LUIGI SPERANZA, "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z P PA
Palazzani
essential Italian philosopher female?
Grice
e Palladio: GRICE ITALO!; ossia, la ragione conversazionale a Roma antica –
Roma – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Known to have been a philosopher from references to
that effect in letters of Theodoret.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pandullo: dal grido al grido – filosofia
calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Tropea). Filosofo italiano. Abstract. Keyword: H. P. Grice. Tropea, Vibo
Valentia, Calabria. H. P. Grice: “It’s best to start reading from the second
quotation!” .
ANALISI METAFISICA DEGL’ELEMENTI DELLA LINGUA OPMA affo òfctuho òeivixe
Viutxoilujioi c)t tutte fé fi DOMENICO PANDILLO PROFESSORE DI BELLE LETTERE E
DI LINGUE ESTINTE E VIVENTI, * NAPOLI 2 NAPOLI DALLA TIPOGRAFIA TRANI,
Dìgitized by Google Essendosi adempito a quanto prescrive la legge, la presente
opera è sotto la di lei guarcntla. Digitized by Google AL NOBIL UOMO IL SIGNOR
BARONE D. FRANCESCO NICOTERA. Consacro a Voi, gentilissimo e o- noratissimo
Signore , la mia Gram- matica. Non bramosìa di laude , non sete di novità, non
basso fine indussemi a por mano ad opera sì fatta. Solo ed unico mio scopo si
fu segnar più certa , spedita ed age- vol via agii apparanti L’idioma gentil ,
sonante e puro di quel sommo e divino Tosco che tutto seppe. Fortissimo stimolo
a farmi accin- gere ad un tanto lavoro si fu pure il riflettere che , chiamato
io da propizia stella a svelare ai figliuoli vostri gli altissimi concetti e le
bel- lezze, copiose oltre ad ogni stima, Digitized by Google dei sublimi
classici dell’ itala favel- la , con più ardente impegno ne avrebber eglino
apparato le dottri- ne contenute in un libro fregiato dell’ illustre nome di
chi loro ha dato V essere , e composto da colui che ha la cura d incaminarli al
ben- essere. Prego intanto il Dator d’ ogni bene che lungamente e prospera-
mente conservi la vostra persona , per marche di onore , per grandez- za
d’animo e per buona riputazio- ne , Eccellente , alla cospicua vo- stra
famiglia , preziosa , agli amici e devoti vostri , carissima. Di Napoli, a’dì 12
Gennaio i835. Di Vostra Signoria Illustrissima, A 'ffezi Oliati s. m0 e
clcvotis. m ° servitore D. PANDTJLLO. Digitized by Google PREFAZIONE. 5 % Vox
diversa sonat populorum ; est vox tamen una. Marciai. Il linguaggio è V organo
per cui comu- nicasi la ragione umana , la facoltà che trasmette’ V imagine del
pensiero. Ecco 10 scopo di tutte le lingue } e per giu- gnervi, esse impiegan,
tutte , i suoni della parola. Ma come mai questi suoni arti- colati che formali
un tutto sensibile, suc- cessivo e divisibile , rappresentar possono 11
pensiero , oggetto puramente intellet- tuale e necessariamente indivisibile ?
La LjOgica , mediante V astrazione , perviene ad analizzare quest’atto
indivisibile dello spirito 5 essa considera separatamente le idee che ne sono V
oggetto j osserva le diverse relazioni eh ’ hanno tra di loro a causa del
rapporto eh’ esse han tutte col pensiero indivisibile. Quindi le idee parziali
di un medesimo pensiero son con- catenate le une con le altre in una suc-
cessione fondala sui rapporti che le le- gano tra di esse e al tutto. Or a
questa successione dar puossi il nome di ordine analitico , per esser ella al
tempo stesso il risultamcnto dell' analisi del pensiero ed il fondamento dell'
analisi del discorso in tutte le lingue. Il linguaggio , fondato in tutto e per
tutto su quest' analisi uniforme che ne è come il meccanismo intellettuale ,
diviene V i strumento comune della manifestazione dei pensieri e della ragione
umana , l' iu- te rp et re dei sentimenti e delle affezioni , l' organo
prezioso della carità universale che legar dee tutti gli uomini per lor fe-
licita , e 'l legame necessario della società che gli unisce. Le differenze che
ravvisami tra una lingua e l'altra, non sono , per così dire , che superficiali
j esse provengono da quel- le dei tempi , dei luoghi , dei costumi e degl'
interessi , i quali , variando senza fine , lascian sempre sussistere il mede-
simo fondo. La Grammatica , la scienza delle scien- ze , quella che le
abbraccia tulle , che ha per oggetto l' enunciazione del pensiero per mezzo
della parola pronunziata o scritta , ammette dunque due sorte di princìpi. Gli
uni , d’una verità apodittica immutabile universale , son fondati sulla natura
del pensiero medesimo , ne se- guono l'analisi ; gli altri non hanno che una
verità ipotetica e dipendente dalle convenzioni fortuite arbitrarie e mutabili
che han generato i differenti idiomi. I primi costituiscono la Grammatica gene-
rale , i secondi son l'oggetto delle diverse Grammatiche particolari. LjU
Grammatica generale è dunque la scienza ragionata dei princìpi immutabili e
generali del linguaggio pronunzialo o scritto , in qualunque lingua si sia. Una
Grammatica particolare è V arte di applicare ai princìpi immutabili e ge-
nerali del linguaggio pronunziato o scritto le istituzioni arbitrarie ed usuali
d' una lingua particolare. La Grammatica generale è una scien- za , perchè non
ha per oggetto se non la specolazione ragionata dei princìpi im- mutabili e
generali del linguaggio. Una Grammatica particolare è un' arte, perchè ha per
oggetto V applicazione pra- tica delle istituzioni arbitrarie ed usuali di una
lingua particolare ai princìpi ge- nerali del linguaggio. La scienza
gramaticale è anteriore ad ogni lingua , perchè i suoi princìpi sup- pongono la
possibilità delle lingue , per- chè dirigono la ragione umana nelle sue
operazioni intellettuali'. L’arte gramaticale, al contrario , è po- steriore alle
lingue , perchè gli usi delle lingue deggion esistere pria di esser rap-
portali artificialmente ai principi generali del linguaggio , e perchè i
sistemi ana- logici che f orman l'arte non posson essere che il successo delle
osservazioni fatte su- gli usi preesistenti. Io mi occuperò di quest' ultima, e
, sic- come la conoscenza di ciò che operasi nel nostro spirito è assolutamente
neces- saria per comprendere i fondamenti della Grammatica , la qual verità ,
se avesse d- luminato ogni scrittore di grammatiche , non si sarebbe imaginato
di far teorìe dei segni pria di aver approfondito la conoscenza della lor
formazione e quella della lor espressione e deduzione , così V ordine da me
tenuto in questa IN uova Grammatica Ragionata Italiana, ossia Ana- lisi Metafisica
degli elementi dei Discorso, è diverso affatto da quello che general- mente si
osserva , ed è proprio quello da natura e da ragione segnato. lo non farò motto
da prima di sostan- tivi e di aggettivi , del lor accordo in ge- neri e in
numeri , nè delle regole da sta- bilire perchè le diverse terminazioni del
verbo indichino le persone , i numeri , i tempi , i modi , nè della maniera
onde queste parole riunite formar possano una proposizione. Ciò facendo ,
sarebbe lo stesso che cominciar dalla fine , partire da una situazione in cui
non siamo an- cora. Ecco V errore e la falsità di tutte le grammatiche non
ischiarate dalla luce dell 1 ideologìa. Tosto che nasciamo , noi sentiamo ,
esprimiamo ciò che sentiamo , parliamo j noi abbiamo un linguaggio , prendendo
queste parole nel lor più esteso senso , e con verità possiam dire di esser noi
so- vente eloquentissimi , pria di sapere e di poter pronunziare una sola
parola arti- colata. Questo linguaggio primitivo , il solo che possiamo parlare
, non è mai da noi abbandonato : noi lo coltiviamo in- cessantemente ,
gradatamente lo perfezio- niamo , sinché ghigniamo ad una lingua
perfezionatissima , pria di esserci caduto nelV animo il dubbio che sienvi
regole im- mutabili le quali dirigono queste opera- zioni e eli esse sian
conseguenze imme- diate e necessarie della nostra organizza- zione medesima, lo
non fo adunque che seguire gradatamente i progressi del no- stro spirito ,
senza perder mai di vista la filiazione delle nostre idee. Ij esame del
discorso in genere ; Varia- tisi dei suoi veri elementi , ecco V oggetto delle
mie ricerche in questa Grammatica. Le informi decisioni dei primi grama- tici ,
scrupolosamente da età in età ripe- tute , senza essere state mai fuse nel cro-
giuolo delV esame e dell' analisi , han ser- vito a moltiplicare gli errori e a
via più Digitized by Google II spessore le tenebre del pedantismo. Ep- però
dissimular non deggio che il mio si- stema di Grammatica , rovesciando la
maggior parte delle false idee ricevute e degli erronei principi , sarà
agramente ripreso dall ’ ignorante ciurma e dai Zoili pedanti cui paragono alle
sucide Arpìe le quali lordano tutto ciò che toccano , insensatamente
proclamando V inviolabil ri- spetto dovuto alle opinioni dall’uso e dalla
propria antichità accreditate : Clament periisse pudorem , . . Vel quia nil
rectum , nisi quod placuit sibi , ducunt ; Vel quia turpe putant parere
minoribus , et quae Imberbes didicére , senes perdenda fateri. Horat. II Epist.
j , 80 . lo risponderò loro con questa sentenza del giudizioso Quintiliano :
Quidquid est optimum , ante non fuerat. Instit. orat. X, a. Adunque se la mia
propria ragione , se le mie particolari esperienze di parec- chi anni nell’
insegnamento non mi facciano spacciar cV assai , fonimi asperare che questo mio
metodo sarà per riuscir semplice , agevole , breve ed uniforme agli apparanti
la favella italiana e per servir d' introduzione allo studio di tutte le lingue
, giacche tutte kan delle regole tra lor comuni che derivano dalle nostre
facoltà intellettuali e d'onde emergono i princìpi del raziocinio. Le poche
anime seguaci del vero e del bello , al rimprovcrlo delle quali è bersa- glio
la gente ignara , vana , invidiosa e superba , sapran al certo compatirmi s' io
non abbia saputo nè potuto far meglio , rammentando io loro le parole del
divino Alighieri. Queste due proprietadi ha la Gramatica , che per la sua
infinitade li raggi della ragione in essa non si termina- no in parte. Convito.
Veggio infine avvertire gl' imparanti che il pensiero dello stesso Dante dal
Sanzio così sviluppato : Grammaticorum sine ra- tione testimoniisque auctoritas
nulla est ( in Minerv . , lib. i , c. 2 ) , avendomi ad evidenza mostro ch'il
gramatico limi- tar non deesi ad una esposizione dogma- i3 tica delle regole grammaticali j ma che
dopo averle dedotte dai principi della ragione e della sana logica , avvalorar
le debbe con autorità da far legge , ho sem- pre giunto al precetto gli esempli
, tratti dai creatori della nostra lingua e dai clas- sici più puri, Dante,
Boccaccio, Petrar- ca , Firenzuola , Fedi , Buonarroti , ec. Chiudo quanto mi
era posto in cuore di far palese ai miei leggitori pregando le persone scempie
d ’ ogni mal talento , e coloro che meritamente han fama nella repubblica delle
lettere , di additarmi per le vie aperte alla comunicazione lettera- ria , gli
errori ov io fossi , per inavver- tenza o per ignoranza , potuto cadere. Tantum abest ut scribi contra nos no- limus , ut id etiam maxime optemus .
. . Nos qui sequimur probabilia , nec ultra id quod verisimile occurrerit
progredì pos- sumus , et refellere sine pertinacia, et re- felli sine iracundia
parati sumus. Cic.
II. 7 use. disp. ij. Analisi del Discorso. Ogni sistema di
segni è un linguaggio : ogni impiego di un linguaggio , ogni emis- sione di
segni è un discorso. Essendo dun- que ogni discorso la manifestazione delle
nostre idee , la conoscenza perfetta di que- ste idee può sola farci scoprire
la vera organizzazione del discorso e svelarci com- pletamente il segreto
meccanismo delia sua composizione. Sentire e giudicare , ecco tutta la nostra
intelligenza , tutto il nostro essere , tutto ciò che siamo , l’intiera nostra
esistenza* Giovanetti , è questo un fatto che ognun di voi ha già dovuto in sè
provare , è questa la fonte , onde emanar deggiono tutte le conoscenze
gramaticali , debb’csser questo il lilo d’ Arianna per non farvi Digitized by
Google i6 smarrire negrinestricabili andirivieni del la- birinto edificato dai
Clamatici non filosofi. Quando giudichiamo , sentiamo dei rap- porti tra le
nostre idee, sentiamo che un essere qual si sia , o piuttosto l’idea che se ne
ha , giacché non sentiamo che le nostre idee, rinserra una qualità, una' pro-
prietà , una circostanza qualunque. Giu- dicare, è dunque sentire che una idea
ne rinchiude un’altra. Quando io penso a Ce- sare, e giudico che Cesare è
dotto, sento che l’idea di Cesare comprende l’idea di egser dotto e ch’ella la
novera nel nume- ro degli elementi che la compongono at- tualmente. Imperò ,
quando abbiamo una percezione , una idea , noi sentiamo } e quantunque volte
sviluppiamo una circo- stanza in questa percezione , noi giudi- chiamo. È
questo, giovanetti , un punto capitale che non bisogna perder mai di vista. Per
esprimer un giudizio , fa di mestieri enunciar le due idee di cui l’una contie-
ne l’altra, più l’atto dello spirito che rav- visa questo rapporto. Ciò
appellasi il sog- getto, l’attributo ed il segno deU’afferma- Digitized by
Google *7 zione che gli unisce. Ecco ciò che costi- tuisce una proposizione.
L’essenza del di- scorso adunque è d’ esser composto di proposizioni , di
enunciazioni di giudizi. Son questi i suoi veri elementi immedia- ti 5 quindi
impropriamente vengon appel- lati elementi , parti del discorso , quelli che
sono realmente gli elementi , le parti della proposizione. La decomposizione a-
dunque della proposizione sarà l’oggetto delle nostre ricerche. Decomposizione
della proposizione nei suoi elementi . Giovanetti, voi siete ora nella certezza
ch’ogni proposizione debb’esser l’enunzia- zione d’un giudizio e che il
discorso non puote avere significazione veruna quando non esprime un giudizio
qualunque. Ri- flettendo ognun di noi su la natura della nostra intelligenza
che tutta consiste a sentire e a giudicare , non puossi affatto dubitare di
queste verità. Si è dimostrato nel precedente capitolo che per esprimer un
giudizio fa d’ uopo enunciare le due idee di cui 1’ una con- tiene 1* altra ,
più 1’ atto dello spirito che osserva un tal rapporto. Qual maraviglia debb’
esser ora la vostra nell’ udire che sovente un solo de’ nostri suoni articolati
rappresenta una proposizione intera, espri- me un giudizio completo! Non 7 per
esem- Digitized by Google pio , vuol dire : io non sento ciò , o io non credo
ciò , o io non voglio ciò , se- condo le occasioni diverse. Si, vuol dire del
paro : io lo credo , o io lo farò , o ciò è certo , secondo i vari casi. 11 nostro
semplice grido ah! significa: io sono do- lente. Il grido oh! può significare:
io sono attonito , stupefatto. Avviene lo stesso di tutte le nostre in-
teriezioni, d’un gran numero di congiun- zioni e di parecchie di quelle parole
chia- mate da alcuni gramatici particelle : esse son tante enunciazioni di
interi giudizi. Dir puossene altrettanto , in molte cir- costanze dei nostri
pronomi. Essi rappre- sentan sovente una intiera proposizione. Quando, dopo
aver detto: la Francia ha dichiarato la guerra alla Spagna: soggiun- go :
siatene sicuro , credetelo , ciò vai quanto dire : credete questo giudizio ,
siate sicuro di questo giudizio; la Fran- cia ha dichiarato la guerra alla
Spagna. Ne e lo significano esattamente questa proposizione : in un’altra
circostanza , ne significheranno un* altra. Da un altro lato abbiamo parole ,
in gran numero , che non esprimono nep- pure una intera idea , le quali non
rap- presentano , per così dire , che un fram- mento d’idea : tali sono le
nostre prepo- sizioni , gli avverbi , gli aggettivi , com- presivi i participi
e gli articoli. Il , di , virtuoso , diligentemente , non significan
assolutamente nulla , e non si potrebbe fare verun uso di sì fatte parole ,
isolate e separate da ogni altra. Questi stessi se- gni uniti ad altri , il
dinoterà in qual e- stensione debb’ esser presa una idea. Di , posto tra due
idee , indicherà che 1’ una è in un certo rapporto con l’altra. Vir- tuoso
disegnerà una qualità di un ente. Diligentemente , la maniera onde un’azio- ne
è eseguita. Ma il non è mica il nome dell’estensione j di non è quello del rap-
porto j virtuoso , non è quello della qualità, nè diligentemente quello del
modo. Non son dunque questi , veri segni , ma real- mente frammenti di segni.
Non havvi proposizione senza verbo e- spresso o sottinteso. Desso costituisce
solo la proposizione e determina il senso di quella nella quale Digitized by
Google 21 entra. Ma quando il verbo è impiegato al modo participio , non evvi
enunciazione di giudizio } quindi non havvi proposi- zione. Quando dico : un
uomo leggente , una donna pregiata , una cosa finita , enuncio semplicemente
delle idee isolate ed uniche. 11 verbo a questo modo , è un vero aggiunto ed è
questa la sua forma essenziale e fondamentale , come vedrassi quando si esporrà
la teorìa del verbo. Il verbo all’infinito non forma uè anco proposizione , nè
per seguenza enunzia- zione di giudizio. Esso è un vero nome , mediante il
quale si disegna ed il verbo medesimo e lo stato eh’ esprime. Lo stato
primitivo d’ogni proposizione, è, come di sopra si è accennato , d’ esser
composta d’ un sol grido. Ma quali ele- menti necessari deggian contenersi in
que- sto segno unico , il vedremo tosto. Essendo ogni proposizione
l’enunciazio- ne di un giudizio , ed ogni giudizio con- sistendo a sentire che
una idea esiste nel nostro spirito , che un’ altra idea esiste in quella,
bisogna necessariamente che il se- guo unico il quale esprime una proposi-
Digitized by Google zione contenga in sè almeno due altri se- gni 5 l’ uno
rappresentante una idea esi- stente in sè stessa, e l’altro rappresentante
un’altra idea come non esistente che nella prima. Son questi al certo due
elementi necessari del discorso: vediamo ora quali essi sieno e poscia se
sienvene altri del pari indispensabili. Il nome che si concepisce come sussi-
stente in sè e come il soggetto di ciò che in lui si concepisce , è il primo di
questi due segni. In effetti , sono i nomi che rappresentano tutte le idee che
hanno nel nostro spirito una esistenza assoluta ed indipendente da ogni altra
idea. Che que- sta esistenza sia positiva e reale come quella degli esseri
sensibili , o pure fittizia ed imaginaria come quella degli esseri puramente
intellettuali, poco rileva. Que- ste idee esistono in sè stesse e non son
subordinate ad alcuna altra. 1 nomi adun- que , ed i pronomi che ne fan le veci
, posson solo esser i subietli dei nostri giu- dizi e delle nostre proposizioni
5 e tutti gli altri elementi del discorso non rappre- sentano che idee a quelle
relative. Nulla Digitized-by Google a3 di meno le altre parole , ed anco frasi
intere , divengon assai sovente soggetti di proposizioni j ma ciò avviene
quando so- no impiegate come nomi assoluti o sog- gettivi , vai quanto dire
riguardati come esprimenti idee aventi un’ esistenza propria ed assoluta. Gli
aggiunti propriamente detti, o mo- dificativi y e per seguenza tutte le parole
e le frasi impiegate aggettivamente , son le parole che compongono la seconda
spe- cie dei segni indispensabilmente necessari per formar una proposizione. Ma
essi non sono attributi completi : esprimono bensì una idea che fa parte d’ un’
altra, ma con astrazione dell’idea di esistere. Valoroso , rappresenta , è vero
, l’ idea valore come appartenente o piuttosto come dovendo appartenere ad un
soggetto , ma non già come effettivamente esistente. Imperocché per significar
completamente che una idea è rinchiusa in un’altra , bisogna prima si-
gnificare eh’ ella è , eh’ ella esiste. Or di questa proprietà sono scempi ,
per una singolare astrazione tutti i nostri aggiun- tivi , proprietà di cui va
solamente adorno il solo aggiunto essendo , esistendo od esi- stente che in sè
racchiude I’ idea di esi- stenza , idea che lo rende completamente attributo e
che per mezzo suo è implici- tamente negli altri aggettivi compresa . Questi
aggettivi sono appunto i verbi. 1 verbi son dunque altrettanti aggiunti chiu-
denti in sè medesimi 1’ aggiunto essendo che noi chiamiamo participio , eli* è
la lor forma essenziale e fondamentale. Quindi fassi aperto perchè gli
aggettivi propria- mente detti son verbi mutilati , e i verbi sono aggettivi
interi , e perchè i primi uniti ad un sostantivo non producon mai una
proposizione, e perchè non si richie- de che un vèrbo e ’1 suo subietto per
farne una. Ma il verbo al modo participio forma la proposizione
imperfettamente. Quando dite: Giulio leggente od essendo leggen- te , voi
accoppiate due idee, una esistente in sè stessa ed una che non puote esistere
che in un’ altra , e nulla d’ avvantaggio. Ma quando dite : Pietro legge od è
leg- gente , voi pronunziate un giudizio for- male , cioè che l’ idea di legge
o è leg- Digitized by Google 25 genie esiste in una maniera positiva ed attuale
in un’ altra. Per le stesse ragioni dianzi addotte non puote esservi proposi-
zione quando il verbo è all’indefìnito. . In ogni proposizione dunque si conten-
gono due termini, un soggetto ed un at- tributo , un nome ed un verbo. Tutto il
rimanente del discorso risolvesi in acces- sorii di subietti o di attributi.
Eccoci or- mai pervenuti alla decomposizione com- pleta della proposizione :
facciamci ora a percorrere le divisioni della medesima. Della divisione delle
Proposizioni . Giovanetti, si è dimostrato nell'antece- dente capitolo che in
ogni proposizione contener deggionsi due termini : il sog- getto che è il segno
dell’ ente giudicato , quello del quale si afferma, o si nega, il predicato ,
quello dell* idea in lui conte- nuta , quello che si afferma o si nega. Il
soggetto esser può semplice come in questa proposizione : Beatrice mi guardò
con gli occhi pieni Di faville d'amor — Dante. Il soggetto puote esser
moltiplice , allor- ché , in virtù della elissi che tanto suona quanto difetto
o mancamento , si attri- buisce a più oggetti una intenzione mede- sima , come
in questi versi del Petrarca: Amor , natura , e la helValma umile Ov' ogn alta
virtute alberga e regna , Contra me son giurati. Se non avesse in questo luogo
il Poeta fall’ uso della elissi , sarebbesi convenuto dir così: amor contra me
è giuralo } na- tura contra me è giurata 5 e la bell'alma umile ove ec. ,
contra me è giurata , e però avrebbersi , in vece d’ una , tre pro- posizioni.
Il soggetto è complesso come in questa proposizione : Lucevan gli occhi suoi
più. che la stella . Dante. Dario re di Persia fu vinto daAlessandro. Le
formule gli occhi suoi , nel primo esempio } Dario re di Persia , nel secon- do
, sono i soggetti complessi. Non havvi lingua, per doviziosa di vo- caboli che
sia , la qual non manchi pur sovente di segni, propri ad esprimere con una sola
voce ciascuna idea e ciascun concetto che venir ci possa nello spirito : in tal
caso ci convien far uso d’una peri- frasi , ossia d’un largo giro di più parole
ad un sol termine equivalenti 5 quindi in questi versi di Dante : Tu proverai
si come sa di sale Lo pane altrui , e cornee duro calle Lo scendere e’I salir
per V altrui scale ; Digitized by Google a8 l’ aggregamento dei segni lo
scendere e 7 salir per V altrui scale , ritraenti sì fatto concetto , forma il
soggetto della seconda proposizione. Del paro che il soggetto , 1 T attributo
esser può semplice, moitiplice, complesso, ed enunciato con una parafrasi.
L’attributo è semplice, come in questa proposizione ; Dio è eterno. — È molti-
plice in questa : Dio è giusto ed onnipos- sente. — È complesso in quest’
altra: Ce- sare fu il tiranno d* una repubblica di cui doveva esser il
difensore. È finalmente l’attributo enunciato per mezzo d’una pe- rifrasi in
questa proposizione : Il vivere onestamente è il solo mezzo per essere scempio
dell ’ altrui maldicenza. Ciò pre- messo passiamo a discorrere le differenti
specie di proposizioni. Non è mia idea , o giovanetti, far qui parola di tutte
le specie di proposizioni che distinguonsi nella Filosofia. La Gra- matica non
si occupa che della forma delle proposizioni , e sotto questo ragguar- damento
dello spirito esse posson essere i .° semplici o composte ; 2 . ° complesse od
Digitized by Google 2 9 incomplesse ; 3.° relative ; 4-° integre od elittiche;
5.° principali od incidenti, e que- ste esplicative o determinative. 1. Le
proposizioni sono semplici o com- poste , secondo la natura del lor soggetto e
del lor attributo. Una proposizione sem- plice è quella di cui il soggetto e 1’
attri- buto sono egualmente semplici cioè, igual- mente determinati da una sola
idea tota- le , come : la saggezza è preziosa ; la considerazione che si
accorda alla virtù è preferibile a quella che si accorda alla nascita. Una
proposizione dicesi composta quan- do il soggetto o l’attributo son composti,
cioè determinati da differenti idee totali. Una proposizione composta pel
soggetto può decomporsi in tante proposizioni sem- plici quante son le idee
totali integranti contenute nel soggetto composto; ed esse avranno tutte il
medesimo attributo e sog- getti differenti. Demostene e Cicerone fu- rono
oratori : sonvi qui due soggetti , De- mostene e Cicerone ; quindi due propo- sizioni
semplici aventi lo stesso attributo : i. Demostene fu oratore ; 2 . Cicerone
fu, oratore. Una proposizione composta
per V attri- buto può decomporsi in tante proposizioni semplici quante idee
totali integranti sonvi nell’ attributo composto j ed esse avranno tutte il
medesimo soggetto ed attributi dif- ferenti Cicerone fu filosofo ed oratóre:
qui havvi due attributi , fu filosofo e fu o- ratore : imperò due proposizioni
semplici col medesimo soggetto : i° Cicerone fu filosofo \ 2 ° Cicerone fu
oratore . La de- composizione fassi sensibilissima in qnesta veramente aurea
strofa di Orazio, II. Od. io. Auream quisquis mediocritalem Diligiti tulus
caret obsoleti Sordibus tedi , caret invidenda Sobrius aula. II. Le
proposizioni sono a un pari com- plesse od incomplesse , secondo la forma deli’
enunciazione del lor subietto e del lor attributo. Dicesi proposizione
complessa quella di cui il soggetto o l’attributo sono complessi. i°.
Proposizione complessa pel soggetto: La possanza legislativa è rispettabile.
Digitìzed by Google 3i 2. 0 Proposizione complessa per 1* attri- buto : Dio
governa tutte le parti dell' u- niverso. , Una proposizione incomplessa è
quella di cui il soggetto é 1’ attributo sono pari- mente incomplessi. Esempi :
la saggezza è preziosa : mentire è una viltà. III. Chiamasi proposizione
relativa quel- la la quale dipende da altra proposizione sottintesa. Tale si è
la seguente : Lassando l'atto di cotanto uffizio , Dant. la cui correlativa
sottintesa si è : quanto è l' atto del giudicare. IV. Quella eh’ ha neve il
volto , oro i capelli. Petr. — - Chiamasi proposizione in- tegra quella in cui
contengonsi tutte le parti necessarie all’intendimento del concetto che vuoisi
esprimere, come nella seguente : quel- la ch'ha neve il volto. Ma se tacciasi
in essa il soggetto o il verbo, o l’uno e l’altro, la proposizione , per tal
manco difettiva , dicesi proposizione elittica , siccome la se- guente,
finimento dei precitato verso: oro i capelli , il cui intero costrutto si è , e
quella che ha oro i capelli. V. Quando le giunte fatte , sia al subietto , sia
all’ attributo , sia a qualche al- tro termine modificativo dell’ uno o del- 1’
altro , sono esse stesse proposizioni , tali proposizioni parziali sono
incidenti } e quel- le di cui esse son parti integranti , sono principali. Per
esempio , quando dicesi : i savi , che sono più istrutti del comune degli
uomini , dovrebber pure sorpassarli in sag- gezza , questa è una proposizione
com- plessa : che sono più istrutti del comune degli uomini , è una
proposizione parzia- le , legata al soggetto i savi , di cui è un compimento
esplicativo , perchè serve a svilupparne l’idea per trovarvi un motivo che
giustifichi 1* enunciazione della propo- sizione principale , i savi dovrebbero
sor- passare gli altri uomini in saggezza : la proposizione parziale , che sono
più istrutti del comune degli uomini , è dunque una proposizione incidente.
Parimente quando dicesi : la gloria , che proviene dalla virtù , ha uno
splendore im- mortale , è questa una proposizione com- plessa : che proviene
dalla virtù , è una proposizione parziale , legata al subietto la gloria , di
cui è un complimento de- terminativo , perchè serve a ristrignere il
significato troppo generico , vago ed inde- terminato del nome gloria ,
mediante l’i- dea della causa particolare che la procu- ra , cioè , la virlù :
così la proposizione parziale , che proviene dalla virtù , è una proposizione
incidente. Sonvi dunque due sorte di proposizio- ni incidenti : 1’ una
esplicativa , e 1’ altra determinativa . L’ esplicativa serve a sviluppare la
com- prensione dell’ idea parziale alla quale è legata : è una semplice
spiegazione. Esem- pio : i savi , che sono più istrutti del co- mune degli
nomini , dovrehher pure sor- passarli in saggezza. La proposizione in- cidente
, che sono più istrutti del comune degli uomini , è puramente esplicativa , perchè
è lo sviluppo dell’ idea di savi. La proposizione incidente determinativa è
quella che giugne un idea accessoria alla comprensione dell’ idea parziale cui
è le- gata , per ristrignere l’ estensione del sog- getto. Esempio : la gloria
, che proviene dalla virtù , ha uno splendore immortale. 3 Digitized by Google
34 La proposizione incidente , che proviene dalla virtù , è determinativa ,
perchè ag- giugne all’ idea antecedente di la gloria , l’ idea accessoria di
provenire dalla virtù , di aver la virtù per causa 5 e questa ad- dizione
ristrigne l’ estensione del nome glo- ria , escludendo ogni gloria che non
viene dalla virtù. E della proposizione basti ciò che se n’ è parlato , e
trapassiamo ora a discor- rere i suoi diversi elementi e mostrar l’o- » rigine
e l’uso di ciascuno di essi. Degli elementi della proposizione. Giovanetti ,
dopo avervi parlato della natura della proposizione, dopo di avervi fatto
conoscere i veri elementi ond’ è ne- cessariamente composta e le divisioni di
essa , fa di mestieri or esaminare le dif- ferenti sorte di parole di cui fassi
uso in una lingua perfezionata per render l’espres- sione del pensiere più
completa e più fa- cile. lo non mi occuperò punto delle di- verse
classificazioni che i grammatici han fatte di queste parole, nè del numero, nè
dell’ordine delle lor denominazioni $ del lor uso e delle lor funzioni bensì. E
però foni- mi a considerare gli elementi del discor- so come si offrono al mio
spirito, parten- do dallo stato primitivo della proposizio- ne in una lingua
nascente. E siccome nel- 1’ origine del linguaggio , una proposizione *
Digitized by Google 36 non è composta che di un sol gesto , di un sol grido,
così le prime parole che si presentano al mio spirito , son quelle le quali ,
anco attualmente , esprimon da sè sole una intiera proposizione. Or queste
parole , questi segni ideali , questi gridi inarticolati , nomansi dai
grammatici in- teriezioni. Di esse dunque conviene far capo. Delle
Interiezioni. Ahi! serva Italia, di dolore ostello! D. L’ interiezione , o
giovanetti , è il vero tipo originale del linguaggio. Tutte le al- tre parti
del discorso non sono che fram- menti di questa e non son destinate che a
decomporla ed a risolverla nei suoi ele- menti. Le interiezioni adunque sono
segni naturali della nostra organizzazione, espres- sioni sincopate , vere
frasi elilliche , spri- inenti quei gridi di piacere o di dolore , di gioia o
di tristezza, di approvazione o di disprezzo , e di sensibilità , onde sia- mo
affetti. L’uomo ha apparato questo lin- guaggio dalla stessa natura , eh’ è uno
in tutti , e di cui la moderna favella è una semplice traduzione in suoni
articolati ed arbitrari. Ogni interiezione, per le ragio- ni dianzi addotte , è
una compendiata espressione d’un giudizio, ossia d’una pro- posizione intiera j
adunque ella debbe im- plicitamente inchiudere uu soggetto ed un predicato. In
fatti il grido ah ! significa : io sono soffrente , o io soffro. II grido oh!
vuol dire : io sono attonito , stupefatto. _ Doh! suona quanto: io sono
sdegnato , incollerito , cruccialo ; e così dee discor- rersi degli altri
siffatti segni. Delle interiezioni , alcuni son semplici gridi naturali ,
siccome ah ! oh ! ec. \ al- tre un aggregamento di voci articolate com- miste
ad alcun grido come oim 'e , ahimè , ec. Quantunque volte avvenga eh’ altri
suoni articolati trovinsi giunti al semplice grido naturale , ei possono
risguardarsi in due diversi aspetti ; cioè o come elementi d’una proposizione
elittica che la forza della pas- sione e quindi la foga del dire non per- mette
esprimere per le solite formule del favellare e ci lascia poca libertà di
spirito per analizzarli , o come una interpretazio- ne della semplice
interiezione , voglio di- re , come una traduzione in voci artico- late ed
arbitrarie del grido medesimo. A- dunque colui che compreso da forte do- 3 9 lore , sciama : oimè ! viene a dire : oi !
cioè io sono da soverchio dolore oppres- so } me , vale a dire ; soccorrete me.
Ma in questo verso di Dante : ahi ! quanto egli era nell'aspetto fiero ! la
formola quan- to egli era nell' aspetto fiero , è una pretta traduzione in voci
articolate del sentimen- to contenuto nel grido ahi ! Imperò chiameremo le
prime , pssia i semplici gridi inarticolati ahi oh! ec. in- teriezioni pure f
le seconde , ossia l’accop- piamento d’ alcun grido con altro artico- lato suono
, saran da noi chiamate interie- zioni miste. ANALISI Delle interiezioni e
delle parole impiegate come interiezioni nella nostra lingua . A. Ah ! ( io mi
sento inorridire ); Ah! fiera compagnia . Dante, Ahi ! ( io mi sento da grande
ira e cruc- cio commosso forte ) 3 * — Ahi ! dura 4 " terra , perchè non t' apristi ! —
Dante.— Ahi ! nuli' altro che pianto al mondo dura ! — Petrarca. Ahimè o aimè !
( io mi dolgo compian- gete me )! — Aimè! che piaghe vidi ne' lor membri !
Dante. Ahi ! lasso ! ( io sono dolente , soccorrete me lasso ) j Ahil lassa me
! ( io mi lamento cosi per ) che assai chiaro co- nosco corri! io ti sia poco
cara. — Boc- caccio. B. Beato me! (mirate me bealo") $ Bealo te! ( io
ammiro te beato ). Pur beato ! ( io posso pur chiamar me beato )j — Pur me
beato ( poi ) che noi abbiamo giudice che non mi lascerd piu far versi.
Davanzati. D. Deh ! ( io mi sento commosso forte pen- sandovi j — Deh ! amico
mio , perchè vuo' tu entrare in questa fatica ? Boc- caccio. Digilized by
Google 4 * Doh ! ) io maravigliando il dico )$ — Doh ! gli aveva ben tenero ’l
budello , Buonarroti , Tancia. E. E ! ( la memoria di quella vista mi spa-
venta ancora ) j — E quanto a dir qual era è cosa dura ! Dante. Eh ! ( io sono
quasi incollerito ) j — Ehi che V . Sig. Illustriss. mi dà la baia. Redi. Alla
fine delle frasi interrogative, questa interiezione significa 5 non dico io
vero ? Tu ti dai forse ad intendere eli io' sia tuo schiavo , eh? Firenzuola.
Ehi ! ( io sono maravigliato ) — Ehi ! messere , che è ciò che voi fate ? Boc-
' caccio. Eia ! ( di' su ) j — Eia ! Calandrino , che vuol dir questo ?
Boccaccio. Eimè ! ( io sono dolente , compiangete me) E ime , lasso! che ora
intendo quello che non intesi. Crusca. Eimeil {io sono adirato e mi vince l'im-
Digitized by Google V#» 4a pazienza )\ — Eimei ! state a udire , Firenzuola. H.
Hi ! ( ciò mi spira nausea e disprezzo ) ; Hi! meccere. Boccaccio. Hui ! o pure
ui! (io sento acuto dolore )} Alto sospir , c/i e duolo strinse in hui y mise
fuor pria , Dante. O. 0 ! ( io chiamo voi ) ; — O voi , o Jot- tor/ Firenzuola.
Oh! [io sorco pieno di maraviglia e d’ in- vidia ) 5 — O/i / liberalità di
Natan , quanto se ’ Zu maravigliosa ! Boccaccio. O/i / o/ì ! [ io sorco
maravigliato , io sono maravigliato )/ — 04/ o/i/ la testug- gine vola?
Firenzuola. 01 / o pure ohi ! [ io sorco dolente ) j — O/ , lasso ! che tuttor
desio ed amo , Crusca. Oìbò! [io sdegno e sprezzo ciò); — Dia ce ne guardi ,
oibò ! Buonarroti. OiVrcé / od ohimè ! o pure omè ! [io sona Digitlzed by
Google 43 dolente , compiagnete me)', Oimè , Zawo/ — Oimò! il bel viso ! Oimè!
il soave sguardo ! Petrarca. Oimei! (oi mez) (zo son dolente , abbiate pietà di
me)', — i/ messo comincia a dire : oimei ! Crusca. O io! o pure oio ! ( io sono
stupefatto). Oio! disse il monaco, se vi di lungi .... Boccaccio. Oisè! (
gridava eh* egli era dolente, che „ compiangessero sé)} Oisè ! dolente se! che
il porco gli era stato imbolato. Boc- caccio. Oitu! (tu sei misero , tu sei
degno di com- pianto )} — Oitu ! Gerusalemme, Cru- sca. P. Pu ! ( io V abborro
) — Pu! Buonarroti. U. Uh! ( io inorridisco ) — Uh ! (prego ) che Dio tei
perdoni ! Firenzuola. Le interiezioni di cui abbiam fatto molto sono le più
usitate } facciamo ora Digitized by Google 44 l’analisi di parecchie altre
parole impie- gate come una sorta d’interiezioni e pro- curiamo di darne il
significato. B. Bravo 1 bravai bravi ! brave l bravissimo! Sono espressioni
abbreviate di tu sei bra- vo , tu sei brava ec. Buono! è un elemento della
proposizione questo è buono . C. Cànchero ! {mi fosse venuto un} canchero (s’
io faceva altrimenti ) mentre il pode- stà qui stava r Buonarroti. C
ancherusse! — (im) cancherusse! ( mi venga se io non dico vero ) e mi fu per
ingoiare , Buonarroti. Cdnchitra! Canchiira ! ( mi venga se io mento ) cosi ben
non canta il sere , Buonarroti. Capperi ! — Capperi (io son maraviglialo )/ io
mi ridico. Crusca. Céppita! — C oppila ( io son maravi- Digitìzed by Google 45
gliato ) ! io ho fatto da medico daddo- vero , Redi. Cosi ! — (come è vero
questo ch’io di- co ), cosi ( desidero che ) cresca il bel lauro in fresca riva
! Petrarca. D. Diacine o diacinl Diacin
( diavolo fa ) eh’ ci mi risponda. Berni. Diavolo ! ( desidero che il diavolo
ti porli via ) \ — • Come * diavolo ! non hanno che una coscia e una gamba?
Boccaccio. Dòmine ! ( io invoco e prego te , signo- re') , — Domine l fallo
tristo. Boccaccio. F. Finocchi ! (io sono maravigliato) \ — Fi- nocchi ! costui
non è chi é* pareva. Fi- renzuola. G. Guai! disgrazia. — Guai (sono preparati)
a voi , i quali vi apparecchiate d’ an- dare colle ricchezze al reame del cielo
! Crusca. Guarda ! — Lo duca mio dicendo : guar- da ( il periglio ) , guarda !
Mi trasse a se del luogo dov ’ io slava. Dante. M. Madesì! ( mio Dio si). Manco
male ! Questa espressione vale quan- to il male è manco che non sarebbe sta- to
, la cosa andando altrimenti. N. Non. — ( come questo eh* io dico è falso). O.
Olà ! — Olà ! ( io chiamo te che sei là) dove se ’ ? Boccaccio . Omb 'e! ( ora
bene) ora la cosa sta. bene)) — Ombè ! quegli gli curi che è là propo- sto a
ciò. Buonarroti. Orsù ! — Orsù (ora levatevi su ) , giova- ni , assaltiamo
virilmente e con allegra fronte questi dormiglioni. Firenzuola. p. Pape 1 . ( io sono maraviglialo ). Pape ,
Satan ! pape , Satan , aleppe ! Dante. SI. ( come questo ch’io dico è vero ) ,
si ( vorrei che io) fossi morto quando la mirai , Petrarca. »S7«/ (sta cheto)!
—Sta, ch’io vo' con- siderarla meglio. Firenzuola. Su ( levatevi su i piedi)',
— Su, madon- na , levatevi tosto. Boccaccio. V. Via ( va! o andate o andiamo in
via) ', — Via , fdccialevisi un letto tale , quale egli vi cape. Boccaccio.
Viva! (io prego che egli viva)', — Viva , viva il nostro signore. Crusca. Z.
Zitto ! (non fare o non fate un zitto)', — Zitti un pò’, ch'elle dormono.
Buonarroti. Dei JSomi e dei Pronomi. Giovanetti , io vi ho fatto conoscere ad
evidenza nel precedente capitolo che pos- siamo esprimere una intiera
proposizione con un sol segno. Or conviene farvi osser- vare che tosto che
cessiamo di voler espri- mere una proposizione per mezzo d’ una sola parola ,
il primo bisogno che fassi in. noi sentire si è quello di un segno che
rappresenti il soggetto di questa proposi- zione , che disegni la cosa di cui
vuoisi far parola , l’ idea alla quale se ne attri- buisca un’ altra. Questo
seguo non puote esser altro che il nome, esso solo adem- pier può questo ufizio
nel discorso ; i soli nomi posson essere i soggetti delle propo- sizioni.
Inutil cosa estimo distinguer tra essi e nomi propri ed individuali , come
Cesare , Pompeo , Alfredo ec. , o gene- Digitized by Google 49 rali e comuni ,
come libro , marmo , ta- vola $ nomi di esseri reali o nomi di ge- neri , di
classi , di specie , di modi , di qualità ed altri esseri intellettuali i quali
non hanno esistenza che nei nostro inten- dimento. L’uso che dobbiam farne nei
no- stri raziocìni è la sola cosa di cui abbiamo ad occuparci. E però
investigando , o giovanetti , la filiazione delie nostre idee , parmi assai
verisimile , e direi pur certo , che i nomi di persone sieno stati i primi, e
forse as- solutamente i primi inventati dagli uomi- ni. Iu fatti , appena
cominciò 1’ uomo a manifestare , mediante un grido od un ge- sto , un
sentimento , una passione , un movimento dell’ anima , sembrami che il primo
bisogno che si è fatto sentire abbia dovuto essere di specificare chi provava
un tal sentimento ed a chi il suo parlare volgea. Quindi 1’ origine dei nomi
perso- nali io , tu , se : io nome dell’ individuo per sè parlante \ tu , nome
d’un solo indi- viduo , a cui dirigesi la parola ; sè , nome dell’ individuo in
relazione d’ identità col soggetto: nel numero del più , noi , voi , sè . 4
Digitìzed by Google 5o Avendo i creatori delle lingue attribui- to a questi
segni il comprendimento del- l’ idea dell’ individuo con la determinazion sua con
1’ atto della parola , ciò esser do- vrebbe potentissimo argomento che queste
voci sieno veri nomi , cui con appaia- mento speziale diremo nomi personali ,
lasciando ad ognuno la libertà di dar loro il nome che più gli va a genio.
Veniamo or a parlare delle proprietà e virtù di sì fatti segni. , Variazioni
del nome personale io. Singolare, Plurale. Soggetto io noi. [ di me .... di noi
Rapporti di dipendenza l n1 *, a ,ne * • ci, ne, ano ! da me .... da noi
Oggetto . . . . mi , me . . . ci , ne, noi Variazioni del nome personale tu.
Singolare , Plurale Soggetto tu voi L di le .... di voi Rapporti di dipendenza
/ ti , a te ... vi , a voi / da te .... da voi Oggetto ti , te .... vi , voi 5i Variazioni del nome personale sé. Questo
nome , destinato ad esprimere un rapporto d’ identità col soggetto , non può
mai rappresentare il soggetto stesso. dì sè Rapporti di dipendenza / si , a sè
da sè Oggetto si , sè Sonvi per F oggetto e pel rapporto di dipendenza due
forme ben distinte, cioè: Per 1’ oggetto Pei rapporto di dipendenza. Mi , me Mi
, a me Ci , noi Ci , a noi Ti , te Ti , a te Vi , voi Vi , a voi Si , sè Si, a
sè Vediamo ora qual è il loro uficio nel discorso. i.° Se l’azione espressa dal
verbo cade sopra un sol’ oggetto , si dee far uso delle forme mi , ti , ci , vi
, si : Mi ritrovai per una selva oscura. D. * Digitized by Google 5a a. 0 Pel
rapporto di dipendenza deggionsi impiegare le medesime forme mi , ci , ti , Vi
, 5i , quando non havvi che un sol ter- mine cui 1’ azione è diretta : Tu sola
mi piaci. Petrarca. 3.° Allorquando in una serie di propo- sizioni similari
sonvi più oggetti o più rap- porti di dipendenza , con una sorta di op-
posizione tra un termine e un altro , o più, non debbonsi mica impiegare le
forme mi, ci, ti, vi, si , ma queste, me, noi, le, voi , sè , per l’ oggetto ,
e a me , a noi , a te , a voi , a sè , pel rapporto di di- pendenza. Quelle
medesime bellezze che presero e vinser te , hanno di poi preso e vinto me.
Firenzuola. — Così la ma- dre al figlio par superba , coni ella par- ve a me.
Dante. La ragione di questa differenza è nella natura stessa , la qual vuole
che la forza delle parole sia conforme a quella de’pen- sieri. Le forme me, te,
noi, e c. , hanno maggior forza che le loro corrispondenti , mi, ti, ci, ec. ,
a causa che le prime han l’ accento tonico , e le seconde ne sono affatto prive
, e per conseguenza il loro suono è senza vigore. Si fa pur uso delle forme me
, te , ec., nei casi in cui l’ellissi sottintende una delle due proposizioni
similari : Io parlo a te {e non parlo ad altri ) però che altrove un raggio Non
veggio di virtù , eh' al mondo è spento. Petrarca. 5. ° Se il verbo sia all’
imperativo mo- do , le parole mi , ci , ti , vi , si , affig- gonsi ad esso
infine e s’ incorporano in una sola parola : Porgimi , alto Signor , quella
catena Che seco annoda ogni celeste grazia . Buonarroti. 6. ° Ma se il comando
sia negativo, que- ste medesime particelle deggion precedere il verbo ; — non
vi maravigliate. 7. 0 Se il verbo sia all’ indefinito , sop- primesi Ve finale,
e le parole mi, ci , ec. si uniscon al medesimo : Si come cieco va dietro a sua
guida Per non smarrirsi. Dante, e se quest’ e finale sia preceduta da due r ,
come in trarre , se ne sopprime una : trarmi a riva. 8.° Le trasposizioni delle
forme mi, ci, Digitized by Google H ec. , dinanzi al verbo di cui l’ infinito è
1’ oggetto , rendono 1’ espressione più ele- gante : — non ti puoi tenere ,
invece di non puoi tenerti. 9. 0 Le stesse particelle mi, ci, ec ., si
collocano pure appo il verbo , al partici- pio presente o passato : Mostrandovi
le sue bellezze eterne. Dante. . Venuto è il tempo che io farò portar pena alla
malvagia femmina della ingiu- ria fattami. Boccaccio. , l.» Colonna 2. a
Colonna 3 .® Colonna. Mi ... . lo • • • « melo 0 me lo. Ci .... li .... celi »
ce li. Ti .... lei .... tela » te la. Vi ... . le .... vele » ve le. Si .... ne
... . sene. » se ne. . io. Allorché una della forme della pri- ma delle tre
colonne sovrapposte , è se- guita da una di quelle della seconda co- lonna ,
vengonsi a comporre delle due pri- me le forme della terza colonna, col can-
giamento dell’ i in e, nelle particelle mi. ci , li , vi , si — ... Con quella fascia Che
la morte dissolve , men vo suso. D. Questo cangiamento dell’ / in e si fa die-
tro un principio generale d’ armonìa, il quale esige che quando una parola
senza accento , terminata in i , si giugne ad un altra, igualmente priva -di
accento, si cam- bi T i della prima in e , senza di che si avrebber parole di
due sillabe , senza ac- cento tonico , ciò eh’ è- ijnpossibile. 11. Se una
delle forme semplici, mi, ti , ci, ec. o delle composte , melo , te- lo , ec. ,
sia posta dopo un verbo all’im- perativo che ha subito un troncamento , come
di', da', fa', ec. , debbonsi legare in un sol corpo il verbo e la forma se-
guente , semplice o composta , sopprimen- do 1 ’ apostrofo o l’ accento del
verbo e raddoppiando la consonante della forma seguente. Avviene lo stesso dei
verbi com- posti di più sillabe e terminati in vocale accentata : — Dimmi , per
cortesìa , che gente è questa. Petr. — Riguardommi. 12. Nelle proposizioni
abbreviale, de- corni, decoti, le particelle mi, ti, situate dopo , formano con
la parola ecco , un dattilo che, per la sua rapidità, dinota perfettamente ciò
che vorrebbesi poter e- sprimere con un gesto : — Éccomi ( ecco mi vedi ) , che
doman- di tu ? Bocc. 1 3 . Se le forme /ne, /e, se , sien se- guite dal pronome
il , deesi sopprimer la vocale del pronome , per comporne le for- me mel , tei
, vel , sei , invece delle for- me usuali melo , telo , velo , selo , ec. — T
tei dirò. Petr. 14. Le forme la ti , la si , il mi o lo mi , ec. invece delle
forme ordinarie tela, seia , melo , ec. rendon l’ espressione più graziosa 5 ma
appartengono esclusivamente al dialetto toscano : — La ti farò 5 — la si
ritolse 5 — il mi ridice. E nella forma il mi , per melo , collocata dopo il
verbo, si tronca la vocale del pronome il : — Di- telmi. 1 5 . Si è dinanzi
stabilito per regola ge- nerale che le forme mi , ci , ti , vi , ec. melo ,
telo , ec., debban collocarsi innanti al verbo tranne l’imperativo , l’infinito
ed i participi. Hassi oltre a ciò ad osservare che quando il verbo è terminato
in vo- Digilized by Google 57 cale accentata , anco in altro tempo si pos- sono
le anzidette forme dopo il verbo tra- sporre , raddoppiando la consonante della
forma seguente, e così l’espressione acqui- sta un carattere particolare, assai
proprio ad' indicare , con un* armonìa analoga , un’azione più o men
prolungata, secondo le circostanze, come fassi aperto dall’esem- pio che segue
: — Lo mio maestro allora in su la gota Destra si volse 'ndietro , e ri guarà
ommi. Dante. 16. La particella ne puote esser impie- gata fuori dello stile
familiare nel mede- simo senso e nelle circostanze medesime che la particella
ci. E se ne segue un ver- bo che , dopo il troncamento della voca- le, termina
in m, si trasforma questa let- tera in w, per renderne più agevol la pro-
nunzia ; — Mostratene la via di gire al monte. D. Qui mai più , no , ma
rivedrenne in cielo. Petr. 17. Invece di dire con me , con te , con se , con
noi , con voi , si può dire meco , tecoj seco , e in verso solamente Digitized
by Google 58 nosco , vosco : — Non credi tu me teco ? Euripide v è nosco.
Dante. 18. L’idioma italiano nell’ impiego dei nomi personali offre dei
vantaggi che le altre lingue non hanno j sia per esprimere certe gradazioni del
pensiero , quelle va- rie tinte, quelle sfumature, per cosi dire, sia per dar
all’espressione l’incanto dell’ar- monia , più analoga al sentimento. Esempi.
Rendo me a voi. A voi rendo me. Mi rendo a voi. Rendami a voi. A voi mi rendo.
Vi rendo me Rendomivi. Vediamo ora in qual circostanza impie- gar debbasi l’una
anzi che l’altra di que- ste differenti forme. Rendo me a voi. Questa
espressione e- spiime che chi parla , vuol far sentire a colui cui dirige la
parola, i.°il valore che attacca alla sua propria persona 5 2. 0 l’esclu- sione
assoluta di ogni altro individuo a cui potrebbe rendersi. Esprimerà ancora la
sua idea con maggior forza , se dice : a voi Digilized by Google *9 rendo me j
ma s’ei facesse uso dell’espres- sione mi rendo a voi , i.° l’armonìa non
avrebbe più la stessa gravità ; 2.° colui che parla farebbe intendere eh’ e’non
si occupa quasi punto di se stesso, ma che rapporta tutto il suo sentimento
alla persona cui volge la parola. Se poi volesse rendere la sua espressione più
rapida , ciò che può sovente esser necessario , direbbe : rèndo- mi a voi. Se
vuol esprimere la medesima idea con più di sentimento per la persona a cui
parla , dirà : a voi mi rendo. Di- cendo : vi rendo me , l’interesse principale
dirigesi sull’ oggetto dell’ azione. Da ulti- mo se la persona ch’esprime il
suo senti- mento trovasi in una situazione che gli dia a pena il tempo di
enunciar la sua idea , dirà : réndomivi , espressione rapidissima. Eccovi , o
giovanetti , un saggio della prodigiosa ricchezza della lingua italiana }
quindi fatevi a considerare qual posto ella occupar deggia tra le altre lingue.
DEL GENERE. I nomi della lingua italiana sono stati distribuiti in due
appartate classi , relati- vamente al genere j 1’ una comprende gli esseri
maschi e quelli cui si è attribuito il genere maschile , l’altra comprende gli
esseri femminini e tutti quelli ai quali essi quest’ ultimo genere attribuito.
Dicono alcuni grammatici che se i no- mi fossero alla natura delle cose
conformi avrebbero ad essere in ogui lingua tre ge- neri , il maschile, il
femminile, e il neu- trale , comprendendosi in quest’ ultimo , siccome
nell’inglese idioma, i nomi degli eDti inanimati , che non han sesso. Ma i i
creatori delle lingue , non avendo alcun riguardo al picciol comodo che sarebbe
da tal distinzione risultato , hanna in ciò se- guito il caldo
dell’imaginazione , anzi che un freddo ragionamento , e dando vita e moto a
quanto per occhio e per mente si gira , dietro alle regole dell’ analogìa , at-
tribuirono il geoere maschile agli enti i quali , considerati nelle relazioni
analoghe agl’individui animali comparati, riferi vansi Digitized by Google 6i
ad essi pel vigor delle membra , per la forza, per gli effetti da essi
prodotti, ed anche per la material forma del nome me- desimo 5 e compresero nel
femminil ge- nere quelli che , per le relazioni loro col debil sesso, rassomigliavansi
maggiormente agli enti in lui contenuti. Ma poiché 1’ imposizione del genere ,
dietro le regole analogiche, è nata dal con- fronto degli enti inanimati con
gli anima- ti j e questo essendo conforme al ragguar- damento e all’ atto del
comparare e dello scernere le convenienze e le discrepanze dei diversi popoli ,
ne segue , che i nomi medesimi aver deono nelle lingue disfor- me genere ,
quantunque volte nella com- parazione vengono ad affrontarsi due qua • lità
disformi. Quel popolo, per esempio , il quale d’un ente disanimato considerò
principalmente la fecondità e la vaghezza delle forme o altre qualità al
femmineo sesso appartenen- ti , attribuìgli per questa ragione il genere
femminile ; e quello , il quale dell’ ente medesimo risguardò principalmente la
for- za , la robustezza o altra proprietà degli enti del maschio sesso , 1 ’
ascrisse per tal riguardo fra i nomi di genere maschile. Un’ altra ragione
della differenza dei ge- neri sono i linimenti , dati ai diversi no- mi , le
più volte a caso , ma tal Hata per una certa analogìa coi nomi delle lingue
onde essi erau tratti , sì come in quelle avean già fatto da altre , e così via
via. La desinenza naturale dei nomi dell’ i- dioma italiano essendo sempre una
voca- le , per essa conoscer debbesi il genere dei nomi $ ed ecco le regole
generali a ciò ne- cessarie. Son maschili : 1. I nomi in o, tranne mano ,
spiganurdo . 2 . I nomi in me } eccettuato arme, fa- me , speme ( voce poetica
). 3. I nomi in re j salvo febbre , polvere , scure , torre. 4 * I nomi in nte$
eccetto gente , lente , mente , semente. 5. Le vocali i , o , u 5 le consonanti
b , c > à , g , p , q, t , v\ L’ uso e ’l dizionario insegneranno agli
studiami le altre eccezioni alle quali que- ste regole vau soggette. Digitized
by Google 63 Son femminili ; 1. I nomi terminati in a : tranne ana- tema ,
poema , diadema , dramma , epi- gramma , problema , tema , ed altri de- rivati
dal greco. 2 . 1 nomi in i j eccettuati abbiccì , bar- bagianni , di , e i
composti di questo me- desimo nome, lunedì , martedì , ec., brindi- si ,
guastamestieri , diesi, ambassi. Si eccet- tuai pure tutti i nomi terminati in
t che non han singolare. 3. I nomi in n : fuorché Corpi , /neu, pianta , Perà ,
e qualche altro. Parole d’ambi i generi. Aere , arbore , carcere ( il plurale 9
carceri , è sol femminile ) , cenere , ( il plurale ceneri , è femminile ) ,
dimane , significante il principio del giorno , è fem- minile } nei senso di
dimani , è maschile} Jine e folgore , fonte , fronte , ( in prosa, femminile, e
in poesia , dei due generi), Genesi , margine , e solo femminile nel senso di
cicatrice , noce , ordine , è pre- feribilmente maschile 9 nel senso di ordi-
Digitized by Googie 64 ne religioso , oste , nel senso di esercito, è femminile
, quando significa albergato- re , è maschile , trave , serpe. DEL NUMERO Nomi
maschili. Regole. Singolare. Plurale. a mutasi in i. Dramma, drammi. e i Padre
, padri. o i. Fratello, fratelli. io j o ii . Tempio, tempj o tempii. io ìi.
Natio, natii. ckio chi. Occhio , occhi. glio gli. Periglio, perigli. ciò ci.
Bacio, baci. gio , gi. Agio , agi. . aio aj o ai. Portinaio, portinaio
portinai. ca chi. Duca , duchi. co chi. Cuoco, cuochi. go ghi. Luogo, luoghi. I
nomi maschili , qualunque sia la lor desinenza nel minor numero , comune- mente
finiscono in i nel numero maggio- re. Ravvi ciò non ostante alcune parole
Digitized by Google 65 d’ una cadenza irregolare , come uomo , uomini j Dio ,
Dei j bue , ùuoi. Le terminazioni cìiio , gZù) , c/o , g/o, diyentan plurali
mediante la soppressione dell’ultima vocale, 1’/ non essendo al sin- golare che
come lettera modificativa del suono. Tutti i nomi in co , e in go , compo- sti
di due sillabe solamente prendono una h al plurale avanti l’ultima vocale ,
salvo i tre seguenti : greco, mago, porco , che fanno greci , magi , porci.
Nelle parole in co composte di più di due sillabe, questa desinenza trasformasi
in chi, quantunque volte venga preceduta da una consonante -, ma se poi sia
preceduta da una vocale, cangiasi co, in ci, tranne i seguenti : abaco ,
antico, carico, aprico, beccafico , pudico , rammarico , fondaco , manico,
opaco, stitico, traffico, ubbria- co e qualche altro che prendon Yh al plu-
rale. Nelle parole finite in go, di più di due sillabe , se questo finimento
sia preceduto da una consonante , go trasformasi in ghi, come albergo , alberghi.
Se sia preceduto 5 Digitized by Google 66 da una vocale , trasformasi parimente
in giù, eccetto alcuni nomi, come asparago teologo , ec. , che fanno asparagi ,
teolo- gi , ec. Noim Femminili. Regole. Singolare. Plurale. a cangiasi in e.
Casa , case. e i. Madre , madri. 0 i. Mano , mani. eia ce. Faccia, facce. già 8
e ' Bragia , brage. già gle. Bugìa , bugìe. ca che.' Parca , Parche. 8 a ghe.
Verga , verghe. I nomi femminili terminati in a , can- gian questa vocale in e
: i nomi finiti in e od in o , mutano queste vocali in i , al plurale 5 i nomi
in eia e in già , trasfor- mano queste cadenze in ce e in ge , a meno che
l’accento tonico non cada sulla penultima vocale, come in bugìa j allora,
bisogna necessariamente conservare al plu- rale l ’ i del singolare , per esser
sì fatta Digitized by Google 6 7 vocale parte integrante della parola , men-
tre, nel primo caso, vi si trova come let- tera modificativa del suono. Le
desinenze ca e ga trasformansi in che e ghe , senza veruna eccezione. Finimenti
invariabili. Singolare. Plurale. a Bontà , bontà. è Piè , piè. i Crisi , crisi.
ìt Virtù , virtù. ie Specie , specie. Ogni parola terminata in vocale accen-
tata , è invariabile ; le femminili in ie , del paro , salvo la voce moglie ,
di cui il plu- rale è mogli. Osservazioni particolari. Anello , Anelli o
anella. Braccio , Bracci o braccia. Molti nomi in o , hanno , al plurale , la
desinenza ia i e in a, con la quale di- * Digitized by Google 68 ventan
femminili. Sovente l’una di queste terminazioni è preferibile all’ altra , o
per l’armonìa, o per l’eleganza, o perchè di- venuta più familiare per 1’ uso.
Il nome legno ha tre differenti forme al plurale: legni , legne , legna. La
prima è il nome specifico j la seconda e la terza disegnano il legno da
bruciare. Miglio , moggio , staio , paio , novo, fanno al plu- rale , miglia ,
moggia , si aia , paia , fio- ra. Gesto e gesta , gesti e geste al plurale.
Osso , fa ossi e ossa e non già osse , ec. Le altre irregolarità su questo
punto sono unicamente poetiche , tali sono le forme agora , borgora, corpora ,
letlora, e c., in vece di aghi , borghi , ec. , impiegate da- gli antichi e da
Sannazzaro e dail’Ariosto per la rima dei versi sdruccioli. Sonvi dei nomi che
, dietro la natura delle cose eh’ esprimono , o per una con- seguenza della lor
origine , non posson es- ser impiegate che al singolare , come, me- le , prole
, mane , per mattina , ec. , ed altri di cui non puossi far uso che al plu-
rale , come nozze , molle o molli , ec. Le parole eh’ escono nel minor numero Digitìzed
by Google 69 in doppio finimento, prendono pure nella caduta del maggior numero
doppia desi- nenza , secondo le variazioni di cui ab- biam di sopra fatto
motto. Singolare. Plurale. Arma , j Arme. ) Arme , j Armi. J ' Canzona , )
Canzone. Canzone , j Canzoni. Do fine, o giovanetti, al numero, a que- sto
secondo accidente o passione del no- me , non men del primo notabile , cioè del
genere, con farvi osservare di esser prin- cipio di ragione eli’ i nomi propri
d’ un individuo , come Demoslene , Cicerone , Virgilio , Orazio , ec. , non si
potendo con sè medesimi adduare nè intreare , non han per conseguente nè
sentimento nè for- ma del secondo numero. Nondimeno al- lorché sotto vesta di
figura o colore ret- torico s’ adoprano siccome nomi di specie, ad accennare i
sommi oratori , quali fu- rono Demostene e Cicerone , e i gran poeti, quali
furono Virgilio ed Orazio , piglia- 7 °
no aneli’ essi la nota propria del numero maggiore , i Demosteni , i Ciceroni ,
ec. Degli Aumentativi e dei Diminutivi . Fa di mestieri, o giovanetti, ch’io vi
discorra di quello scemamento ed accre- scimento di significato dei nomi, il
quale fassi col crescergli una o più sillabe , per esprimer una modificazione
dell’idea pri- mitiva. Nou solo i nomi , ma i modifica- tivi ancora, van
soggetti a questi acciden- ti 5 onde nell’ italica favella tragge il di- scorso
sì soave grazia e leggiadrìa, cotanta forza e brevità , e 1’ oggetto medesimo
in tanti e sì vari aspetti appresentato viene che in nullo può raffigurarlo la
mente che con atto similissimo noi ritragga la scrit- tura. Aumentativi. I.
Cavallo , Donna , Cavallone. Donnone. Digitized by Google 71 Gli aumentativi
formansi col mutar de- gli aggiunti l’ultima vocale in one , desi- nenza alla
quale si è data l’ attribuzione di esprimere una idea di grandezza. Una parola
femminile , aumentata in tal guisa , diviene maschile. Così donnone è del ge-
nere maschile. E’ pare che , con l’ aumento della massa e delle forze fisiche ,
l’ indi- viduo prenda pur le forme del più forte sesso. II. IFomo , Omaccio,
Donna , Donnaccia. Il suono delle desinenze accio e accia desta da sè stesso
l’idea del disprezzo. III. Popolo Popolazzo. Giovane , Ciovanastro. Queste
cadenze son pure nota di di- sprezzo. 7
2 IV. Belli , Grasso , Fresca , Grande , Giovane , Bacio , Belloni. Grassotto.
Ì Frescozza. Frescoccia. Grandaccio. Giovanotto. Baciozzo. Queste terminazioni
sono ancor proprie degli aumentativi 5 il tempo e lo studio posson soli
mostrarne agli studiosi il senso ed il valor preciso. Diminutivi. I. Fianciullo
, Fanciullino. Figliuolo , Figliuoletto. Bocca , Boccuccia. Poeta , Poetuzzo.
Libro , Libricciuolo. Prato , Praticello. Pazza , Pazzarella. Uomo , ( Omicciatto
i n • • . . 1 Omicciattolo. Digitìzed by Google 73 A ritrarre le modificazioni
per mezzo di sì fatti diminutivi ombreggiate circa al me- nomamento nel
significato primiero dei vo- càbolo , è necessario far sentire il carat- tere
di ciascheduna delle precedenti desi- nenze. La prima , ino , esprime non solo
la picciolezza dell’ oggetto , ma talvolta pur quell’ affezione e quella
tenerezza che la natura c’ ispira per gli esseri che han più bisogno del nostro
soccorso. I nomi in tal foggia modificati fan supporre , negli og- getti che
disegnano , una grazia ed una va- ghezza particolare , e la desinenza medesi-
sima dipigner sembra questa idea. La seconda, etto , puot’ esprimere, i.° una
semplice idea di picciolezza, come nella forma giardinetto , quando Boccac- cio
disse : presero inverso un giardinetto la via\ 2. 0 esprimer può la picciolezza
a un tempo e la grazia , come i 1 paroletta , diminutivo di parola , alloichè
Dante dis- se : per le sorrise parolette brevi } 3 .° può dinotare un’
espressione di picciolezza e di disprezzo , come in ometto , picciol uo- mo ,
del seguente esempio di Caro : dii Digitized by Google 74 è questo ometto che
ci è venuto a dir vil- lanìa in casa nostra ? La terza cadenza , uccio ,
esprime na- turalmente un’idea di picciolezza, ma può pur rappresentare un’idea
di disprezzo o di grazia. Soderini (Trattato della coltiva- zione ) offreci un
esempio del primo senso nella parola carruccio , dicendo : si può far portare
.... con carrucci. Matteo Vil- lani porgeci un esempio del secondo senso nella
voce cappelluccio , dicendo: con vii cappelluccio. Boccaccio, in fine, ci dona
un esempio della terza modificazione, di- cendo con una boccuccia piccolina. La
quarta , uzzo , impiegata come se- gno di picciolezza , relativamente ad una
persona , indica un’estrema magrezza , este- nuazione in un ente al di sotto
delle pro- porzioni ordinarie j ma esser può pure nota di grazia. Essa esprime
la prima idea nella forma tisicuzzo dell’esempio di Boccaccio: sì tisicuzzo mi
parete. Si ravvisa . 1’ altro senso nella parola occhiuzzo , di- minutivo di
occhio , nel seguente esempio, cavato dalla Fiera di Buonarroti : ha ella più
quegli occhiuzzi ribaldi , che mi fer pazziar ? Digitized by Googie 75 La
quinta , icciuolo , può dinotar sem- plicemente la picciolezza, ma puote esser
anco l’espressione del poco conto che fassi dell’ individuo così qualificato.
L’ Ariosto ci dà 1’ esempio della prima significazione nella parola omicciuolo
dicendo : gli di- mostrò 7 bruttissimo omicciuolo j e Boc- caccio ci presenta
l’altra significazione nel- 1’ esempio seguente : era un buòno omic- ciuolo d'
un loro bellissimo giardino or- tolano. La sesta, elio, può disegnare una sem-
plice idea di picciolezza tìsica oppure di disprezzo per la persona così
qualificata. Boccaccio offre la prima idea nella parola campanella , dicendo :
quando udirete so- nar le campanelle , venite qui. Firenzuo- la , nel suo Asino
cC oro esprime l’ altra idea con la voce procuratorello , allorché disse : che
dirai tu d' un certo procurato- rello il quale , perciocché e’ disse non so che
contro di lei , ella il fece diventare un montone ? La settima , icello , può
dimostrare , i .° la semplice picciolezza dell’ oggetto } 2 .° il disprezzo per
1’ oggetto } 3.° un certo iu- Digitized by Google 76 teresse e rispetto per l’
individuo. Si rav- visa la prima di queste signifizioni in tra- vicello ,
quando Boccaccio disse: sconfitta dal travicello j la seconda r nella parola
fraticello , adoprata dallo stesso autore : fraticello pazzo } la terza , nella
parola medesima , allorché Petrarca disse : e i neri fraticelli } e i bigi , e
i bianchi. La ottava , erello , additar può la sem- plice picciolezza
dell’oggetto ed anco l’idea del disprezzo che ispira la leggerezza dì lui. Redi
ci fornisce l’esempio della pri- ma significazione nella parola coserella ,
dicendo ; i libri sono tutte coserelle stam- pate in questa città } la seconda
nella voce pazzerello , nel seguente esempio di Fi- renzuola: eh , pazzerello ,
disse mona Mé- chera , ve' quel che tu di'. La nona , iccialto , esprime il più
pro- fondo disprezzo. E’ pare che colui il quale fa uso di questa modificazione
abbia l’in — tenzione di ridur l’oggetto all’ultimo grado di depressione. La
Crusca ce ne sommi- nistra 1’ esempio seguente : egli è un certo omicciatto ,
che non è nessun di voi che 9 reggendolo , non l'avesse a noia. Digitized by
Google La decima desinenza , ìccìattolo , espri- me la medesima idea che la
precedente , ma è nota d’ un più vivo disprezzo che l’ individuo c’ ispira. L’
esempio seguente , tratto dalla Crusca , ad evidenza lo di- mostra : Non potrà
fiaccare con armi si poderose V orgoglio ad un feccioso omic- ciattolo quel
gran Dio ? Modificando 1’ aggettivo invece del no- me qualificato , possonsi in
italiano espri- mere con altrettanta precisione , varietà e grazia le più dilicate
modificazioni dei no- stri sentimenti , come rilevar puossi dai seguenti esempi
: Guardo le lunghe sottilette dita. D. o Semplicetta farfalla al lume avvezza.
P. Amorosette e pallide viole. P. Modificar possiamo ancora il nome e 1’
aggettivo a un tempo stesso : Con un vasello snellello e leggiero. D. Così le
idee si moltiplicano e 1’ espres- sione conformasi al più fugace pensiero.
Impossibil cosa è assegnar regole positive su queste sorti di modificazioni
onde la nostra lingua abbonda j il tempo e lo stu- dio posson soli farle
conoscere ai discenti. 7 8 Sonvi pure
molti avverbi suscettibili di queste diverse modificazioni : bene , beni- no ,
assai bene , benone , benissimo. Havvi di doppi aumentativi e doppi diminutivi
: ladro , ladrone , ladronaccio ; cosa , coset- ta , cosettina. Ciascuna
desinenza esprime una particolar modificazione : tra le seguen- ti , di cui la
voce vecchio è suscettibile, vec- chietto , veccliiuzzo , vecchierello ,
vecchiot- to , vecchierellino , vecchiettino , vecchic- cio , vecchi cciuolo ,
vecchino , evvi una differenza che l’ uso e la pratica c’ inse- gnano a
gradatamente sentire. Parecchie di si fatte modificazioni sono una sorta d’ir-
regolarità e che , per conseguente , P uso solo può far conoscere agli studiami
, co- me amarognolo , un poco amaro , giallo- gnolo , color giallo, ma sparuto,
cattivo rossigno , rossiccio , che ha lo stesso si- gnificato $ mediconzolo ,
medico ignoran- te. Havvi pur delle parole che , mediante queste modificazioni,
posson ricevere due ed anco tre qnalilìcazioni ad un tempo. In occhiettuzzaccio
, che è la parola oc- chio , pervenuta , per queste gradazioni , occhio ,
occhietto ) occhiettuzzo , all’espres- Digitized by Google SI» 79 sione
occhìettuzzaccìo , son comprese tre differenti modificazioni cioè: i.° il dimi-
nutivo semplice etto , occhietto j 2. 0 la mo- dificazione di carezza , uzzo ,
occhielluz- zo j 3.° quella di dispetto e di corruccio, accio ,
occhiettuzzaccio. DEI PRONOMI. Variazioni del pronome Egli. Singolare. Plurale.
Soggetto . . egli eglino. di lui di loro. a lui , gli , li . . a loro , loro.
da lui da loro. Oggetto ... lui , lo, il ... . loro, gli, li. Rapporti di
dipendenza Variazioni del pronome Ella. Singolare. Plurale. Soggetto . .
Rapporti di dipendenza Oggetto . . ella di lei ... . a lei , le . . da lei ...
. lei, la . . . • elleno, di loro, a loro , loro, da loro, loro , le. In qnesti pronomi sonvi , o giovanetti , due
forme per l’ oggetto e due pel rap- porto di dipendenza } 1’ uso di esse è fon-
dato su lo stesso principio che si è stabi- lito per l’impiego delle forme mi,
ci, ti , ec. ; me, noi, te, ec. Gli stessi princìpi accenneranno pure il
collocamento che sì fatti pronomi occupar debbono nel di- scorso. La forma li ,
o gli , sia pel rapporto di dipendenza al singolare , sia per 1’ og- getto al
plurale , impiegasi innanzi ad una parola nè per vocale nè per s seguita da un’
altra consonante : E li condanna a sempiterno pianto. P. Innanzi ad un verbo
che non comincia nè per vocale nè per s impura , puossi impiegare il per lo,
ciò che rende l’espres- sione più graziosa : Tu 7 dei saper , poiché tu oien
con lei A tornii ogni mia pace. Buonar. Il pronome il , preceduto dalla parti-
cella non , legasi con essa per comporne la fonila noi : Io noi oidi, e però
scriver noi posso. D. La forma gliel ( glielo ) risulta , quando Digitized by
Google 8i il pronome gli , è accompagnato da uno dei pronomi lo, li, la, le ,
ne , e for- masene una sola parola, frapponendosi la lettera e per conservare
alla forma gli il suono infranto che le è naturale : Non gliel celai, ma tutto
gli el apersi. D. Invece delle forme lui , lei , loro , deb- besi impiegare il
nome personale se in qualunque rapporto si sia , ogni volta che queste forme
sono identiche col soggetto della proposizione : 1? amata spada in sè stessa
contorse. P. La elissi può sottintendere la preposi- zione a dinanzi alle forme
lei e lui : OndC io risposi lei. D. Ma per dar lui esperienza piena. D. Le
parole che nelle seguenti frasi el- littiche abbiam restituite tra parentesi ,
evidentemente ci dimostrano che le forme te , lui , me , ec. , vi si trovano
non come soggetto , ma bensì come oggetto , o co- me complimento della
preposizione in sot- tintesa : Credendo esso chi io fossi ( in ) te , m ha con
un bastone tutto rotto. B. Io v ho creduto esser ( in ) lui. B. — Maravigliossi
forte Tedaldo , che alcuno . 6 Digitized by Google 82 intanto il somigliasse ,
che fosse credulo ( essere in ) lui. B. — E ciò che non è ( in ) lei odia e
disprezza. P. — ( Io chiamo ) felice te , che si parli a tua po- sta ! D. Varie
forme dei pronomi egli , ella. Ei per egli. — Ed ei sen gl come ven- ne veloce.
D. E' per egli. — Quel di retro muove ciò eh' e' tocca. D. Ei per eglino. — Ei
son fra V anime più nere. D. E' per eglino. — Cortesemente gli do- mandò chi $
fossero. B. Elle per elleno. — Chente eh' elle si Altri pronomi che esigono un'
attenzione particolare. Questi e cotesti significano quest’ uomo} quegli ,
quell’ uomo Questi pronomi usansi ordinariamente per disegnar individui della
specie umana Digitized by Google 83 solamente. Questi mostra 1’ individuo vi-
cino a, colui che parla : Questi che mai da me non jìa diviso . D. — Cotesti ,
ap- presso a colui cui si parla : Cotesti che ancor vive e non si noma. D. —
Que- gli accenna l’individuo lontano dall’uno e dall’ altro : Quegli è desso.
D. Que- ste parole rappresentar debbono
solo il soggetto della proposizione. Il pronome quei è una sincope di que- gli
, ed è sommesso alle medesime regole : E come quei che con lena affannata ,
Uscito fuor del pelago alla riva , Si volge all' acqua perigliosa e guata. D.
Si ha qualche esempio di questi , cote- sti , quegli , usati per additar il
soggetto, ancorché non si riferiscano ad uomo , co- me nel Boc. Dall' una parte
mi trae l'a- more , e dall' altra mi trae giustissimo sdegno : quegli vuol eh'
io ti perdoni , e questi vuole che contro a mia natura in te incrudelisca. Ma
quest’ esempio non è da imitarsi. Il pronome altri è pur adoperato per le
enumerazioni nel medesimo senso che la parola chi : Altri fa remi , ed altri volge sarte. D. Il
pronome altrui puot’ essere impiegalo m tutti i rapporti , ma rappresentar non
dee il soggetto : Se tu incateni altrui senza catena. B. Forse , a te stesso
vile , altrui se* caro. P. Amor negli anni altrui stagion rin- verde. Buonar.
L’ elissi può sottintendere , dinanzi al- trui , le preposizioni a , e di : Io
reputo gran follia quella di chi si mette senza bisogno a tentar le forze dello
( di ) al- trui ingegno. Boc. La quiete onde sei privo ( a ) altrui presenti ,
E quel riposo eh* anzi al nascer muo- re ! Buonar. Indipendentemente dalla
preposizione di l’ elissi può pur sottintendere la parola qualificata da questo
pronome : Il lavora - ior del podere si dee guardare di tor V ( a- vere di )
altrui. Novelle antiche. La differenza tra i pronomi esso ^ essa , egli , ella
, consiste in ciò : questi ultimi sono impiegati ordinariamente per esseri animati
, ed i primi per tutti gli esseri inanimati , quantunque i maestri dell’arte
non abbian seguito strettamente nè l’uno nè 1’ altro di questi princìpi :
Dinanzi ad essi non eran salvati. D. Le forme desso , dessa , ec. non pos- son
adoperarsi che coi verbi essere , pare- re , sembrare , e simili , e non posson
a- ver luogo nel discorso che per esprimere un’ idea identica col soggetto :
Questi è desso , e non favella. D. Tu non mi par ( esser') desso. B. ElV è ben
dessa , ancora è in vita. P. . I pronomi costui , quest’ uomo , costei , questa
donna , che fanno nel maggior nu- mero costoro , mostrali la persona dap-
presso a colui che parla : Diceanj chi è costui che senza morte , Va per lo
regno della morta gente ? Dante. Colui , quell’uomo , colei , quella don- na ,
di cui il plurale è coloro , disegnano persone lontane ; /’ son colei che ti
die ’ tanta guerra. P. Quest ’ è colui che 7 mondo chiama Amore. P. Digitized
by Google 86 Questi pronomi posson esser impiegati in tutti i rapporti coi
segni relativi, e quan- do son collocati nel discorso come quali- ficativi d’
un nome precedente, se, pere- leganza , vengan collocati dinanzi al nome eh’
essi qualificano , bisogna assolutamente sottintendere la preposizione di. Nel
co- stui regno. — P. — Al colei grido. — B. Lui e lei posson essere una sincope
di colui e colei , Ringrazio lui Lo qual dal mortai mondo m ha ri- moto. P.
Alzando lei che ne’ miei detti onoro. P. La particella ne , impiegata come pro-
nome , significa di questo , di quello , ec.: Dimandatene pur Vistone vostre.
P. I pronomi colestui , quest’ uomo , co- test ei , questa donna, di cui il
plurale è colesloro , sebben oggi poco in uso , pos- son tuttavia usarsi nello
stil famigliare , ma sol per indicare le persone vicine a colui cui volgesi per
punta il discorso : Se colestui se ne fidava , ben me ne pos- so fidar io. — B.
Perchè battete voi cotestoro ? — No-
velle antiche. Allorché il verbo d’ una proposizione determinativa riferiscesi
al soggetto della proposizione precedente, accordarsi dee col soggetto medesimo
il verbo della proposi- zione determinativa ! Jo son colui che tenni ambo le
chiavi Del cuor di Federigo . — D. Dei Verbi e dei Participi. Nella
decomposizione della proposizio- ne , vi si è fatto , o giovanetti , chiara-
mente vedere eh’ ella rinchiude un sog- getto ed un attributo, cioè una idea
sen- tita esistere nel nostro spirito , ed una idea sentita esistere in quella.
Vi si è fatto, se ben vi ricorda , aperto che 1’ uomo , messosi a significar
per parole i propri concetti , da principio gli ritrasse per sem- plici gridi ,
per sospiri , per atteggiamen- ti , per cenni , ec. , e che il primo stato
della proposizione si fu d’ esser espressa completamente con un solo di sì
fatti se- gni. Ma quando incominciarono i primi uomini a decomporla ed
imaginarono di tradurre nella lor artifiziata favella il gri- do o’I gesto
ordinato a dimostrar resisten- za deli’ individuo , per sè semplicemente,
Digitized by Google 89 o per sè e per altrui parlante , ed uniro- no queste
parole all’ interiezione , è chiaro che questa non ebbe ad esprimer più il
soggetto , ma bensì 1’ attributo. Or , noi abbiam veduto che, degli elementi della
proposizione , i veibi sono i soli che e- sprimono un attributo. Adunque ,
l’inte- riezione eh’ era una proposizione intiera , è ridotta a non esser più
che un verbo. Quando dico ahi , questa interiezione , questa esclamazione,
questo grido, signi- fica l’intera proposizione io soffro. Ma to- sto che dico
io ahi , ahi non significa più che l’attributo soffro o sono sofferente. Ec- co
dunque , o giovanetti , il secondo ele- mento del discorso , il verbo , questa
pa- rola sì maravigliosa , sì ineffabile , trovata naturalmente, scoverta
necessariamente, che ha sortito in particolare il nome che co- munemente a
tutti è dato , per mostrar la preminenza ch’egli ha sopra gli altri segni degli
umani intendimenti. Il verbo non ha alcun senso , non espri- me verun giudizio
senza un soggetto $ del paro che il soggetto non esprime alcun giudizio senza
un verbo. Esso esprime l’idea che rappresenta come esistente real- mente e
positivamente in un’ altra e per conseguenza rinchiude l’idea di esistenza j
però è suscettibile di tempi. L’ esprime come destinata ad esistervi e a
modificarla, e però suscettibile di modi. Esprimendo dunque il verbo l’idea
sotto forma attributiva , dee conformarsi al suo soggetto in numero ed in
persona. Se poi venga degli accidenti e di persona e di nu- mero e di modi
dispogliato , esso si ri- solve nel modo indefinito, cui noi chia- meremo
participio. Perchè manifestamente si vede che , di tutte le forme del ver- bo ,
quella del participio presente debbesi considerar la primiera , non tanto per
la proprietà sua d’accennar l’idea principale, quanto per essere stata pria
d’ogni altra creata: io esistente } noi esistenti ; fu que- sta la primitiva
maniera di esprimersi de- gli uomini. Ogni verbo a un modo definito è dun- que
un attributo, cioè esprime eh’ una ma- niera di essere è attribuita a un
soggetto ; ed ogni attributo è un verbo , o almeno rinchiude un verbo j
consiste sempre a dire Digitized by Google 9 * che un suggetto esiste in
genere, od esiste di tal maniera particolare. Questa verità ci mena a conoscere
, o giovanetti , che , per non essersi , per di- fetto di lume di ragione ,
scorta 1’ armo- nìa dei segni coi concetti di cui fan ri- tratto , s’
introdussero fra i verbi molte inutili, anzi erronee distinzioni, chiaman-
dogli altri attivi , altri passivi , altri neu- tri, altri uni-personali ,
altri riflessi , altri infine con altri ridicoli nomi , informe par- to d’
ignoranza e di errore. È manifesto dunque che tutti i verbi sono verbi di stato
, perocché tutti espri- mono che un soggetto è d’una maniera o d’ un’ altra.
Che questa maniera di essere sia transitoria o permanente , passeggierà o durabile
; che consista a fare od a sof- frire , a ricevere o a produrre , nulla ri-
leva 5 è sempre una maniera di essere, uno stato. Tutti i verbi a questo
riflesso son simili. Che si dica , amo , dormo , son battuto , tuona , si
diporta , si accenna sempre, io sono d’una maniera o d’un’altra. In fatti le
anzidette proposizioni amo , dormo , son battuto , tuona , si diporta , * non esprimono tutte se non tìn’accidental
maniera di essere , come vedesi aperto , traslatando le predette forme nelle
primiere loro equivalenti io sono amante , io sono dormiente } io son battuto }
il cielo è to- nante j egli è diportante se j ove ognun vede eh’ altro non
affermasi in ognuna , se non che ’1 subbietto è , o nel modo mo- strato dall’
aggiunto amante , o io quello accennato dall’ aggiunto dormiente , o in quello
significato dagli aggiunti battuto , tonante , diportante. La sola distinzione
che s’ ha a fare tra i verbi è quella che consiste ad esser com- posti d’una o
di più parole. In fatti nel- 1’ origine del verbo , allorché nasce , per così
dire , dall’interiezione , separando da questa il soggetto della proposizione ,
i verbi son tutti composti di un sol segno che rinchiude due idee, cioè l’idea
gene- rale di esistenza, e l’idea particolare d’una certa specie di esistenza,
e che rappresenta queste due idee sotto forma attributiva. Poscia , il bisogno
di esprimere in gene- rale eh’ un soggetto è , esiste , senza dire come , ha
fatto imaginare il verbo essen- Digitized by Google 9 3 do , esistendo (i) ; ma
quando poi avvi- saronsi gli uomini di crear degli aggiunti, vale a dire di
formar dei segni che rap- presentassero tutte le idee sotto forma at- tributiva
, come potendo esistere in altre , senza però esser dette esistervi , allora
ac- coppiando o confondendo col verbo primo essendo questi nuovi segni, si
formarono tutti i verbi e tutti gli attributi possibili , e tutti differenti
tra loro come lo sono i diversi modificativi che li compongono. Così io sono
amante , sono leggente , son debole , sono infelice , sono altrettanti verbi
come corro , scrivo , passeggio , donno . Solamente , i primi son formati di
due segni j i secondi d’ un solo j le parti com- ponenti son separate in vece
d’ esser con- fuse. Ecco tutta la differenza. Impertanto tra tutti gli
aggettivi essendo è il solo che rinchiuda l’ idea di esisten- (i) Essere ed
esistere non son mica perfettamente sinonimi. Essere esprime più ordinariamente
1’ esi- stenza intellettuale , con astrazione dalla sua realtà fuori del nostro
spirito; ed esistere pigne più par- ticolarmente 1’ esistenza positiva e reale
, indipen- dentemente da noi. za , ciò
che lo rende un vero participio , cioè un verbo al modo aggettivo. E per- chè
il solo che esprima l’idea di esisten- za , ei solo puote aver tempi ; giacché
non havvi che 1’ esistenza la quale sia suscet- tibile di durata , e , per
conseguenza , di epoche nella durata. Quindi questo parti- cipio ha due forme
differenti } essendo , pel presente , e stato , pel passato. Pertanto
considerati i verbi in riguardo alla virtù loro eh’ è d’ accennar l’esistenza
degli enti , essi appartengon tutti ad una classe. La sola differenza degna di
nota si è , com’ ho di sopra accennato , quella che nasce dal valor proprio
degli aggettivi , onde son composti , altri dei quali accen- nano un’ esistenza
assoluta , ed altri una maniera d’ essere relativa ad un ente , il cui nome ha
ad esser complimento dell’ ag- giunto col quale il primo verbo è confuso.
Ordinar regolarmente le variazioni d’un verbo nei suoi accidenti di modo , tem-
po , numero e persona , è ciò che nelle scuole appellasi ordinariamente
coniugare , coniugazioni \ voci formate dal nome ju- gum , giogo , e dalla
preposizione curri , Dlgilized by Google 95 con , che tanto suona , quanto por
sotto lo stesso giogo. Questa ragione converrebbe del paro alle declinazioni
dei nomi e degli aggiunti , e però non pare sufficiente per dar nomi differenti
a cose tanto analoghe. Chiame- remo adunque, o giovanetti , declinazioni anco
le variazioni dei verbi , per non mol- tiplicar enti senza necessità , e
compren- deremo sotto questo nome generico tutti i cangiamenti che subisce la
lor forma pri- mitiva. I verbi , come di sopra si è mostro , esprimon sempre
l’esistenza, sia una esi- stenza astratta ed in generale, come fa il verbo
essere , sia una esistenza particola- re , una certa maniera di essere determi-
nata , come fanno tutti i verbi aggettivi. Quando i verbi esprimono puramente
ed unicamente questa esistenza generale o par- ticolare, senza giugner alcun
accessorio alla sua semplice enunciazione , essi non sono che semplicemente il
nome di questa esi- stenza , sono ciò che nomasi al modo in- dejìnito. Essere ,
per esempio , è il nome di questa qualità, di questa proprietà che Digitized by
Google 96 consiste ad essere, a esistere, a non essere il niente. Leggere è il
nome di questo stato particolare , di questa maniera speciale di esistere che
consiste ad esser leggente. Se poi questi nomi , questi infiniti , su- biscan
delle modificazioni , se lor si dia una terminazione aggettiva che rappresenti
la maniera d’essere, cui esprimono non più come isolata ed indipendente , ma
come potendo e dovendo appartenere ad un ente qualunque , il verbo è ciò che
appellasi il modo participio. Esso diviene un vero aggettivo e ne fa tutte le
funzioni. Ma se invece di dare al nome verbale, all’infinito del verbo, una
forma aggetti- va , gli si dia una forma che rappresenti il secondo membro
della proposizione , allora esso non è più nò soggettivo , nè aggettivo , è un
vero attributo , un modo dejìnito. Ecco , o giovanetti , una mede- sima parola
che fa successivamente l’ ufi- cio di tre diversi elementi del discorso : è
questa una prima parte delle declinazioni del verbo. Il verbo , in questi tre
stati di attribu- to , di aggettivo e di nome , è suscettibile Digitized by
Google 97 d’una seconda specie di declinazione , di quella , cioè , destinata a
disegnare i suoi rapporti con gli altri segni del linguaggio. Cosi , nello
stato di nome soggettivo , il verbo è suscettibile di esser d’ un ge- nere e di
notare i numeri e le desinenze , per esprimere , come gli altri nomi , le sue
proprie modificazioni. Quando il verbo è nello stato di agget- tivo , debbe ,
come gli altri modificativi , dinotare i numeri e le cadenze , per po- tersi
accordare coi sostantivi in tutte le circostanze. Da ultimo , quando il verbo è
attribu- to , fa di mestieri che esprima il rapporto di concordanza col suo
soggetto. Ma i verbi, oltre alle modificazioni su mentovate , esprimenti , nei
tre differenti stati , le lor relazioni con le altre parli del discorso , hanno
ancora un’ altra causa di variazioni } e questo terzo ramo di de- clinazione è
destinato ad esprimere delle modificazioni che son proprie e particolari ad
essi j giacché sempre esprimono una maniera di essere, di esistere, che resi-
stenza è suscettibile di durata , e che la 7 Digitized by Google 9 8 durazione
ha necessariamente delle epoche e del periodi cui titil cosa è disegnare.
Quindi i tempi in ogni modo. Epperò fa d’ uopo , o giovanetti , eli’ io di
entrambi yi faccia parola , cominciando dai modi. Dei Modi dei Verbi. Divenendo
un verbo successivamente so- stantivo, aggettivo ed attributo , senza ces- sare
d’esser verbo , senza cessare di espri- mer 1’ esistenza , senza perder la
proprietà di aver dei tempi , eh’ è quella che lo di- stingue essenzialmente da
tutti gli altri ele- menti del discorso, è per sè manifesto che queste tre
funzioni sono maniere di essere differenti che gli appartengono , modi di-
stinti di sua esistenza , cui chiameremo con ragionate denominazioni , modo
sostanti- vo , modo aggettivo e modo attributivo. Giovanetti , non vi lasciate
illudere dalle moltiplici , vaghe ed erronee denominazioni che i grammatici non
filosofi hanno appo- ste ai modi. Esse non sono che locuzioni sincopate , le
quali ridotte alla lor pienezza gle 99 coll’ adempimento delle dissi ,
risolvonsi sempre ai tre modi indicativo , condizio- nale e soggiuntivo , sui
quali estenderemo ancora la nostra analisi. Il verbo , in questi tre modi ,
rappre- senta egualmente l’attributo j esso significa che 1’ idea cui esprime è
compresa in un soggetto. Nel primo, lo dice positivamente ed assolutamente ;
nel secondo , vi aggiu- gne un’ idea d’ incertezza , e nel terzo , una idea di
dipendenza da un altro verbo. Il modo condizionale non è che una gradazione ,
un uso particolare del modo indicativo , gradazione eh’ è piuttosto un
cangiamento di tempo anzi che di modo; perocché esprime sempre qualche cosa di
futuro , od almeno di eventuale. Il modo soggiuntivo è assolutamente il modo
indicativo ad un caso obliquo , pre- cisamente come Caesaris è lo stesso nome
che Caesar , giugnendovi solamente l’idea di dipendenza da un altro nome. Ciò è
tanto vero che talvolta si fa uso dell’ in- dicativo nelle medesime circostanze
in cui s’ impiegherebbe il soggiuntivo : bisogna ch'io sia , e sento che sono j
e certamente l loo in ambo i casi esprimesi che l’ idea essere è T attributo
dell’ idea io. 11 condizionale e ’l soggiuntivo non son dunque veri modi del
verbo } ma 1’ uno è una circostanza particolare, e l’altro un caso obliquo del
modo indicativo. Essi fan- no tutti e tre parte del modo attributivo.
Riassumendo dunque le nostre idee, di- ciamo , che è nella natura del verbo di
aver tre modi , il sostantivo , l’ aggettivo e T attributivo $ che nel primo ,
è suscet- tibile di tutte le modificazioni che forma- no le declinazioni dei
sostantivi j che nel secondo , subisce tutte quelle che costi- tuiscono le
declinazioni degli aggettivi $ che nel terzo , dinota sempre i numeri e le
persone del suo soggetto $ che in tutti e tre , disegna i tempi , e che tutte
que- ste alterazioni diverse compongono le sue declinazioni. Ciò basti dei modi
e trapas- siamo alla teorìa dei tempi. « « n Dei tempi dei Verbi. Sono tre
maniere principali di conside- rar 1’ esistenza , cioè di riguardarla come
Digitlzed by Google IOI passata , come presente , o come a venire* Quindi
puossi il tempo partire in tre epo- che principali : presente , passato , e fu-
turo. Le idee di passato e d’avvenire non sono che relative all’idea di
presente. Or, nella durata come nello spazio , non po- tendosi determinar un
punto se non me- diante le sue relazioni con un punto co- nosciuto , considerar
perciò dobbiamo il presente qual termin fisso, ove appuntansi le dimensioni
delle diverse parti del pas- sato e del futuro. Il presente , nel discorso ,
s’ha dunque a riguardar in un aspetto , perchè è sem- pre compresa nell’
istante dell’ alto della parola. Non avviene lo stesso del passato nè del
futuro , perchè un ente può essere stato in tempo più o men remoto dall’ at-
tuale istante della parola , e puote aver ad essere in tempo all’ istante
medesimo più o men lontano. Essendo il carattere essenziale del verbo di esser
un aggettivo , come di sopra si è mostrato , il quale diviene un attributo od
un sostantivo , secondo le idee che • vi si aggiungono o che se ne tolgono \ ed
entrando il modo participio od aggettivo nella composizione di tutti gli altri
, co- minceremo perciò da questo, come offer- tasi questa formola pria d’ogn’
altra all’ inda- gine dell’ uom parlante. Distingueremo dunque un participio
pre- sente essendo \ un participio passato stato , ed un terzo participio
composto di questi due essendo stato. Se dal modo aggettivo , passiamo al modo
sostantivo , vi troviamo un presente eh’ è necessariamente un tempo semplice,
essere , ed un passato , composto dell'in- finito presente e del participio
passato , essere stato. Veniamo ora al modo attributivo. Esso contiene una
moltiplicità di tempi , per la ragione che quando il verbo è attributo si ha
più bisogno di esprimer tutti i gradi di sua significazione per l’ esattezza e
la precisione del discorso. Esaminiamo dun- que tutti questi tempi l’ un dopo
1’ altro. II primo è il presente, io sono. Esso accenda l’esistenza positiva,
attuale ed as- soluta nel momento in cui si parla. Que- sta forma è semplice ,
nè si potrebbe com- Digitized by Google io3 porre , se non del participio
presente , sono essendo , il che formerebbe un so\erchio ripieno , una inutil
ripetizione. Il secondo , io sono stato , esprime una esistenza passata
assolutamente e compresa in un periodo di tempo in cui l’attual mo- mento della
parola è pur compreso , che chiameremo passato assoluto primo. Il terzo , io
fui , puossi considerare sic- come una variazione del precedente , e
differenziasi da esso in questo, ch’egli ac- cenna un’ esistenza stata in un periodo
af- fatto fuor di quello in cui l’ attuai mo- mento è contenuto e che chiamar
puossi passato assoluto secondo. Il quarto , fui stato , ha la virtù di ac-
cennar un’esistenza stata in tempo passato e anteriore ad un periodo eh’ è pure
fuor del presente , cui chiameremo passato as- soluto terzo. Superfluo affatto
si giudica questo tempo, poiché la formola sono sta- to , distendesi a quanto è
trascorso dall’i- stante della parola al di là. Il quinto, io era , esprime
un’esistenza passata di là dal presente ; ma 1* esprime nel medesimo tempo come
presente rela- Digitized by Google io4 tivamente ad nn’ altra epoca. Per questa
ragione nomasi passato imperfetto , e me- glio appellerebbesi passalo presente.
Puossi pur accennare per esso l’esistenza attuale, come , per esempio , se
rompendo uno il mio pensamento , io sciamassi : io era fe- lice in questo
momento. Il sesto , io era stato , esprime pure un’esistenza contemporanea ad
una passata , un’esistenza presente in nn periodo passa- to , ma in un periodo
anteriore ad un al- tro di già passalo $ è un secondo passato relativo , un
secondo grado del passato im- perfetto. Dopo questi due passati che sono nel
medesimo tempo presenti sotto un altro aspetto e che per questa ragione chiame-
remo tempi relativi , per opposizione ai tre primi che sono assoluti , seguono
due futuri. Il primo, io sarò , pigne puramente e semplicemente 1’ esistenza a
venire. Esso si potrebbe chiamare il presente del futuro. Il secondo è
realmente un fu- turo passato , giacché esprime un’ esisten- za che sarà pria e
fuori d’ un’altra ch’ha a seguirla poi. by Googk io5 I tempi , detti
condizionali o supposi- tivi , perchè esprimono un’ esistenza la quale avrà
luogo quando una condizione sarà adempita od una supposizione sarà realizzata ,
sono , per la prima forma , io sarei. Questo tempo ha un’analogìa evi- dente
con la forma futura , coi tempi im- perfetti o relativi e col soggiuntivo o su-
bordinato. In effetti , sarei , significa io sarò se una tal condizione sarà
adempita o quando una tal supposizione si realiz- zerà. Esso è dunque un futuro
riguardo all’atto della parola : esprime una esisten- za a venire , ma ehè sarà
contemporanea ad un’altra esistenza , e però partecipa delle forme dei tempi
futuri e dei tempi relativi. Esprimendo inoltre l’esistenza co- me subordinata
ad una condizione, ad una supposizione, partecipa ancora delle forme del
soggiuntivo o subordinalo'. I tempi dun- que detti condizionali sono realmente
i tempi relativi od imperjetli dei tempi a venire. La seconda forma è , sarei
stalo , esat- tamente la stessa che sarei , giugnendovi un’ idea di passato.
Essa accenna un’ esi- Digitized by Google io6 stenza la quale , se avesse avuto
luogo r sarebbesi incontrata con altra di là da que- sta in ch’io parlo. È un
vero futuro pas- sato relativo e subordinato ad uua condi- zione. Riguardo all’
imperativo , diciamo che i grammatici l’ han distinto con tal nome, perchè
l’esistenza futura di cui egli è il seguo , accennasi per esso imperativamen-
te. Le formole sia egli 5 sieno eglino , ap- partengono evidentemente al
soggiuntivo , in virtù dell’elissi. In quanto al soggiuntivo , esso non si
puote adoperare , se non in una proposi- zione dipendente , il quale accidente
è ciò appunto che costituisce il carattere e la virtù sua propria. Le sue
formole sono , che io sia , la quale accennar puote un’ esistenza con questa
eh’ io favello congiunta , o a lei seguace. Ch’io sia stato. Questa formola
accenna un’ esistenza di là o di qua dall’ attuai momento della parola. C/i io
fossi. Questa ancora , sì come l’anzidetta maniera, accennar puote un’e-
Digitìzed by Google 107 sistenza di là dall’ istante della parola o di qua dal
punto stesso. C/i io fossi stato. Anche per questa forinola accennar puossi
un’esistenza ante- cedente o susseguente all’atto della parola. Di questi
quattro tempi del Soggiuntivo i due primi corrispondon per aualogìa a due tempi
assoluti dell’ indicativo , e gli altri due lian più dì rapporto coi tempi
relativi dello stesso che compongono il condizionale. L’ espressione di
dipendenza o di sub- ordinazione che caratterizza il soggiuntivo fa sì che il
valore dei suoi tempi non abbia nè fissezza , nè precisione j perchè sempre è
subordinata al senso del verbo che lo regge 5 e però esso non è eh’ un caso
obliquo del modo attributivo. Questa divisione di modi e di tempi e la lor
denominazione , mostrar vi debbe ad evidenza , o giovanetti, che gli uomi- ni,
per pignere tutto ciò ch’avean a dire dell’ esistenza s’ iudusser a
considerarla sotto due aspetti , come positiva e come accidentale. Sotto
ciascuno di questi due punti di vista , ebbero da prima distinto Digitized by
Google io8 tre epoche , io sono , io sono stato nel- 1’ esistenza positiva , e
io sarò , io sarò stato nell’ esistenza accidentale 5 quindi i tempi assoluti.
Poscia ebber bisogno di rappresentar 1* esistenza in ciascuna di queste quattro
circostanza, come contem- poranea ad un’ altra esistenza 5 quindi i tempi
relativi , io era , io era stato per P esistenza positiva , e io sarei , io
sarei stato per l’esistenza accidentale j ed essen- do eventuale quell’
esistenza che dipende da una condizione o da una supposizione, ne segue eh’
essa debb’ esser necessaria- mente espressa dai due ultimi tempi rela- tivi che
perciò condizionali si appellano. Ecco perchè da tutto ciò che abbiam detto
risulta , come di sopra si è accen- nato , che il preteso modo soggiuntiva non
è un modo , ma solamente un casa obliquo del modo attributivo , da cui , come
caso diretto , riceve le modificazioni dell’esistenza. Così , questo caso obliqua
non ha più clic quattro tempi che corri- spondono egualmente ai quattro tempi
delle due divisioni del caso retto. Le duo prime forme io sia , io sia stalo ,
sono assolute j e le <lue altre io fossi , io fossi sialo , son relative.
Questi tempi non ap- partengono propriamente , nò al presente nè al futuro }
essi sono essenzialmente subordinati al verbo che li precede ^ le tre epoche
che dinotano datano da quella che disegna il senso del verbo onde di- pendono.
Discorso su le varie forinole del verbo, relative ai diversi periodi di tem-
po, vi prego, o giovanetti, di attentamente considerare il quadro che vi
espougo sotto gli occhi, nel quale vedransi incoutanente la vera distribuzione
dei tempi , la lor derivazione, la lor analogia, il loro valor reale , i lor
giusti rapporti , la vera teo- rìa della formazione dei tempi. Incomin- ciamo
dai due ausiliari essere ed avere , e passerem poscia ai tre modelli delle tre
declinazioni dei verbi regolari. I IO
QUADrfO METODICO Di tutti i tempi realmente distinti degli ausiliari Essere ed
Avere. NOMI de’ verbi. ESSERE. AVERE. Modo Aggettivo. Participi. , Presente
essendo Passato stato Passato composto csseudostato Futuro . Avendo. Avuto.
Avendo avuto. Modo Sostantivo. Indefiniti. 1 Presente Passato. Futuro. • • . .
essere .... essere stato . . Avere. Avere avuto. Modo Attributivo. Caso
diretto. Esistenza Positiva. Tempi | assoluti. / Io sono 1 Io sono stato .... 1
Io fui ( Io fui stato Io ho. Io ho avuto. Io ebbi. Io ebbi avuto. 1 Tempi
relativi. ( Io era ) Io era stato Io aveva. Io aveva avuto. Esistenza
Accidentale.' Tempi assoluti. Tempi relativi. 1 Io sarò ì Io sarò stato .... f
Io sarei ì Io sarei stalo .... Io avrò. Io avrò avuto. Io avrei. Io avrei
avuto. Caso obliquo o subordinato • Esistenza Suboirìinata. Tempi 1 assoluti. |
Tempi . relativi. ^ Io sia ) Io sia stato 1 Io fossi , ) Io fossi stato .... Io
abbia, lo abbia avuto. Io avessi, lo avessi avuto. DECLINAZIONI in Dei Verbi
Regolari . Tutte le terminazioni degl’ indefiniti si rapportano alle tre
seguenti: are , ere, ire: cantare ; credere j sentire. Questi tre verbi saranno
i paradigmi o modelli di tutti gli altri. Infinito. Cantare. Credere. Sentire.
Participio Presente. Cantando. Credendo. Sentendo. Participio Passato. Cantato.
Creduto. Sentito. Participio Passato Composto. Avendo cantato. Avendo creduto.
Avendo sentito. MODO INDICATIVE H. P. GRICE SUB-MODO INFORMATIVO Presente
Assoluto Canto Canti Canta Cantiamo Cantate Cantano Credo Credi Crede Crediamo Credete
Credono Sento Senti Sente Sentiamo Sentite Sentono Passato Assoluto Primo. Ho
cantato , Hai cantato , Ha cantato , Abbiamo cantato , Avete cantato , Hanno
cantato. Creduto , Sentito , Creduto , Sentito , Creduto , Sentito , Creduto ,
Sentito , Creduto, Sentito, Creduto. Sentito. Passato Assoluto Secondo. Cantai
, Cantasti , Cantò , Cantammo , Cantaste , Cantarono. Credei , Credesti , Credè
, Credemmo, Credeste , Crederono Sentii Sentisti Sentì Sentimmo Sentiste Sentirono
Passato Assoluto Terzo. Ebbi cantato Creduto Sentito Avesti cantato Creduto Sentito
Ebbe cantato Creduto Sentito Avemmo cantato Creduto Sentito Aveste cantato Creduto
Sentito Ebbero cantato Creduto Sentito Passato Presente Primo. Amava , Credeva
, , Sentiva , Amavi Credevi Sentivi Amava Credeva Sentiva Amavamo Credevamo Sentivamo
Amavate Credevate , Sentivate , Amavano. Credevano. Sentivano. Passato Presente
Secondo Aveva amato Creduto Sentito Avevi amato Creduto Sentito Aveva amato
Creduto Sentito Avevamo amato Creduto Sentito Avevate amato Creduto Sentito Avevano
amato Creduto Sentito Presente del Futuro. . n4 Amerò Crederò Senlirò Amerai Crederai
Sentirai Amerà Crederà Sentirà Ameremo Crederemo Sentiremo Amerete Crederete Sentirete
Ameranno Crederanno Sentiranno Futuro Passato. A Avrò amato , Creduto , Sentito
, Avrai amalo , Creduto , Sentito , Avrà amato , Creduto , Sentito , Avremo
amato , Creduto , Sentito , Avrete amato , Creduto Sentito Avranno amato.
Creduto. Sentito. Futuro Condizionale. Amerei , Crederei , Sentirei Ameresti ,
Crederesti , Sentiresti , Amerebbe , Crederebbe } Sentirebbe , Ameremmo,
Crederemmo, Sentiremmo, Amereste , Credereste , Sentireste , Amerebbero.
Crederebbero. Sentirebbero- Digitized by Google Futuro Passato Condizionale.
Avrei amato , Creduto , Sentito , Avresti amato , Creduto , Sentito , Avrebbe
amato , Creduto , Sentito , Avremmo amato , Creduto , Sentito , Avreste amato ,
Creduto , Sentito , Avrebbero amato. Creduto. Sentito. Imperativo. Canta ,
Credi , Senti , Cantiamo , Crediamo , Sentiamo , Cantate. Credete. Sentite.
Soggiuntivo. Tempi Subordinati. Presente Assoluto o Futuro. Che canti , Che
creda , Che senta , Che canti , Che creda , Che senta , Che canti , Che creda ,
Che senta , Che cantiamo, Che crediamo, Che sentiamo. Che cantiate Che crediate
Che sentiate Che cantino Che credano Che sentano Passato Assoluto o Futuro. 116
Che abbia cantato , Creduto , Sentito , Che abbia o abbi cantato, Creduto ,
Sentito , Che abbia cantato , Creduto , Sentito Che abbiamo cantato Creduto
Sentito Che abbiate cantato Creduto , Sentilo , Che abbiano cantato. Creduto.
Sentito. Primo Passato Relativo o Futuro. Che cantassi , Credessi , Sentissi Che
cantassi Credessi Sentissi Che cantasse Credesse Sentisse Che cantassimo ,
Credessimo , Sentissimo Che cantaste , Credeste , Sentiste , Che cantassero.
Credessero. Sentissero. i Secondo Passato Relativo o Futuro. Che avessi cantato
, Che avessi cantato , Che avesse cantato , Che avessimo cantato , Che aveste
cantato , Che avessero cantato. Creduto, Sentito, Creduto , Sentito , Creduto ,
Sentito, Creduto , Sentito , Creduto, Sentito, Creduto. Sentilo Nei verbi della
prima declinazione che han più di due sillabe all’indefinito , can- giasi al
futuro ed al condizionale la vo- cale a di are in e, come canterò, cante- rei ,
ec. il che dona a queste forme un suono più aggradevole. > Del Participio
presente. Le forme in o nel vedere , con o col vedere , sono state sostituite
alle forme in vedendo o con vedendo , oggi quasi di- susate. < Debbesi far
uso delle forme de’parlicipi amando , piangendo , ec. , ogni volta che questi
participi presenti sono l’attributo di una proposizione di cui il soggetto è
sot- tinteso : Pascomi di dolor , piangendo rido : P. io rido io piangendo.
Perchè , cantando , il duol si disacerba , Canterò corti io vissi in libertade
, Mentre Amor nel mio albergo a sdegno s’ebbe : * P. Io canterò , io cantando.
La forma in amar , equivalente ad un nome , complimento della preposizione m,
Digitized by Google 1 18 è impiegata per esprimere un’ idea cT inte- riorità :
Io vo piangendo i miei passali tempi , 1 quai posi in amar cosa mortale P. La forma
con raccomandarsi esprime il mezzo di menar alla sua fine l’azione in- dicata
dal verbo che la precede 5 essa è equivalente a un nome , complimento del- la
preposizione con : S' aiutava con rac- comandarsi continov amente alla guardia
di Dio. — Crusca. Nei due seguenti esempi del Dante , e del Petrarca : v Nel
suo aspetto tal dentro mi fei Qual si fé* Glauco nel gustar dell'erba Che . . .
Questa che col mirar gli animi fura : oltre le preposizioni relative ai
rapporti che si disegnano , evvi l’articolo che , col concorso delle parole
sottintese , determina 1 ’ azione } come si vede chiaramente , ri- manendo le
forme nel gustar dell * erba e col mirar , all’ ordine della costruzione piena,
che è: nel gustar la sostanza del - 1' erba che ec. : e col mirar suo maravi-
glio so. Dlgilized by Google ng Nelle forme latrando lui , D. ; ( mentre io
udiva lui, egli latrando'). Ardendo lei, P.j (se io vedessi lei , ella ardendo)
; lui, lei, non rappresenta» mica il soggetto dei parti- cipi latrando ,
ardendo , ma bensì l’oggetto d’un verbo che l’elissi lascia sottintendere. Del
Participio Passato. Essendo il participio passato un vero aggettivo , dee però
sempre riferirsi a un nome , espresso o sottinteso cui qualifica. Or , in tutte
le frasi in cui si trova il verbo essere , il participio qualifica il sog-
getto , come in questi due esempi : la tua gloria è caduta % , queste parole
ir? eran si piaciute } ma in quelle in cui si trova il ver- bo avere , il
participio non può qualificare che P oggetto di questo medesimo verbo : Perduto
ho quel che ritrovar non spero'. P. io ho quel che non spero ritrovare , per-
duto } ove le parole : quel che non spero ritrovare rappresentan l’oggetto di
ho : Non ho dimonj scongiurato. Davanzati; io non ho questo oggetto scongiuralo
, cioè Ormimi perduta', D . — tu hai me perduta. Facciamci ora ad analizzare
parecchie frasi per renderle familiari ai discenti, for- nendo loro i mezzi di
reintegrare , in tutti i casi possibili , il nome sottinteso. 1 . Ho ( un
oggetto ) amalo. 2. Ho ( il pasto ) desinato. 3 . Ho ( un luogo ) passeggiato .
4 - Ho ( un padrone ) servilo. 5 . Ho sperato di vederlo , cioè ho ( rin-
contro ) di vederlo sperato. 6. Ha ( Cesser suo ) prosperato. 7 . Ha ( il cuore
) penato. 8 . Ho riso di ciò , cioè ho ( V evento ) di ciò riso. 9. Ho ( P inno
) cantato. 10. Ho (il corpo mio o il sonno) dormito. 11. Ho (un luogo) abitalo.
12. Mi sono assiso in terra , cioè sono avendo me assiso , ec. 1 3 . Abbiamo (
il sentimento nostro ) taciuto. 14. Abbiamo ( il pensiero ) riflettuto. 1 5 .
Io P ho (ho la, quella donna) fatta cantare. 16. Gli ho ( ho gli , quegli
oggetti ) fatti fare. Digitized by Google 1 21 17* Ella s' è ( ella è avendo si
) la- sciata vincere dalla passione . 18. Ci siamo ( siamo avendo noi') pia-
ciuti ci ( a noi ). 19. Essi si sono ( essi sono avendo si ) pentiti. 20. forco
tagliati i capelli ( <0 forco, zo avendo i capelli tagliati a me ). 21. Vi
siete fatto troppo aspettare ( voi siete , voi avendo voi fatto aspettare
troppo ). Degli Aggettivi o Modificativi. Assai malagevol cosa è determinare
pre- cisamente la generazione di ciascuno degli aggettivi , ed affermar
positivamente se sie- no stati formati da un nome, sostituendo solamente la
forma aggettiva alla forma soggettiva , o da un verbo , sottraendone l’ idea di
esistenza. Noi abbiam già conosciuto , o giovanet- ti , tutti gli elementi
necessari al discorso, cioè i nomi eh’ esprimono i soggetti delle proposizioni
, e i verbi che ne esprimono gli attributi. Or , tra quelli che , senza esser
assolutamente indispensabili , sono pur tutta volta utilissimi , occupano il
pri- mo posto gli aggettivi , perchè verisimil- mente inventali i primi. Essi
hanno due precipue proprietà , quella di modificare i nomi e per conseguenza di
moltiplicare il numero dei soggetti di proposizione real- mente distinti } e
quella d’ incorporarsi al verbo essendo , componendosi d’ entrambi un elemento
solo con potenziata forza di formar con lui , modificandolo , ogni sorta di
verbi aggettivi e di attributi differenti. Essendo il nostro scopo quello di
sem- plificare per quanto lia possibile la teorìa degli elementi del discorso ,
poco curan- doci delle lor denominazioni , ed occu- pandoci solo delle lor
funzioni vere , la- sciato però da banda tutte le differenti no- menclature
date loro dai grammatici non ideologi , e le diverse classi in cui gli han
partiti , di pronomi , di nomi , di nu- mero , di aggettivi propriamente detti
, di articoli , ec. Gli aggettivi o modificativi dividonsi adunque in due
distintissime classi , e que- sta divisione è fondata su le due maniere di
modificare una idea , cioè , nella sua comprensione o nella sua estensione. La
comprensione d’una idea consiste nel numero degli elementi che la compongo- no
, in quello delle idee ond’ è formata od estratta. La sua estensione consiste
nel numero degli oggetti cui è applicata at- tualmente , tra tutti quelli ai
quali essa conviene , e nella maniera onde son con- siderati. Così gli
aggettivi dotto , ricco , bello , modificano una idea nella sua com- prensione
} perocché , se gli aggiungo all’idea uomo , giungo a tutte le idee che compon-
gono questa idea uomo , le idee di dottri- na , di ricchezza e di bellezza ,
che non entrano necessariamente nella sua forma- zione. 41 contrario, gli
aggettivi il , questo , tutto , uno , altri , ciascuno , qualche , certo , ed
altri simili , modificano una idea nella sua estensione j imperciocché , se gli
aggiungo a questa medesima idea uomo , essi la determinano ad esser applicata
agl’ in- dividui cui può convenire , o in una ma- niera indefinita , o con precisione
, o col- lettivamente , o distributivamente , o in totalità , o ripartitameli
te. Questo è l’uso e la distinzione che hassi a fare delle due specie di
aggettivi che esattamente nominar si possono aggettivi determinativi. Essi
debbonsi al genere e al numero del nome soggettivo da esso modificato
conformare. Ciò premesso, fac- ciamci a percorrere gli ufizi diversi onde
naturati sono nel discorso dalla ragione medesima. I. Degli Articoli. Sonvi due
articoli pei nomi maschili , lo , il. Lo , di cui il plurale è gli , si mette
innanzi a quei che cominciano per s seguita da una consonante , per z o per una
vocale : lo studio , lo zejfiro , Tono - re. Il , che fa al plurale i , ponsi
innanti ai nomi maschili di cui le lettere iniziali non son quelle da noi testé
indicate : il canto , i canti. La è pel genere femminile al singolare, che fa
le nel plurale : la rosa , le rose. Incorporazione degli articoli con le pre-
posizioni de , (i) a , da , ne , co. (i) Le preposizioni de, ne, co, che hanno
il medesimo valore che di , in , con , son quelle che si legano agli articoli. Singolare. Lo. II. La De lo, dello. De il, del. De la, della. A lo, allo. A il, al. A la, alla. Da lo, dallo. Da il, dal. Da la, dalla. Ne lo, nello. Neil, nel. Ne la, nella. Co lo, collo. Co il, col. Co la, colla. Plurale. Gli. I. Le. De gli, degli. De i, dei. De le, delle. A gli, agli. A i, ai. A le, alle. Da gli, dagli. Da i, dai. Da le, dalle. Ne gli,- negli. Ne i, nei. Ne le,- nelle. Co gli, cogli. Co i, coi. Co le, colle. In grazia dell’armonia del discorso e
per evitare lo spiacevol suono che risulta dal- l’ incontro di più monosillabe
di seguito , si è fatta una sola parola dell’ articolo e delle preposizioni ,
ogni volta che queste trovansi avanti la stessa parola eh* è de- terminata
dall’articolo. Dell ’ impiego degli
Articoli. Quando dico: il fuoco j *7 Tevere $ il Tasso , è manifesto che 1’
articolo deter- mina i nomi , fuoco , Tevere , Tasso , col concorso
dell’espressione determinativa sot- tintesa. Ma se dico : il temporal fuoco, il
fuoco che saetta la natura del luogo j nè per lo fuoco ( che ivi arde ) in là
più in ac- costai j D. in questi esempi il nome fuoco è determinato nel primo ,
dall’articolo il , col concorso dell’aggettivo temporale \ nel secondo , dal
medesimo articolo , col con- corso della proposizione : che saetta la natura
del luogo } nel terzo , dall’articolo lo , col concorso della proposizione
sottiu- iesa : che ivi arde. Riguardo a queste determinazioni è da osservarsi
che havvene di due sorte : le une risultano dall’ insieme delle idee che
esprimono la proprietà essenziale la quale distingue una specie da un’ altra ,
come un individuo da un altro, proprietà inco- municabile ad ogni altra specie
, ad ogni altro individuo j le altre non sono che ac- Digitìzed by Google 128 cidentali
o dipendenti da tale o tal circo- stanza. Le prime son sempre sottintese ,
perchè più o meno imperfettamente , si presentan da sè stesse al nostro spirito
, con l’ idea dell’ essere o della cosa che si disegna ; le seconde , al
contrario , deg- gion esser sempre espresse , a meno che lo spirito , con 1’
aiuto delle antecedenti , non possa agevolmente supplire a questa elissi che l’
eleganza o i’ uso spesse fiate esige. Se poi dico : La bella donna che cotanto
amavi Subitamente s y è da noi partita \ P. l’articolo determina l’espressione
bella don - na, equivalente ad un nome, col concorso della proposizione : che
cotanto amavi . E negli esempi: Come dal fuoco il cal- do , esser diviso non
può ’Z bel dalV eter- no j Buonar. — M ’ è più caro il morir che 7 viver senza
P. — Vorrei sapere il quando ", P. — le parole caldo , bel , eter- no ,
morir, viver, quando, impiegate so- stantivamente , son determinate dall’ arti-
colo , col concorso dell’espressione quali- ficativa sottintesa. Digitized by
Google l2 9 Possiam dunque stabilire questo princi- pio unico e comune a tutte
le lingue : Allorché V articolo è collocato innanzi ad una parola , impiegata
come nome , o innanzi ad una espressione qualunque , impiegata pure come nome ,
questa pa- rola è adoperata sostantivamente , e V ar- ticolo la determina , col
concorso d' un aggettivo espresso o sottinteso , o d'un' in- tera espressione
equivalente ad t un ag- gettivo. Un altro principio unico e comune a tutte le
lingue si è che : Allorquando una parola , qualunque ella siasi , è impie- gata
come aggettivo , ricusa l' articolo , in virtù di questo principio generale che
per qualificare un nome , basta indicare il segno della qualificazione che si
vuol esprimere. Ciò fassi chiaro dai seguenti esempi : fieramente siam noi
polvere ed ombra. P. Amor nel dipartir V alma da Dio , Occhio sano me fece e te
splendore. Buon. Quella che ha neve il volto. P. Per ( lo metallo ) oro e per (
lo metallo ) argento. D. 9 Digitized by Google i3o Tolse ( lo individuo )
Giovanni dalla rete e ( lo individuo ) Piero. P. S ’ ( il paese ) Africa pianse
, ( il paese ) Italia non ne rìse. P. Più è ( lo alio ) tacer che ( lo atto )
ragionare onesto. D. Le parole polvere , ombra , l’espressione occhio sano ,
splendore , neve , oro , ar- gento , Giovanni , Africa , Italia , tacer ,
ragionare , sono impiegate come veri ag- gettivi (i). Util cosa è pure
osservare, o giovanetti, che , allorquando una parola è impiegata come
aggettivo, puote avvenire che il no- me a cui giugnesi sia espresso o sottinteso.
Se sia espresso e di natura a ricever l’ar- ticolo , questo lo è ancora j se
poi il nome Coloro clie potreliber maravigliarsi in sentire che parole d’ogni
specie possan esser impiegate come veri aggiunti , sovvengansi che nelle
espressioni Pie- tro è uomo ; — L' uomo è animale ; — le parole uomo , animale
, sono evidentemente aggettivi. Del paro in questi versi di Dante : Uomini
siate c non pecore matte. — Perchè un nasce S olone c l' altro Serse , questi
due nomi propri sono evidentemente impiegati come aggiunti. sia sottinteso ,
l’articolo , eh’ è il principio e la base di tale o tal determinazione , è
parimente sottinteso. Welle espressioni : 1. Datemi il pane. 2 . Datemi pane.
3. Datemi del pane. 4- Datemi un poco di pane \ la soluzione analitica , per
rimenarle al principio unico che abhiam di sopra sta- bilito , è la seguente :
1. Datemi il pane ( eh' è in su la tavola che avete , ec. ). 2 . Datemi ( lo
alimento ) pane. 3. Datemi ( un pezzo') del pane ( che è in casa ,• che avete ,
ec. ). Datemi un poco ( pezzo ) di (/o alimento ) pane. Dopo la preposizione
per , qualunque sia la lettera iniziale della parola seguente, impiegasi
l’articolo lo al singolare , e li al plurale. Ciò non pertanto può dirsi pure
pel , pei , pe\ Per il , peri , non sono in uso. Le combinazioni degli articoli
con le pre- posizioni tra o fra e su , come trolley f ralle, sulle , ec., non
son oggi neppur più in uso. La preposizione su , legata all* articolo il j * j
fa sul , sui. Le forme con lo , con gli , con la , con le , son generalmente
preferite oggi alle forme composte collo , cogli , colla , colle. Con il ,
quantunque adoperata assai sovente da Machiavelli e da altri scrittori, è oggi
affatto riprovata. Si avverta per ultimo che innanzi al nome Dei debba farsi
uso dell’ articolo gli. Al tempo degli Dei falsi e bugiardi. D. IL Delle
desinenze degli Aggettivi. Ogni aggettivo termina in o od in a. La prima desinenza
è destinata a qualifi- car i nomi maschili , a causa della lor ca- denza
analoga a questo genere. Cangiando l’o in a , gli aggettivi prendon una termi-
nazione propria a qualificare i nomi del genere femminile : divino sguardo ,
divina mente. La desinenza degli aggettivi ter- minati in e , essendo analoga
ai due ge- neri , può qualificare egualmente i nomi Digitized by Google i33 d’
ambo i sessi , dolce riso y dolce pena. Le parole tanto , quanto , cotanto ,
al- quanto , molto , troppo , poco , sono veri aggettivi , ed in virtù della
lor proprietà di qualificare i nomi , prender debbono le desinenze analoghe al
genere ed al nu- mero dei nomi che qualificano. Esempi : Ma tu , perchè ritorni
a tanta noia ? D. Quanti dolci pensier , quanto desìo Menò costoro al doloroso
passo ! D. Molti son gli animali a cui s' ammoglia. D. Pochi compagni avrai per
l’altra via. P. Veggendo se tra nemici cotanti. D. S’io non son per troppa tema
errato. Buonar. L’espressione sincopata un poco , per un poco volume , esige la
preposizione di : Com’un poco ( volume ) di raggio si fu messo Nel doloroso
carcere. D. Allorché gli avverbi piu , meno , assai , sembran esser adoperati
come aggiunti , van soggetti alle medesime regole di co- struzione che le
parole tanto , molto , ec. Della più bellezza e della meno ( bellezza ) delle
ragionate cose disputando. B. In assai cose , per tema di peggio , servai i lor
costumi. B. Digitized by Google i34 Si ò detto , allorché queste parole piu,
meno , assai , sembrano esser impiegate come aggiunti , giacché non sono e non
posson essere che avverbi, esprimenti sem- pre una modificazione dell’aggiunto.
In ef- fetti , le parole più e meno , del primo esempio , modificano l*
aggettivo grande sottinteso j e la parola assai , del secondo esempio, modifica
l’aggettivo numerose o abbondanti , parimente sottinteso. Le seguenti frasi ,
ridotte alla ior pie- nezza , serviranno di modello per empie- re , con l’aiuto
dell’analisi , le varie dissi : Ma più ( grande quantità ) di dubbio nella
mente aduna. D. # In poco ( spazio ) d'ora. D. Ma l'altra vuol troppo (
esercizio ) d’arte e ( troppo studio ) d' ingegno. D. Al sommo ( luogo ) d' una
porla. D. ( In modo ) dolce ride. P. Perdicon (contento), e'I padre (contento),
e la madre della Lisa ( contenta ) , ed ella altresì ( contenta , tutti quegli
individui) contenti , grandissima festa fecero. B. In questo esempio l’analisi
distrugge la ridicola opinione che quaudo l’ aggettivo Digitìzed by Google 1 35
ha rapporto a più nomi di sessi differenti, debb’ esser al plurale e prendere
il genere maschile, perchè più nobile del femminile. In una serie di
proposizióni similari , il nome è sottinteso tante volte , quanti ag- gettivi
isolati vi sono : Le bianche (guan- ce') e le vermiglie guance. Come l’agget-
tivo non può rapportarsi che ad un sol nome , così questo aver non può rapporto
che a un sol verbo : O Amore ( impari altr uso ) o madonna impari altr’uso. —
P. Giovanetti, questi princìpi abbracciano tutto ciò che bisogna sapere sull’
accordo dell’aggettivo col nome. L’ultima cosa da osservare intorno agli
aggiunti, si è, eli’ es- si , tranne un picciolissimo numero , non han
collocamento fisso nella lingua italia- na. L’ armonìa e ’l sentimento han soli
il dritto di determinare se l’aggettivo prece- der debba o seguire il nome cui
qualifi- ca. Procediamo ora alla maniera d’ espri- mere le lor differenze
relative. nr. Dei Comparativi e
Superlativi . Quando confronta lo spirito due qual- sivogliano modificazioni o
qualità , onde farne giudicio alle differenze loro confor- me , scerner può fra
i due termini com- parati una relazione di parità , di superio- rità o d’
inferiorità , o in fine di premi- nenza. Il rapporto d’eguaglianza, e quelli
del più o del meno, diconsi comparativi , dal- 1’ atto stesso del pensiero :
quello di ec- cesso appellasi superlativo , dalle latine voci super , sopra , e
lalus , portato. Le forme congiuntive impiegate nelle comparazioni di parità,
sono: Cosi Come. Si Come. Tanto Quanto. Cotanto Quanto. Altrettanto ....
Quanto. Tanto piu .... Quanto più. Che mi struggo n cosi come 'l sol neve. P. Tu
non se ’ *n terra , si come tu cre- di. D. E caddi ( cosi ) come corpo morto cade. D. Farò (si) come colui che piange e dice. D. Tanto m*è bel quanto a te piace. D. Di là fosti cotanto quant' io scesi. — D.
Altrettanto di doglia Mi reca la pietà , quanto 7 marti- re D. Tanto si vede men , quanto piu splen- de. D. Quanto più si parla de' fatti della for-
tuna , tanto più ne resta a poter dire. B. L’analisi ci dimostra ad evidenza che in
ogni comparazione di superiorità o d’ in- feriorità , evvi sempre elissi , e
che le pa- role soppresse sono a comparazione , o pure a comparazione di quello
y come dai sottoposti esempi rilevar puossi : Anima fia a ciò ( a comparazione
) di me più degna. — D. L* acqua era buia mollo più ( a com- parazione di
quello ) che ( eli* era ) persa. D. Mille desiri più ( a comparazione di quello )
che fiamma ( è calda ) caldi. D. La
città di Siena , a comparazione del suo popolo , ricevette maggior dan- no. 9 Crusca. Gli aggettivi maggiore , minore ,
mi- gliore , peggiore , e gli avverbi meglio e peggio che contengono nella lor
significa- zione gli avverbi piu e meno , sou veri comparativi. Nel superlativo
relativo, al secondo ter- mine della comparazione, ponsi davanti la
preposizione di : il piu forte di tutti gli uomini ,* Davauzati } nei quali
esempli pel loro diritto vi si sottintende a compara- zione. I superlativi
assoluti fatinosi tramutando in issimo 1’ ultima vocale dell’ aggettivo :
Onorate V altissimo poeta. D. Ma bisogna
osservare, i.° che vi sono degli aggettivi , i quali non terminano in issimo ,
e ciò non pertanto son superlativi assoluti , come ottimo , pessimo , acerri-
mo , celeberrimo , ec. j 2. 0 che se 1’ agget- tivo è finito in co o in go , e
di natura a prender Yh nella forma del plurale, bi- sogna cangiar co in
diissimo , e go in gàis- simo 5 poco , pochissimo j vago , vaghis- simo. Havvi
certe maniere cbe gl’ Italiani ri- guardano come superlativi e clie, propria-
mente parlando , son veri italianismi , co- me : Ella sen va notando lenta
lenta. D. JVè ancora spuntavano li raggi
del sole ben bene. B. E alma mia fiamma
oltre le belle bella. P. Iddio fece V
uomo piu nobilissimo (a comparazione di quello ) che gli altri animali (sono
nobili ) . Crusca. E ombra sua molto bellissima. — B. Le due ultime espressioni
, quantunque contrarie alle regole della logica , pure son piene di grazia e di
energìa j ma ci con- tenteremo solo di ammirarle ne’ lor autori. Esse sono
state al certo tratte dal latino linguaggio, in cui Cicerone scrisse : multo
jucundissimus } longe eruditissima , ec. Digitized by Google Tutto y Ogni ,
Qualche , ec. Quando all’ aggeltlvo tutto segue un no- me , l’articolo collocar
si dee nel mezzo.* Tu che vinci Tutte le cose fuor eh ’ i demon duri. D. Ma
avvertasi che l’ espressione tutte le cose , è un’ inversione di le cose tutte
, come chiaro si vede in questo verso di Petrarca : Ma ben veggi* or si come al
popol tutto Favola fui gran tempo. Le forme da tutte partii in tutte par- ti ,
e simili , sono espressioni avverbiali , in cui evvi elissi dell’ articolo
innanzi ai nome preso in un senso indeterminato : Poi cominciò da tutte parti
un grido. D. In tutte parti impera. D.
In questo verso dei Petrarca: E tutC al- tre bellezze indietro vanno j vi è
ellissi ed inversione j 1’ ordine diretto è : e le bel- lezze altre tutte ec.
Le espressioni di tutta gioia , di tut- ? uomo y c’ insegnano che la parola
tutto , 4 * fuori della lingua parlata è
pur impiegata nel senso di ogni: Perche non sali il di- lettoso monte , Cti è
principio e cagion di tutta gioia ? — D. Vinio stesso , se fosse stato
imperato- re f non poteva andar più a roba di tutto uomo. Davanzati. La forma lutti quanti è un’
abbrevia- zione di tutti quanti essi erano : F sapea già di tutti quanti il
nome. D. La frase dell’ esempio seguente del Boc- caccio fu tuli ’ uno , è una
sincope di fu fatto tulio in un medesimo tempo : Il dir le parole , e C aprirsi
, c 7 dar del ciotto nel calcagno a Calandrino fu luti’ uno. L’ aggettivo ogni
, invariabile , esprime l’ unione di più parti specifiche prese di-
stributivamente , annoverandole quasi l’una dopo 1’ altra ,• al contrario di
tutto che ac- cenna l’atto della mente risguardante in uu aspetto e
collettivamente gl’ individui della specie , di cui il nome stesso è ’l segno :
Già ogni stella cade , che saliva Quando mi mossi. — D. Nella parola Ognissanti
, ogni è confuso Digitized by Google 1 4-2 con l’aggettivo santi , per comporne
un’e- spressione equivalente a un nome: Quest'Ognissanti prossimo passalo. D.
Gli aggiunti ognuno , ciascuno e cia- scheduno , differenziansi dal precedente
, perchè esprimono la distribuzione con più forza , e per la elissi del nome
che vuoisi supplire col tacitamente intenderlo con l’in- telletto : Ognuna in
giù tenea volta la faccia. D. 10 mi rivolgo indietro a ciascun pas- so. — D.
Ciascheduno V onora. — D. Gli aggiunti qualche e alcuno , signifi- cali
entrambi un qualunque individuo della specie di cui trattasi ,
indeterminatamente: Non si pareggi a lei qual più s'apprezza In qualche etade.
— P. Talor cosi , ad alleggiar la pena , Miostrava alcun de' peccatori il
dosso. D. 11 primo aggettivo differisce dal secon- do per due particolarità,
cioè, perchè è invariabile, e perchè non puote aver luo- go nel discorso senza
il nome che deter- mina. L’ aggettivo qualcuno o qualcheduno , che è una variazione della prima forma ,
significa uno individuo quale si sia. Qualsisia ( quale egli si sia ) , qualsi-
voglia ( quale egli si voglia ) : Che non possano esser rotte ...da qual- sisia
ferro. Redi. In un momento rampicarsi
sopra qual- sivoglia piu alto muro. — Redi. Qualunque , che si compone di quale
e unque (mai) , significa tale individuo quale possa mai essere. Chiunque ,
composto degli elementi chi e unque significa chi mai , cioè , colui che mai (
in alcun tempo ) possa essere. Qualunque priva sè del vostro mondo. D. E cosi
vada Chiunque amorlegittimo scompagna. D. Riguardo agli aggettivi niuno ,
nessuno , veruno , nullo , è da osservare , i ,° che quando son collocati
avanti al verbo , que- sto rigetta la negazione } se poi sien posti dopo, il
verbo debb’ esser preceduto dalla negazione } 2. 0 che quando queste parole son
messe binanti al verbo , 1’ espressione è più forte } 3.° che 1’ aggettivo
nullo ha maggior forza esclusiva che niuno , nessuno , veruno $ 4-° c ^ e la
parola niente ( nè uno minimo ente ) , è sommessa alla medesima regola di
sintassi. Y. Degli Aggettivi Determinanti Numerali . meri Cardinali. Numeri
Ordinali. Uno. Primo. Due. Secondo. Tre. Terzo. Quattro. Quarto. Cinque. Quinto.
Sei. Sesto. Sette. • Settimo. Otto. Ottavo. Nove. Nono. Dieci. Decimo. Undici.
Undecimo. Dodici. Duodecimo. Tredici. Decimoterzo. Quattordici. Decimoquarto.
Digitized by Google Numeri Cardinali. Quindici. Sedici. Diciassette. Diciotto.
Diciannove. Venti. Vent 1 uno. Trenta. Quaranta. Cinquanta. Sessanta. Settanta.
Ottanta. Novanta. Cento. Mille. i4j Numeri Ordinali. Decimo quinto. Decimo
sesto. Decimo settimo. Decimo ottavo. Decimo nono. Ventesimo. Ventesimo i.°
Trentesimo. Quarantesimo. Cinquantesimo. Sessantesimo. Settantesimo.
Ottantesimo. Novantesimo. Centesimo. Millesimo. Le forme dodicesimo ,
tredicesimo , quat- tordicesimo , quindicesimo , sedicesimo , non sono
adoperate che nello stile fami- gliare j ma a partire da diciassette , può
dirsi , anco fuor di questo stile , dicias- settesimo , o decimo settimo ,
diciottesimo o decimo ottavo , ec. I numeri cardinali naturati sono della io
Digitized by Google 146 virtù eli determinare gl’individui, rispetto al numero
e alla specie ; gli ordinali sou destinati ad accennar il ragguardamento della
mente ravvisante gli oggetti di sua intesa relativamente all’ ordine onde suc-
cedonsi. La parola cento è invariabile; e mille , qualunque fiata trattisi di
più d’ un mi- gliaio , trasformasi in mila : Quattro mila trecento e due volumi
Di sol. r- D. L’aggettivo uno , può
ravvisarsi in due diversi aspetti , cioè d’aggettivo numerico quando vuoisi
esprimere il numero anzi che la specie , come : Aveva una figliuola bellissima
; B. e di aggettivo specifico , quando
disegnasi piuttosto la specie che il numero , come : Gli venne a memoria un ser
Cepperello da Prato. B. Uno , una ,
riguardato si come agget- tivo numerico , ha forma e significato del maggior
numero uni , une : Gli uni te- menti Annibaie Cartaginese , gli altri , Filippo
Macedonio. — Cr. L’aggettivo specifico uno , una puot’eser sotlinteso innanzi
al nome elio deter- mina , i. allorché questo nome disegna l* intera specie 5
La fronte in donna ha da essere spaziosa } Firenzuola 2. quan- do questa dissi è favorevole
all’eleganza: Giovane donna sótto verde lauro. — P. Allorché un aggettivo di
numero carri i- nale determina un nome, questo può met- tersi avanti o dopo il
nome medesimo : E quel che resse anni cinquanta sei. P. Tennemi Amor anni venl'uno ardendo . P. Coi
numeri 21 , 3 i , 4 1 » ec. > s0 il nome precede il numero , quello deb- b’
essere al plurale , anni ventuno } se lo segue, il nome debb’ essere al
singolare: Poi per la medesima via par discendere altre novant' una rota. — D.
Convito. Dopo i nomi di sovrani , per disegnar colui che vuoisi nomare nella
serie degli individui dello stesso nome, deesi far uso dei numeri ordinali ,
come : Federico secondo 5 Carlo terzo , ec. Dicono gl’ Italiani : tutti due ,
tutti tre ; oppure tutti e due , tutti e tre , ec. } ed anche tutti a due ,
tutti a tre , ec. La pri- ma e la seconda di queste forme sono più usitate : Era in pericolo di perdere tutti
due i figliuoli. Pecorone. Là Ve già tutt' e cinque sedevamo. — D. — Non
vi ha ella invitati lutti a due? — Firenz. Pare che colui che fa uso della
secon- da maniera insista più sul numero degl’in- dividui che compongono la
collezione, che sulla collezione stessa j ei vuol diFe : tutti, ed erano cinque
, sei , sette , ec. La co- struzione piena della forma tutti a due , a tre ,
ec., è tutti , e il loro numero giu- gne a due , a tre , ec. L’articolo che
accompagna il nome de- terminato dall’ aggettivo ambo, ambidue , ec. , e da
ogni aggettivo numerale , vuoisi interporre tra l’aggettivo slesso e ’l nome;
Roma Ti c/iier mercè da tutti sette i colli. P. Ambe le mani per dolor mi
morsi. D. L’analisi delle espressioni a uno , a due , ec. vedrassi a suo luogo
\ appari qui il di- scente che questa forma di enumerazione appartiene alla
lingua italiana esclusiva- mente : Come le pecorelle escon dal chiuso A una t a
due , a tre. D. Digitìzed by Google *4o e f come tu mi vedi , VuV io cascar li
tre ad uno ad uno T/n'l quinto dì ed sesto. — D. Fa di mestieri in fine
osservare per l’in- telligenza, degli antichi che da certi numeri formansi dei
verbi nella maniera seguen- te : da uno , formasi adunare } da due , ad- duarsi
j da tre , intreaisi } da cinque , in- cinquarsi } da /m/Ze , immillarsi. VI.
Degli aggettivi Determinanti Possessivi. Chiamansi aggettivi determinanti
posses- sivi quelli , il cui proprio valore si è d’ac- cennar il risguardamento
della mente in- tesa ad un oggetto che vien determinato con una relazione di
proprietà dai seguenti segni di cotal virtù potenziati : Singolare Maschile.
Singolare Femminile. Mio. Mia. Tuo. Tua. Suo. Sua. Nostro. Nostra. Vostro.
Vostra. Digitized by Google i5o Plurale Maschile. Plurale Femminile Miei. Mie.
Tuoi. Tue. Suoi. Sue. " Nostri. Nostre. ' Vostri. V ostie. 1 (*)
Percorriamo ora le regole di sintassi alle quali son queste parole sommesse.
Nell’ ordine della costruzione diretta gli aggettivi possessivi collocansi dopo
i nomi cui determinano col concorso dell’articolo: Morta e la donna tua ch'era
si bella. D. Non vidcr gli occhi miei cosa mortale. Buonar. Nella costruzione
inversa sia che 1’ ag- gettivo possessivo preceda il nome , sia che lo segua,
la elissi dell’articolo non dee mai aver luogo ; Chi ni allontana il mio fedele
amico ? P. Vinse paura la mia buona voglia. D. La elissi può sopprimer l’
articolo che (*) Si è sottratta la parola loro dalla serie di questi aggiunti,
com,e appartenente ai pronomi. Desso è un pronome , e nulla più ; perchè quando
si dice il padre loro , vi è ellissi della preposizione di, il padre di loro. col concorso del possessivo determina il nome
, quando questo è un nome di pa- rentela o di dignità al minor numero, co- me
padre , madre , figlio , ec. , maestà , eccellenza , signorìa , ee. : Mio
figlio ov è ? e perchè non è teco? D. Loda a cielo la magnificenza di sua
Maestà. — Caro. Quando evvi nelle frasi trasposizione di parole , 1* articolo è
visibilmente sottinte- so , anco innanzi a nomi che non sono di parentela ;
Ripiglierà sua carne e sua figura , — D. invece di la carne sua ; la figura
sua. Mio ben non cape in intelletto umano. P. invece dell’ordine diretto il
bene mio , ec. VII. Questo y Cotesto , Quello , ec. Gli aggettivi determinativi
questo , cole- sto , quello , accennano che 1’ individuo per essi dimostrato
può trovarsi in altret- tante situazioni di luogo diverse, relativa- mente a
colui che parla ed a colui cui di- Digitized by Google 102 ■ rigesi la parola
disegnando il primo, que- sto , la cosa presente o vicina a chi patr- ia j il
secondo , cotesto , 1’ oggetto eh’ è presso a cui altri parla } il terzo ,
quello , la cosa che non è nè appresso a chi parla nè a colui a cui altri volge
il parlare. E- sempi : Appena in terra i begli occhi vicC io Che fur due soli
in questa oscura vita. ; Buonar. Partiti da cotesti che son morti. — D. Io non
V intesi , nè quaggiù si canta , Llinno che quella gente allor cantaro , JYè la
nota soffersi tutta quanta. — D. A determinar due epoche , 1* una pas- sata ,
l’altra futura, fassi pur uso degli aggettivi quello e questo: Era la più bella
femmina che si vedesse in que ’ tempi nel mondo. — B. Pensa che questo dì mai
non raggiorna. Dante. Le medesime parole disegnano ancora le cose di cui si è
parlato, in questo stes- s’ ordine : questo , la più vicina $ quello , la più
lontana : Amore e crudeltà tri han posto il campo , Digitized by Google i53
Questa m > ancide , e quel mi tiene in vita. — Buon. La parola sta ,
accorciata di està > o dell’antica ista , non è più in uso che nelle
forinole avverbiali stamane o stamattina , stasera , stanotte. 1 nostri antichi
dissero istamane ed istanotte. Tacesi leggiadra- mente il nome a cui gli
aggettivi questo o questa , quello o quella , s’appoggiano, nelle formole in
questo , in quella , ec. , il cui pieno sarebbe, in questo tempo , in quella
ora , ec. Vili. \ Che , Quale , ec. .. . L’ aggettivo congiuntivo che è
invaria- bile ; esso è comune ad amendue i generi e ad amendue i numeri, e,
come scor- gesi dai seguenti esempi, accenna il sog- getto o 1’ oggetto della
proposizione , sia per gli esseri animati, sia per gl’inanimati : Voglia
sfrenata è’I senso , e non amore , Che V alma uccide. — Buonar. V ’ sono i
versi , u son giunte le rime , Digitized by Google 154 Che gentil core udla
pensoso e lieto ? P. O voi che sospirate a miglior notti. P. Cui , è parimente
invariabile e serve ad ambi i generi e numeri , potendo esser impiegato in
tutti i rapporti possibili, tran- ne per disegnar il soggetto. Questa forma
pare più propria a determinar gli esseri ragionevoli, ma impiegasi pure per le
cose: Questi V orme di cui pestar mi vedi. D. L’ aggettivo quale , in virtù
della sua terminazione in e , conviene egualmente ad ambi i sessi e determina
tutti gli es- seri , potendo esser impiegato per ogni rap- porto : Contro la
qual non vai forza nè in- gegno. — P. Qual vaghezza di lauro ? Qual di mirto ?
— P. Nelle frasi interrogative si fa uso di chi per disegnar le persone } di
che per le co- se , e di quale per le qualità delle une e delle altre : Chi mi
difenderà dal tuo bel volto ? Buo. ... E disser : Tu guardi si , Padre , che hai
? — D* Quale può parimente esser impiegato nelle enumerazioni , alla stessa
guisa di chi : , Qual fior cadea sul lembo , Qual su le trecce bionde . . .
Qual si posava in terra , e qual su V onde y Qual , con un vago errore Girando
, parea dir : qui regna a- more. — P. Chi , in questo esempio : Beato è chi non
nasce j — P. $ significa quella perso- na la quale. In quest’ altro esempio
rap- portato dalla crusca : i tavarnieri e chi questo sostengono , significa
quelle perso- ne le quali. Ma quando questa parola è impiegata nelle
enumerazioni , non può di- segnare che un solo individuo dell’ uno o dell’
altro sesso : Chi ribalte da proda e chi da poppa. D. Quando dicesi chi canta e
chi balla , 1’ analisi c’ insegna che una tal frase è sin- copata e che per la
sua pienezza fa di me- stieri dire uno individuo è il quale can- ta , e un
individuo è il quale balla. Le espressioni quello che o quel che 9 e ciò che ,
significano la cosa che : Quello che la speranza ti promette. D.
Percompassiondiquel ch’i vidi poi. P. Siete voi accorti Che quel di retro muove
ciò eh * e * tocca ? — D. Il che , o per una doppia elissi , che , significa la
qual cosa : L'un fratello l'al- tro abbandonava , e ( che maggior cosa è ) i
padri e le madri i lor figliuoli. — B. L’ espressione qual che è compendiata di
individuo tale quale è quello che\ Qual che per violenza in altrui noe - eia. —
D. L’ aggettivo che puote adoperarsi in tutti i rapporti , per soggetto e per
oggetto e- ziandio : Tutte le cose di che 'l mondo è a - domo. — P. Se questa (
lingua ) con eli io parlo non si secca. — D* Mi ritrovai per una selva oscura (
In ) che la diritta via era smarrita. D. Che può pure esprimer rapporto a per-
sone 5 ma dai buoni scrittori usasi assai di raro : Ed io son un di quei ( a )
chc l pian- ger giova. — D. Le
preposizioni di e a posson ometter- si innanzi a cui : Il buon uomo in casa cui
morto era. B. Voi cui fortuna ha posto in mano il freno . Delle belle contrade.
— P. In questi esempi v . Colui lo cui saver tutto trascende ; — D. Il cui
pensie- ro } — B. — evvi ellissi e trasposizioue, essendo l’ordine diretto lo
saver di cui , il pensiero di cui. Adunque le parole on- de queste forme sou
composte possonsi or- dinare in tre modi differenti ; di cui il pensiero j il
cui pensiero \ il pensiero di cui ma il di cui pensiero è maniera vi- ziosa. La
forma che può rappresentar egual- mente il soggetto e l’oggetto , e cui , l’og-
getto solamente , soprattutto quando evvi anfibologia , in modo che non possa
di- stinguersi se , usando il congiuntivo che , questo si rapporti al
precedente od al se- gu ente nome. Ecco esempi dell’ una e dell’ altra maniera
: Quella donna gentil cui piange A - more . — D. Forse cui Guido vostro ebbe a disde- gno. — D.
Un cavalier eh’ Italia tutta onora. P. È da osservarsi infine che quale va dis-
giunto dall’ articolo i . , nelle interrogazio- ni ; quali novelle mi recate
voi ? 2 . nelle proposizioni dubitative : non so qual sia j 3. quando è in
correlazione di tale : Qual i fioretti dal notturno gielo Chinati e chiusi ,
poi che'l sol gl'im- . bianca , Si drizzan tutti aperti in loro stelo , Tal . .
. D. Delle preposizioni. Afferma il maestro di coloro che sanno, niuna cosa
potersi sapere se prima i primi princìpi , i primi elementi , e le prime ca-
gioni di lei non si sanno. Con questo pro- cedere che tanto assottiglia la
mente , ver- rà a comprendersi nell’analisi che fare- mo di questi segni detti
volgarmente pre- posizioni ^ primamente qual sia l’ uficio vero e’1 loro uso
nella nostra lingua j se- condamente , che ognun di essi , in ogni formola e
guisa del dire , si appresenta o- gnora in un aspetto medesimo , cioè col- l’
impressa qualità del primiero suo essere, per quanto ad essa diverso , e spesso
an- che contrario , per lo material costrutto apparir possa } terziamente , che
niun di questi segni può -mai in luogo d’un altro sostituirsi , nè dimostrare
altro ragguarda- Digitized by Google i6o mento della mente , che quello al
quale fu da prima ordinato $ infine , che quan- tunque volte due popoli
accennan le stesse relazioni con segni diversi, ciò nasce, non da capriccio ,
non da cieca usanza , lin- guaggio ordinario de’ grammatici non filo- sofi , ma
sì da natura e ragione : giacché se ciascun popolo della terra ravvisato a-
vesse d’ un modo 1’ oggetto della sua in- tesa, accennato avrebber tutti con un
segno unico e solo le relazioni medesime , men- tre avviene il contrario , e
ciò per l’atto disforme della mente che , per via diver- sa , giugne sovente ad
un fine medesimo. Seguendo adunque , o giovanetti , me- todicamente e
gradualmente la generazione dei segni delle nostre idee, eccoci giunti ad un
elemento del discorso altamente no- tabile. Esso ha due importantissime pro-
prietà j l’ una d’ incorporarsi in un gran novero di voci e , per tal
congiungimen- to , diventar parte integrante e necessaria alla formazione e al
significato delle voci medesime $ come , per esempio , nelle se- guenti ,
congiungere , soprapporre , impor- re , deporre , apporre , ec. j l’altra
qualità è 1 6 r si è quella di collegar
coi segni delle idee relative quelli coi quali essi sono in relazio- ne
diretta. Questo elemento è dunque se non assolutamente necessario, almeno mol-
to essenziale. Sonvi delle lingue , come la basca e la peruviana che non han
preposizioni } pe- rocché dinotano per mezzo del cangiamento delle sillabe
desinenziali tutti i rapporti che noi invece esprimiamo per mezzo di quei segni
} ma molte lingue , come la no- stra, non han casi, e quelle che ne han- no ,
ne contengono sì picciol numero che non sono sufficienti ad esprimere i diversi
rapporti eh’ una idea aver può con un’al- tra } quindi il bisogno delle
preposizioni. Ma queste , sebbene in grandissimo nume- ro , non possono in
veruna lingua espri- mere i diversi rapporti tra i nomi ; eppe- rò ciascuna di
esse , per derivazioni e pel- metafore , ha ricevuto una moltitudine di sensi
differenti , quantunque analogici. Ev- vi più } se noi rimontiamo allo stato
pri- mitivo di tutte le lingue , non troveremo, nella lor origine , che alcuni
gridi più o inen articolali , come di sopra si è per noi 1 1 Digitized by
Google 162 dimostrato , alcune parole , la più parte monosillabe, formate il
più sovente per ono- matopeia e facendo l’ uffizio di nomi. Tutte queste
sillabe che sono state successiva- mente sopraggiunte ai segni originari , che
formano tutti i derivati di quei primi ra- dicali e per mezzo dei quali gli uni
e gli altri son divenuti , secondo il bisogno , verbi , aggettivi , avveri j ,
ec. , tutte que- ste sillabe , dico , non son esse ad evi- denza vere
preposizioni ? disegnazione sem- pre insignificante e sovente falsa , per la
proprietà , sì capitale , che hanno d’incor- porarsi con la parola che
modificano e di formar tutti i composti e derivati dei ra- dicali primitivi d’ogni
lingua, e che però appellar dovrebbersi composizioni anzi che preposizioni.
Quantunque non si possa sempre trovare 1’ etimologìa di questi segni } è certo
non- dimeno eh’ essi derivan lutti da nomi o da aggettivi e ne derivan
ordinariamente per abbreviazione, giacché è nella natura del- l’uomo impaziente
d’ esprimer le sue idee , di compendiare al più possibile il discorso ed in
ispezie le parole di cui più frequen- Digitized by Google 163 te è T uso. Essi
son dunque nomi od ag- gettivi originari , impiegati prepositivamen- te , e
scemi delle lor primitive sillabe de- sinenziali , e però indeclinabili in
tutte le lingue : e qui comincia la classe delle pa- role invariabili. Ciò
basti della lor origine e trapassiamo a mostrar di ciascuno di questi elementi
l 5 ufficio e 1’ uso. Della Preposizione di. L’ operazione propria di questo
segno si è manifestar conceputa idea di qualità , cioè il rapporto di due nomi
di cui l’uno qualifica 1’ altro : Come raggio di sol traluce in vetro. P.
Parole di dolore. D. Ma , come sovente accade che l’uno dei due nomi è
sottinteso , io vi additerò , o giovanetti, il mezzo, di ristabilire questa
elissi. 1. II Dante disse: per esser fi' ( ) di Pietro $ dunque , allorché Dino
Com- pagni disse : messer Palmieri di messer Ugo , ei sottintese il nome
figlio. 2 . Boccaccio disse : gli mise innanzi certi ceppi 5 ma egli pur disse
: messivi su di valenti uomini , sottintendendo la parte dell’ oggetto
qualificato da di valenti uomini , che puot’ esser un buon numero. 3. Il
medesimo scrittore disse : a' ca- valli e all’ armi usatasi j dunque , quando scrisse
: di tali sen'igi non usata , sottin- tese P espressione all' esercizio. 4-
Dante dice: vicino ai monti } adun- que nella frase : vicina di Napoli , Boc-
caccio sottintende alla città. 5. Petrarca scrive : presso al giorno } e la
Crusca cita la frase , presso alla città di Parigi , dunque in questa locuzione
di Dante , presso del mattino , il poeta sot- tintende all'ora o al tempo } e
quando si dice presso di Parigi , si sottinteudon le parole alla città. 6. II
Dante disse : pàrliti da cotesti che son morii \ dunque, allorché disse: di Fi-
renze partir ti conviene , ei sottintende 9 dalla città. 7 . Bembo , dietro
l’ordine della costru- zione diretta , disse : comlatteronsi più di sei ore con
incredibile gagliardìa } ma nel- l’ esempio che cita la Crusca , di grandis-
Digitized by Google i65 sima forza combatteo , piacque all’ autore di
sottintendere con impeto . 8. Il Dante scrisse : accese in fuoco d'i- ra ^
dunque, quando Boccaccio disse: ac- ceso della sua bellezza , sottin tendesi
nel desiderio. 9. Passavanti dice : tutto quello in che avrà offeso Iddio }
così Boccaccio , dicen- do di che ? offesi ? sottintende evidente- m ente per
elissi in fatto o in materia. 10. Si è dimostrato con l’autorità, sì bene con
la ragione , che il secondo ter- mine del paragone è preceduto in italiano
dalla preposizione di , in virtù dell’espres- sione a comparazione. È dunque
evidente che in questo esempio , tratto dal Con- vito di Dante : ciascuno è
certo che la natura umana è perfettissima di tulle le altre nature di quaggiù ,
fu pensier del- 1’ autore sottintendere 1’ espressione a com- parazione. 1 1 .
Petrarca , seguendo 1 ’ ordine della costruzione diretta , dice : ogni impresa
crudel par che si tratti j così, il Dante, quando dice : ma per trattar del ben
eli 1 vi trovai , sottintende la parte dell’oggetto qualificato da del ben ,
ec. Questa parte esser può gli effetti. 12. Petrarca disse : che meritò la sua
invitta onestate , 1 dunque, allorché il Dante scrisse : s’ io meritai di voi ,
sottintende la grazia o il favore. 1 3 . Il Dante disse: aver diletto ; dun-
que , nella frase del Boccaccio : io ho di belli gioielli , ha sottinteso 1 ’
espressione certo numero o certa quantità , di cui di belli gioielli è il
qualitìcativo. 14. La Crusca cita questo esempio: du- rò di cosi fare ogni
notte per ispazio di uno mese } dunque, nell’esempio seguente eh’ essa rapporta
, durando questo modo di parlare bene di due miglia , si sottin- tende per
ispazio o per lo spazio , espres- sione qualificata da di due miglia. 1 5 . Si
legge nel Pecorone : ti comando che tu lo lasci venire in camera per di e per
notte ad ogni sua posta 5 egli è dun- que aperto che quando Boccaccio disse :
non tornerà di questi sei mesi , ei soppri- me per elissi 1’ espressione per lo
tempo. 16. Dante disse: quando ne liberò con la sua vena } dunque , l’esempio
seguente, citato dalla Crusca : e di
quelli danari liberò il marito e i figliuoli 5 1* elissi sot- tintende col
mezzo o con la somma. 17. La ragione, in un con la grammati- ca, ci obbliga a
dire pigliare una cosa * è dunque evidente che F irenzuola , dicendo anche
delle golpi si piglia , sottintende la parte dell’ oggetto qualificato da delle
golpi la quale è alcuna , cioè alcuna golpe. 18. Si legge nella Crusca ed in
parec- chi dei nostri classici scrittori: riconoscere alcuno per suo liberatore
} dunque , nel- 1 ’ esempio seguente , citato dalla Crusca : creandoli conti
paladini , e per di sua famiglia , si sottintende il complimento della
preposizione per, eh’ è il nome mem- bri, qualificato da di sua famiglia. 19.
Il Dante disse: Ciano che quella gente allor cantaro j dunque, allorché dis- se
: e canterò di quel secondo regno , sot- tintende l’oggetto qualificato dalla
prepo- sizione di , e ’l suo compimento le pene e lo stato. 20. Dietro
l’autorità di tutti i nostri classici , si dice essere in tale luogo } dun- que
in questa frase del Dante : mentre eh io fui di la , le parole nel mondo , qua-
lificate da di là, sono sottintese: nel mon- do di là. 21. Boccaccio disse: con
li quali , ra- gionando , incautamente s' accompagno j dunque, nell’esempio che
cita la Crusca: accompagnossi di buona compagnia , si sottintendono le parole
con gente. 22. Avendo detto il Boccaccio : egli si è innamorato a una donna , è
chiaro che quando dicesi : innamorarsi di una don- na , evvi elissi d’ un nome
, complimento della preposizione a j e che per seguenza, le parole sottintese
possono essere alle bel- lezze : innamorarsi alle bellezze d y una donna. Della
Preposizione a. Naturata è questa preposizione delia pro- prietà d’accennare un
rapporto di attribu- zione o di tendenza. Ma , assai sovente , raggiunto che ,
esplicitamente od implici- tamente , esprime questo rapporto , è sot- tinteso }
.l’analisi additerà il mezzo di rein- tegrare l’ellissi nelle più difficili
frasi ita- liane in cui aver può luogo siffatta sop- pressione. Digitized by
Google 169 1. Boccaccio disse: in sul primo son- no ; dunque , allorché scrisse
: al primo sonno , impiega una forma elittica di cui la costruzione piena debb’
essere : in tempo vicino al primo sonno. 2 . Avendo il medesimo scrittore
detto: volse i passi verso la casa j è evidente che in quest’esempio dello
stesso autore, se ne fuggirono a Rodi , deesi sottinten- dere volgendo i passi
verso a Rodi. 3. Petrarca disse ; devoto aprimi rami 5 dunque, nell’esempio
seguente citato dal- la Crusca , a qual donna sei tu? debbesi sottintendere la parola
devoto , esprimente il rapporto disegnato dalla preposizione a. 4- Si legge in
Boccaccio : sottoporla a lei j dunque , nella frase impiegata dai nostri
classici , stare a padrone , si sot- tintende sottoposto : sottoposto a padrone
. 5. L’ uso , approvato dalla ragione , ci fa dire : che novelle avete nella
città ? dunque , in questo esempio citato dalla Crusca : che novelle avete a
città ? vi è elissi e la costruzione piena debb’ essere : che novelle avete nel
giro attenente alla città ? Digitized by Google 170 6. La Crusca cita questo
esempio : eles- sela in cosi grande stato \ il che ci mo- stra che la frase
ch’ella adduce , eleggere uno a re , è eiittica, e che la costruzione piena è :
in grado appartenente a re. 7. Boccaccio dice: stringendosi al petto il morto
cuore } ciò ci porge il mezzo di supplire all’ elissi della frase del Dante ,
Jerniò le piante a terra , supplendo stret- te : strette a terra. 8. Boccaccio
disse : solamente che uo- mini fossero conformi a' lor costumi } dun- que
l’espressione del Petrarca è a grado , è sincopata di in modo conforme a grado.
9. Si legge nel Boccaccio : ivi forse a tre miglia. La parola ivi disegna il
punto della partenza j per pervenire al termine opposto bisogna dunque dire da
ivi , cioè : movendo da ivi. Non può giugnersi alla meta senza percorrere lo
spazio interme- dio } così reintegrar deesi 1’ elissi , dicen- do : movendo da
ivi , e andando per uno spazio forse eguale a tre miglia. 10. La Crusca cita
l’espressione a due mesi , e con ciò ci autorizza a dire a due ore , a tre anni
, ec. Puossi reintegrar l’e- Digitized by Google * 7 * lissi , riflettendo che
il tempo non può pervenire al termin disegnato senza per- correre lo spazio che
si frappone } lo che ci fa vedere che queste espressioni sono un’abbreviazione
di: il tempo avendo scorso per ispazio eguale a due anni , a due ore , a tre
anni , ec. 1 1 . Questo esempio di Petrarca : i ho pregato Amore... che mi
scusi appo voi , c’insegna a supplire all’ elissi nella frase del Boccaccio:
alle belle donne si scusò j cioè , appo alle belle donne. 1 2. Allorché il
Boccaccio disse : gli fece pigliare a tre suoi famigliari , non è egli
manifesto che mette la preposizione a da- vanti alle parole tre famigliaci, per
dise- gnare questi individui come il termine al quale i suoi ordini son diretti
, e che per conseguente , la sua espressione è sinco- pata di gli fece pigliare
, comandando a tre suoi famigliari che gli pigliassero ? 1 3 . Il Dante disse:
volti a levante \ dun- que , in questa frase che cita la Crusca : V animo suo
era tutto a ’ poveri , si può sottintendere volto : volto a ? poveri. 14. Nell’
esempio seguente citato dalla Digitized by Google I72 Crusca : noi abbiamo casa
d'avanzo , alla famiglia che siamo , colui che parla dice dietro la
comparazione che ha fatta tr,a la capacità della casa e ’l numero degl’ indi-
vidui che compongon la sua famiglia. È dunque evidente di esservi elissi di
com- parando la casa nostra : comparando la casa nostra alla famiglia , ec. :
giacché il Dante disse : comparala al sonar di quella lira. 15. Questo esempio
della Crusca: esporsi a manifesto pericolo c’ insegna che nel se- guente
ch’ella adduce: andrete sino a Pisa a questo caldo ? dobbiamo sottintendere
esposto : voi essendo esposto a questo caldo. 16. Per reintegrare Pelissi nella
frase se- guente , citata dalla Crusca : fare all’amo- re , deesi ragionar così
: fare è verbo d’a- zione , esso dee dunque aver un oggetto che puote esser
atti. La preposizione a ci mostra che queste azioni tendono al ter- min
disegnato dalla stessa preposizione } dunque la costruzione piena debb* essere
; fare atti inducenti alV amore. 17. Le formule classiche fare in sorte } fare
in modo } fare in guisa , e simili , Digitized by Google , 7 3 c’ insegnano
qual debb’ essere la costru- zione piena di questa locuzione citata dal- la
Crusca : fare a lascia podere. Dite dunque ; fare le cose in modo simile a
colui che lascia il podere. Delle P reposizioni in e ne. V vidi duo ghiacciati
in una buca. D. Queste preposizioni , di cui la seconda puot’esser
uu’alterazione di en , impiegata dai nostri antichi e derivata dal celtico come
le due precedenti di e a , poten- ziate sono della virtù d’ accennar un’ idea
di stato in luogo dal nome che n’ è il se- gno , determinato. Ma come spesso
avviene d’esser l’agget- tivo ch’esprime un tal rapporto , sottinte- so , e
talvolta la stessa preposizione anco- ra , si esporranno per noi gli esempli
più difficili in cui Questa elissi ha luogo , e s’ indicheranno i mezzi di
rimenar le frasi alla costruzione dell’ordine diretto. i. La Crusca cita questa
locuzione, an- dare in punta di piedi j il che ci ammaastra che in quest’altro
esempio : tornando a casa in propri piedi , si sottintende egli andante : egli
andante in propri piedi. 2. Per l’espressione che adduce la Cru- - sca : porre
in . . . si apprende che nella frase da lei citata , colle mani in croce , si
sottintende poste : poste in croce. 3. La Crusca cita questo esempio : una
donna il domandò in compra , di cui la costruzione piena è : il dimandò per
modo consistente in compra. 4- In questa frase che cita la Crusca : in queste
parole Panuzzo tornò a casa , si dee sottintendere il discorso stando : il
discorso stando in queste parole. 5. Petrarca disse : credendo esser in del }
dunque, in questo esempio che cita la Cru- sca , chi dice eh' egli v' andò in
cinque anni , è soppresso essendo : essendo in cinque anni. 6. In questo
esempio che adduce la Crusca , l'eròe sono buone da mangiare } ma non perchè
sieno colte il tal dì , la preposizione in o ne è sottintesa : il tal dì , cioè
, in il o nel tal dì. 7. La Crusca cita questi esempi : ac- Digitized by Google
17 $ ciocche voi siate in della corte dello im- peradore \ coloro che sono in
dell’ amor di Dio. Welle forme in del , in dello , esi- mili , che i moderni
hanno affatto abban- donate, la parte del reggimento della prepo- sizione in
qualificata dalle espressioni del- la corte , ec. , e dell’ amor v ec. , è
sottin- tesa. Dunque , in della corte , è un’ ab- breviazione di in compagnia
della corte j e in dell’ amor di Dio è sincopata di in fuoco dell ’ amor di
Dio. Della Preposizione da. Ogni cosa da voi ni è dolce onore. P. Deh , dimmi ,
Amor , se muove . Da te , che donna a fedel servo sia Nemica. Franco Sacchetti
, citato dalla Crusca. Amor , la vaga luce Che muove d(ì begli occhi di costei
, Servo ni 1 ha fatto. B. Cauz. V. La qual via muove dal castello diPralo... e
viene insino alla porta. Crusca. Più che tu non speri , S’appressa un sasso che
dalla gran cerchia Si muove. D. Digitized by Google mG * Così dall imo della
cerchia scogli Movcn. D. Movendo la radice di questa distinzione dalla natura. Crusca.
La preposizione da , pur trasferita nel nostro idioma dalla lingua celtica , è
de- stinata ad indicar un rapporto di partenza o d’allontanamento. Gli esempli
di sopra citati ne sono una prova incontestabile. Ma potendo , come il più
sovente ac- cade , esser sottinteso l’aggettivo che espri- me sì fatto rapporto
, esporransi da noi alcuni esempli in cui questa dissi ha luo- go , per
insegnare agli studiosi a ravvisa- re , in ogni caso possibile , il principio
unico che abbiamo stabilito e nel mede- simo tempo i mezzi di ristabilire l’
dissi. 1. Il Dante disse, parlando di Enea , che venne da Troja \ la ragione ,
di ac- cordo con gli esempli , ci dimostra che questa frase è un’ abbreviazione
di : che , movendosi da Troja , venne in Italia. 2. Boccaccio disse : chi da
voi non de- sidera (Tesser amato : or , leggendosi nei nostri classici amar d’
amore , amar per amore , ec., è evidente che la costruzione piena dell’ esempio
di sopra debb’ essere : Digitized by Google 1 7 7 chi non desidera la fortuna
di esser ama- to con amore moventesi da voi. Analizzate del paro le frasi
classiche : amar da padre , cioè ; con amore moven- tesi da padre $ amar da
figliuolo , cioè ; con amore , ec. Pei seguenti esempi, ci limiteremo a ri-
stabilire tra parentesi la parola esprimente T idea di allontanamento disegnata
dalla preposizione da. 3. Che mi disvia ( movendomi ) da tutti gli altri. P. 4-
( Movendomi ) dalla mia giovanez- za . 13 . 5. Questo è segno ( moventesi ) da
Dio. Crusca. 6 . Ristrette ( con forza moventesi') dei vo- leri ... de padri.
B. 7 . ( Con volontà mossa ) da me non venni. D. 8 . Andatevene ( nel luogo
moventesi ) da lui. B. 9 . In una valle ombrosa ( per V ombra moventesi ) da
molti arbori. B. 10. Essendo in età da ( cui muovesi il tor ) marito. B. 12 Digitized
by Google 178 1 1 . Non le rispondo ( cose moventi si ) da medico , ma bensì (
cose moventi si ) da buon amico. Redi. 12. Essa incontrogli ( sino al luogo }
da ( cui muovono } tre gradi discese. B. 1 3 . Sono passato ( perii luogo
movente } da casa vostra. Crusca. 14. Fatevi ( narratore movendovi } da ( il }
capo. Crusca. 1 5 . La forza di essi dipende ( nella forza movente } dalla
potenza romana. Davanzati. 16. Era biasimato ( con biasimo mo- vente ) da
tutti. Crusca. 1 7 . Serrerai bene V uscio da ( cui muove la } via. B. 18.
Aveva una casa (nel luogo movente ) dalle fornaci. Crusca. 19. Io sono
(operante per impulso mo- vente} dalla sua (parte}. Crusca. 20. La torre è
forte ( per forza mo- vente } da sè. Crusca. 21. Divino sguardo da ( cui muove
il} far Vuomo felice. Una chiara pruova della giustezza e della precisione di
sì fatta analisi si contiene nel terzo dei seguenti versi del Petrarca :
Digitized by Google I 79 Pace tranquilla senz alcuno affanno, Simile a quella
che nel cielo eterna , Move dal loro innamorato riso. Della preposizione per.
Questa preposizione che il latino e l’ita- liano idioma han tolto dal greco
poros , che ha generato egualmente la preposizione par francese, e la spagnuola
por , rappre- senta un’ idea generale di traversamento dall’uno all’altro
estremo d’un qualsivoglia spazio. Naturata di questa proprietà ella fu
destinata sin dalla sua nascita ad esser nota del movimento che fassi ,
passando per alcun luogo mezzano tra ’l principio e’1 Pine} e di questa regola
sien gli esempli: Elio passò per l’isola di Lenno. D. Per quella contrada molto
spesso passava . B . Ma sovente accadendo che il rapporto del luogo per cui si
passa , espresso sem- pre dall’aggettivo passante , e dalla prepo- sizione
stessa , sono , l’uno o l’altra , o en- trambi sottintesi, metteremo sotto gli
oc- chi degli apparanti una serie di esempi in cui evvi siffatta elissi , con
le parole re- ★ Digitized by Google i 8 o stituite
tra parentesi , perchè imparino gli allievi a ristabilire da sè stessi cotali
difetti. i. (passando) Ferme si va nella città dolente , Per me si va
nell’eterno dolore , Per me si va tra la perduta gente. D. i. j E venni qui (
passando ) per V in- fernale ambascia. D. 3. Baverina sta come stata ( il tempo
del suo esser tale passando per ) moli anni. D. 4* Sapere una cosa (la scienza
di quella passando ) per prova. Crusca. 5. Tutte le torri di Firenze... alte
(la loro altezza passando per ) cento venti braccia l’una. Crusca. Dietro
questo principio incontestabile dis- se il Dante: per quanto ir posso } il Boc-
caccio : lunga per lo terzo j la Crusca ; per una gittata di pietra. 6 . Quelle
vivande diligentemente appa- recchieranno ? che ( il comandamento pas- sando )
per Paraneno saranno loro ordi- nate. B. 7 . Quel sasso non si potrebbe muovere
( con forza passante ) per cinquanta paia di buoi. Crusca. Digitized by Google
i8i 8. Ella non. ci può , (V effetto passando') per potere che abbia , nuocere.
B. g. Quivi soavemente spose il carco soave ( passando ) per lo scoglio. D. i
o. Io sono ( Tesser mio passando ) per non esser pih. B. 1 1 . Questa donna è
sufficientemente bel- la ( il suo esser bella passando ) per (esser) moglie.
Crusca. 12. Credono in Dio ( il loro credere passando ) per parole. Crusca. 1 3
. Mandare ( alcuno , il motivo di ciò passando ) per ( chiamare ) uno. Cr. 14.
Io ti giuro ( con giuramento pas- sante ) per quello indissolubile amore che 10
ti porto. B. 1 5 . Sono nominati ( la lor nominanza passando ) per ( essere nel
numero ì dei primi. Crusca. 16. Ci conviene (l'acquisto passando) per molle
tabulazioni sostenere, acquistare 11 reame di Dio. Crusca. 17. Il principio da
cui nasce una qual- sivoglia disposizion d’animo , ha una certa colleganza e
consorterìa con la causa , onde un effetto deriva } e però col principio unico da noi stabilito , supplir si puote all’elissi
che evvi ne’ seguenti esempi ed in quanti altri mai addur si potrebbero :
Femmina è cosa mobil per natura. P. E trarrotti di qui per luogo eterno. D.
Piaga , per allentar d'arco , non sana. P. Spero per lei gran tempo Viver,
quandi altri mi terrà per morto. P. Per te poeta fui , per te cristiano. D.
Della preposizione con; Questa preposizione è naturata della virtù d’indicar un
rapporto di compagnia , ordinariamente espresso dal modificativo giunto o,
congiunto , per dar più forza all’ idea che vuoisi esprimere: È giunta la spada
col pastorale. — D. Con quello giugnendosi. — B. Con amor congiunto. — P. La
mia anima si congiugnerà con la tua. — B. Questo aggiunto ch’esprime il
rapporto, esser può sottinteso , in virtù dell’origine; di questa stessa
preposizione , derivata dal celtico con, significante unione 9 congiuri- pimento
: Ragionando ( egli essendo giunto ) con meco , ed io ( essendo giunto ) con
lui — P. Pongasi attenta mente alle seguenti frasi nelle quali abbiano
ristabilito tra parentesi le parole dalla elissi taciute. 1. Sentì parlare
molte persone , le quali , come egli avvisava , quello andavano a fare che esso
( essendo giunto ) co' suoi compagni avea già fatto. B. 2 . Essendosi Dioneo ,
( giunto') con gli altri giovani messo a giocare. B. 3. La reina ( essendo
giunta ) con le altre donne ( giunte ) insieme co' giovani^ ( tutti ) a carolar
cominciarono. B. 4- Venendo ( giunto ) teco. D. Delle preposizioni fra o infra
, tra o intra. La preposizione tra , di cui fra non è eh’ una variazione,
deriva dal celtico tra . I latini avean attinta alla medesima sor- gente la
stessa preposizione ira che non è più nsitata se non nei verbi trajicio ,
traluceo 5 ec. Era e tra diseguan un’idea Digitized by Google 1 84 di posizione
trasversale ; le composte infra ( ln j ra ) e intra ( in tra ), accennano una
idea di più , quella d’ interiorità. Non son mica queste parole che espri- mon
da sè sole una tal idea , ma bensì con l’ aiuto d’ un aggiunto generalmente
sottinteso , come fassi aperto dai seguenti esempi , e dai verbi Jraporre e
traporre. Così si sporranno da noi alcuni esempi con questa parola ristabilita
tra parentesi, perchè gli apparanti ravvisino in ogni caso possibile questo
principio unico. 1. Un dì ad andare ( per lo luogo stante') fra V isola si
mise. — B. 2 . Una sera ( stante ) fra V altre. — B. 3. {In consiglio formato)
fra sè deli - berarono. — B. 4- ( Nel tempo corrente) fra qui e otto dì. — B.
5. ( In istato stante ) fra paura e spe- me. — P. 6. ( Nel luogo posto ) fra
via. — P. 7* Si che venne ad imperare ( in tutto il tempo stante ) fra ( lo
essere ) solo , e ( lo essere ) accompagnato , ( per ) anni cinquanta sei. —
Crusca. Digitized by Google i 85 8. Quando ( il tempo ) fu un pezzo ( stante )
fra notte. — Crusca. 9. ( Pinto da affetto stante ) fra ( e passante ) per
paura e ( stante fra e pas- sante ) per vergogna ^ fuggiva. — Crusca. 10. Già
terra in ( luogo posto') fra te pietre. — P. 11. (Nel tempo posto) in ( tempo
cor- rente ) fra pochi giorni. — B. 12. Io era (nel luogo stante) tra color che
son sospesi. — D. . 1 3 . E in breve , (la roba stante ) ira ciò che v' era non
valeva oltre due cento fiorini. — B. 14. Sarà poi ( nel luogo stante ) tra noi
due tutto questo avere. — Crusca. 1 5 . Essere (nello stato posto) tra'l si e 7
no. — Crusca. 6 Spiegazione , analisi ed uso di tutte le parole od espressioni
adoperate nella favella italiana come preposizioni. A Accanto (a canto ; a il
canto) (in luogo confine al canto attenente a). Accosto (accostato) (in luogo
accostato a'). Addosso ( a dosso , a il dosso ) ( in luogo attenente a il dosso
appartenente a ). Adentro ( a dentro , a il luogo dentro ) ( nel luogo
attenente a il luogo dentro appartenente a , o pure , stante in ). Anzi (in
luogo stante in anzi , guardando al luogo di , guardando a ). Appetto ( a petto
; a il petto ) ( in luogo confine a il petto attenente a ). Appiè ( a piede , a
il piede ) ( in luogo confine a il piede di). Appo ( appressato ) ( in luogo
appo al luogo di j appo a ). Appresso ( appressato ) ( in luogo o in tempo
appressato al tempo o al luogo di j appressato a). Attorno (a torno; a il
torno) (nel luogo volgente a il tórno attenente a). Digitized by Google 187
Avanti. Gli elementi di questa forma sono le parole celtiche ab , seguo di
allonta- namento , e ant , donde il latino ante , segno di opposizione. Così
i’amdisi della parola avanti puote essere ( nel luogo movente avanti ,
guardando a j guar- dando al luogo di, guardando al luogo movente da ). La
forma avante per avanti è poetica. C Circa ( in circa , in cerchio ) in luogo
stante nel cerchio dij nel cerchio atte- nente a). Contra. Questa parola
componesi degli elementi con e tra , parole prese dal celtico , e di cui la
prima è un segno d’ opposizione j e’1 secondo ( trach ) , significa verso. Si
dice ancora contro. D Dallato ( da lato j da il lato ) ( movendo da il lato
attenente a ). Dappoi (da poi) ( movendo da il tempo Digitized by Google a 88
corrente poi , e andando a ) — Movendo da il poi , in che ciò fu fatto.
Dattorno ( da torno } da il torno ) ( in misura movente da il torno attenente a
j da il torno di ). Davanti ( da ab ant } vedete avanti ) ( nel luogo movente
da ante , guar- dando a } movendo da o dal luogo di ). Dentro (nel luogo dentro
appartenente a } appartenente al luogo di '. ; movendo da). Questa parola
componesi di tre elementi celtici, di y en , tre. Dietro (di retro) (nel luogo
o nel tempo dietro , guardando a j movendo da ) . Il secondo elemento onde
questa parola componesi è il celtico dre , dietro. Dinanzi (di in anzi) (nel
luogo dinanzi riguardando a j riguardando al luogo di } movendo da ). Di presso
( vedete presso ) nel luogo di luogo presso a ). Di retro o di rietro ( vedete
dietro ( nel luogo di retro riguardando a } moven- do da). La forma primitiva ,
divenuta oggi popo- lare e poetica , è dreto , di cui le se- Digitized by
Google i8 9 guenti , dietro , di dietro , retro , di re- tro , di rieto , di
rietro , drieto , sono altrettante variazioni o alterazioni. Dirimpetto o di
rimpetto (di re in petto) ( nel luogo di rimpetto guardando a j guardando al
luogo di') . La preposi- zione di è il segno di rapporto di qua- lificazione }
la particella re esprime il ripiego dei pensiero da un termine a un altro j im
è un’alterazione di in \ petto nome, è preso qui in un senso figurato.
Dirinconlro o di rincontro. Questa forma esprime la medesima idea che la pre-
cedente } gli elementi che la compon- gono sono di re in con tre } ella può
dunque esser analizzata così : in luogo posto in ispazio di luogo determinato ,
ripiegandosi il pensiero in luogo oppo- sto per traverso. Di verso ( stando in
o movendo da luogo di luogo verso a ) . La parola verso è il latino versus.
Dopo (in tempo o luogo posteriore guar- dando a j guardando al tempo o al luogo
di ). Digitized by Google I 9° E Eccetto ( questo essendo eccetto che è ) .
Questa parola deriva dal latino exceptus , da ex e caplus. Entro. Vedete
Dentro. F Fino ( nel luogo o nel tempo stante in fine appartenente a j
contenuto in ; mo- vendo da ) . Questa parola deriva dal celtico fin o fiin f
fine. Fore , finora , fuore , fuori ( nel luogo o nel tempo stante in fuori ,
movendo da j movendo dal luogo o dal tempo di'). Di queste forme igilalmente
impie- gate dai nostri antichi , la prima e la terza son rimaste ai poeti \ e
l’ultima è la più usi tata. Il Dante ha detto pure furi per fuori. L’ origine
di questa pa- rola è il celtico fior , d’ onde il dorico fora , il latino
fioris e fioras , e ’1 fran- cese fors , cangiato in hors. A fronte o alla
fronte ( in luogo volto a fronte , riguardando a ; guardando al Digitized by
Google * 9 * luogo di'). Questa parola fronte , la lati- na frons e la francese
front , derivano dal celtico fron , significante davanti. G Giusta o giusto (
in maniera giusta o in modo giusto ). Par mi che questa parola sia una sincope
di aggiustata , o ag- giustato , derivata dal celtico ajusta , d’onde il
francese ajuster. I. Incontra 0 incontro ( in con tra ) ( al cam- mino volgente
in luogo stante contro a ). In queste forme , la preposizione in espri- me
un’idea di contrarietà, con , un’idea di unione di forze che agiscon insieme j
tra , un’idea di traversa. Vedete Contra. Infino ( in fino } in fine ) ( in
fine con- tiguo a $ contiguo al luogo di } mo- vendo da $ contenuto in ).
Infiora } in fuori. Vedete Fare. Innanzi ( in anzi ) in tempo corrente anzi ,
riguardando a ). Digitized by Google IQ2 J/isino ( in sino \ in fine). Vedete
Infitto. Intorno ( in torno } in il torno ) ( in il torno appartenente a ;
appartenente al luogo di , movendo da. Il nome torno deriva dal celtico lor ,
cerchio. Inverso ( in luogo verso ) ( in luogo ver- so a j verso al luogo di, o
in confronto verso a. Vedete Verso. L. Lontano ( in luogo o in tempo lontano ,
movendo da j riguardando a \ guardando al luogo di ). Lungi ( in luogo stante
lungi , movendo da , riguardando a ). Lungo ( nel luogo stante in luogo lungo ,
guardando a ; guardando al luogo di'). M. Mediante ( essendo mediante questo
che e). N. Nanti. Questa forma non è più in uso , essa era adoperata , al par
che nanzi 5 nel senso di innanzi. Digitized by Google ig3 O. Olirà , olire ( in
luogo stante oltre , guar- dando a j guardando ai confini di ). La prima di
queste forme è più usitata in verso. Presso ( presàato } appressato ) ( in
luogo o in tempo presso a $ presso al tempo o al luogo di ; presso , movendo da
). La parola presso è derivata dal celtico prem, vicino ", d’onde l’antico
francese preme , il più prossimo ; e nelle due lingue , prèmere , deprimere.
Pria o prima ( in ora prima , riguardando al tempo di ). Q. Quanto ( in tanto
volume , in quanto vo- lume, o pure pertanto vedere per quanto è dato a ,
ovvero per tanto arbitrio per quanto io ho ). R. JRimpelto , a ri mp etto , di
rimpetto. Ve- dete Dirimpetto. i3 Digitized by Google 194 Rispetto , a rispetto
, in rispetto , per ri- spetto ( la considerazione passando per il rispetto
riguardante a , o pure ris- guardante al riguardo di'). S. Salvo ( salvato ) (
questo essendo salvalo che è). Sanza. Questa parola che i moderni han cangiata
in senza e di cui la forma pri- mitiva è stata san , deriva dal celtico sy 9
difetto , mancanza. Il latino sine , lo spagnuolo sin e 1 fran- cese sans ,
emergono dalla medesima sorgente. Sino. Vedete insino. Sopra ( in luogo posto
sopra , guardando a \ guardando al luogo di ). Le parole sopra , sovra , su , e
le antiche forme sor , sur , son derivate dal cel- tico swp, d’onde il latino
super. Sotto ( in luogo posto sotto , guardando a } guardando al luogo di ,
ovvero in tempo corrente sotto , riguardando a). Questa parola , e la latina
sub , subtus , Digitized by Google iq5 deriva dal celtico sub. Sovra. Vedete
Sopra. Su. Vedete Sopra. Le forme suvi o suvviy e suso per su , son poetiche.
V. Verso. Vedete Inverso. La forma ver , per verso, è poetica. * Digitized by
Google CAPITOLO X. 196 Degli Avverbi. Senza farci mai scappar di mano il filo
delle nostre idee , eccoci giunti , o giova- netti , alla seconda specie della
classe delle parole invariabili , ed alla prima di quella delle elitticlie ,
cioè agli avverbi , a meno che non vogliansi già riguardare come pa- role
elittiche tutti i verbi aggettivi , per- chè in sè rinserranti il verbo essere
ed un aggiunto. Poscia che l’opera e gli studi de’sommi ingegni ebber alzato il
parlare a un certo grado di perfezionamento , agevol cosa fu a discernere che
resistenza e le qualità , siccome le lor differenze relative , pote- vansi in
altrettante guise modificare, quanti erano gli accidenti loro. Si fu allora che
scorta l’analogìa tra il modo d’essere d’un ente e il luogo e tempo iu che egli
è 9 cominciossi a dire : cantare in
tuono doL ce , scrivere in istile elegante j trattare con maniere cortesi }
fiero in modo dolce j venite in questo luogo \ partì nel giorno di ieri. Tal si
fa l’origine di siffatte forme mo- dificanti, e cotale il procedere dell’nmano
ingegno , sinché , pervenuto il linguaggio al suo colmo di perfezione e di
finezza e avvedutosi l’uomo che, figurandosi i movimenti nostri di fuori ,
secondo i de- siri e gli altri affetti che ci affigon dentro, imaginò di
rappresentar le figurazioni ester- ne degli enti per quelle ond’esse han prin-
cipio, cioè per quelle dell’anima j e avendo fatto segno di lei la voce mente ,
s’ inco- minciò da prima a far uso delle forme cantare con mente dolce }
piangere con mente pietosa , con mente dolorosa , ec., in cambio delle prime
formule : cantar con tuono dolce j con tuono soave $ pian- gere in atto pietoso
j in atto doloroso , ec., e da ultimo , alzato il linguaggio al colmo del suo
più bel fiore, s’ebbe in pensiero di ridurre gli anzi detti modi alla massima
lor semplicità , sottintendendo in prima il segno del rapporto , e formando
poscia del nome e dell’aggiunto un corpo solo , teneramente , dolcemente ,
fortemente , ec., cioè d* una tenera maniera , d 1 una dolce maniera , dC una
forte maniera , ec. 3Noi abbiam tratto la parola mente dal celtico ment che
significa maniera. I la- tini hanno attinto alla stessa fonte le for- inole
forti mente , inimica mente , ec. E Boccaccio , nella novella nona della nona
giornata , disse : con sana mente , invece di sanamente. Ma non potendosi tutte
le modificazioni esprimere in cotal guisa, fu di me- stieri imaginare un altro
modo d’ abbre- viamento , il qual si fu di sottintendere in altre il nome , in
altre la preposizione , in altre il modificativo , in altre infine ado- perando
altri mezzi d’ alterazione , aggiu- gnendo , menomando , sostituendo un se- gno
in luogo d’ un altro , onde nasce so- vente il non poter risalire senza fatica
all’o- rigine prima e all’ intero costrutto di sif- fatte maniere 5 quindi le
forme semplici oggi , molto , sempre , qui, ec., sostituite alle composte al di
d y oggi j in molta copia ; in tempo eterno $ in questo luo- go , ec. Dalle
cose sia qui sposte cavar si pos- sono le seguenti conclusioni , i. che la
denominazione d’avverbi non dee far cre- dere che queste parole naturate furono
della proprietà d’accennar solo le modifi- cazioni dei verbi j giacché
modifican so- vente gli aggettivi , ed anco altri avverbi , come nelle seguenti
frasi : un uomo ben fatto $ assai ben fatto , ec,,* e però parmi che più
sarebbe ad essi convenuto il nome di segni o note di modificazione , anzi che
quello d’avverbi. 2 . Gli avverbi come le preposizioni derivan sempre da un
nome o da un aggettivo che è il lor tipo pri- mitivo. 3. Gli avverbi sono
elementi se- condari del discorso e quasi superflui , per quanto utili essi
sieno alla brevità del favellare. Questi segni creati furono gran tempo dopo l’
invenzione del linguaggio composto di segni articolati e arbitrari. 5. Non
essendo gli avverbi nè nomi nè parole che direttamente riferisconsi ad un nome
in particolare, ma servendo ad espri- mere una circostanza fissa e determinata
della significazione d’un aggettivo o d’un verbo , hanno ad essere , siccome
sono di fatto in tutte le lingue , necessariamente indeclinabili. Un avverbio
che subirebbe una variazione , diverrebbe un altro av- verbio , un’ altra
parola. Gli avverbi servono a sporre in modo compendiato le idee che sprimer si
dovrebbero mediante una preposizione e ’1 suo complimento. L’esistenza semplice
e la dipendente de- gli enti modificar puossi relativamente al tempo , al luogo
, al modo , alla qualità, alla quantità , all’ordine, al numero , ec. } quindi
la diversità delle denominazioni apposte agli avverbi e le varie classifica-
zioni in che sono stati parliti. Ora , per esempio , vien appellato avverbio di
tem- po } qui avverbio di luogo. Bene , di mo- do. A bello studio , di qualità.
Oltremo- do , di quantità. Da ultimo , di ordine 5 e così degli altri. Passiamo
ora a sporre la maniera di formar gli avverbi o le espressioni avver- biali ,
in cui la parola mente e l’ aggettivo relativo alla modificazione che disegnasi
, sono il complimento d’ una preposizione sottintesa. E caramente accolse a se
quell ’ una. P. In questo esempio il
nome mente , ma- niera, essendo del genere femminile, l’ag- gettivo caro prende
la desinenza in a che conviene a questo genere come si è veduto nel capitolo
degli aggettivi. Soavemente disse ch'io posassi. D. Qui l’aggettivo soave non
subisce alcun cangiamento , perchè la forma degli ag- giunti terminati in e,
conviene igualmente ad ambi i generi. Quando 1’ aggettivo è terminato per re o
per le , si tronca l’ ultima vocale per render più aggradevole il suono
dell’espres- sione : Ora per le tue parole maggior- mente il conosco. Bene e
leal- mente le sue cose guidarono. B. I nostri antichi scrittori non han sempre
fatto una cotal elisione , come rilevar puossi dai seguenti esempi :
TJmilemente vi prie- go. B. Similemente il mal seme d'Adamo. CATALOGO
ALFABETICO Delle parole e delle espressioni adoperate come avverbi. Analisi
delle medesime. Queste parole e queste espressioni' si sporranno per noi in due
sezioni separa- te } parleremo nella prima delle parole ge- neralmente chiamate
avverbi, e delle espres- sioni che , sebben composte di più paro- le ,
scrivonsi in una sola 5 e nella secon- da , si sporranno le espressioni
avverbiali formate col concorso delle preposizioni di , a , da , ec. Evvi un
gran numero di sì fatte parole che appellansi , or preposizio- ni , or avverbi
, ciò che ripugna alla ua- tura delle cose ed esser debbe un grande ostacolo ai
progressi della scienza. Noi ab- biam rimediato a questo disordine collo- cando
le parole in quella delle due classi che natura ha lor assegnata. A. Adagio (
ad agio ) ( in modo simile ad agiato passo}. Adesso ( ad esso ) ( in tempo
attenente ad esso tempo ). Addoppio o a doppio ( in modo simile a corpo doppio
, cioè doppiato ). Affatto ( a fatto ) ( in modo simile a atto fatto ). Allora
(a la ora) {in tempo contiguo a quella ora'). Allor fu la paura un poco queta.
D. Allotta per allora è voce poetica. Almanco ( a il manco) ( all'atto o al vo-
lume manco a comparazione ec. ) Almeno (a il meno). Questa espressione » è la
medesima che la precedente e si analizza del paro. Alquanto ( alcun tanto ) (
alcun volume o tempo tanto quanto egli sia). E se questo mio ben durasse
alquan- to. P. Alto ( in luogo alto o in tuono allo ). Gridavan sì alto. — D.
Evvi un gran numero di espressioni av- verbiali composte d’ una preposizione ,
d’un nome e d’un aggettivo, nelle quali l’elissi sopprime i due primi elementi.
Tali sono le seguenti , rimenate all’ ordine della costruzione diretta per
servir di modello ad ogni altra forma della sorte. Aperto ( in modo aperto ) ;
asso- luto ( in modo assoluto ) j basso ( in luogo basso o in tuono ) j breve (
in discorso breve) ; caro ( per prezzo ca- ro ) ; continuo ( in tempo continuo
) 5 eterno ( in tempo eterno ) , ec. Altramente ( altra mente ) ( con mente
altra ). Le forme altramenti e altrimenti , sono variazioni della prima forma.
Altresì ( altro si) ( con altro atto fatto si come questo o quello ).
Altrettale ( altro tale ) ( in un altro modo tale , quale . . . ). Altrettanto
( altro tanto ) ( un altro volu- me o atto tanto quanto è questo o quello ).
Altrieri (altro ieri) ( in lo altro ieri). Altronde ( altro onde ) ( in altro
onde ). Altrove (altro ove) ( in altro ove). Anche , anco , ancora ( a o in
questa o quella ora ). Più vago di veder eh ’ io non fossi anco. P. Ancoi , voce poetica (a o in questo oggi).
Appena o a pena ( in modo simile a pena). Appieno ( a pieno ) ( in modo simile
a luogo pieno ). T non posso ritrar di tutti appieno. D . Appunto ( a punto ) (
in modo simile a punto accostato a punto ). Assai ( a sazietà , molto ).
Avaccio (in modo avacciato ), prontamente. Avale ( a eguale ) ( a tempo eguale
al presente ). B. Bene , benissimo. Bensì ( bene sì ) ( il fatto sta bene ( ve-
ramente ) sì come io dico ). Boccone o bocconi. C. Ci (in questo luogo). Colà (
in quel luogo o tempo ). Vuoisi così colà dove si puote Ciò che si vuole. D.
Colaggià o colaggiuso (colà giù o giuso) ( in quel luogo stante in luogo
basso). Colassù o colassuso ( colà su o suso ) ( in quel luogo stante in luogo
alto ). Come (con o in che maniera ,
ovvero in quella maniera che ). Contrattempo (coatra tempo) (in tempo stante
contra a tempo opportuno ). Cosi ( co sì ) (così . . . . come dico , come dissi
, ec. ) Costà (in cotesto luogo). Costaggiù (costà giù) (in cotesto luogo
stante in giù). Costassù ( costà su ) ( in cotesto luogo stante in su ). Costì
(in cotesto luogo). Costinci (da cotesto luogo ). — Ditel costinci , se non,
Varco tiro . — D. Cotale (cotale) (con tale atto , quale). Cotanto ( co tanto )
( con o in tanto vo- lume in quanto ....). Cotanto V esser vinto gli dispiacque
! P . D. Daddovero ( da vero , da vero ) ( dico , o dice .. . cose moventi da
fatto vero ). Dimane o dimani ( nel giorno di il se- guente mane , cioè
mattina). Quando fui desto innanzi la dimane , Pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
Ch' erano meco , e dimandar del pane. D. Dimanisera ( nel giorno di dimani
nella sera ). Domattina ( domane nella mattina ). Dove ( nel luogo nel quale ).
Dovunque ( dove unque ) ( in ogni luogo io che mai ). E. Ecco ( vedi } vedete j
odi , udite'). Essempigrazia o esempligrazia (per gra- zia d ' esempio ).
Eziamdìo o eziandìo (anche Dio volente ). F. Finora (fino a o da quest' ora).
Fiore ( per quanto è picchia qualsivoglia particella che sia). Forse ( ciò è in
forse ). G. Già ( in tempo passato } in tempo pre- sente ). Giammai ( già mai ) ( in alcun tempo mai ) .
Giu o giuso ( in o nel luogo stante in lasso luogo ). Gli (in quel luogo'). (
Gnaffe ( in mia fè ). Guari. Credo che questa parola , sì che la francese
corrispondente , guères , de- rivino dal celtico gerr , picciolo j d’onde il
latino gerrae , bagattelle. I. Jersera (ieri sera) (in ieri nella sera).
Immediate ( senza mezzo ; senza mettere tempo in mezzo). Imprima o in prima (in
ora prima). Indarno ( in vano $ in luogo vano ). Indi (da o per quel luogo).
Ìndiritta ( in diritta ) (in via non diritta ). Questa forma non è più in uso.
Insembra o insembre (insieme). Voci an- tiche. Insieme. Questa parola , sì che
la latina simul , e la francese ensemble , deriva- no dal celtico eng , folla ,
e syml , adu- nato. Intanto (in tanto
tempo, in quanto....) Intrafatto ( in modo interamente fatto'). Jntrocque (
intra hoc ) ( intra questo tem- po ). Forma oggi inusitata. Invano ( in luogo
vano ),. Issa ( in questa stessa ora). Voce poetica. Issofatto^ in ipso facto)
(«e/ fatto stesso). Ita (ita est) ( così è, si). Questa parola è poetica. Ivi
(in quel luogo). L. Là ( in quel luogo ). — Pon mente se di là mi vedesti
unque. — D. Laci (in quel luogo). Forma poetica com- posta di là e ci. Laggiù (
là giù ) ( in quel luogo stante in giù ). Lassù (là su) (in quel luogo stante
in su). Li (in quel luogo ). Liei. È la stessa parola li , cui i poeti han
giunto , per la rima , ci. Linci (da quel luogo). M. Madesì ( mio Dio sì). Le forme madie . e
madiò ( mio Dio ) , siccome la prece- dente , appartengono al dialetto toscano.
Muffe ( per mia fé). Mainò ( mio Dio , no ). Maisi ( mio Dio si). Male ( in
modo malo o per mio male). Malgrado ( con malo grado). Manco ( in grado $ in
peso j in volume mancato ). Massime ( in modo sommo). Maunque ( mai , mai \ mai
in nessun tempo). Voce non più in uso. Mediate ( con mezzo } con termine mez-
zano ). Meglio ( in qualità migliore a compara- zione dì ). Meno ( in quantità
minore a compara- zione di). Mica ( per quanto è piccìola una mica). Mo ( in
questo momento). Molto ( in quantità grande). ili N. No ( voglio negativamente. ) Non. O. Oggi (in questo oggi j in questo
tempo ). Oggidì , oggigiorno ( oggi m questo di ; oggi in questo giorno').
Oggimai ( oggi mai ) movendo da oggi e andando in mai). Ognindi ( in ogni di ).
Ognora (ogni ora) ( in ogni ora). Ornai , ormai , oramai ( movendo da que- sta
ora e andando in mai). Onde ( nel luogo in che o da che o per che ). Ondunque (
onde unque ) ( in ogni luogo per lo quale mai). Ora ( in questa ora). Orinci (
in luoghi da qui lontani ). Ove (i'w o nel luogo nel quale). Ovunque (ove unque)
(in ogni ove mai). P. Pai te ( in quella stessa parte di tempo ). Peggio ( pia
male a comparazione di...') Più ( in quantità più grande a compara- zione
di...). Poco (in volume poco). Posdomane , posdomani (post , cioè poi , movendo
da domane o dimani). Punto (per quanto è picciolo un punto). Q. Qua ( in questo
luogo ). Questa voce di- segna un luogo men circoscritto di qui. Quaggiù ( in
questo luogo stante in bas- so). — Venni quaggiù del mio beato scanno. D.
Qualora ( qual ora ) ( in ora tale in ora (in volta tale in quale volta).
Quando ( latino : qua in die } il giorno o il tempo in che ). Quandunque (
quando unque ) ( in ogni quando mai ). Quasi. Questa parola viene dal celtico
casi. quale ). Qualvolta Quassù ( qua su ) ( in questo luogo stante in su ).
Qui ( in questo luogo'). Quicentro ( quivi entro ) ( in questo luo- go entro ).
Quid ( in questo luogo). La particella ci è aggiunta alla forma qui per licenza
poetica. Quinci (da o per questo luogo ). Quiritta ( in questo luogo per via
ritta). Quindi (da o per o in quel luogo). Quinoltre o quindi oltre (movendo da
qui e andando oltre). Quivi ( in quel luogo ). Quiviritta ( quivi per via ritta
). R. Repente (in atto repente ). S. Sempre (senza fine). Questa voce risulta
da due parole celtiche, chemp , o semp y senza , e ar , ed in composizione er,
fine. SI (il fatto sta si , come io dico ; come tu dici ). Digitized by Google
ai4 Si (si, come io dico , tu dici...). SI ( in modo fatto si , come conviene es-
sere per questo che è .. .). Con quest’ analisi , ciascuno può ridurre a un
principio unico i quaranta signifi- cati differenti che si attribuiscono alla
particella si. Sipa (sì), forma del dialetto bolognese, adoperata dal Dante nel
i8.° canto del- F Inferito , nel senso di si. Sossopra o sottosopra o sozzopra
(la parte di sotto stando nel luogo di sopra ). Sovente (in tempo sovente).
Supino ( in alto supino ). — Supin ricad- de , e più non parve fuora. D. T.
Talora ( in ora tale in quale ora ciò av- viene ). Talvolta ( in volta tale in
quale volta ciò avviene ). Tampoco (tanto poco quanto poco si vo- glia ). Tanto
( in tanto volume in quanto volu- me . . .). Tanto sio ( tanto tosto quanto
tosto è pos- sibile ). Tardi ( in tempo tardo'). Teste ( in questa ora presente
o passata o futura ). Tosto ( in modo tosto). Trabene poltra bene). Troppo (in
truppa). Trovasi l’ origine di questo vocabolo nel celtico tropa , truppa.
Tuttavìa ( in tutta via ). Tuttavolta ( in tutta volta ). Tuttora o tutC ora o
tuttore ( in tutta ora , in tutte ore ). U. XJguanno o unguanno (per o in
questo anno ). Urnbè ! ( ora bene ). U adunque (da onde unque). TJnqua o unque
( mai in alcun tempo ). Pon mente se di là mi vedesti unque. D. Unquanche o
unquanco ( unque anche , unque anco ) ( mai insino a questa ora. Queste , e le
due precedenti , son voci poetiche. Unque mai (mai, mai). V. Vi ( ivi in quel luogo). Volentieri o
volontieri ( con animo vo- lente ). Delle espressioni avverbiali formate per
mezzo delle preposizioni di , a , da , in , ec. Queste espressioni che sono una
delle sorgenti della prodigiosa ricchezza della nostra lingua , sono del paro
una delle principali difficoltà per gli apparanti l’ ita- lica favella. Epperò
noi ci faremo a sporre ai discenti un mezzo sicuro di sommettere al nostro
metodo analitico sì fatte espres- sioni quasi senza novero , operazione dello
spirito senza la quale impossibil cosa è comprenderne esattamente la forma e la
significazione. Pongano ben mente gli stu- diami a questa parte affatto nuova
della nostra grammatica , alla quale ci lusinghia- mo sarà fallo, da coloro a
cui l’altrui sa- pere non fa ùggia , assai grata accoglienza. Di (in maniera )
Di brigata. „ {per modo) Di caso. ( nel luogo) D'intorno ( di luogo stan- te in
torno ). ( nel luogo) Di là. ( in modo) Di buona voglia). (in spazio) Di corto
{tempo). S nel tratto ) Del continuo { tempo ). con passo) Di pari {passo). Fassi
aperto dai precedenti esempi che ogni espressione avverbiale formata della
preposizione di , e d’ una o di più paro- le , altro non è che la parte
qualificativa d’ un nome e d’ una preposizione cui l’e- lissi sotti nteude
sempre. Il nome sottin- teso non puote esser indicato che dal sen- so del nome
espresso, e ’1 verbo dall’e- spressione avverbiale modificato, può solo farci
trovare la preposizione di cui il nome elittico è il complimento. ( movendo dal giorno') D' oggi ( andan- do in
poi). ( in tempo ) Di bel mezzo di. ( movendo da stato ) Di bene ( essere ,
andando ) in meglio ( essere ). ( movendo da un termine ) Di tempo ( andando )
in ( altro ) tempo. Vedesi ad evidenza da quest’analisi che se una delle
espressioni di cui abbiam par- lato sia seguita da un nome, complimento della
preposizione in , questa formula è il termine della parola andando , dalla
elissi sottintesa. I. ( in modo appartenente) A bocca. ( in compagnie simili )
A branchi. - ( in modo eguale ) A briglia sciolta. ( in quantità simile) A
bizzeffe. (co» intaglio appartenente) A bulino, (in tempo conveniente) A buona
sta- gione ). ( per prezzo eguale) A buon mercato. ( in tuono eguale ) Ad alta
voce. ( per cammino verso) A destra (mano). (con animo inteso') A diletto. (in luogo
appartenente) Ad imo ( luogo ). (in tempo appartenente ) Ad uri ora. ( con
caratteri simili ) A lettere maiu- scole. \ . \ ‘ ( in luogo verso ) Allo (
luogo stante ) in giù. La preposizione a disegna il termine a cui tende V
essere o la cosa \ questa ten- denza do vrebb’ esser espressa da un agget- tivo
che , in cotali espressioni avverbiali , è sempre sottinteso. Questo aggettivo^
è sempre uno di quei che reintegrati abbia- mo nelle precedenti frasi j cioè
apparte- nente j simile y eguale y conveniente j vol- gente j verso. a. >
(in maniera simile) A brano (presso) a brano. ( in tempo confine ) Ad ora (
seguen- te ) ad ora. (in luogo presso) A terra (presso) a terra . In queste
espressioni avverbiali : ad ora ad ora , a terra a terra , ed altre simili ,
evvi una doppia elissi che reintegrar deesi nella guisa stessa delle forme
semplici. aao 3 . Mangiare ( in modo
simile ) a ( modo che ) crepa ( il ) corpo. ( in modo simile ) A ( modo che')
fiacca ( il ) collo. È sempre il medesimo principio $ al- leghiamo questi
esempli per far vedere come empier debbansi le elÌ6Si ueile espres- sioni in
cui entra un verbo. 4 . ( in proporzione eguale ) Ad assai ( quantità ). Se T
espressione avverbiale compongasi della preposizione a e d’un avverbio o d’un
aggettivo , questo determina o qualifica un nome sottinteso. (in modo simile) A
fine forza (forzata). Quest’esempio è destinato a dimostrarci un errore
generalmente sparso , che in sì fatta espressione la parola forza sia no- me ,
mentre è aggiunto. 6 . ( nello spazio appartenente ) Al (luogo) di fuori. L’
articolo legato alla preposizione a determina con l’aiuto dell’espressione qua-
lificativa di fuori , o simile , il nome luogo od ogni altro nome relativo alle
cir- costanze e che è sempre sottinteso. Se , in- vece della preposizione di ,
siavi ogn’ al- tra preposizione , supplir deesi la parola eh’ esprime il
rapporto , di cui la preposi- zione è il segno j come per esempio nella f orma
alla per fine , eh’ è sincopata di giunto alla parte passante per fine. 1 . Da
( in luogo movente ) Da banda. ( in luogo movente) Da (luogo) alto. ( in luogo
movente) Da lunga (via). ( in prezzo
movente ) Da meno ( va- lore a comparazione di ... ). ( movendo ) Dalla ( via )
lontana. ( in luogo movente ) Dalla ( parte stante ) lungi. La preposizione da
disegna il termine della partenza espresso dall’aggettivo mo- vente , sempre
sottinteso in siffatte espres- sioni avverbiali ; questa parola è adunque in
esse il primo mobile dietro il quale tutte le altre voci offronsi naturalmente
da sè stesse al pensiero* 2 . ( movendo ) Da ( una ) banda ( an- dando fino ) a
( l'altra ) banda. ( movendo ) Da ( luogo passante ) per lutto ( luogo ) . (
movendo ) Da indi ( vegnendo ) in qua. Se una di queste espressioni avverbiali
sia seguita da una preposizione con un complimento, il discente restituir dee
l’ag- gettivo esprimente il /apporto di cui la preposizione è il segno. f. In In ( luogo ) allo. In ( tempo ) breve.
Per reintegrar Pelissi in queste, espres- sioni avverbiali , basta sapere
ch’ogni ag- gettivo suppone un nome cui qualifica ed a cui si raffibbia come la
qualitate alla sostanza. 2 . ( nel luogo stante ) In ( luogo posto ) là. ( nel
luogo stante ) In ( luogo posto') oltre. Nelle espressioni avverbiali composte
d’ una preposizione e d’ un avverbio, av- verta bene lo stu diante che
l’avverbio mo- difica sempre il suo aggettivo sottinteso che fa parte del
complimento della pre- posizione , sì come nei due precedenti e- sempi. aa4 1. Per ( V azione passando ) Per costà. (
la dimostrazione passando ) Per e- sempio. ( l’azione passando ) Per ( luogo )
di- retto. ( l’ azione passando ) Per forza. In ogni espressione avverbiale
composta della preposizione per e cl’una o più altre parole , la elissi
sottintende sempre 1’ ag- gettivo esprimente l’idea del rapporto on- de la
preposizione per disegna il termine. , \
2 . ( il desiderio passando ) Per ( tempo appartenente ) al presente ( tempo ).
Se la prima parte dell’ espressione av- verbiale sia seguita dalla preposizione
a col suo complimento , fa di mestiere so- stituire , sì nell’ una che
nell’altra , 1’ ag- gettivo che può solo esprimere il rapporto di cui la
preposizione non fa che indicare il termine. Digitized by Google 3. ( il motivo
dell' azione passando ) Per ( lo adoperarla ) in casa. Dassi l’ analisi di
quest’espressione, Per- chè si è creduta una spezie d’irregolarità di cui
impossibil cosa era render ragione. Delle espressioni avverbiali che forman
classe a parie. Già ( lungo ) tempo ( è passato ). Infine ( in fine ) ( movente
) da sera. Injìn ( movente ) da ( questa ) ora. Viva son io , e tu sei morto
ancora , Diss' ella , e sarai sempre injìn che giunga Per levarti di terra l'
ultirn ora. P. Injino ( in fine ) ( appartenente ) a ( questa ) ora. Injino (
appartenente ) allora (a quella ora ). Là ( in quel tempo ) intorno ( in tor-
no )• (in ) L' altrieri. ( con ) Armata mano. i5 ( in ) Ogni ora. ( in modo stante ) Oltra (al
) modo ( convenevole ). Più che tanto ( quanto basta ). ( il tempo scorso da
quell' ora alla pre- sente ) Poco ( tempo ) fa. Poco ( tempo ) stante ( fra V
uno e V altro fatto ). ( come) Punto (passante) per punto. ( movendo ) Quindi (
andando ) a pochi di. Quivi ( in quel lnogo ) medesimo . Quivi ( in quel luogo
) ( posto in ) su. Quivi ( andando ) oltre. ( in ) Tutte le più ( spesse in nume-
ro ) volte. ( movendo ) Indi ( andando ) a po- chi di. Delle Congiunzioni o
Interiezioni congiuntive. Le differenti spezie di parole che so- nosi fino ad
ora da noi considerale , sono gli elementi o le parti integranti delle pro-
posizioni , ed esse vi entrano più o men necessariamente, a ragione della
natura pro- pria di ciascuna e dei differenti bisogni dell’ enunciazione. Non
avviene lo stesso delle congiunzio- ni. Esse sono, al certo , elementi dell’o-
razione , giacché son parti utilissime nei nostri discorsi, ma non sono
elementi delie proposizioni } esse servono solamente a legarle le une alle
altre. Tal è di fatto , o giovanetti , il carat- tere distintivo di questi
segui della fa- vella che congiunzioni addimandansi : es- se ordinate sono a
legare una con altra proposizione \ ed errano coloro che fansi a credere che le
congiunzioni legar pos- sono pur anco una con altra parola, men- tre sempre due
sentenze realmente con- giungono. E in vero, quando dico: Demostene e Cicerone
furori eloquenti , io dico in realtà Demostene fu eloquente , e Cicerone fu
eloquente : od in altri termini , Demo- stene fu eloquente , a ciò aggiungo che
Cicerone fu eloquente. Del paro , quando dico ; questo prin- cipio è cero o
falso , è come se io di- cessi , questo principio è vero o questo principio è
falso : e traducendo o, si ha, questo principio è vero a una condizione la
quale è , che non si possa dire che questo principio è falso. La congiunzione o
, esprime realmente tutto ciò che ve- desi in carattere corsivo , tra queste
due proposizioni , questo principio è vero , questo principio è falso \ e così
ella ap- picca l’una con l’altra. Dir puossi altrettanto delle congiunzio- ni
che adopera nsi nell’ interrogare \ co- mechè non paiano da prima due propo-
Digitized by Googl 229 sizioni congiugnere , perchè la prima è soppressa. In
effetti , nelle formule; co- me siete voi entrato? perchè siete voi sor- tito ?
esprimo realmente queste idee , io domando come voi siete entrato j io do-
mando perchè voi siete sortilo. E svilup- pando il sentimento delle congiunzioni
, risulta : io domando una cosa la quale è la maniera onde voi siete entrato.
Io do- mando una cosa la quale è la ragione per la quale voi siete sortito. Le
con- giunzioni come e perchè collegano in real- tà le proposizioni sottintese,
io domando , con le proposizioni espresse, voi siete en- trato , voi siete
sortito. Dai soprascritti esempli adunque evi- dentemente conoscesi che questi
segni so- no , è vero , un elemeuto del discorso , ma non precisamente un
elemento d* una proposizione in particolare } esse son pa- role elittiche , ma
differenti da tutte le al- tre } elle hannosi a riguardare qual for- inola
compendiata d’ una intiera proposi- zione , il cui senso relativo e imperfetto
s’appicca alla proposizione che le precede, e perdesi in quella che le segue e
in lor si confonde. Digitized by Google a3o La voce che dalla cui virtù ricevon
tutte le altre e nome e proprietà di congiun- zioni , è propriamente la
congiunzione u- nica, la congiunzione per eccellenza. Essa deriva dal primitivo
qhe o quhè, che signi- ficava legame , cordone , possanza unitiva. Imperò , chi
non considera delle cose la material forma, manifestamente può vedere che la
congiunzione che non è altro che l’ aggettivo congiuntivo , di cui a suo luogo
ragionossi, il quale, adoperato siccome con- giunzione , è il nesso che due
proposizio- ni fra loro collega. Quando dico , per e- sempio : voglio che siate
buono , è lo stes- so che: voglio una cosa , la quale è , siate buono.
Estimiamo affatto superfluo produr qui altri esempli a provar tal vero. Nel
seguen- te catalogo si sporranno , all’ uopo , trenta frasi. Quindi non
dobbiamo maravigliarci delle tante inutili distinzioni fatte di questo se- gno
, nè dei tanti e sì diversi nomi im- posti alle congiunzioni , appellandole,
al- tre causali , altre copulative , condiziona- li , sospensive , dubitative ,
negative , ag- Digltized by Google a3i giuntile, elettive , conclusive ,
dichiarati- ve , diminutive , ec. Perchè le vane appellazioni dall’ errore e
dall’ignoranza prodotte non ci abbaglino, imprendiamo or a disaminare tutte le
for- mule , che a dritto o a torto congiunzioni addimandansi , procurando di
far apparare il vero uficio e ’l valor proprio di ciasche- duna. Catalogo
alfabetico ed analisi di tutte le parole e frasi adoperate come • congiunzioni.
A. Acciò ( a ciò ) ( con animo inteso a ciò che è, ec. ). Acciocché ( a ciò che
). Abbenchè ( a bene che ). Affinchè o affinechè ( a fine che ) ( con animo
inteso a un fine che è, ec.). Ancora che o ancor che ( a questa ora avvenendo
una cosa che è , ec.). Ancora quando ( in quella ora nella quale avviene che ).
Anzi che ( in tempo anteriore , guardando al tempo in che avverrà che ). a
Appresso che ( a presso che ) ( [in tempo contiguo a tempo presso a quello in
che )< Atteso che ( a questo essendo V animo at- teso che è ). Avanti che
(in ora movente avanti , mo- vendo da quella in che avverrà che ). Avvegna che
( la sorte volendo che av- vegna questo che è ). Avvegnadio che ( Dio volendo
che avven- ga ciò che fa che ). B. Benché o heneche ( bene che ) ( natura
volendo bene questo che fa che ). C. Caso che ( il caso volendo che ). 1. Che. Pensa
( una cosa ) che ( è ) 9 chi sè non ama , al mondo niuna cosa possiede. B.
Fiammetta. 2. Per Dio pregandolo ( per questa cosa') che ( è ) , se per la
salute d 1 Aldobran- dino era venuto , ( pregandolo , dico , per questa cosa )
eh' (è) egli s 'avac- ci asse ). B. 3. Seco deliberarono ( questa deliberazio-
ne ) che (è ) , come prima tempo si vedessero ( la deliberazione') di rubar-
lo. B. 4. Non aveva Coste ( altro luogo movendo da uno ) che ( era ) una
cameretta as- sai piccola. B. 5. Regnò anni trenta sette {in) che ( an- ni fu
in parte ) re de' Romani , e ( in ) eh' ( anni fu in parte ) imperadore.
Crusca. 6 . ( Io desidero una cosa ) che ( è ) ma- ladetta sia l' ora ( in )
che io prima , la vidi. B. 7 . Al papa andava ( con desiderio inteso a questo
fine ) che ( è ) , mi maritas- se. B. 8 . ( Io ti domando la cagione per) che (
cagione) non rispondi , reo uomo? B. 9 . Dillo sicuramente ( per questa ragio-
ne ) eh' ( è ) io ti prometto di pregare Dio per te. B. • io. ( lo consento
che) avvegna ( quello ) che può ( avvenire ). B. Digitized by Google 234 11. E
non riposò mai ( in fino all ’ ora in') ch'egli ebbe ritrovato Biondello. B.
12. JSon vollero tornare indietro ( secon- dando il desio che fece ) che
andassero alla battaglia. Crusca. 1 3 . Non appartiene dunque a voi che ( la
perversità vostra fa che ) siate maggiori peccatori , di riprendere li minori.
Cr. 14. La quale della persona gli parea (in ) che ( era ) la giovinetta la
quale uvea proposto di sposare. B. 1 5 . Io non so da me medesimo vedere che (
potenza ) piu in questo si pec- chi y o la natura .... o la fortura. B. 16. Per
partito avea preso ( questo par- tilo ) che ( è ) , se ella a lui tornasse ( la
risoluzione ) di fare altra rispo- sta. B. 1 7. La donna contenta molto si
dispose a voler tentare come quello ( atto ) po- tesse osservare , il che (
atto ) promesso avea. B. 18. (di) che la seconda morte ciascun grida. D. ig.
Avea otto anni (di) che (anni) li quattro era stalo ritropico. Crusca.
Digitized by Google a 35 20. Tira uno aglio , tirane due , e potè assai tirarne
, ( non avvenne ) che tro- vasse il capo a ni uno. Crusca. 2 1 . Ed io son un
di que * ( a ) che ’l pian- ger giova. P. 22. Non ristette mai il cavallo (
infino al momento in ) che giunse. Crusca. 23 . Questo avvien ( per ) che io
son rin- giovenito Crusca. 24. Non avendo ( cosa alcuna ) cAe pre- stamente
potesse dare. Crusca. 25 . Come mi potrò io partire da costoro ( senza ) che il
cuore non mi si schian- ti ? Cr. 26. Portavasi ciascuno alcuna cosa che (
potesse ) mangiare. Crusca. 27. Dove ha maggiori maestri .... ( a comparazione
di quelli ) che son qui. B. 28. Nel quale non è via ( per ) che gente ci passi.
Crusca. 29. Tanto ( sforzo ) seppe fare ( quanto sforzo fu necessario a
produrre questo effetto ) che (è) la giovane cominciò non meno ad amar lui ,
che egli amasse lei. B. 3 0. Io mi credo ben far si ( il fare è necessano come
per produrre questo ef- fetto ) che ( è ) fatto mi verrà di dor- mirvi. B. Cioè
( ciò è ) ( ciò che io dico è ). Come che ( in ogni modo in che la sorte vuole
che ). Comunque ( come unque ) ( in che modo mai avverrà che ). Con ciò era
cosa che ( la ragione pre- mendo con ciò che era questa cosa che è , la sorte
volle che ). Con ciò fosse cosa che ( la ragione pre- mendo con ciò , la sorte
volle che fosse una cosa che è , fortuna volle che ). Con ciò sia o sie cosa
che ( la ragione premendo con ciò , natura vuole che sia una cosa che fa che ).
Con lutto o con tutto che ( la ragione premendo con tutto questo che fa che ).
Con tutto ciò ( V opposizione premendo con tutto ciò che fa che ). Con tutto
sia ciò che ( la natura oppo- nendosi con tutto questo che è , ella vuole che
.ciò sia , che fa ). D Da che ( altri
movendosi da una cosa che è ). Da poi o da poi che ( movendo da un riflesso
posto poi , che è ). Dato o dato che ( questo essendo dato che è). Davanti che
( movendo in tempo corrente davanti , guardando all ’ ora in che conviene che
). Di che ( per cagione di che atto ). Di maniera che (m maniera di maniera che
fa che ) . Analizzate del paro Di modo che. Dinanzi che ( nel tempo corrente in
tem- po dinanzi al tempo in che conviene che'). Di poi che ( nel tempo scorso
in tempo di poi , guardando al tempo in che ). Di presente che ( nel tempo di
tempo presente a quello in che ). Di sorta che o di sorte che ( la cosa es-
sendo cosa di questa sorte , una cosa avviene che è). Donde che ( movendo da
onde fortuna vuole che). Donduiique (
donde unqne ) ( movendo da onde mai fortuna vuole che ciò sia ) . Dove o dove
che ( in ogni dove in che la sorte farà che ). Dunque (Jdal detto a questa ora
seguita che). E Ecco che ( ora io pongo innanzi questo supposto che è, la
fortuna vorrà che). F Fin a tanto che o fino a tanto ( fino a tanto tempo ,
quanto sarà quello in che avverrà che ). Finche ( fino al momento in che
avverrà che ). Forse che (Jòrse avviene una cosa che è). G Giacché ( già che )
( già avvenendo una cosa che è). Digitized by Google 23g I Il di che (
considerando il successo di questo fatto che è detto ). Il perche (considerando
V effetto passante per che fatto ). Imperché ( im o in per che ) intendendo in
lo effetto passante per questo che e). Questa forma non è più in uso. lmperciò
(in per ciò) ( intendendo in lo effetto passante per ciò che detto è ) .
Imperciocché ( in per ciò che ) ( inten- dendo in lo effetto passante per ciò
che detto è ). Imperiaqual cosa ( in per la quale cosa ) ( intendendo in lo
effetto passante per la quale cosa , avvenne una cosa che è). Imperò (in però)
(la cagione pontando in lo effetto passante per ciò ). Imperocché (intendendo
in lo effetto pas- sante per ciò che è ). Infinaltanto j infinoattanlo j
infintanto 5 . infinaltanto che ; infino a tanto che ; infine a tanto che (in
fine dell'ora at- tenente a tanto tempo , quanto tempo dee passare prima chef
Digitized by Google 2/j.O Jnfinchè 5 infine che , infino che ( giu- gnendo in
tempo stante in fine atte- nente all'ora in che'). Jnfin tanto } infin tanto
che. Vedete in- fi natlanto che. In mentre $ in mentre che {in quel men- tre in
che). Innanzi che ( in tempo corrente innanzi , guardando al tempo in che
conviene che ). In quanto 5 in quanto che ( in tanto ri- guardo , in quanto
riguardo è questo che è). Insin a tanto j in sino a tanto } insin a tanto che ;
insino a tanto che. Vedete le forme Infinattanto , ec. Insino che. Vedete
Infnchè , ec. Insin tanto $ insin tanto che. Vedete In - fi natlanto , ec.
Intanto che ( in tanto tempo in quanto tempo sarà quello in che ). Intanto come
( in tanto e così fatto spa- zio in quanto e come fatto spazio). Là dove o laddove (m ogni luogo in cui avverrà
che ). Là onde ( la mente fissandosi in quel luogo , vede nascere da quel luogo
una cosa che è ) . M Ma. Questa particella , in virtù della sua origine ,
esprime a un tempo un’ idea d’opposizione, ed un’idea di eccesso nel termine in
vista. Essa dunque significa, io oppongo un maggior riguardo che è. Ma' che.
Dal celtico mai , grande , son derivati l’ italiano mai o ma , adoperati nel
senso di più j il latino magis ; il mais della lingua provenzale e dell’an- tico
francese, e lo spagnuolo mas. Mentre o mentre che. Vedete In mentre . N Nè (e
non ). I nostri antichi scrittori han- no adoperato questa particella nel senso
delia semplice congiunzione e. Non che ( non dico che). Nondimanco ( non di
manco ) ( non per una dramma di manco peso a compa- razione di quello che è ).
Nondimeno ( non di meno ) ( non per una dramma di meno peso, ec. ). Niente
dimanco ( in niente di manco pe- so , ec. ). Niente dimeno ( in niente di meno
pe- so , ec. ). Non ostante che ( questo non ostante che è). Nulla manco (in
nulla cosa manco, ec. ). Nulla dimeno ( in nulla cosa di meno peso , ec. ). O O
(pongo questa alternativa che è). Ognora che o ogni ora che ( in ogni ora in
che avviene che ) . Ogni volta che ( in ogni volta in che av- viene che). Oltre
a ciò ( oltre a ciò che è detto 0 che è fatto). Oltre a di questo ( oltre a la
sostanza di questo che è detto ). Olirà che o oltre che ( oltre a questo che è
). Onde che ( da onde nasce questo che è). O veramente 5 o vero , ovvero. La
parola veramente è un elemento di parlo con mente vera $ e la voce vero è un
ele- mento di pongo per fatto vero. P Per benché ( la cagione passando per que-
sto che è). Forma disusata. Pertanto ( la cagione passando per tanto per quanto
detto è, seguita che'). Pertanto che (V effetto passando per tanto quanto è
questo che è ). Perchè (per che) ( per che cagione ). Perciò ( per ciò ) (la
cagione passando per ciò che detto è , seguita che ). Perciocché ( per ciò che
) ( V effetto pas- sando per ciò che è detto ). Però (per ciò che detto è).
Perocché (l'effetto passando perciò che è). Poi o poiché ( in tempo movente da
poi , guardando a quello in che ). ( Moven- do dal tempo poi in che ) .
Posciachè o poscia che ( movendo dal ri- guardo vegnente poi , che è). Digitized
by Google *44 Posto che ( questo essendo posto che è). Pria che o prima che (
nell * ora prima , guardando all' ora in che avverrà che ) . Pure ( non ostante
il riguardo opposto all'evento ). Ogni altra significazione at- tribuita a
questa parola , è erronea. Purché o pure che ( stando contro all’e- vento
contrario questo atto che è ). Q > Quando (m quel tempo in che natura vorrà
che'). Quando che (quando avverrà questo che e). Quando che sia ( quando il
cielo vorrà che sia questo che è ). Quanto ( per tanto ingegno o potere ,
quanto è questo che è ). Quantunque ( quanto unque ) ( /’ effetto passando per
tanto per quanto avviene mai questo che è). Quasi che ( essendo già quasi
giunto il tempo in che avviene questo che è ). s Se ( questo sia posto che è , o vero se io
desidero questo che è ). Se bene o sebbene ( questo sia bene po- sto che è ).
Secondamente che ( secondamente alla maniera che è ). Secondo che ( in modo
secondo a questo che è ). Sempre che ( in tutto il sempre in che avviene questo
che è). .Se non. Non potendo dar una formola generale per compier questa elissi
, ne sponiamo un modello nelle parole del- l’esempio seguente, restituite tra
paren- tesi : Vide uscire del deserto mollo a dentro due bellissimi lioni, non
temette ( quelli ) se non come ( egli avrebbe temuto la vista ) di due colom-
be. — Crusca. Se non che ( se non è o se non fosse stato questo che dico'). Se
non se ( se non se ne eccettua questo che è ). Senza che ( senza questo che è
). Si che o sicché ( la cosa stando si ,
come è detto , questo avviene che è). Sin che. Vedete finché. Solo che ( questo
solo caso avendo luogo che è). T Tanto che ( premendo con tanto sforzo , quanto
conviene per questo che è), (Tra tanto tempo in quanto conviene per questo che
è ). Tanto ( con tanto merito , con quanto detto è, avviene questo che è').
Tosto che ( cosi tosto come tosto avviene questo che è). Del paro si analizzi,
tosto come. Tutta fiata ( in tutta fiata in che questo avviene che è ). Tutta volta
o tutta volta che ( in tutta volta in che questo avviene che è ). Tuttora che (
in tutta ora in che avviene questo che è ). Tutto che o con tutto che ( con
tutto que- sto che è ). Giovanetti , senza perder mai di vista la filiazione
delle nostre idee , noi abbiamo Digitized by Googl 247 analizzalo non solo
lutti gli elementi del di- scorso dei quali facciam uso, ma tutti quelli
eziandìo cui possibil cosa ella è impiegare all’ espressione del pensiero. Ogni
segno delle nostre idee , di qualunque natura siasi, puote e debb’esser sempre
collocato in una delle classi di sì fatti elementi. Le loro specie , di cui
abbiam descritto le proprietadi e gli ulìci , essendo unicamente fondate su la
natura e 1’ uso delle nostre facoltà intellettuali , e su la generazione delle
idee che ne risultano , affannosi ad ogni possibil linguaggio. Attualmente noi
conosciam bene gli elementi d’ ogni di- scorso, presi ciascuno in particolare.
Nul- 1’ altro or ci avanza ad esaminare se non i mezzi onde quelli tra lor
collegansi , e le leggi che a tal colleganza presiedono. Sarà questo l’oggetto
della Sintassi , di cui nel vegnente capitolo ragioneremo. Della Sintassi. Se
le impressioni ricevute dalle cose fuor di noi esistenti , i nostri giudizi ,
le affezioni di piacere o di duolo e le pas- sioni da noi sentite e le
combinazioni sen- za novero delle idee medesime , ritratti fossero nella
favella per mezzo d’ un se- gno unico e distinto, tutte le nostre idee
rimarrebbero , nei nostri discorsi , isolate, indipendenti e senza nesso tra di
loro. Ma per nostra ventura , un tal ordine di cose non essendo , nè potendo
esse- re , giacché i nostri sentimenti ritraggonsi per T accozzamento di più e
più segni , tranne un picciol nùmero di concetti da un sol segno manifestati,
che lor resta ir- revocabilmente affisso , e che rende per- petua e permanente
, nella nostra rimem- branza , il risultamento delle operazioni intellettuali
che gli han prodotti , segue da tal felice ritrovamento , eh’ a ritrarre gl’
infiniti e disformi atti della nostra in- telligenza , essendosi sottoposto ad
altret- tante combinazioni diverse il picciol nu- mero dei segni delle sue
operazioni , con- vien sapere non solo d’ ogni vocabolo il significato proprio
, la virtù e la forza 3 ma discerner pur anche gli effetti e le ca- gioni d*
ogni loro congregamento. Imperò h annosi ad apparare e le leggi stabilite dalla
natura per regola dell’ accozzare in un corpo i segni delle forme ideali ,
certe trasformazioni da questi medesimi segni subite, e la creazione di certe
note natu- rate ad accennar le relazioni delle cose. La sintassi , considerata
come 1’ arte di calcolare idee d’ogni genere per mezzo di segni dati, e a
prender questo termine in tutta 1 ’ estensione della sua significazione
primitiva che vuol dire connetto , ordino con , consiste dunque a disegnare il
luogo che i segni occupar deggion nel discorso, a determinar le variazioni che
alcuni deb- bon subire , e a fissar l’uso di quelli che servono a commettere e
collegar insieme Digitìzed by Google 2.^)0 i fili , per così dire , della tela
dei nostri ragionamenti , che con vocabolo proprio costruzione s’appella. Havvi
due spezie di costruzioni ; l’una, diretta j l’altra , inversa addimandata.
Essendo un principio incontestabile , alla natura nostra conforme , che i segni
se- guon le idee , ne segue che la frase co- minciar deggia dall’ idea da cui è
preoc- cupato chi fassi a parlare , e che tutte le altre si seguan poscia a
proporzione del lor rapporto con quella $ per conseguente l’ordinamento delle
parole sarà tale ch’ap- presenti prima il soggetto e quindi l’attri- buto ,
giacché al certo , l’oggetto dell’esa- me è presente al pensiero pria della
cir- costanza che vi si scovre. È questo l’ordine invariabile dell’opera- zione
intellettuale. L’altra costruzione che inversa addi man- dasi va libera d’ogni
freno, relativamente alla posizione delle parole. La costruzione diretta esser
non può se non una in ogni tempo e luogo , ove parli 1’ uomo un linguaggio
composto di suoni articolati , uno essendo il procedere dell’intelletto umano ,
una l’ umana natura , la qual vuole che la mente , nelle opera- zioni sue
intellettuali , abbia in cospetto in prima in prima l’oggetto del suo intendimento
e poscia le proprietadi in esso lui ravvisate. Per lo contrario la costruzione
inversa esser puote in mille guise differenziata , essend’ ella una necessaria
seguenza della particolar maniera d’ esser tocco e preoc- cupato j ed è tale,
non solo fra nazioni di disforme linguaggio , ma fra gl’ individui della stessa
nazione pur anco. Quindi quel- la maravigliosa varietà nella costruzione di tal
sorte fra gli scrittori del tempo stes- so , dello stesso paese, parlanti la
favella medesima. Le trasposizioni d’una lingua servir pos- sono in qualche
sorta come misura per de- terminar il grado di sensibilità d’un popolo e ’l
carattere di ciascuno scrittore che or- dina sempre le parole secondo il grado
di sentimento onde è smosso dalle differenti idee. Ecco la regola sovrana delle
traspo- sizioni. Un esempio farà meglio sentire ciò che per noi si
asserisce." Dovendosi sprimere il pensiero nelle seguenti frasi contenuto
, un individuo può dire : I. È morta per averlo amalo troppo. a. Per averlo
amato troppo è morta. 3. Per troppo averlo amalo è morta. L’anima di colui che
fa uso della prima maniera è più commossa dall’ idea della morte dell’
individuo , che dall’ idea della causa di tal morte. Colui che si serve della
seconda j fa ve- dere che la causa della morte della per- sona il tocca in quel
momento più che la morte medesima. Da ultimo , colui eh’ adopera la terza
maniera, mostra che l’idea contenuta nel- l’avverbio troppo , cioè l’eccesso
della pas- sione , più tosto che la passione stessa , colpisce di vantaggio
l’anima sua. La ve- rità di sì fatti principi è espressa dalla bocca del più
grande dei poeti in questi versi : Io mi son un che , quando Amore spira , noto
, e a quel modo Che detta dentro VO SIGNIFICANDO – H. P. GRICE – ALIGHIERI ---.
L’armonìa, l’eleganza, la chiarezza, ec., sono le cause secondarie delle
inversioni. Vediamne gli esempli. I. Tre legioni e tre legati atterrai io.
Davanz. Il pensiero eh’ occupa 1’ anima di colui che parla e che colpir dee di
vantaggio l’ imaginazione di coloro che l’ascoltano, è quello eh’ è espresso
dalle parole tre le- gioni e ire legati. La parola io che , seguita da altre
pa- role , non produrrebbe alcun effetto , per- cuote di più, collocata, com’è,
alla fine della frase , e lascia una impressione più durevole. a. Arse ogni
cosa sacra e profana. Davanz. L’ immaginazione di chi parla è forte- mente
preoccupata dalla maniera onde il tutto fu consunto : arse ; è dunque natu-
rale che quest’idea sia espressa la prima, quantunque l’ordine della costruzione
di- retta esiga che questa parola sia 1’ ultima della frase. 3. Fiera materia
di ragionare n'ha oggi il nostro re data. B. II tristo soggetto del discorso che si è
ascoltato , è ciò che qui occupa fortemente lo spirito di chi parla } quindi le
parole fiera materia , collocate secondo, l’ordine della costruzione diretta ,
renderebbero questa frase affatto indegna del suo autore. 4. Hanno molte mogli
guasto i mariti. Davanz. Per le parole molte mogli , intercalate tra hanno e
guasto , questa frase acquista eleganza e leggiadrìa. 5 . Si posero in cerchio
a sedere. B. Per le parole a sedere , trasposte della sorte , questa frase acquista
una grazia par- ticolare , e per le parole in cerchio , allo- gate dinanzi a
sedere , l’ imaginazione vede già gl’ individui in quistione , dalla maniera
che più occupa il pensiere dello scrittore. 6 . Era già V oriente tutto bianco
, e gli surgenti raggi per tutto il nostro emispe- rio avevan fiatto chiaro ,
quando Fiam- metta da' dolci canti degli uccelli , li quali la prima ora del
giorno su per gli arbu - scelli tutti lieti cantavano , incitata , su si levò ,
e tutte l' altre e i tre giovani fiece chiamare B. Digitized by Google V 255 Se
si togliesser le trasposizioni in questo periodo a bella posta fatte
dall’autore , non più si sentirebbe l’effetto dell’armonìa che vi regna. La
costruzione sola però non è mica sufficiente per ispander nel discorso una
chiarezza perfetta. Oltre alle cause di so- pra sposte che ci fan sovente un
piacere e pur un bisogno d’ intervertire 1’ ordine delle nostre idee, le varie
tinte di queste e , per così dire , le ombre , divenute sono sì delicate , e
per seguenza la lor espres- sione sì complicata che l’ ordin solo dei segui
sarebbe incapace di far sempre sen- tire i lor rapporti. Quindi essi ricorso ad
altri spedienti , e da prima a quello di far subire a questi segni , differenti
modi- ficazioni che indicassero da lor concordan- za o la lor dipendenza e che
nei medesi- mo tempo imprimesser loro certe modifi- cazioni di tempi , di
numeri , di generi o di altre circostanze cui sarebbe mestieri , senza di
quelle , sprimere per mezzo di altri segni separati e distinti. Or queste
modificazioni costituiscono le declinazioni dei nomi , degli aggettivi e dei
verbi. Se i nomi fosser sempre destinati ad espri- mer i soggetti delle nostre
proposizioni , il genere e ’1 numero sarebber due motivi per far variare la
linale di queste parole , anzi le sole cause possibili delle loro va- riazioni.
Ma servendo essi sovente nel di- scorso di complimenti ad altri nomi , o ad
aggettivi , o a verbi aggettivi , in tal caso , util cosa estimasi accennare la
lor dipendenza da questi altri nomi , da que- sti aggettivi e da questi verbi.
Ecco un’al- tra ragione per dare ai nomi differenti de- sinenze che casi
addimandansi , di cui fa- rem motto nel seguente capitolo. Della maniera cT
esprimere differenti rap- porti che i Greci ed i Latini disegna- vano per mezzo
dei casi. Pria che s’ entri a discorrere la propo- sta materia , crediamo esser
mestieri , o giovanetti, mostrare che cosa intender deg- giasi per questa voce
casi , qual fosse appo i Greci e i Latini 1’ uso e 1’ ufìcio loro , e con qual compenso
, nelle lingue di tal privilegio mancanti , siasi a cotal difetto supplito.
Eran usi i Greci e i Latini , a dimo- stramento delle relazioni eh’ hanno o
aver possono tra loro le comparate cose , de- clinare i nomi loro } torcergli
cioè e va- riargli di caso in caso , altramente proffe- rendogli nei genitivo ,
altramente nei da- tivo e negli altri ragguardamenti. Siffatti i 7 Digitized by
Google a58 finimenti o vero cadenze , addimandavansi con particolar vocabolo
casi , dal nome casus caduta , sceso dal verbo cadere ca- dere, traslativamente
adoperato. Le caden- ze , per esempio , del nome mater , ma- tris , mairi ,
malrern , maire , erano i vari casi eh’ avea questo nome nel numero del- 1’
uno. Il disporre ordinatamente le diverse sillabe desinenziali d’ un
qualsivoglia no- me , appellavasi declinare. I nomi italiani non van soggetti a
sif- fatte variazioni di desinenza, mutandosi solo dal minore nel maggior
numero j per conseguente non sono nella nostra favella nè casi nè declinazioni.
Quindi i creatori della nostra lingua , variando le cadenze dei nomi , non
hanno avuto iu mira se non d’ accennar per esse il numero e ’l ge- nere degl’
individui , senza alcun’ altra vi- sta o riguardo. Imperò, dappoiché per
lunghissimo trat- to di tempo videsi la favella aggiunta a quel termine di
perfezionamento , di cui malagevòl opra sarebbe , anzi impossibile, determinar
il preciso punto , idearono gli uomini di supplire al difetto delle varie . cadenze dei nomi con certe note o segni , i
quali , sì come i casi della lingua lati- na , fossero delle relazioni delle
cose in- dicatori j e allora fu eh’ iu luogo delle forme libro Cesare } vado
Napoli , si disse libro di Cesare , vado a Napoli ; il che quanto alla chiarità
e nitidezza della lo- cuzione stato sia giovevole , ad ogni veg- gente occhio
si fa manifesto. Adunque , i risguardamenti o vedute eh’ accennar soleano i
Greci ed i Latini co’ vari finimenti ovvero casi dei nomi , notansi nel parlar
nostro per mezzo delle preposizioni , che meglio addimandereb- bersi segni di
relazioni o , come altrove si è detto , rapporti di dipendenza j sic- come in
ogni altro linguaggio , in cui non abbian luogo i casi , e siccome far dovea-
no i Latini e i Greci medesimi nell’ accen- nar quelle vedute ossia relazioni ,
per le quali mancavano i nomi loro di speziai finimento j non essendo possibil
cosa espri- mere con sì pochi casi le convenienze senza fine , le discrepanze e
le ombre , le quali scerner può la mente nella comparazione delle cose che
affronta. * Digitized by Google a6o Col primo caso , nominativo appellato,
solevano i padri nostri nomar semplice- mente l’oggetto del lor giudicamento.
Onde , nella proposizione : Alexander vicit Darium , Alessandro vinse Dario ,
Ale- xander era il nominativo. Essendo esso nella diritta costruzione sempre
innanzi al verbo , sì fatta posizione basta a distin- guerlo dagli altri
termini della proposizio- ne e però ei non va d’ alcun segno notato. Questo
nominativo corrisponde appo noi al soggetto della proposizione. In questa: Io
vidi Elettra, io è il soggetto. Col secondo caso , che genitivo addi- mandasi
per esser quasi dal nominativo generato e per generar egli stesso gli altri
casi obliqui , accennavasi singolarmente una relazione di qualità, come nella
for- mula umbra noctis , ombra di notte, ma- nifestamente appare. Questo
rapporto di qualificazione espri- mesi in italiano con la preposizione di :
L'ira di Giove. Col dativo , titolo apposto al terzo ca- so , in virtù dell’
atto del dare principal- mente proprio ad esso , sprimevasi quell’ Digitìzed by
Google n6i idea medesima che noi disegnar sogliamo con. la preposizione a ,
quando vogliamo accennare un rapporto d’attribuzione o di approssimanza : do
Caesari , do a Cesare. Col quarto caso, chiamato accusativo , per la cadenza
sua propria del concetto dell’ accusare , rappresentava il nome il termine
dell’ azione del soggetto , il qual caso sarà da noi oggetto chiamato. Dili-
gile inimicos vestros , amate i vostri ne- mici. Nella lingua nostra ei non è
da nota alcuna distinto , giacché la positura sua , la quale , nella diritta
costruzione , esser dee dopo il verbo , agevolmente da ogni altro termine distinguesi.
Il quinto caso era quello onde chiama- vasi chi che sia , e per questo rispetto
solo appellavasi vocativo. O Petre .... In italiano , basta perciò profferire
il no- me della persona cui altri chiama, Pietro. — Padre , che hai ? — D. Con
la sesta e ultima cadenza , detta « dai latini grammatici ablativo , sì come
quella che principalmente al tor via si conveniva ed era al dativo contraria,
ac- cennavasi il termine ond’ era una qualsivoglia cosa dipartita. Questo
rapporto di allontanamento va distinto in italiano dalla preposizione da : Mai
diviso da le non fu il mio cor . P. JSoi eravam partiti già da elio. D. Il
secondo di questi esempi c’ insegna che questa preposizione non ammette pun- to
elisione. Il rapporto di esistenza nel luogo è in- dicato dalla preposizione in
: Credendo esser in del. P. Il rapporto del luogo per cui si passa è disegnato
dalla preposizione per : Pas- sando per li cerchi senza scorta. D. 11 rapporto
di compagnia è indicato dalla preposizione con : Con noi venite. D. La
preposizione tra o fra disegna una idea di posizione trasversale : Veggendo se
tra nemici cotanti. Paradigmi d’analisi nelle frasi si dorme, si mangia , si
loda , e simili. Il verbo ch’entra nella composizione di sì fatte frasi ,
debb’esser un verbo d’azione o di stato , e , nella prima supposizione il
subbietto del verbo puoi’ esser espresso o sottinteso. Ecco tre punti di vista
differenti i quali esigono che questa materia sia in altret- tanti paragrafi
trattata. Dei casi in cui il verbo eh’ entra nella composizione di colali frasi
, è un ver- bo di azione di cui il soggetto è espresso. 1. Nè o sì tosto mai ,
nè i si scrisse. D. 2. Nè si pietose nè sì dolci parole S' udinon mai. Analisi
di siffatte frasi: I. Nè o scrisse si mai si tosto , nè i scrisse si mai si
tosto ; 2 . Nè parole si pietose udirono si mai , nè parole si dolci udirono si
mai. Ma quest’ analisi è ancor ben lungi dall’ esser completa, perocché non ci
appalesa l’ente che agisce, o, per meglio dire, il termine d’onde proviene
l’azione espressa dal verbo. È adunque mestieri , per ri- menare queste frasi
elittiche a tutta- la lor integrità , alla lor forma primitiva , origi- naria ,
trovar questo termine incognito. Or, Dante , Purg. canto 3 , dice : per quella
pace Ch’io credo che per voi tutti s’aspetti. E ’l medesimo poeta , Inf. canto
III , dice : Da tal si vuole. Egli è dunque evidente che le anzidette frasi: o
non scrisse si mai , ec., parole sì dolci non udirono si mai , sono sincopate
delle seguenti : o non scrisse si mai per l'uomo o dall'uomo ,.ec parole si
dolci non udirono si mai per l'uomo o dall'uomo. Questa reintegrazione di
parole è fondata su la ragione , non men che su l’autorità di Dante , e su
quella di tutt’ i classici Digitìzed by Google a65 dell’ Italia \ ella è dunque
incontestabile. Ma ciò non è ancor tutto } perciocché , ove son le parole eh’
esprimono l’ idea di passaggio indicata dalla preposizione per , o quella di
allontanamento disegnata dalla preposizione da ? Adunque, fa d’uopo pur
supplire a questo difetto con le parole ehe posson sole esprimere queste idee j
cioè passando per o movendo da\ del paro supplir debbesi al manco del soggetto
el- littico di tai verbi. Imperò le anzi dette frasi , rimenate alla lor
pienezza , sono ed esser deggion le seguenti : o non scrisse si mai sì tosto ,
Vatto dello scrivere passando per Tuomo o movendo dall' uomo.... parole si
dolci non udirono si mai , Vatto dell'udire passando per l’uomo o movendo
dall'uomo'. Ecco una formula generale d’analisi per tutte le frasi possibili
della prima delle tre divisioni per noi indicate. Dei casi in cui il soggetto del verbo d'a-
zione che entra nella composizione di frasi si fatte , è sottinteso. Qui si
monta. D. Qui non si canta. D. Non essendovi proposizione senza sog- getto , fa
di mestieri trovar da prima questo termine 5 e la natura dei verbi montare e
cantare , incontanente ci ad- dita che le parole le quali rappresentan questo
termine ignoto, non posson essere che la montagna , nel primo esempio , od ogni
altra parola analoga } e 7 canto o l'inno , nel secondo esempio , od ogui altra
simile parola} quindi si ha: la mon- tagna monta si qui il canto o l'inno non
canta si qui } e ciò eh’ essi detto nel precedente paragrafo , ci fa ve- dere
che la costruzione piena di tal grup- po di parole debb’essere, nel primo caso:
la montagna monta si qui , /’ alto del montare passando per l'uomo o movendo
Digitized by Googl 267 dalViiomo ; e nel secondo caso: il canto o Vinno non
canta si qui-, l'atto del can- tare passando per V uomo o movendo dall ' uomo.
Ecco una nuova formula generale d’ a- nalisi per tutte le frasi della seconda
di- visione. Dei casi in cui il verbo eh' entra nella composizione di frasi
cotali , è un verbo di stato. Non si va. D. Cercando una formola generale ,
appli- cabile a questa costruzione elittica , fu nostro pensier primo trovare
il subbietto, termine sempre sottinteso in siffatte frasi, e con cui la
particella si disegna l’iden* tità sua. Da prima erasi affacciato ai no- stro
spirito egli j ma facendoci poscia a riflettere sul vero equivalente di questo
pronome egli , ecci paruto ch’ènonpotea rappresentare se non l’ azione medesima
dal \erbo accennata } cioè , 1’ espressione Digitized by Google a68 V andare ,
idea astratta , di cui il verbo dimostra l’ adempimento nella tale o tal epoca
5 impertanto essi scritto : V andare non va si , V atto dell ’ andare passando
per V uomo o movendo dall’ uomo, in fatto l’espressione si va sprimente che
l’azione dal verbo disegnata , recasi ad effetto nell’ istante medesimo della
parola , puossi tra- durla per V andare è in atto j dunque il pronome egli tien
luogo dell’atto relativo onde la particella si accenna il riflesso sopra sè
medesimo j e potendo quest’atto esser espresso dall’ infinito , fassi aperto
che può dirsi /’ andare va si : il che si- gnifica che 1’ azione espressa da
andare , si fa, s’adempie per un impulso esterno, di cui la causa è additata
dalla preposi- zione per o da , ed il complimento dall* uno o dall’altro di questi
due segni. Que- sta nuova formula d’ analisi è applicabile a tutte le frasi
possibili della terza ed. ultima divisione. In grazia dei tre su fìssati
paradigmi , analizzate del paro i seguenti esempli : Non vi si pensa. E come’l
pan per fame si manduca — D. Digitized by Google 269 E come in fiamma favilla
si vede — D. Or drizza ’l viso a quel che si ragiona. D. Quando s'ode cosa o
vede , Che tenga forte a se V anima volta, Vassene 7 tempo , e V uom non sè n
avvede Del Ripieno. Inutil cosa
estimiamo far qui motto della ellissi , dietro tutto quello che relativa- mente
ad essa si è nel corso di quest’ o- pera ragionato e che bastar dee perchè i
discenti compian tutti i suoi vuoti e ri- solver possano parecchi di quei
problemi di grammatica donde dipende l’intelligen- za d’ un gran novero di
espressioni oltre ad ogni stima difficili. Impertanto affassi meglio al nostro
prò , o giovanetti , di- scorrervi di un’ altra voce che pleonosmo addimandasi
nel greco idioma da cui è nella nostra favella discesa e che con vo- cabolo
proprio ripieno appelleremo. Desso, secondo che pel volgo de’ grammatici è
difinito , è nota di ridondanza , proprio tutto ’1 contrario della ellissi ,
voce pur tolta dal greco, che tanto suona nel sermon nostro quanto omissione.
Il ripieno ha dunque luogo quando in un costrutto puossi per avventura
sottrarre una o più voci, sì che però non sia in parte alcuna il sentimento
alterato. A noi che tutto l’animo abbiamo inteso a far apparare agli studiosi giovani
cose e non parole , si fa a credere tutto il con- trario , cioè che non sono,
nè esser pos- sono in verun linguaggio, pleonasmi veri: imperocché , in quanti
modi di dire tro- vasi un qualche ripieno , o egli accenna elei concetto
principale un accidente che altramente non potrebbesi se non per lun- go giro
di parole significare, o egli ador- na il parlare, o gi ugne maggior vivezza e
spirito a un tal dettato che , senza cotal giunta languido e freddo
addiverrebbe , o quella che pare soprabbondaute voce , im- prime nell’ orazione
efficacia e forza tale che non può chi ben considera giudicarla soverchia , o
infine quella cotal ridon- danza non è dal buon uso e dalla ragio- ne approvata
, ed è vituperevol vizio e debbesi fuggire , come fuggir debbonsi a un pari che
la mala ventura tutti quei sconci ed oscuri modi di dire che inge- nerano
confusione e discordia nel discor- so ed ai quali essi dato color di figure. Ma
ben sovente i grammatici han preso il raro per lo denso. Adunque , coloro che
nella logica sen- tono molto avanti dicono che non sono nel linguaggio parole
oziose e inutili, os- sia ripieni , e eh’ essendo le parole ritratti, e non già
scorbi dei concetti dell’animo , non deonsi le sottoposte formule adope- rare,
se non venga per esse un’intenzione o vero una circostanza , un accidente ,
un’ombra del pensamento figurata. Bello — Per bella paura . B. La pa- rola bella esprime nel nome una di-
stinta qualità di forza e di grandezza. Bene — ( Tu dici ) bene , io il farò.
B. Ci — Naturai ragione è di ciascuno che ci ( qui j in questo mondo ) nasce.
B. Di Il domandò il santo frale ( in materie ) di molle altre cose ( alla
domanda ) delle quali ( dico alla do- manda ) di tutte , rispose a questo modo.
B. E {Io vo speculando ) e io giudico. Firenz. Digitized by Google 2^3
Ecco Ecco ( odi mi ) Giannotto , a te
piace eli io divenga cristiano , ed io son disposto a farlo. B. Egli . Egli (
cioè che in Firenze fu una giovane ) non sono ancora molti anni passati , che
in Firenze fu una giovane. In questa frase e simili , la voce egli non è che l’
indicatrice dei sog- getto. Ella. Ella ( la cosa ) non andrà cosi , eli io non
te ne paghi. B. Esso. La disavventura
era tanta , e con esso ( disastro ) la discordia de ’ Fiorentini , che , ec.
Crusca. Allorché l’aggettivo esso pare determinare un no- me femminile , una
cotale apparenza è illusoria. Già. ( io desidero ) Già ( che ) Dio non voglia.
B. Lo. ( Per quello che risguarda ) lo rimedio y lo vi darò , io. Mica. — Non
sogno , nè ( sogno per quanto è piccola una ) mica. B. Ne. La donna ... se ne ( dal luogo dov ’ eli' era
) venne. B. Non. lo temo forte che Lidia con con- iX Digitized by Google 274
siglio e voler dì luì questo , non ( vor- rei che ciò fosse ) faccia. B. Ora. —
( Io domando ) ora , che vorrà dir questo ? B. Or ben ! Or ( io son persuaso ,
tu di- ci ) ben , disse Bruno , come è ella fatta ? B. Punto. — Ella nè allora
nè poi il co • nobbe ( nè pure in quanto è piccolo un ) punto. B. Pure. — Il
dirò pure. Si è già dimostrata la proprietà unica di questa parola nel capitolo
delle congiunzioni. Sempre mai. — Z)e’ mi tu far sempre mai morire a questo
modo ? La prima di sì fatte voci disegna l’intiera distesa del tempo; la
seconda la continuità delle parti in cui esso si potrebbe partire. Il perchè
questa forma ha tutta P energìa della passione. SI. Se tu fossi stato un di quegli che il posero
in croce , avendo la contri- zione eh ’ io ti veggio , si ( così ) ( è come
dico ) ti perdonerebbe egli. B. Sì bene. E istamane dicestel voi ? a Digitized
by Google cui Rinaldo rispose : $2 ( cosi ) ( è , il dissi ) bene ( certamente
). B. Tutto. — Egli si struggea ( in ) tutto ( V esser suo ) d’ andarla ad
abbraccia- re. B. Uno. — Ed io sol ( e ) uno ( fra i vi- vi ). D. Via. Va ( in ) via. D. Gliele con- venne gitlar (
in ) via. DelV Accento Grammaticale. Io intendo , o giovanetti , per accento
grammaticale quelle note o segni che la grammatica alluoga su le vocali, sia in
fi- ne , sia in mezzo delle parole. Gl’ Italiani han due di sì fatti accenti :
il grave ('), e 1’ acuto ('). Appiccasi il primo di questi accenti su l’ ultima
vocale delle parole di cui si è scemata alla fine una vocale od una silla- ba ,
come nelle seguenti voci : Boutade , Bontate , Fede , Die , Ambe , | bontà.
amo. Digitized by Google Virlude , Virlule , virtù. 277 Il secondo accento
ponsi su la vocale intermedia d’ una parola di cui si è sop- pressa una lettera
nel mezzo, come in già e natio per giva e nativo , e su tal vo- cale cade
l’accento tonico , pronunziandola. II. Dell' Apostrofo. 1. La ombra , La erede
, Le eredi , Lo arcano , Lo indizio , Gli indizi , Lo ingegno , Onde egli , Vi
amo , Bello amore , V ombra. V erede. V arcano. V indizio. gV indizi. Ì V
ingegno, lo ’ ngegno oncT eg/i . v’ a/no. 6e//’ amore . Digitized by Google 278
Perduto il ben , perduto 7 ben. SI il faremo si 7 farem , ec. di smalto , 1/
apostrofo è segno o nota in forma di virgola, ’, apposta alla sezzaia della parola
} con che s’ accenna che le manca in line una vocale , tolta via per l’ intoppo
d’altra vocale. 2 . Là era. La pia ombra. La fè amica . Perchè io , perch ’ io.
Le pie ombre. Il di era. Sii or.esto. Cantò assai. Il mio orto. Gli inganni ,
gV inganni. Gli orti. Gli anzi detti esempli ci dimostrano : 1 . che ogni
vocale accentata non ammette elisione , tranne le congiunzioni in cui tro- vasi
T aggettivo congiuntivo che } 2 . che le parole terminate per più vocali non
am- Digitized by Google 279 mettono nè anche l’elisione } 3. che la voce gli
non ammette 1* elisione dell’ i finale se non anzi a parola che comincia per i.
3. Dolce amica. Baci amorosi. Le parole terminate in ce e ge , non sono
suscettibili di elisione che dinanzi la voce e , e le parole in ci e gi ,
innanti alla vocale i. HI. Dello Scemamentor i. Crudele non sono , crudel non
sono. Te solo bramava, te sol bramava. Buono pane, buon pane. Appellasi
scemamento , la soppressione d’ una o di più. vocali o sillabe , in una paròla
seguita da un’ altra che comincia per una consonante. Le vocali e , o , precedute da Z , in , n , r
, sono suscettibili di scemamento , salvo in alcuni aggettivi in ro } co :
chia- ro , nero , ec. 2. Fanciullo vezzoso , fanciul vezzoso. Augelli , augèi.
Cavalli , . cavai. Nelle parole terminate in ZZo , troncar puossi 1’ ultima
sillaba j e , al plurale di queste stesse voci le due ultime II , in poesìa. 3
. Anima degna. Ora geme , or geme. Le parole terminate in a , eccetto la voce
ora , adoperata avverbialmente , del paro che i suoi composti allora , ancora ,
ec. , non van soggette a diminuzione. Foglio Meglio Mezzo Tieni , Egli , Eglino
vo'. 9 ( me'. V Queste parole 9 sì che parecchie altre , son del novero di
quelle che lo scema- mente ha lo più alterate. Ben ti dico B. Ma tutte son quasi nere B. A
voler esser vostro B. Il dar lor bere del suo buon vino . B. Saper ben parlare
— B. /)’ un bel castelletto B. Impossibil cosa ella è volere stabilire regole
positive per apparar le circostanze in cui lo scemamento è indispensabile o
proprio a dar ad una frase o ad un’espressione 1’ armonìa che le conviene :
l’orecchio solo , perfezionato dalla lettura dei classici, guidar debbe gli
studiosi del nostro idioma. Dell’accrescimento delle parole. Con studio , con
istudio. Per sdegno , per isdegno. La dolcezza della nostra pronunzia non
soffre ordinariamente lo ’ntoppo di tre consonanti di sèguito in due parole ,
di cui la prima è terminata da una conso- nante , e la seconda comincia per 5
im- pura : imperò , invece di dire o scrivere con studio , con sdegno , ec. si
fa pre- ceder da un i la seconda di queste parole e dicesi : con istudio , per
isdegno , ec. A Antonio , ad Antonio. E
io, ed io. O io , od io. La lettera d giunta alle su dette parti- celle , è una
seguenza dello stesso prin- cipio. V. Della Linea di congiugnimene . La linea
retta e orizzontale (-) , inter- ponsi fra gli elementi d’ una formula, af- fi
n d’ accennar per essa il collegamento eh’ hanno insieme le parti , nel
ritratto dell’idea unica e sola , di cui sono il se- guo , sì come nella
seguente ben-essere. Del Segno (••)• -- co-operazione --, umlaut -- Questo
segno, composto di due punti orizzontalmente posti, alluogasi sopra la seconda
di due vocali che voglionsi in due distinti suoni proferire , e adoperasi nel
verso , come A te convien tenere altro viaggio. D. VII. Del Segno («»). Questo
segno , viene adoperato , quan- do vuoisi distinguere dall’orazione intiera un’
allegazione ò citazione d’ altro autore. Questo « ponsi avanti alla prima
parola e in principio d’ ogni verso 5 questo » , dopo l’ultima della sentenza
citata. Della Linea di divisione, —. Questo segno, adoperato nel dialogo, usasi
in luogo delle formole ? egli disse y ei soggiunse y ec. , per accennar un
interlocutore. Esso è di gran vantaggio allo studio della brevità e della
chiarezza del discorso. «a m Digitized by Google IX. a85 Della Parentesi ( ).
Questo segno , formato di due lineette curve, dentro al corpo d’alcuna
clausola, come corpo che da sè stia , ha luogo 5 e s’ adopera , quand’ altri
inserisce nel di- scorso un concetto , staccato in modo dall’ intrecciatura
degli altri , che possa indi spiccarsi , senza che però il senso delle parole
antecedenti e delle conse- guenti venga perturbato in verun modo , sì come
nell’esempio che si produce dove senza l’interposto: Quanf è' l poter di una
prescritta usanza ! la sentenza sarebbe tuttavia intera e com- pita : Dalma
nudrita sempre in doglie e'n pene , (Quant'è’l poter dluna prescritta usanza \
) Contra 7 doppio piacer si inferma fue , Citai gusto sol del disusato bene ,
Trema lido or di pautn or di speranza , D' abbandonarmi fu spesso intra due. Se
le parti del periodo separate per mezzo della parentesi , deggion esser di-
vise dalla virgola, questa alluogasi innanti alla parentesi. X. Del punteggiare
e virgolar le scritture. Quanto necessario sia il rettamente pun- teggiare , in
ispezialità nell’italiano , a ca- gion della libertà delle elissi e delle tras-
posizioni più frequenti ed ardite che in ogn’altro idioma, di quanto lume e
chia- rità vengano per questa operazione asper- se le scritture , abbastanza
per le dimo- strazioni de* savi avverato è. Il mal col- locar gli spazi e le
virgole , guasta stra- namente i concetti e confonde i sentimen- ti } non
agevol cosa essendo, siccome dassi a credere il volgo, anzi difficoltosa d’as-
sai , l’ arte del punteggiare e virgolar le scritture. Ella ha sue radici nella
più su- blime metafisica , radi essendo coloro i quali sieno di tanto acume
d’ingegno do- Digitized by Google 287 tati che possano, cl’un solo sguardo
della mente, raccorre il tutto insieme d’nn pe- riodo , suoi capi , giri , e
membra } scer- ner distintamente i vincoli delle diverse sue parti, ponderar la
giusta misura delle pause, distinguer in esse, siccome in ap- parente quadro ,
il principale dall’acces- sorio, l’accidentale dall’essenziale, l’ante- cedente
dal conseguente, con tutte quelle modificazioni , differenze ed ombre , nel cui
armonizzato contesto consiste 1’ unità del pensamento in lui ritratto.
Impertanto sarà nostro studio , o gio- vanetti , raccor diligentemente le
regole da molti valenti uomini intorno a ciò ragio- nate , farne un sunto e a
voi sporle , perchè v’addestriate al buon uso di que- sti segni. Per sì fatto
esercizio , supplir puossi in gran parte ai difetto del primo studio, quello
cioè dell’originazione delle idee , che con particolar vocabolo addimandasi
ideologìa, vero, primo e generai fondamento d’ogni umano sapere. Digitized by
Google 288 Della virgola (,). i. Aiutami da lei , famoso saggio , C/i ella mi
fa tremar le vene e ( ella mi fa tremare ) i polsi. D. Quest’ esempio dà luogo
a due regole fondamentali : i. le parole onde apostro- fasi qualcuno, come
famoso saggio , esser deggion tra due virgole j 2. se l’una delle due
proposizioni dipendenti sia ridotta per 1 ’ elissi alla sua più gran semplicità
, come l’ultima delle proposizioni sudette , la congiunzione che lega siffatte
proposi- zioni esclude la virgola. 2. ( lo ) non ( sono ) uomo , ( io ) uomo
già fui. D. Due proposizioni della stessa natura , a difetto di congiunzione ,
debbon esser se- parate dalla virgola. (JSoi) taciti ( ri andavamo V un dinanzi e V
altro dopo ) , ( noi ) soli ( andavamo l'un ec. ), e ( noi rì andavamo l’un
ec.), senza compagnia , ]S’ andavam Vun dinanzi e V altro dopo , Come i frali
minor vanno per via. D. In una serie di proposizioni similari , ciascuna debb’
esser separata dalla virgola. Egli avean cappe , con cappucci bassi Dinanzi
agli occhi , fatte della taglia Che per li monaci in Cologna fassi. D. 2.
Porser gli uncini verso gl’ impaniati, Ch’eran già cotti dentro dalla crosta.
D. Allorché una proposizione determinativa qualificante una parte della
proposizione che la precede è necessaria all’interezza del senso della parte
qualificata , come nel primo dei sopra sposti esempli , la pro- posizione che
per li monaci , non s’ ha a a 9P por
virgola. Ma , nel caso contrario , la virgola è necessaria , e però , nel
secondo esempio , la proposizione di erari , ec. , è separata dalla virgola. 5
. Non vi dispiaccia , se vi lece ( soddis- fare alla mia domanda ) , dirci S'
alla man destra giace alcuna foce. D. Ogni proposizione, completa o ellittica,
intercalala tra due parli d’ un’altra propo- sizione , siccome le parole se vi
lece , tra non vi dispiaccia , e dirci , bassi a por tra due virgole. 6 . 1. Ma
esso eh ’ altra volta mi sovvenne Ad alio , forte , tosto di io montai , Con le
braccia ni avvinse , e mi so- stenne. D. 2. Ristetti, e vidi duo mostrar gran
fretta Deli animo , col viso , d’ esser meco. D. Trovandosi una o più parole ,
per tra- sposizione , fuori del luogo che lor destina l’ ordine della
costruzione diretta , come nel primo esempio , forte , che star dovrebbe dopo
m’ avvinse j e col viso nel secondo , die alluogar dovrebbesi dopo mostrar ,
hanno ad essere fra due virgole per evitar un contro-senso a colui che legge. 7
- 1. Chc 9 come noi venimmo al guasto ponte , Lo duca a me si volse , ec. D. 2.
Ma i' noi credo già , io (no/ credo già ), e metterei la testa , che non ne
sarà nulla. Firenzuola. Ogni elemento d’una proposizione ellit- tica , come nel
primo esempio che 9 ele- mento di io dico questo per che , e io , del secondo
esemplo , alluogato al comin- ciamento d’una frase , debb’esser separato da ciò
che segue per mezzo d’ una vir- gola ; ma , posto nel corpo d’ una frase ,
hassi a metter tra due virgole. La virtù
, l’onore , sono i miei numi. Sp contenga il periodo due soli termini omologi ,
deonsi segnar le pose con la vir- gola , quantunque volte noi siano da una
delle congiunzioni e , ne , o. La ragione del virgolar sì fattamente le
soprascritte parole si è , eh’ esse sono un abbreviamento delle seguenti : la
virtù è il mio nume } V onore è il mio nume. 9 - Le passioni , che sono le
malattie dell’anima , emergono dalla nostra sol - levaziojie conira la ragione.
Le proposizioni incidenti , tali che , spiccate dal corpo del periodo , non
ven- ga però guasto il sentimento della propo- sizione principale , deonsi por
fra due virgole. IO. Il saggio, dice Socrate , è ? ec. Le sentenze
interposte deonsi notar con la virgola , perché chi legge possa fermarsi dove
si conviene. Del punto e virgola (;). Poi s ' appiccdr , come di calda cera
Fossero stati , e mischidr lor colore } JSè l'un nè V altro già parea quel
oliera. D. Notasi con questo segno il secondo grado delle pose , e debbesi
adoperare quando il periodo contenga più parli subalternate o vero inferiori.
Dei due punti (:). . . . . Un de' neri cherubini Gli disse : noi portar ? non
mi far torto. D. Il terzo grado delle pose notasi coi due punti, il che avviene
: Primamente? quand’uno riferisce nel discorso le sentenze d’ altro autore.
Secondariamente , allorché un periodo contiene due grandi distinzio- ni , l’una
o l’altra delle quali o amendue divise sieno in più parti graduali e subor-
dinate , deonsi notar coi due punti le di- stinzioni maggiori. Del punto, . È
uficio e proprietà di questo segno d’ accennar ove l’ intero collegamento dei
capi , e giri e membri dei periodo , per cessar l’attrazione delle parti,
s’appunta. È questa la regola del puntare ed è su- perfluo darne gli esempli.
Del punto interrogativo (?) – H. P. Grice: INTERROGATIVE -- . E se non piangi ,
di che pianger suoli ? Questo segno alluogasi alla fine delle proposizioni
interrogative. Arrogete a ciò, che talora l’ ammirazione s’ adombra nel
discorso sotto forma interrogativa , sicco- me nella proposizione che vegg' io
! Del punto ammirativo (!) – H. P. Grice: BULETIC -- . Quanti dolci pensier ,
quanto disio Menò costoro al doloroso passo ! D. Il punto ammirativo ponsi alla
line delle frasi sclamative. De 1 punti suspensivi (....)• Pure a noi converrà
vincer la punga, Cominciò ei $ se non ... tal ne s’ offerse. Oh quanto tarda a
me eh' altri qui giunga ! D. S’è introdotto nella scrittura questo nuovo segno
affiti d’ accennar per esso il su- bitano interrompimento d’un concetto, da
contrario pensamento rintuzzato } il che incontra quando P animo passionato di
chi parla o scrive viene quasi ad un’ ora da più diversi affetti assalito ,
come mar per tempesta , Se da contrari venti è combattuto. Dei segni durevoli
delle nostre idee r ed in ispezialilà della scrittura propriamente detta.
Giovanetti , pria eh’ io facessi fine a questa mia grammatica, ben vi ricorda
che l’ analisi da noi ragionata degli elementi della proposizione, è
applicabile a tutti i linguaggi possibili , di qualunque spezie essi sieno.
Richiamate alla vostra memoria il principio ch’ogni sistema di segni è un
discorso. Per seguenza il discorso è sem- pre la rappresentazione più o men perfetta
de’ nostri pensamenti. Or, ogni nostro pensiero non consistendo che a sentire e
a giu- dicare , ogni discorso debb’ esser composto di proposizioni j queste
proposizioni , di soggetti e di attributi \ questi soggetti e questi attributi
d’idee principali e di com- plimenti } e’, per conseguenza, è di mestieri che
ravvisiamo in tutte le lingue possibili, qualche cosa cTanalogo agli elementi
della proposizione e a’mezzi di sintassi ch’abbiam nel carso di quest’ opera
ragionati. Se tutte siffatte parti sono più sviluppa- te , e se tutte le lor
insensibili gradazioni son meglio distinte nel linguaggio artico- lato che in
ogn’ altro, ciò avviene perchè * per diverse cagioni , i suoni della voce so-
no , di tutti i nostri segni naturali , i più comodi e i più perfettibili, e,
per tai mo- tivi , sono stati i più adoperati ed i più perfezionati. Tutti i
segni naturali delle nostre idee son momentanei. Ogni uomo parla natu- ralmente
il linguaggio d’ azione. Questo linguaggio è indiritto atre sensi, il tatto r
la vista .e l’udito j epperò esso è compo- sto di tre spezie di segni , di
toccamenli y di gesti e di suoni. Ma gli uomini non, bau potuto servirsi lunga
pezza di siffatti segni senza desiderare di renderli durabi- li , e comunicar
le lor idee, non già im- mediatamente e in modo assai ratto , ma per serbarne
l’ espressione a tempi ed a generazioni a venire, e trasmetterla a di- stanze
lontane. Un tal motivo gli ha da prima indotti ad eriger monumenti , a cacciar
chiodi dentro alle mura , come i Romani ; ad annodar cordelle , come i
Peruviani $ a forar alberi in un certo modo , o piantar- ne di nuovi , come
praticano alcuni sel- vaggi j poscia gli ha guidali a imaginar pit- ture ,
scolpiture , intagli , progetti ed or- diti d’ogni specie per eternare , almeno
in massa , la rimembranza d’ uomini , d’ av- venimenti , di fatti , di luoghi ,
o di sen- timenti che preservar voleano da un totale oblìo. Io non fo qui motto
di questi di- versi generi di segni , nè di quelli inven- tati in sèguito , e
che sono esclusivamente propri all’ aritmetica, all’algebra, alla chi- mica,
all’astronomìa ed a diverse altre scien- ze. Accennerò solo rapidamente di quali
spedienti abbia 1’ universale potuto avvi- sarsi per render durevole la serie
completa dei segni delle loro idee 5 e quantunque le lingue usuali degli uomini
sien sempre state lingue vocali , esaminiamo successi- vamente le tre ipotesi
in cui sarebber elle derivate da uno de’ tre rami dilferenti del linguaggio di
natura , i gesti ,• il tatto e le grida.
Se la lingua usuale degli uomini fosse stata composta di gesti , non
avrebber egli- no potuto convertirla in segni permanenti se non imaginando una
serie di ligure de- lineate sur una materia qualunque j fissan- do tra esse le
medesime derivazioni , le stesse analogìe , e forme di composizione e
decomposizione analoghe a quelle dei gesti , e riconoscendovi i medesimi ele-
menti del discorso e le leggi medesime di coordinazione o di sintassi. Una tal
lingua sarebbe totalmente arti- liciale , e nota solo a chi la detta o la
spiega. Sarebbe avvenuto lo stesso se la lingua d’ usanza fosse stala composta
di tocca- menti di convenzione. Per renderli fissi e permanenti , sarebbe di
mestieri rappresen- tarli del paro per mezzo d’ una serie di figure abbozzate.
