatro.^.piu.i-0 .de mecca le cpfé fìrano«i. multi
plicainlèjn.4'gtognialnumerocbe.i'-fà.Jo.fiR''Jo.m.i.cbe fbtl dimena
métodeleco|évalelacofddimqualamenorcpartetR'.5o.m.i.f la magio re e.4.cbe
gionto con f>'.2o meno.J,fn.£\io'piu.J.ft ebe illato dclaibo ha JV. 20,piu .
i.il quale e contenuto dal corpo de«u, bajé pentagonali ebe il la' to de la
fila bafk e.4,cbe ilpropoffro, £afus .8. j6iicvnocorpooc.12.bafe pentagonali
e&eil Iato Delefiicbafecdafctino.+.cbc colitene vno qnatro bafe triangulare
del quale il laro fé vole tt cuarc. STTuaiperla.io.dd.is-de Euclidecbeillato
del cubo ado piata eia pofànca de il lato del quatto baféde) crito nel me»
defTimo.u.bafecolcuboff per la precedente aicbeil lato del cubo dej crito in
tale corpo e ^.lo.piu.i.adunqua muttiplica £',20. più *.via
^'.Jo.pin.i.jà.i4.pmp?.}io.la quale redopia fn.88*piu (V .uso. tanto e la
pofanc 1 del lato del quatto bafe triangulare de| crito net . 12. ba|è penta-
gonalecbeillato delefueba|é e ciafcuno.4.pero di ebe il latodel quatto bafe fia
r>\del3 fomma ebefn r>\nso.pofro fopra»48« Cafus .9- Srlcojpo t>e ocro
bafetri'angnlareequilatcro conte' miro 0al.r2.bafe paragonali ebe il lato de le
file bafe cdaH'ur.0.4 .oc! lato oc locto bafe iuneltigare.
CTPer!a.9'del.r,de.EuctideatcbelaHneacbe paffa perii ■j. et ntri de le fri cce
opofitede aito terminanti nellidoi Iati — -fgà-^&£.l opofiti de Ieba|è
dtt.n.bafé doue e deferito e diametro dita fpera doue fé de) criue locTo bajé
predici o ft per ebe quefTa tal linea e coni - poffa da! laro de la b 1J4
pentagonale ft da la linea ebe e focìo tende tangtt- lo pentagonico giontc
infitmi dequeffo.n.ba|è ebei! lato fuo e.4- f pe'la 30.de! prio ai ebe quando
ti laro de! pentagono.e.4.cbe la linea che focto
tendclangu!opétagoir'coep;.*o.p.2.cbegiontocó.4.fn,6.pB,,.2o.aduqua ta linea
che pajffa per li centri de !e (accedei cubo dwidéteilati del.-. bajé opofTo
ale ficee del cubo perequali e.6-piu ly.de.io.cbèdiametro dela fpè ' •
ratkme|edefcru4eta!e>3 bajè f perche tu ai per la.s.del |èci;nc » io, fa .$ù
♦ più i>? . 2SS0 .il quale diuidiper equali neuet1e.2s.piuj>'. pò» ■
etanto ria la.pofanca del lato delocTo bajè trianguhre che contenu" to dal
.11, bajè pentagonali che il Iato de la ba|d (Ira e .4. adunqua di ebe il lato
de loclo bajè (la jj?» de la fomma ebe fa p> . pò. pop a fopra .38, Etpercbt
piti apertamente cogiiojcba cbelaliuea compoffa dal laro . del.n.bajètt da
linea che focìotendelangulo pentagcnico gionte infieriti. fieno il diametro
dela Jpera che contiene tale ocTo bajè tuaip. a.tó.del /é- . cundo che i!
diametro de la jpera eh circitmjaiuetatc.r-.bajè eia fua pofin ca.pipiup?.
233p.il quale diuidi in doi parti equali cbefira.is.piu fjJMSp. che
ftra.a.x.ftira.x.ala meta dela bafiua.b.cbe la deuiderain puncl o( y.a dangulo
reflo ft p la penuitimedel primo de Euclide cbe.a.x.po quàto pò
ledolince.a.y.fx.y-tuaicbe.a.x.poTS-piui?.'.tSo.f fdicbe.a.b.e.4. ebeit
latodelabajcipentagonalef.a.y.elamitacbe^.multiplicaloinléfà^-trat! lo
de.is-piu^' .130. rcfta.K'piuR'.iso. tanto eia pofcincade.x.y.cbe la mita
adopialo fn-§é>.p. !>-de.2S8o»cbetutlo il diametro de la j pera eh circii
jriue lo&o ba|~e triangulare che e chiaro che illato dela baflt
pentagonicacon la linea che |octo tende langulo pentagonico gionti in Jlemi e
multiplicato (n.s6'piu5?.isso-fi corno defopra deuidilo perequali fra,2S« più
fì'.t-o. pò ài che il lato delofilo bajè triangulare contenuto da tale.u.bajè
pentagoni li/iajx'.dela fomma ebe fh la fX.popojta jbp:a.2S> £afus «io.
XoodiribafepcntaiSonalicbeilTato fuo e.4. del Tato oel«zobafe triagutaf ptemito
09 qllo fé vole cercar. fT De rutti icorpi regalali equalcbe proportionedel
lato de cflb 'corpo alfuo diametro cioè cofi egliequellap portio nedallato de
vno.20.baJe che e.4.al fuo diametro quale e 1 daun lato de vnattro.2o,ba|ccbe.6
al fuo diametro ouoi direaxisf cofIdetufriglialtri.Ettuaidi£ro cbenel.u- bajè
predico e dal centro de vna dele bafè alcétro deialtra opofta a quella eia
pofànga de.40» più 5MS48MÌ cornino che p trouare la quadratura de tale.u. bajè
fù.dtft o. Eaipfa.20.del/ècondocbeil.2o.bajècbeildiametrojùoe»n. cioeil dia'
metro dela (pera ebe il contene da delato la j>'.del remanéte de t-p.
traclóe la.p?.io56|. pero fàcofireca.i2.aJ>?.fìi,i4"4.boia di jè,i44.de
diametro me da delato.p.rn.t^.iojóf.cbedara^o.piu^'.^s4. multiplica prima .40.
via.p.fà-iS8o.ilquate parti per.i44-neuene.2o. bora recala l>\ fa 45184.
multiplica con.i$4s!-fà i^'-S0289W^il quale parti per,.i44. recato a £• che
*ot56.neuenep.;stiT8>?5-rimiam£nte';ioraPer '° meno reca .40. a p.jà 1600 il
quale multiplica per.2056*.fzuré5SSSo.e qfto parti per .144. recato a
r£.20t56.neuene $.de.8ofm e multiplka.ioj6f.via (u.r;4sf.r6o>t95ifil qle
ptijJ.Jotjó.neuenej^.ttvil^l-meno adunqua dirai che iUato del .10. bafè
triangulare dejcricto nei.ii.bajé che il lato (ùo e.4.cbe il lato del.20.baje
(ìa p?.dela [orna ebe fn ^'òSTl^gionta có.2o.tra£tone 5j.30.ela $.ttìW%a>
Cafus .ri. Ci cubo ebe drcunfci icto dar.20.bafe triagurare equi latcrccbcil
fuolatoep?.clel remanéte de. 72. tracio ne£vo?6?. tronarefe volcilarioe
effocubo** Q[Tu ai per la.is de! Jècundo chequando illato del. 2o.ba fé
triangulare e (V del remanente de.p.traffone la p?.ro36f« eh e i 1 diati : etro
de la fi. a j pera e.n, recalo a ft', fa, i44. ho' ratrouail cateto de vna bafà
che 'triangulare equilatera che ai che per lato $, del remanente de p.traflone
la # . 1036*. f ai per la prima. del primo cbelapofàn$adecatetoala pò (Anca del
latóc (ócquìtettfa pero pigia. J.de.p.m.pM036?.cbe fia.j4.meno R.S8i?-e de affa
p porrione e il la to co lo diametro detaiculo cbecircuf criue la bafa fi ai
na.96.m.R.i84H* ti quale tra dela pofanea del diametro dela fpera cbe contene
il.xo. ba|è fi e i44.reffa.48.piuR.is4;r.tàto eia pofknja del diametro dela
fpera douee deferito il cubo cioè la pofànja del dia metro, e. 48 .più R. 19 43
;. tu dei fape re cbe la pofunca del lato del cubo e .f. de la pofànja dd
diametro dela fpe ra cbeil coterie pò pigiacela pofànf a del diametro cfi.
48.piu R.is 45 k- c ^ ia.i6.piu JV.xo4? .adunqua di cbeil lato del, cubo
deferito nel.xo.ba|é cbeil uo lato e R.del remanéte de.fc.rra£toe la $2.1036*
.fu.16.pit1 R, .io4f • cioè fc.dela foni ma cbe fa R»de.xo4*> poffa fopra
.16» Cafus .12» fidato,2o.bafc triangularicbe ilfatoddebafefue e R.del remanéte
de .72. trattone b.i o36f.defcrictoiI .4 .baie triagulari de la eptita del fuo
lato iueftìgarc. fTPerla feconda di queffo ai cbe la pofwifa dal Iato del.4.
ba(é triagulare e doppia ala pofàn ja del Iato del cubo in vna medefima fpera
deferiero f perla precedente ai cbe il lato del cubo cótenti to da tale.xo. ba(é
la pofÀncafùa e.i6.piuR.xo44.pero fé il lato deil cubo e pj.de la fomma cbe fa
R.xo4ré.fà.96.f tu neuoi fare vna spera S, la (tipcrftcic SJJ fiiafta 9è.pero
multiplica.96.per.14.fa.1j44.il qualeparti per.n.nenene.cijr.é de queffo piglia
la meta corno Jj.pero reca .».a {S.fà.4. parri.infj.per»4.neuene,3ofj.f
lafS.30fj.di che fla il diametro ouoi axis dela, 1 pera'cbe la fca fùperiicic
e.96. CafilS »IQ. £la quadratura 6la fpef a d3e il fuo axtò e-7'lÉ et qua
draturaoevno eubocfcefira illato oelcupo. CQuadrala spera che fÀicheilfno
axùe.t.f perla.14.di S ffo ai che la quadratura de tale spera e.1791. adunqua
fira il lato del cubo j£,q.de>it9f.Poflefàreperaltra via cioè con
ipportioneper che glie qllafportionedal lato dellcu.al dia' metro delispera
duna medesima quadratura chee da5?.'q;de.j4j. ap?* q.de.it9j..per che (é tu
recbi.t-a pj.q.cheaxis delafpera
ftt.54J.ftulfdierafuaqdr9tum.c^4.fei)cfeviw(t'C' ra quanto e il fuo.oiametro
inueuire. C Tu dei frtpere che ogni quadratura de (pera e.*j. ala qua'
dramradclfuoaibo.gtuajiperlaprimadel /ecundo dejpe' ra V j.f p. che qfto e
cbelindro.e tu voi la piramide ebe fai ebe ogni pira mide e.~.det fto cbelindro
pò deuidi.^t ^ j.per.j.neuene. «|j.tanto fia qua' drata la piramide e m voi che
la fia.179' j?o reca. 4-a $!.q.fn.é4. bora di fé it||.deqdratura da
depofkn$adaxif.64.cbedara.i79|.multipftca .64. via '?9f .fa.11499f.il quale
parti pcr.»*|?.neuene.5i4l.ela p,\q. de.514^. fia l3xif dela piramide. Cafus
.22. £ oe la quadratura oela piramide ebe il fuo axfee 4»fe fa vna (pera ebe
fira il fuo axis fé vole vedere. ÉTTu ai per la precedente che la pira».: -le
ebe il filo axi$ e. 4.lafuaquadratura.e,iJ||.dela quale tu uokf^na fpera g per
cH tu ai cfì la [pera ebe la qdratura (ùa e.iw-j da daxij ' 543,adunqua
dife.1t9f.da.543.cbe dara.tj|f,mi;£iplica.. «ilf, via.343-ft.r66s§f.il quale
parti per.itof neuene .4x^-fn..§f(a pj.q.de 4*Iif ?s di ebe fia il diametro de
la [pera fnfta dela quadratura Jela pirami decbeilfuoaxife.4. » Cafu0 .25. Sta
la fperacbe il oiametrofuo e.i4--r vnalinea pia naleua oc Iaxis-4-la quantità
oela ftiperficie che le liainuefligare.trNella.is.de queflo fé dicto chela
fùpcrft 1ci£delafperae«4-cotanti chela fi. perfide del magiorecir' culo de tale
fpera § ancora fé diffe che a multi plicarelaxit de la [pera nella
circufèrentia del magiore circulo fduciua la (ù p_ fide de ruffa la (pera
adunqua multi plicando.14 che il diametrovia.44. che la circuferentia
fà.6i6.tanto eia (iiperficie de tuffala fpera tu ai la fpera
a.b'C.d.cbelaxire.a.d.elalineadiuidentee.b.c.borapertrouare la quanti' ta
de.b.da quale taglia.a.d.in puncTo .e.per che )é dicìo.a.e.ejfere.4» pero
multiplica.4.via il reffo del diametro cbe.io-^.4o.Sp2.4o>e.b.e. nella»
34-del.3.de Euclide/è $>uaaduquafé.b.e.e jV.40.di la mita de.b.c.fira tuffo
b.c. 9j.160.Sai che il diametro.a.d.ei4-éla linea deuidenteebe .b.c.e fc\
cécche |èga il diametro in punffo.e.g ai cbe.b«e.e f3.'.4o.cbe la mita de. b»
c.f,a.e.e.4.muIrtpIicaloin fé fà,i6.giognicó'.4o.fn.s6.duqua.a.b.e pJ.56.
perche poquantoledolinee.a.e.f .be per la penultima del primo de Eucli de
ilquale.só.radoppia cóme p?.fJi.H4-ciof jj.u4.il qualemultiplicap.ir.
fn.?464.partiloper,i4.neuene.ité, tanto fé leua dela fapficie dela fpera che
che il fuo diametro e,i4.tagliando)cne.4comtialinea piana leua dela fufc
Ecie.ii6.comoperL1.4r.del primo darebimedefc man ifrfla» TERTiVS Cafu0 .14. Iti
£{ fpera ebe il f«o ax10e.14.la linea piava diente ocuide ni dx luogo fega
talììe fé vole tre uare. f[Tuailafpera.a.b.c.d.cbe.a.d.elaxis(i;ialieab.c.|èga
là xiiinpuffoe.f p cbelojègaadangulòreéfo e deuifk la li' nea.b.cp tqlìin
puflo.c.aduqua.b-c.e 4Ncbe lamita de-b __ c.cbe.9.multiplica.4>iri
(tfrMoi.boradimo cofi fame del diaetro ouoi ajrtó dda fpera cbe.14 dopri eh:
multipicita lua co laltra (àc ci,*o '.pero dichevna pte fu i.^.laltra
fira.14.mcno.it. «ft mulnplica.r. via.i4.rfu. «
demc^ale.^.firio.frmtiltiplicain fefMS'tran ne.il nàaóàies.o's
rejfa.ist-Stf.de.^rrudd dimessamelo dde. .cbe fu.* .valete.® .adunqua vna
parte^fu.r.m J3f.de.iS».e laltrapatte /u.j.p. p*.de,T8'.dHnc}iiafegodelaxis.?.rn
tticà\i.. via.i4.rn.i«^.fà.i4»^>.rn.% [aJ.enì voù'H-rejtora le pti arai
i.P.e.»4.eq1ea.i4.^.demeccale:^.|iraat«m'utóplicai;|cfn«49,traneù
nuerocbe.i4.répa.ij.f ^»i5-m.deldimejàméto,djele.^.cbe fù.?.valela
^.e^.ij.e.5itrallode.t.e.ìfl,x.ta^Uàide'làXù ebe rmitttplicato' nel refro
cbe.ii.^.t4.p la.34.del-3 de Euclide ebe do linee ebe fé interjcganonelcir culo
ebe quello ebe fa de vna parte nei làttra fùa'pte e eqte a quello ebe fé fa
duna parte de laltra linea nellaltra jùa parte e mai vna parte de la linea deui
deteebejJ2.14.edda meta dunq laltra meta e^.»4cbemultiplicato.p?.i4. co 52.14.
fn.14.como fn vna parte delaxis cbè.i.có Lo refro cbe.u.f per la pe
nultimadelp'rhode Euclide-a.b. pò quanto ledo liriee.ae.f b.ea.e.e.». mulriplicàlo
infe fà.4.giogrtilò co.ke.cbej2.r4fn.i8.fi J.V8e.a.b.il qua
leradoppiac5mo^\fn.ni.eauefromultiplicapef.tr.fà.lijz.partiloper 14»
neuene.38.adunqdicbe!alinea.b.c,cbep?.96»leuadefa'/l:perficiedela)pc
ra.SS-cbeilpropofro. CaiilD «Uf. 8~ dela fpera elk il fuo aflls e.i4.la linea
piana feua dela fa per ficiciocquato tagliai a de a;cis fé vele in utilizare.
a.b.c.d.cbeil/lo axire.r4 cbee.a.d f|la li
neadeuidétee.b'Cadunqtira.aib.edicbefìa.i.^.équeffo
radoppiaifà.i.^.multpiicairi |ì fàRjs HI .liqhmultiplica f.a.fà.44»@.fftuvoi".ioo.de^ipernciepor«ulriplica^,iod.peri4.fii.i4po
e quefto parti per li. GS.che fóno.44-neuene.3i2.cfi a.kbora
multiplica.a.d.cbela?(if cbe.14 i |è^i.i96.perla'penu!tia delprio
de£udideaicbe.a.d.poqtoleddlinec.a.b.e.b d aduncjtralapofànja de
a.b.cbe.jft>de[a pofdrjf ide.a.d.cbé,r? • . § . #, .i6ff, • e . b . e. fi
commo tnai per la. quatrageftma. del primo darebi»' mede doue dia dx il
femidiametro dd circuto fta la linea . a . b . che e ii i \c 6' K 8
lafufcfìctede tatecirculoeequalealafùjjficie dela portioe.b.a.c,defafpen
a.b.c.d.ft cofi ai che leuàdo delafupficie delaf pera.ioo.fè taglia delafliM,
». Cafus. £5lielafpcracbeil fuoaxiee.14. z vna linea piana taglia
oelar-is.S-quello ebe leuara oda quadratura Oda fpera fc vote tremare. fTFacofi
vediprima quàto eia linea dhudéte che.b.c.e fai ebe taglia laxif.a.d.in puff
o.e.efÀi cbe.a.e.e.$.g il reffo de laxif.d e.e.9.{t quella proportione e
da.a.e.ad-b-e.cbe e da ?,e.ad»d.e.gperla.8»del(éxtode Euclide adunq
multiplica.a.e.cbe.j.via d.e.cbe.9.fà.4s.ela ^.de.45.e,b.e.le quantità ebe fono
in vna proportione tanto fa la menore nella magiore quanto la mejeanain fèfi
che a.e.b«e.fi d.e.fono in proportióeper ebe tanto fà,a.e.in.d.e.quanto,b»e.tn
(è g.a.b. per la penultima del primo de Euclide pò quanto ledo linee.a.e'tf .
b.e.effe diftocbe.b.e»po.4s»fj;.a»e.che.$.cbemultiplicato in fefta$.gionto co.
4$. fà.^o.glap?.de.to.e.a.b.laqualee/èmidiametro dela («perfide del cinulo che
equale ala (iiperficie dela portione.a.b.cpero adoppia» b.a.cbe. gj.de 70.commo
5?.fà.i8o. il quale multiplicaper.n.fà.}080.partipeM4.neuene
MO.tantoleuadelafùperficiedela fpera .fà.i80.Ia quale multiplica
per.n.fn.i98o.partilo pcr.14ncuene.141>, il quale
mHltiplicaper.e,k.cbe.i.fa.»8t?.partiper.}.neue,94|.trallode.sij5. refta.4i.cbe
fn.j36.il quale multi ' plica per.u-.per che fcvole recare ftiperficie
circulare fà.3696.e queffo parti p i4.neuene.t64-e queffo ferba bora per la
linea.b.c.cbe fega.a.d-in punffo.c. f.a.e.e.3.f
e,d.e.u.cómodefopramulnplica.3.via»u.fa.33.g.a.b.poquà' toa.e.f.
b.e.f.b.e.po.33.fia.e.cbe.3.po.9.giogni con .33«fa.4i.g5e.de.4i.
c.a.b.ilquakradoppiacómo pj.fn.tós.e queffo multiplica per.n,fà.i848» parti
per.i4.neuene.i3t.trallode,t64.cbe,)erbajTirefta.i3J»f.i3i.felcu3 dela
Superficie dela fpera fra le do linee.b.c.e.f.g.cbe luna fega.j.de laxif e
Ialtra nejéga.6. Cafus. Sta la fpera ebe laxis fuo.a.d.e.r4.oo linee piane
zequidiJlantecbelnnafcgaoelaxiS'vC [altra nefe ga et.quantoleuara oda
quadratura oda fpera tra Itinaclaltra'inueftigare. ITPerlaprecedenteffdicro che
la1iea.a.f.e &>4c-84»la§
leadoppiatafà5J«de.;36.ilqualemultiplicatofi,H.fà.3696« parti
per.i4.neuéne.:64>e queffo eia fùperficie dela portione.a.f>g.la quale
multiplica per la mita de.a.d.cbe.^fà.is48.partiper.3.neuene.Gi6.borafè neuole
cattare ilconO'f.g.rVttui cbetf.beji.de.48.radoppta còrno #«£
i9i.mu!ripttcaper.n.fà»im.partiè.i4.neuene.ijof.multìplica(ofJ).K.che.i.
£,i$of.pattilo per.3,neuene.so§.rrallo de.6té.'refra»s6s§. tato fia quadrata
laportione.af.g.dela quale tra la quadratura delaportione.b.a.c.cbeai £ la
paflata eh e la [uà fuperficie e«i3».ta quale multiplica per tiie^o lax w
che.*. fn.9x4.partilo per.3.neuene«30S.del quale |è vole cauare fa quadratura
del cono.b.c,K. cioè co/i tuaì per la precedente cbetb.ee 0j«33. cbela meta de
b.cpero lor adoppia còrno {j2.jn.r31.il quale multiplica peMi.fi.i4S** partì
loper.14.neuene.105f multipltcaper.e.K«cbe.4.fà.4i4f.e. quefto parti per
j.neuene.r38f trailo de.308-remae.109f il qualetra de.56jfrefra.396.fi.396.
/ira quadrato frale do linee.b.cf .f.g.adunqua ai ebe la quadratura fra le do
linee,b.c.g.f.g.e,596.cbe equello ebe (è inueffigaua. f[ Auendo difto
deli„corpi regularicompreft dala ) pera deUoro lati fvpzt fide e quadrature f
mejf i luno nellaltro.Me paredoucre dire ancora de al cuni corpi irrtgulari
contenuti dala fpera ebe contingono contufligliaiV guli loro la juperfreie
concoua dela [pera § da alcuni altri corpi f de (uper/
ftcietriangulemoffrandolemefiireloro. Caftl£ »I». É5lic vno coioo
0e.72.6afe^4*trianguf9re z*4Srf trangureiwi^oangulincoelatiequali ebe
illatoìoio magiojecioeooilatfderiafcbimabafà e .2 óomaiv dafc il Diametro oda
fbcracbe lo cirunfcrtue z oefa fuperficte. JTQ ueff o corpo demoftra de
fnbricare il capana netla.14* del.n.deEuclide f nò dimojf ra la cftita dei fiio
lati fé non co linee enon dì mo jfra la («perfide fùa la quale fé adimanda»
Adunqua per fàpere de il cor •pò propoffo la fùa /uperficieg taxi* dela fpera
cbelo iterebiude fnremovno circulo.a.b.c^ il centro fùo fia.g.f il
fùodiametro>a,d.fia.8.deuidi la circunfèrmtiain»ii.partiequali.a.e.fi.b.hà.d.K.ì.c.m,n^icocbeciafcuna(ira
J5?.del remanéte de.31.traftonejj2.lr6S.tato e illato del circulo che il suo
diametro e.s.f! tu voicbefla.i.fn.4.multiplica.4.via.64-fà.*s6. rrouail
partitore cioede.31.rri.jj2.fc68.cbe binomio fia il partitore.156.bora
multiplica.3».via.is6.fà.8i9i.partiper.is6»neuene.3i.poireca.»s6.a^.^»6'
J$36»multiplicato per, t6s . e quello che fn partito per.i56.recato a ^«neuene
JE68 . duqualaxir deìa-fpera che circufeiue il.p.bàjè che il lato magiore e.»»
e fjr.dela fomma ebefs 0z.^8*pofta fòpra-3i.bora fèito frouare la fiiperfirie
.ruaiìilcù,mlo.a.e.f.b.b.i.d»h.l,c,m.n.f'a»d-diàmetrocbee.8.tira.e.i.e.f»
fc^ebemego diametro per ebe e lato deloexagono:/ira.4»€ la pofànjadét
diametro.a.d.e.64.cbe e quadrupla ala pofàn^a dejfVb.che e.t6.per la linea
e.t.tira»e.h»cbe deuide.a,g.in puncìo.o.e.o.e.i'percbe.e,n.e equale ad^a. g.cbe
é.4'S.g.e.e.4.cr)e multiplicato in fé fn.té.trane la pofàn ja de.e.o. efi
4.re(fa.o.g . jj2. de.».che eia meta dela linea.e,i.cbe tuffo fia {J2.48.tuai
Ietrelinee.a.d.e»i.€ fb*lapofÀn5ade.a.d.e.64,elapofrtn5àde.e.i.e,48.e
Iapof*njade.f.b.ej6\3.cbe la loro poetici empiii iv-tó.piglia meta corno
(V.firi.i'.piu R\3.cbe miri- tiplicato col cateto cbce.i'.piu^;.5.cquellocbe(a
multiplicatop.u.recato aiy.)n.5996.piu&\$03SS43>etVò04Si92.tantoela
politica dcla fiiperncie de.i4.jpatii tabularla b.c.d.fai la
fuperficiedcl.'p.ba|r in tre partite p la dcfrruitia de cateti ftdeleba|c bora
pia quadratura )c de] criua la terga ftgu yra.g.b.t.u.nella quale |è de|cmie
tre.triaguli.g.r.o.r.q.o.q-p.o.de'qìi.og. e lernidianjetrot
lafuapofiincae.s.piuiV'43-tf defopraai cbe.g.r.e pJ.;'-^ o.r.e ignoro
matuaicbe.f,o.e.s.piulv.4S.cbee equale.o.g.ff ai cbe.e.f.e
i.dùqua.r,f.c.Uc!ìnuiltiplicatoinfe(Ti.;.ti'allode.s.piulV.48-re)la'0.r.7!.
«R'.48.dunqua il triangulo.o.g.r,. allato o.g.e.s.piu (>,.4S-6»g-i'«p.'-ii''
o.r.7». !>,.4S.f noi volemo il cateto ca)cantefu la bafa.g.r.cbe trouarai
tbe fia.6.j*.e!>'.4S.cioelafiia pofàngig quefro|èmultiplica colo tergo de
lafupnciede.24.triàgulicbe)èdiffecbe era.s4o.cbe.\e.6o.cbe'multiplica
top.6^.piup?.4S.|à-56ot*.piuji'.i6isoo. tanto fia qdrate le^.piramidi
tiiangulare cioc&'.dela 1 óma ebe fa j3M6JSoo.poffa fop1a.360jf.tamo e la
quadraniradcle.i4.piramidetri3ngLilare-c.f.g.o,ora|aioletrouareilcate to del
triangulo^o.q.r.cbc trouarai cbc.r.q.epi'.dela j orna ebe fa jy.^.poffa fopraòe
la poiane ide.q.O'C.7^ep?.4s.e la pofiincade.r.o,e.tJ.e^.4S.t| il ("no
cateto fira a'.dela ) óma ebe fa RMsrnà'.i?*, .pofh fopra.65i.il qua- le multiplica
colo tergo deh fuperikiede.24.1 patii tabulai i.c.d.e.f.cbe.y e
i4o.piup,.4s)iS2.cbefàraqueftamultiplicatione.i6i4."I.piu^'.J"4431??^
ei?:.it5Si?ì.efl,»I'665t5-cioela quadratura de'
le.;4.pirarnidc,c.d.e'f.o-jX!.dela jóma cbéfà!».,.2u443i5"re
P>'.*?648oo. e»p?.i;5J96.pofle fopra.1614?, .traclone
&\2$33;t?}.a,.2io6^*j.l$.clel rema' nente,e la quadratura
dele.24>pifamide.c.d.c.f o.bora per le.i4.piratnide
a-b.c.d.primarrouail'atctodel triangulo.o.p.q.fj fai cbe-p.q.e.^.e&'.s.
f.o.p.e.t-f p!.48.la (ùapofcingaf la poetica de.o.q.e.ti.piu &\48.troua'
rai il filo catetoe)[ere&>.debfommacbc fa pM6i#»*$tk> P°fa fopra.6?7.
fratone ft\3*?r.tra pJj$ia,.a'.i6iW'6jcì-en.,.94t^si3.^.i9SS9S4.e^.
iSo('33^'Cer.4iiTt9^.pa,.i3435S^J.e.a'.S«37!2?'tracìonc!:v,ro38i4«|rc
^.mo9rì,!-eRM343sSi?I.ilffTopof!ofcprade.J9o(.*r.R,.dedicllafomma
fU3noqnadratele.i4.piramide.a.b.cd.o.cofiaiin tre partila quadratura
Etfimtlmenretntrepartilafiiperficie dele ■ ba|è per Ja dcucrjlta deli cateti
loroftlaquadraturcdelepiramidciloro axijcbe le force loro fono diner' fé fi
fono numeri e radici ebe niultiplicando luno con laltro producono molte radici
g cererà. Calue .i* £Mie vito co:po ocu .6afc cioc-2o»ctagDnc e.u.pc
raiToiictlil-Ui oc ciafcunaci-tgliaiignliiow contili ^iiolafiipcrficiccoi]couaoclaft>crdcrxcircimfci'i
ucil oicto co:po ooniandafc oc il Diametro oda fpc
iazodafuperftcicocL.3.>.bafc* oda quadratura.
llQucjrocorpo|èfbrniadelcorpodc.2o-bajé tiiangulare il quale'aTio- ba|é
triangulare ft.n.angnli folidicompoflo dc.s.auguli pero Jcfctaglia vnofa vno
pentagono tagliandoli tutti.ii.fa.ii.pentagonif per ebe réangale.io,ba)écbe
fono triagulare eqtatre volcdo fare deciafeùa exa goiiobifognadeutdere eia)
cuno lato intre equali parti, V'olendo che eia' fcunolatofia i.commo dici il
tema troueremovno.io.balc che cia)cuno Violato fia.6.tuai perla-3».dcl |éccndo
clic quando ilato del.20.bajc e, 4. il diametro del a ) pera ebe il contine e
&>.dela fomma ebe fa (V,32o.pofJa fo p ra-4o ebe tedara illato ebe
r.6.rcdiiito a &T.tedara.9o.piu 1v.i620.per il q kdcuidiiiido parti cònio
pf.arai.H^.piu |^.io>,'ddqualetra.u.cbcc femi TER. WS 2 I diametro
delcìraifocbecoiitmelabafci triangutare del .lO.baJt feffa.ro*.-
j>ft?.de.iot j.dal centro deìa fpera al centro dela bafa deuidi il lato de(a
bafìt che e,6.fira ciafeuna parte.i.e. jàraffe vno '«cigolio cqlatcro che ciaj
cimo lato.fira i.nuiltipltca il lato in |è fri.4.polto fopra.io^.p,^.iQi|.;
farà. r4J.p/n fV-ioC.tantofiralapo]dncidelJèmediametrocbe cùaimfaiuara il
corpo; dc«3i.bajètadimandatoiUato del pentagono epurè.i.voife trouarcildia^.
metro del circulo die il contenecbeaiperIa.it.de! primo ^do il lato del pe;
ragonoe.4-ildiametra del circulo ebe QLCÙjcriueeft'.de la ipma che-fa $3?..,
pj.ior$.refla.'.i:.p.a'.K|i-tancoelapQ(fti»^a:de hxis dela piramide pentago,
nali eia ftiperficieduna bafÀ pentagonale e J^'.de la f orna ebe fà,£\5oo.po-
fia fopra-is.ela fupftcie deruéT e.i:»e.iV.dela fomrnacbcfa,jy.i036sooo.p0'
jra|opra.56oo.boraperla)ùperftciedele.:o-ba)é exagone ebe ai il lato de;
ciajcuna ebe e.r.e fono per. ciafeuna bafìt.ó-trianguli equilateri ebefia il
ca> teto loro 15.5. che muitiplicato nella meta dei.a bafk.cbe
e.i.jztj3-'.3.cbee fiij?fi eie de vno miglilo fognibàfd,
e.6.triagitlifrjcno,io>bajè multiplica p.6» fà.uo.ilqlrecaa^.^t.i44oo.mcàp.3'fà.4}»oo.f
!»'. 43100.. eia |lgficie,clelc
c.2o,ba|cex3gone.EcofiaicBla(ti^neiedele:bà|éexagoneej^.43zoo.ela(Ì4
fnciedelelr2>ba)ipétagonali.e^.dela)óma.cbe(7i^».[036ioòo.pofifafopia
36oo.che fiipficie de tuffo il corpo de.3i.ba|e.Volfè borala quadratura pò ptglia.j.delaliiJ?nciedele'20.bafaexagonecbefira.4Soo»il
quale multipli caconlaxifcbee.ioj.p.j^.ior^.fa.$o4oo.p.ij.'.i6[j:ooooo.f
^'.delafomma cbefà.p.'»i6c?ooooo.poffafopra,504oo.tanto eia quadratura,
dele,:o.piia mide exagone bora per le.R.pàtagone dei pigliare.^. dela fupficie
loro ebe ai cbee.3600. e p,Moj6sooo.4-.Jlra*4oo.ep;".nSooo. multiplica co
faxirfìio ebeai
die.tii.e^.ts|i.^i,Sooo.e^'.ioo6oooo.ep>'.ioos60oo.Spl'*de(afo ma che fìi
pwooooooo^.ioostf ooo.pofra [opra.sooo.tanto e la quadra' tura dele.n. piramide
pentagonali ebegionte infiemi fn la quadratura del corpo de.3J.ba)é.io.exagóef
.BpétagóecB il lato deciafeiia e.:«ft il diame tro dela fpera ebe circiijcriue
e fj?»dela fóma ebe jn^4i6io. pojTa[fopra .5S« Calte •;. Jtltoironpo
oe.si.bafeao.triangnrare equilatere*' n.occagoneequilatereciraifcrironela fpera
córiu gente contucri glianguli fuoila eircunferentia concai uà defla fpera il
dian tetro ola fpera z (lati z la fuper fide eia quadratura inncfhgare.
fTEtpercbequeffo corpo derma dal'eorpo regufare 'che a ìi-ba)c pen tagonali
tagliando li (tioi.io anguli li quali fànò .lo.fùperficie tri angularef
remane>u.ba(é decagone deequalilati.Pero pigliaremo la .30» del fecondo qual
dici ebe il corpo.n.bafe pentagonali che il lato dele bafèe 4.cbelaxis cbe.ua
dal cétro duna baftì al cétro delaltra aquella opofto e £%
delafonimacbe^.^.i$48f.pof!a|bpraa.4o.gfJa.ir.del'primpaicbeilcir culo che
cìrciif criwe il pentagono efi il lato.fùo'e» 4.1I fuo diametro e K. dela Jemma
ebe fa $.104% «poffa fopra.3i.piglia la meta comafj?.na.8.p.$,«jjS. -del qle
tra lapofdtifa demeccolatódeia bafdcbe.4.fira.i,multipliea in (è
^i.4.trallode1.8.ep?.Bf»rejla.4.e^.iif.cbena.a.d.deltriagulo.a.b.c. vno
dei.s.rriangulidelabnfdpétagonale.bora fé voledeuidere.b«c,cbela parte media
fia lato del decagono eglatero dejcrifro nella bafa pétagona, Aduri qua faro
vnrirculo che il diametro fùofira.s- la meta e,4. ebe e lato delo exagono
§perla.9.del.i3»de Euclide che a deuidereit lato de lo exagono fécódo la
fportione auente meeco e doi cctremi la mag'iore,parte e tato del decagono in
vno medefimo circulo dercrifti pero diuidi.4-in qlla $ portio
ncd0eauéte.m.edot,x.m.l.cfiarailamagiorepartep.io,rn.i.aduqua.4. da
^.lo.rri.fcbe fia.f.g.del triangulo.f .g. b.e tu cerebi il cateto,.b.i« deuidi
$?.io.m.z perequali arai jjM.rru.multiplicato [in fé fn.6. rri.pz .io.'ìI quale
tra dela pofanca de . b,f, ebe e .4, e la pofanja . fia .16. tranne,6 . m . fy.