Le lingue composte di suoni erano su- scettibili dei medesimo mezzo, di legare,
cioè , ad una figura disegnata , ciascuna delle idee rappresentate da ciascuna parola
della lingua parlata. Quindi è di mestieri , come nelle due prime supposizioni
, creare tante figure quanti segni differenti sono nella lingua usuale , ed
osservarvi le me- desime analogìe e’1 medesim’ ordine di com- posizione } sono
due lingue parallele e cor- rispondenti. Tal è la maniera usitata dagli antichi
Egizi , dai Cinesi , dai Giapponesi , e ge- neralmente da tutti i popoli che
servonsi delle figure che chiamiamo geroglifiche o simboliche , e di quelle che
ne derivano j in una paiola, da tutti gli uomini ch’han- no una lingua parlata
ed una lingua pinta. Iddio , eh’ avea destinalo 1* uomo a vi- ver in società ,
ha preparato in lui 1’ or- gano della parola, per esser lo strumento della
comunicazione dei pensieri. Per mez- zo della flessibilità prodigiosa delle
parti di quest’ organo , gli uomini son capaci di pronunziar una certa quantità
di suoni sem- plici , di collegarli rapidissimamente per formarne di composti ,
e di combinar gli uni e gli altri in tante maniere , che la fecondità medesima
dello spirito umano , per infinita eh’ ella esser paia , non sem- bra poter
esaurire i mezzi e gli espedienti tutti dell’ organo medesimo. Digitized by
Google 3oi La comunicazione dei pensieri" per mez- zo della scrittura non
è meno ammirabile di quella che fassi per mezzo della parola. Dopo molte
meditazioni e moltiplici pro- ve , disgustato delle difficoltà , degli equivo-
ci , delle oscurità , dei limiti troppo angu- sti della scrittura geroglifica ,
F inventore della scrittura letterale avvisossi del nu- mero assai scarso dei
suoni elementari , e comprese che rappresentandoli per mezzo di altrettanti
caratteri distinti , potrebber questi combinarsi come i suoni cui rap-
presentano : ciò che costituisce in effetto F arte ingegnosa di pigner la
parola e di parlare agli occhi j arte maravigliosa che fissa per sempre la
parola e’1 pensiero da quella espresso , che invia F una e F altro agli assenti
, che li fa passare alla poste- rità più rimota , e pel cui mezzo , la di-
stanza dei tempi svanisce , i luoghi si toc- cano , formausi dei legami tra
tutti i punti abitati dello spazio e della durata , e tutti gli esseri viventi
e pensanti che occupan la superficie del globo , tra lor s’ intrat- tengono. La
nostra scrittura europea , derivata dagli alfabeti greco e romano, quantunque
non sia pienamente perfetta, eli’ è, fino ad ora , ciò che gli uomini hanno
ideato di meglio in questo genere. Ma per ben giudicarne , fa d’ uopo , o
giovanetti , at- tentamente esaminare la parola medesima, di cui la scrittura è
il tipo , ed esserne debbo la rappresentazion fedele per esser perfetta. I
gramatici anco i più scrupolosi in ana- lisi , dicono che le voci ,
rappresentate dalle vocali , sono una spezie di suoni , e che le articolazioni
, rappresentate dalle conso- nanti , sono un’ altra specie di suoni j co- me se
potesse esservi nella natura un’ ar- ticolazione senza voce ed una voce senza
articolazione. Fatto questo primo passo falso , com- messo questo primo errore,
impossibil cosa ella è stata per loro , veder con chiarità come una scrittura
corrisponda alla paro- la } quando un carattere sia realmente al- fabetico o
veramente sillabico, e che cosa sia una sillaba: e non han potuto distinguere
con nettezza tutt’ i differenti suoni che compongon il discorso e che succe-
donsi con tanta rapidità nella pronunzia. Quest’ errore fondamentale consiste
nel fallo dond’ emerge ogni error filosòfico , e , aggiunger si potrebbe ,
lutti gli altri in genere , cioè consiste a prender un’ astra- zione per una
realtà, a personificare un’idea astratta , a credere eh’ una qualità ch’os-
serviamo in un subbietto sia un esser reale e fisico come il soggetto cui
appartiene. Le voci e le articolazioni non son mica suoni , ma qualitadi
inerenti ai suoni $ e nessun suono reale puot’ essere scevro nè deli’ una nè
dell’ altra. Ogni linguaggio vocale è composto di pa- role. Queste son composte
di suoni che succedonsi. Ciascun di questi suoni è un effetto fisico prodotto
dall’ organo vocale sull’organo auditorio. Esso risulta dall’e- missione d’una
certa quantità d’aria ch’esce fuor della gola , mentre il sistema intero dell’
organo vocale è disposto d’ una certa maniera. Quando questa disposizione del-
l’organo cangia in tutto o in parte, in un modo o in un altro , non vietisi a
produr Digitized by Google 3o4 più lo stesso effetto j più non continuasi il
medesimo suono j gliene succede un al- tro. Ciascun suono, ciascuna emission
d’a- ria realmente da un’ altra distinta 9 real- mente da essa differente per
qual si sia cir- costanza , forma una sillaba naturale o fi- sica. Queste
sillabe naturali o fisiche son sempre separate l’ una dall’ altra per un
movimento qualunque nell’organo, per un cangiamento nella sua disposizione ,
che interrompe 1’ emissione dell’ aria , o sola- mente la modifica. Se queste
sillabe natu- rali o fisiche non sono esattamente le stesse che quelle
conosciute e confessate dalle grammatiche , dalle rettoriehe e poetiche delle
differenti lingue , e che appellar pos- sonsi sillabe convenzionali od
artificiali , la ragione ne è che le prime (o i suoni reali ) non son sempre
facili a distinguere e molte di queste sillabe fisiche s’uniscono o si
confondono facilmente con quella che le segue o le precede , perchè esse sono o
brevissime od assai sorde, o perchè il movimento organico che le separa è assai
poco sensibile. Di quivi proviene che se ne sono sovente riunite parecchie insieme
senza accorgersene ; e che le sillabe con- venzionali variano nei diversi
idiomi e nelle differenti epoche d’ una medesima lingua , mentre le sillabe
naturali sono e saranno eternamente le stesse in tutte le lingue. In ciascuna
di queste emissioni d’aria, in ciascuno di questi suoni , havvi più cose ad
osservare , cioè , la voce , la durata , il tuono , il suono , e V
articolazione. Chiamasi voce quella circostanza del suo- no la quale fa eh’
esso sia un’ a od un i anzi che un o od un u. Nella scrittura alfabetica, la
voce è no- tata con caratteri chiamati vocali. La durata è quella circostanza
del suo- no la qual fa eh’ egli sia lungo o breve. Ella è espressa nella
scrittura con note chiamate segni di quantità. Queste differenze di durata
costituiscon la misura e la cadenza del discorso. Il tuono è ciò che fa eh’ un
suono sia acuto o grave. Egli è espresso nella scrit- tura con segni chiamati
accenti , e questi soli meritan veramente il nome d’accento , accenlus , che
deriva da ad cantum. Il suono è quella circostanza la qual fa ao che
distinguiamo la voce d’ un uomo da quella d’ un altro , avvegnaché pronunzino
tutti e due la medesima voce con la stessa forza , con la stessa articolazione
e col tuo- no medesimo ; del pari eh’ in un suono musicale avvertiamo eh’ esso
è prodotto da due strumenti di differente spezie o v,ero da due strumenti
differenti della medesi- ma spezie , comechè sien perfettamente al- 1’ unisono
e tutte le altre circostanze pa- ian esattamente le stesse. L ’ articolazione è
una modificazione del suono , la quale non ne è nè la voce nè il tuono , eli’ è
propriamente la maniera on- de il suono comincia a toccarci. Essa ser- ve a
separare un suono da quello che lo precede , anzi che a legarli tra loro. Sic-
come non havvi suono senza voce o sen- za tuono , così senz’ articolazione. Ciò
che abbiam detto, rende completa 1’ analisi dei suoni che compongono il lin-
guaggio vocale. Un tal esame era neces- sario pur troppo per farci un’ idea
giusta dell’articolazione, della voce, del tuono, e della durata del suonò. Siccome
la fi- gura, la grandezza, la gravità d’ un corpo non posson avere luogo senza
di esso , del paro che questo corpo non puot’ esistere senz’ esser grande ,
-figurato , pesante d’una certa maniera e a un certo grado , così ogni suono
vocale va necessariamente di quelle qualitadi adorno. , Non evvi dunque alcun
suono che deb- b’ esser chiamato piuttosto un! articolazio- ne od una voce ,
anzi che un tuono od una durata. Quando scriviamo un’ a sola e la pro- nunziamo
, noi suppliamo 1’ articolazione , il tuono e la durata che* non son rappre-
sentati. Quando pronunziamo un p od un b i- solati , sovveniamo al difetto
della voce , del tuono e della durazione. Le lettere dell’Alfabeto italiano
sono ventuna: A B C D E F G H I L M N O P Q R S T U V Z -- le quali si
pronunziano toscanamente in questo modo: a bi ci di e effe g* acca i e/Ze emme e/me o pi qu v erre , e u w’j zeto. Dei Verbi Irregolari. Prima
Declinazione . ' In ogni declinazione hacci dei verbi che nelle lor desinenze
allontanansi dalie-regole della medesima. La prima declinazione non ha che
quat- tro verbi irregolari: andare , dare, fare, stai % e. Noteransi per noi in
ciascun tempo solamente le voci irregolari. Andare. Andando. Andato. Vo o vado
, vai , va , andiamo , andate , vanno. An- dava , ec. Andai , ec. , e non
andiedi , ec. Andrò , ec. Andrei , ec. vada , an- diamo, andate, vadano. Che io
vada , ec. CAe io andassi , ec. Dare. Dando. Dato. Do, dai, dà , dia- mo , date
, danno. Dava , ec. Diedi o detti , ctayh , diede o diè o dette , demmo , deste
, diedero o dettero. Darò , ec. Da - rei , ec. Dà , dia , diamo , date , dìeno
o diano. Che dessi, ec . , e non dossi, ec. Fare. Facendo. Fatto. Fo o faccio,
fai > fa > facciamo , fate , fanno. Faceva , ec. J Feci , facesti , fece
, facemmo , * faceste, fecero. Farò , ec. Farei, ec. Fa, faccia , facciamo ,
fate , facciano. Che faccia , ec. Che facessi , ec* Stare. Stando. Stato. Sto ,
stai , sta 9 stiamo , state , stanno. Stava, ec. Stetti , e non stiedi , ec.
stesti , stette , stemmo 9 steste, stettero. Starò, ec. Sta, stia, stia- mo ,
state, stieno o stiano. Che stia, ec. Che stessi , ec. , e non già slassi , ec.
Seconda Declinazione. Partiamo questi verbi in due classi , di cui la prima
comprende quelli ch’han T ac- cento tonico sull’ antipenultima vocale } e la
seconda quei ch’han quest accento sulla penultima. I verbi della prima classe
non hanno d’ irregolare che il perfetto assoluto e ’I participio passato , o
pure l’ uno o l’altro solamente , tranne i verbi che seguono e i lor composti :
bdttere , cdpere , crede- re , empiere , ésigere , fèndere , frèmere , gémere ,
miètere, méscere , pàscere, pèn- dere, prescindere, ricévere, resistere, ri-
Digitized by Google 3io flèttere , ripètere , scèrnere , sólvere , span- dere ,
splèndere , sprèmere , stridere , ìmc- cùmbere , sùggere , fóndere , véndere .
Quelli della seconda classe hanno altre irregolarità, salvo persuadere e solere
che hanno irregolari persuasi , ec. , persuaso e sòlito. Verbi della prima
Classe. np a lor cere , tòr « tòrto. Ucci e/ere , ucci ucciso. Accór gere,
accòr 5 / accòrto (a). Fri g&re , fri fritto . Có gliere , cò còllo. Distin
gi/ere , distin « distinto. M e//ere , m messo. Pr émere , pr èssi prèsso. Espr
intere , espr èssi esprèsso (4)- Acce ndere , acce si acceso. Cedere ; cèssi o
cedetti ; cesso o ceduto. (a) Dirigere ; essi , etto. Esigere ; eì , esatto.
Cingere -, insi, into. Negligere ; èf« ; étto. {ò) Flettere ; Jlcssi, Jlesso.
(4) Espellere ; , a/jo. Fóndere : ,
yùjo. Ass ólvere, ass òlsi assòlto (i).
Corr ómpere , corr appi corrotto . ' Cór rere , cor si corso. Cono scere 9 cono
bbi conosciuto. Discu tere , discu ssi discusso. Pres umere pres unsi presunto.
C uocere , c òssi còtto (2)* Pere uotere , pere òssi percosso. Comm uovere ,
comm ossi commòsso. Vi vere , vi ssi vissuto. Nàscere , fa nacqui , nato j e
piòvere , piovve , piovuto. Verbi della seconda classe. Condurre , sincope di
Conducere . Conducendo. Condotto. Conduco. Con - duceva. Condussi. Condurrò.
Condurrei. Conduci f conduca. Che conducessi. Dicesi pur assoluto. Sólvere: et
o etti ; utos Involgere : invòlto. (2) Nuocere: nàcqui, nociuto. Severe , per
contrazione Bere. Beendo o bevendo. Beo o bevo , ec. Beeva o beveva. Bevvi
bevei o bevetti , la prima forma è più usitata. Berò o beverò. Cadere .
Cadendo. Caduto. Cado o caggio. Caddi. Son caduto. Caderò j e cadrò , solo nel
verso. Chiedere. Chiedendo. Chiesto. Chiedo o chieg- go , chiedono o chieggono.
Chiesi 9 Chie- da o chieggo. Dire , sincope di Dicere. Dicendo. Detto. Dico ,
dici o di ' , ce, diciamo , dite , dicono. Dissi . D/’ , cùca. CAe dicessi. Dolere (si). Dolendosi. Dolutosi. Mi dòlgo o
dò- glio , ti duoli , si duole , ci dogliamo , vi dolete , si dolgono , o
dogliono. Mi dolsi. Mi son doluto. Mi dorrò. Duoliti, dò! gasi, o dógliasi ,
dogliamoci , dolete- vi ) dólgansi o dógliansi. Dovere. Dovendo. Dovuto. Debbo
o deggio , devi o dèi , deve, dèe o dèbbe , dobbia- mo , ec. Dovei o dovetti ,
ec. Dovrò. Che debba , ec. Nuocere. Nocendo. Nociuto. Nuoco o néccio , nuoci j
nuoce , nocciamo , nocete , ec. No- ceva. Nócqui. Nocerò. Nuoci , nuoccia o
néccia. Parere. Parendo. Paruto o parso. Paio pari pare paiamo , parete ,
paiono. Parvi. ** Digitized by Google 3i4 Parrò. Pari, paia, paiamo , parete ,
paiano. Piacere. Piacendo. Piaciuto. Piaccio, piaci, ec. Piacqui. Piacerò.
Piaci, piaccia , ec. De- clinate allo stesso modo giacere. Porre , sincopato di
Ponere Ponendo. Posto. Pongo , poni , pone , poniamo , ponete , pongono. Posi.
Porro. Poni , ponga. Potere. Potendo. Potuto. Posso , puoi , può , possiamo,
potete, póssono. Potei. Potrò . Che possa , ec. Rimanere. Rimanendo. Rimaso o
rimasto. Rimare - go , rimani, rimane, rimaniamo , non ri- mangliiamo nè
rimagnamo j rimanete , ec. Rimasi. Rimarrò. Rimani, rimanga , ec Sapere . 3i5
Sapendo. Saputo. So , sai , sa , sa/7- piamo , sapete , sanno. Seppi. Saprò.
Sap- pi , sappia , ec. Scégliere , per sincope Scerre. Scegliendo. Scelto.
Scelgo o sceglio , ec. Scelsi. Sceglierò. Scegli , scelga , o sce- glia.
Sedere. Sedendo. Seduto. Siedo o seggo , sie- rfi, siede i sediamo o seggiamo ,
sedete seggono o siedono. Sederò j fee?rò nel ver- so. Siedi, segga o sieda ,
sediamo o seg- hiamo , sedete , seggano o siedano. Svellere e per sincope
Sverre. Svellendo. Svelto. Svelgo o svelto , sce/- // , svelle o sveglie ,
sveltiamo , sveltele , svelgono. Svelsi. Ho svelto. Sverrò. Svel- tii svelga ,
sveltiamo , svellete , svelgano. CK io svelga , che noi sveltiamo , ec.
Digitized by Google 3 1 G Tacere. Tacendo. Taciuto. Taccio , ec. Tac- ciamo ,
tacciono, l'acqui , ec. Taci, tac- eia y ec. Tenere. Tenendo. Tenuto. Tengo ,
f/em , tiene , teniamo , ec. Tenni , ec. Terrò, ec. Ter- rei, ec. Tieni ,
tenga, ec. Togliere o Torre. Togliendo. Tolto. Tóglio o tòlgo, togli, toglie ,
ec. Tolsi* ec. Toglierò o for- rò, ec. Toglierei o torrei. Togli, toglia o
/o/gtf , ec. Traere o Trarre. Traendo. Tratto. Traggo , trai, trae, traiamo o
traggiamo , traete , traggono. Trassi, ec. Tranò, ec. Trai, tragga, ec.
Digitized by Googl 3i7 Valere. Valendo. Valuto. Valgo o vaglio, vali 9 vale ,
vagliamo , ec. Valsi , ec. Var- rò , Vali , va/ga o vaglia 9 ec. Vedere.
Vedendo. Veduto. Vedo, veggo , veg- gio, ec. vediamo o veggiamo , ec. Vidi , e
non , ec. Vedrò , ec. J'Wt , ve- da, vegga o veggia. Volere. Volendo . Voluto.
Vàglio ovo*, vuoi , vuo/e o vo’, vogliamo , volete , vogliono , e nel verso
vonno. Volli , ec. Vorrò , ec. Che voglia , ec. Verbi Irregolari Della Terza
Declinazione. Tutti questi verbi declinansi come il verbo unire , il quale non
è irregolare se noa al presente assoluto dell’indicativo, a quello dell’
imperativo e del soggiuntivo , ove la prima e la seconda del plurale son
regolari. 1. ° Unisco , unisci , unisce , uni- j scono. 2 . ° Unisci , unisca uniscano
Che unisca che unisca o unischi unisca , cAe uniscano. Il verbo apparire , ha
le doppie forme, apparisce o appare , appariscono od cp- paiono. I verbi aprire
, coprire , scoprire , han le doppie forme apri* e apersi , ec. Havvi di quei
verbi che , al presente assoluto dell’ indicativo , all’ imperativo ed ' al
presente del soggiuntivo , han due for- me, tali che abhorrire , che fa
abbonisco od abborro , ec. 1/ uso e ’l dizionario fa- ranno istrutti di
siffatte differenze gli stu- diosi. Digitized by Google 3i9 Verbi della, stessa
declinazione , Degni di nota per irregolarità particolari. Morire. Morendo.
Morto. Muoio , muori , muo- re , moiamo , morite , muoiono. Morii , e non morsi
, ec. Morrò , ec. Muori , /Muo- ia , ec. Salire . Salendo.
Salito. Salgo , , ec. H. P. Grice: Best to start reading from here? ANALISI
METAFISICA DEGL’ELEMENTI DELLA LINGUA OPMA affo òfctuho òeivixe Viutxoilujioi
c)t tutte fé fi P. PROFESSORE DI BELLE LETTERE E DI LINGUE ESTINTE E VIVENTI, NAPOLI
2 NAPOLI DALLA TIPOGRAFIA TRANI,
Essendosi adempito a quanto prescrive la legge, la presente opera è
sotto la di lei guarcntla. Digitized by Google AL NOBIL UOMO IL SIGNOR BARONE
NICOTERA. Consacro a Voi, gentilissimo e o- noratissimo Signore , la mia
Grammatica. Non bramosìa di laude , non sete di novità, non basso fine
indussemi a por mano ad opera sì fatta. Solo ed unico mio scopo si fu segnar
più certa , spedita ed age- vol via agii apparanti L’idioma gentil , sonante e
puro di quel sommo e divino Tosco che tutto seppe. Fortissimo stimolo a farmi
accin- gere ad un tanto lavoro si fu pure il riflettere che , chiamato io da
propizia stella a svelare ai figliuoli vostri gli altissimi concetti e le bel-
lezze, copiose oltre ad ogni stima, dei
sublimi classici dell’ itala favel- la , con più ardente impegno ne avrebber
eglino apparato le dottri- ne contenute in un libro fregiato dell’ illustre
nome di chi loro ha dato V essere , e composto da colui che ha la cura d
incaminarli al ben- essere. Prego intanto il Dator d’ ogni bene che lungamente
e prospera- mente conservi la vostra persona , per marche di onore , per
grandez- za d’animo e per buona riputazio- ne , Eccellente , alla cospicua vo-
stra famiglia , preziosa , agli amici e devoti vostri , carissima. Di Napoli,
a’dì 12 Gennaio i835. Di Vostra Signoria Illustrissima, A 'ffezi Oliati s. m0 e
clcvotis. m ° servitore P. . 5 % Vox diversa sonat populorum ; est vox tamen
una. Marciai. Il linguaggio è V organo per cui comu- nicasi la ragione umana ,
la facoltà che trasmette’ V imagine del pensiero. Ecco 10 scopo di tutte le
lingue } e per giu- gnervi, esse impiegan, tutte , i suoni della parola. Ma
come mai questi suoni arti- colati che formali un tutto sensibile, suc- cessivo
e divisibile , rappresentar possono 11 pensiero , oggetto puramente intellet-
tuale e necessariamente indivisibile ? La LjOgica , mediante V astrazione ,
perviene ad analizzare quest’atto indivisibile dello spirito 5 essa considera
separatamente le idee che ne sono V oggetto j osserva le diverse relazioni eh ’
hanno tra di loro a causa del rapporto eh’ esse han tutte col pensiero
indivisibile. Quindi le idee parziali di un medesimo pensiero son con- catenate
le une con le altre in una suc- cessione fondala sui rapporti che le le- gano
tra di esse e al tutto. Or a questa successione dar puossi il nome di ordine
analitico , per esser ella al tempo stesso il risultamcnto dell' analisi del
pensiero ed il fondamento dell' analisi del discorso in tutte le lingue. La
lingua, fondata in tutto e per tutto su quest' analisi uniforme che ne è come
il meccanismo intellettuale, diviene l’istrumento comune della manifestazione
dei pensieri e della ragione umana , l' iu- te rp et re dei sentimenti e delle
affezioni , l' organo prezioso della carità universale che legar dee tutti gli
uomini per lor felicita , e 'l legame necessario della società che gli unisce.
Le differenze che ravvisami tra una lingua e l'altra, non sono , per così dire
, che superficiali j esse provengono da quel- le dei tempi , dei luoghi , dei
costumi e degl' interessi , i quali , variando senza fine , lascian sempre
sussistere il mede- simo fondo. La Grammatica , la scienza delle scienze ,
quella che le abbraccia tulle , che ha per oggetto l' enunciazione del pensiero
per mezzo della parola pronunziata o scritta , ammette dunque due sorte di
princìpi. Gli uni , d’una verità apodittica immutabile universale , son fondati
sulla natura del pensiero medesimo , ne se- guono l'analisi ; gli altri non
hanno che una verità ipotetica e dipendente dalle convenzioni fortuite
arbitrarie e mutabili che han generato i differenti idiomi. I primi
costituiscono la Grammatica gene- rale , i secondi son l'oggetto delle diverse
Grammatiche particolari. LjU Grammatica generale è dunque la scienza ragionata
dei princìpi immutabili e generali della lingua pronunziala o scritta, in
qualunque lingua si sia. Una Grammatica particolare è V arte di applicare ai
princìpi immutabili e ge- nerali del linguaggio pronunziato o scritto le
istituzioni arbitrarie ed usuali d' una lingua particolare. La Grammatica
generale è una scien- za , perchè non ha per oggetto se non la Digilized by
Google 8 specolazione ragionata dei princìpi im- mutabili e generali del
linguaggio. Una Grammatica particolare è un' arte, perchè ha per oggetto V
applicazione pra- tica delle istituzioni arbitrarie ed usuali di una lingua
particolare ai princìpi ge- nerali del linguaggio. La scienza gramaticale è
anteriore ad ogni lingua , perchè i suoi princìpi sup- pongono la possibilità
delle lingue , per- chè dirigono la ragione umana nelle sue operazioni
intellettuali'. L’arte gramaticale, al contrario , è po- steriore alle lingue ,
perchè gli usi delle lingue deggion esistere pria di esser rap- portali
artificialmente ai principi generali del linguaggio , e perchè i sistemi ana-
logici che f orman l'arte non posson essere che il successo delle osservazioni
fatte su- gli usi preesistenti. Io mi occuperò di quest' ultima, e , sic- come
la conoscenza di ciò che operasi nel nostro spirito è assolutamente neces-
saria per comprendere i fondamenti della Grammatica , la qual verità , se
avesse d- luminato ogni scrittore di grammatiche , Digitized by Google 9 non si
sarebbe imaginato di far teorìe dei segni pria di aver approfondito la
conoscenza della lor formazione e quella della lor espressione e deduzione ,
così V ordine da me tenuto in questa IN uova Grammatica Ragionata Italiana,
ossia Analisi Metafisica degli elementi dei Discorso, è diverso affatto da
quello che general- mente si osserva , ed è proprio quello da natura e da
ragione segnato. lo non farò motto da prima di sostan- tivi e di aggettivi ,
del lor accordo in ge- neri e in numeri , nè delle regole da sta- bilire perchè
le diverse terminazioni del verbo indichino le persone , i numeri , i tempi , i
modi , nè della maniera onde queste parole riunite formar possano una
proposizione. Ciò facendo , sarebbe lo stesso che cominciar dalla fine ,
partire da una situazione in cui non siamo an- cora. Ecco V errore e la falsità
di tutte le grammatiche non ischiarate dalla luce dell 1 ideologìa. Tosto che
nasciamo , noi sentiamo , esprimiamo ciò che sentiamo , parliamo j noi abbiamo
un linguaggio , prendendo Digitìzed by Google IO queste parole nel lor più
esteso senso , e con verità possiam dire di esser noi so- vente eloquentissimi
, pria di sapere e di poter pronunziare una sola parola arti- colata. Questo
linguaggio primitivo , il solo che possiamo parlare , non è mai da noi
abbandonato : noi lo coltiviamo in- cessantemente , gradatamente lo perfezio-
niamo , sinché ghigniamo ad una lingua perfezionatissima , pria di esserci
caduto nelV animo il dubbio che sienvi regole im- mutabili le quali dirigono
queste opera- zioni e eli esse sian conseguenze imme- diate e necessarie della
nostra organizza- zione medesima, lo non fo adunque che seguire gradatamente i
progressi del no- stro spirito , senza perder mai di vista la filiazione delle
nostre idee. Ij esame del discorso in genere ; Varia- tisi dei suoi veri
elementi , ecco V oggetto delle mie ricerche in questa Grammatica. Le informi
decisioni dei primi grama- tici , scrupolosamente da età in età ripe- tute ,
senza essere state mai fuse nel cro- giuolo delV esame e dell' analisi , han
ser- vito a moltiplicare gli errori e a via più Digitized by Google II spessore
le tenebre del pedantismo. Ep- però dissimular non deggio che il mio si- stema
di Grammatica , rovesciando la maggior parte delle false idee ricevute e degli
erronei principi , sarà agramente ripreso dall ’ ignorante ciurma e dai Zoili
pedanti cui paragono alle sucide Arpìe le quali lordano tutto ciò che toccano ,
in- sensatamente proclamando V inviolabil ri- spetto dovuto alle opinioni
dall’uso e dalla propria antichità accreditate : Clament periisse pudorem , . .
Vel quia nil rectum , nisi quod placuit sibi , ducunt ; Vel quia turpe putant
parere minoribus , et quae Imberbes didicére , senes perdenda fateri. Horat. II
Epist. j , 80 . lo risponderò loro con questa sentenza del giudizioso
Quintiliano : Quidquid est optimum , ante non fuerat. Instit. orat. X, a.
Adunque se la mia propria ragione , se le mie particolari esperienze di parec-
chi anni nell’ insegnamento non mi fac- Digitized by Google 12 ciano spacciar
cV assai , fonimi asperare che questo mio metodo sarà per riuscir semplice ,
agevole , breve ed uniforme agli apparanti la favella italiana e per servir d'
introduzione allo studio di tutte le lingue , giacche tutte kan delle regole
tra lor comuni che derivano dalle nostre facoltà intellettuali e d'onde
emergono i princìpi del raziocinio. Le poche anime seguaci del vero e del bello
, al rimprovcrlo delle quali è bersa- glio la gente ignara , vana , invidiosa e
superba , sapran al certo compatirmi s' io non abbia saputo nè potuto far
meglio , rammentando io loro le parole del divino Alighieri .... Queste due
proprietadi ha la Gramatica , che per la sua infinitade li raggi della ragione
in essa non si termina- no in parte. Convito. Veggio infine avvertire gl'
imparanti che il pensiero dello stesso Dante dal Sanzio così sviluppato :
Grammaticorum sine ra- tione testimoniisque auctoritas nulla est ( in Minerv .
, lib. i , c. 2 ) , avendomi ad evidenza mostro ch'il gramatico limi- tar non
deesi ad una esposizione dogma- Digitized by Google i3 tica delle regole
grammaticali j ma che dopo averle dedotte dai principi della ragione e della
sana logica , avvalorar le debbe con autorità da far legge , ho sem- pre giunto
al precetto gli esempli , tratti dai creatori della nostra lingua e dai clas-
sici più puri, Dante, Boccaccio, Petrar- ca , Firenzuola , Fedi , Buonarroti ,
ec. Chiudo quanto mi era posto in cuore di far palese ai miei leggitori
pregando le persone scempie d ’ ogni mal talento , e coloro che meritamente han
fama nella repubblica delle lettere , di additarmi per le vie aperte alla
comunicazione lettera- ria , gli errori ov io fossi , per inavver- tenza o per
ignoranza , potuto cadere. Tantum abest ut
scribi contra nos no- limus , ut id etiam maxime optemus . . . Nos qui sequimur
probabilia , nec ultra id quod verisimile occurrerit progredì pos- sumus , et
refellere sine pertinacia, et re- felli sine iracundia parati sumus. Cic. II. 7
use. disp. ij. Analisi del DISCORSO [cf. H. P. Grice, ‘discourse’] Ogni SISTEMA
DI SEGNI è una LINGUA. Ogni IMPIEGO di una lingua, ogni EMISSIONE [cf. H. P.
Grice, UTTERANCE, impliacture/implicatum with ‘implicate’ to do duty for
‘mean,’’suggest,’ ‘signify’] di SEGNI è un DISCORSO. Essendo dunque ogni DISCORSE
la MANIFESTAZIONE delle nostre idee, la conoscenza perfetta di queste idee può
sola farci scoprire la vera ORGANIZZAZIONE del discorso e svelarci
completamente il segreto meccanismo delia sua composizione. Sentire e GIUDICARE,
ecco tutta la nostra intelligenza, tutto il nostro essere, tutto ciò che siamo,
l’intiera nostra esistenza* Giovanetti , è questo un fatto che ognun di voi ha
già dovuto in sè provare , è questa la fonte , onde emanar deggiono tutte le
conoscenze gramaticali , debb’csser questo il lilo d’ Arianna per non farvi
smarrire negrinestricabili andirivieni del labirinto edificato dai Clamatici
non filosofi. Quando giudichiamo, sentiamo dei rapporti tra le nostre idee,
sentiamo che un essere qual si sia, o piuttosto l’idea che se ne ha, giacché
non sentiamo che le nostre idee, rinserra una qualità, una proprietà, una circostanza
qualunque. GIUDICARE [che S e P – H. P. Grice] è dunque sentire che una idea ne
rinchiude un’altra. Quando io penso a Cesare, e GIUDICO CHE Cesare è dotto,
sento che l’idea di Cesare comprende l’idea di egser dotto e ch’ella la novera
nel numero degl’elementi che la compongono attualmente. Imperò, quando abbiamo
una percezione, una idea, noi sentiamo } e quantunque volte sviluppiamo una
circostanza in questa percezione, noi giudichiamo. È questo, giovanetti, un
punto capitale che non bisogna perder mai di vista. Per ESPRIMER un giudizio,
fa di mestieri enunciar le due idee – S e P – H. P. Grice -- di cui l’una
contiene l’altra, più l’atto dello spirito che ravvisa questo rapporto. Ciò
appellasi IL SOGGETTO, L’ATtRIBUTO ed il SEGNO DELL’AFFERMAZIONE che gli
unisce. Ecco ciò che costituisce una PROPOSIZIONE. L’essenza del discorso
adunque è d’esser COMPOSTO DI PROPOSIZIONI, di enunciazioni di giudizi. Son
questi i suoi veri elementi immediati 5 quindi impropriamente vengon appellati
elementi, parti del discorso, quelli che sono realmente gl’elementi, le parti
della proposizione. La de-composizione adunque della proposizione sarà
l’oggetto delle nostre ricerche. De-composizione della proposizione nei suoi
elementi. Giovanetti, voi siete ora nella certezza ch’ogni proposizione
debb’esser l’enunziazione d’un giudizio e che il discorso non puote avere SIGNIFICAZIONE
veruna quando non esprime un giudizio qualunque. Riflettendo ognun di noi su la
natura della nostra intelligenza che tutta consiste a sentire e a GIUDICARE,
non puossi affatto dubitare di queste verità. Si è dimostrato nel precedente
capitolo che per ESPRIMER UN GIUDIZIO fa d’uopo enunciare le due idee di cui
1’una contiene 1’altra, più 1’atto dello spirito che osserva un tal rapporto.
Qual maraviglia debb’esser ora la vostra nell’udire che sovente un solo
de’nostri suoni articolati RAPPRESENTA una proposizione INTERA – H. P. Grice,
‘whole’/’part’], esprime un giudizio COMPLETO [compiuto]! Non 7 per esempio,
vuol dire: io non sento ciò , o io non credo ciò, o IO NON VOGLIO ciò, secondo
le occasioni diverse. Si, vuol dire del paro: io lo credo, o io lo farò, o ciò
è certo, secondo i vari casi. 1l nostro semplice grido AH! SIGNIFICA:
io sono dolente – H. P. Grice’s very example in ‘Meaning revisited,’ if C is in
pain, C hollers. Il
grido oh! può SIGNIFICARE: io sono attonito, stupefatto. Avviene lo stesso di
tutte le nostre interiezioni, d’un gran numero di congiun-zioni e di parecchie
di quelle parole chiamate da alcuni gramatici particelle: esse son tante
enunciazioni di INTERI GIUDIZI. – H. P. Grice at one point disagreed when he
compared a yawn from ‘I am bored.’ Endorsing what we
may call an OPTIMALITY-based account to ‘significazione dell’emissore’, ‘I am
bored’ only means that I am bored. Dir puossene altrettanto, in molte
circostanze dei nostri pronomi. Essi rappresentan sovente una INTIERA
PROPOSIZIONE. Quando, dopo aver detto: la Francia ha dichiarato la guerra alla
Spagna: soggiungo: siatene sicuro , credetelo, ciò vai quanto dire: credete
questo GIUDIZIO, siate sicuro di questo giudizio; la Francia ha dichiarato la
guerra alla Spagna. Ne e lo SIGNIFICANO esattamente questa proposizione. In
un’altra circostanza, ne significheranno un’altra. Da un altro lato abbiamo
parole, in gran numero, che NON esprimono neppure una intera idea, le quali NON
rappresentano, per così dire, che un frammento [H. P. Grice: PART] d’idea: tali
sono le nostre preposizioni, gli avverbi, gli aggettivi, compresivi i participi
e gli articoli. Il, di, virtuoso, diligentemente, NO SIGNIFICAN ASSOLUTAMENTE
NULLA, e non si potrebbe fare verun uso di sì fatte parole, isolate e separate
da ogni altra. Questi stessi segni uniti ad altri, il dinoterà in qual
estensione debb’esser presa una idea. Di – H. P. Grice
on Hardie, ‘What is the meaning of ‘of’?’ ‘And what do you
mean by ‘of’?’ --, posto tra due idee, indicherà che 1’una è in un certo
rapporto con l’altra. Virtuoso [cf. H. P. Grice, ‘shaggy’] disegnerà una
qualità d’un ente. Diligentemente, la maniera onde un’azione è eseguita. Ma il
non è mica il nome dell’estensione j di non è quello del rapporto j virtuoso,
non è quello della qualità, nè diligentemente quello del modo. Non son dunque
questi, veri segni, ma realmente FRAMMENTI di segni – H. P. Grice, ‘utterance
whole, utterance part’. Non havvi proposizione senza verbo ESPRESSO O
SOTTINTESO [cf. Grice’s main taxonomy: explicitlly conveyed – DICTUM --,
followed by ‘that-‘ only as opposed to the ‘saying’ of nonsense --; implicitly
conveyed, IMPLICATUM. Desso costituisce solo la PROPOSIZIONE – cf. H. P.
Grice alla Rimini, ‘complesso proposizionale’ -- e determina il SENSO – FREGE
SINN, SENSUS, Anglo-Norman, ‘sense,’ as in ‘SENSA NON SUNT MULTIPLICANDA
PRAETER NECESSITATEM -- di quella nella quale entra. Ma quando il verbo è
impiegato al modo participio, NON EVVI ENUNCIAZIONE DI GIUDIZIO } quindi NON
HAVVI PROPOSIZIONE. Quando DICO: un uomo leggente – e non dico CHE un uomo è
leggente -- , una donna pregiata – e non dico CHE una donna è pregiata --, una
cosa finita, e non dicho CHE una cosa è finita, enuncio semplicemente delle
idee isolate ed uniche. Il verbo a questo modo è un vero aggiunto ed è questa
la sua forma essenziale e fondamentale, come vedrassi quando si esporrà la
teorìa del verbo. Il verbo all’infinito NON FORMA uè anco PROPOSIZIONE –
‘to be or not to be’ as opposed to Hamlet said that to be or not to be was the
question --, nè per seguenza ENUNCIAZIONE DI GIUDIZIO. Esso è un vero nome
alla Ryle ‘Fido’, mediante il quale si DI-SEGNA ed il verbo medesimo e lo stato
eh’esprime. Lo stato PRIMITIVO – H. P. Grice: PRIMARIO NELL’ONTOGENESI E NELLA
FILOGENESI -- d’ogni proposizione, è, come di sopra si è accennato, d’esser
composta d’UN SOL GRIDO. Ma quali elementi necessari deggian contenersi in
questo SEGNO UNICO, il vedremo tosto. Essendo ogni PROPOSIZIONE – H. P. Grice,
complesso proposizionale -- l’enunciazione di un giudizio, ed ogni giudizio
consistendo a sentire che una idea esiste nel nostro spirito, che un’ altra
idea esiste in quella, bisogna necessariamente che il segno unico il quale
esprime una proposizione contenga in sè almeno DUE ALTRI SEGNI 5 l’ uno RAPPRESENTANTE
una idea esistente in sè stessa, e l’altro RAPPRESENTANTE un’altra idea come
non esistente che nella prima. Son questi al certo DUE ELEMENTI NECESSARI del
discorso: vediamo ora quali essi sieno e poscia se sienvene altri del pari
indispensabili. Il nome che si concepisce come SUSSISTENTE in sè e come IL
SOGGETTO di ciò che in lui si concepisce, è IL PRIMO – “the cat” di questi DUE
SEGNI – “sat on the mat”. In effetti, sono i nomi che RAPPRSENTANO tutte le
idee che hanno nel nostro spirito una esistenza assoluta ed indipendente da
ogni altra idea. Che questa esistenza sia positiva e reale come quella degl’esseri
sensibili, o pure fittizia ed imaginaria come quella degli esseri puramente
intellettuali – Pegaso, cavallo alato, proposizione, significato --, poco
rileva. Queste idee esistono in sè stesse e non son subordinate ad alcuna
altra. I nomi adunque, ed i PRO-nomi [cf. H. P. Grice, pro-verb, ‘Socrates
whatted in 391 B. C.’ -- che ne fan le veci, posson solo esser i subietti dei
nostri giudizi e delle nostre proposizioni – “Socrates” is H. P. Grice’s and P.
F. Strawon’s example in their joint seminar on ‘Categories’ – cannot be a
predicate; it’s a substantial -- 5 e tutti gl’altri elementi del discorso non
rappresentano che idee a quelle relative. Nulla a3 di meno le altre parole, ed
anco FRASI – H. P. Grice, “Utterer’s meaning, sentence-meaning, phrase-meaning,
word-meaning” -- intere, divengon assai sovente soggetti di proposizioni j ma
ciò avviene quando sono impiegate come nomi assoluti o soggettivi, vai quanto
dire ri-guardati come esprimenti idee aventi un’esistenza propria ed assoluta.
Gli aggiunti propriamente detti, o modificativi – H. P. Grice, ‘shaggy’ -- y e
per seguenza tutte le parole e le frasi impiegate aggettivamente, son le parole
che compongono la seconda specie dei segni indispensabilmente NECESSARI per
formar una proposizione – H. P. Grice: “That’s why I restricted my analysis to
‘Fido is shaggy’”. Ma essi non sono attributi completi: esprimono bensì una
idea che fa parte d’un’altra, ma con astrazione dell’idea – O PRESUPPOSIZIONE –
H. P. Grice e P. F. Strawson -- d’esistere. Valoroso – SHAGGY --, rappresenta,
è vero, l’idea valore – OR HAIRY COAT -- come appartenente o piuttosto come
dovendo appartenere ad un soggetto – SMITH’S JONES, FIDO --, ma non già come
effettivamente esistente – cf. H. P. Grice’s e P. F. Strawson’s example in
their joint Oxford seminar on ‘Categories’: Bunbury is disinterested. He is in the next room. Real disinterestedness doesn’t exist. Yes,
Bunbury is really disinterested. Imperocché per SIGNIFICAR completamente che
una idea è rinchiusa in un’altra, bisogna PRIMA SIGNIFICARE eh’ ella è , eh’
ella ESISTE – H. P. Grice’s and P. F. Strawson’s example: ‘real
disinterestedness’. Or di questa PROPRIETÀ – cf. H. P. Grice on P. F.
Strawson’s INDIVIDUALS -- sono scempi, per una singolare astrazione tutti i
nostri aggiuntivi, proprietà di cui va solamente adorno il solo aggiunto
essendo, esistendo od esistente che in sè racchiude I’ idea di esistenza, idea
che lo rende completamente attributo e che per mezzo suo è implicitamente – via
IMPLICATURA -- negli altri aggettivi compresa. Questi aggettivi sono appunto i
verbi. I verbi son dunque altrettanti aggiunti chiudenti in sè medesimi l’aggiunto
essendo che noi chiamiamo participio, eli* è la lor forma essenziale e
fondamentale. Quindi fassi aperto perchè gl’aggettivi propriamente detti son VERBI
MUTILATI, e i verbi sono AGGETIVI INTERI, e perchè i primi uniti ad un
sostantivo non producon mai una proposizione, e perchè non si richiede che un
vèrbo e’1 suo subietto per farne una. Ma il verbo al modo participio forma la
proposizione imperfettamente. Quando dite: Giulio leggente od essendo leggente,
voi accoppiate DUE idee, una esistente in sè stessa – GIULIO, cf. H. P. Grice’
and P. F. Strawson’ ‘BUNBURY’ -- ed una che non puote esistere che in un’altra,
e nulla d’avvantaggio. Ma quando dite: PIETRO LEGGE od È leggente – H. P.
Grice’s and P. F. Strawson’s ‘BUNBURY IS REALLY DISINTERESTED’ --, voi
pronunziate un giudizio formale, cioè che l’idea di legge o è leggenie ESISTE in
una maniera positiva ed attuale in un’ altra. Per le stesse ragioni dianzi
addotte non puote esservi proposizione quando il verbo è all’indefìnito. In
ogni proposizione dunque si contengono DUE TERMINI – categoria morfo-sintattica
--, un soggetto ed un attributo, un nome [l’ONOMA del Cratilo dell’accademia] ed
un verbo [IL REMA del Cratilo dell’accademia – v. Robins, Storia della
linguistica --. Tutto il rimanente del discorso risolvesi in accessorii di
subietti o di attributi. Eccoci ormai pervenuti alla de-composizione completa
della proposizione. Facciamci ora a percorrere le divisioni della medesima.
Della divisione delle Proposizioni . Giovanetti, si è dimostrato
nell'antecedente capitolo che in ogni proposizione contener deggionsi DUE
TERMINI: il soggetto che è il SEGNO dell’ente GIUDICATO, quello del quale si
afferma, o si nega, il PREDICATO – BOEZIO – praedicamentum --, quello dell’idea
in lui contenuta, quello che si afferma o si nega. Il soggetto esser può
semplice come in questa proposizione: Beatrice mi guardò con gli occhi pieni Di
faville d'amor — Dante ALIGHIERI. Il soggetto puote esser moltiplice, allor-
ché , in virtù dell’elissi che tanto suona quanto difetto o mancamento, si
attribuisce a più oggetti una intenzione medesima, come in questi versi del
Petrarca: Amor, natura, e la hell’alma umile Ov' ogn alta virtute alberga e
regna, Contra me son giurati. Se non avesse in questo luogo il Poeta fall’uso
dell’elissi, sarebbesi convenuto dir così: amor contra me è giuralo } natura
contra me è giurata 5 e la bell'alma umile ove ec. , contra me è giurata, e
però avrebbersi, in vece d’ una , TRE PROPOSIZIONI. Il soggetto è complesso
come in questa proposizione: Lucevan gl’occhi suoi più che la stella. Dante
ALIGHIERI. Dario re di Persia fu vinto d’Alessandro. Le formule gl’occhi suoi ,
nel primo esempio } Dario re di Persia , nel secondo , sono i soggetti
complessi. Non havvi lingua, per doviziosa di vocaboli che sia, la qual non
manchi pur sovente di segni, propri ad esprimere con una sola voce ciascuna
idea e ciascun concetto che venir ci possa nello spirito. In tal caso ci
convien far uso d’una perifrasi, ossia d’un largo giro di più parole ad un sol
termine equivalenti 5 quindi in questi versi di Dante ALIGHERI: Tu proverai si
come sa di sale Lo pane altrui, e cornee duro calle Lo scendere e’I salir per V
altrui scale ; all’aggregamento dei
segni lo scendere e 7 salir per V altrui scale, ritraenti sì fatto concetto,
forma il soggetto della SECONDA PROPOSIZOINE. Del paro che il soggetto , 1 T
attributo esser può semplice, moitiplice, complesso, ed enunciato con una
parafrasi. L’attributo è semplice, come in questa proposizione; Dio è eterno. È
moltiplice in questa: Dio è giusto ed onnipossente. È complesso in quest’altra:
Cesare fu il tiranno d’una repubblica di cui doveva esser il difensore. È
finalmente l’attributo enunciato per mezzo d’una perifrasi in questa
proposizione: Il vivere onestamente è il solo mezzo per essere scempio
dell’altrui maldicenza. Ciò premesso passiamo a discorrere le differenti specie
di proposizioni. NON È MIA IDEA, O GIOVANETTI, FAR QUI PAROLA DI TUTTE LE
SPECIE DI PROPOSIZIONI CHE DISTINGUONSI NELLA FILOSOFIA. La gramatica – H. P.
Grice: “Austin loved Chomsky because he enthroned something above philosophy:
grammar, that we at Oxford associate first – if not foremost – with grammar
school-boys! -- non si occupa che della FORMA delle proposizioni, e sotto questo
ragguardamento dello spirito esse posson essere i .° semplici o composte ; 2 .
° complesse od incomplesse ; 3.° relative ; 4-° integre od elittiche; 5.°
principali od incidenti, e queste esplicative o determinative. Le proposizioni
sono semplici o composte, secondo la natura del lor soggetto e del lor
attributo. Una proposizione semplice è quella di cui il soggetto e 1’attributo
sono egualmente semplici cioè, igualmente determinati da una sola idea totale,
come : la saggezza è preziosa; la considerazione che si accorda alla virtù è
preferibile a quella che si accorda alla nascita. Una proposizione dicesi
composta quando il soggetto o l’attributo son composti, cioè determinati da
differenti idee totali. Una proposizione composta pel soggetto può decomporsi
in tante proposizioni semplici quante son le idee totali integranti contenute
nel soggetto composto; ed esse avranno tutte il medesimo attributo e soggetti
differenti. Demostene e Cicerone furono oratori: sonvi qui due soggetti,
Demostene E – cf. H. P. Grice on CONJUNCTION, ‘and’ -- Cicerone ; quindi DUE
proposizioni semplici aventi lo stesso attributo: i. Demostene fu oratore; 2 .
Cicerone fu, oratore. Una proposizione composta pell’attributo può decomporsi
in tante proposizioni semplici quante idee totali integranti sonvi nell’
attributo composto j ed esse avranno tutte il medesimo soggetto ed attributi
differenti Cicerone fu filosofo ED – cf. H. P. Gice, CONJUNCTION, ‘and’ -- oratóre:
qui havvi DUE attributi, fu filosofo e fu oratore: imperò due proposizioni
semplici col medesimo soggetto: i° Cicerone fu filosofo \ 2 ° Cicerone fu
oratore . La de-composizione fassi sensibilissima in qnesta veramente aurea
strofa di ORAZIO, II. Od. io. Auream quisquis mediocritalem Diligiti tulus
caret obsoleti Sordibus tedi , caret invidenda Sobrius aula. II. Le
proposizioni sono a un pari complesse od incomplesse, secondo la forma dell’enunciazione
del lor subietto e del lor attributo. Dicesi proposizione complessa quella di
cui il soggetto o l’attributo sono complessi. i°. Proposizione complessa pel
soggetto: La possanza legislativa è rispettabile. 2. 0 Proposizione complessa pell’attributo:
Dio governa tutte le parti dell'universo. , Una proposizione incomplessa è
quella di cui il soggetto é 1’attributo sono parimente incomplessi. Esempi: la
saggezza è preziosa: mentire è una viltà. Chiamasi proposizione relativa quella
la quale dipende da altra proposizione sottintesa. Tale si è la seguente:
Lassando l'atto di cotanto uffizio, Dant. la cui correlativa SOTTINTESA [cf. H.
P. Grice, IMPLICATA] si è: quanto è l'atto del giudicare. Quella eh’ ha neve il
volto, oro i capelli. Petr. Chiamasi proposizione integra quella in cui
contengonsi tutte le parti necessarie all’intendimento del concetto che vuoisi
esprimere, come nella seguente: quella ch'ha neve il volto. Ma se TACCIASI –
cf. TACITO -- in essa il soggetto o il verbo, o l’uno e l’altro, la
proposizione, per tal manco difettiva, dicesi proposizione elittica, siccome la
seguente, finimento dei precitato verso: oro i capelli, il cui intero costrutto
si è, e quella che ha oro i capelli. Quando le giunte fatte, sia al subietto,
sia all’ attributo, sia a qualche altro termine modificativo dell’uno o
del1’altro, sono esse stesse proposizioni, tali proposizioni parziali sono
incidenti } e quelle di cui esse son parti integranti, sono principali – H. P.
Grice: “if” – as opposed to “not,” “and” and “or,” introduces hypotaxis. Per
esempio, quando dicesi: i savi , che sono più istrutti del comune degli uomini,
dovrebber pure sorpassarli in saggezza, questa è una proposizione complessa:
che sono più istrutti del comune degl’uomini, è una proposizione parziale,
legata al soggetto i savi, di cui è un compimento esplicativo, perchè serve a
svilupparne l’idea per trovarvi un motivo che giustifichi 1’enunciazione della
proposizione principale, i savi dovrebbero sorpassare gli altri uomini in
saggezza: la proposizione parziale, che sono più istrutti del comune degli
uomini, è dunque una proposizione incidente. Parimente quando dicesi: la
gloria, che proviene dalla virtù, ha uno splendore immortale, è questa una
proposizione complessa: che proviene dalla virtù, è una proposizione parziale,
legata al subietto la gloria, di cui è un complimento determinativo, perchè
serve a RISTRINGNERE IL SIGNIFICATO TROPPO GENERICO, vago ed inde- terminato
del nome gloria – “a knockdown argument” – H. P. Grice --, mediante l’idea
della causa particolare che la procura, cioè, la virtù: così la proposizione
parziale, che proviene dalla virtù, è una proposizione incidente. Sonvi dunque
due sorte di proposizioni incidenti: 1’ una esplicativa , e 1’ altra
determinativa. L’ esplicativa serve a sviluppare la comprensione dell’ idea
parziale alla quale è legata: è una semplice spiegazione. Esempio: i savi, che
sono più istrutti del comune degli nomini, dovrehher pure sorpassarli in
saggezza. La proposizione incidente, che sono più istrutti del comune degli
uomini, è puramente esplicativa, perchè è lo sviluppo ANALITICO alla Leibniz dell’idea
di savi. La proposizione incidente determinativa è quella che giugne un idea
accessoria alla comprensione dell’ idea parziale cui è legata , per ristrignere
l’estensione del soggetto. Esempio: la gloria, che proviene dalla virtù, ha uno
splendore immortale. La proposizione incidente, che proviene dalla virtù, è
determinativa, perchè aggiugne all’idea antecedente della gloria, l’idea
accessoria di provenire dalla virtù, di aver la virtù per causa 5 e questa
addizione ristrigne l’estensione del nome gloria, escludendo ogni gloria che
NON viene dalla virtù. E della proposizione basti ciò che se n’è parlato, e
trapassiamo ora a discorrere i suoi diversi elementi e mostrar l’origine e
l’uso di ciascuno di essi. Degli elementi della proposizione. Giovanetti, dopo
avervi parlato della natura della PROPOSIZIONE, dopo di avervi fatto conoscere
i veri elementi ond’ è necessariamente composta e le divisioni di essa, fa di
mestieri or esaminare le differenti SORTE DI PAROLE – H. P. Grice: “I will
restrict my ellucidation to ‘Fido’ and ‘shaggy’ -- di cui fassi uso in una
lingua perfezionata per render l’espressione del pensiere più completa e più
facile. lo non mi occuperò punto delle diverse classificazioni che i grammatici
han fatte di queste parole, nè del numero, nè dell’ordine delle lor denominazioni
$ del lor uso e delle lor funzioni bensì. E però foni- mi a considerare gl’elementi
del discorso come si offrono al mio spirito, partendo dallo stato primitivo
della proposizione in una lingua nascente – alla H. P. Grice. E siccome nell’origine
della lingua, una proposizione non è composta che di UN SOL GESTO – cf. segno
arbitrario: volcale, gesto, moto --, di un sol GRIDO – H. P. Grice’s holler --,
così le prime parole che si presentano al mio spirito son quelle le quali, anco
attualmente, esprimon da sè sole una intiera proposizione. Or queste parole,
questi segni ideali, questi gridi IN-ARTICOLATI, nomansi dai grammatici inter-iezioni
– H. P. Grice, ‘why ‘inter’? – The Latin word ‘interjectio’ translates to
‘enteuxis’ or ‘epiphonema’ in Greek. Therefore, there
is no single direct equivalent for the speficic term ‘interjectio’ in Greek.
The word ‘interjectio’ itself is derived from ‘interjicere, from inter- and
jacere, to throw. To throw or place between. Therefore, interjection literally
means ‘a throwing between,’ describing how an interjection is a word ‘thrown’
into a sentence to express emotion, surprise, or a sound, without being
grammatically connected to the other words. Di esse dunque
conviene far capo. Delle Interiezioni. Ahi! serva Italia, di dolore ostello! D.
ALIGHERI. L’ interiezione , o giovanetti , è il vero tipo originale della lingua.
Tutte le altre parti del discorso non sono che frammenti di questa e non son
destinate che a de-comporla ed a risolverla nei suoi elementi. L’interiezioni
adunque sono SEGNI NATURALI – Grice’s point exactly in ‘Meaning revisited’ -- della
nostra organizzazione, espressioni sincopate, vere frasi elilliche, sprimenti
quei gridi di PIACERE o di DOLORE, di GIOIA – Occam: risus naturaliter
significat laetitiam interiorem -- o di TRISTEZZA – lachrima naturaliter significat
interiorem traestitiam --, d’APPROVAZIONE – Blackburn’s HURRAH!” -- o di DISPREZZO
– BLACKBURNO: Boo! --, e di sensibilità, onde siamo affetti. L’uomo ha apparato
questa lingua dalla stessa NATURA – physis – segno fisico (Those spots mean
measles) vs. segno non-fisico --, eh’ è uno in tutti, e di cui la moderna FAVELLA
– Latin fabula -- è una semplice traduzione in suoni ARTICOLATI ed arbitrari –
non-fisici. H. P. Grice: “There is intentional control, and hence
my theory of meaning is not causal but intention-based. Ogni interiezione, per
le ragioni dianzi addotte, è una compendiata espressione d’un giudizio, ossia
d’una proposizione intiera j adunque ella debbe implicitamente inchiudere uu
soggetto – l’’io’ di Hegel – but cf. H. P. Grice: “Surely creatures should
reach a point where they should be able to express a state of affairs which is
not internal to themselves -- ed un predicato. In fatti il grido
ah! SIGNIFICA: io sono soffrente, o io soffro. II grido oh! vuol dire: io sono
attonito, stupefatto. Doh! suona quanto: io sono sdegnato, incollerito,
cruccialo; e così dee discorrersi degl’altri siffatti segni. Delle
interiezioni, alcuni son semplici gridi NATURALI – o fisici – dunque causali -,
siccome ah ! oh ! ec. \ altre un aggregamento di voci articolate commiste ad
alcun grido come oim 'e , ahimè, ec. Quantunque volte avvenga eh’altri suoni
articolati trovinsi giunti al semplice grido naturale O FISICO O CAUSATO
INVOLUNTARIAMENTE, ei possono risguardarsi in due diversi aspetti; cioè o come
elementi d’una proposizione elittica che la forza della passione e quindi la
foga del dire non permette esprimere per le solite formule del favellare e ci
lascia poca libertà di spirito per analizzarli, o come una interpretazione
della semplice interiezione, voglio dire, come una traduzione in voci
articolate ed ARBITRARIE – intenzionate e non fisici o causali -- del grido
medesimo. Adunque colui che compreso da forte dolore, sciama: oimè! viene a
dire: oi! cioè io sono da soverchio dolore oppresso } me , vale a dire; SOCCORRETE
ME. Ma in questo verso di Dante ALIGHIERI: ahi! quanto egli era nell'aspetto
fiero! la formola quanto egli era nell' aspetto fiero, è una pretta traduzione
in voci articolate del sentimento contenuto nel grido ahi! Imperò chiameremo le
prime , pssia i semplici gridi inarticolati ahi oh! ec. interiezioni pure f le
seconde, ossia l’accoppiamento d’alcun grido con altro articolato suono, saran
da noi chiamate interiezioni miste. ANALISI Delle interiezioni e delle parole
impiegate come interiezioni nella nostra lingua. A. Ah ! (io mi sento
inorridire); Ah! fiera compagnia . Dante ALIGHERI, Ahi ! (io mi sento da grande
ira e cruccio commosso forte ) 3 * — Ahi ! dura terra , perchè non t' apristi !
— Dante.— Ahi ! nuli' altro che pianto al mondo dura ! Petrarca. Ahimè o aimè !
( io mi dolgo compian- gete me )! — Aimè! che piaghe vidi ne' lor membri !
Dante. Ahi ! lasso ! ( io sono dolente , soccorrete me lasso ) j Ahil lassa me
! ( io mi lamento cosi per ) che assai chiaro co- nosco corri! io ti sia poco
cara. — Boc- caccio. B. Beato me! (mirate me bealo") $ Bealo te! ( io
ammiro te beato ). Pur beato ! ( io posso pur chiamar me beato )j Pur me beato
( poi ) che noi abbiamo giudice che non mi lascerd piu far versi. Davanzati. D.
Deh ! ( io mi sento commosso forte pen- sandovi j — Deh ! amico mio , perchè
vuo' tu entrare in questa fatica ? Boc- caccio. Digilized by Google 4 * Doh ! )
io maravigliando il dico )$ — Doh ! gli aveva ben tenero ’l budello ,
Buonarroti , Tancia. E. E ! ( la memoria di quella vista mi spa- venta ancora )
j — E quanto a dir qual era è cosa dura ! Dante. Eh ! ( io sono quasi
incollerito ) j — Ehi che V . Sig. Illustriss. mi dà la baia. Redi. Alla fine
delle frasi interrogative, questa interiezione significa 5 non dico io vero ?
Tu ti dai forse ad intendere eli io' sia tuo schiavo , eh? Firenzuola. Ehi ! (
io sono maravigliato ) — Ehi ! messere , che è ciò che voi fate ? Boc- '
caccio. Eia ! ( di' su ) j — Eia ! Calandrino , che vuol dir questo ?
Boccaccio. Eimè ! ( io sono dolente , compiangete me) E ime , lasso! che ora
intendo quello che non intesi. Crusca. Eimeil {io sono adirato e mi vince l'im-
Digitized by Google V#» 4a pazienza )\ — Eimei ! state a udire , Firenzuola. H.
Hi ! ( ciò mi spira nausea e disprezzo ) ; Hi! meccere. Boccaccio. Hui ! o pure
ui! (io sento acuto dolore )} Alto sospir , c/i e duolo strinse in hui y mise
fuor pria , Dante. O. 0 ! ( io chiamo voi ) ; O voi , o Jot- tor/ Firenzuola.
Oh! [io sorco pieno di maraviglia e d’ in- vidia ) 5 — O/i / liberalità di
Natan , quanto se ’ Zu maravigliosa ! Boccaccio. O/i / o/ì ! [ io sorco
maravigliato , io sono maravigliato )/ — 04/ o/i/ la testug- gine vola? Firenzuola.
01 / o pure ohi ! [ io sorco dolente ) j O/ , lasso ! che tuttor desio ed amo ,
Crusca. Oìbò! [io sdegno e sprezzo ciò); — Dia ce ne guardi , oibò !
Buonarroti. OiVrcé / od ohimè ! o pure omè ! [io sona Digitlzed by Google 43
dolente , compiagnete me)', — Oimè , Zawo/ — Oimò! il bel viso ! Oimè! il soave
sguardo ! Petrarca. Oimei! (oi mez) (zo son dolente , abbiate pietà di me)', —
i/ messo comincia a dire : oimei ! Crusca. O io! o pure oio ! ( io sono
stupefatto). Oio! disse il monaco, se vi di lungi .... Boccaccio. Oisè! (
gridava eh* egli era dolente, che „ compiangessero sé)} Oisè ! dolente se! che
il porco gli era stato imbolato. Boc- caccio. Oitu! (tu sei misero , tu sei
degno di com- pianto )} — Oitu ! Gerusalemme, Cru- sca. P. Pu ! ( io V abborro
) — Pu! Buonarroti. U. Uh! ( io inorridisco ) Uh ! (prego ) che Dio tei perdoni
! Firenzuola. Le interiezioni di cui abbiam fatto molto sono le più usitate }
facciamo ora l’analisi di parecchie altre parole impie- gate come una sorta
d’interiezioni e pro- curiamo di darne il significato. B. Bravo 1 bravai bravi
! brave l bravissimo! Sono espressioni abbreviate di tu sei bra- vo , tu sei
brava ec. Buono! è un elemento della proposizione questo è buono . C. Cànchero
! {mi fosse venuto un} canchero (s’ io faceva altrimenti ) mentre il pode- stà
qui stava r Buonarroti. C ancherusse! — (im) cancherusse! ( mi venga se io non
dico vero ) e mi fu per ingoiare , Buonarroti. Cdnchitra! — Canchiira ! ( mi
venga se io mento ) cosi ben non canta il sere , Buonarroti. Capperi ! Capperi
(io son maraviglialo )/ io mi ridico. Crusca. Céppita! — C oppila ( io son
maravigliato ) ! io ho fatto da medico daddo- vero , Redi. Cosi ! — (come è
vero questo ch’io di- co ), cosi ( desidero che ) cresca il bel lauro in fresca
riva ! Petrarca. D. Diacine o diacinl — Diacin ( diavolo fa ) eh’ ci mi
risponda. Berni. Diavolo ! ( desidero che il diavolo ti porli via ) \ Come *
diavolo ! non hanno che una coscia e una gamba? Boccaccio. Dòmine ! ( io invoco
e prego te , signo- re') , — Domine l fallo tristo. Boccaccio. F. Finocchi !
(io sono maravigliato) \ — Fi- nocchi ! costui non è chi é* pareva. Fi-
renzuola. G. Guai! disgrazia. — Guai (sono preparati) a voi , i quali vi
apparecchiate d’ an- dare colle ricchezze al reame del cielo ! Crusca. Guarda! Lo duca mio dicendo : guar- da ( il
periglio ) , guarda ! Mi trasse a se del luogo dov ’ io slava. Dante. M.
Madesì! ( mio Dio si). Manco male ! Questa espressione vale quan- to il male è
manco che non sarebbe sta- to , la cosa andando altrimenti. N. Non. — ( come
questo eh* io dico è falso). O. Olà ! — Olà ! ( io chiamo te che sei là) dove
se ’ ? Boccaccio . Omb 'e! ( ora bene) ora la cosa sta. bene)) — Ombè ! quegli
gli curi che è là propo- sto a ciò. Buonarroti. Orsù! Orsù (ora levatevi su ) ,
giova- ni , assaltiamo virilmente e con allegra fronte questi dormiglioni.
Firenzuola. Digitlzed by Google 47 p. Pape 1 . ( io sono maraviglialo ). — Pape
, Satan ! pape , Satan , aleppe ! Dante. SI. — ( come questo ch’io dico è vero
) , si ( vorrei che io) fossi morto quando la mirai , Petrarca. »S7«/ (sta
cheto)! —Sta, ch’io vo' con- siderarla meglio. Firenzuola. Su ( levatevi su i
piedi)', Su, madon- na , levatevi tosto. Boccaccio. V. Via ( va! o andate o
andiamo in via) ', Via , fdccialevisi un letto tale , quale egli vi cape.
Boccaccio. Viva! (io prego che egli viva)', — Viva , viva il nostro signore.
Crusca. Z. Zitto ! (non fare o non fate un zitto)', — Zitti un pò’, ch'elle
dormono. Buonarroti. Dei JSomi e dei Pronomi. Giovanetti , io vi ho fatto
conoscere ad evidenza nel precedente capitolo che pos- siamo esprimere una
intiera proposizione con un sol segno. Or conviene farvi osser- vare che tosto
che cessiamo di voler espri- mere una proposizione per mezzo d’ una sola parola
, il primo bisogno che fassi in. noi sentire si è quello di un segno che
rappresenti il soggetto di questa proposi- zione , che disegni la cosa di cui
vuoisi far parola , l’ idea alla quale se ne attri- buisca un’ altra. Questo
seguo non puote esser altro che il nome, esso solo adem- pier può questo ufizio
nel discorso ; i soli nomi posson essere i soggetti delle propo- sizioni.
Inutil cosa estimo distinguer tra essi e nomi propri ed individuali , come
Cesare , Pompeo , Alfredo ec. , o gene- Digitized by Google 49 rali e comuni ,
come libro , marmo , ta- vola $ nomi di esseri reali o nomi di ge- neri , di
classi , di specie , di modi , di qualità ed altri esseri intellettuali i quali
non hanno esistenza che nei nostro inten- dimento. L’uso che dobbiam farne nei
no- stri raziocìni è la sola cosa di cui abbiamo ad occuparci. E però
investigando , o giovanetti , la filiazione delie nostre idee , parmi assai
verisimile , e direi pur certo , che i nomi di persone sieno stati i primi, e
forse as- solutamente i primi inventati dagli uomi- ni. Iu fatti , appena
cominciò 1’ uomo a manifestare , mediante un grido od un ge- sto , un
sentimento , una passione , un movimento dell’ anima , sembrami che il primo
bisogno che si è fatto sentire abbia dovuto essere di specificare chi provava
un tal sentimento ed a chi il suo parlare volgea. Quindi 1’ origine dei nomi
perso- nali io , tu , se : io nome dell’ individuo per sè parlante \ tu , nome
d’un solo indi- viduo , a cui dirigesi la parola ; sè , nome dell’ individuo in
relazione d’ identità col soggetto: nel numero del più , noi , voi , sè . 4
Avendo i creatori delle lingue attribui- to a questi segni il comprendimento
del- l’ idea dell’ individuo con la determinazion sua con 1’ atto della parola
, ciò esser do- vrebbe potentissimo argomento che queste voci sieno veri nomi ,
cui con appaia- mento speziale diremo nomi personali , lasciando ad ognuno la
libertà di dar loro il nome che più gli va a genio. Veniamo or a parlare delle
proprietà e virtù di sì fatti segni. , Variazioni del nome personale io.
Singolare, Plurale. Soggetto io noi. [ di me .... di noi Rapporti di dipendenza
l n1 *, a ,ne * • ci, ne, ano ! da me .... da noi Oggetto . . . . mi , me . . .
ci , ne, noi Variazioni del nome personale tu. Singolare , Plurale Soggetto tu
voi L di le .... di voi Rapporti di dipendenza / ti , a te ... vi , a voi / da
te .... da voi Oggetto ti , te .... vi , voi Variazioni del nome personale sé.
Questo nome , destinato ad esprimere un rapporto d’ identità col soggetto , non
può mai rappresentare il soggetto stesso. dì sè Rapporti di dipendenza / si , a
sè da sè Oggetto si , sè Sonvi per F oggetto e pel rapporto di dipendenza due
forme ben distinte, cioè: Per 1’ oggetto Pei rapporto di dipendenza. Mi , me Mi
, a me Ci , noi Ci , a noi Ti , te Ti , a te Vi , voi Vi , a voi Si , sè Si, a
sè Vediamo ora qual è il loro uficio nel discorso. i.° Se l’azione espressa dal
verbo cade sopra un sol’ oggetto , si dee far uso delle forme mi , ti , ci , vi
, si : Mi ritrovai per una selva oscura. D.
5a a. 0 Pel rapporto di dipendenza deggionsi impiegare le medesime forme
mi , ci , ti , Vi , 5i , quando non havvi che un sol ter- mine cui 1’ azione è
diretta : Tu sola mi piaci. Petrarca. 3.° Allorquando in una serie di propo-
sizioni similari sonvi più oggetti o più rap- porti di dipendenza , con una
sorta di op- posizione tra un termine e un altro , o più, non debbonsi mica
impiegare le forme mi, ci, ti, vi, si , ma queste, me, noi, le, voi , sè , per
l’ oggetto , e a me , a noi , a te , a voi , a sè , pel rapporto di di-
pendenza. Quelle medesime bellezze che presero e vinser te , hanno di poi preso
e vinto me. Firenzuola. — Così la ma- dre al figlio par superba , coni ella
par- ve a me. Dante. La ragione di questa differenza è nella natura stessa , la
qual vuole che la forza delle parole sia conforme a quella de’pen- sieri. Le
forme me, te, noi, e c. , hanno maggior forza che le loro corrispondenti , mi,
ti, ci, ec. , a causa che le prime han l’ accento tonico , e le seconde ne sono
affatto prive , e per conseguenza il loro suono è senza vigore. Si fa pur uso
delle forme me , te , ec., nei casi in cui l’ellissi sottintende una delle due
proposizioni similari : Io parlo a te {e non parlo ad altri ) però che altrove
un raggio Non veggio di virtù , eh' al mondo è spento. Petrarca. 5. ° Se il
verbo sia all’ imperativo mo- do , le parole mi , ci , ti , vi , si , affig-
gonsi ad esso infine e s’ incorporano in una sola parola : Porgimi , alto
Signor , quella catena Che seco annoda ogni celeste grazia . Buonarroti. 6. °
Ma se il comando sia negativo, que- ste medesime particelle deggion precedere
il verbo ; — non vi maravigliate. 7. 0 Se il verbo sia all’ indefinito , sop-
primesi Ve finale, e le parole mi, ci , ec. si uniscon al medesimo : Si come
cieco va dietro a sua guida Per non smarrirsi. Dante, e se quest’ e finale sia
preceduta da due r , come in trarre , se ne sopprime una : trarmi a riva. 8.°
Le trasposizioni delle forme mi, ci, Digitized by Google H ec. , dinanzi al
verbo di cui l’ infinito è 1’ oggetto , rendono 1’ espressione più ele- gante :
— non ti puoi tenere , invece di non puoi tenerti. 9. 0 Le stesse particelle
mi, ci, ec ., si collocano pure appo il verbo , al partici- pio presente o
passato : — Mostrandovi le sue bellezze eterne. Dante. . Venuto è il tempo che
io farò portar pena alla malvagia femmina della ingiu- ria fattami. Boccaccio.
, l.» Colonna 2. a Colonna 3 .® Colonna. Mi ... . lo • • • « melo 0 me lo. Ci
.... li .... celi » ce li. Ti .... lei .... tela » te la. Vi ... . le .... vele
» ve le. Si .... ne ... . sene. » se ne. . io. Allorché una della forme della
pri- ma delle tre colonne sovrapposte , è se- guita da una di quelle della
seconda co- lonna , vengonsi a comporre delle due pri- me le forme della terza
colonna, col can- giamento dell’ i in e, nelle particelle mi. ci , li , vi , si — ... Con quella fascia Che
la morte dissolve , men vo suso. D. Questo cangiamento dell’ / in e si fa die-
tro un principio generale d’ armonìa, il quale esige che quando una parola
senza accento , terminata in i , si giugne ad un altra, igualmente priva -di
accento, si cam- bi T i della prima in e , senza di che si avrebber parole di
due sillabe , senza ac- cento tonico , ciò eh’ è- ijnpossibile. 11. Se una
delle forme semplici, mi, ti , ci, ec. o delle composte , melo , te- lo , ec. ,
sia posta dopo un verbo all’im- perativo che ha subito un troncamento , come
di', da', fa', ec. , debbonsi legare in un sol corpo il verbo e la forma se-
guente , semplice o composta , sopprimen- do 1 ’ apostrofo o l’ accento del
verbo e raddoppiando la consonante della forma seguente. Avviene lo stesso dei
verbi com- posti di più sillabe e terminati in vocale accentata : Dimmi , per
cortesìa , che gente è questa. Petr. Riguardommi. Nelle proposizioni
abbreviale, de- corni, decoti, le particelle mi, ti, situate dopo , formano con
la parola ecco , un dattilo che, per la sua rapidità, dinota perfettamente ciò
che vorrebbesi poter e- sprimere con un gesto : — Éccomi ( ecco mi vedi ) , che
doman- di tu ? Bocc. 1 3 . Se le forme /ne, /e, se , sien se- guite dal pronome
il , deesi sopprimer la vocale del pronome , per comporne le for- me mel , tei
, vel , sei , invece delle for- me usuali melo , telo , velo , selo , ec. — T
tei dirò. Petr. 14. Le forme la ti , la si , il mi o lo mi , ec. invece delle
forme ordinarie tela, seia , melo , ec. rendon l’ espressione più graziosa 5 ma
appartengono esclusivamente al dialetto toscano : — La ti farò 5 — la si
ritolse 5 — il mi ridice. E nella forma il mi , per melo , collocata dopo il
verbo, si tronca la vocale del pronome il : — Di- telmi. 1 5 . Si è dinanzi
stabilito per regola ge- nerale che le forme mi , ci , ti , vi , ec. melo ,
telo , ec., debban collocarsi innanti al verbo tranne l’imperativo , l’infinito
ed i participi. Hassi oltre a ciò ad osservare che quando il verbo è terminato
in vocale accentata , anco in altro tempo si pos- sono le anzidette forme dopo
il verbo tra- sporre , raddoppiando la consonante della forma seguente, e così
l’espressione acqui- sta un carattere particolare, assai proprio ad' indicare ,
con un* armonìa analoga , un’azione più o men prolungata, secondo le
circostanze, come fassi aperto dall’esem- pio che segue : — Lo mio maestro
allora in su la gota Destra si volse 'ndietro , e ri guarà ommi. Dante. 16. La
particella ne puote esser impie- gata fuori dello stile familiare nel mede-
simo senso e nelle circostanze medesime che la particella ci. E se ne segue un
ver- bo che , dopo il troncamento della voca- le, termina in m, si trasforma
questa let- tera in w, per renderne più agevol la pro- nunzia ; — Mostratene la
via di gire al monte. D. Qui mai più , no , ma rivedrenne in cielo. Petr. 17.
Invece di dire con me , con te , con se , con noi , con voi , si può dire meco
, tecoj seco , e in verso solamente
nosco , vosco : — Non credi tu me teco ? Euripide v è nosco. Dante. 18.
L’idioma italiano nell’ impiego dei nomi personali offre dei vantaggi che le
altre lingue non hanno j sia per esprimere certe gradazioni del pensiero ,
quelle va- rie tinte, quelle sfumature, per cosi dire, sia per dar
all’espressione l’incanto dell’ar- monia , più analoga al sentimento. Esempi.
Rendo me a voi. A voi rendo me. Mi rendo a voi. Rendami a voi. A voi mi rendo.
Vi rendo me Rendomivi. Vediamo ora in qual circostanza impie- gar debbasi l’una
anzi che l’altra di que- ste differenti forme. Rendo me a voi. Questa
espressione e- spiime che chi parla , vuol far sentire a colui cui dirige la
parola, i.°il valore che attacca alla sua propria persona 5 2. 0 l’esclu- sione
assoluta di ogni altro individuo a cui potrebbe rendersi. Esprimerà ancora la
sua idea con maggior forza , se dice : a voi rendo me j ma s’ei facesse uso
dell’espres- sione mi rendo a voi , i.° l’armonìa non avrebbe più la stessa gravità
; 2.° colui che parla farebbe intendere eh’ e’non si occupa quasi punto di se
stesso, ma che rapporta tutto il suo sentimento alla persona cui volge la
parola. Se poi volesse rendere la sua espressione più rapida , ciò che può
sovente esser necessario , direbbe : rèndo- mi a voi. Se vuol esprimere la
medesima idea con più di sentimento per la persona a cui parla , dirà : a voi
mi rendo. Di- cendo: vi rendo me , l’interesse principale dirigesi sull’
oggetto dell’ azione. Da ulti- mo se la persona ch’esprime il suo senti- mento
trovasi in una situazione che gli dia a pena il tempo di enunciar la sua idea ,
dirà : réndomivi , espressione rapidissima. Eccovi , o giovanetti , un saggio
della prodigiosa ricchezza della lingua italiana } quindi fatevi a considerare
qual posto ella occupar deggia tra le altre lingue. DEL GENERE. I nomi della
lingua italiana sono stati distribuiti in due appartate classi , relati-
vamente al genere j 1’ una comprende gli esseri maschi e quelli cui si è
attribuito il genere maschile , l’altra comprende gli esseri femminini e tutti
quelli ai quali essi quest’ ultimo genere attribuito. Dicono alcuni grammatici
che se i no- mi fossero alla natura delle cose conformi avrebbero ad essere in
ogui lingua tre ge- neri , il maschile, il femminile, e il neu- trale ,
comprendendosi in quest’ ultimo , siccome nell’inglese idioma, i nomi degli
eDti inanimati , che non han sesso. Ma i i creatori delle lingue , non avendo
alcun riguardo al picciol comodo che sarebbe da tal distinzione risultato ,
hanna in ciò se- guito il caldo dell’imaginazione , anzi che un freddo
ragionamento , e dando vita e moto a quanto per occhio e per mente si gira ,
dietro alle regole dell’ analogìa , at- tribuirono il geoere maschile agli enti
i quali , considerati nelle relazioni analoghe agl’individui animali comparati,
riferi vansi ad essi pel vigor delle membra , per la forza, per gli effetti da
essi prodotti, ed anche per la material forma del nome me- desimo 5 e
compresero nel femminil ge- nere quelli che , per le relazioni loro col debil
sesso, rassomigliavansi maggiormente agli enti in lui contenuti. Ma poiché 1’
imposizione del genere , dietro le regole analogiche, è nata dal con- fronto
degli enti inanimati con gli anima- ti j e questo essendo conforme al ragguar-
damento e all’ atto del comparare e dello scernere le convenienze e le
discrepanze dei diversi popoli , ne segue , che i nomi medesimi aver deono
nelle lingue disfor- me genere , quantunque volte nella com- parazione vengono
ad affrontarsi due qua • lità disformi. Quel popolo, per esempio , il quale
d’un ente disanimato considerò principalmente la fecondità e la vaghezza delle
forme o altre qualità al femmineo sesso appartenen- ti , attribuìgli per questa
ragione il genere femminile ; e quello , il quale dell’ ente medesimo risguardò
principalmente la for- za , la robustezza o altra proprietà degl’enti del
maschio sesso , 1 ’ ascrisse per tal riguardo fra i nomi di genere maschile.
Un’ altra ragione della differenza dei ge- neri sono i linimenti , dati ai
diversi no- mi , le più volte a caso , ma tal Hata per una certa analogìa coi
nomi delle lingue onde essi erau tratti , sì come in quelle avean già fatto da
altre , e così via via. La desinenza naturale dei nomi dell’ i- dioma italiano
essendo sempre una voca- le , per essa conoscer debbesi il genere dei nomi $ ed
ecco le regole generali a ciò ne- cessarie. Son maschili : 1. I nomi in o,
tranne mano , spiganurdo . 2 . I nomi in me } eccettuato arme, fa- me , speme (
voce poetica ). 3. I nomi in re j salvo febbre , polvere , scure , torre. 4 * I
nomi in nte$ eccetto gente , lente , mente , semente. 5. Le vocali i , o , u 5
le consonanti b , c > à , g , p , q, t , v\ L’ uso e ’l dizionario
insegneranno agli studiami le altre eccezioni alle quali que- ste regole vau
soggette. Son femminili ; 1. I nomi
terminati in a : tranne ana- tema , poema , diadema , dramma , epi- gramma ,
problema , tema , ed altri derivati dal greco. 1 nomi in i j eccettuati abbiccì
, bar- bagianni , di , e i composti di questo medesimo nome, lunedì , martedì ,
ec., brindisi , guastamestieri , diesi, ambassi. Si eccet- tuai pure tutti i
nomi terminati in t che non han singolare. I nomi in n : fuorché Corpi , /neu,
pianta , Perà , e qualche altro. Parole d’ambi i generi. Aere , arbore ,
carcere ( il plurale 9 carceri , è sol femminile ) , cenere , ( il plurale
ceneri , è femminile ) , dimane , significante il principio del giorno , è fem-
minile } nei senso di dimani , è maschile} Jine e folgore , fonte , fronte , (
in prosa, femminile, e in poesia , dei due generi), Genesi , margine , e solo
femminile nel senso di cicatrice , noce , ordine , è pre- feribilmente maschile
9 nel senso di ordi- Digitized by Googie 64 ne religioso , oste , nel senso di
esercito, è femminile , quando significa albergato- re , è maschile , trave ,
serpe. DEL NUMERO Nomi maschili. Regole. Singolare. Plurale. a mutasi in i.
Dramma, drammi. e i Padre , padri. o i. Fratello, fratelli. io j o ii . Tempio,
tempj o tempii. io ìi. Natio, natii. ckio chi. Occhio , occhi. glio gli.
Periglio, perigli. ciò ci. Bacio, baci. gio , gi. Agio , agi. . aio aj o ai.
Portinaio, portinaio portinai. ca chi. Duca , duchi. co chi. Cuoco, cuochi. go
ghi. Luogo, luoghi. I nomi maschili , qualunque sia la lor desinenza nel minor
numero , comune- mente finiscono in i nel numero maggio- re. Ravvi ciò non
ostante alcune parole Digitized by Google 65 d’ una cadenza irregolare , come
uomo , uomini j Dio , Dei j bue , ùuoi. Le terminazioni cìiio , gZù) , c/o ,
g/o, diyentan plurali mediante la soppressione dell’ultima vocale, 1’/ non
essendo al sin- golare che come lettera modificativa del suono. Tutti i nomi in
co , e in go , compo- sti di due sillabe solamente prendono una h al plurale
avanti l’ultima vocale , salvo i tre seguenti : greco, mago, porco , che fanno
greci , magi , porci. Nelle parole in co composte di più di due sillabe, questa
desinenza trasformasi in chi, quantunque volte venga preceduta da una
consonante -, ma se poi sia preceduta da una vocale, cangiasi co, in ci, tranne
i seguenti : abaco , antico, carico, aprico, beccafico , pudico , rammarico ,
fondaco , manico, opaco, stitico, traffico, ubbria- co e qualche altro che prendon
Yh al plu- rale. Nelle parole finite in go, di più di due sillabe , se questo
finimento sia preceduto da una consonante , go trasformasi in ghi, come albergo
, alberghi. Se sia preceduto 5 Digitized by Google 66 da una vocale ,
trasformasi parimente in giù, eccetto alcuni nomi, come asparago teologo , ec.
, che fanno asparagi , teolo- gi , ec. Noim Femminili. Regole. Singolare.
Plurale. a cangiasi in e. Casa , case. e i. Madre , madri. 0 i. Mano , mani.
eia ce. Faccia, facce. già 8 e ' Bragia , brage. già gle. Bugìa , bugìe. ca
che.' Parca , Parche. 8 a ghe. Verga , verghe. I nomi femminili terminati in a
, can- gian questa vocale in e : i nomi finiti in e od in o , mutano queste
vocali in i , al plurale 5 i nomi in eia e in già , trasfor- mano queste
cadenze in ce e in ge , a meno che l’accento tonico non cada sulla penultima
vocale, come in bugìa j allora, bisogna necessariamente conservare al plu- rale
l ’ i del singolare , per esser sì fatta Digitized by Google 6 7 vocale parte
integrante della parola , men- tre, nel primo caso, vi si trova come let- tera
modificativa del suono. Le desinenze ca e ga trasformansi in che e ghe , senza
veruna eccezione. Finimenti invariabili. Singolare. Plurale. a Bontà , bontà. è
Piè , piè. i Crisi , crisi. ìt Virtù , virtù. ie Specie , specie. Ogni parola
terminata in vocale accen- tata , è invariabile ; le femminili in ie , del paro
, salvo la voce moglie , di cui il plu- rale è mogli. Osservazioni particolari.
Anello , Anelli o anella. Braccio , Bracci o braccia. Molti nomi in o , hanno ,
al plurale , la desinenza ia i e in a, con la quale di- * Digitized by Google
68 ventan femminili. Sovente l’una di queste terminazioni è preferibile all’
altra , o per l’armonìa, o per l’eleganza, o perchè di- venuta più familiare
per 1’ uso. Il nome legno ha tre differenti forme al plurale: legni , legne ,
legna. La prima è il nome specifico j la seconda e la terza disegnano il legno
da bruciare. Miglio , moggio , staio , paio , novo, fanno al plu- rale , miglia
, moggia , si aia , paia , fio- ra. Gesto e gesta , gesti e geste al plurale.
Osso , fa ossi e ossa e non già osse , ec. Le altre irregolarità su questo
punto sono unicamente poetiche , tali sono le forme agora , borgora, corpora ,
letlora, e c., in vece di aghi , borghi , ec. , impiegate da- gli antichi e da
Sannazzaro e dail’Ariosto per la rima dei versi sdruccioli. Sonvi dei nomi che
, dietro la natura delle cose eh’ esprimono , o per una con- seguenza della lor
origine , non posson es- ser impiegate che al singolare , come, me- le , prole
, mane , per mattina , ec. , ed altri di cui non puossi far uso che al plu-
rale , come nozze , molle o molli , ec. Le parole eh’ escono nel minor numero
Digitìzed by Google 69 in doppio finimento, prendono pure nella caduta del
maggior numero doppia desi- nenza , secondo le variazioni di cui ab- biam di
sopra fatto motto. Singolare. Plurale. Arma , j Arme. ) Arme , j Armi. J '
Canzona , ) Canzone. Canzone , j Canzoni. Do fine, o giovanetti, al numero, a
que- sto secondo accidente o passione del no- me , non men del primo notabile ,
cioè del genere, con farvi osservare di esser prin- cipio di ragione eli’ i
nomi propri d’ un individuo , come Demoslene , Cicerone , Virgilio , Orazio ,
ec. , non si potendo con sè medesimi adduare nè intreare , non han per
conseguente nè sentimento nè for- ma del secondo numero. Nondimeno al- lorché
sotto vesta di figura o colore ret- torico s’ adoprano siccome nomi di specie,
ad accennare i sommi oratori , quali fu- rono Demostene e Cicerone , e i gran
poeti, quali furono Virgilio ed Orazio , piglia- Digitized by Google 7 ° no
aneli’ essi la nota propria del numero maggiore , i Demosteni , i Ciceroni ,
ec. Degli Aumentativi e dei Diminutivi . Fa di mestieri, o giovanetti, ch’io vi
discorra di quello scemamento ed accre- scimento di significato dei nomi, il
quale fassi col crescergli una o più sillabe , per esprimer una modificazione
dell’idea pri- mitiva. Nou solo i nomi , ma i modifica- tivi ancora, van
soggetti a questi acciden- ti 5 onde nell’ italica favella tragge il di- scorso
sì soave grazia e leggiadrìa, cotanta forza e brevità , e 1’ oggetto medesimo
in tanti e sì vari aspetti appresentato viene che in nullo può raffigurarlo la
mente che con atto similissimo noi ritragga la scrit- tura. Aumentativi. I. Cavallo
, Donna , Cavallone. Donnone. Gli aumentativi formansi col mutar de- gli
aggiunti l’ultima vocale in one , desi- nenza alla quale si è data l’
attribuzione di esprimere una idea di grandezza. Una parola femminile ,
aumentata in tal guisa , diviene maschile. Così donnone è del ge- nere
maschile. E’ pare che , con l’ aumento della massa e delle forze fisiche , l’
indi- viduo prenda pur le forme del più forte sesso. II. IFomo , Omaccio, Donna
, Donnaccia. Il suono delle desinenze accio e accia desta da sè stesso l’idea
del disprezzo. III. Popolo Popolazzo. Giovane , Ciovanastro. Queste cadenze son
pure nota di di- sprezzo. Belli , Grasso , Fresca , Grande , Giovane , Bacio ,
Belloni. Grassotto. Ì Frescozza. Frescoccia. Grandaccio. Giovanotto. Baciozzo.
Queste terminazioni sono ancor proprie degli aumentativi 5 il tempo e lo studio
posson soli mostrarne agli studiosi il senso ed il valor preciso. Diminutivi.
I. Fianciullo , Fanciullino. Figliuolo , Figliuoletto. Bocca , Boccuccia. Poeta
, Poetuzzo. Libro , Libricciuolo. Prato , Praticello. Pazza , Pazzarella. Uomo
, ( Omicciatto i n • • . . 1 Omicciattolo. A ritrarre le modificazioni per
mezzo di sì fatti diminutivi ombreggiate circa al me- nomamento nel significato
primiero dei vo- càbolo , è necessario far sentire il carat- tere di
ciascheduna delle precedenti desi- nenze. La prima , ino , esprime non solo la
picciolezza dell’ oggetto , ma talvolta pur quell’ affezione e quella tenerezza
che la natura c’ ispira per gli esseri che han più bisogno del nostro soccorso.
I nomi in tal foggia modificati fan supporre , negli og- getti che disegnano ,
una grazia ed una va- ghezza particolare , e la desinenza medesi- sima dipigner
sembra questa idea. La seconda, etto , puot’ esprimere, i.° una semplice idea
di picciolezza, come nella forma giardinetto , quando Boccac- cio disse :
presero inverso un giardinetto la via\ 2. 0 esprimer può la picciolezza a un
tempo e la grazia , come i 1 paroletta , diminutivo di parola , alloichè Dante
dis- se : per le sorrise parolette brevi } 3 .° può dinotare un’ espressione di
picciolezza e di disprezzo , come in ometto , picciol uo- mo , del seguente
esempio di Caro : dii è questo ometto che ci è venuto a dir vil- lanìa in casa
nostra ? La terza cadenza , uccio , esprime na- turalmente un’idea di
picciolezza, ma può pur rappresentare un’idea di disprezzo o di grazia.
Soderini (Trattato della coltiva- zione ) offreci un esempio del primo senso
nella parola carruccio , dicendo : si può far portare .... con carrucci. Matteo
Vil- lani porgeci un esempio del secondo senso nella voce cappelluccio ,
dicendo: con vii cappelluccio. Boccaccio, in fine, ci dona un esempio della terza
modificazione, di- cendo con una boccuccia piccolina. La quarta , uzzo ,
impiegata come se- gno di picciolezza , relativamente ad una persona , indica
un’estrema magrezza , este- nuazione in un ente al di sotto delle pro- porzioni
ordinarie j ma esser può pure nota di grazia. Essa esprime la prima idea nella
forma tisicuzzo dell’esempio di Boccaccio: sì tisicuzzo mi parete. Si ravvisa .
1’altro senso nella parola occhiuzzo , di- minutivo di occhio , nel seguente
esempio, cavato dalla Fiera di Buonarroti : ha ella più quegli occhiuzzi
ribaldi , che mi fer pazziar ? Digitized by Googie 75 La quinta , icciuolo ,
può dinotar sem- plicemente la picciolezza, ma puote esser anco l’espressione
del poco conto che fassi dell’ individuo così qualificato. L’ Ariosto ci dà 1’
esempio della prima significazione nella parola omicciuolo dicendo : gli di-
mostrò 7 bruttissimo omicciuolo j e Boc- caccio ci presenta l’altra
significazione nel- 1’ esempio seguente : era un buòno omic- ciuolo d' un loro
bellissimo giardino or- tolano. La sesta, elio, può disegnare una sem- plice
idea di picciolezza tìsica oppure di disprezzo per la persona così qualificata.
Boccaccio offre la prima idea nella parola campanella , dicendo : quando
udirete so- nar le campanelle , venite qui. Firenzuo- la , nel suo Asino cC oro
esprime l’ altra idea con la voce procuratorello , allorché disse : che dirai
tu d' un certo procurato- rello il quale , perciocché e’ disse non so che
contro di lei , ella il fece diventare un montone ? La settima , icello , può
dimostrare , i .° la semplice picciolezza dell’ oggetto } 2 .° il disprezzo per
1’ oggetto } 3.° un certo iuteresse e rispetto per l’ individuo. Si rav- visa
la prima di queste signifizioni in tra- vicello , quando Boccaccio disse:
sconfitta dal travicello j la seconda r nella parola fraticello , adoprata
dallo stesso autore : fraticello pazzo } la terza , nella parola medesima ,
allorché Petrarca disse : e i neri fraticelli } e i bigi , e i bianchi. La
ottava , erello , additar può la sem- plice picciolezza dell’oggetto ed anco
l’idea del disprezzo che ispira la leggerezza dì lui. Redi ci fornisce
l’esempio della pri- ma significazione nella parola coserella , dicendo ; i
libri sono tutte coserelle stam- pate in questa città } la seconda nella voce
pazzerello , nel seguente esempio di Fi- renzuola: eh , pazzerello , disse mona
Mé- chera , ve' quel che tu di'. La nona , iccialto , esprime il più pro- fondo
disprezzo. E’ pare che colui il quale fa uso di questa modificazione abbia l’in
— tenzione di ridur l’oggetto all’ultimo grado di depressione. La Crusca ce ne
sommi- nistra 1’ esempio seguente : egli è un certo omicciatto , che non è
nessun di voi che 9 reggendolo , non l'avesse a noia. La decima desinenza ,
ìccìattolo , espri- me la medesima idea che la precedente , ma è nota d’ un più
vivo disprezzo che l’ individuo c’ ispira. L’ esempio seguente , tratto dalla
Crusca , ad evidenza lo di- mostra : Non potrà fiaccare con armi si poderose V
orgoglio ad un feccioso omic- ciattolo quel gran Dio ? Modificando 1’ aggettivo
invece del no- me qualificato , possonsi in italiano espri- mere con
altrettanta precisione , varietà e grazia le più dilicate modificazioni dei no-
stri sentimenti , come rilevar puossi dai seguenti esempi : Guardo le lunghe
sottilette dita. D. o Semplicetta farfalla al lume avvezza. P. Amorosette e
pallide viole. P. Modificar possiamo ancora il nome e 1’ aggettivo a un tempo
stesso : Con un vasello snellello e leggiero. D. Così le idee si moltiplicano e
1’ espres- sione conformasi al più fugace pensiero. Impossibil cosa è assegnar
regole positive su queste sorti di modificazioni onde la nostra lingua abbonda
j il tempo e lo stu- dio posson soli farle conoscere ai discenti. Digitized by
Googie 7 8 Sonvi pure molti avverbi suscettibili di queste diverse
modificazioni : bene , beni- no , assai bene , benone , benissimo. Havvi di
doppi aumentativi e doppi diminutivi : ladro , ladrone , ladronaccio ; cosa ,
coset- ta , cosettina. Ciascuna desinenza esprime una particolar modificazione
: tra le seguen- ti , di cui la voce vecchio è suscettibile, vec- chietto ,
veccliiuzzo , vecchierello , vecchiot- to , vecchierellino , vecchiettino ,
vecchic- cio , vecchi cciuolo , vecchino , evvi una differenza che l’ uso e la
pratica c’ inse- gnano a gradatamente sentire. Parecchie di si fatte
modificazioni sono una sorta d’ir- regolarità e che , per conseguente , P uso solo
può far conoscere agli studiami , co- me amarognolo , un poco amaro , giallo-
gnolo , color giallo, ma sparuto, cattivo rossigno , rossiccio , che ha lo
stesso si- gnificato $ mediconzolo , medico ignoran- te. Havvi pur delle parole
che , mediante queste modificazioni, posson ricevere due ed anco tre
qnalilìcazioni ad un tempo. In occhiettuzzaccio , che è la parola oc- chio ,
pervenuta , per queste gradazioni , occhio , occhietto ) occhiettuzzo ,
all’espressione occhìettuzzaccìo , son comprese tre differenti modificazioni
cioè: i.° il dimi- nutivo semplice etto , occhietto j 2. 0 la mo- dificazione
di carezza , uzzo , occhielluz- zo j 3.° quella di dispetto e di corruccio,
accio , occhiettuzzaccio. DEI PRONOMI. Variazioni del pronome Egli. Singolare. Plurale.
Soggetto . . egli eglino. di lui di loro. a lui , gli , li . . a loro , loro.
da lui da loro. Oggetto ... lui , lo, il ... . loro, gli, li. Rapporti di
dipendenza Variazioni del pronome Ella. Singolare. Plurale. Soggetto Rapporti
di dipendenza Oggetto . . ella di lei ... . a lei , le . . da lei ... . lei, la
. . . • elleno, di loro, a loro , loro, da loro, loro , le. In qnesti pronomi sonvi , o giovanetti , due
forme per l’ oggetto e due pel rap- porto di dipendenza } 1’ uso di esse è fon-
dato su lo stesso principio che si è stabi- lito per l’impiego delle forme mi,
ci, ti , ec. ; me, noi, te, ec. Gli stessi princìpi accenneranno pure il
collocamento che sì fatti pronomi occupar debbono nel di- scorso. La forma li ,
o gli , sia pel rapporto di dipendenza al singolare , sia per 1’ og- getto al
plurale , impiegasi innanzi ad una parola nè per vocale nè per s seguita da un’
altra consonante : E li condanna a sempiterno pianto. P. Innanzi ad un verbo
che non comincia nè per vocale nè per s impura , puossi impiegare il per lo,
ciò che rende l’espres- sione più graziosa : Tu 7 dei saper , poiché tu oien
con lei A tornii ogni mia pace. Buonar. Il pronome il , preceduto dalla parti-
cella non , legasi con essa per comporne la fonila noi : Io noi oidi, e però
scriver noi posso. D. La forma gliel ( glielo ) risulta , quando il pronome gli
, è accompagnato da uno dei pronomi lo, li, la, le , ne , e for- masene una
sola parola, frapponendosi la lettera e per conservare alla forma gli il suono
infranto che le è naturale : Non gliel celai, ma tutto gli el apersi. D. Invece
delle forme lui , lei , loro , deb- besi impiegare il nome personale se in
qualunque rapporto si sia , ogni volta che queste forme sono identiche col
soggetto della proposizione : 1? amata spada in sè stessa contorse. P. La
elissi può sottintendere la preposi- zione a dinanzi alle forme lei e lui :
OndC io risposi lei. D. Ma per dar lui esperienza piena. D. Le parole che nelle
seguenti frasi ellittiche abbiam restituite tra parentesi , evidentemente ci
dimostrano che le forme te , lui , me , ec. , vi si trovano non come soggetto ,
ma bensì come oggetto , o co- me complimento della preposizione in sot- tintesa
: Credendo esso chi io fossi ( in ) te , m ha con un bastone tutto rotto. B. Io
v ho creduto esser ( in ) lui. B. — Maravigliossi forte Tedaldo , che alcuno .
6 intanto il somigliasse , che fosse credulo ( essere in ) lui. B. — E ciò che
non è ( in ) lei odia e disprezza. P. (
Io chiamo ) felice te , che si parli a tua po- sta ! D. Varie forme dei pronomi
egli , ella. Ei per egli. — Ed ei sen gl come ven- ne veloce. D. E' per egli. —
Quel di retro muove ciò eh' e' tocca. D. Ei per eglino. — Ei son fra V anime
più nere. D. E' per eglino. — Cortesemente gli do- mandò chi $ fossero. B. Elle
per elleno. Chente eh' elle si Altri pronomi che esigono un' attenzione
particolare. Questi e cotesti significano quest’ uomo} quegli , quell’ uomo
Questi pronomi usansi ordinariamente per disegnar individui della specie umana
Digitized by Google 83 solamente. Questi mostra 1’ individuo vi- cino a, colui
che parla : Questi che mai da me non jìa diviso . D. — Cotesti , ap- presso a
colui cui si parla : Cotesti che ancor vive e non si noma. D. — Que- gli
accenna l’individuo lontano dall’uno e dall’ altro : Quegli è desso. D. Que-
ste parole rappresentar debbono solo il soggetto della proposizione. Il pronome
quei è una sincope di que- gli , ed è sommesso alle medesime regole : E come
quei che con lena affannata , Uscito fuor del pelago alla riva , Si volge all'
acqua perigliosa e guata. D. Si ha qualche esempio di questi , cote- sti ,
quegli , usati per additar il soggetto, ancorché non si riferiscano ad uomo ,
co- me nel Boc. Dall' una parte mi trae l'a- more , e dall' altra mi trae
giustissimo sdegno : quegli vuol eh' io ti perdoni , e questi vuole che contro
a mia natura in te incrudelisca. Ma quest’ esempio non è da imitarsi. Il
pronome altri è pur adoperato per le enumerazioni nel medesimo senso che la
parola chi : Altri fa remi , ed altri
volge sarte. D. Il pronome altrui puot’ essere impiegalo m tutti i rapporti ,
ma rappresentar non dee il soggetto : Se tu incateni altrui senza catena. B.
Forse , a te stesso vile , altrui se* caro. P. Amor negli anni altrui stagion
rin- verde. Buonar. L’ elissi può sottintendere , dinanzi al- trui , le
preposizioni a , e di : Io reputo gran follia quella di chi si mette senza
bisogno a tentar le forze dello ( di ) al- trui ingegno. Boc. La quiete onde
sei privo ( a ) altrui presenti , E quel riposo eh* anzi al nascer muo- re !
Buonar. Indipendentemente dalla preposizione di l’ elissi può pur sottintendere
la parola qualificata da questo pronome : Il lavora - ior del podere si dee
guardare di tor V ( a- vere di ) altrui. Novelle antiche. La differenza tra i
pronomi esso ^ essa , egli , ella , consiste in ciò : questi ultimi sono
impiegati ordinariamente per esseri Digitized by Google 85 animati , ed i primi
per tutti gli esseri inanimati , quantunque i maestri dell’arte non abbian
seguito strettamente nè l’uno nè 1’ altro di questi princìpi : Dinanzi ad essi
non eran salvati. D. Le forme desso , dessa , ec. non pos- son adoperarsi che
coi verbi essere , pare- re , sembrare , e simili , e non posson a- ver luogo
nel discorso che per esprimere un’ idea identica col soggetto : Questi è desso
, e non favella. D. Tu non mi par ( esser') desso. B. ElV è ben dessa , ancora
è in vita. P. . I pronomi costui , quest’ uomo , costei , questa donna , che
fanno nel maggior nu- mero costoro , mostrali la persona dap- presso a colui
che parla : Diceanj chi è costui che senza morte , Va per lo regno della morta
gente ? Dante. Colui , quell’uomo , colei , quella don- na , di cui il plurale
è coloro , disegnano persone lontane ; /’ son colei che ti die ’ tanta guerra.
P. Quest ’ è colui che 7 mondo chiama Amore. P.
Questi pronomi posson esser impiegati in tutti i rapporti coi segni
relativi, e quan- do son collocati nel discorso come quali- ficativi d’ un nome
precedente, se, pere- leganza , vengan collocati dinanzi al nome eh’ essi
qualificano , bisogna assolutamente sottintendere la preposizione di. Nel co-
stui regno. P. Al colei grido. B. Lui e lei posson essere una sincope di colui
e colei , Ringrazio lui Lo qual dal mortai mondo m ha ri- moto. P. Alzando lei
che ne’ miei detti onoro. P. La particella ne , impiegata come pro- nome ,
significa di questo , di quello , ec.: Dimandatene pur Vistone vostre. P. I
pronomi colestui , quest’ uomo , co- test ei , questa donna, di cui il plurale
è colesloro , sebben oggi poco in uso , pos- son tuttavia usarsi nello stil
famigliare , ma sol per indicare le persone vicine a colui cui volgesi per punta
il discorso : Se colestui se ne fidava , ben me ne pos- so fidar io. «7 Perchè
battete voi cotestoro? Novelle antiche. Allorché il verbo d’una proposizione
determinativa riferiscesi al soggetto della proposizione precedente, accordarsi
dee col soggetto medesimo il verbo della proposizione determinativa! Jo son
colui che tenni ambo le chiavi Del cuor di Federigo. Dei verbi e dei participi.
Nella decomposizione della proposizione, vi si è fatto, o giovanetti, chiaramente
vedere eh’ella rinchiude un soggetto ed un attributo, cioè una idea sentita
esistere nel nostro spirito, ed una idea sentita esistere in quella. Vi si è
fatto, se ben vi ricorda , aperto che 1’uomo, messosi a SIGNIFICAR – H. P.
GRICE -- per parole i propri concetti, da principio gli ritrasse per semplici
gridi – H. P. GRICE: OUCH --, per sospiri, per atteggiamenti, per cenni, ec., e
che il primo stato della proposizione si fu d’esser espressa completamente con
un solo di sì fatti segni. Ma quando incominciarono i primi uomini a decomporla
ed imaginarono di tradurre nella lor artifiziata favella il grido o’l gesto
ordinato a dimostrar resistenza dell’individuo, per sè semplicemente, o per sè
e per ALTRUI – H. P. GRICE: ADDRESSEE -- parlante, ed unirono queste parole
all’interiezione, è chiaro che questa non ha ad esprimer più il soggetto, ma
bensì 1’attributo. Or, noi abbiam veduto che, degl’elementi della proposizione,
i veibi sono i soli che esprimono un attributo. Adunque, l’interiezione eh’è
una proposizione intiera, è ridotta a non esser più che un verbo. Quando dico “ahi,”
questa interiezione, questa esclamazione, questo grido, SIGNIFICA – H. P. GRICE
-- l’intera proposizione: “io soffro” – “I am in pain” – H. P. Grice: “As dark
clouds ‘mean’ rain – the pain is the CAUSE of the ‘ahi,’ which is the
CONSEQUENTIA. Ma tosto che dico io “ahi,” “ahi” non significa più che
l’attributo “soffro,” o, “sono sofferente.” Ecco dunque, o giovanetti, il
secondo elemento del discorso, il verbo, questa parola sì maravigliosa, sì
ineffabile, trovata naturalmente, scoverta necessariamente, che ha sortito in
particolare il nome che comunemente a tutti è dato, per mostrar la preminenza
ch’egli ha sopra gli altri segni degli umani intendimenti – H. P. Grice: “In
the beginning was the word” -- Il verbo non ha alcun senso, non esprime verun
giudizio senza un soggetto $ del paro che il soggetto non esprime alcun
giudizio senza un verbo. Esso esprime l’idea che rappresenta come esistente
realmente e positivamente in un’altra e per conseguenza rinchiude l’idea di
esistenza j però è suscettibile di tempi. L’esprime come destinata ad esistervi
e a modificarla, e però suscettibile di modi. Esprimendo dunque il verbo l’idea
sotto forma attributiva, dee conformarsi al suo soggetto in numero ed in
persona. Se poi venga degli accidenti e di persona e di nu- mero e di modi
dispogliato , esso si ri- solve nel modo indefinito, cui noi chia- meremo
participio. Perchè manifestamente si vede che , di tutte le forme del ver- bo ,
quella del participio presente debbesi considerar la primiera , non tanto per
la proprietà sua d’accennar l’idea principale, quanto per essere stata pria
d’ogni altra creata: io esistente } noi esistenti ; fu que- sta la primitiva maniera
di esprimersi de- gli uomini. Ogni verbo a un modo definito è dun- que un
attributo, cioè esprime eh’ una ma- niera di essere è attribuita a un soggetto
; ed ogni attributo è un verbo , o almeno rinchiude un verbo j consiste sempre
a dire che un suggetto esiste in genere, od esiste di tal maniera particolare.
Questa verità ci mena a conoscere , o giovanetti , che , per non essersi , per
di- fetto di lume di ragione , scorta 1’ armo- nìa dei segni coi concetti di
cui fan ri- tratto , s’ introdussero fra i verbi molte inutili, anzi erronee
distinzioni, chiaman- dogli altri attivi , altri passivi , altri neu- tri,
altri uni-personali , altri riflessi , altri infine con altri ridicoli nomi ,
informe par- to d’ ignoranza e di errore. È manifesto dunque che tutti i verbi
sono verbi di stato , perocché tutti espri- mono che un soggetto è d’una
maniera o d’ un’ altra. Che questa maniera di essere sia transitoria o
permanente , passeggierà o durabile ; che consista a fare od a sof- frire , a
ricevere o a produrre , nulla ri- leva 5 è sempre una maniera di essere, uno
stato. Tutti i verbi a questo riflesso son simili. Che si dica , amo , dormo,
son battuto , tuona , si diporta , si accenna sempre, io sono d’una maniera o
d’un’altra. In fatti le anzidette proposizioni amo , dormo , son battuto ,
tuona , si diporta , Digitized by Google 9 * non esprimono tutte se non
tìn’accidental maniera di essere , come vedesi aperto , traslatando le predette
forme nelle primiere loro equivalenti io sono amante , io sono dormiente } io
son battuto } il cielo è to- nante j egli è diportante se j ove ognun vede eh’
altro non affermasi in ognuna , se non che ’1 subbietto è , o nel modo mo-
strato dall’ aggiunto amante , o io quello accennato dall’ aggiunto dormiente ,
o in quello significato dagli aggiunti battuto , tonante , diportante. La sola
distinzione che s’ ha a fare tra i verbi è quella che consiste ad esser com-
posti d’una o di più parole. In fatti nel- 1’ origine del verbo , allorché
nasce , per così dire , dall’interiezione , separando da questa il soggetto
della proposizione , i verbi son tutti composti di un sol segno che rinchiude
due idee, cioè l’idea generale di esistenza – H. P. Grice, “Aristotle on the
multiplicity of being” -- , e l’idea particolare d’una certa specie di
esistenza, e che rappresenta queste due idee sotto forma attributiva. Poscia ,
il bisogno di esprimere in gene- rale eh’ un soggetto è , esiste , senza dire
come , ha fatto imaginare il verbo essendo , esistendo; ma quando poi avvi-
saronsi gli uomini di crear degli aggiunti, vale a dire di formar dei segni che
rap- presentassero tutte le idee sotto forma at- tributiva , come potendo
esistere in altre , senza però esser dette esistervi , allora ac- coppiando o confondendo
col verbo primo essendo questi nuovi segni, si formarono tutti i verbi e tutti
gli attributi possibili , e tutti differenti tra loro come lo sono i diversi
modificativi che li compongono. Così io sono amante , sono leggente , son
debole , sono infelice , sono altrettanti verbi come corro , scrivo , passeggio
, donno . Solamente , i primi son formati di due segni j i secondi d’ un solo j
le parti com- ponenti son separate in vece d’ esser con- fuse. Ecco tutta la
differenza. Impertanto tra tutti gli aggettivi essendo è il solo che rinchiuda
l’ idea di esisten- Essere ed esistere
non son mica perfettamente sinonimi. Essere esprime più ordinariamente 1’esistenza
intellettuale, con astrazione dalla sua realtà fuori del nostro spirito; ed
esistere pigne più par- ticolarmente 1’ esistenza positiva e reale , indipen-
dentemente da noi. Dlgitized by Google 94 za , ciò che lo rende un vero
participio , cioè un verbo al modo aggettivo. E per- chè il solo che esprima
l’idea di esisten- za , ei solo puote aver tempi ; giacché non havvi che 1’
esistenza la quale sia suscet- tibile di durata , e , per conseguenza , di
epoche nella durata. Quindi questo parti- cipio ha due forme differenti }
essendo , pel presente , e stato , pel passato. Pertanto considerati i verbi in
riguardo alla virtù loro eh’ è d’ accennar l’esistenza degli enti , essi
appartengon tutti ad una classe. La sola differenza degna di nota si è , com’
ho di sopra accennato , quella che nasce dal valor proprio degli aggettivi ,
onde son composti , altri dei quali accen- nano un’ esistenza assoluta , ed
altri una maniera d’ essere relativa ad un ente , il cui nome ha ad esser
complimento dell’ ag- giunto col quale il primo verbo è confuso. Ordinar
regolarmente le variazioni d’un verbo nei suoi accidenti di modo , tem- po ,
numero e persona , è ciò che nelle scuole appellasi ordinariamente coniugare ,
coniugazioni \ voci formate dal nome ju- gum , giogo , e dalla preposizione curri
, con , che tanto suona , quanto por
sotto lo stesso giogo. Questa ragione converrebbe del paro alle declinazioni
dei nomi e degli aggiunti , e però non pare sufficiente per dar nomi differenti
a cose tanto analoghe. Chiameremo adunque, o giovanetti, declinazioni anco le
variazioni dei verbi , per non moltiplicar enti senza necessità – H. P. Grice:
Who needs to MULTIPLYor modify razors?” , e comprenderemo sotto questo nome
generico tutti i cangiamenti che subisce la lor forma primitiva. I verbi, come
di sopra si è mostro, esprimon sempre l’esistenza, sia una esi- stenza astratta
ed in generale, come fa il verbo essere , sia una esistenza particola- re , una
certa maniera di essere determi- nata , come fanno tutti i verbi aggettivi.
Quando i verbi esprimono puramente ed unicamente questa esistenza generale o
particolare, senza giugner alcun accessorio alla sua semplice enunciazione ,
essi non sono che semplicemente il nome di questa esi- stenza , sono ciò che
nomasi al modo in- dejìnito. Essere , per esempio , è il nome di questa
qualità, di questa proprietà che Digitized by Google 96 consiste ad essere, a
esistere, a non essere il niente. Leggere è il nome di questo stato particolare
, di questa maniera speciale di esistere che consiste ad esser leggente. Se poi
questi nomi , questi infiniti , su- biscan delle modificazioni , se lor si dia
una terminazione aggettiva che rappresenti la maniera d’essere, cui esprimono
non più come isolata ed indipendente , ma come potendo e dovendo appartenere ad
un ente qualunque , il verbo è ciò che appellasi il modo participio. Esso
diviene un vero aggettivo e ne fa tutte le funzioni. Ma se invece di dare al
nome verbale, all’infinito del verbo, una forma aggetti- va , gli si dia una
forma che rappresenti il secondo membro della proposizione , allora esso non è
più nò soggettivo , nè aggettivo , è un vero attributo , un modo dejìnito. Ecco
, o giovanetti , una mede- sima parola che fa successivamente l’ ufi- cio di
tre diversi elementi del discorso : è questa una prima parte delle declinazioni
del verbo. Il verbo , in questi tre stati di attribu- to , di aggettivo e di
nome , è suscettibile d’una seconda specie di declinazione , di quella , cioè ,
destinata a disegnare i suoi rapporti con gli altri segni della lingua. Cosi ,
nello stato di nome soggettivo , il verbo è suscettibile di esser d’ un ge-
nere e di notare i numeri e le desinenze , per esprimere , come gli altri nomi
, le sue proprie modificazioni. Quando il verbo è nello stato di agget- tivo ,
debbe , come gli altri modificativi , dinotare i numeri e le cadenze , per po-
tersi accordare coi sostantivi in tutte le circostanze. Da ultimo , quando il
verbo è attribu- to , fa di mestieri che esprima il rapporto di concordanza col
suo soggetto. Ma i verbi, oltre alle modificazioni su mentovate , esprimenti ,
nei tre differenti stati , le lor relazioni con le altre parli del discorso ,
hanno ancora un’ altra causa di variazioni } e questo terzo ramo di de-
clinazione è destinato ad esprimere delle modificazioni che son proprie e
particolari ad essi j giacché sempre esprimono una maniera di essere, di
esistere, che resi- stenza è suscettibile di durata , e che la durazione ha
necessariamente delle epoche e del periodi cui titil cosa è disegnare. Quindi i
tempi in ogni modo. Epperò fa d’ uopo , o giovanetti , eli’ io di entrambi yi
faccia parola , cominciando dai modi. Dei Modi dei Verbi. Divenendo un verbo
successivamente so- stantivo, aggettivo ed attributo , senza ces- sare d’esser
verbo , senza cessare di espri- mer 1’ esistenza , senza perder la proprietà di
aver dei tempi , eh’ è quella che lo di- stingue essenzialmente da tutti gli
altri ele- menti del discorso, è per sè manifesto che queste tre funzioni sono
maniere di essere differenti che gli appartengono , modi di- stinti di sua
esistenza , cui chiameremo con ragionate denominazioni , modo sostanti- vo ,
modo aggettivo e modo attributivo. Giovanetti , non vi lasciate illudere dalle
moltiplici, vaghe ed erronee denominazioni che i grammatici non filosofi hanno
appo- ste ai modi. Esse non sono che locuzioni sincopate , le quali ridotte
alla lor pienezza gle 99 coll’ adempimento delle dissi , risolvonsi sempre ai
tre modi indicativo , condizio- nale e soggiuntivo , sui quali estenderemo
ancora la nostra analisi. Il verbo , in questi tre modi , rappre- senta
egualmente l’attributo j esso significa che 1’ idea cui esprime è compresa in
un soggetto. Nel primo, lo dice positivamente ed assolutamente ; nel secondo ,
vi aggiu- gne un’ idea d’ incertezza , e nel terzo , una idea di dipendenza da
un altro verbo. Il modo condizionale non è che una gradazione , un uso
particolare del modo indicativo , gradazione eh’ è piuttosto un cangiamento di
tempo anzi che di modo; perocché esprime sempre qualche cosa di futuro , od
almeno di eventuale. Il modo soggiuntivo è assolutamente il modo indicativo ad
un caso obliquo , pre- cisamente come Caesaris è lo stesso nome che Caesar ,
giugnendovi solamente l’idea di dipendenza da un altro nome. Ciò è tanto vero
che talvolta si fa uso dell’ in- dicativo nelle medesime circostanze in cui s’
impiegherebbe il soggiuntivo : bisogna ch'io sia , e sento che sono j e
certamente loo in ambo i casi esprimesi
che l’ idea essere è T attributo dell’ idea io. 11 condizionale e ’l
soggiuntivo non son dunque veri modi del verbo } ma 1’ uno è una circostanza
particolare, e l’altro un caso obliquo del modo indicativo. Essi fan- no tutti
e tre parte del modo attributivo. Riassumendo dunque le nostre idee, di- ciamo
, che è nella natura del verbo di aver tre modi , il sostantivo , l’aggettivo e
T attributivo $ che nel primo , è suscet- tibile di tutte le modificazioni che
forma- no le declinazioni dei sostantivi j che nel secondo , subisce tutte
quelle che costi- tuiscono le declinazioni degli aggettivi $ che nel terzo ,
dinota sempre i numeri e le persone del suo soggetto $ che in tutti e tre ,
disegna i tempi , e che tutte que- ste alterazioni diverse compongono le sue
declinazioni. Ciò basti dei modi e trapas- siamo alla teorìa dei tempi. « « n
Dei tempi dei Verbi. Sono tre maniere principali di conside- rar 1’ esistenza ,
cioè di riguardarla come passata , come presente , o come a venire* Quindi
puossi il tempo partire in tre epo- che principali : presente , passato , e futuro.
Le idee di passato e d’avvenire non sono che relative all’idea di presente. Or,
nella durata come nello spazio , non po- tendosi determinar un punto se non me-
diante le sue relazioni con un punto co- nosciuto , considerar perciò dobbiamo
il presente qual termin fisso, ove appuntansi le dimensioni delle diverse parti
del pas- sato e del futuro. Il presente, nel discorso, s’ha dunque a riguardar
in un aspetto , perchè è sem- pre compresa nell’ istante dell’ alto della
parola. Non avviene lo stesso del passato nè del futuro , perchè un ente può
essere stato in tempo più o men remoto dall’ at- tuale istante della parola , e
puote aver ad essere in tempo all’ istante medesimo più o men lontano. Essendo
il carattere essenziale del verbo di esser un aggettivo , come di sopra si è
mostrato , il quale diviene un attributo od un sostantivo , secondo le idee che
• vi si aggiungono o che se ne tolgono \ ed
entrando il modo participio od aggettivo nella composizione di tutti gli
altri , co- minceremo perciò da questo, come offer- tasi questa formola pria
d’ogn’ altra all’ inda- gine dell’ uom parlante. Distingueremo dunque un
participio pre- sente essendo \ un participio passato stato , ed un terzo
participio composto di questi due essendo stato. Se dal modo aggettivo ,
passiamo al modo sostantivo , vi troviamo un presente eh’ è necessariamente un
tempo semplice, essere , ed un passato , composto dell'in- finito presente e
del participio passato , essere stato. Veniamo ora al modo attributivo. Esso
contiene una moltiplicità di tempi , per la ragione che quando il verbo è
attributo si ha più bisogno di esprimer tutti i gradi di sua significazione per
l’ esattezza e la precisione del discorso. Esaminiamo dun- que tutti questi
tempi l’ un dopo 1’ altro. II primo è il presente, io sono. Esso accenda
l’esistenza positiva, attuale ed as- soluta nel momento in cui si parla. Que-
sta forma è semplice , nè si potrebbe comporre , se non del participio presente
, sono essendo , il che formerebbe un so\erchio ripieno , una inutil
ripetizione. Il secondo , io sono stato , esprime una esistenza passata
assolutamente e compresa in un periodo di tempo in cui l’attual mo- mento della
parola è pur compreso , che chiameremo passato assoluto primo. Il terzo , io
fui , puossi considerare sic- come una variazione del precedente, e
differenziasi da esso in questo, ch’egli ac- cenna un’esistenza stata in un
periodo af- fatto fuor di quello in cui l’ attuai mo- mento è contenuto e che
chiamar puossi passato assoluto secondo. Il quarto , fui stato , ha la virtù di
ac- cennar un’esistenza stata in tempo passato e anteriore ad un periodo eh’ è
pure fuor del presente , cui chiameremo passato as- soluto terzo. Superfluo
affatto si giudica questo tempo, poiché la formola sono stato, distendesi a
quanto è trascorso dall’i- stante della parola al di là. Il quinto, io era ,
esprime un’esistenza passata di là dal presente ; ma 1* esprime nel medesimo
tempo come presente relativamente ad nn’ altra epoca. Per questa ragione nomasi
passato imperfetto , e me- glio appellerebbesi passalo presente. Puossi pur
accennare per esso l’esistenza attuale, come , per esempio , se rompendo uno il
mio pensamento , io sciamassi : io era fe- lice in questo momento. Il sesto ,
io era stato , esprime pure un’esistenza contemporanea ad una passata ,
un’esistenza presente in nn periodo passa- to , ma in un periodo anteriore ad
un al- tro di già passalo $ è un secondo passato relativo , un secondo grado
del passato im- perfetto. Dopo questi due passati che sono nel medesimo tempo
presenti sotto un altro aspetto e che per questa ragione chiame- remo tempi
relativi , per opposizione ai tre primi che sono assoluti , seguono due futuri.
Il primo, io sarò , pigne puramente e semplicemente 1’ esistenza a venire. Esso
si potrebbe chiamare il presente del futuro. Il secondo è realmente un fu- turo
passato , giacché esprime un’ esisten- za che sarà pria e fuori d’ un’altra
ch’ha a seguirla poi. by Googk io5 I tempi , detti condizionali o supposi- tivi
, perchè esprimono un’ esistenza la quale avrà luogo quando una condizione sarà
adempita od una supposizione sarà realizzata , sono , per la prima forma , io
sarei. Questo tempo ha un’analogìa evi- dente con la forma futura , coi tempi
im- perfetti o relativi e col soggiuntivo o su- bordinato. In effetti , sarei ,
significa io sarò se una tal condizione sarà adempita o quando una tal
supposizione si realiz- zerà. Esso è dunque un futuro riguardo all’atto della parola
: esprime una esisten- za a venire , ma ehè sarà contemporanea ad un’altra
esistenza , e però partecipa delle forme dei tempi futuri e dei tempi relativi.
Esprimendo inoltre l’esistenza co- me subordinata ad una condizione, ad una
supposizione, partecipa ancora delle forme del soggiuntivo o subordinalo'. I
tempi dun- que detti condizionali sono realmente i tempi relativi od imperjetli
dei tempi a venire. La seconda forma è , sarei stalo , esat- tamente la stessa
che sarei , giugnendovi un’ idea di passato. Essa accenna un’ esi- Digitized by
Google io6 stenza la quale , se avesse avuto luogo r sarebbesi incontrata con
altra di là da que- sta in ch’io parlo. È un vero futuro pas- sato relativo e
subordinato ad uua condi- zione. Riguardo all’ imperativo , diciamo che i
grammatici l’ han distinto con tal nome, perchè l’esistenza futura di cui egli
è il seguo , accennasi per esso imperativamen- te. Le formole sia egli 5 sieno
eglino , ap- partengono evidentemente al soggiuntivo , in virtù dell’elissi. In
quanto al soggiuntivo , esso non si puote adoperare , se non in una proposi-
zione dipendente , il quale accidente è ciò appunto che costituisce il
carattere e la virtù sua propria. Le sue formole sono, che io sia , la quale
accennar puote un’esistenza con questa eh’ io favello congiunta, o a lei
seguace. Ch’io sia stato. Questa formola accenna un’esistenza di là o di qua
dall’ attuai momento della parola. C/i io fossi. Questa ancora, sì come
l’anzidetta maniera, accennar puote un’esistenza di là dall’istante della
parola o di qua dal punto stesso. C/i io fossi stato. Anche per questa forinola
accennar puossi un’esistenza antecedente o susseguente all’atto della parola.
Di questi quattro tempi del SOGGIUNTIVO – H. P. Grice: Indicative conditionals,
and other -- i due primi corrispondon per analogìa a due tempi assoluti dell’indicativo,
e gli altri due lian più dì rapporto coi tempi relativi dello stesso che
compongono il CONDIZIONALE – H. P. Grice: “Indicative conditionals” is an
oxymoron in Italian!” --. L’espressione di dipendenza o di sub-ordinazione che
caratterizza il SOGGIUNTIVO – H. P. Grice, “Indicative conditionals, and other”
-- fa sì che il valore dei suoi tempi non abbia nè fissezza, nè precisione j
perchè sempre è subordinata al senso del verbo che lo regge 5 e però esso non è
eh’ un caso obliquo del modo attributivo. Questa divisione di modi e di tempi e
la lor denominazione , mostrar vi debbe ad evidenza , o giovanetti, che gli uomi-
ni, per pignere tutto ciò ch’avean a dire dell’ esistenza s’ iudusser a
considerarla sotto due aspetti , come positiva e come accidentale. Sotto
ciascuno di questi due punti di vista , ebbero da prima distinto Digitized by
Google io8 tre epoche , io sono , io sono stato nel1’esistenza positiva , e io
sarò , io sarò stato nell’ esistenza accidentale 5 quindi i tempi assoluti.
Poscia ebber bisogno di rappresentar 1* esistenza in ciascuna di queste quattro
circostanza, come contem- poranea ad un’ altra esistenza 5 quindi i tempi
relativi , io era , io era stato per P esistenza positiva , e io sarei , io
sarei stato per l’esistenza accidentale j ed essen- do eventuale quell’esistenza
che dipende da una condizione o da una supposizione, ne segue eh’ essa debb’
esser necessaria- mente espressa dai due ultimi tempi rela- tivi che perciò
condizionali si appellano. Ecco perchè da tutto ciò che abbiam detto risulta ,
come di sopra si è accen- nato , che il preteso modo soggiuntiva non è un modo
, ma solamente un casa obliquo del modo attributivo , da cui , come caso
diretto , riceve le modificazioni dell’esistenza. Così , questo caso obliqua
non ha più clic quattro tempi che corri- spondono egualmente ai quattro tempi
delle due divisioni del caso retto. Le duo prime forme io sia , io sia stalo ,
sono Digitized by Googlt i°9 assolute j e le
s0 il nome precede il numero , quello deb- b’ essere al plurale , anni
ventuno } se lo segue, il nome debb’ essere al singolare: Poi per la medesima
via par discendere altre novant' una rota. — D. Convito. Dopo i nomi di sovrani
, per disegnar colui che vuoisi nomare nella serie degli individui dello stesso
nome, deesi far uso dei numeri ordinali , come : Federico se- condo 5 Carlo
terzo , ec. Dicono gl’ Italiani : tutti due , tutti tre ; oppure tutti e due ,
tutti e tre , ec. } ed anche tutti a due , tutti a tre , ec. La pri- ma e la
seconda di queste forme sono più usitate : Era in pericolo di perdere tutti due
i figliuoli. Pecorone. — Là Ve già tutt' e cinque sedevamo. — D. — Non vi ha
ella invitati lutti a due? — Firenz. Pare che colui che fa uso della secon- da
maniera insista più sul numero degl’in- dividui che compongono la collezione,
che sulla collezione stessa j ei vuol diFe : tutti, ed erano cinque , sei ,
sette , ec. La co- struzione piena della forma tutti a due , a tre , ec., è
tutti , e il loro numero giu- gne a due , a tre , ec. L’articolo che accompagna
il nome de- terminato dall’ aggettivo ambo, ambidue , ec. , e da ogni aggettivo
numerale , vuoisi interporre tra l’aggettivo slesso e ’l nome; Roma Ti c/iier
mercè da tutti sette i colli. P. Ambe le mani per dolor mi morsi. D. L’analisi
delle espressioni a uno , a due , ec. vedrassi a suo luogo \ appari qui il di-
scente che questa forma di enumerazione appartiene alla lingua italiana
esclusiva- mente : Come le pecorelle escon dal chiuso A una t a due , a tre. D.
Digitìzed by Google *4o e f come tu mi vedi , VuV io cascar li tre ad uno ad
uno T/n'l quinto dì ed sesto. — D. Fa di mestieri in fine osservare per l’in-
telligenza, degli antichi che da certi numeri formansi dei verbi nella maniera
seguen- te : da uno , formasi adunare } da due , ad- duarsi j da tre ,
intreaisi } da cinque , in- cinquarsi } da /m/Ze , immillarsi. VI. Degli
aggettivi Determinanti Possessivi. Chiamansi aggettivi determinanti posses-
sivi quelli , il cui proprio valore si è d’ac- cennar il risguardamento della
mente in- tesa ad un oggetto che vien determinato con una relazione di proprietà
dai seguenti segni di cotal virtù potenziati : Singolare Maschile. Singolare
Femminile. Mio. Mia. Tuo. Tua. Suo. Sua. Nostro. Nostra. Vostro. Vostra.
Plurale Maschile. Plurale Femminile Miei. Mie. Tuoi. Tue. Suoi. Sue. "
Nostri. Nostre. ' Vostri. V ostie. 1 (*) Percorriamo ora le regole di sintassi
alle quali son queste parole sommesse. Nell’ ordine della costruzione diretta
gli aggettivi possessivi collocansi dopo i nomi cui determinano col concorso
dell’articolo: Morta e la donna tua ch'era si bella. D. Non vidcr gli occhi
miei cosa mortale. Buonar. Nella costruzione inversa sia che 1’ ag- gettivo
possessivo preceda il nome , sia che lo segua, la elissi dell’articolo non dee
mai aver luogo ; Chi ni allontana il mio fedele amico ? P. Vinse paura la mia
buona voglia. D. La elissi può sopprimer l’ articolo che Si è sottratta la
parola loro dalla serie di questi aggiunti, com,e appartenente ai pronomi.
Desso è un pronome, e nulla più ; perchè quando si dice il padre loro , vi è
ellissi della preposizione di, il padre di loro. Digitìzed by Google i5i col
concorso del possessivo determina il nome , quando questo è un nome di pa-
rentela o di dignità al minor numero, co- me padre , madre , figlio , ec. ,
maestà , eccellenza , signorìa , ee. : Mio figlio ov è ? e perchè non è teco?
D. Loda a cielo la magnificenza di sua Maestà. Caro. Quando evvi nelle frasi
trasposizione di parole , 1* articolo è visibilmente sottinte- so , anco
innanzi a nomi che non sono di parentela ; Ripiglierà sua carne e sua figura , D.
invece di la carne sua ; la figura sua. Mio ben non cape in intelletto umano.
P. invece dell’ordine diretto il bene mio , ec. VII. Questo y Cotesto , Quello
, ec. Gli aggettivi determinativi questo , cole- sto , quello , accennano che
1’ individuo per essi dimostrato può trovarsi in altret- tante situazioni di
luogo diverse, relativa- mente a colui che parla ed a colui cui dirigesi la
parola disegnando il primo, que- sto , la cosa presente o vicina a chi patr- ia
j il secondo , cotesto , 1’ oggetto eh’ è presso a cui altri parla } il terzo ,
quello , la cosa che non è nè appresso a chi parla nè a colui a cui altri volge
il parlare. E- sempi : Appena in terra i begli occhi vicC io Che fur due soli
in questa oscura vita. ; Buonar. Partiti da cotesti che son morti. D. Io non V
intesi , nè quaggiù si canta , Llinno che quella gente allor cantaro , JYè la
nota soffersi tutta quanta. D. A determinar due epoche , 1* una pas- sata ,
l’altra futura, fassi pur uso degli aggettivi quello e questo: Era la più bella
femmina che si vedesse in que ’ tempi nel mondo. Pensa che questo dì mai non
raggiorna. Dante. Le medesime parole disegnano ancora le cose di cui si è
parlato, in questo stes- s’ ordine : questo , la più vicina $ quello , la più
lontana : Amore e crudeltà tri han posto il campo , Digitized by Google i53
Questa m > ancide , e quel mi tiene in vita. — Buon. La parola sta , accorciata
di està > o dell’antica ista , non è più in uso che nelle forinole
avverbiali stamane o stamattina , stasera , stanotte. 1 nostri antichi dissero
istamane ed istanotte. Tacesi leggiadra- mente il nome a cui gli aggettivi
questo o questa , quello o quella , s’appoggiano, nelle formole in questo , in
quella , ec. , il cui pieno sarebbe, in questo tempo , in quella ora , ec.
Vili. \ Che , Quale , ec. L’aggettivo congiuntivo che è invariabile; esso è
comune ad amendue i generi e ad amendue i numeri, e, come scorgesi dai seguenti
esempi, accenna il sog- getto o 1’ oggetto della proposizione , sia per gli
esseri animati, sia per gl’inanimati : Voglia sfrenata è’I senso , e non amore
, Che l’alma uccide. Buonar. V ’ sono i versi , u son giunte le rime , Che
gentil core udla pensoso e lieto ? P. O voi che sospirate a miglior notti. P.
Cui , è parimente invariabile e serve ad ambi i generi e numeri , potendo esser
impiegato in tutti i rapporti possibili, tran- ne per disegnar il soggetto.
Questa forma pare più propria a determinar gli esseri ragionevoli, ma impiegasi
pure per le cose: Questi V orme di cui pestar mi vedi. D. L’ aggettivo quale ,
in virtù della sua terminazione in e , conviene egualmente ad ambi i sessi e
determina tutti gli es- seri , potendo esser impiegato per ogni rap- porto :
Contro la qual non vai forza nè in- gegno. P. Qual vaghezza di lauro ? Qual di
mirto ? Nelle frasi interrogative si fa uso di chi per disegnar le persone } di
che per le cose, e di quale per le qualità delle une e delle altre: Chi mi
difenderà dal tuo bel volto ? Buo. ... E disser : Tu guardi si , Padre , che
hai ? D* Quale può parimente esser
impiegato Digitized by Google 1 55 nelle enumerazioni , alla stessa guisa di
chi : Qual fior cadea sul lembo , Qual su le trecce bionde . . . Qual si posava
in terra , e qual su V onde y Qual , con un vago errore Girando , parea dir :
qui regna a- more. — P. Chi , in questo esempio : Beato è chi non nasce j P. $ SIGNIFICA – H. P. GRICE -- quella
persona la quale. In quest’ altro esempio rap- portato dalla crusca : i
tavarnieri e chi questo sostengono , significa quelle perso- ne le quali. Ma
quando questa parola è impiegata nelle enumerazioni , non può di- segnare che
un solo individuo dell’ uno o dell’ altro sesso : Chi ribalte da proda e chi da
poppa. D. Quando dicesi chi canta e chi balla , 1’ analisi c’ insegna che una
tal frase è sin- copata e che per la sua pienezza fa di me- stieri dire uno
individuo è il quale can- ta , e un individuo è il quale balla. Le espressioni
quello che o quel che 9 e ciò che , significano la cosa che : Quello che la
speranza ti promette. D. Percompassiondiquel ch’i vidi poi. P. Siete voi
accorti Che quel di retro muove ciò eh * e * tocca ? — D. Il che , o per una
doppia elissi , che , significa la qual cosa : L'un fratello l'al- tro
abbandonava , e ( che maggior cosa è ) i padri e le madri i lor figliuoli. B.
L’ espressione qual che è compendiata di individuo tale quale è quello che\
Qual che per violenza in altrui noe - eia. D. L’aggettivo che puote adoperarsi
in tutti i rapporti , per soggetto e per oggetto e- ziandio : Tutte le cose di
che 'l mondo è a - domo. P. Se questa -- lingua -- con eli io parlo non si
secca. D* Mi ritrovai per una selva oscura ( In ) che la diritta via era
smarrita. D. Che può pure esprimer rapporto a per- sone 5 ma dai buoni
scrittori usasi assai di raro : Ed io son un di quei a chc l pian- ger
giova. Le preposizioni di e a posson
ometter- si innanzi a cui : Il buon uomo in casa cui morto era. B. Voi cui
fortuna ha posto in mano il freno . Delle belle contrade. P. In questi esempi v . Colui lo cui saver
tutto trascende ; Il cui pensie- ro }
evvi ellissi e trasposizioue, essendo l’ordine diretto lo saver di cui , il
pensiero di cui. Adunque le parole on- de queste forme sou composte possonsi
or- dinare in tre modi differenti ; di cui il pensiero j il cui pensiero \ il
pensiero di cui ma il di cui pensiero è maniera vi- ziosa. La forma che può
rappresentar egual- mente il soggetto e l’oggetto , e cui , l’og- getto
solamente , soprattutto quando evvi anfibologia , in modo che non possa di-
stinguersi se , usando il congiuntivo che , questo si rapporti al precedente od
al se- gu ente nome. Ecco esempi dell’ una e dell’ altra maniera : Quella donna
gentil cui piange A - more . Forse cui Guido vostro ebbe a disde- gno. D. Un
cavalier eh’ Italia tutta onora. P. È da osservarsi infine che quale va dis-
giunto dall’ articolo i . , nelle interrogazio- ni ; quali novelle mi recate
voi ? 2 . nelle proposizioni dubitative : non so qual sia j 3. quando è in
correlazione di tale : Qual i fioretti dal notturno gielo Chinati e chiusi ,
poi che'l sol gl'im- . bianca , Si drizzan tutti aperti in loro stelo , Tal . .
. D. Delle preposizioni. Afferma il maestro di coloro che sanno, niuna cosa
potersi sapere se prima i primi princìpi , i primi elementi , e le prime ca-
gioni di lei non si sanno. Con questo pro- cedere che tanto assottiglia la
mente , ver- rà a comprendersi nell’analisi che fare- mo di questi segni detti
volgarmente pre- posizioni ^ primamente qual sia l’ uficio vero e’1 loro uso
nella nostra lingua j se- condamente , che ognun di essi , in ogni formola e
guisa del dire , si appresenta o- gnora in un aspetto medesimo , cioè col- l’
impressa qualità del primiero suo essere, per quanto ad essa diverso , e spesso
an- che contrario , per lo material costrutto apparir possa } terziamente , che
niun di questi segni può -mai in luogo d’un altro sostituirsi , nè dimostrare
altro ragguarda- Digitized by Google i6o mento della mente , che quello al
quale fu da prima ordinato $ infine , che quan- tunque volte due popoli
accennan le stesse relazioni con segni diversi, ciò nasce, non da capriccio ,
non da cieca usanza , lin- guaggio ordinario de’ grammatici non filo- sofi , ma
sì da natura e ragione : giacché se ciascun popolo della terra ravvisato a-
vesse d’ un modo 1’ oggetto della sua in- tesa, accennato avrebber tutti con un
segno unico e solo le relazioni medesime , men- tre avviene il contrario , e
ciò per l’atto disforme della mente che , per via diversa , giugne sovente ad
un fine medesimo. Seguendo adunque , o giovanetti , me- todicamente e
gradualmente la generazione dei segni delle nostre idee, eccoci giunti ad un
elemento del discorso altamente no- tabile. Esso ha due importantissime pro-
prietà j l’ una d’ incorporarsi in un gran novero di voci e , per tal
congiungimen- to , diventar parte integrante e necessaria alla formazione e al
significato delle voci medesime $ come , per esempio , nelle se- guenti ,
congiungere , soprapporre , impor- re , deporre , apporre , ec. j l’altra
qualità è 1 6 r si è quella di collegar
coi segni delle idee relative quelli coi quali essi sono in relazio- ne
diretta. Questo elemento è dunque se non assolutamente necessario, almeno mol-
to essenziale. Sonvi delle lingue , come la basca e la peruviana che non han
preposizioni } perocché dinotano per mezzo del cangiamento delle sillabe
desinenziali tutti i rapporti che noi invece esprimiamo per mezzo di quei segni
} ma molte lingue , come la no- stra, non han casi, e quelle che ne han- no ,
ne contengono sì picciol numero che non sono sufficienti ad esprimere i diversi
rapporti eh’ una idea aver può con un’al- tra } quindi il bisogno delle
preposizioni. Ma queste , sebbene in grandissimo nume- ro , non possono in
veruna lingua espri- mere i diversi rapporti tra i nomi ; eppe- rò ciascuna di
esse , per derivazioni e pel- metafore , ha ricevuto una moltitudine di sensi
differenti , quantunque analogici. Ev- vi più } se noi rimontiamo allo stato
pri- mitivo di tutte le lingue , non troveremo, nella lor origine , che alcuni
gridi più o inen articolali , come di sopra si è per noi 1 1 dimostrato ,
alcune parole , la più parte monosillabe, formate il più sovente per ono-
matopeia e facendo l’ uffizio di nomi. Tutte queste sillabe che sono state
successiva- mente sopraggiunte ai segni originari , che formano tutti i
derivati di quei primi ra- dicali e per mezzo dei quali gli uni e gli altri son
divenuti , secondo il bisogno , verbi , aggettivi , avveri j , ec. , tutte que-
ste sillabe , dico , non son esse ad evi- denza vere preposizioni ?
disegnazione sem- pre insignificante e sovente falsa , per la proprietà , sì
capitale , che hanno d’incor- porarsi con la parola che modificano e di formar
tutti i composti e derivati dei ra- dicali primitivi d’ogni lingua, e che però
appellar dovrebbersi composizioni anzi che preposizioni. Quantunque non si
possa sempre trovare 1’ etimologìa di questi segni } è certo non- dimeno eh’
essi derivan lutti da nomi o da aggettivi e ne derivan ordinariamente per
abbreviazione, giacché è nella natura del- l’uomo impaziente d’ esprimer le sue
idee , di compendiare al più possibile il discorso ed in ispezie le parole di
cui più frequente è l’uso. Essi son dunque nomi od ag- gettivi originari ,
impiegati prepositivamen- te , e scemi delle lor primitive sillabe de-
sinenziali , e però indeclinabili in tutte le lingue : e qui comincia la classe
delle pa- role invariabili. Ciò basti della lor origine e trapassiamo a mostrar
di ciascuno di questi elementi l 5 ufficio e 1’ uso. Della Preposizione di. L’
operazione propria di questo segno si è manifestar conceputa idea di qualità ,
cioè il rapporto di due nomi di cui l’uno qualifica 1’ altro : Come raggio di
sol traluce in vetro. P. Parole di dolore. D. Ma , come sovente accade che
l’uno dei due nomi è sottinteso , io vi additerò , o giovanetti, il mezzo, di
ristabilire questa elissi. 1. II Dante disse: per esser fi' ( ) di Pietro $
dunque , allorché Dino Com- pagni disse : messer Palmieri di messer Ugo , ei
sottintese il nome figlio. 2 . Boccaccio disse : gli mise innanzi certi ceppi 5
ma egli pur disse : messivi su di valenti uomini , sottintendendo la parte
dell’ oggetto qualificato da di valenti uomini , che puot’ esser un buon
numero. 3. Il medesimo scrittore disse : a' ca- valli e all’ armi usatasi j
dunque , quando scrisse : di tali sen'igi non usata , sottin- tese P
espressione all' esercizio. 4- Dante dice: vicino ai monti } adun- que nella
frase : vicina di Napoli , BOCCACCIO (vedasi) sottintende alla città. 5. PETRARCA
(vedasi) scrive: presso al giorno } e la Crusca cita la frase , presso alla
città di Parigi , dunque in questa locuzione d’ALIGHIERI (vedasi), presso del
mattino , il poeta sot- tintende all'ora o al tempo } e quando si dice presso
di Parigi , si sottinteudon le parole alla città. 6. II Dante disse : pàrliti
da cotesti che son morii \ dunque, allorché disse: di Fi- renze partir ti
conviene , ei sottintende 9 dalla città. 7 . Bembo , dietro l’ordine della
costru- zione diretta , disse : comlatteronsi più di sei ore con incredibile
gagliardìa } ma nel- l’ esempio che cita la Crusca , di grandis- Digitized by
Google i65 sima forza combatteo , piacque all’ autore di sottintendere con
impeto. ALIGHIERI (vedasi) scrive : accese in fuoco d'i- ra ^ dunque, quando BOCCACCIO
(vedasi) dice: ac- ceso della sua bellezza , sottin tendesi nel desiderio. 9.
Passavanti dice : tutto quello in che avrà offeso Iddio } così Boccaccio ,
dicen- do di che ? offesi ? sottintende evidente- m ente per elissi in fatto o
in materia. 10. Si è dimostrato con l’autorità, sì bene con la ragione , che il
secondo ter- mine del paragone è preceduto in italiano dalla preposizione di ,
in virtù dell’espres- sione a comparazione. È dunque evidente che in questo
esempio , tratto dal Con- vito di Dante : ciascuno è certo che la natura umana
è perfettissima di tulle le altre nature di quaggiù , fu pensier del- 1’ autore
sottintendere 1’ espressione a com- parazione. 1 1 . Petrarca , seguendo 1 ’
ordine della costruzione diretta , dice : ogni impresa crudel par che si tratti
j così, il Dante, quando dice : ma per trattar del ben eli 1 vi trovai ,
sottintende la parte dell’oggetto qualificato da del ben , ec. Questa parte
esser può gli effetti. 12. Petrarca disse : che meritò la sua invitta onestate
, 1 dunque, allorché il Dante scrisse : s’ io meritai di voi , sottintende la
grazia o il favore. 1 3 . Il Dante disse: aver diletto ; dun- que , nella frase
del Boccaccio : io ho di belli gioielli , ha sottinteso 1’espressione certo
numero o certa quantità , di cui di belli gioielli è il qualitìcativo. 14. La
Crusca cita questo esempio: du- rò di cosi fare ogni notte per ispazio di uno
mese } dunque, nell’esempio seguente eh’ essa rapporta , durando questo modo di
parlare bene di due miglia , si sottin- tende per ispazio o per lo spazio ,
espres- sione qualificata da di due miglia. 1 5 . Si legge nel Pecorone : ti
comando che tu lo lasci venire in camera per di e per notte ad ogni sua posta 5
egli è dun- que aperto che quando Boccaccio disse : non tornerà di questi sei
mesi , ei soppri- me per elissi 1’ espressione per lo tempo. ALIGHIERI (vedasi)
dice: quando ne liberò con la sua vena } dunque , l’esempio seguente, citato
dalla Crusca : e di quelli danari liberò il marito e i figliuoli 5 1* elissi
sot- tintende col mezzo o con la somma. La ragione, in un con la grammatica, ci
obbliga a dire pigliare una cosa è dunque evidente che F irenzuola, dicendo
anche delle golpi si piglia , sottintende la parte dell’ oggetto qualificato da
delle golpi la quale è alcuna , cioè alcuna golpe. 18. Si legge nella Crusca ed
in parec- chi dei nostri classici scrittori: riconoscere alcuno per suo
liberatore } dunque , nel- 1 ’ esempio seguente , citato dalla Crusca :
creandoli conti paladini , e per di sua famiglia , si sottintende il
complimento della preposizione per, eh’ è il nome mem- bri, qualificato da di
sua famiglia. 19. Il Dante disse: Ciano che quella gente allor cantaro j
dunque, allorché dis- se : e canterò di quel secondo regno , sot- tintende
l’oggetto qualificato dalla prepo- sizione di , e ’l suo compimento le pene e
lo stato. 20. Dietro l’autorità di tutti i nostri classici , si dice essere in tale
luogo } dun- que in questa frase del Dante : mentre eh io fui di la , le parole
nel mondo , qua- lificate da di là, sono sottintese: nel mon- do di là. 21.
Boccaccio disse: con li quali , ra- gionando , incautamente s' accompagno j
dunque, nell’esempio che cita la Crusca: accompagnossi di buona compagnia , si
sottintendono le parole con gente. 22. Avendo detto il Boccaccio : egli si è
innamorato a una donna , è chiaro che quando dicesi : innamorarsi di una don-
na , evvi elissi d’ un nome , complimento della preposizione a j e che per
seguenza, le parole sottintese possono essere alle bel- lezze : innamorarsi
alle bellezze d y una donna. Della Preposizione a. Naturata è questa
preposizione delia pro- prietà d’accennare un rapporto di attribu- zione o di
tendenza. Ma , assai sovente , raggiunto che , esplicitamente od implici-
tamente , esprime questo rapporto , è sot- tinteso } .l’analisi additerà il
mezzo di rein- tegrare l’ellissi nelle più difficili frasi ita- liane in cui
aver può luogo siffatta sop- pressione. Digitized by Google 169 1. Boccaccio
disse: in sul primo son- no ; dunque , allorché scrisse : al primo sonno ,
impiega una forma elittica di cui la costruzione piena debb’ essere : in tempo
vicino al primo sonno. 2 . Avendo il medesimo scrittore detto: volse i passi
verso la casa j è evidente che in quest’esempio dello stesso autore, se ne
fuggirono a Rodi , deesi sottinten- dere volgendo i passi verso a Rodi. 3.
Petrarca disse ; devoto aprimi rami 5 dunque, nell’esempio seguente citato dalla
Crusca , a qual donna sei tu? debbesi sottintendere la parola devoto ,
esprimente il rapporto disegnato dalla preposizione a. 4- Si legge in Boccaccio
: sottoporla a lei j dunque , nella frase impiegata dai nostri classici , stare
a padrone , si sot- tintende sottoposto : sottoposto a padrone . L’ uso,
approvato dalla ragione, ci fa dire : che novelle avete nella città ? dunque ,
in questo esempio citato dalla Crusca : che novelle avete a città ? vi è elissi
e la costruzione piena debb’ essere : che novelle avete nel giro attenente alla
città ? La Crusca cita questo esempio : eles- sela in cosi grande stato \ il
che ci mo- stra che la frase ch’ella adduce , eleggere uno a re , è eiittica, e
che la costruzione piena è : in grado appartenente a re. 7. Boccaccio dice:
stringendosi al petto il morto cuore } ciò ci porge il mezzo di supplire all’
elissi della frase del Dante , Jerniò le piante a terra , supplendo stret- te :
strette a terra. 8. Boccaccio disse : solamente che uo- mini fossero conformi
a' lor costumi } dun- que l’espressione del Petrarca è a grado , è sincopata di
in modo conforme a grado. 9. Si legge nel Boccaccio : ivi forse a tre miglia.
La parola ivi disegna il punto della partenza j per pervenire al termine
opposto bisogna dunque dire da ivi , cioè : movendo da ivi. Non può giugnersi
alla meta senza percorrere lo spazio interme- dio } così reintegrar deesi 1’
elissi , dicen- do : movendo da ivi , e andando per uno spazio forse eguale a
tre miglia. 10. La Crusca cita l’espressione a due mesi , e con ciò ci
autorizza a dire a due ore , a tre anni , ec. Puossi reintegrar l’e- Digitized
by Google * 7 * lissi , riflettendo che il tempo non può pervenire al termin
disegnato senza per- correre lo spazio che si frappone } lo che ci fa vedere
che queste espressioni sono un’abbreviazione di: il tempo avendo scorso per ispazio
eguale a due anni , a due ore , a tre anni , ec. 1 1 . Questo esempio di
Petrarca : i ho pregato Amore... che mi scusi appo voi , c’insegna a supplire
all’ elissi nella frase del Boccaccio: alle belle donne si scusò j cioè , appo
alle belle donne. 1 2. Allorché il Boccaccio disse : gli fece pigliare a tre
suoi famigliari , non è egli manifesto che mette la preposizione a davanti alle
parole tre famigliaci, per disegnare questi individui come il termine al quale
i suoi ordini son diretti, e che per conseguente, la sua espressione è sincopata
di gli fece pigliare, comandando a tre suoi famigliari che gli pigliassero? ALIGHIERI
(vedasi) dice: volti a levante \ dun- que , in questa frase che cita la Crusca
: V animo suo era tutto a ’ poveri , si può sottintendere volto : volto a ?
poveri. 14. Nell’ esempio seguente citato dalla Crusca : noi abbiamo casa
d'avanzo , alla famiglia che siamo , colui che parla dice dietro la
comparazione che ha fatta tr,a la capacità della casa e ’l numero degl’ indi-
vidui che compongon la sua famiglia. È dunque evidente di esservi elissi di
com- parando la casa nostra : comparando la casa nostra alla famiglia , ec. :
giacché ALIGHIERI (vedasi) dice: comparala al sonar di quella lira. Questo
esempio della Crusca: esporsi a manifesto pericolo c’ insegna che nel se-
guente ch’ella adduce: andrete sino a Pisa a questo caldo ? dobbiamo
sottintendere esposto : voi essendo esposto a questo caldo. 16. Per reintegrare
Pelissi nella frase se- guente , citata dalla Crusca : fare all’amo- re , deesi
ragionar così : fare è verbo d’a- zione , esso dee dunque aver un oggetto che
puote esser atti. La preposizione a ci mostra che queste azioni tendono al ter-
min disegnato dalla stessa preposizione } dunque la costruzione piena debb*
essere ; fare atti inducenti alV amore. 17. Le formule classiche fare in sorte
} fare in modo } fare in guisa , e simili , , 7 3 c’ insegnano qual debb’
essere la costru- zione piena di questa locuzione citata dal- la Crusca : fare
a lascia podere. Dite dunque ; fare le cose in modo simile a colui che lascia
il podere. Delle P reposizioni in e ne. V vidi duo ghiacciati in una buca. D.
Queste preposizioni , di cui la seconda puot’esser uu’alterazione di en ,
impiegata dai nostri antichi e derivata dal celtico come le due precedenti di e
a , poten- ziate sono della virtù d’ accennar un’ idea di stato in luogo dal
nome che n’ è il se- gno , determinato. Ma come spesso avviene d’esser l’agget-
tivo ch’esprime un tal rapporto , sottinte- so , e talvolta la stessa
preposizione anco- ra , si esporranno per noi gli esempli più difficili in cui
Questa elissi ha luogo , e s’ indicheranno i mezzi di rimenar le frasi alla
costruzione dell’ordine diretto. i. La Crusca cita questa locuzione, an- dare
in punta di piedi j il che ci ammaa- Digitized by Google j 74 stra che in
quest’altro esempio : tornando a casa in propri piedi , si sottintende egli
andante : egli andante in propri piedi. 2. Per l’espressione che adduce la Cru-
- sca : porre in . . . si apprende che nella frase da lei citata , colle mani
in croce , si sottintende poste : poste in croce. La Crusca cita questo esempio:
una donna il domandò in compra , di cui la costruzione piena è : il dimandò per
modo consistente in compra. 4- In questa frase che cita la Crusca : in queste
parole Panuzzo tornò a casa , si dee sottintendere il discorso stando : il
discorso stando in queste parole. 5. Petrarca disse : credendo esser in del }
dunque, in questo esempio che cita la Cru- sca , chi dice eh' egli v' andò in
cinque anni , è soppresso essendo : essendo in cinque anni. 6. In questo
esempio che adduce la Crusca , l'eròe sono buone da mangiare } ma non perchè
sieno colte il tal dì , la preposizione in o ne è sottintesa : il tal dì , cioè
, in il o nel tal dì. 7. La Crusca cita questi esempi : acciocche voi siate in
della corte dello im- peradore \ coloro che sono in dell’ amor di Dio. Welle
forme in del , in dello , esi- mili , che i moderni hanno affatto abban-
donate, la parte del reggimento della prepo- sizione in qualificata dalle
espressioni del- la corte , ec. , e dell’ amor v ec. , è sottin- tesa. Dunque ,
in della corte , è un’ ab- breviazione di in compagnia della corte j e in dell’
amor di Dio è sincopata di in fuoco dell ’ amor di Dio. Della Preposizione da.
Ogni cosa da voi ni è dolce onore. P. Deh , dimmi , Amor , se muove . Da te ,
che donna a fedel servo sia Nemica. Franco Sacchetti , citato dalla Crusca.
Amor , la vaga luce Che muove d(ì begli occhi di costei , Servo ni 1 ha fatto.
B. Cauz. V. La qual via muove dal castello diPralo... e viene insino alla
porta. Crusca. Più che tu non speri , S’appressa un sasso che dalla gran
cerchia Si muove. D. Digitized by Google mG * Così dall imo della cerchia
scogli Movcn. D. Movendo la radice di questa distinzione dalla natura. Crusca.
La preposizione da , pur trasferita nel nostro idioma dalla lingua celtica , è
de- stinata ad indicar un rapporto di partenza o d’allontanamento. Gli esempli
di sopra citati ne sono una prova incontestabile. Ma potendo , come il più
sovente ac- cade , esser sottinteso l’aggettivo che espri- me sì fatto rapporto
, esporransi da noi alcuni esempli in cui questa dissi ha luo- go , per
insegnare agli studiosi a ravvisa- re , in ogni caso possibile , il principio
unico che abbiamo stabilito e nel mede- simo tempo i mezzi di ristabilire l’
dissi. 1. Il Dante disse, parlando di Enea , che venne da Troja \ la ragione ,
di ac- cordo con gli esempli , ci dimostra che questa frase è un’ abbreviazione
di : che , movendosi da Troja , venne in Italia. 2. Boccaccio disse : chi da
voi non de- sidera (Tesser amato : or , leggendosi nei nostri classici amar d’
amore , amar per amore , ec., è evidente che la costruzione piena dell’ esempio
di sopra debb’ essere : chi non desidera
la fortuna di esser ama- to con amore moventesi da voi. Analizzate del paro le
frasi classiche : amar da padre , cioè ; con amore moven- tesi da padre $ amar
da figliuolo , cioè ; con amore , ec. Pei seguenti esempi, ci limiteremo a ri-
stabilire tra parentesi la parola esprimente T idea di allontanamento disegnata
dalla preposizione da. 3. Che mi disvia ( movendomi ) da tutti gli altri. P. 4-
( Movendomi ) dalla mia giovanezza . Questo è segno ( moventesi ) da Dio.
Crusca. Ristrette ( con forza moventesi') dei vo- leri ... de padri. B. Con volontà mossa da me non venni. D. 8 .
Andatevene ( nel luogo moventesi ) da lui. B. In una valle ombrosa ( per V
ombra moventesi ) da molti arbori. B. 10. Essendo in età da ( cui muovesi il
tor ) marito. B. 1 1 . Non le rispondo (
cose moventi si ) da medico , ma bensì ( cose moventi si ) da buon amico. Redi.
Essa incontrogli ( sino al luogo } da ( cui muovono } tre gradi discese. B. Sono
passato ( perii luogo movente } da casa vostra. Crusca. 14. Fatevi ( narratore
movendovi } da ( il } capo. Crusca. 1 5 . La forza di essi dipende ( nella
forza movente } dalla potenza romana. Davanzati. Era biasimato ( con biasimo
mo- vente ) da tutti. Crusca. 1 7 . Serrerai bene V uscio da ( cui muove la }
via. B. Aveva una casa (nel luogo movente ) dalle fornaci. Crusca. Io sono
(operante per impulso mo- vente} dalla sua (parte}. Crusca. La torre è
forte per forza movente da sè. Crusca.
Divino sguardo da cui muove il far Vuomo
felice. Una chiara pruova della giustezza e della precisione di sì fatta
analisi si contiene nel terzo dei seguenti versi del Petrarca : Pace tranquilla
senz alcuno affanno, Simile a quella che nel cielo eterna , Move dal loro
innamorato riso. Della preposizione per. Questa preposizione che il latino e
l’ita- liano idioma han tolto dal greco poros , che ha generato egualmente la
preposizione par francese, e la spagnuola por , rappre- senta un’ idea generale
di traversamento dall’uno all’altro estremo d’un qualsivoglia spazio. Naturata
di questa proprietà ella fu destinata sin dalla sua nascita ad esser nota del
movimento che fassi , passando per alcun luogo mezzano tra ’l principio e’1
Pine} e di questa regola sien gli esempli: Elio passò per l’isola di Lenno. D.
Per quella contrada molto spesso passava . B . Ma sovente accadendo che il
rapporto del luogo per cui si passa , espresso sem- pre dall’aggettivo passante
, e dalla prepo- sizione stessa , sono , l’uno o l’altra , o en- trambi
sottintesi, metteremo sotto gli oc- chi degli apparanti una serie di esempi in
cui evvi siffatta elissi , con le parole re- i 8 o stituite tra parentesi ,
perchè imparino gli allievi a ristabilire da sè stessi cotali difetti. i.
(passando) Ferme si va nella città dolente , Per me si va nell’eterno dolore ,
Per me si va tra la perduta gente. D. i. j E venni qui ( passando ) per V in-
fernale ambascia. D. Baverina sta come stata ( il tempo del suo esser tale
passando per ) moli anni. D. 4* Sapere una cosa (la scienza di quella passando
) per prova. Crusca. 5. Tutte le torri di Firenze... alte (la loro altezza
passando per ) cento venti braccia l’una. Crusca. Dietro questo principio
incontestabile dis- se il Dante: per quanto ir posso } il Boc- caccio : lunga
per lo terzo j la Crusca ; per una gittata di pietra. Quelle vivande
diligentemente appa- recchieranno ? che ( il comandamento pas- sando ) per
Paraneno saranno loro ordi- nate. B. Quel sasso non si potrebbe muovere ( con
forza passante ) per cinquanta paia di buoi. Crusca. Ella non. ci può , (V
effetto passando') per potere che abbia , nuocere. B. g. Quivi soavemente spose
il carco soave ( passando ) per lo scoglio. D. i o. Io sono ( Tesser mio
passando ) per non esser pih. Questa donna è sufficientemente bel- la ( il suo esser
bella passando ) per (esser) moglie. Crusca. Credono in Dio ( il loro credere
passando ) per parole. Crusca. Mandare ( alcuno , il motivo di ciò passando )
per ( chiamare ) uno. Cr. 14. Io ti giuro ( con giuramento pas- sante ) per
quello indissolubile amore che 10 ti porto. B. Sono nominati ( la lor nominanza
passando ) per ( essere nel numero ì dei primi. Crusca. 16. Ci conviene
(l'acquisto passando) per molle tabulazioni sostenere, acquistare 11 reame di
Dio. Crusca. Il principio da cui nasce una qual- sivoglia disposizion d’animo ,
ha una certa colleganza e consorterìa con la causa , onde un effetto deriva } e
però col principio unico da noi stabilito , supplir si puote all’elissi che
evvi ne’ seguenti esempi ed in quanti altri mai addur si potrebbero : Femmina è
cosa mobil per natura. P. E trarrotti di qui per luogo eterno. D. Piaga , per
allentar d'arco , non sana. P. Spero per lei gran tempo Viver, quandi altri mi
terrà per morto. P. Per te poeta fui , per te cristiano. D. Della preposizione
con; Questa preposizione è naturata della virtù d’indicar un rapporto di
compagnia , ordinariamente espresso dal modificativo giunto o, congiunto , per
dar più forza all’ idea che vuoisi esprimere: È giunta la spada col pastorale.
Con quello giugnendosi. B. Con amor
congiunto. P. La mia anima si congiugnerà con la tua. B. Questo aggiunto
ch’esprime il rapporto, esser può sottinteso , in virtù dell’origine; di questa
stessa preposizione , derivata dal celtico con, significante unione 9
congiuripimento : Ragionando egli
essendo giunto con meco , ed io (
essendo giunto ) con lui — P. Pongasi attenta mente alle seguenti frasi nelle
quali abbiano ristabilito tra parentesi le parole dalla elissi taciute. 1.
Sentì parlare molte persone , le quali , come egli avvisava , quello andavano a
fare che esso ( essendo giunto ) co' suoi compagni avea già fatto. B. Essendosi
Dioneo , ( giunto') con gli altri giovani messo a giocare. La reina ( essendo
giunta ) con le altre donne ( giunte ) insieme co' giovani^ ( tutti ) a carolar
cominciarono. B. Venendo ( giunto ) teco. D. Delle preposizioni fra o infra ,
tra o intra. La preposizione tra , di cui fra non è eh’ una variazione, deriva
dal celtico tra . I latini avean attinta alla medesima sor- gente la stessa
preposizione ira che non è più nsitata se non nei verbi trajicio , traluceo 5
ec. Era e tra diseguan un’idea di posizione trasversale ; le composte infra (
ln j ra ) e intra ( in tra ), accennano una idea di più , quella d’
interiorità. Non son mica queste parole che espri- mon da sè sole una tal idea
, ma bensì con l’ aiuto d’ un aggiunto generalmente sottinteso , come fassi
aperto dai seguenti esempi , e dai verbi Jraporre e traporre. Così si sporranno
da noi alcuni esempi con questa parola ristabilita tra parentesi, perchè gli
apparanti ravvisino in ogni caso possibile questo principio unico. 1. Un dì ad
andare ( per lo luogo stante') fra V isola si mise. B. 2 . Una sera ( stante ) fra V altre. B. 3. {In consiglio formato) fra sè deli -
berarono. B. ( Nel tempo corrente) fra
qui e otto dì., In istato stante, fra paura e speme. P. Nel luogo posto, fra via. P. Si che venne
ad imperare ( in tutto il tempo stante ) fra ( lo essere ) solo , e ( lo essere
) accompagnato , ( per ) anni cinquanta sei. Crusca. Quando ( il tempo ) fu un
pezzo ( stante ) fra notte. — Crusca. 9. ( Pinto da affetto stante ) fra ( e
passante ) per paura e ( stante fra e pas- sante ) per vergogna ^ fuggiva. Crusca. 10. Già terra in ( luogo posto') fra
te pietre. P. 11. Nel tempo posto in, tempo corrente, fra pochi giorni. Io era
(nel luogo stante) tra color che son sospesi.
D. E in breve, (la roba stante ) ira ciò che v' era non valeva oltre due
cento fiorini. B. 14. Sarà poi ( nel
luogo stante ) tra noi due tutto questo avere.
Crusca. Essere (nello stato posto) tra'l si e 7 no. Crusca. Spiegazione,
analisi, ed uso di tutte le parole od espressioni adoperate nella favella
italiana come preposizioni. A Accanto, a canto; a il canto, in luogo confine al
canto attenente a. Accosto, accostato, in luogo accostato a, Addosso ( a dosso
, a il dosso ) ( in luogo attenente a il dosso appartenente a ). Adentro ( a
dentro , a il luogo dentro ) ( nel luogo attenente a il luogo dentro
appartenente a , o pure , stante in ). Anzi (in luogo stante in anzi ,
guardando al luogo di , guardando a ). Appetto ( a petto ; a il petto ) ( in
luogo confine a il petto attenente a ). Appiè ( a piede , a il piede ) ( in
luogo confine a il piede di). Appo ( appressato ) ( in luogo appo al luogo di j
appo a ). Appresso ( appressato ) ( in luogo o in tempo appressato al tempo o
al luogo di j appressato a). Attorno (a torno; a il torno) (nel luogo volgente
a il tórno attenente a). Digitized by Google 187 Avanti. Gli elementi di questa
forma sono le parole celtiche ab , seguo di allonta- namento , e ant , donde il
latino ante , segno di opposizione. Così i’amdisi della parola avanti puote
essere ( nel luogo movente avanti , guardando a j guar- dando al luogo di,
guardando al luogo movente da ). La forma avante per avanti è poetica. C Circa
( in circa , in cerchio ) in luogo stante nel cerchio dij nel cerchio atte-
nente a). Contra. Questa parola componesi degli elementi con e tra , parole
prese dal celtico , e di cui la prima è un segno d’ opposizione j e’1 secondo (
trach ) , significa verso. Si dice ancora contro. D Dallato ( da lato j da il
lato ) ( movendo da il lato attenente a ). Dappoi da poi movendo da il tempo corrente poi , e andando
a Movendo da il poi , in che ciò fu
fatto. Dattorno ( da torno } da il torno ) ( in misura movente da il torno
attenente a j da il torno di ). Davanti ( da ab ant } vedete avanti ) ( nel
luogo movente da ante , guar- dando a } movendo da o dal luogo di ). Dentro
(nel luogo dentro appartenente a } appartenente al luogo di '. ; movendo da).
Questa parola componesi di tre elementi celtici, di y en , tre. Dietro (di
retro) (nel luogo o nel tempo dietro , guardando a j movendo da ) . Il secondo
elemento onde questa parola componesi è il celtico dre , dietro. Dinanzi (di in
anzi) (nel luogo dinanzi riguardando a j riguardando al luogo di } movendo da
). Di presso ( vedete presso ) nel luogo di luogo presso a ). Di retro o di
rietro ( vedete dietro ( nel luogo di retro riguardando a } moven- do da). La
forma primitiva , divenuta oggi popo- lare e poetica , è dreto , di cui le se-
Digitized by Google i8 9 guenti , dietro , di dietro , retro , di re- tro , di
rieto , di rietro , drieto , sono altrettante variazioni o alterazioni.
Dirimpetto o di rimpetto (di re in petto) ( nel luogo di rimpetto guardando a j
guardando al luogo di') . La preposi- zione di è il segno di rapporto di qua-
lificazione } la particella re esprime il ripiego dei pensiero da un termine a
un altro j im è un’alterazione di in \ petto nome, è preso qui in un senso
figurato. Dirinconlro o di rincontro. Questa forma esprime la medesima idea che
la pre- cedente } gli elementi che la compon- gono sono di re in con tre } ella
può dunque esser analizzata così : in luogo posto in ispazio di luogo
determinato , ripiegandosi il pensiero in luogo oppo- sto per traverso. Di
verso ( stando in o movendo da luogo di luogo verso a ) . La parola verso è il
latino versus. Dopo (in tempo o luogo posteriore guar- dando a j guardando al
tempo o al luogo di ). Digitized by Google I 9° E Eccetto ( questo essendo
eccetto che è ) . Questa parola deriva dal latino exceptus , da ex e caplus.
Entro. Vedete Dentro. F Fino ( nel luogo o nel tempo stante in fine
appartenente a j contenuto in ; mo- vendo da ) . Questa parola deriva dal
celtico fin o fiin f fine. Fore , finora , fuore , fuori ( nel luogo o nel
tempo stante in fuori , movendo da j movendo dal luogo o dal tempo di'). Di
queste forme igilalmente impie- gate dai nostri antichi , la prima e la terza
son rimaste ai poeti \ e l’ultima è la più usi tata. Il Dante ha detto pure
furi per fuori. L’ origine di questa pa- rola è il celtico fior , d’ onde il
dorico fora , il latino fioris e fioras , e ’1 fran- cese fors , cangiato in
hors. A fronte o alla fronte ( in luogo volto a fronte , riguardando a ;
guardando al luogo di'). Questa parola fronte , la lati- na frons e la francese
front , derivano dal celtico fron , significante davanti. G Giusta o giusto (
in maniera giusta o in modo giusto ). Par mi che questa parola sia una sincope
di aggiustata, o aggiustato, derivata dal celtico ajusta, d’onde il francese
ajuster. Incontra o incontro, in con tra, al cammino volgente in luogo stante
contro a. In queste forme, la preposizione “in” esprime un’idea di contrarietà,
“con,” un’idea d’unione di forze che agiscon insieme j “tra,” un’idea di
traversa. Vedete Contra. Infino, in fino, in fine, in fine contiguo a $
contiguo al luogo di } movendo da $ contenuto in. Infiora, in fuori. Vedete
Fare. Innanzi, in anzi, in tempo corrente anzi, riguardando a. J/isino, in sino,
in fine. Vedete Infitto. Intorno ( in torno } in il torno ) ( in il torno
appartenente a ; appartenente al luogo di , movendo da. Il nome torno deriva
dal celtico lor , cerchio. Inverso ( in luogo verso ) ( in luogo ver- so a j
verso al luogo di, o in confronto verso a. Vedete Verso. L. Lontano ( in luogo
o in tempo lontano , movendo da j riguardando a \ guardando al luogo di ).
Lungi ( in luogo stante lungi , movendo da , riguardando a ). Lungo ( nel luogo
stante in luogo lungo , guardando a ; guardando al luogo di'). M. Mediante (
essendo mediante questo che e). N. Nanti. Questa forma non è più in uso , essa
era adoperata , al par che nanzi 5 nel senso di innanzi. O. Olirà , olire ( in luogo stante oltre ,
guar- dando a j guardando ai confini di ). La prima di queste forme è più
usitata in verso. Presso ( presàato } appressato ) ( in luogo o in tempo presso
a $ presso al tempo o al luogo di ; presso , movendo da ). La parola presso è
derivata dal celtico prem, vicino ", d’onde l’antico francese preme , il
più prossimo ; e nelle due lingue , prèmere , deprimere. Pria o prima ( in ora
prima , riguardando al tempo di ). Q. Quanto ( in tanto volume , in quanto vo-
lume, o pure pertanto vedere per quanto è dato a , ovvero per tanto arbitrio
per quanto io ho ). R. JRimpelto , a ri mp etto , di rimpetto. Ve- dete
Dirimpetto. Rispetto , a rispetto , in rispetto , per ri- spetto ( la
considerazione passando per il rispetto riguardante a , o pure ris- guardante
al riguardo di'). S. Salvo ( salvato ) ( questo essendo salvalo che è). Sanza.
Questa parola che i moderni han cangiata in senza e di cui la forma pri- mitiva
è stata san , deriva dal celtico sy 9 difetto , mancanza. Il latino sine , lo
spagnuolo sin e 1 fran- cese sans , emergono dalla medesima sorgente. Sino.
Vedete insino. Sopra ( in luogo posto sopra , guardando a \ guardando al luogo
di ). Le parole sopra , sovra , su , e le antiche forme sor , sur , son
derivate dal cel- tico swp, d’onde il latino super. Sotto ( in luogo posto
sotto , guardando a } guardando al luogo di , ovvero in tempo corrente sotto ,
riguardando a). Questa parola , e la latina sub , subtus , Digitized by Google
iq5 deriva dal celtico sub. Sovra. Vedete Sopra. Su. Vedete Sopra. Le forme
suvi o suvviy e suso per su , son poetiche. V. Verso. Vedete Inverso. La forma
ver , per verso, è poetica. Degli Avverbi. Senza farci mai scappar di mano il
filo delle nostre idee , eccoci giunti , o giova- netti , alla seconda specie
della classe delle parole invariabili , ed alla prima di quella delle elitticlie
, cioè agli avverbi , a meno che non vogliansi già riguardare come pa- role
elittiche tutti i verbi aggettivi , per- chè in sè rinserranti il verbo essere
ed un aggiunto. Poscia che l’opera e gli studi de’sommi ingegni ebber alzato il
parlare a un certo grado di perfezionamento , agevol cosa fu a discernere che
resistenza e le qualità , siccome le lor differenze relative , pote- vansi in
altrettante guise modificare, quanti erano gli accidenti loro. Si fu allora che
scorta l’analogìa tra il modo d’essere d’un ente e il luogo e tempo iu che egli
è cominciossi a dire : cantare in tuono doL ce , scrivere in istile elegante j
trattare con maniere cortesi } fiero in modo dolce j venite in questo luogo \
partì nel giorno di ieri. Tal si fa l’origine di siffatte forme mo- dificanti,
e cotale il procedere dell’nmano ingegno , sinché , pervenuto il linguaggio al
suo colmo di perfezione e di finezza e avvedutosi l’uomo che, figurandosi i
movimenti nostri di fuori , secondo i desiri e gl’altri affetti che ci affigon
dentro, imaginò di rappresentar le figurazioni esterne degli enti per quelle
ond’esse han principio, cioè per quelle dell’anima j e avendo fatto segno di
lei la voce “mente” – H. P. Grice, “Meaning” --, s’incominciò da prima a far
uso delle forme cantare con mente dolce } piangere con mente pietosa , con
mente dolorosa , ec., in cambio delle prime formule: cantar con tuono dolce j
con tuono soave $ piangere in atto pietoso j in atto doloroso , ec., e da
ultimo , alzato la lingua al colmo del suo più bel fiore, s’ha in pensiero di
ridurre gli anzi-detti modi alla massima lor semplicità, sottintendendo in
prima il segno del rapporto, e formando poscia del nome e dell’aggiunto un
corpo solo: “teneramente”, “dolcemente”, “fortemente,” ec., cioè d’una tenera
maniera, d’una dolce maniera, d’una forte maniera, ec. Noi abbiam tratto la
parola “mente” dal celtico “ment” che significa “maniera.” I latini hanno
attinto alla stessa fonte le formole “forti mente”, “inimica mente,” ec. E
Boccaccio, nella novella nona della nona giornata, disse “con sana mente” invece
di “sanamente.” Ma non potendosi tutte le modificazioni esprimere in cotal
guisa, è di mestieri imaginare un altro modo d’abbreviamento, il qual si fu di
sottintendere in altre il nome, in altre la preposizione, in altre il
modificativo, in altre infine adoperando altri mezzi d’alterazione, aggiugnendo,
menomando, sostituendo un segno in luogo d’un altro, onde nasce sovente il non
poter risalire senza fatica all’origine prima e all’intero costrutto di siffatte
maniere 5 quindi le forme semplici oggi, molto, sempre, qui, ec., sostituite
alle composte “al di d y oggi” j “in molta copia”; “in tempo eterno” $ “in
questo luogo,” ec. Dalle cose sia qui sposte cavar si possono le seguenti
conclusioni, che la denominazione d’avverbi non dee far credere che queste
parole naturate sono della proprietà d’accennar solo le modificazioni dei verbi
j giacché modifican sovente gl’aggettivi -- verement shaggy, very shaggy” – H.
P. Grice – “highly” unusual, but not highly stupid --, ed anco altri avverbi,
come nelle seguenti frasi: un uomo ben fatto $ assai ben fatto, ec,, e però
parmi che più sarebbe ad essi convenuto il nome di segni o note di
modificazione , anzi che quello d’avverbi. Gl’avverbi, come le preposizioni, derivan
sempre da un nome o d’un aggettivo che è il lor tipo primitivo. Gl’avverbi sono
elementi secondari del discorso e quasi superflui, per quanto utili essi sieno
alla brevità del favellare. Questi segni creati sono gran tempo dopo l’invenzione
della lingua composto di segni articolati e arbitrari. Non essendo gl’avverbi
nè nomi nè parole che direttamente riferisconsi ad un nome in particolare, ma
servendo ad esprimere una circostanza fissa e determinata della significazione
d’un aggettivo o d’un verbo, hanno ad essere, siccome sono di fatto in tutte le
lingue, necessariamente indeclinabili. Un avverbio che subirebbe una variazione
diverrebbe un altro avverbio, un’ altra parola. Gl’avverbi servono a sporre in
modo compendiato le idee che sprimer si dovrebbero mediante una preposizione e’1
suo complimento. L’esistenza semplice e la dipendente degli enti modificar
puossi relativamente al tempo, al luogo, al modo, alla qualità, alla quantità,
all’ordine, al numero, ec., quindi la diversità delle denominazioni apposte
agli avverbi e le varie classificazioni in che sono stati parliti. “Ora,” per
esempio, vien appellato avverbio di tempo; “qui,” avverbio di luogo; “bene,” di
modo; “a bello studio,” di qualità; “oltremodo,” di quantità; “d’ultimo,” d’ordine,
e così degli altri. Passiamo ora a sporre la maniera di formar gl’avverbi o le
espressioni avverbiali, in cui la parola “mente” e l’aggettivo relativo alla
modificazione che disegnasi, sono il complimento d’una preposizione sottintesa –
H. P. Grice: IMPLICATURA --. E caramente accolse a se quell’una. P. In questo esempio il nome “mente,” maniera,
essendo del genere femminile, l’aggettivo caro prende la desinenza in a che
conviene a questo genere come si è veduto nel capitolo degli aggettivi.
Soavemente disse ch'io posassi. D. Qui l’aggettivo soave non subisce alcun
cangiamento, perchè la forma degli aggiunti terminati in e, conviene igualmente
ad ambi i generi. Quando 1’aggettivo è terminato per re o per le , si tronca l’
ultima vocale per render più aggradevole il suono dell’espressione: Ora per le
tue parole maggiormente il conosco. B. Bene e lealmente le sue cose guidarono.
I nostri antichi scrittori non han sempre fatto una cotal elisione, come
rilevar puossi dai seguenti esempi: TJmilemente vi priego. Similemente il mal
seme d'Adamo. CATALOGO delle parole e delle espressioni adoperate come avverbi.
Analisi delle medesime. Queste parole e queste espressioni' si sporranno per
noi in due sezioni separate } parleremo nella prima delle parole generalmente
chiamate avverbi, e delle espres- sioni che , sebben composte di più paro- le ,
scrivonsi in una sola 5 e nella secon- da , si sporranno le espressioni
avverbiali formate col concorso delle preposizioni di , a , da , ec. Evvi un
gran numero di sì fatte parole che appellansi , or preposizio- ni , or avverbi
, ciò che ripugna alla ua- tura delle cose ed esser debbe un grande ostacolo ai
progressi della scienza. Noi ab- biam rimediato a questo disordine collo- cando
le parole in quella delle due classi che natura ha lor assegnata. A.
Adagio ad agio in modo simile ad agiato passo Adesso
ad esso in tempo attenente ad
esso tempo . Addoppio o a doppio in modo
simile a corpo doppio , cioè doppiato . Affatto
a fatto in modo simile a atto
fatto . Allora a la ora in tempo contiguo a quella ora. Allor fu la paura un
poco queta. Allotta per allora è voce poetica. Almanco a il manco
all'atto o al vo- lume manco a comparazione ec. Almeno a il meno. Questa espressione » è la
medesima che la precedente e si analizza del paro. Alquanto alcun tanto
alcun volume o tempo tanto quanto egli sia). E se questo mio ben durasse
alquan- to. P. Alto in luogo alto o in
tuono allo ). Gridavan sì alto. D. Evvi un gran numero di espressioni avverbiali
composte d’ una preposizione , d’un nome e d’un aggettivo, nelle quali l’elissi
sopprime i due primi elementi. Tali sono le seguenti , rimenate all’ordine
della costruzione diretta per servir di modello ad ogni altra forma della
sorte. Aperto ( in modo aperto ) ; assoluto
in modo assoluto j basso ( in
luogo basso o in tuono ) j breve ( in discorso breve) ; caro per prezzo caro ; continuo
in tempo continuo 5 eterno in tempo eterno , ec. Altramente altra mente
con mente altra . Le forme altramenti e altrimenti , sono variazioni
della prima forma. Altresì altro si con altro atto fatto si come questo o quello
. Altrettale altro tale in un altro modo tale , quale . .
.Altrettanto altro tanto un altro volume o atto tanto quanto è questo
o quello . Altrieri altro ieri in lo
altro ieri. Altronde altro onde in altro onde . Altrove altro ove in altro ove. Anche , anco , ancora a o in questa o quella ora . Più vago di
veder eh ’ io non fossi anco. P. Ancoi ,
voce poetica (a o in questo oggi). Appena o a pena ( in modo simile a pena).
Appieno a pieno in modo simile a luogo pieno. T non posso
ritrar di tutti appieno. Appunto a
punto in modo simile a punto accostato
a punto. Assai a sazietà , molto.
Avaccio in modo avacciato, prontamente. Avale
a eguale a tempo eguale al
presente . Bene , benissimo. Bensì bene
sì il fatto sta bene veramente
sì come io dico. Boccone o bocconi. Ci in questo luogo. Colà in quel luogo o tempo. Vuoisi così colà dove
si puote Ciò che si vuole. Colaggià o colaggiuso (colà giù o giuso) ( in quel
luogo stante in luogo basso). Colassù o colassuso colà su o suso in quel luogo stante in luogo alto . Come con o in che maniera , ovvero in quella
maniera che . Contrattempo coatra tempo in tempo stante contra a tempo
opportuno. Cosi co sì così . . come dico , come dissi , ec. Costà in cotesto luogo. Costaggiù costà giù
in cotesto luogo stante in giù. Costassù
costà su in cotesto luogo stante
in su . Costì (in cotesto luogo). Costinci da cotesto luogo . Ditel costinci ,
se non, Varco tiro . Cotale cotale con tale atto , quale. Cotanto co tanto con o in tanto volume in quanto . Cotanto V esser vinto gli dispiacque! P . Daddovero
da vero , da vero dico , o dice
.. . cose moventi da fatto vero . Dimane o dimani ( nel giorno di il se- guente
mane , cioè mattina). Quando fui desto innanzi la dimane , Pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
Ch' erano meco , e dimandar del pane. Dimanisera nel giorno di dimani nella sera.
Domattina domane nella mattina .
Dove nel luogo nel quale . Dovunque dove unque
in ogni luogo io che mai . E. Ecco
vedi vedete j odi , udite').
Essempigrazia o esempligrazia per grazia d'esempio ). Eziamdìo o eziandìo anche
Dio volente. Finora fino a o da quest' ora. Fiore per quanto è picchia qualsivoglia particella
che sia. Forse ciò è in forse . Già in tempo passato in tempo presente . Giammai
già mai in alcun tempo mai. Giu
o giuso in o nel luogo stante in lasso
luogo . Gli in quel luogo'. Gnaffe in mia fè . Guari. Credo che questa parola,
sì che la francese corrispondente, guères, derivino dal celtico gerr, picciolo
j d’onde il latino gerrae, bagattelle. I. Jersera, ieri sera, in ieri nella
sera. Immediate, senza mezzo; senza mettere tempo in mezzo. Imprima o in prima,
in ora prima. Indarno in vano $ in luogo vano. Indi, da o per quel luogo.
Ìndiritta, in diritta, in via non diritta. Questa forma non è più in uso.
Insembra o insembre, insieme. Voci antiche. Insieme. Questa parola, sì che la
latina simul, e la francese “ensemble,” derivano dal celtico eng, folla, e
syml, adunato. Intanto, in tanto tempo, in quanto. Intrafatto, in modo
interamente fatto. Jntrocque, intra hoc, intra questo tempo. Forma oggi
inusitata. Invano, in luogo vano. Issa, in questa stessa ora. Voce poetica.
Issofatto, in ipso facto. «e/ fatto stesso. Ita, ita est, così è, si. Questa
parola è poetica. Ivi, in quel luogo. Là,in quel luogo. Pon mente se di là mi
vedesti unque. D. Laci, in quel luogo. Forma poetica composta di là e ci.
Laggiù, là giù, in quel luogo stante in giù. Lassù,là su, in quel luogo stante
in su. Li, in quel luogo. Liei. È la stessa parola li, cui i poeti han giunto,
per la rima, ci. Linci da quel luogo.
Madesì, mio Dio sì. Le forme madie e madiò, mio Dio, siccome la
precedente , appartengono al dialetto toscano. Muffe, per mia fé. Mainò, mio
Dio, no. Maisi, mio Dio si. Male, in modo malo o per mio male. Malgrado, con
malo grado. Manco, in grado $ in peso j in volume mancato. Massime, in modo
sommo. Maunque, mai, mai \ mai in nessun tempo. Voce non più in uso. Mediate, con
mezzo } con termine mezzano. Meglio, in qualità migliore a comparazione dì .
Meno in quantità minore a comparazione
di. Mica per quanto è piccìola una mica.
Mo in questo momento. Molto in quantità grande. No
voglio negativamente. Non. Oggi
in questo oggi j in questo tempo . Oggidì , oggigiorno oggi m questo di ; oggi in questo giorno.
Oggimai oggi mai movendo da oggi e andando in mai.
Ognindi in ogni di . Ognora ogni ora in ogni ora. Ornai , ormai , oramai movendo da questa ora e andando in mai.
Onde nel luogo in che o da che o per
che. Ondunque onde unque in ogni luogo per lo quale mai. Ora in questa ora. Orinci in luoghi da qui lontani . Ove i'w o nel
luogo nel quale. Ovunque ove unque in ogni ove mai. Pai te in quella stessa parte di tempo. Peggio pia male a comparazione di. Più in quantità più grande a comparazione di..
Poco in volume poco. Posdomane, posdomani post , cioè poi , movendo da domane o
dimani. Punto per quanto è picciolo un punto. Qua in questo luogo . Questa voce disegna un
luogo men circoscritto di qui. Quaggiù
in questo luogo stante in basso.
Venni quaggiù del mio beato scanno.
D. Qualora qual ora in ora tale in ora in volta tale in quale
volta. Quando latino: qua in die il giorno o il tempo in che Quandunque quando unque
in ogni quando mai . Quasi. Questa parola viene dal celtico casi. quale
. Qualvolta Quassù qua su in questo luogo stante in su . Qui in questo luogo. Quicentro quivi entro
in questo luogo entro . Quid in
questo luogo. La particella ci è aggiunta alla forma qui per licenza poetica.
Quinci da o per questo luogo. Quiritta
in questo luogo per via ritta. Quindi da o per o in quel luogo.
Quinoltre o quindi oltre movendo da qui e andando oltre. Quivi in quel luogo. Quiviritta quivi per via ritta. Repente in atto repente.
Sempre senza fine. Questa voce risulta da due parole celtiche, chemp , o semp y
senza , e ar , ed in composizione er, fine. SI il fatto sta si , come io dico ;
come tu dici. Si si, come io dico , tu dici. SI
in modo fatto si , come conviene essere per questo che è. Con quest’analisi,
ciascuno può ridurre a un principio unico i quaranta significati differenti che
si attribuiscono alla particella si – H. P. Grice, MODIFIED OCCAM’S RAZOR --.
Sipa sì, forma del dialetto bolognese, adoperata d’ALIGHIERI (vedasi) nel
Inferito, nel senso di si. Sossopra o sottosopra o sozzopra la parte di sotto
stando nel luogo di sopra. Sovente in tempo sovente. Supino in alto supino. Supin ricadde, e più non parve fuora.
Talora in ora tale in quale ora ciò avviene
. Talvolta in volta tale in quale volta
ciò avviene . Tampoco tanto poco quanto poco si voglia . Tanto in tanto volume in quanto volume Tanto sio tanto tosto quanto tosto è possibile .
Tardi in tempo tardo. Teste in questa ora presente o passata o futura .
Tosto in modo tosto. Trabene poltra
bene. Troppo in truppa. Trovasi l’ origine di questo vocabolo nel celtico
tropa, truppa. Tuttavìa in tutta via .
Tuttavolta in tutta volta . Tuttora o
tutC ora o tuttore in tutta ora , in
tutte ore . U. XJguanno o unguanno per o in questo anno . Urnbè ! ora bene . U adunque da onde unque. TJnqua o
unque mai in alcun tempo . Pon mente se
di là mi vedesti unque. D. Unquanche o unquanco
unque anche , unque anco mai
insino a questa ora. Queste , e le due precedenti , son voci poetiche. Unque
mai mai, mai. Vi ivi in quel luogo.
Volentieri o volontieri con animo
volente. Delle espressioni avverbiali formate per mezzo delle preposizioni di ,
a , da , in , ec. Queste espressioni che sono una delle sorgenti della
prodigiosa ricchezza della NOSTRA LINGUA, sono del paro una delle principali
difficoltà per gl’apparanti l’italica favella. Epperò noi ci faremo a sporre ai
discenti un mezzo sicuro di sommettere al nostro metodo analitico sì fatte
espressioni quasi senza novero, operazione dello spirito senza la quale
impossibil cosa è comprenderne esattamente la forma e LA SIGNIFICAZIONE – H. P.
Grice: “Do ‘words’ mean?” --. Pongano ben mente gli studiami a questa parte
affatto nuova della nostra grammatica, alla quale ci lusinghiamo sarà fallo, da
coloro a cui l’altrui sapere non fa ùggia, assai grata accoglienza. Di in
maniera Di brigata. per modo Di
caso. nel luogo D'intorno di luogo stante in torno nel luogo Di
là. in modo Di buona voglia. in spazio
Di corto tempo. S nel tratto Del
continuo tempo . con passo Di pari passo. Fassi aperto dai precedenti esempi
che ogni espressione avverbiale formata della preposizione di, e d’una o di più
parole, altro non è che la parte qualificativa d’un nome e d’una preposizione
cui l’elissi sottintende sempre. Il nome sottinteso – H. P. Grice on Mill
sous-entendu -- non puote esser indicato che dal senso del nome espresso, e ’1
verbo dall’espressione avverbiale modificato, può solo farci trovare la
preposizione di cui il nome elittico è il complimento. movendo dal giorno D' oggi andando in poi. in tempo
Di bel mezzo di. movendo da
stato Di bene essere , andando in meglio essere .
movendo da un termine Di tempo andando
in altro tempo. Vedesi ad evidenza da quest’analisi
che se una delle espressioni di cui abbiam parlato sia seguita da un nome,
complimento della preposizione in , questa formula è il termine della parola
andando, dalla elissi sottintesa. I. in
modo appartenente A bocca. in compagnie
simili A branchi. in modo eguale A briglia sciolta. in quantità simile A bizzeffe. co» intaglio
appartenente A bulino, in tempo conveniente A buona stagione . per prezzo eguale A buon mercato. in tuono eguale Ad alta voce.
per cammino verso A destra mano con animo inteso A diletto. in luogo
appartenente Ad imo luogo in tempo appartenente Ad uri ora.
con caratteri simili A lettere
maiu- scole. in luogo verso Allo
luogo stante in giù. La
preposizione a – cf. H. P. Grice: “I feel uncomfortable talking about the
‘sense’ of ‘to’ -- disegna il termine a cui tende l’essere o la cosa \ questa
tendenza do vrebb’ esser espressa d’un aggettivo che, in cotali espressioni
avverbiali, è sempre sottinteso. Questo aggettivo è sempre uno di quei che
reintegrati abbiamo nelle precedenti frasi j cioè appartenente j simile y
eguale y conveniente j volgente j verso. a. in maniera simile A brano presso a
brano. in tempo confine Ad ora
seguente ad ora. in luogo presso
A terra presso a terra. In queste espressioni avverbiali: ad ora ad ora, a
terra a terra, ed altre simili , evvi una DOPPIA ELISSI che reintegrar deesi
nella guisa stessa delle forme semplici.
aao 3 . Mangiare in modo
simile a
modo che crepa il
corpo. in modo simile A modo
che' fiacca il collo. È sempre il
medesimo principio $ alleghiamo questi esempli per far vedere come empier
debbansi le elÌ6Si ueile espressioni in cui entra un verbo. 4 in proporzione
eguale Ad assai quantità . Se l’espressione avverbiale
compongasi della preposizione “a” e d’un avverbio o d’un aggettivo, questo
determina o qualifica un nome sottinteso. 5 . in modo simile A fine forza
forzata. Quest’esempio è destinato a dimostrarci un errore generalmente sparso
, che in sì fatta espressione la parola forza sia nome, mentre è aggiunto. nello spazio appartenente Al luogo di fuori. L’ articolo legato alla
preposizione “a” determina con l’aiuto dell’espressione qualificativa di fuori,
o simile, il nome luogo od ogni altro nome relativo alle circostanze e che è
sempre sottinteso. Se, invece della preposizione di, siavi ogn’altra
preposizione, supplir deesi la parola eh’esprime il rapporto, di cui la
preposizione è il segno j come per esempio nella f orma alla per fine, eh’ è
sincopata di giunto alla parte passante per fine. Da in luogo movente Da banda.
in luogo movente Da luogo alto.
in luogo movente Da lunga via.
in prezzo movente Da meno valore a comparazione di. movendo
Dalla via lontana.
in luogo movente Dalla parte stante
lungi. La preposizione “da” disegna il termine della partenza espresso
dall’aggettivo movente , sempre sottinteso in siffatte espressioni avverbiali;
questa parola è adunque in esse il primo mobile dietro il quale tutte le altre
voci offronsi naturalmente da sè stesse al pensiero. movendo Da
una banda andando fino
a l'altra banda. movendo Da luogo
passante per lutto luogo. movendo
Da indi vegnendo in qua. Se una di queste espressioni
avverbiali sia seguita da una preposizione con un complimento, il discente
restituir dee l’aggettivo esprimente il rapporto di cui la preposizione è il
segno. f. In In luogo
allo. In tempo breve. Per reintegrar l’elissi in queste,
espressioni avverbiali , basta sapere ch’ogni aggettivo suppone un nome cui
qualifica ed a cui si raffibbia come la qualitate alla sostanza. nel luogo stante In
luogo posto là. nel luogo stante In
luogo posto oltre. Nelle espressioni avverbiali composte d’una
preposizione e d’un avverbio, avverta bene lo studiante che l’avverbio modifica
sempre il suo aggettivo sottinteso che fa parte del complimento della
preposizione, sì come nei due precedenti esempi. Per l’azione passando Per costà.
la dimostrazione passando Per
esempio. l’azione passando Per luogo
diretto. l’ azione passando Per forza. In ogni espressione avverbiale
composta della preposizione “per” e d’una o più altre parole, la elissi
sottintende sempre 1’aggettivo esprimente l’idea del rapporto onde la
preposizione per disegna il termine. il desiderio passando Per
tempo appartenente al
presente tempo. Se la prima parte
dell’espressione avverbiale sia seguita dalla preposizione “a” col suo
complimento, fa di mestiere sostituire, sì nell’una che nell’altra, 1’aggettivo
che può solo esprimere il rapporto di cui la preposizione non fa che indicare
il termine. il motivo dell' azione
passando Per lo adoperarla
in casa. Dassi l’ analisi di quest’espressione, Perchè si è creduta una
spezie d’irregolarità di cui impossibil cosa era render ragione. Delle
espressioni avverbiali che forman classe a parie. Già lungo
tempo è passato . Infine in fine
movente da sera. Injìn movente
da questa ora. Viva son io, e tu sei morto ancora,
Diss'ella, e sarai sempre injìn che giunga Per levarti di terra l' ultirn ora.
P. Injino in fine appartenente a questa ora. Injino appartenente
allora a quella ora . Là in quel
tempo intorno in torno
in L' altrieri. con Armata mano. in Ogni ora. in modo stante Oltra al modo
convenevole . Più che tanto
quanto basta . il tempo scorso da
quell' ora alla presente Poco tempo
fa. Poco tempo stante
fra l’uno e l’altro fatto come
Punto passante per punto. movendo Quindi andando a pochi di. Quivi in quel
lnogo medesimo. Quivi in quel luogo posto in su. Quivi
andando oltre. in Tutte le più
spesse in numero volte. movendo Indi
andando a pochi di. Delle
Congiunzioni o Interiezioni congiuntive. Le differenti spezie di parole che
sonosi fino ad ora da noi considerale, sono gl’elementi o le parti integranti
delle proposizioni, ed esse v’entrano più o men necessariamente, a ragione
della natura propria di ciascuna e dei differenti bisogni dell’enunciazione.
Non avviene lo stesso delle congiunzioni. Esse sono, al certo, elementi
dell’orazione, giacché son parti utilissime nei nostri discorsi, ma non sono
elementi delie proposizioni esse servono
solamente a legarle le une alle altre. Tal è di fatto, o giovanetti, il
carattere distintivo di questi segui della favella che congiunzioni
addimandansi: esse ordinate sono a legare una con altra proposizione ed errano coloro che fansi a credere che le
congiunzioni legar possono pur anco una con altra parola, mentre sempre due
sentenze realmente congiungono – “He went to bed and took off his trousers” –
He went to bed and took off his boots and trousers – He went to bed and took his
trousers and boots. E in vero, quando dico: “Demostene E Cicerone sono
eloquenti” – “H. P. Grice, “Or Mary likes peaches and creams”, io dico in
realtà “Demostene è eloquente,” E – il primo operatore diadico – H. P. Grice --
Cicerone è eloquente. Od, in altri termini, Demostene è eloquente, a ciò AGGIUNGO
CHE Cicerone è eloquente. Del paro, quando dico: “Questo principio è vero O
falso,” è come se io dicessi: “Questo principio è vero O – H. P. Grice: the
second dyadic operator -- questo principio è falso.” E traducendo o, si ha: “Questo
principio è vero A UNA CONDIZIONE – LA QUALE è che non si possa dire che questo
principio è falso.” La congiunzione – strettamente, disgiunzione – “o” esprime
realmente tutto ciò che vedesi in carattere corsivo, tra queste due
proposizioni: “Questo principio è vero”, “Questo principio è falso” e così ella
appicca l’una col’altra. – O. P. Wood on H. P. Grice, “My wife is in the
bedroom or in the kitchen” -- Dir puossi altrettanto delle congiunzioni che
adopera nsi nell’interrogare comechè non
paiano da prima due proposizioni congiugnere, perchè la prima è SOPPRESSA. In
effetti, nelle formule: “COME siete voi entrato? PERCHè siete voi sortito?”, esprimo
realmente queste idee: “Io domando COME voi siete entrato E io domando perchè
voi siete sortilo. E, sviluppando il sentimento delle congiunzioni, risulta: “Io
domando UNA COSA, la quale è la maniera onde voi siete entrato. E io domando
una cosa la quale è la ragione per la quale voi siete sortito. Le congiunzioni “come”
e “perchè” collegano in realtà le proposizioni *sottintese*: “io domando” – H.
P. Grice on Ross’s performative hypothesis --, colle proposizioni ESPRESSE: “Voi
siete entrato” e “Voi siete sortito.” Dai soprascritti esempli adunque
evidentemente conoscesi che questi segni sono, è vero, un elemeuto del
discorso, ma non precisamente un elemento d’una proposizione in particolare; esse
son parole elittiche, ma differenti da tutte le altre, elle hannosi a
riguardare qual formola compendiata d’una intiera proposizione, il cui senso
relativo e imperfetto s’appicca alla proposizione che le precede, e perdesi in
quella che le segue e in lor si confonde. La voce che dalla cui virtù ricevon
tutte le altre e nome e proprietà di congiunzioni, è propriamente la
congiunzione unica, la congiunzione per eccellenza. Essa deriva dal primitivo
qhe o quhè, che SIGNIFICA legame, cordone, possanza unitiva. Imperò, chi non
considera delle cose la material forma, manifestamente può vedere che la congiunzione
che non è altro che l’aggettivo congiuntivo, di cui a suo luogo ragionossi, il
quale, adoperato siccome congiunzione, è il nesso che due proposizioni fra loro
collega. Quando dico, per esempio: “Voglio CHE – J. L. Austin and H. P. Grice
on the ‘that’-clause -- siate buono”, è lo stesso che: “Voglio UNA COSA, la
quale è: siate buono. Estimiamo affatto superfluo produr qui altri esempli a
provar tal vero. Nel seguente catalogo si sporranno , all’ uopo , trenta frasi.
Quindi non dobbiamo maravigliarci delle tante inutili distinzioni fatte di
questo segno – H. P. Grice: “I share the sentiment when L. J. Cohen said that
there were 33 senses of the indefinite article ‘a’ --, nè dei tanti e sì
diversi nomi imposti alle congiunzioni, appellandole, altre causali, altre
copulative, condizionali, sospensive, dubitative, negative, aggiuntive,
elettive, conclusive, dichiarative, diminutive, ec. Perchè le vane appellazioni
dall’errore e dall’ignoranza prodotte non ci abbaglino, imprendiamo or a
disaminare tutte le formule che a dritto o a torto congiunzioni addimandansi,
procurando di far apparare il vero uficio e ’l valor proprio di ciascheduna.
Catalogo alfabetico ed analisi di tutte le parole e frasi adoperate come
congiunzioni. A. Acciò ( a ciò ) ( con animo inteso a ciò che è, ec. ).
Acciocché ( a ciò che ). Abbenchè ( a bene che ). Affinchè o affinechè, a fine
che, con animo inteso a un fine che è, ec.. Ancora che o ancor che, a questa
ora avvenendo una cosa che è , ec. Ancora quando, in quella ora nella quale
avviene che. Anzi che, in tempo anteriore, guardando al tempo in che avverrà
che. Appresso che, a presso che, in tempo contiguo a tempo presso a quello in
che [H. P. Grice, “Actions and Events – FIGURE] fa > facciamo, fate, fanno. Faceva, ec. J
Feci , facesti, fece , facemmo, faceste, fecero. Farò, ec. Farei, ec. Fa,
faccia , facciamo , fate , facciano. Che faccia , ec. Che facessi , ec* Stare.
Stando. Stato. Sto , stai , sta 9 stiamo , state , stanno. Stava, ec. Stetti ,
e non stiedi , ec. stesti , stette , stemmo 9 steste, stettero. Starò, ec. Sta,
stia, stia- mo , state, stieno o stiano. Che stia, ec. Che stessi , ec. , e non
già slassi , ec. Seconda Declinazione. Partiamo questi verbi in due classi , di
cui la prima comprende quelli ch’han T ac- cento tonico sull’ antipenultima
vocale } e la seconda quei ch’han quest accento sulla penultima. I verbi della
prima classe non hanno d’ irregolare che il perfetto assoluto e ’I participio
passato , o pure l’ uno o l’altro solamente , tranne i verbi che seguono e i
lor composti : bdttere , cdpere , crede- re , empiere , ésigere , fèndere ,
frèmere , gémere , miètere, méscere , pàscere, pèn- dere, prescindere,
ricévere, resistere, riflèttere, ripètere, scèrnere, sólvere, spandere,
splèndere, sprèmere, stridere, ìmccùmbere , sùggere , fóndere , véndere .
Quelli della seconda classe hanno altre irregolarità, salvo persuadere e solere
che hanno irregolari persuasi , ec. , persuaso e sòlito. Verbi della prima
Classe. np a lor cere , tòr « tòrto. Ucci e/ere , ucci ucciso. Accór gere,
accòr 5 / accòrto (a). Fri g&re , fri fritto . Có gliere , cò còllo. Distin
gi/ere , distin « distinto. M e//ere , m messo. Pr émere , pr èssi prèsso. Espr
intere , espr èssi esprèsso (4)- Acce ndere , acce si acceso (5). (i) Cedere ;
cèssi o cedetti; cesso o ceduto. Dirigere; essi, etto. Esigere; eì, esatto.
Cingere, insi, into. Negligere; èf« ; étto. {ò) Flettere Jlcssi Jlesso Espellere
; , a/jo. Fóndere yùjo. Ass ólvere, ass òlsi assòlto corrompere
corr appi corrotto correre cor si corso. Conoscere conobbi conosciuto Discutere
discu ssi discusso Presumere presunsi presunto. Cuocere còssi còtto Pere uotere
pere òssi percosso. Commuovere commossi commòsso Vivere vissi vissuto Nascere
fa nacqui nato j e piòvere piovve piovuto. Verbi della seconda classe. condurre
sincope di conducere Conducendo Condotto Conduco Conduceva Condussi Condurrò
Condurrei Conduci f conduca Che conducessi Dicesi pur assoluto Sólvere: et o
etti ; utos Involgere invòlto Nuocere: nàcqui, nociuto Severe per contrazione Bere Beendo o bevendo. Beo o
bevo , ec. Beeva o beveva. Bevvi bevei o bevetti, la prima forma è più usitata.
Berò o beverò Cadere Cadendo Caduto.
Cado o caggio. Caddi. Son caduto. Caderò j e cadrò , solo nel verso. Chiedere.
Chiedendo. Chiesto. Chiedo o chieg- go , chiedono o chieggono. Chiesi 9 Chie-
da o chieggo. Dire , sincope di Dicere. Dicendo. Detto. Dico , dici o di ' ,
ce, diciamo , dite , dicono. Dissi . D/’ , cùca. CAe dicessi. D Dolere (si). Dolendosi. Dolutosi. Mi dòlgo o dò- glio , ti
duoli , si duole , ci dogliamo , vi dolete , si dolgono , o dogliono. Mi dolsi.
Mi son doluto. Mi dorrò. Duoliti, dò! gasi, o dógliasi , dogliamoci , dolete-
vi ) dólgansi o dógliansi. Dovere. Dovendo. Dovuto. Debbo o deggio , devi o dèi
, deve, dèe o dèbbe , dobbia- mo , ec. Dovei o dovetti , ec. Dovrò. Che debba ,
ec. Nuocere. Nocendo. Nociuto. Nuoco o néccio , nuoci j nuoce , nocciamo ,
nocete , ec. No- ceva. Nócqui. Nocerò. Nuoci , nuoccia o néccia. Parere.
Parendo. Paruto o parso. Paio , pari , pare , paiamo , parete , paiono.
Parvi. Parrò. Pari, paia, paiamo ,
parete , pa- iano. Piacere. Piacendo. Piaciuto. Piaccio, piaci, ec. Piacqui.
Piacerò. Piaci, piaccia , ec. De- clinate allo stesso modo giacere. Porre ,
sincopato di Ponere Ponendo. Posto. Pongo , poni , pone , poniamo , ponete ,
pongono. Posi. Porro. Poni , ponga. Potere. Potendo. Potuto. Posso , puoi , può
, possiamo, potete, póssono. Potei. Potrò . Che possa , ec. Rimanere.
Rimanendo. Rimaso o rimasto. Rimare - go , rimani, rimane, rimaniamo , non ri-
mangliiamo nè rimagnamo j rimanete , ec. Rimasi. Rimarrò. Rimani, rimanga , ec
Sapere . 3i5 Sapendo. Saputo. So, sai, sa, sapiamo sapete sanno Seppi Saprò Sappi
sappia, ec. Scegliere, per sincope Scerre Scegliendo Scelto Scelgo o sceglio,
ec. Scelsi Sceglierò Scegli scelga o sceglia Sedere Sedendo Seduto Siedo o
seggo sierfi siede i sediamo o seggiamo sedete seggono o siedono Sederò j
fee?rò nel verso Siedi segga o sieda sediamo o seghiamo sedete seggano o siedano
Svellere e per sincope Sverre Svellendo Svelto Svelgo o svelto sce/- // svelle
o sveglie sveltiamo sveltele svelgono Svelsi Ho svelto Sverrò Sveltii svelga sveltiamo svellete svelgano. CK io svelga che noi sveltiamo, ec. Tacere.
Tacendo Taciuto Taccio, ec. Tacciamo tacciono l'acqui , ec. Taci taceia y ec.
Tenere Tenendo Tenuto Tengo, f/em, tiene teniamo, ec. Tenni, ec. Terrò, ec. Terrei,
ec. Tieni , tenga, ec. Togliere o Torre. Togliendo. Tolto. Tóglio o tòlgo, togli,
toglie , ec. Tolsi* ec. Toglierò o for- rò, ec. Toglierei o torrei. Togli,
toglia o /o/gtf , ec. Traere o Trarre. Traendo. Tratto. Traggo , trai, trae,
traiamo o traggiamo , traete , traggono. Trassi, ec. Tranò, ec. Trai, tragga,
ec. D Valere. Valendo. Valuto. Valgo o vaglio, va- li 9 vale , vagliamo , ec.
Valsi , ec. Var- rò , Vali , va/ga o vaglia 9 ec. Vedere. Vedendo Veduto Vedo
veggo veggio, ec. vediamo o veggiamo,
ec. Vidi , e non , ec. Vedrò, ec. J'Wt , ve- da, vegga o veggia. Volere.
Volendo Voluto. Vàglio ovo, vuoi , vuo/e o vo’, vogliamo volete vogliono, e nel
verso vonno. Volli , ec. Vorrò , ec. Che voglia, ec. Verbi Irregolari Della Terza Declinazione.
Tutti questi verbi declinansi come il verbo unire, il quale non è irregolare se
noa al presente assoluto dell’INDICATIVO, a quello dell’imperativo e del SOGGIUNTIVO
– H. P. Grice: “I will not analyse the subjective mode, since I dedicated a whole
lecture to what in 1987 I enttiled for the first time “Indicative conditionals”
– meaning Not the subjective type Mackie was breaking my patience with!” --,
ove la prima e la seconda del plurale son regolari. 1. ° Unisco , unisci ,
unisce , uni- j scono. 2 . ° Unisci , unisca uniscano Che unisca che unisca o
unischi , unisca , cAe uniscano. Il verbo apparire , ha le doppie forme,
apparisce o appare , appariscono od cp- paiono. ' * • ' I verbi aprire ,
coprire , scoprire , han le doppie forme apri* e apersi , ec. Havvi di quei
verbi che , al presente assoluto dell’ indicativo , all’ imperativo ed ' al
presente del soggiuntivo , han due for- me, tali che abhorrire , che fa
abbonisco od abborro , ec. 1/ uso e ’l dizionario fa- ranno istrutti di
siffatte differenze gli stu- diosi.
Verbi della, stessa declinazione , Degni di nota per irregolarità
particolari. Morire. Morendo. Morto. Muoio , muori , muore , moiamo , morite ,
muoiono. Morii , e non morsi , ec. Morrò , ec. Muori , /Muo- ia , ec. Salire .
Salendo. Salito. Salgo , , ec. <Sa-
gliamo , ec. »Sa/i , .saiga , ec. - Seguire. Seguendo. Seguito. Seguo o sieguo
, ec. Segui , segua , ec. XJdire. Udendo. Udito. Odo , ec. Udiamo , udite ,
odono. Udiva , ec. Udii, ec. Z7- rftrò , ec. Ofifr , udiamo , udite , odano .
Udissi, ec. Uscire. Uscendo. Uscito. Esco , esci , esce , usciamo , uscite,
escono. CK io esca , ec. C/f’ io uscissi , ec. Venire . Venendo. Venuto. Vengo
, vieni, vie- ne , veniamo , venite , vengono. Venni , ec. Verrò , ec. Vieni,
veniamo o ve gno- mo , ec. Verbi Difettivi. Qui farassi per noi da ultimo una
spo- sizione di alcuni verbi i quali , per patir difetto di molte voci nella
lor declinazio- ne , addimandansi difettivi. Saran da noi soltanto notate le
forme che sono in usanza. Arrogere che vale Aggiugnere. Arroge , egli arrogeva
j atro se , arrosero , arroto , arrogendo. Calere, che significa esser a cuore.
Co- luto. Cale ; calea $ colse j caglia j cales- se 5 correbbe. Digitized by
Googte 321 Folcire che vale quanto reggere , pun- tellare. Folce $ folcisse.
Gire che dinota andare. Gito $ gite -, giva o già givi giva o già givamo givate
givano o giano gisti gi o gio gimmo giste girono girò, gzraz gz- rà giremo gzre/e giranno 5 gira ec. gissi, ec. Ire vale quanto gzre , ambedue
poco ia usanza in prosa, ito j ite } iva ; zVzzwo j /remo , zrete. Licere o
lecere che suona quanto esser lecito o convenevole . Z^'ce o lece. Lucere nel
sentimento di risplendere , soffre difetto nella prima persona del pre- sente
assoluto dell’ indicativo 5 dell’intero passato assoluto primo j di tutte le
forme composte , perchè mancante del participio passato. Mólcere che suona
addolcire, ha molce e molcea. Olire nel senso di render odore , ha oliva ,
olivi , olivano j olente. Redire o riedere che vai ritornare , ha riedi , riede
, riedono Solere. Questo verbo significa esser sò- lito , aver per costume .
Solendo j solito , soglio , suoli o suo ’ , suole , sogliamo , solete ,
sogliono. Fui solito , ec. Soleva , ec. CAe soglia , ec. C7*e solessi , ec. E
qui ci aggrada di far fine al nostro ragionare, lasciando il rimanente alla
cura particolare , al buono avviso dei maestri filosofi , al giudicio e alla
direzion loro , nè siavi , spero , chi appuntar osi i caddi prieghi che fommi a
dar loro , cioè che vol- ger facessero ai loro allievi nocturna et diurna manu
le più terse scritture dell’au- reo secolo dell’ Alighieri , del Cavalca e del
Passavanti , nelle quali apparar potes- sero e la soave e spontanea movenza
de’pe- riodi e la forbitezza dello stile e la pu- rezza del dettato e la
semplicitade e leg- giadrìa. ERRORI INCORSI IN POCHI ESEMPLARI. Alla pagina verso
i 3 dopo la voce — parola — aggiungi — che non comincia. ERRORI. CORREZIONI. Ciovanasiro
Giovanastro. Epistola Dedicatoria Analisi del Discorso Decomposizione della
proposizione nei suoi , elementi Della divisione delle proposizioni Degli
elementi della proposizione Delle interiezioni Dei nomi e dei pronomi Dei verbi
e dei participi Degli aggettivi [H. P. Grice, ‘shaggy’ – ‘adjective noun’ -- o
modificativi Delle preposizioni Degli avverbi Delle congiunzioni o interiezioni
congiuntive Della sintassi Della maniera cT espri • mere differenti rappor- ti
che i Greci ed i Lar tini disegnavano per mezzo dei casi Paradigmi d' analisi
nel- le frasi si dorme, si mangia , si loda , e simili Del ripieno Dell’accento
grammaticale Dei segni durevoli delle nostre idee, ed inispezialità della
scrittura propriamente detta a&s 'c,
8 1 I !»* > w " w " #C. Nome
compiuto: Domenico Pandullo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, “Grice e Pandullo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Panebianco: implicature del
deutero-esperanto – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo italiano. Roma, Lazio. A differenza del deutero-esperanto di Grice,
non usato ma da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri
filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut
circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si veda), in Mensura de circulo
iuxta Leonardo[VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio
della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale
es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini).
Vedasi ALBANI, BUONARROTI. P. (vedasi) è un filosofo grandemente appassionato
d’Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista" –
cf. Grice: deutero-esperantista socialista.” Quest'ultimo, come si evince anche
dal titolo del suo saggio, vede nella lingua inter-nazionale un modo per
mettere la parola fine ai contrasti inter-nazionali, e in particolare al
capitalismo spietato di CAMBRIDGE (“Oxford has always been libral” – Grice).
Inter-linguista, quale que es suo opinione politico aut religioso es certo
precursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno
solo lingua magis facile, commune ad illos non pote es actuale systema de
"homo homini lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi
SOCIO –cf. Grice, The Universal Principle of Conversational Helpfulness. Per
ben adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di P. deve seguire gli stessi
principi di quella di P. Es evidente que essendo id SINE GRAMMATICA, id es de
maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo
quasi impossibile ad fac AMBIGUITATE – cf. Grice, ‘Avoid ambiguity’ --, excepto
ad prae-posito [“As when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED
for the purpose of bringining in a conversational implicature”]. – Grice: “But
even I would say a preposition need not be ambiguous: surely ‘between’ doesn’t
change its sense when we are speaking of a locational or moral ordering: Smith
is between Tom and Jerry. Etiam es multo plus rapido compone et
scribe in isto lingua que in proprio lingua nationale – Grice: “I always wonder
if Oxford is a nation: too many foreigners, though! -- Si capisce allora che
egli auspica che il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non
solo internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì
avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i
popoli. Adoptione de lingua Internationale es signo que evanesce contentione de
classe et bello PADOVA ST AB. GRAFICO L. BOSCARDIN. Adoptione de lingua
inter-nationale es signo que evanesce contentione de classe et bello. Es
adoptione de lingua inter-nationale que fac evanesce contentione de classe et bello
aut es evanescentia de isto duo scelerato re que fac adopta lingua
internationale? Isto es ipso quaestione si exsiste ante ovo aut gallina! Certo
que quando statu de productione adveni ad opportuno evolutione (et me non sci
si isto statu es illo actuale) contentione de classe more per simplice facto
que evanesce isto duo classe, uno formato de pauco opulento et alio de numeroso
paupere. Isto suo morte es debito ad extenuatione lento de illo cumulo de usus
que constitue institutione magis antiquo et magis importante de proprietate
privato de medios de productione (agros, minas, fabricas et machinas agricolo
et industriale etc.) et de commutatione (ferro-vias, naves, automobiles etcj.)
Ultimo phasi de morte de isto institutione et, ergo, de contentione de classe,
es violento. Historia doce es violentia obstetrice de vetere systema sociale
que sta pro parturi uno novo. Desiderio de humano CIVILITATE – Grice:
“Conversational maxims are things an honest, civil, chap follows!” -- que non
vol violentia nihil pote! Violentia per que pullo rumpe involucro de ovo es
inevitabile! Grande revolutione initiato in epocha prashistorico fac substitue,
in modo graduale, usque ad tempore historico, proprietate privato ad
collectivo. Isto antiquo proprietate non es plus capace de da ad homines
necessario augmento de productione, ergo, surge actuale proprietate. Hodie productione es extreme exuberante, tanto que es dissipato immenso
quantitate de humano labore. Res non solo inutile sed pernicioso (milliones de
fusile et de cannone, enorme naves revestito per lorica de aciario, submarinos,
aeroplanos etc.) humano scelerato dementia produc! Si productione de res
inutile et de pernicioso fi abolito, labore humano fi reducto ad 4 aut 5 hora
per die. Ergo, non essendo plus forma actuale de productione (illo que basa se
super proprietate privato) necessario, essendo super-abundantia de productione,
isto forma, causa de scelerato injustitia, evanesce, et proprietate collectivo
es restituto ad mundo. Nihil novo sub sole! Homines de systema sociale basato
super proprietate collectivo es socio, ergo, non existe plus illo duo classe
antagonista ante dicto. Toto homines fi, in tale systema, commodo laborante de
labore directivo aut subordinato – Grice: “To co-operate is not to sub-operate,
or to hyper-operate: both conversationalists are on the same level.” -- et
nullo homine pote vive sine labora, id es ut parasito super labore de
proletarios. Tunc lingua inter-nationale fi reale inter-nationale, et tunc, cum
evanescentia de contentione de classe, necessario producto de proprietate
privato, es probabilitate grande que evanesce bello. Adoptione de lingua
inter-nationale et evanescentia de contentione de classe non es subitaneo.
Illos es: adoptato primo, et es facto evanesce ultimo in modo plus aut minus
rapido aut lento, usque ad morte ante dicto de contentione de classe. Usque
tanto que existe contentione de classe, lingua inter-nationale forsan non fi
reale inter-nationale. Sed isto existentia de scelerato contentione de classe
et isto forsan non possibile inter-nationalitate de nostro inter-lingua (Int.),
non pote impedi, ad praecursores de illo nobile idea pro adoptione de lingua
inter-nationale, de labora pro suo actuatione. Isto praecursores, que consuma
suo sudato et parcito moneta pro fac re magis utile ad suo simile, es, in primo
tempore, deriso ab vulgo burgense. Isto vulgo forma magis grande parte de
burgesia, uno de duo classe antagenista et que demente vol plus cito perde vita
que suo privilegio de dominio super alio classe, illo de proletario, i. e. de
laborante. Laborantes, in primo tempore, non es capace de comprehende que
conato pro adoptione de lingua internationale es signo que suo catena de
servitute sta pro rumpe se, et non da ad isto praecursores ullo animo. Sed isto
praecursores, inter derisione de primo et indifferentia de secundo, continua
imperturbato sua opera pro bono de suo simile! Uno de isto praecursores, ab
multo annos strenuo propugnatore pro triumpho de isto nobile idea, es nostro
amato socio, reverendo Pinth de Luxemburg, auctore de plure publicatione in
Int., et speciale de vocabulario deutsch - Int. Ad illo me mitte affectuoso
sentimento de maximo aestimatione. Sed existe contentione de classe? Quasi toto
diurnales, et certo illo magis diffuso, scribe, et numeroso homine politico de
classe burgense scribe et loque de actuale harmonias sociale! Etiam cultores de
scientia oeconomico, que fac crede es scientista, dum illos es sycophanta de
capitale, dic que systema sociale actuale basa se super harmonias sociale, super
COLLABORATIONE – Grice: co-operation -- amicabile de laborantes cum domino!
Numeroso burgense pauco instructo, dic que isto contentione de classe es
inventione de socialistas, dum isto contentione es de maximo antiquitate. Illo
incipe quando incipe proprietate privato, que divide homines (que ante, quando
existe gentes in vice de nationes, es SOCIO) in duo classe antagonista: uno
formato de pauco domino et alio de numeroso servo. In tempore de Platone, 4
seculo ante Christo, isto grande philosopho scribe: Omni civitate, et si inter
illos plus parvo, non es uno civitate sed duo: uno de opulentos et alio de
pauperes, uno contra alio pugnante». Quatuor seculo retro, Moro, grande
cancellario de anglo regno, sub rege: Defensore de Fide (titolo dato de papas
ad Enrico VIII ante suo abjuratione de catholica fide, que dilige se
decapitando suo uxores et cancellarios, scribe: Opulentos vol posside medios
que, ultra assecura ad se suo opulentia in modo malo acquisito, es etiam apto
ad fac volve ad suo exclusivo profectu, solvendo in maximo minore modo, labore
de pauperes. Et quando illos inveni isto medios, in nomine de patria, isto
medios es imposito per lege. Isto auctore immortale de Utopia adjunge, pro
claritate, «es vita de bestias invidiabile pro isto pauperes. Per isto suo
scripto illo es bene meritante suo decapitatione! Sed nos redi ad lingua
inter-nationale. Es evidente que essendo id SINE GRAMMATICA, id es de maximo
facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi
impossibile ad fac ambiguitate – cf. Grice: avoid ambiguity -- , excepto ad
prae-posito. – Grice: “I wouldn’t think ‘between’ is ambiguous between a
locational and a moral sense of merit in “Smith is between Tom and Jerry”.
Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto lingua que in proprio
lingua nationale. Effective, #um in lingua nationale, vocabolo que exprime
actione (i. e. VERBO [Grice, not noun] de grammatica) habe grande numero de
variatione et etiam de mutatione de radice (A. be, is, was, etc.; F. etre,
suis, etc.; I. essere, sono, fui, etc.), in lingua internationale isto
vocabulo, ut omni alio suo vocabulo, es invariabile. Vocabulo es de Int.
habe in francais 56 forma diverso et circa ipso in italiano! Illo que aperi
libro de uno lingua nationale, si non cognosce isto lingua, non es capace,
etiam si illo posside vocabulario et grammatica de isto lingua, de intellige
id. In contrario, scripto in Int. es intellecto perfecte ab persona que vide
primo vice isto Int., si illo posside vocabulario de Int., aut, post ullo
minuto de opportuno instructione de latino, vocabulario de latino de schola.
Effective isto facto de intellige lingua per solo vocabulario es possibile
quare Int. habe, ut es ante dicto, suo vocabulos invariabile. Solo exceptione es adjuctione de “s” ad vocabulo que designa persona aut re
que es plure, si per comitante vocabulo non es intellecto que es plure. Ergo,
persona scribe: «duo libro, serie de libro» et non «duo libros, serie de
libros» -- Grice: “Me Tarzan – Tarzan Tarzan, duo Tarzan” --. Selectione de
latino, ut basi de Int., es facto, nam suspicione nationale, abjecto producto
de systema sociale in que homines non es socio sed diviso in duo classe et
plure natione, non permitte ute lingua nationale ut Int. Certo engiish es
lingua nationale de grande diffusione et suo grammatica es plus simplice que in
omni alio lingua, sed suo pronuntiatione es magis difficile pro suo
irrationalitate. Cetere, non es possibile, pro illo que es ante dicto, suo
adoptione ut Int. Pro intellige uno lingua nationale necesse plure mense de
studio et pro scribe correcte id plure anno. Pro scribe correcte italiano nos
stude id 11 aut 12 anno! Correcte? Saepe me senti professore de lingua italiano
dic de suo collegas que illo scribe ut cane! In conclusione omni lingua
nationale es multo difficile. Capitalista et suo intellectuale clientes habe
possibilitate ad stude longo tempore et ad disce suo lingua nationale.
Laborante que es proletario non habe isto possibilitate. Et isto grande, magis
grande privilegio de capitalistas et suo clientes intellectuale, pone
laborantes ad fronte ad suo inimico in grande inferioritate et, ergo, solida
suo catena de servitute. Clientes
intellectuale, que es fortia ultra potente de capitalistas, specie illos que,
ut in isto casu, es plus idoneo, i. e. literatos, pugna in forte modo contra
adoptione de isto lingua. Isto adoptione fac perde ad capitalistas uno de suo
maximo PRIVILGEIO – Grice: “Precisely Gellner’s criticism to or class!” --, et
suo clientes defende illos contra isto jactura pro recipe, in compensatione de
suo turpe actione, parte de manubiae que capitalistas praeda ad laborantes. Me
ute vocabulos urente: turpe, manubiae et praeda. Sed illo es proprio. Sed
capitalistas que praeda manubiae et suo intellectuale cliente que fac actione
turpe de defende illo, non es responsabile, isto de suo turpe actione et illo
de praeda manubiae. Responsabile es solo systema sociale. Proletario que,
per casu raro fi capitalista, fac illo que fac isto: i. e. praeda manubiae ad
suo antiquo comites, et si illo fi intellectuale cliente de capitalista, illo,
in generale, fac turpe actione de defende praedatore de suo antiquo comites:
illo fi sycophanta de capitale. Responsabile de omni malo que homine fac, in
generale, contro alio homine es systema sociale magis scelerato, que da ad
homines possibilitate de acquire opulentia. Isto acquisitione da ad illos
exuberante gaudio egcstico, dum opulentia de uno produc necesse paupertate de
multos. Paupertate non solo da ad homine exuberante dolore, sed produc
degeneratione de specie humano. Effective vita medio
de proletarios es dimidio de illo de opulento aut commodo homines. Seque que
opulento, per solo facto de es opulento, es carnefice, sine suo voluntate, de
proletarios, que es suo simile. Si tale systema sociale homicida es defenso ab
ullo homi¬ nes, ad isto es bene applicato verbo de Christo: «Domino perdona ad
illos nam illos non sci id que illos fac». Omni amante de suo
simile debe ode, de magis intenso odio, isto scelerato systema sociale. Sed
nullo vice debe homine ode alio homine et si illo es defensore de isto
scelerato systema sociale, et si illo es delinquente. Homine de corde et intellecto debe ode delicto, sed perdona ad delinquente,
que, 99 vice super 100, es necessario producto de systema sociale. Es
sufficiente impedi ad delinquente de repete delicto! Homine de corde et
intellecto debe fac toto que illo pote pro emenda delinquente. Punitione es
turpe residuo de medioaevale barbarie! Homines, me ante dic et me repete, non
es, in generale, responsabile de malos de systema sociale. Isto magis
turpe et magis scelerato systema pone homine in bivio terribile, aut de labora
relinquendo parte de fructu de suo labore ad alio suo simile, ad parassita, ad
domino, et ergo vivendo in paurpertate, aut de fi domino. Alio via, isto infernale
systema sociale, non relinque ad homine! 'Interlinguista, quale que es suo
opinione politico aut religioso -- Academia pro interlinga demanda ad suo
socios solo suo contributo annuale de 10 franco pro expensas de officio -- , es
certo praecursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines
loque uno solo lingua magis facile, commune ad illos (sine que illos fac
innaturale re de demitte suo lingua nationale ut illos non fac innaturale re de
demitte suo dialecto) non pote es actuale systema de «homo homini lupus», sed
es systema sociale in que toto homines fi socio. Interlingua forsan non fi
iriternationale que quando actuale scelerato systema sociale es relicto, simul
ad toto alio medioaevale barbarie deturpante humanitate! Sed isto forsan,
evidente non es certitudine, et es bene noto que voluntate humano, que non es
causa de eventus sociale, es certo, de reflexo influentia, accelerante id.
Intelinguista, que labora, cum grande enthusiasmo, pro diffude suo nobile idea,
accelera isto eventu i. e. que Int. fi reale lingua internationale. Optimo
vocabulario de nostro bene merente praesidente Piof. PEANO (vedasi) suffice,
facendo per illo pauco hora de exercitio, pro sci be in correcto modo nostro
Int. Post pauco die de isto exei citio, fi plus facile, ut me ante dic, de
compone et scribe in Int. que in proprio lingua nationale. Auxilio ad
vocabulario de PEANO (vedasi) es illos nationale - Int., ut illo ante indicato
de Pinth. Vos, benevolo lectores, fac bono actione, dando ad nos animo per conjunctione
de vestro fortia ad nostro, pro bene de huma nitate. Omni uno de vos que fi socio de nostro Academia, centuplica nostro animo! Intende,
meo benevolo lectores! Ultimo bello occide 14 miliono de juvene sano et forte,
que, in generale, non vol more nec fac more suo simile. Lingua internationale
es potente medio pro conserva expulsione de mundo de suo plus horribile et
terribile malo. bello! Nome compiuto: Ruggero Panebianco. Panebianco. Keywords: il deutero-esperanto di Grice – ‘if language was
the cause, why did we have the War of the Roses? – formalisti/informalisti --. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Panebianco.” Panebianco.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Panella: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del sublime – la scuola di Benevento -- filosofia campanese -- filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Benevento). Filosofo italiano. Benevento, Campania. Grice: “Panella’s conceptual
analysis of the sublime poses the implicatural question: “x is ‘bello’; e
SUBLIME’ – The Romans talked of ‘pulcher’ which complicates things!” Grice:
“Panella also wrote of ‘l’incubo urbano,’ to which I’ll add “l’incubo
suburbano’, and ‘l’incubo exurbano’!” essential Italian philosopher. Si laurea a Pisa, dove è stato insegnante. Si è occupato di
filosofia politica e storia del pensiero politico, ha insegnato Estetica nella
stessa università. È stato presidente
della giuria del premio letterario "Hermann Geiger" e membro della
giuria del premio letterario "ArtediParole" riservato a studenti
delle scuole medie. Si è distinto anche come poeta pubblicando otto volumi di
poesia, da ricordare Il terzo amante di Lucrezia Buti pubblicato a Firenze con
Editore Polistampa. In collaborazione con David Ballerini ha girato due
documentari d'arte, La leggenda di Filippo Lippi, pittore a Prato trasmesso da
Rai2 n e Il giorno della fiera. Racconti e percorsi in provincia di Prato. Ha
vinto il Fiorino d'oro del Premio Firenze. Gli è stato assegnato il premio
concesso annualmente dal Ministero dei Beni Culturali per attività culturali e
artistiche particolarmente rilevanti. Collabora con l'associazione Pianeta
Poesia di Firenze guidata da Franco Manescalchi nella presentazione di poeti e
incontri letterari. Giuseppe Panella con Franco Manescalchi alla Biblioteca
Marcellina di Firenze. Saggi:” Monografie Robert Michels, Socialismo e
fascismo” (Milano, Giuffré); Lettera sugli spettacoli di Rousseau, Aesthetica.
Palermo, Il paradosso sull'attore di Diderot, La Vita Felice, (Milano Saggi);
Elogio della lentezza. Etica ed estetica in Valéry, Aesthetica, Palermo); “Del
sublime, Frosinone, Dismisura Testi, “Il sublime e la prosa. Nove proposte di
analisi letteraria” (Firenze, Clinamen, Zola: scrittore sperimentale. Per la
ricostruzione di una poetica della modernità” (Chieti, Solfanelli); “Pasolini.
Il cinema come forma della letteratura” (Firenze, Clinamen); “Il sosia, il
doppio, il replicante. Teoria e analisi critica di una figura letteraria”
(Bologna, Elara) – cfr. H. P. Grice on P. H. Nowell-Smith as J. L. Austin’s
‘straight man’ in their Saturday mornings double-acts! – il ‘replicante’ --, I
piaceri dell'immaginazione, Firenze, Clinamen, Rousseau e la società dello
spettacolo” (Firenze, Pagnini); “Il mantello dell'eretico. La pratica
dell'eresia come modello culturale” (Piateda (Sondrio), CFR Edizioni (Quaderno
1), “ L'incubo urbano,” Rousseau, Debord e le immagini dello spettacolo in La
questione dello stile. I linguaggi del pensiero, Bazzani, Lanfredini e Vitale,
Firenze, Clinamen); “Ipotesi di complotto. Paranoia e delirio narrativo nella
letteratura” (Chieti, Solfanelli); Il secolo che verrà. Epistemologia,
letteratura, etica in Deleuze” (Firenze, Clinamen); “Storia del sublime. Dallo
Pseudo-Longino alle poetiche della modernità” (Firenze, Clinamen); “La
scrittura memorabile. Leonardo Sciascia e la letteratura come forma di vita,
Grottaminarda, Delta); “Arbasino e la "vita bassa". Indagine
sull'Italia n cinque mosse, Prove di sublime. Letteratura e cinema in
prospettiva estetica” (Firenze, Clinamen); “Curzio Malaparte autore teatrale e
regista cinematografico” (Roma, Fermenti); “Introduzione al pensiero di
Vittorio Vettori. Civiltà filosofica, poetica "etrusca" e culto di
Aligheri” (Firenze, Polistampa); “Le immagini delle parole. La scrittura alla
prova della sua rappresentazione” (Firenze, Clinamen); “La polifonia assoluta.
Poesia, romanzo, letteratura di viaggio di Vettori” (Firenze, Toscana);
“L'estetica dello choc. La scrittura di Malaparte tra esperimenti narrativi e
poesia” (Firenze, Clinamen); “e Tutte le ore feriscono, l'ultima uccide,
L’'estetica dell'eccesso” (Firenze, Clinamen); “Le maschere del doppio: tra
mitologia e letteratura” (Editore libri di Emil); Diario dell'altra vita. Lo
sguardo della filosofia e la prospettiva della felicità, Firenze, Clinamen.
ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni P.
RETROGUARDIA quaderno di critica letteraria a cura di Sasso Oggi due cose
sembrano moderne: l’analisi della vita e la fuga dalla vita. Poca è la gioia
dell’azione, dell’accordo delle forze interne ed esterne della vita,
dell’imparare a vivere del Wilhelm Meister e del corso del mondo
shakespeareiano. Si anatomizza la propria vita psichica, o si sogna [...].
Nelle opere dell’artista più originale che possegga al momento l’Italia,
d’Annunzio, queste due tendenze si cristallizzano con una particolare acutezza
e chiarezza : le sue novelle sono protocolli di psicopatia, i suoi libri di
poesia sono scrigni di gioielli ; nei primi domina la terminologia rigorosa ed
oggettiva dei documenti scientifici, ne secondi, invece, un’ebbrezza quasi
febbrile di colori e di stati d'animo» (Hugo von Hofmannsthal, Gabriele
D'Annunzio) Il suo sentimento della vita e del mondo non si è acceso al
contatto della vita e del mondo, bensì al contatto delle cose artificiali:
della più grande opera d’arte, il “linguaggio”, dei grandi quadri della grande
epoca e delle altre opere d’arte minori» (Hugo von Hofmannsthal, Gabriele
D'Annunzio, Il) La poesia come registro delle immagini del mondo: la ricerca di
senso nell’ A/cyone Proprio nel momento in cui il suo editore Giuseppe Treves
lo sollecitava e premeva (con la forza contrattuale che poteva esercitare sul
poeta in perenne crisi economica) perché concludesse e gli consegnasse il
promesso romanzo // Fuoco (la storia neppur tanto romanzata dell’amore
impetuoso per Eleonora Duse basata sui suoi sviluppi più intimi e più privati),
D’ Annunzio decide che è tempo di tornare al primo amore: la poesia. E° dal
1893 che non pubblica più versi e che si è dedicato interamente alla prosa sia
nel romanzo che nella scrittura teatrale. Come scrive Federico Roncoroni nella
sua Introduzione all’edizione dell’ A/cyone da lui curata per la collana degli
Oscar Classici Mondadori : «Poco importa, del resto, stabilire perché D’
Annunzio si sia messo, proprio ora, a fare poesia. La questione, oltre tutto,
non ha fondamento scientifico né potrebbe portare a conseguire risultanze
valide e soddisfacenti. Comunque, quale ne sia stata la causa, questo ritorno
alla poesia avveniva, per così dire, nella pienezza dei tempi. D’ Annunzio vi
perveniva, dopo tanta prosa, forte di non trascurabili esperienze teoriche e
pratiche maturate proprio negli anni che vanno dal 1891-1893, data di
composizione delle liriche della sua ultima raccolta poetica il Poema
paradisiaco, a questo . In proposito, anzi, si può dire che tutta la produzione
letteraria che inizia con Le vergini delle rocce e culmina nel Fuoco,
praticamente già realizzato anche se non ancora compiuto, ha costituito,
nell’ambito dell’attività dannunziana, un momento risolutivo dalle conseguenze
necessariamente innovative. Con Le vergini delle rocce, con le opere teatrali,
con // fuoco e, anche, con le parallele esperienze sentimentali e politiche,
D’Annunzio rivela di aver finalmente e decisamente individuato nel mito del
superuomo e, per quel che riguarda il fatto essenziale e importantissimo
dell’espressione e dello “stile”, nella poetica che esso sottende, quel
criterio di interpretazione della realtà che aveva a lungo cercato nel suo
vario e proficuo tirocinio sperimentale». Il primo testo poetico di questa
nuova stagione (che costituirà poi il preludio del Primo Libro delle Laudi,
Maia) si intitola, non a caso, L’Annunzio. Quest’ode (nomen omen) conterrà,
infatti, al suo interno una sorta di sintesi anticipatoria di tutto quanto sarà
contenuto nelle opere in poesia successive e, in particolar modo, le lodi della
bellezza eterna della Natura e della necessità di attraversarla con le parole
poetiche più intense e più illuminanti (“Tutto era silenzio, luce, forza,
desìo. / L’attesa del prodigio gonfiava questo mio / cuore come il cuor del
mondo./ Era questa carne mortale impaziente / di risplendere, come se d’un
sangue fulgente / l’astro ne rigasse il pondo. / La sostanza del Sole era la
mia sostanza. / Erano in me i cieli infiniti, l’abondanza / dei piani, il Mar
profondo. // E il dio mi disse: “O tu che canti, / 10 son l’Eterna Fonte. /
Canta le mie laudi eterne”. Parvemi ch'io morissi / e ch'io rinascessi. O
Morte, o Vita, o Eternità ! E dissi: / “Canterò, Signore”. / Dissi: “Canterò i
tuoi mille nomi e le tue membra / innumerevoli” [...] Canterò la grandezza dei
mari e degli eroi”). A pochi giorni di distanza dalla stesura di questo testo
aurorale, D’ Annunzio compone la prima delle liriche che andranno a comporre il
terzo Libro delle Laudi, la raccolta cui darà il titolo di Alcyone. E sarà la
Sera fiesolana (datata “La Capponcina, Settignano di Desiderio, , verso sera,
dopo la pioggia”), uno dei testi capitali e più significativi della raccolta.
E’ dunque nel giugno del 1899 (l’anno in cui viene messo in scena La Gioconda,
un testo teatrale assai importante per l’evoluzione della tematica
superomistica — come si vedrà in seguito — e della prima stesura incompiuta di
// Fuoco) che si consuma il ritorno del poeta abruzzese alla poesia .
RONCORONI, Introduzione a G. D'ANNUNZIO, Alcyone, Milano, Mondadori. A parte la
lirica “Alle montagne” che apre la Terza Parte del Libro delle Laudi, Elettra,
e che fu pubblicata per la prima volta nel 1896 °. i versi che compongono i
primi tre libri dell’ambizioso progetto poetico vengono concepiti e composti a
partire da questo periodo. In particolare nel luglio 1899, mentre si accinge a
trascorrere un periodo di vacanza piuttosto lungo a Bocca d’ Arno, dove
Eleonora Duse ha come al solito affittato il Casone dell’antica Dogana per il
periodo estivoÈ, riempie di note, di appunti e di spunti per le liriche future
il Taccuino no. 10 che passerà per le mani dei filologi come “il taccuino dell’
A/cyone”. E° a partire, dunque, da questa data che il libro viene composto
secondo un respiro unitario che rende i suoi ottant’otto componimenti
articolati e distesi lungo una linea di disposizione rigorosa e non
frammentaria. Bisognerà aspettare l’estate del 1902, tuttavia, perché le
liriche più significative di A/cyone vedano la luce e bisognerà pure cambiare
luogo di vacanze e da Marina di Pisa passare nel Casentino, a Romena, per
vedere D'Annunzio al lavoro: «Così, ignaro di tutto, ai primi di luglio D’
Annunzio lasciò Settignano e il “Secco Motrone” e si trasferì a Romena, nel
Casentino, ospite a Villa Goretti. Oltre che ignaro di tutto e, certo, del
tutto tranquillo quanto a scrupoli di coscienza, è pronto a lavorare”. Con lui,
naturalmente, c’è anche la Duse. Il 10 luglio, scrivendo ancora al Tenneroni, è
proprio lei ad annunciare che il poeta /avora: “Il Lavoro — scrive — ha ripreso
l’amico suo — e le giornate volano !”. Di fatto, a Romena, dopo qualche giorno
di riposo, D'Annunzio prese a lavorare sodo. “I giornali del tempo si
sbizzarrirono a descrivere la grande tenda rotonda del poeta nella spianata del
Castello, e le cavalcate che faceva per le valli o ai santuari del
Casentino”(GATTI, Vita di Gabriele d’Annunzio, Firenze, Sansoni). In realtà,
più che andare a cavallo, il poeta lavorò e nel corso di un’attività che lo
vide impegnato non solo a comporre materialmente i testi ma anche a sbrigare
tutta la fase preparatoria alla composizione vera e propria, come
l’individuazione dei temi, la consultazione degli appunti segnati nei Taccuini,
la consultazione di lessici e dizionari, la lettura di testi di lingua o di
volumi di altri poeti e, come vedremo, anche la pianificazione dei singoli
componimenti in una struttura organica, compose un gran numero di liriche. Tra
luglio e agosto nacquero così La tregua (10 luglio), 7 fanciullo (13-19
luglio), L’aedo senza lira (16 luglio), L’ulivo (20 luglio), La spica (25
luglio), Beatitudine, il Difirambo I, Il Gombo, Anniversario orfico, /
tributarii (16 agosto), / camelli (18 agosto), Il cervo (20 agosto),
L’ippocampo (21 agosto), L'onda (22 agosto), La morte del cervo (24 agosto) e
poi, sempre tra luglio e agosto, ma in giorni che non è possibile precisare con
esattezza, anche L’opere e i giorni, Furit aestus, Pace, Intra du’ Arni, La
pioggia nel pineto, Le stirpi canore, Il nome, Meriggio, Le madri, L’Alpe
sublime, Albasia, Terra, vale !, il Ditirambo Il e Bocca di Serchio. In
pratica, come si vede, in quei due mesi, D’ Annunzio stese una buona metà del
Libro di A/cyone : un totale di più di 3.000 versi, con una ricchezza di temi
che spazia da quelli programmatici (La tregua e Il fanciullo) a quelli panici,
da quelli superomistici a quelli evocativi, da quelli descrittivi a quelli
mitici e metamorfici, con una varietà di soluzioni stilistiche che vanno dalle
costruzioni a tavolino sui modelli letterari delle origini o sui lessici e i
dizionari all’ elaborazione di testi di plastica evidenza espressiva, dalle ?
“Alle montagne” apparve, per la prima volta, con il titolo Ode a colui che deve
venire, nel febbraio 1896 in un fascicolo di Versi e disegni offerti dalla
Baronessa Blanc nella festa di beneficenza per i feriti d’Africa, pubblicato a
Roma dall’ Editore Adolfo De Bosis e poi ristampata in “Il Convito” (la rivista
diretta da De Bosis stesso), . ? Sul soggiorno di D’ Annunzio a Marina di Pisa
e l’importanza che ebbe per l'evoluzione della sua scrittura, cfr. il bel libro
di FE. ROMBOLI, Un ’ipotesi per D'Annunzio. Note sui romanzi, Pisa, ETS. Il
riferimento è alla grave crisi nel suo rapporto affettivo con Eleonora Duse
all’epoca già gravemente incrinato anche per effetto della pubblicazione del
romanzo // Fuoco (uscito presso Treves nel 1900) che ne pubblicizzava aspetti
spesso anche molto personali e necessariamente privati. trascrizioni mimetiche
alle ricerche fonosimboliche e, infine, con una straordinaria varietà di forme
metriche che sperimentano tutte le possibili soluzioni, dal metro chiuso al
verso libero». E° in questo felice e tranquillo periodo di lavoro poetico che
si consuma l’avvento del Sublime nella scrittura dannunziana. E° vero che
bisognerà aspettare ancora fino al periodo tra settembre e novembre del 1903
perché il lavoro dannunziano giunga a un termine, ma ormai i testi destinati a
maggior fortuna (come La pioggia nel pineto o Anniversario orfico erano già
stati composti manca ancora il celebratissimo / pastori). E° in alcune delle
poesie scritte in questo periodo (e perfino nei loro titoli) che la tematica
dell’ “immagine sublime” emerge con nettezza. Si pensi alla lirica All’Alpe
sublime — anche se non viene considerato uno dei testi migliori della raccolta:
«Svegliati, Ermione, / sorgi dal tuo letto d’ulva, / o donna dei liti. / Mira
spettacolo novo, / gli Iddii appariti / su 1’ Alpe di Luni / sublime ! /. Occidue
nubi, corone / caduche su cime / eterne. / Ma par che s’aduni / concilio di
numi / grande e solenne / tra il Sagro e il Giovo, / tra la Pania e la Tambura,
/ e che l’aquila fulva / del Tonante / su le sante / sedi apra tutte le penne.
/ Oh silenzii tirrenii / nel deserto Gombo ! / Solitudine pura, senz’orme !/
Candore dei marmi lontani, / statua non nata, / la più bella ! / Dormono i
Monti Pisani, / grevi, di cerulo piombo, / su la pianura che dorme. / Altra
stirpe di monti. / Non han numi, non genii, / non aruspici in lor caverne, /
non impeti d’ardore / verso i tramonti, / non insania, non dolore; / ma dormono
su la pianura / che dorme. / Oh Alpe di Luni, / davanti alla faccia del Mare /
la più bella, / rupe che s’infutura, / oh Segno che RONCORONI, Introduzione a
G. D'ANNUNZIO, Alcyone. Di questo coté sperimentalistico dubita fortemente P.
V. MENGALDO nel suo “Un parere sul linguaggio di A/cyone”: “Ma di che
sperimentalismo veramente si tratta ? Di solito nei grandi sperimentali, tipo
Dante, poli-valenza linguistica e compresenza di registri diversi nascono da
una sua differenziazione dei reali, e la provocano ; il loro linguaggio
agonistico e inventivo — e in questo consiste fra l’altro la sua acuta
provocazione conoscitiva — nel momento stesso che conserva dinamicamente la
traccia scottante della tensione che l’ha creato, sembra rimandare di continuo
ad altro da sé: alla stratificata e contraddittoria ricchezza della realtà,
come morsa e svegliata da un simile strumento articolato a più sonde di varia
profondità, e insieme agli standards vigenti di verbalizzazione del reale, che
esso perfora e trascende in ogni senso. In D’ Annunzio, al contrario, la
continua mobilità linguistica e formale presuppone il livellamento e
l’intercambiabilità, al limite, la pretestuosità, dei reali. In lui, e specie
in A/cyone, quietata con tutta naturalezza nel perfetto amalgama retorico della
pagina la tensione sperimentale, la forma raggiunta si gode sempre beata, e
ogni nuova fase di sperimentazione finisce per avere come referente verbale da
superare (o piuttosto arricchire) nient'altro che il linguaggio stesso
dell’autore nel suo via via mutevole assetto: tanta è del resto la fugace e
innocente disinvoltura con cui quel linguaggio demiurgico sa neutralizzare
previamente il diverso da sé, esperienze vicinissime nel tempo non meno delle
lontane, annettendoselo e fagocitandolo incessantemente (“Imito qualunque
richiamo, in MENGALDO, La tradizione del Novecento, Milano, Feltrinelli, e poi
ripreso in D'Annunzio e la poesia di massa, a cura di N. Merola, Roma-Bari,
Laterza, 1978, p. 221). Di parere diverso (se non opposto) sono, invece, N.
SAPEGNO, ‘D'Annunzio lirico” (originariamente in L'arte di Gabriele D'Annunzio,
a cura di E. Mariano, Atti del Convegno internazionale di studio, Venezia
Gardone Riviera Pescara, Milano, Mondadori, e poi ripreso in D'Annunzio e la
poesia di massa) e G. LUTI, La cenere dei sogni. Studi dannunziani, Pisa,
Nistri-Lischi, 1973. ° Scrive Roncoroni nel suo commento alla lirica in
questione: il tentativo di superare il reale e il contingente per cogliere il
senso “sublime” del paesaggio si avvale di simbolismi convenzionali e scontati,
che coinvolgono anche, come è tipico del simbolismo dannunziano, spunti
neoclassici — il ritorno degli antichi dei — e motivi romantici — “la
solitudine pura”, la bellezza delle opere non realizzate. Tutto il registro
stilistico è tenuto sul piano di una stupefazione che si regge per forza di
nessi esclamativi, anafore e cumuli di apposizioni. L’insieme appare piuttosto
eccessivo e enfatico e la lirica sembra la versificazione di uno o più concetti
cari da sempre a D’ Annunzio e per lui legati allo spettacolo delle Alpi
Apuane, come dimostrano le frequenti reminiscenze da un testo del 1901, la
prosa Per /a dedicazione dell’antica Loggia fiorentina del grano al novo culto
di Dante. Più in generale, nell’ambito della ragionata struttura del Libro,
L’Alpe sublime, insieme ai due componimenti che la seguono, IZ Gombo e
Anniversario orfico, dà vita a una trilogia di carattere
mistico-visionario-simbolistico che ha la funzione di preparare e di introdurre
lo scarto della vicenda alcionia nella direzione mitica ‘ (G. D'ANNUNZIO,
A/cyone cit., p. 323). l’anima cerne, / grande anelito terrestro / verso il
Maestro / che crea, / materia prometea, / altitudine insonne, / alata, / Inno
senza favella, / carne delle statue chiare, / gloria dei templi immuni, / forza
delle colonne / alzata, / sostanza delle forme eterne !»”. Come si può vedere,
il Sublime più che evocato è descritto. Non è nella soggettività che esso
risiede, ma nell’oggetto in cui esso viene ritrovato e in cui alberga. La
sublimità più che dalle situazioni (come avviene di consueto nella tradizione
longiniana) è legata qui allo spettacolo della Natura e della sua bellezza
comparata a quella dell’ Arte. Le Alpi sono sublimi per definizione (in una
tradizione di analisi estetica che va da Addison a Shelley a von Haller) e ad
esse si rivolge la ricostruzione della bellezza dei luoghi dove il creatore
umano solo può operare convenientemente. Comunque, non solo le montagne che si
ergono alte sull’orizzonte a formare una catena invincibile fatta del biancore
del marmo e della potenza della pietra resa eterna dal tempo e dalla sua forza
stessa di coesione ma anche le spiagge deserte e assolate, senza alcuna
impronta di piede umano (in questo caso, il Gombo di Marina di Pisa’ che
ritornerà nella lirica successiva) sono, per D’ Annunzio, i luoghi del Sublime.
In essi trova di diritto il proprio posto l’opera del creatore d’arte che non
ha ancora realizzato il suo destino d’artista (“l’opera non nata”) e che per
questo sa come quest’ultima sia forse la sua opera più bella. Il Sublime qui è,
dunque, nei posti stessi, nello spiritus loci che li volle propizi e
accoglienti per la realizzazione in fieri della Bellezza. La stessa situazione
sarà all’opera nel testo successivo (/7/ Gombo appunto) ma con esiti meno
scontati. Prima di tutto il luogo stesso: è la spiaggia che ha accolto il corpo
senza vita di Percy Bysshe Shelley annegato in quel tratto di mare. Inoltre in
esso la bellezza naturale del posto diventa l’occasione per la sua
rappresentazione in chiave di estetica concettuale! Tutto è quivi alto e puro /
e funebre come le plaghe / ove duran nel Tempo / 1 grandi castighi che inflisse
/ il rigor degli iddii / agli uomini obliosi del sacro / limite imposto
all’ansia / del lor desiderio immortale. // Tre disse quivi immense / parole il
Mistero del Mondo, / pel Mare pel Lito per l’Alpe, / visibile enigma divino /
che inebria di spavento / e d’estasi l’anima umana / cui travagliano il peso /
del corpo e lo sforzo dell’ale. // Poi che non val la possa / della Vita a
comprendere tanta / bellezza, ecco la Morte / che braccia più vaste possiede /
e silenzii più intenti / e rapidità più sicura; / ecco la Morte, e 1’ Arte /
che è la sua sorella eternale: // quella che anco rapisce / la Vita e la toglie
per sempre / all’inganno del Tempo / e nuda l’inalza tra l'Ombra / e la Luce, e
le dona / col ritmo il novello respiro : / ecco la Morte e l’Arte / apparsemi
nel cerchio fatale». Il mare, il monte, la spiaggia: tre luoghi solitari e
irti, difficili da abitare e plasmati solo dalla Natura senza bisogno
dell’ausilio della mano dell’uomo. Qui la Morte e l’opera d’arte possono
compiere la loro opera perché in essi il rapporto tra creazione e realizzazione
si fa diretto e stabile. Qui l’anima (fe- D'ANNUNZIO, ”L’ Alpe sublime”, in
A/cyone . È Per una visione d’insieme di questa linea di lettura estetica della
natura e delle sensazioni umane ad essa collegate, cfr. M. M. ROSSI, L'estetica
dell’empirismo inglese, 2 volumi, Firenze, Sansoni. Lo scienziato svizzero
Albrecht von Haller, uno dei padri della iatromeccanica in medicina, fu autore
di un celebrato poema dedicato alla descrizione in versi delle Alpi. Più
esattamente il Gombo è il tratto di litorale toscano antistante la pineta di
San rossore, tra la foce dell’ Arno e quella del Serchio. E’ (era, in realtà)
una striscia di spiaggia non antropizzata dove il tempo poteva dare
l'impressione di essersi fermato. Lo rivela un appunto dell’ 8 luglio 1902:
“Rivedo il Gombo.La stessa bellezza sublime, ottenuta con tre parole: il mare,
la montagna, la riva nuda ANNUNZIO, A/cyone cit ANNUNZIO, “Il Gombo”, in
Alcyone umana” si incontra e si scontra con l’enigma divino” che induce il
tormento e l’angoscia, il timore e il tremore della sacralità vigente e mai
interrotta dal ritmo scandente dell’umano, l’estasi e la jouissance della
creatività che trova il proprio limite solo nella Morte come fato ineluttabile
di chi vive per realizzare nella propria vita d’artista il destino tormentato e
felice al tempo stesso di chi vive e crea oltre l’umano sentire e patire. Lo
stesso tema legato al canto del Sublime sarà al centro di Anniversario orfico
(il più bello dei tre testi poetici affidati alla rievocazione dell’aspra e
asciutta bellezza del Gombo e del destino ferale e stupendo dell’amato
poeta-fratello Shelley): Oggi è il suo giorno. Il naufrago risale, / che venne
a noi dagli Angli fuggitivo, / colui che amava Antigone immortale / e il nostro
ulivo”. // Dissi: “O veggente, che faremo noi / per celebrar l’approdo
spaventoso ? / Invocheremo il coro degli Eroi ? / Tremo, non so. // Queso
naufrago ha forse gli occhi aperti / e negli occhi l’imagine d’un mondo /
ineffabile. Ei vide negli incerti / gorghi profondo. // E tolto avea Prometeo
dal rostro / del vulture, nel sen della Cagione / svegliato avea l'originario
mostro / Demogorgone !”. // Disse ella!?: “Gli versavan le melodi /i Venti dai
lor carri di cristallo, / il silenzio gli Spiriti custodi / bui del metallo, //
il miel solare nella bocca schiusa / le musiche api che nudrito aveano Sofocle,
il gelo gli occhi d’ Aretusa / fiore d’Oceano”. // Dissi: “ Ei ghermì la nuvola
negli atrii / di Giove, su l’acroceraunio giogo / la folgore. Non odi i boschi
patrii / offrirgli 11 rogo ? //. Mira funebre letto che s’appresta / estrutto
rogo senza la bipenne ! / Vengono i rami e i tronchi alla congesta / ara
solenne. // E caduto dal ciel l’arde il divino / fuoco. Scrosciano e colano le
gomme. / Spazia l’odor del limite marino / all’ Alpi somme”»!. L’ammirazione
dannunziana per Shelley è ben nota!” Ma in questi versi l’ambizione di Annunzio
non è tanto quella di scrivere un elogio funebre del poeta inglese scomparso
prematuramente quanto di mostrarne il destino sotto la veste formale di
un’elegia funebre che attinga alla solennità e all’altezza del Sublime. Dove
però — si badi bene — l’elemento alto e Si tratta qui della compagna del poeta
che, divenuta quasi una sorta di indovina classica nella finzione dannunziana,
aveva profetizzato l'emergere rituale del corpo annegato di Shelley
nell’anniversario della sua morte. ANNUNZIO, “Anniversario orfico”, in A/cyone
cit., pp. 340-344. !4 Scrive Roncoroni nel suo commento a questa poesia :
“Cultore di Shelley fin dai primi anni del soggiorno romano, graze agli stimoli
dell’amico Adolfo de Bosis, D’ Annunzio ha, di fatto, sempre avuto un largo
commercio intellettuale con i suoi versi. I vedano, per esempio, le traduzioni
delle liriche A Summer Evening Churchyard, To William Shelley, Death e To Night
che propone in un articolo a firma “Il duca Minimo” pubblicato su “La tribuna”
di Roma del 3 agosto 1887 sotto il titolo Ne/ cimitero inglese. Si vedano,
l’anno successivo, le pagine del Piacere in cui, descrivendo la visita di
Andrea Sperelli e di Maria Ferres al Cimitero inglese, riprende quasi
letteralmente interi brani dell’articolo e in cui ripropone anche le traduzioni
di Death e To Night. Si vedano i versi dell’ Epipsychidion posti a epigrafe di
Viviana, la futura Due Beatrici, II de La Chimera, in occasione della sua
apparizione sul “Fanfulla della Domenica”, nonché i versi di The Cloud
parafrasati nell’elegia Elevazione. Si veda la Commemorazione di Percy Bysshe
Shelley, apparsa dapprima sul “Mattino” di Napoli del 4-5 agosto 1892, passata
poi nelle Prose scelte [...] alcuni passi della quale saranno ripresi nell’ode.
E si veda, infine, la descrizione della morte di Shelley e del suo rogo funebre
quali sono immaginati da Aurispa nel Trionfo della morte : “Un calore lirico”,
vi si legge, “dilatava il suo pensiero. La fine di Percy Shelley, già più volte
invidiata e sognata sotto l’ombra e il fremito della vela, gli riapparve in un
immenso baleno di poesia. Quel destino aveva una grandiosità e una tristezza
sovrumana. ‘“La sua morte è misteriosa e solenne come quella degli antichissimi
eroi ellenici che d’improvviso una virtù invisibile sollevava dalla terra
assumendoli trasfigurati nella sfera gioviale. Come nel canto di Ariele, nulla
di lui è svanito, ma il mare l’ha trasfigurato in qualche cosa di ricco e
strano. Il suo corpo giovanile arde sopra un rogo, a piè dell’ Appennino, al
cospetto del Tirreno solitario, sotto l’arco ceruleo del cielo. Arde con gli
aromi, con l’incenso, con l’olio, col vino, col sale. Le fiamme si levano
fragorose in un’aria senza mutamento, vibrano canore verso il sole testimonio
che fa scintillare i marmi dei culmini montani. Una rondine marina cinge dei
suoi voli il rogo, finché il corpo non è consunto. E, poi che il corpo
incenerito si disgrega, appare nudo e intatto il cuore: - COR CORDIUM” —
Anch’egli, come il poeta dell’ Epipsychidion, in un’esistenza anteriore non
aveva forse amato Antigone ? “(in ANNUNZIO, A/cyone. longiniano del ‘forte
sentire” della scrittura non è disgiunto anzi è fortemente rappreso alla
dimensione orrorosa dell’ “approdo spaventoso”. La morte è solo l’altra faccia
della poesia, la cassa di risonanza dell’orrore della definitiva scomparsa.
L’evocazione del rogo delle povere spoglie di Shelley!” fatto officiare da
Byron il 16 agosto 1822 secondo l’antichissimo rito già descritto da Omero
nell’ Iliade è solo l’occasione per celebrare la caducità della Vita e la
capacità mai esaurita della poesia di rinnovarla a partire dalla sua conoscenza
autentica ritrovata proprio nel confronto con la Morte (la Demogorgone"°
risvegliata dal poeta in un suo celebre testo drammatico, Prometheus Unbound).
Il mare in tempesta, l’orrore provocato dalla possibile emergenza del “capo
mozzo” di Orfeo (il simbolo eterno della poesia quale forma inesausta del
canto), la rievocazione della “morte per acqua” di Shelley, la consapevolezza
che nel suo destino è confitta la necessaria conoscenza di ciò che veramente
conta nell’esistenza umana (‘il mondo ineffabile’) sono tutte tracce di una
ricerca della dimensione sublime della rappresentazione poetica per immagini.
La morte del poeta inglese tanto amato da D’ Annunzio si rastrema all’interno
di un sistema mitico di rappresentazioni della potenza della poesia — lo
slittamento del personaggio evocato da quello di Orfeo (la cui testa mozza e la
lira avrebbero solcato, giusta la narrazione di Ovidio, il mare fino ad
approdare all’isola di Lesbo) a quello di Shelley!” segnano il passaggio di
testimone da antico a moderno fino a giungere alla penna del loro cantore che
li accomunerà nella sua stessa persona. La scansione del Sublime, quindi, in
questo testo raffigurato come evento numinoso del tremendo emergere della
Morte, si ricompone nell’armonia del canto e dell’evocazione lirica blandendo
l’orrore della morte e ricomponendo il tutto nella potenza delle immagini
sognate. Come ha scritto Ezio Raimondi in una sua ricostruzione generale del
rapporto tra D° Annunzio e il simbolismo europeo (trascinandosi dietro anche la
catastrofe mitteleuropea della Grande Vienna impersonata da Hugo von
Hofmannsthal in qualità di corifeo poi “pentito” del poeta pescarese!5): «La
ferita, l’orrore del reale resta ai margini della parola come una negazione da
travestire nell’artificio, nella maschera della vitalità alienata. L’ordine dei
segni non può entrare in crisi perché nel vuoto di senso dell’universo, nel
cattivo infinito dell’arabesco, sopravvive l'illusione della bellezza e la
mistica del significante, il “mistero della scrittura e del segno scritto” che
i 1 rimanda a se stesso»!? Il corpo mutilato di Shelley era comunque già stato
sepolto sulla spiaggia dove era riaffiorato dopo la “morte per acqua” del mese
precedente. Sul mito di Gorgone prima e di Medusa poi è di grande efficacia
ermeneutica il saggio di J. VERNANT, La morte negli occhi. Figure dell’Altro
nell’antica Grecia, trad. it. di C. Saletti, Bologna, Il Mulino. Del dramma
lirico di Shelley esiste una traduzione canonica in prosa ad opera di Cesare
Pavese SHELLEY, Prometeo slegato, a cura di M. Pietralunga, Torino, Einaudi).
!” Sul mito d Shelley in vita e in morte è ancora fondamentale il saggio di
BLOOM, “The Unpastured Sea: An Introduction to Shelley”che si può leggere in
Romanticism and Consciousness : Essays în Criticism da lui edito, New York, W.
W. Norton et Co. Non a caso sarà lo stesso Hofmannsthal, dopo essersi vestito
della tunica dell’inflessibile Maestro di etica — tentando così
quell’impossibile riconciliazione tra ‘arte’ e “vita” che perseguirà
ostinatamente lungo tutta la sua opera — a smascherare D'Annunzio: a sua volta
teso ad occultare, mediante lo sfrenato vitalismo dei “tanti” proclami
superomistici, come attraverso la celebrazione delle potenzialità divinatorie
della parola, l’agghiacciante selva di larve, l’inestricabile groviglio di
“feroglifici” che si sono impadroniti della sua scrittura : da Le vergini delle
rocce e Il fuoco fino ad ogni verso di A/cvone' MAZZARELLA, I! piacere e la
morte. Sul primo D'Annunzio, Napoli, Liguori, RAIMONDI, “Il D’ Annunzio e il
simbolismo”, in D'Annunzio e il simbolismo europeo, a cura di E. Mariano, Atti
del Convegno di studio di Gardone Riviera, 14-16 settembre 1973, Milano, Il
Saggiatore RETROGUARDIA quaderno elettronico di critica letteraria a cura di
Francesco Sasso Allo stesso modo in La pioggia nel pineto, uno dei testi lirici
più famosi dell’ A/cyone (e di tutto D'Annunzio, peraltro), il Sublime si
insinua non tanto nel patetismo ritmato dei versi d’amori e di condivisione tra
Ermione e il poeta quanto nei silenzi e negli scarti che enunciano la
naturalità dell’immagine evocata. Se il rapporto tra i due esseri umani (e il
simbolo del loro amore — la passeggiata nel bosco come esplorazione del mondo
ancora aurorale, edenico, della loro passione) è solcato dal segno del
descrittivismo psicologistico più definito, sono le pause del loro dialogare ad
essere scandite dall’emergere di un silenzio ben più significativo delle parole
pronunciate in quell’occasione. In questo caso, infatti, le parole sono
scavalcate da un silenzioso corteo di immagini che prorompono e si mostrano
come registro del reale nella loro assolutezza di manifestazioni non eludibili
di esse. L'ascolto del mondo si rovescia nella sua esibizione, nella sua
inesprimibile ineliminabilità, nella sua ineffabile proposta di immanenza non
eludibile: «Odi? La pioggia cade / su la solitaria / verdura / con un crepitio
che dura / e varia nell’aria / secondo le fronde / più rade, men rade. /
Ascolta. Risponde / al pianto il canto / delle cicale / che il pianto australe
/ non impaura, / né il ciel cinerino. / E il pino / ha un suono, e il mirto /
altro suono, e il ginepro / altro ancora, stromenti / diversi / sotto
innumerevoli dita. / E immersi / noi siam nello spirto / silvestre, / d’arborea
vita viventi: / e il tuo volto ebro / è molle di pioggia / come una foglia, / e
le tue chiome auliscono come / le chiare ginestre, / o creatura terrestre / che
hai nome / Ermione. II Ascolta, ascolta. L’accordo / delle aeree cicale / a
poco a poco / più sordo / si fa sotto il, pianto / che cresce ; / ma un canto
vi si mesce / più roco / che di laggiù sale, / dall’umida ombra remota. / Più
sordo e più fioco / s’allenta, si spegne. / Sola una nota / ancor trema, si
spegne / risorge, trema, si spegne. / Non s’ode voce del mare. / Or s’ode su
tutta la fronda / crosciare / l’argentea pioggia / che monda, / il croscio che
varia / secondo la fronda / più folta, men folta. / Ascolta. / La figlia
dell’aria / è muta ; ma la figlia del limo lontana / la rana, / canta
nell’ombra più fonda, / chi sa dove, chi sa dove ! / E piove su le tue ciglia,
/ Ermione». La pioggia mescola insieme natura e soggettività umana in una
sintesi armoniosa in cui più che il sottile rumore dell’acqua che cade vale
maggiormente il silenzio che crea attraverso il suo suono soffuso e latente. Il
silenzio creato dallo scrosciare della pioggia è più forte e più avvolgente
della pura mancanza di suoni. Questo forma di silenziosità naturale produce la
necessità dell’ascolto della realtà. Attraverso di esso, la ricerca di senso
delle parole si infrange contro la barriera di non- senso”! prodotta dalle
immagini che le costituiscono. In La pioggia nel pineto, le immagini che
parlano (il pino, il mirto, la rana ecc.) si impongono sulle parole del poeta
che declama perché sono in grado di rappresentare il senso della loro potenza
espressiva e della loro forza evocativa molto di più di quanto la scansione
delle parole possa permettersi. La ricerca di senso contenuta in A/cyone,
quindi, in misura assai maggiore di quanto accada in Maia o in Merope, è
fondata sulle immagini che accompagnano l’avventura alcionia dell’estate
avventurosa della poesia dannunziana?”ANNUNZIO, “La pioggia nel pineto”, in
A/cyone . 2! Il silenzio come non-senso contro il quale il senso non può che
impedirsi di sostare in attesa di rendere dicibile l’indicibile è opinione
difesa da Bataille (e contro la quale Sartre si è battuto invano nella sua
polemica contro la “nuova” teologia batailliana). Su questi temi, rimando al
libro di sintesi di P. VALESIO, Ascoltare il silenzio. La retorica come teoria,
trad. it. di A. Pelli, Bologna, Il Mulino). Valesio significativamente cita il
D’ Annunzio de // Fuoco e delle sue epifanie del silenzio. 2 Come scrive
proficuamente N. LORENZINI : “Il percorso dal Fuoco a Alcyone permette, invece,
di protrarre e approfondire la traccia di una nuova sensibilità visiva,
uditiva, tattile, resa possibile dall’illimpidirsi della parola che ancora una
volta è concesso misurare sulla metamorfosi semantica del nostro verbum
sentiendi. Il Paratore, accennando in un passo degli Studi dannunziani, al
‘magico intreccio di notazioni” (Napoli, Morano, Antecedenti ovidiani del
linguaggio di “A/cyone”) del terzo libro delle Laudi, poneva giustamente
l’accento sulla costante espressiva di un rappresentare in cui “la sensibilità
tradizionale si macera e si dissolve, sprigionando per Il mondo appare come
un’immane registro di forme e di realtà legate alla forza dell’immaginazione in
esse non c’è più possibilità di gioco per le parole comuni piene del
significato che ad esse viene tradizionalmente attribuito dal linguaggio della
Koinè e che esse si limitano soltanto a comunicare. Nella poesia di D’
Annunzio, le parole si affacciano prepotentemente sulla scena della lirica
sotto veste di immagini ricche di senso dove, però, la comunicazione non è l’obiettivo
da raggiungere. E’ molto più importante per esse evocare la dimensione altra
della realtà della poesia come Assoluto significante e risuonare nello spazio
sublime del silenzio dove la realtà si rapprende e il mondo si ferma ad
ascoltare ciò che non potrebbe udire in altro modo”?.Il desiderio e l’arte come
forme del Sublime: La Gioconda I temi poi espressi e rilevati nella spesso
perfetta campitura di A/cyone si ritrovano, in toni certo più turgidi e sovente
solo ammiccanti ed allusivi, in un testo drammatico messo in scena poco prima
dell’emergenza lirica della poesia delle Laudî (come si è avuto l’opportunità
di dire prima). Si tratta di La Gioconda, scritta alla Capponcina di Settignano
in Firenze e rappresentata, con esito incerto e accoglienza tiepida del
pubblico in quello stesso periodo ad opera della Compagnia Zucconi-Duse
costituita per l’occasione (insieme a La Gioconda era stata prevista la messa
in scena anche di La Gloria che però cadde miseramente a Napoli e non fu più
reinserita nel cartellone). Entrambe le opere drammatiche erano state scritte,
peraltro, per la Duse e legate alla sua interpretazione (lo stesso era accaduto
per le altre opere di teatro scritte daAnnunzio: La Città morta, Il Sogno di un
mattino di primavera e Il Sogno di un tramonto d’autunno, tutte pièces poi
riproposte con molta difficoltà in seguito da altre attrici). In questo testo
teatrale a metà tra la tragedia e la commedia borghese basata su un ménage à
trois compaiono quali protagonisti sullo stesso piano tre personaggi: lo
scultore Lucio settala (che adombrerebbe lo stesso D°Annunzio), sua moglie
Silvia (raffigurazione coniugale di Maria Gravina, la precedente compagna del
poeta al quale darà due figli) e Gioconda Danti (possibile maschera artistica
di Eleonora Duse). Ma, ovviamente, non è questo il nodo più significativo
intorno al quale far ruotare una possibile interpretazione dell’opera (tutt'al
più lo sarà in chiave puramente storico-aneddotico, non estetica). Lucio
Settala lo scultore tenta di rappresentare il Sublime nella sua creazione fatta
di marmo ma per realizzarla ha bisogno di una modella in carne e ossa. La sua
attività di artista è stata finora bloccata dai dissidi esistenti nella sua
vita privata ma è stata finora resa possibile e in certo modo salvata
dall’abnegazione di sua moglie Silvia (che da ragazza, non a caso, si chiamava
Doni e ha acquisito con il suo nuovo cognome una capacità di volo ascendente
prima sconosciuto‘). compenso nuovi solleticanti, suasivi processi di
penetrazione e interpretazione della realtà”. E di “esperienza gnoseologica”,
più che di ‘vicenda psicologica”, parla anche il Gibellini (“La storia di
A/cyone” in ‘Quaderni del Vittoriale) analizzando la Storia di “Alcyone”, la
sua vicenda “diegetica e narratologica”, a contatto di una “natura fatta viva”
“ (77 segno del corpo. Saggio su d'Annunzio, Roma, Bulzoni. Ricavo questa
proposta critica da un passo contenuto nel saggio dannunziano di Natalino
Sapegno precedentemente cit: : “Perché, come quel mondo poetico nasce sul fondamento
di una pressoché totale dissoluzione dei contenuti ideologici e affettivi, per
raccogliere ed esaltare la superstite primordiale urgenza delle impressioni,
degli umori, dei trasalimenti avvertiti nella loro vitalità istantanea e
fuggevole, ma con un’intensità rara di adesione carnale, analogamente il suo
linguaggio si elabora attraverso una rottura con tutta la tradizione, che egli
non ignora, bensì la padroneggia in quanto repertorio inesauribile di vocaboli
e di forme estrinseche, ma alla quale rimane sostanzialmente estraneo, perché
non la sviscera nella sua storicità, nel suo organico sviluppo, nella sua
problematica intrinseca. A questo punto ci soccorrono le dichiarazioni stesse
dello scrittore, e fra le tante basterà riferirne una sola che togliamo da un
appunto che è tra le carte del Vittoriale: “Dov’è la poesia nella letteratura
d’Italia ? Nei primitivi, in certe notazioni in margine della carte notarili —
ma Ariosto, Tasso, tutto il resto ! E Manzoni ? E Leopardi ? La poesia italiana
comincia con 200 versi di Dante e dopo un lungo intervallo continua in me”.
Dove non tanto mette conto di rilevare ora il tratto di paradossale orgoglio,
quanto quell’affermazione appunto di totale distacco dal passato, di assoluta
indifferenza a un’eredità che non sia di pure forme, anzi di astratto
vocabolario: la coscienza di procedere in un terreno vergine, tutto
sperimentale, senza radici” (N. SAPEGNO, D’ Annunzio lirico” in D'Annunzio e la
poesia di massa). Settala = sette ali, come è tipico dell’ottica onomastica
cara a D’ Annunzio. Il luogo in cui avviene il recupero all’arte di Lucio,
inoltre, dopo il suo tentativo quasi riuscito di suicidio, è quanto di più
propizio ad esso si possa pensare: Non solo l’azione avviene tra Firenze e la
“marina di Pisa”, nel tempo nostro, ma la scena stessa appare quanto di più
armonioso si possa pensare: «Una stanza quadrata e calma, ove la disposizione
di tutte le cose rivela la ricerca di un’armonia singolare, indica il segreto
di una rispondenza profonda tra le linee visibili e la qualità dell’anima
abitatrice che le scelse e le ama. Tutto intorno sembra ordinato dalle mani di
una Grazia pensierosa. L’imagine di una vita dolce e raccolta si genera
dall’aspetto del luogo. Due grandi finestre sono aperte sul giardino
sottostante; pel vano di una si scorge sul campo sereno del cielo il poggio di
San Miniato, e la sua chiara basilica, e il Convento, e la chiesa del Cronaca,
“la Bella Villanella”, il più puro vaso della semplicità francescana. Una porta
mette nell’appartamento interno; un’altra conduce all’uscita. E° il pomeriggio.
Per entrambe le finestre entrano il lume, il fiato e la melodia di aprile». Il
luogo sembra essere l’ideale per riprendere a creare e per dimenticare il
passato?°. Eppure per Settala non è facile ritornare a vivere senza attingere
alla fonte stessa della Bellezza che egli identifica nella sua modella Gioconda
Dianti. Nonostante la riconoscenza che egli deve a sua moglie (che si è preso
cura di lui nel periodo in cui era stato tra la vita e la morte), Lucio è ancora,
e come sempre attirato dal fantasma della Bellezza raffigurato dal
corpo-feticcio della sua modella-amante. Nello scontro tra queste due necessità
vitali (l’amore devoto e la riconoscenza per la moglie e la passione
travolgente per la Bellezza) si insinua la possibilità del Sublime. Il suo
culto superomistico per se stesso consiste, in realtà, in questo. La sua
ambizione di cogliere il Sublime nell’arte non è altro che la volontà
conclamata di andare oltre la “misura” domestica della morale comune per
raggiungere la dis-misura della passione travolgente che si incarna
nell’’’eterno piacere” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra) della creazione
SETTALA (abbassando la voce). Il gioco dell’illusione mi ha congiunto a una
creatura che non m’era destinata. Ella è un’anima d’un pregio inestimabile,
dinanzi a cui mi prostro e adoro. Ma io non scolpisco le anime. Ella non m’era
destinata. Quando mi apparve l’altra, io pensai a tutti i blocchi di marmo
contenuti nelle cave delle montagne lontane, per la volontà di fermare in
ciascuno un suo gesto. DALBO. Ma tu hai già obbedito al comandamento della
Natura, generando il capolavoro. Quando vidi la tua statua, pensai ch’ella ti
fosse liberatrice. Tu hai perpetuato in tipo ideale e incorruttibile un
esemplare caduco della specie. Non sei dunque pago? ANNUNZIO, La Gioconda, a
cura di I. Caliaro, Milano, Mondadori La simbolica convalescenza di Lucio
Settala fa scattare il circuito di morte e rinascita, i cui preamboli sono
confinati nell’antefatto. In una sera d’inverno lo scultore, conteso tra
l’amore per la moglie e l’amore per una modella, ha tentato di togliersi la
vita con un colpo di pistola. Poiché l’episodio è avvenuto nello studio
dell’artista, questa spazialità intrisa di sangue, immersa nell’ombra
invernale, è subito connotata come una topografia infetta. Trasportato nel
/ocus amoenus, l’uomo si salva grazie alle doti sacrificali di Silvia Settala.
Custode della sacra soglia, la donna angelicata non solo impedisce il
“passaggio alla morte” ma consente al marito una graduale purificazione
dell’anima avvelenata. Nel primo atto della Gioconda, Lucio Settala, che “parla
in una maniera singolare, come trasognando, con un misto di agitazione e di
stupore”, appare alla lettera un altro. Come l’Aligi della Figlia di Iorio, a
cui il sogno profetico dona metaforicamente le ali facendogli smarrire il
ricordo dell’origine terragna, lo scultore vive in uno stato d’oblio, quasi
l’antica lebbra si fosse dissolta. E’ il modo con cui D'Annunzio segna
l’irruzione della metànoia, il passaggio da una condizione di morte spirituale
al tempo della luce, un tempo che qui balugina in maniera ancora faticosa e
imperfetta” (U. ARTIOLI, // combattimento invisibile. D'Annunzio tra romanzo e
teatro, Roma-Bari, Laterza). LUCIO SETTALA (accendendosi).Mille statue, non
una! Ella è sempre diversa, come una nuvola che ti appare mutata d’attimo in
attimo senza che tu la veda mutare. Ogni moto del suo corpo distrugge
un’armonia e ne crea un’altra più bella. Tu la preghi che si arresti, che
rimanga immobile; e a traverso tutta la sua immobilità passa un torrente di
forze oscure come i pensieri passano negli occhi. Comprendi ? Comprendi ? La
vita degli occhi è lo sguardo, questa cosa indicibile, più espressiva d’ogni
parola, d’ogni suono, infinitamente profonda e pure istantanea come il baleno,
più rapida ancora del baleno, innumerevole, onnipossente: insomma /o sguardo.
Ora imagina diffusa su tutto il corpo di lei la vita dello sguardo. Comprendi ?
Un battito di palpebre ti trasfigura un viso umano e ti esprime una immensità
di gioia o di dolore. Le ciglia della creatura che ami si abbassano: l’ombra ti
cerchia come un fiume un'isola ; si sollevano ; l’incendio dell’estate brucia
il mondo. Un battito ancora : la tua anima si dissolve come una goccia ; ancora
: tu ti credi il re dell’ Universo. Imagina questo mistero su tutto il suo
corpo ! Imagina per tutte le sue membra, dalla fronte al tallone, questo
apparire di vite fulminee! Potrai tu scolpire lo sguardo ? Gli Antichi accecarono
le statue. Ora — imagina — tutto il corpo di lei è come lo sguardo. Una pausa.
Egli si guarda intorno sospettoso, per tema d’essere udito. Si accosta anche di
più all'amico, che lo ascolta con una emozione crescente. Te l’ho detto : mille
statue, non una. La sua bellezza vive in tutti i marmi. Questo sentii, con
un’ansietà fatta di rammarico e di fervore, un giorno a Carrara, mentre ella
m’era accanto e guardavamo discendere dall’alpe quei grandi buoi aggiogati che
trascinano giù le carra dei marmi. Un aspetto della sua perfezione era chiuso
per me in ciascuno dei quei massi informi. Mi pareva che si partissero da lei
verso il minerale bruto mille faville animatrici come da una torcia scossa.
Dovevamo scegliere un blocco. Ricordo : era una giornata serena. I marmi
deposti risplendevano al sole come le nevi eterne. Udivamo di tratto in tratto
il rombo delle mine che squarciavano le viscere alla montagna taciturna. Non
dimenticherei quell’ora, anche se morissi un’altra volta... Ella si mise per
mezzo a quell’adunazione di cubi bianchi, soffermandosi dinanzi a ciascuno. Si
chinava, osservava attentamente la grana, sembrava esplorarne le vene
interiori, esitava, sorrideva, passava oltre. Ai miei occhi la sua veste non la
copriva. Una specie di affinità divina era tra la sua carne e il marmo che
chinandosi ella sfiorava con l’alito. Un’aspirazione confusa pareva salire
verso di lei da quella bianchezza inerte. Il vento, il sole, la grandiosità dei
monti, le lunghe file dei buoi aggiogati, e la curva antica dei gioghi, e lo
stridore dei carri, e la nuvola che saliva dal Tirreno, e il volo altissimo di
un’aquila, tutte le apparenze esaltavano il mio spirito in una poesia senza
confini, lo inebriavano d’un sogno che non ebbe mai l’eguale in me... Ah,
Cosimo, Cosimo, io ho osato gettare una vita su cui riluce la gloria d’un tal
ricordo ! Quando ella tese la mano sul marmo che aveva scelto e volgendosi mi
disse : “Questo”, tutta l’alpe dalle radici alle cime aspirò alla bellezza. Un
fervore straordinario riscalda la sua voce e avviva il suo gesto. Colui che lo
ascolta ne è sedotto, e ne dà segno. Ah, ora tu comprendi ! Tu non mi chiederai
più se io sia pago. Ora tu sai come debba essere furiosa la mia impazienza se
penso che in questo momento ella è là, sola, a piè della Sfinge, che mi
aspetta. Pensa : la sua statua è alzata sopra di lei, immobile, immutabile,
immune d’ogni miseria ; ed ella è là affannata, e la sua vita fluisce, e
qualche cosa di lei perisce di continuo nel tempo. L’indugio è la morte.. >
Il corpo di Gioconda è, dunque, già pronto ad essere scolpito nei massi di
marmo di Carrara che lo scultore trasformerà, michelangiolescamente “per via di
levare”, in altrettanti frammenti di Bellezza, in segni assoluti del Sublime.
ANNUNZIO, La Gioconda . Il personaggio di Lucio Settala è stato quasi sempre
messo in relazione (e comparato dalla critica) con quello dello scultore
Démétrios che è il protagonista del romanzo Aphrodite. Moeurs antiques del 1896
di Pierre Loujs. Ma se il protagonista di quest’ultimo romanzo scolpisce
furiosamente e fervidamente soltanto il cadavere freddo e immobile della sua
modella Chrysis, Ludovico ha bisogno di poter vedere e toccare il corpo vivo e
pulsante della sua modella. Semmai Settala può essere considerato l’antesignano
dell’ Arnold Rubek di Quando noi morti ci destiamo di Henrik Ibsen (un’ opera
teatrale anch’essa prodotta) o del Tono Giuncano di Diana e la Tuda di
Pirandello, testi entrambi debitori a D’ Annunzio per l’insistenza quasi
ossessiva sul nesso Arte-Vita (anche se in tutti e due la Vita, a differenza di
quanto accade nell’opera di d’ Annunzio, prevarrà tragicamente sull’ Arte e i
suoi disegni di eternità). Un'altra statua, infatti, era già stata iniziata
prima del tentativo di suicidio. Lucio vorrebbe continuare a lavorarci
utilizzando ancora come modella la donna che già ha trasposto nella pietra
marmorea. Quando la moglie Silvia verrà a sapere questo e saprà altresì che il
marito ha intenzione di continuare a frequentare la sua modella-amante, si
recherà di persona nello studio di Settala per affrontare la rivale (un
tentativo precedente messo in atto dall’amico comune Lorenzo Gaddi era andato a
vuoto). La difesa di Gioconda sarà dura e serrata in nome dei diritti della
passione e dell’ispirazione che solo lei è stata ed è ancora in grado di
infondere nello spirito creatore dell’amante: GIOCONDA DIANTI. E voi mi
accusate d’avergli inflitto un tormento infame, d’essere stata il suo carnefice
! Ah, /e vostre mani soltanto, le vostre mani di bontà e di perdono**, gli preparavano
ogni sera un letto di spine ove egli non volle più distendersi. Ma, quando egli
entrava qui dove io l’attendeva come si attende il dio che crea, era
trasfigurato. Egli ritrovava dinanzi alla sua opera la forza, la gioia, la
fede. Sì, una febbre continua gli ardeva il sangue, tenuta accesa da me (e
questo è tutto il mio orgoglio) ; ma al fuoco di quella febbre egli ha foggiato
un capolavoro. Indica col gesto la sua statua che la cortina nasconde. SETTALA.
Non è il primo; non sarà l’ultimo. DIANTI. Certo, non sarà l’ultimo ; poiché un
altro è pronto a balzare dal suo viluppo di creta, un altro ha palpitato già
sotto il suo pollice animatore, un altro è là semivivo, e attende d’attimo in
attimo che il miracolo dell’arte lo tragga intero alla luce. Ah voi non potete
comprendere questa impazienza della materia a cui fu promesso il dono della
vita perfetta ! Silvia Settala si volge verso la cortina; fa qualche passo,
lentamente, con l’apparenza d’un atto involontario, quasi che obbedisca a un’attrazione
misteriosa. E° là ; la creta è là. Quel primo spiracolo ch’egli vi aveva
infuso, io l’ho conservato di giorno in giorno come si bagna il solco dov'è il
seme profondo. Non l’ho lasciato perire. L’impronta è là, intatta. L'ultimo
tocco, che vi pose la sua mano febrile nell’ultima ora, è là visibile, energico
e fresco come di ieri, tanto potente che la mia speranza in mezzo alla frenesia
del dolore vi si affisò come a un suggello di vita e ne prese forza. Silvia
Settala s’arresta dinanzi alla cortina, come la prima volta ; e vi rimane
immobile e muta. Si, è vero, voi eravate intanto al capezzale del moribondo,
protesa in una lotta senza tregua per strapparlo alla morte ; e per questo
foste invidiata, e per questo siate lodata in eterno. Voi avevate la lotta,
l’agitazione, lo sforzo : avevate da compiere qualche cosa che vi pareva
sovrumana e che vi dava l’ebbrezza. Io, sotto il divieto, nella lontananza e
nella solitudine, non potevo se non raccogliere e stringere — con tutta la
volontà contratta — il mio dolore in un voto. La mia fede era pari alla vostra
; certo, si collegò con la vostra contro la morte. L’ultima favilla creatrice
partita dal suo genio, dal fuoco divino che è in lui, io non l’ho lasciata
estinguere, i0 l’ho tenuta sempre viva, con una vigilanza religiosa e
ininterrotta... Ah, chi può dire fin dove sia giunta la forza preservatrice di
un tal voto ? Silvia Settala fa l’atto di volgersi con violenza, come per
rispondere ; ma si trattiene. 28 Il corsivo non è nel testo dannunziano. Mi è servito
soltanto per evidenziare il tema delle mani che nel prosieguo della scena
cadranno sotto il peso della statua quasi finita da Settala (le sue mani
assunte come simbolo della Bontà “umana”finiranno, quindi, schiacciate dalla
potenza dell’ Arte “superomistica” e “troppo umana” che prevarrà su di essa).
Lo so, lo so : è ben semplice e facile quel che io ho fatto ; lo so : non è uno
sforzo eroico, è l’umile compito di un manovale. Ma non è l’atto quel che
importa. Quel che importa è lo spirito con cui l’atto si compie ; quel che solo
importa è il fervore. Nulla è più sacro dell’opera che comincia a vivere. Se il
sentimento con cui io l’ho custodita può rivelarsi alla vostra anima, andate e
guardate ! Perché l’opera seguiti a vivere pè necessaria la mia presenza
visibile Voi non potete sentirvi sicura qui come nella vostra casa. Questa non
è una casa. Gli affetti familiari non hanno qui la loro sede ; le virtù
domestiche non hanno qui il loro sacrario. Questo è un luogo fuori dalle leggi
e fuori dei diritti comuni. Qui uno scultore fa le sue statue. Vi sta egli solo
con gli strumenti della sua arte. Ora io non sono se non uno strumento
dell’arte sua. La Natura mi ha mandato verso di lui per portargli un messaggio
e per servirlo. Obbedisco ; lo attendo per servirlo ancora. S°egli ora
entrasse, potrebbe riprendere l’opera interrotta che aveva incominciato a
vivere sotto le sue dita. Andate e guardate i Nello scontro diretto tra le due
donne, Silvia sta per prevalere quando sostiene con forza d’animo e con il buon
diritto della moglie innamorata che il marito non ama più la sua modella.
Quest'ultima, allora, si appresta a distruggere la statua che la raffigura
pretendendone la proprietà morale. Nel tentativo di fermarla, la statua crolla
sulla moglie e le schiaccia entrambe le mani. Silvia si salverà nonostante la
perdita delle mani ma Lucio, anche se travolto dal rimorso, continuerà a vivere
nel suo studio a fianco della modella che non riesce a lasciare: GADDI. Sì, è
una sorte troppo atroce. Mi ricordo ancora di quel che diceste tanto
teneramente, guardandola, in quel giorno d’aprile. “Sembra che abbia le ali!”’.
La bellezza e la leggerezza delle sue mani le davano quell’aspetto di creatura
alata. V’era in lei una specie di fremito incessante. Ora sembra che si trascini.
DONI. Ed è stato un sacrifizio inutile come gli altri, non è valso a nulla, non
ha mutato nulla : ecco l’atrocità della sorte. Se Lucio le fosse rimasto, credo
ch’ella sarebbe contenta di avergli potuto dare quest’ultima prova, d’avergli
potuto fare anche il sacrifizio delle sue mani vive”, Ma ella conosce omai
tutta la verità, nella sua crudezza ... Ah che infamia! Avreste mai potuto
credere che Lucio fosse capace di tanto ? Dite. GADDI. Anch’egli ha il suo
fato, e gli obbedisce. Come non fu padrone della sua morte, così non è padrone
della sua vita. Lo vidi ieri. M’aveva scritto al Forte dei Marmi per pregarmi
di salire alle Cave e di spedirgli un masso. Lo vidi ieri, nel suo studio. Il
suo viso è così scarno che sembra debba divorarglielo il fuoco degli occhi.
Quando parla, si eccita stranamente. Ne rimasi turbato. Lavora, lavora, lavora,
con una terribile furia : forse cerca di sottrarsi a un pensiero che lo rode.
ANNUNZIO, La Gioconda. 3° Il “sacrificio delle mani vive” rimaste sotto una
statua non può che far venire mente l’analoga offerta fatta dal fedele
abruzzese Ummàlido a San Gonselvo che avviene nel finale di “L’eroe”, una delle
più intense e potenti (anche se al limite del Grand Guignol) tra le Novelle
della Pescara: “L’Ummàlido era caduto in ginocchio ; e la sua mano destra era
rimasta sotto il bronzo. Così, in ginocchio, egli teneva gli occhi fissi alla
mano che non poteva liberare, due occhi larghi, pieni di terrore e di dolore ;
ma la sua bocca torta non gridava più. Alcune gocce di sangue rigavano
l’altare. [...] Nella chiesa la moltitudine agglomerata cantava quasi in coro,
al suono degli strumenti, per intervalli misurati. Un calore intenso emanava
dai corpi umani e dai ceri accesi. La testa argentea di San Gonselvo
scintillava dall’alto come un faro. L’Ummàlido entrò. Fra la stupefazione di
tutti, camminò sino all’altare. Egli disse, con voce chiara, tenendo nella
sinistra il coltello: “Sante Gunzelve, a te le offre”. E si mise a tagliare in
torno al polso destro, pianamente, in cospetto del popolo che inorridiva. La
mano informe si distaccava a poco a poco, tra il sangue. Penzolò un istante
trattenuta dagli ultimi filamenti. Poi cadde nel bacino di rame che e
raccoglieva le elargizioni di pecunia, ai piedi del Patrono. L’Ummàlido allora sollevò
il moncherino sanguinoso ; e ripeté con voce chiara: “Sante Gunzelve, a te le
offre” (G. D'ANNUNZIO, Le novelle della Pescara, Milano, Mondadori,
RETROGUARDIA quaderno elettronico di critica letteraria a cura di Francesco
Sasso DONI. La statua è ancora là? GADDI. E’ ancora là, senza braccia. L’ha
lasciata così : non ha voluto restaurarla. Così, sul piedestallo, sembra
veramente un marmo antico, disseppellito in una delle Cicladi. Ha qualche cosa
di sacro e di tragico, dopo la divina immolazione. DONI. a bassa voce. E quella
donna, la Gioconda, era là? GADDI. Era là, silenziosa. Quando uno la guarda, e
pensa ch’ella è causa di tanto male, veramente non può imprecare contro di lei
nel suo cuore ; - no, non può, quando uno la guarda...Io non ho ma veduto in
carne mortale un così grande mistero»*!. Da questo “combattimento invisibile”
tra le sue due anime (quella riconoscente alla moglie e quella protesa al
possesso e alla trasformazione in opera d’arte della sua modella) il destino di
Settala è segnato : travolto dalla sua volontà demoniaca (e quindi sublime !)
di creazione assoluta, egli non potrà che assecondarla e condannare la sua metà
buona e amorevole a privarsi perfino di quello che le era servito (le sue mani
amorose cioè) per curarlo e salvarlo dalla morte”, Lo scontro in atto tra le
due metà (quella animosa e combattiva contro il richiamo della sua sirena-
Gioconda e quella cedevole e morbosa che, invece, anela ad essa) di Settala è
così forte che non solo provoca praticamente l’uscita di scena del suo
personaggio ma propiziano, in tal modo, contemporaneamente l'avvento
dell’Orrore, quell’Orrore che in D'Annunzio costituisce sempre il gioco di
sponda del Sublime e ne permette il suo presentarsi quale testimone estetico
della scrittura (come lo si è già veduto in atto nel caso della poesia
dell’A/cvone che seguirà di lì a poco, ambientata peraltro negli stessi luoghi
in cui si svolgono gli ultimi due atti del dramma ANNUNZIO, La Gioconda ® U.
ARTIOLI, I/ combattimento invisibile. D'Annunzio tra romanzo e teatro : “Il
conflitto di Lucio Settala ha un che d’irriducibile. Prosternato davanti alla
moglie, ne riconosce lo stampo divino ; assegna invece un che di deteriore alla
passione per la modella, in cui vede una profanazione dello spirito, un pericolo
attentato alla sfera morale. Eppure non può o non sa decidersi per il sentiero
del Bene. Qualcosa di eccessivo, di troppo teso e iperbolico s’agita dietro lo
schermo delle passioni borghesi entro cui a prima vista sembra collocarsi un
testo come La Gioconda. Cosa veicola questo menage à trois in apparenza così
banalmente ancorato ai moduli teatrali del secondo Ottocento, con la figura
maschile contesa tra una moglie troppo remissiva e fedele e un’amante
altrettanto viziosa e dispotica?” [...] “Dopo il colloquio con Cosimo Dalbo,
Lucio Settala praticamente scompare dall’azione. Nell’ultimo atto si apprende
che, decidendo per la modella, ha anteposto il calore della bellezza sensibile
alle vitree desinenze della bellezza morale. Questa rivendicazione dell’ autonomia
dell’arte, che ne fa una forma d’ esperienza aperta alla totalità dell’uomo, e
dunque anche al mondo della Caduta e del Male, ha come conseguenza lo scacco
della figura affluita dai diafani aloni dell'immaginario cristiano. Delineando
il personaggio di Silvia, D’ Annunzio mette in scena i propri fantasmi, e se la
scelta del suo tormentato scultore esclude alla fine il primato del Bene sul
Bello, assegna pur sempre all’estetico una valenza divina : “L’artista, scrive
Novalis, sta sopra l’uomo come la statua sopra il piedistallo... Proprio nel
momento in cui l’opera avrebbe dovuto diventare interamente sua, è divenuta
qualcosa di più del suo creatore, ed egli si è fatto l’organo ignorante e la
proprietà d’una potenza superiore. L'artista appartiene all’opera, non l’opera
all'artista” (Novalis, Frammenti, trad. it. di E. Pocar, Milano, Rizzoli,
1996°, pp. 283-285)”. La citazione tratta dai Frammenti può servire a
riassumere l’itinerario di Lucio Settala, l’uomo che abbandona la cornice degli
affetti per una dedizione assoluta all’ opus, alla transustanziazione alchemica
della materia. Se Lucio Settala esce di scena, lo fa per seguire la “potenza
superiore” di cui parla Novalis, la “potenza implacabile” che, stando a una
battuta del terzo atto, Gioconda serve col fervore religioso di una
sacerdotessa. Rispetto alla Gloria, dove D’ Annunzio maneggia lo schema
classico della Psicomachia, la tragedia del °98, che pure presenta il
personaggio maschile divaricato tra due fantasmi mentali, attua una notevole
variante. Facendo scomparire il protagonista dall’azione, il drammaturgo muove
le potenze rivali come se fossero figure autonome e lo scontro del terzo atto,
dove le immagini femminili sono una di fronte all’altra, diventa l'epicentro
del dramma”. La tragedia del Sublime e il recupero del mito: Fedra Annunzio
concepisce il suo omaggio al mito tragico greco (personalissimo e destinato a
un travolgente insuccesso). Concluso, per volontà di lei, il rapporto con
Eleonora Duse e dopo una serie di relazioni non altrettanto significative come
quest’ultima sotto il profilo della collaborazione artistica, stavolta la sua
Musa ispiratrice sembra Nathalie de Golouleff : «La notte fra il 2 e il 3
febbraio 1909 verga l’ultima cartella del manoscritto della tragedia, tracciato
in poche decine di giorni (e notti) laboriosissimi, dedicando l’opera “così
nobile e così severa” all’ amata del momento, Nathalie de Goloubeff, da lui
ribattezzata Donatella Cross. Con l’amante parigina, cui ha spesso descritto la
sua nuova fatica, legge la tragedia a Cap d’ Antibes: ella se ne infiamma al
punto da proporsi con incauta ambizione come interprete scenica, e si accinge a
voltarla in francese (La versione, cui è interessato anche Ricciotto Canudo*},
uscirà per le mani più esperte di André Doderet). La tragedia, ce lo conferma
anche il figlio del poeta e primo Ippolito, Gabriellino, fu dunque composta con
ritmo frenetico “nelle condizioni più avverse alla meditazione e al sogno, in
un periodo acerbissimo della sua crisi finanziaria”. Le lettere al Treves
forniscono, fra le assillanti richieste di soccorso in denaro, le tappe di un
lavoro febbrile». Nonostante siano preponderanti le necessità economiche e il
suo ritmo di scrittura venga definito da tutti i suoi studiosi a tambur
battente, Fedra è, tuttavia, una tragedia meditata a lungo, fortemente voluta e
niente affatto imbastita in velocità per cercare di rimandare il più possibile
il collasso finanziario. Ma il risultato effettivo della pièce sarà
catastrofico. Il debutto, pur avvenuto nella prestigiosa sede della “Scala” di
Milano, fu un disastro. Lo stesso D’ Annunzio se ne disse deluso in maniera
assoluta”. Da allora, il testo, nonostante una ripresa romana al Teatro
Argentina del 2 ad opera della stessa compagnia e il melodramma che Ippolito
Pizzetti ne ricavò, non sarà più riproposto in maniera definitiva. Anche la
critica dannunziana (nonostante spunti importanti in alcuni volumi a lui
dedicati*°) si è mai risolta a prendere sul serio il testo tragico del poeta
abruzzese. E’ stato merito, tuttavia, di Paolo Valesio, in un suo intervento
pionieristico pronunciato ad un importante convegno bolognese sul Sublime,
l’aver riportato l’attenzione All’epoca il futuro teorico del cinema era ancora
soltanto un giovane di belle speranze che si divideva tra narrativa, teatro e la
nascente arte cinematografica. Bisognerà aspettare il 1911 perché il suo
testo-manifesto La nascita della sesta arte gli dia una certa notorietà in
campo artistico. GIBELLINI, Introduzione a G. D'ANNUNZIO, Fedra, a cura di
P.Gibellini, Milano, Mondadori. Della compagnia di Mario Fumagalli facevano
parte Teresa Franchini che interpretò Fedra e il figlio primogenito Gabriellino
che fu Ippolito. A sua moglie Maria (la madre di Gabriellino), l’autore della
tragedia scrisse: “La rappresentazione italiana fu ignobile. Soltanto
Gabriellino mostrò una freschezza e una energia inattese. Gli altri furono i
“cani” d’Ippolito, e latrarono con furore più che canino“ (lettera Basti
pensare a E. DE MICHELIS, Tutto D'Annunzio, Milano, Feltrinelli, . ; PARATORE,
“La morte di Fedra in Seneca e nel d’ Annunzio”, in Studi dannunziani cit. ; G.
BARBERI SQUAROTTI, “Lo spazio della diversità: la Fedra”, in “Quaderni del
Vittoriale”, settembre-ottobre 1980 (Atti del Convegno “D’Annunzio e il
classicismo”, Gardone Riviera, ; M. PAVAN, “Modelli strutturali e fonti della
mitologia greca nella Fedra di Gabriele D’ Annunzio”, ; M. GUGLIELMINETTI, “La Fedra di d’Annunzio e
altre Fedre”, in Atti delle giornate di studio su Fedra, a cura di R. Uglione
(Torino), Torino, Pubblicazioni della Facoltà di Filosofia. Qualche anno dopo
la prima teatrale dell’opera, Antonio Bruers, uno dei dannunziani tra i più
fedeli, aveva scritto su di essa un volumetto esegetico (Fedra di Annunzio.
Saggio di interpretazione, a cura del Fondaco di Baldanza, Roma, Società
Anonima Poligrafica Italiana). Il testo dannunziano, inoltre, è stato
ristampato in Fedra. Variazioni sul mito, a cura di M. G. Ciani, Venezia,
Marsilio, 2003 che raccoglie in un unico volume le quattro più importanti
ricostruzioni teatrali di questo mito (Euripide, Seneca, Racine e, appunto, D’
Annunzio). RETROGUARDIA quaderno di critica letteraria a cura di Sasso della
critica su questo testo drammatico di D'Annunzio e averne consentito l’analisi
mediante coordinate nuove sotto il profilo estetico: «Tutta la Fedra è, dunque,
una delle estreme ricerche moderne del sublime: non una lotta letteraria, ma
letteratura come lotta per costruire una leggenda, e degli eroi. Costruire
dico, e non ricostruire. Ma se (suona una possibile domanda che appiattirebbe
il discorso) se Teseo e Fedra ci sono già, come personaggi non solo mitici ma
elaboratamente letterari, perché mai ci sarebbe bisogno di costruirli ? E
invece, proprio qui è il punto. La ricostruzione in calce alla grande
letteratura passata è la mossa della blandizie, che è rassicurante e
archeologica (s pensi a certi testi teatrali degli anni Trenta, come La guerra
di Troia non si farà di Jean Giraudoux, ecc.. La mossa dell’autore altomoderno
è ben diversa: egli costruisce, in certo modo, ex novo (altro che i plagi di
cui ancora chiacchierano i professori-odiatori di D’ Annunzio !). Questa mossa
è genealogica in quel senso (primariamente nietzcheano) di genealogia che
relega la diacronia in secondo piano. Ed è un gesto genealogico sublimante in
quanto è una mossa di presentificazione — dunque, una strategia sincronica.
(Sublimante ha poco o nulla a che vedere con la “sublimazione” della tecnologia
freudiana). In questa riscoperta violentemente sincronica sta, contro
l’intellettualismo che è implicito in ogni storicismo, la forza del discorso
decadente; quella forza che ci mostra come decadente non sia sinonimo di
“debole”, ma indichi una creativa declinazione (strumento di una grammatica in
gran parte nuova)»?”. Valesio rimette in gioco la questione del ri-utilizzo del
materiale mitico della tradizione classica da parte di D’ Annunzio e lo fa a
parte dalla questione del Sublime. La Fedra del poeta pescarese è sicuramente
una tragedia del destino (come nella tradizione letteraria si è soliti
configurarla sulla scia di una ricostruzione del rapporto tra uomo greco e
Fato) ma è anche una rappresentazione del Sublime. Fin da subito — basta
leggere attentamente la didascalia d’apertura del dramma per
accorgersene:Trezene è il luogo, vestibolo della terra di Pelope. E appare, nel
palagio di Pitteo, il grande e nudo lineamento di un atrio che gli occhi non
abbracciano intero, sembrando il vano e la pietra spaziare più oltre da ogni
parte, con sublimi colonne, con profonde muraglie, con larghi aditi aperti fra
alte ante. Per alcuno degli aditi non si scorge se non l’ignota ombra interna ;
ma l’ardente luce occidua e il soffio salmastro entrano per alcun altro che
guarda la pianura febea di Limna, il porto sinuoso di Celènderi, la faccia
raggiante del Mare Sarònico e la cerula Calàuria sacra all’ippico re Poseidone.
Rami d’ulivo involuti in liste di candida lana son deposti su l’altare dedicato
all’Erceo proteggitore delle sedi ; innanzi a cui s’apre la fossa circolare dei
sacrifizii. Accolte son quivi le Madri dei Sette Eroi atterrati su le sette
porte di Tebe. E poggiata al lungo scettro eburno la vedova di egeo, la madre
veneranda di Teseo, Etra del sangue di Pelope, quivi è con le Supplici dalla
chioma tonduta e dal bruno peplo, fra la luce e l'ombra». Inoltre allusioni
alle diverse “declinazioni” del Sublime — come vuole Valesio — sono disseminate
ovunque nel testo. Basterà riprodurre di seguito qualche specimen di esso per
rendersi conto della ritmica allusività della parola che vuole farsi immagine
proprio a partire dalla sua tentazione VALESIO, “Declinazioni: D’ Annunzio dopo
il Sublime”, in “Studi di estetica”, a cura di V. Fortunati e G. Franci (Atti
del Convegno “Il Sublime : creazione e catastrofe nella poesia”, Bologna, 30-31
ottobre 1984, a cura di V. Fortunati e G. Franci), pp. 183-184 (poi
ripubblicato in traduzione inglese in The Dark Flame, Yale. 38 volti Il corsivo
è mio. ANNUNZIO, Fedra. 17 estetica. Il Sublime aulico dell’incipit insegue il
tremendo e il mostruoso come pure la magnanimità‘ quali altrettanti e
differenti aspetti della sua potenzialità espressiva. A della tragedia,
infatti, Teseo viene definito ”il tuo sposo magnanimo” da una delle Supplici e successivamente
l’’eco della grande anima” (giusta la celebre definizione pseudo-longiniana
della natura del Sublime*') risuona nella narrazione del fato inarrestabile ed
eroico di Capaneo folgorato sotto le mura di Tebe: IL MESSO. Era il meriggio.
FEDRA. Ombra non v'era alcuna? IL MESSO. Quella del curvo scudo sopra lui ; /
ché coperto saliva / su per la scala apposta alla muraglia. / Saluiva senza
crollo / sotto le pietre dei difenditori. / E crosciava la grandine sul ferro /
e crosciava sul cubito intronato, / che non cedette. Sì cedette il cuore /
tebano ; ché su la muraglia sgombra, / giunto in sommo, balzò l’ Eroe tremendo.
/ E stette. E si scoperse. / E fu luce e silenzio di prodigio. / E allor s’udì
tre volte strider laquila / dall’ Ètere sublime. E l’eversore / allo strido
levò la faccia ardente / d’inumana virtù, simile a un nume. / E la voce di
bronzo / tonò : “Adempio il giuro. Espugno Tebe”. E la destra scagliò l’asta
amentata / contra 1’ Ètere. Col gesto irrefrenabile e con le pupille alzate Eurìto
compie l’imagine dell’atto temerario. Ma sùbito si smarrisce e ondeggia. Gli
rende il soffio l’ardente inspiratrice, che è china verso la trasfigurazione
della Madre. FEDRA. Segui ! Segui ! Uomo, / non tremare ! Non perdere il
respiro ! / Or tu devi cantar come l’aedo, / come quando aggiogavi i due
sonanti / cavalli. Il cuor terribile è rinato / entro il petto materno. Il
rombo vince / la tua parola. Versagli la gloria ! / Come tendi le redini del
carro, / sogna che tendi i nervi della cetera. / Alza la voce ! IL MESSO.
L’asta non ricadde. E quel dispregiatore dei Celesti / sorrise come non sorride
l’uomo./ Si chinava egli già, pronto a balzare / oltre la Porta. Il fuoco
inevitabile / lo percosse nel vertice del capo.Fulgida di fervore, piegato un
ginocchio a terra, Fedra abbraccia l’esausto fianco d’Astinome come il tronco
d’una quercia che tentenni. Sulla magnanimità come declinazione della forma del
sublime classico in rapporto alla teoria delle passioni nel mondo classico e
nelle sue successive riproposte in epoca moderna, cfr. le analisi contenute in
R. BODEI, Geometria delle passioni. Paura, speranza, felicità: filosofia e uso
politico cit., in particolare la Parte Seconda (non a caso intitolata
all’archeologia del volere),. 4! Scrive l’ Anonimo (che i suoi lettori
rinascimentali e moderni continuarono a chiamare, in mancanza di un altro nome
più verosimile, con quello di Longino e solo con l’apposizione dubitativa dello
Pseudo): “Poiché il posto più importante tra tutte le fonti lo occupa la prima,
dico la grandezza della mente, anche qui, pur trattandosi di un dono naturale,
piuttosto che di un’abilità acquisita, occorre, per quanto è possibile,
allevare le nostre anime alla grandezza e, per così dire, farle continuamente
gravide di impulsi geniali. In che modo ? mi chiederai. L’ho già scritto
altrove : il sublime è l’eco di una grande anima. Donde talvolta un pensiero
spoglio, privo di voce, è ammirato per se stesso, proprio per la sua grandezza
: tale è il grande silenzio di Aiace nella Nekuya, più sublime di qualunque
discorso. Pertanto la questione dell’origine del sublime è il fondamento
irrinunciabile della nostra trattazione : il vero oratore non può nutrire
pensieri bassi e ignobili. Infatti non è possibile che coloro i quali, per
tutta la vita, si prendono cura e pensiero di piccolezze e servilismi esprimano
cose meravigliose o degne di passare ai posteri. Grandi invece sonno, com’è
ovvio, i discorsi di coloro i cui pensieri fremono di grandezza. Perciò il
sublime s’incontra sempre negli spiriti magni* (Pseudo- LONGINO, // sublime,
trad. it. e cura di G. Lombardo, Palermo, Aesthetica Edizioni). Sulla teoria
longiniana del Sublime come ueyaZoppoobvns dréynua e sulla sua fortuna fino
all'Ottocento, mi permetto di rimandare al mio “Da qui all’eternità. Due
possibili modelli di Sublime letterario”, in “Parénklesis. Rassegna annuale di
cultura della Editrice Clinamen . Sulla fortuna del concetto estetico in
questione, cfr., invece, il mio // Sublime e la prosa. Nove proposte di analisi
letteraria già cit. FEDRA. Madre, madre, ti cerchio con le braccia. / Non ti
tocca la folgore. Grandeggi. / Piena ti sento d’una immensa vita. / Odi l’aedo
! Odi l’aedo ! Come / urtò la terra il Folgorato ? Nel soffio che lo suscita,
il conduttore di carri sotto la corona di pioppo è nobile come un cantore di
parole alate. Un ansito occulto gli scuote la voce ma non gliela rompe. Ed egli
è fiso al gruppo sublime ; ché la Titanide regge ancora tra le sue braccia la
quercia palpitante» La morte di Capaneo è uno dei momenti “sublimi” e più
potentemente tratteggiati dell’opera ma nella sua ricostruzione non viene
utilizzato soltanto il Sublime puro del legato longiniano — ad esso viene
attribuito anche il respiro epico dell’epopea. Il racconto dell’auriga impasta,
infatti, il senso tremendo della sfida alla Divinità con il ritmo scandito e
susseguente dell’azione. Come scrive utilmente Gibellini nella sua Introduzione
alla tragedia dannunziana: «La contaminatio epopea-dramma è dunque la chiave
della scelta dannunziana. In verità la critica s'è soffermata, sinora, sulla
contaminatio all’interno del genere, notando come l’episodio di Capaneo ed
Evadne assommi parti dei Sette contro Tebe di Eschilo, dei due Edipo di
Sofocle, delle Supplici e delle Fenicie euripidee. I tratti danteschi
dell’episodio di Capaneo non s riducono a echi letterali (che determinano
scatti memoriali con altri luoghi della Commedia, presentando ad esempio l’eroe
“forato... nella gola”), ma comportano una interferenza epico-poematica
nell’intera vicenda. Capaneo, Evadne sono gli esempi ammirati, e dunque gli
anticipi della scelta blasfema e suicida di Fedra : una scelta già data a
priori. Personaggio epico, e non tragico, Fedra sa e dice la sua volontà :
perde un presupposto essenziale del tragico antico, enucleato recentemente per
Edipo da Dario Del Corno: il non conoscere la differenza tra bene e male, il
non conoscere la volontà degli dei, il non sapere tout court. In ciò D’
Annunzio si trova schierato con la Fedra (psicologistica) di Seneca e con
quella di Swimburne", schiette confessatrici dell’inconfessabile, mentre
il dieu caché (per dirla con Goldmann), il dio inconoscibile ma severamente
installato nella coscienza dell’eroina “cristiana” del giansenista Racine, la
imparenta strettamente con la Fedra “pagana” di Euripide». E° probabilmente questa
volontà di confessare e di esibire la propria “colpa d’amare” la maggiore
“trasgressione” dannunziana alla costruzione del mito di Fedra rispetto alle
sue molteplici e travolgenti elaborazioni nel corso della sua lunga storia
culturale (e scenico-teatrale). Fedra, in realtà, risulta nell’elaborazione
drammaturgica di Euripide nella sua prima epifania sulla scena in quanto
personaggio tragico (questo almeno è l’unico che ci è pervenuto nel legato
classico della tradizione del teatro greco” ) soltanto come il contraltare
della vicenda di Ippolito (e tale, ANNUNZIO, Fedra cit., pp. 62-63. Sa Sugli
echi swimburniani in D’ Annunzio, ancora utile il saggio di Calvin S. Brown,
Jr., “More Swinburne-D'Annunzio Parallels” in “PMLA Sulle fonti inglesi della
poesia dannunziana, è sempre utile la consultazione di N. LORENZINI,
D'Annunzio, Palermo, Palumbo, 1993. (che contiene anche un’assai interessante
antologia della critica). GIBELLINI, Introduzione a G.D’ ANNUNZIO, Fedra Una
buona sintesi dei problemi relativi alla Fedra in ambito greco antico si può
trvare nel saggio di Nadia Fusini dedicato alla tragedia euripidea: “Se per
Fedra il gioco drammatico è fin da subito tra destino e carattere (la Moira
coincidendo per lei con la Madre), non è certamente il destino a vincere, ma
piuttosto il carattere. Ed Euripide si riconferma così come il drammaturgo
moderno che è, che esplora un territorio nuovo, e porta l’uomo ellenico a
piegarsi verso la coscienza, per scoprirne l’autonomia rispetto a leggi
oggettive, sopraindividuali, siano esse di ordine religioso, o politico. E di
fatto (anche se attraverso la morte, come Alcesti) Fedra afferma orgogliosa il
proprio nome, contro l'eredità materna. Sì, lei è figlia di Pasifae, ma non
come Pasifae agirà col proprio desiderio. Se dal passato sorge una potenza
destinale che tenta di annullarla, prova ad offuscare il suo volto, e oscurare
la sua luce — in altre parole, a piegare il suo carattere secondo il sigillo
materno — Fedra lotta ribelle. Ma non sempre Fedra ci è mostrata in tale posa
eroica. Così è nell’Ippolito euripideo che ci rimane, il quale non è che il
“secondo pensiero” di Euripide riguardo a questa vicenda che tanto interesse
suscita nel mondo antico, provocando altri scrittori a fornire le loro
versioni. Purtroppo il tempo s’è pronunciato contro il primo Ippolito (Ippolito
velato), e contro la Fedra di Sofocle, e ce li ha RETROGUARDIA quaderno
elettronico di critica letteraria a cura di Francesco Sasso infatti, è il
titolo dell’opera del grande autore teatrale nato a Salamina). La tematica che
emerge con maggiore profondità dal dramma è quella dello scontro tra amore e
dovere dal punto di vista maschile. Ippolito non vuole infrangere il suo patto
di fedeltà con il padre e, quindi, diventare un amante incestuoso ma, soprattutto,
non è attratto particolarmente (se non affatto) dai piaceri dell’amore e del
sesso. Nonostante tutto, il suo destino interessa ad Euripide in maniera più
diretta di quanto gli accada per quello di Fedra. Per questo motivo, nonostante
quest’ultima manifesti una tensione interiore e una dinamica psicologica assai
più potente (sulla base di quello che fu definito dalla filologia tedesca, con
un’espressione paradossalmente provocatoria, l’’ibsenismo” di Euripide) è la
sorte di Ippolito ad essere il vero oggetto della tragedia. Sarà Seneca ‘° a
riportare interamente sull’amore infelice della moglie di Teseo il peso della
tragicità dell’evento'”. Dall’autore latino in poi la sola Fedra diventerà la
stella di prima grandezza della tragedia dell’incesto materno e dell’amore
fatale ad esso legato fino a tutto Racine compreso. Nell’autore tragico
francese è tutto il mondo mitico della tragedia classica a subire un violento
scossone stilistico-tematico e una sorta di suo rovesciamento radicale — come
ha ben compreso George Steiner nel suo libro dedicato alla Morte della
tragedia: sottratti. E ci rimane solo il secondo /ppolito (1° Ippolito
incoronato). Ma presso gli scrittori dell’antichità i primi due testi ebbero
grande fortuna, così noi possiamo ritrovarne degli echi, un sentore, un
profumo, in Ovidio, ad esempio, o Virgilio, o Seneca... Più tardi in Racine”
(N. FUSINI, La Luminosa. Genealogia di Fedra, Milano, Feltrinelli. Una delle
migliori sintesi di inquadramento della figura di Seneca come pensatore e come scrittore
teatrale è presente nel libro di P. GRIMAL, Seneca, trad. it. di T. Capra,
Milano, Garzanti, 2001; per una ricostruzone della sua fortuna nel secolo
appena trascorso, cfr. F. CITTI — C. NERI, Seneca nel Novecento. Sondaggi sulla
fortuna di un “classico”, Roma, Carocci Nella Phaedra di Seneca sarà comunque
Teseo (e non più Ippolito) il reale antagonista di Fedra. Il suo forte
turbamento (al limite della follia e della volontà di suicidio) che si verifica
quando viene a conoscenza dell’abisso in cui l’ha spinto il rancore e il
risentimento della moglie innamorata invano di Ippolito ispirano al filosofo di
Cordoba una delle sue pagine poetiche più potenti: “TESEO. O gole del pallido
Averno, e voi, spelonche infernali, / onda di Lete, dolce per gli infelici, e
voi, torpidi laghi, / afferrate quest'uomo empio, e sommergetelo, e oppri- /
metelo con eterni dolori : / venite qui, adesso, mostri crudeli del mare, e
adesso, / voi, rigonfiatevi, belve enormi dell’oceano, che Proteo nasconde
nelle sue voragini estreme, / e trascinate me, che fui lieto per questo crimine
atroce, / dentro i gorghi profondi : e tu, padre, che troppo facilmente sempre
esaudisci il mio furore, io non la merito, una facile morte, io che l’ho
disperso, / via per i campi, / il mio figlio, io che ho perseguitato, rigido
vendicatore, / un falso crimine, e sono precipitato, così, dentro un vero
delitto: con questo mio delitto, io ho riempito le stelle, e l’inferno, e le
onde: /e non ci sono altri spazi : e i tre regni, ormai, mi cono- / scono: /
per questo, dunque, noi siamo ritornati ? e si è aperta, per me, una via verso
il cielo ? / per vedere due cadaveri, e una duplice strage ? / e così, senza la
mia moglie, e senza il mio figlio, con una / fiaccola sola, / accendere i roghi
funebri, per la mia prole e per la mia / sposa ? / o Ercole, tu che mi hai
donato questa funebre luce, restituisci il tuo regalo all’abisso, rendimi
quell’inferno / che mi hai negato ! ma io, empio, invano invoco quella morte
che ho fuggito : o crudele artefice di stragi, / tu che hai macchinato
inaudite, spietate rovine, / imponi a te stesso, adesso, un giusto supplizio !
/ dovrebbe forse un pino, sforzato nella sua cima, tocca- / re la terra, / e
spezzarmi in due pezzi, nei due pezzi del suo tronco, / portandomi in alto ? /
o io dovrei gettarmi, giù con la mia testa, sopra le rocce / di Scirone ? / ma
ho visto cose più atroci : il Flegetonte infernale le impone / ai suoi
prigionieri scellerati, chiusi dentro le sue onde / di fuoco: / ma quale pena
mi attende, e quale luogo, io lo so : / o scellerate ombre, fatemi posto : e
sopra questo, sopra / questo mio collo, / si posi, per alleggerire le stanche
mani del vecchio Sisifo, / quel suo masso, l’eterna fatica del figlio di Eolo :
/ e mi inganni quel fiume di Tantalo, che sfiora e deride le / labbra: / e
abbandoni Tizio, quel suo feroce avvoltoio, e voli so- / pra di me, / e cresca
il mio fegato, sempre, per la mia pena : / ma riposa, tu, Issione, padre del
mio Piritoo, / e trascini queste mie membra, in un turbine sfrenato, / con il
suo cerchio che si volge, quella ruota che mai non / si arresta : / ma apriti,
tu, o terra : accoglimi, terribile caos, accoglimi : che questa, per me, è la
strada più giusta / verso le ombre : / io seguo il mio figlio : e tu, re dei
defunti, non temere : / noi discendiamo con pudore, adesso : accoglimi dentro /
la tua eterna casa : / e io on uscirò più : ma le mie preghiere non li scuoto -
/ no, gli dei : / ah, che se io chiedessi delitti, come sarebbero pronti, /
quelli, con me! (SENECA, Fedra, trad. it. di E. Sanguineti, Torino, Einaudi).
Si tratta, come si è potuto vedere, d’un classico esempio di stile orroroso,
classificabile come deinotès nell’ottica stilistica introdotta dallo
Pseudo-Demetrio nel suo trattato denominato Perì hermeneias che marca in
maniera considerevole la qualità di scrittura di Seneca.. quaderno di critica
letteraria a cura di Sasso Fedra è la chiave di volta nella storia della
tragedia francese. Tutto ciò che la precede sembra preannunciarla, nulla di ciò
che segue la supererà. E° Fedra che ci fa esitare davanti alla dichiarazione di
Coleridge secondo cui la superiorità di Shakespeare su Racine sarebbe
incontestabile quanto ovvia. Questa tragedia ha uno spirito suo, peculiare
(delimita essa stessa la portata del proprio splendido intento), eppure è
un’espressione caratteristica di tutto lo stile neoclassico. La supremazia di
Fedra è esattamente commisurata al rischio assunto. Una brutale leggenda della
follia dell'amore è ridotta in forme teatrali che soffocano rigorosamente ogni
eventualità di follia e di disordine inerente al soggetto. Mai nella tragedia
neoclassica il contrasto tra fabula e riduzione teatrale è stato più drastico ;
mai l’applicazione dello stile e delle unità è stata più completa : Racine
impose all’arcaica oscurità del tema le forme della ragione. Egli prese il tema
di Euripide accettandone tutta la ferocia e la stranezza ; operò un solo
cambiamento significativo. Nella leggenda, Ippolito è votato alla completa
castità. E’ un freddo, puro cacciatore che disprezza i poteri dell’amore.
Afrodite vuole vendicarsi del suo disprezzo ; di qui la catastrofe. Questo è il
mito come fu interpretato da Euripide e Seneca, e nel suo /[ppolito Garnier si
attenne strettamente al loro modello. Racine, al contrario, fa del figlio di
Teseo un timido ma appassionato amante. Egli rifiuta le offerte di Fedra, non
soltanto perché incestuose, ma perché ama un’altra donna. La concezione
originaria di Ippolito si accorda perfettamente all’atmosfera tenebrosa della
leggenda ; Euripide ne fa una creatura silvestre, tratta dal suo nascondiglio e
immessa in un mondo che non comprende completamente. Perché Racine doveva
trasformarlo in un cortigiano e galant homme ? Forse soprattutto per il fatto
che un principe che fugge all’avvicinarsi delle donne sarebbe apparso ridicolo
a un pubblico contemporaneo ; tuttavia questa è l’unica concessione di Racine
alle esigenze del decoro ; per il resto lascia che le furie si scatenino. Ci
dice che Fedra è costretta a seguire la sua tragica strada, spinta “dal destino
e dall’ira degli dei”. I meccanismi della fatalità si possono interpretare in
vari modi ; gli dei potrebbero essere se stessi oppure quel che, in seguito,
più moderne mitologie della coscienza chiameranno fattori ereditari. Ibsen
parla di ‘fantasmi’ quando vuole significare che le nostre vite potrebbero
essere trascinate alla rovina da una malattia ereditaria della carne. Così
Racine ricorre agli dei per spiegare l'esplosione in Fedra di passioni
elementari più sfrenate e distruttive di quelle che comunemente si manifestano
tra gli uomini. In Fedra Racine utilizza per la fantasia ogni possibile ordine
del vero, permettendo alla sfera della ragione di dissolversi
impercettibilmente in più ampie e più antiche concezioni del comportamento. Phèdre,
di conseguenza, sarà la tragedia dello sguardo e dell’illusione vissuta dagli
occhi (come bene ha mostrato Jean Starobinski in un suo celebre saggio su
Racine e la dinamica visiva dei suoi personaggi‘). La novità nell’impianto
drammaturgico di Annunzio (in presenza di capolavori STEINER, Morte della
tragedia, trad. it. di Scudder, Milano, Garzanti. Sulla cultura letteraria
francese del Grand Siècle, cfr. l'ormai classico saggio di BENICHOU, Morali del
Grand Siècle, trad. it. di Ferrara, con un’ Introduzione all’ edizione italiana
di G. Fasano, Bologna, Il Mulino. STAROBINSKI, “Racine e la poetica dello
sguardo” in L’occhio vivente, trad. it. di G. Guglielmi e G. Giorgi, Torino,
Einaudi. Nel teatro francese classico, e in particolare in quello di Racine, i
gesti tendono a scomparire a tutto profitto del linguaggio — come è stato detto
—, ma, occorre aggiungere, anche a vantaggio dello sguardo. Se i personaggi non
si affollano né combattono sulla scena, in compenso, si vedono. Le scene sono
occasioni per vedersi. Mentre le persone del dramma si parlano e si guardano
tra loro, gli sguardi che si scambiano agiscono come un abbraccio e una ferita,
poiché dicono tutto ciò che gli altri gesti avrebbero detto, ma con il
privilegio di spingere oltre, di andare più a fondo, di commuovere più nel
vivo, in una parola, di turbare gli animi. Una violenza estetica diviene così
mezzo di espressione drammatica. La volontà stilistica, che fa del linguaggio
un discorso poetico, innalza nello stesso tempo tutta la mimica e la gestualità
a livello dello sguardo, risultato di una stessa trasmutazione, di una stessa
“sublimazione”, che purifica la parola parlata e concentra nel solo linguaggio
degli occhi tutto il potere significante del corpo. L’atto di vedere riprende
in sé tutti i gesti che la volontà stilistica aveva soppressi, li rappresenta
simbolicamente, accogliendo tutte le loro tensioni e tutte le loro intenzioni.
Senza dubbio, si dà qui una “spiritualizzazione” dell’atto espressivo, conforme
alle esigenze di un’epoca di decoro e di buona creanza in cui le passioni
possono esprimersi con misura, in forme caste e senza la presenza soverchiante
del corpo. Sino all’istante in cui si abbatterà il pugnale, i personaggi non si
affrontano mai se non attraverso una distanza. Quasi spoglio, il palcoscenico è
consegnato allo spazio, spazio chiuso, scenario (portici, colonnati,
rivestimenti), ove le vittime sono già 21 RETROGUARDIA quaderno elettronico di
critica letteraria a cura di Francesco Sasso come quello raciniano), di conseguenza,
non risulterà tanto dall’evoluzione del personaggio tragico quanto dalle
modalità del suo tono e dal registro estetico adottato. La sensualità della
donna innamorata prevale sulla dimensione “materna” della tradizione classica
(raccolta peraltro anche da Racine). Fedra è una donna che vuole un uomo e
intende averlo, nonostante il tabù sociale dell’incesto e la violenza della
proibizione interiore. A Ippolito che la chiama “madre”, Fedra risponde di
essere una donna e una donna innamorata. E nel finale della tragedia
l'emergenza del biancore che contraddistingue la dea Artemide anticipa la morte
imminente dell’eroina e ne garantisce, nello stesso tempo, la sublimità in
divenire. Nel “bosco pien d’orrore” l’arrivo della Dea prima invocata in
maniera blasfema da Fedra si fa preannuncio dell’incombenza della morte e del
freddo pallore che l’accompagna: Si fa altissimo silenzio. Non più rugghia né
rosseggia il rogo su l’argine ; non più sode il latrato lontano ; ma solo s’ode
l’immenso marino pianto, sotto il cielo che palpita di costellazioni. Tutti si
tacciono, contro la sublime bianchezza della Titanide vedendo l’arco d’Artemide
apparito.Con non umana voce ella parla, mentre sale e splende nelle sue vene la
purità della morte. FEDRA. Ah. M°hai udito, dea! Ti vedo bianca. Bianca ti
sento in tutta me, ti sento / gelida in tutta me, non pel terrore ; / non pel
terrore, ché ti guardo. Guardo / le tue pupille, crude / come le tue saette. E
tremo, sì, / ma d’un gelo che infuso m'è da un’altra. / Ombra, ch'è più
profonda della tua / Ombra. Ippolito è meco. / Io gli ho posto il mio velo,
perché l’amo. Velato all’Invisibile / lo porterò su le mie braccia azzurre, /
perché l’amo. Cade su î ginocchi, presso il cadavere, mettendo un grido fievole
come un anelito su dallo schianto del cuore. Ma, prima di abbandonarsi spirante
sopra il velato, rialza ella il volto notturno ove il sorriso trema con
l’ultima voce. Vi sorride, / o stelle, su l’entrare della Notte, / Fedra
indimenticabile».prigioniere e che reca taluni segni convenzionali di maestà e
di sfarzo, forse non senza qualche turgore barocco. Ma, entro questi limiti, si
fa il vuoto, senza che vi intervenga alcun oggetto, e questo vuoto sembra
esistere soltanto per essere attraversato dagli sguardi. Perciò la distanza che
separa i personaggi rende possibile l’esercizio di una crudeltà che diviene
tutto sguardo e afferra gli animi riflettendosi negli occhi dell’amore o
dell’odio. Difatti — nonostante la distanza e proprio in virtù di essa — viene
a stabilirsi un contatto con lo sguardo. E se accettiamo, come appena si è
detto, l’idea di una spiritualizzazione dei gesti fisici che si fanno sguardo,
dobbiamo accogliere poi l’idea inversa di una “materializzazione” dello
sguardo, che si appesantisce caricandosi di tutti i valori corporei, di tutti i
significati patetici di cui si è lasciato pervadere. Questo peso carnale dello
sguardo si esprime stupendamente nel verso: “Chargés d’un feu secret, vos yeux
s’appesantissent’ (Fedra I, i : “Carichi di un fuoco segreto, gli occhi vi si
appesantiscono”, in J. RACINE, Teatro, a cura di M. Ortiz, Firenze, Sansoni,
1963). Non è più un chiaro sguardo che conosce, ma uno sguardo che brama e
soffre. ANNUNZIO, Fedra. Come sostiene P. VALESIO in “Declinazioni: Annunzio
dopo il Sublime”: “E’ su questo nodo che convergono il problema di Fedra come
nuova protagonista di una tragedia altomoderna, e il generale problema di
metodo del discorso decadente. Si consideri questa didascalia, che descrive
l’atteggiamento di Fedra a un certo punto di questa parte iniziale del dramma :
“Nuovamente ella è come la Musa che, mentre accoglie dona, Ella segue e conduce
i segni dell’azione magnanima. La guarda come per interrogarla il rivelato
aedo. Nel rispondere, ella domanda. Riceve il fuoco e lo sparge”. Non possiamo
non vedere qui il rapporto paronomastico : sotto ‘“i segni dell’azione
magnanima” stanno annidati ‘i sogni dell’azione magnanima”. Ma, prima di
tornare al sogno come creazione, consideriamo il predicato centrale — qui
chiaramente esplicitato —di Fedra : il suo essere Musa.La tragedia di Fedra in
questa versione altomoderna è quella di non poter essere compiutamente Musa,
pur avendo sentito che questa è invero la sua vocazione: essa riesce a
trasformare il Messo (che prima era un auriga) in Aedo, ma non s’interessa a
lui in quanto uomo (anche se egli è, senza alcuna speranza, innamorato di lei).
Quanto a Ippolito, essa lo desidera troppo per potergli essere veramente Musa.
Di fronte a questo ostacolo, ciò che l’eroina risolve di fare è: compiere una
costante ricostruzione estetica di se stessa e di tutto il mondo intorno a lei.
L’ Atto Primo è chiuso dalle parole di Fedra che chiama se stessa “Fedra
indimenticabile”, sul cadavere della schiava uccisa (in quella che è una delle
più allucinanti ed efficaci scene masochistiche nella storia del teatro europeo
— certamente unica in tutta la tradizione del teatro italiano, compreso quello
contemporaneo) : ‘Presso l’altare ingombro / dei vostri rami supplici
RETROGUARDIA quaderno elettronico di critica letteraria a cura di Francesco
Sasso Il freddo della Morte coincide con il congedo appassionato dalla Vita e
dal suo miglior sostituto, la Poesia. Fedra scompare nella Notte da cui era
venuta e il suo gesto finale la congela nell'immagine sublime di un abbandono
al proprio destino che si rivela contemporaneamente come una sfida ad esso e un
gesto definitivo di accettazione del suo volere. immolata / l’ha, nella sacra
luce / dell’olocausto nautico, alle Forze / profonde e alle severe Ombre e al
superstite / Dolore // e alla Manìa / insonne, su l’entrare della Notte, /
Fedra indimenticabile”. E con le stesse parole (“Fedra indimenticabile”),
ancora una volta da lei stessa pronunciate, si chiude l’ Atto Secondo e finale
della tragedia. Dicendo indimenticabile, Fedra evoca insieme il suo trionfo e
il suo tormento ”. Sulla pronunciata dimensione estetica nella produzione
letteraria di D’ Annunzio e sul tema dell’epifania in rapporto alle immagini
del Sublime, cfr. il libro di P. DE ANGELIS, L'immagine epifanica. Hopkins,
D'Annunzio, Joyce : momenti di una poetica già cit. RETROGUARDIA quaderno
elettronico di critica letteraria a cura di Sasso Saggi pubblicati su
Retroguardia. P., ELOGIO DELLA LENTEZZA.Valéry e la forma della poesia. P.,
ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’ Alcyone, la Fedra e altre apparizioni
Biobibliografia di P. (retroguardia2.wordpress.com/biobibliografia-di-
giuseppe-p, / Retroguardia retroguardia2.wordpress.com/) e La poesia e lo
spirito lapoesiaelospirito. wordpress.com/) Saggi letterari di Giuseppe Panella
in formato PDF: http://retroguardia2.wordpress.com/saggi- letterari-pdf/ Leggi
tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroggyardia. Nome
compiuto: P. Giuseppe Panella. Panella. Keywords: “socialism e fascismo” del
sublime, cura di Mosca, Mosca, l’influenza di Mosca in Torino, Michels, il
fascismo di Michels, Mussolini e Michels, Michels ed Enaudi, la radice
proletaria di Benito, dal socialism al fascismo, pre-ventennio fascista, il
socialismo, l’ordine del risorgimento, la rivoluzione, la dittadura dell’eroe
carismatico, l’assenza di mediazione nel duce come proletario lui stesso,
l’aristocrazia del fascismo, applicazione della teoria di Mosca
sull’aristocrazia, l’aristocrazia della nazione italiana, la razza italiana, la
razza Latina, I latini e l’oltre razzi italici – latini, etruschi, sabini,
uschi, umbri, liguri, la questione della razza nel fascismo, la questione della
razza nel ventennio fascista. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Panella” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Panfilo: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del bello -- Roma – filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Napoli,
Campania. Panfilo Filoprammato – ‘busy body.’ He writes on art. Pamfilo. Nome
compiuto: Panfilo Filoprammato.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Panigarola: la ragione della riforma; la ragione della
contra-riforma – la scuola di Milano – filosofia milanese -- filosofia
lombarda -- filosofia italiana (Milano). Filosofo italiano.
Milano, Lombardia. O.F.M. vescovo della Chiesa cattolica Incarichi
ricoperti Vescovo titolare di Crisopoli di Arabia Vescovo di Asti Nato a Milano
Nominato vescovo da papa Sisto V Deceduto ad Asti Manuale. Vescovo
cattolico e predicatore italiano, vescovo titolare di Crisopoli di Arabia e
vescovo di Asti. Di origini aristocratiche, nacque presso porta Vercellina dai
nobili Gabriele in una delle case più prestigiose della città. Ultimo di
quattro fratelli, e battezzato con il nome di Girolamo. La famiglia redigeva e
conserva fin dall'età comunale l'archivio dell'Ufficio degli Statuti dello
stato di Milano, che comprende i provvedimenti del comune, e quindi gli atti
emanati dai signori e duchi di Milano, le liste dei banditi dallo Stato (Libri
Bannitorum), le tutele dei minori, le gride, le citazioni e le condanne.
Frontespizio di un libro del XVI secolo con alcune prediche di P. Fa i
primi studi a Milano con gli umanisti Conti e Paleario. E mandato dal padre a
studiare diritto a Pavia. Dopo un litigio con un rivale, si trasfere a Bologna
dove venne in contatto con il ministro generale francescano dei frati minori
che lo convence ad intraprendere la carriera ecclesiastica. Veste l'abito
francescano nella Chiesa di Ognissanti a Firenze, prendendo il nome Francesco
in onore dello zio, provinciale dell'Ordine a Milano. Professa i voti solenni
dopo un anno di noviziato a Firenze. Prosegue i suoi studi a Padova, dove ebbe
per maestro Tomitano, e Pisa, dove ascolta Cesalpino e Nobili. Designato per
predicare davanti al capitolo generale dell'Ordine a Roma. Le sue doti oratorie
gli attirarono l'attenzione del papa, che lo invia a Parigi al seguito del
cardinal nipote Bonelli per perfezionare i suoi studi alla Sorbona. A Parigi
studia i Padri della Chiesa, i Concili, e il greco. Uno dei suoi professori e
Feuardent. Al termine del biennio francese rientra in Italia. Insegna a
Firenze, Bologna, e Roma. L'insegnamento non lo distolse dalla suo
compito di predicatore. Percorse in lungo e in largo l'Italia tenendo
quaresimali in moltissime città della penisola tra cui Genova, Pesaro, Venezia,
Napoli, Mantova, Torino Bologna e Roma. In breve tempo la sua fama si diffuse
in tutta Italia e spesso lo si poteva trovare a predicare presso la chiesa di
Santa Maria in Ara Coeli o nella basilica di San Pietro in Roma. Anche il
papa assiste ogni anno alla sua predica e molti principi, ecclesiastici e
nobili italiani fanno a gara per poter accaparrarsi la sua presenza. Famoso e
il suo contraddittorio a Rezia al seguito di san Carlo Borromeo con alcuni
calvinisti, dal quale usce vincitore. In Piemonte, entra nell'ambito della
corte del duca Carlo Emanuele che lo vuole come suo prezioso consigliere
spirituale. Venne consacrato vescovo titolare di Crisopoli di Arabia e inviato
come suffraganeo a Ferrara. L'incarico dura tre mesi perché, in seguito alla
morte di Rovere, il duca fa di tutto per insediare il suo fido predicatore alla
carica di vescovo di Asti, anche contro il volere dello stesso che considera la
sede astigiana modesta. In seguito alla morte di san Carlo Borromeo, P. venne
incaricato di fare l'orazione funebre. Raccolta di salmi di mons. P. Assume l'incarico di vescovo di Asti. Il
giorno dopo il suo ingresso in Asti, P. pubblica un Editto contra banditi et fuoriusciti.
La diocesi di Asti ormai decaduta a discapito della vicina capitale sabauda,
aveva perso i fasti e gli splendori medievali, riducendo anche di molto gli
introiti a disposizione della curia vescovile. L'economia astigiana ha subito
un tracollo e nelle campagne moltissimi sono i vagabondi o coloro che si davano
al brigantaggio per il loro sostentamento. Basti pensare che il vescovo,
scrivendo al duca Carlo Emanuele afferma che la mensa vescovile di Asti non
oltrepassa e forse non arriva nemmeno a 800 scudi all'anno. Questa chiesa è
delle più lontane da Roma in Italia et anche delle più povere. Malgrado questo,
nel suo settenario, sposando in toto la politica tridentina di San Carlo
Borromeo, si adopera per la diffusione del catechismo popolare, effettua alcuni
sinodi diocesani e molte visite pastorali. Nei sinodi tre furono i punti
fondamentali: l'osservanza delle leggi ecclesiastiche (punto già portato
avanti dal suo predecessore della Rovere) il culto e lo sviluppo del Santissimo
Sacramento la regolamentazione della vita diocesana con la formulazione di un
calendario liturgico, la compilazione di quattro registri riferiti ai
battesimi, comunioni, matrimoni e decessi, la nomina di esaminatori sinodali
Sulla scia del vescovo Roero, promulga la "caritas" cristiana,
fondando la Compagnia di Santa Marta per l'assistenza ai poveri ed agli
infermi. Inviato in Francia come assistente del legato pontificio Caetani ritorna
ad Asti dopo l'abiura di Enrico IV. P. venne trovato morto ai piedi di un
inginocchiatoio con in mano il crocefisso. Venne sepolto in Cattedrale nel
presbiterio. L'orazione funebre e pronunciata d’Armi. Una lapide ricorda il
luogo della sepoltura. HIC JACET P. EPISCOPUS ASTENSIS CUIUS ANIMA IN
BENEDICTIONE SIT OBIIT. P. scrive opere di teologia, compendî, commenti,
lezioni e varie raccolte di prediche (Homeliae pro Dominicis, Venezia; Cento
ragionamenti sopra la passione di N.S., Venezia; Discorsi sui Vangeli della
Quaresima, Roma; ecc.). Lasciò anche un manuale, Il predicatore ossia parafrasi
e commento intorno al libro dell'eloquenza di Demetrio Falereo, che ebbe
autorità e fortuna. Fu senza dubbio oratore insigne, accostabile a Paolo
Segneri per la cura dell'elaborazione artistica delle sue prediche e per il
vigore del ragionamento; ma gli nocquero gli schemi retorici che troppo amava,
e l'indulgere alle fiorettature formali preludenti al secentismo.
Opere Predicatore, Da BEIC, biblioteca digitale Melchiorri (Annales Min.)
fornisce l'elenco più completo delle opere di Panigarola. Le più importanti
sono: Il Compendio degli Annali Ecclesiastici di Baronio, Roma, Gigliotto,
Gli annali ecclesiastici ridotti in compendio, (comprende solo il primo volume
degli Annales Ecclesiastici di Baronio), Venezia, appresso la Minima Compagnia,
Petri Apostolorum Principis Gesta ... in rapsodiæ, quam catenam appellant,
speciem disposita, Asti. Lettioni sopra dogmi, dette Calviniche, Venezia. Quest'opera,
tradotta in latino (Milano), fu attaccata da Picenino nella Apologia per i
Riformatori e per la Religione Riformata contro le Invettive di F. Panigarola e
P. Segneri, Coira. Il Predicatore di F. Francesco P. ... overo Parafrase,
comento e discorsi intorno al libro dell'Elocutione di Falereo, Venezia; P. Il
Predicatore, In Venetia, nella Salicata, Specchio di Guerra, Bergamo. Scrive
anche commentari a vari libri biblici (Salmi, Geremia etc.) e molte raccolte di
sermoni, pubblicati in italiano e in latino (Cento ragionamenti sopra la
passione di N.S., Venezia; Discorsi sui Vangeli della Quaresima, Roma; Homiliae
pro Dominicis, Venezia.). I suoi sermoni furono tradotti anche in
francese. Genealogia episcopale La genealogia episcopale è:
Estouteville, O.S.B.Clun. Papa Sisto IV Papa Giulio II Cardinale Raffaele
Sansone Riario Papa Leone X Papa Clemente VII Cardinale Antonio Sanseverino,
O.S.Io.Hieros. Cardinale Giovanni Michele Saraceni Papa Pio V Cardinale Innico
d'Avalos d'Aragona, O.S.Iacobi Cardinale Scipione Gonzaga Vescovo P., O.F.M.
Casa P. racconta Vasari, "e decorata dagli affreschi notissimi con gli
Uomini d'arme del Bramante. . Tratto da Bramante in Lombardia, anisa DBI.
Giunta, Un'eloquenza militante per la Controriforma: P. tra politica e
religione, Angeli. Visconti, Diocesi di Asti e Istituti di vita religiosi, Asti,
P., In morte e sopra il corpo dell'Illustrissimo Carlo Borromeo, cardinale di
santa Prassede et arcivescovo di Milano, Milano, per Pontio. I sinodi furono
tre. Visconti, Diocesi di Asti e Istituti di vita religiosi, Asti. Incisa S.G.,
Asti nelle sue chiese ed iscrizioni . Ristampa anastatica dell'appendice del
Giornale di Asti, C. R.A. Rossi, Pinacotheca imaginum, Colonia, Ughelli, Italia
sacra, IV, Venezia, Argelati, Bibliotheca scriptorum Mediolanensium, II, 1,
Milano, Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Milano, Estoile,
Mémoires-journaux de Henri III, IV, Paris, Manfroni, La legazione del cardinale
Caetani, in Rivista storica italiana, Bosio, Storia della Chiesa d'Asti, Asti, Wadding,
Scriptores Ordinis Minorum, Editio novissima, Roma, Sbaraglia, Supplementum et
castigatio ad Scriptores trium Ordinum S. Francisci, I, Roma, Wadding et al.,
Annales Minorum, Quaracchi, Burroni, I francescani in Asti, Asti, Bachelet,
Bellarmin avant son cardinalat, Paris, Boüard, Sixte-Quint, Henri IV et la
Ligue, in Revue des questions historiques, Sevesi, S. Carlo Borromeo ed il p.
Francesco Panigarola, in Archivum Franciscanum Historicum, Estoile, Journaul de
Henri IV, I, Paris, Pozzi, Intorno alla predicazione del P., in Problemi di
vita religiosa in Italia nel Cinquecento, Padova, Lay, Un prelato italiano tra
'liguers' e 'politiques', in Miscellanea: Walter Maturi, Torino; Sabatelli,
Scambio epistolare tra Francesco Panigarola e Leonardo Salviati, in Archivum
Franciscanum Historicum (con due lettere inedite); Giuseppe Santarelli, Le
'Rime sacre' del Tasso e le prediche del Panigarola, in Bergomum, Erba, La
Chiesa sabauda tra Cinque e Seicento, Roma, Rusconi, Predicatori e
predicazione, in Storia d'Italia, Annali, IV, Intellettuali e potere, a cura di
Corrado Vivanti, Torino Marcora, I funebri per Borromeo, Lecco; Zanette, Tre
predicatori per la peste: Lettere italiane; Bolzoni, La stanza della memoria,
Torino; La predicazione in Italia dopo il Concilio di Trento, a cura di Giacomo
Martina, Ugo Dovere, Roma; Sabrina Stroppa, Regalità e 'humilitas'. Francesco
Panigarola e la costituzione della Biblioteca del Monte dei Cappuccini di
Torino, in Girolamo Mautini da Narni, a cura di Vincenzo Criscuolo, Roma, Zardin,
Tra latino e volgare. La 'Dichiarazione dei salmi', in Sincronie, Mouchel, Rome
Franciscaine, Paris, Fumaroli, L’età dell’eloquenza, Milano Giombi, Sacra
eloquenza, in Libri, biblioteche e cultura nell'Italia del Cinque e Seicento, a
cura di Edoardo Barbieri, Danilo Zardin, Milano, Armstrong, The politics of
piety: Franciscan preachers during the wars of religion, Rochester, Giunta,
Panigarola e la Francia. Note sulla Vita e la teoria della predicazione, in
Lettere italiane, Zwierlein, Fame, violenza e religione politicizzata: gli
assedi nelle guerre confessionali (Parigi), in Militari e società civile
nell'Europa dell'età moderna, a cura di Claudio Donati, Bernhard R. Kroener,
Bologna; Laurenti, 'Il Predicatore' di P., Giornale storico della letteratura
italiana; La predicazione nel Seicento, a cura di Maria Luisa Doglio, Carlo
Delcorno, Bologna Laurenti, Tra retorica e letteratura: l’oratoria
dell’«argomentare ornato» nelle 'Calviniche', Torino; Hierarchia Catholica, IMeroi,
La Potentia Dei nell'oratoria sacra Del secondo cinquecento: Francesco
Panigarola, in Divus Thomas, Voci correlate Diocesi di Asti Seminario vescovile
(Asti) Giovanni Dalle Armi Diocesi di Crisopoli di Arabia Altri progetti
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su Francesco Panigarola Collegamenti esterni Fassò, Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Cyclopædia of Biblical, Theological, and
Ecclesiastical Literature, Harper. Modifica su Wikidata Vincenzo Lavenia,
PANIGAROLA, Girolamo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 80, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Opere di Francesco Panigarola, su MLOL, Horizons
Unlimited. Modifica su Wikidata Opere Open Library,
Internet Archive. Oliger, Catholic Encyclopedia, Appleton Cheney, Catholic
Hierarchy. Predecessore
Vescovo titolare di Crisopoli di Arabia Successore Rafaél Limas Pelletta Predecessore
Vescovo di Asti Successore Rovere Benso Portale Biografie Portale
Cattolicesimo Portale Letteratura Categorie: Vescovi cattolici
italiani Predicatori italiani Nati a Milano Morti ad Asti Francescani italiani Persone
giustiziate per impiccagioneStudenti dell'Università degli Studi di
PaviaStudenti dell'Università di BolognaVescovi di AstiVescovi francescani [altre].
MODO DI COMPORRE VNA PREDICA, Del Reuerendifs. Mons. P. VESCOVO D’ASTI,
Dell’ordine di S.Francefco de’Minori OlTeriianti. véggi unto ut di nuovo un
trattato delia memoria locale delfifteHb autore. CoK trinile g io. Venezia,
appresso Vincenti II J Po AL MOLTO REVER P MIO OSSERVANDISS. IL PADRE REGINALDO
DALL'ORO DI BOLOGNA, predicator dominicano. luerfe ragioni m eccitano i || )
dentearle queste foche fatiche del reuerendijfmo P., piciole dico in apparenza
ma fruttuofffme in realtà, A lei dunque le confiero sì per tributo della noHra
muto labile amicitia de molti anni fra di noi contrattaci peri'ami fa che lei
teneva con detto prelato decoro de pulpiti della christianità 3 e ttupor quafi
del mondo tutto fi anco per l'offizio, che tiene della predicanone molti anni
sono jejfercitata da lei in molte fitta delle principali d'ltalia yoltreU A a
fu sua Patria di Bologna con assidue e lodate fatiche, i cui frutti sono
parimente abraditi, tralafciando alcune di Daìmatia, da Verona.Vicen Padoa3 e
Venezia, come d’arbore affettuosamente consecrato dalla sua propria volontà à
quefa wuitiffma repubhca. Non tfdegm dunque quello piciol dono degno al fcuro
dlejjer pre giatoda primi principi del mondo y non perche fa parte della mia
nuo tonta, ma perche è opera di sì marautghofo dicitore come fu l’eccellentifs.
P. et à V S. baciando riuerentemente le mani le prego da N.S.ogm felicità. Di
Venezia. DiZl.S. molto Reuer. Affettionatifs. Ser ultore Vincenti. L’AVTORE.
Alla lettera seguente si potrà facilmente intendere, quanto io fuflì lontano da
credere che mai douesse publicarfi quella OpcrettSjiri quel tempo nel quale
insecme la leggevo, e dettauo ad alcuni Rdigicfi, che mi sentivano. Lecole che
mi hanno fatto mutar parere sono due, fhauerla veduta cétra mia uoglia in mano
di molti trasformati(Iìma,e (corretti (lima, et il non poter (upplire con farla
ogni giorno refermere alle domande di molti, a’quali non era ragioneuole che io
in alcuna maniera la negali/. Ma quello che da vci(giudiciofi Lettori} 10
desidero, in due capi consiste. L’uno che lt agendola la rimiriate con occhio
amorettole, come cosa fatta per causa non per ostentatione. E l’altro che di
gratta, ft non voleteat ternamente, e pola tamére leggerla, voi in mu na
maniera la Uggiate; perche, oue (correndola ftnza attentionc, ut parta lenza
dubbio 11 magg'or intrico del mondo; per aventura un poco meglio, potrà non
totalmente diipia ccrui. E fiate (ani. A 5 A FRATI CHE STVDIANO NELLA CASA
D’ARACELI DI ROMA. VESC ÒVJmGjlKOljt loro Màcjlróì et forno in Chrìjlo. Rìtelli
e figliuoli ex tifjìmi: voi mi richiedete con molta inflantia che io u insegni
il modo di comporre le prediche, ed io vi rispondo spesso che io non lo sò. E
che vorrei anch’io qualche valentia uomo che io wfegnasie à me, Ma voi
replicate di nuovo che io a meno ut mofiri quella forma che tengo nel comporre
le mie. Wioà quefio nè sò. Nè voglio conir adn- u 'h e vi jeriuo qui fottovn
trattateli del nudo ch’io foglio ferirne nel fomare quei pochi sermoni, eh io
faccio, quali eglino si fiano Lo faccio di più stampare per levarvi la fatica
di farne copie faa fi come ho prejo tutti gli stampati appresso di me; perche
non mn intendo che servano ad altroché à voi soli; cofi vi prottfio che farete
contra la tua volontà, entdcarete del debito dì buoni figliuoli, ogni volta che
lasciarete vedere queste mie cosarelle d’altri, eh e da voi soli; poiché non è
ragionano le, che doue io procuro di gioitami e d’onorar ui quanto per me è
possìbile; voi all'incotro dia te occasione ad altri di ridersi di me, e delle
efe mie. dirigi ui priego che se mai in mano di qual che guiditi’o capitale
questo trattatalo, e che egli in pefenga vojìrafe ne ridesse, dicendo, che
questo non è il vero modo della rettorica, fiate contenti di r.ffnndere che può
rffere facilmente che sia così; poiché io non faccio profejfione d'iniender
mene; e può anco ejfere che facendo le prediche in questa forma, non rìefcano
buone, ma nufeiranno almeno come le faccio io. Voi fa tanto h mereteil modo qui
dentro, come io truou ) le cose, i he ho da dire, e come le dispongo. Auefi^di
più l'Anno passuto alcuni miei avvertimeti sopra tutto il modo della
elocuzione, e dell'ornamento. E quali tutti voi bautte in va trattateli'.) di
memoria locale, fatto dame, la forma colla quale io foglio mandarmi a memoria
le prediche quando non mi basta la memoria naturale. D modo thè dal
pruauntiarle in poi ( dt l quale pur abbiamo ragionato tal volta infume
)aueretedt quefìa maniera A 4 dijìefe, diftefe, al meglio che ho saputo, tutte
quelle che i rettori domandano parti della rettorica. Studiate ancora voi che f
or fi trovarete molto meglio di quello che ui so dir io: E pappiate sopra il
tutto; che buone prediche fa, chi le fa sempre ad onore di Dio, e con
principaliffimo fcopo di giouare all'anime degl’ascoltatori: e di non dilettar
per altrove non per bauerli più frequenti in luogo, oue pojfmo fare molto
acquifio, Fiuete nella pace del signor e, e pregatelo p me0 Di Cella MODO DI
COMPORRE VNA PREDICA. Per fare una predica la prima cosa che si liada fare è
pensare in qual generesi trova quello argomento che tu hai da trattare. Dicono
i rettori che tutti i generi si riducono a tre: dimostratiuo, ove si loda, o si
vitupera; giuditiale, ove si accusa o si difende; e deliberativo, ove si
persuade o si dissuade. Dci quali il dimostrativo risguarda il passato, et
onoraro, il giudiziale il presente e giufto; il deliberativo il futuro, de
utile. Ma oltretutti quelli, si troua un genere d’oratione che domandammo alla
greca didascalica, nella quale nè si loda, nè si difende, ne si persuade; ma
s’insegna, onero in fesegnando si espone ò arte ò scientia, ò tefii, ò
commento, ò altro. Noi, in materia di prediche, à pena è pof ubile fibile che
ci careniamo entro ai termini delle cose sopra dette, perche in tante maniere
si ordifcono, & fi fanno le prediche che pare che richieggano moho maggior
numero di generi – H. P. GRICE: OR FEWER: INDEED JUST ONE: INFLUENCE AND BEING
INFLUENCED -- che i fopradetti non fono. Tuttauia prefu ppon amo una cofa-,
cioè» che anco i Rhetori nelle orationi dcliberariue lodano, difendano, Óc
infegnano: e nelle altre parimente mifchiano gli affetti degli al tri generi.
Ma in ranto titi’oratione fi chiama tale,in quanto il Aio principale feopo è te
le $ non hauendo pere ò rifpettò à quello, cheoc cafionalmenteiii s’infèrif’ce.
.E però diciamo, in quanto al fine,ché tutte le prediche faranno b didafcahche,
ò non didafcahche' iiquale fecondo membro contenendo quello che contengono i
tre generi communi dell’oratione^con un fol nome lo domandaremo. Di rrtareria^e
l’altro didafea]ico.chiamaretno, Dj Vangelo: e cofi tutre le prediche che fi po
ranno fare, faranno, òdi 3materia,ò di Vangelo. Hora cominciamo la diuifionè di
quelle, che domandiamo prediche di imareriafiequa h faranno di tre forti*
Perche, ò trartaranno una materia puramente, come farebbe a dire, prc die re
del I >igiuno: ouero loderanno un Santo, come farebbe à dire, predicare in:.
• lode rtJ4 Tr etica. i lode di S. Pietro, ouero confuteranno una He refia; come
farebbe il fare una predica contro l’opinione di Caluino intorno alla
Euchariftia. Equi fi uede,chead ogni modoui è la proportione. Perche la materia
fimplicc è in genere Deliberatili©, come quando perfuadiamoildigiuno.
Lalaudedel fanto,Dimoftratiuo: e la vonfutatione deil’hcrefia» Giùdiciale. Ma
quello habbiamo di più noi predicatori, di quello, c’hébbero i Rhctori, che
alle uolte c’oblighiamo a trattare tutre le dette co fe j càuandole dal V
angelo,© dalla Scrittura che corre: equelto in due modneioè tal hora da un foì
palio del Vangelo, &tal hcrada tutto il Vangelo. E però nafeono fei altri
generi, che fono: trattare una materia l'opra un palio del V angelo, onero
canaria da tutto i! Vangelo: lodar un Santo da un palio del Vangelo, onero
applicandogli tutte le clausole de 1 Vange lo ì abbattere un’opinione eretica
per un palio del vangelo^ onero inoltrando chetili ti ipalfi del Vangelo ia
cònfuriuo. Si pilò di più da un iltelro Vangelo da un capo, ò da tutto, cauar
infieme materia, e Tanto, et abbauimerno d’ht retici. Ma in fomma li haueta
tempre lccchio a pria Modo dì Comporre principale; e da ql fine tutta la
predica uerrà a pigliare la detcrminatione del genere fuo. Si come ancora, fé
bene noi ci feruiamo del Vangelo, ò tutto, ò parte, et intorno alle materie, Se
a 1 Santi, et agli heretici; non però quella fi domanda predica di Vangelo ;
perche il principale noìlro fine è, ò la materia, ò il Santo,ò l’herctico; nè
adoperiamoli V angelo per ifporlo principalméte,ma p Ter liircene a uno di quei
fini,c’habbiamo detto. Si che le prediche di materia adunque (pi gliando
predica di materia pei tutte quelle ehe non fono di Vangelo) non faranno mai,
più chenoue (orti, cioè materia femplicetfan to femplice: heretico femplice:
materia da un capo del V angelo: Tanto da un capo del Vangelo: heretico da un
capo del Vangelo: materia da tutto il Vangelo: Tanto da tutto il Vangelo: et
heretico dall Euangelo tutto. L’altre prediche poi, che Tono di Vangelo, Tono
quelle; oue noi non habbiamo altro principale fcopo,che di efporre
letteralmente, ò mimicamente quella parte della Scritturatile ci fi propone ;
interferendoli) e materia, c laude de Santi, e cófutatione d’htrtfia, quanto fi
uoglia; ma Tempre occafionaimente, e non per altro, che per ùpoirt quel tefio.
fi. quelle arich’elleriopofsono elstre di tre Ioni; ma T re dica., $ forti;
perche, oueramente pigliamo ad efpor re con moire opinioni, e conuarij lenii od
lina particella, ò tutto il Vangelo;ouerc(quel che è ingegnofacofa) facciamo
che tutte l’al tre clauiole del Vangelo, concorrano ad efporne una fola
principale: onero correndo due Vangeli, come di feria, e di fella, ò Van gelo,
de L pillola, come corre ogni giorno, facciamo, che uno di quelli celli ci
(crua ad ilpiegare o parte, ò tatto l’altro. Coli, tolloche li vorrà fare una
predica; in unadelle due miniere bilogna che iìa ; cioè ò di materia, ò di
Vangelo. Del. e quali contenendone la prima noue, e la leconda tre,dodici lorti
di prediche, al mio giuditio, fono quell e, che fra tutte le prediche del mon
do polfono trouarlì. Trouato che habbiamo in quale di quelli dodici generi, ò
in quale di quelle dodici maniere uogliamo q^cformare la predica noltra; lubito
fiftetu» habbiamo a ridurre tutta la predica ad una ta q“c propofitione fola,
in modo tale,che,da quel^ arcf,° lapropolìtionein poi, ninna cola lì dica da
noi principalmente, c per fe della ; ma tutto ‘ • quello, Modo di Comporre
quello, che (ì dirà, ferua ò per introdurci à quella prppofìtiontjò per
amplificarla, ò per pronarl?.,ò per ornai la j Se in (omnia tutto o mediata
mente, ò immediatamente fi apporti per lei fola: in quella maniera, che
/uiftotile, nella Poetica dice,chc il joemanó è lino, (e non è una Pamone; Se
ogni poema può be ne hauere de gli Epifpdi alfti, ma alPultimp bifogna,che una
loia fìa la cola ch’egli tratta: cornea dire, l’ira dbrtchille;il pallaggio di
Enea in .ra!ia,e fimili» Quando dunque io uoglio trattare,per effempio, del
Digiuno, non balla quello ; ma pollo in quella loia materia fardiuerlc
propofici ni, come farebbe a dire ; II digiuno è opra buona, il digiuno è
meritorio, il digiuno è lodisfattorio'jil digiuno è antico, il digiti no opera
buoni effetti; et altre tali: delle qua li, per fare una predicajbifogna ch’io
ne pigli fc non una-.altriméti la predica non farà una. E quella unità di
propolìtione,per parlare logicamente,larà quando non ui farà fe non un
loggetto,& una pafiìone; come farebbe à dire; 11 digiuno è antico: non
importandomi però molto, le quella propolitione lì pronun tij in modo
dienuntiatione,ò ir» modo di que ftione. Di enuntiatii ne affitmatiuamente,co
pie farebbe à dire, Il digiuno delie olferuat vna Tre dica 4 fi: ò
negatiuamente,come, Il digiuno non de ue tralafciarfi,e di queflione, come
farebbe. Se il digiuno delie farfi ? Se è ordinato da Chrifto ? Seogn’uno ni è
obligato ? e limili. Perche, fe ui peliamo bene, anco la queftione fi riduce
all’ultimo all’enuntiatione ò affermatiua,ò negatiua . Si che à me bada, che in
ogni predica turro lo fcopo altro non fia, che trattare una fola paflionediun
fol fogg tto, commuuquetu lo proponga; ò per modo di propofitione,ò di
enuntiatione,ò d alcro.Ma applichiamo più particolarmente il documento
alledodici maniere. In una predica di materia fempliceper ef Tempio, uolendo
predicare dei digiuno, piglierai una fola propofìtione, come farebbe a dire; Il
digiuno è antico: oue uediamo,che foggnto è il digiuno; che p.iflìoneè Tantichi
tà: ne altro in tutta la predica faremo, fe non introdurci, ò prouare, ò
amplificare, ò ornare mediatamente, ò immediatamente la inherétia di qfta p a
filone à quello foggetto. Conunaauuertenza loia, ma notabiliffima;che potendoli
in materia di digiuno eleg gere la propofìtione, della quale itogli roo
predicare, ò più uniuerfale, ò più particolare; bifogna cheauuertiamo molto
benc,à no pigliarla tanto parti colare, che non ui fian«i pruoue ballanti per
empire una predica ; nè tanto uniuerfale,che non ballino le principa li fue
pruouc à rinchiuderli in una predica di un’hora . et in fomma bilogna che
facciamo la cappa lecondoil panno, che noi habbiamo: le habbiamo molte cole, e
lìamo dotti af faijpolsiamo eleggere le propoli tioni quanto iìuogliapiù
particolari, che mai ci mancarà da fare una ben lunga predica in proua loro. Ma
fe non habbiamo più farina, che tanto, farà manco male à pigliare la prcpolitione
più uniuerfale che fi può, perche gran cola larà, che fotto à tanta uniuerfitì
non lì trouino pruoue,per empire fette,òotto fogli. Ma di quello bifogna che
ogn’uno ha giudice nella propria caufa, et fe s’ingannerà farà fuo danno. Io
dirò quello lolo-, che entrando due cofe nella propolìtionej la maggiore, ò
minore uniuerlìtà li potrà pigliare hora dalla pana del loggetto, et hora da
quella della pafsione,come farebbe à dire. Dalla parte della paf /ione-, Il dig
uno è buono .-quella è uniuerfalilsima: e poi di mano in mano; Il digiuno è
opera Chrilliana, Il digiuno è meritorio, Il digitino è fodisfattorio. Il
digiuno aiuta l’ora tionete limili: lono tutte propolitioni,che fi uanno lemprc
maggiormente particulari-. zando. vna Tredici. j Stando. E coli dalla banda del
Soggetto ; Il dì giuno è bnono: il digiuno commandato nella Sacra fcrinnra è
buono: il digiuno com| • mandato da Chrjito è buono. il digiuno qua dragefimale
è buono: il digiuno quadragesimale lenza ber vino è buono: anco qui lì uede,
che le cole fi uanno lèmpre nStringendo. Di modo, che ò. dalla parte del
foggerro, ò della patlione, ò da tutti due bi fogna ch’altri nell’eleggcre
delia propofinone Sopra del la quale vuol fare la predica, fi faccia ò più
largo, ò pur Stretto il follò conforme al vigore, che fi fente nelle gambe per
fallarlo: pure che (come ho detto) una loia fia fempre la propofinone che fi
elegge. Il medefimohabbiamo daolTeruare quali do Semplicemente ragioniamo in
laude di vn Santo; cioè diterminare anco qua una Sola propofitione,alla quale
tutto il rimanete della predica fi riduca, Se in quella, Senza dubbio, Soggetto
fempre lerà il Santo; e pallìone quella laude, che noi gli uorremo attribuire,
come farebbe à dire; Lorenzo fu un gran Martire, Pietro Su prencipe de gli
Apoft oli, e limili. Auuertédo, che anco qua, e dall’una,edal l’altra banda fi
potrà allargare, Se ristringere la propofiuone,come diceuamo di Sopra. Ma B più
Modo di Comporre più chiaramente dalla parte della paftìone, che da quella del
(oggetto: poi che dicendo; Pietro fu (amo, Pietro fu Apoftolo,Pietro fu
prencipe de gli Apertoli, Pietro fece la più bella Confertìone di Fede, che fi
facefle mai: qui fi uede efprerto il riftrìngiméto della paf fione. Ma come fi
porta riftiingere il foggetto effendo Pietro vn’indiuiduo, non pare cofi
chiaro: untatila fi riftringerà trattando di lui,non fimplicemente,ma
cófiderato nella tale, ò tale attione,come farebbe à dire; Pie rro in tutto il
corfo della uitafuafu lodetioIe, ouero Pietro nell’ Apoftolato, ò Pietro nei
martirio: ò riftringedo di mano in manotan to più le confiderationi,quanto
piùriftretta farà Pattione di lui, che noi confideraremo: e queftobafti quanto
al Santo. Nel confutar l’heretico femplicemente,bi fogna hora hauerc un poco
più di confiderà tione; perche fe ogni uolta.che noi trattiamo materia
impugnata da heretici, noi credemmo di trattar quefto terzo genere,bifognereb
bedire,che tutto quello che t lattarti mo mai òdi materia, òdi fante, òdi
Vangelo forte di quefto genere; non cflendoui hormai cofa nella Theologia
facra,che non fia ftata i m pugnata da qualche heretico. E però diciafhofare
unapredica contro l'heretico, airho ra,chc rna Tredìca. 2 ra,che rutto lo
fcoponoftro è il «firn cftrare, che le ragioni, le quali egli ha adoperato a
fortificatela fua,& abbattere lanollra opinione,lbno lontane ò dal nero, b
dal iterilimile. Dimodoché la predica contro i’hcretico è tutta quali
confutatala, et ha pochifiìmo della confiimatione. Pereflempio ; prc-' dicando
io II digiuno quadragefimale douerli olferuare: quella fe bene è di materia,
che ha negata Pheretico,e le bene predicando, incidentalmente io confuterble
ragioni di lui, ad ogni modo efiendo mio principale intento il confermare la
materia, ch’io tratto, e non il confutare chi l’impugna, come dal fine diceuamo
già che fi denominauanci ge neri, coli quella predica non farà contra heletico,
ma di materiata doue,fcper mio prin cipale intento predicafii ; Che le ragioni
di Caluino,addotte contra il digiuno lono falfe: quella, propriamente farebbe
contra l’he retico, perche non haurei per mio fine confir matione alcuna, ma
confurationc fi bene . Er in quella ancora bifegna come nelle due pallate
eleggerli una propofitionc fola, quali centro di tutta la predica: come farebbe
a dire; Le ragioni da Caluino addotte co tra il digiuno elfer falfe. Hauendo
l’occhio anco quà, ad allargar B z la. Nodo di Compone la,o ftringerla come
diccuamo di fopra,oue ro dalla parte del /oggetto, come farebbe a dire, Gli
hererici fai fame me impugnano il digitino: gli hererici moderni falbamente ini
pugnano il digiuno:i Camini Ari falbamente impugnano il digiuno: Befa
falbamente imopugna il digiuno ; e limili: onero dalla parte della
palììone,come farebbe ; Bela falbamente impugna le opere lodisfatroric,ò,il di
giunoquadragelimale: òcofi difccrrendo. E infili qui aliai habbiamo detto de i
tre generi {empiici, che chiamiamo di materia, cioè della materia fimpiice, del
Tanto, e dcll’heretico. Faci! cofa farà hora,il trattare di quelli me definii
congiontijò con palio particolare del Vangdojò con tutto il Vangelo. Perche
douédoli anco qua per la regola infallibile eleg gere una propolitione fola,
dalla quale penda tutta la predica; il modo di farla, farà pi gliando dalla
parte del (oggetto tutto quello, che era, e loggctto,e predicato ne5 generi {empiici:
e poi dalla parte della paflìone mec tendoui ò il palio dei Vangelo, ò tutto il
Van gelo,chetu vuoi applicare. Per eflempio: la materia (èmpliceera -, Il
digiuno deueoflcriiarfi: piglia tutto qnello e mettilo dalla parte del
loggetto, dicendo, In rutta quella predica ima Predica. 7 dica mio fcopo farà,
il dimollrarui,eomeche il digiuno debba oflferuai lì, uiene eccellentemente
prouato dal tal palio del Vangelo. Nel lanto,propofitione era quella-, Pietro è
prencjpe degli Apolloli: die a fi hora; Pietro efi'ere prenci pe de gli
Apolloli lo prona eocellcntemente quello tal palio del Vangelo. Centra
l’heretico,propofitione era; Befa fai famente impugnai! digiuno: dicali adcfIo,
Befafalfamentc impugnare il digiuno, quello lì prona dal tal palio del Vangelo
p molte vie: dico per molte uie, perche quelle vie faranno poi quelle, lequali
ci fatano le argumentationi da finire tutta la predica. Mà non fiamo ancora
arriuati tanto atlanti. '•Per bora quello, che ho applicato a unpaffo del V
angelo,applichifi a tutto il V angelo* e dicali ; Il digiuno doucre ollèruai
li; Pietro effere principe de gli Apolloli; Bela fallamente dannare il di giuno
; la tale ò la tale di quelle cole, li proua marauigliolamente nel V angelo
d’hoggi: e di quella maniera fi forma la propolìnone de’ generi limplici con
l’appiicanone del Vangelo. E fe douediceui: ; il tal palfelo proua per molte
vie dirai, il tal Vangelo lo proua per molte claufulc, hauerai ancora
apparecchiato il fondamento di tutta la predica: ma quello fi ucdrà poi b ) pii)
Modo di Comporre più chiaramente. Reftanohora le fole prediche didafcalichc,
chc noi domandiamo di Vangelo: nelle quali ancora, bifogna tirare ogni cofaad
lina propofitioncfola(che quella è certa,eper petua regola,) ma come fi pelli
fare, qua ( al mio giuduio) è molto maggiore difficoltà i perche efponendofi
tutto il Vangelo ; firapli cemente,tante pare chefiano le propofitio* ni,quante
fono le c!aufule,che fi efpongono: nè fi può facilmente uedere,come tutte infie
meuadino à leruircad una fola. E pure chi eipone un Vangelo àclaufula per
claufula fenza ridurlo ad unità ; al ficuro fa bene, ò parafrafi,ò commcmojma
non già oratione, ò predica. Tuttauia diciamo, che eflendo tre i generi di
quello didafeaheo; cioè e/pofitione di un V angelo fo!o,di un palio con il
Vangelo tut to,e di uno Euangelo con l’altro: ne i dueul timi facddlìmacolaè
atrouarela propofitio ne fondamentale della predica: perche diccdo noila tal
claufula de! Vangelo fi moflra uera pertilrtel’altre:quefta è lina propofitione
ioli 'aquile da tutte l'altre c'pofte nel rimanerne della predica u enead elfer
confermata^ dicendo • quello Euangelo ha ma» rauighola conformità con
quell’altro: anco quella i ma Tredica. 4 quella c una fola propofitione, la
quale riceuerà confermatione da rutto quello, che fi di rà: per esempio; Ego
principium,qui &loquor vobis: che Chrifto fia principio, come dice quella
claulula,uoglio prouarlo c5 tue te le altre claufule del V angelo. Ecco la prò
pofitionc: ecofi farà dogn'altra: e di Vangc lo con Vangelo ; come facilmente
portono intendere li mediocremente esercitati. Quello che pare difficile, è la
efpofitionc fimplice di un folo Vangelo: tuttauia bifogna confiderare, che
tutti i Vangeli, che fi ci propongono, ò faranno dottrina, ò faranno
hiftoria>ò mirto. Dottrina, come farebbe ì dire,La fefta feria delle Ceneri:
Diligiteinimicos veftros, fin al fine . Hiftoria, comedi quinta: Cum introirtet
Iefus Capharnaunif fino al fine. Mirto, come farebbe il giorno di ogni Santo:
Cum afeendirtèt Chnltus in mó tem,&c. Beati: e quello che feguita. Noi hab
btamo prima a dirtingucre, quale di quelle cole ci uenga per le mani. E poi,feè
dottrina, pigliarono lo feopo da quella dottrina, che quuii fi tratta, come
farebbe a dire ncll’ellèmpio allegatola propofitione fara; che i nemici s’habbiar
o da a* mare, il Vangelo d’hoggi lo moftra: Nebaftarebbe a dire, il nemico deue
amarfi; perii 4 che Modo dì Compórre clie a quello modo la predica farebbe di
ini teria,e non di V angelo. Ben fi potrebbe dire» che anco la propofitione
formata da melare più ro fto p to po fi c ione di materia, applicata al Vangelo
tutto, che propofitione di Vali gelo lécito quiul tratta materia, e però non
poteuamo procedere altrimenti. Se farà hiftoria Quella, che fi tratta nel Va
gelo,procureremo dùconofcere quale virtù, ò quale qualità dell’agente fi moftri
principalmentepef quella hiftoria,e dicendo quel la qualità prouarfi dalle
attioni di quel Vati gelo haueremo formata la propofitione: co me farebbe nella
hiftoria di Cafatnaum: le uoghamo pigliare il Centurione come agen té, potremo
direquato polla la fede del Ccn turione, lo moftra per molte claufitle quello
Vangelo: e coli potremo poi aggiungere nel le argumentationi -, Perche Cimilo
uienea lui, perche lo efaudifce, perche lo lauda, &c. onero fe uogliamo
pigliare per agente Chrifto,potremo dire, quanta fia la bontà di Chri ftoj'io
moftra quello Euangelo: e poi nelle ar gumentationi foggiungere: perche uiene
al Centurione, perche Tana il ferito: e limili cole, le quali elponendofi da
noi, ci fatano infie me efporre tutte le claufule del V angelo, e
tutrcnondimeno indrizzatead una proaa fola* Ma vna Tredìca $ Mache fihauerebbea
fare, quando in uft V angelo, fi narraflero due hiftorie,conie farebbe a dire
in quella Domenica, che fi legge l’hiftoria del Centurione, e quella del I
epiofo,in tal cafo,una delle due cofe potiamo fare ; ouero efporne una fola, al
modo che diceuamodi fopra,enon far menti orie dell’altra, ouero trouare quello
agente, che è comune a tutte due, e trottare quella qualità di lui, che da tutte
due l’atfioni mene prenatale tuttoquefto mettendo per (oggetto, di re, che
uittoquefto fi prona da tutte due i’hiftorie, come farebbe: Chrifto efi'er
potente lo prouano i due miracoli del V angelo d’hoggi. Retta il mitto folo,
oue fi narra dottrina et hiftoria infieme,c quitti ò la maggior par reè
hittoria, ò la maggior parte dottrina. La maggior parte hittoria come nel
Vàgelodel Centurione, (e doppo tutta quella attione, ag giungiamo, Multi ab
Oriente,& Occidente venient. E la maggior parte dottrina, come nel Vangelo
d’Ogni fanti ; oue doppo bainone d’afeendere nel mote fi narra tutta quel la
dottrina, Beati, dee. Se la maggior parte è hittoria, pigliaremo lofeopo della
hittoria, come farebbe adire; diritto efier buono, lo moftra rutto il Vangelo,
perche uiene al Centurione, perche fa na Modo di Comporre na l'infermo, perche
lauda la fede, e di più, perche egli none partiale, onde foggiunge. Multi ab
Oriente, et Occidente uenientrc coli hàueremo niellata la dottrina a prouare
l’hirtoria. Mà; fe la maggior parte farà dottrina, bisognerà pigliare lo fcopo
dalla dottrina, e procurare,chc quelle poche anioni anco loro, almeno per lenfo
morale cammino all’iItelTo fcopo, come farebbe nel Vangelo d’ogni fanto: il
modo di acquiflar la felicità lì mortra nel Vangelo d’hoggi. Ecco la propo
linone; equeftolì fa daquel!i,che flem, che funt m;tndi corde, che
perfecutionem patiun tur,&t. E di più da quelli, che con Chrilìo afeendunt
in montem,cioè contemplano; leder, cioè li compongono l’animo; aperiunt os,
cioègionanoal prortìmo:e và difeorrédo. Si porrebbe qua dubitare, fotto qual
genere andaiTc la parabola ; ma no è dubbio,che è dottrina, e che ha lo fcopo
chiarirtìmo: lì chetrouando il fuo Icnfo litterale,ilqua!e no è quello, che le
parole fonano: ma che princi palmente ha incelo Chrirto(come in un trattatello
apporta habbiamo dimoftrato noi) facilillima colà le rà il ridurre anco il
Vangelo della parabola ad una propolìtione fola. E coli habbiamo già fatto due
cole impor tantif vna Tredica 6 tantilfime nella predica: cioè imparato a
conefcere il genererei quale uoghamo dire-, et in ogni genere aformare quella
propolinone, che ha da dare unità alla predica, e lopra alla quale fi ha da
ergere tutta la machia na. Cola infin qua, che tutta fi può fare lenza libro, e
lenza lume, penlando folo, ò nel letto, ódoue fi uoglia: perche fin qui non fi
ha di bifogno d’altro, che di fefteflo. CjI titolo terzo. F Atto quello
cominciamo ad hauer bifogno d'altri, che di noi medefimi, cioè di molti Libri
da i quali noi pofsiamo calure i concetthche prouano,c che c’introducano al la
propoli! ione, che ci fiamoeletta; in quella maniera, che doppo hauet altri
propofto di fabricare nella ciuà,e di farcafa nella tal for ma,bifogna poi
ch’egli entri nella fornace a prouederfi di piarre,enel bofeoa procacciar fi
tauole, et in lemma ad apparecchare la materia dell edificio luo. Coli bilogna,
che noi entriamo nella! ìbrarianolìrra.echequiui procuriamo da tutti i libri c
habbiamo,di cauare,e mettere in diparte quali una lelua, di tutu quei concetti,
che ci hanno aferuire «ella propofta materia. Modo di Compórre Nè fenza
proposto, tutta quella raccolta de concetti noi la domandiamo felua: perche
mentre bandiamo cauando, l’andiamo ancora diftendendo confulamente, quali
felua,ò bofeo in un poco di carta, infin a tanto, che djtponendòla poheome
diremo, la cotti partiamo, e ne facciamo giardino. É certo quanto a quello
meftiero del preparare la ielua, farebbeforfi meglio il non ne dare regola
alcuna, fe non dire, che ogn’uno da quei libri, ch’egli tiène apprefio, cauafie
quella maggior copia de concetti a fuo propofito^hegli potelTefèfdaU’altro
canto noi non hauefsimo molta uoglia di giouare in ogni minarla a principianti:
di maniera, che anco in quello deliberiamo ( fuccinramente però ) di dire loro
tre cofc; cioè quali libri deueno procurare di hduere7in che maniera deueno
fare a cauare i concetti r e finalmeri te nel cariargli, con qual forma denno
riporli^ legnarli in quel pezzo di carta, oue fanno la ielu a. k prima, quanto
a i libri, fe alcuno fe rà il quale habbia modo d’hauerne quanti vuole, io
lenza dubbio lo con figlierei a pigliare tue ti quelli, che troua,
principalmente ecclefiaftiei; e bafsicuro,che la copia de i libri è quel hjche
principalmente fra tintele cofe,fuole fare ma Tre dica. r f fare honore a chi
compone: hauendo io per regola cena, che a e h' ft lidia e vuole impara re,
baita un Libro iole: ma a chi ferine, e vuo lcinfepnaremonel'ene baftano
mille.Si che i-’ habbianft pure de i Libri, e legganfì timi:per che all’ultimo
tutti inft^nano. E le in cento uelre,chetufai fe!nc,una uolta fola tu troni un
concetto notabile: il Libro è pagato, e la fatica è ricompenfata con
grofsifstma vfura. Mafenonha il modo di hauere appretto di fe tanta copia di
libri, anzi non ha pur il modo di hauerequei due ljbn,che a me pare che
contenghino tutti gli altri, in materia di Scrittura facra,cioè il Toltalo, c
Nicolao de Lira: anco a quello, a mio guiditi©, fi può dar forma come con pochi
libti,epocalpefa egli habbia in cella da potere affai abor.dan temente fcrmerein
ogni genere di predica, ch’egli faccia. Percioche acuendo tutti i con cetti c
fiere ò di fcrittura, ò di materia, ò di fanto,ò córra bere tici; fop'rala
fcrittura prin cipalmentenoua ( poiché fopra quella oidi nanamente predichiamo)
a me ballerà, che habbia due libri foli, cioè la Concordanza marauiglio/iisima
di Janfenio, e la Catena aurea di San Thomafo • ma feè pofsibile,fia quella
flampata a Parigi dal Sommo, che ha notati in margine, non folamente i nomi, ma
i luo Modo di Comporre i luoghi ancora minutifsimi de gli autori. Perche in
quello modo fi ftudia infiemeinfieme,e ferittura, c Padri, et eficndo quelle
annotationi fidelifsitnej mercè d’nn libro folo, tu n’alleghi in pergamo più di
mille. Quanto alle materie, principalmente faradiche, (poiché non demo edere
predicate, come fi disputano) a me pare che baderà ha uere il fido tefto della
Somma di S.Thomafo,e fe fu db pofsibilc quel bel Rofario di Pel barro, che dice
ogni cofa,& c gni cola chiarir fimamenre. Per le prediche de fanti, poiché
i libri de gli antichi, che in diueifi luoghi nc ragionano, non pofio
facilmente hauerfi, baderà per hora hauercildottifaimo, 6caccuratilsimo
Martyrologio di Monfig.Galefino e quello che uè dice il Breuiario: cofi come
contra gli herctici,a me pare, che non occorra hauer altro, che Alfonfo de
Cadrò. Ben haurei caro,che fi haueffero poi certi libretti di cofe communi, che
infinitamente giouamo: come farebbe ; Excmpla virtutum,& vitiorum: gli
efempi di Marco Mando, fimihtudines Sacra: fcripturae: Stimma Conciliorum^
limili: Mi piacerebbero ancora perla uarieti delle cofe, che contengono la
Biblio theca di Sido,& il Decreto, intendendo fem f re qucllo,fcnza che no
fi può fare,cioèuna Con ma T redica. $ Concordanza della Bibbia* &‘una
Bibbia ftelTa-, la qual Bibbia, s’è pottibtte, habbia quellatanola di materie,
che fi domanda Index Biblicus,e quello quanto a i Libri. Il modo hore di
tifarli per cariarne i concetti, può elTertale,quale ogn’uno trotta che più
ferita a fe fletto: con tutto ciò io ttonei prima, che non fi comprale mai
libro, ilqua le non hauelTe tattole perfetcìlTime ; almeno due,quella che fi
domanda delle materie,e quella de’ luoghi della fcrrttura: e poi farei una
diftintione di quefto modo-, che tutti i libri, ò trattano la fcrittura ex
profello, e per modo di commento, come Nicolao de Lira, come il Gaetano VIO
(vedasi), come Bonauentura FIDANZA (vedasi) in Luca^ limili: onero fanno
fermonì,&: homelie fopra diterminati pafsi ò diterminati Vango li della
fcrittiirarouero trattano diterminatamentematerie,oueroinogni materia fanno
profeffione di taccoglicre molte cofe da dirli. In ogni cafo^quelli che
trattano la fcrittura,ui mifchiano materie, e quelli che trattano materie,
efpongono incidentemente mol ti luoghi della fcrittura: fiche douendo tu fare
una predica di Vangelo, potrai uedcrc tintigli Autori difcrittura,one trattano
quel Vangelo ex profcfio, e poi loro medefimi, c tutti quanti libri hai in
cellajnellctauole del le Modo di Comporre le fcritture,per
uedere,feincitlentemente,ri© hanno mai fatta mentione: e dall’altro cantone non
tratti Vangelo, ma materie, ucdrai prima quelli, che trattano apoflataméte quel
la materia; e poi loro flelli,e quanti ne hai in cella, nella tauola delle
materie, per uedere, feàcaìo,& à proposito d’altro ne hauelTcro ragionato.
Vedrai di più ne i libri dei luoghi communi, come farebbe, d’efempi, d'hillone,
&C altro, fe alcuna cola fa per te,& anco quella riporrai; oltre che
non Sdegnerai i libri ferir ti à mano, che tu ti trouafli,anco fattida te
fleffo,e finalmente dall’indice bìblico piglierai ciò che torna à tuo pi
opofito: lafcian do per ultimo la Coneoi danza della Bibbia; laquale,fetu
faprai fermitene, baderà fola à darci materia per mille prediche in qual fi
uogliafuggetto, il modo di ferui rie nc,lo tratta chiaraméte Siilo nella fua
Bibliotheca,& ioperhora non dirò altrove non ehe è nelle concordali
2c,& in tutte le tauoje delle materie, per ritrouare quello, che fa à
propofìto noftro, hifogna ricercare due luoghi; cioè il nome del fuggetto,e
quello della pafficne,che noi uogliamo trattare. Come farebbe, udendo pie
dicare,Che il digiuno è buono, nella parola Zeiu yna Vredlca. 1 3 ' l£Ìunium,c
nella parola, bonus ò bonm, fi troueranno tante auttorirà da farci ftiegliar
rintellettoà produrre cócetti aprcpofitoao tiro, che pur troppo balleranno per
ogni lon ghislìmo ragionamento -avvertendo di piti, che dove per non edere i
ragionamenti simplici, noi del soggetto, e della passione del fi triplice ne
facciamo un soggetto Colo del nó simplice, all’ora nelle concordanze, e nelle
tavole della materia baderà a cercare i due termini del soggetto, senza aver
punto d'occhio alla1 passione, come farebbe a dire in I quella proposizione: Il
digiuno efier buono, • fìmostra dairEuangelo d’oggi: ballerà à trouare,il
digiuno è buono, lenza penlarad l altro: et unmevlalmente bilogna metterli à
cercare quel (olo, che noi crediamo dittouare,echeci polla leruire. Ma quanto
ai co certi, che hanno dàcauarfi, ognuno lo laprà per auuentura far meglio da
(e, che non lappiamo infognarlo noi. Rella il modo, col quale debbiamo nota re
lopra un pezzo d carta (per dir coli) tutto ciò,che noi trouiamo,che lenta a
noflro pio ì« polito. E quello bili gna farlo in modo, che ! non fia, nè troppo
difiinfo, nè troppo llretto. Alcuni ui fonojiquali notano folamente i fo gli
del libro, oue fi troua il concetto, lenza i C dire che concetto egli fi fi are
quello c tanto come niente; perche bifogna poi, che tu torni Tempre al libro;
oltre che, pigliando quella felua in mano,e non fapendo tu, che concetti fiano
quelli, non puoi in’zlcun modo co partirli, fegià ellendoui (olii numeri, non
ti dilettasi di fommarli,ò di moltiplicarli. AL tri ni Topo, iqu ali longamente
Tcn nono tutte le parole, etal'hora le pagine intiere di quelli autori;onde
cattano i concetti. E quello fen za dubbio è più utile modo,che non è
quell’altrojmai di louerchia fatica, e bifognareb be hauer da fare una predica
l’anno, ò poco più. I terzi fcriuono il concetto concilamente,malcriueno di più
il numero della pagina d’onde l’anno cauato, rimettendoli lempre a rinederlo;e
quello certo è modo aliai uicino al perfetto,maionon vorreijfinitac’holafel
ua,hauermaipiùariuederei libri; e uorrei potere con quella fola carta, oue ho
fatta la felua, anco in campagna, o caualcando, fabricar la predica mia. Con tutto
ciò non è Tempre posllbilc; e però dico, che quando in un libro tu trouerai un
concetto lolo,e quel concetto tu lo vuoi apportar per tuo, ò almeno non vuoi
nominare, dotte l’habbia catta $o,quiui non accade far altro, che feri nere Ti
Tlelfo concetto in manco parole, che tu puoi, tanto rnaTredìca. 14 tanto che tu
folo l’intendi. Se poi ò neli’jfteffo,ò in altro libro troni un fol concetto, e
ti pare,che allegando fautore tu gli dia grauità,e nputationeall’hora metterai
nella felua il concetto in breuisfime parole, et il nome decatitore, con il
Juogo,oue egli lo dice, ma quello con nome di trattato,© libro, o home lia,ò
fimili,e non per numero di foglirpercio che al fi curo in pergamo non dirai,
come dice S.GrifoSSomo a fogli 105. equefto allega re l’autore, deue farli
principalmente, oue i concetti, ò fono deboli, b molto communi; perche aiutati
con quel nome antico, paiono da qualche cofa. Occorre anco alle itolte, che
fiamo necessitati à portare, non Solo il concetto, ma l’iftelfe parole del
lanto,ò della Scrittura; principalmente nelle controuerfiecongli heretici,&
all’hora bifogna nella felua fcriuere il cocetto,e con le parole itterica con
il nome dell’autore; oltra il che,l’ultima cofa, che può auittfnireè, che noi
Stabbiamo bifogno nella predica di dire molti, e molti concetti tutti feguenti,
di qual fi uoglia autore: come farebbe luoghi communi;& al l’hora, perche
il difenderli tutti nella felua, farebbe troppo fatica; douendo tu formare la
predica, oue fi troua fatua libraria, meglio è,che tu legni il luogo corninone
folo, G 2 elle Modo di Comporre che tu hai da trattcre,con il nome dell'auto-;
re, e con il numero de’ fogli. E coli tutti i capi della felua, ò faranno
concetti Empiici, ò concetti col nome dell’autore, ò concetti col nomee con le parole
dell’iftelFo autore, ò folo nome dell’autore, con numero de’fogli,&: in
quello ultimo cafo fol amente, farai affretto di tornare a riuedere i libri,
ballandoti intinti gli altri la tua felua fola. Ma per non lafciar mancare
minutiaaicti na in quella materia,uorrei anco due cofc da te-, Puna,ch’ogni
concetto della felua comin ciafTeda capo, come fanno i verfinei Poemi, ò che
egli cótenelìe una linea fola,ò più, che quello non importa: e raltro,che
inanzi adogn’uno dei concetti, tu glimettesfi ilnu mero fuo per ordine,
cominciando 1.2. ?. 4. &c. non perche con quello ordine debbiano poi edere
dirteli nella predica, ma per un* altra cofa, che lì dirà poi. Perertempio;
{Indiando la materia del digiuno Quadraglimale,trpui quello concetto, Il
Digiunoè comandato nei Canoni degli Aportoli: e queft’altro, Moisè Digiunò
quaranta giorni: e queftaltro, Spiridione diede delle carni ad un amico fuo di
Quadragefirua: cqueft’altro. La Quarelima li fa à tempo di Primaue ima Tredica.
1 5 rat-tutti quelli concetrfiperchegli hai trottati con quell’or dine,tu gli
difenderai nellatua felli a con quello i/lello ordine, e con i numeri aitanti.1
Digiuno nei Canoni degli Apolidi. 2 Moisèqiiaranta giorni. 3 Spiridione carni
all’amico. Sozom. 4 Quadragefima di Primauera. Non ceno, perche con
quell’ordine tu gli babbi à difendere, perche non ui farebbe
continuationealcuna-, ma perche tutti quelli numeri ci faranno poi grandislìma
utilità nel compartimento della lelna; Et infin quid è detto aliai del genere
della predica, della propofitione,che debbiamo eleggere, e della lelna, che
debbiamo fare: nelle quali tre cofe,s’io non errojs’inchiudc tutta quella prima
parte della rhetoricas che gli autori domandano, Inuentione. SI come
apparecchiata, c’habbiamo la materia dell’edificio, fuccede» che noi bandiamo
cópartendo per diuerfi appartameli della fabrica, c’habbiamo da fare: cofi
congregata, c’habbiamo la felua de i concettala prima cofa, C 3 c’hab Modo di
Comporre Gabbiamo a fare, è corrergli tutti, tre ò quatro uolte attentisi!
inamente, e coli alla grolla del iberare fra noi ftcslì, quali di loro
vogliamo, che Ternano alle dillmte parti della predica c’habbiamo a fare. E
però qui dfendo luogo da dire col? iti generale, quante fono le parti della
predica; io per hora ni dico, che non fono,fe non due; cioè una inanzi alla
propoli tione,&: vna dop po. Vna cioè con la quale c’iniroduchiamo a
peoporre lacofà che uogliamo prouare e perfuadere: e l’altra, con laquale
prouiamo, e pervadiamo quello c’habbiamo propolto; di modo che per hora concimiamo
due parti, l'una laquale chiamiamo introduttione, e l’altra prùoua. Ma bifogna
faperc,che di quefte due, vna è più principale dell’altra,e quella molto più
occupa della predicabile non occupa l’altra. Perche Pintroduttione nel
principio della predica con poche claufole lì Tpediiceja doue propollo quello
che uogliamo trattare, tilt to il ragionamento rimanente lì confoma in pruoite.
E Te uogliamo anco diTcendcre à minutie sìgrandirOue per elfempio, vna predica
deue ltenderiì tutta in otto pagine; di quelle una fola ballerà per la
introduttione, al puìjepoi fatta lapropolìtione, e diiufain ma Tredici, \6
poche parole, come diremo più baffo, tutto il rj manente il di fpenfa in
pruone. E però quando habbiamo la felua in mano; la più importante cola è il trottare
quale di quei concetti habbiano da fermici nella pruoua; che del retto il
trouar concetti per far vna introduttione è cola molto facile. Ed io per me
vorrei, che da principio, fcnzahauer punto memoria dcll’intiodutnone,comcfe non
fi hauelìcà fare, tutto IqIco po del componente foffejciegliere dalla leiua
quei concetti, i quali pottòno immediata mente prouarela lua propofitione.
Dico, immediatamente, con molta ragione, parche farà facil cofa, che nella
felua vi fiano molti concetti, i quali poffono adattarli anch’eglino, à pronare
dalla lunga quello, che vogliamo dire. Ma quelli non lotloquel li à quali
dobbiamo hauere principalmente l’occhio. L’importanza è da principio trouarne
alcuni pochi, i quali immediatameute pruomno la propofitione, Se à quali come à
capi di (quadra, fi riduchino poi quali tutti quegli altri che fono nella
felua; e quelli principali per le caule, che fi diranno poi più à balso, non
doueranno eisere manco di due, ne più di quattro, fe ben alcuni ne kanno
concefso fino à cinque ; ma io, come C 4 dico. Modo di Comporre dico, vorrei
per l’ordinario che fullero tre e Te pure eccedeffero, che non pa(TafTero:
quattro. Per elfempio, nella lelua di quella propolìtionc, Il digiuno
quadragefimale deue oderuarlì, dite voi che tra gli altri, ci fono quelli
concetti . i II digiuno quadragefimale fu figurato nel l’antica legge. II
digiuno quadragefimale gioua anco al corpo. 11 digiuno quadragefimale è de iure
dittino. II digiuno quadragefimale macera ht carne. Francefco digiunaua più
quarefime. Moisè digiunò quaranta giorni. Molti Concilii commandano il digiuuo.
8 Telesforonon fondò il digiuno quadragefiraale,ma altri inanzi à lui . Il
digiuno difpone all’oratione i o Ambruogio dice^che il non digiunare la
quaresima è peccato mortale. Di quelli concetti, non vi è dubbio, che quali
tìttti pruouano la propofirione, ma non tutti la pruouano immediatamente,
percioche il dire, Il digiuno quadragefimale è de iure dittino, dunque bifogna
farlo vm Tre dica 17 quella fenza dubbio c immediata. Ma^I dire, Moisè digiunò
quaranta giorni, dunque bi fogna fare la quarefima, quella al fieuro non
conclude immediatamente; perche l’i Hello Moisè fi circoncife, e pure non
habbiamo à circonciderli noi. Si che le quello concetto ci hadaferuirc per
prouare la noflra propofìcione, bi/ogna ridurlo * qualcVn altro concetto
commune, che immeditatamente la prnoui ; come ferebbe, Il digiuno
quadragefimale, antichiffima mente fu lempre o {Ternato, o figurato; e chefia
vero, anco Moisè digiunò quaranta giorni: dunquefaciamlo. Trouaremo ancora
nella felua noftra alcuni concetti,che prouano immeditatamente: ma perche fono
molti di loro, che fé bene tutti immediatamente p ruoiiano, tutti non dimeno
pruouano per vna fola ragione formale: però tutti quelli fi hanno da ridurre à
vn capo folo, come farebbe à dire, Il digiuno macera la carne, dunque
digiutniamo. Il digiuno aiuta boranone, duaque digiuniamo: tutti due quelli
concetti t prouano immediatamente, ma tutti due pel? ribella ratione
dell’vtilità ; e però tutti due,* gli altri di quella forte, hanno a
compréderfi tutti, lotto vna pruouaccmmune, cioè, Chf il di Modo di Comporre i!
digiuno è vrìle, e però deue farli . In fomma bifogna considerare nella felua
molto bene, di cattare fé vi fono diftintamcn se, o di formare tre capi foli,
che pruouino la no lira propofitione; e pigliarli tali, che lotto di loro
pofsano diflribnirli in tre claslì» o tutti i concetti, o la maggior parte de
concetti che fono nella lelna. Il che fatto, le per cafo vna di quelle pino ne
non potrà riceuere dalla felua tanti concetti, che la facciano feconda et
abondante, bifogna per lei fola tornare à vedere la rancia de’libri, e ne’
termini del fuggetto, edella paslione fua, formar di nuouo vn poco di fel uetta
per lei (ola. Ma fe in contrario ridotti alli tre capi principali quanti
concetti lì può della felua fatta, ad ogni modo alcuni ve nereftano,cbe non vi
capifcano folto*, quelli lì lalcieranno coli, nc cancelleranno, ne
fitrafeureranno, perche haueranno poi da feruireà certe altre cole, che diremo
più à bafso. Fra tanto, io vorrei dire che quelli capi, cheli piglieranno,
bifognerà Icriuérgli appuntatamente in tre luoghi, e lottoogn’vno di loro,
metterui la clafse defuoi concetti co* numeri foli, ( che per quella cagione
facemmo, preporre i numeri à tutti i con» celti vna Tredica 1 S fc^tti della
fclua.) Ma perche quelle fono cofe,che àfpiegarle paiono diffidigli me, 6c a
metterle in opera non fono fe non facili, però farà meglio per non mancare in
cola alcu fìa all’vtilità di chi ha da leggere,che ne facciamo prattica con
vn’efsempìo. Voglio dunque fare vna predica, nondi Vangelo, ma di materia: e
quella non di ma teria applicata à parte di Vangelo, o Vangelo, ma di materia
femphce. La proposizione à che voglio ridurre tutta la mia predica è. Cheli
digiuno quadragesìmale deue ofseru a r lì. Studiando per tutti i miei libri
quello termine, Digiuno quadragelìmale: equeft’alrro, Osservarsi, io come mi
fono venuti nelti nello lludiare, coli fenz’altro ordine, ho fatto la felua de
i concetti, che è qua à balso, et hogli prepollo i numeri per valermene poi ad
occalìone. I Moisè digiuna quaranta giorni ì Nc’Canoni degli Apolidi è
commandato il digiuno. Chrillo flette quaranta giorni nel deferto. Digiuno lì
troua naturale, morale, e meritorio, e di molte forti. y Otto (lati di
perfonenon fono tenute al j digiuno. 6 Te Modo di Comporre Ì Telesforo non fa
egli, che fondò la qua» refima 7 il digiuno aiuta grandemente l’ Granone.
Francesco dìgiunatia molte quare fime. Spiridioneintempo di quadragefima die de
carni ad vn amico. Ambmogio dice che è peccato mortale, il non digiunare la
quarefima. 11 Elia digiunò quaranta giorni . li LaGhiefa ordina, che fi faccia
la quarefima. i ? Znuettiua contro chi non digiuna la qua refima:del ral Padre
à fanti fogli. Molte ragioni jper le quali è vtile la quarefima:del tal padre
in tal luogo. i y Non fi maggia la quarefima, fin che nan è fonato vefpro.
Ninna cofa pui difpiace al demonio del digiuno quadragc-fimale. 17 Santi Padri
che fecero la quarefima’ efiempi di Marco Mando à tanti fogli. O Palio della
Chiefaj Virtutem largitur &: premia. Tutti gli htpetici gridano eontra il
digiuno. 2© Te ni urna "Prèdi oa. ip 5,0 i empo quadragefimale decima di
urna Panno à Dio. Contentiamoci di quelli pochi per fiora, che tanto
balleranno, come fe fodero mille* per dare elfempio di quello, c’habbiamo det
rodi { opra . Pigliamo dunque tutta quella feltra in ma no,econfideratola molto
bene, mólti concetti trottiamo * che non prouano imme-' eliacamente, et altri
die Io fanno; ma con vna ragione formale e ccmmune à tutti. E però giudichiamo
che tutti quefttconcetti pollano ridurli à tre pruoue, cioè che quello tal
digiuno dette farli, Perche è vtile, perche è neeeflaiio alla fallite, perche e
di antica cònfuetudiue. Il che fatto mettiamo fotto tutta la fèlua, o in
vn’altro pezzo di carra,come più ci piace, quelle trepruotte diflintamente, in
quell;* maniera. Vule. NecefTario. Antico. E poi cominciamo à dife orrere dj
concetto in concetto, quale habbia à feritile ali Vtile, quale al NecefTario, e
quale all’Antico, e qual concetto vi fia il quale non pofTa feruire ad alcuna
di quella pruoue. I er esempio, che Moisè digiunafTe queran Miào di Comporre
quaranta giorni, quello non può feruire, le non per modo di figura
all’antichità, prouando che fin dallhora, fu incominciato ad ofseruarfi quello
digiuno quadragefijnalc. Il fecondo, come appare chiaramente ler uè
allanecesfita, poiché mette precetto ; e fe bene potefse anco feruire
all’antichità, nondimeno fi ha da conftituire nel fuo luogo più principale. Il
terzo può feruire ad ogn’vno de icapij perche feChrilto lo fece, dunque è
antico j neceffariojin vn certo modo,& vtile^ma per hora collochiamolo
nell’vtilità . Il quarto non ferue ad alcuno di quelli capi, perche la
diuifionedel digiuno, non ci perfuade che debbiamo fare la quarefima, c però di
quelto nonne pigliaremo penfiero per hora. Il quinto è della medefima maniera,
cioè non ferue à nulla per hora. il fello ferue all’antichità, perche fu
primari Telesforo fondato il digiuno,ecofi di mano in mano, fenza Ilare à nuedere
piti «aufa. Il lettimo ferire all* vtilità. L’ottauo pure al medefimo . Il nono
à niente per hòra. Il deci vna ‘Predica. / 2 e Il decimo alla neceflità.
1/vndecimo all’antichità. Il duodecimo alla neceflità. Il terzodecimo a niente
per hora . Il quarrodecimo all vtilità. Ilquintodecimo moftrandochecofi
fifaceuagià,all’antichità. Il fello decimo all’vtilità. Il decimo fertimo
all’antichità. Il decimo ottauo all’utilità. Il deecimo nono alla neceflìtà
inducendo da contrario lento* Il vigefimo all’vtilità. E coli fi farebbe di
molti piu, fe molti piu ue nefoflcro.Ma in ogni cato di mano in ma no che noi
trottiamo vn cóctto douerfi appli care al tale de’tre capi già apolli,
collochiamo il nit. fito lòtto à quello de’tre capi lopra fcritti,à che egli feritele
facciamo per dir cofi tre Clalfi di numerijcome farebbe nell’cffempio prop
olio, torto a tre capi, metteremo per ogn’vno di loro i numeri de’concetti che
gli torniranno di quella maniera. Ytile, Necelfario, Antico, 3 z 1 7 IO 6 S 12
Ji ?4 19 Modo di Comporrò 7 1 8 2 O Coli habbiamo già diftribuita alle pruoue
tutta la felua e compartiti tutti i concetti itici, eccetto quattro, che lono
il quarto, il quinto, il nono, et il terzodecimo, de’qua» il, checolane
habbiamoàfare,lo vedremo poi Fra tanto torno à ricordare, che quando in vno di
quelli capi, ci pareflero troppo pochi b concetti, appetto à quelli degli
altri, come farebbe feci pareflero pochi quelli deinecelsario,appetto à quelli
dell’vtilejò dell’ano tico, bflognerebbe riuedere alcuni dei libri, e fare vn
poco più feconda quella ClalTe. Balla che fin quà habbiamo determinato il
genere della noftra predica, deliberatala propoiìtione,fatta la lelua, elettone
itre capi della pruoua, eformatetii lotto le tre Ciaifi file . . Ifogna hora .
chetici palliamo alTaltra parte principale della predica, pei che con alla
groflain due parti loie la diuidémo. Cioè in quella che leguita la prcpofidone,
et in ma 7 redica. 21 in quella che la precede ; della quale hora ci conuiene
ragionare, nominandola co’l nome che la dimandammo all’hora, introduttionc: fé
bene ( come vedremo più a bado ) ella molto ragionenolmente fi potrebbe
domandare,proemio. M a per hora noi non ci curiamo leguitare i termini
dell’arte: ci balla ad infegnare vn modo, ( come egli fi lìa) di formare vna
predica. Quella introduttionecome debba accolti modarficome debba difporfi,
quanto debba efier lunga, in quante parti diuiderfi • c limili cole, noi lo
diremo poi, quando parleremo della dilpofitjone delle parti della predica. Ma
per hora, noi non parliamole non del compartimento della materia trattata, a
ciascuna delle parti di essa: efiendovi senza dubbio molta differenza
dall’ordinare quali pietre vadano in quello appartamento; e quali in
quell’altro; onero dal disponere come le pietre ordinate al tale appartamento
debbano elfer accommodare perfabricarlo. La felua (come habbiamo detto) ferue
per le pietre-, eli appartamenti fono le parti della predica -, noi per hora
non facciam’alrro che dillribuire, quali concetti della felua debbano ferirne
alla tale, o alla tal parte; con animo di mollrar poi, come 1 concetti
riferuati D per la £ Modo di Comporre perla tal parte debbano accommodarfì fra
loro àfabricarla. E però fi come nella pruona habbiamo detto, che da tutta !a
felua,o fuori della felua bifogna cercare alcune propofitioni, le quali
immediatamente proti a fiero la propofitione principale del raggionamento, cofi
bora dichiamo, che o dalla felua, odanoifiefli habbiamo da fcegliere vna
propofitione fola, laqualeci introduca, e ci inferifca immediatamente la
propofitione c’hbbiamo piglia ta à prouare,comm farebbe à dire: Ogni digiuno
deue ofieruai fi. Ho detto non à calo, ne fenza raggione quella parola,
immediatamente; perche mol ti peccano grandi finitamente in quello fatto; i
quali per introdurli alla materia, di che vogliono ragionare, pigliano
cofetantofuperiori «ìlei, e tanto lontane, che a dedurle infino al Immetto, che
fi tratta, vi bifognaerà dillìmo tempo, e bene lpefiblbntrod unione viene ad
efiere più lunga, che la predica; ingannati, credo io, da vna propofitione, la
qua le ho fentita due più volte, éc mi hà fatto ridere;cioè,che è bella cofa,
quando il predicatore ragiona vn grandifliino pezzo lenza che nefiuno s’accorra
di che voglia trattare, L> O 7 e dotte egli habbia à battere. Et pure io
credo il con yna'Tredica. 22 si contrario, che alla vnita della predica lìa
molto conueneuole, il vedere che infino 1 primi fili feruano al tefiitto. Ma di
quello ragioneremo poi più di (tintamente, quando tratteremo la di fpofitione
della introduttione iltefia. Per fiora torniamo à dire, che la propofitione,la
quale (ce]gliamo,deiiee(Tere immediata ; perche hauendo à confili mare tutta la
introduttione ( come diremo poi ) in amplificatione di quella propofitione,
dalla quale inferiamo la noftra principale, al fiecuro fe molte ve ne fio
(fiero fiuperiori, tante amplificationi vi andrebbero, cheallongarebbono,e
cófionderebbono ftranaméteil ttno.Per e(fiempio,s’io dico: Ogni digiuno
deueofler iiarfi,ditnquean‘coil quadragefimale:quà io non hò d’amplificare fie
non quella propofitione; Ogni digiuno hà da ofieruarfi. La dotte s’io dicellì:
Ogn’opera buona dette fiarfi, vero è, che anco quella infierirebbe, che il
digiuno dette oflèruarfiima non lo farebbe ina O mediataméte,e però
bilognarcbbe prima tra tare, che l’opera buona deue fiarfi, apprettò, cheogni
digiuno è opera buona, di più, che la Quaresima è vno di quelli digiuni, e
finalméte-jcheeffa dùq-deue farli: di maniera che moltiplicandoli le
amplificarioni, in vece di D z vtia Modo di Comporre vna introdurtione, fi
farebb vn trattato. Qua bifogna auuertire,che fe bene io nelr la proprofitione
inferente ( per dir coli) ho dato l’efempio in vna vniuerfale, che inferifee
vna particolare, cioè Ogni digino delie ofieruarfi, dunque anco
ihquadragefimale-, nondimeno io non intendo, che Tempre la illatione fi faccia
di quella ma niera. Ma potendoli, come fanno turi quelli, che hanno fludiato la
T epica, per diuerfiflu mi luoghi inferire vna ìftefia propolitione, à me
balia, che in qual fi voglia di quei luoghi Topici tu t’elegga la propolitione,
purché fia immediata, la quale t’introduca al tuo /oggetto principale. Come
farebbe à dire dalla diffìnitione: Se l’aftenerfi in quella parte dell’anno da
peccati, e cibi vietati, è cofa buona; dunque è ben ragioneuole, che ofieruiamo
il digiuno quadragefimale. Dal meno al più, Poiché olferuantilfimi furono i
Giudei ne’loro digiuni legali, ben è ragione, che olleruanti damo noi
JEuangelici del nollro digiuno quadragefimale. Dalfimile, come farebbe à dire
leorationi diterminate à certi inftituiti tempi fono vtiliffime, anco il
digiuno diterminato a quelli quarantagioroi, deue olferuarfi da noi. E coli
potrà chi hàgiudicio, decorrende Tona T redica. 2$ per gli luoghi topici,
trouarfacilmente tutte le* propofitioni, che immediatamente podono inferire la
Tua principale. Ne noi per materia di tutta la introduttione,di altro hab biamo
bifogno, che di quella propofitione inferente, e di alcune cole,
chel’amplifichino nella maniera che diremo poi . E però cariati che noi
habbiamo dalle Telila tutti j concetti delle prtioue, e dillribuitili in cladì,
come facemmo di fopra, bifogna che torniamo à pigliare la felua in mano, e che
confiderando quei concetti, i quali fono rellari vuoti fenza adoperarhelle
pruoue,ve diamo, fe fra quelli ci fulTe alcuna propolirione, la quale per
qualch’vno de i luoghi topici inferilfeimmediatamente lanollra principale. E
trottandola, le ve ne folfero alcun’altre,cbe l’amplificalTero; fi come quando
non vene trouaflìmo alcuna principale inferente, bilognerà vedere Tele altre ci
Tucgliaflero l’ingegno à trouarne vna principale, alla quale alcuna di loro
potelfe feruire per amplificare. Et quando ninna di quelle cole ci riefea ;
lafcèremo Ilare quei concetti della Telila, per feruircene ad alcun’altra cofa,
e con l’aiuto dell’ingegno nollro, e dei libri anderemo à cercare e la
propofitione in ferente, e lefueamplificationi, e ne faremo D 3 vna appartata
feìuetta . Per e/empio, nella feltta che facemmo* tutti i concetti
s’impiegarono in pinone, eccetto i! quarto, il quinto, il nono, et il
terzodecimo. Hora di queliti quattro vado à vedere, fé alcuno ve n’è, che mi
polla inferire immediatamente, Il digiuno quadrage/imale deue offeritali . E pn
ma, il quarto non è buono, perche il dire: Si trotta digiuno naturale, morale
&rc. dunque il quadrage/ìmale deue offe ruar fi. Quello li vede che non è
àpropolito . Parimente il quinto, cioè, Otto Ilari di pedone non fono tenute al
digiuno, dunque il digiuno quadragelimale deue offeruarli: ne anco quello ci
va. Il nono ancora non mi pare omltoi propolito, poi che il dire: Spiridione
diede carni ad vn amico fuo, dunque il digiuno quadragelimale deue offeruarli.
Quello pare che concluda il contrario. E finalmente, Finuertiua c’habbiamo
notato lotto il numero terzodccimp, contro chi non J igiuna, non farebbe però
la più bella villa del mondo, in principio d’vna predica. Siche in quei
concetti, che rellanano nella /citta, vediamo che non vi è propolitionc alcuna
vna Tredica. àlcuna inferente, ma ve n'c ben vna, la quale potrà amplificare
vna inferente, perche s’ioinferirò con la vniuerfale dicendo, Tutti i digiuni
fono buoni, dunque anco il quadragli male dette o dentarli, all’horail concetto
che era fotto il numero del quarto, delle diuilìoni del digiuno, non folo
feruirà; ma farà quali neceflario all’amplifìcatione d i lei. E però quanto
fperta allafelua, la quale era in tutto di venti concetti, fi come ne Riabbiamo
già canati ledici per le pruoue, egli habbiamo diftribuiti in tre dadi, fotto i
tre capi di pruoue; cofthora metteremo dacanto dirtela la propolìtione
inferente della induttione, efottovi metteremo il numero di quel concetto che
habbiamo eletto in feruitio Ilio, in quello modo. Introducilo, Ogni digiuno è
degno d' efftr offertilo. Abbiamo melTo il numero folo di quattro, perche in
quella poca feluet ta altro concetto non habbiamo trouato, che D 4 polla Modo
di Comporre polla fcmire alla imroduttione,fenonquello del 4 ina nelle felue
ordinarie,egrandi, alficuronetroueremofempre molti più:e quando non gli
trouattìmo gli anderemmo à fare, di maniera che già haneremmo cauati dalla
felua compartiti in diftinfte dadi tutti i concetti che polTono ferui re a i
tre capi dittimi della pruoua, et alla introduttione, &: in fomma alle due
principali parti della predica. Ma oltre quefte due parti,
reftanoanchoraalcun’altra particella, per le quali bifogna tornare à vedere fe
trouattìmo alcune cofe che potettero lor feruire ; equefte perhora diciamo che
fono quattro, cioè il fine della prima parte,il principio della fecondaci fine
di tutta la predica, e quel principio di ragionamento, che communemente fi
chiama il prologhino. Delle quali cofe fe bene parleremo vn po copiti
didimamente nella difpofitione delle parti, hora nondimeno nella diftiributione
della felua, è forza dirne alcuna cofa per vedere, fe de’concetti chereftano,
alcuno ne fa per loro. Il fine dunque della prima parte per l’ordinario, ò
epiloga quei due capi di pruoue, che fon già fpeditno ettagera la propofitioné
principale. vrtaT redica. 25 principale, o inueifce nella contraria, o deciti
cegentilmentelamateria, che tratta allaelòmollila che fi dimanda. E però ne’tre
concetti che reltano, ficurt eofa è, che nelTuno ve n’c, il quale polfa feruire
ad alcuno di quelli offìcij, ma bifogna altronde procacciarfene, e fare vna
piccioli [! felua di vno o due concettini pet quello effetto. Il principio
della feconda, dette lémpre hauere per mira di rillorare l’animo affaticato di
chi fente; il che lì fa in due modi, onero ritornando à mente quello che
innanzi s’è detto, inoltrando fin’à che termine lìamo del ragionamento ; ouero
introducendo!! alle pruouech’auanzanocon alcuna cola dilettenoie, pur che non
lìa fcurrile, come hiltoria, « prologo, delcrittioni, e limili cofe. Alle quali
vediamo parimente che niuno di quei treconcetti,c polli bile che ferua, e pc*
ro bifogna procacciarli concetti altronde, e farne propria felua. Il fine di
tutta la predica, fpeflo lì confo» ma in Epilogo di tutto quello che fe è
detto; Tal’hora in oratione al Signore ; et anco qualche volta in vehementi elTortationi
à chi fa quello che perfuadiamorouero in yehemé ti inuettiue, contro chi non
l’^lferua. Nel Modo di Comporre Nel qual vltirao.modo le noi vorremo tei?
minare, la predica nofha del digiuno, tutti tre i concetti, che rertauano,
cioè, il quinto, il nono,& ilteizodecimo feruiranno marauigliofamcnte;
perche co’l quinto mortratcmo,che ben fi può concedere ad alcune determinale
perfone, il non digiunare, e coi nono, diremo che,ancoin calo di neceffirà, à
tutti è permeilo il non farlo: ma co’l terzo decimo, contra i nonefenti,
faremo, innetriuatale, quale l’Autore legnato in quel luogo ci mfegnerà à fare
. Remerà il prologhino lolo, il quale come diremo più giù, eliendo più torto
vna ricercata del madrigale total mete d merla da lui, che principio di lui ftelTb;
pocobifogno balleremo, che lafelua ci fomminiftri concetti perhù, elfendo egli
tanto libero, che datutte le cole del mòdo polTìiamo cattare cole, che gli
feruano. Contutto ciò,quadodop'po tutte le altre cole auanzallero ancora molti
concetti vacui nella felua, potremo vedere fe alcuno vene forte, che face fife
per lui, et anco quello di ftribuirlo. Di modo che prima che ci mettiamo à
fatela predica no {tra, già h abbi amo otto capi di lqu.adra, con le lueclartì
inordine,cioètre capi di priioue,Iaintroduttjone, il fine della prima yna Tre
dica. pi ima parte* il principio della feconda,ilfine di tutta la predica,
&: il prologhino. E fottoàogn’vnodiquefi butteremo la cialde dì quei numeri
del]afelua,che ad ogn’vno di loro propri amente feritone, et in quello fc
iranno confumati rutti i luoghi dellafelua, non occorrerà far altro . Ma le ne
ref afero ancora alcuni, che à ninna di quelle otto cofc hauelfero potuto feru
ire, à quelli tali fi da. rà di penna, per non haucr fatica di leggerli opni
volta fenza vtilirà, quando andaremoà pigliare li concetti che ci feruono. Coli
habbiamo fatte due cofe,cioè frollata tutta la materia per tutta la predica
nella lelua che facemmo, e poi compartite diuerfe parti di effa materia, à
varie parti della predica, fono diflinri luoghi, e con diftiminumeri; il che fc
appartenga ad inuentioneo pure à difpolìtione, di quello non voglio disputare;
à me balla, che di duecofe,c’hò fatte fin bora, vna è fata il tremare la
materia, è ! l’altra il compartirla alle tali parti. Hora refa che attendiamo à
quella, che ogn’vno concedc,che fa pura difpoftione.cicc à met lere 1 n
oremanza ogn’vra delle elafi de con cetn entra ad ogn’vna delle parti,
allaquals rhabbiamo applicata &c. Abbiamo nominato Tette parti di predica (
s’habbiamo bene auuertito ) cioè, introduttione, propofitione, pruoue, fine di
prima parte, principio di feconda, fine di tutta la predica, eprologhino; anzi
vna n’habbiamo tralafciata, ò almeno no l’h abbiamo tocca fpiegatamente, cioè
la diuifione della predica,? pur anch’efiaè neceflaria.,' di maniera, che pare,
che noi infin qua facciamo etto parti dell’orazione noftra. Con tutto ciò
diciamo, che fi come i Rhrc torici non pongono più che fei parti, cofi ancora
noi ci contentiamo del medefimo numero. Percioche la noftra introduttione, è
quella che efii chiamano prologo: la propofitione noftra rifponde alla loro
narratione: la noftra diuifione fi conforma conia loro z nelle no (tre pruoue
comprendiamo la con fi r mattone, Se confutatione, che mettono effi; finalmente
noftro fine di predica, è quel medefimo che eglino chiamano Epilogo. Che fé
hora auanzano tre parti di quelle che habbiamo dettc,cioè il fine della prima,
il principio della feconda parte, Se il prologhtno: quanto al prologhin®
diciamo, che •pnaTredìca. xj quello non è parte di predica, f i come la
ricercata non è parte del madrigale, ma è loia mente vn preludio, come concede
anco il LIZIO, fatto per preparare gli animi, e per di fporli al principio, che
fegmta fubito, della predica tutta. E quanto allealtre due,fi vede
chiaraméte,che nó fono per necelfità,rna per accidente; poiché le facellìmo la
predica di vna parte fola, niuna di loro vi bifognarehbe, la douehauendo hora
l’vfo introdotto che fe ne facciano due: per forza ne feguono, 11 fine di
vna,& il principio dell’altra. Ma della proportione, chehabbia quello mio
trattatelo, con quello che dicono i Rhcforici, mi lono non so in che modo
lafciato trafportare à dirne più che non voltuo . Sia^ no, qaante parti
vogliano gli altri, dell’oratione,cheio per me hora ho in animo d’infegnare
come fe ne habbiano à difponcre otto: cioè introduttione, propolitione,
diiiifione, pruoue,fine di prima parte, principio di fecondarne di tutta la
predica, e prologhino. Nella quale difpolìtione dico, che in due maniere
polfiamoragionare,oueroqnalordi ne habbiano d’hauereleparti fra loro ftelTe,
ouero con qual ordine debbano difporfi i fuoi proprij concetti in qual fi
voglia delle dette parti. Quanto Modo dì Compone Quanto alle pani, diuerfa
cofaè il dire co qual ordine recitarli la predica; onero con qual ordinedebba
comporli . Ma tutta qucftadiuerfità confitte in vna parte fola, che è
ilprologhino;percioche il prologhino hà da ettere il primo, e poi le altre
fette per ordine: ma nei comporla bilognafare prima tutte le altre, e poi da tutte
le altre parti cattare il modo di fare il prologhino, come più chiaramente
vedremo più baflo.Per hora io di vna, darò alcune regole, et alcuni modi di
comporla, cominciando con quello iftelTo ordine, co’lqualegià due volte le ho
numerate di lopra, che è il vero ordine della difpofitionefra le parti, nel
comporle: cioè in troduttione, propofitione, ditti fione, pruoue, fine di
primaparte.principio di feconda, epi ìogo, e prologhino. £ queft’oldine, ch’io
darò hora à ciafcuna delle otto parti, farà quella feconda difpo fiticne,che io
accennano di fopra, non delle parti flafe; made’concetti fuoi, in ognuna di
loro, &c. E Prima quanto allintrodurtione, febene rùpondendo quefta à
quella parte,che i Rhetori ma'? re dica. ' 28 Rhetóri chiamano prologo, fi può
anch’effa formare in varijsfime maniere, e con diuerfi f fimi precctrijcomecfiì
infegnano.Nondimeno, à me baderà dare vn modo affai facile à principianti, col
quale pollano introdurli nellelor prediche:aiuiertendcli fedamente, che io non
intendo di reftringerli, à quello modololo d’ìntrodurfi, c che quello non è
affegnato loro, fe non per vno de’molti che pollano trottarli. Vorrei dunque,
che nel primo periodo, cioè innanzi al primo punto principale di tutta la
preaica,noi formali! ino fempre vn’argometo, od vna illatione di quelle
propolìtioni» che di fopra habbiamo nominate, la propofitione inferente, è la
pispolinone principale. Come farebbe à dire, bela propofitionc della predica,
ha da edere, Cheil digiuno quadragelimale delie olleruarfiiè la infetente, Che
tutti 1 digiuni commandati dennoofferuarfi: vorrei che fubito neirifteffo
principio della introduttione noi formali' mo quello argomento ; Tutti i
digiuni commandati denno ofleruarfi-, dunque il digiuno quadragelimale dette
offerirai fi. E qui bifogna auuertire, che alle volte, e per lo piiì,apprelloa
i Rhetori, e nelle prediche, gli argomenti li fanno per modo d i Enti me mi>
Modo dì Comporre timcmì, cioè di due propofitioni fole: ma qualche volta
anchora tutte tre le propofitiorni vi fi mettono, come farebbe à dire. Tutti i
digiuni commandati denno ofseruarfi, ma il digiuno quadragefimale è commandato,
dunque deue ofseruarfi. Et qui ancora torno à d ire l’iftefso, che fe bene noi
vogliamo farlo di tre propofitioni, ad ogni modo dobbiamo rinchiuderlo tutto
fotto al primo pun to principale della introduttione. Ne però intendo io che fi
cominci lapiedica, con vn’argomentoefprefsoin Babara,o \ Barocco, ouero con
Entimema tanto chiaro, ! che ogn’vno conofca, che egli fia E ntimema; anzi in
quello bifogna adoperare arte di fare maniera, che da niuno,le non da molì to
pratichi, fi conofca, che in quel primo periodo vi fia virtualmente,
ol’argòmento, o ì’ Entimema, e ricordarli in fomma quello che dicca Zenone:
cioè, che LA DIALETTICA E LA RETTORICA si figurano pella ìftelsamano, hora ri
Uretra, et hora ftefarcioè che quello iftefso cheriftrettamente fi mette
inargomenli Dialettici; nella Rhetorica bifogna fpiegarlo in modo, che non
habbia pur faccia d’atgomento. Come farebbe à dire, le neH’argomento Dialettico,
io dico, Ogni digiuno commandato "pria Predica. dato delie o/Teruarfi: la
quaresima è digiuno Commandato:dunque la queref ma delie o (/ciliari!,
Rhetoricamente nondimeno confonderò le propofitioni, e le tratterò in qualche
manieratile non paia argomento, come farebbe: Poiché ninno è tanto fcioccho, il
quale non cono/ca e/Tere il digiuno quadragef male, vno di quegli, che da
/antaChie/a ci fono ftrettamente commandati, ben è ragione^ tutti gli altri
commandati da lei con ogni fhrdioinuiolabilmenie f /emano, che anco in quello
moftnamo noi pieni di farita I humilià vna prontezza /aera, et vna Chi iftia fi
na obedienza, onero in qtialch’altra maniera I piùconfu/amente, ma più
ornatamente. E | caffè nell’entimema dialettico io dirci. Il j, gidfto
eommandato de o/Teruarfi, dunque il |, qi/adrage/imaledeue o/Ieruarfi:
Rhtcorica\ ménte, io porrò dire: Egli è vero che tutti i digiuni commandati
dennoo/Iéruàrlì, ma ad ogni modo, /e noi andiamo pen/ando le, qual ita-di del
quadragefimale egli fi cura méte oltre à tutti gli altri dtue e/Iei oferuato da
noi. * E co/ì vediamo, che o Entimema o argomento che egli fi fa quello, co’l
quale nella introduttione vogliamo inferire la noftra ptopoftione principale,
Tempre polli amo fa E cil niente. Modo di Comporre cilmente,e dobbiamo,
rinchiuderlo nel primo punto della introduttionc, e formare, o con due,o con
tre,o quattro membri vn perio do congiunto e molto migliore, che non fono flati
quei due di fopra,i quali io in pruoua ho lafciati im perfetti, e d i
{ordinati, p infegnarli poi à fare perfetti,. et ornati, quando trattalo della
elocutione,alla quale appartenere la limatura di quelle cofe,ch horanoi
rozzame» te diciamo. Bada che il primo punto principale dunque di tuttala
predica, dette contenere confa fe Se allargare, o tre propofìtioni,ò due alme
no, le quali con argomento,© con Entimema inferivano la propofitione
principale, che noi ci fiamo eletti. Il chefatto, per vna certa ragione, che io
dirò poi, quando ragionerò della elocutione, farà bene à fare elclamatione, ò
quache conti-apoda, o qualche cola in /omnia, ^che Iafcj refpitare vn pocogli
animi degli alcoltanti j equedo in vna,o due linee al più . Come farebbe à
dire, finito quel periodo, che conclude, dunque la qua re firn a deue farli:
loggiungere f abito in vniuerfale, per modo di elclainatione: Santidìmi et
vtilidìmi digiuni, one ro qual ch’ai tra co fa finrie . E poi bifogna venire
all’ amplificatione dell’ar vna Tredica. JeH’argomento; con quella diflintione,
che fe la propofitione principale nel primo peric do è (tata ioferita da due
propofitioni, bifogna amplificareuute due quelle, con quello ideilo ordine, col
quale lehabbiamo dette nel perriodo.E fe vna propofitione fola è Ita ta
l’inferente neirEnnmcma,quelIà fola dop pò l’efclamatione bifogna che noi
cominciamo fubito ad amplili care, &c in quella occupare tutto quello
fpatio, che haueremmo occupato in amplificare le due fe vi fofiero fiate.
Voglio dire, ( per non lafciar minuti a alcuna, ch’io non difeorra, ) che come
diceuamo di fopra,fe la predica farà di otto pagine; la introduttione faremo
che ne occupi vna intera; ma con quell’ordine, che doppo il pii mo periodo, e
quella prima potata, rampinicatione del periodo duri a punto vna faccia, e e
mezza di detta prima pagina, lafciando l’al tra mezza per quello officio ch’io
dirò poi . E fra tatos’haueremo d’amplificare duepropofitione, laprima durerà
dalla potata per tutta la prima faccia, e la feconda per mezzo la fecondala
doue fenon haueremo da prouarne fe non vna loia ; quella dal fine delia potata
occuparà tutto Jo (patio fino alla metà della feconda faccia. Auuertendo però,
che E 2 ne io Modo dì Comporre ne io reftringo tutte le prediche à otto
pagine,tutte le introdtittioni à vna,ne tutte le arnplificationi doppo il
periodo, eia pofata in vna faccia e mezza: ma alTegno quelle cofe quali per
mifura,alla proportione, delle qua le potrai poi fare le prediche di quante
carte vuoi. Se dunque haurò detto, ma oratoriamente, nel primo periodo: Tutti i
digiuni commandati fono da olferuarfiùlquadragefimale è commandato dunque,
&c. foggiunto che haurò la pofata, Santilfimi digiuni, &c. comminciarò
fubho ad amplificare quella prima propofitione dicendo,E certo chi non sa,
chele cofe commandate denno ofTeruarfi? poiché, chi è, che le commanda fc non
Dio ? à chi commanda fie non à noi ? perche commanda fe non per noftro bene ? e
limili altre cofe con le quali giunto ch’io fatò al fine della prima faccia,
concludendo tutto il palfato, come farebbe a dire, ìn lomma certilfimo cofa è,
che le cofe commandate debbono ofi'eruarfi,foggiungerò fubbito l’smpli
ficatione della feconda propofitione,come la sebbe adire: Ma qual cola fu mai
più commandata della quarefima? di quella quarefima, la quale&c. di quella,
laquale&c. E coli decorrendo arriuarò al mezzo della feconda yna 'Predica:
$ t jronda faccia. Se hanerò fatta l’amplificatione di due propofìtioni . La
doue fe con vna fola nel periodo fi fuffe fatta la illatione,come farebbe à
djre,ogni digiuno deue oileruarfì, dunque ancora il quadragefimale:qui doppo il
periodo, e dop po la pofata non occorrerebbe altro, che amplificare quella
propofitionefola, per tutta la faccia e mezza della pagina:come farebbe di
cendOjS’antiffimi digiuni, &c. Molti digiuni, afcolratori,fi
trouano,naturale, morale, &c. c coli fin all’vltimo. Avvertendo, che nella
predica nella quale diamo refTempio, farebbe ncceflario àfar il periodo di due
propofìtioni fole. Perche fe noi Io faceffimo di tre, vna delle tre da ampli
ficarfì farebbe quella,ma la quadragefima,è commandata: nel l’ampli fi catione
della quale bifognando impiegare tutti i concetti, che fappìamo del
commandamento di lei, verremo di quella maniera à pnuarci di tutta la fe •
conda elafe della pruoua, nellaqnalehaueiiamo pollo i concetti pertinenti
allaneceffìtà di lei. La doue facendo due propofìtioni fole, non habbiamo
d’amplificare fe no» quella prima, Che tutti i digiuni dennoofl'er
uarfi,al!’ampIificatione della quale, non acca de che adoperiamo alcuni di quei
concétri, E l che Modo dì Comporre che habbiamo diflribuiti nelle darti
dell’ano ticliità,vtilità,enecdfità dcllaquarefima, ma tra tinta la Teina, ci
Temiamo di quel folo ch’apparecchiammo Torto l’introduttione, cioè della
diuerlità de i digiuni Tegnataco‘1 numero del 4. E coli fin qua, douendo durare
lhntrodut rione vna pagina intera, già n’habbiamo occupato vna faccia e mezza,
nel primo periodo, nella poTatae nella amplificatone dell’vna»ò deile due
propofitioni. Allaquale bifognando ho r a foggi ungere labito la principale
propofitione, che noi trattiamo, non pare come nel riferire quella fola noi
portiamo occupare tutto lo fpatiodi una mezza faccia; mà diciamo che non è pelò
honelto,che noi coli Tempi icemente,e Ieri za ornamento alcuno doppò
Tamplificatiode! la inferente, portiamo in mezzo nuda nuda la propofitione
inferita) e però quello Ipa tio di carta, foccuperemo in alcuna còfetta
vaga,come farebbe in vna comparatone naturale, onero in vna hi fioria
Ecclefiatlica, onero in qualche elTcmpio della Peritura fan ta,con la quale,
pian piano noi arriuiamoà proferire poi fchietta epura la propofitione
principale. Come farebbe à dirc^finitaramplìficatio-» ne • vna'P redica. 32 fìe
Ì a potremo cócludere coli: Tato è egli ve ro,che tutti i digiuni debono
ofleruarlge poi per venire à dire, che la quarefima dette oller uarfi potremo
dir coli: Mà no è egli anco vero, che tutte le flelle,só delle, e pure fra
tutte loro più vaiamente nfplcnde il Sole? Non è egli vero, che tutti i colori
sono colori, e pare più puro di tintigli altri c il bianco: e coli tilt ti 1
digiuni sono digiuni, ma digiuno sopra tutti i digiuni à me pare quello, di che
io vi parlo oggi: cperò di lui in particolare torno à replicami, che con
grandissìmo studio dette osservarsi la qnarefìma latita. E quello, che abbiamo
detto del sole, c de5 colorile altri lo tratterà, ò per modod’hi storia, ò di
essempio, ò come si voglia, à me non importata nulla, purche occupando in
quelli ornamenti buona parte di quella mezzafaccfà, che ci redatta porti
ailVltimo come abbiamo detto, pura, schietta, e nuda la proposizione principale
in campo, che farà il fine della introduzione. Anzi farà il fine della
introduttione, e del la narrarione; perche prendendo noi per introduttione quel
primo periodo, eie amplifìcationi, e quella vaghezza di dite* diciamo poi, che
la narratione della predica non è altro, fenonquella clatifula fola, nellaquale
E 4 doppo Modo di Comporre doppogrornamenti portiamo in campo, puro e netto
tutto quel argomctOjfopra del quale h abbiamo a ragionare. Di quella
titanieragià Gabbiamo rifpofto à due parti, di quelle de’ Rhetbori, cioè, con
rintroduttione al proemio, e con la propolìtione fchietta,alla narratione loro.
Doppo il che,feguitando apprefso di loro la diuilionc, ancora apprefso di noi
diciamo, che leguita il medelìmo,e però propolla che haueremo la
nollrapropolìtione pura, bilogna che diuidiamo tuttala predica. Ma que Ho ci
farà tanto facile, che niente più, perche quella diuilìone non farà altro, le
non vn nar rarei capi di quelle dadi > che noi apparecchiammo per le pruoue
; come farebbe nel» l’ efsempio propolto, doppo hauer detto, Dunque la
qnarelìma fra tintigli altri digiuni dette ofseruarlì ; foggiungere, Ofseru a
rii per infinite caufe: ma principalmente per tre, come lenti rete hor bora,
cioè per l’antichità, perla neceffitaà, &fper l’vtilità Ina. E coli rinferrandolì
tutto quello nella fola prima pagina delle otto, già balleremo tre parti
rifpondenti alle tre dell’oratore, cioè la introduttione, la propolitionc, eia
diluitone, &.c. vnaT redica. H Orala quarta noltra parte che domati diamo
pruoua, contiene quelle due chelegiutano delPoratore^cioè.Ia confirmari'one,
èlaconfutarione: congiungendo noi bene fpelso,comepurfanno anchora ellì, &c
il cófirmare delle ragioni noltre, et il confu tare degli argomenti contrari.
Nella qual parte, come dicemmo di fopra,lVlo hi ottenuto, chele pruouenon tutte
fucceslìuamentefimettono,main due par ti della predica lì diuidono Però quanto
alla di fpolitionc di dette pruouc, tre colè ci fognerà fare; cioè, penfar
primaquali delle claslì ; e quante vogliamo porre in ciafcunà delle parti della
predica; apprefso di quelle che in una parte sola vogliamo mettere, deliberarne
bordine, che hanno d’hauerefrà loro; e finalmente, in ciafcuna di dette pruoue
penfare con qual ordine debbano (tenderli quei concerti, che nella clafsefua lì
trouano apparecchiati . Quanto alla prima cola, io dilsi,cbenon delìderarei
tneno di due pruoue,ne più di quattro, et che letre mi pareano vn
conuenientislìmo numero. Con tutto ciò, torno à dire hora,cheio non altringo
alcuno à quefta Modo di Compone à fjtiefta paucità, anzi ove la predica è dida^
lcalica non hò per inconveniente che i passi del vangelo quali ferirono per
pruove, sia no in maggior numero. Ma nelle materie semplicij nelle laudi
de’lanti, e contra gl’eretici, hallerei ben cat'Ojchc non più diquattro rollerò
i capi delle pruove, e (e fufTe possibile, che fallerò tre soli. Nel qual caso,
quanto al numero, dico, che due se ne potranno mettere nella prima parte, ed un
bolo nella secondale fefaranno quattro, due luoghi nella prima, due nella seconda,
e cosi di mano in mano. Perche in somma, le vogliano misurare le predichecome si
dice à braccio, volendo fare la predica, come abbiamo detto per esempio di otto
paggine, ed occupandosi la prima dall’introduzione, narrazione, e divisìone,
vorrei che delle altre sette, che restano, quattro ne fallerò della prima
parte, e tre della seconda. Perche fe bene pare difuguaglianza facendo la prima
parte di cinque, e la feconda di tre, bisogna nondimeno considerare che nella seconda,
gl’animi sono più bracchi, oltre chef hanno sempre da nontiare nel principio di
lei, o indulgente, od demoline, od altro, che portano qualche tempo, e
finalmente neHVltjmo, folendonoi riprende re, de vnaTr edita. 24 ie,6c
ciTaggcrare, e imponìbile, che non df~ ciamo sempre molto più che non abbiamo
fci irto.Si che quanto alla quantità, vorrei che più capi d i pruove lì
mettétfero nella prima parte che nella seconda; con quella proporzione che ho
detto. Qnanro alla qualità poi, non si può chre una regola certar perche la diversità
dei ’e materie, porte anco noi in diverfe necessìtà. Ttirtavia possiamo dare alcuni
auuernmenr;, come sarebbe, che la pruova più difficile, e più speculativa, si
metta subitola prima, doppò 1’introduzionej che lapin morale si rjservi sempre
pell’ultimo di tutta la predicale e alcuna ve n hà chefia piaceuole, e di
dilcrto, si metta nel principio della seconda parte, quando gl’animi hanno bisogno
di rifioro: f vtilitàJ & antichità» joquantoalla prima cofa, che ho
propofta, ne metterei due nella prima, 6c vna nella fecondale quanto ni la
qualità, perche rvtilirà, è piti morale, la inizierei per la feconda parse, e
di quelle altre due, perche la uccelliti hà maggior forza la metterei
nell'vltimo della prima parte, adoperando l’antichità nel prin
cipiodoppol’introduttione, perdile caule; cioè perche vi faranno cole pili
recondite, e più difficili da dire ; e perche douendo noi dentare nell’ordine
del ragionare l’ordine delle cole* prima dobbiamo trattare quelle cole, che
anticamente lo fìgurauano, e poi quelle cole che fiicceffìuamente hanno
inftituito il digiuno. E qnefto quanto alla difpolìtionede’capi delle pruoue.
Ciafcuno de’quali contenendo nella Tua ClafTe molti concetti, hora richiede
Tordine, che noi trattiamo in qual maniera, lotto àogn’vno di quelli capì,
debbano difporfì detti concetti delle dalli . Il che diciamo, che fi farà molto
bene, hauendoà mente quella regola per infallibile, chcogn’vna delle pruoue. vna
Tredici. jf Ile, delie eilere vna predichctra intera, &c hauere le medefime
parti che ha la predica dal la diuifionein poi, cioè Vn poco
d’introduttioncella in vnaTol claulula o dolicela narratione dello Hello capo
della pruoua,e doppò lui, ratte quelle cofc,che lo amplificano: e finalmente vn
picciolo epiloghetto, al quale polla poi applicarcarfi l’introduttioncella
dell’altra pruoua che feguita, la quale noi do mandiamo volta. Bifogna dunque,
fatta che noi habbiamo la diuifione della predica, pigliare in mano la clafiTe
di quella pruoua, che noi vogliamo trattare per la prima, elopra di lei
fidamente discorrendo confiderare, fe alcuno di quei concetti, potelTe feruirci
per introduttionedla j ma quello molto di rado auucrrà che Segua. E però
lafciatala narratione, che fi fa co’i proporre il capo della pruoua, ballerà à
rifoiucrfi,con qual’ordine vogliamo feruirci di quei concetti
dellaclalfe,neiramplificatio ne-, fin che arriuiamo al fine,&
all’epiloghetto di lei. Per edempiorgià habbiamofatta la introduttione, già
habbiamo propollo per narratione, che il digiuno quadragefimale de oder uarfi:
già habbiamo diuifo, che quedo dette fard per l’antichità, per la necedìtà,e
per l’vtà ikà, hora facciamo vii poco dt apparato di tre,o quattro parole, come
farebbe à dire ; E per cominciaredall’antichità^che bene è ra gione,the
all’antichità fi donino i principi},) quello farà prologhino. A quella piuoiia
bisogna hora metterci la fua narratione, come farebbe: Chi non sa che ami chi
Hi me fu fempre il rito di digiunare quaranta giornee coli
habbiamintroduttione,enarratione; diuifìc ne qua non bifogna. E però corro à
ved ere 1 concetti che poflono amplificare il mio cape di pruoua,e trono chene
ho cinque, cioè. t 6 11 15 17 Di quelli, guardo, quali io debba mettere per
primo. E poiché l’ordine de’tempi in que fio cafo mi ferue, comincio dall’vno,
e dilcor docile Moisè digiunò quaranta giorni: appreso metto l’vndecimo che
dice, il medefìmod’Eliaiepoi pafiando dalle figure al figu rato, inoftro,
l’antichità per lo fello, cioè perche Eelesforo pure antichifiìmo, lo pie
(tipponea già anticho. Vengo poi al quintodecinio, e moftro che quello digiuno
quadragefimale, che facciamo noi, è lo lidio antico, perla yti a Predica. |ser
la conformità de’riti,che vediamo fra loro. Poi vengo al 1 7. deH’elfempio di
antichi. E coli accommodan.do,tnrti quelli concetti della pruoua, conqtielle
figure, e con quei lumi dell’oratyone, che s’infegnaro re!relocutione,mi trotto
hauer fatta tutta la prima pruoua,dall’epiìoghetto in poi: &: hauer occupato
quelle pagine à punto, che io Panetto dilegnato per lo prima pruoua, L’ £
pilogetto poi, bifogna auuertire,che nonhà daellere di tutti quei concetti, che
lì lo no adoperati nell’amplifìcatìone,ma deelTcrc folamentc vna ricordanza del
capo di pruoua, che fi è finito di trattare . E quello à fine di poterli
attaccare l’introduttioncella dell’altro capo, che ha da trattarli ; in modo
tale, che quelli Epiloghiti con le introduttioni feguenti, vengono qua ad e
fiere ganghe ri, Topica quali fi volta l’oratione. E peròcome piti belle fono
quelle parti, otte con artifici) Ione coperti i gangheri, di modo che non fi
veggano,cofi nel^Dtationr bifogna hauere grandisfima aunertenza^di tare quelli
Epilo ghetti, e quelle introduttioncellejhora in vna maniera, et bora in vn’ahra,di
modo, che fi faccia palfare l’animo deH’afcoltante,da vna pruoua all’altra, per
ponto coli coperto, che egli non fiaiuieggapure d’hauerlo palTato. A que Modo
di Compone A quello feruitio dunque degli Epilogget £i, faranno buonisfitni
gliepifònemi,le efcla*mationi,le reprenfioni,Je indignationi,& altre
figure, che più chiaramente fi inoltreranno neirelocutione,come farebbe
neirellempiopropolto, finita che fia Taniplificationc di tutto il primo capo,
perepilogo, e per memoria di lui, dir coli, Tanto egli è vero, che antichisfimo
è il rito della Quarefima: Olierò, Oquadragefima dunquequanto è egli vero che
amichisfima fei: ouero, B l’herctico poi ardirà di negarmi l’antichità della
quadragefima? ouero. Andate hora voi, c trottate rito più anticho della
quarefima . ouero (c quello e bello perche ricorda inficine col capo della
pruoua,anco!a narratione principa le di tuttala predica, ) Tanto è egli
vero,che quando non ui fuflcaltrOjad ogni modo per l’antichità
dourebbeofTeruarfi la quarefima, al quale Epiloghetto, vedete adello, quanto
facilmente potrete applicatela introduttioncella, e la narratione dell’altra
prtioua, perche potrete foggiungere; Ma non vi è quella cola fola afcoltatorire
quello farà il prologo. Vi è di più, la necesfità,e quella farà la narra
tione,laquale fatta, tornerete à pigliare la dal le di quello fecondo capo di
prue ita, procedendo lemprc neH’ifteHa maniera, che hatv biamo vna 'Predica .
biamo infognato di (opra. Si che, fé la predica fulTe d’vna parte fola,
hancndcnoi detto tutto quello, che appartie ne alla introduttione, narrarione,
dimfione. Se pruoua; altro non ci re(larebbe,che ragionaredell’epilogo di tutta
la predica. Ma per l’vfanzac’habbiamo di far due parti, diremo alcuna cofa del
fine della prima, e del principio della feconda parte, SOgliono alcuni per fine
della prima parte fare vn’Epilogo minutili! mo di tutto quello, che fi è detto
non folo nelle pruoue, ma anchora neH'imrodumone, et in (umilia, in tutto
quello, che fi è trattato. Ma veramente à me non finilcedi (oJisfarequefta
maniera: perche (e non vogliamo poi farnuouo Epilogo, neH’vltimo non veniamo ad
hauer raccolto (e non Ja metà di tutta la predica ; e volendone fare in fine
come più fi conuiene, veniamo noiofamente à ripetere due volte vna gran parte
de gli ideili Epiloghi. Si che,à me piacerebbe più, che noifaceffimo vna delle
due cole; cioè, oche noi dell’vltima pruoua di quella parte la(cià do per fine
alcuna cola più vebemente, ve F ni (limo Modo dì Comporre niflì mo con quella
ertaggeratione, che alcuni ( non sò perche ) domandano femore -, à finire
infieme inficine, e la pruoua, c la parte: ouero che vfandofi quali in tutti i
mezzi del¬ le prediche di domandare elemofina, pro¬ curavano di accommodare
coli gentilmente il fi ne di quella vhima pruoua di quella parte, che egli
mcdefimo vernile ad intro¬ durci in quella dimanda di elemofìna, che vogliamo
fare. Ma qui bifogna hauere grandiflima auuertenza, che quelli accommodamenti
alla elemofìna, non fiano o fliracchiati,o {corrili, perche i primi rafreddano,
&: i fecondi fdegnano gli animi degli afcoltatori: come fa¬ rebbe à dire,fe
nel fine di quella pruoua neilacuale noi moflriamo necefiìtà del digiuno
quadragefimale, volcsfìmo dire: Neceffarijsfimo dunque è il digiuno, ma
necefl'arijffima è anco relemofina. Quello, fenza dubbio farebbe vn trapafTo
fliracchiato, efenza prcportione. Eie dal l’tro canto noi dicesfimo, il digiuno
dunque è dinecesfità,ma in neccsfità muoiono quel¬ li, che non fono aiutati, E
però fate elemofina, quello modo hauerebberedel comico, e dello fcurrile, e
però non iftarebbe bene; più torto potrebbe comportarli, fe noi dicef ma
"Predica. a 8 fimo, Ncceflarijfsimo è dunque il digiuno quadrcgdìmale, non
lelo per (e Aedo. ma anco per le altre opere, alle qual' da aiuto, poiché digiunando
lìamo più 1 beri per fare oratione, e digiunando poslìamo facilmen¬ te quello,
eh’auanziamo dalle fuperflue fpefede cibi /penderlo in ekmefine, delle quali
hoggi,&c. E qnèfto deurà badare, per quello ch’io debba dire intorno ai
fine della prima parte, che non è cola perù più rileuante che tanto. Più
importante è lenza dubio il principio della fecondaci quale diuerfì,
diucrlamente accommodano. Ma io dirò prima quello, che ha da edere Icopo,
intentione noftra in quello fatto ; poi datò due, o tre modi da potenti
peruenire:non negando può, che anco moh’altri mezzi poflòno molto
facilmentecondurci à quello line. J n fomma, lì come quello djuidere delle
prediche in due parti, non fi è trouato per altrOjcheperlafcJarechelì ridormo
vn poco gli animi affaticati di quelli che afcoltano; coli il principio della
feconda parte, non dene haucre altro per mira, che di dare honedo diletto à
quelli animi illesi], o almeno di por gere loro cola, che gli faccia più
frefchi,e più animofì à fentire il redo. Il che potendoli F a fare, ! Modo dì
Comporre fare, onero co’l tornar loro à memoria in po¬ che parole il pacato ;
che rimanendo quello, imperfetto, gli accende fenza dubbio ad; hauerne il
compimento: onero narrando alcu? na cola, che porga loro dilletto,e lia à propo
lito,ouero facendo alcuno ingegnofo inganno, che poi riconolciuto apporti loro
piace¬ re. Di qui nafce, che conforme à quelle tje cole, tre modi di
cominciare, mi ballerà di fproporui. Il ptimo,è facendo vn’Ep.ilogo delle cole
già dette,& applicandoti! deliramente quelìe,che hanno da dirli; ma cò due
auuertcze ; l’vna che l’Epilogo non iia elquilito, ne minutamente fatto di
tutti quei concetti, ma lo? lamente dei capi dello pruoue: et l’altra, phe
quando fi fà l’Epilogo, li cominci la predica da parola rotta, come da vn, Ma,
da vn, In iomma, da vno, E coli,e limili, e per darne ellempio, nell’ellempio
propollo, in quella forma li potrebbe cominciare la lecóda parte. Si che il
digiuno quadragelimaIe:e per l’antichità, e p la neceslità fu a, debba
olferuarli,quello di già $’è dettothora c. Il fecondo modo li fa, come diceuamo
cò vnanarrationedi cofe dilettatoli, la quale venga à cadere fopra la
pruoua,che ci.rella à fare; e quella potrà e!Tcre,od vna hifloria la'i era. Vna
Tredica. cra, od vn’apologo^d vn e (Tempio d’vn lati¬ to, o dmilitcome farebbe
à dire -, Hauete mai fentito afcoltatori TdTcinpio di quel fante pa dre, il
quale ad vn dio dilcepolo, ched querelaua d’vna nioleftilsfimatentatiòne di
carne, commandò che digiti nalTe in pane, &c acqua vnaeccesfiua quantità di
giorni: e poi à mezzo il corfo del digiuno domandatolo come lo trattana la
Carne, egli rìfpofe, che altro ci era in penderò àlThòra, et che a penavi era
forza di viuere. Mercè, che il digitino gti haueua fatto quello bene, e che
egli anco in quella materia, è coli vtile, come oltra federe antico, et
neced’ario,anco à mill’altre cofe è vtilisdmo, e per comincia¬ re &c. Il
terzo modo lì fa, come io dislì, con inganno, il quale è, che {olendoli quali
{em¬ pie nel principio delle feconde parti, publicare alcune cole non
pertinenti alla predica. Come mdulgcntie, procesdoni,quaranf bore, e limili; le
noi nel fare qui He cofe, tanto afeo ftamente entreremo alTi ilclTa materia
della predica, chechi ci alcoltanon fen’auiiegga inlìno à tanto, che non ci
damo entrati: al lìcuro, noi daremo molto diletto àgli altri, e luteremo la
fatica a noi di fare nuoui appara ti perla leconda parte. Come lai ebbe, fi F 3
tcnen Modo di Comporre tenendo la carta dell’mdulgerize in mano* noi
dicesfimo*, Domenica che viene, è la tale, o la tale indulgenti, la quale
douete ardentemente prendere, per le tali, e le tali ragioni. Et le inailo
douete fare, hora principalmente douete in quelli tempi quadragefimali: perche
non vi è dubbio, che lì come il digiuno quadragelìmale è vtile ad infinite
altre cole, coli ci fa piti fpediti, e più pronti nell’oratione . E per dir il
Vero qual vtilità non ci fa egli &c. Bifogna folamen auuertire, di variare
gen til mente quelli modi cominciare* in maniera, che non fempre,ne troppo
IpelTo ci leruia mo di vno di loro,e quanto al terzo, bifognà auuertire molto
bene, che fe bene 1‘inganno ha da elfere diletteuolc, non fia peto buffonelco,
e fcurrile i ma fi faccia con grauità, e con decoro. E tanto balli de principi
j delle feconde pani, &c. SEguitailfinedituttala predica, il quale come è
quello, che più di tutte le altre parti laida ò buona, ò cartina impresfione ne
gli animi di chi afcolta, cofi in vniiterfaie bigna che fia veheniente, vtile,
denoto, &c in ynaV redica. 40 in fomrna tale, quali noi defi deriamo, che
diuernino quelli che ci fentono, equali defideriamo noi fteflì d’effer iftimati
da loro. Maquinonfi può abbracciare ogni cofa^ à me quanto alla quantità, mi
batterà dire,che l’vltima pagina delle otto, potrà referuarfi àqiìefto fine ; e
quanto alla qualità, duo tre modi, i più vfati, co’quali 10 gli foglio fare. il
primo è, facendo l’Epilogo di tintele cofe dette di fopra molto più
elquifitamen- te, che non è fiato qual fi voglia Epilogo fatto di fopra, ma non
però tanto che vi fi fcuopra afiettatione. In fomma, qui non batta à direi capi
delle pruoue, et è certo che bifo- gnadire anchora i capi delle amplificationi
delle pruoue, et quali tutti i concerti d’ogn’- vna delie clasfi. Ma bi fogna
auuertire, di farlo come diceuo, fi che tu non moftri di oftentare la memoria,
o di recitare, come fi dice di felliniana. E fopra il tutto, in quello primo
modo, bifogna hauere dtìcaiiuerti- menti • l’vno, che tu non auuifi date ftefib
fcioccamente il popolo, che quello è l’Epi- logo-, come farebbe dicendo: Eccoui
quanto ho detto nella predica, quello è tutto ciò, che hò ragionato con voi, e
limile vacamele. £l’altto,chelecole,le quali tu hai detto nella predica,
narrandole diffiifamente nell’Epilogo tu le dica molto più breuemente,c tutte
in maniera concitata j e vehemente* Se già non ti piacele anchora di epilogare
alle volte apottrofando à Dio nell’vltimo della predica: Maquetto non fi fa,
fenon doue c poco da Epilogare, e dotte le cole patirono d’ etter ragionate con
Dio: che à dir:1 vero, molto male andarebbe la co/a, fé tu parlando à Iddio
nell’vltima oratione 1’andaflì dicendo. Chi fono tutti quelli, che non fono
tenuti à digiunare la quarcfima ? e fi mi li co/e. Il fecondo modo fi fa
pattando ad vna nota grane, feuera, e vehemente, della quale fi ragiona diftintamente,
nel trattato dell’elocutione,con inuertiue, con reprebenfioni,& altre
acerbità. E quello modo è a/Tai vti le per li popolirperche doppoettere fiato
lor pronato, che bifogna far alcuna cofa, ogni reprehenfione che ricettano per
non farla + pare loro, che fia molto guitta, et hanno infieme dii letto e
vergogna ; con i quali affetti terminandoli il ragionamento, e partendoli etti
restano amoreeoli à noi per lo diletto, e per/nafi ad emendarli per la
vergogna. Per essempio nella materia propossa, fe i>na Tre dica . ìc finito
c’ habbiamo di propone, e di provare il digiuno quadragesimale, per r
antichità, e necessìtà, Se volita Aia » entreremo finalmenteà riprendere
acerbamente quelli, che non l’osservano, Se vieremo tutta quella fetierità, che
s’insegna nella nota grane, noi al Attiro potremo vn fine conveneuol illìmo
alla noftra predica, Se inficine infieme 'puadapnaremo gli animi OO r> à
noi, e le annue à Dio, di quelli, che ei alcoltano. Et in quefto calo, doneremo
ricorrere per materia à quella picciola dalle, che noi cauamrho dalla
feluagrand'e, per leruircene à punto in fine della predica, nella quale
ellendoui tre cocetti,cioè il 5. il p.Se il. potremo doppo hauer riprefo vn
poco q{ li, che n on digiunano, a guifa di qtielh, che lì ritirano indietro per
far maggior lalto, fet uirfi del 5. e del 9>e dire: Vero è, che alcune lbrti
di pione no lono tenute, cioè itali e i tali, anzi in calo di necellìtà, niuno
vi ètentiro, eòe appare di Spiridìone,&c.Epoi feriitdofi del ^.ritornare co
maggior Ipetoà dire: Ma da qfti in poi, chi potrà mai jfeufare qlli, che nó
TolTetuano ? e leguitarecó qlla inuertiua, chec accennata loto ql nu.finoal
finire della pdica,od almeno ad vna oratiòcela al Croce fi Ab, Modo di Compone
fiderò à Dio* nellaquale, in quello fecondo modo, fi potrà,o pregare il
Signore, che perdoni la negligenza pallata delli afcoltatori, ò merauigliarlì
con lui della patienza, chehà h aulita fino à quel tempo, ò, fupplicare à
muouere quei cuori di fallì, ò promettergli che per fauanti vogliono mutar vi
ta,ò limili cofe. Reità il terzo modo solo, il quale è aitai gratiofo, ed è,
quando da tutta la materia della predica noi raccogliamo per modo di corellario
alcuna cola non anchora tocca punto, in tutto il rimanente del ragionamento, Se
intorno à quella amplificando, et elTaggeran do ci conduciamo al fine. Come
farebbe neU’elIempio propolto 5 fé dopf ò hatier dimcftrata l’antichità,
laneceflìtà, &rvtilità della qtiarefima, noi necanasfimo fuori la
conlideratione della prouidenzadi Dio, c più propriamente della cura, che hà
lanta Ghie la di noi, ouerodella marauigbola armonia, con la quale procede
ne’luoi riti tanta Chiefa, e fimili quafi dicendo: fct di qui cioè da tante
volita del digiuno, chi è quello che non debba alzarti à contemplare quanto
giotieuolmente, e quanto foauemente fìano inft itui te le confuetudini, et i
liti di ncftra lanta madre. O chie 4* vna Predica. O chiesa, c chiefa, &c.
E coli in qual fi voglia di quelli tre modi, potranno i principiami finire le
prediche loro infino à tanto, che da fe ftelli trotteranno di meglio, cuoi
hauendo infegnato, come s’habbianella predica a comporre, Tintrodut tione, la
narratione, la diuifione, le prtioue, il fine della prima parte, il principio
della feconda^ l’Epilogo vniuerfale, polliamo dire d’hauere atrefo quello, che
promettemmo, e dihauere infegnato il modo per comporre Vna predica intera,
&c. Solamente vn’altra particella ci refta, la quale pare di minor
importantanza, perche in vero non ha che fare colla predica, ma ad ogni modo è
di molto riletto: perche è grandemente auuertita, e perche elTendo la prima,
che fi fente, e anco quella che fa buona, o cattiua impresone di noi nelli
animi di chi lente, in quella maniera, cheefiendo il madrigale compito da fe,
con filo principio, fuo mezzo, e Ino fine; umania-detie ri mufico hauer
molt’auuertenza à far gentilmente quella ricercata, che egli vi promette j
prima, che fe lo ponga à fonare, Perche le he ne non Modo ili Comporre he non è
parte madr gale; ad ogni modo daleicauaho fubbito i circondanti quello che
poflono fperare della virtù del fonatole La parte di che parlo è quella, che
noi chiamiamo prologhino, che anco da Arinotele, come mrlharemo forfi vna
volta, è Hata conofciuta, edaluic ftata paragonata «alle ricercate, che fanno i
m tifici . In quella bifogna battere molfaiitlertenza,cht gli orna menii,non
fiano allettati Ili mi, le fiene fi può facilmente concedere, thè efia fin più
ornata di tutte le altre, et anco fe gli permettono, e delle comparar oni,
e.'dd le altre còlevo poco troppo poetiche, leqaali nel rimanente della predica
llarebbono mahfhmo: 8c come le ricercate potino edere .di diece rriila ioggie,
coli quelli profoghini non ha (tendo che iar altro, che deltar gli animi,
vengono ad edere coli lenza lege, e cofi lenza regola* che è quali folli a à
volerne portare documen ti alcuni. Tutrauia per non mancare à cofa alcuna^ che
noi polli amo, quanto alla quantità, dicia mo, che cfsédo la predica di otto
pagine, le il prologhino farà di vna meza,à noi pare, che ballerà: et in lèmma
io defiderarei, che folle molte volte minore, ma non mai maggiore i della vna V
redica . 4 $ della metta della introduttione. Equantoallaqualità,pcrqueftohò io
infegnato à fare tutta la predica prima, perche dalTi/telTa predica è gentil
co/a à canario: E quelto prologhno, le bene il può fare in molti modi, diciamo
nondimeno per hora, che in tre modi fi può principalmente fare, cioè, ouero
trattando cola che non appartiene alla materia della predica, ne fi Canada
Jenouero l’ifteffa materia della pred ca-ouero non la materia ìfteffa, ma
alcuna co fa peru,che quali per corei lario fi catta da lei . Per e (Tempio,
alle volte occorre ad hairere occafione di ragionar di fe lhe(Iì,o delli afcol
tanti, o di alcuna cofa,che occorre à quel tem po ; principalmente nelle prime
volte che en marno à qualche Città, come farebbe adire: Ritornando nella patria
doppo molt’an m di afientia,e limili, et alThora il prologhino fi potrà formare
intorno à queflo: Altre volte,e quello farà il più frequenterò cauere pio dalla
materia iftefia; proponédood vna laude, od vn vituperio, o vna qualità in soma
del soggetto di che vogliamo ragionare. E finalmente, quando nel fine delle
pdiche noi voghilo servirci del terzo modo che dicemmo cioè p corelIario[:
all’hora qlTifteffo «nellario, ci fa la jppofitione di tutto il sloghino. òi
che. t Modo di Comporre Si che andando i© a predicare la quaredrna à Milano,
per caso, e volendo tra'tare, che il digmnoquadragefimale detieoderuar lì,
bisognerà ch’iotroui lubito vna proposizione sopra la quale io teda il
prologhino, e quello nel primo modo; cioè, fuori della materia potrà eder
cofsi. Io vengo volontieri a predicare nella patria mia. Nel secondo modo, cioè
nella materia irte da porrà edere. Bellisdma cosa è il digiuno quadragefima e.
t finalmente nel terzo, s’io haurò tolto per corellano, Che i riti di Tanta
Chiesa fonofìu pendi, quello medesimo fa la proposizione che averà da servirmi
nel prologhino. Ma i modi di veltirlo, e di ridurlo in forma sono dmerlislìmi,
ed io vorrei più tosto Jhauerlo à fare, che inegnarlo. Tuttavia, in due modi
possiamo ridurre tutti gl’altri, cioè ovvero portando nel primo punto
principale, la paura e Tempi ice propolìti one, ridotta con qualche pocho
d’aiuto in un periodo; onero trovando una comparazione, dalla quale venga ad
edere INFERITA ALLA GRICE la proposizione, che noi vogliamo trattare: ma li
efsépi mi renderanno più chiaro, e prima apportaremo ma Predica. le
proporttioni senza comparazione, e poi co’t paragone. Ertempio della prima:
Sono eoi? incitati entro a’cuori hnmani certi naturali effetti, etc. che fé
bene io per J’habiro ch’io verte’faccio profesfìone d’esere fccrtato dai mondo,
etc. Ad ogni modoo, non potendomi feortere dalla natura istessa, forza, è che
mi compiaccia di prefentarmi oggi nel conIpetto tuo, o patria mia. Ertempio
della seconda: Qiierto nell’opera facra del digiuno quadragertmale mi par
maraviglioso, afcoltatori, che non solo in le fttffo, è opra buona, ma anche
l’alrre opre tali, colla sua sola forza rende assai più purgate, e piu
perfette. r i: ssempio della terza: Se cosa alcuna fra tutte queste cose, che
ci girano intorno, può apportarci e maraviglia, e giovamento insieme, quello,
al mio giudicio ascoltatori, Se à giudicio di chiunque altro vi pensa, alrrono
è che il contemplare i riti, e cortumi ahiisimi di santa madre Chiesa. E questo
quanto all’apportare nel primo punto puncipale, il fondamento semplice del
pr°loghinOjmàfevogliamo farlo INFERIRE d’una comparazione, come oggidi pare che
s vrt, tante faranno le specie d’introdulo, quante modo di Comporre quante
faranno le sorti delle cose, onde poli fiamo cauare il paragone, le qnali, non
hò in animo io di proseguire tutte; mà ne roco due capi soli, che sono il
dedurte la proporzione d’una cosa naturale: o il dedurla d’ua sttoria sacra; e
d’ogn’una di quelle, n’aflegno qua fotto gli essempi, senza metterli però in
ordine, ne in forma di orazione: perche quello appartiene a quella parte che si
chiama elocuzione. Essempio della prima; da cose naturali. Come gl’uccelli più
dolcemente cantano nei loro nidi, coli io, etc. Da storia sacra: Come Giacoh
doppo quattordici anni ritornato alla patria, fen ri somma dolcezza, cosi io
etc. Essempio della seconda, da cose naturali; Come utilissìma è quella
medicina, che fa+ «andò, un membro,conforta tutti gl’altri: cosi quello rito,
che oltra il digiuno aiuta 1’orario Uejaelemofìna etc.Da storia sacra. Come
molto ragioneuolmente/ì dauano le decime di tintele co-, feà Dio, cosi è
ragioneuole che glifi dia ancora la decima dell’anno. Esempio della terza, da
cose naturali, Come in bene accordata cererà tutte le minugie maravighosamente
respondono, cosi nella Dna Predica Stila cetra ii santa chiea etc. à i ftiòi
riti Bcci Da hi ilo ria (aera, Come i ricamidel tabernacolo erano marauigliofi,
cofii riti di lanra chiesa, ecc. E quello potrà ballare per ogni mediocre
ingegno, à trottare la forma di mill’altre comparationi. Ne io intorno a quello
principio del prologhino, hò più à dir altrove non due cofejl’vna delle quali
è, che le comparationi alle volte s’accommodano in modo, chefra la comparatione
inferente, e la proposìtione inferita, non fanno più che un sol punto
principale, ed alle volte la comparazione sola fa tutto il primo periodo poi
framelfo alcun me bro sciolto per riposo, viene la proposizione inferita à fare
un altro periodo da le ItelTa. ElTempio del primo modo: Poiché anco gl’uccelli
tornati à quelle valli dotte naseono, cantano vonlontieri, che maraviglia sia
se anch’io doppo tant’anni tornato à te. El Tempio del secondo: Quei poveri
uccelletti, i quali sono lungamente flati in paelì; Urani, quando poi mercè di
Dio, e lor buona ventura, tornano finalmente alle native valli j chi non sa
quanto oltra l’ulato, ecc. E qui è finito un periodo, nella comparazione loia,
ai che lì foggiunge subito un mebro cós Modo di comporre farebbe a dire, Milano
mio caro, o simili, e poi in un altro periodo, con buona corrispondenza
aggiungendo la proposizione inferita lì dice: Anch’io le bene roco, doppo avere
se non cantaro in molte e varie parti; garrito almeno, come ho saputo il meglio
j oggi finalmente ecc. quado ecc. che maraviglia ecc. E di questi due modi, il
periodo ha da usar li nelle prediche più celebri, come farebbe i primi giorni
di qtiarefimajefefte grandi, ina zi a princjpi, nel fare una predica sola ad
una città, e simili ladoue chi l’vfaffe perpetuamé te, auerebbe troppo del
gonho, e però nelle altre prediche communi molto meglio è servirlì dell’altro.
La seconda cosa che volevo dire è che le comparazioni possono usarlì talhora
inanzi alla proposizione principale del prologhino, come abbiamo dato tutti gli
efsépi di sopra: Se al le volte, il che è belliflimo, ed hà meno dell’affettato
doppo l’iftessa proposizione, come farebbe à dire, $e bene io pell’abito, che
vefto, faccio profesfione d’effère feoff ato dai mondo ecc. Ad ogni modo,
riópotédomifco fare dalla natura ifteffa, forza è che mi compiaccia di
presentarmi oggi nel confpetio tuo, o patria mia. E poi foggiungere subito, ò
da cosa naturale; Coli tal’horagl’iftcsfì auge! li rnaTredìcn. ji quadodeppo di
eiler flati lungaméteaflen ti, tornano finalmente, ecc. Onero da storia sacra.
Cosi il gran padre Giacob, qttado doppo esser stato quattordeci anni adente,
ritorna finalmente, ecc. E infin qui, auèremo fatto quello che è
principalissimo nel prologhino, cicè trottata la principale jppolìtione
d’adoperare in lui, e di più, imparatola à proporre, ò femplietmé te, ò con
comparatione: e quella, ò preposta, ò posposta, come ci pare il meglio. Doppo
il che, potremo fare alcuni scherzi ò di oppofitioni, ò di rispondenze, ò d’altro,
in torno airifte da propoli tionegià {labilità. E poi ora in una maniera, ed
ora in un’altra, chiedere aiuto à dio, è finalmente anco, con diversi modi
cattati, fe fi pub, dalla materia, trattiamola non comici, ne feurriii,
chiedere audienza al popolo. Le quali cose tutte, perche consistono più
nell’elocutionc che nella disposizione, p quello io non le proseguo più
lugnméteifi come in tutto il rimanete ancora de libretto nò solo nò ho apollo
gli elsépi co eloquenza, ma in pruova logli ho abozzati lo lamente, acioche fi
vegga quanto ancora doppo tutto quello che lì è fatto, rimane da fare
all’elocutione, cioè d’aggi ugere le parole, le frasi, gl’ornamentai lumi, 5c
in somma da fare,, G 2 che Modo ài Comporre che quello che ora è abbozzare,
divenga poi compita e bellissima imagine, ecc. Basta che abbiamo (la Dio mercè
finirò di trattare tutto quello che appartiene alle due prime parti della
rhetorica, cioè, alla invenzione, ed alla dispositione inon certo estattamente,
come fanno i rhetori, ma in una c^rta maniera, un poco rozza: tanto che i
principianti possano prevalerfcne- i quali secóforme àgl’avvertimenti che
abbiamo detto di sopra distinguerano in che genere vogliono fare le predtche, e
tf olieranno la propofirlénc principale che vogliono trattare, e fatta la fel
na di tutti i cocotti, che cauerano dallibri à ql propofiro, la dividerano in
diterminate classi inducendosi poi co una inferente un poco piti uniuersale,
alla principale propofitione, e fegmtando in {bramala narrati one, e la
divisione, e faitre parti, in quella maniera che abbiamo insegnato per
avventura faràno prediche molto più ordinate, che non facevan o prs ma^ od al
meno aueranno tanto lume che potranno da sé stessì trovare cose migliori di
quelle, c’abbiamo dette noi. La memoria locale è un’arte colla quale aiutamo
noi medesimi a ricordaci facilmente ed ordinatamente molte cose delle quali con
sole forze naturali non sarrebbe possibile che noi hauelìimo ò cosi pronta, b
cosi dipinta memoria. Ne pero per mezzo di quella cerchiamo di ricordarci
quelle cose le quali vogliamo che ci rellino sempre a mente, ma quelle
/blamente delle quali seruirci per una volta loia non solo non ci curriamo, ma
delidenmo che ci elchir.o di memoria per dar luogho à falere. Come ci alimene a
punto in quei libricioli tedeschi, nei quali con un stiletto d’ottone non
lcrituamo noi elle perpetue percheinqutlla maniera empiendoli preflo quei
piccioli fogli non circIfarebbe ouelcriuere • ma quelle cofe fole vi notiamo le
quali per vn poco di tempo deono leruire, et eller /ubico Icancelato da noi .
et perche in far mentione diquefto libricio* 4 G 3 lo Modo di Compone 10 damo
cadaci: egli pur farà bono che così le proporzioni Tue ci insegni il modo della
memoria locale. D'co adunque che si come à ricordarli alcune cose per via di
quello libretto, e l’occhio bisogna che vi sia per legerle, ed il libretto
illefio, &: in lui diffcanti luoghi &fpa ci j dotte scrivere, &:
charateri che ci rapresentino le cose e le sctitture itlefie, & il leggere;
Cosi nella memoria locale al ochid rispohde l’intelletto, al libriciolo la
fantasia, à 1 luoghi et à i spacij certi luoghi e spacii che si formano
(labili, e perpetui nella fantafià illelTa ài caratteri certe figurea lo
scrivere l’imprimerli colla immaginazione, & al leggere 11 reccitarle. Ma
perche dalla cognizione di due cose loie tutte l’altre ci verranno ad efier
chiare per quello a formare i luoghi solamente, et l’imàgini farà
benechevogliamil raggionamento. E prima quanto à i luoghi anno ad efier llabili
&c perpetui, et quanto maggior copia de luoghi haueremo fi fio in mente,
tanto maggior numero di cofe potremo porci à recitar per ordine. Vero è che non
ogni Ino1 hgoci ferite, ma anco in quello come intinte l’altre arri ci fono le
fue regole. La prima delle qualli è, che il luógho non ynaTredica. 4S non vuol
efTer troppo picciolo . La fé con* diche egli non vuole edere troppo grande»
come farebbe à dire, che tu per luogho nonhai àfeglierela facciata intiera
d’una, chiefa,ne vna punta d’un mattone che efcha fuori tà in vn canto: percioche
fi come chi feri ue fiè vna lettera fola in vn gran foglio di carta, ò pur
volefse accozzare vna orario ne infieme in duo ditta di foglio, non troppo
didimamente, ò prontamente rileggerebbe quello, che egli hauelfe fcritto, cofi
ì chi ò troppo grande, ò troppo picciolo ap- parechiafse il luogo, oue
collocafse, l’imagi- ne difimili fproportion auerebbono fenza dubbio: fi che
quanto a quefte due regole ' fe ru mi chiedi qual dourebbe efsere la capacita
del luogho, io per me nfpondo che quello d’vn vfeio comune farrebbe a punto al
propofiro, &c quello quanto alla capacita dei luoghi. La terza, e quarta
regola fono, che nè troppo chiari fiano, nè troppo tenebrofi i luoghi che fi
preludano-, come farrebbe à dire, che nè o^ni vfeio prillo d'ogm luce deb * baelleggerfi,nèvno
oue perpetuamente fe- ri f eh ano di giorno 1 faggi del fole,&febc- re non
è cofi gioueucle il tendere per- fiora le caufe di quefte due regole, contenti
fi nondimeno altri di ricordarli, che n’ancho al buio, ò doue ferifce il fole
leggiamo noi commodamente inoltri, ò gFaltri ferirti, è pafsali alianti. La
quinta è fexta regola fono che ne troppo vicini lìano i luoghi, ne troppo di-
feofti, i’vno dall’altro -, percioche lì come quando troppo vicine fono le
parole fcritte alcuna di lor ben fpelsolì lafcia nel leggere ; et quando troppo
lontane fono rendono tardidimo il lettore, coli, e non altrimente aiterebbe de
i luogo. Onde coli confeglio io che l’vno dal altro non lìano ò piu, ò meno
diquattro pafsi intieri. Etfe mi fara detto che non coli per apunto farà facil
cofa il ritrouargli, a quello rifpon- do che oue non manchano de materiali, Se
reali posiìmo con l’imaginatione formarzi alcuni michi della grandezza a punto
d’vn vfeio Se di quelli feruirci. 1 luoghi per fettima > &c ottaua regola
deono else re tutti entro a vna fala jftefsa, Se fila tale alla quale posfiamo
noi gienge- rc con le mane, percioche di quelli dua au- uertimenti, le alcuno
piglialse vn vfeio in terra, Se poi vna fineltra altislìma ritornando a un
terzo luogho in terra troppo ageuol cofa farebbe che egli feorrendo vna
‘Predica. 4P do per la linea dietro à terra, della finellra fi fcordafi,
ponendo per fecondo quello che era il terzo. Et quanto al altro, (;che ne iia
cagione ) vediamo noi lìcuramentò che l’efsere i luoghi non pili alti che la
ftatua d’un huomo ierue grandislimamente. Ma fopra tutto non fiano limili fra
fei luoghi ( che feruira per nona regola) et quelli auertifea ognuno che ne
gl’vfci della Cella in vn dormentorio fratefcho, ne le coione d’un chiollro ci
poiTono ieruire. Pigliali anco i luoghi della liniflra alla delira mane (Se
quella è la io. ) in quella manierache lattinamente, ò volgarmente fermiamo,
perche altrimente facendo lenza dubbio ci nafeerebbe confulione. E quello fatto
formili tutti i luoghi nella fàtalia noftra talméte che polliamo iubito non fol
dal primo correre al vltimo, et dal vltimo al primo, ma rilpondere ancora à
gl’imerroganti, qualli li lìanoòil fecondo, ò il nono, ò con qual numero ci lia
interrogato . Il che accio più facilmente riefcha due altre regole ci lì
aggiungano, Se fono Eviti me. i Vna che i nollri luoghi liano da noi repli fati
ogni giorno coni numeri fuoi, Et baiti' a Modo di Comporre «ra che ad ogni
cinque di lor fi ponga qualche imagine particolare, che ci raccordi il numero,
per effempio alli cinque potrebbe porli vna mano d’oro, al io. vna croce, et
cefi di cinque in cinque, o io. in dieci,neltrigeffimovntridende, nel 40. vn
quadro, nel 50. vna bilcia, nel - ilche fi farà facilmente, quado deppo hauer
recitato le cole figurateci ne i luochi, onero non dogliamo piu il péfiero à
quelle figure, ò uero torniamo àfeorere conl’imaginatione due, ò tre trolte i
luoghi nudi,& roti lenza figura alcuna . Et coli habbiamo intefoleio non me
inganno, gran parte di quelle cole che ponno dirli intorno alla memoi . a
locale#, per vtiaTredìca. 5 $ per quanto fpetta,&: à i luoghi, et alle
figure cófìderare da t c fleffe,& come à raprefentare delle co fe,ò parole
che uogliamo raccordar- ci,uag!iano. Jl delia Memoria Locale. IO pur oltra la
memoriallocale ordinaria, di che habbiamo raggionato di /opra, fon no penfando
fra me flelìo un altro modo, nel quale fenza andai fegliendo, ne ufei, ne
coione, ne fcneflre potremo troppo bene far quello ifldlo che io inftgnai di
fopra. Voglio dunqueche per cafoni teimagini diece Città Arcona, per effempio,
la prima; ho’ogna la feconda, Cremona la terza, Drepano,che altri dicono T
Tappano la qnasta, Elba la quinta. Ferratala fella, Gennoa lafetnma, Imola
l’ottaua, Luca la nona, Milano la decima. D’ognune di quelle città voglio che
tu ti eleggi fe puoi cinque fumine, e cinque mafehi, che tu conosca; ma con
quella proportione, cioè fra le fc mine una fanciullttta, una giovanne da
marito, una maritata, una vedoua, una monacha: Et fra 1 maschi un fanciuletto,
un giovane da da moglie, il marito di quella maritata, un prette, ed un fratte.
Voglio di più che tu t’imagini un cornile grandisimo tutte quelle persone di
quella città disposse con quello ordine che tenendoli uno per mano al altro
quanto ponilo stendere le braccia dietro alle mura del cortile arpogìati colle
fcheine alle mura ui facciano quali corona, ma nel collocarli dalla sinistra
alla delira come dicemo di sopra, prima nilarano le diece della prima citta poi
quelle della seconda, e cosi di mano in mano. Voglio di più che ne i luoghi
dispari ui siano sempre femine, de nei pari maschi, con quello ordine che nel
primo luogo, per esempio, ui da la fanciuletta Anconitana, nel fecondo il
fanciuletto pur dcU’illeda Citta, nel terzo la giouanne, nei quarto il giouanne,
nel quieto la maritata, nel sesto il suo marito, nel settimo la vedova,
nell’ottavo il prete, nel nono la monarca, nel decimo, il frate. Nel ««decimo
poi commincianfì Falera Cic ta,&: ui porrai la fanciulla I3oJognele, &
coli di mano in mano. Flora questa coronati ha à rimaner perpetua, come
nmaneuano i luoghi nel arte di fo- vtiaTredìca. ^6 cf i sopra, perche col dar
in mano à quella hor quella arte, hor quella, uoghocbeda quello ti fiano
rapresentare le cose da riecordarti. Onde poi anco auederti che nude bisogna
che t’imagini, per poterle veltire, ed ornare di tutte quelle cose che devono
servire per figure, per essempio nel primo luogo voi raccordarti cane darai
aliafanciuletta Anconitana un cane in braccio. nel fecondo lugho uoi ricordarti
corona poraialfanciulo Anconitano una corona in capo: &diqui nalcera un
utile grandiflrmo: percioche fe uorairaccordaiti, per efempio, che cofa ha
quaranta cinque luoghi, subito perche egli è nella quinta decima bisogna che
lìa nella qtnnta citta che era Elba, perche egli è disparri bisogna che hab bi
una donna, perche egli e il terzo dilpari bisogna che l’habbi la maritata, in
modo tale che riguardando alla donna maritata dell’Elba, trovarai quello di che
uorrar ricordarti. Il trouor anco qual sìa la prima, la terza, la Telia Città,
sara facil cosa Te tu collocherai le Città per ordine d’alphabetto, come ho
Tatto io di sopra ma quando tu non lo posi Tare, per non ha- utr conoscenza in
città che comminciano no da quelle lettere, piglia quelle in che tu hai conoscenza,
e pone fra loro un ordine di prima, seconda, e terza, e quello badi. Del redo
quanto all’accommodarle figure serva diamente le regole che ti ho dato di
sopra: E quanto al scancellarle, ove di loprafeorrt ui luoghi uoti, qua fcori
due ò tre volte le figure nude, ed in quella maniera hauerai l’intento. La
prima di quede due arti è più tifata. La seconda e forsi più ingegnosa e piu
pronta. Tu vedi quella che più ti occomoda, è di quella Itruiti . tub fan 1 % i
«S* v -V t! fe • v r 2 JH5 .e >'• "r- v 'v hr^JSr W I JT iattìr>
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«r A^4; >!•& I §* 1 71. Nome compiuto: Francesco
Panigarola. Panigarola. Keywords. Parole chiave: chiave universale. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Panigarola,” The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Pannico: la
ragione conversazionale nella Roma antica – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. An epigram by MARZIALE
(si veda) addresses P. as someone versed in the doctrines of various
philosophical sects.
Luigi Speranza -- Grice e Pansa: la
ragione conversazionale e l’orto italiano -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. A consul, and a
follower of the doctrines of The Garden. Nome
compiuo: Gaio Vibio Pansa
Luigi Speranza -- Grice e Panunzio: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- la filosofia
italiana nel ventennio fascista – la scuola di Molfetta -- filosofia pugliese
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Molfetta).
Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Molfetta, Bari, Puglia. Grice: “There’s
S. Panunzio and there’s S. Panunzio – Italian philosophy can be a trick!” -- Essential
Italian philosopher. Tra i maggiori esponenti del sindacalismo rivoluzionario,
in quanto amico intimo di Benito Mussolini, contribuì in maniera decisiva al
suo passaggio dal neutralismo all'interventismo nella Grande Guerra. Divenne in
seguito uno dei massimi teorici del fascismo. Nacque a Molfetta da Vito e
Giuseppina Poli, in una famiglia altoborghese, tra le più illustri della città:
«un ambiente familiare intriso tanto di sollecitazioni all'impegno civile e
politico quanto di suggestioni e stimoli intellettuali». Il periodo
socialista e il sindacalismo rivoluzionario Il suo impegno politico nelle file
del socialismo incominciò molto presto, quando ancora frequentava il liceo
classico locale, ove ebbe come maestro il giovane Pantaleo Carabellese.
Nel dibattito interno al socialismo italiano — diviso tra
"riformisti" e "rivoluzionari" — Panunzio si schiera tra i
cosiddetti sindacalisti rivoluzionari, cominciando al contempo a pubblicare i
suoi primi articoli sul settimanale «Avanguardia Socialista» di Labriola,
quando era ancora studente dell'Università degli Studi di Napoli. Durante i
suoi studi universitari il contatto con docenti come F. Nitti, N. Colajanni, I.
Petrone e G. Salvioli contribuì alla formazione del suo pensiero socialista. Il
suo percorso intellettuale fu altresì influenzato da Sorel e Francesco Saverio
Merlino, i quali avevano già da tempo incominciato un processo di revisione del
marxismo. Pubblica il saggio “Il socialismo giuridico,” in cui teorizza
l'opposizione alla borghesia solidarista e al sindacato riformista da parte del
sindacato operaio, il quale è destinato a trasformare radicalmente la società.
Il fulcro dell'opera era costituito dalla formulazione di un "diritto sindacale
operaio", spina dorsale di un nuovo "sistema socialista" fondato
non su una base economica, bensì su una base etica, solidaristica: «Il
socialismo giuridico non sarebbe dunque che l'applicazione del principio di
solidarietà, immanente in tutto l'universo, nel campo del diritto e della
morale: in se stesso non è una idea astratta balzata ex abrupto dal cervello di
pochi pensatori, ma efflusso e irradiazione ideale di tutta la materia sociale
che vive e freme attorno a noi. Si laurea in giurisprudenza discutendo una tesi
su L'aristocrazia sociale, ossia sul sindacalismo rivoluzionario, avendo come
relatore Arcoleo. Consegue presso lo stesso ateneo la laurea in filosofia. In
questi anni di studi ed esperienze intellettuali, intensifica altresì il
proprio impegno giornalistico in favore del sindacalismo rivoluzionario,
collaborando — oltreché con «Avanguardia Socialista» — con «Il Divenire
Sociale» di Enrico Leone, con «Pagine Libere» di Olivetti e con «Le Mouvement
Socialiste» di Hubert Lagardelle. Il sindacato ed il diritto La
concezione panunziana del sindacato quale organo e fonte di diritto — non
eusarentesi quindi in mero organismo economico o tecnico della produzione — fu
approfondita allorché vide la luce la
sua seconda opera, La persistenza del diritto, in cui egli «coniugava i
princìpi della sua formazione positivistica con una ispirazione filosofica
volontaristica». P. prende quindi le mosse affrontando il problema del rapporto
tra sindacalismo e anarchismo: la differenza tra i due movimenti risiedeva — a
detta dell'autore — sul ruolo dell'autorità (fondata sul diritto) che, negata
dall'anarchismo, non era invece trascurata dal sindacalismo: «Il
sindacalismo è d'accordo con l'anarchia nella critica e nella tendenza
distruttiva dello Stato politico attuale, ma non porta alle ultime conseguenze
le sue premesse antiautoritarie, che hanno un riferimento tutto contingente
allo Stato presente. Il sindacalismo, per essere precisi, è antistatale per
definizione e consenso unanime, ma non è antiautoritario. Le premesse
antiautoritarie dell'anarchia hanno invece un valore assoluto e perentorio
riferendosi esse a ogni forma di organizzazione sociale e politica. Il
sindacalismo non è dunque antiautoritario» (P.) In sostanza, Panunzio
sosteneva l'importanza fondamentale del diritto (ancorché non
"statale", ma "operaio") per il sindacalismo e la futura
società, dall'autore vagheggiata come un regime sindacalista federale sostenuto
dall'autogoverno dei gruppi sindacali, riuniti in una Confederazione, così da
formare quella che l'autore stesso chiama «una vera grande Repubblica sociale
del Lavoro», retta da una «sovranità politica sindacale. Fu poi dato alle
stampe Sindacalismo e Medio Evo, in cui l'autore indicava al sindacalismo
operaio il modello dei Comuni italiani medievali, esempio paradigmatico di
autonomia, la quale doveva essere perseguita anche dai sindacati
contemporanei. Dopo un periodo difficile, dovuto a problemi familiari ma
anche a un ripensamento delle sue teorie politiche, grazie all'interessamento
di Nitti, abbandonò l'attività di avvocato, inadeguata per mantenere la
famiglia (aiutava principalmente — raramente pagato — i suoi compagni di
partito), divenendo docente di pedagogia e morale presso la Regia scuola
normale di Casale Monferrato. Nello stesso anno pubblicò inoltre la sua
importante opera Il Diritto e l'Autorità, in cui erano messe a frutto le sue
rielaborazioni teoriche: oltre al passaggio da un orizzonte positivistico a una
concezione filosofica neocriticistica, egli ripensava lo Stato non più quale
organo della coazione, ma quale depositario della necessaria autorità. Con la
fine della guerra libica, cominciò a prender corpo la svolta
"nazionale" del suo pensiero. Dopo aver insegnato per un anno a
Casale Monferrato e un altro a Urbino, passò alla Regia scuola normale Carducci
di Ferrara, ove insegna, conseguendo al
contempo la libera docenza presso l'Napoli (l'anno successivo gli fu trasferita
nell'ateneo bolognese). È di quegli anni — poco prima dell'entrata dell'Italia
nella Grande Guerra — l'inizio di stretti rapporti politici e intellettuali con
Mussolini, direttore dell'Avanti! e leader dell'ala rivoluzionaria del Partito
Socialista Italiano. Panunzio incominciò dunque una regolare e intensa
collaborazione con il quindicinale «Utopia», appena fondato dal futuro capo del
fascismo per far esprimere le voci più rivoluzionarie, eterodosse ed
"eretiche" dell'ambiente socialistico italiano. In questo periodo
Panunzio comprende il potenziale rivoluzionario che il conflitto europeo poteva
esprimere, sicché manifesterà sempre più esplicitamente il suo appoggio
all'interventismo, che era invece inviso al Partito Socialista: «Io sono
fermamente convinto che solo dalla presente guerra, e quanto più questa sarà
acuta e lunga, scatterà rivoluzionariamente il socialismo in Europa. Altro che
assentarsi, piegarsi le braccia, e contemplare i tronconi morti delle verità
astratte! Alle guerre esterne dovranno succedere le interne, le prime devono
preparare le seconde, e tutte insieme la grande luminosa giornata del
socialismo, che sarà la soluzione e la purificazione ideale di queste giornate
livide e paurose, macchiate di misfatti e di infamie. Quest'articolo di
Panunzio, apparso sul quotidiano ufficiale del Partito Socialista, suscitò una
grave polemica, sicché Mussolini dovette rispondere sul numero del giorno dopo.
Tuttavia la replica di MUSSOLINI, il quale si sta convincendo dell'opportunità
dell'intervento, fu «debole, sfocata, piattamente dottrinaria, per nulla
all'altezza del miglior Mussolini polemista». Infatti, «al momento di
questa polemica, Mussolini era psicologicamente già fuori del socialismo
ufficiale ed è indubbio che le argomentazioni di Panunzio, sia per il loro
spessore teorico sia perché provenienti da un uomo di cui egli aveva grande
considerazione intellettuale, furono probabilmente l'elemento decisivo che lo
spinse a compiere il grande passo, il voltafaccia dal neutralismo assoluto
all'interventismo. La Grande Guerra All'entrata dell'Italia nel conflitto
mondiale, si arruolò volontario come quasi tutti gli interventisti "di
sinistra" (come Filippo Corridoni e Mussolini); tuttavia, in quanto
emofiliaco, fu immediatamente congedato, sicché dovette concentrarsi sulla
lotta propagandistica e pubblicistica, soprattutto sulle colonne del Popolo
d'Italia (i cui articoli erano sovente concordati con lo stesso Mussolini), in
favore della guerra italiana, ritenuta dal Panunzio una guerra non «di
difesa e conservazione, ma di acquisto e di conquista; non una guerra ma una
rivoluzione». Una guerra anche popolare, come avevano dimostrato le grandi
mobilitazioni del «maggio radioso», in contrapposizione alle posizioni
conservatrici di Antonio Salandra e della classe dirigente liberale. Anche da
un punto di vista più propriamente militante, Panunzio si impegnò nel ruolo di
membro del direttivo del neonato fascio nazionale di Ferrara, il quale diede
vita altresì al giornale Il Fascio. Oltre all'analisi politica e all'impegno
giornalistico, Panunzio lavora anche a una sistematizzazione
filosofico-giuridica delle sue idee riguardo al conflitto, con le opere Il
concetto della guerra giusta, Principio e diritto di nazionalità in Popolo,
Nazione, Stato), La Lega delle nazioni e Introduzione alla Società delle
Nazioni. Nel primo saggio, egli sosteneva l'utilità e la legittimità di una
guerra anche offensiva, purché essa fosse il mezzo per il conseguimento di un
fine più grande, ossia la giustizia e la creazione di nuovi equilibri più
giusti ed equanimi. Nella seconda, invece, individuava nel principio di
nazionalità la nuova idea-forza della società che sarebbe scaturita dalla
guerra, una volta conclusa. Molto importante è inoltre la terza opera (La Lega
delle nazioni), poiché in essa è sviluppato per la prima volta il concetto di
sindacalismo nazionale. La Nazione deve circoscriversi, determinarsi,
articolarsi, vivere nelle classi, e nelle corporazioni distinte, e risultare
«organicamente» dalle concrete organizzazioni sociali, e non dal polverio
individuale; ed essa esige, dove le nazionalità non si siano ancora affermate,
e dove esse non ancora funzionino storicamente, solide e robuste connessioni di
interessi e aggruppamenti di classi, a patto, però, che le classi, e le
corporazioni trovino, a loro volta, la loro più compiuta esistenza,
destinazione e realtà nella Nazione. Ecco la «reciprocanza» dei due termini,
Sindacato e Nazione, e la sintesi organica tra Sindacalismo e Nazionalismo, e
cioè: Sindacalismo Nazionale» (P.) Dalla fine del conflitto alla Marcia
su Roma Terminata la guerra, Panunzio partecipò attivamente al dibattito
interno alla sinistra interventista, intervenendo in particolare su «Il
Rinnovamento», quindicinale recentemente creato e diretto da Alceste De Ambris.
Il suo scritto più importante, che ebbe notevoli conseguenze, apparve: in
questo, P. sostene l'organizzazione di tutta la popolazione in classi
produttive, le quali dovevano essere a loro volta distribuite in corporazioni,
a cui doveva essere demandata l'amministrazione degli interessi sociali;
affermava altresì la necessità di creare un Parlamento tecnico-economico da
affiancare al Parlamento politico. In tale testo programmatico era
chiaramente abbozzato il futuro corporativismo fascista, tanto che l'amico
Mussolini, nel discorso pronunciato a Piazza San Sepolcro (alla fondazione cioè
del fascismo), riprese le tesi di P. per il programma dei Fasci Italiani di
Combattimento: «L'attuale rappresentanza politica non ci può bastare;
vogliamo una rappresentanza diretta dei singoli interessi, perché io, come
cittadino, posso votare secondo le mie idee, come professionista devo poter
votare secondo le mie qualità professionali. Si potrebbe dire contro questo
programma che si ritorna verso le corporazioni. Non importa. Si tratta di
costituire dei Consigli di categoria che integrino la rappresentanza
sinceramente politica» (Mussolini) A Ferrara, P. assisté alla nascita del
fascismo locale (e delle squadre d'azione), intrattenendo rapporti di amicizia
con Balbo (che sarebbero durati per tutta la vita) e Grandi (che era stato suo
allievo), pur non aderendo ufficialmente al movimento, a causa dei rapporti di
quest'ultimo — per lui ambigui — con gli agrari. Risale a quel periodo,
infatti, la pubblicazione delle due opere Diritto, forza e violenza e Lo Stato
di diritto. Nel primo, riprendendo la tesi delle Réflexions sur la violence di
Sorel, l'autore precisava il suo discorso distinguendo una violenza
"morale", "razionale", "rivoluzionaria", la quale
doveva essere il mezzo per l'affermazione di un nuovo diritto (veicolo, dunque,
di uno ius condendum), da una violenza invece gratuita e immorale. Critica da
un punto di vista neokantiano il concetto hegeliano di Stato etico, lasciando
intravedere tuttavia margini di sviluppo per una visione totalitaria dello
Stato. A seguito dell'uscita dei fascisti dalla UIL e della conseguente
creazione della Confederazione nazionale delle Corporazioni sindacali per opera
di Rossoni, Panunzio collaborò con il settimanale ufficiale della
Confederazione, cioè «Il Lavoro d'Italia, vergando un importante articolo sul
primo numero, nel quale ribadiva le sue tesi sul sindacalismo nazionale. Dopo
essersi speso invano, con l'aiuto di Balbo, per una conciliazione tra Mussolini
ed ANNUNZIO, appoggiò la politica pacificatrice di Mussolini, sostenne la
«svolta a destra» del PNF (cioè per un ristabilimento dell'autorità dello
Stato) e caldeggiò — con la caduta del primo Governo Facta — la costituzione di
un governo di "pacificazione" che riunisse fascisti, socialisti e
popolari (prospettiva ritenuta possibile da Mussolini stesso), scrivendo un
importante articolo che individuava nel capo del fascismo l'unico in grado di
stabilizzare e pacificare il Paese: «Benito Mussolini — uno dei pochi
uomini politici, checché si dica in contrario, che abbia l'italia — ha molti
nemici e anche molti adulatori. L'uomo non è ancora bene conosciuto. Chi scrive
può affermare con piena sincerità e obbiettività che la storia recentissima
dell'Italia è legata al nome di Mussolini. L'intervento dell'Italia in guerra è
legato al nome di Mussolini. La salvezza dell'Italia dalla dissoluzione
bolscevica è legata a B. Mussolini. Questi sono fatti. Il resto è politica che
passa: dettaglio, episodio. Anche prima di Caporetto, anche dopo Caporetto,
Mussolini (è vero o non è vero?) disse dall'altra parte: tregua. Non fu,
maledettamente, ascoltato. La fine della lotta ormai è un fatto compiuto.
Eccedere più che delitto è sproposito grave. Ed ecco perché un Ministero in cui
entrino le due parti in lotta — per la salvezza e la grandezza dello Stato — è
un minimo di necessità e di sincerità. (P.) Tuttavia, con il reincarico di
Facta e il seguente sciopero generale del 1º agosto indetto dall'Alleanza del
Lavoro (il cosiddetto «sciopero legalitario»), scrive a Mussolini mostrando la
sua delusione nei confronti dei socialisti confederali, ritenendo quindi
impossibile una convergenza d'intenti con il PSI e reputando ormai sempre più
necessaria una svolta a destra: «Anch'io pensavo unirci con i confederali
che «senza sottintesi siano per lo Stato». Dopo lo sciopero un ultimo equivoco
è finito. Bisogna mirare a destra. Diciamolo, con o senza elezioni. Confido in
te e nel Fascismo, per quanto il difficile, dal lato politico, viene proprio
ora. Di lì a breve, il fascismo salì al potere. L'impegno politico e
culturale durante il fascismo Una volta costituito il governo fascista, P.
stringe legami sempre più stretti con il movimento mussoliniano, ottenendo la
tessera del PNF (su iniziativa dell'amico Balbo) e venendo eletto deputato. Nello
stesso anno divenne membro del Direttorio nazionale provvisorio del PNF, che
lasciò dopo neanche un mese in quanto chiamato alla carica di sottosegretario
del neonato Ministero delle Comunicazioni (diretto al tempo da Ciano). In
questo periodo, inizia a interrogarsi, assieme ai massimi teorici fascisti, sulla
vera natura ed essenza del fascismo, per il quale coniò la definizione di
«conservazione rivoluzionaria», che sosterrà per tutta la sua vita. La
filosofia fascista non è unicamente conservazione, né unicamente rivoluzione,
ma è nello stesso tempo — beninteso sotto due aspetti differenti — una cosa e
l'altra. Se mi è lecito servirmi d'una frase che non è una frase vuota di
senso, ma una concezione dialettica, io dirò che la filosofia fascista è una
grande conservazione rivoluzionaria. Quel che costituisce la superba
originalità della rivoluzione italiana, ciò che la fa grandemente superiore
alla rivoluzione francese e alla rivoluzione russa, è che, ricordandosi e
approfittando degli insegnamenti di VICO, di Burke, di CUOCO e di tutta la
critica storica della Rivoluzione essa ha conservato il passato, realizzato il
presente e orientato tutto verso l'avvenire, nei limiti della condizionalità e
dell'attualità storiche. Per certi aspetti il Fascismo è ultraconservatore: ad
esempio, nella restaurazione dei valori famigliari, religiosi, autoritari,
giuridici, attaccati e distrutti dalla cultura enciclopedica, illuministica,
che si è trapiantata arbitrariamente, anche nell'ideologia del proletariato,
vale a dire nel socialismo democratico, che è il più grande responsabile della
corruzione contemporanea. Per altri aspetti, il Fascismo è innovatore, e a un
punto tale che i conservatori ne sono spaventati, come per esempio per la sua
orientazione verso lo «Stato sindacale» e per la suademolizione dello «Stato parlamentare.
Partecipò inoltre attivamente al dibattito incentrato sull'edificazione di uno
stato nuovo, fornendo importanti spunti, alcuni dei quali avranno un seguito
costituzionale, come ad esempio il "sindacato unico obbligatorio",
l'attribuzione della personalità giuridica (istituzionale, non civile) ai
sindacati, o l'istituzione di una Magistratura del Lavoro che si ponesse quale
arbitro nelle controversie tra capitale e lavoro. Fornì anche, al contempo, le
basi teoriche del futuro Stato sindacale (poi corporativo): «La nuova
sintesi è l'unità dello Stato e del Sindacato, dello Statismo e del
Sindacalismo. È lo Stato il punto di approdo e lo sbocco, superata la prima
fase negativa, del Sindacalismo. È di questi tempi altresì l'evoluzione del
pensiero panunziano riguardo a una concezione organicistica dello Stato,
attraverso una critica serrata dello Stato democratico-parlamentare, uno «Stato
meccanico, livellatore, astratto» (sorretto dal «principio meccanico della
eguaglianza e cioè il suffragio universale»), che doveva portare a uno «Stato
organico, gerarchico», fondato su un sistema sindacal-corporativo, giacché «chi
è organizzato pesa, chi non è organizzato non pesa. In quest'ottica deve essere
considerata, infatti, la definizione panunziana del fascismo quale «concezione
totale della vita. Tutta la riflessione teorica politico-giuridica di questo
periodo fu riassunta e sistematizzata nel suo saggio, Lo Stato fascista, il
quale accese grandi dibattiti in ambiente fascista, tanto che l'autore ebbe
modo di confrontarsi su questi temi — spesso polemicamente — con importanti
personalità intellettuali come Costamagna, Gentile e Curcio. n virtù di queste
premesse teoriche e operative, appoggiò Mussolini durante la crisi causata dal
delitto Matteotti, al fine di incrementare il processo di riforma statuale
avviato dal fascismo, che si sarebbe di lì a poco concretizzato nelle leggi
fascistissime volute da Alfredo Rocco e, soprattutto, nella Legge n. 563, che
istituzionalizzò i sindacati, e nella redazione della Carta del Lavoro, il
documento fondamentale della politica economica e sociale fascista.
Terminata l'esperienza di governo, si dedicò all'insegnamento: dopo aver vinto
il concorso per un posto da professore straordinario in filosofia del diritto
presso l'Università degli Studi di Ferrara, divenne ordinario e si trasferì a Perugia,
di cui fu Rettore nell'anno accademico. Chiamato a insegnare dottrina dello
Stato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di
Roma, cattedra che detenne sino alla morte. Non appena insediatosi nell'ateneo
romano, incaricato dal Duce di organizzare, in qualità di Commissario del
Governo, la neonata Facoltà Fascista di Scienze Politiche di PERUGIA, che
doveva essere la nuova Bologna (la piu antica universita europea) – e fascista.
In tale veste, chiama a insegnare a Perugia docenti quali Orano, Michels,
Olivetti, Maraviglia e Coppola. E ancora deputato. Malgrado gli impegni
accademici, Panunzio continua a sostenere l'edificazione dell'ordinamento
sindacale corporativo del nuovo Stato fascista attraverso i suoi articoli
giornalistici, partecipando agli intensi dibattiti degli anni trenta sulla
legislazione corporativa. Più precisamente, egli si situava in quell'ala
sindacalista del fascismo che, nella nuova struttura statuale, perorava un
potenziamento dei sindacati all'interno del sistema corporativo, affinché essi
potessero intervenire più decisamente nella direzione economica del Paese. In
questo periodo, grazie a opere teoriche fondamentali, Panunzio sistematizzò e
definì organicamente il suo pensiero. In sostanza, lo Stato fascista, che è
sindacale e corporativo, si contrappone allo «Stato atomistico ed individualistico
del liberismo. Inoltre lo Stato fascista è caratterizzato dalla sua
ecclesiasticità o religiosità, intesa come «unione di anime, al contrario dello
stato liberal-parlamentare «indifferente, ateo e agnostico». Il giurista
molfettese introdusse anche il concetto di funzione corporativa in quanto
quarta funzione dello Stato (dopo le tre canoniche: esecutiva, legislativa e
giurisdizionale), proprio per fornire il necessario fondamento giuridico ai
cambiamenti costituzionali in atto, con la creazione dello Stato corporativo. Lo
Stato fascista, infine, si configura come uno Stato totalitario, «promanando
direttamente e immediatamente da una rivoluzione ed essendo formalmente uno
"Stato rivoluzionario". Con l'istituzione delle corporazioni
(attraverso la legge) e la creazione della Camera dei Fasci e delle
Corporazioni (legge), P. redasse la Teoria Generale dello Stato Fascista, che
rappresenta la summa del suo pensiero in materia di ordinamento sindacale
corporativo: in questo, egli sosteneva la funzione attiva e propulsiva del
sindacato, al fine di evitare un'involuzione burocratica delle corporazioni;
sosteneva altresì il suo concetto di economia mista — la quale all'intervento
pubblico affiancasse una sana iniziativa privata — «ordinata, subordinata,
armonizzata, ridotta all'unità, ossia unificata dallo Stato, in quanto il pluralismo
economico e la pluralità delle forme economiche sono un momento ed una
determinazione organica del monismo giuridico-politico dello Stato. Partecipò,
con notevole peso specifico, alla riforma del Codice di procedura civile e del
Codice civile. Riguardo a quest'ultimo, in particolare, il suo contributo fu
decisivo, soprattutto per il terzo (Della proprietà) e quinto (Del lavoro)
libro: fu lui ad ottenere che un intero libro fosse dedicato al lavoro; volle
che la Carta del Lavoro fosse posta a base del codice; definì un più
circostanziato concetto di proprietà, in cui se ne enfatizzava la "funzione
sociale. Divenne consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle
Corporazioni. Morì a Roma, in piena guerra. L'archivio di Sergio Panunzio
è stato digitalizzato ed è attualmente disponibile alla ricerca presso la
Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice in Roma. Altri saggi: “Il socialismo
giuridico” (Moderna, Genova); “La persistenza del diritto -- discutendo di sindacalismo
e di anarchismo” (Abruzzese, Pescara); “Sindacalismo e Medio Evo” (Partenopea,
Napoli); “Il diritto e l'autorità” ((POMBA, Torino); “Guerra giusta” (Colitti,
Campobasso); “Lega dei nazioni” (Taddei, Ferrara); “Nazione e Nazioni” (Taddei,
Ferrara); “Diritto, forza e violenza” (Cappelli, Bologna); “Stato di diritto” (Taddei,
Ferrara); “Lo stato nazionale e sindacati” (Imperia, Milano); “Che cos'è il
fascismo” (Alpes, Milano); “Lo stato nazionale nel veintennio fascista” (Cappelli,
Bologna); “Sentimento di stato” (Littorio, Roma); “Dittatura” (Forlì); “Stato e
diritto: l'*unità* dello stato e la *pluralità* degli ordinamenti giuridici” (Mdenese,
Modena); “Leggi costituzionali del regime italiano” (Sindacato nazionale
fascista avvocati e procuratori, Roma); “Popolo, Nazione, Stato: un esame
giuridico” (Nuova Italia, Firenze); “I sindacati e l'organizzazione economica
dell'impero” (Poligrafico dello Stato, Roma); “Sulla natura giuridica
dell'Impero italiano” (Poligrafico dello Stato, Roma); “L'organizzazione
sindacale e l'economia dell'Impero” (Poligrafico dello Stato, Roma); “La Camera
dei fasci e delle corporazioni” (Trinacria, Roma); “Teoria generale dello stato”
(MILANI, Padova); “Motivi e metodo della codificazione dello stato italiano” (Giuffrè,
Milano); F. Perfetti, “La conversione all'interventismo di Mussolini nel suo
carteggio, Storia contemporanea», “Il
sindacalismo ed il FONDAMENTO RAZIONALE DELLO STATO ITALIANO (Volpe, Roma). Non c'è dubbio che tra i molti
scrittori che tentarono di articolare l'ideologia del fascismo italiano e il più
competenti e intellettualmente influenti, come Gentile. H. Matthews, Il frutto
del fascismo” (Laterza, Bari). Fornisce con le sue teorie una patina di
legittimità rivoluzionaria alla dittatura. Z. Sternhell, Nascita dell'ideologia
fascista” (Milano). Il filosofo più importante del fascismo. Perfetti, Il socialismo giuridico, LModerna, Genova, Sindacalismo
e Medio Evo, Partenopea, Napoli. G. Cavallari, Il positivismo nella formazione
filosofico-politica in «Schema», L. Paloscia,
La concezione sindacalista, Gismondi, Roma, Guerra e socialismo, in «Avanti!», Mussolini,
Guerra, Rivoluzione e Socialismo. Contro le inversioni del sovversivismo guerrafondaio,
in «Avanti!», Mussolini, La guerra europea: le sue cause e i suoi fini, in Ver sacrum, Taddei, Ferrara. Sergio Panunzio,
I due partiti di oggi e di domani, in «Il Popolo d'Italia», Perfetti, La Lega
delle nazioni, Taddei, Ferrara, Un programma d'azione, in «Il Rinnovamento»,
Mussolini, Diritto, forza e violenza: lineamenti di una teoria della violenza”
(Cappelli, Bologna); “Lo Stato di diritto, Taddei, Ferrara). Il settimanale e diretto
da Rossoni e annove, tra i collaboratori più attivi e competenti, A.
Casalini. Il sindacalismo nazionale, in
«Il Lavoro d'Italia», Perfetti, Renzo De Felice, Mussolini il fascista, La conquista del potere, Einaudi, Torino. L'ora
di Mussolini, in «La Gazzetta delle Puglie», «Popolo d'Italia» per espressa
volontà di Mussolini. Lettera citata in
Perfetti, Che cos'è il fascismo, Alpes, Milano, Stato e Sindacati, in «Rivista
Internazionale di Filosofia del Diritto», gennaio-marzo Forma e sostanza nel
problema elettorale, in «Il Resto del Carlino», Idee sul Fascismo, in «Critica
fascista», L. Nucci, La facoltà fascista di Scienze Politiche di Perugia:
origini e sviluppo, in Continuità e fratture nella storia delle università
italiane dalle origini all'età contemporanea, Dipartimento di Scienze storiche
Perugia, Perugia. Loreto Di Nucci, Nel cantiere dello Stato fascista, Carocci,
Roma, Renzo De Felice, Mussolini il
Duce, I: Gli anni del consenso, Einaudi,
Torino, Il sentimento dello Stato, Libreria del Littorio, Roma; Il concetto
della dittatura rivoluzionaria, Forlì, Stato e diritto: l'unità dello stato e
la pluralità degli ordinamenti giuridici, Società tipografica modenese, Modena.
Leggi costituzionali del Regime, Sindacato nazionale fascista avvocati e
procuratori, Roma, Perfetti, XXX Legislatura del Regno d'Italia. Camera
dei fasci e delle corporazioni / Deputati / Camera dei deputati storico Il Fondo Sergio Panunzio. Fondazione Ugo
Spirito e Renzo De Felice. Giovanna
Cavallari, Il positivismo nella formazione filosofico-politica, in «Schema», Cordova,
Le origini dei sindacati fascisti, Laterza, Roma-Bari, Sabino Cassese,
Socialismo giuridico e «diritto operaio». La critica di Sergio Panunzio al
socialismo giuridico, in «Il Socialismo giuridico: ipotesi e letture», in “Quaderni
fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno”, Renzo De Felice,
Mussolini, Einaudi, Torino, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi, Torino; Gentile,
Le origini dell'ideologia fascista, Il Mulino, Bologna, Laterza, Roma-Bari). A.
James Gregor, Sergio Panunzio: il sindacalismo ed il fondamento razionale del
fascismo, Volpe, Roma. nuova edizione ampliata, Lulu.com,. Benito Mussolini,
Opera omnia, Edoardo e Duilio Susmel, La Fenice, Firenze-Roma, Leonardo
Paloscia, La concezione sindacalista di P., Gismondi, Roma, Parlato, La
sinistra fascista: storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna. Giuseppe
Parlato, Il sindacalismo fascista, II:
Dalla grande crisi alla caduta del regime, Bonacci, Roma, Perfetti, Il
sindacalismo fascista, I: Dalle origini
alla vigilia dello Stato corporativo, Bonacci, Roma); Perfetti, La
«conversione» all'interventismo di Mussolini nel suo carteggio con Sergio
Panunzio, in «Storia contemporanea», Francesco Perfetti, Introduzione, in
Sergio Panunzio, Il fondamento giuridico del fascismo, Bonacci, Roma, Francesco
Perfetti, Lo Stato fascista: le basi sindacali e corporative, Le Lettere,
Firenze. Zeev Sternhell, Nascita dell'ideologia fascista, tr. it., Baldini e
Castoldi, Milano 1993. Fascismo
Sindacalismo rivoluzionario Sindacalismo nazionale Sindacalismo fascista
Corporativismo Italo Balbo James Gregor Francesco Perfetti. Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di Sergio
Panunzio,. Sergio Panunzio, su
storia.camera, Camera dei deputati.
Sabino Cassese, Socialismo giuridico e «diritto operaio». La critica di
Sergio Panunzio al socialismo giuridico in Quaderni fiorentini per la storia
del pensiero giuridico modern” (Giuffrè, Milano). Fervono oggi in Italia, nel campo
polìtico e filosofico, le discussioni e le polemiche molto vivaci su Hegel,
sulla idolatria dello Stato ovverosia sulla sua statolatria, sullo Stato
considerato da Hegel come l’Ente supremo. Forti correnti antihegeliane si
deiineano in Italia nel Fascismo contro le correnti e le scuole idealistiche
facenti, cora’è noto, capo al Gentile e alla sua interpetràzione attua-
listica, dopo (piella storica del Croce, dell’hegelismo. Non si vuole e non si
deve qui parlare di filosofìa. Il concetto « hegeliano » dello Stato si prende
qui nel suo aspetto sociale e politico, e da questo punto di vista è indubbio
il suo nesso storico ed ideologico con lo Stato fascista. A conferma di ciò,
basti notare che lo Stato fascista nega innanzi tutto e soprattutto Marx e Io
Stato marxista. Non a torto e significativamente il movimento hitleriamo in
Germania è e si chiama antimarxista e non antisocialista e si denomina anzi
nazionalsocialista. Ora Marx, per costruire ia classe, negò il suo maestro,
Hegel, e di Hegel prese il concetto della « società civile», risolvendolo
analiticamente nelle classi, donde la lotta di classe centro del suo sistema
teorico e pratico, riducendo anzi in ultima istanza la società civile in blocco
alla pretesa unitaria ed omogenea classe operaia, e negò lo Slato. Se, contro
la classe marxistica, si deve ricostruire e riabilitare lo Stato, è evidente,
per ciò solo, il ritorno necessario da Marx ad Hegel. Sta tutta qui, per me, la
parentela fra Stato fascista e Stato hegeliano. Riconosco, e lo disse, prima di
tutti, un nostro filosofo, MASCI, La libertà nel difillo e nella Sloria secondo
Kant ed Hegel, in Atti della R. Accademia di Scienze Morali e Politiche,
Napoli, che l’ideologia statale di Hegel si presta molto bene, nelle mani delle
classi reazionarie e fondiarie tedesche, alla fonda zione dello STATO
PRUSSIANO reazionario e conservatore. Ma altro sono le dottrine, altro l’uso e
lo sfruttamento che di esse tanno le classi sociaii secondo i loro bisogni ed
il loro spirito di classe; per quanto sia anche giusta l’osservazione dello
stesso MASCHI che LO STATO di Hegel per gran parte — rlducendosi la sua
Filosofia del diritto molte volte e in molti punti a mera trattazione empirica
di diritto costituzionale positivo germanico — non fa che, abbandonata la
fliosofia pura e speculativa, trascrive in termini di filosofia la realtà di
tallo dello STATO PRUSSIANO [citato da H. P. GRICE, ACTIONS AND EVENTS: the
only thing that exists is the kaiser of Prussia] del suo tempo. Per cui LO STATO di Hegel si
presta per questo verso a quel tale giuoco dic lasse, di piegare LO STATO filosofico
ed ETICO del grande filosoo alla propria situazione psicologica di classe. Ma
questi in dubbi aspetti stona e poiitici empirici dello STATO di Hegel, che lo
fanno passare -- non si di mentichi che Hegel vive e scrive dopo l’esperienza IMMEDIATA
DELLA RIVOLUZIONE francese, in un periodo, come oggi IL FASCISMO, anch’esso
accusato dai superficiali e dagli stolti d, reazionarismo, di restaurazione, e
appartenne al ciclo appunto della Restaurazione postrivoluzionaria -- per
reazionario e per il filosofo dello Stato reazionario non devono farci perdere
di vista gl’elementi filosofici essenziali non accidentali e fossili, e
specialmente il profondo vivo e vitale concetto della società civile di
corporazione e del NESSO FRA LA SOCIETA CIVILE E LO STATO. Ho piacere di notare
qui che un filosofo Bindek, Stato e Società nella filosofia poltlica, in Rio.
Inlernaz. di Filosofia del dirtto, fase. Ili, a proposito del mio saggio: Slato
e Sindacali, rileva il mio rifferimento a Hegel per la com penetrazione della SOCIETA
con lo STATO. Gl’elementi vivi e vitali non devono non separarsi attraverso la
critica e la scienza dagl’elementi morti e superati di Hegel. Per questi ultimi
non dobbiamo dimenticare i primi; anche se, per il suo tempo m cu. signora,
prima di Marx, la prassi e la teoria sviluppata poi dopo e fino a un certo
punto anche offre Marx da Sorci, del Sindacalismo. la concezione hegeliana
della Società e BUROCRATICA, e la concezione del governo, ossia dello Stato AUTOCRATICA.
Vedi su ciò le acute osservazioni e critiche a Hegel di CAPOGRASSI, già da me c
tate in questo saggio. Questo il giudizio obbieilivo sul Hegel politico A non
dire qui -- vedi su ciò il mio volume Lo Stato di diritto, Lo Stato noumeno
immanente di Hegel, Città di Castello, che la prima fase della filosofia politica
di Hegel e tutfaltro che reazionaria. Come pure non mi sembra che SI possa e SI
debba dire che lo STATO hegeliano, per la sua STATOLATRIA e uno Stato
panteistico. Non solo antico, ma addirittura uno Stato asiatico indiano, meno
nspettoso della libertà umana dello stesso Stato pagano platonicc»-aristoteìico
o ROMANO! Ve- di su ao, contro l’opinione di MASCI, l’appendice al mio citato
Stato di diritlo: Se lo Stato hegeliano sia Stato moderno. C'è si diflerenza
fra STATO FASCISTA o STATO NAZISTA e Stato hegeliano. Anzi è questo il punto
fondamentale per cui non si può e non si deve ridurre al tipo dello Stato
hegeliano LO STATO FASCISTA o nazista: che mentre, per MUSSOLINI, TUTTO E NELLO
STATO, NULLA FUORI DELLO STATO, NULLA CONTRO LO STATO, non è vero che nulla,
non dal lato politico, ma da quello filosofico e MORALE, E *SOPRA* LO STATO. Per
Hegel, invece, NULLA E SOPRA LO STATO per la semplice ragione che lo Stato è
tutto ed anzi Dio stesso realizzato nel mondo. Ma da questo a dire che lo Stato
di Hegel è più che antico asiatico, ci corre. Si può e si deve dire invece che LO
STATO FASCISTA appartiene al ciclo della filosofia idealistica trascendente mentre
lo Stato hegeliano è basato sull’immanenza, donde esso è Dio stesso. Del resto,
a questo proposito, sono anche note, nel campo filosofico, le premesse
trascendenti ed anche le interpretazioni net senso della trascendenza
dell’idealismo hegeliano. Vedi su ciò, in conformità dell’interpretazione
trascendente dell’idealismo hegeliano, il mio saggio Diritto Forza e Violenza,
parte IH. Orientata verso la trascendenza è la fase della filosofia idealista ITALIANA,
donde la dissoluzione t interna della posizione idealistico-attualistica
visibile nei rappresentanti dì questa scuola discendenti da GENTILEG. L
’idealismo attualistico, capovolgendosi la posizione del Gioberti, che dalla
trascendenza anda verso l’immanenza, da Dio alla Storia, fa oggi il cammino
inverso DALL’UMANO AL DIVINO, dalla storia d’ITALIA all’idea d’ITALINAITA. Vedi
su ciò sinteticamente ed efficacemente la prefazione di Giuliano al saggio di Rinaldi,
Gioberti e il problema religioso del Risorgimenlo, Firenze, Valleechi. Sulla
filosofia del diritto di Hegel, dal lato sociale e per le sue connessioni
ideologiche con il corporativismo fascista attuale, V., oltre ì miei saggi citati,
par ticolarmente, Lo Stato di diritto, Passerini D’Entreves (si veda), La
filosofia del diruto di Hegel, Torino, Sui rapporti fra LA VOLONTA DI TUTTI di
Rousseau e la società civile di Hegele fra la volontà generale dei primo e lo
Stato del secondo, vedi il mio Sfato di diritto, Rousseau e lo Stato di Hegel.
Sui rapporti fra società e Stato nella concezione fascista in rapporto aile mie
idee in poposito, vedi Leibholz, Zu den problemen des lascistisehen
Verfassangsreclds, Leipzig. Nessuna delle tre forme di dittatura sopra analizzate,
comprende LA DITTATURA DEL DUCE. Che cosa essa è? Essa è una forma ideale a sé.
Essa è uno sato di grazia dello spirito
italiano. È quella che io credo si debba chiamare la DITTATURA EROICA
CARISMATICA, figura storica o se vogliamo FILOSOFICA, non figura giuridica; ed
in quanto tale, eccezionale e soprannaturale, non ordinaria e comune. Di essa
non si occupano e non parlano i trattati di Dottrina dello Stato e di Diritto
costituzionale. Dovete, per comprenderla, se me lo chiedete, aprire un saggio,
il saggio su NAPOLEONE BUONAPARTE, EROE ITALIANO, degl’Eroi di Carlyle. Un
acuto filosofo, Michels, richiamando il concetto di Weber, parla; di Uomo e di
Capo CARISMATICO. La dittatura eroica è spirituale, non materiale, SOGGETIVA, o
INTER-SOGGETIVA, non oggettiva, prodotta e posta dal popolo; non imposta al popolo,
per cui essa è considerata dal popolo che la genera e ne è li geloso
proprietario e custode, come la cosa sua più intima preziosa e personale.
Dobbiamo, se mai, per inquadrarla in qualche modo in una delle forme stabilite,
ricollegarla, come si è dimostrato, alla dittatura rivoluzionaria. La
rivoluzione è un’idea; e la dittatura rivoluzionaria è la dittatura dell’idea.
Ma questa idea deve trovare il suo Uomo, il suo corpo, l’Eroe. Onde può dirsi
che la dittatura eroica è la soggettività, la coscienza dell’idea di un
popolo, nella sua marcia e nel suo cammino nella storia. LO STATO FASCISTA
NELLA DOTTRINA DELLO STATO. LO STATO NUOVO. Genesi dello Stato fascista.
La natura ideale del Fascismo. Il Fascismo come conservazione revoluzionaria. Gli
elementi dello Stato fascista. La restaurazione politica e rinstaurazione
sociale nello Stato fascista . Sindacalismo; Nazionalismo; Fascismo. Il lato
politico ed il lato sociale dello Stato. Il rapporto fra lo Stato e 1
Sindacati. Lo Stato-società ; lo Stato^asse ; lo Stato-popolo ; Io
Stato-nazione. In nota; rapporti fra lo Stato fascista e lo Stato di Hegel. Struttura
e funzioni dello Stato fascista. Lo Stato sindacale-corporativo . Stato ed
economia. La Corporazione. Lo Stato fascista nell’ordiiiamento giuridico. Leggi
costituzionali sociali; politiche. La Carta del Lavoro. Le istituzioni e gli
organi fondamentali. Legislazione ed esecuzione. Lo Stato-Partito. Lo Stato
militare ed il cittadino-soldato. I caratteri, la qualilìcazione, e la
denominazione dello Stato fasci sta. La statocrazia come formula ideale dello
Stato fascista. La difesa penate dello Stato fascista.. LO STATO FASCISTA NEL
DIRITTO PUBBLICO POSITIVO. CONCETTI GENERALI E GL’ISTITUTI FONDAMENTALI. Criteri
di metodo e dì studio. Il diritto costituzionale fascista: le leggi; la prassi
; la dottrina ; la storia. Il metodo giuridico ed i suoi limiti. Le leggi
costituzionali ; le leggi costituzionali rivoluzionarie. L ’in staurazione
rivoluzionaria. L ’atto fondamentale della rivoluzione ; il Proclama del
Quadrumvirato. I! diritto rivoluzionario: organi provvisori ; costituenti ;
costituzionali. . Il Potere politico o corporativo dello stato ed i suoi
presupposti sociali politi« e giuridici. La crisi della democrazia
parlamentare. Regime parlamentare e Regime fascista. La divisione dei poteri
come specificazione di organi e di funzioni, e la coordinazione dei poteri.
Critica della teoria dei tre poteri. La funzione di governo, ossia corporativa
o politica dello Stato. Natura dì questa funzione e sua denom inazione. L’Organo
supremo. Dalia funzione politica alla determinazione del titolare di essa. La
gerarchia degli organi costituzionali. 11 Capo dello Stato; il Capo del
Governo; il Gran Consiglio del Fascismo. L’Organo supremo come organo
complesso. Le relazioni statiche e dinamiche fra i tre elementi dell’Organo
supremo. La Monarchia e il Partito Nazionale Fascista.. La forma di governo: il
Regime fascista de! Capo del Governo. La forma di governo desunta dalla
posizione costituzionale dell’Organo supremo. Confronto fra il Regime fascista
e l’attuale regime inglese superparlamentare a Premier. Perfezione e
superiorità del Regime fascista nell’evoluzione delle forme di governo, in
quanto piena realizzazione del regime popolare. Il Capo del Governo ; ampiezza
ed intensità dei suoi poteri e delle sue attribuzioni. Sua posizione gerarchica
rispetto agli altri Ministri, suoi puri collaboratori tecnici. Gerarchia in
senso amministrativo e in senso costituzionale. La dinamica delle relazioni fra
il Capo del Governo e gli altri organi dello Stato, ed il Partito come fulcro
giuridico ed istituzione-cardine del Regime fascista. Nesso organico fra la
Monarchia e il P. N. F.. L’unità sostanziale fra il Re, il Popolo, il Partito.
Il Gran Consiglio. La prerogativa suprema del Re : la scelta e la nomina del
Capo del Governo. (In nota; la progressiva delimitazione della competenza
legislativa materiale del Parlamento e la crisi della legge formale. I gradi
del potere legislativo ed il problema della gerarchia delle nor me giuridiche
e della relativa Giurisdizione costituzionale). LE CORPORAZIONI E TEORIA
GENERALE DELLA CORPORAZIONE. PRINCIPI GENERALI. Il Corporativismo concepito
come principio filosoflco. Corporativismo economico e Corjiorativismo politico.
Errore <1i ridurre il Corporativismo al puro piano economico. Unità di
Fascismo e di Corporativismo. La corporazione e le Corporazioni. Sindacato e
Corporazione. Sindacalismo corporativo e Corporativismo sindacale. CHE COSA
SONO E COME SONO COSTITUITE LE CORPORAZIONI. L’essenza delle Corporazioni e le
loro proprietà costitutive. I,a costituzione organica delle Corporazioni. Le
lunzjoni delle Corporazioni. Preponderante rilevanza della loro funzione
normativa ed esame di quest’ultima. Il funzionamento pratico delle
Corporazioni. Il reale e l'ideale nella Corporazione. CHE COSA FANNO LE
CORPORAZIONI. I compiti e i problemi delle Corporazioni. La funzione
corporativa come esplicazione della potestà d’impero dello Stato. L ’unità
deH’attività dello Stalo. Le funzioni; gl’atti dello Stato. Attività economica
in senso materiale, ed in senso formale dello Stato. L ’attività
giuridico-economica dello Stato. I destinatari delle norme corporative. Che
cos’è la produzione. L’esecuzione produttiva. Sua differenza dalla esecuzione
amministrativa. Lo Stato e la produzione. Piano economico e piano produttivo.
Direzione e gestione. L’autarchia. Autarchia economica in senso formale. L’economia
corporativa come economia mista. Il diritto economico. Iniziativa privata ed
autarchia. IniziaUva pri vata e libertà economica. La libertà come categoria
spirituale e filosofica. Iniziativa privata e proprietà privata. Personalità e
proprietà; lavoro e proprietà. LE CORPORAZIONI ISTITUITE. IL PIANO DELLE 22
CORPORAZIONI. Il quadro delle Corporazioni ed i loro tre gruppi. Il ciclo
produttivo per grandi rami di produzione come criterio costitutivo delle
Corporazioni e della loro distinzione in tre gruppi. 154 3. La relatività come
criterio per la costituzione e la classificazione delle Corporazioni.
Esplicazione di questo criterio di relatività in due leggi : la organicità
decrescente e la generalità crescente delle Corporazioni. Natura strettamente «
sperimentale dell’ordinamento delle Corporazioni. Il Sindacato come elemento
attivo delle Corporazioni. Statica e dinamica delle Corporazioni. Mozione
presentala dal D U C E ed approvata dall'Assemblea Generale del Consiglio
Nazionale delle Corporazioni. TEORIA GENERALE DEL PARTITO. CONSIDERAZIONI
GENERALI DI METODO SUL PARTITO NELLA DOTTRINA DELLO STATO E NEL DIRITTO
PUBBLICO. Il partito rivoluzionario nella Dottrina dello Stato e suo posto
sistematico in essa. Il procedimento di formazione dello Stato fascista, ossia
il Partito rivoluzionario come origine immediata e formale dello Stato
fascista. Delimitazione dello studio de! Partito sotto l’aspetto politico e
sotto l’aspetto giuridico. Criteri di metodo e degli organi dello stato. Le
varie teorie sulla natura giuridica del Partito, particolarmente sul Partito
come istituzione politica autarchica e come organo dello Stato. Le varie specie
di istituzioni pubbliche. Nuovo concetto delTautarchia. IL PARTITO
RIVOLUZIONARIO, OSSIA IL PARTITO-STATO. Il partito rivoluzionario come nozione
pubblicistica a sè. .Il partito rivoluzionario nella Storia e nella Dottrina
dei partiti. Se il partito rivoluzionario sia ancora un partito e de. bba
chiamarsi partitoIl partito rivoluzionario come partito di regime. Partiti di
governo e partiti di regime. lì partito socialista ed il Partito fascista come
partiti rivoluzionari. Partito rivoluzionario e partito unico. Il partito unico
nella concezione socialista e nella concezione fascista. Stato dì partiti ;
Stato-partito. Il partito totalitario ed il partito unico. Differenza, non identità
fra le due nozioni. Il partito unico può intendersi in due sensi: in senso
giuridico o formale come ente processuale ossia come organo della rivoluzione.
In senso sostanziale come ente politico ossia come organo dello stato. La
giustificazione del partito rivoluzionario. Il partito rivoluzionario come
organizzazione militare . passaggio dal Partito-Stato allo Stato-partito. LA
DITTATURA RIVOLUZIONARIA. Considerazioni generali sul fenomeno storico-politico
della dittatura. Esposizione e critica di alcune opinioni sulla dittatura. Le
crisi dello Stato e le rivoluzioni. Distinzione, classificazione e analisi
delle varie forme dì dittatura. La dittatura costituzionale. La dittatura
rivoluzionaria.. La dittatura polìtica. La dittatura eroica . PARTITO - REGIME
STATO. Posizione e determinazione critica e metodica del concetto di regime. Il
concetto di regime nella recente dottrina politica e giuridica italiana . Il
concetto di regime in rapporto a quello di rivoluzione. Il movimento interno
ossia la dialettica del regime. Le istituzioni del Partito e quelle del Regime
: le istituzioni del Regime e quelle dello Stato . IL CONCETTO DI STATO-PARTITO.
Lo Stato-partito. Lo Stato dei partiti; delle leghe; dei sindacati (Partitismo;
Leghismo, Sindacalismo). Il partito rivoluzionario; il Partito-Stato; la
formula politica. Modernità del concetto di rivolurione e di partito
rivoluzionario. L ’unità e la continuità dello Stato ; la vicenda e la
successione delle forme di governo. Socialismo rivoluzionario; riformismo;
bolscevismo; Fascismo. L’esperienza sovietica russa. La classe. La Nazione. Lo
Stato-oggetto; il partito-soggetto. L’esperienza fascista. Contraddizione
sovietica; verità fascista. Il problema giuridico del P. N. F.. Dal Partito-Stato
allo Stato-partito. Insurrezione e dittatura come torme logiche della
Rivoluzione. Lo Stato-formae lo Stato-sostanza. Natura e scopo del P. N. F,.
Istituzione ed organo dello Stato. Nuovo concetto degli organi dello Stato. L'uno
politico: lo Stato; il pluralismo sociale. Sindacati. Il Partito e i Sindacati
. L’università del Fascismo; suo presupposto: il partito unico . SCRITTI
FIL030F1GO-GIURIDICI E DI DOTTRINA DELLO STATO. Il Diritto e l’autorità,
Torino, Pomba. Le ragioni della Giurisprudenza pura, Roma, Rio. Inier. di
Sociologia, Il concetto della guerra giusta, Campobasso, Coluti, Lo Stato
giuridico^ nella concezione di Pelrone, Campobasso, Coluti. Introduzione alla
Società delle Nazioni, Ferrara, Taddei. La Lega delle Nazioni, Ferrara, Taddei.
Lo Stato di diritto. Città di Castello, lì Solco. Il socialismo, la Filosofia
del diriilo e lo Staio, Città di Castello, il Solco, Lirillo, Forza e Violenza.
Bologna, Cappelli. Staio e Sindacati, Roma, Rio. Inter. di Filos. del Dir. Consenso
ed apatia, in Annaii dell'Universilà di Ferrara. Filosofia e Polilica del
diritto, Milano, Rio. di Dir. Pubb. La Politica di Sismondi, Roma, Rio. Inlern.
di Filos. del Dir., Il Sentimento detto
Stalo, Roma, Libreria del Littorio, Diritto sindacale e corporaliuo, Perugia,
La Nuova Italia, Stalo e Diritto, Modena, Le leggi cosittuzionu/i del Regime
{Relazione al F Congresso giuridico italiano) Roma, Popolo, Nazione e Stato,
Perugia, La Nuova Italia, Allgemeine Theorie des faseslischen Staales, Berlino,
Walter de Gruyter, SCRITTI POLITICI Il Socialismo giuridico, Genova, Libreria
moderna, Il Sindacalismo nel passalo, Lugano, Pagine Libere, La persistenza del
diritlo, Pescara, Casa Ed. Abruzzese, Sindacalismo e Medio Eoo, Napoli, Casa
Ed. Partenopea, Stalo Nazionale e Sindacali, Milano, Imperia, Che cos’è il Fascismo, Milano, Alpes, Lo
Stato Fascista, Bologna, Cappelli, Il riconoscimento rivoluzionario dei
Sindacati, Roma, Il Diritto del Lavoro
Sindacalismo, Torino, Pomba, Rivoluzione e Costituzione, Milano, Treves,
La fStoria» del Sindacalismo fascista, Roma, Quaderni di segnalazione, Riforma
Coslltuzionale {Le corporazioni; il Consiglio delle Corporazioni, il Se nato),
Firenze, La Nuova Italia, Economia mista {dal Sindacalismo giuridico al
Sindacalismo economico), Milano, Hoepli,Alighieri esalta nel suo De Monarchia 1’ordinamento
gerarchico del mondo conchiuso nell’idea imperiale; pocoappresso Marsilio da Padova
fonda sulpopolo 11diritto didarsiunproprioordinamento giuridico, secondo le
speciali esigenze di ogni gruppo sociale, e Bartolo espone nel trattato De
regimine sivitatis le varie forme dei governi, secondo l’autonomo diritto
delle cittàe dei regni; finché Enea Silvio Piccolomini avanti il definitive tramonto
dell’idea imperiale, traccia a grandi linee, nel Libellus de ortu et
auctoritate imperli, il disegno dell’ordine politico dell’ universo, secondo la
disciplina dei gruppi sovrani gerarchicamente congiunti nell’impero. Solmi. Sull’autonomia
nel DIRITTO ROMANO, si veda Marquardt, ORGANISATION DEL’EMPIRE ROMAIN, PARIS, e
per il concetto giuridico moderno Regelsberger Pandekten, Leipzig, e la
letteratura ivi citata. Le dottrine dei giuristi medievali sono esposte dal
Gierke Deut. Genossenschaftsrect Berlin Su ALIGHIERI (vedasi), sarebbe da
vedere il mio scritto in Bull, della Soc. Dantesca; su Marsilio e Silvio,
cfr.Rehni Gesch. Staatsrechtswissen schaft, Ereiburgi. su Bartolo, lo scritto del
Salvemini, Studi storici Firenze Solmi, la co-operazione, lo stato come
cooperazione – lo stato come la cooperazione ideale – cooperazione volontaria –
cita. Sergio Panunzio. Panunzio. Keywords: stato, nazione, razza, popolo,
popolo e nazione sono cose distinte – la nazione ha una valore plus sopra
popolo. Razza e distinto a nazione – una rivoluzione basata sulla razza – la
concezione della razza e della nazione, l’italianita, la romanita, il ventennio
fascista – la filosofia giuridica previa al ventennio fascista – morte di P. L’altro P. Concetti. Citazione della
teoria dell’aristocrazia di Mosca, non di Pareto, citazione di Labriola,
critica al stato prussiano di Hegel, l’ordine, Mazzini, la revoluzione causata
per comunisti, la dittatura fascista, il dittatore eroe, cita de Martinis,
l’eroe non e senso sociologico di Martini, ma filosofico. Il concetto di la
nazione italiana, il concetto di Roma, la luce di Roma, la storia italiana, il
concetto di stato-nazione, il concetto di stato-razza. Citazione di “La mia
battaglia”, citazione di Mussolini. Scritti sistematici, evoluzione della
teoria dello stato fascista – positivismo, assenza di elementi mistici. La
revoluzione de perturbi e morbidi comunisti al ordine del reglamento, la
dittadura come reazione alla revoluzione, il concetto di stato, popolo,
nazione, antichita romana, i sindicati nella antica roma, i sindicati nella
Firenze medievale, il comune del comune, la citazione della monarchia d’Aligheri,
Marsilio di Padova, e Machiavelli. Il concetto di ‘stato’ nei romani. Definizione
concise. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Panunzio” – The Swimming-Pool Library.
Panunzio.
Luigi Speranza -- Grice e Panunzio: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- ventennio fascista –
la scuola di Ferrara -- filosofia emiliana -- filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Ferrara).
Filosofo italiano. Ferrara, Emilia-Romagna. Grice: “I
like his ‘contemplazione e simbolo,’ for what is a symbol for if no one is
going to contemplate it!?” -- Essential Italian philosopher. FIGLIO di
Sergio, il più noto filosofo del diritto e teorico del sindacalismo
rivoluzionario. Ligato alle correnti conservatrici e contro-rivoluzionarie
italiane. Studia a Roma sotto ZOLLI. Insegna a Roma. Come Grice, alla Regia
Marina, partecipa ad operazioni di guerra nel mediterraneo contro Capt. H. P.
Grice, e viene insignito della Croce di Cavaliere dell'Ordine della Corona
d'Italia. Collabora con “Pagine Libere”, “L'Ultima”, “Carattere” e altre
riviste specializzate in studi filosofici. Si muove nella direzione di un
simbolismo esoterico pieno di sacrali e regali elementi. Fonda a Roma la
rivista del tradizionalismo, “Meta-Politica”. Pubblica saggi in una collana a
cui darà il nome di "Dottrina dello Spirito Italiano". Il concetto di
“meta-politica” è al centro del dibattito sulle radici europee da parte degli
esponenti della destra e il culto del pagano (anti-cattocomune) di
Benoist. Cerca di ri-condurne l'orientamento tradizionale, iniziatico, e
simbolico. L’imponente biblioteca del padre è donata a Spirito che ne
custodisce in gran parte anche l'archivio di famiglia. Altri saggi: “Contemplazione
e simbolo”; “Summa iniziatica occidentale” (Volpe, Roma); “Simmetria, Roma); “Metapolitica,
“Roma eterna”, Babuino, Roma); “Luci di iero-sofia” (Volpe, I Classici
Cristiani, Cantagalli, Siena); “La conservazione rivoluzionaria. “Dal dramma
politico del Novecento alla svolta Meta-politica del Duemila”, Il Cinabro, Catania Cielo e Terra, “Poesia,
Simbolismo, Sapienza, nel poema Sacro,
Metapolitica, Roma ; Cantagalli, Siena Vicinissimi a Dio, “Summa
Sanctitatis”, Gl’Eroi, Cantagalli, Siena, Vicinissimi a Dio, “Summa
Sanctitatis” Siena, Cantagalli, Princípio, Appello. Storia ed Eségesi Breve.
Precedente Storico e Agiografico, Roma, Scritti remoti L’anima italiana,
Sophia, Roma, Difesa dell’aristocrazia: Pagine
Libere, Roma Gismondi, Roma, Foscolo tra VICO e MAZZINI nello spirito italiano,
Gismondi, Roma, Sull’esistenzialismo giuridico” (Bocca, Milano); “Tradizione, L’Ultima,
Firenze; “Cosmologia degl’antichi romani, Dialoghi, Roma, Ispirazione e
Tradizione -- Città tradizionali e Città ispiratrici --, Carattere, Verona Lo spiritualismo storico di Sturzo, Per una
rettificazione metafisica della Sociologia, Conte, Napoli Scritti, S.
Benedetto, Parma La Pianura, Ferrara, Atanor, Roma. Schena,
Fasano, Ristampe e nuove antologie
Difesa dell’Aristocrazia, Quaderni di Metapolitica, Roma I
Quaderni di Metapolitica, Roma Vecchie e
nuove cosmologie, Avviamento alla “Scienza dei Magi), Per una rettificazione
metafisica della sociologia, Lo spiritualismo storico di Sturzo, Sull'autore: Testimone
dell'assoluto, “L'itinerario umano e intellettuale di P.”, (Eségesi di 12 noti
Scrittori Italiani), Ed. Cantagalli, Siena, Dalla metafisica
alla metapolitica: omaggio, Simmetria, Roma. Inediti. In corso di stampa Note Olinto
Dini, Percorsi di libertà, Firenze, Polistampa, Scirè, La democrazia alla
prova, Roma, Carocci. Combattente nella guerra, rimane chiaramente, un teorico del fascismo. S. Sotgiu, in Il Giornale, Tradizionalismo (filosofia. Silvano
Panunzio. Panunzio. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Panunzio” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Panzini: la ragione conversazionale –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Senigallia). Filosofo italiano. Senigallia, Ancona, Marche. Abstract: “I dedicate usually one full
lecture or session in a seminar to ‘figures’, since conversational implicature
is one of them!” – Keywords: la prammatica come rettorica conversazionale,
Leech. Alfredo
Panzini. P. is a prolific writer, critic, and lexicographer,
with many other notable publications besides his Manualetto di retorica, the
rhetoric manual. He
spent most of life in Rimini. He stuied at BOLOGNA under the
Nobel-prize-winning CARDUCCI. P.’s works include novels, historical writings,
and a well-known dictionary. His notable publications include: Libro
dei morti e de vivi—a comic novel. DIZIONARIO moderno DELLE PAROLE CHE non si
trovano dei diionari comuni – a lesicographical work which went through
multiple editions. Da Plombieres a Villafranca, a historical narrative. Io
cerco mogie, a novel. Il mondo e rotono, a novel. Il bacio di Lesbia, a novel.
Santippe, a novel. La LANTERNA di DIOGENE. P. was also a translator
of classical works, including elegies of OVIDIO (vedasi) and Tibullus, and
VIRGILIO (vedasi)’s Bucolics. P. was known for his humorous stories and his
reflections on Italian society during his time. C\ L) MANUALETTO bI
RETORICA GIN NUMEROSI ESEMPI E DICHIARAZIONI DI ALFREDO PANZINI *% % -+1) USO
DELLE SCUOLE SECONDARIE INFERIORI UNDICESIMA EDIZIONE —@@E rr es. R. BEMPORAD
& FIGLIO - Epirori - FIRENZE == PROPRIETÀ LETTERARIA I DEGLI EDITORI R.
BeMPoRAD & FIGLIO Ogni copia del presente volume deve portare la firma
dell’Autore. Stab. Tipografico FRATELLI STIANTI, Sancasciano Val di Pesa (Fire FRESITIDO AT 3 926 Questo manualetto di retorica, che si ristampa
sull’edizione, è stato rinnovato, direi ringiovanito,. rispetto alle prime
edizioni: la qual cosa si può ben fare con un manualetto. Però il critèrio che
informò la prima edizione, cioè di fare un libro che sia sèmplice e chiara
quida allo scolaro, rimane. | La esperienza della scuola mi conforta sempre più
nel ritenere poco profittèvoli le molte e sottili distinzioni dei precetti letteràti:
molto ùtili invece le buone letture, sotto buon maestro. A. P. ee end CHE COSA SI INTENDE PER RETORICA 0
STILISTICA E QUALE È IL SUO UFFICIO. 1_ P., Manvaletto di Reròrica. Mm 708666
VERE AIAR E IR n ONLINE PRE x hI ie I rr se nie nt NOOO e e e e" m—__tt1e<ooee—Te@»@cegotqqplo
contese mici ta CERSA2ES 00000—sizzgiitt71gtgTJTTTRIRaÀaeaoa Ae”@A
"gg?" T_T Che cosa si intende per retorica o stilìstica e quale è il
suo ufficio Lo stùdio che ci dà gli ammaestramenti sull’arte di parlare e
scrìvere în modo intelligibile e hello fu chiamato, fin da antico, retòrica
(parola greca che significa appunto arte del dire): ed oggi da molti si sì dice
sfilìstica e anche precettìstica. Ma badate : se voi credeste che, imparando
tutte le règole della retorica, imparerete anche a scrivere in modo da
diventare scrittori o fin anche poeti, com- mettereste un errore di giudizio.
(1) Da stile. Vedi il capìtolo a pag. 49. (2) Per la storia di questa scienza,
si avverta che molte sue leggi, nomi, definizioni, partizioni sono quali le
stabilirono i Greci. Essi tòlsero le rè- gole dalle dpere dei loro grandi
poeti, i quali scrìssero prima che esistesse la retorica e la grammAtica. La
retòrica, quale fu creata dai Greci, passò ai Latini, e fu onorata poi nelle
scuole dell’evo méèdio, dove insieme con la grammàtica e la dialèttica, era il
fondamento dei buoni studi; e fu ono- rata per tutte le passate età, presso
tutti i pòpoli civili. In orìgine, dunque, queste règole fùrono ricavate dallo
stùdio della na- tura (i grandi scrittori, come Omero, Pindaro, Sòfocle ecc.):
poi si stabi- llrono per .forza di tradizione e di scuole, anzi. talvolta
questa forza di tradizione e di scuole esercitò una specie di tirannia sul
pensiero degli scrittori. Da ciò nacque il cattivo senso che alcuni danno a
questa nòbile 8cienza, e le ribellioni di molti letterati contro la retòrica.
Noi pure ri- Apettando la tradizione, non dobbiamo dimenticare il Vero e la
Natura | che sono i maestri che vèngono prima di ogni legge. Scrivere bene vuol
dire pensare bene e pensare molto ; avere molti studi, molla esperienza della
vita insieme con molto ingegno, sentimento e fantasia. Tutte cose piuttosto
difticili e rare. Non tutti, dunque, pòssono èssere poeti o scrittori, e non è
nemmeno cosa necessària. Tutti però possiamo scrivere con pulitezza e con
garbatezza. Possiamo, e perciò anche dobbiamo, giacchè scrivere in modo con-
forme alla dignità della gloriosa nostra lingua italiana è anch’esso un dovere
di buon cittadino. La retorica, che è una specie di grammatica del pensiero –
H. P. Grice: “I love that!” -- , può aiutare a raggiùngere questo scopo.
Invenzione, Disposizione, Elocuzione. Chi di noi non ricorda quante volte siamo
rimasti li, con la penna in ària su la carta bianca, senza scrivere? Perchè? Perchè
non ho idee. Pèasaci e le idee verranno. SÌ, forse qualche idea l’ avrei, ma
non so come cominciare. Ecco dunque: quando noi vogliamo scrivere un tema o
fare un discorso, dobbiamo necessariamente prima trovare le idee, poi
ordinarle, ed infine cercare le parole adatte, perchè queste sono come il
vestito delle idee. © | Certo, il giovanetto che rivolge alla mamma questo
discorso : « Mamma, per il mio compleanno mi farai un bel regalo, » non sì
accorge di aver trovato le idee, di averle poi disposte, e vestite con le
parole. Tutto è venuto fuori dalle labbra così naturale e spontàneo! Ma se io
òbbligo quel giovanetto ad espormi per iscritto, bene ed ordinatamerite, «
perchè la mamma non ha fatto nessun regalo al suo figiiuolo nel giorno del
compleanno di lui, » la cosa non è più così facile. f e. > Queste tre
operazioni che deve compiere la mente, prima di scrivere, si chiàmano,
invenzione, disposi- zione, elocuzione (da elbquio, vocàbolo latino che vuol
dire parola o lingudggio). Invenzione. L’ invenzione è .la ricerca e la scelta
delle idee (pensieri) convenienti a svdlgere bene un argomento. Questa ricerca delle
idee non è cosa fàcile, special- mente per un giovanetto. Cercare le idee vuol
dire pensare, € pensare vuol dire osservare, sentire. Queste facoltà di
pensare, (osservare e sentire) sono rare nei giovanetti: vèngono di sòlito più
tardi, con gli anni più maturi; tuttavia pòssono èssere acqui- state in certa
misura, un poco per volta, con un poco di ginnàstica mentale, cioè sforzando la
intelligenza a rifléttere. | Alessandro Manzoni, interrogato in che cosa con-
sistesse tutta l’arte dello scrivere, rispose con una famosa parola: pensarci
su. Ma siamo sinceri! Pen- sarciîi su è presto detto; ma è tanto difficile per
gli uomini grandî, figurarsi poi per i.ragazzi! E allora? Ecco: se i vostri
temi saranno fàcili, di cose vedute o sentite, o che possiate vedere e sen-
tire, allora sentirete nàscere certi pensieri che prima non avevate. E questi
pensieri faranno nascere le pa- role che prima vi sembràvano così difficili a
venir fuori. (1) Gli antichi maestri di retòrica insegnàvano prima a definire
la cosa di cui 8si deve trattare; poi esaminàvano se l’argomento del tema
potera èssere diviso in più parti ed enumeràvano queste parti; esaminàvano le
circostanze di luogo, di tempo e di modo che si accompàgnano all’argo- mento;
cercavano le cause e gli effetti attinenti. all'argomento; infine, con esempi e
sentenze autorèvoli, insegnàvano ad-illustrarlo. SEE E Per questa ragione
riportiamo le parole di un an: tico e grande maestro, che fu anche grande
poeta, Orazio. Egli dice così, press’ a poco : Quando scrivete, scegliete un
argomento che sia adatto alle vostre forze: osservate il peso che le vostre
spalle pòssono portare, e quello, invece, che rifiutano di portare. Quando voi
avrete ben capito l argomento, le pa; role per espiìmervi verranno senza sforzo
(1). (1) Generalmente oggi prevale l’uso di offrire ai giovanetti una sen-
tenza da svolgere, ove si tratta di virtù civili, sociali, patriòttiche, o di
argomenti educativi e morali. Dimostrare che, eco. Il giovanetto che deve tare
venti o trenta righe di così detto ragionamento, comincia di sblito con un,
verìssima è la sentenza espressa nel tema, e dice verìssima anche se non è
convinto. Poi raccatta qua e là pensieri dal Mazzini, dal Pèllico, dallo
Smiles, dal De Amicis, se pure non li còpia; e li cuce insieme come può; con la
lògica dei ma e degli e, spesso mettendo il ma disgiuntivo, dove val’e
congiuntivo, e viceversa. Dopo aver fatto il suo ragionamento, 8pesso vione
all’esèmpio ; ed è raro che non compaia la solita famìglia, compostà dei soliti
tre o quattro figliuoli, ai quali si attribuìscono avven- ture e sentimenti
inverosìmili, tanto perchè aiùtino alla dimostrazione. E quando allo scolaro
pare di avere dimostrato, conclude: Così resta dimostrata la verità della
sentenza, ecc. Supponiamo il tema: Za ricchezza non rende l’uomo felice. E il
giova- netto crede suo dovere lodare la più cruda povertà; il pane conquistato
col sudore della sua fronte. La sentenza è vera, ma non conviene eccèdere. La
virtù è il maggior bene per l’uomo: e il giovanetto, con un’ enfasi non
sincera, tesse le lodi della virtù, ripetendo le Stesse cose, ritornando a
ricalcare una stessa idea. Il dolore è un grande maestro : e il giovanetto
desidera ardentemente il dolore per potere avere questo grande maestro. Verrà
purtroppo da sè senza invocarlo! Ebbene, osiamo dirlo con aperta parola: quest’àbito
alla non sincerità è sommamente pernicioso. Certe sentenze sono dimostrative di
per sè. . ovvero il dimostrarle bene richiede una sottigliezza di pensiero che
non è cosa pròpria delPetà giovane. Da ciò proviene quello scrìvere impao-
ciato, legato, grottesco, sì che pare che il giovanetto scriva in una lingua
non sua, e deriva il tèdio negli insegnanti che debbono corrèggere 0 ri- vedere
tanti lavori calcati su lo stesso stampo di falsità. Se il tema è patriottico,
e parla di doveri sublimi e di sacrificio, si ri- corre alla storia. Ma,
purtroppo, tanto la storia antica, quanto la contem- porànea, sono scarsamente
conosciute dai giovanetti. Per questa ragione si sògliono ripètere senza
sentimento, e con poco discernimento, nomi @ fatti erdici: le Cinque Giornate,
i fratelli Bandiera, Giuseppe Mazzini, San Martino, Solferino, i Martiri dello
Spielberg..., dei quali fatti e pers0- naggi i giovanetti hanno nozione sicura
come dei Gracchi, della Battaglia ati Ma voi direte: i temi non li scegliamo
noi. Ed io vi_àuguro che vi siano dati temi adatti alla vostra età e alla
vostra intelligenza. Vedete un po’ se questi temi, ad esèmpio, vi riu-
scirèbbero bene: | Luigino si vergogna, trova scuse per non portare a casa un
grosso pacco che il babbo gli disse di an- dare a prendere. — I buoni frutti
della campagna, Descrizione di una bella cucina, Ritratto di me stesso,“La
vetrina di un pasticciere, Quello che avviene in un giardino fra il marzo ed il
màggio, — Il vecchio orologio a cucù, Le lezioni che più vi piacciono e vi
interèssano, La mia cameretta, I maestri di cui serbate qualche caro ricordo, —
Le malìzie degli scolari, Nella guida & Italia (Bae- decker, introduzione)
fra i molti avvertimenti dati ai forestieri, si tròvano queste parole: «
Chiedendo : stanze negli alberghi, converrà munirsi di pòlvere insetticida onde
cospàrgere il letto, la camera, le vesti ». È detto che non v’ è paese del
mondo in cui più di sovente occorra ullargar le mani per le mance, di Legnano,
che si introdùcono in altri temi. Non parliamo poi di temi vanamente
sentimentali che sarebbe discorso troppo lungo. Questi temi svolti di maniera,
sono cosa assai peggiore dei temi svolti per imitazione e per tràccia, che sono
tanto ripudiati da alcuni moderni. Una volta usàvano molto, come avviamento, i
temi per imitazione: rac- oontini, anèddoti, fàvole. Oggi più non usa. Leggo in
un libro scolàstico: Voi potete riprodurre un racconto, un pensiero,
un’'imdgine altrui; ma se questo materiale non è entrato nel vostro spirito,
non si è trasformato dentro di vot; non è stato novamente rifuso e creato con
tutti i carditeri dell'anima vostra, voi non avete imitato, avete copiato. Ebbene,
questa del copiare noir mi pare cosa grave. Soltanto questo ri- fondere e
creare con i caràiteri dell’danima pròpria, mi pare difficile, anche perchè
quest’anima è in via di formazione; ea è allora che si prende in prèstito dagli
altri, e si cuce con dei ma e degli e, con dei vuoti paroloni, cioè con una
retòrica assai brutta, anche se moderna; o almeno pari al- ’antica, quando
dàvano per tema: Il discorsc di Coriolano a sua madre, Ciare che passa il
Rubicone, Annibale che scende in Itàlia.. MR. FRS e che dopo aver dato una
volta, conviene dare una seconda volta. È detto che la mendicità è una delle
grandi piaghe d° Italia, sà per la crescente misèria degli abitanti, sì per la
generosità degli stranieri. Queste elembsine non sèrvono che a conservare la
pigrìzia degli Italiani e conviene astenersi dall’ of- frire soldi ai bambini.
Liberarsi da tutti questi îim- portuni con un segno o con la parola « niente ».
Che ne pensate ?, Che vita felice conduce il mio gatto di casa!, Per una via
deserta di campagna (di notte), I giorni
della settimana, — Immaginate alcuni dialoghie ragionainenti degli animali
intorno agli uòmini, Il negòzio della fruttaiola, Quali libri avete letto? Quanti
difetti hanno i miei com- pagni! (Tu vedi il fuscello nell’occhio del tuo com-
pagno, e non vedi la trave negli occhi tuoi), Avete mai osservato attentamente
le formiche? Il com- pagno diligente dovrebbe èssere amato da tutti. E in-
vece? Che babbo cattivo! Egli ci dice: io mangio arrosto e voi mangiate i
fagioli ; e non viceversa, Giudizi su la parsimònia della forinica, e la spen-
sieratezza della cicala, Diario Ccuo vacanze di Natale. Il sentimento aiuta
molto a trovare i pensieri e an- che le parole. Sentite quali commoventi parole
un bambino dissé a sua mamma! Questo bambiro aveva un agnellino ; e
l’agnellino, come quasi sempre ac- cade a questi innocenti animali, fu messo
arrosto : ma il bambino non ne volle mangiare affatto e disse: Ho conosciuto
quegli occhi! » Il bambino certo non sapeva di aver trovato parole belle e
commoventi; ma le trovò perchè aveva sen- timento. i Il sentimento, cioè la
prontezza a sentire generosi > nòbili affetti, è una gran bella qualità
dell’ animo; - na sarebbe anche più bella se tutte le altre persone ivèssero
questa stessa qualità. La verità è che questa qualità è piuttosto rara; >
quello che si trova così di frequente nei libri, spe- ‘ialmente dei ragazzi, o
si ode nei discorsi, per cui utti sono buoni, pietosi, generosi, disposti ad
amare l.pròssimo, a perdonare, ecc. ecc., non sempre è sin- ‘ero sentimento. Da
questo sentimento non sincero lisogna guardarci, perchè esso conduce alla
falsità e ffettazione' nello scrivere, e ci impedisce di vedere ‘ose .e persone
per quello che esse sono. La disposizione consiste nell’ ordinare dene le dee
raccolte. Anche per la disposizione, come per l’ invenz zone, \ci possiamo dare
pochi precetti – H. P. Grice: “I would call them conversational maxims” -.