e iiii I s. xo.reffa>b.i.io.p\f?»*o.aduqua.io,p.a,.io.teda $.*.o,m.z,che
(apoffa firn e.i4.riì.fl!.5*o,e tuoi fapere ebete di-4-p- aui^multiplica «4 p,
j$:.u?. via i4.m.(^-5io.f parti per.b.i.cbe.io.p.^.io.neuene-n.ep.njf.elS.tó.e
^.ii*. m.p2.is^e^.i5^.e^.so. e ^.64,cbegiontiinftemtil.rn.éil-p- cioè tracio
il.mdel.p.rejfa^.che e la pofanca de tale decagono cbefia.K.l.ftla meta
e.K.d.epj.4.cbegiótocó.a.d'cbee.4,e^'.iif.fira,4f.e^.n^.eque(Iogiógni con lajci
j ebe e da vno centro davna bafa al centro dela fpera ebe e,io.p.a\
9&f.fà.i4?.p.p2-'So.eqlto dupla corno a,-fà»S9;-p.fjMSSo. tato e [a pofancj
de laxi s dela ] pera cH cìrcu fcriue il diffo corpo de.jribafe t il lato de le
bajè e pi.5*.del quale corpo.io.ba)é fono triigulare equilatere e ciafeuo lato
e av 3 j-il )ùo cateto e f£wf . ftra la luperficie de ciafeuna baxa (ira pj .
i* ». f l a fuper ficie de tufte.io,fia p.V-& bora per la fuperfirie
dete-u.bajè decagone che e ciafcuna.io.triangulielabafÀdeciafcuno
ep?.3^.flilcatetoloroe (Jr.de la
fómacbef>.aMif.poj!afcpra,4.efono.i:o.piglialameta.fia.6o.recaa^.
fn.36oo.ftqueffo per.3f chee bafafa.iisio.multiplica per.4- fa .4*oso. poi reca
a R\ii>io.fj; quello ebe fa multipltea perii* ebe fa {5M69s693uo.fi ai cfì U
fuperftciedele.n.bajèdecagonee (Mela fomma ebe /a £.1693693110. po'
ffa(bpra.46o3o.glafuperficiedeli.to.trianguliep!,t6s.gionte infiemifà lafuperficerderu£foil.32.ba|è.Noiauemoclcl
ditto corpo ilati dele ba|é il diametro de la fpera che ilcircufcriue eia
jtiperficiefUaxU de le'piramide deagonecbeeSJ.de la (orna ebe
fà.pMSo.pofìafopra.io, Volfehora lajcij dele.io.piramiderriangulare'cbe
trouaraieflerepi!.1delafomma cbefàpj. iso.pofla fopra.i3jx.dunqua
multiplica.i3«-.p.aM8o.via ilterco de.t6s- fa
35i$^,^.5?.iit964so,tantoclaquadraruradele.io.piramidetriangularicio
e^.delafommacbefàrj;.n796480.po|Tafopra.3 ij^.perle.n.bafedecagO' ne
multiplica.io p.R,.r3o.via.i,de.46oso.p.pj.i69S693Uo. ebefa,155600»
p.p?.i8S743^Sooo.ea'.4i46t3,-Sooo.ep,\3os764t6i6oo.tanto equadrate
le.u.p!ramidedec3gonecioe^ delafommacbe|àpj'ii?:964Sooooo.erjj. 30S764t6i6oo
poffe fopra.^oo.g cofi ai la quadratura del.31.bafe.12 deca
gonefF.:o,triangulareeR.4i4673JSooo.epj.iS8ir456Soootgionteinriemi (ano vnaR'
.ir£964Sooooo Calne. .4- £ ilcojpo Oc.14.6afc rioc.t». quadrate zB exagone
cbcil lato oc ciafcunab3fac.2. ebe Tirala fuperfirie fua eia quadratura ci
Diametro oela fpera ebe lo cir ctmfcriua feoiamanda. fTQueflo corpo fé forma
del corpo de.s-bafètriangulareMgliando !ifuoi.6. anguli foli' dideuidendo
riajcuno lato in tre equali parti. Et per ebe cia| atnojuo lato. Vole ebe
fia.i.enecejfario ebe il lato delofiEo bajé fta.6» duqua
IH.S.ba|t-triagularefia.6.£ Lato fia il cateto fuo &\p.il q!e meato £
36..rtcatoa^.fàR'.933i:-f?rip.9.neueneRM036s.€^.io;68.eqdratoloao t afe tr;
agiilare del qle taglia li fuoi.6.àgubfirano.6.piraide qdiate cB ciaf cu
holatofira.s.f làfiiperr[Ciedeleloroba|éecia(cuna.4.elaxij deciafeuna *.dnnqua
pigUa-fdela fòperficie de tuffe.6.1e ba|è ebe e.3 . multiplica in Jè '^,64.ìl
quale multiplica per.i.fà.iis.eq)!o,tra de.10368.eomo iX'.rc)Ia.si9i ggS.Si^i.e
quadrato il corpo de.t4-bajepropoJro. bora per la fùpficie tu ai cbe.è.bajè
feno quadrategli lato dectàfcunae,i.equadratae. 4. adunqua 4.
yia.6»fs.i4.untoeIafupnciedele.6.ba|éqdrate,Etlo#obafc exagone jé
diuideciafeuainlitriàgulieglateriebeciajcuolatoe.i.gilcatetoea'ò.pil
glUlametadele.S.bafecbefono.4S.tr:agu'ilametae,z4'bajceciafcfiaek a.ebefà.
4S.mcài fé fà.:3ò4«ilqlmcà per lo cateto cbe.5fà.69«.e^ .691":. fono
le.s.bafc exagone cbegionteconle-6.bafè"quadrecbefono.i4-fiala
fupetficiedetucro il corpo.t4.p.R'-69c, Volfe il diametro dela fpera ebe lo
circuferiue tnai che dal centro de tale corpo ala meta del hto de lo£to ba)é
e.3.cberedi]8oaR>.fà.9. gionto co lapo|ancade la meta del latodc lo exa gono
«be e.i.ft.io.jt&uo.e illimidiametro de talecorpo wcToe ar.40.eU tTLeiì ore
nontemarauìliare fé de fimiti corpi compoffi de diuer|é e varie ba|é non te|é
mette fen ipre in margine loro figure conciona e le fieno di J£ cilime farle in
dejègnojo che bifegnaebe fieno fati e per mano de bonop fpeftiuo ali non si
pofano sempre bauerea fùa poffa si come p sùa buanita
fTcielnoJrroLionardodavincìfiandoa Milano ali medefimi ffipendii
deloexcellentifjtmo Signor Duca di quello Ludouico Maria jfòrgaffe./ JWa quando
in queffo defbpra e ancora jèquente fé fieno poffc cafi alcuni onero ebe fàbino
a ponere.baff a ebe tu fra li ante pofri dinante in principio. in f/peflriua de
fùa mano recorra peroebe da quelli comme a fùo luogo de-, nancefòdifto al
capitolo. LV.lor forme jpcedano iinftnito efebeo guardi' fica, quelli non fò
formato el corpo de decagoni pur in q(!o labiam meflo al tergo tramato per
tergo cafo e tu deglialtri potrai el fimi le fare ffc. £afus,5. Xfe ilcojpode.i
4.bafecioe.6.octà0iife z-S-trilgiifa reeqiiìlateretòrenutodelaftera ebe il fuo
atfeoio. odiato olafaperficieeoìaqdraturafepòle cercare*. iTFormaJé tale corpo
dal cubo tagliando ifiioi o&o anguli per forma ebe itati del cubo remagbino
ocTagoni equilate rigquejtodiuiderefnremo co,pportione. Etper ebe ogni cùcùlo
ebe cohtenela fuperficie oGagonaequtlla proportionedal diame trodelcirculo
alato deloiragono in quello de) cricìo.cbe e da la pofànfi de *.a.*fm-B?.i*fu
il rirculo.a.b-c,d.e.fg.b.contincnteloftagono in quelli f fca.a.e.i.g là
pofdnfi del lato»a.b.fÌ2,z.m.&\i.cbetracto dela pofangi de.
a.e.c|jee»4,rejfa,b.e.s.p.^'.i.cbelatodtlaibo,^»m.n.o.fgionto.b.e.con
a»e.fà,6.|).e;.vcbe la pofàtifidelaxijdeta Jpera cB cótme il corpo de.14.ba Jé
cb il lato de ciiifciia e.i*rfu(32.i»enoi volemo cb' laxij dela j pera adimada
ta fialo.Pero di )e.ó.p.£>,i;da»fcrn,fj>«i.d)eddra la pofanga
de.rocbee.ioo daràv4i. e.^.rn.&.ijozl^tato ria ciajìcuno lato dd corpo
de»i4-ba(è,cbe taxi r deh \ pera ebdo circunf cirue e.io. Hora perla
fiiperficie [e vole trouare il lato del cubo de! quale jé forma il dicto corpo
e de quello pigliarela meta tornaala figura
fàflacbefed^ftocbellùoaxiKbec.è.p.p^.dade lato del cubo»b .e. ebe e i» più.
ij>,r. fé »6. più .f?,.i. da »r. più. ry.*.cbedara.io.re tato
ar3?.daracle.i9j7.gionto co $j«#f§f tanto eilato del cubo.i.j.j.4. de la
feconda figura ebe e.q.t.cbcgionto có.p.q.cbe e-4*^ rn ^.Hor|f5. fira
lapofttncide p.t-cioe^'.del remanente de.to^.traetone'j&.i^fl*, diiqua; il
quadrato de-p.t.e.?o ;°.m.r>Mr6 vff. che diletto del circulo ebe circuf "cri
uè la bafà od mgula il quale quadrato mulnplicato nella fùa medieta fn la
fuperficie deffa bafà offangula pero piglia la meta de.roj?.rru
J3>;i76?|?.cfi e.ife.m.$.69{^.che multiplicato
con.?ojQ.m.WAt6ll'yb'i4Qii56|ìf!f.m.p?. 55,nt5i?||i.fn .59688$ • £ . £ • *48i69t$H&»
•"#• 7iSoxS9M6#?ff tanto pò la fuperficie dele.6. bafé o&olatere.
Horaféyoie trouare la fuperficie de otto bafé triangulare eqlatere § ciaf dìo
fiio lato e f£. del remanente de.+ij^traéione ijMiotf^.gil cateto e^.del
remanétede jo^.tra#onef£.6M*!f.cbemulriplÉcatocon la meta dela bafàcbee .rof7.
ró.{fc.69§g^/*.S»Sìj^rn.9J. I64oo5*|*-?f ebe la pofanca dela fùpficie de rno
trianguto enoi ne volemo.s.recaa^.fi.multiplica có.s»^|§.m. ty .16400
$|H^.fà.336j5||.T.m.p?-io8rj66;6t|?|?f . tanto e la pofonga dela fuperficie de
B-triàguli.Et cofi ai la fùpficie de tuffo il corpo di.i4»ba|è le»6. offangulc
e pj.delremanente de.S963S.e£M48J$9ìr>§7fir.tta£t'0ne p? .ti8oiS9«6?ff^.
ffle.s.bafétriangularifono^.delremante'def33633f^. rraffone pMostS66
jéi^ffg.bora^laqdratura piglia lametade.q.t«latodelcu .ebe .^. dela fS ina ebe
fà.^.it6f|fpo}!a fopra.*9r,.che la meta e-t-.f).^.!???^. Et queffo mnttiplica
corano tergo dela fùperfide de le.6 . bafe de offo lari cbe.f e .996/
S^-ep?.50ó$osgff^.m^.8Sir4S05|^^I.fà.r3»t4?§K-Pu,-^'tó^4$ it^SSÌi . « I» •
iWW4S4»|Kf&-,e ^ 3 S0»869i5H^? • meno J? . e t s b m d I TRACTATVS de .
4&Ì64mMt$àh « e 5? » de . i«i45WJÉÌ|f $?i§?l • tanto eia qua' dratura de le
(noi piramide offangule del diflo corpo ora per laqua^' dratura de loSo
piramide triangulari che ai che la Superficie loro e £. del lemanéte de.j}633f
|;, traclone ^.10815663^7??! .troua laxif che jè par te dal centro dela fpera e
termina nel centro de vno deghofto triangult che trouarai ejfcre.nf
h'h^-'^lìói'^ queflo multiplica col terjo dela |ufc
kiedeglioaotriagulicrJe.373^8,j. m.p?.i3350iox|S/|57.fn,4Ji33STP-^«
n«'S'4«4!|H^.T-mp.i64»4too66^?^%|«.e^j69toos»05i^^§f. tanto e la quadratura de
loflo piramide triangulari del corpo propofTo. Et cofi ai che il corpo
de.14.bafe jèi off olatera ft offo triangulare che laxiJ de la jpera che lo
circunfcriue e.io.la quadratura |ùa e B?.del remanente de . t5s
remanentede.4ii35|5h-gxontocon^.rtJ8isi4S4,i^8rJI,'?.tra£tonepj.i64
»470o66{fsm^j ♦ep,16920051055^^1' » tanto eìa quadratura del corpo propojto»
Cafus #•• - 5ÉLtc vtia ffcra cBe il dio atfee.i snella qaalec intct ebiufo vii
colpo irrcgulare de.8 . bafe .4. triangulari*
e.4.de.6.laticontingentij#iangulifuoi la fuperficic ocaua Dlafpcra^madafedelati
fiip.firieeqdratura. €["Fa cofi piglia il quatro ba)è eglatero.a.b.c.d. f
laxif fiio .a.e.fia.n.fira ciafcuno fiio lato fi?.n6.de quali fa de ciaf cu'
rto.3.partt equali fìraciafcuna5?.*4«/t3Centro.fr/ira per la prima de-4- bafi
f.nelU.J.dunquana.e.f,5.cbemultiplicate»rende.9,cbe gionto collo lato cbe
e.i4.fà»*3'Cbe e jémidiametro de la /pera . f.b. e noi volemo cbe/ia.56.
perofè,33.dadelato,»4»cbedara.5l'multiplica.i4.via.36.fn.864.parripcf
53.neuene. x6f r.f jjMéf J(e il lato de lofifo bafè adimandato, Hora per la
ftij» ficietuai cbe talecorpoa.8.bafè.4.exagonee.4.triangulari equilateri cbe ^
deuidéo 1 .«s.triagnlipiglia la meta cbe e.i4.mcai fé fa.i96«ilqle mcà col lo
cateto dùa bafi cbe e,i9*I.fn.3848?7.f!8?.3848?r .eia fupficiedel difto corpo
ft fórma dal. 4-bafè triàgulari tagliàdo li ftioi. 4,anla qdra tu fki cfi tal
corfo juli dunqua reterà vna bafd cbe.z6§ f.fà J3M35f r.piglia.f .cbe e.tGfj'.
piglia la meta corno #.fia.6*f .trailo de.x6*-r.reffa.i9n.cbe e cateto tra.
j.dctffj. reffa.izfpcbe caxif de uno .triangulo multiplica
.ófj.via.^.fn.ns'fj.il quale deuidiper»3.recatoa^.ne vene.i4'?/.il quale
multiplica per.r*£r. fw *49ÌT3fe92.*49'*fj.e quadrato
vnodele.4.punffeetuneuoi.4.recap?.fà i6.g
•i6.via»49?ifr'f?l,p-5988x,f4j-ta"tof0,toquadratel .4. punffe tieni a
mente.Toma ala magiore piramide cbe il lato fùo e p?.»3$fj.f il cateto fra P?»iZ6|j.ilquale
multiplica con la meta deta bafa che e.$8/°.^ p?.io4ioj?f. e quef to multiplica
colo terco de laxir cbe e J!M7fT.fn.isiri6ffij. tanto eia piramide triangulare
equilatera donde p jbrma il corpo propojto cioè fj?.is ip6^°|j.€ la quadratura
del corpo'S.ba)è»4.exagone e.4. triangulare efl\
i8itt6.m^.5988">f1-.cbetl diametro dela fpera cbelo circufcriuee .rr»
cbe e dimandato. Calilo .7. glie vno triagulo cbe vno di Tuoi lati ! e. 2 .
laltro e- .e (altro.4.vna linea fcparte da vno pnnetodifcofto.2ti eqli il
triagoio» Cafue .8. Sftoittria0ulo.a.6uc«ddq[e.a.6.e«i.vt:.6.c.i4'^9»c» i5.z in
elTo edato vnpucto.d'apreffo la liea.W.doi zdifcoftodala linea.a«c.S-t vna
linea recta paflànte per.d-deuide ildicto triàgulo tdo parti equali cerca fé la
quàtiradela linea deludente tinche patte con tinge lalinea.a.ctlalinea.b.c. CT
Nel triagulo.a.b.c. e dato ilpucro.d.p. lo qualedei paffare (a linea deut déte
il triàgulo, Voljé p'ma menare il cateto da l3gulo.a.fopra illatp.b.ccB fìa.a,
e.poi tira vna linea equidiffante.b.c.paflante Jj.d.contingente.a.e.in
puncìo.f-f a. c.inpuncto«g.cbefia.f.g.pòi tira tanto.c.a»cbe multiplicato
f.d.g.fàcci la meta del, produco de.a.c.in.e.b,chee.ios.e fta c.b.cioecbe
denijo,ios»&.d.g,tteuéga.c,b.^o («noie vedere quato e.d.g.tu fai che il
cate to.3.e.e.ii.g.f.é;e.i»J?cbe e difeoffo da,b,c.dunqua.a.t>e,ìo,a.e.che,
e.«. da»e.c.cbee.9tJé4i.da.9,cbedara.to.dà.7T»g.2ì»c,f.g.fil^ocateto,f.m.e 6.il
quale da. f,g,cbe e.^,dunq ebe tedara il cateto.d, ùebe e.5» multiplica
$,via.^.^.3t^tig.6. nenene»6>tantoe.d.g.colquale^ti,ioj.cbeelameta
cfelfducro de.a.c.in,b.c.neuene.i6f.il quale multiplica per.g.c,cbe.t*.fà.
4».bora deuidi.róf .in do tali parti ebe multiplica lunap er Ialtra facci, 4*.
Pero di cbevna parte fiax^.elaltra.i6f.m.i.'i^g.i.^.via.r6f.rri,i.^.fs
i6.#.f.m.t. E .e guaglia le ^tì arai infide. ^.e quale ad'i. É .e.4*.ntìmc ro
deme$a le.^. Jiranno.8*. multiplica in fé fà.fcOjf. tranne il numero ebe
e»4i.reJla.*8&SpM8éf m-del demecaméto dele..che jìi.sf. V*ale,la. adunqua
vna parte fù.8f.m.p?,i8£>e Ialtra e.sf .più #.zSif.€; tanto e.ob. Pero tira
vna linea dal poncto.b.pafànte per.d.contingente la linea.b.c. in puncto.K.la
quale dico diuidereil triangulo a.b.c'in do parti equali. Trouijè il cateto del
triangulo.b.fe.c.cadente dal puncrq.K.|ii la linea.b.c* in punflro.l.Etpercbe
tu fai che deuidendo la Jiiperficie dóni triangulo pe? la meta dela /ùa bajÀ
neuene la quantità del cateto detale triangulo difopra
|édicIocbelajìiperficiedeltriangulo.b.k.c.e,4*.f la(ùabafd.b.c,e,8*.piM J£-I8if.piglialametajira.4i.piu
S^.^.col quale parti.4».troua prima il
parnìoremultiplicando.4^piue?.t^.via.4i.m,8J,.t|s.}à,roJ.cbeepartì tore poi
multiplica 4f.via.41.fa .i£6f. parti per.iauneuene.tóf.bora reca 4».a
{jz.fn.i£64.multiplica con.t?5.fà.iis94^-il quale parti per.iol.recato a
p?.neuene«n4^.cioe. n4f s-é tanto il cateto.K«l.cioe,ió?.rn,£2.n4\piu!3?.64^
m.4.^.pernijmero gii cateto.K,l.e.i6f.m.^.a4^.f noi volemo.b.R.liea deuiden
tela quale poquanto.b.l.ft,K.l.pero multiplica injé.h,l.cbeei6|.
queffemultiplicationiinfiemifàno.5c»6?5»piurB2,734iì|?.m.p2,4454^J.f ^♦s0«t!f.f
#.ri892i§f?.tanto eia pof£in$ade.b.K,linea deuidenteil trii lo. a.b.c. in do
parti equali ebe fé dimanda. Calte »o. £>lie vno triangulo cbeilati fuoi
fono impa>po:tióe como.2.ad.3-^vv3d.4 ciramferictoda vno rirculo ebeti Tuo
diametro e vno domandale de ilatte dela fuperficie-j: del centro de lagrauifa.
ITPer ebedogni triangulo dacirculocircunfcricto equella proporrion e data
pofànca del cateto ala pofànja deli dot la i m 1 S c ti opofìri atui tuo netf
atro qìe la pò jànea deli doi lati (fio nellaftro ala pò ! £n$a del diametro
del circulo ebe lo contene . Pero piglijé vno triangulo dilatinoti in quelto
proportione cioecommo.t.a.3.e.3.a.4»fia.4,6.e.8.E il triangulo fìa.l.m.n.f
illato.l.m.fia.9 ft.m.n,6g.l.n.4.troui)é il cateto cafcanteda.n.fopra.l.m.cbe
fia pJ.s^.g cade preffo ad.U.e.J.pot mnlti-
plicalidoilatilunonelU!tro.m.n-cbe.e.6.con.l.n.cbee.4;fà.i4.reducilo a
Ij2.fa.st6.il quale parti per.6Jg.cbe e il cateto neuene p?.68^cbe e la pò/
finca del dismetrodel circulo duqua la pofànca 41 diactro g ilari vno c.4.
laltro e.6.il terjo 8-fi il cateto e.5J.sf6«cbe e.n.r.bora per glialtri doi
cate- ti quali cafeào fùore del triangulo quello che cade da làgulo.l.cade. «.
prejjó n.cbee l.f.eoz.is.gquellocbecadedalangulo.m. cade.t.j.preffoad.n g
m.t.Sep.jjJ.Vollémo deuidere i latidcl triangulo ciafeuno per equali.L
m.inpu&o.o,chefla.l.o.4.g.m.n.inpuncro-q.cbefia.fq.4.poideuidi.!.
n.inpnnfto.p cbefira«t.p.}i.dapoilinea.l.q,mp.no cbe)è interfégarano in
punéfox.f perche il centro dela grauitae nelle Iinee.l.q.mp.n.o. che
deneceffita fia nella loro intcr|écatione ebe il punflo . x . quale dico ejfe
re centro de lamita del triangulo, l . ni • n .pero jé vole trouare le quan
tifa de quefle tre linee la prima e quella che cafea (òpra la linea . I . m. che
cade aprejfo . 1 . 4 . vedi la defrrentia che e dal punflo 'doue il ca "
ceto al punito . o . ebee .1$, multiplicalo in fé jk . 1 .f^. il quale giogni
al cateto.n.r.che.8fg.fà.io,f|i£.io.e.n.o«poivediquanto eda.q.alcajbdoue cade
il cateto che ce. 4. multiplicalo in |é^.i&.gogni con lo cateto.l.f. cB
e.r$fà.3i.€.p;.5i.e.l.q.boraperlalinea.m.p.vediquantoeda,p.alcafodo
iiecadeilcateto.m.t.cbece.j^.niultiplicalo in féfa.ii|.gionto con la pò- finja
del c3teto.m.t.cbee.33j.^.46.f^-46.e.m.p.Etàile tre linee la {5ma
n.o.cbee^.io.f-l.q.8j.3i,Uter^a.m.p.6?«46. Et noi volemole linee del
triangulo«a.b, e. ebeildiametro del circulo cbelo contenee.i. Et perche eglie
quella proportione dal diametro dun circulo ai lati del triangulo ebe ci ti
circunfcriue che e da vno diametro dunaltro circulo m inore bo magio re che fia
ai lati del triangulo da ejfo contenuto tffendo itrianguti fimili. Adunqua
volendo mecf ere in vno circulo che il (uo diametro fia .1. vno triangulo che
ijuo lati fieno in proportione commo.i.a.j.t.3'3 .4» Tu ai il diametro del
circulo che contene il triangulo,.!.m.n.che .£?.68f:r. gda de menore lato del
triangulo ^.tó.pero reca ap.de il diametro del circulo.a.
b.c.cbee.i.fà.i.multiplica.i»via.i6.(à.i6.parriper.6sf .neuene.^. €p?.*-|» cil
menore lato che e.a«c.bora per lo Jècondo mulriplica.r. via.36.fa.56.par ti per
.63^. neuerrgz .'Jf. tanto e.b.c. per lo tergo radoppia. il primo che e
.*|.fà|§.tantoe.a.b,cioep;.ja.Trouaboraicatetidéltriangulo.a.b.c.cbe fono in
proportione con li cateti del triangulo.l.m n.cbeil minoree.Syj* il quale
rnulriplica.per.i.fn.s;]-, parti pa.èS^-ntume p.egfc.che e .c.K. p lo fecondo
mulriplica.i. via.35 J fà.J5*.parti per.6s.?;.neuene.£g%.g '#. Jo*$.e.b.i.per
lo terco cbee.^.fE.i.via.ij.fu'rs.parti per,68?-.neuene pj.**~}tan' toe.a.b.gai.li
tre catetiil primo e.c.K.cbeep.Ji^.e cadea prejfb ad a.pz.ff&ffra.b.e^.^.e
eade.pflb.c.p.^.g.b.i. ep.^f .cade pflb.c.
ci».ffg-è4.boradeuidilitrelatideItriangulo-a.b.c.cialcunoper equali.a.
b.inpucro.f.b.cinpu3o.d.f.a.c.inpuffo.e.poitira.a.d.b.c.c.f.leqli(éi rerfégano
in punfifo.g.del le quali cercamo la loro quantità pero di é.6sf
.dediametroda.n.o.chee.io.cbedara.r.de dietrao mulriplica.i, via.io.fn.
lo.ptip.ósf^.neuene.f^.ep.deqfloelaliea.c.f.poidiléós^.da.si.cbeda
ra.r.multiplica.i.via..3i.^.3i.ptiper.68f?.nraene.^5.èp?.?*J4.e.a.d.f|é
68f?.da.46.cbedara.if.i.via.46.(n.46.ptip.68j de
a,d.cbee^.f^;f.ptip.9.neuene4?^.epj^?f5.e.ci.g4fi&ùlqualeradoppia
c5mop2»^^^iff.tantoe.a.g.fpiglia,i.de,be.cbee^.f5°4-.partiper.9.ttc
uene^.flfg.tantoe.e.g.il quale radoppia comò pJ.fni£.j|7f[?. tanto e.b.g.
adunqua.b.g.e^.^ee.g^.|^a•g^^^^?•d.g.$^.?li&.c.g.^v4??^•f•g•
^.^.EtiIatideltriangulo.akc,^,^b.c.^4*|.a.b.a'.f^noraperlaJuÉ/ ficie mei il
cateto.c.K.cbee,£Uf«?.colla metata.b.cbee jpè£$ f» fl?.?^*-??. tanto eia
/ùfficiedeltriangulo,a.b.c.cbeilati[iioifonoiproportione corno i,ad.5.e.3.a«4.g
il diametro del circulo eh lo circu) erme e.i.cbe e il £pojf o. £afua «ro-
gtievna cotona tódaafeftocbe il Diametro fuoe-4» cioè De ciafeuna fua bafa z
vnaltra cotona,oe fimile groflè^a lafoja botfogonalmente oomandafe che quantità
feleua 0£la pjimacolona per quella fo:atu ra ciocche entità feleua oe la colóna
per quello bufo. fTTuaiafdperecbelacolóYia forataenel curuo fùodoue principia
il fòro g doue fini/ci nel conio opoff o be a la linea refifa f taxi* de (a
colóna che fora pafla per laxir de la forata ad angulo reff o g le linee.loro
fnnovno quadrato nella loro curuitaf defopragde fofirofè coniungono in doi
ponfifi cioè vnofopra e laltro fòfto.Exemplo fiala colóna fbrata.b. già colóna
ebe la fbra.g.g il fòro fia.a.b.c.d.g ipunfiti de cótafiti de la loro
cumitafia.e.f.delqualefbrofecercalafùaquantita.Effedifilo ebe ciafeuna colóna
e.4.pergroJéccaaduhqua il quadrato.a.b.c.d.e.4,'per lato il .quale lato
moltiplica in fé fn.ré.g .e.f.e puret4.cB la grafferà dela colóna S. mul
tiplicato co la flipficie deh baf* ebe e.i6'fà.64«il quale parti p.j.neuene.zrf
. ftqueffo redoppia fà.4if,f.4i.e.§.féleua dela colóna.b.p lo eliclo fòro. la
proua tu fai ebe le difitecolóne nel fòro fnnovno quadrato cbee,a»b.c,d. pero
fa vnafuperficie quadrata de 'fimile grande^a ebe fia pure .a.b.cdf nella
qualefavno circulo ebe fìa.j.h.l.m.f il centro fùofu.n.da poi fa vna altra
fùperficie ebe li dollatiopoffifla eia) cu o eqlealadiagonale.a.cdel fò ro dela
col óna g glialtri doi lati eia) cuno eqìe.a. b. il qualefia.t,ii.x. y» nel q
le defcriuivno circulo fportionatotocando eia) cuno lato de tale quadra to in
pmifif i.o.p.q'.v.f il centro fuo fia'.f.dicó effere quella proportione dal
quadrato.a.b.c.d.alquadratof qtiella.ppomoneedaUondoi.^.l.m.al quadrato filo
«a.b.c.d» cbeedal tondo,o.p,q.r,al quadrato fùo:H,x.y. corno p la '$• delferfo
de arcbimededeconoidalibusboradiuidiiiquadrato.a.b.c.dpereqKaiicon Iaitnea.f? m
poi tira.Ktl»m.l.fàrajfe ilei i inguio.fc.l.rivgdeuidi per equali
il,qdrato.t.u.x.y.conla!inca.p.r.poiliiiea.j.,.n q.r.fnjft; il
triagulo.p.q.r.di coqueUafportioneedaltriangu'o.iO.m.aL
/iangulo.p.q.r«qualeedalq' drato.a.b.cd.al
quadrato-t.n.x.v-fouetUcIieecJalrrianguio.k.l.m.al filo quadrato.a.b e d.queUa
edaltriangulo.p«q.r -al fìio quadrato.t.u.x.y» Etdefoprafìi difito ebe tale
jpportione era dalrondo.i.k.l.m.ala jxiperftcie*
a»b.c.d.qiulecrada[circuIo.o.p.q,r.,alafùperrrcie.t-u.x.y.adunqua)éguita p
comuni ) cimtia ebe taleproporttone fia dal triangulo.Svi. m .al fuo cimi
ro.i.K.lìm*qua!eeda[triangulo.p.q'r.alfiiocireuio.o.r;p1q.Etquefromte fo faremo
le figure corporee la prima fiala )perajt-guata.e,K.m f.eifùoaxis ef.f laltra
ebe in torno al quadrato.t.u x.yfono doi circuii vno e.t.r.x.y, e laltro.y»r.u.j.cbefè
interjégano in piìfito.r.g in puntf o.jmelle quali figa re corporee faro in
ciafeuna vna piramide nella | pera «e-R» m . f. linearo.R*.
m.circularepoitraro.k.e.emi.cbefia.R.e.m.piramtdefùIabafd, tonda.fc.l. m.i.poi
faro taltra piramide nel laltra figuracorporeaebe ftra.t.r.y.r.x.M'»! r.le
quali piramide fono inf portione fra loro fi còrno fono (e loro mani cioè le
figure corporee nelle.quali fono fàbricate còrno fé mofìro defopranè
lefiiperficiepianecómoilcirculo.t.rtX.J.eequalealctrculO'O.p.q.r.delafu
perficie,t.u.x«y .filati de la piramide, r.r.r.xfono equaliadoi lati del triari
julo.p.q.r.cioe.p.q.q.r. g,K.efmf làìidc la piramidedela fpéra.cioe.K'C u t \
k' 'A fc u ni, I IO fe fc 6 c.mjfonotqu^iadoìlattdeltriangiilck.l m.del
circulo.i.K.I.m.dop.ft.l. I.m. adunque concludano iflVre quella fportione dela
piramidc.t.r.y.r.x.
r.ii.r>aljliocoipo.t.r,u»f.cbccdalapiramide.S;.c.ni.cBlafmbaf4.i.k.l.mr
cu-culateal fuo corpo Iperico . k.e.m.f.adunqua per la .35. del primo de •fpera
fi coiiodearchimcdcdoucdtci ogne (pera ejere qdrupla alfuocono del quale, la
bafd e eqle al magior circulo dejfa fpera ft laxiJ equale aljì mi diam'af o
adunqua pigliala bafà.t.u.x.y. che e.4. per lato imtltiplica in |é •fà-rc-. .li
quali mu'.tiplica per lo fuoaxis eh e.j.fà.jj.c quefro pti per .3.neuene
ro^.fVi corpo fuo,t.r'.x.f.e.4-tanti pero multiplica.iof.per.4.fà,4Jv.con' mo
fu difto dejopra fi aicbefeleuadela colona.b.perqllo jbro.4i.e.f. £afus .11.
glie vna volta a eluderà che e per cialdina feccia .8 \ ^c3Ìta.4 ficie concaua
de la volta in crociera ebe e p ciascuna fnccia»8. Calile .12. 'MJc vna
piramide triàsiilare.a.&.cd.cr3e la bafa fua e.D-OCÌ.c laucrtice
c.a-r.b.c.e •i4.b.d.l5«C,d.rS-nell3 qle bafa fé pò fa vna fpera ebe il fuo
a;ci5 có.z a pficto oelpoiamcntoc.4.otfcollo oaciafcunolato oclaba- fà rocando
la fuperfkie fuaciafeuno lato oclapirami deoomadafc0ellato.9.b.oeriato.9.c»e
Del lato-a-cJ. fTTuai la piramide de.4.bafe triangulare.a.b.c.d.cbe la
bafafua.Kt.d. il fùolato.b.c.e.i4.fì.b.d.i3.f.d.c.i5.fiilpnncìo.e.fìi6lo nella
ba|é difcofjFo da ciafeuno lato.4-f disopra daldieìo.e.menalappendiculare fopra
ala Ir nea.b.c.cfifia,e.b.cbeflra.4-f2fopra.b.d.menalappendicularedalpuncìo
e.cbefia.e.f,fjria.4.rIfimilmétefnfopra.c.d.cbe}ia.e.g.f firapure.4.poipo
nivnopiedel fèffofulopunfro.e. ft con laltrovno circulo ebe il fuo dia' metro
fia.é.delajpcracbeponémo che cótingefèipùflo.e.f (àpemocbe.e. b.e.4. t| la
linea cB fé p. te da.b.e cótingéte pure la spera {t de qlla medi fìma cjtira
efi e.e.b.e.ft-f.ft.e.g.aduqua fri vna linea efi fia.e.b.e.fia*4- poi (opra
e.mena la ppédiculare fenca termine fopra la qle fa il pucTo.o.cbe,fia.e.o,3 »
ft fopra il pufif o.o.poni vno pie del |èxto g co laltropie circina la qnti ta
de e.o.chee^'fàraffe vnofèmicirCHloc£ftra.e.rVùpcntira vnalinea dal puri'
TERTiVS 25 cfo.b.contingcnteii(émtcircuIo iti punffo.fc. § la linea
perpendicujarein punffo.a.poi tira dalcentro.o.o.b.la quale perla penultima del
'primo de Eudidepoqtoledolinee.b.e.f.e.o.tuaicbe.b.e e.4-cbepo .i6.f,e.o.e.3.
po.9tgionti infìemi fn.is.ft ^.is-e.b.o.cbe e«s.tu ai vno triangulo cbe vno
lato e.3,laltro.4.ilterco.s. bora trouail cateto cafcà te fopra.s. cbe trouarai
eflere j3?.$vf .il qleradoppia conio p?.fn.ij!7.cioe 02^3 ^.cbe e.fc-e. g ai
fàff o vno triangulocbe e.b.e.k.del quale trouail cateto cbe cada
fopra.b.e.b.e. po.téuf .b.fcpo.té.gionti in fiemifà.3i.tranne la pofànja
de.fc»e.cbe e*3*?. ref!a.8 "il quale parti per lo doppio dela bafà cbe
e.4. fira.s. duqua parti B§?.per.8.neueneu^.il qle multiplica in fefà.r^f.tralo
dela pofànga de.b. fc.cbe e.i6.reffa.r4ft?-la)uaR,eil cateto.fc.m adunqua-k.m.
cbe e.i-e.f**. da de cateto $?.i4|*f«cfì te darà lapofuncade.b-e.cb
e.r6-multiplica.t6. via i4^|,fà.i35Hì.il quale parti per.i.e.^f.neuene«r38?;y.
tanto e la pofanca del cateto.a.e.fc che.a«fe intende e Jf ere eleuata fopraad
.e«ppendicularmente corno apare in queffa fècunda ftgura.Nella qle e deferita
la meta dela fpe- rala quale e.e.K.i.€ il centro fùo e-o.ffù
diffo.b.e.effere.4.§ cofl.b.k.f,c. o.s.cbee merco laxiJ dela fpera f.b.o pò
quanto ledo linee.b.e-f .e.o. per
cbelangulo.e.erecIo.b.e,cbee.4.po.i6,f.e.o,e»3.po.9.gionte infiemtfà
zs.tuaiiltriangulo.b.e»o.g,troua il cateto cadete fu la linea, b.o.cbe troua
raie)ferep.Sjf.il quale radoppiac5mo5,'.fàj5,'.i3^.f aifttffovno triangu io cbe
e.b.K.e.bora troua il cateto cbe cade dal punffo.K.fu la linea'.b.e. in
punffo,m.cbefìra.K.m.#.i4fff.f.b.m, fVa J32.is|f. còrno fìi diffo dunqua
R.i.e.^f-da 52.r4fff.de cateto cbe te dara.4.multiplica in jéfà.i6«f.tó. via
(4?!f .fa'*3S§|? parti ^.^f.neuene.iss^.e ^,iS8|.7.e il cateto.a.e.f. noi vo
lemoa.b.J?o tornaala prima figura e vedi tfto pò e.e.b.cbe pò quàto «b.b.
fj.b.e.peromultiplica»b.b.cbee.6.fà.36.S.e.b.e.4.cbepo«i6.giontiinJiemì
fù.Si.€p?'5».po.b.e.cbegiontocó.a.e.fà.z4o|j.r|jX.t4o|5»e,a.b«bora^lo
lato.a.c.p. cbe.c.e.poquàto.c.b.f.b,e.c.b.e«s.ebepo»64.f«b.e,po.r6.cbc
giontiinfiemi.fàno.so.giognicolcateto.afh epj.iósf^.tanto e la pof^nfa
3e,a»c.J? la linea.a.b.tu fai cbc-d.e.po quato pò le do linee.d.g.f,e.gid.g«e
jr»cbepo»4g.f,e.g.po.r6.gionte ifiemifà.6s.f?f^.6s.e.d.e.giontocon.a.e.
fà^.i53|j*tantofta.a,d.e.u,cofiacbelapiraidetriagulare'a»b.c.d.cBvno lato de la
bafdfua cioe.d.b.e.i5.g .b.c.M-.ft.cd.is.nella qle piramide e vna fpera cbe il
fuoaxue»6.f toca cola fiiperficie fila ciafeuna fàccia dela pira'
mideinvnopun£todicocbeillato,a.b,eJ^.j4oJyf.atC.e^.z6Sij.€>a.d» e j^SJ? 51
cbe e quello cbe fa dimanda • Calte .« glie vm piramidedkra&alà fua eqnadra
t laltre fa eie inaugurare rabafà fua eh ede-c ra vertici fua e ar eiafeno lato
dela baia c>6> z vna ihperficie piana la féga ad armacollo tagliado.a^
T.a.e..4, defcma aia bafa z femfei in puncto.c^: in pnncto.d.lati dela baia
domandaledele parti eflendo il Tuo 35ci6.ii. €.f.d.f.g.c. fègbi
laxù.'a.f>inpuncto;t.f,g.b.fia.4.fopralabafÀ-tuai cbe la bafàe per ciascuno
lato.6. filcateto, a.f»e.ii.dunqua tirando dal punffo.g.equidiffa te alabafa
(égara.a / m V s \ e l F TRACT/VTVS fU.i. per tato elaxb toro e.4.1equa'u do
piramide quadrate fono. i* .g.t.p.e i.fi.p.r.e.4,fi fimilee4.m.fil.g.e,4,
rmiltiplica(l.p.p,pa-.fa,4.g..j.chee baf* via .1 . g.cbelalteca fi e.4. fa •
t6» piglu la metaj.cbe'e.s . giunto con z| fnaoj.tàtoeqdrato.b.e.n.o g.b.bora
quadra.Ln.o.c.fi .g.cbi fimo vna piramide cbee.g.l.g-n.g.q.g
c.duiiquaiuultiplica.t.n.cbec.i. via.n.c che e.s.fà.$«gqucpo/i(.
£ipiicacu.l,g,ci)ee,4.fà.20. percbepirart.idtpiglia.j.
cbce.6^tcofielaltrapir.'inidcb.m.b.o,b,d.b.i.6|.gionto cono, cdoi
terjifa.i},J.giongntcóaO;.fà.i4.boraqi:adra.g.b.l.m.q.j.tu pliche t.m.e
4,g,l.q,e.s.4.via\:.fn.io.ilqualcnu:ltiplicaper.g.l.cbc.4. fa -so. piglia la'
mcta.cbe.40.gtontoci14.fn.64.tato e la parte de la bafii e la parti de fopra
verfola vffiiie, a.ene.so,gtuctalapiramideei44.tiediiufapirl.ifi!peift'
ciepiana.g.b.c.d.fi,b-od,e.g,h.e.64.g.a.g b-c.d.e.so.Hcrapcr altro mó acio che
|epo(À delùdere le piramide tondi ebep quella via nonje poria -(àrepero faremo
quefloaltro modotudei jètperecbela linea. g.c e JV.41.fi g.l.e,4.fi
Uc.$.trotiailcatetocaderttefopt ilalitua.g.c.dalptmcto.l.deltri
angulo.g.l.c.cbctiviuiiaicflrereiV.9j;.S|ia.l.u.borafnvnapiramide|bpra
g.c.cheil(ùoaxiffia.t.x.efuin (pportionecótocareto.l.u.cómo'l.g-cbee
.4.có.a.t.cl3ee.9*.ilqualerecaalV'.}3-.t.x.borabifogna trottare la fìipficie
deta bafà.g.h.c. .d,cB>g,b.e.4.fi.c.d6.giogtvii|iemifn,io.piglialametae.5.recaaiv^i.i5.fi
. JS.via.4i.fb.iois.cbeelafupernciedelaba|À.g.b.c.d.laqttale multipiica co
laxiy.t.x.cbe e.s6|7. fn.$f6oo,gpartiper.}.rccatoa!V.fia.i).n9S«i.,.dicbe tato
/Ira la parte defbpra deta piramide fi quella cjejbflo il ) vfTo. per fine ad
ij^.nuero ebe venead ejfere la parte dcfopra.eif-. fi quella de$cìb;SQf . fila
piramidera.g.c.e equale ala piramide xg.c per chi- fono [opra vnamedefi ma bafÀ
fi infra do linee paralelleperla.3T. del primo de Euclide ben,cbe
dicadefuperficienel.19.del vndicefimodicidefolidi. £ifu& .14- £>ìie vna
piramide triangularecbe U baia fuabea. cbcb.ce-i4.t.b.d i$.z.cd.\$.z taxis
ii»o.a.f.c*i6'»e la quale cintcrcbiufàvna fperala magione ebevifè porta mectei
e ccrcafe de iaxie oe Dieta fpera e de lati I OC la piramide P" Tu ai la
piramtde.a.b.a.c.a.d.cb la bafà I fua.b.c.d.cbe.b.c.e.i4.b.d»i3.fi.c.d.is.fbpra
dtla qle dejcri ui vno circulo tangente rialcuno lato deb bafà fi il centro
fia.f.cbe ftra.a. f.tó.cbeelaxif dela piramide tira da.f.la ppendicutarefopra
cia|cuno lato de la ba|Àdeuidera.b.c.in punafo.e.fi.b.d.m
punfto.g.fi.c.d-inpunffo.b. (iraf,e.4.coftciaJcunadelaltre per cbeil diametro
del circulo che fé dejcri uè in tale baffi e.s.adunquafn
vnalineacbefia.s.K.l.foprala quale fn il tri angulo ebe il cateto
fuofia.ió.m.n.deuidéte.fc.l.p equale inptlnfto n poi Unea,m.K.m.l efiatl
trianguto.m.K.l.nel quale de) criui il circulo contiti gente
ciafcunolatodeltriangulo.K.l.inpanclo.n.fi.m.h-in puncìo.o. fi.
m.l.inpunc1to.p.fiilcciitro}uo(ia,q.fidalpunCro.p.pal]"antcp.q.tirala linea-p.r
poi mena la linea dal pucìo.l.paffantep k.pfinead.r.dicocb-p.
r.e.ió.ecadeppendicularmétefopra.m.l per chepafla pcrtocétro del circa Io e
termina nel contacio dela linea.m.l.p la ir- del tergo de Euclide fi p. I. e.
4- perche eequale ad.l.n.fi quella proportione e da.r,p.ad>p,(. ebe e da .r.
n . ad.n.q.vedi qto e la linea.r.l.cbe fki ebe pò qto le do lince r.
p,fi.p.l.r.p.e-i6.po.i56>fi.f.l.e.4.po.i6,gióteifiemifà.t?i.fiiV.i7i.e.r.l.g.r.
n.ejV.iti.in n.l.cbee.4.efedi£tocbegtieqlla fportione.r.p. cbeii&.ad*
p»l»cbee»4,cÌleetr,n»cKeiV.tp,rn«4tadtn.q»todiJè«i6.cKe.r,p»da»4.
cfcc.e.p.l.cheda^.i7r.mf4.cbee,r.n.multiplicà^.iti.per.4. recatoa^.j* 45ji.il
quale parti p 16 .recato a #.neuene pj,i?.poi multiplica.4.via,4.m. ^t.i6.parti
p.i6,neuene,i.m«tanto cq.n, cioè e 5e.i7.m>i.p nfiero cbe e me ' f o diàetro
dela (pera e tu&o laxù e j£.68>rrut >p niìero ft coft ai che laxis de
la spera cbe flanella piramide .a.b.c.d.cbe la bafàfia.b.c.d»vn lato e. i4-e
Ialtro,r3.f laltro.is.epj»68.m.j.f illato.a.b.de la piramide pò quanto pò
ledolinee.a.f.ft*b. f .poquanto»f«e.f|.b.e.tu(ìii cbe .b.e.e.6. cbe p0.3G.fl
f.e.e.4»cbe.t6.pofto fopra.36.fa.st.tito e la pofàn^a de.b.f,cbe gióta con la
pofrtncade.a.f.cbee.i56.fà.}os.g^.;o8.e.a.b.SilIato.a.c.po quàtopo.f.c fc.a.f.c.f.po
qto po.c,e.§.e.f.c.e.8.po.64'S-e.f.4»po.i6. gióto.có.64.fà.80 tato po.f.c.gióto
co la pofànca. de.a.f.cbee,is6.fà.336.ft j£.336.e.a.c.bora J>
lolato.a.d.cbepo3topo.a.f.f.f.d.f.f.d.poquatopo.d.g.é-gf-g*f-e»4.po i6.f
»d.g.e.7.po.49.gionto con.tó.fà.6j.tanto po.d'f.cbe gionto con la pò
|Àncade.a.f,cbee,zs6.fà.3xi'f £J.3H.e'à.d.cbe equello cbe Je dimanda. £a(us
.rS« %\c vnoeoipofperico cBcfayis fuo e. io. vno fo foia nelmefocoamo frenello
e partalo dalaltro canto z e il Diametro oel tondo del bufo.i.domandafè cbe le
laòqllaqdratura di cojpofperico e quella foratura* fTTuaiil corpo
fperico.a.b.cd.e.f.cbe laxù.a.d.cio. ti il centro fuo e.g.fHl faro jnflo dal
treuello e.b.ce.f. ft la linea b.c.da vno canto e diametro del fóro
ff.c.f.ediametro.dalaltro cantone ciafcunalinea.*.f
laxif.a.d.jèga.b.e.inpunfifo,b.f lalinea.c.f.m punSo fc.e le linee cbe |i
inter|ègano nei circuii tato fa vna pie duna linea in laltra fuapteqto fa vna
pte de laltra linea nel [altra fuapte dunqua tanto fà.c.K. in.K.f«quàto
fà.d'h.in.R»a.tu fii cfi.c-S.e.i.f .K.f.e.i.)itu multiplicbi i.vta i.fàj.po fa
de.a.d.cbe.ro»do pti cbe multiplicata vna co laltra facci.i.mefti vna parte
cioe.K.d ria.i,^.t.a.K.io.m,i. . via,ro.m.i. #.fa.io.^>,rru. 0 .e tu
voi.i.rejfora leparti daadogni pte.i» IS .arai.io. ^.equalead»!. e.r. [si
.demec^a le co|éfirano.s.multiplicalein (e ja.is.tranc il nuero
cbee.i.refra.i4.ft #.i4.m del demegaméto dele.^>.cbefù.s. vale
la.^>.cbefìidifiro valere.fc.d.dunqua .fc.d. vale.s.m. £2,14. frc.fc.e.i.§ W
Voli.c.d.cbepoquàto.h.d.f.c.K,pomultiplica.s.m.^.x4.in |éfà.49»m.
{?2.z4oo»fi;.i. via.i.fà i.giongi infèrni fà,$o.m.p?.t4oo.tanto eia pofànca de
c,dilqualeradoppia |a.ioo.rn.l£.334oo.reducia fùperficie tóda arai.istf»
m.pz.i37o6|T.iqualimultiplicaper.g.d.cbe.s*^.t85fptip.3.neuene.i6i|?.- ft
multiptica,237o6f j.p.S.recato a pJ.fà.S9i6S3|.7.pti p.3. recato a 0z. neuene
p?.658$Oj|f .tanto eilcono.g.cd f.ft tu voi laportione«c.d.f. pò vedi tfto e il
couo.g.c.f.c!? trouaraiejfereR.iój^.cfi gióto co laj£,6S8SOjgf rejtara la
portióe.cd.f .z6if . m.#.i6«^,g J^.éssso^.cH co laltra portióe.b.a.e,fia
5x3i|,rn.!».i74o4il*.alaqle \k dei giógere la qdrarura.de'b.c.e. f.cbe (Ài cbe
g.d.e.s» m\#.i4.tratóe.M.reffag.K.fP.J4.ft.g.b.eqllo medefimo dunqua b.K.
fia^.96.f 'C-f.e.j multiplicato i fé fà.4.redufto i tódo e^.recalo a{£. fa.^f
>.il qle multiplica có-b.fc.cK e.96.fa{JM48^>cbe gióto co,£S*.m.jV,
*t4o4i||.fàp?.9485f»€!3?.delremanente.«3^f.tracìonepj.i4iT>o?!j.tanto fé
togli dela quadratura del corpo fperico cbe il fuo axif e.io p lo dicìo fòro
cbe e quello cbefé dimanda. CalUS .l6, ffta bocte cBeifuoifondie ciafcuno per
diametro .2.zalcocnmee^.T tra i fòmite ilcocamee .x%.z e longa » 2.
fedimandaquanto feraquadra» CFa cofì multiplica il fóndo in fé cbe
e.i.fa»4>poi multiplica in fè.i| fa.4|f .cbe ein fra ileomme f il fondo
giongi in _Jfiemifa.8|f.poimultiplica-i.via.t1).fa.42giognilocó.8|j»
a,i3|i.ptip.3.neuene.4'2if.cioep?.4Ì5|.cbe in (è multiplicato fa.4iif. rie
mamente.Tuaicbemultiplicato in fe.i§. fa.4ff bora multiplica.!^ in fé
fa-fc'gionto c5.4jf,fa.io^.poi multiprtca.rf. via.i£.fa,s.giongi infier
roifaJ5iìre-partiper^.neHene^gg,cioep?.jj|s5.cbemiémultipUcatofa TPACTATVS
5,^.giognilo co qllo di ("opra cbee.4L£f .fa.gf'**. i! quale multiptica
per $r.ep\artiper.i4.cbeneuaie.7*^*].tautonaqdiataladida bode. Quejfo modo fé
pò tenere quando e inefure tude equidiffanti luna da laida. Ma quando non fu]
jero eòtridiftante tieni qfro altro modo cioè metamo che i fondi
laciafcuno.S-de diametro § al cocbiumefia •to.fi: il primo fondo abbi il
diametro a.f.ft il diametro del (ondo e drictofia.e.K.ela bodefia
longa.io.tapre|)o.i-ad.a.f.fia,b'g.cbefia»9.gilcocume»c.b.e.io. § il ter jo.d.i
t£ 9.cbecdi|co|foda-e.K-i.boramultiplua prima qlla del cooirne
c.b.cbeio.in|e(à.ioo poimultiplica.b.g.cbee.9,in|e|ìi.8«.giogniinfitini fa,
s'*bora multi plica c.b-có-bg-fTi.Qo.giogniloió.isi. £.17;. ilqlepairi
per.3.neuene.90f .ilquale mulriplica per.». e parti per.14.neuene.70J' .eque
ffomultiplicaper.6.cbeeda.b.g.ad.d.i.fn.4is^.f quefto (erba mai multi
plicato.b.g.cb e.9-fn,s« bora multiplca i fondo. a.f.cb\s.i)efà.64.giogni
infiemifà,i45»f multiplia.s.via.g.fJi.P'giogniifitmifa.J^.parttlo per.j.
ncuene'7i%ilqualemtiltiplicaper.ii.f parti per.i4.cbentuene>)6|>i!qua!e
multiplicaper.4-pcrcbcdalalinea,a.f.alalinea.b,ge'i.f dalalinea.d.i.a (a linea
.e.K.e.i. ficbe(n.4.dutiqna.4.via.?6".fa.«7|. giognilo có.+ts'j. cb'
jèrbafti fà^jé^.tanto e qdrata ladida bodecioe.c>$6;?.cbeeil,ppoffo. £ì\uù
.17. T per che qi:alcbe veira pò il irerucnire dauerea me fura, e cojpi mcgulan
de ilqualmonfè pò peri nee auetclaqcìraturki loioficóniofonol'ariie de anima li
1 ónali z mattonali de marmo bo dcmetallo dico bc a rali co.pio
fimilirenyaqlìomodo pei qdrarli. IJWetamocbctu voglia fdpcrcójo eqd ata
vnaftatuade bomo mnuda cbef1a-3.de longeva f bene £portionata. Fa vno vafo dele
gno bo diltiolongo.3.;-f largo i\galto vno ilqualcfn quadro cioè coti anguli
redi § bene (tagno fube laqua non ejca puudo (tpoi lo meflK in loco che f!ia
bene piano aliuello 6 me tri dentro tanta aqua ebe Jgiutig 1 ad rno t.rco a
Iorio defepra poi fnvno |cgnonelvafoajómo laqua f poi me didentro la (tatua ebe
tu uoi mefurare e lajfarepofarc laqua poi vedi qto e ce) cinta et fa a fórno
laqua vna'rro jcgno derido a quello de prima poi tra fora la (rama
tme|uraqtoedalprio,fegnoaljc4o.Mitamoci5 flambo ra multiplica la longeva del
vafo ebe e.;$icbn la Urgeva cbec.ti.ffl . a\ il qlemiiltiplicaper.;.cbecreue
laqua fn,ij_.f tanto e qdrata la dida (fatua % que(lo modo tirai a mefurare
tali corpi. CafllO .18 allevilo frii!i0:![o-a.bc.fbclab.ira(ua.b.c.c.i4'!o pia
laqlcfcpola vno cimilo afelio ebe il fuodiame roe.S.-r il panerò dclconracrcce
.dhfcoifo da -b.ó. donudafcdeglialtndoilatidcUna)ìgiHocioe.a.b.z a.ccbc
cótingono il dicto circu'o.a.b-in pficto.f.z-a. %Ù1 plinctO.^.CrTu ai il
triangolo a.b.c.nd quale e de- trito il circu'o.e.f.g.ft il centro e d.cfjeil
diameno fuo e.s.pofuntefe futa >afa.b-cin
pudo.e.e.b.e.s.tiradalcentro.d.d.b.d.c.d e.df.d.g.tu ai per apenultimidel primo
de Euclidecbe.b.dpoquantopo.b.eft.e.d.tu fai ebe -b.e.e.6.cbepo.3-.ft .d e.e
trucco diametro ebe e. 4. epo.ió- giontocon ;6.fa 5t.f ^.y.e.b.d
maidoitrianguli.b d-e.gb.df.cbefnnofimilif eqli nei quali (éjé tira la linea.
e.f.jégantc la linea.bd-inpùdo.bla |egaraorto- gonalrnéte e Tira f.b.c iteto
del t: iigulo-b-d-f.f.c-.b.fira cateto dei'triagu'.o . bd.e.bora fé vole
trouare la quantità de quefli cateti cofi mai.b.d.cB e p:.
Si.t?»f.d.|?Jó.rnultiplicaciafciinain |egiontemjemi (ano.6s.del qualetra la
pofdnci de.b.f. ebe e.36. ufo .31. il quale reca a $ .fa. 1014- parti perlo doppio
de la bafc.b.d.ebi e ^de.a.adoppu corno .fa jos.eoiqua!ipar ti.ioi4«neue;ie.4;f
trailo dda popinca de fd cbee>i >.re{fa.u*,.i P?»n;T.e fb.il quale
radoppia corno p Jn.44fj.f 62.44j-..e f.e.bora auemo il trii gu'o del qlevolemo
il cateto, f i.m ai il hto.f.e.'cb e p. 44^'f.b.e.g.b» f .feno ecjli tra luno
de Ultra ref!a nulla adunqua^ ax&44lypu lo doppioScb.e.chefinn
neuene.3£T.trallo'de.6.rejfa«rff.mca!o in fé jn.s^- tratto dela fòrja
de,b,f»ebe e.36.remàe«30?£;v.e#.30^*.ne il cateto, f.t.bora fé vo le troiiare
il cateto cbe cafca da.g.fopra.Ia bafù'b.c.tu ai lineato,dcla qle doi
trianguti.c.d.e.f «cd-g-fimili è equalt linea-g.e.cbedeuidira »d.c.i pu •
fio.K.adangulo refi o Jìra.g. fc.cateto del tiiangtilo.c.d.g. €-e«K. cateto del
friangulo.c.d.e.tuai.c.e.cbee,8'Clapof bagroffa Gomme quella de meso del .A, e
la detta lettera noi esser largamesa del suo quadroni fic erit pfecriffima.
Queftalittera, FXe forma a quel modo come la Ira. E. ne pìu ne macho. Excepto
che .F. Gèfenzalaterzagamba:co me denàci hauefb" dirrufàmente alluoco de
dicco iE, cum tuctefue proportiont pero qui quello te baffr.
Queftaletera.GXeformacSmel.C.delfuo tondo equa dro. La gamba deritta de fotto
uol esser alta un terso del suo quadro: e grolla delle noue parti luna de
laltesa del fuo quadrato. Quefta lettera.H.fe caua del tódo e del Tuo
quadro.lefue gambe grotte fé fanno per mezo le crofiere cioedouefe interfecano
li diametri del tondo e fuo quadro. La grotte Sa de ditte gambe uoleffer de le
noue parti una delalteza E quella demezofefa pmezeldìametroJafua groffeza
uoleffer la terga parte de la gamba grolla commeltrauer lo del. A. Quella
lettera.l le caua dei tondo, e del quadro la Tua grò fera uol eHer de le noue
parti luna che facil Sa fua forma tionefralaltre. Queftal.ettera.JK.fecaua del
tondo edelfuo quadiotira dounalineaper diametro del quadro i quella linea fefer
ma e termina le due gambe per meso la gamba grotta. La gamba defotto uol effèr
grotta comme lalcre' gambe una parte de le noue. Quella de (opra la mita de la
grotta com melafiniftra del,A. Quella defotto uol efferlonga fin ala crociera
ouer di fora,Quella de l'opra dentro la eroderà; Quella lettera . L.fe caua
del, tondo e del Tuo quadro. La fuagr offesa uol effer de le noue ptiuna de
[altezza. La Tua larghezamezo quadro cum queftitondifoprafcripala ga ba futile
de Cotto uol effer per la mita de la groffa comme quella deLE.&dei,E> .
Quefta lettera,M. fé caua del. tondo e del fuo quadro le gambe furali
uogliaoeffer per mezo de le graffe corame la feniftradeLA.le extremegambe uogli'ano
efier alquan to dentro al quadro le mediefra quelle e le interfecationi de tf
diametri lorgroffese groffe e furili fereferefcanoai quelle
del,A^cóniedifoprainfiguraapertopoicompreii aere. Quefìra lettera.N.fe caua
delfuo tondo et etiam quadro La prima gamba uol efler fora de ìa interfecatióe
de li dia mecri.Latrauerfademezouol e(Ter grolla delenoue par ri luna prefa
diametraliter.La terza gamba uol effer fora de la crotiera,Prima gamba et
Vlrima uogliao effer grop .fé la mica delagamba graffa cioè duna celta.
Quefto.O.epejfedliffimo. Quella lettera, O, fé caua del tondo e del fuo
quadro.fe diuide inquatroparti cioè incroce. per mezo le quatro li riti el
corpo fuo uol effergroifo dele noue parti i lunati corpo fuo de fopra uol effer
p mezo del fuo graffo. Le fue pance una uol pender in fu laltra in giù el
futile del corpo uol elfer pella terza parte della sua paria. E per che di luì
fonno doi opinioni pò dinanze te no póllo unaltró ami© piacere perfecliffim o e
tu prendi qual te pare e di loro f or iRsataifil. Q^omme difetto intenderai a
fuo luoco. Quella lettera .P. ficaua deltondoedel fuo quadro, La fua gamba
grotta uol effer de le n oue partiluna la forma de), tondo uol effer grande
comme quella del . B, da baffo e la fua groffesa de la pancia uol effer tanto
quanto la ga bagroffa e fi uol principiar ditta lettera da le erodere del
tondograndedoeda le interfecarioni deli diametri &fic critperfecTiffin»
Queftaletera.Q.cóme difopra ditti fé caua del. O.tertiiinahdo fua gamba ne
tefte de fua altezza Cotto et qdrato cioè de le no/ uè para letre del fuo
quadrato ouero diametro delfuo ródo co me qui appare pportiomta.guidando le
pance graffe e fue futi li oppoute apó&o cóme del, O.fo dicto.Eiafuagaba
uol efTer longanoue tefte cioè qaantoel fuo quadralo areclanguJo.ela fine
uoiefTeraltalapon&ain fu un nono de foltezza fequendo la camita de la penna
co la degradatone de la fua groffezza. Quella lettera. R fecauadela lettera B.
el fuo tondo fie defotto dal centro una mesa gamba.Tutta quefìra lettera uolefferdétrodelecrociexceptola
gaba (torta uol ufcir f or de le croci fin al fin del quadro. Dieta gaba (torta
uol cfiergroffadelenoue parti luna terminata futile in pota nellagulo del
quadro amododecuruelinee uthicin exé plopatet. I$orE'aW£cfOK VX.W II O m r» §•
Tctraedron planar» Vscuum TtTgote^oy «•a-OTtT/AHftfm «-e^eo? Y/2 W%z%%%# ta: a
§ o Q 3 Tetraedron Abfdfum folidura, T€T£a£-* r» CU > o ri n 3' Son 3
Tetrafdron Abfdfum Vacuimi '\ Ttr$«i£-%iv vm^mv artici Tecr^dron Ekuarum
Soliduw L^^fJLlVOV KiVOV. VI i I i Tetraedron.eleuatutn uacuum, Horum
inuentor.Magifter Lucas.Pariolus de bur go. Sanai SepulchriOrdinis Minorimi, tf
«t^ov,h. ku>6o? t-ari-arfJ'fl» ari^iav X m X n O g o fcn J? t3 o a. o i? I
Hexaedron.SiueCubus Pianum Solidum* fffi-i'm «•S-OTtTjUHjUtVOI/ É-Bn^/UffO?
eTi^ldV XJIJ a X o O B io C n e cr o Et 8 rv i s § s s ? 8 Hexaedron,Siue Cubus
Abfdfum Elevatum solidum. . r> O o n t;- o rt c 3 T^ ì- n Un o 3 n o ti e rr
e 3 O 3 Uj n > cr r» i-. Q o * n Pertafportantia e varietà di queffi nomi
ala tauola ordì' nata nelp'ncipio del libro re' corri eqlla te man darà alfuo
capitalo. Doueapié infederai lor dfia antica moderna fc« Benché tre fieno (e
forti principali dele Colone dalianticbicelebratecioe Ioni' caDortcae
Corinta.Non dimeno mot te altre più oltra fpeculàdo (bnno dali praticiretrouate
alocbio vaghe e a li be difteii baftanti ale qli ancora non ben a pieno ftael
nome aflegnato eoe nel do mo de Pijd e in Firéce.S .Spó e.s. Loré. digno
pronato de la cafa di Medici. Non fi pò qui lepore a pieno de tar cbitectiira
parlare co me per te lo inge gno accomodatijfimo li poi preftare delqualinnul
aparte me diffido. E benché qui fol depfa vn ceno te fi pò gaCple ragioni
dijottoafeo luegoi quejtoadducho non pero deueel lo pito ingegno in qllo al
tutto fèrmirjè cóme pm dime non fipojfiper effer Ida e arte Ccjtuq,
subalternata; degra diurna pjerutatione al mdicio de chi bé in lei expto si
trova. Ma chi m le £ portioni e fportionalita non beino nito fu a torto el
vostro Vitruvio bùi firn ino. Ideo lector ercute fomuurm qin vigilatici*
coronàfmittit any.g nó,j dormire poteri; ad alta venire. Queffo Vitru' mo io
chiama Stillobata.eda li Moderni fh dato Pilajfrel' lo overo baia, mento- £l
fùndiméto soto terra sin al sùo piano largo quàto jua bafa fta detto Sterio
baia, J ?V ^n^>Ttft,>mij,i,l|inr,AWf L i an ticbi li dicio Den ricoll L i
moderni denticelli e Rajlro Q aefb cadauo li dice C imacio del fregio ef opboro
^J E^,$ THnc^ 2wLw-£ r2 Sra1var*tadc proporriome proportionalitacbeinfoe
lHmedclnojrrodeinoAnticbo Archilo VitraùoPotlione.Dcme bS
^atoicoeMegarmlfPbylojopbo EVCL IDEtal tutto Letìfere feremet Snnf^/1! nna
nC"? C P°1,lblle in a*** t*f Pntbice f Tbeorice Inlajèquéte figura del*
Porta detta Speciofà le dot parti qui aduSre Cioè di.- la C olona rotondi co
fra capitello BafàStiloba taSSteriobiti Lpiffclio coinfuoZjpboroeCor'
nicionemirendo certo Le fiore ebe alintellefifo dSi tammte'ocbiodelmopj
regrìnoigegnolo reprejèn ta co [ir ecordi ebe di fotto perlataiioUtrouaraiSc, •
Agfoiunttchi dicano Scotbica Limo.Goladelarcbiffawe Queffo da lianticbi fia
detto Ecbino e da li 6 ( mo.Huonofo 7 8 Lianticbi aqjro dicano Fafcia
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derni Arckttaueetutt0e!copojb|bpradepfoii,A,comiccemo.Comicione.
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^0^'Ì!J«J^OV «SfaTÉTjUHjUtt'OV ìLitèV I o ff 9 o Q Dodecaedro*! Abfcifum
Vacuimi ^o^eKfliÉ^or ivn^iAtiiàv &s-tt>ut ? O o a. I 3 dodecaedro!
Elevatum 5 oliami .Mawtfgo'tf fffH^mt Mot JtXXII| et S 8 8 Dodccaedron Eieuatum
Vacuimi f afr&t.aLtfyùv «TSTET^Hpefcy f-^jusm est^icv o p- n n w rt O. s
> «T3 r-f 3' a § S' o O Dodecaedron Abfcifum Eleaatuna Sob'dusi dWataE^gfl»
«TyoTtTpHjuft'ev tTwqiJLdcv ruvev I I Jl O o fi SU O 3 e Dodecaedro*! Abfciium
EUuatum Vacuum tlKWil ri § yfgfntifcx bafium planum Solidi»» eistei;it£*iOV i-^h^ivov
we§£oy . n S5 p- l-t o o 3 a I 8 re 3 o s g Vigintifexbafiuttì Abfcifum
Elcuaram Solidura £lK.o;U*«E^OY arOTETjUH/tECOV £-3TH§jUEVi)V K.EW K o fi su o
I § s Q 9 s Vigmtifex'baQum Abfofam Eieuatum Vaoium f>> ' i //; i >,'/
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"sr-Uvgiy^HS ar£§?« XLrn 1 io s o et SD OS- CI 3 c/i o o Pyramis Iterata
Triahgiila So j'ds» s ZS-UgofJLU? •3rAEV§GJ»VH? T§iy SJVOi; K.EFH XLHII H3 I fr
H a$TlT$#yiMS$ ars^'s* xLvir ? G 3 ha H I ere s o in C/1 u 2
PyramisLateraraQuadrangula Solida sri^ajUJS wA«y§ajy TSfgaiyiWS urtila XLvir 9
r G 3 e? ut H n I s o 8 PyramisLaterata Quadrangola Solida sruo«jUi-t o 9* r» 3
M O 3 O Vi 9 Pyramis JUterata pentagona Vacua Kl(ùt KtevPwfrui; tla.yovoq
arl^ot; LI IT O 3 C i-t o (4 X,8*. O LI s V5 r» O Coluima LaterataExagcna
Solida KI&39 ITAÉVg&xN? £;«yO)V0(; K.6P0; LUI! 0 ra o p o Cclurcna
Larerara Exngom Vacua m>§«jUH o pyramis Latcrata Tr;an£u'a requìlatera
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'; m » S $ s 1 % / r • . <* t* r* i » I \ . £ ■ffó' AXPII \ \\\t ' 2«5* ■
IH. Nome
compiuto: Luca Bartolomeo de Pacioli, o de Paciolo. Pacioli. Keywords:
implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pacioli”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Padoa: ragione conversazionale, sillogistica, ed implicatura
conversazionale – la scuola di Venezia – filosofia ebrea -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Venezia).
Filosofo veneziano. Filosofo italiano. Alessandro Padoa. M. Genova -- è stato
un matematico italiano. Biografia Figlio
di Pellegrino Padoa e Pasqua Levi, entrambi di origine ebraica, iscritto alla
facoltà di scienze dell'Università di Padova, dovette interrompere gli studi
per ragioni familiari, riprendendoli più tardi presso l'Università di Torino,
dove subì l'influsso di Peano e dove si laureò nel 1895 in matematica. La scelta degli studi logici gli ostacolò
tuttavia la carriera universitaria ed insegnò pertanto nelle scuole secondarie;
dal 1908 al 1935 si stabilì a Genova. Soltanto nel 1932 ottenne la libera
docenza in logica matematica; nel 1934 gli fu assegnato il premio della
Accademia dei Lincei. Ha fatto parte,
con Burali-Forti, Pieri, Vailati ed altri, della scuola italiana di logica
matematica, sorta nell'ultimo decennio del secolo XIX attorno a Giuseppe Peano.