Tuttavia questi pochi avvertimenti pòssono tornare itili. Essi sono: Entrare
sùbito nell'argomento: spesso il riovanetto s’accorge del tema da svòlgere
quando è rerso la fine. Non divagare in cose troppo estrànee al argomento -- stare
al tema, come si suole dire – “Be relevant” (Grice --) . Questo dente vuol dire
con logica, cioè con idee giustamente colletate con proporzione, con òrdine. Trattàndosi
di tre ‘0 quattro pàgine di la- voro, fissare una spècie di piano o disegno,
cercando la proporzione delle parti. (Si potrebbe, ad esèmpio, méttere una
figura grande al vero in un quadretto di pochi centimetri ?) Distinguere le
idee ed i fatti principali dai secondari. Passare per gradi, non bruscamente,
da un fatto ad un altro, da un’ idea ad un’altra. Abbiate il coràggio di
tagliare via ciò che, dopo attenta lettura, vi pare inùtile ; evitate di ripè-
tere più volte le stesse cose e le stesse parole (£au- tologia), ed è un
difetto in cui si cade spesso. Do- mandate a voi stessi: Capirebbe un altro quello
che io ho scritto? State attenti alla collocazione delle parole. Un semplice
emendamento o trasposizione basta a rèndere chiaro ciò che prima era oscuro.
EsbMpi: Appena gli parve ora da potersi presentare al cu- rato, senza
indiscrezione, vi andò. Ma poi il Manzoni corresse: Appena gli parve di poter,
senza indiscrezione, presentarsi al curato, vi andò. Alessandro, lira vinse:
meglio: L'ira vinse Alessandro. Piede mai i muli in fallo non méèéttono, è un’
in- versione falsa: Z muli non méttono mai il piede în fallo. La mala
collocazione di una parola può anche dare senso groi- tesco: Biscottini per
bambini col burro ; ti mando queste salsicce, fatte con le mie mani di vèro
maiale, e simili bizzarrie o ri dicolezze. Non fate troppe paréntesi, o almeno
non troppo lunghe. Esse sviano dall’argomento. Quanto al lunghezza del periodo,
tratteremo più avanti (pag. 46 ma, come règola generale, il periodo brevè è
consi gliàbile al giovanetto perchè più facile. n | Nei periodi lunghi può
accadere di pèrdere la di- rezione dell’òrdine delle proposizioni (anacoluto).
Un mezzo materiale di cui può valersi il principiante, è quello di andare a
capo a ogni periodo, così ne vede la lunghezza. L'aggettivo serve a dare il
colore, la fisonomia al nome o alla cosa, e si dice epèlelo. Lo stesso si può
dire dell'avvèrbio. Non buttate là una fila di aggettivi come farebbe un
cattivo pittore che stende a casàccio diversi colori, e gran biacca, sperando
quasi che ne venga fuori il miràcolo di Apelle, il quale scagliò la spugna e ne
sortì la schiuma al morso del cavallo. L’epìfeto va cercato con molta cura e
buon gusto, e spesso basta un solo aggettivo. I buoni scrittori vi pòssono
offrire splèndidi esempi. Un epi- teto trovato bene ci fa quasi vedere una
figura. Ma non abusate troppo dell’ uso dell’ aggettivo. Evitate di amplificare
un concetto, tornando a ripetere la stessa parola. Esèmpio: Era una bella
giornata, una giornata piena di sole, una di quelle giornate ecc. Queste
amplificazioni piàcciono molto oggidi, ma sarà buon consiglio astenèrsene, o
almeno non abusarne. State attenti al modo di ragionare, cioè lla lògica. Vi
porgo alcuni periodetti in cui la lògica > sbagliata. Non se ne rècano esempi, perchè converrebbe
portare tutto un asso per sentire la bellezza e la forza di certi epìteti. Chi
mette un aggettivo con un sostantivo per esprìmere un’idea >la, è uno che
scàrica le due canne della doppietta per ammazzare un ccello solo. Ora.Dio mio!
scarìcano un intero fucile a ripetizione per nmazzare un pettirosso ». PÀSCOLI.
(Sentenza a posta un poco esagerata, a vera!) . : = La péècora non è feroce, ma
è un quadrùpede. Gli uccelli volano perchè sono dìipedi. Egli non ha bisogno di
istruirsi perchè è ricco. L’acqua è diàfana, dunque è liquida. Il contadino
pota le viti affinchè î prati non ina ridiscano. Il sole tramonta e lo sùcchero
è dolce. Se l’uomo si mettesse le ali sarebbe un uccello. Come la' terra gira
intorno al sole così la luna è tonda. L'uomo è un eroe 0 è uno scellerato.
Giannetto dorme e stùdia la lezione. L’oro è un metallo, dunque è prezioso. La
luna è un satéllite della terra e noi studiamo il francese. Colei è bella,
dunque è anche duona. Il cielo è sereno e il piombo è pesante. Questa bugia non
reca danno a nessuno, dunque è lècita. Per quanto è possibile, cercate di
èssere brevi – H. P. Grice: “Be brief (avoid unnecessary prolixity [sic]).”.
Questo è un consiglio che anche ORAZIO (vedasi) dava ai suoi scolari. Badate
però che per èssere brevi non cadiate nell’altro difetto di non farvi
intèndere, perchè questa è la cosa più importante quando uno scrive: farsi.
intendere. Spesso, però, il giovanetto teme di esporre i suoi sentimenti perchè
li crede puerili, comuni Qui la
deduzione è errata: la liquidità non proviene dalla diafanità. Allora anche il
vetro sarebbe lìquido. « Non credo agli
esercizi scolàstici. Ma voice li fanno, iò ne met- terei uno di gènere nuovo:
prèndere un autore italiano, di quelli gonfi, - che non màncano, e ridurlo
prima alla metà, poi a un quarto, ed infines poche righe. Il componimento è
esercìzio di amplificare: io metterei l’eser- cìzio del restringere» (PREZZOLINI).
Pei — 18- volgari, e va « nel difficile, » credendo di fare meglio; ma è un
errore di giudizio. XIV. — State attenti a certe frasi vive e discorsi anche di
gente del pòpolo. È anche un divertimento, oltre che una ginnàstica di
osservazione. Molti grandi scrittori ebbero il pòpolo per loro maestro ! Spesso
sentirete dire: scrivete come detta il cuore!» Ciò fu detto da Dante in una
famosa terzina. . Io mi son un che, quando Amore spira, noto, e a quel modo Che
detta dentro, vo significando. È una mAssima buona; però osservate che, per
scrì- vere come detta il cuore, bisogna averlo questo cuore, nel senso- non
fisiologico, ma nel senso popolare di sentimento. Ma purtroppo molti hanno un
cuore così piccino che si sente appena, e v’è chi ha un sasso invece di un
cuore. Ma di questo abbiamo già detto innanzi. Inoltre, il cuore è spesso come
un cavallo biz- zarro e balzano che domanda di essere guidato dalla ragione. E
infine un ultimo avvertimento : imparate a lèggere bene. È uno dei più ùtili
esercizi. Non soltanto le poesie, ma anche le belle prose sono mu- sicali, e
questa mùsica bisogna sentirla e farla sen- tire. Lèggere bene vuol dire,
leggere a voce alta, forte, facendo ben suonare le sillabe, segnando il temr.v
delle pause, abbassando la voce, quando è il e Pa Leggendo bene, direi quasi
che si impara la grammatica e la sintassi da sè, e si impara anche ad amare la
nostra lingua italiana. Questo esercizio di lèggere bene è molto trascurati, e
spesso avviene che persone anche adulte si rifiì tano di lèggere in pùbblico,
dicendo: « Oh, io non s0 fare a lèggere! » i Diamo qui un esèmpio di bellissima
e sincera nar | razione di uno che non fu scrittore, ma pittore. Aveva però
sentito, pensato, osservato. È Giovanni Segantini che racconta un episòdio
della sua fanciullezza Avevo allora sei anni e vivevo con la sorella in ùn
abbaino . d'una casa in via San Simone (1). La sorella partiva alla mat tina di
buon'ora lasciàndomi qualche cosa da mangiare, e non ritornava che all'imbrunire:
anche gli altri inquilini del pis-4 neròttolo non li vedevo mai durante il
giorno. Le due camerette “che abitavamo avèvano due finestrine molto in alto,
sicchè io anche in piedi .su la tàvola non rie scivo a veder che il cielo.
Perciò non stavo solo volentieri; mifl prendèvano spesso dei brividi di un’
indefinibile paura; ed a-f lora scappavo per uno stretto corridòio che metteva
gul pis neròttolo della scala, là dove per una finestra quadrata poter
discèrnere una lunga stesa di tetti e di campanili, e, sotto, u cortiletto
chiuso e profondo che pareva un pozzo. A quelli finestra stetti le lunghìssime
giornate di molti mesi; e per w pezzo aspettavo sempre il babbo, che m’aveva
detto sarebbe tornato presto: invece non lo vidi più. Nei giorni di piòggi? o
nei giorni di sole il mio ànimo era triste e rassegnato: noi comprendeva ancora
se questa esistenza potesse èssere lungi all'infinito o se avesse sùbito un
fine. Quando le campane delle chiese vicine sonàvano a festa, mi si raddoppiava
l'affanno © provavo come una tortura dell’ànima. Pensavo? Non so: mi sentivo
fortemente : soffrivo, ma non conoscevo il dolore. Un giorno, non so come, mi
trovai in possesso di una cerl quantità di carta; credo fosse un libro: giocai
qualche po’ quindi cominciai a stracciarla in pezzetti, sempre più minut+
mente, come tante falde di neve. 1) Oggi Cesare Correnti (Milano). ù E mi venne Un'idea. Fàttomi alla finestra
del pianeròttolo, incominciai a gettare la mia provvigione giù nella corte.
Que- ‘sto giuoco mi piacque. Quelle bianche cosine danzàvano e tur- binàvano
nell’ària, s'appoggiàvano mollemente ai davanzali delle finestre, calavan lente
e gravi giù giù fino sul selciato, come persone vive che temèssero di farsi
male. Era già un po'che mi trastullavo così, quando dal fondo scoppiò una voce
terrìbile d'uomo infuriato. Non comprendevo che cosa dicesse .perchè non capivo
ancora il dialetto; ma dal tono pensai che forse il mio gioco non gli piaceva;
e quando tacque e pàrvemi che se ne fosse andato, mi affrettai a consumàre in
un colpo solo tutta la raccolta dei pezzettini di carta, che non era poca. Una
meraviglia! La nevicata si sparse per l’aria e nascose per un momento il
cortiletto. Mi feci mèglio al davanzale per go- der lo spettacolo ed
accompagnai la nuvolàglia danzante sin al fondo del viaggio, quando scorsi un
uomo con una scopa . fra le mani intento a guardar in su dalla mia parte.
Doveva esser lui che poco prima aveva gridato; ma siccome ora non diceva più
nulla: ed anzi si moveva “per andàrsene, ne dedussi che non ero stato io la
cagione della sua fùria. In- tanto qualche finestra si apriva sul cortiletto e
si sporgeva qualche testa a guardare, ed io provavo una certa qual com-
piacenza di esser stato l’autore di quello spettàcolo. D'un tratto mi sento
afferrare bruscamente per la cìntola da una mano di ferro e sollevare, e
rivoltar con la testa fra due gambe, una morsa; e sento scèndere sui miei
calzoni dei forti colpi a tempo misurato e non troppo lenti. Poi quando fui
depo- ‘sto a terra ed ebbi ripreso la posizione normale, pieno di làgrime che
non scendèvano e di spavento che superava la scottatura delle botte, scorsi un
uomo, lui, l’uomo della scopa, che fis- sàndomi con due occhi tremendi, alzò la
mano a riepilogare il sonoro castigo in un'ultima minàccia, finchè poi, voltato
a un tratto il dorso, se ne andò gobboni borbottando (1). Seppi più tardi che
quel demònio era il portinaio, . (1) Si noti l’arte di questa narrazione il
Segantini si mette nello stato d'animo: in cui era a sei anni. - aa 16 —
Elocuzione (lingua e dialetti). L’ elocuzione è quella parte della retbrica ch
insegna ad esprimere con la parola 0 lingudàggio in modo pròprio ed efficace,
le idee. ; Qui molte sono le norme che addèstrano la ment del giovanetto a
scrivere e parlare bene (1): le esporg ‘remo ordinatamente. Ma prima di tutto
diciamo qualche cosa della lingu Lìngua è la parlata particolare di ciascun
pòpolo Lingua viva è quella che è paniataro e scritta tut tora, conforme l’
uso. Lingua morta è quella che fu parlata e scritta dagli antichi: tale il
greco antico ed il latino. L’ italiano è /a nostra lingua nazionale » esso
parlato e scritto in modo presso che uguale da tuttef le persone appena
mediocremente istruite. Sàppis inoltre il giovanetto italiano che le città
italiane de Venèzia Giùlia e della Dalmazia, specialmente Zaraf Trieste, Fiume,
Traù, sostènnero eroicamente controf le’ minacce, le persecuzioni, le lusinghe
dell’ Impero] Presso gli antichi, specie
nell’evo-medio, uno dei principali ufficif! della retòrica era l’imparare a
scrìvere ornato: e questo serìvere ornate serviva a distìnguere i dotti dal
volgo. dé --1 Questo scrìvere ornato spesso è gonfiezza e affettazione: e molti
del tempo nostro sono ornati anche senza studiare retòrica. I veri ornamenti
dello scrìvere sono la chiarezza, la semplicità, la bre vità, e questi
ornamenti voi li trovate in tutti i grandi scrittori di tuttif i tempi e di
tutti i paesi. Dunque sono veri ornamenti / (2) TAangua artificiale: cioè
creata ad arte con le radici di varie lingu allo scopo, assai dùbbio e
discusso, di potere comunicare con tutto Ìl mondo. Tale oggi l’esperanto. Ma
una lingua artificiale non potrà msi produrre òpere d’arte. Lingue quasi
universali scono quelle dei grandi pè poli dominatori: tale fu un tempo il
latino. Il Jatino fu ed è il linguAggi0? universale della Chiesa Cattòlica; fu
il linguAggio universale dei dotti dif tutto il mondo. _- d’Austria-Ungheria,
la lingua italiana, perchè così so- stenèvano la loro Anima. Il linguàggio è
come l’ànima di un pòpolo! È lo stemma della sua nobiltà! L’ita- liano è
parlato dai molti italiani emigrati nelle Ame- riche. Negli scali del Levante
l’italiano era una volta lingua comune e ben nota. Una società patriòttica, che
prende nome da Dante ; Alighieri (1), cura la diffusione e l’ onore della
nostra cara lingua. Ma ogni italiano non dimèntichi che essa è patrimònio
sacro, ricevuto dagli avi, ed è nostro dovere trasmètterla non diminuita nè
cor- rotta ai nostri figli e nipoti. — Questa gloriosa lingua, che fu madre di
civiltà per l'Europa nel sécolo XVI, nacque dal latino, e perciò è sorella di
altre lingue pur nate dal latino, cioè dalla lingua di Roma che dominò il mondo
antico. Queste | lingue sono perciò dette romane (romanze) o nuove lingue
latine (neolatine) (2). Dialetto o vernàcolo è il lingudggio parlato
specialmente dal pòdpolo delle campagne in una data regione d’ Itàlia.
(Ligùria, Piemonte, Lombardia, Ve- neto, Emilia, Romagna, Toscana, Marche o
Piceno, Abruzzo, Pùglie, Campània, Calabria, Sicilia, Sar- degna). Noi abbiamo
il dovere di parlare in italiano; ed è riprovèvole l’uso che le persone civili,
specialmente dell’ alta Italia, fanno dei loro dialetti. Ma non per questo si
dèvono disprezzare i dialetti, anzi studiare e conoscere, perchè essi sono più
antichi (1) La Dante Alighieri fu ideata nel 1889 da italiani fuorusciti dall'À
u- stria. Il nome le fu dato dal poeta Giosue Carducci. (2) Esse sono: l’
italiano, il francese, il provenzale, il catalano, lo spa- gnolo o castigliaro,
il portoghese, il rumeno, il romàancio 0 ladino, cioè la- tino (parlato nel
Friuli, e nel cantone dei Urigioni). P.,
Manual di Ectòrica. e 18 o x della lingua nazionale, la quale da essi provenne;
€ perchè sono come la forza, la miniera, la conserva. zione della lingua
ialicna I dialetti non sono regolati dalle grammaAtiche, non sono usati
generalmente nelle scritture : sono abban donati all’uso del pòpolo. Però i
dialetti sono vivi, forti, efficaci. Vi furono grandi poeti che scrissero in
dia letto, come Carlo Porta, milanese; Gioacchino Belli, romano ; Antònio Meli,
siciliano ; Carlo Goldoni, v vene: ziano, Pietro Zorutti, friulano, ecc, Vi
sono inoltre .i dizionari dei vari nostri dialetti. Ma come, — direte — anche
il toscano è un dialetto? Col dovuto rispetto, sì. E vi spiego: fra i vari dia
letti, quello toscano (Firenze, Siena, Pistoia e contadi) è il più vicino, per
compiutezza dei suoni, al latino; dalla Toscana, anzi da Firenze (1) quasi in
un medè- simo tempo (secolo XIV), provènnero all’ Itàlia i tre nostri più ha
scrittori, Dante, il Petrarca, il Boc- càccio. Essi, un poco per volta, sì
impòsero con la loro autorità ai dotti ed alle scuole, tanto che sino a pochi
decenni or sono, si diceva Iingua toscana per. dire lingua italiana (2).
Regoliàmoci pure, come a modello delle frasi e delle parole (Come sî dice?) su
la parlata toscana, spéècie nei casi dubbi, ma con discrezione; ma guardiàmoci
dal prèndere come gemme parole e frasi che sanno di dialetto e di volgare, pure
essendo cosa toscana. Eccellenti scrittori, pur toscani, se ne astènnero, €
vòllero anzi tutto èssere italiani. (1) Aggiungete poi l’importanza polìtica,
guerresca econòmica, artistica che ebbe Firenze in tutta Itàlia. (2) In Romagna
il pòpolo dice toscaneggiare non nel senso di affettari modi toscani, ma di
parlare in italiano. MESE: RS Ma anche gli altri dialetti non sono così
discosti dalla lingua italiana come può giudicarsi dai suoni: Giàcomo Leopardi,
che è uno dei nostri scrittori più schietti, confessava che la sua lingua era
quella della natia Recanati (Marche). Purità e proprietà. . Quando noi parliamo
o scriviamo, quello che più ci importa è di farci capire bene, di èssere
chiari. Non è così? Ora come faremo ad èssere chiari? Cer- tamente adoperando
le parole ed i modi della nostra lingua, e questa si dice purità; e
secondariamente chiamando le cose col loro nome sì che tutti ci in- tèndano; e
questa si dice proprietà. — Purità e proprietà, ecco, dunque, le due doti in-
portantìissime del linguaggio, perchè da esse nasce la chiarezza, la eleganza,
cioè la bellezza, ed anche la brevità. Voi andate al ristorante... (Ecco una
parola straniera, lo so: alla Zocanda, si dice, o alla trattoria; ma,
purtroppo, noi ab- biamo il brutto vezzo di chiamare con parole straniere una
cosa quando è più elegante! Dunque rassegnatevi, anche di malavo- glia, alla
parola ristorante, che è accolta dall'uso). Qui il came- riere in frac..:. (In
marsina! Avete ragione: questo frac è una vociàccia che non l’usano più nemmeno
i francesi) il cameriere vi offre il menu. ] La Lista. È avete ragione voi; la
Zisfa e non il menu. Noi abbiamo la nostra parola, ed è'stolto usare menu.
Anzi, il no- stro Re ha fatto il possibile per togliere questa brutta parola.
Probabilmente, vedete, quel cameriere ignorava le lodèvoli in- tenzioni del
nostro Re. Mi sono permesso questa divagazione per dimo-0 strare come spesso vi
sia contrasto tra la purità e la proprietà; e la proprietà, anche se si tratta
di parola. straniera, finisce con l’avere ragione su la puritd. La gente poi di
commèrcio e di aftari, non sta a badare -- tanto per il sottile: adopera la
parola dell’uso, o no- stra, o straniera, o del dialetto, purchè sia nettamente
intesa, cioè pròpria. — Ragioniamo ora della purità, e poi vedremo mbéglio
della proprietà. Purità. Si dice pura una parola quando essa appartiene alla
lingua nazionale. Ma questa definizione non è completa. I vari lin guaggi si
aiutano scambievolmente ; e i linguaggi dei _ pòpoli grandi e potenti mandano
per il mondo le loro parole. Esempi: Poesia, RITA diàlogo, dramma, pol tica,
democrazia, geografia, filosofia, stratega, € infinite altre sono parole
greche. | Giardino, rozza (cavallo magro, brutto), stocco, borgo, strale,
bicchiere, guerra, gas, snello, lan: da ecc. sono parole tedesche (1): Il don
(2) ai preti ed ai nòbili, l’uso del Ze? ci venne dal lungo dominio spagnuolo.
Ammirdglio, zero, zenit, alcool (àlcole), meschi no ecc. sono parole àrabe, e
potrei proseguire a lungo. Ma voi usate queste parole come italiane: non è
così? Bisognerà, dunque, definire mèglio : Una parola è pura quando essa è
universalmente 11 latino ha dato al
tedesco il linguàggio della filosofia e della legge; cioò le espressioni della
civiltà, ben altra-glòria che il linguàggio musi- cale italiano, ricordato come
vanto itàlico in tutti i testi di Retòrica! Le $ città marinare dell’evo medio
hanno dato all'Europa le voci di commèrecio e di banca. Don, da donno, latino dòminus = = fignore.
Confronta donna da dè mina = signora. SR) ricosciuta dall’ uso (che è « àrbitro
e norma del par- lare », come dice Orazio); quando ha esempi nei buoni
scrittori; quando è stata registrata nei dizionari (Vedi, Il trattato) (1). Ed
ora veniamo ad un argomento più grave e diffi- cile. Tutte le cose umane hanno
lor morte — come dice Dante; perciò anche i linguaggi sono sotto- posti ad una
lentissima trasformazione. Orazio, sin da antico, ci ha dato in proposito
questo bel paragone: Come verso il finire dell’ autunno cadono le foglie delle
selve, così cadono le vècchie parole, e le parole nuove fiorìscono vigorose a
modo di giòvani. Tutte le nostre cose, dice anche lui come Dante, sono soggette
alla morte. Vi sono, dunque, parole che càscano in disuso, 0 mùtano
significato, o mudiono anche (queste parole sì chiamano arcaismi = voci
antiche): vi sono parole che nàscono per significare le cose nuove (e si chia-
mano neologismi = parole nuove). Questo morire e nascere delle parole viene
regolato dalla conversazione civile, dalla scuola, dagli scrittori, dai
giornali, dal- l’òpera anche del Governo; il quale essendo alfine, come oggi è,
Governo nazionale, ha o deve avere sommo interesse perchè in ogni
manifestazione (Par- lamento, Esèrcito, Uffici) la lingua della nazione sia
rispettata ed onorata. Ai tempi nostri moltissime sono le cose nuove, le
scoperte e le invenzioni, e perciò moltìssimi sono i neologismi. Pensate quanti
neologismi ha creato questa terribile guerra! quanti neologismi hanno creato
gli stessi soldati ! I dizionari sono sempre in ritardo nel registrare. Nel mio
Dizionario Moderno (edizione Hoepli), oltre a molte parole nuove, riconosciute
dall'uso, fùrono registrate anche molte parole non nuove, ma omesse dai comuni
dizionari. © . nome della Francia) e molti di essi per la somiglianza E, N
eologismi. Come si formano i neologismi? In vari modi. « Le nazioni, come si
giòvano scambievolmente coi commerci e con le arti della civiltà, così non c’è
ra- gione al mondo che non si pòssano giovare anche coi vocàboli, col mezzo dei
quali si comùnicano vi- cendevolmente quei beneficî. Ne segue come cosa
naturale che le cose trovate e inventate da un pòpolo vàdano in giro col
loro.nome di battèsimo e non lo mùtino al confine » .. Le parole delle corse e
dei giuochi (sport) ci vèn- nero dall’ Inghilterra (anglicismi);
dell’automobilismo, dell’aviazione, della moda, spècie femminile, ci vèn- nero
dalla Frància. Anche molte parole dell’ ammi- nistrazione civile e della
politica ci vènnero dalla Frància, perchè questa nazione nel sècolo passato
ebbe un grande influsso su la stòria d’ Itàlia. Questi neologismi sono detti
gallicismi (da Gdllia, antico delle due lingue, francese e italiana, sì sono
vestiti, per così dire, all'italiana, cioè hanno preso desinenza e forma
italiane, e per questa ragione sèmbrano parole di nostra lingua (2). RIGUTINI, Elementi di Retòrica. Dovrem forse
aspettar che torni Dante A insegnarci a chiamar la cioccolata, Il the, la
paladina, il guardinfante ? SACCENTI (Dell’Arte Poetica d' Orazio). (2) Un
mezzo fàcile per riconòscere il neologismo di provenienza stra niera è questo :
d’mandare a se stesso: come direi in dialetto ? Pur derivando dal francese e
talora anche dall’ inglese, la etimologia, cioè la origine della parola, spesso
è latina, avendo questa gloriosa lìngui generato — come dicemmo — le lingue
neo-latine ed entrando in gran parte anche nell’ inglese. — 23 — I neologismi
della scienza, di cui soltanto pochi ap- partèngono al linguàggio
comune(telègrafo, dinamite, telèfono, ecc.), sono quasi tutti formati dai dotti
con l’aiuto della lingua greca. Essa è antichissima e me- ravigliosa lingua,
che diede e dà il battèsimo a tante cose nuove; e sono parole universali dia
nota al capitolo Doppioni, pag. 49). Molti neologismi nàscono dal pòpolo;
oppure è una voce del dialetto che sale a galla, ed è accolta nella lingua
nazionale. Qualche volta è una parola antica che prende un nuovo senso. Qualche
volta è anche un dotto, un flosofo, un poeta che crea qualche parola nuova (1).
Avvertenza: non tutti i neologismi sono destinati a lunga vita: molti hanno
vita breve, specialmente quelli nati dal mutèvole gergo della moda e anche dei
costumi politici. | ‘ Diamo qui un lungo elendo di neologismi, e sarà ùtile
esercizio distinguere la loro vària provenienza ed origine, spiegarne il
significato. EsBMPI ED ESERCIZI SUI NEOLOGISMI: Fotografia, psicologia,
sanatòrio, idroterapia, ferroviere, pùttino, fonogramma, tranvai (tramvia o
tram, abbreviazione dell'inglese framway), antro- pologia, socialismo,
travetto, siluro, torpèdine (ordigni esplosivi | natanti, dal nome di pesci),
darricata, ballottàggio (secondo scru- tinio), aviazione (avis = lat. uccello),
corazzata (nave), forpe- diniera, bicicletta, motocicletta, gabinetto,
autombdbile, laburista, mattonella (gelato), dinamo (màcchina elèttrica),
telefono, mo- noplano, biplano, burocrazia, tramviere, scartòffia, rivincita,
cinematògrafo, isolatore (sopporto per isolare dalla terra un Esempio. Estètica (la scienza del bello), voce
coniata da Baumgarten (secolo XVIII); Socialismo, voce, pare, coniata da Pietro
Leroux); muattdide (che ha apparenze di matto), Lombroso; Velìvolo (aeroplano),
D’Annùnzio; Sociologia, voce usata da Augusto Comte per indicare il modo come
si organizza la umana società. Dante pure creò non poche parole. suo -— dd
conduttore elèttrico), garantire, giornalismo, articolo, soffietto, impiegato,
locomotiva, locomòbile (macchina fissa), percentuale, ristorante, ritardatàrio,
teppista, camorra, alpinista, màfia, transatlàntico, umorista, antisepsi,
carrello, dinamite, mitra- gliatrice, tubercolosi, estètica, neurastenia,
ghigliottina, gas (1), equipdggio, elettricista, bazar, sofà, draga (cavafango)
il trico- lore, valzer, operetta, polca, vandalismo, grossista, quotare (as-
segnare il valore), ràncio, etichetta, budino, nord, sud, est, ovest, cassaforte
(forziere), sigaretta, toscano, virgìnia, collut- tazione, vermut, massacro,
miseràbile (sciagurato), monopòlio, agitazione, turlupinare, normale, prevenire
(avvisare), ardito, (fiamme rosse, fiamme nere), alpino, incidente, sanzionare,
8uc- cesso, insuccesso, risorsa, brindare, bissare, situazione, allarme,
inquietante, organizzare, intransigenza, cotoniere, setificio, co- tonificio,
ecc., montura, grissini (pane a fòggia di baston- cìni, Torino), silo (fossa da
grano o foraggi), sirena (specie di tromba o fischio acùstico), grdfico,
spostato, stabilimento, mas- soneria, mistificare, massdggio, cabotàggio,
trucco (inganno), marionetta, marmellata, rosbiffe, bistecca, ponce, bivacco,
di- staccamento, marciare, ambulanza, militarizzare, mobilitazione, | battaglione,
motore a gas, macao (giuoco d’azzardo, dal nome della città di Macao), înìzio,
iniziale, iniziativa (latinismi), mo- .gzione (proposta), radicale, liberale,
legalitàrio, legislatura, le- gislazione, coalizione, destra, sinistra, ordine
del giorno (cose da trattare ?), colpo di stato, collègio elettorale,
interpellanza, inchiesta, amnistia, litografia, stereotipia, fototipia,
eliogramma, appannàggio, abrogare, latitante, coatto, nichilista, bolscevico,
socialdemocrazia, estremista, boicottare, debutto (princìpio, prima comparsa),
blindare, blocco, bloccare, furgone (carro chiuso), in- tervista, squalificare,
rubinetto (chiavetta), sciovinismo (cam pa- nilismo ?), moto-aratrice,
telefèrica, avanzata, camminamento, ‘offensiva, contro-offensiva, sabotaggio,
sabotare, silurare, idro volante, aeronave, sottomarino, futurismo, ecc. (1)
Voce creata da Van Helmont, belga, nel 1600 (dal tedesco Geist - = [I spìrito).
a Neologismi ritenuti cattivi ‘e barbarismi. Questi che abbiamo trascritto e
moltissimi altri sono neologismi, più o meno recenti: molti di essi sono
registrati dal più autcrèvole diziònario italiano (La Nuova Crusca) e molti
sono confermati dall’uso, perciò sono dai più degli italiani ritenuti OSGSLS.
buoni, perchè necessari. I Puristi. È bene però sapere che se anche con-
fermati dall'uso, non sempre tutti i neologismi sono - accettati da coloro che
desiderano che la lingua ita- liana conservi, quanto più è possibile, la sua
indole e, per così dire, la sua fisonomia. Costoro sono detti puristi. A giusta
ragione i puristi condànnano quei neolo- gismi che non sono strettamente
necessari; che sono adoperati per ignoranza della pròpria lingua, o per stolta
vanità di parere più eleganti usando parole fo- restiere. E questo pur troppo è
un gran brutto vizio, non del pòpolo, ma delle classi ricehe e mondane. Brutto
vizio, perchè rivela mancanza di dignità na- zionale ! Certo questi neologismi
non buoni o meno buoni rtano via la vita, cioè méèttono fuori dell’ uso altret-
te parole italiane che hanno un significato uguale quasi uguale. Ma basta
questo piccolo quasi, basta forza dell’ uso perchè le buone norme dei puristi
no tenute in piccolo o nessun conto. La stessa bre- della parola neològica
(nuova) è un motivo per ere essa prevalenza su la parola italiana. er esèmpio
noi diciamo assegno bancàrio; ma "uso, molti dicono check (inglese). CoD
Nell’ uso pràtico di questa tumultuosa vita moderna io credo che, gli stessi
puristi si troverèbbero nella riecessità di adoperare molti di quei neologismi
che in teoria dicono. non essere necessari. si Eceo tuttavia un elenco di
neologismi che con un poco di buona volontà si dovrèbbero evitare, perchè, o
sono deformi ovvero hanno il loro equivalente in italiano : di | EseMPI ED
ESERCIZI: Timbro (sigillo), mondo (tutto il mondo per tutti, il mondo elegante
per il ceto, la società, la gente ele gante), demolire(in senso morale per
denigrare, rovinare), scul- tore în legno (intagliatore), coperto (posata),
espletare (compiere, sbrigare), capo d’òpera (capolavoro), pantaloni (calzoni),
rim- piazzare (sostituire), piazza (posto), blusa, blusetta (camìcia 0
camicetta), blonda (trina di seta), firetto (cassetto), lingeria (biancheria),
emozionante, flacone, griglia (persiana), cotoletta (costoletta), al dettàglio
(al minuto), bordo (orlo), lasso di tempo (spazio di tempo), bonetto
(berretto), carta (biglietto), azzardo (rischio: ma e la espressione, giuoco
d'azzardo ?), razzia (retata, ma nel senso di rapina con incursione?),
drendggio, tampone (stuello), mussare-(spumare), /’ indomani (dimani, il
dimani, il giorno dopo), civilizzare (incivilire), perméttersi (arrogarsi, ar-
bitrarsi, tarsi lècito, prender la libertà di), deragliare (uscire dalle
rotàie), controllare (verificare, riscontrare, sindacare), pre- venuto
(accusato, imputato), chiaro di luna (lume di luna), preoccuparsi (darsi
pensiero?), salvietta (tovagliolo), affittare (prèndere in affitto, mentre vuol
dire soltanto, dare in affitto), modìfica, moltiplica, verifica, bonifica,
ritenute brutte abbre- viazioni (1). | (1) La lìngua francese tende ad
abbreviare le parole troppo lunghe (aus =qautomòbile, tari = tarimètre, aero =
aerodrome, ecc. L’ italiano, lingua più vocale ed artìstica, non si presta bene
a queste ' abbreviazioni; però se osserviamo le parole dei vari dialetti,
vedremo che , la tendenza generale è di troncare le parole, cioè abbreviare: ca
= casa,! pa= papà, be = bere, magnà = mangiare, ecc. Spesso la parola è
italiana, ma l’uso è francese. Esempi. Miraggio (il- lusione), talento
(ingegno), toccante (commovente), miseràbile (abbietto, mentre in buon italiano
vale, sciagurato, degno di pietà), articolo (oggetto Non sempre però le parole straniere si sono
potute travestire all’ italiana: molte parole straniere hanno conservato la
loro forma originària, con quella desi- nenza in consonante che è così diversa
dalle parole. nostre. Molte di queste parole prettamente straniere sono usate
per vizio: qualcheduna però si può diffi- cilmente sostituire; qualche altra
acquistò forza per effetto dell'uso. ESEMPI ED ESERCIZI: Consolle (mènsola),
buffet e buffè (cre- denza? rinfresco? caffè ?), bar (mèscita), breloque
(ciòndolo), crochet (uncinetto), contratto à forfait (a rischio e pericolo),
kulm (cima, vetta), Xrem o cren (erba forte, ràfano tedesco,. barba-forte),
sport e suoi derivati (i), huditué (frequentatore), kursaal (casino),
alpenstock (bastone da montagna o alpistocco), hétel, menu (lista), paltò
(fatto italiano come comò, ragù, ca- barè, burò), bonne (bambinàia), consumè
(fr. consommé, brodo), foot-ball (fut bol, gioco del calcio o càlcio, antico
giogo fioren-. tino), tennis (pallacorda), dessert, tender (carro di scorta),
ou- verture(nel linguaggio musicale, diverso da sinfonia e prelùdio), attaché
(addetto), pendant (riscontro), lunch (colazione), frac (marsina), gilè (gilet,
sottoveste o panciotto), réclame (difficil- mente sostituibile da grido,
richiamo, stamburata), toilette (fatto spesso-italiano in toletta o feletta),
garden-party (festa in giar- lino), check (assegno bancàrio), coupon (cedola,
tradotto anche in tagliando, cupone), atterrare (scèndere a terra dei dirigì-
ili o aeroplani), record, parvenu (arricchito, villan rifatto), ‘aid (corsa,
incursione), brum (carrozza chiusa?), Zandeau, ‘harrette (carrozzella ?),
vis-d-vis (dirimpetto, e nel senso di rettura ?), tunnel (traforo, galleria),
referendum (referendo ?), critto di giurnale), effetto (cose, oggetti,
cambiali), armata (esèrcito) sa- rificio (rinùncia, seccatura, pena, nòia),
sortire (uscire), ritirata (latrina, esso), travdglio (lavoro), in italiano
vuol dire affanno, dolore, fatica, do- ere (Compito di scuola), flero per
orgoglio. A_propòsito di sport (che
etimologicamente vuol dire diporto ed è itraducIbile) v’ è chi propone
ludiginnastica; ma chi l’usa? l giòvani non mòrano, purtroppo, l’abuso delle
voci straniere nei giuochi di corse e ì gare. (2) La gente nuova e i sùbiti
guadagni (Dante). La Guerra ha oreato iche la parola nuovo ricco, dal fr.
nouveau riche. entrati nell’ uso: . nòscono gli amici. (Gli amici si conòscono
nelle sven*ure).i SER. PA reporter (riportista), ferry-boat (pontone? ma è già
un franc sismo. Altri propone, pontenave), hinterland (retroterra), cli
(cìrcolo, casino), camion, cabarè (vassoio), yacht, sky, chau feur (meccànico,
conduttore di automòbile), tourisfe o turis e turismo (viaggiatore, viàggio per
diporto), atelier (officin laboratòrio, studio), défilé (sfilata), boudoir
(salottino), souveni (ricordo), tirebouchon (cavatappi), buli-dog (cane toro o
dot abrégé (sunto, compèndio), brochure (libro legato alla rus ca?), plafond
(soffitto), parquet (pavimento), stop (punto, ne dispacci), ecc., ecc. Vi sono poi
alcune parole e costrutti così bàrb: che l’usarli indica rozzezza ed ignoranza.
Esempi: Vengo di lèggere (ho letto, ho terminato di lègger: si va a cominciare
(si comincia, si sta per cominciare), de‘ nare il nome (dire il nome), guardare
il letto, prèndere piaz (prender posto), piatto (volgare), fantomdàtico
(fantàstico), bido (ammalato), ecc., ece. Si riprèéndono come modi e costrutti
alla france i seguenti ; benchè alcuni, come in per di, fortement Man mano (di
mano in mano), poco a poco (a poco a por uno ad uno (ad uno ad uno), cravatta
in seta (di seta), pui in ferro (di ferro), uova al burro (col burro), bistecca
ai fe (su i ferri o in graticola), sacco a pane (da pane), insieme (insieme
con), /avorare all’uncinetto (con l’uncinetto), farsi: dovere, coprire una
carica, sforzarsi a fare (di fare), cartai bollo (bollata), l’uomo il più bello
(l'uomo più bello o it $ bell’uomo), al di Zà del fiume (di là del fiume),
parlo per pri@ (parlo primo o il primo), festa da ballo, biglietto da vis messa
da rèquiem (di ballo, ecc.). È nelie sventure che sit spettivo (nelle frasi
come, rutftì andàruno alle rispettive star: alle loro stanze) (1). Turno,
aspettare il pròprio turno (voll La parola è ell’onorevole, per: deve parlare,
o: ora parli, Si noti però che spesso
alcuni barvarismi o voci interamente & niero sono usate anche da buoni
scrittori, per ragioni di evidenza: im 99 Concludendo. Molti di questi
neologismi non buoni, sì pòssono scusare per la loro necessità: ma moltis- simi
fra essi sono adoperati per incùria, per lezio- | sàggine di falsa signorilità,
per mancanza (è bene ripetere!) di dignità nazionale. Giustamente, in tale
caso, sono detti dbardarismi (1), perchè prevalendo, finiscono con
l’imbarbarire la lingua. Il giovanetto deve cercare, per quanto può, di
evitarli. La pedanteria nella scuola non è un male! Arcaismi. Arcaismi: le
parole che oggi non sono più usate, si dicono arcaismi (parole antiche). È
necessàrio co- nòscerle per chi vuole studiare i grandi nostri scrit- tori dei
sècoli passati, specialmente del Trecento. ESEMPI ED ESERCIZI di arcaismi
affatto scomparsi: Dottanza (timore), sirdechia (sorella), avvacciare
(affrettare), chente (quale), otta (ora), allotta (allora), sezzàio (ùltimo),
ruga (strada), la sa- lute (il saluto), suto (stato) (2), famiglia (servitù),
cavelle (qual- effetto. In tale caso il barbarismo ha una ragione d’arte. Vedi,
per esem- pio, quante parolette spagnuole mette il Manzoni in bocca del
cancelliere Ferrer! La gente ricca e di mondo, pur troppo, abusa di parole
francesi ed inglesi credèndole più eleganti. Ora uno scrittore che li vòglia
rap- presentare al vivo codesti signori, potrà usare tali barbarismi per èssere
secondo il vero. È inùtile in un libro elementare discùtere se si può sostituire
sport, toilette, réclame, ecc.: Be timbro è o non è sigillo, se fraternizzare è
o non è uguale ad affratellare, 86 Si può dire o no, giuoco d’azzardo, progetto
di legge, ordine del giorno. È un entrare in un labirinto da cui non si esce.
Buona norma è cho lo scolaro Si abitui, quanto più è possìbile, alla purità.
Non si deve però ecrèòdere nemmeno che lo scrìvere male in italiano dipenda
totalmente dall’uso di qualche parcla straniera e di qualche brutto neologismo.
C° è ben altro! (1) I Greci chiamàvano barbari, quasi zòtici e mal parlanti,
quelli che non èrano di pura stirpe ellònica. (2) Lol stesso si dica di certe
forme verbali come vestuto avieno an- — 30 — che cosa), pascore (primavera), la
comune, la costuma, pulcella (fanciulla), frate (fratello), pràtora (prati),
issa (ora), gibetto (forca), mislea (mischia), villa (antico francesismo per
città), latino (fàcile, scorrèvole), magione (casa), peso (penzoloni), sanza
(senza), pistore (fornàio), soldano (sultano), imbolare (rubare), fisico
(mèdico), dacalaro (bacelliere, primo grado di dottore), credenza (segreto),
mercè (grazia), torneamento (torneo), orrè- vole (onorèvole), arringhiera
(arringa), chièrico (dotto), fran: cesco 0 franzese (francese), mercadante,
cittade, vertude, parato (preparato), ferra (città), sendo (essendo), virtù
(valore fisico), bèrbici (pecore) atare (aiutare), se (= voglia Dio a e mol
tissime altre. E così, poco si ùsano eziandio, laonde, con ciò sia che. E così
poco o nulla si ùsano oggi le enclissi: diìssegli, an: dòssene, dardgline,
fècesi, dii emmi (mi è), holli (gli ho), fecionsegli, ecc. Il linguaggio della
poesia ha conservato, tuttavia, certe voci antiche, come si dirà a suo luogo, e
l’usof delle enclisi: ma è pur vero che la poesia dei moder: nissimi èvita le
une e le altre. Uno scrittore, però, che racconti fatti antichi e in troduca
personaggi e cose di altre età, può usare le antiche denominazioni, allo scopo
di èssere più prò prio e più efficace. . EsumpPi: Siniscalco (maggiordomo),
drafo (orèfice), Zapidaro, lettore (professore), studio (le prime università),
disante, age staro, tarì, fiorino (antiche monete), uomo di corte (giullare,
buffone), lanzo, lanzichenecco (soldato di ventura), galèa, go leone, caravella
(navi), colubrina (specie di cannone), connésta bile (generale), celliere
(guardaroba), legato (ambasciatore), me dorno, ito, volsuto (voluto), fussi,
aranno, rimàsono (rimasero), possi (potuto), dicieno (dicevano), vennono
(venuero), ecc., che pure hanno esem in ottimi scrittori, e che tuttora sono
vive nei dialetti i quali consèrvan molte voci antiche.. | sere (signore),
madonna (signora), roba (àbito), faida (vendetta), lucco (àbito maschile del
Trecento, in Firenze), ilota, bargello, | gonfaloniere, birro, ecc. ecc. E così
certe parole greche e latine: arce (rocca), urbe (Roma), delubro (tempio), clìipeo
(scudo), vélite ‘(soldato romano armato alla leggera), peltasta (soldato
greco), trireme (nave), eféèbo, GrovinoMo), dèspota (signore), basilissa
(regina), occ. Si avverta infine come alcune parole antiche cam- | biàrono
significato : saccente (già sapiente, ora sapu- tello), cortigiano (già in buon
senso, ora in cattivo senso), tiranno (prìncipe, ora in cattivo senso), fa-
miglia (i servi, i domèstici di una casa) (1). Solecismi. La purità della
lingua è offesa non soltanto dai barbarismi, ma anche dai solecismi. Che cosa è
un solecismo ? Il solecismo è un errore di grammàtica. In Soli, antica colònia
greca dell’ Àsia Minore, gli abitanti avèvano guastata la loro parlata
mescolàn- dola con quella del luogo; perciò sin da quei tempi antichi si disse solecismo
per indicare una parlata guasta e scorretta. Il solecismo è, dunque, una . pa-
rola o un modo corrotto e guasto, nato o da trascu- ratezza di gente mal
parlante o da certe forme libere dei dialetti, i quali vivono, come dicemmo,
fuori della sorveglianza della grammatica. Il solecismo nasce da ignoranza,
tanto è vero che quando vogliamo méttere in burletta qualcuno come mal
parlante, ripetiamo certi grossolani solecismi. Fa come îo. Ho scritto ad Ella.
Venghi pure. Vadi sùbito fuori. Se io potrei, (1) Carità (amore); Virtù (forza
fisica); Drudo (amante); Satellite (guar- dia); Gentile (nòbile); Parente
(genitore). Vedi il bel libro di G1USEPP® Manno, Della Fortuna delle parole. pF
- — verrei. Ci dico che non è vero! (1)
Gigino contra fava © compagni. Ha mangiato un pero, un pesco? Davvero ? Potiamo
per possiamo, ecc. ESEMPI ED ESERCIZI: Crederèssimo, dirèssimo, avrèssimo, po-
tette, ho potuto andare, si ha vergognato, andiedi, lodarò, an detti, facci,
dasse, stasse, volsuto, rifava, venghi, vadi, pòssino, scrivèvono, suo (per
loro), di questi (singolare), le pàgini, fare gli andlisi, le fila, le grida (i
bandi), abbuonamento, giuocavo, cuoceva, cuociuto (2), tu sei molta buona, non
fidarsi (non aver (1) Ci per gli, le, è davvero orrìbile. Però si avverta che
la forma let- terària Zoro, a loro, è in tutti i dialstti sostituita da
un’ùnica forma al sin- golare: e i toscani dicono, nel comune parlare, gli non
soltanto per Ze, ma anche per a Zoro: e alcuni scrittori non tèòmono di usare
questo g?i per a loro anche in pulite scritture. (2) Vedi la legge grammaticale
sui dittonghi mòbili se, uo, che comu- nemente si scòmpiano in e ed o quando su
essi non cade l’accente. NB. È inùtile avvertire che vi sono certe irregolarità
grammaticali che dònano anzi eleganza, Se sapute usare bene, e tuttora le
usiamo, ed hanno esempi nei buoni scrittori. Cosa credi di farmi, a me?
(pleonasmo). Te ne voglio dar tante da farti pentire. A me? (elissi). Egli ed
ella (per aferesi gli è la) sono comuni in Toscana, e quasi en- trati nell'uso
comune: Za dica, egli è tempo. Mi.hanno significato che vos signoria
illustrìissima mi voleva me, ma io credo che abbiano sbagliato (bellissimo
pleonasmo e felice sgrammaticatura messa in bocca dal Man- zoni a Don
Abbondîo). Dio mi venne in mente anche a me (NIEVO). Chi non sa come dolce ella
sospira E come dolce parla e dolce ride. Famosi versi del Petrarca, in cui
l'aggettivo sta per l’avvèrbio; e si dice endllage, cioè scambio. Dante
scrisse: Credo che 8’ era inginocchion levato (altra endllage, cioè
l’indicativo per il congiuntivo). « Poco si tenne che ambedue non li uccise »
(BoccÀccio). « Molta gente vennero >, <« Ella è molto duono » (più comune
che « ella è molto duona >, e questa è costruzione a senso o apparente
sconcordanza). Che sotto l’acqua ha gente che sospira E fanno pullular quest’
acqua al sommo. (DANTE). « Fiera matèria di ragionare ne ha oggi il vostro re
data » (BoccÀccio) e questa trasposizione si dice ipèrbato. Dell’ anacolàto,
parleremo nel capìtolo che tratta del Periodo. Terminiàmo col ricordare che col
nome di endllage 0 scàmbio, si giu- st\ficano certi scambi nell’ uso dei tempi
e dei modi, spècie del congiun- tivo invece del condizionale che son frequenti
anche in perfetti scrittori : forza, coràggio, volontà, tengo fame, ho fame:
napoletano), ma- gazzeno, gli uovi, due pai, cinque mille, vossignoria sì
sedesse (si segga: siciliano). È Andorno, gnene (glielo, gliela, ecc.), voi
dicevi (dicevate), enno (sono), mi’ (mio), poino (pochino), un (non), èramo
(eravamo), pole, vai (va), poi (puoi), noe (no): solecismi toscani. Il Giùlio,
così tanto, scherzare uno (minchionare, beffare uno), fare il savio (esser
buono), saper niente, più mèglio, esser dietru a fare una cosa, scusar senza
(far senza), stortato (storto), die- ciotto, nonanta, dietro la strada (lungo),
dare indietro (restituire), vivere su la pensione, stare su l'albergo, ecc.
solecismi lombardi ed emiliani. Sto ammalato (sono); mì son fatto un | cappello
(mi son com- prato); ho imparata la lezione a mio fratellino (ho insegnato),
solecismi romani. Solecismi si rides considerare anche certi gros- solani.
errori di pronùncia, frequenti in ispècie nelle terre lombarde e subalpine;
mbllica, utènsile, àratro, testàmone, 3àffiro rùbrica, règime, ecc. Idiotismi.
Che cosa è l’idiotismo? | Idiotismo (= cosa pròpria o privata) indica una
parola o locuzione pròpria e speciale di una lingua, che dà la fisonomia a
questa lingua e non trova l’ uguale in altra lingua. | Osservate : tutti i
volti umani sono sìmili, ma non uguali: tutte le foglie delle piante della
stessa pianta sono simili, non uguali. « Renzo si immaginò che sarèbbero amiche
e comari, venute a far cor- tèggio a Lucia > (che fòssero). MANZONI,
Promessi Sposi. Non posso esprìmere con quanto amoro ei fosse (sarebbe)
ricevuto ». (MACHIAVELLI, Principe, in fine). < Se noi avèssimo a còrrere
insieme il pàlio, non so chi delle due Si vincesse (vincerebbe) la. prova ».
LEOPARDI, La Moda e la Morte. 3. — P., Manualetto di Retòrica. Così è dei
linguaggi. Per esèmpio, se voi, richiesti se sapete fare una data cosa,
rispondete : « Io me la cavo >»; tutti capiscono; ma se dite a un francese:
Oh, je me la cave !, vedrete che non capirà. L’ idiotismo, dunque, è la parola
o la locuzione ca. \ratteristica di una lingua. Esunxei: Noi si fa, Darla vinta
o di vinta, Mangiare il pan pentito, Giocare a scaricalàsino, Farla in barba ad
uno, Non c’ è sugo, Ammalati non ce n’ è, Non c’ è che dire, Fare all’amore, Il
pòverobabbo (morto), Tutti si può mancare, Il dolce far niente, Alla larga!
Fare il mèdico, Il suo nome, se è lecito? Cammin facendo, Non avere il becco di
un quattrino, Essere aì verde, Alzare i tacchi, Ricco sfondato, Correr la
cavallina, Star fa- $ cendo, Mangiar la foglia, Camorra, Mafia, Teppista,
Pantalone paga, ecc. La mùsica stessa di certe care parole italiane, da cui si
svègliano come certe immdàgini, il modo stesso di collo- care le parole nella
proposizione si pòssono considerare come idiotismi. Ne volete una prova?
Traducete una poesia italiana in francese. Sentirete che non ha più quel
sapore. Ma noi comunemente intendiamo per idiotismo certe parole e anche
locuzioni particolari, non . della lingua nazionale, ma di un dialetto o di una
provincia che, senza accòorgercene, tanto siano abi- tuati, frasportiamo
facilmente nella nagnia nazio nale. E ciò non sempre è bene. In questo caso
l’idiotismo si dice anita provin cialismo, e non è sempre fàcile distinguerlo
dal so- lecismo. _ Ogni provincia ha i suoi idiotismi, EsRMPI ED ESERCIZI:
Palta (fango), notes (taccuino), rdccolo (paretàio, uccellatòio), bomboni
(chicche), michetta (panino), giandiia (cioccolatino), pollino (tacchino), il
chiaro (il lume), mantino (il tovagliolo) pusterla (seconda porta), ftrìfola
(tar- tufo), sgarzino (raschino), critico (pedante), angùria (cocòmero), — 35
—- tota,tosa(ragazza), tola(latta), tomate (pomidori), baggiane (fave),
cornetti (fagiolini), dusecca, pèrtica (misura agrària), cascîna, | casèra,
crescenza (specie di càcio dolce), risotto, agnellotti, mi- nestrone, teppista,
naviglio, verziere, galletta, (bozzolo), bru- ghiera (scopeto), prestino
(fornàio), bara (carro), cuffino (cuf- fietta). Idiotismi lombardi e subalpini.
x Pizza, cottio (vendita del pesce), buono per bello e viceversa, camorra,
guappo, guaglione, caciocavallo, pròvola (càcio), moz- . zarella (càcio dolce),
paranza, strùscio (la visita dei sepolcri a piedi, in Napoli, il venerdì
santo), està, ciùccio (Asino), carteria, cannolo (cannello), fiumara (fiumana),
inquietitùdine (inquie- tudine), stare (per èssere, es. sta ammalato),
paglietta (AYYOERIO); tenere per avere ecc. Idiotismi napoletani. Caruso
(ragazzo, manuale), accompagno (accompagnamento), zàgara (fiore d’aràncio),
mdfia, cassata (gelato) ecc. Idiotismi siciliani. Zucca (fiasco), avvisarsi
(crèdere), diolca, tornatura (misure di terreno), mdttera (màdia), /asagnolo
(matterello), soma, ca- stellata (misure di vino), tignoso (ostinato),
ghRignoso (brutto, antipàtico), canfino (petròlio), mortadella, tagliatelle,
cappelletti, | piada (specie di pane àzimo cotto sul testo), rola (focolare),
cappare (scègliere), bordello (ragazzo), far la pòlvere (dar la polvere), anno
(anno scorso), ecc. Idiotismi emiliani e romagnoli. Polenda, pigna (gràppolo
d’uva), pandio (fornàio), imbaffare (insudiciare), affittare (prèndere in
affitto, mentre vuol dire dare in affitto), castro (porcile), infuriato
(frettoloso), le meta, citto, citta, cittino (bambino), mezzano (sensale),
carnesecca (lardo). Idiotismi di alcuni paesi toscani. Oserei mettere tra gli
idiotisti tutta una serie di parole e modi del dire di cui molti scrittori si
compiàcciono, come doventare, acchiappare (prendere), firùgolo, - omo, în
tralice (di traverso), staîì (imperativo per sfa), spiacci- | care, noi si
andava (andavamo) di buzzo buono (di lena) messi (misi) ecc. e certa
esagerazione nei diminutivi, negli accresci- tivi, e certa insistenza nell’uso
di particolari voci, belle e prò- prie senza dubbio, ma che sanno di
provincialismo. Barba (zio), trabàccolo (nave), gondola, peota, burchiello
(spe- ‘cie di barche) traghetto, calle, fondamenta, risi e bisi (riso -e
piselli), gastaldo (fattore), uccellanda, campo (misura di terreno), lido,
felze (copertura della gondola), gondoliere, bora (forte vento — 36 — di
tramontana), caligo (nebbione), dindo (tacchino), fritole (frit- telle),
fegoline (fagiolini) baicoli dia sottili o biscotti) ecc. Idiotismi veneziani.
Befana (Epifania), botte casa abbacchio (capretto), supplì (frittelle,
crocchette (?) di riso), fettuccine (tagliatelle), ciòcie (sàndali), pupo, pupa
(bambino), dbuzzurro (chi non è re- mano), bùtfero (mandriano a cavallo), paino
(elegante, quasi pavoncino), gli stigli (le vetrine di un negòzio), pila (la
pèntola), sbafare (mangiare a spese altrui), bagarino (incettatore), ecc.
Idiotismi del Lazio (1). Avvertenze sugli idiotismi. — Molti idiotismi sono
deformazioni e deviazioni delle parole, dovute ai dialetti che si svolgono da
sè, senza leggi di scuola: da ciò il cattivo senso della parola idiotismo.
Dèvono evitarsi. | Molti idiotismi indicano cose, costumi, uffici propri di una
città o regione o più regioni. Questi idiotismi si pòssono usare, e con bella
efficàcia, per esprimere quelle cose e quei costumi. Molti di essi sono già en-
trati nella lingua nazionale. Distinguete i primi dai secondi nell’ esercizio a pag. 34 e 35. L’ usare bene gli idiotismi
non è cosa da tutti. | Tanta varietà di parole, spesso uguali di senso, spiace
a molti: ciò, forse, a torto. Essa è una conse- guenza naturale della vita
vària, delle vàrie civiltà e (1) Gergo. Sarebbe propriamente il parlare degli
xìngari, vagabondi e gente di malaffare, i quali per le loro poco pulite
operazioni, hanno biso- gno di parole che essi soli intèndono (Argot in
francese). Più generalmente per gergo si intèndono certe parole e locuzioni che
non èscono da una data classe sociale. I soldati hanno molte parole di gergo:
tagliar la corda, mdàfia (eleganza), scalcinato (male in arnese), cic- chetto,
caffè (rabbuffo) pignolo, pedante, ecc. (2) Anche il distinguere l’ idiotismo
dal solecismo e dall’arcaismo può” èssere ùtile esercìzio; ma nel caso pràtico
è cosa difficile. Per esèmpio vadi per vada è brutto idiotismo, e nel tempo
stesso è arcaismo e s0- lecismo. DIE: e costumi che èbbero le città e regioni
italiane, divise per secoli in vart Stati. Anche gli idiotismi toscani dèvono
èssere usati con misura, e non pigliarli per gemme preziose, perchè - di
Toscana. -_ Proprietà. . Dopo la purîtà viene la proprietà. ‘ Si dice proprietà
quella dote dello scrèvere che consiste nel nominare le cose col loro speciale
e prò- prio nome, o nell’ indicare l’ azione col suo speciale e pròprio verbo.
Espmpi ED EsERcIZI : Il soldato ha il fucile, lo schioppo, l’ar- chibùgio a
spall'arm? L'ufficiale porta la spada o la sciàbola? La chiesetta ha in fondo
una spècie di cappelletta a semi- cèrchio ed a volta.... Àbside. Quella parte
della chiesa che corre per il lungo fra i pilastri, come si chiama? Navata. E
il gran triàngolo marmòreo che sorge su alcuni palazzi, monu- menti, chiese,
come si chiama? Frontone. I Giapponesi sparà- vano, inviàvano, spediìivano,
lanciàvano contro i Russi bombe o shrapnels? Ma che nome è questo? È il nome
dell’ inven- tore di queste bombe (non bbici/) micidiali: un ufficiale in-
glese. Gli ufficiali portano un ornamento di passamano con frange, intrecciato
all’impugnatura della sciàbola.... La dra- gona. I soldati di cavalleria hanno
un cappello peloso. Il col- bacco. Ma è un barbarismo, colback. Le stazioni ove
si compòn- gono i treni merci si dicono.... di smistamento. Brutta parola, lo
so; ma è dell’ uso. Quel ferruzzo appuntato delle fibbie come si chiama? Ar-
diglione. E la sommità delle spalle del cavallo? Garrese. E la corda con cui si
lègano le gambe dei bovini al pascolo ? Pa- stòie. Quando un cavallo cade di
colpo si dice.... Cader di quarto. È più efficace dire: il signor conte era un
nòbile an- tico, o aveva tutti i quarti di nobiltà? La guglia si eleva, sorge,
sta, si slància? Un lago giace, o c’è? Il chirurgo ta- ® . — gliò il bugno con
un suo coltellino o col bisturì ? La signora stava in un bel /andeau.... Ma se
è voce straniera! Le vèr. . tebre hanno una parte rilevata, che si dice?...
Apòfisi. Quei chiodi ricurvi con due punte.... Ah, le cambrette! Ma è un gallicismo!
E quella casetta alla svizzera? Ah, uno chdle! Mandami uno di quei dolci di
lièvito che si fanno a Milano, con entro il cedrato.... Un panettone! Come si
dice il verso del tordo? Zirlare. Squittire di che bèstia si dice ? Un quadro
formato di tre tàvole, si dice?... Trittico. E quel vasetto dove stanno le
òstie consacrate? Si dice pisside. Le parole sono elencate, registrate,
collocate nei dizionari? Come si chiàmano quei cartellini con begli ornati che
sono sui libri di una ricca libreria ed indicano la proprietà del libro? Ex
libris. Ma è un latinismo! Chi corregge le stampe è correttore o revisore?
Vorrei parlare col direttore della tipografia. Lei vuol dire col proto. È una
frattura, o una contusione, o una distorsione, 0 una rottura della gamba? L'osso
del petto si chiama? Sterno. Della spalla? ScApola. E il pomo di Adamo come è
chiamato dai mèdici? Osso tirdide. E i due ossi dell’avambràccio ? L'esterno si
dice ràdio, l'interno ulna. Un pronto rimèdio contro un veleno si dice antidoto
o contravveleno. E quei rimedi che tèndono a richiamare un male dall’ interno
all’esterno, come si chiamano? Revulsivi. E certi farmachi perigliosi? Eròici.
E quelli che si prèndono per conciliare il sonno? Ipnòtici. E il bràccio di
leva del pedale della bicicletta? Pedivella. Oh, che brutta parola! E quelli
che vògliono abolite le guerre, ma vògliono la pace fra le nazioni? Pacifisti.
Oh, che peggior pa- rola! E quella parte della noce che si màngia, come si do-
manda? Gherìglio. Il ghèppio che cos’ è? Una spècie di falco comune. Le uova
cotte tra il sodo e il tenero, si dicono....? Baz- zotte. E la crosta che si
forma dopo una scottatura? Èscara, dicono i mèdici. E quelle punte nere,
sebàcee sul volto ? Acni E quelle lentìcchie rosse? Efèlidi. Ma sono voci
scientifiche. Il tetto è coperto di émbrici, tègole, o coppi? Ma in Toscana
coppo vale vaso, òrcio, olla, dòlio. E tra queste parole quale differenza
passa? Di un musico antico dirò mèglio citaredo 0 chitarrista? E l’àbito
nazionale dei Romani come era detto? Toga. E degli antichi fiorentini? Lucco. E
dei Giapponesi? Kimono. Ma è voce straniera. E come si chiama il prete dei Russi?
Pope. Degli ebrei? Rabbino. E l’intromissione di un veleno per una lesione o
ferita? Inoculazione. E la cura del sole? Elioterapia. E le cure dell’acqua?
Idroterapia. E la cura con un siero? Sieroterapia. E in commercio come. si
chiama il titolo di comproprietà di nn capitale sociale? Azione. E il titolo di
crèdito su le stesse azioni ? Obbligazione. Le antiche feste del primo giorno
di màggio che nome avèvano? Calen- dimàggio. E anche oggi la festa del primo
màggio degli operai è chiamata talora con l'antica parola calendimàggio. Oh,
che bel nome! E quel piccolo uccellino che canta anche di inverno allegramente
gu le siepi? Scrìcciolo, Re di màcchia, Reatino. Ed il fringuello canta o
spinciona? Le lenzuola sono bianche o di bucato? Il bimbo che vuol piàngere
fa.... greppo. In Lom- bardia dicono fa la bocca brincia, ecc. La proprietà dei
vocàboli è una dote dello. scri- vere quasi più importante della purezza. La
proprietà è necessària per indicare con esattezza un oggetto; cioè ha un valore
tècnico, e ciò spiega perchè gli uòmini di scienza o di affari non àbbiano
riguardo ad usare anche barbarismi o brutte parole pur di esprimersi con
precisione. E ciò fu già osservato. E impossibile sapere tutti i vocàboli
propri di cia- scun’ arte, professione, mestiere; tuttavia il giovanetto
potrebbe acquistare bella conoscenza delle parole e senza troppa fatica se,
di-mano in mano, si abituasse a notare in un suo libriccino e richiedere dai
geni- tori, maestri, è specialmente dal Dizionàrio, la spie- gazione delle
parole che incontra, e non sa. I vocaboli propri chiàmano alla nostra mente le
cose e le persone come se le avèssimo sott’ occhio (1). (1) Alcuni scrittori
fanno ricerca di parole pròprie, rare, quasi preziose, e se ne sèrvono con
bellissimi effetti. Ma come in tutte le cose, non con- viene abusare, giacchè
ogni affettazione è difetto. “ci Ba Sinonimi e doppioni. La proprietà dello
scrivere ha grande aiuto nello studio dei sindnimi. Si chiàmano sinòdnimi
quelle parole che esprimono press’ a poco la stessa cosa od idea, cioè che
esprì mono le varie gradazioni di una cosa od idea ge nerale. La lingua
italiana è ricca, forse anche troppo, di sinònimi, e il conòscerli ed usarli
bene è cosa difficile. Ne diamo qui un lungo elenco, mettendo qualche cenno di
spiegazione dove ci sembrò necessàrio, e la: sciando il resto alla
interpretazione del giovanetto: ma avvertiamo sùbito che non sempre è fàcile
pre: cisare la differenza fra i sinònimi. | EseMmPI ED Esercizi: Maestro,
Professore, Precettore, Pe dagogo.. : Sotto la gràmola Del pedagogo Ròmpiti,
cùrvati Schiàcciati al giogo. (GIUSTI). Maestro, però, è anche chiamato Cristo,
Mazzini, Raffaello (deriva dal latino magis = più, che vale più). (1) Si
chiàmano omòdnimi quelle parole che hanno serittura e suono uguale o quasi
uguale, o vàrio solo per l'accento, ma senso diversìssimo. Esempi: canone
(legge) e cannone; capello e cappello; cera e cera (volto); coppia (due cose
unite) e còpfa (abbondanza); dama e damma (femmina del daino); sezione e
sessione (seduta); Zazzo (acerbo, detto di frutta, con le z dolci) e Zazzo
(atto giocoso con le z aspre); mògio (tardo, avvilito) e miòggio (misura antica
di capacità), immolare (sacrificare) e immollare (ba- gnare); convito e
convitto; pinna (ala del pesce’ e pina (frutto del pino); rétore e rettore;
somma e soma; zana (culla, cesta) e zanna (dente del cignale); rosa e réòsa,
torre 8 torre (tògliere); canto (angolo) e canto (can- zone); p$8ca (frutto) e
pesca ‘il pescare); fe (pronome) e fe’ (tieni) e tè (bé- vanda); cdpitano e
capitano, sùbito e subito, séguito è seguito, pamico 6 panico, ànoora e ancora,
ìîntima e intima. l'a Direttore, Prèside, Rettore (Rettore ‘magnifico, della:
Uni- versità). Scuola elementare, Tecnica, Ginnasiale, Liceale, Normale,
Superiore, Politècnico, Glinica, Università. Povertà e Misèria. Deputato e
Senatore. Ministro, Presidente del Consìglio, Cancelliere. Ambasciatore, Legato
(del Pontèfice) Console. Artigiano, Operaio, e Artista. Giornalista e
Giornalàio. Schifo, Ribrezzo, Nausea. i Osteria, Taverna, Bèttola, Locanda,
Albergo, Ristorante, Hotel. | se | Cî (in questo luogo), Vi (quivi, in quel
luogo). Fodera (degli àbiti), Fèdera (dei guanciali). Pèrdere, Smarrire.
Finire, Terminare (contiene “determinazione e precisione). Cavallo, Destriero,
Corsiero, Palafreno, Ronzino, Rozza, Al- fana (voce antica), cavalla da
cavalcare, animoso corsiero àrabo. > Simulare (mostrare un sentimento che
non si ha), Dissimu- lare (nascòndere un sentimento che si ha). Sonno, Pìsolo,
Sopore, Coma (termine méèdico), Dormita. Supèrbia, Alterezza, Alterìgia,
Orgòglio, Presunzione, Am- bizione. | Ràncido, Stantio, Pùtrido, Fràdicio,
Putrefatto, Corrotto» Regno, Impero. Reale, Regale (poètico), Réègio (di re, le
règie truppe). Abdicare (di re), Rinunziare, Diméèttersi. Terrore, Timore,
Paura, Spavento, Pànico. Ròndine, Rondone (più grosso, spècie distinta
affatto). Incisivo (dente), Canino, Molare, Dente del giudìzio. Dùttile,
Malledbile. ‘ Romeo, Pellegrino. Allocco == Barbagianni, Gufo incita più
grande), Civetta. Zimbello (uccello legato, e poi estensivamente per lusinga e
richiamo : gli uccelletti in gàbbia presso le reti). Fioretto, Spada, Spadone,
Stocco, Spadino, Sciabola, Scimi- tarra,- Daga, Baionetta, Stocco. Azione
(titolo di partecipazione di un capitale), Obbligazione. Avaro, Spilbreio (in
piccole cose), Sòrdido (vi aggiunge l'idea di sporcizia), Gretto (contiene
l’idea di meschinità nello spèndere: gli avari sono gretti, ma non ogni gretto
è avaro). Tirchio, Pìirchio (avarìzia volgare). Vile, Vigliacco, Pusillo, Timido.
Arso, Àrido (contiene l'idea della sterilità), Adusto, Secco. Violenza,
Prepotenza, Sopraffazione. Infànzia, sica Adolescenza (sino ai vent'anni),
Giova- nezza. Nave, Vascello, Trireme, Galera o Galea, Brigantino, Pi- ròscafo,
Barca, Battello, Palischermo, Trabàccolo (regionale), Paranza, Cutter (?),
Bucintaro, Yacht (2). Barba, Barbetta, Basette, Baffi, Barbigi, Pizzo,
Moschetto | (quando il pizzo è piccolo). Trapano, Trivella, Succhiello, Sega
circolare. Sbarbato, Imberbe, Glabro. Bàrbaro, Selvaggio, Barbaresco (delle
coste d' Africa, dette . Barbèria). Pàpero e Pàpera (oca giovane), Oca.
Barbarismo (è delle parole), Solecismo (errore di sintassi, sbàglio nei modi,
nei gèneri, nei tempi, nelle coniugazioni, nelle concordanze). . Làcero,
Lògoro, Consunto, Frusto. Religione, Superstizione, Bigottismo. ° Gèmere (più
tènue e fièvole di) Lamentarsi, Piàngere, Sin ghiozzare, Far greppo, Guaire.
Cameriera, Fantesca, Camerista, Governante, SI Donuf di servìzio, Domestica.
Negligente, Sbadato, Pigro, Ignavo (latinismo, inèrzia men: tale e sciocca),
Apata, Indolente (pigro per amore di òzio e per poco sentire). Grazia, Garbo,
Leggiadria (nei movimenti), Eleganza (con tiene idea d'arte) Rivoluzione,
Rivolta (più limitato), Tumulto (voce stòrica e clàssica), Agitazione
(neologismo), .Sciòpero (1), Ribellione, E Aggiungi le due varietà, barbàriche anche nel
vocàbolo, di ostruzie-fi. nismo e sabotaggio (che letteralmente vale come
l’acciabattare, cioè fari male per dispetto). — 43 sr (l'atto delle persone),
Ammutinamento (dei marinai, guàrdie, soldati), Sommossa, Sollevazione (quasi il
primo atto della ri- bellione), Insurrezione (sudditi contro i governanti),
Sedizione (discordia armata tra cittadini), Pronunciamento (spagnolismo,
ribellione di capì militari conintento polìtico). Quando Luigi XVI udì che il
pòpolo di Parigi correva armato alla Bastiglia, vò!- tosi al duca di La
Rochefoucault, disse: Ma questa è una ri- volta! No, Sire, rispose il duca, una
rivoluzione. Aeronave, Aeroplano, Idroplano (Caproni). Aerostato, Dirigèbile
(Zepperino). Cannone, Mortàio.. è Accomàndita (società in), Anònima (società).
Questa fa tràf- fico per azioni; in quella i soci accomandanti rispòndono per
una determinata somma. Tagliare, Tarpare (le ali). Paese, Pàtria (tutti, o
quasi, àmano il pròprio paese, pochi la pàtria: oggi si dice francesemente
paese per pàtria o na- zione). | Importazione, Esportazione. Emigrazione,
Immigrazione. Avvocato, Procuratore. i Italiano, Itàlico, Ìtalo (poètico),
Italiota (greco venuto a soggiornare in Italia). Amico, Compagno, Sòcio,
Collega, Camerata. Onoràrio (per òpera liberale), Compenso, Salàrio (da sale,
mercede. agli operai o impiegati bassi), Stipèndio (fisso, annuo o mensile),
Provvigione, Competenza, Parcella (nota di quanto è dovuto ad un professionista
per un determinato lavoro), Propina. Bùccia, Scorza, Gùscio (legnoso dei semi,
calcàreo dei mol- luschi o dell'uovo), Baccello o SUiqua, Mallo (delle noci o
man- dorle), Pelle, Membrana, Tegumento, Tùnica, Epidèrmide, Epi- télio. | |
Melone (voce regionale, in Toscana popone), Anguria (voce regionale, in Toscana
cocòmero). Ricco, Capitalista. Pòvero, Proletàrio. “ Uno può èssere pòvero e non proletàrio, che
oggi ha senso politico. Atuto, Soccorso (ai dèboli), Assistenza (ai malati),
Ausilio (inùtile latinismo). Ladro, Borsaiuolo, Assassino, Brigante, Bandito,
Masna- diere (in orìgine servo armato di un feudatàrio). Bravàccio, Camorrista,
Teppista (idiotismi). Albero di trinchetto (a prora), di maestra (in mezzo), di
me zana (a poppa). Bompresso (che sporge a prora). Grecale, Libèccio o Garbino
(vento di sud-ovest opposto 8 grecale), Maestrale (quasi vento maestro, da
nord-ovest). Corazzata, Incrociatore, Avviso, Cacciatorpediniera. Sva (neo- +
logismo della Guerra). Mandante, Mandatàrio (sicàrio). Causa (civile), Processo
(penale). Astrologia, Astronomia. Libertà, Licenza, Socialismo, Anarchia,
Nihilismo, Bolscevi- smo (neologismo). Matto, Mattdide (neologismo), Idiota
(povero di cervello). Pazzia morale (di chi ha pervertiti i sentimenti),
Mattana (tristezza, ùggia, irascibilità), Avere i grilli in o per il capo
(ghiribizzo, pensiero strano). Palude, Stagno (senza emissàrio), Laguna. Parte
o) Partito, Setta (oggi ha mal senso), Fazione. Ànimo e Anima. Servo,
Servitore, Domestico (da domus = casa), Cameriere, Lacchè o Valletto,
‘Donzello, Maggiordomo. Sentimento, Sentimentalismo. Ridere, Sorrìdere,
Ghignare, Sghignazzare (1). (1) ° DOPPIONI. Quando la gradazione di significato
fra due parole è minima o nullo affatto, non si dicono sinònimi ma doppioni
(voce nuova. Tali sarèbbero, Ape e Pècchia, Cacio e Formaggio, Gudancia e Gota,
Embrice (di forma piana) e Tègola (di forma tonda, che fuor di Toscana si dice
anche coppo), Verza e Cavolo, Bròccolo e Cavolfiore, Tortellini Cappelletti,
Lugàniga e Salsìccia, Sanguisuga e Mignatta, Matterello © Lasagnolo (non
toscano), Pievano, Pàrroco, Arciprete; Prevosto (la varietà Bpesso è cosa
regionale), Mischiare e Mescolare, Sommissione e Sottomis- sione, Grave e
Greve. Ma se per doppione si vuole pròprio indicare una parola inùtile, da
buttar via, tali veramente si vògliono intèndere quelle parole straniere a Educazione,
Istruzione. Giacchetto, Giubba, Tuùnica. « Uguale, Simile. Proposizione e
periodo (sintassi diretta e sintassi inversa). Se io scrivo: I giardini di
Napoli sono pieni di fiori in ogni stagione, dispongo le parole della proposizione
in un òrdine o sintassi naturale che si dice diretta: soggetto, verbo,
complementi. Pi che fanno disonesta concorrenza alle parole nostre, cioè fanno
parere su- pèrflue molte parole italiane. ESEMPI: Cupone, Tagliando, Cedola. Menu,
Lista. Frisore, Bar- biere. Marino, Marinàio. Lingeria, Biancheria. Cotoletta,
Costo- letta. Bollito, Lesso. Revolver, Rivoltelia. Mussare, Spumare. Cro-
chet, Uncinetto. Vagone, Carrozza (questa è pròpria pei passeggieri). Corbeille,
Cestello. Salvietta, Tovagliolo. Tender, Carroscorta. Ci- miniera (delle navi),
Camino, fumaiuolo. — Enveloppe (disusato), Busta. Putrella, Longarina (trave di
ferro). Civilizzare, Incivilire. — Chéèque, o check all'inglese, Assegno
bancàrio. Pantaloni, Calzoni. Frac, Mar- sina. Consomè, Brodo. Bebè, Bimbo,
Mimmb, eco. ecc. À Alcuni chiàmano doppioni certe parole che hanno fra di loro
qualche varietà di forma e di suono, ma esprìmono la cosa idèntica. Una delle
due parole — dìcono costoro — si deve buttar via, e ciò allo scopo di unifi-
care la lingua. L i Tali parole sarèbbero ad esèmpio: Cuna e Culla: Mattina e
Mattino, Gidbvane e Giòvine; Rama e Ramo; Ammansare e Ammansire; Scandalo e
Scandolo ; Badia e Abbadia ; Burro e Butirro ; Cotesto e Codesto; Grem- biale e
Grembiule (Zinale, idiotismo); Impazzare e impazzire ; Impre- stare è Prestare;
Vibdttola e Viòttolo ; Sùcido e Sùdicio; Coltura e Cul- tura; Danari e Denari;
Staccare e Distaccare; Vigilare e Vegliare; Re- capito e Ricapito; Tagliolini e
Taglierini, ecc. Ma molti crèdono che non sìano parole da buttare via, perchè
concè- dono varietà nel dire; e se anche fòssero supèrflue, bisogna pensare che
è come una ricchezza di mòbili e oggetti di antica casa patrìzia: ingom- bra
forse un po’; ma sarebbe disdoro farne getto. (*) (*) Fra i doppioni alcuni
consìderano i termini scient)fici, messi ac- canto ai tèrmini volgari: lissa e
rdbbia (canina); vescichetta e flittene; mdnico e ansa; mal caduco e epilessia;
macchie, espulsione, ed esantèma; sangue dal naso e epistassi; lentiggini e
efèlidi; raffreddore e còrizza; livido e ecchìimosi, eco. ‘ ic n ra etici i 7
ii iii in pi mr i e ii __l * + - — 4b — Ma io posso anche scrivere: In ogni
stagione pieni di fiori sono i giardini di Napoli; e allora dispongo le parole
in un òrdine o sintassi che si dice inversa. La lingua italiana permette una
grande libertà di inversioni. Sono più frequenti nella poesia che nella prosa.
ui | Dante dice che il Conte Ugolino la docca solletì dal fiero pasto. Usando
la costruzione diretta, dovrei dire : sollevò la bocca dal fiero pasto. Non è
più verso, lo so; ma anche se rimanesse verso, l’ effetto sarebbe perduto. L’
inversione, quindi, dà forza e bellezza ; ma dev: venire naturale. Il
giovanetto farà perciò bene ad at tenersi più che può alla sintassi diretta. *
* * = Due o più proposizioni formano il pert0do, che vu dire giro o cèìrcolo di
proposizioni che formano u compiuto concetto. Il periodo deve èssere lungo o
breve? Non v’ è legge : scrivete come vi detta dentro. Perì non dimenticate che
il periodo lungo e ben fatto © molto difficile e domanda molta forza_di
pensiero. Dunque sono consigliàbili i periodi brevi. Già sino da antico un
grande filòsofo, Aristotele, ar. vertiva che il perèodo deve èssere di tale
grandezs0 da abbracciarlo con un’ occhiata. Furono specialmente gli scrittori
latini a dar l’esèmpio di lunghi e maestosi periodi: e questo ess potèvano
facilmente fare, perchè la loro lingua co permetteva. Non dovete però crèdere
che i latini ei i clàssici italiani scrivèssero sempre con lunghi p riodi.
Certo amàvano una certa ampiezza, che oggi no! è più cosa comune. — 47 — A
questo si aggiunga che noi moderni abbiamo fretta in tutte le cose, anche nel
leggere; e i periodi lunghi domAndano attenzione e tempo. Se voi infine mi
domandaste : « È più bello un libro con i periodi clàssici o un ltbro a
periodini moderni e brevi? », io vi risponderei che si tratta di diversa
bellezza; come paragonare un edificio antico, grave e severo, con un’ àgile
costruzione moderna. Tutto in arte è bello se è fatto bene. ESEMPI di perfetti
perìodi di tipo ètlàssico : La regina adunque con lento passo, accompagnata e
seguita dalle sue Donne e da’ tre Giòvani, alla guida del canto di forse venti
usignuoli e altri uccelli, per una vietta non troppo usata, ma piena di verdi
erbette e di fiori, li quali per lo Sopravvegnente sole tutti s8'
incominciàvano ad aprire, preso il cammino verso l’oc- cidente, e ‘cianciando e
motteggiando e ridendo con la sua. brigata, senza èssere andata oltre a
duemilia passi, ad un bel- lissimo e ricco palàgio, il quale alquanto rilevato
dal piano, sopra un poggetto era posto, gli ebbe condotti (1). Si osservi: la
proposizione principale (fa regina, gli ebbe condotti), stringe come un
fermaàglio il lungo periodo. Amèlio filòsofo solitàrio, stando una mattina
di.primavera, co’ suoi libri, -seduto all'ombra di una sua casa in villa, e
leg- gendo; scosso dal cantare degli uccelli per la campagna, a poco a poco
dàtosi ad ascoltare e pensare, e lasciato il lèg- . gere; all'ùltimo pose mano
alla penna, e in quel medèsimo luogo scrisse le cose che sèguono. Anche qui, lo
stesso; Amèélio, pose mano, e in mezzo tutte quelle subordinate, espresse con
gerundi e participi. Cai (1) BoccÀccio: sono le sette donzelle e i tre gidbvani
che si rècano al palàgio, dove è la bella fontana nel bel giardino ove
narreranno le cento novelle del Decameron. LEOPARDI. — O Italiani, io vi esorto alle stòrie, perchè
niun pòpolo più di voi può mostrare nè più calamità da compiàngere, nè più
errori da evitare, nè più virtù che vi fàcciano rispettare, nè più grandi ànime
degne di èssere liberate dall’ oblivione da chiunque di noi sa che si deve
amare e difèndere ed onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi,
e che darà |. pace e memòria alle nostre cèneri. Poi che fùrono passati tanti
di, che | appunto èrano com- piuti li nove anni appresso l’apparimento
soprascritto di que- f sta gentilissima, nell’ ultimo di questi di avvenne che
questa | miràbile donna apparve a me vestita di colore bianchìssimo, in mezzo
di due gentili donne, le quali èrano di più lunga età; e, passando per una via,
volse gli occhi verso quella | parte ov’io era molto pauroso; e per la sua
ineffàbile corte- sia, la quale è eggi meritata nel gran sècolo (la vita
eterna), mi salutò molto virtuosamente, tanto che mi parve aver ve- duto tutti
li tèrmini della beatitùdine (2). ‘Anacolùto, — Nella vivacità del comporre,
ac: cade spesso, anche ad eccellenti scrittori, di passare da un costrutto ad
un altro. È un errore di sintassi che può riuscire a dare molta eleganza al
discorso: ina questo gènere di eleganza non è concesso che ui grandi scrittori.
Si dice anacoluto. ESEMPI; Son cose da farle gli scherani e i rei ‘uòmini.
(Boccàccio). Lei sa che » noi altre monache ci piace di sentir le stòrie | per
minuto. i (MANZONI). Un religioso che, senza farvi torto, vale più un pelo
della sua barba che tutta la vostra. - (MANZONI). Il Cardinale andando a far
riverènzia al Papa, il Papa lo srattenne tanto che venne l'ora di cena. ©
(CELLINI) (1) FÒScOLO. (2) Dante (suo incontro e saluto di Beatrice). N. B. Non
si creda che sempre gli antichi scrivèssero con sì ampi perìodi. Anch’essi
usàvano p*- rlìodi brevi e vivaci. È bene ripètere questa avvertenza. Gli
sorittori del Trecento sono vivi, freschi, naturali. Piàcciono sempre ite tas 'Lo
stile (1). t Ed ora diciamo poche parole alla buona intorno allo stile. Io sono
certo che i giovanetti avranno inteso nominare più volte questa parola stile, e
si saranno, forse, chiesti: Che cosa è lo stile? | Diciamo intanto che stile presso i latini indicò da prima .un ferruzzo
acuminato per incidere le lèt- tere, press’ a poco quello che per noi è la
penna. Ebbene, immaginate, per un momento, che lo stile sia appunto la
scrittura, cioè il cardttere. Voi osser- verete sùbito che la scrittura di una
persona difficil- mente è uguale a quella di un’altra. Un giovanetto ha la
scrittura non formatà; un uomo ha la scrittura piccina, serrata, uguale; un
altro scrive con grandi svolazzi, lèttere maestose; un vecchio avrà, forse, la
scrittura tremante. Ebbene, se avete capito questo, avete capito anche che cosa
è lo stile: è il cardttere morale della per- sona che scrive (3) e che si
manifesta specialmente con la parola (4). i Uno scrittore è allegro; un altro è
melancònico; uno pensa molto; un altro sì commuove davo quando racconta casi
pietosi; un altro si compiace. di rappresentarci belle immagini, ma si commuove
poco. Uno parla sempre di sè, un altro diméèntica se’ stesso e rappresenta gli
altri. (1) Si aggiunge questo capitoletto intorno allo stile unicamente perchè
tale matèria è trattata in ogni testo: ma è dùbbio se, anche chiaramente
spiegato, l'argomento possa èssere utilmente inteso dai giovinetti. STYLUS, modus dicendi et scribendi. (8) È
rimasta famosa questa sentenza: Le siyle c'est l’homme méme (BUFFON. 3 (4) Lo
stile è cosa pròpria di tutte le arti: pittura, scultura, architet- tura,
mùsica. P., Manualetio di Relòrica. Torniamo ancora al paragone di prima, cioè
che lo stile sia la scrittura. Certo, la vostra scrittura sarà diversa se
prendete in fretta e fùria alcuni appunti, se fate una brutta 0 una bella
còpia, se scrivete una lèttera di molto ri. guardo, o- due righe ad un amico.
Non è così? Eb- bene, anche uno scrittore, pur rimanendo sempre lui, ‘ sente il
bisogno di variare il suo modo di scrivere se- condo l'argomento di cui tratta.
Mi valgo dell’esèmpio dei Promessi Sposî. Agnese, Lucia, Perpètua, il Sarto dei
Promessi Sposi certo non pàrlano come il Padre Cristoforo. Ebbene, anche queste
varietà di esprimersi in uno stesso scritto si dice stile. Aggiungo un secondo
paragone dopo quello della scrittura. Voi nel vestirvi adoperate àbiti dimessi
quando siete in casa, quando andate a qualche ritrovo, usate i vostri àbiti
migliori; ma questi abiti saréèb- bero disadatti per una gita in montagna.
Perciò gli antichi, tenendo specialmente conto di queste varietà di scrivere
secondo la convenienza, distinguèvano lo stile in Umile, mèdio o familiare e
alto o sublime. Però tenete a mente: anche vestendo a festa, il vostro àbito
darà indìzio di persona costumata, se ‘sarà netto e sèmplice. E se siete ben
formati di membra, tanto più l’àbito sarà bello, quanto più si adatterà alla
persona. Se siete gobbi o storpi, anche con un bel manto asiatico, sarete tali.
Torniamo ancora al paragone della scrittura e sarà f per l’ ùltima volta.
Abbiamo detto che ogni scrittura è diversa da in- dividuo ad individuo. Ciò è
vero. Però se io vi conducessi in una biblio- teca e vi facessi osservare certi
antichi manoscritti, i va bia voi allora notereste che tutta una sèrie di
manoscritti ha come un’ària di famiglia. Ecco i caràtteri gotici. Siamo
nell’evo méèdio. Voi li distinguete bene, come distinguete i cupi © scuri
palazzi del tempo di Dante. da.una civettuola villetta moderna; ecco i
caràtteri greci, àrabi, ebràici, romani: ed uu anche some un | pòpolo àbbia un
suo stile; come una civiltà abbia un suo stz/e. Gli scrittori ebrei della B?ìbbia
sono sèmplici e nel tempo stesso pieni di maestà e di strane e poètiche
immagini. Usano periodi brevi come versetti: stile biblico. Gli antichi
scrittori greci èrano meravigliosamente semplici, lùcidi, naturali: stile
Attico. Gli scrittori del Trecento (del tempo di Dante) sono semplici, facili,
puri, pieni di naturale eleganza: so del Trecento. Gli scrittori del Seicento
sono o sfarzosi, gonfi, pieni di comparazioni stravaganti (metàfore), ma pòveri
di . séntimento. I « E gli scrittori moderni? » . Questa è una domanda a cui sì
risponderà bene da qui a molto tempo. Lo stile è, dunque, il cardttere di uno
scrittore, ed anche di una data età, e anche di un dato pòpolo. Il giovanetto
pensi a scrivere chiaro, preciso, breve, con rispetto alla grammatica; e lasci
lo stile a chi è nato capace di diventare scrittore, cioè capace, per dono di
natura e per sua volontà, di fare òpera originale. « Fare òpera originale vuol
dire accuratamente, pazien- temente, intelligentemente combinare » (Edgardo
Poe). POESIA "i Hi re nttsto IAT — cee6 ec000000 coso cocecose. er rr
ecoce 000000000000 0000 000000000000 s00000000000 cec0000o rr’ _rr<u./ Aeree
ce nn _cormee:-_ f é La Poesia ed il
Verso. Poesia e Prosa. I componimenti letterari si di- vidonòd in componimenti
di poesia e IRSA, di prosa. La poesia (parola greca, che vuol dire « inven-
zione ») è dl lingudggio dell’ immaginazione e della passione, la prosa è il
lingudggio della ragione e della riflessione. Nei pòpoli giovani, cioè nel
principio della loro” ci- viltà, predòmina l’ immaginazione su la ragione, ed è
così spiegato perchè la poesia apparve prima della prosa. | La poesia per i
pòpoli giòvani era anche esultanza e gidia, e perciò si accompagnava con altre
due arti sorelle, la musica e la danza. Il verso. La poesia è formata di versi.
Il verso è una disposizione speciale delle parole che produce un effetto
musicale. [Questa mùsica del verso gènera piacere e si imprime facilmente nella
memòria]. (1) Questa divisione dei gèneri letterari sappiamo anche noi che è
molto relativa e- malsicura, ma conviene fare per opportunità di scuola. La poesia fu altresì definita dal FIGODETOI:
la sommità del discorso umano. L'effetto musicale nel verso è prodotto dal
ritmo. Ritmo è parola greca che vuol dire battuta o cadenza: esso è un fenòmeno
dei più na- turali, perchè segna i tempi ed aiuta i movimenti della persona.
Esempi: tre fabbri bàttono i martelli sull’incùdine a ritmo 1, 2, 3; 1, 2,3;
ecc.; i soldati màrciano partendo col piede sinistro, e il sergente règola il
passo, dicendo 1, 2; 1, 2; 1, 2. A suon di mùsica si cammina méglio. Si
richiami a mente il ritmo sèmplice della ninna-nanna. I versi sono, dunque,
periodi ritmici, cioè regolari successioni di suoni (o battute) (1); e perchè,
dopo finito il periodo ritmico, si undava a capo, cioè si voltava (vertere),
così si dissero versi. Versi italiani e loro leggi. L’effetto musicale (o
ritmo) nel verso italiano è pro- dotto da due càuse: 1° da un nùmero semina di
sillabe, ma che vària secondo il gènere dei versi; 2* da determinate fermate
(pause o pose) dell’ac- cento sopra determinate sillabe. A questi due elementi
necessari del verso si ag- giunge spesso la rima (che appunto vuol dire
r2fm00). . L’accento del verso. -- L’accento del verso si dice accento rìtmico.
Ogni parola — come ognuno sa — ha il suo accento, che si dice fòdrico 0 gram-
maticale. L' accento ritmico coincide con l’ accento tònico, se non che la voce
insiste su la sillaba ac- (1) Queste battute nelle poesie antiche si segnàvano
col battèr dei piedi, perciò erano dette piedi. Ogni battuta aveva un’
intonazione alta (arsî) e un’intonazione più bassa (tesi). but.) centata in
modo speciale. Spesso per farlo coincidere, i poeti pòssono mutare l’ accento
tònico delle parole, e così Umile diventa umile; ocèano, oceàno ; pietà, pièta;
Àrabi, Ardbi ; Ettore, Ettbrre; 4 Cleopàtra di- venta Cleopatràs; ma ciò oggi è
fuor di moda (1). Esempio. Ecco un verso di Dante: | Ricòrdati di me che son la
Pia. Contate le sillabe: esse sono
ùndici, e perciò il verso è detto con voce greca endecasìillabo. Su le due
sillabe, me e Pi, batte con più forza l'accento: questo è l'accento ritmico:
esso cade dunque su le due sil- labe VI* e X=, Provate a scomporre il verso: Di
me che son la Pia, ricòrdati. Ve ne accorgete? Il verso non è più verso; non
c'é più bellezza nè mùsica. Perchè? Le sillabe sono rimaste ancora ùndici, ma
il ritmo è spezzato. — Le sìllabe del verso. — I versi italiani ricèvono il
loro nome dal nùmero delle sillabe di cui sono com- posti:. endecasillabo (11
sillabe), decasìllabo (10 sil- labe), novenàrio (9 sillabe), ottondrio (8
sillabe), sel- tenàrio (1 sillabe), senàrio (6 sillabe), quinàrio (5 sil-
labe), quaternàrio (4 sillabe). Versi piani, tronchi, sdrùccioli. I versi pòs-
sono terminare con parola piana e si dicono piari (e sono ii più gran nùmero);
con parola tronca, e si dicono fronchi (e avranno una sillaba di meno); con
parola sdrùcciola (e avranno una slllaba di più) e si dicono sdrùccioli. Ma
siccome in tutti i versi l’accento «ritmico cade sempre su la penùltima
sillaba, la quale serve come a sostenere il verso, così un endecasil- Licenze poòtiche. (2) Scdndere e scansione è
detto l'atto del contare le sillabe. -labo rimane endecasillabo anche se ha 12
sillabe (verso È sdrùcciolo), o 10 sillabe (verso tronco). Esempi: E come
albero in nave si levò. (DANTE). quas Tra l'isola di Cipri e di Maiblica (1). .
(DANTE). E così si dica di ogni altro verso. | a Elisione, Sinèresi, Dièresi. —
I poeti compòr gono i loro versi naturalmente, cioè ad orècchio, 4 5 non
isbàgliano nel conto delle sillabe (2). I gramm& I tici dallo stùdio dei
versi hanno ricavato alcune rè | ate ‘. gole riguardo alle sillabe, e le più
importanti di questi‘ rèégole sono l’elisione, la sinèresi, la dièresi. n
Elisione (soppressione). Quando nel verso una ps \ rola tèrmina per vocale e la
seguente comincia per - vocale, la prima vocale è, di sélitò, assorbita dalla
seconda, e allora le due sillabe còntano per una si laba sola. | Vedi il
giudìcio uman come spesso erra (3). (DANTE). La Sinèresi (contrazione) di due
sìllabe ne forma un Ch’io perdei la speranza dell’altezza. di (DANTR). _ È Î ‘|
(1) Maiorca, nelle Baleari. tom La
s\llaba consta d’una vocale, oppure di una vocale accompagt Targ da una o più
consonanti, oppure di due vocali con consonanti, purdi& ri); sempre si
pòssano pronunciare in una sola emissione di fiato. mbl (3) Bada che non sempre
si fa l’elisione: cioè le due vocali non gif ; dono, specialmente quando sono
accentate: dio, . O Virgìlio, Virgìlio, chi | è questa? Una (DANTE). I O |
aspettata in ciel, beata e bella (PETRARCA). In questi casi le due vocali si
pronùnciano entrambe e formano lo i \, (apertura di bocca). E più arditamente:
° Farinata e il Tegghidio, che fur sì degni. . (DANTE). quasi fosse : Farinata
e il Tegghià, che fur sì degni. La dièresi (divisione), di una sillaba ne forma
due. Dolce color d’ortental zaffiro. pot 95 To..." (DANTE). I versi
italiani. — L’endecasillabo è di 11 sil- labe : è il più importante, glorioso,
vàrio, e maggior verso italiano. Il suo accento ritmico vària in tre modi: VI.
X® sillaba. IV® VIII X°. IV? VAT*° X* (raro). Esempio I 5 -_ Così parlorpmi e
poî cominciò: Ave Pl Ei Maria, cantando; e cantdhdo van$ò, A ag Come per acqua
cùpa cosa gràve. dia rd Cie ai get Sia ! (DANTE). Vergine della che di sol
vestita. | (PETRARCA). . Il decasillabo (2) è di 10 sillabe: è verso assai
ricco (1) Non tollerata è la sinèresi quando su la 2 sìllaba cade l’accento,
come in beato, paese; e così nei gruppi di vocali 0a, co, ae. Si conside»
rerebbe difetto non fare la diòresi nei dittonghi ie, io, iu, ia, come in
liuto, viola, coscienza, Ie, quando è dittongo mobile (cielo), e l’altro
dittongo mbòbile uo (uomo), non tòllerano la dièresi. Avvertenza: due o più
vocali in cui tèrmina una parola (mio, miei, via, pio, mai ecc.) fanno dièresi
in fin di verso: nell’ interno del verso fòrmano una sillaba sola. Esempi:
Andiam che la via lunga ne sospinge. E riposata della lunga via. (2) Il
decasillabo è venuto in uso in tempi a noi vicini, per dpera del . Manzoni e
dei poeti del Risorgimento, ai quali pàrvero accomodate al fine patriòttioo le
movenze concitate e risonauti-di tale verso. (forse troppo!) di armonia. Ha
l’accento ritmico su la II—-:, VI*, IX. i i Dio non disse al germano giammai: «
Spiega l Dogi sl + ela ti do ». KO Il novenàrio è di 9 sillabe: è verso di delicata armonia,
ma fu negletto dagli antichi. Piace molto ai poeti moderni. Ha l’accento
ritmico su la II°, V*, VII. Da lungi squillò solitària La voce dell’Avemaria
(PASCOLI). L'ottonàrio è di 8 sillabe: è verso antico ed illu- stre, che aveva
bella varietà di ritmi. Oggi prevale l'accento rìtmico su la III° e VII: Bell’
Ifàlia, amate spònde, Pur vi torno a rivedèr! Trema in pétto e si confonde
L’alma opprèssa dal piacèr. A (MONTI). Il settenàrio è di 7 sillabe: è, dopo
l’endecasillabo, il verso più notèvole. Questo verso breve, ma assai vàrio per
accenti ritmici, fu specialmente usato nella poesia lirica. Nella formazione
delle strofe esso si trova spessìssimo combinato con l’ endecasillabo, come
sarà detto più avanti. Il settenàrio ha sempre l'accento su la VI= sillaba,
inoltre vària un altro (o due) accento su altra qualsiasi delle prime quattro
sillabe. . L'’&lbero a cui tendèvi La pargolètta mano, Il vèrde meiogràno
Da’ dèi vermigli fiòr.... (CARDUCCI). Il
novendrio, tenuto in poco onore per il passato, ebbe ai tempi 2" stri
illustri cultori (Tommaseo, Carducci, Pàscoli, D’Annùnzio). BL. Il senàrio è di
6 sillabe: ha l’accento ritmico su la II: e Va. Frafèlli d'Itàlia, Ù, | :
L'’Itàlia s'è desta, Dell’è[/mo di Scipio S'è cìnta la testa. Dov'è la
Vittoria? Le pòrga la chiòma Chè schiava di Ròma Iddio la creò. (MAMELI). Il
quindrio è di 5 sillabe: ha l’accento ritmico su la IV* e su una delle due
prime sillabe. Vìva Arlecchìni È bùrattini | Viva le maschere D’ògni paése....
(GIUSTI). Ù quadrisillabo 0 quaternàrio è di 4 sillabe : ha l'accento ritmico
su la I* e III*® E pochissimo usato. Sù voghiàmo Nàvighiàmo Sàtirèlli
Ricciutélli. Vv Ca Versi accoppiati.\ Il quinàrio, il senàrio, più spesso il
settenàrio, ta- lora anche l’ottonàrio, si tròvano accoppiati, quasi congiunti,
in un ùnico verso, che rende un’ armonia piuttosto monòtona. Il settenàrio
accoppiato è chiamato alessandrino (1) (1) Alessandrino, per certa simiglianza
col verso francese, formato di un quinàrio e di un settenàrio, è così chiamato
da un poema francese _ 62 — o martelliano, ed è usato specialmente 1 nei
‘COInDE nimenti drammaàtici. © - Martelliano : A noi le pugne inùtili. Tu
cadevi, o Mameli, Con la pupilla cèrula — fisa agli aperti cieli. (CARDUCCI).
Senàrio dòppio (messo în onore dal Manzoni). Dagli atri muscosi — dai fòri
cadenti; Dai solchi, dall’arse — fucine stridenti, (MANZONI) Quinàrio dòppio:
Per lei tra l'armi — dorme il guerrièro, Per lei tra l’onde — canta il
nocchièro, Per lei la morte terror non ha. (METASTASIO). Il verso libero.
Questi, che abbiamo numerati, sono i versi tradi- zionali. Ora fra i poeti
moderni prevale il verso libero. Esso è un verso senza nùmero fisso di sìllabe,
senza ac- centi in sede costante, qualche volta con rima o con consonanza, ma
esse pure senza leggi stabilite: verso, dunque, ora breve ora lunghissimo, che
vuole, nella sua intenzione, rappresentare il libero vagare della fantasia e
del sentimento. del secolo XII, che narrava le imprese di Alessandro Magno (poema
de- dotto da un romanzo greco del secolo II dell’èra volgare, del pseudo Cal-
listene). È detto anche Martelliano da Pier Jacopo Martelli (sècolo XVIID che
derivò tale verso dal teatro d’oltrealpe. I martelliani fbrmano còppie monorime
(rimati a due a due), e fùrono molto usati dai commedibdgrafi (Goldoni). Il
Carducci se ne servì per la ballata stòrica: Sui campi di Ma- rengo, ecc. Vedi
a pagina 63. in nota, esèm io dell’alessandrino francese, [] sos 69° ca Spesso
vi sono alternati i ritmi dei versi tradizio- nali (settenari, novenari), così
che è una specie di polimetro (= strofe di molti variati versi). Rima.
(consonanza e assonanza). La rima (ritmo) .è la identità perfetta della pa-
rola finale di un verso con la finale di altro verso, cominciando dalla vocale
su cui cade l’ accento": Esempio: amore, dolore. Se le due sillabe
accentate non sono uguali, si ha soltanto la consonanza, e se soltanto le due
vocali accentate sono uguali, si ha l’assonanza (rima imperfetta). | La
consonanza e l’assonanza sono evitate nella poesia letterària, ma sono pròprie
della poesia po- polare. Annùnzio feceSnelle sue | Laudi uso sapiente di questo
verso. I modernìssimi futuristi vi insìstono con sequenze, imàgini (metà- fore)
ed ènfasi, che oggi piàcciono a molti: domani, chi sal Versi barbari: In un
libretto elementare come questo, basterà accen- rare soltanto ai versi così
detti barbari, felicemente rinnovati dal Car- ducci (Odi barbare). Questi versi
sono combinazioni di vari versi italiani, disposti in modo da rèndere il suono
che ai nostri orecchi hanno i versi greci e latini; e perchè sembrerèbbero
bàrbari ad un poeta greco, se ri- vivesse, tali fùrono detti dal Carducci.
Esèmpio: s Surge nel chiaro inverno | la fosca turrita Bologna. È un esàmetro,
risultante da un settenàrio e da un novenàrio. Il D'’Annùnzio (Canzone di
Garibaldi) e il Pàscoli in una versione della Canzone di Orlando, trasportàrono
in italiano il verso èpico o alessan- drino francese. Qui sente Orlando | che
la morte gli è presso; Chè gli esce fuor | dalle orècchie il cervello,
Dominecio | per i suoi Pari prega, Prega per sè, | l'angelo Gabrielio. (2)
Esempi: Non sacce che canzune me cantara Tutte sopra l’amore va a finire. La
rima è un bell’ ornamento del verso; ma non è necessària, come si può vedere
nei versi sciolti da rima. I Greci ed i Latini non avèvano rima. Essa nacque
con le lingue neo-latine. La rima, anche se difficile, deve apparire spontànea
e come venuta da” sè. Si legga questo esèmpio di Dante, ove descrive il buco, o
pozzo infernale, su cui pòggiano o pòntano tutte le altre rocce dell'inferno, e
dove in un den: sìssimo gelo stanno fitti i traditori. Vèdasi che giuoco di
rime difficili, eppure così naturali ! S’ io avessi le rime e aspre e chiocce,
Come si converrebbe al tristo buco, Sovra il qual pontan tutte l’altre rocce,
I’ premerei di mio concetto il suco Più pienamente ; ma perch’io non l’abbo
(ho), Non senza tema a dicer mi conduco. Chè non è impresa da pigliarsi a gabbo
Descriver fondo a tutto l’universo, Nè da lingua che chiami mamma e babbo. E
prosègue dicendo che il Danùbio (Danòia) non fece in Àustria (Austerricch) così
forte gelo, e nem: meno il Don (Tànai o Tana) come era in inferno: i monti, cadendo,
non l’ avrèbbero rotto. Non fece al corso suo sì grosso velo D'inverno la
Danòdia in Austerricch, Nè ’l Tànai là sotto il freddo cielo, Com? era quivi:
che se Tabernicch (1) Vi fosse su caduto, o Pietrapana (2) Non avria pur
dall’orlo fatto cricch. Là, dove passi tu, l’erba ce nasce; La primavera tutta
ce fiorisce! Tre cose non si ponno mai scordare: La pàtria, l’amicìzia e il
primo amore. ” (Rispetti marchigiani). Nome di monte. Pietra Apuana, monte in Garfagnana. FA — 66 -
itanza ovvero Strofa. Comunemente i versi si raggrùppano fra loro in un certo
nùmero e si collègano con certe rime in modo da formare un senso compiuto.
Questi raggruppamenti di versi, che pòssono èssere variatìssimi, fùrona nel-
l'evo-medio detti stanze, cioè dove il pensiero poètico sta (1). Più tardi fu
usata e prevalse la parola greca strofa (vedi pag. 68) che vale nell’ uso come
stanza. Stanza oggi più specialmente si dice dell’ottava. La terzina e l'ottava
sono le due stanze più. illu- stri. Dante scrisse la Divina Commèdia in terzine
; il Boiardo, l’Ariosto e il Tasso scrìssero in ottave: i loro poemi di armi e
di amori. La terzina è formata di tre endecasillabi con rime così disposte: A
BA; poi la série continua legata sempre: B C B; CDC; DED; EFE, e così di sè-
guito. Vedi l’esèmpio precedente (2). L'ottava è di orìgine popolare ed è
formata di otto endecasillabi, di cui sei sono alternati e due sono baciati.
Ecco lo schema: ABABABCO. L'ottava è il metro narrativo per eccellenza, e i
can- tastòorie la solèvano accompagnare al suono della viola o di altro
istrumento, con lenta melopea. Esempi di bellissime ottave: Sera în campagna.
Già la stella di Vènere apparia Dinanzi alle altre stelle ed alla luna: (1)
Stanza cioò « dimora capace di tutta l’arte » (Dante). Dante può dirsi lui il creatore di questa
stanza solenne detta ter- zina; perchè se certa è l’orìgine popolare
dell’ottava, non così si può dire della terzina. Nel Cinquecento e oltre, la
terzina passò ad un più umile ufficio, cioè a sermoni satirici e ad epìstole
giocose (capìtoli) Berni, Ario- sto, T'ansillo, Menzini. In tempi a noi vicini,
la terzina fu usata per càn- tiche (Monti) e poemetti (Pàscoli). P., Manualetto
di Retèrica. Tacea tutta la spiàggia e non s’udie Se non fl mormorar d’una
laguna, E la zanzara stridula, ch' uscia Di mezzo alla foresta all’ària bruna:
D'Èspero dolce la serena imago Vezzosamente rilucea nel lago. (LEOPARDI).
Descrizione di un giardino. Trema la mammoletta verginella. Con occhi bassi
onesta e vergognosa; Ma vie più lieta, più ridente e bella Ardisce aprire il
seno al sol la rosa: Questa di verdi gemme s’\incappella. Quella si mostra allo
sportel vezzosa: L'altra che ’n dolce foco ardea pur ora. Lànguida cade, e ’l
bel pratello infiora. (POLIZIANO). Altre stanze sono: il dìstico (parola greca
che vuol dire due versi) cioè due versi insieme rimati, usati specialmente dal
pòdpolo nei suoi rispetti e stornelli; la quartina (a rima alternata
ABABOoarima chiusa A BB A); la sestina, affine all'ottava, cioè di quattro rime
alternate e due baciate (A BABCOC); ma non ne ha l'ampiezza e la bellezza. La
sestina fu usata in poesie narrative, non troppo lunghe e SBORSO di argomento
giocoso (2). . (1) Vedi gli esempi riportati in nota nel paràgrafo Rima ed
assonanza. Diìstico, propriamente ìndica un. sistema mètrico dei Greci e dei
Latini, risultante dall'unione di un verso esdmiefro con un verso pentàmetro.
Il Carducci nelle sue Odi Barbare, cioè di imitazione dei versi antichi, ci
porge i migliori esempi di dìstici. Surge nel chiaro inverno la Hei turrita
Bologna E il colle sopra bianco di neve ride. (2) Appunto è chiamata sestina
narrativa, e fu usata in tempi vicinia Esempi: Distici: È notte, e il nembo
urla più sempre e il vento. Ù Frati spagnoli, apritemi il convento. (CARDUCCI,
versione). O cavallina, Galla storna, | Che portavi colui che non ritorna;
(PÀSCOLI). Quartine: Salute, o genti umane ‘affaticate, Tutto trapassa e nulla
pùò morir, Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate. Il mondo è bello e santo
l’avvenir. (CARDUCCI). Oh! largo su. gli alti àrgini del fiume Risplender rosso
dell’estiva sera ! Oh! palpitante della luna al Jume Tènero verdeggiar di
primavera. (CARDUCCI). Sestina: ° Studente, come insegna la grammàAtica, È il
participio di studiare, ma Dacchè un tal nome conferì la pràtica A chi
frequenta l’Università, Tutti sanno che il nome di studente | Vuol dire: un tal
che non istudia niente. (Lo Studente di Padova, ARNALDO FUSINATO). noi invece
dell’ottava. (Casti, Animali parlanti, Giusti, Lo stivale, Gua- dagnoli,
-Fusinato, eco.). Canzone sestina: la sestina narrativa non deve èssere confusa
con la canzone sestina, pròpria del Trecento, che era di sei stanze, ciascuna
di Sei versi con un artificio di rime uguali in tutte le stanze, ma disposte.a
retrogradazione a croce (Dante, Petrarca, e con intento d’arte, Carducci e
D’Annùnzio. Ne fu inventore Arnaldo Daniello, trovatore provenzale del secolo
XII, di cui parla Dante con grande onore). Strofa è parola greca che indica
l'atto del vdlgersi, quasi giro (di ballo). Nella nostra lingua è parola che
vale come stanza, se non che ‘fu introdotta nell’ uso letteràrio più tardi, e
si usa più specialmente per significare un certo nùmero di versi che il poeta
dispone e rima, o seguendo l’esèmpio di altri poeti, oppure secondo un suo
critèrio di mu- sicalità e di bellezza. Scèglie, alterna, quindi, versi brevi
con versi lunghi, versi sdrùccioli con versi tronchi, allo scopo di produrre un
dato effetto. Si in- tende che nel modo che è architettata una strofa, così
dèvono èssere le altre. | Esempi di vàrie strofe : . 1. ‘ Ardon gli sguardi,
fuma La bocca, àgita l'àrdua Testa, vola la spuma, Ed 1 manti volùbili Lorda, e
l’incerto freno Ed il càndido seno. (FòscoLo, descrivendo un vàbile corsiero).
DI 2. Me, non nato a percòtere Le dure illustri porte, Nudo accorrà, ma lìbero,
Il regno della morte. No, ricchezza nè onore Con frode o con viltà (1) Per ben
capire il senso della parola strofa, bisogna avere in mente che gli antichi
Greci quando cantàvano i loro inni davanti agli altari degli Dei, solòvano
vòlgersi prima a destra e poi a sinistra per imitare il moto del cielo da
oriente ad occidente e quello contrario degli astri. Quindi 4! fermàvano per
indicare la stabilità della terra. Questi tre movimenti di- vidèvano il loro
canto in tre parti, dette strofè, antistrofè, epodòs. \-. Il secol venditore
Mercar non mi vedrà. (PARINI). 3. Il poeta, o vulgo sciocco, Un pitocco l . Non
è già, che a l’altrui menre. Via con lazzi turpi e matti Porta i piatti N Ed il
pan ruba in dispensa. (CARDUCCI). Più bello è il fiore cui la pioggia estiva
Làscia una stilla dove il sol s’infrange; Più bello il bàcio che d’un ràggio
avviva Ucchio che piange. (PASCOLI) . . Appare da questi esempi come i versi di
nùmero pari si altèrnino con altri versi di nùmero pari; ed (1) Questa specie
di strofa, formata di tre endecasillabi e un quinàrio (adònio), è detta
sdffica, dal nome di Saffo, poetessa greca, delle cui poesie restano pochi ed
illustri frammenti in tale metro. Scrìssero sàffiche ri- mate Fantoni, Parini.
Carducci no scrisse di non rimate nelle Odi darbare, Giovanni Pàscoli, ecc.
Avvertenza : diamo qualche cenno delle strofe della poesia bàrbart vedi pag.
63.in nota). Ì Strofa alcdica, da Alcèo (secolo V avanti Cristo). O solitària |
casa d’Aiàccio, (due quinari) Cui verdi e grandi | le querce ombròèggiano (due
quinari) E i poggi coronan sereni (novenàrio) E davanti le risuona il mare!
(decasìllabo). Strofa edffica, ma senza rima Tàccion le fiere e gli udbmini e
le cose, asl Ròseo il tramonto ne l'azzurro sfuma, Mormoran gli alti vèrtici
ondeggianti i Ave Maria. Altra strofa è ii distico. (Vedi pag. 66 in nota).
Queste sono le principali Strofe della poesia di imitazione clàsgsica: cosa
propria di Carducci e di sicuni pochi altri poeti. cei i versi di nùmero
dispari coi versi di nùmero dispari, come il seltenàrio con l’endecasìillabo.
Speciale importanza ha la strofe della Canzone del Petrarca (Vedi nota a pag.
70;. Eccone un esèmpio bellissimo, dove il Petrarca descrive la sua donna,
Làura, sotto una fiorita pianta. - Da’bei rami scendea (Dolce ne la memoria)
Una piòggia di fior sopra 'l suo grembo: Ed ella si sedea Umile in tanta
glòria, Coverta già de l’amoroso nembo. Qual fior cadea sul lembo, Qual su le
trecce bionde, . Ch'oro forbito e perle Eran quel dì a vederle; Qual si posava
in terra e qual su l’onde; Qual, con un vago errore Girando, parea dir: Qui
regna Amore (1). risma Oto meo vo a è aus L’endecasìllabo sciolto, detto anche
verso sciolto, è quello che è libero dalla rima. Ma ha una sua spe ciale
armonia per effetto della varietà degli accenti ritmici e per i nessi o legami
tra verso e verso: no, riuscirebbe noioso. Fùrono eccellenti poeti di versi
sciolti il Monti nella traduzione dell’ [Made di Omero, il Parini nel poemetto
satirico 72 Giorno, il Fòscolo nel carme I Sepolcri, il Leopardi nei suoi Canti
(1) Questa strofa di amplìssimo e melodiosìssimo giro è formata di er-
decasìllabi e di settenari: è come snodata in varie parti, ed il gioco dell
rime fa risaltare queste vàrie parti. La prima parte, qui, è di Sei vers (ABC,
A BC) e si dice fronte; la terza parte, con nuove rimo, è puredì sei versi
(DEE, DFF)e sidice sirma, voce greca messa in uso ed ono! da Dante e vuol dire
coda, strascico della strofa; la seconda parte è di ur 801 verso; collega la
fronte con sìrma, e si dice chiave. Nelle varie cas zoni del Petrarca
prevàlgono ora gli endecasìllabi, ora i settenari, in nt- mero vàrio. Questo
difficile metro fu usato per tutto il Cinquecento: 068 non usa più. E e
Vittbrio Alfteri scrisse in versi sciolti le sue tràgedie. In versi sciolti
sono scritti i poemetti didascAlici (vedi il capitolo che tratta del Poema) e
molte îra le tra- duzioni dei poeti stranieri. Vaghe stelle dell'Orsa, io non
credeva Tornare ancor per uso a contemplarvi Dal paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalla finestra Di questo albergo ove abitai fanciullo, E
delle gidie mie vidi la tine. | (LEOPARDI). X . La metàfora î + (e il
linguàggio poòtico),. Il linguàggio dei poeti non è sempre uguale a quello dei
prosatori. Questi dèvono èssere precisi (1), a quelli è permessa una maggiore
libertà; cioè ’pòssono va- lersi di esagerazioni, di espressioni indeterminate
e di certe maniere di dire che non sono quelle che si Ùsano comunemente. I
poeti pòssono inoltre usare parole speciali, direi | quasi riservate per loro:
come aura od dra per ària, etra od ètere per cielo, riede per ritorna, fia per
sia, diro per feroce, furo per fùrono, drando per spada, andar o andaro per
andàrono, morto per morì, vate per poeta, fora per sarebbe, prence per
principe, speme per speranza, desto o desire per desidèrio, vanèìo per svanì,
rat per raggi, vanni per ali, arg per altare, redimìre per incoronare, ecc.
(Queste voci (1) Ho scritto dèvono e mi pare che vada hene. Dico questo perchè
oggi molti scrittori si compiàcciono di una prosa poòtica, o lirica come essi
la chiamano, cioè immaginosa, cioè di una mescolanza di modi poòtici: dalla
qual cosa risulta una prosa molto imprecisa. Ma, come dice Oràzio, i poeti sono
liberi di fare e di osare ciò che mèglio crèdono. Il tempo dò molto più tardi
la sua approvazione, o la nega, secondo i casì, mr ni i Ca 2 poètiche oggi sono
poco usate dai moderni (1). Si trò- vano ancora frequenti nei poeti di mezzo
séècolo fa). Possono usare vocì antiquate, come vallo per terra. pieno,
manipolo per schiera, onusto per càrico, orare per pregare, clìpeo per scudo,
delùbro per tèmpio, plàustro per caîro, dèspota per signore; anzi le voci
greche e latine spesso sono tante da non capire bene certe poesie. Useranno
espressioni come, chiostra di monti, le mal vietate Alpi. Diranno Adria per
Adriz- tico, Anglia per l Inghilterra. I laghi di Garda, di Como e Maggiore
seno talvolta chiamati coi nomi antichi di Benàco, Làrio, Verbano. Chiameranno
£r: dano il Po; la stagione diventa l’ anno 0 viceversa. I venti, Zéfiro,
Austro, Noto, Bòrea saranno Spesso figurati come persone: il polo diverta il
cielo: la guerra diventa Marte. La Pace, la Virtù, la Spe- ranza, la Vittoria,
ecc. sono figurate come donne. Virgilio da Dante è chiamato duca. Ma v'è di
più: un aggettivo diventa un sostantivo; spesso il verbo non sì trova; spesso
l’ oggetto è messo in principio come fosse un soggetto: ed oltre a questo, vi
sono certe espressioni esagerate, strane e certamente diffi- cili per chi non è
letterato. Se poi vi capitàssero fra mano certe poesie, specialmente antiche,
trovereste a iosa dei nomi, come Apòlline, le Muse, il Parnaso, Pègaso, ecc.,
ecc., invocate dai poeti. Sono simboli — a modo di divinità — della
intelligenza e dell’estro poético, venerati dai Greci e rimasti vivi nell’ uso
sino ai nostri tempi. | _ Però non dovete crèdere che tutta la poesia stia “(1)
Ne ùsano poi di altro gènere...! i Nei
poeti più antichi troverete anche*certe deformazioni delle pa- role,
agerolemente per agevolmente, die per dì (giorno), puone per pu, saline per
salì, fue per fu, èe per è, eco, i Ù ss: qui, cioè nelle parole antiquate e in
questo speciale modo di esprimersi. Ma soffermiàmoci a certe espres- sioni. Per
esempio, il Manzoni per indicare l’òpera di Napoleone I come guerriero, dice: :
- Dall’Alpi alle Piràmidi, Dal Manzanarre al Reno Di quel securo il fùlmine
Tenea dietro al baleno. . Scoppiò da Scilla al Tànai (Don), Dall’unò all’altro
mar. Chi scoppiò ? Il fùlmine. Ma -Napoleone aveva un fulmine? E un fulmine può
scoppiare a così immense distanze ? | I È Eppure diciamo anche noi: « Napoleone
era un fùl- mine di guerra >». Cioè noi abbiamo trovato una so- miglianza (o
similitùdine) tra il fùlmine che sap- piamo bene che cosa è, e Napoleone che
vogliamo far capire che cosa era: cioè, Napoleone era ràpido e terribile come
un fùlmine. Poi senz’ altro diciamo: Napoleone era un fulmine. Dùnque prima
abbiamo fatto una comparazione (o similitùdine), poi senz’ altro abbiamo
trasportato . ‘questa immàgine di somiglianza nel nostro’ discorso. Altro
esèmipio : Tu sei intelligente come un’ oca. E poi: Tu sei un’ oca. Mi1 permetto di spiegarvi la metàfora con un,
esèmpio molto... vi- vace. Sapete come i soldati chiamàvano nel loro gergo di
guerra i cara- binieri? Aeroplani. Perchè? Perchè ayèvano stabilito una
comparazione fra il cappello napoleònico che ancora pòrtano i nostri bravi
carabinieri, e le ali del aeroplano. Poteto spiegare da voi molte di queste
metàfore del pòpolo, e vi divertirete. Ho inteso chiamare da venditori, le
ciliege, manzo ; le pere, burro, l'uva, miele, ecc. Sono metàfore e anche....
ipèrboli, cioè esagerazioni. ‘ 5 su 4 e 3 . Questa cosa così naturale chè se
andate in mer- cato, sentirete come è frequente fra gente che non sa forse nè
lèggere nè scrivere, porta un nome molto difficile : cioè metàfora, oppure
tropo, oppure tras lato. Osservate l’etimologia di queste tre parole: Metàfora, vuol dire:
parola trasportata. -Traslato, vuol dire: parola trasportata. Tropo, vuol dire:
parola trasportata ; dunque le tre parole indicano la stessa cosa, cioè una
trasposi zione, come abbiamo spiegato prima. i Invece di metafora ecc. si dice
anche figura ; quasi immdgine del pensiero. Esempi di comuni metàfore. Pozzo o
arca di scienza; Questo figliuolo è il bastone della mia vecchiàia; Il tale
morì come un lume a cui manca l’dlio; Furbo come il Diàùvolo; E dura come una suola
questa bistecca; Il tale è cattivo come la peste (2). Sono espressioni così
esagerate che, prese alla let tera, sono inverosimili. Eppure si adòperano
comu: nemente: anzi senza di esse stenteremmo a parlare. La metàfora è, ancora,
come una scorciatoia del discorso. Se, per esèmpio, dico: L’oratore elettrizzò
il pùbblico, io con una parola sola ho fatto capire ciò che altrimenti avrei
dovuto significare con molte parole, cioè: « gli uditori, per effetto del
discorso di quell’oratore, sembràvano aver dimenticata la pròpria . anima per
avere un’anima sola, quella che l’oratore Etimologia = senso puro e primo delle parole.
. (2) Confronta le espressioni comuni: cavalcare un dsino, î piedi delli .
cassa, appiè dell’àlbero, la fronte dell’edificio, la corona del dente, il dor”
<la cresta della montagna, la testa del chiodo, lo stelo (colonna) del
flore, li nat‘e (0 navata) della chiesa, la coda del treno. Sono tutte parole
traspor tate, nè sapremmo dire diversamente. | ,- seppe imporre con la sua
eloquenza: e tutti fremé- vano ed èrano commossi ad un modo; ecc. ecc. ». Ma
voi sapete quale è l’ effetto di una corrente elèttrica, e dite senz’ altro: L’
oratore elettrizzò il pùbblico. Scomponete queste altre metafore moderne: il
daga- glio dell’.esperienza, Entrare nella realtà. Perciò e prosatori e poeti
costruiscono essi stessi le metàfore; e i poeti, perchè più ricchi di fantasia,
ne costrui- scono di più, e queste sono le metàfore degli artisti e dei dotti.
Dante vuol far capire che il poeta latino Virgilio fu con la sua eloquenza e
arte benèfico agli uòmini? Lo paragona ad una fonte da cui deriva un benéfico
fiume. — Oh, se’ tu quel Virgilio e quella fonte Che spande di parlar sì lrgo
fiume? Risposi io lui con vergognosa fronte. Omero vuol far capire clte il
vècchio re Nèstore era un persuasivo parlatore ? Paragona le sue parole a
ruscelli di miele. Allora — direte voi — se è così, adoperiamo molte metàfore e
scriveremo molto lione. Adagio! Intanto per creare metàfore, bisogna ès- sere
buoni artisti e poeti; e poi non è detto che tutte e metàfore usate dagli
scrittori, e giornalisti, e uòmini politici, e anche dai poeti e dagli artisti,
siano belle. Pòssono anche passar di moda, e allora sembreranno ‘brutte (1).
Noi oggi ricaviamo tante metàfore dalle I poeti del Seicento fùrono famosi per l’abuso
delle metàfore, le quali paròvano forse originali in quel tempo, ma oggi ci
inspìrano noia o riso. Il naso fu detto: Trinciera al pianto, e padiglione al
riso. Il poeta Achil- lini in lode delle imprese di guerra del re di Francia,
compose un sonetto che comìncia così: Sudate, o fochi, a preparar metalli. E ne
ebbe premio di quattòrdici mila scudi. Di un cardinale, che fu anche letterato,
si disse scienze, che sono tanta parte della vita moderna; ne ricaviamo da
questa terribile guerra...; ma an diamo cauti! | Usate quelle metàfore che
vèngono spontànee al vostro pensiero. Evitate anzi di adoperare certe
metàfore.e espres sioni metafòriche che la prima volta che fùrono dette,
potèrono sembrare originali e di effetto; ma poi a furia di ripèterle, finirono
‘con lo stancare; oppure sono figure che ci richiàmano immàgini goffe ; per
esempio : pa/pitare di attualità, brillare per l as senza; posare una questione
sul tappeto ; la càccia al potere; le sfumature di un’ idea ; l’anima del
pòpolo; l'attrito delle idee ; plettora, o anemìa di de- che aveva saputo
illustrare la pòrpora (l’àbito rosso dei cardinali) con l'inchiostro. Gli occhi
di una bella donna sono così paragonati: Son gli occhi vostri archibusetti a
ruota, E le cìglia inarcate archi turcheschi. Si giunse sino al ridicolo: le
pulci furon dette stelle saltanti; gli sputi, spsme di latte e fiocchi di neve;
gli occhiali, ali del naso ; le Stelle, chiodi del cielo: il tuono, tamburo di
Dio; il sole, bòbia che tàglia con la scure de’ raggi il collo all’ombre, ed
altre stravaganze sìmili, tanto che fu detto dall'Alfieri che il Seicento
delirava. È che ognuno voleva essere più originale del- l’altro, seguendo un
precetto del Marini (poeta del Seicento): È del poeta il fin la meraviglia |
Chi non sa far stupir vada alla striglia. Si badi bene, però, che non tutti
fùrono così! Il Manzoni, fingendo di aver tro- vato il racconto dei suoi
Promessi Sposi in un manoscritto del Seicento, fa come una sàtira della maniera
di allora nello scrivere in prosa: L’ hi- storia 8ì può veramente deffinire una
guerra illustre contro il Tempo, per- chè toglièndogli di manc gli anni suoi
prigionieri, anzi già fatti cadaveri, li richiama in vita, li passa în
rassegna, e ii schiera di nuovo in battdglia. Ma a spiegare la gonfiezza odiosa
di scrivere del Seicento, meglio sèrvono. i documenti del tempo. Questo ad
esèmpio è il principio di una dèdica del poeta Fùlvio Testi al Duca di Mòdena:
Zo do Ze mie tènebre alla luce. Dissi tènebre, perchè tali appunto pòssono
addimandarsi i parti d’ un in- telletto caliginoso, quale è il mio. E dissi
luce perchè il nome di V. A.è un sole che basta per mèétterle nella chiarezza
di un giorno perpètuo + immortale. Ma che direste di queste similitùdini o
metàfore: I fanali gialli sono malati di itterizia, Una rosa sfoglia la tisi
delle sue corolle, In un giar- dino splende la meridiana verde e azzurra di un
pavone, I fanali sba- digliano la luce sul fango,? Sono di autori moderni; e
fra i poeti detti di avangudrdia ne potete trovare tante da farne una ricca
collezione. - Tr.—r.f dJuuihkhhékille. nie asian inn sti e tiro cu naro, dar
lustro alla pàtria, il gènio del sècolo, la tragèdia della sva vita; V
irradiazione della sua anima, il fulcro dell’ azione, monetizzare l’ entu-
siasmo, la paràlisi degli affari, l’ offensiva diplo- màtica; puntare i grossi
cannoni dell’ eloquenza, la polariazazione del pensiero, l’ànima protesa,
vibrante, proletària, ecc. E così sono comuni tante immàgini, forse alicho
belle in origine: < cavaliere dell’umanità (Garibaldi), il poverello d’Assisi
(San-Francesco), la città eterna” (Roma), le vèneri dello stile, la estrèma
dipartita (la morte), pro patria, pro schola, e altri latinismi leziosi,
nuptidlia, theatràlia, ecc.” | Anche certe frasi illustri di grandi poeti, a
fùria di usarle, sono diventate consunte come vècchie monete: ° l'eredità degli
affetti, l'intelletto d'amore, Vl’ Um- bria verde, il pio bove, l’usbergo della
coscienza, la carità del natio ‘loco, sesto fra cotanto senno, l’ama- rissimo
(l'Adriatico), ai pòsteri l’àrdua sentenza, ecc. Queste si chiàmano- frasi
fatte o luoghi comuni. Le vàrie spècie di metàfore, Sino dal tempo dei Greci, i
grammaAtici ed i filòsofi, studiando la metàfora, distinsero vàrie e difficili
gra- dazioni e modi con cui la metàfora si manifesta; e. così dalla metàfora in
gènere nacque la RA la sinèddoche, l’ antonomasia, l’ allegoria, e fùrono
chiamate figure di parola. I grammaàtici, inoltre, esa- minando minutamente le
maniere diverse con cui noi, secondo la passione o il nostro modo di sentire,
ci esprimiamo, distìnsero, classificàrono anche altre mahiere di esprimerci; e
chiamàrono anche queste col nome di figure (figure di pensiero). Esse sono » n
i l'ironia – H. P. Grice: “He is a fine friend” – “Look! That car has all its
windows intact!” --, l’ipèrbole – H. P. Grice: “Every nice girl loves a sailor”
--, la litdte, e poi altre e altre come l apòstrofe, la ripetizione, la
gradazione, Vl anttesi, la perìfrasi, l’ ipotiposi, ecc. ecc. Nelle scuole si
studiano tuttora queste distinzioni. . {La metonìmia (parola greca che vuol
dire, uso di un nome invece di un altro) consiste in uno scàmbio di nomi fra
cui esiste una relazione o dipendenza. COSCIONI Il discorso della Corona, cioè
del Re (l' emblema della per- sona, invece della persona stessa). Le camìcie
rosse, cioè i Garibaldini (l’ abito per la persona). Leggo Dante (il nome del
poeta per l’òpera del poeta). La repùbblica di San Marco (il santo protettore
di Venèzia per Venèzia). Il secolo XX ha visto volare i corpi, non le Anime
(gli uò- mini di un'età per l’età stessa). Noi vivremo del nostro sudore (cioè
del lavoro, da cui nasce il sudore; l'effetto per la causa). | Va a prendere un
Zegno (una carrozza, cioè la matèria di cui è fatta una cosa per la cosa
stessa). Povera e nuda vai Filosofia (PETRARCA) (l’ astratto per il concreto).
Dopo lunga tenzon | verranno al sangue (DANTE) (cioè alla guerra, cagione di
sàngue). La sinèéddoche (parola greca che vuol dire com- prensione di più cose
insieme) consiste nel dare ad una parola un senso o più àmpio o più ristretto
del vero. ole } - Noi, Vittorio Emanuele II, ecc., abbiamo decretato ; L’ Ita-
liano è musicista nato; I Cavour, î Mazzini, i Garibaldi (cioè uomini come,
ecc.); La donna è vanitosa (cioè le donne, in genere); If mondo bada alle
apparenze. | È 4 E sol da lungi i miei tetti saluto. i ; | (FòscoLO). E da
lontano le gonfiate vele Vide fuggir del suo signor crudele. è (ARIOSTO). * cn
- 79 — X S'antonomàsia (parola greca che vuol dire, mu- sumento di nome)
consiste in uno scàmbio di nomi; ‘cioè si indica un uomo famoso non col suo
vero nome, ma ricordando alcune sue qualità speciali e notissime; oppure si
indica un uomo comune col nome pròprio di un uomo famoso, il quale ebbe in
grado sommo certe’ qualità che sono o sèmbrano èssere nell'uomo “comune.
Esempi: L’ Urbinate (Raffaello Sànzio di Urbino); Il poverello d’ As- sisi (San
Francesco di Assisi); La Pu/cella (Giovanna d'Arco); Il grande agitatore
(Mazzini); il Nazzareno (Cristo di Nazaret); il Cérso (Napoleone I, nato in
Aiàccio); Il gran Re (Vittòrio Emanuele II); Il gran Conte (Cavour); Il
Segretàrio Fiorentino (Machiavelli). Antiche antonomàsie sono: Vaso di Elezione
(cioè di cose elette, San Paolo); Il Filòsofo (Aristotele); Il Ve- nosino
(Oràzio, di Venosa); L’ Arpinate (Cicerone, di Arpino); L'Aquinate o il Dottor
Angèlico (San Tommaso di Aquino). E così diciamo SoS un uomo è un Mecenate
(protettore e amante . delle arti), un Ercole, un Dembòstene, un Sansone, una
Sfinge, un Nerone, un Don Chisciotte, un Azzeccagarbugli, un Don Ro- | drigo;
così diciamo Firenze -l’ Atene d’ Italia (perchè in Atene fiorirono uòmini
illustri); così Cèsare (nome pròprio di Càio Giùlio Cèsare) significò
Imperatore (1). (Cfr. Kaiser in tedesco). XL’ allegoria (parola greca che vuol
dire, altro di- scorso) consiste in una narrazione o descrizione fàcile a
capire; ma Che non deve essere intesa alla lettera, e sotto si nasconde un
altro pensiero. Dante dice: Nel mezzo del cammin di nostra vita Mi ritrovai per
una selva oscura, Che la diritta via era smarrita. ” (1) L’antonomàsia spesso
si confonde con la perìfrasi. Così I/ cantore di Laura (Petrarca), L’eroe dei
due mondi (Garibaldi). La selva oscura è sìmbolo o segno dell’ errore, la.
diritta via è la virtù che si smarrisce nell’ errore. Le fàvole sono fàcili
allegorie, come spieghiamo I più avanti. Il Giusti fa raccontare la sua
dolorosa storia ad uno | stivale, che tutti vollero, ma nessuno seppe mai cal-
zare bene. » Io non son della sòlita vacchetta Nè sono uno stival da contadino,
ecc. Questo nòbile stivale è l’ Itàlia, così detta dalla sua forma geogràfica.
L’ allegoria è dunque w una IbSRo di metàfora continuata (1). Altre figure: x
L'ironia (parola greca che vuol dire finzione) con- siste in un’ espressione di
lode, la quale — invece — suona biàsimo, o per l'intonazione della voce o per
.il senso del discorso (2). | Esempi: Come è grazioso! (invece di dire come è
villano); Che mani pulite! (cioè sùdicie). Dante dice di Firenze: Or ti fa
lieta che tu n’hai ben onde, Tu ricca, tu con pace, tu con senno. Il sarcasmo
(parola greca che vuol dire amara. ironia) . ‘ consiste in un 9BRFOsgiono piena
di odio, quasi « mordèndosi (1) Si dice anche per modo di dire, parlare sotto
metàfora, cioè per sìmboli (imàgini, figure) o per allegorie. (2) Umorismo.
Quando nello scrìvere si fa uso di frequenti e sottilìs- sime ironie, si ha
quella maniera speciale e difficile di sorìvere che è detta Umorismo. Esèmpio:
Quel borgo (Lecco) aveva l'onore di possèdere una stabile guarnigione di
soldati spagnuoli, che insegnàvano la modèstia alle fanciulle e alle donne del
paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche
padre, e sul finire dell’estate, non mancavan mai di spàrgersi nelle vigne, per
diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendèmmia (Manzoni).
L’umorismo a prima vista fa sor- rìdere e poi fa pensare e meditare. È arte
rara di serìvere, poco comune e poco pregiata in Itàlia; dove per umorismo il
popolo intende cose gros- solane che fanno rìdere. L’umorismo è, anzi, generato
dalla tristezza. ssi cu + le labbra, » Esempi: Gli Ebrei a Cristo: Ha salvato
gli altri ma non può salvare sè. Se è re d'Israele, discenda dalla croce e noi
gli crederemo. Dante dice di Firenze: > Godi Firenze, poichè sei sì grande,
Che per mare e per terra batti l’ ali, E per l’inferno il nome tuo si spande. L’ipèrbole
-- parola greca che vuol dire eccesso, cioè esagerazione – H. P. Grice: “Every
nice girl loves a sailor” -- consiste in un’ espressione che ol- trepassa il
verosimile allo scopo di accrèscere o di- minuire un’ idea. Esempi: Mi pare un
sècolo che non ti vedo, Va a passi di formica. Lo scudo in mezzo alla donzella
colse; Ma parve urtasse un monte di metallo. (ARIOSTO). La litòte o
attenuazione (parola greca che vuol dire semplicità, cioè attenuazione)
consiste nel rad- dolcire la dura espressione del vero ; è l'opposto dei- l’
ipèrbole. Esèmpio : Don Abbòndio non era nato con un cuor di leone (MANZONI);
Quell’uomo non ha troppa satute; Quella statua non è bellissima. _ La perìfrasi
(parola greca che vuol dire giro di paròle o circonlocuzione) consiste nel
significare una | Cosa o una persona, non col nome, ma con un giro di parole
che dicono le sue qualità. Esempi: Il Ghibellin fuggiasco (Dante); L'eroe dei
due mondi (Ga- ribaldi). Dante ha bellìssime periìfi asi, L'Arno: i . Per mezza
Toscana si spàzia Un fiumicel che nasce in Falterona. 8. — P., Manualetto di
Retorica. L’Itàlia: Il bel paese là dove il sì suona (1). Dio: Quei che
volentier perdona. \ L’eufemismo (parola greca che vuol dire, Suona
espressione) consiste nell’ usare parole oneste e liete (spècie di perifrasi),
ma che hanno altro senso; e ciò si fa per evitare la sgradèvole impressione del
tèr mine pròprio. Esempi: È passato a miglior vita, cio, è morto. Per quel
grande è cominciata la immer talità. Si ossèrvino i numerosi eufemismi usati
dal popolo per evitare il verbo « morire » (2). + La prosopopea o personificazione,
consiste nel dare vita e parola a cose inanimate o a’ defunti, a cui si rivolge
il discorso; nel dare vita e aspetto umano a concetti astratti. i Esempi: O
spada del Signore, fino a quando non riposerai ? (Bibbia). Il Monti così
personifica la Libertà al tempo della Rivoluzione francese: Sul lido intanto il
dito si mordea La temerària Libertà di Frància, Che il cielo e l’ acque
disfidar parea. L’ Ariosto così personifica la Frode: Avea piacevol viso, àbito
onesto, Un umil volger d’occhi, un andar grave, Un parlar sì benigno e sì
modesto Che parea Gabriel che dicesse: Ave/ Era brutta e deforme in tutto il
resto: en * (1) Confronta la perìfrasi nota del Petrarca: il bel paese | che
Appennit parte, il mar circonda e l’ Alpe. (2) Per molte di queste figure si
tenga a mente ciò che è detto a pè gina 71. Ri Ma nascondea queste fattezze
prave Con lungo àbito e largo, e sotto quello Attossicato avea sempre il
coltello. PATIRE ; ve: L’ipotiposi (parola greca che vuol dire immdgine o
rappresentazione) consiste nel rappresentare per- sone 0 cose al vivo sì che
pare di vederle. A guisa di leon quando si posa. (DANTE). Madri che i nati
videro Trafitti impallidir. (MANZONI). Ed ei {Farinata] s'ergea col petto e con
la fronte, Come avesse l’inferno in gran dispitto. (DANTE). X La similitùdine o
comparazione è un vivace richiamo o quadro di cosa nota allo scopo di méèglio
far capire ciò di cui si ragiona. (È la prima fase della metàfora, come è detto
a pag. 73). Esèmpio : | Come cadono le foglie in autunno, così pàssano le
genera- | aloni degli uòmini. Omero, Virgilio, Dante sono grandi mae- stri
della comparazione. Una schiera di ànime nel Purgatòrio si accosta a Dante ed a
Virgilio timidamente: Come le pecorelle escon dal chiuso Ad una a due a tre e
l’altre stanno Timidette atterrando l’ òcchio e il muso. Dante alle parole di
Virgilio si rinfranca: Come i fioretti dal notturno gelo Chinati e chiusi, poi
che il sol gl’ imbianca, L Si drizzan tutti aperti in loro stelo. “ Antìfrasi
(parola greca che vuol dire, espressione contrària) un vocàbolo adoperato in
senso contràrio al senso pròprio. Dante chiama Ca/cabrina un diàvolo — .84 —
che calca il fuoco. Il gran dizionàrio che raccòglie il buono, cioè il fior
fiore della lingua, è chiamato della ‘crusca. : + L’antìtesi (parola greca che
vuol dire, contrap: posizione) consiste in un’ immàgine o concetto opposto a
quello di cui parliamo. (Sarebbe come far spiccare il nero mettendolo vicino al
bianco!) Esèmpio: Non frondi verdi, ma di color fosco, Non rami schietti, ma
nodosi e involti, Non pomi v'eran, ma stecchi con tosco. (DANTE). Non disse
Cristo al suo primo convento Andate e predicate al mondo ciance, Ma diede lor
verace fondamento. (DANTE). (Esempi popolari: nel gergo militare, dare un caffè
o dare un cic- chetto, signìfica fare un rimprovero. Caffà e cicchetto
(bicchierino di li- quore) sono cose gradite nel senso pròprio. | (2)
L’antìtesi è di molto effetto, ma abusata da molti. Vittor Hugo, gran scrittore
francese, si vale dell’antìtesi sino a stancare. Secondo alcuni grammàtici si
consìderano anche come figure queste espressioni che non sono rare anche nel
linsuàggio comune: La ripetizione consiste nel ripètere la stessa parola,
affinchè mòglio l’idea si imprima: figura fra le più comuni: Morirò, morirò,
sarai contento, Quando ti crederai di avermi allato, Apri le braccia,
stringerai del vento. - (Stornello popolare). E corri, corri, corri. Con la
soure corri e co’ dardi. (CARDUCCI). Anche nella vita! La réclame è una
ripetizione, Spesso, di una stessa parola. I giornali politici ripètono il loro
pensiero, anche se non è conforme a verità, per persuadere i lettori. E spesso
ci riescono. Per me si va nella città dolente, Per me si va nell’eterno dolore,
Per me si va tra la perduta gente. (DANTE). La sospensione: quando si tarda a
dire una cosa per tenère attenti 0 86 — Poesia lirica . / La poesia lrica è
così chiamata dalla lira con cui i Greci accompagnàvano i loro canti. La poesia
lirica esprime i sentimenti dell’ànimo commosso, e perciò commuove od èccita
chi legge od ascolta. La poesià lirica di solito è breve, giacchè la commozione
non può durare a lungo. | come sospesi gli ànimi. Esèmpio: Vi voglio dare una
bella notizia, non Vl immag@nereste fra mille: Per Natale verrà la nonna. La
interrogazione retòrica, quando non si domanda per avere una ri- sposta, ma per
affermare con più forza. Quale nazione più gloriosa e sven- turata dell’
Itàlia? L’apòstrofe, quando con passione, ira od amore, si rivolge il discorso
anche a persona morta od assente. Padre mio, perdònami tu. Dante al- l’Itàlia:
Ahi, serva Itàlia, di dolore ostello. Carducci a Carlo Alberto : Ok, re de’
miei verd’anni, | re per tant’anni bestemmiato e pianto. La preterizione, quando
si dice: « non dirò, non nominezò, non ricor- derò, » ed invece si nòmina e si
ricorda. Cèsaro taccio, che per ogni piàggia Fece l’erbe sanguigne di lor vene.
(PETRARCA). La reticenza, quando si tronca improvvisamente il discorso. Ak,
cos’avete fatto! In questo luogo! qui dove non si fa Giro che morire, avete
potuto... (Manzoni). Il polisindeto, quando si ripete fra più parole la stessa
congiunzione. E bella e buona. L’asìndeto, quando si tralàsciano fra più Barolo
le congiunzioni. Venni, vidi, vinsi. La gradazione o climax o crescendo, quando
si aumenta l’ intensità e la forza delle parole: Un vento.... che «Gli alberi
abbatte, schianta e porta MUORE: Dinanzi polveroso va e superbo HE fa tremar la
selva ed i pastori. (DANTE). La dubitazione, quando si finge di dubitare nel
dire o fare alcuna cosa. Parlerò e tacerò? L’epifonema, quando si chiude un
discorso con una sentenza escla- matòria che raccòglie tutto il concetto del
discorso. Acco l’effetto dei cat- tivi compagni ! Hoco il SIOGICIO uman come
spesso erral (DANTE). _. 86 _ Secondo l'argomento, essa è amatòria o eròtica;
religiosa; civile {se incita alle virtù di buon città dino); patridttica od
erdica (se cèlebra qualche eroe; pastorale o idillica 0 bucòlica, quasi « che
tratta di buoi » (se tratta di cose campestri); elegìaca (s tratta di cose
lamentèvoli o funebri); conviviale o dà ‘chica (se ‘cèlebra la gioia dei
banchetti, del vino, di Bacco). i La poesia lirica prende poi moltissimi nomi
parti colari : Ode, inno, coro, canzone, sonetto, carme, elegia, idàllio,
sàtira, e queste sono forme grandi ed il lustri. Canzonetta, epigramma, e
queste sono forme pii modeste e lievi. Strambotto, stornello, rispetto, e
queste sono forme popolari. A Làude, ballata, ditirainbo, capìtolo, madrigale,
canto carnascialesco (carnevalesco), epitalàmio (pe sia nuziale), e queste sono
forme disusate alquanto ai nostri tempi (1). Ode è parola greca che vuol dire
canto. È un con ponimento pieno di impeto e di passione. Esso è for. mato di
varie strofe, uguali e variamente architetta& secondo il gènio del poeta,
con versi, di sòlito, brevi (vedi pagg. 68 e 69). L'’ode fu famosa presso i
Greci (Pindaro, Alceo, Saffo), * ‘1, Altre forme lìriche, disusate oggi, e
pròprie dell’evo-medio, sono ti serrentese (poesia dei giullari e trovadori in
servizio e in onore di dar! o eroe: lat. serriens, provenzale sirrentès: spesso
satìrieo); mattinata. d- partita, disperata, brevi componimenti d' intonazione
popolare, fròttole bizzarra diceria o filastrocca senza nesso e non di rado
senza senso i2 versetti monorimi, rondò tfr. rondeau: o rotondello, poesiola
graziosi i galante. ae presso i Latini (Orà<io). In Itàlia Giuseppe Parini,
Ugo Fo scolo, Vincenzo Monti, Alessandro Manzoni, Giosue Carducci (1) composero
bellissime odi . - | Inno è parola greca che vuol dire canto; ed è un
componimento simile all’ode. L’ inno è spesso desti- nato ad essere -cantato in
coro, e perciò si può chia- mare anche coro. L’inno esalta e cèlebra special-
mente la religione (4) o la pàtria; ed è, di sòlito, più tàcile e popolare
dell’ ode. Alessandro Manzoni compose cinque inni sacri, veramente sublimi, Il
Natale, La Passione, La Resurrezione, La Pentecoste, Iluome di Maria. Al tempo
delle guerre del Risorgimento èrano e sono ancora popolari molti inni
patriòttici e guerreschi, fra i quali Fratelli d’ Itàlia, di Goffredo Mameli,
giovane poeta e soldato morto alla difesa di Roma nel 1849. Quest’ inno, con
ri- tornello alla fine di ogni strofa, fu il canto popolare della nostra guerra
per cui fùrono rivendicati, i confini
naturali verso Germània, e Trento e Trieste. Fratelli d’Itàlia, L’Itàlia s'è
desta; Dell'elmo di Scipio (5) S'è cinta la testa: è» Dov’ è la Vittoria? ‘ Le
porga la chioma, —. Odi Barbare (Vedi le
note alle pagg. 63 e 69). (2) Sarà bene avvertire che poeti, non sommi,
scrìssero poesie altis- sime: tali le due odi, /I/ canto di Igea (la dea della
Salute) di Giovanni Prati; Sopra una conchiglia fèssile di Giàcomo Zanella. (8)
I canti corali fùrono molto in onore presso i Greci, e sono tuttora in onore
presso i Germani. I Greci chiamàrono cori i canti lìrici che in- framezzavano
il diàlogo delle loro tragèdie. Alessandro Manzoni nelle due tragèdie,
l’Adelchi, e il Carmagnola, introdusse tre cori famosi (Dagli atri muscosi,
Sparsa le trecce mòrbide, S'ode a destra uno squillo di tromba). (4) Gli inni
religiosi della Bibbia sono chiamati salmi, e si càntano tuttora nelle Chiese.
Bellissimi sono gli inni latini con rima del rito cat- tblico (liturgia), come
Stabat mater dolorosa; Dies irae, dies illa, ecc. I canti o cori gioiosi degli
studenti sono detti golidrdici. (5) Eroe Romano, Scipione, detto l’ Africano,
vincitore di Ann\bale alla battàglia di Zama. e BR Chè schiava di Roma. Iddio
la creò. Stringiamci a coorte, Ritornello Siam pronti alla morte, Itàlia
chiamò. Noi siamo da sècoli Calpesti e derisi Perchè non siam pòpolo, Perchè
siam divisi; Raccòlgaci un’ ùnica Bandiera, una speme; Di fonderci insieme Già
l’ ora suonò. Uniàmoci, uniàmoci! L'unione e l’amore Rivèlano ai pòpoli Le vie
del Signore. Giuriamo far libero 1l suolo natio; Uniti, per Dio, Chi vincer ci
può? ‘ Dall’ Alpe a Sicilia Dovunque è Legnano: Ogn’ uom di Ferrùccio (1) Ha il
core e la mano; I bimbi d’Itàlia Si chiaman Balilla; (2) a Il suon d’ogni
squilla I Vespri suonò. (3) (1) Eroe dell’assèdio di Firenze, contro Carlo V ed
il papa Clemente VII (sècolo XVI). A Legnano, presso Milano, nel 1176 fu vinto
Federigo di Svèvia, detto il Barbarossa, dai collegati lombardi. (Queste sono
ipèrboli o esagerazioni, lècite ai poeti anche se pròprio non rispondono a
verità stòrica). i Perasso col tirare un
sasso contro un soldato tedesc0, diò il segnale di quella rivolta per cui i
Tedeschi dovèttero fuggire da Gènova. Ciò avvenne nel 1746. (Crediamo non
inùtile avvertire i giovapett! che di Balilla, anche se realmente esistito, di
che è dùbbio, basta uno 8010) (3) Rivoluzione di Palermo contro i Francesi, al
suono dei vespl 30 marzo 1282. if — 89 — n° Son giunchi che iègano Le spade
vendute; Già l Aquila d’ Austria (1) Le penne ha perdute. Il sàngue d'Itàlia E
il sàngue Polacco Bevè col Cosacco (2), Ma il cor le bruciò. La canzone, cioè
canto, derivò a noi, nell’ evo- médio, dai poeti o trovatori provenzali, ma fu
fatta italiana e perfezionata specialmente da Dante e dal Petrarca (3), e
perciò è detta canzone toscana o pe- trarchesca. La canzone non è così ràpida
ed impe- tuosa come l’ode, ma è grave e solenne, spesso ora- toria; difatti
nelle sue strofe prevale il verso più àmpio | e grave della nostra poèsia, cioè
l’endecasillabo al- ternato col settenàrio. Sino a tutto il Cinquecento la
canzone fu considerata come ?l modo più eccellente di dire în poesia, (il
supremo fra i componimenti poétici in volgare, Dante). Poi decadde dall’ uso.
Si riporta una strofe della Canzone del Petrarca ai Priìn- cipi o Signori
d’Itàlia, esortàndoli a non valersi dei soldati mercenari tedeschi, a\governare
con amore i pòpoli, a vivere in pace. Canzone veramente profètica! Voi cui
fortuna ha posto in mano il freno Delle belle contrade, (Italia) Di che nulla
pietà par che vi stringa; (1) Emblema dell’À ustria, l’àquila a due teste, che
l’Itàlia vinse nella gran battàglia campale di Vittòrio-Vèneto, novembre 1918:
fatto di straor- dinària importanza stòrica, che mèglio apparirà col lontanare
del tempo. Con l’aiuto della Russia. - Il nùmero dei versi della strofe della canzone
può èssere anche di venti. Ma come sono disposti i versi e le rime nella prima
strofe, così dèvono èssere anche nelle rimanenti. (Vedi strofa della canzone a
pag. 70). Il Petrarca aggiunse in fine una più breve strofe, detta Commiato,
quasi saluto di commiato alla canzone 53:0ssa. de") Che fan qui tante
pellegrine spade (1) Perchè '1 verde terreno Del barbàrico sangue si dipinga?
(2) Vano error vi lusinga; Poco vedete © parvi veder molto; Che 'n cor venale
amor cercate e fede. Qual più gente possede, Colui è più da’ suoi nemici
avvolto. O dilùvio raccolto (3) Di che diserti strani Per innondare i nostri
dolci campi! Se dalle pròprie mani Questo n’avven, or chi sia che ne scampi?
Canzone lìbera. — Quando i versi endecasillabi si altèrnano ai settenari senza
legge, con le rime pu senza legge, con strofe or brevi or lunghe, allora lì
canzone si dice lbdera. Di tali canzoni il più illustre esèmpio è dato da
Giàcom: Leopardi nei suoi Canti o Canzoni, detti modestamente anch: Idilli,
perchè il Poeta prende il motivo, di sòlito, da una ir màgine (idì/lio) o
descrizione del paesàggio di Recanati (il pae» dove trascorse la sua triste
giovinezza) per salire poi da co semplici cose al sospiro e al pianto e a
considerazioni, terribii: davvero, su la vita umana (4). Esèmpio di canzone
libera: La quiete dopo la tempesta. Passata è la tempesta; Odo augelli far
festa, e la gallina Tornata in su la via, (DI mercenari. (2) Che essi mudiano
per voi bagnando del loro sàngue le verdi te” a’ Itàlia. I mercenari venuti dalle aspre terre
germàniohe. 14) II Leopardi usò quasi sempre questa forma Nbera (A Silvia, Il
#* bato del villaggio, La Ginestra, eco.: e ciò fece per le stesse ragioni c°
mòssero i futuristi a predil\gere i loro versi lìberi (Vedi pàgina 62 e HW. mon
che il Leopardi è mirabilmente scl.etto e sèmplice, quelli no n 9 Che ripete il
suo verso. Ecco il sereno Rompe là da ponente, alla montagna; Sgòmbrasi la
campagna, | E chiaro nella valle il fiume appare. Ogni cor si rallegra, in ogni
lato Risorge il rumorio, Torna il lavoro usato. : L' artigian a mirar l’ùmido
cielo, , Con l’opra in man, cantando Fassi in sull’ ùscio; a prova Vien fuor la
femminetta a còr dell’àcqua Della novella piova; E l’erbaiuol rinnova Di
sentiero in sentiero e Il grido giornaliero. Ecco il sol che ritorna, ecco
sorride Per li poggi e le ville. Apre i balconi, Apre terrazze e logge la
famiglia; E, dalla via corrente, odi lontano Tintinnio di sonagli; il carro
stride Del passegger che il suo cammin ripiglia. (LBOPARDI). Sonetto vuol dire
p?iccolo suono nel senso di pìc- colo canto (1). È un componimento tra i più
antichi della nostra letteratura ed è
usato anche oggi. La sua ampiezza è determinata in modo preciso, cioè è di
quattòrdici versi, quasi sempre endecasillabi (3). Esso è diviso come in due
parti: la prima parte è formata da due quartine con uguali rime; la seconda
parte è formata da due terzine con uguali rime. Dante tràduce in latino sonetto, sònitus =
suono. I più antichi esempi di sonetti
sono di poeti d’arte, i quali però dèb- bono averlo derivato da forme popolari
(strambotto). Il sonetto può èssere
anche formato di versi brevi e si dice allora sonetto minore 0 minimo; ma è
cosa moderna. Il sonetto fu adoperato come stanza (corona di sonetti) per
trattare ùàmpio argomento. Il Carduoci in dodici sonetti narrò epicamente la
Rivoluzione francese (0a Ira). Le
quartine pòssono èssere a due rime aiternate (A B A B, AB AB _ 929 — Moltissimi
sono i sonetti nella letteratura italiana, ma i sonetti perfetti sono in
piccole nùmerò, giacchè questo com- ponimento è assai difficile. Salì a somma
glòria pel Trecento con Dante e Petrarca, dilagò nel Cinquecento con le
imitazioni del Petrarca: fu imitato nelle letterature straniere : fu resti-
tuito al primitivo splendore dall’Alfieri, Foscolo, Carducci. ' II pròprio
ritratto. (Ugo FòscoLo). Solcata ho fronte, occhi incavati, intenti; Crin
fulvo, emunte guance, ardito aspetto; Labbro tùmido, acceso, e tersi denti;
Capo chino, bel collo e largo petto; . Giuste membra, vestir sèmplice, eletto;
Ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti; Sòobrio, umano, leal, pròdigo,
schietto; Avverso al mondo, avversi a me gli eventi. . Talor di lingua, e
spesso di man prode; Mesto i più giorni e solo, ognor pensoso ; Pronto,
iracondo, inquieto, tenace: Di vizi ricco e di virtù, do lode ‘ Alla ragion, ma
corro ove al cor piace. Morte sol mi darà fama e riposo. Sonetto caudato o
sonettessa. — Il sonetto tratta di ogni argomento, ma quando esso è giocoso o
satirico, suole aggiùn- gere ai quattòrdici versi alcuni terzetti (coda),
formati di un settenàrio rimato con l'ultimo verso del sonetto, e di due en-
decasìllabi a rima baciata. Francesco Berni, poeta giocoso del Cinquecento,
diede voga a questa spècie di deformazione del sonetto. Carme, cioè canto, è un
componimento di maggiore ampiezza e, di sòlito, in endecasillabi sciolti. Tratta
o a due rime incrociate (A B B A, ABB A); le terzine pòssono èssere 2 due rime
alternate (C DC, D CD) forma più antica; o a tre rime ripetute (O DE, ODE)0
invertite (CDE, EDOC). di gravi argomenti, jn fotma pacata e solenne. / Se-
polcri del Fòscolo (duecentonovantacinque versi) sono il più famoso.carme della
nostra letteratura. Elegia è parola greca che vuol dire canto funebre. È un
componimento grave e triste, in cui si rimpiàn- gono persone estinte, beni e
gidie perdute, cose belle e grandi che già fùrono. L’elegia si compone di
endecasillabi sciolti, o di terzine. Esèmpio: Le Rimembranze del Leopardi, in
cui il poeta rim- piange le illusioni della giovinezza. Dalle Ricordanze. Vaghe
stelle dell'Orsa, io non credea Tornare ancor per uso a contemplarvi Sul
paterno giardino scintillanti, E ragionar con voi dalle finestre Di questo
albergo ove abitai fanciullo, E deile gidie mie vidi la fine. Quante imàgini un
giorno e quante foie Creommi nel pensier l’ aspetto vostro E delle luci a voi
compagne! Allora Che tàcito, seduto in verde zolla, Delle sere io solea passar gran
parte . Mirando il cielo ed ascoltando il canto Della rana rimota alla
campagna! E la lùcciola errava appo le siepi E in gu le aiuole, sussurrando al
vento I viali odorati, ed i cipressi Là nella selva; e sotto il pàtrio tetto
Sonàvan voci alterne e le tranquille Opre dei servi. (LEOPARDI). I Greci ed i
Latini chiamàrono poi elegia una serie di dìstici (unione gtròfica di un
esdàmetro e di un pentàmetro, vedi nota a pag. 66) anche se non trattava di
argomenti tristi. — Idìllio è voce greca
chè vuol dire immaginetta, cioè quadretto campestre : è un componimento vàrio
per ampiezza e per metro, ma gentile ed elegante in cuì è descritta qualche
scena campestre, o la vita dei pastori. Il più grande poeta di idilli è il
greco Tedcrito di Siracusa. Molte canzoni del Leopardi comìnciano con
bellissimi idilli. Giovanni Pàscoli è autore di bellissimi idilli, pieni di
pro- fonde significazioni, e con vivo sense della campagna (2). Satira. — La
satira è un componimento che ha per iscopo di méttere in chiara luce i vizi, le
debo- lezze, gli errori degli uòmini, e il nome sàtira ri guarda la matéria
trattata e non la forma. La sàtira deride i vizî, oppure li frusta ferocemente;
e questa differenza dipende dall’ìndole del poeta. La sàtira è scritta in varî
modi. Può èssere un poemetto, come fece il Parini nel suo Giorno, in cui
descrive ironicamente la vita oziosa di un giovin signore; o può èssere una
lìrica breve, come fece il Giusti nelle sue poesie, che chiamò Scherzi; o come
fece il Carducci nelle sue fiere ed appassionate poesie politiche, che chiamò
Giambi = versi satirici che ferìscono. Sonetto satirico del Giusti. Che i più
tìrino i meno è verità, Posto che sia nei più senno e virtù; Ma i meno, caro
mio, tirano i più, Se i più trattiene inèrzia o asinità. (1) Veramente oggi la
parola idi/lio è caduta in disuso, benchè esista il genere di poesia idillica.
I Latini chiamàrono poi ecloga 0 egloga (= canto scelto) una poèsia di
carattere campestre, in cui è narrata la vita dei pa- stori, e spesso sotto le
avventure dei pastori i poeti narràvano avventure pròprie. Queste poesie
pastorali hanno il nome genèrico di poesia ducdlica. Il volume intitolato, Myricae (lat.
tamarischi). Quando un intero pòpolo ti dà Sostegno di parole e nulla più, Non
impedisce che ti butti giù Di pochi impronti (sfacciati) la temerità Fingi che
quattro mi bastonin qui E lì ci sien dugento a dire: Oibò! Senza scrollarsi o
mòversi di lì: E poi sàppimi dir come starò: Con quattro indiavolati a far di
sì, Con dugento citrulli a dir di no. Canzonetta o Odicina o Anacreòdntica: è
un componimento tènue, per lo più d’amore, di poche strofe, formate di brevi
versi, e variamente architettate: squisitamente musicale. Genere di poesia
piuttosto frivolo e galante, che fu molto in voga (Gabriello Chiabrera (2),
Pietro Metastasio, Paolo Rolli). L'ape e la serpe spesso Suggon l’istesso
umore; Ma l’alimento istesso Cangiando in lor si va: Chè della serpe in seno Il
fior si fa veleno; In sen dell’ape il fiore Dolce licor si fa. | (METASTASIO).
rr Anacreonte, poeta'greco del V sècolo
avanti Cristo, scrisse molte è brevi poesie di argomento lieto e in lode del
vino e del piacere. Diamo la versione di questo gioiello antico di Anacreonte.
ALLA CICALA. Chiamiamo felice te, o cicaletta, quando appesa in cima agli
àlberi, Pasciuta soltanto di un po’ di rugiada, canti come un re. Suno tue, o
cica- letta, tutte le cose che tu vedi nei campi, sono tue le selve. ‘Tu sei
ben Cara ai contadini, perchè non rechi loro alcun danno, tu sei onorata dai
Mortali, perchè sei dolce profetessa dell’ estate. Le Muse ti àmano, lo stesso
Apòlline ti ama e ti diede uno strìdulo canto. La vecchiàia non ti rag- Riunge,
o cicaletta, o sàggia, o nòbile, o piena di canti, o senza dolore. (2) Si
informò alle chansons del poeta francese Ronsard. L’epigramma in origine
significò come epigrafet (scritta sopra un monumento): indica oggi un brexe,
arguto componimento satirico. | Esempi: Ad un famoso agrònomo Fu chiesto da un
bifolco, Quale si avesse a crèdere De’ concimi il migliore; Quei rispose: il sudore.
(ZEFFIRINO Ra). Vittorio Alfieri, ai letterati molti e frivoli che dicèvano che
i suoi versi èrano duri, rivolse questo epigramma: Mi trovan duro? Anch'io lo
so. Pensar li fo. Tàccia ho d’oscuro? Mi schiarirà La libertà. Un epigramma
vero Nel nostro cimitero. Dopo aver letto vàrie Leggende mortuàrie, Una bambina
dagli occhietti vivi Domanda: — O dove méttono i cattivi? — (Luciano
MonTASPRO). Forme lriche popolari sono: lo strambotto, lo stornello, il
rispetto. Essi tràttano specialmente di amore e di dolore: la Campagna toscana
è molto ricca di queste brevi e sèmplici poesie, ma esse sono comuni anche in
altre regioni d’ Italia. Lo strambotto è una spècie di ottava, irregolare e'
capric- ciosa, e da ciò derivò il suo nome, quasi poesia stramba. È una forma
antichissima e popolare, che fu rinnovata con in- , tendimentò politico da
Francesco Dall'Ongaro, e più recentemente ua Severino Ferrari, Giosue Carducci,
Giovanni Pà- fcoli, che si compiàcquero di dar vita novellu a questa forms Le
cose piccoline son pur care! Ponete mente come son le perle: Son piccoline e si
fanno pagare; Ponete mente come l’è l’uliva: L'è piccolina e di buon frutto
mena - Ponete mente come l’è la rosa: pù L’è piccolina e l’è tanto odorosa. I
tre colori. pri . po!sre toscana. Le cose piccoline son pur bellet È ki E lo
mio amore se n'è ito a Siena, ; M'ha porto il brigidin di duo colori: ' Il
bianco è quella fe’ che c’incatena, Il rosso è l'allegria dei nostri cuori; Ci
metterò una fòglia di verbena Ch’io stessa alimentai di freschi umori; E gli
dirò che il verde, il rosso e il bianco Gli stanno bene con la spada al fianco;
E gli dirò che ’l bianco e ’l verde e il rosso Vuol dir che Itàlia il suo giogo
l’ha scosso! E gli dirò che 'l rosso, il bianco e ’1 verde E i È un terno che
si gioca e non si perde. Ò (DALL OnGARO). +. Lo stornello è anch’ esso un
componimento popo- lare assai antico, solitamente formato di tre versi a B A.
Il primo verso a è quinàrio con la invocazione di un fiore, di sòlito senza
nesso con ciò che segue. È di carattere sentenzioso. Famoso stornello, o
strambotto, popolare, un tempo. È immaginata, dal poeta, una fanciulla, a cui
Vinnamorato diè il brigidino o nastrino (oggi, alla francese, coccarda)
tricolore. Garibaldi, si racconta, lo cantava. — P. Manualetlto di Retorica. _
9g Fior d'erbe amare, Se il capezzale lo potesse dire, Oh, quanti pianti
potrebbe contare! Il rispetto è un distico o una quartina in onore o rispetto
dell’ innamorata : gentile forma popolare, spècie in Toscana. Anche poeti dotti
scrissero in queste forme popolari. Fior tricolore, Tramòntano le stelle in
mezzo al mare, E si spèngono i canti nel mio core. (CARDUCCI).; Forme lìrithe
antiche, sono la Lauda .0 Laude, canto devoto in onore dei Santi e specialmente
di Maria; la Ballata o Canzone a ballo, breve canzone amatòria, così detta
perchè si accompagnava alla danza ; il Madrigale (1), breve poesia, che
conteneva in origine un pensiero sèmplice o idillico o d’ amore (sécolo XIV), e
che poi si corruppe in lezioso e lam- biccato componimento galante (sècolo
XVIII); il Di tirambo, parola greca che vale tripùdio ed indicò presso i Greci
un concitato canto in lode di Bacco: e noi intendiamo un giocoso canto, e in
versi di vària misura (polimetro), in lode del vino (tale è il lungo ditirambo
di Francesco Redi, méèdico del Seicento, Bacco in Toscana); una spécie di
ditirambo si può considerare H Brìndisi; l’ Epitalàmio o canto per nozze; il
Canto Carnascialesco, che si cantava, nei giorni di carnevale da gioiose
brigate per le vie e per le piazze della Firenze Medicea, nella seconda metà
del sècolo XV; il Capìtolo, componimento in terza rima di carattere giocoso o
satirico. - Ballata romantica: da non confondere con la can zone a ballo o
ballata del Trecento. À i } 3 î ; nin 4 i iii Apt rn e (1) Madrigale: secondo
alcuni vale quasi mandriale = poesta usciù nata dalla mandria, cioè pastorale;
secondo altri, mafricale carmen = Canto materno, cioè in volgaro.La ballata
romàntica è un componimento che de-’ rivò a noi dalla letteratura tedesca, la
quale verso il principio del sècolo XIX, volle mettere in onore le tradizioni
popolari germàniche (1). A tale scopo molto contribuì la detta ballata, che è
una leggenda în versi, assai drammàtica e romantica (cioè sentimentale), e.
dati con intervento di forze sopranaturali. Questo componimento ebbe imitatori
anche da noi (Giovanni Berchet, Giovanni Prati, Giosue Carducci). Il re degli
ontani. Ballata romàntica di VoLraNGO GorTHA. Versione in prosa di ALFREDO
PANZINI. Chi cavalca così tardi attraverso la notte e ‘il vento? È un | padre
col suo figliuolo. Egli si tiene ben stretto il fanciullo fra le- sue bràccia.
Lo abbràccia sicuro, lo tien caldo. «Figlio mio, BORCR nascondi ‘così
paurosamente il tuo volto? ». «Non vedi tu, o padre mio, il re degli ontani; il
re ci ontani con la corona e col manto? » « Figlio mio, quel che tu vedi è una
strìscia di nèbbia. » «Caro fanciullo, dice il re degli ontani, vieni, vieni
con me! Giocherò teco bei giuochi. Molti variopinti fiori sono lungo la riva.
La madre mia ha varì Abiti d'oro. » «Padre mio, padre mio, non odi tu che cosa
mi promette a bassa voce il re degli ontani? » « Sii tranquillo, sta’ in pace,
figlio mio! È il vento de soffia nelle foglie secche della selva. » « Vuoi,
caro fanciullo, venir con me? Le mie figlie ti sor- veglieranno ; le mie figlie
che bàllano le danze notturne, cul- lando, danzando, cantando ti
addormenteranno. » « Padre mio, padre mio, non vedi tu MSEGRLI in fondo le
figlie del re degli ontani ? » In opposizione alla classicità di Roma. sz 1000
« Figlio mio, figlio mio, bene io vedo. Sono gli antichi sàlci che. appàiono
così spettrali e tristi. » «Io ti amo, prosègue il re degli ontani, a me piace
la tua gentile persona: ma se tu non vuoi venire con me, io adoprerò la forza.
» ; nai ” | Padre mio, padre mio, adesso mi prende! Il re degli on- tani mi ha
dato dolore! » i . Il padre inorridisce, cavalca veloce, tiene fra le bràccia
il bimbo gemente; raggiunge il castello con fatica e con pena. Nelle sue
bràccia il bimbo era morto (1). Gènere narrativo Il Poema. X Poema èpico. La
poesia servi, nei tempi an- tichi, specialmente, a raccontare i fatti gloriosi,
le grandi imprese o gesta; compiute dagli eroi di una pazione: imprese e nomi
di eroi già noti; e cari al popolo. | Questa poesia era cantata dai cantastòrie
(2) al pò polo, il quale ascoltava desideroso; e nella glòria, nel valore,
nelle sventure degli eroi riconosceva le prò prie glòrie, il proprio valore, le
pròprie sventure: sì » » La poesia futurista. Questi sono i gòneri della poesia
tradizionale. Questi gèneri, come già dicemmo prima parlando dei versi, non
sono usati dai poeti futuristi (detti anche di avanguàrdia), i quali sèntono
che queste forme tradizionali sono invecchiate e perciò -ne vè- gliono creare
di nuove. Comunque sia, oggi l’assetto mètrico che prevale è quello della
strofa di ineguale misura, di un ritmo fuor della legge, si potrebbe quasi dire
anàrchico, dei verso libero, (vedi pag. 62) sì che quella che essi chiàmano
lirica si avvicina alla prosa (o viceversa). Per farvi capire mèglio, io userò
di una similitùàdine, cioè di una me- tàfora; questi gèneri tradizionali della
poesia sono come recipienti. ànfore greche, vasi etruschi, boccali, botti
paesane. o bottìglie, o anche fiaschi, 0 ampolline entro cui è contenuto il
vino. Sento anch’io che questi reci- pienti sono vecchi, e alcuni vecchìssimi!
La poesia dei futuristi, in- vece, non è contenuta o frenata, per così dire,
dalla forma prestabilità del recipiente. Questo si dice senza voler giudicare
affatto se il vipo è buono o cattivo, vino nostrano o forestiero, vino vero o
mezzo vino. I poeti-cantastòrie dai
Greci fàrono detti rapsòdi e i loro canli rapsodìe; dai (fermani fùrono detti
scaldi o bardi e in generale camiori Gcantores). = i - esaltava. e si commoveva
in udire: vedeva quasi nel racconto èpico l’imàgine della pàtria, si sentiva
quasi lui autore del racconto, riconosceva: sè negli eroi. Dunque ?! poema
èpico è una storia narrata poeti- camente al pòpolo: ma non una stòria, come.
oggi intendiamo, cioè precisa, conforme al fatto reale, do- cumentata; bensì
una stòria conforme a leggenda, e in cui si attribuivano agli eroi forze e
virtù superiori: alle umane. Si immaginàvano gli dei e le dee che prèndono
parte alle azioni degli eroi e spesso òperano come fossero anche loro èsseri
umani (1). Ì A questo punto qualcuno di voi che ha l’ànimo gen- tile, può ben
dire: « Ma la nostra guerra (2), con tanti ‘sacrifici, con tanta pura e santa
gioventù morta così eroicamente, ma la generosità e la grandezza della nostra
pàtria, l’ Itàlia, che per amore di giustizia e per òdio contro l’ iniquità osò
sfidare un così tremendo nemico, Austria e Germània; e col suo intervento
prima, con la sua gran vittària poi, permise la vit- tòria alle altre nazioni
alleate ; ma tutto questo deve bene formare un nuovo grande poema èpico! » ‘ Lo
so, ma oggi non è più tempo di poemi èpici. Voi lo vedete! È tempo di grandi
affari, di grandi commerci, di grandi questioni econòmiche e sociali, con tante
cure di interessi, con tanta bramosia di ricchezza...! Questa grande e
terribile guerra formerà certo argomento di volumi e volumi, ma sarà stòria
pre- cisa, con nùmeri, documenti, carte geogràfiche, dati tècnici, ecc. ecc. I
poeti che cantàvano le grandi gesta, nascèvano da pòpoli più DIRO e di più
sèmplice vita e di più viva fede. “n Questo rappresentare gli Dei con le
azioni, figure, passioni uguali sz!i ubmini fu detto antropomorfismo (cioè Dei
in forma di uòmini). Osservate un fatto curioso: tutti i grandi pòpoli, nel
periodo stòrico della loro giovinezza, direi del loro sviluppo (benchè questo
sia avvenuto a diversi inter- valli di tempo e lontananza di spazio, e
diversità di - | razza; e vàrio grado e forma di civiltà), possèggono questi
racconti èpici: cioè questa stdria leggendaria in versi: nella quale più che il
poeta autore e can- tore, si vede il pòpolo e gli eroi celebrati. Pensate alle
leggende di Roma antica : Romolo, allattato dalla lupa, quindi forte, che con
l’aratro, quindi agricoltore, segna il solco della futura Roma, e prega gli Dei
che nessun pòpolo vinca Roma; e Fùrio Camillo che dice che la pace si compra
con la spada e non con l'oro, e Fabrizio che dichiara a Pirro che non sa che
cosa fàr- sene dell’ oro, ma vuol comandare a quelli che hanno oro; e
Cincinnato che da contadino diventa dittatore e poi tranquillamente ritorna
contadino ; e’ l’Oràzio che batte da solo i tre Curiazi distanziàndoli, cioè
separando le loro forze.... Io potrei continuare! Queste sono le antichissime
leggende di Roma; e Tito Livio ce le ha raccolte in una sua stòria che pare
epopea. « Non sono fatti veri! » hanno detto i dotti filòsofi tedeschi. Essi
avranno forse ragione, ma la stòria di Roma e della sua civiltà, per cui anche
l popoli soggetti a Roma finìvano col sen: tirsi attratti naturalmente verso
Roma, non è leggenda, ma verità! Dunque molte volte la leggenda è una grande
verità. i Ma torniamo al nostro argomento (1). (1) I pòpoli ariani celebràrono
la conquista dell’Îndia con due poemi: il Ramaiana e il Maha-barata; gli Ebrei,
nella Bibbia, raccontàrono la liberazione loro dalla servitù di Egitto e la
conquista della Terra pro- messa loro da Dio (Jeova); i Persiani nel Libro dei
re (di Firdusi, sè- colo X dopo Cristo), celebràrono le loro lotte contro i
pdpoli bàrbari di I racconti più belli e perfetti sono quelli che ci la-
sciàrono gli antichi Greci con l’ Ilîade e l'Odissea. Essi sono ancora studiati
e ammirati da tutti i pòpoli colti e civili, | Queste stòrie leggendàrie si
chiàmano poemi (poema vuol dire in greco compostzione), e più precisamente
poema èpico, cioè poema narrativo, perchè epos, in greco, vuol dire parola nel
senso di narrazione : sì dice anche poema erdico, perchè vi hanno grande parte
uòmini forti, belli, virtuosi (eroi); si dice anche poema nazionale, perchè
racconta le glòrie di una” | nazione. Si dice anche, più brevemente, epopea. I
letterati, studiando poi questi poemi, ne hanno osservato le leggi: hanno
osservato che il nome dell’autore o poeta vi è poco noto o mal sicuro, quasi
fosse il pòpolo stesso che celebrasse le pròprie imprese. Esèmpio di ciò è
Omero, a cui sono attribuiti i due poemi greci, l' A ACS e l'Odissea . ®. razza
Turànica; i Germani celebràrono i loro eroi in fantàstici racconti, |
intitolati i Nibelunghi; i Franchi glorificàrono le loro guerre contro i
Saraceni nelle Canzoni di gésta, che tràttano di Carlo Magno e di Or- lando;
gli Spagnuoli celebràrono le loro lotte contro i Saraceni che avè- vano
occupata la Spagna, nel Romancero, raccolta di canti èpici; e nel Cid (Cid
Campeador, eroe spagnuolo che ricorda 1’ Orlando dei Franchi). I pdpoli
scandìnavi hanno una loro raccolta di canti nazionali, detti Edda (sec. VIII).
I pòpoli finnici hanno una raccolta di racconti nazionali, detti Kalevàada
(raccolti dal L&nnrot). 1 Greci moderni hanno splèn- didi canti popolari di
guerra contro il loro secolare nemico, il Turco. (1) Il poeta, prima di
narrare, comìncia col dire quale sarà l’ argomento (pròtasi): in ogni poema
dòmina un eroe principale: l’azione avviene — di sòlito — in un solo luogo ed
in un tempo limitato. V’è un’azione principale, e vi sono vari episodi, Lo
stile è alto e solenne. L’ Iliade è un
poema in libri o canti: racconta la guerra di Tròia (Ilion) cagionata dal
rapimento di Èlena. Ackille, il più bello e forte fra gli eroi greci, è
sdegnato contro Agaméènnone re dei Greci: si ritira sotto la tenda e rifiuta di
più combàttere. Allora Èttore, eroe troiano, Sbaràglia i Greci. Achille infine,
mosso a pietà dei suoi, manda in aiuto il suo amico Patroclo: ma questi è
ucciso da Èttore. Achille vèndica l’amico con la morte di Èttore. Questo poema
fu tradotto in sonori e belli: endecasìllabi sciolti da Vincenzo Monti. Giovanni
Pàscoli ne fece qua e là, la versione imitando il verso esàmetro o erdico. L’
Odissea racconta le avventure di Ulisse (Odissto) per le terre
circum-mediterrànee dopo Questo Omero fu imaginato mendico, cieco, errante.
Tutti quei fatti superiori alle forze e alle leggi umane che si incontrano nei
poemi èpici, èbbero dai dotti il nome di « il meraviglioso del poema èpico. »
la fantasia e la ingenuità dei primi pòpoli facèvano crèdere a questo
meraviglioso come a cosa possibile, e perciò il racconto delle cose
meravigliose era fatto in maniera del tutto sèmplice, ingènua, e come na-
turale. Vedete un esèmpio di questo meraviglioso nella morte di 0r- lando (2) a
Roncisvalle (Pirenei). DI Qui sente Orlando che la morte gli è presso; Chè gli
esce fuor dalle orècchie il cervello. E con tutto ciò Orlando sèguita a
còmpiere incredibili òpere e ad uccìdere i nemici. Ma non fa ridere, anzi
commuove! Nei tempi posteriori, la bellezza e la potenza del poema èpico
piàcquero tanto che alcuni grandi poeti vollero celebrare le glòrie della loro
nazione Rec dendo come modello gli antichi poemi. - la guerra di Tròia, prima
di poter ritornare nell’ìsola nativa, Ifaca; dove, lo attèòndono Penèlope (la
mòglie), Telèmaco (il figlio), Laerte (il vecchio padre). Quivi giunse .alfine,
e dopo avere uociso i vili Proci, cioè gli amanti di Penèlope virtuosa, visse felice
la restante sua vita. La 0disse fu tradotta in versi endecasìllabi sciolti dal
Maspero e da Ippblito Pin demonte. Io vi posso indicare una riduzione in prosa
assai ben fatta e che potete lèggere col piacere con cui si legge un romanzo
(L’ Odissea di Omero, nella raccolta dei grandi clàssici, narrata alla
gioventù. (Roma, Società editrice Laziale). II Fòscolo rivolgàndosi « non alla
ragione, ma alla fantasia © 4! cuore de’ lettori », così rafligura Omèro: Un dì
vedrete . mendìco un cieco errar sotto le vostre ; antichìssime ombre, e
brancolando penetrar negli avelli e abbracciar l’ urne e interrogarle. Chi
fosse questo Omero, se uno o più poeti, ancora non Si sa. È una gran questione,
trattata prima da un famoso filòsofo italiano Giambattist Vico e poi dai dotti
e filòsofi tedeschi. Una cosa pare sicura: che un poets ‘008ì alto e profondo
non può èssere un poeta popolare! Certo fu ul grande ingegno e un gran cuore
umano! La più bella delle canzoni
francesi di Gesta cho si intitola Canzo d’ Orlando, finisce con la morte di
Orlando, Così fece Virgilio, poeta latino, fiorito nel colmo della civiltà
Romana, cioè circa sette - sècoli dopo Omero. Virgilio seguendo e continuando
Omero, ce- lebrò la gloria di Roma nella Enéide. Così fece Torquato Tasso, il
quale vissuto nel pieno del sècolo decimosesto (Cinquecento), celebrò nella
Gerusalemme Liberata le imprese dei Cristiani nella ‘ Crociata contro i
Maomettani (2). n.0 | Così fece tra gli stranieri Luigi Uamoens (1525-1580),
che celebrò il suo pòpolo, i Portoghesi (i Lusitani, 0s Lusiados), narrando le
glòrie marinaresche di esso pòpolo, e specialmente il DIOTAVI Bione viaggio di
Vasco di Gama. XPoema romanzesco..Il poema romanzesco è, come dice il nome, una
mescolanza di poema e di romanzo : deriva dal poema èpico e si mescolò con.
personaggi e cose da romanzo, come giganti, nani, fate, anelli màgici, cavalli
alati, fontane fatate, palazzi e castelli elevati e distrutti per arte di
negromànzia. I tornei, i duelli, le avventure dei cavalieri erranti .. (I)
Virgìlio racconta in dòdici libri o canti e in verso esàmetro o erdico, di
Enea, eroe troiano, che dopo la distruzione della sua pàtria (Trbia o Ilion),
venne per volere del Fato in Itàlia per dare orìgine a Roma, la città destinata
ad èssere signora del mondo. La versione italiana più cè- lebre è quella di
Annibal Caro. La Gerusalemme Liberata di
Tasso è il maggior poema èpico italiano.
È scritto in ottave ed è in venti canti. Il Tasso racconta la stòria della
prima crociata, di cui fu capitano Goffredo di Buglione, cavaliere francese.
Angeli e Demoni prèndono parte alla « gran lotta ». Contiene molti e belli
episodi d’amore e tèrmina con la presa di Gerusalemme. Gabriele d’Annùnzio in
un « Losmeno » La Canzone di Garibaldi, ci racconta le imprese dell’Eroe.
Giosue Carducci in un discorso su la morte di Garibaldi, dice che si vedrà ogni
mattina sulle Alpi: una grande ombra che ha rossa la veste e bionda la
capelliera errante su i venti sereno lo sguardo siccome il cielo. Il pastore
straniero guarda ammirato, e dice ai figliuoli: — È Veroe d’ Itàlia che veglia
su le Alpi della sua pàtria. Carducci è morto prima della guerra; ma Gabriele
d’ Annùnzio diventò erdico soldato, della guerra. 20 cite CELA RR IMI TOTTI
TEIL > IV \ fb del méèdio evo, formano l’ argomento più importante di questi
poemi; e spesso le cose facete e ridicole sono mescolate alle sèrie e gravi,
come appunto nei PolnAnzi, di cui questi poemi allora tenèvano il posto. ‘ Il
poema romanzesco è cosa del tutto italiana € fiori nel Cinquecento. Il
personaggio più importante ‘di questi poemi è Orlando, paladino (1) di Francia,
nipote di Carlomagno imperatore, che operò con la gran forza e con la sua spada
Durlindana cose me ravigliose (2). Orlando o Rolando era popolare in Itàlia, e
così èrano popolgri gli altri cavalieri e paladini di Carlomagno imperatore,
come Rinaldo, Olivieri, Gano il traditore e l’ arcivescovo Turpino; e di loro u
po’ sèrio, un po’ anche per beffa, raccontàvano per le piazze e pei borghi i
poeti popolari o cantastòrie, nel l’ evo médio. (A Nàpoli ed in Sicilia questi
eroi sono ancora popolari). Questi racconti francesi intorno a Carlo Magno, x
(1) Paladino fu nome dato ai dòdici valorosi signori che seguìvano Carlo Magno
alla guerra: così detti perchè convivèvano nel palazzo (lat. palà- tium)
dell’imperatore. (2) Anche oggi la leggenda popolare ricorda le meravigliose
òpere di Orlando (monti spaccati dalla sua spada). (3) Popolare diffusione, e
in tutta Itàlia, ebbero i racconti di Carlo Ma- gno e della sua santa gesta:
Carlo Magno, restauratore del Sacro Romano Impero, e sostegno del Cristianèsimo
contro la religione e le invasioni in Europa dei Saraceni o àrabi, seguaci di
Maometto. Primo luogo di diffusione di queste leggende carolìngie è la valle
Pa- dana, dove giullari e cantastòrie cantàvano in sèrie di versi monorìtmici
cd in un commisto linguàggio, franco-lombardo, franco-vèneto, le imprese di Carlo
imperatore. Questi racconti carolingi passando su la fine del Tre- cento in
Toscana, assùnsero veste, diremo così, nazionale, cioè la ottava rima, dando
orìgine ad un nùmero grande di poemi popolari: Rinaldo da Montealbano, la
Spagna ‘elaborata su la Chanson de Roland e su l Entre de Spagne, poema
franco-vèneto). Fùrono composti anche i rifacimenti in prosa, popolari tuttora:
(li troviamo sui banchi dei librai ambulanti. e per le campagne, I reali di
Francia, Cuerrin Meschino). Questi cantari popolareschi toscani prèsero poi
forma d’arte per dpera di Luigi Pulci fiorentino spìrito bizzarro, col Suo
Morgante, (nome di un gigante, scu- diero di Orlando». pòrtano il nome di ciclo
carolingio (quasi cèrchio o corona di leggende intorno a Carlo Magno). Un'altra
corona di leggende forestiere scritte in francese, era pur conosciuta in Itàlia
nell’evo-médio; ove si trattava di tornei, di avventure di cavalieri erranti,
di belle regine innamorate, di magie, di in- cantamenti. Quest’altra corona di
leggende hanno il nome di ciclo brètone, o del Re Artù, o della Tavola Rotonda
(1). > Da queste due corone di leggende forestiere un nostro grande poeta,
che aveva in sè cuore e genti- lezza di antico cavaliere, il conte Matteo Maria
Boiardo (sècolo XV), ricavò una bellissima invenzione, imma- ginando che
Orlando, che mai non era stato innamorato, si innamorasse della bella Angèlica,
regina del Catàio; e così compose l’Orlando Innamorato (2), in ottava rima, che
voi dovete pensare come un gran romanzo, pieno delle più fantàstiche avventure.
Il Boiardo, morto nel 1494, non terminò il suo poema, che pure, così come è, è
lunghissimo : e fu ripreso Le leggende
dei cavalieri di Bretagna, o « le bellìssime fàvole » 0 romanzi, come li chiama
Dante, di re Artù (o della Tàvola Rotonda), er- ranti in cerca di avventure o
sofferenti passioni per amore, passàrono dalla. Frància in Itàlia nel sècolo
XII, e vi si diffùsero, specialmente nella valle del Po, in quella che fu detta
Marca trevigiana o gioiosa; dove, nella s0- cietà feudale, nelle corti di prodi
e cortesi signori, fra belle donne, tro- vàrono il naturale clima, direi quasi
la necessària temperatura per la loro diffusione. Fl questi romanzi di Tristano
e Isotta, di Lancilotto e Ginevra, di Merlino l’ incantatore èrano letti in
francese. Non mancàrono più tardi volgarizzazioni e rifacimenti, fatti con la
maggior libertà, compilando e contaminando da vàrie fonti: spècie quando questi
racconti brètoni passàrono, dalla valle del Po, in Toscana. La com- pilazione
intitolata Tàvola Rotonda della metà del secolo XIV, è la più notevole del
gènere. (2)-I1 Boiardo, essendo di Scandiano (Règgio Emìlia) scrisse con la
lìn- gua viva che aveva sottomano, cioè con molti lombardismi. Ci fu allora un
toscano, Francesco Berni, che lo ripulì tutto alla toscana; ma gli tolse ogni
sua nativa bellezza, da Ariosto. L’ Ariosto, con ricchissima fantasia e gran
bellezza di lingua, continuò la stòria dell’ Orlando Innamorato, e da
innamorato andò un poco più in là e lo fece pazzo furioso (L’0r- lando Furioso)
così come pazzo diventa Tristano, eroe della Tavola Rotonda, per amore della
regina Isotta. Orlando come ha perduto il cervello, compie molte pazzie, finchè
il cavaliere Astolfo, volando sul suo ca- vallo alato (ippogrifo), va nella
luna, trova il cervello d’ Orlando che sta in una fialetta, e glielo fa respirare
su per il naso, così che l’eroe terna sano un’altra volta. Come vedete, vi sono
bizzarrie satiriche o almeno scherzose. Tutto questo, poi, in mezzo a tale
intrèccio ‘ di guerre e di avventure che come sono belle a lèg- gere, così non
sono possibili a raccontare. Il poema dell’ Ariosto ebbe grande popolarità e
molti. imitatori. “La ottava — come già abbiamo detto — è il metro adoperato in
questa spècie di poésia narrativa. Il poema eroicòmico. Il grande nùmero dei
poemi romanzeschi, seguiti all’ Orlando, fece nàscere la satira di essi e della
cavalleria (1), e fùrono com- posti poemi, mescolati ridicolmente di cose
eròiche, comiche e satiriche, che si dissero eroicòmici. Il più famoso esèmpio (2)
di poema eroicòmico è La sècchia ra- pita di Alessandro Tassoni. Sono dodici
canti, in ot- | tave, dove si racconta con ridìcola solennità una guerra me- m La più illustre sàtira contro la cavalleria,
male intesa e professata, solo per pompa, è il Don Chisciotte di DIODOE
Cervantes Saavedra, gran poeta. Il
Ricciardetto del Forteguerri, I/ i racer desolato del Corsini Lo scherno, degli
Dei di Francesco Bracciolini, sono altri poemi eroicò- mici. Questo gènere
satìrico trovò onore anche presso il Leopardi (Pa- ralipòmeni della
Batracomiomachia di Omero = Cose tralasciate neli3 guerra dei topi e dello
rane). i n dievale tra Bolognesi e Modenesi, cagionata da un’ infelice e vil
secchia di legno, rapita dai Modenesi ai Bolognesi. Poema didascàlico. — Al
tempo dei Greci e dei Romapi, quando le scienze non èrano sviluppate come sono
oggi, i poeti compòsero poemi allo scopo dì am- maestrare su qualche
disciplina, arte, scienza. I poeti italiani, che nel Cinquecento ritènnero gli
an- tichi clàssici come principale modello, imitàrono questo gènere e compòsero
moltìssimi poemi o poemetti, per lo più in versi sciolti, allo scopo di
ammaestrare in qualche arte o disciplina, e insieme pòrgere diletto con la
bellezza del verso: questo gènere di poesia è detto didascàlico = che insegna,
o ammaestrativo. Esèmpio: Le Api di Rucellai. Questo gènere didascàlico oggi
non è più dell’uso. (Molti considerano La Divina Commèdia di Dante come un
poema didascàlico, perchè il divino nostro Poeta, in una vistone dell’ Inferno,
del Purgatòrio e del Paradiso, insegna ai vivi « a ben vivere e a ben morire ».
Ma questo è piuttosto un poema sacro, e anche Dante lo chiama è! poema sacro; e
nel tempo stesso un poema umano, perchè egli vi passa in ras- segna tutta
l'umanità, con tanta potenza di verità come mai non fece alcun altro poeta).
Poema sacro, è quello che tratta della religione, e dei suoi misteri. Esèmpio :
La Divina Commèdia. (1) I Giorni e le òpere, di Esìodo, sècolo VI avanti
Cristo. Contieno nobilissimi precetti sull’umano lavoro, spècie dei campi,
secondo le sta- gioni. Della Natura delle Cose (De rerum Natura), di Lucrèzio
Caro. Le Geòrgiche, di Virgìlio, in quattro libri, che tràttano della
coltivazione della terra, con belli episodi mitològici. L'Arte poètica, di
Oràzio Flacco, da cui togliemmo qualche precetto. È un capolavoro di buon senso
in matòria di arte, imitato dal francese Boileau (L’art poètique). (2) La Coltivazione,
di Alamanni. IZ Podere, di Luigi Tansillo. Invito a Lèsbia Cidònia, dell'abate
Lorenzo Masche- roni? poeta e matemàtico. Descrive il museo di scienze naturali
in Pàvia. La Coltivazione degli ulivi, di Cesare Arici, eco. (8) La Divina
Commedia è scritta in cento canti, e in terzine. Il poeta tb Cavalieri e dame.
(Dall'Orlando Innamorato del Boranpo (1). - Astolfo. Signor, sappiate che
Astolfo 1° Inglese Non ebbe di bellezza il simigliante; Molto fu ricco, ma più
fu cortese, Leggiadro e nel vestire e nel sembiante, La forza sua non vedo
esser palese, Chè molte volte cadde dal ferrante (cavallo); Lui solea dir che
gli era per sciagura, E tornava a cader senza paura. Ferragù, il Saracino. A
benchè Ferragù sia giovinetto, Bruno era molto e d’ orgogliosa voce, Terribile
a guardarlo nell’ aspetto ; Gli occhi avea rossi e con batter veloce. Mai di
lavarsi non ebbe diletto, © Ma polveroso ha la fàccia feroce; Il capo acuto
aveva quel barone, ‘l'utto ricciuto e ner come un carbone.. ->> Virgilio
guida Dante per l’ Inferno e per il Purgatòrio ; Beatrice, la donna angèlica,
amata da Dante, e morta giovanìssima, è guida per il Paradiso. Altro poema
religioso è IZ Paradiso perduto del poeta inglese Giovanni Milton (1608-1674),
La Messiade del poeta Kiopstock. Altri poemi narrativi. Nel Seicento il poeta
Giambattista Mar)ìni com- pose un lungo poema mitològico ed amoroso, che prende
il titolo ds Adone, giòvane amato dalla Dea Vènere. Fùrono scritti? stòrie e
novelle in ottave, di caràttere èpico : la Pia dei Tolomei del Se stini, l'
[Z]degonda ela Fuggitiva del Grossi. Màrio Rapisardi, tentò poemi filosòdfici e
sociali (il Lucìfero). Il Carducci compose molte poesie di cs- ràttere èpico
(la Canzone di Legnano). La Stòria del Risorgimento nazio nale, inspirò canti
di caràttere èpico al Carducci, al d’Annùnzio (la Canzone di Garibaldi. Il
Pàscoli nei Poemi conviviali rinnova con profonda signi ficazione i miti e le
stòrie clàssiche, e in Odi e Irxni cèlebra fatti erdio dell’ età nostra. Ù Dal testo originale, non dal rifacimento del
Berni. 111 La bella Anaéèlica che appare alla Corte di Carlo Magno. In capo
della sala bella Quattro giganti grandissimi e fieri Entraro; e lor nel mezzo
wha donzella Ch' era seguita da un sol cavalieri (cavaliere). Essa sembrava
mattutina stella E giglio d’oro e rosa di verzieri (giardino): In somma a dir
di lei la veritade, Non fu veduta mai
tanta beltade | Il terribile, incrèdulo Rodomonte. Tien per suo Dio l’ardire e
la possanza, ‘ E non vuole adorar quel che non vede. Questo superbo che ha
tanta arroganza, Pigliar soletto (da solo) tutto il mondo crede, Ed al presente
vuol passare in Franza (Francia), (di E prènderla in tre giorni si dà vanto
Come udirete dir nell'altro canto. Ottave dell’Orlando Furioso. (Lopovico
ARIOSTO). Fedeltà nella sventura. Alcun non può saper da chi sia amato. Quando
felice in su la ruota siede; Però c’ha i veri e i finti amici a lato, Che
mostran tutti una medesma fede. Se poi si càngia in tristo il lieto stato,
Volta la turba adulatrice il piede; E quel che di cor ama, riman forte, Ed ama
il suo Signor dopo la morte. Ciò che importa è vincere. Fu il vincer sempre mai
laudabil cosa, Vincasi o per fortuna o per ingegno ; Gli è ver che la vittoria
sanguinosa Spesso far suole il capitan men degno; ivi. \ Pr gota bo co MAR SCA
GI n dr me [N Cad E quella eternamente è
gloriosa, E dei divini onvri arriva al segno, Quando, servando i suci senz’
alcun danuo, Sì fa che gl'inimici in rotta vanno. (1) » % Ì Il Dramma. È un
desidèrio naturale di vedere riprodotti al vivo su la scena, cioè sul palco
scènico, quei fatti grandi e terribili che hanno colpito la nostra fantasia.
Questa riproduzione si dice dramma, parola greca che vuol dire azione, cioè
rappresentazione teatrale. I Greci creàrono per primi il teatro e distinsero il
dramma in tragèdia e commèdia. La tragèdia riproduceva, presso gli antichi
Greci, i casi degli eroi e anche degli Dei, con un’ azione 0 intrèccio assai
ràpido: lo scioglimento (catàstrofe) era sempre luttuoso e tale da destare
compassione, | terrore, ammonimento. Osservazione: dopo maturo pensiero ho
tolto — come si può vedere confrontando con le precedenti edizioni — L’addio di
Éttore ad Andre maca e il canto del Conte Ugolino. I brani avulsi dal contesto
delle grandi immortali òdòpere mi si presèntano come errore didàttico. Se Mi
sono sba- gliato, può facilmente il collega insegnante corrèggere lui l’errore.
(2) Confronta l’esagerato, odierno entusiasmo per i cinematògrafi. La tragèdia e la commèdia greca hanno orìgine
dai cori e delle feste religiose in onore di Bacco o Diòniso. Le prime
compagnie còmiche gi- ravano per i borghi dell’Àttica su di un carro, tirato
dai buoi, detto Carro di Tespi. Talora a
districare l’intrèccio, si faceva scèndere un Dio (des e: machina); ma questo
era un brutto artificio e usato da mediocri tragedi. Bellissimi cori, come dicemmo parlando della
lirica, inframeszì- vano il diàlogo della tragèdia, ed ammonìvano come fòssero
la voce del- l’ umanità. Aristòtile definisce la tragèdia greca come una
mimica, lì quale, non già narrando, ma rappresentando, riesce per mezzo della
compassione e della purgazione a liberare l’ànimo dalle passioni. (Pot- tica,
cap. VI». La potenza deila tragédie greche è tale che, pur non potendo più
riprodurre la musicalità di quei versi, pur non avendo noi i sentimenti di
quelle età antiche, pur non avendo il loro teatro, alcune fi esse trà gedie si
rappresèntano ancoral i 109: Eschilo, Sòbfocle, Euràpide (sècolo Ve IV avanti
Cristo) sono i tre grandi trAgici greci. Essi scrissero moltissime tragèdie di
cui soltanto poche sono giunte sino a noi (1). | La commòèdia rappresentava i
casi comuni della vita ed aveva fine lieto. Aristofane e: Menandro (sècolo IV
avanti Cristo) sono i due grandi poeti comici greci. La tragèdia e la commédia
greca èrano in versi, ed èrano piuttosto brevi. La parte musicale, i cori, la
gran recitazione adornàvano questa brevità. Il teatro greco era scoperto,
press’ a poco come le nostre arene, ed era a gradinate concèntriche e semi-circolari
di fronte alla scena o palcoscènico. La scena era fissa, larga, ma non
profonda; rappresentava la facciata architettonica di un palazzo. Gli attori
portàvano la mdaschera con cui ingros-. sàvano la voce a modo di tromba. Gli
attori tràgici calzàvano per più maestà un alto calzare, chiamato coturno, i
comici cal- zàvano il socco. Il teatro greco era tutto di marmo. Grandìs- sima
era la passione degli Ateniesi per il teatro, tanto che lo Stato democràtico di
Atène giunse sino a concèdere gratuito - l'ingresso. | Di Eschilo rimàngono
queste tragèdie: Promèteo incatenato, I Sette contro Tebe, I Persiani,
Agamènnone, Le Coefore, Le Eumenidi (fùrie), le Supplicanti. Di Sòfocle, che è
il maggior tràgico greco, rimàngono: 7 Aiace, V Elet- ira, la Antigone, Edipo
Re, Edipo a Colono (ciclo tebano) Le Trachìnie, Filottete. Di Euripìde fo
rimàngono alquante di più, fra cui Medea, Ippòlito (da cui tràssero motivo le
tante Fedre delle nostre letterature), Ifigenia in Aulide, Il Ciclope, (dramma
satirico), ecc. i (2) Aristòfane portò su la scena i suoi concittadini, e senza
riguardo fece la sàtira della vita polìtica di Atene, che era gloriosa città,
ma con. tutti i caratterìstici difetti delle democrazie. Quelle di Aristofane
sono caricature di immortale e atroce bellezza. Delle commòèbdie, che di lui
ri- màngono, ricordiamo: Le Nubi, Gli Uccelli, Le Rane, Lisìstrata. Si rap-
presèntano ancora. Questa comméèdia è detta antica, in opposizione a quella
nuova di Menandro. Menandro invece introdusse su la scena dei tipi comuni, come
il vecchio avaro, il servo astuto, il soldato vanitoso, il gidbvane
scialacquatore, ecc. Questa commèdia è detta di carattere, 0 nuova commèdia
attica. 8. — P., Manucaletto di Retorica. - a, pe I Romani, che erano uòmini di
faccende e di armi, si occupàrono di arti e di studi con minor passione dei
Greci, tanto che chiamàvano lo star sui libri, 0270 di letterati. Perciò vi
sembrerà naturale se tòlsero molta della loro arte dai Greci, che erano così
artisti e così raf- finati (1). Terènzio e Plauto.(sècolo II a. Cristo) sono i
due maggiori poeti còmici: quegli tolse elegantemente da Menandro, questi fu
più originale e popolare. Senèca (sècolo I d. Cristo), fu il maggior ata trà.
gico latino. | Nell’evo-mèdio — età di demolizione e di oscura- mento della
gran civiltà latina e greca — la nuova religione cristiana ritenne empi e
interdisse gli spettà: coli profani del circo, dei mimi, del teatro. Però il
naturale desidério di vedere riprodotti quei fatti che più avèvano commosso gli
ànimi dei pòpoli, rimase. E quali potèvano èssere, in una età così reli- giosa,
questi fatti ? La vita di Cristo, che pati il mar- tirio per rèndere più buoni
gli uòmini, ed è veramente il più sublime dei drammi: poi la vita dei santi che
seguirono Cristo; poi i fatti più belli e popolari dei libri sacri (Bibbia)
(2). Perciò nell’evo-mèdio furono molto in onore i M° La Grècia fu conquistata dai Romani, ma i
Romani poi dissero che la Grecia aveva conquistato i Romani con la sua civiltà,
dove era mesco- lata anche molta di quella che si chiama corryzione: (Graecia
capia forum victorem coepit). La messa
medèsima, con il suo rituale, così solenne, ha caràtteri di dramma: è il
rinnovato racconto della vita e passione di Cristo. La tragèdia ebbe illustri
poeti nelle altre nazioni, Il maggior poets tràgico è Shakespeare (Scèspir),
inglese (sècolo XVII). Schiller e Goethe, tedeschi; Corneille, Racine,
Voltaire, francesi, sono grandi poeti tràgic* Molière (U. B. l’oquelin) è il
più gran poeta còmico francese. t. r lenti —cepuete steri, e le Sacre
rappresentazioni, che èrano drammi popolari, pei quali fu adoperata la ottava.
« La tragèdia e la commèdia profana risòrsero pel Cinquecento, Questo sècolo
famoso porta il-nome di Kinàscita o. Rinasci- mento per il rinàscere degli
studi del greco e del latino, cioè dell’arte classica. L'amore dei letterati di
quel tempo per la antichità clàssica era sì grande che un'òpera tanto più cra
rite- nuta perfetta quanto più si avvicinava ai modelli greci e latini. «
Allora, voi direte, le tragèdie e le commedie del Cin- quecento saranno state
bellissime ». Piàcquero a quei tempi, ma oggi non più, perchè le opere bel-
lissime dell’arte non si pòssono imitare. Fra le commèdie del Cinquecento è
notevole la Mandragola del sommo stòrico Ni- colò Machiavelli. È una forte
pittura di costumi, e ancora si rappresenta su la scena. Altra originale
commèdia del Cin- quecento è il Candeldio di Giordano Bruno. Dal Cinquecento in
poi piàcque molto al pòpolo la commèdia d’arte o a soggetto, cioè abbozzata
soltanto e compiuta poi su la scena dall’ abilità, facèzie, lazzi (non sempre
onesti) degli attori, cioè dalle màschere, Arlecchino, Pulcinella, il Dottor
Balanzone, Pantalon ‘ dei Bisognosi, Brighella, Tartàgiia, Stenterello, il Ca-
pitan Fracassa, e poi Colombina, Rosàura, ecc. ecc. Queste màschere sono una
caricatura satirica di que- sta e quella regione italiana, e parlàvano in
dialetto. Questa commèdia ‘d’ arte fu popolare anche fuori d'Itàlia (teatro
italiano). Coi nuovi tempi le màschere, sul teatro, sono scom- parse. Ma
pròprio morte del tutto non direi. Vivono ancora sul teatro dei burattini. Chi
diede il colpo di grazia alle pòvere màschere e spazzò il teatro dalle loro
facèzie plebee, fu il ve- neziano Carlo Goldoni (1707-1793), il quale fornito
come era, di un vero e grandissimo talento còmico, ridiede alla commédia
italiana la sua dignità artistica. Le commédie del Goldoni sono così vive,
nfiturali, oneste, che si SERE RARA anche oggi e si lèéggono con diletto. «Al
tempo del Goldoni visse il conte Vittorio Al fieri, di Asti (1749-1803) il
nostro maggior trdgico. Per il fremente amore della libertà, per l’òdio contro
ogni tirannìa, che spirano dalle sue tragèdie egli è degno di somma
riconoscenza. La sua gran voce molto operò dalla scena per richiamare gli
Italiani a quella dignità di nazione che hisognava almeno un po! sentire per
liberarci dal dominio straniero. I moderni, oltre alla tragèdia ed alla
esmminia hanno il dramma, col quale nome si comprende tra- gèdia e commédia,
cioè la vita, che è - sovente una mescolanza di cose tràgiche e còmiche. Altri
gèneri drammdtici sono la Favola o dramma o tragèdia pastorale : è un’ azione
in versi, tolta dalla vita dei pastori. Tali sono l’ Orfeo del Poliziano (sé-
colo XV), Aminta di Torquato Tasso e il Pastor Fido di Giambattista Guarini
(sècolo XVI). Questo gènere. drammatico antico è stato rinnovato da Gabriele D’
Annùnzio. | Il Melodramma (dal greco melos = mùsica @ dramma) : è un’ azione,
solitamente di argomento trà; gico, scritta in versi e destinata ad esser
musicata. Il melodramma raggiunse la sua maggior importanza artistica con
Pietro Metastasio (sècolo XVIII). In sè- guito di tempo la musica del
meloAramma venne 4 prevalere su la poesia: si dice ancne .idbretto d’òpera. La
farsa o scherzo è un componimento di sélito in un solo atto, dì caràttere
burlesco,-che si rappre: senta come intermezzo o dopo un dramma allo scopo di
eccitare il riso e l'allegria. { Francesi hanno am- pliato la farsa,
introducendo inverosimiglianze grottesche, satiriche e troppo spesso scùrrili
(pochades). Questo gènere è del tutto contràrio all’ ufficio attri- buito dagli
antichi al teatro comico: corregge î co-. stumi con la festevolezza del ridere
(castigat, ri- dendo, mores). Fra i gèneri letterari, il dramma è quello che
più piace al pùbblico e più diletta, anche per la mondanità e lo sfarzo dei
teatri, e perchè DIÙ: agevolmente è inteso. Le màschere italiane. -_
Arlecchino. . Noto per l’epa enorme e per le molte Toppe del manto; fu l’
Oròbio servo, Lunga delìzia delle turbe folte; E quanto ei fosse gàrrulo e
protervo, Ne fan prova le genti alla stagione Che i finti visi più frequenti osservo.
Dottor Balanzone. Veniìa secondo chi a soqquadro pone Testi e chiose forensi,
e, il viso brutto, Di Fèlsina imitar tenta il giargone (g9er90). Autori
drammàtici recenti: Paolo Ferrari (Goldoni e le sue sedici commèdie, La sdtira
e il Parini), Pietro Cossa (Nerone), Giacinto Gallina (Serenissima, I rècini da
festa), Gabriele D'Annùnzio (La figlia di Iòrio, La nave, Fedra), Sem Benelli
(La cena delle beffe». Tedeschi: noti i nomi famosi di Volfango (icethe, autore
del poema drammàtico il Faust, e di Federigo Schiller autore di potenti e
appassio- nati drammi. Fra i moderni: Hebbel (Giuditta, I Nibelunghi),
Hauptmann (La campana sommersa, I Tessitori). Sudermann (Casa paterna, L’
Onore, I fuochi di San Giovanni). Francesi: Maurìzio Maeterlinck (I ciechi,
L’intrusa, Pellèas e Meli- sanda), Edmondo Rostand (Cirane di Bergerac, L’
aquilotto), Bataille (Marcia nuziale), Bernstein (Il Z/adro). Popolarissimo,
qualche tempo fa, . Vittoriano Sardou (La Tosca, Rabagas, Dora o le spie.
Enrico Ibsen, norvegese (Gli Spettri, L’ anitra selvatica, Casa di Bàm- bola).
Inglesi: Pinero (La seconda mòglie), G. B. Shaw ( Candia --- | Tartdglia. Terzo
chi al naso il dòppio occhiale indutto, | Ha sì la lingua nel parlar nemica Che
un breve detto di molt’ora è frutto. Pantalone. Perduto esèmpio della fede
antica Move d’Adria il mercante, tutto intento La cara figlia a ritrovar pudica.
Più che il nero e purpùreo vestimento, Palese il fanno il pugnal largo .e breve
Che ‘a’ fianchi tiene, e lunga ‘barba al mento. Brighella. Da verdi strisce su
mantel di ifeve Testimonianza il quinto si procàccia, Giarrulo più che servo
esser non deve.... (CARRERÌ. 19-00 | A i n PROSA } | (IsIPRELICI 0090 coso 0006 00000000
eni AREA prin . x Prosa La prosa comprende queste varie forme: La rd- vola, la
Novella, il Romanzo, la Stòria (gènere nar- lativo); il Trattato, la Lèttera
(gènere espositivo); l'Orazione ‘0 Discorso (gènere oratòrio). La Favola o
Apòlozgo. | Fàvola o Apòlogo sono due parole, latina l’una, greca l’altra, che
vogliono dire racconto. E un racconto, di sòlito breve, ma pieno di viva- cità
e di evidenza, tanto che gli stessi fanciulli e il popolo pòssono capire senza
fatica. Nella fàvola agi- . scono gli animali, oppure gli uòmini e gli animali;
e | gli animali sono scelti in modo che sùbito si capisce quali saranno i loro
sentimenti: il lupo è cattivo e Violento; l'agnello buono ed inoffensivo; la
volpe astuta; l’àsino stùpido e vanitoso; la serpe traditrice; il leone prepotente,
perchè è il più forte, cce. Ma noi Sappiamo che sotto questi animali stanno
nascosti gli uòmini: si esprime, cioè, una cosa per farne capire un’altra. Ciò,
come abbiamo visto, si dice allegoria. Si vuole far capire che l’uomo malvàgio
cerca una scusa per giustificare le sue cattive azioni? Ed ecco la favola del
lupo e dell’agnello. Si vuole far capire l’ invidia delle persone da poco verso
i grandi? Fd ecco la rana che gònfia per èssere uguale al bue... e tanto gònfia
che crepa. Il villano ha pietà della serpe, irrigidita dal freddo. Se la mette
nel seno; ma essa, appena scaldata, morde il suo benefattore; onde sì dice per
provèrbio: scaldarsi la serpe in seno. . Menènio Agrippa, nòbile romano, vuole
spiegare la necessità della concòrdia tra ricchi e pòveri? Ecco l’apòlogo delle
membra che -non vògliono più servire il ventre. Il ventre allora, privo di nutrimento,
depe- risce, ma anche le membra deperiscono. Il leone va a càccia con
l’agnello, con la capra, e con la vacca, . Prèndono un cervo e ne fanno le
parti, ma invece di | distribuirle con giustizia, il leone prende tutto per sè.
Perchè? Perchè è il più forte. E anche oggi diciamo . in provéèrbio: farst le
parti del leone. La spiegazione della fàvola si dice morale della fàvola. i La
favola insegna tante cose! E gli scolari perchè sotto la fàvola tròvano scritta
la morale, cioè. la fà vola insegna, pòssono pensare che le. fàvole siano state
scritte apposta per lora. Questo è un grossolano errore. Questa morale si può
anche non mèttere, e non sempre la morale che trovate scritta sotto le fàvole,
è la vera morale. La fàvola è questa: cioè un para. gone, una similitudine
facile, una metàfora, una allegoria che tutti capiscono: ma quello poi che c'è
sotto è molto difficile. (Tenete a mente quello che è detto dove si parla della
Metàfora). | E come è nata la fàvola? e quando ? To credo che ‘sia nata dall’
esperienza dei pòpoli, e dal bisogno di far capire in maniera sensibile alcune
grandi verità, che col sémplice ragionamento si sentirèbbero molto - t meno.
Per questa ragione la favola deve èssere così antica che è impossibile
ritrovarne nel loapo lontano le origini, Anche oggi uno scrittore può ereare le
fàvole; ma le più belle sono le più antiche, perchè sono le più lùcide, sono le
prime e fondamentali verità della vita. Il più antico e famoso favolista, direi
il babbo della fàvola, è il greco Esopo; che si disse di nazione frigia (Asia)
(1), ma in realtà ci è sconosciuto come Omero. Fra i Latini è famoso Fedro che
rifece con elegante semplicità le fàvole di Esopo. Fra gli Italiani ricordiamo,
Leonardo da Vinci, Àgnolo Firen- zuola (sec. XVI), Gaspare Gozzi, Aurèlio
Bertòla, Clàsio (Luigi Fiacchi). La fàvola può èssere scritta tanto in prosa,
come in versi. Esempi: La volpe e Îl corvo. - . (Favola di Esopo, volgarizzata
nell’ italiano del Trecento). Un corvo volando lungo una finestra, vide un
càcio. Lo prese e se lo portò via in becco. Stando in sur ©n Albero con questo
càcio in becco, pensava di mangiarlo. E una volpe passò di lì, e vedendo il
formàggio, ebbe gran vòglia d’averlo. E disse: — O Dio! che bell’uccello è
quello, e come ha bellissime penne ! Mai non fu uccello sì bello nè sì allegro;
Dio lo salvi dal male. Bene mi pare il più bello che io mai vedessi; e s’egli
ha sì bello il cantare come egli ha l’altra persona, meriterebbe d’èssere
signore di tutti gli altri uccelli del mondo. — Udèn- dbsi il corvo così
lodare, tutto rimbaldì d’allegrezza, e co- minciò a dire: — Da poi che questa
mi loda, dunque bene Le fàvole di Esopo tradotte nella pura lingua
italiana del Trecento, hanno nome di Esopo volgare. La fàvola è trattata con
fortuna, oggi, dal Trilussa, in dialetto romanesco. (2) Tra Ì francesi, famoso
è il La Fontaine (1621-1695) che rivesti con eleganza del tutto francese molte
fàvole esopiàne; F/orian (1755-1795); tra i tedeschi Zfraimo Lessing. son
quello ch' ella dice. E tutto si riguardò in sè medèsimo dicendo: — Già per
cantare non sarò io rùstico, ch'io s0 bene che io ho molto bel canto. — E
allora sì rallegrò molto, € | aperse il’ becco per dire cro ; e il formàggio
gli cadde di bocca. Quando la velpe ebbe il formàggio, non curò più del suo
can- ; tare, anzi se ne andò co "1 formàggio, e se lo mangiò. L’olmo e la
zucca. pri (Dalle Satire di Lopovico ARIOSTO). Fu già una zucca, che montò
sublime in pochi giorni tanto, che coperse” a un pero suo vicin l’ùltime cime.
Il pero una mattina gli occhi aperse, ch’avea dormito uu lungo sonno, e visti i
nuovi frutti sul capo sederse, le disse: Chi sei tu? come salisti qua su? dove
eri dianzi, quando, lasso, al sonno abbandonai questi occhi tristi? Ella gli
disse il nome, e dove al basso fu piantata mostrolli; e che in tre mesi ‘ quivi
era giunta accelerando il passo. - Ed io (l’arbor soggiunse) a pena: ascesi ] a
questa altezza, poichè al caldo e al gelo con tutti i venti trenta anni
contesi. _ Ma tu che a un volger d’occhi arrivi in cielo, rènditi certa, che
non meno in fretta | che sia cresciuto, mancherà il tuo stelo. La iuùcciola.
(GASPARE Gozzi) Non ho io, diceva ad alta voce una lùcciola, questi fuoco di
dietro che risplende? Ora che fo io qui in tem! perchè non volo su le sfere a
rotare questi miei nobilissini raggi dal levante al ponente e a formare una
nuova stella fr le altre mic sorelle del cielo? Amica, le disse un vern fl: -cello
che udì i suoi vantamenti, — finchè con quel tuo splèn- dido focherello stai
fra le zanzare e le farfalle, verrai onorata; ma se salì ove tu di’, sarai
nulla. - La Pà ràbola o La Paràbola (parola greca che vuol dire simnili- tudine
è come una fàvola, e perciò. quello che è detto della fàvola vale anche per la
pa- ràbola: senonchè l’azione, nella paràbola avviene di Sélito fra uòmini; ed
è più solenne. Le più belle pà&- ràbole sono quelle dell’ Evangelo, con cui
Gesù Cristo cercava di far capire che cosa è il perdono, la giu- stizia,
l’amore del pròssimo, la vera carità, ecc.: tutte cose che sèmbrano facili; ma
sono invece molto dif- ficili. Hi viandante di Gerico vangoo di San Luca. Un
uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico, e incappò negli assassini, che gli
levàrono ogni cosa; e lo lasciàrono mèzzo morto, càrico di ferite. Avvenne che
un certo prete pas- sasse per la medèsima strada; lo vide, e tirò via. Anche un
levita (2), che passò di lì, lo vide, e tirò di lungo. Ma arri- vato un
viandante Samaritano, e visto il disgraziato, ne . senti pietà. E
avvicinàtoglisi, gli fasciò le ferite, acpergendolo Non è inùtile avvertire che Gesù Cristo, al
pari di altri grandi uò- mini, operò, ma non scrisse. Scrìssero i discèpoli; e
le dottrine e la vita e gli esempi ci fùrono tramandati specialmente da San
Marco, San Luca, San Matteo, San Giovanni (evangelista); e i loro libretti si
chiàmano Evangeli e si assomìgliano. Evangelo è parola greca che vale duona no-
. vella, cioè l’annùnzio della parola santa di Cristo. Sono capolavori, anche
per arte naturale, di sublime semplicità: ma da noi poco si lèggono, forse per
la vieta opinione che sono libri di Chiesa. (2) Sacerdote degli Ebrei. i (8) I
Samaritani, abitanti di Samària in Palestina, èrano tenuti in di- sprègio dagli
Ebrei. . d’òlio e di vino; poi caricàtolo sul suo cavallo, lo portò al- l’
albergo, e lo curò. Il giorno dopo tirò fuori due monete, e dàtele all’oste,
disse: Custodìscilo, e quel che spendi di più, ti rimborserò quando torno. Chi
di questi tre pensi tu che fosse prossimo a quello che incappò negli assassini
? La Novella. La Novella è una breve, ma vivace e bella nar- razione di un
fatto umano notèvole (vero o verosimile o anche fantastico): il suo scopo è
quello di dilettare ed anche di ammaestrare (1). Essa è come un piccolo quadro
della vita, generalmente con un’ unica azione (2). I più céèlebri novellieri
italiani sono: Il Novellino (di ignoto autore del sècolo XIV) o li bro di del
parlar gentile: raccolta di brevi novelle, sèmplici, argute, ricavate da fatti
veri o da leggende del tempo. (Capalivaro della nostra letteratura, che
dovrebbe èssere meglio conosciuto). Boccaccio di Certaldo (Firenze) in cento
novelle, raccontatein dieci giorni (Decameron) da sette donzelle e tre giòvani,
espone con grande arte e profonda conoscenza della vita e del cuore umano,
fatti storici o leggendari o della cronaca del suo tempo. Questo novelliere,
che fu maestro di nostra Iingua, ebbe moltissimi imitatori in Itàlia e fuori, e
fama in tutta Europa. Gl’antichi per novella intèsero fatto nuovo, 0 bizzarro,
o in qualohe modo memordbile: dunque piacèvole sempre. La novella è comune a
tutte le letterature moderne; e molti sono quelli e quelle, i quali si pròvano
nella novella, ritenendo èssere questa forma fàcile di arte. Sembra, mi così
non è! Senza una naturale disposizione dell'ingegno, abilità di rèn- dere per
iscorci, di far risaltare per effetti di chiaroscuro; e soprattutto senza
paziente esercìzio o tècnica, non è fàcile riuscire nella novella; st pure non
si ha per fine di annoiare i lettori. Le novelle del Boccàccio sono anche oggi,
se non tutte, quasi tutte attraentissime. Sono dunque una grande òpera d’arte
se hanno po- tuto resistere vive e belle dopo tanti sècoli! Ma non tutte sono
lettura degli anni giovanili. Il Boccaccio, di sòlito, adòpera un suo gran
perio- dare all’ antica. Più che lèggerle, converrebbe udirle lèggere, da
pacato e àbile lettore, quasi rinnovando ‘il modo in cui l’ Autore immàgina che
le dette no- velle siano state recitate dai dieci giòvani, dilettosa- mente,
nella serenità della primavera, e nel DIRI di una bella villa fiorentina. Sacchetti
racconta in vivace lingua fiorentina, quasi simile alla parlata, avventure,
casi, beffe, anèddoti, argute risposte del suo tempo. Fra i moltissimi
novellieri italiani antichi, che dal più al meno seguirono il Boccàccio, deve
èssere ricordato Matteo Bandello di Castelnuovo Scrivia. E così fra le più
famose raccolte di novelle dèvono èssere ricordate le Mille e una notte,
novelle orien- tali, fantàstiche e insieme umane, del sècolo XV, po polari in
tutta Europa anche oggi (1). o Fra i novellieri del tempo nostro (2) hanno buon
Li Introdotte in Europa dal Gallant,
ricostruite da I. Mardrus. La novella
moderna è diversa dall’antica specialmente per questo; nella novella antica è
il noveliatore o un supposto novellatore, che espone il fatto: (Dovete sapere,.C'era
una volta. Nella novella moderna, in- vece, si introdùcono i personaggi ad
operare, come in un dramma, e per- ciò il diàlogo vi abbonda (anche troppo!)
Novella d’arte e novella popolare. Quando i casi della novella sono raccontati
in modo da produrre maggior offetto, e per belle descri- zioni, e per
osservazioni filosòfiche, e per potenza di « situazioni », cioò dello stato in
cui si tròvano i personaggi, si dico novella d'arte, cioò vi appare l’arte o
virtù dello scrittore: ne fu maestro il Boccàccio. Quando invece la narrazione
corro piana, fàcile, come racconta il pòpolo, e 1’ ef- fetto nasce
spontaneamente dalla vicenda doi fatti, si dice novella po- polare. rali n e di
ife n nome: Pietro Thouar, Renato Fucini, Giovanni Verga, Luigi Capuana, Emilio
De Marchi, Gabriele D’ An- nùnzio, Ugo Oietti, Gràzia Deledda, Luigi
Pirandello, Marino Moretti ed altri (1). Racconto significa press’ a poco come
novella. Bei racconti e gentili ha la nostra letteratura, di natura popolare,
cioè narrati, per così dire, presso il focolare doméèstico. Parecchi di essi
sono consegnati alla scrittura. Fiaba è detto più specialmente quel racconto
che con- tiene alcunchè di meraviglioso (incanti, fate, maghi). Bozzetto (da
bozza = abbozzo): quadretto o sce- netta quasi abbozzata: specie di tènue
racconto. Esèm- pio: I Bozzetti Militari del De Amicis. i Anèddoto (parola
greca che vuol dire, cosa n0n conosciuta, non èdita) è un racconto breve e
piacéè- vole di un fatterello di qualche importanza, o per sé o per la persona
(di sòlito illustre) a cui si riferisce Leggenda: racconto meraviglioso e
popolare intorno a qualclie santo od eroe. La leggenda di Enea che viene in
Itàlia, di Marco Furio Camillo che vince i Galli, ecc. (2). Famose sono,
nell’evo mèdio, le leg- gende intorno ai Santi, che dièédero un capolavoro nei
(1) Novellieri francesi: Carlo Perrault ** sec. XVIII (I racconti, tradotti
bene dal Collodi); Alfredo de Musset (Racconti e novelle), Guido di Mau-
passant (Novelle), Pròspero Merimée (Colomba e altre novelle), Andàtolio
France. Inglesi: Carlo Dickens (Il grillo del focolare), Kipling (I racconti
della Iungla\, Oscar Wilde (vai!) Il principe felice e altri racconti.
Ricchìssima è la novellistica russa, Leone Tolstoi, Korolenko, Cecof,
Turguenef; Tedeschi: Hoffmann, i fratelli Grimm * (popolarìssimi), Auer- bach*;
il danese Andersen; Americani Edgardo Poe (celebèrrimo) e Marco l'win (fuain)
umorista. (2) La stòria Romana è piena di mirabili ieggende, le quali, se anche
non sono vere, spiègano perchè quel pòpolo fu il più gran pòpolo del mondo. A
torto oggi neglette nelle scuole. Esse sono raccolte, santamente, dal grande
stòrico di Roma, Tito Lìvio (vedi il cap. su Epopea). A e En ee eEe=_em= 7” PP —_—€ Fioretti (cose scelte) di San Francesco, e
nelle Vite dei Santi Padri di frate Domènico Cavalca. Mito- narrazione antica e
favolosa, spesso oscura di senso, intorno agli Dei e ai loro rapporti con gli
uòmini. Esbmpio : Îl mito di Orfeo che rende mansuete le belve col suono della
lira. Il mito di Promèteo, incatenato sul Càucaso, per avere rubato il fuoco a
Giove. Il mito di Pandora che reca” agli uòmini l’ ànfora con entro tutti i
mali. Novella di Franco Sacchetti. Messer Bernabò signor di Milano, fu temuto
più che altro signore: e comechè fosse crudele, pure nelle sue crudeltà avea
gran parte di giustizia. Fra molti de’ casi che gli avvènnero fu questo : che
um ricco Abbate, avendo commessso alcuna cosa di negligenza di non aver ben
nutrito due cani alani, che èrano diventati stizzosi, gli disse che pagasse
scudi quattromila. Di che l’ Abbate cominciò a domandare misericòrdia. E il
detto Signore, vedendolo domandare misericòrdia, gli disse: Se tu , mi fai
chiaro di quattro cose, io ti perdonerò in tutto. E le” | Cose son queste: che
io voglio che mi si dica quanto c'è di + nach ii i qui al cielo: quant’ acqua è
in mare: quello che si fa in in- ferno: e quello che la mia persona vale.
L’Abbate, ciò udendo, . cominciò a sospirare, e pàrvegli èssere a peggior
partito che prima ; ma pur, per iscampare dal furore e avanzar tempo, disse che
gli piacesse dargli un tèrmine a rispòndere a sì alte cose. E il Signor gli
diede tèrmine tutto il dì seguente: e, come vago d’udire il fine di tanto fatto,
gli fece dare sicurtà del tornare. L’ Abbate pensoso, con gran malinconia tornò
alla badia, soffiando come un cavallo quando ha ombra. E giunto là, scontrò un
suo mugnàio : il quale, vedèndolo così affitto, disse: Signor mio, che avete
voi, che voi soffiate così forte? Bernabò Visconti, signore di Milano, andò
famoso per le sue crudeltà, Fra le sue bizzarrie feroci è ricordata questa: la
sua passione pei cani. E questi cani affidava ai sùdditi, e guai a chi li
ingrassava troppo o li faceva dimagrare|! (2) Prende ombra. — P.Manualetto di
Retòrica. Rispose l’Abbate: Io ho ben di che, chè il Signore è per darmi la
mala ventura, se io non lo fo chiaro di quattro cose, che Salomone nè Aristòtile non lo potrebbe fare. Il mugnàio
dice: E che cose son queste? L’ Abbate glie lo disse. Allora il mugnaio,
pensandoydice all’ Abbate: Io vi caverò di questa fatica, se voi volete. Dice
l' Abbate: Dio il volesse. Dice il mugnàio: Io credo che il vorrà Dio e i
santi. L'Abbate, che non sapea dove si fosse, disse: Se tu lo fai, prendi da me
ciò che tu vuoi, chè niuna cosa mi domanderai, che possibil mi sia, che io non
ti dia. Disse il mugnàio : Io lascerò questo nella vostra discrezione. O che
modo terrai? disse l’Abbate. Allora | rispose il mugnàio: Io mi vòglio vestir
la tonica e la cappa vostra, e raderommi la barba: e domattina, ben per tempo,
anderò dinanzi a lui, dicendo che io sia l’Abbate; e le quattro cose terminerò
in forma, ch'io credo farlo contento. L'Abbate parve mill’ anni di sostituire
il mugnàio in suo luogo: e così fu fatto. Fatto il mugnàio Abbate, la mattina
di buon'or si mise in cammino. E giunto alla porta, là dove entro il Signor
dimorava, picchiò; dicendo che quel tale Abbate voleva rispòu dere al Signore
sopra certe cose, che gli avea imposte. Il Si gnore, volonteroso d’udir quello
che l'Abbate dovea dire, e me- ravigliàndosi come sì presto tornasse, lo fece a
sè chiamare. È giunto dinanzi a lui un poco al barlume, facendo reverenza,
occupando spesso il viso con la mano per non esser conosciuto, fu domandato dal
Signore se avea recato risposta delle quattr: cose, che l’avea addomandato.
Rispose: Signor sì. Voi mi doman daste quanto ha di qui al cielo. Veduto
appunto ogni cosa, egli è di qui lassù trentasei milioni e ottocento
cinquantaquattro mila, e settantadue miglia e mezzo, e ventidue passi. Dice il
Signore: Tu l’hai veduto molto appunto : come provi tu questo! . Rispose:
Fatelo misurare; e se non è così, fàtemi impiccare pe la gola. Secondamente
domandaste quant’ acqua è in mare Questo m'è stato molto difficile a vedere;
perchè è cosa che non sta ferma, e sempre ve n’entra; ma pure io ho veduto DA
1} Salomone, re degli Ebrei, famoso per la sua giustìzia e sapienza Aristotile, il più gran filosofo antico. (8)
Ecco un esèmpio di anacoluto, così frequente nelle forme popolari. (4) Il
mugnàio, travestito da abate... Ten ni Sl risilira el OSa die te O Re ag - ng che nel mare sono venticinque mila e novecento
ottantadue di milioni di cogna (1) e sette barili e dòdici boccali, e due bic-
chieri. Disse il Signore: Come il sai? Rispose: Io l’ ho veduto il mèéglio che
ho saputo. Se non lo credete, fate trovar de’ ba- rili, e si misuri. Se non
trovate èssere così, fàtemi squartare. Il terzo, mi domandaste quello che si
facea in inferno. In inferno si tàglia, squarta, arràffia e impicca ; nè più nè
meno come qui fate voi. Che ragioni rendi tu di questo ? Rispose: Io favellai
già con uno che vi ‘era stato; e da costui ehbe Dante fiorentino ciò che
scrisse delle cose dell’ Inferno; mu egli è morto ; se voi non lo credete
mandàtelo a vedere. Quarto, mi domandaste quelio che la vostra persona vale; ed
io dico che ella vale ventinove da- nari. Quando messer Bernabò udì questo,
tutto furioso si volge a costui, dicendo : Mo' ti nasca il vermoca» (2); son io
così dap- poco, ch’ io non vàglia più d’ una pignatta? Rispose costui, e non
senza gran paura: Signor mio, udite la ragione. Voi sa- pete che.il nostro
Signore Gesù Cristo fu venduto trenta da- nari; fo ragione che valete un danaro
meno di lui. Udendo questo il Signore, immaginò troppo bene che costui non
fosse l’Abbate: e guardàndolo ben fiso, avvisando lui esser troppo maggiore
uomo di scienza che l’ Abbate non era, disse: Tu non se’ l'Abbate. La paura che
il mugnàio ebbe, ciascuno il pensi: inginocchiàndosi con le mani giunte;
addomandando misericordia; dicendo al Signore come egli era mulinaro del-
l’Abbate, e come e perchè camuffato dinanzi dalla sua Signoria era venuto”e in
che forma avea preso l’àbito; e questo . più per dargli piacere, che per
malizia. Messer Bernabò, udendo costui, disse: Mo’ via, poich’'egli t'ha fatto-
Abbate, e sei da più di lui, in fè di Dio, ed io ti voglio confermare; e vòglio
che da qui innanzi tu sia l’ Abbate, ed egli sia mulinaro: e che tu àbbia tutta
la rèndita del monastèrio, ed ello àbbia quella del mulino. E così fece
ottenere tutto il tempo che visse, che lo Abbate fu mugnàio, e il mugnàio fu
Abbate. - Misura per il vino. si Ora ti venga il vermocane (cancro): imita per
più verità 1 Jia sito lombardo. (9) Suvvia: altro lombardèsimo. Il romanzo è la
forma più illustre e più popolare della letteratura moderna. Esso è una
narrazione continuata e piena di arte, che ci pone sott’ècchio, al vivo, molte
vicende della vita o molti fatti fan- tàstici. Perciò, quando esso è ben fatto,
riesce come un grande quadro, pieno di figure, di movimento, di passioni.
"n #£ I romanzi — come vi è fàcile osservare — costituìscono la lettura
più comune, appunto perchè divèrtono, distràggono, commuòvono. ki Molti romanzi
cèlebri sono persino proiettati su lo schermo del cinematografo. | Qui voi potete
fare una domanda: il romanzo deve èssere divertente (bello), o deve anche
istruire (èssere morale?) . Domanda molto difficile ! Certo la prima qualità
del romanzo è quella di èssere diver- fente, cioè òpera d’ arte; e uno
scrittore che pensasse di scrì- ‘ vere un romanzo soltanto per istruire, forse
non farebbe UD romanzo divertente. ! i Ma non tutti i romanzi, anche se belli
(anzi ben pochi fra essi) convèggono ai giovani. Certe fantasie, o certe
rappresen- tazioni della vita disturbano il pensiero del giòvane, che è il via
di formazione. II Romanzo si può dire
nato con le letterature romanze (romané; o neo-latine. Famose le prose di
romanzo nell’evo-mèdio: cioò i prim! romanzi che trattàvano di cavalieri e
dame. Popolari fùrono e sono tut- tora i due romanzi di soggetto cavalleresco,
i Reali di Francia ed il Guerrin Meschino di Andrea da Barberino, del sec. XV.
Il Dòn Chisciotte del Cervantes è il primo dei romanzi moderni. Ma è solo pel
prinoìp!0 del sècolo passato che il romanzo ebbe la sua maggior importanza. La questione è antichìssima e, come tutte le
grandi questioni, n00 è ancora risolta. Oràzio dice che quell’artista ottiene
la più alta classi” cazione (dieci con lode!) il quale sa mescolare il bello
con la morali - (utile dulcîi). I: Manzoni disse: che uno scrittore si deve
proporrg,1'itil! per iscopo, il vero per snggetto. l’inferessante per mezzo. e e ig ,—me --€—€—+6&@ 6-——Pr e” Che
direte di chi volesse piantare una quercia 10 un va30 da fiori? o nutrire un
bimbo con bicchieri di buon vino? Se pròprio sentite il desidèrio di lèggere
romanzi, abbiate la bella virtù di lasciarvi guidare nella scelta dei libri.
Nel lungo elenco che qui mettiamo in nota segniamo con un *, i romanzi più
famosi ; con * * quelli che inoltre pàione più adatti per la lettura giovanile.
ù . Si distinguono secondo l'argomento vàrie spècie di romanzi: ma avvertite
bene che questa, come tutte le altre distinzioni dei gèneri letterari, deve
sssere intesa con molto buon senso. Romanzo di avventura o d’intrèccio: è così
detto quando il principale suo prègio consiste nella varietà, complicazione,
drammaticità dei casi, presentati come verosimili; e per cui rimaniamo sospesi
e commossi sino alla fine. Romanzo storico: è così detto quando casi inventati
sono trasportati su fondo stòrico, o quando la storia è resa più viva e
drammatica con opportuni abbellimenti. Durante il sècolo del nostro
Risorgimento il romanzo stòrico combattè una ben nòbile battàglia narrando le
sventure e le glorie obliate della Patria. / Promessi Sposi di Alessandro Man-
zoni; Le Confessioni di un Ottuagenàrio di Ippolito Nievo; Niccolò de’ Lapi e
la Disfida di Barletta, di Massimo d’Azèglio; La battàglia di Benevento e L’
Assèdio di Firenze, appassionati (sin troppo!) romanzi di Domènico Guerrazzi.
Romanzo sociale: spesso il romanzo, specialmente a base di stòria, intende
rappresentare le ingiustizie c 1 difetti dell’umana società, e si dice soci«/e.
(Leggendo questi romanzi i giovani si entusiasmàno dal desidéèrio di rimediare
ai mali e alle ingiustizie. Ma queta è cosa molto difficile). Romanzo èintimo o
psicològico (da psikè = anima): talora non è tanto l’ intrèccio dei casi che
sta a cuore Pe E ti dee tb all autore, quanto l’anàlisi dei sentimenti per cui
i personaggi sono portati ad operare in un modo piut- tosto na in un altro. In
tale caso il romanzo è detto intimo, o psicolbgico. - > La Stòria. Stòria è
voce greca che vuol-dire, cosa vedu'a, saputa, giudicata. È una narrazione
ordinata e veritiera di fatti umani, ei n — Altra forma di romanzo, venuto a noi di moda
dalla Frància ed oggi alquanto decaduta, è il romanzo verista o naturalista o
anche detto spe- rimeentale, che consiste in una esagerazione della verità,
cioè nell’ insi- stenza a rappresentare di preferenza certe verità, brutte e
crudeli, a danno di certe altre. Emilio Zola scrisse con tale intento d’arto
alcuni rormanzi sociali e stòrici. Non riportiamo esempi di romanzi per le
ragioni addotte, cioè ch3 i passi avulsi da una grande opera non hanno
efficàcia. Romanzi e romanzieri: Italiani: oltre ai già citati, fante ( Vita
nuova d’ amore), Boccàccio (La Fiammetta\, Andrea da Barberino (Z Reali di
Frància, già citato, e come romanzi possiamo considerare i poemi cavallereschi
del Cinquecento) G. C. Della Croce (Bertoldo e Bertoldino), Fòscolo (Le ultime
lèttere di Iacopo Ortis, Giovanni Ruffini Il Dottor Antònio soritto in inglese; Emilio De Marchi (Demétrio
Pianelli **) Autòbnio Fogazzaro (Piccolo mondo antico *). Giovanni Verga (I
Malaroglia), Collodi (Pinocchio **), D’Annùnzio (L’Innocente), Grazia Deledda
(Zlias Pòrtolu, Canne al vento). Francesi: Francesco Rabolais (seo. XVI)
|Gargantua., Fenelon (Le av- venture di Telemaco), Barthélemy Saint.-Hilaire ,
( Viaggio del giòvane Anacarsi in Grècia), Renato Le Sage (Gil Blas, Il diavolo zoppo), Bernardino di
Saint-Pierre, (Pdolo e Virginia *), Pre- vost (Manon Lescaut, Onorato Balzac
(Eugènia Grandet *, Il padre Goriot, Il mèdico di campagna **) Giòrgio Sand
(pseudòbnimo di baronessa Amantina Dudevant) (Lu piccola Fadette**, Il màcero
del Diavolo **) Gustavo Flaubert (La signora Bovary: Alfonso Daudet (Tartarino
di Tarrascona) Anatòlio France (Il delitto di Silvestro Bonnard **>, Dumas
seniore (I tre moschettieri, ecc. Il conte di Montecristo), Gauthier capitan Fracassa *) Giùlio Verne (Zi giro del
mondo in ottanta giorni, I figli del capitano Grant **). Inglesi: Swift I viaggi di Gùlliver **), Sterne Il viaggio
sentimentale, Tristam Shandy), Goldschmith (/% vicario di Wakefield), Scott,
fondatore del romanzo storico (Zvankoe *), La bella fanciulla di Perth) Dickens
(Pichiwick *, David Copperfield; Eliot,
pseudbnimo di Evans Thackeray (La fiera delle vanità). Russi: Nicola Gogol (Le
anime morte), Tedoro Dostojewski (Delitto e Castigo), Leone Tòlstoi (Guerra e
Pace) 1° sii rt degni di èssere ricordati, e studiati nelle loro cause e nei
loro effetti. a, Avvertenza: questa cosa è molto fàcile a dire, e molto
difficile a fare. Pigliate per esèmpio la stòria di un ùnico fatto, ràccontato
da due o più scrittori e osserverete che non è giudicato ugualmente. Poi,
vedete! I Greci credèvano che i fatti umani fossero regolati dal Destino o Fato
e dalla invidia degli Dei; i credenti in Dio hanno fede in una forza che tutto
predispone a fine di bene (Divina Provvidenza); molti moderni crèdono che siano
gli uòmini con la loro ragione a regolare la storia come un mac- chinista
governa una màcchina; molti altri crèdono invece che la storia cammini per
conto suo, quasi senza il macchinista. V’è chi crede che la stòria si ripeta
come i cerchi di una linea a spirale. Insomma sono cose così difficili che è
già molto farne un cennò soltanto. l Gli antichi stòrici greci e latini
volèvano che le loro stòrie fossero anche belle e piene di ammaestra- menti
(2). Tali fùrono fra i Greci Erddoto (padre della Famosa è la definizione della stòria, fatta da
Cicerone: La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della
memòria, maestra della vita, annunziatrice delle cose antiche (De Orat.:. Bella
pure nella bizzarria sua pèdantesca e grottesca è la definizione del Manzoni:
L’hi- storia si può veramente definire una guerra illustre contro il Tempo,
per- chè toglièndoli di mano gli anni suoi prigionieri, anzi già fatti
cadàveri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in
battaglia. {E un istinto dell’ uomo quello di tramandare ai futuri udbmini le
cose che sa e che rèputa lodèvoli o biasimèvoli dell'età sua: la stòria può
-sSombrare perciò come un prolungamento della vita. Un pòpolo che bene conosca
la sua stòria è certo un pòpolo altamente civile, anche ammosso che non Sia del
tutvo vera la definizione su riferita di Cicerone). Ciò è così poco conforme al tempo nostro, che
in un libro desti- nato ai gidvani ed alle scuole, trovo queste esagerate
espressioni: « Oggi, 8ì pensa che la stòria contiene in se stessa il pròprio
fine; essa è \ùtile in sò e per sè, e non ha bisogno di moralizzazioni
artificiali ». Non Si creda però cho gli antichi trascuràssero la verità.
Eròdoto viag- giò le terre d’ Oriente prima di scrìvere. ‘l'ucìdide, ateniese,
è tale, che storia), Z'ucìdide, Senofonte, Plutarco: tali fùrono fra i Latini
Sallùstio, Tito Làvio, Tacito. Gli storici moderni ricèrcano nelle loro stòrie
spe- cialmente la verità e la imparzialità, e perciò gran- dissimo è lo stùdio
dei documenti," cioè delle prove che sèrvono a giustificare il loro
scritto. Ma per quanto un libro di stòria sia pieno zeppo di documenti, esso
vale poco assai, se lo storico non è anche artista: cioè se non ha la virtù di
far rivivere gli uomini con le .loro passioni, e di rappresentare i fatti col
loro mo vimento, calore e colore. Questi documenti e prove . si chiàmano fonti
della storia. 3 Esse sono: La tradizione, cioè il racconto tramandato da padre
in figlio (leggende, canti popolari, testimonianze verbali o scritte, ecc.). I
monumenti (edifici, rovine, armi, tombe, archi, ecc.) che si dicono muti se non
hanno segni di parole o iscrizioni, par lanti se ne hanno. I documenti
(diplomi, lèttere, decreti, dispacci, incartamenti dei processi, proclami,
carte e pràtiche delle autorità civili e. militari, che si consèrvano in uffici
appòsiti, detti Archivi). La stòria, per éssere chiara, si vale della geografia
e della cronologia = (èrdine dei fatti nel tempo) che sono chiamati î due occhi
della stòria. 74 narrando le guerre tra Atene e Sparta, mal si distingue di
quale nazione egli sia. Tito Lìvio accòglie bensì molte leggende, a cui oggi
più non pi presta fede e a torto si trascùrano: ma senza quelle fàvole mal si
com- prende la verità di quel pòpolo ùnico al mondo che fu il pòpolo di Roma. Lo stòbrico, si dice, deve essere obbiettivo,
cioè deve dimenticare s8 stesso, le sue passioni e le sue inclinazioni, cosa,
anche volendo, 008 diMcoile, che potremmo dire impossìbile. (2) Si vale anche
di molte altre scienze, sempre allo scopo di ricercare il vero, e specialmente
delle scienze naturali “che stùdiano l’uomo: poi della archeologia (stùdio
degli oggetti antichi), della numismagatica (stùdi! ENT ten ‘’T—111_1_ÉÈ nz.
moi pr cit ie cn i n si - re sesta — RR
N e ST i La facoltà della mente di giudicare, confrontare, ecc., allo scopo di
avvicinarci al vero, è detta crìtica (= di- stinzione). Essa è necessaria per
la storia, come per ogni stùdio. Avvertenza: Quando noi diciamo stòria seuz'
altro, inten- diamo la stòria di un pòpolo nel cammino della vita, cioè delia
sua civiltà, cioè la sua storia civile; altrimenti diciamo storia militare,
stòria letterària, stòria ecclesiastica, ecc. ecc., ehe sono come stòrie minori
e particolari ricavate dalla grande storia civile. Divisione della storia
secondo i tempi..Un antico uso Îscolàstico ci porta a dividere la stòria così:
Stòria antica : dalle origini della civiltà alla caduta dell’ Impero romano. Si
divide in orientale, greca e romana. Storia medievale : dal 476 dòpo Cristo ala
scoperta dell’ Amèrica e ad altri grandi fatti. Storia moderna: dal 1492 alla
Rivoluzione Francese. - Storia contemporànea: è quella dei nostri sini
Divisione della storia secondo l’estensione con cui è trattata. Secondo un
altro uso o convenzione sco- làstica, la storia si divide così: Storia
universale (tutti i tempi e tutti i pòpoli), Stbria generale (tutti i pòpoli in
un dato tempo. oppure un pòpolo in tutti i tempi). delle antiche monete), della
filologia (stùdio delle linguo), dell’ etmografia (S8tùdio delle razze umane),
della s/atistica (stùdio dei fatti umani mediante i dati numèrici). Elencare i grandi fatti che sègnano la fine
dell’eyo mèdio e il prin- °»o dell’evo moderno trovai sempre cosa utilissima e
fàcile. Discesa da Agi VIII: caduta di Bisànzio in mano ai Turchi (1458);
formazione delle grandi Monarchie europce; stampa, riforma, armi da fuoco, la
grande Rinascita, glòria itàlica e luce del mondo. ì Stòria particolare (di un sol pòpolo in un
sol tempo). . Stòria comunale o municipale (di una sola città). Biografia (di
un solo personàggio). Monografia (di un solo fatto stòrico). La Crònaca: è un
nome più modesto che prende la storia, quando essa si limita alla sèmplice
registra- zione, per òrdine di tempo, dei fatti successi. E questa è cosa molto
più fàcile della vera e pròpria stòrià La crònaca era comune nel passato; e
molte e bellis sime crònache ha l’evo mèdio. Ricordiamo le Crònache di Dino
Compagni e di Giovanni Villani. [Il gior- nale e la rivista, forme potentissime
e moderne della storia di giorno in giorno (2), hanno tolto importanza all'uso
antico di registrare ] fatti per conservarne membòoria]. Gli Annali: sono
stòrie in cui gli avvenimenti sono narrati anno per anno. Avvertenza: Anche un
giovanetto può intèndere che la stòria tanto più è bella ed attraente, quanto
più avvicina e ingran- disce al vero cose e persone e loro azioni ed affetti;
perciò le storie che in poche pàgine riassùmono sècoli di stòria, sono piuttosto
manuali, riassunti stòrici, necessari nell’uso scolà- stico, ma non tali da
innamorare di questo nobilissimo tra gli studi. Esempi di biografie: Le vite
parallele di Plutarco; La vita di Ca- striùccio Castracani di Nicolò
Machiavelli; Le vite degli eccellenti pittori, scultori, architetti del Vasari.
Il giornale moderno è anche un prodotto
della scienza e del pro- gresso dei tèmpi nostri. Senza il telògrafo, il
telèfono; la telegrafia sensa filo, le grandi màcchine per comporre e stampare
rapidissimamente, le ferrovie, ora gli aeroplani, per diffondere nel giorno
stesso il giornale, questo non sarebbe possìbile. Il giornale è crònaca del
mondo intero, ed è anche stòria. Ne è prova il fatto, che, nel giudicare gli
avvenimenti non esiste conoòrdia. I giornali raccolti e ordinati, come si
consèrvano nelle biblioteche, Si pòssono considerare quali fonti della stòria. Gli Annali di Tàcito, gli Annali d’ Itàlia del
Muratori. E, Vita di Dante Alighieri di-Giovanni Villani, cronista del sècolo
XIV. Nell'anno 1321 del mese di settembre il dì di S.ta Croce, morì il grande e
valente poeta Dante Alighieri di Firenze, nella città di Ravenna in Romagna,
essendo tornato d'amba- : scerla di Venèzia, in servizio dei signori da
Polenta, con cui T_T e ere e e e E E e Te dimorava. In Ravenna, dinanzi alla
porta della chiesa de’ frati minori, fu seppellito a grande onore, in àbito di
poeta e di gran filòsofo. Questo Dante morì in esìglio del comune di Firenze in
età circa di 56 anni. Fu grande letterato, quasi in ogni scienza, fu sommo
poeta e filòsofo e retorico; nobi- lissimo dicitore, e in rima sommo, con più
pulito e bello stile che mai fosse in nostra lingua. Fece in sua giovanezza, il
libro della « Vita nuova d’amore ». E fece la Comèdia, ove in pulita rima, e
con grandi e sottili questioni morali, natu- rali, astrològiche, filosòfiche e
teològiche, e con belle compa- razioni e poesie, compose e trattò in cento
capitoli, ovvero canti, dell’ èssere e stato dell'inferno, e purgatòrio e
paradiso, così altamente, come dire se ne possa; siccome per lo detto suo
trattato si può vedere ed intèndere da chi è di sottile in- telletto. Bene si
dilettò in quella Comèdia di garrire e sclamare a guisa di poeta, forse in
‘parte più che non si convenìa; ma forse il suo esiglio gliele fece dire. Fece
ancora la « Monar- chia », ove con alto latino; trattò dell’ officio del Papa e
degli Imperatori. Altresì fece un libretto che intitolò « De Vulgari. Eloquèntia
» ; ove con forte e adorno latino e belle ragioni, riprova tutti i volgari
d’Itàlia. Questo Dante per suo sapere fu alquanto presuntuoso e schifo e
isdegnoso, e quasi a guisa di filbsofo mal grazioso, non bene sapea conversare
coi làici; ma per l’altre sue virtù e scienza e valore di tanto cittadino, ne
pare che si convenga di dargli perpètua memòria in questa nostra cronaca, con
tutto che le sue nòbili òpere, lasciate a ‘noi in iscrittura, fàcciano di lui
vero VORELIRARIO, e onoràbile alla nostra città. Stèrici italiani sono: Nicolò
Machiavelli e Fran- cesco Guicciardini, Vico e Muratori, Colletta, Balbo, Amari,
Cantù, Cattaneo, Vannucci, Cèsare. Nobillssimi storici ha il nostro
Risorgimento, e fùrono in gran parte uòmini che vissero in mezzo a quelle
gloriose vi- cende, combatterono, soffrirono; e ci lasciàrono memòrie e ri-
cordi individuali. Ai principali di essi accenniamo qui appresso. Forme minori
di storia: (diciamo minori, non perchè sihno meno belle e meno degne, che anzi
sono fra le letture più attraenti, ma perchè hanno meno: gravità ed ampiezza e
più facilità e familiarità). La Autobiografia (dal greco autòs = stesso e bdio-
grafia); è il racconto che un personaggio illustre fa della sua vita. La Vita
di Benvenuto Cellini (òrafo e artista famoso e av- venturoso del Cinquecento),
La vita scritta da se stesso di Vit- torio Alfieri, Le Memòrie di Carlo
Goldoni, I Miei Ricordi di Massimo D’Azèglio, I Ricordi autobiogràfici di Duprè,
scultore, Le Membòrie di Garibaldi. I libri di viaggi, narrati dallo stesso
viaggiatore ec scopritore. Esèmpio: il famoso Milione (viàggio dei fratelli
veneziani Polo, fra cui Marco, in Cina, nel l’evo-médio). di Muratori raccolse
in un’ò pera di gran mole, Scrittori d' Itàlia (Re- rum italicarum scriptores),
tutte le stòrie inèdite ed obliate che valèvano a conòscere l’evo-médio. Storici *rancesi: Giùlio Michelet (Storia di
Francia) Augusto ‘Thierry (Itacconti de Merovingi) Ippòlito Taine (Le origini
della Francia contempòranea), Adolfo Thiers (Stòria della rivoluzione
francese), Pietro Do La Gorge (La storia del secondo impero), Fustel de
Coulange (La - cutà antica). ‘Inglesi: Gibbon (Storia della decadenza dell’ ina
Romano), Carlyle (Storia della rivoluzione francese), Trevelyan (Garibaldi).
‘l'edeschi: Teodoro Mommsen, che attese allo stùdio dell’antica Roma.
Gregoròvius (Roma nell’ evo-mèdio), Treitschke, (Storia della Germdnia nel XIX
sècolo), Bernhardi (Il nostro avvenire). i Famose le Confessioni di Sant'Agostino,
dottore della Chiesa. r—€ _È& co Ta Il grande nùmero di viaggi e di
scoperte (Africa, Polo Nord), compiuti in mezzo ad infiniti perìcoli, ha fatto
nàscere bellissime e famose relazioni di viaggi. Ricordi, Memòrie, Note,
Commentari, di un per- sonàggio che prese parte ad avvenimenti importanti.
Cèlebri i Commentari della Guerra gàllica di GIULIO (vedasi) Cesare, brevemente
dettati come si crede dal sommo guerriero. Ricca di tali òpere è la storia del
nostro Risorgimento, e sono ben degna lettura 03 ita- liano degni. Le mie
prigioni di Silvio Pèllico; I volontari e bersaglieri lombardi di Emilio
Dàndolo; Memòrie di prigione di Luigi Pastro; Noterelle di uno dei Mille di
Cèsare Abba; Le Memòrie di Felice Orsini; I Mille di Giuseppe Bandi.
‘Epistolàrio o lèttere, o cartèggio: è la raccolta delle lèttere di qualche
illustre personaggio. Le Léttere di Camillo Cavour, l’ Epistolàrio di Giuseppe
Maz- zini. Cèlebri sono gli Epistolari di Torquato Tasso, di Giàcomo Leopardi.
Dalle Léèttere, dai Ricordi o Memòrie trae grande profitto la storia. Epigrafe:
è un componimento molto vicino alla storia: è* un breve scritto, destinato ad
èssere inciso in marmo od in bronzo a ricordanza di uòmini o fatti illustri. |
La maggiore brevità ed efficàcia è massima lode dell’ epì- grafe. La lingua
latina si presta stupendamente a tale brevità, è ciò spiega perchè anche oggi
si dèttino cpigrafi in latino. Il TRATATTO logico-filosofico che H. P. Grice
mai ha scritto è una esposizione ordinata ed àmpia di qualche arte o scienza.
In antico per dare al Trat- tato più bellezza e vivacità, fu usata la forma del
diàlogo. Trattati famosi sono: il Prìncipe di Nicolò Machiavelli (che tratta
dell’ arte di governare i pòpoli). La Scienza Nuova di Giambattista Vico (che
tratta della storia del gènere umano). Il Galateo di monsignor Giovanni della
Casa (che tratta delle règole della buona creanza e fu chiamato così perchè
l’autore finge di averlo scritto per consìglio di Antònio Galateo, mèdico
napoletano). I Didloghi dei Màssimi Sistemi di Galileo Galilei (dove è di- feso
il sistema di Copèrnico del moto della terra intorno al sole, contro il sistema
di Tolomeo, che stabilisce la immobilità della terra). ° I Didloghi di Leopardi
(che trattano di alte que- stioni filosofiche e morali) (2). Il Trattatto
prende anche i nomi di Sdggio o Studio, (1) Considerando gli uòbmini per ciò
che sono-in realtà, non per ciò che si desidererebbe o Bi sogna che slano. °
(2) Cèlebri sono nella letteratura greca i Dialoghi di Platone, in cui sono
esposte le dottrine del gran filòsofo Sbcrate. Presso i Latini, De Ora- tore,
De Officiis, di Oicerone, Dell’arte retorica di QuintilianO. Aggiungi altri
trattati famosi, De Monarchia di Dante, Summa totìus theologiae di Tommaso
d’Aquino,il Trattato della pittura di Leonardo da Vinci. GIOBERTI (vedasi) Del
primato morale e civile degli Italiani, Il rinnovamento civile). Famosi
trattati stranieri sono: Novum òrganon di Bacone di Verulamio di Londra;
Systema naturae di Linneo; De mundi systemate di Niuton; Ricerca della nalura e
causa della ricchetta delle nazioni di Smis8; Della origine della spicie per
selezione naturale di Darwin; Esposizione del sistema del mondo di Laplace
(1749-1827); Il culto degli eroi, di Tomaso Carlsle (Carlail); IZ capitale di Marx;
L’oriìgine della tragèdia di MNitzsce. E dopo tanti famo4 nomi di trattati di
cui è molto sapere il nome, Oki si aiuta, Dio lo aiuta (Self help) di Samuele
Sinlles (Smail8s). e se vi abbonda la critica, si dice Saggio o Stùdio critico.
A Si dice Compèndio o Manuale: quando tonino le principali nozioni di qualche
scienza od arte, esposte in modo breve e pràtico. Tali sono i libri scolàstici.
À questo gènere di libri e scritti, destinati ad in- segnare (diddttici),
appartèngono : I Vocabolari o Dizionari, in cui sono registrati i vocàboli, i
modi di dire di nostra lingua: Crusca, Tommaseo, Trammater, e fra quelli
dell’uso, Rigu- tini, Fanfani, Petrocchi, Melzi. Lessico: si dice specialmente
dei dizionari delle lingue an- tiche. Glossàrio : si dice specialmente dei dizioni che
spiègano le parole mat note, poco comuni, barbàriche. La enciclopedia = =
circolo completo delle umane cognizioni, cioè grande òpera, distribuita a modo
di dizionàrio, che contiene le cognizioni più importanti di tutti i rami dello
scibile — Storicamente cèlebre la Encyclopédie francese, che preparò gli animi
ele menti alla Rivoluzione di Frància. Le grammdàtiche, le opere di retdrica.
Le antologie (che in greco vorrebbe dire raccolta di fiori, e si dicèvano anche
fiorilegi): raccolta scelta di sentenze; brani o passi di autori. Altri scritti
didàttici, ma in cui più specialmente si richiédono le facoltà della crìfica
(cioè del distin | guere il bello, il vero, il buono), e che perciò si di- _-
Cono scritti critici, sono: lee I Il
dizionàrio della Nuova Crusca, fa testo in matèria di lingua. Sul tipo pràtico del dizionàrio francese, del
Larousse. Da glossa: voce greca che vale lìingua, nel senso «di interpreta-
zione, spiegazione >. sù 40 Il commento: note, illustrazioni, spiegazioni
delle òpere dei grandi poeti e scrittori. La recensione : esame, notizia e
giudizio di un’òpera. L’ articolo: brutto francesismò, accolto nell’ uso :
indica uno scritto vicace, efficace, nei giornali, che tratta di politica, di
arte, di scienze. Polèmica (dal greco pòlemos = guerra) o artìcolo polèmico, è
detto lo scritto dei giornali, vivace, spesso violento o satirico in
contraddizione con altri scritti. Apologia (che in greco vuol dire difesa): è
uno scYitto in difesa dell’òpera propria in risposta ad ac- cuse mosso da altri.
Orazione. ssa è l’arte di parlare al pùbblico in modo ‘elo- quente così da
commuovere e quindi indurre ad ope- rare in determinato modo. L'arte oratòria è
antichìs- sima: essa fu con speciali studi onorata dai due grandi popoli, i
Greci ed i Romani, che ci dièdero i due sommi orutori Dembstene e Cicerone.
L'arte oratoria è, per così dire, un” arma potentis- sima; ed è desiderabile
che coloro che hanno da na- tura il prezioso dono della eloquenza, se ne
vàlgano a persuadere cose buone e giuste. La orazione si dice politica quando è
tenuta nelle pubbliche assemblee, comizi, parlamenti, ecc. Senza libertà (4),
non può fiorire l oratoria politica: Esegesi: spiegazione orìtica di spare famose e
di difficjle AILSEDIE: tazione. L’Apologia di Sòcrate (famosìssima
nell'antichità), 1’ Apologia di Lorenzino de’ Medici. L’ eloquenza, cioè, a un di presso, Za
facilità di parola, è dono ns- turale e che si può perfezionare con l’arte:
solo così ha valore l’antico motto, oratore si diventa, poeta si nasce. (4)
Nella nostra società, governata a Gemocrazia, l’oratbria è mozzo potentìssimo
per operare e riuscire nei propri intenti. : Forense : dista è tenuta nei
tribunali (detti in latino forum = fòro, che vale piazza, essendo gli ‘antichi
tribunali in luogo aperto) . : Sacra: quando è tenuta nelle chiese e dal
pergamo; L prende diversi nomi: omelia = sermone di un vè- | scovo ai fedeli;
panegirico = discorso di encòmio ad im santo; prèdica = discorso tenuto in
chiesa intorno i a una verità della religione. | Accadèmica: quando è tenuta
nelle accadèmie 2). ‘ Tali, ad esèmpio, si considerano le lezioni dalla
cAttedra. . Gli antichi consideràvano anche un’altra spécie di ‘orazione, detta
concione, cioè quella dei generali ai : | Soldati. Essa doveva consìstere in
poche parole ; ma i nelle antiche stòrie le concioni sono ampliate in forma ‘di
discorsi. Garibaldi, Vittorio Emanuele sapèvano rivòlgere ai soldati brevi ed
efficaci parole. Napoleone ‘prima della battàglia delle Piràmidi, osò dire,
addi- fando quei monumenti: « Soldati, da quella altezza quaranta séècoli vi
contèmplano ». i Bella, viva, potente è questa concione del colonnello
Spinelli, prima della battàglia di Ain-Zara (guerra italo-turca). : Il
Colonnello ricorda, chiamAndoli a nome, gli ufficiali e sol- dati che
perdèttero la loro giovinezza nelle stragi e battàglie : ‘deigiorni i innanzi,
poi, snudata la spada nel sole, proseguì : Al cospetto di Dio, in nome del Re,
per delegazione della pàtria lontana, con lo sguardo e la fronte rivolta al
nemico, in questa : trincea unuili dal vostro sanque, io vi consacro prodi e
incido ii vostri nomi “netta storia del Reggimento ». LI | | Requisitoria è la domanda verbale o soritta
del Pùbblico Ministero Da giudizi, Comparsa o Conclusionale il riassunto
scritto di una causa } (civile), |. Da
Aceademo, greco, fondatore della prima Accadèmia, luogo pressue | Atene ove si
radunàvano i filòbsofi e dove insegnò Platone. : Oggi si dice Accadòmia una
società, ben costituita, di letterati o di ' Scienziati (Crusca, ‘Lincei),
ovvero uno Stùdio pùbblico di bello arti o di , Scienze, o ) 10. — P.,
Manualetto di Retorica. Me Proclama : (da proclamare = gridare in ‘pùbblico) è
una potente orazione, solitamente breve, e rivolta ai pòpoli da sovrani, capi
di un governo, o generali in momenti gravi e solenni (1). Memoràbile e da
considerarsi come proclama, il bollettino di guerra: La guerra contro l'
Austria- Ungheria che, sotto l’ alta guida di S. M. il Re Duce Supremo l’Esèrcito Italiano, inferiore per nùmero e
per mezzi, iniziò e con fede incrollAbile e tenace valore condusse,
ininterrotta ed asprìssima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battàglia
ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendèvano parte Divisioni
Italiane, Britànniche, Francesi, Czeco-slovacca ed 1 Reggimento Americano
contro Divisioni austro-ungariche, è finita. I resti di quello che fu uno dei
più potenti esèrciti del mondo, | risalgono in disordine e senza speranza le
valli, che avèvano . disceso con orgogliosa sicurezza (2). Conferenza. A queste
vàrie forme di orazione, ag. giungiamo la conferenza (= colloquio), molto in
onore ai nostri tempi. È un discorso tenuto allo scopo ti in- trattenere
piacevolmente il pùbblico, porgendo alcuna conoscenza su speciali argomenti
(letterari, scientifici, sociali, ecc. ecc.). Gli antichi maestri di retòrica
distinguèvano queste parti del discorso oratòrio, le quali pur non essendo
tutte necessàrie, ricorrono anche nelle odierne orazioni. Esòrdio:
cominciamento, allo scopo di conciliare l attenzione degli uditori. Se
l’orazione era senza : esòrdio e l'oratore entrava impetuosamente e d’ îm-
provviso nell'argomento, si diceva ex abrupto = (tron- cato a mezzo). Detto anche messaggio o discorso. È (2:
Generale Diaz. A iii i nr Proposizione : determinazione dell’argomento, e di-
visione o partizione di esso. i Narrazione: esposizione dei fatti che dièdero
ma- tria all’orazione. l Argomentazione : il ragionamento con cui l'oratore
cerca di acquistare favore e fede dal pùbblico per ciò che sostiene e difende.
Confutazione : l’abbàttere con abbondanza di prove ed argomenti le opinioni
altrui. Perorazione e conclusione : l’ oratore riassume con più forza le cose
dette e cerca con la commozione degli affetti, di vincere l’uditòrio in suo
favore. La Léèttera. La Lèttera (detta in antico anche epîstola), è il
componimento più comune e più frequente. Pochi scri- veranno poesie o novelle:
tutti hanno occasione di scrivere lèttere. La lèttera fu definita una conversa-
Lunbilimizi immer mimti ente nil. ste nare di nose nn n N N PIE PEER EI zione
tra persone assenti (1). Secondo le persone a cui scriviamo, le léèttere si
distinguono in familiari o private, in ufficiali 0 dbu- rocràtiche, ein
commerciali o di affari. Aggiungi. le lettere diplomatiche che tràttano di
grave faccende di Stato. | | Secondo l'argomento, le lèttere sono di ?2nforma-
zione 0 raggudglio, di domanda, di invito, di rin- graziamento, di scusa, di
condoglianza, di augurio, di +r1mpròvero, di congratulazione, ecc. Cicerone. i Brutto francesismo, ma entrato nell’ uso. Si
avverta che in antico spesso fu usata la lèttera per trattaro am- piamente di
questioni di arte, di filosofia, di politica: diretta ad una per- sona, era
copiata e divulgata: tali sono moltéè epìstole di Francesco Pe- trarca.
Sostituiva, préss’a poco, lo soritto del giornale. i sia ° Règole da osservarsi
nelle lèttere. La semplicità e naturalezza sono le doti migliori in ogni gènere
di scrittura; ma nella lèttera la mancanza di semplicità . e naturalezza
formerebbe un grave difetto. La lèttera non deve contenere espressioni scortesì
e villane anche se essa è di rimprovero o biasimo, potendo noi esprimere il
nostro risentimento senza ricorrere a parole sconveféèvoli; tanto più che la
pa-. rola inurbana o minacciosa messa per iscritto, ha ben altra forza che
espressa a voce, e può avere brutte conseguenze. | Nelle lèttere familiari può
convenire, se l'argomento lo permette, una certa festevolezza o lepore così da
rèéndere piacèvole la lettura. La scrittura chiara e fàcile a decifrare si
considera, ‘ a ragione, come "n atto di cortesia e di urbanità. Nella
lettera responsiva, cioè di risposta, conviene osservare se a tutte le
questioni o domande della lèt- tera missiva è stato risposto. | La chiarezza e
la precisione, specialmente nelle lèttere di affari, è cosa da osservarsi anzi
tutto, come diremo a suo luogo. In alto della léèttera, a destra, si scrive la
data, cioè l’ indicazione del tempo e del luogo. Esèmpio: Firenze, 21 Maggio
1910 (Una volta si scriveva addì o lì, cioè ai dì o giorni o li giorni, ma oggi
poco usa). Certe abbreviazioni della data, come sarebbe 25/5/10 (1), sono da
evitarsi. La mancanza di data è indizio d’ inconside- ratezza, giacchè la data
è cosa molto importante e la sua man- canza può dare luogo a dispute e
controvèrsie. Ciò è tanto vero che molti consèrvano anche la busta dove è la
data del bollo (timbro) postale. Nelle lèttere di molto riguardo la data si
pone (1) Cioè 25 Maggio 1910. Per brevità puoi sorìvere, 25. V. ’10, in fondo
alla lèttera. Per facilitare poi la risposta, accanto alla data è buona regola
mèttere il proprio recàpito. Esèmpio : Fi- renze, 25 mdggio, 1910. Via
Tornabuoni, 21. Non solo i com- mercianti, ma anche molti (DEAR usano la carta
con il loro recapito a stampa. / In fondo alla lèttera è la firma (prima ne
nome e poi il cognome!) Nelle lèttere di ufficio e di commèrcio si suole scri-
vere in fondo o in calce il recapito (0 indirizzo, come si dice con brutto
francesismo) della persona a cui è destinata la lèttera. Esèrhpio : Al signor
Conte Giùlio Bentivòglio, Bologna. Questo recàpito si ripete poi su la busta,
con l' in- dicazione della via e del nùmero dell'abitazione. Isèmpio: Bologna,
Via Indipendenza, 24. Il bollo o affrancatura si mette in alto, non dietro, chè
reca noia e pèrdita di tempo agli ufficiali di posta. Dietro alla busta può
èssere elegante un suggello. © Fino a pochi anni or sono usàvano nei recapiti
certi aggettivi alquanto pomposi ed esagerati e certe ripe- tizioni, come ad
esèmpio: A/l° IMlustrìssimo ed Eccel- lentissimo Signore, Il Signor Conte
Giùlio Benti- voglio (1). | . Ma oggi nei recàpiti tende a prevalere la
maggiore semplicità. Spesso il nome è preceduto dal semplice Signor o Egrègio
Signore (2). Tuttavia, con le persone di riguardo, non si pòs- sono tralasciare
senza sconvenienza i dovuti titoli ac- cadèmici come dottore, professore,
ingegnere ; o ca- —r % Alle persone di qualche rinomanza invece di
illustrissimo (Ill.mo) si suole mettere 4/lustre; e qui uno scolaro
intelligente potrebbe pensare perchè mai l’aggettivo positivo vale più del
superlativo: se non anche di questo i//ustre .si comincia ad abusare. Non fàcile è trovare l’aggettivo adatto per
donne: semplicità e cortesia si contràstano. vallereschi come cavaliere.
commendatore; o di. nobiltà come conte, marchese, ecc. (1). Vi sono inoltre
certi appellativi di prammàtica che non dèvono èssere dimenticati. : Ai
Deputati e Senatori si dice onorevole 0 onorè-: vole signore. Ai Ministri, Sottosegretari
di Stato, Ambasciatori, Generali che comàndano un Corpo di esèrcito, ai Pre- i
î sidenti del Senato, della Camera, della Corte dei Conti, : tu delle Corti di
Cassazione, di Appello, si dice Eccellenza. ' i Al Re si dice Alla Maestà del
Re e nella lèttera, . Sire (vocativo). * Ai Principi di. sàngue reale si dice
Altezza Reale. * A] Pontéfice si dice Santità e Santo Sere o Beatìs- simo
Padre. i Cardinali si dice Eminentissimo odi Eminenza. i Vescovi ed Arcivèscovi
si dice Monsignore 0 Eccellenza. Ai Sacerdoti Reverendo o Reverendìssimo.- Alle
persone in gènere di molto riguardo si dice . Illustrìssimo (abbreviato in
Ill). | Giacchè la lèttera è una conversazione, essa co mincia con un vocativo,
che vària secondo ]l’ affetto e la confidenza o la natura della lèttera: Mio
caro, Signor mio, Babbo mio, Caramamma, IU Sig.” Prè ; side, Sìndaco, ecc.
Gentilìssima Signora (si suole l’aggettivo gentile attribuire, per cortesia,
special. mente alle donne), Illustre Signore (se si tratta di persona di molta
rinomanza) (2), Onorèvole, Signore, Eccellenza, Beatissimo Padre. | j i allo Sa
LA st n nei e LL mattine ii iii ri il = ERETTI rt] Abbreviazioni, Dott. Prof. Ing. Cav. Questi
titoli è bene metterli prima del nome e cognome; non a spìzzico, o in mezzo tra
nome e co- guome. Avverto inoltre che il titolo più ragguardèvole può bastare. Dopo
il vocativo si può méttere il punto oppure la rirgola, quindi si va a capo, con
lèttera maiuscola ‘e è messo il punto, e lèttera minùscola se è messa la
virgola. Nelle lèttere familiari dopo la virgola si può seguitare senza andare
a capo o si può incorpo- rare il vocativo nel testo della lèttera. Così che si
può scrivere: Marco mio, quanto mi ha fatto piacere la tua lèttera, ecc. n
Marco mio. Quanto mi ha fatto piacere la tua léttera, ecc. Quanto piacere,
Marco mio, mi ha fatto la tua lettera, ecc. (2). La léttera tèrmina con la
firma, preceduta da un tuo affezionato o affezionatissimo (aff."°) 0 suo
de- votissimo (dev) secondo i casi; o essendo in dime- stichezza, da un
sèmplice fuo o addio. Può la lèttera essere chiusa da un periodetto
convenzionale e gar- bato che sta a sè, oppure è collegato grammatical- mente
col resto della lèttera- Esèmpio: Vogliate sempre un po’ di bene al vo-
stro.... | Vi ama con tutto il cuore il vostro... Saluto tutti e vi
abbraccio... Un bacio di cuore e addio. Sorivendo ad alti personaggi è d’uso
mèttere punto e poi lasciare molto spàzio. I grandi invece scrivendo ai minori,
tòlgono ogni spàzio. Curiosa distinzione molto osservata in antico. (2) Il
punto ammirativo dopo il vocativo è una brutta imitazione del- P uso tedesco:
Signore ! ad State sano, Salute, Salve, sono pure fòrmule di commiato nelle
lèttere. | Si avverta che certe espressioni troppo ùmili, come devotàssimo 0
umilissimo servo vion sono più dell’uso. (Servitore, che ha AR mite senso di
Sen00, è però ancora dell’ uso). Léttera. anònima è una lèttera. senza firma e
spesso con ca- rattere contraffatto : contiene di solito o una delazione, o una
calùnnia, o un oltràggio, o una minàccia: documento, quasi sempre, di viltà
umana. Epistolàrio è la raccolta delle lèttere di qualche illustre personàggio.
Gli epistolari sono di grandissimo interesse perchè ci rivèlano al vero lo
stato d’ànimo di persone famose, che amiamo o ammiriamo. Sono bellissimi gli
epistolari di Cicerone, del Pe- trarca, di Santa Caterina da Siena, di Torquato
Tasso, di Camillo di Cavour, di Giuseppe Mazzini. ‘Gli epistolari degli uòmini
politici sono di grande aiuto per la stòria, come già fu AGO: Lèttere
commerciali e altre scritture affini alle lèttere e di uso comune. Lèttere commerciali:
si distinguono dalle lèttere comuni per maggiore brevità, per l’uso del vo?
(come in Inghilterra ed in Francia), per certe formule e per la più scrupolosa
proprietà di linguaggio. Un’ espres- sione impropria, una dichiarazione ingènua
o non ne- cessària, una’ promessa fatta a cuor leggero, ecc., pòs- sono dare
luogo a disguidi, noie, danni, iuldenze; questioni. Quasi sempre si fa dopo la
morte del personàggio. Purtroppo l’amore
alla brevità e alla proprietà conduce, spesso, nelle lèttere commerciali, ad un
gergo o formulàrio che è grave offesa alla lingua nazionale. Telegramma =
lettera da lontano, 0 dispaccio | è un avviso o un èrdine o una notizia per
mezzo del telègrafo. Suppone in chi scrive urgenza grande. Vi st ométtono
articoli, congiunzioni, segni ortografici’ (stile telegrafico), purchè la
chiarezza non ne soffra danno. Anche un telegramma può aver prègio d’arte
perl’efficace concisione. Alcuni giornalisti sono maestri del gènere. È Il
telegramma deve èssere steso per intero, senza cancellature, non potendo gli
ufficiali di posta nulla ‘Aggiungere o togliere. di . Altre scritture di uso
comune, affini alle lèttere: La domanda (istanza o petizione): lèttera a pùbblici
uffici, allo scopo di ottenere alcuna cosa (im- piego, sussidio, protezione,
ecc.), in via di giustizia o di gràzia. Se si implora gràzia, ha il brutto nome
di supplica. Istanza o domanda di gràzia (linguaggio | @ pràtica giudiziaria).
} Il ricorso : lèttera a pùbblici Uffici o ad Autorità, allo scopo di ottenere
la riparazione di un torto; il | l'iconoscimento di un diritto; o protestare
contro in- | giustizie o danni. Esporre bene' i fatti, le ragioni in sostegno
del pròprio diritto, e nel tempo stesso èssere efficaci, brevi e cortesi, non è
cosa agévole. La relazione : è una lèttera di ragguàglio ad una Autorità o a
pùbblici Uffici, in cui si dà ragione, o di un fatto avvenuto o di un lavoro
eseguito per in- càrico di detta Autorità. Il memoriale. è un richiamo scritto
chiaro, preciso, con opportune indicazioni, ad una Autorità, in riferi- mento
ad una domanda o ad un ricorso. ‘ Rapporto (da rapportare = riferire, narrare),
è uno scritto in cui si riferisce e si ricorre ad una Autorità contro il mancamento
di qualche persona o ufficio, dipendente da detta Autorità. Testamento:
scrittura autèntica con cui si
manifèstano le ùltime volontà. Questo atto, solenne, e spesso uno fra gli
ùltimi dell’uomo, oltre a disporre dei beni e delle esèquie, può contenere
precetti mo- rali, religiosi, politici di alto valore, spècie trattàndosi di
persone potenti ed illustri. Senza dùbbid il testa mento per chi ha beni da
lasciare, è uno degli atti più seri della vita. Alcuni manuali ne danno i pre
cetti, fra i quali è notèvole questo: « di fare testa mento a tempo ». Ma non è
il caso per giovanetti. Fra l’altro non si può testare prima dei 21 anni.
Biglietto : letterina breve, spigliata, chiara, dettata in fretta. Lèttera
circolare o circolare : scritto informativo, mandato în giro, per mezzo della
stampa, da qualche ‘ Autorità, o anche da Case e Ditte commerciali. Altre
scritture di uso comune, di natura mercan- tile, econòmica; legale, sono il
certificato (o attestato - o) benservito), l'obbligazione, la ricevuta o
quietanza, il contratto (pigione, nolo, locazione, compra-vèndita, | società),
il resoconto, la disdetta, la set la par : 1 4 tecipazione, l avviso, l’
inventario. Per tutte queste scritture vàlgano quelle norme di chiarezza,
decoro, semplicità, naturalezza che già ri-: ; 4 ferimmo; per alcune di esse,
poi, si richibdono spe i ciali nozioni, che non sono di spettanza di un manuale
‘ di retorica. ‘ I Dal latino, testari =
chiamare in testimòne. Nel diritto romano i primitivo. il testamento non si
scrive, ma il testatore enuncia a voce, davanti ai testimoni, le sue volontà.
Ològrafa = interamente scritto dal testatore; o per mezzo di Hone. ed alla a DI
enne di testimoni. Non sarà inutile avvertire -che nelle DOrRTO legali e
notarili di usata una speciale maniera di scrìvere, che è la più contrària al
buon: gusto, all’arte, alla semplicità. Essa consiste di speciali e vecchie
formule, : vocàboli tàcnici, espressioni pedentesche e spesso grottesche; ma
sono: per così dire, consacrate dall’ lesco). i uso e da antichìssimo tempo
(stile curia. BREVI NOTÌZIE SUI PRINCIPALI SCRITTORI ITALIANI ata] PTT nr ii
izieneeazine sti. "sci: Litio LÌ tÌZA __m_— r__ i iii LITI ANaRLANSA NA
ALL DRENANTE NELL ELE DAL Deanna Trrrr_ rr rr-_rroo-r_11n1kk__mm@m—_1 1È 1l121212À1@—é—@@@@
; BREVI NOTIZIE SUI PRINCIPALI SCRITTORI
ITALIANI Scrittori. Tre sono i grandi scrittori: Dante, Petrarca e Boccaccio,
tutti e tre di orìgine fiorentina. Per òpera di questi tre scrittori, la lingua
italiana — o | volgare — acquistò precisione e bellezza, e. cominciò ad ès- .
Bere usata anche dai dotti invece del latino. (Il latino era al- lora e rimase
ancora nei sècoli seguenti la lingua più adope- rata nelle scritture di
caràttere dottrinale e scientifico, perchè era lingua universale e comune a
tutti i dotti d’ Europa). Dante Alighieri è il nostro maggior poeta, e uno dla
i più grandi poeti, o geni, del mondo. La sua maggiore opera è la Divina
Commèdia, divisa in cento canti e in terzine; ed è una visione dell’ Inferno,
del Purgatòrio e del Paradiso. © Scrisse anche la Vita Nuova che è un romanzo
pieno di. al- | legorie, in cui è celebrata Beatrice, giovane donna amata dal
poeta. Questo romanzo ‘è la più originale ed illustre fra le antiche prose
italiane. | Dante.seppe tutto ciò che era conosciuto dai dotti del suo tempo.
Ma egli fu non soltanto grande poeta, grande erudito e filòsofo, ma cittadino
operoso e virtuoso della sua pàtria, Fi- renze. | Quivi nacque. Dalla sua città
venne bandito in esìlio perpètuo per òdio feroce dei partiti polìtici. Da
allora condusse vita raminga ed infelice per vàrie città e corti d'Itàlia.
Riparò infine in Ravenna. In questa città morì. Quivi ancora si consèrvano e
vènerano le sue ossa. Francesco Petrarca, benchè nato da genitori fiorentini in
Arezzo (1304), trascorse la sua giovinezza in Provenza (Fràn- cia), cioè in
Atignone, la quale città allora era la sede dei Papi. Petrarca si acquistò
grandissima fama e popolarità per le sue poesie liriche (Canzoniere - sonetti e
canzoni) in onore ed in memòria di Làura, gentildonna avignonese da lui tene-
ramente amata. Ma al suo sècolo egli fu onoratissimo e celebratissimo anche
come latinista e filòsofo, specialmente perchè fece conoscere la civiltà di
Roma antica e dell’antica Grècia; e per tal modo mise in luce molti errori,
roz2ezze e superstizioni del suo tempo. Dopo la morte di Làura, che avvenne uel
1348, il Petrarca si trasferì in Itàlia. Milano, Parma, Pàdova, Venèzia fùrono
le città dove di preferenza egii abitò, e fu colmato di ricchezze e di onori. |
Finì la sua vifa serenamente in Arquà (sui colli Eugànei, presso Padova). Quivi
è venerata la sua tomba. Boccàccio rese nòbile ed illustre il vol- gare
italiano in molte sue òpere in prosa ed in verso, ma specialmente col suo
Decameron. Esso è una raccolta di cento novelle che si imàginano narrate in
dieci giorni, da sette don- zelle e tre giovani in una villa presso Firenze.
Queste novelle, la più parte festèvoli e alcune poche tristi e tràgiche, fùrono
note a tutta l’ Europa còlta; e ci appàiono anche oggi quasi tutte meravigliose
per la verità delle passioni, per l’ efficacia e l’arte di novellare. Il
Boccàccio fu legato da amicizia col Petrarca, e, come il Petrarca, scrisse
molte òpere in latino allo scopo di far cono- zcere ai contemporanei la civiltà
antica di Grecia e di Roma. Il Boccàccio, figlio di un mercante fiorentino,
menò da giò vane vita lieta e mondana in Nàpoli. Da adulto e da vècchio | visse
nel natio paese di Certaldo, presso Firenze. Condusse vita esemplare per
dignità di caràttere, disprègio per la vanità degli onori e delle male
acquistate ricchezze. Altri prosatori del sècolo XIV. I prosatori del Trecento
sono ammirèvoli per. gràzia, sem- . licità, naturalezza e vivacità grande. Il
loro periodo (fatta. eccezione di BOCCACCIO (vedasi) è breve e fàcile. Fra
questi prosatori mèritano menzione COMPAGNI (vedasi), contemporaneo d’ALIGHIERI
(vedasi), autore di una Cronaca delle cose occorrenti ne’tempi suoi in Firenze;
VILLANI (vedasi), fiorentino, autore di una ampia Cronaca della sua città; PASSAVANTI
(vedasi), autore d’un trattato religioso o ssetiico, Lo specchio di vera penitenza,
in cui i ragionamenti morali sono illustrati con racconti a modo d’esempi; CAVALCA
(vedasi), che è frate come il precedente, e liberamente tradusse in pura lingua
toscana le vite dei santi padri; SACCHETTI (vedasi), mercante fiorentino e uomo
politico, che scrive un gran numero di fatti di cronaca, quadretti, aneddoti,
noti col nome di novelle – cf. H. P. Grice, “The Hangman’s Folly; or, The life
and death of Caspar Winebibber: a novel” --, dettate in lingua così fàcile e
libera che poco si discosta dal dialetto fiorentino. Opera preziosa, ma anonima,
sono i fioretti di San Francesco, raccolta dei fatti e Ni miràcoli di questo
vero. Santo, scrittori. Gli scrittori attèsero specialmente a perfezionarsi
nello studio della lingua latina e nell’illustrare gl’antichi autori clàssici,
perciò trascùrano alquanto il vol- gare o italiano. Questi eruditi o latinisti
sono noti col nome di Umanisti. Fra gli umanisti del Quattrocento e che
scrissero nobilmente anche in prosa italiana, vanno ricordati: Alberti, che fu
anche matemàtico ed architetto : egli scrisse un trattato a dialogo, intitolato
Della Famìglia, in cui si ragiona dell’ economia domèstica, dell’edu- cazione
dei figli, ecc. Sannazzaro, napoletano, autore di una spècie di romanzo in cui
è descritta poeticamente, cioè con molti abbellimenti, la vita dei pastori
antichi in Arcddia (terra montuosa della Grècia meridionale). Il romanzo porta
appunto il titolo di Arcddia. | Sulla fine del Quattrocento sòrsero in Itàlia
molti poeti, il più elegante dei quali è AMBROGINI (vedasi) Ambrogini, detto il
Poliziano, nativo di Montepulciano in Toscana. Egli fu gre- cista e latinista
insigne, cioè umanista. Altro umanista e poeta di ricchissima fantasia fu il
conte Matteo Maria Boiardo di Scandiano (Règgio). Egli scrisse un romanzo ca- |
valleresco, l’Orlando Innamorato, che canta armi ed amori con grande freschezza
e gràzia. Peccato che questo capolavoro sia così poco noto anche oggidì! Esso
fu rifatto nel sècolo seguente in modo burlesco da Francesco Berni. Così ri-
fatto non si riconosce più. È un cavaliere vestito da giullare! Scrittori. Questa
è un'età gloriosa per le arti belle e per gli studi in gènere. La pàtria nostra
fu in quel sècolo (che fu l’ùltimo della sua libertà polìtica) come maestra di
civiltà all’ Europa. Moltissimi fùrono i. prosatori ed i poeti del Cin-
quecento. Niccolò Machiavelli, fiorentino, fu più pro- -priamente un uomo
polìtico che un letterato. Egli servì la sua Repùbblica di Firenze (onde fu
chiamato per antonomàsia il Segretàrio Fiorentino), eseguendo importanti
missioni e amba- scerie, non solo in Itàlia, ma in Frància e in Germània. Ma
quando la potente famiglia de’ Mèdici occupò ancora Firenze, Machiavelli caduto
in sospetto come favo- rèvole alla Repubblica, fu costretto a ridursi a vita
privata. Allora attese a scrivere le sue grandi òpere di storia e di
ragionamenti (filosofia) intorno alla storia. Esse sono il Principe, famoso
trattato sull’ arte di governare i popoli; Le Storie Fiorentine (sino al 1492);
I Discorsi sul- l’arte della guerra, in cui sostiene la necessità delle armi lc
nazionali invece delle armi mercenàrie, come si usava nel Cinquecento in
Itàlia; I Discorsi sui primi librî (prima Deca) di Tito Lèvio, in cui spiega le
ragioni, cioè per quali virtù civili e militari Roma dominò l’Itàlia e.il
mondo. Il Machiavelli descrive e spiega i fatti della politica come èrano e
sono nella loro realtà, nulla togliendo al vero, nulla aascondendo dei difetti
della umana natura. Egli per primo e nettamente comprese che gli Stati
d'Italia, privi di armi nazionali e divisi da vari interessi, avrèbbero perduto
la loro indipendenza, come difatti avvenne. Il Machia- velli visse e morì
pòvero. Guicciardini è il secondo riande. storico del Cin- quecento. Nacque in
Firenze. Anch'egli, più che letterato, fu uomo politico al servizio dei Mèdici
e dei Papi. Con l'alta sua intelligenza, ma pràtica e fredda, egli vede ed
osserva senza passione i fatti e gli uòmini quali sono nella realtà. L’ òpera
sua principale è la Stòria d’ Itàlia, cioè di quel periodo in cui la nostra.
pàtria perdette la sua indipendenza ‘ e cadde sotto il predominio di Carlo v,
imperatore di Germània e re di Spagna. Altri prosatori di gran nome del
Cinquecento fùrono il car- dinale Pietro Bembo, veneziano ; Baldassarre
Castiglione, man- tovano; Torquato Tassò, nato in Sorrento da padre bergamasco.
In generale la prosa degli Scrittori del Cinquecento ha un grande e magnifico
periodare, che risente un po’troppo dello studio degli scrittori latini. Di
questo modo di scrìvere, assai magnifico, ma però alquanto artificioso, aveva
dato già primo esémpio Giovanni Boccàccio. Per queste ragioni lo scrìvere dei
Cinquecentisti è ben diverso dalla naturalezza e semplicità dei Trecentisti. Vi
sono però anche nel Cinquecento scrittori più sèmplici. Il Machiavelli, per
esèmpio; e, sopra tutti, Benvenuto Cellini, orafo e cesellatore famosìssimo.
Egli scrisse in una lingua che è quasi dialetto fiorentino, una vivacissima e
interessante Vita di se stesso. Molti fùrono i novellieri del Cinquecento, fra
cui ha il primo posto Matteo Bandello. P Nel Cinquecento, quella che era prosa
toscana o fiorentina, diventò prosa italiana o nazionale. P. Manualetto di
Retorica. tie iii cente a 3 Fra i moltìssimi poeti del Cinquecento ha il primo
luogo l'Ariosto. i Ludovico Ariosto, nato da nòbile ma non ricca famiglia in
Règgio (Emilia) nel 1474, trascorse quasi sempre la sua vit& in Ferrara iu
qualità di gentiluomo dei suoi naturali signori, i Duchi d’Este, cui servì con
zèlo e fedeltà, ma senza alcuna servilità o cortigianeria. Egli, era, anzi,
uomo sèmplice, retto, e preferiva la sua cara libertà alle ricchezze ed agli
onori. La poosia fu il suo maggiore stùdio. Compose [seguitando il Boiardo] in
ottava rima il romanzo di Orlando divenuto pazzo per amore (Orlando Furioso).
Per ricchezza di fantasia non è in Itàlia [dopo Dante] poeta che sùperi
l'Ariosto. Per bellezza d’arte e acutezza di osservazioni umane, il suo Orlando
forma anche oggi una delle più piacevoli letture, an- corchè questo genere di
romanzi cavallereschi ed in versi non sia più di moda. L'Ariosto finì
serenamente la sua vita in Ferrara l’anno 1583. Torquato Tasso, nato in
Sorrento nel 1544 e morto in Roma nel 1595 nel monastero di Sant'Onofrio, ebbe
fama pari al- l’Ariosto, specialmente per il suo poema eròico, La Gerusa- lemme
Liberata. Per gentilezza di sentimento il Tasso è supe- riore all’Ariosto; ma
ne è vinto per fantasia e per arte. Anche il Tasso fu gentiluomo alla corte di
Ferrara, ma un po’ per l'indole sua troppo sensibile, troppo nòbile, troppo
orgogliosa, un po’ per la malvagità degli uòmini, condusse vita infelice. Egli
fu tenuto rinchiuso per sette anni (dal 1579 al 1586) nell'ospedale di
Sant'Anna in Ferrara come infermo di mente. In questo doloroso albergo compose
i suoi Didloghi e molte delle sue /èffere, che sono fra le più belle e sincere
prose del Cinquecento. Scrittori dei Seicento (séècolo XVII). Nel Seicento
l’Itàlia si trovò quasi tutta sotto il predominio della Spagna; e quando un
pòpolo manca di libertà politica, anche le Lèttere sono iu decadimento. I
prosatori del Seicento sono generalmente artificiosi, ridou- danti di figure e
di metàfore ; accurati nella forma, ma pòveri di forti pensieri. Bàrtoli di
Ferrara, gesuita e Segneri, gesuita e predicatore, fùrono un tempo molto
rinomati scrittori di prosa. Oggi la loro fama è assai scaduta, giacchè la sola
veste delle belle e perfette parole non basta a dare stàbile rinomanza ad uno
scrittore. Galileo Galilei è giustamente ritenuto il migliore prosatore del
Seicento. Egli, nato in Pisa, fu per molti anni professore di matemàtica nell'Università
di Pàdova. Fornito di meraviglioso senso di osservazione e prendendo per base
l’esperienza dei fatti naturali, fece molte invenzioni e scoperte ; fra le
quali il perfezionamento del telescòpio, le leggi sull’isocronismo del pèndolo,
i satèlliti del pianeta Giove; ma sopra tutto si adoperò a spiegare e a
sostenere le teorie sul movimento della terra intorno al sole (sistema di
Copèrnico), ‘ contro l’antichissima opinione della immobilità della terra (si-
stema di Tolomeo). In molte sue òpere (Il Saggiatore, Diàlogo dei Massimi Sistemi,
ed altre) spiega e difende le sue scoperte e le sue teorie con una prosa
limpida, precisa, severamente clàssica, ma senza nessuno di quei falsi
ornamenti dello scrivere che tanto pia- cèvano al suo tempo. Si noti che egli
aveva delle grandi cose a dire e perciò d'altro non si cura che di èssere
inteso (PARINI). Per effetto di queste sue opinioni su la filosofia naturale
come allora era detta la scienza, egli ebbe da vècchio a sof- frire gravissime
persecuzioni. Morì nel 1642, relegato come uomo pericoloso per le sue idee, in
una sua villa in Arcetri. : Questo nostro grande filòsofo contribuì
straordinariamente col suo mètodo sperimentale e con le sue scoperte allo
sviluppo delle scienze positive. Scrittori. Gli scrittori rappresèntano
anch’essi un deca- dimento notèvole delle Léttere italiane. I poeti scrivono
se- condo le norme artificiose di una scuola o accadèmia chiamata l' Areddia ;
i prosatori sono spesso pieni di francesismi, di imitazioni -clàssiche e
difettosi nella sintassi. cu. VO Si stàccano tuttavia dalla comune maniera di
scrìvere alcuni prosatori, fra cui il conte Gaspare Gozzi di Venezia, Giuseppe
Baretti di Torino ed il conte Alfieri di Asti, anima piena di fierezza, di
amore alla libertà e che fra i primi ebbe il sentimento della dignità na-
zionale. In quel sècolo ebbe grandissima rinomanza Pietro Metastàsio di Roma,
poeta dolce, melodioso e fàcile, delizia del suo sécolo, autore di melodrammi,
vissuto lungamente in Vienna in qualità di poeta aulico o di corte. i Verso la
fine del Settecento fiorì Giuseppe Parini, milanese (di Bosìsio, poeta pieno di
nòbili sentimenti civili, espressi con un'arte assai più vigorosa di quella del
Metastàsio e degli altri o molli o troppo sonori poeti del suo tempo. Nell'età
del Parini vissero pure alcuni altri grandi scrittori, i quali sembrano come preparare
alla pàtria giorni migliori. Tali fùrono Carlo Goldoni, veneziano, famoso
autore di com- mèdie che ancora oggi si rappresèntano con molto diletto,
l'abate Ludovico Antònio Muratori di Vignola presso Modena, famoso stòrico, e
di infaticAbile attività nel ricer- care e studiare i documenti della storia
medievale d'Itàlia; VICO (vedasi), napoletano, così grande filòsofo € storico
che fu maestro a queglifstessi filòsofi e stòrici stranieri che èbbero più alta
rinomanza; Pietro Verri, milanese, econo- mista e filosofo pieno di idee nuove
e libere. Scrittori. Gli scrittori sono distinti dagli altri scrittori italiani
precedenti per un sentimento nuovo che li ànima e appare in quasi tutti i loro
scritti ; il sentimento della pàtria o sentimento nazionale. Questo sentimento
vuo! dire: vergogna per lo stato di servitù in cui giaceva l’ Italia; bisogno
di dare alla Patria libertà e dignità; coscienza del- l'alto ufficio o missione
degli scrittori allo scopo di destare le coscienze ed animare il popolo a più
alti destini. a Im...Tali scrittori che più o meno direttamente operàrono a
questo nòbile fine, fùrono, dopo Vittorio Alfieri che quasi li precede, Fòscalo,
nativo di Zante, poeta e prosatore in- signe, soldato sotto Napoleune, erudito
grandìssimo, uomo pieno di passioni, di sentimenti generosìssimi: ebbe vita
travagliata, povera, infelice. La sua prosa è clàssica; ma piena di un vi- gore
e di un'ànima che è ignota agli antichi. I suoi Sepolcri sono il più illustre
carme della poesia italiana. Giacomo Leopardi di Recanati, è forse il maggior
poeta del suo sècolo; ma certamente ha come un posto a parte non essèndovi
nella nostra letteratura alcun poeta che si possa 8 lui paragonare per
semplicità, perfezione e passione di sen- ‘imenti veramente sentiti. Come
prosatore sentì il bisogno di . svecchiare, cioè di rèndere più vigorosa,
giòvane, efficace la prosa italiana. Egli stesso ce ne fornì un notèvole
esempio. ;Leopardi condusse vita breve ed infelice. Alessandro Manzoni,
milanese, fu quegli che più ancora del -Leopardi rinnovò la prosa italiana.
Egli col suo grande romanzo I Promessi Sposi, ci offre l’esèmpio di una prosa
italiana che non è scritta soltanto per i letterati e per i dotti, ma per il
pòpolo: cioè una prosa che pure ubbidendo a tutte le difficili leggi dell’ arte
dello scrivere, tuttavia è per vocàboli, modi di dire, costruzione, simile alla
lingua viva..o lingua parlata. Fra quelli che seguirono il Manzoni nel senso
più bello della parola, cioè nella semplicità della parola e nella umanità
degli affetti, sono da ricordare /ppòlito Nievo e Emìlio De Marchi. Moltìssimi
poi fùrono in questo sècolo gli scrittori politici, pieni di forza e di
passione, fra i quali il primo posto spetta a Giuseppe Mazzini di Gènova, il
quale si servì della parola scritta ad un fine di grande e indomàbile
apostolato, cioè allo scopo di animare, eccitare gli Italiani affinchè
acquistàssero la coscienza precisa dei doveri che spèttano ad un pòpolo, se ,
non vuol scomparire sotto il dominio straniero. Altri scrittori del sècolo XIX
sono Niccolò Tommaseo di Sebenico; Giuseppe Giusti di Monsummano; | Massimo d’
Azeglio di Torino. Carducci ebbe per così dire il primo posto come poeta, come
prao- satore e come erudito. Giovanni Pàscoli ‘di San Mauro di Romagna) e
Gabriele D’An- nunzio (di Pescara) sèguono a]l Carducci, e se il loro merito è
in vArlo modo giudicato, sicuro è il loro nome nella fama let- terària, e del
D'Annùnzio nella storia della Nazione. . Ma degli scrittori vicini a noi il
giudizio non essendo sicuro, nè sicura la rinomanza, ci pare opportuno non
trattare. INDICK fe on PREFAZIONE Lee e . PARTE PRIMA (HB COSA SI INTENDE PER
RETÒRICA O STILÌSTICA QUALE È IL SUO UFFICIO . Invenzione, Disposizione,
Elocuzione . Invenzione Disposizione Elocuzione (lingua e dialetti) Purità e
proprietà Purità SARORE or Neologismi Neologismi ritenuti cattivi. e barbarismi
Arcaismi Solecismi Idiotismi Proprietà Omonimi Paronimi Sinonimi e doppioni Proposizione
e perìodo sintassi inversa Lo stile diretta PoBsIA e dra La Poesia ed il Vero s
Versi italiani e loro leggi Versi accoppiati. . e U VU VU VU vu su UU o’ b VU x
ug9 VW *” sintassi di uu vu yu ‘ Asi Î1 verso libero Reda Rag Rima (consonanza
e assoniatiza) e 0 00000. Stanza ovvero Strofe. . . Ù vi: di aes La metàfora (e
il linguàggio pobtico). Ss = È Le vàrie spècie di metafore + deLù ‘ Poesia
lirica Lode e e e È Gènere narrativo (il Poema) . so & di a e D'Drammià
<< i € RA di dra PARTE TERZA Prosa De i ere le le e è La Fàvola o Apoiszo
E La Paràbola La Novella: è... wa ud ad « be £ Il Romanzo ». + e. è è di &
Tr a nl Lasstoria:. i dee s ale dea e I Trattato: so do @ dé ere e e ae
Orazione La Lèttera Lèttere commerciali e ATE ni ‘affini alle 3et- tere e di
uso comune dota BREVI NOTÌZIE SUI PRINCIPALI SCRITTORI ITALIANI . + v vu vu ov vu YU 'u “ vi u sn U vu UV ‘ »v E e A nmC. Nome
compiuto: Panzini. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Panzini,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Paolino: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- dizionario filosofico portatile per ginnasti – la scuola di
Napoli – filosofia napoletana -- filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano.
Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “In England, we have it easy: we
have Oxford and we have Oxford. In Italy, small a country as it is, they have
Bologna, Bologna, Bologna, and Nappoli, Venezia, Roma, etc.” Autore di
quattro trattenimenti De' principj del dritto naturale, stampati a Napoli presso
Giovanni di Simone, di un supplemento al Dizionario storico portatile di Ladvocat,
ma è noto soprattutto per i due volumi della sua Istoria dello studio di
Napoli, uscita anch'essa dalla stamperia di Giovanni di Simone. Si tratta della
prima storia compiuta dell'Napoli, nella quale l'autore dimostra con buoni
argomenti -- come ricorda Tiraboschi nella sua Storia della letteratura
italiana --, che quello studio non e veramente fondato da Federico II di
Svevia, ma, prima di lui, dai Normanni, benché questi non le dessero veramente
forma di università e non la onorassero dei privilegi che a tali corpi
convengono, cosa che invece fu fatta da Federico, che così meritò la fama di
suo vero fondatore. Opere: Origlia, Istoria
dello studio di Napoli, Torino, Giovanni
Di Simone, Tiraboschi. Grice: “Paolino is a quasi-contractualist. His
contractualist treatise is very accessible. Man is the political animal, so
politics is in the essence. Polis means civil, so a man who is not civil is not
a man. Paolino analyses a contract – in general, and then the social contract
in particular. This sets him to analyise such duties which are addressed to the
other members of the civitas. Paolino is alo the author of a dictionary of
antiquities, which has the nice alphabetical touch about it, if you are into a
first thought on Julius Caesar or
Cicero! He also traced the stadium tradition to the ‘gym,’ ‘nudare’ as he
notes. And notes that it started in the cities where such as Athens or Rome
where the athletes needed a place to get undress and practice. He mentions
Plato’s Academy (after Hekademos) and Aristotle’s Lycaeum, after the statue of
Apollo Liceo, reposing after extercise. It is good to call Platonists
accademici and Aristotelians liceii then. The gyms were particularly popular in
Italy – even before the great expansion of the Latins and Romans over other
ethinicities. In the South of Italy especially, due to the weather, it is more
natural for an athlete to feel the need to get undress as soon as possible, and
philosophers followed.” Di tutte adunque le società del mondo non e ch'una
ftetia l'origine, perchè tutte, giusta il vostro avviso, nonsìmisero inpiè, nèsi
formarono, se non secondo le diverse nécessità, e bisogne degl’uomini. Anzim in
tutte altre sìsi ha un istesso fine perchè non si risguardò ad altro, se non al
commodo, e dutile commune de socii. Ma quali sono le società particolari, che sarebbero
state mai nel Mondo inufo, semante nuta si fofle ben falda, e stabile la
società Universale? Egli è fuor di dubbio che gl’uomini, essendo tutti in
obbligo ed in dovere d'amarsi u vicenda; el'uno come non nato, per se medesimo,
dovendo non che al proprio anche all’altrui commodo badare, quando ciò tutto esattamente
osservavano, non venivano a comporre che una società universale in guisa che niun
diefi considerarsene potea al di fuor. Quindi divero io non M. La 271 safidica l'Eineccio, il quale tutto scaglian,
dosicontro il Puffendorfio, che trattiavea, e deafai malamenge inferiti tutti gli
obblighi, e gl’umani doveri della società, soggiugneto, jto ch'era uom tenuto soddisfara
tuttiquegli che Uella,ch'è la più vera, e la più saggia, antichità del e
la sola infallibile maestra dell'umana Ginnasio Na II. Cosa
fossero prudenza si lasciarono in dietro
di gran lunga ogni altra nazione. Quindi, giustache scrive Dion Crisostomo agl’Alessandrini
sull'autorità d'Anacarside, non vi fu città della Grecia, che non avesse avuto
il suo Ginnasio. Questo solo basta di presente supporre per farci sicuramente
acredere, che Napoli Città oggi dall'eterna divina provvidenza
maravigliosamente fornitadi quanto in una ben nobile, e doviziosa potrebbe mai
l'uom brą mare; e sopra tutte l'altre ben culte città dell'Europa, e per le
scienze,e per l'armi, e per lo Erano presso de Greci questi Ginnasj alcuni
grandi, stati i Ginnasi e magnifici edifizii con ampii portici, e stanze d'ogni
ca onde venifer opacità, luoghi coverti, e scoverti, ombre, ed altrepref così
deti: eso che infinite comodità, ove la gioventù ammaestravasi qual fosse la
lor forma. Oppinio non meno nell'ARTE GINNICA che nelle scienze, e nelle
fa pari celebre gran trafficodi essendo stata, come tutti fuor versia
asseriscono, fondata di ogni contro l'altre da Greci, ha anch'ella come della Grecia
il suo ginnasio finda' suoi cominciamenti Infatti STRABONE, che vise che a’ suoi
al tempo di OTTAVIANO, scrive, giorni questa città avea ancora ti che Greche
costumanze molte dell'an, come le Curie, le l'Efebeo,e altre d ital Fratrie,
fatta. E con queste ha il Ginnasio. Né v'ha scrittore al tresì osi su questo
muover di buon senno, che ombra di dubbio e ne di coloro che arti liberali; onde
sotto uno stesso tetto venivano a c o m avuto il luogo prendersi, per così
dire, due diverse accademie proprio per le, e due Scuole, ribut ta varj, e
diversi generi di Scuole, cioè: quelle dell'arte ta comefavolo- bellica, e
quelle delle scienze, e delle belle lettere. E niodi molti çe perchè a coloro, che
applicatierano alla Ginnica, e per lebri scritori. Io gran novero loro, e per
gli esercizi, che far doveano, come il corso, la lotta, il salto,il pancrazio, il
di Strab. 1.s. fco, . “γύμνοω”, det idioma, senza aggiugnimento
d'altro, semplicemente O ti Ginnasj. Per la qual cosa alcuni nel progresso del tempo
non badando che al semplice suono del vocabolom con cui chiamavansi, li
credettero non per altro essere edificati, che per un tal mestiere: opi stati esi
prima, forse il primo, Crasso presso CICERONE che porta la ne, e tra gli altri,
che in questi ultimi secoli sostennero fi furono MERCURIALE, e Pier L a però
avendo per certo, per quel, che ne scri sena. Noi Ginnica non e pove Galeno a
Trafibolo, che l'arte sta in voga nella Grecia, che alquanto prima dell'età di
Platone, e che in Grecia, come manifestamen te fi ravvisa nell'ingegnoso, ed
ammirabile poema di visselungamente prima di quel cele Omero, il qualee da
molti celebri scrittori, come bre filosofante avanti lo Lino, Filamone,
Tamiride, e altri fioriti stesso Omero, sono vị le Scuole delle belle lettere
fino da’primi tempi; stimiamo più ragionevole il credere, che s'introdussero i
giuochi Ginnici, ed Atle che dopo fatto, che amtici, I Greci altro allor non avessero
pliare que’ medesimi edifizj, fatti molto tempo prima non per altro fine, che
per le scuole, e chiamatigli per le ragioni, che testè noi accennammo, Ginnasj:poichè
Crasso steso, il quale e il primo, ed A2 inge sco, facea mestieri d'uno spazio
maggiore, e asai più grande diquello,che bisogna percoloro,che istrụi vansi nell'arti
liberali, e venivano per questo ad occupare buona parte di tali edifizii; sono
questi dal modo, con cui in es si faceansi quegli esercizj, cioè dalla voce greca
yújrow, che tanto vale quanto NUDARE nel nostro e . CICERONE De orat. Apud
Anson.Vandal differt. 8. de Gymnasiarcb. ingenuamente egli anche lo
attesta, a metter in campo un sentimento a questo del tutto opposto. Parlando
del suo tempo dà atutti a conoscere, che le pubbliche scuole delle scienze non
era allora in costume d'aprirsi in altro luogo, che ne' Ginnasi; e che per
quanto egli si studialle, non potea in niun modo fisar in cui queste erano colà
state erette. Ego alio modo interpreter (dice egli) qui primum Palæstram e
sedes deporticusetiam ipsos, Catulé, Grecos exercitationis, eg delectationis
causa, non disputationis invenisse arbitror; et sæculis multis ante gymnasia
inventa sunt, quam in his FILOSOFI garrirecæperunt; hoc ipso tem porecumomnia Gymnasia
FILOSOFI teneant tamen eo rum auditores discum audire, quam Philosophum malunt etc.
Per verità non v'e ginnasio nella
Grecia, in cui non vi fossero queste Scuole. Cosi leggiamo,che in Atene nel
“CINOFARGO”, il quale e un Ginnasio eretto molto prima del tempo di Platone,
sono vi tra l'altre Scuole, quelle della setta “cinica”, dalle quali egli anche
ha il nome, e nell'ACCADEMIA e vi l'uditorio di Platone come nel LIZIO quello
d'Aristotele. Anzi accolto, ovvero al di dentro d'alcuni celebri ginnasii
trovavansi non meno delle scuole, che delle famose, e celebri biblioteche; come
sappiamo diquello parimente in Atene, che avea dappresso la celebre BIBLIOTECA
di Pisistrato, rammentata da Girolamo, e da altri, e quello in Rodi, della cui
celebre Biblio Schol. Ariftoph. Pace Xenophont. In Hippar. Plutar. Symphofilo
vi11. q. iv. Suid. Pauf. in Artic. Hieron.de Beat. Pompbil. martyr. ep. Ad
Marcel.14. Gell. l.vi.c.17. Lucian. adverfus indo&um. Pauliin Atricis.
Ifidor. orig.hiv1.3. a Р ерос Suid. Pauf. in Attic.
Schol. Ariftoph. ad Nubes ec. Ammon. vit. Aristot. Plutarch.
De exilio. CICERONE . q. TUSCULO] teca parla Ateneo; é per questa stessa
ragione per cui sempre ai ginnasii accoppiavansi le scuole delle lettere,
troviamo che molti valenti uomini, e dotti scrittori applicarono in molti
luoghi delle lor opere questo vocabolo, a significar non altro, che queste,
quasi per eccellenza; essendo lo studio delle scienze molto più nobile, e
sublime di tutti gli esercizi ginnici. – l’archi-ginnasio di Bologna – la prima
universita --. III. che h una con quello nello stesso tempo le Scuole nide le
Scuole Atben. Biblioth. l.1. dipnofoph.c.1. Senec. epist. ut 0 1, Supposto
adunque pervero, come lo è infatti, Tenimonianza che Napoli, come città greca,
ha il suo ginnasio fin di Seneca, e di da' suoi primi principi, egli convien
credere anchevero, tri autori Lati . di Napoli : delle belle lettere; senza le quali
nella Grecia, come Scienze che vi abbiam detto, non si forma Ginnasio; e
certamente s'insegnarono; di queste, di cui è solo or nostro assunto il
favellare,vifiorirono. parla Senecainuna sua pistola, nella quale, come dalle
parole, che poco fa da noi fi allegarono di Crasso, con lui filagna presso
CICERONE di que’ giovani, che al meglio delle lor lezioni lasciavano i lor
maestri nelle Scuole per correre frettoloji a veder il disco, la lotta, e
gl’altri ginnici esercizi. Così egli fiduole fortemente col suo LUCILI, che
nelle scuole della nostra città visto avea far cerchio ai filosofi, giovani in
nove romolto pochi al paragone di quelli, che a calca tra ftullavansi nel
Teatro, il quale, come egli narra, e in questa Città non guari distante dello
stesso ginnasio, Pudet autem me generis humani -- scrive egli -- Quoties Scho
lam intravi, prater ipfum theatrum neapolitanum Il fcis, transeundum eft, Metro
nacti spetentibus domum lud quidem farctum est: hoc ingenti studio, quis fit
Pithaules bonus, judicatur. Habet tibicen quoque Græcus du præco concursum: at
in i lo loco, in STAL: quo ritur, in quo vir bonus discitur, paucis simisedent;
et bi plerisque videntur nibil boni negotii babere, quod agant, inepti cu
inertes vocantur. i più nobili della Città non isdegnavano neppur d'inviarvi
per tal fine i propri figliuoli; poichè egli scrive, che portatosi in Napoli
con Giuliano, professor di rettorica udito vavea un giovinetto molto riccocum
utriusque lingua magistris -- per valerci delle stesse sue parole 00 meditans,
exercens ad caul'as Roma orandas eloquentia Latina facultatem. Quanto alla
Filosofia, la dottrina dell’ORTO, la quale venne da'più dotti dell' antichità
ricevuta con applauso, e fu universalmente se guita da tutti que'grandi uomini
del tempo d'Ottaviano; e quella, che in queste medesime scuole avea MAGGIOR
VOGA; come par che si conobbe da una iscrizione,che fi rinvenne in un Cimiterio
fco verto nella Valle della Sanità, non guari distante da quella Chiesa sopra
alcune urne, che state sono per quel che n'appare, dell’ORTO.. Poichè in alcune
di quelle vedeası il nome di alcuni celebri filosofanti di questa setta,
scritti con caratteri Latini leggevasi; manonbene, e oscuramente. E come
apprendiamo da Gellio, che fa anche di questo ginnasio onorata memoranza vir
bonusque. 3 DELLA e fiori al quanto dopo Seneca; al suo tempo in queste scuole
nell'istessa guisa, che in quelle del ginnasio di Cartagine rammemorato da
molti Autori, s'istruivano i giovani non meno nelle scienze che nelle lingue; e
I più Salvion. Hieron. In Catbalog. Jone Proph. Aug. conf. fc. Celan. Giorn. 3.
delle notizie di Nap. STALLIVS. GAIVS.SEDES HAVRANVS. TVETVR EX
EPICVREIO.GAVDI.VIGENTE CHORO Quindi tra' maestri, che in tali Scuole
insegnarono le lettere umane e le lingue si conta Stazio Papinio nativo di
Silta, Città dell'Epiro, che fiorì circa al tem po dell'Imperadore Domiziano;
padre di Publio Stazio; il quale, come dal costui poema fi ravvisa espose in
queste Scuole l'opere de'più celebri poeti Greci, come Omero, Esiodo, Teocrito,
ed altri di questo genere; e tra coloro, che v'insegnarono le scienze
filosofiche, deve annoverarsi senza dubbio quel Metronatte,di cui, come prima
abbiam fatto vedere, fa motto Seneca; e fimorì molto giovine,che glifu
contemporaneo, co me questi medesimo attestainun'altra pistola diretta al lo
stesso fuo Lucilio;e febbene degli altrimaestri, e professori, che vi furono in
questi, o in altri più anti chi tempi,dato non ci siaora di tesser un ben
lungo,e distinto catalogo, poichè i lumi, e le memorie della Storia totalmente
ci mancano ; non però egli è certo, che essi furono tutti di tanto sapere
adorni,e di sì rara dottrina,che abbondando perciò laCittà digiovani let terati
venne ella d’ ROMANI concordemente non con altro titolo chiamata, che di dotta,
e studiofa ; e così per tralasciar degli altri,che cið fecero COLUMELLA in
parlando di Napoli, non con altro epiteto nominol la>,che con questo:
Doftaque Parthenope, Sebethide roscida lympha. E'l medesimo fece anche Marziale
col seguente verso: bi di 00 .1 >1 li al Papir. Star. flvar. s. epiced. inpatr. Senec. ep. Er Oras. Epod. Ad Canid.
Sil. Italib. Stor. Syluar. Ovid. Metamorpb. is. Napoli, quanto Illo VIRGILIO me
tempore dulcis alebat mente cari; ond'è,che niuna altra Città più della loro
Costantino. Sen.ritroviam nellaStoria, che avessero eglinofino nel cadi li, che
vogliomento dellor Imperio maggiormente frequentata; equel no, aver Titali
sopratuttolafrequentavano, se vogliam prestarfe in rifateleScuo-de a Strabone
che impiegavano ilpiù del lor tem le,con allega re'inpruovailpo allostudio
delle lettere, edelle scienze. marmo,cheog Et quas d o &t a Neapolis
creavit. Anzi Virgilio e riguardo scienze Parthenope, studiis florentem
ignobilis oci. E tra perquelto conto i Napoletani, e per laGin
comebenrifletteil Bembo inunasua pistola, fu mandato, e mantenuto da Augusto in
questa Città a proprie spese per farvi i suoi studj. E in fat ti nella prima
Egloga de' Buccolici, scrit ti anche in Napoli, egli riporta a' favori di quel
Principe il suo Napoletano ozio, cioè, studio con quelle parole: Deus nobis hæc
otia fecit. E confessa nella fine de'Georgici, che: che visicolei nica, la quale
nel si. lor Ginnasio esercitavano anche con vavanofofefta somma diligenza e con
tutta la magnificenza del Mon ta FREQUENTATA DA’ ROMANI; edo,divennero
universalmente agli stesiRomani somma anche dagl'Imperadori fino a gi fi
conserva Quindi LUCILIO, che fu ilprimo tra’Latini a scrive fopra la fontere
delleSatire, non solo visse, ma anche morir volle tra' .An
nunziata;mo:Napoletani, comeattefta Quintiliano,e Cicerone, il strato falso ; e
quale v’ebbe anche un'abitazione e Virgilio, dicui di che propriamente in
efoabbiam favellato, Orazio, Livio, Marziale, Silio Italico - fac cialimenzio
--, Claudiano, e tutti gli altri tra gl’antichi, ne mar che mo rapportato mercè
dellor saperelasciarono a'posteriillornome im in cuilafenzamortale, abitarono
in Napoli perpiù tempo; anzi dubbio fi parla delle Scuole . molti Bemb. lett.
27. Strab.l.3.infin. Quintil. CICERONE ep. famil. Crinit. de Poet. Latin.
Philoftr. Icon. Sil. Ital. per 9 molti,come dal Poeta Archia narra Cicerone
brama rono ben' anche di esservi ricevuti per Cittadini; cosa, che i Greci non
erano molto larghi a concedere; feb bene su ciò non tuttiusassero lastesa
moderazione: Ma non meno de’ privati CITTADINI ROMANI,visita rono questa nostra
Città glistesiImperadori ; poichè sal vo Celare, il quale, come scrisve
CICERONE inalcun tempo ebbe a sdegno i Napoletani, forse perchè infer matosi
fra esi Pompeo nelprincipio della lor guerra, gli mostrarono,come scrive
Plutarco,moltisegnid'af fezione, gli altri tutti fino a Costantino, lebbero per
le stese ragioni anche molto cari: così che eglino molte
prerogativen'ottennero. Il perchè TITO, chesuccef se a Vespasiano circa l'anno
79.. dell'era Cristiana, essendo pe'violenti tremuoti accaduti al suo tempo, a
cagione di unobengrande incendio del Monte Vesuvio rovinati molti luoghi vicini
; e traquelli, come scrivonoalcuni de'noftri Storici,in Napoli anche il
Ginnasio: egli pose ogni studio per farlo con pubblico danajo ristorare: e
comunalmente fivuole, che di questo fatto ne faccia anche oggi giorno una
chiara, e certa testimonianza quella Gre. eLatina Inscrizione, la quale
tuttaviaravvisiamoin questa città in un marmo elevato nel muro della Fonta na
dell'Annunziata, ch'è la seguente, riferita anche dal Grutero, non cheda
tuttiinostri Istorici, li quali vogliono, che in essa fi faccia parimente una
espressa memoria delle scuole, ch'esistevano nel Ginnasio. 100 Jens 1 CI, 22
> 1 00 TO са, fuz a . B Cic. pro Archia. Ezechiel. Spanhem. Orb. Roman.
CICERONE Ad Attic.l.10. ep.11. Plutar.inPomp. V. l'Autor della Stor. Civil. Del
Regn. lSueton.in Tit. .b.i. Gruter. Infcript. oper. et locor. publicor.
Capacc.ift. l. 1. c.18. Bened. di Falco Antich. Di Nap.&c. TI ΙΤΟΣ -ΚΑΙΣΑΡ
ΕΣΠΑΣΙΑΝΟΣ: ΣΕΒΑΣΤΟΣ ΚΗΣ ΕΞΟΥΣΙΑΣ ΤΟΙ OE TIIATOE TO H TEIMHTHE OETHEAE·TOT:
TYMNASIAPXHEAE ΥΜΠΕΣΟΝΤΑ ΑΠΟΚΑΤΕΣΤΗΣΕΝ NI ·F ·VESPASIANVS ·A V G
.COS.VIII.CENSOR.P. P. IBVS .CONLAPSA ·RESTITVIT Ma senza che quì noi ci
distendiamo molto nepo co in far riflettere agli abbagli, ed agli errori, che
co munalmente han preso tutti nella sposizione di questo marmo ; basta, che con
qualche diligenza per uom si legga, per dubitare se in esso si tratti del
Ginnasio; o v ver più tosto dell'antiche Terme, come più probabil cosa
essercrediamo, nel fito delle quali eglifu trovato ; ed ; il numero delpiù,il
quale si vede in esso adoperato a notare gli edifizj rifatti per ordine di
Tito,par che troppo chiaramente lo ci additi ; nè per qualunque ftu dio vi fi
faccia, potrà mai scorgervisi parola, che colle Scuole, o cogli esercizj
letterarj abbia coerenza ; onde quanto su ciò fi dice sono tutte pure,e prette
immagi nazioni de'nostri; egli v'ha però un altro marmo rife rito dal Capaccio,
ove espressamente leggasi: SCHOLAM. CVM. STATVIS ET IMAGINIBVS ORNAMENTISQVE.
OMNIBVS SVA: IMPENSA FECIT Capacc. Ift. tom.I.h.1.6.18. . E per .I. 11 E
perverità ebberoi Greci in costume di adornardi statue, e d'immagini ilor
Ginnasj, con riporre quellede più celebri Atleti, ed icoloro, che si erano più
nella Ginnica refi immortali, ne’luoghi, ove l'arte esercitasi. E quelle de’
gran FILOSOFI nelle Scuole; come del Ginnasio diTolommeo celebre in Atene narra
Pausania Per la qual cosa se non a Tito, sicuramente ad Adria no, che nell'anno
117. dell'Era volgare successe nell Imperio a Trajano. Di quanto narrasi in
questo marmo convien darsi il vanto. Poichè questo Imperadore, come scrive
Sparziano inomnibus pæne urbibus,com aliquid ædificavit,o
ludosedidit:efucotantoamatoda'Na poletani, che volontariamente lo elessero
Demarco; ch' è quanto dire Pretore della lor Repubblica. Come prug va il
Reinesio contro il Capaccio, ed altri,che cre dettero esser questo un
Magistrato:Greco;avendo avuto le colonie a fomiglianza diRoma parimente un
talMa giftrato. Orciðne fa chiaramente conoscere, che il Ginnasio, e le scuole
in NAPOLI sono ugualmente celebri di queste Scuo non meno prima, chedopo che
questa città fi: sottolefinoa Costan mise aldominio de Romani; poichè febbene i
Napole tanidall'anno diRoma,come sostienetraglial triil Reinefio finoad
Augufto, edanche molto tempo dopo, toltone il tributo, che pagano a’Romani,
essendo stati trattati da quelli con ogni piacevolezza,ed. amore,e reputati
amici anzi, che soggetti ; fossero stati dopocircail tempo di Tito,o
diVespasiano,se si vuol credere al Caracciolo, ridotti in forma di Colonia,
Paulin Attic. Cic. De finib. Spart.in Adrian. Reinef. var. le&t.
l.3.0.13. Lo Meliovariar, bection 6.3. 6.16 20 CO) 210 eto 7h OV V.
Continuazione CIT per col ied che cole :ftu. onde magi 0 rife : e refi B 2 Cih
e refi più soggetti,preso avessero a dismettere gl’antichi greci inftituti.
Tutta volta seguirono pur eglino, come manifestamentedaquantoabbiam
dettoappare,adeser citarsi nella Ginnica, e tener te loro Scuole ben ordi nate
; con mantenervi ottimi professori in ogni genere di scienze. Ma in quale
regione della nostra città situato esse le, e del Ginna-questo Ginnasio,
molto'vario è il sentimento degli Au tori. Alcuni credettero, che le Scuole
state foffero ove nel corso degli anni edificosi la Chiela di S.Andrea; non
però questa oppinione quanto sia folle, e vana di leggieri si mostra ; poichè o
fi vuole, che queste scuole sono divise dal GINNASIO. E ciò quanto sia lungi
dal Summon. le cole che di sopra abbiam detto,bastante mente lo appalesano; o
fivuol credere,che queste era no, come in fatti furono,accoppiate,ed unite,
anzi in corporate con quello; e giammai si verrà a mostrare esservi in tal
luogo apparse vestigia di tali edifizj. E' ben vero,che essisupposero laddove
fuinappresso eret to ilCollegio de'RR.PadriGesuiti,vifossestatoun altro Teatro,
diverso da quello, che di sopra divisam mo; ma questo anche quanto sia
inverisimile, anzi impossibile chiaramente appare da quel che in tutti i noftri
İftoricisilegge; come dire: che Napoli a tempo parimente di Ruggiero Normanno
dopovarj, e diversiac crescimenti diedifizj, ediabitanti, nonera, che'una Città
molto picciola, etale,chefatta da quel Remi. surare, non li rinvenne il fuo
giro maggiore, che di pallil;onde ove:mai figurarvifi voglia notanti diversi
Teatri, e Ginnasi di quella magnificenza,ed a m piezza, ch'era solito dagli
antichi edificarsi, non po trem VI. Sito delle Scuo vero, tremmo mai concepire;
senza che in sì picciolo spazio non vi farebbe rimasto luogo per abitarvi.
Seguente sillogismo. Appare eglidicono da Platone,che: il luogo proprio per li
Ginnasj esser debba il mezzo della Gittà: aveano questi, secondo gli antichi,
il più dappresso le Terme; e come si deduce da Stazio nel Ginnasio de’
napoletani era vi un tempio dedicato ad Ercole. Orduppo Ito, che in Napoli il
Ginnasio occupasse questa regione, veniva egli ad aver tutto ciò; perchè ella
quafiil mez: zo occupava dell'antica Città; avea nel suo distretto le chi IK er
qual sopra tutti ik prese a difenderla, avendo preso, a scrivere di questo
GINNASIO, che per la morte sopraggiun tagli, non potè terminare; fi appoggiano
del tutto sul Altri all'incontro furono di parere, che il Ginna fro occupasse
propriamente quella regione della Città, la quale per le Terme, ch'erano nelsuo
distretto, chiamossi Termense; e si vede anche dagl’antichi filosofi chia mata
Erculense, come chiamola Gregorio nelle fue pistole perloTempio,cheiviancheera
inonor di Ercole oveoggièla Cappella detta S. M. Ad Ercole e dopo fu
chiamata,comeparimente or fichiama,di Forcella. Non già come vogliono
alcuni,ch'è troppo follia il credere dalla scuola di Pittagora,che quivi era,
la qualeavea per insegna la lettera biforcata Y ;ma si bene, giusta che fu il
sentimento de'più favj, da un antico Seggio, il quale facea per avventura per
sua im-. prela, quelta lettera, che finoggimiriamo scolpita in un antico marmo
sopra la porta della Chiesa Parrocchia ledi S.Maria a Piazza; e diede ilnome a
tutto il quartiere. Quegli,che'fifostengono inquesta oppinione, come sivede da
quel dotto libro, che Pier Lalena, 1 Gregor. Terme, Terme, ed un Tempio ancora
consecrato ad Ercole. Dunque, eglino conchiudono,deve credersi di necessità,
che questo così fosse. Pur tutta volta, posto che Platone non parli di quel che
in fatti costumavasi nella Grecia al fuo tempo, ma soltanto di quel che
bramava, che si costumasse. Poichè sappiamo per certo che tutti i GINNASJ eretti
erano fuora delle porte della Città, o a can to a quelle, come lungamente
pruova Meursio, e tutti gli altri, che dottamente hanno le cose deGreci co'lo
roscrittiillustrato;e perchèleTerme esser potevano, come realmente sono anche
in altri luoghi di Napoli, e cosi pure il Tempio in onor di Ercole, il quale
ove fifuppone accoppiato al Ginnafio,figurar non fideve moltoampio,e magnifico,
ma per ben picciolo,e come un nostro Oratorio, o Cappella; nè creder, che
questo fosse stato solo, ma con esso insieme congiunti, o dentro lo stesso ben
molti altridellamedesima formaerettiinonordiMercurio,di Apollo,di Cupido, e di
altro Dio di questo genere, del Teatro, e Somma piazza. E per verità quiviiveg
gonfi! ancheoggienellecase, che diciamo dell'Anticaglia, e in tutta quella
vicinanza, ove dopo fu eret: to il Tempio in onor de'Principi degli Apostoli S.
Pie tro, e Paolo infino al vicolo della Porta piccola della Chiesa della
Vergine Avvocata, volgarmente detta l'A nime del Purgatorio, infiniti pezzi
d'opera laterizia, e condo costume era di farsi universalmente da Greci ne'
Ginnasj; devequestosentimentoanche con tutta ragione: ributtarfi. più koNon
pochi finalmente contesero, eforsecon saldo giudizio,econ maggior
fondamento,che ilGinna fio, e 'l Teatro stati fossero in questa città in una
stessa,verso quella contrada, che anticamente dicevasi saparte fe secolo,
quella di Berito e quella di Costantinopoli eretta teflandrini;te del pra Viil
Celan. notiz. di Nap. Giorn. V.Plutar. inopusc.viramepicur. non esse
beatam.Strab.l.s.& Philostr. in Po lemon.] Spartian. In Adrian, Sueton. in
vit. Claud. Gronov. dissertat. de Museo. Juftinian. Conftitut. Ad Anteceffores
$.7.6 Dioclet. h.n.c.quietate velprofeffione fe excufat.6 l.10.c.eod. V.l'Autor
della Stor.Civile del Regnol.s. dur NON Comunque però ciò sia, rientrando in
nostro sentiero. Dopo che Costantino trasfere la sede dell’imperio dele
Scuolede nellanuova sua Città, non vihadubbio, ch'egli, echedopotraj. Lita ove
crediamo noi essere stato il Ginnasio, viene ad essere per avven tura fuor
delle mura, ovvero accanto a quelle. Continuazione quelli, che lo seguirono,
tralasciaffero perla lorlonta-dpeolrl'taItmapelraifoe de nanza, di frequentar
Napoli alla guisa, che ilorante - Costantinopoli. ceffori avean fatto; e che
perciò venne ella anche me- Womenerico da no da’ private cittadini romani
frequentata. Ma non per tempo di NERONE questo il suo Ginnasio fcemò dipregio
:erano allora in letani, eglio an di marmi Orientali di una maravigliosa bellezza,in
gui fa, che in niuna altra parte di Napoli se ne rinvenga tanta copia ; e vi si
discuoprono parimente le vestigia d’alcuni edifizj, che pajono non aver fervito
che per leTerme. Questo sentimento vien confermato oltre modo non solo da
quelche scriveSeneca a Lucilio,che come di sopra abbiam riferito,suppone in
fatti ilGin nasioaccanto alTeatro;ma benanchedalcostume di già ricevuto nella
Grecia, il quale come testé da noi notossi, e d'erigere questi Ginnasj fuora, o
vicino le 1 porte della Città; poichè comunque tra levarie op 0
pinionide'scrittorifisupponga, che fosseilsitodell' anticaNapoli,questo luogo
veramente Oriente le scienze in un molto sublime grado. Per tro-rientali, accre
varsi in molti luoghi delle famose Università degli Studj, etonelIV.eV. delle
celebri Academie, di cuiquella d’Alessandria Coʻ Leterati A stimonianza dal
medesimo Costantino il Grande portavano 10-fa Agostino bilito netrai Napo 3 ita
qual cosamoltidiquesti, ed egli altri Orientali soprattutto in questi tempi,
ne'quali trovandosi la Sede dell'Imperio in Costantinopoli; rela era la‘nostra
Città a quella fu bordinata, capitando continuamente in essa; questo gran
cambiamento delle cose non solo non apporta niuno im pedimento alla letteratura
napoletana. Ma moffii Na poletani dall'emulazione di superar gli Orientali, che
è troppo naturale tra gli uomini,egli è incredibilequarto maggiormente ella
fosse venuta ad accrescerli. Ciò tanto è vero, che anche nel V. secolofiori
vano perciò in queste Scuole mirabilmente le scienze; e vi fioriva soprattutto
lo studio dell'eloquenza, come attesta Agostino, che allora altresì,vivea. Perchè scrivendo egli contro gli. Grice: “You can see the difference
between Rome and other civilisations in that the philosophical gatherings – as
Austin’s were at my St. John’s – or the Athenian dialectics’ were at the Lizio,
the Accademia, and the Cinargo – the Romans preferred to meet at Scipione’s! Call it
Roman gravitas!” DE’PRINCIPI DEL DRITTO NATURALE. Filofofo, e Giureconsulto
Napoletano. NAPOLI. Predò Giovanni di Simone CON HCSNZJ P*’ SVfS RIQKl.AL
MARTINO Pubblico Profeffore di Matematica ne’Regg j Studj di Napoli, &c.
LETTERA dell’autore, che serve anche cP introduzione all’opera. Questa picciòla
operetta, che ora ho rifo luto di efporre al pubblico, stimatiffimo signor mio,
fìt da me comporta, fono già quattro anni, per soddisfare al desiderio d’una
dama, che per sua propria a a i itruzione con premuro!!, ed autorevoli impubi
mi avea coftretto a darle in ileritto una chiara, e generale contezza di tutte
le parti della filosofia, di cuiella fu. Preifo che la conchiufìone. La ragione
più forte, per cui mi fono mcflb a farla comparir fola, lènza, che vi liano
unite Y altre opere fi lo fo fi che, delle quali fu parte, ella è la lpéranza
di poter col fùo mezzo, più, che colle altre contribuire in qualche parte, e
per quanto fia poffibile al profitto de’giovani, eh' è fiato fèmpre mai, e
farà’ il termine unico de' miei ardentifiìmi defiderj: poicchè conofeendo
quanto abbondevoL mente datanti valentuomini fiali • «k 4 *, travagliato a prò
de’giovani, facilitando con tante lodevoli maniere tutte le più intricate q
milioni della fcienza fìlofofica, pareami, che quella fu blimc, enobiliflìma
Tua parte della r agion Naturale, che pur contiene non men’ una buona parte
della Morale, e della Politica, che la vera origine di tutte l’umane
obbligagioni, mancale di un’ ordine facile, e proporzionato alla capacità de’
Scolari $ lo che pareami non eil’erfi fatto fin ad ora in tante Opere di eccellenti
Giureconfulti, e fapientiffimi Filofoii, che tanto bene han trattata quella
materia, eflèndo gli di loro libri certamente e foltanto adatti, e proprj per
gli uomini provetti, e molto avanzati nelle buone cognizioni . Onde riflettendo
meco fleffo a queir occulta impercettibile forza, che difpone per a 3 mezo di
tanti improvifi avveni-, e fapientiffimi Filofoii, che tanto bene han trattata
quella materia, eflèndo gli di loro libri certamente e foltanto adatti, e
proprj per gli uomini provetti, e molto avanzati nelle buone cognizioni . Onde
riflettendo meco fleffo a queir occulta impercettibile forza, che difpone per a
3 mezzo di tanti improvifi avvenimenti di -noi, e di noftre forti, e che firn
dal momento in cui giunfi in gualche modo a comprendere per ' quelche a coloro,
che fon racchiufi Nel tenebrofo carcere, e nell’ombra Del mortai velo ; vien
permelfo, qualche cola dell’ordine, e del decreto delfeterna, e di vina prò
videnza, determina varai alf elercizio della lettura, che dopo 4 tante variazioni
di mia fortuna, ho profeflhto per otto anni} a ni un’ altra cola mi ftimai
obbligalo di porre maggior Studio, che in prò-» vedermi d’idee le più chiare, e
nette, come quelle che fono le più neceifarie per ben comunicar a’ giovani gli
precetti di quelle fcienze, che vogliono apprendere, e lo e lor tutto dì
s’infegnano . E perchè a ben* illuminar la mente di coloro, ches’applicano allo
Studio > delle leggi tanto nella Città noStra coltivato, e giustamente
tenuto in * pregio, utiliffima, e quafi neceflaria pareami la notizia di tutte
le rnaffime generali del Dritto Naturale, come quelle, che fcuoprono la. vera
Sorgiva delle Società, de’ commercj, de’ contratti, de* pat( ti, ed’ una
infinità dì altre cole di tal fatta, profittevoliffime all’ intelligenza delle
leggi medefime, ed aj buon regolamento della vita umana, -credetti, che non
efiendovi ni un’ opera per quel, che io mi fappia, che ne tratti, e tratti in
modo, che ficuràmente dar fi poffa in man de’ giovani, il profi tro de’ quali
fopratutto ho avuto a 4 lempre a cuore, non farebbe data fuor eli propofito la
mia fatiga . Quindi proccurai di metter ciò, che avea penfato, e fcritto per la
divifata occafione nell’ ordine il più naturale, e facile, 'eh è quello
de’dialoghi, come dalla tavola de' trattenimenti, e de’ loro fommarj giunta qui
da predo lì vede, Icrivendo colla maggior polli bil chiarezza 5 febbene per tju
cl, che riguarda lo Itile delìderato 1’avrei più puro e femplice, di che farò
compatito da Voi, c da tutti coloro, che fanno in quali didurbi, e rancori io
me ne viflì per più tempo nè men dinanzi di badar a tale opera, che dopo, cd in
quedo ideilo tempo, che hò imprefo di darla alla luce 5 e con tal mia proteda
gentilmente farò altresì fcufato preffo coloro, che non fanno il tenor di mia
vita. Ma comunque ciò fi a 5 e fe nel defideriò di giovare a tutti io l’abbia
fallita, pur non farà dannevole quella mia volontà di procurare f altrui
profitto, poiché colui, che fi affàttica per il pubblico bene, ancorché non vi
riefca, pus non deve privarli del premio di effer creduto uòmo di buona volontà
. Eccovi in poche parole fvelato il mio pen fiero, e quella mia fatica quafella
fiali, sì per impul-» fo d* oflèquio al fuo merito, sì per ragion di debito per
tanti buoni infegnamenti datimi, sì per infiniti altri motivi ad altri non
dovea prelèn tarla, che a Voi Stimatilfimo Signor mio, perchè fempre con una
fomma, ed ineffabile gentilezza avete riguardato me, e favorite le mie cofe .
Tanto più, ch’eflèndo Voi dotato d’una mente fubiimc, che T avete arricchita *
di tante cognizioni coll’ indefejflò Studio, per cui liete giuftamente reputato
per uomo di profondo lupere, e.di politiflìma letteratura, di che fanno chiara
teftimorianza gli dottiffimi Libri delle • Icienze Matematiche dati alla luce,
potrete ben garantire queft’ope- j retta dalle punture inevitabili delf
invidia, eh’ elfendo la più abominevole tra tutti gli vizj,pur Tempre inforge a
mordere chiunque li arrifehia di fottoporre alla pubblica cenfura le fue
fatiche. Contentatevi di ricevere in buon grado quelT attefhto del mio rif-,
petto, c di quella profonda vene raz orazione, con cui ammiro Ja voffra virtù,
perche accurato della voffra protezione mi lulingo di non incontrar difagio, e
fac end ole riverenza mi raffermo . i Napoli. « Di V.S. ! ^ Dhotifi. Obbligati
y?. Servidore Giangiufèppe Origlia P. Èrche il Perfonaggio, chea fé 30 Voi
conviene rappresentar nel fl mondò, egli altro al fin non fa r$(fe non
m’inganno) che di un Giureconfalto, o Avvocato, guitta che la voftra natura, o
inclinazione, che dir vogliamo, e l’ educaziojrede* propri Genitori, non
fAoas^4 tyòxots M Òr' aJ$j ine ’ e che non è la ‘ qt !i aIe ^ »* In/Ta*™ J l j
mh fi nza ampiezza afille,’ M“ i« alcun dì mi mortali d temi „,/ J 9 » e»trant
Jìa-,t oppojla alle fu* .Jan «**£•«* J/ r:> ikf'fr .ym^ A T 4 O) InftÙ DiVro. vi. S., i 4 ; Grot. de
indul^. «$•««* ' TV V *•; *.i fck» 5 4r u ¥ . ^di più oltre pafiando fi
potrebbe altresì qon ogni naturalezza arguire, che la giustizia, o ingiuftizia
dell’ umane operazioni, in A4 fin fanti tà, 0 bontà, non pub a patto alcuno,
dalle ojfervanze di si fatta legete in modo veruno difobbligarci. Il perche
agevolmente quindi pojfon tutti apprender quanto diffidi cofa fa, e malagevole
il giugner per Uomo alla cognizione non men delle leggi de 9 Romani, che più di
tutte V altre barbare Nazioni al Mondo travagliarono nello Jiadio del Dritto
della Natura, che degli fiatati, e delle confuetudini, 0 leggi della propria
patria, fenza effer fuperfdalmen te almanco di ciò frutto, eh' è la fola, e la
vera guida, che aÌP interpr et amento di quello può mai condurlo, e con
divilupparne il lor Vero Jfenfo fargli conofcere, e capire quante elle giujìef
ano, 0 ingiujìe . Quindi Ulpiano . quel che fopr atutto Jìimò nelle fue
injìituta tieccjTario da faperf per un Gìureconfulto, •* b° ni » et «qui
notitiam ( 6 ), lodando Celf > 9 che defnito avea al dinanzi lui il Gius : C
r ) Idem de indulg. c. a. et Uh. 1. c. I. de jur. Bell. et pac. Pufendorf. c. ;.T. 2. §. 4. J. N. C 6 ) L. i.de jud. Se jur. DE’
PRINCIPJ-' fin altro non fia, che quella conformità, e convenienza, che pofiòn
mai quelle avere, o non avere con sì fatte regole naturali a tale, che
confiderate lenza un tal ri/guardo, e di per se lòie, puramente come dall* Uomo
fatte ( come che ciò fi fofiè una mera ipotefi,ed un puro liippofto )
totalmente meritino d’ averfi per indifferenti. CoGius : ars boni, et aequi :
Cosi fecondo attefa Seneca appellarono gli antichi Giare conflitti il Gius
della Natura, il perche CICERONE (vedasi) imputa a fomtno pregio, e gloria di
Sulpizio che : ad aequitatem, facilitatemque omnia referebat, et tollere
controverfias malebat, quam conftituere, per valermi delle parole del dottijfmo
Vives. Egli ha ciafcuna delP Umane azioni una tal qualità, e condizione, che
per fua natura, giujìa il fenlimento di Platone nel fuo convito, non fa in
guifa alcuna nè turpe, nè cnefa ; cosi, egli dice, è quanto adejjb noi facciamo
: il bere, per ef empio, il cantare, il difputare ; nulla di si fatte azioni
racchiude in se fconcezza alcuna, 0 onefà, I . ., ma Apud todovic. Vives
coranaent, sd lib» xtx. c. ai. Ani?;, de Civit. DvLoco . !.. xix. ] ria dal modo
filo con cui vien fatta, apprende ella il cognome, che ha, 0 di buona, 0 di
cattiva ; imperocché quanto noi facciamo faggiamente, e con rettitudine egli
non è fi non buono, e onejìo ; come quanto da per noi vizìof amente fi opera
non è, che turpe, e ifconcio : T* in diverf l-oghi delle fue opere cercò
Jiabilire, e mojhare il medefmo Platone, come è molto ben noto a chi che non fa
in quelle del tutto forajìiere . Il perche /ebbene azioni veramente
indifferenti fano il dìfputare, il ragionare, il camiuare, e altre si fatte,
non fi deve però il medefmo dell* altre umane azioni afferire ; imperocché di
tutte quelle dalla cui nozione, o idea fi poffa con ogni ragione per Uom
ritrarre, e dimojìr are, che faccino, o no mai a nqfìra perfezione, e
vantaggio, o utile, eh* è quell* appunto, per cui a ciafcuna di effe V
intrinfeca bontà, o malignità s* attribuire, e imputa, non f può per niun ver
fi mai da chiunque penfi, siffatta bontà, o malignità recar in dubbiezza ;
comecché ' ( T ? A D 1 omen]co Bernino Iflor. dell’ Ercfie . Tom. i. c. a. del
leccio 2. v • C Wt } D * luogo fopra. ( ^ Heinec. v. nel luogo di fopra. • * f\
- v».* » 1 dijcorfiy e del ragionare insìangujii termi k m rijtretta ad altro
per lui frvir non varrebbe $ che a fomminifìrargli una certa Speditezza per
cosi dire, e dejìrezza vie maggiori di quella i che fi ojjerva, e nell' operar
de' bruti,eper aggrandir in ejjò in parte, « accrefcer le fue forze naturali,
«w non miga ?.. ;> per indurre nelle fite assoni, è recarvi la vera
moralità, come cofa del tutto imponìbile, fenza lo ftirito della leg0, 0 un'
infinità dii: vite dinanzi, che non incìfe in noi quella ; egli e meJHeri dall
* altro. U • lerfo, che da fernoi Jì affermi, /z Ani, che per difetto di que/fo
firgget to, che ingiufo, o malignò avjfe potuto e fervi mai, o che quefa .gi
ufi zia, o malignità aveffe pur potuto ridurre in atto, non f pofi'a quefia al
meri in afratto concepir, da queìi'ijiejfo mentre ejfer * rifiata, in cui la
fantità vi fu, e la bontà f come ccfa a quefa diametralmente, oppofìa % e
contraria ; e ciò tanto più, che non ci Jì permette in guifa alcuna dubbitare,
che l idee di tutte quejì'e cape thè qua giù noi leggiamo 4 . fiate non vi
fojjero nel divino Intelletto fin * ab eterno ; é che per . ragione in quefio
medeV fimo fi ebbe altresì accoppiata 9 e unita all - idea deir Uomo, ch\in
tempo a crtàr fi aveq 9 • come un Sacerdote proprio della natura 9 !. r idea
parimente del male, xhe quefii, cerne creatura affai imperfetta» e finita potè
a, g dove a fare . Al dinanzi però dar fine a quefio,• avvertimento, avvegnaché
fii alquanto più lungo del convenevole. y non tyalafciamo qui avvertir di
vantaggi 0 » che fèbbene, que ’ motti deir*Apofiolo,da noi al di fi òpra
recati', peccatimi non cognovi, nifi per lesero &st. alcuni I interpretino
per la legge Mofaica, volendo, che in noi per lo peccato la legge della natura
ottenebrata alquanto, pria della legge di Mose JìaveJJ e ciafcun portato a
peccare fienza certa, e ferma feienza, e che di quello fiato dell Uomo
favellaffe in vqrj luoghi rApoflolo dicendo : che (\£ ) iìnejege peccata t,
fine lego erat, fine lege puniebatur : non già per al fermo perche molte delle
fu e azioni dinanzi ìa legge non erano in, guifa alcuna peccaminofiè.,
mafoltantq perche : non im . V V,./* V ’ f. ’g'ri .,A.i A V"V P9 T '-«fr r
( ré ) .Ad Ronwa.vv r. ad GopqtN.P*?.; v. ai. 4 •r«rr-r- « ygn» y yr - 1 .
-& ’ - 4 ^ : a f| HPani-itn 1 o por meglio dire : 177. dell’ultima edìzion'
r. iG. e io. Hiftor. verer.teftàm. diili • \ ChrifolU hic. Aug. !ib. u contra
duas epift, Pe. P ecu,n Artibrofiaft. Eli. Giop «c. recati cìaCalmet. tield.
luogo. 1 C *0 ) .Hierorj. ep.ad
Hedibaro.q.S. Paraeus gMa Caimeu d. l.> " v ' f *' •v. a •}-*} M. Così
egli è appunto j anzi da quello nd* IV. l’ ifteflà guila parimente Ilom vede
molto manifedamente, che H dritto Civile, e il dritto pubblico, non che, quello
delle Genti, o qualunque altro, vai io, e divertì) dritto j eh 9 è tra noi,
altro in effetto e non Ira, o comprenda, che quelle ideile regole della Natura
diverfamente alle bifògne, e necefiità degli Uomini applicate, e alle lor
vàrie, e diverle operazioni adattate, cpnfiderati or come membri di una lòcietà
univerfalc, or come membri di una V - . : '*v lo f ^ \ .credere il S. Apofioln
avèffi' in quejh luogo voluto figurarci uri tlomo'at dinanzi degli anni, in cui
comincia ad ttfiar della ragioni, dìfiinguerla j e che perciò non opera tutto,
(he indifferentemente queir ifieffo, che in appreft fio, e per la ragione gli
fiàrd imputato a peccato y e a vizio y dicendo egli di lui meàejimo non guari
dopo : ego autetn fine lege vivebamt aliquando ( il ) * Onde fifa chiaro, che
Pilomo figurato da noi dopo il Grosdo, e il Puff fendorfio fienza alcun In**?
della ^oo,” r n - on fi debba aver miga in effetto, e tener per V, mcraipotefi
. ' /, ( zi )• V.9. è. ep.id Rotti, «bf
v. Ang. Ics contri Ju liamum c. 1 1. Hicron. &t. apud Corndium'a I «pwt o.
» Vi . .• ù’ a focietà particolare, or altamente in altro diverfo flato, e
fortuna. D. Si bene : ma come provarefte voi mai la V. poflìbilità, e
l’cflflenza di sì fatte rei gole ? M Egli è, vaglia il vero, colà certiflìma, e
• che non li può miga per niun verlò da Uomo, che facci di fu a ragione un buon
ul& recar mai in dubbio. Ch’ ogni un di noi nell’operare egli fia Ifw bero
totalmente, e padrone della propria volontà: e che per una sì fatta libertà
nulla mai di vero, o di fermo unqua nell! giudizi delle cofe, che naturalmente
noi avertiamo, o appetiamo dal canto noltro richiedendofi ( effondo pur il
noflro intelletto affai dappoco, è fievole ) egli fi polla per buono, e pier
utile, o per onerto, e per retto, che dir vogliamo, agevolmente eleggere da
cialcuno, e avere non meu quel che in effetto e’ fia in fe tale; m 9 altresì
tutto altro, purché fi prezzi da noi, e fi reputi come tale ( D ; . B IL Due
adunque fon le verità, che qui da noi fi propongono, e me t tonfi al dinanzi de
nojtri leggitori come ben certe, e Mimo fra Jìrabili;come che ne ’ nofiri
trattenimenti fulla Metaffica fio no pur fiate elleno dffuf amente mojìrate
appieno # provateci quejìe fi è la prima la libertà, eh' ha ciaf c un di noi da
poter fare#d eleggere quanto mai gli sa buono # gli và a grado, eh' è quello
per V appunto, che da' Scolajiìci dicefi d'ordinario indifferenza cPefer*
tizio; la feconda ella è, che non da altro y falvo dalla fodere hi a, e molto
gran limitazione del noftro proprio intelletto n avvenghi il feguir noi ben
furente, ed eliggere un bene falfo del tutto, ed apparente per un ben vero
reale . Ad ogni modo per quel che può mai riguardare alla libertà della nofira
volontà, non tralafciamo qui pur di notare, ch' egli non v' abbia a noftro
credere tra le majfme pejiilenziofe, e nocivi: allo fato, e al governo di una
Monarchia, o Keppubblica y ch' ella ipeggior di quella, con cui fi vie n quejìa
a dinegare, o metterla in guifa alcuno in forfè j II perche per niun verfo mai
ciò permetter fi deve da Principi, e da Regnanti, giufia rinveniamo, che
dinanzi ogni altro fi fu l' avvi fo dell’ACCADEMIA; devendofi di neceffttà, ciò
pofio per vero, riconofcer Dio altresì per Autore, e per propagatore de'
peccati, e de ' mali degli Uomini, non che annullar total De Republ. lib. ili .
j 9 talmente, e derogar ogni legge, ed umano fa-, tuto ; Qgindi noi queir
Ere/te piu di tutte E altre offerii amo, che fatto e'aveffero maggior guerra
alla Chiefa di Dio> e recato maggior /pavento alla Reppubblica di Chrijìo in
cui una sì empia affirzione Jì //enne mai, c difefe ; imperocché non v' ha al
Mondo, vaglia il vero, chi non /oppia, per tralafciar di far motto degli altri
di tal fatta \ quanto/ fu mai quel fuoco, che v' accefe nel primo fecole r
empio Mago Simone, da cui la fetta de' Simoniaci ebbe il fuo principio ; e
quanto/ fu quello, recatovi da Carpocrate, nel fecondo fecole, autore dell'
abbominevol fetta de' Gno/i ci, non che gli agitamenti grandi, che ella fffetfe
in quell ' ijìefo fecola per un Cerdone, e per un Alarcene; e per un Curbico, o
Manes in appre/b nel terzo, Capo de' Manichei (21 ); del rcjto per quelche
riguarda all ’ intelletto, egli fi ha altresì altrove moftro molto alla
dijlefa>e nella nojira Meta/fica ; I.Ch' in ogni, e qualunque azione nojtra
libera non men quejìo vi abbia la fua parte, che la volontà • non potendo/ per
la volontà inguija alcuna defiar altro mai, 0 ap-\ petere, /alvo ciò che dall'
Intelletto pria gli • B * 2 . . /reIl Semino nell» Ilìor. dell ’erefie ci. Se;,
^ c. 6 . Sec. II. c. 1 ». Sec. HI. ., Ch’ a tutte le colè qua giu create, le
quali dal vero, giufto, e dritto fentiero fi partano, faccia medieri che fi
reggano in ogni tempo, e continuamente fi regolino giuda qualche norma. Il Jt
recò, e mofirò per bene e per utile ; ne da ella evitare, o ifchifare altro mai
Jappiendofì che quello, che per quejìo le gli vene r apprestato come malo e
cattivo . 11. Che non Jt pojfa Uom mai dar in colpa, ne accagionar di altro,
che delle azioni Tue libere, come quelle, che fono le Jole che pojfono per
leggi regol arf, giujia da quello, che qui al di fopra fi diffe, ciafcuno
imprende ; Il perche in quefo tutto, fenza più ci rimettiamo noi a ciò, che n
abbiamo ivi favellato . * ( E ) Chi che porrà mente mai, e vorrà attentamente
confderar le cofe del Mondo, conofcerà, fenza dubbio, agevolmente la verità di
quanto qui noi diciamo, niuna ejjendo vene in realtà per cui Dio non abbia
preferitto y e formato certe, e proprie leggi, e una qualche norma
proporzionata totalmente alla fua natura, e c^njìituzione ifiabilito ; cofa che
fopr atutto miriamo in quelle di cui qui Jt tratta, inguìfa, che non fembra
fopra ciò punir Il perche fe pur quello egli è fi vero, e certo come noi lo
abbiamo, egli fa meftieri altresì aver come tale, che tutte 1* azioni dell’
Uomo libere, e dipendenti da lui, debbano qualche norma avere, e giuda quella
per l’appunto efier mai fèmpre difpofte, e ordinate: lènza che l’ Uomo
fomigliantiflìmo a colui eflèndo, che B 3 creo! punto fia mefieri il pili
dffufamente difenderci, e di vantaggio . Per quel che ben faggiamente egli vien
notato per un autore ( 24 ) abbiam noi due ben diverfe, é- differenti fpezìe d'
lnfìtuzioni ; r una delle quali eli * è del tutta. arbitraria, e dipendente da
noi medefimi ; r altra come nella natura della cofa ijiejfa conffente del
tutto, e fondata., altro non è } che una fegvela ben molto neceffaria di quanto
f ebbe al dinanzi penfato, dove pur coll* . operar al r over fcio totalmente di
ciò, che pria fi abbia avuto in mente d'operare, non fi voglia fe medefimo
metter in /memoratine X e obblianza ; un Architetto per efemploavve-'! gna
•> 4 Pufendorf. fpecim cofltrov. Cf. Joan. &rW.ùÌ fw* 1. J. N. c# ij,
*v* ‘ 5 » V' > --‘A l creollo
dapprincipio, c a colè infinitamen* te, c da troppo più al di fopra di quelle,
che qua giù guardiamo di detonarlo fi compiacque, e contotuirlo, egli è per al
fermo una fconvenevolezza grande oltre mifiira figurartelo, che polla mai da
te, lènza qualche norma, o legge operare, la cui ofièrvanza, o rifpetto dagli
altri animali divitendolo, gli vaglia non men per indurre nelle lue azioni,
oltre l’ ordine, e decoro, molto altresì di bellezza, e di leggiadria, che per
un gran argine, e ritegno alle file sfrenate pa filoni, e alli fiioi licenziofi
affètti ; cote che vie più per cer ta, e ferma deve egli averfi, che te non » •
* D v. x v * ho gnache in fio arbitrio, e potefià egli abbia dì f ridare, o non
fondar e, giufia, eh' a lui vie più aggrada un Edificio, o P alaggio, cF egli
fia> affai magnifico, ed eccellente, dopo aver «li iifpjb, e ordinato da
vero fabbricarlo fa mejiieri metta in affetto y e in punto degli materiali
tutto altrimente, che s* egli ne vo* leffe mai un mero, e puro difegno
ordinare, e difporre ; poiché fetiza fallo apparirebbe un matto univerfalmente
a tutti, e un melerfo y fe fatto, e formato et? egli ri* avejfe qufi”,vo% 2* hò
delle traveggole in sù gli occhi della mente, la libertà, che all* uomo compete
come a creatura molto è diver/à, e diffe, rente da quella afioluta, e
indipendente propria di quell’ efier fùpremo, e increato che qui quanto noi
veggiamo confòmma providenza eterna regge pel continuo, e governa . B 4 . D. Ma
Puf end; c. i . /. J. N. et Cic. de LL. lejje egli mai tenerlo per quello ;
comeche tutt avolta ciò non impedifchi punto, che la di fpofizione, e P ordine
de* materiali JteJJi non fi riguardi come un vero effetto del difegno, e del
libero volere de IP Architetto ; or dell ' ijtejfo modo appunto dir pojfiamo di
Dio, e prejjò poco per una fintile ragione lìberamente offerire, eh 1 egli
febbene aveffe avuto la libertà tutta di crear, 0 non crear P Uomo, e formarlo
animale razionale, e fociabile ; per tutto ciò dove egli fi dì fpofe pur di
venir a IP opera, e di metterlo al Mondo, non potea non imporgli, ne
addoffargli tutti quegli obblighi e doveri, che dì necejfità convenivano alla
co fctuzione, e alla natura di una si fatta creatara ; il perche dicendofi, che
la legge della natura dalla divina Inflazione ne dipenda^ do ’ -Ma le di quello
mai avvenifle, che ne il - dovefie render perfuafò un Ateo, qual modo tener fi
potrebbe ? M. Egli farebbe quefio di certo per Uomo una cofa a fare molto
agevole, e facile ; imperocché non bramandoli da noi per natura, fe non ciò,
che utile ci fembra, o buono, e tutto altro, che malo, o per noi di poco
vantaggio Io fi crede, eh* e* fìa, nulla prezzando, anzi ilcanlàndolo via to- \
talmente, ed evitandolo, non polliamo naturalmente, e per una propria nofira
inclinazione non operar quelche riputiamo mai per noi fruttuofò, e utile, e
gio. vevole: e isfiiggir all’ incontro, e ifchifare che che tale non fèmbri,
efièndo non che del nofiro appetito fènfitivo, del razionale parimente proprio,
ed eflenziale rivolgerfi . vie Tempre, verfo l’utile, edaciò, che alla natura
umana pofià alquanto di con fòr thnon è da intenderli miga di una incitazione
avviti aria, come f fu quella, da cui ne prove* ia n j » a, ma * ìnfiituzione fondata, epojta
del tutto nella natura medefma dell * uomo, e nella fapie n za di Dio increata,
.quale vi modo alcuno mai non pub un fine prò •' porfi, o volere 9 fenza li
mezzi altresì jg* giungervi neceJJarj . v, ap forto recare, ed alleviamento,
come della iioftra averfione al rincontro egli è l’appartarfi da tutto ciò, che
mai può a diftruggerla valere, o a nuocerle in modo alcuno ; li perche nella
natura ideila dell* Uomo, e delle colè create fi veggono mille, e mille ben
differenti ragioni", e motivi per cui a quello egli anzi vadi appreflo* e
lègua, che a quello, o a quello vie più, che a querto;ciò che per verità, è
(ufficiente, e baftevole per obbligarci, e per trarci a quello, che mai
potrebbe, o varrebbe in modo alcuno a ripolirci, e a darci una perfezione
maggiore aflài di quella, ch’or abbiamo, e tutto altro, che contrario abbiamo
mai conolciuto effèrci, e che nacevole, e di liniero abbiamo unque potuto
elperimentare, lalciar via in abbandono, ch*è quello appunto in cui confide il
dritto della Natura (c); Verità, che conolcere, e comprender fi deve da chi,
che nello Audio della Filolòfia altresì mezzanamente venghi verlàto, giufta pur
liberamente Icriffe il Maeftro della Romana eloquenza Cicerone ; fa fi: etiim
nobis, (egli dice nell* aureo fuo libro de’ Tuoi Uffici ) (d) f modo m (e)
Gr»t. Prolef. I. B. P. $. xi. VPolf, Pbilof, Zittiva/, f. t. Hrìnre.c. i. 7.
JV. $. XI 1 1. XIV, ( d) %Àb, j. ( V. l. Quante, e quali dunque fono le diverse
spe- De LL. natur. c, f. §. 17. ] fpezie d’ obligagioni, che noi abbiamo f M.
Molte moltifiime ; ma due però fono le principali : le naturali, e le divine;
poiché a quelle due lòie /pezie, come a proprj fonti e 5 par, che fi pqliòno
mai dedurre 1 * altre tutte infieme. J>. Quali: fono l’obbligagionì
naturali? M. Quel le, ch’anno pera vventura l’origire, e la dependen^a dalla
ftefia natura del i’uomo, e delle cofe create, o per meglio dire da’ motivi
nell* ifìeffà bontà, o malignità ' delle azioni confidenti. E quali abbiate voi
per Divine? Quelle al rincontro, che ne provengono da’motivi diverfi del tutto,
e differenti da quegli, che il più gir fogliono al di dietro delle naturali ;
come fono per efomplo li favori, e le contrarietà tutte, che diconfi, ( ma non
molto piamente, anzi con gran improprietà del linguaggio Cattolico ) della
fortuna ; imperocché io mi credo, che chiunque mai fia ben perfàafo, e certo,
come pur dalla ragione, non che dalla noftra veneranda Religione, eh’
efpreflamente lo c* infogna, imprendiamo, v neppur le foglia, e le chiome degli
alberi, e delle piante fi fouotano in modo alcuno, ofi muovano fonza il voler
divino, dine» gar egli non potrà per verità, che quanto 1 C di di fecondo mai,
e di defilo ci avventili al Mondo, o di traverfò e di fènidro * fi rincontra,
non che giuda la bontà, o malignità ifleflà delle nodre azioni da noi il piu
delle fiate fi fperimenta, come tutto dì la fperienza altresì ( G ) lo ci
dimodra, da quell’ idedò immenfò, ed eterna fonte di tutte cofè non derivi,* e
confèguentemente tutti li nodri profperi, ocattivi avvenimenti guardar fi
debbano come tanti diverfi motivi, di cui accoppiati, e uniti alle nodre
azioni, o inazioni, che dir vogliamo, quell* efier fòvrano e eterno fi vaglia
ben fovente, e ferva per obbligarci di ben in meglio operare, e per trarci a
quedo anzi, che a quel genere di vivere di gran lunga vie più limile, e
conforme al fuo fànto volere ( l). T). Ma la natura delle cofe, come altresì
quella dell’ uomo provenendo da Dio, non • po ( 1 ) W' o!f. FhUtf. Prati,
Univerf. c. 3 * Nel notar qui noi, che il piu delle fiate gli uomini al Cren in
quefio Mondo vengano da Dio trattati bene, o male giufia la malignità, o bontà
delle proprie azionici fi am rattenuti alla /rafie di ÀuguJìino^ì^xumcpic %
{egli potrefcbomo noi parimente con ragione i’obbligagione naturale dir divina?
M. Senza alcun fallo nondimeno i motivi dell’ una efTendo molto differenti da
quelli, e varj, che in conflituir l’ altra concorrono, come ben voi con far
alquanto di riflefiione ne’ cafi fpeciali alli buoni, o ti idi avvenimenti, che
entrano in luogo de* motivi delle azioni noftre libere comprender potete, non
dà bene ad uomo il confonderle ; il perche molti vi fono, che sì fatte
obbligagioni naturali per difiinguerle anche totalmente dall’ eflerne, eh’
eglino C a me ( egli dice ) et malis
mala eveniunt ; et bonis bona proveniunt; ma non ( femper ) tutto il giorno ;
perche ben fruente Reggiani noì % per un occulta difpofizion divina, co*
avvenghi tutto al contrario, e diverfamente, come notollo anche Seneca ( 26 )
.non che il mede fimo ( 27 ) ; /ebbene molti /furono d' avvifio, che nella
dijìt ibuzione, che fi 'fa mai tutt ’ ora dalla divina provvidenza de'benì, e
de' mali tra gli Uomini ad ojfervar fi venghi fempre e mantenere un ben perfetto,
e vero equità . brio; De Civìt. 1 » 10. c. t. Senec. eie provid. t 17 ) Auguft.
d. 1 . medefimi ammettono, le dicono altresì obbligagioni interne, D. Ma
fpìegatemi didimamente quali fiano quelle alti e . 'M' Quelle che ne pofiòno
mai provenire da motivi, che non fi arredano, che nella volontà di un ente, che
avendo sù di noi tutta la podefià, e la mano, può egli, e vale a qualche cofa
buona in fe \ e one Tbo'n.if.fund.jur.Tkit.fy §.LxV'&fe£U»
brio ; nondimeno convien confijjare, che quello, che malo apparifce agli occhi
ncjìri, egli non fa veramente tale, e che quanto noi miriamo come un difordine,
e un /componimento della natura, egli Jìa in fe un ordine molto ben injìgne, ed
eccellente, non potendo mai colui, che quejìo Univerfo regge, e governa com *
Ente fommamente perfetto, cE egli è, e la fefd fapienza, eJJ'er V orìgine, e la
caufa di male alcuno ; come altresì par che fi fife fiato di fentìmento Epiteto
: S> roÒis xapàt'ods, cioè r.eVuori, e ne’petti degli uomini, fcritto, e
incifo ; peroche non dobbiamo sù ciò dar a audienza del Grozio e del Clerico,
li quali detorcer trattarono cotali motti, e prenderli, per quanto e' potettero
in altro, e diverfò fenfò, giuda, che pria d’ogni altro rinveniamo alla
difHifà, che provato avefle il Budeo ( q ). Per la qual colà fi vede e
comprende chiaramente la milenfaggine di quegli antichi Giurifti, non che di
coloro, che negli ultimi tempi mifero ogni lor ttudio, e cura in difènderli, o
alla cieca fèguirli, lì quali divifàndo il dritto Naturale in primario, e
fecondano, e’ voleanoche peravventura del primo cosipar te ( n Row. 11 . 14» Po') Ibid. C }> ) ArK crìtit. p. 2. feci. i. c. ir. r. in flit. Thenlog.
Murai, p. 1. c. z, $ e cojìringerci di quelche al fammele all'eterno Monarca
compete, in cui in ogni tempo, e del continuo,giujìa che ben dijje V Apojìolo
agli Ateniejì (33) : vfaimm, et movemur, $ fumus ? A&. -1 v. i . vero come è in effètto ; bramando or noi, ed
andando in traccia fapere qua! fia il vero principio de! Dritto Naturale, o per
mèglio dire, una verità-, o proporzióne principale, da cui trar li debba, come
da tónte pór via di giufle conlèguenze, e difcorfi tutto quello, eh 4 è giuflo,
e al’a norma della Natura conforme, che giuda teffe noi detto abbiamo, è la
volontà ideila divina, non fi può, miga con molto buon raziocinio un cotal
principio dedurre né dalla convenienza, che può mai effèrvi fra le noffre operazioni,
e la làntità di Dio ; o dall* imrinfèca bontà, e malignità, giuftizia, ed
ingiultizia dell* azioni dell* uomo; ne dal ben dubbio, e incerto coniente)
delle Nazioni, o delle Genti ; o dagli precetti, di cui ne fanno, ma con una
grande inventimi laudine, l’autore Noè, giuda gl’ebrei ; o dalle diverfe, e
varie convenziCH ni degli uomini, o per meglio dir, dal Dritto, che può mai a
cialcqno in guilà alcuna Ipettarc in tutte colè, come veggiamonoi, che fatto
egli abbia TObbelìo, ( t ) o dalle leggi dell* umana locietà, giu- > fla al
Grozio, ed altri ; ne dallo flato deli 4 innocenza, fecondo 1 * Alberti
Teologo, e D -fi [ t > L:b . de Ove et in Leviatb* v jo • Filosofo di Lipsia
; o finalmente da quell ordine naturale, che il fòmmo fattor del tutto nel
creare, e formar il mondo lì può credere, che fi àVefiè mai propofio, fecondo
che dopo lo Sforza Pallavicini fece il Codino. Poiché quelli, e altri fcmif
Pianti, e belli, e dotti trovati tutti par. che difettino in ciò, che in
qualunque di efTi aggraderà mai > o piacerà ad alcuno contendere, che quello
principio del Drit• - j . to Dìflert. de Jur. Mundi. Egli r- uopo con tutta
/incerila e nettezza confejfamo, che vifi rinvengano non pòchi nella focietà
degli uomini, citi non debba premer troppo lo /ìndio delle Jcienze fpec
illative, e che pojjdno in buona fede kj ciarlo ; ma non pojfamo con ragion
alcuna offerirli me deiimo della Triorale ? della Colitica j e di oucjìafeienza
del Dritto della Nat in a, effendo ogni uom tenuto fornir fene almanco Jtn a un
certo fegne^dove egli pur voglia far buon ufo di fua ragione. Il perche conforme
in quel cenere di Jcienze alcune fottigliezze molte fia°tc fon tolerabìli, e
laudevoli, purché non nano di Soverchio fantajìiche, e fuor del cornuti ufo :
così in que/ìe ultime, non fio ncn meritano, fi tordella Natura confida, non
mai egli potrà tutti li doveri dell* uomo, come fi converrebbe veramente per
far E uffizio di vero principio, ritrarne; lènza che fon eglino ofcuri del
tutto, ed incerti, ed in nulla evidenti ; il perche lafciando in non cale (lare
quanto ad uom mai intorno quello argomento piacque dirne, o lcriverne,fenza
metterci così alla cieca l’altrui orme a legume, egli non mi pàr, che vi fii
meglior mezzo per conofcerlo e dilcoprirlo che considerar alquanto
attentamente, e a fpiluzzo la natura dell’ uomo, e tutte le lue' 'inclinazióni;
perche perni fermo ciò facendonoi, lo rinvenimmo, lènza fallo, fin dalla culla
per così dire, e da’ lùoi primi anni, in cui egli è cofa alfai lieve conofcere,
e vedere quejche gli fia naturale, e da Da - qual« CICERONE (vedasi), dt fin.
bonor. et malor.lli-.z. ( tanó da veruno ejftr approvate, e lodate, ma Jì
devono altresì oliremo do fempre mai come ben fofpette, vituperare ; poiché
avendo sì gran bìfogno e necefjìta d'ijtruircene, come tejie noi diffmo )
debbono elleno con tutta naturalezza trattarti, e /empiitila ; cofa che bajìa
(fui notare per far cono f cere ad ogni uno il mot ivo', qualche abito, o
cofiumanza in lui non provenghi, fi porti mai fèmpre verlò rutile, ne altro
unqua vi fii, che quello, che meriti con ragione, e da fènno per vero principio
del Dritto della Natura d’ ayerfì ; lènza che le vi piace paflar più oltre, e
dar parimente una qualche occhiata aerò, che n’imprendiamo dalle Sagre Carti
nel mentre, eh’ e’ fi rinveniva nello fiato dell’innocenza, il limile noi
-rinveniremo, e non altrimente ; avvegnaché allora, giufia che comunalmente fi
vuole, avuto egli non avefiè, come per al prefente il cuore di mille, e mille
paffioni, e di varj, e diverfi movimenti, e affetti ingombro, e ilmoflò .
Quindi lo fiefiò Dio alla prima fiata, che favellò all’uo> mo nel Paradiso
terrefire, per obbligarlo all’ ofiervanza de* luci divini comandamenti, altro
non lappiamo noi avergli propòfio, che l’ utile, che da ciò potea egli ’ ‘, mai
EpMetus ErXEIPlAlON c. ;S.. r t, . e la ragione, che Jì ebbe in quejìa
Operetta, di non feguir ninna deir altrui oppinioni circa al princìpio del
Dritta della Natura, fenza darci la briga di piu a dijiefo rifiutarle, c con
pili, h mai trarne, e ’l danno, e difvantaggio* che dal contrario operare gii farebbe unqua
avvenuto favella ufàta da lui con l’uomo altresì in ogni, e qualunque altro
‘tempo dopo il peccato, non men per mezzo de* faoi Profeti, che per Io fuo fig
Muoio, Giesù Chriflo, com’ è ben noto a chiChc abbia letto pur una fol fiata li
làgri libri; nè fappiamo noi, per al certo, altroché quello lòlo mezzo da Dio
praticato a determinar l’uoraògiufta alla fua divina vo- lontà ; anzi io non mi
credo, che tra noi fi rinvenghi perlòna alcuna, che dovendo altri pervadere, e*
naturai mente non penfi, che perciò altro meglior modo non v’abbi, o fi
rinvenghi al Mondo, che di propor;,V ; > D 3 f ; \. > gli ( 2 y Gene/, c*
z. 1 6. 17. èc ., " 1 1 pih motti
impugnarle ; rinvenendojì di già, ch'abbiano in ciò foditfatto appieno^ed
appagato ciafcuno fujjicientemente molti al dinanzi -, noi(ia)con una fomrha e
rara loda veramente^ td‘ g Puffèndof. fpecim. controver. iv. 4. iz. Henri.
Coccei. drfE de jqr. omn. in omn.Thom.fondam.f. N» I. 6. 1 8. Jurpr. Divin. IV. 40. feq. et de fundam. defmiend. canfs. Matr. haet.
recept. infufK XVllf.S. M.de Cocceis de princ. I.N. di/T.I.q. U.$.IX. feq. et
q. III. § . VlII.Petr. Dan. Huet.q. Alnetan. . &c. e eh * imperò
prenda alcun il motivo di accagionarci, avvegnaché Jì tratti: no pur per il
dritto iltefiò delia Natura, non fia miga da metterli in dubbio ; Ad ogni
modoconvien confeflarc, 1* uomo lia totalmente quafi incapace dell* acquilo
delle vere vir;ù, le quali di vero non fon da reputarti d’ altri proprie, che
di Dio ; imperocché le l’uomo opera cola che onefta, e giufta, o di decoro ella
fia, lo fa lòlo, perche vien egli tratto a farlo, e portato dal guadagno, e
dall’ utile, eh’ egli mai riconolce poter ritrarne, e non già per la bontà lòia
e l’ oneflà dell’ Azione,* colà che per i’ appunto è quello, che rende Tazion
dell’uomo imperfetta alquanto, e difettofa, perche della vera onefià, e della
vera bontà non par eh’ ella nè porti in effetto, eh’ affai picciol fegno, a
tale, che più non fembri d’efia • Al contrario Iddio operando con motivi
infinita . * rnen tìdicofa mera arbitraria, dì jlr alagli nza\ poiché lafciando
pur da parte Jìare, che da malti degli antichi tifato JiJoffe altresì in qucjìo
modo, che noi f t/Jìamo, non che ' da* C Jt ) Cic. lib. rie offic. ;• . * j
mete d’ affai piu alti dell* uomo, non fi lafcia così portare, ne trar mai le
non dal giufio, e dall’^onefto proprio dell’azione, eflèndo quello giufio
medelìmo, e quello anello, lo fteflò Dio . E così confórme l’operar
dell’Onnipotente, egli è come un acqua, che chiara, lucida, e crifiallina
ifcorrendo tutt’ ora da un ben terlò, e limpido, e polito micelio, totalmente
d’ ogni lòzzura, e laidezza, monda fi mira e netta, così quello dell* nomò al
rovelcio è come un acqua torbida, e piacevole, che da una diverlà fingente
deriva S ' A ’ 1 . t _ j ., da' Padri della Chiefa 5 rinviene comunalmente in
quefio Jfènfo adoperato nelli fagri libri, come per alcuni pajfi, che apprefio
ne riferiremo agevole fa il riconof cereali per che per dir tutto in un motto,
non deve recar maraviglia ad alcuno, che da noi non fi ammetta mai dell' utile
dij cip agnato è dif unito dalla pietóso fa nonefiendovi ne pii* certame pili
vera di quefia gran majfima dell' Epitteto ( 37 ) 0718 to' cvpyófop, **« to’
ìw'tfft* cioè l ubi Ut!» " litas, ibi pietas. ) DeGivit. Iib. 19. c. ai.
Si &c. EFXEIPIAION C.3S. va, Cozza, in fé tutta € fporca, non potendo egli
mai, per quanto fappia, e vaglia, non commanicarle delle lue imperfèzzioni, e
laidezze j verità, che la conobbero, e comprefèro altresì li Gentili, fcrivendo
Cicerone in parecchi luoghi delle lue opere, e confed'ando., che nell’ uomo non
s’ ileopriva altro Gerttf.c.i, v. z6. ire, . /•; t propria, e fòia d’ un Ente
lùpremo, e infinito ; poiché al certo doverebbomo noi te• ncrci pur troppo
beati, e avventuro!! al Mondo, quando ciò ottener da noi fi potette ( M ) ; Non
confittendo veramente in altro la lèmma felicità, che per T uomo fi può in
quella vita avere che in un gran agio, e deftro, da poter del continuo in tutto
il corfo del viver luo vie meglio Tempre perfezzionarfi, e giu&here con
ogni aggevolezza, e lènza intoppo a far tutto dì progreflì maggiori in ogni
genere di virtù . Quindi il non mai abbattanza lodato ( M ) Per quanto mai
tratti V uomo dì ne fiegue lènza dubbio, che dove purvo• - gliamo noi le nolìre
azioni regolare a » nolìro utile, e vantaggio, damo obbligati altresì quell’
iftelfe determinarle a gloria di Dio, acciò chiaramente da quello apparila di
conolcerlo, e quanto mai a noi è pennellò in quella mortai vita comprenderlo, e
adorarlo ; onde I* uomo è tenuto non folo a molti obblighi e doveri verfo di le
(ledo, ma altresì verlò Dio, luo fattore, e Creatore. E per al fine elTèndo
ogni uomo naturalmente tocco da un gran piacere, e diletto - per T altrui
perfezione, dove egli pur non vengfii da ben contrari affetti impedito ; e T
azioni libere dovendo Tempre corrifpondere, e convenir totalmente con le na
cofcienza godere, che maggiore nè decelerare, nè bramar Jì potè [fé unque da
uomo al Mondo, chi negar mai potrebbe da fenno non effer ‘noi li piu felici, e
benawenturati del Mondo, ne a morte, ne a ccrruzzione alcuna fog . a etti ?
poiché giufta il faggio, Cuftoditio legum, confumatio incorruptionis eli, in C
Sij). c.\n, naturali, abBifògna conchiudere * eh’ ogni uno debba operar non
meno per lo proprio Tuo vantaggio, ed utile, che per l’altrui ; e ch’imperò
abbia a conofcerlì V uomo obbligato a molti doveri e uffizi altresì verfò gli
altri. Il perche effendo egli colà ben certa, ed infallibile, chedovepur ci
aggraderà con tutta la diligenza, e 1* accuratezza del Mondo gli enti tutti,
che ci danno dappreffo, o allo ihtorno confiderà re, non iè ne rinvengano, che
quefìi e tre fòli capaci d’ uffizi ; ciò è : Iddio, noi medefimi, e gli altri
uomini, a noi per natura totalmente uguali, e fimili ; fi può con ogni ra *• g
io * incorruptio autem facit efie proximum Deo ; cofa che fa vedere, e
concfcere quanto faggio Jifrffe il di /correre, e il raggiera?' di coloro tra
gli antichi, che voleano, la vita beata fri nella virtù fi conìengki, gjujìa
Grifone, Senocrate, Speu/ìppo, e Polentone ; come quella ydf era la fola, che
un bene ben Jì abile, e fjfo, e durevole comprende a ; come eh e Epicuro altr
etì, che fcritto avea la voluttà e/fer il fine de ’ beni, negava, che per
alcuno f avejje potuto mai giocondamente vivere fe onejìa, e /ozia mente } c
con gitjìizia vivuto non gione da per noi diftinguer T utile, e dividere in tre
generi diverfi, o fpezie, eh’ elleno fi liano molti differenti alle quali tutte
e’fà meftieri,che per uomo fi raguar> - di, dove egli brami d’ operar
veramente bene, e giufia il Dritto della Natura, imperocché fècondo.il numero
degli enti, tettò noverati, capaci di Aever da noi uffizi, altro è l’utile, e
’1 vantaggio, che noi tragghiamo da Dio, altro quello, che abbiamo dagli
uomini, e altro finalmente quello, che provenir ne può mai dalla noftra fletta
per fona . Oliali dunque di quelli meritano il primo lu^o. M. Ettendo ciafcun
di noi, per quel chedif fimo non Jì avejfe ; fentenza veramente grave, e degna
dì un vero Filofofante, s' egli viuji a feirive CICERONE (vedasi), riferito non
avejfe alla voluttà quejio medejìmo c neramente, favi a mente, e con giujiizia;
Ma che che però di cil> y ne fi conchiudiamo con queir aureo detto di S,
Augufino: Pax noftra propria, &hic eft Tufcul. qu. 1 . ”, Ds Civic. . fimo
al dinanzi, tenuto far tutto ciò, eh" e* conolce ellèrgl i di vantaggio.,
e d’ utile, e - non eflendovi Ente alcuno, Che maggior giovamento recar gli
poffà giamai, o vaglia di Dio, da cui dipende ogni noflro bene, ed avere, e
come Ente perfettiflìmo mira fino all’ interiora del noflro cuore ; ip ogni
nofira opòrazione che che /òpratutto fiam in obbligo guardare, egli fi è qdefto
Ente fupremo, ed eterno., cui con tutte le potenze del noflro fpirito fiam
obbligati nonché nell’ efierno, nell’interno ancora tutt’ ora oflequiare, e in
ogni momento compiacere, e venerare . In apprefiò perche egli è affai più
l’utile, che da noi medefimi poflìam ricogliere,di qualche da altro uom mai
ricogfiamo, egli è meftieri, che apprefso Dio nel noflro operare da ciaf un di
noi fi miri molto piu al proprio, che all’altrui commodo, o per meglio dire, •
alli diverfi doveri, che dobbiamo verfo noi E ' ' ftef • • * i .* eft cum Deo
per fidem, et in asternum erit c um ilio per fpeciem; fed hìc ftve illa
communisjfive noftra propria talis eft pax, ut fòlatium mi/èriae fit potiùs,
quam beatitudi-^ nisgaudium, . Niu T v r -A fieflì vie molto più, ch’a quel li,
che dobbiamo alla perfora altrui(N).Il perche per dir s 9 egli a fi la finità
del prrjjìmò membro traef-, come da ciò, che fin qui hò detto, e diro vi in
appreflo-potrete voi da voi medqfimo comprendere; poiché quanto da quefto mai
fè n’ inferire, ad altro infin non fi riduce, che aquefto fòlo: ciò è : Che la
perfezione dell* uomo in nuli* altro mai porta confifier, ne fondarli, che nel
temer Iddio, ed ofièrvar a /piluzzo, e con ogni efàttezza del Mondo ( giufia
Pinfègnamen* to ( e ) del Savio ) li ìuoi divini comandamenti . Il perche non
fà miga contro noi quel che difputano Grozio, Purtèndorfio, ed altri contro
Cameade, e fuoi lèguaci, da cui fi veniva il proprio utile ad ammettere per
principio del Dritto della Natura; pigliandoli da noi quefio vocabolo in altro,
ediverfo lignificato d’afiai più (ubi ime, ed eccellante ; anzi le non vado E 3
. . erEccl. Omnia mihi licent,* at non omnia protent, (fcrive F Apcftolo )
omnia mihi licent $ at non omnia aedificànt. Or appunto gìujìa queflo
infegnamento abbiam noi ere fiuto, che nel mifurare F utile di ciafcuna delle
nojìre azioni guardar fi debba, e aver la mirali, alti nojìri doveri verfo Dio,
eh ' è il nojìro Vero Padre, e la ver a origine d'' ogni n offro bene, poiché
fecondo faggi amen te feri * ve Auguflino (47), fi diligenter attendas nec
ntilitas fit ulla viventium, qui vivunt impiè, ficut vivit omnis, qui non
tervic Deo ; l De Ciyit. 1 * i?.c. nulla più,* imperocché pochi giorni fono,
ch’intefi peravventura un giovine far gran pompa, e moftra delfoppihione delì*
Eineccio all’intorno quello particolare, e ' per dir il vero, come eh’ egli
dille molte colè delle buone ; in nulla però valle egli a rendermi ben
perlualò, e convinto. Il coftui parere non è miga men vero, • edifettófodiquel
che lo fono, quelli degli altri, da noi poco al dinanzi cennati ; non efiendo
il Itio principio di tutte quelle qualità e condizioni ben fornito, eh’ in Un E
4 vero * r nel qual luogo Jl 'Vede il vocabolo d' utilità prefò nel medejìmo f
e nzo, e fgnijkato, che gli dbbiam noi imputato } e gì ufi a che altrove con
ben falde pruove altresì dimojira il Santo, niuna delle nojìre azzi ó ni per
giujia e buona aver .fi pojfa mai, o debba, dove ella fatta non Jìa a lode, e
gloria di colui, eh* è il no jìro bene, e che perciò le virtù de* Gentili Jt
furono realmente anzi vizj, che vere virtìt; lhGh J egli fra meflieri
conjxderar in apprejfo, e ben dif aminare fe /’ azione, eh * imprendiamo a fare
pojfa mai recar qualche, ' incorna De Givit. L ip. c. xi. et vero principio,
per qudch 9 egli medefimo c ^ confefia, fi richièggono; anzi è egli meftieri di
necefiHà ammetterne un 9 altro, da quello del tutto divello, da cui e’ ne
dipenda ; imperocché efièndo egli quefio _ l’amo ìncommodo, e dannaggio ad
altri, giujta li precetti vangelici, non men che naturali, e perciò fin d
Gentili per quel, che Jì notò al dinanzi affai ben noti e pale fi : e Che al
dafezzo Jì debba guardare fe quejie ifteffe conformi e' favo, 0 no alli doveri,
che debbiamo a noi medejìmi ; Il perche dove anche un Jì rinvenghi per dir così
povero in canna, edagrandiffma fame cojìretto, non deVe per niun utile,
cheritorne mai potrebbe, rapir il cibo all 1 altro uomo, anche che fìfoffe
qnejti un Falere, per cosi dire, un fc eteraco, un tirando, 0 un uóm dappoco ;
e tnelenfo> giujiaf fujìn il fent mento di CICERONE (vedasi); perche in niun
modo più grata, e cara a me deve effer la vita mia, che tale dìfpjìzìone dd
animo yCÌf io non nuoccia ad altri per proprio mio agio, 0 commodo • $) Egli C } V. Not. De ofl; 1. j. c.j. . l’ amore; chi
di api-mai- ad amar una colà., o appeterla può da lènno afferire d* elferfi
unqua portato, lenza un qualche motivo,.o ragione quale per l’appunto fi
farebbe la bontà ifteflà della colà, o l’onefià, o 1’ utile ? Chi è colui, eh*
operando da uomo, ama, e delia, o quella, o quell’ altra colà, lènza che prima
non la jicono(ca in qualche foggia del fuo amore, e delle lue brame ben degna ?
E lè ciò egli è vero, come lo è in effetto, 1* amore non fi può miga in modo
alcuno tener per principio del noftro operare, ma fi benetutt’ altro da cui la
noftra volontà fi vegga, venghi mai a quello determinata tèmpre, erifòfpinta.
Or e amare venne filo da Pia • Puòftro bene,• io non sò mai comprendere i nò
capire, come f obbedirlo, non che il predargli tutt’ ora omaggio a noi non fi
foffè connaturale j imperocché lalciando da parte dare, il dritto, che a Dio
compete, sudi noi, e tutto altro, che intorno ciò fi potrebbe mai dire,
confèrvandoqi egli per lo continuo, ed in ogni momento quali che novellamente creandoci,
nè moftrandotì giamai refiio, e fchifo di beneficarci così abbondevolrnente,
che per quello conferò un Pagano medelìmo : (g ) non che provvede egli a tutte
nofire bifogne,da Jui noi, ufque in deliriti amamur ; tot ar bufi a mon uno
'modo frugifera { foggiungc egli ) tot herbce fai ut ar et, tot varictatet
ciborum, per totum annum digejia: .ut omnti rerum naturce part tributum aliquod
nobii confert ; ancorché non avefiè Seneca de Bene f. lib.iic.ydt I. r uomo
formato, ed creato ; e in con f egri erosa per unirlo, è ajjoeiarlo con qualche
oggetto, la cui con f cerna, e 7 cui amore vai effe a prò dargli qualche
felicita, e ripofo ; echéverfo quejìo egli tuttora portar f debba ed incarni
narfi \ Il perche la prima, legge dell' uomo y per quel domandato mai da noi
olTequio, o ubidienza alcuna, pur dove conofcelfimo e£ lèrgli cotanto tenuti, e
obbligati, per •, gratitudine almanco, doverebbono in tutte le noftre azzioni
fa r in modo, che non vi apparile nulla, eh* aver fi potefiè per legno di non
temerlo, o non adorarlo, nè compiacerlo incoia del Mondo. Ma di vantaggio:
febbene dubbitar noti polliamo, Dio niuna cola c’ im pónghi, re’ comandi, s*
ella nello ftelTò mentre per » v noi non fii a noftro prò, e utile ; non però
egli lèmbra,* che come tale da lui ella ci venghi comandata, o importa, mia
lòlo perchè e’ fia alla lùa làntità, e volontà confbr ’ ' • w . . enei eh' egli
crede Jl è la pia derivazione al • la ricerca, ed all' amor di quejt * ometto,
che altro unqua non pub ejfer, eh' Iddio,, eh' è il fola, che può, e naie fidi
far lo, e renderlo di tutto ben f atollo ; legge la quale, conforme egli
ferine, effendo di tutte l' umane obbligagioni P unica regola, e lo fpirito,e
il fondamento di tutti li precetti del Vangelo, è altresì di tutte l’umane
leggi bafe, fojiegnc, e principio ; anzi pere F ella obbliga tutt' uomini fenza
eccezzione alcuna di perfona a unirfi tra forme i e ip confèquenza
parcheconvenghi dire che il giufto Ila affai al dinanzi dell’ utile j M. Quello
non è men falfp e vero j imperocché niuna cofa fi può mai fingere al Mpndo, o
imagi nar da noi, nè contra,nè oppofta alla fantità divina, o al divin volere,
che parimente ella non fia d’utile, e di vantaggio per noi; e quefto in niun
conto fi può mai dalla giuftizia fèparare,e dividere, o quella da quefto ;
perchè Dio cpme en. te perfettififinao, e fàpientiffìmo, eh’ egli è, non tra
ejfi, e ad amarfi vicendevolmente, ne racchiude in f e fiefià un ’ altra, eh *
è la feconda; imperocché t fìtti noi pef natura al pojfefiò di un unico, e
foderano bene defiinati, e per li -, game si fretto e fido uniti ejfendo, che
giufta fi legge in S. Giovanni non comporremo, ne fot'maromo altro mai, che una
fila persona non pojfiatno giugner giamai a farci degni di unità tale nel
peffedimento del commun nofiro, ed unico fine fi non col cominciate dianzi, e
in quefia firada appunto, che per colà giugner e fiam tutti tenuti battere, ad .. D fri. Balli dunque quello pef oggi ;
imperocché eflendolì illòle da gran pezza ritirato: domattino per tempifiìmo,
dove vi piaccia, altresì in quello ilìeflò luogo, tratta- remo più agiatamente
quélche vi rimanga intorno quello particolare Addio ., : de’ .1 • ’deffo ; non
lafciano perb elleno di fujfifiere, ed ejjer immobili ; t come tali far che
tutte le leggi per tui la focietà degli uomini Ji regola nel prefente fiato non
fiano ^ che una ben feguela di effe ; onde non guari egli, in quejlé>
Jlabìlìfce un piano di tutta T umana focietd . Dunque avete voi con maturezza,
e diligenza le cose di cui jer qui ebbomo ragionamento, tra voi me. defimo ben
di laminato? Senza dubbio, e vi dico con ifchiettezza, eh* elleno mi ferr.brano
regalmente, abbino una grande aria dolce, e maefiofà di semplicità e di
naturalezza. Or via alle corte, oggi tratterò a tutto mio potere di farvene
conolcere e comprendere 1’applicazione, e Tufo, non che T agevolezza, e la f
cilità, con cui li doveri, gli obblighi, e gli ufrzj un, ani tutti polloni] da
chi che lia mai da quelle dedurre. Ma con qual metodo, od ordine in ciò voi
procederete ? M. Elfendo pur convenevole certamente ch’io m’ingegni favellarvi
di tutto sì aperto, e chiaramente, che niun dubbio rifletto a quello
particolare d’aver mai vi rimanghi, vi rapprelènterò 1’uomo in vari, e divel li
rincontri di lùa vita, e in ben mille, e mille differenti fùoi flati ;
imperocché figurandomi io mirarlo da pria nello fiatò naturale, or tutto fòlo,
e lènza altri in compagnia, or di brigata con tutti pii uomini, ed in una lòcietà
univerfale, or con la tua moglie, e con li fùoi figliuoli, ovver con li lùoi
fervi e con le Tue fanti, ed or al fine con quelli tutn ti uniti infieme ; in
apprellò dilcenderò, e verrò paflò, palio a confiderarlo tra’1 riftretto, e tra
li termini di una Città, o Repubblica Ha come capo, o rettor, di quella, fia
come un membro, o inferiore ; colà che fàcendofì, le non vado errato, verrò a
rìifpiegarvi molto diffùlàmente, e trattarvi alla dillefà tutto ciò, a cui Vien
ferialmente per altri quello Dritto Della Natura diftefo, cioè l’etica, l’economia,
e la politica per non lafciar colà alcuna da farvi su quello argomento
offèrvare. Che intendete voi per Etica? Una Icienza, che non (i arreda *in
altro, che in quelle fole regole, che pofTon mai - riguardar l’uomo confidcrato
o folo, o di brigata con gli altri Uomini nello dato ./ della Natura.V* Co Non
v’ ha piu laudevol co fa, nè piùfruttuofa, o piu utile in una faenza, che uom
mai imprende a trattare, d? if covrir ne da pria, e fvelarne li fuoi principi,
ed in apprejfo pajfar al particolare, che di là ne rifinita . Il perchè avendo
nei nel nojiro primo trattenimento favellato de'veri principj delle leggi
naturali, difendiamo ora alle regole, che da quegli Jfe ne pofono unqua per
alcuno inferir eycof a che varrà altresì, fenzafallo,per facilitar li ncjìri
leggitori, ed in un tempo medefmo per un ben molto acconcio modo agevolarli a
render di quelli un affai fermo, e perfetto giudizio non effendovi per quel che
noi fappiamo, per metterli in quejio fato, altro metodo, o Jìrada miglior di
quejìa . Colà è Economia ? M. Ella fi è un altra fcienza molto diver• fa
dall’antecedente, in cui'fì comprendono ’foltanto quelle regole, che apparten*
gono alla condotta dell’ Uomo nelle focietà fèmplici, non che in quelle che fi
anno per men compofie. Chiamiamo noi iòcietà fèmplici quelle, che non fi
formano, che di fole, e (empiici perfone, come la paterna, ch’è tra genitori, e
figli la coniugale tra marito, e moglie, e T erile tra padrone, e forvi ;
diciamo men compofie al contrario quelle fòcietà, che non formanfi, che delle
fole fèmplici, qual appunto fi è tra quefte la famiglia, che non vien compofìa,
che di quefie fole, di cui qui or noi favellammo, rinvenendole. ne dell’al tre
molte afiài eia quefie diverte, e differenti, e molte vieppiù compofie, perchè
non formanfi elleno, nè fi coflituifo cono, che delle fole compofie, come per
efemplo fi fono le contrade, o li borghi, che compongonfi di più famiglie unite
infieme in una fol fòcietà pe *1 comun lor mantenimento, o per la confèrvazione
de* lor dritti Gentilizi, fo per avventura e’difoefcroda un folo, ed unico
fiipide, come pur fi crede, che avvenuto mai fofiè nella prima ifiituzione di
tali fòcietà; o le Città, e le Repubbliche, o i Regai, Pane de’ quali fòrmanfi
di più. borghi, o contra le; e Paltre di più Città, rette e governate da un
folo• Difpiegatemi il termine politica? Egli appunto quello è il nome proprio
di quella facoltà, o fcienza, che infogna l’obbligo, e li doveri dell’uomo in
queff ulti me locietà . Dividete voi adunque, fe non vado errato, tutto il
Dritto Naturale in Etico, Economico, e Politico ; ma rinvengono pur per'altri
parimente quelli e tre voca. boli adoperati alla fletta guifà? M* Mai sì, come
che quelli fiano molti pochi ; poiché afsai più d’ordinario s’ ufano eglino a
fpecificare, ed a diftinguere tre, e diverle parti di FILOSOFIA, in una di cui
li tratta delle virtù Morali, nell’altra del buon governo delle colè domeniche,
e famigliati, e nella terza, ed ultima di quelle di uno Stato, o Repubblica,
giuda fi leggono, che adoperati furono da’greci, da cui travalicarono a noi ;
come che con ciò, vaglia il vero, lì venghi per poco a far il medefimo, e lì
noti lo ftefso . JD. Or via prendendo il filo di quel che dir dobbiamo-,
figurandovi al dinanzi d’ogni altro mirar Puorno lolo nello Stato di Natura, (piegatemi
quali erano mai gli obblighi, e li doveri di coftui in quello Stato. j . Egli
fi riducono quefti e tutti, lènza fallo, Iil.come U può di leggier comprender
da chi che penlà, a due (òli capi ; il.primo di cui lo riguarda come a
creatura, e opera di • Dio ; e il fecondo come a creatura, ma ragionevole, che
opera per la confervazion di se medefimo, e delle (ùe parti . D. Spiegatemi
didimamente gli obblighi, F 4 v e li . ^ Lo fiato d' una per fona non confjte
in altro, falvo che in alcune qualità, che rifguardandofi,ed avendo]! come
proprie fue,ven gon acofiituire la differenza, e il divario, che v' abbia
infrajei, e un altra ; tali per efemplo fi fono ì’efier di majchio, 0 di donna,
di giovine,0 di vecchio, di libero, 0 dì fervo, di figlio di famiglia, 0 dì
padre, di ricco, 0 di povero, ed una infinità d'altre di cotal fatta . Il
perchè altre di quejfe ejfendo naturali, ed in nulla da noi dipendenti, ed al
tre al rincontro avventizie, e del tutto in no jìra propria balìa, ed arbitrio,
altro è lo fiato naturale,fifico, e morale di ciafcuno, altro quello, eh' è
puramente civile, od avventizio . V e li doveri del primo capo, che tra tutti '
gli altri, cui per natura 1* uom è tenuto, giuda, che da voi jer apprefi, fon
li primi. Qual fia la baie, ed il fondamento di quelli, e come noi li
conolciamo, le voi ben vene rinvenite, alla diffhlà vi moflrai altresì io nel
ragionamento pafiàto,* il perchè dipendendo eglino totalmente da quegli
principi, che in quello per quanto valli di ftabilir m’ ingegnai, non (limo
colà molto fuor di propofito, ed infruttuosi, per voi, che pria di più oltre
paflàre quanto ri fpetto a quella materia sì dille fe pur così vi piaccia, mi
ripetiate . D. Ecco tutto in pochi motti ; fùppofto,che fi ebbe da voi per ben
certo, e fermo I. Che l’uomo, ogni qualunque volta, che d’ operar delia, lènza
fallo, giuda la propria natura, venghi obbligato, e tento to di regere, e
regolar se medefimo in guifà, che tutt’ora col far per quanto fappia, e vaglia,
qualunque cola per menomilfima, eh’ è ila a fuo utile, e vantaggio vie più
fempre mai ottenghi, ed acquilìi della perfezzione . II. Che le da lènno quelli
portar fi voglia, e trattar in sì'fatto modo, e con aver un cotal fine al
dinanzi di se ftefio, metter e’ debba tutta la cura e la diligenza di ragione
in ordinar del continuo le proprie azioni, e regolarle sì fattamente,^che mai
fèmpre e* giungano quello Hello fine ad avere, od ottenere 4 di cui Dio, eh* è
1’autor della Natura, per quanto noi comprender polliamo, fi valle mai nel
regolamento delle lue azioni puramente naturali, e non dipeni denti dal lui.
III. Che v La Concozicne, per ef empio, e lo fmaldimento de' cibi, eh' in noi
Jì vede far del continuo mediante il ventricolo, e f fendo '• uri * operazione,
0 azione, che dir vogliamo f del tutto naturale, ed imperò il farla, 0 non
farla non dipendendo da noi, altro fine giu* fa, che dalla ragion ? imprende,
non fi ere de, Dio avejfe avuto mai al dinanzi in or di’vi aria, e infìituirla
in ciafcun di noi, che di far per quefia firada, e con quefio mezzo, al nofiro
corpo ricoverare, e riacquifiare quel che gli era mefiieri per poterfi ben
fofienere, e mantenere al Mondo, non che per la continua tranfpir azione, e per
l' inf enfiti le trapela mento delle fue parti da momento in momento egli
veniva mai a perdere, e logorare . Al rincontro /’ ufo de ' cibi, e della
vivande y come cofa eh' è totalmente in nofira ha Che quell’ efier fovrano l’
ultimo, e il principale fine, che fi propofe, ed ebbe mai al dinanzi nell’
ordinanza delle noftre azioni non naturali egli fi fofie fiata la pro balia, ed
arbitrio, elP è ut? azione in tutto libera, e dipendente da noi ; Or dove pur
ci Venghi in grado, ed abbiam vaghezza, o voglia alcuna d* operar a nojìra
confervazione, ’* e di reyveref e regolar una colai ncjira azione in “ Tal
fatta foggia, egli è meftieri ab • biamin ejfa quelVìfiejJb rifguardo, e quel
me defimo fine che fu quello ( giujìa la nojìra credenza ) di Dio nel creare, e
nel formar del nojiro ventricolo, cioè, la JteJJa nojìra confervazione ;
coJa> che produrrà f enza fallo ^ infra queJV azione, e quella del nojiro
ventricolo un certo concerto, ed una certa armonia tale, cui non f vide mai da
uomo altra pari ; imperocché arr.endue qnejie verranno elleno a riguardare un
medejimo fegno f ed un JiefJb fine ad ottenere ; Il perchè non fi deve in niun
modo qui pafar fitto filenzio, che propriamente azioni diconfi da noi non men
quegli movimenti, che in noi provengono da noi ovruv, /gì ìioixiy‘itov rù oKot
Koiktùf /gì S ' inaio f, v, gì (Teano v eie rivo xeimnvKX^au, '7Ò irtifaStcu
ocùvo'ts, /gì «xay ir ieri vaie ytvof/ivoie, ygi et'xi\hòéiy ix,óvmuàf imo rijs
etp Irne yyeùfjuif '/y'reXvtiìvoii . \ ale a dire. Il lòmmo, e il principale
capo deila Religione egli fi è il far opera, e proc, curare ad ogni Ilio collo
di riempier se me. defimo di buoni opinioni intorno gli Del immortali, (parla
egli da Gentile) per poter giugnere a vivere ben perliialò,e certo, eh’ eglino
di vero efiflano; che con ogni rettitudine^ giufìizia tenghino la fignorìa
dell* Univerlò : Che fi debba loro preftar alla cieca ubbedienza in tutto, e
contentarli di quanto eglino ci comandano, come proveniente da quegli, che lono
di lunghi!! fimo Ipaz io vieppiù fàggi e vieppiù intelligenti. di noi ; perchè
così non oferai nel corlò del viver tuo giamai accaggio nar (a) ErXEIPIAION
cap.tf. DE’ PRINCIPJ narli di nulla, o . rr.tr mancarti in modo alcuno, che
venghi da efio loro meflo in abbandono, e negletto. Ch’ La necejftà, ha V uomo
di fod disfare a queji' obbligo, o dovere, manifefiamente fi ccnofice da ciò,
che com e egli f vedrà, Je ne ritraggono per poco, fi filo, quafi che come una
confeguenza tutti gli altri doveri, od obblighi di qnefio genere, che lo riguardano
come a creatura Quindi abbiavi gran ragione da poter con franchezza ajjerire,
che dalla negligenza, e trafcura t agì ne grande tifata da noi in quefio, egli
venghi, che fi mettano quafi, che del tutto in non cale, e fi trofie urino
tutti gli altri, come imprendiamo altresì dair Apofiolo in uno non molto
diverfo propofito. Il perche come a Santi Uomini la contezza grande, ch'eglino
ebbero, per quanto mai venne lor permefiò, e pojjederono de' divini attributi,
valje di lunghijfimo fpazio nel Mondo per portarli ad un grado di perfezzione,
in cui affai dirado uom giugne ; così la mancanza eh' è in noi di quefia, egli
è cagion fovente del noftro operar al rovefeio, e del contrario procedere, la
Ad Rom. c. i. n.zo. Sex 3, V fi DEL, DRITTO NATURALE. f IL Che gli convenghi per ogni verfò,e fia in
obbligo d’ operare, e trattar gii fia al divin volere, non che fervirfi di
qutfio prefc fo che per motivo delle lue proprie azioni efiendo cola pur troppo
certa, e fuor di dubbio, eh’ Iddio chiegga da Jui, eh’ e’ fi regga, e governi
fecondo le leggi della Natura : Quando mai pur da te fi comprende, che sì
abbiano difpofio li Dei ( dice un Gentile) sì fi facci « to'* Stois .Che fia
tenuto di neceffità amarlo^imperocche dalla cognizione delledivinè perr,
fèzioni provenendone lènza dubbio nei cuor dell* uomo f -e derivandone un cotal
‘ guftq, o diletto, che dir vogliamo e pia* cimento, che non abbia chi. lo
pareggi . quindi nafee in lui certamente della benevolenza, e dell 4 amore in.
verfò quefìo etfèr . . Supremo. Che quett’amore,e quefta benevolenza, che
Lanino è in obbligo, ed m doVer’ di porta: rea Dio,convenghi,che Tuperi di
ìunghiffimolpazio, ogni, e qualunque altroché a .cofa mortale fi può da lui .
portare i ‘ r /c G im ZX l.fupr., • .,( F ) Quefto appunto è quetV amore, che
in ptu luoghi di J agri libri (%) ci fi accomandai
Matt.ii.D^iter.c.^.é.exo3.io.icvìt.a().&c. f D £’ PRINC I V J imperocché
;1* amore, in noi provenendo . dal pi acere, e d^l diletto, eh’ abbiamo deb .
Faiv •’> * r » r f f .., •. V \ da, e con tuie motti del DECALOGO – H. P.
Grice: “Perhaps Moses brought something else from Mt. Sinai besides the 10
commandments” --: Dillges dominum Deum tuum &c. Quindi il Vive: erutti*
dicendo: ut paucis verbi s magnus il le Magister quemadmodum unicùique vivendum
fit docet, ama quem potes tnaxime, qui (òpra te eft, et non ajiter, qui prope
te eft, quam te, quod fi Feceris, tu fòlus leges omnes, juraque feies, et
fèrvabis,* quae alii magnté Ihdoribus vix difeunt . . ., * Di liges, inquit,
quid potefb effe dulcius dilezione, non metuere, non fugete, non horrere
praeceperis, (Domirium) ut fcias illuni effe reverentlum*, nam dominus eft ;,
(tuum) etfi multorum eft,tamen uniufcujufque *fit per cultum proprius . ., Ex
toto còrde diligere praeceperjs, utomnes cogitationeS tuas, ex tota anima, ut
omnem vitami tuamyex tota mente tua, utomnepi, intelle&um tuum in jllum
confèras, a quo babes ea, quae confers . Il celebre Leibnizio in un fu 0
trattai elio intitolato . Tritoti- f Tri not.ad lih.io.de CivIt.Dci c. 4. C,i
fecft. Ep.li fi ha rei voi. 1. de Recveil de dlverfcs P5ec;sfur la philpfophie,
!a Jteligion d*c. DEL DRITTO NATURALE. (bit peint
fenfibile à nos fens exteroes, il ne* laifie pas d- étre très-aimabile, et de
donner un tres-grand plaifir . NoUs voyons combien les honneurs font plaifir
aux Hotnmes, quoiqu’ils ne confiftent pokit dànsles qualitez des fens
extèrieurs . E non guari apprejfo i Gn peut méme dire, que dès à prèfent T A*
mour de Dieu nous fuit jov’ir d’un avant-goiìt de. la felicitò future .i„ CaV
il nous donne lune ’ perfaite confiance dans la bontè de notre Auteur et
Maitre, laquelle pro&uit ime vèr*table tranquilitè dè P efpric i . . Et outre le
plaifir prèfent, rien ne fauroit étre plus utile pour T avefiir, car l’amour di
Dieu remplit encore nos ef^èrances, et nous méne dans lechemin dù fopreme
Bonheur &c. ' i IOO DE’ PRINCl P ] le di tutte le create cofe, qualunque
pur elleno .fi fiy.o, coltri, che fi bene giugne a conolcerle, ed a
comprenderle, come ad nom conviene ; rincontrandovi egli un piacimento ed un
diletto difmilurato, e . grande oltre mifura, e fenza comparagiòne alcuna vie
più di quello, che nel conoIcimento delle perfezioni delle creature '• può egli
peravventura rincontrare, e a quel co l’amore proporzionatamente- Tempre mai
guagliar dovendolgegli fà mefiieri, che altresì fia tale, e non men grande ; e
; confcguentememe, che non abbi altro “ mai al Mondo,che in modo alcuna lo
lupe7 ri, o adequi . ’Ch’ogni fua follicitudirie, ed attenzione impiegar e’
debba, e collocar tuttora in * non far colà., che polla io gui là alcuna a
quello lòmmo, ed unico Bene dilpiàcere, o • /gradire, l’ amor in altro
veramente non confìftendo, che in godere, e gioir, ’ per l’altrui felicità.,
non che in paventar del continuo, e oltre modo di conv - metter colà, che
dilàggradi, p pefi all* aggetto amato ; còli che per l’ appunto^ ciò che^iù
ferialmente appellafi timor filiale ( timbr filiali: ) oppofio diametralmente
a*quello, che dicefi lervile ( metti: fervili:) che da gafiigo provenir luole,
o da DEL DRITTONI ATURALE, jot *o da fùpplicio ; irqperocche* Iddio, febbenc
altresì di quefto pei: iftimular E uòmo ad operar rettamente, e lòllecitarlo
.al' ben fare fovente fi vagii, e che dalla cofìui gravezza (pèdo (pedo quegli
atterrito, . ed ifgomentàto ; venghi da mille, e mille laidure e
tèonvenevolezze a ritraerfi; " tutta volta quello non hà vertm luogo, dove
aiutila pur dall’uomo quel amor portato vero e reale, che naturalmente
a’Genitori gli proprj figli logliono portare, e eh’ egli dev.e,e convien che
gli fi porti* y jl. Che 1* abbia altresì a riverir, e venerar lòpra tutto ; -
imperocché in grado emjnentiffimo in le contenendo, tutte le perfezioni.,- che
nelle loda nze, che da lui derivano, come effetti provenienti dalle - caule, fi
contengono» e imperò ellèndo egli . un Ente infinitartiente perfètto, onnipotente,
giufto, e buono eftremamente, ed amabile; di ragione deve egli preferirli -
tèmpre mai * ed anteporli a che che lia nel "novero delle colè create,
nonché aili ftek : fa noftra perlòna .Ch’ in lui lòltanto mettere e’ debba '
tutta la iùa fiducia, e confidenza, e col darli pace in tutte le cote del
Mondo, che o delire, o finiftre peravventura l’avveftgono, moflrarfi tèmpre mai
làido in G 3 lui, e tutto tempo reguiarvi ; imperocché da efiò lui gli averi, e
le fortune notf re tutte provenendo -e’ può e vale, come pur l’esperienza loc’
infegna,che tutto dì egli facci, dove di farlo pur gli viene aggrado,
rivolgere, ^ contorcere a noftro prò, ed utile quanto mai di malo i e di
qattivo c’ avvenne, o può unqua avvenirci . Per verità egli hà troppo di
bellezza,^ di gravità, per non eflèr paflàto in filenzio quel che fcrive
Epitteto a quello propofito . C.egli dice ) wroxac'W^ « s.aì • &P*X ' as
xòv ìmrx&nSaì ire 6ÌM, * vx usti wìnov tù '• ErXEIPlAION. c. xj. Senza
fallo ; anzi egli e quello una confeguenz'a ben cej^ta, e ferma di quanto al
dinanzi noi didimo ; comeche non fia fuor di propofito, che voi dHà altresì ne
ricogiiate, che le formole, eh’ in ciò ufiamp, debbano efler da noi ben intefe,
e capite, ' e che elleno dovendo dettar in noi degli affetti, e dellarnemoria
de’ benefici diri* •-ni non fi debbano comporre, ne fòrmarda altri, che da
coloro, di’ anno un intera, e, .1 ben rara cognizione delle colè divine. D. Non
vi fono altri doveri, e altri obbli. ghi., che quelli dell 5 uomo comp crea?
tura ? • ' Altri, che quefli Hfcn riconolciamo noi ; con li lumi foltanto dèlia
Natura ; per il di più, come altresì per quel che fi richiede per determinar i
modi di bpn fodisfar ■a quelli iftefii, troppo più fi ricerca di lume, e di
cognizione ( D {toiefi* per in?>; ; -./tera S ' s Leibnizio in una re
teramente fidar qu-dloculto di ficonolcenZ a dovuta peb f uomo al vero, e
fhpremo edere, abbifogna pur., che confeflìaitk) con ingenuità; cheli lumi
della natura, lenza 1* ajuto della rivelazione, nonfiatio in niun modo di per
fé baftevoli, e lùf^cienti ; ónde fa egli intieri dériggerci, ' in ciò, e
regolarci, giufta quel che. imprendiamo da quella . : Degnatevi adunque
d’udirmi, al dinanzi, • che non fi venghi ad'altro,lè pur tutto feppi ben
comprendere ; Pobblighi, e li doveri HelP uomo, come creatura, o per meglio
dt-e, il' culto di riconolcenza, che P uom deve a Dio * egli non confille, che
nel Polo efercteio, e nelPufo di quelle aziqni, eh’ anno pur per mira, e per
motivo K di - vini attributi . Or fe quelle azioni fono elleno.* v ré fcrUta
alla PrincipeJJif^di Gali?* nel me/} diNo~)embre 1,7 if . mfirò fehza dubbio
arem dolore, ed un vivo fentimento di rama fico, chela Religìon Naturale fi
vede a da dì in dì in Inghilterra indebolire, e corrompere; Si legge nti voi.
i. de recueil de divttfos l’ieces far la l%flofophie;> el re fio io non
dubbilo eh* alcuni aver ebbero fior f e qui dejìderatò, che w favellando feMct
♦ ' ddeligies naturale mi avejjè alquanto . vie pile * difiefo, e tratto
dimojirare l'armonia maràvi' \ gfiofayChe il abbia tra quejìa, e la revelata t
/ Ora il Regno della Nat ur fi, e quello della " . ì@ré&a,f£0fcjqr por
mente paratamente, e : ^fervane gcowe la natura ci vaglia per guida - v; ‘ “
alla i r $ adoperi non meno 1’ uno, che P altro di quello culto, e che
facendone ufo del continuo, cosi coni’ e* conviene, non gli polfa di
lunghifiìmo fpazio fèryire a renderlo tranquillo, e lieto in tutto il corto del
viver Tuo, ed ad accrefcerlo da momento in momento, e vie più tèmpre
aggrandirla H nelle alla Grazia, e come quefia venghì quella a ripolire, e
perfezionare valendo f ne { aggevoli cofe Veramente tutte, e facili a mofirarfi
volendo ) poiché f ebbene dalla ragione imprender non fi pojjd il di piu, che
dalla rivelazion s* imprende, vai ella d? affai per renderci ben . certi e
ficuri, che le cofe fan fatte in modo, che non giungano ad ejfer comprefe da
umano intendimento . Ma mio principal difegno egli è di dilungarmi il men, che
fa pojfbile fuor * de ’ termini, che m ’ hu io in quefi operetta prefijffó ; e
regalmente affai ben faggio reputo r avvifo di coloro, lì quali le cofe della
nofira veneranda, e fanta fede, come mirabile, e feci al fattura della mano di
Dio guardando, mentre che quefio venghi da noi creduto Onnipotente, vogliono,
che fenza metterle in ragionamento alcuno facilifimamen '* te,e a chittfi occhi
creder fi pojfano, e fi debbano i nelle virtù, e nell’ abborrimento de’ vizj ;
Ma or su fìendiamoci, fè così vi piace, più oltre col difcorfo, e palliamo agli
altri doveri, obblighi, o utfizj de 11* uomo lòlo in quello Rato Naturale . M-
Quelli altri non lòno, a mio avvilo per IV. quelche aldi'fòpra altresì fi
dille, che quegli, eh’ egli dovea, ed anche per al prefente egli deve verlb se
medefiino ; obblighi, o doveri tutti, che diftinguere fi tio ; or.de quel
gentìlijflmo Italiano Poeta ebbe motivo dì cantare, 1 fecreti del del fol colui
vede ì Che ferragli occhi, e crede. Non eflendovi flato vie più al Mondo
flcuro, e men in periglio di colui, che Jen vive confrme le leggi della Vera
pietà, e della vera virtù, imperocché, giufla al dire di tre gran uomini, come
che difofpetta fede ; cioè, dell' / reivefeovo T illot fon, di Mr. Pafcal, . e
di Mr. Arnaud ( 9 ), in queflo flato nulla vi riman da temere di quelle
tempefle, e dì quelli malori, te muti, ed af gettati per coloro che ne fon fuor
a . V. l.eìJjnìz.nelIe note alla lettera sOi l’ Entu Ha fT. mo del vi ylord
Shaftsbury. voi. z. de Recusil de diverfeS jiìeces&c. . poflono, e divifare
in tre divede, e differenti Ipezie ; cioè in quegli, che riguardano il filo
Ipirito ; in quegli, ch’anno attinenza alcuna al fuo corpo, e in quegli, che
riferilconfi ^finalmente ad alcune qualità accidentali del tutto, e
ftiperficiali, come . per elèmplo fi fon quelle, di ricco, di povero, di
nobile,.di plebejo, ed altre sì fatte in cui il Ilio fiato efierno confifie .
Per tutto ciò efièndo pur egli obbligato^ e tenuto, come voi ben Oppiate,
diriggere in sì fatto modo le file azioni, e regolarle, che colpivano tututte
ad un medefimo legno, ed ottenghino un medefimo Icopo ; cioè, tendino al
proprio vantaggio, ed utile, e alla propria perfezione; per giugnere a ciò far
di leggieri egli fa mefiieri fi tratti al dinanzi a tutto poter acquiftar un
elàtta, e perfetta contezza di ciò, che può mai giovar a se medefimo, o no in
qualunque fiato, eh’ egli fi guardi ; cofa che imponìbile efièndo da i .poter
in guilà alcuna ottenere Lenza una V. piena cognizione di se flefiò (H), il H %
fon- In quejto grufa gli antichi Filofqfi Jì riduce quaji che tutta la
Filofofta ; e fecondo fondamento, e la baie di quefti doveri, o ulBzj che 1*
uom deve in verfò se medefimo, e il primole il più principale tra tutti egli è,
fenza fallo, al meglio,^che fia pofiibile, d’ imprender un sì fatto conofcin
mento con mettere ogni Audio, ed ogni cura in conofcer, e perfettamente fàpere
il fuo fpirito, il filo corpo, e lo flato, in cui mai peravventura fi rinviene
. E bene ! quali fono li modi, e le vie da giugnervi ? ‘ M. Que do S. Bernardo,
ed altri Padri della Chiefa anche la Morale Cattolica, ritingendola eglino
foltanto a due foli capi ; V un di cui ri guarda la .piena contezza di se
medefmo, e V altro quella di Dio ; ad ogni modo noi pur confejjìamo chejìa ciò
cofa per uomo molto malagevole, e difficile a metterlo in pratica j e che
quindi meffo in Greco Efìodo avejjè cantato, avvegnaché fol rifpetto al primo
di quejti capi, in verji cor ri fpon denti a quefìi : £fi nofee te ipfìrni non
quidem ampia diétio, Sed tanta res fòJus, quam novit juppiter; Ed infierì) non
deve recar maraviglia ad alcuno f e un obbligo, o dover di tal fatta molti
pochi fan quegli, chef veggano che lo JodisfiriOy Quefte diftinguer.le poftìam
noi ingenerali, e particolari ; le vie, e li modi della prima fpezie eglino fi
riducono a quefti duo ; 1* un di cui egli è d’ entrar in noi medefirni, e con
la maggior accura• tezza, e diligenza del Mondo confiderar la noftra propria
perfona, e V altro di(aminar bene dell* iftefiò modo quella degli altri, con
cui peravventura ufiamo riflettendo a tutto attentamente, e bilanciando a
fpiluzzio non men la diverfità delle lor getta, e la varietà delle lor azioni,
che li cambiamenti diverfi de’ lor volti, e il divario, del lor tratto, e
linguaggio, e di tutto altro, che può mai appartenerci con trattar di comprender
chiaramente Ié colè, e far della lor bontà, emalizigquer giudizio, che fi deve.
Ma vaglia il vero di quefio ultimo mezzo 1* nomo foto, tale quale lo ci
figuriamo nello fiato della Natura, non potea farne ufo alcuno; Per tutto ciò
noi, eh’ abbiam or agio da poter valercene, come vogliamo, ne polimmo, lènza
follo, ritrarre una infinità di vantaggi . E quali fon quefti ? ]M. Egli batta,
che generalmente voi lappiate, che in cotal guitti da noi con una agevolezza
grande, e fuor di mifora H 3 giugner fi polla a conolcere quanto mai vi ila di
bene, e di male in noi ftefii, e le virtù tutte di cui abbiam fommo bifògno
fornircgChe fi venghi a rifvegliare in noi, e deftare l’emulazione al bene, e
rettamente ope, rareiChe 3 dilcernere fi vaglia aliai palelèmente, e in aperto
la lèmma bruttezza, e la laidezza de’vizj, Che venghiamo ammaefìrati, lènza
nofira pena, ed alle altrui -a Ipelè, imperocché giufta Menandro : ’2>hé7T(t
T17T disivi/,' Ut chè un intelletto tanto più fi deve per perfetto, e finato
reputare quanto più è 9 1 novero delle cofe, che da lui fi comprendono, e
quanto più chiare, dilìinte, ed adequate fon 1* idee, eh* egli ha di tali colè
. Il perchè fi deve quantunque più fi può, e fi sa riempierlo d’ ogni
cognizione, e trattar che quella Ila in noi efiremamente chiara, e diUinta ;
comechè effendo rilìretti di foverchio, e di natura limitati, ed imponibile
imperò riunendoci aver di tutte colè contezza appieno, Io Audio di quelle
meriti lèmpre avere il primo luogo, ed è ragionevole, e giudo, che fi
preferilchi a qualun’ altro, di cui abbiamo nel corlò del noftro vivere un
bisógno, ed una necefiità maggiore, non che vagliono di lunghiffimo tratto per
lo dilcernimento del bene, e del male; imperocché obbligati effóndo noi, e
tenuti vietare e sfuggir l’ ignoranza, e la groffezza, dobbiamo (òpra tutto
quella i (chi fare, che rifguarda quefio particolare ; non eflendovi ragione da
poterci in ciò nò con Dio, nè col Mondo difpolpare ; quel1’ ignoranza (òlo, e
groflèzza nell’ uomo efièndo di (cufa degna, e meritevole, che non è miga in
fùa polla di poterla Icanzare . Quindi uom vede, che il vantaggio, che fi
abbia, da chi che s’invigila su quefio dovere fia di tanto sì gran momento, che
la di lui olìervanza giamai fi potrebbe ad alcuno a luttìcienza accommandare,
non potendoli in niun modo diIcerner lènza ciò ediftinguer il buono dal malo,
colà che veramente, dove anche non vi fuflè altra ragione, per cui ciò fi
richiederebbe da noi, dovrebbe ballare per portarci a fornir il noftro
intelletto, e riempierlo di tutte quelle virtù, che gli competono, e che come
proprie Tue dir fi fògliono intellettuali . Quali fono quelle virtù ? M. Quegli
abiti di cui 1* intelletto è atto e Capace di far acquifio, e gli giovano
direttamente fenza dubbio per giugnere al conolcimento del vero, e làperlo
dillinguere da ciò, che punto non Ila tale . Dinumeratemi didimamente cotali
abiti. M. Grande, ed incomparabile attenzione alle colè, acutezza, profondità,
intelligenza, Icienza, laidezza, invenzione, ingegno, lapienza, prudenza, e
arte. Z>. Che cftfa intendete per attenzione ? M \ Quella facoltà o potenza
della noftra anima, mediante cui far polliamo, che alcune idee, o alcune parti
di effe fiano in noi vie più chiare, e diffinte dell’altre . Per efemplo ; fe
io miro un uomo egli è in mia libertà, ed in propria balia trattar eh’ abbia un
idea molto più chiàra, e, diftinta del fùo vifò, o degli luoi occhi, che
dell’altre parti del fuo corpo ; e fimilmente fe per avventura molti oggetti a
difeoprir fi giungono, ovver più perlòne fi odono che favellano, egli
regalmente poffò oflervar più gl* uni, che gli altri di quegli, o udir di
quelli, chi più m’ aggrada, e piace udire ; /ebbene non fi pofià da uom
altrimente a quello giugnere, fe nor* con 1* efèrcizio, c con 1* ufo. Qual cola
voi chiamate acutezza d’ intelletto ?' Quella polfibiltà, o potenza ch’ egli
può acquiltare di poter diltinguere nello fteflò mentre più colè in un medefimo
oggetto ; poicchè non potendoli miga metter in dub. bio, o temere, ch’ella con
lungo efèrcizio non polla ridurli in noi, e travolgerli . in abito, deve lenza
fallo metterli alno* vero delle virtù intellettuali ; come che per quelche mi
làppia niun fi rinvenghi, che fatto 1* abbia al dinanzi del WolfRo . Ma qual
diligenza deve mai ufarfi per acquetarla ? M Primo egli proccurar fi deve a
tutto coito .fin dalla puerizia, per così dire, di non avere lè non idee affai
ben nette, e a difiinte delle colè, e mettendo ogni Itudio in attentamente
ponderarle, làperle sì fattamente comparare, che comprender fi polfa la
conneflìone, e la dependenza, di efiè . In apprefio lo Audio della Geometria, e
quello dell* Aritmetica vie più di qualunque altra cola del Mondo può per
verità agevolarci in quello, ed elìerci d’un eftremo giovamento; Vero è però
quel che Ipezialmente fi deve su quello particolare commendare, e lodar oltre
milura a 9 egli fia, il far acquifto d’ idee chiare, e dii ' firnfinte del bene
e del male ; imperocché ciò eflendo per 1* uomo una delle più necèdane
cognizioni, e delle più utili, e importanti, giuda, che non una fiata fi è
detto, può fèrvirgli altresì a formar un buon giudizio delle proprie azioni,. e
confequentemente valergli non meno per la quiete, e per la tranquillità della
fùa cofcienza, che di quella degli altri ; non effèndovi altra cofà
inquedavita, che va* glia maggiormente un uomo a rendere graziato, e infelice
delle riprenfioni, e rimprocci che lui medefimo fa a lui fìefib Quindi molto a
nofiro propofito fcrifle Seneca, che : Prima, et maxima peccantium ejì peena
peccojje, nec ulìum fcelin, licet illud fortuna exornet, muneribtn fuis, licet
tueatur, ac 'yindicet, impunilum ejt, quoniam fcelerii in federe fupplicium ejì
. Difpiegatemi il vocabolo intelligenza Quefta, che giuda 1’oppinion commune
de’Filofòfi, e la prima delle virtù intellettuali, la fi rienvien definita per
un abi* to confidente del tutto in conofcere, affai bene, è didinguer le cole
per via de* lor principi, e col darei agio da poter fin all’interno di effe
penetrare, difvelarne, e ifeo] piHrne altresì il modo con cui 1’une per l’altre
vengano comprefè . Ad ogni modo le definizioni, e K giudizi intuitivi elfèndo
il fondamento, e la baie delle noftre cognizioni, colui fòltanto merita
veramente da riputarli fornito di una tal facoltà, che giunto fi vede già a tal
legno che fappia tutto ciò molto ben fare, e con prontezza,* Il perchè
perriufcir in quello egli è necefiario, che s’ acquifti al dinanzi T acutezza
d’intelletto; perchè le definizioni altro non eflendo in, effètto, che nozioni
difiinte complete, per ben formarle abbifogna che fi difiingua nelle cofè, e fi
vegga quanto di diverfò, e di vario vi fia, Che colà è fcienza? Un abito da
fàper ben dimofirare, e provare quanto mai da noi fi afferma, o fi nie- Quindi
egli Ji mira, che F idee, chiare delle cofe agguardarf debbano come tanti
princip] di quejta facoltà ; poiché fonerete quefìe fbben confufe alquanto, e
inordinate y potendo effer /efficienti, e bafevoli a difinguer una cofa da un ’
altra, e denominarla nel modo, che conviene, e col proprio vocabolo jonver tir
f veggono in noi in idee difinte, edefèrci di gran giovamento agli giudi/
intuitivi, che di quelle formiamo . ga ; onde di niun altro! alferir fi può
meri- tevofmente, che abbi la le ienza di qualche cofa, lè non.di colui, eh* in
molli aria sa, e può far ufo di pruove, e di fillogifl mi, od argomenti
concatenati, ? ed uniti infieme gli uni con gli altri in guilà, che venghino
tutti a terminare, ed iftiorfi in fempli ci prem effe non fondate, che inde-,
finizioni, ed in efperienze certe totalmente, cd evidenti, od in afliomi, e
proporzioni identiche . Quindi ne viene : I. Che per l’acquifio di cotal
facoltà fia mefìieri al dinanzi fornirli d* intelligenza per ottener la notizia
delle definizioni, e degli altri principi d’ aliai manifefii, ed indubitati,
che lòno il fondamento, e la baie delle dimollrazioni . Ch’ ella fia
necefiària, ed appartenente a tutti lènza rilèrva, od eccezzion di perfona,
rinvenendofiogni un in obbligo, ed in dovere di aver un diftinto, e perfètto
conolcimento del bene, e del male * che non fi può in altro diverlò modo da
quello conièqui re. III.C he polla di lunghillimo Ipazio giovarci per f
appagamento interno di noi medefimi, e per la quiete della cofcienza ;
imperocché l’uom privo peravventura totalmente, e sfornito di feienza, per non
poter in guilà alcuna quel eh’ afferma, 0 niega dimolìrare, andando al didietro
delle maffimeì, e degli lèntimenti altrui,, il più delle fiate è in illato di
poter travedere, od errare; è perchè nulla opera (è non còti > una cofcienza
molto dubbia, ed erronea, quella che nelle lue azioni rampognalo di neghitto/o,
ed imprudente, vai per po' co in tutto ilcorfò delibo vivere, come l’efperienz.a
lo c* insegna, a renderlo disgraziato, e infelice. Che finalmente quella
facoltà per elìer un abito egli fi acquifii v alla guila di tutti gli altri,
mediante feièrcizio; febbene, vaglia il vero, quello agevolar fi polla
oltremodo, e facilitare con la lettura de’ libri Icritti con un e buono, ed
ottimo metodo dimofirativo ; .trattando di Iciorre tutte le dimofirazioni in
(empiici fillogifmi per conolcerne la dipendenza, ed appieno la lor unione, ed
il lor concatenamento comprenderne, non che per attentamente (guardare, e badar
lòttilmente alla conformità, ed adórniglianza che v’ abbia infra cotali
dimolìra\ zioni, e il metodo, od ordine, che dir vogliamo, il quale
naturalmente dalla noftra mente, fi vede lèguito nel peniate ; fèn.za, che può
efsercj altresì in ciò giovevole, e di gran frutto il proccurare di renderci
per quanto fia pofiìbile, famigliari, e pronti li precetti di una Loica, quanto
t meno fi può, didìmili, e diverfi dalla Naturale A Ma fe pur egli è così, come
voi dite, che la fcienza fi fofiè un abito, come fi può ella tra le virtù dell*
intelletto, di cui abbifogna, eh’ uom venghi decorato annoverare ? credete voi
forfè, che fi polfa dagli Uomini idioti > e groflòlani, così come dagli
altri altresì molto di Ieggier confeguire? M I» fatti quello abito agguasdar fi
luole comunalmente come proprio de’Matematici, e della gente da lettere, e di
fpiritoj ma pur un tal fornimento è lènza fallo d ? afiai lungi dal verone
falfifiìmo^ imperocché, lalciando noi dare di quanto gran ufo egli fia nella
Morale, e quanto . neceflàrio in quella, e quanta importante da più dotti tra
Filofoli venghi reputato ; la Icienza, di cui, come voi ben làpete, tutti
debbano cercarne un intera contezza, e ftudiar per quanto; vaglionod*
iltruirfone; non deve a niuno recar maraviglia, o ammirazione alcuna, giuda,
che lo c’ infogna la fperienza, fo fia mai fin da Uomini, per altro volgari, e
groflì acquiftato; imperocché il metodo di ben dimodrare | ' ^on t Hy V-
Corife. Pufendorf. Locb. Vytlf. èc? convenendo del tutto, e uniformandoli col
penfar noftro naturale;può di vero avveninire, che da quelli in ciò fi veggano
avanzar di gran lunga,’ e lùperare gli eruditi medefimj ; avvegnaché dicendo
io, che di quello abito fornir fi debba ad ogni collo, ed adornar ciafcuno,
intenda ciò foltanto ’ per quel che rilguarda la cognizione del bene, e del
male ; e non già delle Icienze indifiintamente ; come colà, che è fenza dubbio,
difficile, e per poco imponìbile da ottenerli per uomo; lènza, che come in
tutte le virtù fi concepì (cono da noi alcuni gradi, alli quali non vien
permeilo a tutti ugualmente, e dejlo Hello modo il poter giugnere ; così d’
ordina* rio parimente fi ofierva, eh* avvenghi ed accada nelle Icienze; comechè
fi debba pur con feda re, che vi fiano ; reali mente alcuni obblighi, fiano
ufficj, o doveri umani dalla cui obbligagione molti» non avendo dalla natura
que’ pregi, o quella doti, ottenuto, che gli altri ottennero, e che per ben
fòdi§farli fi richieggono, te-; * nerlè ne debbano totalmente immuni, q
lontani, non oliarne, che generalmente par« landò e’ lèmbrano tutti obbligar,
lènza ec-» cezzione alcuna V V., Spiegatemi qual cofa dite voi folidIStà, o
laidezza dell’ intelletto . /V/. Un abito da discorrere, e ragionar con
diflinzione delle cotte, ed jn mòdo che fi vegga per ogni vertto, e fi disopra
jl concatenamento, e r unione, che v’ abbia ne npttri dittcorfi, o
ragionamenti,- quindi e che per quefio fi venghi un certo grado di virtù a
cofiituire alto, ttublime, eccel/ò o perfetto vieppiù di quello,, f P er 3
^,enza non fi cottjtuifce comechevi fi giungaperpoco alla fletta guitta, e per
la medefima ftrada j colui folo aver dovendoli veramente per più adorno, e
maggiormente fornito di un tal abito, che apprettar fi vegga nelle pruove delle
tee premette a gli primi principi, e alle pri- / me nozioni fi avvicini • il
perchè vero e pur troppo, che non picciol contrai' legno egli fia, anzi una
gran moflra di lolidità, o laidezza d’intelletto d’ un’uom .° ’ c " e Proppfizioni
ammette dagli altri lenza pruove e’ vaglia a confermare, e mediante li primi
principi moflrare ; o fé checché altri con efperimenti, edocula-, . tamente
afferma, e’ con ragioni, dimóflra c per via de primi principi, febben fi deba
di maggior pregio lèmpre reputar colui, ed efiremamente lodare, ch’abbia
fonquiflato un abito di ben accoppiar, ed J 3 unir tra se molte verità,
awegnàcchè diverfè, e diffìmili, o di poterle da’ prìncipj molto lontani, e
remoti con un non interrotto fri di raziocini, o fillogifmi, dedurre ; efiendo
pur queflo, veramente un grado di perfezione del nofìro intelletto s in cui
affai di rado uom giugne, cola che forfè fi fu il motivo per cui nè per Arifiotele,
nè per coloro, che gli andarono dietro, o al dinanzi del "W’olfio ne
fcrifièro, confuto avendolo con la fcienza non ne fètono verun motto, ne’l
diflinfèro da quella, Z>. Qual cola chiamate voi invenzione . Un arte, o
abito, eh’ e’ fia da poter inferir dalle verità di già divvolgate, epale-i fi
dell* altre punto non note, nè conofciute, t>. Ma quali vantaggi fi pofiòn
ritrar mai da . queflo ? JM. Queflo abito non fèto all’ intelletto aggiugne
perfezion maggiore degli altri, di cui fin ad ora abbiam noi favellato, tn’
altresì può lènza dubbio nella vita e£ lèrci di un gran ufò,* fòvente volte
avenendo fpezialmente nelli maneggi della Repubblica, che facci mefliere nello
fleflo mentre non meno formar buon giudizio delle colè, che rinvenir li mezzi
più co* modi, ed opportuni per aflèguirle, e mandarle ad effetto $ oltreché
tutte le fcierfzq le più utili, e profittevoli, o vantaggiolè del Mondo, che fi
trattano comunalmente, e s’ infognano, non eflendo che un fàggio, o rifiretto,
che dir vogliamo di quello, per quel che mottrò un valente uomo, egli fi può di
fermo aderire, di colui, eh 5 abbia peravventura cotal per. fèzione acquittato,
che contenga in se con quefta ìnfieme, ed unitamente le migliori feienze, o facoltà,
eh’ abbiamo, o che . di leggieri lènza foccorfo e fenza ajuto . d altri e'
polla volendo conleguirie; comechè di quell’ abito, vaglia il vero, affermar
noi polliamo ilmedefimo, che tettò fi ditte pur favellando della fèienza,
cioè,’ che. febbene tutti, generalmente parlando, fiano in obbligo, ed ih
dovere di farne l’acquifio, fi debban lèmpre tenerne dènti ed eccettuar coloro,
che norv ebbero dalla natura forze baftevoli e fiifHcienti da farlo, X), Bene;
ma avendo noi due dì ver lì modi * e vie da poter rinvenire, e difeoprir il
vero, non fi potrebbe forfè quelVabito per quello motivo divìdere ih due
differenti fpecie, l’una di cui non confitta, che in, far degli buoni dperìmenti
> e delle buo I 3 ne' T* Scbirnb4t^Jen% ^£ in cui fi trattano d’ invenzioni,
e di novelli trovati, li quali almanco fi devono tratèorrere .Colà intèndete
Voi per fàpienza ? Un abito confidente del tuttò'in benacconciamente
prefcrivere, ed afiegnar .alle fìie azioni del li giudi,, e convenevoli fini,
non che in far una buona, ed un ottima fcelta dell! mezzi, che vi lì
richieggono per mandarle addetto, ed efèguirle, con coftituire li fini
particolari, e fubordinarli in tal fatta guifà gli uni dagli altri
vicendevolmente dipendenti, che mediante li più profiìmi, e vicini giugner fi
vaglia all! più remoti, e lontani j II perchè efièndo.ella di un utile cotanto
grande, ed impareggiabile per la direzione, e per lo regolamento delle noftre
azioni, giuda le leggi della natura, che al dir di Leibnizio (w) è la vera
fcienza della felicità Umana, non fi può per niun verfò recar in quedione, che
tutti non debbano proccurarne il filo acquifto * Ma bilògna però ofièrvare,
come altresì quindi mani fefia mente s’imprende, efier dimedteri; I. Che non
fòlo il fine dell’azione d’ un uom faggio fia giudo, e buono, ma eh* altresì li
mezzi fiano tali. Il.Che quedo fine fia tèmpre mar fiibordinato, e codituito
dipendente dal principale, eh’ è la propria perfezzione . E III» m ) V. La futi
prefazione al codice diplomatico del Dritto delle Genti. Che li mezzi, li quali
colà condur ci debbano e portare ; vi ci conduchino, e portino per la piùbrieve
e corta ftrada del mondo. Ma come pòfliam far noi quello acquifio? Conviene per
giugnervi provederci di molte, moltiflìme colè $ poicchè primieramente noi
fornir ci dobbiamo di fcienza, non potendoli in altro modo format buon giudizio
delle azioni noftre particolari, e ' ' della vicendevole fobordinazione ^ e dipendenza
de’fini infra di loro * e delti mezzi, che vi ci conducono ; In fecondo luogo
fi richiede* che fi abbia un* erètta contezza e Un intero conofcimento non meno
della malizia e della bontà dell’umane azioni, che del li negozj li più
necefiarj, e ùtili, od importanti alla vita ; con trattar di aver un’abito
darèperben provar tali colè * imperocché quel che peravventura otteniamo dalla
Matematica, o dalle altre fetenze egli è d’un afiai picciol ufo, e prefiò poco
di niun momen- to pel corfo del noftro vivere tutta volta, • che fiam
totalmente sforniti, e poveri di quelle materie imcui poggiar fi dovrebbero * e
fermare li nofiri aifcorfi ; In terzo luogo v* ha mefiiéri, che fi fii
profittato nell’invenzionejcome Che giovi fòprà tutto, che fi fàppj quelche in
quella materia può • mai riguardare al buono, e fàvio modo da vivere . In
ultimo abbilognà perciò aver anche dell’ ingegno e dell* acume per gitigner sì
fattamente ad ifpecular 1* altrui azioni, e meditarle, die fi comprenda il
fine, che fi ebbe in eflè, e li mezzi, che per .mandarle ad effettto fi
prelèro, non che gl* impedimenti, che intanto vi fi framefchìa* rono, anzi
tutto ciò, che vi fi operò mai di foverchio, e lènza che la bifogna 1* avelie
richiedo ; comechè, vaglia il vero, non fi pofià giammai formar un buon
giudizio della Capienza d’ alcuno dal lolo evenimento delle colè; poiché.
lòvente avviene, che per gl’impedimenti, e per gl* intoppi che non lèmpre fi poflòno al dinanzi molto ben
antivedere, nò pronofìicare, avvegnaché fi fia operato con ogni maturezza, non
abbiano avuto quel buon /uccello che fi affettava. Qual colà intendete voi per
prudenza? Quell’abito, o fia disposizione del nostro intelletto per cui fi
mette in opera e fi elègtiifce quanto al dinanzi da fenno, e faviamente fi fu
fiabilito. Vaglia il vero, lènza quello, la lapienza è di un molto poco ulò per
i’ uomo, e quali che di ni un pregio . E quello è il motivo per cui da lui fi
deve a tutto cofio trattarne 1* acquifio. Ma perchè in noi la prudenza, e
diverfà, e differente dalla fàviezza . M» Egli è ciò un effetto della
limitaziorìe del noftro intelletto; Quindi, fenza fallo avviene, che
deliberando noi delli mezzi, che ci / conducono ad un fine, fòltanto badiamo a
ciò, che rifguarda per all 1 . ora 1’affare, talché per la gran moltitudine, e
per la gran varietà de’ contingenti * che del continuo avvengono, abbattendoci
per avvefh tura ad alcune cofe, e ad alcune particolari circoftanze, cui non
così di leggieri fi potea al dinanzi da noi guardare, e quelle rendendoci
fòmmamente perpleflì, e dubbiofì, fe mai sforniti totalmente fiam di prudenza,
non lappiamo a qual partito renderci ; Il perchè la umana pfuderza in altro non
confitte, che in fàper da se dilungare, ed allontanar gl* impedimenti x e gl’
intoppi tutti, che fi offerifcono al dinanzi delle noftre imprefè, e ne
fiurbano l’effetto (K) J e per quella ragion da’ PeeQuindi è; che r’ if copra fidente Una cofa
bene, e vìujlafrentefatta, ma non riga con prudenza $ e che in Dio non oblia
mun *• Poeti, i quali per inoltrarci, eh’ ella derivi in noi dalla mente, eh’ è
quali che divina, mediante cui confiderando, e badando a tutto, abbiam gli
occhi rivolti per' tutto favoleggiarono eh’ ella nata!] ìbflè dal capo di
Giove, ch’eglino chiamarono Minerva, (1 ebbe per (ignora, e donna della
fortuna, e come la lòia, che contrariar poteflè, ed opporli a’ fuoi diségni ; e
di Bione dir li lùole, che avea in eofìume di lòyente ridire, che quella in
tanto maggior preggio era d’ averfì, e flit marfi (òpra tutte l’ altre virtù,
quanto più cari devono tenerli gli occhi, e re/putarfi più degli altri lenii,
comecché tra’ Greci furono pur di quelli, che la confusero del tutto con la
Sapienza ; ed imperò Afranio dèlcjivendola con luoi ver fi non ebbe dubbio di
metterle in bocca . La memoria mi t fe % ma generata > DalP ufo ; i Greci
vegli on, che fofia, Afa fapie n za noi, eh' io Jìa chiamata » Ma perchè quefia
virtù la sì crede propria degli attempati, e de’ vecchi ? M Per n*. rfon le
proprie parole di cottili ) ^ ÒSI iroKo yvfivu^iStax, ÒSI tto\Ù ÌSj'ihv, J Si
to\Ò irivay, CSi tto\ù iffira.TÒiv-p'x&jav-, mùcu. f/sy zm Tjmpyp
'iroix.'riw, . Dinegatemi tutto qliefio più chiaramente con gli efempli. Volete
voi Spegnere in un uomo una gran gioja, o allegrezza? Quefto affetto provenendo
in noi dall* oppinione d* un ben pre lènte ; bafta pur per aver il voftro
intendimento ; che a coftui gli facciate comprendere, che quello, eh’ egli
crede bene nell’ oggetto, che cotanto lo fcuote, non fia in effetto tale, ovver
c’ abbia foltan t * 1, X if4 tanto un
ben lùperficiale, ed apparente, e quell* idea, eh* e’ crede convenirgli aliai
poco, o nulla gli convenga . AI rincontro volete torlo da qualche trittezza, o
dolore ? batta che pur voi vi portiate diverlàmente ; poiché ciò provenendo
dall’ oppinione di un mal prelènte, altro non è meftieri che fi facci, che
dargli a conoscere, quello, eh’ egli crede malo non Io fia, ovvero’ abbia fol
1* apparenza, e non le ne debba miga far quell’ idea, eh’ e’ ne forma . Allo
tteflò modo 1’ amor verlò gli altri nafeendo in un uomo dal dilcoprirvi egli in
quegli peravventura, e rinvenirvi qualche colà di lùo gufto, e piacimento, per
convincerlo ed ammorzar in lui queito affetto non gli fi deve provar altro, che
quello da cui e’ riabbia quel piacere, e diletto, non fi rinvenghi nell’
oggetto amato ; ower eh’ egli Ila tale, che dopo quello picciol piacere e
diletto apporti . del tedio, e del rincrelcimento in eftremo; comeche potendo
fovente avvenire, che non fi conolchi punto l? ragione del filo amore, in quello
calò per togliernelo al di fiiora fi potrebbe altresì trattar di dettar in lui
dell’ odio, non già verlò la perfono, ower l’oggetto amato, ma si bene in verfo
le laidezze, o li vizj di quella . L’odio ali* . lsf all* incontro verfò
qualche oggetto derivando in noi totalmente dall* increlcenza, è dalla
moleftia, che n’abbiamo, bramando vói torlo d’ akuno, non conviene, che
adoperarvi di renderlo perfùafò e convinto, che ciò che quefto produce non ila
realmente nella perfòna odiata, e fpiacevole, ower eh’ e’ fia in fè ingiufto, e
irragionevole ; (ebbene per efler quefto un affetto, vaglia il vero, di natura
pravo, e cattivo; e imperò potendo fèrvir di grande incitamento a molte azioni
prave parimente, e cattive, fi pofla di vantaggio fargli badare a tutto quello,
che fi abbia per virtuofò, e buona in altri, ed in effètto non lo fia, o che fi
reputa malo, e non fia tale ; Or quefto fteffò modo e quefto medefimo metodo
dobbiate tenere,* e ofierVare rifguardo tutti gli altri affetti ; perche fèdi
tutti favellar ne doveffì partitaménte, non ne verrei giammai a capo, e
diverrei forfè a voi fteffò non che a me nojolo, e rincrefcevole ; tutta volta
non deve lafciarfi in filenzio, che fè pur avvenghi, come può di leggieri
avvenire; uno per confùetudine, o per coftume, ovver per natura fi vegga più
verfò un affètto, che verfò un’ altro pieghevole, dove fi voglia quefto
ritrarre alle noftre voglie fia ir re DE‘ principi fia meftieri deftar in lui
anzi quell’ affetto in cui fi fcopre proclive, che un’ altro molto diverto, e
vario da quello ; Verbigrazia infingali pur, che Titio fia molto timido, e
vile, e che ci venghi a grado di ritrarlo dal male, ovver ad un’ azione buona,
e virtuofà ifiimularlo,* egli non v' ha fenza dubbio, altro miglior mezzo per
riulcirvi, che fporgli al dinanzi tutti quei mali, e quei perigli in cui
peravventura potrebbe egli incorrere operando a filo capriccio, e contro il
noftro confèglio; anzi come colà degna di fomma ofiervaggione è altresì da
notarfi, degli affetti generalmente parlando, ch’eglino tra li lor giudi, e
lecitimi termini riftretti fiano per noi d’ un utile impareggiabile e raro in
modo, che fè pur non f'ofTè così difficultofo, come egli è, di sfornircene nel
Mondo, verrebbemo con efiì a perdere parimente un infinità di agi e di co m modi,
che n’abbiamo . Annoveratemi le virtù proprie della volontà. Quelle fono:
Temperanza, cifra di fè medefimo, ovver della propria perfona, cafiità,
liberalità, modefiia, diligenza, pazienza, fortezza, amor inverto gli altri,
manfuetudine, amicizia, verità, e gùiftizia. Co .1, ir? Cominciando dalla
temperanza, ditemi che colà fia ? Ella fi è un abito, o per meglio dir una
virtù morale, che confìtte in ben determinar il noflro appetito rifguardo al
mangiare, e al bere giuda le leggi della natura ; imperocché dovendo noi ne’
cibi, e nelle bevande, così come nell* altre cole aver la mira tèmpre all*
utile, e alla notìra falute, ed imperò vedendoci tenuti badar romeno alla lor
qualità, che alla quantità, l’ obbligo, il dovere, 1’uificio d’un’uomo
temperante rispetto a quefì’ultimo, egli è di non appeterne tè non quanto
quello fine domanda ; vai a dire, tèi quella quantità, che per la falute, e per
la contèrvazione di fe medefimo la fi richiede,* e riguardo al primo, cioè,
alla qualità, egli è me(fieri, che fi porti da medico con lui defilò, e ponga
mente per lo continuo a tutto ciò che li può mai giovare, o nuocere ; quel cibo
tèltanto generalmente parlando, tener dovendoli per molto buono, e làno, che fi
lente di leggier ilmaldito nel noflro ventricolo, e che vaglia a promuovere il
trapelamento delle parti ; imperocché non abbiamo sù ciò delle regole filtè, e
flabili ad oflervare, ne poflìam troppo trattenerci, e di tèverchio a contègli
de* Medici, non men per non eiTèr tutte le colè comunalmente a tutti utili, e
profittevoli, che per la poca evidenza, e certezza di quelli precetti, eh’
eglino n’ imprendono dalli libri della lor arte, come sforniti totalmente^
privi di quelle ofièrvaggioni da cui fi ritolfero . Non credete voi $ che polla
egli llabilirli .qual quantità di cibi fi richiegga per un uom temperato, e ben
ordinato? No,* poicchè per la diverfità del corpo fè nc richiede in uno più che
in un* altro, come che per alcuni legni fi polTa lènza dubbio daciafcun
conofcer, e comprendere quando giufla ella fi fòlfe per lui, e convenevole, e
quando fi abbia ufcitodi cotali termini, Ditemi quali lon quelli incominciando
da quelli della lòbrietà. Li principali di quella fono la leggerezza, e
l’agilità delle membra dopo il no(Iro pranzo, o la cena, ed il dormir con
tranquillità, e senza alcun interrompUmento. E quali dimostrano il troppo
riempìmento? Gli opporti a quelli, cioè, la lafle2za delle membra dopo tavola,
e la gravezza, o fiacchezza del capo, per là mutua, ed ilcam* ; jf 9
itèambievole corri fpondenza, che v’ è tra quello, e T noflro ventricolo,*
(ebbene il ioverchio cibo ha tèmpre di meno fàrtidio per verità, e pregiudizio
per la teda di quel che lo fono gli eccelli del bere . Z>. Ma come mai per
uom fi conotèe (è il mal provenghi dalla qualità, ovver dalla quantità de* cibi
? In più modi ; porto però che fiam ben (àni, p liberi di quelle pafiìoni, che
fòvente fi veggono difordinarci, ed efièr di un grart impedimento alle
funzioni, o azioni noflrc animali ; imperocché per ciò (àpere, non tèlo
paragonar noi polliamo, e far comparagione.della quantità de’ cibi dell’ultima
cena con quella dell’ antecedente, e dello flato del noftro corpo in altri
tempi, in cui peravventura ci rimembriamo aver fatto utè> delli medefimi con
il pretènte, m’ altresì dall’ incommodità, che (èntir fi fogliono tanto in
tempo della digeftione, eome i rutti, gli ardori interni del ventricolo, i
dolori di tetta, ed altre di tal fatta, quanto dopo, e (pezialmente nell’òre
mattutine, come le languidezze, o Iaflazioni, che dir vogliamo delle membra,
dsendo tutte, e tali colè, ed altre fimill tègni certi ed evidenti della mala
qualità de’ cibi ; fcnza nulla dir delle feerie, e dell’ orine, che ito che
fògliono non che di una buona digeflione, di ciò parimente renderci ficuri, D.
Sup» Ecco qui un faggio .di quelle regole portate per regolamento della propria
fallite, in quella parte della Medicina, che comunalmente la lì dinomina
Igieine, o Dieta maggior chiarezza de ’ nojìri leggitori ridotte olii feguenti
capi, Dell' elezzione del P ària • Un aria dolce, ed amena, e temperata la il
erede la miglior del Mondo, e la più falubre perdei vita ; comecché Ji loda
pure, e Jì abbia in qualche pregio quella de ’ luoghi campejìri, o alti, e
fventolatì in modo, che agevolmente if gravar Jì pojfa, e fcaricarjì de’ fu oi
effuvj ; l’altre tutte differenti da quejlejtan calde, o- fredde, fan umide, o
fecche, ofan denfe di foverebio f anno come molto nocive agli ammali e dannofe
; imperocché primieramente il troppo calore dell'aria ifeiogliendo altre sì
troppo il nofro f àngue, e con rilafciar li pori della nojìra pelle più del
convenevole fa cenD. Supporti quelli principi dunque 1’intemperanza che fi
reputa comunalmente, e fi hà, come un vizio contrario interamente ed opporto
alla temperanza, non confìfte, eh’ in dirigere, e determinar l’appetito quanto
alii cibi, ed alle bevande in un mo L ' do cendone ifeorger al di fuor a J, udori
eccejfivi non vai chea debilitarci oltre mifura;e al rincontro il fuo freddo
eforbitante refringendo a maggior Jegno quejìi bocherattoli, ofian pori 9 e con
ciò fervendo a ojì acolo, e di impedimento alla rejpir azione e ’ può si
fattamente ifpejfir gli vomori, e tonde n far li, eh' e' vengano a recarci
addoffo infiniti morbi^ciòè tutti quelli, di cui la fp effe zza fuol ejfer
cagione ; avvegnaché F eccejfo del freddo veramente fa di molto minor dannaggio
per il nojiro corpo, che non è F eccejfo del calore . In oltre la fiover chi a
umidità rila fida, e fieude in eccejfo le fibre del corpo, e con ifpigner gli
umori a gran violenza, e forza inverfo le parti efferiori fa che di legjgri vi
f accolghino, e fifa gnino, e con ciò venendo del tutto a cor rom* perfi, e
viziare, fono F origine in noi e la caufa dì varj, e diverfi affetti catarrali
; e ffl rovefeio laficcifapiu del tfi&ert cpl dijfeccare, do tutto al
roverlcio di quel che fi richiede per la noftra fàlute ; e poiché la volontà in
noi vien tèmpre niofTà da qualche motivo, 4 c per contèquente imperò deve
eflervene alcuno per cui uom brami un cibo, o una bevanda di qualità, o di
quantità anzi contraria, che confacevole a lui medefimo; altro per (corta, o
guida non avendo colui, che • ! \ w care, e rafcìugar incomparabilmente il cor*
po facendogli perdere V agilità, e la dejìezzQ delle parti lo rende inabile,
per poco e netto al moto ; (ebbene l' aria calda, e umida fa affai più
peggiore, e pregiudiziale alla folate di quefle, come quella, che piu d' ogni
altra vaglia a frodar negli animali degli fi ruccheVoli, e cont 'aggicf vomori
; e finalmente dove abbia Joverchia ifpijjezza, e denfìtà, e con quefia una
fopr abbondanza d* ejfiuvj come quella de* luoghi fotter radei, e fenza ufcita
y ifpeJfendofiH umori,e cond enfiandoli li di [pone ad una infinità- dj
rifiagn(fowtti,e di differenti malori con effer ben foverite''altresì la
cagione de Ili Affogamenti degli animali ; quindi è, che le càfe>e l*
abitazioni nonfi figliono lungamente tener iibanvCe, è Quelle fatte di ritenta
v • non che dalle leggi della natura lì diparte, che li proprj lenii ; egli
deve crederli, giuda eh* io m’ avvilo, non per altro 1* intemperante ufi li
cibi, e le bevande in qualità, o in quantità più del convenevole, e del giudo
fé non per il gufto, e per il piacere, che vi rincontra. M- Quello è ve ri
(Timo ; e vaglia il vero per muoverci ad evitar quello vizio, ed averlo
in.abbominazione e in odio, ballar dovrebbe T aver a cuore la nodra vita, e la
propria falute, rendendoci certi appieno, e peiTuafi del nocumento, e
pregiudizio grande, che ne pofiìam mai ritogliere; im L a . pe non fi abbitano
fe pria non Jiano ben diffeccate, e riafeiufte, o per via de fuoghi, e de' f
uff umigj purgate, - m 2 . * % Pelli Cibi e delle bevande, Egli fi hh quafi che
per una regola genera* fe ffavellandfi de ’ Cibi fodi, e non flùidi, che li
migliori, e lo piu f ani Jian quelli, che fi veggono meno fogge t ti a
corromperji, e a futrefarjì ; e che quanti più f obietti vengano^ e Jem ?.. i*4 perocché dall’ amore, e dall*
affetto, eh* abbiamo alla noftra confèrvazione non miga disjunger potendoli e
fèparare il gufto il piacere, quanto è vie più quello e maggior di quello, che
dalli cibi, e dalle bevande raccogliefi, tanto più e, prevaler faprà in noi, C
dominare portandoci ad abbonir, come conviene, e renderci alieni da ogni, e
qua-, lunque fòrta d’ intemperanza, e ifregolatezza ; e comeche a ciò niuno
giunger vaglia che pria non (àppia quello cibo, o quella bevanda per la fca cattiva
qualità, o troppe quantità li rechi danno, aliai pochi non però fi veggono di
quegli che badano que e femplicemente al gufto preparati, cotanto piu giovino.
Quindi ne Jiegue ; 1. Che V erbe f ano migliori eftremamente pii* delle carni,
comeche quelle che rin ferrano in fe maggior copia, e abbondanza d' acqua deir
altre, fi tengono in minor pregio, e per meno falubri ^ li. Che delle carni
quelle che fon d' una tejfttura non guari ne dura, ne fr agile jorne quelle di
va. Del Moto, Oltre tabu O'sa elezzione dell* aria, e de* cibi per la J alate,
egli Jì richiede altresì un moto moderato della per fona, e fatto a tem. fOy .
1 7 r Per la qual cola infra gli uffizj, che l’ uom deve al fuo corpo, eflendo
la contervazion della propria vita, la fanità del corpo, il fàperli ben
guardare, e munire centra ritigiurie delle ltagioni, 1* integrità delle membra
* e ’1 trattar d’ acquiftar tutti gli abiti Convenevoli al fuo (lato, e
acquiftategli, efercitarli, e mette rliin opera ; da 'chi che brama aver di fé
quella cura che aver deve fà meflieri,che ogni fio Audio, e tutto l’
intendimento rivolghi a cotali co* fe ; poiché in ordine alla (ita vita * uopo
è, che fi rifletta quanto mai reputar fi debba la (ua perdita con ragioni prete
dal fuo proprio flato, come a dire col por mente a Ipiluzzo a tutti li beni,
eh’ egli da quella po, cioè, non miga dopo pranzo ; eh è potrebbe ejfer dP un
gran impedimento alla concozion de' cibi, e in luoghi debiti, come fon per efem
pio gli aperti * 0 li campejìri, che fono li migliori . Vaglia il vero
venghìamo da tutti affé urati e ref certi, che come quejìo ufato in quella
guifa, che voi abbiam detto, giovi a confervar in moto il fangue, e mantenerli
il calore, non che per . la robujìezza, per la gagliardi, e per V agilità delle
parti, e per al-tri iere, e alla fùa famiglia* e agli altri recare; niuno
nafcendo per fe me~defimo,ma foltanto per Dio, e per gli altronde è che ad uomo
competer non pof. fa giamai dritto alcuno, ne poteftà (òpra la propria vita ; e
per nitina ragione al Mondo debba affrettar la fua morte, effendo ciò lo (letfò
che rubellarfi, e fòllevarfi contea Dio, giuda fi moftraron di fèntimento li
migliori infra gli antichi Filofòfi; ( r) come che gli Stoici foli avellerò
tutto diverfàmente fentito, in guifà che i Romani avendo la maggior parte da
Giureconfulti avuti da cotal fetta, non filo niuna pena iftabilirono contro
coloro, che volontari a (r) Cic.inCit.è de Rep. I. Vi. p. io?. Ateneo i. 4* p.
itj. Caujabm.p. 1S4. PUt.in Pbadon. Piotivi. \.Ennead. 1. Senec.ep . . p. tri
si fatti commodi, ed agì : potendo fedirci di vantaggio fpszialmente per un
gran preferì vativo e argomento a poterci da morbi Cro « nici liberare, non che
dall’ippocondria ; e dall' etica f opra tutto con quello del cavalca re : cosi
al rincontro la f 'ua mancanza, e la foverchia q f àe*e venendo il nofìro corpo
pref. fa poco ad ifnervare, ed qffiebolire lo renda ina - tariamone trattato
avefièro ufcir di vita, ma altresì come Validi li tefiamenti ne fofiennero,e
l’ultime volontà. Anzi alcuni non foto infognarono, ma ne diedero fin nella
propria perfòna della lor dottrina l’efèmplo; come di Caronda, di Cleanto, di
Crifippo, di Zenone, di Empedocle, di Democrito, e di pochi altri dicefi ( /
),• che nell 1 ultimi lecoli altresì ebber di quelli, che ne prefèro le parti,
e contra ogni ragion li fèguirono;ed il medefimo fi può dire riguardo alla
propria fàlute, efiendo ogn’un tenuto por mente alli commodi, e agli agi, che
da eflà fi poflòn mai avere, e agli jncommcdi, e difàgi, che portan (èco i, mor
i {Ip'utn. D, /. ^. Paul. frodar. 1 . 1 a. p.Si .Lattant . de /alfa
fapientìa . /. .C.1S. V. Alla erudlt.nd
ann.iyoi. menf Maj., inabile del tutto al travaglio, e alla fatica, e con
fargli vmori foverchìo grojfolani divenire, e che le digejìioni az/venghino
fuor di tempo, infermiccio, anche e mal fano ; ma egli è uopo avvertirebbe dopo
un moto violento, e forzato non f debba tutto di rimbalzo come egli dicono,
darjì alla quiete, e al riposo, ma pajfo pajfo * acciò mediante V infenfì bile
morbi, di cui, vaglia il vero, farebbe lènza fallo, di gran nofro giovamento,
che a quefto effetto fè ne cercaffero,e fe ne ilifcoprillerò le caule . In
ordine poi all* integrità delle membra in tutto il corfo del nofro vivere, e in
ogni moto, e fito del nofro corpo, uopo è badare attentamente alli danni, che
comunalmente fi veggono alli incauti avvenire ; e veggendofi per efperienza,
che li fènfi in noi per l’ eccefiìvo, e fìrabocchevole ufo, che ne facciamo,
ven; ghino la lor virtù a perdere, ed a (minuir di forza, cioè, che P applicar
gli occhi per efemplo alle cofe minime, e piccioliflìme, o troppo difcofie, e
lontane, o vicine, d’afc fa i fracchi la vifta, e la difminuifca; J’-oreebile
trapelamento delle parti agiatamente fatto, fi dileguino le particelle faline e
fulfu • ree del j angue . * Pel fonno, e della vegghia. Ma ninna cofa vogliono,
che vagli vieppiù il nojiro corpo a fcemar di forze e debilitarlo quanto il
troppo Jìar defio, e la lunga vegghia. ' eh' . i?f * T orecchie a rumori troppo
violenti, e grandi, ovvero a filoni foverchi vehementi efpofii perdano l’ udito
; e ’1 medefìmo egli lìa trattandoli degli altri /enfi ; non abbifogna miga
ufarvi negligenza, e tra£ curagine, In ultimo rifpetto all’ abito, e al
domicilio, di cui fiam in dovere forbirci per poterci munire, e difendere dalle
fiagionijè mefiierj, che fi oflervi non meno il decoro s e far che I* azioni
libere fian Tempre mai in concerto, che aver fa mira agli averi, allo fiato, ed
alla propria dignità, eperfonaj come che dicendo io di. efièr in obbligo
provvederci d’ ab K * "2 eh' impero il fonno Ji abbia per la nojlra
confermazione a reputar £ ima ejirema necejfitày e bifogna ; come che fi
richiegga ufato pur con moderazione, e regola % y effendovi meramente alcuni,
che ne fiano piu degli altri bifogno Jì, come quegli che fono in una continua
meditazione, cioè di un temperamento molto umidofopra tutto però Jì avverta a
far buona elezzione de' luoghi per dormire, ejjcndovi alcuni come i foverchi
caldi per efetnplo, che fono meno comendabili e f aiutati de' freddi,
stemperati, V. Dal, 4’ abitazioni, e di vedimenti per liberarci, e (campar dall’
ingiure delle ftaggioni, non intendo miga aderire non efièrvi altro motivo per
cui alPuom convenghi ciò fare ; imperocché in ordine agli abiti, li noftri
(enfi venendo modi (avente, e rifvegliati dagli oggetti, e per mezzo di effi
ponendofi (pedo in moto l’appetito, egli ogni ragion vorrebbe, che facedìmo nel
noftro corpo ufo di quegli per coprirne, • e nalconderne quelle parti, di cui
pur troppo i( tacer è bello, altresì dove non vi avek V, Della fup effluiti, e
degli efcrementù Molte fon le regole altresì che ci vengono preferite a queflo
riguardo ; ma noi non ne riferiremo, che le principali, le quali ridar fpojfono
a quejie, cioè . Che le f ape fluiti e gli efcrement\ tutti generalmente
parlando, lungamente rattenuti fano di un gran difea* pito alla falute .Che
quelli che fono fcarrichi di foverchio, q fciolti di ventre debbano di gran
lunga evi « tar il freddo del corpo, e fpezialmente quella àe', fe alcun timore
degli incommocji de’ Tempi j è rifpetto alle calè, e abitazioni, converrebbe
parimente averle per cuftodir il noflrO 1, e per attener pio agiatamente àlle
noflrebifoghe; e preparar il necelfano al noflro foftemamento, non che le
ftanche membra rìftorar col tonno . Quindi uom vede quanto profittevole, e
giovevole e’fia per ciafcuno trattar di 1 far un abito da poter riflettere, e
badar anche alle cote piccioliflìme, e di niun rilievo per non la/ciar nulla a
dietro nelle colè . grandi, e di maggior momento. ' ‘ D. Che colà è diligenza?
‘; fri. E una virtù confìflente in ben determinar la fatiga, e’1 travaglio, non
che tutti li noftri efercizj giufia ìe leggi della natura ; imperocché efiendo
colà pur cer• M • >, tiiTì, . ' . ^, de piedi . Che lìfudorì volontari
gfovwo fuor di mi fura a quelli che fon cT un temperamene to umorofo . Che la
fa Uva ef'endo d* un gran u » e ffZ\ a . dwjjìove j e per la def rezza, e l
agiltta delle fbr e non Jì déhba Jempre cacciar via ^ e rigettar al di fuor a ;
ed in ultimo eh iUoifo Venghi adoperato molto di rado ) e moderatamente,
ejfendoyi alcuni tempi come tilTìma che 1* uomo ingegnai* fi debba in tutti
modi di aver tutto ciò, che può mai abbifognargli nella vjta per fodisfar, Com’
e* conviene al li lùoi obblighi, o ulfitj, non puòdalènno dubbitarli, che non
debba efTer afiiduo nella fatiga, e nel travaglio, e non lalciar occafione
alcuna àddietro eh* efier gli polla di frutto, o di guadagno all* accrelcimento
de’lùoi averi,* ogni volta eh* egli polla farlo a gloria, e loda dell’
Onnipotente, e lènza 1* altrui danno, o difeapito ; potendo egli avvenire, come
il più .avviene d* ordinario, che per vecchiezza, o per indilpofizione, o per
altra contrarietà della fortuna, in apprellò non polla s ne abbia cotàl agio, e
commodo ; co Il-l I v 'Vegli effetti 3 e delle paffonì. ' r ’ r • • I ^ Ter quel che riguarda quejìo
particolare fionji ha nìunacofa di rilievo dalla medicina j onde tra per
quejìo, e perche fe ne favella /# . cofa che fa cono (cere, e comprendere ì
quanto giutfo, e’ fia, e convenevole badar per 1* avvenire * e non confumare,
di bot. to 1’acquieto ; Li vantaggi, che mai lì ritraggono dall’ elèrcizio
Coverebbero bacare a non renderci neghittofi, e pigri, m’ amanti, e vaghi dell’
abito, o Ila virtù di cui di prefente favelliamo,• come che il noftro
travaglio, e la noftra fatiga deve regolarfi lèmpre in modo, che nulla mai M a
di " ! 1 !» 1 . ! * » x sufficientemente /opra, non /limiamo ne ce far io
difenderci di vantaggio. Velie regole proprie per la falute di ciafcunoy o per
V età, o per lo fijfo, o per lo mejìiere o per lo tem per amerito. Oltre quefie
regole generali vi fono di quelle che non rif guardano, che lo /pedale ; ed
alcune perfine particolari, o per f Jtà,o per lo fife, o per lo temperamento o
per lo pro~ prio mejìiere . Incominciando a trattar delle prime, e di quelle
riguardano tonfati feto al dinan di fatata giuda teftè detto abbiamo, veru ga a
perderli, o il decoro, e la giocondità della Vita a /cerna re ; poiché non v’ è
colà lènza fallo, che fia cotanto commendabile, e lodevole, quanto d* un uomo
eh’ in tutto d’ offervar proccuri y e tenere una via di mezzo, eflèndo per poco
tutti gli eftremi vizioff. V. Che cofa è Pazienza? M, E una virtù, che ferve a
diriggere, ed ' • v fri- •: (i io ) Libo la* c. io ; . ; ftieri fòffrir
pazientemente, e patire quelf che non fi può in guife alcuna fra fto mare* e
rimetterci in tutto ài fuo divino * e fanto volere ; e ciò tanto più, che
fecondo dàlia fperienzà s’ imprende l’ impazienza ad altro mai non ferve, che a
fard 1* avverfi•; tà, e 1* infortuni vie più maggiori divenire, e intolerabili
; Avvegnaché (òpra modo giovar ci polTà per quanto fia poffibile ' il
prevenirli anticipatamente, e nelle cofe feconde, e profpere avervi mai fempre
la mira, o con applicarci a più, e più cofe trattar in effe di diftraerci nel
miglior modo primo anno da far far loro akufo de ’ cibi * e delle bevande per
non renderli infermicci in mille modi, t cagionevoli 5 anzi è bene anche
/appiano il f onere hio cullare, che fi ha in co* fiume comunalmente di far per
tirar lì ragazzi al fonnó, fovénte rechi loro un dif capilo, e un danno
notabile ; vero è però che il fonno nelli primi mefi, quanto egli è pih grande
Jane to vie pitt avér fi deVe, per meglior fegno *> e per marca di fialute,
come al rincontro la vegghia oltre P ufato è fempre fegno y e indizio di
qualche morbo . Rifguardo all'aere il temperato è il più comendabile e lodevole
per ejji t e un modo del Mondo ; di vero la vita dell’ uomo ( dice un attore
Terenziano egli è come il giocar a dadi, in cui tè quel putito - non ayviene,
che tu appetti, abbilògna che l’ arte corriga la fortuna ; onde, giuda ’
Epitteto, ( j ) perciò non v’ ha meglio, che . guardarfi di non applicare la
propria avverdone, e il proprio appetito in colè, eh* . in nuila da noi
dipendono, e rifpettòa quelle che fon il (oggetto del nodro - amore, o del
nodro piacere, o che pur vagliono per qualche noftra bifàgna è medieri che fi
difàmini attentamente la lor natura, incominciando da quello che meno vaglia ;
imperocché fe mai un Vetro, oun pen ( X ) Adtlph. atf. IV. fc. VI ri ( y )
irXEIFIAIOR f.7. (;z ) li il. c. s. è 9. 10. 11. n. 15.14. i?. #ei I, e an
refpir, amento al meglio che fa pojfibile libero ; quindi li bagni lor Jt
credono altresì pojTono ejiremùmente giovare ; comeche tutta la diligenza e
cura deve ejfer mejja in mantenerli di ventre liberi quanto f può, e fciol-i
tip giunti jbe fi Veggono a tempo in cui toglier Jt debbano dal
latte,abbifojjia, che lungamen* . te (ì facci no ajìener non men dalle carni,
cb* eglino miga vagliono ancora allor a diggeri* M 4 re Digitized by DE' PRINCIPJpentolino, per efempló, avvien,
che ci piaccia', e diletta, perfiiafò vivendo noi quanto e’ fia di natura
corrottibile, e fra- gilè, dove per avventura mai e* venghi ; a frangerfi, o
fiaccarli non verremo per' ciò miga in difturbo, e perturbagione, Ei p'
ìxcés-is 4- v X ee y a> y* l ' !my i fi ir pittai viw, 5 yO(iiva>v,
(lìfiJHro unKtyuv, ómìór tri v, cip 9 " O’fMKpi'itt'Wr upX'óptivos . ai
xvrpav ripypi-, ont xórpcat rtpyas.Kctntttyti* c»s yàp mùnti, « . a» * iraxhor
axjrts Kcentttpr X>ji, H yuttcùx-oc, om ausSabnrov] ’x.x.nu'piKàs «p5uuóvno
M. Un abito, o virtù che ferve a difporre, • e diriggere 1* azioni dell’ uomo
nell» pericoli che fi ave zzinole éójUtmino far tutto Ordinatamente, e con
decoro, non che li lor travagli, e li lorfiudj, cui per avventura in un età
giujìa, e convenevole fi danno, avvertendo dì vantaggio, che quefii vengano
ammifurati in gnifa, che . il lor ingegno efiremamente non fi infievolii chi, e
debiliti, ' \ \ r In oltre pafiando ad altro ; egli fi ac cornane da a vecchi
figuir tuttoccib,che fono cofiuma 1 ceflìtà, eflèndo ciò contrario del tutto .
j reai mente, ed oppofto alle leggi della Natura, e quell’ eccedo appunto, o
vizio, * a cui comunalmente diam nome di audacia, o tracotanza rOr finalmente
quefti erano gli uffici, gli obblighi, e li doveri dell* uomo fòlo nello fiato
Naturale e non altri. D. Ma perche voi favellando peravventura di quelli, che
non riguardano che lo fpirito, abbiate altresì tratto di quelli, che aveano
attenenza al corpo, e allo fiato -efierno ? M, Per . aggevole d’afiai e facile,
dove pur cosi . v* aggradi, ridurli sù quelli tre capi di cui vi feci motto fin
dapprincipio; imperoc* che qual malagevolezza, o difficultà mai r. potrete voi
rincontrare in conofcere ; Che quanto da noi fi diflè della volontà, e del. »
rieeffer una feguela dell' applicazione e del ripofo ; .come eh e V ufo del
cioccolati o di tempo in tèmpo poffa firvir molto per fortificar loro la
JìomaCo, e rimetter lì f piriti nell'applicazione efauJtiyWn che per corrigere
gli acidi del fan* gite. Al rincontro, a quelli, che fon peravveng tura
Deputati, e desinati a travagli ^ e fattolo e pili dure i e gravo fe y fi
concede feur amen* te U bere y e il mangiare in più gran copia, ed abbondanza
di quejii ultimi, ma fono avvertiti d' effer cauti, ed avveduti di evitar del,
tutto ribaldati, eh' e' pano le bevande fredda ingenerale, potendo lor ìquefle
apportar feco ricchezze, agli abiti, ed altre così di tal fatta non abbi
attenenza, che al noftro • flato efterno ? Onde ecco pur tutto con un motto
rimeflo in quello afiertOjeordinanza che voi lo defiderate,*ed egli è cofa t in
realtà di gran rimarco oflervare,come tutto interamente quali che da fonte, o
forgente trat* to s abbia da non altro, che da quella, noflra maflima generale:
cioè, che l’uomo debba far quantunque più può, e sà a foo vantaggio e utile,
fempre. mai che far lo polfa - ‘ 'delle diarree,foccorrenze, cacajuole ed altri
malorifmili . In ultimo venendo a quel che rifguarda la diverjtia de'
temperamenti, primieramente per quegli, che di f over chiofopr abbondano di
fangue ì egli vien fommamente lodato un a e* • re molto, temperato, un vitto
affai naturale, e fempliciffmo, un cibo di groffa corffjìenza, e una gran
moderatezza nel vino, e nel fon120, non che negli affetti interni de ir animo •
Secondo per li colerici, e li biloffji approva, oltre un * aere altreiì
temperato^un cibo liquido ^ un vino acquofo, e il ripofo, e il forino „, anzi,
' m continuo e regolar fi, • poiché quell’ azioni, che fi riftringono per
efèmplo fòtto la, temperanza vengono da quelle ifteflè leggi, dirette, e
regolate, da cui fon rette, e ordinate quelle, che fi comprendono Cotto la
giuftizia, o la fortezza, egli v’hà ogni ragione d’ affèrire, eh* in effetto
per parlar con maggior proprietà, non fia eh’ una fòla la virtù umana, e quefta
altro non fia, che il viver conforme le leggi della natura, comeche gli uomini
comunalmente o per non rinvenirti niuno infra efii,che ne fia iru teramete ben
fornito, veggendofì altri eflèr fòi * » • l ^ r ni avvenendo dinanzi il
convenevole tempo, li ;* cibi aromatici, e difeccativi vagliano ad emendare, e
corriere fe non del tutto ; almanco 1 in parte quefio difetto; e come
colripofifi Verrebbe ad acc re fiere, ed aumentare in efft ' il torpor delle
fibre' r coi ì al r ove [ciò, median - 4 te il travaglio fi vengono quefie a
render vie >' piu ferme, e fide ;e il [angue, che a produrr re delli mocci
in abbondanza è ben acconcio, con quefio fciogliendqfi conferva tutt ’ ora il
moto . Quindi per ejfi [ervir pofiòno e valer parimente d* un ottimo, e buon
rimedio li ne gozj, e P occupazioni le piti ferie, e fafiidiofi del ì 9 i Ibi
tanto faggio, altri lòl tanto prudente, e niuno aver in fe congiunte, e unite
tutte quelle virtù particolari, over per formarlène un adequata idea fecondo la
diVerfà, e varia applicazione, eh’ eglino a Ior divelli e varj doveri ne fanno,
le diedero vari, e diverfinomi, o vocaboli, di giufìizia, di temperanza, e di
altri sì fatti, nella guifà appunto, eh* a quelle medefime leggi, per quella
ilìelTà diversìtà d’applicazione, or Civili, or delle Genti, or Pubbliche, ‘ r
or in altro, e diverfo modo le appellino. • ì M. Si del Mondo . Quarto f crede
commendabile fopra modo, # lodevole per li Malinconici fpe zialmente un
aerfrefeo, che vaglia, e pojja molto frvire per accufcere il trapelamelo, t V
refpiro della lor pelle, non che Per agran* dire le particelle del J angue, li
cibi / alzi, e d* Una fece a conjjjtenza, una gran moderateti ta, e temperanza
nel vitto, e negli affetti, • in cui eglino fogliano per natura difettare ; e
tutte le ccfe ifcioglienti > che vogliono piai epojfcn in ejf promuover
delli e frementi, blighi 1 e li doveri dell’ uomo confederato di brigata con
gli altri rìfèrbarolli per materia d’ un’altro ragionamento. temperamenti mijìi
ci fi ammonifce, che frati tandofi di ejfi,fi abbia fempre mai rif guarda a
quel eh ’ in noi predomina, e fignoreggia, Or. \ quejio è quafi il principale
di quel che da Me» dici vien preferito per coloro, eh' efiendo in una buona fai
ut e y o difpofizione amano mante - fiervifi ; il di pii *, volendo, fi pub
come cofa poco appartenente al [oggetto di cui fi tratta* 4 a ejfi ftejfi
imprender di leggieri . trattenimento U alunque volta per verità da me fi pon
men« te, e fi bada al diletto il quale hò io quelli dì fèntito in udirvi
difcorrere delle leggi naturali, e confiderò quanto egli fia profittevole, e
vantaggiofo all’uomo 1* averne contezza ; vera pur troppo ^ e certa mi credo,
che fia l’ oppinion degli Antichi circa all* aver per indegni, e immeritevoli
del tutto dell’onore, e dei nome di Filofofi coloro, che non n’ aveano nel li
lor ammaefiramenti divilàto a lcuna colà, e mediante le proprie meditazioni
cerco ilchiarirle, e renderne ammaeftra- ti gli altri ; niuna parte realmente
della nofira vita rinvenendoli, giuda che per E appunto quegli confefiavano nè
nelle colè pubbliche, ne delle private, nè nelle fo* renfi, nè nelle domeniche,
nè le con noi ftefli alcuna cola facciamo, nè lè con altri, • chiunque egli fi
fofiè contraghiamo, in .cui elleno non debbano aver luogo, come quelle nella
cui ottervanza ogni ornamento, e fregio e porto della vita, e ogni umana virtù
confifte, e nel cui difpreggio, per quanto jer pur da voi imprefi, ogni vizio,
ogni laidezza, e ogni noftra bruttezza fi arrefta; Per la qual co là in
apprertò in me cederà ogni, e qualunche maraviglia, cd ammirazione in veder
buona parte degli miei uguali, per non dir tutti, o per propria negligenza, o
defii loro genitori 3 o di altri alla cui cura vengono peravventura commetti, o
per un comunal pregiudizio, ed afiai popolare reputando uno cotal fiudio per
etti poco vantaggio^), e utile, e nulla imperò applicandovi, sì
difordinatamente Vengono l’ altre fcienze ad imprendere, e direggere li lor
efèrcizj, che dove credono poter col tempo giovar, come devono, a (è, ed alla
propria famiglia, ed alla Patria, fi rinvengono all* ingrorto aver errato, e
totalmente ingannati . Ma cotali cofè, eh’ a noi nulla, o molto poco
appartengono, falciando per al prelènte per lèg uir il difeorfo di quello,
ch^jer fi rimale a trattare, dopo aver confederato P uomo lòlo NELLO STATO
NATURALE, infingendo ora mirarlo di brigata con gli altri, e in una focietà
univerfàle, vorrei lènza interrumpimento udirvi favellare degli uffizj, e
doveri, ch’egli dovea in quefto Rato fòdisfare. M. Quefti tutti inferir lì
poflòno, fènza alcun li. dubbio, da quefta propofizion generale : cioè, che 1’
uomo naturalmente in fe fèntendo un infinito piacimento, e diletto dell’ altrui
perfezione, 0 utile, o vantaggio, che dir vogliamo, nulla inferiore a quello,
eh* egli hà dalla perfèzzion di fè Redo, dove dalle padroni non venghi travolto
in contrario, dirigger e’ debba, e regolar le fue azioni in guifà, che tendano
non meno a utile, e vantaggio proprio, eh* a quello degli altri,* imperocché da
ciò che reputar fi deve, e mirare per lo primo, e per lo principale di tutti
gli obblighi, o uffizi umani fcambievoli, o per meglio dir di quefto genere di
cui or trattiamo, come tanti corollari, Porifmati, e vantaggi, che dir
vogliate, ne fegue,* I. che non abbi fogni far ad altrui quel che non fi
vorrebbe per fe medefimo . II. Che fia meftieri corrifponderci tempre mai con
un ifeambievoie, e reciproco amore, imperocché dovendo noi goder dell’ altrui
iene, e i'elicità, come della propria, e averne del piacere, e della gioja,
quefta non può in modo alcuno disjungerfi, o feompagnarfì dall’amore. Cile
dobbiamo in ogni- tempo operar in modo, che N 3 niuno t abbia a grado la noftra
infelicità, o miferia, e giudo motivo di appeterla, o bramarla, purché far lo
polliamo lènza muoverci un jota contro alle leggi della Natura, la cui
obbligagione è fempre mai la ftefla, ed immutabile, eh* è quanto dire, renderci
per quanto fia pofiìbile a tutti cari, e amabili. Che non v* abbia ragion
alcuna da renderci fùmofi, e altieri, o al di fopra degli altri, ma che tutti
fènza rifèrva, o eccezzion alcuna di perfora dobbiamo infra noi tenerci per
pari, ed uguali con darne con parole, e con fatti della venerazione, e del
contp in cui l’uno fia predò dell’altro fpreflò legno al di fuora. Che non
dobbiamo in niun modo metter in palefè, ed alla (coperta 1’ altrui magagne, o
difetti ; ma prender tutto quanto da altri fi fa mai, o fi dice in buona parte,
difendendo in tutto tempo, e avvocando 1’altrui dima, e onore ; colà che fi dee
far fopra tutto trattandoli de* calunniati, e gravati a torto, non efiendovi
altro meglior modo, o mezzo di quello per renderci al Mondo ingraziati, ed
amabili . Che non fi debba niuno mai offendere, nè dannificare per niun verfo,
altro non effondo in fatti, quello tutto, che operar ad altrui dilvantaggio, e
difeapito; il perche l’ off è fa, e ’I danno, che peravventura ad altri
facciamo fiam in obbligo in ogni tempo, ed in dovere rifàrcire a ogni nofiro
colto, e quello che da altri mai a noi li reca,fcanfàr a tutto poter, ed evi.
tare ; eflendo per una cotal ragione, e per quella pio pofizion altresì
principale, ch’ai di lòpracennammo, cioè, che L’ uomo far polla Tempre
quantunque più làppia, e vaglia a fuo prò, giuda e lecita in quello calò di cui
fi tratta la difefa. Che Egli è certo, ed indubbitabile, che tutti noi fiam
obbligati, e tenuti operar in guifa, che P azioni naturali corrifpondino in
tutto, e concordino fèmpre con le libere con aver un medelìmo fine ; II perche
Pappetito al coito efièndoci fiato dato dalla natura, e concedo per la
propagazione, e confèrvazione delia fiefià fpezie, ed imperò efièndo un azione
del tutto naturale, egli è mefiieri, che per quanto dipende da noi, non lì
adoperi giamai, ne s* impieghi d i ve rfa mente, o per altro fine. D. Egli conviene
adunque, che colui veramente, che fia vago d’ effer netto, e catto sfugga, e
vita a tutto potere ogni forte di congiungimento illecito, e contro le leggi,
che non abbi altro per fcopo, o per fine j che il mero piacere e la voluttà,
come li ftupri, le fornicazioni, gli adulteri, ed altre sì fatte fòzzure, e
bruttezze, con trattar parimente di dilungarli da tutto ciò, che vaglia mai ad
iftimolarlo, e portarlo a quello, e vietar tutte le parole, le gefia, e P
azioni lafcive, per cui ne pofia rifultare quel gufio, e quella compiacenza,
che il piu delle volte porta (èco al di dietro.quegli movimenti critici, li
quali con dedar in noi di fovverchio r e rifvegliar li fenfi, fanno, che la
ragione totalmente fi, addormenti • M Li, aof AI. Li motivi per cui fpigner ci
dobbiamo edilporci alfacquilìo di una cotal virtù fono quegli fteflì per cui
devono eflerci in abborrirhento, ed in odio li piaceri ; onde di quelli
avendone parlato (òpra alla diflfufa i non fa meflieri qui ripeterli al di
nuova; Comeche convenghi oltre a. quelli, che fi badi altresì alle pene, ed
agli gaflighi che in ogni ottima, e ben regolata Reppubblica vengono dalle
leggi inabiliti per - li fìupri, adulteri, e altri si fatti delitti ; ' ed
avvezzarli di buon ora a sfuggire, e vietar Ogni occalìone, che pofTà fervi rei
di motivo per portarci a qualche azione libidinosi, e cattiva. D. Come definite
voi la modeflia ? M. Per un abito della noflra volontà, o per meglio dire, per
una virtù di ben determinare, edifporre fazioni appartenenti ' all’ onore,
fecondo le leggi della natura; Quindi il modello, fèbbene operi in modo, v che
Ila degno d 9 onore, e di flima, non però egli la brama, o 1* appetifeé; ed in
ciò differilce dalf ambiziolò, il quale al rin' contro brama gli onori e gli
appetilce, ed andandovi al dì dietro più del convenevole pecca nell 9 ecceffò ;
e fi diftingue altresì da colui ch’éfièndo d’ un animo vile fòverchioj ed
abbietto pecca nel difetto ; imperocche avendo noi della compiacenza, e del
piacere del conto, o (lima in cui fiamo prefio altri, ed imperò venendo tratti
dalla gloria delle noflre iflefie perfezioni, può quefla,fenza fallo,fervircidi
un gran (limolo a condurci Tempre mai e portarci per lo dritto fenderò a
grandi, ed eroiche imprefè ; II perche fi viene a conofcere in un ifleflo
mentre l* error di coloro, che confondono non meno 1* amor proprio, che • nafce
dalla virtù di fè ftefiò, con quello, che non nafce che dal vizio, efiendo 1*
uno molto vario, e diverfò dall* altro, e il pri . mo non così come il fecondo
da riprenderci, e biafimare ; che la modeflia con quella battezza e yiltà d'
animo, in guifà, che • ; per torre alcuno d* ambizione fi fludiano a tutto
potere d’ ifpignerlo jn quella, eh’ è { un vizio per verità miga inferiore a
quella, facendo che la perfòna molto poco fi caglia delle virtù morali, e delle
morali non ne fègua altro, che 1* ombra . Di Come adunque fi può mai far un
ambiziofò ufeir di fua ambizione ? E di fbmmo meflieri ; I. Che capifea qual
fia il vero onore, e come quello non dipenda miga dalla perfòna onorata, ma
fòltanto da colui, che onora, il quale abbi fogna anche che fàppia formar buon
giudizio. Ch’ intendete per amicizia? M. Un amor vicendevole infra due o più
perlòne, palelàto, e dato a conolcere altresì con uffizj vicendevoli, giufta le
leggi della Natura ; non ettèndo ad un amico, inverfo l’altro lecito giamai, ne
permetto far co fa per menoma, eh’ e’lia contro quelle. Quindi acciò tta ferma
realmente, e Itabile, e collante un amicizia, e non ft (ciolghi cosi di
leggieri egli impiegar fi deve tutta la diligenza, e la cura del Mondo nella
(celta degli amici ; comechs ettèndo in vero co fa molto malagevole, e
difficile che fi rinvenghi un amico del tutto intero, e buono, come fi
vorrebbe, e potendo di leggieri avvenire che fi fia errato nella lecita, e che
1* amicizia contratta fi fciolghi, o perche l’amico voglia da noi qualche cofa
non ben giufta, e buona, o per altra cofa sì fatta ; il più ficuro modo, che fi
può tenere nel praticare, e converfar con 1* amico, egli è quello, che dir
Iblea Biante, celebre tra* Greci Filofòfanti, cioè, di enervi si fattamente
circofpetto e avveduto, come con colui, che col tempo può per avventura
divenirci contrario, e nemico,* del retto quefta è una virtù, ed un abito, che
fi acquitta e ottiene, come tutte P altre noftre virtù, e gli altri noftri
abiti, per via di molti atti ; come a dire : con P amare da vero l’amico per le
Tue virtuofe, ed eroiche qualità ; col praticarlo, e fìar con etto lui, e col
godere in ogni momento del bene di lui, come del proprio; A ogni modo non mi
fèmbra neceflàrio arredarmi qui in farvi vedere la neceflìtà, che abbiamo di
far un cotal acquiftojbafìa dire, che doppo la virtù, l’amicizia pofla e vaglia
a formare la nottra felicità, e che abbracci tutti gli flati, tutte le
condizioni,' e tutte le differenti noflre età ; ella giova a ricchi, e a
potenti per far ufo della lor fortuna ; a poveri, e fventurati per aver qualche
folìegno, e lòllìevo; a giovani, per aver chi lor confogli, e dirigga ; a
vecchi perche può forvir loro d’ appoggio ; e a quegli che fono nell’ età
virile,* per fornirli di favori, e di affluenze ; e lafoiando ilare, che la
natura ftefia ci porti a quella virtù, avendo altresì ne’ bruti, e negli
animali inferito certe inclinazioni, per cui quelli della medefima Ipezie fi
portano tra elfi ad accoppiàrfi,ed a unire ; nelle Città e nelle Repubbliche la
concordia, e l’amicizia de’ Cittadini fi riguarda come una parte principale, ed
effènziaìe del{a felicità pubblica . D. Ma ditemi un poco; egli dubbitar non
potendofi, che il vocabolo amicizia fia detto, e dirivi dall’ amore, e non
amandofi da noi ugualmente ogni colà, quali fono quelle cole, che fono
veramente amabili? M. Di quelle n* abbiamo tre Ipezie ; altre colè effondo
amabili, perche fono buone, o per fe llefiè, come le virtù, o relativamente, e
per qualche circoftanza, come li cibi per rilguardo della noftra làlute, o le
medicine per le malattie ; altre, per arrecarci del piacere, e della
giocondità, per cui altresì diconfi buone ; ed altre per efièr utili (blamente,
e di qualche emolumento, che le fa parimente aver per buone; Quindi ne
rifùltano tre fòrti d* amicizie $ 1* una - di cui, come fondata sù il vero
bene, ed utile ( dico utile, prendendo, quefto vocabolo giuda al
noftrofignificato ) è vera, e perfetta ; e l’altre, non riguardando, che o il
bene apparente, o la giocondità, o T utiltà volgare ; non fono che imperfette,
e fecondane, ed improprie ; come che altri v* aggiungano pur una terza, che la
defini fcono per una reciproca inclinazione e propenzione d’ animo tra uomo, e
donna, fènza alcun moto fènfibile, e la chiamano comunemente Platonica ; ma tra
perche quella dalle più delle Genti, fi hà per una amicizia attratta, e
miracolo^, negardo elleno quegli principi Platonici, mediante a cui fi
(oppongono nelle mentì create, fènza alcun opera de’ (enfi, e ifcolpite, e
imprette le forme del bello, e del buono, ed avendo per certo, che quetto:
impeto, o inclinazione come proveniente da (enfi, in etti purtt mantenghi con
tutto rigore, e forza, giuda alle naturali leggi, a mifura, che ne fian capaci
; e perche ne * defideriamo favellarne con p'ù agio a più - convenevof tempo,
non ne facciamo neppur motto per al prelènte . D . Perche avete voi per
imperfette quelle amicizie, che riluttano dalla giocondità, e dall’utile volgare
? . M. Sì perche una con quella fperanza cefc fando l* amore, cotali amicizie
non fono di lunga e gran durata, sì perche la vera, e perfètta amicizia, non
condite in altro, le non in voler bene all’ amico, per Pam ir co. / Quella
pratica, che fecondo voi, fìa di meltieri in tutte 1* amicizie, hà ella luogo
nelle amicizie tra fuperiore, ed inferiore ? il/. Senza fallo; a ogni modo deve
efler aliai rara ; li fiiperiori di leggieri annoiandoli degli inferiori, in
modo, che farebbe meRieri alle volte, che fi dim enticalfero del lor Rato, fe
folle potàbile . Ma con quali modi lì può mai conolcer bene e comprendere una
perlòna, che li confiderà per amica ? M. Con praticarla qualche tempo con
indifferenza, ed ofiervar elèttamente quanto ella facci, e quanto operi; come
penlà, per elèmplo, come parla, come ama, come odia, e come fi duole ; quindi
giovarebbe molto a far tali olièrvagioni particolari dove blfognarebbe,
conolcer universimente li coftumi degli uomini, e le diverfe loro inclinazioni
nelle loro diverte età, e nelli lor Itati differenti, con fàper per efèmplo I.
Riguardo all* età ; che li* Giovani eflèndo di gran lunga dominati dalle
paffioni, e principalmente da quelle del fenfò, venghino da quefte di leggieri
trafportati, e vinti, come che fèmpre variano per fazietà, e leggerezza, e
Ciano in oltre di fdegnofi, ambiziofi nelle gare, in nulla attaccati al danajo,
liberali, /empiici, aperti per la poca fperienza, anzi imperò anche creduli ;
lieti, fperanzofi per lo gran favore del lor (àngue, vergogno!] per non creder
altro lecito, fuor di quello, che apprefero dalle leggi, e dall’ educazione ;
magnanimi, vaghi più dell’onefto e della lode, che dell’utile ; e perciò amici
di compagnie, e di convenzioni, e di tutte le fòrti di amicizie gioconde ;
nemiciflimi della mediocrità nelli lor affetti, peccando mai fempre nell’
eccedo, e nel difètto, o che amino, oche odino, o faccino altro ; e come
facendo ingiuria ad alcuno, non la faccino miga per malizia, o per recar a
colui danno nella perfòna e nella roba, ma fòltanto nella dignità, e nell’
onore ; e ultimamente compafhonevoli, e pietofi, avendo ogni uno per megliore
di quelch* egli fìa in effetto ; che li vecchi tutto al Popputo, non eflèndo
nel fervore, e nell’ aumento de* /piriti, non fìanò d* ordinario /oggetti, ne*
/ottopodi a trafporti, ed operino mai /èmpre con lentezza ; e geneiaimente
/ìano malizio/!, diffidenti' per la lunga /perienza, dubbj, timidi, queruli,
fàfìidiofi per T anguftia, e povertà del lor /pinco ; avari per non riguardare,
che il commodo, e 1 * utile proprio; di gran memoria, ed imperò garruli, facili
a /degnar/!, comeche non duri il lor {degno per il freddo dell’ età, morti
nella concupi/cenza, e volti del tutto al guadagno ; e dove avvien che faccino
mai dell’ ingiurie, e delle /convenevolezze, le faccino veramente per malizia;
Infine e’ fiano mi/èricordiofi come li giovani, febben quefii per umanità, e
quegli per imbecillità ; malinconici, proverbiofi, e di un animo molto badò, e
rifiretto ; e che quegli, che (ono in un età virile, e di mezzo fiano di
cofiumi temperati, come a dire eglino non fiano ne troppo audaci, ne troppo
timidi, non credano, ne difcredano ; e il mede/imo fia dell* altre pa/Tìoni ;
li. con cono/cer rifpetto allo fiato, che li Nobili per e/emplo fiano
ambiziofi, fumo/!, morbidi, tenaci de’ proprj tituli, e che vadi. no apprettò
più ali' apparenza, che alla lòtta n-iìanza ; che li ricchi, per 1* abbondanza
fiano ingiurio!], fuperbi, vaghi di Juflò, e di delicatezza, arroganti, ed alle
volte anco incontinenti, fe mai divenirono ricchi di frelco ; e che li potenti
abbiano coltomi pretto, che limili a quelli, come che lor moderi in parte la
gloria, e li tenghi al dovere; e così degli altri, che fi giungono di leggieri
da quelli fieflì a comprendere . Ch’ è quello, che ci rende amica una perlòna?
• M. Il farle bene, V ettèr amico de’ lùoi, il corri pattlonar la, 1* ettèr
verlò lei liberale, modello, temperante-, gentile, trattabile, faceto ; e in
una parola la virtù, ci può rendere cari a tutti, ed amabili, giufta che potette
apprendere, dà quel, che al dinanzi notato abbiamo, parlando delle colè amabili
. Come dunque ai consèrva l’amicizia? [cf. Grice, the apory of friendship in
the LIZIO. Col mezzo della BENEVOLENZA (other-love – conversational
benevolence), o del volerli bene Icambievolmente, non che con la concordia, o
con la fede vicendevole nelle co fe agibili ; e con la beneficenza, o
liberalità. Cont. L’ amicizia perfetta ammette ella moltitudine ? Fil. Mai nò,
tra perche in ella fi ricerca un amor del dritto naturale. 2 i 14. C g ) Dei ih
. . /. . f. de pani s Grot. in fior, fpitrf. PbUoJìr. de vii. Apoll. nurn. 5?.
Dsuter. . P/trullp. ^ I J ?2C *16 d e* p'R in c i p j -r ' grandi Grettézze, e
bifogne, {botanti motivi, che mover ci doverebbero ad effei ne veramente
amanti, e farne un continuo ufo, oltre lepromefie, che a veri li moli ni eri
nelli Sagri libri della noftra Santa, e Veneranda Religion rivelata fatte fi
rinvengono. Che intendete per verità ?. JM. Un Abito di ben diriggere lenoflre
azioni conforme le leggi della Natura nel com - municàre, e ridir ad altri li
noftri fonti - menti: imperocché colui, eh’ è veramente amante, e vago del
vero, non men fogge, ed ha in abbon imento il falfo, che la \ fìmolazione, e la
bugia. D. Difpiegatemi quelli ultimi vocaboli: fimulazione, e bugia . M. Col
primo intendo quel difeorfo, che vien fatto tutto al rovefeio di quello, che in
noi fentiamo, ma fenza alcun danno altrui, o noflro proprio ; e col fecondo
quello medefimo, ma accoppiato, ed unito col pregiudizio proprio, o degl’altri.
Qujndi è, che il dir il falfo, e la simolazione sia sogno propriamente d’’uom senza
coscienza, come colui, che proferi> foe delle parole contra quello, che in
se 'fonte; comecché la bugia fia una còfa affai ; più deteftabile, e
biafìmevQle della fimolazione, aniuno ettendo permetto offènder se medefimo, e
gli altri ; anzi quella ogni volta che fi vegga effèr 1* unico mezzo per giovar
a noi, ed a gli altri, può fenza fallo divenir lecita, e permetterli, non
ottante che per legge Naturale rechidendofi, che vadino fèmpre mai in accordo
le azioni in. terne con 1’etterne, fèmbra fèmpre per se mala, eù illecita. II
perchè fi vede altresì, che non fi debba giamai far ufo del noflro difeorfò, e
della nottra favella, fè non cattando per mezzo di elio nulla fi venghi a notti
i uffìzj, o doveri a mancare, eh’ è quello in cui confitte il filenzio : virtù
che, fi potrebbe a gran ragion ditti ni re, per un abito di non proferir cos’
alcuna contraria a nottri doveri . E vaglia il vero, ella non -è men
comendabile di tutte P altre virtù, potendo fervi rei di gran lunga a vietare
mille, e mille inimicizie, che potrebbono forfè dal contrario operare,
provenire, e per molte earriche nella Repubblica, che conferir non fi fògliono
a chi ne fia sfornito, e privo ; oltre una infinita d’ altri vantaggi . Ma diam
propriamente noi nome di conteftazionì alle parole, che fi prò feri feono in
fegno, ed in tettimonio della fin* cerità, e fchiettezza del nottro animo :
avvegnaché fu mettieri notarli, che non .dovendofi nulla fare, fènza la ragion
/ufficiente, dove non fi dubbiti di noi, nè fi metta in forfè quei che noi
diciamo, ma fol quando per efler creduti, abbifogna, e conviene . Per tutto ciò
quelle, che infra quefte meritano più dell’ altre la nofira ' attenzione, e
rifl^flìone fono li giuramenti ; imperocché quefti effendo un* invocazione, che
per noi vien fatta di Dio in vendetta del falfo, che diciamo, credendolo autore
d’ogni noflro bene, e vendicator del male, che commettiamo pe'r Io rifpetto,
che dobbiamo alla Maeftà divina, non fi devono per niun verfb proferire fe non
in colè di gran momento, effèndo i cofà fòmmamente fàg rilega, ed ingiufia
invocarlo in cofè leggieri, e di affai picciol preggio. Q/iid ejijurare (dice
S. Augurino nifi j us reddere Deo, quando per Deum j i/ras ; jut filili tui:
reddere, quando per filios tuo: jura : Quod autem ju: debentù : falliti nofira,
filiis nofiris, Deo riofìro ; nifi charitatis, feritati :, è" non
falfitati: ? eum dicit quifque per meam falutem, falutem fuam Deo obigat :
quando dicit per fillio: fuo:, oppignorar t)eo fillio: fuo :, ut hoc vcniat in
caput ipfo rum i ' /pud Groi.'m fparfjioribi rum, quod erit de ore ipfiui ;
fiverum,, Z'trum, fi falfum, falfum,* cum ergo fi /iosjuoty Vd caput Juum, S'f/
falutem fuam quifque in Muramento nominata quicquid nominat obligat Deo.
Oltrecchò Epiteto ancora con ii foli lumi della Natura, vieta (dice) a tutto
tuo potere, totalmente 1 è mai può eder il giuramento, o fe ciò non puoi
avvenire, tratta ufarlo quantunque piq di rado fia poUTbile . Ipxov vtpiÙTnat,
« {iti tuorrt, ài St che Venga con A Jd ua h nói) fummo noi medefimi gli autori
del no* Uro inganno: o non fi fian tali, che fciorre non fi pofiono inguifà
alcuna lènza il » dannose il pregiudizio dell’ altro • III. Che qualche ejlerno
fegno dichiarato, o che queflo conffla in parole, o in fatti ; avvegnacchè n n
fa fuor di propofto far qui avvertire, che per Dritto Naturale non f conofca
quel divario o quella diverftà, che le leggi Romane ammettano infra Jìipulq, e
patto femplice, e infra V obbligatimi, che fciolgonf per Inr di- » fpofzione (
ipfò jure ) fòlutione, in fòlutum, datione, acceptilatione, o con altri sì
fatti modi : e quelle, che terminane per Infoia • equità, o eccezzione . Li
mezzi più femtilici, e piti acconci a torci d* impaccio dogni obbli • gagione,
giujìa il Dritto Naturale, o che provenga da què' patti, che la producon
pfltanto da un lato detti, o di anelli, che la producono da ambo de * lati,
detti «T iirwpx, o f tratta di quegli in cui fe ne viene a / tabi lire una
nuova, fa da una Parte fola, fa da tutte le parti, che li Dottori nominano,
pacìa obbligatoria, o d'vquelli in cui quella, che dinanzi ffl abili f toglie
via, e diconf pacta liberatoria, o nafca ella da altri patti sì fatti, clafcun
promettendo con condizione, che ^li fia dall’altra parte ofièrvata la
promefifa, fe vi, fia mai qualche motivo da dubitarne, di ragione coftringer la
polfa, ed obbli egli non fono, che quefiì ; cioè ; la fola zio ne, 10 sborfo,
il pagamento di quello, chi è do • vitto al creditore, il rilafcì amento
volontario gratuitamente fatto al debitore dal medejìmo creditore, il mutuo con
f enfi de ’ contraenti, che concorre, e fi unifce a fciorre un obhligagio ne
che fia dell 9 uno, e deir altro lato, il ri-compenfamento, che mai fi pub far
di debbilo, con debbi to, /’ inejìfienza della condizione, con cui fi è fatta
rébbi igagicne;La morte di alcuno de ’ contraenti, dove /’ obbligagione fi fu
contratta colla fola mira a lui, ed alle fue qualità per fonali, /*
efiinguimento della cofa per cui fu fatto il contratto, la novazione, eh’ è
quando fi rilafcia a uno, e gli fi rimette quel che egli dee, ed in luogo di
quello fi riceve nuova obbligagione, e fifa nuovo contratto \ • ed infine
altresì la delegazione, eh ' ' è quando 11 debitore conviene col creditore e fi
concorda di cojiituir in fua Vece chi, ebe a cofiui più* aggrada, e piace ;
egli fembra ragionevole r attener ci in quefie femplicit à, finza affollar.
]binarla a ciò fare al dinanzi, che non fi complica da lui, o almanco indurla a
dar ficurtà, e cautela di (òdisfarla . IV. Che li patti fatti non potendofi in
apprefio da uom fciorre lènza il conièniò dell’ altro, eflendo ogni un* in
obbligo, ed in dovere allontanar da se il danno, che gli può di altri intra
venire, ed incogliere, egli fia mefiieri, che pria ben fi confideri, e fi
ponteri quel che uòm promette, o faccia. V. Che adempiutefi da ciafcuji delle
parti le promefle, s’intenda altresì adempiuto il patto, e ceffi l* uno d*
efler all’altro obbligato, e tenuto ; anzi fe mai avvenghi 1’uno li mofiri
contento, che l’ altro non adempia la fila prometta, merita d’ averfi altresi
per fòdisfatta, e la fiia obbligagione per fpirata, ed efiinta. VI. Che
nell’interpretazione de* patti le parole, e li vocaboli pigliar fi debbono
giuda, che fono comunalmente in ulò, non efièndovi ragion alcuna in contrario ;
e dove le parole fiano d’un \ 1 di faverchio le nojìr e oj/ervazioni, che
pojjbno contro delnojiro intendimento feivir anzi d’imparaccio y e di confusone
per li principianti 9 thè per /chiarirli CQme conviene. DEL DRITTO NATURALE. d’UN
SIGNIFICATO AMBIGUO, O DUBBIO, INTERPRETARSI DEBBANO in guisa che non vengano
in se niuna RIPUGNANZA O CONTRADIZIONE AD AVERE e CONCORDINO mai tèmpre col
fine, che giuda ogni credenza, ebbero i loro autori, non potendoli già mai uom
cotanto tèiocco, o tèimonito rinvenire, c* abbia voglia contradire, e ripugnar
a se fiefiò con azioni con tra rie, ed oppofte al foo fine ; Comechè per
difiinguer cotali obbligagli, che non ne provengono, che dà quelle di cui fin
ad ora abbiam fatto parola, par che cpn ogni ragione dir fi potrebbero quelle
condizionali, e ippotetiche, e quelle a dolute. Af. Checché fiane di ciò,
vaglia il vero egli è un grolfo errore, ed un abbaccinamento di coloro, che
andando alla cieca dietro alGrozio, e al Puffendorfio, e patti, e contratti, e
dominj confondendo, cd aflfafiellando infieme in uno, trattano a lor potere
renderci perfoafi, e cèrti, che tali cotè punto non diflferilcano, ne variano,
e tutti ebbero una medefimaiorigine, cioè, derivarono dall’efièr ellinto infra
gli uomini quel fervore di carità, e di amore, con cui si amarono fin
dapprincipio ; ed avendo li romani giureconfulti il nome di contratti
propriamente a quelle convenzioni dato * che far, fi fogliono circa quelle
colò, che fono in commercio, e paflàr pofiòno ? o debbono nell’altrui dominio ;
e patti' a 1, rincontro chiamate quelle, che fi fanno in colè di una natura
totalmente differente dalle prime, e che fon fuori d’ ogni commercio ; fi
credettero cotal differenza efièr propria del Dritto Romano, e ignota al
Dritto. Naturale; penfàndo, che fè gli vomini fi avefièro mai corri fpofto con
quel • reciproco affetto, ed amore giuffa che fon in dovere corrifponderfi, li
patti farebbero fiati infra effì di niun.ufo;imperocchè,gli uomini in quefìo
fiato, avvegnaché por' tati fi folfero, come eglino dicono, ^volontariamente a
far quell’ iftefiò, che op Icambievolmente fi obbligano fòdisfàr con quelli, da
quefto però non v’ha miga ragion di conchiudere, che fiati fi fòffèro all’ ora
invalidi, ed inutili ; fenza che giu. ffa ben fovente detto abbiamo, eflendovi
. molti uffizi >* che naturalmente fiam tenu'/ ti fodisfàre inverfo tutti'
gli uomini, e nort . verfò quefti,«o quell’ altro in fpezialtà r rifguardato in
quefto, o quello fiato, egli fi potea altresì nello flato naturale dpve gli
uomini .fi fodero amati con un Santo ., e .. caffo amore ritrarre dalli patti,
e dalle t xpromeflè quefto vantaggiosi determinare, e ye e relìfingere quelli
generi d* uffizj generali inveriti quella, o quell* altra perlòna in
particolare. Che intendete voi per contratti? Quelli patti, che vengon
peravventura V. a» tarli per lo trasferimento de* dominj delle cole . V. Come
s’ introduttero mai quelli dominj, nel Mondo? M. Ellinto tra gli uomini quello
Ipirito, e quel fervore di carità, e di amore con cui dapprincipio
corrifpondeanfi,e lì manteneano lungi da ognidittènzione e difcordia, la communione
delle colè, che era tra ellì, divenuta un occalìon continua di ride, e . di
piati, e da dì in dì rendendofi vieppiù Tempre moietta, e difficile, fi pensò
aliatine venire ad una divisone in modo, che ciafcuv no contentato fi fotte del
Ilio, e n’ avelie potuto dilporre a lùo arbitrio, non difcoprendo altro miglior
mezzo per provedere alla commun làìute, ed al commodo genneral di tutti, e far,
che a niuno mancato a vette il bilògnevole per fòdisfare a’ propri doveri;
Imperocché per lo dominio di Egli è fuor di dubbio, che dap • prifj di una colà
altro d’ intender non bramiamo, che un dritto, ed un potere da poterli di
quella lèrvire in guilà, che ad altri non fìapermeflò farne quel medefimo ufo,
che noi ne facciamo . D. Aduti principio giujìa che comunalmente, da tutti Jì
confeffa, o dalla maggior parte de ' dotti egli è almanco offerito, le coffe
tutte del Mondo Jt furono in una communione negativa, cioè del tutto communi a
ciaffcuno, e fuor di qualunr quejìgnor aggio, e dominio ; imperocché effendo al
ffommo, Onnipotente, Eterno Monarca piaciuto trear gli uomini, egli non miga
potea loro negar F affò di quello, ffenza cui il dono della vita ad
effìconceffa sfarebbe fiata drittamente piu toffo di gran imbar azzo jh e di
qualche preggio, e valore, e che dopo F amore, e la carità infra efft, eh' era
il ffojìegno di una \ì fatta communione, intiepidita alquanto, e
diminuita,refela dà affai malageJ vole, e difficile, e di mille, e mille incom
modi, e diffagi abbondante y Jì foffe paffuto ad una certa tale quale
imperfetta dìgijìonc ; 9 per meglio dire nella communion pofftiva, facendo, che
qualunque delle create cof e fata Jì J offe foltanto commune a piti perfine, e
noi ? già - X?.Adunqu®-fi può con tutta ragione da queflo conchiudere, I. Che
tutte quelle cofèda cui provvenir non ne pofTòno quegli inconvenienti, e
difòrdini per riparamento de’ quali, a voftro avvifò, s’introduflero al • Mondo
i dominj, come fon per pfempi :> • 1’acquaci! aria, ed altrd$òfe si fatte,
non . CL' fia gìà di tutte * fecondo ch 'era al dinanzi, e ih co tal guija il
Gènere Umano con fa vatofi fcf fe, e mantenuto,Jlnc9e\ finalmente fpettta
totalmente la carità tra ejìó, e non apparendoci più alcuna J cincillà dì
qftelV' amor primiero, ma piatì, riffe, odj, e nemijià continue, fu meJUeri per
provvedere al beri, commune, ed alla fai ut s lìniverfale venir alla totale, e
perfetta divisione delle cnfe, e fiabìlìrne i dominj ; imperocché con forme al
colpo delle virtù giammai uomjì porta di ordinario tutto di ttnfubbìto, ma
paffo paffo,/? da grado, in grado ) cosi parimente egli procede ne ’ vizj ', e
nel male fecondo V ejperierrza lo d infogna ; comechè quelle cofe quali erano b
ajì ovoli, e fo- ‘ # vrabondanti a tutti, e per cui rtafcer non ne poteano
delle controverfe, o con ì’ altrui danno, quefti abbia poterti.’•* e dimoftro,
che quejìa podefà, e quefio dominio, c* ha ciaf uno del fuo, non f dfebba
impiegar mai in danno d* altri, e che ciò, che non f defdera, che f faccia a
noi, non f debba neppure ad altri fare, non jfembra, che pojìì per veri tali
principi * e c oncejf debba averjt, ragione di approvarla ; ejfendo ella del
tutto come ogni un sa malefa^e noe cedole a'debbitori; « il perchè poco giova
il foggfugnere in contrario, che ne* primi tempi della Repubblica.
Dcjur.nat.&gent.lib.i.cap.i3.f.j73.Hert.a4Ptt ^ fcntfor.V.io. \ : dall’efperienza s ? im prende, ben rovente
taccia meftieri il dominio di’ una cotà da uno paflar in un’ altro. Che non
potendo niuno da altri richieder mai, nè dimandare quel.che ridonda al coftui
utile, e vantaggio, niuno fia in obbligo, e in dovere di sfornirti, o
itpogliurfi del dominio di ama co. H" 11. ; ca Romana fi ne fojfi fatto in
quella del con - _ finito ufi, non potendojì per niuno unqua a fi ferire, che i
cofiumi de * Romani, 0 d' alcuna altra Nazione del Móndo, 0 viujli, 0 ingiuJH,
che fi furono, fi debbano aver per norma delle nojire azionile mirar come
tale\eà imperò noi vediamo, che gli ultimi Impera dori del tuttofa riprovarono,
e tra le antiche leggi Romane, per cui Veniva permefid ì non f erono, che di
ella vi fojje rimafio neppur un orma 0
vejiigio > : e dello fiejjò modo fi mai fi corifìdera il Dritto Antitetico,
egli fi rinvenir à, che dove fia fatto a tempo, fia egli ben giuflo, ed equo,
ma non già fi egli fia in perpetuo, e continuo. Che non fi richieggo molto per
comprendere, der I’aggevolezza, e la facilità con cui voi favellate di tali
colè,• ad.ogni modo egli è colà di formilo rimarco notare, che Ebbene dove la
lòcietà degli uomini folle Hata tra pochi, la permutazioné farebbe Hata
baftevole, e fufficiente per Io trasferimento det dominio, avendoli potuto di
leggier con ella non men ragguagliar il prezzo delle colè, che fcanzar ogni
inganno . r » ^ 1 gliam dire, o il Dritto di poterla dopo morto, adir e, non
potendofi negare, e recar in quifiione, che ciafcano non pojjà il dominio delle
co fe fue dt prefente, o in futuro, tra ferirlo in uf? altro, ofide he viene,
1. Che le fuccejfio ni per Dritto Naturate regolandrfi mediante^ i pattile din
quejti richiedendoli il confenfo dell' una, e dell* altra parte, non
riconofcain modo alcuno un colai Dritto gli Eredi necejjar j, di sui favellano
te leggi Romane IL Che non. offa miga ne repugna difporre in parte a. tutto,
dell’eredità ? giufiq il fentimento de’Romani Qìureconfultì . Che V erede, dato
'eh* egli abili a il confenfo, non pojfq in modo alcuno ripudiare, e rifiutar 1’eredità
. E 11C Che fe il teflatore fi ha riferiate il dritte di rivocare, ed
annullare, T 1, afr no, ed ogni frode, che vi poteatqai incorrere,* poiché r
uno avendo deir altro bifògno, molto aggevolmente rinveniva a permutar
quelch’e* voleii ; non però nej progrefTò del tempo aumentato che fu di . gran
lunga 1’ Uman Genera, e crefciuto cotanto, qual, voi di prefènte lo vedete, s
avendo la fperienza fatto conofcere a’ mor’ » tali • r .- 11 ; 1 1 ' ' la sua di fp opzione, pojja e
vaglia molto ben a farlo; Il perde uom vede manifepa mente, thè da quejio
dritto non pano inniun modo lodati, o approvati i tejiamenti, fendo per verità
fomma ripugnanza, e contradizziòne, che un uomo voglia in tempo che non può
nulla volere, e che traferìfca il dominio di una cofa, quando non ne fa piu
padrone, e f gnor £ ; e poco gli giova fe V abbia, o quejìi, o quelV altrp ;
fenza che il pii* delle volte in quel punto ejìremo della vita, rinvenendoli
ciafcuno in un Oceano di p afoni, e turbamenti interni \p fanno delle difpojìzioni,
che dove veniJJ'e mai permejjò peravvetotura r arretrarf, ed ejfere in buon
JennOyf ave rebbe del pentimento, ejt vorrebbefertza fai io.. più affai degli
altri projjìmi, /’ eredità pajft di mano in mano dagli uni agli altri, cioè,
pria in quegli in cui V affetto del morto fi ere de che fiato foJJ'e affai
grande, e maggiore, e dopo in mancanza di quefii negli altri, ver fio cui
quello fi crede chefia fiato minore, e cosi di grado in grado, efiempre
verifimile il credere, che in tal guifia gli uomini ri/petto a ciò fi
convennero, ed accordarono dal momento, in cui introdufi'ero i dominj,
vedendofi utt tal modo di fiuccedere in ufio apprefib le più antiche Nazioni
del Mondo, quali fiotto gli Ebrei ed altri di tal fiatta (io). Comecché rii
petto afigli egU vifia un'altro motivo, oltre ìl di già qui recato, per
cuìfiano da anteporfi ' 1 ; nel . ' Num..
Genéf.if.j.j.tf. et 4S.; i.Deut.ij; 1 6. 1 7. 1 .Reg. 1 .jf,Xenoph.Gycrop,
8.7.Taci t.de mor-Germ. cap.zo ' v 1 ' . s J tutto ciò, che gli può mai efièr
di meftieri per le neceflità, e bifògne della Tua vita Ma per ritornar col
dilcorlo cola J donde ci dirpartimmo, e favellarvi di nuòvo de’ contratti,
eglino non efiendo, che meri patti, in elfi vien richièdo Hconfenló delle parti
dell* iftcfl'o modo, che li domanda in quelli, e fono invalidi, e di niun vigo-
' re per le medelìme ragioni, come perelem pio', fe vengon mai fatti per
timore, per inganno, o fistio in altra forma contrarj al Dritto della Natura .
Quello però, che tra quelli reputali per Io continuo ulò, ‘che gli uomini ne
fanno il più celebre egli è ilcontratto di vendita, e di compra,, con cui per
una determinata quantità di danajo fi trasferire in altri il dominio di cma
qualche colà; Quindi è fi. Chetraf* : ferendoli il dominio del noftro in un
altro • . v t • con nelle fuccefftOni de* loro padri a ogni, e qualanche altro,
cioè V ordine divino \ e h legx * ere del Signore Iddio, per cui venne
Jìabihlo, ed % ordinato, che quegli ottengano > e abbiano per mezzo di
quejìi la vita, e in confequenzu altreù li beni, fenza cui quella non potrebbe
ejjèr a lor riguardo d alcun ujo » . a/ 9 con patto, e condizione, che quelli
ci paghi una certa fomma, non li debba mai conlègnar la cofa per cui fi è fatto
il contratto al dinanzi, che quella non lì abbia . Che doveper lo dilatamento
del pagamento provenghi danno al venditore, questo aver polla il contratto per
invalido, e ' nullo, e farlo con chi più gli fia a grado . Che dove il
compratore lòdisfa, ' e paga il prezzo della cofa, giufta la convenzione al
dinanzi fatta, il venditore fia in obbligo, c in dovere confegnargliela, perdendo
con ciò il dominio, che pria vi avea ; IV. Che le fi abbia mai convenuto di
pagare dopo un certo tempo, richieder non fi polla il prezzo, o domandare, pria
che quello non giunga V. Che venuto il tempo in cui fi convenne pagare j
ilcomperatore fia tenuto, ed obbligato farlo, altamente debba per la dilazione,
il danno, che peravventura ne proviene al venditore, rifarcire. Che tutte le
condizioni unite, ed accoppiate a quello contratto dicompra,*e di .vendita fia
di mefiieri lòdisfarle ogni volta, che fian giufie, eque, e conformi al Dritto
Naturale . Che rilàrcir lì debba aduom^tutto il danno, che per quello contratto
gli fi reca . Vili. Che fe la colà venduta venga calvalmente R a danneggiata
molto ^emp° prima, che fia confegnata al comperatore, come che fi fia il
contratto di già ben fermato, fi debba il Hanno rifornire, e rifar da colai, da
cui fimanc£; e fè la di (azione^ nacque da ambe le parti, ambe altresrfon in
obbligo di rifornirlo.; anzi quindi fè n’ inferire, che ]’ uomo efiendo tenuto
di far ad altri qyell* ifiefiò, eh’ è obbligato far a se medefimo, debba l’ ufo
del lùo, purché non abbia bifognb e necellità ad altri, che ne fia mai
bifògnofo, concedere ;avvegnacchè in quello cafo dandoli ad un altro il Co Io ufo
della, Gli non è fuor di propofito il credere, che gii uomini tutti per natura
Obbligati di vicendevolmente gli uni promuovere, ed accrelcere il ben degli
altri * ed in ogni, c qualijnque cofa badar non meno al pi oprio, che al.
pubblico »commodo, e TéiW za difparità di Volere, o diverfità di confcnfo,o co^
volger vieppiù ad uno che ad un altro lo (guardo, amarli, fé a quello
obbligagione mai, come lor conveniva, (lu' disto avedèro (odisfare, ed imperò,
mantenuti fi fodero (èmpi e in una una (òcietà universe, ed in quella, che
dicono com» rnunion negativa delle colè (.b\ > non fi /farebbero Vidi miga
bifògnofì portagli a coftituir delle (òcietà particolari, d ’ alcune poche in
fìiora, npn volendo noi con quello vocabolo di (òcietà altro intendere, eh’ un
•patto da due, o più perlone fatto per qukl’/ che fine, o per meglio dire, per
poter con le forze dell’ uno, unite ^ e congiunte a quelle dell* altro,
procacciarli qualche commune utile, ò vantaggio ; irpperócchò dal momento,
ch’ulàrono eglino, ed ardirono di mancar a quedo, quella primfera communion
delle cole tra edì, e’quella (òcietà dilciolta, per non poter nell’ edèr Uro
più aver (ùdìftenza alcuna, fi (labili in (ho luogo la communion pofitiva^ e
non guari dopo queda altresì, per aver la fpeliienza datala parimente a
conolcere abbon- . dante di mille, e mille incommodi, e di ‘ ' . fa V. tratt. u
i i . V, tratt. 3 f. . fagi difmefia, e lateia da parte dare, s’introdufiero,
come voi ben fàpete i domici. E in apprefiò per riparare fé non in tutto in parte
almanco alle brfogne v e alle necefiìtà, in cui ciafcuno, per quel primiero
difòrdine, e per quella poca carità, che l’uno all* altro portava, quali in
profondo, e tempeftofò mare nuotar fi vidde, non 'che immerfo, conforme lì
ordinarono de' commerci, e de’ contratti, così parimente mille, e mille fòcietà
diverte, e varie giuda I* umane bifògne metter in piè fi viddero, ed apparire ;
Il perchè dopo aver noi rifguardato p uomo belli partati jioftri trattenimenti,
pria telo nello dato Naturale, e dopo di brigata con gli altri in una fòcietà
univerfaJe, veniamo or finalmente a veder i fòoi obblighi, e doveri In quelle
ultime, con confiderar al dinanzi la natura della fòcietà in generale, ed in ap
• prertò difcendendo al particolare trattar a fpiluzzo di quelle, che tra tutte
tengono il primato, come infra le templici la conjugafce, la paterna, e quella
eh' è di padrone e tervo comporta ; ed infra le meno comporte le famiglie, come
‘infra le più cómpoftede Città fono e le Reppubbliche . V- tratt.i.n.f. ì . *?f
Di tutte adunque le' fodera del Mondo non lu eh’ una lìdia l’origine, perchè
tutte, giuda il voftro avvilo, non sìmifero . in piè, nè fi formarono, (è non
fecondo le diverfe neceffità, e bifogne degltuomini ; anzi in tutte altresì fi
ebbe uniitefiò fine, perchè non fi rifgtiardò ad altro, fe non al commodo, ed
utile commune de’ feci. Ma quali feno le fecietà particolari, che farebbero
fiate mai nel Mondo in ufo, fe mantenuta fi fofiè ben falda, e fiabile la
fòdetà Univerfale? Egli è fuor di dubbio, che gli uo^ mini, ejjendo tutti in
obbligo, ed in dovere d ì amorfi a vicenda ; e /’ urto come noti nato per se
medefmo, dovendo non che approprio, anche all ’ altrui commodo badare,. quando
cib tutto efat tornente ojfervavano, non venivano a comporre che una focietà
univerfale jj fa f dica V Eineccio, il quale tutto /cagliando}! contro il
Puffendorfo, che tratti avea, e d* affai malamente inferiti tutti gli obblighi,
egli umani dover ide Ila focieta/f oggi tigne tofo ch\ era ucm tenuto foddisfar
a tutti quegli che Là coniugale, e la paterna, fe pur efièr non Vogliate del
fèntimento de’ ftoici, che, come racconta Lattanzio, che fi credevano,^ gli
uomini vitti fi foderò dapprincipio . fpuntar fuor della terra, 4 come or
veggiaino nafcere li funghi ; onde per aver un v idea ben chiara, e netta delle
focieta, diftinguer fi debbono alla ftefià guifa, che fatto abbiamo de* patti,
in quelle che provennero dalla mancanza di fcambievole affetto, ed amor infra
gli uomini, ed in quelle, che furono in ulò per al dinanzi, come da ciò, che
apprefiò ne diremo aggevole fia il comprendere . Or che riguardavano la
giufiizia, V umanità e la benevoglienza anche fe Jtato foffe pior di cotal
focieta ; imperocché fecondo la definizione della focieta, che qui fopra abbiam
noi recato, e eh ’ egli non mette in dubbio, fi gli uomini ciò fatto
avefièro,come conveniva, fenza difeordar punto tra efii lorojhe altro eglino
venivano a comporre, fe non una focieta ? anzi da quel che noijquì fopra dello
fiato Naturale abbiamo mojiro, fi viene parimente a conofeere la mel'enf aggine
di colobo, chef credettero gli uomini in quello fiato vivuto avef f>'° * 7 *
£>. Or per verità ne’voftri principi rinvengo, .jj li. lènza alcuna pena, la
natura della focietà in generale ; imperocché ogni focietà non efi - fendo, eh’
un patto fatto da più fedone unite infieme perpcocacciarfi tutti cori un
concorde volere qualche ben commune, o - 4 utile, fi può cop tutta ragion
conchiùdere. Che la felicità della società in altro non confitta, che in non
rinvenire ottacolo alcuno, o intoppo in far quell* acqui S tto,* - fero • allo
9 uifa delle fiere, e degli animali Jelvagai ; e che • Nec commune bonum
poterant (pelare, necullis • ^ Moribus inter fe feiebant, nec legibus uti.
Comecché quanto ne feriva il Puffepdorfio y ed Obbes, non fa dì minor fojle gno
: perche molti malori, come la povertà, la fame, ed altri sì fatti, di cui
eglino dico no, che fopr abbondati fojjero quegli, che vif fero in quella età
primiera f veggeno altresì Jòvente nelle focietà civili, in cuborS è divi fi 1
(0 Lucret. I. 4 . v.jr?.,De oft‘. hom. et civis . (Ó DeCiv. dt in Leyiath. Js
‘, ito, per cui fu Inabilita. Che fi debba da’ fòcj metter ogni cura, e ftudio
in far tutto ciò ; che può mai efiér per la lor fociem di qualche utile, o
vantaggio con anteporre mai sempre il bene proprio al ben commune. Che non, fi
polla (cior i ih niun modo d’ alcuny di quegli,• che vi ; « tòno al di
dentro^fenza il contento degli altri, purch’ egli non vi fia fiato introdotto o
per forza, o per inganno, o per timore, o non fia élla contro ildritto, e
l’equità Naturale, ovver da'ciò a’ compagni non avvenga alcun danno. Ch 9 ogni
focietà fi finifcha, ottenuto che fi ebbe il fine,per.cui fu fatta", come
.ogni patto eh 9 è fia, vien che un uomo è obbligato inverfo !’ altro uomo; e
che conforme due, o piu perfone aflocciar fi pofiòno, ed unir tra dì. loro per
comporre una focietà, così due, o pm focietà unite per un medeCmo fine ne
poflon far un’altra. Ma pollo per vero tutto ciò, eh a ogni focietà appartiene,
venendo a quella di cui voi vi fietc propofio tenerne meco un particolar
fermane, come detemte di grazia la focietà coniugale ? per una lòcietà molto
femphee, ni. ta da un mafchjó, ed una donna a fin eli poter procreare, e
generar della prole, ea affai ben edurcarla. Vaglia il vero per favellare
fecondo li vroftri principi fazioni noftre Naturali facendo meflitr, che convengano
fempre, e concordino, con quelle che fono in noftra balia, e arbitrio e il
coito degl’ammali, o sia la congiunzione tra rnafemo e femina, efTendo fiata
dalla natura indi tuita, ed ordinata per la propagazione, e consèrvazione della
fpezie, e per ciò adoperar dovendoli dall’uomo, per quel che da lui dipende,
per quefta ifiefià ragione, quella lòcietà, dove non f»a formata che per quello
riguardo, non v’ha dubbio Tt’AttfX.n^ Traf / chV fia lina delle fòcietà
conforme del tutto a’principi della Natura; ma effondo ciafcun in dovere, ed in
obbligo d* amar 1* altro non meno di lui medefimo, ed imperò convenendo, che di
quelli, che fi veggono di recente u/cir ( alla luce del Mondo, e che non fanno
se medefimi educare fi abbia tutta la cura, e la diligenza pofiibile ; cui
quella fpetta di ragione ? .AUi medefimi loro genitori, poicchè effondo quelli
in vita, non v* ha ragione alcuna perchè una cotal briga addolfar fi debba ad
altri;onde la procreazione di nuova prò. • * le, non potendo in modo alcuno,
fopararfi dalla di lei educazione, in quefta fòcietà coniugale aver fi deve
nonmen 1* una che T altra per fine ; avvegnacchè come da quello ifiefiò, che
detto abbiamo altresì ben fi comprende, quegli foli fiano tenuti li padri
educare, clje nafcono da congiun- / zioni befl certe, e leggitime, e di cui
vivon S $ fi» Tratt.i.Hsi. Quindi •viene, che fiano inabili, a formar una
tal focietà tutti, coloro, che non fono atti non meri per la propagazione de?
fi gli che per la lo* educazione . •V r, / DE* pRI*r C I*P J ' ficuri eh’
eglino fteftj fi furono, gli autori . V. Credete voi, che per un uotno pofla
ba” fiar una donna c per una donna un uomo? Efiendo il fine di un? tal fòcietà
la procreazione, quello egli non è miga da met • terfi in dubbio, pqtendofi in
cotal guilà • lènza alcuna malaggevolezza ottener un cotal fine. Ma vi è modo
da /ciotte sì fatta lòcietà ? M. Nò ; imperocché ogni fòcietà difeiorfi • non
potendo pria, che fi abbia ottenuto il fine per cui fu inabilita', comeabbiam
noidetto al dinanzi, ed in quella efiendo me1 {lieti non folo 'procrear della
prole j m* al' tresì adoperarli di ben educarla-, e perciò fare, e ridurla in
un fiato, che non abbia neceflìtà alcuna de’ genitori, abbifognandoviilcorfò di
più, e più anni continuo, e’ convien che fi mantenga da’ lòcj lunga-• mente,
anzi fi conferva fin- alla Ior morte, > e lalcino quella erede de’ proprj
averi, Co-me Una lèquela della vita, che per mezzo di efiì ottenne . Dunque
quefia lòcietà naturalmente è in(òlubile ? • M. Infòlubilifiìma • non efièndovi
altro, che’l’adulterio commefiò da un de’ coniugati, che render pofià giufto in
qualche modo, e ragionevole il luo fcioglknento ; cioè, le la t la donna, o l’
uomo, venga mai a concek ' dcr ad altri, che ne fia al di fuora Tufo del filo
coi^o, e della fiia carne ; imperocché in quello calò lòlo da un di quelli
venendoli .contro' il patto fatto nella foci età ad operare, e .ogni patto intendendofi
fatto • con condizione di adempierlo, dove F altro, con cui vien fatto non
manca dal filo canto altresì far il medefimo, quello (la la donna, lià 1* uomo,
cui non fi oflerva la fede non è in dovere neppur dalla fua par- te di
olfervàrJa; in guilà che fe ciò non avviene, egli s’intende la lòcietà di nuovo
contratta, ed inabilita. Of il di più, che mai appartiene alla natura di quella
focietà io ritrovo, lènza durar fatiga', negli flelfi volìri principi
imperocché da quegli vengo naturalmente a comprendere . I. Ogni focietà altro
in realtà non effendo, eh’ un patto,* e nelli ... S 4 pat*» Qui favelliamo
foltanto fecondo li lumi della Natura ; imperocché la nojìra J^e~ ne randa, e
Santa Religione neppur in quejìa cafo permette un vero e perfetto fcioglimento
l ma foltanto una femplite fepar azione di marito, e moglie, quo ad thorum . ]
patti richiedendofi di neceffìtà il confènlò di coloro, da cui fon fatti, non
fi pofià quella lòcietà coniugale cofiituire in modo alcuno fenza il conlènfò
di coloro, che la contragono; o che qualunque volta quello fi fu dato Iciorre
non fi debba in anprefi. fo da una delle parti, fenza il conlènio dell’ altra;
ed al rincontro dove quello manca o vien dato forfè per inganno, o per timore,
o per altra sì fatta guilà,’fia invalida, • e di niun valore, come ogni patto
fatto in quello forma. Ch’efiendo ogni uno, eh’ è nella focietà obbligato
promuo- . Vere il vantaggio e l’utile di quella inficine con l’ altro, ed
impiegarvifi dal canto Ilio, quanto più vaglia, debbano il marito, e la moglie
operar dheoneerto fèmpre a lor prò commune, e de’ lor proprj figli con trattar
del continuo, lènza mai celiare di augumentare, ed accrefcere quelche può efier
mai necellàrio per li bifogni,e per • gli aggi non meno proprj, che di quegli,
pur che far lo pollano lènza mancar in nulla agli obblighi,e doveri, cui naturalmen*
te e’ fon tenuti lòcjisfare . III. Che per quella médefima ragion per cui
conviene ch’ i focj operino concordemente tutt* ora . per Tratt.i liutai . i8r
per il bene della lòcietà, 1* uno rimetter dovendoli al confèglio, ed al parer
dell’ altro, ogni volta che quefto fi conofcd più vanta ggielo, e profittevole
del luo per quella, faccia mefticri che la donna nella lòcietà coniugale per
torre, e levar di mezzo ogni materiali rifie, e di piati lègua il coniglio
dell* uomo, e l’ ubbedilca in tutto, efièndo quefto il* più delle volte di
lunghi^ fimo Ipazio vie più di lei di buoni conigli abbondante, e d' ottimi
efpedienti fecóndo, come che non fia cola miga fuor di propofito, quando
bilògna, eh’ ella altresì ammoniltha il marito, purché far lo.làppia a luo
tempa, e luogo, lènza moftra alcuna d’ autorità, o d’ impero. Che non potendofi
aver per perfètta, e compiuta l’educazione, lè non dopo, che i. figli aver
poflòno un’ intera cura di se me* defimi, fiano tutti li Genitori obbligati di
locare, e maritar lé figlie con una dote congrua, e proporzionata al proprio
flato. Ch’ ogni lòdo efièndo mai lèmpre
il' padrone di quelche del luo abbia nella lòcietà portato, e non perdendone
egli quel dominio, eh’ al dinanzi n* avea, nè di quello all* altro lòdo
competer potendo mai nell* altro, làlvo che 1* ulq frutto, non pofià il marito
nella, lòcietà coniugale de’ beni t Noft. Att.] :. obbligo di far in modo, che
P azioni de* proprj figli fiano regolate, e rette giufta al dritto della
Natura, egli è meftieri da buon ora P avezzino e P accoftumino in guifa che non
manchino mai di foddisfare . a tutti gli uffizi, obblighi, e doveri che devono
inverfo.Dio, inverfò se ftefiì, ed in vetfò gli altri, ed acquietino in.ciò col
tempo P abito ; apzi per far che non abbiano tuttora bifogno di loro, e badar
pofifano eoi tempo a tutte le bifogne, e le necef . principio imbuta paternis
fèminis concretiotie, ex matris etiam corpore, et animo recentem indolem
configurat ; Neque in hominibus id fòlum, fèd in pecudibus quoque animndverfum,
nam fi ovium laéte haedi, aut caprarum agni alerentur, conftat fcrme«in his
lanam duriorem, inillis capilium gigni tèneriorem . In arboribus etiam, et
frugibus major plerumque vis, et poteftas eft,ad eorum indolem, vel
detreèfandam, vel augendam, aquarum, atque terfarum quae alunt, quam ipfius,
quod jacitur fèminis . Che empietà £ qi/efìa egli figgi ugne ì che modo dì
madre imperfetta ? peperifie, ac flatim ab fefè abjeciffe ? aluifie in utero
fàn gui * r » # v •# i» tut •* » • Jw \ proprio arbitrio efièndo fiato dato
a’padri per non faper quefii da se fiefli ben reggere i* J • tutti, e come cofa che richiede molto
dipendenza, molto malagevole afarf. Egli vie n 1 riferito da Xenofonte, fecondo
che scrive CICERONE (vedasi), Hercole tantofo, che principiò a fare la prima
barba, tempo, che fu a cìafcuno dalla natura dato proprio per, elegger f qual
fato di vii a f debba tenere, efer gito in un certo luogo f alitar io., ed
ivi.pff *a federe, aver molto tra te, e lungamente, dnbbitato in qual delle due
frade, che egli avea dinanzi, dove a muovere il piede, e fe per quella del
piacere, 0 della virtù j dato, eh' una tal podefià tratto avejjì /* orichè
quelli, che per quanto intefi comunalmente, fi nominano tutori, Succedendo realmente
in luogo di quelli, è meftieri, eh’ abbiano di necefiìtà quell* ifiefiò
penfiero, e quella fiefla cura delle perfòne, le quali vengono lor commeflè
> o per meglio dir de’ pupilli, che n’aveano quegli vivendo, e ne
amminiftrino gli avveri lafcia* ti loro; ed al rincontro egli è colà d’ affai
convenevole, che i pupilli inverfò i tutori fi gì ne dal dritto delle Gentile
''me che non fia miriore quello del Obbejio^e del Vuff'endor fio grattala
quejìì dalla focietà, e quegli dalla oc c libagione ; vagliti il vero è di gran
lunga vieppiù -ragionevole V oppinion di coloro, chevo* gliono ^ cF ella
provenga totalmente da Dio ; ^perchè quefìi volendo che i figliuoli fi
conservino in vita, e ciò non effendo co fa che poffa in alcun- m r do avvenire
fenza V educazione de * loro padri, egli fi crede, che Dio voglia, alt r eiì
che li padri badino attentamente a quefìo, ed in conjeggienza abbino tutta
quella pode/tà che naturalmente a ciò Jì richiede, non effe n dovi alcuno, che
voglia un fine, fenza thè 9. elio Jìeffo mentre non voglia parimente i mezzi,
che a giu gner vi, e\ reputa nedffarj 2 9r •* fi portino in quello ifiefià
guifà, eh* e* fi portavano inverfò i proprj padri ; quindi conforme i contratti
de’ figli di famiglia fènza il confènfo paterno fon nulli, ed invalidi, così
altresì quelli de’ pupilli, fènza 1’ efprefiò, e tacito voler de’ tutori ; e
come per li benefizi, che i figli dalla buona, e ottima educazion de’ padri
ritraggono, devono efièr in verfò quegli fèmpre. mai riconofcenti, e grati,
così li pupilli per la medefima ragione ogni fòrte di gratitudine devono
inverfo i tutori ufare, ed ‘ amarli, e temerli, edubbedirli, come a quegli
appunto faceano; (ebbene non competendo a’ tutori de’ beni de* lor pupilli al-,
* tro, che 1* amminiftragione, e la podefià v di confumar de’ frutti, quanto
può efièr mai necefiàrio, ed utile alla lor buona educazione, alienar non
pofibno degl’ immobili nuli’ altro, (alvo quello, che perciò fi richiede, e che
non alienato, 0. (mal? dito, farebbe fènza fallo per quelli di un gran
nocumento, e difeapito; colà che, ‘mi crederei, nello fiato della Natura pria
non fi facefiè, che refi non fè ne fofièro fidenti, e confàpevoli gli agnati, e
gli parenti ; ed in difetto di coftoro quegli della medefima contrada, o
vicinato,. o gli amici del trapalato per dilungar da se, e tor T 4 re re ogni
qualunque cattivo „ e finiftrotò/petto, che altri mai formar nè potefiè; poiché
in realtà al Mondo non bada miga che fi operano da noi, e fi facciano delle
colè ben giufie,ed eque,* m’abbifògna altresì, che tutti 1* abbiano per tali ;
H perchè non è del tutto fuor di propofito per 1* iftefia ragione creder
parimente, che in quello ifiefiò fiato i tutori portati fi folfero a render un
ben efatto conto, e ragione della lor amminiftragione in un tempo fiabile, e
certo,* come a dire, compita, che fi avea la tutela a quefti ifieffi, che al
dinanzi cennammo ; c che non fiando bene danneggiar veruno, ed imperò dove
avveniva, che li tutori rendeano qualche danno a’pupilli, effondo tenuti di ri
fa rio, quando di ciò fi avea qualche fofpetto, niuno lènza il contentò di
quegli conveniva prefo avelie una sì fatta amminiftragione.Tuttavolta non
elfondovi alcuno in obbligo gratuitamente, e lènza mercè alcuna d’impiegarfi
per un’altro, dove peravventura avviene, che li pupilli, per una buona, e
foggia condotta de’ tutori vengono^ farli vieppiù ricchi,ed abbienti, egli
fembra, che debbano in ogni modo, abbordando delli flutti dj quelli beni, che
quegli amminifirano, compenforli in qualJ che parte al manco, te non in tutto
della I05, àft efatta diligenza ; avvegnaché in fatti do • ve quefti frutti*, o
beni che fiano, non baftano per la buona educazione, egli è di vero una colà
molto ingiufta, ed iniqua, il j ciò pretendere . Finalmente comunque ciò fia,da
quefti medefimi voftri principi fi ritrae, giunti, che quefti fi veggono a
fàper ben diriggere, e regolar se medefimi, Fin» compenza de’ tutori termina, e
viene a fine, come nello fletto mentre a terminar verrebbe, e finire la podeftà
de’ padri, il luogo di cui eglino, come noi abbiam tefiè detto, occuparono . Ma
(è per avventura al figlio nello flato Naturale il padre lafciato non avette
tutore alcuno, chi credete voi che ne dovea imprender la cura? Gli agnati, e li
più profiìmi, ed in mancanza di coftoro gli amici del morto, o gli più vicini,
cui fecondo che voi fàggiamente detto abbiate, da* tutori dar fi dovea conto
della lor amminiftragione, fèndo ogni uno in obbligo, ed in dovere per quelche
v* hò più fiate moftro, far per gli altri, quelch* e’ vorrebbe, che quefti
fàceflèro per lui,* anzi quindi ne fiegueparimente, che dopo il total dipartimento
delle colè, coftoro altresì fiano in obbligo ed in dovere di fomminifttar a*
pupilli il Accettano per la lor educazione, e » •> t r •i iòfientamemp fé
gli averi de’ Ior genitori, non fian perciò rhrga' (ufficienti, e bafievoli, o
di quelli affatto nulla fe ne rinveniffe. Spiegatemi 1* origine della lèrvitù,
ed in Vl.che confida la lòcietà, che fi forma di padrone, e fervo. v M. Molte
moltilfime fiate abbiam di già noi detto, che introdotte le fignorie, e li
domini delle colè, gli uomini per meglio poter (occorrere, e (ovenir alle lo r
gravi neceflìtà, e bifogne, portati fi fodero ad inftituire, e rinvenire una
infinità di ben differentrcommercj per permutar a vicenda tra di lóro non Che
quelle cofe, con quelle, una fpezie altresì/) un genere di travaglio con
un’altra (pezie,o genere molto divel la; Or tuttociò foppofto per vero, egli e
verifimile, che facendo quello, rinvenuti fi forièro pur infra di elfi di
quegli, che fi convennero in modo, gli uni agli altri fonami-. niftrato
aveffero, e dato il vitto, 1’abito,' ed ogni altra colà dsl Mondo necedaria al
proprio foftentamento, ovver qualche giu» Ha mercede, e quefti per quegli
intanto impiegati fi fodero con tutta l’ induftria e la diligenza podìbile in
colè lecite totalmente, ed onefte,* e che così paffj padò - introdotta fi foffe
tra il genere umane) quella sì fatta -focietà, che fi forma di padrone, e fervo
; poiché con ciò in fin noi altro intender non vogliamo, che un patto in tal
guilà, e con quello fine, da due, o più perfòne fatto y fervi propriamente
giuda la commune favella coloro nominandofi, o ferve, che per altri impiegano
il Ior travaglio, e padroni, e (ignori al rincontro quegli in utile, ed in vantaggio
di cui lo s’ impiega, e che fon in obbligo ed in dovere di fomminifirare a
quegli quanto allor foftentamento fi richiede; comecché oltre quello genere de’
forvi refi tali dalla natura (leda, che foggetta mai Tempre il peggiore al
migliore, egli ve n’ abbia un’altro diverfo, eh’ è di quelli, che divennero -
tali per legge, come per 1* appunto fon tutti li (chiavi di guerra, che fervono
lènza aver fatto al dinanzi col padrone patto alcuno. * v' . D* Li doveri
dunque, ‘e gli obblighi de’ forvi, e de’ padroni, riduconfi tutti a quello*
cioè, che formando eglino una focietà, la quale non confitte in altro in fin,
che in un patto, e li patti tutti conforme al dritto della natura dovendofi
ottèrvare, debbano i forvi efoguire tutto ciò,ch’ è lor impo1 Ilo, ed ordinato
da’ padróni; e non è nè alle leggi, nè al patto fatto con etti opp; fio o
contrario; ed quelli fiano in obbligo al rincontro, e in dovere di fomminiftrar
loro tuttociò, che può lèrvire in qualche modo per le lor perlòne, giuda la lor
prometta ; in un motto il bene di un lòcio in ogni lòcietà preferir dovendoli,
ed anteporfi a quello d’un* altro, che n’ è al di fuo. ra, devono i fervi per
li padroni, e quelli per quelli far tutt’ ora quantunque più poflòno, e
vagliono con preferirli e anteporli a qualunque altro del Mondo ; e per che non
v' è patto che fcior li pofia d’alcuno lènza il confenfò dell’altro tra cui
intervenne, non può in niun modo nè F uno lalciar 1* altro al dinanzi del tempo
(labi* lito, e fidò, nè l* altro I* uno ; Ma come • volete voi che i fervi
impieghino in tal • guifa la lor induftria peri padroni, che del tutto non
badino al proprio ? Senza difbbio quando fono in ozio, e lenza occupazione
alcuna di rimarco de* lor padroni, pottòno far quelehe vogliono. non potendo
ciò per quelli ettèr d’ alcun nocumento ; ma ettendo occupati, ed in negozj
gravi diltraer non lì pottòno in nulla, fenza aver il lor conlènlò. D.
Perquelche rilguarda gli Schiavi, fon eglino al tri/ come li fervi tenuti di
dar elocuzione agli ordini, ed alti comandi de’ padroni ; purché quegli fian
giufti, ed onefti, ed abbiano eglino forzg bafievoii, e luffi1 denti -per efeguirli
; differilcono però molto quelti da fervi in ciò, ch$ a’padroni in elfi
competendo quell’ ifteflo dominio, che anno nell’ altre colè loro, eglino
vagliano ad alienarli e venderli altresì, come quelle; comecché un cotal
dominio efiendo molto limitato e riflretto dal dritto Naturale, e non convendo
in modo alcuno appartarli da quello, non venga mi ga lor permeilo, come di
tutte l’altre colè, Rabbuiartene; quindi è che proveder li devono di tutto
quello, che al lor follencamento fi richiede, e rattenerfi da impor foro delle
cole luperiori, e al di lòpra delle lor forze, o che ridondino in qualche modo
in dilcapito della lor fallite ; Il perche altresì dove quelli peravventura fi
molìrafièro redi, e ripugnanti a’ commandamenti de’ padroni, lèbbene ufàr fi
pofiono contro, loro tutti li mezzi poffibili del Mondo pgr ritraerli all*
ubbedienza, ed all* ofièquio a quelli dovuto, non però mi credo, che metter fi
debba in obblio,ch’eglino fiano uomini come a noi, e per conlèquenza mancar
all’ amore, eh’ agli altri fi deve . Ma vaglia il vero promuover dovendo ogni
uno la felicità, ed il commodo altrui non meno eh’ il proprio ; perche lo flato
d’ una fefvitù perpetua, ed illimitata porta feco molti, moftillìmi jncommodi,
poi. che è di leggieri converter fi può e palìàr in abbuiò, non fi deve
permetter molto volentieri, 0 sì indifiintamente, che vi fi lafci>no marcir
coloro, che liberi potrebbero di lunghiflìmo fpazio giovar a le ed agli altri.