Fin dalla tesi di laurea (dal titolo Di alcuni postulati della geometria
euclidea dati con la maggiore indipendenza possibile dell'intuizione) egli
dimostrò la sua predilezione per gli studi logici. A causa di incomprensioni
con il maestro Peano, due suoi importanti articoli del 1897, che anticipavano
argomenti trattati in seguito da studiosi stranieri, non vennero accettati per
la pubblicazione e sono stati editi solo nel 1968 a cura di A. Giannatasio. I suoi principali contributi risalgono al
1900, anno del Congresso Internazionale di Matematica e di quello di Filosofia,
tenutisi entrambi a Parigi. È meritevole di nota la sua formulazione del
cosiddetto metodo di Padoa per verificare l'irriducibilità del numero dei
termini primitivi di un sistema assiomatico in rapporto ai postulati
adottati. Voci correlate Formulario
mathematico Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una
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Pàdoa, Alessandro, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Padoa, in Enciclopedia della
Matematica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2013. Modifica su Wikidata
Clara Silvia Roero, PADOA, Alessandro, in Dizionario biografico degli italiani,
vol. 80, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2014. Modifica su Wikidata (EN)
Alessandro Padoa, su MacTutor, University of St Andrews, Scotland. Modifica su
Wikidata Opere di Alessandro Padoa, su Liber Liber. Modifica su Wikidata Opere
di Alessandro Padoa, su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN)
Opere di Alessandro Padoa, su Open Library, Internet Archive. Modifica su
Wikidata Biografia su Torino Scienza, su torinoscienza.it. Erika Luciano e
Clara Silvia Roero, La scuola di Giuseppe Peano (PDF), pp. 64-75. (ampia
biografia e bibliografia) Alessandro Padoa, in Biografie di matematici
italiani, PRISTEM (Università Bocconi Portale Biografie Portale Matematica Categorie: Matematici
italiani del XX secoloNati nel 1868Morti nel 1937Nati il 14 ottobreMorti il 25
novembreNati a VeneziaMorti a GenovaEbrei italiani[altre]Citato da Vailati in
connesione colla definizione per astrazione di Peano e Grassman
(Ausdehnungslehre) usata da Grice nel nuo metodo di psicologia razionale per la
definizione implicita de termini come ‘credenza’ o ‘volizione’ alla Ramsey. Estratto
Italia “ «tròta di tllosolla Nao-Soolastioa ftnno 4,' N.‘ UH*, Min 19U _ .,
Agmrhù ( } pasc- PA-I- (£=>*=>' r (fà %\ TORINO £ • Professore di
matematica nel r. istituto tecnico di Genova. Insegna a Genova. Analisi della
sillogistica. Il frequente rifiorire, in questa ed in altre riviste FILOSOFICHE,
di dubbi e persino di polemiche a proposito di sillogismi è indizio della
scarsa diffusione che hanno avuto sinora i risultati cui è pervenuta in questo
campo la logica matematica; la quale scarsa diffusione deve probabilmente
attribuirsi al nome di tale dottrina, che forse la fa ritenere PARTE della
logica o, PEGGIO ancora, qualche cosa di intermedio fra la logica e la
matematica, mentre invece essa è una estensione perfezionata di tutta la logica
deduttiva tradizionale, ed alla diffidenza o allo sgomento inspirati, in chi
non ha dimestichezza con le formole dai simboli ideo-grafici cui abitualmente
si ricorre in tali studi. Ma I RISULTATI CUI ACCENAVO SI POSSONO ESPRIMERE E
INTENDERE BENISSIMO SERVENDOSI DEL LINGUAGGIO ORDINARIO, come risulteià dalla
lettura di questo saggio, nel quale non presuppongo alcuna conoscenza nè di
sillogistica nè di ideo-grafia logica. Ci occuperemo di asserzioni aventi una
delle quattro forme. Ogni x è un y – Grice/Peano (x). Nessun x è un y. Qualche
x è un y. Grice/Peano: (Ex). Qalche x non è un y. Nelle applicazioni, al posto
di ciascuna delle lettere x ed y si dovrà mettere una parola od una frase che
designi compietamente un gruppo determinato; ad es., ordinatamente: ogni
mammifero è un vertebrato, nessun angolo ottuso è un angolo acuto, QUALCHE
ITALIANO È UNO SCULTORE. Qualche francese non è un pittore. Nella logica
tradizionale e neo-tradizionale (Grice, neo-traditionalists, informalists) tali
asserzioni chiamansi giudizi e, secondo la loro varia forma, vengon detti
ordinatamente UNIVERSALI affermativi, universali negativi, PARTICOLARI
affermativi e particolari negativi, ovvero sono brevemente contraddistinti con
le vocali “A,” E, “I,” O. Si dice inoltre che x ed y sono i TERMINI (soggeto,
mezzo, predicato) di ciascuno di tali giudizi e precisamente che x ne è IL
SOGGETO ed y (“shaggy”) ne è il
PREDICATO. Ma noi non annetteremo alcuna importanza alla distinzione dei
giudizi in affermativi e negativi, considerandola una semplice accidentalità
linguistica. Infatti, SE y è un gruppo determinato e se y' è l’insieme degl’individui
che *non* appartengono ad y, allora anche y' è un gruppo determinato ed y è
l’insieme degli individui che non appartengono ad y'. E perciò, il fatto che si
sia provvisto anzitutto a dare un nome a questo o a quello dei gruppi y e yl,
obbligando poi a designar l’altro quale NEGAZIONE [cf. Grice, “Negation and
privation,” “Lectures on negation”] del primo, può avere importanza nello
studio della formazione e dell’espressione dei concetti, ma non ne ha alcuna per
la filosofia. Comunque. Nessun x è un y sol quando ogni x è y'. Qualche x non è
un y sol quando qualche x è un y'. Reciprocamente ogni x è un y sol quando
nessun x è un y'. Osserviamo inoltre che, nella seconda e nella terza forma di
giudizio, LA DISTINZIONE FRA SOGGETO E PREDICATO È UNA SEMPLICE ACCIDENTALITÀ
GRAMMATICALE (sintattica). Infatti, nessun x è un y sol quando nessun y è un x.
Qualche x è un y sol quando qualche y è un x. Riassumendo. “A” (x) = ogni x è
un y — nessun x è un y'. E = nessun x è
un y = nessun y è un x = ogni x è un y', I (Ex) = qualche x è un y = qualche y
è un x, 0 = qualche x non è un y = qualche x è un y’. Chiamasi sillogismo una
proposizione nella quale, dati TRE termini -- che la logica tradizionale chiama
minore, medio, maggiore -- e designa con le lettere S, M, P -- dato un giudizio
tra S38
7 ^ et é~— della sillogistica. P ovvero tra P ed M (chiamato “premessa
maggiore”) e dato M e . . . trR g e( j m ovvero tra M ed S (chiamato “premessa “minore””)
™* si ASSERISCE LEGITTIMAMENTE un giudizio tra S e P (chiamat °Si'badP quando
il filosofo si serve dei dati accennati per chiudere un sillogismo, non spetta
a lui decidere se ciascuno dei tre termini designi un gruppo determinato, nè se
ciascuna delle premesse sia vera; NÈ egli – il filosofo, qua profferente –
ASSERISCE CHE la conclusione è vera. Egli – il filosofo, qua profferente -- di
ciò solo si rende garante, CHE, SE le premesse sono entrambe vere (il che
presuppone che i termini siano determinati ALMENO QUANTO BASTA PERCHÈ HA SENSO
IL DIR VERE LE PREMESSE, la conclusione DEVE esser vera. E perciò, premesse e
conclusione formano un tutto inscindibile, cioè UNA SOLA PROPOSIZIONE -- in
senso semantico e non meramente grammaticale, o sintattico. La logica
tradizionale distingue quattro figure di secondo l’ufficio di M. M è soggetto rispetto a P e predicato rispetto
ad S; M è sempre predicato; M è sempre soggetto; e M è predicato rispetto a P e
soggetto rispetto ad S. In ciascuna figura distingue vari MODI, secondo la
forma dei tre giudizi. I modi contraddistingue con nomi mnemonici in ciascuno
dei quali entrano appunto tre delle vocali A, E, I, o O per designare ORDINATAMENTE
la FORMA della premessa maggiore, della premessa minore e della conclusione. I
modi della prima figura sono 4, della seconda 4, della terza 6, della quarta 5.
In tutto 19. Ma qui ci proponiamo di eliminare i modi illegittimi -- nei quali
cioè la conclusione non è conseguenza necessaria delle premesse -- e quelli che
sono vane ripetizioni di modi già considerati -- che cioè si possono ricavare
da modi già considerati ricorrendo soltanto alle trasformazioni di giudizi, le
quali sono sempre LECITE INDIPENDENTEMENTE DAL SIGNIFICATO DEI SINGOLI TERMINI
(“pirots karulise elatically; therefore, pirots karulise”) o cambiando l’ordine
delle premesse o cambiando il modo di designare i termini, mantenendoli però
fra loro distinti. Possiamo osservare che la distinzione delle figure è accidentale
nei casi in cui è accidentale quella fra soggetto e predicato di uno stesso
giudizio. Per rendere [Pietro Ispanico, pontifce a Roma sotto il nome di
Giovanni XXI sillogis:] questo più chiaro: ciascun modo è enunciato nella sua
figura, adottando, corrispondentemente a ciascuna vocale, la prima delle forme
di giudizio. Il sillogismo in BARBARA della FIGVRA I è. SE ogni M[ezzo] è un P[redicato]
ed ogni S[oggeto] è un M[ezzo], ogni S[oggeto] è un P[redicato. Cambiandovi P
in P', esso diviene. Se ogni M è un P' ed ogni S è un M, ogni S è un P'; ovvero, il CELARENT della FIGVRA I. SE nessun
M è un P ed ogni S è un M, nessun S è un P; ovvero, il CESARE della seconda. SE
nessun P è un M ed ogni S è un M, nessun S è un P. Dal Celarent, scambiandovi
le premesse ed in esse P ed S, senza farlo nella conclusione, si ottiene il
CAMESTRES della seconda. SE ogni P è un M e nessun S è un M, nessun S è P -- da
cui, trasformando la seconda premessa, il CAMENES della quarta. SE gni P è un M
e nessun M è un S, nessun S è un P. Il sillogismo in DARII della prima figura è.
SE ogni M è un P e qualche S è un M, qualche S è un P. Trasformandovi la
seconda premessa, esso diviene il DATISI della terza. SE ogni M è un P e
qualche M è un S, qualche S è un P. Cambiando in entrambi P in P', se ne ricava
il FERIO della prima. SE nessun M è un P e qualche S è un M, qualche S non è un
P, ed il FERISON della terza. SE nessun M è un P e qualche M è un S, qualche S
non è un P. Dal Ferio, trasformando la prima premessa, si ottiene il FESTINO
della seconda. SE nessun P è un M e qualche S è un M, qualche S non è un P. Da
cui, trasformando la seconda premessa, il FRESINON della quarta. SE nessun P è
un M e qualche M è un S, qualche S non è un P. Dal Darii, scambiandovi le
premesse ed in esse P ed S, senza farlo nella conclusione, si ottiene il
DIMARIS della quarta. SE qualche P è un M ed ogni M è un S, qualche S è un P. Da
cui, trasformando la prima premessa, il DISAMIS della terza. SE qualche M è un
P ed ogni M è un S, qualche S è un P. Da cui, cambiando P in P' e trasformando,
si ottiene il BOCARDO della terza. SE qualche M non è un P ed ogni M è un S,
qualche S non è un P. Dal Festino, cambiando M in M' e trasformando, si ha il
BAROCO della seconda. SE ogni P è uu M e qualche S non è un M, qualche S non è
un P. Il sillogismo in DARAPTI della terza figura è. SE ogni M è un P ed ogni M
è uu S, qualche S è un P. Cambiandovi P in P' e trasformando, si ha il FELAPTON
della terza. SE nessun M è un P ed ogni M è un S, qualche S non e un P. Da cui,
trasformando la prima premessa, il FESAPO della quarta. SE nessun P è un M ed
ogni M è un S, qualche S non è un P. Infine, il BRAMANTIP della quarta figura è.
SE ogni P è un M ed ogni M è un S, qualche S è un P. Così i 19 MODI si riducono
a 4. Cioè, in Barbara e in Darii della prima figura, in Darapti della terza, e
in Bramantip della quarta. Ma i due ultimi sono ILLEGITIMI. Un termine [o
PREDICATO] può essere NULLO [Grice, the empty set], tale cioè che nessun
individuo appartenga ad esso, e ciò può accadere in due maniere. O perchè ad
esso vengono attribuite DUE proprietà formalmente INCOMPATIBILI --- ad es.
l’insieme dei numeri MAGGIORI E NON MAGGIORI di 5. O perchè ad esso vengono
attribuite due proprietà *realmente* INCOMPATIBILI; ad es.: l’insieme dei
numeri MAGGIORE E MINORI di 5. La prima incompatibilità (MAGGIORE E NON
MAGGIORE DI 5) può, anzi deve, essere rilevata dal filosofo -- perchè dipende
unicamente dalla proprietà delle parole: “e” ( p e q) e “non” (non e il caso che p), nota sotto il
nome di principio di contraddizione. Ma non cosi la seconda, la quale non può
essere rilevata da chi ignori, O FINGA D’IGNORARE, il significato delle parole “maggiore”
(MAGIS) “n>m”, e « “minore” (MINUS), “n<m.” Ora, poiché un gruppo nullo è
contenuto in ogni gruppo, le premesse del sillogismo potrebbero essere
verificate da un termine o predicato nullo M (di quelli che il filosofo NON HA
OBBLIGO DI SAPERE CHE SON TALI) e da due termini arbitrari P ed S, i quali
perciò possono non verificare la conclusione. Analogamente, SE P è un termine
nullo, mentre M ed S sono tali che ogni M sia un S, risultano verificate LE
PREMESSE del sillogismo, a non ne è verificata la conclusione. D’altronde, SE, oltre
alle premesse del Darapti, è dato che M *NON* è un gruppo nullo, da ciò e dalla
prima premessa, mediante il principio, si ricava che qualche M è un P. Da ciò e
dalla seconda premessa, mediante il Disamis, si trae la conclusione.
Analogamente, SE, oltre alle premesse del Bramantip, è dato che P *NON* è un
gruppo nullo, da ciò e dalla prima premessa si ricava che qualche P è un M. Da
ciò e dalla seconda premessa, mediante il Dimaris, si trae la conclusione.
Riassumendo. Il Darapti e il Bramantip, come sono enunciati, sono FALSI. Mentre,
corretti, sono SUPERFLUI. Cosicché rimangono soltanto il Barbara e il Darii; ed
entrambi sono LEGITTIMI senza possibilità di eccezioni. Uno dei primi e più
notevoli risultati dell’adozione di un’ ideo-grafia logica e appunto quello di
rendere manifesta la FALSITÀ dei modi tradizionali di sillogismo, mediante i
quali da due giudizi universali si vorrebbe dedurre un giudizio particolare.
Tale falsità venne riconosciuta separatamente da Ladd, Schroder, Nagy, PEANO
(si veda), ecc. Il Darii può decomporsi nei seguenti due principi. SE ogni x è
un y, qualunque sia il gruppo z, ogni individuo comune a z ed x è un individuo
comune a z e y; SE ogni x è un y e se vi è qualche x, vi è qualche y. Infatti, dalla
prima premessa del Darii e dal principio si ricava: qualunque sia S, che ogni
individuo comune ad S ed M è un individuo comune ad S[oggeto] e P[redicato]. Alla
seconda premessa si può dare la forma. Vi è qualche individuo comune ad S ed M.
(P) da (a), (p) e dal principio si ricava. Vi è qualche individuo comune ad S e
P; cioè, la conclusione del Darii. I principi non hanno carattere sillogistico,
ma sono più fecondi di applicazioni del Darii che ne deriva. Ecco perchè la
logica matematica considera un solo modo di sillogismo, e cioè il sillogismo in
Barbara, il quale, scambiandovi le premesse e sostituendo “a,” “b,” “c” – o F,
G, H (Grice – Sistema G) ad “S[oggeto], M[edio], e P[redicato], diviene: SE ogni
a/F è un b/G ed ogni b/G è un c/H, allora a/F S[oggeto] è un c/H P[redicato] –
“shaggy”; il che si esprime anche dicendo che l’INCLUSIONE è una relazione TRANSITIVA
– cf. Grice IZZING and HAZZING. In particolare, SE al gruppo a [soggeto S,
proprieta F] appartiene UN SOLO individuo x, allora ogni a [soggeto – il
presente re di Francia] è un b G [bald] SOL QUANDO x è un b. In questo caso, trasformando in tal
modo la prima premessa, si ottiene: SE x è un b ed ogni b è un c, x è un c.
[PEANO, introduzione di “=”]. Si possono distinguere gli schemi chiamando uno sillogismo
in forma collettiva e l’altro sillogismo in forma individuale. Ecco a che si
riduce tutta la sillogistica, non però la logica deduttiva; che mercè l’ideografia
logica, si è arricchita di molte e notevolissime forme di ragionamento alcune
delle quali, pur essendo feconde di applicazioni, mal SI PRESTANO AD ESSERE
TRADOTTE IN LINGUAGGIO ORDINARIO. Chi desidera conoscerle, deve affrontare la
fatica, più lieve che forse non tema, di imparare l’ideo-grafia logica. A taf
fine vedasi il Formulario matematico edito per PEANO, Torino, Fratelli Bocca,
ed.ovvero “La logique déductive dans sa dertière phase de dévelopement, Revue
de Métaphysique et de Morale, Paris, Colin, in volume con prefazione di PEANO, Gauthier-Villars.
Però anche in sillogistica, ad evitare equivoci, meglio delle famose regole,
giova la conoscenza dell’ideo-grafia logica: la quale, tra gli altri vantaggi,
offre quello non lieve di rendere impossibile lo scrivere asserzioni ambigue,
quali ad es. quelle usate nella minore (seconda premessa) dei sillogismi
analizzati in Osservazioni sulla regola sillogistica Peiorem setnper.... etc. di Gentile. I sillogismi cui accenno sono, trascritti
esattamente anche con le loro parentesi. Gl’animali sono mortali; alcuni
animali sono (tutti gli) uomini; Dunque, tutti gli uomini sono mortali. O: Gl’
uomini non sono immortali; Alcuni uomini sono (tutti gli) ITALIANI italiani; Dunque,
TUTTI GL’ITALIANI NON SONO IMMORTALI. O: Nessun angelo è mortale; Qualche
mortale è (ogni) uomo; Dunque, l’uomo non è un angelo. L’A. li considera quali
sillogismi in Datisi, Ferison e Fresinon, eccezionali in quanto le conclusioni
universali sono VERE. Ma, per considerare tali sillogismi conformi ai modi
indicati, bisognava scriverli così. SE ogni animale è un mortale, e qualche
animale è un uomo, qualche uomo è un mortale. SE nessun uomo è un immortale e QUALCHE
UOMO È UN ITALIANO, QUALCHE ITALIANO non è un immortale. Se nessun angelo è un
mortale e qualche mortale è un uomo, qualche uomo non è un angelo. L’asserto
dell’autore che le conclusioni di sono VERE lascia indifferente il filosofo, il
quale si accontenta di dichiarare che esse NON SONO CONSEQUENZE DELLE PREMESSE
[cf. Gettier on knowing]. Volendo rendere legittime le conclusioni, i sillogismi
considerati andrebbero scritti cosi. SE ogni animale è un mortale ed ogni uomo
è un animale, ogni uomo è un mortale. SE nessun uomo è un immortale ed OGNI
ITALIANO È UN UOMO, nessun italiano è un immortale. SE nessun angelo è un
mortale ed ogni uomo è un mortale, nessun uomo è un angelo. Ma questi sono
sillogismi per nulla eccezionali in Barbara, Celarent e Cesare. La verità è che
la seconda premessa è volutamente SINTATTICAMENTE ambigua. Si tratta di un
giudizio universale espresso in veste particolare. Dicevo che, ÀRICORRENDO
ALL’IDEO-GRAFIA LOGICA, TALI AMBIGUITÀ NON SONO POSSIBILI – cf. Grice on Sluga,
“the king of France”]. Ad es., chi vuol tradurre in simboli l'asserzione ‘alcuni
animali sono (tutti gli) uomini’ bisogna che si decida a scrivere: i ^ (animale
« uomo); cioè, qualche animale è un uomo; O uomo o animale; cioè, ogni uomo è un animale, SI
TROVA CIOÈ COSTRETTO AD ABBANDONARE LO SCHEMA SINTATTICAMENTE AMGIGUO, per
attenersi ad uno dei ambedue schemi. Soggiungo, per dare un’applicazione, conoscendo
soltanto il sillogismo in Barbara [cited by Grice, Aspects of reason], le
premesse di si potranno riscrivere cosi: ogni uomo è un non-immortale ed ogni
italiano è un uomo, ricavandone la conclusione, in Barbara, ogni italiano è un
non-immortale cioè nessun italiano è un immortale. Si noti che espressamente
non ho scritto ‘mortale’ al posto di ‘non-immortale,’ perchè non dovevo
giovarmi di una conoscenza del termine ‘immortale’ estranea alle premesse.
Analogamente, le premesse si potranno riscrivere cosi. Ogni mortale è un
non-angelo, ed ogni uomo è un mortale -- ricavandone la conclusione, in Barbara:
ogni uomo è un non-angelo; cioè, nessun uomo è un angelo. Lascio al lettore
giudicare se sia più comodo e più utile conoscere tutti i modi e le regole
della sillogistica tradizionale ovvero, essendo date le premesse, saperle
trasformare in modo da accertare se ad esse possano applicarsi i sillogismi -- in
Barbara o in Darii. Si badi che ho analizzato gli esempi soltanto perchè da
essi si pretende trarre argomento per le asserzioni che ho cofutato. A proposito
d’esempi, è DEPLOREVOLE che quelli abitualmente addotti nei trattati e nelle
dispute da filosofi siano quasi sempre di cosi tenue consistenza – “Have you
stopped beating your wife?” “The king of France is bald” – stock examples,
Grice] da far apparire giusta la risibile, e tuttavia funesta, accusa di
sterilità che, da Sisto Empirico in poi, vien ripetuta contro ogni specie di
sillogismo. Perchè non attingere invece qualche buon esempio dalla matematica,
che pur ne offre a migliaia e che da millenni testimonia — contro gl’ignari,
gli scettici e i so- fìati — la inesauribile fecondità del metodo deduttivo? Genova.
Alessandro Padoa. Keywords: implicatura. Luigi Speranza, “Grice e Padoa.” Padoa
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Padovani: la ragione conversazionale e l’l’implicatura
conversazionale nella filosofia classica – la scuola d’Alcona -- filosofia
marchese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Ancona). Filosofo italian. Ancona, Marche. Grice: “I like Padovani, especially
his focus on what he calls ‘classical metaphysics’ (‘metafisica classica’) for
what is philosophy if not footnotes to Plato?” -- essential Italian philosopher.
Figlio
di Attilio Padovani, generale di artiglieria, e di sua moglie, la ricca
possidente veneta Elisabetta Rossati. Mentre, nelle parole stesse di Padovani,
il padre "educò i suoi figli ad una rigorosa etica dell'onore e del
dovere", ebbe un rapporto privilegiato con sua madre che fu colei che per
prima lo introdusse agli ambienti letterari di Padova grazie alla vicinanza dei
terreni della sua famiglia che erano posti a Bottrighe, nel Polesine, dove
tutta la famiglia si trasferiva durante il periodo invernale. La solerte
religiosità della madre, lo spinse a non frequentare la scuola elementare
pubblica (che ella riteneva troppo "laicizzata" dopo l'unità
d'Italia) ma a servirsi di un precettore, un ex abate che per primo lo instradò
alla filosofia. Si iscrisse quindi al liceo di Milano dove ebbe i suoi primi
contatti col positivismo che procureranno in lui e nel suo pensiero una
profonda crisi nel saper controbilanciare il più correttamente possibile questa
visione innovativa della vita con la teologia cattolica. Il padre lo avrebbe
voluto ingegnere, ma egli terminati gli studi del liceo si iscrisse aa Milano
dove seguì i corsi di Martinetti, pur prendendo a frequentare Mattiussi
(convinto tomista) e Olgiati, convinto assertore della necessità di fondere
insieme la metafisica classica con il pensiero moderno. Olgiati (a sinistra)
con Gemelli (al centro) e Necchi. I primi due furono tra i principali
ispiratori. Fu su consiglio di questi due ultimi che il alla fine decise di
intraprendere la carriera filosofica, sviluppando una sua corrente di pensiero
permeata di tutti gli spunti che nel corso della sua carriera aveva saputo
trarre dai pensieri dei suoi insegnanti e ispiratori, basandosi molto anche
sull'opera di Schopenhauer. Si laurea con una tesi su Spinoza eproseguendo poi
la sua carriera in ambito universitario divenendo dapprima assistente e poi
direttore della biblioteca. Divenne membro della Società italiana per gli studi
filosofici e psicologici e dell'Università Cattolica del Sacro Cuore da poco
fondata a Milano da Gemelli. Grazie all'influsso di Gemelli, P. iniziò a
collaborare anche con la "Rivista di filosofia neoscolastica" di cui
divenne ben presto uno dei principali rappresentanti. Venne nominato professore di filosofia della
religione e anche supplente di Introduzione alla storia delle religioni. In
seguito alla riforma Vecchi, si trasferì a Padova dove divenne professore di
filosofia morale, avendo per college Olgiati col quale dimostrò una particolare
sintonia. Sempre affiancato da Gemelli,
anche durante gli anni della Seconda guerra mondiale riunì presso la propria
casa di Milano diversi filosofi avversi al FASCISMO (noti col nome di
"Gruppo di Casa P.") come Dossetti e Fanfani. Si avvicina durante
questi stessi anni al pensiero filosofico e teologico di Gemelli che puntava ad
un rinnovamento attivo teorico e morale, affiancando personaggi del calibro di
Giacon, Stefanini, Guzzo e Battaglia, coi quali diede vita al Centro di studi
filosofici di Gallarate da cui poi scaturirà il cosiddetto "Movimento di
Gallarate" per il dialogo aperto tra i filosofi. Quando Sciacca fonda il
"Giornale di metafisica" egli ne fu il primo redattore. Venne accolto come professore di filosofia morale
e filosofia teoretica a Padova. Morì ia
Gaggiano. Volle per sua espressa volontà che la notizia della sua morte fosse
resa pubblica a sepoltura avvenuta come estremo esempio della propria esistenza
di stampo ascetico, come tale era stata la sua scelta di non sposarsi. Il pensiero filosofico La tomba di Elisabetta Rossati, madre di
Umberto Antonio P. e figura ispiratrice del suo pensiero filosofico e
teologico. È sepolta nel piccolo cimitero di San Vito di Gaggiano (MI) Durante
gli anni del suo insegnamento a Milano, l'attività filosofica fu
particolarmente prolifica: egli iniziò col pubblicare “Il problema fondamentale
della filosofia di Spinoza” (Milano), poi Vito Fornari. Saggio sul pensiero
religioso in Italia nel secolo XIX (Milano), “Gioberti e il cattolicesimo”
(Milano) e “Schopenhauer. L’ambiente, la vita, le opera” (Milano). In questi
scritti egli dimostrò di saper guardare attentamente non solo alla storia della
filosofia, ma anche alle suggestioni provenienti da altri panorami filosofici e
religiosi. Pubblica il testo più importante del suo pensiero filosofico, “La
filosofia della religione e il problema della vita” (riedito “Il problema
religioso nel pensiero occidentale”), dove per la prima volta delineò
chiaramente la matrice del suo pensiero, ovvero che la religione era l'unica
strada per risolvere il problema esistenziale della vita, ovvero il male,
elemento che limita le possibilità umane, rileggendo in questo la struttura
originale della storiografia filosofica e della metafisica classica. Con la pubblicazione del suo Filosofia della
storia, egli si espresse anche riguardo allo studio della storia, il quale s ci
rivela quotidianamente il male, ovvero i limiti dell'uomo rispetto al mondo che
lo circonda, ma non è in grado (come del resto la filosofia) di fornire
soluzioni. Tali soluzioni possono pervenire unicamente dalla teologia, magari
nella sua declinazione di teologia della storia. Questo pensiero si acuì
particolarmente con una riflessione anche sulla morte negli ultimi anni, in
particolare dopo la morte della madre Elisabetta col quale egli aveva sempre
avuto un forte legame. Altre opere: – Grice: “Cf. Hampshire’s Spinoza”) Milano, Vito
Fornari; “Saggio sul pensiero in Italia,”Milano, “La storia della filosofia con particolare
riguardo ai problemi politici, morali e religiosi,” Como, “Aquino nella storia
della cultura” (Como); “Il fondamento e il contenuto della morale” (Como); “Filosofia
e teologia della storia” (Como); “Sommario di storia della filosofia,” Roma, P.
Faggiotto, Padova A. Cova, Storia dell’Università cattolica del Sacro Cuore,
Milano A. M. Moschetti, Cercatori dell’assoluto: maestri nell'Ateneo padovano,
Santarcangelo di Romagna Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia . And then there’s Pagani: essential Italian philosopher
difficult to find. Antonio Padovani.
Keywords: implicatura, metafisica classica, logica classica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Padovani,” The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Paganini: l’implicatura conversazionale di Roma – il Virgilio di
Firenze – la scuola di Lucca -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Lucca).
Filosofo toscano. Filosofo italiano. Grice: “Paganin
must be the only Italian philosopher who reads La Divina Commedia
philosophically!” -- Grice: “Strawson never read Paganini’s ‘cosmological’
tract on ‘spazio’ but he should, obsessed as he was with spatio-temporal
continuity. Grice: “I’ll never forget Shropshire’s proof of the immortality of
the human soul – He told me he basically drew it from an obscure tract by
Paganini, as inspired by the death of Patroclus – Paganini’s tract actually
features one of my pet words. He speaks of the ‘domma’ of the
‘immotalita dell’anima umana’ – Brilliant!” -- essential Italian
philosopher.Lucca stava passando dalla reggenza austriaca seguita al collasso
napoleonico al diventare capitale del borbonico Ducato di Lucca. Compì l'intero
corso dei suoi studi a Lucca, dedicandosi, fin dai tempi delle scuole
secondarie, alla filosofia. Insegnò filosofia negli istituti secondari
lucchesi. Prtecipò alla prima guerra d'indipendenza. Dopo la fine della guerra,
col l'annessione del Ducato di Lucca da parte del Granducato di Toscana fu
nominato docente nell'ateneo lucchese. In questo ufficio fu difensore della
dottrina rosminiana e nonostante venisse sorvegliato dalla polizia il governo
decise poi di offrirgli una cattedra a Pisa a seguito dei buoni uffici di
Rosso. Gli ultimi anni della sua vita furono rattristati da due avvenimenti; la
espulsione dai seminari ecclesiastici di discepoli a lui carissimi, perché rei
di professare le dottrine del Rosmini e la condanna di certe proposizioni tolte
ad arbitrio e senza critica dalle molte opere del filosofo di Rovereto. Muore a
Pisa. Annuario della R. Pisa per l’anno accademico. sba. unipi/it/ risorse /
archivio fotografico/ persone- in- archivio/ paganini- carlo-pagano Opere.
COLLEZIONE DI OPUSCOLI DANTESCHI INEDITI O RARI DA PASSERINI CITTA DI CASTELLO
S. LAPI CmOSE i IUHI flSOFICI DELIiA DIVINA COMMEDIA RACCOLTE E RISTAMPATE DI
FRANCIOSI CITTÀ DI CASTELLO S. LAPI RICORDATO DA UN SUO DISCEPOLO. In la mente
m'è fitta, od or m'accora, la cara e buona imagine paterna di voi, quando nel
mondo ad ora ad ora m’insegnavate come l'uom s'eterna. In. P., ell'aspetto e
nell'animo, e come uomo venuto da secoli lontani. Io vedo specchiata nella mia
mente, che spesso lo ripensa con riverente affezione di alunno, la sua testa di
bellezza antica. Fronte larga e pensosa, naso aquilino, barba e capelli
nerissimi, labbra sottili e poco pronte al sorriso, quando socchiudeva gl’occhi
e china il capo meditando, era in lui somiglianza più che fraterna col San
Paolo della Cecilia raffaellesca; ma, nell'atto di alzare lo sguardo e la mano
verso gl’alunni suoi, sillogizzando, e rammenta piuttosto il LIZIO della
Bettola d’Atene. Rado e lento al parlare per abito di raccoglimento e per
difficoltà di respiro, sopravvenu agli nel colmodella virilità, persuade. La
parola viva, stillando quasi dalla forte compagine della sua parola pensata o
dell’interna stampa, cade addentro negl’animi anche men disposti a riceverla,
come la goccia, stillante giù dalla roccia, a poco a poco scolpisce orma
profonda nel sasso sottostante. Natura di pensatore disdegnoso e chiuso in sé,
pochi lo intesero e pochissimi lo pregiarono secondoverità. Cittadino prode,
vagheggiò, lontano dal volgo, un'idea nobilissima di paese sincero, di popolo
giusto e sano. Educatore potente, ma non ricco di propria virtù creativa,
commenta dalla cattedra, come forse niun altro sa a'nostri tempi, l'alta
dottrina di SERBATI; benché non possede l’attitudini del divulgatore: reca luce
nuova, avviva la forza visiva, ma nella mente di pochi. Asceta del pensiero, un
po'per indole e un po'per fiera volontà d'espiazione, esercitato in severe
continenze e astinenze di fantasia e di spirito, non ha le geniali divinazioni
dell'estro; né quel lampeggiare improvviso di parola ispirata, in che s'aprono
o s'intravedono lontananze ideali, com'appunto in chiarore di lampo lontananze
di mare e di cielo. La sua prosa, nell'antica e salda semplicità
dell'espressione, rammenterebbe la linea degl’edifici ROMANI, se il pensiero
non vi apparisse talora frastagliato in minute analisi, in distinzioni sottili,
che tengono della scolastica medievale. Tempra di filosofo, mente austera e
teosofica. P. nel Poema sacro vide il tempio, ove l'arte umana, ispirata dalla
fede, fa sentire l'Ineffabile. Questo egli principalmente dimostra, pur rendendo
onore all'ingegno sovrano del Poeta, nel discorso La teologia d’ALIGHIERI;
discorso, che qui non si dà, perchè fa parte di volume troppo noto. Ma de' suoi
forti studi danteschi fanno, credo, miglior fede le chiose, che qui si danno
raccolte e ordinate; dove, cercando, con occhio chiaro e con affetto puro,
dentro al fantasma poetico l'occulto e il divino, P. riuscì ad avvertire pella
prima volta o a far meglio palesi germi preziosi di verità filosofiche. Cosi
nelle permutazioni della Fortuna (Inf.) addita i ricorsi vichiani; e nel
sillogismo delle vecchie e delle nuove cuoja (Pa- [ALIGHIERI, Firenze, Cellini]
Ordinate per ragione di tempo. Soggiungo che questa ristampa e condotta con
amoi'e di sincerità anco nelle minime cose. Ho caro che Casini, già mio
discepolo a Modena, abbia rammentato tre volte (Inf.; Purg.), sia pure
inconsapevolmente, il maestro del maestro suo; e una di queste tre volte
(Purg.) offerto a'letttri della sua diligente esposizione del Poema la stillata
sostanza di chiosa paganiniana. Scartazzini, commentando la terza Cantica, cita
P. due volte, mala seconda volta, dopo averlo citato, se ne discosta senza dir
perchè; e noi Commento all'Inferno attribuisce a me, certo per errore di
trascrizione, ciò, che P. argomenta sull’apodosi della comparazione dantesca
tra gli splendori del mondo e quelli de'cieli. 8 rad, il sillogismo della
stona, che sì bene armonizza col sillogismo del cosmo e col sillogismo della
trinità divina; cioè le tre grandi età della Preparazione a Cristo, àBÌV Avvento
di Cristo e della Santificazione in Cristo. Cosi nettamente distinse,
restringendolo alla creatura uomo, l'amore naturale da quello animo; dichiara
da maestro il verso: Averroè, che il gran commento feo„ ; segna il giusto
valore della frase uomo non sa„ là, dove si tocca dell'origine dell'idee, e
dimostra da par suo che cosa valga nella lingua degli scolastici subietto
degl’elementi. Le note dichiarative non fanno una grinza: quanto all’altre, io
già ne apersi, o diedi a divedere, l'animo mio nel Libro delle Ragioni. Ma, pur
dissentendo in parte, riconosco Perez, in una sua lettera a P., scrive: Intendo
assai bene la verità e la bellezza di que'tre sillogismi della Storia, della
Cosmologia, della Teologia; armonia del creato e dell'increato, che non vidi
mai annunziata in forma somigliante Lettera di Perez a P. Nozze
Perez-Fochessati, Verona, Franchini. Tommaseo si dice lieto d'esser corretto da
P., ch'egli giudica uno de'più idonei a scrutare l’intenzioni, le dottrine,
l’origini del verso dantesco; nobilmente confessa d'avere errato, restringendo
ai corpi l’amor naturale, ma insieme consiglia P. di non restringere
quest'amore, ch'è l’arco fatale nell'inno dell'ordine (Parad.), entro i confini
della creatura intelligente. Nuovi studi su ALIGHIERI, Torino. Giuliani in una
postilla marginale che Poletto riferisce – DIZIONARIO D’ALIGHIERI --, volle far
suo, credo, il pensiero di P. Nuova raccolta di scritti danteschi, Parma,
Ferrari e P., volentieri che tutte queste chiose dantesche, come i lavori più
gravi Saggio cosmologico sullo spazio e delle più riposte armonie tra la
filosofìa naturale e la soprannaturale, sono bellissimo documento
d'intelligenza acuta e serena, d'abito di ragionare diritto e spedito, di
chiarezza viva di scienza convertita, per lunga meditazione, in nutrimento del
pensiero, in forza operosa dello spirito. Se non che la maggiore e miglior
parte dell'uomo, secondo me, non si palesò negli scritti e nemmeno nell'atto
dell'insegnare dalla cattedra; si nel conversare casalingo e nel costume. Tra le
ricordanze della mia vita di scolaro sempre mi sarà carissima quella delle
veglie passate a Pisa in casa P.: dove, spogliata la toga del professore,
l'uomo appariva in tutta la sua grande bontà d'intelletto e di cuore, e il
maestro ci si muta in consigliere, in amico, in fratello. Quante dispute
gentili; quanto fervore e quanta allegrezza, nella serenità del confidente
colloquio, di pensieri e d’affetti, sempre accesi nel piacere del vero! Io
penso che la sua natura d’educatore per eccellenza ben si palesasse allora. Chi
lo conobbe solo tra le pareti della scuola dove averlo in riverenza, ma forse
non lo ama; chi lo conobbe in casa, dove Pisa, Nistri Annali dell’università
toscane. Pisa, Nistri, amarlo come padre. Semplicissimo in ogni manifestazione
del suo spirito, P. pur serba costante dignità e non cercata eleganza di veste,
di portamento, di gesto e di parola. Quando lavora nel suo caro orticello,
spampinando la pèrgola, potando qualche pianta o zappettando con fretta
allegra, porta zoccoli alla contadinesca, rimbocca fino al gomito le maniche
della camicia e, se la stagione lo consente, sta contento a sommo il petto,
come quel del Nerli, a la, pelle scoverta: chi l’avesse veduto di lontano,
poteva scambiarlo con un forte, lindo e sollecito massaio delle campagne
toscane; ma da vicino, anche nell'umile esercizio dell'ortolano, ciascuno
avrebbe notato quell'aura, che si diffonde nel volto e nella persona da regale
nobiltà di pensiero. Uscendo dall'orticello, lascia gli zoccoli, indossa una
veste giornaliera, ma (direbbe un antico) onesta, ed entrato nel suo studinolo,
ripiglia con alacrità nuova il lavoro intellettuale per qualche ora interrotto.