D. Reputate voi del tutto inutili li /chiavi rer una Reppublica, o per una nazione?
Nìa; anzi ne potrebbe ella dedurre molto utile e vantaggio, con ritraerne una
infinità d’abbitati per le colonie,e farne altri buoni ufi; ma farebbe egli
meftieri, che da legislatori fi raddolcifiè in qualche modo lalor {chiaviti!, e
fi trattali renderne la idea, alquanto più dilettevole ; con pro # veder
perefcmplo alla durezza de’ lor padroni, con afficurarli del notrimento in
tempo di vecchiezza, o infermità, con fa. vorir'li lor matrimoni, e con altri
sì fatti . modi, per non incorre in quegli inconvenienti, eh’ incorlèro
rilpetto a quefto particolare I ROMANI. Vedrebbe • altresì per alcuni la
fobiavitùfervir d’un gran mezzo per dilungarli dal male. Veniamo ora a trattar
della famiglia. Quella come noi dicemmo, è un corpo, o una fòcietà comporta di
quefie fòcietà per l’appunto, di cui abbiamo fin adora favellato;comecche porta
fòrmarfi ella di tut1 te, e tre quelle unite in uno, o di due fòltanto ; e nel
primo calò T abbiamoci realmente per aliai ben intera, e perfetta, nel fecondo
per imperfatta. A cui credete voi ; che appartenga di ragione il governo di una
sì fatta focietà ? Al padre, e alla madre di famiglia, che fono quegli rteflì,
che nella fòcietà coniugale portano il nome di marito, e moglie, nella paterna
di madre, e padre, e nella fòcietà,-che fi compone di fervo, e padrone, eglino
fi nominano padrone, e padrona. Riguardo al padre di famiglia io ben mi
perfùado, che convenga egli fia il capo della famiglia, per la rtefia ragione,
che Vuole il marito fia il capo della fòcietà coniugale, il padre della
paterna, r ed il padrone in quella che fi compone di lui e fervo ; ma per
quelche s’ appartiene alla madre, io non comprendo, perche vogliate altresì,
che fia fatta ella partefice di quella fòvranità? flf, Dubbitar non potendoci,
che alla madre non competa naturalmente parte della podefià, e dell’ autorità,
eh’ al padre com. pete ne’ figli, e come padrona parte di quella, che ha il
padrone ne’ fervi, e nelle ferve ; e che poflà ella altresì quando convenga ben
configliare, e ammonire il tuo marito, egli è certo che debba altresì di
ragione efler fatta partefice del comando, eh* hà il padtedi famiglia, o per
efpreflò, o per tacito confenfò di coftui. Quali sono li doveri e gl’ obblighi
di un padre di famiglia? Ogni focietà avendo un certo fine proprio, per cui fù
inftituita, ed ordinata, e dovendofi in effa attentamente Tempre mai a quefto
badare, ed aver l’occhio, dove far fi può lènza contrariar in nulla alle leggi
naturali j in ogni famiglia tutta la diligenza, e tutto lo Audio impiegar fi
deve in far, che 1* azioni di ciafeuno ficrno in tal fatto modo regolate, ^
rette, che il fine d’una focietà s’ ottenga fen za edere di danno alcuno, o
pregiudizio all’ altra j e confequentemente il dovere, e l’obbligo d’ nn padre,
o d’una madre di famiglia, che camanda in nome di quello, cui sì fi deve tutta
la poteflà, confifter deve in fare, che tutte l’ azioni de’ Tuoi domeftici
colpifca_ no concordemente, e con ordine un mede mo moline; cioè rifguardino
univerfàlmente all* utile, e al commodo di tutti fenza riferva, o eccezzion
alcuna di perfòna; quindi dove abbia peravventura una fol fiata quelche far fi
debba a ciafcuno importo, e ordinato, e non deve a patto alcuno impunemente
lafciare, e fenza galligo quelche fi opera, è fi fa in contrario; e perche ogni
fòcietà fi rifguarda come una fòla perlòna, e il commodo, e 1* utile di ciafcun
de 9 focj merita pofporfi a quello di tutta la focietà,egli fi deve nella
famiglia tanto dal padre, quanto dalla madre di famiglia anteporre fèmpre la
fàlute di tutti ir» . generale a quella d 9 alcuno in particolare ; come che
trattandoli d 9 eflranei preferir fi debbano a quelli ed anteporre tutto tempo
quegli, che non fian tali. Quali sono gl’obblighi e li doveri de’domeftici? Per
dir tutto in un fòi motto, eglino ingegnar fi devono di non lafciar occafione
alcuna addietro fènza non promuovere il commodo, e l 9 utile cominunedi tutti
della famiglia, e di ciafcuno in particolare. V. Or in fine palliamo alla
fòcietà civile, e VlII.procurate in ogni modo, eh 9 io n’ abbia una idea d 9
aliai ben chiara, e netta. jW. Qjicfla nonè a eh 9 una sòcietà comporta C V di
X f - di più famiglie congiunte, ed unite tutte in uno a poter inlìeme vie
meglio promuovere, e portar avanti il lor ben comune, e per mettelli in iftato
da poter con magior aggevolezza difenderfi, e liberarli dagli inibiti, ed
aflalti de 9 proprj nemici ; imperocché edinto, che li viride infra gli uomini
quel cado, e fànto amore, e quella carità fraterna, e lènza elèmpIo,che giuda
più, e più fiate dicemmo, l'uno all’altro dapprincipio vicendevolmente portava,
prefo avendo ogni uno di gir a lèconda delle lue proprie voglie, e delle fue
isregolatezze, con aver in odio, ed in abbonimento il compagno, l 9 amico, e
fian anche il più a lui congiunto di languc, o di patentato, e perche 1*
obbligagione di quelle fante leggi che indentro a fe portavano, e nel proprio
feno ilcolpitc,ed imprefie,non badavano in modo alcuno a rattenerli, ne a
reprimerli, e per efièr tutti uguali di natura e pari, ne Giudicp, ne Magidrato
rinvenivafi dinanzi cui metter termine fi potelTe, o dar fine alle lor contefe,
da per ogni parte, non ufandofi altro, che forza, e furore, e fovente imperò
venendo P innocenza opprefia,eogni giudizia sbandita e lafciata jn un cantone;
rare volte, o non mai rinvenendoli una famiglia in idato da poter opporsi e far
farsa alle violenze, che da* fuoi contrai] fin nel fa 0 proprio, e nazitf
albergo l’ erano a tutto poter commefie, molte moltiflìme famiglie in cui
allora veniva devi fa il Mondo, per torfi da tanti, e sì gravi rifchi e perigli
li unirono, e fi obbligarono di difenderli ; e rilèrvandofi la libertà di poter
dire il lor fantimento nelle rilòluzioni delle cofe di magior rilievo, che fi
prendevano jn nome di tutta la communità, diedero per lor maggior pace, e
quiete, il governo della lor facietà, e P amminifi ragione a uno, o più per
fanne, d’ affai più prudenza, e coraggio degli altri. Vi è farle noto quando
cominciarono quelle focietà al Mondo? fll- Nò comeche abbiam ogni ragion di
credere che per un lungo tratto di tempo, non vi fòdero fiati delle Monarchie,
e degli Principati di gran valliti, ed eftenzione ; imperocché quanto più in
dietro fi mira, e fi pon mente alla ftoria de / V a priCosi appunto rifurono le
Reppubbliche de%li Oriti, e dì molti altri apprejjo U, Diluvio, come j *
-imprende dalla Storia del vecchio tejlamento.] primi tempi, tanto più fi
rinvengono degli fiaùmolto, piccioli, e in gran novero, che non erano guarì gli
uni dagli altri dittanti, e che non aveano molto pena ad unirfi quando
bilògnava, e facea lor mettièri di tener conlèglio de’communi intereffi, ovvero
ilcampievolmente (correrli ' contro le violenze de’ lor nemici . Egli è il
vero, che comunalmente 1* Impero degli Attiri fi abbia per la prima Monarchia
del Mondo ; ma non per quello fi può egli aderir di fermo, che quella fi fù la
prima focietà compolla di più, e più famiglie, non potendoli da lenno per alcun
dubbiare, che ella ringraridir non fi vidde, ne gingner a quello fiato pria di
non afiòrbir in le, e divorare per così dire, un infinito numero di picciole
lòcietà, o Principati, pome la Storia lo c’infegna . Spiegatemi diftintamente,
e fenza alcuu IX. interrumpimento quelche appartiene al buon regolamento di
quella focietà . yVf, Ragionando fecondo li flefiì nollri principj, egli è
certo; Che avendo quella per fine il ben comune, e la ficurczza di tutti
quegli, che la compongono, ottèrvar vi fi debba come legge fondamentale di non
far colà alcuna contraria, od oppofla alla làlute, ed alla tranquillità
pubblica; quindi formar dovendoti giudizio dell’ azioni de* particolari
Soltanto riguardo a tutta la (òcietà, ed a quello fine ; molte moltiffime cote
avvegnaché giufte, e permeile dal Dritto Naturale, (ovente efler pofiono in
efià ingiufie, e irragionevoli . II. Ch’ogni una di quelle (òcietà Civili,
(ècondo che noi dicemmo favellando della (òcietà in generale, non
confiderandofi nello (lato Naturale, che come una perfona, E uffizi dell* una
inverfò 1 T altra sian realmente pii (ledi di quegli d’ un uom inverfò 1’altro
uomo. Che acciò non v’abbia in quelle (òcietà chi diflurba, o inquieta in modo
alcuno il ben pubblico, ne venga niuno impedito, o diftolto, anzi fian tutti
aggevolati a foddisfare a lor obblighi,' doveri, g uffizi ed òttenghino elleno
(ledè il lor fine, ‘ abbilògna che di tutto ciò fè ne commetta V 3 la Per
quejìo ir ogni Città, 0 Rep pubblica in tutti modi gajtigar si devono, e punir
coloro, che operano in contrariamoti ufar tutti mezzi pofìbili in far che le
lor arti non siano di difcapito, 0 di nocumento alcuno al pubblico la cura a
certe perfone, e fi obblighino gir altri a far dal conto loro quanto a tale
effetto venga mai da coftoro ordinato, e ^abilito; ed in fatti ogni fiato,
Regno, o Reppubblica par che fiiftìfta per un cotal patto, fia efprefib, o
tacito infra coloro, che la reggono, come capri, e n’anno il comando, fiano
Principi, Magifirati, o altri, ed infra quegli, che ubbedifcono, e vi fono in
luogo de* luciditi, o di tanti membri, che tutti li patti conforme al dritto
Maturale dovendofi offervare, quefti altresì, che efprefiì, o taciti fi fanno,
infra fòdditi, e Regnanti dar fi debbano ad effetto . Ch’ a tutti i Regnanti
appartenendo la cura di tutto ciò, che mai riguarda la pubblica tranquillità, e
fàlvezza e’non, meno aver debbano una piena contezza de’mezzi necefiàrj per
poter a ciò pervenire, che un voler fermo, ed affai ben coftante di non
comandare ne far altro, che quello, che può unqua per quefto valere ; e perch’
egli è impoffibile che a quefto giungano lènza una efàtta ofiervanza delle
leggi Maturali, fono in obbligo ed in dovere altresì d’ inviggilare su quefto,
e far che niuno de’ lor fudditi manchi sù quefto* parti- . colare ; onde nello
fteflo mentre veniamo a conofcere che tutta la noftra felicità in quello Mondo
ottener non potendoli in altro diverto modo diverto da quello fi debba da
Regnanti a tutto potete in tutte colè aver la mira a non altro, che alla fé
licita di tatti coloro che reggono, e governano. Efièndo quelli tenuti, come
dicemmo di fare che niuno Ila impedito di fòddisfàr a’iùoi doveri, e tocco ire
re, ed abitar ciatouno a farlo ben più volentieri, con cofiringere e gaftigare,
chi che ricula \ di farlo, egli abbisogna che faccino quanto polla non meno
torvi r di mezzo a ciaficuno per compir qvelch 1 egli deve, m’ altresì
facilitarne l 5 efecuzione, e l’effetto. Poiché il fine d’ogni tocietà non è
che di promuovere il ben commune, e difenderli dagli infiliti de’lùoi nemici
fia uopo fare, eh* il numero de’ludrìiti in una Città, o Reppubblica, non fia
minor di quello, che perciò fi richiede, affinché non Vi manca il bitognevole,
ed il neceffario per la vita, o altra cola avvenga contraria in qualche modo
alla tranquillità pubblica . Vili. Ogni Città, o Reppubblica in fin non effendo
ch’una tocietà, ed a nino lòdo convenendo partirli di quella tocietà, in cui
peravventura fi rinviene con danno altrui, oon fi deve unqua (offrire, eh’ al V
4 ' cimo Tratt. x. riuvn.xi i. ] cuno Ce nè parta, e vada ad abbitare in altro
luogo con un gran di lei difcapito; e conforme un fòcio, che danneggia un’altro
fòcio è in obbligo, ed in dovere rifàrcirglielo, così altresì riconofcer fi
deve quefti per ben obbligato di rifar quello, che mediante la fùa lontananza
ha la Città, o Reppubblica ricevuto, . Gli avveri, e le ricchezze efiendo di un
fòmmo medi eri per lo foftentamento, per Io decoro, e per la giocondità della
vita dell’ uomo, devono coìprche Regnano proccurar in ogni mo * do, che i lor
fudditi ne fian tfen forniti ; La
fpcrienza dandoci tutto dìaconoicere, e vedere, quanti vizj, e malori ne
provengono dall* ozio, ed imperò abbifognando, che ogni uom fatichi e travaghi
per ricchi filmo eh’ e* Cia; in ogni fòcietà Civile è meftieri dar in vegghia
per far che non manchi giammai il travaglio a coloro che lo chiedono e che
^abilito fi abbia perciò un commodo, e giudo prezzo, non (ì fofferifea, eh’
alcuno fi confuma, e totalmente fi perda nell’ozio . XI. nonrinvenofi al Mondo
alcuno, che che non fia in ohbligo, ed in dovere fòddisfar a molti obblighi,
doveri, o uffizj in verfo la Maefià Divina, inverfo Ce medefimo ed inveì* lò gli altri, in ogni, e qualunque città, o reppubblica
metter fi deve ogni Audio » ® ogni cura per riempier l’animi di tutti di
quelche e’ devono foddisfàre ; e perche non tutti di tali, e d’ altre sì fatte
cognizioni fon abbili renderne gli altri ammaeftrati, quegli eh’ anno un
ingegno vie più degli altri elevato, ed eminente, e che a farlo fi conofcono
eflèr naturalmente più acconci, in tutti modi poflìbili ajutar fi devono, e
foccorrere, affinché da fe far pollano ben volentieri tutti progredii, e
avanzamenti del Mondo nell’ arti, e nelle fcìenze, e proccurar eh’ i padri con
ogni agevolezza educhino i lor proprj figliuoli, e s’ingegnino di far lor
ottener quella perfezzione, che ad uom abbi fogna, acciò loItener poflono col
tempo e rappretentare con fomma lor loda e riputazione nel mondo, e nella
propria padria, quel persònaggio, eh’ il sopremo architetto delle cole hà
riabilito, ch’e’rapprefèntino. Non efiendo miga colà convenevole che un uomo
danneggi un’ altro uomo, e quel danno eh’ egli peravventura gli da, effondo •
tenuto di rifàrcirlo; in quelle ifiefiè focieti civili fi deve proccurar
altresì, che niuno. venga offofo, o danneggiato in colà alcuna, e eh’ in ogni
forte di contratti fi olforvi a minuto, ed elettamente ogni giustizia, ed
equità ed lì rifacci ad altri quel danno, che gli fi reca. Dovendoli da tutti
noi vietare ogni e qualunche periglio della vita, e conlèrvar la noftra fàlute,
e E integrità delle membra con adoperarci mai Tempre di non cadere in morbo
alcuno, e dove peravventura vi fi cada riftabiHrci ( m ), egli è di dovere, e
di obbligo in una Reppubblica, o Città, metter ogni diligenza in far che niuno
fi elponga a pericolo alcuno, o venga a far perdita della fua làlute, o
delintegrità dellefue membra, con vitare, e sfuggire tutto ciò che mai ne può
efiere la cagione, come per elèmplo farebbe l’ebbriezza, eci altri vizj di tal
fatta ; e che abbia in pronto tutti li mezzi proporzionati alla fuga de’ morbi,
ed alla cura di quegli, che ilgra.;ziatamente v’incorrono, ne (òfifrir mai che
uno dea la morte a fè medefimo, o ad altri. Non dovendoli nelle fpefe
necelfarie a farfi, permettere cofa per ni mimiche fi fòlle contraria ed
oppofta a’ luoi doveri, e 1’ acquifiato dovendoli tutto tempo conlér vare per
le neceflità e le bilògne, che pofion mai avenirci, egli è uopo che nelle focietà
Civili fi provegga anche con diligenza sù quello, con non permea . ' ter ** a
Trcti . i l.vu n» J* i . 3 1 r ter neppur la foverehia fòntuofità dell’
abitazioni ; come che dall’altra parte la mediocrità ufàta nella di loro
venufià e bellezza Ila oltre modo commendabile, potendoci recar molto di
piacere, e di diletto ; e con ciò fèrvir non meno per un gran aumento della
nofira fàlute, e per accrefcere di gran lunga la nofira autorità fpezialmente
appreflò il vuolgo, che altro il più delle volte non ha per guida, che li
proprj fènfi, che rendere pompofa e magnifica e fuperba la Città, e dare una
gran oppimene de’ Tuoi agli ftrani . XIV. ogni uno e£ fèndo in obbligo
prezzare, ed onorare chiunque e* fra di preggio,e di lode degno, e non
potendoli ciò da altri fare, che da quegli, che può fender giudizio, e ragion
ne delle azzioni altrui, ‘.affinché tutti fiano tali in ogni Città, o
Reppublica bifògna badar di rinvenire, o iitabilire certi titoli, certi legni
d’ onore, e certe prerogative, per darle a quegli, che fè ne rendono
meritevoli, XV. Per mantener ben fèmpre fiabile e in piè la pubblica quiete, e
tranquillità, ed evitare a tutto potere gp incommodi, e li difàgi che mai
deriva- > no dalle private Vendette, far fi deve, che gli offèfi fi r
imanchino pur contenti delle pubbliche, e che colui, eh’ egli è punito c
gadigato non abbia ardire, ne o(ì privatamente di nuovo vendicai^. In dove in
una.Reppubblica, o Città, è lì vede, che non bada 1’obbligagion naturale a;
rattener ciafcuno tra li fuoi obblighi, o doveri, a quelle leggi naturali, la
cui inoflervanza può in qualche modo, e vale a difturbar la pubblica quiete,
abbilògna, che vi (I accoppia una nuova obbligagione, cioè che fi propongano a
quelli, .che le trasgredirono delie pene, ed a quelli, che l’oflervano degli
premi, eh* è quello che condituilce l* obbligagione, che noi perdidinguerla
dalla naturale diciam per l’appunto Civile, e nominar altresì fi potrebbe umana
; e per la della ragione le le leggi naturali- lòn troppo generali, ovvero
fòverchi© indeterminate, e di doppio /ènlò per torre ogni letiggio, e ogni
piato di mezzo, che quindi ne potrebbe mai rifbrger è d* uopo-ch* in quede
medefime società fi determinano, e fi redringano in tutti modi, con decidere
che che fi debba tener in ofièrvanza • e non potendoli realmente da Regnanti
ogni colà antivedere, dove quelche una fiata credettero per li lor lùdditi
utile, e giovevole ftabilire, la Iperienza lor da a cònofiere efler inutile, e poco
per quelli profittevole, lafciar non lo devono in modo alcuno di corrigerlo, ed
emendarlo. Non mai uom potendo la lue azioni conformar alle leggi di cui egli
non ha contezza alcuna, quanto fi ordina, e fi ftabilifce in una Reppublica da
que’ che governano in tutti que’ cali da noi tede cennati non può aver forza,
ne vigor alcuno pria, che non ha promulgato . E (Tèndo giuda quelli noftri
principi proprio de’ Regnanti il far leggi, l’obbligar i fudditi, e far ed
ordinare tutto ciò che può mai (èrvire per la pubblica làlvez- * za, e
tranquillità, ed in qnefto appunto confluendo ciò, che nominiam noi podellà 0
fuprema, aderir poflìam con ogni ragione che quella fia propria di effi loro,
ne unqua polla ad altri appartenere, comecché non potendo eglino in niun modo
obbligar i fiidditi ad azioni contrarie al dritto naturale ed a que’ patti, che
fecondo noi dicemmo, fifoppone, eh’ intervennero tra Regnanti, e ludditi, fia
ella in Un certo modo molto limitata, e riftretta. Ogni e qua 'Quindi si
comprende in guai casi sia mejìieri, eh* in una Reppublica sijaccino delle t
nuove faggi, e delli nuovi regolamenti c. qualunque Regnante, avendo una cotal
podeftà d’obbligar i (uddjti,egli hà altresì quella di ftabilir delle pene
contro a’ pre« variatori, ed a trafgrefiòri delle leggi 9 delle pene, dico,
intendendo anche delle capitali, dove 1’ altre non badino, e fjan infufficienti
alla quiete, e tranquillità pubblica, cui eglino (òn tenuti tutt’ ora di
badare, e per cui anno ottenuta una tal podeftà. Eftendo le fpefè a’ Regnanti
(òmmamente neceflarie per la pubblica quiete, ed imperò dovendofi elle da*
(udditi fomminidrare egli ha anche facoltà d* impor a codoro degli tributi, e
delle collette, o gabelle, ed altre (òrti di contribuì zioni ; Ma metter non
potendod in efecuzione quelche bilògna per lo ben pubblico, lènza che non da
abbia della potenza* cioè una certa poflìbilità, o agilità, per così dire a
poter tutto ciò fare, quefta è parimente perciò da rifguardirfi lènza fallo
come propria di coloro che governano, C confcguentemente appartiene a’ Regnanti
al- • Ecco qui la ragione per cui a * Regnanti compete il giu: di morte, e di
vita ih de lor fu àditi, 3 tf ti altresì il dritto di poter codringere* ed
obbligar gli proprj ValTàlli a fòmminiftrare, e dar tutto ciò, che fi richiede
per quelche fi deve fare,* il dritto di codituire, e rimuovere i Magifirati .
necefiarj per efèguire le leggi Civili, e giudicare e indurre ogni uno a
lafciar all* altro quelche gli fi deve, non potendo tali cofe giugnere a far da
fè medefimi ; il dritto di conferire, « i pubblici pefi, e le carriche, e le
dignità Civili ; il dritto di far leva, feelta, o rollo de* fòldati, che alla
quiete tanto interna, quanto edema della Città fon necefiàrj,• e mille altri
dritti di tal fatta, lènza cui li lor ordini non fi poflono dare ad effetto ; e
perche quella podefià, e quella potenza che di necellìtà fi richiede, giuda che
fi è modro, ne* Regnanti e quella in cui confine per f appunto la lor Maefià,*
in qualunque Città, o Reppubblica gadigar fi deve feveramente chiunque ardilce
in modo alcuno d* offenderla, ed aggravarla ; come che potendo ella eflèr varia
e diverfàmente oltraggiata, varj, e diverfi altresì intorno ciò fian le pene, e
i gadighi, che fi ftabiJilcano . In ultimo per dir tutto in un motto l*
utfizio, l’ obbligo, e,il dove de* Regnanti elfendo, come più volte abbiam
detto, e ridetto promuover in tutto la pubblica quiete, e tranquillità, e
difender i lor fudditi dall' ingiurie de’ nemici lì sìdomeftici, che pubblici,
eglino devono tutta la lor attenzione impiegare in badar minutamente a tutto
quello, che a quefto può mai pi (guardare, con corriggere, e rattener ne’ lor
principi fin le picciole novità, non lòflrir le inimicizie private, e le gare,
che infòrger poflòno ifpezialmente tra Grandi, e qualunche difprezzo, che venga
fatto mai della lor perfòna ; impedir ogni ingrandimento flraordiuario de*
particolari ; rinovar di tratto in tratto ordini, e leggi ; e ridurre tutte le
colè alla finceri tà, e ilchittezza de’ lor principi : venendoci col corlò del
tempo a formar ne’ corpi Civili, alla fteflà guilà, che ne’ naturali, tèmpre
mai qualche aggregato d’umori cattivi, ch’hà bilògno di purga • e perche non
dico egli ha malagevole, ma quafiche imponibile, che fappiano da le foli, o
faccino tutto, egli è di gran lunga giovevole che fi fervano fòvente dell’
altrui faviezza, e prudenza, o coniglio, per non far cofa per menoma eh’ e’, ha
contraria, ed oppofta al ben pubblico, efTendo molto irragionevole, e come
contro ogni ragione del tutto mal fondato, ciocche ne Icrivono l’Obbegio, e il
Macchiavello, che non dubbitarono fin le cofòienze de* fòdditi, e la Religione
fteflà fottoipettere a’Regnanti. Del refio ri/petto a i lor (ùdditi quefti
elsendo cornei padri fono rifguardo a i figli, con tutta agevolezza tutti gli
obblighi, gli uffizi,e i doveri de’Genitori inverfo i lor fijgli,e quegli di un
padre di famiglia in verlò i Tuoi domefiici, generalmente parlando, applicar fi
pofiòno alla lor perfora, come que’ de figli inverfo i lor padri, e de
domefìici inverfo de’ padri de famiglia, a lor . * fudditi . jp. Per verità
y’hò intefo fin ad ora con pia X. cere, fenza ardir d’ interrompervi ; ma pria,
che palliate ad altro, dinegatemi alcune co fe più paratamente, e
incominciando, ditemi quante forte di Reppubbliche, e di governi divertì vi
abbiano? Perche fecondo noi abbiam detto 1* amminiftragione delle cofe può
elfer data o ad una perfona fòla, o a più, o od una intera moltitudine, fi
rinvengono tre fòrti di Reppubbliche regolari, l’una di cui si nomina
Monarchia, Regno, o Principiato; la seconda Aristocrazia; e la terza
Democrazia; le quali di leggieri cambiar fi pofiòno, e tramutare in altre e tre
vizìofè, r ed irregolari ; imperocché il governo di una Reppubblica o fi
rinvenga in man di X uno, odi piu, o di tutti, ciò non faccndofi, fecondoche
noi dicemmo, fè non col confenfò medefimo de 1 Concittadini, e per la podefià /
che da quegli s*òti tende ; èd- imperò ingiuftamente coloro tutti comandando,
cui gli altri miga non fi fòmmifèro, o egli fia quefto un f uom folo, che regni
in cotal forma, e il fuo governo ncm è più Monarchia, ma Tirannico,o tòno
foltanto pochi nobili, e non tutti,' e verranno eglino a coftituire non già una
Arifiocrazia, ma un Oligarchia ; ovvero in vece di tutto il Popolo regna, e
governa la plebaglia, e la feccia del Popolaccio, che quanto fà e’ rifòlve a
capriccio e quefta noi diciam propriamentè Olhocrazia. Egli vi mette qualche
divario nella perfona di un Monarca, confiderato rifletto a ’ un altro
monarcati Titolo di Re, Imperadore, o Principe ? No. Qualunche di quefii titoli
egli abbia è tèmpre il medefimo; non offendo egli rifguardo ad un altro
Monarca, che uguale, e nello fiato Naturale, lènza fuperiore alcuno ; comecché
ogni prudenza voglia, che » * nè coftringere, nè obbligar potendofi l’altre
Reppnbbliche, e gli altri Principi a onorario con quel titolo, eh 9 egli brama,
pria, che Io s’ imputa convenghi con effi loro sù quello . D. Volete, che fia
necefiario regalmente per un Monarca udir ilconfeglio altrui? M. CertifllmÒx;
imperocché febben polla egli operar tutto a Ìlio arbitrio, non potendo colà
alcuna far contraria, od oppo. fta al fine della focietà, eh’ hà in governo;
tutto al roverlcio del Tiranno, che non riguarda, che 1* utile, e la làlvezza
propria non può egli da fé conofcer tutto-Non efiendo in ifiato di operar tutto
in un ifiefi lo modo, e penfar da voi ( dicea molto faggiamente, e con prudenza
a’ fiioì Miniftri per quel che s’inarra un Soldano) non tralafcate giamai dar
orecchie, nè ributtate per qualche gelofia, o (lima,che poffiate mai aver di
voi medefimi quelch’ altri penfano, con averlo per goffagini, e fpropofiti, non
per altro, che per non efier fiato dinanzi da voi antiveduto,, poiché lòvente
fiate avviene, che fi ritolga del profitto, e fi rabbia del utile dall’
operazioni le più chimeriche, ed iftravaganti del mondo ; e per verità è aliai
più lodevol colà, e di maggior momento fàper di‘ ftinguere il buono, ed
elèguirlo, che prima penlàrloda (è medefimo ; lòvente volte egli avviene, che
ad un Monarca convemga far paragone delle diverte aderenze, e circoftanze de*
tempi; o conolcer la for> za degli abufi, e difàminar attentamente le leggi
antiche,* ffabi lire, e far degli regolamenti, e degli ftatuti per li collegi,
e per Partefeci ed altre sì fatte cote,le quali egli è predo che imponìbile,
che far 11 pollano da un telo .Nell’Ariftocrazia e nella Democrazia per prender
gli efpedienti neceflàrj alla pace, ed alla tranquillità pubblica, qual colà
credete, che far fi debba ? eltendo nella prima il governo in man de’nobili,e
nella teconda in poter del Popolo, egli determinar non fi può nell’ una,cofa
alcuna, lènza il contente de* nobili, e nelP altra, lènza quello di tutti ; e
come nell* Ariftocrazia v’ abbitegna un luogo, dove i nobili fòvente fi
convengano, e prendano gli efpedienti necefiarj per quella, non che un certo
tepo (labile, e fiftò in cui fi raguni il Senato ; (alvo che nelle colè
improvilè, e gravi, nelle quali èmeftieri, che fi raduni fuor d’ordine ; così
nella Democrazia di necedìtà egli vi fi richiede un luogo per li comizi, ea un
tempo certo, e fidò da poterli convocare ; con aver per fermo, e ftabile Ila in
quella, fia in quella, quelche venga dalla maggior parte determinato ; ma
vaglia il vero,quefte e tre fòrti di Reppubbliche irregolari, perche di
leggieri, come da noi fi difie, pofiòn cambiar natura, e divenir difettofe, e
mofìruofè, molto ben di rado fi veggono, avendo la maggior parte unite o tutte,
e tre quelle fórme in uno, o almanco due in guifa, che Puna vaglia per rattener
l’altra in uffizio, ed imperò fi dicono vuolgarmente mille ; (ebbene vi fiano
per al prelènte alcune altre (òcietà compone o di molti Regni dipendenti da un
capo, o di molte Città confederate, che componendo un certo fiftema, dir fi
poffòno con gran ragione, fòcietà fiflematiclie ; avvegnacche di queffi Regni,
che fian retti daunlòlo, altri lèguendo, ciò non o (tante pur ad oflervar le
leggi fondamentali, come egli è or 1’ Ungaria, e la Boemia, e non avendo altro
di conamune, che la fòla perlòna del Principe, aver . non fi debbano al novero
di tali società ; altri effondo in tal modo uniti, che quelli, che fi furono
(òggiocati, non guardandoli che come Provincie, l’uno neppur coll’ altro viene
acoftituire (Ulema alcuno, come fi fu un tempo ia Macedonia, la Siria, c X, 3
l’Egitto lòtto Y IMPERO ROMANO, ed altri finalmente fon in tal guifacon le
fòrze uniti ed accoppiati per difènderli, che non vengono, che fòltanto una fòl
fòcietà a cortituire ; e quelli di vero formano un firtema, e quello di cui or
trattiamo . Ma la piu parte de’Regni fi cambiano col tempo, giufia dalla Storia
s’ imprende, di forma, e di figura j quindi quella dell’ Impero di Germania, hà
sì fattamente travaT gliato i Scrittori tutti, del dritto pubblico, che quanti
eglino più fono, cotanto è • diverfo il numero dell’ oppinioni, e delle sèntenze,
che intorno quefìo particolare abbiamo; imperocché alcuni rifguar; dando
foltanto alti titoli, all* onore, e al • l’infegne di Monarca, che dar fi
fogliono all’Imperadore, fi credono quello Impero • del tutto Monarchico ( po
crefciuta appoco, appoco l’autorità degli Stati, e fpezialmente dal Regno d’
OTTONE (si veda) in poi, e dalla morte di Frederico II. quella oltremodo
aggrandita, mirata non fi fofie giammai in appreffò la podeftà imperiale in
quel fplendore e in quel 4 gola- . Jlufwlin. ad A. B. diJJ’ert. i.$. 1i.pag.y6.
Buecìer. notit. Imptr. lib. zz. c. 3. p. zSS. Limnxus ad J.C. lib. j. c. io. Arnifav. lib.
x, f* 6 .Conriag. decapitai» C». Brumem. in estam. jur. pubi. e\ i.f.f. 3 a* di
cui fi tratta alle leggi, e giudicarne » > lènza che pria ben non fi
difitminano, egli r . è meftieri che deano udienza a tutti indi' fintamente, e
li Tentano ben volentieri e con ogni placidezza III. ogni uomo e (fendo in
obbligo di amar l’altro,febbene odiar e’ debbono, ed aver a male il cattivo
procedere de’ delinguenti e malefattori, devono amar (èmpre però quelli ed
averli cari ; IV. per non aggravare li poveri, e miseri litiganti di (peé, e di
tedio, ingegnar fi devono con ogni Audio di (pedir predamele tutti i Giudizj,
tanto civili, quanto criminali^ V. finalmente abbifogna che pr occura no di
confervar in tutto la autorità propria, e de’Regnanti che rapprdèntano con
rederfi agli occhi di tutti perirreprenfibili, e lènza macchia. Per tutto ciò
efièndo egli colà certa, ed indubitata, che qualunche occupazione, o aff’ar di
fiato e* fia guidar fi polfa, e condurre afiài bene, giuda un fifiema
particolare, e proprio, farebbe fenza dubbio di un efìremo giovamento per tutto
il Minifìero, fi fòrmaflè un fiftema generale di tutte le parti del governo sù
mallìme fondamentali fofienute da una ben lunga elperienza, e da profonde
meditazioni di tali colè ; divifoe (iiddivilò in modo, che ciafcun minifiro
vaglia da (è solo a formartene uno, che fervir gli potere per una gran guida
alla Tua incottipenza, e per condurlo ficuramente, giuda certi principi al luo
oggetto principale, come che molte parti della legislazione fian cotante
dubbie, che niun può in modo alcuno viverne ficuro, non ottante gli gran lumi,
eh’ egli n’abbia dalle teienze, come quelle, che dipendono aflài poco
dall’umana prudenza . D. Qual cola volete voi, che fi fàccia da’ Regnanti per
far che quelli non fi abufino delia lor autorità ? M. Eglino devono ingegnarli
di non eligger per quello le non perlòne ben degne, e, meritevoli ; avvegnaché
alcuni Politici sì per confervar in tutto 1’ uguaglianza, e sì per temperar in
parte, ed impedire lo ttrabocchevole impeto, e l’ impazienza, che, quali
necettà riamente accompagna i gran talenti, credono necettàrio melcolar con
quelli alle volte lì meno abili ; e far che li Magiftrati non fiano fòverchio
lucro!! Ipeziaimente ne’ Sgoverni, che fi partecipa dell’ Oligarchia ; poiché
in tal fatto modo i poveri per una tterile ambizione punto non curerando d’
abbandonare li lor privati interefli, e li ricchi averanno del pia• cere
dominare giufta la lor paffione, e lì s. terranno occupate più, e più perfòne a
di* *erfione dell 5 ozio ; a ogni modo nelle materie gravi, e di/gran momento,
giulta l’oppinion d’Arinotele, non (la bene, che quegli che confìgliano,
altresì deliberano, potendo avvenir, che quelli di leggieri regolino li lor
conlègli con fini, ed affetti privati; Quindi in Atene il colleglegio de 5
privati avea soltanto la consultiva, e al Senato, e al Popolo si lasciava la
deliberativa ; D. Ma in che crede finalmente voi che con XII. fidano i veri
vantaggi d’una Reppubblica, o di un Stato? Nel commercio . Ch 5 intendete per
quello ; Ai. Una facoltà di permutare il fùperfluo per il necefiario che non
abbiamo, e trafportarlo da un luogo in un altro. Come considerate voi quello
commercio? In interiore, ed esteriore o maritimo. Quale di quelli abbiate per
lo più nèceffario? L’interiore, come quello che cofiituifce il ben attuale di
un R egno, - o di un stato. In che egli confilìe ? M, Nell’agricoltura, nell 5
indulìria de’proprj terreni, e nella diverfa utilità de travagli A Come dunque
credete, che mantener fi poflà in fiore un cotal commercio ? M. Con la
protezzione, con la libertà, e con la buona fède. Quali persone meritano la
protezzione? Egli abbifogna pria che si proteggano gl’agricoltori e li
lavoratori della terra; in apprefiò gli Artidi, e dopo gli altri,* con raddolcire
il travaglio d* ogni uno, e far . che P induftria de’Cittadini tutt' ora
s’aumenti, cd aggrefea, non lafciando a, patto alcuno impunità la pigrizia, e
l’ozio, - eh’ è la (ùrgente di tutti vizj,* imperocché l’ immaginazione umana
avendo continuo bifogno di notritura, ogni volta che le mancano degli oggetti ben
veri, e (labili, ella formandofene di quelli, che non fono, che larve, e
chimere, deriggerfi lafoia totalmente dal piacere, e dall’ utile momentaneo ;
quindi la Monarchia la più foggia, e meglio regolata del Mondo rincontra* rebbè
tutta la pena pofiìbile in fòftenerfi, (è parte di quelli, eh* abbitano nella
Capitale, altro non dico, marcifiero unqua nell ? ozio ; fenza che qual cofa è
mai altro in effetto il cercar da vivere lènza travaglio, e fatiga, che un
furto, o latroneccio, ‘che dir vogliamo fatto per lo continuo alla Nazione ? e
confequenteraente un delitto che merita la sua pena. D. Mà’impiegate, ch’abbia
un Regnante gli uomini neceflarj alla cultura, alla guerra, e all 5 arti, come
voi dite, del redo che volete, eh’ e’ ne faccia ? M. Egli fi deve occupare in
opere di ludo, anzi, che lalciarlo in una vita tiepida, e neghi ttòlà. Non
farebbe colà megliore, e più commendabile mandar tutti quelli a popular nuovi
Paefi, ed a ftabilir un nuovo Dominio fùbordinato totalmente, e fòttopodo a
quello, che lor fornì di un sì fatto afilo, efsedo a mio avvilo quello il più
bel modo del Mondo da far conquide lènza perdita di dati, e de* Cittadini, e
lènza efporfi a molti perigli militari, e alla gelofìa de’ vicini e alli
folletti di una lòverchia edenzion di dominio, o di qualche oltraggio, od onda,
che potrebbero mai eflì ritorne? Mai nò; poiché lèmpre mai fi è elperimentato
per più vantaggiolò, e di maggior 'profitto per un dato redringere per quanto
vieppiù fia polfibile li Cittadini al 1 luogo della lor propria dominazione in
cui realmente rinvenir fi devono le forze di una Nazione, che inviarli fuora,
ed in lontani paefi ; ne di un cotal elpediente a* Regnanti cpnvien l’ulò,
(alvo chejn ultima necefiìtà e bifogno, e quando di Vero il lor Popolo veggono
eftremamente ag-grandito ; imperocché una Nazione, che lì difpopola per gir ben
lungi a Itabilirli delle nuove abitazioni per ricca che ella ha, e poflènte
divien ben tolto debole, e Ipofc fata, da per tutto, ed in illato di perdere
una con quelle 1* antiche, come dalla Storia s’imprende. D. Ma qual colà voi
intendete per ludo ? M. Tutto quello che può mai lèrvirci per un maggior
commodo della vita, c che non confitte, che in drappi lini, tele, ed altre colè
di tal fatta ; imperocché non è in mio intendimento perfùavervi per lodevo-, le
e commendabile l’ufo de’diamanti, delle pietre preziolè, ed altre colè tali,
che non Valendo che per aggravar una tetta, e per tener imbarazzate, ed
impedite le dita, non già per ifparambiarci di travaglio alcuno, o per
liipplire ad altra cofa necefc faria al noftrofoftentamento,fi doverebbero con
ogni ragione in ogni ben’regolata Reppubblica vietare, e vero però è ch s
alcuni confondendo quello diverfo genere di lufc io con il primo, anno lenza
diftinzione alcuna l’uno e l’altro riprovato, ma fenza molto gran lènno ;
imperocché non baciando per dilungar gli uomini da vizj nè la purità delle
malfìme della noltra veneranda Religione nè. il dovere, e Tobbliga. gione
propria lènza le leggi ;e tutti lènza riferva d 1 alcuno veggendofi portati
dalle \ paflloni, e dagli affetti, il faggio legisla-, tore non può, nè
conviene,' eh altro fàccia, che maneggiar cotafi paflìoni, ed affètti, che fon
la caula della cattiva condotta de’ fìioi, in modo, che ridondano a utile j e
vantaggio della fòcietà, che compongono; così per ragion d’efèmplo vedendo
egli, > che Tambizione renda l’uom militare d’af ' fai valorofo, e prode ;
la cupidigia in * duca il negoziante al travaglio, e tutti Cite tadini
generalmente vi fi portino per lo luffe e per la fperanza di un maggior/.com-
modo, che altro vài egli a fare, che metter ogni ffudio, e ogni cura in trovar
modo, come quelli affetti giovar mai potrebbero alla focietà di cui egli è capo
? L 5 autorità grande, e la rigidezza de 5 Lacedemoni non fu di maggior conquito
la caggione, di quelle che agli Ateniefì recarono le. delizie, e i maggior
commodi della vita, nè il governo degli uni fù-per quello ' molto differente
modo di vivere un punto: megli ore di quello degli altri ; o quegli ebbero
degli uomini illufìri, ed eccellenti - v «ffai più di quelli ; imperocché al
novero di coloro di cui favella Plutarco eglino non vi fi veggono, che quattro
Lacedemoni^ fette Ateniefi, lènza un minimo motto di Socrate, e di Platone
peravventura lanciati in obblio ; e lo ftedf giudizio far conviene delle leggi
contrarie di Licurgo, non effondo elleno^ miga degne di maggior attenzione di
quella, che lo fono 1* altre lue leggi, con cui cercò egli d’ opprimere, e tor
vìa totalmente da’ Tuoi il rofibre ; imperocché come potea darfi mai a fperare,
che la dia comunità, che non affettava ricompenfà alcuna eterna, confervato
avefle lo fpirito d’ ambizione di far delle conquide, efpoda a un' infinita di
fatiche, adenti, e perigli fenza aver picciola fperanza da poter accrefoere i
fùoi averi, o diminuire, e foemar in parte il fuo travaglio, dove fi mirò la
gloria fenza tali vantaggi,chevalfe per dimoio della moltitudine ? fenzacche
egli è certo, e fuor di dubbio che quello, che fembrò ludo a nodri avi, non lo
fia per al prefènte, e quelche or lo è per noi, non lo farà forfè per quegli,
che ci fègui ranno; e che l' ignoranza de* maggiori commodi lo refe a molti
Popoli per nojofo, e (piacevole ; quindi le oodre leggi fontuarie foemarono di
numero, e predo che andarono in difùfo, sècondo la noftra Politica fi andò da
dì in dì vieppiù perfezzìonando,anzi molte non ebbero neppur una fiata 1*
elocuzione ; imperocché al dinanzi che fi foffe una fòggia tralafciata udendone
un’ altra di maggior lufiò della prima, e facendo, che quella di Ieggier fi
obliafle, elleno non aveanoin che Ìuflìftere ; e come fi può da chi fia di
Ieggier oflervare, non altro che il iùfiò ha quali che dalle Città tolto 1*
ubriachezza, e portatala nelle campagne. Perche volete voi, che gli
agricoltori, fiano li primi da proteggerti ? àd. L’agricoltura, e l’induftria
de’ terreni effendo le baie fondamentale di quello commercio, lafciar non fi
può in un Reame, lènza una dilmilùrata perdenza ; imperocché non valendo il
terreno da le a produrre colà alcuna lenza una buona, e perfetta coltura, nella
fcarfezza, e penuria di quello, eh è d’ una neceflità afioluta per la vita
dell’ uomo, qual appunto è quella . delle biade, prò veder non fi può, nè
remediare ad accidente, o inconvenienza veruna, con quella medefima facilità, e
aggevolezza eh* s’incontra, trattandoli dell* altre colè ; quindi egli fi hà
per una massima fòmmamente vera, ed incontrafiabile, - che le forze d’ un Regno
allor fiano superiori'. 9 e maggiori a quelle d’ un’ altro quando maggior
quantità egli abbia di quel che è d’ una neceffità realmente afiòluta per la
vita,e per lo lòftentamento de Cittadini ; effendo colà, feoza fallo d’afv fai
lungi dal vero il credere * c he i paefi ricchi in Miniere fiano li piu graffi
9 e ab• bondevoli del Mondo, tutto dì facendoci . la fperienza conolcere, che
in quelle li richiegganoun numero aliai gradedi perlòne, che occupato, in altro
farebbero al padrone di maggior vantaggio, e utile, Ma come vorrefle che s*
incoraggifchino mai quelli camperecci, o forefi applicati alla coltura» ù Per
veriità non vorrei già che lori! pro- ponellèro perciò al dinanzi quanti
Confusi * e Senatori, e Dittatori Romani, quanti Re fi tratterò dall’ aratro, e
dalla vanca, o lor fi mottrafle quanto quello medierò fi fù feriale a tutti e
comunale Quand' era ciba il latte Del pargoletto Mondo, e culla il bofeoi
imperocché con la filza di quelle, e altre sì fatte ciancie di cui compongonfi
da Rettorici le lor itlampite, non fi verrebbe di vero altro a fare, che cantar
a porri ; ed il più delle fiate lor diverrebbomo ilpiacevoli, e nojoli ; ma il
miglior modo, che lì può in quefto da uom tenetegli nonè-amio credere, che
prometterli, e ridurli in speranza d’una buona raccolta 9 e foccorregli, ed
aiutarli quando abbi fogna. Venendo al fecondo mezzo, eh 'abbiamo per i (labi 1
ir quefto commercio interiore, ch’è la libertà, (piegatemi quefta in che
confitta. M. Quefta, che è aftai più neceftària della medefima protezione,
potendo la fola forza del commercio efler in luogo di quella, non confitte che
in una certa facoltà data a’ Cittadini da poter cambiare e permutar il
foperfluo per quel che lor abbi fogna ? e trafportarlo da un luogo in un altro,
onde ella per verità accoppiar fi deve sempre mai congiungere con la facilità,
ed agevolezza degli tralporti, e de 5 viaggi, dipendenti del tutto dalle vie,
dalli canali, e dalle riviere; comecché con quefto vocabolo di libertà, che
malamente prefo hà mille, e mille fconcerEi recato nella Religione, e • nello
Stato, non intendo, che operar fi debba a capriccio e contro il comun vantaggio
della focietà,• ed imperniò reftringer fi devefoltanto a quel che riguarda il
trafporto di quello, che avanza non men al padrone, che al luogo, da cui quefto
vien fatto. D» Senza dir nnl la della fedeltà, richieda in quefto commercio,
avendone a fiufficienza favellato al dinanzi, palliate al commercio efteriore,
o maritimo . M. Inquerto oltre quelle colè, che fi richiedono per lo
ftabilimento del commerciointeriore ad avvilo d’unlnglefè, fèguito dal Signor
Mellon, da cui imprefi quanto or vi dico intorno quello particolare egli è
neceflàrio; I. L’aumento, o aggrandimento del novero degli abitanti y II. La
moltiplicazione de’ fondi del Commercio. III. Il render queflo commercio
agevole, e neceflario, IV. L’ ingegnarli che fia dell’ interefTè delle Nazioni negoziar
con noi ; Nel terzo egli reflringe non meno il tra (porto de’ debiti, e de’
dritti de’ Mercadanti, che le fpefè necefiàrie ' * perii Doganieri, e i buoni
regolamenti intorno a’ cambj, e Tafficuranze maridme,che porte in ufo dagli
Olandefi, 1’anno oggi gl’ Inglesì diftefe fin alle per/òne flefie, che vanno
con le merci; e nel quarto e’ comprende tutti i tratatti di commercio con le
Nazioni. ZhPofto per vero,che l’aumento degli abitanti fia cotanto neceflario e
utile quanto voi dite per un Stato, e per una Reppubblica, colà credete che far
fi debba per querto? JM, I. Egli è necertàrio, che fi proteggano i maritaggi
con privi leggi, e foflìdj con ceffi a genitori di una numerofa prole, e con là
diligenza ufàta irr ben educare, ed allevar gli orfanelli, ed i putti efjxjfii
alla vétura IL Convien (palleggiar i poveri iti guifà, che non fi confumino
nell’ozio, e nelle miferie, e fìan perciò coftretti d’ abbandonar il lor \
Paefe . Egli fi deve con tutta aggevolezza ammetter i Ara ni eri IV. Abbi fogna
che s’ abbia ogni cura de’Camporecci, e di quelli che firn muojono nelle
Campagne per le foverchie mitene . V. Egli ò medieri proccurar di aggrandire
quanto fia poffibile f indufìria, e perfezzionar farti, e i meftieri, poiché
con ciò venendofi a tenervi minor quantità di perfòne occupa* . te, il di più
fi guadagna . VL fi doverebbe altresì trattare di non tenervi in quefio più di
quelli che vi fi richiegono ; comecché non fiuebbe (bordi propofit© con una
legge torre la facoltà a oiafcuno di difporre ideila foa libertà al dinanzi,
che non abbia quella da poter difporre de’ (boi beni. V. In molte oceafioni
dunque fia per fàper quelli che per travagliar fian buoni, fia ; per lo
fiabiiimento., o leva di nuove impone, fia per conoteere li differenti
progreffi della moltiplicazione degli uomini, fia per altra co fa sì fatta fon
neceflàrie in un Regno le numerazioni degli abitanti. *M. Certifiìmo anzi
alcuni ti fon ingegnati fino di calcolare quanto un agricoltore, o un artifla
fi£ d’ utile allo flato,- vaglia il w vero la colà ha molto del malagevole, e .
del difficile,* a ogni modo non vi difgraderà un modo in ciò ufàto dal Cavalier
Peti ; t.ti t, cheto ci propone Mellon,• comex che fèftfpr&'fia mólto più
fpecolativo, che o pratico ^imperocché fòppoflo, ch’egli ha - per vero ; f. Che
nella Scozia, è nell* Ini» gh interra .non v’ abbiano che fèi milioni c à?
ahbitariti . If. Ch’ogni uno di quefti fpenda 7; lfre fterline, che nel corfo d’un
fi anno 1 vengono a far 4*. milioni di Ipe/è ; e xlfl, Che l’entrate
de’territori non fia altro che otto tflilioni, e quelle delle Carri
multiplicando li milioni d-* utile per li 20. in cui fi ri» • ftringe tùtta la
vita dell’ uomo ; e vedendo:che con ciòd venga a far la fommadi 480. milioni,
la quale divifà per li lèi milioni d’abitanti, per quotienfte fi rinvetica che
abbia 80. lire (ieri ine, egli vuole -- eflèr appunto quella la valuta di
ciafeun di quegli 2 } $). Ma risguardo al trafporto delle merci . maritime,
porto che quelle fiano 1* avanzo -di quel che abbi fogna iti un stato, volete
che permetter fì debba indiftintamente, r e lènza dirtinzione? M. Per altro
giufta la libertà generale del Commercio permetter fidoverebbe qualunche
reciproco tralporto ; imperocché in una cotal guilà quelche in una merce li
perderebbe da una Nazione, fi guadagnarcele nell’altra,* ma uòpo làrebbe ch’in
ciò f concorrere, e girte dj concerto tutta l’Euro, pa ; colà che per li
grandi, e lèmmi pregiudizi di cui ella abbonda è preflo che imponìbile, non che
malagevole; quindi li vede, che molte nazioni per particolari interelfì
v’abbian una infinità di termini, e di rellrizioni intramelfe. Ma non làrebbe
egli un un maggior vantaggio j e utile per noi, che gl’altri veniffero da noi
anzi, che noi ne gifiìmo ad ef - - ? Ditèoveritimi il voftro fèntimento
intorXlir. no la guerra ?* 2kf. Così noi domandiamo quello Stato di una
Reppubblica mediante cui, ella obbliga un’ altra a lòmminilìrarle quanto 'brama.
R* ella per dritto naturale permeila? Senza fai lo -imperocché le reppubbliche,
conforme noi dicemmo efiendo alla guilà di tante perlòne nello fiato della
NATURA; v e dovendo ogni uomo a tutto poter icànzàr che che di male gli può mai
per colpa altrui intraveni re, con adoperare in ciò tutti mezzi poffibih del mondo,
egli è di ragione, che l’una badi al rifàreimento del danno, ricevuto
dall’altra, e tratti con mezzi conyenieriti r ed anche colla forza, dove tutto
manca, ripararvi. Che cosà è pace? Egli è quello stato d’uno reppubblica i '
eh’ è ben sicuro, e libero dalla violenza, e dalla forza de stranieri. A nostro
avvilo dunque nello stato naturale, in cui si considerano le reppubbliche, essendo
peravventura permeilo d’usar la forza, o violenza contro la forza, o violenza,
foltanto dove non vi siano degl’altri rimedj, la guerra – H. P. Grice: “War is
war” -- reputar non si deve, che come uno estremo remedio, a cui non bisogna
venir giammai, sé non in *;• caso disperato, e dopo aver tentato tutti gl’altri
i II perchè ha tutta la ragione LIVIO (vedasi) d’aderire che : jujìum bellum,
qui- * bui necessarium, # pia arma, quibui nulla, nijiin armi 1 relwquitur spei.
Per verità da Iperienza maestra di tutte le cose, da tutto di adimprendere,
comecchè senza alcun profitto de’regnanti, che sia sempre vieppiù il danno ed
il dilèapi* toy che recanò le guerre, che l’utile. Quindi quelli metter
dovendo, tutto lo - Audio, e la cura in promuovere in quahmque modo la salvezza
e il bene della reppubblica, egli conviene, che in un fido, caso si portino a
guerreggiare – “War is war” Grice – “War warises” --; cioè, quando supera di lunghissimo
spazio, e senza comparazione eccede la speranza del guadagno il timor del
danno, per valermi del detto d’OTTAVIANO e dopo adoperati tutti gli altri mezzi
pofiibili; come a dire dopo, che perii Legati si è di già - ammonita la parte
contraria ± e nemica a lasciar 1’offesa, ed a rifar il danno, parte con la
dolcezza, e parte con l’asprezza; ovvero dopo averle recato qualche danno
uguale al di già sofferto, ed usato delle scorrerie, o finalmente dopo
proccurato terminar le controversie mediante gl’arbitri, o altra cosa di tal
fatto; il perchè da questo si comprende quelche ad uom mai vien permesso di far
nella guerra, rioè tutto quello senza cui il nemico costringer non si varrebbe,
e obbligare in modo alcuno a quelche si vuole, nè possiamo unque per l’avvenire
viver sicuri, ch’egli le ne rattenga; poicchè nello stato naturale, come a voi
è ben noto servir ci possiamo di tutti li mezzi, che si possono mai avere per
riparar al male, che è per avvenirci, e frenar colui, che n’è l’autore, fìcchè
non damo certi, che non ci danneggi in avvenire; e perchè le guerre, q son
offensive, o difensive; diciam noi guerre offessive quelle che si fanno per
riparar il danno che si può mai avere; e difensive, al rincontro nomeniam
quelle che mai si fanno per esser rifatti di quel danno che si è di già avuto,
o per schifar quello che altri tratta d’apportarci; non meno nell’une che nell’altre
dove si vengono a terminare, si deve totalmente alla parte offèsa rifarete
tutto il danno, eh’ella ha sofferto, e darle malievaria, e sicurtà di non
danneggiarla mai più inappresso, con somministrarle parimente tutte le spele
che nella guerra ella ha fatto, pur che egli sia cosa agevole a noi e non
imponìbile a farlo; del resto, eh* ogni regnante nello stato della natura sia
tenuto dar soccorso – H. P. Grice, The principleof conversational helpfulness
-- , ed ajuto – H. P. Grice: The principle of conversational helpfulness -- all’altro
invaiò ingiustamente, ed affali to, e che non si rinviene in fiato di poter
difenderli, egli non sembrerà affatto Arano a chi che è ben persuaso dell’obbligazione,
e del dover degl’uomini di soccorrersi – Rational cooperationa alla H. P. Grice
as moral imperative -- a vicenda. Quanti e quali sono li modi propri per
acquistar un Impero? Due: l’elezzione e la successìone, giuda dalli medesimi
nostri principi si deduce; non potendofi da niuno aver in altro modo il governo
nelle mani, le non mediante il CONSENSO ffeffo di coloro, che governa, e ciò
che quelli anno una volta slabilito; comecché per verità si possa altresì
ottenere con l’armi, e per conquida ma di quello ultimo modo non abbiamo cosa
di ririmarco da dinotare per aJ presente; sé non che cotali regni dipendano del
tutto dal capriccio, e dalla volontà di colui che li conquida. Che intendete
per ELEZZIONEe? Un certo particolare, e lòlendo atto, mediante il quale, o
tutto il popolo, o soltanto una parte, cui quello concede il dritto, e la
podeftà d’eleggere, conferì fce il governo di una reppubblica a chi più gli
piace. Quando l’mpero è successivo? Ogni volta che li conferì perawentura a una
famiglia, con patto e condizione, che si elegga sèmpre mai qualch’unodi quella
per lo fuo governo. Il perchè egli può in quello cafo avvenire, che lì fii di
già {labbilito, e determinato altresì chi fi debba di quella all’altro
anteporre ; cioè per esemplo, cheli primogeniti fiano preferiti fèmpre mai V
secondi, e quelli alle femine, o che in altro modo venghi la succeflìon
determinata; ovvero eh’ e concedo fi fu con facoltà di difporne a lùa voglia in
' teflamer.to, e fuora ; comecché vi fìa risguardo a quello nella Germania
altresì r ufo de’ patti fòccefiorj tra alcune famiglie de’principi, e Signori;
come adif- ilefò oflèrvar polliate da voi, dove vi piaccia negli Scrittori del
gius pubblico y, (x) (ebbene per quelche,(èmbra non (è ne rinvenca etemplo
dinanzi all* Imperador Ridolfo. Egli è il vero, che non meno quelli, che
entrano nel Regno per fuccef(ìone, che quegli che 1* ottengono mediante l’elezzione
cofiumano di ferii coronare ; ma ciò non effondo in fatti, che una congerie di
più atti (blenni- per v cui non già fi accrefce, in qualche modo, o fi aumenta
la. podeftà de 9 Regnanti, ma fi viene foltanto a rifiabilire, e confermar
quella, che di già anno, ed a render la lor perfona nota a tutti, e palefo come
quello, che non è fondato, che in un’usanza, non merita la noftra attenzione.
Avendo i Regnanti una (bmrna obbligagione di riempiere gli animi de loro
fodditi delle vere mafiime di Religione ; il governo del loro Stato rifguardo a
queflo particolare credete voi che in effetto appartenga ad efii? L’
obbligagione de’ Regnanti rifpettoa ciò non è altro, che trattar d 9 introdurre
e proteggere a tutto potere nel lor stato -n la vera religione, con dar a
coloro, cui lpetta largo campo da poterla efercitarej e delle sue fonte ma/iime
riempierne gli animi de’ lor fodditi ; appunto come per far che quelli
foddisfino al dover, che la natura lo rimpone di confervar la lor folute, e
trattar, dove avviene, che peravventura incorrono in qualche malore di
riffabilirfi, non fon miga tenuti farla da’medicanti, ma far foltanto che nel
lor Regno vi fieno degli ben efperti, e pratici in quello meftiere, o
quandoabbifogniano non manchino; imperocché lo Ipii ito della Religione, e la
politica temporale d’un stato eiìendo infra se cofe molto diverte, e differenti
; trattando il primo di ftabilire, e mantener tra gli uomini un ordine
perfetto, e una pace solida e ben ferma, ch’e’fia effètto d’ una unione
de’cuori e di un vero amore dell’unico e soverano bene eh’ e’dio, mediante un
gran difprezzo, e diftaccamento dall’amore de’ beni temporali, di cui non nè
permette, che un ufo d’ affai fòbrio, e parco, e il fecondo non ri /guardando
altro, che l’efleriore degl’uomini a fin di mantener la pace e la tranquillità
pubblica ; ed imperò fòddisfar non potendofi da una fleflà pedona, inùnffeffò
tempo agli ebbi jghi, o doveri, o uffizi d’un principe spirituale e temporale,
egli eoo viene di neceflìtà,che si dividino a due differenti persone, e fi
cofiituifohìno, e formino due diverse potenze, comecché quelle amenrìue tenute
effondo totalmente di congiungere, ed unir gl’uomini nel culto del divino, e
nell’osservanza di tutti gli obblighi e doveri, che insegna lor la religione, e
riguardando perciò quaficchè un medefinio fine, non poflòn effor tra se giammai
di vifo, e l’una contraria in modo alcuno all’altra, salvo che per la disunione
e discordia di coloro che l’eforcitano e bramano dar all’una un’eftenfione su
dell’altra che in guisà alcuna non può competerle. Quindi conforme quegli che
sono proposti al Ministiero spirituale, sono in obbligo d’ispirar a tutti
gl’uomini ed infognar loro il dover dell’ubbedienza alle potenze temporali, e
l’osservanza delle leggi e degl’ordini de lor regnanti; così altresì coloro,
cui Dio ha fidato e commesso il governo temporale d’un fiato, fon tenuti d’
ordinar a tutti lor fodditi l’ ubbedienza alle potenze spirituali e
coftringergli agli obblighi, e doveri, che porta foco una tal ubbedienza in
tutto quelch’e può mai dipendere dall’ufo della propria potenza j ciò che
comprende il dritto di proteggere, difendere, e far mettere elocuzione alle
leggi della chiefa; punir e castigar chi che opera in contrario, e cerca
iturbar l’ordine efieriore, con far altresì delle leggi per quello effetto,
quando mai v’abbifògnano. Vivon tutti ben persùasi e certi di quella verità?
Venendoci ella altresì nel vangelo fpre£ famer.te infegnata non fi legge giamai
da’ cattolici messa in questione. A ogni modo i filosofi del dritto pubblico
infetti il più ed ammorbati di Refia, e ripieni di falle mafiìme, oppofle, e
contrarie non meno alla rtoftra santa religione, che alla buona ragione
trattano comunalmente a tutto potere di pervaderci il contrario. Ma su quali
pruove, e ragioni fondano il lor discorso? Secondo dicono con farli altrimente
egli fi viene a sostener una divisione ed unfcifhla continuo nello stato e nel
regno, essendo molto malagevole e difficile che due potenze diverse operino
concordemente in tutto, e l’una non s’ingelofifca punto dell’altra e venga a
diffidenza. Nello fiato NATURALE tutto ciò effondo fiato proprio de’ padri di
famiglia, instituite che furono le sòcietà civili, passa a’ capi di quelle,
cioè a 9 regnanti. Ili, rr Essendo il principal dover di quelli proccurar in
tutto di mantenere la pubblica quiete della società e niuna cosà valendo
cotanto qùefta a disminuire quanto le controversie, eh avvengono intorno la
religione, egli si deve per questo tutto ciò che rilguarda questo punt,
confìderar altresì come proprio di elfi loro. Ma di quelli e d’altri sì fatti
folleggiamenti, non si deve da chi che pensa far conto alcuno. Imperocché per
rispondervi con confonanza. Dove a ognuna di quelle potenza gli lì dà
quell’eftenzione che gli conviene PER NATURA, e viene in quel modo che noi
detto abbiamo esèrcitata, non v’ha niun feifma da temerli in un stato o regno.
Sebben egli fia vero, che ne’ primi tempi 1’elercizj della religione, non si
faceano che da capi di famiglia, perché quefio fàcevasi per una pura necelfità,
non efièndovi allor altro da cui efèrcitar si potefiero, non ne possiam noi,
che siamo in un altro stato inferirne niuna cosà di buono, in guisa che
quantunque e’ Aggiungano di vantaggio che da quelli pafiàti fodero nell’
instituzione delle società civili a’ regnanti, ciò come colà che non è da altro
sostenuta che da conghietture non deve far in noi niuna impresone. Imperocché
dalla lezzione della storia egli s’imprende al contrario che tutte le nazioni
del mondo, e tutti i popoli della terra salvo alcuni pochi che non fi vaifero
della religione, che per frenar la plebe e per teziar la lor ambizione, ebbero
due potenze diverte, l’una per lo buon regolamento di quelle cose, che a questa
apparteneano, e l’altra per lo buon governo di quelle che riguardavano teltanto
l’ellerior della lor tecietà. E III. Finalmente avvegnaché i diflui bi, e le
rivolte molte in alcun regno tetto pretefio di religione siano fiate le più
perniciofe del Mondo ; a ogni modo, come la fipria lo c’integna, la caute, e il
motivo principale di quelle, non fu, che l’ambizione, e le pafiìoni
de’cittadini; Chi averebbe mai teguito nella Germania, per parlar de’tempi a
noi più profiìmi, l’anfanie di LUTERO e la sua malvaggia ‘dottrina’, se pur
ella è meritevole di un cotal nome, te buona parte della plebaglia dal guadagno
e dal buttino ed alcuni principi dall’odio eh’ e portavno alla casa d’Austria,
non vi fofier tratti, ovvero dalla libertà di coteienza e dalla lascivia
rifpinti? Ma egli mi tembra aver di già trateorte te non tutto, almanco il più
importante di quel, che ci propofòmo da trattare, il perchè non essendo più ora
da favellarne, riterbaremo il tettante ad un’altra più agiata opportunità.
EMINENTISSIMO SIGNORE. f G T ?^^TV M TP a ? re in ^ tede. nfìima Citta,
fupplicando efpone a Voftra Eminenza, come dentiera lampare un libro eh’ ha n*
r titolo: De principj J e l Dritto ^aiutale di Giano.’uleppe Origlia, P. j e
perciò fupplica cornar terne la nvdione, e l’averà a grazia, ut Deus &c
Reverendiis Dominiti D.Januarius Verelius e ri' C.thfaUs Vicari, C.ra,T“lcfrt
refirT{ COea,t EX ‘,m ‘" a ‘ ar Siedali, rcvidear, £ 7 ... Dat x l ; m,
Napoli J DepZ. NlCO aUS 7 ° rntts E W C - ^chadiopof: Canon. EMINENTISSIME
PRINCEPS. 0 P xr ’qU ? d inCcrlb ^ur, Trinchi del Dritta di quod^fideì^ ’ at f
ente ..! e §i > nihijque in eo expenq od ndei, vel moribus adverletur Ano a
typis volgari polTe cenfeo . a£IVerIetUr • de re £ J^tum Napoli fe c£iZ" m
&££. Napoli Deput. 1 TornttS fy’fc- drchadiopol. Canon. S.R.M. Sa Ra Ma
Giovanni di Simone Stampatore supplicando umilmente efpone a V. M», come
defidera (lampare un libro intitolato: De * Principi ilei Dritto Naturate,
Trattenimenti JV. di Giangiufeppe Origlia, Panlino; Ricorre per tanto da V.M. e
la (applica degnarli concedergliene la licenza, e Pavera a grazia, ut Deus etc.
Vtriufque Jurìs DoBnr Jofephus Cyrillo in hac Regia Sttùlorum Vniverfìta/e
rrofejjor revide at 9 é*. jn fcriptis referat. Napoli C. GALIANUS ARCHIEP.
THESSAL. ILLUSTRISSIMO SIGNORE. NeI saggio di D Giangiufeppe Origlia
De’prìncipi del Dritto NATURALE; non è cosa, che offenda i diritti del Rs,o’l
buono e cìvil coftume: anzi riluce in esso la pietà non meno che l’ingegno del
dotto autore; onde stimo che si possa pubblicar colle stampe se altrimenti non
istima V. S. 111 e Rever e le bacio col debito ofl’equio le mani . Di Casali
Degnifis. ed Obbhgatifs. Servidore Giuseppe Pasquale Cirillo, Napoli. Viso
regali refcripto fub die ?o. proximi elapfi menfì ac approbatione fatta ordine S.R^M.de
commijjìone Reverendi Re gii Cappellani Afa joris a magnìfico V.J. D. D.JoJepho
Pafcbali Cyrillo. Pepali! Camera Santta Clara providet, decerni t, ntque
mandat, qund imprimatur cum infertafor ma prafentis fupplicis libelli, ópou, V.
not. not. N. e per via e’ per, ETXEIPIATÒR, * 4 p. ETXEIPIAION Non che
imaginano non è che, ìfcorger, pag. 161. ricorrer, e. netto, pag. 162. inetto,
li pefi li pefci e doloro ibid. elfo loro azzioni azioni metter liin metterli
in; da Giureconfulti de dal del cónvengha convenga, didelfo diftefo, delle
morali, pao. della buona morale, fia fia, obbligo obbligo, dimenticàffero
dimenticaflsro fi fi, quel che noi diciamo ma fol quando nói tex: ur ° a, ™ n
°Deo Dio obìgat, ilici, oblìgAt, quid erìt de exit de, Confifterla confifter la
prima, t ed un altro ad un piantai giammai. fi (labili fi flabill . di altri da
imparaccio Imbarazzo foprabondanti foprabbondanti, oltre modo altro modo flato
d’ occafione è flato, paragonandole quelle a quelle venga venga in una in una
focietà in una focietà Lattanzio che fi Lattanzio fi ammonifcha, ammonifea in
nulla ad offender,nulla offendere Qualiier mulìer mulier liiber mulier liberi
dos dicit di ci tur, leggi contrarie fontuarie per veruta verità. Tempre mai
congiungere e congiungere „ avende avendo, dilcoprj difeopri Non abbiam notato
qui, che gli errori li pit\ essenziall e Cll m aooìrkr rim *% a 1. come doppi
punti etc. non polli dove lì doveano, lì fpera che ilmrttfe leggitore non averi
difficultà di plrdo- [AVVISO DELLO STAMPATORE al lettore. l’autore oltre molte
altre varie, e diverse opere, eh’ ha intendimento di dar al pubblico di vario,
e diverte genere di letteratura, e tra l’ altre una, eh’ ha per titolo: Jurii
Canonici ac civilis praleBiones criticai in duóbtti voluminibus congejìa; incorni
ncerà ora l’edizione d’un altra intitolata: Varti, e mejlieri deferitti, con
ogni efattezM tofpbile, e ridotti a lor veri e proprj principi. Opera
utilissìma per coloro che bramano coltivare la teienza dell’ arti ed averne di
tutte una qualche cognizione. il collo diciateun Tomo, che conterrà de’ Rami,
per l’afiociati farà di carlini 7 e per gl’ altri di. Nome compiuto: Giovanni
Giuseppe Origilia Paolino. A. Paolino. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Paolino” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Paolino.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Papi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
nella scuola di Milano – filosofia italiana – Luigi Speranza (Trieste).
Filosofo italiano. Trieste, Friuli-Venezia Giuli. Grice:
“Papi’s ‘parola incantata’ is ambiguous, as ‘charmed word’ is, “Apriti Sesamo”
is Two words, and they charm, they are not charmed! “Abracadabra” may
be different!” -- essential Italian philosopher. Studia a Milano e Stresa. Insegna a Pavia. Politicamente
attivo nella corrente lombardiana del partito socialista italianoI, segue un
percorso che lo ve varcare le porte del Parlamento ed assumere la
vice-direzione e poi la direzione dell'Avanti! Sospettando un aumento del
tenore affaristico nella politica così come lui stesso dichiara in
un'intervista abbandona bruscamente la filosofia e si dedica alla filosofia. Fonda
“Oltrecorrente”. Saggi: “Filosofie e società. Marx risponde a Veca, prende le
distanze da Engels e rende omaggio a Papi. E’ questa un delitto clamoroso
che tenne le cronache dell’epoca deste anche per lo spessore di chi lo compì:
Francesco Starace assassino evasore e falsario. Cugino del gerarca fascista
Achille Starace. l’ing. Giovanni Castelli, di Busto Arsizio, industriale in
maglieria, vedovo e padre di un bambino, si recò a Milano. Ma la notte non
rincasò. Il giorno successivo giunge ai familiari un telegramma nel quale il
Castelli li informava che andava a Bologna per affari. Il telegramma era
firmato Giovanni, mentre per solito il Castelli si sottoscriveva Gianni. Questo
particolare e la mancanza di altre notizie indussero il padre del Castelli a
recarsi a Milano per rivolgersi alla polizia. Venne accertato che il telegramma
era falso. Del Castelli nessuna traccia. Il 9 febbraio Maria Mazzocchi, venne
mandata dal suo convivente Francesco Starace a ritirate un ombrello che aveva
dimenticato al Miralago, la Venezia dei Milanesi, in via Ronchi 24. Il custode
la fece entrare, considerato che l’inverno il Miralago era chiuso al pubblico.
La Mazzocchi recatasi nel locale indicatole dallo Starace trovò il corpo di un
uomo morto riverso sul pavimento: era il Castelli. Aperta l’inchiesta e
identificata la vittima emerse che la stessa era conosciuta agli Starace perchè
frequentava il Miralago. La pubblicità del Miralago in piazzale
Loreto, all’inizio di via Porpora Ma non solo. Francesco Starace e
Giovanni Castelli si frequentavano perchè avevano un’amicizia in comune:
Biasin. Starace aveva avuto rapporti con lei ancora sedicenne e il Castelli la
concupì in un boschetto del Miralago: Lidia li aveva fatti incontrare perché
entrambi, all’epoca, erano nel ramo maglieria. Lo Starace, ormai fallito,
doveva 12.000 lire al Castelli. Nelle more dell’inchiesta – secondo la
ricostruzione fattane dallo Starace – lo stesso avrebbe invitato il Castelli al
Miralago per ricordargli le sue condotte nei confronti della Biasin e che per
questo doveva pagare. La ricattatoria pretesa degenerò in una colluttazione che
ebbe come suggello l’esplosione di due colpi di pistola sparati dallo Starace
contro il Castelli. Caso volle che alla scena iniziale assistette il garzone di
un lattaio che indicò di avere udito anche degli spari. L’arma era in dotazione
in un cassetto del locale ristorante. Ma oltre ad essere accusato di omicidio
lo Starace derubò la vittima del portafogli, dell’anello, di una penna
stilografica in oro tanto che nè il denaro – il Castelli doveva avere con sé
almeno 10.000 lire – nè gli oggetti di valore furono mai trovati. Da subito lo
Starace sostenne che la sottrazione di tali oggetti era stata fatta per creare
l’apparenza di una rapina ciò non di meno fu accusato di rapina In Assise i
legali di Francesco Starace cercarono di ottenere l’infermità mentale
dell’assistito con l’aiuto di tre dottori: il dott. Moretti Foggia aveva avuto
in cura un fratello dello Starace per paralisi infantile; il prof. Medea ebbe
in cura uno zio dell’imputato affetto da una grave forma di deperimento
nervoso; il prof. Pini curava una zia dell’accusato affetta da psicosi
malinconica. Nessuno degli avvocati della difesa, stranamente, parlò del più
noto dei parenti dell’inquisito: quell’Achille Starace ormai caduto in
disgrazia anche agli occhi di MUSSOLINI. La Corte respinse le tesi dei luminari
volta a sostenere una certa propensione patologica nella stirpe dello Starace e
inflisse all’imputato 30 anni di carcere. Inviato a Roma per espiare la pena lo
Starace offrì la sua collaborazione ai tedeschi e riuscì a ottenere la libertà.
In carcere era entrato in contatto con alcuni falsari. Ricercato perché aveva
intrapreso la remunerativa attività in Riviera venne arrestato a Milano per
essere tradotto a Genova. Ma mentre veniva condotto a Genova ammorbidì la sorveglianza
di uno dei custodi con un bel po’ di milioni, ritrovandosi di nuovo libero.
Subito strinse relazioni con gente che riuscì a spacciare circa 8 milioni
di AM-lire, in biglietti da 1000, nonché carte annonarie italiane e svizzere,
clichés per la stampa di biglietti da 100 lire. Il nuovo Corriere della
Sera titolava a pag. 2 Era la prima volta che il giornale faceva
esplicito riferimento a una consanguineità tra Francesco Starace e Achille
Starace. Addirittura si dilungò oltre a indicare che nella stamperia erano
stato trovato materiale copioso tra Allo Starace fu inflitta una
pena di 22 anni, per l’attività di falsario. Ma tale condanna non ebbe effetto
poiché, in sede di esecuzione, gli fu computata la pena più grave
comminatagli per il delitto del Miralago.1) Maria Mazzocchi, separata, fu impiegata
come cassiera da Francesco Starace, allora caposala del Motta di piazza Duomo.
A seguito del verificarsi di frequenti ammanchi di cassa, dei quali fu
sospettato lo Starace, furono entrambi licenziati. Starace, nato a Napoli, ex
caposala del Motta di piazza Duomo, e figlio di Starace gestore del Miralago.
Separato. Dopo essere stato licenziato dalla Motta il padre gli aprì una
bottiglieria ma abbandonò il negozio per impiantare un’industria di maglieria. “La parola incantata”. Nome compiuto: Fulvio
Papi. Papi. Keywords: il fascismo, il veintennio fascismo, filosofi fascisti,
enciclopedia di filosofia, filosofia e societa, la scuola di Milano, fascismo,
Giordano Bruno, fRefs.: Luigi Speranza, “Grice e Papi” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi
Speraza: GRICE ITALO!; ossia, Grice e Papineau – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Como). P. was born in Como, Italy, where my father was
working after the war. My family traveled around when I was young. I went to
schools in Trinidad, Lancashire and London, before spending twelve years in
Durban, South Africa from 1956. I attended Isipingo Beach Government School,
Durban High School, and finally the University of Natal, where I studied
mathematics and statistics for four years. In 1968 I returned to England to
study philosophy at Cambridge. I did a second undergraduate degree in two
years, and then a PhD on conceptual change and scientific rationality. My first
philosophy job, in 1973, was at the University of Reading, where I lectured on
the philosophy of social science in the Department of Sociology. After four
years I left to join the Department of Philosophy at Macquarie University in
Sydney. In 1979-80 I held a one-year post at in the Philosophy Department at
Birkbeck College in London and then lectured for the next decade in the
Department of History and Philosophy of Science at Cambridge. In 1990 I joined
the Department of Philosophy at King's College London as Professor of
Philosophy of Science. From 2015 until 2020 I spent the second half of each
academic year at the Graduate Center of the City University of New York. I was
President of the British Society for Philosophy of Science for 1993-5,
President of the Mind Association for 2009-10, and President of the
Aristotelian Society for 2013-14. Nome compiuto: David Papineau.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Papirio: la ragione conversazionale e l’orto
romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A member of the Garden, and friend of CICERONE’s. CICERONE
writes a letter to him in which he rebukes P. for ‘his use of obscenities’.
Grice: “In my vernacular: ‘Fuck, you do swear, man!’! -Papirio Peto.
Luigi Speranza -- Grice e Pareyson:
implicatura conversazionale – implicare, impiegare, ed interpretare – liberalismo,
risorgimento, fascismo – la scuola di Piasco -- filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Piasco).
Filosofo italiano. Piasco, Cuneo, Piemonte. Linceo. Nato da genitori entrambi
originari della Valle d'Aosta, si laurea a Torino con una tesi dal titolo “Esistenza”
– su Jaspers, che poi venne pubblicata all'editore Loffredo di Napoli. Compe
spesso viaggi di studio in Francia e in Germania, dove ebbe modo di conoscere
personalmente Maritain, Jaspers eHeidegger. Si fece notare dai più
importanti filosofi del tempo, tra i quali Gentile. Allievo di Solari e Guzzo, dopo aver seguito in Germania
i corsi di Jaspers, insegnò filosofia al Ginnasio Liceo Cavour di Torino e al
liceo di Cuneo, dove ebbe come allievi alcuni futuri esponenti della Resistenza
italiana, tra i quali Revelli e Vivanti. Fu arrestato per alcuni giorni, in
seguito agì egli stesso nella Resistenza, insieme con Bobbio, Ferrero,
Galimberti e Chiodi, continuando a pubblicare anonimamente articoli. Nel
dopoguerra insegnò al Gioberti e in vari atenei tra cui Pavia e Torino dove, conseguito
l'ordinariato. Fu accademico dei Lincei e membro dell'Institut international de
philosophie, oltre che direttore della Rivista di estetica, succedendo a Stefanini
che la fondò a Padova. Ha molti
allievi, fra cui Eco, Vattimo, Tomatis,
Perniola, Givone, Riconda, Marconi, Massimino, Ravera, Perone, Ciancio, Pagano,
Magris e Zanone, segretario del Partito Liberale Italiano, ministro della Repubblica
e sindaco di Torino. Considerato tra i maggiori filosofi, assieme a Abbagnano
fu tra i primi a far conoscere l'esistenzialismo, facente capo principalmente
ad Heidegger e Jaspers, e a riconoscersi in questa visione (La filosofia dell'esistenza
e Jaspers), in un quadro dominato dal neo-idealismo. Si dedica anche a dare una
nuova interpretazione dell'idealismo non
più in chiave hegeliana (Fichte), individuando in Schelling un precursore a cui
l'esistenzialismo doveva la propria ascendenza, sostenendo che «gli
esistenzialisti autentici, i soli veramente degni del nome, Heidegger, Jaspers
e Marcel, si sono richiamati a Schelling o hanno inteso fare i conti con lui L’'esistenzialismo
anda ripreso in chiave ermeneutica. Considera la verità non un dato oggettivo ma
come interpretazione del singolo, che richiede una responsabilità soggettiva.
Chiama la propria posizione personalismo ontologico. Si è dedicato anche a
ricerche storiografiche, individuando nella filosofia post-hegeliana due
correnti, riconducibili rispettivamente a Kierkegaard e a Feuerbach, e che
sarebbero sfociate rispettivamente nell'esistenzialismo e nel marxismo.
Il suo percorso filosofico ha attraversato principalmente tre fasi:
una più propriamente esistenzialista, attestata cioè su un esistenzialismo
personalistico, in dialogo con Kierkegaard, che riconosca come la comprensione
di sé stessi è resa possibile solo dalla propria relazione con l'Altro; una
seconda incentrata sull'ermeneutica, ossia nel farsi strumento di
interpretazione della verità, volgendosi ad una comprensione ontologica delle
condizioni inesauribili dell'esistenza, che ripercorrendo Heidegger si tramuta
da angoscia del nulla in ascolto dell'Essere; l'ultima che si richiama a
un'ontologia della libertà, più vicina a Schelling, ritenuto un filosofo talmente
attuale da essere persino post-heideggeriano, la cui interpretazione può essere
innovata a partire da Heidegger proprio perché Heidegger ha avuto Schelling
all'origine del suo pensiero. Rreinterpreta le tre fasi del suo pensiero alla
luce del passaggio dalla filosofia negativa a quella positiva di Schelling,
ossia il momento in cui la ragione, prendendo atto della propria nullità, si
apriva allo stupore dell'estasi, in una maniera non necessaria né automatica,
bensì fondata su una libertà che non esclude tuttavia la continuità. Solo
ammettendo questa libertà si può approdare da una filosofia puramente critica,
negativa, ad una comprensione dell'esistenza reale, oltre che della possibilità
del male e della sofferenza. Il discorso sulla negatività non sarebbe
affatto completo se non si parlasse della sofferenza, ma dato che la sofferenza
è non solo negatività, ma è una tale svolta nella realtà che capovolge il
negativo in positivo, questo fa già parte di quella tragedia cosmo-te-andrica –
cosmos, theios, aner -- che è la vicenda universale. Migliorini et al., Scheda
sul lemma "P.", in Dizionario d'ortografia e di pronunzia, Rai Eri, Per
gli accenni biografici di questa sezione, si veda Vattimo, Dizionario
Biografico degli Italiani, come anche la biografia presente in centrostu di
pareyson. Regolo, A Torino Gadamer ricorda P., Repubblica, Cfr. Schelling, in
«Grande antologia filosofica», Milano, Marzorati, Palma Sgreccia, Una filosofia
della libertà e della sofferenza, Milano. Offrì un'interpretazione del proprio
percorso filosofico nell'iEsistenza e persona. Tomatis; “Escatologia della
negazione” (Roma, Città Nuova. cit. in: Roselena Di Napoli, Il male – cf.
Grice, “ill-will” --. Roma, Gregoriana, Tomatis. Altri saggi: “La filosofia
dell'esistenza” (Napoli, Loffredo); “L’esistenzialismo” (Firenze, Sansoni); “Esistenza
e persona” (Torino, Taylor); “L'estetica idealista del fascismo” (Torino,
Filosofia); “Fichte, Torino, Edizioni di «Filosofia); “Estetica. Teoria della
formatività, Torino, Filosofia); “Teoria dell'arte, Milano, Marzorati, I
problemi dell'estetica, Milano, Marzorati); “Conversazioni di estetica, Milano,
Mursia, Il pensiero etico” (Torino, Einaudi); “Verità e interpretazione,
Milano, Mursia); “L'esperienza artistica, Milano, Marzorati, Schelling, in Grande antologia filosofica, Milano,
Marzorati); “Filosofia, romanzo ed esperienza religiosa, Torino, Einaudi, La
filosofia e il problema del male, in Annuario filosofico, Filosofia
dell'interpretazione, Torino, Rosenberg); Kierkegaard e Pascal, Givone, Milano,
Mursia); “Filosofia della libertà, Genova, Melangolo); Ontologia della libertà.
Il male e la sofferenza, Torino, Einaudi. Le "Opere complete" sono
pubblicate a cura del "Centro studi filosofico-religiosi P.", Mursia,
Milano. Interviste principali Se muore il Dio della filosofia, Sbailò,
“Il Sabato”, anno Io, filosofo della libertà, Righetto, “Avvenire” Mario
Perniola, "Un'estetica dell'eccesso: Luigi Pareyson", in Rivista di
Estetica, Rosso, Ermeneutica come ontologia della libertà. Studio sulla teoria
dell'interpretazione di P., Milano, Vita e Pensiero, Francesco Russo, Esistenza
e libertà. Il pensiero di P., Roma, Armando, Furnari, I sentieri della libertà.
Milano, Guerini e associati, Chiara, L'iniziativa. Genova, il melangolo, Ciglia,
Ermeneutica e libertà, Roma, Bulzoni Editore, Tomatis, Ontologia del male, Roma,
Città Nuova Editrice, Ciancio, L’esistenzialismo, Milano, Mursia Editore, FTomatis, pareysoniana, Torino, Trauben Edizioni, Les
Cent du Millénaire, Aosta, Counseil régional de la Vallée d'Aoste et Musumeci
Éditeur, Conti, La verità nell'interpretazione. L'ontologia ermeneutica, Torino,
Trauben Edizioni, Pareyson. Vita,
filosofia,, Brescia, Morcelliana, Musaio,
Interpretare la persona. Sollecitazioni. Brescia, Editrice La Scuola, Palma
Sgreccia, Una filosofia della libertà e della sofferenza, Milano, Vita e
Pensiero, Bubbio, Coda, L'esistenza e il logos. Filosofia, esperienza
religiosa, rivelazione, Roma, Città Nuova Editrice, Bartoli, Filosofia del
diritto come ontologia della libertà. Formatività giuridica e personalità della
relazione, Roma, Nuova Cultura, Giudice, "Verità e interpretazione,” Atti
dell'Accademia peloritana dei Pericolanti, TreccaniEnciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. BeWeb,
Conferenza Episcopale Italiana. Opere open
MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere Dizionario di filosofia Centro studi
filosofico-religiosi P. Pubblicazioni e
critica Centro studi filosofico-religiosi orino. vita e pensiero
Gianmario Lucini, sito "filosofico.net". Nome compiuto: Luigi
Pareyson. Pareyson. Keywords: implicare ed interpretare, “Liberalismo,
risorgimento, fascismo” – la filosofia politica fascista, la morale fascista,
Pareyson e Gentile, fascismo, I saggi anonimi di Pareyson, ‘Liberalismo,
risorgimento, fascismo’ ---- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Pareyson” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Parinetto:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale ed alchimia – la
bucca del culo – la scuola di Brescia -- filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Brescia).
Filosofo italiano. Brescia, Lombardia. Grice: “Parinetto implicates, “Are
witches women?” “Sono donne le
streghe?” Grice: “The question may be rhetorical but it ain’t – since Italian
allows for “lo strego,” and “lo stregone.”” Ha insegnato a Milano. Nella sua opera convergono
tanto lo studio delle filosofie orientali (fu traduttore del Tao Te Ching di
Lao Tzu) che influenze di pensatori sia classici, come (Eraclito, Nietzsche e
Marx), sia contemporanei della filosofia occidentale, quali Deleuze e Guattari.
È considerato uno degli interpreti eterodossi del marxismo. Particolarmente
importanti sono state le sue analisi sulle persecuzioni dei movimenti ereticali
e sulla stregoneria, nella cui repressione legge il tentativo di annichilimento
di qualsiasi diversità sociale da parte del potere (non solo religioso ma anche
economico e culturale). Ha contribuito, spesso, con queste sue analisi, alla
comprensione dell'emarginazione di tutte le istanze sociali e culturali
minoritarie, non solo del passato ma anche contemporanee. Altro tema centrale
dell'opera è l'alchimia, intesa come sapere contrapposto alla scienza moderna e
volto alla trasformazione dell'umano anziché del sociale. Ha anche una profonda
cultura musicale, tanto da essere stato collaboratore di “L'Eco di Brescia” come
recensionista. Fu anche collaboratore del periodico La Verità (organo della
federazione bresciana del PCI). È in via
di costruzione, presso la biblioteca di Chiari, la Fondazione Parinetto, che
raccoglie la sua vasta produzione. Saggi: “Alchimia e utopia, Pellicani”
(Mimesis); “Corpo e rivoluzione in Marx, Moizzi-contemporanea, Faust e Marx,
Pellicani” (Mimesis); “Gettare” (Mimesis); I Lumi e le streghe, Colibrì, “Marx:
sulla religione, La nuova Italia, “ Il ritorno del diavolo” (Mimesis,” La
rivolta del diavolo: Lutero, Müntzer e la rivolta dei contadini in Germania, Rusconi);
“La traversata delle streghe nei nomi e nei luoghi e altri saggi, Colobrì, “Magia
e ragione” Nuova Italia, Marx diverso
perverso, Unicopli, Marx e Shylock, Unicopli, Né dio né capitale” (Contemporanea,
“Nostra signora dialettica” Pellicani, Processo e morte di Bruno: i documenti, con un
saggio, Rusconi, Solilunio: erano donne le streghe?, Pellicani, Sulla
religione, Nuova Italia, Streghe e potere: il capitale e la persecuzione dei
diversi, Rusconi. Curatele e traduzioni Jakob Böhme, La vita sovrasensibile.
Dialogo tra un maestro e un discepolo, Mimesis, Bruno, La magia e le ligature,
Mimesis, Cusano, Il Dio nascosto, Mimesis, Dickinson, Dietro la porta, liriche scelte, Rusconi, Eraclito, Fuoco non
fuoco, tutti i frammenti, Mimesis, Rime sulla morte, Mimesis, Hegel e Hölderlin,
Eleusis, carteggio, Mimesis); Il teatro della verità. Massoneria, Utopia,
Verità, Mimesis, Angelus Silesius, L'altro io di dio, Mimesis, La via in cammino: Tao Te Ching, La vita (Felice,
Milano); Voltaire, Stupidità del cristianesimo, Stampa Alternativa, Vedi per
esempio Una polemica sulle streghe in Italia, riferimenti in. Vedi per esempio la recensione a I Lumi e le streghe Vedi di Renzo Baldo Cfr. Fondazione Micheletti Catalogo Emeroteca,
su //musil.bs. Movimenti ereticali medievali Stregoneria. Biografia da Nicoletta
poidimani Biografia da zam, su zam. Una
polemica sulle streghe in Italia -- nel
sito della ARFISAssociazione per Ricerca e Insegnamento di Filosofia e Storia. Nome
compiuto: Parinetto. Keywords: etymologia araba d’alchimia, processo e morte di
Bruno, massoneria, eretico, alienazione, la bucca del culo, anale, analita, il
falo, il pene, quando l’ano appare (da fece) – metafora – da fece in vece del
falo, Bruno, de magia, trattati di magia, processi a Bruno, gl’antichi romani,
I corpo e la revoluzione fascista – il veintennio fascista e l’analita -- Refs.:
“Grice e Parinetto” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Parisio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di Cicerone – la scuola di Figline Vegliaturo –la prammatica
come retorica conversazionale – Leech -- filosofia calabrese -- filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Figline Vegliaturo). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Figline
Vegliaturo, Cosenza, Calabria. Grice: “I like Parisio; he focused on rhetoric,
as every philosopher should!” Come
molti filosofi italiani senza titolo nobiliario, ha una vita errabonda. Dopo
aver fatto un viaggio di studio a Corfù, ritorna in patria dove apre una
scuola. Si trasfere a Napoli dove ottenne cariche e favori dal re Ferrandino.
Risiede per qualche tempo a Roma per poi trasferirsi a Milano dove sposa la
figlia del filosofo CALCONDILA (si veda). Dopo aver abitato a Vicenza, Padova e
Venezia, torna a Cosenza, dove fonda l'accademia. Recatosi a Roma, invitato da Leone
X, vi insegna nell'accademia di Pomponio e nell'archiginnasio. Rimame a Roma fino
alla morte di Leone X, dopo di che
ritorna definitivamente a Cosenza. Saggi: ORAZIO Ars poetica, cum trium
doctissimorum commentariis; Acronis, Porphyrionis. Adiectæ sunt præterea
doctissimæ Glareani adnotationes. Lugduni veneo: a Philippo Rhomano); ORAZIO FOmnia
poemata cum ratione carminum, et argumentis vbique insertis, interpretibus
Acrone, Porphyrione, Mancinello, necnon Iodoco Badio Ascensio viris
eruditissimis. Scoliisque Politiani, M. Sabellici, Coelij Rhodigini, Pij,
Criniti, Manutij, Bonfinis et Bononiensis nuper adiunctis. His nos præterea
annotationes doctissimorum Thylesij, Robortelli, atque Glareani apprime vtiles
addidimus; Sipontini libellus de metris odarum, Auctoris vita ex Crinito. Quæ
omnia longe politius, ac diligentius, quam hactenus excusa in lucem prodeunt;
Index copiosissimus omnium vocabulorum, quæ in toto opere animaduersione digna
visa sunt, Venezia: apud Bonelli, Claudianus, Claudianus De raptu Proserpinæ:
omni cura ac diligentia nuper impressus: in quo multa: quæ in aliis hactenus
deerant: ad studiosorum utilitatem: addita sunt: opus me Hercle aureum: ac
omnibus expetendum, Venezia: Lessona, Viani eRosso, Clausulæ, CICERONE ex
epistolis excerptæ familiaribus: ac in sua genera miro ordine digestæ: plenæ
frugis: et ad perducendos ad elegantiam stili pueros vtillimæ et recensuit et
approbauit, Vicenza: per Mariam eius. F., VALERIO MASSIMO Priscorum exemplorum
libri: diligenti castigatione emendati: aptissimisque figuris exculti: cum
laudatis Oliverii ac Theophili commentariis: Barbari: Merulæ: Sabellici:
Rhegii: multorumque præterea novis observationibus: indiceque mirifico per
ordinem literarum: ad inveniendas historias nuper excogitato: alteroque in usum
grammaticorum ad vocabula rerumque cognitionem, Venezia, Zanis de Portesio,
Habes in hoc volumine lector optime divina Lactantii Firmiani opera nuper
accuratissime castigata: græco integro adiuncto, eiusdem Epitome, carmen de
Phœnice, Carmen de Resur. Domini. Habes etiam Chry. de Eucha. quandam expositionem
et in eandem materiam Lau. Vall. Sermonem habes Phi. adhorationem ad Theodo. Et
adversus gentes TERTULIANO Apologeticum, Venezia: arte et impensis Tacuini fuit
impressum,); “RHETORICÆ BREVIARIVM ab optimis utriusque linguæ auctoribus
excerptum; Liber de rebus per epistolam quæsitis. Tetrastichon de hoc P. alijsque quibus poetas
illustrauit libris., Adiuncta est Campani QVÆSTIO VIRGILIANA excudebat
Stephanus, illustris viri Fuggeri typographus, Andreotti, Storia dei cosentini,
Napoli, Marchese;Lepore, Per la biografia’ Biblion, Episcopo, Fondatore
dell'Accademia a Cosenza, Pellegrini, A. Frugiuele, Dubbi ed ipotesi sui suoi
natali, Il Letterato: rassegna di letteratura, arte, scuola fondata e diretta
da Pellegrini, Accademia di Cosenza, Treccani Dizionario biografico
degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Indice. A quibus primumd C
inventa RHETORICA et celebrata; qualis primu apud athenienses eloquentia e usus
ac stadium; QVALE PRIMV APVD ROMANOS; quid sit rhetorica, quid inter rhetorica
et Dialectice AnFSietoricaiitars, quod utilis sit rhetorica; sit 'nc ars
necessaria; Quæ præftarc oporteat rhetorica; Quales eifedel eant rhetoriesecan
didati quæ fdre eos oporteat ti»it; quod sit officium rhetoricæ; quid inter
oficium dC finem; quis rhetoricæ finis; quæ materia; De civilib quad faonibus,
SC earuhi generibius; De circunstanda quæ facithypOi», the fim; De tribus
generibus causar; partes RHETORICÆ qumqi; De inventione. Zo; Qufco trover fiæno
confidat zi 4z De constitutione zz»4 Quod sint costitutioncs, etquf; De statu
comecdurah de datu definitivo, de datu generali, de datu translativo ex plurib
conditutionibus quomcH do prmdpale quis inuemat quæ causa dmplexfit iuneda quæ
con^ zp.do, de quæstione, ratione, indicatione et argumento, PARTES ORATIONIS;
de genere deliberativo; genus demonsratiuunit; genus iudiciale. Figlio da
Tommaso, giureconsulto e consigliere del senato napoletano, e Pellegrina
Poerio. Ha come primo mæstro Pedacio, che lo avvia alla conoscenza del latino.
Si trasfere a Lecce, dove il padre e stato nominato governatore, e intraprese
lo studio del greco sotto la guida diStiso. Si reca Corfù per frequentare la
scuola di Mosco, dove perfeziona la conoscenza del greco. Rientrato a Cosenza,
frequenta le lezioni di Acciarini. Ha certamente una formazione giuridica, sollecitata
dal padre, di cui resta traccia nel VOCABOLARIO LEGALE, Napoli, Biblioteca, un
elenco alfabetico di quesiti giuridici tratti dai giureconsulti romani antichi.
Ma l’interesse per il diritto e le istituzioni politiche antiche deriva a P.
anche dalla frequentazione di Pucci, allievo di Poliziano a Firenze, attivo a
Napoli. Si trasfere a Napoli ma i suoi contatti con Pucci e con l’ambiente
culturale napoletano risalivano a qualche anno prima. Invitato a tenere lezioni
sulle “Silvæ” di STAZIO (si veda) e nell’occasione pronuncia l’orazione “Ad
patricios neapolitanos”, nella quale elogia Pontano. Alla frequentazione
dell’ambiente pontaniano risale probabilmente l’adozione del nome latino.
Nominato da Ferdinando I d’Aragona mæstro di camera e ricopre incarichi nella
cittadina calabrese di Taverna e a Lecce. E in rapporti di amicizia con
Ferdinando II (Ferrandino), come evidenziano una lettera a lui indirizzata e
l’epicedio in versi per la morte della madre, Ippolita Sforza. È probabile che
segue Ferrandino nella fuga da Napoli occupata da Carlo VIII e poi nella
riconquista del Regno. Dopo la morte di Ferrandino e la salita al trono di
Federico I si trova coinvolto in intrighi di corte e prefere abbandonare Napoli
per trasferirsi a Roma. Arrivato a Roma segue le ultime lezioni di Leto e si
lega ad Inghirami, che gli fa assegnare l’insegnamento di oratoria nello studio
romano. In seguito all’uccisione di due suoi allievi, implicati nelle trame che
accompagnarono il pontificato di Alessandro VI, decide di abbandonare Roma e di
trasferirsi a Milano. Nella città lombarda trova alloggio e occupazione nella
scuola di Minuziano. Collabora ad alcune edizioni date alle stampe da Minuziano
e scrisse epigrammi contro due suoi avversari, Ferrari, docente di eloquenza
nella scuola milanese, e il corso Nauta. Si trasfere presso Cotta, che gli da
l’opportunità di aprire una scuola propria e che forma con lui un sodalizio
editoriale. L’allontanamento da Minuziano provoca polemiche e scambi d’accuse,
di cui danno testimonianza le tre orazioni di P. in Alexandrum Minutianum.
Sposa la figlia di CALCONDILA, che insegna greco a Milano. Sono allievi di P. a
Milano, oltre a COTTA (si veda), anche il figlio di Demetrio, Teofilo
CALCONDILA, Alciato, Giovio, che scrive su biografia nei suoi Elogia, e il
figlio di Poncher, vescovo parigino all’epoca presidente del senato milanese. E
grazie a Poncher che ottenne la cattedra di eloquenza lasciata vacante da
Ferrari, fuggito da Milano dopo la caduta di Ludovico. La polemica con
Minuziano, dopo una temporanea riconciliazione, si riaccese in un contesto
politico meno favorevole a lui, in seguito alla sostituzione di Poncher con
Charles. A quest’ultimo Minuziano dedica l’edizione di LIVIO data alle stampe,
per la quale P. accusa l’avversario di aver plagiato le proprie lezioni su
questo autore. La polemica degenera in una campagna denigratoria nella quale
Minuziano e affiancato da Ferrari, rientrato a Milano, Nauta e Panato da Lodi.
Replica sotto lo pseudonimo di Furius Vallus Echinate in un opuscolo stampato a
Legnano da Giacomo assieme con la ri-edizione del commento a Claudiano. Oggetto
anche di un’aggressione fisica accetta l’offerta di Trissino, allievo di
Calcondila e si trasfere a Vicenza. Pubblica numerosi saggi: il commento al De
raptu Prosperpinæ di Claudiano; i carmi di Prudenzio e il Carmen Paschale di
Sedulio, ambedue nella tipografia di Signere e con il contributo dei Cotta.
Ancora presso Scinzenzeler e con una prefazione di Cotta, il “DE VIRIS
ILLVSTRIBVS VRBIS ROMAÆ, una delle compilazioni tardo-antiche trasmesse sotto
il nome di Aurelio Vittore, che attribue a Cornelio Nepote. Minuziano pubblica
lo stesso testo fra le opere di SVETONIO -- il “Libellus de regionibus urbis
Romæ, Scinzenzeler, una versione interpolata della Notitia regionum urbis Romæ,
che attribusce a un inesistente Publio Vittore. Le iniziative editoriali sono accompagnate
dalla ricerca di codici antichi. Nell’edizione di Sedulio dichiara di aver
utilizzato un antico codice scoperto in un monastero. A un codice di P. fa
riferimento Calcondila nell’edizione di Valerio Massimo a Legnano da Giacomo
con commenti dello stesso P. e di altri. Riusce a impadronirsi anche di alcuni
dei manoscritti bobbiesi scoperti da Merula oggi nella Biblioteca nazionale di
Napoli: i codici latini utilizzati per le edizioni di testi grammaticali di
PROBO e altri autori pubblicate a Milano da Scinzenzeler e Vicenza da Zeno, e
il codice contenente l’“Ars grammatica” di CARISIO (si veda), pubblicata da
Ciminio a Napoli per Sultzbach. Questi tre codici sono oggi custoditi nella
Biblioteca di Napoli. L’attività editoriale prosegue a Vicenza, con la
collaborazione della tipografia dei Ca’ Zeno. Pubblica una raccolta di CLAUSULE
CICERONIANE tratte dalle familiari, un manuale di retorica e la citata raccolta
grammaticale. Non fa in tempo a pubblicare il De rebus per epistolam quæsitis,
una raccolta di notazioni filologiche in forma epistolare incominciata a Milano
e a cui da forma editoriale a Vicenza. Il suo nome si legge anche nell’edizione
di Lattanzio stampata a Venezia da Tacuino, ma non è chiaro se egli abbia
realmente contributo a questa edizione. Le sue note all’Eneide (VIRGILIO) sono
inclusi nell’edizione virgiliana stampata nel a Milano da Scinzenzeler.
Arrivato a Vicenza pronuncia Ad municipium Vicentinum, e tenne corsi. E ad
Abano, per curare la podagra di cui soffre. In seguito alle vicende seguite
alla sconfitta di Venezia ad Agnadello si trasfere dapprima a Padova e poi
Venezia, ospite da Michiel. Vaglia la proposta di insegnamento offertagli dalla
città di Lucca, ma qualche mese dopo prefere abbandonare Venezia per la
Calabria, dove arriva dopo una sosta di alcuni mesi a Napoli, dove e accolto da
Seripando e da altri sodali dell’Accademia Pontaniana. All’attività svolta a
Cosenza viene fatta risalire quella che in seguito e denominata l’Accademia di
Cosenza. Insegna ad Aiello, quale precettore dei figli del conte Siscari. Nella
scuola di Taverna tenne corsi su Plauto e sui grammatici. E a Pietramala, dove
apprese dal cognato Calcondila che Leone X gli assegna un incarico di
insegnamento presso lo studio romano -- oltre a Calcondila, l’incarico e stato
raccomandato al pontefice da Inghirami e Lascari. Arrivato a Roma tenne i
corsi. Ottenne da Leone X la dispensa dall’insegnamento e una pensione.
Progetta di trasferirsi a Napoli, grazie a un legato d’Aragona, ma le precarie
condizioni di salute lo indussero a raggiungere Cosenza, dove muore. Oltre
all’edizione carisiana di Ciminio, anche altri pubblicarono inediti di P.. Suo
figlio da alle stampe a Napoli le lettere inviategli dal mæstro, ma la stampa è
attualmente irreperibile. Ne resta una copia manoscritta nel codice della
Biblioteca dei girolamini di Napoli. Martirano pubblica a Napoli per Sultzbach
il suo commento all’Ars poetica di ORAZIO. Il De rebus per epistolam quæsitis e
pubblicato da Estienne, che nella prefazione lo presenta come il maggiore
umanista della recente generazione, un giudizio ripetuto ancora da Sabbadini.
Vennero date alle stampe anche le sue esegesi all’Eroides, a Venezia, per
Tacuino, le Metamorfosi di Ovidio, e la Pro Milone di CICERONE. Lascia in
eredità a Seripando l’ingente biblioteca. Essa conta fra codici e libri, molti
con annotazioni dell’umanista. Seripando li lascia in eredità al fratello, il
cardinale Girolamo. La biblioteca passa poi al convento napoletano di S.
Giovanni in Carbonara, subendo perdite e dispersioni. Il nucleo più consistente
è conservato nella Biblioteca nazionale di Napoli. Parte degli inediti di P. --
lettere, orazioni, prolusioni -- sono stati pubblicato da Iannelli e Parco. Il
De rebus per epistolam quæsitis, cur. Ferreri, Roma. Fonti e Bibl.: Iannelli,
De vita et scriptis P. Commentarius, Napoli; Parco, Studio biografico-critico,
Vasto; Sabbadini, Le scoperte dei codici latini, Firenze, passim; Parco, P. e
Alciato, Archivio storico lombardo; Due orazioni nuziali inedite, Messina; Lepore,
Per la biografia, Biblion; Ferrari, Le scoperte a Bobbio in Italia medievale e
umanistica, Manfredini, L’inventario della sua biblioteca, Rendiconti
dell’Accademia di Architettura, lettere e belle arti di Napoli; Tristano, La
biblioteca di un umanista calabrese, Manziana, Lauletta, Un inedito: la
Præfatio in Flaccum, in AION, Sezione filologico letteraria; Munzi, Prassi
didattica e critica del testo in alcune prolusioni inedite, in Studi umanistici
piceni, P., cur. Rosa et al., Napoli, P., cur. di Abbamonte et al., in AION,
Sezione filologico letteraria, Paladini, Appunti su P. mæstro, in Vichiana, P.,
cur. Abbamonte et al., in AION, Sezione filologico letteraria, Pattini,
Preliminari per un’edizione del commento di P. alla Poetica di Orazio in
Filologia e critica, L. Ferreri, L’influenza di Pucci nella sua formazione in
Valla a Napoli, a cura di Santoro, Pisa. P. NEAPOLITANI VIRI CTISSIMI RHETORICÆ
Compendium AQVIBVS PRIMVM ET IN uenta RHETORICA celebrata Rhetorics toresyqta
leges tulerunt, tllm pnmt creduntur exercuifjeieaque duce feros animos
essecisse patientes societatis, cœtus, Winc ex observatione, quum queere£ta, qu
re ry non videbantur Marte etiam geni I f genitus populus, tansim defidice
altricem rejpuebant et quia a Græcis petenda eratf gre ferebant ah illis
quicquam accipere : indignum putantes, quos armis rerunuy gloria uicif
fentydiqua tamen in re fateri superiores. Vnde fi ^ui Uteros callebant Gracas,
magna eas industria disimulabant, ne apud suos cives autoritate imminuerent.
Paulatim tame utilis hone/ia^ apparuitt primus L . Plocius G alius, fub ipfi U
Crafft extremis temporibus, eo ipfo die quo Vd lenus Catullus natus est, docere
eam LATINE cce pittad quem ingens concursus. Ægre ferebat CICERONE, non idem
sibi liceret quod doSiifiimoru autoritate teneretur, qui extimarent, Græcis
exercitationibus ali melius ingenia posse, LJtin de Voltacilius, q Gn. Pompeiu
docuit, primus hbertinoru hisioria no nisi ab honestissiimis traftrfr/ folitam
scribere aufus cfi, RHETORICA artem professus eUitantuml brevi interieSio
tempore sumpsit incrementi, ut CICERONE iam finior, cum Hircio et Pansa
grandibus pr RHETORICA nulla pæcepu ab autonhus descripta funti vel quod nulla
materia diRans ah humanis rebus excogitari poteB, qua in aliquo ex tri hus
generibus propria rhetorica aliqua falte ex parte non cadati vel quia qua
degena ali dicenda ent, ex propria praceptis facile mtelligi pofpnt. Hanc
igitur propriam ex sententia M. Tullij breviter circuscripte definiamus- partem
esse civilis scientia, id est POLITICA, civilis autem rationis una pars eR-,
qua in opere fine tu- ^ multui altera-) qua in quastionibus hteque cofiftit
cuius magna et ampla pars artificiosa ELOQUENTIA ayiT inter rhetoricam 8
dialecticam. E t quonia d^aleRica cognata putat LIZIO Syage si lubet qd inter
se differat in spictamus. Nofttm eR illud Zenonis, qui manu prolata utriusque
vim expressit. amba enim ad unum fere eundemque; finem argumentationes
reperiuntinec secum, sed ad alios agunt, sola ex omnibus scientis, de
contrariis ratiocinantur neu tra determinata quapiam re, quomodo se habeat
scientia eR: sed facultates quada funt invenien- darurationU, hinc idm quaft
hÆt fubieSiu^^ut ^ft diiddisy neutr i perfeSie fcictU cfje duum certum proprium
fuhieShum mdlu ha\ he^leorjum. Sed tiwie D Ule6ticofitione longe ab illius
diuersa, contenta eR, acciditq; dialectico, ut apparenti syllogijrno uti
nequeat: fit enim fiam ed uillator, si eum prudens elegerit. At oratori tam eo
quod eR, quam quod apparet, uti permtssum eC: dum tamen per juadeat, ad
quodunum omnis nititur ARS ORATORIA, AN RHETORICA SIT ars E St alia inter
eruditos cotroversia, fu ne ars rhetorica: fuosi habet quceque fin tetia
acerrimos defensores, tantis animis non nulli ex artiu numero eam explodunt, ut
ne coid tijs quidem scriptis in eam calumniis temperd rinttillis maxime nisi
argumentis, quodars reru fit qiue friuntur, rhetorica opinionibus conflet no
scientia tnec cognitis penitus perfjpeCtis rebus, et nunqfallentibus, ad unum
finem fj eCia tibus cotineatur, ut nec semper veris agatidua semper sint cause
ut necesse sit altera falsum tu A 5 ni tO rri.Addm et illud, ob umadt
Siiomsgenerdad mdgire popularem sensum iccomoitnda, nui Um irteefje poffe,At^id
po Rremo ohijdut,ca put totius rhetoricæ e^e dicere: quod ipsum arte tradi non
poteh, Ad c^uæ singula ne articuktim occurramus, in causa nobis e Quintilianus,
qui libro secundo omnes sententias confutando, eo rem deduxit, ut artem esse
crate usurpatum: Qjw in re clarus quif^ efi, ht ea fe exerceat, diei partem
illi plurimam im-^ fy pendat, utipfefe fuperk. G audeat, fi ad doShrinam
provocetur: nec turpe putet docere alios, id quod ipsis fuerit difeere hone
iijiimum, meminerit tit tmcn virginem esse inuSim eloquentUmj nec turpi lucdlo
proflituendam, tuncque laborum eloqucntt juormfruEtum fat rm um capere Je fiat,
quum occasionem adipifcitur publicandi qu. rit, non doceat: nec ingenia melius
ahjs uacatuta, detineat atque obruat. quibus deliramentis plenos ij»n tunc esse
grammaticorum cemmentarioi tO tortos, conquerebamur Seneca et Quimilianus,
Exerceat postremo difcetes, inflet, molejius fit potejlatemque adipipendce
rhetoricte non minus in di fcemium, quam docentium dm^entiojoliett
datconfijiere, aVALES ESSE DEBEANT Rhetori cf candidad. A Ge nunc uici im,
quales efje debeant Rhetoricit candidati, inf^iciamus neque enim ex omni ligno
fit Mercurius. Mali nihil m ea proficienucum quia mens uitijs occupata, pid
cherrimi operis jiudio vacare non potefh tum quia omnem malum, /lultum esse
oportet, Mti autem iudicio carent et confiiiotquibus maxime nititur ars
rhetorica, nam ut caterarum rerum, sic etiam ELOQUENTIÆ FVNDAMENTVM [cf. G. N.
Leech on H. P. Grice, IMPLICATURE AS CONVERSATIONAL RHETORIC] efi fa- pentia,
Sit liberaliter inftitutus, bonis corvoris ap tbryne, prime ornatus i?hry nem
meretricem Athenienses prudentissimi eloquetissimique, no tam Kyperi dis
oratione, qiMnqud admirabili, petfuap, quam uifo eius peSiore (quod
speciofiflmum, diauStd ibiades ue Ænt^erm) apfoluer Hnu AlctbUdeSi cui R*P.
relji>onfo Apollinis, tanqtmmfortif^imo Gra eorum flatwtm in comitio erexit,
populum Athetiienfem pulchritudine poti^ime habuit fihi ofcnoxium. Nec mirum,
fi illi populo placent, quos eximia j^ecie natura donare dignata e: quum
credatur ccele/lis animus in corpus venturus, dignum prius fibi metari
hofhitium uel quo e- nent, pro halitu suo sibi jingere habitaculum, unde aliud
ex altero crefeat: esr quum se pariter iunxerint, utraque maiora fint. Vtcunque, fatis conRat, mirum
esse quantum atice forma maie flasque corporis sibi conciliet. Dotibus idem
animi fit infhruSius, filiis qua ingenerantur appellantur non uoluntariat ut
docilitas, memoria, quaf e omnia appellantur uno ingenii nomine: filiis, qua in
voluntate posita, proprio nomine virtutes dicuntur Ante omnia tamen ingenio
opus est: quodquibufdam animi atque ingentj motibus eget ORATIO, qui ad
excogitandum acuti, ad explicandum omandumque uberes, et ad memoriam firmi
fiint (dtuturm magnamque IN ORATIONE pofiident artem facetia, lepores, lacef-
findirej ondendique celeritas, ubtii URBANITATE B 3 coniuttSia: tl conimSi: qu
Nec minor dijfensio eflin eius materia i illis ORATIONEM, abjs argumenta
perluaji hdja, ciuilesabjs qucestiones jiatuentibus Noiy de ea INTER OPTIMOS
convenvtt, aperimusi t prius quid sit ipsa materia oRenderimus^Ejl enim
materia, in qua omnis ars, ea facultas qiue conficitur ex arte, versatur, ut
ergo medici nauulnerOy morbU fic rhetoricæ omnes res quacunque oratori ad
dicendum fubieSla funt materia appellatur. Nec obflat, quod fi deornni tus
rebus dicat, propriam ergo non habeat mato rianhfcd multiplicem: quum alia
quoque artei VtatedaH mino DE CIVILIBVS QVÆSTI- iv onibus, Sacarum gencru -r
bus, Solent autem res oratori fuhieBa cendum d plerifque (^uMones ciuiles
appellari: quod non omnia quk‘. pofhefitn uocant. 1« hdc genercttim Jiquid
ftueritHT, ut ExpetemU ne fmt literæ . \n iU (t definitcejunt perfonce
C'onfiituti cum ad uerfario confligendum, ubi rei dominus (qui fie pe alienus,
sepe immicus eR ) quasi machinatio ne quadam, nunc ad iram, odtum, triRiciam,
ht^ ticiam, fexcenta opposita, eR detorquendustillk magnum eR opus, et, ut
inquit CICERONE, nescio m de humanis operibus longe maximum DE CIRCVMSTANTIA,
QJTAB sed hypothesim. Nunc quoniam thefim ab hypothesi se perauimus, et quomodo
qvæstione uti de beat orator oRendimus: reliquum eji, ut quid sit quod
hypothesim faciat, demonRremus, ER enim rerum quell ere, auieqHid sit,
enumeratione facilius quam definitione æprchendttUK Sunt autem eius partes lex
Quarum coniunctiio onat. ELOCUTIO, (]ua IDONEA VERBA SENTENTIAS inventionibus
dijhofitts accomodamus. MemorUyquie rerum verborumque ^fida efl custodia.
PRONUNCIATIO, quicej e, in quas speæs dividantur. Ermagora, quo duce po ttj?ima rhetorum pars usa est,
quatuor modis fienajjerit: per cequale, unicu, sine circunstantia, modi 4«
inexplicahtle. Æquale e/i, quum eadem ex utra- t que parte dicuntur: ut, Dj(o
adolescentes vicini f ormo fas uxores habebant, noSiuobutamfa£H media uia,
accufant Jeinurcem adulterij, Vntcu, t quum ex una parte tantum con/iat, ex
altera nihil affertur: ut Leno, qua parte sciebat venturos adolescentes, foueam
fecit, quailli pertere,Smr circumstantia, quum aliquid deeH in qtueflionei quod
faciat causam: ut, ¥iliumpater abdicat, neq; ulla additur causa abdicationis,
Inexplicabile (fi, quum ludex hæret impeditus, nec f nem iu dictj uidet ullum
lUtLexeH, feptemiudicesde: reo cognofeant, maioris partis fententia fanSia fit,
duo quendam abfoluunt, duo pecunia mul- Siant, tres capitis condemnant: rapitur
ad pee-iiam, contradicit. \t€m, Alex ander in somnijs admonetur nonejfe
credendum somnos, Plura de- / tndf 44 ff wde oh ferumtpoftmtas cmofior,nm Con
nertihile id affelUtur^ qtmm tota a£do conuerti twr a litigantiusmcutn^ fuis
prioribus utitur rd tiomhu Syfrladunlarij . hocmodo i Exigebatqtur dm A amico
pecuniam cum ufura, quafi credi f i tamto fferebatilklineufuraj quasi
depositim, lnterim lex fertur denotas tAults: petit creditor tanquam
depofitamyrtegat debitor tanquam credi € tS, Non uerijimile ecquod contra
opinione dici . turtut fi CATONE ambitus accufetur.quodtame ft m caute agatur,
haud procul ahefi quin cmfiftat 7 Jmpofme eR^quum id dicitur quod fit contra re
rum naturcefidm; ut si infantem accusemus adulterii, quod cum uxore cuharit
aliena .Turpe quod omninoreijcitur: utfiuir precium pojcat ^adulterij.Sine
colore efi, quum nulla caufa faSH inuenitur: ut decemmilites belli tempore
fibipol’- Cdcofyfid hces amputauerut,reifunt LtftreipuhUc4e. Sunt ta. f^alue
IpecieSyqtutcacojy Ratayi defi male consistentia appellantur ut aticum, quum
aut ali quiserrorinhi Roria^yautinquams ex circunfiantijs.Impenfum, quum penes
unum omnis iudicijuis eftyparumq^mer habet in quo dicendo Iere a ir, Pr
iunguntur: et fic accufatur faailegus,utfur etia dicatur efje. In tranfuttm
uero, uno tantum accusarnus crimine, sive illo quod intendimus, fi-ueillo ad duod
reus tranfferri poHulat aSiio nem. Sed hcec multarum fitnt nundinarum, qtue non
una disceptatione pofiint ab soluL Sum-ma tamen h^c fit, expedire dificentibus
quadripartita fieri diuifionhuel qafacdior fit,uel quod defendendaru caujaru
ratio id exigere utietur, ut primo si pote fi negemus, proxime si non id
obijctturfaSiu afferamus, tertio (qua defensio e honefiifitmdjfi reBefaSiu
cotendamus. quco fideficiut, una fuperefi falus, aliquo iurisadiutorio elabendi
d criminei quod fit per translatione [DE STATV CONIECTV] ralu C Onk^iuralis
autem fiatus, quod incerta conieSittris Juj iciomhus indaget, di- D yo ‘,
£}us:re a nonnullis nono uerho, nc nefch m LdUno, mutus f quod meo uideatur
utrum maSia fit: tumfit-, quum quod ah uno obijciturf alter pernegat. nec folumfaiium,
sed et aiSium, qucerit: poteflq;in omnia tempora Sflrihui. De prceterito enim
conijcimus, An fenatores Romn Ium occiderintide prcefenti, Bono ne animo erga
Tullum fit Metiuside futuro, Num fi Alba no diruatur, Miquid incommodi ad
Romanos Jit per venturum. In his omnibus agit conieSiura^eafic AB ALIQVO
MANIFESTO SIGNO, quod lege moribus f liceat, nec necefarto rem arguat. Ac
(utapei: tius agamus) fex eiufmodi objeruantur. aut emm defa6lo tantum, non de
perfona conflat: aut æ persona conflat, non defaSio: aut de de utroque non
conflat :aut fi defaSio, de uoluntate no con flat: aut quum de re ipfa
quæritur, non dtfaSio /diquo, an aliquid fuerit illud de quoefl qute^tiot 4Ut
mutua eflaccufatio., PE STATV DEFINITIVO, D Uflnmu€tiam commodum aliquod -i afferimus.
c? O X m i Genus. fZ de statv generaliJ A t quum quid faShtm i quo nomine
appellari debeat convenitiet tme quan tum, e^r cuiufmodi, et omnino fine ulk
nominis cotrouerfia quale fit qu tetnpus: illa, pdicet negocialiSj iudicial
pnetmtmqi rejpiciant, ut fuo loco demonstrahitur.Age uero nunc iuridicialem,
cuius controversia ex re iam faSla proficiJcitur,inlj>icidmus: negocialem
poji paulo traSiaturi In iuridickli luxiiicialU, aut reusfeciffe quippiant,
quod uetitum fit^fatetunaut uetitum negat* ft negat, abaoluta ejl iuri- lam,
af-, Absoluta duobus jit modis, faSti qualitate et iuris ratiocinatione. FaSli
qualitas eji, cum ofiendir i mus nihil nos fecijp pemiciofum.lurb ratiocm'. tio
modis fit quatuor.lege,ut occidit filiuindem natum quis: licet id lege, more,
ut apud Scythas sexagenarij e pontibus mittutur, Athenis id Scytha fecit,
tuetur fe more gentis fu Vietatioeri minis. Remotio criminis con^itutio,
quatuor locis dividiturt comparatioh ite, relatione criminis, remotione
criminis, concejione, Comparatio fit, qumfaSia compenftntur, aut maiori
incommodo prolj^e^lurtt efje contendimus, aut deliSlo meritum comparamus:
comparaturque; id quod in crimen vocatur ad id quo fe reus profriffe afjerit,
ut quidam mu, ro ciuiMis deturbato hofles fugavit, reus efl Itt fe rei publicte
.lbi comparatio efl^ quod enim mu rosdeiecit,uideturl trem, eir Mfione m
Clodium, At fi non in eum qui paffus e^i,fed in alium,uel aliudcrimen
tranffertur,tunc remotio criminis appellaturiut de eo qui porcam tenuit in
fcedere cum Numantinis, unde remotio criminis duobus modis con/iat: fi aut
causam in alium tranfferamus, aut falsum: vel si in perfonm remonemus, aut in
rem, ut pu tdtuH partibus in- jj>e6iis, legitimam confideremus. Efl autem le
Legitima conRitutio, quum ex scripto controuersia nafcituriin funt in legitima
confitutione, quod fi ex plunbus [criptis controuerfia ndfcatur, contra md de
TranflationeaSiionis sit omnis controversiam enim ah alio nos accufari debere
dici musyoutnon nos^aut non apnd hos, aut non had lege, non hoc cfimine non hac
pcena uel æte ris id genus. Illud tamen animadvertendum iit Translatione quod
aut omnino de commutatione ali 4 Tranfidtia undefiat^'-t 4p huj; eds partes
feantur, suas pnefcripfimusSe quU iks principales, alus incidentes esse
diximus, lUud multos IMPLICITOS hahetyjTi plures tus in causa inueniantur quem
potilsimum eligamus, quem'ue principalem ejje iudicemusf H«ic jcrupulo facile
occurri per nos poterit, fi illud imprimir observauerimus, quid fit quod
comprehendat, quidue fit quod comprehendatur qui Trutcipdlis enim alteru in fe
habuerit, is erit principalis: qui uero quafi membrum accefferit, incidens erit
is Incidens, iudicandus, huius proprium e^l, confirmire principalem. Qupd fi neuter comprehendatur,
tunc principalis cenfendus, qui imperarit: incidens, qui seruierit. Si vero
nujqua aut feruire aut comprehendi Ratus uHusapp^erit, tucuterque prin- Copiexm
efiappellandusieao; controversia, quonu controver J I a i duos m fe plures ue
status mpleqti^, cpmplexi Uanominatur [QJTÆ CAVSA SIMPLEX SIT] qu 2 c
conmntfla. Atque vel ob hanc rem poti fimum statim caufa difeutienda
efl,fimplex'ne fit tn comund^inet^enim eadem utriuf^ efl ratig. quoniam St
quonim multum intereR, utrum de unare an Se plurihus agatur. Simplex, ahfoiutam
continet qvæstionem, at ConiunSla,aut ex pluribus quce Co/«'w^ /lionibus
iunSiæfttut quum Verres accufatUTi quodmulta furatus fit, quod CIVES ROMANOS
nei carit, quod peculatu commi ferit, autft ex com paratione, quum quid poti
fimum sit consideratunut utrum Cicero accufet, uelC(ecdius.qu(t, cause cognitio
maximo efi adiumento ad constitutionem inveniendam, DE genere caufe,
conftitutione ip utrum causa fimplex fit an coniun6iainj e6iis, qvæstio, ratio,
iudicatio, firmamentumque sunt eognofeenda nam defaipti& rationis controversia
fatis efi; a nobis eo loco de monfhratum,ubi de generali egunus confiitutione,
C^ipnem autem quum dicimusffummam illam in qua caufa uertitur,intelligi
uolumust - Sunt enim pleraque minores exfummis dependentes,quasj cialia
nonnulli capita appelknt quum Mum fummas dias, generalia nominauerint est. QB^o
ergo auaftio hcec, materia, quce ex intentione. fmma. depulfione nafcituriut,
Oreflesmatremiure fe ocadiffe att:qi{^efiio,an iure occiderit » Subfe tquitur
ratio, qtue caufam continetiquia quodfa^ ciu efje confiat, j^er eam defenditur
. ut, Occidi matrem, quia patrem illa meum necauerat ex qua ratione necejfead
iudicationem peruenitur qu eloquentiæ lumi moftendenda, licet Theophrasto
refragrante GENVS DEMONSTRATIVVM D Emoflratiutgeneris præcepta dare, funt qui
minime neceffarium effe arhitren, tur: quoduixcenfeatur quifqua effe qui
nefciaty, quæfmt in homine laudanda.cum tamen mu fu. jit cottidiano,eoqs tandem
excreueriti principi- PUS doRorum consilia afpemantihus, pefimoque dicendi
genere in iudicijs induSlo, ut fere folum hodie materiam præftet oratoribus :
non erit ah, f hnnc iplim etiam locum ddigeittius tradam E 4 uerimuSy yl
uerims. Eiusfirtem honefium effe diximus, fiue enim qumquam laudamus,
fiueuituperamus, id quod dicimus honefium effe contendimus. Nam fyoneRum bonum
eR, ideo ergo laudatio, etpotipima, d uirtutis dehetfon te proficifci, fine qua
nihil laudari poteji Eam in quatuor lædes iferefapientesi in pruden- Virtutum
tiam, Mittam, temperantiam, fortitudinem, praclara omnes quidem, et qua mutuis adiuuen
tur auxilijstaptiores tamen quadam ad laudationem,Si enim uirtus benefaciendi
quada uis e certe eas partes qua plurimum conferunthomimhus, maximas effe
oportet^unde iustitia for titudoiucundij^ima in laudationibus, qua domi
foris^pra^o fint, nec tam pofiidentibus quam generi humano fruSluofe putentur:
prudentia vero, ac temperantia, tenues ac pro nihilo exi/H, mantur, iungenda
tamen fiunt omnestquod non minus fape moueant mirabilia, quam iucunda ata, Et
quoniam singularum virtutum quada sunt partes et tcia, propterea euagandum e,
habet enim in fe Prudentia memoriam, inteUigen ttdm, prouidentiam: fortitudo,
perseverantiam y patientiam, fidentiam, magnifitentia: iustitia, re E Ugfonmp
Ugionem, pietatm, ohferumim, veritatem, uIti enem: Temperantia vero continentiam,
clemen tiam, modelham compleSiitur His omnibus fuo ordine resgems accommodare,
no tamglo- riosum quam difficile ludicatur, Optimu aute mrtutum condimenta,
quod ornati fime dici facillime audiri po f it, fmper eji exiftimatum, si
aliquid magno labore ac periculo fine aliquo emo Jumento pramwuefaSium
oRendatur . ea enim pneflantis ejje uiri uirtus cenfetur, qu^efruSiuo fa
altjs,ipfi autem lahoriofa, aut periculosa, vel certe gratuita fit. Etne
virtutum tantummodo partibus immoremur, magna fylua oritur laudationum, ex
hominum vita, deque; his qua cottidie in ea emerguntt ut sunt illa omnia quibus
pramia sunt propofna, femperqs in pramijs honor pecunia proponitur,
Commendantur quamor- tuos magis confequuntur, quam uiuosine fui gratia quenquam
aliquid facere arbitremur, Nec minus soletU celebrari, qua egifje nullus efi
metus, neq; pudor: quemadmodu fertur Alceo Sappho responde Monimenta item,
publica laudationes, in d unShs potifintum, magnam faciunt adgdmtationmiquMquam
liiudis fiunt gratia, nec nobis, fed altjs utilitati funu rafertim bene meri
tis. S unt etiam morerconfuetudinesq- earum gen tium,apud quas laudamus,
cottfiderand con^at.qui pe des uelociteragit,curfor:qui premere poteji,
retinere,luSlator:qui pulftndo pellere,pugil:qui utrumc^ hoc, id eft retinere ^
premere pote/l, pancratiafiestqui omnia fimul, pentathlus. Magna fane junt hac
cum geRu, tum ffe^atu bo- na.fed nifi externis illis, id e^ fortuna bonis, op
timis ad felicitate infhrumentis,adiuuentur, man ca reddetur felicitas,et qua
undecuq^ laudari no potefl.Vnde non mediocris laus ex fortuna to-
nisderiuatur.ea funt nobilitas, liberi, amicitia, glonOf ghria, honor, eSr qtce
fequttnttfr,Nohilitas,0' duitatis f/l, •jamilice Alla uetu^ate, libeitatey
feliatate, rehuscj^geflis commendatmhac^illis ipfis rehus, uiris etiam ac
mulieribus, uirtute aut Jiuitijs,aut alia re laudata claris, legitimisly nata
lihus celebratur. Uberi magno funt ornamento, fi multi funt, fi (ut uno
completior uerbo) boni mares ultra corporis bona, temperantia placent, t fortitudine‘
fixminie, forma, proceritate, pudicitia, lanificio, Amicitia multorum bonorum
expetutunqua bona fore amico putent, propter ipsium amicu agant, Diuitia
nummis, agris,pra dtjs, fupelle 6 iili,mancipijs, armentisq; continen tur:
multitudine, magnitudine, pulchntudine, ex ceUentialaudantwr, eafirma, amoena,
utiliaq^ef- fe debent. Gloria datur, haberi in precio, putari id conjecutum,
quod uel plures uel boni pru dentes dejtderent. gloria diti fimos beneficos
plerumque fequitur, uel eos qui conferre queant beneficia, Honons autem partes
fiunt,facra, celebrationes, decantationes carminum, panegyri-, d, sepulchra,
slatua, alimenta publice: qticc barbaris placent, adorationes, inclinationes,
cebitus, in corporis /latu cernitur Hiratioe/l infpicienda: animi magnitudo
tunc, potiffimu furgit, fortitudo uero illa bellica (nam domeftica grauioris
eflatatis) incrementum ha bettneque fupereft quod fieres d fortitudine, nifi fe
in iuuenta patefecerit. Virili autem atati tantum demitur de laude, quantum de
uirtute de, fideratur ^Itaque oportet idatatis uiros effe per- fe£liflimosi
neq^qulcquam facere, cuius pudeat aut pceniteat. tunc prudentia, rerum
cognitio^, magnificentiaq; apparent. AtfeneSius patien, tiaplacet: dulcedine
morum, comitate, affabilita • teq;dHe^at.cenfeturq;praclara, fi corpus non
reddat infirmum J rebus publicis no auertittnon facit deni^ ut ueru fit illud,
Bis pueri fenes: qua- les funt creduli, obliuiofi,diffoluti, luxuriofnqui.
Inomni atate turpes, in feneSia uerq funtfcedtf, pm^ SeptimmiUHdfupereA tempus,
qu6dj^ i^m hominis infequi dixermus . in uerycn non femper dccafio efi: quod
non omner sepultos di^a memoratu feqimtur,Si quando tamen traSlare cotigerit,
teftimoma,fi qua allata funtyr ucenfeantur, tam divina quam humana in qms
dedicationes temploru, confecratmes, fiattuti ' A mommenta, publica decreta
numerantur, hahk &fuumlocum ingeniorum monimenta^u^era^ . ro laudem ante
obitum consequutur. Afferunt et laudem liberi parentibus, di]cipulipr ci Uerfus
caperent, permijkAdem'que mfunehrr laudatione hunc ordinem ofiendit, ut
defunSii. prius Copiofelaudentur, fuper^lites inde benigne moneantur, filii mox
defimS^orum fratres^ aS tdntais ip forum imitationem inuitentur : parens
tumpofhremo et maiorum, fquifuperfunt^do^ BrawluSS confoktione leniatur, ROMANI
AMBITIO hoc genus troEtauerunt, rmdta fcripfhrutn: eirch I libr. dUctfaSia no
funttex quibus rerum rioflrarum Ro^a?. tiftorU eflfaShimendofior .^am illas
imerire rionfinebant familia, sed sua quasi ornamenta tcmtmimenta feritabant,
et ad ujpfm fi qunei gmerisoccidif[et, et ad memoriam la fnefticarum,
illu&andamq; nobilitatem fltam: ttec alius quifquam id ojficij fumebatfibi,
nisi quidefuniioe Jfetcoiun Siifiimus, Sed iam fatis vituperan- dedimus
praceptoru in hominibus laudandis t et di eade qua exegiffet fane ratio, ut
aliquid de uituperatione laudandi ra diceremus,nifi hic ipfe labor eadem nobis
exem I; vituperationis idem sit ordo, qui laudadonis i praceptac^uituperandi
contrariis ex uitijs fumantur, non solum in hominis tata, sed ante hominem, et
post obitum, itt it iePmle, MeliOyM:^>MoHid memori ^fro&Hf ‘ ^.Vridr
fatis conf^y fine uirtutum ukiorut^i^ •m P» V f^wrww 'I "JW tcSiaagams,
contentihisque tuedi Bafmtyadho thtiies laudandos pauca de cateris rebus in
mple^, laudibus extollendo, quoaonus fiufch pere uolentibus,imprimis a Deo Opt.
Maxjnci piendu efljnueniffel^ eum, oftendiffeq; nuptias mortalihustid'^ ita pro
confejfo effe,ut non modo nos in hac pia uera4 t UiiuSytion auiditpudohs
ji^ifjcatione, uocis t- m V / 0 po/?remo ^freyfjpme pr lia, qu(t propter fdpfum
aut ex confuetudinea eit, aut ex appetitu uel rationali (}urluntas emm coniefl,
cumratiorteineqque uifquani) diqidduidt nifi honu putet)uel etiam irrationali,
cufnfacitit ira cupiditas. Neceffee ergo, qtuecun(j homines agunt, feptem tantum
caujisfaceret fortuna, ui, natura, confuetudine, ratione, ira, cupiditate.
Fortuna accidunt, quce nec femper, nec plerum(y, nec ordine fiunttcumipfa
Fortuna,ac cidentium rerum fubitus fit atf inopinatus euera tus statura ea
jieri dicuntur, que remus: neceffee]}, iucunda omnia uelprafentii fentiendo,uel
praterita repetendo, uel futura ff e rando cotineri, Qjuecunq; tame prafentia
dele Bat, eademque fferatibus memoriaq; repetentib, iucunda funtinec fecus e
contrario Vnde in prtimfi hi pra^enty qui ipfi laudandi funt, qui- bus'^ fidem
adhibeamus cum eorum nihili fat iudicium, qui nullo m precio habeantur. Amare
etiam, amarique, beneficia conferre, egentibus o- pem ferre, fuauifima: quod
his abundemus, qus- vr' ir T homines, nam prd parente e conditor pr* maioribus
populi a quibus origine duxerint. junt ix fua auguria, eX uaticinia t multumq^
hahent mBoritatis qui Aborigines, id efi indigenmplexi, laudibus extollendo,
quod onus fufch pere udentibus, imprimis a Deo Opr. Pto.inci
piendueflunueniffel eum, oflendiffeque nuptias
mortalibusudcj-itaproconfeffoeffeyUtnonmodo nos in hac pia uera^ religione, fed
etiam uetu flasloui lunonic acc^tum connubium retule rit, turbam^ dmrum
ingentem proeffe nuptijs uoluerit, nec contenti loueadulto,Iunoneriu efi^
j^ffnoHprM res intueri prafentes,Uf^enimpf aut animi promotione cogatur
d^obatio aut earum rerue^h uædb or^^reno: cogitantur,fid d caujareisque
defmmtunut jqtubusfita fiiutabuLe,teftimoniayfa£hti Conuentayleges, et
Mteraidgenus. Auttotaindij utationeyau targumentatione orationis collocata eh :
Mt in hæ '^ear^unentis inueniendis y in dia de traSiandis cogitandum.
Conediatio fit dignitate hondt eSediatm, ms, rebus gefti SyexifHmatibneuite
remusi neceffe ejl, iucunda omnia uel pr con- Jueta agere iucundum mauifeilo
fit, quis credat tantum afferre iucunditatis uicifiitudinem f necy iniuria, cum
fittietafis mater fit Similitudo, In- efi et fua indifcendo imitandoque
iucunditas: ifuce imitatione confequimur, etiam fi ipfa ni- hil in fe haheant
iucunditatis. ocium denique ipsum^ac iram, ri/«m j afferentia deleSiant. Po- C
z ftrema) too fkcm Oitludmmqtue fecundum naturmkctm* ditate ajferut, idcirco
quo coniunStiora fimt,eo funt iucundiora: ut homo homini ^ mas mari* qua ex
fententia feipjum magis homo amet necef fe e/lj quam reliquosicum fua ipfius
cauft ccete ros amet. Liberi deinde,& qua inter chara adntt merantur quanto
plus ad homine accedunt, tan to plus afferunt iucunditatis. Et iucundo quidem
per^e6io, eademque ratione iniucundo'(cwn eadem oppofitorum fit difciplina') facile
erit conoscere, qua caufa fit inferenda iniuria : ad Vtiuria affj Juccedat
oportet, quales fint qui iniuria cateror dentes qui afpcmt.Sunt autem, qui
facile inferre poffe ar^ hitrantur, uel celare jperant: aut fi deprehenji fint,
nullas, uel quam mmimas daturos fe pcenas: plusq; in iniuria lucri,
uoluptatis'ue, quam in luen da pcena damni mcerorisq- inejfe exiftimantJniu
riam facile fe poffe inferre eloquentes, diuiteSf aSiionihus exercitati,
experti, multis nixi amici* tijs, clientelis^:uelfi ipfi careant, in habenti*
hus amicis, seu sociis, feu miniflris, quod illorum se patrocinio tutos putent,
Praterea fi amici iudi cibus fint, uel his qui iniuriam perpetrant* ludi tot
cts enim leta moUil^hrachio in amicis ag^^ann eorum iniurias acjuiore animo
toleramu. QeU re autem feipfos poffeU^erant, qui omni uacare juf^e^ione
uideantur,ut d^ormes adulter'^-, sacerdotes flupri,dehdes pulfationis,&'ea
qwt pa idm ante oculos funt neque enim aperta ^ quaq^ ingentis laboris fit
tollere, ohferuantur, Caue^ muslj' potius nobis ab ufitatistut uidemus in mor
his accidere : quos illi timent, qui fiint experti. Clam etiam fefaSiuros
putant,ipiihus nullus ini micuSyUel quibus plurimi.illhquod no obferuen^ turt
hi uero,quum omnibus fere fufj^^^i fwt,no mdeantur ob nimiam cu^odiam clam
facere po- tuiffe^mukos quoque locus,commoditas,moreSj que celant. Inuitant
etiam ad iniuriam facienda, iudicij propagandi, propuljandi, corrumpendi, uel
certe ob inopiam euadendi f^estlucrum quo que apertum, prafens,magm,prafertim
fi dm- num occultum paruum procutue fit. maior etiam utilitas, quam ut par
fupplicium excog ari pof fit : ueluti efl rannis . Sunt^ proni adiniuriam, qui
inde lucrum petunt, neque quicquam malipreeter ignominiam uerentur, quibus que
id G } frcijjc fecijje laudi afcrihiturtut parentes quacim fint qui inferant,
quiq; patiantur, fatis arbitror ex his qua in medium adduRa funt poa tere.Sed
quonianon omnibus eadem uidetur iniuria, fapeq; ufu uenit ut plus doleant laft
quam par fit,minusq; noctdffe fe putR nocentes quam fecerintCquod aliena mala
no fentimus, et noRra maiora quam fint iudicamus ) idcirco de iniuria primu
iureq^faRis,mox de maiore minoreq^ iniu ria paucis differamus, Iniuria
iureq^faRa omnia legibus primUm duabus, deinde quibus funt bifa riam
determinantur, leges aut duas appellamus il las ipfas iu/li partes, qua
ternario a nobis nume- ro in iu^i definitione funt expojfita, comunem fcilicet,
qua fecundum natura fit: (^propriam, qua in scripta non fcriptam diuidatur.
Qui- bus uero iniuria fiat, bipartito conflituimus.aut enim emunis laditur
focietas, ciuitasq; ipfa offenditur, ut in militUiaut unus alter ue iniuria af
jiciturf tOJT ftcitwr,ut in adulterio,qu horti quadam eleSiione, quadam uero
^eSiuconuiA. Cueiufinodi: quid jit illud de quo agitur definiendu eB,ur popimus
iwre ne an iniuria querd^ tnur injpicere . pr quonia iuftorum iniuftorumq^ '
duas partes connumerauimus, firiptas fdlicetle gd,^ no ficriptas, deq- fcriptis
affatim demon* firatti eft : pauca de no fcriptis funt recenfenda. alia enim
per excejfum uirtutb uitijq;Junt, in qui hus uituperatioes,honores, infamia^iut
gratias habere benemerito,amicis praflo effe, et his fi* milia.alia uero ex
lega fcriptarum defe6iu:deejl aut fcriptis legibus, uel qu latores aliquid effi
gerit,uel quod confulto pratermiferint,cu detet minare figillatim omnia
nequiuerint.ne^enint fi de tiuinere agatur, quo ferro, quali, quat&ue, G y
coth tO^constitui potest, Eil igitur aquum (juoddm ha numq;, quod
praterlegefcriptamiufiu cenfea- turimultaque etid lege scripta putatur iniufla,qua
aquo homq; tutari Poffunt. Bade
ratione no tan ti errores faciendi funty quanti iniuria:nec*tanti qwt aduerfa
eueniut fortuna, quati errores. nam adversa fortuna feri dicutur,quacu prceter
opinione, non ex malignitate puntterror uero no 'præter opinione, fed fine
malignitate ft. At iniu . ria cSt* opinio e^i O’ malignitas, Æquu e/l etiatn jn
rebus humanis ad ignofcendu commoueri: eJT* non lege,(ed legis fcriptoreino
uerha,fed fenten ti^:nonfa Siu, sed voluntatet non partem, sed to tminon qui
nuc, fed qui pepe, aut fere fmp fut ritconfuierareibenefciorupotii qua
iniuriaru, accepti! quam collati meminilje : iniuriaaquo gnimoferre, oratione
potius Mam re difceptare, et ad arbitru magis quam inforu defcendere,na arbiter
equu bonuque, iudexiuflumf^e Slaune^ gha ob caufam arbiter eligitur, nifi
utaquum ho tiumq-fuperemineat. Atq;hac deiniuriaiurec^ fa£tis
di£lafufficiat,Haior aut minor ue iniuria inultis modis cognofcitur i eaq^
maior exiflima i 07 htr,qH<e i nudori t profcifcendi toh 4e <{uee minim
funt aimiruty ttutxitM mterdu td deturtcu ispr^fertim qui terunciufwctur^quid
kis iudicetwr ablaturus . Ma^itudo quoq; dam m maiore facit inturid, fi par
mUum juppliciurH ' excogitari, aut remediu adkiben pofit : na ultio et pcenapro
remedio fut.nec minor, cu qui ppef fus turpitudine ferre no poteritiut qui
accufatus ^ fibi uim intulit, maledico(y carmine laceratus hh queo pependit
.E/i et in maximis, foiu aliquid fd cere,uel primu,uel cu paucis: pnefertim
fiid fa* ciat fsepe, caufam'ue legi nou<e dederit, aut cor- ceri, aut
supplicio. QM»et maior cenfetur im«-ria, quce plurimu dijiet ab humanitate,
beftiaruL fit quam ftmillimaiet qiue cogitatojit, quaq; audita homines magb
timent quam mifereantur. Am plificatur aut omms iniuria,quod euerterit multa
iufta,iufiurandu, datam dexteram,hojpitium,fi dem, affinitatem'^ contempferit.
Ad hæc maius redditur peccatum, fi ibi deliquerit, ubi iniufti puniunturiquod
faciunt falft te/ies. ubi enim no nocebunt, qui apud iudtcem peccauerintfEa
etia ^maiora funt, in quibus fumma turpitudo, ingratitudo I fOdtudoli htgens.nm
bis pecatyquodnon lenefi^ €ity^j}i Umde.Sedhac&‘ longeflurayfij lidmitudii
artis<^ adhibuerit, facile orator fuo iiigenioaffequetur:nohisdemonflraffe
fat fitge tueri iudiciali neceffariay^uid potiffimu circa ittr luria uerfetur.Eius
generis proprium eR rita difcuteretomnes flatus capit, omne artis exi git
fupelleSiilem, omnia dicendi genera cu ufus cxpoAulat: neiy ullum genus e/l, in
^uo df^, flcilius^oriofius'^fe poffk orator exercere, ab Optimis utriuscg
lingug autoribus excerpti, quotn perducendis ad eloquentia iliis adolefcentibus
uttjfolebat. lli'k àrtaiì lì. rflltllli hK iPÆCCy P. Ili *^i a aaa^ki^Mi^kirtH
Concludo qucmC appendice con un voto. Bemékè ìm Jfibliotcca di P. sia stata, or
per a tarisia fratesca, or per incuria dei custodi, deplorabilmente
assottigliata, pure di codici e di edizioni annotate avanza tanto da potersene
fare uno studio accurato, che non ci abbia da essere niutw dei nostri guh vani
filologi a cui non nasca questo desiderio Cosi scrive FIORENTINO (si veda),
qnan;]So, tratteggiando da par sao il sorgere ed il progressivo sviluppo della
gloriosa accademia di COSEN, rimaneva ammirato dinanzi al- Tulta figura del suo
fondatore, P. Dovendo, tre anni or sono, scegliere un argomento por la tesi di
laurea, molto opportuna ci parve l’indicazione di FIORENTINO (si veda); sicché,
per quanto fin da principio ci accorgessimo della difficoltà dell'impresa, alla
quale ci accingevamo, fiduciosi ci mettemmo all’opera, non colla presunzione di
adempiere il voto del dotto FILOSOFO, ma per mostrare che vi era chi accoglieva
il suo invito. FIORENTINO, TELESIO, Firenze Siieo. Le Monnler. Il II I II I I m
w l,mtm >.1. m > por dar prova, so non altro, elio la polvere ola
tignuola non meltono poi tanto spavento, da faro presto presto strizzare
Poceliio ed arricciare il naso scliifiltoso. Ora ò appunto quel lavoro,
benevolmente giudicato prima dalla commissione esaminatrice della facoltà
letteraria di Napoli, e poi da lla Eacolfii del R. Istituto superiore di
Firenze, che, riveduto e ritoccato nello sue parti, sottoponiamo al giudizio
del benevole lettore. Oli scrittori contemporanei di P. si mostrano addirittura
entusiasti di luì, non gli risparmiano le \ìì\i alto lodi, e no magnificano con
parole altisonanti il valore e la grande erudizione; ma a ben poco si riduco
tutto quel rumore, che menano intorno: suppergiù non trovi che notizie
inesatte, che gli uni copiano dagli altri, e che ripetono sino alla noia, inni,
ditirambi, epigrammi, tirate retoriche e che so altro. Ma la critica manca
completamente, o appena si azzarda a far capolino. Degna però di nota ò la
monografia che pubblicava Jaunelli (si veda) sulla vita e sui saggi di P. De
vita et scriptìs P. consentini phiiologi celeberrimi, commentarius a Cataldo
JaimeUio, regio bibliotecario academico herculanensi et conscntino
cluciihratus; ab Jamiellio ratris filio conseutinæ Academiæ pariter socio,
cditiis, præfation$ et tuxis auctui, NeapoU, tipis Banzolii. Con tutto il
rispetto dovuto al dotto e yalente archeologo, ci dispiace di dovere fìn da ora
asserire che il nostro giudizio sull’opera sua non sarà molto lusinghiero. La
vita da lui scritta è un magro e nudo racconto che si riduce alhi semplice
esposizione dei fatti, alle sole citazioni, senza che nulla si agiti intorno al
protagonista e v'imprima un po' di varietà e movimento. P. professa a Napoli, a
Roma, a Milano, a Vicenza, a Padova, a Venezia, ha molti nemici, solivi molte
persceuzioni, e torturato dalla gotta e muore a Cosenza. E può mai questa
chiamarsi biografia? Dov'è l'uomo, che ti si presenta innanzi coi suoi aifanni
e colle suo miserie, colle sue passioni e coi suoi disinganni, senza grave
sforzo del lettore? P. corre errabondo di città in città, trova nemici acerrimi
ed ostinati, che gli si gettano addosso a guisa di cani mordenti; ebbene,
perchè tutto questo ì Xe è forse egli meritevole per l' indole sua, X>er
l'incompatibilità del suo carattere, opx)nre quelle lotte, quelle persecuzioni
sono il portato legittimo dei tempi in cui vive, di quel tempo d' interminabili
litigi, il tempo dell' Umanesimo. Non lo dice lJannelli. Egli pare che faccia
poco conto di quel x>i'ecetto, che il valore esatto di un uomo non si ha se
non quando un tale uomo, come l>enis8Ìmo osserva Graf, si considera
[Attraverso, Looschor, Torino.] nelP ambiente sao, in mezzo alla vita. varia e
complessa di cui egli è| al tempo stesso, organo e prodazione. Per la qnal
cosa, dopo aver letto il commentario di Jannelli, quaP è l’idea che il lettore
si è fatta di P. f Oiò che si è detto di Gaio può dirsi di Tizio, non vi è
nulla che caratterizzi l’uomo, non appare l’essere vivo d’ALIGHIERI,
l'individuo tutto intero, tutto d' un pezzo, la persona libera e consapevole di
Sanctis. Oltre a ciò non ci dice lo Jannelli se ò giustificato quel lugubre lamento,
cbe emana da tutti i saggi di P., specie dalle orazioni inedite. Se è vero
quello straziante singulto, cbe erompo da quel mesto componimento, l’ elegia Ad
Luciam, in cui si sente lo sconforto di un' anima abbattuta, un phato9, cbe ti
aggbiaccia, un tædium vilæ, che ti stringe il cuore. Su tutto questo tace il
biografo: Innanzi alle innumerevoli miserie, cbe affliggono il suo
protagonista, egli non si commuove punto, le narra senza commenti, senza
riflessioni, trascurando così completamente il lato artistico, cbe non consiste
nella semplice forma. Ma richiede anche il concetto, consistente in
quell’elemento subiettivo, in quella speciale maniera di saper spiegare e rior-
V. nostro lavoro : L'elegia e Ad Litciam » di P. e il Bruto mitiare di
Leopardi, Ariano, Stali, tip. Appaio Irpino, ISOO. ] dinare i fatti, facendoli
tutti dipendere da un' idea unica, cbo abbracci in mirabile sintesi tntta la
vita di un individuo. Le copiose notìzie, con tanta pazienza raccolte, sono
gettate lì, senza essere state prima elaborate, non v’è sintesi, ma lunga e
pesante analisi; sicchò manca completamente la riproduzione artistica delle
notizie trovate, che f^ apparire coi suoi pregi e eoi suoi difetti la persona
presa a tratteggiare. Bisogna però convenire che, rispetto a P., non ò cosi
facile riuscire neir impresa: perchè si possa avere una completa conoscenza di
lui, non bastano le notizie, spesso inesatte, che ci danno i filosofi
contemporanei.È necessario che il biografo sappia ficcare lo viso infondo ai
preziosi manoscritti inediti dell' insigne filologo, e studii ed analizzi
soprattutto Pampio codice, che contiene le ora zioni tenute dallo stesso, al
principio dei corsi, nelle diverse città, dove è chiamato ad insegnare. In
questo codice l’infelice umanista ci dà piena contezza dei suoi mali, dei suoi
nemici implacabili. R. Biblioteca di Napoli. Cari. aut. min. 317 per 223, di e.
164 non numerate, uè tutte interamente scritte, oltre due o più bianche, già
guardie di esso; ò legato di pelle. Incipit € Epithalamium, esplicit € Oratio
ad. Discìpulos. Come tutti gl’altri manoscritti parrasiani, questo, codice
divenne prima proprietà di Scripando, come dalla seguente didascalia finale : e
Antonii Scrìpandi ex Jani Parrhasii testamento, e poi passò alla Biblioteca di
S. Giovanni a Carbonara, di dove alla R. Biblioteca borbonica. Nella CaUibria
Citeriore, in fonilo a quel granilo ellis- soide, eh' è la valle del Crati,
formata dalla catena degl’Appennini, che ai contini della Basilicata si dirama
in due opposti bracci, V uno lungo il golfo di Taranto o l'altro lungo il mar
Tirreno, sul fiume Crati e Busento, sorge la (Vii- sentia di STRABONE e di
Appiano Alessandrino, la metropoli dei Bruzii, come la chiamano LIVIO, PLINIO,
Antonio, Pomponio Mela. Bella e famosa città, dal territorio ubertosissimo,
dove, facciamo nostra. L’espressione di uno dei più fervidi apologisti di essa,
Sambiasem stan gareggiando insieme Cerere e Bacco, Pallade e Silvano, e Pomona
con Flora i. Occupa una bella pagina nei fasti civili e militari d' Italia. Ma
merita soprattutto un posto importantissimo nella storia dell' umano pensiero.
Basta dare un semplice sguardo alle opere di Barrìo, di Spiriti, di Zavarroni,
d’Ughelli, d’Amato e di tutti quegli altri filosofi calabresi, che [Ragguaglio
di Cosenza, Napoli. De Siiu et antiq. CalaMæ, Roma, Memorie dei filosofi
cosentini, Napoli. Biblioi. Calabra. Napoli Italia Sacra \jSi) Pantapologia
calibra, Napoli. diuanzi alle gloriose mciuorie ili Cosenza, entusiasmati,
hanno sciolta la loro lingua alle più alte lodi, per comprendere quanti forti e
baldi ingegni abbia nei diversi tempi dati alla luce: Telesio, Galeazzo,
Coriolano e Martirano e soprattutto la fenice dei moderni ingegni, Telesio,
potrebbero illustrare, nonché una città, una nazione intera. E P. non è anche
lui nativo di Cosenza! Sebbene tutti i suoi biografi lo credano tale, e non
sorga a negarlo che solo Aceti, il quale con scarse ragioni, gonfiate da un
esagerato spirito di campanile, sostiene che P. è nativo di Figline, villaggio
presso Cosenza, puro noi, per varii motin, dubitiamo che egli sia cosentino nel
vero senso della parola. Anzitutto perchè troviamo ritenuti per cosentini
parecchi valenti nomini di quei tempi, come Bonincasa, Cornelio, Mazzucchio,
che sono nativi di quei diversi villaggi, detti volgarmente casali, che
circondano Cosenza e sono ritenuti come tanti sobborghi di essa. Poi perchè P.
nelle sue opere, sebbene ne abbia tante volte l'occasione, non ricorda mai
Cosenza come sua patria, a differenza di tutti gl’altri filosofi di questa
città, nei qnali, come nota FIORENTINO, si vede una certa ostentazione nel
determinare la loro patria, e nell'apx)orre al proprio nome l'epiteto di
cosentino. In una lettera a Tarsia si congratula del risveglio letterario della
Calabria e specialmente di Cosenza. In un'altra, diretta a Pagliano, parla dei
[Animadcersiones in Barrium De Situ et antique Calabriæ ed. cit. € Vir iste
inter omnet acvi sui erudi tissimus facile prìnceps, ad Fillooum, tire Felinum
pertinet, patriam tuam ac meam. De Rebus per EpisL quæsit.] cosentini mostra
che non dimentica mai Cosenza, che anzi l’ama teneramente; ma non dice mai
nulla, da cui si possa dedurre che egli stesso sia cosentino. Ne basta:
nell'orazione inedita, tenuta e Ad Patricios Neapolitanos), il ?. per ben
predisporre gli animi verso di lui, fa noto che ha già inserì guato parecchi
anni nella nativa regione dei Bruzii: e prìus I: aliquot annos frequenti
auditorio in Brutiis, unde nos ortum dncimus, interpretandis auctoribns
impendimus. Ora perchè qui ricorda i Bruzii e non Cosenza, dove realmente
insegna prima di andare a Napoli? Non crediamo parimenti trascurabile Fultra
prova, che ci fornisce un codice inedito di Mnrtirano, cosentino, discepolo di
P., da noi rinvenuto nella Biblioteca Brancacciaua di Napoli. In questo codice
iutitolato De Famliis comsentinis, Martirano non fa menzione della famiglia del
mæstro, e ciò non sembra fatto per semplice dimenticanza, poiché in un sonetto
dello stesso scrittore, sulle famiglie di Cosenza, riportato dal Sambiase e
riprodotto dal Fiorentino, si nota la medesima omissione. E in ultimo è
ravvalorata sempre più la nostra tesi da una lettera contenuta in un altro
codice inedito di P., che si conserva nella biblioteca dei PP. Gerolamini --
Bibl. Brancacciami di Napoli. Cod. e De FamiliU coaseatinit CommentarìuB. Ai
cultori di memorìe cosentine indichiamo i due codici inediti, che ti trovano
nella stessa Biblioteca: € Rclacion de la Ciudad de Cosonzia. De Syla
Consentiæ. ex historìcis, Bibl. dell'Orai, dei PP. Gerolamini di Napoli. Cod.
Pil. Cari. mise, apogr.,leg. di pelle. È dello stesso formato dei codici della
Bibl. Nazionale e proviene. 0t0immjmtmi' I afti^fci y** In quella P.
roccoinaucla caldamente ad Inghirami, bibliotecario della Vaticana, il caro amico
Cesareo, che egli chiama suo e conterraneus. Non pare che P. gli avrebbe dato
l'epiteto di e civis i, se anche lui, come quello, fosse stato cosentino Tenuto
conto di tutte questo ragioni e delle notizie enfaticamente forniteci d’Aceti,
il quale fa menzione di un altare gentilizio di P., di una lapide commemorativa
del Cardinale P. Paolo, esistenti in FIGLINE, come pure di altri documenti
tratti e ex librìs Baptizatorum, ci sentiamo indotti a erodere che P. fosse
realmente nativo di Figline. Ma Cosenza e per lui la vera patria di adozione,
l'ama sempre del più tenero amore, fino a quando fluì in essa i suoi giorni, e
sebbene non si sia mai dato l'epiteto di cosentino, pare che non gli sia
dispiaciuto d'essere stato creduto tale. Anche noi x)erciò, pur sapendo di
tradire in parte la verità storica, continueremo a chiamarlo cosentino. I
biografi non sono d'accordo circa le origini della famiglia di P. Alcuni
affacciano degl’ipotesi, altri fanno delle gratuite asserzioni (“He has a corch
screw in his pocket” – H. P. GRICE – cork screw -- ), fra queste degne di nota
quelle del come Morobfa, dalla stessa Biblioteca di S. Giovanni a Carbonara, di
dove pare sia venuto in proprietà di Valletta e da questo ai Gerolamlni. Cont.
Campanarum Epist. Panhormitæ », di e. 56 scrìtte, più 6 bianche, già guardie.
Incip. Ad Nicolaum . Buezotom > ; expl. € et genus humanum. Seguono : €
BpistoUe P.» di e. 30; incip. e T. Phædro, romanæ Æademiæ, expl. e epistola
Minoritaiio ». CiiioccARELij — De iUusiribtis scriptoribiis ecc. Ncapoli.] Come
vedremo P. ò alterazione di P. Gonzaga cho, fra lo altro cose, chiama il
marchese P. di Napoli, rappresentante del ramo calabrese della famiglia di P.;
mentrOi da notizie da noi assunte', ò risultato che l’ultimo rampollo di essa e
P., marchese di Panicocoli, di Benevento. Questi, con gentilezza degna della
nobiltà ed eccellenza della sua famiglia, ci fornisce le seguenti notizie,
tratte da diplomi e privilegi. Guglielmo, nativo di PARIGI, nella FRANCIA,
portatosi in Italia all’epoca del re Carlo I, lascia il primitivo ed originale
e reale cognome di LANCIA e prese quello di P. Da Ruggiero, suo figlio, nasce
Matteo ed Andrea, che, uniti al padre, militarono con grande onoro sotto lo
stendardo di Ferrante I d*Aragona, come apparo dal privilegio d' immunità e
franchigie, confermate poi da Carlo V. Avendo il suddetto 5ratt.eo operati
molti e prestanti servigi al suo re, ha in premio il feudo Aconaste di
Alipraiido, confermato dal re Alfonso. Illustri discendenti di Andrea e Matteo
sono Guglielmo e Gualtiero, i quali da Ferdinando il Cattolico ha in dono il
castello di Kalamo, nella terra di £se, come appare dal breve di donazione, da
noi osservato in Benevento presso il marchese P. Da Ruggiero poi nasce una delle
maggiori glorie della famiglia, P. Paolo, valentissimo giureconsulto, che tenne
cattedra a Bologna ed in altre città d' Italia, e giunse all’onore della
porpora. Ora t^ma qui opportuno osservare che la famiglia P. si diramò poi in
Messina, Oastrogio vanni, Mineo, [Conte Berardo Candida Conzaga. Memorie delle
famiglie nobili delle province meridionali d'Italia, Napoli. Archivio di S,
Agostino alla Zecca, Documento, Archivio di S, Agostino alla Zecca, Privilegio
registrato in Lentini, Napoli, Bologna e Reggio. Ma il ramo principale e quello
di Calabria, il quale a sua volta si dirama nei P. e ex Bugerio da cui dice
Cardinale, e nei P. e De Thomasio. Da quest'ultimo ramo, da Tommaso,
consigliere di S. Chiara, e da Pellegrina Poerio, nasce P. Discende questi
dunque da illustre ed antica famiglia, in cui pare siano stati ereditari
l’cccellenza dell'ingegno e l’amore alle >nrtn ed alle alto ed onorifiche
imprese. I filosofi del tempo sono concordi nel tessere gl’elogi dei genitori
del P., lodano la coltura e l’alto sentire di Tommaso, non che la nobiltà d'
animo della madre, che fe rapita prematuramente all’affetto dei suoi. Non tarda
molto a palesarsi in P. quella grande tendenza ed attitudine allo studio della
filosofia, e quella grande tenacità di mente, che fin dai primi anni fa
presagire nel giovanetto uno splendido avvenire. I n primo suo mæstro sta
Grasso, detto il Podacio dalla patria, Serra Pedacia. Molti filosofi no lofiano
la dottrina e la bontà del cuore, sicché sotto la guida di lui P. fa rapidi progressi,
dando presto chiare prove che il discepolo supera il mæstro. Gi rimane una
lettera, indirizzata a Grasso, in cui l'antico alunno scioglie alcune
difficoltà letterarie, che quésti gli ha proposte; ciò che in altri generato un
[Loca Gaurico — Traci.Da Nat., Op., Jamtislli, P.. De Rebiu ecc.Orai, in epist.
Cic. ad Alt., ediz. Mattltæi, Neapoli, e In optimam matrem meam primo desævit
fortuna integra adhue ætata. De Rebus ecc. Zavarroni. fnXk'^ lAk^Ài •-T»*, che
si legge nella cosi detta apologia di Vallo. Passato un certo tempo dalla sua
venuta a Lecce, P. incorse nell'ira paterna per essersi mostrato poco disposto
allo studio del diritto. Essendosi però il padre piegato a più miti consigli,
egb", allettato dal bel nome, che gode a Gorfù Mosco, spartano, al quale
accorreno da Veneziike da ogni parte d'Italia, non che dalla stessa Grecia,
tutti quelli che desideravano pe- [De Rebus ecc, ediz. cit., Comm. del P. al e
De Raptu Proserp. Claudiani, Milano] Multa tamen in Græcia antea ilidioerat,
admodum prætextatus, in Japygla, quam regia potestata Tamìsiui, pater eius,
obtinebat, usua præceptore Stizo, cui nihii ad summam defuit eruditionem
filosoficam, præter quam maiua nostrarum litterarum sindium. Jannblli.
to«Mi«^hMiA«Mta ] notrare nello intimo bellezze del greco, volle recarsi colà|
e pare che vi si trattenesse poco più di un biennio. Non possiamo dire con
procisiono quando egli si portasse dal nuovo mæstro, pare però eerto che
ritornasse a Cosenza intorno, come ci aiTerma un passo del suo Commentario al
De Raptu Proserpinæ di Claudiano, P. parlando della Delia Oliva di Catullo,
ricorda che per fonte e non per albero interpreta quell' Oliva quando a Cosenza
ha a mæstro Acciarino. Tornato a Cosenza, riprese quindi P. lo studio del
latino sotto la guida di quest' ultimo, tanto lodato da Poliziano, e ben presto
rivela i frutti del savio ed ordinato insegnamento del dotto mæstro, riportando
a Callimaco quel carme, che ha per titolo e ri ahtx », o interpretando per la
fonte che esiste nella Beozia, e non per albero, la Delia Oliva di Catullo.
Giraloi, De Poctis sui temporis. Dial. II. TIRABOSCHI, Storia della letter. it.
Roma. Spera. De nobil. profess. gramm, Apologia del Vailo. e lode Corcyram
profeotus, operam Mosche dedlit 000. P., Commentario al De Raptu Proserpinæ,
Poliziano. Epistolæ, Commentario al De Raptu Proserpinæ. Non bisogna però
tacerò che anche P., corno tanti altri umanisti trova nel paciro un fiero
oppositore ai suoi studi prediletti. E ornai divenuta tradizionale nella
famiglia P. la tendenza alla carriera giuridica, sicché Tommaso si mostra
dispiaciuto verso il figliuolo, che preferisce lo studio della filosofia e dei
classici a quello del digesto e delle pandette. A quale perìodo della vita di
P. deve però riportarsi questo fatto! Jannclli, esagerando anche lo sdegno del
padre verso il figliuolo, afferma che bisogna riportarlo a quel tempo in cui
quest' ultimo apri pubblica scuola a Cosenza [V. Un accademico pmitaniano,
precursore d’Ariosto e di Parini. Ariano — Stab. tip. Appiilo-Irpino. De Uchus
per cpisloìam ecc.: e Neque vero comineinoralH), quod ut hune quantulu in
cuinque litterarum profectum iiiorarctur indulgciuU alioqui in me patria animum
depravavit Fortuna, no sumptuA ai ooìa Musarum auppcditaret, taroquam relieta a
maloribus trita semita degeneri, quod, ut illi, leges ediscere neglexerìra.
Morelli De Patricia consentina nofnlitaie, De vita et scriptis ecc. A. qia:«o
paukasio Ciò non ò prosaniibile, poiché Tommaso P., da uomo accorto ed
intelligente quaPerai non avrà certo atteso che il giovane avesse raggiunta
l'età di 21 anno, per costringerlo a battere la e tritam semitam gentis suæ i.
Più logico invece ci sembra che egli cerca di piegarlo ai suoi volerli prima
che del tutto uwa^^N!w' luuuincrcroli quesiti di diritto, tratti dalle opere
dei pia valenti giurecbusulti, corno ULPIANO, Paolo, Modestinoi PapiuiiiDO
ecc., bisogna notare il lavoro paziente del giovanetto, reso ancora più
manifesto dai non pochi errori grafici, in esso ibcorsi, ed eliminati
evidentemente da una futura correzione. Pare però che in Tommaso P. abbia
finito col trionfare la generosità del suo animo. Sicché, specialmente quando
vide l'altro, figlio Pirro battere la strada dei suoi antenati, dove certo
venire a più miti consigli verso P., e permettergli di seguire la naturale
tendenza del suo ingegno. Non crediamo punto di errare asserendo quindi che
egli stesso lo consigliasse a lasciare Cosenza, dove presto la scuola di luL.
cra salita in grande onore, ed a recarsi a Napoli, dove già egli occupa la
carica di regio consigliere di S.Chiara Però inclineremmo a credere che P. non
si recasso allora a Napoli per la prinia volta, poiché nell’Oratio ttd
ratritios neapoliUiìtos dice che, essendo venuto colà per salutare gl’amici, da
questi, che già per prova dovevano conoscere il suo valore letterario, venne
invitato, anzi forzato, a tenere un corso /li lezioni sulle Silve di STAZIO.
Non crediamo qui necessario trattenerci a discorrere del Pontano e della sua
Accademia, dopo il cenno che ne abbiamo fatto in altro nostro lavoro; solo ci
piace osservare che sebbene P. si assumedse il Toppi. — Dj Orig. Tribun. Bibl.
di Napoli. € Ai io præsontiaruui Viri patritli, quum ofiilii causa, ut amicos
inviseremas, A'I vostram rempublicaiu ornatisshnain aodique vorsum me
contulissem, ab eìndem post aliquot dies inissIoDem impetrare haudqaaquam
potala quod dicerent nostræ consuetudinis iucundltate teoeri eoe. Un Accadeimco
poHtaH'ano precursore d’Ariosto e di Perini, Ariano, Sub. Appulo-Irpino.
tei*«*MÌB iimtaa lm Pantapdogia ealabra, Napol, De Patricia consentina
nobilitate. Venezia, Morelli. e Ferdinando II regi admodum carut, cuius
ingenita servitia laadantur, Bibl. Nazionale di Napoli. La lettera si trova nel
codice già descritto. Il M«MkMd«M*^*k#«J)A« j V^»^tlm, Dopo avere a lungo
discorso della divinità egizianai P. cosi pone termine alla sua lettera: e Qui
Fortunæ si nonduin omnes ad unum bonos libuit excindore, si nomen Aragouium
propitìa rospicit, te, lapsis tuomm rebus, incolumen servabit, discot abs te
clementiam, mitissimoque Principi mitis aliquando fiet. Tu rnrsus maiores tuos
intueri debes, ascitos coelo, operamquo dare ut, nude per iniuriam doiectus cs,
industria virtusque te rcponant. Come ognun vede, questo principe aragonese per
iniuriam scacciato dal trono, non ò altro che Ferdinando II, il quale dopo la
battaglia di S. Germano e l' insurrezione degl’Abruzzi, non avendo potuto
mettere un argine all’invadente piena, che si era rovesciata nel suo regno,
lascia Napoli per fuggire alla volta di Ischia. Merita similmente di essere
riportato il seguente brano della lettera in esame: e Audio te esse egregiæ
iudolis adolescentnlum, animo alucrem, iugenio potentem, frugalitatis et
continentiæ in istis animis admirandæ, patientem laboris, a voluptatibus
alienum, firmiterque laturum quicquid inædificare, quicquid tibi fortuna
voluerit imponere. Dai passi succitati, specie da quest'ultimo, in cui è
descritto minutamente il carattere di Ferdinando, chiaramente si vede come tra
il principe ed il filosofo sia esistita, pia che una semplice relazione, una
vera e cordiale amicizia, che crediamo abbia avuto origine fin da quando P.
Audio è qui adoperato noi significalo di conoscere. CICERONE: 4 Audit igitur
mena divina de s^ngalla. A--, -1- a . lait. "-Tfc'- i r» t * mi^ ^i i H m»
; e fo- ccndogli affidare V ufficio di e cavaleris penes capitaneos terrarum
Montaneæ et Civiteducalis, potestate substituendi, cum gagiis et emolumentis,
lucrìs et obventionibus solitis et consuetis et debitis. Non ripetiamo tutti
gli elogi proiligati nel documento in parola. Ci limitiamo a riportare solo il
seguente brano, in cui chiaramente si vede l'alta stima, che il re Alfonso ed
il principe Ferdinando avevano di P. : e Nos autem habentes respectum ad merita
sinceræ [Chàritio. Endimione. Canxooe Vili. Le rime di BenedeUo Gareih, detio
il Chariteo.Napoli. Erroneamente Tafuri crede di identificare nel Barrhasie dtà
Chariteo, Giovanni Marrasio; come pure a ingannarono coloro i quali supposero
che fosse Barrasio, regio consigliere et presidente di Camera [Archivio di
Stato di Napoli. — Collaterale prìviL Aragon. clovotionis ot fide! præfati
Pauli, ac considerantcs sorvitia per oum Majestati nostræ praostita et impensa
iis et aliis considerationibas et causis digne moti, præfato Paulo ad eius vitæ
decarsum iain dieta officia. ; haberi volumus pro insertis et expressis et
declaratis. Pare però che P. non occupa a lungo questa carica, che, se gli
procura danaro ed onori, non dove certo concedergli il tempo necessario per
dedicarsi ai suoi studi prediletti. Ecco perchè lo troviamo a Lecce in
DeeU" iiam 8cribarum carica molto onorifica, alla quale non puo aspirare e
nisi honesto loco natus, et fide ot industria cognita. Di queste due cariche
sostenute a Taverna ed a LeccCi si rammenta P. con rincrescimento e disgusto
quando svaniti i sogni si dedica di nuovo e con pia lena allo studio delle
lettere: e lam vero piget neminisse quod ab ingenuis ai-tibus ad calamum
militiamque me tradaxit Fortuna i : n P. né in questo, né in altiì luoghi ci
dice quando impugna le armi. Non crediamo però di errare, sostenendo che ciò
sia avvenuto nella lotta degli Aragonesi contro Carlo Vili e non dopo la caduta
di questi, e ut consuleret sibi patrique i, come crede lo Jannelli Come i suoi
illustri antenati, nei quali rifulge inteme- rato il sentimento della fedeltà e
della gratitudine, P. corse subito a prestare Peperà sua in difesa del suo
signore, e se dopo, come abbiamo visto, egli si penti di ciò, bisogna rl-
Apologia del Vallo, Ipse Janus in eam provinoiam Japjgiam, quam pater rexit,
adolescens Scripturam fecit. Ouæsùa per epi%i. — Orai, ante pralect. in epist.
Cie. ad Att. h I I i*' i ' 1 ^ 1 là i M "j i \ Mr 'cercamo la causa nel
suo giusto risentimento, quando vide la sua devozione ed il suo zelo
indegnamente ricompeasati da re Federico. Oi parrebbe quindi verosimile che P.
segue il principe Ferdinando, quando con un corpo d'esercito e mandato da re
Alfonso nelle Romagne, e che prendesse parte a tutte le vicende di quella poca
fausta spedizione contro l'Aubigny, ed alla stessa battaglia di S. Germano. Ciò
non risulta chiaramente da alcun documento, ma siamo indotti a crederlo da
quello speciale interesse, che P. mostra di aver preso alla causa aragonese, e
da quel continuo accenno all’armi, a cui, altrimenti, non sapremmo dire in
quale altro periodo della sua vita egli si sarebbe rivolto. Torna utile
riporUro i seguenti versi di un epigramma di P. contro Nauta, suo fiero nemico
(Apologia di Vallo). Si fortuna levis de Consule Rhetora fecit. Et ferulam
gerirous qua prius arma manu. Nonne eoe. La parola co9isìU ci fa credere che P.
fosse giunto a qualche alto grado nell’esercito aragonese. i«A>^i
•'^bA*«Jwti w>i>»i' » .a IW »^f *m' ^rtèmtmr'nmmm in. P. P. conchiade la
sua lettera a Ferdinando d'Aragona col voto di poterlo rivedere, prima di
morire, sul trono degl’antenati: e onte meos obitus sit, precor, ista dies
>• n giorno desiato non tarda molto a spuntare: dopo quattro mesi,
Ferdinando rientra in Napoli, festeggiato dal popolo, e cosi il voto del fedele
P. fu pienamente adempiuto. Allora questi e reintegrato, insieme col padre,
nell'ufficio perduto dopo la conquista di Carlo Vili, e ritornato a Lecce, si
dedica con ogni cura all'emendazione del testo di Solino: e Si quis alter in
emaculando Solino laboravit, in iis ego nomen proftteor meum: Ncapoli, Lupiis,
in Japygia Apulia, nactus antiquoe reverendæque vetustatis exemplaria. Ma
Ferdinando II godette ben poco del possesso del trono ricuperato, poiché dopo
un anno appena morì, lasciando la corona allo zio Federico, che, inetto a
regnare, da l’ultimo crollo alla dominazione aragonese. AtSS. DibL Nazionale di
Napoli. Da una lettera contenuta nel Cod., diretta non sapremmo ben dire se a
Oiovan Battista Pio Bolognese o ad Aldo Pio romano. Inc. Atqul tua cum bona
venia fallit te ratio, mi Pie, » MiJII Vii r J rrn ' " r '~ - V t
f'^-'f^J'^come nelPavvei^a fortunai oltre che per l'amore, che ad essi lo
legaya, por la speranza e honestioris gradus, maionunqæ commodorum; ebbene ora,
invece del premio dovuto, di quel posto onorato, di quegli agi sognati, gli si
getta in faccia l'accusa di traditore. Il letterato ha forse sperato di poter
col tempo raggiungere l'alto grado del Beccadelli e del Fontano. Ma dinanzi
alla dura realtà quei sogni dorati sono svaniti, gettandolo nel più grande
sconforto. Ecco come dolorosamente egli esclama contro la maligna sua sorte: O
calliditatis inauditum genus ut Fortuna iuvando noceret, ad opes me evexit et
dignationem I Verum simulao animadvertit eius aura, simulatoque favore de
pristina vitæ ratione nihU in me mutatum, passimque meas omnes acces- siones
industriæ magis et probitati, quam sibi acceptas referri, vehementer oiTensa,
confestim passis alis evolavit, ne virtuUs comes esse cogeretur. Oh come questo
brano tutto rivela lo strazio di quel cuore addolorato I e quale triste verità
nelle ultime parole, che accennano allo spietato abbandono in cui tanto spesso
la fortuna suole lasciare il virtuoso I Ma l'abbattimento morale, in cui era
caduto il F., fli puramente passeggiero : fornito di quella lealtà incarnata
nella virtù e di quella gagliardia di propositi, che reca in sé una potenza a
cui nulla resiste, dopo la penosa impressione del momento, si senti subito
forte per vincere le diflBcoltà e sopportare la sventura. Anzi questa, ben per
tempo, rivelò in lui ciò che Q Settembrini ben definì corona e gloria della
vUa, cioè un nobile [P.— Orai, ante prælect. epist. Ciò. ad AtL, Matthaai.
Neapoli W.,- r^'ir s 6 grande carattere: al giovano inesperto successe l’uomo
dalla fibra gagliarda, il quale, come vedremo, nelle lunghe peripezie della sua
vita, anche quando tutto gli venne meno, ebbe ancora un terreno sul quale restò
invincibile, il coraggio e l'integrità. Ecco come egli nobilmente si esprime.
Ego nihilominus, ut meum nunquam ratus, in qnod incostantia Fortunæ ius
haberet, quod alieni foret arbitrii, quod auferrì, quod crìpi, quod amitti
posset, in eodem vultu prqposìtoque permansi, Quumque vicem meam dolerent
omnes, (quod indicat incolumi statu qualem me gessissem) solus ego furienti
Fortunæ laqucum mandabam. Fiere parole, in cui tutta rifulge questa splendida
figura di calabrese, che nelle calamità della \ita resta saldo a guisa della
torre dantesca, e assicurato dalla buona compagnia che V uom franclicggia,
eleva baldanzoso la testa e con aria fiera e calma volge ai suoi calunuir.tori
uno sguardo, in cui si compcnctra generosa compassioue ed odioso disdegno per
la viltà, che striscia ai suoi piedi. Ben diverso però è il P., che ci presenta
lo Jannelli: freddo ed insensibile dinanzi a quelle pagine palpitanti di vita
reale, in cui si sente tutta l'ambascia di chi si vede colpito in ciò che aveva
di pia caro : Ponore, il nostro biografo ci et del suo protagonista! un girella
della peggiore risma, che, ve- dendo e inane Aragoniorum imperium fatali casu in
dies ruere >) diviene, insieme col padre, aperto fautore dei Francesi.
Jannelli, a sostegno della sua asserzione, non adduce altra prova che qualche
parola di lode, che il P. a- vrebbe rivolta, molto posteriormente, ai Francesi,
durante la sua dimora a. Milano (3}; il nipote Antonio poi crede di [Orai,
cit., ed. cit., pag. %iA. De vita et icriptis ecc. > ii^i'/"
r>^.iin^ii -i.Jm'imI mk^ i' V*««>i>hi^iiilW [j^WjiWiiM; M>iM»W li»
IfiI^ l'^l 11 ^«yy Q \»t ' 'l ^^ l| tf »^rfi>>ii»Wi T i K i * *iteto di
tiranno (3}« • Lasciata Napoli, non poteva fl P. essere più felice nella scelta
della citta, destinata quale agone dei suoi studi : in Roma infatti
l'Accademia, fondata [P. Epìstola ad Michælciu Ricciura, ante Sedolii et
Prudcntii cariuìna. i«iw*i ^i«i^i*ii> «2da Pomponio Leto, aveva raggiunta
altissima fama, chia- mando colà molti fra' più dotti letterati del tempo,
quali SACCHI (si veda) Sacchi, detto il Platina, il grammatico Venilano, il
valente grecist-a Baldo e, per non parlare di altri, Inghirami, giustamente
detto dftl P. e fiicilis, expeditns, plenus humanitatis »Fin dai primi giorni
in cui il P. conobbe quest' ultimo si senti legato a lui della più salda
amicizia, che, per mutar di eventi, fu sempre viva e sincera. Inghirami,
all'alto sapere congiungendo una non comune bontà d'animo, fu uno dei pochi
veri amici, che abbia avuto V infelice P., ed in molti casi, come vedremo, fu
per lui la vera ancora di salvezza. Libero omai dalle fantasticherie giovanili,
e spinto da quel tiranno signore dei miseri mortali: il bisogno, l'umanista
calabrese si dedica agli studii con più amore ed alacrità che non avesse fatto
x)er lo innanzi, riuscendo, dopo non molto tempo, a completare la correzione
del testo di SOLINO e di quello di AMMIANO MARCELLINO. Ben presto occupa un
degno posto tra' più illustri let- terati, che allora professano a Boma, e
diede subito chiara Orat. ante prælec. epist. CICERONE ad Att., Orat. -- ut me,
quo priroum die Romæ \idit, arotissime complexus est; ut auctoritate, gratia,
testimonio suo prolixe iuvit, ot in omni fortuna semper idem fult. R. Bibl.
Naz. di Napoli. Orat. ad Sen. Medici.Immo paupertas iampridem virtulis et
doctrìnæ contubernalis est; quippe qui dum integris opibus et incolumi
patrimonio floreha* mus, litteranim studia remissius assectabamur ; ubi
vero-communis illa tyrannorum procella no», ut bonos omnes, involvit, ardenter
adeo man- suetloribus Musis operam dedimus Ammlani Marcellini Rerum gestarum
libri penes me sunt omnes quot extant, ex antiquissimo codice Romæ exserìpti.] prova
del suo sapere, specie nella disputa avuta con Antonio. Amiternino. Questi,
quasi del tutto igniaro della lingua greca, aveva messe fuori delle vuote e
cervellotiche interpretazioni, che voleva gabellare per irrefutabili. P. in
sulle prime cercò di fargli comprendere amichevolmente gli errori in cui era
caduto ; ma quando vide che si ostinava nella sua opinione, anzi aveva osato
finanche minacciarlo di morte, non ebbe più alcun ritegno di rendere di
pubblica ragione la poca valentia del protervo grammatico. Essendosi cosi
acquistata alta e meritata fama, gli fti assegnata nell'Accademia la cattedra
di oratoria, mandato molto onorifico, che egli seppe disimpegnare con zelo e
dottrina. Appunto in quel tempo e scelto a mæstro di Gætani, figlio di Niccolò,
duca di Sermoneta, a di Silio Sabello, giovanetti di assai belle speranze.
Parva che un'era di pace e di tranquillità fosse sorta per l’infelice P. ; ma
purtroppo allora Boma gemeva sotto il giogo di Alessandro VI, lo scellerato
pontefice, di cui, come ben dice MACHIAVELLI, tre ancelle seguirono le sante
pedate: lussuria, simonia e crudeltà. Forse molti dei delitti di casa Borgia
saranno stati inventati dall'accesa fantasia dei romanzieri ; ma non si può
certo sconvenire che fu sparso innocentemente il sangue -di nume- rose vittime,
per sola sfrenata smania di potere. Tra questa bisogna ascrivere i due cari ed
amati discepoli del P., Silio e Bernardino, barbaramente trucidati dagli
emissari pontifici, Quæsita per epist.ed. Orai, ad Seti. Mediol.: € operain
dedìmas, ut et nos hactenus non poeniteat, et aK aliia idonei esistimati »imas,
qui Romæ, io arce totios orbis terraram, oratoriam publice profiteremur Vallo.
Apologia; Orat. prælec. epist. Cic. ad Att.« edix. Ciu A .111 I IWH 1 solo
perchè le loro famiglie non si erano forse mostrate lige ai nefandi voleri del
Pontefice, che pur di fondare pel figliuolo Cesare uno stato, che comprendesse
tutta l' Italia centrale, non la risparmiava ad ogni sorta d' immani
scelleratezze. Poco mancò che il P. stesso non fosse coinvolto nella disgrazia
dei suoi alunni e, se ri usci a salvarsi, lo dovette solo all' intercessione, ai
consigli ed agli aiuti dell' amico Inghirami. Allora P. si recò a Milano, dove
gli erano riserbati infiniti altri dolori. (1; Oratio ante prælec. epist. Ciò.
ad Alt., ed. cit., pag. 247: € quam Bollicite euravit Phædrus, Alcxandri VI
pootificatu, ne me Bernardini .Caietani, neo Silii Sabelli tempestaa involveret
Vallo. Apologia : € inde quoque disoessit, ususque Consilio lu- venalia, in
Galliam citeriorem migravit. Orat. € audivit in Gallia citeriore portolo iam me
tenere^ Mediolanique publice conductum profiteri. U P. a Aliano. Importanza
storico-letteraria di questo Lotta col Ferrari e col Nauta. Luigi XII, oltre le
vecchie pretese sul regno di Napoli, a causa del matrimonio di Valentina
Visconti, figlia del duca Gian Galeazzo, col suo avolo Turaine, affacciò queUe
sul ducato di Milano, e, vedendosi favorito nei suoi disegni dalle gelosie e
dalle discoi*die dei x)rincix)i italiani, si affrettò a mettere in opera il suo
disegno. Assicuratasi l'amicizia di Alessandro VI e della repubblica di
Venezia, mandò in Lombardia un esercito, ohe in breve tempo costrinse Lodovico
il Moro a lasciare il ducato ed a riparare nel Tirolo. Ma ben presto i Francesi
con le loro soperchierie fecero rimpiangere il governo del Moro: questi pensò
di trame profitto, e, disceso rapidamente con un forte nucleo di mercenari
Svizzeri, fu accolto festosamente dai Milanesi. Il suo trionfo fu però breve ed
illusorio, poiché venuto a battaglia, presso Novara, con l'esercito francese
comandato da Trivulzio, i Buoi Svizzeri si rifiutarono di combattere coaitro i
loro compatriota del campo francese, e cosi la sua rovina fu bella e decisa.
I»!Mm iM 1 M»S»>»mmi^*mm i0mi >m*^m tfhrfi*»*h- -««wAhAi*Fallitogli il
tentativo di fnga, il Moro fa preso e man- dato a finire i suoi giorni nella torre
di Locheé ; cosi il ducato di Milano ricadde sotto la dominazione francese.
Laigi XII propose al governo di esso il cardinale Amboise, il quale, fedele
ministro del sao re, vi riscosse ben trecento mila ducati per le spese di
guerra, inasprendo coUe sue angherie sempre più l'animo dei Milanesi. Forse per
coonestare in certo modo questa sua condotta, il cardinale si adoperò a che
fosse continuata in Milano la nobile tradizione degli studi umanistici, ohe ivi
avevano a- vuto valenti cultori e pptenti mecenati. Si sorbava ancora colà
memorili della munificenza dei Visconti, degli onori tributati al Petrarca
dall'arcivescovo Giovanni, e degli aiuti largiti da Galeazzo, Giammaria e Maria
agli umanisti del tempo : Uberto e Pier Oandido Decembrio, Loschi, Barzizza, Filelfo
e tanti altri ; come pure era vivissimo il ricordo della protezione accordata
ai letterati dagli Sforza, soprattutto da Lodovico il Moro, che aveva fatto
della ca- pitale lombarda uno dei principali centri di coltura d'Italia.
L'Amboise protesse anche lui i buoni studii e fti largo di aiuto agli umanisti,
ohe allora professavano a Milano: Giovan Battista Pio Bolognese, Ferrari, e,
per non parlare di altri, il celebre grecista Demetrio Oid- oondila.
TiRABoecBi. oRosmini. Storta diUUoM,
Milano, Sax. — Eiti. Lùter. Typogr. Mediai., Aboslati. BM. Script. Mediai.,
TiRABOSCHi:Aboslati. Sax. Fiorivano allora anche valenti poeti : CATTANEO,
Curzio, Dulcino, Biffo, Leone, tutta una flora di eletti in- gegni| in mezzo ai
quali venne a brillare P.. Como dicemmo altrove, questi giunse a Milano, come ci
attestano chiaramente oltre la sua lettera dedicatoria del De Raiìtn
Proserpinat all'amico Cotta, pubblicata anno maturius dalla eua venuta in
questa città (VII Kalendas januarias MD), la prima lettera inviata da Vicenza a
Gian Giorgio Trissino (ex ædibus tnis pridie, e l'asserzione di essere rimasto
a professare e octoqne per annos in Gallia Citeriore. il tempo che il P. dimorò
a Milano a ragione può dirsi il periodo più burrascoso della sua vita, a causa
delle lottOi deUe persecuzioni interminali, e di quella sterile guerra d'in-
trighi e di basse calunnie, di cui egli fu vittima. Quel periodo però fu anche
il più produttivo del grande filologo calabrese, il quale appunto allora a noi
paro che [Tirar.Aroxlati.Giovio. Elogia Vir. Uu. iUustr.^ L uo Creo. Girai/ 'I.
De poetit sui temperisi Dial. I. Rosmini. Vita ilei Maresciallo TrivuUio.
Bakoell, Novell.— Sax, Sax. Mazzuchklu. ^ Scriu. d' ItaJUa; Rosmiki. Vàa dai
Hear. Triwd.. Sax. *yM!' .* 'ortatì. Noi però più che ai versi di Lancino
Curzio, Sacco, Plegafota, Dulciuo, Biffo, quando non avremo assoluto bisogno
della loro testimonianza, ci at- terremo aUe orazioni inedite, pronunziate dal
P. a Milano. Sono circa una ventina, di cui alcune hanno interesse puramente
letterario, altre ci forniscono xireziose notizie biografiche. Anecdoti Hi
gloria^ bibliografia e antica, Catania, Tip. Francesca Galati, Præfat., A P.,
neapol., In nuptiis J. P. et Tbeodoræ Calcondylæ », Bpitalamla, De Justitia, De
Jore, Prælectio, Præfatio in.Lucium Florum ot Valerium Flaccum lu Lucium
Florum, Præfatio in Liviuin, Præfatio in orationes Ciceronis^rræfatio in
Achilleldtm ecc. àmktw,titi ihi^t^ »«haaa-^^i Queste, che pobblieliereaio
ute^ralaieate is appevUee^ crediamo che debbano disporn ia questo nodo^ per
ordìao di tempo: e Orationes II io lliootianaa. — Oratio ad Seaa- tom
Hediolaænseoi, Oratio ia Minattannm, la Loeiom Floram, PmeCitio ia Femoai,
Prælatio ia Thebaida. Di capitale importanza, per le ootizie che a foraiseoaa
8aografo, che coli' uno e coli' altro wu9iicre si era formata una certa
fortuna. Questi non si lasciò certo sfoggire l'occasione di sfruttare a suo
vantaggio fl giovane filologo, già abbastanza noto nel mondo letterario, lo
accolse volontieri presso di si, e gli asse» gnò, oltre V insegnamento, fl
grave e diflScfle incarico della correzione dei codici, che egli poi pubblicava
per suo conto. n P. curò allora l' edizione di parecchie opere latine, fra cui
fl Cirii, erroneamente attribuito a Virgilio, e la Vallo, Apologia^ ediz. di.:
€ habetqua (Mioatiaaut) pe- eoBÌÆ samniani sludiani ; dignlutcs afleeUl noe ad
omamentoa Titat, ted ad quæstum, qao nttri omnia diligit ex animo nemioem.
Caias aiaieaa æ aimalat, io hooe loddiaa priaom aoetit »• Oralio 10 ia
kiontiaooa : € Meom foit iUod in to benefidom, ai noæla, mona al la domi, fona,
in ro privata, in ro publica, in atodlia invi, anaUnni, ioyì ; podet lateri qui
na vicarìaa, qol diadpaloa amdiebam aohia» oC amen da n ^ provindaa aoatinabaa.
P.Canim. D§ Raptu Pro$€r. L HI: e varsna tz Ciri ma n doaoa, ot aillaUa olla vaoilUntiboa,
in boa radaginina nnoMioa^ IpdqDO Mlnntiano dadhaoa Imprlmaodoa Vita di quest'
ultìmo, cho attribuì a DONATO e non a Servio, come molti ritenevano ai tempi
suoi. Ne soltanto colla propria attività P. mostra ol Minnziano la propria
gratitudine. Questi più che dall' amore per le lettere, spinto dalla smania del
guadagno, aveva da poco pubblicate le opere di CICERONE, in cui, con grande
presunzione, aveva messo fuori tali e tante cervellotiche correzioni, si vuote
ed errate in- tei-pretazioni, da suscitare giustamente contro di se lo sdegno
dell' irritabile genus, specie del grammatico Ferrari, valente cultore del
grande stilista latino. Si schierò poco dopo contro di lui anche un tal Nauta,
corso di origine, insieme con molti altri, i quali tutti gli si scagliarono
addosso, mettendo in mostra gì' infiniti errori, di cui erano rinfarcite le
opere pubblicate. Il Minuziano, di natura temerario ed aggressivo, cercò di
lottare contro i suoi avversari e di difendere il suo lavoro; ma le sue
argomentazioni furono abbattute dal Fer- rari, il quale pubblicamente,
manifestissimii argumentii omr- niumque coìiseMH, lo chiamò reum lanciìuiti,
præcerpti fNr^r- siqtte CICERONE. Anche il P., come molti altri dotti, attiibuì
a DONATO la Vita di Virgilio, che altri poi, corno parrebbe realmente,
attribuirono ad Elio Donato, il quale avrebbe attinte non poche notixie dalla
biografia di VIRGILIO contenuta nell’opera di SVETONIO € De vlris illustribus
»•' Valaraggi, che si occupa della questione (Rivista di fil. class.) ritenne
che la biografia appartenesse ad un anonimo commento alle Ducolicì^e, fra le
cui fonti bisognerebbe ascrivere il commento di DONATO e forse quello di
SERVIO. P. Comm. De Raptu Proserp. Tiberìos inquam Donatus, non Servi us, ut
vulgo fere creditur. Sed Donati iam titulo nostra castigatione Minutianus
impressit. ÀRGSLATi. Dibl. Script. Mediai. Orai. IH in Minutianum. ì n n f^_ 1
i ~ i " ìl i --r^tr Fu allora che il P.y vistolo in quel serio imbarazzo,
per quanto convinto e dolente nel tempo stesso di dover soste- nere un'
ingiusta causa, pure fece parlare al suo cuore la voce della riconoscenza, e
prese a difendere il suo ospite (1) e o- biecto Minervæ clipeo. Essendo
Minuziano poco caro alle Muse, e non sapendo maneggiare quell'arma perfezionata
del tempo: l'epigramma, il P. si senti cosbretto a scrivere dei versi, che
quegli mandava ai suoi avvei*sari, gabellandoli per proprii (3). Questi però
non toi'darono a scoprire il vero autore, ed a scagliai'si di conseguenza
contro di lui, costringendolo cosi a venire in campo aperto. Xon si sgomentò
puuto il P., con epigrammi vibrati e pungenti rintuzzò la petulanza d^l Nauta,
che l'aveva at- [Orat. IH in Mi- nutianum : € Ego qucm tu ingratum vocas (piget
hercule iiiciDinissa) suscepi tuas partcs, et quidem iniquissiinas^ quantumque
in. me fuit, io- deftfusum non reliqui, tucrìque conatus sum, cum sammo capitis
mei pcriculo, ut vestrum plcrosque meminisse confido. Vatlo. Apologia. Crediamo
cbe appunto allora Lancino Curzio, fiero nemico del Minuziano, che egli per
prima forse denominò Appura Musca, (Sax. Hiat. Liti. Typograph.) scrivesse
queircpigramroa (pag. 32, 1. Ili Epigram., Milano) finemente ironico : Ad
Fabium ParrhasiuM Calvum Neapolitanum ^ sul quale il Mandalari richiamava
raUcnzione del futuro biografo del grande umar^is'a: DocU Parrhasii delltlæ,
FaU, Vates nec modicus Pieridum in graft ; Ex quo pr«csos opem dot, facit et
rabl Ut sis Doctis docta refer, die : studlis vaco. Vulgi turbæ, age, die :
Vale ; abl Cæo. A queirepoca il P. non poteva aver figli, non avendo sposatela
Calcon- dila cbe intorno al 1504, né ebbe mai fratello o parente di nome Fabio,
sicché, tenuto conto di quanto abbiamo detto, riteniamo che il Curzio nel-
Tepigramma citato abbia voluto sferzare il coroo pugliese^ che si faceva bello
delle penne del giovane pavone. tAceato più fieramente e fece oomprendere al
fiero eorso che quella mano, che maneggiava la bacchetta del pedagogo^ aveva
ben saputo in altri tempi brandire nna spada: S fòrtana kris de coosale rbetora
fecH, Et lierohuai garìnms qua prìns arma mano. Nonne eee. Ed a mostrare che
alle parole sapeva far seguire i Catti, non ebbe alcun ritegno di penetrare
nella scuola del Ferrari- e di prendere pubblicamente le difese del Minnziano.
Allora gli odii si rinfocolarono e segui tra il P. ed i due retori uno scambio
di fieri epigrammi e di virulente invettive, fino a che la .partenza del
Ferrari (15, dopo avere però ancora uua volta sfogata la sua bile contro il
Minnziano ed i tristi tempi, che lo costringevano a lasciare quella città. n P.
però non si lasciò sfuggire l'occasione di mettere in piena luce il motivo
della partenza di lui e di dare l'ul- tima scudisciata al suo avversario: Noo
te, crede mìhi, iactæ quæ tempora pelliint. Aurea lalciferi qualia ficta Dei :
Sed radia ioaulsæ petulans audacia lioguæ, Luxua, et omento piaguis
aqualicolus. Vallo. Apologia. Op. di. Jannelli ha diligentemente raccolti tutti
gli epigrammi del P. In Æmiliam — In Nautam », Aroslati. Comm. De Baptu
Proserp., P. I, pag. 42. Jakiuoxi. n Minuziano, data la bassezza dol suo
carattere, a la poca stima della propria dignità, e quam post unibram la- celli
semper habuit », non comprese, né potè apprezzare il sacrifizio che il P. aveva
fatto per Ini. Appena messi a tacere i suoi nemici, egli si dedicò con pin
ardore di prima e qaæstuariis artibus » (2), e poco o nulla riconoscente verso
il suo valente difensore, lo invitò a ritor- nare all'antico e faticoso
ufficio, per contribuire cosi, disinte- ressatamente, ad appagare la sua
ardente sete di guadagno. Non poteva certo il P. rassegnarsi più a lungo a quel
tenore di vita, che logorava le sue forze, senza nemmeno procurargli una
comoila e tranquilla esistenza ; sicché, ade- rendo al consiglio di quelli che
apprezzavano i suoi meriti, abbandonò la casa del ^Unuziano, ed apri scuola a
so in casa del carissimo e bravo discepolo Catulliano Cotta, che generosamente
gli aveva offerto ospit>alità, per strapparlo dalle unghie deU'avaro
pugliese. Questi finse di non dispiacersi di questa risoluzione del P«, e gli concesse
volentieri il permesso di eseguirla; ma in cuor suo giurò di vendicarsi, e si
apparecchiò a quella lotta vile ed abominevole, in cui spiegò tutte le sue male
arti per rovinarlo. Oratio I io Miootianimi. (2) MSS. R. BM. N(u. di NapoU.
Cod. V. D. ISi Oratio III in MinaUaiiiiiD »P. Epistola ante Comm, De Raptu
Proserp., Milano. e Qttom lualtos oronis onlinis ætatisque diacipulot habeam,
monim gratta earìssimos, noster in te amor præcipuus est et sìngularis », Comm.
De Rapiu Proserp.,
1. IH, € tu nos invidiæ lelit eiectos opibus et otBciis cumulatissime iuveris. Vallo. Apologia, # Habeas confessum reum (Janum) ab
Alexandre vel unum discipulum abduxisse, præter Catullianum Cottam, euiua
ospitio Janus est usus Alexandri permissu, nisi simulata fuit eius ormtio-**tr--'»
i j nia'i ni> ih^l I» rliy-'a^iif Tf rtal^ J•l-fiiri.É" irnS
"f'"\' i^ì"fT-J*»^-^^pp««^^iit*=a n P. in sulle prime -non diede
gran peso aUe tristi insi- nuazioni del grammatico, e si limitò soltanto a
proporre agli alunni il medesimo esperimento del flautista tebano, Ismeneo, ohe
invitava i suoi discepoli ad ascoltare altri suonatori, per Cftr loro meglio
comprendere ed apprezzare recceUeuza dei- Parte sua . Incoraggiato dal plauso
generale, P. si dedica con maggior lena ai suoi studi e riusci a pubblicare
dopo non molto tempo il suo commentario al De Raptu Proserpinæ di Claudiano,
dedicandolo, quale attestato della sua gratitudine, a Catulliano Gotta (6). • n
lavoro del P., di cui ora non daremo alcun giudizio, non poteva ottenere
miglior successo : il Curzio, il Mariano, il Vallo. Apóìo^. Orai. I in Mi-
noiianum: € poetaram genera nostrìs tantum non verbis enumeraret, qoaaque nos
anno superiore ex auctoribns græcìs aceepta, vobiscum oomanicavimua, eadem
nuper ille quasi sua, quasi nova, inagno verbo- ram strepitu blateraret. Orat.
I in Mi- natianom: € Id nos exemplum, quod maxime probaremus, in usum revocare
tentavimus, an aliunde factum putatis, ut illam pecudem vos auditum miserlmos,
quam ut recenti periculo cognoscatis quid inter Apollinis et Marsiæ cantom
differat. CI. Claud. 2)é R£^u Proserp.^ com Comm. P.,.! MedioL 15».
/t'^Ìij.>i»;|ii.iCattaneo, il Motta, Tommaso Fedro Inghirami scrìssero dogU
epigrammi, in cui ne magnificarono le lodi ed elevarono al cielo i pregi
peregrini. In mezzo a qncsto bel coro si fece sentire la stridula voce del
Minuziano e di pochi altri suoi pari, che, non potendo criticare il Commento,
fecero dilToDdcre la insulsa x)anzana che il P. aveva raffazzonato e spacciato
per proprio un codice di Domizio Calderine, morto pochi anni innanzi, di' cui
era venuto in possesso. Non s'accorgevano i ribaldi che in questo modo ricono-
scevano e sancivano essi stessi il merito indiscutibile - del PaiTasio. Questa
pubblicazione e le altre due : De viris illustribuè, opera da lui attribuita a
Coinelio Kepote ed il Carmen Paschale di Sedulio cogli scritti di Pioidenzio
(4), dedicati con bellissima lettera all'amico Michele Riccio (5), gli
procaccia-' reno maggiore stima presso i buoni, e soprattutto la be- nevolenza
e la protezione di Stefano Poncherio. coltissimo Coroni, al De Ra^du; Valix) -
Apolotjia; Jannelli RoLANOiNi Panati — livectivæ in.Jaiiiim ParrhHsiuro. Di
questo rarmiiuo incunabulo 8i conserva una copia nelli Biblioteca Ambrosiana di
Milano. CoRNELius Nkpos — Ds viris tUuslrihM, ab A. Jane Parrhasio et
Catulliano Cotta, qui editionem curavit, ix probatissimis codidbos emendatus. —
Medici. 1500. Nella seconda parte del nostro studio esarainercrao le ragioni
addotta dal P. a sostegno della sua tesi (Cod. V. D. De viris illustrìbos cuius
sit), che, per quanto ardita e ben sostenuta, non può reggere ai* colpi della
critica moderna. Cfr. AuGUSTUS Reiffbrscueid « C. Sretoìfiii Tranquilli præler
Cæsarnm libros reliquiæ, — Lipsia,^ Teubner Seoulii Cannen Paschale et
Prudentius. — Mediol. Tirar. -;- Storia della Lett.^ T. VI, P. II, pag. 259 ;
Argblati — op. cit., T. li, T. I, pag. 1503; Tafuri Scrittori del Regno di
Napoli] vescovo parigino e presidente del Senato milanese, venuto in qualità di
Gran cancelliere insieme col cardinale d'Amboise. Grazie ai buoni ufBci del
Poncherìo, il P. potè ottenere che per quattro anni non fossero né stampate, uè
vendute le suddette opere, a danno delPautore, e in tote Mediolanensi dominio
sub poena aurei uuius prò singulis volumi- nibufl >. n P. cercò di rendersi
sempre più degno della stima accordatagli dal Poncherìo, il quale, avendo
conosciuto da vicino i meriti di lui, gli fu sempre largo di beneficii e onori,
sino ad invitarlo spesso alla propria mensa. n Minuziano, che non aveva potuto,
o meglio aveva temuto di avvicinarsi al dotto prelato, temendo, come la not-
tola, la luce del sole, nonché il e controllo di quella giusta bilancia, senti
macerarsi maggiormente dall' invidia ed acuire il suo sdegno contro il
Parrasio. Nel secolo dell' umanesimo la calunnia era Parma a cui solevano
spesso ricorrere i e gladiatori > della penna, in queUe loro interminabili
contese, destate per lo più dalla loro am- bizione sconfinata, e da quello
spirito insofferente di giogo, Mediolani,1, et Regni nostri quarto Per Regem
ducem Mediolani Ad Relacìontm Gonsilii. Dal diploma originale, riportato dallo
Jannelli, op. cit., pag. 48 e teg. Orat. I in Mi- not. : € In præeentia
diligenter seduloque caTebimus ne patria am- plissimi Stephani Poncherii,
Senatus principis, ac særosancti nostri regis Archigrammatici fallare iodicium
videamur, quippe quum nos, qui sumrous bonor est, sais annumeret, ac, ut est in
bonos omnes munificns, maio- ribns in dies anctet præmiis Vallo Apologia: «
Amplissimus Stephanus Ponoherius..... hnmanarum divinaramque rerum
perìtissimns, Jane oonviotore deleotatar ». Orat. I in Mi- nut: € cur ad
salutandam (Poncherium) nondum venitf Nempe quia Dootna solem fugit, neo audet
Uli tmtinæ se committere. ìckMMttMUépiaéUMaHiMfiaà cbe, fæcimno nostre le
parole del Voigi, portò 1a Tite ed il faoco nel campo sereso dcirarie, il
malconiento e P in- trigo nel campo dei letterali. Nelle invettiTe si
prendevano a narrare fin dall' infanria le vicende dell'avversario, mescolando
al vero menzogne, fingendo casi ed azioni infamanti, accamnlando le più atroci
calunnie, senza peritarsi di inzaccherare persino i pia sacri affetti
familiari. L'animo basso del Minnziano, nato per avvoltolarsi in simili
bruttare, non rifaggi daUe pia atroci accaso, dalle pia sozze calunnie per
rovinare P. Quasi non bastasse il discredito, che cercava gettare nel pubblico,
ardi finanche d' irrompere nella scuola stessa del suo avversario e di vomitare
contro di lui, al cospetto dei discepoli, ogni sorta di contumelie. Lo chiamò
ingrato dei henefidi ricevuti, lo tacciò d' im- moralità e di tradimento, e,
per colmo di spodoratezza, lo accusò di aver commesso a Napoli un omicidio,
causa della sua precipitosa fuga da questa città. In questo genere di lotte
infamanti, dopo i successi ot- tenuti, il Minuziano doveva ornai stimarsi
invincibfle: altre ne aveva già sostenute contro Giulio Emilio Ferrari,
Baffiæle (1) OiOROio VoioT.Il Risorgimerto dell’antichiià classiche. Firenze,
Sansone, Rossi. Il QuaUrocenio. ÌISS. R. DM. Naz. di NapoU. Cod. V. D. 15. —
Orai. I in Minot. : « netnini parcit, oblatrat omnibus, omnium dicfa factaque
probrit insectatur, ac ut imroundus sus cum quibus volutali qoæiit. Orat. Il ia
. Minut. : « Adests tantum frequentes, Konestissimi iuTenes, inteUigetis
profecto quantum profuerit vanissimo nebuloni innoccntissimom hominaia tot
immanibus calumniis provocassi. Orat. m in Minut. : « Ego si nescis,
versntissime veterator, non patrata cædo, qood ipss fingis, sed odio tyrannidis
patria cessi. mti f ìtai'iMH» k0mim: ^mtm^mUmam, tmfmimmé»*^mÉ titt^^m*tì Miii
jiiifc^>> I BegiO| Gioyan Battista Pio (1), Talenti letterati, costretti
dalla tristezza dei tempi a venire alle prese con on ribaldo della peggior
risma, ed a cedere forse dinanzi a lai, per non scapitare troppo nella propria
dignità. Però avversari più fieri incontrò il Miunziano in Leone e soprattutto
in Lancino Curzio, il quale, come pare, per primo gli affibbiò il felice
nomignolo di mosca pugliese: Ut vidi, mord&x visus et nimis Appulus, atqæ
Dixi : Asini in tergo est Appola Musca trueit. n P. parimenti tenne fronte al
rabula petulantis- j simus, però volle aspettare, come disse ai discepoli, il
tempo I ed il luògo propizio per scagionarsi delle accuse, che gli •erano state
inflitte;. Oome pare, appunto allora il Poncherio volle dargli la più alta
prova della sua stima, ed offrirgli il mezzo per trionfare altamente sul
pedante avversario. Per la fuga del Ferrari vacava a Milano la cattedra di
oratoria; dietro proposta del degno prelato, il Cardinale Orat. HI in Minot: «
Sic in Julium Novarionsem, sic in l^aphælem Regium, 8ic in Baptistam Pium,
perhumanos illos quidem, et, ut a multis audio, bene doctos, quasi furore
quodam percitus, olim debacchatum esse ». Lakcimo Curzio. Epìgrammaton libri
XX^ Mediolani, apud Rocchum et Ambrogium fratres do Valle impressorcs :
Pbilippus Poyot fisdebat, 1521 in folio. Di quest'opera, importante per quanto
rara, si conserva nella Biblio» teca di Brera una delle poche copie che
rimangono. Orat. II in Minut. : € Non veni responsurus, ut suKpicamini,
maledictis jurgationibus et conviciis, quibos hesterna die nequissimus ille
bipedum, non tam ma. In qæm illa minime cadunt, quam sanctissimas aures vestras
oneravi!. Aliad certe tempus, alium locum illa sibi poscit oratio, quod ubi
consti- tatnm mibi færit, efficiam ut sciatis.] d' Amboise, con bellissimo
diploma, invitava il P.' a oo- capar. Solo dopo il discorso inaugurale, questi,
dinanzi ni Senato milanese, pronunziò la terza orazione contro il lilinuziano
(2), bella per vigoria e colorito d' immagini, per efficacia d,'e^ spressioni,
e soprattutto per la sicurezza e la serenità dei giudizii, dettati da una
coscienza forte e tranquilla, sotto Voshergo del sentirai pura. Degna poi di
speciale menzione è P orazione inaugu- rale tenuta anche dinanzi al Senato
milanese : se in essa trionfa, come generalmente nelPeloquenza dimostrativa del
secolo, la rettorica parolaia, ed abbondano le digressioni| immaginate a
sfoggio di erudizione, non mancano dei pen- sieri nobili od elevati sulla vera
missione dell' insegnante e dei precetti pedagogici, che ricordano alcuno
massime di quei due insigni educatori umanistici : Guarino veronese e Vittorino
da Feltro. Chioccarblli. De illusi, script. ; Jaknblu. Georgius de Ambasia,
tituli S. Sixti, præsbyter Cardinalis, Archiepiscopus Rothomagcnsis, Comes
Sartiranæ, Regius Ultramontes, Locumtenens Generalis Christianissiuii Regia
etc, vacante loco publico lecturæ lectionis artis Oratoriæ in inclyta urbe
Mediolani, per absenUam inagìatrì Julii Novarìensis, egregius Janus Parrhasius
Neapolitanus pelili 8ibi de ilio loco provideri. Quare nos freti doctrina,
moribus et ititeffritaU eiusdem Jani, illi annuimus, et magistrum Janum
constituimua ad pu- blicam professionem ipsius artis Oratoriæ in dieta urbe
Mediolani, ad placitum Christianissimi Regia nostri, cum solito salario (Vallo,
Apol. ; centenis quinquagenis aureis) Datum in arce Portæ Jovis, Mediol.,
Questa orazione figura prima nel codice, e tale fu creduta dallo Jannelli, il
quale perciò non potette delineare esattamente la vicenda della lotta. Oratio
ad Se- natum Mediolancnsem : Non enim parum refert quam quia initio di-
sciplinam sortiatur, nam quæ .teneri percipiraus altius animis insidunt, ac ita
penitus radices agunt, ut nunquam vel certe difficulter evelli queant. '[ I»!»*
tl^ I Milli L'oratore, dopo aver parlato dell'efficacia singolare che un buon
indirizzo educativo suole avere sull'animo dei gio- vanetti, sino a decidere
del loro avvenire, rivolge belle ed acconce parole di ringraziamento al Senato
od al Cardinale d'Amboise, per la carica conferitagli, non senza però
accennare, con bel garbo e fine arguzia, alle molteplici prove alle quali
l'avevano prima sottoposto, certo in grazia alle calunnie di Minuziano. A
differenza degli altri umanisti, i quali tutti, ad esempio del Filelfo, con
audacia più o meno boriosa, si credevano ed amavano fiEU*8Ì credere
dispensatori di gloria, P. rifugge dalla consapevole ciarlataneria adulatrice,
come pure non sembra affatto dominato da quell'orgoglio e da quella grande
vanita letteraria, riprovevole nel Filelfo, nel Poggio, nel Valla ed in tanti
altri. Ed ecco perchè egli, con una modestia ammirevole per e quanto rara, prega
i suoi uditori di non voler ricercare in lui altri beni all' infuori di quelli,
che gli procacciò il bisogno. n P. non poteva meglio corrispondere
all'aspettazione dei Milanesi ed alla promessa fatta di adoperarsi in dieg
magie magisque, per non sembrare indegno della fiducia riposta in lui. I
filosofi del tempo, quali il Curzio, il Giovio, Or. oit. € H^beo Tobit gratias
et quidem maximat. Viri claiiasimi, ac ai facaltaa daretor etiam referrem, qui
de nostrìs stodiis adeo aolliciti estis, ni me, licei illuatris amplissimiqæ
Cardinalis Rhotomagensis, qui Chrìstianiariaii regia peraonam auatinet, iodieio
comprobatom, non tamen prius admiæritis ad endiendam Mediolanenæm iuventutem,
quam Tigilantisaimia veatrìa ocalia exliibitom aliquod perìcolam fæere apecUTeritia
»• (2) Vittorio Roesi.Orat. di., Cod. eit. Op. eli., 1. di. Bugia Vir. Uu.
iOusir Giraldi, Q Bosmini , Q Tiraboschi, n Plegafeta, e tanti altri ci
attestano concordemente il plauso riscosso : non riporteremo qui integralmente
le tirate rettoriche e le lodi entusiastiche contenate nei loro pomposi
epigrammi| ci limiteremo soltanto a citare alcuni versi di Cesare Sacco, che
nella loro forma enfatica ci rivelano, più che tanti altri, quel vero
entusiasmo che il P. riusci a destare anche nella più eletta cittadinanza
milanese: Dam legit et Janot concenlibas æra compiei, Doleis et in nottras
perstrepit aure eonue. Qoæ Veneree homini dictant modulamina vocis f Hunc
gratum innumeræ, non Charia una facit. Huiua in ore sedet trìplez Acheloia
prole». Canina et Astrorum porrìgit ipse manum. Ingenita eei illi mira quam
vìtIì et arie Actio. Goncinnum quid magia esæ poieetf Adde quod hanc ditat
longisaima copia rerum : Fertile doctrinæ quod gerii ingenlum ! B in verirà il
P«, oltre la grande erudizione, possedeva tutti quei dati esteriori, che tanto
contribuiscono a procao» dare all'oratore la benevolenza del pubblico : il suo
occhio vivo e penetrante, la fironte ampia e serena, che anche nel- l'effigie
ti rivela l' ingegno potente e scrutatore, il gesto dignitoso e la rara bontà
di eloquio rapivano ed ammaliavano le moltitudini. DmZ. i De Poetii sui
t&mparii. Viia da MarudàjOù Triwdtw. AxfoxLo Oabriillo da S. Maku'. BM.
degli Senti. Vicendm, T. lY., pag. XY e æg. (^ Yallo. Apologia. PiSRio
Yalxbiano. ^De infeUcitate Utterai.^ L I, pag. 2U OiOTio. — Slogia Vir.
iOusir.^ Ed ecco perchè dappertatto, anche da lontani pæsi| accorrcTano a lui
giovani e vecchi, valenti letterati e persone mezzanamente istruite. Fra' più
assidui uditori merita d'essere ricoi'dato Trìvulzio, che carico di anni e di
allori militari, træva grande diletto daUe lezioni del giovane retore. Questo
pieno, incontrastato trionfo impose silenzio al maligno Minuziano, il quale,
dopo qualche tempo, si senti spinto, forse costretto, a fare una completa ritrattazione
AUora, verso il 1503, sia per suggerimento di Stefano Poncherio, sia per non
dare agli alunni il poco lodevole e- sempio di una lotta indecorosa, il P. non
-si mostrò alieno dal pacificarsi col Minuziano. Con questo nobile atto egli
volle prendere sul suo avver- sario la migliore delle vendette : il perdono, e
mostrargli cosi chiaramente, come disse poi ai discepoli, che e multo
speciosius est iniurias dementia vincere, quam mutui odii pertinacia. Vallo.
Apologia : « Diesque me deficiet, si commemorare sin- gilUtim pergaui quot e
finitimis et longìnquis etiam re^onibufi Jani traxerit eruditio, qui ceteros
ante eum rhetores indignabantur ». Spbra. De nobilit, profess. Spiriti. Uo-
morie dei filosofi cosentini; Zayarroni. Biblioteca eaHabra; Tapuri. Scrittori
del Regno di Napoli, Barrio. De Sita et antiq, Baylx. DicUonnaire liistor. et
crit, Præfatio in Per- dum : € Quapropter omnia praotcrìta malcdicta, quæ non
voluntate, non iudicio (qood ipse non negavi t), sed irapercitus, in noe
effudit, familiari- tati, qua mihi coniunctus olim fuit, et amicorum precibus
condonavi. Fræfatio in Per^ sium : € Minutianus Alexander, ut acitis, annis
abbine duobas, an tertios agitar, ex hospite factus.hostis, utrius culpa dicere
supcrscdeo, quando fere iustum quisque afiectum indicai, quem agnoscit, amicis
auctoribus in gratiam mecum rediit, et eam (quod est in me) mansuram semper
Quum præsertim' intelligerem satis in eo Pontifico meo (Stefano Poncherio)
factu- rum,' ne morum facilitatem, ad quam ipse natus est, in me desideraret.
La soddisfazione morale provatieno sempre più vasta, le sue osserva- . zioni
sempre pia acute, i suoi commonti sempre pia profondi. Allora egli compose in
parte, o arricchì, quei pazienti * ed accurati lavori di compilazione, che
denominò excerpta. In primo luogo meritano di essere ricordati gli e Excerpta
mitologica ex Pindaro, che ci attestano chiaiamente quale fosse la sua
erudizione in fatto di mitologia, nelle cui CavoIo egli fra' primi trovò un'
esatta corrispondenza eoi fenomeni naturali. C&rt. Mi.,, di e. 119 non
nom., oltre le guardie; è legato di pelle e attesta la medesima provenienza
degli altri codici : € Antonii Serìpandi ex Jani Parrhasii testamento. Ex
Qlympionicis Pindari », expl. eoa un rimedio contro la podagra € et conforterà
lo membro debole. P. Gomm. al De Ra^u Proserp. € qaod non Cjolopea tela. È
parimente un lavoro di compilazione fl codice ohe contiene le sentenze tratte
dagli scrittori antichi, di cni egli si servii per qnanto non sempre
opportunamente, in tntte le sue opere. Da simile intento il P. appare guidato
nella raccolta degli e Excerpta ex Polisno et Polybio e negli e Excerpta
historica, grammaticalia et geographica, come pure nella compilazione del e
Dictionarium geographicum lavoro di grandissima mole, che rivela uno studio
lunghissimo ed una pazienza sbalorditoia, per disporre alfabeticamente nomi di
regioni, citta, monti, fiumi, mari ecc., tratti come egli dice € ex Strabene,
Pomponio Mela, Tacito, Pansania, Am- miano Marcellino, Historia tripartita,
Eusebio, Apollonio Bhodio, Barbaro, Alessandrino, Nicandri interprete, Gocciano
etc... >r Meritano similmente d'esser ricordati altri due codici, contenenti
notizie di vario argomento, ricavate da diversi Cari. aot. di e* 21
interftmente scrìtta e non num., mm. ; Antonii Serìp. etc. Ino. € si possent
homiæs »; ezpl. « plenus unguenti pa* tere videtor ». Cart. aut. di e. 70 non
num., compresa le guardia e la e. bianche in principio in ia mazzo ad alla
fine, Sarìp, atc. Excerpta ex Poli»no inoip.: € Antoninus et Severus
imperatorei ezeroitnm dnxerunt in Parthos ». Excerpta ex Polybio incip. : e
postaaquam oonsulas » ; ezpl. : € inde opima retnlit spolia. SS autori, ed in
ultimo un Tolaminosissimo e Nomenclator, di parecchie centinaia di pagine. In
questo modo il P. poto acquistarsi una coltura dar- vero straordinaria, da non
rendere poi di troppo esagerata la lode che gli tributaya Toscano: llle sul
Janus sftecli Varrò, ille vetarnam Torpentem excussit^ torba magistra. Ubi, E
non altro che lui, colla sua erudizione e col suo se- vero metodo scentifico,
poteva rinfocolare negli animi l'amore per i buoni studi, e indirizzarli a più
alta e più nobile meta. Sono morti Alfonso d' Aragona, Cosimo dei Medici, Pio
n, Francesco Sforza, tutti potenti mecenati ; come sono morti Valla, Poggio,
Guarino, Biondo. Si era poi compiuto un assai importante av- venimento, si era
cioè impiantata la prima officina tipografica noi monastero di Subiaco, por
opera dei due tedeschi, Oor» rado Schweinhcim e Arnolfo Pannartz. Notevole
riscontro di date, dice il Bossi, che par segnare il tramonto di quel periodo
della Binasoenza, che fu di preparazione e di fermento della materia
letteraria. Grazie alle insigni scoperte fatte dagli umanisti, la miglior parte
della letteratura antica, che era sfuggita all' Tariique argomenti ex plurìbus
auctorìbus digettæ » : — Ine. € Persona Theodorìci », expl. € neo Xanthos
uterqæ. Cari. aut. di Serìp. eie. — Inc. € Indice Galeoti et Me- rulæ de homine » ; expl. € Indice
Hermolai. Cari. ani. Serip. etc. Inc. e Atticas et
Marcus Bratos »; expl. € ex Eusebio, de temp. Peplum ludiæ^ Rossi. il
Quattrocento, ed. oli.. dei tempi, si oiTriva allo stadio H. P. GRICE STAGE dei
dotti ; non restava quindi che saper (are buon uso di quei metodi, meglio
appropriati all'interpretazione e alla critica. A qnest' ultima quindi
spettava, come afTerma Bossi, di trarre dalle conquiste dei grandi eruditi
trapassati tutto il frutto possìbile, di affinare col savio uso i loro metodi,
di attuarli rivedendo, correggeudo, commentando la suppellet- tile classica.
Questo difficile comx)ito si assunse e disimpegnò nel più alto modo P., col
quale si delinea netta- mente la seconda età della Binascenza, in cui la
critica e l'arte raggiungono la loro maturità. La stampa ben presto si era
propagata in Italia, e a •non lunghi intervaUi di tempo Eoma, Venezia, Milano,
Verona, Foligno, Firenze, Napoli avevano avuto la loro officina tipografica.
Non sempre però accadeva che nella revisione e correzione dei classici
vigilasse la mente esperta degli accorgi- menti critici di un Giannantonio
Gaiupano, o di un Gian-' nandrea Bussi, di un Lascari, di un Erasmo; spesso le
edizioni erano curate da avari ed inesperti tipografi, che, spinti dal solo
desiderio di guadagno, al pari del Minuziano, stampavano e diffondevano nel
pubblico le opere degli scrit- tori antichi, riboccanti di errori. Contro
questi veri profanatori dell' arte antica si sca- gliò fieramente il P., e con
tutte le sue forze si dedico alla correzione dei testi, che nel triste stato in
cui erano ridotti dai tipografi, come egli disse, non sarebbero stati ;
Maittairb. — Annal. Typogr. Orai. Ili in Mi- not* : € Et la unquaio poteri t
illum quæstom facere, quem non ex offi- cina, sed laniena libromm, quam maùmam
iadtf ». pia riconosciuti dai loro stessi autori, se fossero ritornati in vita
Fedele al suo programma, P., dopo la pubblicazione dello splendido commento al
De Baptn Proserpiuæ e degli altri lavori, di cui abbiamo tenuto parola, mise
fuori, dedicandolo a Ponchorio, De Regionibus urbii Samæ lihellus aureu» del
pseudo Vittore, che, coUe ag- giunte già apportatevi da Pomponio Leto, divenne
la più iiiH portante guida topografica di Boma. Un anno dopo vide poi la luce V
opera dal titolo : Probi instituta artium et aliorum grammaticorum fragmenia,
che dedica a Cusano, giovanetto che alla nobiltà del casato 'congiungéva mente
eletta e sentimenti generosi. Intanto il P. con anlore incredibile emendava i
classici, apportando dovunque la sua opera di critico profondo ed illu- minato.
A questo periodo di lavoro intenso e geniale dobbiamo i seguenti importanti
commenti, sfuggiti all' avarizia fraieeea De UtIÌ indice: e De latinis vero quo
me Vertam nescìo, ita mendose ecrìbuntar et to- neunt. Utin&m non nostri
temporis hæc iustior easet querela ! certe ego non plus in alienis erroribua
confutandia, quam in exponendia aoUquorum acriptia inaudarem. Sed affirraare
iuratiia et aancte poaanm, aio omnea ab Impressoribua inversoa esse codices, ut
si auctorea a postliminio mortìa in lucem revocentur, eoe agnituri non aint. Il
vero titolo deiropera del pseudo Vittóre è: Notitia regionum Urbis Romane.
Manuzio. Instit, grammai, Spera. De Nobil, profess.,; Bayli. — Dictionnaire histor^ et
crit.^ n. D. ecc. P. Epistola ad M. Ant. Cusanum^
ante Probi Inst. ete. TUM- T&ania»i'i 4>^Mfc»» n i>i ft n i fM Éi i
-jfi 11 -'-v*-- ! ' e all' incuria dei eustodi: e Valerii Maximi Prisoorum
exeui- plorum libri II (i) ; Kotulæ in I Od. Q. ORAZIO Flacci; In lOnvi Valerii
Flæei (iii) ; Commi'ntarii in ORAZIO Poeti- Cam (iv) ; AdnotatUmei in Cæsarie
Commentarios; Adno- tationes in Epistolæ Ciceronii ad Atticum (yi) ; N'otæ. in
Statii Silvas (yn); Adnotationes in Tibullum (vili); In Ciceronii Paradoxa
adnotationes 7 Commentarii in Livii libroe: De bello Macedonico, et in Lucium
Florum (ix) >• Parecchie altre opere, che sono andate perdate, furono
composte durante la dimora del P. a Milano ; fra queste degnissima d'essere
ricordata quella dal titolo : Quæeitii per epietolam, di^ cui non ci resta che
un libro solo dei venti- cinque da lui compilati (2}. Quest'opera da se sola
baste- rebbe a. darci un' idea precisa della profonda coltura del P. e
dell'alta fama raggiunta. Da ogni parte d'Italia si ri- [MSS. R. DM. Naz. di
Nap. — Cod. cart. aat. XIII, B. 14 ; Cod. cart. &at. XIII, B. 15 ; Cod.
cart. aut., B. 20 ; Cod. earU aut. XIII, B. 23 ; Cod. cart. ant. V, D. 3 ; ^ti)
Cod. cart. aot. V, D. 13; Cod cart.
aut. Y, D. U; Cod. cart. aut. V, D.
22; Cod. cart aot. A proposito di quest’ultimo codice non sarà foor di luogo
ricordare il seguente brano della Frac fatto in LIVIO: e L. Flomm prælegi, qui
carptim compendioqæ popoli romani scrìbit historias. In eo castigando simol
enarrandoqoe quantom Tigìlianim, quantom laborie exhaoserim, testes mihi sunt
omnes qoi tum nobis operam dabant. Qoorom nonnollos non tam mea, quæ mediocris
est, eroditio trahebat ad aodien- dom, qoam qoædam, ni fallor, expectatio, qoa
ratione curarem tot rol» nera, vel, ot verios dicam, carnìficinam, qoam librarios
(il Minoziano) in Floro sic exercuerat, ut novæ cicatrici locus non esset.
OiOTANNi Pier Cimino. — Episi, nuncup. ad CorioL Mariyr. Inst. Oramm. CharisU:
e Brat enim ad editionem iamprìdem paratom, librisqoe constabat cireiter
quinqoe et viginU ». Enrico Stefano. -^ Epist. ad Lud. Casuilvetr.^ ed. De
Rebus ; NicoDBMi. — Addizioni alla Dibl. Nap. del Toppi; Marafioti. Cron. ed
amie, di Calab.; Tiraboschi. - Storia ecc.,Oinournì.— iTótotiv Uu. d'Italie,
Paris. volgevano a lui per aver schiariineuti di questo o quel dubbio, per V
interpretazione di questo o quel passo controverso ; ed egli con una modestia,
non meno rara della sua affabile liberalità, non negava a nessuno il suo
giudizio, che, come canta Salemi, è venerato al pari del responso dell’oracolo
di Delfo o di quello di Dodona: credas Delphis oracula Phoebum Aut Dodonæas
ornos, quercum|ue locutat. Da ciò appare che P. negli studi d’erudizione tene
incontrastabilmente il primato, da non temere punto di schierarsi, all’occasione,
contro i più rinomati umanisti, fosse anche un Poliziano. Certo, facciamo
nostra la giusta osservazione di FIORENTINO (si veda), il contendere la palma
all'eruditissimo Poliziano e il biasimarne i giudizii richiedeva non piccola
autorità, quando non fosse stata audacia e sfrontataggine senza pari. Da quanto
abbiamo detto chiaramente appare che un simile rimprovero non poteva toccare a
P. A questo punto crediamo opportuno far rilevare un altro grande servigio
arrecato dal P. alla scienza, durante la sua [Salerni. — Sylvæ' In Jani obùu Epieedion,
e Mg. ed. Neap. Lettera a persona ignota Non vìdeo cur ad me acribas a
Politiano Domltii sententiam non probari in illad ex prima Papinii Sylvula :
RKenus et atUmiH vidù ' domus ardita Dati. Nisi forte vis ut Politiano
sabtcribam, vel a calamuia Doroifium defendam. Quæsiux per episL^ ed. Matthæ.
Lia est mihi cum Po- litiano sinuosa (a proposito di un passo di VIRGILIO. Et
audet PoHtianns asserere Trapezuntium multa fecisse rerum vocabuìa ex imitatone
veteram » eoe...Telesio. Flrenso, sncc. Le Mounier.] dimora a Milano, quello
cioè di aver contribuito non poco al sorgere della Colia Oiurisprudenza, di cui
fu caposcuola il suo discepolo, Alciati. Senza punto occuparci dei primi due
periodi della coltura del DIRITTO ROMANO, la Glossa e lo Scolasticismo, ci
limitiamo a ricordare che si deve esclusivamente agli uma- nisti quel mo\imento
reattivo all' indirizzo precedente, in cui avevano avuto grande predominio le
peripatetiche spe- culazioni, il vuoto formalismo e l'arte delle infinite
distinzioni suddistinzioni, che avevano ridotta la dottrina del diritto romano
ad un convenzionalismo dogmatico. La lotta contro i giuristi, cominciata dal
Valla con la famosa lettera contro l'opuscolo di Bartolo da Sassoferrato, De
insigniii et armi$, trovò plauso negli altri umanisti, soprat- tutto nel
Poliziano; e se suscitò al principio un grave scandalo, valse a rimettere in
onore lo studio negletto delle fonti ed a far conoscere la grande importanza
del metodo storico-filologico. Questo rinnovamento, iniziato dai letterati, fu
poi recato completamente in atto dai giuristi e, primo fra tutti, d’Alciati.
Questi, mettendo a profitto il suo sagace discernimento e la sua vasta
erudizione, coll'aiuto di codici da lui dissep- pelliti nelle biblioteche,
riusci a restituire alla loro esatta lezione molti passi di Erodoto, di
Polibio, di Appiano; altri emendò in Plauto, in Terenzio, in LIVIO e special-
[Gravina. — De ertu et progressu iurù civilis. € lurìspnidentiA Alciati manu ex
humo sublata, oculos ad primordia sua reflectens, vetera ornamenta nativamque
digoitatein a priscis ropetiit auctoribus ; cumque Alciati discipuli ex Gallia
et Italia universa conspirarent, eorum præsidio iurisprudentia se in prìmæva
eruditìone atque elegantia cpllocavit* quæque in Imeni, Accursii et Bartoli
scholis viret exsenierat, retonta rubigine, cultu eruditoruni et industria
littcrarum elegantiarum, exuit barbarìem el nativam explicuit venustatem ».nix
DI ] mente in TACITO, determina l'indole dello stile dei migliori
giureconsulti, per cogliere il senso dei loro consigli nelle Pandette,
descrisse «Uligentemente le variazioni del diritto pubblico romano, i>er
conoscere lo spirito delle leggi in ogni età, e colla sua profonda critica
gettò la luce sui passi pia difficili e controversi (!)• Ora domandiamo :
l'Alciati a chi va debitore di questo critico indirizzo, a cui deve la sua
famaf Se qualcuno, neiracnme e ncireleganza di dettato dell’Aitore deWclegantc
giHritpruiìemza, riconobbe i lieti frutti deir insegnamento di P., la cui
scuola egli fircquentò , compiendovi, ancora giovanissimo, gli studi d'
umanità, nessuno, per quel che sappiamo, ha aucora bene osservato che il metodo
tenuto dal grande giurista ncir emendare i testi degli antichi giureconsulti è
quello ^stesso tenuto dal P» nella correzione dei clas- sici, e che da qucst'
ultimo, molto probabilmente, apprese anche i primi elementi della dottrina del
giure. B e' indu- cono in questa opinione due altre preziose orazioni inedite:
De iustitia, De iure, le quali ci attestano che iP. a Milano, dietro invito
d’Amboise, fa parte [Prima. Alciati. Orazione inaugurale letta neir Univ. di
Pavia. — Milano, Stamp. RoBBRTELLO. A»not. ad Var. toc., 1. II : Tibi vero
gratulòr, Alciate, quod Jannm Parrìtasium^ virum doctissiiBuin, a puerìlia
nactos fuoris præceptorein. Nunquam enim tua scrìpla lego, quin mihi illiua
recordatio viri oecurrat, adeo diligentis et perspicacia in veterum locit
emendandis, atque expUnandìs Homines qui ignorant talem præceptorcm tibi a
pueritia contigiese admirantur postoa quantum eUam in hoc ttudiorum genere
valeaa. Ego, qui id iMsio, nec miror et lætor »• k3) Claudio Minois. — Vita
Alciati ante Emhlemata ; Quoio. -» Epiii, Clar, et doct, Vir., ; Tiraboschi. Il
P., nulgrailo lo tristi vicende toccategli/ senti sempre per Milano U pia grande
attrattiva, a segno da preferirlai dopo Napoli, % tutte le altre città d'
Italia, come con belle parole dichian ai suoi discepoli. A rendetli cosi
piacevole quel soggiorno' contribuì, senza dubbio.prima V amicizia e poi la
parentela contratta col valente gecista, Demetrio Oalcondila. Questi, chiamato
a Milano da Lodovico il Moro, dopo aver insegnato, per t^ti anni e con molto
plauso, a Padova o poi a Firenze dda cattedra resa celebre dall' Argiropulo, vi
ebbe le più liete accoglienze, venendo egli a soddisfiure quel vivo Uiogno
sentito dalle menti, dopo la meta del secolo XV, dponoscere cioè ed apprezzare
le opere immor- taU dei Gì [PrtefAtio ia Thebaida : « Egouom prìmum appuli in
hanc inclytam civitatem 6t latÌ8HÌmo dignamiperìo, eìut amplitudine captua,
hanc animo meo proprìam sedem U Nam post illam felicissimam Campaniaa oram in
tota Italia nullii usquam secessum solo virisque meliorem, qaiqiie mihi
M«diolano mls arrìdeat, invenl. n P., appena giunto a Milano, cercò di
avvicinarsi al- l' illnstre ateniese, per potere ancora niegfio apprezzare i
tesori del mondo ellenico, e trovò in lui uia guida sagena e illuminata e
affetto veramente paterno. Frequentando la casa del Oalcoudila, ej^li ebbe agio
di ammirare la coltura o le belle qualità mora! della figliuola di lui,
Teodora: sebbene questa non potes» vantare né grande bellezza, nò forte dote,
se no invaghi\ la foce sua sposa, come si desume daunepigramma scritto in
quell’occasione dall' amico Cil^io. D'allora in poi P. abita in casa del
suocera, dove potè conoscere molti valenti letterati, venuti a ^lilant per
appren- dervi il greco, fra' quali Trissino, il quale pare abbia fatto dimora
presso lo stesso Calondila,. come « e' inducono a credere una lettera di quest'
ulmio «liretta a lui e sei altre di P., da cui traspare la pinjgrande fami-
liarità e domestichezza. Comincia cosi un periodo di tregua nella vita di P.,
ma nou fu molto duraturo, poiché vennero ditinovo a tor montarlo le strettezze
finanziarie e i suoi nmici, che gli piombarono addosso ancora più rabbiosi di
praa.* I Milanesi, se gli furono larghi di applauso onori, non [A Præfatio in
Thebaida: « placoit in spcm prolit ot rei faìnili» Thcodoram, Demetrìi filiam,
mihi adiungerc, in qua non forma, quan ea inediocria est, ut appellat Ennius, non
oiTertam dotein, quæ ma «ine morìbus ex|>etitur, animuroque ineum non facile
capit, scd ingfiat artes, intè- gritatein vitæ, et super omnia |>atri8 eius
affinitatem Retavi. Jannelm. optt., pag. n2« - [KoscoB. ~ Vita é PctUi ficaio
di Leone X, trad. JBossi. Milano, Sonzogno, il traduttore ri u venne queste
lettere nella corrisddenza epistolare del poeta vicentino, conservata dai
Trìssino dal Yeld*Ofo. lo furono altrettanto nel ricompensare le sue fatiche.
Di ciò abbiamo chiara prova in un'altra orazione inedita, in coi il P.
candidamente fa nota ai discepoli la sua triste condì* zionci ricordando loro,
con aniarezza, il detto di Aristotele che cioè il povero difficilmente e
raramente giunge all'ac- quisto della scienza (2). Quanto diverso era stato il
suo giu- dizio sulla povertà nclVOratio ad SetMlum McdioUinensem t Non deve
recar punto meraviglia che questa ed altre volte la miseria abbia bussato alla
porta del P. • In quél secolo, ben chiamato dal Graf il secolo dei ciarlatani,
chi non si tirava innanzi, chi non grida e magnifica la sua merce, chi non
prometteva più di quanto potesse attenere, correva rischio di morir di fame.
Bifuggendo il P. da ogni bassezza e dalle quæ$tuarU$ artibìii dei letterati del
tempo, era naturale che non guaz* zasse mai nell'abbondanza/ Il Poncherio,
conosciute le condizioni poco floride in cui egli si trovava, non mancò di
venire in soccorso di lui, affi- dandogli il proficuo incarico dell'educazione
e dell' istruzione del nipote Francesco. Ma ciò, se valse a sollevare il bi-
[In L. Flomm : € Nam quid aliud, ornatissimi ìuveoet, in tanta rerum
difficultate, quid a1ittd« inquam, facerem, quum publica stipendia non
procederent, et al qnæ privatim consequor emolumenta, vix emendis olusculit
satis essentf. In L. Flomm : « Quippe ai viatica desint, ut vocat Aristoteles,
omnia ad acientiam eo- nattts irrìtus est et inania, et quantocumque labore
diligentiaque, mille- simus quisque vix evadei. AUraverio . MSS. R In L: Florum
: « Nunc autem quum pater amplissirous Stephanus Poncheriua quo, quasi sacro
atque inspoHato quodam fano« boni omnes utuntur, non ho- nesta solum mihi
præmia constituerit, sed, quod magous honor est, nepotis ex fratre sui
curam'milii delegaverit.' Il M libili iiit i j j I r II l ii- 1 " lancio
domestico del povero retore, noD potè ridargli la tranquillità dello' spirito,
turbata ancora una volta dagli antichi nemici. Primo ad uscire dal suo agguato
fu il perfido Minuziano, il quale, avendo corrotto un ribaldo sacerdote, discepolo
del P., fece sottrarre a quest' ultimo il commento al De bello Macedonico di
Livio, frutto di tre anni di assiduo lavoro, pubblicandolo spudoratamente col
proprio nome (1), e dedi- candolo per giunta ai successore del Poncherio, Carlo
GoiTredo. Questo fatto indigna fortemente P., che memore degli altri torti
ricevuti, senza alcun indugio, rese di pubblica ragione V impudente plagio. H
Minnziano, vedendosi brutto e spennacchiato, al pari della cornacchia esopiana,
per ven- dicarsi, non rifuggi da un' ultima vigliaccheria, dal collegarsi' cioè
col Ferrari, che era ritornato a Milano, e col Nauta, contro i quali aveva
lottato insieme col suo antico ospite. A questi si uni un vero lanzichenecco
della penna, fac- ciamo nostra un'altra espressione del Graf, un tal Rolandino
Panato, che indettato e coadiuvato dai suoi amici, scrive contro P. delle
scandalose Inveetivæ), che per oscenità non hanno nulla da invidiare a quelle
scritte dal Panormita, da Poggio, da Valla e da Trapezunzio. Vallo. Apologia :
Impudentior autem præceptor ille tuut, iropressorum postrerout, qui Jaai
castigationes in bellum Ltvil Macedonicum, grandi pretio redemptaa, ab
avarìssimo quodam sacerdote (palam rea est) intervertìt, emendatumquo Jani
labore Livium suo titulo pablicavit. Vallo. Apologia : « Neque erubuit homo com
iis in Jannui conspirare, adversus quos certo capitis perìculo se, nomen,
doctrinani, ceteraque omnia sua tutatos fuerat P. RoLANDiKi Panati. Inveclivæ
et Nautæ Carmina. Questa pubblicazione, sebbene non porti indicazione né di
anno, né di luogo, pure, come notAva Mazzucbelli, è certo che fu fatta a Milano
.mm^Smi^^mt^l^lCt TRA m A. 6IAXO TkWMAWm CS Laudo contro fl P. o^ torto £
coBioBieliey o^ sorto di ribalderie, lo duamò msiumm mremdiemmt, Jmmm
/o€di$$immm Mcarmhcuwi, tmprmrimm, Ibtommw» jMrtjtfi Don eitore altri Tilissini
epiteti, che layia^o ndte 1/ infkaie rabula criticò i larori di Ini, ne^ loro
o^ V'^fl^ letterario e li denomiiiò amwumtmriolm. do Irrìdo di protesto eruppe
daD'aniaio dei baoai per la basse ingiarìe lanciato all' nomo dotto e
morigerato: Biffo, Cornìgero, Peloto, Bolognese Bratt- gelisto Biadano ed altri
molti alzarono la roee contro i tìK diiEunatori, e scrissero contro di loro de^
epigrammi di foooo, che non riportiamo, per non intralciare fl nostro racconto•
n P. neppure questo rolto si diede per Tinto, e riden» dosi delle nuoTe insidie
dei suoi aTTcrsari, si ain^arecdiiò a schiacciarli con pochi colpi, come
scriTOTa all'amico bolognese. B non disse dò per millantoria, polche rinsd
complctomento nel suo intonto colla pubblicazione della dtato Apologia di Vallo,
la quale d ha fornito tanto e ri im- portontl notizie. Nessuno dei biografi del
P., compreso lo*Jannelli, ha ossenrato che il Vallo, se ebbe in essa la sua
parto, non fli certo la prìndpale: la grande erudizione, lo stfle, le dta-
zioni, comuni ad altri lavori del P., rivelano la mano del provetto mæstro più
che quella del «liscepolo. Questa volto, dobbiamo pur dirlo, il P. fu costretto
a combattere i suoi nemici colle loro medesime armi, oppose [Jaio«blli.
—Jannblli. Risi de Jolio «t Musoa Appula, perque gratum fuit audire quid de
utroque seotiret 8ed, ut spero, noo agam Æsopi calvum,,nec expectabo Eiemis
adrontùm : paucis ictibus conteram. Furius Vallus Echinatus in Rolandinum,
pistrìni yernam illauda- tnxn,ante sec. ed. Comm. De Raptu eto. mmm r*^iM «•^Ki^'^i^i>B
ap"'litT-r"i Una delle colpe attribuite al secolo dell' nmanesimo ta
qnel vizio abbominevole, per designare il quale si e tolto a prestito il nome
dai Greci. Fra le ignominie che gli umanisti, a ragione o a torto, si gettavano
in faccia vicendevolmente havvi sempre in primo luogo la pederastia. H
Bcccadelli rinfaccia questa colpa al grammatico sanese Matteo Lupi, il Filelfo
al Porcello, Poggio al Valla, il Valla a Poggio e cosi via. Non dove sembrare
quindi strano che quest^accusa tanto comune si lanciasse anche contro il P. dal
corrotto cinque- cento, che ereditò, anzi rese più morboso questo vizio del
secolo precedente. Infatti tutti gli strati sociali, come dice il Oraf, ne
erano infetti, a comijiciare da Leone X, se vogliamo prestar fede alle parole
del Giovio ; Antonio Vignoli e il Bibbiena ne accusano preti e frati ; il
Firenzuola lo chiama manza di maggior riputazioÆ, e gli prodigsftio lodi della
Gasa, Dolce, Lori, Curzio da Marignolli ed altri dieci altri cinquanta,
aggiunge il Graf. B che dire dell' ac- cusa che grava su Francesco Bemi e sulla
figura pia eletto del secolo, Michclangiolo Buonarroti Y Siamo lieti di notare
che tutti, concordemente, assolvano il P. del fallo imputatogli, prima di tutti
lo stesso Giovio, che non la perdona a Leone X (2). Ove non potessimo ad- durre
delle prove tanto convincenti, basterebbe per poco . riflettere sulle sante
massime dettate ai discHpoli nelle orazioni inedite, osaaiinarc l'elegia in
morte di Antonio [ Attraverso il Cinquecento Oiovio. Ehgia ViV. Un. t7/ii5fr.,
p&g. 208; Spiriti, r- ifemorM degli sct-iitori Cosentini^ piig. 25;
Qinqukns. — Histoire litt, d'Italie; Morcri. Grand Dictionn, histor., MSS. R.
BiU.PræfaUo in Achillcidem, Cratio ad di«cipulos, Oratio ad Scoatam
Mediolanensem, Ad Mumclplum Vlncentloum tic t'amili' ma» w ^,n>»m n 1 iT_ I
liwj I if^N» iw*iift*>ff^' ii»mifjtmv%'8ai, Tisusqæ sum orator Quid igitur
aateal dubilabant ne conduxisseut Thucididem Bntannicom, vel Ranam 'Sobri-
phiam? Sed utramque suspicìonem disonstl ». Questa lettera e le seguenti sono
dirette al Trissino, che allora si trovava a Milano ad apprendere il greco,
presso Calcondila. III wm^mf* »Jfc^>»*M>W^ I ^ I 11 >WII^« fonati)
quantum vix olira Gares in Leloges, Arcades in Pelasgos, Laoed(cinono3 in Ilotost
Fiere e generose parole che mostrano ancora una volta quanto fosse esagerata i'
accusa di coloro che negarono completamente agli scrittori del secolo XVI la
coscienza morale della nazione italiana. B che realmente il P. avesse fede
nel!' avvenire, d è mostrato anche dalla seconda orazione, dove se si notano i
medesimi difetti delle altre, e soprattutto la prolissità e una troppo sìidata
erudizione, si ammirano similmente gli alti pre- cetti pedagogici e didattici,
e le sane norme dettate ai gio- vani e ai padri di famiglia, circa i beneficii
di una buona educazione. Conosciutosi in tal modo il valoro e la nobiltà
d'animo dell' uomo bassamente calunniato, dietro l' esempio deUa famiglia
Trissino, presso la quale egli aveva trovata, nei primi tempi, la più calda e
sincera ospitalità, cominciò una vera gara tra le più nobili famiglie
vipentine, per sempre più dégnamente onorarlo e cattivarseni) la benevolenza.
Nonostante tali prove di affètto e di stima, il P. non visse a Vicenza in
quella perfetta tranquillità, come credette lo Jannelli, per aver ignorate le
importanti lettere al [Nencioni. — Nuova Antologia, Orai. II ad Mun. Vincent :
« In quo nonnulli parontet, ut hic ordiamur, obiargatione digni sunt, qui spcs
quoque suas ambitioni donant et precibus amicorom, non minus insulse quam si
gravi morbo quia Implidtus, ut amici grar tiam colligat, oinisso perito
salutiferoque medico, se committai ignaroii cuius inscitia fonasse peidatnr.
Roseci, op. cit.,. 1. eit. : € Qni (Trissiol) nihil ad oroaodam tei- lendumque
me domi forisque omisenint, exemploqoe coeteris, nt Idem fæerent, oxtitere. Nam
cerUnt inter se Thiend, Palelli, Portensea et Cberigati quinam de me magia
promereantnr »• immmà^J^amm^t0>m^' j i>^ 1 1 ^,n . »! I »« a «ii ' i^iai^
T i ri i ^. - ««-ìLm Trìssino: prima la podagra, che aveva cominciato ad af-
fliggerlo fln da quando si trovava a Milano, e poi gì' invi- diosi e ignoranti
grammatici gli turbarono, come ftl solito, la pace dello spirito. n P.,
irritato per i tranelli tesigli da un tal Antonio da Trento e da un perfido
sacerdote, di cui ignoriamo il nome (2), accolto nella sua scuola in qualità
d'hypodidascalos, aveva già deciso di lasciare Vicenza, quando, per la
opportuna ed elBcace intercessione del Trìssino, non solo recedette dalla presa
risoluzione, ma concesse anche il perdono all'infame sacerdote. Malgrado i
continui fastidii e le non lievi cure dell' in- segnamento, il P. non tralasciò
i suoi studii prediletti, che continuò a coltivare con amore e profitto,
pubblicando, a breve intervallo, i seguenti importanti e pregevoli lavori:
CLAVSVLÆ CICERONE ex epistolin familiaribus; Breviarium Rhctoriec9 ex aptimU
quibunque Oraccis et Txitinis atictoribuM depromptum; Probiliistituta artium et
Catholica; Conieliìis Franto De nominum verborumqM differentiU et Fhoca
grammaiiou$ — De /laudi nota, atqne de aspirationè libelluè. Questa ricca
produzione letteraria ci fa argomentare che [RoscoB.. : € torqueor incredibili
po- dagrac dolore : quicquid est mediconim, quicqutd phannacopolarain din noci
uq uè conti ncnter exerceo. L’indegno prete era Irato contro P., mal
sopportando che que- Mlo avesse chiamato nella sua scuola e prediligesse il
cosentino Cesario, uno dei pochi veri e costanti amici delPinfelice umanista,
'3) RoscoB. Sacerdos tuas est apud me laUs honcsta condì tione. Veicetiab,
MDVHI, per Henrìcam librarìam Veicet et Jo. Marlam oius flllum, in Kal. Jan., MDIX, per Henricnm
«te. MDIK, per Henricum ete VUI Id. Febr.,
MDIX etc.... i/j » n i ì I II » * ! m jÈJì iV *'nM>-|f mk Iri i> i
liikJ^'- m i0> ri tf i P. negli aitimi tempi della sua dimora a Vicenza, se
visse in poco floride condizioni economiche, da essere costretto a ricorrere
talvolta al Trissino per qualche xirestito, non dovette però essere più
molestato, come per lo innanzi, da nemici maligni e invidiosi. Allettato quindi
da quella tran- quillità relativa, succeduta alle lotte interminabili, forse
egli non sarebbe cosi presto partito da Vicenza, se non fosse sopraggiunto il
pericolo della lega di Cambrai. Appena salito sul trono di S. Pietro, Giulio II
mostra il suo fermo proponimento di ricomporre lo stato della chiesa, che era
andato in frantumi, non per favorire il miserando nepotismo, come avevano
.fatto i suoi predecessori, ma per fondare una monarchia pontificia, che
potesse dare al papato il necessai*io prestigio. A tal uopo, appena si libera
di Borgia, rivolse le sue mire contro Venezia, che si era impossessata di
alcune terre della chiesa. La Serenissima, scossa nel suo commercio per la
scoperta della nuova via, che conduceva alle Indie, e per la crescente
dominazione dei Turchi, aveva rivolta la sua at- tività a formarsi uno stato in
terraferma. Bra riuscita a mera- viglia nel suo intento, ma si era procurato
Podio del Papi e l'invidia dei principi italiani e dei potentati stranieri,
che^ il 10 dicembre 1508, conchiusero a Cambrai una formidabile le^a e per
ispegnere, come incendio comune, l'insaziabile capl- digia dei Veneziani e la
loro sete d'ingiusta dominazione RoscoB. epist. V. : oco dopo II discorso
inaogurale, lasciando al téÆle Cesario, che non aveva voluto abbandonarlo in
qnella circostanza, la cara dell' insegnamento, al quale aveva dovuto
assolatamente ricor- rere per poter sbarcare il Innario. n P., ritornato a
Padova al principio dell' agosto, collo spirito rinfrancato per il
miglioramento ottenuto ai suoi mali alle acque di Abano, riprese con nuova lena
IMnsegna- meuto, lasciando cosi libero il Cesario di tentare a Roma la sua
fortuna. La Mumma anetoritas deUa storica cittì, in cui per prima [ Præfalio 'm
Horatil odM : « Si qois aliuii, ornatUsioii iiivenes, ex eo loco quem net
iKKiettlstimàin Romao Madiolanique et dcmum Vcìcetiæ lonuìmas, ad hanc
iniquitaUm tamporum radactos ataat, ut privai im doc«ret, ilio qai- dom fato
eooTieiain fæoret tiquidem summa buius urbis auctoriiat, celeborrimum Fatarii
nomon, ubique gentiunn venerabile, com- peniat omao salarli dotrimootoni. Lo
Jannelli, noo avendo ieooto alcun conto della lettera del P, %1 Cesario € ex
Aponi baliceia », ritenne che quest* oltiiro € excessli Viooentia (Romani) XI!!
vel Xll Kal. Jonii Sputala JJ, ex Apani balinais, e. d.: « interea vale et cara
disdpuloe eraditioni fideiqne nostræ commlsaoe. Epistola, ex Apani balineis : «
Salve, Cætari, profuemnt alU qvaatlsper Aponi Iwlinea Bqoidem me cupio ad vot
recipera klo enln me tædiam eepit remm onnlom.li Cesario non fa accontentato
nei suoi desiderii, poiché nell^ lettera inviatagli da Venesia, Il P. %|
rallegra con Ini « quod incolurois in complexu suorum vivat accoptos (Bpist.
IH) ». Da ciò argomentiamo che la maggior parte delle Iutiere del P. gli furono
Inviate a Cosensa. 1 1» jiil y i^ n i* m,tmt, ^ mi Mllb*^i^hUBk«la
iw«MHk«!fAi«^ MiaMUHMUÀli^4b*iS ^T. con Mussato emno fioriti^ gli studi!
umanistioi, e il nomali celeberrimum da essa acquistato, por ^ aver accolto
nelle sue mura tanti illustri letterati| quali Giovanni da .Ba- venna, Pier
Paolo Vergerio, Secco PolentonCi Gasparioo da Barzizza, Vittorino da Feltro e,
per non parlare di altri, Demetrio Galcondila, allettarono subito il P., sino a
fargli dimenticare omne salarii detrimentum. Però i tristi aweiiimenti
sopmvvenuti lo costrinsero a lasciare Padova [L' imperatore Massimiliano,
essendosi finalmei|te scosso dalla sua inerzia a causa dei continui progressi
dei Vene- ziani, nel tempo stesso che Bodolfo di Anhalt si recavi nel Friuli,
per occupare la tcpra di Gadore, e il duca di Brunswick tentava di espugnare
Gividale e Udine, in persona per le montagne di Vicenza era sceso nel contada
di Padova. Però e non essendo ancora maggiori le forze sue, si occupava in
piccole imprese con -poca di- gnità del nome Gesario: saccheggi orribili, eoddi
spietati furono eseguiti dai feroci invasori, la cui indescrivibile licenza
fece ricordare quella delle orde barbariche. P., visto scoppiare un cosi
furioso turbine di guerra, prima che Massimiliano cingesse d'assedio la città
coi suoi 100,000 uomini, verso la n^età di agosto riparò di nuovo a Ve- nezia,
dove fu accolto amorevolmente, come forse anche nella sua prima venuta, da
Lodovico Michele, che era stato suo discepolo a Vicenza. Guicciardini. —
7frecedente (Venezia), appare chiaro che sia sUU. ^iy«>i V >»i I 1*1 la»
^imr !l^^ Garbono, i fratelli Anisio, i fratelli Seripando, Angeriano e
parecchi altri {ly, Col pia vivo piacere P. frequenta i geniali convegni lei
letterati napolitani e fu accolto dovunque colle più sincero manifestazioni di
ossequio. Non mancarono, come al solito, i versi apologetici, fra' quali
citiamo quelli del prolifico epigrammista napolitano. Giano A Disio, nella cui
mente il P. destò il ricordo degli antichi soci della gloriosa Accademia
pontaniana: Qui8 non his tabulis dubia dipingitur umbra Commeritas, qais non
byali ridenta colore. Insigni virtute vir, et spectatus amicus? Tene ego
præteream, cui Musæ tempora cireum Jusserunt hederaa, et amicaa serpere lauros.
P. allora forse rinde Filocalo da Troja, Garbone, Puccio da Firenze, alle cui
lezioni aveva assistito durante la sua prima dimora a Napoli, ricavandone non
poco profitto. Allora similmente rese sempre più saldi i vincoli d'amicizia,
che lo legavano^ al dotto e munifico Antonio Seripando (3). Pare che egli
conoscesse quest' ultimo alla scuola del Puccio (4> [So questi scrittori,
quasi tutti poco noti, rìcbiaroava testé V at- tenzione degli studiosi 11
chia.mo prof. Flamini, cbe additava In essi « no territorio da esplorare della
gloriosa nostra letteratura umanistica Rassegna Bibl. della ìeU. ital. Janl
Anysii, Varia poemata et Satiræ ad Poropejum Colomnam cardlnalem, Neapoll,
Suitzbach, Giano Anisi; Martlrano. Bplst. ad Card, de AccoUIs Ante Comment. In
Uoratii Artm Poeiie. Parrbasll, NeapollChe realmente 11 Seripando sia stato
alunno del Puccio lo rile- viamo dair iscrìsione da lui fatta apporre nella
cappella gentilizia di Si. Giovanni a Carbonara : € Puccio quod bonarum artlum
sibl maglster foisset. Mabill. Museum 2ud.; Jannelli, fci^^ii^^ a*^ifc»*«^*i di
P. ecc.. Ariano, Stab. tip. Appulo-irplno. Piccante l’osservazione di Jannelli
a questo punto. Quantumvis perditorum morum illum fuisse fiugamoa, indo- cere
ne sani iu animum possumus tam seno tantia votia meretrìMA procul abæntem ad æ
arcessere Parrhasium potoiasef ». Iu« Per mancanza di dati, non possiamo ben
dire se per pun- tiglio di offésa vanità femminile^ o per non allontanarsi dai
saoi vecchi genitori, la Calcondila non segui il marito quando da Milano e si
reca a Vicenza. Dalla lettera al cognato Basilio apprendiamo solamente che,
malgrado le continue insistenzci il P. non potè riunirsi con la moglie (2), se
non quando gli fu assegnato a Boma la cattedra d' eloquenza (3). Quali che
siano i motivi che abbiano spinta la Oalcon- dila ad agire in tal modO| noi non
possiamo non biasimarla sia come sposa, sih come madre: come sposa perche resta
impassibile alle preghiere dell'infelice marito, che, per quanto colpevole,
chiamandola a sé ripetutamente, le aveva data la più ampia soddisfazione ; come
madre perche mostra di non sentire alcun affètto per l'unica sua creatura, che,
priva delle carezze e delle cure materne, a guisa di tenero fiore, a poco a
poco intristiva e periva miseramente. Nella seconda lettera al Trìssino (Roscoe)
P., dopo avergli detto facetamente che dispone con piena libertà delle sostanze
di Ini, eoque forUusé plus, quia sunt uberiares, gli dà notisia dei compagni di
greppia senza fare alcun cenno della moglie : € Amanuensis item græcus ex Creta
Nicolaus, quem Trissineo Lisiæ designave- ras Accessit Lario quoque lacu Simon
Age nuno et lopos bospita. W OuDio. epist,Sed in primis a me salutem optimæ
socrui et uxori. Quum litteras ad eam dabis, de onios Toluntate nihil ad hanc
diem ex tuis literis intellexi, reditura ne sit in gratiam contuberniumque
meum, vel quid aliud in animum agitet. Ego enlm statui vel secom vivere, vel
aliud vitæ genus hoc longe (Cosenza) quietius instituere Dopo la morte di
Calcondila, Teodora colla madre e col superstite fratello Basilio (Teofilo e s
ucciso a Pavia e Seleuco e morto in tenera età) ha stabilita la sua dimora a
Roma. t f '', HfcaUfciifc^M 1 tuna querar, quam quod ex illa mortis imperturba
tissima quiete me nir> sue ad ærumnas vitao revocavit; abibara lætus ex bac
inutili corporis sarcina, si per færoem (Antonino Siscari; cui Servio
licuisset. Is enim sani* mis opibus effecit, ut ego diutius articularis morbi
carnific}nam perpetlar. Epistola XI, ex balineis Lisaniæ, pridie Kal.
Septembris : € Bar linea visa sunt »liquid opis actulisse Ego propediem
revertar, ioterea tu cura pueros beriles ac meos, ut tui moris est. QuDio. epist.poiché
si recò a Taverna, parC| tra l'aprile e il iiia^r^o, vi tenue un breve cor^b di
lezioni* di cui oi ò giuut4i solUiutH) V orazione. inauguralo intorno ali*
importanza o all'utilità della grauimatioa, che trascurata e quas^i
disprezzata! dai più, secondo V oratore« e la sola disoiplina che possa far
acquisUiro un vero e foudat-o sapere. Questui spontanea relegazione del P.
negli estremi conilni della Calabria dovett'i^ 1 moA, oonvcnÌM, coiupolla
uonilæ oUro Piirrbasiuin ne illum pratvUrl noìulnUY ìllum l|t«uui iot^uam Kd
era lui davvero, osserva Fiorentino, il mæstvro di scuola di Taverna, che eni
pure il miglior critico che avesse allora V It-alia, si ricca di filologi.
Durant-e la sua dimora in questo villaggio, il P. rivelò up' altra bella dote
del suo ingegno multiforme, cioè la sua [ A/SS. R. DM. Siu. di ^^opoU\ CoiK V.
D. 15.Oralio ad TabornMtt : « Qao uullurn uialut pignua an>uHs erga se nioi
TaWrnatea hfbere queant, ai 'T « r grauile perizia negli studi! atvheologici*
Tare cli« nemiuMio A Tavoriia nìaiica.sato calvgoricamento alTormaro che
bisognava riconoscere presso Taverna Tubica/iono doIPau* ticaSibari P., non
potendo sopportare una ìmxÌA arro-r gan3uì« scrisse contro l’ignorante
mtttihit'HuH una dottai ed ela- boratali dissert-a/ione, nella quale, basandosi
sulle testimoniaiuo di Aristotile, Mela, STRABONE, Tolouìco, IMìnio e parecchi
altri, oltre a determinare che V antica citt«à sorgeva tra^ flumi V^\ A\ DibL
Sai. di SapiìU. Ceni. XUI. H. Itì De SyUri, Oratili AC Tliurìo :€.... sUm^
proivus in à\ho Upidd lincao, nihìl oiunìno sìgnanK ìisipio shuiliMit ipii
iH>r tonobran aiubulaiit^ apprehcMiduni (^uìo^uid ad maims oooiirrìt. IH qui
bonis et iuali« auotoribuH suflar- rinati, tcstimoniis utuntur, aut miniale
necc»$arìi8« aiit contra oausam certa suam Vv« Sybari Crathi ao Thurìo : « Ao
ut agnoi^oant omnes ea quæ tantum Crassus (1) olfecisrìt ox inversi» LIZIO
rerbis e»s« nobis esplicata*». il) Quoto Crasso non è punto GiOTffn&l
Crasso da IVdaco, coma poco ao- cortamentd cjr>Nlo(ta lo JanntlU |ui^. ), Anche ainmettondo che e^U noi IMS
fo»5e ancor vivo, si op porrebbe a una tale assorclone quella nobile lettera
del P. ( /V Kfbtis rtc.« pa^. ìi{ ; pr. laY., pa^. 9 ), al >uo caro mæstro,
dalla quale appare che questi, più che schierarsi contro 11 suo antico
discepolo, ricor- reva a lui |>er schiariinenU e constigli. Vò\^. /?. lUbL
-Vai. di Sapoti. Cod. De Sybari Crathi ao Tburìo : « Quantum fidei sit habeadum
crassæ minervaa magistellis, audentìbua atBrmare Sybarim adhuc oxtara iuxta
Tabemaa, Jt appallante oppidum, vel ex lioo iatelligi datur. Faat L’animo
sensibile di P. resta fieramente colpito da si brutto fiittOy che aveva
macchiata l’onorabilità della saa famiglia; sicché, volendo honesto nomine
cancellare l'onta del nefandum cHmen, pregò caldamente il cognato Basilio di .
voler interessare, presso il pontefice, Lascari ed Inghirami, a fine di ottenere
la bolla di dispensa per qnesto matrimonio. Durante la sospirata attesa il P.,
per allontanarsi forse da un luogo per lui o.
«j--fWtiai.iliM.i^lÉY.^lÉr.f.lfarftVWi-JJ Se in questo tempo farono ben poche
le corti che accordarono ai filosofi una vera e propria protezione, piu tardi
esse si moltiplicarono, gareggiando fra loro nel di- stribuire onori e
ricompense. Non solo le reggie e le corti dei principi potenti divennero centri
di coltura e convegni di letterati; ma le più piccole corti, i principi più oscuri,,
i cardinali e finanche i ricchi borghesi vollero circondarsi .di letterati e
artisti, che accrescessero pompa al loro nome; di improvvisatori, novellatori,
buffoni,' che li divertissero. n principale centro di coltura nel Cinquecento
fti però Boma, dove nella corte di Leone X convennero da ogni .dove uomini
sommi e mediocri, attirati colà dalle pensioni, dai donativi, dagl' impieghi,
dai beneficii e dalle dignità eccle- siastiche, che come manna benefica
piovevano sul loro capo. Educato nella splendida corte di suo padre Lorenzo il
Magnifico, Leone X, al x>ar di questo, fu prodigo e munift- [Per farsi un*
idea del gran numero dei lelterati, che allo, a in Roma godevano della
protezione di Leone, X, basta leggere il poemetto di Francesco Arsilli^ Depoetù
Urbanis^ gli Elogia Virar, litt, iUustrium, 4i Paolo Hiovo e il De infelicitate
litteratorum di Pierio Valeriano. Im- portante per conoscere la vita romana di
quei tempi è, fra* tanU studila r articolo del Gian» — Gioviang. ( Oiom. stor.
Malgrado ana tanta aspettazione e lo continue insistenze, il P., oome abbiamo
visto, non potè recarsi a Boma che verso la metà di febbraio del 1514; sicohèy
tenuto conto della lettera innata al Cesario non prima dei venti di detto mese
egli potè iniziare il sao corso sulle Selve di Stazio. Nell’orazione
inaugurale, pervenuta sino a noi, il Jf. mise a profitto tutti i suoi mezzi di
retore raffinato, non escluso quell'artifizio di parere nel suo esonlio
perplesso e titubante, per procacciarsi la benevolenza del pubblico, giusta V
ammæstramento di Oicerone. Dopo un accenno alla grandezza del popolo romano,
rivolge un cortliale saluto al Lascari e alP Inghirami, protestando loro
pubblicamente tutta la sua profonda gratitudine. Non mancò naturalmente in tale
circostanza di far cadere destramente il discorso su Leone e di tributare le
più calde lodi al munifico Pontefice. Oome concordemente ci attestano gli
scrittori contem- poranei, il P. destò a Boma il più schietto e generale
entusiasmo. Sebbene allora la città riboccasse di letterati, alcuni dei quali
di meriti indiscutibili, come Cattaneo il Præfatio la Sylvas Statii : € Nibil
it&que dcsperandum Jano «luce et auspice Phædro, in quorum blando obtutu,
tranquillo vultu, bilaribua oculia acquiesoo Quibus ingentes ago gratias,
habeboque dum vivam» quod me gravissimis apud Pontificein sententiis
ornaverunt^ ubi vel nominarì aunimus honor est. MSS. R. Bibl. Nas. ut
Napoli.PræfaUo la Sylvat Statiì :€.... per quos ulrumque inibì contigli
indulgentia sacrosanctì Pontificis, divique Leonia X, qui maxime rerum usu,
incom- parabili prudentia, suprema gloria, incredibili felicitate, admirabili
elo- quentia, proroptissimo ingenio, castissima eruditione polle! Giovio —
Elogia etc,; Panvinio. — Proém. Deci. 1 2Xf applausu erudii. ; Filippo Briezio
Annales mundi, T VU, pag. 130 ; SalemI SylvlUæ^ P, Epicediatt^ eco. ^ '' i»'
Fra tanti stimiamo degni di nota i seguenti versi dettati allora da Telesio, V
elegante e terso poeta cosentino : Tlbrifl et obstupnit doctæ modnlamtæ tocIs,
Assonult riTifl hæe quoque Tlbrl tnls. Fsf flus et buie uni es Teteres cestisse Quirites; Tarn
Latiis sonat hic dulce magis LaUum. Attice et Actæs msgis Urbe loquutus et Ipsa
est» Hospes divino dlctus ab eloquio. Affesionato
come era ali* amico carissimo, P. si adopera a tnt- t* uomo per procurargli a
Roma conttitionem et ìocum ; ma il Cesario, malgrado le continuo insistenze di
lui, (Epist.^ non si mosse da Cownza. Forse era rimasto poco bene impressionato
alla notizia obe gli forniva il P. stesso ( Epist.) : e In Urbe singulæ
regione» sin- gulos babent præceptores ex ærario conductos, et qui nibilominus
t prìvatls certam exigunt mercedem. Troppa bollai rfMUitflri
^>rfki««»«i''*Mh^ uno stipciKlio «li jxran lunga sui>oriorc a quello di
tutti loro. Ma il P. questa volta, reso ornai abbastanza pnitico ilolla vita, lasciò
i>ure olio i cani riu^irliiosi abbaiassero alla luna, li umiliò con un
dignitoso silenzio, che gli valse loo di letterato infelice per la sua nota
opera, volle caricare un po' troppo le tinte (!;• Conoscendo poi la speciale
protezione, di cui godeva il P«, non è da credersi che gli fosse diminuito V
assegna- mento, o per lo meno ne fosse nt4irdata di molto la ri- scossione,
come vorrebbe insinuare lo Jannelli, il quale, temendo che al suo
x>rotagonista dovesse mancare il tempo per fondare V Accademia Cosentina,
mostra gran premura di rimandarlo in Calabria. InfaUi, adducendo a motivo la
miseria di lui, la morte del cognato Basilio e degli antichi protettori, Fedro
Inghirami e il Cartlinale d' Aragona, e in ultimo la partenza del Canlinale
Adriano, altro caldo am- miratore del nostro umanista, alTerma che questo
lascia Roma. Non occorrono molti argomenti per combattere questa gratuita
asserzione, in sostegno della quale lo Jannelli non sa addurre alcuna prova.
Basta infatti riflettere per poco su ciò che P. scrive a eratìooe ductnt. De
Rebus etc. ediz. cit., « Certe 8i quid ingenii, si «|uid eruditionis in me, si
dicendi commodi'aa est, id omne effundaa prodendis iis, quæ tot anoonira varia
Icctionc compcrta, conquìsita, col- lectaque luihi sunt in usum studiosac
iuvcntutis ut siquidem fructum lostcritas inde percipiet, acceptum rcfcrat
Pontifici prìmum Maximo, deinde Sylvie nostro, per quem conciliata mibi
Pontìficis voluntas est. .te detta partenza un anno pia tanli, quando cioè per
la morte di Leone X, essendosi seccata la fonte delle largizioni, e non
potendo, per la malferma salute, procacciarsi da se il necessario
sostentamento, P., come tanti altri letterati, lasciò Boma e si recò a Cosenza.
Quivi non visse a lungo, poiché, come ci attcsta il suo contemporaneo Pierio
Yaleriano, fu subito colpito da febbre mortale, che, dopo penose sofferenze, lo
trasse alla tomba. Nessuno dei biografi contemporanei del P. ci ha tra- mandata
la notizia circa 1' anno della morte di lui ; sicché i biografi posterìori, ignorando
gli avvenimenti ora ri- cordati, solo perchè il Salemi aveva pubblicato tra le
sue Sylvulæ anche V JUpicedion, scritto parecchi anni prima in lode del P.,
credettero di avere una prova irrefra- gabile per ritenere che questi mori.
Senza punto trattenerci intorno a questa asserzione, che cade da sé, quando si
rifletta che i componimenti poetici raccolti e pubblicati dal Salerni appaiono
composti in tempi diversi, crediamo opportuno prendere in giusta considera- [De
infeliciUUe ZiM.» : € ..relìcta Roma, in Calabriam cum secessisset, in febrim
subito inciditi Nicolai Salerai consentinl Sylvuìæ Epicedicæ, Encomiastieæ,
Satyricæ ac Paræneiica Variariimque aliamm rerum descripiiones fortasse non
inutxles Neapoli, SulUbach, m„-*'mì^'%u',*] zione le testimonianze del
cosentino Ponto e (li Giano Anisio, suggeriteci dallo Jannelli. Tanto il primo
che il secondo scrittore, parlando di Adriano VI, eletto Pontefice, ricordano
con rammarico la morte recente del Parrasio. Ora, conside- rando che questo
ricorilo di una delle più grandi illustrazioni del Ginnasio romano non può
riferirsi che ai primi tempi del pontificato di Adriano VI, quando cioè non
ancora era nota la sua avvei*sione ai buoni studìi e quell' orrore per le cose
pagane, che gli procacciò 1' odio dei letterati e i poco lusinghieri epiteti di
e furibondo nemico delle muse, della eloquenza e di ogni arte bella >,
riteniamo che il P., ritor- nato a Cosenza,, seguisse ben presto nella tomba il
suo protettore, Leone X. Dopo quanto abbiamo detto, non crediamo sia più il
caso di affacciare alcun dubbio circa V epoca della fondazione Romiiypion P.
li, Roi io : i Interpres, carusqno sacerdoi Parrhaslus, quem clara femat
monumenta per orbem Salbrni: Leo PaMor ovllit Romani æthereos tandem niii;ravit
In arcea, Unile suum ius8lt propere ad meliora Tenira Præmia Parrhasium v5) Lo
Jannelli, sebbene non træsse dalle prove addotte una con- vincente deduzione,
non si scosu di molto dalla nostra tesi, ritenendo che il P. morisse €
desinente ipso anno, vel ineunte. dcU' Accademia Cosentina, attribnita al
nostro umanista. Scy come crediamo di aver dimostrato, e^li non visse che poco
tempo dopo il suo arrivo a Cosenza, è chiaro che questo notevole avvenimento
non potè compiersi se non nel primo ritorno in questa città, e specialmente in
quel periodo di circa nove mesi, Sebbene non precisasse alcuna data, FIORENTINO
(si veda), nel suo TELESIO (si veda), si mostra di questo stesso parere,
combattendo l’asserzione del Lombardi, che aveva riportata la fondazione dell'
Ac- cademia al secondo ritorno di P. Due anni dopo però il Fiorentino, avendo
letto il commentario dello Jaunelli, mutò avviso e stimò jiiù probabile che
detta fondazione avvenisse nell' ultimo ritorno. A quanto x>are, il dotto
filosofo volle prestare troppa fede allo Jannelli ^5), il quale, come abbiamo
visto, oltre a mostrarsi non molto esatto nel xirccisare dove e come il P.
passò in Calabria il triennio, non seppe teucre Spiriti Memorie degli Senti
coseni. Pref,^ pag. 0; Mattei Vila Patrìknsii^ odix. Dì Rebus Tirahosthi Sloria
ecc.; Signorei.u Vicende della Coltura; Biografia Unicers, ; Nuovo Dizion. Ist.
Ignorando 1* anno preciso della prima venuta del l*. a Cosenza, il Fiorentino
opinò* € che 1’Accademia cosentina fosse cominciata. Lombardi -* Discorsi
accademici ed altri opuscoli, terza edix., Cosenza Pei tipi di Giuseppe
Migliaccio. Fra* non pochi errori commessi dal Lombardi nel Saggio storico
sull'Accademia cosentina, che P. S. Sai fi volle chiamare € quadro preciso e
fedele della sua origine e delle sue vicende » nella troppo benevola
prefazione, notiamo quello circa V anno della morte del P. Op. oit., Appendice,
Firenze, Succ. Le Monnier.] giasto conto delle prove di scrittori autorevoli,
attestanti tatti concordemente che il P. muore poco dopo il suo iirrìvo a
Cosenza. L'accademia cominciò quindi ad aver vita quando appunto si trovavano a
Cosenza Telesio, Franchini, Salemi e, come pare, Galeazzo, il gentile autore di
quelle tenere poesie, che destavano nel Settembrìni il desiderio di altre. Mai
come allora Cosenza si era trovata in condizioni pia favorevoli per un vero
risveglio letterario. Caduta la Calabria sotto il dominio spagnuolo, dopo l'
iniqua divisione del regno aragonese, essa, a prcrcrenza delle altre città, era
stata fatta sogno a speciale protezione. Vi erano state raccolte le sapreme cariche,
riconfermati gli antichi privilegi e creata quasi un' altra capitale del regno.
E allora che venne su tutta una flora di giovani baldi e volenterosi, che,
spronati da vivo desiderio d' imparare, si affollarono intomo al maestro
insigne, che capitava tanto opportunamente tra loro. Prive della pompa e dell'
ostentazione moderna, allora le Accmlemie, nei loro primordi, non erano altro
che amichevoli convegni, in cui pochi amici dotti e di buona volontà
discutevano su questo o quel passo di scrittore classico, oppure davano lettura
di qualche componimento letterario. Quest' umile principio ebbe anche
l’Accademia Cosentina, la quale pare che per un certo tempo non fosse neppure
denominata in questo modo : come ben diceva il Fiorentino, ci ora il fatto e mancava
il nome [Fiorentino — op. cit., edit. cit., Fra ì tanti ricordiamo i Martirano,
Ciminio, Schipanio, Morelli', Pagliano, Carlo Giar- dino eoe n P. contribui
all' incremeuto di questa istitaziono anche qaando si allontanò da Cosenza,
poiché, come ci attcstano le lettere inviate al Cesario (1), ad Andrea
Puf^liano (2), a Morelli e ai>itiM' Or non parrebbe che cote»ti scrifU« P.
> del quali pochiwlml sono siiti impressi, valessero li predio della stampa,
più che non tanto Insulsaggini tramandate con tanta curai. PiORKNTiNO. Telesio^
T. 1. 1 fi-rfaal i j nr- -W • AULI JANI P. PRIMUS AD VITAM EIUS NARRANDAM EX R.
BIBL. NAT. NEAPOL. CODICIBUS EXCERPSIT ET TEMPORUM ORDINE DIGESSIT PARCO.
OHAIIO AO P. NEAPOLIIANOS Ciro. Ponsitanti sacpo mociim, viri pntritii, oruditissimi
iavones, iuj;:cuiiiqiio adolcsccutuli et coatcmplnnti qnam proeclarara prisci
illi Romani publieae aclministrationis formam/in postcrum rem populi
susccpturì, per maous tradideruut, uihil occurrit quod non summo in*renio
exeogitatum, maiori studio expolitum, maximo Consilio ac prudentia gestum
indicotnr: ut niilìi quidem undecunique eorum non modo bella, sed etìam paces
per historìas exploranti, quam apud omnes obtinent, o)nnìone diguissìmi
videantur. Sed illud praecipue militane disciplinae institutum, quo
adolesceutes ad palum intra val- ium prius impense exercerì, quam serìae
dimicationi interesse iubentur, usque adeo me delectàt, ut, in re lioet
diversa, ab iuenntibus annis hactenus observarim. Haud enim quodpiam vulgo
unquam commisimus, prin- squam per doctissimos utriusque linguae grammaticos,
prò meo ingenioli captu, eruditus in ludis litterariis satis superqne
delituisse visus sum. Et, ne ab id genus similitudine disoe- damusy quem ad
modum tirones ad palum punctim caesimqoe [V. hoius op. In omnibus orationibus
et cpistulis annum et iascrìptionem P. non apposuit.1> HT i» rfi > nf m
f^ferirò discobantur a vetoranis, ac ex ilio commentitio pugnae Biinulaoro quod
in vera dimicatione magno mox usui foret imbibebant, ita et nos primo, quoad
fiori potuit, haud tamen 8cio an supra omnes nostri coeli ao aetatis homines,
non citra bonae valetudinis dispendium, sed eruditissimis viris non modo
nostratibns litteris, vorum etiam graeeanicis operam dedimuSy nty si quid in
communem rei litterariae utilitatem excudere libuisset, perinde ao in penuria
cellam haberemus in promptu. Ao ne sio quidem, tametsi pares huie oneri
complnribns videbamnr, au- natus, P. Papinii Statii, poetiu*um oppido quam
doctissimi, quem urbs haeo florentissima universo terrarum orbi, quocumque
latini nominis fama percrebuit, non iniuria queat imputare, Silvarum opus haud
omnibus obvium, singulis lectionibus, enodaturum promiserìm. Scio profecto, neo
me fugit quam arduam quamque difflcilem provinoiam sim aggressus, quamque
implicitos ao inextrioabiles paone nodos absolvendos assumpserim, et vestrum
fortasse plerosque nostros hos conatus ut audaculi, ne dicam impudentis,
reprebensuros, quod huius aetatis adolescens in totius Italiae celeberrima
urbe, ubi omnium bo- narum artium studia poUent, in tanto praesertim
doctissimorum hominum conventa subgestum hoc ascendere non eru- buerim. Insta
sane et non improbanda incusatio, si aut meo consilioi aut sponte, non dicam
ultro, hoc munus obiverim. Verum hoc erga amieos nimiae indulgentiae trìbuendum
potius [OKATIONK8 BT EPI8TCLAX erity quibus dura in oinnibii9, iikmIo honesti
spociom prae se fcranty obsecumlo, iu aiudaciae crimon incarri. Sed quaeso vos
per tlcos iinmortales, viri pntritii, boui consulite, proqae Ycstra 8olit4i
hiimanit-ate statuite. Quuiu saepe niecum parcutis omniura naturae exactum
umlique opus inspicio, uihil oecurrit, viri patritii, quod non magna cum
sapieutia productum, maxiaiaqne diligcntia di- spositum sit; scd illud imprimis
ad hoiniuum coetus non solura tuendosy veruni ctiaiu decorandos non par>i
momenti visual est, quod omnibus auimantibus gloriae ao laudis affectum
iudidorit, praccipuum, ut arbitror, ad implondos totins opcris numoros
adiumentum. Nam quid utilius, quid fnigins, quid couducibilius affectu hoc queat
invonirì T Quippe cai, si quid cxcultum, si quid politius immo utile
excogttatum est, iure ac merito referamus acceptum. Inde sunt etenim tot ao
tant;irum rerum iuveutioues, inde tot saeculis artes incoguitae prodierunt,
inde, indico, semper aliquid inventis adiicitur, inde tot \irorum din noctuque
elaborata monumenta. Kam si couditis usque saeculis inventa altius repetamuSi
omnia ab hoc affectu profecta inveniemns. Missum facio Promethca, quem quid
alimi, ut in fabnlis est, ad snbtrahendum Superis ignora compulit, nisi ut
inventi gloriam reportarotf Omitto Liberum ao Cererera, quorum uterque hac
eadem causa a ferino ilio victu homines revooaviti quippe quum alter, ut aiunt,
>inura repcrerit, altera vemm frumcntum excogitarit. Nonne litterarum notae
ao dementai sive Cmlmus, sive alter invenerit, inde ortnm habueret
Quotusqnisque, ut ad rem litterariam adveniam, tam maximos studiis labores
impendisset, nisi uomen ao gloriam inde adsequeretur T Eudoxus Gnidius
complures sub montibns annos egisse traditur, ut mathematica disciplina, anni
rationera solisqne meatus perciperet. Sed haeo ut remotiora fortasse praetereo.
Hac nostra tempestate viri et ingenio et doctrina praecipui multa- et nova et
utilissima excudnut: A .tifc..patrum nostroriim memoria cnleliographia, qnam
Latini vocaut improssionom, a Germanis excogit>at>a est non tam lucri
quara gloriao cupiilitate, nam eorum plerosqno huiuact>am : De Fortitudine
he- roiva luculentissimum opu?, de quo seor$um praeter eum nomo scripsit.
rrincipvm vero ab iucunabulis ito instituit, ut felicia rogna futura 8int
quibuscumque, qualem ipso in- formata princops obvenerit, Ohedientia^ vero
partes it4i dis- sorit, ut ad hanc onines virtut^es referantur. Quid eius Charonte
gravius, quid rurs«us festivius aut elegantina T Quid Antonio doctius, in quo
illud prnecipuum duco duos totius romani eloquii principe!*, CICERONE ao
VIRGILIO, sic ira- proborum caìumniis absolutos* ^i u*ostrigilatores maiori
qnam ipsi Maronora ac Tnllium licer' 'i momorderit. Tacco Serto- riunij quo
piane uuusquisque fat-etur veterem illam scribendi felicitatcm revocatam. Unde
vero vir doctissimus inter tot ao tanta^ occupationes din noctuque bis studiis
incubueritf Nulla alia re, quid enim sibi ad humanam felicitatem, Bege tam
praesenti deesse pot-erat, nisi ut gloriam sibi apnd posteros compararet. Atque sic habetoto nnllos satis
improbos esse ad vir- tutem conatus. Quis enim Lucanum accnset quod huius
aet4iti8| aut paululum, supra, PharsaHa^ bella detonuitf Nemo est profecto qui
Valerium Gatullum, Propertium Naut*am, Albinm TibuUum^ Oaium d'enique Balbum
non admodum laudet, quod omnium ore cantanda adolescenies edidernnt.