Amico di solitudine, mesto e pensoso pello piìi, terribile negl'impeti
dell'ira, ebbe grande gentilezza di cuore, accorgimenti di bontà materna.
Innamoratissimo de'giovani e de'fanciulli, in mezzo a loro si trasmuta come per
incanto: sorride amabilmente e amabilmente parla, temprando per affetto la sua
gagliardissima voce a modulazioni soavi; e l'occhio, spesso pieno d'ombra sotto
le folte sopracciglia aggrottate, s’aifissa, tutto schiarato, in quei visi
ridenti e lampeggia d'amore. Educatore di sé in gran parte, fidente nella virtù
del volere, sa insegnare a quelli che l’avvicinano, il proposito e l'arte di
migliorare il proprio spirito. Io, mi gode l'animo d'aver qui l'occasione di
confessarlo, riconosco intero da lui il principio di un'educazione
intellettuale, che a poco a poco mi rinnova, distruggendo o mortificando i mali
abiti della casa e della scuola. Né le meditazioni austere spensero o scemarono
in P. il senso del bello, ma lo fecero più delicato, più fine e profondo. Delle
arti figurative, conoscitore e giudice arguto d'ogni lor passo, molto si
diletta; ed e egli stesso disegnatore corretto. La poesia senti come
pochissimi; Notabili queste sue parole: Quello che è difficile, sia pur
difficile quanto si vuole, non è impossibile; e quello che non è impossibile, o
prima o poi, o d’un uomo o d’un altro si fa. Pur negli saggi qui raccolti è
qualche vestigid, benché raro e fuggevole, del suo sentire gentile, come là
dove accenna l'evidenza pittrice del verbo velare per ventilare e dove
l'armonia della terzina: Ma ella s'è beata e ciò non ode chiama anticipazione
di quel nuovo modo d% poesia, che Alighieri riserba al Purgatorio e al
Paradiso. Né soltanto la poesia pensata ed eletta, ma l'improvvisa e
campagnuola. Villeggiando sui colli di Pistoia, raccolse con amore motti e
canti popolari, e della Ninna nanna Quando a letto vo la sera dice cose nuove e
belle. Lettera ai Morelli, Lucca, Canovetti e due tra tutti i poeti predilesse,
perchè meglio rispondenti all'indole e all'educazione del suo spirito: Dante,
di cui ho già detto, e Virgilio. Peccato che tante sue belle considerazioni su
questi due poeti, onde nel conversare quotidiano non è punto avaro, sieno
fuggite colla sua voce, o mutate in seme di troppo diversa germinazione nella
mente di chi le ascoltò! V hanno uomini, che la scarsa loro ricchezza
d'intelletto e di cuore spargono subito per mille rivoletti fuori di sé: altri,
possessori di grande ricchezza interiore, somigliano a quelle nascoste e
profonde sorgenti della terra, che non si veggono, ne s’odono, ma s’argomentano
dalla più lieta verzura e dal fitto fiorire del terreno sovrastante. Tra questi
ultimi è da porre Pagano P., che molto sa, molto e bene ama; ma parla poco e
pochissimo scrive: eppure molti scritti e molti fatti buoni, generati o
cresciuti dalla dottrina, dal consiglio, dall'esempio di lui, attestano della
sua ricca e verace bontà. Roma. Franciosi. Di un luogo del FargatoHo
d’ALIGHIERI, che non sembra essere stato ancora dichiarato pienamente.
Ragionando dell'amore, VIRGILIO, nel canto del Purgatorio, secondo la naturale
filosofia, dice: Ogni forma sujtanzlal, che setta È da materia, ed è con lei
unita, Specifica virtude ha in sé colletta, La qual, senza operar non è
sentita, Né si dimostra ma che per effetto Come per verdi fronde in pianta
vita. Però là onde vegna l’intelletto Delle prime notizie uomo non sape, E
de'primi appetibili l'affetto, Che sono in voi si come studio in ape di far lo
mele; e questa prima voglia Merto di lode o di biasmo non cape. Or perchè a
questa ogni altra si raccoglia. Innata v'è la virtù che consiglia E
dell'assenso de'tener la soglia. Da.IV Araldo cattolico: Lucca. P., lo avverto
una volta per sempre, nello sue oitazioni della Commedia fu solito di serbar
fede al testo della Volgata; ma, venuto in luco il testo di Buti, qualche volta
amoreggiò con questo; come là, dove ai plurali verdi /ronde e primi appetibili
sostituì i singolari bellissimi verde fronda e primo appetibile. Quest'è il
principio, là onde si piglia Cagion di meritare in voi secondo Che buoni e rei
amori accoglie e viglia. E queste cose son dette per soddisfare alla questione
proposta da Dante colle seguenti parole: Ti prego, dolce padre caro, Che mi
dimostri amore, a cui riduci Ogni buono operare e il suo contraro. Infatti nel
canto antecedente Virgilio, trattando il medesimo argomento, aveva pronunziato:
Né creator, né creatura mai fu senz'amore O naturale, o d'animo Lo naturai fu
sempre senza errore; Ma l'altro puote errar per malo obietto, O per troppo, o
per poco di vigore. Mentre ch'egli è ne'primi ben diretto, E ne'secondi sé
stesso misura, Esser non può cagion di mal diletto; Ma, quando al mal si torce,
o con più cura O con men che non dee, corre nel bene, Centra il fattore adovra
sua fattura. Quinci comprender puoi ch'esser conviene Amor sementain voi d'ogni
virtute E d'ogni operazion, che merta pene. Ora di quella terzina del primo
passo: Or perchè a questa, ecc. trovansi nei commentatori Questo verbo
vigliare, che da Biagioli viene erroneamente confuso con vagliare, e che forse
ha tratto origine dal latino, significandoesso pulire il mucchio del grano con
una granata o con un mazzo di frasche dalle paglie, stecchi e simili cose senza
pregio (lat. viliaj, ce ne fa tornare alla mente un altro, che sebbene ci paia
bellissimo, e sia vivente in bocca dei oampagnuoli, con tutto ciò, a quanto
sappiamo, non ha ricevuto l'onore d'essere accolto nei vocabolari. È questo il
verbo velare, che significa nettare il grano dalla pula, gettandolo contro
vento; e se pure non è una sincope di ventilare, conviene credere che i
contadini lo abbian tratto pittorescamente dall'imagine d'una vela, che
presenta la pula fuggendo via portata dal vento.] della Divina Commedia tre
principali spiegazioni. Una, seguita anche da Venturi e da Biagioli, è del
Daniello, il quale scrive: l'ordine è: la virtù che consiglia cioè la ragione,
v'è innata cioè nata insieme con voi, perchè affìn che ogni altra voglia, che
nasca in coi, s’unisca, accompagni e raccolga a questa virtù, la qual dee tener
la soglia, ecc. Un'altra è di Lombardi, il quale cosi interpreta: Or perchè
affinchè a questa prima, naturale ed innocente voglia si raccolga, s’accompagni
ogni altra morale e lodevole virtù, innata v'è data vi è fin dal vostro
nascimento, la virtù che consiglia la ragione che vi deve consigliare e
regolare i vostri appetiti. La terza, infine, è di Tommaseo, che, a nel
Commento, esprime il concetto d’Alighieri in questo modo. Acciocché questo
primo naturai desiderio e intelligeìiza sia quasi centro ad ogni altro vostro
volere e sapere acquisito, avete innata la ragione, da cui viene il libero
arbitrio; sicché tutti sieno non men del primo conformi a natura. Qual è il
valore di queste spiegazioni? Esaminiamole brevemente. A veder l'improbabilità
della spiegazione di Daniello basta considerarla rimpetto alla ragione
grammaticale. Nel verso: Or perchè a questa ogni altra si raccoglia dei due
pronomi questa e ogn' altra, che essendo ambedue femminili e uniti in un sol
membro, ognuno riferirebbe ad un medesimo nome, egli al contrario riferisce il
primo al susseguente virtù, e il secondo al precedente voglia; attribuendo cosi
ad Alighieri un costrutto non solamente ardito, ma pur anco sì strano che non
se ne trova esempio ne pur forse negli scrittori latini, tuttoché la lingua
loro concedesse tanta libertà d'allontanarsi dall'ordine naturale delle parole.
Lo stesso rimprovero può farsi pure a Lombardi; il quale non si diparte da
Daniello se non in questo, che il primo di quei pronomi riferisce a voglia e il
secondo a virtìi, cioè mette innanzi quel che l'altro avea messo dopo, e
pospone quel che l'altro avea anteposto – H. P. GRICE BE ORDERLY. Ciò non ostante
ne risulta quindi un senso tanto differente da rendere la spiegazione di
Lombardi meno improbabile di quella di Daniello; perchè lascia a soggetto della
relazione, accennata da Dante in questo verso, la prima voglia, o l’affetto dei
primi appetibili, come rettamente si dice, naturale e innocente sebbene per
termine d’essa relazione non si prendano poi le altre voglie od affetti, ma
piuttosto le morali e lodevoli virtù. È vero che le morali e lodevoli virtù
hanno per natura di dirigere e ordinare gli affetti tutti dell'animo, e che
perciò nella espressione usata da Lombardi sono implicitamente contenuti anche
questi, ma ciò non basta a giustificarlo; essendo che qui trattavasi appunto di
mostrare come gli affetti diventino virtù e anco vizi, e nella chiosa di
Lombardi questa dimostrazione rimane un desiderio, avendo egli preso, come
abbiam detto, per termine della relazione le virtù bell'e formate. Con mente
più filosofica ha studiato, come gli altri, così questo passo della Divina
Commedia Tommaseo; ha riferito tutt'e due i pronomi al medesimo nome voglia,
che li antecede, e ha scorto fors'anco la vera relazione, che noi crediamo
essersi inteso d’Alighieri di porre tra l'aff'etto dei primi appetibili e ogni
altro affetto, che di poi si svolga nell'animo nostro, senza che però
l'intendimento del poeta resti a pienoillustrato. Imperocché, ritenuto per
indubitabile che questa valga questa prima voglia, che è in noi naturalmente, e
ogni altra valga ogni altra voglia, che in noi possa accendersi nel corso della
vita, v'è da risolvere la questione, a cui fa luogo il verbo raccogliersi; che
è quanto dire quale relazione precisamente abbiavoluto il poeta esprimere con
esso verbo fra quelle cose. E qual è questa relazione secondo Tommaseo? È una
relazione simile a quella che i punti d'una circonferenza, o i raggi d'un
cerchio, hanno col centro, giacché dice: acciocché questo primo naturai
desiderio e intelligenza sia quasi centro ad ogni altro vostro volere e sapere
acquisito, ecc. E per fermo, raccogliersi significa anco concentrarsi, e più
d'un esempio ce n’offre lo stesso ALIGHIERI. Ma siffatta spiegazione, ci sia
permesso di dirlo francamente, non isnuda il concetto filosofico voluto
esprimere da Dante, lo lascia involto nel velo della metafora, però non può
essere avuta per sufiiciente. Il poeta nel canto avea fatto dire a VIRGILIO che
amore è sementa in noi d'ogni virtù e d'ogni vizio: vuol fargli provare la
verità di questo dettato, comune alla pagana e alla cristiana sapienza. A tale
uopo egli, in persona del suo duce e maestro, risale col pesiero alla
costituzione primitiva dell'essere umano: in esso, egli dice, oltre la materia,
v'è una forma immateriale, fornita d’una virtù o potenza specifica, la quale
non si dimostra che ne'suoi effetti, cioè nelle sue operazioni, come per verdi
fronde in pianta vita. Questa potenza specifica può considerarsi da due lati,
in quanto è passiva e in quanto è attiva: in quanto è passiva è l’intelletto
delle prime notizie, in quanto è attiva è l’affetto dei primi appetibili. AQUINO,
Contra gent. Quindi non è maraviglia che l'uomo non sa donde gli vengano
siffatte cose, non essendone mai stato privo e appartenendo alla sua natura in
quel modo medesimo, che all'ape, per esempio, appartiene lo studio, ossia
l'istinto, di far lo mèle. Ora quell'affetto dei primi appetibili è senz'alcun
merito, perchè non dipende dal libero arbitrio; il quale soltanto è principio,
là onde si piglia Cagion di meritare. Non per tanto esso, non avendo per
oggetto altro che il bene conveniente all'umana natura, è un affetto sotto ogni
aspetto irreprensibile. Non si può concepire non solo una creatura, ma né meno
il Creatore senza amore alcuno; sebbene In Tece di IV, era da pozze: Inella
creatura ragionevole ne possano essere di due sorte, uno naturale, o istintivo;
e l’altro à^ animo, o deliberato: il primo dei quali è sempre senza errore –
factive H. P. Grice --, perchè è l'opera della stessa sapienza divina, mentre
il secondo puote errar per malo obietto – AD PLACITVM --, O per poco o per
troppo di vigore, secondo che dalla libera volontà -- e laudabile di chiamar
spade spade? -- o è vòlto a ciò che è intrinsecamente male, oppure –
IMPENETRABILITY -- anco a ciò che è bene, ma senza quella misura che risponda
al suo vero pregio. Come accade adunque che è Amor sementa in noi d’ogni
virtude E d'ogni operazion che merta pena? Ciò accade: Imperché dal primo
amore, che Dio medesimo ha posto nell'uomo, si svolgono altri amori, come dalla
forza vegetativa delle piante nascono i ramoscelli e le foglie, che l’adornano,
e dall'istinto dell'ape i vari movimenti coi quali essa sugge l'umor de'fiori,
lo converte in miele e lo deposita nell'alveare; perchè questi secondi amori
possono esser conformi a quel primo essenziale all'uomo e rettissimo, ovvero
anche difformi, siccome avviene ogni volta che o finiscano in oggetto per sé
malo, o non serbino il debito modo ed ordine nei beni; perchè la ragion
pratica, o assecondando o promovendo colla sua libera efficacia cotesti amori,
fa che la rettitudine loro o la loro malvagità sia imputabile all'uomo –FREEDOM
AND RESENTMENT --, e, divenuti abituali, diano carattere alla sua condotta, in
altre parole, originino le virtù ed i vizi. E da tutto questo si fa manifesto,
che, quel primo amore, si rispetto agli amori secondi, come rispetto alla
ragion pratica (convenientissimamente chiamata da Dante la virtù che consiglia,
E dell'assenso de’tener la, soglia, dall'ufficio a cui è stata destinata, è
come una cotal regola od esemplare; cioè, rispetto agli amori secondi, perchè
non possono esser ragionevoli e onesti se non seguendolo e imitandolo, e
rispetto alla ragion pratica perchè deve procurare, che essi nel fatto lo
seguano e lo imitino. E diciamo UE a cotal regola od esemplare; conciossiachè
la natural tendenza a quel bene, che conviene all'esser nostro, per sé non è
che un fatto, e un fatto, in quanto tale, non ha la ragion di regola o
d’esemplare, ma solamente può parteciparne in quanto è segno d'un'idea --
AQUINO, ^'ttmwa, I IP, ^ della legge naturale e altrove. Se si vuol dunque,
commentando questo luogo di Dante, andare al fondo, non bisogna contentarsi di
rendere il raccogliersi per concentrarsi, ma bisogna di più ridurre lo stesso
concentrarsi al suo senso filosofico, il quale non ci sembra poter esser
diverso da quello che abbiamo indicato, cavandolo dal valor logico dei
concetti, che Dante ha espressi nei canti del Purgatorio. Che se il nostro
raccogliere è dal latino colligere, e lex è detta, come pensa CICERONE, da
eligere, ognun vede la profonda convenienza che quel si raccoglia ha coll'ufficio,
che. Per tutta chiarezza la citazione dovrebb'esser così: Prima secundae S.
theol., quaest. giusta la mente di Dante, noi crediamo di dovere attribuire al
primitivo e immanente atto della parte affettiva dell'anima umana.
L’interpretazione da noi proposta non contradice adunque quella data da
Tommaseo, ma, se non c'inganniamo, la compie, recandola fino a quel termine
dov'egli avrebbe ben saputo recarla, e in maniera a pezza più conveniente, solo
che avesse fatto colla riflessione qualche altro passo nella via medesima in
cui si era posto. Ma se la nostra interpretazione e quella di Tommaseo si
possono cosi accordare, è però vero che in ciò che la nostra piglia a suo
fondamento dal canto non s’accorda punto colla chiosa quivi fatta dall'illustre
critico. Perocché dove il poeta dice che creatura non vi fu mai senza amore, o
naturale o d'animo, egli spiega l'uno per amor di corpi, l'altro per amor di
spiriti; noi al contrario, come abbiamo accennato di sopra, L'OzANAM, che
alcuni noa sanno stimare senza esagerarne i meriti, il principale dei quali per
noi è d’avere coll'opera sua additato agi'italiani che vi è un lavoro da fare,
intende p&s prima voglia il primo moto o dell'irascibile o del
concupiscibile, che i moralisti insegaano esser privo di merito e di demerito.
Dio sa dunque in che strano modo intende a collegare colle precedenti la
terzina che qvà abbiamo esposto. ALIGHIERI et la philos. catholique aa XIII
siede fParis. L'Ozanam. a proposito di due luoghi del Convito commenta. Il y a trois sortes d'appetits. Le premier, naturel, qui n'a point
conscience de soi, et qui est la tendance irrésistible Je tous les ètres
physiques a la satlsfactiou de leurs l>esoins; le second, sensitif, qui a
30n mobile externe dans les choses sensibles, et qui est concupisaiife ou
irciscible tour à tour; le troisième, intellectuel, dout l'objecr. a'est
appróciable qu'à la pensée. Ces appótités eux-mèmes peuvent se réduire a un
seul principe commun, l'amour. Ma la prima vogliu di questo luogo del
Purgatorio è a lui premier acte, instantané et irrafléchi della virtù speeipcu,
dispositiou «pécitìque, natureUe, qui ne se révèle que par ses eftets.
intendiamo pel naturale l'amore istintivo, e per quello d'animo l'amore
deliberato. E ci pare che giustifichi questo nostro modo d'intendere il
contesto del canto suddetto, e l' insegnamento comune degli scrittori, da cui
Dante traeva, fra i quali a noi basti il menzionare FIDANZA, che nel
Breviloquio distingue, appunto, due guise d’operare delle nostre affezioni,
cioè per un moto naturale e per iscelta deliberata. Diremo pertanto, senza
timore d’offendere il grand'uomo, che la sua chiosa di questo sublime luogo di
Dante, il quale può dirsi in germe un intero sistema di filosofia morale, pecca
nel punto di partenza, non afferrando la giusta distinzione tra l'amor naturale
e gl’amori deliberati, e pecca nella conclusione, lasciando qualche cosa
d'indeterminato sulla relazione del primo verso coi secondi. Di che però non
tanto vogliam fargli biasimo, quanto rendergli giusta lode d'aver saputo più
addentro d'ogni altro vedere nel pensiero d’ALIGHIERI. Sopra un luogo della
Cantica del Paradiso Beatrice nel canto del Paradiso narrando filosoficamente
la creazione delle cose, dice degl’angeli: Né giugneriesi, numerando, al venti
Si tosto, come deg’angeli parte Turbò'1 subietto de'vostri elementi. Tutti
gl’interpreti, per quanto io mi sappia, per subtetto de’vostri elementi hanno
inteso la terra. Peraltro alcuni hanno inteso la terra comeelemento j altri la
terra come corpo. È de'primi, per cagion d'esempio, Buti, che spiega la
sentenza di questa terzina colle seguenti parole: Da chi numerasse d’uno in
vinti non si giungerebbe sì tosto al vinti, come tosto parte dell’angeli poi
che furono creati, incontanente cadder di deìo in terra, e mutò o vero turbò,
secondo altro testo, lo subietto de’vostri elementi, cioè di voi omini, cioè la
terra Dall'Istitutore: foglio ebdomadario d' istruzione e degl’atti ujjicifdi
d’essa. Torino, tip. scolastica di S. Franco. che è subietto dell'acqua,
dell’aere e del fuoco, poiché a tutti è sottoposta /e bene lo mutò e turbò,
impera che prima e pura, e poi e infetta. Così il codice Magli abechiano). De'
secondi poi è il Tommaseo, perchè dopo aver dato terra per equivalente di
subietto de'vostri elementi aggiunge questa ragione: La terra è soggetto dei
quattro elementi aria, fuoco, acqua e terra. Dove è chiaro che terra la prima
volta significa il corpo o globo da noi abitato, e la seconda volta r infimo
de'quattro elementi distinti dagl’antichi. Mi sia permesso di dire, che né i
primi né i secondi mi paiono aver colpito nel segno. Il nome subietto o
soggetto, come sostantivo, appartiene alla lingua filosofica, ed ha un SENSO
dialettico ed un SENSO metafisico. Nel senso dialettico indica uno de'termini
del giudizio o della proposizione, quello cioè del quale l'altro, che chiamasi
predicato, isi afferma o si nega. E di qui, per estensione, nasce UN ALTRO
SENSO, esso pure dialettico, quando di questa voce si usa a dinotare ciò su cui
verte, non una semplice proposizione, ma molti ragionamenti ordinati e
connessi, siccome sono nella scienza. In metafisica poi subietto ora significa
la causa efficiente di qualche cosa, come in quel luogo del purgatorio. Or,
perchè mai non può dalla salute Amor del suo subietto volger yiso, dall'odio
proprio son le cose tute; ora invece significa la causa materiale come in
questi versi del paradiso: Or, come ai colpi degli caldi rai della neve riman
nudo il suggetto E dal colore e dal freddo primai, ecc. E quest'ultimo è il
significato che io credo debba attribuirsi alla parola subtetto nella terzina,
di cui è questione; cosicché altro non s'intenda aver voluto ALIGHIERI
esprimere in essa, se non che alcuni degl’angeli, partitisi dal divino volere,
colla naturale loro potenza indussero disordine nella materia degl’elementi,
de'quali è composta questa parte a noi destinata dell'universo. Ciò si parrà
chiaro considerando che il nostro poeta parla qui da teologo e da filosofo,
uffici ai suoi tempi inseparati, e che ne'tempi posteriori, per grande sventura
delle due scienze sovrane, non fu stimato assai di distinguere. Ora che insegna
la teologia a proposito degl’angeli ribelli a Dio? Ella insegna che ministri,
anche dopo la loro caduta, della provvidenza divina, s’aggirano in questo
nostro mondo, tribolandoci non solo colle malvagie istigazioni, ma eziandio
colle tempeste, colle pestilenze ed altri mali di tal genere. Sono notissimi i
passi dell'epistola di s. Paolo agl’Efesini; dove cotesti spiriti sono chiamati
principi aventi potestà su quest'aria. Ma i padri, appoggiati ad altre autorità
della scrittura ed ai fatti in essa raccontati, ritennero che la potestà loro
si estendesse su tutta, in generale, la materia ed i corpi terrestri. Valga,
per ogni altra, la testimonianza d’Agostino, De doctrina christiana. Hinc enìm
fit, ut occulto quodam iudicio divino cupidi malarum rerum homines tradantur
illudendi et decipiendi, prò meritis voluntatum suarum, illudentìhus eos atque
decipientibus prevaricatoribus angelis, quibus ista mundi pars infima secundum
pulcherrimum ordinem rerum, divinae providentiae lege, subiecta est. Ora gli
scolastici, come ognun sa, non fecero che ripetere le dottrine teologiche dei
Padri, dando loro una forma scientifica, secondo i principii e la lingua della
filosofì del LIZIO; la quale per essi, almeno per nove delle dieci parti, è
pura e pretta verità. Quindi il miscuglio, che trovasi nei trattati di teologia
degli scolastici, degl'inconcussi dommi della fede colle fallaci opinioni del
LIZIO. Del qual miscuglio n'abbiamo un esempio in questo stesso argomento, che
qui tocchiamo. Generalmente gli scolastici dietro al LIZIO pensarono che altra
fosse la materia dei cieli, altra la materia, onde è fatto il mondo sullunare;
quella fosse immutabile e incorruttibile, questa soggetta a mutamento e
corruzione; perocché, dicevano, quella è in potenza alla sola forma che ha,
questa, al contrario, è in potenza a molte forme e diverse. Dal che AQUINO
conchiude che fra la materia de'corpi celesti e la materia degl’elementi del
nostro mondo non vi ha una comunanza che di concerto. Non est eadem materia
corporis coelestis et elementorum, nisi secundum analogiam, secundum quod
conveniunt ratione potentiæ (Summa). E per questo appunto ALIGHIERI, nel citato
canto del Paradiso, appella preziosi i corpi celesti. Ora, che cosa è, conforme
queste dottrine cosmologiche degli scolastici, il subietto degl’elementi? Il
subietto degl’elementi è la materia prima del mondo sullunare, subiettata ad
una certa forma, prima nei corpi semplici, aria, acqua, ecc., e di poi nei
corpi misti, minerali, piante, ecc. Imperocché gli scolastici per materia e
subietto intendeno la medesima cosa colla sola differenza, la quale trascurano
ogni volta che loro non bisogna di procedere con tutto il rigore dialettico,
che il subietto ha relazione con una forma attuale, mentre la materia ha
relazione con una forma potenziale. Ista videtur esse differentia inter
materiam et subiectum, dice Alessandro d'Ales, In Metaph. Del LIZIO, quia
materia dicit rem suam in potentia ad formam, ut transmutabilis est ad ipsam
per viam motus et fieri, et ideo quae sine fieri introducuntur, non proprie
habent materiam ex qua: subiectum autem dicit rem suam ex hoc, quod substentat
formam; et ideo omne quod substentat formam potest vocari subiectum, licet
aliquo modo possit vocari materia. Pertanto ciò che ALIGHIERI, ne'versi
riferiti, chiama il sìibietto de’vostri elementi, corrisponde a capello, a ciò
che Aristotile, nel Della generazione e della corruzione, chiama, con parole
affatto equivalenti, uTioxsifisvYjv \ìh]v. Nel qual luogo, se il filosofo
rigetta l'opinione di quelli, che ponevano un unico subietto di tutti
gl’elementi, è però manifestissimo che la rigetta solamente in quanto quel
subietto pretendeno essere un cotal corpo separabile e stante da sé, awjAa xe
òv xat Xopiaióv. Ed invero, più sotto, divisando l'ordine delle entità, che
concorrono a costituire i corpi primi, ossia gl’elementi, pone in primo luogo
la materia, in secondo luogo la contrarietà ed in terzo luogo gl’elementi: Ma
poiché i corpi primi son fatti in questo modo di materia, d’essi pure conviene
determinare qualche cosa, supponendo che una materia inseparabile, ma soggetta
a qualità contraria, sia il loro primo principio; perocché non è il calore
materia del freddo, ne il freddo del calore, ma ciò che sottostà ad entrambi.
Laonde primieramente che il corpo sensibile esista in potenza, è il principio:
di poi vengono le stesse qualità contrarie, come il calore e il freddo: da
ultimo il fuoco e l'acqua e l’altre cose di tal sorta. E questa ò la costante
dottrina degli scolastici, e a tenore di questa vuoisi intendere quello che
ALIGHIERI accenna del termine dell'azione perturbatrice degli spiriti perversi.
Imperocché d’una parte troppo è inverosimile che egli non abbia parlato a tenore
di tal dottrina, solendo egli esprimere nei suoi mirabili versi le dottrine
filosofiche della scuola e colle stesse formole da lei celebrate: dall'altra,
ritenuto che la cosa sia così, dal passo controverso esce un senso, che a pieno
s’accorda coli'insegnamento teologico circa la presente potenza degli angeli
rei. All'opposto nelle altre due interpretazioni codesta loro potenza si limita
a capriccio a farsi strumento dell'odio loro contro Dio e gl’uomini la sola
terra, o vuoi come elemento, o vuoi come corpo; né si tien conto della lingua
filosofica dell'autore, quanto è giusto che si faccia, poiché la parola
subietto, mi si conceda di ripeterlo, appartiene alla lingua filosofica, e qui
precisamente alla lingua metafisica, nella quale lingua subietto non significa
mai, se la memoria non mi fallisce, un ordine di più cose pella loro
collocazione nello spazio, siccome sembra che vogliano coloro che hanno
subietto de’vostri elementi per una perifrasi di terra. Finalmente osservo che
coll'assegnare per termine all'azione degli spiriti angelici ciò che di primo
si concepisce ne'corpi come corpi, non si attribuisce ad Alighieri un pensiero
frivolo da sbertarsi, ma degno delle più serie considerazioni del filosofo. Il
dominio degli spiriti puri sulle cose materiali, e l'origine di certe forze,
che su esse si manifestano, sono due grandi misteri; i quali forse si
compenetrano in uno, e quest'uno è riserbato di vedere svelato, quanto
all'intelligenza nostra è possibile, allorcliè i metafìsici s’intenderanno un
po’più di fisica e i fisici di metafisica e tutt'e due di teologia. Pisa.
Averroè della DiTina Commedia' È notissimo che Dante fra i saggi sospesi nel
primo girone dell’inferno, o per non avere ricevuto il battesimo, o per non
avere adorato Iddio debitamente, colloca ancora Averrois, che il gran commento
feo. Inf.. Ora l'editore pisano delle lezioni di Buti sulla divina commedia a
questo verso fa la nota seguente: Averrois, sebbene commenta il LIZIO, professa
dottrine opposite al greco filosofo; onde i commenti di lui non sono in molto
credito appo degl’italiani. Qui dunque il gran commento potrebb' esser anche
detto con ironia. Noi non possiamo pregiare la novità di questa osservazione,
perchè ci sembra mancare affatto di verità. E non intendiamo come il benemerito
editore non si è accorto d’un difetto sì grave, quando lo stesso contesto assai
chiaramente esclude il disprezzo e lo scherno dell'ironico parlare. Invero,
dopo aver detto il ' DaUe Letture di famiglia, nostro poet Qnaest. Disput.
2>e Mente, quaest. ne, quanto semplice altrettanto sublime, di Dio che si
legge neìV Esodo: Io sono l'Essere cioè l'Essere che essenzialmente ed
assolutamente è. Quanto poi alla natura dell'intelletto umano egli,
confrontandone l’operazioni con quelle del senso, che solo coglie gl’esterni
accidenti delle cose, veniva a ravvisare che l'operazione sua propria è circa
l'essenza delle cose; e poiché quelle essenze ci riducono all'essere in comune
coll'aggiunta di varie determinazioni, il suo proprio oggetto consiste appunto
nell'essere in comune. Ora se d’un lato l'essere, in quanto è essenzialmente ed
assolutamente essente, è Dio, e dall'altro, in quanto è appreso universalmente,
è l'oggetto proprio dell'intelletto umano, è piano come AQUINO puo dire che il
lume dell'intelletto umano è una certa partecipazione o similitudine di Dio o
dell'increata verità. Io non credo, debbo pur dirlo si per non essere frainteso
e si per amor di schiettezza, io non credo che Aquino giunge mai a renderai
cosi esplicitamente ragione di ciò che in tanti luoghi delle sue opere ripete
sulla natura del lume dell'intelletto e sulla sua attinenza con Dio. Ma
qualunque siano state le cause, che ne lo impedirono, certo è che questa
spiegazione giace implicita nel complesso delle sue dottrine e si fa innanzi quasi
spontanea a chiunque profondamente le mediti e senza la stolta paura Etodo, che
alcuni dei suoi studiosi oggi paiono avere, di dire una parola di più oltre
quelle dette da lui, come se la scienza potesse star tutta racchiusa nelle
parole di un sol uomo. Del resto la storia dell'umano intelletto, giusta il
modo onde Aquino se la rappresenta, è in sostanza la seguente. L'intelletto
umano è un'attività, che ha due movimenti; coU'uno si costituisce come potenza
di conoscere, coli 'altro si svolge e perfeziona. Col primo, onde si
costituisce come potenza di conoscere, incontra l'essere in universale e
l'apprende. Da tale apprensione in cui sono virtualmente contenute tutte
l’apprensioni e tutti gl’altri atti che in queste si fondano incomincia il
secondo movimento dell'intelletto e in esso si possono distinguere tre
principali momenti, per ciascuno dei quali nella lingua della scuola d’AQUINO
vi'è una frase particolare, che ne esprime il carattere distintivo. Imperocché
innanzi tutto nell'apprensione dell'essere in universale sono virtualmente
contenuti i sommi principi della ragione, che si risolvono nei concetti
universali dell'^wo, dell'edenticOj dell'assoluto e cosi via. Ora questi
concetti si fanno attuali nell'intelletto, quando gl’è somministrata una materia
di conoscere, lo ch’è ufficio proprio del senso. Allora l'intelletto mediante
quei concetti: l’illustra i fantasmi cioè la materia somministratagli dal
senso, percezione intellettuale dei sensibili; astrae dai fantasmi le specie
intelligibili, concezione per via di riflessione dell’idee astratte delle cose,
ossia delle specie e dei generi; compone e divide le t^pecie astratte, giudizi
e raziocini, coi quali la riflessione, comparando l’idee astratte, si viene
formando una scienza più o meno perfetta delle cose, secondochè discopre più o
meno delle loro relazioni. Ma in qualunque di questi momenti della sua
evoluzione si trovi l'intelletto nostro, è pur sempre vero, che tutto quello
che egli conosce, conoscendolo pella verità dei primi principi, e quelli essendo
come i primi raggi di quel lume che fa di lui una potenza intellettiva; e
questo venendo da Dio, anzi essendo una certa partecipazione del lume stesso di
Dio a noi in parte comunicato, ne segue che pur nell'ordine naturale Dio solo è
quegli che internamente e principalmente ci ammaestra come è anche la natura
quella che principalmente risana. Cosi AQUINO nelle Questioni Disputate de
Magistro, dove anche stanno quell'altre belle parole. Che alcuna cosa si sa con
certezza avviene pel lume della ragione divinamente infuso, col quale Iddio in
noi favella; parole, colle Quaest. I, nel corpo dell'articolo in fine. Ivi,
nella risposta all'obiezione Si considerino bene quelle frasi d’AQUINO.