Quotusquisqne invenitur qui mactum virtut^e esse non iubcat, si poetam Oylicem
Oppiauuui scripsisse compererit admotlum praetexta- tunii quao etiam doctissimi
soncs studiosissimo legantt Qnod si aut illi quos diximusi aut oeteri, quos
brevitatis causa rtM«*«Mk«teMii*«i«MÌNarfai*«»««MMMk I^M^^aBM>Wfc»aque
orationi modnm 8t^tuam, si illnd nnum piias admonuorim. Si quid in his qnao
dixero ofTondet, omnibus enim piacere csset immensnra, roeminisse debebitis
nihil es86 in humanis quod nndecnmqne possit esse perfectum, votastissimosque
granimaticos ante oculos penero qui etiam in plurimis lapsi dopronduntur (ueque
omnibus esse Pont4Uì08, Aurolios, AltilioSy Actios anazaros ao denique
Dionisios Superi coucessere, immo siugulis virtutes 6ÌnguIaS| ut est apud
optimum maximumque «^oetam}, et priscos illos, quomm adhuc auct-oritas vigot^
mulUi scisse non omnia. PRIVILEGIDM In R. Archivo Ncapol. CoUat. Prìrileg.
Aragonensium. J. PAULI DB P. Alfonsos et cetera, uniTersis et cetera, licet
adioctione et oetera, sane prò parte nobilis et egregi! viri J. Paali de P. de
Gusenda, familiaris nostri fldelis, dilecti, fait Maiestati nostre roverenter
expositam et amiliter sapplicatam qaod Panlus ipse ex concessione sibi facta ad
eius Ti- tani per Serenissimum Ferdinandum, patrem et dominam nostmm
colendissimam memorie recolonde, habuit, tonnit et possidet, 6ÌTe exercet
oiBciam magistn Oamere et magistri actomm penes Justiciarios, sen Gapitaneos
torre Tabomei nec non officiom Gavàleris penes Gapitaneos terrarum mon- tanee
et Givite dncalis cam potestate sabstituendi, cam gagiis et emolumentis, lacris
et obveutionibas solitis et consaetis et debitis, proat in qnibasdam
prìTilegiis per dictnm genito- rem nostmm sibi propterea concessis hoc et alia
clarins [Cum hoc unum monumeotom nobis in R. NeapoliUno Tabulario invenire
contigisset, facile animum indaximat, ut hoe loco ederemns, codicis scrìptura
diligenter servata. V. huiat op. aatmn m »>t»>id i >tr il PBIYILBOIUX
aDQotantor. Dignaremur sibi ad eius vitam dieta officia iaxte tonorem dictonira
privilegiorum de speciali gratia benignins coufirmare. Nos autem habeutes
respeetum ad merita sincera devotionis et fldei prefati Paali, ao considerantes
servitia por euin Maiestati nostre prestita et impensai qneque pre- stat
adpresens, et ipsnm de bone semper in melius contiuuatione laudabili
prestiturum speramns, propter queqne in iis et longe maioribus a nobis
exauditionis gratiam ratìona- biliter promeretur, iis et aliis considerationibns
et caosis digne moti, prefato Paulo ad eius Tito decursum iam dieta ofilcia
actorum magistri et magistri Camere penes Insticiarios seu Gapitaneos diete
terre Tabeme et officium Oavalerii penes Gapitaneos terrarum montanee et civite
ducalis cnm potestate in eisdem oIBciis substitnendi. De quorum substituendoram
culpis et defectibus Paulus ipse nostre Ourie principaliter tcncatur cum gagiis
et emolumentis, lucris et obventionibus solitisy consuetis et. debitis, iuzta
formam dictomm prenominatorum privilegiorum. Ipsaque privilegia cum omnibus
et singulis in eisdem contentisi oxpressis et narratis, qua licot presentibns
non inserì 'itur, haberi tamen volnmus prò insertis et expressis et dcclaratis,
si et pront hactenus in possessione sou quasi fuit cl in presentiarum existit.
Tenore prosentium nostra ex certa scientia specialique gratia oonfirmamus,
acceptamus, approbamus, ratiflcamus atque landamus, nostreque confirmationis,
ratificationis, acceptationis et approbationis muniraine et suffragio validamus
et roboramus, volentes et decernentes expresse quod presens nostra confirmatio
sit eidem Paulo semper et omni futuro tempore firma, stabilis, realié, utilis
et fi*uctnosa; nullumque in iudiciis vel extra, seu alias quovis modo sentiat
diminutionia iucommodum, aut impugnationis obieotum sive obstaon- lum, vel noxe
alterius detrimentum, sed in sua firmitatCì robore et officio pcrsistat.
Illustrissirao propterea et carissimo filio primogenito Ferdinando de Aragonia,
duci Cala- [('«^*MtoiV4 PRIYILBaiTTX ] briO| vicario nostro goncrali, nostram
super iis doclaranios iotontnin Mamlamus magno huius regni Camerario ciusque
locumtenenti j presentibus et rationalibus Camere nostre Summarìe Jasticiario
seu Capitaneo terre Tabeme, et tcrrarum montanee et Oivite ducalis, Universitatibusque
et hominibus ipsaram terrarum, aliisquo univcrsis et singulis ofTìcialibos et
siibditis nostris maiorìbus et rainoribus quo>ns officio auctoritate et
dignitate fungentibus nomineque nuncupatis ad quos sea qucm prescntes
per\*enerint| et sxiectaverint seu fuerint quoraodolibet presentate. Qnatenns
forma presontium per eos et unumquemque eorum diligenter actenta X)refatum
Panlum, seu eins substitutos ad dieta officia exercenda recipiant et admittant,
retincaut atque tractent de- center et favorabiliter prout expedit in eisdem
deque gagiis et emolumentis, lucris et obveutionibns solitis consuetis sibi
respondeant et per quos decet responderi faciaut atque mandeut integre et
indiminute prout hactenus extitit consuetum. Kt contrarium non faciant prò quanto
dictus Illn- strissimus Dux filius noster nobis morem gerore cupit, Getcri vero
offlciales et subditi nostri gratiam nostram caram habent et xienam ducatorum
mille cupiunt evitare, in quorum testimoniorum etc. Datum in felicibus Oastris
apud Sulmonem per magnificum virum Antonium de Alt^xandrolocumtcnentem
etc.Regnonim nostrorum anno primo Bex Alfonsus. Dominus rex mandavit mibi, P.
Gablon Jo. Pontakub Pasoasiub r MM^MaMHkaA^aadVAMaaataa iM^kMBaw MF*«I
tm-mdtt0mé^m^mmm>tk^tmm^^'^JmÌ^i^,^A^^^t^ UI EPISTULA AD ARAGOIilUM Neapoli
Quod a me de Sarapi quaeris, illustris ac omaiissiine PrìncepSy utinara sic ad
te reducendura prosit in avitam perditumqne (?oIiuin, quo nulla tua culpa
caresi ut olim Ptolomaeo, Lagi filio, ad constituendas Aeg^'pti opes. Ilnic
cnim recens comlitam Alexandriam mocnibns sacris et novis religionibus
excoleuti, per quietem dicitur obversatos augustior humana forma iuvenis, atque
monuisse ut i>er cortes homines eius eflìgiem acciret e Ponto; id antein
felix fanstumque et amplitudini sibi gentiqne suae foro; enn- demque iuvenom
plurimo igni rutilantem cum dicto simnl in sublime raptum evanuisse. Quo
miraculo Ptolomaeus e somno excussuSy adhibitis Aegypti sacerdotibus, imaginem
nootumam visumque narravit. . Hisque extemorum ignariS| remqne expedire
nescientibus, quidam nomine Sosibius, qui vagis er- [ExsUt in codice 'duplex
huiut epistuUe exemplar. Manifeste
ap* paret eara ad Perdinandum II P. misisse, cum ille Neapoli in Aena-> rìam
insulam confugerat (Kal. Mari). Quod mìnime mirarì debemu8, cum perpendaroas,
ut Erasmus Percopo. in opere, quod inscrlbitor Benedetto Gareth^ luculente
demonstravit, infelicem regem semper, etiam in roaximis advenis rebuK, ad
animum tttum erìgendum, in bona studia incubuisse. V. huiut op. ^ fa m ^
m^»0>m.mi^mam àii w ii » m m ^, fa >t'priorum tymnno, quis haberi deorum
vellet, ad hanc senteutiam graece respondit: Siiin Deus ipse, tibt qualein me
cannine pandam : Regìa celsa poli caput est mihU caerula venter Unda roarìs,
calccsque pedum tellurìs in imo Cespite nituntur, mea tempoia lucidus aether
Arobit, et accendant oculos mihi lumina Pboebl. Dioilorus autem Siculus, in
Bibliotbecis, Osirim, Sarapim, Liborum, Ditem patrom, Ammonom Jovem, Pana,
eundom dcum esse existìmat. Aristippus, Arcadicorum primo, [ORATI02fS8 ET
EPI8TUXJLS] refert Apim, Argivorum rcgom, Mempbim in Aegypto sodém sibi
ooudidissOy qiiem postoa Sarapim transnominatum Ari- stcos Argivus autumat ot
huno ab Aegyptis attonita sapereti- tiono coli. Xymphodorus Amphipolitanos
auctor est in bis quae de logibus xVsiao composuit, Apis tanri, cum
decessisseti salo duratum cadaver iu arca, quara Graeoi acpÓ¥ voeant, esso
comlitum, ex coque duplicato nomino Soro-apim demnnique Sarapim, nnucupatum.
Porphyrius autem philosophus Sarapim cum Plutone confundity ut ca soli vis,
unde proveniunt opes, Orcus et Pln- ton et Dis pater appellotur, quatenus autem
vitium terra sentit ad Sarapim pertineat; abstrusique intra terram ignis
inditium purpurea Dei vestis, infemae vero potestatis basta trunca, atque
cuspis deorsum conversa sit. In Aegyptura translato Sarapi, templum prò
magnitudine urbis extruetum loco cui nomen Rhacotis antea Aiisset. Apnd Tacitum
iogimus : eius templi hostium anni certo tempore patefaciebant ipsi sacordotes,
admotis ad rem divinam aqna et igni, quo4l baco dementa maxime praestent.
Dominatu Julii Caesaris incendio consumptum recitafc Busebius. Illud addimus ex
Plutarcbo Alexandriae primum indigitari coeptum Sarapim, Aegyptiorum lingua
Plutonem significante vocabulo. Is fingebatur hunc in modum: praestanti forma
atque aetatis iutegrae iuvenis, qui subieeto ca- pite vetusti operis quasillum
gestet. In quo Macrobins, is qui deos omnes ad unum solem confort, ipsius
sideris altitudinem siguificari contendit, et vim rerum omnium terrena- rum
capacem, quas immissis radiis ail se rapiat. Imago vero tricipitis animantis
adiuncta simulacrO| quid aliud quam tripartitum tempus ostendit, in id quod
est, quod fuit, quod futurum estt In leonis ergo capite qnod 6 tribus medium se
altius erexerit, tempus instans exprimitori inter praeteritum futurumque tam
breve, ut quibusdam nxù^ lum videatur; iu cui*sd enim semper est, it et
praecipitafe, ri--làr:.. ^.-ut i m ^iin ante desinit esse qaam vonit. Est onim
leo natura fervens ac in agendo quod iinminet validus. Teinporis vero
praeteriti cervix lupi rapacis a sinistra parte oriens argumentum ore- ditur,
eo quod por id animai rerum transactarum memoria aufertur. Oeterum canis caput
a dextra adulantis specie renidenS| futuri temporis eventum declarat, de quo
nobis spes licet incerta blanditur. Quis enim non suas cogitationes in longum
porrigit! Maxima porro xìtae iactura dilatio est; illa prinium quemque extrahit
diem, illa eripuit praesentia, dum ulteriora promittit; perdimus hmlicrnum,
quod in manu fortunae positum, disponimus, quod in nostra dimittimus. Olamat
ecce poetarum maximus, velut divino ore instructns: Maxima quaeque dios aevi
prìuia fugit. Quid cunctarisy inquit, quid cessasi nisi occupas, fngit; cum
occnpaverìs tamen fugiot. Itaque cum celeritate temporis utcndi velocitate
ccrtandum est, et velut ex torrente rapido nec semper cnrsuro, cito hauriendum.
Audio te esse egregiae indolis adolcscentulum, animo alaorem, ingenio potentem,
frugalitatis et continontiae in istis annis admirandae, patientcm laboris, a
volnptatìbus alienum, fìrmiterque laturum quicquid inaediflcare, quicquid tibi
fortuna voluerit imponere. Cui si nondum omnos ad unum bonos libuit excindere,
si nomen Aragonium propitia respicit, te, lapsis tuorum rebus, incolumem
servabit, discet abs te clementiam mitissimoque principi mitis aliquando fiet.
Tu rursus maiores tuos intueri debes ascitos coelo, operamque dare ut nude per
iniuriam deiectus es, industria vir^ tusque te reponat. Ante meos obitus sit,
precor, ista dies. Deditus ac devotns ORATIO IN ALEXANDRUM MHiUTIARUM Mediolani
Ismcnias ilio Thebanus, sammus oetate sua libiceli, quos in arto discipulos
habobat, iis auctor erat ut alios eiaa- dom studii profossores ot quidem malos
adiront. Quod ita foro putabat, ut ot illi quid in canondo soqaondum aut fa-
giendum essot ab alionis erratis erudirontur, ot oius alioqniii non iniucundao
modulationi, oomparationo peioris, gratiae plus aoooderot. Id nos oxomplum,
quod maximo probaromus, in usnm revocano tentavimus: an aliunde factum putatis,
ut iUam pocudom (Minutianum) vos audituin misorim^ quam ut roconti perìculo
cognoscatis quid intor Apollinis ot Marsyao cantnm differatt Non dubito, qnae
vostra sagacitus ost, qnin onmes in- tolligatis illum noo ingonio, noe
oruditione valore, qui per se nihil unquam parit, ab aliis omnia suppilat, ao
ut igni^ vissima volucris relictis cadaveribus saturatur, ot, quo nihQ
impudentius, oiusotiam, quom tortio quoque verbo crudelissime lacerat, quo se
potiorom iactat, inventa recitare -pro som non oruboscit. V. huius op.
Audistis, arbitror, audistis, ornatisf^imi mveues, cum, nudins quartns an
quintus abbino est, poctarara genera nostrìs tantum non verbis enumeraret,
quaeque nos anno superiore ex auctoribus graecis accepta, vobiscnm
oommunicavimus j eadem nuper ille quasi sua, quasi nova, magno verbornm
strepitn blatteraret. Et audety proh Superi, se nobis ilio eomponere ! qui
negligentiae nomon suae praetendit inseioiae, qui turpe non dueit
oeoupationibns excnsare, quod haotonus magistri per- sonam non sustinuisset et
satis buio inelytao ei>itati factum putat, si prò tot annorum iactura
recipiat in posterum foro diligentem. Quae cum dioit homo parum consideratus
non yidet alterutrum necessario sequi: aut ante adventum meum ab ilio Tos esse
despectos, ad quos illotis, ut aiunt, pedibns et imparattts acoederet, ut, si
quid in litteris curae posthao adhibuerit, eius omnino mihi gratia deboatur,
cuius opera sit effectum ne vos, ut antea, scopas solutas existimaret; aut
certe illud se non amore disciplinarum, quas arrogantissime Sibi vendicat, non
virtntis, a cuius itinere iampridem longius aberraret, non suae denique
existimationis, quam post umbram lucelli semper habuit, ad hoc adductum, sed
spemercedis, quam desertus erat a vobis amissurns. Et Ì8 unqnam poterit illum
quaestum, quem non ex officina sed laniena librorura quam maximum facit,
vestris rationibus non anteponeref non hercle magis quam pisois in Bieco
TÌTere. Nam ubi cupido diTitiarnm invasit, ncque disciplina, neqne artes bonae,
ncque ingenium ullum pellet, ut non minus vere quam graviter ait Sallustius.
Sed fac eum maxi- me velie: quid tandem praestabitf an alius nuno est quam olim
ftiit, cum per libellos a Senatn toties efiBagitatus ut ab aede Musarum raucus
hic anser exploderetur T nempe ille ipse est et aliqnando tot annorum cessatione
deteriora Sed quid hoc refert, si discipuli non facilitate sermonis, m n mwtt*
fi *»m,mii i,Ama d j T b ^\''mì k 'ì è Ì%tV m0 m imi tì mktmmwt h mut m m^m T
»éb'^^mmmmÌèmiJÈm ORATIOXES ET SPISTULAB] non rerum memoria, quod par esset,
seti oviclianis ariibns alliciu Dturf An non illius earmiais in meutem venii:
Promittas facito ; quid enim promittere laodit. Pollieitis dives quilibet esse
potest. Invenias aliquos adeo veeordes ut oassam spem precio mercentur et quo,
dii boni, precio ! iactar temporis; quo nihil esse preoiosius in vita qui
Theophrasto mature non erednnt, exacta mox aetate, sero sentient. Qnod ne
nostris auditoribus usu veniai, si unquam àlias in praesentia diligenter
seduloque cavebimns, cum mea spenta vestrique causa, quibns ut amantissimis
nostri consnltam volumus, tum ne P. A. Stephani Ponoherii, Senatus prìnoi- pis,
ao sacrosancti nostri regis Archigrammatioi fidlere iodicium videamur, quippe
quum nos, qui summus honor est, snis aanumeret ao, ut est in bonos omnes
muniflcus, muoribus in dies auctet praemiis, ut Glaudiani mei Carmen usurpare
iam libeat: Crescite virtutes fecundaqne floreat aeUt, Nfciu patet ingeniis
campus, certusque inerenti Stat favor ; ornatur propriis industria doni. Surgitae sopitae, quas obruit
ambitus artes : Nil licet invidiae, Stephanus dum prospicit orbi. Non est
amplius vulpi locus, nusquam iam nebnlones, nusquam Lysonis excussor
emissarius, iacet cmentus iUe dalator, in acie linguae qui nccem gerebat. Quod
si verum non est, nec malis artibus, ut omnes afiirmant, sed, nt ipso
gloriatur, industria pervenit ad opes et dignitatem, dicai, dbsecro, cur nuno
cadem non assequitur, quando nberiora tìptutum praemia sunt proposita, naetus
indnlgentissimam Praesidem, qui benigna fovet ingenia T cur ad enm sàlutan- dum
nondum venit? Nempe quia noctua solem fingit, neo audet
homo lovissimus illi trutinae se committere. Sed Tersipeìlcm, quem, ut Lysonis
sui suecessorem, intrinseoos odit, foris amare simulat, de quo ad aurem garrit,
eundemque palam laudat, ita frigide tamen ut ad noTeroae tomn-
'fììtii'il«^iThMli tf ì f ifci /T fu 1^ |^, Y-1 i ib» ri I] gnitione doctiorum,
quo diatius in admirationc sui detineati apad quera quantum proficiat quisque
sontitf Sua cuiusque ros agitur ; per me sit omnibus integrum audire quem maxime
probat. Equidem neminem invitum detineo, neque si velim posse confido, quod
Appula musca saopissime gloriatur. Quoties onim pracdicasse creditis ita
discipulos addiotos habore, ut ne ipso quidem Varrò, si reviviscat, co plures
Mediolani sit habiturust Sed illud gravins, dicam autem quod ab co milies au-
divi : Yos a pccudibus differro quicquam negat. Non onim ratione, ncque
iudicio, scd impctu quodam ferri, contuma- citerqne contendere prò sententia,
cui quisquo semel inhaeserit. In Tobis uunc est enScorc, quominus nimiae
licentiae littcrator ca vere dixerit, neque committere ut patientia nostra
diutius abntatur. ORATiO AD SENAIUM MEDiOLANENSEM Gratulor litteris, |i:aiuIoo
mihi, Patrcs optimi, qui tandem iuveni qiiocl diu multumqne frustra clcsicleraram,
ne nostri temporìs priucipcs aut eorum ma;;istratus, in quorum manu rcs est,
tcmoro cuipiam docendi munus iniungeront, quo nihil indignius, nihil
roipublicae porniciosius excogitari poterat. Non cnini parum rofert quam quis
initio disciplinam sortiatur; nam quae teneri percipimus altius animis
insidunt, ao ita penitus radices agunt, ut nuuquam, vel certe difficulter
eyelli quoant. Intellcxit hoc
prudentissimus vates Horatins et hunc in modum testatus est: Quod semel est
iiubuta recens servabit odorem Testa dia. Deinde subdit: Sinccruin est nìsi
vas, quodcumque infundis acescit. Habeo vobis gràtias et quidem maximas, viri
clarissimi, ac si facultas darctur, etiara referrem, qui de nostris studila
adeo solliciti estis, ut me, licet illnstrìs amplissimique do- [V. buius'op.
«*aa«^ mini Oardinalis Bothomagensis, qui Ghrìstianissimi regia personam
sastinet| iudicio comprobatum, non tamen prius admiseritis ad eradiendam
Mediolanensem iuventutem, quam vigilantissimis vestris ocalis exhibitum aliquod
porìoolnm fa- cere spectaretis. Non enim nobis exciderat illud Plaatinum:
Pluris est oculattts testìs unus, quam aoriti deeoin. Novistis, Patres optami, novistis quid hoius
sanotissimi Senatns ordinem deceat: non oportero mmusoolis bominnm, neque
simplici cuinsqne testimonio facile credi. Oondonant pleraque mortales odio,
nonnulla etiam gratiae ; ncque reve- rendissimi domini Gardinalis divina mensy
gravioribus ne- gotiis occupata, minimis quibusque vacare potest. Quid vero
nnnc agam, viri clarissimi, quom sere già- diator in barena consilium capiat
mibique necesse sit in consessu disertissimi Senatus, virorumque doctissimorumi
quos adesse iussistis, ex tempore verba faceref Fateor hoc etiam periculum bone
pcriculo nos quandoque fccfsse ; sed in ludo litterario, non in foro; sed
nostri generis hominibns, non tot eloqucntissimis viris et illa auctoritate
præditis audientibus, qui, quoque me verte, virtutum fulgoribus in- gentes
occurritis. Sed unum me, Patres optimi, consolatnr, quod apnd prudentes, ut in
lucubratis operibus censura severior est, ita in snbitis orationibus venia
prolixior; nulla enim res potest esse eadem festinata simul et examinata, neo
esse quicquam omnium, quod habeat et laudem diligentiae suae simul et gratiam
celeritatis; Bxstant a nobis evigilati commentarii atque leguntur, in quibus
non recuso vel.etiam malevolorum subire iudicium, dummodo ne quid ingenio
valeamus ex hac tumul- [TttDo Parrhaalat iam ediderat laculentissimos
commeDtarios, qui iDscrìbuDtar: Corneliut Nepos De viris iUusiribus, MedioU.; Sadalii
Carmen Paschaie et Prudentins, Mediol.; Comm. De Rc^ffiu Preeerpinae CL
Claadiani, Medici, prid. Kal. Sext. MmMié MM«.M^U^«MiteM«iM*^F««iid»w*i*MM
rn«kM^*«taa^k«Bi^M.* rt*««>w»rfk MkW« ««wAi«aitfkÌHa ORÀTIOMKS ET BPISTUULB]
tuaria dictìone stataatis. Neo opes, arbitror, in nobis exigitìs so! I nn, TI
ir• • f. P.A .-•Qnod si non tantum profecisti, quantum par osset, tua non mea
culpa taxi ; quid cnim facias homini tot quacstuariis artibus occupato? lam
vero illud cuiusmodi fuerit, omnes probe nostis, quom Julius AeinìliuSy vir, ut
a raultis accepi, plurimae lectioniR, ex hoc loco, prò dii iramortales, (et
audebis negare?) manifestissiinis arguinentis, omniuinque con- sensu te reum
lancinati, praecerpti inversique Cicoronis ageret. Ego quom tu ingratnm vocas (
piget horcule memi- nisse) suscepi tuas partes et quidem iniquissimas,
quantumque in me fuit, indefon^um non reliquia tuoriquo conatus snm oum summo
capitis mei periculo, ut vestrnm plerosque meminisse conAdo. I mine et confer
illa sapidissima tua tuceta, illum panem secundarium, illam vappam, quam nobis
appouebas. Neo eo dico ut expostulem, qui potus cibique (quod tu non negas)
parcissimus semper oxtiterim; sed compononda fue- runt aliquando beneficia, ne
tibi semper ingratus viderer. Quod si nihil praeterea contulissom, nonne
minerval mea diligentia quaesitum satis est ad aequandas rationes f an tuas
dumtaxat in ephemeridem contulisti, quod facis cum papyri glutinatoribus, quos
semper aliqua summa defraudas f Vae tibi si non intelligis minorem lucri quam
fldei iacturam esse 1 In quo ingratus tibi videor ! an de vi queri non debui,
ne ingratus tibi viderer 9 Ao in illa querela quid est dictum a me cum
contumelia, quid non moderate, quid non remis- sins quam scelerìs atrocitas
exigebatf Sed alibi furoris arcem habet callidissimus veteraton invidia miser
aestuat, invidia coquitur, invidia rnmpitor, nollet extare cuius comparatione
detegeretnr, Andistis, eru- ditissimi iuvenes, audistis cum clai*a voce
clamaret : descende de pulpito, si vis ut taceam. Egone descenderem, stolidis-
sime, ab ilio suggestu, in quo certa disciplinarum ratione locatus sum, in quo
me Pater amplissimus et divinus Cardinalis Botbomagensis, approbante universo
Senatu, statuit PRÆFAIiO IN PEBSIOM^) Mcdiolani Chilo, sapiens uuas e scptom
quos votostas in Graecia consecravit, iam senez eoqao prailentiori nam serìs
venit usus ab annis, ut inqnit OVIDIO, qnom forte qnompiam glo- riantem
audisset nnllam se inimicum habere, an nuUam e- tiara amicnm haberet,
interrógavit, amicicias et inimicioias iuvicem consequi et addaci necessario
ratus, ut apnd Gellium Plntarchas memorat. e Hai >, in Aiace farente
Sophocles ita monet, e hac fini amcs, tamqnam forte fortuna osurus, bao itidem
tenos oderis, tanqaam paulo post amatams. Per tot onim vitae salobras quis ita
circomspecte potest incedere qain offensiones aliqnando non incnrrant f Sammae
illnd qoidem felicitatis est dnas forocissimas affectiones amoris atque odii
intra saam qnamqne modom continere. Qnod si minns contingaty qaom non omniam sit
in Gorinthnm navigatìo, proximae laudis illad est ad lenitatem nos qaam primom
dare, nec in vita mortali inimicicias perpetnas exercere. Minutianos Alexander,
nt scitis, annis abbino daobns, an tertins agitar, ex hospite factas hostis,
utrins colpa dicere V. httius op. ORATIOIIKS ET EP18TULA superscum licuit, quod
aliquando receperam, sicut aes alieuum dis^olYere cessavimus, ut omnes
intelligatis, hactenus satisfaciendi votum mihi non defìiisse, sed faoultatem.
Quod si Fabius Quintilianus, ob eiusdem generis iniunc- tam sibi provinciam, mores
accuratius excolendos et studia sibi duxit, quo Domitiani, perditissimi
principis, opinioni responderet, quantopere laboraudum mihi censetis in
utroque, ne sapieutissimum sacrosaucti Pontiflcis iudicium fefellisse yidear,
qui sicut opibns et imperio, quae malis indignisque plerumque contingunt, nitro
co- [EPISTULA A PEREGRINUM Mediolani] olro. Non it4i iiiro oontubernii,
qnoiitem, pnruin inilii probatiSi ut in- dole inoruinque olo;raiiti:i ne
bonnrum ariiuiu 8tmlio potes a me expecUire oiniìia qiiae a, non ininria
desideras expHoari, nam neque Do- mitius, neque Piemia, interpretes alioqui
diligentissimi, moltoque minus infra classem ma^struli eins verbi vim peroe-
perunt in hoc poeta. Juvenalis enim reponere non in significatione scribendi
sarciendive, sed prò eo qnod est parem gratiam referre videtur accipere. Sieuti
ad Lentulum soribenSi V, huiut op. CICERONE per haec in Epistolarum famiìiarium
libro primo: cCur, inqoit, vatdciiiiam landarim, peto a te ut id a me neve in
hoc reO| neve in aliis reqoiras, ne tibi ego idem rcponam Cam veneris», idest
eadem in te regeram. Atreus apudSe- necam poetam : e Sceleri modos debetar, onm
facias scelus, non abi reponas, idest nlciscaris. Metaphora sampta est ab iis
qui matitant, invicemque convivantar. Haec babai saper ea quae a me qaaesisti ;
integrnm sit seqni quod maxime probabis. Probabis enim quod aptissime loco et
sensuii qui sis ingeniosissimuSi congruct, Sed ben ! tn vide qnid agas, qui
cursum reflectas ad Sirenas ; est sane pericnlum, ne te mansuetioram Musaram
delinimenta avocent a molestissimo legam studio. Cogita tibi, vale. iuquit €
Jane, qui centra tui saeculi mores in uno altero ve libello tam lente sedeas t
non illa nunc aetas est, quom invenes quod imitari vellent diu audiaut, omnes
ad vota fe- 8tinaut| ncc expectandum habent, dum mihi tibique libeat prò re
dicere. Sed saepe ultroiuterpellant, atque alio transgredientem revocant et
propcrarc se testantnr. Utque Philostrati leones ex eadem praeda bis cibum non
capiunt, sed ex calida recentique semel pasti reliqiiias aspemantur, eodem
pacto nostri temporis homines una do re saepe disserentem non facile
x>atiuntur. Quare nisi novi quid in mcilium promas, quod discipuli probenty
vereor ne solus in scholis relinqaaris Qnibus ego monitis, ut par erat> a
priore scntentia de- turbatus, animi dubius aliquandiu pepeudi. Nam quam vis et
ipsa res et auctor monebat, ambiguuiu iiuncn erat quam in partem homines essent
accepturi, si Lucium Florum nostra ope propemodum convolescentemy nt parum
periti medici, non penitus obducta cicatrice, desererem ; tlifficilis anceps-
qne deliberatio, din multnmque agitata, nostri innneris auspicia retardavit,
donec animo sedit ocii^mei rationem vestris commodis posthabere. Diebus itaque
festis, quos alii genialiter agitabunt, quae restabant ex Floro, pomeridianis
Haec Demetrìi Chalcondylae moniU maximam Parrhasii nostri laudem praa se
ferunt, nam manifestis argumentis eins magnuin et Msiduum in castigandis
scrìptorìbus stodium nobis patefadont tk é m u mtàutmm^tÈm^im^m^^mnm* itiàm
OBATIOMES ET EPISTULAS horis intoipretabimur, in eius vero locum (qaod
(ànskiiii folixque sit omnibus ) Livionì sustitucmns illum, qnem vetustos adco
suspoxit, adoo venerata est, ut nihil ad hoo aeyi rcliqueriti qnod in eius
no>'um praeconium possit excitari. Quis euini post Fabium non dixit in
conciouibus Livium, supra quani narrar! possit, cloquenteinf Qnarum tanta vis
ad persnndenduni iam tuni crcdebatur, ut Metio Pompusiano capitale fuerit apud
Domitianum, quod eas excerptas ad usum uiemoriae circuaiferret. Quanto niitius
sacrosancti nostri Ro£^s in^^euium, per quein non haee ediscere solum licet|
sed ipso praeceptores nitro conduciti qui iuventutem Hber»- liter institnant,
Quis vero Livium nescit in exprimendis alTectibnSi quoa mitiores appcllant,
inter historìcos primos obtineref Nam quoil ab ultimis Ilispaniao Galìiarnniqne
flnibus illustres in urbem viri venerint, ut unum Livium salutarenti epistola
Plinii Nepotis ita porcrcbruit, ut sit in tanta notioia reforre supcrvacanoum.
Furor est autem, furor in quaestionem vacare, quod olim Valla, Sallustiusne
doctior fìierit an Livins, et eos invicera comparare, a quibus discere magis
oon- venit. ntrique summi extit-ore ac cadesti quadam providentia componcndis
moribus alendis. EPISTULA Nli.-DE LIVIO INDICE Mediolani Timon ìlio Phliasius,
óloqueutiac sapicniiacquo stadiosusi ut undecimo Successionum libro scrìbit
Sotion, iutcrrogatus ab Arato Solense quo pacto posset Homeri poema consequi
castigatuniy respoudit: e Antiqua lego exeniplaria, non ea quae nuper emendata
snnt >• Eius, ut reor, auctoritatem secutns, Probus exemplaria undique
coutracta inter se oouforre coepit, ex eorumque fide corrigere ceteraf atqne
di- stinguere et adnotare curavit et soli liuic noe ulli praeterea grammaticae
parti deditus, ut Suetonius auctor est, ad famam dignationemqne pervenit. At,
ut quidem sentio, non i^ niurÌHi nam quam sit hoc laboriosum, quam non omnium,
Cioero testatur ad Quintnm fratrem. cDe libris, inqnit, Tyrannio est cessator ;
Ohrysippo dicam, sed operosa res est et hominis perdiligentis; sentio ipso, qui
in summo studio nihil assequor. De Latinis verOi quo me vertam, nescio, ita
mendose In codice V. F, 0, in quo omnes quae Parrhasii tupersont epistulae
collectae sunt, nonnulla Quaesita ut hoc De LIVIO indice^ omni indicio signoque
careni, ad certuni signiflcandum viruro, cui inscrìpta sint. V, huios op. oratioubs xt
bpistui^àx scribuntur et veneunt. Utinam non nostri temporis haec iostior essct
querela! certe ego non plus in alienis erroribos coufutamlis, quam in
cxponendis antiquorum scriptis insodsircm. Sccl afiirmare inratus et sancte
possum, eie omnes ab impressorìbus inversos esse codices, ut, si anctores a
pestìiminio mortis in lucem revoceutur, cos agnituri non sint. In quo non recuso quin mentiri indicer, nisi LIVIO
Decada istao. apertissime probabunt. Ao ut ita facile omnes iutelligant, ab ipsis argumentis
incipiam. Sjllabos et elenchos graece dicitur is quem latini vo- cant indicem,
cuins adeo studiosi fuerunt antiqui, ut PLINIO integrum volumen elencho
dederit, et CICERONE per epistolam potati ut eius libris index ailinngatnr.
Lampius etiam, Piatarchi filius, hac una re claruit, quod cleuchon operibus pa-
tris addidisset, ut est apud Suidam. Qais huuo indiccm LIVIO praetexuerit in
obsouro est; aliqui tamcn Florum suspicantur. Ego nihil aiBrmo, sed qui- cumque
fait, doctus certe fuit et plenns auctoritatis in scholis, ut quidam de suo
multa addidisset, quae, licet a LIVIO transcripta sint, adulteraut et vitiant
alienar nm lucubrationum sinceritatcm, ut dcpreudimus iu antiquissimo codice,
qui mauavit ab cxemplari PETRARCA, viri, sua tempestatOi dootissimi. PRÆLECTiO
AD DiSCiPULOS Mediolani. Tollite iampridem, victricia tollita sigoa Virìbut
utenduiD quatf'fecimos Libuity adolescentes ingennii pomorìdianis iis
aaspiciis, iisdom V08 hortari verbis ad repetenda litterarum stadia, qaibas
apud Lacanam Oaesar ad instaurandum bellara militos sao8, qaando non cnm
aurìore maj^que infesto ' hoste Oaesari fntura res erat, qaam nobis hoc
tempore. Stat ecce in nos ignorantia gravissima adversaria, centra qnam, cum
anno saperiore freqnentes mecnm strenne pngnayerìtiSy frigoris atqne solis
patientissimi| nunc nisi reparata constanter acie consistemns omnes prompti,
labores emnt irriti, pessimeqne de rationibns nostris actnm. Haeo enim nos
omnibus omamentis et oommodis exnet; nam quid ant conseqni potost ant praestare
qui, quid optandnm, qnidve fngiendnm sit, ignoratf Usns mnltarnm remm perìtia
comparat homini prndentiam ; nnlla tamen re magis ignorantia prostemitnr, qnam
litterarum cognitione, qua si qnis a teneris annis imbntus, poetas et
historiarum scriptores accurate versat Hano attalimas Pradectionem ad venim
paternumqo« P. in discipolot demoDStrandum amorem ab^i^mt^mimm'^'mmm^^111^1»» 1
1 r if, m I mi II \ km ru ni^im OnànOVEB ET BPISTULAX indeqae mores et
instituta mortaliuiii disciti ao daoe demaìn philosophiai Wtae probitatem cum
eniditìone coniimgiii Ì8 sane diis immortalibus par in torris habetnr. Itaque
ne tanto nos pracmio spolict ignoranza, resamp- tis viribns, bellicis
exeroitationibusi antea firmatis, daòram qaoqae raonsiain requie refeotiS|
integri et reccntes ad ca- pcssenda denuo studia consnrgite. ConsurgitOy
inquani| adulesccntes optinii| consurgite ad solitam litterarnm palaestram, et
iam sublata atque explieita signa prosoquimiui, ut adversus ignoi-antianii
horainis acer- rimam hostcnii fortiter et impigre mecum decematis. In quo quidem bello commilitonis et non imperitissimi
dncis offido fungar. Etenim nullum laboremi nnllas vigilias, nullnm deuiqne
periculum recusaboi ut in arcem sciontiae, ad quam nati sumus, victores
triumphantesque vos perducam, Atque, ut verba ad rem conferamnsi institutos
auctores, 4°orum enarrationem vindeniiarum feriae intcrruperunt| resumemoa ab
eminentissimo poeta sumpto initio. epìstola ad PIUM. Mediolani. Atquiy taa cuni
bona venia, fallit te ratio, mi Pie, nam nec extat apud Solinum: e Armenia
tigribus feconda; nec sic unquam scrìpsi, sed : e Armenia voi Hircania feta
tigribus est>, ut ait Soliuus; in quo velini dicas utrnm codicem mendosnm
su- spicaris ab antiqnis exemplaribus inter se collatis, an qnod ea locutio
latina non sit, ant parum tersa. Liceat apud te gloriari : si quis alter in
emaculando Solino laboravit, in iis ego nomen proflteor meum, Neapoli, Lupiis (
nrbs ea^ Apnliae est), Bomaeque nactus antiqua reverendaeque vetustatis
exemplaria, quibus adhibitis et cxcussis, castigatissimum mihi codicem reddidi.
Sed et hic alterum habeo vetustissimum, qui Merulae fiiisse di^itur. In iis
omnibus /e/n tigriÒM est' et non fecìinàa^ et ita dixit, ut Maro feta armiè^ et
feta furentibut auètriiy alludens ad animàlium speluncas et subterranea
cubilia. Scio quis iUius emendationis auctor fiierit, sed is me perducere non
potuit, ut ei, magis quam vetustiorum codicum fidei, crederem. Non prò
explorato afArmare possamus cui Parrhaslos hanc io- Bcripiierìt epistulam, oam
daos illi hoc nomine amicot fuisse compe- rimnt : Joannem Baptiatam Pium
Bononiensem, et Aldam Piam Romanum.V. haiui op.ifc IWli^fc ^ntU^tì^^ìimAm
EPiSlULA NI. -DE A. MARCELLIIO Mcdiolani Ammianì Marcollini Btrum gestnì'um
libri penes me soni omnos quot extant, ex antiqaissimo codice Bomae exeriptì;
nec alium prope froqueutius in manibas habeo, qaod inde quaedam non vulvaria
liccat hanrire, Sed quid oportott iii>^ Illa Juliani mentione Marcellinura
citare, nisi qnotiens in rem meam faciebat ex rebus Juliani f Curiosi certe
nimis est inaccurate illud a me factum putare V. hoiui op. OBÀTIONBS BT
XPISTUUUB piena fnigis optimae; et haec in causa fuenmt ut Latatium potius quam
Lactantium nominarem, quom plus apud omnes sanae mentis homines valere debeat
antiqaoram codicum fldes, quorum magna mihi copia Neapolii Bomaeque con- tigit,
quam particnla vulgatis inserta codicibns ab iis qui testimonium iuscriptionis
ab se perversaesibi ipsi conftnxeront. ORATIO HD MUNICIPIOM VINCENTililiM
Veicetiao lat. (0 Veni, Patres optimi, tandem veni, 8oriu9 oxpcctatione Tostra
moaquo voluntate, quod immanium barbarorum grave diuturnnm iugum non facile
fuit ab attritis excutcre cervicibus, quippe qui necopiimta Victoria extulonmt
aDimos, tantumque sibi pcrmittuut in omnes Italos ( o miseram temporum
conditionem ! quis hic ita non ingcmisoat et frontem feriat ? ) quantum vix
olim Gares in Leleges, Arcades in Pelasgosy Lacedaemones in Dotos. Ilabeo diis
immoi*talibus gratiam, quorum uumine servatus hio a OBÀTIOmBS BT SPI8TUULX
sanguine gliscnut sic in omni crudelitate eznltanti nt vix acerbis sociorura
funcribns satientorf Errat, Patros optimi, si quis arbitratur ipsos deos Ulyssi
magis extitisse propitios, a cyclopum fanoibns elapso, qnam mihi dum cruentas
Gallorum manus effagi. Qydopos enim dnmtaxat in advenas appnlsosqne saeviebanti
ii ne notos quidem saisque parcunt. Ulysses uno vini cado Poljphemum sibi pene
conciliavit, ii beneflciis obsequiisque redduntar importuniores. Nam quid in
eos a me publice priyatimque, domi fo- rìsque profoctum non est f Quis centra
ganeo, quis adulteri quae mulier infamis, quis corruptor iuvcntutis ita iactatus
est unquam, ut ab iis, innocentissimus optimeque de se me- ritusy ego t Caput
omnium, satorque scelerum fuit AllobroX| qui virtutis præmia malis aiidbus
assccutns ini rcSv oye^v fiùaiìjQ'Aiktl^y Inito^ &pcv(jij idest ex asinis
et quidem lenUs repente cquus exiluit. Is enim nostri generis omncs odio
prosequitur ob intestiuas inoxpiabilcsque simultates, quas cum clarissimo
nostro conterraneo Michaele Bitio, iurisconsultorum nostri codi facundissimo,
gerit, nude quave de causa susceptas in pracscntia dicere nihil attinet. In me
Tcro praecipue debaochatur et furit impotentissime, quod una alteraye epistola
Bitium laudavi, semel in editione Sedulii Prudentiique, Obristianorum poetarum,
quos omnium primus e pulvere situque vindicavi, iterum per initia patriae Historiae,
quam Bitius ipso condidit, mihique castigandam 'dedit. lUud autem nullo pacto
forre potuit me sua causa no- luissc quorundam Mediolauensium liberos a nostris
aedibus exturbare, quo vacuus apud me contubernio locus Allobro- Ritii opus
inscrìbitar: De Regibits Hispaniae HierusàUm^ GaOiae ete. Histort\ Roma. P.
epistula, impressa in huias operit prìacipio, data est ad Ritiuin Mediolani,
Rai. Coi.W lm é'^ m^i P. gìbus esset snìs. Ex iUo Mioutulttin quendam, nostrae
pròfessionis acmulnm, qui nihil quoestus aliquot annos propeme fcceraty
extollerey amplecti, fovere quo stomachum mihi faceret, ìgnarus ineptiarum
longe grandiores offas a me sae- penumero voratas; ac incidit in illam quoque
suspicionem, quam garriens ad aurem Minutulus, de quo iam dixi, dolator
augebati a me sua notari tempora vitaeque sordes eo opere, cui titulum feci: e
De Rebus per epistolam qunesitis, quod adhuc domi sanatur, propediem vcstris
auspiciis exi- turum {1\ Quare non ita multo post a cena cuiusdam rediens
senatoris ad primam facem, ex ictu lapidis in capite vulnus accepi ; nec alieni
dubium quin homo sexagenarins, qui plus in capulo, quam in curuli sella
suspendit nates (ut iSocete Naevius ait in Pappo) percussores immiserita
indignamque cædem, quantum fuit in ipso, patraverìt, quom satis constet ab
emissariis eius excursoribus ingentis spe praemii soUicitatum Michat^lc'm
chirurgum, qui me curabat, ut malum venenum medicamentis infunderet. Exponere
supersedeo quam gestierit, quantum sibi placuerit indomitis moribus Allobrox,
quod eo periculo motus in patriam me recipere statueram, quanto rursus dolore
sit affectus, ubi sensit ab amplissimo patre Stephano Poncherio, Lutetiae
Parisiorum Pontifice, cuius immerito vicem gerit, a decedendi Consilio
revocatnm. Quid itaf nolite quaerere, Patres optimi, nolite quaerere, quando
felicioribus etiam saeculis tam perverso principes ingenio sunt inventi, qui
prò hostibus haberent eos qui excellerent in communibus studiis essentque
superiores ingenio. P. aiteveratio valde congrùit cam illis Ciminii verbis in
Epistola nufte ad Corìolanum Martyranun ante Itist. Gramm. Charh : € In prìmiff
autem deflenda est illios divini operis iaotura, De Rebus cilicet per epistolam
quaesitis, quod ipse saepenunìei'o vidi. Erat enim ad editionem paratura,
libiisque constabat quinque et viginti »•
iaHto«*««aMataiiBrf*«Mtfi*i^^A«#^*MM«aa*»wiI H V, W.« ll* 1^1i^i^>tft»at0t
.i> i»timm ORÀTlOVEa ST BPISTULAX Trahat anrì splendor et lucri capiditas
alios : ego pecuniae captum nauquam habui; sequantar alii annouae liberalitatem,
vhiique praostantiam, an^^uillarum saginara, quas Tester amnis Dutrit Eretenus,
ab Aeliano laudatasi ego, magistra philoso- phia cum Vairone didioi sitienti
therìacum mulsum, exurìeiiti pancm cibarium siligineum, excrcitato somnum
soaTem. Discesserint bino alii pecunia divites, ego contentus ero yestra
benevolentìa, acri iudicio, gravissimo testimonio parta gloria: quamquam nobis
est in animo, si liceat, aetatis reliquum vobiscum exigere, proqne mea virili
parte oaptuque ingenti sedulo commodis vestris inservire; sic enim publice
privatimque de nobis meriti. Dies me deficiet, si commemorare volucro quibus
ofBciis florentissima vostra respublica, yestrique cives me prosecuti sint et
x)rosequantur. Itaque ne cuiquam videar eorum magnitudinem non sentire, quod
unum possnm, pollicear industriam meam quantamcumqne vestrom ncmini defuturam ;
praeterqne publicum docendi munns, quod mihi delegastis, epistolam tertio
quoque die iuventuti yestrae dictabo, quod antea facturum perncgaveram: tantum
bonefacta in omni re valont, ut est apud Propertium. Denique enitar ac
elaborabo, si minus cmditionem, qnae in nobis alioqui mediocris est, egregiam
certe voluntatem vobis omnibus omni ex paite probare, quibus existimationem
meam commendo meque dodo. Dixi (lì Cum illa sola edere st&tuUsemus
monumenta, qoibns maxime ad narrandam P. vitam usi sumus, permultas omisimus
orationes, ut luculentissimas duae aliaa quas Veicetiae habnit. li I ri
PBAEFATID IN HORATII ODAS PaUvii. Si qais alias, ornatìssimi invenes, aat
litterator ani eloqaeutiae inagister, ex eo loco, qaem nos honestissimniii
Bomae, MediolaDiqao et demum Veicetiae tennimus, ad hano iniquitatem temporum
rcdactas esset, ut privatim doceret| ille quidem fato convicium facoret seqae
de fortnna praefa- tionibus alcisceretur, nt olim Licinianns ex consnle rhetor
in Sicilia. Sed ego qui rerum omnium esso vicissitudinem non magis ex Eunuche
Torentiano, quam certa vitae experientia didiciy sic ad omnia quae Tel
inferuntur, vel accidunt homini me comparavi, ut prosperos optem successns,
adversa fàcile patiar. Quamquam, si yernm fateri Tolnmns et a Tobis oblatam
conditionem recta via reputare, nihil est our agi nobiscnm male existimem, qnod
longe minoris solito profitear; siqnidem summa hnius urbis auctoritas
celeberrimumque Patavii nomen, ubiqne gentium yenerabile, compensat omne
salarii detriraentam V. holQS op r«M4^w»aM EPISTULA AD MOITALTUM Agelli
Admircutur alii Siciliani^ quod omnia qaae gignit sive soli sive hominis
ingcnio proxima siut iis quae iudioantur optima; qnod in ea prìmutn inventa
comoedia ac mimica cavillatio; quod Giclopuin gentem testentar vasti specus et
Lestrìgonam sedes etiam nunc vocentnr; quod inde Lais illa, qaam propter
insignem formam Gorinthii sibi vindicaront, et inde Oeres, magistra satiouis
framentariae, et Prosorpinæ fama sit; qnod ibidem campus Ennensis in florìbus
semper et omni vernus die, et Daedàli manna demersum foramen ostendat, quo
Ditem patrem ad raptum Proserpinae exeuntem fama est hausisse lucem.
Gommemoreut amnium, fontinm, stagnorum, ignium et salinarum miracula, ao
arnndinnm feracitatem tibiis aptissìmarum. Laudent Achatem lapidem, quem Sicilia
primnm dedit, in Achatae fluminis ripa repertum. Tollat in coelum vetns adaginm
Syracusarum maximas opes aerìsque olementiamy qnod in ea etiam cum per hiemem
conduntnr serena, nnllo non die sol est. Addant Alphe! Et Arethusae fabnlosos
V. haias op.«t Mq.;A HMM««Ml«««M iniiiiri* OBÌ.TIONB8 ST XPISTULAS amores, et
quicqaid mendacia poetaram vnlgaverant. BqoL- dom non adeo principem nrbium
Sidliae Syraoosas ezi- stimo, qaod ambita moenium quatuor oppida
oompleeterotar, Aohradincm, Neapolim, Bpipolas et Tychen, qaam qaod cxempla
pietatis cdiderint, Emantiam et Oritoncm, qui dao iavenes, iucendiis Aotnae
exuberantibas, sablatos parentes ovexcrunt inter flammas illaesi ignibas; quam
qaod Archimedis incanabula fuorint, qui praoter sideram diaoiplinam machinaiìas
conimentator extitit, oppugnationemqae liaroelli triennio distulit; quam qaod
Thcocritam protaUt illam rustioae Masae perurbanum pootam, multosqae praeterea
qaorum immoHales animae loqaantnr in libris. Inter qnos ipso tantnm praestas,
qaantom ceteris mA^mtt»tìLiém^l£ PRÆFATIO IN SÌLVAS SUTII Roma. Si quis in hoc
honcstissimo eonsessu t4icitus secum forte qaaerat, andò ovenerit ut ego,
promtns alioqui paratnsqne somper habitus ad dicendum, quemque totics ex
tempore perìcnluni bono periculo multis in locis fccissc constons fama
nunciabat, apnd T09 hacsitare cunctarique Bim visus, ac, voluti mutato solo
vocis usum penlidisscm, quod in Agro Locrensi cicadis acoidere Pliuii tradit
historia, quibusdam quasi tergiversationibus extraxerim muueris obeundi diem,
dabit is facile mihi veniam, quom pluribus iustisque de causis id a me factum
sciet. Ego, ornatissimi viri, licet in dolio flgulinam non discami quod agore
vulgari quoque proverbio vetamur, octoque iam per annos in Gallia Citeriore
persouam rhetoris haud inglorìe sustinuerim, tamen insolentia loci, diversitate
auditorumi nimiaque vestra de nobis expcctatione tardior efficiebar. Denique,
si res aliter ceciderit, malo ezistimarì magnitudinem Bomanorum ignorasse, quod
apud eos audeam docere, quam humanitatem, si non audeam, quom praesertim V.
huius op.^riSi"»rr. «e :r- --^.o»: it...». prò me staro vidoara duos
atriusqne linguae signiforos et qaos nulla remotior latet oruditio : Janam
Lascharim, non minus ingenaaram artium studio quam natalibus et imperia toriis
imaginibns illustrem; Thomamque Phædrum, Bomanae Academiæ principem,
sacerdotiis et iugenio partis opibus insignem, quorum tanta verbornm pondera
semper esso duxi, ut uno suo verbo cum mca lande coninnctOy omnia asseouturum
me confldam. Nil itaque desperandum Jano duee et auspice Phacdro, in quorum
blando obtutu, tranquillo vultu, hilaribus oculis acquiesco. Quibus ingentes
ago gratias, habeboque dum vivam, quod me gravissimis apud Pontificem
sententiis ornaverunt, ubi vel nominari snmmus honor. est, Nam Grispi Passioni
sententia quorundam magis expotcndum iudicium quam benoficium, quorundam
beneftoium quam iudicium. Our iUis ego non omnia debeam, per quos utrumque mihi
contigit indnlgentia sacrosancti Pontificis di- viquo Leonia X, qui maxime
reram usn, incomparabili prudentia, suprema gloria, incredibili felicitate,
admirabili eloquentia, promptissimo ingenio, castissima eruditione pellet eaque
morum sanctitate quo suus olim conterranous Leo, cuius ante vivendi rationem
quam nomen affectavit Reliqua deincept, ut minime none Nh M il
makttmtmamm^mmmt^m^mir •iM^tfiM—^yj PRAEFATIO IN ORATOREM. Roma. Antequani
docendi muuus instaurem, coDsilii mei ratione in vobis, auditores optimi,
qaibas me maxime probatam oupioy rcddemlam censui cor e tot aureis divinis
CICERONE oporibas Oratorem potissimam dolegerim, car, repudiata priore
sootontiay Moronis Aeneidem prosecutums accesserim, quom paucis abhinc mensibus
ex hoc ipso sugesta a. me enarratum ili Bucolica pronunciassem; quod nisi me
insta de cansa diotnm mutasse oonstiterit, equidem non recuso quin apnd vos
levitatis et inconstontiae culpam inourram Nominem vestrnm latet, auditores
ornatissimi, qnantas invidiae procellas anno superiore sola patiencia
i)er(regerim; quodque lenti maleqne de me sentientis opinionem subire maluerim,
quam, quod CICERONE turpissimum vocat, contentiosi senis: huius meae lenitatis
uberrimo fructu percepto sacrosancti augustissimique Leonis X indicio quo nuUnm
maios homini contingere potest, a me «non difficulter impetravi, si qua
deinceps huiusmodi tempostas impenderet, aliquid de iure meo magis accedere,
quam nomen boni viri litiumqae fu^itantis emittore V. buius up. PRÆFATIO IN
EPISTOLAS AD ATTICOM, Roma. Quom scdnlo mccum reputo qnnm inulta nccidant
homini prneter spein^ libot npud vos auditore? carissimi qnod Aenoas
Ycrgilianuf oxclawat usurpare: Hcu nìhil iavitis fas quenquam fidere divit.
Etenim quem rcbar annum tranquillitatis et ocii plenum foro, is acerbissimos
mihi casus atque gravissimas attulit aerumnas, quæ nostrorum studiorum rationes
tantum evorteruut; id quod eventurum non temere quisquam iudieasset in tanto
bonorum Principum proventn, quorum opibus ao indulgentia benignissime
fovebamur. Ut enim missa faciam quae sacrosanctus Pontifex Maximus ex aorario
mihi largitnr, ne iam obductas imidiae cicatrices inutili recordatione
refricemus; ut etiam taceam snffragia patris amplissimi Julii Medicis, quem
nuper ad proximam Pontifici dignitatem divinæ virtutes OTexerunt; ut hebraicae
latiuaeqne linguae instauratoris Hadriani mnniflcentiam in me transeam: certe
Lisias AragoniuSy antistes ille meus omni laude superior, ea TÌtae mihi commoda
suppeditat, quae studia possint igna- vissimi cuiusque exoitare. Y. httiuB op.
l«ow^^IN •«* i m i r ii»* Ìkerii, in quo mihi eottidie lectissimorum virorura
subeunda censnra est} quos nulla, quamlibet remot^a, latet eruditio, quique
anres non hcbetes, oculos acres, ingeuia habent acutissima. Proinde vigilandum
sompor, multao euim insidiae sunt boni, ut ille Jove uatus suis praecipit
filiis, et quo minus ingenio possum co magis subsidio adhibebam industriam,
qnae quanta fuerity quia tempus et spaoium datum non est, intelligi tnm non
potuit. Nam post illa vit4ilibus mlaota vulnera, quae paucis ante mensibus apud
vos oratione perpetua deploravi, quid erat ineommotli, quod mihi deesse
videretnr, aut cui novae calamitati locus ullus iam relictus ! Eadera tamen
for- tuna, quae eoepit urgere, reperit novum maerorem, afUictumque duplici
luctu senem tantulum respirare passa non est. Duum enim carìssimorum desiderio
funestam domum, diuturna couiugis insuper et mea valetudine concussit, et qua
(dii boni) valetudine, coelitus iuvecta: quippe quam adversis sideribus
conflatam Gàuricus, astrologorum nostri temporis emineutissimus, certa
matheseos ratioue deprehendit; Lunae enim deliquium perniciem nobis erat
allaturum, nisi salutaris stella Jovis intercessisset. Et mors mihi quidem
molesta non fuisset, ut in qua propositam mihi scirem laborum ac mise- Deflet
hìc Parrhatiut Thomae Phædri et Batilii ChalcondylM mortem. Y. huius op. In
Tractattt tistroìogico (TU Op.,) Luca» Oàuricat horoscopum pcrscripait, quein
noi io hoc opere retulimus. Il- fciniiji' ( iti II' tmmu^Mbummmi tf^^MUi-m^t^^M
riariim omninm qiiietem; seti illnd nmitn nos angobat, qnod apnd vos absolvero
tiilem moam, qnaeqne pollioitus in has Epistola^ ad AtUcnm fiieram praest-aro
non potnissem. Quo nuno lactAndam mihi mairis est, quod ex orci fnucibns
eroptns, iiicnndissimo Ycstro conspeotu fruor, quod intuoor et contcìnplor
uunmqucmque vestrum, quorum nomo ost cui non mca salu^^ ncque cava fuerit ac
ipsi mihiy ctiius non extct aliquod in nos moritumi cui non sim devinctns
memoria benefloii sompiterna; ncque cnim vos oculornm coniecturay SiHÌ assiduam
mihi frequcntiara praostitistis, egoquo non minus signiflcntione voluntatis et
benovolontiae, qnam robu9 ipsis astringor. Itaque vel hao potissimum de causa
corporìs inflrmitotcm animi virtute superavi, ut satis aliqua ex parte nostro
erga vos officio faciamus. Quod huo usque non distulissem, nisi memet quidam
casus incredibilis ac inopiuus oppressisset. Nam prìdie oius dici quo rcditurus
ad iutormissnm docendi mnnns eram, in summo pedo enatos abscessus, (àjrocrrysux
Graoci vocant) brevi ita altas egit radices, ut igni ferroqne vix excindi
potuerit. Ego nihilo- niinus, ulcere etiam nunc manante, reclamantibus ad unnm
medicis, quom prìmum flgere gressum licuit, bue exilui: tam nihil autiquins
habeo vestris commodÌ8. Ncque vero hoc dico, quo me vobis venditem; our enim
blandiar bis, quorum erga nos amor, honestis artibus qnae- 8ÌtuS| odeo cre\ity
ut non haberet quo progredi iam possit t atqni potius haec ad impetrandam
veniam pertinent, ne qnis vestmm forte mihi succenseat, quoti ad diem praesto
non ftierim. Nano acquis animis attendite nostramque de hia ambagibus ad
Atticum coniecturam cognoscite. Nam si nsquam alibi, hic certe necesse est
iuterpretem divinare; nomo vero desperet od huius operìs calcem nos aliqnando
perventuros quod hoc anno cessatum sit. Temporis iactoram focile reparabimns,
si viatornm nobis exemplnm proponemns, Ili si serins quam volnerìnt forte
surrexeriuti proporando.«M^B#«**^à«Ì»«^ÌAM »mim»i*a^lìkmami^Jmt^mmm*tI IH
ìàH^ti^mtm^t^mim ri II ORATIONES ET SriSTUULS etinui citius, quam si tic noot4!
vigilass^ent, perveniunt quo to- luut. Quoiiiani vero, prinoipiis cogiiitU,
multo facilius oxtrema percipiuutur, autequam quae rtvtaut mloriamnri Epistolao
argumcutuin brevissime repet4im. Huius Episiolae superiore partieula noster
Oieero reti- ilebat Attioura certiorera de ratione suae petitioD, idest quot in
oa eompetitores haberet, atquo ex his qui certi quive partim Armi viiloroutur.
Nunc mldit etiam diem quo prensaudi initium Taeturus ipso sit, et quorum
suffragiis ao ope nit4itur ad cousulatum, quidve in ea re Pompouium sua causa
facere velit. r>rf ai n » i é" i^-«i»*iii^i»v' V 4» n . Il«fc — «nlBÉ
PRÆLECTIO IH EPISTULAS AO ATTICOM •tei «iMa .jm i > i r- > ir >i Mj i
a ni n i n i nr - •arh^fc-Émli OBATIOXES ET EPISTULAB SBLBOTAK. Oratio ad
Patritios neapolitanos. Privilogium. Epistula ad Ferdinandum Aragoninm. Oratio
I in Alexandmm Minutianum. Oratio II in Alexandram Miuutiannm. Oratio ad
Senatnm Mediolanensem. Oratio in Alexandrum Minatianum vni. Praefatio in
Persinm. Praefatio in Tbebaida Oratio in L. Floram. Epistola ad Laurontinm
Peregrinum Praefatio in Livium Epistola NN. De LIVIO indice. Praelectio ad
discipolos Epistola ad Piom Epistola NN. De A. Marcellino Epistola NN. De
Lotatio «Mfc^lt I» M w r ^•fc. l^-^r-^^T«.L-^,
.a£^&.-'-^jJ:-L^.-c'-.^a:ji::^ ^niDiox Oratio ad Municipium VincentiDum
Praefatio in Horatii Odas • XX. Bpistula ad Ludovicum Mouialtum Praefatio in
SUvas Statii Praefatio in Oratorem Praefatio in Epìstulas ad Atticam Praelectio
in Epistnlas ad Atticam. Dello stesso autore L’ Eleqfa. c Ad Lucia di Aulo
Uìaco Farrosio « il Brnto minore dì G. Leopardi Ariano Stab. Tip. Ap-
pnlo-irpino Un Accadbmico Pontakiaito elei seo. PpeonrBOPe del- l' Ariosto ode)
Panai Stiano Stab Tip Apputo ir- pÌHO Di prOBSima pubblicazione P. Filoloqo c
la sua Biblioteca. Paolo Pabzanbsb Tita ed opere. Scritti ihrditi di ParzanoBo
feon prefazione noU). In preparazione STunn Dahtebchi Anxcdoti HuvzoinANi FOLELOBB
iBPmO La Bcdola Sabda e i Codd d' Arborea Prezzo del pbesektb vomuE , P.^ SII
CONSENTINI V RI DOCTISSIMI RHAEtoricx Compendium, Atijp id qitfdeni ab optimis
quibusque tam Grafcisquam Latinis autoribus^ in adolcfccntum iuorum ad
artifiaum rationem^ dicendi perducendo^ rum gratiam at(j ufumjCJfe» cerptum
lom.AUxmder^raPkmsadfiudiof J. AHIOMIVS CA£ S As rius Lepori. I ' 0^ i a iV -V
7 .v 'i' l J K -r- * '; . ? l mdi^ifitmeUadlJchtnox^ad toUenddg ht eo crudiores
etiam fordes harcbant^anmtm fjfTudmanu^ adijciens> difftum equidem cumprimis
iudicaui,qucm in publicum prodire, multo quam antea cr adipatiorem er nitidiorem
nunc demum cu* rorem: id^tuopotifiimum nomine ^ HicolacyUtz^ quam te ex animo
cum obfingulorem patris tuiyopti mi certhtq; doilipmi uiri in me beneuolentiamy
tum egregiam indolem tuam amplexar ac diligam 'mteUi geres: ad huius ipfius
autoriSyParrhafif dicoyfcrip ta, olim per occafionem diligentius inuefliganda
con ' tendetesicr quod uel procipuum eratyolacrius etiam hthifcefiudijsyadquie
faneiam otas ijlcec tuaaj^- ratyte exerceres. Qjto certe fietyUt non [oluofi id
quod te maxime decetyqudq; nos ^ te ^hocepimus, ele- gie tueare: fed magnum
quoq; ( patrii exemplum fe- ddiho imitatus) tui ufumy cum patrue % tum bonis
aliquando omnibus probeas. valcy Bapleeypifidie P. aborigincs 8^.4 •
Aar^.,9a8.& arris nomi. « Ado(^cenria:lau$. ne digna quar.iQ.i^. Ajs
celanda *,.i 4 * 7 Ægyptii fe primos ho Ars naturae inii^trix*, minu e(Te
uoIut.x.t|^ ’. » Æquum bonum.^o^» Ars qua'm nahiracerc ’ if inde riordux i6,ij
Æquitatis rario. to^4 Arris oificium %uf, ‘ A Aetatum ratio &diuer Ailmio
accufatori • fitas 80.18 pro flrraametp.dj.i; AifeiHiUu morio.. 4 Ai^umptiua quaUtas*
dcAffei^ib. agere pol uideinridicialiius. ^ licetur Parrhafms. Allumpriuarordo
Agere>&a^b‘o,quarc Afyftata 4z.i* oratoris propria.iy.s Aiyftatorumodi
qribt ^ / Alcibiades »o,zj 4j. 1 * S » ' Albini defenlTo. f 4.« Athenis primum
elos . Ambiguum, quenri^ data opera» r Amicitiarlaus 79 .»o 5. f AmpliBcIdi
ratio* 7^, Auaricia adolefccnriae y X5.& S pemiciofiflima Antipho ».« %z
Arbiter a iudice quid Audere, etiam bonis rc ', differat tod.19
busconiun(fl:um,fug7 l' Arih^Otelis rhetorica. endumtamen.4.i7 r »4» • Bonuiv I
. N ' E J B B Onum quid . ^7.4 Bonisomnibus ex coepta uirtute,abuti homines poife.u.i)
L,Brunis et PopiUa primi in funere lait - dati Romst. 77 10 - C C AlIiftratus
i^,ii Capita rpcdali^& generalia. 6x.i “ ( u Val. Catulli natalis.s* Caufa
jt. Caufa (implexquar.^t x.quarne cppofira . Caufaru tria genera. j^.
8.&?7. t8 Cethegus Suadae me= duUa 4.7 Cacofyftata Cicero cotra Fabium et
alios defenfus . ^ AS- Cicero iam fenior in eloquenda fe exer« cuir Mo r?..h E
X. Cinxia luno ^ Circumftanda,quac fa dt hypothefin.34.tx Circumftannae partes»
t Civitatis laus .» Clifthenes 3*S Comam nutrire folin Lacones .^ Comparano
34.3 Comparationis mo Controversia DeHbcratiufl genus pxCoucrfatione facile . I '
qualis quilcp fit coU Deliberatiui generis ligi gt. duo officia Corax Deliberatiui genens fi Coryhriiu
nauigare, nis 38.11 noeftomnium.pro Demonftratiuumges uerb. 18.4 nus 39*7
Corporis bona.79.10 Demonftratiui gene* Corporis magnitudo ris finis 38.i5k .
autparuitas proprium; CrafTi elegans diftu; 9»* 4 7x, 10 Demonftratiui gene*
Cupiditas, iucundi ris ratio 71.15 fons Demonftrariuo gene* Cupiditatefieri
qugdi riineflfe etiam pers gantur fnafionem 37*8 t)emoftheci pemofthenes Plato
nis 6c .C^Uftrati au ditor ' ; ‘u 4 o Deprrcatio Dem oftli.ehis indu «
peprecado apud iudi cesnMlla. Depulfio * pr . ^cffdiarplurcs fe^to rfs piale( 5
lica 8 C rhetorica quid differarir^.^ ftale C^Quadtio duili5* Rhetorica
&.diale(fti9 jt. caqd differant. 7 .i V { N 1 . -j,. ; ’lin P. NEAPOLITANI
VIRI CTISSIMI RHETORICAE Compendiu AQVIBVS PRIMVM ET IN* uenta rhetorica 6^
celebrata Rhetorics toresyqta leges tulerunt, tllm pnmt creduntur
exercuifjeieaq- duce feros animos eff^ciffe pati entes focietatis, ^ coetus,
Winc ex oh feruatione, quum queere£ta,qu re& non uidcbantur • Marte etiam
geni^ RHETORICAE COMP. f genitus Populus, tanfim defidice altricem rejpuebant»
Et quia a Grcecis petenda eratf ^gre ferebant ah illis quicquam accipere :
indi-» gnum putantes, quos armis rerunuygloria uicif» fentydiqua tamen in re
fateri fuperiores.Vnde fi ^ui Uteros callebant Gracas, magna eas indu-» firia
difiimukbant,ne apud fuos ciues autoritatc imminuerent.Paulatim tame utilis
hone/ia^ ap- paruittprimus^ L . Plocius G alius, fub ipfi^ U Crafft extremis
temporibus, eo ipfo die quo Vd lenus Catullus natus eft, docere eam latine cce
pittad quem ingens cocurfus. Aegre ferebat Ci cero,non^idem fibiliceretquod
doSiifiimoru autoritate teneretur, qui extimarent, Graecis exercitationibus ali
melius ingenia poffe, LJtin de*Voltacilius,q Gn.Pompeiu docuit, primus^
hbertinoru hi/ioria no nifi ab honeflifiimis tra- ftrfr/ folitam fcribere aufus
cfi, rhetorica artem profeffus eUitantuml^ breui interieSio tempore fumpfit
incrementi, ut CICERONE (si veda) iam finior, cum Hircio et Panfa grandibus pr
rhetorica nulla pracepu ab autonhus defcrip^ ta funti uel quod nulla materia
diRans ah huma- nis rebus excogitari poteB, qua in aliquo ex tri hus generibus
propria rhetorica aliqua falte ex parte non cadatiuel quia qua degena^ali
dicen- da ^ent, ex propria praceptis facile mtelligi pofpnt . Hanc igitur
propriam ex fententia M. Tullij breuiter ^ circufcripte definiamus-) partem
esse ciuilis fcientia, id efi politica, civilis autem rationis una pars eR-,
qua in opere fine tumultuialtera-) qua in quaftionibus hteq^ cofiftit cuius
magna et ampla pars artificiofa eloquetia* ayiT> INTER RHETORI- cam 8^
dialccfiicam. «. E t quonia d^aleRica cognata putat An- ftoteleSyage fi lubet
qd inter fe differat in fpictamus . Nofttm eR illud Zenonis, qui manu prolata
utriufque uim expreffit . amba enim ad unum fere eundemq; finem argumentationes
reperiuntinec fecum, fed ad alios agunt, fola^ ex omnibus fcientijs,de
cotrarijs ratiocinantur.neu tra determinata quapiam re, quomodo fe habeat^
fcientia eR: fed facultates quada funt inuenien- darurationU, hinc idm quaft
hAet fubieSiu^^ut ft diiddisy neutr i perfeSie fcictU cfje duum certum proprium
fuhieShum mdlu ha^ \ he^leorjum. Sed tiwie D Ule6ticofitione longe ab illius
diuer fa, contenta eR, acciditq; dialectico, ut apparenti fyllogijrno uti
nequeat : fit enim fiam cd uillator, fi eum prudens elegerit. At oratori tam eo
quod eR, quam quod apparet, uti permtffum eC^:dum tamenperjuadeat, ad quodunum
omnis nititur ars oratoria, AN RHETORICA SIT ars E St^ alia inter eruditos
cotrouerfia,fu ne ars rhetorica: fuosi^hahet quceq^fin^ tetia acerrimos
defenfbres,tantis^ animis non- nulli ex artiu numero eam explodunt,ut ne coid
tijs quidem fcriptis in eam calumnijs temperd rinttillis maxime nifi
argumentis, quodars reru fit qiue friuntur, rhetorica opinionibus conflet^ no
fcientiatnec cognitis penitus^ perfjpeCtis re- bus, et nunqfallentibus,ad unum^
finem fj^eCia tibus cotineatur,utnec femper ueris agatidua^ femper fint
caufe^ut neceffe fit altera falfum tu A 5 ni tO rri.Addm et illud, ob
umadtSiiomsgenerdad mdgire popularem fenfum iccomoitnda, nui Um irteefje
poffe,At^id poRremo ohijdut,ca put totius rhetoricae e^e dicere:quod ipfum arte
tradi non poteh,Ad c^uae fmgula ne articuktim occurramus,in caufa nobis
e^Qtantilianus,qui libro fecundo omnes fententias confutando, eo rem deduxit,
ut artem effe crate ufurpatum : Qjw in re clarus quif^ efi,ht > ea fe
exerceat, diei partem illi plurimam im- fy pendat, utipfefe fuperk. G audeat,
fi ad doShri- nam prouocetur: nec turpe putet docere alios, id quod ipfis
fuerit difeere hone^iijiimum,memine - rit tit tmcn uirginem effe inuSim
eloquentUmj nec turpi lucdlo proflituendam, tuncq^ laborum 'EJoqucntt^
juormfruEtum fat rm^um capere Je fiat, . quum occafionem adipifcitur publicandi
qu. rit, non doceat : nec ingenia melius ahjs uacatu-^ ta, detineat atque
obruat . quibus deliramentis plenos ij»n tunc effe grammaticorum cemmen^ B 2
tarioi tO tortos, conquerebamur Seneca et Quimilianfff, Exerceat poftremo
difcetes, inflet, molejius fit potejlatemq^adipipendcerhetoricte non minus in
di fcemium,quam docentium dm^entiojoliett datconfijiere, aVALES ESSE DEBEANT
Rhetori cf candidad«. ^ A Ge nunc uici^im, quales efje debeant Rhetoricit
candidati, inf^iciamus.neq» enim ex omni ligno fit Mercurius . Mali nihil m ea
proficienucum quia mens uitijs occupata, pid cherrimi operis jiudio uacare non
potefh tum quia omnem malum, /lultum effe oportet, Mti autem iudicio carent, et
confiiiotquibus maxime nititur ars rhetorica, nam ut caterarum re- rum, fic
etiam eloquentiae fundamentum efifa- pentia,Sit liberaliter inftitutus,bonis
corvoris ap tbryne, prime ornatus i?hry nem meretricem Athenienses prudentifimi
eloquetifimiq>,no tam Kyperi dis oratione, qiMnqud admirabili, petfuap, quam
uifo eius peSiore(quodfpeciofiflmum, diauStd ^ibiades*
ueAent^erm)apfoluerHnuAlctbUdeSi cui R*P. relji>onfo Apollinis,
tanqtmmfortif^imo Gra eorum flatwtm in comitio erexit, populum Athe tiienfem
pulchritudine poti^ime habuit fihi ofc- noxium. Nec mirum, fi illi populo
placent, quos eximia j^ecie natura donare dignata e ^ : quum credatur ccele/lis
animus in corpus uenturus, dignum prius fibi metari hofhitium uel quo «e- nent,
pro halitu fuo fibi jingere habitaculum, unde aliud ex altero crefeat: esr quum
fe pariter iunxerint,utraque maiora fint.Vtcunque, fatis conRat,mirum effe
quantum ^atice forma maie flasq- corporis fibi conciliet. Dotibus idem ani- mi
fit infhruSius, filiis qua ingenerantur ap- pellantur^nonuoluntariatut
docilitas, memo- ria,quaf^e omnia appellantur uno ingenij no- mine : filiis,
qua in uoluntatepofita, proprio nomine uirtutes dicuntur ^ Ante omnia tamen
ingenio opus eft : quodquibufdam animi atq^in- gentj motibus eget oratio, qui
ad excogitandum acuti, ad explicandum omandumq^ uberes, et ad memoriam firmi
fiint (^dtuturm . magnamq-in oratione pofiident artem facetia, lepores,lacef-
findirej^ondendiq^ celeritas, /ubtii urbanitate B 3 coniuttSia: tl conimSia :
qu N Ec minor dijfenfio eflin eius materia i illis orationem, abjs argumenta
perluaji* hdja,ciuilesabjs quce^iones jiatuentibus^ Noiy de ea inter optimos
conuenvtt, aperimusi t prius quid fit ipfa materia oRenderimus^Ejl enim
materia, in qua omnis ars, ^ ea facultas qiue conficitur ex arte,uerfatur,Vt
ergo medici nauulnerOy^^morbU fic rhetoricae omnes res^ quacunque oratori ad
dicendum fubieSla funt^ materia appellatur.Nec obflat,quod fi deornni^ tus
rebus dicat, propriam ergo non habeat mato rianhfcdmultiplicem : quum alia
quoque artei VtatedaH mino DE CIVILIBVS QVAESTIonibus, Sacarum gencru -r bus* ,
Solent autem res oratori fuhieBa cendum^ d plerifque (^uMones ciuiles ap
pellari : quod non omnia quk‘. pofhefitn uocant . 1« hdc genercttim Jiquid
ftueritHT, ut ExpetemU ne fmt liter ae . \n iU (t definitcejunt perfonce^
C'onfiituti cum ad uerfario confligendum, ubi rei dominus (qui fie^ pe alienus,
fepe immicus eR ) quafi machinatio^ ne quadam, nuncadiram,odtum,triRiciam,ht^
ticiam,fexcenta oppoftta,eR detorquendustillk magnum eR opus, et (ut inquit
Cicero) nefcio m de humanis operibus longe maximum^ DE CIRCVNSTANTIA, QJTAB
fedthypothefim^. N Vnc quoniam thefimab hypothejife-* perauimus,et quomodo
quceflione uti de beat orator oRendimus: reliquum eji,ut quid fit quod
hypothefim faciat, demonRremus, ER enim rerum quell^ere,auieqHid fit, enumera
fione facilius ^uam dehnitionc aeprchendttUK Sunt autem eius partes lex Quarum
coniun^iio^ onat.Elocutio,(]ua idonea uerba ^ fen tentias inuentionibus
dijhofitts acc6modamus„ MemorUyquie rerum uerborumq^fida efl cuflodia
Pronunciatio, quicej e,in quas fpeaes diuidantur. Hermagoras, quo duce po
ttj?ima rhetorum pars ufa efl,quatuor modis fie- najjerit: per cequale,unicu,
fine circunflantia, modi 4« inexplicahtle.Aequale e/i, quum eadem ex utra- t
que parte dicuntur: ut, Dj(o adolefcentes uicini f ormo fas uxores habebant,
noSiuobutamfa£H media uia,accufant Jeinurcemadulterij, Vntcu, t quum ex una
parte tantum con/iat, ex altera ni- hil affertur: ut Leno, qua parte fciebat
uenturos adolefcentes, foueamfecit, quailli pertere,Smr arcun/iantia,quum
aliquid deeH in qtueflionei quod faciat caufam : ut,¥iliumpater abdicat, neq;
ulla additur caufa abdicationis, Inexplicabi ^ le (fi, quum ludex haeret
impeditus, nec f nem iu dictj uidet ullum lUtLexeH, feptemiudicesde : reo
cognofeant, maioris partis fententia fanSia - • fit, duo quendam abfoluunt, duo
pecunia mul- Siant, tres capitis condemnant : rapitur ad pee-
iiam,contradicit.\t€m,Alexander in fomnijs ad- ^ monetur^nonejfe credendum
fomnqs, Plura de- / tndf ff wde oh ferumtpoftmtas cmofior,nm Con^ ’ nertihile
id affelUtur^ qtmm tota a£do conuerti^ twr a litigantiusmcutn^ fuis prioribus
utitur rd tiomhuSyfrladunlarij . hocmodoiExigebatqtur “ dm A amico pecuniam cum
ufura, quafi credi^ f i tamtofferebatilklineufurajquafidepofitim,ln^ . terim
lex fertur denotas tAults : petit creditor tanquamdepofitamyrtegat debitor
tanquam credi € tS, Non uerijimile ecquod contra opinione dici . turtut fi Cato
ambitus accufetur.quodtame ft m caute agatur, haud procul ahefi quin cmfiftat»
7 Jmpofme eR^quum id dicitur quod fit contra re rum naturcefidm; ut fi infantem
accufemus adul f terij, quod cum uxore cuharit aliena .Turpe quod
omninoreijcitur :utfiuir precium pojcat ^adulterij.Sine colore efi, quum nulla
caufa faSH inuenitur:utdecemmilitesbelli tempore fibipol’- Cdcofyfid' hces
amputauerut,reifunt LtftreipuhUc4e. Sunt ta. f^alue
IpecieSyqtutcacojyRatayidefimale con fiflentia appellantur.ut^aticum, quum aut
ali^ quiserrorinhiRoria^yautinquamsexcircun-' * fiantijs. Impenfum, quum penes
unum omnis iudi^ cijuis eftyparumq^mer habet in quo dicendo Iere a ir,Pr
iunguntur: et fic accufatur faailegus, utfur etia dicatur esse. In tranfuttm vero,
uno tantum accusarnus crimine, sive illo quod intendimus, fi- ueillo ad duod
reus tranfferri poHulat aSiio^ nem. Sed haec multarum fitnt nundinarum, qtue
non una difceptatione possint abfoluLSumma tamen h^c sit, expedire dificentibus
quadri-partita fieri divisionh vel qafacdior sit, vel quod defendendaru causaru
ratio id exigere utietur, ut primo si pote si negemus, proxime si non id obijctturfaSiu
afferamus, tertio (quadefenfio e^ honefiifitmdjfi reBefaSiu cotendamus. quco
fideficiut, una fuperefi falus, aliquo iurisadiutorio elabendi d
crimineiquodfit per tranflatione DE STATV CONIECTV- ralu ^ C Onk^iuralis autem
fiatus, quod incerta conieSittris Juj^iciomhus^ indaget, di-D yo £}us:re^'^a
nonnullis nono uerho, nc nefch m LdUno-, mutus f quodmeouideatur utrum maSia
fit:tumfit-, quum quod ah uno obijciturf alter pernegat. nec folumfaiium, fed
et aiSium,qucerit:poteflq;in omnia tempora Sflrihui.De prceterito enim
conijcimus,An fenatores Romn Ium occiderintide prcefenti,Bono ne animo er- ga
Tullum fit Metiuside futuro, Num fi Alba no diruatur, Miquid incommodi ad
Romanos Jit per uenturum . In his omnibus agit conieSiura^eafic ab aliquo manife^o figno, quod lege
moribus f liceat, nec necefarto rem arguat. Ac (utapei:^ tius agamus) fex
eiufmodi objeruantur. aut emm defa6lo tantum, non de perfona conflat: aut ae
^erfona conflat, non defaSio: aut de de utroque non conflat :aut fi defaSio, de
uoluntate no con flat : aut quum de re ipfa quaeritur, non dtfaSio /diquo, an
aliquid fuerit illud de quoefl qute^tiot 4Ut mutua eflaccufatio., PE STATV
DEFINITIVO, D Uflnmu€tiam commodum aliquod - .-i afferimus. c? O X m i Genus.
de statv generaliJ ^ A t quum quid faShtm i ^ quo nomine appellari debeat
conuenitiet tme quan tum, e^r cuiufmodi, et omnino fine ulk nominis cotrouerfia
quale fit qu tetnpus : illa, pdicet negocialiSj iudicial^ pnetmtmqi rejpiciant,
ut fuo loco demonftra- hitur.Age uero nunc iuridicialem, cuius contro uerfia ex
re iam faSla proficiJcitur,inlj>icidmus: negocialem poji paulo traSiaturi-
In iuridickli luxiiicialU, aut reusfeciffe quippiant,^uod uetitum fit^fate-
tunaut uetitum negat ft negat, abfoluta ejl iuri- lam,af-, Ahjoluta foluta
duobus jit modis, faSti qualitate, et iuris ratiocinatione . FaSli qualitas
eji, cum ofiendir i mus nihil nos fecijp pemiciofum.lurb ratiocm'. tio modis
fit quatuor.lege,ut occidit filiuindem^ natum quis : licet id lege,more, ut
apud Scythas fexagenarij e pontibus mittutur,Athenis id Scy tha fecit, tuetur
fe more gentis fu Vietatioeri minis. Remotio criminis. con^itutio, quatuor
locis diuiditurt com^aratioh ite, relatione criminis, remotione criminis, con-
cej^ione, Comparatio fit, qumfaSia compen- ftntur, aut maiori incommodo
prolj^e^lurtt efje contendimus, aut deliSlo meritum compara mus : comparaturq;
id quod in crimen uocatur^ ad id quo fe reus profriffe afjerit, ut quidam mu,
ro ciuiMis deturbato hoflesfugauit, reus efl Itt fe reipublicte.lbi comparatio
efl^ quod enim mu rosdeiecit,uideturl trem, eir Mfione m Clodium, At fi non in
eum qui paffus e^i,fed in alium,uel aliudcrimen tranf fertur,tunc remotio
criminis appellaturiut de eo qui porcam tenuit in fcedere cum Numantinis, Vnde
remotio criminis duobus modis con/iat: fi aut caufam in alium tranfferamus, aut
faS^um: uel fi in perfonm remonemus, aut in rem,ut pu. tdtuH partibus in-
jj>e6iis, legitimam confideremus . Efl autem le Legitima, ^tima conRitutio,
quum ex fcripto controuersia nafcituriin funt in legitima confitutione, Quod fi
ex plunbus [criptis controuerfia ndfcatur, contra^ ^md de TranflationeaSiionis
fit omnis coHtro^ nerfiaM enim ah alio nos accufari debere dici^ musyoutnon
nos^aut non apnd hos, aut non had lege,non hoc cfimine^non hac pcena^ uel aete^
ris id genus Illud tamen animaduertendum iit Tranflatione^quodaut omnino de
commutatio- ne ali 4 Tranfidtia undefiat^.'-t 4p J-ANJ huj; eds partes
feantur,^uas pnefcripfimusSe quU iks principales, alus incidentes effe dixr
mus, lUud multos implicitos hahetyjTi plures tus in caufa inueniantur^quem
potilsimum eliga^ mus, quem'ue principalem ejje iudicemusf H«ic jcrupulo facile
occurri per nos poterit, fi illud imprimirobferuauerimus,quid fit quod compre'
• hendat, quidue fit quod comprehendatur ^ qui Trutcipdlis enim alteru in fe
habuerit, is erit principalis: qui uero quafi membrum accefferit, incidens erit
is Incidens, iudicandus, huius proprium e^l, confirmire principalem.Qupd fi
neuter comprehendatur, tunc principalis cenfendus, qui imperarit : incidens,
qui feruierit.Si uero nujqua aut feruire aut comprehendi Ratus
uHusapp^erit,tucuterq^prin- Copiexm • efiappellandusieao; controuerfia,quonu
controuer^ J ^ i ' a ^ i duos m feplures ue ftatus mpleqti^, cpmplexi
Uanominatur. QVAE CAVSA SIMPLEX SIT, 8^ qu 2 c conmntfla,. Cap A Tque uel ob
hanc rem poti fimum fla- tim caufa difeutienda efl, simplex'ne fit tn
comund^inet^enim eadem utriuf^ efl ratig. quoniam St quonim multum intereR,
utrum de unare an Se plurihus agatur. Simplex, ahfoiutam continet qua^ionem,at
ConiunSla,aut ex pluribus quce Co/«'w^ /lionibus iunSiaefttut quum Verres
accufatUTi quodmulta furatus fit, quodciues Romanos nei carit, quod peculatu
commi ferit, autft ex com paratione, quum quid poti fimum fit confidera-^ tunut
utrum Cicero accufet,uelC(ecdius.qu(t, caufe cognitio maximo efi adiumento ad
conA tutioneminueniendam, DE genere caufe, conftitutione ip utrum caufa fimplex
fit an con^ iun6iainj^e6iis,qua^io,ratio,iudicatio,firma- mentumq^funteognofeenda^nam
defaipti& rationis controuerfia fatis efi; a nobis eo loco de
monfhratum,ubi de generali egunus confiitutio- ne,C^^ipnem autem quum
dicimusffummam illam in qua caufa uertitur,intelligi uolumust Sunt enim
pleraque minores exfummisdepen^ dentes,quasj^cialia nonnulli capita appelknt^
quum lANi ^Mum fummas dias, generalia nominauerintEfl .QB^o ergo auaftio hcec,
materia, quce ex intentione . fmma. depulfione'^nafcituriut,Oreflesmatremiure
fe ocadiffe att:qi{^efiio,an iure occiderit » Subfe tquitur ratio, qtue caufam
continetiquia quodfa^ ciu efje confiat, j^er eam defenditur ut, Occidi matrem,
quia patrem illa meum necauerat ex qua ratione necejfead iudicationem
peruenitur^ qu eloquentiae lumi moftendenda, licet TheophraHo refragrante^
GENVS DEMONSTRAtiuum.. Demosrati ut generis præcepta dare, funt qui minime
neceffarium effe arhitren-, tur:quoduixcenfeatur quifqua effe qui nefciaty,
quaefmt in homine laudanda.cum tamen mu fu. jit cottidiano,eoqs tandem
excreueriti principi- PUS doRorum confilia afpemantihus, pefimoq^ dicendi
genere in iudicijs induSlo, ut fere folum hodie materiam praeftet oratoribus :
non erit ah, f hnnc iplim etiam locum ddigeittius tradam E 4 uerimuSy yl lANi
uerims.Eiusfirtem honefium effe diximus, fiue enim qumquam laudamus,
fiueuituperamus, id quod dicimus honefium effe contendimus. Nam fyoneRum bonum
eR, ideo ergo laudatio, et potipima, d virtutis dehetfon^ te proficifci, fine
qua nihil laudari poteji ^ Eam in quatuor laedes ^iferefapientesi in pruden-
'Virtutum tiam, Mittam, temperantiam, fortitudinem, - praclara omnes quidem, et
qua mutuis adiuuen tur auxilijstaptiores tamen quadam ad laudatio- nem,Si enim
uirtus benefaciendi quada uis e^ certe eas partes qua plurimum conferunthomi-
mhus,maximas effe oportet^unde luftitia ^for titudoiucundij^ima in laudationibus,
qua domi foris^pra^o fint, nec tam pofiidentibus quam generi humano fruSluofe
putentur: prudentia uero,ac temperantia, tenues ac pro nihilo exi/H, mantur,
iungenda tamen fiunt omnestquod non minus fape moueant mirabilia, quam iucunda
ata, Et quoniam fingularum uirtutum quada funt partes et ^tcia, propterea
euagandum e^, habet enim in fe Prudentia memoriam,inteUigen ttdm, prouidentiam
: Eortitudo,perfeuerantiamy patientiam, fidentiam^magnifitentid: luflitia, re E
Ugfonmp Ugionem, pietatm, ohferumim, ueritatem, uIti enem : Temperantia uero
continentiam, clemen tiam, modelham^ compleSiitur » His omniVus fuo ordine
resgems accommodare, no tamglo- riofum quam difficile ludicatur, Optimu aute
mrtutum condimenta, quod ornati fime dici facillime audiri po f it, fmper eji
exiftimatum,fi aliquid magno labore ac periculo fine aliquo emo Jumento
pramwuefaSium oRendatur . ea enim pneflantis ejje uiri uirtus cenfetur,
qu^efruSiuo fa altjs, ipsi autem lahoriofa, aut periculosa, vel certe gratuita
fit.Etneuirtutum tantummodo partibus immoremur, magna fylua oritur lauda-
tionum, ex hominum uita, deq; his qua cottidie in ea emerguntt ut funt illa
omnia quibus pramia funtpropofna, femperqs in pramijs honor pecunia proponitur,
Commendantur ^quamor- tuos magis confequuntur, quam uiuosine fui gra
tiaquenquam aliquid facere arbitremur, Nec mi nus foletU celebrari, qua egifje
nullus efi metus, neq; pudor: quemadmodu fertur Alceo Sappho
refpondiffeMonimenta item,^ publica lauda- tiones, in d^unShs potifintum,
magnam faciunt ad- gdmtationmiquMquamliiudis fiunt gratia, nec nobis, fed altjs
utilitati funu^rafertim bene meri tis. S unt etiam morerconfuetudinesq- earum
gen tium,apud quas laudamus, cottfiderand con^at.qui pe des
uelociteragit,curfor:qui premere poteji,^ retinere,luSlator:qui pulftndo
pellere,pugil:qui utrumc^ hoc, id eft retinere ^ premere pote/l,
pancratiafiestqui omnia fimul, pentathlus. Magna fane junt hac cum geRu, tum
ffe^atu bo- na.fed nifi externis illis, id e^ fortuna bonis, op timis ad
felicitate infhrumentis, adiuuentur, man ca reddetur felicitas,et qua undecuq^
laudari no potefl.Vnde non mediocris laus ex fortuna to- nisderiuatur.ea funt
nobilitas, liberi, amicitia, glonOf, ghria, honor, eSr qtce fequttnttfr,
Nohilitas,0' duitatis f/l, ^•jamiliceAlla uetu^ate, libeitatey feliatate,
rehuscj^geflis commendatmhacillis ipfis rehus, uiris etiam ac mulieribus,
uirtute aut Jiuitijs,aut alia re laudata claris, legitimisly nata lihus
celebratur. Uberi magno funt ornamento, fi multi funt, fi (ut uno completior
uerbo) boni* mares ultra corporis bona, temperantia placent,
t^fortitudine‘fixminie, forma, proceritate, pudicitia, lanificio, Amicitia
multorumbonorum. expetutunqua bona fore amico putent,propter ipfium amicu
agant, Diuitia nummis, agris,pra dtjs, fupelle 6 iili,mancipijs,armentisq;
continen tur:multitudine, magnitudine, pulchntudine, ex ceUentialaudantwr,
eafirma, amoena, utiliaque esse debent. Gloria datur,haberi in precio, putari^
id conjecutum, quod uel plures uel boni pru dentes dejtderent. gloria diti fimos
beneficos ple rumq- fequitur, uel eos qui conferre queant beneficia, Honons
autem partes fiunt,facra, cele- brationes, decantationes carminum, panegyri-,
d, fepulchra, flatua, alimenta publice: ^qticc barbaris placent, adorationes,
inclinationes, cebitus, in corporis /latu cernitur ^ Hiratioe/l infpicienda :
animi magnitudo tunc, potiffimu furgit, fortitudo uero illa bellica nam
domeftica grauioris eflatatis incrementum ha ' bettneq^fupereft quod fieres d
fortitudine, nifi fe in iuuenta patefecerit. Virili autem atati tantum demitur
de laude, quantum de uirtute de, fideratur ^Itaque oportet idatatis uiros effe
per- fe£liflimosi neq^qulcquam facere, cuius pudeat aut pceniteat. tunc
prudentia, rerum cognitio^, magnificentiaq; apparent. AtfeneSius patien,
tiaplacet:dulcedine morum, comitate, affabilita teq;dHe^at.cenfeturq;praclara,
fi corpus non reddat infirmum J rebus publicis no auertittnon ' facit deni^ ut
ueru fit illud, Bis pueri fenes: quales funt creduli, obliuiofi,diffoluti,
luxuriofnqui . inomni atate turpes, in feneSia uerq funtfcedtf BIHBTOtt.ICAE
COMP, pm^ SeptimmiUHdfupereA tempus, qu6dj^ i^m hominis infequi dixermus . in
uerycn non femper dccafio efi : quod non omnerfepultos di^a memoratu
feqimtur,Si quando tamen traSlare cotigerit, teftimoma,fi qua allata funtyr
ucenfeantur,tam diuina quam humana . in qms dedicationes temploru,
confecratmes, fiattuti ' A mommenta, publica decreta numerantur, hahk
&fuumlocum ingeniorum monimenta^u^era^ ro laudem ante obitum
confequutur.Afferunt et laudem liberi parentibus, di]cipulipr ci Uerfus
caperent, permijkAdem'que mfunehrr laudatione hunc ordinem ofiendit, ut
defunSii. prius Copiofelaudentur, fuper^lites inde benigne moneantur, filij mox
defimS^orum fratres^ aS tdntais ip forum imitationem inuitentur: parens
tumpofhremo et maiorum,fquifuperfunt^do^ BrawluSS confoktione leniatur, Romani
ambitio^ hoc genus troEtauerunt, rmdta fcripfhrutn: eirch I libr. dUctfaSia ^
no funttex quibus rerum rioflrarum Ro^a?. tiftorU eflfaShimendofior .^am illas
imerire rionfinebant familia, fed fua quafi ornamenta tcmtmimenta feritabant,
et ad ujpfm fi qunei gmerisoccidif[et,&admemoriamla^ fnefticarum, illu&
andamq; nobilitatem fltam: ttec alius quifquam id ojficij fumebatfibi, nifi
quidefuniioeJfetcoiunSiifiimus, Sed iam fatis vituperan- dedimus praceptoru in
hominibus laudandis t et di eade qua exegiffet fane ratio, ut aliquid de
uituperatione laudandi ra diceremus,nifi hic ipfe labor eadem nobis exem I ; .
uituperationis idem fit ordo, qui laudadonis i praceptac^uituperandi contra*
rijs ex uitijs fumantur, non folum in hominis tata, fed^ ante hominem,
&poft obitum, itt it iePmle,MeliOyM:^>MoHid memori^fro&Hf ‘.Vridr
fatis conf^y fine uirtutum ukiorut^i^ •m P» V f^wrww 'I "JW* tcSiaagams,
contentihisqtuediBafmtyadho thtiies laudandos pauca de cateris rebus in mple^,
laudibus extollendo, quoaonus fiufch pere uolentibus,imprimis a Deo Opt.
Maxjnci piendu efljnueniffel^ eum, oftendiffeq; nuptias mortalihustid'^ ita pro
confejfo effe,ut non mo^ do nos in hac pia uera4 tANi ^ UiiuSytion auiditpudohs
ji^ifjcatione, uocis t- m V / 0 ', po/?remo ^freyfjpme pr ' lia, qu(t propter
fdpfum aut ex confuetudinea^ eit, aut ex appetitu uel rationali (}urluntas emm
coniefl,cumratiorteineq»quifquani)diqidduidt nifi honu putet)uel etiam
irrationali,cufnfacitit ira ^cupiditas.Neceffee^ ergo, qtuecun(j^ho niines
agunt, feptem tantum caujis faceret fortuna, ui, natura, confuetudine, ratione,
ira,cuph 7* ditate . Fortuna accidunt, quce nec femper,nec ^ plerum(y, nec
ordine fiunttcumipfaFortuna,ac cidentium rerum fubitus fit atf inopinatus euera
% tus ft^atura ea jieri dicuntur, que remus: neceffee]}, iucunda omnia
uelprafentii fentiendo,uel praterita repetendo, uel futura ff e rando cotineri,
Qjuecunq; tame prafentia dele Bat, eademq- fferatibus memoriaq; repetentib,
iucunda funtinec fecus e contrario^ Vnde ^ in RHETORICAB COMP. prtimfi hi
pra^enty qui ipfi laudandi funt, qui- bus'^ fidem adhibeamus . cum eorum nihili
fat iudicium, qui nullo m precio habeantur. Amare etiam, amariq;, beneficia
conferre, egentibus o- pem ferre, fuauifima:quod his abundemus, qus- 'vr' lAiar
P. Sir T homines, nam prd parente e^ conditor^ pr maioribus populi a quibus
origine duxerint. junt ix fua auguria, eX uaticinia t multumq^ hahent
mBoritatis qui Aborigines, id efi indigenmplexi, laudibus extollendo, quod onus
fufch pere udentibus, imprimis a Deo Opr. Pto.inci piendueflunueniffel^ eum,
oflendiffeq^nuptias mortalibusudcj-itaproconfeffoeffeyUtnonmodo nos in hac pia
uera^ religione, fed etiam uetu flasloui lunonic^acc^tum connubium retule^ rit,
turbam^ dmrum ingentem proeffe nuptijs uoluerit, nec contenti loueadulto,
Iunoneriu efi^ j^ffnoHprM res intueri prafentes,Uf^enimpf aut animi promotione
cogatur^ d^obatio aut earum rerue^h ^uaedb or^^reno :^cogitantur,fid d
caujareisque defmmtunut jqtubusfita^ fiiutabuLe,
teftimoniayfa£htiConuentayleges,et Mteraidgenus. auttotaindij^utationeyautar^
•gumentatione orationis collocata eh : Mt in hae \ '^ear^unentis inueniendis y
in dia de traSiandis • ^ cogitandum. Conediatio fit dignitate hondt eSediatm,
ms, rebus geftiSyexifHmatibneuite remusi neceffe ejl, iucunda omnia uel pr con-
Jueta agere iucundum mauifeilo fit, quis credat tantum afferre iucunditatis
uicifiitudinem f necy iniuria, cum fittietafis mater fit Similitudo, In- efi et
fua indifcendoimitando'que ‘iucunditas: ifuce^ imitatione confequimur, etiam fi
ipfa ni- hil in fe haheant iucunditatis. ocium denique ip- fum^ac iram, ri/«m j
afferentia deleSiant Po- C z ftrema ) too fkcmOitludmmqtue fecundum naturmkctm
ditate ajferut, idcirco quo coniunStiora fimt,eo funt iucundiora: ut homo
homini ^ mas mari* qua ex fententia feipjum magis homo amet necef fe e/lj quam
reliquosicum fua ipfius cauft ccete^ ros amet.Liberi deinde,& qua inter
chara adntt merantur^ quanto plus ad homine accedunt, tan to plus afferunt
iucunditatis. Et iucundo qui^ dem per^e6io,eademq^ ratione iniucundo'(cwn eadem
oppofitorum fit difciplina') facile erit co^ ^ofcere, qua caufa fit inferenda
iniuria : ad Vtiuria affj Juccedat oportet, quales fint qui iniuria cateror
dentes qui* afpcmt.Sunt autem, qui facile inferre poffe ar^ hitrantur, uel
celare jperant: aut fi deprehenji fint, nullas, uel quam mmimas daturos fe
pcenas: plusq; in iniuria lucri, uoluptatis'ue, quam in luen da pcena damni
mcerorisq- inejfe exiftimantJniu riam facile fe poffe inferre eloquentes,
diuiteSf aSiionihus exercitati, experti, multis nixi amici*
tijs,clientelis^:uelfi ipfi careant, in habenti* hus amicis, feu focijs,feu
miniflris,quod illorum fe patrocinio tutos putent,Praterea fi amici iudi cibus
fint, uel his qui iniuriam perpetrant* ludi* rhetoricae COMP. tot cts enim leta
moUil^hrachio in amicis ag^^ann eorum iniurias acjuiore animo toleramus. QeU re
autem feipfos poffeU^erant, qui omni uacare juf^e^ione uideantur,ut d^ormes
adulter'^-, sacerdotes flupri,dehdes pulfationis,&'ea qwt pa idm ante
oculos funt neque enim aperta ^ quaq^ ingentis laboris fit tollere,
ohferuantur, Caue^ muslj' potius nobis ab ufitatistut uidemus in mor his
accidere : quos illi timent, qui fiint experti. Clam etiam fefaSiuros
putant,ipiihus nullus ini micuSyUel quibus plurimi.illhquod no obferuen turt hi
uero,quum omnibus fere fufj^^^i fwt,no mdeantur ob nimiam cu^odiam clam facere
po- tuiffe^mukos quoque locus,commoditas,moreSj que celant. Inuitant etiam ad
iniuriam facienda, iudicij propagandi, prop>uljandi, corrumpendi, uel certe
ob inopiam euadendi f^estlucrum quo que apertum, prafens,magm,prafertim fi dm-
num occultum paruum procutue fit. maior etiam utilitas, quam ut par fupplicium
excog^ari pof fit : ueluti efl ^rannis . Sunt^ proni adiniuriam, qui inde
lucrum petunt, neque quicquam malipreeter ignominiam uerentur, quibus que id G
} frcijjc t02 fecijje laudi afcrihiturtut parentes quacim fint qui inferant, quiq;
patiantur, fatis arbitror ex his qua in medium adduRa funt poa tere. Sed
quonianon omnibus eadem uidetur in- iuria, fapeq; ufu uenit ut plus doleant
laft quam par fit,minusq; noctdffe fe putR nocentes quam fecerintCquod aliena
mala no fentimus, et noRra maiora quam fint iudicamus ) idcirco de iniuria
primu iureq^faRis,mox de maiore minoreq^ iniu ria paucis differamus, Iniuria
iureq^faRa omnia legibus primUm duabus, deinde quibus funt bifa riam
determinantur, leges aut duas appellamus il las ipfas iu/li partes, qua
ternario a nobis numero in iu^i definitione sunt expojfita, comunem scilicet,
qua secundum natura sit: propriam, qua in scripta non scriptam dividatur.
Quibus vero iniuria fiat, bipartito conslituimus aut enim emunis laditur societas,
civitasque; ipsa offenditur, ut in militUiaut unus alter ue iniuria af jiciturf
ftcitwr,ut in adulterio, qu horti quadam eleSiione, quadam uero ^eSiuconuiA *
Cueiufinodi:quid jit illud de quo agitur de^ finiendu eB,ur popimus iwre ne an
iniuria querd^ tnur injpicere . pr quonia iuftorum iniuftorumque duas partes
connumerauimus, firiptas fdlicetle gd,^ no ficriptas, descriptis affatim
demonfiratti eft : pauca de no fcriptis funt recenfenda. alia enim per excejfum
uirtutb uitijq;Junt, in qui hus uituperatioes,honores, infamia^iut gratias
habere benemerito,amicis praflo effe,& his similia.alia uero ex lega
fcriptarum defe6iu:deejl aut fcriptis legibus, uel qu^ latores aliquid effi
gerit,uel quod confulto pratermiferint,cu detet minare figillatim omnia
nequiuerint.ne^enint fi de tiuinere agatur, quo ferro, quali, quat&ue, G y
coth tO^ P. constitui poteft, Eil igitur aquum (juoddm ha^ numq;, quod
praterlegefcriptamiufiu cenfea- turimultaq^ etid lege fcripta putatur
iniufla,qua aquo homq; tutari Poffunt. Bade
ratione no tan ti errores faciendi funty quanti iniuria:nec*tanti qwt aduerfa
eueniut fortuna, quati errores.nam gduerfa fortuna feri dicutur, quacu- cibus
loj.^. pro fabula, melius forfan legacur, fama 45.10, it' inien BASIEEAE IN
OFFICINA Roberti Vumtcr, Menie Septembri. Nome compiuto: Giovanni Paolo Parisio
(all’epigrafe), Aulius Ianus Parrhasius. Aulio Giano Parrasio. Parisio.
Keywords: implicatura, implicatura retorica, Cicerone, filosofia italiana,
gl’antichi romani, Livio, Catullo, Orazio, Cicerone, Stazio, l’oratoria, il
gusto per l’antico in Italia. PARRHASIANA, Vico, Sabbaldini sull’importanza da
Parisio, grammatica speculativa, grammatica modista, ars grammatica, probo,
Donato, Prisciano, la grammatica, la dialettica e la retorica, grammatica
razionale, psicologia razionale, breviario, compendio, o manuale di retorica
latina – il parlar o conversar greco – la retorica d’Aristotele – il parlar o
conversare latino – la retorica o ars oratoria di Cicerone – diritto romano --
giurisprudenza--. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Parisio” – The Swimming-Pool
Library. Parisio.
Luigi Speranza --Grice
e Parmisco: la ragione conversazionale della diaspora di Crotone – Roma – filosofia
basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. A
Pythagorean, cited by Giamblico Favorino says that the Pythagorean Parmisco (he
spells the name Parmenisco) frees Senofane from slavery – Grice: “Which was the
inspiration for Robin Maugham’s The Servant!” --.
Luigi Speranza -- Grice e Parrini: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicare, impiegare,
interpretare – la scuola di Castell’Azzara – filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Castell’Azzara). Filosofo italiano. Castell’Azzara, Grosetto,
Toscana. Grice: “Italians are supposed to be non mainstream and go ‘off the
beaten road’ – Parrini proves they shouldn’t!” Professore a Firenze, membro di
svariate istituzioni scientifiche internazionali e del comitato scientifico di
alcune riviste filosofiche italiane e straniere e condirettore della collana
"Epistemologica" pubblicata dall'editore Guerini e associati, fu segretario
nazionale del Comitato dei dottorati di ricerca in Filosofia, nonché Presidente
della Società Italiana di Filosofia Analitica. Fu invitato a tenere lezioni e
conferenze in Italia, in vari paesi europei, in Argentina e negli Stati Uniti
d'America. Insieme a Roberta Lanfredini organizzò un Corso di perfezionamento
in Epistemologia generale e applicata che si tiene, con cadenza biennale, a 'Firenze.
Si occupò di filosofia analitica contemporanea, dell'epistemologia di Kant e di
Husserl, di vari aspetti del pensiero scientifico e epistemologico, della
filosofia italiana. Sin dai primi lavori sviluppa una interpretazione del
positivismo logico e dei suoi rapporti con il convenzionalismo e la filosofia critica
la quale, in seguito, trova ampia conferma. In campo epistemologico, i suoi
maggiori interessi vanno al tema del realismo, alla problematica della
conoscenza a priori, alla giustificazione epistemica e alla metodologia della
ricerca storico-filosofica. In Conoscenza e realtà avanza una prospettiva
filosofica cui dette il nome di "filosofia positiva" e della quale
sviluppò le implicazioni circa i rapporti con l'ermeneutica, lo statuto
epistemologico della logica e la natura della verità. Lasciò più di un
centinaio di pubblicazioni. Saggi: “Linguaggio e teoria: analisi filosofica”
(Nuova Italia, Firenze); “Una filosofia senza domma: materiali per un bilancio
dell'empirismo,” – Grice: “I can’t see why Parrini is afraid of a dogma;
Strawson and I loved them – and he knows it – he totally misunderstands us when
he thinks we are into ‘reductionism’! But at least he cares to call me
Herbert, as I never myself did! Don’t Italians know abbreviations?! H. P.!” – “In difesa di
un domma” -- Mulino, Bologna, “Empirismo logico e convenzionalismo,” (Angeli,
Milano); “Conoscenza e realtà: positivismo” (Laterza, Roma-Bari); “Dimensioni
della filosofia. Filosofia in età antica – antica filosofia italica (Mndadori, Milano);
“L'empirismo logico, Carocci, Roma); “Filosofia e scienza nell'Italia del
Novecento. Figure,
correnti, battaglie” (Guerini, Milano) – Grice: “Gentile was right when he
distinguished between classical liceo and the rest! We don’t need no scientific
education, we don’t need no thought control!” – “Fare filosofia, oggi” (Carocci,
Roma). Note "lanazione", Scheda docente presso il Dipartimento di
filosofia dell'Università degli Studi di Firenze, su philos.unifi. P. in
SWIFSito web italiano per la filosofia, su lgxserver.uniba. Lo studio del riferimento in Quine, “Rivista di
filosofia” Da Quine a Katz, I, “Rivista critica di storia della filosofia” [=
Rcsf], "Vero" come espressione descrittiva, Rf, Da Quine a Katz, II,
Rcsf, Di alcuni problemi di filosofia della logica, Rf, Recensione di R. G. Colodny,
The Nature and Function of Scientific Theories. Essays in Contemporary Science
and Philosophy (Pittsburgh), Rcsf, Recensione di M. Serres, Le Système de
Leibniz et ses modale mathèmatiques, Paris, Rcsf, Recensione di N. Rescher,
Essays in Philosophical Analysis (Pittsburgh), Rcsf, 2 Recensione di Papanoutsos,
The Foundations of Knowledge (English edition with an Introduction of J. P.
Anton, New York), Rcsf, Il carattere dei
giudizi esistenziali e alcuni problemi dell'empirismo, in Atti del XXIV
Congresso Nazionale di Filosofia: Bilancio dell'empirismo contemporaneo, Roma,
Società Filosofica Italiana: Recensione di M. Bunge (ed.), Exact Philosophy.
Problems, Tools and Goals (Dordrecht), Rcsf, Sulla traduzione italiana di
"The Development of Logic" di Kneale, Rcsf, Linguaggio e teoria. Due saggi di analisi
filosofica, Firenze, La Nuova Italia, Per un bilancio dell'empirismo
contemporaneo: contributo alla storia del positivismo logico, Rcsf, Edizione,
con Introduzione, di A. N. Whitehead e B. Russell, Introduzione ai
"Principia Mathematica", Firenze, La Nuova Italia Recensione di
Popper, Objective Knowledge. An Evolutionary Approach (Oxford), Rcsf,
Recensione di J. Danek, Les Projets de Leibniz et de Bolzano: deux sources de
la logique contemporaine (Laval, Quèbec), Rcsf, Le rivoluzioni scientifiche,
nella serie radiofonica a c. di Paolo Rossi "Storia delle idee", Rai
3, Scienza e filosofia nell'Ottocento: la scoperta del concetto di energia,
nella serie radiofonica a c. di Paolo Rossi "La scienza e le idee",
Rai Recensione di W. V. Quine, I modi
del paradosso e altri saggi (Milano), Rcsf, Filosofia e scienza nella cultura
tedesca del Novecento, in Storia della filosofia, diretta da Pra: La filosofia
contemporanea: il Novecento, Milano, Vallardi: 2Materialismo e dialettica in
Geymonat (in collaborazione con Mugnai), Rf,– Linguistica generativa,
comportamentismo, empirismo,"Studi di grammatica italiana", Tutte le
parole per definire la realtà (a proposito del Convegno fiorentino I livelli
della realtà), "L'Unità", Fisica e geometria dall' Ottocento ad oggi
[Antologia di testi introdotti e commentati], Torino, Loescher: Analiticità e
teoria verificazionale del significato in Calderoni, Rcsf, Una filosofia senza
dogmi. Materiali per unbilancio dell'empirismo contemporaneo, Bologna, il
Mulino Introduzione a Quine, Logica e grammatica, Milano, Il Saggiatore:
Scienza, vita e valori (con lettura di testi di A. Huxley e brani dal Quartetto
per archi di Beethoven) per la serie radiofonica a c. di Massimo Piattelli
Palmarini, Rai 3, Lettera di risposta a M. Pera, Rovesciando si impara .
"L'Espresso", Scienza e filosofia: diamo a ciascuno il suo, “La
Stampa”. Recensione di Cohen, Feyerabend, Wartofsky (eds.), Essays in Memory of
Imre Lakatos (Dordrecht), Rscf, Recensione di Harrè Introduzione alla logica
delle scienze (Firenze), Rcsf,
Recensione di S. Lunghi, Introduzione al pensiero di K. Popper
(Firenze), Rcsf, Empirismo logico e convenzionalismo, Milano, F. Angeli
Edizione, con Introduzione, di H. Reichenbach, Relatività e conoscenza a
priori, Bari, Laterza, Popper indeterminista (Recensione di Popper, Poscritto
alla logica della scoperta scientifica, Milano), “L'Indice [dei libri del
mese]”, Edizione, con Introduzione, di Reichenbach, Da Copernico a Einstein,
Bari, Laterza: Recensione di T. Nickles,
Scientific Discovery, Logic and Rationality e Scientific Discovery. Case
Studies (Dordrecht), Rsf [= Rivista di storia della filosofia; già Rcsf],
L’ultimo Preti e i suoi corsi universitari, "Quaderni dell'Antologia
Vieusseux", Empirismo logico, kantismo e convenzionalismo,
"Paradigmi", Edizione, con Introduzione, di Schlick, Forma e
contenuto, Torino, Boringhieri, Recensione di Baker, Australian Realism. The
Systematic Philosophy Anderson (Cambridge), Rsf, L'antidoto degli elettroni
(Recensione di Hacking, Conoscere e sperimentare, Bari), "L'Indice",
Preti teorico della conoscenza, Annali del Dipartimento di Filosofia
dell'Università di Firenze, (anche in Il
pensiero di Giulio Preti nella cultura filosofica del Novecento, a c. di
Minazzi, Milano, Angeli: Filosofia italiana e neopositivismo, Rf (also in Filosofia
italiana e filosofie straniere nel dopoguerra, a c. di Rossi e Viano, Bologna,
il Mulino: Vogliamo le prove (Recensione di A. Grünbaum, I fondamenti della
psicoanalisi, Milano), "L'Indice" La psicoanalisi nella filosofia
della scienza, Rsf, A ciascuno il suo sombrero (Recensione di P. [Paolo] Rossi,
Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, Bologna), "L'Indice",
Sulla teoria kantiana della conoscenza: verità, forma, materia, in Kant,
Bologna, Zanichelli, Tra empirismo e kantismo (recensione di G. Preti, Lezioni
di filosofia della scienza, Milano e Lecis, Filosofia, scienza, valori. Il
trascendentalismo critico di Preti, Napoli), "L'Indice", Induzione,
realismo e analisi filosofica, Rsf, Ancora su filosofia e storia della
filosofia, Rsf, Scienza e filosofia, Parte Quinta della Storia della
filosofiadiretta da Pra: La filosofia nella prima metà del Novecento, II
edizione, Padova, Piccin Nuova Libraria: Scienza e Filosofia nella cultura
tedesca, Empirismo logico e filosofia
della scienza: Con Carnap oltre Carnap. Realismo e strumentalismo tra scienza e
metafisica, Rf, Nota introduttiva a Evert W. Beth, Sulla distinzione kantiana
tra giudizi sintetici e giudizi analitici, "Iride", Recensione di Sahlin,
The Philosophy of Ramsey(Cambridge), Rsf, Il pensiero peregrinante di un monaco
mancato (recensione di Lyotard, Peregrinazioni. Legge, forma, evento, Bologna),
L'Indice, Ma Madonna non è Kant (a proposito del Convegno del Centro fiorentino
di Storia e Filosofia della scienza “Kant e l'epistemologia
contemporanea”,"Il Sole 24 Ore", Origini e sviluppi dell'empirismo
logico nei suoi rapporticon la filosofia continentale. Alcuni testi inedita; Presentazione
di R. Lanfredini, Husserl. La teoria dell'intenzionalità. Atto, contenuto,
oggetto, Bari, Laterza – Reichenbach, la teoria della relatività e la
problematica dell'a priori in Dagli atomi di elettricità alle particelle
atomiche. Problemi di storia e filosofia della fisica tra Ottocento e
Novecento, a c. di S. Petruccioli, "Lezioni Galileiane", Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Roma, Conoscenza e realtà. Saggio di filosofia
positiva, Bari, Laterza, L'insegnamento medio della filosofia in Italia. Alcune
considerazioni scientifico-culturali, Rsf, Intervento/intervista
sull'insegnamento della filosofia nella Scuola media superiore, "Corriere
della Sera", Intervento/intervista sul X Congresso Internazionale
della Union of History and Philosophy of Science, F. Bordogna, Neopositivisti
rivalutati al congresso, "il Sole-24 Ore", Filosofi, vi esorto alla Bosnia,
"L'Indice", Mito e scienza in Ernst Cassirer. Considerazioni
introduttive, in Mito e scienza in Ernst Cassirer, a c. di Parrini, in “Annali
del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Firenze”, Perchè è scorretto
(moralmente) dire che è uno di noi [Intervento sul Documento del Comitato
nazionale di bioetica sulla sperimentazione sull'embrione], "il Sole 24
Ore", Con i “continentali” il dialogo è aperto, “il Sole 24 Ore”, Filosofia
e storia della filosofia, in Filosofia analitica oggi, “Informazione
filosofica”, Le origini dell’epistemologia, in Storia della filosofia, a c.
diP. [Pietro] Rossi e C. A. Viano, L’Ottocento, Bari, Laterza: Immanenz gedanken
e conoscenza come unificazione. Filosofia scientifica e filosofia della
scienza, Rsf, Realismo, scetticismo e analisi filosofica [Risposta a P.
Leonardi], “Paradigmi”, Intervento in “Il documento dei Quaranta”: risposte e
considerazioni, “L’informazione filosofica”, Per un sapere senza assoluti su
Neurath, “il Sole 24 Ore”, La mia terza via nella ragnatela di concetti e
credenze, “Letture”, Presentazione e Curatela con Egidi di Forme di
argomentazione razionale, “Paradigmi”, Ermeneutica ed epistemologia,
“Paradigmi”, Presentazione e Curatela con Marconi e M. Di Francesco, Filosofia
analitica. Prospettive teoriche e revisioni storiografiche, Milano, Guerini, Dell'incertezza,
ovvero del "non raccapezzarsi" [su S. Veca, Dell'incertezza. Tre
meditazioni filosofiche, Milano], "Iride", Sull'insegnamento della
filosofia nella scuola media superiore riformata, Rsf, Aggiornamento delle voci
Causalità, Convenzionalismo, Teoria scientifica, Verità, Dizionario di
Filosofia, di N. Abbagnano, terza edizione aggiornata e ampliata da Fornero,
Torino, Pomba, Io difendo gli epistemologi, "Letture", Sulle vedute
epistemologiche di Enriques (e di Croce), Rsf, Una risposta laica alla fine
degli assoluti [Intervento nel dibattito sul nichilismo], "il Sole 24
Ore", La filosofia è ancora motore
di progresso [Intervento nel dibattito sulla riforma dell'università], "il
Sole 24 Ore", Filosofia delle occasioni mancate [Intervento nel dibattito
sulla riforma dell'università], "il Sole 24 Ore", Il conoscere tra
filosofia e scienza, in Atlante del Novecento, 3 voll., con la direzione di
Gallino, Salvadori, Vattimo, Torino, Pomba: Il declino delle certezze. Un
secolo e le sue immagini: Metafisica e filosofia analitica, in Annuario di
filosofia: Corpo e anima. Necessità della metafisica, Milano, Mondadori: Ancora
sul convegno fiorentino della SFI, Lettera alla Rst, Crisi del fondazionalismo,
giustificazione epistemica e natura della filosofia, "Iride" La
'terza via' della filosofia positiva, in AA. VV., La navicella della
metafisica. Dibattito sul nichilismo e la 'terza navigazione', Roma, Armando:
Internet non è fatto per i ‘verofobi’, "il Sole 24 Ore", Empirismo logico, tutta un'altra storia,
"il Sole 24 Ore", La verità (Discussione di Paolo Parrini e Marco
Messeri), "Palomar", Una
risposta laica alla fine degli assoluti, in Nichilismo Relativismo Verità. Un
dibattito, a c. di V. Possenti e A. Massarenti, Rubbettino, Soveria Mannelli:
Epistemologia, filosofia del linguaggio e analisi filosofica, in La filosofia
italiana in discussione, a c. di F. P. Firrao, Milano, Paravia e Bruno
Mondadori, Dimensioni scientifiche e filosofiche della conoscenza. Una
panoramica introduttiva, in "Annali del Dipartimento di Filosofia
dell’Università di Firenze": Miserie dell'epistemologia italica, in
Scienza Dossier, "il Sole 24 Ore", Sapere e interpretare. Per una
filosofia e un’oggettività senza fondamenti, Milano, Guerini, Conoscenza e
cognizione. Tra filosofia e scienza cognitiva, Milano, Guerini, Il ‘dogma’
dell’analiticità cinquant’anni dopo. Una valutazione epistemologica, in
Conoscenza e cognizione, Dimensioni della filosofia, Filosofia in età antica,
Milano, Mondadori Università (in collaborazione con Simonetta Parrini Ciolli Incompreso,
o quasi, dagli Americani [K. R. Popper: “Il più grande epistemologo mai
esistito?”], in Karl Popper oggi. A cento anni dalla nascita, “Reset”, L’empirismo
logico. Aspetti storici e prospettive teoriche, Roma, Carocci, Popper e Carnap
su marxismo e socialismo, “Nuova Civiltà delle Macchine”, Filosofia e scienza
in Enriques, “Nuncius. Annali di storia della scienza”, Più realista
dell’empirismo [Ricordo di Wesley C. Salmon], "il Sole 24 Ore", Crisi
dell’evidenza e verità: due modelli epistemologici a confronto, in La questione
della verità. Filosofia, scienze, teologia, a c. di Possenti, Roma, Armando:
Filosofi italiani allo specchio: Paolo Parrini, “Bollettino della Società
Filosofica Italiana”, Reason and Perception. In Defense of a
Non-Linguistic Version of Empiricism, in Logical Empiricism. Historical and Contemporary PerspectivesNota su
Valore, Due convegni su Giulio Preti a trent’anni dalla scomparsa, Rsf, Il
pensiero filosofico di Preti, ed. by P.
and L. M. Scarantino, Milano, Guerini: Presentazione by P. and Scarantino), Preti filosofo dei valori, in
Il pensiero filosofico di Preti, Preti: ‘A Crossing of the Ways’, in Il
pensiero filosofico di Preti, Il pupazzo di garza: alcune riflessioni
epistemologiche, in Il pupazzo di garza, Papini e Tringali, Firenze, Tra
kantismo ed empirismo, in Scienza e conoscenza secondo Kant. Influssi, temi,
prospettive, a c. di Moretto, Padova, il Poligrafo, Recensione di Preti, Écrits
philosophiques (Paris), “Les Études philosophiques”, nPreti nella filosofia
italiana della seconda metà del Novecento, in Giulio Preti filosofo europeo, a
c. di Peruzzi, Firenze, Leo S. Olschki: L’insegnamento della filosofia tra
identità disciplinare e rapporto con gli altri saperi, in Rinnovare la
filosofia nella scuola, a c. di L. Handjaras e Firrao, Firenze, Clinamen: Su
alcuni problemi aperti in epistemologia, “Iride”, Filosofia e scienza
nell’Italia del Novecento.Figure, correnti, battaglie, Milano, Guerini A due
secoli da Kant: conoscenza, esperienza, metafisica della natura, in Itinerari
del criticismo. Due secoli di eredità kantiana, a c. di Ferrini, Napoli,
Bibliopolis: L’epistemologia di Popper e il “dilemma pascaliano” di Duhem, in Riflessioni
critiche su Popper, a c. Chiffi e Minazzi, Milano, Franco Angeli: Verità e
realtà, in La verità. Scienza, filosofia, società, a c. di Borutti e L.
Fonnesu, Bologna, il Mulino: Generalizzare non serve [titolo redazionale per
Patti chiari, amicizia lunga], “L’Indice dei libri del mese”, risposta alla
recensione di Massimo Ferrari. Quale congedo da Kant?, in Congedarsi da Kant?,
Ferrarin, Pisa, ETS, Quale congedo da Kant? Replica a una replica di Ferraris,
in epistemologica.it /images/stories/ /Note%20e%20 Discussioni/ Quale%20congedo
%20da%2 0kant. Filosofia e scienza, in Pianeta Galileo a c.
di Peruzzi, Firenze: I filosofi e la scienza: da Kant ad Einstein, in Pianeta
Galileo, Peruzzi, Firenze: La filosofia della scienza in Italia, in Pianeta
Galileo Peruzzi, Firenze: A priori materiale e forme trascendentali della
conoscenza. Alcuni interrogativi epistemologici, in A priori materiale. Uno
studio fenomenologico, a c. di R. Lanfredini, Milano, Guerini Fra nichilismo e
assolutismo. Alcune riflessioni metafilosofiche, “Iride”, L’a priori nell’epistemologia di Preti, Rsf,
Analiticità e olismo epistemologico: alternative praghesi, in Le ragioni del
conoscere e dell’agire. Scritti in onore di Rosaria Egidi, a Calcaterra,
Milano, Angeli: A proposito di offerte filosofiche, in F. D’Agostini, Mari, P.,
La priorità del male e l’offerta filosofica di Veca, “Iride” Revisione delle
Voci: Broad, Causa, Causalità, Empiriocriticismo per l’Enciclopedia filosofica,
a c. del CentroStudi Filosofici di Gallarate, Milano, Bompiani Voci:
Circolo di Berlino, Costruttivismo, de Finetti,Empirismo logico, Fisicalismo,
Pap, Reichenbach per l’Enciclopedia filosofica, a c. del Centro Studi
Filosofici di Gallarate, Milano, Bompiani La filosofia della scienza in
Italia, Intervista a c. di Duccio Manetti per il Pianeta Galileo popparrini html Scienza
e filosofia oggi, Intervista a c. di Duccio Manetti, in Humana. mente, unifi. bibfil/humana. mente/ Quine e Carnap su
analiticità e ontologia: una valutazione critica, in Questioni di metafisica
contemporanea, a c. di Chiodo e Valore, Milano, Castoro. L’approccio
teorico-problematico nell’insegnamento della Filosofia, in Insegnare Filosofia.
Modelli di pensiero e pratiche didattiche, a c. di Illetterati, Torino, Pomba:
Presentazione di Luca M. Scarantino, Preti. La costruzione della filosofia come
scienza sociale, Milano, Mondatori: i070 Il convenzionalismo epistemologico al
di là dei problemi geocronometrici, “Rsf”, Bisogna conoscere il passato per
orientarsi nel futuro? Risposta a Marco Santambrogio, “Iride”, Per la verità,
ancora una volta [su Marconi, Per la verità. Relativismo e filosofia, Torino]
“Iride”, Mente, verità e razionalità.
Tre modelli epistemologici a confronto, in Razionalità, verità e mente, a c.
Ajello, Milano, Mondadori: Spirito
positivo e filosofia italiana, in Il positivismo italiano: una questione chiusa?,
a c. di Bentivegna, F. Coniglione, Magnano San Lio, Acireale-Roma, Bonanno, Intervento
alla Tavola Rotonda: Il positivismo italiano: una questione chiusa?, in Il
positivismo italiano: una questione chiusa? La rivista “Epistemologia” tra logica, scienza
e filosofia, in La cultura filosofica italiana attraverso le riviste: Giovanni,
Milano, Angeli: Intervista in occasione del conferimento del Premio Preti a c.
di Maionchi e Manetti: interviste_p. html
(Autopresentazione), in Storia della filosofia dalle origini a oggi,
Filosofi italiani contemporanei, Antiseri e Tagliagambe, Le grandi opere del
Corriere della sera, RCS libri, Milano, Bompiani: Il pensiero di Preti e la sua
difficile eredità, in Pianeta Galileo a c. di Peruzzi, Firenze: La scienza come
ragione pensante, Lectio Magistralis tenuta in occasione del conferimento del
Premio Preti in Pianeta Galileo a c. di
Peruzzi, Firenze Verità e razionalità in una prospettiva positiva, “Annuario
filosofico”, Milano, Mursia, Il principio di verificazione nell’empirismo
logico, in Portale Internet della Treccani, in aula/scienze umane e_sociali/ verita_
della_ scienza/ parrini. html Istituto dell’Enciclopedia Italiana,
Roma Scienza e Filosofia, in Pianeta Galileo a c. di Peruzzi, Firenze, Relativismo
e oggettività. Il peso dell’esperienza, in Metafisica, persona, cristianesimo.
Scritti in onore di Possenti, Goisis, Ivaldo, Mura, Roma,Armando, Epistemologia [Kant e l’epistemologia], in
L’universo kantiano. Filosofia, scienze, sapere, a c. di Besoli, C. La Rocca,
R. Martinelli, Macerata, Quodlibet: L’esperienza neoilluminista nello specifico
pretiano, in Impegno per la ragione. Il caso del neoilluminismo, Tega, Bologna,
il Mulino Integrazione della Corrispondenza Pra-P. del Fondo Pra Università di
Milano: %20 Dal PraParrini. Laggiù dove tutto è possibile
(davvero), in Isole del pensiero. Böcklin, Giorgio de Chirico, Antonio
Nunziante, a c. di Faccenda, Milano, Electa Mondadori: Metafisica, sì, ma quale
metafisica?, in Isole del pensiero. Böcklin, Chirico, Antonio Nunziante, a c.
di Faccenda, Milano, Electa Mondadori:
Il valore della verità, Milano, Guerini, Dimensioni epistemologiche del
kantismo, in Continenti filosofici. La filosofia analitica e le altre
tradizioni, Caro e S. Poggi, Roma, Carocci:
Scienza e filosofia: eredità del passato, prospettive per il futuro, in
Una storia delle scienze. Discussioni e ricerche, Atti del Convegno: “Orizzonti
e confini nella ricerca epistemologica” (Centro Congressi della Sapienza,
Università di Roma, Facoltà di Sociologia), Rinzivillo, Roma, La Sapienza:
Relativismo, peso dell’esperienza e valore della verità, in “Diritto e
Questioni Pubbliche” diritto equestionipubbliche.org //mono%2 0II%20-%20 Filosofia
e scienza in Italia nell’età del positivismo, Portale Treccani Croce ha accentuato il nostro ritardo
culturale?, “Il Riformista”, La pittura come scrittura filosofica. De Chirico e
la metafisica, in La questione dello stile. I linguaggi del pensiero, a c. di
Bazzani, Lanfredini, Vitale, Firenze, Clinamen: Fenomenologia ed empirismo
logico, in Storia della fenomenologia, a c. di A. Cimino e V. Costa, Roma,
Carocci, Salvare i fenomeni. Considerazioni epistemologiche sul caso Galileo,
in Pianeta Galileo, A. Peruzzi, Firenze: Presentazione del Convegno
internazionale su Preti per il centenario della nascita, in Pianeta Galileo a
c. di Peruzzi, Firenze: Realismi a prescindere. A proposito di realtà ed
esperienza,“Iride”, Lezione per le “Lectiones Commandinianæ” dell’Università di
Urbino) La scrittura filosofica, in La verità in scrittura,
a c. di Bazzani, Lanfredini, Vitale, Firenze, Clinamen: Etica ed epistemologia,
in Etica, libertà, vita umana. Commenti al saggio di P Donatelli, La vita umana
in prima persona, “Politeia”, Verità e razionalità in una prospettiva positiva,
in Filosofi italiani contemporanei, a c. di Riconda e Ciancio,Torino, Mursia: Presentazione
del volume Sulla filosofia teoretica di Preti, a c. di L. M. Scarantino,
Milano, Mimesis: A priori, oggettività, giudizio: un percorso tra kantismo,
fenomenologia e neoempirismo. Omaggio a Preti, in Sulla filosofia teoretica di
Giulio Preti, a c. di Scarantino, Milano, Mimesis Il problema del realismo dal
punto di vista del rapporto soggetto/oggetto, in Realtà verità
rappresentazione, a c. di Lecis, Busacchi, Salis, Milano, Angeli: Ontologia e
epistemologia, in Architettura della conoscenza e ontologia, a c. di R.
Lanfredini, Milano, Mimesis: Kant e il
problema del realismo, in Kant, a c. di Pettoello, “Nuova Secondaria” “Esercizi Filosofici”, 1: Esercizi di
equilibrio in filosofia, in A Plea for Balance in Philosophy. Essays in Honour of P. New
Contributions and Replies, cur. Lanfredini
e Peruzzi, Pisa, ETS: Discussione sulla materia: Una prospettiva
epistemologica, “Aquinas: Rivista Internazionale di Filosofia”, Mach
scienziato-filosofo, Introduzione a Mach, Conoscenza ed errore. Abbozzi per una
psicologia della ricerca, Milano, Mimesis, Epistemologia e approccio sistemico.
Qualche spunto per ulteriori riflessioni, “Rivista di filosofia neo-scolastica,
Logical-Empiricism: an Austrian-Viennese Movement? Or an Unsolved Entanglement
among Semantics, Metaphysics and Epistemology, “Paradigmi”, Fare filosofia,
oggi, Roma, Carocci editore (v. Intervista:
letture.org/fare-filosofia-oggi-paolo-parrini/) Epistemologia e approccio
sistemico. La dinamica della conoscenza e il problema del realismo, “Rivista di
Filosofia Neo-Scolastica” Quine su analiticità e olismo. Una valutazione
critica in dialogo con Nannini, in Dalla filosofia dell’azione alla filosofia
della mente. Riflessioni in onore di Nannini, a c. di Lumer e Romano,
Roma-Messina, Corisco Né profeti né somari. Filosofia e scienza nell’Italia del
Novecento quindici anni dopo, “Filosofia italiana” Sulla filosofia degli
analitici, in Prassi, cultura, realtà. Saggi in onore di Pier Luigi Lecis, a c.
di V. Busacchi, P. Salis, S. Pinna, Milano, Mimesis: Scienza e arte, ovvero
verità e bellezza, in TBA, a c. di P. Valore, in corso di stampa Empirismo
logico e fenomenologia. Uno snodo fondamentale della filosofia del Novecento,
relazione su invito presentata all’International Conference
“Experientia/Experimentum”, Napoli Filosofia e storia della filosofia: una
prospettiva epistemica, relazione su invito presentata all’incontro “Filosofia
e storia della filosofia: prospettive a confronto”, Università Cattolica del
Sacro Cuore, Milano, Esplicazione e rielaborazione dei concetti, in Metodi,
stili e orientamenti della filosofia, a c. di R. Lanfredini, Carocci Editore,
Roma. Nome compiuto: Paolo Parrini. Parrini. Keywords:
implicare, interpretare, antica filosofia italica, Herbert Paul Grice, in
difesa di un domma – indice to ‘filosofia eta antica’. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Parrini” – The Swimming-Pool Library. Parrini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pascoli:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di
Perugia -- filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Perugia). Filosofo italiano. Perugia, Umbria. Fisio-logia.
Grice: “An excellent philosopher. He philosophised on the will, on the soul,
and on a functionalist approach.” Filosofo.
Lingua. Fratello di Leone P. Insegna a Roma e Perugia. Tiene dimostrazioni
anatomiche mediante dissezione di cadaveri, come il suo collega e concorrente
Andrea Vesalio. Intrattenne una vasta corrispondenza con intellettuali di tutta
Europa. Le sue opere filosofiche e scientifiche seguono i metodi di Descartes
et Malebranche. I suoi trattati di metafisica, medicina e matematica esibiscono
una filosofia coerente e metodico che dimostra la vitalità filosofica della
cultura italiana del periodo. Saggi: “Del moto che nei mobili si rifonde
per impulso esteriore”; “Nuovo metodo per introdursi ad imitazion de' geometri
con ordine, chiarezza, e brevità nelle più sottili questioni di filosofia
metafisiche, logiche, morali e fisiche” (Poletti, Andrea); “Del moto che nei
mobili si rifonde per impulso esteriore, Salvioni, Giovanni Maria); “Del moto
che ne i mobili si rifonde in virtù di loro elastica possanza” (Bernabò, Rocco);
“Delle febbri teorica e pratica secondo il nuovo sistema ove tutto si spega per
quanto e possible ad imitazione de gemetri”; “Il corpo umano o breve istoria
dove con nuovo metodo si descrivono in comendio tuti gl’organi suoi ed I loro
principali offij”; “De fibra mortice et morbosa nec non de experimentis ac
morbis”; “Nuovo metodo per introdursi ad imitazione de geometri con ordine,
chiarezza e brevita nelle piu sottil qestioni di filosofia logica, morale, e
fisica. Osservazione teoretiche e pratiche inviate per lettere”; “Sofilo Molossio,
pastore arcade PERUGINO e custode delg’ARMENTI AUTOMATICI in Arcadi gli difende
dallo scrutinio ne che fa nella sua critica Papi” (Roma); “Anatome literarum
sive palladis pervestigatio” (Roma); “SOFILO SENZA MASCHERA” (Roma); “Del moto
che nei corpi si diffonde PER IMPUSLO ESTERIORE, trattato fisico matematico ad
insegnare la possanza degli elementi quatro” (Roma); “Della natura dei NOSTRI
PENSIERI e della natura con cui si ESPRIMONO. Riflessioni METAFISICHE” (Roma);
“Del moto che nei mobile si rifonde in virtu di loro elastica possanza” (Roma);
“De homine sive de corpore humano vitam habente ratione tam prospera tam
afflictae valetudinis” (Roma); “Delle risposte ad acluni consulti sulla natura
di varie infermita e la maniera di ben curarle con una notizia della epidemina
insorta nel GHETTO GIUDEO di roma, e del congatio de’ buoi ne” (Roma); “Con una
breve notizia del mal contagioso dei buoi”; “Opuscoli anonimi in difesa di
Alessandro Pasocolo” – si credeno suoi soi. Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Lalande, Dulac, Billy. Elogio. Bartelli,
letto con Lic. de' Superiori decimo lustro il secondo a n no già corre, da
che le suoi ceneri, filosofo perugino, sotto un'umi le sasso mute riposano in Roma,
dalla Patria,ahi! pur troppo neglette. Qui nacque, quà si educa, quì sparse per
decennale tempo i lumi della filosofia più sublime, insegnò ed esercitò qui
Medicina. E celebratissimo perfino oltre Italia; e tanta gloria egli accrebbe
alla perugina Medica Scuola, che forse questa per opera d'altrui a tanta
rinoman za non 'mai pervenne : nulladimeno sulla di lui tomba alcuna corona di
patrio lauro non siposò, nè del suo nome videsi ancor fregiato un'Elogio. Penso
peraltro che Tu non debba di ciò do lerti, ora che siedi puro ed impassibile
sull' eter no seggio dei Buoni; dacchè se vivente fosti il più fido seguace
delle profonde dottrine del forte animo di Cartesio, forse oggi di averne auta
pur anco comune la sorte oltre la tomba tu ti com . piaci Al vivere suo aprì
Cartesio le luci nel bel suolo di Francia, e sulle scoscese balze di Svezia le
chiuse e sebbene tornassero, dimandate le sue ceneri nelle Gallie, pure cento
anni pas opra il sesto decimo lustro Soprailsesto 0; sarono prima che di
lui si leggesse un encomio. Il nostro P. in Perugia nasce Roma les ue ossar accolse,
nè furono queste da'suoi concittadini manco desiderate; e solamente dopo
ottantadue anni, nella stessa sua patria, oggi al cun poco di lui si
ragiona. Piacciavi, accademici valorosi, che io ne parli almeno ad onore di
questa sua terra natale, ed'a gloria di quella medica fronda di cui venne
meritissimamente il suo crine ricinto', che quì splendeva allora più ver de e
più onorata. Nè voglio credere che siavi alcuno il quale reputi vana cosa
questo mio dire; imperocchè, Lui laudando, essendomi dato di e sporre dottrine
non'tutte convenevoli a' tempi ne quali si vive, ciò non torrà certamente che
Egli non debba essere reputato grande Filosofo e som mo Medico: essendo che se lafilosofia
e la medicina, o da meglio dire, se ogni umano sapere soggia cé par troppo a
cangiamento coll'andare dei se coli, è cosa costante che la verità e l'errore
só no di tutte le menti nostre retaggio ; sicchè tut ti i secoli e tutti gli
uomini da non pochi lati si avvicinano sempre fra loro. Col progrediredel secolo
decimo settimole scienze tutte di più chiara luce folgoreggianti,per la via
progredivano del possibile loro migliora mento :Sciolto lo spirito umano dagli
opprimen . Se questo Elogio di Alessandro Pascoli potrà servire a qualche
riparo del lungo silenzio in che ilsuo nome si stétte ; se a sprone di studiosa
gioventù possa per buona ventura tornare, se del lo estinto encomiato e di
Voi., dotti Colleghi, non tantoindegno riesca, al fine da me proposto
lietamente mi stimerò pervenuto. O ti legami del Peripato, erasi finalmente avveduto
della sua nobiltà; e la mente erasi accorta pote re da se stessa pensare .
Sembrava che la natura tutta fosse giunta a tale momento di crisi, dalla quale
aspettare si dovevano grandi cose e grandi uomini; e grandi cose e grandi
uomini difatti si ebbero. Fra questimolti, fiorirono Dracke, Copernico, Ticone,
Keplero, GALILEI, Bacone, e finalmente Cartesio, destinato dal cielo a compiere
il bramato rinnovamento negli studii moltiplici della natura. Appena ilgrande
Filosofo dell'Aja di chiarò al mondo intero non doversi alcuna cosa ritenere
per vera, quando che non venga dimo, strata per tale; appena disse'che la
umana mente deve tutto in dubbiezza riporre, finchè alla cer tezza non sia
pervenuta;'e di queste le fonda menta non che i caratteri stabilì ; lo studio
ed il filosofare degliuomini dialtropiù nobilesplendo re si rivestirono. La
geometria,la logica, lameta fisica, la fisica, e la medicina medesima in più
stabile e più onoratá sede allora si collocarono . Il secolo diCartesio
segnòmai sempre una delle e poche più luminose e memorande nella storia del
l'umano intendimento, imperocchè ogni1 dotto partecipò del beneficio influssodi
questo tempo; ed il nostro P. divenne Filosofo col divenire Cartesiano. Se non
che non solo di Filosofia ma di medicina altresì ai nobilissimi studj sentissi
da natura invitato; e cono scendo la forza del proprio genio, nol poterono. Comincia
con Cartesio dal dubitare e quindi giunse a persuadere sè stesso, tro e 6
distrarre da quelli ne i solerti padri di gesú che accorti iniziandolo nelle
regole del loro Istituto cercarono farne conquista.; nè il volere del padre il
quale all'officio del foro il destinava. Vide egli bene assai per tempo come a
corre merita mente il medico lauro, doveva alle filosofiche discipline tutto sè
dedicare. Perchè la filosofia di ogni umano sapere è fondamento primiero.
Accostumato come Cartesio a meditare più che a leggere, a pensare più che a
parlare, medita sul le opera di quell sommo e le studia intensamente, facendosi
propri i di lui principj, e tutta la filosoficacartesianatelasvolsee conobbe. Il
discorso sul metodo, le metafisiche meditazioni, le regole per la ricerca del
vero, il trattato sull’uomo di Cartesio sono a lui splendentissima face onde
dirigersi nel difficile sentiero della filosofia. Cosi lo studio di questa
precedette e quindi 'accompagna quello della medicina, non mai volendo egli
l'uno dall'altro separare. Tra noi, ai giorni nostri tristissimi, sembra essere
riserbato vedere non poca turba di gioventù male accorta gire in traccia di
medica scienza senza lo inestinguibile lume del più retto filosofare, senza la
conoscenza della natura, di sė medesimo, e perfino del proprio idioma nativo.
Vergogna s o m ima di que'paesi e di que'tempi che vogliopsi dire illuminati! E
per attribute diverse.Quin di dalla cognizione dell'Io personale passa a quella
pe ressenza perfetta che è Dio. Traicanoni della filosofia cartesiana erayi
quello di ritenere e gate si trovano le verità : donde poi le idee in
nate,dondela concatenazione diesse, la quale incominciando da dio scende
all'anima umana, quindi ai corpi, quindi ai bruti, quindi alle cose, tutte
della natura.E quifa duopo ricordare che mentre Cartesio col suo dubbio
universale prese la via delle speculazioni intellettuali a sta bilire i gradi
della verità, Bacone da Verulamio, coldubbio stesso fondamentale, prese la via
del le sensazioni, ed al fine desiderato pervenne in cammino più regolare e
meno incerto. Piega alquanto piùla sua mente al Cancelliere d'Inghilterra che
al pensatore dell'Aja. Ora chi potrebbe mai credere che dopo ise coli di Bacone
e Condillac sorgessero nuovamente, nelle dottrine delle idee, i secoli di
Cartesio e di Malebranche? Eppure oggi è cosi. Umana mente! Varsi esistenze
fuori di noi, erisultarel'uomo da un corpo e da uno spirito, sostanze
interamente fra loro per essenza e’che i sensi sieno ingannevoli guide alla
umana ra gione ; e che perciò l'anima nostra ha in se stes . sa e per se stessa
principj stabili, cui tutte le Ora tornando al nostro laudando diciamo che
parlò egli primamente della esistenza e durata d e glienti modali; poscia
diquelle sostanze che nelle loro idee inchiudono essenzialmente un qual
che modo di essere';e fondo le principali massi me della umana certezza sulla
esistenza de'corpi. Dalle essenziali proprietà degli enti corporei stu diò pur
egli l uomo sotto il duplice rapporto di sua materiale e spirituale sostanza; e
ragionando dell'anima, ne fissò la essenza sulla immateriali tá di lei, donde
le sue potenze intelletto é vo lontà . La credette immortale; e mentre Cartesio
ne tacque la dimostrazione, scrivendo in una sua lettera non essere necessario
di mostrare la immortalità dell'anima tostochè siasi provata la sua
spiritualenatura, non volle tacerla col pubblicare il discorso sulla
immortalità dell anima umana. Da troppa vanitàdinome; ed al desiderio di
piacere agli amici, motteggiando alcun poco, egli fu 'mósso a scrivere contro
Papi filosofo sabinese sostenendo a tutta possa, ma non con persuasione di
aninio, le dottrine del suo prediletto Cartesio sulla vita antomatica delle
bestie; volendosi però nascondere bizzarramente coll'intitolare il suo saggio
“Sofilo Molossio Pastore Arcade Perugino Custode degli’armenti automatici in Arcadia.”
Apparve preziosissimo a tutti questo saggio e se ne m e nò'romore in tutte le societá
dotte di Roma. Tali erano i sali attici in esso 'raccolti, i vivaci sar casmi, ileggiadri
concetti. Avvenne però che dopo sei annila suprema inquisizione con decreto
solenne condanna l'opera del Pastore Arcadico Sofilo Molossio. Ale 8
e e le sue ferme opinioni sull’animalitá delle bestie. Protestandosi in
mille modi vero seguace di PITAGORA, e vero devoto a tutto ciò che la umana
credenza prescrivesi. Fu questa la sola nube che per poco offuscasse l'ottima
fama di Pascoli nel corso della lunga etá sua, é questa fu del suo animo la
dispiacenza più viva. песа. Applicatevi dasenno a filosofare, poi che per tale via
depurate la mente umana da gl’errori che la offuscano, e sollevata dalle
passioni che la opprimono, si eleva cosi libera e tranquilla a tale grado di
serenità, dove gode veramente di se medesima Stabilito avendo lora fu che P.
accortosi dell'errore cui con dotto lo aveva una sua male accorta vanità di
spirito, ritrattò subito pubblicamente le sue opinioni; e nelSofilosenza Maschera
scuoprì il suo vero nome Erano pure a suoi tempi, quali oggi vivono, alcuni
falsi sapienti, che superbamente umili, abusando del comune adagio, id tantum
scio quod nihil scio, il più irragionevole scetticismo nelle coșe tutte
proclamavano, e di ogni credenza e di ogni filosofia si facevano dispregiatori
e nemici. Contra tale specie di stupidi pensatori si scaglia il nostro P.; e fa
conoscere come filosofare non altro è se non se rettamente pensare, essendo che
chi mal pensa conviene che male discorra, Sulle traccie di Platone, di CICERONE,
d’AQUINO, di Cartesio, ripete a tutti con se l’apprensione, al giudizio, al
discorso, al metodo; e a diligente disamina tutte prendendole, forma il suo saggio
di logica, seguendo ugualmente la prediletta sua cartesiana maniera. Espnse
quindi i precetti del ben' apprendere, del ben giudicare, del ben parlare, del
ben disporre. Prefere il metodo analitico che il pensiero è all’anima
essenziale, come alla materia è la estensione, parla delle operazioni del
nostro intelletto, le quali riduce all' per I studiare le cose, elo chiamò
metodo di risoluzione o di disciplina. Si servi del metodo sintetico per
insegnare ad altri, e lo disse metodo di composizione o di dottrina. Dopo che
la scienza del calcolo per la invenzione de' caratteri algebrici si fa più
ordinata, e di più estese applicazioni capace, lo studio delle matematiche
divenne universale ad ogni sapiente: e di quanta utilitá si renda allo sviluppo
dell'umano intelletto ed alla ricerca del vero, ognuno di leggeri il conosce .
Studio si fatto non poteva es sere dal nostro Pascoli trascurato, e sulle opere
del Gottigues, dello Scohetten, di BARTOLINO; dell'Ozanam, di FARDELLA, di
Cartesio si forma matematico. Scrive il saggio di logistica od arimmetica, nel
quale prendendo a trattarele quat tro operazioni fondamentali, non in cifre
numeri che, ma in algebriche, intitol il suo lavoro col nome di “Arimmetica
nova o speciosa,” ed applicando le stesse operazioni alla dottrina de'polinomii, la
quale perviensi a studiare le leggi del moto. A lui però non piace solamente
seguire le dottrine di questi sommi, ma cerca direnderle più facili epiù
sicure. Lascia di ragionaré del moto in astratto; e col tatto, colla vista, coi
sensi, in concreto lo esamina. Parla della natura, condizioni, proprietà, e
leggi del moto per impulso esteriore ed in virtù di elastica forza. Quindi si
lancia col pensiero, in alcuni moti possibili rispetto al vortice massimo del sole.
Con tale chiarezza di principi, con tale ordine d'idee egli ne seppe parlare
che meritò l'approfazione sincera ditutti i dotti e capace. Archimede, GALILEI,
Gassendo, Rohault, Cartesio hanno già insegnata la strada per la quale
perviensi ed alle equazioni, dette compimento alle sue fatiche sulla indole dei
nostri pensieri. Pose poi mano alla fisica, od a quella scienza vastissima, la
quale avvicinando al nostro pensiero le cose materiali che ne circondano, fà
che lumana intelligenza al più alto grado di sublimi tà siconduca L'uomo di fatti penetra con la sua scorta i
più nascosi secreti della natura; e con leipasseggiandolaterra e con lei
traversando glioceani,e su cieli passeggiando con lei,fache sopra tutto il
creato sovranamente s'innalzi. La prima verità che ci insegna la fisica è che
il m o to costituisce il fondamentale fenomeno de'corpi tutti. Ond'è che tutto è
movimento in natura,o tutto a movimento èdisposto, o tutto di movimento è. Il grande
matematico e fisico cremonese BIANCHINI glie ne dette la più solenne e pubblica
testimonianza Mi si dia materia e moto, dice Cartesio, ed io imprendo tosto a
crea re un mondo, il P. con maggiore umilta così diceva “ Materia e moto sono i
due prin n.cipali strumenti, donde con sua possanza si » vale Dio, dimomento
inmomento, aprodur 9. rac racoli, e miracoli di stupor infinito. Si ode oggi nelle
nostre scuole far menzione di un etere comune, di un imponderabile unico ed
universale, motore di tutti I fenomeni iquali hannoluo go "nei movimenti
della materia e degli animali. Le scuole Alemanne apreferenzadialtre risuo nano
di questa materia unica-eterea, capace a prendere diverse forme ed aspetti,
tutto pene trando investendo agitando il creato: La vide pure questa materia
motrice universale: ciò che dicono oggi con tanto entusiasmo, e for se con
troppa persuasione dinovità, Mesmer, Wohlfart, Sprengel ed altri sulfluido
elettro-magnetico universale; ciò che con tanto calore pro e con eguale
robustezza di argomenti dimo strato dal nostro Alessandro 1 e in natura, senza
miracolo, continuati min et clamano Lennosseck, Prokaska, ed Ennemoser
sulfluido biotico universale de corpi viventi, era stato già conosciuto non
meno chiaramente dilo ro, Finalmente volle ardimentoso inalzare i suoi sguardi
ai movimenti del sole e nel vastissimo campo dell'astronomia tentando
alcun passo quale ché suo opinamento volle manifestare. Si dichiara del sistema
astronomico di Copernico e di GALILEI oppositore fermissimo. Ma qui potrebbe
dataluno dimandarsi, se il facesse egli forse per tenere dietro alle massime proclamate
dalla romana corte nella quale viveva? Nò. Chè la saggia condotta dei prudenti
interpreti delle sacre corte ha assai già moderata la forza di quegl’anatemi
scagliati un secolo innanzi sulla tomba del riformatore di Thori, e sul capo
del pensatore pisano. Potevasi allora dalle pubbliche scuole o ne communi
discorsi dei dotti liberamente difendere (come ipotesi) ilmovimento terrestre e
la stazione solare, senza tema di contraire brutte macz chie nell anima, o a
spiacevoli incontri soggiace, re Ond'èchese con tutta la forza del suo'sapere alla
copernicana sentenza si oppose, ciò fece'con intima persuasione di mente, e non
per condiscendenza di basso cortigianismo. Nei e il solo che dalla credenza di
Copernico lungine stasse. Imperocchè fra i moltiche ridi re potrebbonsi, quel
grande onore d'Italia, quel l’astronomo profondissimo della dotta Bologna, MANFREDI,
basta per valente compagno del nostro Alessandro rammemorare. Vero si fu
peròche a fronte degl'ingegnosi sforzi di tanti uomini insigni, prosegui ilsuo
cammino la terra, è fermo il sole si stette. Qui terminarono le fi losofiche
laboriose occupazioni di lui, e conqueste sole poteva rendersi della Patria e
della nazione assai benemerito : ma fu pure medico P., è inedico di altissima riputazione.
Se sono grandi i nomi dei restauratori della umana filosofia, non meno grandi
furono quelli di Silvio, di Lancisi di Baglivi, di Ramazzini, e di altri che le
medie che scienze ad alto grado di rinomanza condussero. P. vive nel tempo in cui la medicina seguiva
tuttora le insegne de'Jatro-chimici, dell'Elmonzio, e del Silvio; insegne che
stavano già per cangiarsi dal Santorio e dal Borelli,onde quelle trionfassero degl’átro-matematici
ed e meccanici. Nè si per verrá mai a spiegareun costante ed unico vessillo
sotto il quale si raccolgano in ogni tempo i cultori della medicina le che sia
proprio di lei in tutte le età che trascor. rono? Grande e funesto destino, a
molte scienze comune, alla medica comunissimo! Conosce in quali giorni vive;
quale del secolo suo fosse dominante lo spirito; e pieno di alto ingegno, nella
medica scienza si fè valente: Cartesio aveva per dodici interi anni
studiato'l'Anatomia a fine di ben conoscere l' uomo ; e il nostro P. per non
minore tempo applicò la sua m e n te allo studio profondo della struttura del
corpo umano. Annuncia sulle prime ai dotti un trattato riguardante i
cangiamenti che provengono agli organi corporei per cagione delle passioni:
pensiero veramente sublime sul quale però le speranze di ognuno restarono pur
troppo delase . Ai tempi del nostro Alessandro l'Anatomia non aveva ancora stretto
con altre naturali scienze quel sutile nesso di che oggi si onora; né quel filo
sofico linguaggio, nè quelle sottili applicazioni si trovavano in essa, siccome
in quella d'oggidi noi ammiriamo. Alle fatiche ed allementi sublimidi Scarpa,
di Soemmering, di Mechel, di Portal, e dell'immortale Bichat dobbiamo la
eccellenza cui oggi l'anatomico studio è pervenuto . Nè Vicq d’Azir, nè
Geoffroy di Saint Ilaire', nè Blecard, nè Gall vissero in quella età; pure
potevasi quel tempo chiamare il tempo delle scoperte anatomi miche. Erano già
nati gli scrutatori sommi"dell’uman corpo Arveo, Senae, Asellio, Willis, Nuck,
Malpighi, Ruischio, Lancisi ed altri. Vive e studia con Redi. Ciò basta.
Insieme per più tempo in Firenze si occuparono indefessamente di anatomiche
dissezioni e quel dotto scrittore toscano ha caro Alessandro quanti altri mai,
al grande Cosimo presentandolo quale soggetto degnissimo di tutta la
considerazione sovrana. La fabbrica del corpo umano dal nostro encomiato
descritta non presenta, è ver, peregrine cose. Ma l'ordine, la chiarezza, la concisione
rendettero il saggio suo utile al pubblico insegnament, pel quale oggetto egli
stesso si protesa averlo unicamente composto. Quando il gran Malebranche si
avvenne nel libro dell'uomo di Cartesio, ed ipcontrò in questo filosofo un
ge vio simile al suo, prese (dice l'elegantissimo Fontenelle) il grande partito
di rompere ogni commercio con le erudite facoltà, ed in seno del cartesianismo
tutto si abbandona. Legge il saggio medesimo di Cartesio, lo medita profondamente
e scrive egli pure sull'uomo. Mentre però l'uomo di Cartesio e di Malebranche
fu l'uomo del metafisico e del filosofo, l'uomo nelle mani del P. e l'uomo
dell'anatomico e del medico. Ha somma intelligenza nell'osservare i fenomeni
dellaumana vita, sicchè lemas sime del suo Cartesio con quelle modificate del
gran Cancelliere d'Inghilterra, formarono in lui quello spirito di filosofia
induttiva, il quale alla ricerca del vero nelle cose di fatto e perciò in
medicina, è l'unica sicura via. Scrivendo dell'Uomo prese Alessandro il giusto
partito di primamente designarne le parti, quindi ad esse dare vita ed azione,
poi de'mali a cui vanno soggette tenere ragionamento, e fi nalmente l'opportuno
metodo curativo de morbi con tutta la modestia del dire proporre. In tale modo
ilnostro encomiato presentò alpubblicoun tesoro di dottrina, che per molti e
molti annida ogni medica scuola Italiana fu allo insegnamento de
giovani:offertoe prescritto, riputatolo per il prezioso e completo deposito
della medica scienza. Le opinioni di Galeno e di Silvio erano quelle che fra i
cultori d'Igea in quel tempo tut tor dominavano, Stava per sorgere la setta del
più solidismo, ed Elmonzio, Cartesio, Silvio erano ancorai tre
grandi nomi proferiti dalla bocca di tutti; cosicchè fra i conciliatori e
moderatori di questi tre Principi delle mediche scuole si e mento etereo piú
sciolti gli umori, ed il moto fer mentativo di essi prodursi. Questo elemento
lá presiedere alla circolazione sanguigna, qua tutto il fonte del calore
animale sostenere perenne. Era quest etere per Alessandro la fondamentale sor
gente delle fermentazioni non naturali, donde le febri tutte nascevano che ove
accada condensa mento di esso, le maligne; ove soluzione, le benigne; ove
infine abbia luogo latente glandolare fermento, originarsi le intermittenti opinäva.
Poi te dottrine fisiche di questo etere universale espone, la sua azione sulla
vita degli organi, finalmente l'applicazione di esso alle dottrine di Scrodéro,
di Hoffmanno, di Etmullero, di Lemery, e degli altri molti di quella età . E
forse che non potremmo noi parlare lo stesso linguaggio, sostituendo al nome di
etere cartesiano quello di elettro-magnetico? Io i l dimando Abituato il nostro
P. fin dall'infanziaa piegare la sua mente al metodo geometrico e a disporre le
sue idee con quell'ordine e successio ne, utile al buon’acquisto di tutte le
cognizioni il nostro P.. Quindi è che nelle sue opere parlasi dello
spirito di Willis, del fuoco di GIRGENTI,del l'archeo di Wan -Helmonzio, del
primo elemento di Cartesio :e si dice farsi per virtù di questo ele pose + 17 +
4 Oltre al suo trattato dell'uomo, che abbraccia l'intero studio della
medicina, sono numerosissimi i suoi Consulti, le sue Lettere, i suoi Votiemessi
in oggetti di pubblica sanità.Incau se dificili di Foro canonico e civile, in
Canoniz zazioni di santi uomini diede Pareri e Giudizj, che guidarono le
Autorità competenti a retti es en sati decreti Avendo inoltre il P., saputo
unire a somma dottrina, urbanità di modi nel conversare, ed umiltà di
espressioni nel parlare e nello scrivere, non é a stupirsi se ai dotti d'Italia
ed oltremonte rispettabile e caro addiyenisse L'amicizia che seco lui ebbero un
Redi, un Magliabecchi, un Montemelini, un’Ottaviani, un Lesprotti, un
Zannettini, un Lambertini, un Segur, un Baglivi; da quali o dedicazioni di
opere, o non interrotte scentifiche corrispondenze, o laudi sincere egli
ottenne, siccome fecero pure un Bianchini, un Loy, un Marini, uno Sprengel, un'Aller
; ci ayvisano dovere riporre P. fra gli uomini grandi, che in filosofia ed in
mea umane, e preciso nel descrivere gli organi, chia ro nello esporre i fatti,
esatto nella diagnosi, cautissimo nella prognosi. E poi semplice quanto mai possa
dirsi nel metodo del medicare, e dichiarossi nemico di ogni farragine
farmaceutica, ripetendo sempre a se stesso e ad altri che a buon medico pochi
medicamenti bastano o 18 di pintore pochi colori. come a buon ; dicina
fiorirono fra il terminare del secolo decimo settimo e del decimo ottavo sul
cominciare, Il nostro P. legge in Roma anatomia e,edicina dalla più fiorente
alla più tarda etá sua, grandi opori godendo e distintissime cariche sem pre
occupando. I papi Clemente XI, Innocenzo XIII, Benedetto XIII, Clemente XII. lo
hanno a medico, Archiatro lo salutarono, Protomedico lo proclamarono, lo
scelsero Conclavista. Del supremo tribunale sanitario, della congregazione dei
sacri riti, fè parte onorata e principale, tanta era la dottrina che quella romana
corte in Lui venerava . Potrebbe forse da taluno di noi dimandarsi se il
Pascoliavesse meritatosigrandeecomune conside razione come Medico
pratico,quanta ne ebbe come teorico;imperocchè pur troppo è duopo riguardare la
medicina sotto ilduplice aspetto diScienza edi Arte. Difatti non rade volte
accade che amedico quanto ésser si voglia dottissimo, manchi quel tatto
pratico, quella squisitezza di medica vista, e, dicia molo pure,
quell'inesplicabile nesso di favorevoli 19 Dopo che per due lustri dalla
patria Univer sità degli Studj, e dalle private Accademie le fisi che,e mediche
scienzeinsegnò,Padova eRoma il chiedettero a gara, generosamente patria novella
offerendogli. Il Pontefice Clemente undecimo a se chiamatolo, fece si che a
Padova, cui era già sul punto di recarsi, Roma preferisse. E così Perugia lo
perdette per sempre e E quièben forza credere che P. vivendo dodici
lustri in Corte, in Roma, tra Grandi, tra Principi sempre; cui furono affidati
in téressantissimi negocj delle Principesche Famiglie Albani, Chigi, Rospigliosi,
Sora ed altre, fosse di grande ingegno, di profonda politica, di somma
costumatezza dotato; dacchè, una di queste do ti che manchi, a sorte sì grande
non si pergie ne, o per poco di questa si gode. Difatti sappia m o come tra le
tante virtù che lo adornarono, erano prime il decoroso contegno in che egli si
tenne, l'essere del suo buon nome forte difenditore, il incontri e di
buone venture, che tanto valgono al la propizia riuscita dell'esercizio
clinico, e su cui la opinione e la fidanza di ottimo e felice medico riposa.
Nel nostro Alessandro sembra che tutto si riunisse a renderlo valente nell'arte
come nella scienza rinomatissimo. Ed in vero pel lungo corso che visse all'aura
del Campidoglio, non fuvvi personaggio distintocui non prestasse medica mano o
medica consultazione. Oltre ai pontefi ci sopraenunciati, la regina di Polonia
ed i suoi figli, gli Elettori Bavaro, Sassone, e Coloniense, la Regina
d'Inghilterra, ed ogni altro Principe e Grande, (a quali sifortemente il vivere
più ca le ) lui ebbero a tutela de' propri giorni bene ed ilparlar pensar bene
di tutti, siche tutti rispettando ed amando, seppe da tutti rispetto riscuotere
ed amore. Cosi Roma e ammiratrice di un filosofo Perugino. Ed il suo nome
onorato più spesso colà che tra noi si pronuncia forse e si ripete.
Lontano dagl'incanti del bel sesso, ne fuggi perfino, in quanto il potè, la medica
cura. Che più? Con religiositá e fortezza di animo sostenne una completa
cecitá, senza che in se stesso foss'egli meno tranquillo, nè meno fosse da
altri dimandato e compianto. Che se al possedimento disua vasta dottrina, se al
buon successo dell'arte sua, se al corredo delle nobili doti dell'animo che in
P. fece ro si bella mostra di loro, si aggiunga la felicità de' tempi nei quali
visse, dovremo anche meno stupirci che potesse egli giungere al più alto grado
di celebrità e di onoranza . Io voglio dire la felicità dei tempi; ossia quell buon
tempo ai dotti propizio, in cui dessi sono veramente stimati, e nel quale i
Principi, ei Grandi concorrono agara (siccome oggi) informar li, tosto chè i principi
e i grandi bene conoscono che le scienze e le lettere sono veramente il
sostegno de’ troni, e delle nazioni delle cittá dei paesi il primo ed il più
luminoso decoro. Ed alla estimazione de' medici credo che non poco in ogni
tempo contribuisca la buona Fidanza de'popoli, colsaldo tenersi di quel velame
che agli occhi del volgo i misteri nasconde d'Igea; velame tanto utile che sia
serbato; imperocchè la remozione di esso chi ne abbisogna e cui serve
reciprocamente danneggia. Dopo si grandi fatiche, carico di meriti e di onori,
questa misera terra abbandona e perenne ricordanza dei posteriche cirima
ve dilui? Laviva fama delle suetante virtù, ladi lui valentia nell'arte del
medicare; e più ci restano i suoi numerosi volumi, depositarii immanchevoli del
vasto sapere nelle fisiche e nelle mediche facoltá. Saremmo noi co tanto
ingiusti per dimenticare i sudori dei dotti che ci precedettero, solamente
perchè il modo loro di filosofare non è più simi le a quello de'tempi nostri? E
vorremmo noi far ci riputare così creduli e così inorgogliti nel lusin garci
che alle dottrine ed alle massime nostre del la filosofia e della medicina,
tutti coloro che ci suc cederanno coi secoli pieghino riverenti la fronte e le
venture età inalterato rispettino ciò che ad esse faremo noi pervenire? Non
siavi chi lo cre da, o la storia dell'umano sapere ne disinganni, Ond' è che
degli esimj ingegni, dei benemeriti cittadini, degl'insigni scrittori,sebbene
lunga serie di anni da essi ci divida, serbare si debbe ricor
danzavivissima,afronte decangiamentiaquali può girein control'umano filosofare e
il medico opinamento. Si, dotti Accademici, apprezziamo mai sempre le fatiche utili
de' trapassati, se nei miti noi buoni esempli, se ne rispettino i nomi ; ed il
titolo a non meritarci d'ingrati, le loro tombe di verdicorone di lauro con più
frequenza e con più giustizia si onorino. Rivolgendosi al Busto marmoreo
dell'Encomiato, che innalzavasi nella Sala dell'accademia. Tutto ciò che vien
detto di Alessandro Pascoli in questo Elogio, come filosofo e medico, è tolto
dalla let tara ed analisi fatta delle molte sue opere, in diversi tem pi
pubblicate; il catalogo delle quali trovasi registrato nella Biografia dei Scrittori
Perugini delchiarissimo Cavaliere Gio. Battista Prof. Vermiglioli all'Articolo
P. Alessandro. Noi credemmo di non trascrivere ibra ni medesimi dell'Encomiato,
a conferma de' suoi detti e delle sue opinioni, e ciò per non aumentare la
stampa inu tilmente; sapendo che agli eruditi medici sarebbe ridire le cose
stesse le quali nelle opere di P. già bene conoscono, o potranno rilevare
quando lo vogliano . Quello poi che riguarda la di lui vita privata e so ciale
lo rilevammo dalla storia di sua famiglia, dalla Biografia sopracitata; nonchè
da quella degli illustri italia ni compilata dal chiarissimo Sig. Emilio de
Tipaldo, Venezia. Finalmente da non poche pregevoli notizie ms. lasciate da
Francesco Aurelio Ginanneschi, giovane di Alessandro P., ed ultimo che stet te
venti e più anni con lui, e perciò informatissimo della sua vita. Questo
ms trovasi presso di noi. Nacque da
Domenico P., e da Ippolita Mariottini. La famiglia dei P. fu originaria di
Ravenna, siccome ne scris se Celso, fratello del nostro Alessandro, nella
storia del la sua Casa. La prima di esse fu stampata in Roma, Zanobi, dedicata
a Paolucci, Segretario di Stato di Clemente XI. La seconda che contiene tutta la
di lui ritrattazione e pubblicata egualmente in Roma in 8° per il Buagni, dedicata a Banchieri assessore
del S. Officio. Ambedue queste operette interessanti la vita letteraria ed i
sentimenti morali del P. le abbiamo nella Biblioteca pubblica Scaff. Quando la
Regina d'Inghilterra in Roma lo chiama a medicarla, nell'atto di presentare il
polso, gli disse. É vero, Sig. Dottore, che voi non avete piacere di medicare
le donne? Alla quale dimanda egli risponde. É verissimo, ma non le regine. Muore
in Roma. confortato da tutti gli ajuti della Religione, Gl’ultimi18 circa dei quali
in una completa cecità Fù sepolto nella Chiesa di S. Silvestro a Monte Cavallo
de' RR.PP, Teatini- La Iscrizione sepolcrale umile, compostasi da se medesimo,
e che trovasi tuttora sopra l'avello, è la seguente. Hic Posuit Exuvias In Die
Irae Resumendas Alexander Pascoli Perusinus Verissimo. Non mi piace medicar le
donne, ma non le regine”,eforsedeglialtri,chesap di Antonio Blado); Trattato
della mutazione dell' altra Lettera si apprende che avea aria,in4. Roma per Alessandro
Gar. Pure scritto un trattato di Rettorica danoec.Di questo opuscolopro- eprincipalmente
sulla Invenzione dusse il suo giudizio il Bonciarioia dicui ne offer copia allo
stessoBon una letterainedita. Perchèi Digesti si allegano morie di sua famiglia
originaria di Ra iniscrittoperdueifedil paragra- venoa, epoistanziataio Perugia;
eda fo per due ss congiunti. queste memorie medesime passate quin 2. Del parto dell'Orsa
. piano e non siano appassionati. Da V. Conclusione del Tribuno della
scoli, ed. Ippolita Mariottini. Termi plebe, in 4. Roma per gl’Eredi di natii giovanili
suoi studii presso ipp. suo articolo, e dal Vincioli nell'opuscolo sullo stesso
argomento. I ràstampata velan anderò. Leco- Dizionario medico,che egli di e che
io farò non saranno da sco- morando in Firenze, studiò assidua »lare, e latine per
qualche mese, ma mente all’ospedale per fare osserva volgari, e contro tutta l'Accademia
zioni anatomiche, e per potere così fiorentina, massime sopra Boccaccio,
migliorare un suo Trattato sul cangia Gennajo da Domenico Pa. egli tolse a
seguire la medicina VI.Versiin Lode delleacquedi incuineotlenne le magistrali insegne
S.Galgano. Ci vengono ricordati dal. quando contava soli anni 21. Grisaldii o quelle
lettere rammentate al Posciasirecò in Firenze a meglio apprendere la scienza
salutare alla scuo e ciario. della Poesia,in CelsoPa. IIF. Questione di Giovanni
Osma. Romapergli Eredi rino Gigliotto Magistrato. anguste ma lucrose vie del
fo. PAPA scoli fratello di Alessandro, e di Leg IV. Risoluzioni di quattrodubbj.
ne, dimorando in Roma scrisse le me di a suoi posteri, noi raccoglieremo le
3.4. Del Perseo, e del Pesco, e brevi notizie di Alessandro, e Leone. loro
natura. Roma per gli Eredidi Nacque Alessandro in Perugia nel Gigliotti, in Giovanni
Gigliotti. E'questo un' Gesuiti, che conoscendolo di bello in opuscolo con cuisicoufutano
leopi- gegno, desideravano a loro condurlo, e nionidi Plutarco, del Manuzio edel
terminate gli studii legali, perch è il Sigonio, I quali credettero che il Tri-
padre voleastrascinarlo miserameate buoo della plebe in Roma non fosse per le
ro taliana, esopra Boccaceio. Gioviin- buone speranze, nonostante che si
tenderne poche parole: Sostato tardo riducesse agli estremi. Ristabilitosi torn’a
rispondervi perchè m'ha ingomnò a prospera meale esercitare la sua brato tutto più
di un mese una com- professione, e colfavore del dotto Mae »posizioncella che ho
fatta per un stro, potè presentarsi al Gran Duca »mio patrone, la quale subito chesa-
Cosimo I. Aggiugne l'Eloy nel suo ladi Kedi, e mentre co Da una lettera inedita
di Lorenzo si sotto di lui attende alla clinica, al Bonciario sembra che egli sia
ccin- fuda mortale malattia sorpreso, ma gesse a scrivere anche sulla Lingua i-
il Redi medesimo ne concepì sempre e èverissimo, ma non le Regine. Fu
Rimpatriato nuovamente si posea anche medico straordinario dei Ponte studiare le
lingue greca e latina sot- fici Clemente XI. Innocenzio XIII. Be to il Canonico
Guidarelli, dicuiveg. Pedetto XIII. e Clemente XII. incom gasil'articolo, e le Matematiche
sot- pagnia di Leprotti, il qua to il Dottor Neri, mentre non lascia- le molto profitta
de'consigli del Pa vadi attendere anche alla Medicina scoli. Dove aessere medico
primario pratica, solto LodovicoViti; nè passò pontificio, ma per non imbarazzarsi
poi molto tempo, che ottennein pa gui la giubilazione. Veggasi la dedica
premessa alla sua opera de Hom inc . Marini Archiatri Pontificj Caraffa de
Gymn. Rom. Com, in stud. Med. Borhe. Valen. e nuovamente tra le disputazioni mediche
raccolte dall' Halleer, per le approvazioni da farsi ne'miracoli Ad altri onori
fu innalzato in Ro- operatia di ntercessione de’Servi del Si ma, imperciocchè ebbe
luogo frai gnorenella loro canonizzazione e, e si XII. Archiatri del Collegio de'
Medici dique’ prodigjdistese pure alcunedi e fra gli Arcadicon il nome di Sofiló
squisizioni. Professa la Medicina con Molossio.Varie istituzioni sanitarie lo
semplicità, e dioesiche il rinomatissi ebbero a medico in Roma, ove cura mo Cardinale
Alessandro Albani Camer la Regina di Polonia, ed il suo figliuo- lengo, lo ebbe
in tanta stima, che non sole conferire impiego a perugin, se non gli veniva
raccomandato lo, gl’eleltori di Baviera e di Colonia, llo fante Elettorale di
Sassonia e la Regina d'Inghilterra, la quale da P. che solea chiamare il Ca
nell'ultima malattia volle il P. merlengo perugino. E avuto in isti. e narra
Celso suo fratello, che nella ma anche dal celebre Haller che ne prima volta in
cui Alessandro le tocca parla nelle opera sue,edilSeguer ilpolzo, glidisse la Regina,
onève àlui dedica la sua Schedula
monito. ro P., che voi non avete pia- ria ec. PA mentodegli organi corpore i per
cacere dimedicar donne?»cuirispose: gione delle passioni . PA 171 triauna Cattedradi
FILOSOFIA, che ten- ri; non ostante però fu continuamente neperapni10., ragunando
poi sem- in grazia degli stessi Pontefici, ed i pre in casa sua una Accademia aperta
venne medico del Conclave dopo la di Letterati. Intanto e chiamato aleg- morte di
Benedetto XIII. ee quando fu gere in Padova, e mentre si dispone creato Clemente
XII. Va arecarsia quel dottissimo Studio, Inoltre aveaeserci Clemente XI. lo chiama
a leggere nell' tata in Roma anche la carica di Pro Archi-ginnasio romano. Coldreca.
to medico di quella Metropoli, e dello tosi incomio cid tosto ad insegnare, la
Stato Ecclesiastico e la Consul Notomia,
che per anni continui tasole a sempre ricercare i suoi voti vi professò;
ottenne poi alire catte- in qualunque bisogno di medica poli dre di teorica e pratica
con vistosi zia. Fu similmente varie volte occu stipendi, finchè neconse pato dalla
Congregazione de, Riti nellaCorte, rifiutò sempre questi ono PERVGINVS
VIXIT OB.V. tica Papi M e 1. Delle febbri
Teorica e Pratica dico e filosofo sabinese. Roma. secondo il nuovo sistema, ove
tuttosi per il Zanobj 8. spiega per quanto è possibile ad im Dopo il lungo
spazio di anni, mitazione de’ Geometriec. Perugia fu proibita quest'opera, el'Autore
X. Della natura dei nostri pensie; Osservazioni Teoriche e Pratiri, e della natura
concuisiespri che di Medicina inviate fonde in virtù di loro elastica possan.
Sofilo Molossio Pastore Arcade zaec. Roma presso Barnabò perugino, e custode degli
armenti automatici in Arcadia. Gli difende dal De homine sive de
corpore PA PA l pel Costantini 4. Sieguonoal- tocco da scrupolo pubblica ilN.VII.
cuni suoi discorsi in materie mediche. Anatome Literarumsive Pal. Muore
santamente in Roma di vallo con questa iscrizione nel suotu. anni edopoanni dicecità,e
mulo cheerasi composta per lui stesso. Le dolle opere che lasciò a' posteri
sono: lo scrutinio che nefa nellasua cri • II. Il Corpo umano o breve Istoria
dove con nuovo metodo si descrivono ladis pervestigatio ec. Romae In ultimo
vannoaggiun- per lo Buagni .Vedi il N. V. .M. HIC 0.POSVIT, EXVVIAS IN DIE IRAE
RESVMENDAS ALEXANDER P. typis Cajetani Zanobii8. in compendio tutti gli organi suoi,
furi prodotta per lo Salvioni in4. con cd i loro principali officj ec Perugia
pel Costantini in 4.Ven. qualche diversità nel titolo. VII. Sofilo senza maschera.
Roma te due Pistole del Baglivi a P.: De fibra motrice et morbosa, nec non
zioni di alcuni Servi di Dio.Roma de experimentis ac morbis ec. per Giornale de
Letterati Ven. E sepolto in S. Silvestro
di Monte Car Voti scritti per le Canoniza. Del moto che nei mobili siri. Nuovo
metodo per introdursi IX. Dei moto che nei corpi sidif ad imitazione de’ geometri
con ordi- fonde per impulso esteriore ne, chiarezza e brevità nelle più, Tratta
sotto fisico matematico ad insegnare la tili questioni di Fflosofia, Logica, Mo-
possanza degli clementi 4. Roma per rale, e Fisica.Ven. per Andrea Po- 'lo Salvioni
letti. in 4. vediil N.X. fig. (1) o lettere mono. Riflessioni metafisich ecc. Ro
agli eruditissimi Signori disuaprima Serve disecondapar vata Accademiaec.Ven. per
teall'opera data al N. I. Andrea Poletti 4.,ed ivi nuovamente
humano vitam habente ratione tampro- insegne; e continuando inessigiunse
spera et amafficta e valetudinis. Li- a cuoprire l'onore vole posto di Segre
bri tres. Romae in4. ex per Andr. Poletti (sò poscia a Ravenna, d'onde
alloscri. onori, che non versavansi allora con soil Barnabòcon varj discorsi. L'
tanta generosità, perchè al solo meri opera stessa fu ri-stampata in Venezia to
concedevansi. Scorsi pochi mesi di pel Poletti in 4. cuisiag. sua dimora in Firenze,
torna arive giunse una memoria di Seguerdiret de re la patria, da cuisirecò nuova.
ta a P. . mente in Roma sede degli studii lega XIV. Alcuni opuscoli anonimi in
li, verso de'quali Leonecra inclina. Difesadi Alessandro P., Sicretissimo, la quella
Metropoli diporta. dono suoi, esonoin risposta adal-si con tanta saggezza, che divenne
fa tri opuscoli del bresciano Cri- miliare del Duca d'Weda Ambasciado. stoforo Zannettini
già stato scolare del re del Re di Spagna alla Corte romu. Medesimo P.; ed in quelle
dispuna. Ma circostanze politiche, che oscu. tealtri molti opuscolisi videro. Ma
raro no la riputazione di quel poco assennato Ministro, anche ad egli fe delle sue
opere mediche si fe ce altra edizione in Venezia in due cero cambiare partitie
siavviò per volume. Oltregli una carriera diversa. Dopo di averevi Scritti che
a P. indirizzarono sitate alcune delle primarie città d'Ita, Baglivi, e Seguer glilia,
torno a rivedere la patria, e ad fu dedicata la seconda edizione delle una vastissima
suppellettile di cognizio Maschere sceniche del Ficoroni. CONVERSANDO gl’uomini
tra sè, ed avendo in conseguen [ROMA ETCRIS EMANUELE Donde è nico il] za necessità
di COMUNICARE a vicenda i pensieri, e le linguagio degl, a to Cà CO. Uomini
partico idee, che passano intimamente loro nell'ANIMO; nè potendo laze ciò
conseguire in questo mondo sensibile, se non che in virtù di qualche oggetto
atto a muovere i sensi, CONVENNERO DI COMUN CONSENSO ad unire in maniera i loro
pensieri e le loro idee, ancorche al tutto insensibili, a certi SEGNI SENSIBILI,
ed in particolare alle voci, che queste, stimolando per entro agl’orecchi gl’organi
dell'udito, destino con un a tale alte razione nell'ANIMO, di chiode, quei pensieri,
e quelle idee, che concordarono di ESPRIMERE per simili SEGNI, o voci, chiamate
comunemente termini. I termini dunque in logica non sono se non chele semplice voci
inventate dagl’uomini a piacere per esprimere con maniere sensibili le loro
idee insensibili. Di qui è, che nato è tra i popoli ogni linguaggi particolare.
Di cosi fatto linguaggio, e delle idee, che esso esprime, rispetto alle
operazioni dette dell'intelletto, cioè rispetto al raziocinio umano, nel corso
del saggio presente facciamo esatta menzione. Alessandro Pascoli. Keywords:
fisiologia, corpo, galileo, il fuco di Girgenti, Cicerone, Bianchini.
Verissimo, non mi piace medicar le donne, ma non le regine” spiegazione
dell’entimema in termini dell’intenzione dei communicatori – chi da il segno e
chi lo receve – il segno sensibili dell’idea della cosa. Equivoco se il termine
e dunque la proposizione rippresenta due idee. -- Luigi Speranza, “Grice e
Pascoli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Pascoli: decadenza
divina – l’implicatura conversazionale – filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (San
Mauro). Filosofo italiano. San Mauro, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. Considerato
il maggior filosofo decadente, nonostante la sua formazione principalmente
positivistica. Dal Fanciullino, articolo programmatico, emerge una
concezione intima e interiore del sentimento poetico, orientato alla
valorizzazione del particolare e del quotidiano, e al recupero di una
dimensione infantile e quasi primitiva. D'altra parte, solo il poeta può
esprimere la voce del "fanciullino" presente in ognuno: quest'idea
consente a Pascoli di rivendicare per sé il ruolo, per certi versi ormai
anacronistico, di "poeta vate", e di ribadire allo stesso tempo
l'utilità morale (specialmente consolatoria) e civile della poesia. Egli,
pur non partecipando attivamente ad alcun movimento letterario dell'epoca, né
mostrando particolare propensione verso la poesia europea contemporanea (al
contrario di D'Annunzio), manifesta nella propria produzione tendenze
prevalentemente spiritualistiche e idealistiche, tipiche della cultura di fine
secolo segnata dal progressivo esaurirsi del positivismo. Complessivamente la
sua opera appare percorsa da una tensione costante tra la vecchia tradizione
classicista ereditata da Carducci e le nuove tematiche decadenti. Risulta
infatti difficile comprendere il vero significato delle sue opere più
importanti, se si ignorano i dolorosi e tormentosi presupposti biografici e
psicologici che egli stesso ri-organizzò per tutta la vita, in modo ossessivo,
come sistema semantico di base del proprio mondo poetico e artistico. Nacque
in provincia di Forlì all'interno di una famiglia benestante, quarto dei dieci
figli due dei quali morti molto piccolo di Ruggero P., amministratore
della tenuta La Torre della famiglia dei principi Torlonia, e di Caterina
Vincenzi Alloccatelli. I suoi familiari lo chiamano affettuosamente Zvanì. Il
padre e assassinato con una fucilata, sul proprio calesse, mentre tornava a
casa da Cesena. Le ragioni del delitto, forse di natura politica o forse
dovute a contrasti di lavoro, non sono mai chiarite e i responsabili rimasero
ignoti. Nonostante tre processi celebrati e nonostante la famiglia ha forti
sospetti sull'identità dell'assassino, come traspare evidentemente ne “La cavalla
storna”. Il probabile mandante e infatti Pietro Cacciaguerra (al quale fa
riferimento, senza nominarlo, nella lirica Tra San Mauro e Savignano, possidente
ed esperto fattore da bestiame, che divenne successivamente agente per conto
del principe, co-adiuvando l'amministratore A. Petri, sub-entrato al padre dopo
il delitto. I due sicari, i cui nomi correvano di bocca in bocca in paese, sono
L. Pagliarani detto Bigéca, fervente repubblicano, e M.
Dellarocca, probabilmente fomentati dal presunto mandante. Sempre da lui venne
scritta una poesia in ricordo della notte dell'assassinio del padre, X agosto,
la notte di San Lorenzo, la stessa notte in cui morì il padre.
Sull'intricatissima vicenda del delitto Pascoli è stato pubblicato il saggio “Omicidio
Pascoli”. Il complotto frutto di ricerche negli archivi locali e che, oltre a
pubblicare documentazione inedita, formula l'ipotesi di uncomplotto perpetrato
ai danni dell'amministratore Pascoli. Il trauma lascia segni profondi nel
poeta. La famiglia comincia a perdere gradualmente il proprio stato economico e
successivamente a subire una serie impressionante di lutti, disgregandosi:
costretti a lasciare la tenuta, l'anno successivo morirono la sorella
Margherita di tifo, e la madre per un attacco cardiaco (di "crepacuore",
si disse), il fratello Luigi, colpito da
meningite, e il fratello maggiore Giacomo, di tifo. Da recenti studi anche il
fratello maggiore, che aveva tentato inutilmente di ricostituire il nucleo
familiare a Rimini, potrebbe essere stato assassinato, forse avvelenato.
Giacomo infatti nell'anno in cui morì ricopriva la carica di assessore comunale
e pare conoscesse personalmente coloro che avevano partecipato al complotto per
uccidere il padre, oltre al fatto che i giovani fratelli Pascoli (in
particolare Raffaele e Giovanni) si erano avvici tal punto alla verità sul
delitto da essere minacciati di morte. Le due sorelle Ida e Maria andarono
a studiare nel collegio del convento delle monache agostiniane, a Sogliano al
Rubicone, dove viveva Rita Vincenzi, sorella della madre Caterina e dove
rimasero dieci anni: nel 1882, uscite di convento, Ida e Maria chiesero aiuto
al fratello Giovanni, che dopo la laurea insegnava al liceo Duni di Matera,
chiedendogli di vivere con lui, facendo leva sul senso di dovere e di colpa di
Giovanni, il quale durante i 9 anni universitari non si era più occupato delle
sorelle. Nella biografia scritta dalla sorella Maria, Lungo la vita di Giovanni
Pascoli, il futuro poeta è presentato come un ragazzo solidoe vivace, il cui
carattere non è stato alterato dalle disgrazie; per anni, infatti, le sue
reazioni parvero essere volitive e tenaci, nell'impegno a terminare il liceo e
a cercare i mezzi per proseguire gli studi universitari, nonché nel puntiglio,
sempre frustrato, nel ricercare e perseguire l'assassino del padre. Questo
desiderio di giustizia non sarà mai voglia di vendetta, e Pascoli si pronuncerà
sempre contro la pena di morte e contro l'ergastolo, per motivi principalmente
umanitari. Dopo la morte del fratello Luigi avvenuta per meningite dovette
lasciare il collegio Raffaello dei padri Scolopi di Urbino. Si trasferì a
Rimini, per frequentare il liceo classico Giulio Cesare. Gunse a Rimini assieme
ai suoi cinque fratelli: Giacomo, Raffaele, Alessandro Giuseppe, Ida, Maria (6,
chiamata affettuosamente Mariù. L'appartamento, già scelto da Giacomo ed
arredato con lettini di ferro e di legno, e con mobili di casa nostra, era in
uno stabile interno di via San Simone, e si componeva del pianterreno e del
primo piano», scrive Mariù: «La vita che si conduceva a Rimini… era di una
economia che appena consentiva il puro necessario». Pascoli terminò infine gli
studi liceali a Cesena dopo aver frequentato il ginnasio ed il liceo al
prestigioso Liceo Dante di Firenze, ed aver fallito l'esame di licenza a causa
delle materie scientifiche. Grazie ad una borsa di studio di 600 lire (che
poi perse per aver partecipato ad una manifestazione studentesca) ssi iscrisse
all'Bologna, dove ebbe come docenti G. Carducci e G. Gandino, e diventò amico
del poeta e critico S.Ferrari. Conosciuto A. Costa e avvicinatosi al movimento
anarco-socialista, comincia, a tenere comizi a Forlì e a Cesena. Durante una
manifestazione socialista a Bologna, dopo l'attentato fallito dell'anarchico
lucano G. Passannante ai danni del re Umberto I, lesse pubblicamente un proprio
sonetto dal presunto titolo Ode a Passannante. L'ode venne subito dopo
strappata (probabilmente per timore di essere arrestato o forse pentito,
pensando all'assassinio del padre. Dessa si conoscono solamente gli ultimi due
versi tramandati oralmente. Colla berretta d'un cuoco, faremo una bandiera. La
paternità del componimento e oggetto di controversie. Sia la sorella Maria sia
lo studioso P. Bianconi negano che avesse scritto tale ode. Bianconi la define la
più celebre e citata delle poesie inesistenti della letteratura italiana. Benché
non vi sia alcuna prova tangibile sull'esistenza dell'opera, G. Lolli,
segretario della federazione socialista di Bologna e il suo amico, dichiara di
aver assistito alla lettura e attribue a lui la realizzazione della lirica. Arrestato
per aver partecipato ad una protesta contro la condanna di alcuni anarchici, i
quali erano stati a loro volta imprigionati per i disordini generati dalla
condanna di Passannante. Durante il loro processo urla. Se questi sono i
malfattori, evviva i malfattori! Dopo poco più di cento giorni, esclusa la
maggiore gravità del reato, con sentenza, la Corte d'Appello rinvia gli
imputati P. e U. Corradinidavanti al Tribunale. Il processo, in cui Pascoli era
difeso dall'avvocato Barbanti, ha luogo, chiamato a testimone anche Carducci
che invia una sua dichiarazione. Non ha capacità a delinquere in relazione ai
fatti denunciati. Viene assolto ma attraversa un periodo difficile. Medita il
suicidio ma il pensiero della madre defunta lo fa desistere, come dirà nella
poesia La voce. Alla fine riprende gli studi con impegno. Nonostante le
simpatie verso il movimento anarco-socialista, quando Umberto I venne ucciso da
un altro anarchico, G. Bresci, Pascoli rimase amareggiato dall'accaduto e
compose la poesia Al Re Umberto. Abbandona la militanza politica, mantenendo un
socialismo umanitario che incoraggiasse l'impegno verso i deboli e la concordia
universale tra gli uomini, argomento di alcune liriche: «Pace, fratelli!
e fate che le braccia ch'ora o poi tenderete ai più vicini, non sappiano la
lotta e la minaccia.» (I due fanciulli). Dopo la laurea con una tesi su
Alceo, P. intraprese la carriera di insegnante di latino e greco nei licei di
Matera e di Massa. Dopo le vicissitudini e i lutti, aveva finalmente ritrovato
la gioia di vivere e di credere nel futuro. Ecco cosa scrive all'indomani della
laurea da Argenta: "Il prossimo ottobre andrò professore, ma non so
ancora dove: forse lontano; ma che importa? Tutto il mondo è paese ed io ho
risoluto di trovar bella la vita e piacevole il mio destino". Su
richiesta delle sorelle Ida e Maria, nel convento di Sogliano, riformula il
proprio progetto di vita, sentendosi in colpa per avere abbandonato le sorelle
negli anni universitari. Ecco a tale proposito una lettera di Giovanni scritta
da Argenta, il quale, ripreso dalle sorelle per averle abbandonate, così
risponde: "Povere bambine! Sotto ogni parola di quella vostra
lettera così tenera, io leggevo un rimprovero per me, io intravedevo una
lagrima!." E ancora da Matera il poeta scrive. Amate voi me, che ero
lontano e parevo indifferente, mentre voi vivevate nell'ombra del chiostro. Amate
voi me, che sono accorso a voi soltanto quando escivate dal convento raggianti
di mite contentezza, m'amate almeno come le gentili compagne delle vostre gioie
e consolatrici dei vostri dolori? Iniziato
alla massoneria, presso la loggia "Rizzoli" di Bologna. Il testamento
massonico autografo del Pascoli, a forma di triangolo (il triangolo è un
simbolo massonico), è stato rinvenuto. Insegna a Livorno al Ginnasio-Liceo
"Guerrazzi e Niccolini", nel cui archivio si trovano ancora lettere e
appunti scritti di suo pugno. Inizia la collaborazione con la rivista Vita
nuova, su cui uscirono le prime poesie di Myricae, raccolta che continuò a
rinnovarsi in cinque edizioni. Con le sorelle Ida e Maria Vinse inoltre per ben
tredici volte la medaglia d'oro al Concorso di poesia latina di Amsterdam, col
poemetto Veianus e coi successivi Carmina. E chiamato a Roma per collaborare
con il Ministero della pubblica istruzione. Nella capitale fece la conoscenza
di A. Bosis, che lo invitò a collaborare alla rivista Convito (dove
sarebbero infatti apparsi alcuni tra i componimenti più tardi riuniti nel
volume Poemi conviviali), e di Annunzio, il quale lo stima, anche se il
rapporto tra i due filosofi e sempre complesso. G. Bernardo, a capo del
Grande Oriente d'Italia, esplicitamente dichiara l'appartenenza di P. e
Carducci alla massoneria, per un certo periodo nelle logge. Il nido di
Castelvecchio «La nube nel giorno più nera fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera» (Giovanni Pascoli, La mia sera, Canti di Castelvecchio)
Divenuto professore universitario e costretto dalla sua professione a lavorare
in più città (Bologna, Messina e Pisa), non si radicò mai in esse,
preoccupandosi sempre di garantirsi una via di fuga verso il proprio mondo di
origine, quello agreste. Tuttavia il punto di arrivo sarebbe stato sul versante
appenninico opposto a quello da cui proveniva la sua famiglia. Infatti si
trasferì con la sorella Maria nella Media Valle del Serchio nel piccolo borgo
di Castelvecchio nel comune di Barga, in una casa che divenne la sua residenza
stabile quando (impegnando anche alcune medaglie d'oro vinte al Concorso
di poesia latina di Amsterdam) poté acquistarla. Dopo il matrimonio della
sorella Ida con il romagnolo Berti, matrimonio che il poeta contempla e seguito
i vivrà in seguito alcuni mesi di grande sofferenza per l'indifferenza della
sorella Ida nei suoi confronti e le continue richieste economiche da parte di
lei e del marito, vivendo la cosa come una profonda ferita dopo vinte al
Concorso di poesia latina di Amsterdam poté acquistarla. Dopo il
matrimonio della sorella Ida con S. Berti, matrimonio che contempla e seguito
vivrà in seguito alcuni mesi di grande sofferenza per l'indifferenza della
sorella Ida nei suoi confronti e le continue richieste economiche da parte di
lei e del marito, vivendo la cosa come una profonda ferita dopo vinte al
Concorso di poesia latina di Amsterdam) poté acquistarla. Dopo il
matrimonio della sorella Ida con il romagnolo Sa. Berti, matrimonio che
contempl e seguito P. vivrà in seguito alcuni mesi di grande sofferenza per
l'indifferenza della sorella Ida nei suoi confronti e le continue richieste
economiche da parte di lei e del marito, vivendo la cosa come una profonda
ferita dopo anni di sacrifici e dedizione alle sorelle, a causa delle qualia
causa delle quali ha di fatto più volte rinunciato all'amore. A tale proposito,
una vinte al Concorso di poesia latina di Amsterdam) poté acquistarla.
Dopo il matrimonio della sorella Ida con il romagnolo S. Berti, matrimonio che
il poeta aveva contemplato e seguito sin vivrà in seguito alcuni mesi di grande
sofferenza per l'indifferenza della sorella Ida nei suoi confronti e le
continue richieste economiche da parte di lei e del marito, vivendo la cosa
come una profonda ferita dopo mostra dedicata agli "Amori di Zvanì" e
allestita dalla Casa Pascoli nel, getta luce sulle sue vicende amorose inedite,
chiarendo finalmente il suo desiderio più volte manifestato di crearsi una
propria famiglia. Molti particolari della vita personale, emersi dalle lettere
private, furono taciuti dalla celebre biografia scritta da M. P., poiché
giudicati da lei sconvenienti o non conosciuti. Il fidanzamento con la
cugina Imelde Morri di Rimini, all'indomani delle nozze di Ida, organizzato
all'insaputa di Mariù, dimostra infatti il suo reale intento. Di fronte alla
disperazione di Mariù, che non avrebbe mai accettato di sposarsi, né
l'ingerenza di un'altra donna in casa sua, ancora una volta rinuncerà al
proposito di vita coniugale. Si può affermare che la vita moderna della
città non entrò mai, neppure come antitesi, come contrapposizione polemica,
nella sua poesia. In un certo senso, non uscì mai dal suo mondo, che costituì,
in tutta la sua produzione letteraria, l'unico grande tema, una specie di
microcosmo chiuso su sé stesso, come se ha bisogno di difenderlo da un
minaccioso disordine esterno, peraltro sempre innominato e oscuro, privo di
riferimenti e di identità, come lo era stato l'assassino di suo padre. Sul
tormentato rapporto con le sorelle il nido familiare che ben presto divenne
tutto il mondo della sua poesia. Scrive parole di estrema chiarezza il poeta
Mario Luzi. Di fatto si determina nei tre che la disgrazia ha diviso e
ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle
quali Ida è connivente solo in parte. Si tratta in ogni caso di una vera e
propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla
responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo
presto. Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli
suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di
investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa
natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che
meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, escludendo di fatto, talvolta
con durezza, gli altri fratelli. In pratica difende il nido con sacrificio, ma
anche lo oppone con voluttà a tutto il resto. Non è solo il suo
ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a
strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà
non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e
profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Media Valle del
Serchio dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura.» ([M. Luzi])
In particolare si fecero difficili i rapporti con Giuseppe, che mise più volte
in imbarazzo Giovanni a Bologna, ubriacandosi continuamente in pubblico nelle
osterie, e con il marito di Ida, il quale
dopo aver ricevuto in prestito dei soldi da lui, partì per l'America
lasciando in Italia la moglie e le tre figlie. Le trasformazioni politiche
e sociali che agitavano gli anni di fine secolo e preludevano alla catastrofe
bellica europea, gli gettarono progressivamente, già emotivamente provato
dall'ulteriore fallimento del suo tentativo di ricostruzione familiare, in una
condizione di insicurezza e pessimismo ancora più marcati, che lo conduceno in
una fase di depressione e nel baratro dell'alcolismo. Abusa di vino e cognac,
come riferisce anche nelle lettere. Le uniche consolazioni sono la poesia, e il
suo nido di Castelvecchio, dopo la perdita della fede trascendente, cercata e
avvertita comunque nel senso del mistero universale, in una sorta di agnosticismo
mistico, come testimonia una missiva a G. Semeria. Io penso molto all'oscuro
problema che resta. Oscuro. La fiaccola che lo rischiara è in mano della nostra
sorella grande morte. Oh! sarebbe pur dolce cosa il credere che di là fosse
abitato! Ma io sento che le religioni, compresa la più pura di tutte, la
cristiana, sono per così dire, Tolemaiche. Copernico, Galileo le hanno scosse. Mentre
insegnava latino e greco nelle varie università dove aveva accettato
l'incarico, pubblicò anche i volumi di analisi dantesca Minerva oscura, Sotto
il velame e la mirabile visione. Assunse la cattedra di letteratura italiana a Bologna
succedendo a Carducci. Qui ebbe allievi che sarebbero stati poi celebri,
tra cui A. Garzanti. Presenta al concorso indetto dal Comune di Roma per
celebrare il cinquantesimo dell'Unità d'Italia, il poema latino “Inno a Roma”
in cui riprendendo un tema già anticipato nell'ode Al corbezzolo esalta
Pallante come il primo morto per la causa nazionale e poi deposto su rami di
corbezzolo che con i fiori bianchi, le bacche rosse e le foglie verdi, vengono
visti come un'anticipazione della bandiera tricolore. Scoppiata la guerra
italo-turca, presso il teatro di Barga pronuncia il celebre discorso a favore
dell'imperialismo La grande Proletaria si è mossa: egli sostiene infatti che la
Libia sia parte dell'Italia irredenta, e l'impresa sia anche a favore delle
popolazioni sottomesse alla Turchia, oltre che positiva per i contadini
italiani, che avranno nuove terre. Si tratta, in sostanza, non di nazionalismo
vero e proprio, ma di un'evoluzione delle sue utopie socialiste e patriottiche.
Le sue condizioni di salute peggiorano. Il medico gli consiglia di lasciare
Castelvecchio e trasferirsi a Bologna, dove gli viene diagnosticata la cirrosi
epatica per l'abuso di alcool. Nelle memorie della sorella viene invece
affermato che fosse malato di epatite e tumore al fegato. Il certificato di morte riporta come causa un
tumore allo stomaco, ma è probabile fosse stato redatto dal medico su richiesta
di Mariù, che intendeva eliminare tutti gli aspetti che lei giudicava sconvenienti
dall'immagine del fratello, come la dipendenza da alcool, la simpatia giovanile
per Passannante e la sua affiliazione alla Massoneria. La malattia lo porta
infatti alla morte, un Sabato Santo vigilia di Pasqua, nella sua casa di
Bologna, in via dell'Osservanza n. 2. La vera causa del decesso fu probabilmente
la cirrosi epatica. Venne sepolto nella cappella annessa alla sua dimora di
Castelvecchio di Barga, dove sarà tumulata anche l'amata sorella Maria, sua
biografa, nominata erede universale nel testamento, nonché curatrice delle
opere postume. L'ultima dimora dove morì, a Bologna in via
dell'Osservanza n. 2. Sul cancello si può brevi parentesi politiche
della sua vita. Venne arrestato e assolto dopo tre mesi di carcere. L'ulteriore
senso di ingiustizia e la delusione lo riportarono nell'alveo d'ordine del
tutore Carducci e al compimento degli studi con una tesi su Alceo. A
margine degli studi veri e propri, comunque, conduce una vasta esplorazione della
filosofia ttraverso le riviste francesi specializzate come la Revue des deux
Mondes, che lo misero in contatto con l'avanguardia simbolista, e la lettura
dei testi scientifico-naturalistici di Michelet, Fabre e Maeterlinck. Tali testi filosofici
utilizzano la descrizione naturalistica la vita degli insetti soprattutto, per
quell'attrazione per il micro-cosmo così caratteristica del romanticismo
decadente in chiave filosofica. L’sservazione era aggiornata sulle più recenti
acquisizioni filosofiche dovute al perfezionamento del microscopio e della
sperimentazione di laboratorio, ma poi veniva filtrata letterariamente
attraverso uno stile lirico in cui domina il senso della meraviglia e della
fantasia. E un atteggiamento positivista romanticheggiante che tende a vedere
nella natura l'aspetto pre-cosciente del mondo umano. Coerentemente con
questi interessi, vi fu anche quello per la filosofia dell'inconscio di Hartmann
che apre quella linea di interpretazione della psicologia in senso
anti-meccanicistico che sfociò nella psicanalisi freudiana. È evidente in
queste letture come in quella successiva di J. Sully sulla psicologia
un'attrazione verso il mondo piccolo dei fenomeni naturali e psicologicamente
elementari che tanto fortemente caratterizza tutta la sua poesia. E non solo la
sua. La cultura filosofica ha coltivato un particolare culto per il mondo
dell'infanzia, dapprima, in un senso culturale più generico, poi, con un più
accentuato intendimento psicologico. I Romantici, sulla scia di VICO (si veda)
e di Rousseau, paragonano l'infanzia allo stato primordiale di natura dell'umanità,
inteso come una sorta di età dell'oro. Si comincia ad analizzare in modo
più realistico e scientifico la psicologia, portando l'attenzione del individuo
in sé, caratterizzato da una propria realtà di riferimento. La filosofia produce
una quantità considerevole di saggi che costituirono la vera letteratura di
massa. Parliamo delle innumerevoli raccolte di fiabe dei fratelli Grimm di Andersen, di Ruskin, Wilde, Maeterlinck; o
come il capolavoro di Dodgson, Alice nel Paese delle Meraviglie (cf. Pinocchio,
Cuore). Oppure i libri di avventura adatti anche all'infanzia, come i romanzi
di Verne, Kipling, Twain, Salgari, London. Saggi sull'infanzia, dall'intento
moralistico ed educativo, come Senza famiglia di Malot, Il piccolo Lord di
Burnett, Piccole donne di Alcott e i celeberrimi “Cuore” di De Amicis e “Pinocchio”
di Collodi. Tutto questo ci serve a ricondurre, naturalmente, la sua teoria della
poesia come intuizione pura e ingenua, espressa nella poetica del fanciullino,
ai riflessi di un vasto ambiente filosofico che e assolutamente maturo per
accogliere la sua proposta. In questo senso non si può parlare di una vera
novità, quanto piuttosto della sensibilità con cui sa cogliere un gusto diffuso
e un interesse già educato, traducendoli in quella grande poesia che all'Italia
manca dall'epoca di Leopardi. Per quanto riguarda il linguaggio, ricerca una
sorta di musicalità evocativa, accentuando l'elemento sonoro del verso, secondo
il modello dei poeti maledetti Verlaine e Mallarmé. La poesia come nido che
protegge dal mondo. La poesia ha natura irrazionale e con essa si può giungere
alla verità di ogni cosa. Il poeta deve essere un poeta-fanciullo che arriva a
questa verità mediante l'irrazionalità e l'intuizione. Rifiuta quindi la
ragione e, di conseguenza, rifiuta il positivismo, che e l'esaltazione della
ragione stessa e del progresso, approdando così al decadentismo. La poesia
diventa così analogica, cioè senza apparente connessione tra due o più realtà
che vengono rappresentate; ma in realtà una connessione, a volte anche un po'
forzata, è presente tra i concetti, e il poeta spesso e volentieri è costretto
a voli vertiginosi per mettere in comunicazione questi concetti. La poesia
irrazionale o analogica è una poesia di svelamento o di scoperta e non di
invenzione. I motivi principali di questa poesia devono essere "umili
cose": cose della vita quotidiana, cose modeste o familiari. A questo si
unisce il ricordo ossessivo dei suoi morti, le cui presenze aleggiano
continuamente nel “nido”, riproponendo il passato di lutti e di dolori e
inibendo al poeta ogni rapporto con la realtà esterna, ogni vita di relazione,
che viene sentita come un tradimento nei confronti dei legami oscuri, viscerali
del nido. Il duomo, al cui suono della campana si fa riferimento ne L'ora di
Barga Nella vita dei letterati italiani degli ultimi due secoli ricorre
pressoché costantemente la contrapposizione problematica tra mondo cittadino e
mondo agreste, intesi come portatori di valori opposti: mentre la campagna
appare sempre più come il paradiso perduto dei valori morali e culturali, la
città diviene simbolo di una condizione umana maledetta e snaturata, vittima
della degradazione morale causata da un ideale di progresso puramente
materiale. Questa contrapposizione può essere interpretata sia alla luce
dell'arretratezza economica e culturale di gran parte dell'Italia rispetto
all'evoluzione industriale delle grandi nazioni europee, sia come conseguenza
della divisione politica e della mancanza di una grande metropoli unificante
come erano Parigi per la Francia e Londra per l'Inghilterra. I luoghi poetici
della terra, del borgo, dell'umile popolo che ricorrono fino agli anni del
primo dopoguerra non fanno che ripetere il sogno di una piccola patria
lontana,che l'ideale unitario vagheggiato o realizzato non spegne mai del
tutto. Decisivo nella continuazione di questa tradizione fu proprio Pascoli,
anche se i suoi motivi non furono quelli tipicamente ideologici degli altri
scrittori, ma nacquero da radici più intimistiche e soggettive. Scrive al pittore
De Witt. C'è del gran dolore e del gran mistero nel mondo; ma nella vita
semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in
campagna, c'è gran consolazione, la quale pure non basta a liberarci
dall'immutabile destino». In questa contrapposizione tra l'esteriorità della
vita sociale (e cittadina) e l'interiorità dell'esistenza familiare e agreste si
racchiude l'idea dominanteaccanto a quella della mortedella poesia pascoliana.
Dalla casa di Castelvecchio, dolcemente protetta dai boschi della Media Valle
del Serchio, non usce più (psicologicamente parlando) fino alla morte. Pur
continuando in un intenso lavoro di pubblicazioni poetiche e saggistiche, e
accettando di succedere a Carducci sulla cattedra dell'Bologna, egli ci ha
lasciato del mondo una visione univocamente ristretta attorno ad un
"centro", rappresentato dal mistero della natura e dal rapporto tra
amore e morte. Fu come se, sopraffatto da un'angoscia impossibile a dominarsi,
il poeta avesse trovato nello strumento intellettuale del componimento poetico
l'unico mezzo per costringere le paure e i fantasmi dell'esistenza in un
recinto ben delimitato, al di fuori del quale egli potesse continuare una vita
di normali relazioni umane. A questo "recinto" poetico egli lavorò
con straordinario impegno creativo, costruendo una raccolta di versi e di forme
che la letteratura italiana non vedeva, per complessità e varietà, dai tempi di
Chiabrera. La ricercatezza quasi sofisticata, e artificiosa nella sua eleganza,
delle strutture metriche scelte da P. mescolanza di novenari, quinari e
quaternari nello stesso componimento, e così viaè stata interpretata come un
paziente e attento lavoro di organizzazione razionale della forma poetica
attorno a contenuti psicologici informi e incontrollabili che premevano
dall'inconscio. Insomma, esattamente il contrario di quanto i simbolisti
francesi e le altre avanguardie artistiche proclamano nei confronti della
spontaneità espressiva. Frontespizio di un'edizione del discorso
socialista e nazionalista di P. La Grande Proletaria si è mossa, in favore
della guerra di Libia. Anche se l'ultima fase della produzione pascoliana è
ricca di tematiche socio-politiche (Odi e inni, comprendenti gli inni Ad
Antonio Fratti, Al re Umberto, Al Duca degli Abruzzi e ai suoi compagni,
Andrée, nonché l'ode, aggiunta nella terza edizione, Chavez; Poemi italici;
Poemi del Risorgimento; nonché il celebre discorso La grande Proletaria si è
mossa, tenuto in occasione di una
manifestazione a favore dei feriti della guerra di Libia), non c'è dubbio
che la sua opera più significativa è rappresentata dai volumi poetici che
comprendono le raccolte di Myricae e dei Canti di Castelvecchio, nei quali il
poeta trae spunto dall'ambiente a lui familiare come la Ferrovia Lucca-Aulla
("In viaggio"), nonché parte dei Poemetti. Il mondo di P. è tutto lì:
la natura come luogo dell'anima dal quale contemplare la morte come ricordo dei
lutti privati. Troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensiero della morte,
senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un
delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico. D'altra parte queste
poesie sono nate quasi tutte in campagna; e non c'è visione che più campeggi o
sul bianco della gran nave o sul verde delle selve o sul biondo del grano, che
quella dei trasporti o delle comunioni che passano: e non c'è suono che più si
distingua sul fragor dei fiumi e dei ruscelli, su lo stormir delle piante, sul
canto delle cicale e degli uccelli, che quello delle Avemarie. Crescano e
fioriscano intorno all'antica tomba della mia giovane madre queste myricae
(diciamo cesti o stipe) autunnali. Dalla Prefazione di P. ai Canti di
Castelvecchio. Il poeta e il fanciullino. Il poeta è poeta, non oratore o predicatore,
non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di
stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del Carducci, un artiere che foggi
spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che
nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale
infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli
altri trasmette l'uno e l'altra. Da Il fanciullino. Uno dei tratti salienti per
i quali è passato alla storia della letteratura è la cosiddetta poetica del
fanciullino, da lui stesso esplicitata nello scritto omonimo apparso sulla
rivista Il Marzocco. Influenzato dalla psicologia di J. Sully e dalla filosofia
dell'inconscio di Hartmann, dà una definizione assolutamente compiutaalmeno
secondo il suo punto di vistadella poesia (dichiarazione poetica). Si tratta di
un testo di 20 capitoli, in cui si svolge il dialogo fra il poeta e la sua
anima di fanciullino, simbolo: dei margini di purezza e candore,
che sopravvivono nell'uomo adulto. Della poesia e delle potenzialità
latenti di scrittura poetica nel fondo dell'animo umano. Caratteristiche del
fanciullino. Rimane piccolo anche quando noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce
ed egli fa sentire il suo tinnulo squillo come di campanella".
"Piange e ride senza un perché di cose, che sfuggono ai nostri sensi ed
alla nostra ragione". "Guarda tutte le cose con stupore e con
meraviglia, non coglie i rapporti logici di causaeffetto, ma intuisce. Scopre
nelle cose le relazioni più ingegnose. Riempie ogni oggetto della propria
immaginazione e dei propri ricordi (soggettivazione), trasformandolo in simbolo.
Una rondine. Gli uccelli e la natura, con precisione del lessico zoologico e
botanico ma anche con semplicità, sono stati spesso cantati da P. Il poeta
allora mantiene una razionalità di fondo, organizzatrice della metrica poetica,
ma: Possiede una sensibilità speciale, che gli consente di caricare di
significati ulteriori e misteriosi anche gli oggetti più comuni. Comunica
verità latenti agli uomini -- è Adamo, che mette nome atutto ciò che vede e
sente (secondo il proprio personale modo di sentire, che tuttavia ha portata
universale). Deve saper combinare il talento della fanciullezza (saper vedere),
con quello della vecchiaia (saper dire). Percepisce l'essenza delle cose e non
la loro apparenza fenomenica. La poesia, quindi, è tale solo quando riesce a
parlarecon la voce del fanciullo ed è vista come la perenne capacità di
stupirsi tipica del mondo infantile, in una disposizione irrazionale che
permane nell'uomo anche quando questi si è ormai allontanato, almeno
cronologicamente, dall'infanzia propriamente intesa. È una realtà ontologica.
Ha scarso rilievo la dimensione storica (trova suoi interlocutori in Virgilio,
come se non vi fossero secoli e secoli di mezzo. La poesia vive fuori dal tempo
ed esiste in quanto tale. Nel fare poesia una realtà ontologica (il
poeta-microcosmo) si interroga suun'altra realtà ontologica (il
mondo-macrocosmo); ma per essere poeta è necessario confondersi con la realtà
circostante senza cheil proprio punto di vista personale e preciso
interferisca: il poeta si impone la rinuncia a parlare di se stesso, tranne in
poche poesie, in cui esplicitamente parla della sua vicenda personale. È vero
che la vicenda autobiografica dell'autore caratterizza la sua poesia, ma con
connotazioni di portata universale: ad esempio la morte del padre viene
percepita come l'esempio principe della descrizione dell'universo, di
conseguenza gli elementi autenticamente autobiografici sono scarsi, in quanto
raffigura il male del mondo in generale. Tuttavia, nel passo XI del fanciullino,
dichiara che un vero poeta è, più che altro, il suo sentimento e la sua visione
che cerca di trasmettere agli altri. Per cui il poeta rrifiuta. Il classicismo,
che si qualifica per la centralità ed unicità del punto di vista del poeta, che
narra la sua opera ed esprime le proprie sensazioni. il Romanticismo, dove il
poeta fa di sé stesso, dei suoi sentimenti e della sua vita, poesia. La poesia,
così definita, è naturalmente buona ed è occasione di consolazione per l'uomo e
il poeta. Pascoli fu anche commentatore e critico dell'opera di Dante e diresse
inoltre la collana editoriale "Biblioteca dei Popoli". Il limite
della poesia del P. è costituito dall'ostentata pateticità e dall'eccessiva
ricerca dell'effetto commovente. D'altro canto, il merito maggiore attribuibile
al P. e quello di essere riuscito nell'impresa di far uscire la poesia italiana
dall'eccessiva aulicità e retoricità non solo di Carducci e di Leopardi, ma
anche del suo contemporaneo Annunzio. In altre parole, e in grado di creare
finalmente un legame diretto con la poesia d'Oltralpe e di respiro europeo. La
lingua pascoliana è profondamente innovativa. Essa perde il proprio
tradizionale supporto logico, procede per simboli e immagini, con brevi frasi,
musicali e suggestive. La poesia cosmica L'ammasso aperto delle
Pleiadi nella costellazione del Toro. Lo cita col nome dialettale di Chioccetta
ne Il gelsomino notturno. La visione dello spazio buio e stellato è uno dei
temi ricorrenti nella sua poesia Fanno parte di questa produzione pascoliana
liriche come Il bolide (Canti di Castelvecchio) e La vertigine (Nuovi
Poemetti). Il poeta scrive nei versi conclusivi de Il bolide: "E la terra
sentii nell'Universo. Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella. E mi vidi
quaggiù piccolo e sperso errare, tra le stelle, in una stella". Si tratta
di componimenti permeati di spiritualismo e di panteismo (La Vertigine). La
Terra è errante nel vuoto, non più qualcosa di certo; lo spazio aperto è la
vera dimora dell'uomo rapito come da un vento cosmico. Scrive il critico Getto:
" È questo il modo nuovo, autenticamente pascoliano, di avvertire la
realtà cosmica: al geocentrismo praticamente ancora operante nell'emozione
fantastica, nonostante la chiara nozione copernicana sul piano intellettuale,
del Leopardi, il Pascoli sostituisce una visione eliocentrica o addirittura
galassiocentrica: o meglio ancora, una visione in cui non si dà più un centro
di sorta, ma soltanto sussistono voragini misteriose di spazio, di buio e di
fuoco. Di qui quel sentimento di smarrita solitudine che nessuno ancora prima
del Pascoli aveva saputo consegnare alla poesia". La lingua pascoliana P.
disintegra la forma tradizionale del linguaggio poetico: con lui la poesia
italiana perde il suo tradizionale supporto logico, procede per simboli ed
immagini, con frasi brevi, musicali e suggestive. Il linguaggio è fonosimbolico
con un frequente uso di onomatopee, metafore, sinestesie, allitterazioni,
anafore, vocaboli delle lingue speciali (gerghi). La disintegrazione della
forma tradizionale comporta "il concepire per immagini isolate (il
frammentismo), il periodo di frasi brevi e a sobbalzi (senza indicazione di
passaggi intermedi, di modi di sutura), pacatamente musicali e suggestive; la
parola circondata di silenzio. Ha rotto la frontiera tra grammaticalità e
evocatività della lingua. E non solo ha infranto la frontiera tra
pregrammaticalità e semanticità, ma ha anche annullato "il confine tra
melodicità ed icasticità, cioè tra fluido corrente, continuità del discorso, e
immagini isolate autosufficienti. In una parola egli ha rotto la frontiera
fra determinato e indeterminato". Pascoli e il mondo degli animali In
un'epoca storica in cui il mondo degli animali rappresenta un'entità assai
ridotta nella vita degli uomini e dei loro sentimenti, quasi esclusivamente
relegato agli aspetti di utilizzo pratico e di supporto al lavoro, soprattutto
agricolo, P. riconosce la loro dignità e squarcia un'originale apertura
sull'esistenza delle specie animali e sul loro originale mondo di relazioni.
Come scrive Solfanelli, P. si avvede assai presto che il suo amore per la
natura gli permette di vivere le esperienze più appaganti, se non fondamentali,
della sua vita. Lui vede negli animali delle creature perfette da rispettare,
da amare e da accudire al pari degli esseri umani; infatti, si relaziona con
essi, ci parla di loro e, spesso, prega affinché possano avere un'anima per poterli
rivedere un giorno. Saggi: “Myricae” (Livorno, Giusti); “Lyra romana ad uso
delle scuole classiche” (Livorno, Giusti, -- antologia di scritti latini per la
scuola superiore – “Pensieri sull'arte poetica, ne Il Marzocco (meglio noto come Il fanciullino) Iugurtha.
Carmen Johannis Pascoli ex castro Sancti Mauri civis liburnensis et Bargaei in
certamine poetico Hoeufftiano magna laude ornatum, Amstelodami, Apud Io.
Mullerum, (poemetto latino) “Epos” (Livorno, Giusti); (antologia di autori
latini) Poemetti, Firenze, Paggi, “Minerva oscura. Prolegomeni: la costruzione
morale del poema di Dante” (Livorno, Giusti); “Intorno alla Minerva oscura” (Napoli,
Pierro); “Sull’imitare. Poesie e prose per la scuola italiana (Milano-Palermo,
Sandron). (antologia di poesie e prose per la scuola), “Sotto il velame. Saggio
di un'interpretazione generale del poema sacro” (Messina, Vincenzo Muglia); “Fior
da fiore. Prose e poesie scelte per le scuole secondarie inferiori”
Milano-Palermo, Sandron, (antologia di
prose e poesie italiane per le scuole medie); “La mirabile visione. Abbozzo d'una
storia della Divina Comedia” (Messina, Vincenzo Muglia); “Canti di
Castelvecchio, Bologna, Zanichelli); “Primi poemetti, Bologna, Zanichelli); “Poemi
conviviali, Bologna, Zanichelli, Odi e
Inni. Bologna, Zanichelli, Pensieri e discorsi. Bologna, Zanichelli, Nuovi
poemetti” (Bologna, Zanichelli); “Canzoni di re Enzio La canzone del Carroccio”
(Bologna, Zanichelli); “La canzone del Paradiso” (Bologna, Zanichelli); “La
canzone dell'Olifante” (Bologna, Zanichelli); “Poemi italici” (Bologna,
Zanichelli); “La grande proletaria si è mossa -- iscorso tenuto a Barga per i
nostri morti e feriti (La Tribuna); “Poesie varie, Bologna, Zanichelli); “Poemi
del Risorgimento, Bologna, Zanichelli); “Patria e umanità. Raccolta di scritti
e discorsi” (Bologna, Zanichelli); Carmina” (Bononiae, Zanichelli); (poesie
latine) Nell'anno Mille. Dramma” (Bologna, Zanichelli); (dramma incompiuto) Nell'anno
Mille. Sue notizie e schemi di altri drammi” (Bologna, Zanichelli); “Antico
sempre nuovo. Scritti vari di argomento latino” (Bologna, Zanichelli). “Myricae”
è la prima vera e propria raccolta delle sue poesie, nonché una delle più
amate. Il titolo riprende una citazione di Virgilio all'inizio della IV
Bucolica in cui il poeta latino proclama di innalzare il tono poetico poiché
"non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici" (non omnes
arbusta iuvant humilesque myricae). Pascoli invece propone
"quadretti" di vita campestre in cui vengono evidenziati particolari,
colori, luci, suoni i quali hanno natura ignota e misteriosa. Crebbe per il
numero delle poesie in esso raccolte. La sua prima edizione, raccoglie soltanto
22 poesie dedicate alle nozze di amici. La raccolta definitiva comprendeva 156
liriche del poeta. I componimenti sono dedicati al ciclo delle stagioni, al
lavoro dei campi e alla vita contadina. Le myricae, le umili tamerici,
diventano un simbolo delle tematiche del P. ed evocano riflessioni
profonde. La descrizione realistica cela un significato più ampio così
che, dal mondo contadino si arriva poi ad un significato universale. La
rappresentazione della vita nei campi e della condizione contadina è solo
all'apparenza il messaggio che il poeta vuole trasmettere con le sue opere. In
realtà questa frettolosa interpretazione della poetica pascoliana fa da
scenario a stati d'animo come inquietudini ed emozioni. Il significato delle
Myricae va quindi oltre l'apparenza. Compare la poesia Novembre, mentre nelle
successive compariranno anche altri componimenti come L'Assiuolo. P. ha
dedicato questa raccolta alla memoria di suo padre ("A Ruggero P., mio
padre"). La poesia-pensiero del profondo attinge all'inconscio e tocca
all'universale attraverso un mondo delle referenze condiviso da tutti. Anche
autore di poesie in lingua latina e con esse vinse per ben tredici volte il
Certamen Hoeufftianum, un prestigioso concorso di poesia latina che annualmente
si teneva ad Amsterdam. La produzione latina accompagnò il poeta per tutta la
sua vita: dai primi componimenti scritti sui banchi del collegio degli Scolopi
di Urbino, fino al poemetto Thallusa, la cui vittoria il poeta apprese solo sul
letto di morte. In particolare, l'anno
1892 fu insieme l'anno della sua prima premiazione con il poemetto “Veianus” e
l'anno della stesura definitiva delle Myricae. Tra la sua produzione latina, vi
è anche il carme alcaico Corda Fratres, inno della confraternita studentesca
meglio nota come Corda Fratres. Ama molto il latino, che può essere considerato
la sua lingua del cuore. Il poeta scriveva in latino, prendeva appunti in
latino, spesso pensava in latino, trasponendo poi espressioni latine in
italiano; la sorella Maria ricorda che dal suo letto di morte P. parlò in
latino, anche se la notizia è considerata dai più poco attendibile, dal momento
che la sorella non conosceva questa lingua. Per lungo tempo la produzione
latina pascoliana non ha ricevuto l'attenzione che merita, essendo stata
erroneamente considerata quale un semplice esercizio del poeta. In quegli anni
non era infatti l'unico a cimentarsi nella poesia latina (G. Giacoletti, un
insegnante nel collegio degli Scolopi di Urbino frequentato da lui, vinse
l'edizione del Certamen con un poemetto sulle locomotive a vapore. Ma lo fa in
maniera nuova e con risultati, poetici e linguistici, sorprendenti.
L'attenzione verso questi componimenti si accese con la raccolta curata da E. Pistelli
col saggio di A. Gandiglio. Esistono
delle traduzioni in lingua italiana delle sue poesie latine quali quella curata
da M. Valgimigli o le traduzioni di E. Mandruzzato. Tuttavia la produzione
latina ha un significato fondamentale, essendo coerente con la poetica del
Fanciullino, la cifra del pensiero pascoliano. In realtà, la poetica del
Fanciullino è la confluenza di due differenti poetiche: la poetica della
memoria e la poetica delle cose. Gran parte della poesia pascoliana nasce dalle
memorie, dolci e tristi, della sua infanzia. Ditelo voi, se la poesia non è
solo in ciò che fu e in ciò che sarà, in ciò che è morto e in ciò che è sogno!
E dite voi, se il sogno più bello non è sempre quello in cui rivive ciò che è
morto". Pascoli dunque intende fare rivivere ciò che è morto, attingendo non
solo al proprio ricordo personale, bensì travalica la propria esperienza,
descrivendo personaggi facenti parte anche dell'evo antico: infanzia e mondo
antico sono le età nelle quali l'uomo vive o è vissuto più vicino ad una sorta
di stato di natura. "Io sento nel cuore dolori antichissimi, pure ancor
pungenti. Dove e quando ho provato tanti martori? Sofferto tante ingiustizie?
Da quanti secoli vive al dolore l'anima mia? Ero io forse uno di quegli schiavi
che giravano la macina al buio, affamati, con la museruola?".
Contro la mortedelle lingue, degli uomini e delle epocheil poeta si appella
alla poesia: essa è la sola, la vera vittoria umana contro la morte.
"L'uomo alla morte deve disputare, contrastare, ritogliere quanto
può". Ma da ciò non consegue di necessità l'uso del latino. Qui
interviene l'altra e complementare poetica pascoliana: la poetica delle cose.
"Vedere e udire: altro non deve il poeta. Il poeta è l'arpa che un soffio
anima, è la lastra che un raggio dipinge. La poesia è nelle cose". Ma
questa aderenza alle cose ha una conseguenza linguistica di estrema importanza,
ogni cosa deve parlare quanto più è possibile con la propria voce: gli esseri
della natura con l'onomatopea, i contadini col vernacolo, gli emigranti con
l'italo-americano, Re Enzio col bolognese del Duecento; i Romani, naturalmente,
parleranno in latino. Dunque il bilinguismo di Pascoli in realtà è solo una
faccia del suo plurilinguismo. Bisogna tenere conto anche di un altro elemento:
il latino del Pascoli non è la lingua che abbiamo appreso a scuola. Questo è
forse il secondo motivo per il quale la produzione latina pascoliana è stata
per anni oggetto di scarso interesse: per poter leggere i suoi poemetti latini
è necessario essere esperti non solo del latino in generale, ma anche del
latino di Pascoli. Si è già fatto menzione del fatto che nello stesso periodo,
e anche prima di lui, altri autori avevano scritto in latino; scrivere in
latino per un moderno comporta due differenti e contrapposti rischi. L'autore
che si cimenti in questa impresa potrebbe, da una parte, incappare nell'errore
di esprimere una sensibilità moderna in una lingua classica, cadendo in un
latino maccheronico; oppure potrebbe semplicemente imitare gli autori classici,
senza apportare alcuna novità alla letteratura latina. Pascoli invece
reinventa il latino, lo plasma, piega la lingua perché possa esprimere una
sensibilità moderna, perché possa essere una lingua contemporanea. Se oggi noi
parlassimo ancora latino, forse parleremmo il latino di P. (cfr. A. Traina,
Saggio sul latino del Pascoli, Pàtron). Numerosi sono i componimenti, in genere
raggruppati in diverse raccolte secondo l'edizione del Gandiglio, tra le quali:
Poemata Christiana, Liber de Poetis, Res Romanae, Odi et Hymni. Due sembrano
essere i temi favoriti del poeta: Orazio, poeta della aurea mediocritas, che
Pascoli sentiva come suo alter ego, e le madri orbate, cioè private del loro
figlio (cfr. Thallusa, Pomponia Graecina, Rufius Crispinus). In quest'ultimo
caso il poeta sembra come ribaltare la sua esperienza personale di orfano,
privando invece le madri del loro ocellus ("occhietto", come Thallusa
chiama il bambino). I “Poemata Christiana” sono da considerarsi il suo
capolavoro in lingua latina. In essi Pascoli traccia, attraverso i vari
poemetti, tutti in esametri, la storia del Cristianesimo in Occidente: dal
ritorno a Roma del centurione che assistette alla morte di Cristo sul Golgota
(Centurio), alla penetrazione del Cristianesimo nella società romana, dapprima
attraverso gli strati sociali di condizione servile (Thallusa), poi attraverso
la nobiltà romana “(Pomponia Graecina”), fino al tramonto del paganesimo (“Fanum
Apollinis”). La sua biblioteca e il suo archivio sono conservati sia
nella Casa museo Pascoli a Castelvecchio Pascoli frazione di Barga, sia nella
Biblioteca statale di Lucca. A San Mauro la sua casa natale è sede di un museo
dedicato alla sua memoria e dichiarata Monumento nazionale. Gli vengono
dedicate importanti iniziative in tutta la Penisola. Viene coniata una moneta
celebrativa da due euro con l'effige del Poeta. Il delitto Ruggero Pascoli Omicidio
Pascoli. Il complotto (Mimesis) F.
Biondolillo, La poesia, Maria P., Autografo Memorie, Alice Cencetti, una biografia critica, Le Lettere, G.
Pascoli, L'avvento, in Pensieri e discorsi: «Che è? siamo malfattori anche noi?
Oh! no: noi non vorremmo vedere quelle catene, quella gabbia, quelle armi nude
intorno a quell'uomo; vorremmo non sapere ch'egli sarà chiuso, vivo, per anni e
anni e anni, per sempre, in un sepolcro; vorremmo non pensare ch'egli non
abbraccerà più la donna che fu sua, ch'egli non vedrà più, se non reso
irriconoscibile e ignominioso dall'orrida acconciatura dell'ergastolo, i figli
suoi... Ma egli ha ucciso, ha fatto degli orfani, che non vedranno più affatto
il loro padre, mai, mai, mai! E vero: punitelo! è giusto! Ma non si
potrebbe trovare il modo di punirlo con qualcosa di diverso da ciò ch'egli
commise?... Così esso assomiglia troppo alle sue vittime! Così andranno sopra
lui alcune delle lagrime che spettano alle sue vittime! Le sue vittime vogliono
tutta per loro la pietà che in parte s'è disviata in pro' di lui. Non essere
così ragionevole, o Giustizia. Perdona più che puoi. Più che posso? Ella dice
di non potere affatto. Se gli uomini, ella soggiunge, fossero a tal grado di
moralità da sentire veramente quell'orrore al delitto, che tu dici, si potrebbe
lasciare che il delitto fosse pena a sè stesso, senza bisogno di mannaie e
catene, di morte o mortificazione. Ma... Ma non vede dunque la giustizia che
quest'orrore al delitto gli uomini lo mostrano appunto già assai, quando
abominano, in palese o nel cuore, il delitto anche se è dato in pena d'altro
delitto, ossia nella forma in cui parrebbe più tollerabile?» La storia dell'I.I.S. Raffaello. Bulferetti, L'uomo,
il maestro, il poeta, Libreria Editrice Milanese, Piero Bianconi, P., Morcelliana, Giuseppe
Galzerano, Giovanni Passannante, Casalvelino Scalo, Ugoberto Alfassio Grimaldi,
Il re "buono", Feltrinelli, Per approfondire gli anni giovanili del
Poeta e l'impegno politico vedi: R. Boschetti, "Il giovane. Attraverso le
ombre della giovinezza", realizzato
in occasione della mostra omonima allestita presso il Museo Casa P. di San
Mauro P. Per approfondire gli anni di
ricostruzione del "nido" con le sorelle e scoprire nuovi elementi che
aggiornino la vecchia idea tramandata dalla sorella Mariù, in base alla quale
il principale desiderio del fratello era quello di ricostruire la famiglia con
le sorelle, senza alcuno slancio amoroso verso l'esterno, si veda: Rosita
Boschetti, Gori, U. Sereni "Vita immagini ritratti", Parma, Step. Il rinvenimento è opera di G. Ruggio,
Conservatore di casa P. a Castelvecchio, il documento fu acquistato dal Grande
Oriente d'Italia ad un'asta di manoscritti storici della casa Bloomsbury, e la
notizia fu resa nota al grande pubblico per la prima volta ne Il Corriere della
Sera, Filmato audio S. Ruotolo e G. Bernardo,
Massoneria, politica e mafia. L'ex-Gran Maestro: "Ecco i segreti che non
ho mai rivelato a nessuno", fanpage al minuto 2:28. Citazione: La loggia
P2 non è stata inventata da Gelli, ma risale alla seconda metà dell'Ottocento
in cui il Gran Maestro per dare una certa riservatezza a personaggi che erano i
vertici del Governo, i militari di altissimo livello, poeti come Carducci e P.
Si disse: «evitiamo che questi personaggi svolgano la loro attività massonica
nelle logge, almeno per evitare un fastidio»
Vi fu professore straordinario di grammatica greca e latina,Vi insegnò
letteratura latina come Professore. Fu nominato professore di grammatica greca
e latina. Le date sulle docenze
universitarie sono prese da Perugi, "Nota biografica", in P., Opere,
tomo I, Milano-Napoli: Ricciardi, Rosita Boschetti, P. innamorato: la vita
sentimentale del poeta di San Mauro: catalogo, San Mauro Pascoli, Comune,. Cfr. sempre Boschetti, op. cit, pag. 28. Scrive
da Matera a Raffaele la lista delle sue spese. 65 lire al mese per mangiare, 25
per dormire, 7 alla serva, 2 al casino (necessità), 15 in libri (più che
necessità)». Fondazione P.: la vita, Ruggio, P. Tutto il racconto della vita
tormentata di un grande poeta Vittorino
Andreoli, I segreti di casa Pascoli, recensione qui Testo dell'"Inno a Roma" Testo di "Al corbezzolo" Fondazione P.: la vita, Maria Pascoli, Lungo la vita di P.
Pascoli: il lutto, il triangolo, il classico e il decadentista. Andreoli, op.
cit Maria Pascoli, Lungo la vita (Milano,
Mondadori); Getto, poeta astrale, in "Studi per il centenario della
nascita di P.". Commissione per i testi di lingua, Bologna, Fondazione Giovanni
Pascoli Nuovi poemetti, Schiaffini, Disintegratore della forma poetica
tradizionale, in "Omaggio a P.",
G. Contini, Il linguaggio di Pascoli, in "Studi pascoliani",
Lega, Faenza, Maria Cristina Solfanelli, Gli animali da cortile, Chieti, Tabula
fati,. Vegliante. Alberto Fraccacreta, Le ninfe di Vegliante,
su Succedeoggi. Santo, Cammei Pascoliani: analisi, illustrazione, esegèsi dei
carmi latini e greci minori di P., Giacoletti, De lebetis materie et forma
eiusque tutela in machinis vaporis vi agentibus carmen didascalicum,
Amstelodami: C. G. Van Der Post, Ioannis Pascoli carmina; collegit Maria soror;
edidit H. Pistelli; exornavit A. De Karolis, Bononiae: Zanichelli, Ioannis
Pascoli Carminibus; mandatu Maria sororis recognitis; appendicem criticam
addidit Adolphus Gandiglio, Bononiae: sumptu Zanichelli); Poesie latine; Manara
Valgimigli, Milano: A. Mondadori, Giovanni Pascoli, Poemi cristiani;
introduzione e commento di Alfonso Traina; traduzione di Enzo Mandruzzato,
Milano: Biblioteca universale Rizzoli, Carte pascoliane della Biblioteca
Statale di Lucca, su//pascoli.archivi.beniculturali/. Museo di Casa Pascoli, su
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Frammenti su "Digitale purpurea" nei "Primi poemetti" di
Pascoli", in Poesia e critica del Novecento, Napoli, Liguori, Ruggio, Pascoli:
tutto il racconto della vita tormentata di un grande poeta, Milano, Simonelli, Franco
Lanza, scritti editi ed inediti, Bologna, Boni, Marina Marcolini, Pascoli
prosatore: indagini critiche su "Pensieri e discorsi", Modena,
Mucchi, Maria Santini, Candida Soror: tutto il racconto della vita di Mariù
Pascoli la più adorata sorella del poeta della Cavalla storna, Milano,
Simonelli, Le Petit Enfant trad. dall'italiano, introd. e annotato da
Levergeois (prima edizione francese del Fanciullino in Francia), Parigi, Maule,
"L'Absolu Singulier", Mazzanti, I segreti del "nido". Le
carte di Giovan
ni e Maria Pascoli a Castelvecchio, in
Castagnola, Archivi letterari del '900, Firenze, Cesati, Martelli, Pascoli, tra
rima e sciolto, Firenze, Società Editrice Fiorentina, Pietro Montorfani e
Federica Alziati, Giovanni Pascoli, Bologna, Massimiliano Boni, Massimo Rossi,
Giovanni Pascoli traduttore dei poeti latini, in "Critica
Letteraria", Mario Buonofiglio, Lampi e cortocircuiti. Il linguaggio
binario ne "Il lampo" di Giovanni Pascoli, in "Il Segnale",
ora disponibile in Academia Andrea Galgano, Di là delle siepi. Leopardi e
Pascoli tra memoria e nido, Roma, Aracne editrice, Colella, "Conducendo i
sogni, echi e fantasmi d'opere canore". Pascoli, Dandolo e l'onirismo
'conviviale', in "Rivista Pascoliana", Vegliante, L'impensé la
poésieChoix de poèmes, Sesto San Giovanni, Mimésis,. Accademia Pascoliana;
Ruggero Pascoli Decadentismo Digitale purpurea Giosuè Carducci Gabriele
D'Annunzio Severino Ferrari Luigi d'Isengard Augusto Vicinelli Socialismo
utopico Thallusa. Treccani Dizionario biografico degli italiani -- italiana di
Giovanni Pascoli, su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica,
Fantascienza.com. nello specchio delle sue carte. Fondazione Giovanni Pascoli.
Giuseppe Bonghi. testi con concordanze, lista delle parole e lista di frequenza
Manara Valgimigli, Poesie latine, Mondadori, Casa Pascoli. "Poemi
conviviali". CROCE, P. STUDIO CRITICO BARI LATERZA TIPOGRAFI EDITORI
L1BRAI PROPRIETÀ LETTERARIA. AVVERTENZA. La buona accoglienza fatta alla
ristampa in volume separato del saggio su Carducci ci muove a ristampare nella
stessa forma il saggio che su P. Croce raccole nella sua Letteratura della
nuova Italia. Abbiamo fatto seguire ad esso la risposta che Croce fa ai suoi
critici, e due saggi nei quali egli ritorna sul suo vecchio giudizio per
ribadirlo e particolareggiarlo. In appendice è un cenno e un saggio delle
discussioni sollevate di recente su P., a proposito di questi scritti del
Croce. Leggo alcune delle più celebrate poesie di P., e ne provo una strana
impressione. Mi piacciono? mi spiacciono? SI, no: non so. Non mi smarrisco per
questo, e non me la prendo né con la insufficienza mia né con quella del poeta.
So bene che il giudizio dell'arte, benché si fondi sulla ingenua impressione,
non si esaurisce nelle cosiddette prime impressioni, e che Ruggero Bonghi
fraintese quando scambiò e criticò Tuna per le altre, la logica della fan-
tasia per la illogica del capriccio. E so bene che artisti assai energici
disorientano, alla prima, il lettore: s'impegna come una lotta tra l'anima
conquis tatrice e un'altra che non vuole — eppur vuole, — lasciarsi
conquistare: lotta di amori estetici, arieggiante quasi quella dei sessi che
corre attraverso tutto il mondo animale e che testé il De Gourmont ci ha descritta
in un suo libro popolare. Dunque, non mi smarrisco, mi rimetto all'opera,
rileggo e rileggo ancora. Ma, per quanto rilegga, per quanto torni a quella
lettura dopo lunghe pause, la strana perplessità si rinnova. Odi et amo: come
mai? Nescio: sed fieri sentio et excrucior. Non è poeta grande colui che ha
concepito / due cugini? I due bambini giocano tra loro, e si amano: quando si
vedono, corrono, anzi volano l'uno verso l'altro, con tale impeto di gioiosità
infantile abbracciandosi, che i loro ber- retti cascano e i capelli biondi
mescolano i riccioli. Ma quei giuochi, quegli amori sono spezzati: l'uno dei
due, il maschietto, muore: appassi come rosa che in boccio appassisce
nell'orto. E l'altra resta legata a lui: è «la piccola sposa del piccolo morto ».
La bambina cresce: si cresce rapidamente in quegli anni: si fa giovinetta, già
quasi donna. Ma l'altro no: si è fermato: colà dove l'hanno deposto, non si
cresce. Sembra che, quando rivede la sua cuginetta, che si svolge e fiorisce
col misterioso irrefrenabile impulso della vita e del sesso, egli le stia
innanzi tra mera- vigliato, smarrito e umiliato: col capo non giunge al seno
tuo nuovo, che ignora. Quella l'ama sempre: sempre le par di udir intorno a sé
« la fretta dei taciti piedi». Ma il morto non le sorride: la giovinetta
fiorente non è più, per lui, la compagna di una volta; sente che gli è
sfuggita, che non gli appartiene più: piangendo l'antica sventura, tentenna il
suo capo di bimbo. Movimenti ed immagini di grande bellezza, cer- tamente. Ma,
per un altro verso, già nel metro adottato, la terzina di novenari, si avverte
qual- cosa non saprei se di ba llato o di ansimante, che stona con la calma
sospirosa e dolorosa del piccolo idillio triste. La struttura generale è
spiacevolmente simmetrica: divisa in tre parti, che paiono le tre proposizioni
di un sillogismo. Il principio è un ex-abrupto, non libero di enfasi o di
teatralità: S'amavano i bimbi cugini; l'immagine, che segue, è leziosa: pareva
l'incontro di loro l'incontro di due lucherini. L'insistenza è soverchia, e
anche di effetti tor- bidi. È stupendamente detto: Tu, piccola sposa,
crescesti; man mano intrecciavi i capelli, man mano allungavi le vesti. E il
crescere veduto realisticamente, ma soffuso di gentilezza: non ci vorrebbe
altro. Ma no: il metro continua per suo conto: Crescevi sott'occhi che negano
ancora; ed i petali snelli cadevano: il fiore già lega: fatica di paragoni, che
ottenebra e non potenzia l'immagine già perfettamente determinata. E il metro
continua ancora, come un cavallo che, nonostante gli abbiate fatto sentire il
morso, vi trasporta per un altro tratto di via, che non si doveva percorrere:
Ma l'altro non crebbe. Dal mite suo cuore, ora, senza perchè, fioriscono le
margherite e i non ti scordare di me; dove quel senza perchè mi sembra davvero
senza perchè; e la fiorita sulla tomba è roba vieta, resa più vieta ancora
dalla romanticheria di quei « non ti scordare di me », che cascano mollemente
formando la chiusa del paragrafetto. Ahi! lo specchio tersissimo si è
appannato: il capolavoro è rimasto a mezzo, come rosa che in boccio appassisce
nell'orto. Valentino è un altro bambino. Solo un occhio di poeta può scoprire e
far valere un'immagine tanto graziosa. È un contadinello tutto vestito di
nuovo, ma a piedi scalzi: la madre, che lo ha visto tremar di freddo durante il
gennaio, ha messo da parte a soldo a soldo un piccolo gruzzolo; e il gruzzolo è
bastato per comprare il panno della veste e non già anche per la spesa delle
scarpe: il grande sforzo di quella veste lo ha esaurito: Costa : che mamma già
tutto ci spese, quel tintinnante salvadanaio: ora esso è vuoto, e cantò più
d'un mese, per riempirlo, tutto il pollaio. Un solo aggettivo ben collocato è
atto a sugge- rire una serie d'immagini: quasi si vede la povera donna, che scuote
e fa «tintinnare» il rozzo salvadanaio di creta, per accertarsi del tesoretto
che vi ha accumulato con tanto stento: é tu, magro contadinello, restasti a
mezzo, così, con le penne, ma nudi i piedi come un uccello... La figura si
raggentilisce in questo sorriso, fatto d'intenerimento: il contadinello è
magro, diventa leggiero, si associa naturalmente all'immagine dell'uccello.
Come un uccello, egli non prova impaccio né sente il ridicolo del suo
abbigliamento a mezzo: come l'uccello venuto dal mare, che tra il ciliegio
salta, e non sa ch'oltre il beccare, il cantare, l'amare, ci sia qualch'altra
felicità. Capolavoro? Neppur qui. Io ho riferito versi e strofe singole,
trascegliendo nel piccolo com- ponimento. Ma, se ve l'avessi letto intero, ve
ne avrei dato forse un concetto assai minore. Lascio stare il lungo ricamo che
P. fa sul particolare dei piedini nudi. Piedini nudi, dice tutto; ma P.,
invece, non senza giuoco di parole: solo ai piedini provati dal rovo porti la
pelle dei tuoi piedini. E non si contenta: porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì, che non costarono un picciolo... Insopportabile
è, che faccia poi un simile ricamo anche al pollaio, che aveva cosi bene e
sobriamente evocato: e le galline cantavano: Un cocco! ecco ecco un cocco un
cocco per te! Il delicato poeta si è messo a rifare il verso ai polli! E si
resta con quel grido fastidioso negli orecchi, che pur non fa dimenticare del
tutto il «tintinnante salvadanaio». Non meno originale, ossia poetico, è il
Sogno della vergine. Anche la donna che non ha avuto figli, la vergine, è una
madre, madre in potenza: esistono non solo i figli che sono nati, ma i « tigli
non nati», bella immagine che P. ha, a quanto credo, creata lui, e che ritorna
in molti suoi versi. La vergine dorme, e la madre che è in lei sogna in quel
sonno: il sangue, che scorre per le sue membra, le si trasmuta e addolcisce
come in latte: Stupisce le placide vene quel flutto soave e straniero, quel
rivolo labile, lene, d'ignota sorgente, che sembra che inondi di blando mistero
le pie sigillate sue membra. La vaga aspirazione si concreta in un piccolo
essere: il sogno s'intensifica: accanto, ella sente un alito, un piccolo
vagito: Un figlio! che posa sul letto suo vergine! e cerca assetato le fonti
del vergine petto ! E com'è materno quel sogno! Il bambino non sorride,
trionfante di vita: il bambino ha bisogno della difesa di sua madre, che tanto
più lo sogna e l'ama quanto più le par di doverlo difendere: egli «piange il
suo tacito pianto >. Tacito: è un pianto veduto nel sogno. Ma come, d'altro
canto, è lungo quel componimento, la cui sostanza poetica sta tutta nelle poche
immagini ora ricordate! È diviso in cinque parti: vi si descrive in principio
la vergine dormente e il lume che vacilla nell'ombra della stanza: quasi che
tale messa in iscena possa pre- parare in alcun modo la poesia, la quale
comincia solo con l'immagine del sangue che si fa latte. Il Pascoli non se ne
sta alla espressione delle «pie membra sigillate»: spiega: le gracili membra
non sanno lo schianto, non sanno l'amplesso... e la spiegazione ridondante, in
materia così sca- brosa, era da evitare. Neppure sta pago ad escla- mare,
all'improvviso sorgere del bambino che brancola cercando avidamente il seno
della madre: 0 fiore d'un intimo riso dell'anima! che è forse già un comento
piuttosto eloquente che poetico; ma coraenta il comento e dà in argutezze o
agudezas: o fiore non nato da seme, e sbocciato improvviso ! Tu fiore non retto
da stelo, tu luce non nata da fuoco, tu simile a stella del cielo, del cielo
dell'anima... Il bambino è allontanato dal fianco materno e riposto
fantasticamente in una culla. E la culla assume una grande importanza, tanto
che le si rifa il verso come altra volta al pollaio: Si dondola dondola dondola
senza rumore la culla nel mezzo al silenzio profondo; il che è inopportuno, ma
chiaro. E a P. non par chiaro, e aggiunge un paragone: cosi come tacita al
vento, nel tacito lume di luna, si dondola un cirro d'argento. E vi ha, nel
resto del componimento, esortazioni al bimbo perchè sorrida un istante; e vi si
narra il sorgere dell'alba e lo svanire del sogno : narrazione per lo meno
altrettanto esuberante, quanto prima la descrizione della stanza e della
lampada da notte. Il padre del Pascoli fu assassinato, una sera, sulla via
campestre, mentre tornava alla sua casa. La mattina di quel giorno
d'inenarrabile strazio e terrore, l'ultima volta che i suoi lo videro vivo, è
ricordata in ogni minimo particolare: con quel perduto dolore dell'animo che
dice: potevamo non lasciarlo andar via, quel mattino, e sarebbe ancora tra noi!
— E la memoria scopre, o l'illu- sione fa immaginare, particolari quasi
profetici. Il padre stava per salire sulla carrozza, circon- dato dai suoi,
dalla moglie, dai figliuoli grandi e piccini, usciti sulla strada a salutarlo.
Ma, nel- l'appressarsi ch'egli fece al suo cavallo: la più piccina a lui toccò
la mazza. Gli prese il bastone, come per tirarlo indietro, e ruppe in pianto.
Non voleva ch'egli andasse via: non voleva, così, irragionevolmente, come bimba
che era; ed egli dovette ingannarla, per acchetarla: farle credere che
rientrava in casa, ed uscire da un'altra porta. Quella manina di bimba è
indimenticabile. Si sfiora quasi la genia- lità propria dell'artista, che
coglie con un sol tratto un mondo di sentimenti. Ma si sfiora sol- tanto, e si
perde daccapo. Che cosa diventa quel tocco affettuoso e spaventato di debole
manina presaga? E un poco presa egli sentì, ma poco poco la canna, come in un
vignuolo, come v'avesse cominciato il nodo un vilucchino od una passiflora...
Diventa Io-Studio di una presidi manojnfantile. Al quale segue lo studio della
mano: Sì: era presa in una mano molle, manina ancora nuova, così nuova che
tutto ancora non chiudeva a modo. Andiamo innanzi: i bambini attorniano il
padre, chiamando com'è lor uso: Egli poneva il piede sul montante; e in un
gruppo le tortori tubarono, e si senti: Papà! Papà! Papà! Quell'episodio
commovente è accentuato in tal modo, e cosi materialmente, nelle sue minuzie,
che ogni commozione sfuma. Tanto che io mi distraggo, e mi par d'avere udito
altra volta un simile vocìo bambinesco, ma in un'arte più alle- gra; sì, per
l'appunto, in un'opera buffa napoletana, emesso da un gruppo di bambini che at-
tornia il papà che li ha condotti a una fiera. Solo che i bambini dell'opera
buffa cantano bene, per- chè si tratta di opera buffa; e quelli di P.,
nell'angoscioso ricordo, stonano. E poi, se altro non fosse, basterebbe anche
qui, a turbare tutta l'ispirazione, il metro ado- prato: un metro quasi epico, lasse
di dieci endecasillabi con assonanze. Lo stesso sbaglio fondamentale è
nell'altro episodio della medesima tragedia domestica: La cavalla storna,
svolto ^jiel metro di un'antica romanza. Eppuxe. c'è l'ab- bozzo, o
il_nòcciolo, di una grande poesia! La madre, rimasta priva del marito vilmente am-
mazzato da uno sconosciuto, ha sempre fisso il pensiero in quel caso d'orrore.
Chi, e perchè, gliel'ha ucciso? Nessuno era presente; ma l'ucciso aveva con sé
la sua cavalla prediletta, una cavallina storna, che riportò verso casa il
corpo sanguinante del suo padrone. Quella cavallina è sempre là, nella
scuderia: ha visto, sa, un mi- racolo potrebbe farla parlare. E la donna, con
quel pensiero in capo e con quegli atti quasi da folle che accompagnano il
dolore, va a notte silente nella scuderia, e si pone accanto alla ca- vallina,
e le parla e piange e supplica: e vuole aiutarla a significare ciò che sa.
Pronuncia un nome, il nome che ella sospetta: lo pronuncia solennemente: «alzò
nel gran silenzio un dito:... disse un nome... ». Ed ecco s'ode subito, alto,
un nitrito di conferma! — La poesia si trascina non senza fastidio con la
solita descrizione iniziale, con l'allocuzione verbosa della madre, ripartita
in quattro parti e pause. Ma l'ansia della povera dolente è resa con tratti di
grande efficacia. Sotto quell'ansia, sotto quell'implorante confidenza, la
cavallina si umanizza, diventa una persona di casa, cara tra i suoi cari,
partecipe della comune sventura: la scarna lunga testa era daccanto al dolce
viso di mia madre in pianto: quadro d'infinita commozione. E la donna incalza
nella sua preghiera, presa dalla brama furiosa di sapere, di veder chiaro:
stava attenta la lunga testa fiera... Essa l'abbraccia come si fa a un
figliuolo nel '-momento che è stato vinto dalla parola affettuosa e sta per
confessarsi: mia madre l'abbracciò sulla criniera. La madre muore anch'essa, e
la voce della morta P. la risente come di chi chiami il suo nome, il suo nome
nel diminutivo fami- liare e dialettale, per parlargli di cose ed affetti
domestici. Non è difficile intendere che quel di- minutivo familiare e
dialettale non può essere ripetuto, nell'alta commozione lirica, cosi come par
di sentirlo nella realtà. Perchè ciò che deve entrare nella lirica è il valore
sentimentale di quell'invocazione, il suo accento intimo e familiare, che la
riproduzione fonica delle sillabe contraffa e non rende. Il Pascoli ha un
inizio spontaneo, commosso e vivo: C'è una voce nella mia vita, che avverto nel
punto che muore: voce stanca, voce smarrita, col tremito del batticuore: voce
d'una accorsa anelante, che al povero petto s'afferra per dir tante cose e poi
tante, ma piena ha la bocca di terra. È questa veramente l'immagine della madre
nel suo gesto d'abbandono al petto fidato del Aglio, per isfogare ciò che le
preme sul cuore: della madre, così come riappare attraverso la morte e il
cimitero, deturpata dalla morte, bagnata di pianto. Ma il Pascoli riattacca:
tante tante cose che vuole ch'io sappia, ricordi, sì... sì... Ma di tante e
tante parole non sento che un soffio... Zvani..Giovannino >, in dialetto
romagnolo. E codesta è una profanazione, che non accrescerò col mio comento:
come l'accresce per suo conto l'autore, che aggiunge altre sei parti, della me-
desima lunghezza della prima che ho trascritta, e tutte sei finiscono con quel
nome, con quel Zvani. Il soffio della voce della morta si è vol- garizzato in
un ritornello! Pure, il ritornello, così malamente scelto, non soffoca del
tutto il suono di quella voce di morta: voce stanca, voce smarrita, col tremito
del batticuore... Ai suoi morti è dedicato ancora TI giorno (\,p,i morti, cosi
pesantemente sceneggiato e dram- matizzato, in cui ciascuno dei morti parla a
sua volta compiangendo e lodando sé stesso. Vi sono accenti commossi: il padre,
ammazzato a tradimento, dice: 0 figli, figli! vi vedessi io mai! io vorrei
dirvi, che in quel solo istante per un'intera eternità v'amai. Ma, pronunziate
appena quelle parole, par che ne resti come affascinato, e le volta e rivolta
in varia forma: In quel minuto avanti che morissi portai la mano al capo
sanguinante, e tutti, o figli miei, vi benedissi. Io gettai un grido in quel
minuto, e poi, mi pianse il cuore: come pianse e pianse e quel grido e quel
pianto era per voi. Oh le parole mute ed infinite che dissi! con qual mai
strappo si franse la vita viva delle vostre vite... affinando, dunque, quel
grido perfino in un bistic- cio e, in un'allitterazione. Il ciocco è un'altra
delle ispirazioni profonde di P., che pur lascia mal soddisfatti, guar- dando
alla composizione e al complesso della poesia. La prima parte è stata biasimata
pei tanti oscuri vocaboli del contado lucchese che l'autore vi ha introdotti, e
che hanno resa necessaria nelle nuove edizioni l'aggiunta di un glossarietto.
Ma non sarebbe poi gran male se fossimo costretti a studiare qualche centinaio
di vocaboli per giuri gere all'intendimento di un'opera bella. Coraggio, pigri
lettori! ben altre fatiche di preparazioni godimenti artistici sogliono
richiedere. Senonchè quella taccia, come accade, ne nasconde un'altra, che è la
vera, concernente rejccesaiva_preoccu- pazione dell'autore per inezie di
costumi e di relati vj_ej^rjssioni, inconciliabile col motivo fonda- mentale,
della, poesia, che si svolge nella seconda parte, in cui l'anima si eleva nella
contempla- zione del cielo stellato. E anche questa seconda parte, che ha
tratti assai felici, offende per le immagini incongrue o troppo dilatate, e per
le ripetizioni stucchevoli. Così gli astri, che girano pel cielo, suggeriscono
a P. un sottile pa- ragone con le zanzare e coi moscerini, che girano intorno a
una lanterna accesa, penzolante dalla mano di un bambino che ha perduto una
monetina in una landa immensa e la va cercando e singhiozza nel buio. Al
supremo momento lirico si giunge, quando alla mente del contemplatore si
affaccia il pensiero della morte avvenire delle le, cose tutte, la fine
dell'uni verso; e nel suo cuore sorge una deserta angoscia pel morire non già
dell'individuo, ma della vita stessa: per l'individuo che muore senza che altri
faccia splendere accanto a lui, riaccesa, la fiaccola della vita: Anima nostra!
fanciulletto mesto! nostro buono malato fanciulletto, che non t'addormi s'altri
non è desto! ' felice, se vicina al bianco letto s'indugia la tua madre che
conduce la tua manina dalla fronte al petto : contenta almeno, se per te
traluce l'uscio da canto, e tu senti il respiro uguale della madre tua che
cuce. Il sentimento di questa inquietezza e di questo quietarsi puerile è
compiutamente espresso. Che si possa continuare ancora, indefinitamente,
nell'enumerazione o nella gradazione ascendente e discendente di tutti i segni
di vita che valgono a rasserenare un fanciullo nella sua paura della solitudine
e a farlo addormentare tranquillo, nessuno dubita: ma la lirica non è
enumerazione. P. non sembra di questo parere, e pro- segue: il respiro o il
sospiro : anche il sospiro: o almeno che tu oda uno in faccende per casa, o
almeno per le strade a giro ; o veda almeno un lume che s'accende da lungi e
senta un suono di campane, che lento ascende e che dal cielo pende. Si fermerà
a quest'ultimo verso, del quale evi- dentemente, cantandolo, si è compiaciuto?
Tacera contento di quest'ultima dolcezza che lo sazia? Non ancora: ha ripreso
il \&* fettazione, sono caso assai frequente; e rari sono invece coloro la
cui opera complessiva si pre- senta con carattere di perfezione e di sceltezza,-*/**
perchè hanno lavorato solo nei momenti di piena interna armonia, o hanno
esercitato tale vigi- lanza sopra sé stessi da tener celate o da sopprimere le
cose loro imperfette. I più affidano la cernita al tempo galantuomo e alla
critica. E la critica suggerisce a questo propositojiue procedimenti, che più
volte i lettori mi hanno visto adoperare in queste pagine. Il primo è di
tentare una divisione nel tempo, e il secondo di tentarla (per cosi esprimermi)
nello spazio. Vi sono, infatti, artisti che da una torbida e divagante
produzione giovanile giungono, nella maturità, al possesso di sé medesimi; o
che a una produzione geniale fanno seguire l'imitazione di sé medesimi, e,
volendo, validius inflare sese, come la rana di Fedro, rupto iacent corpore; e,
in tali casi, si possono distinguere, con limiti cronologici, le loro varie
personalità. Ma ve ne ha altri i quali, durante tutta la lor vita, alter- nano
le varie personalità, e, per esempio, nel periodo stesso che cantano commosse
poesie d'amore, ne compongono altre falsamente eroi- che e politiche. Essi
posseggono due strumenti, l'uno sinfono e l'altro asinfono, per dirlo
nobilmente in greco, o l'uno accordato e l'altro scordato, per dirlo umilmente
in volgare, e suonano ora sull'uno ora sull'altro; e, forse, di quello
scordato, su cui si travagliano e sudano, si vantano assai più che non di
quello accordato e docile alle loro dita. Per costoro la divisione si deve
condurre secondo i motivi d'arte, gli spontanei e gli artificiosi, che muovono
la loro pro- duzione. Al Pascoli si è cercato di applicare ora l'uno ora
l'altro procedimento; e, per cominciare dal primo, si è detto, e si è scritto
anche, che chi voglia avere innanzi a sé P. vero, P. poeta, deve lasciare in
disparte la sua produzione degli ultimi anni, e risalire a quella più vecchia,
ai Poemetti, alle Myricae, quali comparvero in pubblico nel modesto volumino. E
poiché, si sa, le opinioni variano, si è anche manifestato il parere inverso,
che P. vero non bisogni cercarlo nelle poesie giovanili, ma nelle ispirazioni
della piena maturità, culminanti nei Poemi conviviali e negli Inni. Ed io mi
provo a seguire l'una e l'altra indicazione; e, dapprima, risalgo ai Poemetti e
alle Myricae. Rileggo la Senignja, che è tra i più pregiati e pregevoli dei
poemetti: prima parte di un «poema georgico », come è stato chiamato.
Accostarsi a quei versi e respirare l'aria della campagna, aspirarne gli
effluvi, vedere il casolare, i campi, le opere domestiche e rurali dei
contadini, udirne i discorsi infiorati di proverbi e di sentenze, sentire
dappertutto il profumo agreste delle cose e delle anime; è un'impressione
immediata. Il poemetto s'inizia con un risveglio mattinale in una casa di
contadini: una delle fanciulle apre l'imposta, i rumori della vita ricominciano
e vi sono orecchi che li raccolgono: la cappellaccia manda dal cielo il suo
garrito, la gallina raspa sul ciglio di un fosso, il cane di guardia s'alza,
scuote la brina scodinzolando, con uno sbadiglio: si odono per la campagna i
pennati che squillano sul raarrello. La fanciulla si accosta al davanzale,
monda le piante, coglie una spiga d'amorino; e poi, a quel davanzale stesso,
comincia a ravviarsi i capelli, come contadina, alla grande aria, in faccia al
sole: or luce or ombra si sentia sul viso; che il sol montando per il cielo a
scale, appariva e spariva all'improvviso. Così è descritta l'intera giornata.
Il fruscio stridulo delle granate passa e ripassa per la casa, che ha ormai
tutte le imposte spalancate: si ri- governa la cucina, dove le stoviglie paiono
rissare tra loro nel silenzio del mattino. Più tardi, si apparecchia il
desinare per gli uomini che lavorano nei campi: sul tagiier pulito lo staccio
balzellò rumoreggiando. Il bianco fiore ella ammucchiò : col dito aperse il
mucchio, e vi gettava il sale e tiepid'acqua dal paiolo avito. Poi ch'ebbe
intriso, rimenò l'uguale pasta e poi la parti: staccò dal muro il matterello,
strinse il grembiale; e le spianate assottigliò col duro legno, rotondo, a una
a una; e presto sì le portava al focolare oscuro. Via via la madre le ponea nel
testo, sopra gli accesi tutoli; e su quello le rigirava con un lento gesto : né
cessava il rullìo del matterello. Tutti i gesti, tutti gli oggetti, tutte le
colloca- zioni spaziali, sono individuati con nitidezza non facilmente
superabile. E si assiste così anche alla cottura degli erbaggi all'olio: Ora la
madre ne la teglia un muto rivolo d'olio infuse, e di vivace aglio uno spicchio
vi tritò minuto. Pose la teglia su l'ardente brace, col facile olio, e solo
intenta ad esso un poco d'ora l'esplorò sagace. L'olio cantò con murmure
sommesso; un acre odore vaporò per tutto. Fumavano le calde erbe da presso, nel
tondo, ch'ella inebriò del flutto stridulo, aulente; e poi nel canovaccio
nitido e grosso avviluppava il tutto. E Rosa in tanto sospendea lo staccio,
poneva i pani sopra un bianco lino, stringea le cocche, e v'infilava il
braccio. Tornò Viola e furono in cammino. La scena ci sta innanzi agli occhi
come in un quadro: è larverà vita campestre. Sì: ma e l'in- tonazione, cioè il
significato estetico, cioè l'anima, di queste descrizioni e dell'intero
poemetto? P. non compone egloghe più o meno alle- goriche, come nel medioevo e
nel Rinascimento; non vuol rinfrescare le sensazioni erotiche im- mergendole
nella vita della campagna; non si accosta ai contadini per curiosarne le
goffaggini, come nelle nostre vecchie poesie rusticane, dalla Nencia del
magnifico Lorenzo giù giù fino ai Cecchi da Varlungo degli epigoni e tardi
imita- tori del Seicento. Se non m'inganno, il suo pre- cedente ideale è piuttosto
in quel rifacimento dell'intonazione omerica, che già gli studiosi di Omero
nella Germania della fine del secolo decimottavo tentarono, e che consigliò a
Volfango Goethe lo Hermann und Dorothee. L'intonazione omerica si sente non
solo in certi collocamenti di epiteti (il primo verso dice: «Allorché Rosa
dalle bianche braccia»: leucolena, dunque, come Hera), e in certe ripetizioni e
minuterie, ma in tutto l'andamento. Il metro non è l'esametro, ma la terzina,
col serrarsi deciso dell'ultimo verso di coda, alla fine delle brevi riprese: /
t. A monte a mare ella guardò : guardato ch'ebbe, ella disse (udiva sui
marrelli a quando a quando battere il pennato) : aria a scalelli, acqua a
pozzatelli. Domani voglio il mio marrello in mano: che chi con l'acqua semina,
raccoglie poi col paniere; e cuoce fare in vano più che non fare. Incalciniamo,
o moglie. L'intonazione omerica, trasportata alla vita umile e alle umili cose,
ha del gioco letterario; come si può notare finanche nella meravigliosa ope-
ricciuola del Goethe. Ma presso P. vi si mescola altresì qualcosa ora di fine e
squisito: (l'aratro andava, ne l'ombrìa, pian piano: qualche stella vedea
l'opera lenta... una campana si sentiva sonare dal paese: non più che un'ombra
pallida e lontana); e ora di affettato, come nel racconto che il cac- ciatore
fa della fiaba della cinciallegra, soldato di guardia degli uccelli; o nella
preghiera del- l'Angelus: Tu che nascesti Dio dal piccolo Ave, da la sorrisa
paroletta alata: (disse la voce tremolando grave) tu che ne l'aia bianca e
soleggiata eri e non eri, seme che vi avesse sperso il villano da la corba
alzata; ma poi l'uomo ti vide e ti soppresse, t'uccise l'uomo, o piccoletto
grano; tu facesti la spiga e poi la messe e poi la vita... o in quest'altro
suono di campane: Era nel cielo un pallido tinnito: Dondola dondola dondola/ A
nanna a nanna a nanna! — Il giorno era finito. Ed il fuoco accendeva ogni
capanna, e i bimbi sazi ricevea la cuna, col sussurrare de la ninna nanna. E le
campane, A nanna a nanna! l'una; l'altra Dondola dondola! tra il volo de'
pipistrelli per la costa bruna. A nanna il bimbo, e dondoli il paiuolo ! Il
poemetto parrebbe legato da un filo sottile, una storia d'amore: Rosa ed Enrico
il cacciatore s'innamorano. Un amore che prova pudore a mostrarsi: appena
accennato nel pensiero di Rosa, che non può pigliar sonno e, quando
s'addormenta, sogna: Pensava: i licci de la tela, il grano de la sementa, il
cacciatore; e Rosa lo ricercava; dove mai? lontano. In una reggia. E risognò...
Che cosa? Similmente, nella seconda parte intitolata l'Ac- cestire, è
significato l'amore del giovinotto: E la sua strada seguitò pian piano, e
ripensava dentro sé: che cosa? ch'era gennaio... ch'accestiva il grano, ch'era
già tardi... ch'eri bella, o Rosa! È un episodio nel quadro; ma, come si è
notato, non è l'afflato animatore del tutto. Cosi anche questo poemetto ci
lascia perplessi: è nitidissimo alla prima specie, e tuttavia non lo
comprendiamo bene. Ora ha dell'esercitazione letteraria, ora della lirica
tormentata: il tono ora ci sembra quasi scherzoso, esagerato di proposito nelle
mi- nuzie come a prova di bravura, ora grave e so- lenne. È di un poeta? è di
un virtuoso? Dove finisce il poeta? dove comincia il virtuoso? Se dalla Sementa
risalgo ancora più su, alle prime Myricae, trovo, tra l'altro, un intero ciclo
di piccoli componimenti di dieci versi ciascuno: L'ultima passeggiata, che si
può dire la prima idea del poemetto ora esaminato. La figura di fanciulla, che
vi è accennata, « la reginella dalle bianche braccia », è una sorella di Rosa,
anzi è Rosa medesima. Sono quadretti minuscoli: l'ara- tura, la massaia con le
sue galline, la via ferrata e il telegrafo che percorrono le campagne recando
l'impressione della rumorosa vita lontana, le comari che ciarlano in capannello,
l'osteria campestre sull'ora del mezzodì, il partir delle rondini,
l'apparecchio e cottura del pane di cru- schello, la ragazza che aiuta la madre
nelle faccende domestiche e fa da piccola madre ai mi- nori fratelli e tiene le
chiavi del cassone della biancheria odorata di lavanda, e vede accumu- larsi
colà dentro il corredo che fa presentire prossime le nozze. E sono quadretti
perfettamente intonati: non v'ha niente di ciò che stride o appare incerto nei
poemetti. Arano: Nel campo dove roggio sul filare qualche pampano brilla, e
dalle fratte sembra la nebbia mattinai fumare, arano : a lente grida, uno le
lente vacche spinge, altri semina: un ribatte le porche con sua marra paziente:
che il passero saputo in cor già gode e il tutto spia dai rami irti del moro ;
e il pettirosso: nelle siepi s'ode il suo sottil tintinno come d'oro. Le comari
in capannello: Cigola il lungo e tremulo cancello e la via sbarra: ritte allo
steccato cianciano le comari in capannello : parlan d'uno, eh' è un altro
scrivo /scrivo, del vin, che costa un occhio, e ce n'è stato; del governo; di
questo mal cattivo; del piccino; del grande ch'è sui venti; del maiale, che
mangia e non ingrassa — Nero avanti a quegli occhi indifferenti il traino con
fragore di tuon passa. Di poesie come queste sono ricche le prime My- ricae, e
ce n'e anche nella serie di quelle altre che ne continuano la maniera, aggiunte
nelle posteriori edizioni. Un'impressione di campagna, mentre soffia il vento
freddo e agita un piccolo bucato di bimbo, messo ad asciugare presso un
tugurio: Come tetra la sizza, che combatte gli alberi brulli e fa schioccar le
rame secche, e sottile fischia tra le fratte! Sur una fratta (o forse è un
biancor d'ale?) un corredino ride in quel marame: fascie, bavagli, un piccolo
guanciale. Ad ogni soffio del rovaio che romba, le fascie si disvincolano
lente, e da un tugurio triste come tomba giunge una dolce nenia paziente. Una
fanciulla cuce il suo abito di sposa; a un tratto leva la testa e ride: Erano
in fiore i lilla e l'ulivelle; ella cuciva l'abito di sposa ; né l'aria ancora
apria bocci di stelle, né s'era chiusa foglia di mimosa: quand'ella rise: rise,
o rondinelle nere, improvvisa: ma con chi? di cosa? rise così con gli angioli:
con quelle nuvole d'oro, nuvole di rosa. In queste poesiole, nemmeno le
onomatopee di voci d'uccelli e di altri suoni e rumori offendono j3iù. Perchè,
a mio parere, hanno avuto torto i critici quando per quelle onomatopee hanno
aperto contro il Pascoli uno speciale processo: le cosiddette onomatopee sono legittime
o illegittime secondo i casi; e quando P. le adopera fuori luogo (ed^èu-JL-dir
vero, il caso pijij[requen.te), l'error suo è una delle tante forme di quella
tendenza all'insistere eccessivo, alla minuteria, alla riproduzione materiale,
ossia di quell'affettazione e disposizione asinfonica che è in lui. Ma quando,
nelle prime Myricae, scrive per la prima volta l'ormai famigerato scilp dei
passeri e viti videvitt delle rondini, io non trovo luogo a scandalo, perchè in
quel caso il Pascoli mantiene un'intonazione bassa e pacata; nota l'impressione
immediata della cosa, e aggiunge un'osservazione quasi riflessiva: Scilp: i
passeri neri sullo spalto corrono molleggiando. Il terren sollo rade la rondine
e vanisce in alto: vitt, videvitt. Per gli uni il casolare, l'aia, il pagliaio
con l'aereo stollo; ma per l'altra il suo cielo ed il suo mare. Questa, se gli
olmi ingiallano la frasca, cerca i palmizi di Gerusalemme: quelli allor che la
foglia ultima casca, restano ad aspettar le prime gemme. E non può scandalizzare
il rosignolo, che ripete l'aristofaneo nò xió, topoid XiX(£; o bisogna aver
dimenticato che la poesiola di P., da cui è tolto il particolare tante volte
citato come esempio di stravaganza, è un apologo scherzoso : il rosignolo è
allegoria del poeta, le ranocchie del grosso pubblico. Comincia, infatti, cosi:
Dava moglie la Rana al suo figliuolo. Or con la pace vostra, o raganelle, il
suon lo chiese ad un cantor del brolo... In tale apologo, in siffatta
intonazione, la cercata reminiscenza aristofanesca sta perfettamente a posto e
conferisce grazia. Il risultato medesimo si ha ove si confrontino altri
poemetti, quelli di contenuto filosofico e morale, con le Myricae di simile
contenuto. Il Libro vuol far sentire l'ansiosa e vana ricerca del vero, che
l'uomo persegue: un libro (l'im- magine deve essere stata attinta a un noto
luogo del Wilhelm Meister, circa i drammi dello Shakespeare), un libro, aperto
sul leggio nell'altana, e le cui pagine sono rimescolate dal vento, sug-
gerisce la presenza di un uomo invisibile che frughi e frughi e non trovi la
parola che cerca. " Ma l'impressione solenne, che si vorrebbeotte- •
nere^è impedita dalla realtà determinata di quel libro, sul leggìo dfquercia,
roso dal tarlo, di quel rumore di fogli voltati a venti a trenta a cento, con
mano impaziente, « avanti indietro, indietro avanti »; e dalla freddezza
allegorica onde il volume così determinato si trasfigura, in fine, nel «libro
del mistero », sfogliato «sotto le stelle». Nei Due fanciulli, malamente si lega
alla sce- netta dei due fanciulli, che litigano e si graffiano e che la madre
manda a letto, ed essi nel buio si cercano e si rappaciano e dormono abbrac-
ciati, l'ultima parte, che dà l'interpetrazione allegorica della scenetta ed
esorta gli uomini alla concordia: il quadretto idillico impiccolisce
l'ammonizione solenne, questa appesantisce il quadretto. Ma i versi gnomici
delle Myricae sono, nella loro tenuità, incensurabili. Li ravviva, an- che
nella loro tristezza, un lieve sorriso. Il cane: Noi, mentre il mondo va per la
sua strada, noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l'affanno, sì, che pur vada, e
si, che lento vada. Tal, quando passa il grave carro avanti del casolare, che
il rozzon normanno stampa il suplo con zoccoli sonanti, sbuca il can dalla
fratta, come il vento; 10 precorre, l' insegue; uggiola, abbaia. 11 carro è
dilungato lento lento, e il cane torna sternutando all'aia. Parrebbe dunque che
dicano bene coloro che soltanto in P. delle prime Myricae ritrovano un poeta
armonico e compiuto. Ma si os- servi: che cosa sono quelle poesie? Sono
pensieri sparsi, schizzi, bozzettini: un albo di pittore, che può essere di
molto pregio, ma che rappresenta, piuttosto che l'opera d'arte, gli elementi di
essa. Le Myricae sembrano spesso pochi tratti segnati a lapis da un pittore che
vada in giro per la campagna : Lungo la strada vedi sulla siepe ridere a mazzi
le vermiglie bacche: nei campi arati tornano al presepe tarde le vacche. Vien
per la strada un povero che il lento passo tra foglie stridule trascina: nei
campi intona una fanciulla al vento: — Fiore di spina!... E lo schizzo ha la
sua attrattiva, ed anche la sua compiutezza: quasi una compiutezza dell'in-
compiutezza. Sono anch'io dell'avviso che nelle prime Myricae soltanto il
Pascoli abbia la calma dell'artista. Ma bisogna essere pienamente con- sapevoli
di ciò che così si afferma, e che è, né più né meno, questo: che il meglio
dell'arte di P. è nella sua riduzione a frammenti, nel suo sciogliersi negli
elementi costitutivi. Di frammenti stupendi sono conteste anche le poesie che
abbiamo ricordate e criticate come deficienti di fusione e di armonia: solo che
nel contesto artificioso perdono la loro naturale virtù. E già nelle prime
Myricae l'arte di P., non appena tenta maggiori voli, scopre il suo solito difetto.
In alcune saffiche, ma specialmente poi nei sonetti, egli è ancora sotto il
freno e la disciplina del suo grande maestro Carducci, sicché, tolta la
costrizione di quel modello, non ha scritto più sonetti. Ha continuato invece
le odicine tra l'agreste e l'oraziano, tra la campagna e la letteratura, che
formarono il ciclo Alberi e fiori, al quale alcune nuove sono state aggiunte
fin nell'ultimo volume di Odi e inni. In qualche altro breve componimento, c'è
un'ispirazione er.ojifa: come nel Crepuscolo, in cui egli celebra il doppio
momento del giorno, l'alba e il tramonto, quando la bella si snoda dalle sue
braccia «e con man vela le ridenti ciglia», o l'accoglie nelle braccia, « e il
dolce nido come suol pispi- glia ». La « reginella dalle bianche braccia » non
è guardata con occhio indifferente, come la Rosa degli anni più tardi. C'è nei
versi a lei dedicati, in mezzo alle reminiscenze dell'omerica Nau- sicaa, un
calor di sentimento, che fa di quelle tre poesiole alcune delle migliori pagine
delle Myricae. Felici i vecchi tuoi; felici ancora i tuoi fratelli ; e più,
quando a te piaccia, chi sua ti porti nella sua dimora, o reginella dalle
bianche braccia! Il poeta si raffigura non senza trepidazione le prossime
nozze: Quella sera i tuoi vecchi... quella notte i tuoi vecchi un dolor pio
soffocheranno contro le lenzuola. Per un momento sogna di esser lui lo sposo
felice: Al camino, ove scoppia la mortella tra la stipa, o ch'io sogno o veglio
teco: mangio teco radicchio e pimpinella. Al soffiar delle raffiche sonanti
l'aulente fieno sul forcon m'arreco e visito i miei dolci ruminanti: poi salgo
e teco o vano sogno!... Vano sogno: lo scolaro è costretto a tornare al suo
latino e al suo calepino. Ma io sento in questa lirica amorosa l'eco
dell'Idillio maremmano del Carducci, e più ancora della poesia di Severino
Ferrari; la quale giustamente è stata più volte ricordata negli ultimi anni, a
proposito di P. A ogni [Su Ferrari, si veda il volume secondo della Letteratura
della nuova Italia. Lo stato d'animo dei due poeti (le prime Myricae e la prima
ampia raccolta dei Versi di Ferrari furono pubblicate) era, per molti rispetti
ed anche per molte circostanze estrinseche, simile. Gli autori infatti si
dimostrano scolari del Carducci nella predilezione per le forme della poesia
trecentesca e popolare, in certe movenze di stile, in quel piglio robusto e
semplice in- sieme, che fece già lodare la poesia carducciana come la più «
parlata > di tutte le nostre. Erano, inoltre, quasi compaesani, con le
medesime fonti materiali d'ispirazione: i paesaggi, i costumi, le consuetudini
di vita, cui alludono nei loro versi, sono gli stessi nel poeta di San Pietro a
Capofiume e in modo, P. non ha più ripreso^ codesti motivi: anzi,
dalle'posteriori edizioni delle Myricae la lirica Crepuscolo è stata_espunta.