Universales conceptiones, quaruni cognitio est nobìs naturaliter insita.
Qiiest. cit. de Magistro nella risposta all’obiez. Lumen rationis per quod
principi» cognoscimus (Tbid., nella risposta alla obiez.) Mediantibas
tmiversalibus conceptionibus, quae statim lumine intellectus agcntis
cognoscuntur. Quest. cit. de Mente, nel corpo dell'articolo in fine): e poi si
dice, se secondo la mente d’Aquino quali si pone espressamente una cotale
rivelazione naturale, come rimota preparazione a quella soprannaturale
rivelazione che si fa nell'anima del cristiano. Io m'immagino, che mentre
veniva cosi narrando in compendio i pensieri del nostro grande filosofo sulla
questione dell'origine del sapere, la mente del lettore m’abbia spesso
abbandonato e sia volata ora a questo ora a quel luogo della divina commedia,
dove si leggono sotto forma poetica dei pensieri somiglianti. E se ciò è
veramente accaduto, naturai cosa è che si sia intanto rafforzata in lui la
persuasione, che il nostro gran poeta nei versi che danno argomento al mio
dire, non può avere avuto l'intenzione d’esprimere la impossibilità da cui
neppure il filosofo vada essente, di scorgere la sorgente donde viene
l'intelletto delle prime notizie. Certo è che codesti pensieri somiglianti
nella divina commedia vi sono e, ciò che ora io desidero che si avverta e che
importa al mio proposito sommamente, i più somiglianti si trovano appunto nel
passo del purgatorio, che altri ha interpretato cosi diversamente. In vero, se
non si guarda che alla sostanza della soluzione d’AQUINO, egli insegna che la
cognizione dei primi principi, donde proviene ogni altra cognizione dell'uomo,
è il lume dell'intelletto o della ragione possa esser altro che un massimo
universale, come appunto dimostra che è SERBATI nel suo saggio sull’origine
dell’idee e in altro sue opere. una cognizione in lui innata, in quanto che in
lui è innato il lume della ragione, pel quale tali principi conosce. E non
ripete ALIGHIERI in sostanza il medesimo nei terzetti del canto del purgatorio,
che sono riferiti da principio? Infatti quivi egli dice che la specifica virtù
dell'anima umana, forma sostanziale che nel tempo stesso è scevra di materia ed
unita con lei, è la virtù del conoscere e la virtù dell'amare; che ciascuna di
queste virtù ha i suoi propri oggetti, cioè la virtù del conoscere certe prime
notizie che la dirigono nelle sue particolari operazioni, e la virtù dell'amare
certi primi appetibili che similmente la muovono e la guidano nelle sue
particolari operazioni, e che 1'intelletto di tali notizie e l'affetto di tali
appetibili precedono perciò di loro natura tutte le particolari operazioni
d’esse virtù; che queste due virtù per una legge generale, a cui sottostanno
tutte le forme della stessa specie dell'anima nostra, sempre si rimarrebbero
occulte, s’uscendo nelle loro particolari operazioni non si fanno in queste sentire
e per queste non si dimostrano, come per verde fronda in pianta vita; che
conseguentemente, quando l'uomo opera o coll'una o coll'altra di queste virtù,
gli si rende bensì sensibile e gli si dimostra quella, con cui opera, ma non
anche quell'atteggiamento precedente d’essa, pel quale è causa al tutto
proporzionata e pronta al suo operare, quindi non anche l'intelletto delle
prime notizie nell'operare della seconda; finalmente che quest'intelletto e
quest'affetto, solo discopribili nel segreto dell'anima all'acuto sguardo d'una
tarda riflessione filosofica, sono tanto connaturali all'anima quanto le sono
connaturali le specifiche virtù delle quali non sono che proprietà, e da
paragonarsi perciò agl’istinti, che differenziano le varie classi d’animali,
allo studio per es. che è nell'ape di far lo mèle. Lascio il resto, perchè non
legato strettamente col tema del mio discorso, e dall'esposto raccogliendo quel
che ne segue, dico che tanto è lungi ch’ALIGHIERI nel passo riferito del
purgatorio dichiari insolubile la questione dell’origine dell’umane cognizioni
e più precisamente dei primi principi che all'opposto egli proprio in quel
passo stesso ne dà una soluzione, e questa sostanzialmente è quella che già ne
da AQUINO. Che se vi ha qualcuno che non consenta meco nel modo d'intendere o
la dottrina filosofica d’AQUINO o quella corrispondente d’ALIGHIERI o tutte e
due, io ora non gli contrasto. Intenda egli pure a suo talento coteste
dottrine. A me basta finalmente che riconosca il fatto che in questo canto del
purgatorio a una ne professa, qualunque ella è. Imperocché, riconosciuto questo
fatto, bisogna risolversi ad una di queste due cose. O bisogna tener ALIGHIERI
per uomo di tale grossezza e stupidità di mente da non accorgersi della
contraddizione in cui cade, sentenziando, come pretende l’interpretazione che
all'uomo non è dato di sapere là onde vegna lo intelletto delle prime notizie e
nell'atto stesso esponendo, sebbene brevemente, una dottrina intorno a questa
questione. Oppure bisogna rifiutare l’interpretazione, e credere l’intenzione
d’ALIGHIERI lontana le mille miglia da quella sentenza. In verità io non so,
s’oggi neppur Bettinelli prende il primo partito. A questo punto mi pare eh'io
potrei tenere per sodisfatto il mio debito e quindi far fine. Pure mi piace
d’aggiungere due altre considerazioni che mi sembrano attissime a far sentire
sempre più quanto è iuammissibile la discussa interpretazion. Si consideri
dunque in primo luogo che ALIGHIERI, comecché uomo straordinario, tanto che puo
dirsi di lui quello che egli dice di Omero, cioè che sovra gli altri com'aquila
vola, ciò non ostante è un uomo, e tutti si riscontrano in lui i caratteri
generali degl’uomini dei tempi suo. Uno d’essi è la fede, presa questa parola
nel senso più ampio. Cosicché, oltre la fede soprannaturale propria del
cristiano, abbracci pur quella meramente naturale dell'uomo, pella quale egli
fortemente assente a tutto ciò che la ragione gli mostri come vero o come
buono. I fatti pubblici e privati, le lotte delle fazioni politiche, le dispute
delle scuole, i monumenti sacri e profani, i libri, che si leggeno a istruzione
o a trastullo, tutto in una parola ciò che appartiene a quei tempi concorre a
farci intendere che un uomo che NON crede con fermezza, è stato allora quasi un
assurdo. Per questo fra i diversi modi di pensare, che anche nell'età di mezzo
regnano nelle scuole, resta ignoto del tutto quello che torna in fine in
distruzione d'ogni scienza e dello stesso pensiero, voglio dire LA SCESSI. Ora
che altro è che pua e pretta scessi il dire là onde vegna lo'ntelletto delle
prime notizie, uomo non sa, se questo si ha da togliere nel senso che
l’interpetrazione propone? Imperocché le prime notizie son pure quelle sulle
quali, come su fondamento, s'innalza tutto il sapere dell'uomo; onde il
dubitare del suo valore si fa inevitabile a chiunque s'attenta di passar i
confini della riflessione volgare, se la origine delle prime notizie è
impossibile a discoprirsi. Imperocché come potrebbe egli abbandonatamente
affidarsi a principi d'origine non pure ignota, ma avuta da lui per
inconoscibile? Non potrebbero essere altrettante misere illusioni della sua
mente? E per qual via liberarsi di questo terribile sospetto, se tutti i
giudizi della mente si fanno a norma di quei principi? S'immagini pure chi
vuole maestro di dubbio il nostro grande Poeta: io per me non potrò mai farmi
un'immagine tale di nessun uomo dei suoi tempi e d'Alighieri anche molto meno,
s’Alighieri è quello che lo dicono le storie e che lo manifestano tutte
concordemente e le sue prose e i suoi versi immortali. Appoggiato invece a
questi documenti certissimi, dai quali tanta fede traluce nella ragione e nella
scienza umana, io me l’immagino pieno di sdegnoso disprezzo per cotesto genere
di mendace filosofia, quale egli si mostra nella prima cantica della divina
commedia, quando, entrato appena nella città di Dite incontra l'anime triste di
coloro, che visser senza infamia e senza lodo. Mischiate a quel cattivo coro
degl’angeli, che non furon ribelli, Né fur fedeli a Dio, ma per sé foro. Non è
già, ed eccomi all'altra considerazione, non è già che ALIGHIERI crede
illimitata la sua ragione umana o che n’esagera comecchesia il potere. No. Egli
riconosce i suoi confini e al disopra di questa naturale sorgente di cognizione
ne pone un'altra soprannaturale, la fede, destinata perdono grazioso di
provvidenza ad estendere e compire, quanto quaggiù è possibile, la cognizione
derivata dalla prima. Però egli ammette due scienze distintissime,
corrispondenti a quelle due potenze o principi subiettivi del nostro sapere, la
filosofia e la teologia; e come, menato dall'istinto d'un animo eminentemente
poetico, che tutto contempla nella forma del bello, PRENDE VIRGILIO COME
SIMBOLO DELLA FILOSOFIA, così Beatrice prende per simbolo della teologia. Quin-
Inf., canto di quelle parole che servono d'introduzione acconcissima ai
ragionamento, con cui VIRGILIO nel canto del purgatorio si fa a dissipare
difficoltà sorte nella mente d’ALIGHIERI: quanto ragion qni vede Dir ti
poss'io: da indi in là t'aspetta pure a Beatrice ch'è opra di fede. Ora in
questa introduzione sta appunto una nuova buona ragione per riprovare
l’interpetrazione che fa dire ad ALIGHIERI indefinibile per umano ingegno là
onde regna lo intelletto delle prime notizie. In vero qual è precisamente lo
scopo, a cui mira il ragionamento di VIRGILIO? Ad ALIGHIERI, non avendo inteso
bene il principio da cui è partito il suo maestro nel ragionamento antecedente,
con cui questi vuole spiegargli la natura dell'amore, è venuto a turbargli la mente
e ad impedirgli di comprendere come l'amore puo essere la radice d’ogni merito
o demerito dell'uomo che opera, questa obiezione. Ohe se amore è di fuori a noi
offerto, e l'animo non va con altro piede, se dritto o torto va, non è suo
merto. Ora VIRGILIO VERGILIO, perchè la mente d’ALIGHIERI vede chiaro come il
merito e il demerito dell'operare dell'uomo stesse insieme con quello che egli
dice circa il principio del suo operare, cioè circa l’amore, non dove aggiunger
nulla di nuovo, ma solamente ritornare sulla natura dell'amore e più
spiegatamente dirgliene l'origine. E questo infatti è quello che egli fa,
quando, dopo averlo avvertito che da lui non s’aspetti che quanto in questa
materia può sapere la naturale ragione dell'uomo, prende a dirgli: Ogni forma
sustanzial, con quel che segue. Ora qui è da riflettere, che conoscere e amare
sono cose cosi connesse, che un subietto privo di conoscenza è impossibile che
ami, e privo d’amore è impossibile che sussista; perchè col solo conoscere non
è intero, e un subietto non intero è lo stesso ch’un frammento di subietto.
ALIGHIERI la sa bene questa connessione strettissima dell'amare e del
conoscere, ch’è uno dei più comuni insegnamenti dei filosofi dei suoi tempi e
dei più incontroversi. Onde, se l’opinione sua quanto al conoscere è stata, che
non se ne può sapere l'origine, si sarebbe sentito obbligato a professare
un’opinione simile anche quanto all’amare, e per conseguenza in questo luogo
del purgatorio non avrebbe indotto VIRGILIO VERGILIO ad ammonirlo. Quanto ragion
qui vede dir ti poss'io, ma questi gl’avrebbe dichiarato a dirittura e senza
andare in troppe parole, che non puo dirgli nulla, perchè nulla la ragione ne
vede, e che per tutta questa bisogna gli conveniva aspettare i più alti
ammaestramenti di Beatrice. Pertanto quell'uomo non sa del luogo esaminato del
purgatorio non è da intendersi secondo l’interpetrazione, ma si in quello
stesso stessissimo significato che lia l' noni, non se n^avvede in un altro
luogo della medesima cantica, dove il nostro poeta, esprimendo una delle più
note leggi dell'attenzione intellettiva, dice: Quando per dilettanze ovver per
doglie ch’alcuna virtù nostra comprenda, l'anima bene ad essa si raccoglie; par
che a nulla potenzia più intenda, e questo è contra quell'error che crede. Che
un’anima sopr'altra in noi s'accenda. E però, quando s'ode cosa o vede, che
tenga forte a sé l'animo volta, vassene il tempo, e l'uom non se n'avvede.
Ch'altra potenzia è quella, che l'ascolta, ed altra è quella, che ha l'anima
intera. Questa è quasi legata, e quella è sciolta. In ambedue i luoghi ci
significa la mancanza d’una cognizione propria della riflessione. Ma ne l'una
né l'altra cognizione manca all'uomo per un invincibile ostacolo, che stia
nella sua stessa natura, bensì per una accidentale condizione in cui si trova.
Onde, finche egli rimane in questa condizione, necessariamente rimane anche
privo di quella cognizione. Ma egli può pure uscirne e il potere uscirne non
consiste in altro che nel potere riflettere su di se e su quello che in sé
avviene. Fin qui i due casi a cui si riferiscono i due luoghi del purgatorio
sono eguali del tutto. La loro dififerenza comincia solo a mostrarsi quando si
prende a considerare la natura dell'oggetto del quale si tratta d'acquistar
cognizione per via di’un ri-piegamento del pensiero su noi stessi. Perocché nel
caso contemplato nel canto quest'oggetto è lo scorrer del tempo, e nel caso
contemplato nel canto è invece la provenienza dell’intelletto delle prime
notizie. Or chi non vede, che il ripiegare il pensiero su noi stessi per
avvertire la successione delle nostre modificazioni e il movimento del tempo, è
assai più facile che il ripiegare il pensiero su noi stessi per risalire fino
all'origine prima di ogni nostro conoscimento? Chi non vede, che d'ordinario
ogni uomo adulto, eccettuate le circostanze di breve durata, a cui Alighieri
accenna nell'esporre il primo caso, è capace di fare e fa realmente quella
semplice riflessione che è necessaria per accorgersi del tempo che passa. Ma
che all'opposto pochissimi degli stessi uomini adulti, o per nativa ottusità di
mente, o per difetto di conveniente educazione intellettuale, o per impedimento
posto dai casi e negozi della vita, sono capaci di fare le molte riflessioni e
complicate ed astruse, colle quali soltanto è possibile d’elevarsi fino a quel
fatto primo in cui s'inizia la potenza stessa del conoscere? Ma quello che è
difficile sia pur difficile quanto si vuole, non è impossibile. E quello che
non è impossibile, o prima o poi, o d’un uomo o d’un altro si fa. E cosi si va
effettuando quella idea di progresso che, se per i singoli uomini ha il valore
di una legge morale, per tutta insieme l'umana famiglia ha quello d'una legge
ontologica, voglio dire d'infallibile necessità. E a chi quest'idea in sui
primi albori della civiltà moderna, più che al nostro peta illumina la mente e
da potenza a operare? Luoghi del Poema di Dante CHIOSATI O CITATI DA P. Inf.
Pura. Par. Autori o libri allegati nelle chiose. Agostino LIZIO Alessandro
Afrodisiaco Alessandro d'Ales Apocalisse Atti degli Apostoli Averroè Bartolo da
Sassoferrato Bettinelli Biagioli FIDANZA Bossuet fiuti (Da) Francesco Oano
Melchior Cesari Antonio Condorcet Conti Daniello Bernardino Epicuro Esodo
Evangeli Fichte Fracastoro Girolamo Giustino Martire Hegel Ippocrate Livio
Lombardi Baldassarre Lucrezio Muratori Lodovico Cenerò Orazio Ovidio Ozanam
Pacuvio Paolo Petrarca ACCADEMIA Renan Retorici ad Erennio Rosmini Antonio
Sartini Scoto Michele Schelling Peder. Guglielm Seneca Socrate Tolomeo da
LuccaTommaseo Nicolò Aquino Varchi Venturi Pompeo Vico Vigne (Delle) Piero
Virgilio Vives Gian Lodovico P. bicordato da un suo discepolo Di un luogo del
Purgatorio di Dante, che non sembra essere stato ancora dichiarato pienamente
Sopra un luogo della Cantica del Paradiso JuAverroè della divina Commedia
Alcune osservazioni sulla Fortuna di Dante Sopra un luogo del canto del
Paradiso. Di un luogo filosofico della divina Commedia. Tavola dei luoghi del
Poema di Dante chiosati o citati da P., Tavola degli Autori o libri allegati
nelle Chiose. cf. Alessandro Paganini. Nome compiuto: Carlo Pagano Paganini.
Paganini. Keywords: Alighieri. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Paganini” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pagano: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’eroe – filosofi agiustiziati – la scuola di Brienza -- filosofia
basilicatese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Brienza). Filosofo
italiano. Brienza, Potenza, Basilicata. Essential Italian philosopher. Uno dei
maggiori esponenti dell'Illuminismo ed un precursor edel positivismo, oltre ad
essere considerato l'iniziatore della scuola storica napoletana del diritto. Personaggio
di spicco della Repubblica Partenopea, le sue arringhe contornate di citazioni
filosofiche gli valsero il soprannome di "Platone di Napoli". Nato da
una famiglia di notai, si trasfere a
Napoli. Studia sotto l'egida di Angelis, da cui apprese anche gli insegnamenti
del greco. Frequenta i corsi universitari, conseguendo la laurea con il “Politicum
universae Romanorum nomothesiae examen” (Napoli, Raimondi), dedicato a Leopoldo
di Toscana ed all'amico grecista Glinni di Acerenza. Studia sotto Genovesi, il
cui insegnamento fu fondamentale per la sua formazione, e amico di Filangieri
con cui condivide l'iscrizione alla massoneria. Appartenne a “La Philantropia,”
loggia della quale e maestro venerabile. Inoltre, i proventi dell'attività di
avvocato criminale gli consenteno di acquistare un terreno all'Arenella, dove
costitue un cercchio, alla quale partecipa, tra gli altri, Cirillo. Insegna
a Napoli, distinguendosi come avvocato presso il tribunale dell'Ammiragliato
(di cui diviene poi giudice) nella difesa dei congiurati della Società Patriottica
Napoletana Deo, Galiani e Vitaliani pur non riuscendo ad evitarne la messa a morte.
Incarcerato in seguito ad una denuncia presentata contro di lui da un avvocato
condannato per corruzione che lo accusa di cospirare contro la monarchia. Venne
liberato per mancanza di prove. Scarcerato ripara clandestinamente a Roma, dove
e accolto positivamente dai membri della Repubblica. Insegna al Collegio
Romano, accontentandosi di un compenso che gli garantiva il minimo
indispensabile per vivere. Tra i suoi seguaci e allievi, il rivoluzionario Galdi. La libertà è la
facoltà di ogni uomo di valersi di tutte le sue forze morali e fisiche come gli
piace, colla sola limitazione di non impedir ad’altro uomo di far lo stesso. Il
Giudice Speciale lo schernisce dopo avergli letto la sentenza di morte.
Ritratto di Giacomo Di Chirico. Lasciata Roma, si sposta per un breve periodo a
Milano e, dopo la fuga di Ferdinando IV a Palermo, fa ritorno a Napoli, divenendo
uno dei principali artefici della Repubblica, quando il generale Championnet lo nomina tra quelli che doveno presiedere
il governo provvisorio. La vita della repubblica e corta e molto
difficile. Manca l'appoggio del popolo, alcune province sono ancora estranee
all'occupazione francese e le disponibilità finanziarie sono sempre limitate a
causa delle sovvenzioni alle campagne napoleoniche. In questo breve lasso di
tempo, ha tuttavia modo di poter realizzare alcuni progetti. Importanti in
questo periodo sono le sue proposte sulla legge feudale, in cui si mantiene su
posizioni piuttosto moderate e il progetto di Costituzione. Essa per la prima
volta stabilisce la giurisdizione esclusiva dello stato napoletano sul diritto civile
e, tra le altre cose, prevede il de-centramento amministrativo. Prevede inoltre
l'istituzione dell'eforato, precursore della corte costituzionale. Il suo
progetto rimase tuttavia inapplicato a causa dell'imminente restaurazione monarchica.
Si distingue sostenendo altre leggi di capitale importanza come quella
sull'abolizione dei fedecommessi, sull'abolizione delle servitù feudali, del
testatico, della tortura. Con la caduta della repubblica, dopo aver imbracciato
le armi che difendeno strenuamente gl’ultimi fortilizi della città assediati
dalle truppe monarchiche, e arrestato e rinchiuso nella "fossa del
coccodrillo", la segreta più buia e malsana del Castel Nuovo. E in seguito
trasferito nel carcere della Vicaria e nel Castel Sant'Elmo. Giudicato con un
processo sbrigativo e approssimato, e condannato a morte per impiccagione. A
nulla e valso l'appello di clemenza da parte dei regnanti europei, tra cui lo
zar Paolo I, che scrive al re Ferdinando. Io ti ho mandato i miei battaglioni,
ma tu non ammazzare il fiore della cultura europea. Non ammazzare P,, il più
grande filosofo di oggi. E giustiziato in Piazza Mercato, assieme ad altri
repubblicani come Cirillo, Pigliacelli e Ciaia. Salendo sul patibolo, pronuncia la
seguente frase. Due generazioni di vittime e di carnefici si succederanno, ma
l'Italia, o signori, si farà. Italia si fara. Italia, o signori, si fara. Proclami
e sanzioni della Repubblica napoletana, aggiuntovi il progetto di Costituzione,
Colletta. Esponente fra i più rilevanti dell'Illuminismo merita di essere preso
in esame dalla nostra prospettiva per la visione consegnata ai Saggi politici,
un'opera a carattere filosofico -- di ‘filosofia civile' per l'ispirazione
complessiva e il disegno di fondo in cui i diversi elementi della sua
multiforme natura sono orientati verso un unico obiettivo. E anche per la
filosofia politica, che emerge in tutta la sua peculiarità da un lavoro pur dai
caratteri tecnici obbligati come il Progetto di Costituzione della Repubblica
napoletana, da lui personalmente redatto. Saggi: “Burgentini”, “Oratio ad
comitem Alexium Orlow virum immortalem victrici moschorum classi in expeditione
in mediterraneum mare summo cum imperio praefectum”; “Gli Esuli tebani.
Tragedia” (Napoli); “Contro Sabato Totaro, reo dell'omicidio di Gensani in
grado di nullità aringo” (Napoli); “Il Gerbino tragedia” e “Agamennone: monodramma-lirico”
(Napoli, Raimondi); “Considerazioni sul processo criminale (Napoli, Raimondi);
“Ragionamento sulla libertà del commercio del pesce in Napoli. Diretto al Regio
Tribunale dell'Ammiragliato e Consolato di Mare” (Napoli); “Corradino: tragedia”
(Napoli, Raimondi); “De' saggi politici”(Napoli, aRaimondi); “L' Emilia: commedia”
(Napoli, Raimondi); “Saggi politici de' principii, progressi e decadenza della
società” (Napoli); “Discorso recitato nella Società di Agricoltura, Arti e
Commercio di Roma nella pubblica seduta del di 4 complementario anno 6° della
libertà, Roma, presso il cittadino V. Poggioli. “Considerazionisul processo
criminale” (Milano, Tosi e Nobile); “Principj del codice penale e logica de'
probabili per servire di teoria alle pruove nei giudizj criminali”; “principj
del codice di polizia” (Napoli, Raffaele). Le opere teatrali non furono mai rappresentate in pubblico. Le mette
in scena privatamente nella sua villa dell'Arenella. Sono caratterizzate da
temi prevalentemente sentimentali mascherando i temi civili che pur in esse sono
presenti, con funzione quindi pedagogica nei confronti del popolo.
Intitolazioni e dediche Statua di P. a Brienza. Al giurista lucano sono
state dedicate alcune opere letterarie come Catechismo repubblicano in sei
trattenimenti a forma di dialoghi di Astore e P., ovvero, della immortalità di ROVERE
Nella Corte d'Assise di Potenza fu collocato un busto marmoreo in suo onore,
opera di Antonio Busciolano. Gli venne dedicato il Convitto nazionale P. di
Campobasso, con regio decreto firmato da Vittorio Emanuele II. Alcune logge
massoniche furono intitolate a suo nome, come quella di Lecce e di Potenza.. Nel
Venne inaugurato un busto in marmo ai giardini del Pincio (Roma), realizzato da
Guastalla. Il suo personaggio apparve nel film Il resto di niente di Antonietta
De Lillo, interpretato da Mimmo Esposito. Elio Palombi, Pagano e la scienza
penalistica; Giannini, Tessitore, Comprensione storica e cultura, Guida; Gorini,
Ricordanze di trenta illustri italiani, Minerva, Perrone, La Loggia della
Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della rivoluzione. Con la
corrispondenza massonica e altri documenti, Palermo, Sellerio, A. Pace,
Annuario, Problemi pratici della laicità agli inizi del secolo Kluwer Italia, Addio,
Le Costituzioni italiane: Colombo, Lazzari: una storia napoletana, Guida, Cilibrizzi,
I grandi Lucani nella storia della nuova Italia, Conte, Alessandro Luzio, La
massoneria e il Risorgimento italiano: saggio storico-critico, Volume 1, Forni,
Vittorio Prinzi, Tommaso Russo, La massoneria in Basilicata, Angeli, Carlo
Colletta, Proclami e sanzioni della repubblica napoletana, aggiuntovi il
progetto di Costituzione di P., Napoli, Stamperia dell'Iride, Dario Ippolito,
il pensiero giuspolitico di un illuminista, Torino, Giappichelli, Nico Perrone,
La Loggia della Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della rivoluzione,
Palermo, Sellerio, Venturi, Illuministi italiani, Riformatori napoletani,
Milano-Napoli, Ricciardi, Repubblica Napoletana Repubblicani napoletani
giustiziati Deo. Treccani Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Considerazioni
sul processo criminale, su trani-ius. Progetto di Costituzione della Repubblica
Napoletana, su repubblica napoletana. Principii del codice penale, su
trani-ius. Relazione al Convegno di Brienza su P., dsu trani-ius. Dell origine delle pene pecuniarie. De' progresivi avanzmenti
della sovranità per mezzo de’ giudizi. Del maggior estabilimento de' giudizi.
Pruove storiche. Preso de' Creci giudica della Socieeta. Del duello. Degl’altri
modi aduprati ne’ divinigiu dizj. Della Fortura. Prüove storiche. Coltura inquest
'ultimo periodo della barbarie. Dello sviluppo della macchina; e del
miglioramento del costume, dello Spirito, e delle 79 quanto elle conferial miglioramento
del costume ca, e della origine del commercio, di antichitd LINGUE de’ popoli.
De’ giudizj degli’aprichi Germani, e de' Scioglimento di una opposizione alleco
Se dette. De principi della giurisprudenza de'bar De divini giudizj. Nuova
explicaziure di un famoso puntu della legislazione di questi tempi, dello stato
delle proprietà, e dell'agri. Dell;origine dell'ospitalitita, e come, delle
arti e delle scienze di cotest'epur 78 barbari della mezza età della religione. de principi e progressi delle
società colte. L'estinzione della indipendenza privata, la liberta civile, la
moderazione del governo formano l'esenziale coltura delle nazioni. Dell'origine
della plebe, e de' suoi drit 'ti. Delle varie cagioni, dalle quali nascono gono
dalla varia modificazione della macchina. De'climi più vantaggiosi all'ingegno ed al
valore Ea lerge non frena la libertà, mala garantisce e la difende vi e polite.
i diversi governi, e primieramente delle interne. Della educazione.
Dell'esterne cagioni locali, che sul diverso governo hanno influenza, Del clima.
diversi. Del rapporto della società colle potenze straniere; della libertà, e delle
cagioni, che la tolgono; come la legge civile pofanuocere alla De'diversi elementi
della Citta. Della legge universale, e dell'ordine cosi fisico, come morale.
Come le forze, ed operazioni morali for. Come secondo i varj climi nascono
governi libertà, inducendo la servitù. Della liberta politica. Delle due proprietà
di ogni moderato, Del dritto scritto, delle leggie giu e regolar governo
risprudenza de' colti popoli, La moltiplicazione degli uomini è maggiore
negli stati guerrieri, che ne'commer. del gusto e delle belle arti, del
piacevole. Del rafinamento del gusto,de varj fonti del piacere. Delle leggi agrarie
dell'antiche republiche. Della galanteria de popoli colti. Della galanteria de barbaritempi.
Delle arti di lullo de’ populi politi, Dela monetate dele Finanze, dell'oggetto
delle belle arti, e del gusto, dell'ingegno creatore, delloSpirito, e costume delle
colte nazioni. Delle sorgenti del Genio. Quali governi fieno per loro natura
guerrieri, equali commercianti Quali cose forminu la bellezza nelle arti
imitative. L'unit. forma e la bontd, e la bellezza degl’elleri. Proprieta.
bliche, e della violentari partizione de poderi. Di due generi di stati
o'conquistatori, o commercianti, di unterzogenere distato nè. com, Divisione
delle belle arti. De' contrasti, opposizione, antitesi, Del dilicato, del
forte, del sublime, dela delle grazie, e dell'interesse sempre vivo, decadenza
delle belle arti delle nazioni, e della prima di elle, cive dello sfibramento
della macchina dell'uomo, e delle zioni dalla prima, e del novello stato selvaggio.
Generale prospetto della storia del regno. Del progresso e perfezione delle
belle arti. Dell'epoche progresive de'varii ramı delle belle arti. Del corso
delle belle arti IN ROMA, e nella moderna Italia, conseguenze morali; della corruzione
de' regolari governi, la quile rimena la barbarie. La grandezza ne' popoli colti
ne'barbari, la dilicatezza, e sublimitd è maggiore. Delle Scienze, e delle arti
delle nazioni corrotte. Divisone dal dispotismo; della decadenza delle anzioni;
delle universali cagioni della decadenza. Diversità della seconda barbarie
delle na; del corso delle nazioni di Europa. Dell 'inondazione de'barbari, e
delri Jorgimeuto dell'europea costura. Le note segnate colle pa Dello
ftata degl’uomini, che sovravissero alle vi. focievole. cende della natura .
liare . Del secondo stato della vita selvaggia. Dei varii doveri, e dritti
de'compagni, coloni, Del primo stato della vita selvaggia. Del terzo fato della
vita selvaggia, delle cagioni che strinfero la sociesà fami Del vero principio
motore degli uomini al vivere. Delle due specie de' bisognififci, emorali.
Della distinzione delle famiglie, dell'origine della nobiltà, dell'incremento delle
famiglie e dell'origine de famoli, e delle varie lor classi. fervi. Del quarto
stato della vita selvaggia. re Società .
Della domestica religione di ciascuna famiglia, Dell'origine dell'anzidetta
religion domestica; Si Ricapitulazione de'diversi stati della vita
selvago. Degli affidati, e de'vafalli della mezza età. ST Paragone tra compagnoni
de’ Germani, fooj de Greci, e i cavalieri erranti degli ultimi barba L'impero
domestico ficonrinnòneleprime barba, dell'antropofagia y o fia del pasto delle
carni u m d ri tempi. 64 gia. Della religione de'selvaggi, de'costumi
de'selvaggi, Del secondo periodo delle barbare nazioni. e di coloro, che ghi . ins 116 se de'pa V. blici militari consigli,
dello stabilimento del le città e del primo periodo delle barbariche società.
conviti . Chene'tempi degli Dei fi tennero iprimi pub, della teocrazia, dello
stato della religione del le prime società, dell'influenza della religione in
tutti gli affari de'barbari. la componevano.
Del primo passo dele selvagge famiglie nelcorso civile, ossia
dell'origine de vichi. Dell'origine de' tempj, é di'pubblici, ésacri Della
sovranità della concione, i20 СА. Dell idee degli antichi intorno
allamonar· Della forma della romana
repubblica nel secondo, del governo de primi greci, de'costumi, del genio di
questa età, e della tral de'costumi di questa età della fo Dell'arti. Saggio. Dell’origine
e stabilimento Dello stabilimento delle città e del primo period, Che ne'tempii
degli Dei si tennero i primi pubblicimilitariconsigli, della teocrazia, dello
stato della religione delle prime società Dell'influenza della religione in
tutti gli affari dei barbari componevano. Dell'idee degli antichi intorno alla
monarchia Della forma della romana repubblica nel secondo Del governo feudale
di tutte le barbare 'nazioni, della sovranità della concione e di coloro che la
Del governo de’ primi Greci. De 'giudizi nel secondo periodo della barbarie di
periodo della barbarie ROMA. De'costumi,del genio di questa età edellatrasmi.
Continuazione de costumi di questa età della so, Del progresso delle barbare
società : del terzo ed ultimo loro periodo. De’ progressivi avanzamenti della
sovranitàper mezzo bari tempi esercitato da're. De'principii della
giurisprudenza de'barbari. Del diritto della proprietà . grazione delle colonie
de barbari Il potere giudiziario non venne negli eroici e bar. de'giudizi .
cietà Delle arti e cognizioni di questa età. Del maggiore stabilimento del
giudiziario potere. Del duellil degli’altri modi adoprati ne'divini giudizi. Dello
stato della proprietà e dell'agricoltura in Dello sviluppo della macchina e del
miglioramento del costume, DELLO SPIRITO ROMANO E DELLA LINGUA ROMANA. dconferi
al miglioramento del costume de popoli . Dell' arti e delle scienze di
cotest'epoca, dell'ori quest'ultimo periodo della barbarie . gine del commercio
. De'divini giudizi Della legislazione di questi tempi . Dell'origine
dell'ospitalità, e come e quanto ella Della tortura Della religione o
dest civile, la moderazione del governo formano l'essenziale coltura delle
nazioni. Dell'origine della plebe e de'suoi diritti verni, e primieramente
delle interne. Delle varie cagioni dalle quali nascono idiversi go hanno
influenza. Come le forze ed operazioni morali sorgono dalla Della società colta
e polita. L'estinzione dell'indipendenza privata, la libertà De'diversi
elementi della citt. Della educazione. Dell'esterne cagioni locali che sul
diverso governo Del clima varia modificazione della macchina De'climi più
vantaggiosi all'ingegno ed al valore. Secondo i vari climi nascono governi
diversi. Della libertà e delle cagioni che la tolgono Della legge universale e
dell'ordine cosi fisico co Delle varie specie della legge, e della legge civile
. La legge non toglie la libertà, ma la garantisce. Vera idea della libertà
civile. Come la legge positiva possa nuocere alla libertà civile. Della legge
relativamente alla proprietà. Del rapporto della società colle potenzę
straniere me morale, Della libertà politica. Della giusta ripartizione delle possession.
Delle leggi agrarie dell'antiche repubbliche,edella forme degli stati cianti
commercianti Di un terzo genere di stato né commerciante ne varia ripartizione
de'poderi . Leggi ed usi distruttivi della proprietà Delle varie funzioni della
sovranità e delle varie. Di due generi di stati, o conquistatori o commer.