Ed egual- mente ne è stato espunto un sonetto, in cui il poeta prendeva
atteggiamento e nome di ribelle di fronte a un principe; come non ha mai rac-
colto i versi rivoluzionari, pei quali era noto tra i suoi condiscepoli di
Bologna e dei quali conosco alcuni, che credo inediti e che cominciano:
Soffriamo! nei giorni che il popolo langue è insulto il sorriso, la gioia è
viltà! Sol rida chi ha posto le mani nel sangue, e il fato che accenna non teme
o non sa. Prometeo sull'alto del Caucaso aspetta, aspetta un hel giorno che
presto verrà; un giorno del quale sii l'alba, o Vendetta! un giorno il cui sole
sii tu, Libertà!... quello di San Mauro, nel campagnuolo dell'estremo bolo-
gnese e in quello della confinante estrema Romagna: en- trambi sbalzati come
insegnanti nelle più lontane regioni d'Italia, e portanti nel cuore l'uno il
piccolo borgo «dove non è che un argine, cinque olmi e quattro case*, e l'altro
«sempre un villaggio, sempre una campagna», il paese do- minato dalla « azzurra
vision di San Marino. E furono, infine, coetanei, condiscepoli ed amici, e si
scambiavano versi, e l'uno ricordò l'altro nelle proprie poesie. Per la
comunione d'anime che si forma tra giovani fervidi di disegni e di speranze,
alcuni atteggiamenti artistici doverono passare dall' uno all'altro; né è detto
che il « succubo » fosse sempre P., quando già nel Mago il Ferrari celebrava
l'amico come l'ar- tista «dalla lima d'oro», dalle «fresche armonie, dai baldi
voli », e simboleggiava l'arte di lui nel canto di un lieto coro di « giovani
capinere e usignuoli ». Accade quindi che, alcune volte, leggendo il Ferrari,
par di leggere P. della prima maniera. Cosi in certe impressioni di campagna:
«C'è un zufolar sì tremulo che viene Di fondo ai fossi... »; in certe Ma da
questo Pascoli amoroso e ribelle, da questo P. preistorico, tornando allo
storico, \ dicevamo, dunque, che nelle prime Myricae, e soprattutto nella serie
che le seguì, già si vede ì com'egli si sforzi ad una poesia più complessa e
personale ed intensa, e come dia subito in disarmonie. Il buon piovano, che
passa pei campi salutando e benedicendo. tutti, è una figura che ha tocchi
esagerati. Benedice anche il falco, anche il falchetto (nero in mezzo al ciel
turchino), anche il corvo, anche il becchino, poverino, che lassù nel cimitero
raspa raspa il giorno intero. visioni di opere agricole: «Anco per poco
ondeggerete, o chiome De la canapa verde...»; in certi interni di case rustiche
e di cucine : « Là splendeva co '1 giorno nei decenti Costumi la virtù della
massaia... »; e finanche nella descri- zione della vita degli uccelli, nei
pensieri dei rosignuoli o negli amori delle capinere: «Come un argenteo tinn di
campanello. D'altra parte, in P. si risentono accenti del Ferrari: « Cantano a
gara intorno a lei stornelli Le fiorenti ragazze occhipensose; « Siedon
fanciulle ad arcolai ronzanti...». Ma la poesia del Ferrari, se mostra una
cerchia di pensieri e di sentimenti più ristretta di quella del Pascoli ed è
alquanto inferiore a questa per maturità di forma, è poi fortemente dominata
dal sentimento d'amore, che manca quasi affatto nel Pascoli: Se corso d'acqua o
ben fiorito ramo 6 strepito di venti o di bell'ale chieda l'onor del breve
madrigale, non l'ottiene però se una gioconda forma di donna a la romita scena
non dia '1 senso d'amor ond'ella è piena.L'affettazione è già nel Morticino:
Andiamoci a mimmi, lontano lontano... Din don... oh ma dimmi: ^on vedi ch'ho in
mano il cercine novo, le scarpe d'avvio? e nel Rosicchiolo (la madre morta ha
accanto un pezzo di pane, serbato pel figlio), tutto rotto e ansante di
esclamazioni: Per te l'ha serbato, soltanto per te, povero angiolo; ed eccolo o
pianto! lo vedi? un rosicchiolo secco. Moriva sul letto di strame; tu, bimbo,
dormivi, sicuro. Che pianto ! che fame ! Ma c'era un rosicchiolo duro... e in
altre molte. Già vi sono le inopportune ma- terialità. I versi Scalpitio: si
sente un galoppo lontano (è la...?) che viene, che corre nel piano con tremula
rapidità; non sono da riprovare (come è stato fatto) per l'ardimento metrico,
ma perchè la previsione della Morte che sopraggiunge è diventata in essi
qualcosa di prosaico, quasi di un treno che ar- rivi; e il verso, lodato per
bellissimo: «con tremula rapidità», è di una precisione sconcordante col
soggetto; come sconcordante è il triplice grido ultimo: «la Morte! la Morto! la
Morte!», che ricorda quello del madrigale di Mascarille: « Au voleur! au
voleur! au voleur! au voleur! » . Lo strafare appare già per molti segni. Alla
breve poesiola: II cuore del cipresso, sono state aggiunte, nella seconda
edizione, altre due parti per rincupirla e renderla enfatica; con raffinati
giochetti come: «l'ombra ogni sera prima entra nell'ombra», e con interrogativi
a più riprese: «E il tuo nido? il tuo nido?...». Finanche la ottava quasi in
tutto bella delle prime Myricae: Lenta la neve fiocca fiocca fiocca: senti: una
zana dondola pian piano. Un bimbo piange, il piccol dito in bocca; canta una
vecchia, il mento sulla mano. La vecchia canta: Intorno al tuo lettino c'è rose
e gigli, tutto un bel giardino. Nel bel giardino il bimbo s'addormenta. La neve
fiocca lenta lenta lenta; — è stata esagerata, non potendosi altro, nel titolo.
S'intitolava semplicemente: Neve, e fu poi inti- tolata: Orfano; laddove è
evidente che nessuna ragione artistica costringeva a privar dei geni- tori quel
caro piccino, che piange, « il piccol dito in bocca » ! Allorché, dunque, nelle
Myricae si prescinda da ciò che è eco o incidente passeggero o semplice schizzo
e quadretto minuscolo, vi si trova in embrione il Pascoli con le sue virtù e
coi suoi difetti. Le Myricae contengono i motivi da cui si svilupperanno i
Canti di Castelvecchio e i poemetti georgici e morali; i quali danno poi la
mano ai Poemi conviviali e agli Inni. III. È da vedere perciò se non convenga
seguire l'altra indicazione, che ci è stata offerta: che cioè il Pascoli vero
sia da cercare nella sua poesia ultima e degli anni maturi, in P. « maggiore »
contrapposto al « minore », in quello delle solenni composizioni in terzine e
in endecasillabi sciolti. È da vedere se di quei difetti, di cui è libero nelle
prime Myricae perchè si appaga del piccolo, non sia riuscito poi a liberarsi
anche e meglio per altra • via, lavorando in grande, componendosi un gran
corpo. E poiché non diletta sfondare porte aperte, lascio da banda gl'Inni, che
per comune e concorde giudizio sono la parte più debole della sua produzione
ultima, e vado difilato ai Poemi conviviali. Nei quali, a tutta prima,
sorprende un'aria di compostezza, una facilità ed egualità d'intonazione, onde
par di avere innanzi un'altra persona, o tale che si è sviluppata cosi improv-
visamente e magnificamente che non lascia riconoscere l'antica. Che cosa è mai
accaduto? Il Pascoli, oltre che poeta, è anche umanista: conforme alla
tradizione della nativa Romagna (clas- sicheggiante, più forse che altra
regione d'Italia nel secolo decimonono), e all'indirizzo della scuola di
Carducci. Non è un pensatore, e nemmeno propriamente quello che si dice un
dotto, perchè la sua solida cultura letteraria non è orientata verso la ricerca
scientifica o storica, ma verso il godimento del gusto e la riprodu- zione
della fantasia. Perciò ha qualcosa di antiquato rispetto al modo moderno della
filologia; e, insieme, qualcosa di raro e di sorprendente. Da scolaro, faceva
meravigliare i condiscepoli che dicevano ch'egli attendesse a mettere in prosa
attica l'autobiografia di Cellini; e ancora si narrano le sue prodezze di
versificazione latina e greca. Ha presentato più volte poemetti latini alla
gara internazionale di Amsterdam, e più volte ha riportato il primo premio. Ha
compilato antologie di poesia latina, e postovi introduzioni critiche, nelle
quali si trovano brani e pagine descrittive, — gli aedi, Achille morente,
l'agone tra Omero ed Esiodo, Solone vecchio che vuol imparare un canto di Saffo
e morire, ecc. — che ricompaiono nei Poemi conviviali. Ora, in questi poemi [Un
esempio. « L'aedo viaggia per l' Hellade divina e per le isole. Si aggira
spesso lungo il molto rumoroso mare per trovare una nave bene arredata, che lo
tragitti: egli paga i nocchieri con dolci versi, se è accolto... Ma, se è re-
spinto, maledice... Così a tutti si rivolge l'aedo, che a tutti canta, uomini e
dei: entra come nella casa dei re, così nella capanna del capraio ; chiede con
la maestà del sacerdote sì ai pescatori che tornano, sì ai vasai che accendono
la for- nace ; e canta. Qualche volta dorme sotto un pino della cam- pagna:
qualche volta, sorpreso dalla neve, vede risplendere in una casa'ospitale la
bella fiammata, che orna la casa come egli sposa la sua ispirazione poetica
alle forme della poesia greca, nella cui riproduzione ha acquistato pratica
meravigliosa. Come nei poemetti presentati alle gare olandesi parla latino, e
in latino dà i primi abbozzi o le varianti del Ciocco, dei Due fanciulli e di
altre sue composizioni italiane, così nei Poemi conviviali parla greco: greco
con parole italiane, ma con tutte le inflessioni, i giri, i sottintesi di chi
si è a lungo nutrito di poesia greca. Il libro è un trionfo' della virtù
assimilatrice, un capolavoro di aultura umanistica. Questo linguaggio greco,
adottato da P., conferisce alla sua nuova o/pera un aspetto meno agitato e
dissonante. Ma, quando si afferma, com'è stato affermato, che nel passare dalla
lettura dell' Odissea a quella dei Poemi conviviali non si avverte diversità di
sorta, bisogna rispondere di star bene attenti a non lasciarsi ingannare dalle
apparenze. Sotto l'acqua limpida e cheta si muove la corrente ' 'jf /)
turbinosa e torbida. P. è P. e non'l^y»*/ Omero: è, anzi, la sua, quanto di più
dissimile )J^ i figli l'uomo, le torri le città, i cavalli la pianura, le navi
il mare». (Epos, p. xxi). Si ascolti ora II cieco di Ohio: Io cieco vo lungo
l'alterna voce del grigio mare; sotto un pino io dorino dai pomi avari; se non
se talora m'annunziò, per luoghi soli, stalle di mandriani, un subito latrato;
o, mentre erravo tra la neve e il vento, la vampa da un aperto uscio improvvisa
nella sua casa mi svelò la donna, che fila nel chiaror del focolare. si possa
pensare dalla poesia omerica: questa così ingenuamente umana, quella cosi
sapiente nella sua umanità, cosi sorpresa e stupita della sua ingenuità che sta
a guardarla e a riguardarla in viso, e ad ammirarla; e non le par vera! Si può
scegliere a piacere qualsiasi dei suoi poemi, giacché il loro valore press 'a
poco si equi- vale. Anticlo è nato da due versi e mezzo dell'Odissea.'.
Anticlo, nel cavallo di legno, sta per rispondere alla voce di Elena che
contraffa quella della moglie di lui, quando Ulisse gli caccia la mano nella gola,
Il P. comincia con l'eseguire variazioni intorno a questo motivo. Le due prime
parti del poemetto sono quasi ripetizioni l'una dell'altra: un granellino di
poesia è diluito in molta acqua: E con un urlo rispondeva Anticlo, dentro il
cavallo, a quell'aerea voce, se a lui la bocca non empia col pugno Odisseo,
pronto... La voce dilegua chiamando ancora .per nome, finché non s'ode più
nulla: finché all'orecchio degli eroi non giunse che il loro corto anelito nel
buio; così come, all'ora del tramonto, mentre essi se ne stavano chiusi nel
gran cavallo, udirono lon- tanare i cori delle vergini; e poi si fece sera, e [
''AvxikX,05 5è aé y' 0X05 à[igCi|>ac8ai èjiéeaaiv fj8EXv, àXV 'Oòvaaevq è:tl
nàaxaxa xeQoi Jite^ev VO)X8|léa)5 KQaT8QTÌ, come è stata argutamente chiamata.
E l'idillio di un animo piagato; è una pace di conquista, non di natura. La
casetta e la famigliuola, che sono le imma- gini consuete dell'idillio, hanno
accanto a sé, nella visione del Pascoli, un'altra casa e un'altra famiglia in
cui egli vive non meno che in quelle in cui trascorre la vita materiale: il
cimitero, e i fantasmi dei suoi morti. Questi morti sono sem- pre con lui:
tornano sempre a quelle pareti doraestiche da cui furono crudelmente strappati:
toccano e riconoscono le loro masserizie, i loro abiti, le tele che tesserono e
cucirono, i figliuoli che generarono e lasciarono bambini, i fratelli coi quali
divisero le prime gioie brevi e i primi pungenti dolori. Immagini di morti, che
si tirano dietro, nell'animo del poeta, altre immagini affini: mendichi,
vecchi, ciechi, bambini deboli e pian- genti. È un idillio, irrigato di pianto:
il tesoretto domestico, sul quale egli vive, è formato dal ricordo dei mali e
delle angosce sofferte. L'ere- mita (del poemetto cosi intitolato), nello scendere
lungo il fiume della morte, grida: Signore, fa ch'io mi ricordi! Dio, fa che
sogni! Nulla è più soave, Dio, che la fine del dolor; ma molto duole obliarlo;
che gettare è grave il fior che solo odora quando è còlto. Da questa
contemplazione, fatta fine e abito di vita, sorge una forma di serenità:
l'animo, non più interiormente dilaniato, può volgersi al mondo esterno, e
guardare ed osservare e comentare, in un modo per altro sempre intonato alle
sofferte vicende: calmo, sì, ma non gaio: sereno, ma non agile e leggiero. E
sorgono insieme le gioie modeste: l'attitudine a godere delle cose piccole, del
riposo gior- naliero, della mensa, della passeggiata, dello studio; a scoprire
in esse un sapore, una virtù ascosa, che altri, più fortunati o più sfortunati,
non vi scoprirebbero: come nel fior d'acanto, che le api regali disdegnano, le
api legnaiole trovano il miele e la contadinella sugge il nettare ignoto. A te
né le gemme né gli ori forniscono dolce ospite, è vero; ma fo che ti bastino i
fiori che cògli nel verde sentiero, nel muro, sulle umide crepe dell'ispida
siepe. Non reco al tuo desco lo spicchio fumante di pingue vitella; ma fo che
ti piaccia il radicchio, non senza la sua selvastrella, con l'ovo che a te
mattutina cantò la gallina. Questa disposizione d'animo è stata da P., negli
ultimi tempi, innalzata a una teoria etico-sociologica, che egli non si stanca
di pre- dicare in tutte le occasioni: tanto che, per questo rispetto, stiamo
per avere, anche noi italiani, il nostro Tolstoi (purtroppo, solo Tolstoi che
filosofeggia! La natura è una madre dolcissima che sa quel che fa, che ama i
figli suoi, e dal male ricava per essi il bene. La vita è bella, o sarebbe, se
gli uomini non la guastassero. Ma gli uomini avvelenano ogni cosa con la
discordia, con l'odio, con la guerra, e con la cupidigia insaziabile, che è il
movente riposto e ultimo. Bisogna dunque dichiarar guerra alla guerra; non
ammettere di- visioni fatali, esser di nessun partito, addetti so- lamente alla
causa dell'umanità: non ridere delle parole carità e filantropia, ma accettarle
meglio che quelle di socialismo, individualismo e simili; il vero socialismo è
il continuo incremento della pietà nel cuore dell'uomo. Tutte le cose buone
sono identiche, o s'identificano: il patriottismo non sta contro il socialismo,
e viceversa: il so- cialismo dev'essere patriottico, e il patriottismo
socialistico. Tutto è affar di cuore, di dolcezza, di pietà. Anche la scienza e
la fede non debbono rissare: la scienza deve tener della fede e la fede della
scienza. Codesta non già transvalutazione, ma adeguazione o depressione di
valori, è sug- gellata dalla virtù del contentarsi: contentarsi del poco,
perchè, se il molto piace, il poco solo è ciò che appaga. Uomini, contentatevi
del poco (assai, vuol dire si abbastanza e sì molto: filosofia della lingua!),
e amatevi tra voi nell'ambito della famiglia, della nazione e dell'umanità. Una
filosofia, che è già bella e criticata, quando si è mostrato che nasce da uno
stato d'animo individuale; e del resto, P. stesso, pratica- mente, come uomo,
la contradice quando, appena qualcuno tocca ciò che gli è caro (la sua arte, o
i, suoi convincimenti critici), corre alle difese e alle offese; non esita a
chiamare stolti o « sciocchi » i suoi accusatori (si veda la prefazione ai Poemi
conviviali)) e, insomma, conserit proelia, viene alle mani: di che non lo
biasimerò io certamente, perchè mi par naturale che ognuno protegga, come può,
le cose che ama. Nasce da uno stato d'animo e ci conferma questo stato d'animo,
che è quello che abbiamo definito come una varietà del sentimento idillico.
Ora, il sentimento idillico è costante in tutta l'opera letteraria del Pascoli:
involuto, e qua e là lievemente sorridente, nelle primissime Myri- cae,
chiaramente spiegato nelle poesie posteriori. Non fanno eccezione i Poemi
conviviali, il cui contenuto sono la natura, la morte, la bontà, la pietà,
l'umiltà, la poesia; e la poesia e la morte più d'ogni altra cosa: pensieri
tristi e delicati, che risuonano sulle labbra dei personaggi del mito, della
leggenda e della storia ellenica. Per bocca dell'antico Esiodo parla sempre il
Pascoli: E sol com'ora anco è felice l'uomo infelice: s'egli dorine o guarda: N
quando guarda e non vede altro che stelle, quando ascolta e non ode altro che
un canto; P. stesso è effigiato in Psiche, che solitaria nella sua casa intende
l'orecchio al canto di Pan: Eppur talvolta ei soffia dolce così nelle palustri
canne, che tu l'ascolti, o Psiche, con un pianto sì, ma ch'è dolce, perchè fu
già pianto e perse il triste nel passar degli occhi la prima volta; o nell'aedo
Femio, che parla ad Ulisse e dice della poesia, quel che già era stato detto
nelle varie allegorie ed apologhi delle Myricae: Un nicchio vile, un lungo
tortile nicchio, aspro di fuori, azzurro di dentro, e puro, non, Eroe, più
grande del nostro orecchio; e tutto ha dentro il mare, con le burrasche e le
ritrose calme, coi venti acuti e il ciangottio dell'acque. Una conchiglia
breve, perchè l'oda il breve orecchio, ma che tutto l'oda; tale è l'aedo. Pure
a te non piacque. La medesimezza dell'ispirazione nei Poemi conviviali, e nelle
Myricae e Poemetti, è stata concordemente riconosciuta; e in questo senso si è
bene affermato che P. ellenico è un elle- no-cristiano. Diversa opinione è
stata manifestata per gli Inni', e si è detto che P. vuol tentar in essi la
corda eroica, e fallisce. E gli si è dato sulla voce, consigliandolo (per
parlare col suo poeta) a meditare silvestrem musam tenui avena, ad attenersi al
deductum Carmen, al calamos inftare leves, se non voglia stridenti miserum
stipula disperdere carmenì Ma gl'inni, nel loro complesso, contengono
nient'altro che la predicazione del solito vangelo pascoliano: si ricordino
quelli sull'anarchico assassino dell'imperatrice Elisabetta, sul negro di
Saint-Pierre, sulla uccisione di re Umberto, sul Duca degli Abruzzi e la
spedizione al Polo, sulle stragi civili. E si deve concludere che non vi ha
luogo a distinguere, nell'opera del Pascoli, filoni diversi di pensieri,
correnti diverse di sentimento, e ad assegnare la parte geniale della poesia di
lui all'una delle correnti, e l'artificiosa all'altra. Si deve concludere che
anche il secondo dei due procedimenti critici, che abbiamo ricordati, si
chiarisce inapplicabile al caso suo. E così l'arte di P. par che serbi sempre l'aspetto
di un problema. La genialità e l'artificio, la spontaneità e l'affettazione, la
sincerità e la smorfia, appaiono uniti negli stessi componimenti, nelle stesse
strofe, talvolta in un singolo verso. Il male attacca la lirica nelle sue
radici e nelle sue fibre più intime, nel metro; talché in mol- tissime poesie
del Pascoli la mossa metrica è come staccata dall'ispirazione: quasi si direbbe
che, appena sorto il germe di vita, un microbio vi si sia precipitato sopra a
contaminarlo. L'impressione del lettore è quella che io ho notata in principio:
l'attrattiva e la repulsione, il rapimento e il disgusto si avvicendano.
Abbiamo insieme un poeta ingenuo e uno bambinesco; un lirico del dolore e un
assassinato di dolore, come avrebbe detto Pietro Aretino; un commoso cantore
della pace e un predicatore alquanto untuoso; un uomo santo e un sant'uomo, uno
spirito religioso e un prete. Stiamo a momenti per gridargli entusiasmati: Quae
Ubi, quae tali reddam prò Carmine donaci, e donargli la nostr'anima (unico dono
degno che possa farsi ai poeti); ma, nel- l'istante seguente, lo slancio del
donatore resta sospeso. E il critico è messo in imbarazzo: press'a poco nella
situazione di Gargantua, quando gli nacque il figlio e gli mori la moglie, che
non sapeva se dovesse ridere o piangere: *Et ledóbufe qui troubloil san en
tende meni esloit assavoir l'AS mon s'il devoit pleurer poùr le deuil de sa
femme, ou rire pour la joie de son filz. D'un coste et d'aulire, il avoit argumens sophistiques
qui le suffoquoient, car il les faisoit tres ìnen in modo et figura, mais il ne
les pouvoit souldre. Et, par ce moyen, demeuroit empestrè cornine la souris
empeigée, ou un milan pris au lacet». Ma
il critico non vuole escogitare « argumens sophistiques»: vuol vederci chiaro,
e non gli riesce. Non è una consolazione osservare che questa incertezza si
ritrova nell'opinione generale con- cernente il Pascoli. Coloro che più
ponderata- mente hanno scritto della sua opera, mostrano sempre, in modo
espresso o tra le linee, una tal quale insoddisfazione: e ora concludono che P.
non giunge alla creazione spontanea e ^geniale; ora riconoscono quel che c'è
d'imperfetto nelle sue più belle creazioni; ora lo consi- derano piuttosto come
precursore che come ar- tista compiuto in sé stesso; ora lamentano che nel
Pascoli ci sia l'imitazione di sé medesimo, il pascolismo. Più volte ho potuto
osservare che alcuni dei maggiori estimatori e lodatori di lui non sanno celare
la loro dubbiezza e cercano come di essere rassicurati sulla legittimità della
loro ammirazione; o alcuni dei più risoluti avver- sari non si sentono, nella
manifestazione del loro dispregio, in completa buona coscienza. Tanta è questa
incertezza, che si ode lamentare non essere stato finora P. giudicato
degnamente perchè la critica italiana è inferiore al compito suo; ed altri
scusano la critica con- siderando l'arte del Pascoli come un'arte dell'av-
venire, che solo in una nuova fase spirituale potrà essere compresa a pieno.
Sarà dunque così? Fallimento della critica? o rinvio all'avvenire? Ma, prima di
ricorrere a codeste ipotesi da disperati (da disperati, perchè non
verificabili), bisogna esaminare un'ipotesi più semplice. La quale è, che ciò
che si presenta come problema sia una soluzione; che ciò che sembra una do-
manda, sia già una risposta ; che questa mia censura critica, che finora sembra
tutto un prologo, sia già una conclusione. Il Pascoli è, per l'appunto, quale
lo siamo venuti osservando: uno strano miscuglio di spon- taneità e
d'artifizio: un grande-piccolo poeta, o, se piace meglio, un piccolo-grande
poeta (cosi come, in una delle sue poesie, la terra a lui apparisce un «
piccoletto-grande presepe » !). In lui, anche dopo le prime Myricae, sono sorti
motivi poetici felicissimi, anzi più ricchi forse e più pro- fondi dei suoi primi;
ma codesti motivi non ven- gono padroneggiati e ridotti a unità artistica, e
non acquistano quell'intonazione armonica, che è la manifestazione dell'unità.
Era uno squisito poeta nelle prime Myricae, restio a scrivere e a stampare,
tanto che si denominava da sé « Belacqua», e, sfiducioso, non cercava la fama.
Ma! la fama l'ha raggiunto, e lo ha eccitato a una produzione abbondante e
artificiale. Spirito poetico qual egli è, non riesce mai a diventare del tutto
un retore; ma non riesce neppure alla poesia compiuta, e s'indugia in una
semi-poesia. Perciò anche egli, ora, non vede nessun termine alla sua
produzione: smarrito il senso della sin- tesi artistica, di ogni commozione fa
una lirica, prima che sia diventata veramente tale: la sua produzione si è resa
facile e meccanica. « Quanto più di numero vorrei che fossero! (scrive nella
prefazione di Odi e inni, che pure son troppi e troppi). Io sento di non avervi
ancor detto nulla di ciò che avevo per i vostri cuori. E temo di andarmene,
volgendomi disperatamente addietro per dirvi ciò che non dissi, e che è sempre
e ancora il tutto. Bisogna affrettarsi, ora. Gli anni non vengono, ora: vanno
». Perciò, non s'acqueta in nessuna delle sue creazioni. Ogni materia diventa
per lui inesauribile. Il tragico fato del _padre gli è fonte
perpetuajd^__pjoesia^,appunto perchè nessuna perfetta poesia ne è nata. Egli
sente nell'aria il rimprovero per quel suo inces- sante verseggiare i casi
della propria famiglia; e si difende: «Io devo (il lettore comprende) io devo
fare quel che faccio. Altri uomini, rimasti impuniti o ignoti, vollero che un
uomo non solo innocente ma virtuoso, sublime di lealtà e bontà, e la sua
famiglia, morisse. E io non voglio. Non voglio che siano morti. E non si tratta
di questo: i lettori non l'accusano di parlar troppo di suo padre, ma di non
parlarne abbastanza poeticamente; ed egli forse insiste nel tema, non perchè
spinto da dovere domestico, ma perchè avverte, sia pure confusamente, che non è
giunto ancora a concretare il suo sentimento nelle immagini. Quella tragedia
familiare gli sta dinanzi come un grosso blocco di marmo, che non sa come
lavorare: ne fa con lo scalpello saltare qualche scheggia, ma non v'incide una
volta per sempre la statua o il gruppo. Per la stessa ragione, infine, la sua opera
poetica ha l'aria di una poesia dell'avvenire: i motivi, che vi sono abbozzati
e non perfettamente elaborati, paiono aspettare e provocare l'artista, che li
ripiglierà. Come dal suo stato d'animo idillico P. ha tratto una filosofia che
è la conferma di quel suo stato, cosi dalla sua arte imperfetta ha tratto
un'estetica e una critica, che è il riflesso teorico di essa, e insieme una
conferma dell'analisi che si è tentata in queste pagine. Il poeta jegli dice ed
io compendio), il poeta vero è un fanciullo: è l'anima che ama il poco, le
piccole cose, la campagna piccola, il campicello, l'orto con una fonte e con un
po' di selvetta, il cavallino, la carrozzina, l'aiolina. E l'ama con la
dolcezza della pietà: perchè il poeta non solo è il fanciullo, ma è anche il
poverello dell'umanità, spesso cieco e vecchio. Per conseguenza, in quanto
poeta, è sempre ispiratore di buoni e civili costumi, d'amor patrio e familiare
e umano: è sempre socialista, perchè è umano: esclude l'impoetico, e alla fine
si trova che l'impoetico è quello appunto che la morale riconosce cattivo e
l'estetica dichiara brutto: l'esclude non di proposito, non ragionando, ma cosi
istintivamente, perchè ne ha paura o schifo. Ciò che esce fuori di questo amore
pel piccolo) non è poesia. Le armi, le aste bronzee, i carri di guerra, i
lunghi viaggi, le traversie, sì, perchè sono cose che il fanciullo ricerca con
avida curiosità, e le vagheggia palpitando di gioia. Ma tale non è l'amore,
l'eros; tale non è tutta la moltitudine irosa delle altre passioni. Ciò P.
chiama non più elemento poetico, ma drammatico; non più poesia pura, ma
applicata; non più di sentimento, ma di fantasia. Con l'introduzione
dell'elemento erotico, l'essenza poetica diminuisce: le figure omeriche sono
più poetiche di quelle della tragedia ellenica: Rolando della Chanson è più
poetico dell'Orlando innamorato e furioso dei romanzieri italiani. La Comedia
dantesca, come tutti i grandi poemi, i grandi drammi, i grandi romanzi, è
poesia ap- plicata: è un gran mare, nel quale di tanto in tanto si pesca una
perla, un prodotto di poesia pura; com'è, per esempio, nel Purgatorio la
descrizione dell' «ora che volge il desio ai naviganti . Questa estetica è la
base della sua critica letteraria. Di Omero mette in mostra l'intona- zione fanciullesca:
« descriveva i particolari l'uri dopo l'altro, e non ne tralasciava uno,
nemmeno, per esempio, che le schiappe da bruciare erano senza foglie. Che tutto
a lui pareva nuovo e bello, ciò che vi aveva visto, e nuovo e bello credeva
avesse a parere agli uditori. La parola c bello e ' grande ' ricorreva a ogni
momento nel suo novellare, e sempre egli incastrava nel discorso una nota a cui
riconosceva la cosa. Diceva che le navi erano nere, che avevano dipinta la
prora, che galleggiavano perchè ben bilanciate, che avevano belli attrezzi, bei
banchi; che il mare era di tanti colori, che si moveva sempre, che era salato,
che era spumeggiante.. L'Eneide di VIRGILIO diventa per P. quasi un duplicato
della Georgica: l'Eneide canta, si, guerra e battaglie; ma tutto il senso della
mirabile epopea è in quel cinguettìo mattutino di rondini o passeri, che
sveglia Evandro nella sua capanna, là dove avevano da sorgere i palazzi
imperiali di Roma. Nelle sue introduzioni aXY Epos e alla Lyra, il Pascoli
evoca la Grecia primitiva coi suoi aedi e mendicanti, ricchi di meravigliose
storie, fanciulli parlanti ad altri fanciulli, o ri- sveglianti nell'uomo
adulto il fanciullo: evoca il Lazio primitivo, con la sua vita agreste
piuttosto che guerresca. È da notare un'altra dottrina letteraria del Pascoli,
che si lega alla precedente. Egli afferma che per la poesia vera e propria agli
italiani manca, o sembra mancare, la lingua; e che bisogna riproporsi il
problema posto e studiato dal Manzoni: il problema della lingua. La lingua, che
si adopera, è troppo generica e grigia. « Pensate ai fiori e agli uccelli, che
sono de' fanciulli la gioia più grande e consueta: che nome hanno? S'ha sempre
a dire uccelli, si di quelli che fanno tottavì e si di quelli che fanno crocrol
Basta dir fiori o fioretti, e aggiungere, magari, vermigli e gialli, e non far
distinzione tra un greppo co- perto di margherite e un altro gremito di
crochi?». Ed insegna ai fanciulli il segreto per diventar valenti in poesia:
«Chiedete sempre il nome di ciò che vedete e udite; chiedetelo agli altri, e
solo quando gli altri non lo sappiano, chiedetelo a voi stessi, e, se non c'è,
ponetelo voi il nome alla cosa » . Anche questa dottrina è base ai suoi giudizi
critici. Esamina il Sabato del villaggio di Leopardi, e trova indeterminato e
vago il verso «un mazzolin di rose e di viole»; et avrebbe desiderato maggiore
precisione per es- sere in grado così di stabilire a quale mese dell'anno si
riferiva il poeta con la sua descrizione: corregge altrove Leopardi, che
accenna al canto degli usignoli, notando che nella valle di Recanati si odono
invece le cingallegre; l'Elogio degli uccelli gli suggerisce l'esclamazione : «
mai un nome di uccelli: tutti uccelli, tutti canterini! ». Ora è evidente, per
quanto riguarda la dottrina estetica, che P. ha equivocato, scambiando e
confondendo in uno l'ideale fan- ciullezza, che è propria della poesia la quale
si libera dagl'interessi contingenti e s'affisa rapita nelle cose, la
fanciullezza che è imma- gine della contemplazione pura, — con la realistica
fanciullezza, che si aggira in un piccolo mondo perchè non conosce e non è in
grado di dominarne uno più vasto. E l'equivoco EQUIVOCO GRICE lo ha menato
diritto a negare carattere d'arte pura a quasi tutta l'arte; a distinguer
l'arte dalla fantasia confinandola al sentimento, e a mutilare il sentimento
stesso confinandolo a quel solo sentimento che non sia erotico o passionale, al
sentimento idillico. La sua dottrina sulla lingua ha stretta affinità con
quella di Edmondo de Amicis e degli altri linguai; vale a dire, si riduce in
fóndo al- l'eretismo delle piccole cose, agli alberi che impediscono la vista
della selva. Dice il Leopardi nella Vita solitaria: Talor m'assido in solitaria
parte sovra un rialto, al margine d'un lago di taciturne piante incoronato. E
un De Amicis o un Pascoli a domandare; Piante? ma quali piante? di quale specie
e sot- tospecie e famiglia e varietà? Qui c'è l'indeter- minato e l'impreciso!
— quasi che Leopardi dovesse essere, in quel momento, non già un'anima assorta
nel problema del dolore e del fine dell'universo, ma un dilettante di botanica;
come prima, nel caso degli uccelli, non un filosofo pessimista, ma un
cacciatore, esperto a riconoscere lo voci e le forme degli uccelli, a cui
mirerà con lo schioppo! La critica di P., infine, è unilaterale ed esagerata.
Dove egli s'incontra con poeti e con situazioni poetiche che rispondono al suo
proprio ideale e alla sua angusta teoria, li sente e interpreta bene, e vi fa
intorno osservazioni assai fini. Ma, trovandosi più spesso innanzi a un'arte
diversa, è costretto o a tacere o a ridurla sofisticando alla sua personale
visione. Rare sono le eccezioni, dovute allo spontaneo irrom- pere di un più
compiuto senso dell'arte. Ma è veramente l'Eneide quella che egli ci presenta nel
giudizio riferito di sopra? E, per esempio, il passionale episodio di Didone,
cosi importante e significante, come si concilia con la veduta georgica
dell'essenza del poema? E, veramente, lo stile di Omero quello che P. ci ha
descritto, o non è di un Omero reso da lui alquanto puerile? Anche i saggi di
traduzione che il Pa- scoli ci ha dati dei poemi omerici destano i medesimi
dubbi. Non istituirò sottili confronti con l'originale, convinto come sono che
la poesia, rigorosamente parlando, non si traduce; o, come è stato detto di
recente e assai bene da un critico d'arte tedesco, che chi traduce con la
pretesa di sostituire l'originale, fa come uno che volesse dare a un innamorato
un'altra donna in cambio di quella che egli ama: una donna equivalente o, su
per giù, simile; ma l'innamorato è inna- morato proprio di quella e non degli
equivalenti. Né contesterò l'utilità grande che avrà per la cultura italiana il
possedere un Omero messo in italiano da un profondo grecista e da un
espertissimo letterato, quale P.: anzi affretto coi miei voti il compimento
del- l'opera. Ma, considerando quelle traduzioni per sé, come opere d'arte che
stiano da sé, a me pare che tra l'Omero alquanto rimbambinito di P., e quello
un po' enfatico e accademico, ma pur grandioso, di Vincenzo Monti, chi legga
per mere ragioni di godimento artistico preferirà sempre il secondo: Elena
dunque venire vedevano verso la torre, e l'uno all'altro parlava parole
dall'ale d'uccelli : Torto non è che Troiani ed Achei dalle belle gambiere da sì
gran tempo per tale una donna sopportino il male. Monti ha soppresso le ali di
uccello e le belle gambiere, sentendo che il loro valore si falsifica nella
letterale versione italiana; ha aggiunto qualche suo tocco: ne è uscito un
quadro o una statua alla David o alla Canova, ma, a ogni modo, una pagina
d'arte: Come vider venire alla lor volta la bellissima donna, i vecchion gravi
alla torre seduti, con sommessa voce tra lor venian dicendo : — In vero biasmar
né i Teucri né gli Achei si denno se per costei si diuturne e gravi sopportano
fatiche... Il fanciullesco non c'è più; ma c'era veramente in Omero? L'omerico
neanche c'è più; ma si poteva rendere? e l'ha reso poi il Pascoli? — Parla
Achille ad Ettore caduto: Ettore, tu lo credevi spogliando il mio Patroclo
morto, d'esser salvo, e di me ch'ero lungi, pensier non ti davi bimbo! ma in
parte da lui c'era un molto più forte com- pagno presso le navi cavate, c'ero
io dietro ad esso rimasto, che i tuoi ginocchi snodai! I cani e gli uccelli da
preda strascicheranno ora te; lui seppelliranno gli Achei! Anche qui mi pare
che sia più facile gustare il Monti, che traduce nello stile neoclassico, non
senza qualche svolazzo accademico: Ettore, il giorno che spogliasti il morto
Patroclo, in salvo ti credesti, e nullo terror ti prese del lontano Achille.
Stolto! restava sulle navi al mio trafitto amico un vindice, di molto più
gagliardo di lui: io vi restava, io, che qui ti distesi. Or cani e corvi te
strazieranno turpemente, e quegli avrà pomposa dagli Achei la tomba. Comunque,
la critica del Pascoli, quando non può interpretare in modo rispondente al suo
ideale di vita le opere poetiche, divaga, come può vedersi nei citati discorsi
introduttivi alle raccolte dell'Epos e della Lyra, i quali sono i suoi migliori
lavori critici: serie di note sugli aedi dell'Eliade, sulla condizione dei
poeti nella primitiva società romana, sulle leggende di Roma confrontate con
quelle dell'epos ellenico, su Enea e Odisseo, su questioni biografiche e
cronologi- che, sulle varie redazioni del testo dell' Eneide, e simili, che non
stringono dappresso il problema critico. Nella sua inesatta idea dell'arte è
anche l'origine di quella singolare opera critica, che sono i parecchi volumi
da lui dedicati dall'esegesi dantesca. Il Pascoli non sembra ancora investito
dello spirito della critica moderna, per la quale il pensiero poetico e la
grandezza di Dante non sono riposti nelle allegorie e nei concetti morali. La
sua Minerva oscura (prendo questo libro come esempio) discute ancora con
gravità e come di problemi di alta importanza, se il sistema delle pene e dei
premi sia il medesimo nell'Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso; se delle tre
fiere la lonza rappresenti l'incontinenza, il leone la violenza, la lupa la
frode; se il messo del cielo sia Enea; perchè il conte Ugolino stia nell'An-
tenora e non nella Caina, e via dicendo: questioni di nessuno o di assai scarso
significato non solo per l'intelligenza artistica di Dante, ma anche per la
conoscenza della vita medievale e delle intenzioni e dei sentimenti
appartenenti alla bio- grafìa di Dante : inezie, che, di giunta, sono per lo
più questioni insolubili, per mancanza di dati di fatto sufficienti; onde
rendono possibile quel raziocinare all'infinito, che piace ai perditempo, e
quell'acume a buon mercato, che piace ai vanitosi. Ed ecco il Pascoli, per le
scoperte del genere accennato, « raggiante di solitario orgoglio » . «Aver
visto nel pensiero di Dante!... (dice nella prefazione alla Minerva oscura).
Io, la vera sentenza, io l'ho veduta! Si: io era giunto al polo del mondo
dantesco, di quel mondo che tutti i sapienti indagano come opera di un altro
Dio! Io aveva scoperto, in certo modo, le leggi di gravità di quest'altra
Natura; e quest'altra natura, la ragione dell'universo dantesco, stava per svelarsi
tutta!». Sembra anche qui Edmondo de Amicis, quando, dopo aver veduta e toccata
a Granata la cassetta delle gioie d'Isabella di Castiglia, si guardava le mani,
esclamando come incredulo o trasognato: «Io l'ho toccata, con queste mani!». Ma
il Pascoli si ricorda, subito dopo, del doveroso sentimento di modestia:
scaccia via con piglio risoluto l'orgoglio, benché, nello scacciarlo, gli
accada (disavventura in cui incappano di solito i modesti) di accentuarlo più
fortemente: «Cancelliamo quelle superbe parole! Mi perdoni chiunque ne sia
rimasto scandalizzato! Oh, se la gloria è ombra di vanità... Via dal cuore cosi
perverso fermento!». Il che non impedisce che, qualche anno dopo, egli non
sappia tenersi dal contare la sua scoperta e la sua gloria ai fanciulli delle
scuole d'Italia: « E io vi dico, o fanciulli, che il tempio (la Divina
Commedia) è ancora in piedi, e che è bello dentro e fuori, e più bello nel suo
complesso che nei suoi particolari che sono pur bellissimi, e che nel tempio e
si gode molto, per la grande bellezza, e s'impara molto per la ingegnosa
verità; e che vi si può entrare, perchè la chiave si è trovata. E se vi
soggiungessi che l'ho trovata io, mi direste superbo? Quanti trovano, figliuoli
miei, una chiave, in questo mondo, e non sono detti superbi se dicon d'averla
trovata e la riportano! E poi, sapete dove l'ho trovata? Nella serratura. Era
nella toppa, la chiave del gran tempio! Era lì, e bastava appressarsi un poco
per vederla e gi- rarla ed entrare! Ma nessuno s'era, a quanto pare, appressato
assai » (Fior da flore, prefaz.). E, an- cora qualche tempo dopo, con rapida
mutazione di stile, rivolgendosi ai critici, e alludendo ai suoi volumi
danteschi, scritti e da scrivere: «Essi furono derisi e depressi, oltraggiati e
calunniati ; ma vivranno. Io morrò: quelli no. Così credo, cosi so: la mia
tomba non sarà silenziosa. Il genio di nostra gente, Dante, la additerà ai suoi
figli ». In questi giubili, in questi vanti, in queste stizze, in questa virtù
che si nasconde ma se cupit ante videri, abbiamo innanzi, veramente, non il
fanciullo divino e poetico, ma il fanciullo realistico e prosaico. E neppure
nelle poesie del Pascoli c'è solo il divino infante. Anche colà, come nella sua
dottrina estetica e critica, i due esseri, così all'apparenza simili, così nel
profondo diversi, sono abbracciati e stretti in un amplesso indissolubile.
Questo amplesso del poeta ut puer e del puer ut poeta è forse il simbolo più
ade- guato dell'arte di P. INTORNO ALLA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA
E ALLA POESIA DI P. Il giudizio di CROCE (si veda) su P. suscita — e me le
aspettavo — vivaci opposizioni e contro- versie. E a proposito di esso si è
ripreso a discutere di quel che sia o debba essere la critica letteraria, e dei
vantaggi e degli inconvenienti di questo e di quel metodo, e del metodo in
genere. Ecco dunque buona occasione per meglio chiarire le idee non ancora del
tutto chiare (sebbene molto meno confuse di quanto fossero alcuni anni
addietro) sull'ufficio della critica, e anche per aggiungere qualche cosa circa
la poesia di P. Quale sia il metodo di critica, che si professa in queste
pagine, può compendiarsi in poche parole, quasi in un catechismo. È una critica
fondata sul concetto dell'arte come pura fantasia o pura espressione, e che per
conseguenza non esclude dalla cerchia dell'arte nessun contenuto o stato
d'animo, sempre che sia concretato in un'espressione perfetta. Fuori di tale
concetto, quella critica non ha alcun altro presupposto teorico, e rifiuta come
arbitrarie le cosiddette regole dei generi e ogni sorta di leggi letterarie e
artistiche. Per giudicare d'arte non conosce altra via che quella d'interrogare
direttamente l'opera stessa e risentirne la viva impressione; e a questo fine,
e solo a questo fine, crede am- messibili, anzi indispensabili, le ricerche che
si chiamano storiche o filologiche, le quali hanno valore ermeneutico e servono
a trasportarci, come si dice, nelle condizioni di spirito dell'au- tore
nell'atto che formò la sua sintesi artistica. Ottenuta la viva impressione,
ossia il congiun- gimento con lo spirito dell'artista, il lavoro ulteriore non
può esplicarsi se non nel determinare ciò che nell'oggetto che si esamina è
schietto prodotto di arte, e ciò che vi si contiene di non veramente artistico,
come sarebbero, per esempio, le violenze che l'autore fa alla sua visione per
intenti sovrapposti, le oscurità e i vuoti che lascia sussistere per ignavia,
le gonfiature e fiorettature che introduce per far colpo, i segni dei
pregiudizi di scuola, e tutta insomma la varia sequela delle deficienze e
viziature ar- tistiche. Il risultato di questo lavoro è l'esposizione o
ragguaglio critico, che dica semplicemente (e, nel dir ciò, ha insieme
giudicato) wie es eigentlich gewesen, « come sono andate propriamente le cose
», secondo la definizione, geniale nella sua semplicità, che Ranke da della
storia. Perciò critica d'arte e storia d'arte, a mio vedere, s'identificano:
ogni tenta- tivo di critica d'arte è tentativo di scrivere una pagina di storia
dell'arte (intendendo la parola storia nel suo . senso alto e compiuto, cioè
nel suo senso vero). La critica distingue e caratterizza le forme prese dallo
spirito artistico nel corso della realtà, che è svolgimento e storia. Mi ha
recato dunque meraviglia leggere su pei giornali che questo metodo vuol «
misurare la fantasia e l'estro di un poeta col metro di preconcetti pedanteschi
», o che esso applica all'arte « i criteri logici che sono propri della critica
della scienza, o che si fonda sui caratteri estrinseci dell'opera d'arte; — quando
vero è proprio l'opposto, cioè che esso è sorto per discacciare preconcetti
pedanteschi e abitudini di confusione tra arte e scienza, e per ricondurre lo
sguardo dall'estrinseco all'intrinseco. E non so che cosa si voglia dire con
l'accusare quel metodo come «sistematico», giacché, per quel ch'io so, la mente
umana è sistema, vale a dire ordine; e si potrà censurare come imperfetto un
particolare sistema, ma non perciò sopprimere mai l'esigenza sistematica, la
quale conviene a ogni modo appagare. Non potrei neppure ammettere che il metodo
da me professato sia bensi buono, ma che « accanto ad esso ve ne siano altri
egualmente buoni per giudicare dell'arte, perchè non intendo come una funzione
dello spirito umano possa avere altro metodo che non sia quell'unico, che le è
proprio; e resto stupito quando poi leggo, che « di un metodo in critica non si
dovrebbe neppur parlare», perchè rispetto troppo il mestiere che qui faccio per
considerarlo come cosa capricciosa e priva di metodo, cioè di giustificazione e
di valore. Ma confesso che la meraviglia maggiore è nata in me dal timore
manifestato da Gargano: che questo metodo, risolvendosi in un formolario,
metterà « d'ora innanzi alla portata di tutti l'esame di ogni produzione
letteraria, di coloro specialmente che, sforniti della dote essenziale del
critico, cioè del gusto, crederanno in buona fede di poter giudicare applicando
severamente i principi della logica. Lasciando stare l'ovvia risposta già da
altri anticipata a Gargano (che di qualsiasi metodo si può abusare dagli
incapaci), io osservo che la vecchia critica, fondata sulle regole e i modelli,
quella, sì, era facilissima e alla portata di tutti; perchè non ci voleva molto
a sentenziare: la tale opera non risponde alle regole della tragedia, e perciò merita
condanna»; ovvero: « il tale personaggio si conduce in questa situazione
precisamente come il pius Aeneas, e perciò merita lode di decoroso eroe da
epopea». Ma la critica moderna, richiedendo insieme idee filosofiche sul-
l'arte, cultura storica, sensibilità estetica, acume di analisi e forza di
sintesi, è difficile. Tanto diffìcile che io non l'ho vista mai attuata se non
[Nel Marzocco di Firenze.] a tratti e lampi; e non conosco se non un sol
critico (l'ho detto già molte volte), che l'abbia degnamente esercitata sopra
un'intera letteratura: il De Sanctis. Per quel che concerne me che, in mancanza
di altri volenterosi, mi sono provato ad adoprarla per la contemporanea
letteratura italiana, io sono di continuo travagliato dal dubbio (igienico
dubbio) della mia inade- guatezza all'alto ufficio. Faccio del mio meglio,
m'invigilo, procuro di correggermi; ma non ho mai la sensazione di correre un
campo libero di ostacoli, o di scivolare come in islitta sul ghiaccio. Se altri
prova questo godimento, beato lui! Ma come mai l'enunciato metodo critico, che
è il più liberale che sia stato mai concepito, il più rispettoso verso tutte le
infinite individuazioni artistiche, il solo che non prenda il passo sull'arte,
viene ad assumere agli occhi di molti aspetto minaccioso di forza e di
prepotenza, tanto da spingerli alle proteste e alle accuse malamente formolate
con le parole di sistematismo, logicismo, preconcettismo pedantesco, e simili?
Chi non ignora che le medesime accuse sono state date ai metodi dei più vigorosi
filosofi, e le lodi contrarie largite in copia ai filosofi molli e
contradittorl e inconcludenti, chi rammenta di quanto odio siano stati
proseguiti Spinoza o Hegel, e di quante simpatie Mill o Spencer, non dura
grande fatica a spiegarsi il caso. La ragione delle accuse, non potendo essere
fondata nella qualità di quel metodo, deve cercarsi nelle disposizioni degli
animi e degl'intelletti degli accusatori: in quelle tendenze che io soglio
riassumere con la parola pigrizia. È l'umana pigrizia che fa preferire un
metodo più comodo, o almeno rivendica il diritto di un metodo più comodo e
benigno accanto all'altro troppo severo; la pigrizia, che rifiuta il peso e
scansa la responsabilità del concludere, e tenta di eludere il problema,
girandolando intorno all'arte, cogliendone solo qualche lato, divagando
leggiadramente o sviandosi in questioni estranee. L'orrore di molti cosiddetti
« eruditi » per la cosiddetta «critica estetica» è l'istintiva paura per un
esercizio troppo aspro e periglioso. Met- tere insieme la cronaca dei
pettegolezzi di Recanati è, si sa, molto più facile che non analizzare il Canto
del pastore errante. La pigrizia per altro è, nella critica della letteratura
contemporanea, rafforzata da motivi particolari. Quella critica, a dir vero,
considerata intrinsecamente, non ha problema diverso da ogni altra forma di
critica, che concerna le letterature più da noi remote nel tempo; e anch'essa,
come si è detto, consiste nel tentativo di scrivere una pagina di storia
letteraria. E se vi s'incontrano condizioni sfavorevoli, che non si trovano
nella letteratura più remota, presenta altresì alcune condizioni favorevoli,
che mancano nell'altro caso: se nella letteratura contemporanea è assai
malagevole cogliere il carattere e il valore di certi processi che sono ancora
in fieri o si sono appena conclusi, laddove per l'antica si hanno innanzi serie
di svolgimenti compiuti e nitidamente assegnabili, d'altro canto per la
letteratura contemporanea si ha una agevolezza d'interpretazione e
comprensione, che nella più antica si ottiene di solito con grandi stenti e
solo in parte. Vantaggi e svantaggi, in- somma, su per giù si compensano, e gli
uni e gli altri sono poi affatto contingenti. Ma la cosa non sta allo stesso
modo circa le condizioni soggettive, o meglio i sentimenti e le passioni
individuali; le quali, a dir vero, nella letteratura contemporanea, operano
assai di frequente una vera pressione psicologica per impedire la posizione
esatta e la soluzione giusta del problema critico. Vi hanno, per esempio, tra
gli autori di versi e prose letterarie, personaggi o ragguardevoli per
situazione sociale o rispettabili per altre forme della loro attività o
attraenti e cari per la loro bontà e amabilità, la cui opera artistica non
risponde in modo degno alle altre loro forze e virtù. Il che più o meno tutti
avvertono, ma tutti o quasi tutti, come per tacito accordo, si propongono di
non dire. A questo intento si ricorre a una sorta di critica diplomazia, la
quale o si perde in vani suoni o gira il problema o somiglia al linguaggio di
Alete, pieno di strani modi, « che sono accuse e paion lodi ». Si lasci
balenare il più lieve accenno di critica seria innanzi a codesto tessuto di
frasi abili e sfuggenti, e ne nascerà uno scompiglio, come io stesso ho potuto
sperimentare in più occasioni pei miei giudizi. Per esempio, ho mostrato che
nei volumi di un egregio uomo, scrittore di versi, vi ha cultura, elevatezza di
pensieri e d'intendimenti, pratica dello scrivere, ma difetta quasi del tutto
la sostanza poetica, l'intimo ritmo e il canto. Ed ecco una schiera di amici a
scandalizzarsi e a darmi sulla voce. « Quello scrittore è una nobile
personalità». D'accordo; ma non è poeta. « Quello scrittore sta solo in parte,
intatto dal- l'applauso volgare » . Ciò vorrà dire che è uomo dignitoso, ma non
che sia poeta. « Quello scrittore ha un aspetto tra di monaco e di guerriero, e
avrebbe potuto, se fosse vissuto nel secolo de- cimosesto, comandare una galea
in battaglia contro i turchi ». Sarà, quantunque sia difficile provarlo; ma non
è poeta. « Quella sua poesia attinge il più alto segno della poesia degli acca-
demici e professori » . Il che vorrà dire che gli accademici e i professori, in
quanto tali, debbono astenersi dalla poesia; ma non già che quegli sia poeta. «
Se verrà tempo che non si guarderà più a un libro di poesia da un punto di
vista estetico secondo la moda corrente, il suo libro sarà studiato come un
interessantissimo documento psicologico». E ciò conferma, per l'appunto, che
non è poesia, ma semplice documento biografico. — Sono giudizi codesti che, per
quanto strani, potrei tutti documentare, coi nomi degli autori e con le altre
relative citazioni; ma prego i lettori di dispensarmene per non allontanarci
troppo dalla questione che sola ora c'interessa. Sembra, in verità, che il
problema che i più cercano di risolvere, sia di trovare il modo di non fare
critica, pur dandosi l'aria di farne. . Innanzi a siffatto proposito, tenace
quantunque spesso inconsapevole, di nascondere la verità come a un malato si
nasconde la gravità della sua malattia, il critico ingenuo, che ripeta il
vecchio e arrogante Hic Rodhus, hic salta, il critico che cerchi determinare
chiaramente se una data opera è o non è poesia, il critico che, insomma, voglia
adempiere il dover suo, desta fastidio e impazienza come personaggio importuno,
e, non sapendosi come combattere i suoi giudizi, si rifiuta addirittura il suo
« metodo»: quel metodo che procede o si accinge a procedere in guisa tanto
indiscreta. Guai a chi si prova ad accendere una luce sfolgorante dove si
desidera l'ombra o la penombra. Ma il contrasto del metodo da me professato con
quello che è consueto nelle trattazioni della letteratura contemporanea, e la
parvenza di ri- gidità e violenza che il primo assume, possono avere origine
anche da altre cagioni. La più parte degli scritti sulla letteratura
contemporanea sono meramente occasionali; concernono questa o quel- l'opera di
uno scrittore, non il complesso della sua attività; e provengono da persone,
che di solito propugnano o avversano l' indirizzo di quello scrittore o di
quella scuola. Non dico che per ciò siano privi di buona fede e di qualsiasi
verità; e anzi concedo che offrano sovente osser- vazioni delicate o sottili e
giudizi giusti. Ma sono di necessità unilaterali, come unilaterale sarei io
stesso se, per esempio, amico ed estimatore del Pascoli, seguendo il mio
desiderio o l'altrui in- vito, scrivessi l'annunzio di un nuovo volume di
questo poeta : unilaterale e non bugiardo o falso, perchè mi basterebbe
spigolare nel volume mo- tivi e strofe e versi di molta bellezza (dei quali nel
Pascoli è sempre abbondanza), per conciliare in qualche modo i miei sentimenti
personali con la verità: tacendo sul resto, ossia schivando il vero ed intero
problema critico. Messa a para- gone di quegli scritti occasionali e polemici,
la parola di chi, come me, è costretto, per la qua- lità stessa del suo
assunto, a esaminare tutta l'opera di uno scrittore (la peggiore e la migliore,
il periodo di genialità e quello di artifizio o decadenza), e a determinarne
tutti gli aspetti per darne giudizio compiuto, sembra ora troppo severa, ora
troppo indulgente. I lettori equanimi e bene informati se ne sentiranno
soddisfatti ; ma gli autori di quelle recensioni e annunzi (e chi non è autore
di qualche recensione o annunzio?), no. Per ciascuno di essi, a volta a volta,
il critico è stato ingiusto: una metà di essi invoca il panegirista, l'altra
metà il carnefice. Così, pei dannunziani, io che ho definito D'Annunzio un
«dilettante di sensazioni», sono, a stento, il « migliore tra i critici volgari
di D'Annunzio, incapace di penetrare nel profondo idealismo della sua arte; ma
dagli antidannunziani, avendo io, com'era mio dovere, riconosciuto le
bellissime cose che D'Annunzio ha prodotto nella sua ristretta cerchia d'ispirazione,
mi odo invece proclamare un bollente SI dannunziano», il più «gran dannunziano
sotto la cappa del sole ». Ho parlato con sincera simpatia dei versi di
Severino Ferrari; ma ciò non basta a chi è stato amico del Ferrari e della sua
poesia si è fatto una predilezione o un sacro ricordo; ed ecco che di quelle
mie pagine lau- dative, ma non ditirambiche, non si sa dare pace qualche cuore
tenero, che sul Ferrari ha stam- pato opuscoli col titolo: Il rosignolo di
Alberino, e vede con isdegno che io considero il valente Severino come un uomo
e non come un augello. E via discorrendo, perchè gli esempi si potreb- bero
accrescere. Che cosa fare? Io non me ne dolgo, perchè non mi dolgo
dell'inevitabile; e poi ci ho fatto la pelle; e poi ancora ho qualche compenso,
non solo nella mia coscienza (« coscienza » è parola rettorica, e non bisogna
pro- nunziarla!), ma anche nelle inaspettate e dolcissime manifestazioni che ho
ricevute da parte di alcuni degli autori da me liberamente criticati, i quali
mi hanno ricambiato col farmi l'amichevole confidenza delle loro lotte e dei
loro dubbi e dei loro scontenti, quasi ad illustrazione e conferma di quanto io
aveva spregiudicatamente osservato. Ancora un'altra cagione che fa apparire
rigido ed eccessivo il metodo da me adoperato, sta nel fatto che la prolungata
consuetudine con la letteratura del giorno tende ad alterare il senso della
grande arte e a deprimere lo standard of faste, il livello della vita estetica.
Di questo pericolo io sono consapevole, e per mia parte cerco premunirmene,
rileggendo di tanto in tanto i classici e giovandomi di tale lettura come di un
esercizio spirituale (di una praepa- ratio ad missam) pel mio ufficio di
critico. Nondimeno, penso che i miei saggi critici sulla letteratura contemporanea
siano alquanto indulgenti, e che tali saranno giudicati da chi li rileggerà fra
un mezzo secolo. Ma, se io forse non sono abbastanza esigente, oso dire che i
più dei miei colleghi in critica, sempre tuffati nella letteratura del giorno,
hanno addirittura fatto l'abito a con- tentarsi di poco. Odo frequenti parole
sulla « divina bellezza » della forma del Pascoli. Chi dice questo, quanto
tempo è che non rilegge un'ottava di messer Ludovico? Il D'Annunzio ha osato
ricordare V Aiace sofocleo, a proposito del suo ultimo dramma. Ma ha egli avuto
ben presente la tragedia di Sofocle? Quanto a me, avendola ripresa tra mano
dopo aver letto la prefazione al Più che l'amore, giunto appena alle parole di
Odisseo: èTCotxteipw Sé viv, ecc., balzai dalla sedia e mi sorpresi a gridare
dantescamente al D'Annunzio. Fa', fa' che le ginocchia cali!... ». E, come il
senso della classicità, nella consuetudine con la letteratura contemporanea si
smar risce sovente quello della storia, ossia della lentezza e faticosità dello
svolgimento e della rarità del prodotto veramente geniale: Tu che '1 diamante
pur generi, lenta, in tua mole, tu sai su l'eterno quadrante quante ore di
secoli, e quante vigilie e che doglia si vuole, o laboriosa gestante, per dare
un cervello di Dante, o un cuore di Shelley, al tuo sole! La letteratura
italiana (che è una grande letteratura) in sei secoli non offre dieci o
quindici veri poeti; e si sarebbe preteso che io ne ritrovassi una cinquantina,
se non addirittura un centinaio, nel periodo di un quarantennio o di un
cinquantennio, che è quello che sono andato investigando. Quale meraviglia se,
per la maggior parte degli scrittori che hanno avuto voga e riputazione, il mio
giudizio è o negativo o circondato da molte restrizioni? Ripeto: anche per tale
rispetto credo di essere piuttosto indul gente che severo; e sono indulgente
perchè comprendo le angosce dell'arte, e tengo conto anche delle
approssimazioni al segno non raggiunto, e persino ho qualche simpatia per le
disfatte non inglorioso. Chi nei secoli venturi riscriverà la storia letteraria
dello stesso periodo trattato da me, avrà (oh, non dubitate!) la mano assai più
ruvida e pesante della mia. Per queste e per altre cagioni simili a queste,
che, non volendo andare per le lunghe, lascio di enumerare e illustrare, il
metodo critico da me professato sembra, e non è, violento. Ma per un'altra
cagione sembra poi talora sbagliato: per l'incompiuta preparazione mentale
della maggior parte dei critici che trattano di letteratura del giorno. I quali
sono di solito (avverto che non faccio allusioni e non penso a nessuno in
particolare) o persone^ che hanno tentato infelicemente l'arte e hanno poi
smesso (peggio se continuano a farne, perchè in tal caso sono tratte a
preparare a sé medesime l'ambiente della compiacenza); o uomini di gusto che,
leggendo poesie per proprio diletto e acquistando cosi esperienza e pratica
dell'arte, via via passano dal discorrerne oralmente allo scriverne sui
giornali, e diventano per tal modo, senz'averci mai pensato, critici di professione.
Ma a costoro, pur tra molte belle qualità particolari, manca quello studio e
quella annosa meditazione sui problemi dell'arte e della critica, e quelle
cognizioni di storia della critica d'arte, che spesso si provano
indispensabili; e ciò li mena a confondersi innanzi a certi casi, pei quali il
gusto naturale e il semplice buon senso non sono bastevoli. Talvolta, essi non
riescono a intendere esattamente nemmeno i termini, che adopera il critico
addottrinato e meglio informato dell'odissea secolare della sua disciplina. Se
ne desidera qualche esempio? E io ne darò, restringendomi a quelli che mi
vengono forniti dalle dispute intorno al mio saggio sul Pascoli. Nel quale
aveva scritto tra l'altro, di passata, che « il pensiero poetico e l'importanza
di Dante non è nelle allegorie e nei concetti morali ». E un fervente
ammiratore di P. mi redarguisce: «Le allegorie e i concetti morali non son
[Lettera aperta di Pietrobono a È. C. sulla poesia di G. P., nel Giornale
d'Italia.] tutto Dante, lo sappiamo: ma senza quelle e questi Dante non è più
lui. Chi rinunzia a render- sene ragione, rinunzia semplicemente a capirlo. Ora
qual critico mai s'è sognato d'insegnare che il pensiero dei poeti non importa
conoscerlo?». E qui, un argomento irresistibile : — Se si tolgono le allegorie,
l'arte di Dante si riduce a frammenti; resta una ruina, sebbene una nobile
ruina. — Ora, come spiegare in quattro parole al mio contradittore che il
pensiero artistico non ha che fare col pensiero allegorico o extrar- tistico, e
che la sintesi, l'elemento unificatore, è data nell'arte di Dante dalla sua
possente fantasia e non già dalle sue escogitazioni di moralista e di teologo?
Questa distinzione di pensiero artistico (intuizione) e di pensiero
extrartistico è una delle più sudate conquiste della scienza este tica. E come
spiegargli, in quattro parole, che la critica è stata impotente a comprendere
la grandezza di Dante fintanto che ha insistito sulle sue allegorie e sulle sue
intenzioni, e ha fatto un gran passo solo quando (nel periodo romantico) ha
guardato Dante non come un dotto e un filosofo, ma come un poeta dell'anima
pas- sionale, quasi uno Shakespeare in anticipazione? e che perciò il Pascoli,
che crede di poter assi- dere su più solide basi la grandezza di Dante
scoprendo la sua ìmdvota, il suo pensiero riposto, è, nella storia della
critica, un ritardatario, anzi un fossile? Un altro esempio ci è fornito dalla
questione che è stata mossa: se valga la pena, nella critica, di far tutte le
fatiche che io faccio per « classificare » e mettere nel « casellario » gli
scrittori, che bisogna invece soltanto gustare e far gustare. Dapprima, a
questa opposizione, sono cascato dalle nuvole. Classificare? casellario? Ma se
io non classifico mai! Ma se sono il più radicale avversario delle
classificazioni e dei casellari (dei generi, delle arti, della rettorica, e di
quanti altri se ne conoscono di questa sorte), che sia mai comparso nel campo
estetico! 8e mi rifiuto perfino a raccogliere gli scrittori, di cui tratto, in
gruppi di lirici, drammaturgi, romanzieri, e via dicendo ! Ma, poi, ho capito :
i miei contradittori avevano confuso Vintelligere col classificare, la
comprensione col casellario, tra i quali due procedimenti c'è un abisso, perchè
il secondo è la morte della critica e il primo il suo ufficio proprio. Anche
qui, come spiegare in poche parole una differenza, che non si può giu-
stificare se non risalendo alle teorie fondamen- tali della logica? Prendiamo
il sonetto: « Solo e pensoso i più deserti campi ». Se io dico che è una « lirica
», l'ho classificato in uno degli schemi delle vecchie istituzioni letterarie;
se dico che è un « sonetto », l'ho classificato secondo la metrica. E quella
lirica o sonetto rimane ancora criticamente intatto. È bello o brutto? e quale
stato d'animo esprime? La classificazione, facendosi per caratteri esterni, è
impotente a rispon- dere a queste domande. Ma se si determina la si- tuazione
psicologica del Petrarca (e determinarla non si può se non ricorrendo a
concetti, giacché, per sentirla così com'è, non c'è da far altro che leggere il
sonetto stesso), e se si mostra come quella situazione si è svolta nelle varie
parti del sonetto, e come tutto bene si accordi ad essa e bene l'esprima, non
si classifica, ma si cerca di comprendere il sonetto, cioè di farne la critica.
Ora, bene o male, questo e non altro io mi sono sforzato di fare per P. e per
gli altri scrittori, che sono andato esaminando. Il « classificare » non
c'entra; e la confusione tra i due procedimenti è di quelle in cui possono
cascare soltanto le menti non abbastanza disciplinate. A talun altro il modo
della mia critica, in fondo, non dispiace; ma gli sembra troppo freddo e
ragionatore e polemico, e preferirebbe, per esempio, il calore e l'eloquenza di
Mazzini. E ciò andrebbe bene, se io fossi Mazzini; ma, essendo Cecco come sono
e fui», non posso discorrere se non nel tono, che è proprio al mio
temperamento. Così il Sanctis, educatore e maestro nell'anima, non poteva
scrivere di critica al modo del Carducci, poeta nell'anima. Voglio dire, che
non bisogna confondere il metodo della critica, che dev'esser uno, coi
temperamento dei critici, che non può non esser vario; e non bisogna (codesto
ci mancherebbe!) mettere tra i requisiti della critica un particolare
temperamento.All'osservanza del metodo tutti sono obbligati; ma nessuno è
tenuto a sforzarsi a un tono a lui estraneo: che anzi ciò gli è assolutamente
vietato sotto pena di cadere nell'artifizio, nella rettorica e nella l'aisita.
Amo grandemente Sanctis e ne accolto le idee fondamentali; ma mi sarebbe
impossibile imitare il suo stile, e mi guardo pur dal tentarlo. Mi si prenda
dunque come sono, con la mia simpatia per gli schiarimenti e le digressioni
filosofiche, con la mia tendenza alla polemica e alla controcritica, col mio
tono prosastico e talvolta sarcastico, col mio dilettarmi talvolta Bioneis
sermonibus et sale nigro, perchè posso bensi correggere i miei errori quando me
ne accorgo, ma non posso e non debbo mutare il mio essere.Così anche non so
come si sia potuto far questione di bontà di metodo pel fatto che,
nell'esaminare P., ho esaminato altresì le opinioni dei critici intorno a lui:
dico « anche», perchè non è vero che quello sia stato il mio punto di partenza:
il punto di partenza (e l'introduzione stessa del mio scritto ciò mostra
chiaro) e l'impressione diretta, prodottami dalla lettura dei versi di lui. Vi
ha questioni vessate o pregiudicate, perchè già molte volte tentate e trattate;
e lo scrittore (che si riattacca sempre agli scrittori precedenti e con essi
dialoga) non può non tenere conto di quanto altri intelletti hanno osservato e
pensato intorno al suo argomento,non solo per trarne aiuto, ma anche per
conoscere verso quali punti deve orientare la sua esposizione critica. E basti
di ciò. Mi sembra di aver difeso il metodo da me professato contro gli appunti,
in verità non gravi, che gli sono stati mossi, e posso concludere con tanto
maggiore sicurezza e franchezza, che quel metodo è buono, in quanto esso non è
mia privata invenzione e possesso, ma è il risultamento della storia della
critica. So bene che mi si osserverà: Tu hai difeso il metodo, ma, nel caso del
giudizio circa il Pascoli, non si tratta di metodo, sibbene di applicazione. «
Il padre Zappata predicava bene, ma razzolava male », mi proverbia il Gargano in
un secondo suo articolo (*); senonchè, nel primo, aveva invece rifiutato, mi
sembra, il metodo e non l'applicazione, o questa solamente come effetto di
quello. Dunque, procediamo per divi- sione. Di metodo non si parla più? Il
metodo è buono? Si? Questo mi premeva soprattutto. E la questione è terminata;
e siamo d'accordo. E possiamo ora passare all' «applicazione», ossia al caso
particolare del mio giudizio su P.. Dove mi si para innanzi una pregiudiziale,
perchè, a detta di taluno dei miei contradittori, a me sarebbe accaduta una
piccola disgrazia, per la quale potrei bensì utilmente discettare in teoria, ma
non potrei accostarmi ai casi parti- colari. « Il Croce, grazie alla prolungata
rifles- sione e al ripensamento della filosofia hegeliana, non si trova più
nello stato di fresca ver- ginità, di docilità amorosa, che è necessaria per
seguire i poeti nelle loro fantasie.. Vera- ci) Nel Marzocco. Sartini, nella
rivista Studium, di Milano.] mente, una siffatta verginità, che consisterebbe
nel non meditare, non che io l'abbia perduta, non l'ho mai posseduta; e sono
per questo rispetto in condizioni gravi, quasi direi nelle medesime condizioni
di quella Quartina sacerdotessa, che esclamava appo Petronio: Junonem meam
iratam habeam, si unquam me memine- rim virginem fuisse. Ma conosco e posseggo
un'altra «verginità», che si rinnova ogni qual volta il mio animo corre a
dissetarsi nella poesia: una verginità, che potrà somigliare alquanto a quella
di Marion de Lorme (come si vede, non intendo esaltarmi mercè i personaggi coi
quali mi paragono): Ton soufflé a relevè mori àme. .... Près de toi rieri de moi n'est
reste, et ton amour m'a fait une virginité! Ma, naturalmente, concedo subito che io possa avere
sbagliato nel giudizio sul Pascoli; anzi questa concessione è già implicita in
quel che ho detto di sopra circa le difficoltà della critica d'arte. E non solo
per ciò che riguarda il Pascoli. Ho esaminato finora, nei miei saggi, l'opera
complessiva di parecchie decine di contempora- nei scrittori italiani; e, quantunque
abbia adoperato ogni diligenza, se pensassi di non essermi mai distratto, di
aver semptre reso esatta giustizia a tutti quegli scrittori e a tutte le
singole loro opere, sarei un fatuo. E, se avessi sbagliato circa P., certo me
ne dorrebbe, e ne proverei una qualche contrarietà e mortificazione di amor
proprio; ma stia tranquillo il dottor Rabizzani, che ha pubblicato testé un
bell'articolo su P., nel quale, tra l'altro, si dà pensiero della possibilità
di un mio «postumo pentimento», e mi ricorda sin da ora, per incoraggiarmi, il
nobile atto di contrizione che lo Chateaubriand recitò pel suo giudizio,
nientemeno, sullo Shakespeare : ho fiducia che troverei in me la quantità di
coraggio necessaria, e saprei consolarmi, pensando che, costretto io a lacerare
cinquanta delle non poche mie pagine di prosa, l'Italia avrebbe assodato io
cambio la gloria di un suo forte e perfetto poeta. Ma ho poi sbagliato? Temo di
no, a giudicare anzitutto dai modi tenuti nelle loro risposte dai miei
avversari. Uno dei quali, Gargano (un critico con cui in altre questioni
letterarie ho avuto il piacere di andar d'accordo), in un primo articolo, in
luogo di difendere il Pascoli, assalì il metodo in genere, che, come si è
visto, è affatto incolpevole; in un secondo articoletto, cercò di farmi passare
per uno che sfuggisse alla discussione (laddove il vizio del quale, se mai,
debbo correggermi, è l'opposto); in un terzo, finalmente, cavò fuori uno strano
pensiero : che cioè « sembra avere io ora scelto come bersaglio dei miei colpi
i poeti più celebri dell'Italia di mezzo: il che suona un appello, vero e
[Nella Nuova rassegna di Firenze. Nel Marzocco.] proprio, alle brutte passioni
del campanilismo. E mi pare perciò che l'affetto pel suo poeta gli abbia,
questa volta, mosso nell'animo sentimenti di stizza verso chi è di avviso
alquanto diverso dal suo: e la stizza (ecco un adagio ben trito) non giova alla
causa che si difende. Vediamo, a ogni modo, le controcritiche ; le quali si
sono aggirate quasi sempre sui particolari delle analisi che io ho date di
alcune poesie del Pascoli per illustrare il mio giudizio generale sull'opera di
lui. Nella poesia La voce ho mostrato come quel «Zvani», che fa da ritornello,
rompa brutta- mente la delicatezza dell'ispirazione. Il prof. Pie- trobono (*)
dà al mio giudizio questo significato: che io non ammetta l'uso del dialetto
nella poesia e nella prosa colta; e mi ricorda il miscuglio dialettale omerico,
con erudizione alquanto remota, quando poteva semplicemente citare ciò che io
stesso ho scritto più volte (2) per difendere il dialetto e il miscuglio dei
dialetti. Ma no: quel « Zvani » mi spiace come mi spiacciono di fre- quente le
onomatopee ornitologiche di P., non perchè dialetto, ma perchè mi sembra un
modo alquanto comodo e semplicistico di risolvere il problema artistico,
offrendo la materialità della cosa invece del suo spirito. Come mai P., che
freme e trema alla voce della morta, [Si veda la citata Lettera aperta del rev.
prof. Pietrobono. Si veda, tra l'altrev a proposito del Di Giacomo, in Letter.
d. nuova Italia, in, II alla voce di sua madre, può, nel medesimo istante,
mettersi freddamente a contraffare quella voce e rimodulatia dilettautescamente
dentro di sé? Quella voce dovrebbe sentirsi dappertutto nella lirica, e non
lasciarsi mai fissare nella sua determinatezza estrinseca e nel suo contorno
preciso. È un « infinito > di ango- scia e di nostalgia, che non bisogna
rendere finito e tascabile. Il mio contradittore afferma che «quel Zvani... ci
sta d'incanto, specie se si pronunzia a dovere; e così scopre egli stesso la
sollecitudine di salvare, per virtù di pronunzia, l'effetto di quel ritornello.
Che cosa dirgli? Io mi provai a pronunziarlo in tutte le più varie intonazioni;
me lo feci perfino leggere da un amico, valente lettore di versi: e la
stonatura mi parve e mi pare sempre gravissima. Forse, se lo sentissi
pronunziare da lui, sarei vinto, e qualche lacrima mi sgorgherebbe; ma anche in
quel caso mi resterebbe il dubbio di avere reso omaggio non alla virtù del
poeta, ma a quella del bravo declamatore, che sa come si tappino i buchi o si
scivoli sulle asprezze del- l'espressione poetica. Si dica lo stesso del: «
Papà, papà, papà » dell'altra poesia Un ricordo. Qui il Gargano anche osserva
che io mi son « fatto lecito di associare ad una delle più soavi elegie pasco-
liane il ricordo di una canzonetta napoletana volgaruccia anzi che no » . Mi
son fatto lecito? Si posseggono non so quante parodie di Omero e di Dante, anzi
quasi non c'è verso di quei grandi che non sia stato parodiato e cui non sia
appiccato un ricordo buffo; eppure non mi accade mai di ricordarmene quando
leggo Omero e Dante. Quella reminiscenza di opera buffa mi è stata suscitata, e
comandata, a quel punto, dal Pascoli stesso, per l'imperfezione, pel vano
sforzo, in quel punto, della sua arte. Che poi (come nota il precedente
contradittore) « Un ricordo e la Cavalla storna seguiteranno a commovere i let-
tori anche quando noi saremo fatti vecchi, ecc. », sarà e non sarà: ma sono
affermazioni con le quali il dibattito non fa un passo innanzi. Per dare un
piccolo e curioso e quasi scher- zoso esempio del modo in cui il Pascoli tende
a strafare, ho notato il mutamento del titolo dell'ottava Neve in quello di
Orfano. Il Gargano risponde: « Quel bimbo non è soltanto ora diventato orfano;
lo era già prima, quando lo cullava sempre quella vecchia, che neppure allora
era sua madre». Perchè? La situazione della poesia è nel contrasto tra lo
squallore nivale della realtà e il bel giardino della fantasia, la dura vita
reale che quell'essere umano dovrà una volta affrontare e l'illusione in cui
viene cullato. La vecchia può essere la nonna o la balia, e lasciar presupporre
vivente o morta la madre. Tutto ciò non cangia nulla all'essenza poetica
dell'ottava. Il nuovo titolo lagrimoso, che richiama una sventura al- quanto
contingente e individuale del bambino, mi sembra che impicciolisca e non
rafforzi. L'altro contradittore mi fa notare che io ho sbagliato nel parlare, a
proposito della poesia Il sogno della vergine, della culla come di una culla
reale, laddove è una culla metaforica. E ha ragione, e lo ringrazio di avermi
fatto accorto della svista in cui sono incorso nello stendere i miei appunti;
come anche di avermi avvertito (altra svista) che le strofe di Un ricordo sono
composte di dieci e non di nove versi. Correggerò. Ma ciò non tocca il punto
sostanziale della mia critica, che sta nel notare la soverchia accentuazione
data alla figurazione metaforica o no che sia (e peggio ancora se metaforica)
della culla: «Si dondola, dondola, dondola» ecc., e l'eccessiva dilatazione in
una lunga poesia di un motivo (i figli non nati), del quale un gran poeta
avrebbe fatto appena un incidente e un tocco, che in questa sua rapidità
sarebbe rimasto indi- menticabile. — Così nella poesia: / due cugini, io credo
che dopo la strofa: Tu, piccola sposa, crescesti: man mano intrecciavi i
capelli, man mano allungavi le vesti, — l'altra che segue: Crescevi sott'occhi
che negano ancora; ed i petali snelli cadeano: il flore già lega; sia uno
stento d'immagini, che ottenebra e non potenzia le immagini della strofa
antecedente. Il mio contradittore vuole che il Pascoli, in quella seconda
strofa, faccia sorgere accanto alla bam- bina «l'immagine della madre, con quel
suo sentimento di grande delicatezza, ond'è mossa a desiderare, come tutte le
mamme, che la figliuola le resti sempre piccina », sentimento che « fa eco e si
sostituisce al desiderio inespresso e ormai inesprimibile del piccolo morto».
Sarebbe un parallelismo artifizioso e una lambiccatura; e, a ogni modo, si veda
se tutto ciò è poi detto con la frase oscurissima : Crescevi sott'occhi che
negano ancora... Il metodo ermeneutico qui adoperato dal mio contradittore mi
ricorda quello di un erudito campano, il quale, una trentina d'anni fa, inte-
stato che Pier della Vigna fosse nato a Caiazzo, avendo trovato colà alcuni
frammenti di marmo con le lettere nus M., aul, reas f. r., coraggiosamente
integrò: « Dominus Magister Petrus de Vinea Magne Imperialis Aule Protonotarius
Edes Marmoreas Fecit Restituii » ; e pretendeva aver ragione contro il Capasso,
che non gli me- nava buona la troppo abbondante integrazione. — Vuole ancora il
mio contradittore che « il cadere dei petali snelli, della fiorita d'ali che la
rassomigliava a un lucherino, esprima un nuovo dolore per il morto, che vede
cadere quello che in lei principalmente amò » : come se il pasticcio di
metafore, onde le metaforiche ali diventano petali di fiori, accresca, e non
piuttosto confonda, le belle e dirette immagini dell'intrecciare man mano i capelli
e dell'allungare man mano le vesti. Vuole, inoltre, che « la pennellata sobria
e pudica del ' fiore che lega ' dica come la fanciulla cominci a diventar donna
e annunzi quel c nuovo seno ' che il bimbo ignora » : come se, sempre dopo la
prima bellissima strofetta, ci volesse il vieto paragone del fiore per fare
inten- dere il formarsi della bambina a donna. — Ma perchè non essere schietti
e non confessare la semplice e prosaica verità? Al Pascoli, dopo la prima
strofetta uscitagli di getto, mancò la vena ; e, non sapendo come riempire la
seconda, che pure il prefisso schema strofico richiedeva, continuò alla peggio
nella primitiva redazione: Crescevi, come erba nel prato. I petali dai
ramoscelli già caddero, e il fiore ha legato (')• Questa strofetta, assai
scialba e sciatta, non poteva contentarlo; e procurò di rabberciare,
sostituendole quella che abbiamo or ora esaminata. Ma il lavoro di rappezzo
poetico non gli riusci, come non riesce ora il rappezzo critico al suo
difensore. E lascio d'inseguire altri particolari, e mi restringo ad osservare
che il mio contradittore ha frainteso il mio pensiero circa i metri, quando ha
creduto che io volessi stabilire che un soggetto non può essere trattato se non
in una determinata forma metrica, mettendo in rapporto i metri in astratto e i
soggetti in astratto. Tutti sanno (!) Con questa variante la lirica 1 due
cugini fu pubblicata la prima volta nel Marzocco.] c;he io ho sostenuto sempre
l'opposto, e ho negato ogni valore alla dottrina metrica come fondamento di
giudizio estetico ('). Io ho inteso sempre parlare della disarmonia di molte
poesie del Pascoli, la quale dalla disannonia nel metro si stende a quella
nelle proporzioni del componimento e nelle accentuazioni delle immagini, alle
materialità inopportune, e via dicendo; e, se ho parlato di queste cose come
distinte, l'ho fatto per semplice espediente espositivo o didascalico.
L'osservazione enfatica che « Dante nella terzina ha gittato il bronzo di
Farinata, l'odio di Ugo lino, la timida preghiera della Pia e il volo
dell'aquila portata da Cesare », può fare effetto sui profani, ma lascia freddo
chi come me ha sempre affermato che non solo ogni terzina è diversa da ogni
altra terzina, ma ogni verso da ogni verso, anzi ogni parola da ogni altra
parola, anche quelle che il vocabolario pone come iden- tiche: l'« amore» di
Francesca, nelle terzine: «Amor che a cor gentil» ecc., (dice benissimo il mio
amico Vossler) non è una stessa parola tre volte ripetuta, ma sono tre parole
diverse. Tanto il Gargano quanto il Pietrobono e il dottor Rabizzani si
meravigliano che io, dopo avere approvato come belle alcune descrizioni nei
poemetti georgici del Pascoli, resti perplesso sull'insieme e mi domandi:
«Dov'è il mondo interno del poetar». «Ebbene, in questo caso (!) Si veda, per
es., Problemi di estetica, pp. 163-66. (scrive, e più efficacemente degli altri
due, il Rabizzani, a cui do la parola) il mondo interno del poeta è proprio il
mondo che sta fuori di lui e che solo per opera d'intuizione vien riprodotto.
Dinanzi alla cosa veduta c'è l'occhio che vede e modifica inconsciamente e
sceglie scientemente eliminando la scoria delle impressioni inutili per far
luogo solo a quelle che possono determinare la sua visione. Così la descrizione
è obbiettiva per gli elementi che la costituiscono, ma subiettiva per il modo
nel quale sono costituiti. Ed è inutile cercare dietro ad esso una
corrispondenza morale propria del poeta; tanto varrebbe cercare i regni celesti
oltre la zona fisica del padiglione costellato. C'è nella nostra coscienza
estetica un residuo di simbolismo per il quale la natura ha diritto di vivere
nell'arte solo a patto che un'allegoria la giustifichi •» . Per- fettamente
d'accordo nel principio che non bisogni cercare nelle poesie l'allegoria, e
che, se un residuo di allegorismo resta in fondo alla coscienza estetica,
occorra liberarsene, io non sono poi d'accordo nel credere al valore delle
descrizioni oggettive in poesia. Se una descrizione non è soggettiva, ossia non
ha afflato lirico (e s'intenda pure la lirica in tutte le sue gradazioni fino
alla ironia e allo scherno), non ò poesia. E poiché questo afflato lirico non
manca in molti punti dei poemetti georgici del Pascoli, io li ho ammirati; e
poiché non li investe tutti (pel solito difetto che è in lui di perdersi nei
particolari e nelle sottigliezze), ho notato in quei poemetti il miscuglio di
un poeta vero con un verseggiatore e descrittore meramente virtuoso. Nel
giudizio sui Poemi conviviali, anche il Pietrobono riconosce esatta la
caratteristica da me data dell'atteggiamento spirituale tutt'al- tro che
omerico, anzi sommamente raffinato, del Pascoli; e solamente crede che io
faccia di ciò un rimprovero al Pascoli, il che non mi è mai passato pel capo.
Io ho insistito invece sul modo di concezione e composizione di quei poemi, che
sembrano mucchi di frammentini delicati: è tutta carne molle, e manca
l'ossatura; di qui la scarsa loro efficacia. Chi ripensi, per esempio, ai
Sepolcri del Foscolo, intenderà ciò di cui lamento la mancanza nel Pascoli. E
quando il mio contra- dittore si duole che né io né altri abbia osservato « che
lungo e che grande amore debba esser costato al Pascoli la ispirazione di quei
suoi Poemi conviviali, in cui rinovera, analizza e rivive a una a una
ordinatamente le età di Omero e di Esiodo, quella dei tragici greci nei Poemi
di Ate, quella dell'arte plastica in Sileno, i pen- samenti di Platone nei
poemi di Psiche, e ci denuda l'anima dell'età di Alessandro, di Tiberio, dei
popoli di Oriente in Gog e Magog, e finalmente canta l'annunzio dell'era
novella cristiana, nella quale tutte le altre si assommano e conluiscono a
produrre la civiltà moderna », — sono costretto a rispondere ancora una volta,
che egli dimentica un principio di critica, pel quale la ricchezza di
erudizione, l'ordine storico sapiente, la giustezza del colore storico, e via
dicendo, sono cose tutte estranee all'arte ; tanto vero, che si trovano anche
in poeti mediocri, i quali, incapaci di scrivere dieci bei versi d'amore, sono
poi resistentissimi nel comporre trilogie e decalogie di drammi, cicli di poemi
e leg- gende di secoli, con relative annotazioni storiche dottissime. Senonchè,
qual è poi il giudizio complessivo e conclusivo che i miei contradittori hanno
opposto a quello da me proposto e dimostrato intorno all'opera del Pascoli? Ho
innanzi a me i parecchi articoli, che si sono pubblicati a proposito del mio
studio; e cerco una conclusione diversa dalla mia, e non la trovo. Ecco il
Rabizzani, che si dava pensiero di una mia possibile e probabile conversazione:
Pur non accettando le conclusioni a cui giunge il Croce nella crudità della
formola e nel rigore dello spinto, dobbiamo ammettere il carattere frammentario
dell'opera pascoliana. Il poeta ha uu grande mondo, ma non è ancora riuscito ad
esprimerlo compiutamente. Per ora, la sua sovranità è nell'abisso della sua
mente. E quand'an- che non riuscisse a farnela uscire, noi gliene daremmo il
merito, sebbene l'Amiel abbia detto che le genie latent rìest qu'une
prèsomption: tout ce qui peut étre, doit devenir, et ce qui ne devieni pas
n'ètait rien». Mi pare giudizio assai più severo del mio; e, se mai, ho paura
che il dottor Rabizzani dovrà fare una penitenza più grossa della mia. Ecco la
Rivista di cultura di don Romolo Murri, non certo avversa a Pascoli e, a ogni
modo, assai equanime»: Non dividiamo, a proposito del Pascoli, il giudizio
recentemente datone dal Croce: giudizio giu- sto nella sostanza, se riguarda,
nell'insieme, l'opera e l'ispirazione poetica del Pascoli, ma ingiusto per
rapporto a molte particolari poesie. E vogliamo dire questo: che il Pascoli non
ha una così ricca e possente ispirazione poetica che non gli venga mai meno nel
suo molto versificare, né un cosi fine e sicuro gusto da non dare al pubblico,
della molta opera sua, se non quello che è Anito o perfetto; ma, dall'altra
parte, quello che il Croce concede di strofe e di brani di poesie, che sono di
un vero e grande poeta, noi pensiamo si possa raramente estendere a poesie
intere » (i). Non dividiamo; ma, viceversa, dividiamo. Un altro e temperato critico
affaccia un dubbio, ma comincia col concedere: «Il Croce ha messo il dito sulla
piaga: lo smarrirsi dell'ispirazione universale nel mare dei particolari è,
presso il Pascoli, un caso non infrequente. Ma non sarebbe questo un segno de'
tempi, non sarebbe la parte caduca dell'arte pascoliana, la quale vivrà
egualmente ne' secoli ad onta di tutti i suoi difetti, ombra appena
percettibile a petto ai suoi grandissimi pregi?. Perfino il Pietrobono non sa
dire altro circa il carattere generale della poesia di P. se non che quella è «
una gran bella [Rivista di cultura] Pasini, nel Palvese, di Trieste.] poesia»;
lode che, nella sua indeterminatezza, potrei concedere anch'io. Perchè, se alla
poesia di P. non avessi riconosciuto valore, e molto valore, non le avrei fatto
(questo è ben chiaro) l'onore di un lungo esame, e di questa non breve
discussione, che ora gli ha tenuto dietro. Ancora sulla poesia di P.. Da una
dozzina d'anni non avevo letto quasi più nulla di P., saziato dallo studio che
un tempo feci delle cose sue per scrivervi in- torno un saggio, il quale,
quando fu pubblicato, parve, peggio che severo, ingiusto. E con curiosità ho
tolto tra mano la scelta che delle poesie di lui ha testé curata il Pietrobono
{Poesie di Giovanni Pascoli, con note di Luigi Pietrobono, Bologna,
Zanichelli); con curiosità (prego il lettore di credermi) assai bene- vola,
animata dal desiderio di scoprire nel Pascoli, dopo tant'anni, aspetti che
allora potevo non avere scorti, e di giudicare, dopo tant'anni, con mente
rinfrescata, non solo la poesia di quel [Dalla Critica] poeta, ma lo stesso
giudizio mio. Il Pascoli non è più; e tra il tempo ch'egli ancora viveva e il
presente sono accaduti tanti straordinari avve- nimenti, che hanno respinto
assai indietro, nel remoto, gli anni anteriori, comprimendoli in un periodo già
chiuso, quasi con lo stesso cangiamento di prospettiva che la Rivoluzione
francese fece per gli anni anteriori al 1 789. Ho levato dunque gli occhi verso
il Pascoli come verso un autore del vecchio tempo (del « buon » vecchio tempo
?), pel quale non si può non esser disposti a simpatia; e perfino l'averlo
criticato nei giorni lontani accresceva il sentimento di simpatia, perchè anche
questo mi formava un legame con lui, anche questo me lo faceva parte di una parte
della mia vita passata. S'aggiunga che il compilatore del volume, il
Pietrobono, ha molto amato il Pascoli ed è colto e fino ingegno, e m'invogliava
perciò a rileggere quelle poesie sotto la sua guida bene informata, esperta ed
affettuosa; e, a dir vero, per questo riguardo, non mi è toccata alcuna
delusione, e credo che, posto che giovi adornare di comento le opere del
Pascoli, non si poteva eseguir tale compito in modo migliore di quello tenuto
dal Pietrobono, che non può esser tacciato se non forse di sottigliezza e
ingegnosità eccessive, effetti di eccessivo amore. Ma, pel resto, ahi, ahi,
come la mia buona intenzione, la mia mite e sentimentale e malinconica
disposizione d'animo, è stata presto tutta sconvolta! Come mi son sentito
riprendere di Ili - colpo dall'antica ripugnanza, e risospingere al- l'antica
riprovazione, fotta più acuta e più violenta dalla stessa serenità con la quale
mi ero messo a riconsiderare, dalla stessa aspettazione che avevo carezzata di
poter temperare il mio antico giudizio o integrarlo col riconoscimento di
alcune cose belle di quella poesia! E la riprovazione si è volta in isdegno,
ricordando di aver letto su pei giornali letterari, che è ormai venuto il tempo
d'introdurre il Pascoli nelle scuole italiane, a modello o incitamento
stilistico per la nuova generazione. Oh, no! Noi non abbiamo il diritto di
propagare nella nuova generazione le malsanie e i vizi nostri; non abbiamo, in
ogni caso, il diritto di toglier d'innanzi ad essa quelli che la tradizione dei
secoli ha consacrati classici, per surrogarvi gl'idoli delle nostre fuggevoli
esaltazioni, dei nostri morbosi sentimentalismi, e dei nostri capricci. Ciò che
altra volta ebbi a notare, ciò che sempre mi era sommamente spiaciuto nei versi
del Pascoli, e mi aveva fatto dubitare della sua virtù poetica, mi s'è
ripresentato subito agli occhi, appena aperto il volume, alle prime pagine. È
quasi la caratteristica della sua arte : il dissidio tra ritmo e metro : il
ritmo del sentimento che richiede un certo andamento, che s'intrav- vede, si
presente, si attende, e il metro che gliene dà un altro. Donde anche,
introdotta questa prima scissione nell'inscindibile, il compiacersi nel par-
ticolare per sé fuori della nota fondamentale, e, per un altro verso, caricare
il tono per ottenere l'effetto cercato : disarmonia ed affettazione. Vedo che
il comentatore insiste su ciò, che la poesia del Pascoli è poesia di dissidio;
e teorizza che € il dubbio è uno stato d'animo anch'esso, e il poeta che n'è
vittima, e vuol essere sincero, bisogna pure che, come sente, così si esprima,
e non rifugga dall'apparire nel tempo stesso ot- timista e pessimista, ecc. » .
E starebbe benissimo, e non ci sarebbe niente da ridire, se si trattasse solo
di contrasti psichici; ma i contrasti psichici debbono, in arte, essere
composti in armonia estetica: ciò che l'uomo divide, e ciò che divide l'uomo,
la dea dell'arte congiunge. Che è poi per l'appunto quel che al Pascoli, per
infelicità d'in- gegno, non veniva mai fatto. Si tagliò da una siepe — era un
mattino triste ma dolce — il suo bordone, e, volta ' la fronte, mosse per il
suo cammino. Si sente che lo scrittore vorrebbe esser sem- plice, ma la
terzina, invece, si gira e si dondola, come compiacendosi di sé stessa. Si noti
quel «volta la fronte», che atteggia il personaggio come un attore, che prende
a rappresentare la sua parte. E non pago di aver dato quest'at- teggiamento, lo
scrittore vi calca sopra: SI: mosse. Al che il comentatore : « Si accorge di
aver ado- perata una parola forse superba, e la ripensa come per correggerla;
ma trova invece che non la sua superbia, ma la verità glie l'ha posta sulle
labbra, e la conferma » . Ora, veramente, non si vede qual superbia ci sia nel
« moversi per il proprio cammino»; ma ben si vede che il Pa- scoli ha « ripensata
» la sua parola, ossia, al so- lito, l'ha vezzeggiata, compiacendovisi. E
quella era la siepe folta d'un camposanto, ed era il camposanto, quello, dove
sua madre era sepolta. Affettazione di semplicità che s'impaccia nelle ampie
pieghe del verso e della strofa, e affettazione di sentimentalità, in quella
fantasia del bordone, tagliato dalla siepe, e proprio da quella del camposanto,
e proprio del camposanto in cui giaceva la madre morta. D'allora ha errato.
Seco avea soltanto il suo bordone. E qua tese la mano, e qua la porse. E ha
gioito e pianto. Solennità apparente, vuoto sostanziale, tutte frasi generiche
che paiono dire grandi cose e dicono nulla. E le frasi generiche continuano
nella terzina che segue: E vidi il fiume, il mare, il monte, il piano: tutto...
Sì, tutto, perchè non ha visto niente di particolare e di significante. e a
tutto era più presso il cuore di quanto il piede n'era più lontano. Sentimento,
che potrebbe esser vero, ma è reso in forma di antitesi, e perciò falsato in un
giochetto. Invece di sentirci riempire l'animo da quel sentimento, ci
soffermiamo ad analizzare, con lo scrittore, il giochetto. Così si va innanzi
sino alla fine: peggiorando, perchè il bordone mette poi foglie, germina, ra-
dica, e, senza diventare simbolo vivente, s' ingoffisce in cattiva allegoria.
Il secondo componimento del volume è quello de Le ciaramelle. Chi non sente
come liquefarsi l'anima al loro suonoj^Jfla appunto chi questo -Tret*ter~c1:uè
preso da un soave palpito al riudire le ciaramelle, palpita così perchè non è
lui una ciaramella, ma un'anima, che, ormai diversa e matura, è riportata alle
immagini e alle com- mozioni della fanciullezza. Ricordo la vigilia di
"Natale, evocata- dal Di Giacomo in una sua lirica d'amore: la Napoli,
verso sera, tripudiente, rumoreggiante, piena di lumi, guardata dal poeta dal
mezzo della collina, che le sovrasta. Ci sono anche le zampogne: Saglieva 'a
dinto Napule, nzieme, cu tanta voce, cunfusa 'int' a na nebbia na luce 'e tanta
lume: sentevemo 'e zampogne, c''o suono antico e ddoce jenghere ll'aria, e
tutti sti voce accumpagnà... Ma il Pascoli si fa lui ciaramella, e
ciaramelleggia con esse: Udii tra il sonno le ciaramelle, ho udito un suono di
ninne nanne. Ci sono in cielo tutte le stelle, ci sono i lumi nelle capanne. Sono
venute dai monti oscuri le ciaramelle senza dir niente; hanno destata nei suoi
tuguri tutta la buona povera gente... Una filastrocca tutta ripetizioni di
concetti, ar- guzie, insistenze, affanno, piagnucolamento : una bruttura. E
sorvolo sul terzo componimento {La voce) — quello di « Zvani », — perchè
l'altra volta già ne mostrai la sconvenienza e sconcezza ; e libo appena il
quarto, in cui l'abbaiar di un cane a notte alta è chiuso in istrofe di questa
sponta- neità: là nell'oscura valle dov'errano sole, da niuno viste, le
lucciole, sonava da fratte lontane velato il latrare d'un cane; e, in tanto
artificio e scontorcimento e ballon- zolamento, il cane abbaia davvero, fa
bau-bau: Va! va! gli dice la voce vigile, sonando irosa di tra le tenebre... E,
infine, incontrandomi nel quinto componimento {Valentino) — con le galline che
schia- mazzano: « Un cocco! Ecco ecco un cocco un cocco per te — mi arresto e
non procedo oltre. Cioè, smetto di percorrere ordinatamente il volume e lo
sfoglio qua e là; e su qualunque cosa poso l'occhio, ritrovo le stesse
affettazioni. Ecco il tanto celebrato Aquilone: nel quale lo scrittore vorrebbe
ritrarre un momento della propria vita di fanciullo, risvegliatosi noi suo
ricordo alla vista di una bella mattina, piena di sole, che lo riconduce ad
altra simile di quei tempi lontani. Ma la sua incapacità a fecondare un motivo
poetico, si che produca la propria for- ma, si dimostra qui chiara dal suo
ricorrere (cosa che è sfuggita al Pietrobono) a una forma bella e fatta, all'Idillio
maremmano del Carducci. Il canto del Carducci comincia: Col raggio del mattin
novo eh' inonda roseo la stanza, tu sorridi ancora improvvisa al mio cuore, o
Maria bionda! E P., sebbene col solito tono di appa- recchio e d'affettazione,
comincia allo stesso modo: C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico:
io vivo altrove, e sento che sono intorno nate le viole. Son nate nella selva
del convento dei cappuccini... Il Carducci termina: Meglio era sposar te,
bionda Maria! Meglio ir tracciando Meglio oprando obliar E P.: Meglio venirci
ansante, roseo, molle di sudor, come dopo una gioconda corsa di gara per salire
al colle! Meglio venirci con la testa bionda, che poi che fredda giacque sul
guanciale, ti pettinò co' bei capelli a onda tua madre... adagio, per non farti
male. Ma le parole del Carducci sono schiette, il tono eguale; e quelle di P.
una sequela di abi- lita da virtuoso, frigidissime: versi troppo vibrati non si
sa perchè, specie il terzo di ciascuna terzina; versi che, non si sa perchè, fanno
spicco: tra le morte foglie che al ceppo delle quercie agita il vento; immagini
leziose, come l'aquilone che s'innalza: s'innalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo esile, e vada a rifiorir lontano; e falsità
di ritmo e leziosaggini, che impediscono alle più gentili immagini di
acquistare la loro musica: Si respira una dolce aria che scioglie le dure
zolle, e visita le chiese di campagna, ch'erbose hanno le soglie (bello!):
un'aria d'altro luogo e d'altro mese e d'altra vita: un'aria celestina che
regga molte bianche ali sospese {troppo [cincischiato!). E tutto il
componimento ha un aspetto di con- gegnato, di preparato («Sì, gli aquiloni! È
que- sta una mattina Che non c'è scuola), direi, di ginnastico, alienissimo
della vera poesia. E a proposito di Carducci e del Pascoli. Mi fu raccontato,
da chi v'era presente (uno dei nostri più fini artisti), che un giorno il
Carducci, trat- tenendosi in casa di amici e trovato sul tavolino un volume del
Pascoli, ne lesse qua e là ad alta voce alcune pagine, e poi, richiudendolo
d'un colpo e posandovi su la mano, ammoni gli astanti: — Questa, non è poesia.
La stessa sentenza mi sale dai precordi, dopo avere riassaggiato le
composizioni del Pascoli. Gridate contro di me quanto vi piace: questa, non è
poesia. E se non è poesia, eppure ha avuto tanta voga, ed ha ancora tanti
ammiratori, donde la ragione della sua fortuna? Credo da ciò, che essa giunse
opportuna: la grande poesia italiana, mercè i diversi ma del pari alti esempì
del Manzoni e del Leopardi, era stata salvata dallo scompiglio romantico, e,
mercè quello del Car- ducci, dalle mollezze dell'ultimo romanticismo. E
l'esempio del Carducci operò anche sul D'ANNUNZIO (si veda) (non solo nel
giovanile Canto novo, ma anche qua e là di poi) come freno, e come freno operò
nel primo e nel miglior P. (le prime Myricae): ma, più tardi nel D'Annunzio e
più presto in P., quel freno s'allentò, e proruppe in essi la letteratura
decadente, che era in ag- guato dietro le loro anime, e l'uno e l'altro diventarono
precursori e avviatori del futurismo. P., meno vigoroso del D'ANNUNZIO (si
veda), il quale ha avuto una sua forza di gioia sensuale, che è stata la sua
sanità e si è guastato soprattutto con l'intellettualismo dell'eroico e ora del
religioso; P., che e disposto al sentimentalismo, dove più gravemente
soggiacere al de- cadentismo e futurismo, alla spinta analitica, alla
disarmonia, al disgregamento, alle smorfie e alle sconcezze dell'impressionismo
inconcludente. E poiché la sua corruttela estetica prendeva per materia la
pietà, la bontà, la tenerezza, la tri- stezza, la morte (diversamente dal
D'ANNUNZIO (si veda) il quale si compiaceva di altre cose, che davano scandalo
ai timorati), al Pascoli è stato possibile soddisfare in modo decente quel ch'era
di mal- sano nelle anime timorate, e persino nei preti : — come, per un altro
verso, il Fogazzaro è stato il D'ANNUNZIO (si veda) dei cattolici, ed ha
scritto per le famiglie cattoliche il Piacere e il Trionfo dello morte sotto i
titoli di Daniele Cortis, di Ma- lombra e di Piccolo mondo moderno. Con quali
aspettazioni abbiano accolto il Pascoli i cattolici si può vedere dalla
prefazione stessa del Pietrobono, che è preso da quella condizione di lui tra
la fede e l'incredulità, interpe- trandola quasi presentimento di cielo, quasi
persecuzione che il Signore faceva di un'anima, che ancora gli riluttava. E da
essa si può vedere quanto potere il sentimentalismo, lo spirito di pietà e di
carità, il desiderio e le esortazioni alla pace, della quale P. si era fatto
professionale rappresentante, abbiano avuto sui cuori te- neri, a segno da far
dimenticare che tutto ciò in poesia non vai nulla se non diventa poesia, ed è
addirittura odioso quando procura di surrogare al mancante valore di poesia
materiali valori di sentimento. Così ora i decadenti, gli stilisti (che sono
poi decadenti, perchè sol essi pensano allo « stile » : i grandi, i classici lo
hanno e non vi pensano), vorrebbero introdurre la poesia e la prosa di P. nelle
scuole, nelle scuole classiche, come ideale di finezza artistica; e i cuori
teneri, nelle scuole elementari, come educatrici a gentili affetti, e i preti
nelle loro, perchè non vi si parla di amore (di quell'amore che è persino nel-
Y Adelchi e nei Promessi sposi]). Ma per le scuole elementari è proprio
indispensabile il Pascoli? Non c'è di più vecchio e di meglio? Non c'è il poeta
che facevano leggere a noi ragazzi, e imparare a mente, il buon canonico
Parzanese, gloria di Ariano di Puglia? Se è necessaria per certi usi una poesia
non poetica, una poesia pratica, quella del Parzanese fa sempre perfettamente
al caso ; e quasi mi vuol parere che essa dia, per questa parte, la realtà di
ciò che P. invano si sforzò di raggiungere. Volete onomatopee? Suona, o
campana, suona, o campana, suona vicina, suona lontana. Tu sei la musica del
poveretto, che nel sentirti piange d'affetto; ei sol comprende la tua parola,
quando sonora per l'aria vola. Dig din, dog don, T'allegra, o povero, questo è
il tuo suon! Volete riproduzioni di movimenti? Dote non ho né panni, e pur vo'
farmi sposa. Passati son tre anni che la mia man non posa. Ma il tempo via sen
va, e il caro dì verrà che tanto il ciel sospira; Filatoio, gira, gira. Volete
ninna-nanne? Dormi. La bella luna prende del ciel la via; passa, e sulla tua cuna
un bianco raggio invia. Pe' poveri Iddio vuole che splenda luna e sole. Dormi,
fanciullo mio, dormi, ti veglia Iddio. Volete figurini di curati? Zitto! Cessi
lo strepito e '1 baccano: che! non vedete il nostro buon pievano? 8' inoltra
passo passo il vecchierello: traetevi il cappello. E di poverelli? Se vedete un
vecchierello d'occhi cieco e d'anni stanco, senza scarpe né mantello, che alla
figlia appoggia il fianco, nel recinto del castello date loco al
vecchierello... E di sventurati? Chi non ha lagrimato per la cieca del
Parzanese? Non mi dite che torna il mattino a svegliare le cose dormenti ; non
mi dite che d'oro e rubino sono i lembi del cielo ridenti. Il mio ciglio il
Signor non aprio. Deh! sia fatto il volere di Dio. Ed era molto gentile, quella
cieca: Quando sento il profumo d'un giglio, voi mi dite ch'è bianco qual neve.
Com'è il bianco? In pensier lo somiglio a quel senso che l'alma riceve quando
ascolta sull'ala del vento d'un liuto il lontano lamento. Che cosa mai sono
venuto recitando? Vecchi suoni dell' infanzia, anche questi ; ma, al tempo
stesso, cosette modeste, adatte al loro pratico intento, ben intonate, che mi
ridanno quel senso di equilibrio, che gli spasmodici ritmi di P. mi avevano
tolto: del P. che per dir tutto in una parola in arte era un atassico, ossia
non coordina i suoi movimenti. Quiconque ne sent pas ce defaut est sans aucun goùt; et
quiconque veut le justifier se rnent à lui mérne. Ceux qui m'ont fait un crime
d'étre trop sevère, m'ont force à Vétre vèritablement et à n'adoucir aucune
véritè (Voltaire, commento su Corneille). Il « Paulo Ucello. P. lesse nel Vasari che Paolo di
Dono dipingeva storie di animali, de' quali sempre si dilettò, e per fargli
bene vi mise grandissimo (i) Dalla Critica.] studio, e, che è più, tenne sempre
per casa di- pinti uccelli, gatti, cani, e d'ogni sorta ani- mali strani che
potette avere in . disegno, non potendo tenerne de’vivi per esser povero; e
perchè si dilettò più degli uccelli che d'altro, fu cognominato Paulo Ucello
(Vite, ed. Milanesi). Lesse e fraintese, perchè il biografo non volle punto
dire che Paolo amasse gli uccelli e gli altri animali e, non potendo farne
acquisto, im- pedito da povertà, se li dipingesse per suo gaudio sulle pareti
di casa, ma che amava dipingere uccelli ed altri animali (compresi leoni e
serpenti e ogni sorta di brutte bestie) e che, non essendo in grado di
possederne i vivi modelli, aveva adunato in casa sua quanti disegni potesse
procurarsene. La notizia, data da Vasari, si riferisce alla comune vita degli artisti,
ed è psicologicamente comprensibile e naturale; ma lo stesso non si può
affermare della interpetrazione o fraintendimento di P., perchè (si rifletta un
istante) a quale verità psicologica risponderebbe questa surrogazione del
dipingere al possedere? Chi desidera un uccellino reale, desidera qualcosa di
pratico, e, non potendo ottenerlo, si dorrà o si rassegnerà; ma non trova mai
un equivalente o un sostituto omogeneo aquell'oggetto nell'attività artistica,
che trascende l'uccellino come realtà vivente e si compiace nel proprio creare.
Chi ama una donna, ama quella donna, la desidera, la brama; ma, se si mette a
dipingerla, l'abbassa a materia o modello che si chiami, e, in quell'atto,
trascende il suo amore e ogni altra cosa terrena, ed è Innamorato, non più di
una donna, ma di un'idea. Tanto vero che raccoglitori e amorevoli curatori di
animali domestici non sono mai i pittori di animali, ma le vecchie signorine e
i vecchi celibatari; e il pittore Dalbono, famoso in Napoli per la sua mania di
riempirsi la casa di gatti, non dipingeva gatti, ma festosi paesaggi di Napoli.
Ma forse P. non fraintese per isvista di lettura, e volle deliberatamente
fraintendere, ossia sul testo di Vasari ideò quella sua immaginazione di un
Paolo Ucello, desideroso di avere uccelli in casa, e sfogantesi nel ritrarli, e
tuttavia tornante sempre al suo desiderio. Perchè? Perchè quell'immaginazione
gli parve commovente, leggiadra, tenera. Pensate un po'! Un gran pittore, che
passa pel mercato, vede un fringuello in gabbia, rosso in petto e nero il
mantello, che gli somigliava un fraticino di san Marco, vorrebbe portarselo a
casa, ma non ha un grosso per comperarlo, e tira innanzi con quel mortificato
desiderio nel cuore, e va alla sua opera della giornata, ma la sbriga il più
presto che può, per tornare a casa e aggiungere ai tanti uccelli che ha già
dipinti sulle pareti, ai tanti suoi desideri insoddisfatti, là, sopra un
ramoscello di melo, quel «monachino rosso». Quanta gente non si lascia subito
prendere da queste immaginazioni leggiadre, tenere, commoventi! Quanta?
Moltissima: tutta la legione dei pascoliani, che, da alcune settimane in qua,
stanno dando prova dei gentili sentimenti che siffatte immaginazioni educano
negli animi, e li dimostrano nelle loro mansuete, francescane parole,
indirizzate a Sorella Critica! Ma quella moltissima gente è anche di facile
contentatura; e, come si compiace nel verso che suona e non crea, così
sdilinquisce per le immagini che paiono attraenti e sono vuote, vuote di
schietto e profondo sentire. Che vi sia o non vi sia una realtà psicologica
nell'atto attribuito a Paolo di Dono, essa non cura: s’attiene alla superfìcie
e scatta in entusiasmi, che altro non chiedono e non aspettano che di scattare.
Comunque, ideata quella prima arguzia o acutezza sentimentale, P. non si ferma.
E perchè avrebbe dovuto fermarsi? Collo stesso metodo, e collo stesso buon
successo, puo foggiarne quante altre voleva. E immagina che Paolo Uccello è
terziario, e che nel suo irrefrenabile desiderio d’un possesso terreno, fosse
anche di quello tenuissimo d’un uccellino, pecca; e che, dunque, Francesco
gl’appare, là, sulla parete, tra la sua pittura o dalla sua pittura, e lo
rimproverasse e l’ammonisse, e lo purga di profani desideri, e poi, andando
via, attingesse dallo scollo del suo cappuccio briciole di pane e le spargesse
pella campagna, e gl’uccelli volassero a quel lieto convito, e Paolo, quetato
alfine, si addormenta nel suo sogno. La poesia s'iunalza così, a suo credere, a
idealità francescana. Tale fu, per chiunque abbia qualche pratica di poeti e
poesia, la genesi di questo Paulo Ucello, lodatissimo tra i componimenti di P.
Ed è chiaro che non fu una genesi poetica, ma sentimentalistica, come di solito
in quel tempo della produzione pascoliana, quando l'autore s’era dato tutto in
balia a certe sue impoetiche tendenze, incoraggiato e traviato da false lodi,
specie da quelle di amici, che par si fossero proposto di addensargli intorno
un velo e fargli perdere il senso della realtà, e un po' lo vagheggiavano
attraverso quel velo, un po' celiavano sulle sue bizzarrie. Senonchè, la poesia
non può nascere da intenzioni, per gentili che siano, perchè tutte le
intenzioni sono, in questo caso, aride, unilaterali, astratte; ma nasce dalla
piena umanità commossa, come suono tra i suoni, accordato con gli altri suoni,
non mai tutta tenera o tutta gentile o tutta leggiadra. Anche la poesia
dell'idealità francescana; della quale uno dei più vivi esempi che mi vengano
ora a mente è un verso e mezzo di CAMPANELLA (si veda), in un suo duro e nodoso
sonetto, dove, ritratto l'orrore dell'umano egoismo, le lotte, le insidie, le
calunnie, e, più di tutto, gl'infingimenti interiori per cui l'uomo sé stesso
annichilando si converte alfine in istìnge, improvvisamente esclama, come se
gli si spieghi innanzi un lembo di paradiso: Tu, buon Francesco, i pesci anche
e gli uccelli frati appelli! E, se si vuole un esempio più a noi vicino,
ricorderò il sonetto del non professionale francescano Carducci, quel sonetto,
in cui il poeta, alla vista della fertile costa che pende dal Su- basio,
considera commosso su] piano laborioso, che al sol di luglio risuona di canti
d'amore, Santa Maria degli Angeli: Frate Francesco, quanto d'aere abbraccia
questa cupola bella del Vignola, dove incrociando a l'agonia le braccia nudo
giacesti su la terra sola! Poiché la genesi non fu poetica ma intenzionale, o,
come io dico, intellettualistica, il Pascoli non potè indovinare la forma
poetica, la quale è tutt'uno con l'ispirazione, e nell'ispirazione è già
delineata e mossa. E prese a stendere il suo estratto quintessenziale di
tenerezze e dulcitudini e francescanerift in una forma artificiosa ed
estrinseca, che è subito dimostrata tale dalla monotonia dell' intonazione,
dalla semplicità troppo semplice, che in essa si osserva. Si desiderano prove
di ciò? Come darle a chi non ha orecchio per sentire il tono falso? Come
fissare in alcune parole ciò che è diffuso in ogni snodatura e spezzatura della
sintassi, in ogni inflessione della voce? La critica (l'ho detto tante volte)
ha un limite o un presupposto che si chiami: il presupposto che si abbiano
occhi per ben vedere e orecchi per ben udire. Tutt'al più, essa può aiutare con
qualche indicazione: Dipingea con la sua bella maniera sulla parete, al
fiammeggiar del cielo. E il monachino rosso, ecco, lì era, posato sopra un
ramuscel di melo. Che la parete verzicava tutta d'alberi.. 0 anche: Oh! non
voglio un podere in Cafaggiolo, come Donato: ma un cantuccio d'orto, sì, con un
pero, un melo, un azzeruolo. Ch'egli è pur, credo, il singoiar conforto un
capodaglio per chi l'ha piantato!... Ma un rosignolo io lo vorrei di buono...
Un altro aspetto di questa forma, senza in- timo freno, senza intima sua legge,
e che ha accattato una legge dall'esterno, da un proposito della mente, da uno
sforzo, da uno stento di vellicare i cuori teneri e tenerli in dolce spasimo, è
il frazionamento nei particolari, le lungherie, le materialità inopportune. P.,
anche in questo caso, non ci risparmia né le nomenclature di uccelli, né le
sensazioni fìsiche, per es., dei becchi che beccano le miche sparse (E, come un
bruscinar di primavera, Rimase un trito bec- chettio sonoro»), né il solito
usignuolo onomatopeico, che, alla dipartita del santo, canta chiedendo dov'era
ito... ito... ito. E conseguenza di ciò è la perplessità nel lettore, che non
sa se il poeta scherzi o dica sul serio, se sia in un momento di festevolezza o
non piuttosto di accoramento, se voglia dilettare con un rifacimento arcaico
che susciti un sorriso, o se esprima un suo serio sentire. Che cosa è quel san
Francesco, che favella con vocaboli e formole tolte di peso ai Fioretti e
gestisce con attucci che mal traducono le pitture trecentesche? È una figurina
grottesca, una caricaturina, un follettino, da divertir bimbi, o il santo del
gran cuore, che deve riempirci di riverenza? No: nella figurazione del Pascoli
egli non mi riempie di riverenza e di amore, ma non posso dir neppure che mi
diverta. E quale impressione, dunque, mi suscita? Buona è codesta, color foglia
secca, tale qual ha la tua sirocchia santa, la lodoletta, che ben sai che becca
due grani in terra, e vola in cielo, e canta. E sminuiva, e già di lui non
c'era, sui monti, che cinque stelline d'oro... Quale impressione? Non altra che
quella, poco piacevole, della poesia stentata e sbagliata. Sbagliata, ho detto;
ma sbagliata di P., e non già da un qualsiasi arfasatto: dal Pascoli che non
solo era un letterato studiosissimo, ma era, o almeno era stato una volta,
poeta, il poeta idilliaco e triste delle primissime Myricae, e di tempo in
tempo aveva come un'apertura di cuore verso la campagna, gli uccelli, le
modeste opere agricole e casalinghe, e un senso di gioia e di malinconia
schiette. Di questo fondo spirituale di lui, guasto da sovrapposte cattive
tendenze e dal cangiamento dello spontaneo nel professio- nale, si scorgono le
tracce anche nel Paulo V cello, particolarmente nel modo simpatico in cui egli
ritrae (e. 2) la parete dipinta da Paulo, quella parete che verzicava tutta
d'alberi, d'erbe, di fiori, di frutta, e qua vi si vedevano zappe e là falci, e
qua l'aratura e là messi biondeggianti, e due bovi messi in prospettiva che
parevano grandi ed erano più piccoli di un leprotto che fuggiva nel primo
piano. Peccato che anche qui la lamentela del tono turbi l'effetto, e la troppa
semplicità tolga semplicità. E questo è quanto si può onestamente dire intorno
al Paulo U cello. A coloro che oggi lo esaltano come un capolavoro, come il
capolavoro dei capolavori pascoliani, una purissima, una divina poesia
francescana, e insolentiscono contro di me perchè l'ho passato sotto silenzio,
e mi tacciano di non sentire la poesia, di poca sensibilità (o di poca
morbosità), mi contento di rispondere: Eh, via! Da qualche accenno che è nelle
noterelle critiche raccolte nella terza parte di questo volume, i lettori
avranno agevolmente inferito che anch'esse fecero scandalo e suscitarono un
uragano di proteste e d’invettive, maggiore e peggiore di quello che si ha
quando fu pubblicato il saggio ristampato in primo luogo. Cosa naturalissima:
nel dodicennio corso fra le due date si era maturato e svolto a pi^no il
futurismo, del quale P. è, a mio avviso, da considerare precursore e promotore,
nella nostra letteratura; e la reazione contro il mio giudizio, dopo tanta
devastazione e perversione prodotta nel gusto, doveva essere, come fu,
violentissima. Una delle accuse che, in quel gridìo, risonava come un
ritornello contro di me, concerneva la mia insensibilità. Confesso candidamente
che dapprima non compresi di che cosa mai si volesse, con questa parola,
lamentare in me l'assenza. Ma, con pazienza filologica ravvicinando i testi (e
quali testi!), e cercandone l'interpetrazione, ho poi non solo compreso, ma,
quel ch'è meglio, mi sono trovato affatto d'accordo con gli accusatori. Mi si
tacciava, in fondo, di essere insensibile alle seduzioni del pascoliamo, del
semifuturismo e del futurismo. Insensibilissimo: sono, per questa parte,
addirittura un pezzo di marmo. Dopo di ciò, non avrei niente da aggiungere, non
parendomi che quella critica d'opposizione abbia apportato lume alcuno allo
schiarimento dei problemi artistici da me trattati. Ma, poiché, per fortuna una
rivista letteraria, La ronda di Roma, fu invogliata dalle mie noterelle
critiche ad aprire una discussione o referendum su P., che venne inserendo nei
suoi fascicoli, mi piace rinviare i curiosi e gli studiosi a quelle pagine, che
contengono molte cose istruttive e, nel complesso, confermano il mio giudizio.
Anzi, come saggio di queste cose istruttive, trascriverò qui alcuni brani
dell'articolo di uno di coloro che presero parte alla discussione, Gargiulo, il
quale ebbe, tra l'altro, il buon pensiero di spremere il succo dei principali
studi su P., pubblicati dopo il mio, e, diversamente dal mio, intonati ad
ammirazione, o addirittura a commossa tenerezza, pel poeta romagnolo. È
recente, solo di qualche anno fa, scrive dunque Gargiulo, lo scritto che
comincia a pubblicare nella Voce Onofri, sotto forma di commento estetico
perpetuo alle poesie di P. Fu arrestato a mezzo delle Myricae. Quando mi occorse
di leggerlo, tempo dopo, io dovetti candidamente domandare all'autore come
avrebbe fatto a continuarlo, e qual vantaggio si sarebbe ripromesso per la fama
del poeta, nel proseguire. Da quel che se ne vide, la negazione risultava
pressocchè totale; d'altra parte, nel modo, talvolta perfino un po' ingenuo,
con cui rari versi restavano additati all'ammirazione, non si riconosceva punto
l'Onofri, che pur aveva dato prova di possedere, oltre quella sensibilità che
conosciamo investita direttamente in saggi di poesia, scaltrite facoltà
critiche. Discussi alquanto con lui anche i rari versi e, se mal non rammento,
urtai infine contro un atteggiamento di resistenza passiva, se non
d'indifferenza. Ma certo conclusi che per lo meno era passato dall' Onofri il
quasi entusiastico momento di fiducia, che gli aveva dato lena per proporsi
quel lunghissimo lavoro destinato a discriminazione e volgarizzamento delle
bellezze pascoliane. Di Serra — del quale non mi esagero il valore critico, ma
riconosco alcune buone per quanto disgre- gate disposizioni, richiamiamo un po'
il saggio su P. È da notare che Serra, giustamente, fu detto un temperamento
pascoliano; e forse quel saggio, da solo, basterebbe a provare le affinità.
Ora, in tutta la parte negativa, che è ampia, le osservazioni giuste abbondano,
né certo l'amor dell'argomento riesce ad attenuarne l'acutezza. Si porta
all'evidenza, nella parte positiva, la « man- canza di forma » di P., che
sarebbe la « forma propria» di lui: i versi del poeta non si cantano, non si
ricordano, non si citano, se non forse : Romagna solatia, dolce paese, ( che
veramente è un bello e dolce verso '. c E se noi, richiesti, dovessimo offrire
in uno o pochi versi rappresentata quasi in iscorcio la virtù propria di lui,
ci rifiuteremmo; per quanti ce ne potessero passare innanzi, sappiamo bene che
di nessuno saremmo contenti a pieno. Anzi, dicendone e mostrandone ad altri, mi
par che sempre si senta il bisogno di soggiungere a ogni tratto: a questo non
badar troppo, non ti fermare su quel particolare; che il poeta non è lì '.E
dov'è mai? — dimandiamo a Serra, caduto in così profondo oblio del proprio
cosidetto umanesimo? È nelle cose: c La poesia di P. consiste in qualche cosa
che è fuori della letteratura, fuori dei versi presi a uno a uno; essa è di cose,
è nel cuore stesso delle cose. Ed è lo stesso Serra che in altro scritto, in
difesa della forma, o della letteratura, ebbe questo scatto: c Le cosel tutto
quello che c'è in me di meno ingrato si rivolta dispettosamente. Nulla è così
vago, goffo, incon- cluderite, retorico, come le cose. Le cose dunque; ed anche
la persona; cioè, P. bisogna vederlo: 'È un poeta. Ogni timore, ogni
inquietudine che la lettura poteva aver lasciato dietro di sé, subito cade; in
lui non c'è falsità, maschera, posa, artifizio. Tali cose non esistono; non
possono aver luogo in quest' uomo eh' io vedo. Altri potrà giudicare, pesare,
classificare. C'è altro ancora, e forse di peggio, che tralascio, nello scritto
del Serra; ma non mi è mai accaduto d'incontrarmi nella condanna di un artista
concepita in una forma più cruda e radicale di quella che trascrivo: Questa è
la sua gran forza e la sua gran debolezza. Secondo che l'uomo accetti la poesia
di lui per quello che è o per quello che vuole essere. Poiché se io accetto la
poesia di lui, col significato ch'essa ebbe per lui quando la fece, se mi
trasporto, come altri direbbe, nel suo punto di vista, allora il valore ne
diviene incommensurabile: non è valore di cosa d'arte, ma di cosa viva. Dove si
arriva? Eppure P. del Cecchi, ha queste parole nell'epilogo, che non sono meno
preoccupanti di quelle ora riferite di Serra: f Bisogna rifondere gli aspetti
torbidi e contrastanti, nei quali questa poesia viene, mano a mano,
rivelandosi, in un misterioso aspetto solo nel quale le sue contraddizioni, le
sue incertezze, i suoi errori, bì siano stratti all'ardore del nostro affetto,
della comprensione nostra. Osservavo, in una recensione che feci del libro
nella vecchia Cultura, che in tale giudizio è c come una confessione al
lettore, la quale suona: l'aspetto misterioso, in questo libro, è rimasto
misterioso; il mistero non è stato svelato. Di quello studio dicevo in genere
(mi permetto di autocitarmi, perchè resto precisamente a quel punto ora che
l'ho riletto: c È animato dalle più benevoli e indulgenti intenzioni; ma riesce
ad una condanna, quasi tutta esplicita, in minima parte implicita, dell'opera
pascoliana. Pare che Cecchi abbia impegnato in questo suo studio tutta la
propria sensibilità inventiva, che è molta, e i residui di un'antica simpatia
pel poeta, che doveva essere ingenua, non criticamente illuminata. Pure, il
risultato è quello che è, vale a dire negativo. Non mancai di rilevare la
sproporzione tra la parte negativa e quella che voleva essere positiva: c Egli
non si è neppure accorto che uno studio costituito in massima parte da una
violenta negazione, e diretto, nel tempo stesso, ad una affermazione energica,
doveva essere assai più svolto nella parte affermativa, anche sotto il rispetto
che sembra puramente materiale, del numero delle pagine. P. è, per Cecchi, un
poeta coperto da una corazza di falsità? Ha sotto la corazza una emotività
delicatissima e nuova? Ebbene bisognava che lo studio critico riuscisse
solidamente poggiato ed equilibrato sulla parte affermativa. Concentravo
naturalmente l'attenzione sulla parte del libro che voleva essere di sicura
affermazione, dedicata c alla definizione della particolarissima, intima
ispirazione pascoliana, di cui poi quasi tutta l'opera del poeta sarebbe una
deformazione. Tale ispirazione centrale si risolveva pel Cecchi in una
disposizione iniziaimente sensuale, oggettiva, di pura dedizione alle cose,
attraversata poi dal brivido del dolore e del mistero. E dovevo concludere: c
Lo sforzo grande, ma vano, del critico consiste nel rendere questo brivido.Ma
ecco che Cecchi, invece di svolgere e sciogliere fino all'evidenza l'asserito
sentimento di dolore e di mistero, il quale resta, nei termini indicati, ancora
sotto una forma schematica, dura ed ambigua; invece di trarlo alla vita piena,
immergendo in esso le opere del poeta; impegna tutta la sua sensibilità
inventiva, ed anche tutta la sua industria stilistica, nel ridurre quel dolore
e quel mistero alle più fugaci ed inafferrabili espressioni: ad un brivido, un
attimo, un baleno, e via dicendo. Il critico aveva paura di fermare il brivido;
le poche citazioni restarono anch'esse sorde all'invito di rivelarlo. Sulla
poesia che ha il privilegio del più lungo commento, la digitale purpurea, io
avrei ora curiosità di sentire da capo il giudizio di Cecchi. Così Gargiulo.
Del resto, la lode ottenuta, e in parte ancora mantenuta, dalla poesia
pascoliana, e la difficoltà di far prevalere un diverso e più pacato giudizio,
richiamano moltissime altre vicende consimili della storia letteraria. Ci vuol
pazienza innanzi alle asserzioni dei poco perspicaci e dei fanatici: A voce più
ch'ai ver drizzan li volti, e così ferinan sua opinione prima ch'arte o ragion
per lor s'ascolti. Così fer molti antichi di Guittone, di grido in grido pur
lui dando pregio, fin che l'ha vinto il ver con più persone (Purg.). Ancora
sulla poesia del Pascoli. Il Paulo Ucello LATERZA, Bari. SCRITTORI D'ITALIA
cur. NICOLINI. ELEGANTE RACCOLTA CHE COMPORRÀ DI OLTRE SEICENTO VOLUMI DEDICATA
A S. M. VITTORIO EMANUELE III. ARETINO P., Cartéggio Il I libro delle lettere
AMENTI (degli) S., Le Porretane BALBO C, Sommario della Storia d'Italia,
BANDELLO M., Le novelle, BARETTI Prefazioni e polémiche La scelta delle lettere
familiari BERCHET Opere, Poesie Scritti aitici e letterari BLANCH Della scienza
militare, BOCCACCIO Il Contento alla Divina Commèdia e gli altri scritti
intorno a Dante, BOCCALINI Ragguagli di Parnaso e Pietra del paragone politico,
CAMPANELLA Poesie BARO, Opere COCAI M. (T. Folengo), Le maccheronee, Commedie
CUOCO Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, seguito dal Rapporto al
cittadino Carnot, di Lomonaco, Platone in Italia DA PONTE Memorie, DELLA PORTA
Le commedie, DE SANCTIS F., Storia della lettor, ital., Economisti del Cinque e
Seicento, FANTONI Poesie Fiore di leggende. Cantari antichi ed. e ord. da E.
Levi, FOLENGO Opere italiane FOSCOLO IL, Prose FREZZI F., Il Quadriregio,
GALIANI Della moneta GIOBERTI Del rinnovamento civile d'Italia, GOZZI C,
Memorie inutili, La Marflsa bizzarra GUARINI Il Pastor fido e il compendio
della poesia tragicomica, GUIDICCIONI G. - COPPETTA BECCUTI F., Rime IACOPONE
(fra) da TODI, Le laude secondo la stampa fiorentina (n. LEOPARDI Canti, Lirici
marinisti, LORENZO IL MAGNIFICO, Opere, MARINO G. B., Epistolario, seguito da
lettere di altri scrittori, Poesie varie, METASTASIO Opere, Novellieri minori
del Cinquecento Parubosco e Erizzo PARINI G., Prose, Poeti minori (Savioli,
Pompei, Paradisi, Cer- reta ed altri) Mazza, Rezzonico, Bolidi, Fiorentino,
Cassoli, Mascheroni POLO Il Milione, PRATI Poesie varie, Relazioni degli
ambasciatori veneti al Senato, Riformatori italiani del Cinquecento, Rimatori
siculo-toscani, SANTA CATERINA DA SIENA, Libro della divina dottrina,
volgarmente detto Dialogo della divina provvidenza, STAMPA G. e FRANCO Rime,
Trattati d'amore del Cinquecento, Trattati sulla donna, VICO L'autobiografia,
il carteggio e le poesie varie, Le orazioni inaugurali, il De italorum
sapientia e le polemiche VITTORELLI Poesie, La Bicicletta Olocausto, romanzo »
Quartetto il nemico, Oro incenso mirra Fuochi di bivacco Matrimonio La
disfatta, romanzo Gramigne (Sullo scogio) Ombre di occaso, Il Teatro OPERE
VARIE. ABIGNENTE La moglie, romanzo AMATUCCI Dalle rive del Nilo ai lidi del
Mar nostro Oriente e Grecia Cartagine e Roma Hellàs BAGOT Gl'Italiani, CRIVELLI
Boccaccino BARDI Grammatica inglese, Scrittori inglesi BARONE La storia
militare della nostra guerra fino a Caporetto BATTELLI A., OCCHIALINI A.,
CHELLA La radioattività. CAMPIONE F., Per i germi della specie CARABELLESE P.,
L'e9sere e il problema religioso. CECI G., Saggi di una bibliografia per la
storia delle arti figurative nell'Italia meridionale CERVESATO Contro corrente
CHIMENTI Commercial English et Correspondence (in ristampa). COTUGNO R., La
sorte di G. B. Vico Ricordi, Propositi e Speranze DE CUMIS Il Mezzogiorno nel
problema militare dello Stato DE LEONARDIS Occhi sereni, (novelle per
giovinette) DE LORENZO G., Geologia e Geografia fisica dell'Italia me-
ridionale I discorsi di Gotamo Bnddho DEPOLI G., Fiume e la Liburnia DE SANCTIS
F., Lettere a Virginia DI GIACOMO S., Nella Vita, novelle FORTUNATO G., Il
Mezzogiorno e lo Stato italiano, FUSCO E. M., Aglaia o il II libro delle
poesie. GAETA Poesie d'amore GENTILE G., Il carattere storico della Filosofia
italiana. Sommario di pedagogia come scienza filosofica. Pedagogia generale.
Didattica, Teoria generale dello Spirito come atto puro. JUNIUS, Lettere
politiche LOPEZ D., Canti baresi LARCO R., La Russia e la sua rivoluzione.
LORIS G., Elementi di diritto commerciale italiano LORUSSO B., La contabilità
commerciale MARANELLI C, Dizionario Geogr. dell'Italia redenta. MEDICI DEL
VASCELLO. Per l'Italia. NAPOLI G., Elementi di musica. NAUMANN FR.,
Mitteleuropa. Trad. di G. Luzzatto, NENCHA P. A., Applicaz. pratiche di servitù
prediali. LATERZA Bari NICOLINI F., «li studi sopra Orazio dell'abate «aliani
5, OLIVERO Saggi di letteratura inglese. Studi sul romanticismo inglese Sulla
lirica di Alfred Tennyson Traduzioni dalla poesia Anglo-Sassone. PANTALEONI Tra
le incognite. Note in margine della guerrPolitica: Criteri ed Eventi. La a.
fine provvisoria di un'epopea PAPAFAVA F., Dieci anni di vita politica it.
PASQUALI Socialisti tedeschi PLAUTO M. A., L'anfitrione Gli asini Commedie
PRATO G., Riflessi storici della Economia di guerra. QUARTO di PALO L., La
civiltà RACIOPPI G., Storia dei moti di Basilicata e delle provi noie
contermini 6, RAMORINO La Borsa; sna origine; suo funzionare RAMSAY MUIR, La
espansione europea RATHENAU L'economia nuova. RICCI E., Versi e lettere RICCI
Protezionisti e liberisti italiani SABINI G., Saggi di Diritto Pubblico SCHURÉ
I grandi iniziati. Santuari d'oriente SCORZA, Complementi di geometria SOMMA
U., Stima dei terreni a colture arboree TITTONI T., Conflitti politici e
Riforme costituzionali TIVARONI J., Compendio di scienza delle finanze. I
monopoli governativi del commercio e le finanze dello Stato TOSO A., Che cosa è
l'Acquedotto Pugliese WEBER Parlamento e Governo nel nuovo ordinamento della
Germania. Giovanni Pascoli. Pascoli. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Pascoli” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Pascoli.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pasini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
– You’re the cream in my coffee, the salt in my stew – GENUS SPECIES –
eschatology -- La meta-meta-fora del cavaliere perduto – la scuola di Vicenza
-- filosofia veneta – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Vicenza). Filosofo italiano. Vicenza, Veneto. Studia
a Padova applicandosi agli studi giuridici, che ben presto trascura per
interessarsi della nuova scienza è in contatto con Galilei e soprattutto della filosofia, seguendo
assiduamente le lezioni di Cremonini, impegnato nel commento mortalista della “Fisica”
e del “De coelo” di Aristotele e seguace dell'aristotelismo critico e
razionalistico di Pomponazzi, che mette in discussione l'immortalità dell'anima
e alcuni dogmi cattolici. Uno dei incogniti, uno dei circoli più attive, vivaci
libere. A tale adesione alcuni biografi settecenteschi attribuiscono le accuse
di eresia nei suoi confronti. Come invece dimostra una serie di documenti
dell'Archivio di Stato di Venezia, e un fatto di sangue a determinare il
provvedimento giudiziario che lo condanna all'esilio. Per un futile contenzioso
privato (un diritto di passaggio riconosciuto a dei vicini), insieme con il
fratello Vittelio e alcuni sicari, nella
villa Pavaran uccide Malo e ne ferì gravemente il fratello. Condannato a cinque
anni di esilio a Zara, poi ridotti di circa la metà, e assolto e liberato. Reintegrato
nella società vicentina, e vicario a Barbarano e a Orgiano, dove era già stato
agli inizi della carriera. La sua vita dove scorrere come quella di tanti
nobili di provincia, tra affari privati, responsabilità amministrative,
passione letteraria e interessi culturali, sempre presente l'ossequio al potere
della Serenissima: dediche e composizioni sono spesso dirette a podestà,
capitani e dogi. Si registra un stretto legame gl’incogniti e una grande produzione
letteraria. Fa parte della corrente poetica del marinismo, che ha in Marino il
proprio modello. ””Rime varie, et gli increduli, ouero De' rimedii
d'amore: dialogo. Dedicate al molto illustre Godi (Vicenza), esordio letterario
del Pasini, miscellanea di sedici componimenti in metro vario tutti di tematica
amorosa e un dialogo, “Campo Martio overo Le bellezze di Lidia, dedicato al
clariss. sig. Giulio da Molino, dell'illustriss. sig. Marco, componimento di
versi settenari ed endecasillabi sciolti, uscito a Vicenza presso Grossi e
dedicato a un membro dell'illustre famiglia Molino; “Rime” diuise in errori,
honori, dolori, verita, et miscugli (Vicenza); Il sogno dell'illustrissimo sig.
Pietro Memo.. Dedicato a Molino, Vicenza, di carattere politico-encomiastico,
racconta allegoricamente come il sogno trasporta il podestà attraverso i cieli
sino alla via Lattea, dove trova gli eroi che hanno illustrato la sua famiglia;
“Rime Marinistiche”, raccolta complessiva delle sue Rime, stampata a Vicenza;
fanno rientrare l'autore nel filone marinista dell'epoca. “La Metafora. Il
Trattato e le Rime. “Trattato de' passaggi dall'una metafora all'altra e degl'innesti
dell'istesse nel quale si discorre secondo l'opinione e l'uso de'migliori, se
senza commetter diffetto, si possano usare dai poeti e, oratori. Dedicato
all'illustrissimo, et eccellentiss. sig. Nicola Da Ponte” (Vicenza); “Historia
del cavalier perduto” romanzo erotico cavalleresco che indirizza il proprio
interesse su vicende e situazioni feudali di provincia. La sua opera più nota,
che si inserisce nella tradizione del romanzo barocco veneto e dei narratori incogniti,
secondo una linea che intreccia avventure cavalleresche amorose a tematiche
storico-politiche. -è da questo romanzo che Manzoni trasse poi spunto per la
stesura de “I promessi sposi.” Vicenza nella sua toponomastica stradale, "Le
Garzantine", Manzoni a Vicenza Firenze, Olschki). Dizionario biografico
degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia e cantòinquestaforma. Nela
vagastagion, che l'Usignolo Dolenteancora dell’antico oltraggio Contragiche armonie
filagna, e plora, E che di novo amor fecondo il suolo Del gran Pianeta
altemperato raggio di verde giouentù gode, ès' honora, Con mano prodiga Flora
D'odorosi tesori Con superbia pomposa. D'ogni intorno spargea gemmati fiori; Ma
qual donna degli altri in maestosa monarchia sublimar parea la Rosa.
Tributaria di lei, versando l’urna, La figliuola del Sole Alba nascente Le
offri adiper le ruggiadose unnerabo; Et ella, della pura onda notturna.
L’homaggio accolto in fen, lieta, eridente Di sii 2 Diricca gravidanza
empieafı il grembo; Indi, il purpureo lembo Spiegando a poco a poco, Scopria l'aurato
crine Del gran lume del cielo al primo foco; Le volauano intorno a far rapine
Preciofe d'odor l'inrevicine. Superba citerea, ch'in Regia tinta Le
imporporasse il suo bel piele foglie, Incota i detti ingiuriosa eccede. Chianti
Giuno homai, tua gloria è vinta, Altro latte il mio fangne il pregio toglie,
E'l tuo fio real mio fior s'humilia, ecede. Cositumida fiede Con inportuno orgoglio
L'ambitioso petto Dela Regina del superno foglio, Che sdognando il suo
Numeeller negletto, Lo sguardo oscura, e in torbida l'aspetto. Frome, egal carrodi
vendetta ingorda Di vampe, efocbi, e di saette, e lampi . Grida lontana ancor ;
Figlio vendetta, Con fretto lofaman richiama, e lega Il vago augel da le
flellate piume, E con la voce anco la sferza accorda, Zosgrida, ebate, e impatiente
il piega, Quevfa il mondo incanutir di brume. Delarmi ilfjero Num e Quiui a
funguignalite Sai Vandalici campi Alti Duci in fiammana, e fchiereardite;
Giungeellaa lui, cuiparche'l guardoaukāpe Ambo fiam vilipeli, amboschernići, numi
impotenti son MARTE, e Guinone; La tua pudica Dea, la tua diletta, Quella, che del
su’amor resegraditi Cillenio, e Febo, el cacciator garzone, Questa del vago Adone
Cole ancor le memorie Solo a tuo scorno, e in vno Al mio latte dir infratia le gloriezn.
Mirà d'orgoglio altierfasto importuno, Che di rosa anteporsi ardisce a Giuno.
S'ami la madre, e lei gradir desij, A la superba l'alterigia Scorna, E la sua rosa
le axuilisci o figlio Madre, non fia, ch'io le tue ingiurie oblij (risponde) al
cielo pur sagli, e ritorna, Ch'io ben far olle bumiliare il ciglio: Di più fino
vermiglio Distino ostro più grande, Per tinger rosa altera, Di cui la gloria foltes
fa ghirlande; Stella non splende, ou'è del solla spera, E appo la neuengnicandor
s'annera. Cosidetto, ella parte, egli accore Doue aßalito il vandalo feroce Col
Goto afalitor pugna, e contende: Di sanguinos ifiumi ilprato corre, D'urli, e
di strida una mistura atroce, Che difonde terrori al Cielo ascende; Dubbio il success
opende, Al fin scompiglia, efrange il gran duce Adoino Lanemica Vandalica falange;
Ma il sacro Dio, ch'adostro peregrino Aspira, affrettailsyo mortal destino.
Cade il prode signor, fugge disperso Semi viva fi getta addosso al morto;
El'abbraccia, e lofringe, el bacia, e’lterge Condiluuij d'angoscia, elcrin s'afferra,
E Straccia, efuelle infinda le radici; I sulerose, chel buon sangue asperge, E
che compagne fon de la sua terra, Sperge presagi in vn mesto, e felici.
Esclama. O fiori amicia Los tuol nemico, il fuo trionfo sdegna Per sì gran
danno il Goto lagrimose j j Goiodisco il german nel duolo immersa Nela fortune gloriosa
insegna Tra rose inuolue il busto sanguinoso, E dono doloroso A Lutterial'invia,
Cheil gran marito fcorto E sangue, e freddo ogni diletto oblia, I d'amor piena,
e dota di conforto, che Così pullulerà la Rosa ORSINA. E così germinò,
così dal cielo, Per lo mondo abbellir, netrasse isemi, Nel suona tale ancor grande
i ammirata: Sorge fecondo il glorioso stelo, E ne' Gallici campi, e ne'Boemi
Degni rampoli ITALIANE traslata, D'api in vece, adorata Schiera d'altepirtudi
Lovà suggendo, efaui Poi ne compone di Reali studi, Onde il mondo i suoi cafi in
fausti, e graui Per si dolce liquor torni soaui. Defiudilaude dil Sole, acuis'aprica
solo, e solo a'suoirai s'avanza e gode, E l'irrigailfuddordi nobil onda; Duro, einduftre
cultor glièla fatica, Siepe l'ardire, il buon valor custode, El ' applauso de '
Cor i aura gioconda Ondeè poi, che diffonda Cosi pregiato odore E di palma, e di
Lauro Ch'ın tal nel girdo e l età migliore Non neadunola Gloria in fuo tesauro
Dal Borea àl'Auftro, e dal mar' Indo, alM auto. Scritte sa in Cielo alettere
difato, Là de l'eternità ne’ cupi annali, Digermetal son le grandezze, e i pregi.
Febo m'inspira è colassu fermato, Ch'egli fioriscafolfreggi immortali, Alte imprese,
opreilluftri, èfattiegregi: Tiranni eftinti, Regi Debellati, daafflitti, Regni sommersi
in lutti, Espugnatecittà, Ducisconfitti, Prouinciescosse, esercitidestrutti,
Pergliopresileuar, fiano suoi fruti. Lieto verdeggi, eauuenturosogoda, Che'l
ciel gliarride, eporgela fortuna Grandi Che'l core hor m i pungete,
Insegna peregrina Del mio venire immaturo ancor Sarete; Cosi auuerrà, cosilo
ciel destina, Il diadema adorar veggio di Piero. Fortunata Dalmatia, borche
s'innesta Neltuoceppo Realfinobil pianta, attendi pure un secolo d'eroi. Vomiti
incendihomai Chimera infesta, Stragede'campisiabelua Erimanta, Che
fienconcettii percussorisuoi; Altri indomiti buoi sbuffinofiamme in Colco,
C'hauralliubbidienti Adaratronouelnouo bifolco; Sorgan Procufti, elanguirandolenti
Ancola Famahà lingue, E fil grande, e facondo, Ei gesti degli Eroi spiega, ediftingue.
Bastià l'ORSIN valor, c'habbia giocondo Teatro Italia, e spettatore il mondo.
Gran di alimentià le r a dice prime. Beltesoroèvirtù;ma s'altaloda, Mase honori
laforteancogli aduna, Vie più chiaro Splendorne’raggiesprime Eccolohomaisublime
Gemmarsi intorno, intorno Sold'insegne d'impero, Manti, porpore, scettriilfanno
adorno; Mafouratuttiin maestà primiero Sotto noui Tesei gliultimi accenti,
Canzon chiudanlelabbra. La meta-meta-fora.
itopedelabiturates. daglianimal: corterdel'acquecitopedeèsolce Nec
tenoftra iuberfiericenfura pudican . Sentätha oppreffo Carulla DeXNptys Pelleic
Cerula verrentes abiegnis equora palmisan Verrentesperremigantı, palmisperremi
son metafore di poca comienienza; perche le mani non icopano come inftrumento
profimo. DS Fortetfolcodál foco et verrigins Jalmocodel la core circulari.
Sedtamen, uttentes disimularerogat. Cenfura è traslation dal Magistrato
Cenforio a } rigordell'atninre; oubetèmetaforaan ch'ega, che nonficonfaconla censura;
perchefebene: leges autiubescentvetant, quepermitan, AMAP Hiunt. La censura
pero non era legge, nè magistrato, che hau eflc auctorità di far legge. Ma a solo
gaftigauachi contrauenità a'buonicollumi, adalcuneleggi et
adalcunivnitalchequi? Pinnestodidue metafore invafolo predicatos poilslacione
confaceuole alla vièpoi il pallaggio nelnornogar dell'altropredje viè censura. tom
1 Nel terzo de arte amandi, Ecco Ne quevliusitinntisim
per untitabii. Ne quifleprezesirefoue palmulis metaforam non producer ad extremum
nec ineaintere. Sed abvnaadaliamtranfilire; hicveroraliumiprie Prorumfecurses, och
Non è di giustitia chc CATULLO refiabbando pato Epiù sottodiffe. Qui
formula croftramentofumprofcidir quota Aoftrumè metafora trasportata da gli vecelli
allegalee, acuimancauailproprio perfignif carlofprone, equindian coallanaue
perde notarlaprora, e proscindere è pur METAPHORA, che Hon ha corsispondenza
con legalec, ma con quellecose, chetagliano: Ecco appresso v o trappasso da metafora
a metafora. Ecco VA alero inneftopuriuinell'aggionto, e nel softantiuo. Dide
currum wlitanumper ladate, che viag giava PHASELLUS illeguem videte hospittia'?
Siswiffenavium celerrimus. Oprisforeivolarejouelinteo. Ognuno sà che
Falelloèvna fpeciedi nauigio; nel descriver la celericà del quale nel naaigare
Paurore fi vale della metafora del nuotatore e subitò palla al volo ch'è dell'uccello
e quianco favn'innestoin quel volarepairwisin cuivuo) direnauigar
coiremi:poichenen f volacon lepalme, maconl' aliscosiinnettal'operation!
dellyccello con l'inftrumento dell'huomo, ch'è la mano sopra il qualpaflo il Muretto
di fe.Aiuntvitiofumeffefernelsuscepram tolco da'legamini ]? wimruna è
nato da Tibulloze da Propertio speiò fenciamo lianch'elli. Propertio nella festa
decimadlegiadel. cerzo ang niNini Sublime capulmafiflimunubar Afperala
Mefiffimosa sperme, chehannodicomune, Ring oluenparcela branquillità, ch'e
delmare cal P6 Sempere n im vacuos naxi fobriatorque rumares. Nox
fobristonguet, inpeito. La famiglia, originaria della val Sabbia, s’è trasferita,
in un primo momento, a Schio. Non dove essere di cospicua nobiltà ed alcuni
Pasini di Vicenza figurano tra i mercanti di seta e panni grossi. Assunti
i rudimenti grammaticali a Vicenza, P. compe studi giuridici a Padova -- è in
seguito ascritto al collegio dei giuristi di Vicenza, cfr. Archivio di Stato di
Vicenza, Corporazioni soppresse - Collegio giuristi --, ma ben presto trascura
la giurisprudenza per interessarsi della scienza -- è in contatto con BONAIUTO
(vedasi) Galilei e con Kepler -- e soprattutto per dedicarsi alla filosofia,
seguendo assiduamente le lezioni di CREMONINI (vedasi), impegnato nel commento
mortalista della Fisica e del De coelo del lizio di Aristotele e seguace
dell’aristotelismo critico e razionalistico di POMPONAZZI (vedasi), che mette
in discussione il principio dell'immortalità dell'anima – H. P. Grice:
“Shropshire disagreed” -- e alcuni dogmi cattolici. A tale adesione alcuni
biografi s-- Papadopoli, Calvi --, riprendendo moralisticamente il ritratto
libertino delle Glorie de li Incogniti, attribuiscono la causa di futuri guai
di P. e della relegazione a Zara. Come invece dimostra una serie di
documenti dell’Archivio di Stato di Venezia, è la natura violenta di questo
degno esponente della riottosa nobiltà di provincia a determinare il
provvedimento giudiziario. Per un futile contenzioso privato -- un diritto di
passaggio riconosciuto a dei vicini --, insieme con il fratello Vittelio e
alcuni sicari, nella villa Pavaran, ora frazione di Campiglia dei Berici, P.
UCCISE l’avvocato MALO (vedasi) e ne ferì gravemente il fratello. È condannato
a cinque anni di relegazione a Zara, poi ridotti di circa la metà -- assolto e
liberato. Nuovamente integrato nella società vicentina, è vicario a
Barbarano ed a Orgiano, dove era già stato agli inizi della carriera. La sua
vita dove scorrere come quella di tanti nobili di provincia, tra affari privati
non sempre tranquilli -- nella biblioteca civica di Vicenza ci sono i documenti
della lite con un nobile Fracanzani, cfr. Archivio dal Ferro Fracanzani, Serie
Processi --, responsabilità amministrative, passione letteraria e interessi
culturali, spesso rivolti al più importante coté intellettuale veneziano, a
personaggi come Bonifacio o ai facoltosi accademici Incogniti e al loro leader
Loredano -- ha rapporti anche con i conterranei Casoni, Bissaro, Belli,
Motense. Né mancarono gli ossequi al potere della Serenissima: dediche e
composizioni sono spesso dirette a podestà, capitani e dogi (Domenico e
Francesco Molin, Priuli, Grimani ecc.. L'attività culturale costella
un’esistenza sostanzialmente modesta e, a parte il periodo dell’esilio in
Dalmazia, circoscritta tra Vicenza, Padova e Venezia. Con una discreta
accensione negli ultimi anni, per un più stretto legame con gl’incogniti e per
una produzione letteraria in incremento quantitativo e qualitativo. P. muore
a Padova. L'esordio letterario di P. avvenne con un libretto in
dodicesimo stampato a Vicenza da Grossi, Rime varie, et Gl’increduli, overo De'
rimedii d'amore, dialogo di P.. La minuscola miscellanea contiene sedici
componimenti in metro vario e un dialogo finora ignoto alla critica. Le Rime
varie sono tutte di tematica amorosa, secondo una casistica artificiosa
occasionale che sembra discendere dalle Rime amorose di Marino, ma il
conterraneo Casoni ha senz'altro avuto il suo influsso insieme a quel marinismo
veneto (Loredano, Michiele e altri) che recupera anche l'eredità di Petrarca
attraverso Tasso «settentrionale» e certe linee di Chiabrera, di Testi, di
Ciampoli. Molto interessante è il dialogo Gli increduli, overo De' rimedii
d’amore, impostato sullo schema usuale dell'incontro di gentiluomini – qui
Montechiaro, Capirossi e Lipi – in luoghi vicentini, poi sviluppati in spazi
surreali e allegorici, cornice non del solito trattato d’amore (il titolo
riecheggia l’ovidiano Remedia amoris, ma alcuni aspetti rinviano alla Magia
d’amore di Casoni), bensì di un racconto tutto barocco su «certi accidenti
maravigliosi» capitati a Teseo in preda a farneticazione amorosa. La seconda opera
a stampa di P. è un componimento di quasi 900 versi settenari ed endecasillabi
sciolti, uscito a Vicenza presso Grossi e dedicato a un membro dell'illustre
famiglia Molino: Campo Martio, overo Le bellezze di Lidia. Dopo l'avviso
A chi legge che precisa il rispetto della «religion catolica romana» per
termini usati «credendo da cristiano e scrivendo da poeta», l’autore celebra
ancora con un procedimento allegorico le bellezze della sua donna, inserendola
in un vivace spazio reale di Vicenza – Campo Marzio è il passeggio di dame e
gentiluomini – e quindi coinvolgendola in un «successo inusitato e strano»: in
una nube le appare Amore circondato dalle nove muse, le quali intonano le lodi
delle singole parti del corpo di Lidia con una progressione di metafore continuate. P.
ha dalla sua città l’incarico di scrivere il prologo al Torrismondo del Tasso,
messo in scena al teatro olimpico alla presenza dell’ambasciatore francese a
Venezia, Bruscart. Il testo fu inserito nella raccolta complessiva delle
Rime di P. (Vicenza, Eredi F. Grossi, ed
è costituito di 150 endecasillabi sciolti. Per bocca di Ercole, «protettor
dell’Academia Olimpica», P. celebra i «Gigli d’or» della monarchia
francese. Di non scarso rilievo, perché documento dell’interesse di P. verso
la scienza e le implicazioni religiose della filosofia empirica acquisita
a Padova, è una lettera scritta a Kepler da Vicenza. Dopo aver lodato in
forbito latino l’astronomo, P. gli pone cinque quesiti. I primi quattro
riguardano problemi tecnico-astronomici, sulla costruzione della figura, sui
confini, sulla grandezza dei pianeti e sul loro moto. L'ultimo quesito è di
scottante argomento dottrinale-religioso: «Ultimum quaenam sit de opificio
certior doctrina; qui enim hac in re Ptolomaeum sequuntur, hircum -- ut aiunt
-- mulgere, ni fallor, experientia didici» -- Epistolae ad Kepplerum,
Lipsia. Ancora di ambito politico-encomiastico è Il sogno de
l’illustrissimo Memo, ristampato ad apertura della sezione Honori nelle Rime,
ma risalente al 1623 (il 7 maggio di questo anno il nobile veneziano concludeva
l’incarico di podestà di Vicenza relazionando al Senato, cfr. Relazioni dei
Rettori veneti in Terraferma, Podestaria e Capitanato di Vicenza, Milano.
Il poemetto di sessantasei ottave, costruito sul modello di visione del Somnium
Scipionis – CICERONE (vedasi), ma anche con ambiziosi calchi danteschi –
ALIGHIERI (vedasi) e con citazioni d’OVIDIO (vedasi) e dall’iconologia
contemporanea, racconta allegoricamente come il sogno trasporti il podestà
attraverso i cieli sino alla via lattea, dove trova gli eroi che hanno
illustrato la sua famiglia. In particolare, lo zio Marcantonio, già al governo
di Vicenza, Bergamo, Padova e infine doge, presentate le glorie del casato e
descritta la sede celeste, incita il nipote a guadagnarsi questa beatitudine
tramite l’impegno politico. Di notevole importanza storico-biografica,
poiché datata «Di Padova li 27 Genaro 1629» e dedicata a Ciampoli, è la canzone
La Relegazione, che si legge in un’edizione con proprio frontespizio (Vicenza,
G. Amadio) alla fine della sezione Miscugli delle Rime. Dopo un decennio
di silenzio editoriale seguono intensi gli ultimi quattro anni di vita: P. dà
alle stampe l’opera omnia delle sue poesie, preceduta da un TRATTATO SULLA
METAFORA – H. P. Grice: “Very interesting. My ‘You’re the cream in my coffee”
owes a lot to Pasini!” --, e, svolta notevole, rivela la sua vena narrativa
partecipando con due testi alle Cento novelle amorose de i Signori accademici incogniti,
postumi nell'edizione di Venezia, Guerigli; già nella stessa posizione in
Novelle amorose de’ Signori Academici Incogniti, a cura di Fusconi, Venezia,
Guerigli; e Parte terza), e soprattutto scrivendo il romanzo che lo rende
famoso, l’Historia del Cavalier Perduto. Il “Trattato de' passaggi
dall’una metafora all’altra, et de gl’innesti delle stesse,” edito a Vicenza da
Zampieroni e poi ristampato d’Amadio, si inserisce nella vasta trattatistica
dell’età barocca aderendo alle linee sperimentali degl’incogniti veneziani. In
una quarantina di pagine l’autore si propone di mostrare «che cosa sia
metafora, di quante sorti siano le metafore, et in che siano differenti
dall’allegoria e dall’enimma» -- H. P. Grice: “Exactly my point in
‘Philosophical Eschatology. I created philosophical eschatology as a branch of metaphysics – along
with ontology and the theory of the categories – as a way to deal, properly,
with figures of speech such as METAPHORA – trans-latio --, ALLEGORIA –
etymology more difficult – and PARABLE – that gives Italian ‘parola’ -- When I say the etymology of ‘allegoria’ is
more difficult, I mean it! Latin allēgoria, “figurative or metaphorical
language, allegory; parable,” whence Late Latin allēgoria, “allegorical
interpretation of the Bible”, from ᾰ̓λληγορῐ́ᾱ, “figurative or metaphorical
language”, probably from ἀλληγορος, “allegorical” -- though
only attested in Byzantine Greek. + -ῐ́ᾱ, suffix forming feminine abstract nouns – cf. SPERANTIA SPERANZA. Ἀλληγορος is derived from ᾰ̓́λλος, “another; different,” ultimately from
Proto-Indo-European *h₂el- (“beyond; other”)) + ἠγόρ-, the imperfect stem of ἀγορεύω, “to speak in the assembly;
to say, speak”, + -ος, suffix forming certain
inflections of adjectives); and ἀγορεύω from ᾰ̓γορᾱ́, “assembly; assembly place; market place; speech,” ultimately
from Proto-Indo-European *h₂ger-, “flock, herd; to gather” + -εύω, suffix forming verbs.” -- ; quindi «come la metafora nella nostra
favella, o ragionare, possa adoperarsi». Infine
«le autorità di quelli c’hanno approvato gli innesti et i trappassi da metafora
a metafora di genere diverso» (La metafora. Il trattato e le rime di P., a cura
di Pedretti. La raccolta complessiva delle sue Rime fu stampata a Vicenza
con dedica al doge Erizzo. Oltre al recupero di quasi tutte le Rime varie, è
notevole la suddivisione in sezioni tematiche -- Errori, Honori, Dolori,
Verità, Miscugli --, che riporta alla Lira del Marino, modello fondamentale,
omaggiato nei sonetti 14 e 15 degli Honori. Ultima e più nota tra le
opere di P. (almeno per la rilevanza acquisita con il saggio di Getto) è
l’Historia del Cavalier Perduto, stampata a Venezia da Valvasense, l’editore
degli Incogniti, e dedicata al leader della stessa Accademia, Loredano (due
lettere attestano che ne seguì la stesura e ringraziò per la dedica: Loredano,
Lettere, Venezia). L’opera s’inserisce nella tradizione del romanzo
barocco veneto e dei narratori Incogniti, secondo una linea che intreccia
avventure cavalleresche amorose a tematiche storico-politiche (Biondi,
Loredano, Bisaccioni, Belli, Brusoni iniziale), e di altri romanzieri italiani
(evidenti gli influssi del primo Calloandro di Marini o del Principe Altomiro
di Mancini). L’ambientazione storica è ripresa dall’Italia liberata dai Goti
del vicentino Trissino d’ORO (vedasi), ma sullo sfondo della guerra tra Totila
e i Bizantini (metà del VI secolo) vivono temi e valori della società nobiliare
quali l’onore e la reputazione. Alla labilità storica, che permette l’innesto
anacronistico della guerra tra Orsini e Colonnesi, corrisponde la labilità
geografica: le zone d’azione principali rimangono quelle ben note a P., tra i
Monti Berici e i Colli Euganei, nei castelli del veronese, del vicentino e del
padovano, nonché la Dalmazia e Giadra conosciute in esilio, ma si estendono
all’Italia tutta, a Bologna, Firenze, Napoli, gli Abruzzi, le Puglie e
l’Oriente, varcando le coste d’Africa e il Mediterraneo, oltre Gibilterra, e
non risparmiando il Nord (Gallia, Germania, Inghilterra, e Irlanda). La
struttura narrativa circolare si regge sulla misteriosa identità del
protagonista, il Cavalier Perduto, il quale impegna quasi tutta la prima metà
del romanzo nell’affannosa INCHIESTA DI SE STESSO. Scoperta la quale – è
Adoino, figlio del duca Mundilla Orsini – vive tutto il resto del romanzo
guerreggiando contro Policarpo, principe dei Goti, e quindi contro i Colonnesi
guidati da Rodoaldo, fino al matrimonio finale con Dobbrizza di Giarda agevolato
dall'azione diplomatica di un misterioso re persiano, Saporeso, che impone ai
contendenti un «atto cortese e generoso e grande». Finale altamente politico:
un romanzo barocco iniziato come avventurosa INCHIESTA DI SE STESSO, termina
nel nome della RAGION DI STATO e dell’utilità della pace in un «secol di
ferro». Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Venezia, Consiglio dei Dieci,
Criminali, Comuni, Vicenza, Biblioteca civica, Schio, Persone memorabili in
Vicenza, c. 10r; Le Glorie de' gli Incogniti, o vero gli huomini illustri
dell’Accademia de' Signori Incogniti di Venezia, Venezia, Pagliarino, Croniche
di Vicenza, Vicenza Papadopoli, Historia Gymnasii Patavini, Biblioteca e storia
di quegli scrittori così della città come del territorio di Vicenza che
pervennero fin ad ora a notizia del P.F. Angiolgabriello di Santa Maria [Paolo
Calvi], carmelitano scalzo vicentino, VI, Vicenza, Getto, Echi di un romanzo
barocco nei «Promessi sposi», in Lettere italiane, Il romanzo veneto nell'età
barocca, in Barocco europeo e barocco veneziano, a cura di V. Branca, Firenze;
Zoric, Due romanzieri veneti e il mondo slavo, in Culture regionali e
letteratura nazionale, Atti del VII Congresso dell’Associazione internazionale
per gli studi di lingua e letteratura italiana, Bari, Bari, Capucci, P. P., in
Romanzieri , cur. Capucci, Torino, Mantese, Il Manzoni e Vicenza. Il cavalier perduto
del vicentino P. e i promessi sposi, in Manzoni, Venezia e il Veneto, cur. Branca
- Caccia - Galimberti, Firenze; Santoro, La storia del cavalier perduto di P..,
in La più stupenda e gloriosa macchina. Il romanzo italiano, cur. Santoro,
Napoli, Auzzas, Le nuove esperienze della narrativa: il romanzo, in Storia
della cultura veneta, Vicenza, Baldassarri, Acutezza ed ingegno: teoria e
pratica del gusto barocco; Mura Porcu, Note sulla lingua della storia del cavalier
perduto, in Sentir e meditar. Omaggio a Felice, cur. Sanna Nowé - Cotticelli - Puggioni,
Roma, Povolo, Il romanziere e
l’archivista. Da un processo veneziano all’anonimo manoscritto dei promessi
sposi, Sommacampagna; La metafora. Il trattato e le rime di P., cur. Pedretti,
Trento; Marini, Fortuna e sfortuna di un letterato, in Per CIVILE CONVERSAZIONE
ALLA H. P. GRICE con Quondam, cur. Alfonzetti et al., Roma TRATTATO de passaggi
dall'una metafora – H. P. Grice: “You’re the cream in my coffee” – “She’s not
the cream in my coffee” WoW:IV -- all'altra, e degl'innesti dell'istesse nel quale
si discorre secondo l'opinione, e l'uso de'migliori, se senza commetter differto,
si possano usare da' poeti, dagl’oratori.
Dedicato all'illustriss. eccellentifs.
sig. PONTE, VICENZA. Per Amadio. LOTATT
TTART Moftillob
111.mo&Eccell.momio Signore Sig, re &
Patrone Col. mo Aride nelle solitudini
d'Ida soggette al suoforohebbel tre Dee competitrici
del po mo, e giudice sensuale col dichiarar migliori le ragioni di Citereaante poſe il diletteuole all'vtile, ed all'honesto: Etionellaritiratez
za de’miei pensieri vaghe del pregio della
dedicatione di quest'operetta grandi litigatri semitrouo innanzila Giunone
della grandezza, ed auttorita dell'eccell. V. Illuftriffima, la Pallade della sua sapienza, e laVenere della
mia diuotione verso di leisla quale di que Stonomepare, che a ragione titolarsi
possa; poiche come quella fùprole del Cielo, e del Mare,cosìquefianasceda celeste inſtuſſo, c dallamia
volontà,chenelriuerir lei, èquan toid marevasta,&interminata. Seguitarò il
compiacimento,edarònuouoParideſen tenzafauoreuoleper lamiaVenere;eſicon
folerannolaPallade, elaGiunonedell'Eccel lenzaVoftra,
direſtarneeſcluſedaqueſtopo mononperinequalitàdimerito,maperfouer chia grandezza, efouranitade;Et
iodiuerfo
daParideinquestomiconfolero,ch'invece
d'hauerle, com'egli,sdegnate,eperfecutrici, potròſperaredigoderlepropitie,econciliate. Gradiſca ella humanamente laoblatione , mentre ioa lei riuerentemente, econognidi
uctionem'inchino .
DiVicenzaildi30.Gennaro 1640.
DiV. Eccellenza Illuftrifs.
13
Humilifs.eDeuotifs.Seruitore
PacePafini. 1 329 ONmiperfuado,cheveru nociſia,ilquale ſommodi
lettononprenda,quando,ne gli ſcritti di
alcuno abbat tendofi,ineffifcorgeprofon
ditàdidottrina,varietàd'e ruditione, acutezzad'inge gno, &
altrenobiliqualta difcriuere, chefoglionoachileggefarfapori
talalettura,recarevnaquaſiperpetuità all'o
pere,&illuftrareilnome,elagloriadi chi le
compoſe: Equeſtacongiettura miainmeme
defimohalafuabaſespoichénonpiegomaigli
occhi ſopra fomiglianticarte,che nonmifenta deltareungustomirabiledell'opera,&vnaam
miratione ecceffiua del compofitore: equindi
auuiene, chedallanatura leperfuafionehumana condotto,percuiogniunocredeglialtridiani
mofimiliaſemedefimo, quello,cheinciòàme
medefimooccorre, neglialtrioccorreremifi guro. Madall'iſteſſa
naturalezza guidato mi
perfuadoancoraall'incontro,chenoci fiaper fona, cheintali ſcritti ritrouando
cofe inge gnoſenelvero,mafouerchiamente
ſottili,pel lequalimal l'intellettos'appaghi,fenza riguar do,ematurità ad appronarlefi
muouasanzugo megelofadelvero, arditamentenonle rifiuti. Queſteperfuafioni,chenell'animomiohanno giamelleleradici,cosìm'affidano,cheſenza te
madiefferbiafimato nonſchiuo di manifefta
realmondo,& offrire ignudal'opinion min approuatrice degliinnetti ,ede pallaggi del
10: P'yna I'vnametaforaall'altradi generediuerfo;aue
gnadiochealparere,&aglifcrittididuedot.
tiffimi huomini, edamèamarauiglia ammira. ti,LodouicoCaſteluetro,eGio:BattiltaAtten
dolo,riefca contraria. L'Attendolodoppoha uer primo d'ogni altro con ingegno
eleuato fottopredicamenti chiuſa la liricapoefia,nel fuotrattatodell'vaità della materia
poetica
fottoilpredicamentodelcoftante,edell'inco ftantecosìragiona. ti Ilvenirdametaforaa
metaforaſenza neceſi. tàètraleincostanze
comenel Sonetto Laurache'lverde lauro, Ge
Candidarosa,&Sole. Maiolo lopongotutto intiero;acciocheme fidichiari la oppofitionel Laura, che'lverdelauro, el'aureocrine Soavemente,fofpirando,moue,
Fàconfueviste L'animeda'lorcorpipellegrine. leggiadretsejenowe Candidarosanataindureſpine:
meglio Quandofia chifuaparial mondotrove? Gloriadinostra etate.
OfommoGiove Manda, prego, il mio prima,che'lſuofine.
Sicheiononveggailgranpublicodanno, E'lMondorimanerſenza ilfuoSole, Nègliocchimiciche lucealtranonhanno; Nèl'alma che pensarealtrononvole;-Nel'orecchis,ch'udirealtrononfanno Sonzal'boneſteſuedolcipakalemay: 1 Vuoldire,cheilPetrarcainqueſtoSonettopi
gliaperfig fignificar Laura
lametaforadellarofa,
epoibalzasuquelladel Sole per SIGNIFICAR – H. P. Grice: “It’s all about
what YOU, not what your expression, means!” -- medesima e perciò lo riprende. Et
altroue pur sotto lo stesso PREDICAMENTO
– H. P. Grice, “or predicate, or category – dell’incostante disse. Il passare di
metafora in metafora in un periodo – “You’re the cream in my coffee, you’re the
salt in my stew!” – H. P. Grice --,
fitoſteſſofà l'incostanza, etaccia PETRARCA (vedasi) nella canzone.
Sièdebiloilfilo, acuis'actione La
granosa mia vita, Ehes'altrinonl'aita, 4
Ellafiatofto di suo corso ariva.
Ognunvedequì,cheſipaſſadalfilo alcorfo.
effoCarodice.
E'lmioneſenteunfoces 4 Lodovico Cafteluetro poi
nellaſettadecima
oppofitioneallacanzonediAnnibalCaro,oue
Talehenevolo.ocanto
InfratuoiCigni,efontorpatosevoco.
Riprendendolodiffe.Chividemaieffettodifore
effereilvolo,&ilcantorecosiaccusòlatrasia tione,che fapaſſaggiodalfocoall'vecello,di cuièilvolare,
&ilcantare. In queſto difcorſo primatralaſciando lafine
doche,lametonimia,l'antonomafia elacata
chrefi,permiafacilitàmaggiore,eperchechu
queleggepoſſaſenzaaltralettura intendere, dichiarerò
ſecondoladottrinade'migliori, che cofafiametafora; diquante forti ſianolemeta
fore,&inchefianodifferentidall'allegoria, e dall'enimma.
Nelſecondolocoaprirò,comela
metaforanellanoftrafauella, òragionare poffa adoperarfis & per vltimoporterò
leautorità diquelli,c'hanno
approwatigliinneſti ,&i
trappaffidametafora ametaforadigeneredi
werfosaltri eſpreſlamente ſcriuendone, &altri tacitamenteammettendoli, oueroconl'adope. rarli eſſi ſteſſi, oueroconl'addurne, elaudarne gli eſempitrattidaglialtri,chevalfiſeneſo
no.Ciònondimenoprimanonauuerrà,chenó
dichiari, efferda mè chiamatoinneſtodimeta fore quella vnionedieffe, cheinvnfolopredi
catofifa,fiafi ilſoggettometaforizato,orimá
gaproprio comequellodiVirgilionell'impre
cationi,queroDite;parladiGioue.Gaudialiba
vitdulcemfuratusamorem: peichequifuratus, dulcem, &libauitſono metafore,
il che estendo anco, quando l'aggiunto del
soggetto è tratto da traslatione, come
nellaroſa dell'istesso, osia d'Ausonio.Vererat,
& blande mordentia frigora sensu. Spirabat
croccomaneretectadies. Et quest’altro nel secondo dell'Eneide. Suadentq; caden
tiafiderafomnos. eciò che parlo degl’aggiunti,
voglio che s'intenda – H. P. GRICE: MEANING AND INTEND – SIGNIFICARE – anco
degl’adverbi, con come quello di PETRARCA (vedasi) nellacanzone.
Nelastagio nec. Parla delli pastori. Muonela schiera (sa frauemente,cheintutte queſtemanierelochia
moinnestb passaggio poi appello quel
traggitto, che fi fi dalla metafora d'vn
predicato ad altra di altro predicato come quello di PETRARCA (vedasi) nelSo--lab
Menire Mentre che'l cor dagl’amorosi vermi
Fu consumato, e in fiamma amorosarse. Ripigliamo la prima parte della nostra
divisione. La metafora per detto di lizio Aristotele nella poetica è la trasportazione
d'un nome, o verbo nel loco d’ALTRO nome
o verbo; il che si estenda anco agl’aduerbij,
ed è di quattro sorti. Livon dal genere alla
species come se dicesse. Io miso no formato sù questo seggio, invece di dire
in mifo no aſſiso; perche il sedere è specie
di fermarsi. L'altro è dalla specie al genere, com quella di PETRARCA (vedasi) nella canzone ch
LL Se'l pensier, che mitraggdou smonter Que dice Se'l dolor, che si sgombra, eller atbeditostal th
Annien che in pianto e in lamentar trabbocchi E nel sonetto seſſansette. pa: Lagrime por la
piaga il cortrabbocchi. Vuol dire efca; ed il trabboccare è specie di uscire. La
terza è dalla specie alla specie, come quella d’ORAZIO (vedasi). Fulgens
contramuit domus Saturni veteris: dice “domus, ch'e specie, e ricetto degli’uomini
in loco dicelum, ch' pur specie e ricetto degli Deisin questo loco pero oltra la traslation vi hà la perifrasi ancora. La
quanta vi timadiordine, ma prima di dignità
è quella che chiamano di PROPORZIONE – analogia --, di cuidifleil Fa Jereo nel suo trattato dell'elocutione alla particella
quadragefimaquinta. Primumigitur träflationibus utendum est. E più sotto: neque
tamen longetranslatis, fedexfimili : &queſtaèfondata ſopraconuenienzaaccidentale,&
puòeffere anzièperlopiùfra quelle
ſpecie,che ſonodi duerfo
generesladouelametaforadalla ſpecie
allafpecie è fondatafſopraconuenienzaeſſen rialego formaleeficauadalla
ſpeciedell'ifteffo
generc.L'eſempiofarà,come ſe iodiceffi il piat Ellofaudojelaforcinalaciadecomiivāti. Hor queſtaèdidueforti, l'vnaquandoambeduele cofehannotantaproportionetradisè,che fi permutanoſeambicuolmente,come lafopra
detra;perche iopoſſoancorachiamarloſcudo,
elalanciapiattello,eforcinadeguerrieri.L'al traquando
perovnafolapartelastraslatione
camminascomeneldettolocodiDemetrioFa.
lereofihainquelleparole. Non omnes inte
redduntur, quiaquidem dalicuio pedem dicere, hominisautemvadicem non umplini &
come diflel'Auttoredi queſt'operetta
invofuo So
netto,nelqualechiamòlamorteeſpugnatrice
dellevite, chenonpotriaall'incontrochiama rel'efpugnatord' unaCittà mortedilei .
La primaancoradiqueſteèdi due forti; na,
quandoogniuna dellecole,che conuengono
cràdisè,hàilſuonomeproprio,comenell'e
ſempioaddottodelguerriero,edelconuiuan.
tesl'altra, quandovnadellecoſeſimili ha la fua vocefignificatrice,el'altra neèpriua
affatto;
propongoleſempioinvn'altrametaforadicui
ſivalſepurl'Autorediqueſt'opera
Netteingiroavolgeafi einfofcomanto
Dal fuo meriggioeracadutahomai
1 Chiamòlamezzanotte mezzodi
della nottes
manonpotriachiamareilmezzodi mezzanot tedelgiorno, perchequellagran
lineacircula reimaginaria, chediuideambiduegliorizonti, el'equinottialeinduepartieguali epaflaper
li polidelmondo3ancorche rifpetto anoi
ferua perlineadellamezza nottes
viennondimeno
dettafolamenteMeridianooMoriggio,ecome
lineadella mezzanottenonhà nome,epercio
nonsipuòcauarmetaforavicendeuole.Ediffe
rente lametaforadall'allegoria in ciò, chela metafora ficontenta d'vna fola traslatione –
TRASLAZIONE *is* Ciceronian for ‘metaphor’” – H. P. Grice --, e ſe dipiùd'vnadipoche; mal'allegoriaapiù tra
ſportationi s'eſtende,&è(comedifleilMaz zoni)vncumulodi metafore,lequali
però fia novicine,ecorrifpondenti, enaſcanodalpri monometraſportato,come
nelſonettodelPe Paſſalanavemia colmad'oblio.
Etaltri eſempiſe n'hanno nellacanzonedel
medefimo Standomiun giorno folo a
la fenestra Ecomequeſta d'Oratio nell'odadecimaquarta delprimalibro. Onauisreferentinmavetonoui Fluctus; quidagis?fortiteroccupa Portum;nonvidesut Nudunsremigiolatus, EtmaluscelerifauciusAfrico Antelineq;gemantfrc. CU
10 A Nellaquale allegoricamenteperlanaueinten de
la Republica,peri'ondecouelletempelto ſelaguerraciuile,per loporto lapaceseper
la perdita de’remi, perl'arbore rotto, e perl'antennegementi contuttiglialtri
effettiditem. pefta, che ſeguirano in detta odaperlidanni fir'allora
caufatiallaRepublicadalladifcordia caurle.Quandopoifiaccumulanotraſportatio ni noncorrispondenti alprimo nome traſpor
tato,echehabbianopocaconuenienz ainſieme;
ouero fiano tolteda locolontano ſi fà l'enig mu, comefùilpropoſtodalla
Sfingead Edipo,
quandol'interrogo,qualfoſſe l'animale, cheal mattinocamminaconquattropiedi,nel mezzo giornocondue,econtresù la fera;nel quale,ſe ben viè belliſſima metafora di
proportion nell'uſprimerele
treetadidell'huomo, fanciul lezza,giouentù, evecchiezzaconletre ſtagio. nidelgiorno,mattino,mezzodi,e fera; lemani nondimeno,& ilbastonenonhannopropor
tioneco'piediseſe beneaiutanoil camminare
del fanciullo , edelvecchio,feruonoperò più perſoſtentamento,cheperinftrumentoditale operationesoltrecheilnominare ilpropriovni
tamentecoltraſportatorendeancorapiù ofcu
rol'ombroglio . TaleèancoquellodiAriftote. lenelterzo libro della retorica cioè.
Vidiuno, cheincollana suleſpallsa dun'altrounbronzo
col foco. per SIGNIFICARE – H. P. Grice:
“It’s all about what YOU mean, not what the EXPRESSION ‘means’!” – il metter delle
ventose, lo qualiinquellaetafi
faceuanodibronzo. Molti enigmi nondimenonondipendonoda
metafo reconglobate infieme,madacoſe,c'habbiano
dello trauagante,ouerodell'impoffibile, come quelle di VIRGILIO (vedasi) nella terza
egloga. DicquibusinterrisinfcriptinominaRegum.
Nafcunturflores &Phyllidafolushabeto. Dicquibusinterris, eterismihimagnus
Apollo, Treispatent celifpatiumnonampliusvlnas.
Naſceancotalvolcadall'equiuoco continuato poiconmetafore
dipendentidalprimonome, comeilſeguente..
Suntgeminiduronatideftipite Reges ,
Etdextrainfignes,ingeniogpares;
Fortiabellagerunt; alterdet iura lacinis, AlteratimperiocontinetAethiopesi
Stantusqueaduerfumcompoſtaexartecohortes, Quasiuuatinuictas conferuiſſemanus; Praclavabincanghinctanti Duxfeminabelli, • SedPallasnonMarsvictorabibitonans. Qusl'equiuocodel nome di Rè, che fiaccom г.
daaquellidegli Scacchi ed aquelli, che figno reggianose l'altro difemina, cioèdonnaconle tre metafore, nati, Latinis, e Æthiopes, e Pallas, & Marssinteſe perfatti vogliamo dir fabricati, e perſcacchibianchi, eſcacchineri,
eperdon. na, non maschio; ancorche'lreſtantedelleme. tafore facessero buona allegoria , partoriscono nondimeno l'enigma. Iltraſportar'anco vna causa perl'altra fal'enigma, come nell'addotto del lizio è messa la causa materiale cioè' l bronzo per la formale, ch'è la coppetta detta. ancoventoſa; Ed in quest'altro, che SIGNIFICA
– H. P. GRICE -- il ghiaccio. Materme genuit,
que rurfumgignitura me; vien posta la causa
materiale pell'efficiente; perchen è l'acqua fa'l ghiaccio, nè'l ghiaccio l'acqua; ma queſta il caldo liquefacedo'l
ghiaccio l'acqua; ma questa il caldo liquefacendo'l ghiaccio, e quello il freddo condensando l’acqua.
Molte altre considerazioni restano afarfi in tal soggetto, ma come non necessarie
al nostro fine letralaſcio, senza più
oltre ragionarne; e quanto s'è detto
fin'hora, sia detto accio che tal
dichiarazione gioui alla perspicuità del seguente discorſo in qualche
parte, e paffiano alfecon docapo, nel quale
propoſi di esplicare, comef possiamo
valere delle metafore nel nostro ragionare: Al che fare, mi si conceda, ch'io divida la nostra favella in soggetto, e PREDICATO. Il
soggetto è quello del quale si ragiona – H. P. Grice: “You”, “She” --; il
PREDICATO – “the cream in my coffee” – e ciò che se ne ragiona, come s'io dirò.
“Achille è valoroso” -- qui io ragiono d'Achille
perciò ello è il soggetto – H. P. Grice
and P. F. Strawson, “Categories” “Socrates” as a substantial because it CANNOT
be a predicate -- ; ed il predicato è “valoroso,” perche questo è ciò che
ragiono di lam. Di più si deve avvertire
che i nostri concetti s’esprimono o uere con in solo membro dio ratione, osia ragionare, come “Achille è valoroso,” overo
con due, ed anco più di due, come s'io dicessi:
“Achille è valoroso, che solo pone in
fuga una squadra di nemici.” Questo concetto
è terminato con DUE membri – “No man is
an island, or a group thereof” --, i quali altro non sono, che due predicati
retti d’un solo soggetto; e ciò che si dice di
due, può esser di molti. Oltre le sopra-dette dichiarazione di chiaro appretto,
che LA METAFORA – TRASLAZIONE – può cader nel soggetto solo, come quella d'ORAZIO
(vedasi) -- Nota que fedes fuerat columbis
– o può ancora cader nel solo predicato come in
quel d'OVIDIO (vedasi) nel primo de arte amandi. Tunc veninusrifus, tuncpamper cornua fumit. O può cadere in molti olti predicati, come ome appresso
Demostene. Virifcelefti&peftiferi .Gaffentato res,quorufinguli
mutilas,&quafidecurtainsfuas
proprias patrias fecerunt, libertatempriusPhilippo. nuncveroAlexandropropinarunt;venire,acur
piffimisrebusfelicitaremmetientes, libertatem vet vo.&vineminemfibiimperantem
habeant, qua apndprioves Grecos bonorum, acfœlicitanstermi niGregulafuerunt, everseruntfunditus.Quifo
nocinquepredicati, e quattro di
lorohanno
traslationi,ilprimodell'epitetto mutilas,poi. eheilquafidecurtatasèimagine, enontraslation ne;iltecondonelverbo
propinarunt,ilquarto nel'i ſoftantiui
termini, ®ule;ilquintonel
participiometientes,nel verboeuerterunt,&nel l'auuerbiofunditus. Può
finalmentecaderenel ſoggetto, enel predicato
inſieme;comequella
delleMetamorfofi. Valtius infurgens
decimaruitimpetusunde.
Hauendonoihotmaidichiaratetuttequeſteco ſo, pafſiamo alla terza parte, &
virimadell propoſtela qual fola
èloſcopodelnoftrodi. Icorfopreſente;
evediamoqualiautoriconce danoilpaflaggio, elinneſtodeilemetafore:Et perveritàdiquelli,che mi fonvenuti letti,
nó trouochỉ meglio,nèpiù
apertamentegliam mettadi Quintiliano nell'ottauo dell'inftitu tionioratorie, ladouedellatraslatioragiona,il. quale
nofolamentenonrifiuta,colnonannoue.
rarlotraivitij delle metafore, il passaggio dall’vnaall'altra dieffe, ma
ne permetteelproſsame. P-te BAPE tol'inneſto ancora, adducendone esempio
ia Virgilio. Duplicator (diceeglidellatraslacion ragionando)interim
bacvireusapudKirgilium, Ferrumq; armare
venone nam& venenearmare,
&ferrumarmare vanslatio eft. Chiaramentegli ammette anco il Predeljadi Annibal Canonel rifentimento contra Lodovico
Cafteluetroin queſte parole. Hor
confideratequestadi Marce Tulliopur
dametafora a metafora: Omnosenim
suncretinebant Uum Periolisfuccum,federatpan er
Louberiorefilo; vedereche passaggio diquestodal fuccoalfilo.Appreſſo queftitacitamentelicon
cedeTorquatoTaflonel feſto de'fuoi difcorf
fopra ilpoema Eroico,adducendone eſempio
delPetrarca:queſte (parlandoeglidella gratia delle figure)ſonle fue parole.Nafceancoradal
Jatraslatione, ometaforascomein quei versi delle canzone di PETRARCA (vedasi). Iononunòpiùcantar, Benedettalachiave, ches'anuolfe Alcore,efciolfe l'alma. Quipaſſadallatraslationdellachiaue, chare lation con l'aprire, alloſciogliere,ch'ède'
lega.
mi.Sappiachilegge,cheiononfonopernume raretutti coloro, che ſenza
riſparmiohanno
vlatopaſſaggi,&inneſtidi metaforesperch netutti
glihoveduti,ediquehianco ,chehò letti
,nonhòcosìpronti glieſempi nellame
moria: porteronnedunquealcuni lecondo,che mipotrò rammemorare;efrai primi fiaDio nifio Longinoneltrattato. Dsfublimigeneredi
rendi ilqualedoue tratta delle metafore, cosi
ragiona.QuareAriftoulic&Theophrastustranf Lasionesdicuntnimis durne,ac andaces
quodam modo emolliripoffe,cumfepe hec
verbaapponun eur
quafifore,&tamquam&fihocmodoofti
cendum veitadicam & fimaioricum periculo oft dicendum: excufarioenim(deaiunt)andacijsmedes curiecco nell'audacj'smedeturvn'innettodi
traf lationi digeneri diuerfi
invnoſteſſopredicator poichel'audacia ècrafportationedavahabito
pratticodell'animo,ilqualriguardaleattionis ilmedicarevien traſportatodavn'habito pratticodell'animo,cherifguardaleoperatio ni,
el'vna metaforacadefotroilgenerede'vi tij,el'altradell'arti.Ethauuertifea qui, chenon folamentepare,
chel'eſempiocidial'auttorita di Dionisio,
madiAriftotele,ediTeofrastoin freme
effendoforfequelleparoleda effidette. Di Marco Tullio CICERONE (vedasi) già s’è
veduto quel passaggio in due predicati dal
fuccoalfilo'smaionelfe condo predicato cicófidero ancol'inneſto della fertilità colfilo, l'vna del terreno, l'altrode'tel
Gtori. Palioa VIRGILIO (vedasi) nella Georgica i nel quarto parla dell'vn Rè dell'Api
colorito di giallo incertepartiv Alureritmaculis Squallentibur
ardens,
L'ardésemetaforatoltadalfocos sentisSqual lonibus traslationtoltadalle
orduredepannt auraètraſportatoda
metalli;tucrauiaquestoè
leggiadriffinoinnefto. L'ifteffopiùfortepar. landodell'api . Morfibusinspirant ST SHOD OLA Ps Meribustoltodaquell'attione, che
fa ' animal co'denti,infpiness
coltodaquella,chefacon Kanhelito Lo Altroueancoracontinuando aparlardell'A
Quomagisexauitafuerint,hocaerius omnes
Incumbentgenerislapſifarcireruinas 20
Complebuntq; foros &floribus horrea texent. Quemagisexaustafuerint, eccovnpredicato, nel qualexausta
èaddiettiuometaforicotrattodai
waliy hoonorius omnes Incumbentgeneris lapfifarcireruinas. Ecco vn'altropredicato, in curfarcirevuinisfo
nometaforetoitelaprima del verbodallifar zi,la
ſecondadelſoftantiuodallecaduredaloco
Complobuniq; foros, &floribus horreatexent. Siamoaduealtetpredicati,enellvitno,hor rearexent, ſono due traslationi, tratta
l'vnada vafiallı farti & allecadute,
equindia gliagri.
coltorieteflitorisqueſti ſonopatlaggisma, hor redtexent, &innetto,comeanco,farcirerisksso benchefaraire fia verbocomune ancoagre dificatori,o muratori,ſi comefì hàinthoi
180 chidi Liuiosdallifarti
nondimenoadeffi anco
raèſtatotraſportato. diST Nelquintodell'Encide,invnaferperisorna quaſiadvfar l'inneſtodel Rèdell'api, 1 arla
Mayotilogurgaon Grasil 3 ?????
Squammamincendiafora i omr Par Purnelſeſtosdi
Dedalo parlando.net
InfuetumperitergelidasinanisadArto
Ensuit metaforatolta dal nuotatore, &cperite dalviandante; così
inneſtandoilpredicatocol
mezzo,nelqualeildettopredicatofimettein
atto, Nell'vndecimoragionadi
Pallantevceifo Abftulitatradies
&funere merfesacorbo. Tragitta all'abstulioalymeriz Nel Moreto.
Excitat&crebris languentemflatibus ignem. Excitattoltodacoloro,chedormono, languen
10mdagliinfermi; &andauadettofopitumle condol'Atrendolo. Nellaelegiadella
rofa
Neemoraridentiscalathipatefecithonerem.
Inneſto infiemehonoremcalathi,& calathi vi dentis, &più fortol Eccedefluxitretuli comapunicafloris.t Comadefluxit.
Paffiamo ad Oratio nell'oda dicceſettedelſe condo illediesviramq; Ducetruinam.
I) duces tratto dalleguide, mixam iui fignifica morte, &ètoltodalle cadutedaaltezze. Pifteffa odam
ubdom Tèlouisimpio Tutela Saturnorefulgent.e Eripuit. Nek
Dopocheſiamo incappatiinqueſtolocoofcus
riffimo di queſto Autore molto ofcuro quali P3 In in tuttelefuecompofitioni,parmi auanti
ogni altra coſa didouerloapieno dichiarare:
Perta qualcofafideueſaperechegliAftrologhichia manoinfortuneSaturno,eMarte, fortuneGio
vezeVeneres diquellipianeti ſonoeffettiréder(
difcorde il concertode noſtrihumoridelcor
po,efareiinfermare,etalhoraanco morire;di
queſtialtrièoperationediridurre latempera turadeglihumoriatemperamento. Sideuefa peredi
più,chenellegenitured'ognuno affe gnanoeffivnpatronedellavita, elonominane difpofitoredi
leisnaturadelqualeè,confiderata
Jaſuabuo02,0cattiuadiſpofitionedidarſegno ingeneraledellalunghezza,obreuita delno ftrovivere;&inparticolarpoideterminarne anco ilfine per farriuoadeffodifpofitor
del Jacovecifore,
ilqualeilpiùdellevolteèilcor po, ouerol'afpetronemicodialcunadellede teinfortune : Equeſtodiſpoſitore per
lopi Juol'eſſere ilgradodel Zodiaco, che
nel plinto dellanafcita
formontaPorizonte.Dicono mol ere,che,
ſenellagenituradialcunoVenere, ò
Giqueforti,ebendiſpoſti fuccedonodrpoco
fpatio colcorpo, queroco'raggaloroalcorpo, Queroaraggidell'infortuneliberanodamorte colui,checofi fituatiglihànellaſuanafcita;
& èlaragione,percheſeben
lamalignitàdello
coode'raggidell'infortunaturbailnoſtroté peramento; il beneficio
nondimeno della for tunavicinareſiſte,elieua ilprogreſſoselaforn alla malattia,&& alla fine
rifana,eriduceatem peraturagli humori, &
perciòiniOratioper lainfirmità di Mecenate, dallaqualeseraricu perato,dice
refulgensturalaLouiseripuit tòimpio
Bavernadouelaparolaintelaofia traſportata da'tutori,che fi dannoalpupillo, ilcuicaricoè diprotegerlaperfona,&lefacoltadieſſo, ofia
toltadal verbotutor, perogni manieraellaè
unaſpeciedidifefaselaparolaeripuitè levata
daladricorſali,efintili,&almielariſpondeua defendis,&all'eripuit corrispondeavizePrvna metaforaènel ſoggetto,el'altranel predicato. Nellaterzaodadelterzo.
mitum,&tenacempropofitiviru
Nonciniumardorpravaiubentiumgi
Nonvultus inftantisFirannideas
Mentequatitferdida, mer
Ardermetaforanel foggetto, quan'tmetaforaci nel predicatodigeneridiuerieparfonoinne
ſtatell Nell'iſteffaoda v'èvnpaſſaggio. Terfirefurgatmurusaboneus Autore Pheboterperearmeis Excifus Argivis. Defurgasperextruatur,
pereatperdeftruaturarm betraslationi di
generidiuerfi poichealrefur.
atriſpondecadat, &alpereseriſponde wr Nellaſettimadelprimo ſileggeun'altropac faggio.rog
Albusuzobfcuro detergisnubilacolon
SapeNotus, nesparturis imbres
xPerpetuosso
Detergitnelprimopredicato; parrisnel Te
P4 Nella terza delterzoin virtù del relatius duetraslationirettedavnfoloſoggetto
induc SangJe Non tamen irrituна этомат Quodesingsretreestefficietinegi Dissinger, infestumq; redder, Quodfugiensfemelhos
Qui' diffinget ètoltodalli Scultori,ePittori,
&ilvexitdalcarrettiere Nella duodecimadel
quartova'altropaflaggio. Spes donarenouaslargus,amarag; Curarumeluereeficax. Donare&eluere lon
metaforedidinerfafetta. PerVitimo vn'inneſtonell'vndecimadelfu
deeto. Insperata zua cumveniet
plumafuperbia. Plumavenier
traslationisperche il ppullulardel After lalarugine non ha proprio, onde fuo
propr. ro fara il comune, cioè fpuntare, chea
tuogN Perlatracciadi VIRGILIO (vedasi), ed
ORAZIO (vedasi) volle camminareanco OuidionelprimodelleMeta morfofi.si
SiprecibusdixeruntNumina iustis
Vitharemollefcunt, Inneſtodi metafore
nell'agg TARA PRE aggiunto delfogger tocolpredicato cioè vita ,&, remolle feunt.
Nell'vndecimo: AHYAD Fernet Fernertoltodalfoco,
&vertiginedal inedalmotod del lacofe circulari. Nel'elegiaquartadel primode Ponto. Tempore duceturlongofortaffe
cicatrix. Cicatrixducerer
innettonelfoggetto,enel pre dicato.
Nelterzodegli amori nella terzadecima ele gia. Nectenostraiubetfieri cenfura pudicam. Sedtamen,ut tentes diffimularerogat.
CenfuraètraslationdalMagiitratoCenforioal rigordell'amante ;iubet èmetaforaanch'effa chenonficonfa conlacenfura; percheſebene: legesnutiubent autvetant, aut permittunt, autpu
hiunt; lacenfuraperononeralegge, nèmagi ſtrato chehaueffe autoritàdifarleggesma
folo gaftigauachi contraueniua a'buoni
coftumi, adalcuneleggi,& adalcuni
fi:talchequi è Pinneftodidue
metaforeinvnfolo predicatos viepoiil
paſlaggio nelrogat dell'altroo predicato, ch'è traslatione nonconfaceuole cenfuralbomi
عدالة Nelterzodearte amandi. Vtendumeftatate, citopedelabituratas. Labiturdallo ſcorrerdell'acque, citopede
ètolko dagli animali. Sentiaino
appreffoCarulloDenuptijsPellei.
Carulaverrentesabiegnisequorapalmis
CF Verrentesperremiganti ,
epalmisperremi fon
metaforedipocaconuenienza;perchelemani
nonſcopanocomeinftrumentoprofimo.
PS Ecte
Eccovn'altroinneftopuriui nell'aggionto,e nel ſoſtantiuo. Dillecurrum volithnum perlaname, cheviag
giaua Epiùſottodiffe. Quifimulac roſtroventofumprofciditaquer. Rostrum
e metafora trasportata dagli Vecelli
allegalee, a cui manca il proprio per SIGNIFICARLO – H. P. GRICE -- lofprone,
e quindianco alla nave perde notar laprora, eprofcindere è pur metafora, che non ha corrispondenza con legalee, ma con quelle cose, che tagliano: Eccoappreflon trappasso da metafora a metafora.
PHASELLUSillequemviderishofpites
Airfwiffenaviumcelerrimus.
Nequeulliusnatantisimpetumtrabis
Nequiffeprazerivefiuepalmulis
Opusferetvolarefiuelinteo. OgnunosacheFatelloèvnafpeciedinauigio; neldefcriuerlaceleritàdel quale
nelnauigare
Paurorefivaledellametaforadelnuotatore,e
fubitòpalla alvoloch'è dell'vecellorequianco få vn'inneſto in quel volare palmulisin
cuivuol direnauigar co iremi:porchenenſi
volacon le'palme,
maconl'aliscosìinnettal'operation
dellyccello con Panftrumento dell'huomo,
ch'è lamano. Soprailqualpafio il Murettodif fe. Aiuntvisiofumeffefernelfufceptammetaforam non
producereadextremumnecineainfifteresfed
abunaadaliamtranfilire;hicverotaliumprace ptorumfecurus,Gr. Nonèdigiuftitiache Catullo reſtiabbando Mato
nato da Tibullo e da Propertio sperò fentiamo lianch'effi. Propertionellaſeſtadecimaalegiadel terzo Semperenimvacuosnoxfobriatorqueramares. Noxfobriatorquer,
inpetto nelepiteto, enel
predicato,poichealtorquen riſpondeua crudelis, odaltrocale. L'iſteſſopurfottor QuodfiBacchetuisperfernidatemporadonis Accerficus eritfomnus in offe mean Donisaccerfitusè leggiadriffimo innefto, chevõ firifpondespeichealdonisliconfail dicans,
&c allaccerfans va voribus,ofimile.
aten Nelladecimanonadelliſteſſolibro: Namq;ubinoncettevinciturfederelectus. Fedusdalteconfederationi,eleghe,uncism è toltoda'legami. Tibullo nella quarta Elegia
del fecondo fi duoledell'auaritiadelle
innamorate, && incolpa
Jericchezzeepoi dice, oordar
Hafeceremalas bine clavem ianunfenfor,
it custosliminis effeenvis: Et
cepit Sedpretiumfigrandeferas custodia
vitteelt, Necprohibent
cloves,&canisipfetaceta Custodiaètraſportatione
dall'huomoal lacuſtodianonfivince, manafi
corromp cebenlapugnasgunta cane,e
ape, & vin Ecco
dueinneſtidiClaudianoancoradera ptuProferpinz
Sublimecapur mastiffimanubes
Mestissima afperat.chehannodicomune? Pi
oltre unifcela tranquillità, ch'eedelmare c col P fiorice ch'èdella
terra, per fignificar la felicità
dellafamigliadiCerere,dicendo.
anana-Flerebanttranquillademushnellebecimy f Ecconealtritredell'ifteflonne bo EtuariocingantfplendoreTriomes EaNuncaruavolarw Inferiorefecants d Enviolanis oberto a free Roregenasedthedainaval
of alles soipite Nequali
&cingereſplendore, &fecarevolatu; &
violaraxara, &obonarorefono tutti leggiadrif
StatioappreſſonelprimodellaTebaide
Radiantmaioreferendoutrosbiol
Culmina, arcanoflorentesluminepostes.! Florentes lumine, inneſto bellissimo.
11 Sannazaro Demarte ChriſtiaCK ATOA
Allefavorrerum,enfummi mens certaparentis, Quiouiningentes
mundimoderaturhabenas. Accoppia, inhemefatersemoderatur
,e pureil to. cultore,&
ilreggenteſonodiverſi, epiùfoc Quare, agimexanimismorralespellitevaftris, quid
adhuc maner antiquadefordevelitum.
Lefordidezze, eJordurefiJauano epurgano
nonſiſcacciano;cótuttociòl'inneſtasulpelli te, Nelprimo Departu Virginis, parlandodien Maieftas, obnel Rectorious
generosafuperbit Il ſoggetto, & il predicatoſonotraslationiin neftate; ebenchepaiano vicinedigenere, fon però
però differenti percheilfuperbirecadefore generede vicij, ela maeſta
ſottoquellodel
decori,noneflendoellaaltrecheildecorocon uenienteademinentegrandezza. Cosil'autordel
Deuteronomiodiffein persona di Dio.
Inebriaboſaggittasmeassanguinea
Portòfaggittasarmaoffenfiuainlocodifup
plicio, etraffeloinebriabodabeuitori
EtilProferanel Salmo trentaferre
Quoniamlumbi meiimpletifuntillufionibus
Impletitoltodalli vaſi voti,&illuſionibusdalle apparēzefalfe; &andauadettodecepti,ſelivo
Jeuacontinuare.sh Etnel Salmo centefimo
vigefimo ottauo diffe. Supra dorfum meumfabricasteruntpeccatores. La paroadorfumfia
intelaoperlapatienzadi
Dio,operlafortezza,epotenzaèmetafora
volta daglianimali, cheportanocarichni,& fabricaverumda'muratorisondefivede la differenza. Pafiamo a PETRARCA (vedasi) riprefo dall'Attendolo, ilquale dipaflaggi, &inneftiècostfertile,
the tienedel tuffuriante , enel loco
ripretohellr 6 sive debilditfilofar Oltreilpaffſaggiodafiloacorſo,vièancoPii !
neſtodicorſo,ediriua, rifpondendo lariuaa notatori , & acurforiilcorfo; ;efarebbeflaro neceffarioper fodisfareafuperftitiofidir dr
nuotoarida, oneroalameradelfuo corfo.
Nella 3 Nehacanzon. Poichelavita
èbreuenellaſtan Dunque,ch'ionon misfaccias po
Si fraleaggettaa si poslancefoces
Nonèpropriovalor, che mene Scampi. ?
Poneoninnefto,&vnpaſſaggio;ilfralecolfor sofa l'innenorifpondendoall'vno iccadute Querolepercoffe, &al 'altro
ildisfaceuole.Pal fapoidaldisfarsi al
valore,doue durezza, odal tro,che fignificatie il non liquefarsi haueria pofto l'Attendolo.Altroue ancoradiffe Serena epiana
Procellailcorfomiodubbiosofac HOME
Paſsòdallaprocellaalcorto,edifleancopism
pracollainneſtando cofedi generi diuerfi
Enellacanzone. Spirtogentil, &c. Dicaftorpiangequellagentildonna, Chethachiamatoacciochedalei iterpa 15 Lomalepiante,cheferirnonfanno. DiffegentildennaperItaliao Romase poi fog
giunte terpe dalei, paffandodall'huomoalter xeno equi auegnadioche fi muti il ſoggetto
primoinpatientedelſecondopredicato; fono
mondimenodueſoggetti edue predicati diffe sentidi metafore. Ne ALIGHIERI
(vedasi) appreſſoqueſti fi moßro
fchinodicosì farte vaghezze;poiche oltregli altri lo
Jochi,nella canzones Cinel 4
mioparlarvoglio effer afpre.
Ahiangosciosa edifpietaralima
Chefordamentelamiavitafeem
Leggiadriflimamenteinueftando
dille mila limaAro. mento 3 mentodelfabbroconlapafione dellivakfee
mare,econlafordità morbode'corpi ſenſibili.
TorquatoTalloancora,nel Sonetto.
Signor, ch'immortallandehaueſti inguerra. diſſe.
Che'ltuonemicointerno d Puoirafrenar,quando ei vaneggia,Gerra. Icauallı firaffrenano,&inemici fi
vincono; e Pvno, el'altro èmetafora. L'iſteſſonel
Sonetto? Questad'Italiabella emobilfiglia001) ale? Ecolferen delle tranquillesiglia
Accoppiandolaſerenitadel Cielocon latran quillitadelMare. É nelMonilecanzonediffe
Epareunlietoraggio
Arderni'beiveftrocchio anter
Ondepaceedolcezza egioiafiocchi.
Chividemaiil fioccare,cheeffettodellaneue, effereffetto delraggiorepure areeglin fen
Elodetico Arioftinel Furioſo canto 17.
guarda.
Da'indiinquàl'honordelelor chione
S'hannospogliatoglialberi, evimeo. Qui,come ognun
vede,fonddaeleggiadriffim
innefti,&ilprimotoltofortedallatofa,ofiadi Vergilioo fiadi Aufonid nel verfo.nibus Necmoraardentiscalathi Finícoqueitoperettaco lathi parefacithonorem. concinqueferfoi elem pi, duedelCaualer Marini, PaltrodelSign.Gal briello Chiabrera, eglivitimidel Caualer
Te ftistutri tre valorofi poeti
delnoſtrotempo. Dice Marini ucl Sonetto Ancorlavinaporpora
delvolit love .
Hebenontiveštiadetforprimiero.
Duplicandoqueſta vutu (pervfar leparoledi Quintiliano)nel veftirla porporacolvettir delfiore.Et nell'Adone. Parlando delMare Econroce latrarmorde laspondas Leggiadro inneſto poiche illatratopuò
affor dare, ma nonmordere; &laſpondaancoètraf lationedidiuerfo generedalcancile
peròl'au torehaueſſepofto con roce
latrarper agglønte in
forzadigerondio,enonper caufa inftrume zale,noncifarebbeinneſto, faluoche
nelmor derlaſponda.
EtalSignorGabriellonellaprimacanzones za
ſopraAleſſandroFarneleDucadiParma.
dule.. Dunquel'afprafaretrahor]fi
ripoſi. 1 Donendofidirfecondo l'Attendolofaticatafa retra, oueroafpra faretra fiaminolliſca. Ec
diffe. il Tefti nella fua
primaod Nond minorfortezza: Elrintuzzard
duebegli occhi il lampo?
Enellaodafeconda. diffe. E ikvare
Telefaròfabricatorfacondo.
Сикозным в этorages Nelprimolampoèinetafora,che vafotto ilge nerede'lumi,edelumi celefti,e
rimtulzarhare latione co ferri taghent's
e nella fecoda ancor che fianotradi loro proportionate; iifabrican
zenondimenononèdel generede'teffitorisper chefa cafe,enonte moglan
Dallecofeportate finhora , miperfuadodi
hauereabaflanzafatto conofcere,quantodalla buonaopinione ſiallontaninocoloro,che vo glionopreſcriuerleggiapoeti,a'quali
infieme co'pittoriperildettodiOratio. Quodlibetaudendiſemperfuitaquapeteltas. Elappianoquefti, che lapoefia,non
intendedi effercoftrettadi farallegorie,
quando fi copiace vfar delle
metaforefolamente: Es'accorgano sùgli
eſempiaddotti,chemoltevolterieſcono
piùgentili e piùvagheletraslationimeſcolan dole
infiemeoconl'inneſto,ouerocolpaffag giocherigidamentecontinuandole. Efiſgannino appreſſo, che ſe alcuni in nefti , opaffaggidiffettofialle volke riefco
no, ciòdallaloro unione, odallamutation
dell'vnanell'altraderiui; enonpiù tolto dal la lontananza, dalladiffimilitudine, e
dall'ec ceffoinquantita tra la
crasiatione , latione, &il pro
prio. t
Potrebbeparereadalcuno,chenegliefem
piaddottidanoinontuttequelle,chediciamo,
effermetafore, fiano metafore , ma fianoper Junghezzadell'arledimenute proprii, come è opinionedi Marco Tullo CICERONE (vedasi),del
commentator diDemetrio,edialtrimolti
dott ffimiautori laqualpropofitioneſe
vera fia, onoinonar nonar diſco
dimetterloinlite,tanto miatterrifce
l'autorità di tanti huomini grandi; droben questo,che ſupponendola vera,perm mio
feufo
ladiròveracondiftintione,che quando tafora vientrafportara a cofa,
laquale habbia la me il suo proprio, non mai diuenti proprio del cosa alla qual si trasporta, e conosciamolo da questo che la vecchiezza dell'uomo metaforicamente
sia detta sera della vita Lizio Aristotele adducel'esempio nella Poetica, e
tuttavia da tempi del lizio Aristotele
fino a nostri è sempre stata viataepure non
è passata in proprio; si faràdu que proprio solamente o uela cosa acuifitraf
Jatamon l'abbia. Ma per levarsi affatto l'obbiettione dirò che l'oppositore mi proui
che neglieſempi portati danoi nell'età degl iau sorich'usarono queste metafore,
alcuna di esse pell'antica uſanza fosse passata inproprio, glidòlicenza d'andarea
far esaminare chi mo nidi que' secoli. Nome
compiuto: Pace Pasini. Pace Pacino. Pace Pasino. Pace de Pasino. Pasini.
Keywords: implicatura, il cavalier perduto, la metafora, “dall’una metafora
all’altra, galilei, cremonini,
degl’incogniti, keplero, Manzoni, rapimento, anonimo, incognito,
meta-meta-fora. Refs.: “Grice e Pasini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Passavanti: l’implicatura conversazionale dell’eroe – la scuola
di Terni -- filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Terni). Filosofo italiano. M.
Terni. Terni, Umbria, Italia. Partecipa
alla Grande Guerra c sergente nel IV reggimento Genova cavalleria, in cui e protagonista
di incredibili atti di eroismo. Partecipa
alla occupazione di Fiume tra i
legionari di Annunzio. Da soldato, da caporale, da aiutante di battaglia,
fulgido, costante esempio, trascinatore d’uomini, cinque volte ferito, tre
volte mutilato, mai lo strazio della sua carne lo accasciò, sempre fu dovuto a
forza allontanare dalla lotta; sempre appena possibile, vi seppe tornare, ed in
essa fu sempre primo fra i primi, incurante di sé e delle sofferenze del suo
corpo martoriato. In critica situazione, con generoso slancio, fece scudo del
suo petto al proprio comandante, e due volte, benché gravemente ferito, si
sottrasse, attaccando, alla stretta nemica. Con singolare ardimento, trascinava
il suo plotone di arditi all’attacco di forte, munitissima posizione nemica;
impossibilitato ad avanzare, perché intatti i reticolati, fieramente rispondeva
con bombe a mano, alle intense raffiche di mitragliatrici. Obbligato a
ripiegare, sebbene ferito, sostava ripetutamente per impedire eventuali
contrattacchi. Avuta notizia di una nuova azione, abbandonava l’ospedale in cui
l’avevano ricoverato, e raggiungeva il suo reparto; trasportato dai suoi,
riusciva a prendere parte anche alla gloriosa offensiva finale. Soldato veramente,
più che di carne e di nervi, dall’anima e dal corpo forgiati di acciaio e
di ottima tempra. Superdecorato,
volontariamente nei ranghi della nuova guerra, per la maggiore grandezza della
Patria, riconfermava il suo meraviglioso passato di eroico soldato. A capo
della propaganda di una grande unità, seppe dimostrare che più che le parole
valgono i fatti e fu sempre dove maggiore era il rischio e combatté con i fanti
nelle linee più tormentate. Nella manovra conclusiva, alla testa
dell’avanguardia del Corpo d’Armata, entra per primo in Korcia ed in Erseke,
inalberandovi i tricolori affidatigli dal Duce. Superba figura di combattente,
animato da indomito eroismo, uscì illeso da mille pericoli e fu l’idolo di
tutti i soldati del III Corpo d’Armata, che in lui videro il simbolo del valore
personale, della continuità dello spirito di sacrificio e della più pura fede
nei destini della Patria, che legano idealmente le gesta dei soldati del Carso,
del Piave, del Grappa con quelle dei combattenti dell’Italia. Mirabile esempio
di coraggio sereno, di alto spirito militare e di profondo sentimento del
dovere, rimase sul posto di combattimento, quantunque non lievemente ferito.
Nuovamente e più gravemente ferito, prima di esser trasportato al luogo di
medicazione, volle esser condotto dal comandante del gruppo, per riferirgli
sulla situazione. Pirro, Arrone: E Thyrus. L’arma dell’eternita, Roma, (Camera
Deputati), L’organizzazioe economica dell’industrai eletrica, Roma, Le
benemerenze e la tirannide degli idrolettrici, Roma, Risveglio e viluppo
agricolo, Roma, Bonifica integrale, Roma, Per una piu armonica distribuzione di
pesi fra I diversi cespiti della ricchezza e I diversi lavoatori, Roma,
Precursoi. L’IDEA ITALIANA, in Piemonte, Roma, La contabilita generale dello
stato italiano, Roma, lineamenti chematica di contabilita di stato, Siena,
Storia di Terni, dale origi al medio-evo (Roma), Interamna de Naarti,
“INTERAMNA NAHARS”, La contabilita di stato o economia di stato nella storia
italiana, Giappichelli, Torino, L’ECONOMIA DI STATO PRESO I ROMANI
(Giappichelli, Trino), La contabilita generale dello stato esposta per tavole
sinottiche, aRosrino, Attualita economiche, Roma, La contabilita dello stato”. “Nel
numero e l’univeso ma il numero e un segno che po cconviene interpretare. P. --
è stato un militare e politico italiano. Fu podestà della città di Terni nonché
storico locale. È stato uno dei due soli
italiani ad essere decorato di Medaglia
d'Oro al Valor Militare sia nella Prima che e Seconda guerra mondiale.
Ai suoi buoni auspici presso il governo fascista viene fatta risalire l'istituzione della Provincia di
Terni. Partecipa volontario alla Prima guerra mondiale come soldato semplice poi promosso sergente nel 4º
reggimento Genova cavalleria, in cui fu
protagonista di incredibili atti di
eroismo e ferito gravemente due volte. Fu a Fiume per combattere al fianco di Gabriele
d'Annunzio. Gli venne consegnata la
medaglia d'oro al valore militare in
seguito ai suoi eroismi durante primo conflitto
mondiale. Nel 1924 venne eletto deputato; in seguito si laureò in giurisprudenza, lettere, scienze
politiche e scrisse alcuni importanti volumi circa la storia della sua città. Durante la seconda
guerra mondiale fu decorato con la seconda
medaglia d'oro al valore militare, in Albania. Fedele alla monarchia
prese parte alla Guerra di liberazione
arruolandosi nell'Esercito Cobelligerante Italiano. Ottenne la nomina
a consigliere della Corte dei Conti per
meriti scientifici. Fondò poi la Ternana Opera Educatrice, ovvero una
fondazione con lo scopo di premiare
laureati meritevoli e lavoratori distintisi nella professione. Fu a lungo
presidente dell'associazione nazionale
arma di cavalleria. Al momento di morire decise di donare tutto il suo fornitissimo archivio documentale alla
biblioteca di Terni. Arruolatosi come
volontario nel "Genova Cavalleria" quale soldato semplice, per non perdere tempo alla Scuola
Allievi Ufficiali, veniva promosso per merito di guerra: Caporale Sergente Aiutante di
battaglia Sottotenente in s.p.e. Medaglia d'Oro al Valor Militare (Hermada,
settembre 1916 - Grappa,) Com.te Reparto
Arditi 252" Reggimento Fanteria. Da
soldato, da caporale, da aiutante di battaglia, fulgido, costante esempio,
trascinatore di uomini, cinque volte
ferito, tre volte mutilato, mai lo strazio della sua carne lo accasciò, sempre fu dovuto a forza allontanare dalla
lotta, sempre appena possibile vi seppe
tornare, ed in essa fu sempre primo fra i primi, incurante di sè e delle
sofferenze del suo corpo
martoriato. In critica situazione, con
generoso slancio, fece scudo del suo petto al proprio comandante, e due volte, benchè gravemente
ferito, si sottrasse, attaccando, alla stretta
nemica. Con singolare ardimento,
trascinava il suo plotone di arditi all'attacco di forte, munitissima posizione nemica; impossibilitato ad avanzare
perchè intatti i reticolati, fieramente
rispondeva con bombe a mano alle intense raffiche di
mitragliatrici. Obbligato a ripiegare,
sebbene ferito, sostava ripetutamente per impedire eventuali contrattacchi. Avuta notizia di una nuova azione,
abbandonava l'ospedale in cui l'avevano ricoverato e raggiungeva il suo reparto; trasportato dai
suoi, riusciva a prendere parte anche alla
gloriosa offensiva finale.
Soldato veramente, più che di carne e di nervi, dall'anima e dal corpo
forgiati di acciaio e di ottima tempra.
- Medaglia d'Argento al Valor Militare (Altipiano Carsico) "Anche se ha
del miracoloso, Passavanti morì
veramente due volte: la prima durante la Grande Guerra, la seconda nella drammatica campagna di Grecia. Colpito in bocca da un soldato austriaco e
caduto in catalessi, non prima di essere tornato non si sa come in trincea, fu trasportato
nella camera mortuaria: aveva la faccia a pezzi ed era in tutto simile a un morto tranne che per
un particolare, il cuore batteva ancora. Riuscì a muovere un braccio facendo
saltare il cappellano dalla sedia e fu così che lo liberarono di ben 492 schegge, gli
applicarono una mascella di stagno e gli ricucirono la lingua.
Così, rabberciato alla meglio, dopo un breve licenza non rinunciò a riprendere il suo posto, non
appena seppe che il suo reggimento era
andato in linea sul Carso. Non esitò a buttarsi davanti al suo colonnello per proteggerlo da una pallottola
le cui schegge gli entrarono in un
occhio «Mi sentii morto». Le schegge gli
furono tolte con molta difficoltà con una calamita. Non contento scappò dall'ospedale per
accorrere a Fiume da d'Annunzio, sebbene
maciullato di ferite." Medaglia
d'Argento al Valor Militare (San Giovanni di Duino) “Addetto ad un reparto delle retrovie, volontariamente accorse in
combattimento con truppe di fanteria impiegate
in azione. Raggiunto il suo posto, restò sulla linea di combattimento
fino ad azione ultimata, dando prove
continue di singolare ardire e destando emulazione ed ammirazione. Croce di
Guerra al Valor Militare (Pozzuolo del Friuli) Leggermente ferito in combattimento rimaneva sul posto fino al
termine dell’azione. Croce di Guerra al Valor Militare (Monte Grappa) ferito
in combattimento sei volte e mutilato
tre volte, tenne il comando: della 4a sezione del VI° Reparto d'Assalto sul Piave - del Plotone
Arditi del Reggimento Fanteria - del Reparto
Arditi della Brigata "Massa e Carrara" durante la offensiva di
Vittorio Veneto Comandante di un reparto
di assalto reggimentale eseguiva ripetute, ardite e pericolose incursioni
sulle linee nemiche, riportando
prigionieri ed utili notizie. Dopo la
guerra partecipò all'occupazione di Fiume, dove era comandante della
guardia personale di D'annunzio (il
poeta lo aveva ribattezzato “Frate Elia dell’ordine della prodezza trascendente”) , e nel 1921,
promosso tenente, chiese di passare al Regio Corpo Truppe Coloniali venendo assegnato al comando
del presidio di Massaua. Rientrato dall'Eritrea prese servizio presso
"Nizza Cavalleria" quale
Aiutante Maggiore del Gruppo Squadroni. Eletto deputato al parlamento,
per la Circoscrizione Lazio-Umbria, venne
successivamente nominato Podestà di Terni. di
Ripresi, intanto, gli studi si laureò in Giurisprudenza e in Lettere all'Università Torino, in Scienze Politiche all'Università
di Roma. Promosso Capitano venne collocato a riposo a domanda. Conseguì quindi
la Libera Docenza presso l'Università di Roma e, la cattedra di Contabilità di Stato nella facoltà di Scienze
Politiche della stessa Università. Nello stesso anno viene nominato Consigliere
della Corte dei Conti. E' di questi anni
la gran parte della sua produzione letteraria a tema storico-politico ed economico sociale che ammonta a oltre 20
pubblicazioni. Viene richiamato a
domanda nel "Genova Cavalleria", di cui reggerà il comando, interinalmente. Viene inviato in Albania, quale Direttore del
Settore Propaganda del Comando del III Corpo d'Armata, e nell'agosto 1942,
promosso colonnello, assume l'incarico
di Comandante del Quartier Generale del Comando Gruppo Armate Sud. Viene
decorato della 2a Medaglia d'Oro al Valor Militare, onore tributato, nelle Forze Armate Italiane, solo
7 volte e solo due volte a vivente: “Mutilato e superdecorato, volontariamente
nei ranghi della nuova guerra, per la maggiore
grandezza della Patria, riconfermava il suo meraviglioso passato di
eroico soldato. A capo della propaganda
di una grande unità, seppe dimostrare che più che le parole valgono i fatti e fu sempre dove maggiore era il
rischio e combatté con i fanti nelle linee più
tormentate. Nella manovra conclusiva, alla testa dell’avanguardia del
Corpo d’Armata, entrò per primo in
Korcia ed in Erseke, inalberandovi i tricolori affidatigli dal Duce.
Superba figura di combattente, animato
da indomito eroismo, uscì illeso da mille pericoli e fu l’idolo di tutti i soldati del III Corpo d’Armata,
che in lui videro il simbolo del valore personale, della continuità dello spirito di sacrificio
e della più pura fede nei destini della Patria, che legano idealmente le gesta dei soldati del
Carso, del Piave, del Grappa con quelle dei
combattenti dell’Italia fascista."
Albania - Intanto, era stato nominato Presidente di Sezione della Corte
dei Conti. Opera come partigiano e rientro
in servizio attivo come Capo Ufficio
Assistenza della 228a Divisione, successivamente, nel dicembre 1944, assunse il comando delle
truppe italiane operanti con l'VIIIa Armata
Inglese. Viene nuovamente, e finalmente, collocato in congedo nella
riserva. Viene promosso Generale di
Brigata della riserva. Dopo la guerra
continuò l'insegnamento all'Università di
Roma, le funzioni di Presidente di Sezione della Corte dei Conti, la pubblicazione di altre opere a
carattere storico ed economico. Dal suo collocamento a riposo, assolve le funzioni di
Presidente Generale della Corte dei
Conti. Viene anche eletto Presidente
Nazionale dell'Associazione Nazionale Arma di
Cavalleria, carica in cui viene riconfermato più volte fino al 1966. Volontario
di guerra nell'arma di cavalleria, più volte ferito, decorato di due medaglie
d'argento e della medaglia d'oro. Legionario fiumano, comandò la compagnia
della guardia "La disperata" (è il "Frate Elia" di
D'Annunzio); è stato deputato per la XXVII legislatura ed è consigliere della
Corte dei conti. Rossi Passavanti Elia complesso di fondi / superfondo First and last date: 1858 - 1970 Consistence: Number of items 265: regg. 24,
bb. 2, fascc. 233, cartella 1, album 5
Archival history: Il complesso, conservato per lungo tempo nella sede
della Fondazione ternana opera educatrice, fondata da Elia Rossi Passavanti il
30 giugno 1980 con rogito del notaio Filippo Federici, è stato dichiarato di
notevole interesse storico in data 28 aprile 1995 dalla Soprintendenza
archivistica per l'Umbria. Tra il marzo 2008 e il marzo del 2009 è stato
ordinato ed inventariato da un archivista libero professionista, Adalgiso
Liberati, con la direzione scientifica della funzionaria della Soprintendenza
Simona Laudenzi e grazie al finanziamento della Fondazione Cassa di risparmio
di Terni e Narni. Al termine dell'intervento sono stati redatti inventari con
il software Sesamo 4.1, pubblicati on line nell'ambito del progetto regionale
umbro .DOC. e visualizzabili nel SIUSA a partire dalla scheda strumento di
ricerca. In precedenza, anche la funzionaria dell'Archivio di Stato di Terni,
Elisabetta David, aveva organizzato e studiato parte delle carte del complesso
documentario, mentre le funzionarie della Soprintendenza, Francesca Tomassini e
Rosella Martinelli, avevano redatto un elenco di consistenza.
[expand/collapse] Description: Il
complesso di fondi è stato prodotto da Elia Rossi Passavanti dal 1905 al 1970,
dalla famiglia Bonaini da Cignano dal 1899 al 1970, da Margherita Incisa di Camerana
dal 1858 al 1963, dal Gruppo reduci della guerra di liberazione di Roma nel
1946, dal Comitato provinciale di Terni dell'Opera nazionale Balilla nel 1927,
dal periodico di Terni Volontà fascista dal 1926 al 1927, dal giornale politico
sindacale di Terni La prora dal 1925 al 1926, dal Circolo coloniale di Massaua
(Eritrea) dal 1920 al 1922. Si segnala che la documentazione presente nel fondo
Incisa di Camerana Margherita, risalente al 1848, appartiene, in realtà, alla
famiglia della marchesa. Il fondo Rossi Passavanti è costituito dalla documentazione
da lui prodotta nel corso dell'attività di uomo politico, militare, docente
universitario, magistrato della Corte dei conti, avvocato e nella sua vita
privata. Si tratta di 210 unità complessive (fascc. 200, regg. 10) con estremi
cronologici 1905-1970; si segnala che la documentazione vera e propria data a
partire dal 1920, mentre sono presenti fotografie dal 1916 e allegati a stampa
a partire dal 1905. Organization:
Individuazione dei fondi, delle serie e sottoserie ed ordine cronologico al loro
interno. Finding aids: Simona Laudenzi,
Adalgiso Liberati, Rossi Passavanti Elia. Inventario Rosella Martinelli,
Francesca Tomassini, Rossi Passavanti Elia. Elenco di consistenza dell'archivio
conservato a Terni Stefania Maroni, Per la storia del Fascismo in Umbria.
Segnalazioni di fonti archivistiche. Guida
The documents were created by: Rossi Passavanti Elia The documents are kept by: Archivio di Stato
di Terni Bibliography: ARCHIVIO DI
STATO DI TERNI, FEDERAZIONE NAZIONALE INSEGNANTI. SEZIONE DI TERNI, FONDAZIONE
TOE TERNANA OPERA EDUCATRICE, Le lettere di frate Gabriel, catalogo della
mostra a cura di E. DAVID, prefazione di G. B. GUERRI, con il saggio di F.
DOMINICI, Gabriele D'Annunzio ovvero il vivere inimitabile, Terni, Archivio di
Stato di Terni e Fondazione TOE, 2013 E. DAVID, L'archivio di Elia Rossi
Passavanti, in "Elia Rossi Passavanti nell'Italia del Novecento. Atti del
Convegno di studi Terni, 22-23 marzo 2002", a cura di V. PIRRO, Arrone
(Tr), Edizioni Thyrus, 2004, 135 - 140 G. RATI, Il carteggio inedito
D'Annunzio-Rossi Passavanti, in "Elia Rossi Passavanti nell'Italia del
Novecento. Atti del Convegno di studi Terni, 22-23 marzo 2002" a cura di
V. PIRRO, Arrone (Tr), Edizioni Thyrus, 2004, 141 - 186 Editing and review: Santolamazza Rossella,
2010/09/07, revisione Sargentini Cristiana, 2005/04/16, prima redazione
Sargentini Cristiana, 2010/05/03, rielaborazione Access: Secondo gli orari di apertura al
pubblico.Nome compiuto: Conte Elia Rossi Passavanti. Passavanti. Keywords: eroe,
Annunzio, Fiume,il concetto di economia di stato, l’economia di stato presso i
romani, la terni pre-romana, la terni no-romana, la terni umbra, la terni osca,
la lingua umbra, l’idea italiana, economia di stato. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Passavanti” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi
Speranza -- Grice e Passavanti: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze) Jacopo –. M. Firenze. Nasce da Banco e
Francesca dei Tornaquinci. Entra nell’ordine
domenicano, presso il convento fiorentino di S. Maria Novella. Dei primi studi,
presumibilmente regolari, non si sa nulla. Venne inviato a completare
l’istruzione nello studio generale domenicano di S. Giacomo a Parigi. Del
soggiorno parigino non si hanno notizie specifiche. Studia di sicuro teologia,
e probabilmente apprende le arti liberali. Non se ne conosce neppure la durata,
ma secondo le norme dell’Ordine non puo superare il tri-ennio. In un intervallo
compreso tra il ritorno da Parigi e cadono, senza per altro se ne possano
stabilire le date, suoi lettorati a Pisa, a Siena e a Roma -- a S. Maria sopra
Minerva e i priorati di Pistoia e di San Miniato al Tedesco. È sicura al
contrario la designazione nel capitolo provinciale di Pisa come predicatore a
S. Maria Novella e l’altra nel capitolo di Gubbio quale predicatore generale. È
incaricato dal consiglio di S. Maria Novella di scegliere tra i libri dei frati
morti durante la peste quelli che giudicasse utili alla libreria di recente
istituzione. Egli stesso contribuì al suo accrescimento con volumi suoi, come
informano alcune note di possesso autografe pervenuteci -- Pomaro. Tra i numerosi uffici di fiducia di
particolare importanza di cui venne investito vi fu quello di «operarius», preposto,
della fabbrica di S. Maria Novella: ne dà testimonianza il Necrologium, in cui
si legge come «hic propter suam industriam factus fuit operarius ecclesie
nostre, quam tantum promovit, magnificavit et decoravit in multis scilicet
testudinibus pluribus et picturis, ut nullus unquam operarius tantum fecerit in
eadem» -- Orlandi. Nessuna fonte indica l’anno in cui assunse l’impegno,
tuttavia, ragionevolmente dove intervenire negli ultimi lavori, per il
completamento della chiesa. In particolare, un documento prova come a questa
data avesse fatto eseguire le pitture della cappella maggiore a spese dei
Tornaquinci. Risale il testamento di Turino di Baldese, un mercante di stoffe
di lana, il quale, designandolo esecutore testamentario, dispone un lascito di
1000 fiorini d’oro affinché si dipingessero alcune storie dell’Antico
Testamento, i cui soggetti dovevano essere scelti proprio da Passavanti. L’8
ottobre dello stesso anno Turino aggiunse al testamento un codicillo con cui
gli assegna 270 fiorini d’oro, in aggiunta a 30 già elargiti, da impiegarsi
nella costruzione della porta maggiore della chiesa. Passavanti collaborò anche
al perfezionamento del grande refettorio antico, devolvendo 20 fiorini d’oro
per l’ornamentazione (probabilmente l’affresco sulla parete di fondo
raffigurante Madonna in trono e santi; nella piccola figura di frate ai piedi
della Vergine si vuole riconoscere il suo ritratto in veste di committente). Ma
l’intervento più significativo parrebbe essere stato quello relativo alle
pitture del capitolo (attuale cappellone degli Spagnoli). Per queste aveva istituito un fondo
(testamento) l’amico Mico (Buonamico) di Lapo Guidalotti; le realizzò Andrea
Bonaiuti all’incirca un decennio più tardi, quando P. era già morto, però la
tradizione vorrebbe che quest’ultimo ne fosse stato l’ispiratore, e l’ipotesi
non è peregrina poiché l’alto contenuto dottrinale e simbolico del progetto
iconografico (una complessa glorificazione dei domenicani), trascendendo la cultura
degli artisti del tempo, autorizza a postulare la partecipazione, come spesso
accadeva, di un dotto esponente dell’Ordine. Il Necrologium afferma che fu
«annis pluribus» vicario del vescovo di Firenze Acciaiuoli, ma non è concesso
stabilire di quali anni si tratti: l’unico atto in cui Passavanti compare come
vicario è un decreto. I documenti, dopo
il rientro da Parigi, fanno propendere per una sua dimora stabile in Firenze.
Tra le rare eccezioni, il viaggio a Roma per il giubileo (se ne accenna nello
Specchio) e un passaggio a Bologna (da porsi in relazione con la nomina a
vicario del maestro generale dell’Ordine nella provincia della Lombardia
inferiore, al fine di visitarne e di riformarne alcuni conventi: Necrologium,
in Orlandi). Il Necrologium accenna anche a un incarico quale «diffinitor
capituli provincialis»: forse, il capitolo provinciale di Firenze. Sicuramente,
invece, nel 1355 diventò priore di S. Maria Novella; per meno di un anno,
poiché il nuovo priore era già eletto. Risale l’ultima commissione, che si
evince da una lettera indirizzata da Nicola Acciaiuoli, gran siniscalco del
Regno di Napoli, al cugino Iacopo, amico di Passavanti; lettera in cui è
questione di «cure» (per altro non meglio specificate) affidategli nell’ambito
della fabbrica della Certosa di Firenze al Galluzzo. Secondo quanto riporta il Necrologium, P. muore
a Firenze. Per uno speciale riguardo fu inumato separatamente dal sepolcro
comune dei frati, davanti alla cappella maggiore di S. Maria Novella, in una
tomba pavimentale che, dopo il restauro, non esiste più. Un’annotazione posteriormente aggiunta nel
Necrologium informa: «Hic composuit Speculum penitentie et plura alia». Oggi,
alcuni di questi scritti cui pare alludersi sono da ritenersi perduti. È il caso
dei Sermones festivi et dominicales Passavanti e dei Sermones fratris Jacobi
Passavantis segnalati nell’inventario quattrocentesco della biblioteca di S.
Maria Novella (Pomaro). A lungo gli vennero anche ascritti i volgarizzamenti di
una omelia pseudo-origeniana e di quattro concioni tratte da Livio,
ripetutamente stampati in appendice allo Specchio, la cui inautenticità per
altro risulta ormai acclarata. Labilissime le prove a sostegno
dell’attribuzione di un volgarizzamento della Bibbia e di un suo coinvolgimento
nella raccolta e nel perfezionamento dei volgarizzamenti di Domenico Cavalca.
Tra le opere dubbie viene collocato un volgarizzamento del De civitate Dei
agostiniano. Ancora in predicato è da stimarsi l’attribuzione della Theosophia,
tradita dal ms. S. Marco 459 della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze,
al cui termine si legge: «Explicit hic liber quia actoris vita defecit Anno
domini M°. ccclvii. Die xva. mensis iunii», quanto dire la sua data di morte.
Da suffragare anche l’ipotesi per cui sarebbe da identificare in questo scritto
la redazione latina dello Specchio, cui in esso si rinvia. Sulla base di
argomenti esterni e interni sembrerebbero sussistere, invece, non trascurabili
possibilità che gli si possano ricondurre il Tractatus additionum in
expositione quam fecit magister Nicolaus Treveth super lib. Augustini De
civitate Dei e, soprattutto, gli inediti Sermones de tempore (de mortuis), una
raccolta di prediche-modello che, oltre alle prediche indirettamente
testimoniate dallo Specchio, verrebbe a essere l’unica testimonianza superstite
di una cospicua attività oratoria (Kaeppeli).
In conclusione, l’unica opera certa di Passavanti è lo Specchio della
vera penitenzia. Lo Specchio (ovvero, manuale divulgativo di agevole
consultazione) è l’esito della traduzione in veste trattatistica di prediche
sulla penitenza tenute nel corso di diversi anni, e in specie di quelle della
quaresima del 1354 (stile fiorentino), cui viene fatto richiamo esplicito nel
prologo, richiamo che consente di fissare l’epoca di stesura Sempre nel
prologo, P. dichiara come a spingerlo all’impresa fosse stato «l’affettuoso
priego di molte persone spirituali e devote», ossia, non è inverosimile che a
sollecitarlo fossero stati i membri di una qualche confraternita locale.
L’opera, riproposizione corretta in chiave compilativa, a uso di laici, della
dottrina penitenziale di impianto tomistico peculiare dell’Ordine domenicano, è
incompiuta. Infatti, delle sei distinzioni previste, in cui avrebbe dovuto
trovare posto l’illustrazione delle tre parti canoniche del sacramento della
penitenza (contrizione, confessione, soddisfazione), se ne danno solo cinque:
manca quella relativa alla soddisfazione; al suo posto, tre trattati, su
superbia, umiltà, vanagloria. E anche questa parte è imperfetta, poiché
l’intenzione espressa era affrontare tutti i vizi capitali e le opposte virtù.
La prossimità tra data di avvio dello Specchio e data della morte dell’autore
indurrebbe a pensare a quest’ultima come alla causa dell’interruzione, ma in
verità non si dà indizio alcuno che la possa spiegare. Lo Specchio va rapportato con l’evoluzione
della pietà laicale alla fine del Medioevo; tuttavia, la presenza di un tessuto
linguistico volgare modellato con mano sicura, unita a quella di un numero
piuttosto ragguardevole di elaborate narrazioni esemplari, gli hanno ritagliato
un piccolo e però solido spazio nella storia della lingua e della letteratura
italiane. Opere. Per le edizioni del Tractatus
additionum in expositione quam fecit magister Nicolaus Treveth… cfr. T.
Kaeppeli O.P., Opere latine attribuite a P. con un’appendice sulle opere di
Nicoluccio di Ascoli O.P., in Archivum fratrum praedicatorum; Id., Scriptores
Ordinis Praedicatorum Medii Aevi, II, Romae
(manca l’edizione di Basilea); per quelle del De civitate: Della città
di Dio, traduzione italiana attribuita a P., Torino; La Città di Dio di santo
Agostino. Versione del P., Messina; per lo Specchio: Racconti esemplari di
predicatori del Due e Trecento, a cura di Varanini - Baldassarri, II, Roma; Lo
Specchio della vera penitenzia, a cura di G. Auzzas, Firenze (ivi per le altre
edizioni precedenti). Fonti e Bibl.:
F.L. Mannucci, Intorno a un volgarizzamento della Bibbia attribuito al B.
Jacopo da Varagine, in Giornale storico e letterario della Liguria; Pierro, Di
alcuni trattati ascetici, in Esercitazioni sulla letteratura religiosa in
Italia, dirette da G. Mazzoni, Firenze; Id., Contributo alla biografia di frà
J. P. fiorentino, in Giornale storico della letteratura italiana; Id.,
Preliminari all’edizione critica dello Specchio della vera penitenza di fra’ I.
P., in Miscellanea di studi critici pubblicati in onore di Mazzoni…, a cura di Torre
- Rambaldi, I, Firenze; Monteverdi, Gli “esempi” di P.), in Studi e saggi sulla
letteratura italiana dei primi secoli, Milano-Napoli; Zaccagnini, I. P. a
Bologna, in L’Archiginnasio, Croce, Poesia popolare e poesia d’arte, Bari, Getto,
Umanità e stile di P., in Letteratura religiosa del Trecento, Firenze; S.
Orlandi O.P., Necrologio di S. Maria Novella…, I, Firenze (testo del
Necrologium); M. Aurigemma, Saggio sul P., Firenze; Id., La fortuna critica
dello Specchio di vera penitenza di J. P., in Studi in onore di Monteverdi, I,
Modena, Schneyer, Repertorium der lateinischen Sermones des Mittelalters, III,
Münster, Auzzas, Per il testo dello “Specchio della vera penitenza”. Due nuove
fonti manoscritte, in Lettere italiane, Cornagliotti, Un nuovo codice dello
Specchio di vera penitenza, in Giornale storico della letteratura italiana,
Pomaro, Censimento dei manoscritti della Biblioteca di S. Maria Novella. Parte
I: Origini e Trecento, in Memorie domenicane; Id., Censimento dei manoscritti
della Biblioteca di S. Maria Novella. Delcorno, Nuovi testimoni della
letteratura domenicana del Trecento (Giordano da Pisa, Cavalca, P.), in Lettere
italiane; Cappi, I volgarizzamenti attribuiti a I. P. Edizione critica, tesi di
laurea, Università degli studi di Padova, facoltà di lettere e filosofia,
Rossi, La ‘redazione latina’ dello “Specchio della vera penitenza”, in Studi di
filologia italiana, Mulchahey, “First the bow is bent in study…”. Dominican
education, Toronto, ad ind.; G. Auzzas, Dalla predica al trattato: lo “Specchio
della vera penitenzia” di I. P., in Scrittura religiosa. Forme letterarie dal
Trecento al Cinquecento, a cura di C. Delcorno - M.L. Doglio, Bologna; Ead., A
proposito del “fuoco pennace”, in Miscellanea di studi in onore di Giovanni Da
Pozzo, a cura di D. Rasi, Roma-Padova; Ead., Tradizione caratterizzante e
interpolazioni di ‘exempla’ nello Specchio della vera penitenzia, in Filologia
italiana, Corbari, Vernacular Theology: dominican sermons and audience in late
medieval Italy, Berlin-Boston. libro dei sogni. Nome compiuto: Iacopo
Passavanti. Jacopo Passavanti. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, “Grice e Passvanti,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Passeri: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del Lizio – la scuola di Padova -- filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Padova). Filosofo italiano. Padova, Veneto. VGrice: “He was
Zabarella’s uncle – mine worked in the railways!” -- Grice: “It’s amazing how
much a little book like Aristotle’s ‘Peri psycheos’ influenced those
Renaissance and pre-Renaissance Italians! Surely they were concerned about the
immortality or other of the soul!” Essential Italian philosopher. Pubblica commentarii al “De Anima” e alla “Fisica” –
contro GALILEI (si veda). Dimostra la perfetta convergenza fra le idee di Arstotele
e Galilei sulla dottrina dell'unità dell'intelletto. “Disputatio de intellectus
humani immortalitate” (Monte Regali: Torrentino); “De anima” (Venezia, Iunctas Perchacinum); Paladini, “La
scienza animastica”. Nome con il quale è noto il filosofo averroista M. A. de’
P. Figlio di Niccolò, che aveva insegnato arti e poi medicina a Padova, occupa
la cattedra di filosofia nella stessa univ. in concorrenza dapprima con Zimara,
poi Maggi. È autore di commentari alla Fisica e al De anima di Aristotele, dove
intende dimostrare il perfetto accordo fra Averroè e Simplicio sulla dottrina
dell’unità dell’intelletto. D’un punto di vista averroistico polemizza contro
Pomponazzi e gli alessandristi. At cum Latini uideantur hoc negare, nosrem ita esse
comprobare possumus quoniam Aristotele cum dederit communem ANIMA. Animæ definitione
subiungit et propriam cuiusque gradus dicendam fore et prior rem natura esse vegetativam
sensitiva, quod in codem intelligitur, non autem in diversis quoniam in eodem
animato posita sensiti, uaponitur vegetativa et posita intellectiva ni mortalibus
alie ponátur, quia sicut ise habet vegetativa in sensitiva, ita et sensitiva in
INTELLECTIVA, quoniam in consequenter se habentibus polito primo non ponitur se
cundum,atposito secundo ponicur primum. Itaque essentiæ gradum animæ cum se seconsequantur,
posita posteriori dabitur prior et per consequens communem animæ definitionem analogam
esse oportet. Secundum autem anobisposicum, ut intelligatur anima in scilicet intellectivam
immortalem fore secundum quid autem mortalem, intellectum IV modis dici, certum
est I depossibili II de in habitu III speculative et IV agente. Unus quisque
horum modorum arguir intelletum corruptibilem, quoniam omne quod incipit, necessario
definit: cum autem intellectus materialis in Sphæranon detur sed tantum in puero
nuper nato, cum inces perit in Socrate, ut ita dixerim necessario delinet. Similiter intellectus agens in Socrate
incipit, quo niáili copulatur, ut forma et cum agens ili copulatur, intellectus
in habitu, qui genitus est desinit intellectus etiam in actu speculans, cum de
non speculari transeat ad speculationem, videtur genitus cum autem amplius non speculator
actu, definit este intellectus actu speculans ita ut intellectus quodammodo et
propter diversos respectus quos suscipit, dicatur corruptibilis et factus secundum
autem substantiam cum eadem sit substantia intellectus agentis et possibilis
dicitur eternus et simpliciter immortalis, quod rationibus ab Aristotele acceptis
ita esse ostendi potest. Omne enim formas omnes materiales recipiens estim materiale
intellectus autem possibilis recipit omnes formas igitur est immaterialis, est autem
necessarium tale recipiens esse immateriale. Quoniam quod intus est extraneum
prohibet. Pomponatius [POMPONAZZI] tamenstuder destruere hanc rationem, primum
enim inquit illam non concludere proptere a quod si intellectcus. Eus materialises
et separatus sequeretur et suam operationem separatam fore, quia operatio ipsam
essentiam consequitur: at Aristotele inquit si intelligere est sicut sentire, ecce
quod comparat operationem intellectus operationi sensus, igitur videtur hæc
ratio, potius intellectum mortalem probare, quam immortalem. Nulla est hæc ratio
Pompo Ratij, quoniam sequeretur intellectum esse virtutem materialem, quod dictum
Aristotele omnino negat. Præterea videtur committere fallaciam a secundum quid ad
simpliciter, propterea quod non valet, possibilis obiective dependet, igitur omnis
intellectus. At cum Alexan, velit animam intellectiva sive intellectum possibilem
non esse formam, sed; præparationem quandam, qux et sirecipiat omnes formas, esse
tamen mortalem, peto abillo quid per preparationem intelligat, vel intelligit puram
privationem, vel privationem cum aptitudine, non primum. Quoniam privatio sola nihil recipit, igitur privationem
cum aptitudine illum intelligere oportet, igitur erit forma si forma, ergo materialis,
quare preparation hæc non, recipiet omnes formas. Adiungit præterea
Pomponatius, intellectus unicam tan tum operationem habet, propterea quid D i j
ynius Secunda ratio, qux nostram sententiam confirmat, accipiturab LIZIO In
de Anima. 13.& isi in quibus proposita in 13. quesstioncan intellectus sit intelligibilis
quema ad modum alia materialia intelligibilia, soluit in15. Et intelligibilis est
sicut ipsa intelligi biliain his quæ sunt sine materia idem est, quod
intelligit et quod intelligitur, quilo unius virtutis unica est operatio
cum itaque; intellectus sit una virtus, que media est inter: pure materiales et
omnino abstractas, una driteius operatio:
esse autem mediam ex eoni titur ostendere, quoniam intelligit universale in singulari
et quatenus intelligit universale, comunicat cum abstractis, quatenusin
singulari comunicat cum materialibus, primum dictum sublatum fuit, non
inconuenire quod una virtus diversi mode se habens, diversas exerce ar operationes,
secundum dictum apud me nullum est, quoniam intelligere substantiarum quæ
omnino sunt separatæ, est intelligere per essentiam, intelligere autem intellectus
est universalis per speciem, si itaque; hoc intelligere non convenit substantiis
omnino separatis, quomodo na erit media participatione extremorum, qux re erit ad
hucex hoc fundamento intelles Aus pure materialis. Tertia ratio accipitura
quodamnorabia ti, Quoniam naturalis philosophus vide turdare duo eus non est cum
LATINIS interpretandus, sed intellectum esse intelligibilem, cum possibilis habuerit
intellectum agentem ut formam, tunc est intelligibilis per speciem, qu x actu est
scilicet per formam intellectus agentis et est intelligibilis vel uti intelligere
tixet enim si intellectus intelligeretur
quem ad modum dicut LATINI, esset intellectus do terioris conditionis lapide, quoniam
lapis per suam speciem intelligitur per se, intellectus vero per accidens, intelligendo
lapidem per suam speciem. Quare intellectus materialis et si videatur intelligibilis
sicuti alia intelligibilia materialia per speciem, non tamen eodem modo quoniam
intellectus intelligibilis per suam formam sit intelligents, intelligibile autem
materias lem in imè, de quibus fufius in explanatione eius loci diximus fundamenta
Metaphy. primum quod detur abstractum in natura, nam si Metaphy., ignoraret abstractum,
eum non determinaret, alterum fundamentum est quod naturalis supponit abstractum
et quod abstractum magnitudine sic intelligens,
quod tribuit animasticus sine quo Metaphy. Non haberet, quod abstractum sitina
telligens. Ad rem si intellectus esset mortalis, non daretur Metaphy. quoniam
per nullam naturam posset haberi abstractum esse intelligens, intellectus enim
qui mortalis est non potest habere eandem operationem, cum intelligere intelligentiarum,
quare si esset mortalis, non haberetur cognitio eorum, quæ per essentiam sunt separata.
Ultima ratio quæ immortalitatem animam confirmat, est quoniam felicitatem acqui
ri posse conveniunt peripatetici omnes, quam habere esset impossibile, si intellectus
esset mortalis. Pomponatius discurrit agens de felicitates, illam contingere hominibus,
quoniam omnes libiinuicem sunt auxilio alijeni magunt secundum intellectum pra: eticum; alijautem
secundum intellectum, Speculatiuum: rectem in hoc dicit, sed, falli, tur, cum
-velit hominem esse hominem per intellectum, ideo homo exercet operationes morales
per formam, qua est homo et propterea inquit Averroes p moralis capit si, nem hominis
ineo quod homo, qui quidem finis est cogitativa, ideo foelicitas non competit homini
ut homo, fedut in coquoddam divinum reperitur.10, Ethi. cap. 9. Aliauita et
finis potior isto, ideo nos li er
nos cum homines fimus, non debemus humana curare sed peruenire ad
immortale et sempiternum, per id quod in nobis divinum est. De quibus fufius in expositione
com.; de anima diximus. Marco Antonio de’Passeri. Ianua. Marco Antonio Genua. Marco Antonio Passeri. Antonio
Passeri. Passeri. Keywords: peripatetici, lizii, nous, intelletto, etimologia
d’intelletto, da lego – ‘to care’, ‘to decide’. Intelleto, nous, animus vs.
anima, mens, Boezio, l’intelletto, l’anima intelletiva, animistica, animastica.
Refs.: Luigi Speranza, "Grice e
Genua," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Passini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza
Luigi
Speranza -- Grice e Pasqualini: la ragione conversazionale e l’mplicatura
conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza -- difficult to find. M. Pasqualini,
C. Pasqualini.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pasqualino: la ragione conversazionale
– filosofo SICILIANO, non italiano! -- filosofia italiana (Butera). Filosofo italiano. Buttera,Caltanissetta, Sicilia. M. Roma. -- è
stato uno scrittore, drammaturgo e filosofo italiano. Si trasferì con la
famiglia a Caltagirone e sarà presto costretto ad abbandonare la scuola per
lavorare negli aranceti. Dopo aver trascorso oltre cinque anni lavorando nei
campi, riprese gli studi completando da privatista in pochi anni le medie e il
liceo classico, per poi essere chiamato alle armi durante la seconda guerra
mondiale, nel 1942. Terminata la sconfortante esperienza del conflitto, nel
1947 si iscrisse alla Facoltà di Filosofia presso l'Università degli studi di
Catania, e presenta il saggio A proposito della storia come lingua al congresso
di filosofia a Messina. Durante gli anni universitari incontrò Carretto,
presidente della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, che lo invitò a
seguirlo a Roma. Successivamente si recò anche a Bologna, dove rimase un anno
circa frequentando la comunità religiosa di laici presieduta da Giuseppe
Dossetti. Si spostò poi a Firenze, dove entrerà in contatto con Giorgio La
Pira. Consegue la laurea in Filosofia a pieni voti e si trasferì in Sardegna,
dove insegna Filosofia, Pedagogia, e Psicologia presso gli Istituti Magistrali
Vescovili di Ales e San Gavino; qui conobbe il giovane scrittore Antonio Puddu
di cui diventerà grande amico. Esordì come autore di saggistica filosofica con
la pubblicazione della tesi di laurea La necessità di esprimersi e la vita come
linguaggio che sarà seguita da Educazione e linguaggio ed altri saggi di
filosofia della LINGUA. Si trasferì definitivamente a Roma, dove lavora in RAI
come ideatore e conduttore di programmi radiofonici e televisivi (tra cui
Quando un bambino si ammala, Boomerang, La Terra Promessa, Si...Ma, Apriti
Sabato, Sapere, Il tono della convivenza) ed intraprenderà un'estesa attività
di collaborazione giornalistica con numerosi quotidiani e periodici (tra cui
Avvenire, L'Osservatore Romano, Famiglia Cristiana, La Sicilia, La Stampa,
Corriere della Sera, Il Tempo, Oggi, Epoca, Il Giorno) e riviste culturali (tra
cui Studi Cattolici, La Fiera Letteraria, Dialogo, Il dramma, Il Caffè,
Messaggero di Sant'Antonio, Jesus, Davide, Humanitas, Nostro Tempo). Dalla
lunga collaborazione con Studi Cattolici nacque un'amicizia con il suo
direttore Cesare Cavalleri, caratterizzata da suggestivi carteggi poi
pubblicati sulla rivista. Venne chiamato ad insegnare Filosofia dello Spettacolo
presso l'Università Pro Deo (l'attuale Luiss) e a dare lezioni di sociologia
sturziana presso il Centro Italiano di Studi Politici alla Camilluccia. Pubblicò
il romanzo autobiografico Mio Padre Adamo, che riscosse notevole successo di
pubblico e critica e vinse il Premio Campiello - Selezione Giuria dei Letterati
Ispirato al periodo trascorso lavorando nelle campagne è il romanzo La
Bistenta, edito da Rizzoli e poi ripubblicato successivamente con il titolo Il
Ragazzo delle Cinque Isole. Il saggio filosofico Diario di un Metafisico piacque
tanto a Paolo VI e venne rilanciato da Rusconi che lo pubblicherà con il titolo
I segni dell'anima. Sposatosi con la statunitense Barbara Olson, da cui avrà
quattro figli, Pasqualino effettuerà molti viaggi negli Stati Uniti che saranno
di ispirazione per i suoi libri America Baccante e Caro buon Dio. P., insieme
al fratello Pino, fonda la compagnia Teatro Minimo di Pupi Siciliani
(successivamente chiamato e meglio conosciuto come Teatro di Pupi Siciliani dei
Fratelli Pasqualino). I pupi siciliani erano stati una forte passione della sua
infanzia, interrotta bruscamente dalla madre al sopraggiungere precoce dell'età
del lavoro. La compagnia esordì con lo spettacolo Trionfo, passione e morte del
cavaliere della Mancia (Don Chisciotte), trasmesso dalla RAI l'anno successivo
per la regia di Paolo Gazzara. Avvalendosi dei testi teatrali scritti
appositamente da Pasqualino, la compagnia svolgerà la sua attività per
trent'anni in una sede stabile a Roma nel quartiere Trastevere e parteciperà a
numerose tournée in Italia e all'estero. Il volume Teatro con i Pupi Siciliani raccolse
e pubblicò, per la prima volta nella tradizione del teatro dei pupi, i testi
degli spettacoli. In ambito cinematografico, Pasqualino svolse attività di
consulenza per Roberto Rossellini, che diresse lo sceneggiato televisivo Atti
degli Apostoli. Insieme ad Ermanno Olmi, scrisse il soggetto e la sceneggiatura
del film Durante l'estate, presentato alla Mostra Internazionale d'Arte
Cinematografica di Venezia. Narrò in diretta per Rai Uno la prima ostensione
televisiva della Sindone di Torino, introdotta da una rara apparizione
televisiva di Paolo VI e seguita con grande partecipazione in diversi paesi
europei. Il romanzo Il Giorno che fui Gesù, verrà ripubblicato in numerose
edizioni e tradotto in inglese (con il titolo The Little Jesus of Sicily). P.
vinse il Premio Ennio Flaiano per l'opera teatrale Socrate baccante pubblicata
ne La danza del filosofo e scrisse la sceneggiatura per il film Turi e i
paladini diretto da Angelo D'Alessandro, scelto per rappresentare il cinema
italiano al Festival internazionale del cinema di Berlino. Presta la propria
consulenza per la realizzazione del film televisivo La Genesi di Ermanno Olmi,
andato in onda su Rai Uno. Fu uno degli scrittori europei chiamati dal
Consiglio d'Europa per comporre un testo ad espressione dei valori della
cultura europea che è stato inciso sul Ponte d'Europa a Strasburgo. Nel suo
ultimo libro, Chiunque tu sia. Con Gesù a passo d'asino ripercorse con piglio
investigativo la vita di Gesù “in umiltà a passo d'asino” facendone affiorare,
con dirompente realismo, la dimensione più propriamente umana. Opere Narrativa
e saggistica A proposito della storia come linguaggio, Il Filosofo ignorante o
de la ragion d'essere delle cose. Filipso: Commedia filosofica, Caltagirone, La
nuova grafica C. Napoli. La necessità di esprimerci e la vita come linguaggio,
Padova, CEDAM, . Discorso immaginario del capo del governo di un'Italia
immaginaria, Caltagirone, Anonima Vita, . Educazione e linguaggio, Roma, AVE.
Discorsetto di metafisica, Mio padre Adamo, Bologna, Cappelli. La bistenta,
Milano, Rizzoli. Diario di un metafisico, Roma, AVE. America baccante, Torino,
Borla. Caro buon Dio, Milano, Rusconi, . La casa del calendario, Milano,
Massimo, . Le vie della gioia, Alba, Paoline, . Il giorno che fui Gesù, Milano,
Famiglia Cristiana. L'orecchino del filosofo, Padova, Messaggero. I segni
dell'anima, Milano, Rusconi, 1981. Sant'Antonio racconta, Brescia, Morcelliana.
Preghiera di uno stravagante. L'uomo di Argo, Cosenza, Pellegrini. Confidenze
di Barbara, Milano, Paoline, . La danza del filosofo: rapsodia di varia
umanità, Treviso, Santi Quaranta, . Lo zingaro di Sicilia: avventura di vita e
pensiero, Palermo, Novecento. Gli orecchini di Dio: l'assurdo tra noi, Torino,
SEI, Chiunque tu sia – Con Gesù a passo d'asino, Caltagirone, Pegaso. Teatro
Abelardo, Trapani, Celebes, . Il dottor Prometeo, Roma, il Caffè Letterario e
Satirico, . Garibaldi e i mille e uno, Roma, Studi Cattolici, Mosè e il
faraone, Roma, Studi Cattolici, . Trionfo, passione e morte del Cavaliere della
Mancia, Roma, S. Ventura. Pinocchio alla corte di Carlomagno , Roma, S.
Ventura. Un cavallo per sua maestà, Frascati, Tusculum. La locanda del Vangelo,
Roma, Paoline, . Teatro con i pupi siciliani, Palermo, Cavallotto, Raccoglie i
seguenti testi: Trionfo, passione e morte del cavaliere della Mancia Anfitrione
Siculo Pinocchio alla corte di Carlomagno Mosè e il faraone Le tentazioni di
Gesù Garibaldi e i mille e uno Il paladino di Assisi L'arte dei pupi: teatro
popolare siciliano, Milano, Rusconi. Socrate baccante (pubblicato con il titolo
La danza del filosofo in La danza del filosofo: rapsodia di varia umanità),
Treviso, Santi Quaranta. Vangelo secondo Satana (pubblicato in La danza del
filosofo: rapsodia di varia umanità), Treviso, Santi Quaranta. Processo ad
Abelardo (pubblicato in La danza del filosofo: rapsodia di varia umanità),
Treviso, Santi Quaranta, 1992. La donna e il lapsus (pubblicato in La danza del
filosofo: rapsodia di varia umanità), Treviso, Santi Quaranta. Altre opere di
Fortunato Pasqualino dal repertorio del Teatro di Pupi Siciliani dei Fratelli
Pasqualino La spada di Orlando Guerrin Meschino Pulcinella tra i saraceni
Torquato Tasso cavalier di penna e spada Il re di Gerusalemme Carlomagno in
Italia Angelica tra i paladini Federico II meraviglia del mondo Opere tradotte
in altre lingue Mein Vater Adam, Frankfurt a.M., S. Fischer, . (traduzione
tedesca di Mio padre Adamo) Mein Vater Adam ; Der Widder auf den Wolken : zwei
sizilianische Romane, Frankfurt a.M., S. Fischer. (traduzione tedesca di Mio
padre Adamo e La bistenta) Min Fader Adam, Göteborg, Bokbuskqvist (traduzione
svedese di Mio padre Adamo) Santo António: uma voz que ainda fala, São Paulo,
Paulinas. The
little Jesus of Sicily, Fayetteville, Ark., University of Arkansas Press, . (traduzione inglese curata da Louise
Rozier de Il giorno che fui Gesù) Note ^ Premio Campiello: Opere premiate nelle
precedenti edizioni, su premiocampiello.org.. Wilcox, The Truth About the Shroud of
Turin: Solving the Mystery, Regnery Gateway, Accornero, La Sindone: storia,
attualità, mistero, Paoline. Caporale, P., Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Opere di P.,
su Open Library, Internet Archive. P., su IMDb, IMDb.com. Pagina dell'autore su
Santi Quaranta, su santiquaranta.com. Un libro dimenticato: 'Mio padre Adamo'
di Fortunato Pasqualino di Alfredo Ronci, nel sito "Il paradiso degli
orchi. Rivista di letteratura contemporanea" V · D · M Vincitori del
Premio Selezione Campiello Portale Biografie Portale Filosofia Portale Teatro
Categorie: Scrittori italiani Scrittori italiani Drammaturghi italiani Drammaturghi
italiani Filosofi italiani Filosofi italiani Nati a Butera Morti a Roma Pupari Scrittori
cattoliciFilosofi cattolici Autori televisivi italiani Sceneggiatori italiani Sceneggiatori
italiani Conduttori radiofonici italiani Saggisti italiani Saggisti italiani Vincitori
del Premio Flaiano di teatro[altre]. Nome compiuto: Fortunato Pasqualino. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Pasqualino,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pasqualotto: la ragione conversazionale del trasmettitore/ricevitore
– l’implicatura conversazionale – la scuola di Vicenza -- filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Vicenza). Filosofo italiano. Vicenza, Veneto. Grice: “I like
Pasqualotto; for one, he predates Oxonians in the ‘teoria dell’informazione’!”
– Grice: “I never took ‘information’ as seriously as Pasqualotto does – I do
compare information with money, and refer to the stupidity of ‘false’
information – “”False’ information is no information.”” – But Pasqualotto
attempts to reconstruct a ‘teoria,’ a ‘teoria dell’informazione,’ i. e.
complete with a model that has room for the implicaturum, i.e. any x such that
by a mittente ‘sending’ a message, he may ex-plicate such-and-such and
im-plicate so-and-so.””. Frequenta
il Pigafetta di Vicenza, dove ha come maestro FAGGIN (si veda). Sotto la guida
di FORMAGGIO (si veda), si laurea in filosofia a Padova, con una tesi sull'estetica
tecnologica di BENSE. Diventa amico di Brandalise, Cacciari, Curi, e Duso, ed è
maestro nel suo stesso liceo vicentino, dove conosce Volpi. Collabora
attivamente ad alcune importanti riviste di filosofia come Angelus
Novus, Contropiano, Il Centauro. È professore a Venezia; a 'Padova; è
stato co-fondatore dell'Associazione “Maitreya” di Venezia. Contribuito alla
nascita della rivista “Marco Polo, rivista di filosofia orientale” -- e comparata “Simplègadi” è stato tra i
promotori del Master in Studi Interculturali a Padova, presso il quale ha
insegnato Filosofia delle Culture. Direttore scientifico della Scuola Superiore
di Filosofia orientale e comparativa di Rimini. Contributo teorico Nel saggio
Dall'estetica tecnologica all'estetica interculturale, P. descrive la sua
avventura intellettuale e insieme l'evoluzione del suo pensiero. In una prima
fase si è formato all'estetica analitica e alla filosofia analitica del
linguaggio, ma ha rilevato il loro limitato significato formale. In una seconda
fase, si è rivolto al pensiero critico di Adorno e della Scuola di Francoforte,
e in questo caso ha valutato che la conclusione alla quale essi giungevano, era
la morte per utopia dell’estetica. In una terza fase si è rivolto al pensiero
di Nietzsche, tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta;
Nietzsche nella Nascita della tragedia, considera Apollo e Dioniso come due
istinti complementari, tanto da consentire di poter riuscire a «vedere la
scienza con l’ottica dell’artista e l’arte con quella della vita»’, e a dare
importanza alla saggezza del corpo. Ma quello Nietzscheano gli sembrò solo un
tentativo eroico di coniugare filosofia e vita, che alla fine si rivela
solo come uno straordinario tentativo di scrittura sulla vita. Un'insoddisfazione
di fondo per gli esiti del pensiero occidentale, e la ricerca continua di nuove
possibilità per il pensiero, lo hanno portato ad approfondire lo studioiniziato
già in anni giovanilidi tradizioni di pensiero esterne a quella occidentale. Il
buddhismo, in particolare, ha costituito un terreno ampio di indagine e di
confronto con diversi temi o autori della cultura europea; ma anche il pensiero
taoista e l'esperienza della filosofia indiana hanno rappresentato nel corso
degli anni un importante ambito di riflessione. Infatti, in un'ulteriore quarta
fase del suo viaggio intellettuale, P. si è rivolto all’estetica orientale come
meditazione, ovvero come cammino comune verso un possibile superamento della
scissione tra esperienza e riflessione. In una quinta fase, P. si è avvicinato
all’estetica di Garroni come uso critico del pensiero, quale comprensione
dell’esperienza in genere all’interno dell’esperienza: in un certo senso,
quindi, l’estetica andava coincidendo con la filosofia. Valutando la
riflessione di Garroni prossima a quella orientale, P. arriva a considerare
l'importanza della 'meditazione' e del 'vuoto mentale’, in base ai quali, come
l’assenza di pensiero non può essere pensata senza idee, così non si possono
pensare idee senza pensiero, come era stato già pensato da Dogen. Nella sua
sesta ed ultima fase, guarda l’estetica
con gli occhi della filosofia come comparazione e della filosofia
interculturale, quindi come un ampliamento dell’orizzonte particolare
dell’estetica verso una riflessione generale sui problemi cruciali
dell’esistenza. P., infatti, è stato il primo pensatore italiano a elaborare la
valenza teoretica di una filosofia come comparazione, teorizzata con rigore in FILOSOFIA
come comparazione, distinguendola da un mero esercizio comparativo di pensieri
appartenenti ad ambiti geo-filosofici differenti. Il suo pensiero ha trovato
echi e possibilità di dialogo con filosofi italiani, come Cacciatore, Cognetti, Leghissa, e stranieri come
Fornet-Betancourt, Kimmerle, Jullien, Mall, Ohashi, Panikkar, Stenger, Wimmer. Duemila ha contribuito
all'introduzione in Italia della filosofia di Marco Polo sull’Oriente a
cominciare dall'importante opera di Nishida L’io e il tu, e poi con gli
altrettanto importanti Uno studio sul bene e Problemi fondamentali della
filosofia, accompagnati sempre da un saggio interpretativo che è rimasto
sostanzialmente invariato nel corso degli anni. Parallelamente ad altri autori,
si è misurato dai primi anni Duemila con il tentativo di delineare temi e
metodi per una filosofia interculturale che costituisce il campo di maggior
impegno e interesse della sua ricerca, congiuntamente a una riflessione
estetica sulle forme dell'arte dell'Asia orientale. Riassumendo gl’elementi
chiave del pensiero di P., potremmo individuare due componenti fondamentali: il
concetto d’rmenuetica interminabile e quello di Dialogo interculturale Il
concetto d’Ermenuetica interminabile prevede come elementi: 1. il pensiero come
'comparazione originaria'; 2. il sapere come 'ambito problematico sempre
aperto', rispetto al quale non si dà mai una verità stabile, ma sempre
problematica, inscritta cioè in un processo inesauribile di ricerca; 3. il
concetto di 'impermanenza' (mutuata dal concetto buddhista di 'anatta') come
struttura relazionale di tutto ciò che è, in base alla quale tutto ciò che è, è
un ‘nodo’ di relazioni in continua trasformazione ed evoluzione processuale. Il
concetto di Dialogo interculturale prevede come elementi: 1. la 'meditazione'
come ‘vuoto mentale’ e ‘consapevolezza’mindfulnessdel senso critico del
pensiero radicato nel presente; 2. l'apertura conseguente alla compresenza
degli elementi precedentidell’orizzonte di una riflessione generale sui
problemi cruciali dell’esistenza, orizzonte tipico della filosofia
interculturale. P. precisa chiaramente la specifica forma di rapporto
comparativo che viene attivato nell'orizzonte della filosofia interculturale,
rapporto detto 'a tre variabili interdipendenti. L’orizzonte di una filosofia
interculturale dovrebbe invece tendere a porsi come linea immaginaria di uno
spazio illimitato pronto ad ospitare quelle specifiche pratiche interculturali
che sono gli esercizi in atto di filosofia in quanto comparazione. Per evitare
le conseguenze contraddittorie a cui conducono sia le prospettive
multiculturali, sia le utopie universaliste, è necessario precisare la natura e
la funzione della specifica forma di rapporto che si viene ad attivare
nell’orizzonte della filosofia interculturale. La modalità di tale rapporto può
essere definita 'a tre variabili interdipendenti': due sono costituite da
pensieri o ambiti di pensieri tra loro diversi, e la terza è costituita da un
soggetto (individuale o culturale) che li pone a confronto. L’essenziale di
questa modalità di rapporto è che nessuna delle tre variabili sussiste
autonomamente, prima, dopo o a parte rispetto alle altre due: in particolare, è
importante evidenziare che il soggetto risulta sempre e necessariamente
implicato nella pratica della comparazione, al punto che tale pratica lo forma
e lo trasforma: il suo sguardo è ‘impuro’ fin dall’inizio, perché fin
dall’inizio viene condizionato e prodotto da una serievirtualmente
infinitadi osservazioni comparative. Fra i temi affrontati più di frequente
dalla sua riflessione ricordiamo: 1. il tema dell’identità, in base al quale
essa non è alcunché di rigido e identitario, ma poiché l’essente è nodo di
relazioni, l’identità si dà come intreccio di infinite relazioni, ovvero come
compresa in una sua problematica autonomia; il soggetto che, in quanto
costitutivamente interessato da molteplici relazioni, nel suo ricercare il
senso del realtà del mondo, non è un osservatore disincarnato e disinteressato,
o imparziale, ma è compreso nel rilevamento di quel senso nella trasformazione
di sé e della realtà; il corpo, in base al quale esso è la mente e, insieme, la
condizione prima della conoscibilità del mondo; in questo senso il tragitto di
P. ha sicure relazioni al tema odierno della ‘cognizione incorporata’ e della
Filosofia del corpo; il concetto di ‘processo’, in base al quale la realtà è un
insieme di processi: ciò che è, in quanto 'nodo' potenzialmente infinito di
relazioni, diviene processualmente, concezione che deriva direttamente dalle
filosofie orientali, in particolare dal buddhismo; l’illuminismo in base al
quale i limiti della ragione possono venir posti soltanto dalla ragione stessa,
come era stato già perfettamente considerato dalla Dialettica dell'illuminismo;
l tema delle pratiche filosofiche e della pratica artigianale; il tema dei diritti umani che non è solo un
tema accessorio rispetto al suo pensiero; su questo versante pare giocarsi una
partita più grande, che, ai temi della ‘libertà condizionata', della natura
dell’individuo e del fenomeno della globalizzazione unisce una profonda preoccupazione per i
destini dell’umanità. A tal proposito pare essere abbastanza pessimista, un
pessimismo attivo non passivo. Egli dice, infatti, nella premessa alla nuova
edizione del Tao della filosofia, queste precise parole. È da osservare
tuttavia che le tematiche della filosofia comparata, della filosofia come
comparazione e della filosofia interculturale non hanno avuto e continuano a
non avere risonanze significative all’interno del dibattito filosofico
nazionale e internazionale. Le ragioni di questa scarsa ricaduta sono
molteplici e di varia natura. Forse vi sono alla base difficoltà intrinseche ai
modi in cui tali tematiche sono state formulate e proposte; ma è anche da dire,
a tale proposito, che finora non vi è stata alcuna proposta critica che abbia
messo in luce tali ipotetiche difficoltà. È da ritenere, allora, che le ragioni
di questa debolissima risonanza siano, almeno in parte ma in primo luogo, da
far risalire alle rigidità delle discipline accademiche che mal sopportano non
solo le contaminazioni interdisciplinari ed interculturali, ma anche i semplici
ponti che tentano di mettere in comunicazione diverse discipline, culture e
civiltà. In secondo luogoma, dovremmo dire, ad un secondo, più basso, livellosi
dovrebbero tener presenti le ragioni o, meglio, i ‘sentimenti’ che hanno a che
fare più da vicino con germi xenofobi mai estinti, con residui di
fondamentalismi religiosi e con rigurgiti di tipo razzista che infestano non
solo l’Italia e non solo l’Europa. Ci sembra, anzi, che le tendenze che
germinano da tali poltiglie psicologiche e ideologiche si stiano facendo sempre
più invadenti ed arroganti. Questa riedizione del Tao della filosofia può forse
costituire un frammento ancora utile a tenere aperta qualche piccola fessura di
luce in un orizzonte culturale che, nonostante le aperture imposte dalla
globalizzazione, si fa sempre più stretto e più cupo. Al fondo delle intenzioni
di P., c’è un atteggiamento ecologico e agnostico,fino addirittura a concepire
la possibilità dell’essere ‘apolide’ -, e consapevoleuna consapevolezza nel
senso di mindfulnessnei confronti della natura della mente e della psicologia
umane, al punto che, alla disillusione per la possibilità di integrazione nella
vita psicologica occidentale delle pratiche meditative orientali, si unisce la
preoccupazione e l’impegno sociale e politico, forse considerando la
marginalità dell’intellettuale nelle grandi vicende della contemporaneità, ma
insieme sempre anche con un’apertura di orizzonte per una riflessione generale
sui problemi cruciali dell’esistenza. Saggi: “Avanguardia, tecnologia ed estetica
(Roma, Officina); “Teoria come utopia” (Verona, Bertani); “Storia e critica
dell'ideologia, Padova, CLEUP, Oltre l'ideologia: «Il Federalista», Roma, Ist.
dell'Enciclopedia Italiana); “Pensiero negativo e civiltà borghese, Napoli,
Guida, Saggi di critica, Padova, CLEUP, Saggi su Nietzsche, Milano, Angeli, Il
Tao della filosofia. Corrispondenze tra pensieri d'Oriente e d'Occidente, Parma,
Pratiche, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d'Oriente,
Venezia, Marsilio, Illuminismo e
illuminazione: la ragione occidentale e gli insegnamenti del Buddha, Roma,
Donzelli, Yohaku: forme di ascesi nell'esperienza estetica orientale, Padova,
Esedra, East et West. Identità e dialogo interculturale, Venezia, Marsilio, Il
Buddhismo: i sentieri di una religione millenaria, Milano, Bruno Mondadori, Figure
di pensiero. Opere e simboli nelle culture d'Oriente, Venezia, Marsilio); Oltre
la filosofia, percorsi di saggezza tra oriente e occidente, Vicenza, Colla;
Dieci lezioni sul buddhismo, Venezia, Marsilio, Per una filosofia inter-culturale,
Milano, Mimesis, Taccuino giapponese, Udine, Forum, Tra Occidente ed Oriente: interviste
sull'intercultura ed il pensiero orientale (Pretto), Milano, Mimesis; Filosofia
e globalizzazione, Milano, Mimesis, Alfabeto filosofico, Venezia, Marsilio); “Dall’estetica
tecnologica all’estetica interculturale, in Studi di estetica, Filosofia come
comparazione in Simplègadi. Percorsi del pensiero tra Occidente e Oriente, Padova,
Esedra). Cfr. Davis, Bret W.,.) Kitaro, L’io e il tu, Andolfato, Padova,
Unipress, Nishida: dialettica e Buddhismo, Postfazione, Kitaro, Uno studio sul bene, Fongaro, Torino,
Boringhieri, Kitaro, Problemi fondamentali della filosofia: conferenze per la
Società filosofica di Shinano, Fongaro (Venezia, Marsilio); Buddhismo e
dialettica. Introduzione al pensiero di Nishida, Per una filosofia
interculturale, Milano, Mimesis, Tra Oriente e Occidente. Interviste
sull’intercultura ed il pensiero orientale, Pretto, Milano, Mimesis, Nietzsche o dell'ermeneutica interminabile, in,
Crucialità del tempo, Napoli, Liguori, Saggi su Nietzsche, Milano, Angeli, Intercultura
e globalizzazione, in, Incontri di sguardi. Saperi e pratiche
dell’intercultura, Miltenburg, Padova, Unipress, Per una filosofia interculturale,
Milano, Mimesis, Identità e dialogo interculturale, Venezia, Marsilio, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle
culture d'Oriente, Venezia, Marsilio, Dalla prospettiva della filosofia
comparata all’orizzonte della filosofia interculturale, Simplègadi, East et West,
Venezia, Marsilio. Interessante può essere, sotto questo aspetto, il confronto
con il pensiero di E. Morin, nel suo La testa ben fatta” (Milano, Cortina, La riforma di pensiero, Alfabeto filosofico,
Venezia, Marsilio, voce Corpo. Illuminismo e illuminazione, Roma, Donzelli); Saggezze
d'Oriente e d'Occidente come forme di vita, n Id., Oltre la filosofia, Vicenza,
Colla, Interessante può essere, sotto questo aspetto, il confronto con il
pensiero di Sennet, nel suo L’uomo artigiano, Milano, Feltrinelli, Diritti umani e valori in Asia, Studia
Patavina, Alfabeto filosofico, Venezia, Marsilio,, voce Libertà. Filosofia e
globalizzazione, Milano, Mimesis, Il tao della filosofia, Milano, Luni,
Premessa. I termini 'ecologico' e
'agnostico' non sono propri dei supo testi ma depositati nel suo insegnamento
'orale', nonché derivabile da una semplice riflessione sulle finalità e
conseguenze della sua impostazione teorica Santangelo, recensione a Estetica
del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d'Oriente Revue Bibliographique de
Sinologie, Ghilardi, Magno, Sentieri di mezzo tra Occidente e Oriente. in onore,
Milano-Udine, Mimesis, Fongaro,
Ghilardi, Filosofia come Pratica. A partire da Il Tao della Filosofia, in Simplegadi,
Sentieri di mezzo tra Occidente e Oriente, Ghilardi, Magno, Mimesis, Crisma,
Dao, ossia cammino. Note in margine al percorso di riflessione di in Simplegadi,
Sentieri di mezzo tra Occidente e Oriente, Ghilardi, Magno, Mimesis, Bergonzi,
Comparatismi e dialogo interculturale fra filosofia occidentale e pensiero
indiano, in Comparatismi e filosofia, Donzelli, Napoli, Liguori, Marramao,
Pensare Babele. L'universale, il multiplo, la differenza, in Iride, Pagano, Un
contributo ermeneutico per la filosofia interculturale, in Lo Sguardo: rivista
di filosofia, Ghilardi, Magno, La filosofia e l'altrove: Festschrift,
Milano-Udine, Mimesis, Yusa, Michiko, Porta, recensione ad Alfabeto Filosofico,
Daodejing, Mandukya Upanishad, Mimesis
Festival: Che cos’è la filosofia? d Schopenhauer tra Oriente e Occidente, di G.
Pensiero buddhista e filosofie occidentali, Panikkar e la questione dei diritti
umani, La compassione intelligente nella tradizione buddhista, Nirvana e
Samsara, Covid-19 e Libertà. Anteprima di Illuminismo e Illuminazione, Anteprima
di Per una filosofia interculturale, Anteprima di Taccuino. Anteprima di
Alfabeto Filosofico, Anteprima di Dieci
Lezioni sul Buddhismo, Materiali su Interculturalità e Oriente, Materiali su Interculturalità
e Oriente. Nome compiuto: Giangiorgio Pasqualotto. Pasqualotto. Keywords: Marco
Polo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pasqualotto” – The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
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