Quali governi sieno per lor natura guerrieri e quali. La moltiplicazione degli
uomini e maggiore negli stati guerrieri che ne commercianti conquistatore. Partizione
della legge civile, qualità delle leggi Della moneta e delle finanze
Dell'arti di lusso de'popoli politi zioni
Dello spirito e costume della nazione italiana. Della passione
dell'amore de'popoli colti. Della decadenza delle na. . Della corruzione delle
società . Stato delle cognizioni in una nazione corrotta. Costumi e carattere
delle nazioni corrotte. Della galanteria de'tempi cavallereschi . Cagioni
fisiche e morali della decadenza della sociela Divisione del dispotismo. Del
civile corso delle nazioni d'Europa Dell'inondazione de'barbari e del
risorgimento del Discorso sull'origine e natura della poesia. Del metodo che si
tiene nel presente discorso Dell'origine del verso e del canto. Le barbare nazioni tutte son di continuo in
una vio leuza di passioni, e perciò parlano cantando Origine ed analisi delle
prime lingue dei selvaggi e Diversità della seconda barbarie delle nazioni
dalla prima, e del novello stato selvaggio l'europea coltura barbari
Dėll'interna forma ed essenza poetica, è propria mente della facoltà pittoresca
de primi poeti, Della maniera di favellar per tropi, allegorie e caratteri
generici; ANALISI DI ALQUANTE VOCI LATINE le quali fu rono traportate dalle
prime sensibili nozioni a rap Della
personificazione delle qualità de'corpi nata dalle prime astrazioni della mente
umana. Per quali ragioni tutte le cose vennero animate Continuazione universale
Della qualità patetica dell'antica poesia e de'co Ricapitolamento di ciò che si è detto
presentarne dell'altre . La poesia è un genere d’istoria, ossia un'istoria. rica
dell'antica poesia. Dell'origine della scrittura. Dalle vive fantasie
de'selvaggi lori dello stile. Più distinta analisi della lingua allegorica e
gene. Dell'origine della pantomimica, del ballo e della Dell ll'origine delle
feste. Commedia, tragedia, satira, ditirambo furono in Conferma dell'anzidetta
verità musica principio una cosa sola . Saggio del Gusto e delle belle arti
Dell'oggetto delle belle arti e del gusto. Della nascita della tragedia Della
tragedia. Dell'origine delle varie specie di poesia Delle belle arti. Divisione
delle belle arti. Del piacevole e dell'interesse sempre vivo Dell'ingegno
creatore. Quali cose formino la bellezza nelle arti imitative. L'unità forma e
la bontà e la bellezza degl’esseri. Del raffinamento del gusto ed e vari fonti de
lpiacere. De'contrasti, opposizione, antitesi. Del dilicato, del forte, del
sublime e delle grazie. Delle sorgenti del genio. La grandezza e sublimità ċ
maggiore nei barbari; la dilicatezza ne'popoli colli Decadenza
delle belle arti. Del corso delle belle arti in Roma e nella moderna
Continuazione. Del maggior estabilimenta del giudiziari opotere. mente
De progres sivi avanzamenti del la Sovranità per wieszo delGiudizj. De principj
della giurisprudenza di barbari. Del Duello
Degli altrimodi ad opratine' d'ùinigiudizj. Della Tortura . Della
legislazione di questi tempi. Dello stato della proprietà, e dell agricoltura
in; Dello sviluppo della macchina, et del migliora; il potere giudiziario non
venne negli eroici; e bara bari tempi esercitata da re . quest'ultimo periodo
della barbarie. De divini giudiz].mento del costume, dello spirito, e dellelina
gue. Dell'arti, e delle scienze dicorest'epoca, dell origine del Commercio .
L'estinzione della indipendenza privatą, la liber: D e diversi elementi della
città nità per Della Religione Ultimo Dell'esternecagioni locali,che
suldivariopovera Dell'originedellaplebe,ede'suoidritti. 7wotere. 20 94 iebare
Delle variecagioni dalle quali nascono i diversi governi, e primi eraniente dell"interne.
Della educazione rà civile, la moderazione del gover formand l'essenziale
coltura delle nazioni; Dell originedell'ospitalità, e come, e quanto ella
confert al miglioramento del costume de popoli . leforzeed operazioni morali sorgono
dala Come modificazione dellamacchina. la varia lore i ed al vas P. X. Secondo
i varj climi nascono governi diversi. Delle varie specie della legge, e della
legge ci vile . La leggenon togliela libertà, ma carentisce la vera idea della
libertà civile . Della libertà politica.
Del clima . De climipiùvantaggiosi all'ingegno, CA Come la legge
positiva possa nuocere alla libertà civile . Dellaleggeuniversale,
edell'ordinecasi fisico, come morale, Della legge relativamente alla proprietà.
no hanno influenza: Del rapporto della società colle potenze stranie. Della
libertà, e delle cagioni, che la tolgono, Quali governi sieno per lor natura
guerrieri,e quali commercianti, Della passione dell'amore de popolicolti. Delle
varie funzioni della sovranità, e delle varie forme degli stati. Di due generi distari,
o conquistatori, o coma mercianti. Di un terzo genere di stato nel commerciante
nd conquistatore. La moltiplicazione degli uomini a maggiore negli stari
guerrieri, che ne commercianti. Partizione della legge civile, qualità delle
Lego gi. Dellagiust:ripartizionedelepossessioni. Dello leggiagrarie dell'antiche
repubbliche, e del la varia ripartizione de'poderi. Leggi, ed usi distruttivi
della proprietà . Della moneta delle Finanze. Dello spirito e costume delle colte
nazioni. Della galanteria de tempi
Cavalereschie. Dell arti di lusso de'popoli politi, Costumi, e carattere delle
nazioni corrotte . Diversità della seconda barbarie delle nazioni dala laprima,
è del novello stato selvaggio, Del civile corso delle nazioni di Europa .
Dell'inondazione de barbari, e del risorgimento delloeuropea coltura seri e
delle crisi, per mezzo delle quali si Dell'estrinseche morali cagioni, che
turbano il naturaleedordinariocorsodelleNazioni pag. Della varia efficacia
delle anzidette cagioni orientale Delle varie fisiche catastrofi. Delle
differenti epoche delle varie fisiche cata Ragioni del Vico contra l'antichità
e la Sapienza. Dell'antichissima coltura degli Egizie de' Caldei» De 'Caldei.
strofi della terra Della contesa delle nazioni sulle loro antichità. Dellà
successione di varie fisiche vicende Del
disperdimento degli uomini per mezzo delle naturali catastrofi Delle morali cagioni attribuite dagli uomini
igno ranti a'fisici fenomeni Delle diverse cagioni delle favoleDelle diverse
affezioni degli uomini nel tempo delle crisi Delle crisi di fuoco -- continuazione
dell'analisi degli effetti prodotti nello spirito dallo sconvolgimento del ce
Della verosimiglianza del proposto sistema. VIantichissime nazioni
orientali. Del modo come sviluppossi l'uomo dalla terra Dello stato primiero
della terra e degli uomini, e delle varie mutazioni sulla terra avvenute
»Seconda età del mondo Originė degli uomini secondo il sistema delle . Sviluppo
dell'anzidetta platonica dottrina sui due Della favola di Pandora. Dello
spirito delle prime gentili religioni periodidelmondo. Prima età del mondo »
140 9 142 ed origine della secondo l'antichissima teologia Sviluppo dello
spirito umano, ·religione Dell'invenzione dell'arti,e degli usi
giovevoli L'ordine della successione delle varie catastrofi Dello stato de
popoli occidentali dopo 1°Atlantica catastrofe Del diluvio di Ogige, e di
Deucalione Delle morali cagioni che diedero all'anzidetta favola
l'origine,ed'altre favole eziandio porto. Ricapitolazione
Diunaparticolarecrisidell'Italia alla vita si ritrova solo nella mitologia
Dell'Atlantica catastrofe . che alla medesima catastrofe hanno rapDello stato
degli uomini, che sopravvissero'alle vicende Del terzo stato della vita
selvaggia . Delecagioni,chestrinserolasocietàfamigliare, Del vero principio
motore degli uomini al vivere socie Della distinzione delle famiglie, o
dell'origine della Pag. 5 della natura .
yole .Del primo stato della vita selvaggia. Del secondo stato della vita
selvaggiaDelle due specie de' bisogni fisici, e morali . nobiltà.
Dell'incremento dele famiglie, e dell'origine defa Dei varjdoveri, ediritti
de’ compagni, coloni, eservi. Degli affidati, e de vassalli della mezza età. Paragone
tra'compagnoni de'Gerinani,socj de Greci, eicavalierierranti degliultimi barbari
tempi. Del quarto stato della vita selvaggia . L'impero domestico si continuò
nelle prime barbare Dell'anıropofagia, o
sia delpasto delle carni umane . Ricapitolazione de
diversistatidellavitaselvaggia.moli, e delle varie ior classi. Della religione de' selvaggi . Della domestica
religione di ciascuna famiglia .' Dell'origine dell'anzidenta religion
domestica. e ' . società . De costumi
de'selvaggi. Del primo passo delle selvagge famiglie nel corso civile, ossia
dell'origine de'vichi,ede'paghi. Dello stabilimento delle città, e del primo
periodo delle Del secondo periodo delle barbare nazioni Dell'origine de tempj,
e de'pubblici, e sacri con. viti. Chene tempjdegli Deisitenneroiprimi pubblicimi
Dello stato della religione delle prime società . Dell influenza della
religione in tutti gli affari de' baru Della sovranità della concione, o di
coloro, che la componevano. Del governo de primi Greci, litari consigli.
Della Teocrazia. bari barbariche società. 1ell'idee degli antichi intorno alla
monarchia; DELLA FORMA DELLA ROMANA REPUBBLICA nel secondo periodo della
barbarie, Del governo feudale di tutte le barbare nazioni. Di costuini, del genio
di questa età, e della trasmi Continuazione de’ costumi di questa età della società;
Dell'arti, e cognizioni di questa età; del dritto della proprietd; Della sorgente de dritti in generale, e di
quello della proprieta; Del progresso della proprietd, e dell'ori De’ costumi, del
genio di questa età, e del Delle arri, e
cognizioni di questa; Del progresso delle barbare società, ossia del terzo;
DELLA FORMA DELLA ROMANA REPUBBLICA nel secondo -- Parlando LIVIO (si veda) dell'elezione,
che dove a farsi del re per LA MORTE DI ROMOLO (si veda), adopra sì, fatta
espressione. Summa potestate populo perinissa. E soggiunge. Decreverunt enim
(Senatores), ut cum populus jussisset, id sic ratum esset si patres auctores
fierent. Quindi tu convocata la concione, e VENNE ELETTO NUMA (si veda). E
l'istesso autore dell' elezione di Tullo Ostilio dice: regem populus jussit, patres
auctores facti. I senatori fiebant auctures. Perchè tutte le cose prima eran
proposte nel SENATO, indi alla concione recate. Auctor è l'inventore, il
proponitore, il principio, ed origine della cosa .periodo della barbarie. Questi
furono i QUIRITI, cioè gl’armati di asta : avvegnachè, come gl’altri popoli
barbari uella concione, ne’ comizi on differente affatto dal regno eroico è il
governo de’ primi ROMANI. ll re ad un SENATO prese deva, e con senatori prende
le deliberazioni, le quali nella grand'assemblea del popolo ricevevano la sanzione
di legge. Il POTERE de' primi re di Roma è LIMITATO così -- come quello di tutti i riegnanti
de' tempi eroici. La sovrana dello stato era la concione, che compone sida que'
capi delle tribù e delle curie, i quali sono detti decuriones e tribuni, che, uniti,
votano per le di loro curie, e tribù, come ne'parlamenti nostri I baroni
rappresentano le di loro terre, e città. E serva, E tal antico costume VIRGILIO
(si veda) dipinge negl’eroici compagni d'ENEA (si veda). DVCTORES TEVCRIM PRIMI
ET DELECTA IVVENTVS CONSILIVM SVMMIS REGNI DE REBVS HABEBANT SCANT LONGIS
ADNIXI HASTIS ET SCULA TENENTES -- e poi per varj gradi, e dopo molto correr di
tempo alla libertà pervenne, e tardi assai acquista il diritto alla
magistratura. Prima ottenne di es Da più luoghi di Omero si ravvisa il costume
medesimo de’ greci. Ed è questo un generale costume di tutte le barbare genti
adoprato nelle generali assemblee. Perché i barbari, temendo ognora le sorprese
de’ nemici, stanno sempre in su l'armi, nè confidano la di loro sicurezza
personale, anche tra’ cittadini, alla legge, ma al di loro braccio soltanto, TACITO
de' Germani: ut turbae placuit, considunt armati. Tum ad negotia, nec minus
suepe ad convivia procedunt armari – LIVIO 1. De’ Galli dice, In his nova, terribilisque
species visa est, quod armati -- ila mos gentis -- in concilium venerunt, OVIDIO (si veda) ci
attesta l'istesso de' Sarmati, degl’Umbrici STOBEO (si veda) radunavansi que'
capi coll'ASTA alla mano, la quale portano per SIMBOLO del loro impero, non che
per la propria difesa. La plebe è tanto serva in ROMA quanto presso i germani, i
galli, i greci. La plebe non ha parte nella concione. Questo argomento è dal nostro
gran VICO (si veda) ampiamente trattato. VICO sviluppa l'intero sistema del governo
romano, e dispiegando il corso della storia di quel popolo dimostra che per
gran tempo in Roma la plebe è dell'intutto ser affrancata, poi consegui il
bonitario dominio, cioè l'utile, e dipendente dal diretto, che i nobili possedeno.
Quindi fa acquisto del perfetto e compiuto dominio, detto QUIRITARIO, perchè è pria
de' soli quiriti, ossia de’ PATRIZJ e NOBILI ROMANI; e finalmente ha voto
nell'assemblea, e partecipe divenne della REPUBBLICA, CHE DA RIGIDA
ARISTOCRAZIA IN POPOLARE ALLA FIN SI CANGIA. Come nel prin [Populus de’ Latini
valse da principio, quanto “laos” de' Greci, che significa una tribù, una
popolazione. Quindecim liberi homines populus est. Apuleius in Apol. E GIULIO
CESARE dice nel de bello Gall. si quisant privatus, aut populus eorum decreto
non stetit. Ove dinota “populus”, popolazione, tribù. Ma se “populus” da
principio dinota una speciale popolazione, e tribù, nel progresso si prende tal
voce per la radunanza di tutte le tribù, che componeno la città. Ma venneno
rappresentate queste tribù da’ capi detti tribuni, nome che resta per dinotare
militari magistrati, come tribuni milia Eum. Ma prima significa anche i civili,
cio è i giudici, onde “tribunal” si dice il luogo ove amministravasi giustizia.
I Latini filosofi, che vennero in tempo, che ogni orma dell' antico stato e si
perdut, ed e si colle cose cambiato il vampulus trasse il nome da “populus”
pioppo . Perocchè questa popolazione radunasi sotto di un pioppo quando di
comune interesse trattasi, secondochè in alcune terre del regno ancor oggi si
usa, quando parlamentasi. E tal costume di radunare sotto degl’alberi il popolo
è ben antico, e secondo la semplicità delle prime genti. Ateneo scrive che
sotto di un platano i primi re della Persia davan udienza a' litiganti, e
decidevano le liti. E per avventura pocinio la plebe puo avere il diritto di
suffragio ne’ comizj, non avendo proprietà nè reale, nè personale. Tale è il corso
che fa la romana repubblica, come quel valentuomo dimostra, non dissimile da
quelle dell'altre barbare nazioni. Egli è però vero che un'intempestiva
tirannide turbo per poco il corso regolare di quella città. I re presero in
Roma sin dall'albore de’ suoi giorni vantaggio “grandissimo su gl’altri prenci,
e capi. Il popolo romano e più tosto un esercito, e la città un campo, e un
militare alloggiamento, quella feroce, e marziale gente e sempre in guerra, e, come
il lupo, verace emblema del suo genio nativo nutrivasi di sangue e distruzione.
Or se come ben anche Aristotile osserva parlando degl’eroici regni, era nella
guerra maggiore il poter del re presso tutte le barbare nazioni, meraviglianonè,
se il capitan dell'armi, il duce della guerra, il usurpato una straordinaria
potenza in Roma. Il potere esecutivo sempre ne’ empi di guerra, come il mare
nelle tempeste diffondesi sulla terra, guada gpa sul poter legislativo. Ma i re
di Roma sforniti di straniera milizia in vanu tentarono ritenere colla re
lor delle parole, ricevendo la tradizione, che il popolo ne' cominciamenti di
quella repubblica nell'assemblea radunato dispone della pubbliche cose, s'ingannarono
credendo che la plebe ben anche quivi votasse. Nella Scienza Nuova avesse forza
quel potere, che avean acquistato coll’autorità. Vennero discacciati da quella
repubblica, ed ella ben tosto ri-entra nel suo ordinario cammino. De’ giudizj
nel secondo periodo della barbarie di Roma. Le due ispezioni della publica asemblea
sono in Roma in questa epoca della barbarie la guerra esterna e la persecuzione
de’ ribelli cittadini. Ma le cose private, la personal difesa, la particolar
vendetta venne per anche ai privati affidata. L'impero domestico conserva il suo
vigore. I feroci padri di famiglia non cedeno ancora la di loro sovrana e regia
autorità, se non per quella parte che rimira la pubblica difesa, onde venne composto
l'unico sociale legame. Ma rimane intatta, ed illesa la di loro sovranità
riguardo alle loro famiglie, e alla privata difesa ed offesa. Viveno ancora
nello stato di privata guerra. Il ferro decide delle loro contese, e col
privato braccio prenden rendetta delle private offese. Il popolo dunque, che
radunasi in Roma in quest'età nell'assemblea, è quella popolazione, o truppa de’ servi, clienti,
e compagni guidata dal suo capo, e il voto suo è quello del suo signore che
dove sostenere, e difendere, ubbidire, e seguir nella guerra, da cui non forma persona
diversa secondo le cose già dimostrate. Niun'altra nazione ci conserva
monumenti più chiari dello stato della privata e civile guerra del popolo romano.
Il processo romano è la storia del duello, per mezzo di cui terminano que'
barbari abitatori dell'Aventino le loro contese, tutti gl’atti, e le formole di
tal processo altro non che i legittimi atti di pace sostituiti a que' primi
violenti modi. Quando la concione, ossia il governo, comincia a mischiarsi
nelle private contese, a poco a poco il duello abole, e cangia il modo d i
contrastare, rilasciando in tutto l'apparenza medesima, le formole, e gl’atti stessi:
la guerra armata in LEGALE COMBATTIMENTO è tramutata. Secondo che altrovesi è deito,
i riti, e le formole sono la storia dell'antichissima età delle nazioni. Ciocchè
l'acutissimo VICO (si veda) al proposito di alcune formole dell'antico processo
romano osserva. Sono. Ma il processo civile ci conserva le formole
dell'antica barbarie, e non già il criminale. Il civile nasce ne'tempi alla
barbarie più vicini. Più tardi ha l'origine
il giudizio criminale. I barbari soggettano prima i loro averi all'arbitrio
altrui che le proprie persone. L'ultima cui si rinunzia da costoro è la vendetta
personale. Meno si sacrifica della naturale indipendenza, rimettendo nelle mani
di un terzo i diritti della proprietà che quelli della persona. Quindi i
pubblici giudizii essendo sorti nel tempo della coltura, non serban gran vestigii
dello stato primiero. Francesco Mario Pagano. Mario Pagano. Pagano. Keywords:
eroe, massone, Italia si fara, Roma, Aventino, Vico, Livio, Romolo, Numa,
Giulio Cesare, patrizj, nobili Romani, forma aristocrazia della prima
repubblica, tribu, curia, tribuni, diacuriani. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Pagano” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Paggi: la ragione conversazionale e l’implicature conversazionali
degl’ebrei -- filosofia ebrea – “Ebrei d’Italia” – la scuola di Siena -- filosofia
toscana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Siena). Filosofo italian. Siena, Toscana. Grice: “C. of E. folks are all over
the place – but how many of them actually KNOW Hebrew!?”” -- essential Italian
philosopher. Filosofo.
Insegna a Lasinio, Tortoli e a Ricci. Svolge per diversi anni l'attività di
mercante nella sua città natale. Abbandona il commercio ed aprì un istituto. Insegnante
ed educatore nello stesso istituto, sviluppando un metodo logico, facile ed
ameno insieme. La Comunione israelita lo volle a Firenze, dove Paggi si trasfere
con la moglie e i cinque figli. Insegna nelle Pie Scuole fiorentine, mentre i
figli Alessandro e Felice avviarono una casa editrice. Tra i testi pubblicati
vi furono anche le opere del padre, apparse nella collana «Biblioteca
Scolastica». Scrive inoltre una grammatica e un lessico ebraici per i suoi
figli. Per opera della moglie sorse a Firenze un istituto. “Ebrei d'Italia” (Livorno,
Tirrena); “Una libreria fiorentina del Risorgimento” (Firenze, Ciulli). Nome
compiuto: Mordecai Paggi. Paggi. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Paggi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pagliaro: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicature
conversazionali dei siculi – la scuola di Mistretta -- filosofia siciliana –
filosofia italiana -- Luigi Speranza (Mistretta). Filosofo siciliano.
Filosofo italiano. Mistretta, Messina, Sicilia. Essential Italian philosopher.
Linceo. Fu uno dei fondatori della scuola di romana. Fra i padri della
semiologia, ha introdotto gli studi sul pensiero linguistico. Dopo il
diploma al Regio Ginnasio di Mistretta, si iscrisse al corso di laurea a Palermo,
dove ebbe, tra gli altri, come docenti Nazari, Pitrè, Gentile e Guastella. Si
trasfere poi a Firenze dove subì l'influenza di Vitelli, Antoni e Pistelli. Partecipa
volontario come sottotenente del Corpo degli arditi, e fu insignito della
medaglia d'argento al valor militare. Si iscrisse all'Associazione Nazionalista
Italiana e prese parte all'Impresa di
Fiume al seguito di Annunzio. Si laureò discutendo con Parodi e Pasquali la tesi Il digamma in Omero. Trascorse
un periodo di studio in Germania, seguendo corsi di linguistica latina di
Meister. Seguì i corsi di Kretschmer a Vienna. Ritornato in Italia, conseguì la
libera docenza in indoeuropeistica, quindi fu chiamato da Ceci ad insegnare,
per incarico, storia comparata delle lingue romanzi a Roma. Vinto un concorso a
cattedre, divenne ordinario di glottologia, nuova disciplina che ereditava il
corso di Storia comparata delle lingue romanzi. Insegnò anche "Storia e
dottrina del fascismo" e
"Mistica fascista.” Aderì al Partito nazionale fascista e ne fu uno degli
intellettuali di spicco, presiedendo anche alcune edizioni dei Littoriali della
cultura, che ogni anno raccoglievano i migliori universitari italiani. Fu primo
capo redattore dell'Enciclopedia Italiana, dove curò numerose voci, fin quando
non entrò in contrasto con il conterraneo Gentile, che dirigeva l'opera. Non
figura tra gli accademici d'Italia, ma fu eletto al Consiglio superiore
dell'educazione, dove rimase fino allo scioglimento. Fu voluto da
Mussolini alla guida del “Dizionario di politica” dell'Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, una ponderosa opera che raccolse le migliori
intelligenze del fascismo, ma anche qualche intellettuale "eretico".
Il suo nome compare tra i 360 docenti universitari che aderirono al Manifesto
della razza, premessa alle successive leggi razziali fasciste, anche Mauro
scrive che egli dissentì dalla politica razziale del fascismo. Con la caduta
del Regime fascista, è sospeso ndall'insegnamento. Reintegrato nella cattedra,
insegna Filosofia del linguaggio a Roma. Presidente della sezione
"Archeologia, Filologia, Glottologia" della Società Italiana per il
Progresso delle Scienze. Presidente del Consiglio Superiore della Pubblica
Istruzione e prima socio corrispondente poi, socio nazionale dell'Accademia
Nazionale dei Lincei. Fu anche direttore editoriale, per la Fabbri, della
Enciclopedia di Scienze e Arti. Fu rieletto, con larghissimi consensi, al
Consiglio superiore della Pubblica Istruzione. Nel comitato scientifico
dell'Istituto nazionale di studi politici ed economici. Promotore e direttore
della rivista Ricerche linguistiche e presiedette la sezione filologica del
Centro di studi filologici e linguistici siciliani. Candidato alla Camera per
il Partito Monarchico Popolare nella circoscrizione Sicilia orientale e al Senato nel collegio Roma ma non e eletto.
La Rai trasse un sorprendente sceneggiato per la televisione da un suo testo
che dava una nuova interpretazione della vicenda di Alessandro Magno. Membro
della giuria del premio Marzotto. Lascia anticipatamente l'insegnamento
universitario. Palermo e la città di Mistretta hanno istituito, in sua memoria,
il “P.”. Esplora soprattutto l'antico e medio persiano, la lingua della
Grecia classica, quindi il LATINO classico e medievale, nonché l'italiano dei
tempi di ALIGHIERI cui ha dedicato varie opere e della scuola siciliana. Come
critico letterario e glottologo, diede nuove, originali interpretazioni di VICO,
ANNUNZIO e PIRANDELLO. In ambito linguistico, già nel suo Sommario di
linguistica ario-europea, che comprendeva oltre le lezioni dei suoi corsi
universitari anche innovative linee di ricerca e nuove idee, delinea una nuova
prospettiva di approccio e di indagine delle varie questioni linguistiche la
quale viene condotta parallelamente ad un confronto storico-critico con
l'evoluzione del pensiero filosofico dalla grecità alla filosofia classica
tedesca. Al contempo, P. abbozza in esso prime idee sulla NATURA DEL LINGUAGGIO
INTESO fondamentalmente come TECNICA ESPRESSIVA, allontanandosi così
dall'idealismo crociano per avvicinarsi piuttosto al positivismo, ed
analizzando in modo approfondito, ma al contempo trasversalmente alle varie
discipline, la natura e la struttura dell'atto linguistico fra due inter-locutori
basandosi sia sull'indagine semantica -- mediante un metodo che egli chiama
"critica semantica" -- che sull'interpretazione storico-critica, fino
a considerare il linguaggio come una forma di inter-azione semiotica
condizionata storicamente da una tecnica funzionale, la lingua. Nel simbolismo
linguistico -- soprattutto fonetico -- poi, afferma P. ne” Il segno vivente”
riecheggiano non solo l'individualità ed il vissuto dell'inte-rlocutore ma
anche la storia dell'intera umanità a cui egli appartiene come soggetto
storico. In estrema sintesi, si può dire che la sua teoria linguistica è
una posizione unificata tra lo strutturalismo saussuriano e l'idealismo
hegeliano. Altri saggi: “Epica e romanzo, Sansoni, Firenze; Sommario di linguistica
ARIA, Bardi, Roma; “Il fascismo: commento alla dottrina” Bardi, Roma; “La
lingua dei Siculi, Ariani, Firenze, Il comune dei fasci, Monnier, Firenze, La
scuola fascista” (Mondadori, Milano); “Dizionario di Politica,” Istituto
dell'Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma); “Insegne e miti della nazione
italiana, la nazione romana: teoria dei valori politici – la romanita e la
razza romana, Ciuni, Palermo; Il fascismo nel solco della storia” (Libro, Roma;
Le Iscrizioni Pahlaviche della Sinagoga di Dura-Europo” (R. Accademia d'Italia,
Roma; Storia e Dottrina del fascismo” (Pioda, Roma); “Teoria dei valori
politici” (Ciuni, Palermo; Logica e grammatica” (Bardi, Roma); “Il canto V
dell'"Inferno" d’Alighieri” (Signorelli, Milano); “Il segno vivente”
(ERI, Torino); “La critica semantica” (Anna, Firenze); “Il contrasto di Cielo
d'Alcamo e poesia popolare” (Mori, Palermo); “Linguistica della
"parola"”(Anna, Firenze); “I
primordi della lirica popolare in Sicilia” (Sansoni, Firenze); “La Barunissa di
Carini: stile e struttura” (Sansoni, Firenze); “FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO (Ateneo,
Roma); “La parola e l'immagine” (Scientifiche, Napoli); “Poesia giullaresca e
poesia popolare” (Laterza, Bari); “La dottrina linguistica di VICO” (Lincei, Roma);
“Il Canto XIX dell'Inferno” (Monnier, Firenze); “Linee di storia linguistica
dell'Europa” (Ateneo, Roma); “L'unità ario-europea: corso di Glottologia,” Ateneo,
Roma, Ulisse. Ricerche semantiche sulla Divina Commedia, Anna, Firenze, “Forma e Tradizione,”
Flaccovio, Palermo, “La forma linguistica,” Rizzoli, Milano, Vocabolario
etimologico siciliano, Pubblicazioni del Centro di studi filologici e linguistici
siciliani, Palermo, Storia della linguistica, Novecento, Palermo. Commento
all'Inferno di Dante. Canti I-XXVI, Herder, Roma); Romanzi Ceneri sull'olimpo,
Sansoni, Firenze, Alessandro Magno, ERI, Torino, Ironia e verità, Rizzoli,
Milano (raccolta di elzeviri). Sottotenente di complemento, 32º reggimento di
fanteria Aiutante maggiore in 2a in un battaglione di riserva, vista ripiegare
una nostra colonna d'attacco, riordinava i ripiegandi e li guidava al
contrattacco, respingeva il nemico che già aveva occupato un tratto della
nostra linea. In un successivo attacco, sotto un intenso bombardamento e il
fuoco di mitragliatrici avversarie, dava mirabile esempio di coraggio e di
fermezza indirizzando intelligentemente i rinforzi nei punti più minacciati e
facilitando così la conquista di ben munite e contrastate posizioni. Monte
Asolone. Cfr. M. Palo, S. Gensini, Saussure e la scuola linguistica romana: da
Pagliaro a Mauro, Carocci, Roma,. La
scuola linguistica romana. Cfr. A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto,
Unicopli, Milano, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia. Cfr.
Gabriele Turi, Sorvegliare e premiare. L'Accademia d’Italia, Viella, Roma, Cfr. Dizionario biografico degl’italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Cfr. A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto, Unicopli,
Milano, Cit. Cfr. Riunioni, Cfr.
Riunioni Accademia Nazionale dei Lincei
Centro di studi filologici e linguistici siciliani » La storia, su csfls.
Cfr. Mininterno Camera Mininterno Senato
//opar.unior//1/Filologia_dantesca_di_P. .pdf
Cfr. D. Cesare, "Premessa", Lumina. Rivista di Linguistica
Storica e di Letteratura Comparata, Cfr.
pure E. Salvaneschi, "Su Attila Fáj, maestro di «molti paragoni»",
Campi immaginabili. Rivista semestrale di cultura, Cfr. Tullio De Mauro,
Prima lezione sul linguaggio, Editori Laterza, Roma-Bari, Tullio De Mauro, La
fede del diavolo Istituto Nastro
Azzurro Studia classica et orientalia. Oblate,
Casa Editrice Herder, Roma, Münster, M. Palo, Stefano Gensini, Saussure e la
scuola linguistica romana. Da Pagliaro a Mauro, Carocci Editore, Roma, Vallone,
"La „Lectura Dantis” di Antonino Pagliaro", in Deutsches
Dante-Jahrbuch, Edited by Christine Ott, Walter Belardi: studi latini e romanzi
in memoria di Antonino Pagliaro, Pubblicazioni del Dipartimento di Studi
glottoantropoligici dell'Roma La Sapienza, Roma, Aldo Vallone, Enciclopedia
Dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma, M. Durante, T.
De Mauro, B. Marzullo, Pubblicazioni dell'Accademia di Scienze, Lettere e Arti
di Palermo, Palermo, Bonfante, Antonino Pagliaro, Pubblicazioni dell'Accademia
Nazionale dei Lincei, Roma, Belardi, Pagliaro nel pensiero critico del
Novecento, Calamo, Roma, D. Di Cesare, Storia della filosofia del linguaggio,
Carocci, Roma, Mauro, Formigari (Eds.), Italian Studies in Linguistic
Historiography. Proceedings of the International Conference in Honour of Pagliaro.
Rome, Nodus Publikationen, Münster, Pedio, La cultura del totalitarismo
imperfetto. Il Dizionario di politica del Partito nazionale fascista, prefazione
di Lyttelton, Unicopli, Milano, Tarquini, Gentile dei fascisti: gentiliani e
anti-gentiliani nel regime fascista, Mulino, Bologna, Battistini, Gli studi
vichiani di P., Guida, Napoli, Mauro, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Enciclopedia
Italiana Dizionario di Politica Linguistica Semiologia Filologia Treccani Enciclopedie,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere open MLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere d La Scuola linguistica romana, su rmcisadu.let.uniroma.
GRICE E PAGLIARO: IMPLICATVRA ARIA LINGUA E RAZZA Schlòzer da
per primo il nome di «semitico » al vasto dominio linguistico che ha il
suo centro originario fra la Mesopotamia e il Mediterraneo, le montagne
dell’Armenia e le coste meridionali dell'Arabia, e che per successive
migrazioni e conquiste si è allargato su una notevole parte del
continente africano. Tale denominazione si richiama alla tavola dei popoli
tramandata nella “Genesi” nella quale si
distinguono i popoli discendenti da Sem, primogenito di Noè, dai popoli
discendenti dagl’altri due fratelli, Cam ed Iafet. La parentela linguistica fra
l'arabo e l'ebraico, le due lingue più vitali del gruppo, e già stata
notata dai grammatici ebrei ma la precisa nozione di unità semitica,
concordante con quella che se ne ha nel mondo ebraico all’epoca in cui e
redatta la Genesi è ben più recente e, nella sua formulazione scientifica, è un
riflesso della precisa nozione di unità ario-europea costituitasi nel nostro
tempo. Oggi il gruppo semitico si suole distinguere in semitico orientale
che comprende il babilonese e l’assiro, e in semitico occidentale.
Quest'ultimo si distingue a sua volta in semitico nord-occidentale -- che
comprende il gruppo aramaico, di cui la più importante manifestazione è
il siriaco, e il gruppo cananco, a cui appartiene l'ebraico --, e in semitico
sud-occidentale, di cui fanno parte l'arabo settentrionale e meridionale
e l’etiopico. Ad indicare la vasta unità linguistica comprendente quasi
tutta l'Europa e buona parte del continente asiatico, scientificamente
accertata per primo da Bopp in uno studio comparativo sulla coniugazione,
appare per la prima volta nell'Asia polyglotta di Klaproth il termine ‘indo-germanico.’
Tale termine, divenuto usuale, intende riunire i due punti estremi del
dominio linguistico considerato e si è affermato in tedesco, nonostante che le
più vaste conoscenze posteriori pongano come estrema zona ad Occidente
quella del celtico e ad Oriente il tocario. Fra tutte le denominazioni
altrove usate, e cioè “indo-europeo”, “ario-europeo”, ed “ario”, questa
ultima è forse la più propria, poichè, se non nome unitario di popolo, è
certo una denominazione che parecchi popoli del gruppo usano darsi nei
confronti degl’altri popoli. Purtroppo, in linguistica l'uso di «ario» in
senso così vasto può ingenerare confusione, essendo esso abitualmente
riservato al gruppo indoiranico. Noi tuttavia l’accogliamo come il meno
improprio e anche per avere una terminologia uniforme con altre
discipline, come la paletnologia e l'antropologia che l’usano già
stabilmente nell'accezione più vasta. L'unità linguistica aria comprende
oggi i seguenti gruppi storicamente accertati: in Asia l’indiano, l’iranico,
il tocarico, l’hittito, l’armeno, il traco-frigio; in Europa l'illirico,
il greco, lo slavo, l’italico, il baltico, il germanico e il celtico. In
Asia delle lingue arie sopravvivono soltanto l’indiano, l’iranico e
l’armeno; in Europa tutte le lingue oggi parlate sono di derivazione
aria, fatta eccezione dell’ungherese, del finnico, dell’estone e del
basco. Nessuna scienza storica opera con metodo così sicuro come la
linguistica, la quale dispone di un materiale di osservazione vastis- simo,
sia attuale sia documentato nel tempo. L'unità linguistica aria e quella
semitica sono verità acquisite, assolutamente incontrovertibili, anche se le
lingue che ad esse partecipano siano ormai profondamente differenziate. Compito
della linguistica storica è per l’appunto, una volta riconosciuta l’unità
genetica originaria, di seguire nel quadro di essa le modalità e,
vorremmo dire, le leggi degli sviluppi e delle differenziazioni, che hanno
determinato la fisionomia delle singole lingue come noi oggi le
conosciamo; compito a volte arduo, specie quando dalla ricognizione dei
fatti si voglia risalire alle loro cause, cioè ai momenti umani che danno
origine all'innovazione; ma tuttavia ricco di risultati grandissimi, i
quali dal campo della glottologia si estendono a tutte le altre
discipline, che studiano l’umanità nelle manifestazioni concrete della sua
storia. La lingua italiana è una delle forme più importanti, anzi la più
importante, in cui l'umanità realizza se stessa come realtà spirituale, e
perciò le lingue costituiscono gli archivi, in cui si traducono con
incomparabile ricchezza e fedeltà gli eventi, le esperienze, le creazioni dei
popoli at- traverso i secoli ed i millenni. Le nozioni di razza aria
e di razza semitica, come nozioni scientifiche, sono certamente posteriori alle
nozioni dell'unità linguistica rispettiva. Per quanto si riferisce agli
Ari, prima della scoperta della loro unità linguistica non si ebbe
nemmeno la nozione empirica di una parentela etnica fra i popoli che la
compongono. L'affinità etnica è grossolanamente intuita presso i Greci,
soltanto in base alla comunione linguistica per cui «barbari», probabilmente «
balbuzienti », sono coloro che parlano un’altra lingua. I ROMANI, che
pure ebbero così vivo il senso della loro stirpe, non ebbero mai la
percezione che quei Galli, Germani e Parti, contro i quali strenuamente
combatterono, discendevano dallo stesso loro ceppo. L'autorità della
tradizione biblica con la babelica confusione delle lingue tolse poi del
tutto la possibilità di pensare ad un legame linguistico fra popoli
diversi e ad un legame etnico che non fosse quello indicato nella
Genesi. Tanta fu l'autorità delle Sacre Scritture, anche nel campo degli
interessi linguistici, che, se tentativi si ebbero per ricercare la derivazione
di questa o quella lingua, furono sempre diretti a stabilire la priorità
e la paternità dell’ebraico, come avvenne nel corso del Seicento e del
Settecento; tentativi di nessun valore, al pari degli altri diretti alla
creazione di una GRAMMATICA RAZIONALE, che vale per le lingue di tutti i
tempi e di tutti i luoghi. Anche presso i popoli semitici, se se ne
toglie il peso che la tradizione religiosa contenuta nella Bibbia potè avere
nel mondo giudaico, mancò il senso di una propria reciproca parentela,
mentre fu quanto mai vigoroso proprio presso gl’ebrei il senso della
propria individuazione come popolo, legato alla coscienza di popolo
eletto. La scoperta e la fissazione in termini scientifici di unità
linguistiche originarie come quella aria e quella semitica, a cui
seguirono scoperte abbastanza numerose di altri gruppi linguistici,
aprirono la via al problema se a tali unità linguistiche rispondessero
unità etniche più o meno nettamente definite. In un primo tempo, com'è
noto, ad opera di Gobineau, di Chamberlain e di altri, si assunse
senza discussione l'identità fra unità linguistica ed unità etnica, fra
lingua e razza, e si procedette alla ricerca delle caratteristiche
differenziali fisiche e psicologiche, che potessero ancor meglio individuare
sul piano razziale i diversi gruppi linguistici. Tale procedimento,
ispirato in genere a criterio polemico, è stato condannato come
dilettantesco e prescientifico tanto dai linguisti, quanto dagli
antropologi, asse- rendo gli uni e gli altri che la lingua è patrimonio
facilmente trasmissibile da individuo ad individuo, da gruppo a gruppo e non
può essere quindi assunta a caratteristica etnica preminente ed
esclusiva. A rinsaldare questa convinzione, contribuirono tentativi, come
quello fatto da Müller, di far coincidere una classificazione delle
lingue con una classificazione antropologica, destinati all’insuccesso,
anzitutto per l'incertezza delle classificazioni antropologiche, poi per
l'intervento del fattore storico che fa talvolta assumere da individui e
da gruppi lingue di popoli etnicamente diversi. A questo riguardo, si
suole richiamare il classico esempio dei Bulgari, che dal punto di vista
etnico sono genti turaniche e dal punto di vista linguistico sono slavi,
cioè ARI. D'altra parte, questo negare l’esistenza di ogni rapporto fra
razza e lingua con l’attribuire valore discriminante nella
classificazione delle razze ai soli caratteri strettamente biologici, non
soltanto è contrario alle nostre reali esperienze, ma verrebbe a togliere
ogni valore a quelle distinzioni ormai acquisite come fra razza aria e
razza semi- tica, le quali, come si è visto sopra, hanno come precedente
storico e come fondamento il riconoscimento della rispettiva
individualità linguistica. Dato ciò, sembra qui opportuno chiarire
in quale misura sia possibile fare valere il criterio linguistico nella
discriminazione delle razze. Esiste certamente una differenza
sostanziale e profonda fra la linguistica e l'antropologia, sia
nell'oggetto sia nel metodo, che ne rende difficile e poco proficua la
collaborazione. La linguistica è disciplina ESSENZIALMENTE STORICA, tanto che
le sue classificazioni hanno vero valore solo se abbiano fondamento
genetico. Ciò si vede soprattutto nel campo della linguistica aria, che fra tutte
le discipline linguistiche è certamente la più progredita. Qui dalla
comparazione fra le lingue storiche si riesce a postulare con sufficiente
sicurezza la struttura originaria della lingua comune da cui esse
discendono; si riesce a fissarne i caratteri propriamente genetici,
liberandoli dalle modificazioni successive determinate da molteplici
cause, fra cui principalissimi j contatti e le mistioni con popoli di
altra lingua. Così noi sappiamo con relativa sicurezza qual’erano la
struttura fonetica e morfologica e il patrimonio lessicale dell’ARIO
dell’epoca comune, all’incirca come potremmo ricostruire dalle lingue romanze LA
LINGUA LATINA, se non l’avessimo documentata. È una ricostruzione che ha
quasi una realtà matematica, fondata com'è su norme di sviluppo fonetico
che, se non sono leggi ineccepibili, come si credeva alcuni decenni or
sono, hanno tuttavia una vastità e regolarità di applicazione che non ha
riscontri in altri campi delle creazioni umane. L'antropologia,
invece, per insufficienza e discontinuità del ma- teriale d'osservazione,
è costretta a gravitare sul presente cercando di classificare le razze
umane in base ai caratteri morfologici attuali, e solo eccezionalmente
qualche importante trovamento apre ad essa la possibilità di rintracciare
precedenti sporadici, generalmente assai distanti, di questo o quel tipo umano.
Il materiale antico rinvenuto è così scarso e frammentario che le
conclusioni che se ne possono trarre sono molto tenui e malsicure. Così
avviene che, mentre dell’unità aria dal punto di vista linguistico noi abbiamo
una sicura nozione, poichè la comparazione ci consente di risalire oltre i
confini della storia, della struttura somatica degl’ARI nulla di sicuro
sappiamo, poichè nell’osservazione delle caratteristiche somatiche degl’ARI attuali
l'antropologia non è ancora in grado di distinguere i caratteri
geneticamente originari da quelli acquisiti in seguito a mescolanza. Oggi non
si è davvero:in grado di dire se gl’ARI fossero, ad esempio, dolicocefali
e biondi o mesocefali e castani, a capelli lisci o a capelli ondulati. La
ragione di ciò è dovuta al fatto che non esiste un’antropologia genetica,
la quale consenta di chiarire, dato un tipo capostipite, quali siano i
caratteri, permanenti nel corso delle ge- nerazioni e quali quelli che si
mutano o si acquisiscono. Teoricamente, nel confronto fra i vari tipi di
probabile discendenza aria dovrebbero potere risultare i caratteri
specifici da attribuire ad un Ario astratto della preistoria; praticamente
ciò non è possibile per la insufficiente conoscenza che si ba, delle
modalità con cui si traman- dano i caratteri biologici, sia ifisici, sia
psichici. Avviene così, ad esempio, ghe: l'Europa, mentre è
fondamentalmente unitaria dal punto di vista linguistico, da quello
antropologico annovera numerose razze, la mediterranea, l’alpina, la
dinarica, la nordica, nè le differenze, che caratterizzano tali razze,
combaciano con le differenze che caratterizzano i vari gruppi linguistici
determinatisi in seno all’originaria unità. Nonostante questa mancata
concordanza di dati fra la linguistica e l'antropologia, le due
discipline maggiormente impegnate nella definizione delle razze umane, è
certo che razze esistono con carat- teri ben precisi e differenziati e
che, nella pratica, anche al più mo- desto osservatore non sfugge
l’esistenza di tipi umani diversi, i quali assommano i caratteri di unità
razziali diverse. Nell'ambito stesso dell'unità aria, a nessuno sfuggirà
l’esistenza di una unità aria medi terranea e di un'unità aria nordica,
c, a un più attento esame, nel- l'ambito di queste unità, sarà possibile
rintracciare altri tipi umani i quali danno fisionomia ai diversi popoli
che le compongono. Fuori di ogni dubbio è poi, nell’ambito della razza
bianca, la distinzione fra razza aria e razza semitica, anche se, per la
prima più che per la seconda, non si riesca a individuare i caratteri
biologici originari. Questo fatto è prova che non il solo dato
antropologico ha valore nella determinazione della nozione di
razza. Poichè, come sopra si è detto, la nozione di razza aria e
razza semitica ha avuto come suo precedente la nozione di unità
lingui- stica aria ed unità linguistica semitica, è indubbio che il
fattore lingua deve avere un valore determinante nella costituzione
dell’unità razziale. Qual'è dunque il fondamento dell’obiezione in contrario,
alla quale si è sopra accennato, che la lingua, essendo facilmente
dominata da fattori storici e culturali, non sia elemento stabile nella
continuità delle generazioni, per il fatto che può essere sostituita con
quella di altri popoli, e perciò sia inadeguata a fornire criterio nella
discriminazione delle razze? Bisogna, anzitutto, tenere presente che dalla
nozione di razza come dalla nozione di lingua esula ogni idea di purezza
in senso assoluto, specie quando si tratti di popoli di cultura che hanno
dietro a sè una storia lunga e complessa. Gli stessi Ebrei possono
considerarsi razza pura, e relativamente pura, solo dal momento in cui
hanno cominciato a volerlo essere deliberatamente, a tradurre il loro
istinto dell'isolamento come popolo in norma di carattere religioso.
Tutti i popoli ari dell'Europa e dell'Asia sono, senza eccezione,
risultati dalla mistione fra la minoranza dei conquistatori ari e la
vasta massa delle popolazioni preesistenti nelle zone occupate. Non è
certo presumibile che gli Ari al loro arrivo nelle loro sedi storiche
abbiano distrutto le popolazioni preesistenti, le quali, ad esempio in
Grecia, in ITALIA e sull’altipiano iranico, erano in possesso di civiltà
notevolmente progredite. D'altra parte, di tali mescolanze ci danno
sicura testimonianza, oltre che i dati dell'archeologia preistorica, lo
inte- grarsi della lingua aria comune in nuove unità, che sono quelle
a noi storicamente note. 1 profondi rivolgimenti che alcune lingue
hanno subìto anche nella struttura fonetica, ad esempio le rotazioni
delle consonanti in germanico, non si possono altrimenti spiegare se non
riferendole all'influenza di un sostrato alloglotto. E' noto che una
parte non trascurabile del lessico del latino e dei volgari romanzi non
si spiega nell’ambito dell’ario e deve essere riportato al fondo
linguistico non ario su cui il latino venne a distendersi. Orbene,
che un popolo, come è il caso di quello bulgaro, abbia assunto una lingua
diversa non è altro se non un fatto di sincretismo in cui prevale la
civiltà di maggiore prestigio. Quello che importa te- nere fermo è per
l'appunto che il sincretismo, cioè la creazione di un risultato nuovo non
inferiore agli elementi che vi hanno concorso, si ha solo quando la
mescolanza sia guidata da un senso più o meno vivo di affinità
elettiva. Ciò si può osservare con sufficiente sicurezza sia nel senso
positivo sia in quello negativo. Nella penisola greca la civiltà minoica
si è confusa con quella degl’ARI sopravvenuti ed ha dato origine
alla meravigliosa civiltà ellenica. In ITALIA il senso di conquista degl’ARI
NOMADI E GUERRIERI si è trasfuso nell'ordine civile delle popolazioni
stanziali ed ha dato origine alla mirabile e grandiosa civiltà romana che
è poi la civiltà dell'Occidente. Evidentemente, fra le genti arie
sopravvenute e le popolazioni mediterranee si determinò una facile
intesa, dovuta al fatto che non vi dovettero essere fra esse sostanziali
differenze di ordine fisico e spirituale e tali da produrre una corruzione
anzichè un miglioramento, dal punto di vista etnico e culturale. In Italia, in
Grecia, e dovunque si afferma LA LINGUA ARIA, i caratteri dominanti furono
indubbiamente dati dalla STIRPE ARIA e per questo, nonostante le
differenze che si osservano fra i diversi popoli di questo gruppo, è
facile cogliere in numerosi e cospicui tratti gli in- dizi della comune
origine. Vi sono invece casi in cui questa affinità elettiva che dà la
preminenza ai caratteri del tipo superiore non ha luogo, per motivi che
non è sempre facile individuare. La storia di alcuni millenni dimostra, per
esempio, come fra gl’ARI e i Semiti essa sia completamente mancata e che le due
stirpi si sono sempre tenute in reciproca difesa, quasi istintivamente
conscie che da una fusione si dovesse avere la perdita da una parte e
dall'altra dei rispettivi caratteri dif- ferenziali. Dovunque Semiti ed
Ari si sono trovati in contatto si sono sempre scontrati in lotta senza
quartiere: gli Irani contro l'impero di Assiria, Roma contro Cartagine,
il mondo cristiano contro l'Islam. Sia che vincessero gli uni, sia che
vincessero gli altri la barriera fra i due mondi non fu mai superata. Da
una parte e dall’altra, tranne sporadiche infiltrazioni, due mondi
diversi hanno conservato tenacemente la loro autonomia, e gli stessi
apporti culturali che l'uno ha dato all'altro sono stati da ciascuno svolti,
interpretati ed elaborati secondo la propria natura. Il cristianesimo è
diventato universale nell’interpretazione romana. Il senso ario della conquista
e dell'espansione assume nella coscienza e nella prassi giudaica aspetti e
modalità, per cui non è quasi più riconoscibile. Ed è certo bene che sia
così, che cioè la barriera sussista, poichè il suo abbattimento non è,
come la storia categoricamente dimostra, nella natura delle cose. Ciò si
potrà rilevare in molti campi, ma a noi preme rilevarlo proprio nel campo
della lingua, che oggi è senza dubbio uno dei più importanti fattori
differenziali degli aggruppamenti razziali. Difatti, quando noi attribuiamo
questo o quel popolo al gruppo ario o al gruppo semitico lo facciamo
soprattutto in base al criterio linguistico che è alla base di tali
gruppi, e dove tale criterio sia reso fallace, com'è il caso dell'elemento
giudaico che ha assunto a propria lingua la lingua nazionale dei popoli
presso i quali vive, vi si sostituisce un criterio pure di ordine
storico, quello religioso. Per l'appunto, nel campo linguistico la
differenza costituzionale fra il semitico e l’ario, sia dal punto di
vista fonetico per il prevalere in quello di suoni laringali ignoti
all’ario, sia dal punto di vista morfologico per la diversità sostanziale della
rispettiva flessione, si rivela così profonda da non consentire un
sincretismo produttivo. L'elemento arabo, penetrato nel persiano in larga
misura in seguito alla conver- sione della Persia zoroastriana
all’islamismo, si è limitato al lessico e non ha intaccato la struttura
fonetica e morfologica squisitamente aria di quella lingua; vi è rimasto
così estrinseco, che, a seguito della ri- presa nazionale avutasi con la
nuova dinastia, l'elemento arabo viene progressivamente sostituito con elemento
propriamente iranico. Quan- do poi una lingua semitica è stata assunta da
un POPOLO DI STIRPE ARIA i risultati che se ne sono avuti sono, nel loro
aspetto negativo, profonda- mente significativi. Questo è, come è noto,
il caso di Malta in cui il primitivo idioma romanzo venne per effetto
della lunga occupa- zione musulmana sostituito con un dialetto arabo
magrebino: l'arabo, forzato in una impostazione vocale completamente
estranea, ne è uscito così malconcio e così, come si suol dire, corrotto,
da giustifi- care quasi le interessate fantasie della pseudo-scienza
linguistica britannica, che nel dialetto maltese voleva riconoscere, anzichè un
dialetto arabo storpiato da bocca romanza e sempre ricco di elementi
italiani, nientemeno che la sopravvivenza di un antico idioma fenicio.
Se ora ci poniamo il problema concreto della formazione dell’unità
etnica, ci appare chiaro che il processo non è diverso da quello della
formazione dell'unità linguistica. Per l'una e l’altra unità è er- rore
gravissimo partire dall'immagine dell’albero genealogico dal cui ceppo,
quasi per virtù interiore di linfa, si siano venuti staccando tanti rami,
integralmente fedeli alla natura e alla struttura di quello. Niente di più
falso, poichè se ciò fosse si dovrebbe avere, tanto nel caso delle lingue
quanto in quello delle razze, propagazione uniforme e non formazione di
nuove unità più o meno nettamente differenziate. L'albero genealogico sarebbe
giustificato solo se in esso potesse risultare il complesso degli apporti
e delle cause che hanno determinato la figura particolare di ciascuna unità.
Prendiamo il caso della lingua italiana. Non esistono lingue,
specialmente a larga diffusione, che non siano costituite da una più o
meno grande varietà di dialetti. L'unità neo-latina, ad esempio, è divisa
in tante lingue, italiano, francese, spagnuolo, provenzale, rumeno, per
dire le maggiori, e queste sono alla loro volta distinte in varietà
dialettali più o meno nettamente individuabili. Qual'è il motivo di tanta
dif- ferenziazione, quando è noto che alla base di tante e così varie
lingue e dialetti vi è l’unità latina, cioè una lingua di cultura,
affermatasi per forza d’armi e prestigio di civiltà? Anzitutto, come
causa di trasformazione appare la reazione del sostrato etnico-linguistico su
cui il latino si è venuto a sovrapporre, sicchè non di latino volgare
bisogna parlare, bensì di tanti volgari, per quante sono le zone
linguistica- mente individuate in precedenza, di cui il latino
s'impossessa. Intervengono poi i contatti che ciascun gruppo già delineato ha
con popoli di altra lingua, germani, slavi, ecc., e gli sviluppi
particolari di ciascuna cultura che necessariamente si riflettono in ciascuna
lingua, soprattutto attraverso il convergere delle varietà dialettali verso la
lin- gua comune, cioè verso una più piena e precisa unità. In altre
parole, il processo per cui le lingue sì determinano non deve essere
guardato nel suo aspetto di disintegrazione di un’unità, bensì piuttosto
in quello integrativo che la nuova unità veramente determina. Ciò ha
ancor maggiore valore, quando non si tratti, come è il caso del latino,
di una lingua di cultura, quindi chiaramente unitaria, che si
sovrappone con il peso della civiltà di cui è espressione su lingue di
minore prestigio, bensì di unità linguistica naturale, in cui il processo
integra- tivo, lento e faticoso, costituisce la modalità stessa di essere
della lingua. Le unità linguistiche, come si è detto, non esistono mai
internamente indifferenziate e ciò deve essere inteso come il risultato
di quella necessità naturale per cui il comprendere, e perciò
l’esprimersi, avviene prima fra i membri di una famiglia, poi fra i
membri di una gente, di una tribù, di un popolo, di diversi popoli, ed è
questa necessità sempre più vasta di esprimersi e di intendersi che
costituisce quelle vaste unità alle quali noi diamo il nome di unità aria
e di unità semitica. Da queste considerazioni deriva che nessuna teoria
è tanto assurda quanto quella della monogenesi del linguaggio, non
meno assurda, o almeno altrettanto poco giustificata, quanto quella che
volesse scientificamente riportare tutti i caratteri delle attuali razze
umane nella loro infinita varietà ai caratteri di una coppia capostipite.
Come per questa altra realtà non si può postulare se non quella
dell'essere uomini, così per la lingua originaria altra qualità non è
possibile postulare se non quella di essere mezzo espressivo di
uomini. Ora, identico processo integrativo è quello che dà origine
alle diverse unità razziali. Anche qui si ha uno slargarsi per
accrescimento e mistioni: dalla singola gente si arriva alla tribù, al
popolo, alla nazione italiana. E’ chiaro che l’accrescersi naturale delle
generazioni amplifica al tempo stesso la natura del processo e fa che i
caratteri dominanti del nucleo più vitale guadagnino sempre più vasto
spazio. Vi è certo qualche cosa di misterioso in questo propagarsi di
caratteri superiori per cui l'umanità ci appare in una continua ascesa, e
ancor più grande mistero è quello che avvolge l’occulta forza da cui ogni
unità razziale è guidata nella sua istintiva difesa da quei contatti e da
quelle mi- stioni che ne altererebbero la genuina struttura. Poichè
l’uomo è essere spirituale, tale modalità del suo divenire anche dal lato
fisico ha forse la sua ragione nell’esigenza di una maggiore spiritualità
che si rifletta anche nella struttura fisica, e in ciò è appunto il
grande mistero dell’uomo, nell’indissolubile legame che in lui si
realizza fra vita biologica e spirito. Da quanto si è detto appare
chiaro che il fattore lingua concorre in maniera dominante, almeno sino a
quando le conoscenze antropo- logiche non forniranno dati biologici più
sicuri, a determinare la nozione di razza; anzi essa costituisce il mezzo
principalissimo di coesione per cui una comunità più o meno vasta di
individui sente di essere popolo e nazione. Le caratteristiche spirituali
e la struttura della lingua di un popolo – osserva Humboldt — sono
l’una con le altre in tale intreccio che posto l’un dato, l’altro si dovrebbe
poter derivare completamente da quello. La lingua italiana, infatti, riflette
anzitutto l'ambiente fisico e una maniera nativa, naturale di sentire il reale
e di esprimerlo. Essa è fatto fisiologico e psicologico al tempo stesso e, come
tale, è legata intimamente con la struttura psicofisica del popolo che la
parla, è anzi la modalità più essenziale con cui tale struttura si
manifesta. Il complesso dei costumi, delle tradizioni che si tramandano
di generazione in generazione, tutto ciò insomma che concorre a dare a
ciascun popolo la sua propria fisionomia, trova espressione fedele e categorica
nel linguaggio. Poichè la nozione di razza non è in sostanza altro se non
la nozione di un'appartenenza ad una determinata comunità genetica, la
coscienza della razza trova nel linguaggio uno dei suoi più forti
sostegni. Non è senza significato il fatto che l'esigenza alla
purezza, quanto all’e4ros e quanto alla lingua, si manifesta presso i
popoli nei momenti della loro maggiore vitalità. Un popolo che ad un
de- terminato momento della sua storia voglia riconoscere i suoi
carat- teri differenziali e voglia segnare una netta linea di
demarcazione fra sè ed altre unità etniche, portatrici di caratteri
spirituali ed etnici non congeniali ai suoi, altro non fa se non
riportarsi coscientemente alle sorgenti più genuine della sua vita. Un
aspetto di tale esigenza è il desiderio di tenere immune la propria
lingua da influenze stra- niere e di eliminare le infiltrazioni che si
sono verificate in momenti di indebolita o distratta coscienza. Nome
compito: Antonino Pagliaro. Pagliaro. Keywords: i arii; la lingua degl’arii, la
favella degl’arii, I fasci littori, dal lictor al littore, il littorio, l’uso
dei fasci nell’Etruria non-aria, la dottrina linguistica di Vico, “scienze
filosofiche – lincei”, ossesso dalla latinita della Sicilia, Cratilo,
discussion di Storia Romana, Romolo, proprieta private, Cicerone, Empedocle, il
fascino dei fasci – enciclopedia del fascismo, fascisti gentiliani ed
anti-gentiliani, l’uso di ‘ario’ – latinita, arieta, romanita – il linguaggio,
sessione sul linguaggio -- filosofia del linguaggio --.Tullio. -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Pagliaro” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pagnini: la ragione conversazionale (Roma).
Filosofi italiano. CV professionale Biografia intellettuale -- è docente di
Storia della filosofia contemporanea presso il Dipartimento di lettere e
Filosofia dell’Università di Firenze e Presidente di Uniser (Polo universitario
di Pistoia). -- è direttore del Centro Fiorentino di Storia e Filosofia della
Scienza; è Fellow del Center for Philosophy of Science di Pittsburgh;; è
fondatore e attualmente editor della rivista Mefisto (già Medicina &
storia); è editor della rivista filosofica internazionale Philosophical
Inquiries; è nel comitato scientifico della rivista filosofica Iride e della
rivista di Medical Humanities L’arco di Giano; è socio fondatore e vice
presidente della Società Italiana per lo studio dei rapporti tra Scienza e
Letteratura; è vice Presidente (e past-President) della BIOM (Società Iitaliana
di storia, filosofia e studi sociali della biologia e della medicina); è
direttore della collana di storia e filosofia della medicina Mefisto presso
l’editore ETS; è collaboratore de Il sole 24 ore e editorialista de La
repubblica. È stato membro della
Commissione Regionale Toscana di Bioetica. È stato visting scholar presso
diverse Università europee e americane (Pittsburgh, St. Andrews, Londra,
Berlino, Rio de Janeiro). Pubblicazioni Monografie e curatele - Psicoanalisi e
estetica, Firenze, Sansoni . - Psicanalisi come filosofia del linguaggio,
Milano, Longanesi . - Antropologia e psicoanalisi, Palermo, Sellerio. -
Realismo/antirealismo, Firenze, La Nuova Italia . - con L.Dalla Ragione (a cura
di), Pensare in medicina, Perugia con A.La Vergata (a cura di), Storia della
filosofia, storia della scienza. Saggi in onore di Paolo Rossi, Firenze, La
Nuova Italia . - Teoria della conoscenza, Milano, TEA, con M.C.Galavotti
(eds.), Experience, Reality & Scientific Explanation, Dordrecht, Kluwer . -
con M. Toraldo di Francia (a cura di), L’identità personale tra filosofia,
diritto e scienza, L’arco di Giano, Ride solo la donna di Tracia? I filosofi e
l’umorismo, Edizioni Brigata del Leoncino, Pistoia con Ghidetti (a cur.),
Sebastiano Timpanaro e la cultura europea del secondo Novecento, Roma, Storia e
letteratura . – con Corbellini (a cura di), Evoluzionismo e humanities, L’arco
di Giano (a cura di), L’errore in medicina, L’arco di Giano, (a cura di),
Filosofia della medicina, Roma, Carocci, . - con B. Fantini (a cura di), Le
emozioni in medicina e la medicina delle emozioni, L’arco di Giano Das
Unheimliche, la ripetizione, la morte", in F.Rella (a cura di), La critica
freudiana, Milano, Feltrinelli. - "Un dibattito su Timpanaro e
Freud", Dimensioni, "L'epistemologia e il problema della valutazione
della psicoanalisi", Intersezioni, Nuovi realisti e nuovi strumentalisti:
un dibattito sul progresso scientifico", Rivista di filosofia Modelli
evoluzionistici e crescita della conoscenza", Intersezioni, 1, Paradigmi
di spiegazione e ‘spiegazioni’ psicoanalitiche", in P.Repetti (a cura di),
L'anima e il compasso, Roma, Theoria, "The Persistence of the Exegetical
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recenti nell'epistemologia della psicoanalisi", Ragioni critiche La
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filosofie straniere nel dopoguerra, Bologna, Il Mulino). - "Storia,
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Psicopatologia e teorie della conoscenza, Roma, Athena Scienza/pseudoscienza:
note sul problema della demarcazione nell'epistemologia post-positivista",
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religione", Introduzione a A.Grünbaum, Psicoanalisi e teismo, Napoli, ESI
Filosofia della scienza e filosofia della medicina: temi e prospettive",
L'arco di Giano Davidson, Freud e i paradossi dell'irrazionalità", Atque Mente
e medicina: riflessioni filosofiche su una diagnosi ‘psicosomatica’",
L'arco di Giano, Vedere la scienza con l'ottica dell'artista’: note su
Feyerabend e il significato filosofico dell'arte", Atque, "La
filosofia analitica", in P.Rossi (a cura di), La filosofia, Torino, UTET
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psicoanalisi al decostruzionismo”, ivi. - “Bertrand Russell e la matematica”,
in AA.VV., Filosofi del Novecento europeo, (di prossima pubblicazione). - “Che
cos’è la filosofia oggi?”, in Memorie dell’Accademia marchigiana di scienze
lettere ed arti, Ancona Forme di filosofia analitica”, in B.M. Ventura (a cur.),
La contemporaneità filosofica tra analitici e continentali, Milano,
FrancoAngeli Filosofia italiana e filosofie straniere”, in F.P.Firrao (a cura
di), La filosofia italiana in discussione, Milano, BrunoMondadori, . - “La
‘rivoluzione’ psicoanalitica e il ‘nuovo soggetto’”, in F.Cambi (a cur.), La
rivoluzione del soggetto tra filosofia e scienze umane, Firenze, Le Monnier, “Filosofia
della psicoanalisi”, in N. Vassallo (a cura di), Filosofie delle scienze,
Torino, Einaudi, “Filosofia della scienza e medicina”, L’arco di Giano Le “due
culture” dopo Retorica e logica”, in A. Peruzzi (a cura di), Giulio Preti.
Filosofo europeo, Firenze, Olschki Il clinico, il detective, il cacciatore:
ripensando il ‘paradigma indiziario’”, L’arco di Giano, “L’interpretazione dei
sogni di Freud”, in Nuova storia universale, vol. IX I racconti della storia,
Milano, Garzanti Timpanaro su psicoanalisi e scienza”, in E. Ghidetti & A.
Pagnini (a cura di), Sebastiano Timpanaro e la cultura europea del secondo
Novecento, Roma, Storia e letteratura Con Freud e contro Freud, per amor del
vero”, Introduzione a S. Timpanaro, La ‘Fobia romana’ e altri scritti su Freud
e Meringer”, Pisa, ETS “Il filosofo e il comico”, in M.Bresciani Califano (a
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tappeto”, Il sole 24-ore C’è una logica in questo delirio”, Il sole 24-ore La
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analitici si raccontano”, Il sole 24-ore Mente e mondo uniti contro il Mito del
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eclettico e acuto”, Il sole 24-ore, Da Kant a Hegel e ritorno”, Il sole 24-ore Che
cosa non è Illuminismo”, Il corriere di Firenze Pensatori divisi dalla logica”,
Il sole 24-ore, Recensione a P.Vineis, Nel crepuscolo della probabilità”,
Medicina & Storia, “Le due rive di Wittgenstein”, Il sole 24-ore Tra
filosofia e psicoanalisi”, Il sole 24-ore Costruzioni del bambino tra sogni e
furori”, Il sole 24-ore, “Attualità del ‘senso comune’”, Il sole 24-ore, “Una
consapevole incertezza”, Il sole 24-ore Tutti i travestimenti
dell’anti-illuminismo”, Il sole 24-ore, La fenomenologia genetica di Husserl”,
Il sole 24-ore, . - “Le condizioni del pensiero”, Il sole 24-ore Recensione a
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Husserl?”, L’indice, Le condizioni della ragion pratica”, Il sole 24-ore,
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sole 24-ore Gli ultimi pensieri sugli schemi concettuali”, Il sole 24-ore, . -
“L’arte? Una morale che diventa visibile”, Il sole 24-ore Pensare l’estetica
senza Gadamer”, Il sole 24-ore Kant, lo schema della conoscenza”, Il sole
24-ore, “Come risvegliare la ragione”, Il sole 24-ore Il nuovo spazio delle
ragioni”, Il sole 24-ore Recensione a Thomas Dixon, Froma Passions to
Emotions”, Medicina & storia, “Una mente sempre più naturale”, Il sole
24-ore Ecologia contro schematismo”, Il sole 24-ore Freud, un grande
aristotelico”, Il sole 24-ore Retorica delle due culture”, Il sole 24-ore Non è
sportivo fare del calcio un mercato”, Il sole 24-ore La lezione morale di
Freud”, Il sole 24-ore Psicoanalisi, non solo libri neri”, Il sole 24-ore, “La
letteratura dopo la filosofia?”, Interpretazioni. - “La natura delle menti
aperte”, Il sole 24-ore, L’ultima trincea di Freud”, Darwin La sofferenza
nell’era della tecnica”, Il sole 24-ore, Inseguendo la strega di Faust”, Il
sole 24-ore,- “Ludwig, dissolutore di problemi”, Il sole 24-ore, . - “Mettetevi
un po’ nei miei panni”, Il sole 24-ore, “Sigmund oltre il suo mito”, Il sole
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Gillo Dorfles, Pistoia, Brigata del Leoncino, Psicoanalisi molecolare”, Il sole
24-ore, È un’abduzione, Watson!”, Il sole 24-ore Revisioni in progress”, Il
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“L’Università alle prese con le materie di Topolino”, La repubblica, I filosofi
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indotto”, La repubblica, “Lezioni di storia e il lavoro sulla verità”, La
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ministro e l’elogio della lentezza”, La repubblica Filosofia: o le nozze o la
scomparsa”, La repubblica La televisione che entra nelle vite degli altri”, La
repubblica, . - “La mente incarnata di Maurice”, Il sole24-ore, “Dietro il
mondo delle passioni una realtà fatta di vuoto”, La repubblica, “Quando
ridevamo alla greca”, Il sole24-ore, “La verità? È una questione di
democrazia”, Il sole24-ore Quelle intuizioni sulla democrazia autoritaria”, La
repubblica Perché Crozza ci fa ridere e cosa c’entra con Aristotele”, La
repubblica, . - “Addio a Maria Moneti”, La repubblica, . - “un progetto
incomprensibile tra sbagli e mosse maldestre”, La repubblica, Humanities alla
luce della ragione”, Il sole24-ore Se più della libertà può il caso”, Il
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nasce in Grecia”, La repubblica Carifi, il cammino interiore e la ricerca della
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rispetto al centro della morale”, Il sole24-ore, L’ultima lezione di Paolo
Rossi”, La repubblica Oltre ai test, pensate a Aristotele”, La repubblica,
“Analisti? Come epigrafisti”, Il sole24-ore Filosofia o enigmistica”, La
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e l’estetico filosofie (di vita) a confronto”, La repubblica Rido, dunque
(forse) penso”, Il sole24-ore, . - “Il teatro di Feyerabend”, La repubblica, .
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Il sole24-ore, “Siamo atomi o persone?”, Il sole24-ore. Un pianeta dal grande
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Freud è una leggenda”, Il sole24-ore, . - “Questo calcio ci dà da pensare”, Il
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Medioevo”, Il sole24-ore Perché vincere senza virtù?”, Il sole24-ore, . -
“Filosofi italiani in ordine sparso”, Il sole24-ore, . - “Quest’Italia che
amiamo e un po’ anche detestiamo”, La repubblica, Come si individua la
pseudoscienza”, Il sole24-ore, . - “Il mandante dei miei misfatti”, Il
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“Non solo anglosassoni”, Il sole24-ore, . - "La chimica della
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sole24-ore, . - "Effetti placebo, i nuovi studi", Il sole24-ore Molte
scienze, una sola 'episteme'", Il sole24-ore, . - "Antropologo del
rimorso", Il sole24-ore, . - "Ora sul lettino c'è anche Gesù",
Il sole24-ore Allenatevi a gestire l'imprevisto nel pallone", Repubblica,
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critica come scienza", Il sole24-ore, Profondità del pragmatismo", Il
sole24-ore La rivoluzione di Koyré", Il sole24-ore Metafore per la
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Bologna, il Mulino. Nome compiuto: Alessandro Pagnini. Refs.: Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Pagnini,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria.
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